venerdì 22 gennaio 2021

ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO Marco Missiroli


ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO
Marco Missiroli

Infanzia
Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini. Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo. Era il 1975 e abitavamo a Parigi da poco, X arrondissement, rue des Petits Hôtels. Avevamo lasciato l’Italia perché mio padre era stato trasferito dalla sua azienda farmaceutica. La mamma aveva accettato la Francia perché adorava i luccichii di place Vendôme e le sciccherie libertine. Era una donna elegante, religiosa, maggiorata. Amava Jane Austen e l’agio della sua Bologna. Da ragazza era emigrata a Milano per studiare e conoscere un borghese che la mantenesse mentre giurava fede al proletariato. Aveva quarantadue anni quando le uscì quella tristezza a cena. Bastò per riportarmi al trauma di un mese prima, il giorno del trasloco nella capitale francese. Quel pomeriggio c’era Emmanuel, l’amico di famiglia. Papà era uscito per comprare un trapano e passare in azienda, io ero nella mia stanza a svuotare gli scatoloni. Mamma aveva detto che avrebbe fatto lo stesso nella sua camera, Emmanuel la aiutava con i pantaloni alle caviglie. Li avevo visti dallo spiraglio della porta. Lui in piedi con gli occhi socchiusi davanti a questa donna sposata e inginocchiata, il grande seno incagliato nel vestito. Il grande seno che sfioravo nell’abbraccio della buonanotte. Ero rimasto immobile, ero tornato in camera mia e avevo continuato a sventrare scatole finché la porta si era aperta. – Tutto bene, amore mio? – aveva chiesto mamma con il rossetto fresco. – Tutto bene. Lei aveva sorriso, amara, nella stessa smorfia della cena dei cappelletti. Poi se n’era andata e solo allora mi ero accorto del gonfiore nei miei pantaloni, conteneva lo spasmo che non ero mai riuscito a sfogare. Quel giorno, per la prima volta, mi ero accarezzato e avevo intuito il movimento di liberazione. Avanti e indietro con costanza. L’inganno di mamma, l’estasi di Emmanuel. La mia gelosia. Mi ero accanito con la mano un’ultima volta, la decisiva, e solo allora avevo saputo come andava il mondo e come sarebbe andata la mia vita. Dalla liberazione il mio carattere cambiò. Il battesimo erotico mi rese mansueto e intelligente. Mamma mi chiamava Ometto di mondo, papà diceva Cher Libero. Il Caro anteposto al nome sanciva l’entrata ufficiale nel suo circolo di attenzioni. L’equazione fu semplice: la sessualità emancipata aveva prodotto lungimiranza. Iniziai a capire la mia famiglia e il modo esatto di interpretarla. A ogni preoccupazione mi rifugiavo alla toilette e mi liberavo. Venire significava correggere le questioni interiori senza interpellare chi avrebbe dovuto educarmi. Ero un bambino autodepurato. Sereno e magnifico, attento e anticipatore. Un godimento barattava un paio di piagnistei. Ricordo alla perfezione tre elementi di quei primi autoerotismi: le guance paonazze, la fioritura del cuore e un inaspettato ribollire cerebrale. Amplessi di cinque-sei secondi mi provocavano tremori e l’assoluta convinzione che fosse solo la punta dell’iceberg. La realtà intorno a me era diversa e il mio nuovo spirito mi stava aprendo le porte dei grandi: – Cher Libero, figliolo, ti porto al Roland Garros. Non ho mai dimenticato il pomeriggio in cui papà mi invitò ad assistere a un match sul Centrale degli Open di Francia, privilegio che negli anni era toccato solo a Emmanuel. Aveva una camicia bianca, il panama sgualcito e due lapislazzuli opachi come occhi. Le donne lo fissavano mentre lui fissava a vuoto Björn Borg che prendeva a pallate Ivan Lendl. – Perché non sei venuto con Emmanuel? – chiesi a bruciapelo. Papà rimase in silenzio quel giorno e gli altri che seguirono. Emmanuel non si fece vedere a casa per un mese, nessuno lo nominò finché mamma, servendo l’arrosto alle prugne, si lasciò sfuggire che era il piatto preferito di Manù. Quella sera pianse. Papà era uscito per il suo torneo di bridge e io ero in cucina a finire il puzzle della Pantera rosa, quando la sentii squittire la raggiunsi in salotto. Diede la colpa a Orgoglio e pregiudizio che stava rileggendo, mi disse che ero il suo ometto di mondo e mi tenne stretto. Fu allora che decisi i miei comandamenti: avrei scelto con cura il mio migliore amico e non mi sarei sposato. Emmanuel tornò una sera di qualche settimana dopo. Quando suonò il campanello si precipitò mio padre, mamma rimase in camera e mi chiamò. – Sai cosa fa andare bene l’umanità, ometto di mondo? – L’utero e la Francia? – Il silenzio, il maquillage e Dio. Prese il rossetto dalla borsa e se lo mise. Mi scompigliò i capelli e andò in salotto. Restai con il volto affondato nel suo cuscino, mamma sapeva di glicine, e aspettai che mi chiamassero per il roast beef con le patate al timo. Ricordo tutto di quella sera: il cambiamento dei posti a sedere, misero me tra papà e Emmanuel, la televisione in sottofondo, prima e unica volta, mamma sempre in piedi a servire cibo. Ricordo anche un paio di dettagli: Emmanuel che non mi guardò mai e il saluto tra lui e mia madre alla fine, proprio sulle scale, mentre papà era rimasto in cucina a caricare la lavastoviglie. Lei che va per baciarlo sulla guancia e lui che le stringe la mano per ringraziarla della cena. Quando il nostro ospite se ne andò, mamma si tolse il rossetto e osò una battuta sul roast beef francese, scialbo, poi mi domandò se l’indomani avessi voluto conoscere il Creatore. Accettai, anche se papà diceva che la religione era la più grande illusion dell’uomo. – Per due motivi, cher Libero. Primo: Dio non si è mai fatto vedere per confermare la sua presenza. Secondo: nessuno è mai tornato da morto per confermare la presenza di Dio. Dissi a mamma che forse era vero, lei rispose che era il momento di andare. Si era messa il tailleur grigio, per questo la teoria di mio padre sarebbe stata capovolta. Dio quel giorno si sarebbe fatto vedere, come si erano fatti vedere gli insegnanti, gli imbianchini, i direttori di banca, i commercianti di surgelati e i padri dei miei amici di Milano ogni volta che invitavo i loro figli a casa. Venivano a prenderli in anticipo, anche di un’ora, perché sapevano che mia madre li avrebbe trattenuti a chiacchierare in grigio. Stoffa pregiata, taglio discreto, se non per il terzo bottone del giacchino che traballava lussuria: una minuscola gemma sull’orlo del collasso. Un seno in galera vale cento seni liberi. Lo intuii più avanti, se lo avessi saputo quel giorno avrei capito perché molti uomini rischiarono il torcicollo per guardarla. Trovammo pace all’entrata di Notre-Dame, mamma mi portò davanti a un crocifisso e disse – Libero, vedi Gesù al centro di tutto? Ecco, non guardare Lui, guarda quella signora ai suoi piedi. – La Madonna. – L’utero che vede e provvede, – finì di dirlo e il bottone cedette. Mamma lo raccolse, io chiesi alla Vergine di non fare più entrare Emmanuel in casa mia. La Madonna mi ignorò. In cambio, quell’estate, avrebbe provveduto al più inaspettato e misericordioso dei battesimi. Papà decise che avremmo trascorso le vacanze in territorio francese. Dovevamo far girare l’economia del paese che lo aveva riaccolto. Lui e mamma scelsero Deauville, il litorale dei parigini con le berline e i vizietti sospettabili. Noi avevamo una Peugeot 305 e il terrore di passare le ferie da soli. Invitarono Emmanuel. Mi immaginai mamma in pareo e lui che la fissava dal lettino. La gelosia mi provocava eccitazioni amare e mortificazioni del corpo. Mi scrutai nudo davanti allo specchio, glabro e tardivo, ancora latitante di eiaculazione al contrario di Mario e Lorenzo, i miei amici di Milano. Loro fiorivano, io ero un frutto acerbo con le spalle più strette dei fianchi. Mi salvavo per gli occhi azzurri e un’aura che metteva pace. Mai avuto uno sguardo ambiguo da una compagna di classe: migliore amico di Stefania, confidente di Lucia, complice di Maria e servitore della Giulia che Mario aveva consumato di baci. Per Deauville chiesi a mia madre un costume nuovo. Lo indossai il giorno della partenza, un venerdì di luglio che abbagliava una Parigi deserta. Mentre scendevamo le scale, papà mi avvertì che Emmanuel avrebbe portato un’amica. Lo aspettammo sotto casa con la Peugeot 305 carica come un mulo e mamma in caftano celeste. Quello che vedemmo tre minuti dopo provocò una smorfia di soddisfazione di mio padre e un silenzio prolungato di mia madre. Sul lato passeggero della Citroën di Emmanuel sedeva una trentenne castano chiara con la pelle di luna e le lentiggini. Si presentò in un italiano stentato: Marie. Ci presentammo tutti, quando fu il mio turno lei esclamò – E tu devi essere le Grand Liberò. Il grande Libero. Tentennai e mamma mi bruciò sul tempo: – Le petit Libero, – risero, Marie no, si aggiustò un foulard di seta e mi disse – Perché non vieni in macchina con me e Manù? Del viaggio ricordo Emmanuel che cantava le canzoni della radio e noi che facevamo i ritornelli, un cappello di paglia che Marie aveva messo in testa al suo Grand Liberò. Era la prima volta che non sentivo l’affanno di disturbare. Mi ero sistemato al centro del sedile posteriore, dallo specchietto si vedeva una spalla di Marie e il suo collo bianco. Possedevo già l’acutezza delle angolature, mi spostai a sinistra e allargai il campo di visuale. C’era più spalla e meno collo, c’era il profilo del seno. Era sproporzionato rispetto all’ossatura e alla gentilezza dei modi. La guardai dal riflesso e incrociai i suoi occhi, avvampai. Fu allora che lei mi chiese di allungare una mano. – Avanti, Grand Liberò, mica te la mangio. – Non ti fidare – disse Emmanuel. Rischiai e mi ritrovai sul palmo tre ciliegie, le mangiai mentre alla radio cantava Charles Aznavour. – Dammi i noccioli. Accadde lì, quando Marie me li prese e mi pulì le dita con una salviettina fresca, che ringraziai la Madonna di Notre-Dame per non avermi ascoltato. Ebbi due capogiri. Uno dovuto alle traiettorie della Citroën, l’altro perché le sedici ciliegie che ingurgitai avevano portato a piccoli incontri con Marie. Mi raccontò che era una bibliotecaria, lavorava nel IV arrondissement. Lì aveva conosciuto Emmanuel qualche mese prima – Manù, il più affascinante professore di Parigi. Il mio carattere docile nascondeva premeditazioni insospettabili. Quando Marie mi domandò se avevo già amici a Parigi dissi che no, ero un’isola senza mare. Un’isola senza mare. Era una frase che papà mi aveva consigliato di usare per tramortire le donne. Scavava in un fondo di verità, e colpiva alla voce tenerezza. – Tu es adorable – Marie lo sussurrò mentre mi pizzicava lo zigomo – Il mare che cerchi sarà a Deauville, Grand Liberò. E noi il tuo arcipelago. Quando arrivammo a destinazione avevo sconfitto la solitudine. A Deauville avevamo affittato una villetta con terrazzino e due camere da letto in rue Laplace. L’estate prima in Sardegna e quella prima ancora in Costa Azzurra mi era capitata una stanza tutta mia. Quell’anno, mi disse papà, avrei dovuto adattarmi. Mi limitai a scaricare la valigia e ad aspettare su un’amaca appesa tra due fichi nel giardino della villetta. Guardai gli altri affannarsi nei bagagliai, mamma aveva il trucco sbavato e una mano che tormentava l’altra. Venne verso di me, mi mostrò dove avrei dormito: un loculo ricavato da una rientranza del corridoio. Avevo a disposizione poco più di una branda da campeggio. Appiccicai l’orecchio al muro di cartongesso: sentii la voce di Emmanuel. E quella della mia Marie. Papà era un tipo pratico. Aveva preso dal nonno, ufficiale nella Prima guerra mondiale, un temerario in grado di schivare sette agguati aerei mentre attraversava la Manica con un monoplano scassato. Come lui anche mio padre scardinava le detonazioni di mia madre e sorvolava sentimenti impetuosi. L’anno prima era stato eletto miglior venditore di Fiori di Bach dell’Europa centro-meridionale e aveva festeggiato quattordici anni di matrimonio con mamma. Per la prima sera a Deauville decise di portarci al casinò. Avrebbe rinsaldato la sua complicità a carte con Emmanuel e offerto a mia madre utopie di mobilità economica. – E Libero? – domandò Marie. – Aspetto fuori – dissi. Papà entrò con Emmanuel, mamma si offrì di restare con me. Chiesi e ottenni di rimanere in solitudine a guardare le cabine degli stabilimenti con i nomi delle star del cinema: Cary Grant, Jean-Paul Belmondo, Federico Fellini e via via, me le passai tutte fino al bar du Soleil. Lì mi sentii chiamare. – È un’ingiustizia, Grand Liberò. – Marie veniva verso di me. La salutai. Mi raggiunse – È un’ingiustizia che tu puoi startene fuori e io no. Così conobbi Marie Lafontaine. Mi offrì un jus d’orange e si ordinò un rosé. Scoprii di lei che possedeva l’arte dell’ascolto e del bere in punta di labbra, snocciolava le olive in bocca tenendo gli ossi contro la guancia, tifava Saint-Germain e il suo libro preferito era Lo straniero di Camus. Pizza ai quattro formaggi, i film senza lieto fine, i mori e i brizzolati, la Provenza meglio della Normandia. Detestava la roulette e i barboncini. Aveva avuto grandi amori? (si domandò): uno magnifico di cinque anni, gli altri robetta per sfortuna e demerito. Tamburellò le dita sul mio ginocchio ogni volta che rise, spesso, e si tormentò l’orecchino destro ogni volta che era sovrappensiero, spesso. Ecco quello che le rivelai di me: avevo fatto uno sciopero della fame di due pasti per oppormi al trasferimento in Francia, non mi piaceva il calcio ma amavo John McEnroe, ero un campione di puzzle e andavo matto per il purè di patate. Ero capace di dormire anche quindici ore di fila. La mia tartaruga Robespierre aveva vissuto ventun anni ed era morta il giorno del mio compleanno. – Che altro, Grand? Avrei voluto fare il lavoro di papà o la guardia forestale, i libri mi davano noia tranne le storie di indiani. Mi chiese come mai gli indiani, dissi che erano rimasti in pochi e a me piacevano i pochi. – Ti piace Dio, Marie? – Dipende. – E l’utero? Mi fissò, poi disse – Non ho figli, e va bene così. E tu, Grand Liberò, hai avuto grandi amori? Bevvi il jus d’orange e rimasi in silenzio. Lei mi abbracciò di colpo, si protese in avanti e trascinò il mio sgabello fino al suo, mi trattenne con le sue braccia calde. C’era un profumo di torta in forno e c’era la spinta del grande seno. Premeva contro il mio sterno, più della mamma, meglio della mamma. Appena uscirono dal casinò ci trovarono sul pontile che chiacchieravamo su quale cabina avremmo preso l’indomani. Io scelsi Fellini, Marie Cary Grant, papà e gli altri dissero che bisognava andare a casa per cancellare la brutta serata al tavolo da gioco. Novecento franchi buttati. Quando arrivammo mi stesi sull’amaca ad ascoltare Deauville di notte, gli echi delle feste, mentre le camere da letto si spegnevano. Poi andai in bagno e mi lavai i denti e la faccia. Feci tutto in fretta, da quando la zia era morta alla toilette non potevo stare chiuso dentro a lungo, altrimenti mamma veniva a chiamarmi. Arraffai uno strappo di carta igienica e mi ritirai nel loculo, mi stesi sulla branda. Mi rigirai. Le molle cigolavano sul lato destro. Potevo usare il braccio sinistro con una minima rotazione del polso. Ritrovai lì il senso pratico di papà, nel compimento di una masturbazione circense che mi avrebbe sostenuto per l’intera esistenza. Aspettai che il resto della casa si addormentasse. Trascorsi l’attesa preparandomi il pensiero, a dodici anni si è molta mano e poca testa, io ero diverso. Avevo capito che l’eros è l’arte di immaginare situazioni realistiche con possibilità di fallimento: mi vidi di nuovo al bar du Soleil con Marie, lei ha un vestito scollato. Ha già bevuto due rosé, mi confida del suo amore finito male. Lui era un poco di buono, solo adesso lei si sente a suo agio, grazie a me. Piange, mi tira a sé con lo sgabello e invece di abbracciarmi si appoggia alla mia spalla e io sento le sue lacrime. Mi fermai. L’elastico del pigiama sforzava, lo abbassai. Feci attenzione al cigolio, tutto stava nel tenere sollevato il gomito ed essere il John McEnroe dell’onanismo: usare l’impugnatura Continental. Controllai la respirazione e tornai a dove ero rimasto: io che sento le lacrime di Marie, gliele asciugo e la tengo stretta. Anche lei lo fa, mi tiene stretto, ancora, e io sento che è il momento, preparo la carta igienica anche se so che rimarrà asciutta, do il colpo di grazia, la branda sussulta mentre spalanco la mascella, la voce di papà squilla al di là del muro, – La smetti di agitarti o no? La mattina mi svegliai prima di tutti, sgattaiolai fuori e iniziai un piccolo puzzle della Tour Eiffel sul tavolo del giardino. In un’ora incastrai una miseria di tasselli, continuavo a fissare la finestra dei miei genitori con la vergogna di chi è stato preso in flagranza di reato. Quando mamma mi chiamò erano tutti in cucina a ingozzarsi di croissant e cose buone comprate da Emmanuel alla boulangerie St. Augustin. Guardai le piastrelle turchesi dietro il lavello e nessuno di loro. – Come hai dormito, ometto? – chiese mamma. Sollevai la testa. Papà smise di mangiare il suo croissant e mi strizzò l’occhio. Fu il primo sigillo della nostra alleanza. Il secondo arrivò al mare. Andammo allo stabilimento e io scelsi la cabina Fellini. Quando vidi uscire Marie da Cary Grant, in due pezzi, seppi che quella notte sarei stato recidivo, e che l’eros mi provocava timidezza. Rimasi accucciato sulla mia sdraio in maglietta e cappellino, rifiutai di passeggiare, rifiutai i racchettoni con Emmanuel che si mise a giocare con mamma. Mio padre chiacchierava con Marie sulla battigia. Mi chiamò da lui. Gli feci cenno che volevo starmene per conto mio, insistette e lo raggiunsi. – Facciamoci un bagno. Dissi che non ne avevo voglia, poi mi sentii toccare da dietro, era la mano di Marie che mi sollevava la maglietta e mi toglieva il cappellino, – Avanti Grand Liberò, un piccolo tuffo – sorrise, e salì all’ombrellone per appoggiare gli occhiali e i miei vestiti. Adocchiò Emmanuel che giocava con mamma. Anche papà li fissava, lo presi per un braccio e lo trascinai in acqua. Ci tuffammo, quando riemergemmo Marie era ancora all’ombrellone e si era seduta sul lettino. – È bellissima, n’est-ce pas? – chiese papà mentre mi caricava sulle sue spalle da ballerina. La brezza della Normandia mi gelò, – Ti piace? – Moi, j’aime ta mère – e mi lanciò nell’oceano. Riaffiorai e mi trovai solo, mio padre stava andando verso riva, e verso la sua sposa da più di un decennio. Mi lasciò con il suo secondo sigillo, e mio futuro patrimonio: la devozione. Tornai a casa per primo e terminai il pilone occidentale della Tour Eiffel. Qualcosa aggrovigliava la mia testa, e il mio eros: Dio, l’utero, il sentore che mi sarebbe sfuggita qualsiasi donna, soprattutto la rincorsa di mio padre verso sua moglie. Accanirmi con i puzzle avrebbe rimesso a posto i pezzi della mia infanzia? Cominciai la terza gamba della Torre e vidi arrivare papà con la faccia buia: mi avvertì che Emmanuel e Marie avevano discusso e che dovevo fare finta di niente. Feci una doccia e presi uno dei miei libri sugli indiani, mi rannicchiai sull’amaca. Era questione di tempo. Mamma spuntò poco dopo e si fermò da me. Mi baciò e si tolse gli occhiali da sole. Era paonazza. – Stai lontano da Marie, intesi? – e filò dentro anche lei. C’era stato un intreccio di uteri, e forse una vittima. Deauville era celebre per il glamour, le ambizioni piccolo-borghesi e i parvenu. Anche per il gioco, certo, e la sua aria di azzardo mi convinse a prendere il mio quaderno per annotarmi una vertigine: Consola la bionda. Era un taccuino con in copertina Arsenio Lupin e la sua giacca rossa. Avevo l’abitudine di scriverci le cose più grandi di me. A Milano l’avevo riempito con una ventina di scintille, Pellerossa accompagnano chi muore con il tamburo; Lucia, baciarla o sposarla; oppure Impara dal camaleonte: scompari. Rimasi a dondolare sotto il fico. Emmanuel e Marie arrivarono quasi subito. Muti e veloci. Lei si affrettò, lui rallentò e prima di entrare mi sorrise. Lo ignorai e diventai camaleonte finché papà spuntò fuori con la sentenza: i nostri ospiti sarebbero tornati a Parigi l’indomani mattina. Andai in camera e tirai fuori le carte da briscola che avevo portato dall’Italia: le mischiai e tagliai il mazzo con la sinistra. Venne l’asso di spade. Nella simbologia di mamma annunciava un successo schiacciante. Fu il momento che decise il mio destino a Deauville. Avevo imparato a interrogare il futuro quando vivevamo a Milano. Stavamo a Porta Venezia, il quartiere della borghesia giovane, la casa la pagava l’azienda di papà che vendeva Fiori di Bach e rimedi omeopatici alle farmacie. Mamma teneva lezioni private di italiano, spendeva in Montenapoleone e per i suoi santoni. Frequentava un gruppo di fanatici che le avevano inculcato il culto delle premonizioni in cambio di centomila lire a seduta. Controllava fondi di caffè e segni zodiacali. Leggeva le carte. Si era stancata di colpo, perché l’utero è fatto per generare, non per trattenere: giustificava così le sue cadute passionali. Nel frattempo io avevo imparato. Interpretavo un mazzo di briscola meglio dell’istinto. Mi fidavo del futuro più che di me stesso. Che quella notte, prima della partenza di Emmanuel e Marie, preparò il suo coup de théâtre con dettagli significativi. I miei pianeti si allinearono a cena, quando papà si mise a leggere “L’Équipe” in giardino. Fischiettava in giacca e camicia bianca. Mamma uscì dal bagno con l’acconciatura a mo’ di ananas. Io mi rintanai nel loculo, le orecchie al muro: nella stanza dei nostri ospiti non volava una mosca. Emmanuel e Marie si presentarono di colpo, vestiti come il giorno prima. Lei aveva gli occhi gonfi, lui fumava il sigaro e fece strada verso il ristorante. Rimasi indietro di qualche passo e riuscii a sorridere a Marie, lei ricambiò. Camminava veloce, tutti camminavano veloci, appena arrivammo papà chiese al maître un tavolo in veranda. L’asso di spade diede il primo segnale quando mi ritrovai seduto di fronte a Marie. Ricordo che mangiai mezza zuppa di ostriche e due bocconi di salmone. Papà tenne viva la conversazione, lo sostenne Emmanuel e tutto filò liscio finché si inserì mamma con una filippica sulla Gauche italiana. Cos’era rimasto del comunismo? E dov’era finito l’insegnamento di Gramsci? – Tutte chiacchiere – disse Marie: ora eravamo in Francia e c’era da fare i conti con Giscard d’Estaing. O ci eravamo trasferiti solo per i musei? Tremai io, e tremò papà. – Allora è vero quel che dicono sull’insolenza dei parigini – rispose mamma. – E cos’è che dicono dei parigini? – Chiedilo al tuo Emmanuel, almeno avrete un argomento di conversazione. – Chiedilo tu, al tuo Emmanuel – Marie si alzò da tavola, domandò permesso e se ne andò. Non la seguì nessuno e io dovetti assistere alle due nature di mia madre: la soddisfazione per aver vinto la guerra degli uteri, le successive lacrime di dispiacere. Finimmo i sorbetti e facemmo una passeggiata sul lungomare di Deauville. Passammo davanti al bar du Soleil, adocchiai i due sgabelli su cui ci eravamo seduti io e Marie. Sentii la nostalgia. Dissi a papà che ero stanco e lui capì. Quando tornammo a casa evitai di salutare Emmanuel, lui si rintanò in camera e anche i miei genitori. Marie non era rientrata. Quella notte mi addormentai a fatica, mi svegliarono la sete e un sentore di profezia. Mi alzai, uscii dal loculo, andai in cucina. Lei era seduta al tavolo. C’erano due cose che non sopportavo: farmi vedere in mutande e capire che una situazione mi impauriva. Quella notte, davanti a Marie Lafontaine, le provai entrambe. Cercai di indietreggiare, lei tirò su la testa e mi fissò, poi disse piano – Grand, c’est toi? Andai avanti e le dissi che volevo bere. Lei si alzò per prendere una bottiglia d’acqua nel frigorifero, me ne versò un bicchiere e me lo porse. Il rimmel le era colato su una guancia e i capelli erano scompigliati. Bevvi, e andai ad appoggiare il bicchiere sul tavolo. Poi lei disse – Vado un po’ fuori, bonne nuit. L’unico gioco d’azzardo che si avverò a Deauville quella notte appartenne a un quasi tredicenne che invece di tornarsene a letto uscì nel giardino di una villetta e aspettò finché una trentenne si accorse di lui per la seconda volta. Quando accadde, lei lo chiamò a sé – Neanche tu riesci a dormire, Grand? Mi avvicinai all’amaca, Marie si era stesa, restai impalato. Lei sorrise e si mise a sedere, mi disse che le dispiaceva per la serata e per la vacanza e per la figuraccia, era solo un po’ nervosa, e insicura. – Insicura? Annuì. Le dissi che anche a me era successo. Almeno due volte l’anno prima e l’anno ancora prima con Lucia e Giulia. – Si vede che non ti meritavano, Libero. – Nemmeno a te. Mi abbracciò e mi disse di sedermi con lei. Ubbidii, avevo paura, avevo stupore. Lei mi fece spazio e io mi accucciai nell’angolo. – Sei un gentiluomo. Beata chi ti sposa. Il vestito le era salito alle ginocchia e la parte alta era confusa dalla notte. Mi afferrò la mano e me la tenne tra le sue, guardai la casa buia. – Non ti preoccupare, dormirò qui – Mi tirò a sé e mi lasciò altro spazio. Finii tra i suoi capelli e la mia gamba destra le lambì il fianco sinistro, le mani le tenevo sullo stomaco come i morti. Sentivo il seno contro la spalla, mi voltai e lo vidi, mastodontico e stropicciato per la posizione. Lei si inclinò, confluimmo al centro dell’amaca, mi accarezzò la nuca e disse: – Non ho un gran fiuto per gli uomini. Mi dispiace averti rovinato la vacanza. – Il bello di questa vacanza sei tu – mi tremò la voce, ma lo dissi, avevo un accenno di erezione. Maturò, mi girai, lei mi trattenne e tornò ad accarezzarmi la testa. Non mi mossi, ero accaldato, ancora impaurito. Premevo contro la sua gamba e sentii la sua gamba premere contro la mia intimità. Quando smise mi ritrovai con un piacere impiccato. Nella mia vita ero stato sprovveduto, adorabile, addomesticato. Cambiai le mie priorità: le toccai la coscia, fu allora che lei sussurrò Mon petit Libero. Mi strinse in un abbraccio che sapeva di sorella, mi disse Vienimi a trovare in città, lavoro all’Hôtel de Lamoignon, la biblioteca nel IV. Mi diede un bacio sulla guancia e io mi ritrovai che camminavo verso il loculo. Andai in bagno, chiusi la porta a chiave, e prima di darmi la liberazione mi guardai allo specchio. Ero un bambino a un passo dall’adolescenza che stentava ad abbandonare la sua infanzia. Fu una vacanza strana. Quando ci alzammo, la mattina dopo, Emmanuel e Marie non c’erano più. Forse non c’erano mai stati, trovammo un biglietto in cucina: Merci, merci, merci. Tre grazie che mi provarono la loro presenza a Deauville. Andai fuori, l’amaca era mossa dal vento e aveva sopra una foglia, la tolsi e mi stesi. Avvicinai il naso alle corde e sentii l’odore di salsedine, e di Normandia. Scrissi l’ultima traccia di quella notte sul mio quaderno: Biblioteca Hôtel de Lamoignon, Marie. Per una settimana tornammo una famiglia. Mamma scelse la cabina Marilyn Monroe e io lasciai la decisione a papà, lui andò su John Wayne. Tenemmo l’accoppiata glamour e western per tutti i giorni di mare, placidi e guardinghi, l’ultimo pomeriggio assistetti a una scena curiosa: papà che va sott’acqua e risale sotto le gambe di mamma, la carica sopra le spalle. Lei rimane lassù e ride e urla Lasciami, lasciami. Si tuffa e quando riemerge va verso mio padre e lo abbraccia, lui la bacia. Chiudemmo con quella bellezza. Il bilancio della vacanza contò un sodalizio con papà, settecento franchi vinti da mamma sul 27 alla roulette, cinque cene di pesce al ristorante e un’intossicazione alimentare da gamberetti, uno sguardo ricambiato con un’inglese, innumerevoli spasmi sfogati. E poi un comandamento di mio padre, il giorno della partenza: – Tu devras avoir du courage, so che sarai coraggioso. Charmant, protettivo, franco. Papà era questo, secondo mamma. Glielo sentii dire alla sua amica Manuela di Milano quando le chiese perché si fosse innamorata di lui. Mancava qualcosa: era un uomo privo di senso della realtà. Il comandamento che mio padre mi diede a Deauville era figlio della sua verginità d’animo e di una sorta di presagio che percepiva nei miei confronti. Sapeva che dal trasferimento francese mi sarei potuto sentire in bilico. Non tanto per la lingua, quanto per l’affanno del cuore. Affanno che era stato anche il suo. Lo capii con il liceo. Il primo giorno papà mi accompagnò insieme a mamma. Il Lycée Colbert l’aveva voluto lei perché pubblico, multietnico, culla della nuova classe dirigente progressista. Era una scuola bobo, bourgeois-bohème. L’entrata era di un nugolo di ragazzini con la pashmina al collo, io avevo una camicia di una taglia in più e la certezza che il posto di banco avrebbe deciso la mia adolescenza. Fu così. Dipese dall’ordine alfabetico: Libero Marsell finì tra Antoine Lorraine e Hélène Noisenau. Un nero e una biondina con la treccia e l’odore di mandarino. Le strinsi la mano per presentarmi e mi accorsi che non mi attraeva: troppo magra, troppo fresca. Mi guardai intorno, eravamo in trentatré, diciannove maschi e quattordici femmine. Scartai le troppo avvenenti, rimaneva una morettina con il sedere sporgente. Si chiamava Camille. Mi guardò una volta. Colpivo alla prima occhiata, diventavo invisibile per il resto della storia. Dal mio banco vedevo i bobo che socializzavano e pensavo a Mario e Lorenzo che se n’erano andati insieme al Beccaria, a Milano. Rivolevo l’affidabilità gentile di Marione e la barbarie di Lorenzo. Rivolevo me stesso. Mi alzai di scatto e andai alla finestra. C’era il traffico parigino e un uomo sbilenco dall’altra parte della strada: papà. Dava uno sguardo a “L’Équipe”, e uno alle finestre della possibile classe di suo figlio. Andai in bagno e trattenni il pianto, quando uscii mi trovai di fronte Antoine Lorraine. Mi fissò, – Ci abitueremo, non ti preoccupare – mi appoggiò una delle sue manone sulla spalla, – Sei italiano? – Per metà francese. Anche lui era a metà. Congolese e parigino. Un nero con la erre moscia e una sana concretezza, – Le ragazze buone sono nelle classi avanti. Occhi aperti. Trovai così un amico. Eravamo due metà che avrebbero fatto un intero. Quando tornai a casa confidai a mamma la sensazione di quell’amicizia, lei annuiva mentre preparava il pasticcio di foie gras e la crostata di mele cotogne. A tavola sedeva Emmanuel. Sforzò un sorriso, io non ricambiai e raggiunsi papà che trafficava ai fornelli. Gli andai vicino e lui mi anticipò: l’avrei trovato davanti al Colbert dalle nove alle dieci, tutto il primo mese di lezioni. Un piccolo coraggio per te, mon cher Libero. – Ma è un ometto, – mia madre si versò da bere – lascialo crescere. La prima crescita fu nell’attività onanistica. Da pochi mesi qualcosa aveva scosso la prevedibilità del mio corpo: una peluria percettibile e l’abbassamento del timbro vocale. Erano mutazioni che si portavano dietro alcuni effetti secondari, avevo scoperto che l’autoerotismo sfiatava la mia ansia atavica. Un orgasmo equivaleva a dieci gocce di Rescue Remedy che papà mi allungava quando non riuscivo a dormire. Ne approfittavo anche di mattina prima di andare a scuola. Il risultato furono un’astenia cocciuta e due occhiaie croniche. L’altro cambio di prospettiva era riuscire a togliermi dall’invisibilità. A scuola anche i professori faticavano a ricordarsi il mio nome e a trovarmi in mezzo agli altri. Le ragazze mi guardavano come un compagno a cui sorridere per cortesia. L’unica era Camille, aveva modi gentili e mi chiedeva se volevo un aiuto per la grammatica o per la pronuncia. Mi interessavano poco i miei coetanei, al contrario della professoressa di francese. Si chiamava Mademoiselle Rivoli. Bruna, bassina, viso ampio e un seno che faceva di tutto per mortificare. Quella mercanzia timida la trasformò in un’esca irresistibile. Cominciai a farmi notare con piccoli interventi e con un silenzio intelligente. Per Mademoiselle Rivoli io ero un immigrato che si stava impegnando il doppio per ottenere i risultati degli altri. Guadagnai una sua speciale attenzione e, un giorno, un consiglio: Marsell, legga Lo straniero di Albert Camus. Ci troverà dentro qualcosa. – Chiedile di uscire – insisteva Antoine. Mademoiselle Rivoli rimase il prototipo erotico per il primo quadrimestre. Gli sforzi si videro nei voti di metà anno: buono in francese, sufficiente in matematica, discreto in storia e così via per una media del più che sufficiente. L’unica pecca: non averle chiesto un rendez-vous e aver ignorato quel libro di Camus. La sera della pagella organizzammo un’uscita con i miei compagni di liceo, saremmo andati a mangiare in una brasserie al Trocadéro e poi al cinema a vedere Guerre stellari. A tavola Antoine fece in modo di sedersi vicino a Hélène, io finii accanto a Camille che chiese subito se mi mancasse l’Italia. Mi mancava, certo, anche se nella Ville Lumière stavo bene. Le raccontai della mia vita a Milano e per la prima volta dall’inizio del liceo non mi sentii solo. Il mio esilio finì per mano di una ragazza dal sedere sporgente e dai gesti accorti. Aveva un viso bruttarello, ma il suo sorriso sconfiggeva il mio sentirmi fuori posto. Le svelai qualcosa della mia famiglia bislacca, di come avessi imparato a leggere il futuro grazie a mamma e di come papà avesse tentato di calmare i guaiti del mio vecchio cane con una mistura di Fiori di Bach e granuli omeopatici. La feci ridere e risi anche io quando mi disse che il primo giorno di scuola mi aveva scambiato per un russo denutrito o per un trapezista di un circo rumeno. Bastò questo per sederci vicini al cinema e per un petit bisou sulla guancia dopo che Luke Skywalker riuscì a mettere in fuga Dart Fener. In un mese accadde qualcosa di doloroso, qualcosa di dolce, qualcosa di strano e un piccolo miracolo. Qualcosa di doloroso: compresi definitivamente che l’estetica contava quanto il fattore ormonale. Camille non appagava l’occhio. Con lei seppi che mi vergognavo a farmi vedere accanto a ragazze che ritenevo deludenti. Mi dannavo per quel razzismo estetico, decisi di forzarlo. Due giorni dopo il cinema andammo a mangiare un gelato, lei mi prese la mano e io sentii cinque dita gelide. Provai a staccarmi con i miei silenzi, Camille insistette per qualche tempo, poi capì. A scuola smettemmo di parlarci e mi dispiacque. Andò peggio ad Antoine con Hélène: si sentì dire che i noirs non facevano per lei. Pensai agli indiani, e provai un dispiacere più vicino all’indignazione. Qualcosa di dolce: l’eredità di Camille furono i baci. Il suo petit bisou mi lasciò un eros diverso. Dalla sera del cinema passai le nottate seducendo il dorso della mia mano sinistra. Facevo prove a labbra chiuse, a labbra schiuse, a labbra aperte con una punta di lingua. Il cervello si distolse dall’ossessione del seno a favore della bocca. Provavo batticuori e immaginavo storie d’amore. Con Mademoiselle Rivoli, con una ragazza di terza che vedevo passare nei corridoi del liceo. Mamma stava scomparendo dai miei orizzonti, al contrario di Marie che ogni tanto si affacciava. Non l’avevo più vista, né sentita menzionare, da quella sera a Deauville. Qualcosa di strano: mia madre che mi prende sottobraccio, vestita con un lupetto di seta, e mi porta prima a Notre-Dame, poi nella chiesa di Saint-Vincent-de-Paul vicina a casa. Il prete che ci saluta dal fondo della navata. Io che attendo su una sedia e il Cristo che mi guarda dal crocifisso. La mia camminata fino al confessionale, c’è buio, un’ombra dietro la grata che dice: Di cosa chiacchieriamo, figliolo? Ti piace il calcio? Io che gli racconto di John McEnroe, della sua bravura e della sua collera, e di come certe volte la sua collera è anche la mia. Il prete che sorride e mi chiede di parlargli d’altro e io gli dico che papà è sempre più triste perché Emmanuel è sempre più a casa nostra per colpa di mamma. Io che non ho più niente da dire e lui che sussurra Recita un Padre nostro, figliolo. Un piccolo miracolo: il secondo giorno di primavera andai a casa di Antoine a fare i compiti. Abitava nel XIX, veniva al Colbert perché suo padre lavorava nel X. Ci accanimmo sulla matematica, lui era molto bravo, poi rimanemmo a chiacchierare in camera sua. Erano sette in famiglia. Verso sera qualcuno bussò alla porta, lui disse Avanti e si affacciò sua sorella maggiore, Lunette. Aveva due anni in più di noi, gli occhi chiari e le labbra grandi. Le gambe da ballerina e il seno a punta. Antoine mi disse Non guardare, porco. Arrivai a casa per cena, mangiai lo spezzatino con i miei e ricordo che quella sera Emmanuel non c’era. Poi mi ritirai in camera e mi baciai il dorso della mano sinistra. Lunette, amore, Lunette. Appena fu l’ora andai a letto e cominciai. La mia prima pulsione sentimentale si consumò subito e mi mozzò il fiato, non per il piacere: una goccia vischiosa era uscita dalla mia intimità. Adolescenza Per qualche tempo mi concentrai sul mio sperma e su Dio. Contemplavo le mie evoluzioni organiche e andavo con mamma in chiesa la domenica mattina. Papà ci vedeva uscire e diceva J’ai une famille de fous, ho una moglie e un figlio squinternati. Dopo la messa avevo l’obbligo di confessarmi con il prete di Saint-Vincent-de-Paul che si chiamava Dominique e ogni volta parlavamo di tennis, degli indiani e delle varie contraddizioni della Chiesa che mi aveva messo in testa mio padre, prima fra tutte l’atto di dolore. – A un certo punto recita “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”, – dissi, e mi avvicinai all’orecchio del prete – Però mamma dice che Dio non sa nemmeno cosa sono i castighi.

giovedì 21 gennaio 2021

AMORE E PSICHE

 


AMORE E PSICHE

Psiche, bellissima fanciulla, scatena la gelosia di Venere, che invia il figlio Cupido a scoccare una freccia per far innamorare di lei l’uomo più brutto della terra. Ma lui sbaglia la mira e si punge, innamorandosi perdutamente della fanciulla. Entrambi vivono una grande passione, però solo di notte. Psiche, cercando di vedere il volto dell’amato, lo sveglia.  Amore, deluso e irritato dalla sua curiosità, scappa via . Psiche è disperata, cerca Amore e lo trova dopo aver superato le molte prove di Venere.I due innamorati sono finalmente liberi di amarsi, per l’eternità.

Amore e Psiche (David) durante uno dei loro incontri notturni, raffigurati da Jacques-Louis David

Psiche, una bellissima fanciulla che non riesce a trovare marito, diventa l'attrazione di tutti i popoli vicini che le offrono sacrifici e la chiamano Venere (o Afrodite). La divinità, saputa l'esistenza di Psiche, gelosa per il nome usurpatole, invia suo figlio Cupido (o Eros) perché la faccia innamorare dell'uomo più brutto e avaro della Terra e sia coperta dalla vergogna di questa relazione, ma il dio sbaglia mira e la freccia d'amore colpisce invece il proprio piede ed egli si innamora perdutamente della fanciulla. Intanto, i genitori di Psiche consultano un oracolo che risponde:


Psiche viene così portata a malincuore sulla cima di una rupe e lì viene lasciata sola. Con l'aiuto di Zefiro, Cupido la trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua; così per molte notti Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto; Psiche è prigioniera nel castello di Eros, legata a questo sentimento che le travolge i sensi.

Psiche scopre l'identità dell'amante e fa cadere una goccia di olio bollente, Jacopo Zucchi

Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, che Eros le aveva detto di evitare, con un pugnale ed una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, nella paura che l'amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia d'olio cade dalla lampada e ustiona il suo amante:


Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche straziata dal dolore tenta più volte il suicidio, ma gli dei glielo impediscono. Psiche inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo, si vendica delle avare sorelle e cerca di procurarsi la benevolenza degli dei, dedicando le sue cure a qualunque tempio incontri sul suo cammino. Arriva però al tempio di Venere e a questa si consegna, sperando di placarne l'ira per aver disonorato il nome del figlio.

Venere sottopone Psiche a diverse prove: nella prima, deve suddividere un mucchio di granaglie con diverse dimensioni in tanti mucchietti uguali; disperata, non prova nemmeno ad assolvere il compito che le è stato assegnato, ma riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provano pena per l'amata di Cupido. La seconda prova consiste nel raccogliere la lana d'oro di un gruppo di pecore. Ingenua, Psiche fa per avvicinarsi alle pecore, ma una verde canna la avverte e la mette in guardia: le pecore diventano infatti molto aggressive con il sole e lei dovrà aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta tra i cespugli. La terza prova consiste nel raccogliere acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. Qui viene però aiutata dall'aquila di Giove.

Eros risveglia Psiche dal sonno provocato dal dono di Proserpina, raffigurato da Antoon van Dyck

L'ultima e più difficile prova consiste nel discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina (o Persefone) un po' della sua bellezza. Psiche medita addirittura il suicidio tentando di gettarsi dalla cima di una torre; improvvisamente però la torre si anima e le indica come assolvere la sua missione. Durante il ritorno, mossa dalla curiosità, apre l'ampolla (data da Venere) contenente il dono di Proserpina, che in realtà altro non è che il sonno più profondo. Questa volta verrà in suo aiuto Eros, che la risveglia dopo aver rimesso a posto la nuvola soporifera uscita dall'ampolla e va a domandare aiuto a suo padre.

Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella mente, Psiche riceve con l'amante l'aiuto di Giove: mosso da compassione il padre degli dei fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene la dea protettrice delle fanciulle e dell'anima, sposando Eros. Il racconto termina con un grande banchetto al quale partecipano tutti gli dei, alcuni anche in funzioni inusuali: per esempio, Bacco fa da coppiere, le tre Grazie suonano e il dio Vulcano si occupa di cucinare il ricco pranzo.

Più tardi nasce una figlia, concepita da Psiche durante una delle tante notti d'amore dei due amanti prima della fuga dal castello. Questa viene chiamata Voluttà, ovvero Piacere.


martedì 19 gennaio 2021

Sándor Márai, “L’eredità di Eszter”

Sándor Márai, “L’eredità di Eszter











“Non so che cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l’ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni”. Inizia così uno dei capolavori di Sándor Márai, “L’eredità di Eszter”, in cui si narra la storia di una donna che vive un’esistenza piana e senza scosse nell’inconsapevole attesa del ritorno di Lajos, il solo uomo che abbia mai amato e che, però, le ha anche rovinato la vita. Lajos è il genio della menzogna, un consumato attore che ogni giorno si esibisce sul palco della vita e a cui Eszter non può fare a meno di guardare con trasporto. Si consuma tra una bugia e l’altra, tra un inganno pronunciato con disinvoltura e una verità gridata con eccessivo fervore – e che, proprio per questo, suonerà sempre finta, posticcia – la storia di due individui destinati a un’eterna infelicità, perché “gli amori infelici non finiscono mai”.
Maestro della parola nonché impavido ricercatore delle debolezze umano, Márai offre sempre al lettore la prova della sua indiscussa, geniale modernità.
Non so che cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l’ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni. Rimando ormai da tre anni la stesura di questi appunti. Ora invece mi pare che una voce, contro la quale mi sento impotente, mi esorti a descrivere gli eventi di quella giornata e a riferire tutto ciò che so di Lajos, perché è mio dovere e il tempo a mia disposizione è contato. È una voce inequivocabile. Dunque obbedisco, nel nome del Signore. Non sono più giovane, la mia salute è malferma e tra poco dovrò morire. Temo ancora la morte?... Quella domenica in cui ricevemmo l’ultima visita di Lajos mi guarì anche dalla paura della morte. Forse dipende dal tempo, che non mi ha risparmiata, dai ricordi, che sono spietati quasi quanto il tempo, da uno strano tipo di grazia che viene elargita, secondo gli insegnamenti della mia fede, anche agli indegni e ai ribelli, o forse dipende semplicemente dall’esperienza e dalla vecchiaia, ad ogni modo posso affermare che aspetto la morte con serenità. La vita mi ha colmata di doni meravigliosi e mi ha privata di tutto... Cosa posso aspettarmi ancora? Devo morire, perché questa è la legge e perché ho compiuto il mio dovere. So che «dovere» è una parola grave e ora che la vedo scritta, fissata sulla carta, me ne sento un poco intimorita. È una parola arrogante di cui un giorno bisognerà rispondere di fronte a qualcuno. Per quanto tempo non mi sono resa conto di quale fosse il mio dovere? Ubbidivo, sì, ma controvoglia, strillando e protestando disperatamente. A quei tempi intuii per la prima volta che la morte poteva anche essere una liberazione. Mi resi conto che la morte è assoluzione e pace. Soltanto la vita è lotta e disonore. Com’è stata strana quella lotta! Ho fatto di tutto per mettermi in salvo. Ma il nemico continuava a seguirmi. Ormai so che non poteva agire diversamente: siamo legati ai nostri nemici, che a loro volta non sono in grado di sfuggirci. 2 Se voglio essere sincera – quale altro scopo potrebbe mai avere questo scritto? –, devo confessare che nella mia vita e nelle mie azioni non riesco a trovare la minima traccia dell’ira biblica e della veemenza, né della durezza e della determinazione che caratterizzavano di fronte agli estranei le mie opinioni su Lajos e sul destino che mi è stato riservato. «Compiere il proprio dovere...»: che espressione dura e teatrale! Si vive... finché un bel giorno ci si accorge se si è compiuto il proprio dovere oppure no. Comincio a credere che le grandi decisioni fatali, quelle che determinano il profilo caratteristico del nostro destino, siano molto meno consapevoli di quanto supponiamo nei momenti in cui torniamo al passato per evocarne la memoria. Io, allora, non vedevo Lajos in quella casa da vent’anni ed ero convinta di essere corazzata contro i ricordi. Poi un giorno ricevetti il suo telegramma, che rassomigliava a un libretto d’opera ed era tanto teatrale, pericolosamente puerile e bugiardo quanto tutto ciò che egli aveva detto e scritto, a me e ad altri, vent’anni prima e in tempi ancora più remoti... Aveva un’aria così rivelatrice, promettente e carica di sottintesi, e al tempo stesso era così palesemente bugiardo! Uscii in giardino per raggiungere Nunu col telegramma in mano, mi fermai sulla veranda e dissi ad alta voce: «Lajos sta per tornare!». Non so con quale tono di voce pronunciai quelle parole. Probabilmente non gridai dalla felicità. Devo aver parlato come una sonnambula che viene svegliata all’improvviso. Quello stralunato dormiveglia era durato vent’anni. Per vent’anni mi ero aggirata chissà dove sull’orlo di un precipizio, un passo dopo l’altro, tranquillamente, col sorriso sulle labbra. Ora che mi ero destata, vidi di colpo la realtà così com’era. Ma non mi vennero più le vertigini. Nella realtà, sia in quella della vita che in quella della morte, vi è qualcosa di tranquillizzante. Nunu stava lavorando intorno alle rose. Mi guardò dal basso verso l’alto, curva tra i fiori, strizzando gli occhi abbagliati dalla luce, vecchia e tranquilla: «Ma certo». Riprese il lavoro. Quindi domandò: «Quando arriva?». «Domani» risposi. «Va bene» disse. «Nasconderò l’argenteria». Scoppiai a ridere. Ma Nunu rimase seria. Più tardi venne a sedersi al mio fianco sulla panchina di pietra e lesse il telegramma. «Arriveremo in macchina» scriveva Lajos. Da questo plurale arguimmo che avrebbe portato con sé anche i ragazzi. «Saremo in cinque» continuava. Nunu si mise a pensare a ciò che occorreva, ai polli, al latte, alla panna montata. Chi saranno gli altri due?, ci chiedemmo. «Rimarremo fino a sera» comunicava ancora il dispaccio e poi seguiva uno sproloquio altisonante, una marea di parole di cui Lajos non riusciva a fare economia neanche quando doveva compilare un telegramma. «Cinque persone» disse Nunu. «Arrivano in mattinata e rimangono fino a sera». Le sue labbra vecchie ed esangui si muovevano in silenzio; contava e tirava le somme. Calcolava i costi del pranzo e della cena. Poi disse: «Sapevo che sarebbe tornato ancora una volta. Non ha più il coraggio di presentarsi da solo. Porta con sé i rinforzi: i ragazzi, degli estranei. Ma qui non troverà più niente». Sedevamo in giardino e ci guardavamo. Nunu è convinta di sapere tutto sul mio conto. Forse conosce effettivamente la verità, quella verità semplice e definitiva che nel corso della vita cerchiamo di occultare coprendola con tanti stracci. L’onniscienza di Nunu mi infastidiva sempre un poco. Ma era tanto buona con me e la sua bontà era sempre stata così intelligente e asciutta. Alla fine mi arrendevo ogni volta. Nella nebbia invisibile e attaccaticcia che aveva oscurato la mia vita negli ultimi anni, Nunu era sempre stata un faro dalla luce tenue e mansueta che mi indicava la direzione da seguire. Sapevo che non prevedeva neanche stavolta le eventualità pericolose e terrificanti alle quali pensavo io e che il suo accenno all’argenteria da mettere sotto chiave prima dell’arrivo di Lajos era stato soltanto uno scherzo. Esagera, pensavo. Nunu mi prende in giro. Ma al tempo stesso sapevo che più tardi, all’ultimo momento, avrebbe effettivamente nascosto l’argenteria, così come sapevo che ancora più tardi, quando ormai non si sarebbe trattato dell’argenteria ma di tutto quanto, di tutto ciò che non si poteva nascondere in nessun posto, Nunu sarebbe stata lì da qualche parte accanto a me con le sue chiavi, il suo abito nero della festa, le sue rughe, il suo silenzio e la sua cautela ammiccante. E sapevo anche che a quel punto non c’era più nessuno al mondo, neppure Nunu, che avrebbe potuto essermi di aiuto. Ma tutte queste cose le sapevo inutilmente, e all’improvviso diventai allegra come se non mi sentissi minacciata da nessun pericolo. Ricordo che mi divertii a scherzare con lei. Rimanemmo sedute in giardino ad ascoltare il ronzio ebbro delle vespe nel tepore autunnale. Parlammo sommessamente, a lungo, di Lajos, dei ragazzi, di Vilma, la mia sorella maggiore defunta. Stavamo sedute davanti alla casa, sotto la finestra della stanza nella quale, venticinque anni addietro, era morta mia madre. Sedevamo di fronte ai tigli, vicino alla fila degli alveari di mio padre; ma ormai gli alveari erano vuoti. A Nunu non piaceva perdere tempo con l’apicoltura e un giorno avevamo venduto tutte le nostre diciotto famiglie di api. Eravamo nel mese di settembre e le giornate si susseguivano tiepide e calme. Sedevamo lì con quel senso di sicurezza che conoscevo così bene, che è un poco la sicurezza del naufragio e un poco quella della felicità che non conosce desideri. Ma andiamo!, pensavo, che cosa potrà mai portare via Lajos?... L’argenteria? Che insinuazione ridicola. Cosa possono valere quelle poche forchette d’argento ammaccate. Poi calcolai che Lajos doveva avere più di cinquant’anni. Quell’estate ne aveva compiuti cinquantatré. Le posate d’argento non potevano essergli certamente d’aiuto; ma nel caso che una simile sciocchezza potesse ancora soccorrerlo, era meglio che se le portasse via. Anche Nunu doveva aver pensato qualcosa del genere. Infine sospirò, si alzò e si avviò verso la casa camminando adagio. Giunta sulla soglia della veranda, disse: «Non rimanere troppo a lungo da sola con lui. Invita a colazione Laci, Endre e Tibor, come se fosse una delle solite domeniche in cui vi fate compagnia e scherzate con i fantasmi. Lajos ha sempre avuto paura di Endre, e per di più mi pare che gli debba ancora qualcosa. Ma a chi non deve qualcosa, lui?» aggiunse mettendosi a ridere. «Se ne saranno già dimenticati» risposi e risi anch’io. Lo stavo già difendendo. Cos’altro potevo fare? Lajos è l’unico uomo che abbia mai amato in vita mia. 3 Il telegramma che ci comunicava quella notizia non so se lieta o luttuosa era arrivato sabato verso mezzogiorno. Del pomeriggio e della notte che precedettero l’arrivo di Lajos mi ricordo soltanto vagamente. Nunu aveva ragione: no, ormai non temevo più Lajos. Si può temere qualcuno che amiamo oppure odiamo, qualcuno che si sia dimostrato estremamente buono o spietato o anche volutamente malvagio nei nostri confronti. Ma Lajos non era mai stato crudele con me; d’altra parte non si può certo dire che fosse buono nel senso stabilito dai manuali scolastici. Era malvagio? Non ho mai avuto questa sensazione. Mentiva, è vero, ma mentiva come urla il vento, con una specie di forza primordiale, con allegria indomabile. Riusciva a mentire in modo incredibilmente pittoresco. A me, per esempio, aveva mentito dicendo di amarmi, di amare soltanto me. Poi aveva sposato mia sorella Vilma. Ma più tardi mi sono accorta che tutto questo non lo aveva progettato in anticipo, che nelle sue azioni non era mai stato guidato dal malanimo, da calcoli meschini o da un’intelligenza perversa. Aveva detto di amare me – e neppure oggi dubito delle sue parole –, ma poi aveva sposato Vilma, forse perché lei era più graziosa, perché quel giorno tirava la tramontana, o perché Vilma aveva voluto così. Non mi disse mai il motivo della sua decisione. La notte che precedette la domenica in cui Lajos sarebbe tornato a casa – per l’ultima volta in vita sua, lo sapevo bene – rimasi desta fino a tardi. Continuavo a riordinare vecchi oggetti carichi di ricordi, mi preparavo alla sua visita; prima di coricarmi rilessi le sue vecchie lettere. Ancora oggi sono fermamente convinta – e questa strana convinzione quasi superstiziosa fu rafforzata da quella lettura – che in Lajos si celava una misteriosa fonte di energia, come in certe minuscole vene d’acqua che attraversano con mille rivoli l’interno di una montagna, ma poi si perdono per strada, e scompaiono nelle profondità delle caverne senza lasciare traccia. Questa forza non era stata incanalata né utilizzata da nessuno. Ora che alla vigilia della sua visita improvvisa stavo leggendo le sue lettere, rimasi affascinata da quel profluvio di energia senza scopo. In ciascuna di esse egli mi apostrofava con una veemenza, una forza che sarebbe bastata a smuovere non soltanto un essere umano – per non parlare di una donna sentimentale – ma anche interi gruppi di uomini e forse addirittura delle masse. Ciò che diceva non era particolarmente «profondo» e dal modo in cui lo formulava non traspariva la minima inclinazione per la scrittura, le immagini erano sciatte e lo stile trasandato; in compenso, l’intonazione di tutto quello che scriveva era unicamente, inconfondibilmente sua. Scriveva sempre della realtà, di una qualche realtà immaginaria che aveva appena incontrato e che voleva farmi conoscere immediatamente. Non parlava mai dei suoi sentimenti né dei suoi progetti. Descriveva la città in cui si trovava in quel momento con tale forza espressiva che se ne vedevano le strade, la camera in cui stava scrivendo la sua lettera, si udivano le voci delle persone che il giorno prima gli avevano detto qualcosa di intelligente o di spiritoso. Oppure abbozzava un’idea grandiosa nata nella sua mente in quel preciso istante. Tutto ciò prendeva vita in maniera straordinariamente persuasiva nelle lettere di Lajos. A parte il fatto – e questo lo avrebbe avvertito anche il lettore meno attento – che nulla di ciò che diceva era vero, o meglio tutto era vero, ma in un altro senso, in una dimensione diversa da quella da lui descritta, e la città delineata con la fedeltà di un cartografo esisteva, con ogni evidenza, soltanto sulla luna. Egli si accaniva a illustrare con precisione meticolosa questa realtà fittizia, nella stessa maniera in cui descriveva uomini e paesaggi, con serietà e abbondanza di particolari. Rilessi le sue lettere e mi sentii commossa. Forse eravamo stati tutti troppo deboli per riuscire a tenergli testa. Verso mezzanotte, intorno alla casa si scatenò un vento caldo, impetuoso; mi alzai dal letto per chiudere le imposte. E in quell’ora notturna, con una debolezza tutta femminile che non tento neanche di giustificare, mi fermai davanti al grande specchio che un tempo scintillava sopra il tavolino da toilette di mia madre e mi sottoposi a un esame scrupoloso. Sapevo di non essere ancora vecchia. Per qualche singolare capriccio del destino, i vent’anni passati avevano lasciato poche tracce sul mio aspetto. Non sono stata mai brutta, ma non ero neppure una di quelle bellezze che attraggono gli uomini; li inducevo piuttosto al rispetto e a una sorta di languido struggimento. Grazie ai lavori di giardinaggio, o alla mia conformazione fisica, non ero ingrassata: ero alta, dritta e ben proporzionata. Negli ultimi anni i miei capelli si erano un po’ ingrigiti; ma i fili bianchi si confondevano senza dare nell’occhio con il biondo chiaro della mia capigliatura, che è sempre stata la mia caratteristica più spiccata. Intorno agli occhi e alla bocca il tempo aveva segnato una ragnatela di rughe sottilissime; e le mie mani non erano più quelle di una volta, i lavori di casa le avevano rese un po’ ruvide. Eppure adesso mi osservavo allo specchio come una donna che aspetta il suo innamorato. Questo naturalmente era ridicolo. Avevo compiuto quarantacinque anni, Lajos viveva da parecchio tempo con un’altra e forse si era addirittura risposato. Negli ultimi anni non avevo più avuto sue notizie. Ogni tanto avevo letto il suo nome sui giornali, una volta in relazione a un processo politico che aveva suscitato grande scalpore. Non mi sarei affatto meravigliata se un giorno il suo nome avesse acquistato una certa notorietà, in senso buono o cattivo. Ma il rumore intorno allo scandalo si placò presto e il suo nome riapparve sui giornali un’altra volta soltanto, quando si batté a duello nel cortile di una caserma e sparò un colpo in aria senza rimanere ferito. Tutto questo: sia il duello che il fatto di non essere stato ferito, andava così perfettamente d’accordo col suo carattere! Né mi risulta che sia mai stato seriamente ammalato. Il suo destino è diverso, mi dissi. E me ne tornai a letto con le mie lettere, i miei ricordi e l’amara consapevolezza di una gioventù sprecata. Mentirei se affermassi di essermi sentita particolarmente infelice in quei momenti. C’era stato, è vero, un periodo, venti, ventidue anni prima, in cui ero stata infelice. Ma poi quel sentimento si era coagulato in me come il sangue si coagula sulla ferita. Non so quale forza ignota riuscì a tamponare lo stillicidio del dolore dentro di me. Esistono ferite per le quali il tempo non porta guarigione. Sapevo che neanch’io ero guarita. Già qualche anno dopo la nostra separazione – è un’impresa molto difficile trovare delle parole che esprimano esattamente ciò che è accaduto fra Lajos e me – quello che prima mi era sembrato insopportabile divenne a un tratto più naturale, più semplice. Ormai non sentivo più la necessità di chiedere continuamente aiuto a qualcuno, non gridavo perché accorressero le guardie, non invocavo medici o sacerdoti. Vivevo, in qualche modo... E un bel giorno vidi nuovamente riunirsi della gente intorno a me, persone che sostenevano di aver bisogno della mia presenza. Poi ricevetti anche due proposte di matrimonio: la prima da parte di Tibor, che è un poco più giovane di me, e la seconda da Endre, che soltanto Nunu onora del titolo di «zio», benché non sia affatto più anziano di Lajos. Riuscii ad appianare in qualche modo quel contrattempo che rassomigliava a un piccolo incidente. I pretendenti rimasero miei buoni amici. Una notte mi dissi perfino che la vita, in modo inspiegabile, era stata più clemente con me di quanto avessi mai osato sperare. 4 Dopo la mezzanotte Nunu venne in camera mia. Nella nostra casa non esiste ancora la corrente elettrica – la mamma non tollerava questa novità e dopo la sua morte siamo state noi a rinviarne l’introduzione per motivi di risparmio –, sicché le visite notturne di Nunu assumono sempre un’aria lievemente teatrale. Anche quella volta si fermò sulla soglia reggendo un lume tremolante, con i capelli bianchi arruffati e la lunga camicia da notte che la rendevano simile a un’apparizione notturna. «Lady Macbeth,» dissi sorridendo «accostati al mio letto e siediti». Ero certa che durante la notte mi avrebbe fatto visita. Nunu è la parente che in casa ha assunto il ruolo di tutti i parenti. Si presentò da noi trent’anni fa, durante una di quelle migrazioni familiari la cui leggenda si tramanda in tutti i parentadi: proveniva da un’epoca antidiluviana, da un complicato universo tribale brulicante di zie e di cugine. Era venuta a trovarci per poche settimane. Poi era rimasta perché avevamo bisogno di lei. Più tardi non se n’era andata perché tutti quelli che la precedevano nella gerarchia familiare erano morti, mentre Nunu, come in un ufficio statale, ogni dieci anni avanzava un passo dopo l’altro verso le cariche più elevate della famiglia. Un giorno morì la nonna e lei, trasferendosi nella sua camera al primo piano, ne assunse l’ufficio e le competenze. Quindi morirono mia madre e poi Vilma. Un bel giorno Nunu si accorse che ormai non sostituiva più nessuno; si rese conto che lei, l’estranea, l’ultima arrivata, ormai rappresentava la famiglia vera e propria. Il successo di questa intricata carriera non le diede mai alla testa. Nunu non cercò mai di diventare la mia seconda madre né si mise a recitare la parte di genio tutelare della nostra stirpe. Col passar degli anni si fece sempre più parca di parole; diventò sempre più realista, di un realismo secco e spietato, come se l’avventura della vita non avesse più nulla di nuovo da offrirle, e indifferente come un mobile. Fu Laci a dire una volta che Nunu ormai aveva acquistato una patina come un vecchio armadio di noce. Si vestiva sempre allo stesso modo, indossava d’estate e d’inverno un abito confezionato con una stoffa che non era né seta né panno e che ai miei occhi, ma anche a quelli di chi non la conosceva, le conferiva un’aria lievemente solenne. Negli ultimi anni si limitava a pronunciare soltanto le parole indispensabili. Della sua vita non aveva mai detto nulla. Sapevo che voleva condividere tutte le mie preoccupazioni e le mie malinconie; ma lo faceva in silenzio, e quando finalmente apriva bocca era come se stessimo discutendo appassionatamente dello stesso argomento da mesi interi, finché Nunu, con una breve frase, non metteva fine alla nostra disputa. Fu così che disse, sedendosi sull’orlo del mio letto: «Hai fatto esaminare l’anello?». Mi misi a sedere anch’io massaggiandomi le tempie. Sapevo a cosa alludeva e sapevo anche che aveva ragione, benché non avessimo mai parlato di quell’argomento. Forse l’anello non glielo avevo mai fatto vedere, eppure ero certa che anche stavolta avrebbe finito per avere ragione: l’anello era falso. Lo avevo intuito anch’io. Nunu aveva un fiuto incredibile per certe cose. Quando avrà sentito parlare dell’anello?, mi chiesi; ma poi lasciai perdere la questione, perché era addirittura ovvio che Nunu fosse al corrente di tutto ciò che riguardava la casa, la famiglia, la mia persona e la mia vita, che conoscesse tutto ciò che si nascondeva in cantina, in soffitta o nella vita della mia sorella defunta: ecco perché sapeva anche dell’anello. Avevo quasi dimenticato quella vecchia storia a cui pensavo malvolentieri. Quando Vilma era morta, Lajos mi aveva dato quel gioiello, l’anello della nonna: una pietra preziosa con l’incastonatura di platino che era l’unico oggetto di valore della famiglia. Non ho idea di come avesse fatto a rimanere in nostro possesso – persino il babbo lo rispettava e lo trattava con cautela quasi superstiziosa, lui che si era disfatto così alla leggera delle sue terre e di tanti oggetti di valore. Come certi famosi diamanti di proprietà delle famiglie reali, i Koh-I-Noor o altri monili storici che nessuno pensa a valorizzare sul mercato e che vengono usati solo per farli risplendere nelle ricorrenze più solenni al dito di un nobile membro della famiglia, così noi custodivamo da quattro generazioni il nostro anello, «l’anello». Il suo vero valore non l’ho mai conosciuto. Indubbiamente era abbastanza elevato, anche se non esorbitante come voleva la leggenda familiare. Dalla nonna il gioiello passò alla mamma e poi a Vilma. Quando Vilma morì, Lajos si commosse e in uno dei suoi momenti di sentimentalismo mi costrinse ad accettarlo.

Trump and his heirs The Atlantic

 


Trump and His Heirs Dream of Endless Victory

By falsely insisting that he won, the defeated president leaves a blueprint for the GOP’s future.

Anne Applebaum
Staff writer at The Atlantic

If you can spare an hour, do listen to the full tape of the conversation between the president of the United States, Donald Trump, and Georgia’s secretary of state, Brad Raffensperger. Whichever adjective you use to describe Trump—delusionaldementednarcissistic—this recording shows that he is unwell. His grip on reality is loose. He is by turns insulting (“They’re going around playing you and laughing at you behind your back, Brad. Whether you know it or not, they’re laughing at you”) and wheedling (“So what are we going to do here, folks? I only need 11,000 votes. Fellas, I need 11,000 votes. Give me a break”) and threatening (“You know what they did and you’re not reporting it. That’s a criminal offense.”)

He has weirdly specific, made-up numbers. He cites stories of “fraud” that have been thoroughly debunked. He never explains why the people who allegedly stole the presidential election didn’t steal the two Senate seats in Georgia while they were at it. He is unable to face the fact that he has comprehensively lost. He is grasping at conspiracy theories that offer him a false vision of the future—and yet he sounds completely convinced that they are true.

Since Trump won the Republican nomination in 2016, Americans have heard a lot of discussion about what exactly Trumpism is. Is it the anti-foreign-wars, anti-immigration, anti–Wall Street economic populism Trump campaigned on? Is it the nativist “national conservatism” some enthusiasts invented, post hoc, to rationalize his election? Does it imply a “draining of the swamp,” a move to rid the capital of lobbyists and sycophants? Had it been any of these things, Trumpism might have presented a problem for small-government libertarian Republicans, with their tight network of funders and their close ties to business. It might have been anathema to Democrats and progressives. It would not, however, necessarily have presented a problem for democracy, the American political system, or the rule of law.

As it turned out, Trumpism has nothing to do with economics, nothing to do with foreign policy, nothing to do with lobbyists or the business of government at all. The true nature of Trump’s “ideology” lies elsewhere: in the construction of alternative realities that make him an eternal winner, even in situations where, objectively speaking, he has lost. His slogan isn’t “America First,” in other words, but “Trump first, always and above all else.”

The appeal of this ideology is not economic or material, but rather psychological. Millions seem to be convinced that when Trump wins, they win too. He pumped money into the economy, created the biggest deficit in American history, burdened industry with tariffs, and goosed the stock market while small businesses went bankrupt—and millions of Americans believe this was brilliant economic policy. He staged a flashy meeting with North Korea’s Kim Jong Un, signed nothing, and achieved no arms control—and millions of Americans believe this was a diplomatic success. He botched the coronavirus response to such an extraordinary degree that the United States of America, a biomedical superpower, has had one of the highest death rates in the world—and yet millions of Americans still believe him when he says the virus is going to just disappear.

As the rest of the public is now learning, this form of Trumpism does indeed represent a life-and-death challenge for democracy and the rule of law, for it allows true believers to ignore uncomfortable facts, including the fact of a lost election. Look at the behavior, over the past few days, of the most ardent Trumpists: White House Chief of Staff Mark Meadows; the Republican lawyers Cleta Mitchell and Kurt Hilbert; Senators Marsha Blackburn, Ron Johnson, John Kennedy, Josh Hawley, Ted Cruz, and others; Representative Louie Gohmert; and Arizona GOP Chair Kelli Ward. These are people who have consciously, deliberately abandoned our political system of nearly two and a half centuries in order to declare that Congress, not the Electoral College and not the voters, has the right to choose the president; that conspiracy theories invented and promoted by the president deserve to be heard and repeated; that rules can be changed at the last minute to accommodate the whims of the White House.

Trumpism’s GOP opponents, by contrast, are distinguished not by any particular economic creed, but by their commitment to abiding by actual electoral results. Among these Republicans are Georgia’s secretary of state and his general counsel, Ryan Germany, both of whom gently but firmly pushed back against the president on that phone call (“Mr. President,” Raffensperger said, “the challenge that you have is the data you have is wrong”); a whole host of election officials in other disputed states; some members of Congress and the Senate, including Mitt Romney, Ben Sasse, Pat Toomey, Lisa Murkowski, and Liz Cheney; and former House Speaker Paul Ryan. All 10 living secretaries of defense, including Dick Cheney, Donald Rumsfeld, and James Mattis, have also called for an orderly transition of power—a statement they wouldn’t have made if they didn’t believe it was necessary. All of these people remain loyal not just to the constitutional system that has been in place since 1789, but also to a fact-based version of reality, rather than a Trumpist version of reality. Indeed, by leaking the tape of the phone call, Raffensperger or a member of his entourage was signaling loyalty to that old system. In other times and places, when the war ends or the revolution starts, this is the sort of thing people do to demonstrate which side they are on.

Once Trump himself is gone, what happens to Trumpism? This week we may be getting a glimpse of that too. At least two of the Trumpist standard-bearers, Hawley and Cruz, have a firm grasp on the constitutional implications of what they are doing. Both, as it happens, are card-carrying members of the American elite. Hawley is a graduate of Yale Law School, a former clerk for the chief justice, and a former attorney general of Missouri; Cruz is a graduate of Harvard Law School, and a former solicitor general of Texas. Trumpism has no real problem with elite education—Trump himself prefers people who have been to good universities—but mentioning Hawley’s and Cruz’s credentials is important because they establish that both men are well read in constitutional law, and that both therefore realize they are acting in support of an unconstitutional, extremist coup d’état.

But both have also learned the lesson of the past four years: A large part of what used to be the Republican electorate will not punish them for this behavior. And if it won’t punish them for their behavior, then we have to conclude that it too is no longer interested in preserving American democracy. This same large part of what used to be the Republican electorate, whatever it used to believe or claim to believe, is now just as addicted, instead, to the false creed of “winning” as the president himself is. Whether in a battle with Joe Biden or the coronavirus, what matters to them is claiming victory. “Owning the libs”—feeling cheerful because you beat your opponent—now matters more to them than economic progress, decent health care, or American democracy. The slogan “Make America great again” and the right to wear it on a jaunty hat matter more than actually making America great.

Trump identified this part of the electorate, encouraged it, and grew it, with the help of Fox News and a host of other conspiratorial alternative-reality media sites. Now Cruz, Hawley, and probably others—including Secretary of State Mike Pompeo and Vice President Mike Pence—hope to make use of it too. Why is Pompeo ignoring the president’s assault on the election, and instead tweeting a list of his supposed achievements? Why has Pence gone silent in the face of the most extreme challenge to the American political system in generations? The winner of the race to succeed Trump within the Republican Party, assuming it does not turn out to be Trump himself, will not be the politician who produces the most populist economic policies, who promotes the interests of the white working class, or who brings home the troops. The winner will not be someone who rescues our weakened democracy, who restores faith in government, or who builds respect for the courts and Congress.

All of these are side issues, irrelevant to the more important contest, for the winner will be the one who can best sustain the fantasy of endless victory. That—not democracy, not prosperity, not freedom, and not equality—is what Trumpist voters want. The race is on.

Anne Applebaum is a staff writer at The Atlantic, a senior fellow of the Agora Institute at Johns Hopkins University, and the author of Twilight of Democracy: The Seductive Lure of Authoritarianism.