UN POSTO DOVE ANDARE
Estratto da Delitto e castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Semyon Zacharovič Marmelàdov nella taverna, nella Parte I, capitolo II di Delitto e castigo.
«Ognuno deve avere un posto dove andare» e aggiunge:
«Perché arriva un momento in cui all'uomo è assolutamente necessario andare da qualche parte.»
Non è una massima edificante. È detta da un uomo che ha già perso tutto: dignità, lavoro, famiglia, rispetto. Eppure Dostoevskij gli affida una delle verità più nude del romanzo: l’essere umano non sopporta a lungo l’assenza totale di un dove. Anche quando sa che quel “dove” non lo salverà, ha bisogno di poterci andare.
È lo stesso bisogno che, in forme diverse, tormenta quasi tutti i personaggi del libro: Raskol’nikov che si isola nella sua camera-bara, Sonja che ha solo la stanza e la croce, Katerina Ivanovna che insegue un’illusione di rispettabilità.
La frase non promette salvezza. Dice soltanto che, prima o poi, arriva il momento in cui restare fermi diventa impossibile.
Il monologo di Marmelàdov anticipa quasi tutto il romanzo:
La povertà come destinazione, non solo come mancanza di soldi.
Non è solo miseria economica: è la perdita di un luogo nel mondo.
Sonja.
La figlia che “va da qualche parte” (la strada) per dare alla famiglia un posto, per quanto infame. Marmelàdov la chiama santa proprio per questo.
Raskol’nikov.
Anche lui, dopo il delitto, scoprirà di non avere più un posto: né nella stanza, né nella città, né nella propria coscienza. La frase di Marmelàdov gli tornerà in mente.
Il tema cristiano del romanzo.
Marmelàdov crede che alla fine Cristo accoglierà anche i peccatori come lui, perché “tutti devono avere un posto”. È una teologia da taverna, rozza e commovente: il perdono come ultimo rifugio quando ogni altro rifugio è crollato.
