giovedì 15 giugno 2023

CORMAC MCCARTHY, L'ULTIMO EREMITA Giulio Meotti


    CORMAC MCCARTHY, L'ULTIMO EREMITA 


    Giulio Meotti

    13 maggio 2022

    Non è social, non è woke e non va per cocktail. Dopo dieci anni di silenzio torna il grande scrittore metafisico.

    Cinque anni fa girò la notizia che fosse morto e la Penguin Random House corse a mettere a tacere le voci. D’altronde era una voce plausibile. Per anni di lui si è saputo pochissimo di lui, a parte la potenza e l’ampiezza del suo lavoro. Le uniche notizie erano quelle nella biografia a margine dei suoi romanzi. Recluso, profeta o pazzo? Lo scrittore americano 88enne Cormac McCarthy tornerà in autunno con non uno, ma due romanzi, rompendo un silenzio che durava da un decennio (“The Passenger” e “Stella Maris”). Alla Knopf, la sua casa editrice, sono riusciti a mantenere segreta la notizia dei nuovi romanzi per dieci anni. McCarthy, infatti, aveva consegnato una bozza completa ai suoi editori già otto anni fa. Non legge narrativa contemporanea (ha espresso una predilezione per “Moby Dick” di Herman Melville). Non dispone di un indirizzo email, di un cellulare o di un account social. Evita la pubblicità come la peste e solo in rare occasioni affiora, come una balena, per rilasciare dichiarazioni enigmatiche e criptiche alla stampa. “Il mio giorno perfetto”, ha detto McCarthy al Wall Street Journal, “è stare seduto in una stanza con un foglio bianco. Questo è il paradiso. Quello è oro e qualsiasi altra cosa è solo una perdita di tempo.” Sarebbe difficile pensare a un grande scrittore americano che abbia partecipato meno alla vita letteraria. Non ha mai insegnato giornalismo, dato lezioni e per la maggior parte della sua carriera non ha avuto nemmeno un agente. La famosa eccezione è arrivata nel 2007, quando McCarthy ha inaspettatamente accettato di essere intervistato da Oprah Winfrey per discutere del suo romanzo vincitore del Premio Pulitzer, “La strada”, il racconto post-apocalittico della relazione tra padre e figlio. È stato un incontro imbarazzante, in cui Winfrey ha posto domande banali e McCarthy sembrava a disagio.

    Quando Der Spiegel andò a intervistarlo nel 1992, McCarthy stava leggendo la biografia di Wittgenstein di Ray Monk. Definì le apparizioni pubbliche “puttanate”. Tracciò un  quadro desolante della cultura contemporanea. Poesia, pittura, musica, tutto irrimediabilmente scomparso e insabbiato. “Siamo come tribù primitive che sono state espulse dalla loro cultura e hanno perso il loro orientamento, la loro identità, la loro vitalità”. Cormac  McCarthy non è altro che un fantasma nel mondo letterario. Un nome sussurrato che di solito viene menzionato insieme ad altri due: Joyce e Faulkner. I suoi libri sono come monoliti nel panorama letterario, neri, potenti, misteriosi. L’intensità e la cupezza della scrittura di McCarthy, così come il suo rifiuto di prendere parte al gioco letterario e pubblicitario, lo hanno portato a essere percepito come una stranezza, ma il regista di “The road” John Hillcoat ha un’altra idea. “È un grande narratore. Dopo la proiezione, abbiamo pranzato con lui per cinque ore e ci siamo divertiti. È molto divertente, ma semplicemente non è interessato ai riflettori”. Betty Ligon, che era un editorialista per l’ormai defunto El Paso Herald-Post, dice che è "McCarthy è cordiale, anche se diffida della stampa.” Ha sempre rifiutato di partecipare ai riti della società letteraria.

    Robert Coles sul New Yorker lo ha paragonato ai drammaturghi greci e ai moralisti medievali (“come si può vivere senza morale?”, ha detto McCarthy allo Spiegel). Un conservatore pessimista (“la civiltà occidentale è andata definitivamente in fumo nelle ciminiere di Dachau”) che aggiunge altre stranezze al suo curriculum. Il lavoro di McCarthy abbraccia il paesaggio americano, raccontando storie che si svolgono negli Appalachi e nel Vecchio West. Se c’è un tema comune alle ambientazioni del lavoro di McCarthy, oltre al delitto senza castigo, è che tende a scegliere tempi e luoghi sull’orlo del collasso: le città di confine di “Non è un paese per vecchi”, la fine dell’era dei cowboy in “The Border Trilogy” e la fine del mondo come lo conosciamo nella terra bruciata di “La strada”. Se non fosse che è anche lo scrittore meno woke d’America: ci sono pochissime donne nei suoi romanzi (tranne nell’ultimo, la vera sorpresa), nessuna lezione edificante, non sono libri (oltre che per vecchi) per deboli ideologici, ma in compenso c’è tanta violenza, nichilismo e metafisica (di “Meridiano di sangue” David Forster Wallace ha detto che “è il western che mette la parola fine a tutti i western e il libro più orripilante di questo secolo”) e, sebbene McCarthy si descriva come “non particolarmente religioso” (anche se è cresciuto come cattolico), i suoi libri traboccano di immagini e linguaggio biblici. C’è solo fatalismo nelle parole di McCarthy, che stordisce come una preghiera ripetuta all’infinito.

    Questo fuorilegge della letteratura americana ha anche avuto qualche problemino con la censura. “The Stonemason” avrebbe dovuto essere messo in scena nel 1992, ma alcuni attori ritenevano che la sceneggiatura fosse piena di stereotipi razziali e che McCarthy, in quanto scrittore bianco, non fosse in grado di comprendere e drammatizzare la complessità della vita in una famiglia di neri. Così, a richiesta di cambiare il testo, McCarthy vi ha rinunciato. D’altronde, “le liste dei bestseller non hanno niente a che fare con la letteratura. Avete mai guardato i titoli che sono sulla lista? Pensate che sia lusinghiero essere in questa compagnia’”.

    I suoi libri non sono mai pedagogici e, nel caso di “Non è un paese per vecchi”, contengono spesso dialoghi che vanno contro tutto il correttismo ideologico oggi al potere. Come il dialogo con una femminista che dice allo sceriffo: “Non mi piace la direzione in cui sta andando questo paese. Voglio che mia nipote sia libera di abortire”. E lo sceriffo le ha risposto: Guardi signora, secondo me non si deve preoccupare della direzione in cui va il paese. Percome la vedo io, non c’è il minimo dubbio che sua nipote potrà abortire. Anzi le dirò, non solo sarà libera di abortire, ma sarà libera anche di mandarla al Creatore”.

    Scrittore ipnotico capace di serrare la prosa ai ritmi delle azioni, il cattolicesimo irlandese di McCarthy è stato un tratto distintivo durante la sua infanzia a Knoxville; suo fratello trascorse anni in un seminario dei gesuiti ma se ne andò prima dell’ordinazione. Proprio come Flannery O’Connor, McCarthy era circondato da figure evangeliche in famiglia. Bryan Giemza giunge a una conclusione intelligente: il cattolicesimo di McCarthy si rivela in una prosa "letteralmente liturgica”, in un “fascino per il mistero del male”, il tutto espresso in un “interrogarsi eretico” della religione. 

    Due volte ha tentato l’università, due volte l’ha lasciata. McCarthy ha rilasciato solo un paio di interviste in oltre vent’anni, di cui una, ha detto, “per far uscire dalla depressione il mio editore”. Non si è mai presentato a ritirare i premi che gli hanno attribuito. Nel 1991 l’Herald-Post ha inserito McCarthy nella El Paso Writers Hall of Fame. Ovviamente non si è fatto vedere e ha mandato il suo avvocato a ritirare il premio.

    Nel 1992 per il New York Times Richard Woodward scrisse un lungo reportage dal titolo “Cormac McCarthy’s Venomous Fiction”. Lo incontra a Mesilla, in Nuovo Messico. McCarthy disse di aver accettato l’intervista a patto di non concederne altre, “per diversi anni”. Il mistero intorno alla sua vita ha generato leggende. Secondo la rivista Esquire, che ha catalogato una  serie di pettegolezzi, McCarthy avrebbe vissuto per un po’ sotto un derrick, un impianto per trivellare petrolio.

    McCarthy e William Faulkner, cui è spesso accostato, hanno avuto in comune lo stesso editor, Albert Erskine, che ne fiutò il genio quando il primo era solo uno sfaccendato. Saul Bellow scrisse che un libro di McCarthy ha “la capacità di dare la vita e la morte”. Ha vissuto a El Paso, in Texas, dal 1976, e poi a Santa Fe, nel Nuovo Messico. Soprattutto in quest’ultima città, dove ha un incarico in un istituto di ricerca diretto da un amico premio Nobel. Proviene da una famiglia cattolica di Providence (Rhode Island), terzo di sei figli, e si è sposato una prima volta nel 1961, a Chicago, dove faceva il rivenditore di auto e di sera scriveva i primi romanzi che hanno venduto poco o niente. Poi il divorzio preceduto dal primo figlio, Cullen. Nel 1965, al suo esordio con “Il guardiano del frutteto”, McCarthy si risposa con Annie, una ballerina con cui va a vivere a Louisville, nel Tennessee. Durante un viaggio in Irlanda alla ricerca dei suoi antenati, il giovane scrittore incontrerà una splendida cantante inglese di ventiquattro anni che si esibiva su una nave passeggeri. “Fu una storia d’amore meravigliosa”, ha ricordato Annie DeLisle. Vivono in un fienile. Quando ha appreso la notizia del Premio MacArthur, McCarthy viveva in un motel a Knoxville, nel Tennessee. Si tagliava i capelli da solo e si lavava i vestiti alla lavanderia a gettoni.

    Si sarebbe sposato di nuovo, terza volta, con Jennifer Winkley, laureata in letteratura inglese e americana all’Università del Texas a El Paso, e sono andati a vivere sul monte Franklin, con vista sulle luci di El Paso e Juárez. Nascerà un altro figlio. Lo scrittore una volta ha detto di aver scelto El Paso perché è “una delle ultime autentiche città d’America”. Perché secondo lui “l’America è una soluzione temporanea come nessun altro paese al mondo, un’invenzione senza storia”.

    Oggi vive a Santa Fe, anche se non gli piacciono molto le persone che si sono trasferite lì dalle coste. “Se non sei d’accordo con loro politicamente, non puoi semplicemente accettare di non essere d’accordo: loro pensano che tu sia pazzo”.  

    Non è un recluso antisociale alla Salinger o Pynchon. Piuttosto un uomo intensamente privato. L’ex moglie Annie ricorda che “venivano a offrirgli duemila dollari per parlare in qualche università e lui rispondeva che ciò che aveva da dire stava tutto sul libro”. Fuori dal Santa Fe Institute ci sono decine di suv, minivan e una sghangherata Ford pickup. Quella di McCarthy. Una costruzione in mattoni cotti al sole sulle colline di Santa Fe. È la sede del più improbabile club di geni al mondo. Si tratta di un pensatoio unico al mondo, dove biologi, fisici, linguisti, matematici e astronomi collaborano a un progetto interdisciplinare. McCarthy si avvicinò per la prima volta all’Istituto nel 1981 quando ricevette la cosiddetta “borsa di studio per geni” MacArthur. Volò a Chicago assieme agli altri vincitori, dove evitò accuratamente la compagnia degli scrittori. “La combriccola di intellettualoidi era vestita di tutto punto, strafatta e pronta a divertirsi”, ricorda. “È stato lì che ho cominciato a bazzicare scienziati. Sono più interessanti”.

    Parte dell’attrazione esercitata su di lui dall’Istituto, oltre alla scienza, è l’anonimato in cui perdersi. “Non esiste un posto come il Santa Fe Institute e non esiste uno scrittore come Cormac, quindi i due stanno abbastanza bene insieme”, afferma il suo amico Murray Gell-Mann, vincitore del premio Nobel per la fisica e una delle eminenze fondatrici del pensatoio. Ci viene quasi tutti i giorni, anche nei fine settimana. McCarthy non ha compiti ufficiali. Anzi due sì: pranzare e il tè pomeridiano. Le conversazioni all’ora di pranzo spaziano dalla teoria dei giochi alla linguistica fino a Sofocle. Autori vincitori del Premio Pulitzer, premi Nobel e geni di MacArthur vagano per i corridoi, scarabocchiando equazioni sui vetri delle finestre con pennarelli cancellabili. McCarthy è l’unico scrittore del gruppo.

    Alcuni anni fa, McCarthy entrò nell’ufficio del suo amico Doug Erwin. Gli chiese di parlare di apocalisse, di estinzione della civiltà. Poi, un giorno, Erwin si è seduto a leggere una bozza di “La strada,” libro che racconta il viaggio post apocalittico di un padre e di un figlio. “Cormac fa impressione”, ha raccontato a Newsweek il fisico Luis Bettencourt, che collabora con il fisico Geoffrey West al lavoro che studia le città come sistemi fisici soggetti alle stesse leggi di scala di altri sistemi naturali come cellule, ecosistemi e organismi. “Fa solo domande davvero buone”. Ha lavorato per vent’anni con la stessa Olivetti Lettera 32, poi finita all’asta per 254mila dollari. Veste il solito paio di stivali texani e di jeans. Oltre a frequentare gli scienziati del Santa Fe Institute e ad aver sviluppato un cameratismo con Tommy Lee Jones, l’attore che ha recitato nell’adattamento cinematografico di “Non è un paese per vecchi”, fra gli amici McCarthy conta suo fratello Dennis, un avvocato con un dottorato in biologia, suo unico vero amico.

    Ai fortunati curiosi capitava spesso di incontrarlo alla libreria di Barnes & Noble di El Paso, a cena nel suo ristorante preferito, Luby’s, con dei libri sotto il braccio. “Non parla con i giornalisti”, dice il suo editor di New York, Paul Bogaards. “È completamente fuori dal sistema letterario. La sua vita è priva di eventi, non vuole essere una celebrità”. A Vanity Fair McCarthy disse che “uno scrittore che non si confronta con la morte non è uno scrittore”. E si può dire che lui non scriva d’altro. 

    Detesta il progressismo. “Penso che la nozione che la specie umana possa migliorare in qualche modo, che tutti possano vivere in armonia, è un’idea molto pericolosa. Coloro che sono viziati da quest’idea sono anche quelli che svenderanno le proprie anime, la libertà”. 


    In memoria di Cormac McCarthy, “l’ultimo pagano sulla Terra”

    Sergio Filacchioni

    Roma, 14 giugno – Ieri sera nel New Mexico è morto per cause naturali lo scrittore americano Cormac McCarthy: aveva 89 anni. Se n’è andato in silenzio, nella sua casa di Santa Fe, e la notizia ci arriva come un gancio sul mento: pochi scrittori hanno inciso così tanto nell’immaginario di intere generazioni, tanto da risultare beatificato già in vita. Solo poche settimane fa era sbarcato in Italia la sua penultima fatica letteraria, Il Passeggero, quasi a volerci ricordare che in fondo è quello il nostro ruolo sulla Terra: passare, andare avanti, eclissarci.

    McCarthy, l’ultimo pagano

    Ingiustamente marchiato come nichilista, l’opera di McCarthy è sempre stata impregnata di una potenza aurorale, primitiva, archetipica. La morte e la vita, l’amore e la violenza, l’orrore e l’ingiustizia: riusciva a trattare la carne umana con un tocco freddo e impassibile, sempre correndo sul filo di quella frontiera desertica tra ciò che è giusto e sbagliato, saltando di qua e di là come un cavallo della prateria. Mai un filo di buonismo, mai un cedimento su banalità o tantomeno velleità politicamente corrette. Il suo racconto lucido e la sua prosa lapidaria e monolitica come una sentenza di morte sono stati un’eccezione in un mondo letterario che si è perso nella copia di sé stesso. “Non esiste vita senza spargimento di sangue”, ha detto una volta. “L’idea che la specie possa essere migliorata, in qualche modo, che tutti possano vivere in armonia, mi pare pericolosa. Chi è afflitto da questa nozione è il primo a rinunciare alla propria anima, alla propria libertà. Il desiderio di percorrere questa via ti rende schiavo, rende vacua la tua esistenza”. Un nativo rapporto con la libertà quindi, quella che vive al di là dei dogmi di giusto e sbagliato: questo era il suo rapporto con la letteratura dal quale faceva sprizzare fuori il bagliore incendiario del Sole. Non gli interessavo le scuse ma piuttosto “l’animale allo stato brado, che può ucciderti all’improvviso”, mentre considerava “le scuole di scrittura sono un caos inutile”. In un lungo articolo pubblicato sul “New Yorker”, Robert Coles lo definì come un “romanziere col senso del sacro”, perché si rifiutava di piegare la sua scrittura alle esigenze intellettuali della nostra epoca, perché preferiva la compagnia dei lupi di El Paso a quelli della Rockefeller foundation, perché i suoi racconti erano sempre imperniati sul senso di una ricerca interiore (Il Passeggero), su una violenza generatrice di senso (Meridiano di Sangue), sul ritorno alle forme arcaiche di esistenza quando tutto intorno brucia (La Strada). La sua non era arrendevolezza, ma sfida implacabile al nulla. “Tieni acceso un piccolo fuoco; per quanto piccolo, per quanto nascosto”.

    Viaggio di ritorno

    Infatti, se c’è un leitmotiv permeante della letteratura di McCarthy, comune a tutte le sue opere, è proprio l’imperativo di far ritorno a casa: nel senso di eliminare le scorie, le maschere, per far riaffiorare quel “sacro” che non è reliquia ma sostanza. I suoi racconti sembrano sempre concludersi con la presa di coscienza dell’incoscienza del mondo, dell’insensatezza di chi vuole ordinarlo dentro schemi e numeri, col riaffiorare alla superficie di quelle forme, immagini e gesti che nella loro semplicità sembrano farsi liturgici. “Certe cose un numero non ce l’hanno”. I suoi personaggi devono sopravvivere e per questo devono liberarsi degli orpelli che la società, la cultura e la religione gli mettono addosso, e scoprire di nuovo ciò che di arcaico si risveglia negli uomini quando sono messi con le spalle al muro. Ecco cosa faceva McCarthy con i suoi libri: metteva i suoi personaggi spalle al muro e davanti ad una furia cieca, senza nome. Metteva noi spalle al muro e sembrava dirci vedi, è così che va il mondo, puoi solo decidere come combatterlo ma non ti illudere perché alla fine tocca a tutti. Però combatti, combatti, combatti, finchè ne hai la forza. Fino all’ultima pagina. Ed è strano – ma forse nemmeno troppo – che nel suo ultimo libro le pagine conclusive sembrano cantare un’ode al mare. Non ad un mare qualsiasi, ma al nostro: il Mediterraneo. Gli amici di McCarthy dicevano che volesse trasferirsi in Spagna, almeno negli ultimi tempi. Chissà, forse ha affidato alle ultime pagine del libro questo suo desiderio. Bobby Western, il Passeggero, arriva come un naufrago esiliato sulle sponde delle isole spagnole: lui è un fisico, ma ora assomiglia di più alla maschera di una tragedia greca che ad un uomo occidentale. Si ritrova quasi nudo sulle spiagge, “vestigia di mondi scomparsi”, esule e senza radici. Lavora in una capanna, alla flebile luce di una fiamma “come quegli studiosi dei tempi andati che sgobbavano sui loro rotoli nelle loro fredde stanze di pietra”. Di fronte il mare e il buio, le “età dell’uomo che corrono da tomba a tomba”. La consapevolezza di essere “l’ultimo pagano sulla terra”. Ecco, forse in queste ultime pagine si condensa quel senso di ritorno che per McCarthy voleva dire far rivivere il mito, quel senso che si ritrova in fondo ad ogni sua storia: “Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra”. Come un rituale antico. Così sia. Accendi un fuoco, o muori.

    L’ultimo a novembre

    A novembre leggeremo le sue ultimissime parole: uscirà infatti Stella Maris, la seconda parte de Il Passeggero. Questa volta sarà veramente la fine, quindi non possiamo far altro che auspicarci che in questo momento lo scrittore di Providence sia in compagnia della sua legione di perduti e le sue coorti di dannati, nell’attesa di poter leggere quelle che resteranno le sue ultime pagine. Ogni grande storia ha una conclusione. E nemmeno questa può fare eccezione.