NEXUS Breve storia delle reti di informazione dalletà della pietra allIA
Yuval Noah Harari
Recensione
Nexus di Yuval Noah Harari è un saggio urgente e leggibile che obbliga a ripensare la democrazia non come un dato di natura, ma come un fragile equilibrio tecnologico e istituzionale da difendere attivamente.
La tesi centrale è semplice: la storia umana non è fatta solo di guerre, economie o ideologie, ma di reti di informazione. Democrazia e totalitarismo non sono ideologie eterne, ma due modi opposti di organizzare il flusso delle informazioni: la democrazia è una rete distribuita con meccanismi di autocorrezione (elezioni, stampa libera, separazione dei poteri); la dittatura è una rete centralizzata che elimina quei meccanismi.
Harari racconta come le tecnologie dell’informazione (scrittura, stampa, radio, televisione, internet) abbiano reso possibili prima le democrazie di massa e poi i totalitarismi del Novecento. Oggi l’intelligenza artificiale rappresenta un salto di qualità ancora più radicale: non è solo uno strumento, ma un agente autonomo (“intelligenza aliena”) capace di generare e manipolare informazioni su scala inimmaginabile. Il rischio principale non è tanto la dittatura classica, quanto il collasso della conversazione democratica stessa: polarizzazione algoritmica, bot indistinguibili dagli umani, decisioni prese da “scatole nere” che nessuno controlla.
NEXUS
PROLOGO
Abbiamo chiamato la nostra specie Homo sapiens, l’uomo sapiente. Se ci siamo però meritati questo lusinghiero appellativo è molto discutibile.
Negli ultimi centomila anni noi Sapiens abbiamo accumulato senza dubbio un potere enorme. Basterebbe l’elenco di tutte le nostre scoperte, invenzioni e conquiste per riempire interi scaffali di libri. Ma avere il potere non equivale a essere sapienti, e dopo centomila anni di scoperte, invenzioni e conquiste l’umanità si è spinta verso una crisi esistenziale. Siamo sull’orlo del collasso ecologico, causato dall’abuso del nostro stesso potere. Siamo anche impegnati a creare nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale (IA), che hanno il potenziale per sfuggire al nostro controllo e renderci schiavi o annientarci. Eppure, proprio quando la nostra specie dovrebbe unire gli sforzi per affrontare queste sfide esistenziali, le tensioni internazionali aumentano, la cooperazione diventa più difficile, i paesi si dotano di armi apocalittiche e una nuova guerra mondiale non sembra più un evento impossibile.
Se noi Sapiens siamo così sapienti, perché siamo così autodistruttivi?
A un livello più profondo, anche se abbiamo accumulato una mole stupefacente di informazioni su ogni genere di cose, dalle molecole di DNA alle galassie remote, non sembra che tutte queste informazioni ci abbiano dato una risposta alle grandi domande della vita. Chi siamo? A che cosa dovremmo aspirare? Che cos’è una buona vita e come dovremmo viverla? Nonostante le vaste conoscenze acquisite, come i nostri antichi antenati siamo inclini alla fantasia e all’illusione. Il nazismo e lo stalinismo sono solo due esempi recenti della follia collettiva che di tanto in tanto travolge anche le società moderne. Nessuno mette in dubbio che oggi gli esseri umani abbiano molte più informazioni e potere rispetto all’età della pietra, ma non è affatto sicuro che comprendiamo meglio noi stessi e il nostro ruolo nell’universo.
Perché siamo così bravi ad accumulare informazioni e potere, ma abbiamo molto meno successo nel fare tesoro degli errori compiuti e diventare più saggi? Nel corso della storia diverse culture hanno creduto che qualche difetto fatale nella nostra natura ci spingesse a ricercare poteri che non sappiamo padroneggiare. Il mito greco di Fetonte racconta di un ragazzo che scopre di essere figlio di Elio, il dio del sole. Desideroso di dimostrare la sua origine divina, Fetonte chiede il privilegio di guidare il carro del sole. Elio avverte Fetonte che nessun uomo può governare i cavalli celesti che trainano il carro. Ma Fetonte insiste finché il dio del sole non cede. Dopo essersi innalzato con orgoglio nel cielo, Fetonte perde effettivamente il controllo del carro infuocato. Il sole devia dal suo percorso, facendo ardere tutta la vegetazione, uccidendo numerose creature e minacciando infine di bruciare la Terra stessa. Deve intervenire Zeus e scagliare un fulmine contro Fetonte. Il giovane presuntuoso precipita dal cielo come una stella cadente, portandosi dietro una scia di fuoco. Gli dèi riprendono il controllo del cielo e salvano il mondo.
Duemila anni dopo, quando la Rivoluzione industriale muoveva i primi passi e le macchine iniziavano a sostituire gli uomini in numerose mansioni, Johann Wolfgang von Goethe creò una storia con una morale analoga, intitolata “L’apprendista stregone”. La ballata di Goethe (poi resa popolare da un film d’animazione di Walt Disney con protagonista Topolino) racconta di un vecchio stregone che affida a un giovane apprendista il suo laboratorio e alcune faccende da sbrigare durante la sua assenza, come andare a prendere l’acqua al fiume. L’apprendista decide di facilitarsi il compito e, pronunciando uno degli incantesimi dello stregone, ordina a una scopa di andare a prendere l’acqua al posto suo. Però non sa come fermare la scopa, che man mano recupera sempre più acqua e così minaccia di allagare il laboratorio. In preda al panico, l’apprendista fa a pezzi la scopa incantata con un’ascia, ma l’unico effetto che ottiene è quello di veder moltiplicate le scope in azione. Ora un esercito di scope magiche inonda d’acqua il laboratorio. Quando il vecchio stregone ritorna, l’apprendista implora aiuto: “Gli spiriti chiamati per magia, non riesco a liberarmene.”1 Lo stregone rompe immediatamente l’incantesimo e arresta l’inondazione. La lezione per l’apprendista – e per l’umanità – è chiara: mai evocare poteri che non si possono controllare.
Che cosa ci dice la morale della fiaba dell’apprendista e del mito di Fetonte nel XXI secolo? È evidente che noi esseri umani abbiamo rifiutato di ascoltare i loro avvertimenti. Abbiamo già alterato il clima della Terra e abbiamo evocato miliardi di scope magiche, droni, chatbot e altri spiriti sotto forma di algoritmi che potrebbero sfuggire al nostro controllo e scatenare una marea di conseguenze indesiderate.
Che cosa dobbiamo fare, allora? Le due storie non offrono risposte, se non quella di aspettare che qualche dio o stregone ci salvi. Questo, ovviamente, è un messaggio estremamente pericoloso. Perché incoraggia la gente ad abdicare alla propria responsabilità e a riporre la propria fiducia in divinità e stregoni. Peggio ancora, in questo modo non ci si rende conto che gli dèi e gli stregoni sono essi stessi un’invenzione umana, proprio come i carri, le scope e gli algoritmi. La tendenza a creare cose potenti dalle pericolose ricadute non è cominciata con l’invenzione della macchina a vapore o dell’intelligenza artificiale ma con quella della religione. Profeti e teologi evocano da sempre potenti spiriti che avrebbero dovuto portare amore e gioia, ma che hanno finito di tanto in tanto per inondare il mondo di sangue.
Il mito di Fetonte e la ballata di Goethe non possono dare consigli utili perché fraintendono il modo in cui gli esseri umani ottengono il potere. In entrambi i racconti un singolo uomo acquisisce un potere enorme ma poi viene corrotto dall’arroganza e dall’avidità. Se ne conclude che è la nostra psicologia individuale imperfetta a farci abusare del potere. Ciò che sfugge a questa analisi grossolana è che il potere umano non è mai il risultato di un’iniziativa individuale. Il potere nasce sempre dalla cooperazione tra un gran numero di esseri umani.
Di conseguenza non è la nostra psicologia individuale che ci fa abusare del potere. Dopo tutto, oltre che di avidità, arroganza e crudeltà, gli esseri umani sono anche capaci di amore, compassione, umiltà e gioia. È vero, tra i peggiori membri della nostra specie l’avidità e la crudeltà regnano indisturbate e spingono i malintenzionati ad abusare del proprio potere. Ma perché le società umane dovrebbero scegliere di affidare il potere ai loro membri peggiori? La maggioranza dei tedeschi del 1933, per esempio, non era certo composta da psicopatici. Allora perché votò per Hitler?
La tendenza a evocare poteri che non possiamo controllare non deriva dalla nostra psicologia individuale, ma dall’abilità con cui riusciamo a cooperare su vasta scala, un’abilità peculiare alla nostra specie. L’argomento principale del nostro libro è proprio questo: costruendo queste grandi reti di cooperazione, il genere umano ottiene un potere enorme, però il modo in cui sono costruite queste reti predispone a usare tale potere in modo incauto. Il nostro problema, perciò, è un problema di rete.
Più specificamente, è un problema di informazione. L’informazione è il collante che tiene insieme le reti. Ma per decine di migliaia di anni i Sapiens hanno costruito e mantenuto grandi reti inventando e diffondendo narrazioni, fantasie e illusioni collettive: su divinità, su manici di scopa incantati, sull’intelligenza artificiale e su molte altre cose. Mentre in genere ogni singolo essere umano è interessato a conoscere la verità su sé stesso e sul mondo, le grandi reti legano i membri di una comunità e creano ordine ricorrendo a narrazioni e fantasie. È così che siamo arrivati, per esempio, al nazismo e allo stalinismo. Si trattava di reti eccezionalmente potenti, tenute insieme da idee eccezionalmente illusorie. Come scriveva George Orwell, l’ignoranza è forza.
Il fatto che i regimi nazista e stalinista si fondassero su fantasie crudeli e menzogne spudorate non li rendeva fenomeni storici particolarmente insoliti, né preconizzava la loro caduta. Il nazismo e lo stalinismo sono stati due delle reti più forti mai create dall’uomo. Tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942, le potenze dell’Asse furono a un passo dal vincere la seconda guerra mondiale.2 Alla fine, fu Stalin ad avere la meglio e negli anni cinquanta e sessanta lui e i suoi eredi ebbero anche buone possibilità di vincere la guerra fredda. Negli anni novanta le democrazie liberali hanno prevalso, ma ormai questa vittoria sembra effimera. Nel XXI secolo un nuovo regime totalitario potrebbe riuscire dove Hitler e Stalin hanno fallito, creando una rete onnipotente che potrebbe impedire alle generazioni future anche solo di tentare di smascherare le sue bugie e le sue narrazioni. Non dobbiamo dare per scontato che le reti deliranti siano destinate al fallimento. Se vogliamo impedirne il trionfo, noi stessi dovremo impegnarci duramente.
La visione ingenua dell’informazione
È difficile realizzare appieno la forza delle reti illusorie a causa di un malinteso più ampio che riguarda il funzionamento delle grandi reti di informazione, siano esse illusorie o no. Questo equivoco è racchiuso in quella che chiamo “la visione ingenua dell’informazione”. Mentre storie come il mito di Fetonte e “L’apprendista stregone” presentano una visione eccessivamente pessimistica della psicologia umana individuale, la visione ingenua dell’informazione diffonde un’idea fin troppo ottimistica delle reti umane su larga scala.
La visione ingenua sostiene che, raccogliendo ed elaborando molte più informazioni di quanto possano fare i singoli individui, le grandi reti raggiungono una migliore comprensione della medicina, della fisica, dell’economia e di numerosi altri campi del sapere, e questo rende la rete non solo potente ma anche sapiente. Per esempio, raccogliendo informazioni sugli agenti patogeni, le aziende farmaceutiche e i servizi sanitari possono determinare le vere cause di molte malattie, e questo consente loro di sviluppare farmaci più efficaci e di prendere decisioni più oculate sul loro utilizzo. Questa visione presuppone che, in quantità sufficienti, l’informazione porti alla verità e che la verità, a sua volta, porti al potere e alla conoscenza. L’ignoranza, al contrario, non sembra portare da nessuna parte. Sebbene reti deliranti o ingannevoli possano talvolta emergere in momenti storici di crisi, a lungo andare sono destinate a perdere contro rivali più lucidi e onesti. Un servizio sanitario che ignori le informazioni sugli agenti patogeni, o un gigante farmaceutico che faccia volutamente disinformazione, alla fine perderà contro concorrenti che fanno un uso più sapiente delle informazioni. Pertanto, nella visione ingenua è implicito che le reti deliranti debbano essere delle aberrazioni e che in genere è ben riposta la nostra fiducia nella capacità delle grandi reti di dosare il potere con saggezza.
Schema: informazione (seguita da) verità (seguita da due opzioni), 1. Sapienza 2. Potere
La visione ingenua dell’informazione
Naturalmente la visione ingenua riconosce che molte cose possono andare storte nel percorso dall’informazione alla verità. Potremmo commettere errori in buona fede nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni. Attori in malafede motivati dall’avidità o dall’odio potrebbero nascondere fatti importanti o cercare di ingannarci. Di conseguenza a volte le informazioni portano all’errore piuttosto che alla verità. Per esempio, informazioni parziali, analisi errate o una campagna di disinformazione possono indurre anche gli esperti a non capire la vera causa di una particolare malattia.
Tuttavia, la visione ingenua presuppone che l’antidoto alla maggior parte dei problemi che incontriamo nel raccogliere ed elaborare le informazioni sia raccogliere ed elaborare ancora più informazioni. Malgrado non si possa mai escludere del tutto la possibilità di commettere qualche errore, nella maggior parte dei casi più informazioni significa più accuratezza e affidabilità. Un singolo medico che vuole identificare la causa di un’epidemia esaminando un singolo paziente ha meno probabilità di successo di migliaia di medici che raccolgono dati su milioni di pazienti. E se, per qualche ragione, saranno i medici stessi a cospirare per occultare la verità, garantire la più ampia disponibilità possibile di informazioni mediche al pubblico generico e ai giornalisti investigativi finirà per fare emergere l’inganno. Secondo questa prospettiva, dunque, più grande è la rete di informazione, più la verità sarà a portata di mano.
Naturalmente, anche se analizziamo le informazioni in modo accurato e scopriamo verità importanti, questo non garantisce che useremo le capacità che ne derivano in modo saggio. La sapienza è comunemente intesa come sinonimo di saggezza, capacità di “prendere le decisioni giuste”, ma il significato di “giusto” dipende da giudizi di valore che differiscono tra persone, culture o ideologie diverse. Gli scienziati che scoprono un nuovo agente patogeno possono sviluppare un vaccino per proteggere le persone. D’altro canto, se gli scienziati – o i politici che li governano – credono in un’ideologia razzista che sostiene che alcune razze sono inferiori e dovrebbero essere sterminate, le nuove conoscenze mediche potrebbero essere usate per sviluppare un’arma biologica che uccide milioni di esseri umani.
Anche in questo caso, per la visione ingenua dell’informazione una quantità maggiore di informazioni può almeno offrire un parziale rimedio. La visione ingenua ritiene che i contrasti sui valori si rivelino, a un’analisi più approfondita, come il risultato della mancanza di informazioni o di una deliberata disinformazione. Secondo questa visione i razzisti sono persone poco informate che semplicemente non conoscono i fatti della biologia e della storia. I razzisti cioè pensano che la “razza” sia una categoria biologica valida e hanno subito un lavaggio del cervello a base di teorie cospiratorie infondate. Il rimedio al razzismo consiste quindi nel fornire alla gente più fatti biologici e storici. Ci vorrà del tempo ma in un libero mercato dell’informazione prima o poi la verità prevarrà.
La concezione ingenua è ovviamente qualcosa di più sfumato e articolato rispetto a come lo si possa spiegare in pochi paragrafi, però il suo principio fondamentale è questo: l’informazione è una cosa essenzialmente buona, e più ne abbiamo, meglio è. Con una quantità adeguata di informazioni e di tempo, siamo destinati a scoprire la verità su tutta una serie di cose che vanno dalle infezioni virali ai pregiudizi razzisti, sviluppando così non solo il nostro potere, ma anche le conoscenze necessarie per usarlo bene.
Questa visione ingenua giustifica la ricerca di tecnologie informatiche sempre più potenti ed è stata l’ideologia semiufficiale dell’era informatica e di Internet. Nel giugno 1989, pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro, Ronald Reagan dichiarò che “il Golia del controllo totalitario sarà presto abbattuto dal Davide del microchip” e che “il più grande dei Grandi Fratelli è sempre più impotente contro la tecnologia delle comunicazioni… L’informazione è l’ossigeno dell’era moderna… Si insinua attraverso i muri bordati di filo spinato. Si diffonde oltre i confini protetti dai recinti elettrificati e dotati di trappole esplosive. Folate di raggi elettronici soffiano attraverso la cortina di ferro come se fosse merletto”.3 Nel novembre 2009 Barack Obama ha parlato con lo stesso spirito durante una visita a Shanghai, dicendo ai suoi ospiti cinesi: “Credo molto nella tecnologia e credo molto nell’apertura quando parliamo di flussi di informazioni. Penso che più le informazioni fluiscono liberamente, più la società diventa forte.”4
Imprenditori e aziende hanno spesso esternato opinioni altrettanto entusiaste sulle tecnologie dell’informazione. Già nel 1858 un editoriale del New Englander sull’invenzione del telegrafo affermava: “È impossibile che esistano ancora i vecchi pregiudizi e ostilità, mentre è stato creato un tale strumento per lo scambio di pensieri tra tutte le nazioni della terra.”5 Quasi due secoli e due guerre mondiali dopo, Mark Zuckerberg ha dichiarato che l’obiettivo di Facebook “è quello di aiutare le persone a condividere di più per rendere il mondo più aperto e contribuire a promuovere la comprensione reciproca”.6
Nel suo libro del 2024, The Singularity Is Nearer, l’eminente futurologo e imprenditore Ray Kurzweil ripercorre la storia della tecnologia dell’informazione e conclude che “la realtà è che quasi ogni aspetto della vita migliora progressivamente grazie al miglioramento esponenziale della tecnologia”. Guardando al grande arco della storia umana, Kurzweil cita esempi come l’invenzione della stampa per sostenere che, per sua stessa natura, la tecnologia dell’informazione tende a generare “un circolo virtuoso che fa progredire quasi tutti gli aspetti del benessere umano, tra cui l’alfabetizzazione, l’istruzione, la ricchezza, i servizi igienici, la salute, la democratizzazione e la riduzione della violenza”.7
La visione ingenua dell’informazione è forse sintetizzata meglio dalla dichiarazione di Google per cui la mission dell’azienda è “organizzare le informazioni del mondo e renderle universalmente accessibili e utili”. La replica di Google agli avvertimenti di Goethe è che mentre un singolo apprendista che sottrae il libro di incantesimi segreti al suo maestro può causare un disastro, quando a molti apprendisti viene dato libero accesso a tutte le informazioni del mondo, non creeranno solo utili scope magiche, ma impareranno anche a maneggiarle con saggezza.
Google contro Goethe
Va sottolineato che ci sono parecchi casi in cui la disponibilità di più informazioni ha effettivamente permesso all’uomo di comprendere meglio il mondo e di fare un uso più sapiente del suo potere. Si pensi, per esempio, alla drastica riduzione della mortalità infantile. Johann Wolfgang von Goethe era il maggiore di sette fratelli, ma solo lui e sua sorella Cornelia riuscirono a festeggiare il loro settimo compleanno. Le malattie portarono via il fratello Hermann Jacob all’età di sei anni, la sorella Catharina Elisabeth all’età di quattro anni, la sorella Johanna Maria all’età di due anni, il fratello Georg Adolf all’età di otto mesi, e un quinto fratello, senza nome, nacque morto. Cornelia morì poi di malattia a ventisei anni, lasciando Johann Wolfgang come unico superstite della loro famiglia.8
Johann Wolfgang von Goethe ebbe cinque figli, di cui tutti tranne il primogenito, August, morirono entro due settimane dalla nascita. Con ogni probabilità la causa è da imputare all’incompatibilità tra i gruppi sanguigni di Goethe e di sua moglie Christiane, che dopo la prima gravidanza andata a buon fine portò la madre a sviluppare anticorpi contro il sangue del feto. Questa condizione, nota come malattia emolitica del feto e del neonato, è oggi trattata in modo così efficace che il tasso di mortalità è inferiore al 2%, ma alla fine del Settecento aveva un tasso di mortalità medio del 50% e per i quattro figli minori di Goethe non ci fu scampo.9
Complessivamente, nella famiglia di Goethe – una famiglia tedesca benestante della fine del XVIII secolo – il tasso di sopravvivenza dei bambini risultò essere un drammatico 25%. Solo tre figli su dodici raggiunsero l’età adulta. Questa tragica statistica non rappresentava un fatto eccezionale. All’epoca in cui Goethe scriveva “L’apprendista stregone”, nel 1797, si stima che solo il 50% circa dei bambini tedeschi raggiungesse i quindici anni,10 e probabilmente lo stesso valeva per la maggior parte degli altri paesi del mondo.11 Nel 2020 il 95,6% dei bambini di tutto il mondo ha superato il quindicesimo compleanno,12 e in Germania la percentuale è stata del 99,5%.13 Questo risultato epocale non sarebbe stato possibile senza la raccolta, l’analisi e la condivisione di enormi quantità di dati medici su argomenti come i gruppi sanguigni. In questo caso, quindi, la visione ingenua dell’informazione si è rivelata corretta.
D’altro canto, la stessa concezione ingenua vede solo una parte del quadro, e la storia dell’era moderna non riguardava solo la riduzione della mortalità infantile. Nelle ultime generazioni l’umanità ha sperimentato il più grande incremento di sempre sia nella quantità che nella velocità della nostra produzione di informazioni. Ogni smartphone contiene più informazioni dell’antica biblioteca di Alessandria14 e permette a chi lo possiede di connettersi all’istante con miliardi di altre persone in tutto il mondo. Eppure, con tutte queste informazioni che circolano a un ritmo vorticoso, l’umanità è più prossima che mai all’autodistruzione.
A dispetto – o forse proprio a causa – del nostro bagaglio di dati, continuiamo a emettere gas serra nell’atmosfera, a inquinare fiumi e oceani, a tagliare foreste, a distruggere interi habitat, a portare innumerevoli specie all’estinzione e a mettere a rischio le fondamenta ecologiche della nostra stessa specie. Stiamo anche producendo armi di distruzione di massa sempre più potenti, dalle bombe termonucleari ai virus dell’apocalisse. Ai nostri leader non mancano le informazioni su questi pericoli, eppure, invece di collaborare per trovare soluzioni, si avvicinano a una guerra globale.
Avere ancora più informazioni migliorerebbe o peggiorerebbe la situazione? Lo scopriremo presto. Molte aziende e governi stanno facendo a gara per sviluppare la tecnologia informatica più potente della storia: l’intelligenza artificiale. Alcuni imprenditori di spicco, come l’investitore americano Marc Andreessen, ritengono che l’IA risolverà finalmente tutti i problemi dell’umanità. Il 6 giugno 2023, Andreessen ha pubblicato un articolo intitolato “Why AI Will Save the World” (Perché l’IA salverà il mondo), costellato di affermazioni audaci come: “Sono qui per portare la buona novella: l’IA non distruggerà il mondo, anzi potrebbe salvarlo” e “L’IA può migliorare tutto ciò che ci sta più a cuore”. E che si concludeva così: “Lo sviluppo e la proliferazione dell’IA, lungi dall’essere un rischio da temere, sono un obbligo morale che abbiamo verso noi stessi, verso i nostri figli e verso il nostro futuro.”15
Ray Kurzweil concorda, sostenendo in The Singularity Is Nearer che “l’IA è la tecnologia cardine che ci permetterà di affrontare le sfide più pressanti che ci si presentano, tra cui il superamento delle malattie, della povertà, del degrado ambientale e di tutte le nostre fragilità umane. Abbiamo l’imperativo morale di realizzare questa promessa delle nuove tecnologie”. Kurzweil è consapevole dei potenziali rischi della tecnologia e li analizza a lungo, però ritiene che si possano efficacemente ridurre.16
Altri sono più scettici. Non solo filosofi e scienziati sociali, ma anche molti esperti di IA e imprenditori di primo piano, come Yoshua Bengio, Geoffrey Hinton, Sam Altman, Elon Musk e Mustafa Suleyman, hanno avvertito il pubblico che l’intelligenza artificiale potrebbe distruggere la nostra civiltà.17 In un articolo del 2024 alla cui scrittura hanno collaborato Bengio, Hinton e numerosi altri esperti si legge che “un progresso incontrollato dell’IA potrebbe culminare in una perdita su larga scala di vite umane e della biosfera, nonché nell’emarginazione o addirittura nell’estinzione dell’umanità”.18 In un sondaggio condotto nel 2023 su 2778 ricercatori del settore, più di un terzo ha indicato almeno un 10% di possibilità che l’IA avanzata porti a risultati negativi come l’estinzione della specie umana.19 Nel 2023 quasi trenta governi – tra cui quelli di Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna – hanno firmato la Dichiarazione di Bletchley sull’intelligenza artificiale, in cui si riconosce che “dalle capacità più significative di questi modelli di IA possono derivare danni gravi, persino catastrofici, in maniera sia intenzionale sia involontaria”.20 Con questi termini così apocalittici, gli esperti e i governi non vogliono evocare un’immagine hollywoodiana di robot ribelli che girano per le strade e sparano a tutti quelli che incontrano. Uno scenario del genere è improbabile e non fa altro che distrarre la gente dalle insidie reali. In effetti gli esperti mettono in guardia da altri due scenari.
In primo luogo, il potere dell’intelligenza artificiale potrebbe esacerbare i conflitti esistenti, spaccando l’umanità in fazioni antagoniste. Come nel XX secolo la cortina di ferro divideva le potenze rivali nella guerra fredda, così nel XXI secolo la cortina di silicio – fatta di chip di silicio e codici informatici invece che di filo spinato – potrebbe arrivare a dividere le potenze rivali di un nuovo conflitto globale. Poiché la corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale produrrà armi sempre più distruttive, anche una piccola scintilla potrebbe innescare un’esplosione catastrofica.
In secondo luogo, la cortina di silicio potrebbe arrivare a dividere non un gruppo di esseri umani da un altro, ma piuttosto tutti gli esseri umani dai nostri nuovi padroni dell’IA. Indipendentemente dal luogo in cui viviamo, potremmo ritrovarci avvolti da una rete di algoritmi insondabili che governano le nostre vite, rimodellano la nostra politica e la nostra cultura, e reingegnerizzano persino i nostri corpi e le nostre menti, mentre noi non riusciamo più a comprendere le forze che ci controllano, tanto meno a fermarle. Se una rete totalitaria del XXI secolo riuscirà a conquistare il mondo, potrebbe essere guidata da un’intelligenza non umana, piuttosto che da un dittatore umano. Chi vede nella Cina, nella Russia o negli Stati Uniti postdemocratici l’incubo di un nuovo totalitarismo, fraintende il vero pericolo. In realtà, cinesi, russi e americani come tutti gli esseri umani sono minacciati dal potenziale totalitario dell’intelligenza non umana.
Data l’entità del pericolo, l’intelligenza artificiale è un tema che dovrebbe interessare l’umanità intera. Anche se non tutti possono diventare esperti di IA, dovremmo tutti tenere presente che è la prima tecnologia della storia in grado di prendere decisioni e creare nuove idee da sola. Tutte le precedenti invenzioni umane hanno dato potere all’uomo perché, per quanto potente fosse il nuovo strumento, la scelta di come e quando usarlo rimaneva nelle nostre mani. Coltelli e bombe non decidono da soli chi uccidere. Sono strumenti ottusi, privi dell’intelligenza necessaria per elaborare le informazioni e prendere decisioni autonome. Al contrario l’IA può elaborare le informazioni da sola e quindi sostituire l’uomo nel processo decisionale. L’IA non è uno strumento, è un agente.
La padronanza delle informazioni le consente inoltre di generare in autonomia nuove idee, in campi che vanno dalla musica alla medicina. I grammofoni suonavano la nostra musica e i microscopi rivelavano i segreti delle nostre cellule, ma i grammofoni non potevano comporre nuove sinfonie e i microscopi non potevano sintetizzare nuovi farmaci. L’intelligenza artificiale è già in grado di produrre arte e fare scoperte scientifiche da sola. Nei prossimi decenni, probabilmente, acquisirà la capacità di creare nuove forme di vita, scrivendo codici genetici o inventando un codice inorganico capace di animare entità inorganiche.
Già oggi, nella fase embrionale della rivoluzione dell’IA, i computer prendono decisioni su di noi: se concederci un mutuo, se assumerci per un lavoro, se mandarci in prigione. Questa tendenza è destinata ad aumentare e ad accelerare, e ci renderà più difficile la comprensione delle nostre vite. Possiamo fidarci degli algoritmi informatici, per prendere decisioni sagge e creare un mondo migliore? È una scommessa molto più grande che affidarsi a una scopa incantata per andare a prendere l’acqua. E non ci stiamo giocando soltanto le vite umane. L’intelligenza artificiale potrebbe alterare non solo il corso della storia della nostra specie, ma dell’evoluzione di tutte le forme di vita.
L’informazione come arma
Nel 2016 ho pubblicato Homo Deus, un libro che evidenziava alcuni dei pericoli a cui l’umanità è esposta dalle nuove tecnologie informatiche. In quel libro si sosteneva che la vera eroina della storia è sempre stata l’informazione, piuttosto che Homo sapiens, e che gli scienziati spiegano sempre più spesso non solo la storia ma anche la biologia, la politica e l’economia in termini di flussi di informazioni. Gli animali, gli stati e i mercati sono tutte reti di informazioni che assorbono dati dall’ambiente, prendono decisioni e ne producono altri di rimando. Il libro metteva in guardia sul fatto che, mentre speriamo che una migliore tecnologia dell’informazione ci garantisca salute, felicità e potere, in realtà potrebbe esautorarci e privarci della nostra salute fisica e mentale. Homo Deus ipotizzava che, se gli esseri umani non fanno attenzione, potremmo dissolverci in un fiume di dati come una zolla di terra dentro un fiume in piena, e che nel grande sistema delle cose l’umanità risulterà essere solo un’increspatura nel flusso di dati cosmico.
Negli anni successivi alla pubblicazione di Homo Deus il ritmo del cambiamento si è accelerato e il potere si è in effetti trasferito dagli esseri umani agli algoritmi. Molti degli scenari che nel 2016 sembravano fantascienza – come gli algoritmi in grado di creare arte, di mascherarsi da esseri umani, di prendere decisioni cruciali sulla nostra vita e di sapere più cose su di noi di quante noi stessi ne sappiamo – nel 2024 sono realtà quotidiane.
Molte altre cose sono cambiate dal 2016. La crisi ecologica si è intensificata, le tensioni internazionali si sono acuite e un’ondata populista ha minato la coesione anche delle democrazie più solide. Il populismo ha anche lanciato una sfida radicale alla visione ingenua dell’informazione. Leader populisti come Donald Trump e Jair Bolsonaro, e movimenti populisti e sostenitori di teorie del complotto come QAnon e i novax, hanno dichiarato che tutte le istituzioni tradizionali che acquisiscono autorità affermando di raccogliere informazioni e scoprire la verità stanno semplicemente mentendo. I burocrati, i giudici, i medici, i giornalisti tradizionali e gli esperti accademici sono gruppi elitari che non hanno alcun interesse a ricercare la verità e diffondono deliberatamente disinformazione per ottenere potere e privilegi a spese del “popolo”. L’ascesa di politici come Trump e di movimenti come QAnon avviene in uno specifico contesto politico, unico per le condizioni degli Stati Uniti alla fine degli anni dieci del Duemila. Ma il populismo come visione del mondo antiestablishment nasce molto prima di Trump, ed è e sarà rilevante per numerosi altri contesti storici, nel presente e in futuro. In poche parole, il populismo vede l’informazione come un’arma.21
Schema: Informazione (seguito da) Potere
La visione ingenua dell’informazione.
Nelle sue versioni più estreme il populismo dichiara che non esiste una verità oggettiva e che ognuno ha la “propria verità”, che brandisce per sconfiggere i rivali. Secondo questa concezione del mondo, il potere è l’unica realtà. Tutte le interazioni sociali sono lotte di potere, perché agli esseri umani interessa soltanto il potere. La pretesa di essere interessati a qualcos’altro, come la verità o la giustizia, non è altro che uno stratagemma per ottenere il potere. Quando e dove il populismo riesce a diffondere questa idea dell’informazione come arma, il linguaggio stesso viene minato dalle fondamenta. Sostantivi come “fatti” e aggettivi come “accurato” e “veritiero” diventano inafferrabili. Queste parole non vengono considerate segni che rimandano a una realtà oggettiva condivisa. Qualsiasi discorso sui “fatti” o sulla “verità” è destinato piuttosto a spingere qualcuno a chiedersi: “A quali fatti e a quale verità ti riferisci?”
Va sottolineato che questa visione dell’informazione incentrata sul potere e profondamente scettica non è un fenomeno nuovo e non è stata inventata dai no-vax, dai terrapiattisti, dai bolsonaristi o dai sostenitori di Trump. Opinioni simili sono state diffuse molto prima del 2016, anche da alcune delle menti più brillanti dell’umanità.22 Alla fine del XX secolo, per esempio, intellettuali della sinistra radicale come Michel Foucault e Edward Said sostenevano che le istituzioni scientifiche come gli ospedali e le università non perseguono verità oggettive e senza tempo, ma anzi usano il potere per determinare ciò che conta come verità, al servizio delle élite capitaliste e colonialiste. Queste critiche radicali si sono talvolta spinte fino a sostenere che i “fatti scientifici” non sono altro che un “discorso” capitalista o colonialista, che il potente di turno non possa mai essere realmente interessato alla verità e non si possa mai confidare sul fatto che riconosca e corregga i suoi errori.23
Questa particolare linea di pensiero della sinistra radicale risale a Karl Marx, che a metà del XIX secolo sosteneva che il potere è l’unica realtà, che l’informazione è un’arma e che le élite che affermano di essere al servizio della verità e della giustizia in realtà perseguono ristretti privilegi di classe. Nelle parole del Manifesto comunista del 1848: “La storia di ogni società esistita sin qui è la storia di lotte di classe. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi sono sempre stati in conflitto tra loro, conducendo una lotta ininterrotta, talora dissimulata talora manifesta.”24 Questa interpretazione binaria della storia implica che ogni interazione umana sia una lotta di potere tra oppressori e oppressi. Di conseguenza ogni volta che qualcuno dice qualcosa, la domanda che ci si deve porre non è: “Che cosa viene detto? È vero?”, ma piuttosto: “Chi lo dice? E quali privilegi vuole tutelare?”.
Naturalmente, è improbabile che populisti di destra come Trump e Bolsonaro abbiano letto Foucault o Marx, e anzi si presentano come fieri antimarxisti. Inoltre, le loro politiche in campi come la tassazione e il welfare sono quanto di più lontano ci possa essere dalle politiche auspicate da Marx. D’altra parte, la loro concezione di fondo della società e dell’informazione è sorprendentemente simile a quella marxista, perché anche i populisti vedono tutte le interazioni umane come una lotta di potere tra oppressori e oppressi. Per esempio, nel suo discorso inaugurale del 2017 Trump ha affermato che “un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i frutti del governo mentre il popolo ne ha sostenuto il costo”.25 Tale retorica è un punto fermo del populismo, che il politologo Cas Mudde ha descritto come “un’ideologia che considera la società come suddivisa in ultima analisi in due gruppi omogenei e antagonisti, ‘il popolo puro’ contro ‘l’élite corrotta’”.26 Proprio come i marxisti sostenevano che i media svolgono la funzione di portavoce della classe capitalista e che le istituzioni scientifiche come le università diffondono disinformazione al fine di perpetuare il controllo capitalista, i populisti accusano queste stesse istituzioni di lavorare per promuovere gli interessi delle “élite corrotte” a spese del “popolo”.
I populisti odierni soffrono della stessa incoerenza che ha afflitto i movimenti radicali antiestablishment delle generazioni precedenti. Se il potere è l’unica realtà e se l’informazione è solo un’arma, che cosa implica tutto questo per gli stessi populisti? Che anche loro sono interessati solo al potere e ci stanno mentendo per ottenere a loro volta il potere?
I populisti hanno cercato di risolvere questo rebus in due modi diversi. Alcuni movimenti rivendicano la propria adesione agli ideali della scienza moderna e alle tradizioni dell’empirismo scettico. Dicono alla gente che non ci si dovrebbe mai fidare di nessuna istituzione o figura rappresentante l’autorità, compresi i partiti e i politici autoproclamatisi populisti. Si dovrebbe invece “fare la propria ricerca” e fidarsi solo di ciò che si può osservare direttamente da soli.27 Questa posizione empirista radicale implica che, mentre non ci si può mai fidare delle grandi istituzioni come i partiti politici, i tribunali, i giornali e le università, gli individui che si impegnano possono comunque trovare la verità da soli.
Questo approccio può sembrare scientifico e può attrarre individui dallo spirito libero, ma lascia aperta la questione di come le comunità umane possano cooperare per costruire sistemi di assistenza sanitaria o approvare regolamenti in materia di ambiente, che richiedono un’organizzazione istituzionale su larga scala. Un singolo individuo è in grado di fare tutte le ricerche necessarie per decidere se il clima della Terra si sta surriscaldando e cosa si dovrebbe fare? Come può una singola persona raccogliere dati climatici da tutto il mondo, per non parlare del recupero di registrazioni affidabili dei secoli passati? Fidarsi solo delle “proprie ricerche” può sembrare un principio scientifico, ma in pratica equivale a credere che non esista una verità oggettiva. Come vedremo nel capitolo 4, la scienza è uno sforzo istituzionale collaborativo piuttosto che una ricerca personale.
Una soluzione populista alternativa è quella di abbandonare l’ideale scientifico moderno di trovare la verità attraverso la “ricerca” e tornare invece ad affidarsi alla rivelazione divina o al misticismo. Le religioni tradizionali come il cristianesimo, l’islam e l’induismo hanno di solito tratteggiato gli esseri umani come creature inaffidabili e assetate di potere che possono accedere alla verità solo grazie all’intervento di un’intelligenza divina. Tra gli anni dieci e l’inizio degli anni venti del Duemila i partiti populisti, dal Brasile alla Turchia, dagli Stati Uniti all’India, si sono allineati a queste religioni tradizionali. Hanno espresso radicali dubbi sulle istituzioni moderne, dichiarando una fede totale nelle antiche scritture. I populisti sostengono che gli articoli che si leggono sul New York Times o su Science sono solo uno stratagemma elitario per ottenere il potere, mentre ciò che si legge nella Bibbia, nel Corano o nei Veda è la verità assoluta.28
Una variante sul tema è invitare la gente a riporre la propria fiducia in leader carismatici come Trump e Bolsonaro, che vengono dipinti dai loro sostenitori come messaggeri di Dio29 o come possessori di un legame mistico con il “popolo”. Mentre i politici comuni mentono al popolo per ottenere il potere, il leader carismatico è l’infallibile portavoce del popolo che smaschera tutte le bugie.30 Uno dei paradossi ricorrenti del populismo è che inizia avvertendoci che tutte le élite umane sono guidate da una pericolosa fame di potere, ma spesso finisce con l’affidare tutto il potere a un singolo individuo ambizioso.
Analizzeremo il populismo in modo più approfondito nel capitolo 5, ma a questo punto è importante notare che i populisti stanno erodendo la fiducia nelle grandi istituzioni e nella cooperazione internazionale proprio quando l’umanità affronta le sfide vitali del collasso ecologico, della guerra globale e della tecnologia fuori controllo. Invece di avere fiducia nelle complesse istituzioni umane, i populisti ci danno lo stesso consiglio del mito di Fetonte e dell’“Apprendista stregone”: “Fidatevi di Dio o del grande stregone che viene a rimettere tutto a posto.” Se seguiamo questo consiglio, è probabile che ci troveremo in poco tempo in mano a individui della peggior specie assetati di potere, e a lungo andare finiremo sotto il controllo dei nuovi signori dell’intelligenza artificiale. Oppure potremmo non ritrovarci da nessuna parte, dato che la Terra nel frattempo sarà diventata inospitale per la vita umana.
Se vogliamo evitare di cedere il potere a un leader carismatico o a un’intelligenza artificiale imperscrutabile, dobbiamo innanzitutto capire meglio che cos’è l’informazione, come contribuisce a costruire le reti umane e come si relaziona alla verità e al potere. I populisti hanno ragione a diffidare di una visione ingenua dell’informazione, ma sbagliano a pensare che il potere sia l’unica realtà e che l’informazione sia sempre e solo un’arma. L’informazione non è la materia prima della verità, ma non è neppure una semplice arma. C’è abbastanza margine tra questi estremi per una visione più sfumata e speranzosa delle reti informative umane e della nostra capacità di dosare il potere con sapienza. Questo libro è dedicato all’esplorazione di questa via di mezzo.
La strada da percorrere
La parte prima di questo libro ripercorre lo sviluppo storico delle reti di informazione umane. Non cerca di presentare un resoconto completo, secolo per secolo, di tecnologie informative come la scrittura, le macchine da stampa e la radio. Invece, studiando alcuni esempi, analizza i problemi fondamentali a cui gli esseri umani di tutte le epoche si sono trovati di fronte quando hanno cercato di costruire reti di informazione, ed esamina come le diverse risposte a questi problemi abbiano dato forma a società umane contrastanti. Quelli a cui siamo soliti pensare come conflitti ideologici e politici spesso si rivelano essere scontri tra tipi opposti di reti di informazione.
Nella parte prima esamino due principi che sono stati essenziali per le reti informative umane su larga scala: la mitologia e la burocrazia. I capitoli 2 e 3 descrivono come le grandi reti di informazione – dagli antichi regni agli odierni stati – si siano affidate sia ai creatori di miti sia ai burocrati. Le storie della Bibbia, per esempio, sono state essenziali per la Chiesa cristiana, ma non ci sarebbe stata nessuna Bibbia se i burocrati della Chiesa non avessero raccolto, redatto e diffuso queste storie. I creatori di miti e i burocrati tendono a remare in direzioni diverse, e questo rappresenta un problema complesso per ogni rete umana. Le istituzioni e le società sono spesso definite dall’equilibrio che riescono a trovare tra le esigenze contrastanti dei loro creatori di miti e dei loro burocrati. La stessa Chiesa cristiana si è divisa in chiese rivali, come la cattolica e la protestante, che hanno raggiunto equilibri diversi tra mitologia e burocrazia.
Il capitolo 4 si concentra poi sul problema delle informazioni errate e sui benefici e gli svantaggi del mantenimento di meccanismi di autocorrezione, come i tribunali indipendenti o le riviste peer-reviewed. Il capitolo contrappone istituzioni che si sono affidate a meccanismi di autocorrezione deboli, come la Chiesa cattolica, a istituzioni che hanno sviluppato meccanismi di autocorrezione forti, come le discipline scientifiche. A volte i meccanismi di autocorrezione deboli si traducono in calamità storiche, come la caccia alle streghe nell’Europa dell’età moderna, mentre i meccanismi di autocorrezione forti a volte destabilizzano la rete dall’interno. In termini di longevità, diffusione e potere, la Chiesa cattolica è stata forse l’istituzione di maggior successo nella storia dell’umanità, al di là – o forse proprio in ragione – della relativa debolezza dei suoi meccanismi di autocorrezione.
Dopo aver analizzato nella prima parte i ruoli della mitologia e della burocrazia e il contrasto tra meccanismi di autocorrezione forti e deboli, il capitolo 5 conclude la discussione storica concentrandosi su un altro contrasto: quello tra reti informative distribuite e centralizzate. I sistemi democratici permettono alle informazioni di fluire liberamente lungo molti canali indipendenti, mentre i sistemi totalitari cercano di concentrare le informazioni in un unico centro decisionale. Ogni scelta presenta vantaggi e svantaggi. Capire cosa rappresentano sistemi politici come quelli degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica in termini di flussi informativi può spiegare molto delle loro diverse traiettorie.
Questa parte storica del libro è fondamentale per comprendere gli sviluppi attuali e gli scenari futuri. L’ascesa dell’intelligenza artificiale è probabilmente la più grande rivoluzione dell’informazione in tutta la storia umana. Ma non possiamo capirla se non la confrontiamo con le rivoluzioni che l’hanno preceduta. La storia non è lo studio del passato ma lo studio del cambiamento. La storia ci insegna che cosa rimane uguale, che cosa cambia e come le cose cambiano. Questo vale per le rivoluzioni dell’informazione come per ogni altro tipo di trasformazione storica. Così, la comprensione del processo attraverso il quale è stato canonizzato il principio della presunta infallibilità della Bibbia fornisce preziose indicazioni sulle attuali pretese di infallibilità dell’IA. Allo stesso modo, lo studio della caccia alle streghe all’inizio dell’era moderna e della collettivizzazione di Stalin impartisce un severo monito su ciò che potrebbe andare storto qualora dessimo alle IA un maggiore controllo sulle società del XXI secolo. Una conoscenza approfondita della storia è fondamentale anche per capire quali sono le novità dell’IA, in che cosa è fondamentalmente diversa dalle macchine da stampa e dagli apparecchi radio, e perché una sua futura dittatura potrebbe essere qualcosa di mai visto prima.
Con questo non voglio sostenere che studiare il passato ci permetta di prevedere con esattezza il futuro. Come sottolineerò più volte nelle pagine seguenti, la storia non è deterministica e il futuro sarà plasmato dalle scelte che tutti noi faremo nei prossimi anni. Il senso di questo libro è mostrare che con scelte consapevoli possiamo prevenire il peggio. Se non possiamo cambiare il futuro, perché perdere tempo a discuterne?
Partendo dall’indagine storica della prima parte, la seconda parte del libro – “Il network inorganico” – esamina la nuova rete di informazioni che stiamo creando oggi, concentrandosi sulle implicazioni politiche dell’ascesa dell’IA. I capitoli 6-8 discutono esempi recenti provenienti da tutto il mondo – come il ruolo degli algoritmi dei social media nell’istigazione alla violenza etnica in Myanmar nel 2016-17 – per spiegare in che modo l’IA è diversa da tutte le precedenti tecnologie dell’informazione. Gli esempi sono tratti per lo più dagli anni dieci del XXI secolo anziché dagli anni venti, perché sugli eventi degli anni dieci abbiamo acquisito almeno un minimo di prospettiva storica.
La parte seconda spiega che stiamo creando un tipo di rete informativa completamente nuovo, senza soffermarsi sulle sue implicazioni. Sottolinea il passaggio dalle reti informative organiche alle reti informative inorganiche. L’impero romano, la Chiesa cattolica e l’URSS per elaborare informazioni e prendere decisioni facevano tutti affidamento sui cervelli umani a base di carbonio. I computer basati sul silicio che dominano la nuova rete informativa funzionano in modo radicalmente diverso. Nel bene e nel male, i chip di silicio non hanno molti dei limiti che la biochimica organica impone ai neuroni di carbonio. I chip di silicio possono creare spie che non dormono mai, finanzieri che non dimenticano mai niente e despoti che non muoiono mai. Tutto questo come cambierà la società, l’economia e la politica?
La terza e ultima parte del libro – “La politica informatica” – esamina come diversi tipi di società potrebbero affrontare le minacce e le promesse della rete di informazione inorganica. Le forme di vita basate sul carbonio come noi avranno la possibilità di capire e controllare la nuova rete di informazione? Come già detto, la storia non è deterministica e per almeno qualche altro anno noi Sapiens avremo ancora il potere di plasmare il nostro futuro.
Di conseguenza il capitolo 9 esplora i modi in cui le democrazie potrebbero affrontare la rete inorganica. Come fanno, per esempio, i politici in carne e ossa a prendere decisioni in ambito economico se il sistema finanziario è sempre più controllato dall’IA e il senso stesso del denaro dipende da algoritmi imperscrutabili? Come fanno le democrazie a mantenere un dibattito pubblico su qualsiasi argomento, sia esso la finanza o il genere, quando non possiamo più sapere se stiamo parlando con un’altra persona o con un chatbot mascherato da essere umano?
Il capitolo 10 indaga il potenziale impatto del network inorganico sui regimi totalitari. Benché i dittatori sarebbero felici di sbarazzarsi di tutti i dibattiti pubblici, loro stessi nutrono parecchi timori nei confronti dell’IA. Le autocrazie si basano sul terrore e sulla censura nei confronti di tutti gli attori sociali della propria comunità. Ma come può un dittatore umano terrorizzare un’IA, censurare i suoi insondabili processi o impedirle di prendere il potere da sola?
Infine il capitolo 11 osserva come la nuova rete di informazione potrebbe influenzare gli equilibri di potere tra società democratiche e totalitarie a livello globale. L’IA farà pendere la bilancia decisamente a favore di una delle due fazioni? Il mondo si dividerà in blocchi ostili la cui rivalità ci renderà tutti facili prede di un’IA fuori controllo? Oppure possiamo unirci in difesa dei nostri interessi comuni?
Ma prima di esplorare il passato, il presente e il possibile futuro delle reti informatiche, dobbiamo partire da una domanda semplice solo in apparenza. Che cos’è esattamente l’informazione?
PARTE PRIMA
LE RETI UMANE
1.
CHE COS’È L’INFORMAZIONE?
È sempre difficile definire i concetti fondamentali. Poiché sono la base di tutto sembrano di per sé privi di basi proprie. I fisici hanno difficoltà a definire la materia e l’energia, i biologi a definire la vita e i filosofi a definire la realtà.
L’informazione viene sempre più spesso considerata da molti filosofi e biologi, e anche da alcuni fisici, come l’elemento base, il più elementare della realtà, più elementare della materia e dell’energia.1 Non c’è da stupirsi che ci siano molte discussioni su come definire l’informazione e su come essa sia collegata all’evoluzione della vita o a idee fondamentali della fisica come l’entropia, le leggi della termodinamica e il principio di indeterminazione della meccanica quantistica.2 Questo libro non tenterà di risolvere – e nemmeno di spiegare – queste dispute, né offrirà una definizione universale di informazione applicabile alla fisica, alla biologia e a tutti gli altri campi della conoscenza. Trattandosi di un’opera di storia, che studia lo sviluppo nel passato delle società umane, e le sue possibili evoluzioni nel futuro, si concentrerà sulla definizione e sul ruolo dell’informazione nella storia.
Nell’uso quotidiano l’informazione è associata a simboli creati dall’uomo, come le parole pronunciate o scritte. Consideriamo, per esempio, la storia di Cher Ami e del Battaglione Perduto. Nell’ottobre 1918, quando le forze di spedizione americane combattevano per liberare il Nord della Francia dai tedeschi, un battaglione di oltre cinquecento soldati americani rimase intrappolato dietro le linee nemiche. L’artiglieria americana, che cercava di fornire loro un fuoco di copertura, sbagliò a identificare la posizione dei compagni e sganciò il fuoco di sbarramento direttamente su di loro. Il comandante del battaglione, il maggiore Charles Whittlesey, aveva un bisogno urgente di informare il quartier generale della sua vera posizione, ma nessun corridore era in grado di oltrepassare la linea tedesca. Secondo diverse testimonianze, come rimedio estremo Whittlesey ricorse a Cher Ami, un piccione viaggiatore dell’esercito. Su un minuscolo pezzo di carta il maggiore scrisse: “Siamo lungo la strada paralella [sic] 276.4. La nostra artiglieria sta lanciando il fuoco di sbarramento direttamente su di noi. Per l’amor del cielo, smettetela.” Il bigliettino fu inserito in un contenitore legato alla zampa destra di Cher Ami che fu liberato in volo. Uno dei componenti del battaglione, il soldato John Nell, ha ricordato anni dopo: “Non avevamo dubbi che era la nostra ultima possibilità. Se quell’unico piccione solo e spaventato non avesse trovato il suo rifugio, il nostro destino era segnato.”
I testimoni descrissero in seguito come Cher Ami volò in mezzo al fuoco pesante dei tedeschi. Una granata esplose proprio sotto di lui, uccidendo cinque uomini e ferendolo gravemente. Una scheggia gli squarciò il petto e la zampa destra gli rimase appesa per un tendine. Ma riuscì a farcela lo stesso. Il piccione ferito volò per quaranta chilometri fino al quartier generale della divisione in circa quarantacinque minuti, portando il contenitore con il prezioso messaggio attaccato a quel che rimaneva della sua zampa destra. Malgrado vi siano discrepanze sui dettagli, sappiamo che l’artiglieria americana aggiustò il tiro del suo fuoco di sbarramento e un contrattacco americano salvò il Battaglione Perduto. Cher Ami fu curato dai medici dell’esercito, inviato negli Stati Uniti come un eroe, e divenne il soggetto di parecchi articoli, racconti, libri per bambini, poesie e persino film. Il piccione non aveva idea di quali informazioni stesse trasmettendo, ma i simboli segnati con l’inchiostro sul pezzo di carta che portava con sé hanno contribuito a salvare centinaia di uomini dalla morte e dalla prigionia.3
L’informazione, tuttavia, non consiste necessariamente in simboli creati dall’uomo. Secondo il mito biblico del diluvio universale, Noè seppe che le acque si erano finalmente ritirate perché la colomba che aveva mandato fuori dall’arca tornò con un ramoscello d’ulivo in bocca. Allora Dio pose un arcobaleno tra le nuvole come testimonianza celeste della sua promessa di non inondare mai più la Terra. Da allora, colombe, rami d’ulivo e arcobaleni sono diventati simboli iconici di pace e tolleranza. E possono essere informazione pure oggetti ancora più remoti degli arcobaleni. Per gli astronomi la forma e il movimento delle galassie costituiscono informazioni cruciali sulla storia dell’universo. Per i navigatori la stella polare indica la direzione del nord. Per gli astrologi le stelle rappresentano una sorta di scrittura cosmica, che trasmette informazioni sul futuro di singoli esseri umani e di intere società.
Naturalmente definire qualcosa come “informazione” è una questione di prospettiva. Un astronomo o un astrologo potrebbe considerare la costellazione della Bilancia come “informazione”, ma queste stelle lontane sono molto più di una semplice bacheca per gli osservatori umani. Lassù potrebbe esserci una civiltà aliena, totalmente ignara delle informazioni che raccogliamo sul luogo che abita e delle storie che raccontiamo su di essa. Allo stesso modo un pezzo di carta macchiato con un po’ d’inchiostro può essere un’informazione cruciale per un’unità militare, o la cena per una famiglia di termiti. Qualsiasi oggetto può essere un’informazione, oppure no. Questo rende difficile darne una definizione.
L’ambivalenza di questo concetto ha avuto un ruolo importante nella storia dello spionaggio militare, quando le spie avevano bisogno di comunicare informazioni senza farsi scoprire. Durante la prima guerra mondiale, la Francia settentrionale non fu l’unico grande campo di battaglia. Dal 1915 al 1918 l’impero britannico e quello ottomano si contesero il controllo del Medio Oriente. Dopo aver respinto un attacco ottomano alla penisola del Sinai e al canale di Suez, gli inglesi invasero a loro volta l’impero ottomano, ma furono tenuti a bada fino all’ottobre 1917 da una linea ottomana fortificata che si estendeva da Be’er Sheva a Gaza. I tentativi britannici di sfondare furono respinti nella prima battaglia di Gaza (26 marzo 1917) e nella seconda battaglia di Gaza (17-19 aprile 1917). Nel frattempo, gli ebrei filobritannici che vivevano in Palestina avevano creato un’organizzazione spionistica con il nome in codice dell’unità NILI per informare gli inglesi sui movimenti delle truppe ottomane. Un metodo che svilupparono per comunicare con i loro contatti britannici fu quello di usare le persiane delle finestre. Sarah Aaronsohn, una comandante del NILI, aveva una casa che si affacciava sul Mediterraneo. Segnalava le navi britanniche chiudendo o aprendo una particolare persiana secondo un codice prestabilito. In tanti, compresi i soldati ottomani, potevano ovviamente vedere quella persiana, ma nessuno, a parte gli agenti della NILI e i loro contatti britannici, capiva che si trattava di informazioni militari di vitale importanza.4 Perciò, quando una persiana è solo una persiana e quando è un’informazione?
Gli ottomani alla fine scoprirono la rete di spionaggio della NILI anche grazie a uno strano incidente. Oltre alle persiane, per trasmettere messaggi in codice l’unità NILI utilizzava i piccioni viaggiatori. Il 3 settembre 1917 uno dei piccioni deviò dalla rotta e atterrò – tra tutti i luoghi possibili – proprio in casa di un ufficiale ottomano. L’ufficiale trovò il messaggio in codice ma non riuscì a decifrarlo. Tuttavia, il piccione stesso era un’informazione cruciale. La sua esistenza indicava agli ottomani che una rete di spionaggio operava sotto il loro naso. Come avrebbe detto Marshall McLuhan, il piccione era il messaggio. Gli agenti della NILI, venuti a conoscenza della cattura del piccione, uccisero e seppellirono immediatamente tutti gli uccelli rimasti, perché il semplice possesso di piccioni viaggiatori era ormai un’informazione incriminante. Ma il massacro dei piccioni non salvò l’unità NILI. Nel giro di un mese la rete di spionaggio fu scoperta, molti dei suoi membri furono giustiziati e Sarah Aaronsohn si suicidò per evitare di rivelarne i segreti sotto tortura.5 Quando un piccione è solo un piccione e quando è un’informazione?
È chiaro che le informazioni non possono essere definite come tipi specifici di oggetti materiali. Qualsiasi oggetto – una stella, una persiana, un piccione – può essere un’informazione nel giusto contesto. Ma quale contesto definisce esattamente tali oggetti come “informazioni”? La visione ingenua dell’informazione sostiene che gli oggetti sono definiti come informazioni nel contesto della ricerca della verità. Una cosa è un’informazione se la si usa per cercare di scoprire la verità. Questa visione collega il concetto di informazione con quello di verità e presuppone che il compito principale dell’informazione sia quello di rappresentare la realtà. Esiste una realtà “là fuori” e l’informazione è qualcosa che rappresenta quella realtà e che possiamo quindi usare per conoscere la realtà. Per esempio, le informazioni fornite dalla NILI agli inglesi dovevano rappresentare la realtà dei movimenti delle truppe ottomane. Se gli ottomani concentravano diecimila soldati a Gaza – il fulcro delle loro difese – un pezzo di carta con i simboli “diecimila” e “Gaza” era un’informazione importante che poteva aiutare gli inglesi a vincere la battaglia. Se, invece, a Gaza si trovavano in effetti ventimila soldati ottomani, quel pezzo di carta non rappresentava la realtà con precisione e poteva indurre gli inglesi a commettere un disastroso errore militare.
In altre parole, la visione ingenua sostiene che l’informazione è un tentativo di rappresentare la realtà e quando questo tentativo riesce, la chiamiamo verità. Sebbene in questo libro si manifestino non poche perplessità relative alla visione ingenua, si concorda sul fatto che la verità è una rappresentazione accurata della realtà. Ma in questo libro si sostiene pure che la maggior parte dell’informazione non è un tentativo di rappresentare la realtà e che ciò che definisce l’informazione è qualcosa di completamente diverso. La maggior parte delle informazioni nella società umana, e in effetti anche in altri sistemi biologici e fisici, non rappresenta nulla.
Vorrei soffermarmi un po’ di più su questo argomento complesso e cruciale, perché costituisce la base teorica del libro.
Che cos’è la verità?
In questo libro per “verità” s’intende qualcosa che rappresenta alcuni aspetti della realtà con precisione. Alla base della nozione di verità c’è la premessa che esiste una realtà universale. Tutto ciò che è esistito o esisterà nell’universo – dalla stella polare, al piccione del NILI, alle pagine web sull’astrologia – fa parte di questa unica realtà. Ecco perché la ricerca della verità è un progetto universale. Anche se persone, nazioni o culture diverse possono avere credenze e sentimenti contrastanti, non potranno avere verità contraddittorie, perché tutti condividono una realtà universale. Chi rifiuta l’universalismo rifiuta la verità.
Verità e realtà sono comunque cose diverse perché, per quanto un resoconto sia veritiero, non può mai rappresentare la realtà in tutti i suoi aspetti. Se un agente della NILI scriveva che c’erano diecimila soldati ottomani a Gaza, e in effetti ce n’erano diecimila, indicava con precisione un certo aspetto della realtà, ma ne trascurava molti altri. L’atto stesso di contare le entità – che si tratti di mele, arance o soldati – focalizza necessariamente l’attenzione sulle somiglianze tra queste entità, ignorando le differenze.6 Per esempio, dicendo solo che c’erano diecimila soldati ottomani a Gaza non si specificava se alcuni erano veterani esperti e altri erano reclute inesperte. Se c’erano mille reclute e novemila veterani, la realtà militare era ben diversa da quella di novemila reclute e mille veterani esperti.
Tra i soldati c’erano molte altre differenze. Alcuni erano sani, altri malati. Alcune truppe ottomane erano di etnia turca, mentre altre erano composte da arabi, curdi o ebrei. Alcuni soldati erano coraggiosi, altri dei codardi. In effetti ogni soldato era un essere umano unico, con genitori e amici diversi, e con le proprie personali paure e speranze. Certi poeti della prima guerra mondiale come Wilfred Owen hanno cercato di rappresentare questi aspetti della realtà militare, di cui le mere statistiche non hanno mai restituito una rappresentazione adeguata. Questo significa che scrivere “diecimila soldati” è sempre una rappresentazione errata della realtà, e che per descrivere la situazione militare intorno a Gaza nel 1917 dobbiamo specificare la storia e la personalità uniche di ogni soldato?
Un altro problema di ogni tentativo di rappresentare la realtà è che la realtà contiene molti punti di vista. Per esempio, gli israeliani, i palestinesi, i turchi e i britannici contemporanei hanno prospettive diverse sull’invasione britannica dell’impero ottomano, sulla rete clandestina NILI e sulle attività di Sarah Aaronsohn. Questo non significa, ovviamente, che esistano diverse realtà completamente separate o che non esistano fatti storici. Esiste una sola realtà, ma è complessa.
La realtà comprende un livello oggettivo con fatti oggettivi che non dipendono dalle convinzioni delle persone; per esempio è un fatto oggettivo che Sarah Aaronsohn sia morta il 9 ottobre 1917 per ferite d’arma da fuoco autoinflitte. Affermare che “Sarah Aaronsohn è morta in un incidente aereo il 15 maggio 1919” è un errore.
La realtà comprende anche un livello soggettivo con fatti soggettivi come le credenze e i sentimenti di varie persone, ma anche in questo caso i fatti autentici possono essere separati dagli errori. Per esempio, è un dato di fatto che gli israeliani tendono a considerare Aaronsohn come un’eroina nazionale. Tre settimane dopo il suo suicidio, le informazioni fornite dalla NILI aiutarono gli inglesi ad abbattere definitivamente la linea difensiva ottomana nella battaglia di Be’er Sheva (31 ottobre 1917) e nella terza battaglia di Gaza (1-2 novembre 1917). Il 2 novembre 1917, il ministro degli esteri britannico, Arthur Balfour, rilasciò la cosiddetta Dichiarazione Balfour, che annunciava che il governo britannico “vede con favore l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Gli israeliani attribuiscono i meriti per questo risultato anche all’unità NILI e a Sarah Aaronsohn, che ammirano per il suo sacrificio. È un altro fatto che i palestinesi valutano le cose in modo molto diverso. Anziché provare ammirazione per la Aaronsohn, la considerano – se mai ne hanno sentito parlare – un’agente imperialista. Anche se abbiamo a che fare con opinioni e sentimenti soggettivi, possiamo comunque distinguere il vero dal falso. Perché le opinioni e i sentimenti, proprio come le stelle e i piccioni, fanno parte della realtà universale. Dire che “Sarah Aaronsohn è ammirata da tutti per il suo ruolo nella sconfitta dell’impero ottomano” è un errore, non in linea con la realtà.
La nazionalità non è l’unico elemento che influenza il punto di vista delle persone. Uomini e donne israeliani possono vedere Aaronsohn in modo diverso, così come uomini e donne di sinistra e di destra, o ebrei ortodossi ed ebrei laici. Poiché il suicidio è proibito dalla legge religiosa ebraica, gli ebrei ortodossi hanno difficoltà a concepire il suicidio di Aaronsohn come un atto eroico (le è stata infatti negata la sepoltura nella terra consacrata di un cimitero ebraico). In definitiva, ogni individuo ha una prospettiva diversa sul mondo, plasmata dall’intersezione di diverse personalità e storie di vita. Questo significa forse che, quando vogliamo descrivere la realtà, dobbiamo sempre elencare tutti i diversi punti di vista che essa contiene e che una biografia veritiera di Sarah Aaronsohn, per esempio, deve specificare come ogni singolo israeliano e palestinese si sia sentito nei suoi confronti?
Se portata all’estremo, questa ricerca della precisione può portarci a tentare di rappresentare il mondo su una scala uno a uno, come nel famoso racconto di Jorge Luis Borges “Sull’esattezza nella scienza” (1946). In questo racconto Borges narra di un antico impero fittizio che divenne ossessionato dalla produzione di mappe sempre più dettagliate del suo territorio, fino a produrre una mappa con una scala uno a uno. L’intero impero era coperto da una mappa dell’impero. Le risorse sprecate in questo ambizioso progetto di rappresentazione furono talmente tante che l’impero crollò. Poi anche la mappa cominciò a disintegrarsi e Borges ci dice che solo “nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti”.7 Una mappa 1:1 può sembrare la massima rappresentazione della realtà, ma è evidente che non è più una rappresentazione: è la realtà.
Il punto è che anche i resoconti più veritieri della realtà non possono mai rappresentarla per intero. Ci sono sempre alcuni aspetti che vengono trascurati o distorti in ogni rappresentazione. La verità, quindi, non è una rappresentazione univoca della realtà. Piuttosto, la verità è qualcosa che porta la nostra attenzione su alcuni aspetti della realtà, ignorandone inevitabilmente altri. Nessun resoconto della realtà è accurato al cento per cento, ma alcuni resoconti sono comunque più veritieri di altri.
Che cosa fa l’informazione
Come detto, la visione ingenua considera l’informazione come un tentativo di rappresentare la realtà. Chi sostiene questo modo di vedere le cose è consapevole del fatto che alcune informazioni non rappresentino bene la realtà, ma le liquida come casi sfortunati di “cattiva informazione” o di “disinformazione”. La cattiva informazione è un errore in buona fede, che capita quando qualcuno cerca di rappresentare la realtà ma si sbaglia. La disinformazione invece è una deliberata menzogna, con cui qualcuno intende consapevolmente distorcere la nostra visione della realtà.
Inoltre, secondo la visione ingenua, la soluzione ai problemi causati dalla cattiva informazione e dalla disinformazione è data da una maggiore informazione. Questa idea, talvolta chiamata dottrina del counter-speech o “contro-discorso”, è associata al giudice della corte suprema degli Stati Uniti Louis D. Brandeis, che scrisse nella sentenza del caso Whitney v. California (1927) che il rimedio ai discorsi falsi è un numero più ampio di discorsi, e che a lungo andare la libera discussione è destinata a smascherare errori e falsità. Se tutte le informazioni sono un tentativo di rappresentare la realtà, allora, con l’incremento progressivo di informazioni nel mondo a cui assistiamo, possiamo aspettarci che l’ondata di informazioni smascheri tutte le bugie e gli errori occasionali e che, in ultima analisi, ci assicuri una comprensione più veritiera del mondo.
Su questo punto cruciale questo libro è in forte disaccordo con la visione ingenua. Esistono certamente esempi di un’informazione che tenta di rappresentare la realtà e ci riesce, però questa non è la caratteristica distintiva dell’informazione. Qualche pagina fa ho parlato di stelle come informazioni e ho citato gli astrologi insieme agli astronomi. Chi è d’accordo con la visione ingenua dell’informazione, quando ha letto questo passaggio, probabilmente sarà saltato sulla sedia. Per loro, infatti, gli astronomi ricavano “informazioni reali” dalle stelle, mentre le informazioni che gli astrologi immaginano di leggere nelle costellazioni sono “cattiva informazione” o “disinformazione”. Se solo la gente ricevesse più informazioni sull’universo, di sicuro lascerebbe perdere l’astrologia. Ma il fatto è che per migliaia di anni l’astrologia ha avuto un enorme impatto sulla storia, e ancora oggi milioni di persone consultano il proprio oroscopo prima di prendere le decisioni più importanti della loro vita, come gli studi e il matrimonio. Nel 2021 il mercato globale dell’astrologia è stato valutato in 12,8 miliardi di dollari.8
A prescindere da ciò che pensiamo della validità delle informazioni astrologiche, dobbiamo riconoscere che nel corso della storia hanno ricoperto un ruolo importante. Hanno favorito l’unione di amanti e persino di imperi. Gli imperatori romani consultavano abitualmente gli astrologi prima di prendere qualche decisione. In effetti l’astrologia era tenuta in grande considerazione, tanto che la lettura dell’oroscopo di un imperatore regnante era un reato capitale. Presumibilmente, chi faceva un oroscopo del genere poteva predire quando e come l’imperatore sarebbe morto.9 In alcuni paesi i governanti prendono ancora molto sul serio l’astrologia. Nel 2005 la giunta del Myanmar avrebbe spostato la capitale da Yangon a Naypyidaw sulla base di consigli astrologici.10 Una teoria dell’informazione che non tenesse conto del significato storico dell’astrologia sarebbe chiaramente inadeguata.
L’esempio dell’astrologia dimostra che anche gli errori, le bugie, le fantasie e le finzioni sono informazioni. Contrariamente a quanto sostiene la visione ingenua, l’informazione non ha un legame essenziale con la verità e il suo ruolo nella storia non è quello di rappresentare una realtà preesistente. Il suo ruolo è piuttosto quello di creare nuove realtà legando insieme elementi diversi, che si tratti di coppie o di imperi. La sua caratteristica distintiva è la connessione più che la rappresentazione; l’informazione è ciò che collega punti diversi in una rete. L’informazione non ci informa necessariamente sulle cose. Organizza piuttosto le cose in una qualche conformazione. Gli oroscopi fanno incontrare gli innamorati sulla base di configurazioni astrali, le trasmissioni di propaganda spingono gli elettori ad aderire a formazioni politiche e i canti delle marce inducono i soldati a disporsi in formazione militare.
Consideriamo la musica come caso paradigmatico. La maggior parte delle sinfonie, delle melodie e dei brani musicali non rappresentano nulla, per cui non ha senso chiedersi se siano veri o falsi. Nel corso del tempo è stata prodotta molta musica di scarsa qualità, ma non musica falsa. Senza rappresentare nulla, la musica svolge comunque un lavoro notevole nel collegare un gran numero di persone e nel sincronizzare le loro emozioni e i loro movimenti. La musica può far marciare i soldati in formazione, far ballare i frequentatori delle discoteche, far battere le mani alle congregazioni religiose e far cantare all’unisono i tifosi allo stadio.11
Il ruolo dell’informazione nel collegare le cose non è ovviamente esclusivo della storia umana. Si può infatti asserire che questo è il compito principale dell’informazione anche in biologia.12 Prendiamo il DNA, l’informazione molecolare che rende possibile la vita organica. Come la musica, il DNA non rappresenta la realtà. Anche se generazioni di zebre sono fuggite dai leoni, nel DNA della zebra non si trova una stringa di basi azotate che rappresenti il “leone” né un’altra stringa che rappresenti la “fuga”. Allo stesso modo il DNA della zebra non contiene alcuna rappresentazione del sole, del vento, della pioggia o di altri fenomeni esterni in cui le zebre s’imbattono durante la loro vita. Il DNA non rappresenta nemmeno fenomeni interni come gli organi del corpo o le emozioni. Non esiste una combinazione di basi azotate che rappresenti un cuore o la paura.
Il compito del DNA non è cercare di rappresentare cose preesistenti, bensì produrre cose completamente nuove. Per esempio, varie stringhe di basi azotate del DNA avviano processi chimici cellulari che portano alla produzione di adrenalina. Anche l’adrenalina non rappresenta in alcun modo la realtà. Piuttosto l’adrenalina circola nel corpo, avviando ulteriori processi chimici che aumentano la frequenza cardiaca e convogliano più sangue ai muscoli.13 Il DNA e l’adrenalina contribuiscono quindi a collegare miliardi di cellule del cuore, delle gambe e di altre parti del corpo, formando una rete funzionante in grado di fare cose straordinarie, come scappare da un leone.
Se il DNA rappresentasse la realtà, avremmo potuto porci domande come “Il DNA di una zebra rappresenta la realtà in modo più accurato del DNA di un leone?” o “Il DNA di una zebra dice la verità, mentre un’altra zebra è fuorviata dal suo DNA falso?”. Queste, ovviamente, sono domande che non hanno senso. Potremmo valutare il DNA in base all’idoneità dell’organismo che produce, ma non in base alla veridicità. Benché sia comune parlare di “errori” del DNA, ci si riferisce solo a mutazioni nel processo di duplicazione del DNA stesso, non a una rappresentazione non accurata della realtà. Una mutazione che inibisce la produzione di adrenalina riduce l’idoneità, causando in ultima analisi la disintegrazione della rete di cellule, come nel caso in cui la zebra venga uccisa e allora i suoi miliardi di cellule perderanno la connessione tra loro. Ma questo tipo di guasto alla rete significa disintegrazione, non disinformazione. Questo vale tanto per i paesi, i partiti politici e le reti di informazione quanto per le zebre. Anche la loro esistenza è stata messa in pericolo dalla perdita di contatto tra le loro parti costituenti, più che da rappresenazioni poco accurate della realtà.
È importante notare che gli errori di duplicazione del DNA non riducono sempre l’idoneità. Una volta ogni morte di papa ne favoriscono addirittura l’incremento. Senza queste mutazioni non ci sarebbe alcun processo evolutivo. Tutte le forme di vita esistono grazie agli “errori” genetici. Le meraviglie dell’evoluzione sono possibili perché il DNA non rappresenta realtà preesistenti, ma ne crea di nuove.
Soffermiamoci un attimo a elaborare le implicazioni di questo fatto. L’informazione è qualcosa che crea nuove realtà collegando punti diversi in una rete. Questo assunto non esclude la visione dell’informazione come rappresentazione. A volte una rappresentazione veritiera della realtà può mettere in contatto gli esseri umani, come è accaduto quando seicento milioni di persone rimasero incollate ai loro televisori nel luglio 1969, a guardare Neil Armstrong e Buzz Aldrin camminare sulla Luna.14 Le immagini sugli schermi rappresentavano fedelmente ciò che accadeva a 384.000 chilometri di distanza e il vederle suscitò sentimenti di stupore, orgoglio e fratellanza umana che contribuirono a unire le persone.
Tuttavia, questi sentimenti di fratellanza possono essere prodotti anche in altri modi. Sottolineare la caratteristica della connessione vuol dire lasciare ampio spazio ad altri tipi di informazione che non rappresentano fedelmente la realtà. A volte le rappresentazioni errate della realtà possono funzionare anche da nesso sociale, per esempio quando milioni di seguaci di una teoria del complotto guardano un video su YouTube che sostiene che lo sbarco sulla Luna non è mai avvenuto. Queste immagini trasmettono una rappresentazione errata della realtà, ma possono comunque far nascere sentimenti di rabbia contro l’establishment o di orgoglio per quello di cui si è a conoscenza, che contribuiscono a creare un nuovo gruppo coeso.
A volte si possono allacciare delle reti anche senza alcun tentativo di rappresentare la realtà, né in modo fedele né errato, per esempio quando le informazioni genetiche connettono miliardi di cellule o quando un brano musicale crea un’emozione che unisce migliaia di esseri umani.
Prendiamo come ultimo esempio la visione del Metaverso di Mark Zuckerberg. Il Metaverso è un universo virtuale fatto interamente di informazioni. A differenza della mappa 1:1 costruita dall’impero immaginario di Borges, il Metaverso non è un tentativo di rappresentare, ma piuttosto di “aumentare” o addirittura di sostituire il nostro mondo. Non ci offre una replica digitale di Buenos Aires o di Salt Lake City, ma invita le persone a costruire nuove comunità virtuali con paesaggi e regole inedite. Nel 2024 il Metaverso sembra ancora una assurda chimera, ma nel giro di un paio di decenni miliardi di persone potrebbero migrarvi per passare gran parte della loro vita in una realtà virtuale aumentata, svolgendo lì la maggior parte delle proprie attività sociali e professionali. La gente potrebbe costruire relazioni, unirsi a movimenti, lavorare e provare tutte le possibili emozioni in ambienti fatti di bit piuttosto che di atomi. Forse solo in alcuni remoti deserti si potranno ancora trovare brandelli della vecchia realtà che ospitano qui e là una bestia o un mendicante.
L’informazione nella storia dell’umanità
Considerare l’informazione come un nesso sociale ci aiuta a comprendere molti aspetti della storia umana che confondono la visione ingenua dell’informazione come rappresentazione. Questo spiega il successo storico non solo dell’astrologia, ma anche di cose molto più importanti come la Bibbia. Se alcuni possono liquidare l’astrologia come uno spettacolo pittoresco ma secondario nella storia dell’umanità, nessuno può negare il ruolo centrale svolto dalla Bibbia. Se il compito principale dell’informazione fosse da sempre quello di rappresentare accuratamente la realtà, sarebbe difficile spiegare perché la Bibbia è diventata uno dei testi più influenti della storia.
La Bibbia commette molti gravi errori nella descrizione delle vicende umane e dei processi naturali. Il libro della Genesi sostiene che tutti i gruppi umani – tra cui, per esempio, i San del deserto del Kalahari e gli aborigeni dell’Australia – discendono da un’unica famiglia vissuta in Medio Oriente circa quattromila anni fa.15 Secondo la Genesi, dopo il diluvio tutti i discendenti di Noè vivevano insieme in Mesopotamia, ma dopo la distruzione della torre di Babele si diffusero ai quattro angoli della terra e divennero gli antenati di tutti gli esseri umani viventi. Per la verità gli antenati del popolo San hanno vissuto in Africa per centinaia di migliaia di anni senza mai lasciare il continente e gli antenati degli aborigeni si sono stabiliti in Australia più di cinquantamila anni fa.16 Sia le prove genetiche sia quelle archeologiche escludono l’idea che le antiche popolazioni dell’Africa del Sud e dell’Australia siano state annientate circa quattromila anni fa da un’alluvione e che queste aree siano state in seguito ripopolate da immigrati mediorientali.
Una distorsione ancora più grave riguarda la nostra comprensione delle malattie infettive. La Bibbia dipinge abitualmente le epidemie come una punizione divina per i peccati dell’uomo17 e sostiene che possono essere fermate o prevenute con preghiere e riti religiosi.18 Ma è noto che le epidemie sono causate da agenti patogeni e possono essere fermate o prevenute seguendo le regole dell’igiene e con la somministrazione di farmaci e vaccini. Oggi è un fatto ampiamente accettato anche da leader religiosi come il papa, che durante la pandemia di Covid-19 ha consigliato ai fedeli di autoisolarsi, invece di riunirsi per pregare insieme.19
Tuttavia, se la Bibbia ha fatto un pessimo lavoro nel rappresentare la realtà delle origini umane, delle migrazioni e delle epidemie, è stata comunque molto efficace nel connettere miliardi di persone e nel creare le religioni ebraica e cristiana. Come il DNA ha avviato processi chimici che legano miliardi di cellule in reti organiche, la Bibbia ha avviato processi sociali che hanno connesso miliardi di persone in reti religiose. E proprio come una rete di cellule può fare cose che le singole cellule non riescono a fare, così una rete religiosa può fare cose che i singoli esseri umani non riuscirebbero a fare, come costruire templi, mantenere sistemi legali, celebrare festività e condurre guerre sante.
Per concludere, l’informazione a volte rappresenta la realtà, a volte no. Ma è sempre in grado di creare connessioni. Questa è la sua caratteristica fondamentale. Perciò, quando si esamina il ruolo dell’informazione nella storia, anche se a volte ha senso chiedersi: “Fornisce una buona rappresentazione della realtà? È vera o falsa?”, spesso le domande più cruciali sono: “Stabilisce una buona connessione tra le persone? Quale nuova rete crea?”
Va sottolineato che rifiutare la visione ingenua dell’informazione come rappresentazione non ci costringe a rifiutare la nozione di verità, né ad abbracciare la visione populista dell’informazione come arma. Mentre l’informazione collega sempre, alcuni tipi di informazione – dai libri scientifici ai discorsi politici – possono cercare di collegare le persone rappresentando in modo esauriente alcuni aspetti della realtà. Ma questo richiede uno sforzo particolare, di cui la maggior parte delle informazioni non si fa carico. Per questo motivo la visione ingenua sbaglia se crede che la creazione di una tecnologia dell’informazione più potente si traduca necessariamente in una comprensione più veritiera del mondo. Se non si adottano ulteriori misure per far pendere l’ago della bilancia a favore della verità, è probabile che l’aumento della quantità e della velocità delle informazioni sommerga le testimonianze veritiere, relativamente rare e costose, con tipi di informazioni molto più comuni ed economiche.
Se guardiamo alla storia dell’informazione dall’età della pietra all’età del silicio, assistiamo infatti a un costante incremento della connettività, senza un parallelo incremento della veridicità o della conoscenza. Al contrario di quanto crede la visione ingenua, Homo sapiens non ha conquistato il mondo perché ha il talento di trasformare le informazioni in una mappa accurata della realtà. Il segreto del nostro successo risiede piuttosto nel talento di usare le informazioni per mettere in contatto molti individui. Purtroppo, questa capacità si accompagna spesso con il credere a bugie, errori e fantasie. Ecco perché anche società tecnologicamente avanzate come la Germania nazista e l’Unione Sovietica sono state inclini a nutrire idee deliranti, senza che le loro illusioni le indebolissero obbligatoriamente. Anzi, le illusioni collettive dell’ideologia nazista e di quella stalinista su temi come la razza e le classi sociali hanno contribuito a far marciare insieme decine di milioni di persone.
Nei capitoli 2-5 esamineremo più da vicino la storia delle reti informative. Discuteremo di come, nel corso di decine di migliaia di anni, gli esseri umani hanno inventato varie tecnologie dell’informazione che hanno migliorato notevolmente la capacità di creare connessioni e la cooperazione, senza necessariamente portare a una rappresentazione più veritiera del mondo. Queste tecnologie dell’informazione, inventate secoli e millenni fa, continuano a plasmare il nostro mondo anche nell’era di Internet e dell’intelligenza artificiale. La prima tecnologia informativa che esamineremo, che è anche la prima tecnologia informativa sviluppata dall’uomo, è la storia.
2.
STORIE.
CONNESSIONI ILLIMITATE
Noi Sapiens dominiamo il mondo non perché siamo particolarmente saggi, ma perché siamo gli unici animali in grado di cooperare in modo flessibile su larga scala. Ho esplorato questa idea nei miei precedenti libri Sapiens e Homo Deus, ma un breve riassunto è inevitabile.
Questa capacità dei Sapiens ha dei precedenti in altri animali. Alcuni mammiferi sociali come gli scimpanzé mostrano una notevole flessibilità nel modo di cooperare, mentre alcuni insetti sociali come le formiche collaborano insieme in numero molto elevato. D’altro canto, né gli scimpanzé né le formiche fondano imperi, religioni o reti commerciali. I Sapiens sono in grado di fare queste cose perché siamo molto più flessibili degli scimpanzé e contemporaneamente possiamo cooperare in numeri di gran lunga superiori a quelli delle formiche. In effetti non esiste un limite massimo al numero di Sapiens che possono cooperare tra loro. La Chiesa cattolica conta circa 1,4 miliardi di fedeli. La Cina ha una popolazione di circa 1,4 miliardi di persone. La rete commerciale mondiale collega circa 8 miliardi di Sapiens.
Questo dato è sorprendente, se si considera che gli esseri umani non possono formare legami intimi duraturi con più di qualche centinaio di individui.1 Ci vogliono molti anni ed esperienze comuni per conoscere il carattere e la storia di qualcuno e per coltivare legami reciproci di fiducia e affetto. Di conseguenza, se le reti di noi Sapiens fossero state connesse solo grazie a legami personali tra esseri umani, sarebbero rimaste molto piccole. Questa è la situazione dei nostri cugini scimpanzé, per esempio. La loro comunità tipica è composta da 20-60 membri, e in rare occasioni il numero può aumentare fino a 150-200.2 Questa sembra essere stata la situazione tipica pure tra le specie umane antiche, come l’uomo di Neanderthal e l’Homo sapiens arcaico. Ogni loro banda contava poche decine di individui e le diverse bande collaboravano di rado.3
Circa settantamila anni fa, le bande di Homo sapiens hanno cominciato a mostrare una capacità di cooperazione senza precedenti, come dimostra l’emergere di tradizioni commerciali e artistiche tra le bande e la rapida diffusione della nostra specie dalla nostra patria africana all’intero globo. Ciò che ha permesso alle diverse bande di cooperare è che i cambiamenti evolutivi nella struttura del cervello e nelle abilità linguistiche hanno apparentemente dato ai Sapiens l’attitudine a raccontare e a credere a storie di fantasia e a commuoversi profondamente per esse. Invece di costruire una rete di catene da uomo a uomo – come facevano, per esempio, i Neanderthal – le storie hanno fornito a Homo sapiens un nuovo tipo di catena: le catene da uomo a storia. Per cooperare, i Sapiens non dovevano più conoscersi personalmente, ma solo conoscere la stessa storia. E la stessa storia può essere familiare a miliardi di individui. Una storia può quindi funzionare come connettore centrale, con un numero illimitato di prese a cui può collegarsi un numero illimitato di individui.
Per esempio, gli 1,4 miliardi di fedeli della Chiesa cattolica sono collegati dalla Bibbia e da altre storie cristiane fondamentali; gli 1,4 miliardi di cittadini cinesi sono collegati dalle storie dell’ideologia comunista e del nazionalismo cinese; e gli 8 miliardi di membri della rete commerciale mondiale sono collegati da storie di valute, aziende e marchi.
Anche i leader carismatici che hanno milioni di seguaci sono un esempio di questa regola piuttosto che un’eccezione. Può sembrare che nel caso degli antichi imperatori cinesi, dei papi cattolici medievali o dei moderni titani imprenditoriali sia stato un singolo essere umano in carne e ossa – piuttosto che una storia – ad avere la funzione di nesso tra milioni di seguaci. Però, naturalmente, in tutti questi casi quasi nessuno dei seguaci ha avuto un legame personale con il leader. Invece, ciò a cui si sono legati è stata una narrazione ben costruita sulla figura del leader, ed è in questa narrazione che hanno riposto la loro fede.
Iosif Stalin, che si trovava al centro di uno dei più grandi culti della personalità della storia, lo aveva capito bene. Quando il suo figlio problematico, Vasilij, sfruttò la notorietà del suo nome per spaventare e intimorire la gente, Stalin lo rimproverò. “Ma anch’io sono uno Stalin,” protestò Vasilij. “No, non lo sei,” rispose Stalin. “Tu non sei Stalin e io non sono Stalin. Stalin è il potere sovietico. Stalin è quello che appare sui giornali e nei ritratti, non tu, no, e nemmeno io!”4
Gli influencer e le celebrità di oggi sarebbero d’accordo. Alcuni hanno centinaia di milioni di follower online, con i quali comunicano quotidianamente attraverso i social media. Ma c’è ben poco di autentico e personale. Gli account sui social sono di solito gestiti da un team di esperti, ogni immagine e ogni parola sono realizzate e curate in modo professionale per dare vita a quello che oggi viene definito un brand, un marchio.5
Un “brand” è un tipo di storia particolare. Brandizzare vuol dire raccontare una storia su un determinato prodotto che i consumatori imparano ad associare a quest’ultimo, anche se tra la storia e le qualità effettive del prodotto esiste una relazione debole o anche solo suggestiva. Per esempio, nel corso dei decenni la Coca-Cola Company ha investito decine di miliardi di dollari in pubblicità che raccontano e ripropongono la storia della bevanda Coca-Cola.6 La gente ha visto e sentito questa storia così spesso che molti sono arrivati ad associare un certo intruglio di acqua aromatizzata al divertimento, alla felicità e alla giovinezza (invece che alle carie, all’obesità e ai rifiuti di plastica). Questo significa brandizzare.7
Come Stalin ben sapeva, è possibile marchiare non solo i prodotti ma anche gli individui. Un miliardario corrotto può essere marchiato come il campione dei poveri; un imbecille pasticcione può essere marchiato come un genio infallibile; e un guru che abusa sessualmente dei suoi seguaci può essere marchiato come un santo casto. La gente pensa di legarsi alla persona, ma in realtà si lega alla storia raccontata su di essa, e spesso c’è un enorme divario tra le due cose.
Anche la storia di Cher Ami, l’eroico piccione, è stata abbellita per migliorare l’immagine pubblica dei piccioni al servizio dell’esercito americano. Uno studio revisionista del 2021 condotto dallo storico Frank Blazich ha rilevato che, pur non essendoci dubbi sul fatto che Cher Ami abbia riportato gravi ferite mentre trasportava un messaggio da qualche parte nel nord della Francia, diversi fatti salienti della sua storia sono dubbi o inesatti. In primo luogo, basandosi su documenti militari contemporanei, Blazich ha dimostrato che il quartier generale era venuto a conoscenza dell’esatta posizione del Battaglione Perduto circa venti minuti prima dell’arrivo del piccione. Non fu il piccione a porre fine alla raffica di fuoco amico che decimò il Battaglione Perduto. Fatto ancora più cruciale, non c’è alcuna prova che il piccione che portava il messaggio del maggiore Whittlesey fosse Cher Ami. Potrebbe benissimo essere stato un altro uccello, mentre Cher Ami potrebbe essersi ferito un paio di settimane dopo, durante una battaglia completamente diversa.
Secondo Blazich, i dubbi e le incongruenze della storia di Cher Ami furono messi in ombra dal suo valore propagandistico per l’esercito e dalla sua presa sul pubblico. È una storia che nel corso degli anni è stata raccontata così tante volte che i fatti si sono irrimediabilmente intrecciati con la finzione. Giornalisti, poeti e registi vi hanno aggiunto dettagli fantasiosi, per esempio che il piccione perse un occhio oltre a una zampa e che gli fu conferita la Distinguished Service Cross. Negli anni venti e trenta Cher Ami divenne l’uccello più famoso del mondo. Quando morì, il suo corpo, imbalsamato con cura, fu esposto allo Smithsonian Museum, dove divenne una meta di pellegrinaggio per i patrioti americani e i veterani della prima guerra mondiale. Man mano che la storia si diffondeva prendeva il sopravvento anche sui ricordi dei sopravvissuti del Battaglione Perduto, che arrivavano a prendere per buona la narrazione popolare. Blazich racconta il caso di Sherman Eager, un ufficiale del Battaglione Perduto, che decenni dopo la guerra portò i suoi figli a vedere Cher Ami allo Smithsonian e disse loro: “Dovete tutti la vostra vita a quel piccione.” A prescindere dai fatti, la storia del salvatore alato e del suo sacrificio si è rivelata irresistibile.8
Come esempio molto più estremo, prendiamo Gesù. Due millenni di narrazioni hanno incapsulato Gesù in un bozzolo così fitto di storie che è impossibile risalire alla persona storicamente vissuta. In effetti, per milioni di cristiani devoti la sola ipotesi che la persona reale fosse diversa dal racconto noto e tramandato per secoli è una bestemmia. Per quanto ne sappiamo, il vero Gesù era un tipico predicatore ebreo che radunò intorno a sé un piccolo seguito tenendo sermoni e guarendo i malati. Dopo la sua morte, tuttavia, Gesù è diventato il soggetto di una delle più ragguardevoli campagne di branding della storia. Questo misconosciuto guru di provincia, che durante la sua breve carriera riuscì a raccogliere solo una manciata di discepoli e che fu giustiziato come un criminale comune, dopo la morte fu ribrandizzato come l’incarnazione del dio universale che aveva creato l’intero cosmo.9 Benché non sia sopravvissuto alcun ritratto contemporaneo di Gesù e la Bibbia non ne descriva mai l’aspetto, le sue immagini sono diventate alcune delle icone più riconoscibili al mondo.
Va sottolineato che la creazione della storia di Gesù non è stata una voluta menzogna. Uomini come san Paolo, Tertulliano, sant’Agostino e Martin Lutero non avevano intenzione di ingannare nessuno. Hanno proiettato le loro speranze e i loro sentimenti più profondi sulla figura di Gesù, nello stesso modo in cui tutti noi proiettiamo abitualmente i nostri sentimenti sui nostri genitori, sulle persone amate e sui nostri leader. Mentre le campagne di branding sono di tanto in tanto un cinico esercizio di disinformazione, la maggior parte delle grandi narrazioni della storia sono state il risultato di proiezioni emotive e di desideri. I veri credenti giocano un ruolo fondamentale nell’ascesa di ogni grande religione e ideologia, e il racconto di Gesù ha cambiato la storia perché ha conquistato un numero immenso di veri credenti.
Grazie a così tanti credenti, il racconto di Gesù è riuscito ad avere un impatto sulla storia molto più grande della persona di Gesù. La persona di Gesù camminava di villaggio in villaggio sui suoi due piedi, parlando con la gente, mangiando e bevendo con loro, mettendo le mani sui loro corpi malati. Ha fatto la differenza nella vita di, forse, diverse migliaia di persone, tutte residenti in una piccola provincia romana. Al contrario, la storia di Gesù ha fatto il giro del mondo, prima sulle ali del pettegolezzo, dell’aneddoto e della diceria; poi attraverso testi in pergamena, dipinti e statue; infine, come film di successo e meme su Internet. Miliardi di persone non solo hanno ascoltato quella storia, ma sono arrivate a crederci, creando una delle reti più grandi e influenti del mondo.
Storie come quella di Gesù possono essere viste come un modo per estendere legami biologici preesistenti. La famiglia è il legame più forte conosciuto dagli esseri umani. Un modo in cui le storie costruiscono la fiducia tra estranei è far sì che questi estranei si reimmaginino come una famiglia. La storia di Gesù ha presentato Gesù come una figura genitoriale per tutti gli esseri umani, ha incoraggiato centinaia di milioni di cristiani a vedersi come fratelli e sorelle e ha creato un insieme condiviso di ricordi familiari. Anche se la maggior parte dei cristiani non era fisicamente presente all’ultima cena, tutti loro hanno sentito la storia così tante volte e hanno visto così tante immagini di quell’evento, che lo “ricordano” più vividamente di quanto non ricordino la maggior parte delle cene di famiglia a cui hanno effettivamente partecipato.
È interessante notare che l’ultima cena di Gesù era il pasto ebraico della Pasqua, che secondo i racconti del Vangelo Gesù condivise con i suoi discepoli poco prima della crocifissione. Nella tradizione ebraica, lo scopo del pasto pasquale è quello di creare e rievocare ricordi artificiali. Ogni anno le famiglie ebraiche si riuniscono alla vigilia della Pasqua per mangiare e ricordare il “loro” esodo dall’Egitto. Si suppone che non solo raccontino la storia di come i discendenti di Giacobbe sono sfuggiti alla schiavitù in Egitto, ma che ricordino anche come hanno sofferto di persona a causa degli egizi, come hanno visto coi loro occhi il mare separarsi e come hanno ricevuto nelle loro mani i dieci comandamenti da Yahweh sul monte Sinai.
La tradizione ebraica non usa mezzi termini. Il testo del rituale della Pasqua (la Haggadah) insiste sul fatto che “in ogni generazione una persona è obbligata a considerarsi come se fosse uscita di persona dall’Egitto”. Se qualcuno obietta che si tratta di una finzione e che non è uscito di persona dall’Egitto, i saggi ebrei hanno la replica pronta. Essi sostengono che le anime di tutti gli ebrei nel corso della storia sono state create da Yahweh molto prima della loro nascita e che tutte queste anime erano presenti sul monte Sinai.10 Come Salvador Litvak, un influencer ebreo, ha spiegato ai suoi follower sui social media nel 2018: “Tu e io eravamo lì insieme… Quando adempiamo all’obbligo di vederci come se avessimo lasciato di persona l’Egitto, non è una metafora. Non immaginiamo l’Esodo, lo ricordiamo.”11
Così ogni anno, nella celebrazione più importante del calendario ebraico, milioni di ebrei mettono in scena uno spettacolo in cui ricordano cose di cui non sono stati testimoni e che con ogni probabilità non sono mai accadute. Come dimostrano numerosi studi moderni, la ripetizione di un ricordo falso finisce per far sì che la persona lo adotti come un ricordo autentico.12 Quando due ebrei si incontrano per la prima volta, sentono immediatamente di appartenere alla stessa famiglia, di essere stati insieme schiavi in Egitto e di essere stati insieme sul monte Sinai. Questo è un legame potente che ha sostenuto la rete ebraica per molti secoli e nei vari continenti.
Entità intersoggettive
La storia della Pasqua ebraica costruisce una grande rete che prende i legami di parentela biologici esistenti e li estende. Questa storia crea una famiglia immaginaria fatta di milioni di persone. Però c’è un modo ancora più rivoluzionario in cui le narrazioni possono costruire reti. Come il DNA, le narrazioni possono creare entità nuove, anzi possono persino creare un livello di realtà completamente nuovo. Per quanto ne sappiamo, prima della comparsa delle storie l’universo conteneva solo due livelli di realtà. Le storie ne hanno aggiunto un terzo.
I due livelli di realtà precedenti alla narrazione sono la realtà oggettiva e la realtà soggettiva. La realtà oggettiva consiste in cose come pietre, montagne e asteroidi, cose che esistono indipendentemente dal fatto che ne siamo consapevoli o meno. Un asteroide che sfreccia verso il pianeta Terra, per esempio, esiste anche se nessuno sa che c’è là fuori. Poi c’è la realtà soggettiva: cose come il dolore, il piacere e l’amore che non sono “là fuori”, ma piuttosto “qui dentro”. Le cose soggettive esistono nella nostra consapevolezza di esse. Un dolore non percepito è un ossimoro.
Però alcune storie sono in grado di creare un terzo livello di realtà: la realtà intersoggettiva. Mentre le cose soggettive come il dolore esistono in una singola mente, le cose intersoggettive come le leggi, gli dèi, le nazioni, le società e le valute esistono grazie alla connessione tra un gran numero di menti. Più precisamente, esistono nelle storie che la gente si racconta. Le informazioni che gli esseri umani si scambiano sulle cose intersoggettive non rappresentano qualcosa che esisteva già prima dello scambio di informazioni: in effetti è lo scambio di informazioni che crea queste cose.
Quando vi dico che sto soffrendo, non è il parlarne che crea il dolore. E, d’altro canto, se smetto di parlarne, non faccio scomparire il dolore. Allo stesso modo, quando vi dico che ho visto un asteroide, questo non crea l’asteroide. L’asteroide esiste, che se ne parli o meno. Ma quando in tanti si raccontano storie su leggi, divinità o valute, è questa stessa circostanza che crea queste leggi, divinità o valute. Se la gente smette di parlarne, scompaiono. Le cose intersoggettive esistono solo nello scambio di informazioni.
Esaminiamo più da vicino questo fenomeno. Il valore calorico della pizza non dipende dalle nostre convinzioni. Di solito una pizza contiene tra le 1500 e le 2500 calorie.13 Al contrario il valore finanziario del denaro e delle pizze dipende interamente dalle nostre convinzioni. Quante pizze si possono acquistare per un dollaro o per un bitcoin? Nel 2010, Laszlo Hanyecz ha acquistato due pizze per 10.000 bitcoin. È stata la prima transazione commerciale nota che ha coinvolto i bitcoin e, con il senno di poi, anche la pizza più costosa di sempre. Nel novembre 2021, un singolo bitcoin era valutato più di 69.000 dollari; quindi, i bitcoin pagati da Hanyecz per le sue due pizze valevano 690 milioni di dollari, abbastanza per acquistare milioni di pizze.14 Mentre il valore calorico della pizza è una realtà oggettiva che è rimasta invariata tra il 2010 e il 2021, il valore finanziario del bitcoin è una realtà intersoggettiva che è cambiata drasticamente nello stesso periodo, a seconda delle storie sul bitcoin che la gente raccontava e a cui credeva.
Un altro esempio. Supponiamo che io chieda: “Esiste il mostro di Loch Ness?” Questa è una domanda sul livello oggettivo della realtà. Alcuni credono che animali simili a dinosauri abitino davvero a Loch Ness. Altri respingono l’idea come una fantasia o una bufala. Nel corso del tempo, sono stati fatti molti tentativi per arrivare a una soluzione definitiva della questione, utilizzando metodi scientifici come scansioni sonar e indagini sul DNA. Se nel lago vivessero animali enormi, dovrebbero apparire sul sonar e lasciare tracce di DNA. Sulla base delle prove disponibili, la comunità scientifica ritiene che il mostro di Loch Ness non esista. (Un’indagine sul DNA condotta nel 2019 ha trovato materiale genetico di tremila specie, ma nessun mostro. Al massimo, nel lago di Loch Ness si potrebbero trovare anguille di cinque chili.)15 Tanti possono comunque continuare a credere che il mostro esista, però crederci non cambia la realtà oggettiva.
A differenza degli animali, la cui esistenza può essere verificata o smentita attraverso test oggettivi, gli stati sono entità intersoggettive. Di solito non ce ne accorgiamo, perché tutti danno per scontata l’esistenza degli Stati Uniti, della Cina, della Russia o del Brasile. D’altra parte, ci sono casi in cui non c’è accordo sull’esistenza di certi stati, e allora emerge il loro status intersoggettivo. Il conflitto israelo-palestinese, per esempio, ruota attorno a questa questione, perché alcune persone e alcuni governi si rifiutano di riconoscere l’esistenza di Israele e altri si rifiutano di riconoscere l’esistenza della Palestina. Nel 2024, i governi di Brasile e Cina, per esempio, affermano che esistono sia Israele sia la Palestina; i governi di Stati Uniti e Camerun riconoscono solo l’esistenza di Israele; mentre i governi di Algeria e Iran riconoscono soltanto la Palestina. Altri casi vanno dal Kosovo, che dal 2024 è riconosciuto come stato da circa la metà dei 193 membri delle Nazioni Unite,16 all’Abcasia, che quasi tutti i governi considerano un territorio sovrano della Georgia, ma che è riconosciuta come stato da Russia, Venezuela, Nicaragua, Nauru e Siria.17
In effetti, quando lottano per l’indipendenza, quasi tutti gli stati attraversano almeno temporaneamente una fase in cui la loro esistenza è contestata. Gli Stati Uniti sono nati il 4 luglio 1776 o solo quando altri stati, come la Francia e infine la Gran Bretagna, li hanno riconosciuti? Tra la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio 1776 e la firma del trattato di Parigi del 3 settembre 1783, alcuni, come George Washington, credevano che gli Stati Uniti esistessero, mentre altri, come il re Giorgio III, respingevano con forza questa idea.
I contrasti sull’esistenza degli stati non possono essere risolti da un test oggettivo, come un’indagine sul DNA o una scansione sonar. A differenza degli animali, gli stati non sono una realtà oggettiva. Quando chiediamo se un particolare stato esiste, stiamo sollevando una questione di realtà intersoggettiva. Se un numero sufficiente di individui concorda sull’esistenza di un determinato stato, allora quello stato esiste. Può quindi fare cose come firmare accordi legalmente vincolanti con altri stati, ONG e società private.
Di tutti i generi di storie, quelle che creano realtà intersoggettive sono state le più cruciali per lo sviluppo di reti umane su larga scala. Impiantare falsi ricordi di famiglia è certamente utile, però nessuna religione o impero è riuscito a sopravvivere a lungo senza una forte convinzione dell’esistenza di un dio, di una nazione, di un codice di leggi o di una moneta. Per la formazione della Chiesa cristiana, per esempio, era importante che la gente ricordasse ciò che Gesù disse durante l’ultima cena, però il passo cruciale è stato far credere alla gente che Gesù fosse un dio piuttosto che un semplice rabbino capace di ispirare i suoi adepti. Per la formazione della religione ebraica, è stato utile che gli ebrei “ricordassero” come sono sfuggiti insieme alla schiavitù in Egitto, ma il passo veramente decisivo è stato far aderire tutti gli ebrei allo stesso codice di leggi religiose, la Halakha.
Le cose intersoggettive come le leggi, gli dèi e le valute sono estremamente potenti all’interno di una particolare rete di informazioni e del tutto prive di significato al di fuori di essa. Supponiamo che un miliardario si schianti con il suo jet privato su un’isola deserta e si ritrovi da solo con una valigia piena di banconote e obbligazioni. Quando si trovava a San Paolo o a Mumbai, poteva usare questi documenti per far sì che la gente lo sfamasse, lo vestisse, lo proteggesse e gli costruisse un jet privato. Ma una volta tagliato fuori dagli altri membri della nostra rete informativa, le sue banconote e le sue obbligazioni diventano immediatamente prive di valore. Non può usarle per convincere le scimmie dell’isola a dargli un po’ di cibo o a costruirgli una zattera.
Il potere delle storie
Attraverso l’impianto di falsi ricordi, la formazione di relazioni fittizie o la creazione di realtà intersoggettive, le storie hanno prodotto reti umane di grandi dimensioni. Queste reti, a loro volta, hanno cambiato completamente l’equilibrio del potere nel mondo. Le reti basate sulle storie hanno reso Homo sapiens il più potente di tutti gli animali, dandogli un vantaggio cruciale non solo su leoni e mammut, ma anche su altre antiche specie umane come i Neanderthal.
I Neanderthal vivevano in piccole bande isolate e, per quanto ne sappiamo, le diverse bande non cooperavano molto tra di loro se non di rado, o addirittura mai.18 Anche i Sapiens dell’età della pietra vivevano in piccole bande di poche decine di individui, però dopo la comparsa della narrazione, questi gruppi umani non vivevano più isolati. I gruppi di Sapiens erano collegati da storie che parlavano di antenati venerati, animali totem e spiriti guardiani. Le bande che condividevano storie e realtà intersoggettive costituivano una tribù. Ogni tribù era una rete che collegava centinaia o addirittura migliaia di individui.19
L’appartenenza a una tribù numerosa aveva un ovvio vantaggio in caso di conflitto. Cinquecento Sapiens potevano sconfiggere facilmente cinquanta Neanderthal.20 Ma le reti tribali avevano molti altri vantaggi. Se viviamo in un gruppo isolato di cinquanta persone e una grave siccità colpisce il nostro territorio, molti di noi potrebbero morire di fame. Se cerchiamo di migrare altrove, è probabile che ci imbatteremo in gruppi ostili e potremmo anche avere difficoltà a procurarci cibo, acqua e selce (per costruire utensili) in un territorio sconosciuto. Tuttavia, se il nostro gruppo fa parte di una rete tribale, nei momenti di bisogno almeno alcuni di noi potrebbero andare a vivere con i nostri amici lontani. Se la nostra identità tribale condivisa è abbastanza forte, ci accoglieranno e ci faranno notare i pericoli e le opportunità locali. Un decennio o due dopo, potremmo ricambiare. La rete tribale, perciò, agiva come una specie di polizza assicurativa. Minimizzava il rischio distribuendolo su un numero più ampio di individui.21
Anche in tempi tranquilli, i Sapiens potevano trarre enormi benefici dallo scambio di informazioni non solo con poche decine di membri di una piccola banda, ma con un’intera rete tribale. Se una delle bande della tribù avesse scoperto un modo migliore per fabbricare le punte delle lance, avesse imparato a curare le ferite con qualche rara erba medicinale o inventato un ago per cucire i vestiti, quella conoscenza poteva essere rapidamente trasmessa alle altre bande. Anche se i singoli Sapiens potevano non essere più intelligenti dei Neanderthal, cinquecento Sapiens insieme erano molto più intelligenti di cinquanta Neanderthal.22
Tutto questo è stato possibile grazie alle narrazioni, il cui potere è spesso ignorato o negato dalle interpretazioni materialiste della storia. In particolare, i marxisti tendono a considerare le narrazioni come una semplice cortina fumogena che serve a occultare le relazioni di potere e gli interessi materiali che stanno alla base. Secondo le teorie marxiste la gente è sempre motivata da interessi materiali oggettivi e usa le storie solo per camuffare questi interessi e confondere i suoi rivali. Per esempio, secondo questa concezione le Crociate, la prima guerra mondiale e la guerra in Iraq sono state combattute per gli interessi economici di potenti élite piuttosto che per ideali religiosi, nazionali o liberali. Capire queste guerre significa far cadere tutte le foglie di fico mitologiche – su Dio, sul patriottismo o sulla democrazia – e osservare le relazioni di potere nella loro nudità.
Questa visione marxista, tuttavia, non è solo cinica ma anche errata. Se gli interessi materiali hanno di sicuro avuto un peso nelle Crociate, nella prima guerra mondiale, nella guerra in Iraq e nella maggior parte degli altri conflitti umani, ciò non vuol dire che gli ideali religiosi, nazionali e liberali non abbiano avuto alcuna rilevanza. Inoltre, gli interessi materiali da soli non possono spiegare le identità degli schieramenti rivali. Perché nel XII secolo alcuni proprietari terrieri e mercanti di Francia, Germania e Italia si sono uniti per conquistare territori e rotte commerciali nel Levante, e non è accaduto che dei proprietari terrieri e mercanti di Francia e Nordafrica si unissero per conquistare l’Italia? E perché nel 2003 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno cercato di conquistare i giacimenti di petrolio dell’Iraq, anziché quelli di gas della Norvegia? È davvero possibile spiegarlo con considerazioni puramente materialiste, senza alcun riferimento a convinzioni religiose e ideologiche?
In realtà tutte le relazioni tra gruppi umani su larga scala sono modellate da storie, perché le identità di questi gruppi sono a loro volta definite da storie. Non esistono definizioni oggettive di chi è britannico, americano, norvegese o iracheno; tutte queste identità sono plasmate da miti nazionali e religiosi che vengono costantemente messi in discussione e rivisti. I marxisti potrebbero sostenere che i gruppi di grandi dimensioni hanno identità e interessi oggettivi, indipendenti dalle narrazioni. Se è così, come possiamo spiegare che solo gli esseri umani formano gruppi di queste dimensioni come tribù, nazioni e religioni, mentre gli scimpanzé ne sono privi? In fondo, gli scimpanzé condividono con gli esseri umani tutti i nostri interessi materiali oggettivi: anche loro hanno bisogno di bere, mangiare e proteggersi dalle malattie. Anche loro vogliono sesso e potere sociale. Ma gli scimpanzé non possono mantenere gruppi su larga scala, perché non sono in grado di creare le narrazioni che collegano tali gruppi e definiscono le loro identità e i loro interessi. Contrariamente al pensiero marxista, le identità e gli interessi su larga scala nella storia sono sempre intersoggettivi, non sono mai oggettivi.
Questa è una buona notizia. Se la storia fosse stata plasmata esclusivamente da interessi oggettivi e lotte di potere, non avrebbe senso parlare con quelli che non sono d’accordo con noi. Ogni conflitto sarebbe in definitiva il risultato di rapporti di forza oggettivi, che non possono essere modificati con la sola forza delle parole. L’unica cosa che potrebbe alterarli è la lotta. Per fortuna, poiché la storia è plasmata da storie intersoggettive, a volte possiamo evitare il conflitto e costruire la pace parlando con gli altri, cambiando le storie in cui loro e noi crediamo, o inventando una nuova storia che tutti possano accettare.
Prendiamo, per esempio, l’ascesa del nazismo. Di sicuro ci sono stati interessi materiali che hanno spinto milioni di tedeschi a sostenere Hitler. Probabilmente i nazisti non sarebbero mai arrivati al potere se non fosse stato per la crisi economica dei primi anni trenta. Tuttavia, è sbagliato pensare che il Terzo Reich sia stato l’unico esito possibile dei sottostanti rapporti di forza e interessi materiali. Hitler vinse le elezioni del 1933 perché durante la crisi economica milioni di tedeschi credettero alla storia del nazismo piuttosto che a una delle narrazioni alternative che gli furono offerte. Non era inevitabile, è stato un tragico errore. Possiamo dire con certezza che fu un errore e che i tedeschi avrebbero potuto scegliere storie migliori, perché sappiamo cosa accadde dopo. Dodici anni di governo nazista hanno peggiorato la vita dei tedeschi e hanno portato alla distruzione della Germania e alla morte di milioni di persone. In seguito, quando i tedeschi adottarono la democrazia liberale, questa portò a un miglioramento duraturo delle loro vite. I tedeschi non avrebbero potuto saltare l’esperimento nazista e puntare sulla democrazia liberale già all’inizio degli anni trenta? La tesi di questo libro è che avrebbero potuto. La storia è spesso plasmata da tragici errori causati dal fatto di credere in storie affascinanti ma dannose.
La nobile menzogna
La centralità delle narrazioni rivela un aspetto fondamentale del potere della nostra specie e spiega perché il potere non sempre va di pari passo con il sapere. La visione ingenua dell’informazione dice che l’informazione porta alla verità e che conoscere la verità aiuta la gente ad acquisire potere e conoscenza. Sembra un’idea rassicurante. Implica che quelli che ignorano la verità difficilmente avranno molto potere, mentre quelli che rispettano la verità possono ottenere molto potere, ma questo potere sarebbe temperato dalla conoscenza. Per esempio, chi ignora la verità sulla biologia umana può credere ai miti razzisti, ma non sarà in grado di produrre potenti farmaci e armi biologiche, mentre chi conosce la biologia avrà questo tipo di potere, ma non lo metterà al servizio di ideologie razziste. Se così fosse, potremmo dormire sonni tranquilli, confidando che i nostri presidenti, alti prelati e amministratori delegati siano saggi e onesti. Un politico, un movimento o un paese potrebbero plausibilmente progredire di quando in quando con l’aiuto di bugie e inganni, ma a lungo andare si rivelerebbe una strategia autolesionista.
Purtroppo, questo non è il mondo in cui viviamo. Nella storia il potere deriva solo in parte dalla conoscenza della verità. Deriva anche dalla capacità di mantenere l’ordine sociale tra un gran numero di individui. Supponiamo che vogliate costruire una bomba atomica. Per riuscirci, è ovviamente necessaria una conoscenza approfondita della fisica. Ma servono anche molte persone per estrarre il minerale di uranio, costruire i reattori nucleari e fornire cibo agli operai, ai minatori e ai fisici. Il Progetto Manhattan impiegava direttamente circa centotrentamila persone, mentre altri milioni lavoravano per il loro sostentamento.23 Robert Oppenheimer poteva dedicarsi alle sue equazioni perché si affidava a migliaia di minatori per estrarre l’uranio nella miniera di Eldorado, nel Canada settentrionale, e in quella di Shinkolobwe, nel Congo belga,24 per non parlare dei contadini che coltivavano le patate per il suo pranzo. Se si vuole costruire una bomba atomica, bisogna trovare il modo di far collaborare milioni di persone.
Vale la stessa cosa per tutti i progetti ambiziosi che l’uomo intraprende. Un gruppo dell’età della pietra che andava a caccia di mammut doveva ovviamente conoscere alcuni fatti veri sui mammut. Se quegli uomini avessero creduto di poter uccidere un mammut lanciando incantesimi, la loro spedizione di caccia sarebbe fallita. Ma non bastava conoscere i fatti sui mammut. I cacciatori dovevano anche mettere a repentaglio la propria vita e mostrarsi coraggiosi. Se credevano di poter garantire la vita eterna ai compagni di caccia morti con un certo incantesimo, le loro battute avevano molte più probabilità di successo. Anche se l’incantesimo non portava alcun beneficio ai cacciatori morti, pronunciare quelle parole ritenute magiche rafforzava il coraggio e la solidarietà dei cacciatori vivi, e così contribuiva in modo determinante al successo della caccia.25
Se chi costruisce una bomba ignora i fatti della fisica, la bomba non esploderà. Ma se chi elabora un’ideologia ignora i fatti, l’ideologia potrà ancora dimostrarsi esplosiva. Se il potere dipende sia dalla verità sia dall’ordine, di solito sono gli individui che sanno come elaborare ideologie e mantenere l’ordine a dare istruzioni a chi sa solo costruire bombe o cacciare mammut. Era Robert Oppenheimer a obbedire a Franklin Delano Roosevelt, non il contrario. Allo stesso modo Werner Heisenberg obbediva ad Adolf Hitler, Igor Kurchatov si rimetteva a Iosif Stalin, e nell’Iran contemporaneo gli esperti di fisica nucleare seguono gli ordini degli esperti di teologia sciita.
Quello che chi sta al vertice sa, e che i fisici nucleari non sempre comprendono, è che dire la verità sull’universo non è certo il modo più efficace per mantenere l’ordine tra un gran numero di esseri umani. È vero che E = mc², e che tale formula spiega molto di ciò che accade nell’universo, però sapere che E = mc² di solito non risolve i dissidi politici né ispira a fare sacrifici per una causa comune. Ciò che invece tiene unite le reti umane è più spesso la finzione, soprattutto le storie intersoggettive come gli dèi, il denaro e le nazioni. Quando si tratta di unire la gente, la finzione gode di due vantaggi intrinseci rispetto alla verità. In primo luogo la finzione può essere semplificata a piacimento, mentre la verità tende a essere complicata, perché la realtà che dovrebbe rappresentare è complicata. Prendiamo, per esempio, la verità sulle nazioni. È difficile capire che la nazione a cui si appartiene è un’entità intersoggettiva che esiste solo nel nostro immaginario collettivo. Di rado si sentono i politici dire queste cose nei loro discorsi. È molto più facile credere che la nostra nazione sia il popolo eletto da Dio, incaricato dal Creatore di una missione speciale. Questa semplice storia è stata ripetuta da innumerevoli politici, da Israele all’Iran, dagli Stati Uniti alla Russia.
In secondo luogo, la verità è spesso dolorosa e sconvolgente e se cerchiamo di renderla più confortante e lusinghiera, non sarà più la verità. Al contrario, la finzione è molto malleabile. La storia di ogni nazione contiene alcuni episodi oscuri che i cittadini non amano riconoscere e ricordare. Un politico israeliano che nei suoi discorsi elettorali descrive in modo dettagliato le miserie inflitte ai civili palestinesi dall’occupazione israeliana difficilmente otterrà molti voti. Al contrario, un politico che costruisce un mito nazionale trascurando i fatti scomodi, concentrandosi sui momenti gloriosi del passato ebraico e abbellendo la realtà laddove necessario, può arrivare al potere. Questo è il caso non solo di Israele, ma di tutti i paesi. Quanti italiani o indiani vogliono sentirsi dire la pura verità sulle loro nazioni? L’aderenza intransigente alla verità è essenziale per il progresso scientifico ed è anche un’ammirevole pratica spirituale, ma non è una strategia politica vincente.
Già nella sua Repubblica, Platone immaginava che la costituzione del suo stato utopico si sarebbe basata sulla “nobile menzogna”: una storia fittizia sull’origine dell’ordine sociale, che assicurasse la lealtà dei cittadini e impedisse loro di mettere in discussione la costituzione. Ai cittadini si dovrebbe dire, scriveva Platone, che sono tutti nati dalla terra, che la terra è la loro madre e che quindi devono nutrire un sentimento di fedeltà filiale alla madrepatria. Inoltre, si dovrebbe dire loro che quando sono stati concepiti, gli dèi hanno mescolato diversi metalli – oro, argento, bronzo e ferro – in loro, il che giustifica una gerarchia naturale tra governanti d’oro e servitori di bronzo. Benché l’utopia di Platone non sia mai stata realizzata nella pratica, numerosi sistemi politici nel corso dei secoli hanno raccontato varianti di questa nobile menzogna.
Nonostante la nobile menzogna di Platone non dobbiamo concludere che tutti i politici sono dei bugiardi o che tutte le storie nazionali sono degli inganni. La scelta non è semplicemente tra dire la verità e mentire. C’è una terza opzione. Raccontare una storia fittizia è un comportamento mendace solo quando si finge che questa finzione sia una rappresentazione fedele della realtà. Raccontare una storia di fantasia non vuol dire mentire quando non si hanno certe pretese e si riconosce che si sta cercando di creare una nuova realtà intersoggettiva piuttosto che rappresentare una realtà oggettiva preesistente.
Per esempio, il 17 settembre 1787 la Convenzione costituzionale firmò la Costituzione degli Stati Uniti, che entrò in vigore nel 1789. La Costituzione non rivelava alcuna verità preesistente sul mondo, ma non era nemmeno una menzogna. Rifiutando il consiglio di Platone, gli autori del testo non hanno ingannato nessuno sulle sue origini. Non fingevano che fosse calato dal cielo o che fosse stato ispirato da qualche divinità. Hanno invece riconosciuto che si trattava di una finzione giuridica estremamente creativa generata da esseri umani fallibili.
“Noi, popolo degli Stati Uniti,” dice la Costituzione a proposito delle sue stesse origini, “al fine di formare un’Unione più perfetta [...] ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione.” A dispetto del fatto che si riconosca apertamente che si tratta di una finzione giuridica creata dall’uomo, la Costituzione degli Stati Uniti è riuscita a formare un’unione formidabile. Ha mantenuto per più di due secoli un sorprendente grado di ordine tra molti milioni di individui appartenenti a una vasta gamma di gruppi religiosi, etnici e culturali. La Costituzione degli Stati Uniti ha perciò funzionato come una melodia che, senza pretendere di rappresentare nulla, ha comunque fatto sì che in tanti agissero insieme in modo ordinato.
È fondamentale notare che “ordine” non deve essere confuso con equità o giustizia. L’ordine creato e mantenuto dalla Costituzione degli Stati Uniti ha permesso la schiavitù, la subordinazione delle donne, l’espropriazione delle popolazioni indigene e un’estrema disuguaglianza economica. La genialità della Costituzione degli Stati Uniti sta nel fatto che, riconoscendo di essere una finzione giuridica creata da esseri umani, è stata in grado di offrire i meccanismi per raggiungere un accordo sulla modifica e sul rimedio alle sue ingiustizie (come il capitolo 5 analizza in modo più approfondito). L’articolo V della Costituzione spiega come i cittadini possano proporre e ratificare tali emendamenti, che “saranno validi a tutti gli effetti come parte di questa Costituzione”. Meno di un secolo dopo la stesura della Costituzione, il tredicesimo emendamento abolì la schiavitù.
Sotto questo aspetto la Costituzione degli Stati Uniti era fondamentalmente diversa dalle storie che negavano la loro natura fittizia e rivendicavano un’origine divina, come i dieci comandamenti. Come la Costituzione degli Stati Uniti, i dieci comandamenti approvavano la schiavitù. Il decimo comandamento dice: “Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo o la sua schiava” (Esodo 20,17). Questo significa che Dio non ha nulla da ridire se si hanno schiavi e si oppone solo al desiderio di schiavi che appartengono a qualcun altro. Ma a differenza della Costituzione degli Stati Uniti, i dieci comandamenti non prevedono alcun meccanismo di modifica. Non c’è un undicesimo comandamento che dica: “Potete emendare i comandamenti con un voto a maggioranza di due terzi”.
Questa differenza cruciale tra i due testi è evidente fin dalle loro battute iniziali. La Costituzione degli Stati Uniti si apre con “Noi il popolo”. Riconoscendo la sua origine umana, investe gli uomini del potere di emendarla. I dieci comandamenti si aprono con “Io sono il Signore tuo Dio”. Rivendicando un’origine divina, precludono all’uomo la possibilità di modificarli. Di conseguenza, il testo biblico approva la schiavitù ancora oggi.
Tutti i sistemi politici umani sono basati su finzioni, ma alcuni lo ammettono, altri no. Essere sinceri riguardo alle origini del nostro ordine sociale rende più facile modificarlo. Se l’hanno inventato esseri umani come noi, possiamo cambiarlo. Ma questa veridicità ha un prezzo. Riconoscere le origini umane dell’ordine sociale rende più difficile convincere tutti ad accettarlo. Se l’hanno inventato degli uomini come noi, perché dovremmo accettarlo così com’è? Come vedremo nel capitolo 5, fino alla fine del XVIII secolo la mancanza di tecnologie di comunicazione di massa rendeva estremamente difficile condurre liberi dibattiti tra milioni di persone sulle regole dell’ordine sociale. Per mantenere l’ordine, gli zar russi, i califfi musulmani e i figli del cielo cinesi sostenevano quindi che le regole fondamentali della società provenivano dal cielo e non erano modificabili dall’uomo. All’inizio del XXI secolo, molti sistemi politici rivendicano ancora un’autorità sovrumana e si oppongono a liberi dibattiti che potrebbero portare a cambiamenti indesiderati.
Il dilemma perenne
Dopo aver compreso il ruolo chiave della narrazione nella storia, è finalmente possibile presentare un modello più completo di rete informativa, che va oltre sia la visione ingenua dell’informazione sia la critica populista di quella stessa visione. Al contrario di quanto dice la visione ingenua, l’informazione non è solo la materia prima della verità e le reti informative umane non sono orientate solo alla scoperta della verità. Ma, al contrario di quanto dice la visione populista, l’informazione non è nemmeno solo un’arma. Piuttosto, per sopravvivere e prosperare, ogni rete informativa umana deve fare due cose contemporaneamente: scoprire la verità e creare ordine. Perciò, nel corso della storia, le reti informative umane hanno sviluppato due serie distinte di abilità. Da un lato, come prevede la visione ingenua, le reti hanno imparato a elaborare le informazioni per ottenere una comprensione più efficace di cose come la medicina, i mammut e la fisica nucleare. Allo stesso tempo, le reti hanno anche imparato a usare le informazioni per mantenere un ordine sociale più forte tra popolazioni più ampie, utilizzando non solo resoconti veritieri ma anche finzioni, fantasie, propaganda e, a volte, vere e proprie bugie.
Schema: Informazione (seguita da) Verità (seguita da due opzioni), 1. Sapienza 2. Potere
La visione ingenua dell’informazione.
Schema in due passaggi, Primo: Informazione (seguita da due opzioni) 1. verità 2.Ordine. Secondo: Verità (due opzioni) 1. Sapienza 2. Potere, da Ordine l'opzione Potere
La visione complessa dell’informazione.
Avere molte informazioni non garantisce di per sé né la verità né l’ordine. È un processo difficile quello di usare le informazioni per scoprire la verità e contemporaneamente per mantenere l’ordine. A peggiorare le cose c’è il fatto che questi due processi spesso entrano in conflitto, perché molte volte è più facile mantenere l’ordine attraverso le narrazioni. Ogni tanto, come nel caso della Costituzione degli Stati Uniti, le storie possono ammettere la loro natura fittizia, ma più spesso la sconfessano. Le religioni, per esempio, sostengono sempre di essere una verità oggettiva ed eterna piuttosto che una storia fittizia inventata dagli uomini. In questi casi, la ricerca della verità minaccia le fondamenta dell’ordine sociale. Molte società impongono alle loro popolazioni di non conoscere le loro vere origini: l’ignoranza è forza. Allora che cosa succede quando, avvicinandoci alla verità, finiamo in territori accidentati? Che cosa succede quando la stessa informazione rivela un fatto importante sul mondo e mina al contempo la nobile menzogna che tiene insieme la società? In questi casi la società può cercare di preservare l’ordine ponendo dei limiti alla ricerca della verità.
Un esempio lampante è la teoria dell’evoluzione di Darwin. Capire l’evoluzione fa progredire notevolmente la nostra conoscenza delle origini e della biologia delle specie, Homo sapiens compreso, però compromette anche i miti fondamentali che mantengono l’ordine in parecchie società. Non c’è da stupirsi che vari governi e diverse chiese abbiano vietato o limitato l’insegnamento dell’evoluzione, preferendo sacrificare la verità in nome dell’ordine.26
Un problema correlato è che una rete informativa può consentire e persino incoraggiare la ricerca della verità, ma solo in campi specifici che aiutano a generare potere senza minacciare l’ordine sociale. Il risultato può essere una rete molto potente ma fondata su una singolare mancanza. La Germania nazista, per esempio, ha coltivato molti dei maggiori esperti mondiali di chimica, ottica, ingegneria e missilistica. Fu proprio la scienza missilistica nazista a portare gli americani sulla Luna.27 Questa abilità scientifica aiutò i nazisti a costruire una potentissima macchina da guerra, che fu poi impiegata al servizio di una mitologia folle e sanguinaria. Sotto il governo nazista i tedeschi furono incoraggiati a sviluppare la scienza missilistica, ma non erano liberi di mettere in discussione le teorie razziste sulla biologia e la storia.
Questo è uno dei motivi principali per cui la storia delle reti di informazione umane non è una marcia trionfale del progresso. Se nel corso delle generazioni le reti umane sono diventate sempre più potenti, non è detto che siano diventate sempre più sagge. Se una rete privilegia l’ordine rispetto alla verità, può diventare molto potente ma usare quel potere in modo incauto.
Invece che con il passo sicuro della marcia del progresso, la storia delle reti informative umane procede per tentativi sul filo del rasoio, cercando di bilanciare la verità con l’ordine. Nel XXI secolo non siamo molto più bravi a trovare il giusto equilibrio di quanto non lo fossero i nostri antenati nell’età della pietra. Contrariamente a quanto lasciano intendere le dichiarazioni programmatiche di aziende come Google e Facebook, il semplice aumento della velocità e dell’efficienza della nostra tecnologia informativa non rende necessariamente il mondo migliore. Rende solo più urgente la necessità di bilanciare verità e ordine. L’invenzione della narrazione ci ha insegnato questa lezione già decine di migliaia di anni fa. E la stessa lezione è stata ripetuta quando l’uomo ha sviluppato la sua seconda grande tecnologia dell’informazione: il documento scritto.
3.
DOCUMENTI.
IL MORSO DELLE TIGRI DI CARTA
Le storie sono state la prima cruciale tecnologia informatica sviluppata dall’uomo. Hanno gettato le basi di tutta la grande cooperazione umana e hanno reso gli uomini gli animali più potenti della terra. Ma come tecnologia dell’informazione le storie hanno i loro limiti.
Per rendersene conto, basta pensare al ruolo che la narrazione svolge nella formazione delle nazioni. Molte nazioni sono state concepite per la prima volta nell’immaginazione dei poeti. Sarah Aaronsohn e i membri della rete clandestina NILI sono ricordati dagli israeliani contemporanei come alcuni dei primi sionisti che rischiarono la vita negli anni dieci del Novecento per fondare uno stato ebraico in Palestina, ma da dove nacque la loro idea? Furono ispirati da una generazione precedente di poeti, pensatori e visionari come Theodor Herzl e Hayim Nahman Bialik.
Negli anni novanta dell’Ottocento e nel primo decennio del Novecento, Bialik, un ebreo ucraino, pubblicò numerose poesie e racconti in cui lamentava le persecuzioni e la debolezza degli ebrei europei e li esortava a prendere in mano il loro destino, a difendersi con la forza delle armi, a emigrare in Palestina e a fondare lì un proprio stato. Una delle sue poesie più toccanti fu scritta dopo il pogrom di Chis‚ inău del 1903, in cui furono uccisi quarantanove ebrei e altre decine furono feriti.1 Nella città del massacro condannava la folla antisemita che aveva perpetrato quelle atrocità, ma criticava anche gli stessi ebrei per il loro pacifismo e la loro impotenza.
In una scena straziante Bialik descrive come le donne ebree venissero violentate in gruppo, mentre i loro mariti e fratelli si nascondevano nelle vicinanze, timorosi di intervenire. Il poema paragona gli uomini ebrei a topi terrorizzati e immagina come sottovoce pregassero Dio di compiere qualche miracolo, che non si concretizzava. Poi il poema racconta che, anche dopo la fine del pogrom, i sopravvissuti non pensarono ad armarsi e si lanciarono invece in dispute talmudiche per stabilire se le donne violentate ora fossero “contaminate” secondo il rituale o se fossero ancora “pure”. Quest’opera è oggi una lettura obbligatoria in molte scuole israeliane. È anche una lettura obbligatoria per chiunque voglia capire come gli ebrei, dopo essere stati per due millenni uno dei gruppi più pacifisti della storia, abbiano costruito uno dei più formidabili eserciti al mondo. Non per nulla Bialik è riconosciuto come poeta nazionale di Israele.2
Il fatto che Bialik vivesse in Ucraina e avesse conosciuto da vicino la persecuzione degli ebrei ashkenaziti nell’Europa orientale, ma sapesse poco della situazione in Palestina, contribuì al successivo conflitto tra ebrei e arabi. Le poesie di Bialik ispiravano gli ebrei a vedersi come vittime che avevano bisogno di sviluppare la loro forza militare e di costruire un proprio paese, ma non tenevano in considerazione le conseguenze catastrofiche per gli abitanti arabi della Palestina o per le comunità ebraiche mizrahì originarie del Medio Oriente. Quando il conflitto arabo-israeliano esplose alla fine degli anni quaranta, centinaia di migliaia di palestinesi e centinaia di migliaia di ebrei mizrahì furono cacciati dalle loro case in Medio Oriente, dove le loro famiglie vivevano da generazioni, e questo fu in parte il risultato delle poesie composte mezzo secolo prima in Ucraina.3
Tra il 1890 e i primi anni del XX secolo, mentre Bialik scriveva in Ucraina, l’ebreo ungherese Theodor Herzl era impegnato nell’organizzazione del movimento sionista. Il cuore del suo attivismo politico è rappresentato dalla pubblicazione di due libri. Lo stato ebraico (1896) era un manifesto che illustrava la sua idea di istituire uno stato ebraico in Palestina, mentre Vecchia terra nuova (1902) era un romanzo utopico ambientato nell’anno 1923 che descriveva il prospero stato ebraico immaginato dall’autore. I due libri, che fatalmente tendevano a ignorare le realtà sul campo in Palestina, ebbero un’influenza immensa nella formazione del movimento sionista. Vecchia terra nuova apparve in ebraico con il titolo Tel Aviv (una traduzione ebraica libera di “vecchia terra nuova”). La città di Tel Aviv, fondata sette anni dopo la pubblicazione, ha preso il nome proprio dal romanzo. Mentre Bialik è il poeta nazionale israeliano, Herzl è conosciuto come il visionario dalle cui idee è nato Israele.
I racconti di Bialik e Herzl non prendevano in considerazione molti fatti cruciali della realtà contemporanea, in particolare che intorno al 1900 gli ebrei di Palestina costituivano solo il 6-9% della popolazione totale della regione, che contava circa 600.000 abitanti.4 Mentre non si curavano di questi dati demografici, Bialik e Herzl davano invece grande importanza alla mitologia, in particolare alle storie della Bibbia, senza le quali il sionismo moderno è inimmaginabile. Bialik e Herzl furono anche influenzati dai miti nazionalisti creati nel XIX secolo da quasi tutti gli altri gruppi etnici in Europa. L’ebreo ucraino Bialik e l’ebreo ungherese Herzl fecero per il sionismo ciò che in precedenza avevano fatto i poeti Taras Shevchenko per il nazionalismo ucraino,5 Sándor Petőfi per quello ungherese6 e Adam Mickiewicz per quello polacco.7 Osservando la crescita di altri movimenti nazionali in tutto il mondo, Herzl scrisse che le nazioni nascono “dai sogni, dalle canzoni, dalle fantasie”.8
Ma sogni, canzoni e fantasie, per quanto stimolanti, non sono sufficienti a creare uno stato nazionale che funzioni. Bialik ha ispirato generazioni di combattenti ebrei, ma per equipaggiare e mantenere un esercito è necessario anche aumentare le tasse e comprare armi. Il romanzo utopico di Herzl ha gettato le basi per la città di Tel Aviv, ma per mantenerla in vita è stato necessario scavare un sistema fognario. In fin dei conti, l’essenza del patriottismo non consiste nel recitare versi emozionanti sulla bellezza della madrepatria, né nel pronunciare discorsi pieni di odio contro gli stranieri e le minoranze. Piuttosto, patriottismo significa pagare le tasse affinché anche chi abita dall’altra parte del paese possa godere dei benefici di un sistema di fognature, oltre che dell’operato di chi garantisce la sicurezza, l’istruzione e l’assistenza sanitaria.
Per mantenere tutti questi servizi e riscuotere le tasse necessarie serve raccogliere, archiviare ed elaborare enormi quantità di informazioni: informazioni su proprietà, pagamenti, esenzioni, sconti, debiti, inventari, spedizioni, bilanci, fatture e stipendi. Tuttavia, non si tratta di informazioni che possono essere trasformate in una memorabile poesia o in un racconto accattivante. I documenti fiscali si presentano invece sotto forma di vari tipi di elenchi, che vanno dalla semplice registrazione voce per voce a tabelle e fogli di calcolo molto più elaborati. E per quanto possano essere intricate, queste serie di dati rifuggono dalla narrazione a favore di un asciutto elenco degli importi dovuti e di quelli pagati. I poeti possono permettersi di ignorare questi fatti banali, ma gli esattori delle tasse no.
Gli elenchi sono fondamentali non solo per i sistemi fiscali nazionali, ma anche per quasi tutte le altre istituzioni finanziarie complesse. Le società, le banche e i mercati azionari non possono esistere senza di loro. Una chiesa, un’università o una biblioteca che voglia far quadrare i propri bilanci si rende presto conto che, oltre a sacerdoti e poeti in grado di ipnotizzare la gente con le loro storie, ha bisogno di contabili che sappiano muoversi tra i vari tipi di elenchi.
Elenchi e storie sono complementari. I miti nazionali legittimano i registri fiscali, mentre i registri fiscali aiutano a trasformare le narrazioni più seducenti in qualcosa di concreto come scuole e ospedali. Qualcosa di analogo accade nel campo della finanza. Il dollaro, la sterlina e il bitcoin nascono convincendo la gente a credere a una storia, e le storie raccontate da banchieri, ministri delle finanze e guru degli investimenti ne aumentano o diminuiscono il valore. Quando il presidente della Federal Reserve vuole contenere l’inflazione, quando un ministro delle finanze vuole approvare un nuovo bilancio e quando un imprenditore del settore tecnologico vuole attrarre gli investitori, tutti si rivolgono alla narrazione. Ma per gestire davvero una banca, un bilancio o una start-up, gli elenchi sono essenziali.
Il grande problema degli elenchi, e la differenza cruciale tra elenchi e storie, consiste nel fatto che gli elenchi tendono a essere molto più noiosi delle storie, e questo significa che mentre ricordiamo facilmente le storie, abbiamo difficoltà a memorizzare gli elenchi. Si tratta di un fatto importante che ci dice come il cervello umano elabora le informazioni. L’evoluzione ha adattato il nostro cervello affinché sia in grado di assorbire, trattenere ed elaborare anche grandi quantità di informazioni, quando queste vengono trasformate in una storia. Il Ramayana, uno dei racconti fondanti della mitologia indù, è lungo ventiquattromila versi e si estende per circa settecento pagine nelle edizioni moderne, eppure nonostante la sua considerevole lunghezza generazioni di indù sono riuscite a ricordarlo e a recitarlo a memoria.9
Nel XX e XXI secolo il Ramayana è stato più volte adattato per il cinema e la televisione. Nel 1987-88, una versione in settantotto episodi (circa 2730 minuti) è stata la serie televisiva più vista al mondo, con oltre 650 milioni di spettatori. Secondo un rapporto della BBC, quando gli episodi venivano trasmessi, “le strade erano deserte, i negozi chiusi e la gente faceva il bagno e adornava i televisori”. Durante il lockdown del 2020, la serie è stata riproposta ed è diventata nuovamente il programma più visto al mondo.10 Per quanto il pubblico televisivo moderno non abbia bisogno di imparare a memoria alcun testo, è degna di nota la facilità con cui segue le trame intricate di drammi epici, thriller polizieschi e soap opera, ricordando il ruolo di ogni personaggio e come è collegato a numerosi altri. Siamo così abituati a compiere tali imprese mnemoniche che di rado consideriamo quanto siano straordinarie.
Ciò che ci rende così bravi a ricordare poemi epici e saghe televisive è che la memoria umana a lungo termine è particolarmente adatta a trattenere le narrazioni. Come scrive Kendall Haven nel suo libro del 2007 Story Proof. The Science Behind the Startling Power of Story: “Le menti umane [...] si affidano alle storie e all’architettura delle storie come principale strumento di orientamento per comprendere, dare un senso, ricordare e pianificare le nostre vite […]. Le vite sono come storie perché pensiamo in termini di storie.” Haven fa riferimento a più di centoventi studi accademici, per concludere che le narrazioni sono un “veicolo altamente efficiente per comunicare informazioni fattuali, concettuali, emotive e implicite”.11
Al contrario, la maggior parte delle persone trova difficile ricordare a memoria gli elenchi e pochi sarebbero interessati a guardare una narrazione televisiva dei registri fiscali o del bilancio annuale dell’India. I metodi mnemonici a cui si fa ricorso per memorizzare gli elementi di un elenco di solito funzionano inserendo gli elementi all’interno di una trama, trasformando così l’elenco in una storia.12 Ma anche con l’aiuto di queste tecniche mnemoniche, chi potrebbe ricordare i registri fiscali o il bilancio del proprio paese? Possono contenere informazioni vitali – che determinano la qualità dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e dei servizi sociali di cui godono i cittadini – ma il nostro cervello non è adatto a ricordare queste cose. A differenza delle poesie e dei miti nazionali, che possiamo memorizzare nelle nostra mente, i complessi sistemi fiscali e amministrativi di una nazione per funzionare hanno richiesto l’uso di una speciale tecnologia dell’informazione non organica. Questa tecnologia è il documento scritto.
Uccidere un prestito
Il documento scritto è stato inventato molte volte in molti luoghi. Alcuni dei primi esempi provengono dall’antica Mesopotamia. Una tavoletta cuneiforme di argilla datata al ventottesimo giorno del decimo mese del quarantunesimo anno di regno del re Shulgi di Ur (circa 2054-53 a.C.) registrava le consegne mensili di pecore e capre. Il secondo giorno del mese furono consegnate 15 pecore, 7 pecore il terzo giorno, 11 pecore il quarto, 219 il quinto, 47 il sesto e così via fino alla consegna di 3 pecore il ventottesimo giorno. In totale, dice la tavoletta di argilla, quel mese furono ricevuti 896 animali. Ricordare tutte queste consegne era importante per l’amministrazione reale, per avere prova dell’obbedienza del popolo e per tenere traccia delle risorse disponibili. Se farlo ricorrendo alle sole abilità mnemoniche era una sfida quasi impossibile, per uno scriba esperto non era per nulla complicato scrivere su una tavoletta di argilla tutte le consegne effettuate.13
Come le storie e come tutte le altre tecnologie informative della storia, i documenti scritti non rappresentavano necessariamente la realtà in modo accurato. La tavoletta di Ur, per esempio, conteneva un errore. Il documento dice che in quel mese furono ricevuti in totale 896 animali, ma quando gli studiosi moderni hanno sommato tutte le singole voci si è arrivati a un totale di 898. A quanto pare, lo scriba che ha redatto il documento aveva commesso un errore nel calcolare il conteggio complessivo e la tavoletta ha conservato questo errore per i posteri.
Ma veri o falsi che siano, i documenti scritti hanno creato nuove realtà. Registrando elenchi di proprietà, tasse e pagamenti, hanno reso molto più facile la formazione di sistemi amministrativi, regni, organizzazioni religiose e reti commerciali. In particolare, i documenti hanno cambiato il metodo utilizzato per creare realtà intersoggettive. Nelle culture orali, le realtà intersoggettive venivano costruite raccontando una storia che la gente si incaricava di ricordare e tramandare. È evidente che le nostre capacità cerebrali hanno posto dei vincoli ai tipi di realtà intersoggettive che gli esseri umani potevano creare. Gli umani non erano in grado di creare una realtà intersoggettiva che il loro cervello non ricordasse.
Questo limite poteva essere superato, tuttavia, scrivendo documenti. I documenti non rappresentavano una realtà empirica oggettiva; la realtà era costituita dai documenti stessi. Come vedremo nei capitoli seguenti, i documenti scritti hanno fornito precedenti e modelli che sono stati poi utilizzati dai computer. La capacità dei computer di creare realtà intersoggettive è un’estensione del potere delle tavolette di argilla e dei pezzi di carta.
Come esempio chiave, prendiamo la proprietà. Nelle culture orali, che non facevano uso di documenti scritti, la proprietà era una realtà intersoggettiva creata attraverso le parole e i comportamenti dei membri della comunità. Possedere un campo significava che i vicini erano d’accordo che quel campo fosse tuo e si comportavano di conseguenza. Non costruivano una capanna su quel campo, non vi pascolavano il bestiame e non vi raccoglievano i frutti senza aver prima chiesto il permesso. La proprietà veniva creata e mantenuta dalle persone che si dicevano o segnalavano di continuo le cose le une alle altre. Questo rendeva la proprietà una questione interna alla comunità locale e limitava la capacità di un’autorità centrale lontana di controllare tutta la proprietà terriera. Nessun re, ministro o sacerdote poteva ricordare chi fosse il proprietario di ogni campo in centinaia di villaggi lontani. Questo limitava anche la facoltà dei singoli individui di rivendicare ed esercitare diritti di proprietà assoluti, favorendo invece varie forme di diritti di proprietà comuni. Per esempio, i vicini potevano riconoscere il diritto di coltivare un campo, ma non quello di venderlo agli stranieri.14
In uno stato alfabetizzato, possedere un campo significa che una tavoletta di argilla, una striscia di bambù, un pezzo di carta o un chip di silicio ha registrato per iscritto che si è proprietari di quel campo. Se i vostri vicini hanno pascolato le loro pecore per anni su un pezzo di terra e nessuno di loro ha mai detto che è vostro, ma voi potete in qualche modo produrre un documento ufficiale che dice che siete voi i proprietari, avete buone possibilità di far valere le vostre rivendicazioni. Al contrario, se tutti i vicini sono d’accordo sul fatto che il campo è vostro, ma non avete alcun documento ufficiale che lo dimostri, non c’è niente da fare. La proprietà è ancora una realtà intersoggettiva creata dallo scambio di informazioni, ma le informazioni ora assumono la forma di un documento scritto (o di un file informatico) piuttosto che di persone che parlano e gesticolano tra loro. Ciò significa che la proprietà può essere determinata da un’autorità centrale che produce e detiene i documenti pertinenti. Ma vuol dire anche che si può vendere il proprio campo senza chiedere il permesso ai vicini, semplicemente trasferendo il documento chiave a qualcun altro.
Il potere dei documenti di creare realtà intersoggettive si è manifestato in tutta la sua magnificenza nel dialetto assiro antico, che trattava i documenti come esseri viventi che potevano anche essere uccisi. I contratti di prestito venivano “uccisi” (duḥkum) quando il debito veniva ripagato. Ciò avveniva distruggendo la tavoletta, aggiungendovi qualche segno o rompendo il sigillo. Il contratto di prestito non rappresentava la realtà, ma era la realtà. Se qualcuno ripagava il prestito ma non “uccideva il documento”, il debito era ancora insoluto. Al contrario, se qualcuno non ripagava il prestito ma il documento “moriva” in qualche altro modo – magari lo mangiava un cane – il debito non c’era più.15 Lo stesso accade con il denaro. Se un cane mangia una banconota da cento dollari, quei cento dollari cessano di esistere.
Nell’Ur di Shulgi, nell’antica Assiria e in molte altre organizzazioni statali dei secoli successivi, le relazioni sociali, economiche e politiche si basavano su documenti che creavano la realtà invece di limitarsi a rappresentarla. Quando gli avvocati, i politici e gli uomini d’affari scrivono costituzioni, trattati di pace e contratti commerciali, discutono per settimane e persino mesi su ogni singola parola, perché sanno che questi pezzi di carta possono esercitare un potere enorme.
La burocrazia
Ogni nuova tecnologia dell’informazione ha i suoi colli di bottiglia inaspettati. Risolve alcuni vecchi problemi e però ne crea di nuovi. All’inizio del 1730 a.C., Narâmtani, una sacerdotessa della città mesopotamica di Sippar, scrisse una lettera (su una tavoletta di argilla) a un parente, chiedendogli di inviarle alcune tavolette di argilla che teneva in casa. La donna spiegava che il suo diritto all’eredità era stato contestato e che non avrebbe potuto dimostrare le sue ragioni in tribunale senza quei documenti. Terminò il messaggio con una supplica: “Ora, vi prego, non trascuratemi!”16
Non sappiamo cosa sia successo dopo, ma immaginate la situazione se il parente avesse cercato in casa sua ma non avesse trovato le tavolette mancanti. Con il progressivo incremento nella produzione di documenti, trovarli si rivelava tutt’altro che facile. Questa era una sfida particolare per i re, i sacerdoti, i mercanti e tutti coloro che accumulavano migliaia di documenti nei loro archivi. Come si fa a trovare il giusto documento fiscale, la ricevuta di pagamento o il contratto commerciale quando se ne ha bisogno? I documenti scritti erano molto più efficaci del cervello umano nel registrare alcuni tipi di informazioni. Ma hanno creato un nuovo e spinoso problema: il recupero di quelle informazioni.17
Il cervello umano è straordinariamente efficiente nel reperire qualsiasi informazione immagazzinata nella sua rete di decine di miliardi di neuroni e trilioni di sinapsi. Nonostante che il nostro cervello archivi innumerevoli storie complesse sulla nostra vita personale, sulla nostra storia nazionale e sulla nostra mitologia religiosa, le persone sane possono risalire alle informazioni su ognuna di esse in meno di un secondo. Cosa avete mangiato a colazione? Per chi avete avuto la vostra prima cotta? Quando il vostro paese ha ottenuto l’indipendenza? Qual è il primo versetto della Bibbia?
Come avete reperito tutte queste informazioni? Quale meccanismo attiva i giusti neuroni e sinapsi per richiamare rapidamente le informazioni necessarie? Malgrado i rilevanti progressi dei neuroscienziati nello studio della memoria, nessuno ha ancora capito cosa siano i ricordi, né come esattamente vengano immagazzinati e recuperati.18 Quello che sappiamo è che milioni di anni di evoluzione hanno semplificato i processi di recupero del cervello. Tuttavia, dopo che gli esseri umani hanno esternalizzato i ricordi dai cervelli organici ai documenti inorganici, per recuperarli non si può più fare affidamento su quel sistema biologico ottimizzato. Né si può contare sulle capacità di foraggiamento che l’uomo ha sviluppato in milioni di anni. L’evoluzione ha reso gli esseri umani adatti a trovare frutti e funghi in una foresta, ma non a scovare documenti in un archivio.
I raccoglitori trovano frutti e funghi, perché l’evoluzione ha organizzato le foreste secondo un ordine organico riconoscibile. Gli alberi da frutto fanno la fotosintesi, quindi hanno bisogno della luce del sole. I funghi si nutrono di materia organica morta, che di solito si trova nel terreno. Allora i funghi si sviluppano di solito a livello del suolo, mentre i frutti crescono più in alto. Un’altra regola comune è che le mele crescono sugli alberi di mele, mentre i fichi crescono sugli alberi di fichi. Perciò, se si cerca una mela, bisogna prima individuare un melo e poi guardare in alto. Vivendo in una foresta, gli esseri umani imparano questo ordine organico.
Per gli archivi è molto diverso. Poiché i documenti non sono organismi, non obbediscono ad alcuna legge biologica e l’evoluzione non li ha organizzati per noi. I rapporti fiscali non crescono sullo scaffale dei rapporti fiscali. Devono essere collocati lì. A tal fine, qualcuno deve prima concepire l’idea di categorizzare le informazioni per scaffali e decidere quali documenti debbano andare su quale scaffale. Diversamente dai raccoglitori, che devono solo scoprire l’ordine preesistente della foresta, gli archivisti devono concepire un nuovo ordine per il mondo. Questo ordine si chiama burocrazia.
La burocrazia è la strategia con cui i funzionari delle grandi organizzazioni hanno risolto il problema del recupero dei documenti e quindi hanno creato reti informative più grandi e potenti. Ma come la mitologia, anche la burocrazia tende a sacrificare la verità in favore dell’ordine. Inventando un nuovo ordine e imponendolo al mondo, la burocrazia ha distorto la comprensione del mondo stesso in una maniera tutta particolare. Parecchi dei problemi delle nostre reti informative del XXI secolo, come gli algoritmi influenzati da bias che etichettano erroneamente le persone o i protocolli troppo rigidi che ignorano i bisogni e i sentimenti umani, non sono problemi nuovi tipici dell’era informatica. Sono problemi tipici della burocrazia che esistono da molto prima che qualcuno sognasse di usare un computer.
La burocrazia e la ricerca della verità
“Burocrazia” è un neologismo che sta letteralmente per “potere degli uffici”. Il termine è stato inventato nella Francia del XVIII secolo, quando il tipico funzionario sedeva accanto a una scrivania con cassetti: il bureau.19 Il cuore dell’ordine burocratico è quindi il cassetto. La burocrazia cerca di risolvere il problema del recupero delle informazioni suddividendo il mondo in cassetti e sapendo quale documento riporre in quale cassetto.
Il principio rimane lo stesso, indipendentemente dal fatto che il documento venga messo in un cassetto, in uno scaffale, in un cesto, in un barattolo, in una cartella del computer o in qualsiasi altro recipiente: divide et impera. Suddividete il mondo in vari contenitori e teneteli separati per evitare che i documenti si confondano. Questo principio organizzativo, tuttavia, ha un costo. Invece di concentrarsi sulla comprensione del mondo così com’è, la burocrazia è spesso impegnata a imporre al mondo un ordine nuovo e artificiale. I burocrati cominciano inventando vari cassetti, realtà intersoggettive che non corrispondono necessariamente a una qualche suddivisione oggettiva del mondo. I burocrati cercano poi di costringere il mondo a rientrare in questi cassetti e, se il risultato non è più che soddisfacente, intensificano lo sforzo. Chiunque abbia mai compilato un modulo lo sa fin troppo bene. Quando nessuna delle opzioni elencate si adatta alla nostra situazione, siamo noi che dobbiamo adattarci al modulo, perché non sarà il modulo ad adattarsi a noi. Ridurre il disordine della realtà a un numero limitato di cassetti predefiniti aiuta i burocrati a mantenere l’ordine, ma va a scapito della verità. Poiché si concentrano sulla definizione dei loro cassetti – anche quando la realtà meriterebbe soluzioni molto più complesse – i burocrati spesso sviluppano una comprensione distorta del mondo.
L’impulso a suddividere la realtà in rigidi cassetti porta, inoltre, i burocrati a perseguire obiettivi ristretti, senza tenere conto dell’impatto più ampio delle loro azioni. Se un burocrate è incaricato di aumentare la produzione industriale è probabile che, ignorando le problematiche ambientali che non rientrano nella sua ristretta sfera di competenza, faccia scaricare i rifiuti tossici in un fiume vicino e così provochi un disastro ecologico a valle. Se poi il governo istituisce un nuovo dicastero per la lotta all’inquinamento, è altrettanto probabile che i suoi burocrati spingano per norme sempre più severe, anche se ciò si traduce nella rovina economica delle comunità a monte. Idealmente, ci dovrebbe essere sempre qualcuno in grado di prendere in considerazione tutti i diversi aspetti e fare le debite considerazioni, però un tale approccio olistico richiede di trascendere o abolire la parcellizzazione burocratica.
Le distorsioni create dalla burocrazia non riguardano solo le pubbliche amministrazioni e le aziende private, ma anche le discipline scientifiche. Consideriamo, per esempio, la suddivisione delle università in diverse facoltà e dipartimenti. La storia è separata dalla biologia e dalla matematica. Perché? Certamente questa suddivisione non riflette la realtà oggettiva. È un’invenzione intersoggettiva dei burocrati accademici. La pandemia di Covid-19, per esempio, è stata allo stesso tempo un evento storico, biologico e matematico. Ma lo studio accademico delle pandemie è suddiviso tra i dipartimenti di storia, biologia e matematica (tra gli altri). Di solito gli studenti che frequentano un corso di laurea devono decidere a quale di questi dipartimenti appartenere. La loro decisione limita la scelta dei corsi, che a sua volta modella la loro comprensione del mondo. Gli studenti di matematica imparano a prevedere i futuri livelli di morbilità in base agli attuali tassi di infezione; gli studenti di biologia imparano come i virus mutano nel tempo; e gli studenti di storia imparano come le credenze religiose e politiche influenzano la volontà delle persone di seguire le istruzioni del governo. Per comprendere appieno il Covid-19 bisogna prendere in considerazione i fenomeni matematici, biologici e storici, ma la burocrazia accademica non incoraggia un approccio così olistico.
Scalando i gradini della gerarchia accademica, la spinta a specializzarsi non fa che aumentare. Il mondo accademico è governato dalla legge del publish or perish (“pubblica o muori”). Se si vuole un lavoro, è necessario pubblicare su riviste con revisione paritaria. Ma le riviste sono divise per disciplina, e pubblicare un articolo sulle mutazioni dei virus in una rivista di biologia richiede di seguire convenzioni diverse rispetto a un articolo sulla politica delle pandemie in una rivista di storia. Sono richiesti gerghi diversi, bisogna rispettare regole di citazione diverse e ci sono aspettative diverse. Gli storici dovrebbero avere una profonda conoscenza della cultura e saper leggere e interpretare i documenti storici. I biologi dovrebbero avere una profonda comprensione dell’evoluzione e saper leggere e interpretare le molecole di DNA. Gli aspetti che si collocano tra le due categorie, come l’interazione tra le ideologie politiche umane e l’evoluzione dei virus, spesso non vengono affrontati.20
Per capire come gli accademici costringano un mondo disordinato e fluido a stare dentro rigide categorie burocratiche, scaviamo un po’ più a fondo nella disciplina specifica della biologia. Prima che Darwin potesse spiegare l’origine delle specie, studiosi come Linneo avevano definito che cos’è una specie e classificato tutti gli organismi viventi in specie. Per sostenere che i leoni e le tigri si sono evoluti da un antenato felino comune, bisogna prima definire chi sono “leoni” e “tigri”.21 Un lavoro di grande difficoltà e che richiede un tempo infinito, perché gli animali, le piante e altri organismi spesso oltrepassano i confini dei cassetti loro assegnati.
L’evoluzione non si può facilmente contenere in nessuno schema burocratico. Il punto centrale dell’evoluzione è che le specie cambiano di continuo, e questo significa che mettere ogni specie in un cassetto immutabile distorce la realtà biologica. Per esempio, quando abbia cessato di esistere Homo erectus e sia nato Homo sapiens è una questione ancora aperta. Ci sono stati due genitori Erectus il cui figlio è stato il primo Sapiens?22 Le specie continuano a mescolarsi: animali appartenenti a specie apparentemente separate non solo possono avere rapporti sessuali, ma addirittura generare prole fertile. La maggior parte dei Sapiens che vivono oggi ha circa l’1-3% di DNA di Neanderthal,23 il che indica che un tempo c’era un bambino il cui padre era un Neanderthal e la cui madre era una Sapiens (o viceversa). Sapiens e Neanderthal sono quindi della stessa specie o di specie diverse? E la “specie” è una realtà oggettiva che i biologi scoprono o è una realtà intersoggettiva che i biologi impongono?24
Ci sono parecchi altri esempi di animali che escono dai loro cassetti, perciò l’ordinata divisione burocratica non riesce a classificare con precisione le specie ad anello, la fusione tra specie diverse e gli ibridi.25 Gli orsi grizzly e gli orsi polari a volte producono orsi prizzly e orsi grolari.26 I leoni e le tigri generano ligri e tigoni.27
Quando spostiamo la nostra attenzione dai mammiferi e da altri organismi multicellulari al mondo dei batteri e degli archeobatteri unicellulari, scopriamo che regna l’anarchia. In un processo noto come trasferimento genico orizzontale, gli organismi unicellulari scambiano abitualmente materiale genetico non solo con organismi di specie affini, ma anche di generi, regni, ordini e persino domini completamente diversi. I batteriologi hanno un arduo compito nel tenere sotto controllo queste chimere.28
E quando arriviamo ai confini della vita e consideriamo virus come il SARS-CoV-2 (responsabile del Covid-19), le cose si complicano ulteriormente. I virus si trovano a cavallo del rigido confine tra esseri viventi e materia inanimata, tra biologia e chimica. A differenza dei batteri, i virus non sono organismi unicellulari. Non sono affatto cellule e non possiedono alcuna struttura cellulare propria. I virus non si nutrono, non metabolizzano e non possono riprodursi da soli. Sono minuscoli pacchetti di codice genetico in grado di penetrare nelle cellule, sabotare i loro meccanismi di funzionamento e istruirli a produrre altre copie di quel codice genetico. Le nuove copie escono dalla cellula per infettare e sabotare altre cellule: è così che il codice alieno diventa virale. Gli scienziati discutono all’infinito se i virus debbano essere considerati esseri che rientrano al di qua o piuttosto al di là dei confini della vita.29 Ma questo confine non è una realtà oggettiva; è una convenzione intersoggettiva. Anche se i biologi raggiungessero un consenso unanime sul fatto che i virus sono forme di vita, questo non modificherebbe in nulla il comportamento dei virus; cambierebbe solo il modo in cui gli esseri umani pensano a loro.
Naturalmente le convenzioni intersoggettive sono esse stesse parte della realtà. Man mano che noi esseri umani diventiamo più potenti, le nostre convinzioni intersoggettive diventano più importanti per il mondo esterno alle nostre reti informative. Per esempio, scienziati e legislatori hanno classificato le specie in base al pericolo di estinzione che corrono, in una scala che va da “minor preoccupazione” a “vulnerabile”, da “in pericolo” a “estinta”. Definire una particolare popolazione di animali come “specie in pericolo” è una convenzione umana intersoggettiva, ma può avere conseguenze di vasta portata, per esempio imponendo restrizioni legali alla caccia di quegli animali o alla distruzione del loro habitat. Una decisione burocratica sull’appartenenza di un certo animale al cassetto delle “specie in pericolo” o a quello delle “specie vulnerabili” può fare la differenza tra la vita e la morte. Come vedremo più volte nei capitoli seguenti, quando una burocrazia vi mette un’etichetta, anche se si tratta di pura convenzione, può comunque determinare il vostro destino. Questo vale sempre, sia che il burocrate sia un esperto in carne e ossa di animali, un esperto in carne e ossa di esseri umani o un’IA inorganica.
Lo Stato profondo
In difesa della burocrazia va notato che, se a volte sacrifica la verità e ci fa vedere il mondo in maniera distorta, spesso lo fa per il bene dell’ordine, senza il quale sarebbe complicato conservare qualsiasi rete umana su larga scala. Benché le burocrazie non siano mai perfette, esiste un modo migliore per far funzionare le grandi reti? Per esempio, se decidessimo di abolire tutte le separazioni convenzionali nel mondo accademico, tutti i dipartimenti e le facoltà e le riviste specializzate, ogni aspirante medico dovrebbe dedicare parecchi anni allo studio della storia e quelli che hanno studiato l’impatto della peste nera sulla teologia cristiana sarebbero considerati degli esperti in virologia? Tutto questo porterebbe a sistemi sanitari migliori?
Chi immagina fantasticando di abolire tutte le burocrazie a favore di un approccio più olistico al mondo dovrebbe riflettere sul fatto che anche gli ospedali sono istituzioni burocratiche. Sono organizzati in diversi reparti, con gerarchie, protocolli e molti moduli da compilare. Soffrono di molte malattie burocratiche, ma riescono comunque a curarci da molte delle nostre malattie biologiche. Lo stesso vale per quasi tutti gli altri servizi che migliorano la nostra vita, dalle scuole al sistema fognario.
Quando si tira lo sciacquone, dove vanno a finire i rifiuti? Finiscono nello Stato profondo. Un’intricata rete sotterranea di tubi, pompe e tunnel corre sotto le nostre case e raccoglie i nostri rifiuti, li separa dalla fornitura di acqua potabile e li tratta o li smaltisce in modo sicuro. Qualcuno deve progettare, costruire e mantenere questa rete profonda, tappare i buchi, monitorare i livelli di inquinamento e pagare chi lavora. Anche questo è un lavoro burocratico, e ci troveremmo di fronte a molti disagi e persino alla morte se abolissimo questa particolare struttura di governo. L’acqua di scarico e l’acqua potabile rischiano sempre di mescolarsi, ma per fortuna ci sono i burocrati che le tengono separate.
Prima della creazione dei moderni sistemi fognari, le malattie infettive trasmesse dall’acqua, come la dissenteria e il colera, uccidevano milioni di persone in tutto il mondo.30 Nel 1854 centinaia di abitanti di Londra iniziarono a morire di colera. Si trattò di un’epidemia relativamente contenuta, ma che si rivelò un punto di svolta nella storia del colera, delle epidemie in generale e delle fognature. La principale teoria medica dell’epoca sosteneva che le epidemie di colera fossero causate dai miasmi, ovvero dall’“aria cattiva” emanata dalla decomposizione degli organismi. Ma il medico John Snow sospettava che la vera causa fosse l’approvvigionamento idrico. Controllò scrupolosamente l’elenco di tutti i malati di colera riconosciuti, il loro luogo di residenza e la loro fonte d’acqua. I dati ottenuti lo portarono a identificare la pompa dell’acqua di Broad Street a Soho come l’epicentro dell’epidemia.
Si trattava di un lavoro burocratico noioso – raccogliere dati, categorizzarli e mapparli – ma che ha salvato delle vite. Snow spiegò le sue scoperte ai funzionari locali, convincendoli a disattivare la pompa di Broad Street, ponendo così fine all’epidemia. Ricerche successive scoprirono che il pozzo che forniva acqua alla pompa incriminata era stato scavato a meno di un metro da un pozzo nero infetto dal colera.31
La scoperta di Snow e il lavoro di molti altri scienziati, ingegneri, avvocati e funzionari che si sono susseguiti nel tempo hanno dato vita a una burocrazia tentacolare che regolamenta i pozzi neri, le pompe dell’acqua e le condotte fognarie. Nell’Inghilterra contemporanea, per scavare pozzi e costruire pozzi neri è necessario compilare moduli e ottenere licenze, che assicurano che l’acqua potabile non provenga da un pozzo scavato accanto a un pozzo nero.32
È facile dimenticarsi che esiste questo sistema quando funziona bene, ma dal 1854 ha salvato milioni di vite ed è uno dei servizi più importanti forniti dagli stati moderni. Nel 2014 il primo ministro indiano Narendra Modi ha identificato nella mancanza di servizi igienici uno dei maggiori problemi dell’India. La defecazione a cielo aperto è una delle principali cause di diffusione di malattie come il colera, la dissenteria e la diarrea, oltre a esporre donne e ragazze al pericolo di violenze sessuali. Nell’ambito della sua campagna “Clean India Mission”, Modi ha promesso di fornire a tutti i cittadini indiani l’accesso ai servizi igienici e tra il 2014 e il 2020 lo stato ha investito circa 10 miliardi di dollari nel progetto, costruendo più di cento milioni di nuove latrine.33 Forse le fognature non sono un buon soggetto per i poemi epici, ma sono un serio banco di prova per uno stato che funzioni bene.
I drammi biologici
La mitologia e la burocrazia sono i due pilastri di ogni società su larga scala. Tuttavia, mentre la mitologia tende ad affascinare, la burocrazia tende ad allontanare. Nonostante i servizi che forniscono, anche le burocrazie animate dalle migliori intenzioni spesso non riescono a conquistare la fiducia del pubblico. Per molti, la stessa parola “burocrazia” ha una connotazione negativa. Questo perché è di per sé difficile capire se un sistema burocratico sia benefico o dannoso. Tutte le burocrazie, buone o cattive che siano, hanno una caratteristica fondamentale: sono difficili da capire per gli esseri umani.
Qualsiasi bambino sa distinguere un amico da un bullo. Capisci subito se qualcuno condivide il suo pranzo con te o se invece si prende il tuo. Ma quando l’esattore delle tasse viene a prelevare una parte dei vostri guadagni, come fate a capire se va a costruire un nuovo sistema fognario pubblico o una nuova dacia, privata, per il presidente? È difficile ottenere tutte le informazioni pertinenti e ancor più difficile interpretarle. È altrettanto difficile per i cittadini capire le procedure burocratiche che determinano le modalità di ammissione degli alunni nelle scuole, di cura dei pazienti negli ospedali o di raccolta e riciclo dei rifiuti. Basta un minuto per twittare accuse di ingiustizia, frode o corruzione, e molte settimane di duro lavoro per provarle o smentirle.
Documenti, archivi, moduli, licenze, regolamenti e altre procedure burocratiche hanno cambiato il modo in cui le informazioni fluiscono nella società, e con esse anche il modo in cui funziona il potere. Questo ha reso molto più difficile la comprensione del potere. Che cosa succede dietro le porte chiuse di uffici e archivi, dove anonimi funzionari analizzano e organizzano pile di documenti e determinano il nostro destino con un tratto di penna o un clic del mouse?
Nelle società tribali, prive di documenti scritti e di burocrazie, la rete umana è composta solo da catene da uomo a uomo e da uomo a storia. L’autorità appartiene a coloro che controllano i ganci che collegano le varie catene. Questi ganci sono i miti fondanti della tribù. I leader carismatici, gli oratori e i creatori di miti sanno come usare queste storie per plasmare identità, costruire alleanze e suscitare emozioni.34
Nelle reti umane collegate da documenti scritti e procedure burocratiche – dall’antica Ur alla moderna India – la società si basa in parte sull’interazione tra esseri umani e documenti. Oltre che dalle catene da uomo a uomo e da uomo a storia, queste società sono tenute insieme anche da catene da uomo a documento. Quando osserviamo come funziona una società burocratica, vediamo ancora esseri umani che raccontano storie ad altri esseri umani, come quando milioni di indiani guardano la serie del Ramayana, ma vediamo anche esseri umani che passano documenti ad altri esseri umani, come quando le reti televisive devono richiedere le licenze di trasmissione e compilare i documenti fiscali. Da un altro punto di vista si tratta di documenti che obbligano gli esseri umani a confrontarsi con altri documenti.
Questo ha fatto in modo che l’autorità si trasferisse ad altre figure. Poiché i documenti sono diventati un nesso cruciale che collega molte catene sociali, in sé racchiudono un potere considerevole e gli esperti della loro logica arcana sono emersi come le nuove figure che rappresentavano l’autorità. Amministratori, contabili e avvocati non solo padroneggiavano la lettura e la scrittura, ma anche le capacità di comporre moduli, separare cassetti e gestire archivi. Nei sistemi burocratici, il potere spesso deriva dal saper manipolare oscure scappatoie di bilancio e sapersi muovere nei labirinti di uffici, commissioni e sottocommissioni.
Questo trasferimento di autorità ha cambiato gli equilibri di potere nel mondo. Nel bene e nel male, le burocrazie alfabetizzate hanno avuto la tendenza a rafforzare l’autorità centrale a spese dei cittadini comuni. Non solo i documenti e gli archivi rendevano più facile per il centro tassare, giudicare e arruolare tutti. La difficoltà nel capire il potere burocratico rendeva contemporaneamente più difficile per le masse influenzare l’autorità centrale, resistervi o eluderla. Anche quando la burocrazia era una forza benevola, che forniva alla popolazione sistemi fognari, istruzione e sicurezza, tendeva comunque ad aumentare il divario tra governanti e governati. Il sistema permetteva al centro di raccogliere e registrare molte più informazioni sulle persone che governava, mentre per queste ultime era molto più difficile capire come funzionava il sistema stesso.
L’arte, che ci aiuta a comprendere molti altri aspetti della vita, in questo caso ha offerto solo un aiuto limitato. Poeti, drammaturghi e registi si sono di tanto in tanto concentrati sulle dinamiche del potere burocratico. Tuttavia, si è rivelata una storia molto difficile da raccontare. Gli artisti di solito lavorano con una serie limitata di storie che sono radicate nella nostra biologia, ma nessuno di questi drammi biologici getta molta luce sul funzionamento della burocrazia, perché sono stati tutti sceneggiati dall’evoluzione milioni di anni prima della comparsa di documenti e archivi. Per capire cosa sono i “drammi biologici” e perché sono una pessima guida per chi vuole capire la burocrazia, consideriamo nel dettaglio la trama di uno dei più grandi capolavori artistici dell’umanità: il Ramayana.
Una parte importante della trama del Ramayana riguarda i rapporti tra il principe Rama, suo padre, il re Dasharatha, e la sua matrigna, la regina Kaikeyi. Sebbene Rama, essendo il figlio maggiore, sia l’erede legittimo del regno, Kaikeyi convince il re a bandire Rama esiliandolo nelle terre selvagge e ad assegnare la successione a suo figlio Bharata. Alla base di questa trama ci sono diversi drammi biologici che risalgono a centinaia di milioni di anni fa nell’evoluzione dei mammiferi e degli uccelli.
Tutti i piccoli di mammiferi e uccelli dipendono dai genitori nel primo stadio di vita, cercano le cure dei genitori e ne temono l’abbandono o l’ostilità. Sono in gioco la vita e la morte. Un cucciolo o un pulcino spinto fuori dal nido troppo presto rischia di morire di fame o di essere predato. Tra gli esseri umani, la paura di essere trascurati o abbandonati dai genitori è un modello non solo per le storie per bambini come Biancaneve, Cenerentola e Harry Potter, ma anche per alcuni dei nostri miti nazionali e religiosi più influenti. Il Ramayana non è l’unico esempio. Nella teologia cristiana la dannazione è concepita come la perdita di ogni contatto con la chiesa madre e il padre celeste. L’inferno è un bambino smarrito che piange perché ha perso i genitori.
Un dramma biologico correlato, familiare anche ai bambini, ai cuccioli di mammifero e ai pulcini, è: “Il padre mi ama più di quanto ami te”. Biologi e genetisti hanno identificato la rivalità tra fratelli come uno dei processi chiave dell’evoluzione.35 I fratelli competono abitualmente per il cibo e le attenzioni dei genitori e in alcune specie l’uccisione di un fratello da parte di un altro è un fatto comune. Circa un quarto dei cuccioli di iena maculata viene ucciso dai fratelli, che di conseguenza godono di maggiori cure parentali.36 Tra gli squali tigre, le femmine conservano numerosi embrioni nell’utero. Il primo embrione che raggiunge circa 10 centimetri di lunghezza mangia tutti gli altri.37 Le dinamiche della rivalità tra fratelli si manifestano in numerosi miti oltre al Ramayana, per esempio nelle storie di Caino e Abele, re Lear e nella serie televisiva Succession. Intere nazioni, come il popolo ebraico, possono basare la loro identità sull’affermazione che “siamo i figli prediletti del Padre”.
Il secondo importante intreccio del Ramayana ruota intorno al triangolo amoroso formato dal principe Rama, dalla sua amante Sita e dal re demoniaco Ravana, che rapisce Sita. Pure “il ragazzo incontra la ragazza” e “il ragazzo combatte contro un altro ragazzo per una ragazza” sono drammi biologici che sono stati messi in scena innumerevoli volte da mammiferi, uccelli, rettili e pesci per centinaia di milioni di anni. Siamo ipnotizzati da queste storie perché comprenderle è stato essenziale per la sopravvivenza dei nostri antenati. Narratori umani come Omero, Shakespeare e Valmiki – il presunto autore del Ramayana – hanno dimostrato una sorprendente capacità di elaborare i drammi biologici, ma anche le più grandi narrazioni poetiche di solito copiano la loro trama di base dal manuale dell’evoluzione.
Un terzo tema ricorrente nel Ramayana è la tensione tra purezza e impurità, con Sita che è l’esempio di purezza nella cultura indù. L’ossessione culturale per la purezza ha origine nella lotta evolutiva per evitare la contaminazione. Tutti gli animali sono combattuti tra la necessità di provare nuovi cibi e la paura di essere avvelenati. Perciò l’evoluzione ha dotato gli animali sia della curiosità sia della capacità di provare disgusto quando entrano in contatto con qualcosa di tossico o comunque pericoloso.38 Politici e profeti hanno imparato a manipolare questi meccanismi. Nei miti nazionalisti e religiosi, i paesi o le chiese sono rappresentati come un corpo biologico che rischia di essere contaminato da intrusi impuri. Per secoli i bigotti hanno affermato che le minoranze etniche e religiose diffondono malattie,39 che le persone LGBTQIA+ sono una fonte di contaminazione40 o che le donne sono impure.41 Durante il genocidio in Ruanda del 1994, la propaganda Hutu si riferiva ai Tutsi chiamandoli scarafaggi. I nazisti paragonavano gli ebrei ai topi. Esperimenti scientifici hanno dimostrato che anche gli scimpanzé reagiscono con disgusto alle immagini di scimpanzé sconosciuti di un altro gruppo.42
Forse in nessun’altra cultura il dramma biologico della “purezza contro impurità” è stato portato all’estremo come nell’induismo tradizionale. Da lì è nato l’impianto narrativo che è servito a costruire un sistema intersoggettivo di caste classificate secondo il presunto livello di purezza, con i bramini puri al vertice e i presunti impuri dalit (in passato noti come “intoccabili”) alla base. Anche le professioni, gli utensili e le attività quotidiane sono stati classificati secondo il loro livello di purezza e regole severe hanno proibito alle persone “impure” di sposare persone “pure”, di toccarle, di preparare per loro il cibo o anche solo di avvicinarsi a loro.
Lo stato moderno dell’India lotta ancora con questa eredità, che influenza quasi tutti gli aspetti della vita. Per esempio, la paura dell’impurità ha creato diversi problemi alla già citata campagna “Clean India Mission”, perché le persone presumibilmente “pure” erano riluttanti a farsi coinvolgere in attività “impure” come la costruzione, la manutenzione e la pulizia dei servizi igienici, o a condividere le latrine pubbliche con persone presumibilmente “impure”.43 Il 25 settembre 2019, due bambini dalit – la dodicenne Roshni Valmiki e suo nipote Avinash, di dieci anni – sono stati linciati nel villaggio indiano di Bhavkhedi per aver defecato vicino alla casa di una famiglia di casta superiore Yadav. Erano costretti a defecare in pubblico perché le loro case non avevano servizi igienici funzionanti. In seguito, un funzionario locale ha spiegato che la loro famiglia, pur essendo tra le più povere del villaggio, era comunque esclusa dall’elenco di quelle che potevano beneficiare di aiuti governativi per la costruzione di servizi igienici. I bambini soffrivano abitualmente di altre discriminazioni di casta, per esempio erano costretti a portare a scuola tappetini e materiali separati e a sedersi in disparte rispetto ai compagni, per non “contaminarli”.44
L’elenco dei drammi biologici che toccano le corde delle nostre emozioni comprende altri classici, come “Chi sarà il maschio alfa?”, “Noi contro loro” e “Il bene contro il male”. Anche questi drammi trovano spazio tra i versi del Ramayana e sono tutti ben noti ai branchi di lupi e alle bande di scimpanzé, oltre che alle società umane. Nel loro complesso, questi drammi biologici costituiscono la spina dorsale di quasi tutta l’arte e la mitologia umane. Ma questa diffusa dipendenza dell’arte dai drammi biologici le ha reso difficile spiegare i meccanismi della burocrazia. Il Ramayana è ambientato nel contesto di grandi regni agrari, però mostra scarso interesse per il modo in cui tali regni registrano le proprietà, riscuotono le tasse, catalogano gli archivi o finanziano le guerre. La rivalità tra fratelli e i triangoli amorosi non sono una buona guida per le dinamiche dei documenti, che non hanno né fratelli né vita sentimentale.
Scrittori come Franz Kafka, che si sono concentrati sui modi spesso surreali in cui la burocrazia modella le vite umane, hanno aperto la strada a nuove trame narrative non biologiche. Nel Processo, l’impiegato di banca K. viene arrestato da non meglio identificati funzionari di una imperscrutabile agenzia per un imprecisato crimine. Nonostante tutti i suoi sforzi, non riesce mai a capire che cosa gli stia succedendo o a scoprire gli obiettivi dell’organizzazione che lo opprime. Benché a volte sia stato interpretato facendo riferimento, esistenziale o teologico, alla condizione umana nell’universo e all’insondabilità di Dio, su un piano più prosaico il romanzo mostra le dinamiche da incubo delle burocrazie, che Kafka, in qualità di avvocato assicuratore, conosceva fin troppo bene.
Nelle società burocratiche la vita della gente comune è spesso sconvolta da anonimi funzionari di un ente indecifrabile per ragioni incomprensibili. Mentre le storie di eroi che affrontano i mostri – dal Ramayana all’Uomo Ragno – riflettono i drammi biologici del confronto con predatori e rivali in amore, il particolare orrore delle storie kafkiane deriva dall’insondabilità della minaccia. L’evoluzione ha predisposto la nostra mente a comprendere il pericolo mortale rappresentato da una tigre. Ma è molto più difficile capire il pericolo mortale rappresentato da un documento.
Alcune note rappresentazioni della burocrazia hanno carattere satirico. L’iconico romanzo di Joseph Heller del 1961, Comma 22, ricorre alla satira per illustrare il ruolo centrale della burocrazia in guerra. Uno dei personaggi più determinanti del romanzo è l’ex soldato scelto Wintergreen, che dalla sua base di potere all’interno del servizio postale decide quali lettere inoltrare e quali far scomparire.45 Le sitcom britanniche degli anni ottanta Yes Minister e Yes, Prime Minister hanno mostrato in che modo i funzionari pubblici utilizzano regolamenti arcani, oscure sottocommissioni e pile di documenti per manipolare i loro capi politici. La commedia drammatica del 2015 La grande scommessa (basata su un libro del 2010 di Michael Lewis)46 mostra le radici burocratiche della crisi finanziaria del 2007-2008. I cattivi del film non sono esseri umani ma obbligazioni di debito collateralizzate (CDO), dispositivi finanziari inventati dai banchieri d’investimento, gli unici in grado di capirne il funzionamento. Questi Godzilla burocratici sono andati in letargo nelle profondità dei portafogli bancari senza che nessuno li notasse, finché non si sono risvegliati e sono emersi all’improvviso nel 2007 per creare scompiglio nella vita di miliardi di persone, provocando una grave crisi economica.
Opere d’arte come queste hanno avuto un certo successo nel plasmare la percezione di come funziona il potere burocratico, ma si tratta comunque di uno scontro impari, perché fin dall’età della pietra le nostre menti sono state predisposte a concentrarsi sui drammi biologici piuttosto che su quelli burocratici. La maggior parte dei blockbuster di Hollywood e Bollywood non parlano delle CDO. Ancora nel XXI secolo, la maggior parte dei film di successo sono essenzialmente storie dell’età della pietra su un eroe che combatte con il mostro per conquistare una ragazza. Allo stesso modo, nel rappresentare le dinamiche del potere politico, serie televisive come Il Trono di Spade, The Crown e Succession si concentrano sugli intrighi familiari della corte dinastica piuttosto che sul labirinto burocratico che sostiene – e talvolta argina – il potere della dinastia.
Ammazzeremo tutti gli avvocati
Dalla difficoltà nel rappresentare e capire le realtà burocratiche nascono situazioni complicate. Da un lato, le persone si sentono impotenti di fronte a poteri dannosi che non capiscono, come succede al protagonista del Processo di Kafka. Dall’altro, rimane anche l’impressione che la burocrazia sia una cospirazione maligna, pure in quei casi dove è effettivamente una forza benevola che ci garantisce assistenza sanitaria, sicurezza e giustizia.
Nel XVI secolo, Ludovico Ariosto descriveva la figura allegorica della Discordia come una donna che si aggira in una nuvola: “Di citatorie piene e di libelli, / d’essamine e di carte di procure / avea le mani e il seno, e gran fastelli / di chiose, di consigli e di letture; / per cui le facultà de’ poverelli / non sono mai ne le città sicure. / Avea dietro e dinanzi e d’ambi i lati, / notai, procuratori ed avvocati.”47
Nella descrizione della ribellione di Jack Cade (1450) nell’Enrico VI. Parte seconda, Shakespeare fa in modo che un comune ribelle chiamato Dick il Macellaio porti l’avversione alla burocrazia alla sua logica conclusione. Dick ha un piano per stabilire un ordine sociale migliore. “Per prima cosa,” consiglia, “ammazzeremo tutti gli avvocati.” Il leader dei ribelli, Jack Cade, si unisce alla proposta di Dick in un attacco frontale alla burocrazia e in particolare ai documenti scritti: “Non è riprovevole che con la pelle di un agnello innocente sia fatta la pergamena, e che la pergamena, tutta scribacchiata, debba rovinare un uomo? Qualcuno dice che le api pungono, ma io dico che è la loro cera, perché giusto una volta che ho apposto la ceralacca su una cosa, non ero più padrone di me stesso.” Proprio in quel momento i ribelli catturano un chierico e lo accusano di saper scrivere e leggere. Dopo un breve interrogatorio che stabilisce il suo “crimine”, Cade ordina ai suoi uomini: “Impiccatelo con la sua penna e il calamaio attorno al collo.”48
Settant’anni prima della ribellione di Jack Cade, durante l’ancor più grande rivolta dei contadini del 1381, i ribelli sfogarono la loro rabbia non solo sui burocrati in carne e ossa, ma anche sui loro documenti, distruggendo numerosi archivi, bruciando registri di tribunale, carte e documenti amministrativi e legali. In un caso, fecero anche un falò degli archivi dell’Università di Cambridge. Un’anziana donna di nome Margery Starr ne sparse le ceneri al vento gridando: “Basta con il sapere dei chierici, via tutto!” Thomas Walsingham, un monaco dell’abbazia di St. Albans che assistette di persona alla distruzione dell’archivio dell’abbazia, descrisse come i ribelli “appiccarono il fuoco a tutti i registri dei tribunali e a tutti i documenti, in modo che, dopo essersi sbarazzati di questi registri del loro antico servizio, i loro signori non avrebbero potuto rivendicare alcun diritto nei loro confronti in un momento futuro”.49 L’eliminazione fisica dei documenti cancellava i debiti.
Attacchi simili agli archivi hanno caratterizzato parecchie altre insurrezioni nel corso della storia. Per esempio, durante la grande rivolta ebraica del 66 d.C., una delle prime cose che i ribelli fecero dopo aver conquistato Gerusalemme fu quella di dare fuoco all’archivio centrale per distruggere i documenti dei debiti, conquistando così il sostegno della popolazione.50 Durante la Rivoluzione francese del 1789, numerosi archivi locali e regionali furono distrutti per motivi analoghi.51 Molti ribelli potevano anche essere analfabeti, ma sapevano bene che senza i documenti la macchina burocratica non poteva funzionare.
Posso simpatizzare con chi sospetta delle burocrazie governative e del potere dei documenti ufficiali, perché questi hanno avuto un ruolo importante nella storia della mia famiglia. La vita di mio nonno materno è stata sconvolta da un censimento governativo e dall’impossibilità di trovare un documento fondamentale. Mio nonno Bruno Luttinger nacque nel 1913 a Chernivtsi. Oggi questa città si trova in Ucraina, ma nel 1913 faceva parte dell’impero asburgico. Il padre di Bruno scomparve durante la prima guerra mondiale e lui fu cresciuto dalla madre, Chaya-Pearl. Alla fine della guerra Chernivtsi fu annessa alla Romania. Alla fine degli anni trenta, quando la Romania divenne una dittatura fascista, un elemento importante della sua nuova politica antisemita fu il censimento degli ebrei.
Nel 1936 le statistiche ufficiali dicevano che in Romania vivevano 758.000 ebrei, pari al 4,2% della popolazione. Le stesse statistiche ufficiali dicevano che il numero totale di rifugiati dall’URSS, ebrei e non ebrei, era di circa 11.000 persone. Nel 1937 salì al potere un nuovo governo fascista, guidato dal primo ministro Octavian Goga. Oltre che un politico, Goga era un poeta rinomato ma passò rapidamente dalla poesia patriottica alle statistiche fittizie e alla burocrazia oppressiva. Lui e i suoi colleghi ignorarono le statistiche ufficiali e affermarono che centinaia di migliaia di rifugiati ebrei stavano affluendo in Romania. In diverse interviste Goga dichiarò che mezzo milione di ebrei era entrato illegalmente in Romania e che il numero totale di ebrei nel paese era di 1,5 milioni. Organi governativi, statistici di estrema destra e giornali popolari citavano regolarmente cifre ancora più alte. L’ambasciata rumena a Parigi, per esempio, sosteneva che c’erano un milione di rifugiati ebrei in Romania. I romeni cristiani furono colti da un’isteria collettiva per il timore di essere presto sostituiti o di diventare una minoranza in un paese a guida ebraica.
Il governo di Goga intervenne per offrire una soluzione al problema immaginario inventato dalla sua stessa propaganda. Il 22 gennaio 1938, il governo emanò una legge che ordinava a tutti gli ebrei in Romania di fornire una prova documentata del fatto che erano nati in territorio rumeno e avevano diritto alla cittadinanza rumena. Gli ebrei che non avessero presentato alcuna prova avrebbero perso la cittadinanza, insieme a tutti i diritti di residenza e di lavoro.
All’improvviso gli ebrei rumeni si videro precipitare in un inferno burocratico. Molti dovettero recarsi nel loro luogo di nascita per cercare i documenti pertinenti, solo per scoprire che gli archivi comunali erano stati distrutti durante la prima guerra mondiale. Gli ebrei nati nei territori annessi alla Romania solo dopo il 1918 – come Chernivtsi – incontrarono particolari difficoltà, perché non avevano certificati di nascita rumeni e perché molti altri documenti sulle loro famiglie erano archiviati nelle ex capitali asburgiche di Vienna e Budapest invece che a Bucarest. Spesso gli ebrei non sapevano nemmeno che cosa avrebbero dovuto cercare, perché la legge sul censimento non specificava quali documenti fossero considerati una “prova” sufficiente.
Gli impiegati e gli archivisti ottennero una nuova e lucrosa fonte di guadagno, poiché gli ebrei più impazienti si offrivano di pagare grosse tangenti pur di mettere le mani sul documento giusto. Anche se non si trattava di tangenti, il procedimento era estremamente costoso: ogni richiesta di documentazione, così come la presentazione della richiesta di cittadinanza alle autorità, comportava il pagamento di tasse. Trovare e depositare il documento giusto non garantiva il successo. Una differenza di una sola lettera tra la grafia del nome sul certificato di nascita e sui documenti per la cittadinanza era sufficiente alle autorità per revocare la cittadinanza.
Molti ebrei non riuscirono a superare questi ostacoli burocratici e non presentarono nemmeno la richiesta di cittadinanza. Di quelli che lo fecero, solo il 63% ottenne l’approvazione. Complessivamente, su 758.000 ebrei rumeni, 367.000 persero la cittadinanza.52 Mio nonno Bruno era tra questi. Quando la nuova legge sul censimento fu approvata a Bucarest, Bruno non perse molto tempo a pensarci su. Era nato a Chernivtsi e lì aveva vissuto per tutta la vita. Il pensiero di dover dimostrare a qualche burocrate di non essere uno straniero gli sembrò ridicolo. Inoltre, all’inizio del 1938 sua madre si ammalò e morì, e Bruno sentiva di avere cose ben più importanti di cui preoccuparsi che la ricerca di documenti.
Nel dicembre 1938 arrivò una lettera ufficiale da Bucarest che revocava la sua cittadinanza e Bruno, in quanto straniero, fu prontamente licenziato dal negozio di radio di Chernivtsi dove lavorava. Bruno ora non soltanto era solo e senza lavoro, ma anche apolide e senza molte prospettive di un’occupazione alternativa. Nove mesi dopo scoppiò la seconda guerra mondiale e il pericolo per gli ebrei senza documenti si fece ancora più grande. Degli ebrei rumeni che avevano perso la cittadinanza nel 1938, la stragrande maggioranza sarebbe stata uccisa negli anni seguenti dai fascisti rumeni e dai loro alleati nazisti (per gli ebrei che avevano mantenuto la cittadinanza il tasso di sopravvivenza fu molto più alto).53
Mio nonno cercò più volte di sfuggire al cappio sempre più stretto, ma era difficile senza i documenti giusti. Diverse volte si imbarcò da clandestino su treni e navi, per poi essere catturato e arrestato. Nel 1940 riuscì finalmente a salire su una delle ultime navi dirette in Palestina prima che le porte dell’inferno si chiudessero. Quando arrivò in Palestina, fu subito imprigionato dagli inglesi come immigrato clandestino. Dopo due mesi di detenzione, gli inglesi gli proposero un accordo: rimanere in carcere e rischiare la deportazione, oppure arruolarsi nell’esercito britannico e ottenere la cittadinanza palestinese. Mio nonno non se lo fece ripetere due volte: accettò l’offerta e dal 1941 al 1945 prestò servizio nell’esercito britannico nelle campagne del Nordafrica e d’Italia. In cambio, ottenne i documenti.
Nella nostra famiglia conservare i documenti divenne un sacro dovere. Estratti conto bancari, bollette della luce, tessere studentesche scadute, lettere del Comune: qualunque cosa fosse stampata con un timbro dall’aspetto ufficiale, veniva archiviata in uno dei tanti faldoni del nostro armadio. Non si sapeva mai quale di questi documenti un giorno avrebbe potuto salvarti la vita.
Il documento miracoloso
Dobbiamo amare o odiare la rete di informazioni burocratiche? Storie come quella di mio nonno mettono in luce i pericoli insiti nel potere burocratico. D’altro canto, storie come quella dell’epidemia di colera a Londra sottolineano i suoi aspetti positivi. Tutte le reti di informazione potenti possono fare sia bene che male, a seconda di come vengono progettate e utilizzate. Il semplice aumento della quantità di informazioni in una rete non garantisce per la sua bontà, né rende più facile trovare il giusto equilibrio tra verità e ordine. Questa è una lezione storica fondamentale per i progettisti e gli utenti delle nuove reti di informazione del XXI secolo.
Le future reti di informazione, in particolare quelle basate sull’intelligenza artificiale, saranno diverse dalle precedenti per molti aspetti. Mentre nella prima parte di questo volume abbiamo esaminato come la mitologia e la burocrazia siano state essenziali per lo sviluppo di reti informative su larga scala, nella seconda parte vedremo come l’IA stia assumendo il ruolo sia dei burocrati sia dei creatori di miti. I sistemi basati sull’intelligenza artificiale sanno come trovare ed elaborare i dati meglio dei burocrati in carne e ossa, e l’IA sta anche acquisendo la capacità di creare storie meglio della maggior parte degli esseri umani.
Ma prima di analizzare le nuove reti informatiche basate sull’IA del XXI secolo, e prima di esaminare le minacce e le promesse dei creatori di miti e dei burocrati di queste nuove reti, c’è un’altra cosa che dobbiamo capire sulla storia complessiva delle reti di informazione. Abbiamo visto che le reti di informazione non massimizzano la verità, ma cercano piuttosto di trovare un equilibrio tra verità e ordine. Burocrazia e mitologia sono entrambe essenziali per mantenere l’ordine, e in nome dell’ordine entrambe sono ben felici di sacrificare la verità. Quali meccanismi, allora, assicurano che la burocrazia e la mitologia non perdano del tutto il contatto con la verità e quali permettono alle reti informative di identificare e correggere i propri errori, anche a costo di un certo disordine?
I modi in cui le reti informative umane hanno affrontato il problema degli errori saranno l’argomento principale dei prossimi due capitoli. Inizieremo dall’invenzione di un’altra tecnologia dell’informazione: il libro sacro. I libri sacri, come la Bibbia e il Corano, sono una tecnologia informativa destinata a contenere tutte le informazioni vitali di cui la società ha bisogno e a essere priva di qualsiasi possibilità di errore. Che cosa succede quando una rete di informazione si ritiene totalmente incapace di errori? La storia dei libri sacri e della loro presunta infallibilità mette in evidenza alcuni dei limiti propri di tutte le reti informative e contiene lezioni importanti per chi tenta di creare intelligenze artificiali infallibili nel XXI secolo.