domenica 30 agosto 2026

BALZAC E LA PICCOLA SARTA CINESE Dai Sijie

 


BALZAC E LA PICCOLA SARTA CINESE 

Dai Sijie

Recensione (del libro e del film) 

Durante la Rivoluzione Culturale cinese nei primi anni Settanta, due adolescenti colti di Shanghai, il narratore e il suo amico Luo, vengono inviati in un remoto villaggio di montagna nel Sichuan per essere "rieducati" dai contadini locali attraverso il duro lavoro fisico.

Il libro è fortemente autobiografico. La vicenda si basa direttamente sulle esperienze personali dell'autore Dai Sijie.

Scritto in un francese limpido ed elegante, il romanzo adotta il punto di vista del narratore anonimo. Oscilla magistralmente tra la brutalità della rieducazione forzata e la leggerezza della giovinezza, usando l'ironia per sopravvivere all'orrore del regime.

È un'opera potente nella sua brevità. Mostra come i grandi classici occidentali possano diventare armi di emancipazione e libertà mentale, portando però a un finale amaro: la cultura rende liberi, ma l'emancipazione spezza inevitabilmente i legami del passato.

Dal libro è stato tratto il film omonimo del 2002, intitolato proprio Balzac e la piccola sarta cinese (Xiao cheng zhi chun / Balzac et la petite tailleuse chinoise).La particolarità quasi unica di questa trasposizione è che è stata diretta dallo stesso autore del libro, Dai Sijie. Questo ha permesso al film di mantenere intatta l'atmosfera poetica, la delicatezza e il messaggio profondo del romanzo

BALZAC E LA PICCOLA SARTA CINESE

CAPITOLO I


Il capo del villaggio, un uomo sui cinquant'anni, era seduto a gambe incrociate al centro della stanza, accanto a un focolare scavato nel terreno in cui bruciava del carbone, e stava esaminando attentamente il mio violino: l'unico oggetto, nel bagaglio dei due «ragazzi di città», quali eravamo considerati Luo e io, da cui sembrava emanare un che di estraneo, un odore di civiltà che insospettiva la gente del posto.


Un contadino accostò all'oggetto una lampada a petrolio, allo scopo di facilitarne l'identificazione. Il capo sollevò il violino in verticale e ispezionò il buco nero della cassa, come un doganiere meticoloso alla ricerca di droga. Notai tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro, una grande e due piccole, tutte dello stesso color rosso vivo.


Tenendo il violino all'altezza del viso, lo scosse violentemente, quasi si aspettasse che dal fondo oscuro della cassa armonica cadesse qualcosa. Avevo l'impressione che da un momento all'altro le corde si sarebbero spezzate e il manico sarebbe volato in mille pezzi.


Quasi tutto il villaggio era lì, ai piedi di quella casa su palafitte sperduta in cima alla montagna. Uomini, donne e bambini si affollavano all'interno, si aggrappavano alle finestre, si spintonavano davanti alla porta. Poiché dal violino non cadeva nulla, il capo avvicinò il naso al buco nero e lo annusò vigorosamente. I grossi peli neri, lunghi e sporchi, che fuoriuscivano dalla sua narice sinistra ebbero un fremito.


Ancora nessun indizio.


A quel punto fece scorrere le dita callose sopra una corda, poi sopra un'altra... Un suono sconosciuto pietrificò la folla, inducendola a una sorta di rispetto.


«È un giocattolo» sentenziò solennemente il capo.


Luo e io rimanemmo allibiti, e ci scambiammo furtivamente uno sguardo angosciato. Mi chiedevo come sarebbe finita.


Un contadino prese il «giocattolo» dalle mani del capo e sferrò un gran pugno sul dorso della cassa, dopodiché lo passò a un altro. Per un po' il violino circolò tra la folla. Nessuno si occupava di noi, i due ragazzi di città fragili, esili, stremati e ridicoli. Avendo camminato in mezzo alle montagne per tutta la giornata, avevamo i vestiti, la faccia e i capelli ricoperti di fango. Sembravamo due soldatini reazionari di un film di propaganda, catturati da un'orda di contadini comunisti dopo una sconfitta.


«Un giocattolo da stronzi» disse una donna dalla voce rauca.


«No,» rettificò il capo «un giocattolo borghese, venuto dalla città».


Nonostante il gran fuoco al centro della stanza mi sentii gelare.


«Bisogna bruciarlo!» aggiunse il capo.


L'ordine suscitò immediatamente tra la folla una vivace reazione. Tutti parlavano, gridavano, si spintonavano: ognuno cercava di impadronirsi del «giocattolo» per avere il privilegio di gettarlo nel fuoco con le proprie mani.


«Capo, è uno strumento musicale» disse Luo con aria disinvolta. «Il mio amico è bravo a suonare. Dico sul serio».


Il capo riprese in mano il violino e tornò a esaminarlo; poi me lo porse.


«Mi dispiace, capo,» intervenni io, a disagio «ma non è vero che sono così bravo».


Luo mi rivolse una rapida strizzatina d'occhio. Un po' sconcertato, presi il violino e cominciai ad accordarlo.


«Ascolterà una sonata di Mozart, capo» annunciò Luo con la stessa calma di prima.


Lo guardai esterrefatto, pensando che fosse impazzito: da anni tutte le opere di Mozart, come di qualunque altro musicista occidentale, erano proibite nel nostro paese. A mollo da ore nelle scarpe fradicie, i piedi mi erano diventati di ghiaccio. Tremavo dal freddo.


«Che roba è una sonata?» mi chiese il capo con aria diffidente.


«Non lo so» balbettai. «Una cosa occidentale».


«Una canzone?».


«Più o meno» risposi evasivo.


Di colpo riapparve nei suoi occhi lo sguardo vigile del buon comunista, e la sua voce si fece ostile:


«E come si chiama, 'sta canzone?».


«Somiglia a una canzone, ma è una sonata».


«Ti ho chiesto come si chiama!» gridò lui guardandomi fisso.


Di nuovo le tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro mi fecero paura.


«Mozart...» farfugliai.


«Mozart che cosa?».


«Mozart pensa al presidente Mao» proseguì Luo al posto mio.


Che faccia tosta! Ma funzionò: come al suono di una parola magica, lo sguardo minaccioso del capo si raddolcì e i suoi occhi si raggrinzirono in un gran sorriso di beatitudine.


«Mozart pensa sempre a Mao» disse.


«Sì» confermò Luo. «Sempre».


A un tratto, quando impugnai l'archetto, esplosero intorno a me applausi calorosi, che mi fecero quasi paura. Le mie dita intorpidite cominciarono a percorrere le corde, e le frasi di Mozart mi tornarono alla mente come amici fedeli. I volti dei contadini, fino a un attimo prima così ostili, si ammorbidivano progressivamente sotto la limpida gioia di Mozart, come la terra inaridita sotto la pioggia; poi, a poco a poco, nella luce danzante della lampada a petrolio, persero i loro contorni.


Suonai a lungo. Luo, intanto, si accese una sigaretta e si mise a fumare, sicuro e tranquillo, come un adulto.


Questa fu la nostra prima giornata di rieducazione. Luo aveva diciott'anni, io diciassette.


Due parole sulla rieducazione: alla fine del 1968, nella Cina rossa, il Grande Timoniere della Rivoluzione, il presidente Mao, avviò un piano destinato a cambiare profondamente il paese: le università furono chiuse e i «giovani intellettuali», ossia gli studenti che avevano finito il liceo, furono mandati in campagna per essere «rieducati dai contadini poveri». (Qualche anno dopo, questa idea senza precedenti ispirò un altro leader rivoluzionario asiatico, un cambogiano, il quale, ancora più ambizioso e più radicale, mandò «in campagna» l'intera popolazione della capitale, giovani e vecchi senza distinzione).


Che cosa in realtà avesse spinto Mao Zedong a prendere una decisione simile, rimase un mistero: voleva farla finita con le Guardie rosse, che cominciavano a sfuggire al suo controllo? O forse, da quel grande sognatore rivoluzionario che era, aspirava a forgiare una nuova generazione? Nessuno riuscì mai a trovare una risposta. A quell'epoca io e Luo ne discutemmo spesso, di nascosto, come due congiurati. La nostra conclusione fu la seguente: Mao odiava gli intellettuali.


Noi non eravamo né le prime né le ultime cavie umane ad essere sottoposte a un simile esperimento. Quando arrivammo in quella casa su palafitte sperduta in mezzo alle montagne, e io suonai il violino per il capo del villaggio, era l'inizio del 1971. E noi non eravamo neppure i più sfortunati. Milioni di giovani ci avevano preceduti, e milioni di giovani sarebbero venuti dopo di noi. Solo che - ironia della sorte - né Luo né io eravamo liceali. Mai avevamo avuto il privilegio di frequentare una classe del liceo. Quando fummo mandati in montagna come fossimo due «intellettuali», avevamo soltanto il diploma di scuola media.


Era difficile, a meno di non essere davvero in malafede, considerarci degli intellettuali, tanto più che le conoscenze da noi acquisite nei tre anni delle medie erano del tutto inconsistenti: fra i dodici e i quattordici anni avevamo aspettato che la Rivoluzione si placasse e che la nostra scuola riaprisse i battenti. Ma, quando finalmente vi entrammo, non provammo altro che delusione e amarezza: i corsi di matematica erano stati soppressi, e così pure quelli di fisica e di chimica, e le «nozioni di base» si limitavano ormai all'industria e all'agricoltura. Sulla copertina dei manuali scolastici era raffigurato un operaio, con un berretto in testa e certe braccia nerborute come quelle di Sylvester Stallone, che brandiva un enorme martello. Accanto a lui, una donna comunista vestita da contadina, con in testa un fazzoletto rosso. (Con una battuta volgare, assai diffusa all'epoca tra gli studenti delle medie, dicevano che si era messa attorno al capo un assorbente usato). Per molti anni questi manuali, insieme al Libretto Rosso di Mao, rimasero la nostra unica fonte di conoscenza. Tutti gli altri libri erano proibiti.


Il motivo per cui ci era stato negato l'accesso al liceo ed eravamo stati costretti ad assumere nostro malgrado il ruolo di giovani intellettuali erano i nostri genitori, allora considerati nemici del popolo, sebbene la gravità dei crimini imputati agli uni e agli altri non fosse esattamente la stessa.


I miei genitori erano medici: mio padre pneumologo, mia madre specializzata in parassitologia. Lavoravano entrambi all'ospedale di Chengdu, una città di quattro milioni di abitanti. La loro unica colpa consisteva nell'essere degli «schifosi scienziati», che godevano di una modesta reputazione a livello locale, poiché Chengdu era la capitale del Sichuan, una provincia popolata da cento milioni di abitanti, lontana da Pechino ma vicinissima al Tibet.


Rispetto al mio, il padre di Luo era una vera celebrità, un grande dentista famoso in tutta la Cina. Un giorno, prima della Rivoluzione culturale, aveva raccontato ai suoi allievi di aver rifatto i denti a Mao Zedong, alla signora Mao, e anche a Chiang Kai-Shek, presidente della Repubblica prima della presa del potere da parte dei comunisti. Per la verità, a furia di contemplare tutti i giorni per anni e anni il ritratto di Mao, alcuni avevano già notato che i suoi denti erano decisamente gialli, come se fossero sporchi, ma nessuno osava dirlo. Ed ecco che un eminente dentista si metteva a insinuare, e per di più in pubblico, che il Grande Timoniere della Rivoluzione portava la dentiera: un fatto di un'insolenza inaudita, un crimine assurdo e imperdonabile, peggio della rivelazione di un segreto relativo alla difesa nazionale. E la condanna che ne seguì fu ancora più pesante poiché, per sua disgrazia, il colpevole aveva osato accostare ai nomi di Mao e di sua moglie quello del peggiore dei farabutti: Chiang Kai-Shek.


Per anni la famiglia di Luo abitò accanto alla mia, sullo stesso pianerottolo, al terzo e ultimo piano di una casa in mattoni. Luo era il quinto figlio di suo padre, e il solo figlio di sua madre.


Non esagero se dico che è stato il migliore amico che io abbia mai avuto. Siamo cresciuti insieme, e insieme abbiamo superato prove di ogni sorta, a volte durissime. Litigavamo assai di rado.


Mi ricorderò sempre dell'unica volta in cui ci siamo picchiati, o per meglio dire in cui lui ha picchiato me: fu durante l'estate del 1968. Lui aveva circa quindici anni, io ne avevo appena compiuti quattordici. Un pomeriggio c'era una grande riunione politica nell'ospedale in cui lavoravano i nostri genitori, in un campo di pallacanestro all'aperto. Sapevamo entrambi che l'oggetto di quella riunione era il padre di Luo, il quale per l'ennesima volta sarebbe stato pubblicamente accusato dei suoi crimini. Verso le cinque, poiché nessuno era ancora tornato a casa, Luo mi chiese di accompagnarlo là.


«Così vedremo chi sono quelli che accusano e picchiano mio padre,» mi disse «e quando saremo grandi gliela faremo pagare».


Il campo di pallacanestro brulicava di teste nere. Faceva molto caldo. L'altoparlante gracchiava. Il padre di Luo era inginocchiato al centro di una tribuna. Una grande lastra di cemento, che doveva essere pesantissima, era appesa al suo collo mediante un filo di ferro che gli penetrava in profondità nella carne fin quasi a sparirvi. Su quella lastra c'erano scritti il suo nome e il suo crimine: reazionario.


Benché fossi a trenta metri di distanza da lui, ebbi l'impressione di vedere per terra, sotto la sua testa, un'ampia macchia scura, formata dal suo sudore.


La voce minacciosa di un uomo gridò nell'altoparlante:


«Confessa che sei andato a letto con questa infermiera!».


Il padre di Luo piegò il capo, sempre di più, tanto da far pensare che la lastra di cemento gli avesse spezzato il collo una volta per tutte. Qualcuno gli avvicinò un microfono alla bocca, e lo si udì esalare un «sì» debolissimo, quasi tremante.


«Com'è andata?» berciò l'inquisitore nell'altoparlante. «Sei stato tu a toccarla o ti ha toccato lei?».


«Sono stato io».


«E dopo?».


Ci fu un silenzio che durò alcuni secondi. Poi la folla gridò all'unisono:


«E dopo?».


Quel grido, ripetuto da duemila persone insieme, rimbombò come un tuono, e


volteggiò sopra le nostre teste.


«Ho fatto un passo in avanti...» disse il criminale.


«Forza! I dettagli!».


«Ma appena l'ho toccata» confessò il padre di Luo «sono piombato... in una specie di nebbia».


Andammo via, mentre quella folla di inquisitori fanatici ricominciava a scatenarsi in urla selvagge. A un tratto, mentre tornavamo a casa, mi sentii la faccia bagnata di lacrime, e capii quanto ero affezionato a quel vecchio vicino di casa, il dentista.


Fu allora che Luo, senza dire una sola parola, mi diede uno schiaffo. Rimasi così sorpreso che fui sul punto di cadere a terra.


In quell'anno 1971 il figlio di uno pneumologo e il suo amico, figlio di un grande nemico del popolo che aveva avuto il privilegio di toccare i denti di Mao, erano solo due dei cento e passa «giovani intellettuali», fra ragazzi e ragazze, che vennero spediti su quella montagna, chiamata «la Fenice del Cielo». Un nome poetico, e un modo curioso per evocare la sua altezza terrificante: né i poveri passerotti né i comuni uccelli di pianura sarebbero mai riusciti a innalzarsi fino ad essa; a poterla raggiungere era solo una specie legata al cielo, una specie possente, mitica, profondamente solitaria.


Non vi si accedeva mediante una strada, ma solo percorrendo un angusto sentiero che si inerpicava fra le masse enormi delle rocce, delle vette, dei monti e fra creste di ogni grandezza e delle più diverse forme. Per scorgere la sagoma di un'automobile, per udire un colpo di clacson - indizio di civiltà - o sentire l'odore di un ristorante, bisognava camminare per due giorni in mezzo alle montagne. A un centinaio di chilometri di distanza, adagiato sulla riva del fiume Ya, si incontrava il paese di Yong Jing; era il centro abitato più vicino. L'unico occidentale ad avervi messo piede era stato, negli anni Quaranta, un missionario francese, tale padre Michel, nel corso di una spedizione alla ricerca di una nuova via di accesso al Tibet.


«Il distretto di Yong Jing non è privo di interesse, e in special modo una delle sue montagne, denominata "la Fenice del Cielo"» scrive il gesuita nel suo diario di viaggio. «Una montagna nota per le sue miniere di rame, anticamente usato nella fabbricazione delle monete. Si dice che nel I secolo un imperatore della dinastia Han abbia donato questa montagna al suo amante, uno dei capi eunuchi del palazzo. Allorché posai lo sguardo sulle sue vette di un'altezza vertiginosa che si ergono da ogni parte, vidi uno stretto sentiero che saliva tra le buie fenditure delle rocce a strapiombo e sembrava svanire nella nebbia. Lungo il sentiero vidi scendere alcuni coolies, carichi come bestie da soma di grosse balle di rame, assicurate sulla loro schiena con cinghie di cuoio. Ho sentito dire, tuttavia, che già da tempo la produzione del rame è molto diminuita, soprattutto a causa della mancanza di mezzi di trasporto. Attualmente la particolare posizione geografica di questa montagna ha indotto gli abitanti a coltivare l'oppio. Mi è stato peraltro sconsigliato di avventurarmici: tutti i coltivatori di oppio sono armati. Terminato il raccolto, passano il tempo ad assalire i viandanti. Mi limitai dunque a osservare da lontano quel luogo selvaggio e isolato, ricoperto da una quantità incredibile di alberi giganteschi, di piante rampicanti, di vegetazione lussureggiante, e che sembrava fatto apposta perché un brigante sbucasse fuori dall'ombra e assalisse i viandanti».


La Fenice del Cielo comprendeva una ventina di villaggi, sparsi nei meandri di quell'unico sentiero o nascosti nelle valli oscure. In genere ogni villaggio accoglieva cinque o sei giovani venuti dalla città. Il nostro invece, che era appollaiato in cima alla montagna ed era il più povero di tutti, poteva accoglierne soltanto due: Luo e me. Venimmo alloggiati proprio nella casa su palafitte in cui il capo del villaggio aveva ispezionato il mio violino.


La baracca, che apparteneva a tutti gli abitanti del villaggio, non era destinata ad abitazione. Essa poggiava, come ho detto, su pali di legno, e nella parte inferiore ospitava un porcile dove viveva una grossa scrofa, anch'essa patrimonio comune. La casa vera e propria era fatta di vecchie travi grezze, non dipinte, era priva di controsoffitto e serviva da deposito per il granturco, il riso e gli utensili rotti; era anche un luogo ideale per i convegni clandestini degli adulteri.


Per tutti gli anni della nostra rieducazione non ebbe mai alcun mobile, neanche un tavolo o una sedia, tranne due letti improvvisati, appoggiati contro un muro in una cameretta senza finestre.


Ciò nonostante, la nostra casa divenne in breve tempo il centro del villaggio: ci venivano tutti, compreso il capo, sempre con quelle tre gocce di sangue nell'occhio sinistro.


Questo per via di un'altra «fenice», piccolissima, addirittura minuscola, piuttosto terrestre, che apparteneva al mio amico Luo.


In realtà non si trattava di una vera fenice, ma di un gallo, tutto fiero delle sue penne di pavone di un colore verdastro striato di blu. Lo si scorgeva, attraverso il vetro reso opaco dalla sporcizia, chinare rapidamente la testa e colpire con l'appuntito becco di ebano un terreno invisibile mentre la lancetta dei secondi girava lentamente sul quadrante. Poi rialzava il capo, con il becco aperto, e scuoteva le piume con evidente soddisfazione, sazio di immaginari chicchi di riso.


Com'era piccola la sveglia di Luo, con quel gallo che si muoveva a ogni secondo! Se era sfuggita all'ispezione del capo, era proprio in virtù delle sue dimensioni. Stava tutta nel palmo di una mano, ma aveva una suoneria piacevole, dolcissima.


Prima del nostro arrivo, nel villaggio non c'era mai stata una sveglia, e neppure un orologio di qualsiasi genere. Gli abitanti avevano sempre vissuto regolandosi sul sorgere e sul tramonto del sole.


Fummo stupiti dal potere enorme, quasi sacro, che la sveglia assunse agli occhi dei contadini. Tutti venivano a consultarla come se la nostra casa fosse un tempio. Ogni mattina si ripeteva lo stesso rito: il capo si aggirava per un bel po' attorno alla casa, fumando una pipa di bambù lunga quanto un vecchio fucile, con gli occhi fissi sulla nostra sveglia. Alle nove in punto emetteva un fischio prolungato, assordante: per gli abitanti del villaggio era il segnale che dovevano andare al lavoro. Ma il rito non finiva qui.


«È ora! Mi sentite?» urlava poi rivolto verso le case tirate su a casaccio lungo i fianchi della montagna. «È ora di andare a zappare la terra, massa di sfaticati! Cheaspettate a muovervi, rincoglioniti che non siete altro?...».


Non piaceva né a Luo né a me andare a lavorare su quella montagna dagli angusti sentieri scoscesi, che salivano, salivano, salivano fino a scomparire fra le nuvole -sentieri sui quali era impossibile spingere anche solo una carriola, e dove l'unico mezzo di trasporto era il corpo umano.


Più di ogni altra cosa, ci inorridiva portare a spalle la merda: in certi secchi di legno semicilindrici, appositamente concepiti per il trasporto di ogni specie di concime, umano o animale; ogni giorno dovevamo riempire questa sorta di zaini di escrementi allungati con acqua, caricarceli sulle spalle e arrampicarci su fino ai campi, che spesso si trovavano a un'altezza vertiginosa. A ogni passo ti sentivi dietro le orecchie lo sciacquettio di quel liquido merdoso. Un po' alla volta, la mistura puzzolente fuoriusciva dal coperchio e cominciava a scorrerti lungo la schiena. Vi risparmio, cari lettori, la descrizione di quel che succedeva in caso di cadute: come è facile immaginare, ogni passo falso poteva essere fatale.


Una mattina, al pensiero dei secchi pieni di merda che ci aspettavano, ci passò del tutto la voglia di alzarci. Ce ne stavamo ancora a letto quando udimmo i passi del capo. Erano quasi le nove, il gallo mimava impassibile il suo becchettio, e a un tratto Luo ebbe un'idea geniale: alzò il mignolo e girò le lancette della sveglia in senso inverso, fino a farle indietreggiare di un'ora. E ci rimettemmo a dormire. Che goduria, quella dormita a sbafo! Anche perché sapevamo che il capo era lì fuori, e camminava nervosamente con in bocca la lunga pipa di bambù. Quella trovata rischiosa e fantastica cancellò quasi completamente il nostro rancore nei confronti degli ex coltivatori di oppio riciclati, sotto il regime comunista, in «contadini poveri» addetti alla nostra rieducazione.


Dopo quella storica mattina, ci accadde spesso di modificare l'ora sul quadrante della sveglia a seconda delle nostre condizioni fisiche o del nostro umore. Certe volte, invece di spostare le lancette all'indietro, le spostavamo in avanti di un paio d'ore, per terminare prima la giornata di lavoro.


Così, non sapendo mai di preciso che ora fosse, finimmo per perdere qualunque nozione del tempo reale.


Pioveva spesso, sulla montagna della Fenice del Cielo. Pioveva quasi due giorni su tre. Si trattava raramente di rovesci o temporali: quasi sempre cadeva una pioggia sottile, costante e subdola, una pioggia che sembrava non dovesse finire mai. Le sagome delle vette e delle rocce intorno alla nostra casa svanivano a poco a poco in una densa, lugubre nebbia, e quel paesaggio mollemente irreale ci metteva di cattivo umore, anche perché dentro casa vivevamo immersi in una perenne umidità, e ovunque regnava la muffa, che pian piano corrodeva ogni cosa. Era peggio che abitare in una cantina.


Certe volte, di notte, Luo non riusciva a dormire. Allora si alzava, accendeva la lampada a petrolio e nella semioscurità si metteva a cercare sotto il letto, a quattro zampe, qualche mozzicone di sigaretta. Quando veniva fuori da lì sotto, si sedeva sul letto a gambe incrociate, radunava i mozziconi ammuffiti in un pezzo di carta (non di rado una preziosa lettera dei suoi) e li faceva seccare vicino alla fiamma della lampada a petrolio. Dopodiché, con una meticolosità da orologiaio, estraeva dai mozziconi tutte le briciole di tabacco, le raccoglieva una per una e si faceva una sigaretta; quando l'aveva accesa, spegneva la luce. Fumava al buio, sempre seduto dov'era, ascoltando il silenzio della notte rotto solo dai grugniti della scrofa che, giusto sotto la nostra stanza, grufolava nel mucchio di letame.


Ogni tanto succedeva che la pioggia durasse più del solito, e che la penuria di sigarette si prolungasse. Una volta Luo mi svegliò in piena notte.


«Non trovo più nemmeno una cicca, né sotto il letto né da nessun'altra parte».


«E allora?».


«Sono depresso. Non ti andrebbe di suonarmi qualcosa?».


Subito mi alzai e presi il violino. Mentre suonavo, ancora semiaddormentato, mi vennero in mente i nostri genitori, i miei e i suoi: se lo pneumologo o il grande dentista che aveva eseguito interventi così audaci avessero potuto vedere, quella notte, la fiammella della lampada a petrolio che oscillava nella nostra casa su palafitte, se avessero potuto udire la voce del violino mischiata ai grugniti della scrofa... Ma non c'era nessuno. Nemmeno gli abitanti del villaggio. I più vicini si trovavano ad almeno un centinaio di metri di distanza.


Fuori continuava a piovere. Per un caso, non era la solita pioggia fina fina, ma una pioggia pesante, brutale, che batteva con violenza sulle tegole sopra le nostre teste. Questo contribuiva senz'altro ad accrescere la depressione di Luo: eravamo condannati a passare il resto della nostra vita in rieducazione. Di solito, un ragazzo proveniente da una famiglia normale - una famiglia di operai o di intellettuali rivoluzionari -, e che non facesse sciocchezze, aveva, secondo gli organi ufficiali del Partito, cento probabilità su cento di tornare a casa dopo un paio d'anni di rieducazione. Ma per un ragazzo appartenente a una famiglia di «nemici del popolo» le probabilità di tornare in città erano minime: tre su mille. In termini matematici, Luo e io eravamo «fottuti». La lieta prospettiva che avevamo di fronte era di diventare vecchi e calvi, di morire ed essere deposti, avvolti in un sudario bianco secondo l'uso di quei luoghi, nella casa su palafitte. C'era davvero di che sentirsi tristi, angosciati, incapaci di chiudere occhio.


Quella notte suonai prima un pezzo di Mozart, poi uno di Brahms, e per finire una sonata di Beethoven; ma neanche Beethoven riuscì a tirar su il morale di Luo.


«Prova con un altro» mi disse.


«Che cosa vuoi sentire?».


«Qualcosa di più allegro».


Riflettei, passando in rassegna il mio misero repertorio, ma non trovai niente.


Allora Luo si mise a canticchiare un ritornello rivoluzionario.


«Come ti pare questo?».


«Carino».


E subito presi ad accompagnarlo con il violino. Era un canto tibetano a cui i cinesi avevano cambiato le parole per farne un inno alla gloria del presidente Mao. Ma, anche così, l'aria aveva serbato intatta la sua gioia di vivere, la sua forza indomabile. L'adattamento non era riuscito a rovinarla. Luo, sempre più esaltato, si mise in piedi sul letto e cominciò a ballare girando su se stesso, mentre grosse gocce di pioggia colavano dentro la casa attraverso le tegole sconnesse.


Tre su mille, pensai a un tratto. Ho soltanto tre probabilità su mille, e questo fumatore malinconico che si atteggia a ballerino ne ha ancora di meno. Un giorno, chissà, quando avrò imparato a suonare meglio, un piccolo gruppo locale o regionale, magari quello del distretto di Yong Jing, mi accoglierà e mi scritturerà per qualche concerto di propaganda. Ma Luo non sa suonare il violino, né sa giocare a pallacanestro o a calcio. Non ha nessuna dote particolare che gli consenta di partecipare all'aspra lotta del «tre per mille». Anzi, non può nemmeno sognarselo.


L'unico talento che avesse era quello di saper raccontare le storie, un talento indubbiamente gradevole, ma per disgrazia marginale e senza un gran futuro. Non eravamo mica ai tempi delle Mille e una notte! Purtroppo, nelle società contemporanee, socialiste o capitaliste che siano, il mestiere del narratore non esiste più.


Il solo uomo al mondo che abbia veramente apprezzato il suo grande talento al punto da remunerarlo generosamente è stato il capo del villaggio, l'ultimo fra i potenti che amasse le narrazioni orali.


La montagna della Fenice del Cielo era così lontana dalla civiltà che la maggior parte dei suoi abitanti non avevano mai avuto occasione di vedere un film in vita loro, e non sapevano neppure che cosa fosse il cinema. Ogni tanto io e Luo avevamo raccontato al capo qualche film, e lui moriva dalla voglia di sentirne altri. Così un giorno si informò sulla data della proiezione mensile nel paesino di Yong Jing, e decise di mandarci noi, Luo e me. Due giorni per andare, due giorni per tornare. Dovevamo vedere il film la sera stessa del nostro arrivo. Una volta rientrati al villaggio, avremmo raccontato al capo e agli altri abitanti l'intero film, dalla A alla Z, rispettando la durata esatta della proiezione.


Accettammo la sfida, ma per prudenza vedemmo il film due volte di seguito, sul campo sportivo del liceo, trasformato per l'occasione in cinema all'aperto. Le ragazze del posto erano incantevoli, ma noi cercammo di tenere sempre gli occhi fissi sullo schermo, attenti a ogni particolare del dialogo, dei costumi, a ogni minimo gesto degli attori, all'ambientazione di ciascuna scena, e finanche alla musica.


Al nostro ritorno, davanti alla casa su palafitte ebbe luogo uno spettacolo di cinema orale senza precedenti. Naturalmente c'erano tutti gli abitanti del villaggio. Il capo era seduto al centro della prima fila, in una mano la lunga pipa di bambù, nell'altra la sveglia con la «fenice terrestre», onde poter verificare l'esatta durata della nostra prestazione.


Io fui preso dal panico, e mi limitai a esporre meccanicamente l'ambientazione di ogni scena. Luo invece si rivelò un narratore geniale: raccontava poco, ma recitava via via, mutando voce e gesti, le parti di tutti i personaggi. Pilotava il racconto, creava l'attesa, rivolgeva domande al pubblico, stimolava le sue reazioni, ne correggeva le risposte. Fece tutto lui. Quando lo spettacolo terminò, esattamente nel tempo prestabilito, il nostro pubblico, o per meglio dire il suo «pubblico», era felice, eccitato, addirittura estasiato.


«Il mese prossimo» dichiarò il capo con un sorriso autoritario «vi manderò a vedere un altro film. Riceverete lo stesso compenso che se aveste lavorato neicampi».


All'inizio ci sembrò un gioco divertente; mai avremmo immaginato che la nostra vita, o almeno quella di Luo, ne sarebbe stata radicalmente modificata.


La principessa della montagna della Fenice del Cielo portava un paio di scarpe color rosa pallido, di una tela robusta e morbida a un tempo, attraverso la quale si potevano seguire i movimenti delle dita dei piedi ogni volta che premeva il pedale della macchina per cucire. Erano scarpe grossolane, a buon mercato, fatte a mano, eppure, in una regione dove quasi tutti camminavano scalzi, saltavano agli occhi, apparivano raffinate e di gran lusso. Le sue caviglie e i suoi piedi avevano una forma aggraziata che i calzini di nylon bianco contribuivano a valorizzare.


Una lunga treccia, del diametro di tre o quattro centimetri, partiva dalla nuca, scendeva lungo la schiena, oltrepassava la vita e terminava in un nastro rosso nuovo fiammante, misto di raso e di seta.


Quando si chinava sulla macchina per cucire, il lucido ripiano rifletteva il colletto della sua camicia bianca, il viso ovale e lo splendore degli occhi, senz'altro i più belli del distretto di Yong Jing, se non di tutta la regione.


Una valle immensa separava il suo villaggio dal nostro. Il padre, l'unico sarto della montagna, non si tratteneva mai a lungo nella vecchia e grande casa che serviva loro da abitazione e da bottega. Era un artigiano molto richiesto. Quando una famiglia voleva farsi dei vestiti nuovi, andava innanzitutto a comprare la stoffa in un negozio di Yong Jing (il paese in cui avevamo assistito alla proiezione cinematografica), poi si recava nella sua bottega a discutere con lui del modello, del prezzo e della data che più gli conveniva per la confezione degli abiti. Il giorno stabilito venivano a prenderlo di primo mattino, con tutti i riguardi, insieme ad alcuni uomini robusti che avevano l'incarico di portare a turno sulle spalle la macchina per cucire.


Ne possedeva due. La prima, che portava sempre con sé da un villaggio all'altro, era una vecchia macchina sulla quale non si leggevano più né la marca né il nome del fabbricante. La seconda era nuova, «made in Shanghai», e lui la lasciava a casa per sua figlia, la Piccola Sarta. Nei suoi giri non si faceva mai accompagnare da lei, e questa decisione, saggia ma inesorabile, suscitava sconforto e delusione negli innumerevoli giovani contadini che aspiravano a conquistarla.


Conduceva una vita da re. L'animazione che il suo arrivo provocava ovunque andasse non aveva niente da invidiare a quella di una festa popolare. La casa del cliente, da cui proveniva il rumore della macchina per cucire, diventava il centro del villaggio, e la sua presenza offriva alla famiglia l'occasione di ostentare la propria ricchezza. In suo onore venivano cucinati i cibi più prelibati, e a volte, quando la visita coincideva con la fine dell'anno e nel villaggio si stavano preparando le feste per l'anno nuovo, si ammazzava perfino il maiale. Non di rado, ospitato via via da clienti diversi, trascorreva nello stesso villaggio una o due settimane.


Un giorno io e Luo andammo a trovare Quattrocchi, un amico proveniente dalla nostra stessa città che abitava in un altro villaggio. Pioveva, e noi avanzavamo a passi cauti sul sentiero ripido, sdrucciolevole, avvolto in una bruma lattiginosa. Ciò nonostante, più di una volta ci ritrovammo a quattro zampe nel fango. A un tratto, dopo una curva, vedemmo venirci incontro in fila indiana un corteo di una decina di persone, che accompagnava una portantina su cui troneggiava un uomo sui cinquant'anni. Dietro questa portantina regale camminava un uomo con la macchina per cucire legata alla schiena tramite delle cinghie. Il sarto si chinò verso i portatori e parve chiedere informazioni sul nostro conto.


Era un uomo piccolo, magro e rugoso, ma dall'aspetto energico. Quella specie di rudimentale palanchino su cui viaggiava era fissato per mezzo di funi a due grosse canne di bambù, e queste poggiavano sulle spalle di due portatori, uno davanti e l'altro dietro: la portantina e le stanghe da cui era sorretta scricchiolavano al ritmo dei loro passi lenti e pesanti.


All'improvviso, nel momento in cui ci incrociammo sul sentiero, il sarto si chinò verso di me e, avvicinandosi al punto che sentii il suo fiato sul volto, urlò in inglese con tutte le sue forze:


«Vai-o-lin!».


Poi, vedendo che la sua voce tonante mi aveva fatto sussultare, scoppiò a ridere. Lo si sarebbe detto davvero un sovrano capriccioso.


«Lo sapete che fra gli abitanti di queste montagne il nostro sarto è l'uomo che è andato più lontano?» ci chiese uno dei portatori.


«Quand'ero giovane, sono stato perfino a Ya'an, a duecento chilometri da Yong Jing» ci informò il grande viaggiatore senza darci il tempo di rispondere. «Il mio maestro aveva appeso al muro uno strumento come il vostro, per far colpo sui clienti».


Quindi tacque, e il corteo si allontanò.


Prima di scomparire alla nostra vista dietro una curva del sentiero, il sarto si voltò verso di noi e di nuovo gridò:


«Vai-o-lin!».


I portatori e i dieci contadini del corteo alzarono lentamente la testa e a loro volta gridarono: «Wai-o-lin!», prolungando e storpiando quel suono al punto che il grido, più che a una parola inglese, somigliò a un sospiro di dolore.


Poi scoppiarono tutti in una gran risata, come una banda di monelli dopo uno scherzo ben riuscito. Quindi piegarono di nuovo il capo, e il corteo si rimise in moto; in un baleno fu inghiottito dalla nebbia.


Qualche settimana dopo penetrammo nel cortile della sua casa. Un grosso cane nero ci fissò senza abbaiare. Entrammo nella bottega. Il vecchio era partito per uno dei suoi giri, e così facemmo conoscenza con sua figlia, la Piccola Sarta: le chiedemmo di allungare di cinque centimetri i pantaloni di Luo, il quale, benché mangiasse poco e male, soffrisse di insonnia e si angustiasse parecchio per il suo futuro, pur tuttavia continuava a crescere.


Luo si presentò alla Piccola Sarta e le raccontò del nostro incontro con suo padre, sotto la pioggia e in mezzo alla nebbia, senza rinunciare al piacere di imitare, in modo caricaturale, il pessimo accento del vecchio. Lei scoppiò in una cordiale risata. Luo aveva un talento innato per le imitazioni.


Notai che, quando la ragazza rideva, i suoi occhi rivelavano un'indole selvaggia, come quella delle rozze contadine del nostro villaggio. Il suo sguardo aveva lo splendore delle pietre preziose o del metallo allo stato grezzo, e questa impressione era accentuata dalle lunghe ciglia e dal taglio degli occhi, che agli angoli si assottigliavano piegandosi all'insù.


«Non siate cattivi con lui» ci disse. «È un bambino invecchiato».


Di colpo sembrò turbata, abbassò gli occhi e grattò via dal ripiano della macchina per cucire un'invisibile macchiolina.


«Mia madre è morta troppo presto. E così lui fa soltanto quello che lo diverte».


Il suo volto abbronzato aveva contorni nitidi, quasi aristocratici, e nei suoi lineamenti vi era una bellezza sensuale che ci incuteva soggezione e ci teneva inchiodati lì, a guardarla premere il pedale della macchina per cucire made in Shanghai.


La stanza in cui ci trovavamo serviva al tempo stesso da bottega, da laboratorio e da sala da pranzo; il pavimento di legno era sporco, disseminato un po' ovunque di macchie nere o giallastre lasciate dagli sputi dei clienti, e si capiva che non veniva lavato ogni giorno. Gli abiti già pronti erano sistemati sulle grucce, e queste erano appese a una corda che attraversava la stanza in tutta la sua lunghezza. Ammucchiati negli angoli, rotoli di stoffa e abiti piegati davano riparo a un esercito di formiche. Il disordine, la mancanza di una pur minima esigenza estetica e un senso di totale abbandono regnavano sovrani.


Su un tavolo vidi un libro, e la cosa mi sembrò assai strana, fra quelle montagne popolate di analfabeti. Era un secolo che non toccavo un libro, e mi precipitai ad aprirne le pagine. Il risultato fu però alquanto deludente: era solo il campionario di una fabbrica di tinture per stoffe.


«Sai leggere?» chiesi alla ragazza.


«Non molto» mi rispose senza imbarazzo. «Ma non prendetemi per un'idiota: mi piace molto parlare con le persone che sanno leggere e scrivere, con i ragazzi di città. Non vi siete accorti che il mio cane non ha abbaiato quando siete entrati? È perché conosce i miei gusti».


Sembrava che non avesse voglia di lasciarci andar via. Si alzò dallo sgabello, accese un fornellino di metallo posato al centro della stanza, mise sul fuoco una pentola e la riempì d'acqua. Luo, che seguiva ogni suo movimento, le chiese:


«Che ci offri, tè o acqua bollente?».


«Dell'acqua».


Questo significava che le piacevamo. Su quelle montagne, se uno ti invitava a bere acqua bollente, voleva dire che ci avrebbe aggiunto uova e zucchero per fare una zuppa.


«Lo sai, Piccola Sarta,» disse Luo «che tu e io abbiamo qualcosa in comune?».


«Tu e io?».


«Sì, vuoi scommettere?».


«Che cosa scommettiamo?».


«Decidi tu. Sono sicuro di riuscire a dimostrarti che abbiamo qualcosa in comune».


Lei rifletté un momento.


«Se perdo, ti allungo i pantaloni gratis».


«D'accordo» disse Luo. «Adesso togliti la scarpa sinistra, e anche il calzino».


Dopo un attimo di esitazione la Piccola Sarta obbedì, vinta dalla curiosità. Il suo piede, più timido di lei ma estremamente sensuale, ci svelò dapprima la sua linea armoniosa, poi una bella caviglia e infine le unghie lucide. Era un piede piccolo, abbronzato, quasi diafano, solcato da vene azzurrine.


Quando Luo mise il suo piede sporco, annerito, ossuto, accanto a quello della Piccola Sarta, mi resi conto che c'era davvero una somiglianza fra i due: entrambi avevano l'indice più lungo dell'alluce.


Avevamo molta strada da fare, così partimmo alle tre del pomeriggio, in modo da arrivare al villaggio prima che annottasse.


Per strada chiesi a Luo:


«Ti piace la Piccola Sarta?».


Continuò a camminare a testa bassa, senza rispondermi.


«Ti sei innamorato di lei?» insistetti.


«Non è abbastanza civilizzata, non per me, almeno!».


In fondo a una galleria lunga e stretta, nera come la pece, avanzava a fatica una fievole luce. Di tanto in tanto il minuscolo puntino luminoso vacillava, cadeva, si rimetteva in equilibrio e riprendeva ad avanzare. In certi momenti, quando all'improvviso il terreno digradava, la piccola luce spariva per un bel po', e allora si udivano soltanto lo scricchiolio dei sassi sui quali un uomo trascinava una pesante cesta, e i grugniti da lui emessi ad ogni sforzo, che riecheggiavano lontano lontano nel buio assoluto.


Poi, di colpo, la luce riappariva, simile all'occhio di un animale il cui corpo, inghiottito dall'oscurità, procedesse barcollando, come in un incubo.


Era Luo, che lavorava in una piccola miniera di carbone con una lampada a olio attaccata alla fronte mediante una cinghia. Quando il cunicolo era troppo basso, avanzava strisciando a carponi. Completamente nudo, era imbrigliato in una correggia di cuoio che gli penetrava dentro la carne. Bardato con quegli orribili finimenti, trascinava una grande cesta a forma di barca, colma di grossi blocchi di antracite.


Quando arrivava dov'ero io, gli davo il cambio. Nudo come lui, coperto di carbone fin nelle più intime pieghe del corpo, invece di tirare il carico io lo spingevo. Per uscire dalla galleria bisognava percorrere un lungo tratto in ripida salita, ma dal soffitto più alto; spesso Luo mi aiutava a salire e a uscire dal tunnel, e qualche volta anche a versare il contenuto della cesta su un mucchio di carbone all'esterno: si alzava allora una fitta nube di polvere nera, e dentro quella nube ci stendevamo per terra, stremati.


In passato, come ho detto, la montagna della Fenice del Cielo era famosa per le miniere di rame (che ebbero addirittura l'onore di entrare nella storia della Cina per essere state il munifico dono del primo cinese dichiaratamente omosessuale, un imperatore). Ma ormai quelle miniere, abbandonate da anni, cadevano in rovina; quelle di carbone, invece, tante piccole gallerie scavate artigianalmente, costituivano un patrimonio comune agli abitanti dei vari villaggi e continuavano a essere sfruttate, fornendo loro combustibile per riscaldarsi. Al pari di tutti gli altri ragazzi di città, io e Luo fummo sottoposti a quel corso di rieducazione, destinato a durare due mesi. Neppure il nostro successo in materia di «cinema orale» potè procrastinarne l'inizio.


A dire il vero, accettammo quella prova infernale perché volevamo «rimanere in corsa», per quanto irrisorie fossero quelle tre probabilità su mille che avevamo di tornare a casa. Non immaginavamo che la miniera ci avrebbe lasciato addosso delle tracce nere indelebili, fisiche ma soprattutto morali. Ancora oggi queste terribili parole, «la piccola miniera di carbone», mi fanno tremare di paura.


A eccezione del primo tratto, il cui soffitto basso era sostenuto, per una ventina di metri, da travi e da pali costituiti da tronchi d'albero grossolanamente squadrati e sistemati in modo rudimentale, il resto della galleria, un budello di più di settecento metri, non aveva alcun tipo di protezione. A ogni istante le pietre rischiavano di caderci addosso, e i tre vecchi contadini-minatori incaricati di scavare le pareti del giacimento non facevano che raccontarci degli incidenti mortali verificatisi prima del nostro arrivo.


Ogni cesta che portavamo fuori dalla galleria era per noi una specie di roulette russa.


Un giorno, mentre come al solito spingevamo insieme il nostro carico di carbone lungo il ripido tratto di salita finale, udii Luo che diceva:


«Non so perché, ma da quando siamo in questa miniera mi sono messo in testa che finirò per crepare qua dentro».


Rimasi senza parole. Continuammo a salire, ma di colpo mi sentii bagnato da un sudore freddo; e da allora la sua paura di morire in quel posto contagiò anche me.


Eravamo alloggiati, insieme ai contadini-minatori, in una specie di dormitorio, un'umile capanna di legno addossata al fianco della montagna e incassata sotto uno spuntone di roccia. Ogni mattina, svegliandomi, sentivo le gocce d'acqua che dalla roccia cadevano sul tetto fatto di corteccia d'albero, e constatavo con sollievo che non ero ancora morto. Ma quando lasciavo la capanna non ero mai sicuro che la sera ci sarei tornato. Ogni minima cosa - che so, una frase inopportuna dei contadini, uno scherzo macabro, o anche solo un cambiamento di tempo - assumeva ai miei occhi la dignità di un oracolo, diventava un segno premonitore di morte.


A volte, mentre lavoravo, mi accadeva di avere delle visioni. Mi sembrava tutt'a un tratto di camminare su un terreno molliccio, respiravo a fatica, e non appena immaginavo di essere lì lì per morire, mi vedevo sfilare davanti a una velocità folle tutta la mia infanzia, come si dice accada ai moribondi. A ogni passo che facevo, il terreno cominciava a cedere sotto i miei piedi quasi fosse di gomma finché sentivo provenire dall'alto un rumore assordante, come se il soffitto stesse crollando. Allora mi mettevo a strisciare carponi come un pazzo, mentre dinanzi ai miei occhi, sul fondo buio della galleria, appariva il viso di mia madre, e subito dopo quello di mio padre. La visione durava pochi secondi, poi si dileguava: e io mi ritrovavo in un budello della miniera, nudo come un verme, a spingere verso l'uscita il solito carico di carbone. Fissavo il suolo: alla luce vacillante della mia lampada a olio vedevo una povera formica inerpicarsi pian piano, spinta dalla volontà di sopravvivere.


Un giorno - doveva essere la terza settimana che stavamo lì - sentii qualcuno piangere nella galleria, ma non scorsi alcuna luce.


Non erano né singhiozzi di sconforto, né i gemiti di dolore di un ferito; qualcuno, nell'oscurità totale, stava piangendo a dirotto. Le pareti del cunicolo ripercuotevano quel pianto tramutandolo in una lunga eco che, risalendo dalle viscere della galleria, si fondeva, si condensava, fino a diventare parte dell'oscurità totale e profonda di quel luogo. Ne sono sicuro: era Luo.


Alla fine della sesta settimana si ammalò. Il paludismo. Un giorno, mentre mangiavamo sotto un albero di fronte all'entrata della miniera durante la pausa per il pasto, mi disse che aveva freddo. In effetti, pochi minuti dopo, le sue mani si misero a tremare così forte che non era più in grado di reggere né le bacchette né la tazza di riso. Quando si alzò per andare a stendersi nella capanna, vacillò. Aveva negli occhi uno sguardo vacuo. Davanti alla porta spalancata della capanna gridò a qualcuno che vedeva solo lui di lasciarlo entrare. I contadini-minatori che mangiavano sotto l'albero si misero a ridere.


«Con chi parli?» gli dissero. «Non c'è nessuno».


Quella notte, nonostante le molte coperte e l'enorme stufa a carbone che riscaldava la capanna, si lamentò di nuovo per il freddo.


I contadini si misero a discutere fra loro sottovoce. Qualcuno propose di portare Luo sulla riva di un torrente e di buttarlo nell'acqua gelata. Secondo loro, lo shock avrebbe prodotto un immediato effetto benefico. La proposta tuttavia fu respinta nel timore che, in piena notte, potesse affogare.


Uno dei contadini uscì e ritornò portando due ramoscelli" - «uno di pesco, uno di salice» mi spiegò. Gli altri alberi non funzionavano. Fece alzare Luo, gli tolse la giacca e gli indumenti che indossava, e si mise a frustarlo sulla schiena nuda con i due rami.


«Più forte!» gridavano gli altri. «Se fai troppo piano non la scaccerai mai, la malattia».


I due rami schioccavano nell'aria alternativamente. Le frustate, che adesso erano brutali, scavavano nella carne di Luo lunghi solchi color rosso scuro; lui però, pur essendo ormai sveglio, le accoglieva senza reagire, come se stesse sognando che qualcun altro veniva frustato. Io non sapevo che cosa gli passasse per la testa, ma avevo paura, e tra i rumori laceranti della flagellazione mi sembrava di risentire la frase che mi aveva detto poche settimane prima nella galleria: «Mi sono messo in testa che finirò per crepare qua dentro».


II primo aguzzino era stanco e chiese di essere sostituito. Ma non si fece avanti nessun candidato. I contadini erano tornati a letto e volevano riprendere il riposo interrotto. Fu così che mi ritrovai in mano i due rami, quello di pesco e quello di salice. Luo alzò il capo. Aveva il viso pallido e la fronte imperlata di sudore. Il suo sguardo assente incrociò il mio:


«Dài, su» mi disse con voce quasi impercettibile.


«Non vuoi riposarti un po'?» gli chiesi. «Guarda come ti tremano le mani. Non te ne accorgi?».


«No» rispose sollevando una mano fino all'altezza degli occhi. «È vero, tremo dal freddo, come i vecchi che stanno per morire».


In fondo a una delle mie tasche trovai una mezza sigaretta, la accesi e gliela porsi. Ma gli sfuggì dalle dita, e cadde a terra.


«Accidenti! Come pesa...».


«Vuoi sul serio che ti frusti?».


«Sì, mi riscalderà un po'».


Prima di cominciare, mi chinai a raccogliere il mozzicone ancora acceso: volevo che riuscisse a fare qualche tiro. A un tratto vidi, ai piedi del letto, qualcosa di bianco: una busta.


La raccolsi. Era indirizzata a Luo, ed era ancora chiusa. Domandai ai contadini da dove veniva, e uno di loro mi rispose che l'aveva portata poche ore prima un uomo venuto a comprare il carbone.


La aprii. Era una lettera di una sola pagina, scritta a matita con grafia discontinua, ora fitta ora rada; i caratteri erano il più delle volte tracciati in modo maldestro, ma da quella goffaggine emanava una dolcezza tutta femminile, una genuinità infantile. La lessi a Luo, lentamente:


 


«Luo, narratore di film,


«non prendermi in giro per come scrivo. Io non sono andata alle medie come te. Sai bene che la sola scuola media della regione è quella di Yong Jing, e che da qui ci vogliono due giorni per andarci. È stato mio padre che mi ha insegnato a leggere e a scrivere. Puoi mettermi nella categoria "diploma di scuola elementare".


«Di recente ho sentito dire che sai raccontare i film in modo meraviglioso, insieme al tuo amico. Sono andata a parlarne con il capo del mio villaggio, e lui ha accettato di mandare due contadini alla piccola miniera a sostituirvi per due giorni. Cosi potrete venire nel nostro villaggio a raccontarci un film.


«Volevo salire da voi per darvi questa notizia, però mi hanno detto che alla miniera gli uomini sono tutti nudi, e che alle ragazze è proibito venirci.


«Quando penso a quel posto, ammiro il tuo coraggio. Spero solo che non crollerà. Vi ho fatto ottenere due giorni di riposo, cioè due giorni di rischio in meno.


«A presto. Salutami il tuo amico violinista.


 


La Piccola Sarta».


 


8 luglio 1972


 


«Ho finito la lettera, ma mi viene in mente una cosa buffa che ti voglio raccontare: dopo la vostra visita ho incontrato parecchie persone che hanno anche loro l'indice del piede più lungo dell'alluce, come noi. Sono delusa, ma che ci vuoi fare: è la vita».


Decidemmo di scegliere la storia della Piccola fioraia.


Dei tre film che avevamo visto sul campo di pallacanestro della città di Yong Jing, quello di maggior successo era un melodramma nordcoreano il cui personaggio principale veniva chiamato «la fanciulla dei fiori». L'avevamo raccontato agli abitanti del nostro villaggio, e alla fine della storia, allorché io pronunciai la frase conclusiva, imitando il tono sentimentale ed enfatico della voce fuori campo con una lieve vibrazione della gola: «Il proverbio dice: un cuore sincero sarebbe capace di sciogliere una pietra. Ma non era forse abbastanza sincero il cuore della fanciulla dei fiori?», l'effetto fu altrettanto grandioso che durante la proiezione del film. Tutti i nostri ascoltatori piansero; perfino il capo del villaggio, per quanto duro egli fosse, non potè trattenersi, e il suo occhio sinistro, sempre marchiato da quelle tre gocce di sangue, versò calde lacrime di commozione.


Nonostante i periodici accessi di febbre, Luo, che ormai si considerava convalescente, partì insieme a me per il villaggio della Piccola Sarta con l'entusiasmo di un vero conquistatore. Ma lungo la strada ebbe un altro attacco di paludismo.


Il sole era caldo e splendente, eppure Luo mi disse che cominciava di nuovo ad aver freddo. E anche quando fu seduto vicino al fuoco che ero riuscito ad accendere con qualche ramo e un po' di foglie morte, il freddo, invece di diminuire, aumentò fino a divenirgli insopportabile.


«Andiamo avanti» mi disse alzandosi. (E intanto batteva i denti).


Lungo tutto il percorso udimmo il mormorio di un torrente e le strida delle scimmie e di altri animali selvatici. Dopo un po', il povero Luo cominciò ad avere alternativamente caldo e freddo. Quando lo vidi avanzare traballando verso il dirupo che si spalancava sotto di noi, quando vidi le zolle di terra spostate dal suo passaggio precipitare così in basso che ci voleva un bel po' prima di sentirle toccare il fondo, lo costrinsi a fermarsi e a rimanere seduto su una roccia finché non gli fosse passata la febbre.


Al nostro arrivo a casa della Piccola Sarta, apprendemmo con gioia che suo padre era di nuovo in viaggio. Come la prima volta, il cane nero ci annusò senza abbaiare.


Luo aveva la faccia più rossa di un frutto vermiglio, e delirava. L'attacco di paludismo lo aveva conciato così male che la Piccola Sarta ne rimase sconvolta. Fece immediatamente annullare lo spettacolo di cinema orale e sistemò Luo nella sua camera, sul letto circondato da una zanzariera bianca. Poi si annodò la lunga treccia in cima al capo facendone uno chignon. Dopodiché si tolse le scarpe rosa e corse fuori a piedi nudi.


«Vieni con me!» mi gridò. «Conosco un rimedio efficacissimo per questa malattia».


Si trattava di una pianta assai comune che cresceva sulle rive di un piccolo ruscello non lontano dal villaggio: un arbusto non più alto di una trentina di centimetri, con fiori di un rosa acceso i cui petali, simili a quelli del pesco ma più grandi, si specchiavano nelle acque limpide e poco profonde del ruscello. La parte della pianta dotata di virtù medicamentose erano le foglie, spigolose e appuntite, a forma di zampa d'anatra, e la Piccola Sarta ne raccolse un bel fascio.


«Come si chiama questa pianta?» le chiesi.


«"Cocci di tazza rotta"».


Le mise in un mortaio di pietra bianca e le pestò fino a ridurle in una specie di pasta verdastra che spalmò sul polso sinistro di Luo, il quale, nonostante il delirio, aveva recuperato una certa lucidità di pensiero. Dopo avergli messo quella roba sul polso, la ragazza glielo avvolse in una lunga benda di lino bianco, e lui la lasciò fare.


Verso sera, Luo cominciò a respirare più regolarmente, poi si addormentò.


«Tu ci credi a... certe cose?» mi chiese con voce titubante la Piccola Sarta.


«Che genere di cose?».


«Quelle che non sono proprio naturali».


«A volte sì, a volte no».


«Non avrai mica paura che vada a denunciarti?».


«Per niente».


«E allora?».


«Secondo me, non ci si può credere fino in fondo, però nemmeno rifiutarle del tutto».


Sembrò soddisfatta della mia posizione. Gettò uno sguardo al letto in cui dormiva Luo e mi chiese:


«Suo padre che cos'è? Buddhista?».


«Non lo so. Ma è un grande dentista».


«E che cos'è un dentista?».


«Non sai che cos'è un dentista? È uno che cura i denti».


«Davvero? Vuoi dire uno che può togliere i vermi nascosti nei denti che ti fanno male?».


«Proprio così» risposi serissimo. «Anzi, guarda, voglio dirti un segreto, ma devi giurarmi di non ripeterlo a nessuno».


«Te lo giuro».


«Il padre di Luo» dissi abbassando la voce «ha tolto i vermi dai denti del presidente Mao».


Dopo qualche istante di reverente silenzio mi chiese:


«Non si arrabbierà mica se stanotte faccio venire delle streghe a vegliare suo figlio?».


A mezzanotte, vestite di lunghe sottane blu e nere, con fiori tra i capelli e braccialetti di giada ai polsi, quattro anziane donne, provenienti da tre diversi villaggi, si riunirono al capezzale di Luo, il cui sonno era ancora agitato, e presero posto ciascuna a un angolo del letto osservandolo attraverso la zanzariera. Difficile dire quale fosse la più grinzosa, la più brutta, quella che avrebbe fatto più paura agli spiriti maligni.


Una di loro, decisamente la più rattrappita, teneva in mano un arco e una freccia.


«Ti garantisco» mi disse «che lo spirito maligno della piccola miniera che ha fatto soffrire il tuo amico non oserà presentarsi qui stanotte. Il mio arco proviene dal Tibet, e la mia freccia ha la punta d'argento. Quando la scaglio è simile a un flauto volante, fischia nell'aria e arriva dritta nel petto dei demoni, per quanto potenti essi siano».


Ma l'età avanzata e l'ora tarda ebbero ragione della loro risolutezza: una dopo l'altra, cominciarono a sbadigliare, poi, pur avendo la padrona di casa offerto loro un tè ben carico, si addormentarono. Si addormentò anche la proprietaria dell'arco: posò l'arma sul letto, e le sue palpebre flaccide e pesantemente bistrate si chiusero all'istante.


«Svegliale» mi disse la Piccola Sarta. «Raccontagli un film».


«Di che tipo?».


«Non ha importanza. L'importante è che rimangano sveglie...».


Ebbe inizio così la seduta di cinema orale più strana della mia vita. Davanti al letto in cui il mio amico era caduto in una specie di torpore, mi misi a raccontare il film nordcoreano per una bella ragazza e per quattro vecchie streghe su cui la lampada a petrolio gettava un chiarore vacillante, in un villaggio incassato in mezzo alle montagne.


Bene o male riuscii a cavarmela. In pochi minuti la storia della povera «fanciulla dei fiori» catturò l'attenzione delle mie ascoltatrici, che mi rivolsero perfino qualche domanda; più il racconto procedeva, meno i loro occhi tendevano a chiudersi.


Purtroppo, però, non fui capace di creare la magia che sapeva creare Luo. Non ero, come Luo, un narratore nato. Non ero Luo. In capo a una mezz'ora, la «fanciulla dei fiori», che tanto si affanna a racimolare un po' di soldi per far curare la madre, arriva all'ospedale, dove le annunciano che la madre è morta invocando disperatamente il nome della figlia. Un autentico film di propaganda. In genere, questo era il momento culminante della storia: sia durante la proiezione, sia quando l'avevamo raccontato, tutti avevano pianto. Ma le streghe dovevano essere di un'altra stoffa. Mi ascoltarono attentamente, certo, con una qualche emozione, e avvertii che la loro schiena era percorsa da un brivido, ma di lacrime neanche l'ombra.


Deluso dalla mia esibizione, aggiunsi il particolare della mano della fanciulla che tremava, delle banconote che si spargevano a terra... Niente. Le mie ascoltatrici non fecero una piega.


A un tratto, da sotto la zanzariera bianca, quasi provenisse dal fondo di un pozzo, si alzò una voce:


«Il proverbio dice» vibrò la gola di Luo «che un cuore sincero sarebbe capace di sciogliere una pietra. Ma ditemi, non era forse abbastanza sincero il cuore della fanciulla dei fiori?».


Quello che mi stupì, ancor più del repentino risveglio di Luo, fu il fatto che avesse pronunciato troppo presto la frase finale del film. Ma non vi dico il mio stupore quando, guardandomi intorno, vidi che le quattro streghe piangevano! Le lacrime scorrevano sui loro volti logori, profondamente scavati, con una forza irrefrenabile, travolgendo ogni diga, trasformandosi in torrenti.


Che straordinario talento aveva Luo! Poteva manipolare il pubblico spostando semplicemente una voce fuori campo, e poteva farlo anche se prostrato da un violento attacco di paludismo.


A mano a mano che il racconto procedeva, avevo l'impressione che qualcosa nella


Piccola Sarta fosse cambiato, finché mi resi conto che i suoi capelli non erano più raccolti in una treccia ma sciolti, e vidi, sparsa sulle sue spalle, una chioma foltissima, una criniera lussureggiante. Capii allora che cosa aveva fatto la mano febbricitante di Luo muovendosi a tentoni fuori della zanzariera. A un tratto, una corrente d'aria fece oscillare la fiamma della lampada a petrolio, e nel momento in cui restammo al buio mi sembrò di vedere la Piccola Sarta che sollevava un lembo della zanzariera, si chinava su Luo e gli dava un bacio furtivo.


Una delle streghe riaccese la lampada, e io continuai ancora per un pezzo a raccontare la storia della fanciulla coreana, senza che mai le quattro donne smettessero di spargere lacrime abbondanti e di soffiarsi rumorosamente il naso.

CAPITOLO II


Il nostro amico Quattrocchi (vi ricordate? stavamo andando da lui il giorno in cui incontrammo per la prima volta il padre della Piccola Sarta) possedeva una valigia segreta, che teneva accuratamente nascosta.


Il villaggio in cui veniva rieducato si trovava a valle rispetto al nostro, e spesso la sera, quando ci capitava di trovare un pezzo di carne, una bottiglia, o se eravamo riusciti a rubare qualche buona verdura negli orti dei contadini, andavamo a mangiare con lui. Con lui dividevamo ogni cosa. Stavamo sempre insieme. Ecco perché fummo tanto stupiti che ci nascondesse l'esistenza della misteriosa valigia.


La sua famiglia abitava nella stessa città in cui lavoravano i nostri genitori; il padre era scrittore, la madre poetessa. Di recente erano caduti entrambi in disgrazia agli occhi delle autorità, e il loro benamato figliolo aveva, esattamente come noi, «tre probabilità su mille» di cavarsela. Fatto sta che in quella situazione disperata, di cui doveva ringraziare i suoi genitori, Quattrocchi, che aveva diciott'anni, viveva quasi costantemente in preda al terrore.


Stando insieme a lui si aveva sempre l'impressione di un pericolo incombente. Ci sembrava di essere tre malfattori, riuniti a casa sua attorno a una lampada a petrolio, intenti a tramare una qualche congiura. Prendiamo i pasti, per esempio: se qualcuno, nel momento in cui quei tre poveri affamati che eravamo si abbandonavano al piacere inebriante di lasciarsi avvolgere dal profumo di uno squisito piatto di carne che avevano appena cucinato con le loro mani, ebbene, se qualcuno, proprio in quel momento, bussava alla porta, Quattrocchi se la faceva sotto dalla paura. Si alzava, nascondeva il piatto di carne in un angolo come se si trattasse di refurtiva, e al suo posto metteva in tavola un misero piatto di verdure marinate, mollicce e puzzolenti: mangiare carne gli sembrava un crimine proprio di quella borghesia a cui apparteneva la sua famiglia.


Il giorno successivo allo spettacolo di cinema orale a beneficio delle quattro streghe, Luo si sentì un po' meglio e decidemmo di tornare al villaggio. La Piccola Sarta non insistette troppo perché rimanessimo: suppongo che fosse morta dalla stanchezza.


Così, dopo aver fatto colazione, riprendemmo l'impervio sentiero della montagna. L'aria umida del mattino rinfrescava piacevolmente le nostre facce arrossate. Luo fumava. Il sentiero scendeva lentamente, poi risaliva. Nei punti più ripidi, io davo la mano al malato. Il terreno era umido e fangoso; sopra le nostre teste gli alberi intrecciavano i loro rami. Quando fummo nei pressi del villaggio di Quattrocchi, lo vedemmo intento a lavorare in una risaia con un aratro e un bufalo.


La risaia era stata irrigata, e non si vedevano solchi poiché l'acqua ricopriva completamente quell'ottimo fango, bello grasso, che formava uno strato di circa mezzo metro. A torso nudo, con addosso solo le mutande, il nostro coltivatore vi sprofondava a ogni passo, dietro al bufalo nero che riusciva a stento a trascinare l'aratro. I primi raggi del sole battevano sui suoi occhiali facendone sprizzare scintille.


Il bufalo non era particolarmente grosso, ma aveva la coda di una lunghezza fuori del comune, e a ogni passo la scuoteva, quasi facesse apposta a schizzare fango e altre porcherie sulla faccia del povero ragazzo inesperto che lo guidava. Finché, nonostante gli sforzi di quest'ultimo per schivare i colpi, bastò un attimo di distrazione perché la coda del bufalo lo sferzasse in pieno viso e gli facesse volar via gli occhiali. Quattrocchi urlò, la sua mano destra abbandonò le redini, e la sinistra l'aratro. Lanciò grida e imprecazioni a tutto spiano, e si portò agli occhi entrambe le mani, come se fosse improvvisamente diventato cieco.


Era talmente furibondo che non sentì i nostri richiami affettuosi e le nostre esclamazioni di gioia per averlo ritrovato. Il fatto è che soffriva di una grave miopia e, anche spalancando gli occhi il più possibile, a venti metri di distanza non era in grado di riconoscerci e di distinguerci in mezzo ai contadini che lavoravano nelle vicine risaie, e che si sganasciavano dalle risate.


Si chinò sopra la superficie dell'acqua, vi immerse le mani e si mise a tastare alla cieca il fango attorno a lui. Aveva gli occhi gonfi e sporgenti, privi di qualsiasi espressione umana. Ne ebbi quasi paura.


Forse Quattrocchi aveva risvegliato l'istinto sadico del bufalo, che ritornò sui suoi passi tirandosi dietro l'aratro, come se avesse intenzione di pestare gli occhiali caduti o di mandarli in frantumi con il vomere appuntito.


Allora mi tolsi le scarpe, mi rimboccai i pantaloni ed entrai nella risaia lasciando il malato seduto sul bordo del sentiero. E sebbene Quattrocchi rifiutasse il mio aiuto in quella ricerca già abbastanza ardua, fui io, procedendo a tentoni nel fango, a mettere un piede sui suoi occhiali, che per fortuna non si erano rotti.


Quando il mondo circostante gli apparve di nuovo chiaro e nitido, Quattrocchi rimase di stucco nel vedere in che condizioni era ridotto Luo.


«Sei messo male di brutto!» esclamò; e poiché non gli era consentito di abbandonare il lavoro, ci propose di andare a riposarci a casa sua finché non avesse terminato.


La casa si trovava al centro del villaggio, e Quattrocchi possedeva così poca roba, e ci teneva tanto a dimostrare la sua totale fiducia nei contadini rivoluzionari, che la porta non era mai chiusa a chiave. Alloggiava in un ex deposito di granaglie, anch'esso costruito su palafitte ma dotato di una terrazza, sostenuta da grosse canne di bambù, sulla quale si mettevano a seccare cereali, legumi o peperoni. Io e Luo ci sedemmo sulla terrazza per goderci il sole. Ma poi esso scomparve dietro le montagne e l'aria divenne fredda. Luo non sudava più, e adesso aveva la schiena, le braccia e le esili gambe tutte gelate. Scovai un vecchio pullover di Quattrocchi e glielo misi sulle spalle, avvolgendogli le maniche attorno al collo come una sciarpa.


Anche quando rispuntò il sole, Luo continuò a lamentarsi per il freddo. Tornai nella camera da letto per prendere una coperta, ma di colpo mi venne l'idea di guardare se per caso non ci fosse da qualche parte un altro pullover. Sotto il letto scoprii un cassone di legno, del genere di quelli che si usano per imballare le merci di scarso valore e delle dimensioni di una valigia, ma più profondo. Sopra vi erano ammucchiate alla rinfusa varie paia di scarpe da ginnastica e di calzettoni incrostati di fango e sudiciume.


Aprii il cassone, e alla luce dei raggi di sole in cui danzava il pulviscolo constatai che in effetti era pieno di indumenti.


Mentre frugavo alla ricerca di un pullover più piccolo degli altri che si adattasse al corpo smagrito di Luo, le mie dita toccarono all'improvviso qualcosa di morbido e liscio, qualcosa che mi fece pensare a un paio di scarpe da donna in camoscio.


Ma non erano scarpe: era una valigia, su cui si riflettevano i raggi del sole, una valigia elegante, un po' logora ma raffinata. Un oggetto dal quale emanava un remoto profumo di civiltà.


Aveva tre serrature, tutte chiuse a chiave. Mi parve molto pesante per le sue dimensioni, e ne rimasi stupito, ma non riuscii in nessun modo a scoprire quale fosse il suo contenuto.


Al tramonto, quando finalmente Quattrocchi potè sottrarsi alla lotta con il bufalo e tornò a casa, gli chiesi subito quale tesoro nascondesse con tanta cura in quella valigia.


Con mia grande sorpresa, non ebbi alcuna risposta; anzi, mentre preparavamo la cena, contrariamente al solito non aprì bocca, e soprattutto non disse una sola parola sulla valigia.


Durante la cena ritornai sull'argomento, ma lui rimase muto come un pesce.


«Immagino che ci siano dei libri» disse Luo rompendo il silenzio. «Basta vedere in che modo la nascondi e la chiudi a chiave per capirlo: contiene di sicuro libri proibiti».


Nello sguardo di Quattrocchi passò come un lampo di terrore, subito dissimulato dietro gli occhiali, mentre il suo volto si tramutava in una maschera sorridente.


«Che vai farneticando?» disse. E, posando la mano sulla fronte di Luo: «Dio mio, hai la febbre alta! Ecco perché deliri e immagini simili assurdità. Ascolta, noi siamo buoni amici, insieme ci divertiamo un sacco, ma se cominci a raccontare stronzate su non so quali libri proibiti, puoi anche andare a farti fottere...».


Dopo quella sera Quattrocchi comprò un lucchetto da un vicino e non dimenticò mai di chiudere la porta con una catena che passava attraverso il suo gancio metallico.


In un paio di settimane i «cocci di tazza rotta» della Piccola Sarta sconfissero il paludismo di Luo. Quando si tolse la fasciatura, questi aveva sul polso una vescica grande come un uovo di uccello, lucida e trasparente, che a poco a poco si seccò, finché gli rimase soltanto una cicatrice nerastra; a quel punto gli attacchi cessarono del tutto. Per festeggiare la sua guarigione facemmo una cena a casa di Quattrocchi, e quella notte dormimmo tutti e tre nel suo letto - sotto il quale, come potei constatare di persona, c'era sempre il cassone di legno, ma non la valigia di pelle.


Il fatto che Quattrocchi prendesse tutte quelle precauzioni e che, sebbene fossimo tanto amici, si mostrasse così diffidente nei nostri riguardi, avvalorava l'ipotesi di Luo: la valigia era sicuramente piena di libri proibiti. Io e Luo ne parlavamo spesso, senza tuttavia riuscire a immaginare di che libri potesse trattarsi (a quell'epoca tutti i libri erano proibiti a eccezione di quelli di Mao e compagni, e delle opere di carattere scientifico). Passavamo il tempo a compilare una possibile lista: i grandi classici cinesi, dagli Stratagemmi dei Regni Combattenti al Chin-P'mg-mei, che passava per essere un libro erotico, fino al Sogno della Camera Rossa; la poesia delle dinastie Tang, Song, Ming e Qin; e ancora i dipinti tradizionali di Zhu Da, di Shitao, di Dong Qichang... Pensammo finanche alla Bibbia, e alle Parole dei Cinque Vegliardi, che si diceva fosse proibito da secoli, e in cui cinque grandissimi profeti della dinastia Han rivelavano, dalla vetta di una montagna sacra, quel che sarebbe accaduto nei duemila anni a venire.


Spesso, dopo mezzanotte, spegnevamo la lampada a petrolio nella nostra casa su palafitte, e ci stendevamo ciascuno sul proprio letto a fumare nel buio. Allora dalle nostre bocche fluivano l'uno dopo l'altro titoli di libri, e in quei nomi c'erano mondi a noi ignoti, e dal suono delle parole, dall'ordine dei caratteri, emanava un che di misterioso e di squisito, come quell'incenso tibetano di cui bastava pronunciare il nome, Zang Xiang, per sentirne il profumo dolce e raffinato, per vedere i bastoncini aromatici mettersi a traspirare, ricoprendosi di vere e proprie gocce di sudore che, alla luce delle lampade, sembrano gocce di oro liquido.


«Tu hai mai sentito parlare della letteratura occidentale?» mi chiese un giorno Luo.


«Molto poco. Lo sai che mio padre e mia madre si interessano solo del loro lavoro. All'infuori della medicina non conoscono granché».


«Proprio come i miei. Però una mia zia aveva alcuni libri stranieri tradotti in cinese prima della Rivoluzione culturale. Ricordo che mi aveva letto qualche pagina di un libro che si chiamava Don Chisciotte, la storia di un vecchio cavaliere piuttosto spassoso».


«E che fine hanno fatto quei libri?».


«Sono andati in fumo. Le Guardie rosse li hanno confiscati e bruciati senza pietà sulla pubblica piazza, davanti a casa sua».


Continuammo per un po' a fumare nel buio, mesti e taciturni. Questa storia della letteratura mi deprimeva a morte. Eravamo proprio sfigati: quando eravamo stati in grado di leggere correntemente, non avevamo più nulla da leggere. Per molti anni, nel settore «letteratura occidentale» di tutte le librerie ci furono soltanto le Opere Complete del leader comunista albanese Enver Hoxha, sulle cui copertine dorate campeggiava il ritratto di un vecchio, con una cravatta dai colori sgargianti e i capelli grigi pettinati impeccabilmente, che ti fissava, da sotto le palpebre grinzose, con l'occhio sinistro marrone e l'occhio destro più piccolo del sinistro, meno marrone e con l'iride color rosa pallido.


«Perché mi parli di questo?» chiesi a Luo.


«Sai cosa stavo pensando? Che molto probabilmente la valigia di pelle di Quattrocchi è piena di libri come quelli: libri occidentali».


«Forse hai ragione. Suo padre è uno scrittore, sua madre una poetessa; dovevano averne molti, di quei libri, come a casa tua e a casa mia ce n'erano un sacco di medicina occidentale. Ma come avrà fatto, una valigia di libri, a sfuggire alle Guardie rosse?».


«Saranno stati abbastanza furbi da nasconderla bene».


«Hanno rischiato grosso affidandola a Quattrocchi».


«I nostri genitori non hanno sempre sognato che tu e io diventassimo medici?


Forse i genitori di Quattrocchi vogliono che lui diventi scrittore. E pensano che per diventare scrittore deve studiare di nascosto quei libri».


Una fredda mattina di marzo cominciarono a cadere dei grossi fiocchi di neve, e dopo un paio d'ore ce n'era già uno strato di dieci centimetri. Il capo del villaggio ci accordò un giorno di riposo, e noi decidemmo all'istante di andare a trovare Quattrocchi. Avevamo sentito dire che gli era capitato un brutto guaio: gli si erano rotte le lenti degli occhiali. Ero sicuro, però, che avrebbe continuato ugualmente a lavorare, affinché la grave miopia di cui soffriva non fosse percepita dai contadini «rivoluzionari» come una menomazione fisica. Aveva paura che lo giudicassero debole e sfaticato. Aveva sempre paura di loro, del resto, perché sarebbero stati loro a decidere, un giorno, se lui era o no ben «rieducato» - perché il suo futuro era, in teoria, nelle loro mani. Stando così le cose, la benché minima deficienza politica o fisica poteva risultare fatale.


I contadini del suo villaggio, diversamente da quelli del nostro, lavoravano nonostante la neve: con una enorme gerla sulle spalle trasportavano il riso fino al deposito del distretto, situato a venti chilometri dalla nostra montagna, in riva a un fiume che nasceva nel Tibet. Era il tributo annuale del villaggio, e il capo aveva diviso il peso complessivo per il numero degli abitanti: a ciascuno toccava portarne circa sessanta chili.


Al nostro arrivo, Quattrocchi aveva appena finito di riempire la gerla e si apprestava a partire. Gli lanciammo qualche palla di neve, ma lui era così miope che girò la testa in tutte le direzioni senza riuscire a vederci. Privi di occhiali, i suoi occhi sporgenti, vacui e inebetiti, sembravano quelli di un cane pechinese. Ancor prima di mettersi la gerla sulle spalle, il poveretto aveva già un'aria stanca e smarrita.


«Sei matto» gli disse Luo. «Senza occhiali non riuscirai a muovere un passo».


«Ho scritto a mia madre, e lei me ne manderà un paio nuovo il più presto possibile; ma non posso restare ad aspettarli a braccia incrociate. Sono qui per lavorare. Almeno, così la pensa il capo».


Parlava in fretta, come se non volesse perdere tempo con noi.


«Aspetta,» disse Luo «ho un'idea: noi ti portiamo la gerla fino ai magazzini del distretto, e tu quando torniamo ci presti qualcuno dei libri che tieni nascosti nella valigia. Così siamo pari, no?».


«Va' a farti fottere» disse Quattrocchi con aria torva. «Non so di che cosa parli, io non ho libri nascosti».


Furibondo, si caricò la gerla sulle spalle e si avviò.


«Ne basta uno solo!» gli gridò dietro Luo. «Affare fatto!».


Senza risponderci, Quattrocchi si mise in cammino.


Ma il suo fisico non era in grado di reggere a quella sfida, che in breve si tramutò in una prova masochistica: il poveretto cominciò a sprofondare nella neve alta, a tratti fino alla caviglia. Il sentiero era più sdrucciolevole del solito. Fissava il terreno aguzzando la vista il più possibile, ma non riusciva a vedere le pietre sporgenti sulle quali avrebbe dovuto posare il piede. Avanzava alla cieca, titubante, con un'andatura da ubriaco. Quando il sentiero cominciò a scendere, cercò a tentoni con il piede un punto di appoggio, ma l'altra gamba, non riuscendo a sostenere da sola il peso della gerla, si piegò, e lui cadde in ginocchio nella neve. In quella posizione cercò di mantenere l'equilibrio senza far rovesciare la gerla; poi, spingendo via la neve con le gambe, scostandola con le mani, si aprì un varco, metro dopo metro, e alla fine riuscì ad alzarsi.


Noi lo guardavamo da lontano: avanzava a zig zag sul sentiero, e pochi minuti dopo scivolò di nuovo sulle ginocchia. Questa volta, però, nella caduta la gerla andò a urtare contro una roccia, rimbalzò e precipitò a terra.


Ci avvicinammo e lo aiutammo a raccogliere il riso che si era sparso tutt'intorno. Nessuno di noi parlava.


Io non osavo guardarlo. Si sedette al margine del sentiero, svuotò gli stivali della neve e cercò di riscaldarsi i piedi intorpiditi strofinandoli tra le mani.


Continuava a scuotere la testa come se fosse troppo pesante.


«Hai mal di testa?» gli chiesi.


«No, mi ronzano un po' le orecchie, ma niente di grave».


Quando finimmo di rimettere il riso nella gerla avevo le maniche del cappotto piene di cristalli di neve, ruvidi e duri.


«Sei pronto?» chiesi a Luo.


«Sì» mi rispose. «Aiutami a tirar su la gerla. Ho freddo, un po' di peso sulla schiena mi riscalderà».


Io e Luo ci demmo il cambio ogni cinquanta metri per portare i sessanta chili di riso fino al deposito. Arrivammo stremati.


Al ritorno Quattrocchi ci passò un libro, piccolo e logoro, un libro di Balzac.


«Ba-er-za-che». Tradotto in cinese, il nome dell'autore francese formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po' ridicolo di quel nome svaniva, e dall'insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina. (Anni dopo appresi che a tradurre Balzac in cinese era stato un grande scrittore, il quale, non potendo pubblicare le proprie opere per motivi politici, aveva dedicato la sua vita a tradurre quelle degli autori francesi).


Quattrocchi aveva esitato a lungo prima di scegliere quel libro, o era stato il caso a guidare la sua mano? Oppure ci aveva dato proprio quello perché, fra tutti i tesori della preziosa valigia, era il più breve e il più malconcio? Era stata la grettezza il vero motivo della sua scelta? Non lo sapemmo mai. Certo è che quella scelta cambiò radicalmente la nostra esistenza, o almeno il periodo della nostra rieducazione sulla montagna della Fenice del Cielo.


Il libretto in questione s'intitolava Ursule Mirouet.


Luo lo divorò la notte stessa in cui Quattrocchi ce lo passò, e all'alba lo aveva finito. Spense la lampada a petrolio, mi svegliò e me lo diede. Io rimasi a letto per tutta la giornata, senza mangiare, senza fare nient'altro che starmene immerso in quella storia francese di amore e di miracoli.


Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell'adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l'ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente.


Sebbene non sapessi assolutamente nulla di quel paese chiamato Francia (un paio di volte avevo sentito mio padre nominare Napoleone, e nient'altro), la storia di Ursule mi sembrò vera come poteva esserlo quella dei miei vicini di casa. A rafforzarne l'autenticità, ad accrescere l'efficacia delle parole, contribuiva poi la brutta faccenda della successione in cui la ragazza rischia di venire travolta. Alla fine di quella giornata mi sentivo ormai a casa mia a Nemours, accanto al camino acceso, insieme a preti e dottori... Perfino le pagine sul magnetismo e sul sonnambulismo mi sembrarono plausibili e deliziose.


Mi alzai dal letto solo quando ebbi finito di leggere l'ultima pagina. Luo non era ancora rientrato. Immaginai che fin dal mattino si fosse precipitato giù per il sentiero per andare a raccontare alla Piccola Sarta quella bella storia di Balzac. Rimasi per un po' in piedi sulla soglia della nostra casa e mangiai un pezzo di pane di granturco contemplando la sagoma della montagna di fronte. Il villaggio della Piccola Sarta era troppo lontano perché riuscissi a distinguerne le luci. Mi figurai in che modo Luo le stesse raccontando la storia, e mi sentii pervadere da un sentimento fino ad allora sconosciuto, una gelosia amara, divorante.


Faceva freddo, e nella mia striminzita giacchetta di pelle di montone tremavo dalla testa ai piedi. A quell'ora gli abitanti del villaggio mangiavano, dormivano o, complice il buio, si dedicavano ad attività misteriose. Ma dalla soglia di casa mia non si sentiva niente. Di solito approfittavo di quella calma per fare i miei esercizi di violino; quella sera, invece, il silenzio mi sembrò deprimente. Tornai dentro. Provai a suonare il violino, ma ne uscì un suono acuto, sgradevole, quasi fosse scordato. A un tratto seppi che cosa volevo fare.


Decisi di ricopiare parola per parola le mie pagine preferite di Ursule Mirouet. Era la prima volta in vita mia che mi veniva voglia di ricopiare un libro. Cercai un foglio in ogni angolo della stanza, ma tutto quello che riuscii a trovare fu la carta da lettere che ci serviva per scrivere ai nostri genitori.


Così decisi di copiare il testo direttamente sulla giacca che avevo addosso, quella che i contadini mi avevano regalato al mio arrivo. La giacca in questione si presentava all'esterno con un intrico di peli di lunghezza disuguale, mentre all'interno era di pelle grezza. Mi ci volle un bel po' per scegliere il brano: la superficie di cui potevo disporre era limitata, dal momento che la pelle della giacca era logora e screpolata. Ricopiai l'episodio del sonnambulismo di Ursule. Avrei voluto essere come lei: poter vedere, mentre dormivo, quello che faceva mia madre in casa nostra, a cinquecento chilometri da lì, assistere alla cena dei miei genitori, osservare i loro gesti, guardare di che colore erano i piatti e che cosa mangiavano, sentire l'odore dei cibi, ascoltare quello che si dicevano... Anzi, meglio ancora, avrei voluto vedere in sogno, come accadeva a Ursule, luoghi in cui non avevo mai messo piede...


Non è facile scrivere sulla pelle ruvida e opaca di un vecchio montone: per copiarvi il più possibile del testo mi toccò adottare una scrittura minutissima, il che richiedeva una concentrazione enorme. Quando ebbi finito di scarabocchiare l'intera superficie della giacca, comprese le maniche, le dita mi facevano male come se me le fossi fratturate. Alla fine mi addormentai.


Mi svegliò il rumore dei passi di Luo: erano le tre del mattino. Non dovevo aver dormito a lungo, poiché la lampada a petrolio non si era ancora spenta. Vidi una figura incerta entrare nella stanza.


«Dormi?».


«Non proprio».


«Alzati, devo mostrarti una cosa».


Aggiunse un po' d'olio nel serbatoio, e quando lo stoppino fu ben acceso prese in mano la lampada, venne accanto al mio letto e si sedette sul bordo: aveva gli occhi scintillanti e i capelli tutti spettinati. Dalla tasca della giacca tirò fuori una pezzuola bianca accuratamente piegata.


«Ho capito. La Piccola Sarta ti ha regalato un fazzoletto».


Non rispose, ma mentre spiegava con gesti lenti la pezzuola vidi che si trattava del lembo di una camicia, probabilmente della Piccola Sarta, sul quale era stato cucito a mano un pezzo di stoffa.


L'involucro racchiudeva delle foglie secche: erano belle, tutte uguali, avevano la forma di ali di farfalla e sfumature che andavano dall'arancione intenso al bruno venato di un giallo oro chiarissimo, ma su tutte si notavano alcune macchie nerastre di sangue.


«Sono foglie di ginkgo» disse Luo con voce eccitata. «Un albero grande, magnifico. Si trova in fondo a una valle segreta, a est del villaggio della Piccola Sarta. Abbiamo fatto l'amore in piedi, appoggiati al tronco. Lei era vergine, e il suo sangue è colato per terra, sulle foglie».


Per un attimo rimasi senza fiato. Quando riuscii a ricostruire nella mia testa l'immagine dell'albero, la nobiltà del suo tronco, l'ampiezza dei suoi rami e il tappeto di foglie tutt'attorno, gli chiesi:


«In piedi?».


«Sì, come i cavalli. Forse è per questo che dopo lei è scoppiata a ridere, di un riso così forte, così selvaggio, che è risuonato tanto lontano nella valle da far fuggire spaventati perfino gli uccelli».


Dopo averci aperto gli occhi, alla scadenza fissata Ursule Mirouet venne restituito al legittimo proprietario, il Quattrocchi senza occhiali. Avevamo accarezzato l'illusione che in cambio dei duri lavori, fisicamente insopportabili, che eseguivamo al posto suo, ci avrebbe prestato qualcun altro dei libri nascosti nella valigia segreta. Ma non ci fu verso.


Noi andavamo spesso a trovarlo, gli portavamo qualcosa da mangiare, gli facevamo la corte, e io suonavo il violino per lui... L'arrivo degli occhiali nuovi, spediti come promesso dalla madre, lo affrancò dalla semicecità e segnò la fine delle nostre illusioni.


Ci mordevamo le mani per avergli restituito il libro. «Avremmo dovuto tenercelo» ripeteva spesso Luo. «Lo avrei letto pagina per pagina alla Piccola Sarta, e questo, ne sono certo, l'avrebbe resa più raffinata, più colta».


A sentir lui, quell'idea gli era venuta dopo averle letto l'episodio che avevo trascritto sulla mia giacca. Non di rado ci scambiavamo i vestiti, e un giorno di riposo Luo aveva preso in prestito la mia giacca di pelle per andare al ginkgo della valle dell'amore, dove aveva appuntamento con la Piccola Sarta. «Quando ho finito di leggerle il testo di Balzac parola per parola,» mi raccontò poi «lei ha afferrato la tua giacca e l'ha riletto da sola, in silenzio. Si sentivano solo le foglie che stormivano sopra di noi, e un torrente che scorreva in lontananza. Il tempo era bello, il cielo di un azzurro paradisiaco. Alla fine è rimasta a bocca aperta, immobile, tenendo la tua giacca sul palmo delle mani quasi fosse un oggetto sacro.


«Quel Balzac è un vero stregone» continuò «che ha posato una mano invisibile sulla testa di quella ragazza: era come trasformata, sembrava assorta, e c'è voluto un bel po' prima che tornasse con i piedi per terra. Dopodiché ha voluto mettersi quell'accidenti di giacca (che peraltro non le stava affatto male), sostenendo che il contatto delle parole di Balzac sulla pelle l'avrebbe resa felice e intelligente...».


La reazione della Piccola Sarta ci lasciò incantati, e non fece che accrescere il nostro rammarico per aver restituito il libro. Ma perché si presentasse una nuova occasione ci toccò aspettare l'inizio dell'estate.


Accadde una domenica. Quando arrivammo da lui, rimanemmo stupiti nel vedere che Quattrocchi aveva acceso il fuoco davanti alla casa e ci aveva messo sopra un pentolone pieno d'acqua.


Sulle prime non ci rivolse neanche la parola. Sembrava stanco e depresso. Quando l'acqua cominciò a bollire, si tolse la giacca con una smorfia di disgusto, la gettò nel pentolone e la tenne premuta sul fondo per mezzo di un lungo bastone. Avvolto in una densa nuvola di vapore, continuò a rigirare la povera giacca in quella broda fetida alla cui superficie affioravano delle bolle nere miste a briciole di tabacco.


«È per ammazzare i pidocchi?».


«Sì, me li sono beccati sulla vetta dei Mille Metri».


L'avevamo sentita nominare, ma non ci era mai capitato di mettervi piede, perché era lontana dal nostro villaggio, e per raggiungerla ci voleva almeno una mezza giornata di cammino.


«Che cavolo ci sei andato a fare?».


Anziché risponderci, Quattrocchi si tolse con gesti lenti e metodici camicia, maglietta, pantaloni e calzini, e immerse ogni cosa nell'acqua bollente. Il suo corpo magro, da cui sporgevano le ossa, era coperto di grosse pustole rosse, e la pelle mostrava le tracce ancora sanguinanti di furiose grattate.


«Sono maledettamente grossi i pidocchi di quella fottuta montagna. E hanno deposto le uova perfino nelle cuciture dei miei vestiti» ci disse Quattrocchi.


Andò a prendere le mutande dentro casa e tornò. Prima di buttarle nel pentolone ce le mostrò: Dio del cielo! Nelle pieghe delle cuciture si vedevano rosari ininterrotti di uova nere, luccicanti come minuscole perle! Solo a guardarle di sfuggita mi venne la pelle d'oca in tutto il corpo.


Luo e io, seduti per terra davanti al pentolone, alimentavamo il fuoco aggiungendovi pezzi di legno, mentre Quattrocchi, armato del suo lungo bastone, continuava a rigirare gli indumenti nell'acqua bollente. Poi, un po' alla volta, finì per rivelarci il segreto di quella spedizione sulla vetta dei Mille Metri.


Due settimane prima aveva ricevuto una lettera da sua madre, poetessa un tempo nota nella nostra provincia per aver cantato nei suoi versi la nebbia, la pioggia e il pudico ricordo del primo amore. Un suo vecchio amico era stato nominato caporedattore di una rivista di letteratura rivoluzionaria e le aveva promesso che avrebbe cercato di trovare un posto in redazione per suo figlio. Per non fare la figura del raccomandato, il nostro Quattrocchi avrebbe dovuto inviare alla rivista, che li avrebbe pubblicati, dei canti popolari raccolti in loco, autentici canti di montanari, genuini e improntati a un romanticismo realista.


Dal momento in cui aveva ricevuto la lettera, Quattrocchi aveva cominciato a sognare a occhi aperti. Tutto in lui era cambiato. Per la prima volta in vita sua sguazzava nella felicità. Si era rifiutato di andare a lavorare nei campi per dedicarsi con fervido accanimento alla caccia solitaria dei canti montanari. Era sicuro di poterne raccogliere una gran quantità, così da veder realizzate le promesse dell'antico ammiratore di sua madre. Dopo una settimana, però, non era riuscito ad annotare nemmeno una strofa degna di essere pubblicata su una rivista ufficiale.


Sicché, versando lacrime di delusione, aveva scritto alla madre raccontandole il suo smacco. Ma, proprio quando stava per consegnare la lettera al postino, questi gli aveva parlato di un vecchio mugnaio che abitava sulla vetta dei Mille Metri, un ex cantore analfabeta che conosceva meglio di chiunque altro tutti i canti popolari della regione. Quattrocchi aveva strappato la lettera ed era partito per ricominciare le sua caccia.


«Il vecchio è un povero ubriacone» ci raccontò. «In vita mia non ho mai visto nessuno povero come lui. Sapete che cosa mangia bevendoci sopra acquavite? Dei sassi! Ve lo giuro sulla testa di mia madre! Li inzuppa nell'acqua salata, se li mette in bocca, li succhia un po' e poi li sputa per terra. E sapete come li chiama? "Polpette di giada alla mugnaia". Me ne ha anche offerte, ma io mi sono rifiutato di assaggiarle. Non avevo però fatto i conti con la sua suscettibilità. Dopo il mio rifiuto è diventato così irascibile che, per quanto denaro gli abbia offerto, non ha voluto cantare niente di niente. Ho passato due giorni in quel vecchio mulino nella speranza di riuscire a strappargli qualche canto, ho dormito una notte nel suo letto, sotto una coperta che sicuramente non era stata lavata da decenni...».


Non ci fu difficile immaginare la scena: Quattrocchi, steso sul letto brulicante di insetti, era rimasto sveglio per tutta la notte nell'eventualità che di punto in bianco il vecchio potesse intonare, in sogno, autentici e genuini canti di montagna. I pidocchi erano usciti dalle tane e lo avevano aggredito nell'oscurità, ora succhiandogli il sangue, ora pattinando allegramente sulle lenti degli occhiali, che lui non si era tolto neppure per un momento. Ogni qualvolta il vecchio si girava, ruttava, tossiva, il povero Quattrocchi tratteneva il respiro, pronto ad accendere la minuscola pila che si era portato dietro per prendere appunti, neanche fosse una spia. Poi tutto tornava tranquillo, e il vecchio riprendeva a russare al ritmo della ruota del suo mulino, perennemente in moto.


«Ho un'idea» disse Luo con aria disinvolta. «Se riusciamo a ottenere dal mugnaio dei canti popolari, tu ci presti qualche altro libro di Balzac?».


Quattrocchi non rispose subito. Fissò attraverso le lenti appannate dal vapore l'acqua nerastra che bolliva nel pentolone, e sembrò come ipnotizzato dai cadaveri dei pidocchi che rotolavano fra le bolle e le briciole di tabacco. Alla fine alzò gli occhi e chiese a Luo: «Come pensate di fare?».


Ah, se mi aveste visto, quel giorno d'estate del 1973, in marcia verso la vetta dei Mille Metri! Sembravo uscito dritto dritto dalla foto ufficiale di un congresso del Partito comunista, o del matrimonio fra due «funzionari della Rivoluzione». Indossavo una giacca blu con il colletto grigio scuro, confezionata per me dalla Piccola Sarta. Era, fin nei minimi dettagli, una copia conforme delle giacche del presidente Mao, dal collo alla forma delle tasche, fino alle maniche, ciascuna delle quali aveva tre bottoncini d'oro che quando muovevo le braccia parevano riflettere la luce. In testa, per nascondere i capelli che si drizzavano giovani e anarchici, la nostra costumista mi aveva fatto mettere un vecchio berretto di suo padre, dello stesso verde squillante di quelli che portavano gli ufficiali dell'esercito. Peccato solo che fosse troppo piccolo per me: ci sarebbe voluta almeno una misura in più.


Luo invece, come esigeva il suo ruolo di segretario, indossava un'uniforme stinta da soldato semplice, presa in prestito il giorno prima da un giovane contadino che aveva da poco finito il servizio militare. Sul petto gli brillava una medaglia rosso fuoco, al centro della quale spiccava una testa dorata di Mao, con i capelli impeccabilmente tirati all'indietro.


Non avendo mai messo piede in quel luogo remoto e selvaggio, rischiammo di perderci in una foresta di bambù che ci cingevano da ogni parte unendosi fra loro e assediandoci, lucidi di pioggia, scuri, umidi, impregnati di un odore aspro di bestie invisibili. Di tanto in tanto udivamo il tenue e suggestivo prodotto dalla crescita dei germogli. Pare che certi giovani bambù, i più vigorosi, siano in grado di crescere di una trentina di centimetri in una sola giornata.


Il mulino del vecchio cantore sorgeva a cavallo fra le due rive di un torrente nel punto in cui questo precipitava giù da un ripido costone, e, con le sue enormi ruote cigolanti in pietra bianca venata di scuro che giravano nell'acqua con una lentezza tipicamente contadina, aveva l'aspetto di una reliquia.


Al pianterreno si sentiva vibrare il pavimento, e qua e là, attraverso le vecchie travi sconnesse, si poteva intravedere l'acqua scorrere sotto i nostri piedi in mezzo a enormi massi, mentre alle orecchie, riverberata dalle montagne, ci giungeva l'eco del cigolio della ruota. In mezzo alla stanza, un vecchio a torso nudo smise di gettare il grano nella mola e ci guardò con diffidenza, senza dire una parola. Lo salutai, ma non nel dialetto della nostra provincia, bensì in mandarino, proprio come in un film.


«Che lingua parla?» chiese il vecchio a Luo con aria perplessa.


«La lingua ufficiale,» rispose Luo «la lingua di Pechino. Non la conosce?».


«E dov'è, Pechino?».


La domanda ci lasciò stupefatti, ma quando capimmo che il vecchio davvero non conosceva Pechino ci sbellicammo dalle risate. Per un attimo quasi gli invidiai quella totale ignoranza del mondo esterno.


«Peping le dice qualcosa?» domandò Luo.


«Bai Ping?» disse il vecchio. «Ma certo: è la grande città del Nord!».


«È più di vent'anni che ha cambiato nome, piccolo padre» gli spiegò Luo. «E questo signore accanto a me parla la lingua ufficiale di Bai Ping, come la chiama lei».


Il vecchio mi lanciò un'occhiata piena di rispetto. Contemplò la mia giacca alla Mao e fissò i tre bottoncini sulle maniche. Poi, sfiorandoli con la punta delle dita, mi chiese:


«A che servono questi cosi qua?».


Luo mi tradusse la domanda e io, nel mio mediocre mandarino, gli risposi che non lo sapevo. Ma il mio interprete spiegò al vecchio mugnaio che avevo detto che erano il contrassegno degli alti funzionari del Partito.


«Questo signore di Bai Ping» proseguì Luo con la sua calma da grande impostore «è venuto nella regione per raccogliere canzoni popolari, e chiunque ne conosca ha il dovere di eseguirle davanti a lui».


«Quella roba da montanari?» gli domandò il vecchio, lanciandomi un'occhiata carica di sospetto. «Ma non sono canzoni, sono solo ritornelli, vecchi ritornelli triti e ritriti, capisce?».


«Questo signore sta proprio cercando dei ritornelli, con le loro parole dalla forza primitiva e genuina».


Il vecchio mugnaio ci pensò un po' su, poi mi guardò con una specie di sorriso malizioso.


«Lei pensa davvero che...?».


«Sì» risposi.


«Il signore vuole davvero che gli canti quelle porcherie? Perché, insomma, lo sanno tutti, le nostre canzoncine sono...».


La frase venne interrotta dall'arrivo di un gruppetto di contadini, ciascuno con una grande gerla sulla schiena.


Allora ebbi paura; e anche il mio «interprete».


«Ce la squagliamo?» gli mormorai all'orecchio.


Ma il vecchio si girò verso di noi.


«Che ha detto?» domandò a Luo.


Io mi sentii arrossire e, per nascondere l'imbarazzo, mi precipitai incontro ai contadini, come per aiutarli a scaricare le gerle.


I nuovi arrivati erano sei. Nessuno di loro era mai venuto al nostro villaggio. Appena fui certo che non potevano conoscerci, ritrovai la calma. Quelli posarono per terra le pesanti gerle cariche di granturco da macinare.


«Venite, che vi presento un giovane signore di Bai Ping» disse loro il vecchio mugnaio. «Vedete i tre bottoncini che ha sulle maniche?».


Completamente trasformato, raggiante, il vecchio eremita mi prese il polso, lo sollevò, e lo piazzò davanti agli occhi dei contadini perché potessero ammirare da vicino quei fottuti bottoni gialli.


«Sapete che cosa significano?» berciò, mentre dalla bocca esalava un effluvio di acquavite. «Sono il contrassegno di un alto funzionario del Partito».


Non avrei mai creduto che un vecchio magro come lui potesse avere tanta forza: la sua mano callosa a momenti mi stritolava il polso. Nel frattempo, quell'impostore di Luo mi traduceva le sue parole in mandarino con tutta la serietà di un interprete ufficiale. E io, come avevo visto fare al cinema ai veri dirigenti del Partito, fui costretto a stringere la mano a ciascuno di loro e a esprimermi nel mio pessimo mandarino, scuotendo in continuazione la testa.


In vita mia non avevo mai fatto una cosa simile, e maledicevo quella spedizione in incognito, intrapresa per portare a termine la missione impossibile di Quattrocchi, crudele proprietario di una valigia di pelle.


A un certo punto, mentre scuotevo la testa, il mio berretto verde, o per meglio dire quello del sarto, cadde a terra.


Finalmente i contadini se ne andarono, lasciando una montagna di granturco da macinare.


Ero morto di stanchezza; per di più il berretto, trasformatosi in un cerchio di ferro che mi stringeva il cranio in una morsa sempre più atroce, mi aveva fatto venire l'emicrania.


Il vecchio mugnaio ci fece salire al primo piano per una piccola scala di legno a cui mancavano due o tre pioli, e si precipitò verso un paniere di giunco dal quale estrasse un fiasco di acquavite e tre ciotole.


«Qui c'è meno polvere» disse sorridendo. «Adesso ci facciamo un bicchierino».


In quella stanza ampia e buia, il pavimento era quasi interamente ricoperto di sassolini: di certo le «polpette di giada» di cui ci aveva parlato Quattrocchi. Come al pianterreno, non c'erano né sedie né sgabelli né alcuno dei mobili di una normale abitazione, ma solo un grande letto, alla testa del quale, sopra una pelle di leopardo o di pantera che tappezzava il muro, era appeso uno strumento musicale, una specie di viola di bambù a tre corde.


Fu proprio lì che il vecchio mugnaio ci invitò a sederci, su quel letto che aveva lasciato un ricordo così doloroso, ed enormi bolle rosse, al nostro predecessore, Quattrocchi.


Lanciai uno sguardo al mio interprete, che aveva una gran paura di scivolare sui sassi, e un paio di volte rischiò di finire per terra.


«Non preferirebbe che ci mettessimo fuori?» balbettò Luo, che per la prima volta stava perdendo la calma. «Qui è troppo buio».


«Non vi preoccupate».


Il vecchio accese una lampada e la sistemò al centro del letto. Siccome dentro non c'era più abbastanza petrolio, si allontanò per andarlo a prendere. Tornò subito, con un fiasco pieno. Ne versò la metà nella lampada e lasciò il fiasco sul letto, accanto a quello che conteneva l'acquavite.


Appollaiati tutti e tre sul letto, seduti sui calcagni attorno alla lampada a petrolio, bevemmo una ciotola di acquavite. A pochi centimetri da me, in un angolo del letto, c'era la famosa coperta, una massa informe appallottolata insieme a certi vestiti sporchi. Mentre bevevo, sentivo dei piccoli insetti arrampicarmisi lungo una gamba, sotto i pantaloni. Nel momento in cui stavo introducendo una mano, con tutta la discrezione confacente al mio ruolo, mi sentii improvvisamente aggredito sull'altra gamba. Di colpo mi si prospettò la visione di alcune centinaia di quelle amabili creature che si davano convegno sul mio corpo, felici di cambiare menù, felici del nuovo banchetto offerto dalle mie vene. Mi passò davanti agli occhi la fuggevole immagine del pentolone, un pentolone nel quale gli indumenti di Quattrocchi salivano e scendevano roteando nell'acqua bollente in mezzo a bolle nerastre, e finivano per cedere il posto alla mia nuova giacca alla Mao.


Il vecchio mugnaio ci lasciò per un momento a farci divorare dai pidocchi e tornò con un piatto, una scodella e tre paia di bacchette. Posò il tutto accanto alla lampada e si rimise a sedere sul letto.


Né Luo né io avevamo neanche lontanamente supposto che il vecchio avrebbe osato farci lo scherzo che aveva fatto a Quattrocchi. Ma ormai era troppo tardi. Il piatto che avevamo davanti era colmo di sassolini qualunque, lisci, di un colore che andava dal grigio al verde, e la scodella era piena di un'acqua limpida che la luce della lampada a petrolio rendeva diafana: alcuni grani cristallini che scorgemmo sul fondo ci confermarono che quella era la famosa salsa di sale. Nel frattempo, i pidocchi che avevano intrapreso l'invasione del mio corpo continuavano a guadagnare terreno, riuscendo a penetrare fin sotto il berretto, e il prurito al cuoio capelluto era così insopportabile che mi sentivo rizzare i capelli.


«Accomodatevi» ci esortò il vecchio. «È il mio cibo quotidiano: polpette di giada in salsa di sale».


Così dicendo, con le bacchette pescò un sasso dal piatto, lo inzuppò nella salsa con una lentezza che aveva qualcosa di rituale, se lo mise in bocca e lo succhiò di gusto. La cosa andò avanti per un bel po': vidi il sasso rotolare fra i denti giallastri e anneriti del vecchio, poi sembrò che gli sparisse in fondo alla gola - ma eccolo riapparire. Allora il vecchio lo sputò fuori da un angolo della bocca e lo mandò a rotolare lontano dal letto.


Dopo un attimo di esitazione, Luo prese le bacchette e assaggiò la sua prima polpetta di giada: sulla sua faccia si disegnò lo stupore, e un'ammirazione mista a sconforto. Io, il signore di Bai Ping, non tardai a imitarli. La salsa non era eccessivamente salata, e il sassolino mi lasciò in bocca un gusto dolceamaro.


Il vecchio continuava a riempirci le scodelle di acquavite, e a chiederci di bere «tutto d'un fiato» insieme a lui; e intanto i sassi espulsi dalle nostre tre bocche finivano in terra dopo aver disegnato una parabola, andando talvolta a cozzare contro quelli che coprivano il pavimento con un rumore gaio e cristallino.


Il vecchio era decisamente in forma. Ed era anche un vero professionista. Prima di cantare andò a fermare la ruota, che cigolava forte. Poi, per migliorare l'acustica, chiuse la finestra. Sempre a torso nudo, si sistemò la cintura - una cordicella di paglia intrecciata - e alla fine staccò dalla parete lo strumento a tre corde.


«Allora, volete sentire qualche vecchio ritornello?» ci chiese.


«Sì, è per un'importante rivista ufficiale» gli confessò Luo. «Soltanto lei può salvarci, amico mio. Quel che ci serve sono cose spontanee, genuine, con un certo romanticismo rivoluzionario».


«E che roba è il romanticismo?».


Luo ci pensò su, poi si mise la mano sul petto, come un testimone che presti un giuramento solenne:


«L'emozione e l'amore».


Le dita ossute percorsero silenziosamente le corde dello strumento, che il vecchio teneva come una chitarra. Risuonò una prima nota, poi, con voce quasi impercettibile, lui intonò un'aria.


Quello che attrasse immediatamente la nostra attenzione furono i movimenti della sua pancia, che, per alcuni secondi, eclissarono del tutto la voce, la melodia e quant'altro. Che pancia sbalorditiva! Magro com'era, il vecchio in realtà non aveva pancia, ma la sua pelle incartapecorita formava sull'addome una rete di minuscole pieghine. Quando cantava, le pieghine si ridestavano, trasformandosi in piccole onde che fluivano e rifluivano sul suo ventre nudo, abbronzato e istoriato. La cordicella di paglia che gli serviva da cintura si mise a ondeggiare come impazzita. A tratti spariva, inghiottita dai flutti della pelle corrugata; ma proprio quando sembrava definitivamente inghiottita dai moti alterni della marea, ecco che riemergeva, dignitosa e impeccabile. Una cordicella magica.


Di lì a poco la voce del vecchio mugnaio, rauca e profonda insieme, risuonò possente nella stanza: il vecchio cantava, mentre i suoi occhi andavano di continuo dal viso di Luo al mio e viceversa, ora con una amichevole complicità, ora con una sorta di attonita fissità.


Ecco quello che cantò:


 


Dimmi un po', 


di che ha paura 


un vecchio pidocchio?


Ha paura dell'acqua che bolle, 


dell'acqua che bolle.


E la giovane suora, 


dimmi un po', 


di che ha paura?


Ha paura del vecchio monaco, 


solo di lui ha paura, 


del vecchio monaco.


 


Cominciammo a sbellicarci dalle risate, prima Luo, poi io. Facemmo di tutto per trattenerci, ma le risate ci salirono dentro, irresistibili, e alla fine esplosero. Il vecchio mugnaio continuò a cantare, con un sorriso orgoglioso, e con le sue ondine di pelle corrugata sulla pancia. Piegati in due dal ridere, io e Luo finimmo col cadere dal letto, senza per questo riuscire a smettere.


Luo, con le lacrime agli occhi, si alzò per prendere il fiasco e riempire le tre ciotole, mentre il vecchio terminava il suo primo ritornello sincero, genuino e impregnato di romanticismo montanaro.


«Beviamo innanzitutto a quel fenomeno della sua pancia» propose Luo.


Con le ciotole in mano, il nostro cantore ci consentì di posargli la mano sull'addome e si mise a respirare, senza cantare, soltanto per il piacere di mostrarci gli spettacolari movimenti della sua pancia. Dopodiché brindammo, e ciascuno di noi vuotò d'un fiato la sua ciotola. Per alcuni secondi nessuno reagì. Poi, di colpo, qualcosa mi risalì in gola, una cosa così strana che, dimenticando il mio ruolo, domandai al vecchio in perfetto dialetto locale:


«Ma che diavolo è 'sta robaccia?».


E un attimo dopo, quasi all'unisono, tutti e tre sputammo quello che avevamo in bocca: Luo aveva sbagliato fiasco, e invece di acquavite ci aveva servito petrolio.


Dal giorno in cui era arrivato sulla montagna della Fenice del Cielo, era senza dubbio la prima volta che le labbra di Quattrocchi si increspavano in un vero sorriso di felicità. Faceva caldo. Gli occhiali tendevano a scivolargli giù dal piccolo naso madido di sudore, e per ben due volte furono sul punto di cadere per terra e andare in frantumi mentre lui era immerso nella lettura dei diciotto canti del vecchio mugnaio che io e Luo avevamo trascritto su certi fogli di carta macchiati di salsa di sale, acquavite e petrolio. Noi ci eravamo stravaccati sul suo letto senza neanche prenderci la briga di toglierci le scarpe. Avevamo camminato quasi tutta la notte in mezzo alle montagne, attraversando in senso inverso la foresta di bambù, dove i grugniti di belve invisibili ci avevano accompagnati fino all'alba, ed eravamo sull'orlo dello sfinimento. Ma a un tratto il sorriso di Quattrocchi sparì e il volto gli si fece scuro.


«Maledizione!» sbraitò. «Avete trascritto solo porcherie».


A sentirlo gridare in quel modo, lo si sarebbe detto un vero comandante fuori di sé dalla rabbia. Il suo tono mi diede parecchio fastidio, ma non aprii bocca. La sola cosa che volevamo da lui era che ci prestasse un paio di libri come ricompensa per la missione compiuta.


«Ci avevi chiesto degli autentici canti montanari» gli ricordò Luo con voce tesa.


«Ma, perdio, vi avevo anche specificato che volevo parole positive, impregnate di romanticismo realista!».


E Quattrocchi proseguì sullo stesso tono, tenendo i fogli con due dita e sventolandoli sopra le nostre teste; sentivamo il fruscio della carta e la sua voce severa da maestro elementare.


«Perché a voi due vi piacciono soltanto le porcherie proibite?».


«Non esagerare» disse Luo.


«Ah, sono io che esagero? Vuoi che mostri questa robaccia al comitato del comune? Il tuo vecchio mugnaio verrà accusato all'istante di diffondere canti erotici -e rischia anche la prigione, puoi scommetterci!».


A un tratto sentii di detestarlo. Ma non era il momento di perdere la calma: preferivo aspettare che mantenesse la promessa di prestarci qualche libro.


«Coraggio, allora, che cosa aspetti a fare la spia?» gli chiese Luo. «Io lo adoro quel vecchio, mi piacciono i suoi canti, la sua voce, i movimenti della sua pancia fenomenale, e mi piacciono tutte queste parole. Anzi, tornerò su a portargli un po' di soldi».


Seduto sul bordo del letto, Quattrocchi posò le gambe magre e lisce sul tavolo, e si rilesse un paio di fogli.


«Ma come diavolo avete potuto perdere tempo a trascrivere tutte 'ste porcherie? Non riesco proprio a capire! Non sarete tanto stupidi da credere che una rivista ufficiale le pubblicherà? E che questa roba mi spalancherà le porte di una redazione?».


Da quando aveva ricevuto la lettera della madre, Quattrocchi era incredibilmente cambiato. Solo pochi giorni prima sarebbe stato impensabile che ci parlasse con quel tono. Non sapevo che bastasse un barlume di speranza a trasformare un essere umano fino a renderlo completamente pazzo, arrogante, a infiammare la sua voce di tanta passione e tanto odio. Continuava a non fare il minimo accenno ai libri che doveva prestarci. Si alzò, abbandonò i fogli sul letto, e lo sentimmo, in cucina, preparare la cena e tagliare le verdure. E aveva ancora qualcosa da dire:


«Vi consiglio di raccattare i vostri fogli e di buttarli subito nel fuoco, o di ficcarveli in tasca. Schifezze del genere non voglio vederle girare per casa mia, sul mio letto!...».


Luo lo raggiunse in cucina.


«Dacci un paio di libri e ce ne andiamo».


«Quali libri?» gli chiese Quattrocchi senza smettere di tagliare i cavoli o le rape.


«Quelli che ci hai promesso».


«Che fai, mi prendi in giro? Mi avete portato delle schifezze che possono soltanto procurarmi dei guai! E avete la faccia tosta di presentarmele come fossero...».


A un tratto tacque e si precipitò in camera, con il coltello in mano. Raccolse i fogli sparsi sul letto, si avvicinò alla finestra per approfittare della luce e li rilesse.


«Dio sia lodato, sono salvo!» esclamò. «Basta solo cambiare un po' le parole, aggiungerne una qua, toglierne una là... e il gioco è fatto! La mia testa funziona meglio della vostra; non dipende da me, è che sono più intelligente di voi, tutto qui!».


E senza por tempo in mezzo ci diede un assaggio della sua versione adattata e truccata:


 


Ditemi un po',


di che hanno paura


quei pidocchi di borghesi?


Dell'onda ribollente del proletariato.


 


Colto da un accesso di rabbia, mi alzai e mi gettai su di lui. Volevo solo strappargli di mano quei fogli, ma il mio scatto d'ira si trasformò in un pugno che lo colpì con forza in pieno volto e lo fece vacillare. Quattrocchi andò a sbattere con la testa contro il muro, rimbalzò, il coltello cadde a terra, e il naso cominciò a sanguinargli. Io volevo riprendermi i nostri fogli, farli a pezzi e ficcarglieli in bocca; ma lui non mollò la presa.


Era un sacco di tempo che non facevo a pugni, ed ebbi come un attimo di confusione: non mi resi conto di quel che succedeva. Lo vidi spalancare la bocca, ma non sentii l'urlo che ne usciva.


Tornai in me solo quando mi ritrovai seduto insieme a Luo ai bordi di un sentiero, sotto una roccia. Luo mi indicò la giacca alla Mao macchiata del sangue di Quattrocchi.


«Sembri il protagonista di un film di guerra» mi fece. «E adesso Balzac ce lo possiamo pure scordare».


Ogni volta che mi chiedono com'è il paese di Yong Jing, io rispondo invariabilmente con una frase del mio amico Luo: è così piccolo che, se alla mensa comunale fanno il manzo con le cipolle, l'intero paese ne sente l'odore.


Esso, infatti, si componeva di un'unica strada, lunga circa duecento metri, in cui si trovavano il municipio, l'ufficio postale, un emporio, una libreria, un liceo e un ristorante con annesso un albergo di dodici camere. All'uscita dal paese, a mezza costa su una collina, c'era l'ospedale del distretto.


Quell'estate il capo del nostro villaggio ci mandò parecchie volte in paese ad assistere alla proiezione di film. A mio avviso, la ragione occulta di tanta magnanimità era la irresistibile attrazione che esercitava su di lui la nostra piccola sveglia, con il suo fiero galletto dalle penne di pavone che beccava un grano di riso ogni secondo: quell'ex coltivatore di oppio riciclatosi in comunista ne era innamorato pazzo, e il solo modo che aveva di possederla anche solo per un breve periodo era di mandarci a Yong Jing. Nei quattro giorni necessari per andare e tornare, il padrone della sveglia era lui.


Verso la fine di agosto, ossia un mese dopo la colluttazione che aveva causato il gelo dei nostri rapporti diplomatici con Quattrocchi, andammo di nuovo a Yong Jing; questa volta, però, portammo con noi la Piccola Sarta.


Il film, che veniva proiettato all'aperto sul campo di pallacanestro del liceo stracolmo di spettatori, era sempre quel vecchio film nordcoreano, La piccola fioraia, che io e Luo avevamo già visto e raccontato agli abitanti del villaggio, quello stesso film che aveva fatto piangere a calde lacrime le quattro vecchie streghe in casa della Piccola Sarta. Era un brutto film, e non c'era bisogno di vederlo due volte per saperlo, ma ci voleva ben altro per guastarci la festa. Tanto per cominciare, eravamo contenti di ritornare in paese. Ah, ve l'assicuro, l'atmosfera di un vero paese, per quanto poco più grande di un fazzoletto, faceva sì che l'odore di un piatto di manzo con le cipolle non fosse lo stesso che al nostro villaggio. E poi in paese c'era la luce elettrica, non unicamente lampade a petrolio. Con questo non voglio dire che fossimo due fanatici del paese; fatto sta, però, che la nostra missione (consistente nell'assistere alla proiezione di un film) ci risparmiava quattro giorni di corvée nei campi, quattro giorni di trasporto di «concime umano e animale» sulla schiena, o di lavoro nel fango delle risaie, a spingere bufali le cui lunghe code rischiavano a ogni momento di colpirci in piena faccia.


L'altro motivo del nostro buonumore era la presenza della Piccola Sarta. Quando arrivammo il film era già cominciato, e rimanevano solo posti in piedi, dietro lo schermo, dove si vedeva ogni cosa al contrario e tutti erano mancini. Ma lei non aveva nessuna intenzione di perdersi quello spettacolo. E per noi era una gioia guardare il suo bel viso risplendere dei riflessi colorati, luminosi, riverberati dallo schermo. In certi momenti il suo viso era inghiottito dall'oscurità, e nell'ombra non si vedevano più che i suoi occhi, come due macchie fosforescenti. Poi, all'improvviso, la scena cambiava, e il viso le si illuminava, si coloriva, e sbocciava nello splendore delle sue fantasticherie. Di tutte le spettatrici, non meno di duemila e forse di più, era senza alcun dubbio la più bella, sicché, cogliendo gli sguardi invidiosi degli uomini che ci attorniavano, io e Luo ci sentivamo pervasi da una sorta di vanità maschile. Durante la proiezione, dopo una mezz'ora dall'inizio del film, la Piccola Sarta girò la testa e mi sussurrò: «È molto più interessante quando lo racconti tu».


Rimasi come folgorato.


L'albergo che ci accolse era assai modesto; una stanza costava cinquanta centesimi, più o meno il prezzo di un piatto di manzo con le cipolle. Il guardiano di notte, lo stesso delle altre volte, un vecchietto calvo che sonnecchiava su una sedia in cortile, ci additò una camera con la luce accesa, e ci comunicò in un bisbiglio che quella notte era occupata da una donna elegante sulla cinquantina; la signora, ci disse, veniva dal capoluogo della nostra provincia e la mattina seguente avrebbe proseguito il viaggio per la montagna della Fenice del Cielo.


«È venuta a prendere il figlio» aggiunse. «Gli ha trovato un buon posto in città».


«Il figlio è in rieducazione?» chiese Luo.


«Sì, come voi».


Chi poteva mai essere l'eletto, il fortunato, il primo a tornare in libertà dei cento e più ragazzi che venivano rieducati sulla montagna? La domanda ci assillò per almeno metà della notte, ci tormentò, ci tenne in una veglia febbrile, ci fece rodere dall'invidia. I letti dell'albergo erano diventati roventi: impossibile dormirci sopra. Non riuscivamo a indovinare chi potesse essere il privilegiato, pur avendo passato in rassegna uno per uno tutti i ragazzi, tranne i «figli di borghesi» come Quattrocchi, e i «figli di nemici del popolo» come noi (quelli, cioè, che rientravano nella categoria delle tre probabilità su mille).


L'indomani, sul sentiero che ci riportava a casa, incontrai la donna venuta a riprendersi il figlio. Accadde giusto prima che il sentiero cominciasse a salire in mezzo alle rocce e scomparisse fra le nuvole bianche che avvolgevano le vette. Sotto i nostri piedi si stendeva un immenso pendio, costellato di tombe tibetane e cinesi. La Piccola Sarta aveva voluto mostrarci il luogo in cui era sepolto il padre di sua madre, ma poiché i cimiteri non mi piacevano molto li avevo lasciati addentrarsi da soli nella foresta di pietre tombali, alcune delle quali semisotterrate, altre nascoste dall'erba che cresceva lussureggiante.


Ai bordi del sentiero, al riparo di una sporgenza rocciosa, accesi come al solito un fuoco con ramoscelli e foglie secche, e tirai fuori dalla bisaccia alcune patate dolci che misi a cuocere sotto la cenere. Fu allora che mi apparve la donna, seduta su una sedia di legno assicurata con delle cinghie alle spalle di un giovane contadino. Ciò che mi lasciò stupefatto fu che in quella posizione precaria e pericolosa la donna ostentava una calma quasi disumana e sferruzzava come se si trovasse sul balcone di casa sua.


Piccola ed esile, indossava una giacca di velluto a coste verde scuro, dei pantaloni beige e un paio di scarpe senza tacco in pelle morbida, di un verde sbiadito. Arrivato alla mia altezza, il portatore decise di fare una sosta e posò la sedia su un masso piatto. Lei continuò a sferruzzare, senza scendere dalla sedia e senza rivolgere né uno sguardo alle mie patate né una sola parola gentile al portatore. Le chiesi, imitando l'accento locale, se la sera precedente avesse dormito all'albergo del paese. Confermò con un piccolo cenno del capo, e riprese a sferruzzare. Era una donna elegante, probabilmente ricca, e sembrava che niente potesse stupirla.


Con un ramoscello estrassi dal mucchietto fumante una patata dolce, e la picchiettai per toglierne la cenere e la terra. Decisi di cambiare pronuncia:


«Vuole assaggiare una tipica grigliata di montagna?».


«Lei ha l'accento di Chengdu!» esclamò la donna, e la sua voce era dolce e gradevole.


Le spiegai che in effetti la mia famiglia abitava a Chengdu, e che io venivo proprio da lì. Lei scese subito dalla sedia e, sempre tenendo in mano il lavoro a maglia, venne ad accovacciarsi accanto al fuoco. Evidentemente non era abituata a sedersi in luoghi come quello.


Prese la patata dolce che le porgevo e ci soffiò sopra sorridendo. Esitava a morderla.


«Che cosa ci fa, qui? È in rieducazione?».


«Sì, sulla montagna della Fenice del Cielo» le risposi mentre cercavo un'altra patata in mezzo alla brace.


«Davvero?» esclamò. «Anche mio figlio viene rieducato su questa montagna. Magari lo conosce. Pare che sia l'unico di voi a portare gli occhiali».


Sbagliai la mira, e il mio ramoscello, invece di infilzare la patata dolce, roteò nel vuoto. La testa cominciò a ronzarmi come se avessi ricevuto una sberla.


«Lei è la madre di Quattrocchi?». «Sì».


«Allora è lui il primo a essere liberato!».


«Ah, lei è al corrente? Sì, lavorerà nella redazione di una rivista letteraria della nostra provincia».


«Suo figlio è un grande esperto di canti di montagna».


«Lo so. All'inizio temevamo che avrebbe sprecato il suo tempo su questa montagna. E invece no. Ha raccolto dei canti, li ha adattati, modificati, e le parole di quelle stupende canzoni contadine sono piaciute moltissimo al caporedattore».


«Deve ringraziare lei se ha potuto fare questo lavoro. Lei gli ha dato da leggere un sacco di libri».


«Certo».


Di colpo tacque e mi fissò con uno sguardo sospettoso.


«Libri? Mai» mi disse con freddezza. «Molte grazie per la patata».


Era assai suscettibile. Vedendola rimettere discretamente la patata in mezzo alla brace, alzarsi e apprestarsi a partire, mi pentii di averle parlato dei libri.


Lei si voltò verso di me e mi fece la domanda che più temevo:


«Qual è il suo nome? Quando vedrò mio figlio gli dirò del nostro incontro».


«Il mio nome?» esitai, timido. «Mi chiamo Luo».


La bugia mi era appena uscita di bocca che già ce l'avevo a morte con me stesso per averla detta. Sento ancora la madre di Quattrocchi esclamare con la sua voce dolce, come rivolgendosi a un amico di lunga data:


«Lei è il figlio del grande dentista! Che sorpresa! È vero che suo padre ha curato i


denti al presidente Mao?».


«Chi gliel'ha detto?».


«Mio figlio, in una lettera».


«Non lo so».


«Suo padre non gliel'ha mai raccontato? Che modestia! Dev'essere un grande, un grandissimo dentista».


«Al momento è in prigione. A quanto pare, è un nemico del popolo».


«Lo so. La situazione di mio marito non è migliore della sua». Abbassò la voce, che divenne un bisbiglio. «Ma non si preoccupi. Adesso va di moda l'ignoranza, ma verrà il giorno in cui la società avrà di nuovo bisogno di buoni medici, e il presidente Mao avrà ancora bisogno di suo padre».


«Quando rivedrò mio padre gli trasmetterò le sue simpatiche parole».


«E anche lei, cerchi di non lasciarsi andare. Guardi me. Lavoro continuamente a questo pullover azzurro, ma è solo apparenza: in realtà, mentre faccio la maglia, nella mia mente compongo poesie».


«Lei è davvero straordinaria! E che genere di poesie compone?».


«Segreto professionale, ragazzo mio».


Infilzò una patata dolce con la punta di un ferro da maglia, la sbucciò e se la mise in bocca bollente com'era.


«Lo sa che mio figlio le è molto affezionato? Mi ha parlato spesso di lei nelle sue lettere».


«Sul serio?».


«Certo. Chi non può vedere invece è il suo amico, quello che vive nello stesso villaggio dove vive lei».


Una vera rivelazione. Mi felicitai con me stesso per essermi appropriato dell'identità di Luo.


«E perché?» le chiesi, cercando di mantenere un tono distaccato.


«Pare che sia mezzo matto. Sospetta che mio figlio abbia una valigia nascosta da qualche parte, e ogni volta che va da lui non fa altro che cercarla».


«Una valigia di libri?».


«Non so» rispose lei, di nuovo sospettosa. «Un giorno mio figlio, non potendone più del suo comportamento, gli ha dato un pugno, poi lo ha picchiato. A quanto pare, c'era sangue di quel tizio dappertutto».


Scossi la testa, e fui sul punto di dirle che, anziché falsificare canti di montagna, suo figlio avrebbe dovuto darsi al cinema: così avrebbe potuto passare il tempo a inventare scene cretine come quella.


«Non credevo che mio figlio fosse così forte a fare a pugni» proseguì lei. «Gli ho scritto per rimproverarlo e per dirgli di non mettersi mai più in situazioni tanto pericolose».


«Al mio amico dispiacerà molto sapere che suo figlio ci lascia definitivamente».


«Perché? Voleva vendicarsi?».


«No, non credo. Ma perderà ogni speranza di mettere le mani sulla valigia segreta».


«Già! Che delusione sarà per lui!».


Poi, vedendo che il portatore cominciava a spazientirsi, mi augurò buona fortuna e mi salutò. Risalì sulla sedia, dove subito riprese a sferruzzare, e scomparve.


La tomba del nonno della nostra amica, la Piccola Sarta, era incassata in un angolo del cimitero che dava verso sud, lontano dal sentiero, nella zona riservata alle sepolture dei poveri. Di queste, tutte di forma rotondeggiante, alcune erano ridotte a semplici protuberanze di terra di diversa grandezza, mentre altre erano tenute un po' meglio, e le loro pietre tombali si elevavano di traverso in mezzo all'erba alta, già quasi appassita. Quella che la Piccola Sarta veniva a onorare era modestissima, ai limiti della povertà: una pietra di color grigio scuro, venata di azzurro, erosa da parecchi decenni di intemperie, e soltanto un nome e due date riassumevano un'esistenza anonima. Assieme a Luo, lei vi depose i fiori che avevano colto lì intorno: siliquastro dalle foglie a forma di cuore, di un verde brillante; ciclamini vezzosamente ricurvi; balsamine, soprannominate «begliuomini»; e persino alcune rarissime orchidee selvatiche, con i loro petali bianco latte, immacolati, al centro dei quali è incassato un cuore delicatamente giallo.


«Perché hai quella faccia scura?» mi gridò la Piccola Sarta appena mi scorse.


«Sono in lutto per Balzac» risposi. Poi raccontai loro il mio incontro con la poetessa camuffata da magliaia, la madre di Quattrocchi. Né la vergognosa appropriazione da parte di quest'ultimo dei canti del vecchio mugnaio, né l'addio a Balzac, né l'imminente partenza di Quattrocchi sembrarono turbarli quanto me, al contrario. Ma la mia esibizione improvvisata nel ruolo del figlio del dentista famoso li fece scoppiare in una risata che riecheggiò nel silenzio del cimitero.


Ancora una volta, veder ridere la Piccola Sarta mi mandò in estasi. Quando rideva era di una bellezza diversa da quella che mi aveva tanto commosso durante la proiezione del film; diventava così carina che, non esagero, avrei voluto sposarla all'istante, anche se era la ragazza di Luo. Nel suo riso sentivo il profumo delle orchidee selvatiche, più forte di quello degli altri fiori deposti sulla tomba; il suo fiato era ardente, e sapeva di muschio.


Luo e io restammo in piedi, mentre lei si inginocchiava davanti alla tomba dell'avo: si inchinò più volte, rivolgendogli parole di conforto appena sussurrate, come in un dolce monologo.


All'improvviso si voltò verso di noi:


«E se andassimo a rubare i libri di Quattrocchi?».


Grazie alle informazioni forniteci dalla Piccola Sarta seguimmo quasi ora per ora ciò che avvenne nel villaggio di Quattrocchi nei giorni che precedettero la sua partenza, prevista per il 4 settembre. Per essere al corrente degli eventi le bastava far la tara alle chiacchiere dei clienti, uomini e donne, grandi e bambini, che da tutti i villaggi dei dintorni andavano a servirsi da lei. Niente poteva sfuggirle.


Allo scopo di celebrare degnamente la fine della rieducazione, Quattrocchi e la poetessa sua madre annunciarono che il giorno prima della partenza ci sarebbe stata una magnifica festa. Correva voce che la madre avesse comprato il capo del villaggio, il quale aveva acconsentito a far macellare un bufalo perché si potesse offrire un banchetto all'aperto a tutti gli abitanti.


Restava da sapere quale bufalo sarebbe stato sacrificato, e come lo avrebbero ucciso, dal momento che la legge proibiva di uccidere i bufali che servivano ad arare


i campi.


Pur essendo i soli amici del fortunato prescelto, noi due non figuravamo nella lista degli invitati. La cosa non ci rincresceva minimamente, poiché il banchetto ci sembrava il momento migliore per mettere in atto il piano che avevamo concepito per appropriarci della valigia segreta di Quattrocchi.


A casa della Piccola Sarta, in fondo a un cassetto del comò che aveva custodito un tempo la dote della madre, Luo scovò dei lunghi chiodi tutti arrugginiti, con il più lungo dei quali, come autentici ladri, fabbricammo un passe-partout. La prospettiva del furto ci riempiva di gioia. Io strofinai il chiodo su una pietra finché non diventò rovente. Poi me lo passai sui pantaloni incrostati di fango e ve lo sfregai per benino, così da restituirgli una lucentezza assoluta. Quando me lo accostai al viso, ebbi l'impressione che riflettesse i miei occhi e quel cielo di fine estate. Luo si incaricò del compito più delicato: con una mano teneva fermo il chiodo sulla pietra mentre con l'altra impugnava il martello; questo si sollevò, descrisse nell'aria una curva armoniosa, si abbatté sulla punta del chiodo, la appiattì, rimbalzò, si alzò di nuovo, e ricadde...


Due o tre giorni prima del furto sognai che Luo mi consegnava il passe-partout. Era un giorno di nebbia. Io mi avvicinavo alla casa di Quattrocchi camminando sulla punta dei piedi, mentre Luo stava di sentinella sotto un albero. Si sentivano le urla e i canti rivoluzionari degli abitanti del villaggio intenti a banchettare su un terreno non edificato al centro del villaggio. La porta di Quattrocchi era composta da due battenti di legno, ciascuno dei quali ruotava all'interno di due buchi praticati rispettivamente nella soglia e nell'architrave; li teneva accostati una catena chiusa con un lucchetto. Questo, che a causa della nebbia e dell'umidità era freddo e viscido, resisteva a lungo al mio passe-partout. Io lo giravo in tutti i sensi e quasi lo spezzavo nel tentativo di forzare la serratura. Allora cercavo di sollevare il battente con tutte le mie forze per far uscire il perno dal buco ricavato nella soglia, ma non ci riuscivo. Provavo di nuovo il passe-partout e di colpo, clic, il lucchetto cedeva. Aprivo la porta, entravo in casa - e rimanevo di sasso, paralizzato dall'orrore: davanti a me, seduta su una sedia dietro un tavolo, c'era la madre di Quattrocchi, in carne e ossa, che sferruzzava tranquillamente. Mi sorrideva senza dire una parola, e io arrossivo fino a sentire le orecchie che mi scottavano, come un ragazzo imbranato al suo primo appuntamento galante. Lei non gridava né «Aiuto!» né «Al ladro!», e io le chiedevo balbettando se suo figlio era in casa. Lei non rispondeva ma continuava a sorridere, e non smetteva neanche per un attimo di sferruzzare con quelle sue mani dalle lunghe dita ossute, coperte di nei e di macchie scure. Io ero abbagliato dai movimenti dei ferri, che giravano e giravano, saltavano fuori da un punto, s'infilavano in un altro e poi sparivano. Allora facevo dietro front, uscivo dalla porta, la chiudevo piano piano alle mie spalle, rimettevo a posto il lucchetto e, pur non udendo nessun grido provenire dall'interno, scappavo via a una velocità folle, correndo come un invasato. Fu a questo punto che mi svegliai di soprassalto.


Luo non aveva meno paura di me, sebbene mi ripetesse di continuo che gli scassinatori principianti sono sempre fortunati. Meditò lungamente sul mio sogno e decise di modificare il piano d'attacco.


Il 3 settembre, vigilia della partenza di Quattrocchi e di sua madre, era circa mezzogiorno quando le grida strazianti di un bufalo agonizzante si innalzarono dal fondo di un burrone e risuonarono per la montagna. Le si poteva sentire fin dalla casa della Piccola Sarta. Pochi minuti dopo, alcuni bambini vennero a informarci che il capo del villaggio di Quattrocchi aveva deliberatamente spinto un bufalo in uno strapiombo.


L'uccisione venne fatta passare per un incidente; secondo il colpevole, l'animale aveva fatto un passo falso in una curva a gomito del sentiero ed era caduto nel vuoto a corna in giù; con un rumore soffocato, come un masso che precipitasse in un burrone, aveva urtato durante la caduta contro un'enorme sporgenza rocciosa, e su questa era rimbalzato per poi andarsi a schiantare su un'altra roccia, una decina di metri più sotto.


Il bufalo non era ancora morto. Non dimenticherò mai l'impressione profonda che mi fece il suo lungo, accorato muggito. Quando lo senti nei cortili delle case, il muggito del bufalo è penetrante e sgradevole, ma in quel caldo e placido pomeriggio, in mezzo alla sconfinata distesa delle montagne, riecheggiando sulle pareti del burrone, era imponente, sonoro, e faceva pensare al ruggito di un leone chiuso in gabbia.


Verso le tre io e Luo ci recammo sui luoghi del dramma. I lamenti del bufalo non si udivano più. Ci facemmo largo tra la folla ammassata sul bordo del precipizio. Ci dissero che dal direttore del comune era arrivata l'autorizzazione a uccidere l'animale. Forti di quella copertura legale, Quattrocchi e alcuni abitanti del villaggio, preceduti dal capo, erano scesi nel burrone per andare a piantare un coltello nella gola del bufalo.


Al nostro arrivo il massacro vero e proprio era terminato. Guardammo giù, verso il fondo del dirupo, terreno dell'esecuzione, e vedemmo Quattrocchi, accovacciato davanti alla massa inerte del bufalo, intento a raccogliere il sangue che colava dalla ferita aperta nella gola dell'animale in un gran cappello fatto di foglie di bambù.


Mentre sei contadini cominciavano a risalire cantando lungo le pareti del burrone con il cadavere del bufalo sulle spalle, Quattrocchi e il capo rimasero dov'erano, seduti l'uno accanto all'altro, davanti al cappello di foglie di bambù pieno di sangue.


«Che stanno facendo?» chiesi a uno spettatore.


«Aspettano che il sangue coaguli» mi rispose. «È un rimedio contro la vigliaccheria. Se uno vuole diventare coraggioso deve berlo quando è ancora tiepido e spumeggiante».


Luo, che era curioso di natura, mi propose di scendere un po' lungo il sentiero per poter osservare la scena più da vicino. Di tanto in tanto Quattrocchi alzava lo sguardo in direzione della folla, ma non sapevo se avesse notato la nostra presenza. Alla fine il capo tirò fuori il coltello, la cui lama mi parve lunga e appuntita. Con i polpastrelli ne accarezzò dolcemente il filo e divise il blocco di sangue coagulato in due porzioni, una per Quattrocchi, l'altra per sé.


In quel momento non sapevamo dove fosse la madre di Quattrocchi. Che cosa avrebbe pensato, se si fosse trovata lì insieme a noi, vedendo il figlio prendere il sangue a piene mani e metterci dentro la faccia come un maiale che grufola in un mucchio di letame? Era così taccagno che quando ebbe finito si succhiò le dita una per una, in modo da leccare il sangue fino all'ultima goccia. Mentre risaliva, notai il movimento delle mascelle: stava continuando ad assaporare il prezioso rimedio.


«Meno male» disse Luo «che la Piccola Sarta non è venuta con noi».


Arrivò la sera. Nel villaggio di Quattrocchi, in uno spazio vuoto, colonne di fumo salivano dal fuoco acceso sotto una pentola di dimensioni inaudite, che sicuramente faceva parte del patrimonio comune del villaggio.


Vista da lontano, la scena aveva un che di bucolico e conviviale. La distanza ci impediva di vedere la carne del bufalo che bolliva, tagliata a pezzi, nell'immenso pentolone, ma il suo odore, speziato, greve, un po' volgare, ci faceva venire l'acquolina in bocca. Gli abitanti del villaggio, soprattutto le donne e i bambini, erano tutti attorno al fuoco. Alcuni portavano delle patate che gettavano nella pentola, altri legna o rami d'albero per alimentare la fiamma. Un po' alla volta intorno al recipiente si formarono mucchietti di uova, di pannocchie di granturco, di frutta. Protagonista indiscussa della serata era la madre di Quattrocchi. Nel suo genere, era una bella donna. La carnagione luminosa, messa in risalto dal verde cupo della giacca di velluto a coste, faceva uno strano contrasto con la pelle scura e bruciata dal sole dei contadini. Sul bavero della giacca aveva messo un fiore, forse un garofano. Mostrava alle donne del villaggio il suo lavoro a maglia, e quell'opera, sia pur incompiuta, suscitava gridolini di ammirazione.


La brezza notturna portava di continuo un odore appetitoso, e sempre più penetrante. Il bufalo assassinato doveva essere parecchio avanti negli anni, poiché, per cuocere la sua carne coriacea, ci volle più tempo che per quella di una vecchia aquila. Il che mise a dura prova non solo la nostra pazienza di ladri, ma anche quella di Quattrocchi, tramutato da poche ore in bevitore di sangue: lo vedemmo a più riprese, tutto eccitato, sollevare il coperchio della pentola, infilarci dentro le bacchette, estrarne un grande pezzo di carne fumante, annusarlo, accostarselo agli occhiali per esaminarlo meglio, e ributtarlo dentro con aria delusa.


Noi eravamo acquattati al buio dietro due rocce, proprio di fronte al luogo in cui si


svolgeva il banchetto. Sentii Luo sussurrarmi all'orecchio:


«Ci siamo, mio caro: eccoci al momento culminante della festa d'addio».


Seguii con lo sguardo la direzione indicata dal suo dito e vidi arrivare cinque vecchie del tutto asessuate, vestite di lunghe palandrane nere agitate dal vento autunnale. Nonostante la lontananza, riuscii a distinguere i loro lineamenti, che sembravano intagliati nel legno: si somigliavano come sorelle, e io riconobbi immediatamente fra loro le quattro streghe che erano venute al capezzale di Luo in casa della Piccola Sarta.


Tutto faceva pensare che la loro comparsa al banchetto fosse stata organizzata dalla madre di Quattrocchi, la quale, dopo una breve discussione, tirò fuori il portafoglio e, sotto gli sguardi luccicanti di invidia dei contadini, consegnò a ciascuna delle vecchie una banconota.


Questa volta non era solo una di loro a portare arco e frecce: tutt'e cinque le megere erano armate. Forse il compito di accompagnare lontano un eletto dalla buona sorte richiedeva più strumenti bellici che non quello di vegliare sull'anima di un malato affetto da paludismo. O forse la somma che la Piccola Sarta aveva potuto pagare per il rituale era molto inferiore a quella offerta dalla poetessa, una che nella provincia era conosciuta in passato da cento milioni di anime.


Nell'attesa che la carne del bufalo fosse cotta abbastanza da sciogliersi nelle loro bocche sdentate, una delle cinque vecchie esaminò, alla luce del grande falò, le linee della mano sinistra di Quattrocchi.


Benché fossimo appostati non troppo lontano, ci fu impossibile udire le parole pronunciate dalla megera. La vedemmo abbassare le palpebre, al punto che sembrò chiudere gli occhi, poi mosse le labbra sottili e appassite sulla bocca sdentata, ed enunciò alcune frasi che parvero calamitare l'attenzione di Quattrocchi e di sua madre. Quando tacque, tutti la guardarono in un silenzio imbarazzato, poi tra i contadini si diffuse un brusio.


«A quanto pare, ha annunciato una disgrazia» disse Luo.


«Forse ha presagito che il suo tesoro era in pericolo».


«No, forse invece ha visto dei demoni che volevano sbarrargli il passaggio».


Doveva essere proprio così, perché, nel medesimo istante, le cinque megere si rialzarono, sollevarono verso l'alto gli archi, in un gran movimento di braccia, e li incrociarono lanciando grida assordanti.


Poi iniziarono attorno al fuoco una danza di esorcismo. A tutta prima, forse a causa dell'età avanzata, si limitarono a girare lentamente in tondo, a testa bassa. Ogni tanto, però, rialzavano la testa, lanciavano tutt'intorno sguardi furtivi, poi tornavano ad abbassarla. Dalle loro bocche uscivano delle specie di salmodie, simili a preghiere buddhiste, borbottii incomprensibili che ben presto vennero ripresi dalla folla. Dopodiché, due delle megere gettarono per terra gli archi e presero a dimenarsi: immaginai che con quelle convulsioni volessero simulare la presenza dei demoni. Si sarebbe detto che nei loro corpi fossero penetrati degli spiriti maligni, trasformandole in mostri orrendi e contorti. Le altre tre, in posa militaresca, mimavano il gesto di scoccare frecce verso di loro, cacciando grida che ne imitavano il sibilo in modo perfino eccessivo. Sembravano tre corvi. Le lunghe palandrane nere si dispiegavano nel fumo al ritmo della danza, per poi ricadere a terra, dove venivano strascicate sollevando nuvole di polvere.


Le movenze dei due spiriti maligni si fecero sempre più difficoltose, come se le invisibili frecce che li avevano colpiti in pieno fossero avvelenate; poi a poco a poco i loro passi rallentarono. Io e Luo ci allontanammo giusto prima della caduta, che dovette essere spettacolare.


Subito dopo cominciò il banchetto: quando attraversammo il villaggio, infatti, i cori che accompagnavano la danza delle streghe si erano ormai spenti.


Non un solo abitante, giovane o vecchio che fosse, avrebbe voluto perdersi la carne del bufalo bollita insieme ai peperoni sminuzzati e ai chiodi di garofano. Il villaggio era deserto, proprio come aveva previsto Luo (quell'ottimo narratore non era privo di intelligenza strategica). All'improvviso mi tornò in mente il mio sogno.


«Vuoi che rimanga di guardia?» chiesi a Luo.


«No» mi rispose. «Non siamo mica nel tuo sogno».


Umettò di saliva il vecchio chiodo arrugginito trasformato in passe-partout, e questo penetrò silenziosamente nella serratura del lucchetto. Girò verso sinistra, poi verso destra, poi ancora verso sinistra, poi indietreggiò di un millimetro... e alle nostre orecchie risuonò uno scatto secco, metallico, e la serratura cedette.


Ci infilammo in casa di Quattrocchi, richiudendo subito la porta alle nostre spalle. Dentro era buio e non si vedeva granché; riuscivamo appena a distinguere le nostre sagome. Ma si percepiva un tale odore di partenza che ci sentimmo rodere dall'invidia.


Attraverso la fessura fra i due battenti diedi un'occhiata all'esterno: non c'era traccia di essere umano. Per motivi di sicurezza, per evitare cioè che gli occhi vigili di un eventuale passante notassero l'assenza del lucchetto sulla porta, spingemmo al massimo i due battenti verso l'esterno, scostandoli fino a consentire a Luo di passare una mano fuori, rimettere la catena al suo posto e richiuderla con il lucchetto.


Non pensammo, invece, a controllare la finestra, dalla quale contavamo di uscire una volta compiuto il furto. Il fatto è che quando la torcia elettrica si accese nelle mani di Luo rimanemmo letteralmente abbagliati: appoggiata sopra gli altri bagagli, quasi ci stesse aspettando, fremente dal desiderio di essere aperta, ci apparve nell'oscurità la valigia di pelle morbida, il nostro favoloso bottino.


«È fatta!» esclamai.


Mentre mettevamo a punto il nostro piano, nei giorni precedenti, eravamo arrivati alla conclusione che il successo di quella illecita intrusione dipendeva da una sola cosa: sapere dove Quattrocchi avesse nascosto la valigia. Come saremmo riusciti a trovarla? Luo aveva passato in rassegna tutti i possibili indizi e prospettato tutte le possibili ipotesi, e alla fine, grazie al cielo, aveva elaborato un piano che prevedeva categoricamente lo svolgimento delle operazioni durante il banchetto di addio. Era un'occasione davvero unica: per quanto astuta, la poetessa non aveva potuto, data l'età, sfuggire all'amore per l'ordine, e non avrebbe sopportato l'idea di dover cercare una valigia la mattina della partenza. Bisognava quindi che tutto fosse pronto in anticipo, tutto ben sistemato.


Ci avvicinammo alla valigia. Era legata con una grossa corda di paglia intrecciata, annodata in croce. La liberammo dai suoi legacci e la aprimmo in silenzio. Dentro, alla luce della torcia elettrica, si illuminarono sotto i nostri occhi pile di libri; i grandi scrittori occidentali ci accolsero a braccia aperte: in testa a tutti il nostro vecchio amico Balzac, con cinque o sei romanzi, e poi Victor Hugo, Stendhal, Dumas, Flaubert, Baudelaire, Romain Rolland, Rousseau, Tolstoj, Gogol', Dostoevskij, e qualche inglese: Dickens, Kipling, Emily Bronte...


Rimanemmo abbagliati. Io avevo l'impressione di venir meno, ero come in preda all'ebbrezza. Tirai fuori i libri dalla valigia a uno a uno, li aprii, contemplai i ritratti degli autori, e li passai a Luo. Mi sembrava, a toccarli con la punta delle dita, che le mie mani, diventate pallide, fossero in contatto con delle vite umane.


«Mi ricorda la scena di un film,» disse Luo «quando i banditi aprono una valigia piena di soldi...».


«Non ti viene da piangere dalla gioia?».


«No. Provo soltanto odio».


«Anch'io. Odio tutti quelli che ci hanno proibito questi libri».


La mia stessa frase mi spaventò, come se, nascosto in un angolo della stanza, qualcuno potesse averla sentita: una frase simile, buttata lì senza pensarci, poteva costare parecchi anni di galera.


«Via!» disse Luo chiudendo la valigia.


«Aspetta!».


«Che ti prende?».


«Ho un dubbio... Pensiamoci ancora un attimo... Quattrocchi sospetterà di noi, questo è certo, e se ci denuncia siamo fregati. Non ti scordare che i nostri genitori non sono come gli altri...».


«Te l'ho già detto, sua madre non glielo permetterà. Altrimenti tutti saprebbero che suo figlio nascondeva libri proibiti. E lui non potrebbe lasciare mai più la Fenice del Cielo».


Dopo pochi istanti di silenzio, riaprii la valigia:


«Se prendiamo solo qualche libro non se ne accorgerà».


«Ma io voglio leggerli tutti» proclamò Luo in tono risoluto.


Richiuse la valigia e, posandovi sopra una mano come un cristiano che formuli un giuramento, dichiarò:


«Con questi libri farò della Piccola Sarta una persona diversa. Non sarà mai più una semplice montanara».


Ci avviammo in silenzio verso la camera da letto. Io andavo avanti, con in mano la torcia elettrica, e Luo mi veniva dietro portando la valigia. Doveva essere molto pesante, perché durante il tragitto la sentii urtare prima contro le gambe di Luo, poi contro il letto di Quattrocchi e anche contro quello di sua madre che, per quanto poco ingombrante e improvvisato con tavole di legno, contribuiva a ridurre ancora di più l'esiguo spazio disponibile.


Quale non fu la nostra sorpresa nell'accorgerci che la finestra era stata inchiodata... Tentammo di forzarla, ma quella produsse solo un lieve scricchiolio, poco più che un sospiro, senza cedere di un millimetro.


La situazione non ci parve catastrofica. Senza scomporci, tornammo nella stanza da pranzo, pronti a rifare la stessa manovra di poco prima: scostare i battenti della porta, sporgere fuori una mano attraverso la fessura e introdurre il passe-partout nel lucchetto.


Di colpo Luo sussurrò:


«Ssst!».


Impaurito, spensi immediatamente la torcia. Uno scalpiccio affrettato, che si udiva all'esterno, ci raggelò di stupore. Perdemmo un minuto prezioso per renderci conto che i passi si stavano avvicinando.


Nello stesso istante percepimmo vagamente le voci di due persone, un uomo e una donna, ma non riuscimmo a capire se si trattava di Quattrocchi e di sua madre oppure no. Indietreggiammo verso la cucina, preparati al peggio. Passando accanto ai bagagli, io accesi per un attimo la torcia e Luo rimise la valigia al suo posto.


Stava accadendo proprio quello che temevamo: madre e figlio ci piombavano addosso nel bel mezzo del nostro furto con scasso. Adesso si erano fermati a discutere davanti alla porta.


«Lo so che cosa mi ha fatto male» diceva il figlio. «È stato il sangue del bufalo. Ho certi rigurgiti fetidi che mi salgono dallo stomaco fino in gola...».


«Per fortuna mi sono portata un digestivo» rispose la madre.


Presi dal panico, non riuscivamo a trovare, nel buio assoluto della cucina, un angolo dove nasconderci; andai a sbattere contro Luo mentre sollevava il coperchio di una giara per il riso. Era completamente nel pallone.


«È troppo piccola» sussurrò.


Alle nostre orecchie risuonò uno sgradevole rumore di catena, e la porta si aprì nel momento stesso in cui ci precipitavamo nella camera accanto infilandoci ciascuno sotto un letto.


I due entrarono nella stanza da pranzo e accesero la lampada a petrolio.


Tutto andava storto. Anziché nascondermi sotto il letto di Quattrocchi, io, che ero più alto e più robusto di Luo, ero incastrato sotto quello della madre, dove disponevo di meno spazio e dove, soprattutto, era sistemato il secchio igienico, come testimoniava un fastidioso e inconfondibile odore. Attorno a me volava uno sciame di mosche. A tentoni, cercai di allungarmi quanto mi permetteva di farlo la strettezza del mio nascondiglio, ma per poco non rovesciai con la testa il lurido secchio: udii uno sciabordio, e quell'odore penetrante e nauseabondo si accentuò. Il mio corpo ebbe allora un istintivo moto di repulsione, che produsse un rumore sufficientemente udibile, insolito e traditore.


«Mamma, non hai sentito niente?» chiese la voce di Quattrocchi.


«No».


Seguì un silenzio che a me sembrò durare un'eternità. Mi immaginavo come drizzassero le orecchie, in una immobilità teatrale, nel tentativo di captare il minimo rumore.


«Sento soltanto la tua pancia che borbotta» disse la madre.


«Te l'ho detto, non riesco a digerire il sangue del bufalo. Mi sento uno schifo, non so se avrò la forza di tornare alla festa».


«Questo no! Dobbiamo assolutamente tornarci!» insistè la madre in tono autoritario. «Ecco qua, ho trovato le compresse. Prendine due, ti faranno passare il mal di stomaco».


Sentii che il figlio si dirigeva docilmente verso la cucina, di certo per prendere un bicchiere d'acqua. E insieme a lui si allontanò la luce della lampada a petrolio. Pur non vedendo Luo a causa dell'oscurità, sapevo che era contento quanto me che non fossimo rimasti in cucina.


Una volta ingoiate le compresse, Quattrocchi tornò in sala da pranzo.


«La valigia dei libri non è ancora pronta?» gli chiese la madre.


«Come no? L'ho fatta io stasera».


«Guarda là! Non vedi che la corda è per terra?».


Accidenti! Non avremmo dovuto aprirla. La mia schiena, piegata sotto il letto, fu percorsa da un brivido. Ero furioso con me stesso, e cercavo invano, nel buio pesto, lo sguardo del mio complice.


«Ho disseppellito la valigia appena ha fatto buio». La voce di Quattrocchi suonò calma; ma se fosse stato indizio di una violenta emozione? «Una volta dentro casa, l'ho ripulita dalla terra e da tutte le schifezze che c'erano attaccate sopra, e ho verificato scrupolosamente che i libri non fossero ammuffiti. Alla fine, prima di andare a cena con gli abitanti del villaggio, l'ho legata con questa grossa corda di paglia».


«E allora che cosa è successo? Qualcuno si è introdotto in casa durante la festa?».


Vidi Quattrocchi, con la lampada a petrolio in mano, precipitarsi verso la camera dov'eravamo noi e, sotto il letto accanto al mio, gli occhi di Luo che brillavano all'avvicinarsi della luce. Grazie al cielo, però, i piedi di Quattrocchi si fermarono sulla soglia.


«È impossibile. La finestra è ancora inchiodata, e la porta è chiusa con il lucchetto» disse alla madre voltandosi verso di lei.


«Secondo me, dovresti comunque dare un'occhiata nella valigia per vedere se manca qualche libro. Quei due che erano amici tuoi mi fanno paura. Non so quante volte te l'ho scritto: non bisognava frequentare tipi così, sono troppo furbi per te. Ma tu non hai voluto darmi retta».


Sentii il rumore della valigia che si apriva e la voce di Quattrocchi che diceva:


«Io ho fatto amicizia con loro perché ho pensato che tu e papà avete problemi di denti, e che magari un giorno il padre di Luo poteva esservi utile».


«Davvero?».


«Sì, mamma».


«Che carino che sei!». La voce della madre si fece sentimentale. «Anche in una situazione così dura, riesci a pensare ai nostri denti».


«Mamma, ho controllato: non è scomparso nemmeno un libro».


«Meglio così. È stato un falso allarme. Su, andiamo».


«Aspetta. Passami la coda del bufalo, che la metto nella valigia».


Pochi minuti dopo, mentre legava la valigia, sentii Quattrocchi gridare:


«Cazzo!».


«Lo sai che detesto le parolacce».


«Ho la diarrea!» annunciò Quattrocchi con voce dolente.


«Va' subito in camera da letto, che c'è il secchio!».


Con nostro grande sollievo, sentimmo invece che Quattrocchi si precipitava fuori.


«Dove vai?» gli urlò dietro la madre.


«In un campo di granturco».


«Hai preso un po' di carta?».


«No» rispose la voce del figlio, già lontana.


«Arrivo io con tutto il necessario!» gridò la madre.


Che fortuna per noi che il futuro poeta avesse la mania di svuotare l'intestino all'aria aperta! Riesco appena a immaginare l'orrendo spettacolo che ci avrebbe inflitto - e che umiliazione sarebbe stata per noi! - se si fosse precipitato in camera sua, avesse tirato fuori in tutta fretta il secchio igienico da sotto il letto, ci si fosse seduto sopra e, davanti al nostro naso, avesse evacuato il sangue del bufalo in un fracasso assordante come una cascata impetuosa.


Appena la madre fu uscita di corsa, udii Luo sussurrarmi nel buio:


«Via di qui, presto!».


Passando per la stanza da pranzo, Luo afferrò la valigia con i libri, e ci mettemmo a correre all'impazzata lungo il sentiero della montagna. Quando finalmente decidemmo di fare una sosta, la aprì: la coda del bufalo, nera e istoriata di scure macchie di sangue, con in punta un ciuffo di peli, troneggiava sopra le pile dei libri. Era di una lunghezza assolutamente eccezionale: doveva essere proprio quella del bufalo che aveva rotto le lenti di Quattrocchi.

CAPITOLO III


Ancora oggi, dopo tanti anni, del nostro periodo di rieducazione mi rimane impressa nella memoria, con incredibile nettezza, un'immagine: Luo che, sotto lo sguardo impassibile di un corvo dal becco rosso, avanza carponi, con una gerla sulle spalle, su un passaggio largo non più di trenta centimetri, fiancheggiato a destra e a sinistra da un profondo burrone. Nella sua gerla di bambù, una gerla qualunque, sudicia ma solida, era nascosto un libro di Balzac, Papà Goriot, il cui titolo cinese era Il vecchio Go: andava a leggerlo alla Piccola Sarta, che era ancora una montanara, bella ma incolta.


Per tutto il mese di settembre, dopo il nostro furto andato a segno, fummo dapprima attratti, poi conquistati, infine soggiogati dal mistero di quel mondo a noi estraneo, soprattutto quello della donna, dell'amore, del sesso, che gli scrittori occidentali ci svelavano un giorno dopo l'altro, una pagina dopo l'altra, un libro dopo l'altro. Non solo Quattrocchi era partito senza osare denunciarci, ma per nostra fortuna il capo del villaggio era andato a Yong Jing per partecipare a un congresso dei comunisti del distretto. Approfittando di quella vacanza del potere politico, e della discreta anarchia che regnava momentaneamente nel villaggio, ci rifiutammo di andare a lavorare nei campi, cosa di cui i contadini, ex coltivatori d'oppio riciclati in guardiani delle nostre anime, si infischiarono altamente. Trascorsi dunque le mie giornate, con la porta più che mai ermeticamente sprangata, leggendo romanzi occidentali. Lasciai da parte Balzac, passione esclusiva di Luo, e di volta in volta mi innamorai, con tutta la frivolezza e la serietà dei miei diciannove anni, di Flaubert, di Gogol', di Melville, e persino di Romain Rolland.


Parliamo di quest'ultimo. La valigia di Quattrocchi conteneva uno solo dei suoi libri, il primo dei quattro volumi di Jean-Christophe. Poiché vi si raccontava la vita di un musicista, e poiché io stesso ero capace di suonare al violino pezzi quali Mozart pensa al presidente Mao, fui tentato di sfogliarlo, con l'aria di chi intraprende un flirt senza conseguenze, anche perché il traduttore era lo stesso del Balzac: il signor Fu Lei. Ma appena lo ebbi aperto non lo mollai più. In genere io preferivo i racconti: storie brevi e ben congegnate su un'idea brillante, a volte divertenti, altre volte capaci di mozzarti il fiato - storie che ti accompagnano poi per tutta la vita. Dei romanzi lunghi, a parte poche eccezioni, diffidavo. Ma JeanChristophe, con il suo individualismo sfrenato, scevro di mediocrità, rappresentò per me una rivelazione salutare. Senza di lui, non sarei mai riuscito a capire lo splendore e la grandezza dell'individualismo. Fino a quell'incontro furtivo con JeanChristophe, la mia povera testa educata e rieducata ignorava del tutto che si potesse lottare da soli contro il mondo intero. Il flirt si tramutò in un grande amore. Neanche l'enfasi eccessiva a cui l'autore aveva ceduto mi sembrava nuocere alla bellezza dell'opera. Ero letteralmente inghiottito dal fiume possente di quelle poche centinaia di pagine. Per me era il libro ideale: quando lo avevi finito, né la tua fottuta esistenza né il tuo fottuto mondo erano più gli stessi.


La mia adorazione per Jean-Christophe fu tale che, per la prima volta in vita mia, mi venne voglia di averlo tutto per me, e non, come gli altri, in comune con Luo. Sulla pagina bianca, quella subito dopo la copertina, scrissi una dedica in cui Luo dichiarava che il libro era un regalo per quando avrei compiuto vent'anni, e gli chiesi di firmarla. Mi rispose che si sentiva lusingato, poiché quella era un'occasione tanto rara da potersi definire storica. Calligrafo il suo nome con un unico tratto di pennello, sbrigliato, generoso, veemente, legando i tre caratteri in una magnifica curva che occupava quasi metà della pagina. Quanto a me, gli scrissi una dedica su tre romanzi di Balzac, Papà Goriot, Eugénie Grandet e Ursule Mirouet, come regalo per il capodanno, che sarebbe caduto di lì a pochi mesi. Sotto la dedica disegnai tre oggetti, ciascuno dei quali raffigurava uno dei tre caratteri cinesi che compongono il mio nome. Per il primo, un cavallo al galoppo, che lanciava alto il suo nitrito mentre la folta criniera ondeggiava al vento. Per il secondo, una spada lunga e appuntita, con l'impugnatura in osso finemente lavorata e intarsiata di diamanti. Quanto al terzo, era un campanaccio da mucche, intorno al quale disegnai una raggiera di trattini, come a indicare che si muoveva, che suonava per chiamare aiuto. Ero così soddisfatto di quella firma che quasi mi venne voglia di versarci sopra qualche goccia di sangue, per consacrarla.


Verso la metà del mese, sulla montagna si scatenò un violento temporale; piovve a dirotto per una notte intera. Eppure l'indomani, alle prime luci dell'alba, Luo, fedele al suo ambizioso progetto di creare una ragazza bella e colta, si mise sulle spalle la gerla di bambù in cui aveva infilato Papà Goriot e, come un cavaliere solitario senza cavallo, scomparve sul sentiero avvolto dalla nebbia del mattino in direzione del villaggio della Piccola Sarta.


Per non violare il tabù collettivo imposto dal potere politico, la sera fece dietro front e se ne tornò buono buono nella casa su palafitte. Quella notte mi raccontò che sia all'andata sia al ritorno aveva dovuto superare un passaggio stretto e pericoloso, creatosi per via di un'enorme frana provocata dal temporale.


«Tu avresti sicuramente il coraggio di attraversarlo di corsa; come pure la Piccola Sarta. Ma io, anche camminando a quattro zampe, ho sudato freddo dall'inizio alla fine» mi confessò.


«È molto lungo?».


«Almeno quaranta metri».


Quello rimase sempre un mistero per me: Luo, che non aveva problemi con niente, soffriva però di vertigini. Era un intellettuale, e in vita sua non si era mai arrampicato su un albero. Mi ricordo ancora di quel lontano pomeriggio di cinque o sei anni prima in cui ci era venuta l'idea di salire sulla scala di ferro arrugginita di un serbatoio d'acqua. Lui si era subito sbucciato i palmi delle mani sulla ruggine, e gli era uscito un po' di sangue. Quando fummo a una quindicina di metri di altezza, mi disse: «A ogni passo che faccio ho l'impressione che i pioli della scala stiano per cedermi sotto i piedi». La mano graffiata gli faceva male, e questo aumentava il suo panico. Alla fine ci rinunciò e mi lasciò continuare da solo; da lì sopra, in segno di scherno, gli lanciai uno sputo che subito si perse nel vento. Passarono gli anni, ma la sua paura dell'altezza non passò. Quando camminavamo insieme su per la montagna, io e la Piccola Sarta saltavamo da una roccia all'altra, come diceva lui, senza alcuna esitazione; ma spesso, arrivati dall'altra parte, dovevamo star lì per un pezzo ad aspettare Luo che, non osando procedere in piedi, arrancava a quattro zampe.


Un giorno che avevo voglia di cambiare aria decisi di accompagnarlo nel suo pellegrinaggio della bellezza, a casa della Piccola Sarta.


Quando arrivammo al difficile passaggio di cui Luo mi aveva parlato, la brezza del mattino si tramutò in un forte vento che si ingolfava tra le montagne. Mi bastò un'occhiata per capire a che punto Luo avesse dovuto farsi forza per attraversarlo. Io stesso, imboccando il sentiero, tremavo di paura.


Subito una pietra cedette sotto il mio piede sinistro e, quasi contemporaneamente, il destro fece rotolare a valle qualche zolla di terra, che scomparve nel vuoto: ci volle un bel po' prima di sentire il rumore della caduta, che risvegliò un'eco lontana nel precipizio di destra, poi in quello di sinistra.


In piedi sul passaggio largo appena una trentina di centimetri, a strapiombo sopra un dirupo da entrambi i lati, non avrei mai dovuto guardare in basso: a destra c'era una parete di roccia, squadrata e brulla, di una profondità vertiginosa, in fondo alla quale il fogliame degli alberi non era più di color verde scuro, ma di un grigio biancastro, incerto e brumoso. Quando puntai lo sguardo verso il dirupo di sinistra, mi si misero a ronzare le orecchie: il terreno era franato in modo rovinoso e spettacolare, formando una scarpata verticale di una cinquantina di metri.


Per fortuna, quel temibile passaggio non era lungo più di trenta metri. All'estremità opposta, su uno spuntone di roccia, era appollaiato un corvo dal becco rosso, con la testa orrendamente sprofondata nel collo.


«Vuoi che ti porti la gerla?» chiesi con aria disinvolta a Luo, che era rimasto in piedi all'inizio del passaggio.


«Sì, prendila tu».


Quando me la misi sulle spalle, il vento cominciò a soffiare con estrema violenza, il ronzio nelle mie orecchie si intensificò, e appena mossi la testa provai una prima vertigine, tollerabile, quasi gradevole. Avanzai di qualche passo. Poi mi voltai e vidi Luo sempre immobile nello stesso punto, e mi sembrò che la sua sagoma vacillasse davanti ai miei occhi come un albero sotto la furia del vento.


Guardando dritto davanti a me, avanzai, un metro dopo l'altro, come un funambolo. Ma a metà del passaggio le rocce di fronte, dove stava appollaiato il corvo dal becco rosso, si piegarono bruscamente verso destra, poi verso sinistra, come se la terra si fosse messa a tremare. Immediatamente, d'istinto, mi abbassai, e solo quando ebbi toccato terra con entrambe le mani la testa smise di girarmi. Avevo la schiena, il petto e la fronte madidi di sudore. Con una mano mi asciugai le tempie: era sudore gelato.


Voltai il capo verso Luo, lo sentii gridare qualcosa, ma avevo le orecchie quasi otturate, e la sua voce non fece altro che aumentare il ronzio. Nello sforzo di non guardare in basso alzai gli occhi, e alla luce abbagliante del sole vidi la sagoma nera del corvo che roteava sopra la mia testa battendo lentamente le ali.


«Che diavolo ti succede?» dissi a me stesso.


In quel momento, bloccato in mezzo al passaggio, mi chiesi che cosa avrebbe detto il mio amato Jean-Cristophe se avessi fatto dietro front. Con la sua imperiosa bacchetta da direttore d'orchestra, mi avrebbe mostrato la direzione da prendere; pensai che non avrebbe avuto vergogna, lui, di indietreggiare dinanzi alla morte. Non avevo nessuna intenzione di morire prima di aver conosciuto l'amore, il sesso, e una battaglia individuale contro l'universo mondo come quella che lui stesso aveva combattuto!


La voglia di vivere si impadronì di me. Ruotai su me stesso, sempre carponi, e tornai un passo dopo l'altro verso l'inizio del passaggio. Se non mi fossi saldamente aggrappato al suolo con entrambe le mani, avrei perso l'equilibrio e sarei andato a sfracellarmi in fondo al burrone. A un tratto pensai a Luo: lui pure doveva aver avuto la tentazione di gettare la spugna, prima di riuscire a farcela, ad arrivare dall'altra parte.


Più mi avvicinavo a lui, più la sua voce mi risultava chiara. Notai che era terribilmente pallido, come se avesse ancor più paura di quanta ne avevo io. Mi gridò di sedermi, e di procedere a cavalcioni. Seguii il suo consiglio, e la nuova posizione, per quanto più mortificante della prima, mi consentì, in effetti, di arrivare sino a lui sano e salvo. Giunto alla fine del passaggio, mi alzai e gli restituii la gerla.


«E tu fai questo ogni giorno?».


«No, solo all'inizio».


«E lui c'è sempre?».


«Lui chi?».


«Lui» gli risposi additandogli il corvo dal becco rosso, che nel frattempo era atterrato a metà del passaggio, nel punto in cui prima mi ero fermato io.


«Sì, di mattina c'è sempre. È come se avessimo appuntamento» disse Luo. «Ma la sera, quando torno indietro, non lo vedo mai».


Siccome io mi rifiutavo di coprirmi un'altra volta di ridicolo in quell'esibizione acrobatica, Luo si mise la gerla sulle spalle e si piegò lentamente finché non toccò terra con entrambe le mani. Stando in quella posizione cominciò, sempre calmo e risoluto, a portare in avanti un braccio, poi l'altro, e dopo le braccia le gambe, armoniosamente. A ogni passo, i piedi quasi toccavano le mani. Dopo pochi metri si fermò e, come per rivolgermi un saluto malizioso, agitò il sedere: sembrava proprio una scimmia che si arrampicasse a quattro zampe lungo il tronco di un albero. Il corvo dal becco rosso si alzò in volo, e ruotò nell'aria battendo lentamente le ali immense.


Colmo di ammirazione, seguii Luo con lo sguardo finché non ebbe attraversato il passaggio, che in cuor mio soprannominai «il purgatorio», e lo vidi sparire dietro alle rocce. Di colpo mi chiesi, non senza apprensione, dove lo avrebbe condotto la sua storia con la Piccola Sarta, e come sarebbe andata a finire. La scomparsa del grande uccello nero rendeva ancora più inquietante il silenzio della montagna.


La notte seguente mi svegliai di soprassalto.


Ci vollero parecchi minuti perché riuscissi a riprendere contatto con la realtà, familiare e rassicurante. Udii nel buio il respiro regolare di Luo nel letto di fronte al mio. A tastoni trovai una sigaretta e l'accesi. A poco a poco la presenza della scrofa che sbatteva il grugno contro il recinto del porcile, giusto sotto di noi, mi riportò alla calma, e allora rividi, come in un film a passo accelerato, il sogno che mi aveva riempito di terrore.


Scorgevo da lontano Luo che attraversava, insieme a una ragazza, il passaggio stretto, vertiginoso, ai due lati del quale si spalancava il baratro. In un primo momento la ragazza, che camminava davanti, era la figlia del guardiano dell'ospedale in cui lavoravano i nostri genitori. Una ragazza della nostra età, modesta, banale, di cui da anni avevo dimenticato l'esistenza. Ma proprio mentre mi chiedevo quale fosse il motivo della sua inattesa apparizione accanto a Luo in mezzo a quelle montagne, lei si trasformò nella Piccola Sarta, vivace, simpatica, inguainata in una maglietta bianca a maniche corte e in un paio di pantaloni neri. E non camminava sul passaggio, ma correva, a testa bassa, mentre il suo giovane amante la seguiva lentamente, a quattro zampe. Né l'una né l'altro portavano la gerla sulle spalle. La Piccola Sarta non aveva come al solito la sua grande e lunga treccia, e nella corsa i capelli sciolti sulle spalle fluttuavano liberi al vento come fossero un'ala. Io cercavo il corvo dal becco rosso, ma non lo vedevo, e quando posavo di nuovo lo sguardo sui miei amici la Piccola Sarta era scomparsa. C'era soltanto Luo, a metà del passaggio, non a cavalcioni ma in ginocchio, con gli occhi fissi verso il precipizio di destra. Avevo l'impressione che mi gridasse qualcosa, sempre guardando verso il fondo del burrone, ma io non sentivo niente. Allora mi precipitavo verso di lui, senza sapere dove mai avessi trovato il coraggio di correre su quel passaggio. A mano a mano che mi avvicinavo, capivo che la Piccola Sarta era caduta nel burrone. Nonostante l'inaccessibilità quasi totale del terreno, io e Luo ci lasciavamo scivolare in verticale lungo la parete rocciosa... Sul fondo del burrone, ritrovavamo il suo corpo, accoccolato accanto a una roccia contro la quale la testa si era schiantata, rientrando completamente nel busto. La parte posteriore del cranio presentava due grandi fessure nelle quali il sangue, coagulandosi, aveva già formato delle croste. Una di queste arrivava fino alla sua fronte ben disegnata. La bocca si spalancava sulle gengive rosa e sui denti stretti, come se lei avesse voluto gridare: ma era muta, ed esalava solo un odore di sangue. Allora Luo la prendeva in braccio, e il sangue sgorgava simultaneamente dalla sua bocca, dalla narice sinistra e da un orecchio, e colava sulle braccia di Luo gocciolando lentamente sul terreno.


Quando gli raccontai il mio incubo, Luo non si impressionò affatto.


«Dimenticalo» mi disse. «Anche a me è capitato più di una volta di fare sogni del genere».


Mentre lui prendeva la giacca e la gerla di bambù gli chiesi:


«Non sarebbe meglio sconsigliarle di fare quella strada?».


«Sei pazzo! Anche lei vuol venire a trovarci, ogni tanto».


«Soltanto per un po', finché quell'accidenti di passaggio non sarà stato riparato».


«Va bene. Glielo dirò».


Aveva fretta. Quasi ero geloso del suo appuntamento con l'orrendo corvo dal becco rosso.


«Mica le racconterai il mio sogno...».


«Sta' tranquillo».


Il ritorno del capo del villaggio mise momentaneamente fine ai quotidiani pellegrinaggi della bellezza che il mio amico Luo aveva compiuto con tanta solerzia.


Il congresso del Partito e un mese di vita cittadina sembravano aver procurato ben poco piacere al nostro capo. Aveva un'aria cupa, una guancia gonfia, e il volto deformato dalla collera contro un medico rivoluzionario dell'ospedale del distretto.


«Quel figlio di puttana di un medico,» ringhiava «uno stronzo con le pezze al culo, mi ha estratto un dente buono e mi ha lasciato il dente guasto, che era quello vicino».


A renderlo ancora più furibondo era l'emorragia provocata dall'estrazione del dente sano, che gli impediva di parlare, di urlare ai quattro venti un tale scandalo, e


lo condannava a borbottare frasi a stento comprensibili. A chiunque mostrasse un qualche interesse per la disgrazia che gli era capitata esibiva il prezioso reperto di quella operazione: un mozzicone annerito, lungo, appuntito, con una radice giallastra, che conservava avvolto con cura in uno scampolo di raso rosso misto a seta comprato alla fiera di Yong Jing.


Poiché anche la minima disobbedienza lo irritava, io e Luo fummo costretti ad andare a lavorare tutte le mattine nei campi di granturco o nelle risaie. In quei giorni smettemmo persino di manomettere la nostra sveglietta magica.


Una sera, tormentato dal mal di denti, il capo si presentò a casa nostra mentre ci preparavamo da mangiare, e da una tasca estrasse un pezzetto di metallo avvolto nello stesso scampolo di raso rosso in cui teneva il dente.


«È vero stagno» ci disse. «L'ho avuto da un venditore ambulante. Se lo mettete sul fuoco, in un quarto d'ora si fonde».


Nessuno di noi due batté ciglio, benché ci venisse da ridere a vedere la sua faccia gonfia fino alle orecchie, come in un film comico di serie B.


«Luo, ragazzo mio,» proseguì il capo con un tono più sincero che mai «chissà quante volte l'hai visto fare a tuo padre: dicono che basta mettere un pezzettino di stagno fuso nel dente marcio, e quello uccide i vermi che ci sono dentro, lo sai meglio di me, no? Tu sei figlio di un famoso dentista, sono sicuro che sei capace di aggiustarmi il dente».


«Vuole davvero che le metta un pezzo di stagno nel dente?».


«Certo. E se non mi farà più male ti darò un mese di riposo».


Luo, cercando di vincere la tentazione, lo mise in guardia:


«Badi che non funzionerà. E poi mio padre aveva degli apparecchi moderni. Prima di metterci dentro stagno o altro, faceva un buco nel dente con una rotellina elettrica».


Il capo si alzò con aria perplessa e se ne andò borbottando:


«È vero, l'ho visto fare anche all'ospedale del distretto. Il cretino che mi ha tolto il dente buono aveva una specie di grosso ago che girava attaccato a un motore».


Pochi giorni dopo, la sofferenza del capo passò in secondo piano davanti all'arrivo del sarto, il padre della nostra amica, e della sua sfolgorante macchina per cucire, che rifletteva la luce del sole appena sorto sul nudo torace di un portatore.


Non avevamo mai capito se era per darsi arie da uomo occupatissimo, oberato di impegni, o se invece era semplicemente incapace di organizzare il proprio tempo in modo rigoroso - fatto sta che aveva già rimandato parecchie volte il consueto appuntamento annuale con i contadini del nostro villaggio. Per loro era una vera festa veder comparire, qualche settimana prima dell'anno nuovo, la sagoma mingherlina del sarto e la sua macchina per cucire.


Come al solito, faceva il giro dei villaggi senza la figlia. In occasione del nostro primo incontro, avvenuto pochi mesi addietro, sotto una pioggia scrosciante, su un sentiero angusto e reso sdrucciolevole dal fango, era seduto su una specie di portantina. Quel giorno, invece, c'era il sole, e lui arrivò a piedi, arzillo e gagliardo nonostante l'età avanzata. Aveva in testa un berretto di un verde brillante (senz'altro quello che mi era stato dato in occasione della nostra visita al vecchio mugnaio della vetta dei Mille Metri), un'ampia giacca azzurra generosamente aperta su una camicia di lino beige provvista della tradizionale fila di bottoni di cotone, e una cintura nera di vero cuoio, che risplendeva.


L'intero villaggio andò a riceverlo. Le grida dei bambini che gli correvano dietro, i risolini delle donne che tiravano fuori le pezze di stoffa pronte da mesi, l'esplosione di un paio di petardi, il grugnito dei maiali - tutto contribuiva a creare un'atmosfera festosa. Ogni famiglia si fece avanti per invitarlo a casa sua, sperando così di essere il suo primo cliente. Ma, con grande sorpresa di tutti, il vecchio dichiarò:


«Andrò a stare in casa degli amici di mia figlia».


Ci chiedemmo quali potessero mai essere i motivi reconditi di una simile scelta. L'ipotesi che ci sembrò più plausibile fu che il vecchio sarto cercasse di stabilire un contatto diretto con il potenziale genero. Comunque stessero le cose, quel suo soggiorno nella nostra casa su palafitte, per l'occasione trasformata in sartoria, ci diede la possibilità di essere iniziati all'intimità femminile, a quell'aspetto della natura delle donne che fino ad allora ci era rimasto ignoto. Fu come un festival, più o meno anarchico, nel corso del quale donne di tutte le età, belle e brutte, ricche e povere, si batterono a colpi di stoffe, merletti, nastri, bottoni, filo e modelli di abiti lungamente sognati. Allorché venivano a provarsi un vestito, io e Luo eravamo soffocati dall'agitazione, dall'impazienza, dal desiderio quasi fisico che si percepiva in loro. Non c'era regime politico né restrizione economica che potessero togliere a quelle femmine la voglia di essere ben vestite - una voglia antica come il mondo, antica come la voglia di diventare madri.


Verso sera, le uova, la carne, gli ortaggi, la frutta, tutto ciò che gli abitanti del villaggio avevano portato al vecchio sarto, si ammonticchiavano in un angolo della stanza da pranzo, come offerte destinate a un sacrificio. Alla folla delle donne erano venuti a mischiarsi alcuni uomini, soli o in piccoli gruppi. I più timidi, seduti per terra intorno al fuoco, a piedi nudi e testa bassa, osavano appena levare verso le ragazze qualche sguardo furtivo. Si tagliavano le unghie degli alluci, dure come la pietra, con l'affilatissima lama del falcetto. I più scafati si mostravano aggressivi, facevano battute pesanti e lanciavano proposte più o meno oscene. Ci voleva tutta l'autorità del vecchio sarto, ancora più irascibile a causa dello sfinimento, per riuscire a cacciarli.


Dopo una rapida cena a tre, tranquilla e gradevole, nel corso della quale ridemmo del nostro primo incontro sul sentiero, proposi al nostro ospite di suonargli qualcosa al violino prima di metterci a letto. Ma lui, con le palpebre già semichiuse, rifiutò.


«Raccontatemi una storia, piuttosto» ci disse mentre si stiracchiava con un lungo sbadiglio. «Mia figlia dice che siete due narratori formidabili. È per questo che sono venuto a stare da voi».


Forse preoccupato per la stanchezza di cui dava segni evidenti quello stilista delle montagne, o forse nell'intento di apparire modesto agli occhi del futuro suocero, Luo mi propose di raccogliere la sfida.


«Dài, su,» mi incoraggiò «raccontaci qualcosa che io non conosco ancora».


Acconsentii, un po' esitante, a fare la parte del narratore di mezzanotte. Prima di cominciare, però, invitai i miei ascoltatori a lavarsi i piedi con l'acqua calda e a sdraiarsi sul letto: precauzione non inutile nel caso si fossero addormentati nel corso del racconto. Tirammo fuori due buone coperte pulite e sistemammo comodamente l'ospite nel letto di Luo, mentre noi due ci stringevamo nel mio. Quando tutto fu pronto, e. gli sbadigli del sarto si fecero più incontenibili e più rumorosi, spensi la lampada per risparmiare petrolio, e aspettai, con la testa sul cuscino e gli occhi chiusi, che dalla mia bocca uscisse la prima frase di una storia.


Di sicuro, se a quell'epoca non avessi ancora assaggiato il frutto proibito, la valigia segreta di Quattrocchi, avrei scelto di raccontare un film cinese, nordcoreano, o anche albanese. Ma ormai il grossolano realismo proletario di quei film sui quali mi ero formato una cultura mi sembrava così lontano dai desideri degli uomini, dalla sofferenza vera, e soprattutto dalla vita, che non valeva davvero la pena di star lì a raccontarli a quell'ora della notte. A un tratto mi venne in mente un romanzo che avevo appena terminato. Ero sicuro che Luo non l'avesse ancora letto, perché nutriva una passione totale ed esclusiva per Balzac.


Mi rialzai, mi sedetti in fondo al letto e mi accinsi a pronunciare la prima frase, la più difficile, la più delicata; volevo qualcosa di sobrio.


«Siamo a Marsiglia, nel 1815».


La mia voce risuonò nella stanza dove il buio era denso come la pece.


«Dov'è Marsiglia?» interruppe il sarto con voce assonnata.


«Dall'altra parte del mondo. È un grande porto francese».


«E perché vuoi condurci così lontano?».


«Io volevo raccontarvi la storia di un marinaio francese. Ma se non vi interessa, tanto vale metterci subito a dormire. A domani!».


Nel buio, sentii Luo che mi si accostava e mi sussurrava in un orecchio:


«Bravo, continua così!».


Trascorsero un paio di minuti, e udii di nuovo la voce del sarto:


«E come si chiama, questo marinaio?».


«All'inizio, Edmond Dantès. Poi diventa il conte di Montecristo».


«Cristo?».


«È un altro nome di Gesù, che significa il messia, o il salvatore».


Così iniziai il racconto di Dumas. Per fortuna, ogni tanto Luo mi interrompeva per fare a bassa voce qualche commento semplice e intelligente; sembrava sempre più affascinato dalla storia, e questo mi permise di ritrovare la concentrazione e di superare lo sconcerto in cui mi aveva gettato il sarto. Il quale, frastornato da quei nomi francesi e da quei luoghi lontani, e stremato dalla lunga giornata di lavoro, dopo l'inizio della storia non disse più una parola. Sembrava sprofondato in un sonno di piombo.


A poco a poco la maestria di Dumas prese il sopravvento, e io mi dimenticai completamente del nostro ospite; raccontavo, raccontavo, non la smettevo più di raccontare... Le mie frasi si facevano più precise, più concrete, più dense. Riuscii, con un certo sforzo, a mantenere il tono sobrio della prima. Non era facile. Rimasi, anzi, piacevolmente sorpreso nel veder apparire in tutta la sua evidenza, mentre raccontavo, il meccanismo narrativo, e così anche la preparazione della vendetta, e tutti i fili approntati dal narratore, che al momento opportuno si sarebbe divertito a tirarli con mano salda, abile, spesso audace: era come guardare un grande albero sradicato, che esponesse alla luce la nobiltà del suo tronco, l'ampiezza dei suoi rami, la nudità delle sue solide radici.


Non sapevo quanto tempo fosse trascorso. Un'ora? Due ore? Di più? Ma allorché il nostro eroe, il marinaio francese, viene imprigionato in una segreta dove rimarrà ad ammuffire per vent'anni, la stanchezza, sia pur non eccessiva, mi costrinse a interrompere il racconto.


«Sei diventato più bravo di me» mi sussurrò Luo. «Avresti dovuto fare lo scrittore».


Inebriato da quel complimento che proveniva da un narratore iperdotato, mi lasciai scivolare rapidamente in una sorta di dormiveglia. A un tratto sentii la voce del vecchio sarto borbottare nel buio:


«Perché ti sei fermato?».


«Questa poi!» esclamai. «Non dorme ancora?».


«Macché! Ti ho ascoltato. Mi piace la tua storia».


«Adesso però ho sonno».


«Prova a continuare ancora un po', ti prego» insistè il vecchio sarto.


«Soltanto un altro poco» gli dissi. «Si ricorda dove mi sono fermato?».


«Al momento in cui viene gettato nella segreta di un castello in mezzo al mare...».


Stupito dalla precisione del mio pur anziano ascoltatore, proseguii la storia del marinaio francese... Ogni mezz'ora mi fermavo, spesso a un momento cruciale della vicenda, e non per stanchezza, ma per innocente civetteria di narratore. Mi facevo pregare, e poi ricominciavo. Quando l'abate, rinchiuso nella segreta attigua a quella di Edmond, gli rivela il segreto dell'immenso tesoro nascosto sull'isola di Montecristo e lo aiuta poi a evadere, la luce dell'alba penetrava ormai nella stanza attraverso le crepe dei muri, insieme al cinguettio mattutino delle allodole, delle tortore e dei fringuelli.


Quella notte in bianco ci lasciò stremati. Il sarto fu costretto a offrire al villaggio una piccola somma di denaro affinché quel giorno il capo ci autorizzasse a rimanere a casa.


«Riposati bene,» mi disse il vecchio con una strizzatina d'occhio «e prepara a dovere il mio appuntamento di stasera con il marinaio francese».


Quella è stata senza alcun dubbio la storia più lunga che abbia mai raccontato in vita mia: durò ben nove notti. Non ho mai capito da dove venisse la resistenza fìsica del vecchio sarto, il quale di giorno lavorava sempre ininterrottamente. Com'era inevitabile, nei vestiti nuovi degli abitanti del villaggio cominciarono ad apparire, in modo discreto e del tutto spontaneo, alcuni dettagli fantasiosi, dovuti all'influenza del romanziere francese, soprattutto elementi marini. Dumas stesso sarebbe stato il primo a stupirsi se avesse visto le nostre montanare con indosso certe specie di giubbotti dalle spalle cascanti e dagli ampi baveri, quadrati dietro e appuntiti davanti, che si agitavano al vento - e avevano quasi l'odore del Mediterraneo. I pantaloni azzurri da marinaio, menzionati da Dumas e realizzati dal suo discepolo, avevano conquistato il cuore delle ragazze, con quel taglio ampio e svolazzante che sembrava effondere il profumo della Costa Azzurra. Il vecchio sarto ci chiese di disegnare un'ancora a cinque bracci, che diventò il motivo più ricercato della moda femminile di quegli anni sulla montagna della Fenice del Cielo. Alcune donne riuscirono persino a riprodurlo col filo dorato su minuscoli bottoni, in maniera assolutamente fedele. Su certi particolari descritti minutamente da Dumas - il giglio ricamato sulle bandiere, o il corpetto e il vestito di Mercédès - mantenemmo invece il più rigoroso segreto, custodendoli per la figlia del sarto.


Alla fine della terza notte si verificò un incidente che rischiò di rovinare tutto. Erano pressappoco le cinque del mattino, e noi eravamo arrivati al cuore dell'intreccio, a quella che secondo me è la parte migliore del romanzo: laddove il conte di Montecristo, giunto a Parigi, riesce mediante abili manovre ad avvicinare i tre vecchi nemici di cui intende vendicarsi, e comincia a muovere le proprie pedine a una a una, mettendo in atto una strategia inoppugnabile, una macchinazione diabolica. Il procuratore era sul punto di andare in rovina, la trappola che gli era stata lungamente preparata stava per richiudersi su di lui. Ma a un tratto, proprio nel momento in cui il nostro conte sembrava quasi essersi innamorato della figlia del procuratore, ecco che la porta della stanza si aprì con un cigolio minaccioso, e sulla soglia, a scacciare il conte francese e a riportarci alla realtà, comparve l'ombra nera di un uomo con in mano una torcia elettrica.


Era il capo del villaggio. Aveva in testa un berretto, e la luce della torcia gli deformava il volto disegnandovi sopra ombre scure e accentuandone il mostruoso gonfiore. Noi eravamo così profondamente immersi nel racconto di Dumas che non avevamo udito il rumore dei suoi passi.


«Ah, è lei!» esclamò il sarto. «Qual buon vento? Mi chiedevo se avrei avuto il piacere di vederla, quest'anno. Ho saputo che ha passato un sacco di guai per colpa di un cattivo medico».


Il capo non gli rivolse neppure uno sguardo, come se non si fosse accorto della sua presenza, e mi puntò addosso il raggio della torcia elettrica.


«Che cosa c'è?» gli chiesi.


«Vieni con me. Andiamo a fare quattro chiacchiere nell'ufficio di Pubblica Sicurezza del villaggio».


Non poteva gridare, sempre per via del dente che lo faceva soffrire, però il suo quasi impercettibile borbottio mi fece fremere sin nelle più intime fibre, poiché sapevo che per i cosiddetti nemici del popolo quell'ufficio significava quasi sempre torture fisiche e morali - significava l'inferno.


«Perché?» chiesi accendendo con mano tremante la lampada a petrolio.


«Perché racconti porcherie reazionarie. Fortunatamente per il nostro villaggio, io non dormo mai, veglio sempre. E vi dirò la verità: è da mezzanotte che sono qui, l'ho sentita tutta la tua storia reazionaria del conte Comediavolosichiama».


«Via, capo, si calmi» interloquì Luo. «Questo conte non è nemmeno cinese».


«Me ne frego. Un giorno, la nostra rivoluzione trionferà nel mondo intero! E un conte, di qualunque nazionalità sia, non può essere altro che un reazionario».


«Ma no, capo, aspetti» lo interruppe Luo. «Lei non conosce l'inizio della storia. Prima di travestirsi da nobile, quel tale era un povero marinaio, una categoria classificata nel Libretto Rosso come una delle più rivoluzionarie».


«Non farmi perdere tempo con i tuoi discorsi del cavolo!» ringhiò il capo. «Si è mai visto un buono che ha intenzione di fregare un procuratore?».


Ciò detto, sputò per terra, segno che, se non mi fossi dato una mossa, sarebbe passato alle maniere forti.


Mi alzai in piedi. Ero in trappola. Rassegnato, mi infilai una giacca di stoffa grezza e dei pantaloni resistenti, come chi si prepari a scontare una pena di lunga durata. Vuotando le tasche della camicia, ci trovai una manciata di spiccioli, che diedi a Luo perché non cadessero nelle mani degli aguzzini della Pubblica Sicurezza. Luo prese le monete e le gettò sul letto.


«Vengo con te» dichiarò.


«No, rimani qui e, comunque vadano le cose, occupati tu di tutto».


Dicendo questo, dovetti fare un sforzo per ricacciare indietro le lacrime.


Dallo sguardo di Luo capii che aveva afferrato il messaggio: nascondere con cura i libri, nel caso io avessi parlato sotto tortura; non sapevo se avrei sopportato di essere schiaffeggiato, preso a pugni, frustato, come accadeva, a quel che avevamo sentito dire, nel corso degli interrogatori che si svolgevano in quell'ufficio. Con l'aria avvilita di un prigioniero andai verso il capo: avevo le gambe tutte tremanti, come quando, da ragazzino, avevo fatto a botte per la prima volta, e mi ero buttato sul mio avversario per mostrare che ero coraggioso, ma quelle gambe che tremavano vergognosamente mi avevano tradito.


Il fiato dell'uomo puzzava di carie. I suoi piccoli occhi e le tre gocce di sangue mi accolsero con uno sguardo duro. Per un attimo ebbi l'impressione che volesse prendermi per il collo e gettarmi giù dalla scala. Ma non si mosse. Il suo sguardo si staccò da me, si aggrappò alle sbarre del letto, poi si fermò su Luo.


«Ti ricordi del pezzo di stagno che ti ho mostrato?» gli chiese.


«Veramente no» rispose Luo con aria perplessa.


«Quel coso che ti ho chiesto di mettere nel mio dente malato».


«Ah sì, adesso mi ricordo».


«Ce l'ho ancora» disse il capo tirando fuori di tasca il minuscolo pacchetto di raso rosso.


«Dove vuole arrivare?» domandò Luo, sempre più perplesso.


«Se tu, figlio di un grande dentista, sei capace di guarire il mio dente, io lascio in pace il tuo amico. Altrimenti, lo porto difilato all'ufficio di Pubblica Sicurezza, questo sporco narratore di storie reazionarie».


La dentatura del capo aveva l'aspetto di una catena montuosa dilaniata da un'esplosione. Su una gengiva gonfia e annerita si ergevano tre incisivi simili a rocce preistoriche di basalto, di un colore scuro, mentre i canini sembravano pietre del Pleistocene, di travertino opaco, color tabacco. Quanto ai molari, ce n'erano alcuni che presentavano sulla corona delle scanalature dovute - come asserì, con il tono neutro di chi procede a una nosografia, il figlio del dentista - ai postumi di una sifilide. Il capo voltò la testa dall'altra parte, senza negare quella diagnosi.


Il dente che era all'origine di tutti i suoi guai si trovava in fondo al palato, accanto a un buco nero, ed era simile a uno spuntone di roccia calcareo, conchilifero, poroso, solitario e minaccioso. Era un dente del giudizio, che aveva smalto e avorio in pessime condizioni, e in cui si era formata una carie. La lingua del capo, che era vischiosa, e di un color rosa pallido tendente al giallo, andava di continuo a sondare la profondità della voragine provocata dal granchio che aveva preso il dentista dell'ospedale, poi risaliva ad accarezzare amorevolmente lo spuntone isolato, per finire in bellezza con uno schiocco di consolazione.


Un ago per macchina da cucire di acciaio cromato, appena più grande del normale, penetrò nella bocca spalancata del capo e rimase immobile sopra il dente del giudizio; ma, appena l'ebbe sfiorato con delicatezza, per riflesso la lingua del capo si precipitò con la rapidità del fulmine verso l'intruso, tastò quel corpo freddo, metallico, estraneo, fino alla sua aguzza estremità: e fu percorsa da un fremito. Indietreggiò, come le avessero fatto il solletico, poi tornò alla carica e, eccitata per la sensazione ignota, leccò quasi voluttuosamente l'ago.


Sotto il piede del vecchio sarto si mise allora in moto il pedale della macchina per cucire, e l'ago, legato mediante un cordone alla puleggia della macchina, cominciò a girare. Spaventata, la lingua del capo si contrasse. Luo, che teneva l'ago con la punta delle dita, regolò la posizione della mano. Aspettò qualche secondo, poi la velocità del pedale aumentò, e l'ago attaccò la carie, strappando al paziente un urlo lacerante. Luo ebbe appena il tempo di scostare l'ago che il capo rotolò come un masso dal letto che era stato sistemato accanto alla macchina per cucire, finendo quasi per terra.


«Per poco non mi ammazzi!» gridò al sarto rimettendosi in piedi. «Che fai? Mi prendi in giro?».


«Ti avevo avvertito» rispose il sarto «che l'avevo visto nelle fiere. Sei tu che hai insistito a farci fare i ciarlatani».


«Accidenti, che male!» esclamò il capo.


«Il dolore è inevitabile» affermò Luo. «Lo sa qual è la velocità di una di queste rotelline elettriche in un vero ospedale? Parecchie centinaia di giri al secondo. E più l'ago gira lentamente, più fa male».


«Prova un'altra volta» disse il capo in tono risoluto, rimettendosi il berretto in testa. «È una settimana che non posso né mangiare né dormire, tanto vale farla finita una volta per tutte».


Chiuse gli occhi per non vedere l'ago che gli entrava in bocca, ma il risultato fu


identico: il dolore atroce lo scagliò fuori dal letto, con l'ago piantato in bocca.


Quello scatto repentino fece vacillare la lampada a petrolio, sulla cui fiamma, in un cucchiaio, stavo facendo fondere lo stagno.


Nonostante la comicità della situazione, nessuno osava ridere, per paura che il capo tirasse fuori un'altra volta la faccenda dell'accusa contro di me.


Luo recuperò l'ago, lo pulì, lo controllò, dopodiché porse un bicchiere d'acqua al capo perché si sciacquasse la bocca. Questi sputò per terra, giusto accanto al suo berretto, e quel che sputò era sangue.


Il vecchio sarto assunse un'espressione costernata.


«Lei sanguina» disse.


«Se vuole che scavi la sua carie,» disse Luo al capo raccogliendo il berretto e rimettendoglielo sulla testa cespugliosa «non vedo altra soluzione che legarla al letto».


«Legarmi?» urlò il capo con aria offesa. «Tu dimentichi che a me è stato conferito un incarico dalla direzione del comune!».


«Visto che il suo corpo rifiuta di collaborare, bisogna rischiare il tutto per tutto».


La sua decisione mi lasciò allibito. Più volte, in seguito, mi sono fatto e rifatto la stessa domanda (e ancora oggi non so darmi una risposta) : come potè, quel tiranno politico ed economico, quel poliziotto del villaggio, accettare una proposta che lo metteva in una posizione tanto ridicola quanto umiliante? Quale demonio gli era entrato nella testa? Lì per lì, tuttavia, non ebbi il tempo di riflettere sulla questione. Luo lo legò in un battibaleno, e il sarto, che aveva l'ardua responsabilità di tenergli ferma la testa con le mani, mi chiese di prendere il suo posto alla macchina per cucire.


Mi accinsi al nuovo compito con la massima serietà. Mi tolsi la scarpa e, allorché con la pianta del piede toccai il pedale, sentii sui miei muscoli tutto il peso della missione affidatami.


Appena Luo mi fece segno, i miei piedi premettero il pedale per avviare la macchina, e furono rapidamente trasportati dal movimento ritmico che avevo impresso loro. Accelerai, come un ciclista che ci dà dentro sulla strada maestra: l'ago trasalì, tremò, e di nuovo entrò in contatto con il subdolo e minaccioso spuntone di roccia. Il contatto produsse dapprima nella bocca del capo una sorta di sfrigolio, mentre lui si dibatteva come un pazzo in una camicia di forza. Non solo era legato sul letto con una grossa corda, ma era anche stretto in una morsa dalle ferree mani del vecchio sarto, che lo teneva per il collo, lo attanagliava, immobilizzandolo in una posizione degna di una scena di tortura cinematografica. Dagli angoli delle sue labbra usciva un po' di schiuma, e lui era pallido, respirava a fatica e gemeva.


All'improvviso, come fosse un'eruzione vulcanica, inconsciamente mi sentii salire da dentro una pulsione sadica: e subito, memore di tutte le sofferenze della rieducazione, rallentai il movimento dei pedali.


Luo mi lanciò uno sguardo complice.


Rallentai ancora, questa volta per vendicarmi delle minacce di poco prima. L'ago girava adesso così lentamente da far pensare a un trapano spompato, sul punto di fermarsi. A che velocità stava girando? Un giro al secondo? Due giri? Chi può dirlo?


In ogni caso, l'ago cromato aveva bucato la carie. Per un po' girava, poi si fermava, di botto, quando i miei piedi facevano una pausa angosciosa, come un ciclista che smetta di pedalare in una discesa ripida. Io assumevo un'espressione serafica, innocente. I miei occhi non si riducevano a due fessure cariche di odio, nient'affatto: fingevo di verificare la puleggia o la cinghia di trasmissione. Poi l'ago si rimetteva a girare, lentamente, come se il ciclista di prima stesse arrancando su per un'erta salita. Quell'ago si era tramutato in uno scalpello, in un bulino pieno d'odio che scavava un buco nella scura roccia preistorica, facendone sprizzare ridicole nubi di polvere di marmo grassa, gialla e caseosa. Un sadico come me non l'avevo mai visto. Ve lo giuro. Un sadico scatenato.

CIÒ CHE DISSE IL VECCHIO MUGNAIO

 


 


Sì, li ho visti con i miei occhi, erano loro due da soli, completamente nudi. Io ero andato a far legna nella valle di dietro, come al solito; ci vado una volta alla settimana, e passo sempre per la caletta del torrente. Dov'era di preciso? Sarà stato a un chilometro dal mio mulino, forse due. Là il torrente viene giù da uno strapiombo di una ventina di metri, e va a cadere su certi massi enormi, formando una caletta, poco più di una pozzanghera, ma l'acqua, incassata com'è fra le rocce, è profonda, verde, scura. È troppo lontana dal sentiero, e la gente ci mette piede raramente.


Loro non li ho visti subito, ma ho visto che gli uccelli addormentati sulle sporgenze rocciose sembravano spaventati da qualcosa: si sono levati in volo e mi sono passati sopra la testa schiamazzando a più non posso.


Sì, erano proprio corvi dal becco rosso - ma lei come fa a saperlo? Una decina ce n'erano. Anzi, uno di loro, non so se si era svegliato storto o era più aggressivo degli altri, è sceso in picchiata verso di me, e planando mi ha sfiorato la faccia con la punta delle ali. Adesso che le parlo, mi ricordo ancora l'odore che aveva, un odore selvatico, rivoltante.


È per via degli uccelli che ho deviato dal sentiero che faccio di solito. Sono andato a dare un'occhiata alla caletta del torrente, ed è là che li ho visti, con la testa fuori dall'acqua. Dovevano aver fatto un tuffo incredibile, un salto spettacolare, per far scappare via così i corvi dal becco rosso.


L'interprete che era venuto insieme a lei? No, sulle prime non l'ho riconosciuto. Ho seguito con lo sguardo i due corpi nell'acqua, stretti fra loro in una specie di palla che non la smetteva mai di girare e rigirare. Sono rimasto talmente sbalordito che mi ci è voluto un po' per capire che la loro impresa più strabiliante non era il tuffo. Eh no! Quelli si stavano accoppiando nell'acqua.


Che cosa dice? Coito? È una parola troppo dotta per me. Noi montanari diciamo accoppiamento. Non volevo mica fare il guardone. La mia vecchia faccia è diventata rossa. Era la prima volta in vita mia che vedevo una cosa così - far l'amore nell'acqua. Non sono riuscito ad andarmene. Sa, alla mia età uno non è più tanto capace di proteggersi. I loro corpi hanno eseguito un volteggio nella parte dov'è più profondo, poi si sono diretti verso il bordo della caletta e sono rotolati sul letto di pietre dove l'acqua limpida del torrente, bruciata dal sole, deformava, amplificandoli, i loro movimenti osceni.


Mi vergognavo, certo, mica perché non volevo rinunciare a quel piacere degli occhi, no, no, ma perché mi sono reso conto che sono vecchio, e che il mio corpo, fatta eccezione per tutte queste vecchie ossa, è rammollito - e perché pensavo che quella gioia che loro avevano provato io non l'avrei provata mai più.


Dopo l'accoppiamento, la ragazza si è fatta una specie di gonnellino con delle foglie raccolte nell'acqua e se l'è messo attorno ai fianchi. Sembrava molto meno stanca del suo compagno, anzi era straripante di energia, e ha cominciato ad arrampicarsi lungo la parete scoscesa. Ogni tanto la perdevo di vista: spariva dietro a uno spuntone di roccia coperto di muschio, poi riappariva su un altro, come se fosse uscita da una fenditura della pietra. A un certo punto si è sistemata quel gonnellino di foglie perché le coprisse bene il sesso. La sua meta era un grosso masso situato una decina di metri al di sopra della caletta.


Certo, lei non poteva vedermi. Ero ben al riparo, nascosto dietro un cespuglio bello folto. Non la conosco, quella ragazza, non è mai venuta al mio mulino. Quando fu in piedi sulla sporgenza di roccia, ero abbastanza vicino per poter ammirare il suo corpo, nudo e gocciolante: lei continuava a giocherellare con il gonnellino, se lo arrotolava sulla pancia nuda, se lo tirava fin sotto al giovane seno, con i capezzoli ritti e un po' arrossati.


Allora sono tornati i corvi dal becco rosso, e si sono appollaiati attorno a lei sulla roccia alta ma stretta.


D'un tratto, aprendosi un varco in mezzo a loro, la ragazza è indietreggiata di due o tre passi, ha preso la rincorsa ed è balzata in aria, di slancio, con le braccia spalancate come le ali di una rondine che plana nel cielo.


Nello stesso momento i corvi si sono levati in volo, ma invece di andarsene lontano sono scesi in picchiata accanto alla ragazza, che era diventata pure lei una rondine che prende il volo. Le sue ali erano dispiegate orizzontalmente, immobili; ha volato così finché non ha raggiunto l'acqua: allora le braccia si sono scostate, sono entrate nell'acqua e poi sparite.


Ho cercato con gli occhi il suo compagno: era seduto sul greto della caletta, nudo, con gli occhi chiusi e la schiena appoggiata alla roccia. La parte segreta del suo corpo era molle, sfinita, addormentata.


Ho avuto l'impressione di averlo già visto da qualche parte, ma sul momento non ricordavo dove. Mi sono allontanato da lì, e solo quand'ero nel bosco, e mi accingevo ad abbattere un albero, mi sono ricordato che era il giovane interprete venuto insieme a lei a casa mia qualche mese fa.


Gli è andata bene, al suo falso interprete, che sia stato io a vederli. Non mi scandalizzo facilmente, io, e non ho mai denunciato nessuno. Sennò, rischiava di passare dei guai con quelli della Pubblica Sicurezza, creda a me.

CIÒ CHE DISSE LUO

 


 


Di che cosa mi ricordo? Se nuota bene? Sì, meravigliosamente bene, adesso nuota come un delfino. Prima? No, prima nuotava come i contadini, solo con le braccia, senza muovere le gambe. Quando ancora non le avevo insegnato a nuotare a rana, non era capace di allargare le braccia, nuotava come i cani. Ma ha un corpo da vera nuotatrice. Io le ho insegnato giusto un paio di cose. Adesso sa nuotare, nuota perfino a farfalla; le sue reni si inarcano, il busto esce dall'acqua formando una curva aerodinamica e perfetta, le braccia si aprono e i piedi frustano l'acqua come la coda di un delfino.


Quello che invece ha scoperto da sola sono i tuffi arrischiati. Io soffro di vertigini, ho paura, e quindi non ho mai osato tuffarmi dall'alto. Nel nostro paradiso acquatico, una specie di caletta completamente isolata, dove l'acqua è molto profonda, ogni volta che lei si arrampica fino a rocce situate a un'altezza incredibile per tuffarsi da lì, io rimango a guardarla dal basso, ma per vederla devo alzare gli occhi quasi verticalmente, e allora mi gira la testa, e la roccia da dove lei sta per tuffarsi si confonde con i grandi alberi di ginkgo che si stagliano dietro come ombre cinesi. Lei diventa piccola piccola, simile a un frutto attaccato in cima a un albero; e mi grida qualcosa, ma per me è come udire il fruscio di un frutto. Un rumore lontano, a stento percettibile, a causa del frastuono dell'acqua.


Poi, all'improvviso, il frutto cade dall'albero fluttuando nell'aria, e vola verso di me attraverso il vento. Alla fine diventa una freccia purpurea, affusolata, che penetra nell'acqua a testa in giù, senza fare molto rumore, né troppi schizzi.


Prima che lo mettessero in prigione mio padre diceva spesso che non si può insegnare a ballare. Aveva ragione. Per i tuffi è lo stesso: non si può insegnare a farli, come non si può insegnare a scrivere poesie: sono cose che uno deve scoprire da solo. Ci sono persone che puoi allenare per una vita intera, e quando si tuffano sembrano sempre una pietra che cade nell'acqua, non somiglieranno mai a un frutto che prende il volo.


Una volta, in occasione del mio compleanno, mia madre mi aveva regalato un anello placcato in oro, con delle minuscole foglie di giada, sottili, striate di verde. Lo portavo sempre con me, era il mio portafortuna, e ci tenevo attaccate un mucchio di chiavi, io che non possiedo niente. C'erano le chiavi della porta di casa nostra, a Chengdu, quella del mio cassetto personale, sotto il cassetto di mia madre, quella della cucina, più un coltellino, un tagliaunghie... Di recente, ci avevo attaccato anche il passe-partout che avevo fabbricato per rubare i libri a Quattrocchi: l'avevo conservato gelosamente, in ricordo di un furto ben riuscito.


Un pomeriggio di settembre sono andato insieme a lei nella nostra caletta della felicità. Come al solito, non c'era anima viva. L'acqua era freddina. Le ho letto una decina di pagine di Illusioni perdute. Quel libro di Balzac mi aveva impressionato meno di Papà Goriot, ma quando lei ha preso una tartaruga fra le pietre del letto del torrente, prima di lasciarla andare ho ugualmente inciso con il mio coltellino sulla corazza dell'animale le facce dei due ambiziosi protagonisti, con i loro lunghi nasi.


La tartaruga si è dileguata in un batter d'occhio, e di colpo mi sono chiesto:


«Chi lascerà andar via me da queste montagne?».


Sulle prime questo pensiero, sicuramente idiota, mi ha fatto una gran tristezza. Ho provato una malinconia immensa. Ripiegando il coltellino, e guardando le chiavi attaccate all'anello, le chiavi di casa mia a Chengdu che non mi sarebbero servite mai più, sono stato lì lì per mettermi a piangere. Invidiavo la tartaruga che si era dileguata nel nulla. E, in un impeto di disperazione, ho buttato il portachiavi lontano, dove l'acqua era più profonda.


Lei allora si è tuffata, e si è messa a nuotare a farfalla, per andarlo a ripescare. Poi è sparita sott'acqua, e ci è rimasta tanto a lungo che ho cominciato a preoccuparmi. La superficie dell'acqua era stranamente immobile, aveva un colore scuro, quasi lugubre, e non vi affiorava alcuna bolla d'aria.


«Dove sei, buon Dio?» ho urlato.


Poi ho gridato il suo nome e il suo soprannome, Piccola Sarta, e alla fine mi sono immerso anch'io nell'acqua trasparente e profonda della caletta.


Di colpo l'ho vista: era lì, davanti a me, e stava tornando a galla dimenandosi come un vero delfino. Sono rimasto colpito dalla grazia armoniosa con cui si muoveva, mentre i lunghi capelli fluttuavano nell'acqua: era magnifico.


Quando l'ho raggiunta in superficie, ho visto fra le sue labbra il mio portachiavi, coperto di goccioline d'acqua che sembravano piccole gemme.


Non c'erano dubbi: era la sola persona al mondo a credere ancora che un giorno sarei riuscito a venir fuori dalla rieducazione, e che le chiavi mi sarebbero di nuovo servite.


Dopo quel pomeriggio, ogni qualvolta tornavamo nella caletta, il gioco del portachiavi era il nostro passatempo preferito. Mi piaceva da morire, non perché volessi far previsioni sul mio futuro, ma perché adoravo guardare il suo corpo nudo, solo parzialmente coperto dal gonnellino di foglie stillanti, che si scrollava l'acqua di dosso con movimenti sensuali.


Oggi, però, il portachiavi non siamo riusciti a ripescarlo. Anzi, avrei fatto meglio a insistere perché lei non si tuffasse una seconda volta, era davvero pericoloso. Fortuna che non l'ha pagata troppo cara. In ogni caso, ho deciso che non metteremo mai più piede in quel posto.


Stasera, quando sono rientrato al villaggio, ho trovato ad aspettarmi un telegramma: mia madre è stata ricoverata d'urgenza, e mi chiede di tornare immediatamente in città.


Grazie forse alle cure dentistiche che gli ho prestato, il capo mi ha autorizzato a passare un mese al capezzale di mia madre. Parto domani mattina. Ironia della sorte, torno a casa dei miei genitori senza chiave.

CIÒ CHE DISSE LA PICCOLA SARTA

 


 


I romanzi che Luo mi leggeva ad alta voce mi facevano sempre venire voglia di tuffarmi nell'acqua fresca del torrente. Perché? Per sfogarmi come si deve! Come quando uno non può fare a meno di dire quello che ha sullo stomaco!


Sul fondo della caletta c'era un alone immenso, bluastro, diffuso, senza luminosità: era difficile distinguere le cose. Ti sembrava di avere un velo davanti agli occhi. Fortuna che il portachiavi di Luo cadeva più o meno sempre nello stesso punto, al centro della caletta, un buco di pochi metri quadrati. Le pietre, quando le toccavi, le vedevi appena; alcune, piccole come un uovo, bianche, lisce, rotonde, erano lì da anni e anni, forse da secoli - ti rendi conto? Altre invece erano grandi quanto la testa di un uomo, e a volte erano curve come le corna del bufalo. Sul serio! Qua e là, ma non capitava spesso, si vedevano pietre particolarmente spigolose, aguzze e taglienti, pronte a entrarti nella carne, a ferirti a sangue, a strapparti un pezzo di pelle. A volte si incontravano anche delle conchiglie. Dio sa da dove venivano. Si erano trasformate in pietre, ed erano ben incastrate nel fondo roccioso, e ricoperte di morbido muschio, ma tu sentivi che si trattava di conchiglie.


Che cosa dici? Perché mi piaceva ripescare il suo portachiavi? Ah, capisco. Mi consideri stupida come un cane che corre a prendere l'osso che gli è stato lanciato. Io non sono una di quelle ragazze francesi di Balzac. Sono una ragazza delle montagne. Mi piace da impazzire fare felice Luo. Tutto qui.


Vuoi che ti racconti che cosa è successo l'ultima volta? È stato almeno una settimana fa. Giusto prima che Luo ricevesse il telegramma della sua famiglia. Siamo arrivati lì verso mezzogiorno. Abbiamo nuotato un po', ma non troppo, quel tanto che basta a divertirsi nell'acqua. Poi abbiamo mangiato pane di granturco, un paio di uova e della frutta che avevo portato io; intanto Luo mi raccontava un pezzetto della storia del marinaio francese che è diventato un conte. È la famosa storia che si è fatto raccontare mio padre, che adesso è un ammiratore incondizionato di quel vendicatore. Luo mi ha raccontato solo una piccola scena, sai, quella in cui il conte ritrova la donna che in gioventù era la sua fidanzata, e che è stata la causa di tutti quegli anni passati in galera. Lei finge di non riconoscerlo. E recita così bene che sembra veramente che non si ricordi più del suo passato. Oh, è tremendo!


Dopodiché volevamo fare una piccola siesta, ma io non riuscivo a chiudere occhio: continuavo a pensare a quella scena. E sai che cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto un gioco: che Luo era Montecristo e io la sua fidanzata di un tempo, e che ci ritrovavamo vent'anni dopo. È stato fortissimo, io ho perfino improvvisato un sacco di cose, che mi uscivano dalla bocca così, senza sapere come. Anche Luo si era immedesimato nell'ex marinaio. Mi amava ancora, e quello che dicevo gli spezzava il cuore, poveretto, glielo si leggeva in faccia. Mi rivolgeva certi sguardi duri, furibondi, sguardi di odio: come se avessi veramente sposato l'amico che lo aveva tradito.


Per me era un'esperienza del tutto nuova. Prima, non immaginavo neppure che uno potesse recitare la parte di un altro, di uno diverso da lui, e rimanere se stesso, per esempio far finta di essere una donna ricca e contenta mentre io non lo sono affatto. Luo mi ha detto che potrei essere una brava attrice.


Dopo la commedia, abbiamo fatto il nostro gioco. Il portachiavi è caduto più o meno al solito posto. Io mi sono tuffata di testa e mi sono immersa. A tentoni, ho frugato in mezzo alle pietre, negli angoli più bui, tastando il fondo centimetro per centimetro. All'improvviso, nell'oscurità quasi assoluta, ho toccato un serpente. Be', erano anni che non ne toccavo uno, ma anche nell'acqua ho riconosciuto quella pelle viscida e fredda. Ho subito tirato via la mano, e sono tornata in superficie.


Da dove era venuto? E chi lo sa. Forse lo aveva trascinato il torrente, o forse era una biscia affamata che cercava un territorio di cui prendere possesso.


Pochi minuti dopo, sebbene Luo me l'avesse proibito, mi sono rituffata in acqua. Non avevo nessuna intenzione di lasciare le sue chiavi a un serpente.


Questa volta, però, avevo una gran fifa! L'idea del serpente mi faceva impazzire: anche stando nell'acqua, sudavo freddo. Mi sembrava che le pietre immobili che tappezzavano il fondo della caletta si muovessero attorno a me come creature vive. Non puoi immaginartelo! Sono tornata a galla per riprendere fiato.


La terza volta ce l'avevo quasi fatta: avevo finalmente individuato il portachiavi. Sul fondo mi era apparso un chiarore incerto, qualcosa di tondo che brillava; ma nel momento in cui ci ho messo sopra la mano ho sentito un colpo sul polso destro, un morso violentissimo, cattivo, e un forte bruciore. Sono scappata via, lasciando lì il portachiavi.


Fra cinquant'anni questa brutta cicatrice sarà ancora visibile. Tocca.


Luo era partito, e non sarebbe tornato prima di un mese.


Mi piaceva moltissimo star da solo ogni tanto, per fare quello che mi andava e mangiare quando ne avevo voglia. Sarei stato il felice principe regnante della nostra casa su palafitte, se il giorno prima della sua partenza Luo non mi avesse affidato una missione delicata.


«Vorrei chiederti un favore» mi aveva detto abbassando la voce con aria circospetta. «Spero che in mia assenza tu faccia da guardia del corpo alla Piccola Sarta».


Secondo Luo, la Piccola Sarta era oggetto dei desideri di parecchi ragazzi, su quelle montagne, compresi alcuni dei «giovani rieducati»; approfittando di quel mese di assenza, i suoi potenziali rivali si sarebbero precipitati in massa nella bottega del sarto per sfidarsi in duelli all'ultimo sangue. «Non dimenticare» mi disse «che è la bellezza numero uno della Fenice del Cielo». Il mio compito consisteva dunque nello starle costantemente accanto, a mo' di guardiano delle porte del suo cuore, perché nessuno dei concorrenti potesse avere la minima chance di introdursi nella sua vita privata, e di installarsi surrettiziamente in un territorio che apparteneva a Luo, il mio comandante.


Sorpreso e lusingato, accettai la missione: chiedendomi un favore come quello prima di partire, Luo dimostrava di avere in me una fiducia cieca. Era come se mi avesse affidato un tesoro favoloso, il bottino di una vita, senza sospettare che potessi rubarglielo.


A quei tempi io avevo un unico desiderio: essere degno della sua fiducia. Mi figuravo di essere il generale in capo di un esercito in disfatta, incaricato di fare da scorta alla moglie del suo migliore amico, anche lui generale, e costretto ad attraversare con lei un immenso, spaventoso deserto. Ogni notte, armato di pistola e imbracciando una mitragliatrice, avrei montato la guardia davanti alla tenda di quella sublime creatura, e avrei tenuto a bada le belve feroci che bramavano la sua carne, e i cui occhi, avidi di desiderio, brillavano nell'ombra come macchie fosforescenti. In capo a un mese saremmo usciti dal deserto dopo aver superato le più temibili prove: tempeste di sabbia e mancanza di cibo, penuria d'acqua e ammutinamenti delle mie truppe... E quando alla fine la donna sarebbe corsa verso il mio amico generale, e i due si sarebbero gettati l'uno nelle braccia dell'altro, io, stremato dalla fatica e dalla sete, mi sarei accasciato privo di sensi sulla sommità dell'ultima duna.


Fatto sta che, a cominciare dal giorno successivo a quello in cui Luo era partito, ogni mattina fece la sua comparsa sul sentiero che portava al villaggio della Piccola Sarta un poliziotto in borghese. L'espressione del volto era seria, l'andatura sostenuta: un poliziotto zelante. Era arrivato l'autunno; il poliziotto procedeva spedito, come un veliero con il vento in poppa. Ma, una volta superata la casa dove aveva abitato Quattrocchi, il sentiero svoltava in direzione nord, e il poliziotto era costretto ad avanzare controvento, a testa bassa, con le spalle curve, come un marciatore tenace ed esperto. Al momento di attraversare l'arduo passaggio di cui ho già parlato, largo trenta centimetri e sospeso a strapiombo fra due precipizi vertiginosi, il famigerato passaggio obbligato del pellegrinaggio della bellezza, rallentava il passo, ma non si fermava né si metteva carponi. Vinceva ogni giorno la sua battaglia contro le vertigini. Lo attraversava a testa alta, con passo lievemente titubante, continuando a fissare gli occhi sporgenti e colmi di indifferenza del corvo dal becco rosso, sempre appollaiato sulla stessa roccia all'altra estremità del passaggio.


Sarebbe bastato un solo passo falso perché il nostro poliziotto equilibrista andasse a sfracellarsi in fondo a un burrone, quello di destra o quello di sinistra.


Rivolse mai la parola al corvo, questo poliziotto senza uniforme? Gli portò mai una briciola di qualcosa? Secondo me, no. Era turbato, è ovvio, e per molto tempo gli rimase impresso nella memoria lo sguardo indifferente che l'uccello posava su di lui. Solo certe divinità ostentano un'indifferenza simile. Eppure l'uccello non riuscì mai a far vacillare la determinazione del nostro poliziotto, che aveva in mente una sola cosa: la sua missione.


Aggiungiamo che la gerla di bambù che una volta portava Luo era adesso sulle spalle del nostro poliziotto. Sul fondo, nascosto sotto vari strati di foglie, di ortaggi, di riso o di granturco, c'era sempre un romanzo di Balzac tradotto da Fu Lei. Certe mattine, quando il cielo era basso e pesante, chi lo avesse guardato da lontano avrebbe avuto l'impressione di vedere una gerla di bambù che saliva da sola su per il sentiero e scompariva in una nuvola grigia.


La Piccola Sarta non sapeva di trovarsi sotto la mia protezione, e mi considerava soltanto un lettore supplente.


Non faccio per vantarmi, ma mi accorgevo che la mia lettura, o piuttosto il modo in cui leggevo, piaceva alla mia ascoltatrice un po' più di quella del precedente lettore. Il fatto è che leggere ad alta voce una pagina intera mi sembrava di una noia insopportabile, e così avevo deciso di fare una lettura approssimativa. Mentre lei lavorava alla sua macchina per cucire, io mi leggevo per conto mio un paio di pagine o un breve capitolo; poi, dopo averci pensato su un momento, le facevo una domanda, oppure le chiedevo di indovinare quello che stava per accadere. E solo quando lei mi aveva risposto le raccontavo quello che c'era nel libro, quasi paragrafo per paragrafo. Ogni tanto non resistevo alla tentazione di aggiungere qua e là delle piccole cose, diciamo piccoli tocchi personali, perché la storia la divertisse di più. Mi capitava perfino, quando mi sembrava che il vecchio Balzac fosse in una fase di stanca, di inventare delle scene, o di introdurre un episodio di un altro romanzo.


Ma parliamo del fondatore di quella dinastia di sarti, del signore e padrone della bottega di famiglia. Il più delle volte, il tempo che il vecchio sarto trascorreva a casa sua fra uno spostamento e l'altro nei villaggi dei dintorni si riduceva a un paio di giorni. Il vecchio non tardò ad abituarsi alle mie visite quotidiane. Anzi, era il complice migliore che potessi avere nello svolgimento della mia missione, poiché scacciava lo sciame di corteggiatori che si presentavano sotto le mentite spoglie di clienti. Non aveva dimenticato le nove notti passate a casa nostra ad ascoltare Il conte di Montecristo. L'esperienza si ripetè nella sua dimora, dove lui, forse con minor passione ma con non minor interesse, ascoltò in parte il racconto del Cugino Pons, una storia a tinte piuttosto fosche, anche questa di Balzac. Per puro caso, capitò tre volte di seguito mentre raccontavo un episodio in cui compariva il sarto Cibot, un personaggio secondario ucciso a fuoco lento dal fabbro Rémonencq.


Nessun poliziotto al mondo ha mai compiuto una missione con più accanimento di me. Fra un capitolo e l'altro del Cugino Pons partecipavo di buon grado ai lavori domestici: ero io che ogni giorno, con due grossi secchi di legno sulle spalle, andavo al pozzo comune a prendere l'acqua, con cui poi riempivo la cisterna della casa. Mi capitava spesso di preparare da mangiare alla Piccola Sarta, e scoprivo l'umile piacere dei tanti piccoli gesti che richiedono tutta la pazienza di un cuoco: pulire e tagliare la verdura o la carne, spaccare la legna con un'ascia mal affilata, far sì che prenda fuoco, e questo fuoco, che rischiava in continuazione di spegnersi, riuscire a mantenerlo vivo con ogni genere di astuzie. A volte, se era necessario, mi mettevo a soffiare sulle braci con tutto il fiato che avevo, per attizzare la fiamma con il soffio impaziente della mia giovinezza, in mezzo al fumo denso che mi impediva di respirare e alla polvere che mi soffocava. Le cose procedevano molto in fretta. Ben presto la cortesia e il rispetto dovuti alla donna, che mi erano stati rivelati dai romanzi di Balzac, mi trasformarono in una lavandaia che, quando la Piccola Sarta era sovraccarica di lavoro, andava, anche in quelle prime giornate di inverno, a fare il bucato al ruscello.


Quell'esplicito e commovente addomesticamento mi permise di accostarmi alla femminilità in modo più intimo. Vi dice qualcosa la balsamina? La si trova facilmente dai fiorai e sui davanzali delle finestre. È una pianta con un fiore, a volte giallo, ma più spesso di colore sanguigno, e un frutto che si gonfia, si agita, matura e al minimo contatto scoppia spargendo ovunque i suoi semi. Era, simbolicamente, la suprema imperatrice della Fenice del Cielo, perché nella forma dei suoi fiori -almeno secondo i montanari - si possono riconoscere la testa, le ali, le zampe, e persino la coda della fenice.


Una volta, a fine pomeriggio, ce ne stavamo da soli nella cucina della casa, al riparo da sguardi indiscreti, allorché il poliziotto, facente funzione anche di lettore, narratore, cuoco e lavandaia, dopo avere sciacquato con cura le dita della Piccola Sarta in un catino di legno, applicò su ciascuna delle sue unghie, con la scrupolosa lentezza di una manicure, il denso succo ottenuto schiacciando i fiori di balsamina.


Le sue dita, non essendo deformate dal lavoro dei campi, non assomigliavano affatto a quelle delle contadine; sul polso destro si notava una cicatrice rosa, ricordo dei denti della serpe che l'aveva morsa nella caletta del torrente.


«Questa è roba da ragazze» mi disse la Piccola Sarta. «Dove l'hai imparato?».


«Me ne ha parlato mia madre. A quanto diceva lei, domani mattina, quando ti toglierai dalle dita i pezzetti di stoffa che ci ho messo su, avrai le unghie di un bel rosso vivo, come se ci avessi passato lo smalto».


«Durerà molto?».


«Una decina di giorni».


Avrei voluto chiederle di consentirmi di deporre un bacio sulle sue unghie rosse, l'indomani mattina, come ricompensa per il mio piccolo capolavoro; ma la cicatrice ancora fresca sul suo polso destro mi costrinse a rispettare i divieti che mi erano imposti dal mio ruolo, e a mantenere l'impegno d'onore che avevo assunto nei confronti di chi mi aveva affidato quella missione.


Quella sera, uscendo da casa sua con la mia gerla in fondo alla quale giaceva Il cugino Pons, mi resi conto della gelosia che suscitavo nei giovani del villaggio. Avevo appena imboccato il sentiero quando alle mie spalle apparve un gruppo di una quindicina di contadini, che presero a seguirmi in silenzio.


Mi voltai a guardarli, e la feroce ostilità di quelle giovani facce mi sgomentò. Accelerai il passo.


A un tratto sentii dietro di me una voce che scimmiottava in modo caricaturale l'accento della città:


«Oh, Piccola Sarta, mi permetta di fare il bucato al posto suo!».


Arrossii, poiché era impossibile non capire che imitava me: mi faceva il verso, mi prendeva in giro. Voltai di nuovo la testa per individuare l'autore di quello scherzo di pessimo gusto: era lo zoppo del villaggio, il più anziano del gruppo, che impugnava una fionda come un bastone di comando.


Finsi di non aver sentito e continuai a camminare, mentre i ragazzi mi circondavano, mi spintonavano, ripetendo in coro la frase dello zoppo e scoppiando in risate scurrili, chiassose e selvagge.


Ma presto l'offesa si fece più precisa e diretta, assumendo la forma di una frase assassina che uno di loro pronunciò mettendomi un dito sotto il naso:


«Sporco lavamutande della Piccola Sarta!».


Che umiliazione! Il mio avversario aveva centrato il bersaglio: non potevo fiatare, né nascondere il mio imbarazzo, perché era vero, ne avevo lavato un paio.


In quel momento lo zoppo mi sorpassò, mi si mise davanti, si tirò giù i pantaloni e si tolse le mutande, mostrando il sesso raggrinzito e cespuglioso.


«To'! Devi lavare anche le mie!» berciò con la faccia deformata dall'eccitazione, scoppiando in una risata oscena, provocatoria.


Alzò in aria le mutande giallastre, tendenti al nero, rammendate e sudicie, e se le agitò sopra la testa.


Cercai tutte le imprecazioni e gli insulti che conoscevo, ma ero così sopraffatto dalla collera, ero talmente teso che non riuscii a cacciarne fuori neanche uno. Tremavo dalla testa ai piedi, avevo voglia di piangere.


Di quello che successe dopo non mi ricordo bene. So però che presi un terribile slancio e, brandendo la mia gerla, mi gettai sullo zoppo. Volevo dargliela in piena faccia, ma lui riuscì a schivare il colpo, che lo raggiunse sulla spalla destra. Ero solo contro tutti, e non potevo che soccombere di fronte alla superiorità numerica: alla fine, due di quegli energumeni riuscirono a immobilizzarmi. La gerla schizzò via, cadde, si rovesciò, e tutto quel che conteneva si sparse per terra: due uova si ruppero, presero a colare su una foglia di cavolo e macchiarono la copertina del Cugino Pons, che giaceva nella polvere.


Improvvisamente cadde il silenzio. I miei aggressori, che altri non erano che i pretendenti umiliati della Piccola Sarta, pur essendo analfabeti, rimasero stupefatti alla vista di quell'oggetto insolito: un libro. Gli si accostarono tutti, tranne i due che mi tenevano per le braccia, formando un cerchio.


Lo zoppo che si era tolto le mutande si accovacciò e lo aprì: apparve il ritratto in bianco e nero di Balzac, con una lunga barba e i baffi argentei.


«È Karl Marx, quello lì?» chiese allo zoppo uno di loro. «Tu devi saperlo, hai viaggiato più di noi».


Lo zoppo esitava a rispondere.


«È mica Lenin?» domandò un altro.


«O Stalin, senza uniforme».


Approfittando di quel momento di perplessità, e chiamando a raccolta le mie ultime forze, riuscii a liberarmi, e dopo essermi fatto largo tra quei contadinotti mi precipitai, quasi mi tuffai sul Cugino Pons.


«Non lo toccate!» urlai, come se si trattasse di una bomba pronta a esplodere.


Lo zoppo ebbe appena il tempo di capire quello che stava accadendo: gli strappai il libro dalle mani e filai a tutta birra su per il sentiero.


Per un bel pezzo la mia fuga fu accompagnata da una fitta sassaiola e da grida: «Sporco lavamutande! Vigliacco! Ti rieduchiamo noi!». A un tratto un sasso lanciato con la fionda mi raggiunse all'orecchio sinistro, e un dolore violento mi fece perdere di colpo parte dell'udito. Istintivamente ci misi sopra la mano, e quando la guardai vidi che era macchiata di sangue.


Alle mie spalle gli insulti aumentavano di volume e di oscenità. Ripercuotendosi contro le pareti di roccia, le voci riecheggiavano su per la montagna, e si tramutavano in minacce di pestaggi e in avvertimenti di nuovi agguati. Poi tutto finì, e tornò la quiete.


Sulla strada del ritorno, il poliziotto ferito decise, sia pur a malincuore, di abbandonare la sua missione.


La notte che seguì fu terribilmente lunga. La nostra casa su palafitte mi sembrava deserta, umida, più buia che mai. Nell'aria stagnava un odore di casa abbandonata. Un odore inconfondibile: un odore freddo, rancido, un odore di cose ammuffite, persistente e tenace. Si sarebbe detto che non ci abitasse nessuno. Quella notte, per cercare di dimenticare il dolore all'orecchio sinistro, rilessi il mio romanzo preferito, Jean-Christophe, riaccendendo la lampada a petrolio per due o tre volte. Ma neanche il fumo penetrante che ne emanava riuscì a scacciare quell'odore - e io mi sentivo sempre più smarrito.


L'orecchio aveva smesso di sanguinare, ma era pesto e gonfio, continuava a farmi male e mi impediva di leggere. Lo palpai delicatamente, e provai di nuovo un dolore acuto, che non fece altro che accrescere la mia rabbia.


Che notte! Ancor oggi me ne ricordo, ma, a distanza di tanti anni, non riesco a spiegarmi la mia reazione. Quella notte, con l'orecchio dolorante, mi giravo e rigiravo nel letto, che mi sembrava imbottito di spilli; ma, anziché escogitare il modo di vendicarmi e di tagliare le orecchie allo zoppo geloso, mi vedevo di nuovo assalito dalla stessa banda. Mi tiravano sassi, mi infliggevano torture. Ero legato a un albero. Gli ultimi raggi di sole facevano brillare la lama di un coltello. Questo però, brandito dallo zoppo, non somigliava a un normale coltello da macellaio: la lama era incredibilmente lunga e appuntita. Lo zoppo ne accarezzava dolcemente il filo con i polpastrelli, poi lo alzava e, senza fare il minimo rumore, mi tagliava l'orecchio sinistro: questo cadeva per terra, rimbalzava e ricadeva, mentre il mio aguzzino puliva la lunga lama sporca di sangue. A questo punto sopraggiungeva la Piccola Sarta in lacrime, interrompendo così il feroce pestaggio, e la banda dello zoppo si dileguava.


Allora la ragazza mi slegava con le sue mani dalle unghie color rosso vivo, tinte dalla balsamina. Poi mi infilava in bocca le dita, e io le leccavo con la punta della mia lingua sinuosa e bruciante. Oh, il succo denso della balsamina: quel simbolo della nostra montagna, coagulato sulle sue unghie brillanti, aveva un sapore dolciastro e un odore quasi muschiato, che mi procurava sensazioni intensamente carnali. A contatto con la mia saliva il rosso della tintura diventava più forte, più acceso, poi si faceva molle, si tramutava in lava vulcanica, torrida, e si dilatava, sibilava, turbinava nella mia bocca, che ribolliva come un vero cratere.


Quindi il fiotto di lava cominciava a circolare liberamente sul mio corpo, quasi fosse alla ricerca di qualcosa, scorreva lungo la pianura del mio torace contuso, girava intorno ai capezzoli, guizzava verso il ventre, si fermava all'ombelico, penetrava all'interno, sospinto dalla lingua di lei, si perdeva nei meandri delle vene e delle viscere, e finiva per trovare la via che lo conduceva alla fonte della mia virilità turbata, ribollente, anarchica, giunta ormai all'età dell'indipendenza, e renitente a obbedire alle rigide e ipocrite costrizioni che il poliziotto si era imposto.


L'ultima lampada vacillò, poi si spense perché era finito l'olio; allora il poliziotto, sdraiato nel buio a pancia in giù, si abbandonò a un tradimento notturno, sporcandosi le mutande.


La sveglietta dalle cifre fosforescenti segnava mezzanotte.


«Ho un problema» mi disse la Piccola Sarta all'indomani del giorno in cui ero stato aggredito dallo sciame dei suoi lubrichi pretendenti.


Eravamo a casa sua, in cucina, avvolti da un fumo ora verde ora giallo, e dall'odore del riso che cuoceva nella pentola. Lei tagliava le verdure e io badavo al fuoco, mentre il padre, appena rientrato da uno dei suoi giri, lavorava nella stanza principale da dove ci arrivava il rumore consueto e regolare della macchina per cucire. Sembrava che né lui né la figlia fossero al corrente di quello che mi era accaduto; e mi stupì che non notassero affatto il mio orecchio ferito. Ero talmente concentrato nella ricerca di un pretesto per dimettermi che per riuscire a strapparmi alla mia contemplazione la Piccola Sarta dovette ripetere la frase:


«Sono in un bel pasticcio».


«Per via della banda dello zoppo?».


«No».


«Per via di Luo?» chiesi, speranzoso come può esserlo un rivale.


«Nemmeno» disse lei con aria mesta. «È colpa mia, ma adesso è troppo tardi».


«Di che stai parlando?».


«Ho le nausee. Anche stamattina ho vomitato».


E in quell'istante vidi, con una fitta al cuore, le lacrime sgorgare dai suoi occhi, scorrerle silenziosamente sulle guance, e cadere goccia a goccia sulle foglie delle verdure e sulle mani con le unghie tinte di rosso.


«Se lo sa mio padre, lo uccide» disse continuando a piangere pacatamente, senza un singhiozzo.


Erano due mesi che non le venivano le mestruazioni. Non ne aveva parlato con Luo, che pure era responsabile, o colpevole, di quel ritardo: un mese prima, quando era partito, lei non era ancora preoccupata.


Sul momento, quelle lacrime inaspettate e insolite mi sconvolsero più del contenuto della confessione. Avrei voluto abbracciarla, consolarla; soffrivo nel vederla soffrire; ma i colpi di pedale che suo padre dava alla macchina per cucire risuonarono come un richiamo alla realtà.


Consolarla non era cosa facile: nonostante la mia quasi totale ignoranza di tutto quel che aveva a che fare con il sesso, il significato di quei due mesi di ritardo non poteva sfuggirmi.


Anch'io, contagiato dallo sconforto, versai qualche lacrima di nascosto, come se quel bambino fosse mio, come se fossi stato io, e non Luo, a far l'amore con lei sotto il magnifico ginkgo o nell'acqua limpida della caletta. Mi sentivo molto sentimentale, e molto vicino a lei. Sarei stato il suo protettore per tutta la vita, ero pronto a morire celibe se solo questo avesse potuto alleviare la sua angoscia. L'avrei sposata, se la legge lo avesse permesso, avrei accettato perfino un matrimonio bianco, purché lei potesse partorire legittimamente e in tutta tranquillità il figlio del mio amico. Gettai un'occhiata alla sua pancia, nascosta da un pullover rosso fatto a mano, ma non vidi altro che le convulsioni ritmiche e dolorose dovute al suo respiro stentato e a quel pianto silenzioso. Quando una donna si mette a piangere sul ritardo delle mestruazioni è impossibile fermarla. Fui preso dal panico, e cominciarono a tremarmi le gambe.


Dimenticai la cosa più importante, e cioè di chiederle se voleva o no essere madre a diciott'anni. Ma un motivo c'era, ed era semplice: le possibilità di tenere il bambino erano prossime allo zero. Nessun ospedale, nessuna ostetrica della montagna avrebbe mai accettato di violare la legge facendo nascere il figlio di una coppia non sposata. E Luo non avrebbe potuto sposare la Piccola Sarta prima di sette anni, poiché la legge proibiva di sposarsi prima dei venticinque anni. Non c'era speranza, quindi; tanto più che non esisteva un luogo dove, sfuggendo alla legge, il nostro Romeo e la nostra Giulietta potessero vivere come Robinson, con l'aiuto di un ex poliziotto riciclato in Venerdì. Ogni centimetro quadrato del paese era tenuto sotto vigile controllo dalla «dittatura del proletariato» che, simile a un'immensa rete senza la benché minima smagliatura, ricopriva l'intera Cina.


Quando si fu calmata, considerammo tutte le eventuali possibilità di praticare un aborto, e ne discutemmo a varie riprese dietro le spalle di suo padre, cercando la soluzione più discreta, la più rassicurante, quella che avrebbe potuto evitare ai due colpevoli una punizione politica, amministrativa - e soprattutto lo scandalo. La sagacia del legislatore sembrava aver previsto tutto per riuscire a incastrarli: non potevano mettere al mondo il bambino prima di essere sposati, e la legge proibiva l'aborto.


In quella grave circostanza non potei fare a meno di ammirare la previdenza del mio amico Luo. Era una fortuna che mi avesse affidato il compito di proteggerla; sicché, con l'autorevolezza che il mio ruolo mi conferiva, riuscii a convincere la sua moglie illegittima a non ricorrere alle erboriste della montagna, che rischiavano non solo di avvelenarla, ma anche di denunciarla. Inoltre, illustrandole la prospettiva nefasta di un'invalidità che l'avrebbe costretta a sposare lo zoppo del villaggio, la convinsi pure che buttarsi giù dal tetto di casa nella speranza di provocarsi un aborto era una pura e semplice idiozia.


L'indomani mattina, come avevamo deciso il giorno prima, andai in avanscoperta a Yong Jing, capoluogo del distretto, dove avrei sondato le possibilità che offriva il reparto di ginecologia dell'ospedale.


Yong Jing, come sicuramente ricorderete, è quel paese così piccolo che quando alla mensa del comune preparano il manzo con le cipolle l'intero paese ne sente l'odore. Su una collina, dietro il campo di pallacanestro del liceo dove avevamo assistito alle proiezioni all'aperto, si trovavano i due edifici del piccolo ospedale. Il primo, riservato alle consultazioni esterne, era ai piedi della collina; su una grande parete dell'atrio campeggiava un immenso ritratto del presidente Mao in uniforme, nell'atto di agitare la mano verso la folla dei malati che facevano la fila, tra i quali molti bambini che strillavano e piangevano. Il secondo, situato in cima alla collina, era un edificio a tre piani, senza balconi, di mattoni imbiancati a calce, e serviva unicamente ai ricoveri.


Fu così che una mattina, dopo due giorni di marcia e una notte passata in bianco in una camera d'albergo infestata dai pidocchi, mi introdussi, con la circospezione di una vera spia, nell'edificio delle consultazioni. Per passare inosservato nella calca anonima dei contadini, mi ero infilato la mia vecchia giacca di pelle di montone. Appena ebbi messo piede in quel regno della medicina che mi era familiare sin dall'infanzia, mi sentii a disagio e cominciai a sudare. Al pianterreno, in fondo a un corridoio buio, stretto, umido, in cui ristagnava un odore di cantina alquanto nauseabondo, parecchie donne aspettavano, sedute su due file di panche disposte lungo i muri; per lo più erano già piuttosto grosse, e alcune emettevano fievoli gemiti di dolore. Là, vergata con la pittura rossa su una targa di legno appesa alla porta ermeticamente chiusa di una stanza, lessi la scritta «Ginecologia». Pochi minuti dopo la porta si socchiuse per lasciar passare una paziente magrissima con una ricetta in mano, e permettere alla seguente di farsi inghiottire dallo stanzino. Ebbi appena il tempo di intravedere la sagoma di un medico in camice bianco seduto dietro a una scrivania, che già la porta si era richiusa.


La mortificante inaccessibilità di quella porta mi costrinse ad aspettare la riapertura successiva. Avevo bisogno di vederlo in faccia, quel ginecologo. Ma quando mi guardai attorno, non vi dico com'erano irritati gli sguardi che mi lanciarono le donne sedute sulle panche! Erano arrabbiate sul serio, ve lo assicuro!


Quello che le scandalizzava, ne ero certo, era la mia età. Avrei dovuto travestirmi da donna, e mettermi un cuscino sulla pancia per simulare una gravidanza. Perché quel diciannovenne con la sua giacca di pelle di montone che se ne stava in piedi nel corridoio riservato alle donne era solo un intruso molesto. E loro mi squadravano come fossi un maniaco sessuale, un guardone intenzionato a spiare qualche segreto femminile.


Dovetti aspettare per un tempo lunghissimo. La porta rimaneva ermeticamente chiusa. Io morivo dal caldo, e avevo la camicia fradicia di sudore. Per salvaguardare l'integrità del testo di Balzac che avevo copiato all'interno, mi tolsi la giacca. Le donne si misero a confabulare tra loro a voce bassa, con aria di mistero. In quel corridoio buio, sembravano tante congiurate obese intente a complottare in una luce crepuscolare. Si sarebbe detto che stessero preparando un pestaggio.


«Che cavolo ci fai tu qui?» mi apostrofò con voce aggressiva una di loro, battendomi sulla spalla.


La guardai: era una donna dai capelli corti, con una giacca da uomo, un paio di pantaloni, e con in testa un berretto militare verde adorno di una medaglia rossa con l'effigie dorata di Mao, segno visibile della sua buona coscienza morale; sebbene fosse incinta, aveva la faccia quasi completamente coperta di foruncoli, purulenti o cicatrizzati. Provai pietà per il bambino che le cresceva nella pancia.


Decisi di fare l'idiota, giusto per irritarla un po'. Continuai a fissarla, finché lei non ebbe ripetuto scioccamente la domanda, poi senza fretta, come in una sequenza al rallentatore, mi misi la mano sinistra dietro l'orecchio, con il gesto tipico dei sordomuti.


«Ha l'orecchio bluastro e tutto gonfio» disse una delle donne sedute.


«Per le orecchie, non è qua!» sbraitò la donna con il berretto parlando come si parla ai sordi. «Va' a vedere di sopra, in oculistica!».


Che casino! Finalmente, mentre quelle discutevano di chi si occupasse delle orecchie, se un oculista o un otorino, la porta si aprì. Stavolta ebbi il tempo di imprimermi nella memoria i lunghi capelli grigi e il volto angoloso, stanco, del ginecologo, un uomo sulla quarantina, con una sigaretta fra le labbra.


Dopo questo primo sopralluogo feci una lunga passeggiata: il che significa che girai in tondo nell'unica strada del paese. Non so quante volte la percorsi fino in fondo, attraversai il campo di pallacanestro, e ritornai davanti all'ospedale. Continuavo a pensare a quel medico. Sembrava più giovane di mio padre. Chissà se si conoscevano. Mi avevano detto che visitava in ginecologia il lunedì e il giovedì, e che negli altri giorni si occupava di volta in volta di chirurgia, di urologia e di malattie dell'apparato digerente. Era possibile che conoscesse mio padre, almeno di nome, poiché questi, prima di diventare un nemico del popolo, aveva goduto di una certa fama nella nostra provincia. Tentavo di figurarmi mio padre o mia madre che al posto suo, in quel piccolo ospedale del distretto, ricevevano la Piccola Sarta e il loro amato figlio dietro la porta con la scritta «Ginecologia». Sarebbe stata certamente la più grande catastrofe della loro vita, peggio ancora della Rivoluzione culturale! Mi avrebbero cacciato fuori scandalizzati senza neanche darmi il tempo di spiegare chi era il responsabile di quella gravidanza, e non avrebbero voluto vedermi mai più. Era difficile da capire, ma sulle questioni di ordine morale gli «intellettuali borghesi» ai quali i comunisti avevano fatto passare così tanti guai erano rigidi quanto i loro persecutori.


A mezzogiorno andai a mangiare al ristorante. Mi pentii subito di quel lusso che impoverì considerevolmente le mie finanze, ma era l'unico posto in cui fosse possibile abbordare degli sconosciuti. Magari, chissà, avrei incontrato un mascalzone locale che conosceva tutti i trucchi per abortire.


Ordinai un piatto di pollo saltato con peperoni e una ciotola di riso. Il mio pasto, che tirai per le lunghe di proposito, durò più di quello di un vecchio sdentato. Eppure, a mano a mano che la carne diminuiva, le mie speranze svanivano. I mascalzoni del luogo, più poveri o più spilorci di me, non misero piede nel ristorante.


Rimasi due giorni in paese, ma le mie ricerche ginecologiche si rivelarono infruttuose. L'unico con cui riuscii a intavolare l'argomento fu il guardiano notturno dell'ospedale, un ex poliziotto sulla trentina, licenziato l'anno precedente per essere andato a letto con due ragazze. Rimasi nella sua guardiola fino a mezzanotte, e giocammo a scacchi raccontandoci le nostre avventure di donnaioli. Mi chiese di presentargli le belle ragazze rieducate della mia montagna, di cui mi professavo gran conoscitore, ma rifiutò di dare una mano alla mia amica che «aveva dei guai con le mestruazioni».


«Non parlarmi di questo» mi disse con aria spaventata. «Se la direzione dell'ospedale sapesse che mi intrometto in cose del genere, sarei accusato di recidiva e mi manderebbero in prigione senza esitare un istante».


Il terzo giorno, a fine mattinata, ormai persuaso dell'inaccessibilità dello studio del ginecologo, mi apprestavo a ripartire per la montagna, quando all'improvviso mi attraversò la mente il ricordo di un personaggio: il pastore.


Non conoscevo il suo nome, ma in occasione delle proiezioni cinematografiche io e Luo avevamo ammirato i suoi lunghi capelli argentei che ondeggiavano al vento. C'era qualcosa di aristocratico in lui, anche mentre spazzava la strada, con addosso l'ampio camice blu da netturbino e in mano una scopa dal lunghissimo manico di legno, e tutti, perfino i bambini piccoli, lo insultavano, lo colpivano o gli sputavano in faccia. Da vent'anni gli era proibito esercitare le sue funzioni religiose.


Ogni qualvolta penso a lui mi ricordo un aneddoto che qualcuno mi aveva raccontato: un giorno le Guardie rosse gli avevano perquisito la casa e avevano trovato, nascosto sotto il guanciale, un libro scritto in una lingua straniera che nessuno conosceva. Una scena non dissimile da quella della banda dello zoppo che faceva cerchio attorno al Cugino Pons di Balzac. Fu necessario inviare la preziosa refurtiva all'Università di Pechino per appurare che si trattava di una Bibbia in latino. Il pastore la pagò a caro prezzo, poiché da quel momento in poi fu costretto a spazzare la strada, sempre la stessa, dalla mattina alla sera, per otto ore al giorno, con qualunque tempo. Alla fine era diventato un elemento mobile del paesaggio.


Consultare un pastore a proposito di un aborto mi sembrava un'idea balzana. Non è che per caso mi stavo bevendo il cervello per via della Piccola Sarta? Poi, di colpo, mi resi conto con stupore che in quei tre giorni non avevo visto una sola volta la capigliatura argentea del vecchio spazzino dai gesti meccanici.


Chiesi a un venditore di sigarette se il pastore avesse esaurito la sua corvée.


«No,» mi rispose «ha un piede nella fossa, poveraccio».


«Che cos'ha?».


«Il cancro. I suoi due figli sono tornati dalle grandi città dove vivono. L'hanno messo all'ospedale del distretto».


Senza sapere perché, invece di attraversare lentamente il paese, mi misi a correre a perdifiato. Giunto in cima alla collina, dove si trovava l'edificio dei ricoveri, decisi che avrei tentato di strappare un consiglio al pastore morente.


Appena entrato, l'odore dei medicinali, unito al lezzo delle latrine comuni pulite male, al fumo e al sudiciume, mi prese alla gola, dandomi un senso di soffocamento. Sembrava di essere in un campo profughi durante la guerra: le camere dei malati servivano anche da cucina. Per terra, accanto ai letti dei pazienti, fra le bacinelle e i treppiedi da cui pendevano le flebo per le trasfusioni, erano sparpagliati caoticamente pentole, taglieri, padelle, verdure, uova, bottiglie di salsa di soia, aceto, sale. Era l'ora di pranzo, e alcuni malati, chini sulle pentole fumanti, vi immergevano le bacchette contendendosi gli spaghetti, mentre altri facevano saltare le omelette, che friggevano schioccando nell'olio bollente.


La scena mi sconcertò. Ignoravo che negli ospedali di distretto non esistesse una mensa, e che per nutrirsi i pazienti dovessero sbrigarsela da soli, menomati com'erano dalla malattia - per non parlare poi di quelli già malridotti, o deformi, o addirittura mutilati. Era uno spettacolo tumultuoso e assurdo quello rappresentato dai cuochi-pagliacci impiastricciati di pomate rosse, verdi o nere, con le fasciature a metà disfatte e svolazzanti in mezzo al vapore che usciva dalle pentole piene di acqua bollente.


Il pastore agonizzava in una camera a sei letti. Era sotto perfusione, attorniato dai due figli e dalle nuore, tutti sulla quarantina, e da una vecchia in lacrime che gli preparava da mangiare su un fornellino a petrolio. Mi intrufolai in mezzo a loro e mi accovacciai.


«Lei è la moglie?» le chiesi.


Annuì. La mano le tremava così forte che presi le uova e le ruppi al posto suo.


I due figli, che indossavano giacche alla Mao abbottonate fino al collo, avevano la faccia da funzionari, o da impiegati delle pompe funebri; eppure si davano arie da giornalisti, intenti com'erano a cercare di far funzionare un vecchio registratore gracchiarne, arrugginito, dipinto di un giallo tutto scrostato.


A un tratto un rumore acuto, assordante uscì dal registratore, e risuonò come un allarme, facendo quasi cadere le ciotole dalle mani degli altri pazienti che mangiavano seduti sui propri letti.


Il figlio minore riuscì a soffocare quel rumore diabolico, mentre il fratello accostava un microfono alle labbra del pastore.


«Di' qualcosa, papà» supplicò il maggiore dei due.


I capelli argentei del pastore erano quasi tutti caduti, e il volto era talmente magro da essere irriconoscibile: sulle ossa non rimaneva più che uno strato di pelle gialla e opaca, sottile come un foglio di carta. Il corpo, un tempo robusto, si era come rimpicciolito. Alla fine, rannicchiato sotto le coperte, lottando contro la sofferenza, il pastore sollevò le palpebre pesanti. Quel segno di vita fu accolto dagli astanti con stupore misto a gioia. Di nuovo gli accostarono il microfono alla bocca. Il nastro magnetico cominciò a girare stridendo come frammenti di vetro sotto la suola di uno stivale.


«Papà, fa' uno sforzo» disse il figlio. «Vogliamo registrare la tua voce un'ultima volta, per i tuoi nipoti».


«Se tu riuscissi a recitare una frase del presidente Mao, sarebbe perfetto. Dài, una frase sola, o uno slogan. Così sapranno che il loro nonno non è più un reazionario, che il suo cervello è cambiato!» implorò il figlio riciclato in tecnico del suono.


Un fremito impercettibile percorse le labbra del pastore, ma ne uscirono soltanto parole incomprensibili. Perfino la vecchia, disorientata, confessò che non riusciva a capirlo.


Poi il pastore ripiombò nel coma.


II figlio riportò indietro il nastro e l'intera famiglia riascoltò il misterioso messaggio.


«È latino» dichiarò il figlio maggiore. «Ha detto la sua ultima preghiera in latino».


«È proprio da lui» disse la vecchia asciugando con un fazzoletto la fronte madida di sudore del marito.


Mi alzai e mi allontanai senza dire una parola. Avevo intravisto, quasi fosse un'apparizione, la sagoma del ginecologo in camice bianco passare davanti alla porta. Come al rallentatore lo avevo visto tirare l'ultima boccata dalla sigaretta, cacciar fuori il fumo, gettare il mozzicone per terra e scomparire.


Attraversai precipitosamente la camera, urtando prima contro una bottiglia di salsa di soia e inciampando poi in una padella vuota che qualcuno aveva lasciato sul pavimento. Questo contrattempo mi fece arrivare nel corridoio con un attimo di ritardo: il medico non c'era più.


Mi misi a cercarlo, aprendo una porta dopo l'altra, domandando a tutti quelli che incrociavo sul mio passaggio. Alla fine un paziente mi indicò la porta di una camera in fondo al corridoio.


«L'ho visto entrare lì dentro, nella camera singola. Dicono che un operaio dell'officina meccanica della Bandiera Rossa ha avuto tutt'e cinque le dita di una mano mozzate da una macchina».


Avvicinandomi alla camera udii, nonostante la porta chiusa, le urla di dolore di un uomo. La spinsi piano piano, e si aprì senza fare resistenza, con silenziosa discrezione.


Il ferito che il dottore stava medicando era seduto sul letto, a torso nudo, con il collo rigido e la testa all'indietro, appoggiata al muro. Poteva avere trent'anni. Era muscoloso, abbronzato, massiccio. Entrai nella camera e mi richiusi la porta alle spalle. La mano insanguinata del ferito era appena coperta da un primo strato di fasce. La garza bianca era impregnata del suo sangue, che colava a grosse gocce in una bacinella di ferro smaltato poggiata a terra, a fianco del letto, e quel ticchettio da orologio impazzito si mescolava ai gemiti dell'uomo.


Il medico aveva la stessa faccia stanca da insonne che gli avevo visto tre giorni prima nel suo stanzino, ma era meno indifferente, meno «lontano». Svolse un grande rotolo di garza, e con quella fasciò la mano al ferito, senza mostrare di accorgersi della mia presenza. Concentrato com'era nel suo lavoro, la mia giacca di montone non gli fece alcun effetto.


Tirai fuori dalla tasca una sigaretta e la accesi. Poi mi avvicinai al letto e con un gesto quasi disinvolto (mi stavo giocando la possibilità di salvare la mia amica) la infilai tra le labbra del dottore. Mi guardò senza dire una parola, e si mise a fumare continuando ad avvolgere la fascia. Ne accesi un'altra e la porsi al ferito, che la prese con la mano destra.


«Aiutami» mi disse il medico passandomi un capo della benda. «Stringila forte».


Stando ciascuno da un lato del letto, tirammo la fascia verso di noi come due uomini che stessero legando un grosso pacco con una corda.


Il sangue cominciò a scorrere più lentamente, e il ferito smise di gemere. Lasciò cadere la sigaretta e si addormentò di botto: secondo il dottore, l'anestesia aveva fatto effetto.


«Chi sei?» mi chiese, arrotolando la fascia attorno alla mano ferita.


«Sono il figlio di un medico che lavora all'ospedale provinciale» risposi. «Cioè... adesso non ci lavora più».


«Come si chiama?».


Volevo dirgli il nome del padre di Luo, ma dalla bocca mi sfuggì il nome del mio. A questa rivelazione seguì un silenzio imbarazzato. Avevo l'impressione che non solo conoscesse mio padre, ma fosse anche al corrente delle sue disavventure politiche.


«Che cosa vuoi?» mi chiese.


«È per via di mia sorella... Ha un problema... Dei guai con le mestruazioni, da quasi tre mesi».


«Non è possibile» mi disse freddamente.


«Perché?».


«Tuo padre non ha figlie. Vattene via, piccolo bugiardo!».


Le ultime due frasi non le disse urlando, né mi additò la porta, ma capii che era arrabbiato sul serio. Fu lì lì per buttarmi in faccia il mozzicone della sigaretta.


Paonazzo dalla vergogna, dopo aver fatto qualche passo in direzione della porta, tornai verso di lui, e udii me stesso dirgli:


«Le propongo uno scambio: se aiuta la mia amica, lei le sarà grata per tutta la vita, e io le regalerò un libro di Balzac».


Che impressione dovette fargli quel nome, in quell'ospedale del distretto, così remoto, così lontano dal mondo, mentre lui medicava una mano mutilata! Esitò un istante, poi aprì la bocca.


«Te l'ho già detto, sei un bugiardo. Come potresti avere un libro di Balzac?».


Senza rispondergli, mi tolsi la giacca di montone, la rovesciai e gli mostrai il testo che avevo copiato sulla parte interna: l'inchiostro si era un po' sbiadito, ma era ancora leggibile.


Mentre cominciava la lettura, o piuttosto la perizia, tirò fuori un pacchetto di sigarette e me ne offrì una. Scorse il testo continuando a fumare.


«È una traduzione di Fu Lei» mormorò. «Riconosco il suo stile. Poveraccio, è anche lui un nemico del popolo, come tuo padre».


Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Cercai di trattenermi, ma non ci fu niente da fare: scoppiai in singhiozzi come un bambino piccolo. Quelle lacrime, penso, non erano per la Piccola Sarta, né per la mia missione compiuta, ma per il traduttore di Balzac, che non conoscevo. Non è forse l'omaggio più grande, il più grande riconoscimento che un intellettuale possa ricevere in questo mondo?


La violenza di quell'emozione mi sbalordì, e nella mia memoria ha quasi eclissato gli eventi successivi. Una settimana più tardi, un giovedì, data stabilita dal medico polivalente amante della letteratura, la Piccola Sarta, travestita da trentenne con un nastro bianco intorno alla fronte, varcò la soglia della sala operatoria, mentre io, non essendo ancora tornato il responsabile della gravidanza, rimasi per tre ore seduto nel corridoio a spiare ogni suono che proveniva da dietro la porta: rumori lontani, vaghi, soffocati, l'acqua che scorreva da un rubinetto, l'urlo lacerante di una sconosciuta, le voci appena percettibili delle infermiere, passi precipitosi...


L'intervento andò bene. Quando venni finalmente autorizzato a entrare nel reparto operatorio, il ginecologo mi aspettava in una sala in cui stagnava un forte odore di carbone, e in fondo alla quale, seduta su un lettino, la Piccola Sarta si stava vestendo con l'aiuto di un'infermiera.


«Era una bambina, se vuoi saperlo» mi sussurrò il medico.


Poi accese un fiammifero e si mise a fumare.


Oltre a quello che avevamo convenuto, ossia Papà Goriot, regalai al dottore JeanChristophe, a quell'epoca, come ho detto, il mio libro preferito, anch'esso tradotto dal medesimo Fu Lei.


Sebbene camminasse con una certa difficoltà, nel momento in cui uscì dall'ospedale la paziente sembrava pervasa da un sollievo simile a quello di un imputato che, avendo rischiato la condanna all'ergastolo, lasci il tribunale dopo essere stato riconosciuto innocente.


Rifiutandosi di andare a riposare in albergo, la Piccola Sarta insistè perché ci recassimo al cimitero dove due giorni prima era stato sepolto il pastore. Secondo lei, era stato lui a condurmi all'ospedale, e a orchestrare con invisibili mani il mio incontro con il ginecologo. Con il denaro che ci restava comprammo un chilo di mandarini e li depositammo sulla sua tomba - una tomba di cemento, dall'aspetto qualunque, quasi meschino. Ci rammaricammo di non sapere il latino per potergli rivolgere un'orazione funebre nella lingua in cui lui aveva parlato negli istanti supremi della sua agonia per pregare il suo Dio o per maledire la sua vita di netturbino. Per un momento pensammo di giurare sulla sua tomba di imparare prima o poi il latino e di tornare lì a parlargli in quella lingua. Ma dopo una lunga discussione decidemmo di desistere da quel proposito, poiché non avremmo saputo dove trovare un manuale (avremmo forse dovuto compiere un altro furto con scasso in casa dei genitori di Quattrocchi?), e soprattutto era impossibile trovare un insegnante, visto che non conoscevamo nessun altro cinese oltre a lui che sapesse quella lingua.


Sulla pietra tombale erano incisi il nome e due date, senza alcun riferimento alla sua vita privata né alla sua carica religiosa. C'era solo una croce, dipinta in un volgare colore rosso, come se si fosse trattato di un farmacista, o di un medico.


Ci ripromettemmo di tornare, il giorno in cui fossimo diventati ricchi e le religioni non fossero più proibite, per innalzare sulla sua tomba un monumento in rilievo e a colori sul quale sarebbe stato rappresentato un uomo dai capelli argentei sormontati da una corona di spine, come Gesù. Ma le mani, anziché essere inchiodate sulla croce, avrebbero stretto il lungo manico di una scopa.


La Piccola Sarta volle poi andare in un tempio buddhista sconsacrato e chiuso da anni, per lanciare qualche spicciolo da sopra il cancello in segno di riconoscenza per la grazia ricevuta dal Cielo. Ma non avevamo più un soldo.


Ci siamo. È venuto il momento di descrivervi l'ultima immagine di questa storia. È tempo di farvi sentire il rumore di sei fiammiferi accesi in una notte d'inverno.


Erano passati tre mesi dal giorno in cui la Piccola Sarta aveva abortito. Nel buio si udivano solo il flebile mormorio del vento e i rumori sordi provenienti dal porcile. Da tre mesi Luo era tornato sulla montagna.


L'aria era impregnata dell'odore del gelo. Il rumore secco dello strofinio di un fiammifero schioccò nel buio, breve e sonoro. L'ombra nera della nostra casa su palafitte, che si disegnava netta a pochi metri di distanza, fu turbata da quel chiarore giallastro, e rabbrividì nel mantello della notte.


Il fiammifero fu lì lì per spegnersi a metà strada e per soffocare nel proprio fumo, ma riprese vigore e si accostò vacillante a Ursule Mirouet, che giaceva per terra davanti alla casa su palafitte. Le pagine, lambite dal fuoco, si torsero, rannicchiandosi le une contro le altre, mentre le parole si precipitavano fuori. La povera ragazza francese si ridestò a causa di quell'incendio dal suo sogno di sonnambula, tentò di mettersi in salvo, ma era troppo tardi. Quando ritrovò l'amato cugino era stata ormai inghiottita dalle fiamme: era andata in fumo insieme ai feticisti del denaro, suoi pretendenti, e alla sua eredità milionaria.


Altri tre fiammiferi appiccarono simultaneamente il fuoco al Cugino Pons, al Colonnello Chabert e a Eugénie Grandet. Il quinto raggiunse Quasimodo che, con le sue ossa deformi, tentava la fuga sul sagrato di Notre-Dame di Parigi, portandosi sulle spalle Esmeralda. Il sesto cadde su Madame Bovary. Di colpo, però, la fiamma ebbe una pausa di lucidità nella sua stessa follia, e non volle cominciare dalla pagina in cui Emma, fumando a letto in una camera dell'albergo di Rouen, mormora al suo amante rannicchiato accanto a lei: «Mi lascerai...». Furioso ma selettivo, il fiammifero preferì attaccare la fine del libro, alla scena in cui a Emma morente pare di sentir cantare un cieco:


 


Quante volte una bella giornata


alle bimbe l'amor fa sognare.


 


Nel momento in cui un violino intonò un'aria funebre, un soffio di vento sorprese i libri in fiamme: le ceneri ancora fresche di Emma volarono via, si mescolarono a quelle dei suoi compatrioti carbonizzati, e si innalzarono ondeggiando nell'aria.


Velati di cenere, i crini dell'archetto scivolavano sulle corde metalliche che alla luce del fuoco mandavano bagliori. Quel violino era il mio. E il violinista ero io.


Luo, l'incendiario, il figlio di un grande dentista, l'amante romantico capace di attraversare carponi il passaggio pericoloso della montagna, il grande ammiratore di Balzac, al momento era ubriaco, accovacciato per terra con gli occhi fissi sul fuoco, ammaliato, addirittura ipnotizzato dalle fiamme nelle quali danzavano, prima di essere ridotti in cenere, parole e personaggi un tempo cari al nostro cuore. In certi momenti piangeva, in altri scoppiava a ridere.


Quel sacrificio non ebbe testimoni. Gli abitanti del villaggio, abituati a sentire il violino, preferirono restarsene al caldo nei loro letti. Ci sarebbe piaciuto invitare il nostro vecchio amico mugnaio a unirsi a noi con il suo strumento a tre corde e a cantare i suoi «vecchi ritornelli» osceni facendo ondulare le innumerevoli, finissime pieghe della sua pancia. Ma era malato. Due giorni prima, quando eravamo stati a trovarlo, aveva l'influenza.


L'autodafé continuò. Il famoso conte di Montecristo, che pure era riuscito a evadere dalla segreta di un castello in mezzo al mare, si rassegnò alla follia di Luo. Nessuno degli uomini o delle donne che avevano abitato nella valigia di Quattrocchi ebbe possibilità di scampo.


Neanche il capo del villaggio, se ci fosse comparso davanti in quel momento, ci avrebbe fatto paura. Forse, nel nostro delirio, lo avremmo bruciato vivo come se fosse stato anche lui un personaggio letterario.


In ogni caso, c'eravamo solo noi due. La Piccola Sarta se n'era andata, e non sarebbe tornata mai più da noi.


La sua partenza improvvisa era stata un fulmine a ciel sereno.


Avevamo dovuto frugare a lungo nelle nostre memorie intontite dallo shock per riuscire a trovare, soprattutto nell'abbigliamento, un qualche indizio del colpo mortale che si stava preparando.


Un paio di mesi prima, per esempio, Luo mi aveva detto che lei si era confezionata un reggiseno ispirandosi a un modello che aveva trovato descritto in Madame Bovary. Io gli avevo fatto notare che era il primo capo di biancheria intima femminile di tutta la montagna della Fenice del Cielo degno di entrare negli annali del luogo.


«La sua nuova fissazione» mi aveva detto allora Luo «è di assomigliare a una ragazza di città. Se tu la sentissi! Adesso quando parla imita il nostro accento».


Attribuimmo la confezione del reggiseno alla sua innocente civetteria femminile; non capisco, invece, come potemmo trascurare le altre due novità del suo guardaroba, visto che né l'una né l'altra le sarebbero mai servite lì sulla montagna. Per cominciare, si era ripresa la mia giacca alla Mao blu con i tre bottoni dorati sulle maniche che avevo messo una sola volta, in occasione della nostra prima visita al mugnaio. L'aveva ritoccata, accorciata, insomma ne aveva ricavato una giacca da donna, sia pure di foggia un po' maschile, con le sue quattro tasche e il colletto stretto. Un capo delizioso, ma che a quei tempi poteva essere indossato solo da una donna che vivesse in città. Dopodiché aveva chiesto al padre di comprarle nell'emporio di Yong Jing un paio di scarpe da tennis bianche, di un bianco immacolato: un colore che non poteva resistere più di tre giorni al fango onnipresente sulla montagna.


Ricordo anche l'arrivo del nuovo anno occidentale. Non era una vera e propria festa, ma un giorno di riposo nazionale. Come al solito, io e Luo eravamo andati a trovarla. Stentai a riconoscerla. Entrando in casa mi sembrò di trovarmi dinanzi a una studentessa liceale di città. Invece della lunga treccia legata con un nastro rosso che le avevo sempre visto, c'era adesso un caschetto di capelli corti, tagliati sopra le orecchie, che le conferiva una bellezza diversa, quella di un'adolescente moderna.


Lei stava appunto finendo di ritoccare la giacca alla Mao. Luo si compiacque di quella metamorfosi inattesa. E il suo cieco compiacimento raggiunse il culmine quando lei si provò il capo delizioso che aveva appena finito: la giacca austera dal taglio maschile, la nuova pettinatura e le scarpe da tennis bianche al posto di quelle di tela le conferivano una strana sensualità, un portamento elegante che preannunciava la morte della contadinella un po' goffa. Nel vederla così trasformata, Luo fu sommerso dalla stessa felicità che prova l'artista nel contemplare l'opera compiuta.


«Tutti questi mesi di letture sono pur serviti a qualcosa» mi sussurrò in un orecchio.


C'era già, nella frase di Luo, una inconsapevole presa d'atto di quella trasformazione, di quella rieducazione balzachiana, ma non ci facemmo caso. Eravamo accecati dalla presunzione? Contavamo troppo sulle virtù dell'amore? Oppure, semplicemente, non avevamo colto l'essenziale dei romanzi che le avevamo letto?


Una mattina di febbraio, il giorno che precedette la folle notte dell'autodafé, io e Luo, ciascuno con il suo bufalo, stavamo arando un campo di granturco da poco trasformato in risaia. Verso le dieci le grida dei contadini interruppero il nostro lavoro richiamandoci verso la casa su palafitte, dove ci aspettava il vecchio sarto.


Che fosse venuto lì senza la macchina per cucire ci sembrò già di cattivo augurio, ma quando fummo di fronte a lui e vedemmo il suo volto devastato, scavato da nuove rughe, con gli zigomi che si erano fatti sporgenti e duri, e i capelli arruffati, ci spaventammo sul serio.


«Mia figlia se n'è andata stamattina all'alba» ci disse lui.


«Se n'è andata?» ripetè Luo. «Non capisco».


«Nemmeno io, ma è esattamente quello che ha fatto».


A suo dire, la figlia aveva ottenuto dal comitato dirigente del comune tutti i documenti e le attestazioni necessari per intraprendere un lungo viaggio. Aveva fatto tutto di nascosto, e solo il giorno prima gli aveva annunciato la sua intenzione di cambiare vita e di andare a cercar fortuna in una grande città.


«Le ho chiesto se voi due eravate al corrente» continuò. «Mi ha detto di no, e che vi avrebbe scritto non appena si fosse sistemata da qualche parte».


«Lei avrebbe dovuto impedirle di andarsene» disse Luo con un filo di voce.


Era annientato.


«Non c'è stato niente da fare» gli rispose il vecchio, ormai sfinito. «Le ho persino detto: se te ne vai, non rimetterai mai più piede in questa casa».


Allora Luo si lanciò in una corsa sfrenata, disperata, lungo il ripido sentiero della montagna, per raggiungere la Piccola Sarta. All'inizio gli rimasi alle calcagna, prendendo una scorciatoia fra le rocce. La scena somigliava a uno dei miei sogni, quello in cui la Piccola Sarta, attraversando il passaggio pericoloso, cadeva nel precipizio. Io e Luo correvamo ormai su una scarpata dove non c'erano sentieri, ruzzolando lungo le pareti di roccia senza pensare neanche per un attimo che potevamo romperci il collo. A un certo punto non sapevo più se stavo correndo nel mio vecchio sogno o nella realtà, o se correvo continuando a sognare. Le rocce avevano quasi tutte lo stesso colore grigio plumbeo, ed erano coperte di muschio umido e scivoloso.


Un po' alla volta Luo mi distanziò. A furia di correre, di volteggiare sulle rocce, di saltare da un masso all'altro, mi ritornò in mente sin nei minimi dettagli la fine del mio vecchio sogno. Mi risuonavano in testa le lugubri strida di un invisibile corvo dal becco rosso che volteggiava nell'aria; avevo l'impressione che da un momento all'altro avrei trovato il corpo della Piccola Sarta ai piedi di una roccia, con la testa rientrata nel busto e due grosse ferite dissanguate che arrivavano sino alla fronte ben disegnata. Il movimento dei passi turbava i miei pensieri. Non sapevo neanch'io che cosa mi sospingesse in quella corsa spericolata. La mia amicizia per Luo? Il mio amore per la sua ragazza? O ero semplicemente uno spettatore che non voleva perdersi l'epilogo di una storia? Non capivo perché, ma il ricordo di quel vecchio sogno non smise un secondo di ossessionarmi. Una delle mie scarpe andò in pezzi.


Dopo tre o quattro ore di corsa, galoppo, trotto, passo, e di scivoloni, cadute e anche capitomboli, quando scorsi la sagoma della Piccola Sarta seduta su un masso a picco su certe tombe a forma di montagnette, provai una sensazione di sollievo nel veder esorcizzato lo spettro del mio vecchio incubo.


Rallentai il passo, poi crollai a terra, ai bordi del sentiero, stremato, con lo stomaco vuoto che borbottava e la testa che girava leggermente.


Il luogo mi era familiare: proprio là, solo pochi mesi prima, avevo incontrato la madre di Quattrocchi.


Che fortuna, pensai, che la Piccola Sarta avesse fatto una sosta! Forse aveva voluto, passando, dire addio ai nonni materni. Grazie al cielo, questo aveva messo fine alla nostra corsa prima che mi scoppiasse il cuore o diventassi pazzo.


Mi trovavo a una decina di metri sopra di loro, e quella postazione mi consentì di assistere dall'alto all'incontro, che iniziò nel momento in cui lei voltò la testa sentendo avvicinarsi Luo. Esattamente come me, questi si accasciò a terra allo stremo delle forze.


Non potevo credere ai miei occhi: la scena mi si impresse nella memoria come un'immagine fissa. La ragazza con la giacca da uomo, i capelli corti e le scarpe da tennis bianche rimase immobile, seduta sul masso, mentre il ragazzo, disteso a terra, guardava le nuvole sopra la sua testa. Non sembrava che si parlassero. Io, almeno, non sentivo niente. Avrei voluto assistere a una scena violenta, con grida, accuse, spiegazioni, lacrime, insulti. Niente di tutto questo. Silenzio. Se non fosse stato per il fumo della sigaretta che usciva dalle labbra di Luo, avrei potuto pensare che si fossero tramutati in statue di pietra.


Certo, in simili circostanze, non c'è gran differenza tra furore e silenzio, ed è difficile paragonare due stili accusatori dall'impatto molto diverso; ma secondo me Luo non adottò la tattica giusta, o si rassegnò troppo presto all'impotenza delle parole.


Sotto una sporgenza rocciosa, con qualche ramoscello e un po' di foglie secche, accesi un fuoco. Dalla bisaccia che mi ero portato dietro tirai fuori alcune patate dolci e le seppellii nella cenere.


Nel mio intimo provai rancore per la Piccola Sarta. Era la prima volta. Pur limitandomi a un ruolo di spettatore, mi sentivo tradito quanto Luo, non perché se n'era andata, ma perché mi aveva tenuto all'oscuro, come se tutta la complicità che si era creata fra noi nei giorni dell'aborto si fosse cancellata dalla sua memoria, e per lei io non fossi stato e non fossi destinato a essere mai nient'altro che un amico del suo ragazzo.


Con la punta di un rametto presi dalla brace una patata dolce, ci soffiai sopra e con i polpastrelli la ripulii dalla terra e dalla cenere. A un tratto, dal basso, mi giunse un brusio di frasi pronunciate dalle due statue di pietra. Parlavano a voce bassa, ma il tono era secco. Mi parve di udire il nome di Balzac, e mi chiesi che diavolo c'entrasse con quella storia.


Già mi rallegravo che il silenzio si fosse interrotto, quando l'immagine fissa cominciò a muoversi: Luo si alzò in piedi e la Piccola Sarta saltò giù dal suo masso. Ma, invece di gettarsi fra le braccia del suo infelice amante, prese il suo fagotto e si rimise in cammino, con passo risoluto.


«Aspetta!» gridai brandendo la patata dolce. «Vieni a mangiare una patata! Le ho fatte cuocere per te».


Al primo grido lei si mise a correre, al secondo aumentò la velocità, al terzo si trasformò in uccello e volò via senza concedersi un attimo di tregua, diventò sempre più piccola, e scomparve.


Luo mi raggiunse accanto al fuoco. Si sedette, pallido, senza un lamento, senza una protesta. Mancavano poche ore alla follia dell'autodafé.


«È partita» gli dissi.


«Vuole andare in una grande città. Mi ha parlato di Balzac».


«E allora?».


«Mi ha detto che Balzac le ha fatto capire una cosa: che la bellezza di una donna è un tesoro inestimabile».