venerdì 31 luglio 2026

AMO L'UMANITÀ Estratto da I FRATELLI KARAMAZOV Fëdor Dostoevskij



AMO L'UMANITÀ 

Estratto da I FRATELLI KARAMAZOV

Fëdor Dostoevskij 

[...]Amo l'umanità, ma, a sorpresa mia, quanto più amo l'umanità in generale, tanto meno affetto mi ispirano le persone in particolare, individualmente. Più di una volta ho sognato appassionatamente di servire l'umanità, e forse sarei persino salito sul calvario per i miei simili, se fosse stato necessario; ma non riesco a vivere due giorni di seguito con una persona nella stessa stanza: lo so per esperienza. Quando noto la presenza di qualcuno vicino a me, sento limitata la mia libertà e ferito il mio amor proprio. In ventiquattro ore posso prendere in antipatia le persone più eccellenti: una perché rimane troppo tempo a tavola, un'altra perché ha il raffreddore e non fa altro che starnutire. Appena entro in contatto con gli uomini, mi sento loro nemico. Tuttavia, quanto più detesto l'individuo, più ardente è il mio amore per l'insieme dell'umanità".[...]

È una delle citazioni più acute e inquietanti de I Fratelli Karamazov.

Nel romanzo viene riferita dallo starec Zosima, che racconta di un medico (uomo colto e non banale) il quale, con amara ironia, confessava precisamente questo: più s’infiammava d’amore astratto per l’umanità intera, più diventava intollerante, irritabile e persino ostile verso gli individui concreti che gli stavano vicino.

Dostoevskij non sta semplicemente denunciando l’ipocrisia. Sta mettendo a nudo una tentazione tipicamente moderna (e molto “intellettuale”): l’amore per l’Idea dell’Uomo, che è facile, elevante, quasi religioso, e che però spesso serve a giustificare il disprezzo, l’indifferenza o l’odio verso gli uomini reali, con i loro raffreddori, le loro manie a tavola, i loro limiti quotidiani.

IL ROSSO E ILNERO Stendhal

 


IL ROSSO E ILNERO
Stendhal
Recensione 
Vargas Llosa, che fu un eccellente lettore, disse che quando «Il rosso e il nero» di Stendhal apparve, Sorel, il giovane protagonista, irritò molti per come incarnava una visione degradante della condizione umana. Tuttavia, col tempo ci rivelò una verità tragica: spesso le virtù e i vizi coesistono in noi in modo irresolubile. Tutti siamo Sorel.

Julien Sorel non è un eroe né un semplice villain: è lo specchio più nitido della nostra ambiguità. Ambizioso fino alla sozzura eppure capace di un amore assoluto, cinico e allo stesso tempo ingenuo, pronto a tradire e a morire per un’idea di sé stesso che non riesce mai del tutto a raggiungere. 
Stendhal lo costruì senza pietà e senza indulgenza, e proprio per questo il personaggio continua a disturbarci due secoli dopo. Non perché ci mostri qualcosa di estraneo, ma perché ci ricorda quanto le virtù e i vizi convivano in noi senza possibilità di risoluzione definitiva.Non c’è redenzione facile, non c’è purezza garantita. C’è solo il cammino verso il patibolo — metaforico o reale — con i sogni già un po’ appassiti, e la consapevolezza che, in certi momenti della vita, siamo stati candidi e in altri maledetti, nobili e  ambiziosi, amorosi e capaci di gesti che non vorremmo riconoscere.
Il tempo non ha addolcito Julien. Lo ha solo reso più nostro.

IL ROSSO E IL NERO 

PARTE PRIMA

I

Una cittadina

Put thousands together


Less bad,


But the cage less gay.


HOBBES


La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche, con i tetti aguzzi di tegole rosse, si stendono sul pendio di una collina, le cui più piccole sinuosità sono messe in risalto da macchie di robusti castagni. Il Doubs scorre qualche centinaio di piedi sotto le fortificazioni, costruite un tempo dagli spagnoli, ed ora in rovina.


Verrières è riparata a nord da un’alta montagna, che è una diramazione del Giura. Le cime frastagliate del Verra si coprono di neve fin dai primi freddi di ottobre. Un torrente, che precipita dalla montagna, attraversa Verrières prima di gettarsi nel Doubs, e mette in moto un gran numero di segherie; è un’industria molto semplice, che procura un certo benessere alla maggior parte degli abitanti, contadini più che borghesi. Non sono tuttavia le segherie che hanno arricchito questa cittadina. Si deve alla manifattura di tele dipinte, dette di Mulhouse, l’agiatezza generale che, dalla caduta di Napoleone, ha fatto rinnovare le facciate di quasi tutte le case di Verrières.


Appena entrati in città, si è storditi dal frastuono di una macchina rumorosa e terribile a vedersi. Venti martelli pesanti sono sollevati da una ruota, mossa dall’acqua del torrente, e ricadono con un rumore che fa tremare il selciato. Ognuno di questi martelli fabbrica, quotidianamente, non so quante migliaia di chiodi. Fresche e graziose giovinette porgono ai colpi di quei martelli enormi dei pezzetti di ferro che vengono rapidamente trasformati in chiodi. Questo lavoro, che appare tanto rude, è tra quelli che più sorprendono il viaggiatore che penetri per la prima volta fra le montagne che separano la Francia dalla Svizzera. Se, entrando a Verrières, il viaggiatore chiede a chi appartenga quella bella fabbrica di chiodi che assorda i passanti sulla via principale, si sente rispondere con accento strascicato: «Eh! è del signor sindaco».


Se il viaggiatore si ferma anche solo per qualche istante sulla via principale di Verrières, che dalla riva del Doubs sale verso la cima della collina, c’è da scommettere cento contro uno che vedrà comparire un uomo alto, dall’aria indaffarata e importante.


Alla sua vista, tutti si tolgono in fretta il cappello. La sua testa è grigia, ed è vestito di grigio. È cavaliere di molti ordini, ha la fronte alta, il naso aquilino, e nell’insieme il suo viso non manca di una certa regolarità: si può anzi osservare, a prima vista, che in quel viso la dignità del sindaco di paese si trova unita a quella piacevolezza d’aspetto che si può conservare a quarantotto o cinquant’anni. Ma ben presto il viaggiatore parigino è urtato da una certa aria di autocompiacimento e di sufficienza, mista a un non so che di limitato, che dà l’idea di un uomo senza fantasia. Si sente insomma che il suo talento non va oltre la capacità di farsi pagare con la massima esattezza ciò che gli è dovuto, e di pagare i suoi debiti il più tardi possibile.


Tale è il sindaco di Verrières, il signor de Rênal. Dopo aver attraversato la strada con passo grave, entra in municipio e sparisce agli occhi del viaggiatore. Il quale, cento passi più avanti, se continua nella sua passeggiata, può vedere una bella casa, e, attraverso una cancellata in ferro, dei magnifici giardini. Più oltre, la linea dell’orizzonte, formata dalle colline della Borgogna, sembra fatta apposta per il piacere degli occhi. È una vista che fa dimenticare al viaggiatore l’atmosfera infetta dei piccoli interessi di denaro da cui comincia a sentirsi asfissiato.


Gli fanno sapere che la casa appartiene al signor de Rênal. Il sindaco di Verrières deve ai guadagni realizzati con la grande fabbrica di chiodi la sua bella dimora in pietra da taglio che sta rifinendo in questo periodo. La sua famiglia, si dice, è spagnola, antica, e, a quanto si asserisce, si è stabilita da queste parti molto prima della conquista di Luigi XIV. Dal 1815 si vergogna di essere un industriale: il 1815 lo ha fatto diventare sindaco di Verrières. I muri a terrazza che sostengono le diverse parti del magnifico giardino, che di ripiano in ripiano scende fino al Doubs, sono anch’essi il premio della competenza di Rênal nel commercio del ferro.


Non aspettatevi di vedere in Francia quei giardini pittoreschi che si trovano attorno alle città manifatturiere della Germania, come Lipsia, Francoforte o Norimberga. Nella Franca Contea, più muri si costruiscono, più si muniscono le proprie terre di pietre disposte le une sulle altre, più diritti si acquistano al rispetto dei vicini. I giardini di Rênal sono ancora più ammirati perché il sindaco ha comperato a peso d’oro i piccoli appezzamenti dove si ergono quei muri. Per esempio, la segheria che vi ha colpito entrando a Verrières per la sua singolare posizione sulla riva del Doubs e dove avete notato il nome di SOREL, scritto a caratteri cubitali su una tavola che sovrasta il tetto, occupava, sei anni fa, lo spazio sul quale viene ora ad elevarsi il muro della quarta terrazza dei giardini di Rênal.


Nonostante il suo orgoglio, il signor sindaco ha dovuto darsi da fare, eccome, con il vecchio Sorel, contadino duro e testardo; ha dovuto versargli sonanti luigi d’oro, per ottenere che trasferisse altrove la sua officina. Quanto al ruscello pubblico che faceva andare la segheria, il signor de Rênal, grazie al credito di cui gode a Parigi, ha ottenuto che fosse deviato. Questo favore gli fu concesso dopo le elezioni del 182*.


Il sindaco ha dato a Sorel quattro arpenti in cambio di uno, a cinquecento passi più in basso sulle rive del Doubs. E, benché questa posizione fosse molto più vantaggiosa per il suo commercio di assi d’abete, papà Sorel, come lo chiamano da quando è ricco, ha scoperto il segreto per ottenere una somma di 6000 franchi approfittando dell’impazienza e della mania di proprietario che animava il suo vicino.


È anche vero che questo accordo è stato criticato dai benpensanti del posto. Una volta, era una domenica di quattro anni fa, Rênal, tornando dalla chiesa in tenuta da sindaco, vide di lontano il vecchio Sorel, attorniato dai suoi tre figli, che lo guardava sorridendo. Quel sorriso fu come un lampo fatale nell’animo del sindaco, e da allora egli pensa che avrebbe potuto concludere lo scambio a condizioni migliori.


A Verrières, per ottenere la pubblica stima, l’essenziale è di non adottare, pur costruendo molto, quei progetti portati dai muratori italiani che in primavera attraversano le gole del Giura per raggiungere Parigi. Innovazioni del genere costerebbero all’imprudente costruttore una reputazione incancellabile di bizzarria, ed egli sarebbe perduto per sempre presso la gente assennata e moderata che distribuisce la buona considerazione nella Franca Contea.


In realtà, queste persone assennate vi esercitano il più fastidioso dispotismo; è a causa di questa brutta parola che il soggiorno nelle piccole città è insopportabile per chi sia vissuto in quella grande repubblica che si chiama Parigi. La tirannia dell’opinione, e quale opinione!, è stupida nelle cittadine francesi come in quelle degli Stati Uniti d’America.II

Un sindaco

L’importanza! Signore, dite niente? Il rispetto degli sciocchi, lo stupore dei fanciulli, l’invidia dei ricchi, il disprezzo dei saggi.


BARNAVE


Con grande vantaggio per il prestigio di amministratore del signor de Rênal, si rendeva necessario un immenso muro di sostegno per la passeggiata pubblica che costeggia la collina, a un centinaio di piedi sopra il corso del Doubs. Una posizione bellissima, dalla quale si gode uno dei panorami più pittoreschi di Francia. Ma, ad ogni primavera, le acque piovane scavavano lungo la strada dei solchi che la rendevano impraticabile. Questo inconveniente, avvertito da tutti, mise Rênal nella felice necessità di immortalare la sua amministrazione con un muro alto venti piedi e lungo trenta o quaranta tese.


Il parapetto di questo muro, per il quale Rênal ha dovuto fare tre viaggi a Parigi, in quanto il penultimo ministro degli Interni si era dichiarato nemico mortale della passeggiata di Verrières, il parapetto di questo muro, dicevo, si eleva oggi a quattro piedi dal suolo. E, come per sfidare tutti i ministri presenti e passati, lo stanno ora rivestendo con lastre di pietra da taglio.


Quante volte, pensando ai balli di Parigi lasciati la sera prima, con il petto appoggiato a quei grandi blocchi di pietra di un bel colore grigio tendente all’azzurro, ho tuffato lo sguardo nella valle del Doubs! Al di là del fiume, sulla riva sinistra, si snodano quattro o cinque valli sul cui fondo l’occhio distingue facilmente dei piccoli ruscelli. Dopo aver corso di cascata in cascata vanno a gettarsi nel Doubs. Il sole è molto caldo tra quei monti, e quando splende a perpendicolo, i pensieri sognanti del viaggiatore trovano sul belvedere il riparo di magnifici platani. La loro rapida crescita e la bellezza di quel verde sfumante nell’azzurro sono dovuti alla terra di riporto che il signor sindaco ha fatto trasportare dietro il suo immenso muro di sostegno, poiché, malgrado l’opposizione del consiglio municipale, ha allargato la passeggiata di oltre sei piedi (e di ciò non posso che lodarlo, benché lui sia un ultra e io un liberale), tanto che nella sua opinione e in quella del signor Valenod, il fortunato direttore dell’ospizio di mendicità di Verrières, questa terrazza può reggere il confronto con quella di Saint-Germain-en-Laye.


Quanto a me, non trovo che una cosa da criticare al COURS DE LA FIDÉLITÉ – questo è il nome ufficiale che si può leggere in quindici o venti punti diversi, su targhe di marmo che hanno valso una croce in più al signor de Rênal; – ciò che non approvo è il modo barbaro con il quale l’autorità fa tagliare e potare fino al vivo quei vigorosi platani. Anziché somigliare, con le loro chiome basse, tonde e piatte, alle più volgari piante da orto, non chiederebbero di meglio che avere quelle magnifiche forme che sfoggiano in Inghilterra. Ma la volontà del signor sindaco è dispotica, e due volte all’anno tutti gli alberi che appartengono al comune vengono inesorabilmente amputati. I liberali del luogo sostengono, esagerando, che la mano del giardiniere è molto più severa da quando il vicario Maslon ha preso l’abitudine di impossessarsi dei prodotti della potatura.


Questo giovane ecclesiastico fu inviato da Besançon, alcuni anni fa, per sorvegliare l’abate Chélan e qualche curato dei dintorni. Un vecchio chirurgo militare dell’esercito italiano ritiratosi a Verrières, e che in vita sua era stato al tempo stesso, secondo il sindaco, giacobino e bonapartista, osò un giorno lamentarsi con lui della periodica mutilazione di quei begli alberi.


«Mi piace l’ombra – rispose Rênal, con quella sfumatura d’importanza che si conviene nella conversazione con un chirurgo, membro della Legion d’onore; – mi piace l’ombra, faccio potare i miei alberi perché facciano ombra, e non concepisco che un albero sia destinato ad altro scopo, a meno che, come l’utile noce, non renda.»


Ecco la grande parola che decide ogni cosa a Verrières: RENDERE. Da sola, rappresenta il pensiero abituale di più di tre quarti degli abitanti.


Il rendimento: ecco la ragione che decide ogni cosa in questa cittadina che vi sembrava tanto graziosa. Lo straniero che arriva, incantato dalla bellezza delle valli fresche e profonde che la circondano, si immagina dapprima che i suoi abitanti siano sensibili al bello; essi parlano fin troppo spesso della bellezza di questi luoghi: non si può negare che le diano grande importanza; ma ciò dipende dal fatto che attira qualche forestiero, il cui denaro arricchisce gli albergatori, e ciò, per il meccanismo del dazio, rende alla città.


Era una bella giornata d’autunno e Rênal passeggiava per il Cours de la Fidélité, dando il braccio a sua moglie. Mentre ascoltava il marito, che parlava con aria grave, la signora de Rênal seguiva con uno sguardo preoccupato i movimenti di tre ragazzini. Il più grande, che poteva avere undici anni, si avvicinava troppo spesso al parapetto, come per salirvi. Una voce dolce pronunciò allora il nome di Adolphe, e il ragazzo rinunciò al suo progetto ambizioso. La signora de Rênal dimostrava trent’anni, ma era ancora molto bella.


«Potrebbe anche pentirsene, quel bel signore di Parigi – diceva Rênal con aria offesa, e ancora più pallido del solito. – Non mi mancano amici al Castello…»


Ma, per quanto io voglia parlarvi della provincia per duecento pagine, non cadrò nella barbarie di farvi subire le lungaggini e le sapienti cautele di un dialogo di provincia.


Quel bel signore di Parigi, tanto odioso al sindaco di Verrières, altri non era che il signor Appert, il quale, due giorni prima, aveva trovato il modo di introdursi non soltanto nella prigione e nell’ospizio di mendicità di Verrières, ma anche nell’ospedale amministrato gratuitamente dal sindaco e dai maggiori possidenti del luogo.


«Ma – diceva timidamente la signora de Rênal, – quale torto può farvi questo signore di Parigi, dal momento che voi amministrate i beni dei poveri con la probità più scrupolosa?»


«È venuto solo per criticarci, e poi farà pubblicare degli articoli nei giornali liberali.»


«Ma voi non li leggete mai, mio caro.»


«Ma ce ne parlano, di questi articoli giacobini; tutto ciò ci distrae e ci impedisce di fare il bene.a Quanto a me, non potrò mai perdonarla al curato.»


a Storico. (n.d.A.)

III

Il bene dei poveri

Un curato virtuoso e senza intrighi è una Provvidenza per il villaggio.


FLEURY


Bisogna sapere che il curato di Verrières, un vecchio di ottant’anni, ma che doveva all’aria frizzante di quelle montagne una salute e un carattere di ferro, aveva il diritto di visitare ad ogni ora la prigione, l’ospedale e anche l’ospizio di mendicità. Il signor Appert, che da Parigi era stato raccomandato al reverendo Chélan, aveva avuto l’accortezza di arrivare in quella cittadina pettegola proprio alle sei del mattino. Ed era subito andato in canonica.


Leggendo la lettera che gli scriveva il marchese de la Mole, un pari di Francia che era anche il più ricco possidente della provincia, il curato divenne pensieroso.


«Io sono vecchio, e qui mi vogliono bene – disse infine tra sé, – non oserebbero!» Subito dopo, voltandosi verso quel parigino, con uno sguardo in cui, malgrado l’età avanzata, brillava il fuoco sacro che annuncia il piacere di compiere una bella azione un po’ pericolosa:


«Venite con me, signore e, in presenza del portiere del carcere e soprattutto dei sorveglianti dell’ospizio di mendicità, abbiate la cortesia di non esprimere alcuna opinione su ciò che vedremo». Appert capì di aver a che fare con un uomo di carattere: seguì il venerabile curato, visitò la prigione, l’ospizio e il ricovero di mendicità, fece molte domande, e nonostante ricevesse strane risposte, non si permise il minimo segno di biasimo.


La visita durò molte ore. Il curato invitò a pranzo Appert, che sostenne però di avere alcune lettere da scrivere: non voleva compromettere di più il suo generoso accompagnatore. Verso le tre andarono a ultimare l’ispezione dell’ospizio di mendicità, e tornarono poi alla prigione. Qui, videro sulla porta il custode del carcere, una specie di gigante alto sei piedi e con le gambe arcuate; il terrore aveva reso ripugnante il suo volto già ignobile.


«Ah! signore – disse al curato appena l’ebbe visto, – la persona che vedo con voi non è il signor Appert?»


«Ebbene?» disse il curato.


«È che da ieri ho l’ordine preciso, inviatomi dal signor prefetto per mezzo di un gendarme, che deve aver galoppato per tutta la notte, di non far entrare il signor Appert nella prigione.»


«Vi dichiaro, signor Noiroud – disse il curato, – che questo viaggiatore è il signor Appert. Riconoscete che ho il diritto di entrare in prigione a qualsiasi ora del giorno e della notte, facendomi accompagnare da chi voglio?»


«Certo, signor curato – rispose a bassa voce e abbassando la testa come un bulldog che obbedisce a malincuore per paura del bastone. – Soltanto, signor curato, ho moglie e figli, e se mi denunciano sarò destituito; non ho che il mio lavoro per vivere.»


«Non sarebbe meno grave, per me, se perdessi il mio» riprese il buon curato, con voce sempre più turbata.


«C’è una bella differenza! – rispose prontamente il carceriere; – voi, signor curato, si sa bene che avete ottocento franchi di rendita, della terra al sole…»


Questi erano i fatti che, commentati, esagerati in cento modi diversi, agitavano da due giorni tutte le passioni astiose della cittadina di Verrières. Ed erano l’argomento della piccola discussione di Rênal con la moglie. Quel mattino, seguito da Valenod, direttore del ricovero di mendicità, era andato dal curato per esprimergli la più viva disapprovazione. Chélan non era protetto da nessuno, e si rese conto del peso di quelle parole.


«Ebbene, signori, io sarò il terzo curato di ottant’anni che viene destituito da queste parti! Sono qui da cinquantasei anni; ho battezzato quasi tutti gli abitanti della città, che era solo un borgo quando ci arrivai. Unisco in matrimonio tutti i giorni dei giovani di cui ho già sposato i nonni. Verrières è la mia famiglia; ma, quando ho visto il forestiero, mi sono detto: “Quest’uomo venuto da Parigi può anche essere un liberale, ce ne sono fin troppi; ma che male può fare ai nostri poveri e ai nostri carcerati?”»


I rimproveri del sindaco, e soprattutto quelli di Valenod, si facevano sempre più pressanti:


«Ebbene, signori, fatemi destituire! – aveva esclamato con voce tremante il vecchio curato. – Non lascerò per questo il paese. Come sapete, quarantotto anni fa ho ereditato un terreno che rende ottocento franchi. Vivrò con questa rendita. Nel posto che occupo non ho modo di economizzare, io, signori, ed è forse per questo che non mi spavento quando si parla di farmelo perdere».


Rênal viveva in buon accordo con sua moglie; ma non sapendo rispondere all’obiezione che lei timidamente gli ripeteva: «Che male può fare quel signore di Parigi ai carcerati?», era sul punto di irritarsi davvero, quando lei gettò un grido. Il suo secondo figlio era appena salito sul muretto della terrazza, e si era messo a correre, benché quel muro fosse alto più di venti piedi sopra la vigna che era dall’altra parte. Il timore di spaventare suo figlio e di farlo cadere impediva alla signora de Rênal di rivolgergli la parola. Finalmente il bambino, che rideva della sua prodezza, guardò la madre, vide il suo pallore, saltò giù e corse da lei. Fu molto sgridato.


Questo piccolo incidente cambiò il corso della conversazione.


«Voglio assolutamente che venga a stare a casa nostra il figlio di Sorel, il padrone della segheria – disse Rênal. – Sorveglierà i bambini, che stanno diventando dei diavoletti. È un giovane prete, o quasi, buon latinista, e farà compiere molti progressi ai bambini; ha un carattere fermo, dice il curato. Gli darò 300 franchi e il vitto. Avevo qualche dubbio sulla sua moralità, perché era il beniamino di quel vecchio chirurgo, membro della Legion d’onore, che, con la scusa di essere un loro cugino, si era messo a pensione dai Sorel. Quest’uomo, in fondo, poteva essere benissimo un agente segreto dei liberali; diceva che l’aria dei nostri monti giovava alla sua asma; ma non ci sono prove. Aveva fatto tutte le campagne di Buonaparté in Italia, e si dice che una volta, anche, abbia votato no per l’impero. Questo liberale insegnava il latino al giovane Sorel, e gli ha lasciato un mucchio di libri che aveva portato con sé. Non mi sarebbe mai venuto in mente di mettere il figlio del carpentiere vicino ai nostri bambini; ma il curato, proprio il giorno prima di quella scena che ha guastato per sempre i nostri rapporti, mi ha detto che Sorel studia teologia da tre anni, con il progetto di entrare in seminario; dunque non è un liberale, ed è latinista. Questa sistemazione conviene per più di un motivo – continuò Rênal, guardando sua moglie con aria diplomatica; – Valenod è orgogliosissimo dei due bei normanni che ha appena comperato per il suo calesse. Ma non ha un precettore per i suoi figli.»


«Potrebbe portarcelo via.»


«Dunque approvi il mio progetto? – disse Rênal ringraziando la moglie, con un sorriso, per l’eccellente idea che aveva appena avuto. – Allora abbiamo deciso.»


«Ah, buon Dio, mio caro, come fai presto a decidere!»


«Il fatto è che ho del carattere, io, e il curato se ne è accorto. Non nascondiamoci le cose: qui, siamo circondati dai liberali. Questi mercanti di tela mi invidiano, ne sono certo; due o tre stanno diventando dei ricconi; ebbene! mi piace molto l’idea che vedano passare i figli del signor de Rênal accompagnati dal loro precettore. Farà effetto. Mio nonno ci raccontava spesso che, in gioventù, aveva avuto un precettore. Potrà costarmi cento scudi, ma dev’essere considerata una spesa necessaria per essere all’altezza del nostro rango.»


Questa decisione improvvisa lasciò perplessa la signora de Rênal. Era una donna alta, ben fatta, che era stata la bellezza del paese, come si dice tra quelle montagne. Aveva una cert’aria di semplicità, e un passo giovanile; a un parigino, quella grazia naturale, vivace e piena d’innocenza, avrebbe potuto anche richiamare dei pensieri di dolce voluttà. Se avesse saputo di poter avere questo tipo di successo, se ne sarebbe certo vergognata. Né la civetteria né l’affettazione si erano mai accostate al suo cuore. Si diceva che Valenod, il ricco direttore del ricovero, le avesse fatto la corte, ma senza successo, cosa che dava una particolare luce alla sua virtù. Infatti questo Valenod, giovane di alta statura, ben piantato, con un volto colorito e grossi favoriti neri, era uno di quegli esseri rozzi, sfrontati e rumorosi, che in provincia si definiscono begli uomini.


La signora de Rênal, timidissima e di carattere in apparenza molto mutevole, era soprattutto urtata dal continuo agitarsi e dal vociare di Valenod. L’avversione che aveva per ciò che a Verrières si definisce gioia, le era valsa la reputazione di essere molto orgogliosa della sua nascita. Lei non ci pensava affatto, ma era stata molto contenta di vedere che gli abitanti della città avevano diradato le visite a casa sua. Non terremo nascosto che passava per una sciocca agli occhi delle loro mogli, poiché, agendo senza nessuna «politica» con suo marito, si lasciava sfuggire le migliori occasioni per farsi comperare dei bei cappelli a Parigi o a Besançon. Purché la lasciassero sola a passeggiare nel suo bel giardino, non si lamentava mai.


Era un’anima ingenua, che non aveva mai osato giudicare suo marito o confessare a se stessa che la annoiava. Supponeva, senza dirselo, che tra marito e moglie non potessero esistere rapporti più dolci dei loro. Le piaceva Rênal soprattutto quando le parlava dei suoi progetti per i figli, uno dei quali voleva destinare alla carriera militare, l’altro alla magistratura, e il terzo alla Chiesa. Insomma, trovava il marito molto meno noioso di tutti gli altri uomini che conosceva.


Questo giudizio coniugale era ragionevole. Il sindaco di Verrières doveva la sua reputazione di uomo di spirito e soprattutto di buon gusto a una mezza dozzina di battute che aveva ereditato da uno zio. Il vecchio capitano de Rênal prestava servizio, prima della rivoluzione, nel reggimento di fanteria del duca d’Orléans, e, quando andava a Parigi, era ammesso nei salotti del principe, nei quali aveva incontrato Madame de Montesson, la famosa Madame de Genlis, e Ducrest, l’ideatore del Palais-Royal. Questi personaggi riapparivano molto spesso negli aneddoti del signor de Rênal. Ma poco a poco il ricordo di queste cose tanto delicate da raccontare era diventato per lui molto faticoso, e, da qualche tempo, ripeteva solo nelle grandi occasioni i suoi aneddoti sulla casa di Orléans. Essendo d’altronde di modi assai compiti, tranne quando parlava di denaro, era considerato il personaggio più aristocratico di Verrières.

IV

Un padre e un figlio

E sarà mia colpa,


Se così è?


MACHIAVELLI


«Mia moglie ha la testa sulle spalle!» pensava il giorno dopo, alle sei del mattino, il sindaco di Verrières, scendendo verso la segheria di papà Sorel. «Nonostante quello che le ho detto, per conservare la superiorità che mi spetta, non avevo pensato che se non prendessi quel piccolo abate Sorel, che, si dice, sa il latino come un angelo, il direttore del ricovero, quell’anima senza pace, potrebbe anche avere la mia stessa idea e portarmelo via. Chissà con quale boria parlerebbe del precettore dei suoi figli!… Ma questo precettore, una volta con me, si metterà la tonaca?»


Rênal era tutto preso da questo dubbio, allorché vide in lontananza un contadino, un uomo alto circa sei piedi, che già a quell’ora sembrava occupatissimo a misurare del legname che si trovava lungo il Doubs, sull’alzaia. Il contadino non sembrò molto soddisfatto di vedere che il sindaco si stava avvicinando; infatti il suo legname ostruiva la strada, ed era stato deposto lì abusivamente.


Papà Sorel, poiché era proprio lui, fu molto sorpreso e più ancora contento della singolare proposta che Rênal gli faceva per suo figlio Julien. Nondimeno lo ascoltò con quell’aria di tristezza scontenta e priva di interesse, con cui i contadini di quelle montagne sanno ben mascherare la loro astuzia. Schiavi al tempo della dominazione spagnola, conservano ancora quella particolare espressione del volto che è propria del fellah egiziano.


La risposta di Sorel non fu inizialmente che una lunga sequela di tutte le formule di ossequio che sapeva a memoria. Mentre ripeteva quelle parole vuote, con un sorriso sinistro che accresceva l’aria falsa, e anche un po’ furfantesca, della sua fisionomia, l’intelligenza sveglia del vecchio contadino cercava di scoprire per quale ragione un uomo così ragguardevole potesse pensare di prendersi in casa quel buono a nulla di suo figlio. Era molto scontento di Julien, eppure il signor de Rênal gli offriva per lui il salario insperato di 300 franchi all’anno più il vitto e il vestiario. Anche su quest’ultima pretesa, che papà Sorel aveva avanzato all’improvviso, come per un lampo di genio, Rênal fu d’accordo.


Questa richiesta colpì il sindaco. «Visto che Sorel non sembra né stupito né felice per la mia proposta, come naturalmente dovrebbe essere, è chiaro – pensò – che ha già avuto altre offerte; e da chi possono essergli venute, se non da Valenod?» Inutilmente Rênal fece premura a Sorel per concludere subito: l’astuzia del vecchio contadino oppose un rifiuto ostinato; voleva consultare suo figlio, diceva lui; come se, in provincia, un padre ricco consultasse un figlio che non possiede nulla, se non per salvare la forma.


Una segheria ad acqua consiste in un capannone sulla riva di un ruscello. Il tetto è sostenuto da un’armatura che poggia su quattro grossi pilastri di legno. A otto o dieci piedi d’altezza, in mezzo al capannone, si vede una sega che sale e scende, mentre un meccanismo molto semplice spinge contro questa sega un pezzo di legno. Una ruota messa in movimento dall’acqua fa andare questo duplice meccanismo: quello della sega che sale e scende e quello che spinge lentamente il legno verso la sega, che lo taglia in assi.


Avvicinandosi alla sua officina, papà Sorel chiamò Julien con voce stentorea; non rispose nessuno. Vide soltanto i suoi figli maggiori, giganti armati di pesanti scuri, che squadravano dei tronchi di abete per portarli alla sega. Occupatissimi a seguire esattamente il segno nero tracciato sul legno, con ogni colpo di scure ne staccavano frammenti enormi. Non udirono la sua voce. Papà Sorel si diresse allora verso il capannone; entrandovi, cercò inutilmente Julien al posto che avrebbe dovuto occupare, accanto alla sega. Lo vide cinque o sei piedi più in alto, a cavalcioni di una trave. Anziché sorvegliare attentamente il funzionamento dell’intero meccanismo, Julien leggeva. Niente avrebbe potuto irritare di più il vecchio Sorel; avrebbe forse potuto perdonare a Julien la sua corporatura esile, poco adatta ai lavori pesanti, e così diversa da quella dei fratelli maggiori; ma quella mania della lettura gli risultava odiosa; lui non sapeva leggere.


Chiamò inutilmente Julien due o tre volte. L’attenzione con la quale il giovane stava leggendo, più ancora del rumore della sega, gli impedì di sentire la voce terribile di suo padre. Alla fine, nonostante l’età, questi saltò agilmente sull’albero che veniva segato, e da lì sulla trave trasversale che reggeva il tetto. Un colpo violento fece volare in acqua il libro che Julien aveva in mano; un secondo colpo altrettanto violento gli arrivò sulla testa e gli fece perdere l’equilibrio. Stava per cadere da un’altezza di dodici o quindici piedi, in mezzo alle leve della macchina in azione, che l’avrebbero fatto a pezzi, quando suo padre lo trattenne con la mano sinistra:


«E allora, pigrone! Devi sempre leggere i tuoi maledetti libri quando sei di guardia? Leggili almeno di sera, quando vai a perdere tempo dal curato».


Julien, per quanto stordito dalla forza del colpo e tutto sanguinante, riprese il suo posto accanto alla macchina. Aveva le lacrime agli occhi, non tanto per il dolore fisico quanto per la perdita di quel libro che adorava.


«Scendi, animale, che devo parlarti.»


Il rumore della macchina impedì un’altra volta a Julien di udire l’ordine. Suo padre, che era sceso, non volendo prendersi la briga di risalire, andò a prendere una lunga pertica per buttar giù le noci e lo colpì a una spalla. Non appena Julien fu a terra, il vecchio Sorel lo spinse rudemente davanti a sé, verso casa. «Dio sa che cosa sta per farmi!» si diceva il giovane. Passando, guardò tristemente il ruscello dov’era caduto il suo libro; era quello che prediligeva, il Memoriale di Sant’Elena.


Aveva le guance di porpora e gli occhi bassi; era un giovanottello fra i diciotto e i diciannove anni, con tratti irregolari, ma delicati, e un naso aquilino. I grandi occhi neri, che, nei momenti tranquilli, rivelavano un temperamento riflessivo, ma focoso, erano animati in quell’istante dall’espressione dell’odio più feroce. I capelli castano scuro, dall’attaccatura molto bassa, gli facevano piccola la fronte, e nei momenti di collera gli davano un’aria cattiva. Fra le varietà innumerevoli della fisionomia umana, non se ne è forse mai vista una così singolare. Una figura snella e ben fatta denotava più agilità che vigore. Fin dall’infanzia, la sua aria estremamente pensosa e il pallore del volto avevano convinto suo padre che non sarebbe vissuto a lungo, o che sarebbe stato un peso per la sua famiglia. Oggetto del disprezzo di tutti in casa, odiava il padre e i fratelli; nei giochi domenicali, in piazza, era sempre sconfitto.


Da meno di un anno il suo bel viso cominciava a procurargli qualche segno di simpatia fra le ragazze. Disprezzato da tutti come un essere debole, Julien aveva adorato quel vecchio chirurgo militare che un giorno aveva osato parlare al sindaco a proposito dei platani.


Il chirurgo pagava qualche volta al vecchio Sorel la giornata di suo figlio, al quale insegnava il latino e la storia, vale a dire quello che lui sapeva di storia: la campagna d’Italia del 1796. Morendo, gli aveva lasciato la sua croce della Legion d’onore, gli arretrati della sua pensione, e trenta o quaranta volumi, di cui il più prezioso era appena finito in quel torrente, deviato per l’autorevole intervento del sindaco.


Appena entrato in casa, Julien si sentì afferrare una spalla dall’energica mano del padre; tremava, si aspettava che lo picchiasse.


«Rispondimi senza mentire» gli urlò alle orecchie la voce dura del vecchio contadino, mentre la sua mano lo rigirava, come fa un bambino con un soldatino di piombo. I grandi occhi neri di Julien, pieni di lacrime, si trovarono di fronte a quelli piccoli e grigi del vecchio carpentiere, che aveva l’aria di volerlo scrutare fino al fondo dell’anima.

V

Una contrattazione

Cunctando restituit rem.


ENNIO


«Rispondimi senza mentire, se ci riesci, cane di un mangialibri; come hai conosciuto la signora de Rênal, quando le hai parlato?»


«Non le ho mai parlato – rispose Julien, – e l’ho vista solo in chiesa.»


«Ma l’avrai guardata! Brutto sfacciato!»


«Mai! Voi sapete che in chiesa io non vedo che Dio» aggiunse Julien, con un’arietta ipocrita, la più adatta, secondo lui, ad evitare altre botte.


«Eppure c’è sotto qualcosa – replicò quel contadino malizioso, e tacque per un istante. – Ma da te non saprò niente, maledetto ipocrita. Comunque sto per liberarmi di te, e la segheria non avrà che da guadagnarci. Sei riuscito a incantare il curato, o qualcun altro che ti ha procurato un buon posto. Prepara il tuo fagotto, ti porterò da Rênal, sarai il precettore dei suoi figli.»


«E cosa mi daranno?»


«Il vitto, il vestiario e trecento franchi di paga.»


«Non voglio fare il servitore.»


«Animale, e chi ti dice di fare il servitore? Credi che manderei mio figlio a fare il domestico?»


«Ma, con chi mangerò?»


Questa domanda sconcertò il vecchio Sorel. Si rese conto che parlando avrebbe potuto commettere qualche imprudenza; si arrabbiò con Julien, lo coprì d’improperi, lo accusò di ingordigia, e se ne andò per consultare gli altri suoi figli.


Julien li vide poco dopo che tenevano consiglio, ognuno appoggiato alla sua scure. Li guardò a lungo, ma accorgendosi che non poteva indovinare nulla, andò a mettersi dall’altra parte della sega, per evitare di essere sorpreso. Voleva riflettere su quell’annuncio improvviso che cambiava il suo destino, ma si sentì incapace di farlo con saggezza; la sua immaginazione era tutta intenta a raffigurarsi ciò che avrebbe visto nella bella casa del signor de Rênal.


«Devo rinunciare a tutto questo – si diceva, – piuttosto che ridurmi a mangiare con la servitù. Mio padre vorrà costringermi, ma preferisco la morte. Ho quindici franchi e otto soldi di risparmi; scappo stanotte. In due giorni, seguendo vie secondarie per non incontrare i gendarmi, arrivo a Besançon; lì mi arruolo e, se necessario, passo in Svizzera. Ma allora niente carriera, niente ambizioni. Dovrò rinunciare a quello stato ecclesiastico che può condurre ovunque.»


L’orrore che provava all’idea di mangiare con i domestici non era naturale in Julien, che si sarebbe sottoposto a umiliazioni peggiori, pur di avere successo. Aveva attinto questa ripugnanza dalle Confessioni di Rousseau. Era il solo libro attraverso il quale si raffigurasse il mondo. La raccolta dei bollettini della grande armata e il Memoriale di Sant’Elena completavano il suo corano. Si sarebbe fatto uccidere per queste tre opere. Non credette mai in nessun’altra. Seguendo ciò che diceva il vecchio chirurgo militare, considerava tutti gli altri libri menzogneri, e scritti da astuti truffatori desiderosi di successo.


Oltre a un’anima ardente, Julien possedeva una di quelle memorie eccezionali che tanto spesso si accompagnano alla stupidità. Per ingraziarsi il vecchio curato Chélan, dal quale, lo capiva bene, dipendeva il suo futuro, aveva imparato a memoria tutto il Nuovo Testamento in latino, e anche il libro Del papa di de Maistre, e credeva poco sia all’uno che all’altro.


Come per un reciproco accordo, Sorel e suo figlio evitarono quel giorno di parlarsi. All’imbrunire, Julien andò dal curato per la lezione di teologia, ma non ritenne prudente parlargli della strana proposta che avevano fatto a suo padre. «Forse è un tranello – si diceva, – e occorre fingere di averlo dimenticato.»


L’indomani, di buon mattino, Rênal mandò a chiamare il vecchio Sorel, il quale, dopo essersi fatto aspettare un’ora o due, finì per arrivare, profondendosi, quand’era ancora sulla porta, in cento scuse, condite da altrettante riverenze. A furia di obiezioni di ogni sorta, Sorel si assicurò che il figlio avrebbe mangiato con il padrone e la padrona di casa, e, quando ci fossero stati degli ospiti, in una stanza a parte, con i ragazzi. Sempre più disposto a creare difficoltà, man mano che notava nel sindaco una vera premura, ed essendo del resto pieno di diffidenza e di stupore, Sorel chiese di poter vedere la camera in cui avrebbe dormito suo figlio. Era una stanza grande, ammobiliata molto decorosamente, ma nella quale stavano già trasportando i letti dei tre ragazzi.


Questa circostanza illuminò il vecchio contadino, che domandò subito con sicurezza di vedere l’abito che avrebbero dato a suo figlio. Rênal aprì il suo scrittoio e prese cento franchi.


«Con questi soldi, vostro figlio andrà da Durand, il negoziante di stoffe, e potrà farsi un completo nero.»


«E se poi decidessi di farlo tornare a casa – disse il contadino, che aveva di colpo dimenticato i suoi modi riverenti, – questo vestito nero rimarrebbe suo?»


«Certo.»


«Va bene! – disse Sorel con voce strascicata – non ci resta dunque che metterci d’accordo su una sola cosa: il denaro che gli darete.»


«Ma come! – gridò Rênal indignato, – siamo d’accordo già da ieri: gli darò trecento franchi; mi sembra che sia molto, e forse troppo.»


«Era la vostra offerta, non lo nego» disse Sorel parlando ancora più lentamente; e con un lampo di genio che potrebbe stupire solo chi non conosce i contadini della Franca Contea, aggiunse, guardando fisso Rênal: «Possiamo trovare di meglio altrove».


A queste parole il volto del sindaco apparve sconvolto. Tuttavia si riprese, e, dopo una sapiente discussione di due lunghe ore, nella quale non una sola parola venne detta a caso, l’astuzia del contadino ebbe la meglio sull’astuzia del ricco, che non ne ha bisogno per vivere. Furono stabiliti i numerosi punti che avrebbero regolato la nuova vita di Julien; non solo il suo stipendio venne fissato in quattrocento franchi, ma sarebbe stato pagato in mensilità anticipate.


«E va bene! Gli darò trentacinque franchi al mese» disse Rênal.


«Per arrotondare la somma, un uomo ricco e generoso come il nostro signor sindaco – disse il contadino con voce carezzevole – potrà ben arrivare a trentasei franchi.»


«E sia! – disse Rênal. – Ma facciamola finita.»


Questa volta, la collera gli diede un tono di fermezza. Il contadino si rese conto che non era il caso di andare oltre. Così toccò a Rênal fare qualche passo avanti. Si rifiutò di versare la prima mensilità di trentasei franchi al vecchio Sorel, che mostrava molta premura di riceverli per il figlio. Rênal stava intanto pensando che sarebbe stato costretto a raccontare a sua moglie la parte che aveva sostenuto durante la trattativa.


«Restituitemi i cento franchi che vi ho dato – disse stizzito. – Durand mi deve qualcosa. Andrò io con vostro figlio a prendere la stoffa.»


Dopo queste parole decise, Sorel tornò con prudenza alle sue formule rispettose, con le quali proseguì per un quarto d’ora. Alla fine, vedendo che ormai non aveva proprio più nulla da guadagnare, se ne andò. Il suo ultimo inchino finì con questa frase:


«Manderò subito mio figlio al castello».


Era così che i cittadini chiamavano la casa del sindaco quando volevano essergli graditi.


Tornato all’officina, Sorel cercò invano suo figlio. Diffidando di ciò che poteva accadere, Julien era uscito nel cuore della notte per mettere in salvo i suoi libri e la croce della Legion d’onore. Aveva portato tutto da un giovane commerciante di legname, un suo amico di nome Fouqué, che abitava sull’alta montagna che domina Verrières.


Quando riapparve, suo padre gli disse: «Solo Dio sa, maledetto poltrone, se avrai mai l’onore sufficiente per ripagarmi il prezzo del tuo mantenimento, che ti anticipo da tanti anni! Prendi i tuoi stracci, e vattene dal sindaco».


Julien, sorpreso di non essere stato picchiato, si affrettò ad andarsene. Ma non appena fu certo che il padre non lo avrebbe visto, rallentò il passo. Ritenne che una sosta in chiesa sarebbe stata utile alla sua ipocrisia.


La parola vi sorprende? Per arrivare a quest’orribile parola, l’anima del giovane contadino aveva dovuto percorrere una strada molto lunga.


Fin dalla prima infanzia, la vista di certi dragoni del sesto reggimento, con quei lunghi mantelli bianchi e gli elmetti dai lunghi crini neri, che tornavano dall’Italia, e che Julien vide legare i cavalli alle inferriate della casa di suo padre, gli aveva dato un folle entusiasmo per la vita militare. Più tardi aveva ascoltato con trasporto i racconti delle battaglie del ponte di Lodi, di Arcole, di Rivoli, che gli faceva il chirurgo militare. Notava gli sguardi accesi con i quali il vecchio guardava la sua croce.


Ma quando Julien aveva quattordici anni, a Verrières cominciarono a costruire una chiesa, che si può ben dire magnifica per una città così piccola. C’erano soprattutto quattro colonne di marmo la cui vista colpiva Julien; divennero celebri nel paese, per l’odio mortale che suscitarono fra il giudice di pace e il giovane vicario, mandato da Besançon, che passava per essere una spia della Congregazione. Il giudice di pace fu sul punto di perdere il suo posto, o quanto meno era questa l’opinione comune. Non aveva forse osato mettersi in disputa con un prete che, quasi ogni quindici giorni, andava a Besançon, dove incontrava il vescovo, a quanto si diceva?


In questo frattempo, il giudice di pace, padre di una numerosa famiglia, aveva emesso non poche sentenze che sembrarono ingiuste, ed erano tutte contro persone che leggevano il «Constitutionnel». Il partito dell’ordine trionfò. Non si trattava, è vero, che di somme di tre o cinque franchi, ma una di queste piccole ammende dovette essere pagata da un fabbricante di chiodi, padrino di Julien. Incollerito, quest’uomo esclamava: «Che cambiamento! E dire che da più di vent’anni il giudice di pace passava per un vero galantuomo!». Il chirurgo militare, amico di Julien, era morto.


Tutt’a un tratto, Julien smise di parlare di Napoleone; comunicò il suo progetto di farsi prete, e lo si vide costantemente, nella segheria del padre, tutto preso a imparare a memoria una bibbia in latino che gli aveva prestato il parroco. Quel buon vecchio, meravigliato dai suoi progressi, passava intere serate a insegnargli la teologia. Julien, davanti a lui, mostrava solo pii sentimenti. Chi avrebbe potuto immaginare che quel volto di fanciulla, così pallido e dolce, nascondesse la decisione incrollabile di affrontare mille volte la morte, piuttosto che rinunciare a far fortuna?


Per Julien, far fortuna significava innanzitutto uscire da Verrières, che detestava. Tutto ciò che vedeva in quel luogo gelava la sua immaginazione.


Fin dalla prima infanzia aveva avuto dei momenti di esaltazione. Pensava allora, deliziato, che un giorno si sarebbe presentato alle belle donne di Parigi, e avrebbe saputo attirarne l’attenzione con qualche gesto eccezionale. Perché qualcuna di loro non avrebbe potuto innamorarsi di lui, come Bonaparte, ancora povero, era stato amato dalla brillante signora de Beauharnais? Da parecchi anni, Julien non passava forse neanche un’ora della sua vita senza dire a se stesso che Bonaparte, da oscuro sottotenente privo di mezzi, era divenuto padrone del mondo con la sua spada. Questa idea lo consolava delle sue sventure, che gli sembravano grandi, e raddoppiava la sua gioia, quando ne aveva.


La costruzione della chiesa e le sentenze del giudice di pace lo illuminarono improvvisamente; ebbe un’idea che lo mandò quasi in delirio per qualche settimana, e infine s’impadronì di lui con l’onnipotenza della prima idea che un’anima appassionata crede di avere scoperto.


«Quando Bonaparte fece parlare di sé, la Francia temeva l’invasione; il valore militare era necessario e di moda. Oggi si vedono preti di quarant’anni con centomila franchi di stipendio, vale a dire il triplo dei famosi generali di divisione napoleonici. Hanno bisogno di gente che sia dalla loro parte. Ed ecco questo giudice di pace, uomo così assennato, così onesto, finora, e così vecchio, che si disonora per paura di riuscire sgradito a un giovane vicario di trent’anni. Bisogna farsi prete.»


Una volta, nel pieno di questa sua nuova religiosità – ed erano già due anni che studiava teologia – Julien fu tradito da un’improvvisa irruzione di quell’ardore che divorava la sua anima. Si trovava da Chélan, a un pranzo di preti durante il quale il buon parroco l’aveva presentato come un prodigio di cultura, quando gli capitò di tessere appassionatamente le lodi di Napoleone. Si legò il braccio destro al petto, sostenne di esserselo slogato spostando un tronco di abete, e lo portò per due mesi in questa scomodissima posizione. Dopo essersi inflitto questa punizione, si concesse il perdono. Tale era il giovane di diciannove anni, ma così fragile in apparenza da dimostrarne tutt’al più diciassette, che, con un fagotto sotto il braccio, stava entrando nella magnifica chiesa di Verrières.


La trovò buia e deserta. In occasione di una festa, tutte le vetrate erano state coperte di stoffa cremisi. Con i raggi del sole, si creava uno splendido effetto di luce, di religiosa imponenza. Julien trasalì. Solo, nella chiesa, si mise nel banco che appariva più bello. Portava lo stemma dei Rênal.


Sull’inginocchiatoio, Julien notò un pezzetto di carta stampata; sembrava esposto perché qualcuno lo leggesse. Vi posò gli occhi e vide: Particolari dell’esecuzione e degli ultimi istanti di Louis Jenrel, giustiziato a Besançon, il…


Il foglio era strappato. Sul rovescio si potevano leggere le prime parole di una riga, ed erano: Il primo passo.


«Chi avrà messo qui questo pezzo di carta? – si chiese Julien. – Povero disgraziato – aggiunse con un sospiro, – il suo nome finisce come il mio…» e accartocciò il foglio.


Uscendo, ebbe l’impressione di vedere del sangue vicino all’acquasantiera. Era un po’ d’acqua benedetta versata a terra: per il riflesso dei tendaggi rossi che coprivano le finestre sembrava che fosse sangue.


Julien provò vergogna del suo segreto terrore.


«Sarei forse un vile? – si disse, – all’armi!»


Queste parole, così spesso ripetute nei racconti di battaglia del vecchio chirurgo, erano eroiche per Julien. Si alzò, e si diresse rapidamente verso la casa di Rênal.


Nonostante i suoi bei propositi, non appena la vide a venti passi di distanza, fu preso da una timidezza invincibile. Il cancello di ferro era aperto, e gli sembrò magnifico. Bisognava entrare.


Julien non era la sola persona a sentirsi turbata dal suo arrivo in quella casa. La signora de Rênal, donna timidissima, era sconcertata all’idea dell’arrivo di quell’estraneo, il quale, per le sue mansioni, si sarebbe trovato costantemente tra lei e i suoi figli. Era abituata a farli dormire nella sua camera. Quella mattina aveva pianto a lungo, vedendo trasportare i loro lettini nell’appartamento destinato al precettore. Chiese invano al marito che il letto di Stanislas-Xavier, il più piccolo, fosse riportato nella sua camera.


La delicatezza femminile arrivava in lei all’eccesso. Si era fatta la sgradevole immagine di un essere grossolano e scarmigliato, incaricato di sgridare e forse anche frustare i suoi figli solo perché conosceva il latino, quella lingua barbara.

VI

La noia

Non so più cosa son,


Cosa facio


MOZART (FIGARO)


Con la vivacità e la grazia che le erano naturali quand’era lontana dagli sguardi degli uomini, la signora de Rênal stava uscendo dalla porta-finestra del salotto che dava sul giardino, quando vide vicino all’ingresso il viso di un giovane contadino, quasi ancora un ragazzo, estremamente pallido e che aveva appena pianto. Indossava una camicia bianchissima, e aveva sotto il braccio una giacca molto pulita di ratina viola.


La carnagione di quel contadinello era così bianca, i suoi occhi così dolci, che lo spirito un po’ romantico della signora de Rênal ebbe a prima vista l’idea che poteva trattarsi di una ragazza travestita, che veniva a chiedere qualche grazia al sindaco. Provò pietà per quella povera creatura, ferma sulla soglia, e che evidentemente non osava alzare la mano fino al campanello. Si avvicinò, distratta per un momento dall’amarezza che le dava l’arrivo del precettore. Julien, rivolto verso la porta, non la vide arrivare. Trasalì quando una voce dolce gli disse, vicinissima al suo orecchio:


«Figliolo, cosa cercate?».


Julien si voltò di scatto e, colpito dalla grazia che c’era nello sguardo di quella signora, dimenticò in parte la propria timidezza. Ben presto, sorpreso dalla bellezza di lei, dimenticò tutto, anche quello che veniva a fare. La signora de Rênal aveva ripetuto la domanda.


«Vengo per fare il precettore, signora» le disse finalmente, vergognandosi molto per le lacrime che cercava di asciugarsi.


La signora de Rênal rimase interdetta; erano vicinissimi, e si guardavano. Julien non aveva mai visto una persona così ben vestita, e tanto meno una donna con un incarnato tanto smagliante, parlargli con dolcezza. Lei osservava le grosse lacrime che si erano fermate sulle guance, prima così pallide ed ora così rosee, di quel giovane contadino. Poi si mise a ridere, con la folle allegria di una fanciulla; rideva di se stessa e neanche si rendeva conto di tutta la sua gioia. Era quello il precettore che lei si era immaginata come un prete sporco e mal vestito, che veniva a sgridare e frustare i suoi figli?!


«E dunque, signore – gli disse, – voi sapete il latino?»


Quella parola, «signore», stupì a tal punto Julien che ebbe bisogno di riflettere un istante.


«Sì, signora» disse timidamente.


La signora de Rênal era così felice che osò dire a Julien:


«Non sgriderete troppo quei poveri bambini?».


«Io, sgridarli – disse Julien sorpreso; – e perché?»


«Sarete buono con loro, è vero, signore?» aggiunse lei dopo un breve silenzio, e con una voce sempre più commossa: «me lo promettete?».


Sentirsi di nuovo chiamare signore, così seriamente, e da una donna tanto ben vestita, era qualcosa molto al di sopra delle previsioni di Julien: in tutti i castelli in aria della sua giovinezza, aveva pensato che nessuna vera signora si sarebbe degnata di parlargli, se non quando avesse indossato una bella uniforme. La signora de Rênal, da parte sua, era proprio confusa dalla bellezza della carnagione, dai grandi occhi neri di Julien, e dai suoi bei capelli, più ricci del solito, perché il ragazzo aveva tuffato la testa nella vasca della fontana pubblica per rinfrescarsi. Con sua grande gioia, scopriva che il fatale precettore, del quale aveva tanto temuto la durezza e l’aspetto arcigno per i suoi figli, aveva l’aria timida di una fanciulla. Per l’anima tranquilla di lei, il contrasto fra i suoi timori e ciò che vedeva fu un vero avvenimento. Finalmente si riebbe dalla sorpresa. Ma fu stupita di trovarsi sulla porta di casa sua, con un giovane in maniche di camicia, e così vicina a lui.


«Entriamo, signore» gli disse con aria alquanto imbarazzata.


Mai, in vita sua, una sensazione del tutto piacevole l’aveva così profondamente emozionata, mai un’apparizione tanto gradevole aveva preso il posto dei timori più inquietanti. Dunque, i suoi cari bambini non sarebbero caduti nelle mani di un prete sudicio e brontolone. Appena entrata nel vestibolo, si voltò verso Julien, che la seguiva timidamente. La sua aria stupita, alla vista di una casa tanto bella, era una grazia in più per la signora de Rênal. Non poteva credere ai suoi occhi; le sembrava, soprattutto, che un precettore dovesse avere un abito nero.


«Ma è vero, signore? – gli disse fermandosi ancora, e con la tremenda paura di essersi sbagliata, tanta era la gioia per quella sorpresa. – Voi sapete il latino?»


Queste parole ferirono l’orgoglio di Julien e dissiparono l’incanto nel quale viveva da un quarto d’ora.


«Sì, signora – le disse cercando di assumere un’aria distaccata. – Io so il latino come il signor curato, e certe volte lui stesso ha la bontà di dire che lo so meglio di lui.»


La signora de Rênal trovò che Julien aveva assunto un’espressione molto cattiva. Il giovane si era fermato a due passi da lei, che gli si avvicinò, e gli disse a mezza voce:


«I primi giorni non frusterete i miei bambini, anche se non sapranno la lezione, è vero?».


Quel tono così dolce, e quasi supplichevole, in una signora tanto bella, fece subito dimenticare a Julien la sua reputazione di latinista. Il viso di lei era vicino al suo, sentì il profumo degli abiti estivi di una donna, e ciò era stupefacente per un giovane contadino. Julien arrossì violentemente, e disse in un sospiro, con una voce che sembrava venir meno:


«Non abbiate timore, signora, vi obbedirò in tutto».


Solo in quel momento, quando la sua preoccupazione per i figli si dissipò completamente, la signora de Rênal fu colpita dall’estrema bellezza di Julien. I suoi tratti quasi femminei e la sua aria impacciata non parvero affatto ridicoli a una donna che era a sua volta molto timida. L’aria virile, che di solito è ritenuta necessaria alla bellezza di un uomo, le avrebbe fatto paura.


«Che età avete, signore?» chiese a Julien.


«Fra poco diciannove anni.»


«Mio figlio maggiore ne ha undici – riprese lei, del tutto rassicurata. – Sarà quasi un compagno per voi, con lui potrete ragionare. Una volta suo padre ha voluto picchiarlo: il ragazzo è stato male per un’intera settimana; e non gli aveva fatto quasi niente.»


«Che differenza fra lui e me – pensò Julien. – Solo ieri mio padre mi ha picchiato. Come sono fortunati i ricchi!»


La signora de Rênal cercava già di cogliere le minime sfumature di ciò che attraversava l’animo del precettore; prese per timidezza quel momento di malinconia, e volle incoraggiarlo:


«Qual è il vostro nome, signore?» gli chiese con un tono e una grazia di cui Julien sentì tutto il fascino, pur senza rendersene conto.


«Mi chiamo Julien Sorel, signora; tremo, entrando per la prima volta in una casa di estranei; ho bisogno della vostra protezione, e che voi mi perdoniate molte cose i primi giorni. Non sono mai stato in collegio, ero troppo povero; non ho mai parlato ad altri che a un mio cugino, chirurgo militare e membro della Legion d’onore, e al curato Chélan, che potrà darvi buone informazioni su di me. I miei fratelli mi hanno sempre picchiato, e non credete loro, se vi diranno male di me. Perdonate i miei errori, signora, non saranno dovuti a cattiva intenzione.»


Durante questo lungo discorso, Julien osservava la signora e andava rassicurandosi. Tale è l’effetto di una grazia perfetta, quando è parte naturale del carattere, e quando soprattutto la persona che ne è dotata non si cura di averne; Julien, che era un ottimo conoscitore della bellezza femminile, avrebbe giurato in quell’istante che la signora de Rênal non aveva più di vent’anni. Ebbe al momento l’idea audace di baciarle la mano, ma subito quest’idea lo spaventò, e un istante dopo pensava: «Sarei un vile a non compiere un’azione che potrebbe essermi utile, e diminuire il disprezzo che questa bella signora ha, probabilmente, per un povero operaio appena strappato alla segheria». Forse Julien fu un po’ incoraggiato da quelle parole, «è proprio bello», che da sei mesi sentiva ripetere da qualche ragazza alla domenica. Mentre era preso da questo contrasto interiore, la signora de Rênal gli dava qualche istruzione sul primo approccio con i suoi figli. La violenza che Julien faceva su se stesso lo rese di nuovo pallidissimo; disse, con aria impacciata:


«Signora, non picchierò mai i vostri figli; lo giuro davanti a Dio».


Dicendo queste parole, osò prenderle la mano e portarsela alle labbra. Lei fu sorpresa da quel gesto, e di riflesso ne fu urtata. Siccome faceva molto caldo, il suo braccio era nudo sotto lo scialle, e il movimento di Julien, per portare la mano di lei alle sue labbra, l’aveva scoperto completamente. Erano passati solo pochi istanti, e già si rimproverava: le sembrava di non essersi indignata prontamente.


Il marito, che aveva sentito le loro voci, uscì dal suo studio; con la stessa aria maestosa e paterna che assumeva per i matrimoni in municipio, disse a Julien:


«È necessario che vi parli prima che i ragazzi vi vedano».


Fece entrare Julien in una stanza e trattenne sua moglie, che voleva lasciarli soli. Chiusa la porta, Rênal si mise a sedere con gravità.


«Mi ha detto il curato che siete un buon soggetto; qui vi tratteranno tutti con riguardo, e se sarò contento, vi aiuterò in seguito a farvi una piccola posizione. Voglio che non vediate più né amici né parenti. I loro modi non si addicono ai miei figli. Eccovi trentasei franchi per il primo mese; ma esigo la vostra parola che non darete un soldo a vostro padre.»


Rênal ce l’aveva con il vecchio, che in quell’affare era stato più furbo di lui.


«Ora, signore – siccome per mio ordine tutti, qui, vi chiameranno signore, e voi capirete il vantaggio di essere entrato in una casa di gente come si deve, – ora, signore, non è opportuno che i ragazzi vi vedano in giacchetta. I domestici l’hanno visto?» chiese alla moglie.


«No, caro» rispose lei con aria molto pensierosa.


«Tanto meglio. Mettete questo – disse al giovane sorpreso, dandogli una sua redingote. – E adesso andiamo da Durand, il negoziante di stoffe.»


Più di un’ora dopo, quando Rênal fece ritorno con il nuovo precettore tutto vestito di nero, trovò sua moglie seduta allo stesso posto. Si sentiva tranquillizzata dalla presenza di Julien, e osservandolo si dimenticò di averne paura. Julien non pensava affatto a lei; nonostante tutta la sua diffidenza nei confronti del destino e degli uomini, in quel momento aveva l’animo di un ragazzo: gli sembrava di aver vissuto anni interi dal momento in cui, tre ore prima, era in chiesa, tutto tremante. Notò l’aria glaciale della signora e capì che era in collera perché aveva osato baciarle la mano. Ma il senso d’orgoglio che gli dava quell’abito, così diverso da quelli che era abituato a indossare, lo eccitava talmente, e desiderava tanto nascondere la propria gioia, che tutti i suoi gesti avevano qualcosa di brusco e folle. Lei lo guardava con occhi stupefatti.


«Un po’ di gravità, signore – gli disse Rênal, – se volete essere rispettato dai miei figli e dai domestici.»


«Signore – rispose Julien, – mi sento impacciato in questi abiti nuovi; io, povero contadino, ho sempre portato la giacchetta; se me lo permettete, vorrei ritirarmi nella mia stanza.»


«Che te ne pare di questo nuovo acquisto?» chiese Rênal alla moglie.


Lei, per un impulso quasi istintivo, e di cui certamente non si rese conto, dissimulò la verità al marito.


«Non sono entusiasta come voi di questo contadinello; tutte le vostre premure faranno di lui un impertinente che sarete costretto a licenziare prima che sia passato un mese.»


«Ebbene, lo licenzieremo! Mi potrà costare cento franchi, e Verrières si sarà abituata a vedere un precettore per i figli del sindaco. Non avrei raggiunto questo scopo se avessi lasciato Julien vestito da operaio. Se lo manderò via, io mi terrò, si capisce, l’abito nero completo che ho appena ordinato. Gli lascerò solo quello già confezionato che ho trovato dal sarto, e che gli ho fatto indossare.»


L’ora che Julien trascorse nella sua camera parve un istante alla signora de Rênal. I ragazzi, ai quali era stato annunciato il nuovo precettore, subissarono la madre di domande. Finalmente Julien apparve. Era un altro uomo. Sarebbe improprio dire che aveva un’aria grave; era la gravità incarnata. Fu presentato ai ragazzi, ai quali parlò in un tono che stupì lo stesso Rênal.


«Sono qui, signori – disse loro terminando la sua allocuzione, – per insegnarvi il latino. Voi sapete cosa significhi recitare una lezione. Ecco la santa Bibbia – disse loro mostrando un volumetto in trentaduesimo, rilegato in nero. – Questa, in particolare, è la storia di Nostro Signore Gesù Cristo, si tratta della parte che si chiama Nuovo Testamento. Vi farò spesso recitare la vostra lezione, ora fatemi recitare la mia.»


Adolphe, il maggiore, aveva preso il libro.


«Apritelo a caso – continuò Julien, – e ditemi la prima parola di un capoverso. Reciterò a memoria il libro sacro, regola di condotta per tutti noi, fino a quando non mi fermerete.»


Adolphe aprì il libro, ne lesse una parola, e Julien recitò l’intera pagina con estrema facilità, come se avesse parlato francese. Rênal guardava sua moglie con aria di trionfo. I ragazzi, vedendo lo stupore dei loro genitori, spalancarono gli occhi. Sulla porta del salotto comparve un domestico, Julien continuava a parlare in latino. Il domestico rimase dapprima immobile e poi sparì. Subito dopo la cameriera della signora e la cuoca si avvicinarono alla porta; Adolphe aveva già aperto il libro in otto punti diversi, e Julien aveva recitato sempre con la stessa facilità.


«Ah, mio Dio, che bel pretino!» disse ad alta voce la cuoca, una brava ragazza molto devota.


L’amor proprio di Rênal era inquieto; senza minimamente pensare a esaminare il precettore, era occupatissimo a cercare nella sua memoria qualche parola di latino; finalmente riuscì a dire un verso di Orazio. Di latino, Julien, non sapeva che la Bibbia. Rispose, aggrottando un sopracciglio:


«Il santo ministero al quale mi sono votato mi ha proibito di leggere un poeta così profano.»


Rênal citò allora un buon numero di pretesi versi di Orazio. Spiegò ai suoi figli chi era Orazio; ma i ragazzi, ammiratissimi, non prestavano alcuna attenzione a ciò che diceva. Guardavano Julien.


Siccome i domestici erano ancora sulla soglia, Julien credette di dover prolungare la prova.


«E ora – disse al più piccolo, – anche il signor Stanislas-Xavier mi dovrà indicare un passo del libro santo.»


Il bambino, tutto fiero, lesse come poté la prima parola di un capoverso, e Julien disse a memoria tutta la pagina. Perché non mancasse nulla al trionfo di Rênal, mentre Julien recitava, entrarono Valenod, il proprietario dei bei cavalli normanni, e il signor Charcot de Maugiron, viceprefetto della circoscrizione. Questa scena valse a Julien il titolo di signore; neppure i domestici osarono rifiutarglielo.


La sera, tutta Verrières affluì a casa Rênal per vedere la meraviglia. Julien rispondeva a tutti con un’aria cupa che teneva a distanza. La sua gloria si diffuse così rapidamente in città che, pochi giorni dopo, Rênal, temendo che glielo portassero via, gli propose di sottoscrivere un impegno per due anni.


«No, signore – rispose freddamente Julien, – se voi voleste licenziarmi, io sarei obbligato ad andarmene. Un impegno che mi leghi senza obbligare voi a nulla non è equo, e io lo rifiuto.»


Julien seppe cavarsela così bene che, neppure un mese dopo il suo arrivo, anche il sindaco lo rispettava. E siccome il curato era in lite con Rênal e Valenod, nessuno poté rivelare l’antica passione di Julien per Napoleone; quanto a lui, ne parlava solo con orrore.

VII

Le affinità elettive

Non sanno toccare il cuore senza ferirlo.


UN MODERNO


I bambini lo adoravano; lui non li amava affatto: il suo pensiero era altrove. Qualunque cosa facessero, non si spazientiva mai. Freddo, giusto, impassibile, e tuttavia amato – poiché il suo arrivo aveva in qualche modo scacciato la noia dalla casa, – fu un buon precettore. Da parte sua, non provava che odio e orrore per l’alta società in cui era ammesso, sebbene, in verità, lo confinassero in fondo alla tavola, il che spiega forse quell’odio e quell’orrore. Ci furono dei pranzi di gala in cui solo a fatica riuscì a trattenere il suo odio per tutto ciò che lo circondava. Una volta, era la festa di San Luigi, mentre Valenod teneva banco in casa di Rênal, Julien fu sul punto di tradirsi; si rifugiò in giardino, con la scusa di vedere i ragazzi. «Quante lodi all’onestà! – esclamò, – si direbbe che sia la sola virtù; e tuttavia quanta considerazione, e che vile forma di rispetto per un uomo che, com’è chiaro, ha raddoppiato o triplicato la sua fortuna da quando amministra i beni destinati ai poveri! Scommetterei che guadagna qualcosa anche sui fondi per i trovatelli, quei poveretti la cui miseria è ancora più sacra di quella degli altri! Ah! Mostri! Mostri! E anch’io non sono che una specie di trovatello, odiato da mio padre, dai miei fratelli, da tutta la mia famiglia.»


Qualche giorno prima di San Luigi, Julien, passeggiando da solo e recitando il suo breviario in un boschetto chiamato Belvedere, che domina il Cours de la Fidélité, aveva cercato invano di evitare i suoi due fratelli, che aveva visto venire di lontano lungo un sentiero solitario. Il bell’abito nero, il suo aspetto impeccabile, e il sincero disprezzo che provava per loro, erano stati una tale provocazione per quei rozzi operai che l’avevano picchiato, lasciandolo svenuto e sanguinante. La signora de Rênal, che passeggiava con Valenod e il viceprefetto, arrivò per caso in quel bosco; vide Julien steso a terra e lo credette morto. La sua emozione fu così evidente da suscitare la gelosia di Valenod.


Ma la sua preoccupazione era prematura. Julien trovava la signora de Rênal molto bella, ma la odiava per la sua bellezza; era il primo scoglio che aveva rischiato di arrestare la sua carriera. Le parlava il meno possibile, per farle dimenticare lo slancio che, il primo giorno, l’aveva portato a baciarle la mano.


Élisa, la cameriera della signora, non aveva perso l’occasione di innamorarsi del precettore; ne parlava spesso alla padrona. L’amore di Élisa era valso a Julien l’odio di un domestico. Un giorno lo sentì mentre le diceva: «Non mi volete più parlare, da quando è entrato in casa quel sudicio precettore». Julien non si meritava questo insulto; ma, con l’istinto tipico di un bel ragazzo, raddoppiò le cure per la sua persona. Fu così che aumentò anche l’odio di Valenod, il quale disse pubblicamente che tanta civetteria non si conveniva a un giovane abate. E come tale Julien era vestito, ad eccezione della tonaca.


La signora de Rênal notò che il precettore parlava con Élisa più del solito; venne a sapere che questi colloqui erano dovuti all’estrema esiguità del guardaroba di Julien, il quale aveva così poca biancheria che era costretto a farsela lavare molto spesso fuori di casa, ed era per questi piccoli servizi che Élisa gli era utile. Questa povertà estrema, che non aveva neppure sospettato, commosse la signora. Provò il desiderio di fargli dei regali, ma non osò; questa resistenza interiore fu il primo sentimento penoso che Julien le causò. Fino ad allora il suo nome e il sentimento di una gioia pura e tutta intellettuale, erano stati sinonimi per lei. Tormentata dall’idea della povertà di Julien, propose a suo marito di regalargli della biancheria:


«Davvero un bell’affare – rispose. – Come! fare dei regali a una persona di cui siamo perfettamente contenti, e che ci serve così bene? Sarebbe il caso di stimolare il suo zelo solo se fosse negligente».


La signora de Rênal si sentì umiliata da una mentalità del genere; prima dell’arrivo di Julien non se ne sarebbe neanche accorta. Ogni volta che osservava l’estremo decoro degli abiti, del resto così semplici, del giovane abate, si diceva: «Povero ragazzo, ma come farà?».


Poco a poco, anziché essere urtata per tutto ciò che mancava a Julien, ne ebbe compassione. Era una di quelle donne di provincia che possono sembrare delle sciocche a chi non le conosca da più di quindici giorni. Non aveva esperienza alcuna della vita, e non si curava di brillare nella conversazione. Dotata di un’anima delicata e sdegnosa, per quella tendenza naturale alla felicità che è in ognuno di noi, non prestava in genere nessuna attenzione a ciò che facevano i personaggi grossolani in mezzo ai quali il caso l’aveva gettata.


Si sarebbe fatta notare per la naturalezza e la vivacità di spirito, se avesse ricevuto la minima educazione. Ma nella sua qualità di ereditiera, era stata allevata in un convento di monache, adoratrici appassionate del Sacro Cuore di Gesù, e animate da un odio violento per tutti i francesi nemici dei gesuiti. Aveva poi trovato in sé abbastanza buon senso per dimenticare, come qualcosa di assurdo, tutto ciò che aveva imparato dalle suore; ma non lo sostituì con nient’altro, e finì col non sapere nulla. Le adulazioni precoci, di cui era stata oggetto in quanto erede di una grossa fortuna, e la spiccata tendenza a una devozione appassionata l’avevano portata a chiudersi in se stessa. Mostrando una perfetta condiscendenza e abnegazione, che i mariti di Verrières citavano come esempio alle loro mogli, e che era l’orgoglio di Rênal, la sua condotta abituale era in effetti dovuta a un carattere molto altero. Ci sono principesse, famose per il loro orgoglio, che prestano un’attenzione infinitamente maggiore a ciò che vedono fare ai loro gentiluomini, di quanta non ne concedesse questa donna, tanto dolce e modesta all’apparenza, a ciò che diceva o faceva suo marito. Fino all’arrivo di Julien, non aveva avuto vere attenzioni che per i suoi figli. Le loro più lievi malattie, i loro dolori, le loro piccole gioie occupavano tutta la sensibilità di quell’anima, che in vita sua non aveva adorato che Dio, quando era al Sacré-Cœur di Besançon.


Non si degnava di dirlo a nessuno, ma un accesso di febbre di uno dei suoi figli la faceva soffrire quasi come se il bambino fosse morto. Uno scoppio di risa grossolano, un’alzata di spalle accompagnata da qualche sentenza triviale sulla follia delle donne, avevano sempre accolto la confidenza di quei dispiaceri, che aveva fatto a suo marito nei primi anni di matrimonio per il bisogno di sfogarsi. Quel modo di scherzare, soprattutto quando si trattava delle malattie dei suoi figli, era per lei come un coltello nel cuore. Ecco cos’aveva trovato al posto delle adulazioni premurose e melliflue del convento gesuitico in cui aveva passato la sua giovinezza. Il dolore l’aveva educata. Troppo orgogliosa per parlare di quei dispiaceri, anche con la sua amica, la signora Derville, si immaginò che tutti gli uomini fossero come suo marito, come Valenod e il viceprefetto Charcot de Maugiron. La volgarità, e la più brutale insensibilità per tutto ciò che non riguardava interessi di danaro, di privilegi o di onorificenze, l’odio cieco per ogni ragionamento che li contrariasse le sembravano cose naturali per l’altro sesso, come portare gli stivali o il cappello di feltro.


Dopo lunghi anni, non si era ancora abituata a questa gente tutta presa dal danaro, in mezzo alla quale doveva vivere.


Di qui il successo di un contadinello come Julien. La signora de Rênal trovò motivi di una dolce gioia, illuminata dal fascino della novità, nella simpatia di quell’anima nobile e fiera. Gli perdonò ben presto la sua estrema ignoranza, che era un elemento di grazia in più, e la rudezza dei suoi modi, che riuscì a correggere. Trovò che valeva la pena di ascoltarlo, anche quando si parlava delle cose più comuni, anche quando si trattava di un povero cane schiacciato, mentre attraversava la strada, dal carro in corsa di un contadino. Lo spettacolo di questo dolore provocava le crasse risate di suo marito, mentre vedeva contrarsi le belle sopracciglia nere e perfettamente arcuate di Julien. La generosità, la nobiltà d’animo, l’umanità, a poco a poco le parve che esistessero solo in quel giovane. Ebbe esclusivamente per lui tutta la simpatia, e anche l’ammirazione, che queste virtù sanno suscitare nelle anime ben nate.


A Parigi, la posizione di Julien verso la signora de Rênal si sarebbe ben presto semplificata; ma a Parigi l’amore è figlio dei romanzi. Il giovane precettore e la sua timida padrona, avrebbero trovato i chiarimenti necessari alla loro situazione in tre o quattro romanzi, e persino nelle canzoni del Gymnase. I romanzi avrebbero tracciato il loro ruolo, mostrato il modello da imitare: e prima o poi la vanità avrebbe spinto Julien a seguire quel modello, magari senza alcun piacere, e forse controvoglia.


In una piccola città dell’Aveyron o dei Pirenei, il minimo incidente sarebbe diventato decisivo per l’ardore del clima. Sotto i nostri cieli più cupi, un giovanotto povero, che è ambizioso solo perché la delicatezza del suo cuore gli crea il bisogno dei piaceri che il denaro può offrire, resta a osservare giorno per giorno una donna di trent’anni, sinceramente onesta, dedita ai suoi figli, e che non prende dai romanzi i suoi modelli. Tutto procede lentamente, tutto avviene a poco a poco in provincia, tutto è più naturale.


Spesso, pensando alla povertà del giovane precettore, la signora de Rênal si inteneriva fino alle lacrime. Julien, una volta, la sorprese mentre piangeva davvero.


«Oh, signora, non vi sarà capitata qualche disgrazia?!»


«No, amico mio – gli rispose; – chiamate i bambini, andiamo a passeggio.»


Prese il suo braccio e vi si appoggiò in un modo che a Julien parve strano. Era la prima volta che lo chiamava “amico mio”.


Verso la fine della passeggiata, Julien notò che era molto arrossita. La signora rallentò il passo.


«Vi avranno raccontato – disse senza guardarlo, – che sono l’unica erede di una zia ricchissima che abita a Besançon. Mi fa tanti regali… I miei figli fanno dei progressi… così sorprendenti… che vorrei pregarvi di accettare un piccolo dono in segno di riconoscenza. Si tratta solo di qualche luigi per la vostra biancheria. Ma…» soggiunse arrossendo ancora di più, e smise di parlare.


«Come, signora?» disse Julien.


«Sarebbe inutile – continuò abbassando il capo – parlarne a mio marito.»


«Sono povero, signora, ma non di natura così bassa – rispose Julien fermandosi, gli occhi accesi di collera, ed ergendosi in tutta la sua statura, – e a questo non avete pensato. Sarei meno di un servo se dovessi nascondere al signor de Rênal qualcosa che riguardi il mio denaro.»


Lei ne rimase sconvolta.


«Il signor sindaco – proseguì Julien – mi ha versato cinque volte trentasei franchi da quando sono nella sua casa, e sono pronto a mostrare il mio libro delle spese a lui e a chiunque altro, anche al signor Valenod, che mi odia.»


A una simile reazione, lei si era fatta pallida e tremante, e la passeggiata si concluse senza che nessuno dei due riuscisse a trovare un pretesto per riprendere il dialogo. Innamorarsi della signora de Rênal divenne qualcosa di impossibile per il cuore orgoglioso di Julien. Quanto a lei, ne ebbe rispetto e lo ammirò; l’aveva rimproverata! Con il pretesto di riparare all’involontaria umiliazione che gli aveva causato, si permise le più delicate attenzioni, e la novità di questo suo contegno fece per otto giorni la sua felicità. Si attenuò così la collera di Julien, che era ben lontano dal vedere in quel comportamento una simpatia personale.


«Ecco – pensava – come sono i ricchi: prima ti umiliano, e poi pensano di poter rimediare a tutto con qualche moina!»


Il cuore di lei era troppo colmo, e ancora troppo innocente, perché, malgrado le sue decisioni in proposito, non raccontasse al marito l’offerta che aveva fatto a Julien, e il modo in cui era stata respinta.


«Come! – rispose Rênal, punto sul vivo. – Avete tollerato il rifiuto di un domestico?»


E siccome la moglie protestava per quella parola:


«Io parlo, signora, come il principe di Condé, quando presentò i ciambellani alla sua sposa: “Tutti questi – le disse – sono nostri domestici”. Vi ho letto un passo delle Memorie di Besenval, essenziale per capire le prerogative sociali. Chi non è un gentiluomo, vive in casa vostra e riceve un salario, è un vostro domestico. Dirò due parole a questo signor Julien, e gli darò cento franchi».


«Ah! mio caro – gli rispose tremante, – almeno non fatelo davanti ai domestici!»


«Sì, ne potrebbero essere gelosi, e con ragione» le rispose il marito allontanandosi e pensando all’entità della somma.


La signora de Rênal si lasciò cadere su una sedia, semisvenuta per il dolore. «Umilierà Julien, e per colpa mia!» Ebbe orrore di suo marito, e si nascose il viso fra le mani. Si ripromise con decisione di non confidarsi mai più.


Quando rivide Julien era tutta tremante, e aveva un tale peso sul cuore che non riuscì a pronunciare nemmeno una parola. In quell’affanno gli prese le mani e gliele strinse.


«Dunque, amico mio – gli disse finalmente, – siete contento di mio marito?»


«Come potrei non esserlo? – rispose Julien con un sorriso amaro. – Mi ha dato cento franchi.»


Lo guardò un po’ incerta.


«Datemi il braccio» gli disse poi con un tono coraggioso che Julien non le conosceva.


La signora osò persino recarsi dal libraio di Verrières, nonostante la sua orribile fama di liberale. Scelse dei libri per dieci franchi e li regalò ai suoi figli. Ma sapeva che quei libri erano quelli che Julien desiderava. Volle che proprio lì, nella bottega del libraio, ognuno scrivesse il suo nome sui libri che gli venivano assegnati. Mentre la signora de Rênal si sentiva felice per quella specie di riparazione che aveva l’audacia di offrire a Julien, questi era stupito dalla quantità di libri che si vedeva attorno. Non aveva mai osato mettere piede in un luogo così profano; il suo cuore palpitava. Ben lontano dal voler leggere nel cuore della signora de Rênal, meditava su come un giovane studente di teologia avrebbe potuto procurarsi qualcuno di quei libri. Alla fine ebbe l’idea che sarebbe stato possibile, con un po’ di abilità, convincere Rênal che era necessario dare ai suoi figli, come argomento di composizione, la storia dei gentiluomini celebri nati nella provincia. In un mese di paziente lavoro, Julien vide realizzarsi il suo progetto, a tal punto che, qualche tempo dopo, osò proporre a Rênal qualcosa di ben più penoso per il nobile sindaco; si trattava di contribuire alla fortuna di un liberale, facendo un abbonamento in libreria. Rênal conveniva che era cosa saggia offrire al maggiore dei suoi figli un’idea de visu di molte opere che avrebbe sentito citare, nella conversazione, quando sarebbe andato alla Scuola militare; ma Julien si accorse che il sindaco si ostinava a non andare oltre. Sospettava una ragione segreta, ma non riusciva a indovinarla.


«Pensavo, signore – gli disse un giorno, – che sarebbe molto sconveniente se il nome di un vero gentiluomo, come un Rênal, figurasse sul sudicio registro del libraio.»


La fronte del sindaco si rischiarò.


«E potrebbe anche nuocere – continuò Julien in tono più umile – a un povero studente di teologia, se si dovesse un giorno scoprire che il suo nome è stato sul registro di una biblioteca circolante. I liberali potrebbero accusarmi di aver chiesto i libri più infami; e forse arriverebbero anche a scrivere, accanto al mio nome, i titoli di quei libri perversi!»


Ma Julien si stava allontanando dalla strada giusta. Vedeva la fisionomia del sindaco riprendere quell’espressione di imbarazzo e malumore. Allora tacque. «L’ho in pugno» pensò.


Qualche giorno dopo, il figlio più grande, in presenza del padre, interrogava Julien a proposito di un libro annunciato su «La Quotidienne»:


«Per non offrire alcun motivo di soddisfazione al partito giacobino – disse il giovane precettore – e darmi tuttavia la possibilità di rispondere al signor Adolphe, si potrebbe far prendere un abbonamento in libreria dall’ultimo dei vostri servitori».


«Un’idea niente male» rispose Rênal visibilmente soddisfatto.


«Tuttavia bisognerebbe specificare – disse Julien con quell’aria grave e pressoché infelice, che si adatta benissimo a certe persone, quando vedono profilarsi il successo di quel che hanno a lungo desiderato, – bisognerebbe specificare che il domestico non potrà prendere nessun romanzo. Una volta entrati in casa, questi libri pericolosi potrebbero corrompere le cameriere della signora, e il domestico stesso.»


«Dimenticate i pamphlets politici» aggiunse Rênal, con aria altezzosa. Voleva nascondere l’ammirazione che provava per il sapiente mezzo-termine escogitato dal precettore dei suoi figli.


La vita di Julien consisteva così in una serie di piccole manovre; e la loro riuscita era per lui più importante del sentimento di spiccata preferenza che, se lo avesse voluto, avrebbe potuto leggere nel cuore della signora de Rênal.


L’atteggiamento morale che aveva avuto in tutta la sua vita si rinnovava in casa del sindaco di Verrières. Qui, come nella segheria del padre, disprezzava profondamente le persone con cui viveva, e dalle quali era odiato. Si accorgeva ogni giorno, dai racconti del viceprefetto, di Valenod, degli altri amici di casa a proposito di fatti accaduti sotto i loro occhi, che le loro idee avevano ben poco a che fare con la realtà. Quando un’azione gli sembrava ammirevole, regolarmente suscitava il biasimo delle persone che lo circondavano. Il suo commento interiore era sempre: «Che mostri!», o «Che stupidi!». La cosa più divertente è che, con tutto il suo orgoglio, spesso non capiva assolutamente nulla di quello che dicevano.


In vita sua aveva parlato sinceramente solo con il vecchio chirurgo militare; le poche idee che aveva riguardavano le campagne di Bonaparte in Italia, o la chirurgia. Il suo coraggio giovanile si compiaceva al racconto circostanziato delle operazioni più dolorose; diceva a se stesso: «Non avrei battuto ciglio».


La prima volta che la signora de Rênal tentò con lui una conversazione estranea all’educazione dei ragazzi, si mise a parlare di operazioni chirurgiche; lei impallidì e lo pregò di smettere.


Julien non sapeva nient’altro. Così, benché trascorresse la sua vita con la padrona di casa, non appena erano soli scendeva tra loro il più strano silenzio. In salotto, nonostante l’umiltà del suo contegno, la signora vedeva nei suoi occhi un’aria di superiorità intellettuale verso tutti gli altri. Se veniva a trovarsi anche per poco da sola con lui, notava che era visibilmente a disagio. Ne era inquieta, perché il suo istinto femminile le faceva capire che in quell’imbarazzo non c’era niente di tenero.


Seguendo non so quale idea, ricavata da qualche racconto sulla buona società, per come l’aveva potuta conoscere il vecchio chirurgo, non appena scendeva il silenzio in un luogo in cui si trovava con una donna, Julien si sentiva umiliato, come se quel silenzio fosse un suo torto particolare. Questa sensazione diventava cento volte più penosa in un tête-à-tête. La sua immaginazione, piena delle nozioni più esagerate, più spagnolesche, su ciò che un uomo deve dire quando è solo con una donna non gli offriva, nella sua confusione, che idee inammissibili. La sua anima volava in alto, e tuttavia non era in grado di uscire da quel silenzio umiliante. Così la sua aria severa, durante le lunghe passeggiate con la signora e i ragazzi, era aggravata dalle sofferenze più crudeli. Si disprezzava orribilmente. Se per disgrazia si imponeva di parlare, gli capitava di dire le cose più ridicole. Per colmo di sventura, vedeva la sua stupidità e se la ingigantiva; ma quello che non vedeva era l’espressione dei suoi occhi; erano così belli, e rivelavano un’anima così ardente, che, come accade ai buoni attori, sapevano talvolta dare fascino a ciò che non ne aveva. La signora de Rênal si accorse che quando erano soli riusciva a dire qualcosa di buono soltanto se, distratto da un imprevisto, non si curava più di mettere insieme qualche bella frase. E siccome gli amici di casa non la viziavano certo con idee nuove e brillanti, si deliziava ai lampi d’intelligenza di Julien.


Dopo la caduta di Napoleone, ogni parvenza di avventura galante è severamente bandita dai costumi di provincia. C’è la paura di essere destituiti. I birbanti cercano un appoggio nelle congregazioni: e l’ipocrisia ha fatto progressi anche nelle classi liberali. La noia cresce. Non restano altri piaceri che la lettura e l’agricoltura.


La signora de Rênal, ricca ereditiera di una zia devota, sposata a sedici anni a un bravo gentiluomo, non aveva mai provato né visto in vita sua qualcosa che somigliasse lontanamente all’amore. Solo il suo confessore, il bravo curato Chélan, le aveva parlato dell’amore, a proposito della corte che le faceva Valenod, e l’immagine che gliene aveva presentato era così disgustosa, che quella parola non rappresentava per lei che il libertinaggio più abietto. Considerava come un’eccezione, o meglio come un fatto del tutto innaturale, quell’amore che aveva trovato nell’esiguo numero di romanzi che il caso le aveva messo sotto gli occhi. Grazie a questa ignoranza, la signora de Rênal era perfettamente felice, e benché fosse assorbita dal pensiero di Julien, era ben lontana dal farsi il più piccolo rimprovero.

VII

Le affinità elettive

Non sanno toccare il cuore senza ferirlo.


UN MODERNO


I bambini lo adoravano; lui non li amava affatto: il suo pensiero era altrove. Qualunque cosa facessero, non si spazientiva mai. Freddo, giusto, impassibile, e tuttavia amato – poiché il suo arrivo aveva in qualche modo scacciato la noia dalla casa, – fu un buon precettore. Da parte sua, non provava che odio e orrore per l’alta società in cui era ammesso, sebbene, in verità, lo confinassero in fondo alla tavola, il che spiega forse quell’odio e quell’orrore. Ci furono dei pranzi di gala in cui solo a fatica riuscì a trattenere il suo odio per tutto ciò che lo circondava. Una volta, era la festa di San Luigi, mentre Valenod teneva banco in casa di Rênal, Julien fu sul punto di tradirsi; si rifugiò in giardino, con la scusa di vedere i ragazzi. «Quante lodi all’onestà! – esclamò, – si direbbe che sia la sola virtù; e tuttavia quanta considerazione, e che vile forma di rispetto per un uomo che, com’è chiaro, ha raddoppiato o triplicato la sua fortuna da quando amministra i beni destinati ai poveri! Scommetterei che guadagna qualcosa anche sui fondi per i trovatelli, quei poveretti la cui miseria è ancora più sacra di quella degli altri! Ah! Mostri! Mostri! E anch’io non sono che una specie di trovatello, odiato da mio padre, dai miei fratelli, da tutta la mia famiglia.»


Qualche giorno prima di San Luigi, Julien, passeggiando da solo e recitando il suo breviario in un boschetto chiamato Belvedere, che domina il Cours de la Fidélité, aveva cercato invano di evitare i suoi due fratelli, che aveva visto venire di lontano lungo un sentiero solitario. Il bell’abito nero, il suo aspetto impeccabile, e il sincero disprezzo che provava per loro, erano stati una tale provocazione per quei rozzi operai che l’avevano picchiato, lasciandolo svenuto e sanguinante. La signora de Rênal, che passeggiava con Valenod e il viceprefetto, arrivò per caso in quel bosco; vide Julien steso a terra e lo credette morto. La sua emozione fu così evidente da suscitare la gelosia di Valenod.


Ma la sua preoccupazione era prematura. Julien trovava la signora de Rênal molto bella, ma la odiava per la sua bellezza; era il primo scoglio che aveva rischiato di arrestare la sua carriera. Le parlava il meno possibile, per farle dimenticare lo slancio che, il primo giorno, l’aveva portato a baciarle la mano.


Élisa, la cameriera della signora, non aveva perso l’occasione di innamorarsi del precettore; ne parlava spesso alla padrona. L’amore di Élisa era valso a Julien l’odio di un domestico. Un giorno lo sentì mentre le diceva: «Non mi volete più parlare, da quando è entrato in casa quel sudicio precettore». Julien non si meritava questo insulto; ma, con l’istinto tipico di un bel ragazzo, raddoppiò le cure per la sua persona. Fu così che aumentò anche l’odio di Valenod, il quale disse pubblicamente che tanta civetteria non si conveniva a un giovane abate. E come tale Julien era vestito, ad eccezione della tonaca.


La signora de Rênal notò che il precettore parlava con Élisa più del solito; venne a sapere che questi colloqui erano dovuti all’estrema esiguità del guardaroba di Julien, il quale aveva così poca biancheria che era costretto a farsela lavare molto spesso fuori di casa, ed era per questi piccoli servizi che Élisa gli era utile. Questa povertà estrema, che non aveva neppure sospettato, commosse la signora. Provò il desiderio di fargli dei regali, ma non osò; questa resistenza interiore fu il primo sentimento penoso che Julien le causò. Fino ad allora il suo nome e il sentimento di una gioia pura e tutta intellettuale, erano stati sinonimi per lei. Tormentata dall’idea della povertà di Julien, propose a suo marito di regalargli della biancheria:


«Davvero un bell’affare – rispose. – Come! fare dei regali a una persona di cui siamo perfettamente contenti, e che ci serve così bene? Sarebbe il caso di stimolare il suo zelo solo se fosse negligente».


La signora de Rênal si sentì umiliata da una mentalità del genere; prima dell’arrivo di Julien non se ne sarebbe neanche accorta. Ogni volta che osservava l’estremo decoro degli abiti, del resto così semplici, del giovane abate, si diceva: «Povero ragazzo, ma come farà?».


Poco a poco, anziché essere urtata per tutto ciò che mancava a Julien, ne ebbe compassione. Era una di quelle donne di provincia che possono sembrare delle sciocche a chi non le conosca da più di quindici giorni. Non aveva esperienza alcuna della vita, e non si curava di brillare nella conversazione. Dotata di un’anima delicata e sdegnosa, per quella tendenza naturale alla felicità che è in ognuno di noi, non prestava in genere nessuna attenzione a ciò che facevano i personaggi grossolani in mezzo ai quali il caso l’aveva gettata.


Si sarebbe fatta notare per la naturalezza e la vivacità di spirito, se avesse ricevuto la minima educazione. Ma nella sua qualità di ereditiera, era stata allevata in un convento di monache, adoratrici appassionate del Sacro Cuore di Gesù, e animate da un odio violento per tutti i francesi nemici dei gesuiti. Aveva poi trovato in sé abbastanza buon senso per dimenticare, come qualcosa di assurdo, tutto ciò che aveva imparato dalle suore; ma non lo sostituì con nient’altro, e finì col non sapere nulla. Le adulazioni precoci, di cui era stata oggetto in quanto erede di una grossa fortuna, e la spiccata tendenza a una devozione appassionata l’avevano portata a chiudersi in se stessa. Mostrando una perfetta condiscendenza e abnegazione, che i mariti di Verrières citavano come esempio alle loro mogli, e che era l’orgoglio di Rênal, la sua condotta abituale era in effetti dovuta a un carattere molto altero. Ci sono principesse, famose per il loro orgoglio, che prestano un’attenzione infinitamente maggiore a ciò che vedono fare ai loro gentiluomini, di quanta non ne concedesse questa donna, tanto dolce e modesta all’apparenza, a ciò che diceva o faceva suo marito. Fino all’arrivo di Julien, non aveva avuto vere attenzioni che per i suoi figli. Le loro più lievi malattie, i loro dolori, le loro piccole gioie occupavano tutta la sensibilità di quell’anima, che in vita sua non aveva adorato che Dio, quando era al Sacré-Cœur di Besançon.


Non si degnava di dirlo a nessuno, ma un accesso di febbre di uno dei suoi figli la faceva soffrire quasi come se il bambino fosse morto. Uno scoppio di risa grossolano, un’alzata di spalle accompagnata da qualche sentenza triviale sulla follia delle donne, avevano sempre accolto la confidenza di quei dispiaceri, che aveva fatto a suo marito nei primi anni di matrimonio per il bisogno di sfogarsi. Quel modo di scherzare, soprattutto quando si trattava delle malattie dei suoi figli, era per lei come un coltello nel cuore. Ecco cos’aveva trovato al posto delle adulazioni premurose e melliflue del convento gesuitico in cui aveva passato la sua giovinezza. Il dolore l’aveva educata. Troppo orgogliosa per parlare di quei dispiaceri, anche con la sua amica, la signora Derville, si immaginò che tutti gli uomini fossero come suo marito, come Valenod e il viceprefetto Charcot de Maugiron. La volgarità, e la più brutale insensibilità per tutto ciò che non riguardava interessi di danaro, di privilegi o di onorificenze, l’odio cieco per ogni ragionamento che li contrariasse le sembravano cose naturali per l’altro sesso, come portare gli stivali o il cappello di feltro.


Dopo lunghi anni, non si era ancora abituata a questa gente tutta presa dal danaro, in mezzo alla quale doveva vivere.


Di qui il successo di un contadinello come Julien. La signora de Rênal trovò motivi di una dolce gioia, illuminata dal fascino della novità, nella simpatia di quell’anima nobile e fiera. Gli perdonò ben presto la sua estrema ignoranza, che era un elemento di grazia in più, e la rudezza dei suoi modi, che riuscì a correggere. Trovò che valeva la pena di ascoltarlo, anche quando si parlava delle cose più comuni, anche quando si trattava di un povero cane schiacciato, mentre attraversava la strada, dal carro in corsa di un contadino. Lo spettacolo di questo dolore provocava le crasse risate di suo marito, mentre vedeva contrarsi le belle sopracciglia nere e perfettamente arcuate di Julien. La generosità, la nobiltà d’animo, l’umanità, a poco a poco le parve che esistessero solo in quel giovane. Ebbe esclusivamente per lui tutta la simpatia, e anche l’ammirazione, che queste virtù sanno suscitare nelle anime ben nate.


A Parigi, la posizione di Julien verso la signora de Rênal si sarebbe ben presto semplificata; ma a Parigi l’amore è figlio dei romanzi. Il giovane precettore e la sua timida padrona, avrebbero trovato i chiarimenti necessari alla loro situazione in tre o quattro romanzi, e persino nelle canzoni del Gymnase. I romanzi avrebbero tracciato il loro ruolo, mostrato il modello da imitare: e prima o poi la vanità avrebbe spinto Julien a seguire quel modello, magari senza alcun piacere, e forse controvoglia.


In una piccola città dell’Aveyron o dei Pirenei, il minimo incidente sarebbe diventato decisivo per l’ardore del clima. Sotto i nostri cieli più cupi, un giovanotto povero, che è ambizioso solo perché la delicatezza del suo cuore gli crea il bisogno dei piaceri che il denaro può offrire, resta a osservare giorno per giorno una donna di trent’anni, sinceramente onesta, dedita ai suoi figli, e che non prende dai romanzi i suoi modelli. Tutto procede lentamente, tutto avviene a poco a poco in provincia, tutto è più naturale.


Spesso, pensando alla povertà del giovane precettore, la signora de Rênal si inteneriva fino alle lacrime. Julien, una volta, la sorprese mentre piangeva davvero.


«Oh, signora, non vi sarà capitata qualche disgrazia?!»


«No, amico mio – gli rispose; – chiamate i bambini, andiamo a passeggio.»


Prese il suo braccio e vi si appoggiò in un modo che a Julien parve strano. Era la prima volta che lo chiamava “amico mio”.


Verso la fine della passeggiata, Julien notò che era molto arrossita. La signora rallentò il passo.


«Vi avranno raccontato – disse senza guardarlo, – che sono l’unica erede di una zia ricchissima che abita a Besançon. Mi fa tanti regali… I miei figli fanno dei progressi… così sorprendenti… che vorrei pregarvi di accettare un piccolo dono in segno di riconoscenza. Si tratta solo di qualche luigi per la vostra biancheria. Ma…» soggiunse arrossendo ancora di più, e smise di parlare.


«Come, signora?» disse Julien.


«Sarebbe inutile – continuò abbassando il capo – parlarne a mio marito.»


«Sono povero, signora, ma non di natura così bassa – rispose Julien fermandosi, gli occhi accesi di collera, ed ergendosi in tutta la sua statura, – e a questo non avete pensato. Sarei meno di un servo se dovessi nascondere al signor de Rênal qualcosa che riguardi il mio denaro.»


Lei ne rimase sconvolta.


«Il signor sindaco – proseguì Julien – mi ha versato cinque volte trentasei franchi da quando sono nella sua casa, e sono pronto a mostrare il mio libro delle spese a lui e a chiunque altro, anche al signor Valenod, che mi odia.»

A una simile reazione, lei si era fatta pallida e tremante, e la passeggiata si concluse senza che nessuno dei due riuscisse a trovare un pretesto per riprendere il dialogo. Innamorarsi della signora de Rênal divenne qualcosa di impossibile per il cuore orgoglioso di Julien. Quanto a lei, ne ebbe rispetto e lo ammirò; l’aveva rimproverata! Con il pretesto di riparare all’involontaria umiliazione che gli aveva causato, si permise le più delicate attenzioni, e la novità di questo suo contegno fece per otto giorni la sua felicità. Si attenuò così la collera di Julien, che era ben lontano dal vedere in quel comportamento una simpatia personale.

«Ecco – pensava – come sono i ricchi: prima ti umiliano, e poi pensano di poter rimediare a tutto con qualche moina!»


Il cuore di lei era troppo colmo, e ancora troppo innocente, perché, malgrado le sue decisioni in proposito, non raccontasse al marito l’offerta che aveva fatto a Julien, e il modo in cui era stata respinta.


«Come! – rispose Rênal, punto sul vivo. – Avete tollerato il rifiuto di un domestico?»


E siccome la moglie protestava per quella parola:


«Io parlo, signora, come il principe di Condé, quando presentò i ciambellani alla sua sposa: “Tutti questi – le disse – sono nostri domestici”. Vi ho letto un passo delle Memorie di Besenval, essenziale per capire le prerogative sociali. Chi non è un gentiluomo, vive in casa vostra e riceve un salario, è un vostro domestico. Dirò due parole a questo signor Julien, e gli darò cento franchi».


«Ah! mio caro – gli rispose tremante, – almeno non fatelo davanti ai domestici!»


«Sì, ne potrebbero essere gelosi, e con ragione» le rispose il marito allontanandosi e pensando all’entità della somma.


La signora de Rênal si lasciò cadere su una sedia, semisvenuta per il dolore. «Umilierà Julien, e per colpa mia!» Ebbe orrore di suo marito, e si nascose il viso fra le mani. Si ripromise con decisione di non confidarsi mai più.


Quando rivide Julien era tutta tremante, e aveva un tale peso sul cuore che non riuscì a pronunciare nemmeno una parola. In quell’affanno gli prese le mani e gliele strinse.


«Dunque, amico mio – gli disse finalmente, – siete contento di mio marito?»


«Come potrei non esserlo? – rispose Julien con un sorriso amaro. – Mi ha dato cento franchi.»


Lo guardò un po’ incerta.


«Datemi il braccio» gli disse poi con un tono coraggioso che Julien non le conosceva.


La signora osò persino recarsi dal libraio di Verrières, nonostante la sua orribile fama di liberale. Scelse dei libri per dieci franchi e li regalò ai suoi figli. Ma sapeva che quei libri erano quelli che Julien desiderava. Volle che proprio lì, nella bottega del libraio, ognuno scrivesse il suo nome sui libri che gli venivano assegnati. Mentre la signora de Rênal si sentiva felice per quella specie di riparazione che aveva l’audacia di offrire a Julien, questi era stupito dalla quantità di libri che si vedeva attorno. Non aveva mai osato mettere piede in un luogo così profano; il suo cuore palpitava. Ben lontano dal voler leggere nel cuore della signora de Rênal, meditava su come un giovane studente di teologia avrebbe potuto procurarsi qualcuno di quei libri. Alla fine ebbe l’idea che sarebbe stato possibile, con un po’ di abilità, convincere Rênal che era necessario dare ai suoi figli, come argomento di composizione, la storia dei gentiluomini celebri nati nella provincia. In un mese di paziente lavoro, Julien vide realizzarsi il suo progetto, a tal punto che, qualche tempo dopo, osò proporre a Rênal qualcosa di ben più penoso per il nobile sindaco; si trattava di contribuire alla fortuna di un liberale, facendo un abbonamento in libreria. Rênal conveniva che era cosa saggia offrire al maggiore dei suoi figli un’idea de visu di molte opere che avrebbe sentito citare, nella conversazione, quando sarebbe andato alla Scuola militare; ma Julien si accorse che il sindaco si ostinava a non andare oltre. Sospettava una ragione segreta, ma non riusciva a indovinarla.


«Pensavo, signore – gli disse un giorno, – che sarebbe molto sconveniente se il nome di un vero gentiluomo, come un Rênal, figurasse sul sudicio registro del libraio.»


La fronte del sindaco si rischiarò.


«E potrebbe anche nuocere – continuò Julien in tono più umile – a un povero studente di teologia, se si dovesse un giorno scoprire che il suo nome è stato sul registro di una biblioteca circolante. I liberali potrebbero accusarmi di aver chiesto i libri più infami; e forse arriverebbero anche a scrivere, accanto al mio nome, i titoli di quei libri perversi!»


Ma Julien si stava allontanando dalla strada giusta. Vedeva la fisionomia del sindaco riprendere quell’espressione di imbarazzo e malumore. Allora tacque. «L’ho in pugno» pensò.


Qualche giorno dopo, il figlio più grande, in presenza del padre, interrogava Julien a proposito di un libro annunciato su «La Quotidienne»:


«Per non offrire alcun motivo di soddisfazione al partito giacobino – disse il giovane precettore – e darmi tuttavia la possibilità di rispondere al signor Adolphe, si potrebbe far prendere un abbonamento in libreria dall’ultimo dei vostri servitori».


«Un’idea niente male» rispose Rênal visibilmente soddisfatto.


«Tuttavia bisognerebbe specificare – disse Julien con quell’aria grave e pressoché infelice, che si adatta benissimo a certe persone, quando vedono profilarsi il successo di quel che hanno a lungo desiderato, – bisognerebbe specificare che il domestico non potrà prendere nessun romanzo. Una volta entrati in casa, questi libri pericolosi potrebbero corrompere le cameriere della signora, e il domestico stesso.»


«Dimenticate i pamphlets politici» aggiunse Rênal, con aria altezzosa. Voleva nascondere l’ammirazione che provava per il sapiente mezzo-termine escogitato dal precettore dei suoi figli.


La vita di Julien consisteva così in una serie di piccole manovre; e la loro riuscita era per lui più importante del sentimento di spiccata preferenza che, se lo avesse voluto, avrebbe potuto leggere nel cuore della signora de Rênal.


L’atteggiamento morale che aveva avuto in tutta la sua vita si rinnovava in casa del sindaco di Verrières. Qui, come nella segheria del padre, disprezzava profondamente le persone con cui viveva, e dalle quali era odiato. Si accorgeva ogni giorno, dai racconti del viceprefetto, di Valenod, degli altri amici di casa a proposito di fatti accaduti sotto i loro occhi, che le loro idee avevano ben poco a che fare con la realtà. Quando un’azione gli sembrava ammirevole, regolarmente suscitava il biasimo delle persone che lo circondavano. Il suo commento interiore era sempre: «Che mostri!», o «Che stupidi!». La cosa più divertente è che, con tutto il suo orgoglio, spesso non capiva assolutamente nulla di quello che dicevano.


In vita sua aveva parlato sinceramente solo con il vecchio chirurgo militare; le poche idee che aveva riguardavano le campagne di Bonaparte in Italia, o la chirurgia. Il suo coraggio giovanile si compiaceva al racconto circostanziato delle operazioni più dolorose; diceva a se stesso: «Non avrei battuto ciglio».


La prima volta che la signora de Rênal tentò con lui una conversazione estranea all’educazione dei ragazzi, si mise a parlare di operazioni chirurgiche; lei impallidì e lo pregò di smettere.


Julien non sapeva nient’altro. Così, benché trascorresse la sua vita con la padrona di casa, non appena erano soli scendeva tra loro il più strano silenzio. In salotto, nonostante l’umiltà del suo contegno, la signora vedeva nei suoi occhi un’aria di superiorità intellettuale verso tutti gli altri. Se veniva a trovarsi anche per poco da sola con lui, notava che era visibilmente a disagio. Ne era inquieta, perché il suo istinto femminile le faceva capire che in quell’imbarazzo non c’era niente di tenero.


Seguendo non so quale idea, ricavata da qualche racconto sulla buona società, per come l’aveva potuta conoscere il vecchio chirurgo, non appena scendeva il silenzio in un luogo in cui si trovava con una donna, Julien si sentiva umiliato, come se quel silenzio fosse un suo torto particolare. Questa sensazione diventava cento volte più penosa in un tête-à-tête. La sua immaginazione, piena delle nozioni più esagerate, più spagnolesche, su ciò che un uomo deve dire quando è solo con una donna non gli offriva, nella sua confusione, che idee inammissibili. La sua anima volava in alto, e tuttavia non era in grado di uscire da quel silenzio umiliante. Così la sua aria severa, durante le lunghe passeggiate con la signora e i ragazzi, era aggravata dalle sofferenze più crudeli. Si disprezzava orribilmente. Se per disgrazia si imponeva di parlare, gli capitava di dire le cose più ridicole. Per colmo di sventura, vedeva la sua stupidità e se la ingigantiva; ma quello che non vedeva era l’espressione dei suoi occhi; erano così belli, e rivelavano un’anima così ardente, che, come accade ai buoni attori, sapevano talvolta dare fascino a ciò che non ne aveva. La signora de Rênal si accorse che quando erano soli riusciva a dire qualcosa di buono soltanto se, distratto da un imprevisto, non si curava più di mettere insieme qualche bella frase. E siccome gli amici di casa non la viziavano certo con idee nuove e brillanti, si deliziava ai lampi d’intelligenza di Julien.


Dopo la caduta di Napoleone, ogni parvenza di avventura galante è severamente bandita dai costumi di provincia. C’è la paura di essere destituiti. I birbanti cercano un appoggio nelle congregazioni: e l’ipocrisia ha fatto progressi anche nelle classi liberali. La noia cresce. Non restano altri piaceri che la lettura e l’agricoltura.


La signora de Rênal, ricca ereditiera di una zia devota, sposata a sedici anni a un bravo gentiluomo, non aveva mai provato né visto in vita sua qualcosa che somigliasse lontanamente all’amore. Solo il suo confessore, il bravo curato Chélan, le aveva parlato dell’amore, a proposito della corte che le faceva Valenod, e l’immagine che gliene aveva presentato era così disgustosa, che quella parola non rappresentava per lei che il libertinaggio più abietto. Considerava come un’eccezione, o meglio come un fatto del tutto innaturale, quell’amore che aveva trovato nell’esiguo numero di romanzi che il caso le aveva messo sotto gli occhi. Grazie a questa ignoranza, la signora de Rênal era perfettamente felice, e benché fosse assorbita dal pensiero di Julien, era ben lontana dal farsi il più piccolo rimprovero.

VIII

Piccoli avvenimenti

Then there were sighs, the deeper for suppression,


And stolen glances, sweeter for the theft,


And burning blushes, thoug for no transgression.


DON JUAN, c. I, st. 74


L’angelica dolcezza che la signora de Rênal doveva al suo carattere e alla sua felicità di quei giorni era solo un poco alterata quando le capitava di pensare alla sua cameriera Élisa. La ragazza aveva avuto un’eredità, era andata a confessarsi dal curato Chélan, e gli aveva confidato il proposito di sposare Julien. Il curato provò una sincera gioia per la fortuna del suo amico; ma la sua sorpresa fu estrema quando Julien gli disse con aria risoluta che l’offerta di Élisa non faceva al caso suo.


«State attento, ragazzo mio, a quello che avviene nel vostro cuore – disse il curato aggrottando le sopracciglia; – mi rallegro per la vostra vocazione, se è solo a lei che dovete il disprezzo per una fortuna più che sufficiente. Da cinquantasei anni suonati sono il curato di Verrières, e tuttavia, a quanto pare, sto per essere destituito. È una cosa che mi addolora, benché io abbia ottocento franchi di rendita. Entro in questi particolari perché non vi facciate illusioni su ciò che vi aspetta se diverrete un sacerdote. Se pensate di corteggiare i potenti, la vostra dannazione eterna è sicura. Potrete far fortuna, ma dovrete nuocere alla gente misera, adulare il viceprefetto, il sindaco, l’uomo importante, e assecondare le sue passioni: questo comportamento, che nel mondo si chiama saper vivere, può, per un laico, non essere del tutto incompatibile con la salvezza; ma, nella nostra condizione, bisogna scegliere; si tratta di far fortuna in questo mondo o nell’altro, non c’è via di mezzo. Andate, amico mio, riflettete, e tornate fra tre giorni con una risposta definitiva. Intravedo con dolore, in fondo al vostro carattere, un ardore cupo, che non mi fa presagire la moderazione e la piena rinuncia ai beni di questa terra, virtù necessarie a un prete; ho molta fiducia nella vostra intelligenza; ma, permettete che ve lo dica – aggiunse il buon curato con le lacrime agli occhi, – se vi faceste prete, tremerei per la vostra salvezza.»


Julien si vergognava della sua commozione; per la prima volta in vita sua si sentiva amato; piangeva, ma di gioia, e andò a nascondere le sue lacrime nei grandi boschi sopra Verrières.


«Perché mi trovo in questo stato? – si disse infine; – sento che darei cento volte la mia vita per questo buon curato Chélan, e tuttavia mi ha appena provato che sono soltanto uno sciocco. È lui, soprattutto, che vorrei ingannare, ma lui mi legge dentro. Quel segreto ardore di cui mi parla, è il mio progetto di far fortuna. Mi crede indegno di essere prete, e questo proprio quando io mi immaginavo che il sacrificio di cinquanta luigi di rendita gli avrebbe dato la più alta idea della mia devozione, della mia vocazione.


«In futuro – pensò ancora Julien, – conterò solo su quegli aspetti del mio carattere che avrò già messo alla prova. Chi avrebbe detto che avrei provato piacere a versare delle lacrime! Che avrei amato chi mi dimostra che sono uno sciocco!»


Tre giorni dopo, Julien aveva trovato il pretesto di cui avrebbe dovuto munirsi fin dal primo giorno; quel pretesto era una calunnia, ma che importanza aveva? Confessò al curato, con molta esitazione, che una ragione precisa l’aveva dissuaso da quel progetto di matrimonio, ma che era meglio tacerla, per non nuocere a una terza persona. Era come insinuare un’accusa sulla condotta della ragazza. Chélan trovò nei suoi modi un ardore tutto mondano, ben diverso da quello che avrebbe dovuto animare un giovane sacerdote.


«Amico mio – gli disse ancora, – siate un buon borghese di campagna, stimabile e colto, piuttosto che un prete senza vocazione.»


Julien rispose molto bene a questa nuova osservazione, almeno a parole: trovò le frasi che avrebbe usato un seminarista fervente; ma il tono con cui le pronunciava, e il fuoco malcelato che balenava nei suoi occhi allarmarono il curato.


Non è il caso di trarre auspici troppo negativi per Julien; sapeva trovare correttamente le parole di un’ipocrisia circospetta e prudente. Niente male per la sua età. Quanto al tono e ai gesti… Viveva con gente di campagna, non aveva mai avuto grandi modelli. In seguito, non appena ebbe l’occasione di avvicinare certi signori, divenne bravissimo: nei gesti come nelle parole.


La signora de Rênal fu stupita che la nuova fortuna della sua cameriera non la rendesse più felice; la vedeva andare continuamente dal curato, e tornarne con le lacrime agli occhi. Alla fine Élisa le parlò del suo matrimonio.


La signora si credette malata; una specie di febbre le impediva di prender sonno; le sembrava di vivere solo quando vedeva la sua cameriera o Julien. Non riusciva a pensare che a loro e alla felicità che avrebbero trovato nella vita domestica. La povertà di quella piccola casa, nella quale avrebbero dovuto vivere con cinquanta luigi di rendita, si dipingeva ai suoi occhi di colori incantevoli. Julien avrebbe potuto benissimo fare l’avvocato a Bray, la sottoprefettura a due leghe da Verrières; in questo caso avrebbe potuto vederlo qualche volta.


Credette sinceramente di essere vicina a impazzire; lo disse al marito, e infine si ammalò davvero. La sera stessa, mentre la cameriera la serviva, si accorse che stava piangendo. In quel momento detestava Élisa, che poco prima aveva trattato bruscamente; le chiese scusa. Élisa, piangendo ormai a dirotto, disse alla sua padrona che se glielo avesse permesso, le avrebbe raccontato la sua sventura.


«Dite pure» rispose la signora de Rênal.


«Ebbene, mi rifiuta; qualche cattiva lingua gli avrà detto male di me, e lui ci ha creduto.»


«Chi vi rifiuta?» chiese la signora de Rênal respirando appena.


«E chi, se non il signor Julien? – rispose la cameriera singhiozzando. – Il signor curato non ha potuto vincere la sua resistenza; perché il curato pensa che lui non può respingere una brava ragazza con la scusa che è stata una cameriera. Dopo tutto, il padre del signor Julien non è altro che un carpentiere; e anche lui, come si guadagnava da vivere prima di entrare in casa della signora?»


La signora de Rênal non ascoltava più; la troppa felicità le aveva quasi tolto l’uso della ragione. Si fece ripetere parecchie volte che Julien aveva rifiutato in modo deciso, e che non ammetteva la possibilità di una scelta più saggia.


«Voglio fare un ultimo tentativo – disse alla cameriera. – Parlerò io con il signor Julien.»


L’indomani, dopo colazione, si concesse la deliziosa voluttà di perorare la causa della sua rivale, e di vedere la mano e la fortuna di Élisa rifiutate senza esitazioni per un’ora.


Poco a poco Julien abbandonò il suo modo compassato di rispondere, e replicò con spirito alle sagge rimostranze di lei, che non seppe resistere al torrente di gioia che le inondava l’anima dopo tanti giorni di disperazione, e si sentì davvero male. Quando si riprese, si trovò nella sua camera e fece uscire tutti. Era profondamente stupita.


«Sarei dunque innamorata di Julien?» si chiese infine.


Questa scoperta, che in qualsiasi altro momento l’avrebbe gettata nel rimorso e in uno stato di profonda agitazione, non fu per lei che uno spettacolo strano, ma quasi indifferente. La sua anima, spossata per tutto ciò che aveva provato, non aveva altra sensibilità da concedere alle passioni.


Cercò di lavorare, e cadde in un sonno profondo; al risveglio, non si spaventò come sarebbe stato normale. Era troppo felice per potersi turbare di qualcosa. Ingenua e innocente, quella buona provinciale non si era mai torturata l’anima nel tentativo di provare qualche nuova sfumatura di sentimento o di dolore. Interamente assorbita, prima dell’arrivo di Julien, dalla mole di lavoro che, lontano da Parigi, tocca in sorte a una brava madre di famiglia, pensava alle passioni come noi pensiamo a una lotteria: imbroglio sicuro e fortuna cercata dai matti.


Suonò la campana del pranzo; la signora de Rênal arrossì vivamente quando sentì la voce di Julien, che accompagnava i ragazzi. Fattasi un po’ più accorta, da quando era innamorata, si lamentò di un tremendo mal di testa per giustificare quel rossore.


«Ecco come sono le donne – le rispose il marito con una gran risata. – C’è sempre qualcosa da aggiustare in queste macchine.»


Benché abituata a questo genere di spirito, quel tono di voce la urtò. Per distrarsi, osservò il volto di Julien; se anche fosse stato il più brutto degli uomini, in quell’istante le sarebbe piaciuto.


Sempre attento a imitare le abitudini della gente di corte, fin dalle prime belle giornate di primavera, Rênal si stabilì a Vergy, il paese reso celebre dalla tragica avventura di Gabrielle. A qualche centinaio di passi dalle rovine così pittoresche dell’antica chiesa gotica, Rênal possedeva un vecchio castello, con quattro torri e un giardino disegnato come quello delle Tuileries, con molte siepi di bosso e viali di castagni potati due volte all’anno. Un campo vicino, coltivato a meli, serviva da passeggiata. In fondo al frutteto, c’erano otto o dieci magnifici noci; le loro immense fronde si ergevano a circa ottanta piedi di altezza.


«Ognuno di questi maledetti noci – diceva Rênal quando sua moglie li ammirava – mi costa il raccolto di un mezzo arpento, il grano non può crescere alla loro ombra.»


La vista della campagna sembrò nuova alla signora de Rênal; la sua ammirazione diventava estasi. Il sentimento dal quale era animata le dava vivacità di spirito e risolutezza. Due giorni dopo il suo arrivo a Vergy, mentre il marito era tornato in città per le sue incombenze in municipio, fece venire degli operai a sue spese. Julien le aveva dato l’idea di un vialetto in sabbia, che si sarebbe snodato nel frutteto e sotto i grandi noci, dando modo ai ragazzi di passeggiare fin dal mattino senza bagnarsi le scarpe di rugiada. L’idea fu messa in pratica neanche ventiquattr’ore dopo essere stata concepita. La signora de Rênal passò allegramente tutta la giornata con Julien a dirigere gli operai.


Quando il sindaco di Verrières tornò dalla città, fu molto sorpreso di trovare il vialetto già terminato. Il suo arrivo sorprese anche la moglie: si era dimenticata della sua esistenza. Per due mesi Rênal parlò piuttosto stizzito dell’audacia che c’era stata nel fare, senza consultarlo, una riparazione così importante, ma lei aveva provveduto a sue spese, e ciò lo consolava un poco.


La signora de Rênal passava le giornate a correre con i bambini nel frutteto, e a dare la caccia alle farfalle. Avevano preparato dei grandi cappucci di garza, con i quali prendevano i poveri lepidotteri. Era questo il nome barbaro che Julien aveva insegnato alla signora. Lei, infatti, aveva fatto venire da Besançon il bel libro di Godart, e Julien le raccontava i costumi singolari di quelle povere bestie.


Le trafiggevano senza pietà con degli spilli e le fissavano in un riquadro di cartone, anche questo preparato da Julien.


Finalmente ci fu un argomento di conversazione tra la signora e Julien, il quale non fu dunque più esposto alla tremenda tortura dei lunghi silenzi.


Si parlavano di continuo, e con estremo interesse, benché sempre di cose molto innocenti. Quella vita attiva, intensa e allegra, piaceva a tutti, tranne che a Élisa, oberata di lavoro. «Mai, nemmeno a carnevale – diceva, – quando c’è il ballo a Verrières, la signora si è preoccupata tanto della sua toilette; si cambia d’abito due o tre volte al giorno.»


Poiché non abbiamo intenzione di adulare nessuno, non negheremo certo che la signora de Rênal, avendo una pelle bellissima, si facesse fare dei vestiti che le lasciavano le braccia e il petto alquanto scoperti. Era molto ben fatta, e quegli abiti le stavano d’incanto.


«Non siete mai stata così giovane» le dicevano gli amici di Verrières che venivano a pranzo a Vergy. (È un modo di dire del luogo.)


Una cosa strana, che forse troverà poco credito fra noi, è che la signora de Rênal si curava tanto della sua persona senza un’intenzione precisa. Trovava in questo un piacere; e, senza pensarci molto, tutto il tempo che non passava a caccia di farfalle con Julien e i ragazzi, lo dedicava a prepararsi dei vestiti con Élisa. Fece solo una scappata a Verrières, per comperare nuovi abiti estivi che erano arrivati da Mulhouse.


Tornò a Vergy con una giovane parente. Dopo il matrimonio, si era a poco a poco legata d’amicizia con la signora Derville, che era stata sua compagna al Sacré-Cœur e che si divertiva molto a quelle che chiamava le folli idee di sua cugina: «Da sola, non ci avrei mai pensato» diceva. Di queste uscite inattese, che a Parigi sarebbero passate per battute di spirito, la signora de Rênal si vergognava, quando era con suo marito, come se fossero sciocchezze. Ma la presenza dell’amica le dava coraggio. Sulle prime le confidava i suoi pensieri con una voce timida; ma quando restavano sole per un po’ di tempo, il suo spirito si animava, e una lunga mattinata solitaria passava in un istante, lasciandole molto allegre. Quella volta, però, la giudiziosa signora Derville trovò sua cugina meno allegra e molto più felice.


Dal canto suo Julien, da quando era iniziato quel soggiorno in campagna, viveva come un fanciullo, non meno felice dei suoi allievi nel rincorrere le farfalle. Dopo tante costrizioni e tanta abilità politica, solo, lontano dagli sguardi degli uomini, e istintivamente privo di ogni timore nei confronti della signora de Rênal, si abbandonava al piacere di esistere, così vivo a quell’età, e in mezzo alle più belle montagne del mondo.


Fin dal suo arrivo, gli parve che la signora Derville gli fosse amica; si affrettò a mostrarle la vista di cui si godeva all’estremità del nuovo vialetto sotto i grandi noci; in effetti quel panorama eguagliava, se non superava, ciò che la Svizzera e i laghi italiani possono offrire di più meraviglioso. Se si prende la ripida salita che inizia poco oltre, si arriva ben presto a grandi precipizi costeggiati da boschi di querce che si estendono quasi fino al fiume. È sulle cime di quelle rocce tagliate a picco che Julien, felice, libero, e ancora di più, re della casa, portava le due amiche, e gioiva del loro ammirato stupore per quella vista sublime.


«Per me è come la musica di Mozart» diceva la Derville.


La gelosia dei fratelli, la presenza di un padre dispotico e iracondo avevano guastato agli occhi di Julien le campagne nei dintorni di Verrières. A Vergy, non ritrovò questi ricordi amari; per la prima volta nella sua vita non vedeva nemici. Quando il signor de Rênal era in città, come capitava spesso, Julien si permetteva persino di leggere; ben presto, anziché leggere di notte, e per di più servendosi di una lampada nascosta in fondo a un vaso di fiori rovesciato, poté abbandonarsi al sonno; di giorno, nell’intervallo delle lezioni, andava su quelle rocce con il libro che era l’unica regola della sua condotta e il solo oggetto dei suoi entusiasmi. Vi trovava, al tempo stesso, felicità, estasi e consolazione nei momenti di scoraggiamento.


Certe cose che Napoleone dice delle donne, parecchie osservazioni sul valore dei romanzi alla moda sotto il suo regno, suscitarono in lui, per la prima volta, dei pensieri che ogni altro giovane della sua età avrebbe già avuto da molto tempo.


Venne il gran caldo. Presero l’abitudine di passare le serate sotto un immenso tiglio a pochi passi dalla casa. L’oscurità, lì, era profonda. Una sera, Julien parlava animatamente e si compiaceva della sua brillante conversazione con quelle giovani donne; gesticolando, toccò la mano della signora de Rênal, appoggiata alla spalliera di una di quelle sedie di legno dipinto che si usano nei giardini.


La mano si ritrasse subito; ma Julien pensò che era suo dovere far sì che quella mano non si ritraesse quando lui la toccava. L’idea di un dovere da compiere, e del ridicolo o meglio del senso di inferiorità da sopportare se non ci fosse riuscito, allontanò immediatamente ogni piacere dal suo cuore.

IX

Una serata in campagna

La Didone di Guérin, delizioso bozzetto.


STROMBECK


Il giorno dopo, quando rivide la signora de Rênal, la guardò in modo strano; la osservava come un nemico con il quale ci si deve battere. Quegli sguardi, così diversi da quelli del giorno precedente, confusero le idee alla signora de Rênal: l’aveva trattato bene, e lui sembrava seccato. Non poteva staccare gli occhi dai suoi.


La presenza della signora Derville permetteva a Julien di parlare di meno e di concentrarsi su ciò che gli passava per la testa. Il suo solo impegno, per tutta la giornata, fu quello di darsi forza con la lettura del libro ispirato che gli ritemprava l’animo.


Abbreviò di molto le lezioni ai ragazzi, e poi, quando la presenza della signora de Rênal venne a richiamarlo ai suoi disegni di gloria, decise che era assolutamente necessario, quella sera, che lei non ritraesse la mano.


Calando il sole e avvicinandosi il momento decisivo, il cuore di Julien cominciò a battere in modo insolito. Venne la sera. Osservò, con una gioia che gli tolse un peso immenso dal petto, che sarebbe stata molto buia. Il cielo carico di grosse nubi, mosse da un vento caldissimo, sembrava annunciare una tempesta. Le due amiche passeggiarono a lungo. Tutto quello che facevano, quella sera, sembrava molto strano a Julien. Godevano di quel tempo inquieto, che, in certe anime sensibili, sembra rendere più vivo il piacere di amare.


Sedettero, infine, la signora de Rênal accanto a Julien, e la signora Derville vicino alla sua amica. Preoccupato di ciò che stava per tentare, lui non riusciva a dire nulla. La conversazione languiva.


«Sarò così tremante e infelice al mio primo duello?» si chiese Julien, che diffidava troppo di sé e degli altri per non rendersi conto del suo stato d’animo.


Nella sua angoscia mortale, qualunque pericolo gli sarebbe parso preferibile. Quante volte si augurò che la signora de Rênal fosse costretta, per una ragione improvvisa, a rientrare in casa e a lasciare il giardino! La violenza che Julien doveva fare su se stesso era troppo forte perché la sua voce non ne fosse profondamente alterata; presto anche la voce della signora de Rênal divenne tremante, ma lui non se ne accorse. La lotta tremenda del dovere contro la timidezza era troppo penosa perché Julien fosse in grado di osservare ciò che gli accadeva attorno. All’orologio del castello suonarono le nove e tre quarti, e non aveva ancora osato nulla. Julien, sdegnato della propria viltà, pensò: «Nel preciso momento in cui suoneranno le dieci, eseguirò quello che per tutta la giornata mi sono ripromesso di fare questa sera, oppure salirò nella mia stanza e mi brucerò le cervella».


Dopo un ultimo momento di attesa e ansietà, durante il quale, per l’eccesso di emozione, Julien fu come fuori di sé, suonarono le dieci all’orologio che si trovava sopra la sua testa. Ognuno di quei rintocchi fatali riecheggiava nel suo petto, provocandogli quasi una reazione fisica.


Infine, mentre l’ultimo rintocco delle dieci risuonava ancora, allungò la mano a prendere quella della signora de Rênal, che la ritrasse subito. Julien, senza ben sapere ciò che faceva, l’afferrò di nuovo. Benché fosse molto agitato, fu colpito dalla freddezza glaciale di quella mano; la strinse con forza convulsa; dopo un ultimo sforzo per divincolarsi, la mano rimase nella sua.


La felicità gli invase l’anima; non che Julien amasse la signora de Rênal, ma un supplizio terribile era appena cessato. Perché la signora Derville non si accorgesse di nulla, pensò che era necessario parlare; la sua voce, allora, si fece squillante e forte. Quella della signora de Rênal, al contrario, tradiva una grande emozione tanto che la sua amica, pensando che non stesse bene, le propose di rientrare. Julien avvertì il pericolo: «Se rientra in salotto, ricadrò nella terribile situazione in cui ho passato la giornata. Ho tenuto questa mano troppo poco perché possa considerare la cosa come un vero successo».


Quando la signora Derville ripeté la proposta di tornare in salotto, Julien strinse con forza la mano che gli si abbandonava.


La signora de Rênal, che stava già alzandosi, tornò a sedersi, dicendo con voce fievole:


«Sì, mi sento un po’ indisposta, ma stare all’aria aperta mi fa bene».


Queste parole rafforzarono la felicità di Julien, che in quel momento era immensa: parlò, dimenticò di fingere, sembrò il più amabile degli uomini alle due amiche che lo ascoltavano. Tuttavia, quell’eloquenza improvvisa denotava anche una certa mancanza di coraggio. Aveva una gran paura che la signora Derville, stanca per il vento che cominciava ad alzarsi e che precedeva la tempesta, volesse rientrare da sola. In quel caso si sarebbe trovato a tu per tu con la signora de Rênal. Aveva trovato, chissà come, il coraggio cieco di agire; ma sentiva che rivolgerle anche la più semplice frase sarebbe stato superiore alle sue forze. Anche il minimo rimprovero lo avrebbe sconfitto, annullando il vantaggio appena ottenuto.


Fortunatamente per lui, quella sera, i suoi discorsi commoventi ed enfatici erano piaciuti alla signora Derville, che spesso l’aveva trovato maldestro come un ragazzino, e poco divertente. La signora de Rênal, dal canto suo, la mano stretta da quella di Julien, non pensava a niente. Le ore che passarono sotto il grande tiglio, che la tradizione del luogo vuole sia stato piantato da Carlo il Temerario, furono per lei momenti felici. Ascoltava deliziata i gemiti del vento nei folti rami del tiglio, e il rumore di qualche goccia che cominciava a cadere sulle foglie più basse. Julien non seppe notare un dettaglio che avrebbe potuto invece rassicurarlo; la signora de Rênal, che era stata costretta a togliere la mano dalla sua, per alzarsi e aiutare la cugina a sollevare un vaso di fiori che il vento aveva rovesciato ai loro piedi, non appena tornata a sedersi, gli porse ancora la mano senza difficoltà, e come se fosse tra di loro una cosa già convenuta.


Mezzanotte era suonata da un pezzo; bisognava lasciare il giardino: si separarono. La signora de Rênal, tutta presa dalla gioia di amare, era così inesperta che non si faceva alcun rimprovero. Ma la felicità le tolse il sonno. Un sonno di piombo s’impadronì invece di Julien, duramente provato dalla lotta che per tutta la giornata si era svolta nel suo cuore fra timidezza e orgoglio.


L’indomani fu svegliato alle cinque; e, cosa che sarebbe stata crudele per la signora de Rênal se l’avesse saputo, le rivolse appena un pensiero. Aveva compiuto il suo dovere, e un dovere eroico. Pieno di gioia per questa sensazione, si chiuse a chiave in camera, abbandonandosi, con un piacere tutto nuovo, alla lettura delle imprese del suo eroe.


Quando suonò la campana della colazione, aveva dimenticato, leggendo i bollettini della grande armata, i suoi successi della sera prima. Scendendo in salotto, si disse con leggerezza: «Devo dire a questa donna che l’amo».


Invece degli sguardi carichi di voluttà che si aspettava di incontrare, trovò il volto severo del signor de Rênal, il quale, arrivato due ore prima da Verrières, non nascondeva il suo disappunto, visto che il precettore non si era occupato dei suoi figli per tutta la mattina. Nulla era più sgradevole di quell’uomo importante, quando era di cattivo umore e si credeva nel diritto di mostrarlo.


Ogni parola acida di suo marito feriva al cuore la signora de Rênal. Quanto a Julien, era talmente immerso nell’estasi, e ancora così preso dalle grandi cose che per molte ore gli erano passate davanti agli occhi, che riuscì a malapena, sulle prime, ad abbassare la sua attenzione fino alle parole dure che gli rivolgeva Rênal. Alla fine gli disse piuttosto bruscamente:


«Non mi sentivo bene».


Il tono di questa risposta avrebbe urtato anche un uomo molto meno suscettibile del sindaco di Verrières, che ebbe voglia di rispondere a Julien cacciandolo immediatamente. Fu trattenuto solo dalla regola che si era dato: non essere precipitoso nelle decisioni.


«Questo stupido ragazzo – pensò subito – si è fatto una certa reputazione in casa mia. Potrebbe andare da Valenod, o forse sposerà Élisa; e in entrambi i casi, in cuor suo, potrà ridere di me.»


Nonostante la saggezza di queste riflessioni, il malumore di Rênal esplose in una serie di parole grossolane che a poco a poco irritarono Julien. La signora de Rênal era sul punto di sciogliersi in lacrime. Terminata la colazione, chiese a Julien di darle il braccio per la passeggiata, e si appoggiò a lui amichevolmente. Ad ogni cosa che lei gli diceva, Julien riusciva solo a rispondere fra sé e sé:


«Ecco come sono i ricchi!».


Rênal camminava vicinissimo a loro; la sua presenza aumentava la collera di Julien. Si accorse d’improvviso che lei si appoggiava al suo braccio in modo evidente; la cosa gli fece orrore e la respinse con violenza liberando il braccio.


Per fortuna Rênal non vide questa nuova impertinenza, che fu notata solo dalla signora Derville: la sua amica piangeva. In quel momento il sindaco inseguiva a sassate una contadinella che aveva preso un sentiero vietato, e attraversava abusivamente un angolo del frutteto.


«Vi prego, signor Julien, moderatevi; pensate che abbiamo tutti dei momenti di irritazione» disse in fretta la signora Derville.


Julien la guardò freddamente, e nei suoi occhi appariva il più grande disprezzo.


Quello sguardo stupì la signora Derville, e l’avrebbe sorpresa ancora di più se ne avesse capito il senso; vi avrebbe letto come una vaga speranza della più atroce vendetta. Sono senz’altro momenti di umiliazione come questi che hanno creato i Robespierre.


«Il vostro Julien è molto violento, mi fa paura» sussurrò la signora Derville alla sua amica.


«Ha ragione di essere in collera – le rispose la signora de Rênal. – Dopo i progressi sorprendenti che hanno fatto i ragazzi per merito suo, cosa importa se passa una mattina senza vederli; bisogna convenire che gli uomìni sono molto duri.»


Per la prima volta in vita sua, la signora de Rênal sentiva come un desiderio di vendetta contro il marito. L’odio estremo che animava Julien contro i ricchi stava per esplodere. Per fortuna Rênal chiamò il giardiniere e rimase occupato con lui a sbarrare, con dei fasci di spine, il sentiero che attraversava il frutteto. Julien non rispose con una sola parola a tutte le attenzioni di cui fu oggetto durante la passeggiata. Appena Rênal si era allontanato, le due amiche, dicendo di essere stanche, gli avevano chiesto il braccio.


Fra quelle due donne, rosse in volto e impacciate per la forte agitazione, il pallore altero, l’aria cupa e decisa di Julien creavano uno strano contrasto. Disprezzava quelle donne, e ogni tenero sentimento.


«Ah! – pensava. – Non avere neanche cinquecento franchi di rendita per terminare gli studi! Come lo manderei al diavolo!»


Assorto in questi gravi pensieri, quel poco che si degnava di ascoltare nelle gentili parole delle due amiche lo infastidiva, gli sembrava vuoto di senso, sciocco, debole; in una parola, femminile.


A forza di parlare per parlare, e di cercare di mantener viva la conversazione, la signora de Rênal disse persino che suo marito era venuto da Verrières per trattare, con uno dei suoi fittavoli, delle foglie secche di granturco (che da quelle parti servono per riempire i pagliericci).


«Mio marito non ci raggiungerà – disse ancora la signora de Rênal. – È occupato con il giardiniere e il suo cameriere a rinnovare tutti i pagliericci della casa. Questa mattina ha messo delle foglie di granturco in tutti i letti del primo piano, e ora è al secondo.»


Julien cambiò colore; guardò la signora de Rênal con un’espressione strana, e poco dopo la prese da parte affrettando il passo. La signora Derville lasciò che si allontanassero.


«Salvatemi la vita – le disse, – voi sola potete farlo; quel cameriere mi odia a morte, lo sapete. Devo confessarvi, signora, che ho un ritratto; l’ho nascosto nel pagliericcio del mio letto.»


A queste parole la signora de Rênal impallidì a sua volta.


«Voi sola, signora, potete entrare in questo momento nella mia camera; frugate, senza che nessuno se ne accorga, nell’angolo del pagliericcio più vicino alla finestra; lì troverete una scatoletta rotonda di cartone nero e liscio.»


«Che contiene un ritratto!» disse la signora de Rênal, reggendosi in piedi a stento.


Julien si accorse del suo scoramento, e subito ne approfittò.


«Ho una seconda grazia da chiedervi, signora; vi supplico di non guardare quel ritratto, è il mio segreto.»


«È un segreto» ripeté lei con voce spenta.


Ma, anche se era cresciuta fra gente fiera della propria fortuna, e sensibile solo a interessi di denaro, l’amore aveva già dato generosità al suo animo. Ferita crudelmente, rivolse a Julien le domande necessarie per eseguire bene il suo incarico con l’aria della più semplice devozione.


«Dunque – gli disse allontanandosi, – una scatoletta rotonda, di cartone nero e liscio.»


«Sì, signora» ripose Julien, con quell’aria dura che hanno gli uomini quando sono in pericolo.


Salì al secondo piano del castello, pallida come se fosse andata alla morte. Per colmo di sfortuna, sentì che era sul punto di sentirsi male; ma la necessità di rendere un servizio a Julien le fece tornare le forze.


«Devo riuscire a prendere quella scatola» si disse accelerando il passo.


Sentiva suo marito parlare al cameriere, proprio nella stanza di Julien. Fortunatamente si spostarono in quella dei ragazzi. Sollevò il materasso e tuffò una mano nel pagliericcio con una violenza tale da scorticarsi le dita. Ma per quanto fosse sensibile a questi piccoli dolori, non se ne accorse neppure, perché quasi contemporaneamente aveva sentito la superficie liscia della scatola di cartone. La prese e scomparve.


Non appena ebbe superato la paura di essere sorpresa dal marito, l’orrore che le provocò quella scatola fu sul punto di farla venir meno.


«Julien, dunque, è innamorato, e ho tra le mani il ritratto della donna che ama!»


Seduta nell’anticamera di quell’appartamento, la signora de Rênal era in preda a tutti i tormenti della gelosia. La sua totale inesperienza le fu ancora d’aiuto in quel momento, e lo stupore mitigava in lei la sofferenza. Julien apparve, afferrò la scatola senza ringraziare, senza dire nulla, corse nella sua camera, accese il fuoco e la bruciò all’istante. Era pallido, annichilito, ingigantiva la portata del pericolo che aveva corso.


«Il ritratto di Napoleone – pensava, scuotendo il capo – trovato nascosto nella stanza di un uomo che professa tanto odio per l’usurpatore! Trovato dal signor de Rênal, così ultra e così irritato con me! E per colmo d’imprudenza, sul rovescio del ritratto, alcune righe scritte di mio pugno, che non possono lasciare dubbi sulla mia enorme ammirazione! E ognuno di quegli slanci d’amore porta una data! Ce n’è uno dell’altro ieri. Tutta la mia reputazione caduta, annientata in un istante! – si diceva Julien vedendo bruciare la scatola, – e la mia reputazione è il mio solo bene, la sola cosa che mi permetta di vivere… Ma che vita, mio Dio!»


Un’ora dopo, la stanchezza e la pietà che sentiva per se stesso lo disponevano alla tenerezza. Incontrò la signora de Rênal e prese la sua mano, baciandola con una sincerità che non aveva mai avuto. Lei arrossì di gioia, e quasi nello stesso istante respinse Julien con la collera della gelosia. L’orgoglio di Julien, che era appena stato ferito, lo indusse a comportarsi da sciocco. Vide nella signora de Rênal solo una donna ricca, lasciò cadere con sdegno la sua mano e si allontanò. Andò a passeggiare, pensieroso, in giardino; presto un sorriso amaro comparve sulle sue labbra.


«Passeggio qui, tranquillo, come un uomo padrone del suo tempo! Non mi occupo dei ragazzi! Mi espongo alle parole umilianti del signor de Rênal, che avrà anche ragione.» E corse nella stanza dei ragazzi.


Le carezze del più piccolo, al quale voleva molto bene, calmarono un po’ il suo cocente dolore.


«Lui non mi disprezza ancora» pensò Julien. Ma subito si rimproverò quell’attenuarsi del dolore come una nuova debolezza. «Questi ragazzi mi accarezzano come farebbero con il cagnolino da caccia comperato ieri!»

X

Un grande cuore e una piccola fortuna

But passion most dissembles, yet betrays, Even by its darkness; as the blackest sky Foretells the heaviest tempest…


DON JUAN, c. I, st. 73


Il signor de Rênal, che stava facendo il giro di tutte le stanze del castello, tornò in quella dei ragazzi con i domestici che rimettevano al loro posto i pagliericci. L’entrata improvvisa di quell’uomo fu per Julien la goccia che fa traboccare il vaso.


Più pallido, più cupo del solito, si lanciò verso di lui. Rênal si fermò, e guardò i domestici.


«Signore – gli disse Julien, – credete che con qualsiasi altro precettore i vostri figli avrebbero fatto gli stessi progressi che hanno fatto con me? Se rispondete di no – continuò Julien senza lasciare a Rênal il tempo di parlare – come osate farmi il rimprovero di trascurarli?»


Rênal, non appena gli fu passata la paura, congetturò, dal tono strano che aveva preso quel contadinello, che avesse in tasca qualche proposta vantaggiosa e che si preparasse a lasciarlo. La collera di Julien aumentava parlando:


«Posso vivere senza di voi, signore» aggiunse.


«Mi dispiace veramente di vedervi così agitato» rispose Rênal balbettando un po’. I domestici erano a dieci passi, intenti a sistemare i letti.


«Non è di questo che ho bisogno – rispose Julien fuori di sé. – Pensate alle parole infami che mi avete rivolto, e per di più davanti alle signore!»


Rênal capiva fin troppo quello che chiedeva Julien, ed era come lacerato da una dura lotta interiore. Finché Julien, pazzo di collera, esclamò:


«So dove andare, signore, uscendo dalla vostra casa».


A queste parole, Rênal vide Julien già insediato da Valenod.


«Ebbene, signore – gli disse infine con un sospiro, e come se avesse chiamato il chirurgo per l’operazione più dolorosa, – accolgo la vostra richiesta. A partire da dopodomani, ogni primo del mese vi pagherò cinquanta franchi.»


Julien ebbe voglia di ridere e rimase stupefatto: tutta la sua collera era sparita.


«Non disprezzavo abbastanza questo animale – pensò. – Questo è il maggiore atto di scusa che un’anima così bassa sia in grado di fare.»


I ragazzi, che avevano assistito a questa scena a bocca aperta, corsero in giardino per dire alla madre che il signor Julien era molto arrabbiato, ma che avrebbe avuto cinquanta franchi al mese.


Julien li seguì per abitudine, senza neanche guardare Rênal, che lasciò profondamente irritato.


«Ecco che Valenod mi costa centosessantotto franchi – pensava il sindaco. – Bisogna proprio che gli parli con fermezza di quelle sue forniture per i trovatelli.»


Un istante dopo Julien si ritrovò faccia a faccia con Rênal:


«Devo parlare della mia coscienza al signor curato Chélan; ho l’onore di informarvi che mi assenterò per qualche ora».


«Eh, mio caro Julien! – disse Rênal sorridendo nel modo più falso, – per tutta la giornata, se volete, e per tutta quella di domani, amico mio. Prendete il cavallo del giardiniere per andare a Verrières.»


«Ecco – pensò Rênal, – va da Valenod a dargli una risposta. Non mi ha promesso nulla, ma è meglio lasciare che la testa di questo ragazzo si raffreddi.»


Julien scappò via in fretta e salì verso i grandi boschi attraverso i quali, da Vergy, si può raggiungere Verrières. Non voleva arrivare troppo presto da Chélan, e non voleva trovarsi costretto a una nuova scena di ipocrisia; aveva bisogno di veder chiaro dentro di sé, e di dare ascolto alla folla di sentimenti che lo agitavano.


«Ho vinto una battaglia – si disse, non appena fu nel bosco, lontano dagli sguardi degli uomini; – sì, ho vinto una battaglia!»


Fu un pensiero che gli diede un’immagine felice della sua situazione, e lo rese un po’ più tranquillo.


«Eccomi con cinquanta franchi al mese di stipendio. Rênal dev’essersi proprio spaventato. Ma di che cosa?»


Questa riflessione su ciò che poteva aver fatto paura all’uomo fortunato e potente contro il quale, un’ora prima, fremeva di collera, rasserenò definitivamente Julien. Per un momento fu quasi sensibile alla bellezza incantevole dei boschi che stava attraversando. Blocchi enormi di nuda roccia erano precipitati un tempo nella foresta, dalla parte della montagna. Grandi faggi si elevavano fino quasi all’altezza di quelle rocce, la cui ombra portava una frescura deliziosa, solo a pochi passi da luoghi dove il calore dei raggi del sole avrebbe reso impossibile una sosta.


Ogni tanto, Julien prendeva fiato all’ombra di quelle grandi rocce, e poi si rimetteva in cammino. Ben presto, seguendo un sentiero strettissimo, a mala pena tracciato, e che serviva solo ai caprai, si trovò ritto su un masso enorme, sicuro di essere separato da tutti gli altri uomini. La posizione fisica in cui si trovava lo fece sorridere: sembrava rappresentare la posizione morale che desiderava ardentemente raggiungere. L’aria pura di quelle alte montagne comunicò alla sua anima un senso di serenità, e anche di gioia. Il sindaco di Verrières restava pur sempre, ai suoi occhi, l’immagine di tutti i ricchi e di tutti gli insolenti della terra; ma Julien sentiva che l’odio dal quale era stato scosso non aveva nulla di personale. Se non avesse più visto Rênal, dopo otto giorni l’avrebbe dimenticato: lui, il suo castello, i suoi cani, i suoi figli e tutta la sua famiglia. «L’ho costretto, e non so come, a fare il massimo sacrificio. Caspita! più di cinquanta scudi all’anno! E un istante prima mi ero salvato dal pericolo peggiore. Ecco due vittorie in un solo giorno; per la seconda non ho nessun merito, dovrei capirne il motivo. Ma a domani, queste indagini noiose.»

Julien, ritto su quella roccia, guardava il cielo infocato dal sole d’agosto. Le cicale cantavano nei campi ai piedi del monte, e quando tacevano, intorno, il silenzio era totale. Vedeva stendersi il paesaggio ai suoi piedi, per venti leghe. Qualche sparviero, di tanto in tanto, si staccava dalle rocce al di sopra di lui, descrivendo cerchi immensi nel silenzio. Lo sguardo di Julien seguiva macchinalmente l’uccello da preda. I suoi movimenti tranquilli e potenti lo colpivano, ne invidiava la forza, ne invidiava l’isolamento.

Era stato il destino di Napoleone, sarebbe stato un giorno anche il suo?