martedì 3 febbraio 2026

L'ASSASSINIO DI GIULIO CESARE Michael Parenti




L'ASSASSINIO DI GIULIO CESARE 

Michael Parenti


 Recensione

Il saggio di Michael Parenti ci porta a una riflessione che supera i confini dell'antichità per interrogare la modernità sul senso profondo del potere e della giustizia sociale.

La tesi centrale dell'opera è che la caduta della Repubblica Romana non fu causata dall'ambizione di un singolo uomo, ma dalla miopia e dall'avidità di un'élite che scambiò i propri profitti per il bene comune e preferì la guerra civile alla rinuncia a una minima parte dei propri privilegi.

La figura di Cesare, pur con le sue ombre di conquistatore imperiale, emerge come quella di un politico capace di comprendere che la stabilità di una nazione dipende dalla dignità della sua base sociale e non solo dalla ricchezza dei suoi vertici.

Parenti ci invita a riconsiderare quante volte, nella storia successiva, i tentativi di ridistribuire il potere e la ricchezza siano stati etichettati come demagogia o tirannia da coloro che detenevano il monopolio del discorso storico.

Resta aperta una domanda fondamentale che collega la Roma di allora alla nostra epoca: è possibile mantenere una struttura democratica o repubblicana quando le disuguaglianze economiche diventano così estreme da svuotare di significato ogni istituzione legislativa?


Perché l'assassinio di Giulio Cesare fu un colpo di stato contro il popolo romano

L’eredità distorta: la critica alla storiografia dei gentiluomini

Il quindici di marzo del 44 a.C., all’interno di una sala adiacente al teatro di Pompeo, il Senato romano attendeva l'arrivo di Giulio Cesare con un’apparente calma che nascondeva pugnali pronti all'azione.

Quello che la storiografia tradizionale ha spesso celebrato come un atto eroico di tirannicidio per la salvezza della libertà repubblicana viene radicalmente reinterpretato dal recentissimamente scomparso Michael Parenti nel suo saggio L’assassinio di Giulio Cesare. Una storia di popolo nella Roma antica.

L'autore sostiene che l'uccisione di Cesare non fu il gesto disinteressato di nobili patrioti, ma un assassinio politico perpetrato da un’oligarchia intenzionata a proteggere i propri smisurati privilegi materiali contro un leader che stava attuando riforme a favore delle masse indigenti.

L'opera di Parenti si configura quindi come una storia dal basso che sfida millenni di narrazioni elitarie, ponendo al centro dell’analisi il conflitto di classe che dilaniava la tarda Repubblica romana.

Parenti inizia la sua analisi con una sferzante critica a quella che definisce la “storiografia dei gentiluomini”, un genere letterario prodotto per secoli da studiosi appartenenti o affiliati alle classi superiori.

Storici come Edward Gibbon, pur dotati di immenso talento, hanno percepito la realtà romana attraverso il filtro della propria posizione sociale, identificandosi con l’aristocrazia senatoria e guardando con disprezzo alle aspirazioni democratiche della plebe. Questa unanimità di pregiudizi è stata scambiata per oggettività, portando alla creazione di un paradigma in cui l’impero è visto come un’entità governata da virtù e saggezza, ignorando sistematicamente le sofferenze delle popolazioni conquistate, l’orrore delle schiavitù e la brutale repressione dei riformatori interni.

Gli storici classici, da Cicerone a Mommsen, hanno costantemente dipinto il popolo comune di Roma come una massa ignorante, volubile e pericolosa, spesso etichettandola con termini spregiativi come feccia o plebe parassitaria.

Questo atteggiamento riflette il timore delle élite verso qualsiasi sfida al loro ordine sociale, equiparando ogni tentativo di ridistribuzione della ricchezza al caos e alla perdizione. Parenti osserva che persino autori moderni continuano a perpetuare lo stereotipo della folla romana interessata solo al pane e ai giochi, senza mai interrogarsi sulle ragioni materiali e sistemiche che spingevano i proletari a lottare per la propria sopravvivenza.


La base della piramide: proletari, schiavi e la miseria urbana

Per comprendere il contesto delle riforme di Cesare, bisogna considerare le condizioni di vita della plebe urbana e degli schiavi, che costituivano la base della piramide sociale romana.

Roma era circondata da anelli di baraccopoli dove migliaia di proletari vivevano ammassati in condomini fatiscenti di sette o otto piani, privi di servizi igienici, acqua corrente e ventilazione. Questi edifici, spesso costruiti con materiali scadenti dai proprietari di immobili, tra cui figurava lo stesso Cicerone, erano soggetti a crolli frequenti e incendi devastanti che trasformavano le abitazioni in trappole mortali. Mentre i ricchi vivevano in un’opulenza incredibile, i poveri lottavano quotidianamente con la fame, le malattie come il tifo e la violenza delle strade.

Il sistema si reggeva sul lavoro degli schiavi, il cui trattamento è stato spesso edulcorato dagli “storici dei gentiluomini” come una forma di servitù benevola.

Al contrario, Parenti evidenzia come la schiavitù romana fosse un’istituzione coercitiva e disumanizzante, in cui gli esseri umani venivano trattati come merci deteriorabili, soggetti a fustigazioni, mutilazioni e sfruttamento sessuale sistematico. Gli schiavi non erano solo forza lavoro nelle miniere o nelle grandi piantagioni chiamate latifondi, ma rappresentavano un investimento che i padroni proteggevano con il terrore, arrivando a giustiziare tutti gli schiavi di una casa se il padrone veniva ucciso da uno solo di loro.

Questa realtà di sfruttamento estremo generava una costante tensione sociale e frequenti rivolte, come quella celebre di Spartaco, che venivano represse con una crudeltà inaudita dall’aristocrazia senatoria.


L’illusione repubblicana: un sistema progettato per l’oligarchia

La Repubblica romana, lungi dall’essere una democrazia nel senso moderno del termine, era una struttura politica progettata per garantire il predominio di poche famiglie aristocratiche.

Sebbene esistessero assemblee popolari, il sistema di voto era truccato a favore delle classi possidenti, rendendo quasi impossibile per la plebe far valere i propri interessi senza ricorrere a mobilitazioni di massa o agitazioni di piazza. Il Senato deteneva il controllo effettivo sulla politica estera, sulle finanze e sull’amministrazione delle province, utilizzandole come fonti inesauribili di arricchimento personale per i propri membri.

L’ideologia dei nobili presentava i propri interessi speciali come il bene generale dello Stato, una tecnica di offuscamento che Parenti vede ripetersi in ogni classe dominante della storia.

Gli optimates, ovvero la fazione senatoria conservatrice, consideravano qualsiasi interferenza con le loro prerogative economiche come un attacco alla libertà repubblicana, termine che per loro significava esclusivamente la libertà dell’aristocrazia di accumulare ricchezza senza restrizioni.

Quando il sistema legale non era più sufficiente a bloccare le istanze popolari, l’oligarchia non esitava a sospendere la costituzione attraverso il senatus consultum ultimum, un decreto che autorizzava i magistrati alla repressione violenta e all’omicidio politico.


L’ascesa dei “Populares” e la reazione violenta del Senato

Prima di Cesare, una lunga serie di leader popolari aveva tentato di sfidare il potere senatoriale, finendo quasi invariabilmente assassinati.

Tiberio Gracco, nel 133 a.C., propose una legge agraria per ridistribuire le terre pubbliche abusivamente occupate dai ricchi ai veterani e ai poveri; per tutta risposta, fu massacrato insieme a centinaia di suoi sostenitori da una banda di senatori e i loro scagnozzi prezzolati. Dieci anni dopo, suo fratello Gaio Graccosubì la stessa sorte dopo aver promosso riforme ancora più radicali, inclusa la vendita di grano a prezzi sussidiati e l’estensione dei diritti civili.

Parenti sottolinea come questi riformatori vengano costantemente liquidati dagli storici classici come demagoghi ambiziosi, ignorando che le loro proposte rispondevano a bisogni umani disperati e legali.

L’assassinio dei Gracchi aprì un secolo di violenza politica in cui ogni tentativo di riforma economica veniva etichettato come aspirazione alla tirannia.

Personaggi come Clodio, che organizzò i lavoratori in gilde e combatté per distribuzioni gratuite di grano, sono stati descritti dalla storiografia come capibanda anarchici, mentre i sicari degli optimatesche li uccisero sono stati celebrati come salvatori della patria.

In questo clima di repressione sistematica, Giulio Cesare emerse come l’ultimo e più potente dei populares, capace di unire al programma di riforme sociali il comando di un esercito veterano.


L’uomo e il simbolo: tra virtù privata e propaganda elitaria

Michael Parenti dedica una riflessione profonda alla figura umana di Cesare, spogliandola dalle incrostazioni della propaganda senatoria che lo dipingeva come un mostro di ambizione e immoralità.

Cesare era un uomo di eccezionale intelligenza, un oratore che persino Cicerone dovette ammettere essere brillante e lucido, e un leader che, a differenza di molti suoi contemporanei aristocratici, rifuggiva il lusso eccessivo e manteneva una sobrietà nel bere che irritava i suoi avversari.

Proprio l'astio degli optimatesalimentò narrazioni sulla sua presunta dissolutezza sessuale o sulla sua effeminatezza, strumenti retorici comuni nell’arena politica romana per screditare chiunque sfidasse l'ordine costituito.

Tuttavia, Parenti non cade nell'agiografia, ricordando come Cesare fosse comunque un prodotto della sua classe e del suo tempo, un conquistatore capace di tremende atrocità, quasi un genocidio, in Gallia, un proprietario di schiavi e che utilizzava i propri familiari per matrimoni combinati a scopo politico.

La vera colpa di Cesare agli occhi dell'oligarchia non era però la sua condotta morale, bensì la sua incorruttibilità rispetto al programma dei populares; egli non poteva essere comprato né indotto a tradire le masse, a differenza di figure come Pompeo che si erano lasciate arruolare come braccio armato del Senato.

Parenti contrappone questa integrità alla tanto decantata rettitudine di figure come Catone il Giovane, dipinto dalla storiografia come un modello di virtù repubblicana ma rivelatosi, a un’analisi più attenta, un uomo capace di giustificare il voto di scambio se utile ai propri fini, un forte bevitore e un individuo che trattava i propri legami familiari come transazioni commerciali.


Il programma di Cesare: un’offensiva contro l’accumulazione

Il cuore del saggio di Parenti si concentra sul dettaglio delle riforme che resero Cesare intollerabile per l’élite finanziaria e terriera di Roma.

Durante i suoi anni di potere, egli non si limitò a vuote promesse, ma attuò una serie di misure concrete per alleviare la miseria cronica della plebe urbana e rurale.

Fondò colonie per 80.000 cittadini poveri, distribuì terre fertili in Campania a migliaia di famiglie indigenti con almeno tre figli e impose ai grandi proprietari terrieri di impiegare almeno un terzo di lavoratori liberi nelle loro tenute, una misura drastica volta a combattere la disoccupazione dilagante causata dall’abuso della manodopera servile. Cesare colpì direttamente il cuore degli interessi finanziari riducendo i debiti di un quarto, proibendo l’usura estrema e cancellando gli interessi arretrati accumulati dall’inizio della guerra civile.

Intervenne nel mercato edilizio rimborsando un intero anno di affitto per le abitazioni popolari, una misura che colpì proprietari di immobili rapaci come lo stesso Cicerone.

Avviò grandi opere pubbliche per dare impiego ai disoccupati, finanziando queste iniziative con le ricchezze accumulate nelle sue campagne e con tasse sulle merci di lusso importate dai ricchi.

Oltre alle riforme economiche, Cesare dimostrò un’apertura culturale senza precedenti per l’epoca, concedendo la cittadinanza a medici e insegnanti stranieri, garantendo diritti religiosi alla comunità ebraica di Roma e progettando biblioteche pubbliche sul modello di quella di Alessandria.

Anche l’apertura del Senato a uomini di umili origini, centurioni o figli di schiavi liberati, venne percepita dai nobili di antico lignaggio come un affronto mortale, una “lordura” che contaminava la purezza dell’assemblea oligarchica per antonomasia.

Queste riforme, lungi dall’essere passi verso una democrazia assoluta, erano tentativi di stabilizzare uno Stato che l’oligarchia stava portando al collasso attraverso un’estrazione parassitaria di ricchezza.


Le Idi di Marzo: un crimine di classe mascherato da patriottismo

L’assassinio di Cesare viene così reinterpretato come un atto di tradimento compiuto da un’oligarchia che temeva la perdita definitiva dei propri privilegi materiali.

I congiurati, lungi dall’essere gli eroi disinteressati celebrati da Shakespeare o Gibbon, erano spesso usurai e spogliatori delle province che avevano beneficiato della clemenza di Cesare dopo la sconfitta di Pompeo.

Emblematico è il caso di Bruto, celebrato come “il più nobile dei Romani”, che in realtà prestava denaro al tasso usuraio del 48% e non esitava a utilizzare l’esercito per assediare le città debitrici, arrivando a lasciar morire di fame i loro abitanti pur di riscuotere i propri crediti.

La congiura fu dunque il culmine di un secolo di omicidi politici perpetrati dal Senato contro i riformatori popolari. Parenti evidenzia come gli assassini abbiano agito proprio quando Cesare stava per partire per una lunga campagna militare che lo avrebbe reso irraggiungibile, utilizzando il pretesto della lotta contro la tirannia per restaurare quella “libertà” che per loro significava esclusivamente la libertà di depredare il tesoro pubblico e schiacciare i poveri. Il piano, tuttavia, fu ostacolato da un clamoroso errore di valutazione: i senatori credevano che, eliminato il “tiranno”, la plebe li avrebbe accolti come liberatori, ignorando che il popolo riconosceva in Cesare l’unico difensore dei propri interessi economici.


La reazione popolare e il mito dei “pane e dei giochi”

Uno dei punti più originali dell'analisi di Parenti riguarda la decostruzione del concetto di "plebe parassitaria" interessata solo al pane e ai giochi.

L'autore contesta la visione degli storici classici che descrivevano la folla romana come una massa volubile e ignorante, evidenziando come i proletari fossero in realtà artigiani, muratori, falegnami e piccoli bottegai capaci di una profonda coscienza sociale.

La distribuzione gratuita di grano non era una forma di ozio assistito, ma una necessità vitale in un sistema dove i salari erano mantenuti a livelli di sussistenza e i prezzi degli affitti erano insostenibili.

Parenti osserva che la plebe mostrò una sensibilità superiore a quella dei propri governanti, come quando pianse per il massacro inutile di elefanti nel teatro di Pompeo o quando protestò contro l'esecuzione di massa di quattrocento schiavi innocenti dopo l'uccisione di un padrone crudele.

Dopo la morte di Cesare, fu proprio questo popolo a rifiutare i congiurati, trasformando il funerale in una sollevazione di massa e venerando il defunto come un martire della propria causa. La storiografia elitaria ha cercato di cancellare questa memoria, derubricando la protesta politica a "sommossa della teppaglia", ma per Parenti le azioni della plebe urbana rappresentarono una resistenza legittima contro un colpo di stato aristocratico.


Michael Parenti è stato un saggista, storico e politologo statunitense. Dopo un master alla Brown University e un Ph.D. in scienze politiche dall’università di Yale, ha insegnato nelle università dell’Illinois e del Vermont per poi dedicarsi esclusivamente all’attivismo politico in varie organizzazioni di sinistra USA e alla saggistica.


THE ASSASSINATION OF JULIUS CAESAR

Introduction: Tyrannicide or Treason?

O, what a fall was there, my countrymen! Then I, and you, and all of us fell down, Whilst bloody treason flourish’d over us.

—JULIUS CAESAR ACT III, SCENE 2

 

On the fifteenth of March, 44 B.C., in a meeting hall adjacent to Pompey’s theater, the Roman Senate awaited the arrival of the Republic’s supreme commander, Julius Caesar. This particular session did not promise to be an eventful one for most of the senators. But others among them were fully alive to what was in the offing. They stood about trying to maintain a calm and casual pose—with daggers concealed beneath their togas.

Finally Caesar entered the chamber. He had an imposing presence, augmented by an air of command that came with being at the height of his power. Moving quickly to the front of the hall, he sat himself in the place of honor. First to approach him was a senator who pretended to enter a personal plea on behalf of a relative. Close behind came a group of others who crowded around the ceremonial chair. At a given signal, they began to slash at their prey with their knives, delivering fatal wounds. By this act, the assailants believed they had saved the Roman Republic. In fact, they had set the stage for its complete undoing.

The question that informs this book is, why did a coterie of Roman senators assassinate their fellow aristocrat and celebrated ruler, Julius Caesar? An inquiry into this incident reveals something important about the nature of political rule, class power, and a people’s struggle for democracy and social justice—issues that are still very much with us. The assassination also marked a turning point in the history of Rome. It set in motion a civil war, and put an end to whatever democracy there had been, ushering in an absolutist rule that would prevail over Western Europe for centuries to come.

The prevailing opinion among historians, ancient and modern alike, is that the senatorial assassins were intent upon restoring republican liberties by doing away with a despotic usurper. This is the justification proffered by the assassins themselves. In this book I present an alternative explanation: The Senate aristocrats killed Caesar because they perceived him to be a popular leader who threatened their privileged interests. By this view, the deed was more an act of treason than tyrannicide, one incident in a line of political murders dating back across the better part of a century, a dramatic manifestation of a long-standing struggle between opulent conservatives and popularly supported reformers. This struggle and these earlier assassinations will be treated in the pages ahead.

This book is not only about the history of the Late Republic but about how that history has been distorted by those writers who regularly downplay the importance of material interests, those whose ideological taboos about class realities dim their perception of the past. This distortion is also manifested in the way many historians, both ancient and modern, have portrayed the common people of Rome as being little better than a noisome rabble and riotous mob.

In word and action, wealthy Romans made no secret of their fear and hatred of the common people and of anyone else who infringed upon their class prerogatives. History is full of examples of politico-economic elites who equate any challenge to their privileged social order as a challenge to all social order, an invitation to chaos and perdition.

The oligarchs of Rome were no exception. Steeped in utter opulence and luxury, they remained forever inhospitable to Rome’s democratic element. They valued the Republic only as long as it served their way of life. They dismissed as “demagogues” and “usurpers” the dedicated leaders who took up the popular cause. The historians of that day, often wealthy slaveholders themselves, usually agreed with this assessment. So too classical historians of the modern era, many of whom adopt a viewpoint not too different from the one held by the Roman aristocracy.

Caesar’s sin, I shall argue, was not that he was subverting the Roman constitution—which was an unwritten one—but that he was loosening the oligarchy’s overbearing grip on it. Worse still, he used state power to effect some limited benefits for small farmers, debtors, and urban proletariat, at the expense of the wealthy few. No matter how limited these reforms proved to be, the oligarchs never forgave him. And so Caesar met the same fate as other Roman reformers before him.

 

 

My primary interest is not in Julius Caesar as an individual but in the issues of popular struggle and oligarchic power that were being played out decades before he was born, continuing into his life and leading to his death. Well into my adulthood, most of what I knew about ancient Rome was learned from Hollywood and television. In my head were images of men in togas, striding about marbled palaces, mouthing lapidary phrases in stage-mannered accents, and of course images of chariot races and frenzied arena crowds giving thumbs-down to hapless victims.

In my woeful ignorance I was no different from many other educated Americans who have passed from grade school to the postdoctoral level without ever learning anything sensible about Roman history. Aside from the tableaux furnished by Hollywood and television, all that I knew of Julius Caesar I owed to two playwrights, William Shakespeare and George Bernard Shaw. If one has to be misinformed about a subject, it might as well be from the wonderful pens of Shakespeare and Shaw.1 Fictional representations of history do not usually strive for accuracy, their primary goal being to entertain rather than educate. Still they often are more literal than literary in the way they impact upon our minds. And we had best monitor our tendency to treat the fictional as factual.

Shakespeare’s Julius Caesar is a powerful play that draws heavily from Plutarch, in an imaginative yet surprisingly faithful way. Literary critics do not agree on whether Shakespeare wants us to consider the assassination as execrable or laudable. We are left to wonder whether Caesar is to be admired or denounced, whether Brutus is noble or loathsome, and whether he or Caesar or Antony or anyone is the hero of the play.2 For all its ambiguities, Shakespeare’s treatment is a politically safe rendition. He focuses on the immediate questions of tyranny versus republican freedom. Those are exactly the parameters within which the senatorial assassins confined the debate.

Likewise, Shakespeare shares the Roman elite’s view of the common crowd as a mindless aggregation easily led hither and thither, first adulating Pompey, then bowing to Caesar, later hailing Brutus for saving them from tyranny, only in the next breath to be swayed by Antony. In Julius Caesar, the common people seemingly are capable only of mindless violence and degraded disportment. All this is in keeping with the dominant stereotype of the Roman proletariat that has come down to us.

 

 

George Bernard Shaw’s Caesar and Cleopatra is charmingly written and highly engaging. Shaw’s Caesar is a benign aging fellow, who reluctantly settles for an avuncular relationship with Cleopatra. Upon their first encounter, when she has yet to discover his identity, she repeatedly calls him “old gentleman.” It is clear from the outset that there can be no romantic interest between them because of Caesar’s age and the young queen’s immaturity. At the end of the play, as Caesar departs for Rome, he voices his doubts that he will ever see Cleopatra again, but he promises to send her the young handsome Mark Antony, much to her delight.

In real life, when she was still in her teens, well before she met Caesar, Cleopatra already had slept with Antony. It happened in 55 B.C. when a Roman expeditionary force was in Egypt to restore Ptolemy to the throne. Antony was serving as commander of the cavalry.3 Some time later, still predating Caesar’s arrival, Cleopatra bestowed her favors upon a second Roman lover, Pompey’s son Cnaeus, who was in Africa raising troops for his father. And Shaw notwithstanding, in late 48 B.C., though Caesar was fifty-three and she but twenty-three or so, she proved ready enough to bed her third Roman. It is said that Cleopatra was a woman of lively turn and enticing talents. She also had a keen sense of the political. That this Roman conqueror had the power to secure the Egyptian throne for her must have added to the attraction she felt for him. It developed into a protracted love affair. Eventually, she bore Caesar a son and moved to Rome in order to be closer to him, thereby demonstrating that some things never change.

Although he was engaged in other sexual liaisons and possessed of a wife, Caesar found time to give Cleopatra a lavish welcome befitting a queen, erecting a gold effigy of her in a consecrated area. He established her in a sumptuous villa across the Tiber, from which she held court, while political leaders, financiers, and men of letters, including the renowned Cicero, danced in attendance.

To his credit, Shaw does insert an iconoclastic sentiment not found in Shakespeare or among regiments of historians who have written about the Late Republic. In a prologue to Caesar and Cleopatra that is almost never performed, the god Ra tells the audience how Rome discovered that “the road to riches and greatness is through robbery of the poor and slaughter of the weak.” In conformity with that dictum, the Romans “robbed their own poor until they became great masters of that art, and knew by what laws it could be made to appear seemly and honest.” And after squeezing their own people dry, they stripped the poor throughout the many other lands they conquered. “And I, Ra, laughed; for the minds of the Romans remained the same size whilst their dominion spread over the earth.” Very likely Shaw was inviting his audience to draw a parallel to the small colonialist minds that held sway over the vast British empire of his own day.

There is another instance of Shaw’s iconoclasm. In Act II of Caesar and Cleopatra, Lucius Septimus refuses Caesar’s invitation to join his ranks and prepares to depart. Caesar’s loyal comrade in arms, Rufus, angrily observes: “That means he is a Republican.” Lucius turns defiantly and asks, “And what are you?” To which Rufus responds, “A Caesarian, like all Caesar’s soldiers.” Left at that, we have the standard view espoused by Shakespeare and most historians: The struggle is between those fighting to preserve the Republic and those who make themselves an instrument of Caesar’s power. But Shaw goes a step further, hinting that Republicanism vs. Caesarism is not really the issue. So he has Caesar interjecting: “Lucius: believe me, Caesar is no Caesarian. Were Rome a true republic, then were Caesar the first of Republicans.”

That response invites the dissident query pursued in this book: how republican was the Late Republic? More than 2,000 years after Caesar, most students of that period have yet to bid farewell to the misapprehensions about the republicanism embraced by Lucius and most others of his social set. They have yet to consider that republicanism might largely be a cloak for oligarchic privilege—as it often is to this day—worn grudgingly by the elites as long as it proved serviceable to their interests. At the same time, as we shall see, ordinary Roman citizens had been able to win limited but important rights under the Republic, and did at times make important democratic gains, including occasional successes around land redistribution, rent control, debt cancellation, and other reforms. As far as the Senate oligarchs were concerned, such agitation and popular victories were the major problem, perceived by them as the first steps down the path of class revolution.

 

 

To this day, dubious film representations about ancient Rome continue to be mass-marketed. In 2000, while I was working on this book, Hollywood brought forth Gladiator, a swashbuckling epic about revenge and heroism, offering endless episodes of arena bloodletting. Unencumbered by any trace of artistic merit, Gladiator played before packed houses in the United States and abroad, winning a Golden Globe Award and an Academy Award. The story takes place during the reign of the venal Emperor Com-modus, more than two centuries after Julius Caesar’s death. Worth noting is how the Roman Senate is depicted. We are asked to believe that the Senate was populated by public-spirited men devoted to the people’s welfare. But the people themselves are portrayed as little more than a rabble. In one scene, two Senate leaders are seated in the Coliseum. When one of them complains of the unsavory proceedings below, the other opines that the crowd is interested only in bread and circuses, war and violence: “Rome is the mob. . . . The beating heart of Rome is not the marble of the Senate. It is the sands of the Coliseum. [The emperor] will bring them death and they will love him for it.” This view of the Roman populace as mindless bloodthirsty riffraff unfortunately remains the anti-people’s history purveyed by both the entertainment media and many classical scholars.

I cannot recall exactly when I moved beyond the stage and screen images of Rome and Caesar and became seriously interested in the Late Republic as a subject of intensive study. It was years ago, by way of my self-directed readings in ancient Greek history and political philosophy. At first, it appeared to me that the Romans could never be as compelling and absorbing as their Mediterranean cousins. But indeed they are, at least from 133 B.C. to about 40 B.C., the years covered in this book, most of which fall in that period designated the Late Republic.4

To assist the many readers who might be unfamiliar with ancient Rome, the first three chapters deal with Rome’s history and sociopolitical life. Chapter Four treats the plutocracy’s bloody repression of popular reformers and their followers from Tiberius Gracchus (133 B.C.) down to Caesar’s early days. Chapter Five offers a critical portrait of the historians’ hero, Cicero, with a narrative of how he mobilized the forces of political repression on behalf of elite interests. The next five chapters deal with Caesar’s life and related political issues, his death and its aftermath. The final chapter caps the whole subject of ancient Rome, taking to task the stereotype of the Roman people as a “rabble” and “mob.”

 

 

When the editors of The New Press told me they wanted to include this book in their People’s History Series, I agreed. By my view, any history that deals with the efforts of the populace to defend itself from the abuses of wealth and tyranny is people’s history. Such history has been written over the past century by such notables as W.E.B. Du Bois, Philip Foner, Herbert Aptheker, Albert Mathiez, A.L. Morton, George Rudé, Richard Boyer, Herbert Morais, Jesse Lemisch, Howard Zinn, G.E.M. de Ste. Croix, and others.

But writing “history from the bottom up” is not an easy task when it comes to the Roman Republic, for there exists no trove of ordinary people’s letters, diaries, and memoirs; no back issues of labor publications and newspapers; no court, police, and government documents of the kind that compose the historical record of more recent centuries. Most of Rome’s written histories, libraries, and archives were lost over time or were deliberately destroyed by the fanatical proselytizers of Christianity who conducted a systematic war of eradication against pagan scholarship and culture after they came to power in the fifth century A.D. In any case, as far as we know, the small farmers, proletarians, and slaves of Rome left no written record to speak of.

So one must read against the grain, looking for evidence of the Roman people’s struggle in the self-serving words and repressive deeds of the wealthy oligarchs. A people’s history should be not only an account of popular struggle against oppression but an exposé of the anti-people’s history that has prevailed among generations of mainstream historians. It should be a critical history about a people’s oppressors, those who propagated an elitist ideology and a loathing of the common people that distorts the historical record down to this day.

 

 

Here is a story of latifundia and death squads, masters and slaves, patriarchs and subordinated women, self-enriching capitalists and plundered provinces, profiteering slumlords and urban rioters. Here is a struggle between the plutocratic few and the indigent many, the privileged versus the proletariat, featuring corrupt politicians, money-driven elections, and the political assassination of popular leaders. I leave it to the reader to decide whether any of this might resonate with the temper of our own times.

1

 

Gentlemen’s History: Empire, Class, and Patriarchy

 

Rome, thou hast lost the breed of noble bloods!

—JULIUS CAESAR ACT I, SCENE 2

 

 

 

The writing of history has long been a privileged calling undertaken within the church, royal court, landed estate, .M . affluent town house, government agency, university, and corporate-funded foundation. The social and ideological context in which historians labor greatly influences the kind of history produced. While this does not tell us everything there is to know about historiography, it is certainly worth some attention.

Historians are fond of saying, as did Benedetto Croce, that history reflects the age in which it is written. The history of seemingly remote events vibrate “to present needs and present situations.” Collingwood made a similar point: “St. Augustine looked at Roman history from the point of view of an early Christian ; Tillemont, from that of a seventeenth-century Frenchman; Gibbon, from that of an eighteenth-century Englishman. . . .”1

Something is left unsaid here, for there is no unanimity in how the people of any epoch view the past, let alone the events of their own day. The differences in perception range not only across the ages and between civilizations but within any one society at any one time. Gibbon was not just “an eighteenth-century Englishman,” but an eighteenth-century English gentleman; in his own words, a “youth of family and fortune,” enjoying “the luxury and freedom of a wealthy house.” As heir to “a considerable estate,” he attended Oxford where he wore the velvet cap and silk gown of a gentleman. While serving as an officer in the militia, he soured in the company of “rustic officers, who were alike deficient in the knowledge of scholars and the manners of gentlemen.”2

To say that Gibbon and his Oxford peers were “gentlemen” is not to imply that they were graciously practiced in the etiquette of fair play toward all persons regardless of social standing, or that they were endowed with compassion for the more vulnerable of their fellow humans, taking pains to save them from hurtful indignities, as real gentlemen might do. If anything, they were likely to be unencumbered by such sentiments, uncomprehending of any social need beyond their own select circle. For them, a “gentleman” was one who sported an uncommonly polished manner and affluent lifestyle, and who presented himself as prosperous, politically conservative, and properly schooled in the art of ethno-class supremacism.

Like most other people, Gibbon tended to perceive reality in accordance with the position he occupied in the social structure. As a gentleman scholar, he produced what elsewhere I have called “gentlemen’s history,” a genre heavily indebted to an upper-class ideological perspective.3 In 1773, we find him beginning work on his magnum opus, A History of the Decline and Fall of the Roman Empire, while settled in a comfortable town house tended by half-a-dozen servants. Being immersed in what he called the “decent luxuries,” and saturated with his own upper-class prepossession, Edward Gibbon was able to look kindly upon ancient Rome’s violently acquisitive aristocracy. He might have produced a much different history had he been a self-educated cobbler, sitting in a cold shed, writing into the wee hours after a long day of unrewarding toil. No accident that the impoverished laborer, even if literate, seldom had the agency to produce scholarly tomes. Gibbon himself was aware of the class realities behind the writing of history: “A gentleman possessed of leisure and independence, of books and talents, may be encouraged to write by the distant prospect of honor and reward: but wretched is the author, and wretched will be the work, where daily diligence is stimulated by daily hunger.”4

As one who hobnobbed with nobility, Gibbon abhorred the “wild theories of equal and boundless freedom” of the French Revolution. 5 He was a firm supporter of the British empire. While serving as a member of Parliament he voted against extending liberties to the American colonies. Unsurprisingly he had no difficulty conjuring a glowing pastoral image of the Roman empire: “Domestic peace and union were the natural consequences of the moderate and comprehensive policy embraced by the Romans.... The obedience of the Roman world was uniform, voluntary, and permanent. The vanquished nations, blended into one great people, resigned the hope, nay even the wish, of resuming their independence.... The vast extent of the Roman empire was governed by absolute power, under the guidance of virtue and wisdom.” 6 Not a word here about an empire built upon sacked towns, shattered armies, slaughtered villagers, raped women, enslaved prisoners, plundered lands, burned crops, and mercilessly overtaxed populations.

The gentlemen historians who lived during antiquity painted much the same idyllic picture, especially of Rome’s earlier epoch. The theme they repeatedly visited was of olden times as golden times, when men were more given to duty than luxury, women were chaste and unsparingly devoted to their family patriarchs, youth were ever respectful of their elders, and the common people were modest in their expectations and served valliantly in Rome’s army.7 Writing during the Late Republic, Sallust offers this fairy tale of Roman times earlier than his own: “In peace and war . . . virtus [valor, manliness, virtue] was held in high esteem . . . and avarice was a thing almost unknown. Justice and righteousness were upheld not so much by law as by natural instinct.... They governed by conferring benefits on their subjects, not by intimidation.” 8

A more realistic picture of Roman imperialism comes from some of its victims. In the first century B.C., King Mithridates, driven from his land in northern Anatolia, wrote, “The Romans have constantly had the same cause, a cause of the greatest antiquity, for making war upon all nations, peoples, and kings, the insatiable desire for empire and wealth.”9 Likewise, the Caledonian chief Calgacus, speaking toward the end of the first century A.D., observed:

[Y]ou find in [the Romans] an arrogance which no reasonable submission can elude. Brigands of the world, they have exhausted the land by their indiscriminate plunder, and now they ransack the sea. The wealth of an enemy excites their cupidity, his poverty their lust of power. . . . Robbery, butchery, rapine, the liars call Empire; they create a desolation and call it peace.... [Our loved ones] are now being torn from us by conscription to slave in other lands. Our wives and sisters, even if they are not raped by enemy soldiers, are seduced by men who are supposed to be our friends and guests. Our goods and money are consumed by taxation; our land is stripped of its harvest to fill their granaries; our hands and limbs are crippled by building roads through forests and swamps under the lash of our oppressors.... We Britons are sold into slavery anew every day; we have to pay the purchase-price ourselves and feed our masters in addition.10

 

For centuries, written history was considered a patrician literary genre, much like epic and tragedy, concerned with the monumental deeds of great personages, a world in which ordinary men played no role other than nameless spear-carriers, and ordinary women not even that. Antiquity gives us numerous gentlemen chroniclers—Homer, Herodotus, Thucydides, Polybius, Cicero, Livy, Plutarch, Suetonius, Appian, Dio Cassius, Valerius Maximus, Velleius Paterculus, Josephus, and Tacitus—just about all of whom had a pronouncedly low opinion of the common people. Dio Cassius, for one, assures us that “many monarchs are the source of blessings to their subjects . . . whereas many who live under a democracy work innumerable evils to themselves.”11

The political biases of ancient historians were not interred with their bones. Our historical perceptions are shaped not only by our present socioeconomic status but by the ideological and class biases of the past historians upon whom we rely. As John Gager notes, it is difficult to alter our habitual ways of thinking about history because “without knowing it, we perceive the past according to paradigms first created many centuries ago.”12 And the creators of those ancient paradigms usually spoke with decidedly upper-class accents.

In sum, Gibbon’s view of history was not only that of an eighteenth-century English gentleman but of a whole line of gentlemen historians from bygone times, similarly situated in the upper strata of their respective societies. What would have made it so difficult for Gibbon to gain a critical perspective of his own ideological limitations—had he ever thought of doing so—was the fact that he kept intellectual company with like-minded scholars of yore, in that centuries-old unanimity of bias that is often mistaken for objectivity.

To be sure, there were some few observers in ancient Rome, such as the satirist Juvenal, who offer a glimpse of the empire as it really was, a system of rapacious expropriation. Addressing the proconsuls, Juvenal says: “When at last you leave to go out to govern your province, limit your anger and greed. Pity our destitute allies, whose poor bones you see sucked dry of their pith and their marrow. ”13

In 1919, noted conservative economist Joseph Schumpeter presented a surprisingly critical picture of Roman imperialism, in words that might sound familiar to present-day critics of U.S. “globalism”:

. . . That policy which pretends to aspire to peace but unerringly generates war, the policy of continual preparation for war, the policy of meddlesome interventionism. There was no corner of the known world where some interest was not alleged to be in danger or under actual attack. If the interests were not Roman, they were those of Rome’s allies; and if Rome had no allies, then allies would be invented. When it was utterly impossible to contrive such an interest—why, then it was the national honor that had been insulted. The fight was always invested with an aura of legality. Rome was always being attacked by evil-minded neighbors, always fighting for a breathing space. The whole world was pervaded by a host of enemies, and it was manifestly Rome’s duty to guard against their indubitably aggressive designs. 14

 

Still, the Roman empire has its twentieth-century apologists. British historian Cyril Robinson tenders the familiar image of an empire achieved stochastically, without deliberate design: “It was perhaps almost as true of Rome as of Great Britain that she acquired her world-dominion in a fit of absence of mind.”15 An imperialism without imperialists, a design of conquest devoid of human agency or forethought, such a notion applies neither to Rome nor to any other empire in history.

Despite their common class perspective, gentlemen historians do not achieve perfect accord on all issues. Gibbon himself was roundly condemned for his comments about early Christianity in the Roman empire. He was attacked as an atheist by clergy and others who believed that their religion had flourished exclusively through divine agency and in a morally flawless manner. 16 Gibbon credits Christianity’s divine origin as being the primary impetus for its triumph, but he gives only a sentence or two to that notion, being more interested as a secular historian in the natural rather than supernatural causes of the church’s triumph. Furthermore, he does not hesitate to point out instances of worldly opportunism and fanatical intolerance among Christian proselytes. Some readers may find his treatment of the rise of Christianity to be not only the most controversial part of his work but also the most interesting. 17

 

 

Along with his class hauteur, the gentleman scholar is likely to be a male supremacist. So Gibbon describes Emperor Severus’s second wife Julia Domna as “united to a lively imagination, a firmness of mind, and strength of judgment, seldom bestowed on her sex.”18 Historians do take note of the more notorious female perpetrators in the imperial family, such as Messalina, wife of Emperor Claudius, and Agrippina. They tell us that Agrippina grabbed the throne for her son Nero by poisoning her uncle and then her husband, the reigning Claudius. Upon becoming emperor, Nero showed his gratitude to his mother by killing her. Nero was not what we would call a family man; he also murdered his aunt, his ex-wife, and a half brother who had a claim to the throne.

Except for a few high-placed and notably lethal females, Roman women are virtually invisible in the works of most gentlemen historians. Even when noticed, they are not likely to be seen as of any consequence.19 That there were no female historians to speak of in antiquity, nor for many centuries thereafter, only compounded the deficiency. In the last few decades, thanks mostly to the emergence of feminist scholarship, the research on Roman women has improved, despite the paucity of surviving data. Ordinary Roman women, we know, tended to die younger than their male counterparts because of malnourishment, mistreatment, exhaustion, and childbirth. Almost half of all Roman brides were under the age of fourteen, many as young as twelve, with consummation coming at the time of marriage even if before menarche. Women of all ages almost invariably lived under the rule of some male, be it husband, guardian, or paterfamilias (head of the extended family or clan) .20

Through much of Roman history, females were denied individually given names as well as surnames. Prominent gens names such as Claudius, Julius, and Lucretius gave forth the obligatory feminine derivatives of Claudia, Julia, and Lucretia. Sisters therefore all had the same name and were distinguished from each other by adding “the elder” or “the younger” or “the first,” “the second,” and “the third.” Thus Gaius Octavius’s daughters were Octavia the elder and Octavia the younger. Denying them an individually named identity was one way of treating females as family property, mere fractional derivatives of the paterfamilias.21

Women of common caste performed much of the onerous work of society as laundresses, domestic servants, millers, weavers, spinners, and sometimes even construction workers, all in addition to their quotidian household chores. As far as we know, even when they labored in the same occupations as men, they were not permitted to belong to craft guilds.22 Bereft of opportunities for decent livelihood, some of the more impecunious females were driven to selling their sexual favors. Prostitution was given standing as an employment and taxed as such. Owning a brothel was considered a respectable venture by some investors.23 In general, the great mass of poor women had little hope of exercising an influence on political issues, though numbers of them must have participated in public protests.

The devoted, self-sacrificing wife was a prized character in Roman writing. Examples abound of matrons who faced exile or risked death to stand fast with their husbands.24 But Roman matrons could also be rebellious on occasion. As early as 195 B.C., they successfully pressured the magistrates to repeal the lex Oppia, a law passed during the austerity of the Second Punic War restricting the use of personal ornaments and carriages by women.25 That they would mobilize themselves in this willful manner sorely vexed many a patriarch.

By the Late Republic (approximately 80–40 B.C.) and during the first century of the empire, Roman matrons made a number of important gains relating to marriage, divorce, property rights, and personal independence. Some of them even owned substantial property, and administered commercial operations. During the civil strife following Caesar’s death, the Second Triumvirate posted a list of 1,400 particularly wealthy women whose property was to be assessed. The women organized a protest in the Forum before the magistrates’ tribunal, and demanded to know why they had to share in the punishment of the civil war when they had not collaborated in the crime. “Why should we be taxed when we have no share in magistracies, or honors, or military commands, or in public affairs at all, where your conflicts have brought us to this terrible state?”26 Whatever influence women exercised in business affairs, they never gained full civil rights, nor could they sustain much visibility on the political landscape.27

 

 

Upper-class wives had the reputation of being overly generous with their sexual favors. Sallust clucks about the women who “publicly sold their chastity.”28 Horace fumes about the matron who becomes well practiced “in lewd loves, then seeks younger adulterers, while her husband’s at wine.”29 Writing early in the second century A.D., Juvenal seems to anticipate the venomous misogyny that would soon pour from the pens of the Christian church fathers. Roman matrons, he tells us, are wanton hussies, engaged in their illicit pursuits at the expense of the hapless cuckolds who are their husbands. They have long discarded the virtuous devotions of their forebears, along with the “naturally feminine” traits of modesty, chastity, and domestic servitude.30 In like fashion, a historian from our own era registers his disapproval of the growing sway exercised by high-placed improvident women in the Late Republic whose “unwholesome influence” engendered a “growing license” and “did much to debase the moral and social standards of the day.”31

In truth, Roman matrons were doubtless no more promiscuous than their husbands, whose own commonplace dalliances were largely overlooked, given the double standard of that day. Under the patriarchal system, a man was free to kill an allegedly unfaithful wife, while himself patronizing prostitutes or keeping a concubine. The codes against adultery initiated by Emperor Augustus were aimed at wives, with no prohibitions imposed upon husbands. 32 One of the many Roman writers who see only virtue in Rome’s earliest epoch and decadence in their own times is Valerius Maximus. He approvingly cites examples of husbands of yore who divorced their wives or otherwise treated them severely for acting in what we might consider mildly independent ways, such as walking abroad with head uncovered, talking to a common freedwoman, or attending public games without the husband’s knowledge. “While women were thus checked in the old days, their minds stayed away from wrongdoing,” Valerius assures us.33

Powerful men such as Julius Caesar often treated women from well-placed families as disposable strategic assets, to be bartered in arranged marriages designed to fortify one’s fortune or help forge political coalitions—a practice that continued within European aristocratic circles down through the ages. Women were also a source of sensual divertissement for Caesar as for most other Roman men. A few—such as his first wife Cornelia, his longtime mistress Servilia, and, in his last years, Cleopatra—did win Caesar’s love, though none could ever claim exclusive command of his sexual attentions.

Many Roman husbands were hopeless philanderers who fixed upon loveless marriages to advance their careers, pocket ample dowries, or simply enjoy a convenient concupiscence. Still there were instances of deep conjugal links being forged. Valerius gives several examples of husbands who were stricken at the loss of their wives. So does the younger Pliny, who himself expressed genuine love for his wife.34

 

 

Along with their gender bias, some gentlemen historians let slip a noticeable ethno-class bigotry. The progenitor of all historians of the Late Republic is Cicero. Hailed by Balsdon as “perhaps the most civilized man who has ever lived,” Cicero has been revered by classics professors and Latin teachers throughout the ages.35 This most civilized man was not above stoking the crassest ethno-class prejudices. Cicero sneered at the Greeks and Jews, both the slaves and freedmen among them, who rallied to the side of democratic leaders, declaring that “men of those nations often throw . . . our assemblies into confusion.” The Greeks are given to “shameless lying,” the Jews to “barbaric superstition.”36

Some latter-day historians have taken their cue from Cicero. Theodore Mommsen describes the Roman Forum as a shouting fest for “everyone in the shape of a man” with Egyptians, Jews, and Greeks, both freedmen and slaves, being the loudest participants in the public assemblies.37 Cyril Robinson notes that many proletarians were “of Greek or Oriental origin . . . [whose] loose and feeble character made them bad citizens.” The “purity of Roman blood began to be contaminated by the admixture of this alien element.” Those of “Oriental blood” were “incapable of assimilating the national habits of decency and restraint,” although “not all Greeks, of course, were vicious or unwholesome characters.” 38

J.F.C. Fuller tells us that Rome’s “Latin stock was increasingly mongrelized as Greeks, Asiatics, Spaniards, Gauls, and other [slaves] were absorbed through manumission and became citizens.” 39 Another esteemed classicist, Jérôme Carcopino, flirts with a racist blood theory of history, writing that interbreeding between Roman aristocrats and their female slaves or freedwomen, followed by frequent emancipation or adoption of the offspring, left “many of the best families of the city infected with an actual hybridization, similar to that which has more recently contaminated other slave-owning peoples.” This mixed breeding “strongly accentuated the national and social decomposition” of Rome.40

In ancient Rome, as in societies before and since, class oppression was supported by class bias. The lowly were considered low because of deficiencies within themselves. Class bias, in turn, was often buttressed by ethnic prejudice. Many of the poor, both slaves and free, were from “barbarian” stock, and this further fueled the tendency to loathe them as wastrels and brigands, troublesome contaminants of respectable society. So ethnic and class bias conveniently dovetailed for those who looked at their world de haut en bas, and this included not only the likes of Cicero but many of the writers who came after him.

2

 

Slaves, Proletarians, and Masters

 

Our hearts you see not; they are pitiful; And pity to the general wrong of Rome—

—JULIUS CAESAR ACT III, SCENE 1

 

 

 

Rome’s social pyramid rested upon the backs of slaves (servi) who composed approximately one-third the population of Italy, with probably a smaller proportion within Rome proper.1 Their numbers were maintained by conquests, piratical kidnappings, and procreation by the slaves themselves. Slavery also was the final destination for individuals convicted of capital crimes, for destitute persons unable to repay debts, and for children sold off by destitute families. War captives were worked to death in the mines and quarries and on plantations (latifundia) at such a rate that their ranks were constantly on the wane.2

A step above the servi was the great mass of propertyless proletariat (proletarii), consisting of city-dwelling citizens (plebs urbana ), foreigners, and freedmen (ex-slaves). Rome had a downtown urban center of temples, ceremonial sites, emporia, public forums, and government offices. Downtown was encircled by a dense ring of slums. There being no public transportation, the proletarians had to be housed within walking distance of work sites and markets. The solution was to pile them into thousands of poorly lit inner-city tenements along narrow streets. Such dwellings were sometimes seven or eight floors high, all lacking toilets, running water, and decent ventilation. The rents for these fetid, disease-ridden warrens were usually more than the plebs could afford, forcing them to double and triple up, with entire families residing in one room. Some luckless renters could afford only dank cellars or cramped garrets not high enough to stand in.3

Charcoal braziers and oil lamps were a constant fire hazard. Building codes were not to appear in Rome for centuries to come. Tenants who escaped the typhoid, typhus, and fires that plagued the slums still lived in fear of having the structures collapse upon them, as happened all too frequently. The ingenuity for which Roman architecture is known was not lavished upon the domiciles of the poor. As Juvenal ironically describes it: “Rome is supported on pipe-stems, matchsticks; it’s cheaper thus for the landlord to shore up his ruins, patch up the old cracked walls, and notify all the tenants. They are expected to sleep secure though the beams are about to crash above them.”4 Cicero himself owned tenement properties whose rental income he used to maintain his son as a student in Athens. In a letter to a friend, he sounds every bit the speculative slumlord: “[T]wo of my shops have collapsed and the others are showing cracks, so that even the mice have moved elsewhere, to say nothing of the tenants. Other people call this a disaster, I don’t call it even a nuisance.... [T]here is a building scheme under way . . . which will turn this loss into a source of profit.”5

The narrow rutted streets were crowded with tradesmen, artisans, jobbers, beggars, shoppers, and loiterers. Street vendors hawked salted fish, warm pans of smoking sausages, cups of pudding, and jars of wine. Musicians, acrobats, and jugglers, with their sad little trained animals, performed for the passing crowd. Large dirty pots placed at intervals along the streets served as pissoirs for passersby, a concession to fullers and laundry workers who—soap being unknown to the Romans—used the accumulated urine to treat or wash their cloth.6 (Uric acid is still applied today in such cleansers as borax.) We can presume that the clothes were given a final rinse in fresh water.

For those who could afford it, wine was imbibed during and between meals. Romans of the Late Republic usually drank it more than half diluted with water. Wine was their coffee, tea, and spirits. “And olive oil was their butter, soap, and electricity: they cooked with it, anointed themselves with it at the baths, and burned it in their lamps.”7 The poor person’s sustenance was grain, consumed in the form of bread and porridge.

With rampant poverty came a high crime rate. Rome had no street lighting and no police force to speak of. As night fell, the populace secured itself behind bolted doors. Only the opulent few, who could afford an ensemble of slaves and strongmen to light the way and serve as bodyguards, dared to venture abroad, and even they thought twice about it. Juvenal writes acerbically of the hazards posed by street toughs: “It makes no difference whether you try to say something or retreat without a word, they beat you up all the same.... You know what the poor man’s freedom amounts to? The freedom, after being punched and pounded to pieces, to beg and implore that he be allowed to go home with a few teeth left.”8

Most plebs urbana and their families lived from hand to mouth, toiling long hours for trifling sums. In the countryside, the plebs rustica fared no better than their city cousins. When possible, they would try to ease their straitened circumstances by taking on the more perilous chores offered by latifundia lords who, like American plantation owners of the antebellum South, sometimes preferred to use free laborers for risky tasks. By the owner’s reckoning, the death of a day jobber merely increased the population of the netherworld, whereas the death of a slave represented the loss of a tidy investment.9

A rung above the propertyless proletarii were the small farmers, settled on their own parcels of land in the provinces around the city, with enough property to qualify for military service. And just above them was a small middle class of minor officials, merchants, and industrial employers, who lived in apartments situated away from the stench and noise of the inner city but still within manageable distance of the Forum and the baths.10

 

 

Looming over the toiling multitude of Rome in “almost incredible opulence” were “a few thousand multimillionaires.”11 One magistrate estimated that the number of solidly rich families was not more than 2,000.12 This elite stratum, the “officer class,” included the equites or equestrians, a class of knights, so designated because their property qualified them to serve in the cavalry—although by the Late Republic many of them probably had never been on a horse. The equestrians were state contractors, bankers, moneylenders, traders, tax collectors, and landowners.13 They occupied a social rank just below aristocrats and well above commoners, serving as a reservoir for recruits into the aristocratic class, as families of old lineage died out from time to time. Being large property holders who generally had little sympathy for the poor, the knights shared many of the same interests as the nobility, although occasional conflicts did arise between the two elite groups .14

At the very apex of the social pyramid was the nobilitas, an aristocratic oligarchy representing families whose lineage could claim one or more members who had served as consul (the highest office of the Republic). Equestrians and nobles differed more in political lineage than family fortune. Both groups were members of the officer class; both held wealth in land, slaves, trade, and finance. Both lived in seemly mansions, enjoying gourmet meals served on plates of gold and silver, lavish gardens, game preserves, aviaries, stables of the finest horses, fish ponds, private libraries, private baths, and water closets. Their estates were situated on tracts the size of veritable townships, large enough to house swollen retinues of slaves and personal servants. Cicero was an equestrian who owned seven or eight estates and several smaller farms, along with his urban tenements and other business ventures.15

The old nobility too was not above pursuing speculative capitalist ventures. Thus Julius Caesar’s friend and ally Crassus, a landed aristocrat, became one of the wealthiest men of the Late Republic by buying up urban sites upon which tenements had collapsed or been ruined by fire, then rebuilding new tenements whose rents provided ample recompense for his capital outlay.16

Class supremacism permeated republican Roman society right down to its domestic codes. There was a strict prohibition against marriage between a member of the aristocratic class and a citizen who had risen from the class of freedmen. Aristocrats also were forbidden to marry actresses and women of other such dubious professions .17

In Rome’s Late Republic, as in any plutocracy, it was a disgrace to be poor and an honor to be rich. The rich, who lived parasitically off the labor of others, were hailed as men of quality and worth; while the impecunious, who struggled along on the paltry earnings of their own hard labor, were considered vulgar and deficient. Though he wrote later on, during the time of emperors, Juvenal might as well have been speaking of earlier republican society when he noted that a rich man’s word was treated as good as gold because he was possessed of gold, but a poor man’s oath “has no standing in court . . . Men do not easily rise whose poverty hinders their merit.”18

 

 

Rome’s oppressive class nature was nowhere more evident than in the widespread practice of slavery. Roman slavery was long treated none too harshly by gentlemen historians. Gibbon, for instance, tells us that a slave did not live without hope, given “the benevolence of the master.” If he showed diligence and fidelity for “a few years” he might very naturally expect to be granted his freedom. 19 More recently, Jérôme Carcopino enthuses about Roman laws that “lightened [the slaves’] chains and favored their emancipation . . . The practical good sense of the Romans, no less than the fundamental humanity instinctive in their peasant hearts, had always kept them from showing cruelty toward the servi. They had always treated their slaves with consideration.... With few exceptions, slavery in Rome was neither eternal nor, while it lasted, intolerable.”20 No slaveholder could have said it better.

“It is not until recent times,” notes K.R. Bradley, “that the realization has begun to set in among scholars that there is something distinctly unpalatable about slavery in antiquity. Indeed in some quarters apologetic influences are still at work.”21 One reputable historian who still celebrates the happy side of slavery is Lionel Casson. He accords a grudging nod to the ill-fated souls who labored under the whip in the fields or died in such numbers in the mines, saying only that they were burdened by “tasks that involved sweat and drudgery.” Then he dwells upon the favorable conditions supposedly enjoyed by slaves who assisted in running luxurious households, or occupied government posts. Some even amassed substantial fortunes as investors. Sometimes “free men with bleak prospects would sell themselves into slavery in order to qualify” for these plum positions.22 A great many manumitted servi, rhapsodizes Casson, “were able to escape from slavery and mount the steps of the social ladder, in some cases to the very top.” One former servus gave his son an excellent education, and the boy grew to be the famous writer Horace. “In but two generations the family had risen from slavery to literary immortality.” 23

The impression one gets is that Roman slavery was a kind of affirmative action program, and Rome was a land of opportunity ouvert aux talents. In fact, such impressive instances of upward mobility were the rare exception. Manumission was usually granted only after many years of servitude. Even then, liberty was fettered with liabilities. Frequently the manumitted servus had to leave behind his spouse or children as slaves. Freedmen could neither serve in the military nor seek public office. They bore the names of their former masters to whom they continued to owe service and make payments.24

Slaves usually had to buy their freedom by meeting the original purchasing price. Obviously, the vast majority could not hope to accumulate such a sum. Some of the luckier ones had their freedom paid for by relatives who were already free and working. Only a select few had the opportunity to pocket tips as doorkeepers or performers, or glean windfall gratuities in specialized occupations such as skilled craftsmen, doctors, and prostitutes.

Manumission was largely motivated by the owner’s desire to escape the onerous expense of having to feed and shelter chattel for their entire lives, especially ones no longer in the full productive vigor of their youth. Many of the manumitted were granted testimonial emancipation in the master’s will, that is, only after his death deprived him of any further opportunity to exploit them would they be set free. As Bradley reckons, “most of the servile population probably never achieved freedom at all . . . [M]anumission was a real but fragile prospect for slaves, and it conceals the years of hardship that preceded its attainment.”25

All slavocracies develop a racist ideology to justify their dehumanized social relationships. In Rome, male slaves of any age were habitually addressed as puer or “boy.” A similar degrading appellation was applied to slaves in ancient Greece and in the slavocracy of the United States, persisting into the postbellum segregationist South of the twentieth century. The slave as a low-grade being or subhuman is a theme found in the writings of Plato and Aristotle. In the minds of Roman slaveholders, the servi—including the foreigners who composed the larger portion of the slave population—were substandard in moral and mental capacity, a notch or two above animals. Cicero assures us that Jews, Syrians, and all other Asian barbarians are “born to slavery.”26 The Roman historian Florus sees the Spartacus slave rebellion not as a monumental struggle for liberty but a disgraceful undertaking perpetrated “by persons of the meanest class” led by “men of the worst character . . . eager to take vengeance on their masters . ” 27 Gibbon describes Rome’s slave population as “a mean and promiscuous multitude.”28 More recently we have Sir Ronald Syme asserting that the Roman slave market was flooded with “captives of alien and often inferior stock.”29 Most present-day classical writers, however, do not embrace the slaveholder’s supremacism, at least not overtly.

 

 

By definition the relationship between master and slave is a coercive one. Not surprisingly the master is preoccupied with questions of control, with instilling loyalty and obedience into these recalcitrant underlings, using a combination of lenient and harsh methods. In the first century A.D. the Roman agricultural writer Columella set forth advice on how best to manage servile farm labor. The slaveholder had to avoid excessive severity and gratuitous cruelty not out of humane consideration but because such things were counterproductive. Slaves could be better controlled if provided with decent living conditions, time off from work, and occasional opportunity to voice grievances. 30

The uncertain promise of eventual emancipation sometimes made manumission an effective control mechanism. The slave was encouraged to observe long-term compliance in the hope of eventual freedom. Servile family attachments were another useful restraint. Married slaves with children were less likely to abscond and more ready to cooperate. And their offspring added to the owner’s wealth. But the slave family existed only as long as it served the interests of the master. It was constantly in danger of disruption since the slave was a disposable form of property. Slave owners readily broke up servile families “when economic considerations made sale of their slaves attractive or necessary.”31

Good treatment did not guarantee good slaves. One might recall Frederick Douglass’s observation drawn from his own unhappy bondage in the American South: The slave who has a cruel master wishes for a kind one, and the slave who has a kind master wishes for freedom. Kindly treatment alone could eventually undermine control by nursing heightened expectations. It was necessary then to impose a coercive, fear-inspiring dominion. A Roman slave could be flogged, branded, mutilated, starved, raped, or crucified, without recourse to self-defense. “Against a slave everything is permitted,” wrote Seneca, the Stoic, who inveighed against the cruel treatment of servi while availing himself of their services.32

In accordance with an ancient rule, if a master was murdered by one of his slaves, all the others in his household faced execution. In this way every servus might feel an interest in guarding the master’s safety. A failure to report suspicious doings or secret plots could cost slaves their lives. One could only pray that one’s master expired in an unambiguously natural fashion, for if there was any suspicion of foul play, the investigating authorities would put all the late owner’s slaves to the torture.33 Roman law did not admit the torture of a free man but required it to exact evidence from slaves, both male and female. But servi who betrayed their masters by volunteering damning information against them in court ended up being punished rather than rewarded.34 For while prosecutors and plaintiffs wanted to win cases, they were disinclined to encourage disloyalty among slaves.

Those who think Roman slavery was such a benign institution have not explained why fugitive slaves were a constant problem. Owners did not lightly countenance the loss of valuable property. They regularly used chains, metal collars, and other restraining devices. Slaves who fled were hunted down and returned to irate masters who were keen to inflict a severe retribution.35 Slaveholders consulted oracles and astrologers to divine the whereabouts of runaways; they posted bills offering rewards; they appealed to state authorities and engaged professional slave catchers (fugitivarii).36 Cicero enlisted two successive provincial governors in the search for a slave who had purloined some of his valuable books and fled abroad.37

Every slave society has known its uprisings. Rome was no exception. The three biggest rebellions, occurring in the last two centuries of the Republic, reached the level of open warfare, with many thousands of armed men on both sides, including the famous one waged by Spartacus and his brave hearts in 74–70 B.C. All were mercilessly crushed. There were numerous other slave uprisings but they were small-scale, short-lived, and unsuccessful, apart from the relatively few slaves who managed a permanent escape.38

 

 

Some domestic slaves who enjoyed the favored circumstances of a wealthy household doubtless were materially better off than many slum-dwelling plebs, though servile accommodations and food rations on even the richest estates were usually kept at meager levels. Some urban slaves could sneak away and participate in marketplace debates or even join guilds. But most endured long hours of service, daily humiliations, whimsical mistreatment, and the threat of heavy whippings. Ammianus Marcellinus tells of owners in his day who might have slaves flogged 300 times for a minor offense such as being slow to bring hot water.39 The younger Seneca describes some of the indignities endured by household slaves:

When we recline at a banquet, one slave mops up the disgorged food, another crouches beneath the table and gathers up the leftovers of the tipsy guests. Another carves the priceless game birds; with unerring strokes and skilled hand, he cuts choice morsels along the breast or the rump. Luckless fellow, to live only for the purpose of cutting fat capons correctly . . . another, who serves the wine, must dress like a woman and wrestle with his advancing years, he cannot get away from his boyhood; he is dragged back to it; and though he has already acquired a soldier’s figure, he is kept beardless by having his hair smoothed away or plucked out by the roots, and he must remain awake throughout the night, dividing his time between his master’s drunkenness and lust; in the chamber he must be a man, at the feast a boy.40

Sexual exploitation of Rome’s servi by their masters, though pandemic, is ignored by virtually all present-day historians. Among ancient writers it was openly acknowledged that slaves should make their bodies available on demand. Horace parades his preference for household slaves, both male and female: “I like my sex easy and ready at hand.”41 And Petronius has an ex-slave in his Satyricon reminisce about how he sexually serviced both his master and mistress for fourteen years, an arrangement that Roman readers doubtless found familiar and believable.42

The poet Martial—who was the closest thing ancient Rome had to a gossip columnist—alludes repeatedly to sexual intimacies that masters enjoyed with their household servi. He ironically hails a certain Quirinalis for not needing a wife because he fornicates with maid servants and fills his town house and country place with the resultant offspring. “A genuine paterfamilias is Quirinalis.” 43 We hear nothing about how the maid servants felt about all this.

Affluent women sometimes took advantage of their class status to pursue carnal knowledge. So Martial chides one man whose seven sons all advertise the features of their mother’s servile adulterers, among whom are the cook, the baker, and even the husband’s own sodomite underling. The poet refers to a woman of advanced years who uses her entire dowry to redeem her favorite lover from slavery, thereby ensuring regular satisfaction for herself; a master who beds his housekeeper; another who buys back his maid in order to keep her as his concubine; those who seek out slave boys for their pleasure; and a husband who lingers with maidservants while his wife accommodates litter-bearers: “You are quite a pair, Alauda.”44

Martial himself longs for “a plump home-born slave.” When he passes up the chance to buy “a lad” for 100,000 sesterces, a friend of his immediately meets the price. In his unsparingly coarse manner, Martial tells how his “cock grieves” over the lost opportunity.45 Of course, the boy in question had no say in the matter. The owner unilaterally set the boundaries and chose the mode of gratification, using the child as he pleased. Slavers regularly catered to pedophilic tastes, selling young boys and girls for sexual purposes. Depilatories were used to remove the hair on a boy’s body, keeping him as young-looking as possible. Boys were made to ingest various potions thought to delay the onset of puberty. Even worse, slave dealers frequently resorted to castration, despite successive laws forbidding it.46

Such instances of child barter, rape, and sexual mutilation go unmentioned by those latter-day scholars who, like the slaveholders themselves, seem to have a keener sense of slavery’s hidden benefits than of its manifest evils.

The image of a mutually loving master-slave relationship in ancient Rome, as Finley notes, seems “to draw modern commentators irresistibly into sentimentality and bathos.”47 But the relationship was anything but mutual. No matter how mawkishly costumed, Roman slavery cannot be passed off as a love relationship.

When a favorite of his named Sositheus, “a delightful fellow,” died, Cicero observed “I am more upset than perhaps I ought to be over the death of a slave.”48 Here Cicero is monitoring his feelings, aware that the slaveholder must maintain proper class boundaries by not growing too attached to a mere servus. The love a master feels for his slave is patronizing and paternalistic. While the love a slave feels for his master is at least partially exacted by the steeply asymmetrical power relationship, generated as much by uneasy necessity as by genuine affection. No wonder it existed more firmly in the master’s imagination than in the slave’s heart. We will never know how Cicero’s Sositheus, who lived and died in servitude, may have felt about their relationship had he been given an opportunity for freedom and decent employment.

During the American Civil War, many masters and mistresses in the Confederacy were astonished to find that their slaves—supposedly so well treated and so devoted and faithful—would manifest the most outrageous ingratitude at the first opportunity, insolently disregarding commands that could no longer be enforced, or fleeing to freedom, even enlisting in the ranks of the Union army to fight for the emancipation of their brethren. The journalist Whitelaw Reid, traveling through the South immediately after the war, noted the refrain repeated tirelessly by erstwhile slaveholders, “We have been the best friends the nigger ever had. Yet this is the way they treat us.”49 We can safely assume that this kind of hidden “ingratitude” existed among many Roman household slaves.

The “faithful slave” was a favorite theme among ancient writers, most of whom were themselves slaveholders. Both Valerius and Appian provide a number of stories of slaves who showed extraordinary devotion to their masters.50 No doubt, touching friendships could blossom between master and slave. Vulnerable captives, torn from hearth and home, will sometimes seek survival and security by attaching themselves emotionally to those who hold life-and-death power over them. But we should not make too much of it. The Roman slaveholders, like the American slaveholders of the antebellum South, lived in persistent fear that their “faithfully devoted” slaves were quite capable of rising up and massacring their overlords. In the younger Pliny’s words, slaveholders were permanently exposed to “dangers, outrages and insult . . . No master can feel safe because he is kind and considerate: for it is their brutality, not their reasoning capacity, which leads slaves to murder masters.”51 Hence the Roman proverb, “A hundred slaves, a hundred enemies.”

The Panglossian view of benign bondage ignores the inhumanity that inheres in forced servitude. Slaves had to truckle to their masters and all other superiors. They were marginalized creatures often denied the most elementary social bonds. They suffered a nearly total lack of control over their labor, their persons, and in most regards their very personalities. Slaves themselves—not just their labor power—were commodities.52 Presumably not thinking of his delightful Sositheus, Cicero made this perfectly clear when he remarked that it was preferable to lighten a ship in emergency by throwing an old slave overboard rather than a good horse. And the elder Cato advises his readers to sell old or sick slaves along with old or sick draught animals “and everything else that is superfluous.”53 So every slaveholder was locked into an intrinsically injurious construct that is the inescapable essence of slavery: The degrading exploitation of one human being so that another may pursue whatever comforts and advantages wealth might confer. Ultimately, the same can be said of all exploitative class relations perpetrated by those who accumulate wealth for themselves by reducing others to poverty.


domenica 1 febbraio 2026

ACQUA VIVA Clarice Lispector

 


ACQUA VIVA

Clarice Lispector 

Recensione

Non si tratta di un romanzo convenzionale, ma di un flusso di coscienza frammentario, un monologo interiore di una pittrice che si rivolge a un amante assente, esplorando l'essenza della vita attraverso parole che fluiscono come acqua. Il testo, tradotto in italiano da Roberto Francavilla per Adelphi (2017), è descritto come un "non-romanzo" o un "anti-romanzo", privo di trama lineare, che invita il lettore a un'esperienza sensoriale e filosofica. I temi principali emergono da questo stile ipnotico e obliquo, che mescola introspezione, poesia e metafisica, rendendo il libro tanto affascinante quanto ostico. 

Uno dei temi dominanti è la ricerca ossessiva dell'istante, quel momento fugace e ineffabile che rappresenta l'essenza della vita. Lispector cattura il "qui e ora" come un'epifania precaria, un "fuoco d’artificio che esplode muto nello spazio", dove l'allegria si fonde con il dolore della separazione.

L'esistenza è ritratta come un processo metamorfico, un "magma composito" di gioia e sofferenza, simile a un parto doloroso: "Il dolore è vita esacerbata. Il processo fa male. Venire alla luce è un lento e lento bel dolore". La narratrice rinasce dal dolore di un amore perduto, assumendo la solitudine come responsabilità e gloria intima: "Io e la mia libertà che non so usare. Grande responsabilità della solitudine".

ACQUA VIVA

Doveva esistere una pittura totalmente libera dalla dipendenza della figura – l’oggetto –, che, come la musica, non illustra nessuna cosa, non racconta una storia e non inaugura un mito. Questa pittura si accontenta di evocare i regni incomunicabili dello spirito, dove il sogno diventa pensiero, dove il tratto diventa esistenza.

MICHEL SEUPHOR

È con un’allegria così profonda. È un tale alleluia. Alleluia, grido, alleluia che si fonde con il più oscuro ululato umano del dolore della separazione ma è un grido di felicità diabolica. Perché nessuno mi tiene più legata. Sono ancora capace di ragionare – in altri tempi ho studiato matematica che è la follia del ragionamento – ma ora voglio il plasma... voglio nutrirmi direttamente della placenta. Ho un po’ di paura: paura di lasciarmi andare perché il prossimo istante è l’ignoto. Il prossimo istante lo creo io? O si crea da sé? Lo creiamo insieme con il respiro. E con una disinvoltura da torero nell’arena.

Te lo dico: sto provando a cogliere la quarta dimensione dell’istante-adesso che da quanto è fuggevole già non è più perché si è appena trasformato in un nuovo istante-adesso che neppure lui è più. Ogni cosa ha un istante in cui è. Voglio impossessarmi dell’è della cosa. Quegli istanti che passano nell’aria che respiro: fuochi d’artificio che esplodono muti nello spazio. Voglio possedere gli atomi del tempo. E voglio catturare il presente che per la sua stessa natura mi è interdetto: il presente mi sfugge, l’attimo svanisce, l’attimo sono io sempre nell’adesso. Solo nell’atto dell’amore – nella limpida astrazione siderale di ciò che si sente – si coglie l’incognita dell’istante che è duramente cristallina e vibrante nell’aria, e la vita è questo istante irraccontabile, più grande dell’avvenimento in sé: nell’amore l’istante di impersonale gioia riluce nell’aria, gloria strana di corpo, materia commossa dal brivido degli istanti... e ciò che si sente è allo stesso tempo immateriale e così oggettivo che è come se accadesse fuori del corpo, fa scintille in alto, allegria, l’allegria è materia di tempo ed è l’istante per eccellenza. E nell’istante si trova l’è dell’istante stesso. Voglio cogliere il mio è. E canto alleluia all’aria, come fanno gli uccelli. E il mio canto non appartiene a nessuno. Ma non c’è passione sofferta con dolore e amore a cui non segua un alleluia.

Il mio tema è l’istante? Il mio tema di vita. Cerco di stare al passo con lui, mi divido migliaia di volte, tante volte quanti sono gli istanti che passano, frammentaria io, e precari i momenti – mi dedico solo a una vita che nasca con il tempo e con lui cresca: soltanto nel tempo c’è spazio per me.

Ti scrivo tutta intera e c’è un sapore nell’essere e il sapore-di-te è astratto come l’istante. È anche con tutto il corpo che dipingo i miei quadri e sulla tela fisso l’incorporeo, io corpo a corpo con me stessa. Non si comprende la musica: la si sente. Sentimi dunque con il tuo corpo intero. Quando mi leggerai chiederai perché non mi limito alla pittura e alle mie mostre, dato che scrivo in modo grezzo e disordinato. È che adesso sento il bisogno di parole... e quello che scrivo è nuovo per me perché la mia vera parola è ancora intatta. La parola è la mia quarta dimensione.

Oggi ho terminato la tela di cui ti ho parlato: linee curve che si intersecano, tratti sottili e scuri, e tu, che hai l’abitudine di voler sapere perché – e il perché a me non interessa, la causa è materia del passato – chiederai perché i tratti sottili e scuri? È a causa dello stesso segreto che ora mi fa scrivere come se fosse a te, scrivo rotondo, intricato e tiepido, ma a volte gelido come gli istanti freschi, acqua di torrente che trema sempre. Ciò che ho dipinto su questa tela è suscettibile di essere messo in una frase di parole? Tanto quanto può essere implicita la parola muta nel suono della musica.

Mi accorgo che non ti ho mai detto come ascolto la musica... appoggio leggermente la mano sul giradischi e la mano vibra trasmettendo onde a tutto il corpo: così ascolto l’elettricità della vibrazione, sostrato ultimo nel dominio della realtà, e il mondo trema nelle mie mani.

Ed ecco che comprendo di volere per me il sostrato vibrante della parola ripetuta in canto gregoriano. Sono consapevole di non poter dire tutto ciò che so, mi riesce solo dipingendo o pronunciando sillabe cieche di senso. E se qui devo usarti parole, esse devono avere un senso quasi solo corporeo, e io sono in lotta con la vibrazione ultima. Per dirti il mio sostrato, eccoti una frase con parole fatte soltanto di istanti-adesso. Leggi dunque la mia frase inventata di pura vibrazione senza significato se non quello di ogni sillaba sibilante, leggi quello che ora segue: «con il passare dei secoli ho perduto il segreto dell’Egitto, quando mi muovevo in longitudine, latitudine e altitudine per l’azione energetica di elettroni, protoni, neutroni, nel fascino che è la parola e la sua ombra». La cosa che ti ho scritto è un disegno elettronico e non ha passato né futuro: è semplicemente adesso.

Devo scriverti anche perché il tuo campo è quello delle parole discorsive e non quello diretto della mia pittura. So che le mie frasi sono primarie, scrivo con troppo amore nei loro confronti e questo amore compensa i difetti, ma troppo amore nuoce al lavoro. Questo non è un libro perché non è così che si scrive. Ciò che scrivo è un solo culmine? I miei giorni sono un solo culmine: io vivo sull’orlo.


Mentre scrivo non posso fabbricare come nella pittura, quando fabbrico artigianalmente un colore. Ma sto tentando di scriverti con tutto il mio corpo, scagliando una freccia che penetri nel punto tenero e nevralgico della parola. Il mio corpo ignoto ti dice: dinosauri, ittiosauri e plesiosauri, con un senso soltanto uditivo, senza che per questo diventino paglia secca, ma umida. Non dipingo idee, dipingo il più irraggiungibile «per sempre». O «mai», è la stessa cosa. Prima di tutto, dipingo pittura. E prima di tutto ti scrivo dura scrittura. Cerco il modo di riuscire a prendere la parola con le mani. La parola è oggetto? E agli istanti io estraggo il succo di frutta. Devo destituirmi per raggiungere il nocciolo e la semenza della vita. L’istante è semenza viva.


L’armonia segreta della disarmonia: non voglio ciò che è fatto ma ciò che tortuosamente si sta ancora facendo. Le mie parole squilibrate sono il lusso del mio silenzio. Scrivo attraverso acrobatiche e aeree piroette... scrivo perché voglio profondamente parlare. Anche se scrivere mi sta solo offrendo la grande misura del silenzio.


E se io dico «io» è perché non oso dire «tu», o «noi» o «qualcuno». Sono obbligata all’umiltà di personalizzarmi facendomi piccola, ma sono il sei-tu.


Sì, voglio la parola ultima che allo stesso tempo è talmente la prima da confondersi già con la parte intangibile del reale. Ho ancora paura di allontanarmi dalla logica perché cado nell’istintivo e nel diretto, e nel futuro: l’invenzione dell’oggi è il mio unico modo di instaurare il futuro. Fin da ora è futuro, e qualsiasi ora è l’ora stabilita. Però che male c’è se mi allontano dalla logica? Sto avendo a che fare con la materia prima. Sono dietro a ciò che sta dietro al pensiero. Inutile volermi classificare: semplicemente sfuggo via senza permetterlo, il genere non mi imprigiona più. Mi trovo in uno stato molto nuovo e vero, curioso di sé stesso, così attraente e personale da non poterlo dipingere né scrivere. Somiglia a certi momenti che ho passato con te, quando ti amavo, al di là dei quali non sono sono potuta andare poiché sono arrivata al fondo dei momenti. È uno stato di contatto con l’energia circostante e rabbrividisco. Una specie di folle, folle armonia. So che il mio sguardo dev’essere quello di una persona primitiva che si abbandona completamente al mondo, primitiva come gli dèi che ammettono il bene e il male soltanto in forma ampia e non vogliono conoscere il bene intricato come capelli nel male, male che è il buono.


Fisso improvvisi istanti che portano in sé la propria morte e altri nascono... fisso gli istanti di metamorfosi ed è di una terribile bellezza la loro successione e concomitanza.


Adesso sta sorgendo il sole e l’aurora è di foschia bianca sulla sabbia della spiaggia. Tutto è mio, dunque. Mi nutro appena, non voglio svegliarmi al di là del risveglio del giorno. Sto crescendo insieme al giorno che mentre cresce uccide in me una certa vaga speranza e mi obbliga a guardare dritto in faccia il duro sole. Il vento soffia e scompiglia le mie carte. Ascolto questo vento di grida, rantolo d’uccello aperto in volo obliquo. E io, qui, mi obbligo alla severità di un linguaggio teso, mi obbligo alla nudità di uno scheletro bianco che è libero da umori. Ma lo scheletro è libero di vita e finché vivo rabbrividisco tutta. Non raggiungerò la nudità finale. Non la desidero ancora, a quanto pare.


Questa è la vita vista dalla vita. Posso non avere senso, ma è una mancanza di senso come quella della vena che pulsa.


Voglio scriverti come colui che apprende. Così fotografo ogni istante. Approfondisco le parole come se stessi dipingendo, più che un oggetto, la sua ombra. Non voglio chiedere perché, si può sempre chiedere perché e rimanere sempre senza risposta: riuscirò ad abbandonarmi al silenzio pieno d’aspettativa che segue una domanda senza risposta? Anche se immagino che in qualche luogo o in qualche tempo esista la grande risposta per me.


E dopo saprò come dipingere e come scrivere, dopo la strana ma intima risposta. Ascoltami, ascolta il silenzio. Ciò che ti dico non è mai ciò che ti dico ma un’altra cosa. Cogli questa cosa che mi sfugge e al contempo però vivo di essa, su una superficie di brillante oscurità. Un istante mi conduce insensibilmente a un altro e il tema atematico si sviluppa senza un piano eppure è geometrico come le figure che girano in un caleidoscopio.


Entro lentamente nel mio dono a me stessa, splendore lacerato dall’ultimo canto che sembra essere il primo. Entro lentamente nella scrittura così come prima sono entrata nella pittura. È un mondo aggrovigliato di liane, sillabe, caprifogli, colori e parole... soglia di caverna ancestrale che è l’utero del mondo, e da lui nascerò.


E se spesso dipingo grotte è perché esse sono il mio tuffo nella terra, scure ma aureolate di chiarore, e io, sangue della natura... grotte stravaganti e pericolose, talismano della Terra, dove si uniscono stalattiti, fossili e pietre, e dove gli animali, che sono folli per la loro stessa natura malefica, cercano rifugio. Le grotte sono il mio inferno. Grotta sempre sognatrice con le sue nebbie, ricordo o nostalgia? Spaventosa, spaventosa, esoterica, inverdita dal limo del tempo. Dentro alla caverna oscura brillano tremolando, appesi, i pipistrelli dalle ali a croce. Vedo ragni lanuginosi e neri. Topi e ratti corrono spaventati per terra e sulle pareti. Fra le pietre, lo scorpione. Granchi, uguali a sé stessi fin dalla preistoria, attraverso morti e nascite, avrebbero un aspetto minaccioso se avessero le dimensioni di un uomo. Vecchi scarafaggi si trascinano nella penombra. E tutto questo sono io. Tutto è pesante di sonno quando dipingo una grotta o te ne scrivo... dal di fuori arriva un tumulto di decine di cavalli bradi che scalpitano sulle tenebre con gli zoccoli secchi, e dallo sfregare degli zoccoli il giubilo si libera in scintille: eccomi, io e la grotta, nel tempo che ci farà marcire.


Voglio mettere in parole, ma senza descrivere, l’esistenza della grotta che ho dipinto tempo fa... e non so come. Solo ripetendo il suo dolce orrore, caverna di terrore e meraviglie, luogo di anime afflitte, inverno e inferno, sostrato imprevedibile del male che si trova dentro a una terra infeconda. Chiamo la grotta con il suo nome e lei inizia a vivere con il suo miasma. Allora ho paura di me stessa che so dipingere l’orrore, io, che sono animale di caverne piene d’echi, e soffoco perché sono parola e anche la sua eco.


Ma l’istante-adesso è una lucciola che si accende e si spegne, si accende e si spegne. Il presente è l’istante in cui la ruota dell’automobile ad alta velocità tocca minimamente il suolo. E la parte della ruota che non l’ha ancora toccato, lo toccherà in un immediato che assorbe l’istante presente e lo rende passato. Io, viva e luccicante come gli istanti, mi accendo e mi spengo, accendo e spengo, accendo e spengo. Solo che quello che colgo in me, adesso che viene trasposto in scrittura, contiene la disperazione delle parole che occupano più istanti di un colpo d’occhio. Più che un istante, desidero il suo fluire.


Nuova èra, la mia, e già mi si annuncia. Sono coraggiosa? Per ora, sì: perché vengo da un sofferto lontano, vengo dall’inferno dell’amore ma adesso sono libera da te. Vengo da lontano... da una pesante ancestralità. Io che vengo dal dolore di vivere. E non lo voglio più. Voglio la vibrazione dell’allegro. Voglio l’esonero da Mozart. Ma voglio anche l’inconseguenza. Libertà? È il mio ultimo rifugio, mi sono costretta alla libertà e la sopporto non come un dono ma con eroismo: sono eroicamente libera. E voglio il fluire.


Non è confortevole ciò che ti scrivo. Non faccio confidenze. Piuttosto mi metallizzo. E non ti sono né mi sono confortevole; la mia parola schiocca nello spazio del giorno. Ciò che saprai di me è l’ombra della freccia che si è conficcata nel bersaglio. Mi limiterò ad afferrare inutilmente un’ombra che non occupa alcun luogo nello spazio, e l’unica cosa che importa è il dardo. Costruisco qualcosa di esente da me e da te... ecco la mia libertà che porta alla morte.


In questo istante-adesso sono avvolta da un vagheggiante desiderio diffuso di meraviglia e da migliaia di riflessi di sole sull’acqua che gorgoglia da una fontanella nel prato di un giardino tutto maturo di profumi, giardino e ombre che invento ora e adesso e che sono la maniera concreta di parlare in questo mio istante di vita. Il mio stato è quello del giardino con l’acqua che gorgoglia. Descrivendolo, provo a mischiare parole affinché il tempo si faccia. Ciò che ti dico deve essere letto rapidamente come quando si guarda.


Adesso è giorno fatto e all’improvviso di nuovo domenica in eruzione inopinata. La domenica è giorno di echi – caldi, secchi, e ovunque ronzio di api e vespe, grida di uccelli e la lontananza dei colpi di martello ritmati – da dove vengono gli echi della domenica? Io che detesto la domenica per il suo vuoto. Io che voglio la cosa più primaria perché è fonte di generazione – io che ambisco bere acqua mentre nasce dalla fonte – io che sono tutto questo, devo per sorte e tragico destino conoscere e sperimentare solo gli echi di me, giacché non colgo il me propriamente detto. Mi trovo in un’attesa stupefacente, tremula, meraviglia, di spalle al mondo, e da qualche parte fugge l’innocente scoiattolo. Piante, piante. Rimango a dormicchiare nel calore estivo della domenica, che ha le mosche a volare intorno alla zuccheriera. Sfarzo di colori, quello della domenica, e splendore maturo. E tutto questo l’ho dipinto qualche tempo fa e in un’altra domenica. Ed ecco quella tela che prima era vergine ora coperta di colori maturi. Mosche azzurre scintillano davanti alla mia finestra aperta sull’aria della strada inanimata. Il giorno sembra la pelle tesa e liscia di un frutto che in una piccola catastrofe i denti spaccano, il suo succo scorre. Ho paura della domenica maledetta che mi liquefa.


Per rifarmi e rifarti torno al mio stato di giardino e ombra, fresca realtà, esisto appena e se esisto è con delicata cautela. Tutt’intorno all’ombra fa un caldo di sudore abbondante. Sono viva. Ma sento che non ho ancora raggiunto i miei limiti, frontiere con che cosa? Senza frontiere, l’avventura della libertà è pericolosa. Ma rischio, vivo rischiando. Sono piena di acacie che oscillano gialle, e io che ho appena cominciato la mia giornata, la comincio con un senso di tragedia, indovinando verso quale oceano perduto si muovono i miei passi di vita. E follemente mi impadronisco delle derive di me, i miei deliri mi soffocano di tanta bellezza. Io sono prima, io sono quasi, io sono mai. E tutto questo ho ottenuto smettendo di amarti.


Ti scrivo come esercitandomi negli schizzi prima di dipingere. Vedo parole. Ciò che dico è puro presente e questo libro è una linea retta nello spazio. È sempre immediato, e il fotometro di una macchina fotografica si apre e immediatamente si richiude, ma trattenendo in sé il flash. Che io dica «ho vissuto» o dica «vivrò», è presente perché lo dico adesso.


Ho cominciato queste pagine anche con lo scopo di prepararmi a dipingere. Ma ora sono presa dal gusto delle parole, e quasi mi libero dal dominio dei colori: provo una voluttà a creare le cose che ti dico. Vivo la cerimonia dell’iniziazione alla parola e i miei gesti sono ieratici e triangolari.


Sì, questa è la vita vista dalla vita. Ma all’improvviso mi dimentico di come cogliere ciò che accade, non so cogliere ciò che esiste se non vivendo qui ogni cosa che capita, non importa cosa: sono quasi libera dai miei errori. Lascio che il cavallo libero corra focoso. Io, che trotto nervosa e solo la realtà mi delimita.


E quando il giorno arriva al termine sento i grilli e divento tutta ricolma e inintelligibile. Poi vivo l’alba azzurrata che viene con il suo ventre pieno di uccellini... riesco a darti un’idea di ciò che accade a una persona nella vita? E tutto quello che mi succede lo annoto per fissarlo. Perché voglio sentire fra le mani il nervo fremente e vivace dell’adesso e che questo nervo mi reagisca come una vena pulsante. E che si ribelli, questo nervo di vita, e che si contorca e palpiti. E che si spargano zaffiri, ametiste e smeraldi nell’oscuro erotismo della vita piena: perché nella mia oscurità alla fine brilli il grande topazio, parola che ha una luce propria.


Adesso sto ascoltando una musica selvaggia, quasi solo batuque e ritmo, viene da una casa vicina dove dei giovani drogati vivono il presente. Un altro istante di ritmo incessante, incessante, e mi succede qualcosa di terribile.


Il fatto è che a causa del ritmo nel suo parossismo... passerò dall’altra parte della vita. Come spiegarti? È terribile e mi minaccia. Sento che non posso più fermarmi e mi spavento. Cerco di distrarmi dalla paura. Ma il martellare reale ha smesso ormai da un po’: sono io l’incessante martellare in me. Dal quale devo liberarmi. Ma non ci riesco: l’altra parte di me mi chiama. I passi che sento sono i miei.


Come se strappassi dalle profondità della terra le nodose radici di un albero smisurato, è così che ti scrivo, e queste radici è come fossero potenti tentacoli, come voluminosi corpi nudi di donne forti avvolte da serpenti e da carnali desideri di realizzazione, e tutto ciò è una preghiera da messa nera, e una richiesta strisciante di amen: perché quello che è cattivo è indifeso e ha bisogno dell’approvazione di Dio: ecco la creazione.


Sarò passata senza accorgermi dall’altra parte? L’altra parte è una vita palpitantemente infernale. Ma c’è la trasfigurazione del mio terrore: allora mi consegno a una vita pesante, tutta simboli pesanti come frutti maturi. Scelgo somiglianze sbagliate ma che mi trascinano nell’intrico. Un minimo di ricordo del buonsenso del mio passato mi tiene ancora aderente alla parte di qua. Aiutami, perché qualcosa si avvicina e ride di me. Presto, salvami.


Ma nessuno può darmi la mano per uscirne: devo usare una grande forza... e nell’incubo uno slancio improvviso e alla fine cado faccia a terra dalla parte di qua. Mi abbandono sul duro suolo, esausta, il cuore ancora salta impazzito, respiro a fiotti. Sono in salvo? Mi asciugo la fronte bagnata. Mi alzo lentamente, provo a muovere i primi passi di una debole convalescenza. Riesco a mantenermi in equilibrio.


No, tutto questo non accade nei fatti reali bensì nel dominio di... di un’arte? Sì, di un artificio per mezzo del quale spunta una realtà delicatissima che inizia a esistere in me: la trasfigurazione mi è accaduta.


Ma l’altra parte, dalla quale sono scappata per un soffio, è diventata sacra e a nessuno racconto il mio segreto. Mi sembra di aver fatto un giuramento in sogno dall’altra parte, un patto di sangue. Nessuno saprà niente: ciò che so è così volatile e quasi inesistente che rimane fra me e me.


Faccio parte dei deboli? Una debole che è stata presa da un ritmo incessante e folle? Se invece io fossi solida e forte non avrei nemmeno sentito il ritmo? Non trovo risposta: sono. Soltanto questo mi viene dalla vita. Ma sono cosa? La risposta è soltanto: sono cosa. Anche se a volte grido: non voglio più essere io!! Ma io aderisco a me e inestricabilmente si forma una tessitura di vita.


Chi mi accompagna, che mi accompagni: la camminata è lunga, è sofferta ma è vissuta. Perché adesso ti parlo seriamente: non sto giocando con le parole. Mi incarno nelle frasi voluttuose e inintellegibili che si aggrovigliano al di là delle parole. E dallo scontro delle frasi emana un silenzio sottile.


Dunque scrivere è il modo di chi si serve della parola come esca: la parola pesca quel che non è parola. Quando la non-parola – quello che è fra le righe – abbocca, qualcosa è stato scritto. Una volta che si è pescato quel che è fra le righe, ci si potrebbe sbarazzare con sollievo della parola. Ma lì finisce l’analogia: la non-parola, abboccando, ha incorporato l’esca. L’unica soluzione allora è scrivere distrattamente.


Non voglio avere la limitazione terribile di chi vive soltanto di quanto può avere senso. Io no: io voglio una verità inventata.


Cosa ti dirò? Ti dirò gli istanti. Esagero me stessa ed è solo allora che esisto e in un modo febbrile. Che febbre: riuscirò un giorno a smettere di vivere? Povera me, che tanto muoio. Seguo il tortuoso cammino delle radici che spaccano la terra, ho per dono la passione, nel fuoco di rami secchi mi torco fra le fiamme. Alla durata della mia esistenza attribuisco un significato occulto che va oltre me. Sono un essere simultaneo: riunisco in me il passato, il presente e il futuro, il tempo che batte nel tic tac degli orologi.


Per interpretarmi e formularmi ho bisogno di nuovi segni e nuove articolazioni in forme che siano situate al di qua e al di là della mia storia umana. Trasfiguro la realtà, e allora un’altra realtà, sognatrice e sonnambula, mi crea. E io rotolo tutta intera e via via che rotolo sulla terra mi accresco di foglie, io, opera anonima di una realtà anonima, giustificabile solo finché dura la mia vita. E poi? Poi tutto ciò che ho vissuto sarà di un povero superfluo.


Ma per il momento mi trovo nel mezzo di quel che grida e pullula. Ed è sottile come la realtà più intangibile. Per il momento il tempo è la durata di un pensiero.


È di una tale purezza questo contatto con l’invisibile nucleo della realtà.


So cosa sto facendo qui: conto gli istanti mentre gocciolano e sono gonfi di sangue.


So cosa sto facendo qui: sto improvvisando. Ma che male c’è? Improvviso come nel jazz si improvvisa la musica, jazz furioso, improvviso davanti al pubblico.


È così curioso aver sostituito i colori con questa cosa strana che è la parola. Parole... mi muovo con cautela fra quelle che possono diventare minacciose; posso avere la libertà di scrivere questo: «pellegrini, mercanti e pastori conducevano le loro carovane verso il Tibet e i cammini erano difficili e primitivi». Con queste parole ho fatto nascere una scena, come in un flash fotografico.


Cosa dice questo jazz che è improvvisato? Dice intrico di gambe e braccia e le fiamme che si alzano e io passiva come carne divorata dal becco adunco di un’aquila che interrompe il suo volo cieco. Esprimo a me e a te i miei desideri più occulti e con le parole ottengo un’orgiastica bellezza confusa. Fremo di piacere dentro alla novità di usare parole che creano una fitta boscaglia. Lotto per conquistare più profondamente la mia libertà di sensazioni e pensieri, senza alcun senso utilitario: sono da sola, io e la mia libertà. È una libertà così grande da riuscire a scandalizzare un primitivo ma so che tu non ti scandalizzi per la pienezza che raggiungo e che è senza frontiere percepibili. Questa mia capacità di vivere ciò che è rotondo e ampio... mi circondo di piante carnivore e di animali leggendari, tutto bagnato dalla grezza e sinistra luce di un sesso mitico. Avanzo in modo intuitivo e senza cercare un’idea: sono organica. E non indago sui miei motivi. Mi tuffo nel quasi dolore di un’intensa allegria... e per abbellirmi nascono fra i miei capelli foglie e rami.


Non so su cosa sto scrivendo: sono oscura a me stessa. Solo inizialmente ho avuto una visione lunare e lucida, e allora ho trattenuto per me l’istante prima che morisse e che perpetuamente muoia. Non è un messaggio di idee che ti trasmetto, bensì un’istintiva voluttà per ciò che è nascosto nella natura e che indovino. E questa è una festa di parole. Scrivo in segni che sono più un gesto che una voce. Tutto questo è ciò che mi sono abituata a dipingere attingendo alla natura intima delle cose. Ma adesso è arrivato il momento di smettere di dipingere per ricostruirmi, mi ricostruisco in queste righe. Ho una voce. Come mi getto nel tratto del mio disegno, questo è un esercizio di vita privo di pianificazione. Il mondo non ha ordine visibile e io ho solo l’ordine del respiro. Mi lascio accadere.


Mi trovo dentro ai grandi sogni della notte: poiché l’ora-adesso è di notte. E canto il passaggio del tempo: sono ancora la regina dei Medi e dei Persiani e sono anche la mia lenta evoluzione che si getta come un ponte levatoio verso un futuro le cui nebbie lattiginose respiro già oggi. La mia aura è mistero di vita. Abdicando da me vado oltre me e allora sono il mondo: seguo la voce del mondo, io stessa all’improvviso con un’unica voce.


Il mondo: un groviglio di fili telegrafici arruffati. E la luminosità comunque oscura: questa sono io di fronte al mondo.


Equilibrio pericoloso, il mio, pericolo di morte dell’anima. La notte di oggi mi guarda con intorpidimento, verderame e vischio. Voglio dentro a questa notte che è più lunga della vita, voglio, dentro a questa notte, vita cruda e sanguinante e piena di saliva. Voglio la seguente parola: splendidezza, splendidezza è la frutta nella sua succulenza, frutta senza tristezza. Voglio lontananze. La mia selvaggia intuizione di me stessa. Ma il mio essenziale è sempre nascosto. Sono implicita. E quando mi esplicito perdo l’umida intimità.


Di che colore è l’infinito spaziale? È del colore dell’aria.


Noi... di fronte allo scandalo della morte.


Ascolta solo superficialmente ciò che dico e dalla mancanza di senso nascerà un senso come da me nasce inspiegabilmente vita alta e leggera. La folta selva di parole avvolge fittamente ciò che sento e vivo, e trasforma tutto ciò che sono in qualcosa di mio che è al di fuori di me. La natura è avvolgente: mi aggroviglia tutta ed è sessualmente viva, soltanto questo: viva. Anch’io sono truculentemente viva... e mi lecco il muso come la tigre dopo aver divorato il cervo.


Ti scrivo nel momento stesso in sé. Mi svolgo soltanto nel presente. Parlo oggi – non ieri né domani – ma oggi e in questo stesso istante percettibile. La mia libertà piccola e riquadrata mi unisce alla libertà del mondo... ma che cos’è una finestra se non aria incorniciata da un rettangolo? Sono aspramente viva. Me ne vado – dice la morte senza aggiungere che mi porta con sé. E rabbrividisco con il respiro ansante perché la devo accompagnare. Io sono la morte. È nel mio essere stesso che si dà la morte... come spiegarti? È una morte sensuale. Come morta, cammino attraverso l’erba alta nella luce inverdita degli steli: sono Diana la Cacciatrice d’oro e trovo solo ossame. Vivo di un substrato di sentimenti: sono appena viva.


Ma questi giorni di piena estate di dannazione mi soffiano la necessità di rinuncia. Rinuncio ad avere un significato, e allora il dolce e doloroso incantesimo mi prende. Forme rotonde e rotonde si incrociano nell’aria. C’è il caldo dell’estate. Navigo sulla mia galera che sfida i venti di un’estate stregata. Foglie schiacciate mi ricordano il suolo dell’infanzia. La mano verde e i seni d’oro – è così che dipingo il marchio di Satana. Quelli che ci temono e di fronte alla nostra alchimia denudavano streghe e maghi alla ricerca del marchio recondito che veniva quasi sempre trovato sebbene se ne fosse a conoscenza solo da uno sguardo, poiché quel marchio non era descrivibile né pronunciabile perfino nelle tenebre di un Medioevo... Medioevo, sei il mio oscuro substrato e al bagliore dei roghi i marchiati danzano in circolo cavalcando rami e fogliame che sono il simbolo fallico della fertilità: anche nelle messe bianche si fa uso di sangue ed esso viene bevuto.


Ascolta: io lascio che tu sia, lasciami essere dunque.


Ma eternamente è una parola molto dura: ha una «t» granitica nel mezzo. Eternità: poiché tutto quello che è non è mai iniziato. Il mio piccolo cervello così limitato si inceppa al pensiero di qualcosa che non inizia e non finisce – perché così è l’eterno. Fortunatamente questo sentimento passa perché non sopporto che duri e se continuasse mi porterebbe al delirio. Ma il cervello mi si inceppa anche immaginando il contrario: una cosa che è iniziata – ma dove sarebbe iniziata?, e che finisse – ma cosa verrebbe dopo che fosse finita? Come vedi, mi è impossibile approfondire e impossessarmi della vita, è aerea, è il mio fiato leggero. Ma so bene cosa voglio qui: voglio l’inconcluso. Voglio il profondo disordine organico che lascia comunque intuire un ordine soggiacente. La grande potenza della potenzialità. Queste mie frasi balbettate nascono nel momento stesso in cui vengono scritte e crepitano da quanto sono nuove e ancora verdi. Esse sono l’adesso. Voglio l’esperienza di una mancanza di costruzione. Eppure questo mio testo è tutto attraversato da cima a fondo da un fragile filo conduttore... quale? Quello dell’immersione nella materia della parola? Quello della passione? Filo lussurioso, alito che scalda il fluire delle sillabe. La vita mi sfugge per un soffio anche se mi arriva la certezza che la vita è un’altra e che ha uno stile occulto.


Questo testo che ti do non è fatto per essere guardato da vicino: acquista la sua segreta rotondità dapprima invisibile quando viene visto da un aereo in volo ad alta quota. Allora si indovina il gioco delle isole e si vedono canali e mari. Capiscimi: ti scrivo un’onomatopea, convulsione del linguaggio. Ti trasmetto non una storia ma soltanto parole che vivono del suono. Così ti dico:


«Tronco lussurioso»


E mi immergo in lui. È unito alle radici che penetrano in nodi nella terra. Tutto ciò che ti scrivo è teso. Uso parole sciolte che sono in sé stesse un dardo libero: «selvaggi, barbari, nobili, decadenti e marginali». Ti dice qualcosa? A me parla.


Ma la parola più importante della lingua ha un’unica lettera: è. È.


Mi trovo nel suo midollo.


Ci sono ancora.


Nel suo centro vivo e molle.


Ancora.


Brilla tremulo ed elastico. Come l’andatura di una lucida pantera nera che ho visto e che camminava morbida, lenta e pericolosa. Ma non ingabbiata... non voglio. Quanto all’imprevedibile... la prossima frase mi è imprevedibile. Nel midollo in cui mi trovo, nel midollo dell’È, non faccio domande. Perché quando è... è. Sono limitata soltanto dalla mia identità. Io, entità elastica e separata da altri corpi.


A dire il vero non riesco ancora a vedere bene il filo della matassa di quello che ti sto scrivendo. Credo che non lo vedrò mai... ma riconosco il buio dove rifulgono i due occhi della pantera morbida. L’oscurità è il mio brodo di cultura. L’oscurità fiabesca. Continuo a parlarti e a rischiare la sconnessione: sono sotterraneamente irraggiungibile dalla mia conoscenza.


Ti scrivo perché non mi comprendo.


Ma continuo a seguirmi. Elastica. È un tale mistero questa foresta dove sopravvivo per essere. Ma adesso credo proprio che ci siamo. Cioè: entro. Voglio dire: nel mistero. Io stessa misteriosa e dentro al midollo in cui mi muovo nuotando, protozoo. Un giorno ho detto, in modo infantile: io posso tutto. Era la previsione di poter un giorno lasciarmi andare e cadere nell’abbandono di qualsiasi legge. Elastica. La profonda allegria: l’estasi segreta. So come inventare un pensiero. Sento l’eccitazione della novità. Ma so bene che ciò che scrivo è solamente un tono.


Dentro a questo midollo ho la strana impressione di non appartenere al genere umano.


Ci sono tante cose da dire che non so come dirle. Mancano le parole. Ma mi rifiuto di inventarne di nuove: quelle che esistono già devono dire ciò che si riesce a dire e ciò che è proibito. E ciò che è proibito io lo indovino. Se ne avrò la forza. Dietro al pensiero non ci sono parole: si è. La mia pittura non ha parole: si trova dietro al pensiero. Su questo terreno del «si è» sono pura estasi cristallina. Si è. Mi sono. Tu ti sei.


Io sono spaventata dai miei fantasmi, da ciò che è mitico, fantastico e gigantesco: la vita è soprannaturale. E io cammino su una corda tesa con in mano un ombrello aperto. Cammino fino al limite del mio sogno grande. Vedo la furia degli impulsi viscerali: viscere torturate mi guidano. Non mi piace quello che ho appena scritto... ma sono obbligata ad accettare tutto il brano perché mi è accaduto. E rispetto molto ciò che io mi accado. La mia essenza è inconsapevole di sé ed è per questo che mi obbedisco ciecamente.


Ecco che sono antimelodica. Mi compiaccio dell’armonia difficile degli aspri contrari. Verso dove sto andando? E la risposta è: sto andando.


Quando morirò allora non sarò mai nata né vissuta: la morte cancella le tracce di schiuma del mare sulla spiaggia.


Adesso è un istante.


Subito è un altro adesso.


E un altro. Il mio sforzo: portare adesso il futuro verso il subito. Mi muovo dentro ai miei istinti profondi che si compiono alla cieca. Sento allora che mi trovo nelle vicinanze di sorgenti, lagune e cascate, tutte di acque abbondanti. E io libera.


Ascoltami, ascolta il mio silenzio. Quel che dico non è mai quel che dico bensì un’altra cosa. Quando dico «acque abbondanti» sto parlando della forza del corpo nelle acque del mondo. Cogli quest’altra cosa di cui parlo veramente perché io stessa non so farlo. Leggi l’energia che risiede nel mio silenzio. Ah, ho paura di Dio e del suo silenzio.


Mi sono.


Ma c’è anche il mistero dell’impersonale che è l’«it»: ho l’impersonale dentro di me e non è corrotto e marcescibile dal personale che a volte mi inonda: ma mi asciugo al sole e sono un impersonale dal nocciolo asciutto e germinativo. Il mio personale è humus nella terra e vive del marcimento. Il mio «it» è duro come un ciottolo.


La trascendenza dentro di me è l’«it» vivo e molle e ha lo stesso pensiero di un’ostrica. Forse che l’ostrica prova angoscia quando viene strappata dalla sua radice? È inquieta nella sua vita senza occhi. Io spremevo sempre del limone sull’ostrica viva e la guardavo con orrore e fascino contorcersi tutta. Stavo mangiando l’it vivo. L’it vivo è Dio.


Mi fermo un poco perché so che Dio è il mondo. È ciò che esiste. Io prego ciò che esiste? Non c’è pericolo ad avvicinarsi a ciò che esiste. La preghiera profonda è una meditazione sul nulla. È il contatto asciutto e elettrico con sé stessi, con un sé impersonale.


Quello che non mi piace è quando spremono limone sulle mie profondità e mi fanno contorcere tutta. I fatti della vita sono il limone sull’ostrica? Forse che l’ostrica dorme?


Qual è l’elemento primario? Devono essere stati subito due perché ci fosse il segreto movimento intimo da cui sgorga il latte.


Mi hanno detto che la gatta, dopo aver partorito, si mangia la sua placenta e per quattro giorni non mangia nient’altro. È solo più tardi che beve il latte. Lasciami parlare puramente di allattamento. Si parla della montata lattea. Come? E non servirebbe a nulla spiegare perché la spiegazione richiede un’altra spiegazione che richiederebbe un’altra spiegazione e che si aprirebbe nuovamente sul mistero. Ma so di cose it sull’allattamento dei bambini.


Sto respirando. Su e giù. Su e giù. Come respira l’ostrica nuda? Se respira, non lo vedo. Quel che non vedo non esiste? La cosa che più mi emoziona è che ciò che non vedo esiste lo stesso. Perché così ho ai miei piedi tutto un mondo sconosciuto che esiste pieno e denso di ricca saliva. La verità si trova da qualche parte: ma è inutile pensare. Non la scoprirò eppure vivo di essa.


Ciò che ti scrivo non arriva dolcemente, non cresce a poco a poco fino a un auge per poi morire dolcemente. No: ciò che ti scrivo è di fuoco come occhi di brace.


Oggi è notte di luna piena. Dalla finestra la luna ricopre il mio letto e rende tutto di un bianco latteo azzurrato. Il chiaro di luna è mancino. Resta alla sinistra di chi entra. Allora fuggo chiudendo gli occhi. Perché la luna piena è di un’insonnia lieve: intorpidita e dormiente come dopo l’amore. E io avevo deciso di andare a dormire per poter sognare, avevo nostalgia delle novità del sogno.


Allora ho sognato una cosa che tenterò di riprodurre. Si tratta di un film che stavo guardando. C’era un uomo che imitava un artista del cinema. E tutto ciò che quell’uomo faceva veniva a sua volta imitato da altri e altri ancora. Qualsiasi gesto. E c’era la pubblicità di una bibita chiamata Zerbino. L’uomo prendeva la bottiglia di Zerbino e se la portava alla bocca. Allora tutti prendevano una bottiglia di Zerbino e se la portavano alla bocca. A un certo punto l’uomo che imitava l’artista del cinema diceva: questo è un film pubblicitario della Zerbino e la Zerbino a dire il vero non è un granché. Ma non era il finale. L’uomo riprendeva la bibita e beveva. E così facevano tutti gli altri: era inevitabile. La Zerbino era un’istituzione più forte dell’uomo. Le donne a quel punto sembravano delle hostess. Le hostess sono disidratate... bisogna aggiungere alla polvere parecchia acqua per trasformarle in latte. È un film di persone automatiche che sanno in modo acuto e grave di essere automatiche e che non c’è via di uscita. Dio non è automatico: per Lui ogni istante è. Lui è it.


Ma ci sono domande che mi sono fatta da bambina a cui non ho avuto risposta e che sono rimaste a echeggiare lamentose: il mondo si è creato da solo? Ma si è creato dove? In che luogo? E se è stato attraverso l’energia di Dio... come è iniziato? Sarà forse come adesso, che io sono e allo stesso tempo mi sto creando? È per questa mancanza di risposta che mi sento così confusa.


Ma 9 e 7 e 8 sono i miei numeri segreti. Sono un’iniziata senza setta. Avida di mistero. La mia passione per il cuore dei numeri, nei quali indovino il nucleo del loro stesso destino rigido e inevitabile. E sogno lussureggianti grandezze sprofondate in tenebre: tumulto dell’abbondanza, dove le piante vellutate e carnivore siamo noi che siamo appena sbocciati, acuto amore... lento svenimento.


Ciò che ti sto scrivendo si trova forse dietro al pensiero? Ragionamento certo non è. Chi è capace di smettere di ragionare – cosa terribilmente difficile – mi segua. Ma almeno non sto imitando un artista del cinema e nessuno deve portarmi alla bocca o diventare hostess.


Ti farò una confessione: sono un po’ spaventata. È che non so dove mi condurrà questa mia libertà. Non è arbitraria né libertina. Ma non ho vincoli.


Di tanto in tanto ti darò una storia leggera... aria melodica e cantabile per spezzare questo mio quartetto d’archi: un brano figurativo per aprire una radura nella mia selva nutrice.


Sono libera? C’è qualcosa che ancora mi lega. O sono io che mi lego a lei? È anche così: non sono totalmente svincolata giacché sono in unione con tutto. Del resto, una persona è tutto. Non è pesante da portare semplicemente perché non lo si porta: si è il tutto.


Mi sembra per la prima volta di sapere delle cose. L’impressione è che non vado più fino alle cose solamente per non superarmi. Ho una certa paura di me stessa, non sono affidabile, e non mi fido del mio falso potere.


Questa è la parola di chi non può.


Non dirigo niente. Nemmeno le mie stesse parole. Ma non è triste: è gioiosa umiltà. Io, che vivo di lato, sono alla sinistra di chi entra. E in me rabbrividisce il mondo.


La mia parola ti suona promiscua? Mi piacerebbe che non lo fosse, io non sono promiscua. Ma sono caleidoscopica: mi affascinano le mie mutazioni scintillanti che qui caleidoscopicamente registro.


Adesso mi fermo un poco per approfondirmi di più. Poi torno.


Sono tornata. Sono stata esistendo. Ho ricevuto da San Paolo una lettera da una persona che non conosco. L’ultima lettera di un suicida. Ho telefonato a San Paolo. Al telefono non rispondeva nessuno, squillava e squillava e risuonava come in un appartamento vuoto. È morto o non è morto. Questa mattina ho telefonato di nuovo: continuava a non rispondere nessuno. È morto, sì. Non me lo dimenticherò mai.


Non sono più spaventata. Lasciami parlare, va bene? Sono nata così: estraendo dall’utero di mia madre la vita che è sempre stata eterna. Aspettami... d’accordo? Nel momento in cui dipingo o scrivo sono anonima. Il mio profondo anonimato che nessuno ha mai toccato.


Ho una cosa importante da dirti. Ed è che non sto scherzando: it è elemento puro. È il materiale dell’istante del tempo. Non sto reificando niente: sto vivendo il vero parto dell’it. Mi sento intontita come chi sta per nascere.


Nascere: ho già assistito al parto di una gatta. Il gatto viene fuori avvolto in una sacca piena d’acqua e tutto raggomitolato all’interno. La madre lecca così tante volte la sacca d’acqua che questa alla fine si rompe ed ecco un gatto quasi libero, legato soltanto dal cordone ombelicale. Allora la gatta-madre-creatrice rompe con i denti quel cordone e appare una cosa in più nel mondo. Questo processo è it. Non sto scherzando. Sono seria. Perché sono libera. Sono così semplice.


Ti sto dando la libertà. Prima rompo la sacca d’acqua. Poi taglio il cordone ombelicale. E tu sei vivo per conto tuo.


E quando nasco, sono libera. Questa è la base della mia tragedia.


No. Non è facile. Ma «è». Ho mangiato la mia placenta per evitare di mangiare per quattro giorni. Per avere latte da darti. Il latte è un «questo». E nessuno è me. Nessuno è te. Questa è la solitudine.


Sto aspettando la prossima fase. È questione di secondi. Parlando di secondi ti chiedo se tolleri il fatto che il tempo sia oggi e subito e adesso. Io lo tollero perché ho mangiato la mia placenta.


Alle tre e mezzo del mattino mi sono svegliata. E subito, elastica, sono saltata giù dal letto. Sono venuta a scriverti. Ovvero: a essere. Adesso sono le cinque e mezza del mattino. Non ho voglia di niente: sono pura. Non ti auguro questa solitudine. Ma io stessa mi trovo nell’oscurità creatrice. Lucida oscurità, luminosa stupidità.


Molte cose non te le posso raccontare. Non sarò autobiografica. Voglio essere «bio».


Scrivo al fluire delle parole.


Prima della comparsa dello specchio la gente non conosceva il proprio volto se non riflesso nelle acque di un lago. Dopo un certo tempo ciascuno è responsabile del viso che ha. Adesso guarderò il mio. È un volto nudo. E quando penso che al mondo non ne esiste uno uguale, mi coglie un allegro sgomento. E non ce ne sarà mai un altro. Mai è l’impossibile. Mi piace il mai. Mi piace anche il sempre. Cosa c’è fra il mai e il sempre che li unisce così indirettamente e intimamente?


In fondo a tutto c’è l’alleluia.


Questo istante è. Tu che mi leggi è.


Mi costa credere che morirò. Perché sto gorgogliando in una frescura gelida. La mia vita sarà lunghissima perché ogni istante è. L’impressione è che io stia per nascere e non ci riesca.


Sono un cuore che batte nel mondo.


Tu che mi leggi, aiutami a nascere.


Aspetta: sta diventando buio. Di più.


Più buio.


L’istante è di un buio totale.


Continua.


Aspetta: comincio a intravedere una cosa. Una forma luminescente. Un ventre latteo con ombelico? Aspetta... uscirò da questa oscurità dove ho paura, oscurità ed estasi. Sono il cuore delle tenebre.


Il problema è che la finestra della mia camera ha un difetto nella tenda. Non scorre e quindi non si chiude. Allora la luna piena entra tutta e rende la stanza fosforescente di silenzio: è orribile.


Adesso le tenebre vanno dissipandosi.


Sono nata.


Pausa.


Meraviglioso scandalo: nasco.


Tengo gli occhi chiusi. Sono pura incoscienza. Hanno già tagliato il cordone ombelicale: sono libera nell’universo. Non penso ma sento l’it. Con gli occhi chiusi cerco ciecamente il seno: voglio latte grasso. Nessuno mi ha insegnato a volere. Ma voglio già. Resto sdraiata con gli occhi aperti a guardare il soffitto. Dentro è oscurità. Un io che pulsa già si forma. Ci sono girasoli. C’è grano alto. Io è.


Ascolto il rimbombo vuoto del tempo. È il mondo che sordamente si sta formando. Se io sento è perché esisto prima della formazione del tempo. «Io sono» è il mondo. Mondo senza tempo. La mia coscienza adesso è leggera ed è aria. L’aria non ha luogo né epoca. L’aria è il non luogo dove tutto esisterà. Questo che sto scrivendo è musica dell’aria. La formazione del mondo. Pian piano si avvicina ciò che sarà. Ciò che sarà è già. Il futuro è avanti e indietro e ai lati. Il futuro è ciò che è sempre esistito e sempre esisterà. Anche se fosse abolito il Tempo? Ciò che ti sto scrivendo non è da leggere... è da essere. La tromba degli angeli-esseri echeggia nel senza tempo. Nasce nell’aria il primo fiore. Si forma il suolo che è terra. Il resto è aria e il resto è lento fuoco in perpetua trasformazione. La parola «perpetua» non esiste poiché non esiste il tempo? Ma esiste il rimbombo. E la mia esistenza inizia a esistere. Dunque inizia il tempo?


Mi è venuto in mente all’improvviso che non è necessario avere un ordine per vivere. Non c’è un modello da seguire e nemmeno il modello stesso: nasco.


Non sono ancora pronta a parlare come «lui» o «lei». Rappresento «quella cosa». Quella cosa è legge universale. Nascita e morte. Nascita. Morte. Nascita e... come il respiro del mondo.


Io sono puro it che pulsava ritmicamente. Ma sento che fra poco sarò pronta a parlare come «lui» o «lei». Qui non ti prometto una storia. Ma ecco l’it. Chi lo sostiene? L’it è molle ed è ostrica ed è placenta. Non sto scherzando perché non io sono un sinonimo... sono il nome stesso. C’è una linea d’acciaio che attraversa tutto quello che ti scrivo. C’è il futuro. Che è oggi stesso.


La mia vasta notte si svolge nel momento primario di una latenza. La mano si posa sulla terra e ascolta calda un cuore che batte. Vedo la grande lumaca bianca con seni di donna: è un essere umano? La brucio su un rogo inquisitorio. Possiedo il misticismo delle tenebre di un passato remoto. Ed esco da questa tortura di vittima con il marchio non descrivibile che simbolizza la vita. Creature elementari mi circondano, nani, gnomi, folletti e geni. Sacrifico animali per raccogliere il sangue che mi serve per le cerimonie di sortilegio. Nel mio furore faccio l’offerta dell’anima nella sua stessa nerezza. La messa mi spaventa... spaventa me che la sto officiando. E la torva mente domina la materia. La fiera digrigna i denti e nella lontananza dell’aria galoppano i cavalli dei carri allegorici.


Nella mia notte idolatro il senso segreto del mondo. Bocca e lingua. E un cavallo brado di una forza libera. Ne serbo lo zoccolo con amoroso feticismo. Nella mia notte profonda soffia un folle vento che mi porta grida sfilacciate.


Provo il martirio di un’inopportuna sensualità. Mi sveglio all’alba piena di frutti. Chi verrà a raccogliere i frutti della mia vita? Se non tu e io stessa? Perché le cose un istante prima di accadere sembrano già accadute? È la questione della simultaneità del tempo. Ed ecco che ti faccio domande, e saranno tante. Perché io sono una domanda.


E nella mia notte sento il male che mi domina. Quel che si chiama un bel paesaggio non mi causa altro che stanchezza. A me piacciono i paesaggi di terra bruciata e secca, con alberi ritorti e montagne di roccia e una luce biancastra e sospesa. È lì, sì, che si trova la bellezza recondita. So che anche a te non piace l’arte. Sono nata dura, eroica, solitaria e in piedi. E ho trovato il mio contrappunto nei paesaggi privi di pittoresco e di bellezza. La bruttezza è il mio stendardo di guerra. Io amo il brutto di un amore da pari a pari. E sfido la morte. Io... io sono la mia stessa morte. E nessuno va più lontano. Ciò che è barbaro in me cerca il barbaro crudele al di fuori di me. Vedo fra luci e ombre i volti tremolanti delle persone davanti alle fiamme del rogo. Sono un albero che arde con duro piacere. Solo una dolcezza mi possiede: la connivenza con il mondo. Amo la mia croce, che porto dolorosamente. È il minimo che posso fare della mia vita: accettare commiserevolmente il sacrificio della notte.


Lo strano mi prende: allora apro l’ombrello nero e mi scateno in una festa da ballo dove brillano le stelle. Il nervo rabbioso dentro di me e che mi contorce. Finché la notte fonda non mi trova esangue. La notte fonda è grande e mi mangia. Il vento impetuoso mi chiama. Lo seguo e mi strappo. Se non entrerò nel gioco che si sdoppia in vita perderò la vita stessa in un suicidio della mia specie. Proteggo con il fuoco il mio gioco di vita. Quando la mia esistenza e quella del mondo diventano insostenibili per la ragione... allora mi slego e seguo una verità latente. Riconoscerei forse la verità se questa desse prova di sé?


Mi sto creando. Mi creo fino a raggiungere il nocciolo.


Quanto a me nel mondo voglio dirti della forza che mi guida e che mi porta il mondo stesso, della sensualità vitale di strutture nitide e delle curve che sono organicamente legate ad altre forme curve. Il mio grafismo e le mie circonvoluzioni sono potenti e la libertà che soffia d’estate ha in sé la fatalità. L’erotismo proprio di ciò che è vivo è sparso nell’aria, nel mare, nelle piante, in noi, sparso nella veemenza della mia voce, io ti scrivo con la mia voce. E c’è un vigore di tronco robusto, di radici piantate nella terra viva che reagisce offrendo loro abbondanza di alimenti. Respiro di notte l’energia. E tutto ciò nel fantastico. Fantastico: il mondo per un istante è esattamente ciò che il mio cuore chiede. Sono sul punto di morirmi e di formare nuove composizioni. Mi sto esprimendo molto male e le parole giuste mi sfuggono. La mia forma interna è finemente depurata e tuttavia la mia unione con il mondo ha la nuda crudezza dei sogni liberi e delle grandi realtà. Non conosco il divieto. E la mia stessa forza mi libera, questa vita piena che da me straripa. E non pianifico nulla nel mio lavoro intuitivo di vivere: lavoro con l’indiretto, l’informale e l’imprevisto.


Adesso al mattino sono pallida e ansante e ho la bocca asciutta davanti a ciò che ottengo. La natura in cantico corale e io che sto morendo. Cosa canta la natura? La stessa parola finale che non è mai più io. I secoli ricadranno su di me. Ma per il momento una truculenza di corpo e anima che si manifesta nel ricco ribollire di parole pesanti che sbattono l’una contro l’altra... e qualcosa di selvaggio, primario e nervoso si erge dalle mie paludi, la pianta maledetta che sta per consegnarsi al Dio. Più è maledetta, più si accosta al Dio. Io mi sono approfondita in me e ho trovato che voglio vita sanguinosa, e il senso occulto possiede un’intensità che ha luce. È la luce segreta di una saggezza della fatalità: la pietra fondamentale della terra. È più un presagio di vita che vita. Io la esorcizzo escludendo i profani. Nel mio mondo mi è concessa poca libertà di azione. Sono libera soltanto di eseguire i gesti fatali. La mia anarchia obbedisce sotterraneamente a una legge dove mi occupo, occulta, di astronomia, matematica e meccanica. La liturgia degli sciami dissonanti degli insetti che vengono fuori dalle paludi nebbiose e pestilenziali. Insetti, rospi, pidocchi, mosche, pulci e cimici... tutto nato da una corrotta germinazione malsana di larve. E la mia fame si nutre di questi esseri putrefatti in decomposizione. Il mio rito è purificatore di forze. Ma nel bosco esiste la malvagità. Bevo un sorso di sangue che mi riempie tutta. Sento cembali e trombe e tamburelli che riempiono l’aria di fragori e sciabordii coprendo così il silenzio del disco del sole e il suo prodigio. Voglio un manto intessuto di fili d’oro solare. Il sole è la magica tensione del silenzio. Nel mio viaggio verso i misteri sento la pianta carnivora che rimpiange tempi immemorabili: e ho incubi osceni sotto venti insani. Sono incantata, sedotta, rapita da voci furtive. Le iscrizioni cuneiformi quasi incomprensibili parlano di come concepire e contengono formule su come nutrirsi della forza delle tenebre. Parlano di femmine nude e striscianti. E l’eclissi di sole causa un segreto terrore che annuncia tuttavia uno splendore di cuore. Poso sui miei capelli il diadema di bronzo.


Dietro al pensiero – più dietro ancora – c’è il soffitto che guardavo nella mia infanzia. All’improvviso scoppiavo a piangere. Era già amore. O forse non piangevo. Rimanevo a osservare. A scrutare il soffitto. L’istante è il vasto uovo dalle tiepide viscere.


Adesso è di nuovo l’alba.


Ma al mattino penso che siamo i contemporanei del giorno che verrà. Che Dio mi aiuti: sono perduta. Ho terribilmente bisogno di te. Dobbiamo essere in due. Affinché il grano cresca alto. Sono così profonda che devo fermarmi.


Sono nata qualche istante fa e sono offuscata.


I cristalli tintinnano e scintillano. Il grano è maturo: il pane è spartito. Ma spartito con dolcezza? È importante saperlo. Non penso, proprio come il diamante non pensa. Brillo completamente limpida. Non ho fame né sete: sono. Ho due occhi che sono aperti. Sul nulla. Sul soffitto.


Farò un adagio. Leggi piano e in pace. È un vasto affresco.


Nascere vuol dire questo:


I girasoli piegano lentamente le loro corolle verso il sole. Il grano è maturo. Il pane è con dolcezza che va mangiato. Il mio impulso si lega a quello delle radici degli alberi.


Nascita: i poveri hanno una preghiera in sanscrito. Non chiedono: sono poveri di spirito. Nascita: gli africani hanno la pelle scura e opaca. Molti sono figli della regina di Saba e del re Salomone. Gli africani, per farmi addormentare, io appena nata, intonano una cantilena elementare dove raccontano in maniera monotona che la suocera, appena se ne vanno, arriva e si porta via un casco di banane.


C’è una loro canzone d’amore che recita, in maniera altrettanto monotona, il lamento che faccio mio: perché ti amo se non mi rispondi? Invio messaggeri invano; quando ti saluto tu nascondi il volto; perché ti amo se nemmeno ti accorgi di me? C’è anche una canzone per cullare gli elefanti che vanno a fare il bagno al fiume. Sono africana: c’è un filo di lamento triste e largo e selvatico nella mia voce che ti canta. I bianchi picchiavano i neri con la frusta. Ma come il cigno secerne un olio che gli rende la pelle impermeabile... così il dolore dei neri non riesce a entrare e non fa male. Si può trasformare il dolore in piacere... solo con un «clic». Cigno nero?


Ci sono però coloro che muoiono di fame e io non posso fare altro che nascere. La mia cantilena è: cosa posso fare per loro? La mia risposta è: dipingere un affresco in adagio. Potrei patire la fame degli altri in silenzio ma una voce di contralto mi fa cantare... canto fosco e scuro. È il mio messaggio di persona sola. La persona mangia l’altra per fame. Ma io mi sono nutrita della mia stessa placenta. E non starò lì a rodermi le unghie, perché questo è un tranquillo adagio.


Mi sono fermata a bere acqua fresca: il bicchiere in questo istante-adesso è di spesso cristallo sfaccettato e con migliaia di scintille di istanti. Gli oggetti sono tempo fermato?


C’è ancora la luna piena. Gli orologi si fermano e il suono di un carillon roco scivola sul muro. Voglio essere sepolta con l’orologio al polso in modo che nella terra qualcosa possa far pulsare il tempo.


Sono così ampia. Sono coerente: il mio cantico è profondo. Lento. Ma in crescendo. Sta crescendo ancora. Se crescerà molto diventerà luna piena e silenzio, e fantasmagorico suolo lunare. In osservazione del tempo che si ferma. Ciò che ti scrivo è serio. Diventerà un duro oggetto imperituro. Quello che arriva è imprevisto. Per essere inutilmente sincera devo dire che adesso sono le sei e un quarto del mattino.


Il rischio... sto rischiando di scoprire una nuova terra. Dove non sono mai stati mossi passi umani. Prima devo passare attraverso il vegetale profumato. Mi hanno regalato delle belle di notte che ora stanno sul mio terrazzo. Inizierò a fabbricare da me il mio profumo: compro l’alcol che serve e l’essenza che vendono già macerata e soprattutto il fissante che deve essere di pura origine animale. Muschio pesante. Ecco l’ultimo accordo grave dell’adagio. Il mio numero è 9. È 7. È 8. Tutto dietro al pensiero. Se tutto ciò esiste, allora io sono. Ma perché questo malessere? È perché non sto vivendo nell’unico modo di viversi che esiste per ognuno, e non so nemmeno qual è. Scomodo. Non mi sento bene. Non so che cosa c’è. Ma c’è qualcosa di sbagliato e mi provoca malessere. E tuttavia sono spontanea e il mio gioco è onesto. Gioco a carte scoperte. L’unica cosa che non racconto sono i fatti della mia vita: sono segreta per natura. Che cosa c’è, allora? So che non voglio l’impostura. Mi rifiuto. Mi sono approfondita ma non credo in me perché il mio pensiero è inventato.


Posso già prepararmi per il «lui» o «lei». L’adagio è giunto al termine. Allora inizio. Non mento. La mia verità scintilla come la goccia di un lampadario di cristallo.


Ma essa è occulta. Io resisto perché sono forte: ho mangiato la mia stessa placenta.


Eppure è tutto così fragile. Mi sento così perduta. Vivo di un segreto che si irradia in raggi luminosi che mi offuscherebbero se non li ricoprissi con un manto pesante di false certezze. Che Dio mi aiuti: sono senza guida ed è di nuovo buio.


Dovrò morire di nuovo per nascere di nuovo? Lo accetto.


Ritornerò all’ignoto di me stessa e quando nascerò parlerò come «lui» o «lei». Per il momento quello che mi sorregge è il «ciò» che è un «it». Creare da sé stessi un essere è molto grave. Io mi sto creando. E camminare nella completa oscurità alla ricerca di noi stessi è quello che facciamo. Fa male. Ma è dolore di parto: nasce una cosa che è. Si è. È dura come una pietra asciutta. Ma il suo midollo è it molle e vivo, perituro, periclitante. Vita di materia elementare.


Siccome il Dio non ha nome darò a Lui il nome di Simptar. Non appartiene a nessuna lingua. A me do il nome di Amptala. Che io sappia questo nome non esiste. Forse in una lingua anteriore al sanscrito, una lingua it. Sento il tic tac dell’orologio: allora mi affretto. Il tic tac è it.


Credo che non morirò nell’istante che sta per arrivare perché il medico che mi ha visitato con cura ha detto che sono in perfetta salute. Vedi? L’istante è passato e io non sono morta. Voglio che mi seppelliscano direttamente nella terra ma dentro a una bara. Non voglio che mi conservino in uno stipo nel muro come fanno al cimitero São João Batista che non ha più posti nella terra. Allora si sono inventati quelle diaboliche pareti dove si sta come in un archivio.


Adesso è un istante. Lo cogli? Io sì.


L’aria è «it» e non ha profumo. Mi piace anche. Ma mi piace la bella di notte, muschiata, perché la sua dolcezza è un darsi alla luna. Ho già mangiato gelatina di rose piccole e scarlatte: il loro gusto ci benedice e al tempo stesso ci assale. Come esprimere il gusto in parole? Il gusto è uno solo e le parole sono molte. Quanto alla musica, dopo che è stata eseguita, dove va a finire? La musica di concreto ha solo lo strumento. Molto dietro al pensiero ho un sottofondo musicale. Ma più indietro ancora c’è il cuore che batte. Così il pensiero più profondo è un cuore che batte.


Voglio morire piena di vita. Giuro che morirò godendomi l’ultimo istante. C’è una preghiera profonda in me che nascerà chissà quando. Vorrei tanto morire di salute. Come se esplodessi. Éclater è meglio: j’éclate. Per il momento c’è il dialogo con te. Poi sarà il monologo. Poi il silenzio. So che ci sarà un ordine.


Il caos si prepara di nuovo come gli strumenti musicali che si accordano prima di iniziare la musica elettronica. Sto improvvisando e la bellezza di quanto improvviso è fuga. Sento palpitare in me la preghiera che ancora non c’è. Sento che chiederò che i fatti scorrano su di me, senza bagnarmi. Sono pronta per il silenzio grande della morte. Vado a dormire.


Mi sono alzata. Il colpo di grazia. Perché sono stanca di difendermi. Sono innocente. Perfino ingenua perché mi consegno senza garanzie. Sono nata per Ordine. Sono completamente tranquilla. Respiro per Ordine. Non ho uno stile di vita: ho raggiunto l’impersonale, che è così difficile. Fra poco l’Ordine mi comanderà di superare il massimo. Superare il massimo è vivere l’elemento puro. Ci sono persone che non ce la fanno: vomitano. Ma io sono abituata al sangue.


Che musica bellissima ascolto dentro di me. È fatta di tratti geometrici che si incrociano nell’aria. È musica da camera. La musica da camera è priva di melodia. È un modo di esprimere il silenzio. Ciò che ti scrivo è da camera.


E questo che tento di scrivere è un modo di dibattermi. Sono terrorizzata. Perché su questa Terra c’erano dei dinosauri? Come si estingue una razza?


Mi accorgo che sto scrivendo come se fossi fra il sonno e la veglia.


Ed ecco che all’improvviso mi rendo conto che da molto tempo non sto capendo. Il taglio del mio coltello sta diventando cieco? Mi sembra che la cosa più probabile sia che non capisco perché quello che vedo adesso è difficile: sto entrando in contatto in modo furtivo con una realtà per me nuova che ancora non ha pensieri corrispondenti e ancor meno qualche parola che la significhi: è una sensazione dietro al pensiero.


Ed ecco che il mio male si impadronisce di me. Sono ancora la crudele regina dei Medi e dei Persiani e sono anche una lenta evoluzione che si getta come ponte levatoio verso un futuro le cui nebbie lattee già respiro. Mi supero abdicando al mio nome, e allora sono il mondo. Seguo la voce del mondo con voce unica.


Ciò che ti descrivo non ha inizio: è una continuazione. Dalle parole di questo canto, canto che è mio e tuo, emana un alone che trascende le frasi, lo cogli? La mia esperienza proviene dal fatto che sono già riuscita a dipingere l’alone delle cose. L’alone è più importante delle cose e delle parole. L’alone è vertiginoso. Conficco la parola nel vuoto disabitato: è una parola come un sottile blocco monolitico che proietta ombra. Ed è tromba che annuncia. L’alone è l’it.


Ho di nuovo bisogno di sentire l’it degli animali. È da molto che non entro in contatto con la vita primitiva degli animali. Ho bisogno di studiare le bestie. Voglio cogliere l’it per poter dipingere non un’aquila e un cavallo, ma un cavallo con le ali spiegate di una grande aquila.


Rabbrividisco tutta quando entro in contatto fisico con animali o alla loro semplice vista. Le bestie mi fantasticano. Sono il tempo che non si misura. Mi sembra di provare una sorta di orrore per quelle creature vive che non sono umane e che hanno i miei stessi istinti ma liberi e indomabili. L’animale non sostituisce mai una cosa con l’altra.


Gli animali non ridono. Anche se il cane a volte ride. Oltre che dalla bocca ansimante il sorriso si trasmette attraverso occhi che diventano brillanti e più sensuali, mentre la coda si agita in allegra prospettiva. Ma il gatto non ride mai. Un «lui» che conosco non ne vuole più sapere di gatti. Se ne è stufato per sempre perché aveva una certa gatta che periodicamente si trasformava in una furia. I suoi istinti erano così imperativi che nel periodo in cui era in calore, dopo prolungati e lamentosi miagolii, si lanciava dal tetto rovinando al suolo ferita.


A volte mi elettrizzo a vedere un animale. Adesso sto sentendo dentro di me il grido ancestrale: mi pare di non sapere chi è più la creatura, se io o l’animale. E mi confondo tutta. A quanto pare ho paura di affrontare istinti soffocati che davanti alla bestia sono costretta a riconoscere.


Ho conosciuto un «lei» che umanizzava le bestie chiacchierando con loro e attribuendo loro le sue caratteristiche. Non umanizzo le bestie perché è offensivo – bisogna rispettare la natura – sono io che mi animalizzo. Non è difficile e avviene semplicemente. Si tratta solo di non fare resistenza e di abbandonarsi.


Non esiste nulla di più difficile che abbandonarsi all’istante. Questa difficoltà è dolore umano. È nostro. Io mi abbandono in parole e mi abbandono quando dipingo.


Trattenere un uccellino nella conca semichiusa della mano è terribile, è come avere gli istanti tremuli fra le mani. L’uccellino spaventato sbatte disordinatamente migliaia di ali e all’improvviso si tengono nella mano semichiusa le ali sottili che si dibattono e all’improvviso diventa intollerabile e si apre subito la mano per liberare la preda leggera. Oppure la si consegna velocemente al proprietario perché le dia la maggior libertà relativa della gabbia. Uccelli... io li voglio sugli alberi o che volano lontano dalle mie mani. Forse un giorno entrerò in intimità con loro e ne godrò la leggerissima presenza di istante. «Ne godrò la leggerissima presenza» mi dà la sensazione di aver scritto una frase completa perché dice esattamente ciò che è: la levitazione degli uccelli.


Non potrebbe mai capitarmi di avere una civetta, sebbene le abbia dipinte nelle grotte. Ma un «lei» ha trovato per terra nel bosco di Santa Teresa un piccolo di civetta tutto solo e senza madre. Se lo è portato a casa. Gli ha dato un riparo. Lo ha nutrito, gli parlava sussurrando e alla fine ha scoperto che gli piaceva la carne cruda. Quando il piccolo si è rimesso in forze c’era da aspettarsi che se ne fuggisse immediatamente, invece ha indugiato prima di andarsene in cerca del suo destino che era quello di ricongiungersi alla sua folle razza: il fatto è che si era affezionato alla ragazza, il diabolico uccello. Finché con uno slancio – come se fosse in lotta con sé stesso – si è liberato in volo verso la profondità del mondo.


Ho già visto cavalli bradi nei pascoli dove di notte il cavallo bianco – re della natura – lanciava al cielo il suo lungo nitrito di gloria. Ho già intrattenuto con essi relazioni perfette. Mi ricordo di me in piedi con la stessa fierezza del cavallo mentre gli passavo la mano sul pelo nudo. Sulla sua criniera selvaggia. Mi sentivo così: la donna e il cavallo.


Conosco una storia del passato ma che adesso si rinnova. Il lui mi ha raccontato di aver abitato per un certo periodo con una parte della sua famiglia che viveva in un paesino in una valle degli Alti Pirenei innevati. D’inverno i lupi affamati scendevano dalle montagne fino al paesino per fiutare le prede. Tutti gli abitanti si sbarravano in casa attenti, accogliendo in sala pecore e cavalli e cani e capre, il calore umano e il calore animale... tutti all’erta ad ascoltare il graffiare degli artigli dei lupi sulle porte chiuse. Ad ascoltare. Ad ascoltare.


Sono malinconica. È mattina. Ma conosco il segreto delle mattine pure. E riposo nella malinconia.


Conosco la storia di una rosa. Ti sembra strano che io parli di rose mentre mi sto occupando di bestie? Ma quella rosa ha agito in modo tale da ricordarmi i misteri animali. Ogni due giorni compravo una rosa e la mettevo nell’acqua in un vaso appositamente stretto, fatto per accogliere il lungo gambo di un solo fiore. Ogni due giorni la rosa appassiva e io la sostituivo con un’altra. Finché non arrivò una certa rosa. Di un color rosa vivissimo e naturale, senza coloranti o innesti. La sua bellezza faceva spalancare enormemente il cuore. Sembrava così orgogliosa del turgore della sua corolla tutta aperta e dei suoi petali che stava quasi eretta, con fierezza. Perché non era completamente eretta: si inclinava graziosamente sul gambo che era sottile e fragile. Una relazione intima e intensa si stabilì fra me e la rosa: io la ammiravo e lei sembrava sentirsi ammirata. E se ne stava così gloriosa nella sua meraviglia e con tanto amore veniva osservata che passavano i giorni e non appassiva: la corolla era sempre tutta aperta e tumida, fresca come un fiore appena nato. Durò in bellezza e vita per un’intera settimana. Solo allora iniziò a mostrare i segni di una certa stanchezza. Poi morì. Fu con riluttanza che la sostituii con un’altra. E non l’ho mai dimenticata. La cosa strana è che la donna di servizio un giorno mi chiese a bruciapelo: «E quella rosa?». Non chiesi quale. Lo sapevo. Questa rosa che aveva vissuto per amore lungamente offerto veniva ricordata perché la donna aveva notato il modo in cui guardavo il fiore e gli trasmettevo in onde la mia energia. Aveva intuito ciecamente che c’era stato qualcosa fra me e la rosa. Essa – mi era venuta voglia di chiamarla «gioia della vita», poiché io do spesso un nome alle cose – aveva un istinto naturale così grande che io e lei avremmo potuto viverci l’un l’altra così profondamente come succede solo fra uomo e animale.


Non essere nata animale è una mia segreta nostalgia. A volte le bestie reclamano da molte generazioni addietro e io non posso rispondere se non diventando inquieta. È il richiamo.


Questa aria libera, questo vento che mi batte l’anima del volto rendendolo ansioso in un’imitazione di un’angosciante estasi ogni volta nuova, nuovamente e sempre, ogni volta il tuffo in qualcosa senza fondo dove cado e continuo a cadere senza fermarmi finché muoio e ottengo finalmente il silenzio. Oh vento di scirocco, io non ti perdono la morte, tu che mi porti un ricordo ferito di cose vissute che, povera me, si ripetono sempre, anche se diverse e sotto altre forme. La cosa vissuta mi spaventa così come mi spaventa il futuro. Esso, come ciò che è già passato, è intangibile, mera supposizione.


In questo istante sono in un vuoto bianco che aspetto il prossimo istante. Misurare il tempo non è che un’ipotesi di lavoro. Ma ciò che esiste è perituro e questo obbliga a misurare il tempo immutabile e permanente. Non è mai iniziato e non finirà mai. Mai.


Ho saputo di un lei che è morta nel suo letto ma fra le grida: mi sto spegnendo! Finché è sopraggiunto il beneficio del coma dentro il quale il lei si è liberato dal corpo e non ha più avuto paura di morire.


Per scriverti, prima mi profumo tutta.


Io ti conosco tutto perché ti vivo tutta. In me è profonda la vita. L’alba mi trova pallida per aver vissuto la notte dei sogni profondi. Anche se a volte galleggio su una superficie apparente che ha sotto di sé una profondità di un blu scuro quasi nero. Per questo ti scrivo. Nel soffio delle grosse alghe e nella tenera sorgente dell’amore.


Morirò: c’è una tensione come quella di un arco pronto a scoccare la freccia. Mi viene in mente il segno del Sagittario: metà uomo e metà animale. La parte umana in rigidità classica impugna l’arco e la freccia. L’arco può tirare in qualsiasi momento e centrare il bersaglio. So che centrerò il bersaglio.


Adesso mi metto a scrivere di getto. Non toccherò ciò che la mano scrive. Questo è un modo per evitare lo sfasamento fra l’istante e me: agisco nel midollo dell’istante stesso. Ma in ogni caso c’è un certo sfasamento. Ecco l’inizio: come l’amore impedisce la morte, e non so cosa sto cercando di dire. Confido nella mia mancanza di comprensione che mi ha dato una vita liberata dall’intendimento, ho perso degli amici, non intendo la morte. L’orribile dovere è quello di andare fino alla fine. E senza contare su nessuno. Vivere sé stessa. E per soffrire meno ottundermi un po’. Perché non posso più caricarmi sulle spalle i dolori del mondo. Che fare quando sento totalmente ciò che altre persone sono e sentono? Le vivo ma non ho più forza. Certe cose non le voglio raccontare neppure a me stessa. Sarebbe tradire il si è. Sento che so delle verità. Che già prevedo. Ma le verità non hanno parole. Le verità o la verità? Non sto per parlare di Dio, Lui è il mio segreto. Oggi è una giornata di sole. La spiaggia era piena di buon vento e di una libertà. Io ero sola. Senza aver bisogno di nessuno. È difficile perché ho bisogno di condividere con te quello che sento. Il mare calmo. Ma all’erta e sospetto. Come se quella calma non potesse durare. C’è sempre qualcosa che sta per succedere. L’imprevisto improvvisato e fatale mi affascina. Ormai sono entrata in comunicazione con te in modo così forte da cessare di esistere pur essendo. Tu sei diventato un io. È così difficile parlare e dire cose che non possono essere dette. È così silenzioso. Come tradurre il silenzio dell’incontro reale fra noi due? Difficilissimo raccontarlo: ti ho guardato fisso per qualche istante. Questi momenti sono il mio segreto. Si è creata quella che si chiama comunione perfetta. Io lo chiamo stato acuto di felicità. Sono terribilmente lucida e sembra che io raggiunga un livello più alto di umanità. O di disumanità... l’it.


Ciò che faccio per istinto involontario non può essere descritto.


Cosa sto facendo mentre ti scrivo? Sto tentando di fotografare il profumo.


Ti scrivo seduta vicino a una finestra aperta dall’alto del mio studio.


Ti scrivo questo facsimile di libro, il libro di chi non sa scrivere; ma il fatto è che nel dominio più leggero della parola io non so quasi parlare. Soprattutto parlarti per iscritto, mi ero abituata a che tu fossi l’uditorio, sebbene distratto, della mia voce. Quando dipingo, rispetto il materiale che uso, rispetto il suo destino primordiale. Dunque quando ti scrivo rispetto le sillabe.


Nuovo istante in cui vedo ciò che seguirà. Anche se per parlare dell’istante di visione devo essere più discorsiva dell’istante: molti istanti passeranno prima che io svolga ed esaurisca la complessità unica e rapida di un battito di ciglia.


Ti scrivo sulla misura del mio respiro. Sarò dunque ermetica come nella mia pittura? Perché pare che si debba essere terribilmente espliciti. Sono esplicita? Mi importa poco. Adesso mi accendo una sigaretta. Forse tornerò alla macchina da scrivere o forse mi fermerò qui per sempre. Io, che non sono mai adeguata.


Sono tornata. Sto pensando alle tartarughe. Una volta ti ho detto per pura intuizione che la tartaruga è un animale dinosaurico. Poi ho letto che lo è davvero. Che cosa incredibile. Un giorno dipingerò tartarughe. Mi interessano molto. Tutti gli esseri viventi, a parte l’uomo, sono uno scandalo di meraviglia: siamo stati modellati ed è avanzata molta materia prima – it – e allora si sono formate le bestie. Perché una tartaruga? Forse il titolo di ciò che ti sto scrivendo dovrebbe essere un po’ così e in forma interrogativa: «E le tartarughe?». Tu che mi leggi, diresti: in effetti è parecchio tempo che non penso alle tartarughe.


All’improvviso divento così triste che adesso posso perfino dire basta e concludere ciò che ti scrivo, più che altro sulla base di parole cieche. Anche per i miscredenti c’è l’istante della disperazione che è divino: l’assenza del Dio è un atto di religione. Proprio in questo istante sto chiedendo al Dio che mi aiuti. Ne ho bisogno. Più bisogno che di forza umana. Sono forte ma anche distruttiva. Il Dio deve venire a me giacché io non sono andata a Lui. Che il Dio venga: per favore. Anche se non lo merito. Che venga. O forse quelli che meno lo meritano ne hanno più bisogno. Sono inquieta e aspra e disperata. Anche se dentro di me c’è amore. Solo che non lo so usare. A volte mi graffia come fossero uncini. Se ho ricevuto dentro di me tanto amore e ciò nonostante continuo a essere inquieta è perché ho bisogno che il Dio venga. Che venga prima che sia troppo tardi. Corro pericoli come qualsiasi persona che vive. E l’unica cosa che mi attende è esattamente l’inatteso. Ma so che avrò pace prima della morte e che un giorno sperimenterò le cose delicate della vita. Percepirò... così come si mangia e si vive il gusto del cibo. La mia voce cade nell’abisso del tuo silenzio. Tu mi leggi in silenzio. Ma in questo illimitato campo muto dispiego le ali, libera di vivere. Allora accetto il peggio ed entro nel midollo della morte e per questo sono viva. Il midollo sensibile. E mi vibra questo it.


Adesso parlerò della sofferenza dei fiori per sentire di più l’ordine di quello che esiste. Prima ti do con piacere il nettare, succo dolce che molti fiori contengono e che gli insetti cercano con avidità. Il pistillo è l’organo femminile del fiore che generalmente ne occupa il centro e contiene il rudimento del seme. Il polline è la polvere fecondante prodotta negli stami e contenuta nelle antere. Lo stame è l’organo maschile del fiore. È composto dallo stilo e dall’antera nella parte inferiore che circonda il pistillo. La fecondazione è l’unione di due elementi generativi – maschile e femminile – dalla quale deriva il frutto fertile. «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato» (Genesi, 2-8).


Voglio dipingere una rosa.


La rosa è fiore femminile e si dà tutta e a tal punto che le rimane solo la gioia di essersi data. Il suo profumo è un folle mistero. Se la si aspira profondamente, tocca il fondo intimo del cuore e lascia profumato l’interno del corpo intero. Il suo modo di aprirsi in donna è bellissimo. I petali hanno un buon sapore in bocca... basta provare. Ma la rosa non è it. È lei. Quelle carminio sono di una grande sensualità. Quelle bianche sono la pace del Dio. È molto raro trovare rose bianche nei negozi di fiori. Quelle gialle sono di un gioioso allarme. Quelle rosa sono di solito più carnose e hanno il colore per eccellenza. Quelle arancioni sono risultato di un innesto e sono sessualmente attraenti.


Fai attenzione, ed è un favore: ti sto invitando a trasferirti in un nuovo regno.


Il garofano possiede un’aggressività che proviene da una certa irritazione. Sono aspre e arricciate le punte dei suoi petali. Il profumo del garofano è in qualche modo mortale. I garofani rossi gridano in violenta bellezza. Quelli bianchi ricordano la piccola bara di bambini defunti: allora l’odore diventa pungente e la gente volta la testa con orrore. Come trasporre il garofano sulla tela?


Il girasole è il grande figlio del sole. Al punto che è in grado di girare la sua enorme corolla dalla parte di chi lo ha creato. Non importa se padre o madre. Non so. Il girasole sarà un fiore maschile o femminile? Credo maschile.


La viola è introversa e la sua introspezione è profonda. Dicono che si nasconda per modestia. Non è così. Si nasconde per poter cogliere il proprio segreto. Il suo quasi-non-profumo è gloria soffocata ma esige che la gente ne vada alla ricerca. Non grida mai il suo profumo. La viola dice leggerezze che non si possono ripetere.


Il semprevivo è sempre morto. La sua secchezza tende all’eternità. Il nome in greco significa: sole d’oro.


La margherita è un fiorellino allegro. È semplice ed è a fior di pelle. Ha soltanto un giro di petali. Il centro è un gioco infantile.


La bella orchidea è exquise e antipatica. Non è spontanea. Deve stare sotto una campana di vetro. Ma è una donna splendida e non lo si può negare. Non si può neanche negare che sia nobile perché è epifita. Le epifite nascono sopra ad altre piante senza però trarne nutrimento. Mentivo quando ho detto che era antipatica. Adoro le orchidee. Nascono già artificiali, nascono già arte.


Il tulipano è tulipano solo in Olanda. Un solo tulipano semplicemente non è. Ha bisogno di un campo aperto per essere.


I fiori dei campi di grano vanno bene solo in mezzo al grano. Nella loro umiltà hanno l’ardire di apparire in diverse forme e colori. Il fiore dei campi di grano è biblico. Nei granai spagnoli non si separa dai fasci di grano. È un piccolo cuore che batte.


L’angelica, invece, è pericolosa. Ha un profumo di cappella. Dona estasi. Ricorda l’ostia. A molti viene voglia di mangiarla e di riempirsi la bocca con il suo intenso odore sacro.


Il gelsomino è degli innamorati. Adesso fa venire voglia di scrivere i puntini di sospensione. Camminano mano nella mano dondolando le braccia e si scambiano baci soavi al quasi suono odoroso del gelsomino.


La strelitzia è maschile per eccellenza. Ha un’aggressività di amore e di sano orgoglio. Sembra che abbia una cresta di gallo, e del gallo anche il canto. Solo che non aspetta l’aurora. La violenza della tua bellezza.


La bella di notte profuma di luna piena. È fantasmagorica e mette un po’ paura ed è fatta per chi ama il pericolo. Esce solo di notte con il suo odore inebriante. La bella di notte è silenziosa. È anche negli angoli deserti e nelle tenebre e nei giardini di case dalle luci spente e dalle finestre chiuse. È pericolosissima: è un fischio nel buio, cosa a cui nessuno resiste. Ma io resisto perché amo il pericolo.


Quanto al succulento fiore del cactus, è grande e odoroso e dal colore brillante. È la vendetta succosa che mette in atto la pianta desertica. È lo splendore che nasce dalla sterilità dispotica.


Non ho una gran voglia di parlare della stella alpina. Il fatto è che si trova a tremilaquattrocento metri di altitudine. È bianca e lanosa. Si trova molto raramente: è l’aspirazione.


Il geranio è fiore da vaso alla finestra. Si trova a San Paolo, nel quartiere di Grajaú, e in Svizzera.


La Victoria regia è al Giardino Botanico di Rio de Janeiro. Enorme e fino a quasi due metri di diametro. Piante acquatiche, belle da morire. Esse sono l’amazzonico: il dinosauro dei fiori. Diffondono grande tranquillità. Al contempo maestose e semplici. E nonostante vivano al livello dell’acqua, fanno ombra. Questo che ti sto scrivendo è latino: de natura florum. Poi ti mostrerò il mio studio già trasformato in disegno lineare.


Il crisantemo è di profonda gioia. Parla attraverso il colore e l’aria scarmigliata. È un fiore che disordinatamente controlla la propria selvatichezza.


Credo che dovrò chiedere il permesso di morire. Ma non posso, è troppo tardi. Ho ascoltato L’uccello di fuoco... e ho preso fuoco tutta intera.


Devo interrompermi perché... Non te l’ho detto? Non ti ho detto che un giorno mi sarebbe accaduta una cosa? Ecco, è accaduta proprio adesso. Un uomo di nome João mi ha parlato al telefono. È cresciuto nel profondo dell’Amazzonia. E dice che laggiù corre voce di una pianta che parla. Si chiama tajá. E dicono che, essendo mitizzata in maniera rituale dagli indigeni, prima o poi pronuncia una parola. João mi ha raccontato una cosa che non ha spiegazione: una volta è rientrato a casa a tarda notte e quando è passato nel corridoio dove si trovava la pianta ha sentito la parola «João». Allora ha pensato che fosse sua madre che lo chiamava e le ha risposto: sono qui. È salito ma ha trovato la madre e il padre che russavano profondamente.


Sono stanca. Mi stanco molto perché sono una persona estremamente occupata: mi prendo cura del mondo. Ogni giorno guardo dal terrazzo la spiaggia e il mare e vedo la spessa schiuma bianchissima e che durante la notte le acque sono avanzate inquiete. Lo vedo dal segno che le onde lasciano sulla sabbia. Guardo i mandorli della via dove abito. Prima di dormire mi prendo cura del mondo e guardo se il cielo notturno è stellato e blu perché certe notti anziché nero il cielo sembra blu intenso, colore che ho già usato per dipingere una vetrata. Mi piacciono le intensità. Mi prendo cura del bambino che ha nove anni e che è vestito di stracci e magrissimo. Gli verrà la tubercolosi, se non ce l’ha già. Nel Giardino Botanico, quindi, sono esausta. Devo prendermi cura con lo sguardo di migliaia di piante e di alberi e soprattutto della Victoria regia. Lei è là. E io la guardo.


Nota che non parlo delle mie impressioni emotive: parlo in modo lucido di alcune fra le migliaia di cose e persone di cui mi prendo cura. E non si tratta di un impiego, giacché non ne traggo alcun guadagno. Mi limito a sapere com’è il mondo.


Se prendersi cura del mondo dà molto lavoro? Sì. Per esempio: mi obbliga a ricordarmi del volto inespressivo e pertanto spaventoso della donna che ho visto per strada. Con gli occhi mi prendo cura della miseria di quelli che vivono nelle baracche.


Finirai per chiedermi perché mi prendo cura del mondo. È che sono nata con questa incombenza.


Da bambina mi sono presa cura di una fila di formiche: camminano in fila indiana portando un pezzettino di foglia. Il che non impedisce che ognuna comunichi qualcosa a quelle che arrivano dalla direzione opposta. Le formiche e le api non sono più it. Sono esse.


Ho letto il libro sulle api e da allora mi prendo cura soprattutto della regina madre. Le api vola-

no e si occupano dei fiori. È banale? L’ho constatato io stessa. Registrare l’ovvio fa parte del lavoro. Nella piccola formica è contenuto tutto un mondo che mi sfugge se non me ne prendo cura. Per esempio: è contenuto un senso istintivo per l’organizzazione, un linguaggio al di là del supersonico e dei sentimenti sessuali. Adesso non c’è nemmeno una formica da guardare. Che non sono state uccise lo so, perché altrimenti l’avrei saputo.


Prendersi cura del mondo esige anche molta pazienza: devo aspettare il giorno in cui mi comparirà una formica.


Solo che non ho ancora trovato a chi riferirlo. O no? Ma lo sto riferendo a te, proprio qui. Proprio adesso ti riferirò di quella primavera che fu così secca. La radio crepitava captandone la corrente statica. Gli abiti si increspavano al liberarsi dell’elettricità dal corpo e il pettine sollevava i capelli resi magnetici... era una dura primavera. Era esausta dell’inverno e sbocciava tutta elettrica. Da qualsiasi punto si partisse, si aveva davanti la lontananza. Non si era mai vista tanta strada. Parlammo poco, tu e io. Ignoro per quale motivo fossero tutti così nervosi ed elettronicamente adatti. Ma adatti a che cosa? Il corpo era pesante di sonno. E i nostri grandi occhi inespressivi come gli occhi di un cieco quando sono spalancati. Sulla terrazza di quel bar d’albergo c’era il pesce nell’acquario e bevemmo una bibita guardando la campagna. Con il vento arrivava il sogno delle capre: all’altro tavolo un fauno solitario. Guardavamo il bicchiere di bibita gelata e sognavamo statici dentro al bicchiere trasparente. «Scusa, cos’è che hai detto?» chiedevi. «Non ho detto niente». Passavano giorni e giorni, e tutto in quel pericolo e i gerani così rossi. Bastava sintonizzarsi per un attimo e di nuovo si captava la corrente statica uncinata della primavera al vento: il sogno impudente delle capre e il pesce tutto vuoto e la nostra improvvisa tendenza a rubare la frutta. Il fauno adesso incoronato in salti solitari. «Che cosa?». «Non ho detto niente». Ma io percepivo un primo rumore come quello di un cuore che batte sottoterra. Appoggiavo quietamente l’orecchio al suolo e sentivo l’estate che si faceva strada dall’interno e il mio cuore sotto la terra – «niente! non ho detto niente!» – e sentivo la paziente brutalità con cui la terra serrata si apriva dall’interno in parto, e sapevo con che peso di dolcezza l’estate faceva maturare centomila arance e sapevo che le arance erano mie. Perché lo volevo.


Mi vanto di sentire sempre i cambiamenti del tempo. C’è qualcosa nell’aria... il corpo avverte che sta per arrivare qualcosa di nuovo e io vado tutta in agitazione. Non so perché. Proprio quella primavera mi avevano regalato una pianta chiamata primula. È così misteriosa che nel suo mistero è contenuto l’inspiegabile della natura. Apparentemente non ha nulla di speciale. Ma nel giorno esatto in cui inizia la primavera le sue foglie muoiono e al loro posto nascono dei fiori chiusi che hanno un profumo femminile e maschile estremamente inebriante. Siamo seduti lì vicino e guardiamo intorno distratti. Ed ecco che i fiori lentamente si aprono e si abbandonano alla nuova stagione sotto il nostro sguardo stupefatto: è la primavera, allora, che si installa.


Ma quando arriva l’inverno io do e do e do. Proteggo molto. Accolgo nidiate di persone nel mio seno tiepido. E si sente il rumore di chi mangia minestra calda. Adesso sto vivendo giorni di pioggia: si avvicina ormai il momento in cui darò.


Non vedi che è come se stesse nascendo un figlio? Fa male. Il dolore è vita esacerbata. Il processo fa male. Venire alla luce è un lento e lento bel dolore. È lo stiracchiamento che si amplia fino al punto in cui una persona riesce a tendersi. E il sangue ringrazia. Io respiro, respiro. L’aria è it. L’aria con il vento è già un lui o un lei. Se dovessi fare uno sforzo per scriverti sarei molto triste. A volte non resisto alla forza dell’ispirazione. Allora dipingo in modo costretto. È così bello che le cose non dipendano da me.


Ho parlato molto di morte. Ma ora ti parlerò del soffio della vita. Quando la persona ha ormai smesso di respirare le si fa la respirazione bocca a bocca: si incolla la bocca sulla bocca dell’altro e si respira. E l’altro riprende a respirare. Questo scambio di inspirazioni è una delle cose più belle che io abbia mai sentito dire sulla vita. A dire il vero la bellezza di questo bocca a bocca mi sta offuscando.


Ah, come tutto è incerto. E allo stesso tempo dentro all’Ordine. Non so neanche cosa ti scriverò nella frase successiva. La verità ultima non la diciamo mai. Chi sa la verità si faccia avanti allora. E parli. Ascolteremo contriti.


... lo vidi all’improvviso ed era un uomo così straordinariamente bello e virile che provai una gioia di creazione. Non che lo volessi per me, così come non voglio per me il bambino con i capelli d’arcangelo che ho visto correre dietro al pallone. Volevo solamente guardare. L’uomo guardò un istante verso di me e sorrise calmo: lui sapeva quanto era bello e io so che sapeva che non lo volevo per me. Sorrise perché non percepì nessuna minaccia. Il fatto è che gli esseri eccezionali in ogni senso sono più esposti ai pericoli rispetto alle persone comuni. Attraversai la strada e presi un taxi. La brezza mi faceva drizzare i capelli sul-

la nuca. Ero così felice che mi rannicchiai in un angolo del taxi impaurita perché la felicità fa male. E tutto questo causato dalla visione di un bell’uomo. Continuavo a non volerlo per me... a me piacciono le persone un po’ brutte e allo stesso tempo armoniose, ma lui in certo qual modo mi aveva dato tanto con quel sorriso di complicità fra persone che si capiscono. Tutto ciò io non lo capivo.


Il coraggio di vivere: lascio occulto ciò che ha bisogno di essere occulto e ha bisogno di irradiarsi in segreto.


Taccio.


Perché non so qual è il mio segreto. Raccontami il tuo, istruiscimi sul segreto di ognuno di noi. Non è un segreto infamante. È soltanto questo: segreto.


E non possiede formule.


Credo che adesso dovrò chiedere il permesso per morire un po’. Con permesso... Va bene? Non ci metto molto. Grazie.


... No. Non sono riuscita a morire. Termino qui questa «cosa-parola» con un atto volontario? Non ancora.


Sto trasfigurando la realtà... cos’è che mi sfugge? Perché non allungo la mano e lo afferro? È perché il mondo l’ho soltanto sognato ma non l’ho mai visto.


Queste cose che ti sto scrivendo sono in contralto. È negro-spiritual. Con il coro e le candele accese. Adesso sono colta da una vertigine. Ho un po’ paura. Dove mi porterà la mia libertà? Cos’è questa cosa che ti sto scrivendo? Mi rende solitaria. Ma vado avanti e prego e la mia libertà è retta dall’Ordine... adesso non ho più paura. Quel che mi guida appena è un senso di scoperta. Dietro al dietro del pensiero.


Continuare ad andare avanti è in realtà quel che faccio quando ti scrivo e anche adesso: vado avanti senza sapere dove tutto ciò mi porterà. A volte andare avanti mi è così difficile. Per il fatto di seguire ciò che non è nient’altro che una nebulosa. A volte finisco per desistere.


Adesso ho paura. Perché sto per dirti una cosa. Aspetto che passi la paura.


È passata. Ecco qua: la dissonanza mi è armoniosa. La melodia a volte mi stanca. E anche il cosiddetto «Leitmotiv». Voglio nella musica e in ciò che ti scrivo e in ciò che dipingo, voglio tratti geometrici che si incrocino nell’aria e formino una disarmonia che io capisco. È puro it. Il mio essere si imbeve tutto e si inebria leggermente. Quel che ti sto dicendo è molto importante. E io lavoro mentre dormo: perché è allora che mi muovo nel mistero.


Oggi è domenica mattina. In questa domenica di sole e di Giove mi trovo da sola in casa. All’improvviso mi sono piegata in due e in avanti come in un acuto dolore di parto... e ho visto che la bambina dentro di me moriva. Non dimenticherò mai questa domenica di sangue. Ci vorrà tempo perché si cicatrizzi. Ed eccomi qui dura, silenziosa ed eroica. Senza bambina dentro di me. Tutte le vite sono vite eroiche.


La creazione mi sfugge. E non voglio nemmeno sapere molto. Mi basta che il mio cuore batta nel petto. Mi basta l’impersonale vivo dell’it.


Anche adesso sento il cuore che batte disordinatamente nel petto. È la rivendicazione perché nelle ultime frasi pensavo solo sulla superficie di me. Allora il profondo dell’esistenza emerge per bagnare e cancellare le tracce del pensiero. Il mare cancella le tracce delle onde sulla sabbia. Oh Dio, come mi sento felice. Ciò che rovina la felicità è la paura.


Ho ancora paura. Ma il mio cuore batte. L’amore inspiegabile fa battere il cuore più in fretta. L’unica garanzia è il fatto che sono nata. Tu sei una forma di essere me, e io una forma di esserti: ecco i limiti della mia possibilità.


Sono deliziata da morirne. Dolce incantesimo nel parlarti. Ma c’è l’attesa. L’attesa è sentirmi vorace riguardo al futuro. Un giorno hai detto che mi amavi. Fingo di crederci e vivo, da ieri a oggi, in amore gioioso. Ma ricordarsi con nostalgia è come dirsi addio di nuovo.


Un mondo fantastico mi circonda e mi è. Sento il canto impazzito di un uccellino e schiaccio farfalle fra le dita. Sono un frutto rosicchiato da un verme. E attendo l’apocalisse orgasmica. Una quantità dissonante di insetti mi circonda, bagliore di lucina accesa quale sono. Allora mi esorbito per essere. Sono in trance. Penetro nell’aria che mi circonda. Che febbre: non riesco a smettere di vivere. In questa folta selva di parole che avvolgono fitte ciò che provo e penso e vivo e trasforma tutto ciò che sono in qualcosa di mio che però è completamente al di fuori di me. Mi assisto mentre penso. Ciò che mi chiedo è: chi, in me, è al di fuori perfino del pensare? Ti scrivo tutto questo perché è una sfida che sono obbligata ad accettare con umiltà. Sono spaventata dai miei fantasmi, da quello che è mitico e fantastico... la vita è soprannaturale. E io cammino sul filo del rasoio fino al limite del mio sogno. Le viscere torturate dalla voluttà mi guidano, furia degli impulsi. Prima di organizzarmi, devo disorganizzarmi internamente. Per sperimentare il primo e passeggero stadio primario di libertà. Della libertà di sbagliare, cadere e rialzarmi.


Ma se aspetto di aver capito per accettare le cose... non si realizzerà mai l’atto di abbandonarsi. Devo tuffarmi in un colpo solo, un tuffo che abbracci la comprensione e soprattutto l’incomprensione. E chi sono io per osare pensare? Devo solo abbandonarmi. Come si fa? So però che solo camminando si impara a camminare e – miracolo – si cammina.


Io, che fabbrico il futuro come un ragno diligente. E il meglio di me accade quando non so nulla e fabbrico non so cosa.


Ecco che all’improvviso mi accorgo di non sapere niente. La lama del mio coltello sta perdendo il filo? Mi sembra che la cosa più probabile sia che non capisco perché ciò che vedo adesso è difficile: sto entrando furtivamente in contatto con una realtà per me nuova e che non possiede ancora pensieri corrispondenti, e ancor meno parole la significhino. È più una sensazione dietro al pensiero.


Come spiegarti? Ci proverò. È che sto percependo una realtà di traverso. Vista da un taglio obliquo. Solo ora ho colto l’obliquo della vita. Prima vedevo soltanto attraverso tagli retti e paralleli. Non percepivo il subdolo tratto storto. Adesso capisco che la vita è un’altra. Che vivere non è soltanto svolgersi di sentimenti grossi... è qualcosa di più magico e più gracile, ma non per ciò privo del fine vigore animale. Sopra a questa vita insolitamente di traverso ho posato la mia zampa che pesa, facendo in modo che l’esistenza si estingua in ciò che ha di obliquo e fortuito ma anche sottilmente fatale. Ho compreso la fatalità del caso e non vi è in ciò contraddizione.


La vita obliqua è molto intima. Non dico altro su questa intimità per non ferire con parole asciutte il pensare-sentire. Per lasciare questo obliquo nella sua indipendenza disinvolta.


E conosco anche un modo di vita che è soave orgoglio, grazia di movimenti, frustrazione leggera e continua, una capacità di schivare che proviene da un lungo antico cammino. Come segnale di rivolta, soltanto un’ironia senza peso ed eccentrica. C’è un lato della vita che è come prendersi un caffè d’inverno all’aperto, nel freddo e infagottati nella lana.


Conosco un modo di vivere che è ombra lieve sfaldata al vento e che tremola lieve sul suolo: vita che è ombra fluttuante, levitazione e sogni nel giorno avanzato: vivo la ricchezza della terra.


Sì. La vita è molto orientale. Solo alcune persone scelte dalla fatalità del caso hanno provato la libertà schiva e delicata della vita. È come saper sistemare i fiori in un vaso: un sapere quasi inutile. Questa fuggevole libertà di vita non dev’essere mai dimenticata: dev’essere presente come un effluvio.


Vivere questa vita è più un indiretto ricordarsi di lei che un viverla direttamente. Sembra una morbida convalescenza da qualcosa che avrebbe potuto invece essere totalmente terribile. Convalescenza da un piacere gelido. Solo per gli iniziati la vita diventa allora fragilmente vera. E si è nell’istante-adesso: si mangia il frutto mentre c’è. Sarà che forse non so più di cosa sto parlando e che tutto mi è sfuggito senza che me ne accorgessi? No, lo so... ma devo stare molto attenta perché se no, per un pelo, non lo so più. Mi alimento delicatamente del banale quotidiano e bevo un caffè sul terrazzo al limitare di questo crepuscolo che pare malato solo perché è dolce e sensibile.


La vita obliqua? So bene che c’è una leggera divergenza fra le cose, quasi si scontrano, c’è divergenza fra gli esseri che si perdono l’un l’altro fra parole che non dicono quasi più nulla. Ma quasi ci capiamo in questa piccola divergenza, in questo quasi che è l’unica maniera di sopportare la vita appieno, giacché un brusco incontro faccia a faccia con lei ci spaventerebbe, farebbe paura ai suoi delicati fili di tela di ragno. Noi siamo di sbieco per non compromettere ciò che intuiamo di infinitamente altro in questa vita di cui ti parlo.


E io vivo di lato – luogo dove la luce centrale non mi abbronza. E parlo a bassa voce in modo che le orecchie siano obbligate a stare tese per sentirmi.


Ma conosco un’altra vita ancora. La conosco e la desidero e la divoro in modo truculento. È una vita di violenza magica. È misteriosa e ammaliante. In essa si allacciano i serpenti mentre le stelle tremano. Gocce d’acqua cadono nell’oscurità fosforescente della grotta. In questo buio i fiori si intrecciano in un giardino fiabesco e umido. E io sono la sacerdotessa di questo baccanale muto. Mi sento sconfitta dalla mia stessa corruttibilità. E mi accorgo di essere intrinsecamente cattiva. È soltanto per pura bontà che sono buona. Sconfitta da me stessa. Che mi conduco ai cammini della salamandra, genio che governa il fuoco e in esso vive. E mi do come offerta ai morti. Faccio incantesimi durante il solstizio, spettro di drago esorcizzato.


Ma non so come cogliere ciò che accade adesso se non vivendo ogni cosa che ora e adesso viene a me e non importa cosa. Lascio che il cavallo libero corra focoso di pura nobile gioia. Io, che corro nervosa e solo la realtà mi delimita. E quando il giorno è alla fine sento i grilli e divento tutta piena e incomprensibile. Poi arriva l’alba con il suo ventre pieno di migliaia di uccellini cinguettanti. E ogni cosa che mi viene in mente io la vivo qui scrivendola. Perché voglio sentire nelle mie mani indagatrici il nervo vivo e fremente dell’oggi.


Dietro al pensiero raggiungo uno stato. Mi rifiuto di spezzarlo in parole... e quel che non posso e non voglio esprimere finisce per rimanere il più segreto dei miei segreti. So che ho paura dei momenti in cui non faccio uso del pensiero ed è uno stato momentaneo a cui è difficile arrivare e che, del tutto segreto, non usa più le parole con cui si producono i pensieri. Non usare le parole vuol dire perdere l’identità? Vuol dire perdersi nelle essenziali tenebre dannose?


Perdo l’identità del mondo in me ed esisto priva di garanzie. Realizzo il realizzabile ma l’irrealizzabile lo vivo e il significato di me e del mondo e di te non è evidente. È fantastico, e in questi momenti mi occupo di me stessa con immensa delicatezza. Dio è una forma di essere? Dio è l’astrazione che si materializza nella natura di ciò che esiste? Le mie radici si trovano nelle tenebre divine. Radici sonnolente. Che oscillano nelle oscurità.


Ed ecco che sento che fra poco ci separeremo. La mia verità attonita è che io sono sempre stata sola di te e non lo sapevo. Adesso lo so: sono sola. Io e la mia libertà che non so usare. Grande responsabilità della solitudine. Chi non è perduto non conosce la libertà e non la ama. Quanto a me, mi assumo la mia solitudine. Che a volte rimane estasiata come davanti ai fuochi d’artificio. Sono sola e devo vivere una certa gloria intima che nella solitudine può trasformarsi in dolore. E il dolore, in silenzio. Conservo il suo nome in segreto. Ho bisogno di segreti per vivere.


Per tutti noi – in qualche momento perduto della vita – si annuncia una missione da compiere? Mi nego però a qualsiasi missione. Non compio niente: vivo soltanto.


È così curioso e difficile sostituire adesso il pennello con questa cosa stranamente familiare ma pur sempre remota, la parola. La bellezza estrema e intima è in essa. Ma è irraggiungibile... e quando è a portata di mano ecco che è illusoria perché di nuovo è irraggiungibile. Dalla mia pittura e da queste mie parole prese a gomitate emana un silenzio che è anche come lo strato sottostante degli occhi. C’è una cosa che mi sfugge di continuo. Quando non mi sfugge, guadagno una certezza: la vita è altra. Ha uno stile soggiacente.


Forse che nell’istante in cui morirò forzerò la vita tentando di vivere il più possibile? Ma io sono oggi.


Ti scrivo in disordine, lo so bene. Ma è come vivo. Lavoro solo con oggetti smarriti e ritrovati.


Ma scrivere per me è frustrante: nello scrivere ho di fronte l’impossibile. L’enigma della natura. E del Dio. Chi non sa cos’è Dio, non potrà mai saperlo. Il Dio, è nel passato che lo si è saputo. È qualcosa che si sa già.


Io non ho una trama di vita? Sono inopinatamente frammentaria. Sono pezzo per pezzo. La mia storia è vivere. E non ho paura del fallimento. Che il fallimento mi annichilisca, voglio la gloria della caduta. Il mio angelo zoppo che si contorce schivo, il mio angelo caduto dal cielo all’inferno dove vive godendosi il male.


Tutto ciò non è una storia perché non conosco nessuna storia così, ma so soltanto andare avanti a dire e fare: è una storia di istanti che fuggono come i sentieri in fuga che si vedono dal finestrino del treno.


Oggi pomeriggio ci incontreremo. E non ti parlerò neanche di questo che scrivo e che contiene quel che sono e che ti do in regalo senza che tu lo legga. Non leggerai mai ciò che scrivo. E quando avrò annotato il mio segreto di essere... lo getterò via come nel mare. Ti scrivo perché non riesci ad accettare ciò che sono. Quando distruggerò i miei appunti momentanei, tornerò forse al mio nulla da cui ho tirato fuori un tutto? Devo pagare il prezzo. Il prezzo di chi ha un passato che si rinnova solo con passione nello strano presente. Quando penso a quello che ho già vissuto mi sembra di aver lasciato i miei corpi lungo la strada.


Sono quasi le cinque del mattino. E la luce dell’aurora che svanisce, freddo acciaio azzurrino e con il sapore acido e aspro del giorno che nasce dalle tenebre. E che emerge alla superficie del tempo, livido come me, che nasco dalle oscurità, impersonale, io che sono it.


Ti dirò una cosa: non so dipingere né meglio né peggio di come dipingo. Io dipingo un «questo». E scrivo un «questo»... è tutto quel che riesco a fare. Inquieta. I litri di sangue che mi circolano nelle vene. I muscoli che si contraggono e si rilasciano. L’aura del corpo nel plenilunio. Parambolica – qualsiasi cosa voglia dire questa parola. Come sono parambolica. Non posso riassumermi perché non si possono sommare una sedia e due mele. Io sono una sedia e due mele. E non mi sommo.


Sono di nuovo di amore gioioso. Quel che sei io lo respiro in fretta sorbendo il tuo alone di meraviglia prima che evapori nell’aria. La mia fresca volontà di vivermi e di viverti è la tessitura stessa della vita? La natura degli esseri e delle cose... è Dio? Forse allora, se chiedo molto alla natura, smetterò di morire? Posso fare violenza alla morte e aprirle uno spiraglio sulla vita?


Taglio il dolore di ciò che ti scrivo e ti do la mia inquieta allegria.


E in questo istante-adesso vedo statue bianche sparse nella prospettiva delle lunghe distanze in lontananza... sempre più lontano nel deserto dove mi perdo con lo sguardo vuoto, io stessa statua se mi si osserva da lontano, io che mi sto sempre perdendo. Sto godendo di ciò che esiste. Muta, aerea, nel mio grande sogno. Siccome non comprendo nulla... allora aderisco alla vacillante realtà mobile. Il reale lo raggiungo attraverso il sogno. Io ti invento, realtà. Io ti sento come remote campane sordamente sommerse nell’acqua che rintoccano tremolanti. Mi trovo nel centro della morte? E per questo sono viva? Il centro sensibile. E mi vibra questo it. Sono viva. Come una ferita, fiore nella carne, è aperto in me il cammino del doloroso sangue. Con l’erotismo diretto e proprio per ciò innocente degli indios della Lagoa Santa. Io, esposta alle intemperie, io, iscrizione aperta nel dorso di una pietra, dentro agli ampi spazi cronologici ereditati dall’uomo preistorico. Soffia il vento caldo delle grandi distese millenarie e scotta la mia superficie.


Oggi ho usato l’ocra rosso, l’ocra giallo, il nero, e un po’ di bianco. Sento che mi trovo nelle vicinanze di fonti, lagune e cascate, tutte di acque abbondanti e fresche per la mia sete. E io, selvaggia finalmente e finalmente libera dai giorni secchi di oggi: trotto in avanti e all’indietro senza frontiere. Pratico culti solari sui versanti di alte montagne. Ma sono tabù per me stessa, intoccabile perché proibita. Sono l’eroe che porta con sé la torcia di fuoco in una corsa per sempre?


Ah Forza di ciò che Esiste, aiutatemi, voi che chiamano il Dio. Per quale motivo l’orribile terribile mi chiama? Cosa voglio con il mio orrore? Poiché il mio demone è assassino e non teme il castigo: ma il delitto è più importante del castigo. Io mi vivifico tutta nel mio istinto felice di distruzione.


Cerca di capire quello che dipingo e quello che scrivo adesso. Mi spiego: nella pittura come nella scrittura cerco di vedere strettamente nel momento in cui vedo... e non di vedere attraverso la memoria di aver visto in un istante passato. L’istante è questo. L’istante è di un’imminenza che mi toglie il respiro. L’istante è in sé stesso imminente. Nello stesso tempo in cui lo vivo, mi lancio nel suo transitare a un altro istante.


È così che ho visto il portale della chiesa che ho dipinto. Tu hai criticato l’eccesso di simmetria. Lascia che ti spieghi: la simmetria è la cosa che mi è venuta meglio di tutte. Non ho più paura della simmetria, dopo il disordine dell’ispirazione. Ci vuole esperienza o coraggio per rivalorizzare la simmetria, quando si può facilmente imitare il falso asimmetrico, una delle originalità più comuni. La mia simmetria nei portali della chiesa è concentrata, ben riuscita, ma non dogmatica. È attraversata dalla speranza che due asimmetrie si incontreranno nella simmetria. Ecco la soluzione terza: la sintesi. Da qui, forse, l’aria spoglia dei portali, la delicatezza di cosa vissuta e poi rivissuta, e non quel certo ardire incoerente di chi non sa. No, non è propriamente tranquillità quella che vi trovi. C’è una strenua lotta per la cosa che nonostante sia corrosa resta in piedi. E nei colori più intensi c’è una lividezza di ciò che sta in piedi anche se è storto. Le mie croci sono stortate da secoli di mortificazione. I portali sono già un annuncio di altari? Il silenzio dei portali. Il loro inverdire ha un tono come se fosse fra la vita e la morte, un’intensità di crepuscolo.


E nei colori calmi c’è bronzo vecchio e acciaio... e tutto amplificato da un silenzio di cose perse e ritrovate per terra sulla strada a precipizio. Sento una lunga strada e polvere finché non arrivo alla meta del quadro. Anche se i portali non si aprono. O forse è già chiesa il portale della chiesa, e dinnanzi a esso si è già arrivati?


Lotto per non trasporre il portale. Sono muri di un Cristo che è assente, ma i muri sono lì e si possono toccare: perché anche le mani guardano.


Creo il materiale prima di dipingerlo, e il legno diventa a tal punto imprescindibile per la mia pittura quanto lo sarebbe per uno scultore. E il materiale creato è religioso: ha il peso di travi di convento. Compatto, chiuso come una porta chiusa. Ma nel portale sono state aperte delle scalfitture, graffiate con le unghie. Ed è attraverso queste brecce che si vede cosa c’è dentro a una sintesi, dentro alla simmetria utopica. Colore coagulato, violenza, martirio, sono le travi che reggono il silenzio di una simmetria religiosa.


Ma adesso sono interessata al mistero dello specchio. Cerco un modo di dipingerlo o di dirlo a parole. Ma cos’è uno specchio? Non esiste la parola specchio, esistono solamente specchi, giacché un unico specchio è un’infinità di specchi. Da qualche parte nel mondo ci sarà una miniera di specchi? Lo specchio non è una cosa creata, bensì nata. Non ne servono molti per ottenere la miniera scintillante e sonnambolica: ne bastano due, e uno riflette il riflesso di ciò che l’altro ha riflesso, in un tremore che si trasmette in messaggio telegrafico intenso e muto, insistente, liquidità in cui si può immergere la mano affascinata e tirarla fuori facendo sgocciolare via i riflessi di questa dura acqua che è lo specchio. Come la sfera di cristallo dei veggenti, esso mi trascina verso il vuoto che per il veggente è campo di meditazione e per me campo di silenzi e silenzi. E riesco appena a parlare, da come il silenzio si sdoppia in mille altri.


Specchio? Questo vuoto cristallizzato che ha dentro di sé lo spazio per andare in avanti per sempre senza fermarsi: perché lo specchio è lo spazio più profondo che esiste. Ed è una cosa magica: chi ne ha un frammento rotto potrebbe già andarsene a meditare nel deserto. Vedere sé stessi è straordinario. Come un gatto a cui si rizza il pelo sul dorso, rabbrividisco davanti a me stessa. Dal deserto comunque ritornerei vuota, illuminata e translucida, e con lo stesso silenzio vibrante di uno specchio.


La sua forma non è importante: nessuna forma riesce a circoscriverlo e alterarlo. Lo specchio è luce. Un frammento piccolissimo di specchio è sempre lo specchio intero.


Se ne tolga la cornice o la linea del suo contorno, e lo specchio si allargherà come acqua che si spande.


Cos’è uno specchio? È l’unico materiale inventato che è naturale. Chi guarda uno specchio, chi arriva a vederlo finisce per vedere sé, chi comprende che la sua profondità consiste nell’essere vuoto, chi cammina all’interno del suo spazio trasparente senza lasciar traccia della propria immagine... questo qualcuno allora ha percepito il mistero della cosa. Affinché questo avvenga bisogna sorprenderlo quando è da solo, quando è appeso in una stanza vuota, senza scordarsi che l’ago più sottile posto di fronte a esso potrebbe trasformarlo in semplice immagine di ago, tanto è sensibile lo specchio nella sua qualità di leggerissimo riflettere, soltanto immagine e non il corpo. Il corpo della cosa.


Nel dipingere lo specchio ho avuto bisogno della mia delicatezza per non attraversarlo con la mia immagine, perché lo specchio in cui mi vedo sono già io, solo lo specchio vuoto è specchio vivo. Solo una persona molto delicata può entrare in una stanza vuota dove c’è uno specchio vuoto, e con una leggerezza tale, con una tale assenza di sé che l’immagine non ne lasci il segno. Come premio, questa persona delicata avrà allora penetrato uno dei segreti inviolabili delle cose: avrà visto lo specchio propriamente detto.


E avrà scoperto gli enormi spazi ghiacciati che esso contiene, interrotti appena da questo o quell’altro blocco di ghiaccio. Lo specchio è freddo e ghiaccio. Ma c’è una successione di oscurità al suo interno – percepirla è un istante rarissimo – ed è necessario rimanere vigili giorno e notte, a digiuno di sé stessi, per poter cogliere e sorprendere la successione di oscurità che c’è al suo interno. Con i colori bianco e nero ho ricatturato sulla tela la sua luminosità tremula. Con lo stesso bianco e nero ricatturo, in un brivido di freddo, anche una delle sue verità più difficili: il suo gelido silenzio senza colore. Bisogna comprendere la violenta assenza di colori di uno specchio per poterlo ricreare, così come se si ricreasse la violenta assenza di gusto dell’acqua.


No, non ho descritto lo specchio... lo sono stata. E le parole sono quello che sono, senza tono discorsivo.


Devo interrompermi per dire che «X» è ciò che esiste dentro di me. «X»... mi ci bagno. È impronunciabile. Tutto ciò che non so si trova in «X». La morte? La morte è «X». Ma anche molta vita, perché la vita è impronunciabile. «X» che freme in me e io temo il suo diapason: vibra come la corda di un violoncello, corda tesa che al tocco emette elettricità pura, non melodia. L’istante impronunciabile. Una sensibilità altra è quel che si intuisce di «X».


Spero che tu viva «X» per provare la specie di sonno creatore che si irradia nelle vene. «X» non è bello né brutto. È sempre indipendente. Ma accade solo a chi ha un corpo. Anche se è immateriale, ha bisogno del nostro corpo e del corpo della cosa. Ci sono oggetti che sono questo mistero totale dell’«X». Come ciò che vibra muto. Gli istanti sono schegge che esplodono da «X», senza sosta. L’eccesso di me arriva a essere doloroso e quando sono eccessiva devo darmi, come il latte che se non fluisce fa scoppiare il seno. Mi libero da questa pressione e torno alle dimensioni naturali. L’elasticità esatta. Elasticità di una pantera morbida.


Una pantera nera in gabbia. Una volta guardai fissa negli occhi una pantera e quella guardò fissa nei miei. Ci trasmutammo. Che paura. Me ne andai di lì completamente annebbiata dentro, l’«X» inquieto. Tutto era successo dietro il pensiero. Ho la nostalgia di quel terrore che mi provocò lo scambio di sguardi con la pantera nera. So incutere terrore.


«X» è il soffio dell’it? È il suo freddo respiro irradiante? «X» è la parola? La parola si riferisce solo a una cosa e questa cosa per me è sempre inarrivabile. Ognuno di noi è un simbolo che ha a che fare con simboli... tutti soltanto punti di riferimento del reale. Cerchiamo disperatamente di trovare un’identità propria e l’identità del reale. E se ci capiamo attraverso il simbolo è perché possediamo gli stessi simboli e la stessa esperienza della cosa in sé: ma la realtà non ha sinonimi.


Ti parlo in termini astratti e ti chiedo: sono un’aria cantabile? No, non si può cantare ciò che ti scrivo. Perché non abbordo un tema che potrei facilmente scoprire? Invece no: cammino rasente al muro, ignoro la melodia scoperta, cammino nell’ombra, in quel luogo dove tante cose accadono. A volte scivolo lungo il muro, in un luogo dove non batte mai il sole. La mia maturazione di un tema sarebbe già un’aria cantabile – che un’altra persona faccia allora un’altra musica – la musica della maturazione del mio quartetto. Che viene prima della maturazione. La melodia sarebbe il fatto. Ma quale fatto nasce da una notte trascorsa tutta quanta su un sentiero dove non c’è nessuno e intanto che dormiamo ignari di tutto? Dov’è il fatto? La mia storia è di un’oscurità tranquilla, di radice assopita nella sua forza, di odore che non ha profumo. E in nulla di questo c’è l’astratto. È il figurativo dell’innominabile. Non esiste quasi carne in questo mio quartetto. Peccato che la parola «nervi» sia legata a vibrazioni dolorose, altrimenti sarebbe un quartetto di nervi. Corde scure che, se suonate, non parlano di «altre cose», non cambiano discorso... sono in sé e di sé, si consegnano così come sono, senza menzogna né fantasia.


So che dopo avermi letto è difficile riprodurre la mia musica a orecchio, non si può cantarla se non imparandola a memoria. E come imparare a memoria una cosa che non ha storia?


Ma ti ricorderai di una cosa che è anch’essa accaduta nell’ombra. Avrai partecipato di quella prima esistenza muta, avrai, come in un tranquillo sogno di notte tranquilla, sgocciolato con la resina sul tronco dell’albero. Poi dirai: non ho sognato niente. Basterà, questo? Certamente. E soprattutto c’è in quella prima esistenza una mancanza di errore, e il tono emozionato di chi potrebbe mentire ma non mente. Basta, questo? Certamente.


Ma anch’io voglio dipingere un tema, voglio creare un oggetto. E questo oggetto sarà... un armadio, perché cosa c’è di più concreto? Devo studiare l’armadio prima di dipingerlo. Cosa vedo? Vedo che sembra di potervi entrare perché c’è una porta. Ma ad aprirla ci si accorge che la cosa è rimandata: perché dentro c’è un’altra superficie di legno, come una porta chiusa. Funzione dell’armadio: mantenere nel buio i travestimenti. Natura: quella dell’inviolabilità delle cose. Relazione con persone: ci si guarda allo specchio dal lato interno dell’anta, ci si guarda sempre con la luce sbagliata perché l’armadio non si trova mai nel luogo giusto: goffo, se ne sta in piedi dove c’è posto, sempre ingombrante, gobbo, timido e maldestro, senza riuscire a essere più discreto per via della sua presenza smisurata. L’armadio è enorme, intruso, triste, benevolo.


Ma ecco che si apre la porta-specchio... ecco che, al movimento della porta, c’è una nuova composizione della stanza in ombra, e in questa composizione entrano boccette e boccette di vetro dai fuggevoli riflessi.


A questo punto posso dipingere l’essenza di un armadio. L’essenza che non è mai cantabile. Ma voglio avere la libertà di dire cose senza nesso come profonda maniera di arrivare a te. Solo ciò che è sbagliato mi attrae, e amo il peccato, il fiore del peccato.


Ma come fare se non ti fanno tenerezza i miei difetti, mentre io ho amato i tuoi. Il mio candore è stato calpestato da te. Non mi hai amata, questo lo so solo io. Sono stata sola. Sola di te. Non sto scrivendo a nessuno e si sta creando un’improvvisazione che non esiste. Mi sono scollata da me.


E voglio la disarticolazione, soltanto così sono io nel mondo. Soltanto così mi sento bene.


Sentiti bene. Io nella mia solitudine sto quasi per esplodere. Morire dev’essere una muta esplosione interiore. Il corpo non ce la fa più a essere corpo. E se morire avesse il gusto del cibo quando si ha molta fame? E se morire fosse un piacere, un piacere egoista?


Ieri stavo bevendo il caffè e ho sentito la donna di servizio che cantava una melodia senza parole mentre stendeva il bucato. Una specie di cantilena molto lamentosa. Le ho chiesto di chi fosse la canzone e lei mi ha risposto: è una sciocchezza mia, non è di nessuno.


Sì, ciò che ti scrivo non è di nessuno. E questa libertà di nessuno è molto pericolosa. È come l’infinito che ha il colore dell’aria.


Tutto questo che ti sto scrivendo è caldo come un uovo caldo che si passa in fretta da una mano all’altra, per non scottarsi – ho già dipinto un uovo. E adesso come nella pittura dico solo: uovo e basta.


No, non sono mai stata moderna. Funziona così: quando un quadro mi sembra strano allora sì che è un quadro. E quando trovo strana una parola ecco che allora acquista il suo significato. E quando trovo strana la vita ecco che comincia la vita. Sto attenta a non eccedermi. C’è in tutto questo una grande moderazione. E allora mi rattristo solo per riposarmi. Arrivo a piangere piano piano di tristezza. Poi mi alzo e ricomincio. Ora non ti racconterò una storia perché sarebbe prostituzione. E non scrivo per piacere a te. Soprattutto a me. Devo seguire la linea pura e mantenere incontaminato il mio it.


Adesso ti scriverò tutto quello che mi verrà in mente con il minor controllo possibile. Il fatto è che mi sento attratta dall’ignoto. Ma finché avrò me stessa non sarò sola. Sta per cominciare: prenderò il presente in ogni frase che muore. Adesso:


Ah, se sapevo che era così non nascevo. Ah, se lo sapevo non nascevo. La follia confina con il più crudele buonsenso. Questa è una tempesta del cervello e una frase a malapena c’entra con l’altra. Ingoio la follia che non è follia... è qualcos’altro. Mi capisci? Ma ora devo smettere perché sono talmente stanca che solamente morire mi strapperebbe a questa stanchezza. Me ne vado.


Sono tornata. Ora proverò ad aggiornarmi di nuovo con ciò che mi succede al momento... e così creerò me stessa. È così:


L’anello che mi hai dato era di vetro e si è rotto e l’amore è finito. Ma a volte al suo posto arriva il bell’odio di coloro che si sono amati e divorati l’un l’altro. La sedia che sta lì davanti è per me un oggetto. Inutile fintanto che la guardo. Dimmi per favore che ore sono perché io sappia che sto vivendo in questa ora. Sto andando incontro a me stessa: è mortale perché solo la morte mi conclude. Ma io resisto fino alla fine. Ti racconterò un segreto: la vita è mortale. Ora devo interrompere tutto per dirti questo: la morte è l’impossibile e l’intangibile. Soltanto in questo modo la morte è futura, che c’è chi non le resiste e si suicida. È come se la vita dicesse quel che segue: e poi semplicemente non ci fosse quel che segue. Soltanto i due punti, in attesa. Manteniamo nel mutismo questo segreto per nascondere il fatto che ogni istante è mortale. L’oggetto sedia mi interessa. Io amo gli oggetti nella misura in cui essi non mi amano. Ma se non comprendo ciò che scrivo la colpa non è la mia. Devo parlare perché parlare salva. Ma non ho una sola parola da dire. Cos’è che, nella follia della sincerità, una persona direbbe a sé stessa? Eppure sarebbe la salvezza. Anche se il terrore della sincerità proviene dalla parte delle tenebre che mi legano al mondo e all’incoscienza creatrice del mondo. Oggi è una notte piena di stelle in cielo. Ha smesso di piovere. Io sono cieca. Spalanco gli occhi e vedo a malapena. Ma il segreto... quello non lo vedo né lo sento. Starò forse facendo qui una vera e propria orgia nel retro del pensiero?, un’orgia di parole? Il giradischi si è rotto. Guardo la sedia e questa volta è come se anche lei avesse guardato e visto. Il futuro è mio... finché vivrò. Vedo i fiori nel vaso. Sono fiori di campo e sono nati senza essere stati piantati. Sono gialli. Ma la mia cuoca ha detto: che brutti fiori. Solo perché è difficile amare ciò che è francescano. Nel retro dei miei pensieri si trova la verità che è quella del mondo. L’illogicità della natura. Che silenzio. «Dio» è di un silenzio talmente enorme che mi terrorizza. Chi avrà inventato la sedia? Ci vuole coraggio per scrivere quel che mi passa per la mente: non si sa mai cosa può saltar fuori e spaventare. Il mostro sacro è morto. Al posto suo è nata una bambina che era orfana di madre. So bene che dovrò smettere. Non per mancanza di parole ma perché queste cose e soprattutto quelle che penso soltanto e non ho scritto... non si dicono. Parlerò di quello che si chiama esperienza. Dell’esperienza di chiedere aiuto e dell’aiuto che si riceve. Forse vale la pena essere nati affinché un giorno tacitamente si implori e tacitamente si riceva. Io ho chiesto aiuto e non mi è stato negato. Allora mi sentivo come una tigre con una freccia mortale piantata nella carne che girava lenta intorno a persone impaurite per vedere chi avrebbe avuto il coraggio di avvicinarsi a lei e toglierle il dolore. E allora c’è la persona che sa che la tigre ferita non è più pericolosa di un bambino. E avvicinandosi alla belva, senza paura di toccarla, le strappa via la freccia.


E la tigre? Non può ringraziare. Allora faccio qualche giro lento di fronte alla persona ed esito. Mi lecco una zampa e poi, dato che non è la parola ad avere grande importanza, mi allontano in silenzio.


Cosa sono in questo istante? Sono una macchina per scrivere che fa echeggiare i secchi tasti nell’alba umida e scura. Da molto tempo non sono più una persona. Hanno voluto che fossi un oggetto. Sono un oggetto. Oggetto sporco di sangue. Sono un oggetto che crea altri oggetti e la macchina da scrivere crea tutti noi. Esige. Il meccanicismo esige ed esige la mia vita. Ma io non obbedisco totalmente: se devo essere un oggetto, che sia un oggetto che grida. C’è una cosa dentro di me che fa male. Ah come fa male e come grida chiedendo aiuto. Ma la macchina che sono non ha lacrime. Sono un oggetto senza destino. Sono un oggetto nelle mani di chi? Questo è il mio destino umano. Ciò che mi salva è il grido. Io protesto in nome di ciò che sta dentro all’oggetto nel retro del retro del pensiero-sentimento. Sono un oggetto che preme.


Adesso... silenzio e leggero spavento.


Perché alle cinque del mattino di oggi, 25 luglio, sono entrata in stato di grazia.


È stata una sensazione improvvisa, ma soavissima. La luminosità sorrideva nell’aria: esattamente questo. Era un sospiro del mondo. Non lo so spiegare, così come non si può raccontare l’aurora a un cieco. È indicibile ciò che mi è accaduto in forma di sentire: ho bisogno in fretta della tua empatia. Senti con me. Era una felicità suprema.


Ma se tu hai già provato lo stato di grazia riconoscerai quanto ti sto per dire. Non mi riferisco all’ispirazione, che è una grazia speciale che arriva spesso a chi ha a che fare con l’arte.


Lo stato di grazia di cui parlo non serve a niente. È come se capitasse soltanto perché si sappia che si esiste davvero e che esiste il mondo. In questo stato, oltre alla tranquilla felicità che si irradia dalle persone e dalle cose, c’è una lucidità che definisco leggera solo perché nella grazia tutto è così leggero. È la lucidità di chi non ha più bisogno di indovinare: senza sforzo, sa. Nient’altro che questo: sa. Non mi chiedere che cosa, perché posso soltanto rispondere allo stesso modo: si sa.


E c’è una beatitudine fisica che non ha uguali. Il corpo si trasforma in un dono. E si sente che è un dono perché si sta sperimentando, alla fonte diretta, il regalo all’improvviso indubitabile di esistere miracolosamente e materialmente.


Tutto acquista una specie di luminosità che non è immaginaria: proviene dallo splendore dell’irradiazione matematica delle cose e dal ricordo delle persone. Si arriva a sentire che tutto ciò che esiste respira, ed esala un sottilissimo splendore di energia. La verità del mondo, tuttavia, è impalpabile.


Non è neppure lontanamente ciò che a stento immagino sia lo stato di grazia dei santi. Questo stato non l’ho mai conosciuto e non arrivo nemmeno a indovinarlo. È soltanto la grazia di una persona comune che la fa diventare all’improvviso reale perché è comune e umana e riconoscibile.


Le scoperte in questo senso sono indicibili e incomunicabili. E impensabili. È per questo che nella grazia sono rimasta seduta, tranquilla, silenziosa. È come un’annunciazione. Senza però essere preceduta dagli angeli. Ma è come se l’angelo della vita venisse ad annunciarmi il mondo.


Poi lentamente ne sono uscita. Non come se fossi stata in trance – non c’è nessuna trance –, ne sono uscita lentamente, con il sospiro di chi ha avuto tutto, come il tutto è. Quindi è già anche un sospiro di nostalgia. Poiché avendo provato l’esperienza di avere un corpo e un’anima, se ne desidera ancora, e ancora. Inutile desiderarlo: arriva solo quando vuole e spontaneamente.


Ho voluto rendere eterna questa felicità attraverso l’oggettivazione della parola. Subito dopo sono andata a cercare sul dizionario la parola beatitudine che detesto come parola e ho visto che significa godimento dell’anima. Parla di felicità tranquilla – io la definirei piuttosto trasporto o levitazione. Non mi piace neanche come prosegue il dizionario, che dice: «di chi si astrae in contemplazione mistica». Non è vero: io non stavo assolutamente meditando, non c’era in me nessuna religiosità. Avevo appena finito di bermi il caffè e me ne stavo semplicemente lì a vivere, seduta con una sigaretta che si consumava nel posacenere.


Mi sono accorta di quando è cominciato e mi ha preso. E mi sono accorta di quando è andato svanendo ed è finito. Non sto mentendo. Non avevo preso nessuna droga e non è stata un’allucinazione. Sapevo chi ero io e chi erano gli altri.


Ma adesso voglio vedere se riesco a afferrare ciò che mi è successo usando le parole. Nel farlo, finirò per distruggere un po’ quello che ho sentito... ma è inevitabile. Chiamerò ciò che segue «In margine alla beatitudine». Inizia così, pianissimo:


Quando si vede, l’atto di vedere non ha forma... ciò che si vede a volte ha una forma, a volte no. L’atto di vedere è ineffabile. E a volte anche ciò che si vede è ineffabile. Ed è così una certa maniera di pensare-sentire che chiamerò «libertà», tanto per darle un nome. La libertà in sé – in quanto atto di percezione – non possiede forma. E poiché il vero pensiero pensa sé stesso, questa specie di pensiero raggiunge il suo obiettivo nell’atto stesso di pensare. Con ciò non voglio dire che sia in modo vago o gratuito. Succede che il pensiero primario – in quanto atto del pensiero – possiede già una forma ed è più facilmente trasmissibile a sé stesso, o meglio, alla persona che lo sta pensando; e possiede perciò – per il fatto di avere una forma – una portata limitata. Mentre il pensiero chiamato «libertà» è libero come atto del pensiero. È libero al punto che al pensatore stesso quel pensiero sembra privo di autore.


Il vero pensiero sembra privo di autore.


E la beatitudine ha questa stessa caratteristica. La beatitudine comincia nel momento in cui l’atto di pensare si libera dalla necessità della forma. La beatitudine comincia nel momento in cui il pensare-sentire ha superato la necessità di pensare dell’autore... questi non ha più bisogno di pensare e adesso si trova vicino alla grandezza del nulla. Avrei potuto dire del «tutto». Ma «tutto» è quantità, e la quantità ha dei limiti nel suo stesso inizio. La vera incommensurabilità è il nulla, che non ha barriere ed è dove una persona può espandere il suo pensare-sentire.


Questa beatitudine in sé non è laica né religiosa. E tutto ciò non implica necessariamente il problema dell’esistenza o della non esistenza di un Dio. Ciò di cui sto parlando è il pensiero dell’uomo e il modo in cui questo pensare-sentire può raggiungere un grado estremo di incomunicabilità... che, senza sofisma o paradosso, è allo stesso tempo, per quell’uomo, il punto più grande di comunicabilità. Egli comunica con sé stesso.


Dormire ci avvicina molto a questo pensiero vuoto e al contempo pieno. Non sto parlando del sogno che, nel caso, sarebbe un pensiero primario. Sto parlando del dormire. Dormire è astrarsi e espandersi nel nulla.


Voglio anche dirti che dopo la libertà dello stato di grazia viene anche la libertà dell’immaginazione. In questo momento sono libera.


E al di sopra della libertà, al di sopra di un certo vuoto creo onde musicali calmissime e ripetute. La follia della libera invenzione. Vuoi vedere insieme a me? Il paesaggio dove si svolge questa musica? Aria, steli verdi, la distesa del mare, il silenzio della domenica mattina. Un uomo esile con un piede solo ha un grande occhio trasparente in mezzo alla fronte. Un essere femminile si avvicina carponi, parla con una voce che sembra provenire da un altro spazio, voce che risuona non come la prima voce ma come l’eco di una voce prima, che non si è udita. La voce è impacciata, euforica e parla per forza d’abitudine di una vita precedente: vuoi un tè? E non aspetta risposta. Afferra una spiga sottile di grano dorato e se la mette fra le gengive sdentate e si allontana carponi, con gli occhi aperti. Occhi immobili come il naso. Deve muovere l’intera testa senz’ossa per fissare un oggetto. Ma quale oggetto? L’uomo esile, intanto, si è addormentato sull’unico piede e il suo occhio si è addormentato senza tuttavia chiudersi. L’occhio che si addormenta vuol dire non voler vedere. Quando non vede, dorme. Nell’occhio silente si riflette la pianura in un arcobaleno. L’aria è di meraviglia. Le onde musicali ricominciano. Qualcuno si guarda le unghie. C’è un suono che da lontano fa: psst! psst!... Ma l’uomo-dal-piede-solo non potrebbe mai immaginare che lo stanno chiamando. Da un lato comincia un suono – come il flauto che sembra sempre suonare di lato –, da un lato comincia un suono che attraversa le onde musicali senza tremore, e si ripete così a lungo che finisce per scavare la pietra con la sua goccia ininterrotta. È un suono altissimo e senza fioriture. Un lamento allegro e cadenzato e acuto come l’acuto non stridente e dolce di un flauto. È la nota più alta e felice che una vibrazione potrebbe mai creare. Nessun uomo sulla terra potrebbe sentirlo senza impazzire e cominciare a sorridere per sempre. Ma l’uomo in piedi sull’unico piede... dorme dritto. E l’essere femminile disteso sulla spiaggia non pensa. Un nuovo personaggio attraversa la pianura deserta e sparisce zoppicando. Si sente: psst; psst! Ma non si chiama nessuno.


Adesso è finita la scena che la mia libertà ha creato.


Sono triste. Un malessere che viene dal fatto che l’estasi non ha spazio nella vita dei giorni. All’estasi dovrebbe seguire il dormire per attenuare la sua vibrazione di cristallo echeggiante. L’estasi deve essere dimenticata.


I giorni. Sono diventata triste per via di questa luce diurna d’acciaio nella quale vivo. Respiro l’odore dell’acciaio nel mondo degli oggetti.


Ma ora ho voglia di dire cose che mi danno conforto e che sono un po’ libere. Per esempio: il giovedì è un giorno trasparente come l’ala di un insetto in controluce. Così come il lunedì è un giorno compatto. In fondo, ben dietro al pensiero, io vivo di queste idee, se si possono chiamare idee. Sono sensazioni che si trasformano in idee perché devo usare le parole. Usarle anche solo mentalmente. Il pensiero primario pensa con le parole. Il «libertà» si libera dalla schiavitù della parola.


E Dio è una creazione mostruosa. E ho paura di Dio perché lui è troppo totale per la mia dimensione. E provo anche una specie di pudore nei Suoi confronti: ci sono cose mie che nemmeno Lui sa. Paura? Conosco un lei a cui fanno paura le farfalle come se fossero soprannaturali. E la parte divina delle farfalle è davvero terrificante. E conosco un lui che rabbrividisce di orrore davanti ai fiori... trova che i fiori siano spaventosamente delicati come un sospiro di nessuno nel buio.


Sono io che sto ascoltando un fischio nel buio. Io che sono malata della condizione umana. Mi ribello: non voglio più essere una persona. Chi? Chi prova misericordia per noi che sappiamo della vita e della morte mentre un animale, che io profondamente invidio, è incosciente della sua condizione? Chi ha pietà di noi? Siamo dei reietti? Abbandonati alla disperazione? No, deve esserci una consolazione possibile. Lo giuro: ci deve essere. Non ho il coraggio di dire la verità che sappiamo. Ci sono parole proibite.


Ma io denuncio. Denuncio la nostra debolezza, denuncio l’orrore allucinante di morire... e rispondo a tutta questa infamia con... esattamente ciò che adesso rimarrà scritto... e rispondo a tutta questa infamia con allegria. Purissima e leggerissima allegria. La mia unica salvezza è l’allegria. Un’allegria atonale dentro l’it essenziale. Non ha senso? Deve averne. Perché è troppo crudele sapere che la vita è unica e che non abbiamo altra garanzia se non la fede nelle tenebre... perché è troppo crudele, allora rispondo con la purezza di un’allegria indomabile. Mi rifiuto di diventare triste. Siamo allegri. Chi non ha paura di essere allegro e provare almeno una volta l’allegria folle e profonda otterrà il meglio della nostra verità. Io mi sento – nonostante tutto, oh, nonostante tutto – mi sento allegra in questo istante-adesso che se ne va se non lo fisso con parole. Mi sento allegra anche in questo istante perché mi rifiuto di essere vinta: allora amo. Come risposta. Amore impersonale, amore it, è allegria: anche l’amore che non funziona, anche l’amore che finisce. E la mia stessa morte e quella di chi amiamo deve essere allegra, non so ancora in che modo, ma deve esserlo. Vivere è questo: l’allegria dell’it. E accettarlo non come una resa ma in un allegro con brio.


Anzi, non voglio morire. Mi rifiuto contro «Dio». Facciamo che non moriamo, come sfida?


Non morirò, hai sentito, Dio? Non ho il coraggio, hai sentito? Non mi uccidere, hai sentito? Perché è un’infamia nascere per morire non si sa quando né dove. Sarò molto allegra, hai sentito? Come risposta, come insulto. Una cosa la garantisco: noi non siamo colpevoli. E ho bisogno di capire adesso che sono viva, hai sentito? Perché poi sarà troppo tardi.


Ah questo flash di istanti non finisce mai. Il mio canto dell’it non finisce mai? Vi porrò fine deliberatamente con un atto volontario. Ma quello va avanti in una continua improvvisazione, creando sempre e sempre il presente che è futuro.


Questa improvvisazione è.


Vuoi vedere come va avanti? Stanotte – è difficile spiegarti – stanotte ho sognato che stavo sognando. Che sia forse così dopo la morte? Il sogno di un sogno di un sogno di un sogno?


Sono eretica. No, non è vero. Oppure sì? Ma qualcosa esiste.


Ah vivere è così scomodo. Tutto ti stringe: il corpo esige, lo spirito non si ferma, vivere sembra come aver sonno e non poter dormire... vivere non è confortevole. Non si può andare in giro nudi né nel corpo né nello spirito.


Non te l’avevo detto che vivere sta stretto? Allora sono andata a dormire e ho sognato che ti scrivevo un largo maestoso ed era ancora più vero di quel che ti scrivo: era senza paura. Mi sono dimenticata di quanto ho scritto nel sogno, tutto è tornato al nulla, è tornato alla Forza di ciò che Esiste e che a volte si chiama Dio.


Tutto finisce ma ciò che ti scrivo va avanti. Il che va bene, molto bene. Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio si trova fra le righe.

Oggi è sabato ed è fatto dell’aria più pura, soltanto aria. Ti parlo come esercizio profondo, e dipingo come esercizio profondo di me. Adesso cosa voglio scrivere? Voglio qualcosa di tranquillo e senza fronzoli. Qualcosa come il ricordo di un monumento alto che sembra ancora più alto perché è un ricordo. Ma voglio fra l’altro aver davvero toccato il monumento. Mi fermo perché è sabato.

Sempre sabato.

Ciò che sarà ancora dopo... è adesso. Adesso è il dominio di adesso. E fintanto che dura l’improvvisazione io nasco.

Ed ecco che dopo una sera di «chi sono io» e dopo essermi svegliata all’una del mattino ancora disperata ... ecco che alle tre del mattino mi sono svegliata e mi sono trovata. Mi sono venuta incontro. Calma, allegra, pienezza senza folgorazione. Semplicemente io sono io. E tu sei tu. È vasto, durerà.

Quel che ti scrivo è un «questo». Non si fermerà: va avanti.

Guardami e amami. No: tu guardi te stesso e ti ami. È quello che è giusto.

Ciò che ti scrivo va avanti e io sono stregata.