martedì 10 marzo 2026

Buio a Teheran La cortina degli "esperti" e il paese reale. Toni Baruch

 


Buio a Teheran

 La cortina degli "esperti" e il paese reale.

Toni Baruch 

Gli "esperti" occidentali di Iran formano un club sorprendentemente compatto: stesse università, stessi convegni, stesse fonti — molte delle quali, come è ormai documentato, fanno parte di una rete di influenza costruita deliberatamente dal regime di Teheran. Il risultato è una narrazione di comodo che minimizza le aspirazioni di libertà degli iraniani e ignora sistematicamente i dati che raccontano una storia molto diversa. Vale la pena, per una volta, guardare oltre.

Chiunque voglia capire cosa pensano gli iraniani si trova davanti a un paradosso apparentemente insormontabile: le fonti più accessibili sono quasi tutte contaminate, e quelle più affidabili sono quasi tutte inaccessibili. In mezzo, prosperano esperti, accademici, giornalisti che con sicurezza ci spiegano "cosa vuole davvero il popolo iraniano", forti del loro curriculum di reduci del liceino bene, occupato, democratico, che ha formato un'isola monopensante e perennemente giudicante. 

Non è solo un problema di malafede, anche se la malafede non manca. È un problema strutturale: capire l'opinione pubblica di un paese dove l'autocensura è una strategia di sopravvivenza, dove le app di denuncia anonima come "Nazer" rendono ogni conversazione pericolosa, e dove il regime ha investito decenni e risorse considerevoli nel costruire una nebbia informativa permanente, è realmente difficile. Se poi hai deciso di non farlo, lo è ancora di più. Prima di parlare di cosa vogliono gli iraniani, vale la pena fare il giro dei principali produttori di nebbia, perché è solo attraverso di loro che la maggior parte degli osservatori occidentali ha imparato a "conoscere" l'Iran.

I produttori di nebbia

La diaspora e i suoi bias

Chi lascia l'Iran non è un campione casuale della popolazione iraniana. Tende a essere più istruito, più urbano, più giovane, più dissidente e tende a "votare con i piedi", abbandonando un sistema oppressivo. Come può testimoniare uno come me, a sua volta parte di una diaspora, questo non significa che chi è riparato all'estero abbia torto sulla natura del regime, ma certamente la sua esperienza non è del tutto rappresentativa di chi è rimasto, che include cluster rurali, conservatori, religiosi e soprattutto persone che hanno imparato a non avere opinioni troppo forti su nulla.

La diaspora non è solo distorta demograficamente: è anche, e specialmente nel caso iraniano, un campo di battaglia politico di rara intensità. I gruppi organizzati — monarchici nostalgici delle classi privilegiate pre-rivoluzione, sostenitori del MEK-MKO, fazioni nazionaliste di vario colore — tendono a sovrastare le voci più moderate semplicemente perché sono più abili nel networking, nella raccolta fondi e nella costruzione di narrative mediatiche. Il risultato è un'immagine della diaspora iraniana molto più compatta e radicale di quanto non sia in realtà, con "purity test" ideologici, campagne di demonizzazione reciproca e una frammentazione interna che smentisce ogni apparenza di fronte unito.

L'opposizione di comodo e il gioco delle tre carte

Il problema si complica ulteriormente per la presenza di quella che potremmo chiamare "opposizione artificiale": figure che appaiono credibili in quanto ex-collaboratori del regime, temporaneamente imprigionati quanto basta per guadagnare patente di dissidenti, e poi riutilizzati all'estero per dividere l'opposizione autentica, diffondere disinformazione e impedire la formazione di coalizioni coerenti.

La strategia centrale del regime, che si è evoluta e intensificata dopo le proteste del 2022, si articola intorno a quella che gli studiosi di disinformazione chiamano la "Grande Bugia": l'affermazione sistematica e coordinata che nessuna forza di opposizione sia capace di offrire un'alternativa credibile alla Repubblica Islamica. L'obiettivo è diffondere disperazione pubblica e castrare le aspirazioni al cambiamento. Il meccanismo è documentato: attraverso media di stato e account coordinati, il regime conduce campagne di character assassination contro dissidenti influenti — celebrità, attivisti politici, oppositori nella diaspora — con l'obiettivo dichiarato di scoraggiare qualsiasi speranza di alternativa.

Gli "esperti giornalisti" e le loro fonti avvelenate

Eccoci al nodo più delicato e controverso, più rumoroso su X ma in generale più invisibile all'esterno: i produttori di nebbia. Il giornalista o il ricercatore occidentale che vuole "capire l'Iran" si rivolge naturalmente alle sue reti abituali: think tank, università, conferenze internazionali, fonti con credenziali accademiche riconoscibili e affiliazioni istituzionali rassicuranti. Reti che sono state sistematicamente infiltrate. Un fenomeno chiaramente documentato, non un'ipotesi complottista.

Si può cominciare dal 2014, quando funzionari del Ministero degli Esteri iraniano avviano in gran segreto quello che chiamano pomposamente '"Iran Experts Initiative" (IEI): un programma per costruire una rete di analisti e accademici di seconda generazione, residenti in Occidente, con affiliazioni a think tank e istituzioni di primo piano in Europa e negli Stati Uniti. L'obiettivo esplicito, emerso nel 2023 da migliaia di email interne ottenute da Iran International e Semafor, è "promuovere i punti di vista di Teheran in Occidente", in particolare riguardo al programma nucleare, e produrre per i decisori europei e americani analisi che appaiano indipendenti ma nella realtà del tutto allineate con gli interessi del regime. Il diplomatico Saeed Khatibzadeh, mente e braccio dell'iniziativa, la descriveva come la creazione di "un gruppo di 6-10 iraniani di seconda generazione con affiliazioni ai principali think tank internazionali, principalmente in Europa e negli USA", da sostenere politicamente in cambio delle loro narrative favorevoli a Teheran. Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif partecipò di persona alla riunione inaugurale a Vienna nel maggio 2014.

Si tratta di analisti non necessariamente consapevoli di fare propaganda anche se alcuni quasi certamente lo erano. Ma la questione rilevante è che il governo iraniano selezionò, invitò, finanziò conferenze, fornì accesso e supporto politico a persone già inclini a promuovere posizioni utili a Teheran. Il risultato fu che i governi europei, secondo quanto rilevato in un'audizione al Parlamento Europeo nel gennaio 2024, si trovarono a basare le proprie politiche sull'Iran su analisi e raccomandazioni che provenivano direttamente da Teheran. Se vi siete chiesti fino a oggi come succeda che un regime mostruoso sia trattato con i guanti bianchi a livello diplomatico e informativo, la risposta è anche questa.

Il meccanismo, una volta compreso,spiega buona parte del dibattito pubblico degli ultimi dieci anni: articoli su testate rispettate che zuccherano le "ragioni" iraniane nel conflitto nucleare, interventi accademici che inquadrano le sanzioni come "provocazioni imperialiste", analisi che minimizzavano la repressione interna, o la ignorano del tutto. Una distorsione strutturale, non individuale, frutto di malafede individuale ma anche di un sistema intossicato dalla menzogna, e per questo tanto più difficile da smascherare.

A questo si aggiunge una disinformazione digitale sofisticata: non solo i bot, ma account reali coordinati dallo stato che si infiltrano nelle comunità anti-regime online fingendosi dissidenti, diffondendo notizie non verificabili progettate per attirare l'attenzione dei media di opposizione e screditarle, creando confusione e sfiducia reciproca. Durante le proteste per Mahsa Amini nel 2022, circolarono voci di funzionari che fuggivano su voli charter verso il Venezuela — una storia che rimbalzò su testate internazionali prima di rivelarsi falsa, progettata esattamente per essere smentita e così minare la credibilità dei media di opposizione.

Gli accademici e il fascino dell'ideologia post-coloniale

C'è infine una terza categoria di intermediari, la più difficile da criticare perché stupidamente sincera: la microelite dei ricercatori e dei "giornalisti esperti" occidentali formatisi in ambienti accademici intrisi di tossine ideologiche orientaliste, anti-imperialiste e post-coloniali. È un carcere mentale strutturalmente impermeabile alla critica e alla reale ricerca. È quello che si chiama groupthink, pensiero di gruppo che si forma in ambienti chiusi, intellettualmente asfittici, dove le stesse premesse vengono replicate e rinforzate di conferenza in conferenza, di peer review in peer review, di citazione in citazione. È il famoso pensiero interno o circolare di cui abbiamo parlato in questo articolo, a proposito di questioni parzialmente, ma non completamente, diverse.

In questo schema che si autoriproduce, l'Iran è quasi sempre inquadrato come vittima dell'imperialismo occidentale e israeliano; il regime islamico come attore razionale che risponde a torti storici reali (il colpo di stato del 1953, l'interferenza americana durante la guerra con l'Iraq, le sanzioni); le proteste interne come fenomeni "strumentalizzati dall'estero" o "più complessi di quanto appaia". Questa prospettiva non è sempre sbagliata nei dettagli (anche se spesso lo è) ma il buio diventa totale quando "comprendere il contesto" si trasforma sistematicamente in giustificare il regime, e quando le atrocità interne — i 7.000 morti documentati nelle proteste del "Crimson Winter" 2025-2026, le esecuzioni di massa, la repressione delle donne vengono trattate con un pudore analitico che non si applica mai alle violenze attribuibili all'Occidente o a Israele. Oppure ignorate del tutto, come i nostri media e la politica "progressista" hanno fatto durante la repressioni orribile delle proteste del 2026.

Il fascino del sushi

L'esperto di turno, accolto in televisione, rimbalzato sui social, forse prova anche a capire l'Iran (nei rari casi in cui ci prova) ma si trova spesso a citare fonti contaminate dalla IEI e a presentare come "analisi equilibrata" quello che è in realtà la prospettiva di un regime che da quarant'anni lavora per costruire esattamente questa nebbia. 

La nebbia digitale: influencer, lifestyle e cyberesercito

C'è infine un livello di disinformazione più sottile e difficile da identificare perché non assomiglia alla propaganda: quella promossa da influencer iraniani all'estero attraverso contenuti lifestyle: caffè, moda, natura, uscite urbane, un'estetica cosmopolita e apparentemente innocua. Questa strategia mira a umanizzare l'immagine del regime normalizzando la vita quotidiana a Teheran, creando una "bolla alternativa" che appare tollerante e moderna, contrastando le narrative di resistenza degli esiliati senza mai citarle direttamente. Come ha rilevato l'Atlantic Council, l'Iran privilegia la "verità distorta" rispetto alla menzogna diretta: non inventa fatti, ma seleziona, enfatizza e inquadra — esattamente il repertorio münzenberghiano applicato all'era dei social.

Cosa sappiamo nonostante tutto

Attraverso questa nebbia, è possibile ricavare un quadro approssimativo ma significativo ricorrendo a metodi che privilegiano l'anonimato e i grandi numeri. Il riferimento principale è il GAMAAN — Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran — un ente di ricerca indipendente con sede nei Paesi Bassi che conduce sondaggi online anonimi attraverso la rete VPN Psiphon, raggiungendo decine di migliaia di iraniani interni con garanzie di riservatezza che i sondaggi telefonici o faccia a faccia non possono offrire. Entro il 2025, circa il 90% degli utenti internet iraniani usava VPN per accedere a piattaforme bloccate, il che ha reso possibile quella che GAMAAN chiama "VPN sampling": campioni numerosi, socialmente diversificati, raccolti in condizioni di anonimato reale.

I dati GAMAAN non sono perfetti perché tendono a sovrarappresentare utenti urbani e istruiti e le critiche metodologiche esistono e vanno prese sul serio. Va notato, però, che le critiche più veementi all'istituto provengono da ambienti vicini al MEK, la cui popolarità nei sondaggi GAMAAN risulta, con generosità, inferiore all'1%. È un'avvertenza che il lettore dovrebbe tenere a mente valutando l'attendibilità dei critici e la diffusione capillare di "informatori" che fanno capo a questa strana entità islamista-marxista e terrorista, dal possente radicamento informativo, e che ha penetrato molti ambienti occidentali (sorprendentemente soprattutto conservatori)

Il consenso su ciò che non si vuole

Il punto di maggior accordo — e quello metodologicamente più solido, perché il rifiuto è più facile da esprimere del desiderio — riguarda il regime attuale. Circa il 70% degli iraniani si oppone alla continuazione della Repubblica Islamica, con un picco dell'81% durante le proteste "Donna, Vita, Libertà" del 2022. Solo il 20% degli intervistati vuole che la Repubblica Islamica rimanga al potere, mentre il sostegno ai principi della rivoluzione del 1979 e alla Guida Suprema è sceso all'11%, dal 18% del 2022. Il regime militare è rifiutato da oltre il 70%; la governance basata sulla legge religiosa da due terzi della popolazione.

Il regime è oggi indebolito su tre fronti simultaneamente: militarmente, dalla guerra dei 12 giorni con Israele nel 2025 e dalla sua continuazione in corso: molti comandanti senior sono stati uccisi e la propaganda sull'invincibilità del regime profondamente scossa; culturalmente, come dimostra il fatto che il regime non riesce più a far rispettare l'hijab obbligatorio; e infine economicamente, con una valuta in crollo libero che non compra più nulla. I sondaggi post-conflitto mostrano un'ulteriore crescita del sostegno al regime change come precondizione per qualsiasi cambiamento reale.

Il consenso su ciò che si vuole

L'89% degli iraniani dichiara di volere un sistema democratico. Le ideologie più popolari privilegiano libertà individuali e diritti umani (37%), giustizia sociale e diritti dei lavoratori (33%), orgoglio nazionale e nazionalismo iraniano (26%). Solo il 5% sostiene partiti che prioritizzano valori tradizionali e religiosi. Il 67% desidera relazioni normali con USA e Israele, un dato che fa dell'Iran il paese più pro-occidentale del Medio Oriente (in un momento in cui c'è qualche dubbio che molto dell'Occidente lo sia ancora).

Reza Pahlavi: la realtà dei numeri contro la narrativa degli esperti

Ed è qui che la distanza tra la realtà dei dati e la vulgata degli "esperti" diventa più clamorosa e più istruttiva. Nella narrazione accademica progressista dominante, quella che si legge sulle riviste specializzate, si sente alle conferenze, si ritrova negli articoli dei giornali europei, il ricordo dello Scià è uniformemente negativo, la monarchia è un capitolo chiuso della storia iraniana, e Reza Pahlavi è una figura marginale che parla a un pubblico di esiliati nostalgici e benestanti, senza radicamento reale nella società iraniana contemporanea. Questa lettura è smentita dai dati in modo imbarazzante.

Nel sondaggio GAMAAN del settembre 2025, condotto dopo la guerra dei 12 giorni e su oltre 30.000 rispondenti interni, alla domanda specifica "Qual è la tua opinione riguardo a Reza Pahlavi che si dichiara leader del periodo di transizione?", il 49% degli intervistati si è dichiarato favorevole (35% fortemente, 13% in parte). Circa il 35% si è dichiarato contrario. Il 16% non ha espresso opinione. È una quota che, secondo i ricercatori GAMAAN, tende a orientarsi in base all'umore generale, e che durante le recenti proteste ha mostrato ulteriori segnali di avvicinamento alla posizione di Pahlavi.

Nella classifica delle figure politiche dell'opposizione, Pahlavi è al primo posto con un margine che non ha paragoni: 31% come prima scelta tra tutti i candidati a un ipotetico "consiglio di solidarietà" dell'opposizione iraniana, contro il 6% di Toomaj Salehi, secondo classificato, e il 5% di Narges Mohammadi, terza. Come ha scritto l'Atlantic Council, "sarebbe il primo o secondo candidato per oltre il 30% della popolazione in una ipotetica elezione libera — superando di gran lunga la popolarità di qualsiasi altro contendente." Axios ha sintetizzato il dato con la sua consueta concisione: la sua popolarità supera quella di qualsiasi altra figura dell'opposizione iraniana.

Questo non è nostalgia per lo Scià suo padre, figura che gli iraniani stessi giudicano con tutta la complessità che merita. È un fenomeno completamente diverso, che la degnazione occidentale si rifiuta di comprendere. Pahlavi si è posizionato con coerenza come guida di un periodo di transizione verso la democrazia secolare, e non come restauratore della monarchia. Ha ripetuto in ogni sede disponibile che si sottometterebbe al risultato di elezioni libere e di un referendum sulla forma di governo. Ha promesso processi giusti, tutele per le minoranze, diritti uguali indipendentemente da religione ed etnia. Ha rifiutato pubblicamente l'idea di una transizione imposta dall'esterno. Nel luglio 2025 ha presieduto a Monaco la "Convention of National Cooperation to Save Iran", che ha riunito oltre settecento rappresentanti dell'opposizione da tutto lo spettro politico; ha lanciato una campagna per le defezioni delle forze di sicurezza che ha superato cinquantamila adesioni; ha coordinato le prime proteste interne pianificate del gennaio 2025, che hanno portato oltre un milione di persone in piazza in trentuno province.

Chiamarlo figura marginale, a questo punto, richiede uno sforzo creativo considerevole, oppure un pregiudizio da liceino rosso, oppure l'assenza deliberata di attenzione alla realtà, sempre meno affascinante dei propri fumi ideologici.

Il sostegno a Pahlavi non è comunque omogeneo: più basso nelle province a forte concentrazione di minoranze etniche come curdi, azeri e baluci, che storicamente diffidano del nazionalismo persiano centralista. Se vogliamo cercarla, questa (e non il "cattivo ricordo dello Scià") è la sua principale debolezza strutturale, e lui ne è consapevole: i tentativi di costruire una coalizione più ampia, includendo esplicitamente minoranze etniche e religiose, attivisti LGBTQ e rappresentanti di ogni regione, vanno letti in questo contesto. 

La narrativa degli "esperti" che lo liquida come anacronismo reazionario è smentita dai numeri ed è funzionale alla strategia della Grande Bugia del regime, che da anni lavora per convincere il mondo, e gli iraniani stessi, che non esiste alternativa possibile alla Repubblica Islamica.

Le divisioni su come arrivarci

Pahlavi a parte, il panorama dell'opposizione è frammentato in modi che riflettono la reale diversità della società iraniana. Circa il 26% degli intervistati preferisce una repubblica secolare, il 21% la monarchia, il 15% un sistema federale, e il 22% dichiara di non avere ancora informazioni sufficienti per scegliere. Nessuna di queste forze è in grado, da sola, di rappresentare la piena diversità del paese, e questo è il vero vuoto che il regime sfrutta, non la mancanza di una figura di riferimento.

Leggere l'Iran oltre il buio degli "esperti"

Capire cosa vogliono gli iraniani è possibile, ma richiede di fare a meno di buona parte degli intermediari abituali. Occorre buttare le analisi che arrivano già confezionate in pastoni ideologici rassicuranti, come il frame anti-imperialista. Va lasciata da parte tutta una generazione di pifferai che sifola la narrazione che Teheran ha fabbricato sistematicamente per i propri scopi. È possibile, almeno in parte, farlo privilegiando l'anonimato, la scala e la triangolazione: sondaggi come quelli di GAMAAN, integrati con l'osservazione empirica delle proteste, degli slogan, dei comportamenti collettivi documentati in centinaia di città.

Quello che emergerà, dissolta la nebbia, è abbastanza chiaro. Gli iraniani vogliono libertà: libertà religiosa, libertà di espressione, libertà dal velo obbligatorio, libertà di eleggere chi governa e di mandarlo a casa quando non funziona. Vogliono un paese normale, con relazioni normali con il resto del mondo, inclusi USA e Israele. Non vogliono una teocrazia, non vogliono un esercito al potere, e la figura che gode del più ampio sostegno nell'opposizione, dati alla mano, è quella di Reza Pahlavi come guida di una transizione democratica.

Spiace per gli "esperti", ma è così. Mettete giù il vostro ditino, o cacciatevelo dove credete meglio.





venerdì 6 marzo 2026

THE RESTORING THE WEST MANIFESTO Ayaan Hirsi Ali



THE RESTORING THE WEST MANIFESTO

 Ayaan Hirsi Ali

https://www.restoringthewest.com/p/the-restoring-the-west-manifesto?utm_campaign=post&utm_medium=web

I spent the first part of my life living under oppression. I know what it means to be silenced, to have your freedom stolen, to watch a civilization reject the very values that make human flourishing possible.


I also know what it means to be free. And I know that freedom is not inevitable — it must be defended, understood, and taught anew to every generation.


The West is at risk of losing that fight. And too many people who should be leading the defense have no idea how to do so.


That’s why we’re launching Restoring the West.


The Crisis We Face


The civilization that gave the world individual liberty, the rule of law, scientific inquiry, and human dignity is under siege — not primarily from external enemies, but from internal collapse.


Many of our institutions have been captured. Too many of our universities teach students to despise their own inheritance of broad thought and discourse. Our media amplifies every grievance to leftist ideology, while ignoring threats from intolerant ideologies and forces. Our leaders lack the moral vocabulary and fortitude to defend what we’ve built.


Meanwhile, illiberal ideologies — from political Islamism to postmodern identity politics — advance unchecked, demanding submission to group identity over individual conscience, censorship over free speech, and tribal loyalty over universal human rights.


Classical liberals and conservatives? Too often, we’re losing. We win elections but lose the culture. We defend policies but surrender the principles. We react to provocations but fail to plant ideas that endure. We even wage wars to liberate oppressed people in other nations, yet we fail to explain—both to outsiders and to our own citizens—the moral absolutes that demand we use our power against evil, such as the death cult that served as the operating system of Iran’s Islamist regime.


The West will not be restored by winning news cycles. It will be restored by winning the argument for why the West is worth preserving.


Our Guiding Principles:


DEFEND JUDEO-CHRISTIAN VALUES, UNAPOLOGETICALLY


The features that have uniquely made our civilization a place where all can flourish are rooted in the Judeo-Christian tradition: individual liberty, equality before the law, freedom of conscience and expression, and the dignity of every human being. These values built free societies. These values are now under attack. We will defend them without apology or equivocation.


FIGHT ILLIBERALISM IN ALL ITS FORMS


Whether cloaked in religious orthodoxy or academic jargon, illiberalism seeks the same end: the suppression of individual freedom in service of collective control. We oppose political Islam, which seeks to impose religious law on free societies. We oppose postmodern ideologies that replace individual rights with identity hierarchies. We refuse to choose between these threats. We recognize them both as enemies of Western civilization.


PLANT IDEAS THAT ENDURE


This publication is not about outrage or affirmation. It's about intellectual ammunition. Every piece we publish will advance a clear argument, address serious objections, and connect to the project of civilizational renewal. We write for people who need to be persuaded, not just people who already agree. Our goal is to shape minds, change debates, and arm veterans and new generations for the work ahead.


SPEAK WITH MORAL CLARITY


I did not escape one form of oppression to tolerate another. I will not pretend that all cultures are equal, that all ideas are equally valid, or that we can restore the West through euphemism and evasion. Moral clarity is not extremism — it's the precondition for moral action. We will say what is true, even when the truth is uncomfortable.


FIVE PILLARS, ONE MISSION


Everything we publish connects to the civilizational foundations we must restore:


Faith & Family - The roots of free societies


Education - Where the future is won or lost


Law & Liberty - Without which we are subjects, not citizens


Nation & Citizenship - The framework for self-governance


Media, Arts & Culture - Where values are formed or deformed


These aren't talking points. These are the fronts in a war for civilization itself.


SMART BREVITY, SERIOUS PURPOSE


Busy people need clear arguments, not bloated essays. We respect your time by making every word count. But efficiency serves substance, not the other way around. We will never sacrifice intellectual rigor for algorithmic reach or dumb down complex arguments for easier consumption. Excellence is the standard we want restored in our civilization — it’s the standard we hold ourselves to here.


Why This Matters


I have seen what happens when civilizations abandon their principles. I have lived under the thuggish sandal of illiberalism. I know the price of freedom because I know what life costs without it.


Too many of the institutions that once defended Western civilization have failed or been captured. The task of restoration falls to us — to those who understand what’s at stake and refuse to surrender what generations before us built and bled for.


This is not pessimism. This is realism coupled with resolve.


The West can be saved. But only if we’re willing to make the argument for why it deserves to be saved — and then do the work required to save it.


Welcome to Restoring the West.


— Ayaan Hirsi Ali

domenica 1 marzo 2026

THE ISLAMIC REPUBLIC'S LAST WHIMPER Hussein Aboubakr Mansour

 


THE ISLAMIC REPUBLIC'S LAST WHIMPER

Hussein Aboubakr Mansour

Mar 01, 2026

Khamenei is dead. The White House and Israeli officials confirmed it, and satellite imagery shows the compound in the heart of Tehran reduced to rubble. The man who ruled the Islamic Republic for thirty-six years, outlasted six American presidents, built and sustained the most consequential state sponsor of terrorism in the modern Middle East, and who oversaw the weekly chants of “Death to America” and “Death to Israel” — that man is gone, killed on a Saturday morning by the joint force of the two nations he swore to destroy.

He was eighty-six years old. He had been the supreme leader since June 4, 1989, elected by the Assembly of Experts within hours of Khomeini’s death to a position for which he was, by the theological standards of Shi’a jurisprudence, never fully qualified. Khamenei was a hojatoleslam, a mid-ranking title of respect for Shiite Muslim clerics, translating to “Proof of Islam” or “Authority on Islam,” not a grand ayatollah. His authority, thus, was political, not scholarly. He compensated for this deficit with ruthlessness, patience, and an unbroken commitment to the revolutionary project that consumed his entire adult life. He was nineteen when he first began studying under Khomeini. He was a revolutionary before he was anything else, imprisoned under the Shah, wounded by an assassination attempt in 1981 that cost him the use of his right arm, and installed as president at forty-two in the chaotic aftermath of the republic’s founding. He served two terms, was elevated to supreme leader, and proceeded to outlast every rival, every reformist, every protest movement, and every American attempt at negotiation, containment, and coercion — until today.

His career was the Islamic Republic. There is no separating the two. When the revolution’s founder, Khomeini, died in 1989, the system he left behind was volatile, factional, and untested. It was Khamenei who stabilized it — not through charisma, which he lacked, nor through theological authority, which he never fully possessed, but through the methodical cultivation of the Revolutionary Guard as a parallel state, an economic empire, and a praetorian class whose fortunes were indistinguishable from his own. He turned the IRGC from a revolutionary militia into the largest conglomerate in Iran, controlling perhaps a third of the national economy. He built the proxy network all over the region — Hezbollah, Hamas, Islamic Jihad, the Houthis, the Iraqi militias — into the most effective non-state military architecture in the world. He advanced the nuclear program through every diplomatic arrangement designed to restrain it, extracting sanctions relief from the JCPOA while preserving the knowledge base and centrifuge infrastructure that made breakout capacity a permanent condition rather than a future possibility. He crushed the Green Movement in 2009, the protests of 2019, the Mahsa Amini uprising of 2022, and — with a cruelty that hastened the end — the December 2025 protests, in which his security forces massacred thousands. He was, in the full sense of the word, the last man standing of the 1979 generation — the final link between the Islamic Republic and its founding revolutionary act.

And now he is dead, and the republic he held together through force, terror, and the sheer weight of fear faces the question it has spent forty-six years deferring: whether it can survive without a supreme leader, and whether anyone can command the loyalty that accrued not to the office but to the man.

The Islamic Republic of Iran was not merely another ideological state. It was, and I think many of our Ivy League leftist professors would agree, the most ambitious political-theological experiment of the twentieth century — the only successful revolutionary project to fuse modern state power and modern German ideology with premodern clerical authority and sustain it across nearly five decades. It outlived the Soviet Union, which fell twelve years after the revolution. It outlived Ba’athist Iraq, which Saddam took to war against it for eight years and which the Americans dismantled in 2003. It outlived Qaddafi’s Libya, Mubarak’s Egypt, and Assad’s Syria — the last of which fell in 2024, taking with it Iran’s most important Arab client state and the land corridor that connected Tehran to Hezbollah. It survived invasions, wars, sanctions, cyberwarfare, targeted assassinations, internal uprisings, and a twelve-day combined Israeli-American air campaign just eight months ago. It survived because Khamenei understood that revolutionary legitimacy is sustained only by the credible monopoly on organized terror and the systematic, violent elimination of alternatives. It was also the last successor state in the ideological lineage that descended from Nazi Germany through Arab Nationalism — the final regime to make the global propagation of antisemitism and the annihilation of Jews a matter of state doctrine.

And then there is the date.

Purim begins Monday evening. The festival that commemorates the deliverance of the Jewish people from Haman’s plot to annihilate them — a story set, as it happens, in Persia. In Shushan, in the land that became Iran. The Book of Esther is the only book of the Hebrew Bible in which God’s name does not appear, and the rabbinical tradition has always understood this as the point: that divine action in history is sometimes most present precisely where it is most hidden, working through the decisions of men and women who do not fully understand what they are enacting. Khamenei, who fashioned himself the heir to an Islamic revolution against the enemies of God, was killed by the Jewish state on the eve of the Jewish festival that celebrates the destruction of a Persian enemy who sought to destroy the Jews. He would have appreciated the irony, perhaps. I certainly do.

Whether one reads this through providence or coincidence is a matter of faith. But no one can deny the resonance, and the symbolism will likely do political work that no policy can. For the Iranian diaspora celebrating in the streets tonight, for the protesters who survived January’s massacres, for the Israelis sheltering from Iranian missiles that can no longer be replenished by the man who ordered their construction, for the world Jews — this is not an amusing accident. It is a story to be told.

This is the end. Not the end of the war, but it is the end of the Islamic Republic, at least, as it has existed since 1979, if not at all. And whatever emerges from the rubble of Khamenei’s compound and the wreckage of his nuclear program and the ruins of his proxy empire will not be the same thing. It cannot be. The Ayatollah is gone. The last guardian is dead, and the guardianship dies with him.

Seventy-two hours will tell us a great deal about what follows. But what happened today is already momentous. The longest-serving autocrat in the modern Middle East, the architect of the region’s most destabilizing project or terrorism, the first enemy of America and of Jews, was killed by those two nations acting in concert on the eve of the festival that commemorates exactly such a deliverance. History is not ironic. But it rhymes — sometimes in bangs, sometimes in a whimper, today in both.

sabato 28 febbraio 2026

Separazione delle carriere, la riforma di sinistra che la sinistra non vuol vedere Fabio Modesti



Separazione delle carriere, la riforma di sinistra che la sinistra non vuol vedere

 Fabio Modesti 

La riforma costituzionale per la separazione delle carriere dei magistrati penali, per il conseguenziale doppio CSM e per l’istituzione, altrettanto conseguenziale, dell’Alta Corte disciplinare, dice qualcosa di sinistra che la sinistra non vuol sentire.

Questa parte di riforma giudiziaria è la naturale conseguenza di ciò che prevede la Costituzione della Repubblica italiana entrata in vigore il 1948. È lì, nella VII disposizione transitoria, che i padri e le madri costituenti avevano visto lungo, dopo che non si era riusciti a superare lo scoglio di un ordinamento giudiziario fascista con il quale, peraltro, si erano unificate le carriere dei magistrati.

Quella disposizione transitoria dice a chiare lettere, nel primo comma, che «fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente».

La modifica sostanziale e dirimente dell’ordinamento giudiziario è arrivata nel 1989 con il nuovo Codice di procedura penale scritto dal partigiano socialista Giuliano Vassalli, Ministro di Grazia e Giustizia, e dal giurista, maestro di tanti, Gian Domenico Pisapia.

La sinistra più evoluta dell’epoca “pre Mani Pulite” ruppe il cordone ombelicale con l’ordinamento fascista e traghettò il processo penale dal rito inquisitorio, tipico delle dittature, verso il rito accusatorio, tipico dei Paesi liberali.

Ma l’annichilimento di quella parte di sinistra di cui Vassalli e Pisapia erano protagonisti avvenne qualche anno dopo, con la resa dei conti politica per via giudiziaria che fu Mani Pulite.

Una resa dei conti tutta interna alla sinistra, con l’obiettivo di radere al suolo un partito socialista, di cui Vassalli era esponente di punta, che aveva acquisito sempre più i favori dell’elettorato ed aveva un leader, Bettino Craxi, di statura internazionale (e forse questo gli ha decretato la condanna anche dall’altra parte dell’Atlantico).

Una resa dei conti alla quale parteciparono anche ampi strati della destra, dal MSI alla Lega, protagonisti della più becera furia giustizialista con il lancio delle monetine contro Craxi davanti all’hotel Raphael a Roma e con l’esibizione dei cappi da impiccagione nelle aule parlamentari.

Da allora parlare di completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario è stato un tabù, anche se nel 1999 un sussulto di dignità della politica, spinto dalle battaglie del Partito Radicale di Marco Pannella, di Enzo Tortora e di Leonardo Sciascia, consentì di modificare l’articolo 111 della Costituzione introducendo, in coerenza con la riforma del Codice di procedura penale, il principio del “giusto processo”, per il quale «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata».

Un principio che chiede a viva voce che giudice terzo e pubblica accusa siano distinti non solo nelle funzioni ma ab origine: non possono appartenere alla stessa famiglia, non possono giocare la partita processuale avendo cointeressenze professionali e di carriera.

La separazione delle carriere, oggi sottoposta a referendum confermativo della riforma approvata in Parlamento dalla maggioranza di centro-destra, è la prosecuzione naturale del percorso cominciato nel 1989 e che le Commissioni bicamerali tra gli anni ’90 e il 2000 non hanno avuto il coraggio di portare in porto sotto la minaccia degli strascichi di Mani Pulite.

Diverso percorso ha avuto, ad esempio, la modifica del Titolo V della Costituzione, frutto della bicamerale presieduta da Massimo D’Alema e confermata da referendum.

Una riforma costituzionale per ingraziarsi la Lega Nord, «costola della sinistra», disse lo stesso D’Alema, ma che in realtà è stata uno dei motori del declino istituzionale e finanziario del Paese.

Certo, resta da chiedersi che cosa sia mai accaduto ai profili culturali del centro-sinistra e del centro-destra per rovesciare le posizioni in questo modo.

Il centro-destra sembra essersi evoluto verso posizioni liberali e garantiste, anche se con residui giustizialisti e panpenalisti. Il centro-sinistra ha subìto una regressione politico-culturale.

Il campo largo PD, M5S, AVS e Italia Viva (anche quest’ultima!) ha ridotto in macerie la sinistra riformatrice, mentre bussa insistentemente a quella porta la sinistra massimalista e violenta.

È probabile che il centro-destra, sotto la guida della Meloni e con un Ministro della Giustizia come Carlo Nordio (di antico stampo liberale), stia cercando di occupare lo spazio al centro del panorama politico dove vivono soprattutto gli elettori che oggi rifiutano di andare a votare alle elezioni di ogni tipo.

Ed è a quell’elettorato, composto anche da tanti elettori di quella che fu la sinistra riformatrice, deluso dalle derive populiste e massimaliste, ostaggio della radicalizzazione del dibattito pubblico, che ora bisogna rivolgersi per fare in modo che il SÌ alla separazione delle carriere e alla riforma del CSM riporti l’Italia sul binario di un periodo riformatore nel solco di quel che la stessa Costituzione ha indicato.



USA E ISRAELE ATTACCANO L'IRAN

 



USA E ISRAELE ATTACCANO L'IRAN


L'era delle scuse americane è sepolta sotto le macerie degli impianti di arricchimento iraniani. Per anni l'establishment democratico ha agito sulla base dell'illusoria premessa che un regime canaglia potesse essere corrotto e indotto alla moralità. Hanno inviato bancali di denaro a uno Stato che brucia la bandiera americana, eppure esprimono finto shock quando quello stesso regime finanzia il massacro di innocenti in tutto il mondo. Con il Presidente Trump, quella farsa è finita. Questa operazione congiunta con Israele rappresenta il definitivo ripristino della deterrenza americana. È una decapitazione calcolata e chirurgica di una minaccia nucleare che la sinistra si è accontentata di gestire con inutili clausole di decadenza

L'intellighenzia di sinistra ha trascorso un decennio a sostenere la 'pazienza strategica". In realtà stavano sovvenzionando la loro stessa distruzione. Neutralizzando ora le ambizioni nucleari dell'Iran, viene impedita un'escalation catastrofica che sarebbe costata milioni di vite e migliaia di miliardi d dollari. Questa è la definizione di responsabilità: prevenire una conflagrazione globale attraverso un intervento tempestivo e decisivo. Mentre i liberali si torcono le mani per la "sfumatura" della diplomazia con i terroristi, i veri leader proteggono il loro popolo. Questo attacco invia un messaggio agghiacciante a Pechino e Mosca: i giorni in cui si metteva alla prova la determinazione americana sono finiti. L'aggressione sarà affrontata con una forza schiacciante e sproporzionata.

Sostenere Israele in questa missione riafferma una alleanza sempre più vitale. Il Partito Democratico ha trascorso anni nel tentativo al allontanare Washington da Gerusalemme. Ha abbandonato l'unica democrazia in Medio Oriente per soddisfare i capricci degli attivisti. Questa operazione ripristina il legame indissolubile tra le due nazioni Smantellando l'infrastruttura dell'IRGC, viene tagliata la linfa vitale di Hamas e Hezbollah Questi gruppi, che la sinistra americana spesso difende con il pretesto della "resistenza", sono ora paralizzati. Sono stati bloccati i finanziamenti che alimentavano e guerre per procura in Yemen, Siria e Iraq.

I vantaggi strategici si estendono all'economia globale. Limitando la capacità dell'Iran di sabotare lo Stretto di Hormuz, dove passa circa il 20% del petrolio mondiale, vengono assicurati i mercati energetici globali, nonostante il desiderio della sinistra di vedere la nostra economia paralizzata dagli elevati costi energetici. Inoltre, questa azione protegge le comunità cristiane e le minoranze perseguitate in tutto il Medio Oriente, che hanno vissuto all'ombra del genocidio sostenuto dall'Iran.

L'ossessione democratica per il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, noto come accordo sul nucleare iraniano, è un patto siglato il 14 luglio 2015 a Vienna) è stata un imbarazzo storico. Hanno dato priorità a un retaggio di carta rispetto alla realtà del potere. Questo attacco dimostra che la pace si ottiene con la forza non con l'atteggiamento remissivo della precedente amministrazione. Si punta a salvaguardare le rotte commerciali, e spianare la strada a un Iran più libero. Il popolo iraniano merita un futuro liberato dalla tirannia teocratica. Un obiettivo che la sinistra sostiene solo quando non interferisce con la sua narrativa antiamericana. Il mondo è più sicuro quando l'America smette di parlare e inizia ad agire.

martedì 17 febbraio 2026

RITORNO A LACAN (per oltrepassarlo) Massimo Recalcati



RITORNO A LACAN

(per oltrepassarlo)

 Massimo Recalcati


Estratto da Filosofia e Psicoanalisi Le parole e i soggetti

a cura di Davide D’Alessandro

Recensione

Questo testo del 2019 è una sorta di “manifesto” della posizione di Recalcati: tornare a Lacan per andare oltre Lacan. La stessa tensione si ritrova poi nel libro più recente e sintetico che Recalcati ha dedicato al maestro: Jacques Lacan (Feltrinelli, ottobre 2023), dove il ritorno non è mai ripetizione, ma creazione.

«Lacan, diversamente da Freud, incoraggia l’eredità come oltrepassamento, deviazione, rifiuto del dogmatismo, creazione, invenzione. […] Se invece mi guardo attorno i gruppi lacaniani rivendicano ciascuno la propria purezza ortodossa interpretando l’eredità come pura conservazione e clonazione della dottrina di Lacan.» Ricorda la frase di Lacan a Caracas (1980): «Siate pure lacaniani, se volete. Io sono freudiano».

Recalcati racconta il suo “rovesciamento” scolastico grazie all’innamoramento per la professoressa di lettere: «Mi sono innamorato. Ero in ritardo ma ancora in tempo. È sempre così in fondo. Siamo sempre in ritardo ma ancora in tempo».


RITORNO A LACAN


Chi è lo psicoanalista?

Lacan diceva che non esiste l’“essere” dello psicoanalista. Il che significa che non si è psicoanalisti anche dopo una vita di pratica psicoanalitica, ma, caso mai, lo si è stati, ci si è rivelati tali, solo nel corso di una determinata cura. In questo senso il tempo dello psicoanalista è sempre al futuro anteriore: “sarò stato” uno psicoanalista in quella cura, per quell’analizzante, in quel momento particolare dell’avventura di un’analisi. Ma bisogna diffidare di coloro che si installano nella posizione di essere analisti. E che pretendono di spiegare come si deve fare per raggiungere questa posizione, che non esiste, ma che questi ovviamente sanno incarnare nella loro purezza. Per Lacan questi tipi erano i peggiori; i peggiori sono coloro che si installano come psicoanalisti.

Lei si è occupato anche di artisti, della creazione artistica. La psicoanalisi ha a che fare con l’arte?

Esiste una cattiva applicazione della psicoanalisi al testo dell’arte. È la patografia: ridurre il miracolo dell’opera alle vicende personali, fantasmatiche, sintomatiche del suo autore. Ridurre, io dico, l’inconscio dell’opera all’inconscio dell’artista che l’ha generata è un grave errore, innanzitutto metodologico, che ha generato applicazioni farsesche della psicoanalisi all’arte. Piuttosto, come già indicava Freud, gli psicoanalisti sono anticipati dagli artisti anche se non lo sanno. La pratica dell’arte è per me un paradigma del processo stesso di soggettivazione come la psicoanalisi lo teorizza: è un atto creativo contingente che però risponde a una anteriorità necessaria radicale che lo rende paradossalmente senza padronanza rispetto alla sua provenienza.

A che punto è la… notte della psicoanalisi?

Mah… La crisi della psicoanalisi è sotto gli occhi di tutti. Espulsa dalle università, ristretta per lo più al dibattito letterario culturale (quando va bene), demolita dalle critiche scientiste, cognitivo-comportamentaliste, inabissata dal progresso che pare irresistibile delle neuroscienze, inattuale per i costi e i tempi che la sua cura impone, per lo più assente nel dibattito politico-civile… Sembrerebbe un cadavere, un cane morto. Se a questo si aggiunge poi l’ermetismo e lo snobismo di alcuni suoi interpreti, se, cioè, si aggiunge il fatto che gli psicoanalisti e la loro lingua astrusa si sono fatti causa della crisi della loro stessa disciplina… Gli psicoanalisti assomigliano, secondo un racconto di Brecht, a quel Mandarino che affida a una commissione di saggi l’indagine sulle ragioni della povertà estrema che affligge il suo regno. L’esito è sorprendente: la causa della povertà estrema del Regno, riportano i saggi al termine della loro ricerca, sarebbe il Mandarino stesso…. Eppure io penso che questo sia proprio il momento – come lo è ogni momento di crisi – per inventare una nuova lingua per la psicoanalisi, per rilanciare la sua scommessa sovversiva, per farsi nuovamente eredi-eretici della sua spinta propulsiva… Perché senza psicoanalisi verrebbe meno una sentinella fondamentale capace di vegliare sul rispetto della singolarità, una voce laica, critica nei confronti di ogni forma di fondamentalismo e di dogmatismo… Innanzitutto quello che ci coinvolge in prima persona; il nostro fondamentalismo, il nostro dogmatismo.

“Siate pure lacaniani, se volete. Io sono freudiano” dice Lacan. Solo una boutade?


No. Con questa dichiarazione dell’ormai vecchio e malato Lacan al Congresso di Caracas del 1980, poco prima della sua morte, egli ha voluto ribadire che l’esperienza della psicoanalisi esige il coraggio dell’invenzione singolare e che non c’è invenzione possibile se non in un campo di eredità. Per lui questo campo è stato quello di Freud; per noi, suoi allievi, deve essere quello di Lacan. Ma cosa significa oggi essere lacaniani sarebbe un vero tema da discutere a fondo. Io penso che Lacan, diversamente da Freud, incoraggi l’eredità come oltrepassamento, deviazione, rifiuto del dogmatismo, creazione, invenzione. Se invece mi guardo attorno i gruppi lacaniani rivendicano ciascuno la propria purezza ortodossa interpretando l’eredità come pura conservazione e clonazione della dottrina di Lacan.


Molti si chiedono, a causa della sua notevole esposizione, tra conferenze, libri e televisione, dove trovi il tempo per fare lo psicoanalista. Lo trova?


Io non sono in realtà quasi mai in televisione. Rifiuto sistematicamente tutti gli inviti settimanali che ricevo. Appaio in televisione non più di due o tre volte l’anno. La vera novità è stata Lessico. Fui contattato dal nuovo direttore di Rai3 che mi propose di fare un programma mio. Gli dissi che la sola cosa che potevo concepire erano delle brevi lezioni supportate da inserti: letture, spezzoni di film, etc. Mi diede carta bianca. Ho girato in presa diretta due Lessici; quello Famigliare e quello Amoroso. Sono stato occupato per un totale di sette giorni in tutto per le riprese di entrambi i Lessici. Fine. Tutto qui. Non mi si vede nei talk show, rifiuto di farmi intervistare, comparsate e infinite altre cose che la tv mi ha chiesto negli anni. Ripeto, salvo rare eccezioni. Per esempio Augias che mi invita a parlare di un mio libro. La mia settimana è monacale. Non faccio vita mondana, non frequento salotti di nessun genere. Tutto il tempo libero lo dedico alla mia famiglia. Lavoro coi pazienti da lunedì a giovedì, dalle 8.00 alle 21.00 senza fare pause. Ho la fortuna di dormire poco e di essere stato abituato da mio padre floricoltore a lavorare tanto. Quando sono sotto scrittura per un libro inizio un po’ più tardi il lavoro clinico e mi sveglio alle cinque di mattina. Lavoro di buona lena per almeno le prime tre ore del giorno. Nietzsche diceva che erano le ore migliori per pensare bene.


Il paziente, nel 2019, chiede all’analista ciò che ha sempre chiesto? Qual è il dolore oggi predominante?


Il dolore è un’esperienza di divisione. La psicoanalisi lavora su di un soggetto diviso. Non sarebbe possibile altrimenti. Ecco perché coi perversi non c’è alcuna possibilità di analisi. Oggi il dolore che trovo predominante è quello della insensatezza dell’esistenza. La vita appare come spogliata di senso. Non c’è desiderio, slancio, spinta verso la vita. Clinicamente questo si traduce con una diffusione epidemica della depressione che rivela la verità in ombra del circo globalizzato del discorso del capitalista.


Perché le sedute dei lacaniani hanno un tempo variabile?


Perché l’inconscio non risponde alle lancette dell’orologio ma segue una temporalità differente. Una temporalità che non è mai quantitativa, spaziale, direbbe Bergson. Il taglio delle sedute – dunque la loro variabilità – sottolinea questa irriducibilità del tempo del soggetto dell’inconscio al tempo cronometrico.


Che cosa vuol dire che “non c’è rapporto sessuale”?


Che per quanti sforzi possano fare i Due per essere Uno, l’essere Uno dei Due risulta impossibile. Anche se moltiplicassimo all’infinito i rapporti sessuali questo non sarebbe sufficiente a fare esistere il rapporto, ossia la coincidenza tra il godimento dell’Uno e il godimento dell’Altro. Gli amanti assomigliano in questo senso ad Achille e la tartaruga nel celebre paradosso di Zenone. Essi sono destinati a non incontrarsi mai.


Il solo senso di colpa che vale in psicoanalisi – afferma (Lacan) nel Seminario VII – è quello di cedere sul proprio desiderio. Che cosa vuol dire?


Significa che la psicoanalisi non è una morale, non istituisce valori, non separa manicheamente il bene dal male. Significa che l’unica colpa che il soggetto può commettere, dal punto di vista extramorale della psicoanalisi, è quella di venire meno al proprio desiderio, di indietreggiare di fronte alla propria vocazione, di seppellire il proprio talento. Questa è, tra l’altro, la causa maggiore della sofferenza umana: vivere sacrificando il proprio desiderio, vivere nel nome del sacrificio e non in quello del desiderio. Per questo la psicoanalisi invita a sacrificare il sacrificio al posto del desiderio.


Lei è stato bocciato alle elementari, poi ha frequentato l’Istituto Agrario, poi Filosofia, poi eccoci qua. Com’è stato possibile invertire la rotta?


Mi sono innamorato. Mi sono innamorato della mia giovane professoressa di lettere che incontrai nella scuola professionale di Quarto Oggiaro di Milano che da ragazzo ho frequentato. Questo incontro mi spalancò un nuovo universo. Ero in ritardo ma ancora in tempo. È sempre così in fondo. Siamo sempre in ritardo ma ancora in tempo. Io diffido di coloro che sono sempre stati i primi della classe… Penso che non sia mai troppo tardi per ricominciare a vivere.


Ho visto la traduzione in inglese di Le mani della madre. Incontra ancora nello studio la madre Medea di Euripide?


Non esiste istinto materno, ma esiste dono materno. La maternità per me è una grande figura della donazione. Medea incarna l’assenza di dono perché uccide i propri figli. In essa prevale la donna contro la madre. È la ferita della donna – umiliata da Giasone – a determinare il voto di morte della madre. È un dato della clinica: a volte il rifiuto della maternità può essere la ritorsione della donna umiliata dall’uomo.


Quanto deve al professore Franco Fergnani?


Molto, moltissimo. Se Giulia mi aveva aperto a un nuovo mondo, Fergnani fu il primo ad accompagnarmici dentro. Ricordo ancora la sua voce, la sua parola affilata, rigorosa e precisa. Le sue lezioni hanno lasciato in me una impronta indelebile. Non sarei quello che sono senza averlo incontrato. Mi pento solo di non aver dato a lui quella presenza e quell’affetto che invece ho riservato ad altri maestri che non lo meritavano affatto…


I padri (e i maestri) bisogna ucciderli o risparmiarli?


Non c’è vita senza padre. La vita proviene sempre da un Altro da sé. Nessuna vita – se non quella di Dio – è padrona delle sue origini. Nella lingua slava padre si traduce con “colui che ti dona le scarpe”. Ovvero con lo strumento che ti permette di andartene, di viaggiare, di entrare in altri mondi. Padre non è tanto per me il nome dell’autorità ma il nome di una Legge che mette in moto la vita.


Qual è il segreto del figlio?


Il segreto del figlio è il suo desiderio. Il dono dei genitori è il dono della separazione, ciò è il dono del rispetto del segreto. È strano ma è la caratteristica peculiare di ogni legame familiare. Esso deve costituirsi come un legame destinato a sciogliersi… Il fine del legame è cioè lo scioglimento stesso del legame. Solo se c’è rispetto verso il segreto del figlio, verso la sua differenza assoluta, c’è stato un legame familiare capace di sciogliersi nel tempo giusto… Dovremmo sempre avere fede nei confronti del segreto del figlio. La fede verso il segreto del figlio rafforza il desiderio del figlio. È il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli. 

lunedì 16 febbraio 2026

Il Mago del Cremlino: chi è Vladislav Surkov e perché è importante conoscerlo – Parte 1 Ander Bruckestand



Il Mago del Cremlino: chi è Vladislav Surkov e perché è importante conoscerlo – Parte 1

 Ander Bruckestand 

 16/02/2026

Giovedì è uscito nelle sale italiane “Il Mago del Cremlino”, film tratto dall’omonimo libro di Giuliano da Empoli ed incentrato sulla figura di Vladislav Surkov.

Da molti definito “l’eminenza grigia di Putin”, Surkov è stato uno dei principali architetti di quel caos politico, sociale ed antropologico nel quale sono piombate le società occidentali negli ultimi dieci anni. Un personaggio misterioso ed inquietante, di cui è importante indagare il ruolo e comprendere a fondo la natura ed il fine delle azioni.

È quello che si propone di fare questo articolo, suddiviso in tre capitoli, che non vuole limitarsi ad una sterile biografia del personaggio; piuttosto, partendo da spunti biografici, vuole cercare di offrire delle chiavi di lettura che consentano di comprendere meglio i tempi in cui viviamo. Almeno, questa è la speranza di chi scrive.

1. Prove tecniche di guerra cognitiva: la nascita degli eserciti del web.

Se c’è un Paese al mondo in cui si possono avere dubbi persino sul luogo e sulla data di nascita di un personaggio pubblico, quello è la Russia. Specialmente la Russia di Putin: una spiocrazia, come mi piace definirla, che ha fatto delle realtà parallele e dell’oscurità paranoica il tratto distintivo della vita pubblica. E nella quale, se si prova a fare luce, di norma le cose si mettono male.

Il vero nome di Vladislav Surkov è Aslanbek Dudaev. Data e luogo di nascita non sono chiari. La sua biografia ufficiale indica come luogo di nascita Solntsevo, villaggio di poche unità di anime sperduto nell’Oblast di Lipeck.

Quando però, nel 2005, Newsweek Russia pubblica delle foto della famiglia di Surkov, scoppia un caso. Le foto, oggi scomparse, dimostrano che le origini di Surkov sono in realtà cecene. E secondo l’articolo, anch’esso scomparso ma citato da numerose fonti secondarie, Surkov si era sempre impegnato attivamente per insabbiare questo dettaglio.

La diffusione di questa notizia fa arrabbiare Surkov. Lo costringe ad ammettere di aver vissuto in Cecenia fino ai 5 anni, ovvero fino alla separazione dei genitori. Un dettaglio che fino a quel momento era stato taciuto. Surkov, però, ribadisce che il suo luogo di nascita è quello strano agglomerato di case, a 1200km di distanza. L’appartenenza del padre, ceceno, ai servizi segreti russi, non aiuta a dissipare i sospetti. 

Nel 2005 Newsweek era una delle flebili voci di dissidenza tollerate dal regime. Quando però, qualche anno più tardi, la rivista ritorna a parlare di Surkov, le cose cambiano. Ed inizia ad intravedersi un pattern familiare a chiunque si occupi di guerra ibrida. 

Nel 2010 Newsweek pubblica una lettera, indirizzata ad Obama, di 71 membri del congresso USA. La lettera contiene un invito ad evitare gli incontri con le delegazioni di diplomatici russi guidate da Surkov, fino a quando la Russia non avesse dato segnali concreti di ripristino della libertà di stampa, che in quel periodo aveva già iniziato ad essere fortemente compromessa.

Quello fu uno degli ultimi articoli di Newsweek. Dapprima la testata venne presa di mira, in maniera violenta e sistematica, da quelli che possiamo considerare gli embrioni delle odierne fabbriche di troll. Gli eserciti del web di Nashi e della Giovane Guardia di Russia Unita, legioni della “gioventù putleriana” fondate dallo stesso Surkov, iniziarono delle violente campagne diffamatorie contro giornalisti ed editori. Fino a quando, un giorno, sul sito della Giovane Guardia, viene pubblicato un video che ritrae uno degli editori di Newsweek, Mikhail Fishman, mentre sniffa della cocaina in compagnia di una ragazza seminuda. Il gesto viene ripreso da più inquadrature, tra cui una frontale che non lascia spazio a dubbi.

Newsweek Russia chiuderà poco tempo dopo. 

Il caso Newsweek rivela qualcosa di nuovo. Non ovviamente l’honey trap che ha reso possibile un caso di kompromat da manuale: lo sfruttamento sessuale, anche di minorenni (vero Donald?), a fini di intelligence è una specialità della casa russa.

La novità stava in ciò che aveva ha preceduto lo scandalo. Più precisamente nel ruolo dei movimenti giovanili, Nashi e Giovane Guardia, e nel ruolo delle campagne diffamatorie e d’odio via web.

Membro dell’intelligence militare e dell’entourage presidenziale, oltre che tra i fondatori di Russia Unita, Surkov nel 2005 crea il movimento giovanile “Nashi”, che si definisce “organizzazione pubblica panrussa per la promozione della democrazia sovrana”.

“Democrazia sovrana” è un’espressione che oggi ci è familiare, e che è stata coniata proprio da Surkov. È naturale ipotizzare che il boom dei “sovranismi” – guardacaso tutti filorussi – che si è osservato in Europa negli ultimi 12 anni, abbia un’origine comune.

Negli anni di Newsweek la commissaria federale di Nashi era Maria Drokova, la ragazza del bacio a Putin, salita recentemente alla ribalta perché il suo nome compare più di 1.600 volte negli Epstein Files.

La sua parabola è paradigmatica di un ruolo che le donne russe si ritagliano fin troppo spesso qui in Occidente: nel 2017, infatti, la Drokova espatria negli USA, fingendo di essere una dissidente in contrasto con Putin; crea un fondo di capitali di rischio; entra nella classifica under 30 di Forbes; infine viene sospettata di spionaggio industriale per la Russia e ce la ritroviamo nell’isola di Epstein.

La regia è chiara, addirittura banale.

Ma perché Surkov crea Nashi? Perché, dopo la Rivoluzione Arancione ucraina del 2004, si rende conto che il pericolo più grande per il potere costituito è la gioventù che si propone di abbatterlo. Diviene sempre più evidente come il potere più saldo è quello che riesce a custodire la rabbia e a controllare le energie potenzialmente sovversive, indirizzandole ovunque, purché lontano dal regime. Negli anni diventa un pullulare di associazioni giovanili: Nashi (2005), Yunarmiya (2015), Dvizheniye Pervykh (“Movimento dei Primi”, 2022) sono solo alcuni degli esempi, tutti peraltro coinvolti nella russificazione dei bambini ucraini nei territori occupati.

L’intuizione di Surkov fa scuola, tanto che anche la diaspora russa all’estero inizia a muoversi in modo simile. Qui in Italia, ad esempio, la celebre Irina Osipova fonda nel 2012 l’associazione “giovani italo-russi”. Ha vita breve, per fortuna, ma ci sono altre associazioni che si occupano dei figli di russi che vivono in Italia. Per non parlare delle iniziative volte a “russificare” la gioventù d’Occidente (ho accennato di questi temi qui e qui).

In effetti l’idea funziona, e la creatura di Surkov diventa fin da subito protagonista della vita pubblica russa. Di fatto, Nashi è un’enorme pattuglia di giovani squadristi di piazza e del web, il cui obiettivo dichiarato, stando alle parole di uno dei fondatori, Vasily Yakemenko, è quello di “prevenire una rivoluzione arancione”.

Anna Politkovskaja scriveva di loro: «non ci vorrà molto perché la gente li ribattezzi “nascisti”», perché «si comportano da nazisti. Sono aggressivi, arrabbiati, attaccabrighe. L’amministrazione vi ha radunato gli ultrà degli stadi (i più cattivi, tra l’altro, quelli con la fedina penale sporca)».

Le violenze nei confronti di chi ha una linea in contrasto con quella del regime sono fisiche, ma non solo. Quanto accade con l’Estonia, nel maggio del 2007, è emblematico del corso della Russia surkoviana. Quell’anno, infatti, il governo estone decide di togliere dal centro di Tallinn la statua di un soldato sovietico, per riposizionarla in una zona più periferica della città. Per i russi, che non perdono mai l’occasione di manifestare il loro imperialismo, si tratta di un affronto che non può passare impunito: i nashisti di strada prendono d’assalto l’ambasciata estone a Mosca;

i nashisti del web si prodigano in cyberattacchi che oscurano siti governativi, di banche e media estoni.

Cyberattacchi, finte proteste, campagne social e minacce diventano un modus operandi standard. Ne fanno le spese varie voci critiche nei confronti del Cremlino, come giornalisti di Kommersant, Ezednevnyi Zhurnal e Gazeta e politici come Navalny e Nemtsov.

Uno degli strumenti più efficaci ed utilizzati sono le campagne social, finalizzate a distruggere l’immagine pubblica degli oppositori di Putin. Un’attività così diffusa che in Russia, ad un certo punto, è diventata un lavoro. A Nashi era riconducibile una galassia di blogger e commentatori pro-Putin che scrivevano sui forum e su piattaforme come LiveJournal. La paga era di 85 rubli a commento e 200 rubli a discussione, con un target di 60 commenti e 6 discussioni settimanali. Il modus operandi standard era il seguente: si prendeva una notizia pubblicata su giornali cartacei o online; un blogger popolare la raccoglieva, seguito da 5-10 altri blogger influenti; infine intervenivano a centinaia tra bot e i cosiddetti “criceti online”. Ciascuna campagna diffamatoria durava mesi e costava diversi milioni di rubli. Ma era efficace: le persone venivano convinte, credendo di leggere le opinioni di altri cittadini come loro, ignare del fatto che si trattasse di campagne organizzate e finanziate dal regime. Il regime si fingeva popolo, ed in quest’abile messinscena i nemici del regime diventavano nemici del popolo. E venivano distrutti. Se prestate attenzione, potete intravedere queste dinamiche anche nei nostri spazi informativi.

Mancava un approccio organico sui social media, ma come sappiamo sarebbe stata solo questione di tempo.

L’opposizione russa, intanto, era stata annichilita: tra censure, uccisioni, minacce, finte proteste e campagne diffamatorie, il prezzo del dissenso era diventato molto alto.

Le menti dei russi erano state militarmente occupate. Persino la religione era finita in mano ai servizi segreti, con un agente ex KGB che nel 2009 diventa patriarca della Chiesa Ortodossa. 

Si arrivò ad un punto in cui di voci da silenziare non ce n’erano più così tante, ed in cui le incubatrici di un possibile dissenso erano ormai state presidiate. Tutte. Gli artigli del regime erano penetrati in profondità nella carne della società russa, ed in modo irreversibile.

Era il momento di puntare più in alto: se questo modus operandi si era rivelato efficace in Russia, perché non applicarlo anche fuori dalla Russia, in modo da indebolire i nemici esterni e russificare le opinioni pubbliche occidentali?

Bisognava uscire dal cortile dei forum russi ed adeguarsi all’universo dei social, con le loro platee sterminate ed i loro algoritmi.

E poi all’orizzonte il Cremlino intravedeva una minaccia enorme: nel 2013 il popolo ucraino si era ribellato al governo filorusso. I giovani si riunivano in piazza Maidan, erano tantissimi, motivati e pieni di speranza. L’incubo della Rivoluzione Arancione si era materializzato nuovamente, e questa volta l’avvicinamento all’Europa sembrava questione di tempo.

Bisognava inventarsi qualcosa.

venerdì 13 febbraio 2026

QUESTA FACCIA NON MI È NUOVA": ATTACCO ANTIEBRAICO, DALLA MATRICE SOVIETICA A FRANCESCA ALBANESE Toni Baruch



"QUESTA FACCIA NON MI È NUOVA": ATTACCO ANTIEBRAICO, DALLA MATRICE SOVIETICA A FRANCESCA ALBANESE 

Toni Baruch 

@Tonibaruch

La propaganda del KGB ha seminato molte delle “verità” che oggi crediamo originali. Come analizzarle, come respingerle.

La verità non sempre è rivoluzionaria. Sicuramente, oggi, poco di ciò che si considera "rivoluzionario" è anche la verità. Dopo il 7 ottobre un'esplosione di odio antiebraico, antisionista, antisraeliano, antioccidentale ha sommerso le piazze e spazi informativi anche insospettabili. Ciò che era indicibile è diventato moneta corrente. Dodici minuti dopo l'attacco del 7 ottobre, mentre Hamas scannava nelle case, nelle famiglie, stuprava, già echeggiava contro Israele l'accusa di "genocidio". Un piano preparato in anticipo, certo, ma anche un set di accuse, di parole d'ordine, di temi, di distorsioni e inversioni che viene da molto lontano, che conosciamo da tempo, anno dopo anno, passando dalle scuole, dalle università, dai giornali, sono passate nel senso comune e nei giornali che un tempo si chiamavano "borghesi". Come è successo? È stato un processo spontaneo o preparato, inseminato, allevato con abilità, investimenti e pazienza?

È ciò a cui questo articolo, che riprende fonti note e meno note, cerca di rispondere. Perché rispondere all'odio, online o dal vivo, è molto più semplice se capisci da dove viene e quali sono i suoi strumenti. 

Se apriamo X, un giornale, se chiacchieriamo con un collega "impegnato", scopriremo velocemente che - a parte le calunnie usa e getta - molte delle accuse più feroci contro Israele, molta della disumanizzazione che si rivolge agli ebrei e a chiunque sostenga le ragioni di Israele, sono di lungo corso, eternamente mutanti. In parte proprio la loro ripetitività serve a cementare la convinzione feroce dell'odiatore occasionale o professionale. Il sionismo come razzismo, gli ebrei/sionisti che “collaborano” con i nazisti, la lobby che controlla l’America, l’apartheid, il genocidio – non nascono nei campus del 2020. Vengono dal freddo, nascono negli uffici del KGB tra gli anni ’60 e ’80 per reagire a una drammatica sconfitta sul campo.

La conseguenza è paradossale. Chi crede di esprimere idee rivoluzionarie, innovative o “antirazziste”. chi crede di avere scoperto la verità ultima del conflitto dei conflitti grazie all'ultima lettura, o all'ultimo meme. spesso ripete, senza saperlo, uno dei più riusciti e longevi esercizi di disinformazione della storia moderna. Una campagna orchestrata da Mosca per trasformare l’antisemitismo classico in un linguaggio accettabile a sinistra, nel Terzo Mondo e, oggi, in ampi settori dell’islamismo radicale. 

Atto primo: i Protocolli dei Savi di Sion (1903)

Tutto comincia molto lontano dai college alla moda e dalla fan base degli influencer di TikTok. Comincia ormai un secolo abbondante fa con un falso fabbricato dalla polizia zarista (l’Okhrana). Un falso che serve l'interesse imperiale russo del tempo e che avrà notevole fortuna: I Protocolli dei Savi Sion. In questo libretto malamente scopiazzato ma molto acutamente utilizzato e diffuso per inquadrare in modo ostile e complottista qualsiasi ventata di innovazione e scaricare il malcontento sulla minoranza che i russi amano odiare, si descrive un complotto ebraico mondiale per dominare finanza, media e governi. Non basterà a salvare lo Zar, ma la forza della sua "narrazione" sopravviverà senza problemi anche alla scoperta della sua origine totalmente truffaldina. Un po' come le immagini di Pallywood/Gazawood. Nulla finisce mai, anche quando si sa che è truffaldino, se rappresenta qualcosa che il pubblico vuole fortemente immaginare come vero. Nella Germania che sprofonda nella crisi dopo la guerra, i Protocolli sono lì, falsi ma magnetici. I nazisti li usano come bibbia, e come finisce lo sappiamo. 

Dopo la fine della guerra, la stagione dell'odio antisemita così antiquato e grossolano sembra finita per sempre. Invece i Protocolli sono ancora lì, con tutta la loro carica distruttiva. Sono i russi, che li hanno inventati, a saperlo meglio di ogni altro, e a resuscitarli in edizione sovietica, per affrontare gli ebrei ora riuniti in Stato. Uno stato che li ha appena umiliati in Medio Oriente.

Yuri Andropov, capo del KGB dal 1967, intuisce il potenziale: basta sostituire “ebrei” con “sionisti” e il gioco è fatto.

Atto secondo: la Zionologia (*) sovietica

Dopo l’umiliante disfatta araba nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’URSS si sente sfuggire di mano il Medio Oriente e capisce che Israele non può essere sconfitto solo militarmente: deve essere distrutto anche sul piano narrativo e morale. Una specialità russo-sovietica, che il KGB ha già utilizzato con profitto in Europa, per isolare e sconfiggere i propri avversari politici occidentali e quello che rimane della resistenza culturale della Chiesa Cattolica. Sulla scuola del "framing " staliniano, che ha inventato eroi inesistenti e infamato e distrutto personalità "difficili" nasce così la Zionologia, una “scienza” pseudo-accademica creata ad hoc, insegnata nelle università sovietiche, finanziata dal Partito e dal KGB, e diffusa attraverso libri, riviste, conferenze e pamphlet tradotti in decine di lingue. Il framing, la nazificazione, adesso tocca al nemico sionista.

L'antisemitismo diventa antisionismo con Yuri Andropov, capo del KGB dal 1967

Paradossalmente, è una "disciplina che riprende tutta l'iconografia e l'immaginario del classico antisemitismo europeo, da ultimo fascista e nazista. Ma la character assassination poggia su pregiudizi di lungo corso. Come per i "protocolli" non importa che sia falso. Importa che aiuti a odiare chi vuoi già odiare. Il successo sarà, ancora una volta, devastante.

Figure chiave:

Yuri Ivanov, autore di Beware! Zionism! (1969), il testo fondante che vende centinaia di migliaia di copie e definisce il sionismo come “ideologia razzista della borghesia ebraica alleata con l’imperialismo americano e il fascismo”.

Vladimir Begun, i cui scritti mescolano antisionismo e antisemitismo puro (tanto che alcuni funzionari sovietici lo accusarono di riecheggiare Hitler, solo con “sionisti” al posto di “ebrei”).

Yevgeny Yevseyev, che descrive il sionismo come “moderna forma di fascismo” e attribuisce a Israele “genocidio, razzismo, perfidia, aggressione e annessione” – tutti attributi “che rimandano direttamente ai giorni di Hitler”.

Temi ricorrenti

I temi ricorrenti sono esattamente quelli che ritroveremo decenni dopo nei tweet e nei discorsi contemporanei: calunnie volgari come la presunta collaborazione sionista-nazista durante la Shoah (i leader sionisti avrebbero “provocato” o “sfruttato” lo sterminio per ottenere uno Stato); la Shoah esagerata o strumentalizzata per ricattare il mondo; il controllo ebraico/sionista di banche, media e governi occidentali; Israele come Stato razzista e colonialista, peggiore dell’apartheid sudafricano; e soprattutto l’accusa di genocidio contro i palestinesi. 

Sì, già negli anni ’70 i pamphlet sovietici (il più noyo sarà Zionists Count on Terror del 1984) usano la parola “genocidio” centinaia di volte, descrivendo Israele come impegnato in un “genocidio israeliano” o “genocidio sionista” ai danni dei palestinesi, con metodi “nazisti”. È l’origine diretta del tropo “genocidio a Gaza” che oggi riempie i social. Dall'invenzione della calunnia di genocidio, la popolazione palestinese è cresciuta di 5 volte. Ma il buonsenso, e non è più il caso di ripeterlo, non serve a disinnescare l'odio, meno che mai quello antiebraico.

Atto terzo: Operation SIG e la testimonianza di Pacepa

Il vero motore operativo è il KGB. L’operazione prende il nome di SIG (Sionistskiye Gosudarstva, “Governi sionisti”) e viene lanciata sotto la direzione di Yuri Andropov.

Ion Mihai Pacepa, il più alto funzionario dei servizi segreti del blocco sovietico mai defezionato (capo dell’intelligence rumena fino al 1978), ha raccontato nei dettagli che Andropov gli disse testualmente: 

«Dobbiamo instillare un odio di tipo nazista per gli ebrei in tutto il mondo islamico e trasformare quest’arma emotiva in un bagno di sangue terroristico contro Israele e il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti».

Cosa fa il KGB:

Forgia documenti e biografie per trasformare Yasser Arafat (nato al Cairo) in un “palestinese di Gerusalemme” e impone lui come leader della PLO.

Riscrive programmi e statuti dell’OLP per allinearli alla narrazione sovietica.

Traduce e diffonde migliaia di copie dei Protocolli dei Savi di Sion e del Mein Kampf in arabo.

Addestra e finanzia gruppi terroristici.

Spinge con successo la risoluzione ONU 3379 del 1975 («Il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale»).

Entro il 1978 sono già stati inviati circa 4.000 agenti di influenza nel mondo islamico con il preciso compito di seminare questi tropi. È in questa fase che i temi della Zionologia – genocidio, apartheid, razzismo nazista applicato ai sionisti, lobby occulta – vengono esportati e “arabizzati”, preparando il terreno per la narrazione che ancora oggi domina tweet, piazze e rapporti internazionali.

Atto quarto: L’arabizzazione attraverso l’OLP – il ritorno dell’indicibile

Con l’OLP il KGB compie il passo decisivo: arabizza e palestinianizza il conflitto, trasformando il rifiuto arabo di un microstato ebraico e una guerra di Stati arabi e Israele in una “lotta di liberazione nazionale” di un popolo oppresso. Oppresso dagli odiati ebrei. Questo rende i temi antisemiti classici nuovamente accettabili in Occidente.

Vecchi temi, nuove definizioni: un capolavoro del KGB

L'OLP nasce nel 1964, il suo statuto viene interamente redatto a Mosca e Arafat (reclutato e addestrato dai sovietici) viene imposto come leader nel 1969.³ Il KGB ha inventato l'eroe rivoluzionario arabo, compreso di fantasiosa genealogia, che si riallaccia (e questo per l'antisemitismo arabo è importante al Gran Muftì Al-Husseini). Ora può trasformare un conflitto regionale in un marchio globale di “resistenza”, all'attacco dell'Occidente e del suo alleato ebraico, che viene caricato di tutte le simbologie demoniache il cui successo è stato più volte provato.

L’effetto è potente: dopo il 1967 la causa “palestinese” diventa il nuovo vessillo. In Europa e nel mondo progressista, criticare Israele diventa moda e solidarietà anti-imperialista. Ancora meglio se la solidarietà anti-imperialista consente di gridare di nuovo, senza alcuna vergogna il proprio odio mai represso, per quegli ebrei che ora, sull'esempio sovietico, sono stati ribattezzati "sionisti". 

È così che l’indicibile torna dicibile. Temi che la Zionologia aveva ripreso direttamente dall’antologia antisemita nazista e dai Protocolli (gli ebrei come razzisti suprematisti, complottisti mondiali, sfruttatori della propria vittima) vengono riabilitati, se non glorificati.

Esempi dalla stampa comunista italiana: l’Unità, organo ufficiale del PCI, allinea subito la sua linea a quella sovietica, definendo il sionismo una forma di razzismo e Israele uno “strumento dell’imperialismo americano”. Durante la guerra in Libano del 1982 pubblica appelli contro l’“invasione” israeliana e sostiene la risoluzione ONU 3379, quella voluta dall’alleanza sovietico-terzomondista, che equipara il sionismo al razzismo. Il manifesto, più radicale e nato proprio nel 1969, venerava l’OLP e Arafat come simbolo rivoluzionario, pubblicando narrazioni di oppressione coloniale che rendevano accettabili vecchi stereotipi antisemiti filtrati attraverso il linguaggio “antisionista”.⁴

Il culmine simbolico è lo slogan “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. In Occidente viene presentato come appello alla giustizia; nei canali arabi e militanti indica semplicemente la fine dello Stato ebraico e lo sterminio fisico degli ebrei, o almeno la loro espulsione/sottomissione. Mentre si grida al genocidio palestinese inventato a Mosca, il programma di una nuova Shoah torna a essere un tema sottinteso in Europa e apertamente evocato tra "resistenti" arabi.

Atto quinto: la fecondazione sovietica della propaganda islamica e islamista

Il KGB non crea l’antisemitismo arabo-musulmano ma lo esalta e lo rende politico. Le radici sono quelle coraniche e quelle ereditate dal Mufti di Gerusalemme, alleato di Hitler e primo nazificatore del nazionalismo arabo. Il KGB feconda questo promettente substrato culturale di odio religioso e razziale con strumenti moderni e parole d'ordine che risuonano anche nelle capitali "nemiche", corrodendole. Il risultato è una sintesi tossica: antisemitismo tradizionale + Protocolli + inversione dell’Olocausto.

Esempio lampante: la Carta di Hamas del 1988 cita esplicitamente i Protocolli e riprende tutti i temi zionologici frutto del lavoro "accademico" moscovita (sionisti che controllano media e finanza, sionismo come razzismo peggiore del nazismo, legittimità della “resistenza armata”).⁵ I Fratelli Musulmani, flessibili e a loro modo modernizzanti, vengono potenziati da questa narrazione ibrida, che si diffonde tramite Arafat, il regime Iran post-1979 (con il suo “Asse della Resistenza”), la competizione col wahabismo arabo, gli interessi politici e petroliferi di un Occidente, dove il terrorismo arabo trova orecchie attente. In seguito arriveranno anche Hezbollah, il Qatar, Al Jazeera. La sceneggiatura è una, gli impresari mutevoli, talvolta in accordo, talvolta in conflitto. 

Figure che continuano questo ibrido: il copione si replica all'infinito, con successo. In Italia il testimone passa dal vecchio PCI al "nuovo" PD, ai nuovi esponenti della sinistra radicale e a partiti come M5S, Alleanza Verdi Sinistra che mantengono contatti con attivisti legati a Hamas (come Mohammed Hannoun) e spingono mozioni che riecheggiano la narrazione di “genocidio”, “apartheid” e “resistenza legittima” cara a Hamas e all’Iran. Ma il campo del silenzio assenso o della castronata intermittente è in realtà molto più ampio e abbraccia esponenti "moderati" che riciclano armamentario sovietico e islamista con naturalezza sorprendente. A livello internazionale, le figure che si associano senza vergogna a iniziative di Hamas e ripropongono temi dell’armamentario zionologico antisemita, non si contano. Sessant'anni dopo la sua elaborazione, la zionologia arabo moscovita marcia senza contrasto verso il cuore delle istituzioni.⁶

Eco contemporanea sui social: esempi recenti

Questi tropi artificiali e tossici sono oggi del tutto accettati. Non sono confinati al passato o all’ONU: circolano per esempio quotidianamente sulla stampa classica e ovviamente su X (ex Twitter), spesso in italiano, mescolando minimizzazione del 7 ottobre, accuse di “genocidio”, “lobby ebraica/sionista” e inversione (Israele = nazismo). Ecco alcuni esempi recenti (febbraio 2026 e dintorni), da account noti e meno noti:

1 - Zionologia del complotto

Eco zionologica: minimizza accuse estreme contro Albanese, ribalta su “sionismo odia la verità” (tropo sovietico di complotto sionista contro la narrazione “vera”).*

2 - Zionologia del male assoluto 

Eco: personificazione del “sionismo” come male assoluto, classico della propaganda sovietica.*

3 - Zionologia del controllo

Eco: accusa di “pulizia etnica” e controllo (“come ordinato dai sionisti”), riecheggia i temi di lobby/complotto.*

4 - Zionologia del genocidio 

Eco: inversione – sionismo come genocida etnico/religioso, parallelo alla Zionologia sovietica.

5 - Zionologia dell'influenza occulta e cospirativa 

Eco: tocca temi di influenza occulta (Epstein/Israele), che si collegano a tropi cospirativi sovietici aggiornati.

6 - Zionologia dell'opposizione ebraismo/sionismo

Eco: separa “sionismo” da ebraismo per delegittimare, tema ricorrente nella propaganda anti-israeliana post-sovietica.*

Questi tweet mostrano come i vecchi temi (lobby, genocidio, sionismo = razzismo/nazismo) siano vivi e ibridati con il linguaggio attuale, spesso senza consapevolezza della loro origine KGB.

Nel presente: Francesca Albanese e la matrice zionologica vivente

L’eredità è più viva che mai. In Italia, Francesca Albanese, Special Rapporteur ONU per i Territori palestinesi occupati dal 2022, incarna questa continuità in forma istituzionale.

Confronti diretti con la matrice:

Lobby ebraica che controlla l’America: Albanese ha parlato di America «soggiogata dalla lobby ebraica» e di lobby israeliana «dentro le vene» della BBC.⁷

Matrice: Ivanov e Begun descrivevano i sionisti come forza occulta che domina governi e media.

Israele come nuovo nazismo: Ha paragonato Israele al “Terzo Reich”, Gaza a “il più grande campo di concentramento” e aziende israeliane a IG Farben e alla produttrice Zyklon B.⁸

Matrice: Inversione tipica della Zionologia – sionisti e nazisti come ideologie gemelle.

Contestualizzazione del 7 ottobre: Ha minimizzato gli attacchi come “reazione” e partecipato a eventi legati a Hamas.⁹

Matrice: La Zionologia giustificava il terrorismo come “lotta di liberazione”.

Queste posizioni circolano all'ONU (dove nessuna carica istituzionale si è preoccupata di smentire e richiamare all'ordine la "indipendente" relatrice), circolano in università, media e social, dove “apartheid”, “genocidio” e “dal fiume al mare” sono diventati senso comune in certi ambienti.

"Questa faccia non mi è nuova"

Riconoscere questa catena – dai Protocolli, alla Zionologia, all’arabizzazione dell'antisemitismo più classico attraverso l'OLP, fino alla fecondazione islamista e alle dichiarazioni odierne – non impedisce sicuramente di criticare le politiche israeliane (sperabilmente a ragion veduta). Ma significa smettere finalmente di scambiare per verità rivoluzionaria ciò che è il più longevo prodotto di disinformazione della storia contemporanea.

Molte “idiozie” che sembrano fresche e originali sono state progettate a Mosca per delegittimare Israele e l’Occidente. Il "genocidio" dura e scassa da cinquant'anni. Non avete inventato nulla. Come diceva il grande Totò "questa faccia non mi è nuova"

Note

¹ Yuri Ivanov, *Beware! Zionism!*, 1969; Tabarovsky, Tablet Magazine.

² Ion Mihai Pacepa, *Disinformation*.

³ Pacepa; Mitrokhin Archive; HonestReporting.

⁴ Analisi su *l’Unità* e *il manifesto* in Morashà (2021) e studi su antisemitismo/antisionismo nella sinistra italiana (Terracina, 2021); copertura della guerra in Libano 1982 e risoluzione 3379.

⁵ Carta di Hamas 1988, art. 32; ADL e Wilson Center.

⁶ Inchieste Il Tempo (2025) su contatti tra sinistra italiana e figure legate a Hamas.

⁷⁻⁹ Rapporti UN Watch (2024-2026) e HonestReporting su dichiarazioni di Albanese.

(*)La parola "Zionologia" deriva dal termine russo "Zionologiya" (Зионология), coniato nell'Unione Sovietica durante la Guerra Fredda come parte di una campagna propagandistica anti-sionista. Si trattava di una pseudo-disciplina accademica, promossa dal Partito Comunista sovietico a partire dalla fine degli anni '60, finalizzata a studiare e denigrare il sionismo, spesso mescolando temi antisemiti tradizionali russi con elementi ripresi dalla propaganda nazista e dai "Protocolli dei Savi di Sion".  Il termine apparve formalmente in pubblicazioni come il libro "Attenzione! Sionismo" di Yuri Ivanov nel 1969, dove il sionismo veniva definito come una forma di "chauvinismo militante, razzismo e anti-comunismo".8b1c3e In italiano, "Zionologia" è la traslitterazione usata per riferirsi a questa "disciplina", spesso in contesti storici o critici sull'antisemitismo sovietico.