martedì 7 luglio 2026

DOMENICA Georges Simenon

 


DOMENICA

Georges Simenon

Recensione

Un romanzo breve e potente, tra i migliori romans durs di Simenon. In una soleggiata domenica di maggio sulla Costa Azzurra, alla locanda Bastide, il cuoco Émile vive una giornata decisiva: anni di matrimonio oppressivo, umiliazioni e una passione viscerale con la giovane domestica Ada stanno per esplodere.

Simenon scava con la sua solita  maestria nella psiche dei personaggi, mostrando la crudeltà silenziosa dietro la rispettabilità borghese. Prosa essenziale, tensione crescente e un finale spiazzante.

Perfetto per chi cerca un noir esistenziale intenso e senza fronzoli. Un piccolo capolavoro di crudeltà quotidiana.


DOMENICA

1

Non aveva mai avuto bisogno della sveglia e già da un po’, senza aprire gli occhi, era cosciente del sole che si infilava tra le due sottili fessure delle persiane quando finalmente sentì un trillo soffocato provenire dalla stanza di sopra.

Era un’angusta mansarda, proprio sulla sua testa. Ne conosceva ogni angolo, il letto di ferro con la coperta rosso scuro, la bacinella su un treppiede di legno tornito e la brocca di smalto per terra, il lembo di tappeto marrone che non stava mai a posto, e avrebbe potuto tracciare il contorno delle macchie sulle pareti imbiancate a calce, la stretta cornice nera tutta sbilenca che racchiudeva una Vergine vestita di azzurro cielo.

Conosceva anche l’odore un po’ selvatico, speziato, di Ada, che ci metteva sempre parecchio per strapparsi al sonno, e ancora non si muoveva. La sveglia continuava a suonare ed Émile iniziava a spazientirsi. Doveva sentirla anche sua moglie, immobile accanto a lui nel grande letto di noce, ma non avrebbe detto niente, non avrebbe alzato un dito, faceva parte della sua strategia.

Ormai non aveva più importanza. Il giorno era arrivato, sapeva anche quello prima di aprire gli occhi, perfino prima di accorgersi che era sorto il sole, di sentire gli uccelli che pigolavano e i due colombi che tubavano.

Al piano di sopra Ada si girò di scatto, allungò un braccio abbronzato, con la camicia aperta fino a metà del petto, la mano che tastava il marmo del comodino.


A volte era così addormentata da rovesciare la sveglia, che continuava a suonare sul pavimento, ma non oggi. Il trillo si spense. Ci fu ancora un attimo di silenzio, di immobilità. Alla fine i suoi piedi nudi si misero a cercare le pantofole per terra.

Se avessero domandato a Émile cosa provava quella mattina non avrebbe saputo rispondere. Se l’era chiesto prima che suonasse la sveglia. In realtà non si era sentito diverso dagli altri giorni, dalle altre domeniche. Non aveva paura. Non aveva nemmeno voglia di tornare sui suoi passi. Non era né impaziente né agitato. Udiva, alle sue spalle, il respiro regolare della moglie, ne sentiva il calore e anche l’odore, quell’odore a cui non si era mai abituato, così diverso da quello di Ada, un odore al tempo stesso dolciastro e acre come quello del latte cagliato che, verso il mattino, impregnava la stanza.


Ada, nella mansarda, non si lavava. Solo più tardi, una volta sbrigato il grosso del lavoro, risaliva per darsi una ripulita. Non metteva le calze né le mutande, si accontentava di infilare sulla corta sottoveste un vestito di cotone rossastro.


Si era pettinata alla bell’e meglio i capelli neri e folti prima di aprire la porta e scendere le scale, dove a volte risaliva un gradino perché aveva perso una ciabatta.


Passando sfiorò la porta, raggiunse il pianterreno, ed Émile la sentiva ancora; se non l’avesse sentita avrebbe potuto seguirla con il pensiero, tanto conosceva i riti della casa.


Eccola che entrava nella cucina dal pavimento di cotto, girava la grossa chiave della porta a vetri per aprire le persiane, scoprendo il cielo azzurro, i due ulivi ritorti, i pini, al di là della terrazza, e, in un avvallamento tra le colline, uno squarcio del golfo scintillante della Napoule.


I due colombi becchettavano in mezzo alla ghiaia, come galline. Ada rimaneva un momento immobile, a svegliarsi poco per volta, a impregnarsi della freschezza del mattino, e la signora Lavaud doveva già essere uscita dalla sua casetta di Saint-Symphorien, vicino a Pégomas, e aver imboccato la salita che portava alla casa.


Émile non aveva fretta. A Pégomas o a Mouans-Sartoux suonavano le campane. Da qualche parte passò una macchina. Ada accese la stufa a butano e macinò il caffè.


Era l’ultimo giorno, la domenica che aveva stabilito da tempo, ma nulla gli impediva di tornare sulla sua decisione, di lasciare che le cose andassero com’erano andate nell’ultimo anno.


Non ebbe la tentazione di farlo. Non lo sfiorò l’idea che poteva rimettere in discussione tutto.


Il suo cuore batteva normalmente. Non aveva paura. Non era turbato. Quando infine si alzò, nel momento in cui, di sotto, Ada stava versando l’acqua sul caffè e si sentivano i passi della signora Lavaud, gettò un’occhiata verso la moglie, di cui non intravedeva altro che la forma del corpo sotto le coperte, i capelli tinti di biondo, un orecchio rosa, un occhio chiuso.


Era stata lei a esigere che in apparenza non cambiasse niente, che loro due continuassero a dormire nella stessa stanza, nello stesso letto, che era stato il letto dei suoi genitori, sicché, certe notti, capitava che si trovassero senza volere l’uno addosso all’altro.


In punta di piedi, più per abitudine che per non svegliarla, Émile andò direttamente in bagno e si rasò come faceva sempre la domenica e nei giorni di mercato. Gli altri giorni, come Ada, risaliva a lavarsi in un secondo momento.


In cucina le due donne, sedute a tavola per la colazione, parlavano a bassa voce.


Era la fine di maggio. In aprile c’erano state piogge abbondanti, seguite da settimane di freddo, con il maestrale che imperversava tre giorni su quattro. Da una settimana era iniziata l’estate; la brezza, al mattino, veniva da est, poi piano piano girava fino a soffiare verso il mare e calava di sera lasciando la notte alla sua calma assoluta.


Non seppe mai se Ada lo guardava in modo diverso dal solito, perché evitò di osservarla. Gli servì la solita tazza di caffè, spinse verso di lui il piatto di focaccia con cipolle e acciughe ed Émile se ne tagliò una bella fetta che mangiò in piedi, piantato sulla soglia, guardando fuori.


Lei sapeva. Émile non le aveva fornito dettagli. Non avevano mai fatto grandi discorsi.


Un giorno della settimana precedente, il martedì, se non si sbagliava, si era limitato a dirle:


«Domenica prossima».


Lei non sapeva perché avesse scelto proprio la domenica, e perché avesse aspettato così tanto, quasi un anno. Chissà se aveva pensato che avesse paura o che Berthe gli facesse pena.


«Le ceste sono in macchina?».


La signora Lavaud non aveva aperto bocca se non per salutare fra i denti e si sarebbe potuto pensare che non fosse di casa. Era una donnetta grassottella eppure dura, che aveva sessantadue anni e, da qualche parte in Francia, tre o quattro figli sposati. Poiché si rifiutava di farsi mantenere da loro, aveva lavorato a lungo come domestica per un medico di Cannes e poi per un dentista.


Due anni prima si era risposata con un uomo che Émile non aveva mai visto, che nessuno, alla Bastide, conosceva. Per quanto si sapeva lo aveva incontrato andando a spasso per Cannes nel suo giorno libero, mentre anche lui, ospite di una casa di riposo, faceva la passeggiata del giovedì.


Aveva settantadue anni. Per mesi lei era andata a trovarlo, a portargli dei dolci. Una mattina avevano scoperto con stupore il nome di Julia sul giornale, fra le pubblicazioni di matrimonio.


Da allora suo marito continuava a vivere nella casa di riposo. Lei continuava a lavorare alla Bastide.


Perché si erano sposati? La donna non ne aveva mai parlato. Forse lui possedeva un po’ di denaro che lei sperava di ereditare, o forse era stata mossa dalla pietà.


Émile non se ne dava pensiero, perché non era di quelli che riflettono senza motivo e si ostinano a inventare problemi dove non ce ne sono.


Non aveva fatto niente per arrivare al punto in cui erano. Non era stato lui a scatenare il dramma e, in fondo, non avrebbe nemmeno saputo dire com’era cominciato.


La cosa più difficile, quando uno cerca di ricordare, è distinguere i dettagli importanti da quelli che non lo sono. Ti trovi davanti a un’accozzaglia di fatterelli, alcuni in apparenza fondamentali, altri irrilevanti, e ti accorgi subito che stai sbagliando, ti sforzi di risalire ad altre cause perché capisci che quelle che avevi individuato non spiegano un bel niente.


Oppure, se ti accontenti di spiegazioni troppo semplici, finisci per ragionare come i giornali, che scrivono:




«Guardiano di chiusa ubriaco uccide la moglie a coltellate».




Ma perché era ubriaco? E perché a coltellate? Perché la moglie? Soprattutto, perché nessuno si chiede se lei non aveva la vocazione della vittima?


Se ammettiamo infatti che esista la vocazione di assassino, possiamo supporre che esista anche la vocazione di assassinato, e ne deriva che, in un delitto, chi viene ucciso ha qualcosa di cui rendere conto al pari di chi uccide.


È una questione complicata, e a Émile non piaceva pensare alle questioni complicate. Del resto, mentre mangiava la sua focaccia e osservava una striscia di Mediterraneo ai piedi dell’Esterel, non pensava sul serio, o comunque non in modo drammatico.


Quelli che gli affioravano alla mente erano solo brandelli di idee. Non c’erano problemi da risolvere. Non aveva la pretesa di spiegare.


Si era trovato in una situazione ben precisa, da cui in un modo o nell’altro bisognava uscire. Gli si era imposta un’unica soluzione, che gli era parsa evidente.


Tutti i suoi sforzi si erano concentrati sul mettere a punto quella soluzione, e c’era voluto del tempo, per la precisione undici mesi.


Ora che il giorno era arrivato, non sarebbe servito a nulla rimettere tutto in discussione, e del resto non era tentato di farlo. Al massimo, gli faceva uno strano effetto pensare, mentre in casa la vita iniziava identica alle altre domeniche:


«Stasera sarà finita».


Era impaziente di essere più vecchio di qualche ora. Quando, sempre in piedi, finì di fare colazione e si accese la prima sigaretta, gli tremava leggermente la mano. Soltanto allora il suo sguardo incontrò quello di Ada, che gli stava versando la seconda tazza di caffè, e gli parve di leggervi una domanda che lo irritò.


Le aveva detto:


«Domenica prossima».


Era domenica. Lei non doveva preoccuparsi di niente. E avrebbe fatto male a sentirsi in colpa perché, se anche aveva un piccolo ruolo in quello che sarebbe successo di lì a poco, non era lei la ragione principale.


In definitiva, lei era l’imprevisto. Sarebbe potuto cominciare tutto in un altro modo, con chiunque, o senza nessuno.


«Le ho preparato una lista, signor Émile. Non si dimentichi il parmigiano».


La signora Lavaud, che aveva indossato il suo grembiule azzurro di tela grezza, stava riempiendo un secchio d’acqua per andare a lavare il pavimento della sala da pranzo e del bar.


La Bastide sembrava quasi una scenografia di teatro, una locanda provenzale in tutto e per tutto come gli abitanti di Parigi e del Nord della Francia si immaginano debba essere una locanda del Midi, con il pavimento di cotto, mattoni a vista attorno alle finestre, pareti color ocra e grandi vasi di maiolica. Il bancone del bar era montato su vecchie viti da torchio e naturalmente i tavoli della sala da pranzo erano coperti da tovaglie a quadretti.


Le due pensionanti, la signorina Baes e la signora Delcour, che si erano appena alzate, presto sarebbero scese, con vestiti a fiori o a pois, in testa ampi cappelli di paglia, per fare colazione in terrazza.


Erano entrambe belghe, sulla sessantina, e ogni anno venivano a passare due mesi in Costa Azzurra.


Émile si mise al volante della 2CV trasformata in furgoncino e avviò il motore. Voltandosi, prima della discesa, scorse Ada sulla soglia e non provò alcuna emozione.


La strada era impervia, stretta com’era tra una parete di roccia a destra e uno strapiombo a sinistra. Lui non ci faceva più caso. Poco dopo eccolo procedere tra due siepi, passare davanti a una villa, poi a una piccola fattoria, per sbucare infine, all’altezza delle Baraques, sulla Route Napoléon.


C’erano delle motociclette che salivano verso Grasse, e quasi tutte avevano a bordo una coppia. Alcuni conducenti erano già a torso nudo. Nella discesa lo superavano altre macchine, targate Parigi, Svizzera o Belgio.


A Rocheville girò a destra, costeggiò il muro del cimitero, dell’ospedale, imboccò rue Louis-Blanc e attraversò il ponte della ferrovia. Faceva la stessa strada tre volte a settimana: cercava sempre di parcheggiare di fronte alla macelleria, poi, se lì non c’era posto, nella stretta rue Tony-Allard, accanto alla latteria dipinta di azzurro dove si riforniva.


Il mercato Forville era in pieno fermento e, a riprova che la stagione era cominciata, si vedeva qualche donna in pantaloncini e perfino in costume da bagno, con gli occhi nascosti da occhiali scuri e il capo coperto da una specie di cappello cinese.


Era un bene che avesse da fare e che gli passassero sotto gli occhi quelle immagini familiari. E poi non si doveva dimenticare la sua lista.


«Allora, signor Émile? Avete ospiti?».


Odore di formaggi. Venditrici dalla pelle chiara, dal grembiule bianchissimo.


«Due pensionanti, sempre le stesse».


«Arriveranno. Ieri per strada ci sono stati i primi ingorghi».


Cercò la lista in tasca, ordinò quel che gli serviva, decifrando non senza difficoltà la scrittura della signora Lavaud.


In fondo non gli piaceva quella donna. Alla Bastide era un elemento estraneo, ed Émile si stava rendendo conto di non sapere niente di lei, che non partecipava alla vita domestica, che faceva il suo lavoro e basta, per guadagnarsi lo stipendio.


Anche gli altri, forse. Ma non allo stesso modo. Per esempio, se Maubi, il giardiniere, lo imbrogliava, Émile sapeva come e perché, e non era nemmeno un segreto tra loro. Avrebbe potuto dirgli di punto in bianco:


«Maubi, sei un ladro!».


Maubi probabilmente gli avrebbe fatto l’occhiolino con un sorriso.


L’aria si stava scaldando. Émile passava dall’ombra al sole, dalla confusione del mercato al silenzio dei vicoli. Di fronte alla latteria si vedeva un negozio di articoli per la pesca. Era da un mese che non andava a pesca. Ci sarebbe andato una volta che tutto fosse finito. Gli venne in mente che doveva assicurarsi che la barca del dottor Guérini non fosse più in porto.


Sì, perché aveva previsto tutto. Mica per niente gli ci erano voluti undici mesi per preparare quel che sarebbe successo di lì a poco.


Tutto quel tempo gli era servito non per tergiversare, ma per riflettere e calcolare minuziosamente ogni cosa.


A ripensarci gli sembrava che fosse volato. Di colpo si stupiva di essere così vicino alla meta, e se pure non era tentato di tornare sui suoi passi provava nondimeno una sorta di vertigine.


Si diresse, con una cesta in mano, verso il porto, non quello degli yacht, in cui si vedeva spiegarsi qualche candida vela, ma quello dei pescatori, dove le barche che erano uscite di notte attraccavano le une accanto alle altre.


Procedendo tra le reti messe ad asciugare, sentiva che lo chiamavano per salutarlo, perché ormai non era più uno straniero.


Chiese:


«È tornato Polyte?».


«Mezz’ora fa. Mi sa che ha qualcosa per te...».


Passò su un altro pontile e trovò Polyte sulla sua barca, che faceva la cernita del pesce.


«Calamari ne hai?».


«Tre chili».


Formavano in fondo alla cesta una massa viscida di un bianco come di porcellana, e qualcuno di loro aveva sputato l’inchiostro.


«Vuoi anche la bouillabaisse?».


«A quanto?».


«Lascia perdere. Ci metteremo d’accordo».


Ne prese un po’ perché, col bel tempo, c’era caso di fare una trentina di coperti e la maggior parte dei turisti pretendeva la bouillabaisse.


La barca del dottor Guérini non era ancorata al solito posto.


«È molto che è uscita la Sainte-Thérèse?».


«L’ho vista fra le isole mentre rientravo. Dev’essere partita col buio».


Il formaggio, il pesce, la carne. Gli rimaneva solo la drogheria. Poi entrò da Justin, che gestiva uno dei baretti del mercato.


«Salve, Émile...».


Gli uomini bevevano vino bianco, le donne caffè, e si sarebbe detto che stessero parlando tutti insieme. Erano ambulanti, oppure commercianti del posto, in piedi dalle tre o dalle quattro del mattino. Ogni tanto qualcuno di loro si dirigeva all’orinatoio.


«Bella giornata!».


«Bella giornata».


Era solo un uomo come gli altri, un uomo come loro. Nessuno sospettava niente. Soltanto Ada sapeva, e forse Ada si era fatta un’idea sbagliata delle sue motivazioni.


Ben prima che trovasse lavoro alla Bastide si diceva, nella zona, che non era come le altre. Se non arrivavano a dichiararla matta, era considerata quantomeno un po’ tocca.


Che fosse perché parlava poco e sembrava aver paura della gente?


In ogni caso non era del tutto normale. Non si comportava come le ragazze della sua età e non le frequentava più di quanto frequentasse i ragazzi.


«È una selvaggia!».


Anche i suoi genitori vivevano come selvaggi, tenendosi alla larga dalla gente del paese.


Quando suo padre, Pascali, si era trasferito al limitare di Mouans-Sartoux aveva già i capelli grigi, il viso rugoso e cotto dal sole, e parlava soltanto un miscuglio incomprensibile di italiano e francese.


Essendo un bravo muratore aveva trovato da lavorare a destra e a manca, soprattutto riparazioni, perché lavorava da solo.


Ogni tanto spariva per diverse settimane, poi tornava e si rimetteva all’opera.


In uno di quei ritorni era accompagnato da una donna sulla quarantina che sembrava una zingara e da una bambina di dodici anni che quando le rivolgevano la parola non rispondeva.


Émile all’epoca aveva solo venticinque anni ed era appena arrivato a casa degli Harnaud, che gestivano La Bastide e sarebbero diventati i suoi suoceri.


Si ricordava di una bambina magra che, in quella regione solatia, era tra le poche sempre vestite di nero, e per di più con uno strano incrocio tra un abito e un grembiule, che le pendeva informe sul corpo.


La si vedeva su una curva del sentiero, o nel bosco, sul ciglio della strada principale. La gente diceva:


«È la figlia di Pascali e della zingara».


Ma non c’erano prove che la donna che si era portato dietro Pascali fosse davvero una zingara. In realtà nessuno sapeva niente, e Pascali non dava spiegazioni. Chissà se i gendarmi erano più informati. Probabilmente no, o prima o poi avrebbero detto qualcosa.


Francesca non frequentava le altre donne, quasi non usciva dalla casa che Pascali aveva finito per costruire tra un lavoro e l’altro e che non assomigliava a nessun’altra.


Si sarebbe detto che avesse voluto mettere insieme dei campioni di tutto quel che sapeva fare, e anche dei campioni di tutte le pietre, di tutti i materiali.


Sostenevano che non lasciasse uscire la moglie, che a volte la chiudesse in casa e arrivasse a picchiarla.


Il viso di Francesca era deturpato da due cicatrici che le attraversavano le guance e che venivano attribuite alla gelosia dell’italiano. Secondo alcuni l’aveva sfigurata apposta, per scoraggiare i corteggiatori.


Era stato lui, però, ad accompagnare la figlia, Ada, alla Bastide. Émile era sposato da un po’. Il suocero era morto. La suocera era tornata in Vandea, dove aveva dei parenti.


Nel suo dialetto che nemmeno gli italiani capivano, Pascali aveva discusso del compenso di Ada, delle condizioni di lavoro, e per come si erano messe le cose sembrava quasi che fosse andato lì per venderla.


Non aveva reclamato, per lei, né un giorno libero né ferie annuali. Non ne faceva. Era raro che andasse in visita dai genitori, che pure vivevano ad appena due chilometri, e Pascali si limitava a comparire di tanto in tanto, coperto di calce, e a sedersi in cucina per bere un bicchiere di vino guardando la figlia.


Era così che era iniziata, o bisognava risalire più indietro?


Sulla spiaggia, di fronte al Carlton, al Majestic, al Miramar, c’era già qualcuno che faceva il bagno, delle donne, alcune circondate da bambini, che si sistemavano sotto l’ombrellone e si cospargevano di olio prima di esporsi al sole.


Al mercato coperto Émile incontrò alcuni colleghi che gestivano ristoranti in città o nei dintorni. Dall’Esterel sbucavano delle macchine, mentre altre arrivavano dall’Italia passando per Nizza.


Si stava allestendo la rappresentazione di una bella domenica, proprio come si allestisce la sala di un ristorante, quando si apparecchiano i tavoli e si dispone al centro di ognuno un vaso di fiori. Anche il mercato dei fiori era in pieno fermento. Émile doveva comprarli. A poco a poco il furgoncino si stava riempiendo e le lancette dell’orologio lentamente avanzavano, avvicinando l’ora in cui avrebbe dovuto agire.


Non c’era stato un solo inizio, ma diversi. E uno era stato di certo l’episodio accaduto un pomeriggio nella mansarda.


Ada lavorava alla Bastide da quasi due anni, quindi doveva averne diciotto. Lui non ne aveva ancora trenta. Non si era mai interessato a lei, se non, a volte, per guardarla con la fronte aggrottata chiedendosi a che cosa stesse pensando.


Potevano assegnarle qualsiasi compito senza che lei protestasse. Non era svelta e nemmeno precisa, ma non avevano alcuna presa su di lei perché quando le facevano un appunto o quando Berthe si arrabbiava rimaneva impassibile come un muro.


Émile si ricordava di certe scenate, di Berthe, esasperata, che finiva per urlare, come un’isterica:


«Guardami quando ti parlo».


Ada la guardava con i suoi occhi scuri e vacui.


«Mi stai ascoltando?».


Lei non batteva ciglio.


«Di’ “Sì, signora”».


Lei ripeteva indifferente:


«Sì, signora».


«Non potresti comportarti come si deve?».


Émile sospettava quasi che se la moglie si infuriava così facilmente era perché non riusciva a far piangere Ada.


«E se ti mandassi via?».


Sempre impassibile come un muro.


«Lo dirò a tuo padre...».


Émile invece si era abituato a lei, ma un po’ come si sarebbe abituato alla presenza di un cane in casa. Anche un cane non parla, né fa sempre quello che vorremmo noi.


Poi, un pomeriggio che Berthe non c’era, era salito in mansarda, senza secondi fini, perché cercava Ada e lei non rispondeva, e quando era tornato di sotto non sapeva se doveva essere felice di quello che era appena successo o averne paura.


In ogni caso, non la conosceva meglio di prima e forse la capiva meno che mai.


Si ricordava soprattutto di uno sguardo che non aveva ancora mai visto in una donna, uno sguardo che faceva pensare a quello di una bestia all’avvicinarsi dell’uomo.


Erano passati tre anni. Poteva forse sostenere di conoscerla meglio di prima e che quel che c’era tra loro fosse amore?


Se ci vuole per forza un inizio, quello era stato uno fra i tanti.


Ma, per quanto riguardava Berthe, l’inizio risaliva solo a due anni dopo, al 15 giugno al momento della siesta, si ricordava la data, l’ora, ogni minimo particolare.


Aveva ancora importanza? Non era storia vecchia ormai? In undici mesi aveva avuto il tempo di pensarci, eppure non se ne era minimamente preoccupato.


Perfino oggi non se ne dava troppo pensiero. Non era emozionato. Non rimpiangeva niente. Non era nemmeno nel panico.


Una certa impazienza, quello sì, che nel bar di Justin gli faceva bere il caffè troppo in fretta. Un fremito delle dita, come al mattino in cucina, e un senso di vuoto nel petto. Ma si sentiva così anche quando andava a pesca e un bell’esemplare abboccava all’amo.


E quella sensazione di irrealtà non gli era nuova. In mare, la mattina presto, a bordo di una barca, quando si è soli sull’acqua che scintilla e respira secondo un ritmo monotono, non ci si sente più del tutto in sé e può capitare che tutto quel blu, quella pace disumana, quel silenzio assoluto, trasmettano una certa angoscia.


Il mercato Forville era lo stesso delle altre domeniche, con i suoi visi familiari, i suoi rumori, i suoi odori. Ma non era un po’ come se vedesse quello scenario attraverso un vetro?


Per qualche ora lui non faceva parte del resto del mondo. Quella sera, l’indomani, sarebbe stato di nuovo un uomo come gli altri. Quasi.


Non doveva pensare. Non bisogna mai tornare sulle decisioni prese una volta per tutte.


Aveva detto a Ada, senza entrare nei dettagli:


«Domenica prossima...».


Quella domenica era arrivata. Era tutto pronto. Era troppo tardi per fermare il corso degli eventi.


«Dammi un pacchetto di Gauloises».


Se ne accese una, soffiò via lentamente il fumo. Gli rimaneva solo da ritirare il pacco dal macellaio, a cui aveva passato l’ordinazione poco prima.


A quell’ora Berthe si stava lavando, nella camera di cui aveva aperto le persiane. Le due pensionanti, la signorina Baes e la signora Delcour, entrambe bionde e pingui, con grosse braccia rosee, camminavano l’una dietro l’altra lungo un sentiero, raccogliendo fiori di campo di cui, di lì a poco, gli avrebbero chiesto il nome.


A volte le si sentiva ridere come scolarette. La signorina Baes aveva ereditato una fabbrica di biscotti e la sua amica era la vedova di un salumiere.


Sulla Costa Azzurra si sarebbe detto che tornassero bambine e, quando il tempo non permetteva loro di andare a passeggio, trascorrevano ore a scrivere cartoline.


Émile lanciò il pacchetto del macellaio nel furgoncino, richiuse la portiera posteriore, si mise al volante, guardò dietro di sé per accertarsi di avere abbastanza spazio per fare marcia indietro.


Ancora tre ore prima che tutto diventasse definitivo.

2

Aveva poco più di quindici anni, perché era l’anno in cui aveva preso il diploma, quando la nozione di Costa Azzurra si era profilata al suo orizzonte, in forma ancora schematica, ma già più vivida del cartellone pubblicitario che vedeva in stazione quando andava a La Roche-sur-Yon.


Quel giorno non poteva minimamente sospettare che, in modo più o meno diretto, fosse in gioco il suo stesso destino.


Non riusciva a ricordare come mai avesse accompagnato il padre a Luçon. In ogni caso doveva essere un giovedì, perché gli altri giorni, quando c’era scuola, andava sì in città, ma in bicicletta.


Forse gli era venuta voglia di vedere un amico e aveva chiesto un passaggio sul carretto? Era possibile, perché pioveva a dirotto e un forte vento che proveniva dal mare aperto faceva sbattere la cappotta. Rivedeva i larghi rivoli d’acqua sulle cosce della giumenta, di cui avevano ricoperto la groppa con un pezzo di telo impermeabile.


Non parlavano mai molto, lui e suo padre. Probabilmente erano stati in silenzio per tutti gli otto chilometri che separavano Champagné da Luçon, una strada piatta, come il resto degli stagni, lungo cui c’era ogni tanto una casa bassa, un capanno, come dicevano da quelle parti, in mezzo ai prati lambiti dal mare.


Il vero paesaggio, lì, era il cielo, più vasto che altrove, a malapena intaccato all’orizzonte dal profilo di un campanile, un cielo così esteso che le case, i sentieri, le macchine e, a maggior ragione, gli uomini sembravano minuscoli.


Era il cielo a vivere, a riempirsi di pesanti nuvole nere che scoppiavano o, al contrario, di grosse nuvole bianche, luminose, immobili, oppure ancora di fiocchi leggeri che al tramonto si riunivano in strie rossastre.


Doveva aver piovuto per tutto il giorno, come capita spessissimo. Quando a Champagné o nei comuni limitrofi non c’erano fiere o mercati la locanda, tranne che nella bella stagione, era praticamente vuota.


Era stato il suo bisnonno, di professione macellaio, ad aprirla e a darle quel nome, Le Bœuf Couronné, che si leggeva sull’insegna a lettere dorate vecchia di un secolo. Il soffitto era basso, giallastro, quasi marrone, così come le pareti, le boiserie e i tavoli a cui quelli del posto si sedevano, la domenica, a bere quartini di muscadet mentre giocavano a carte e a domino.


Portavano gli abiti neri che avevano indossato per la messa. Anche durante la settimana erano quasi sempre vestiti di nero, perché finivano di consumare i vecchi abiti della domenica.


E in tutta la locanda aleggiava un odore di vino scadente, di alcolici, di tabacco freddo, mentre nelle camere c’era un sentore di muffa non sgradevole che restava, per Émile, l’odore della vera campagna. Di sicuro proveniva dai letti, sempre umidi, con i materassi imbottiti di crine vegetale. O forse dalla macina che stava dietro, nel prato, perché suo padre aveva un pezzetto di terra e due vacche.


Non si era mai spinto più in là di La Roche-sur-Yon e di Les Sables-d’Olonne a nord, di La Rochelle a sud, di Niort a est.


Vedeva solo gente del posto, qualche commesso viaggiatore, ambulanti, ogni tanto un uomo di legge che si fermava a mangiare alla locanda e, d’estate, turisti di passaggio.


Non si ricordava di vere e proprie conversazioni con suo padre. Quanto alla madre, sembrava avercela con lui per essere nato sei anni dopo gli altri due figli, quando non pensava più di averne.


Fin da piccolo non aveva il coraggio di dirle che aveva mal di pancia, per esempio, perché lei lo fissava con lo sguardo di chi sa, di chi non si fa fregare.


«Dici che hai mal di pancia perché non hai studiato e hai paura di andare a scuola».


Émile era rimasto colpito. Lei ragionava così per ogni cosa. E, visto che c’era del vero, visto che, in effetti, lui non aveva studiato, ne era stato turbato a lungo.


Alla fine aveva scoperto di avere davvero mal di pancia – non faceva finta – perché non aveva studiato, e quindi perché aveva paura.


Suo padre, invece, di quelle cose non si curava. Viveva nel mondo dei grandi, degli uomini che discutono di prati, di fieno, di bestiame o di politica locale bevendo quartini di vino o bicchierini di acquavite.


Forse quel giorno Émile lo aveva accompagnato soltanto perché pioveva fin dal mattino e a casa, dove non c’era mai stato un posto tutto per lui, si annoiava. Sua sorella Odile, di ventidue anni, aveva la sua stanza. Lui dormiva in quella di suo fratello Henri, una mansarda come quella di Ada, e non aveva niente in comune con lui, che a vent’anni era già la fotocopia del padre.


Henri lavorava per un mercante di bestiame e sarebbe diventato a sua volta mercante di bestiame, cosa che non gli avrebbe impedito di mandare avanti Le Bœuf Couronné. Una cosa non escludeva l’altra.


Odile di lì a poco si sarebbe sposata con uno spilungone biondo che lavorava a Luçon.


Quanto a Émile, in un modo o nell’altro se la sarebbe cavata.


Ecco, le cose allora stavano grossomodo così. Era più basso del resto della famiglia e, mentre gli altri erano secchi, nodosi, lui si vergognava del suo corpo quasi paffuto.


Il carretto si era fermato dapprima alla stazione dei treni a scartamento ridotto, dove il padre aveva caricato dei sacchi, probabilmente concime. Poi, non lontano dalla cattedrale, mentre continuava a piovere a catinelle, avevano fatto tappa alle Trois Cloches.


«Scendi» gli aveva detto il padre.


Les Trois Cloches meritava il nome di albergo per via della grande facciata bianca, delle due sale da pranzo, della presenza di un bagno per piano e degli stemmi che campeggiavano ai due lati del portone, ma era anch’esso una locanda che, nei giorni di fiera, si riempiva di cavalli nella scuderia, di carretti nel cortile, di contadini più o meno ubriachi nelle sale e in cucina.


Louis Harnaud, che chiamavano Gros-Louis, era un amico del padre e passava per essere un uomo ricco. Aveva un colorito rubizzo, quasi violaceo, perché da mattina a sera, con la divisa bianca e il cappello da chef in testa, beveva insieme ai clienti che, se necessario, andava ad agganciare in strada.


«Sono contento di vederti, Honoré... Hai portato il ragazzo?... Siediti, che vado a prendere una bottiglia...».


Nel corridoio c’era anche una cassa dietro la quale, se c’era gente, sedeva la rispettabile signora Harnaud, con la stessa solennità che se si fosse trattato di un trono.


La loro figlia, Berthe, era andata a scuola con Émile, ma essendo più grande di due anni aveva già preso il diploma. Quel giorno non l’aveva vista. Magari aveva lezione di pianoforte.


Si erano seduti tutti e tre in un angolo della stanza dove c’era il tavolo per gli ospiti fissi, da cui, attraverso le tende di merletto, Émile vedeva cadere la pioggia e la gente passare tenendo l’ombrello a mo’ di scudo.


«Proprio ieri dicevo a mia moglie che volevo parlarti...».


Émile era abituato a quelle conversazioni, che partivano lentamente, come se i due interlocutori diffidassero l’uno dell’altro, e sembrava sempre che ci fosse un prato o una vacca da vendere.


«Ci stai bene, a Champagné?».


Suo padre, che non sapeva dove volesse andare a parare l’altro, taceva per prudenza.


«E il tuo primogenito?».


«Non c’è male...».


«Tua figlia si sposa, dicono».


Nella zona lo sapevano tutti. Quelle erano solo manovre di avvicinamento, in cui però ogni parola, malgrado la sua apparente futilità, contava eccome.


«Se ho subito pensato a te, è perché ho l’impressione – ma magari mi sbaglio – che tu abbia delle ambizioni per i tuoi ragazzi...».


E dicendo così guardava Émile come per farne il proprio complice.


«Non hai mai pensato di trasferirti in un posto più grande di Champagné?».


«Se andava bene per i miei genitori e per i miei nonni, immagino che andrà bene anche per i miei figli».


«Senti, Honoré...».


Erano andati a scuola insieme ed erano entrambi figli di locandieri.


«Alla tua, tanto per cominciare!».


In quel momento la signora Harnaud aveva aperto la porta e, vedendo che gli uomini stavano parlando, l’aveva richiusa senza far rumore.


«Non voglio influenzarti, bada bene. Sto per dirti queste cose perché mi piaci e so che genere di uomo sei...».


Per arrivare al punto seguiva una strada lunga e tortuosa.


«Saprai di certo che io e la signora Harnaud ci siamo finalmente concessi una vacanza...».


Non era il solo a chiamare la moglie per cognome. La maggior parte dei commercianti della regione faceva lo stesso.


«Erano anni che voleva vedere la Costa Azzurra, così siamo andati a passare tre settimane a Nizza...».


Si appoggiò allo schienale, con il bicchiere in mano e una luce più maliziosa negli occhi.


«Tu non ci sei mai stato, vero?».


«Mai».


«Mi sa che è meglio se non ci vai».


Gli veniva da ridere.


«Sai che laggiù a novembre la gente se ne va in giro senza cappotto e ci sono ancora abbastanza turisti da riempire la metà degli alberghi?».


Quando finalmente arrivò al dunque la bottiglia era vuota, sicché andò a prenderne un’altra.


«Io ho cinquantotto anni, sette mesi meno di te, vedi che me lo ricordo. Da qualche tempo mi ero messo a pensare alla pensione, perché ho il fegato e i reni che mi danno il tormento e il dottore sostiene che questo lavoro non mi fa bene. Aspetta un attimo...».


Uscì per tornare con qualche cartolina e qualche foto.


«Prima guarda un po’ qui...».


C’era una veduta di Nizza, con la baia degli Angeli di un blu cupo, altri scorci di Antibes, di Cannes, donne in abiti pittoreschi con le braccia cariche di fiori, un porticciolo, forse Golfe-Juan, con una fila di reti stese ad asciugare sul molo.


«Sai cos’è che si vede più spesso, a Nizza e dintorni? Gente come noi, come te e come me, che ha sgobbato tutta la vita per mettere da parte qualcosa e che ha finalmente deciso di spassarsela un po’. Ecco che c’è! Ammetto che all’inizio anch’io sono stato tentato di fare come loro, comprare un appartamento o una casetta per ritirarmici con mia moglie e mia figlia.


«Poi mi sono messo a guardare le vetrine. È pieno di agenzie che affittano e vendono ville e attività commerciali.


«Guarda qua...».


Sciorinò sul tavolo una serie di fotografie che raffiguravano tanto cascine tipiche della Provenza quanto palazzi a cinque piani sulla Promenade des Anglais.


«Ma solo quando sono capitato per caso a pranzo in un ristorantino che mi era stato suggerito ho capito come funzionano le cose. Il proprietario ha la nostra età. Mi sono accorto dall’accento che non era di lì e mi ha confessato che veniva dalla zona di Dunkerque. Uno come noi, insomma! Un bel giorno si è stufato di lavorare in un posto dove piove per metà dell’anno, e siccome non era abbastanza ricco per vivere di rendita ha comprato il ristorantino in questione. Se ne sta lì bello tranquillo. Per metà dell’anno di fatto è in vacanza e al mattino va a pesca...».


Gros-Louis si stava entusiasmando e finalmente buttò giù la sua carta vincente, la foto di una vecchia fattoria, piuttosto malridotta, fiancheggiata da due grandi ulivi e circondata da una pineta. Tra le colline, all’orizzonte, si indovinava lo scintillio del mare.


«È mia, Honoré! Forse ho fatto una stupidaggine, ma pazienza: l’ho comprata e la trasformerò in qualcosa di bello. C’è già un tizio, che non è architetto ma ne sa più che se lo fosse, che sta preparando i progetti. Ci saranno un ristorante, un bar, cinque camere per i turisti e potrò perfino allevare polli e conigli, senza contare che ho abbastanza vigna da mettermi a fare il vino.


«Vendo Les Trois Cloches. Non c’è bisogno di aggiungere che, se ti va, la mia prima scelta sei tu e ti lascio tutto il tempo che ti serve per pagare...


«Con due figli maschi...».


Honoré Fayolle si era limitato a scuotere la testa, senza dire né sì né no. Alla fine, dopo alcuni colloqui a bassa voce nella locanda di Champagné, era stato no.


Gros-Louis aveva venduto Les Trois Cloches a uno che aveva fatto abbastanza soldi in un bar tabacchi di Parigi e sognava di finire i suoi giorni in una cittadina di provincia.


Gli Harnaud, padre, madre e figlia, avevano lasciato la regione per trasferirsi alla Bastide, tra Mouans-Sartoux e Pégomas.


 


 


In fondo era stato quello il vero inizio, sempre ammesso che un inizio ci fosse stato.


Per quattro anni Émile non aveva più sentito parlare degli Harnaud né della Costa Azzurra.


Dopo il diploma, il padre gli aveva chiesto:


«Adesso cosa conti di fare?».


Lui non ne aveva idea, sapeva solo che era deciso ad andarsene da Champagné.


«Il proprietario dell’Hôtel des Flots, a Les Sables-d’Olonne, cerca un apprendista cuoco per la stagione».


A lui piacevano la grande spiaggia di Les Sables-d’Olonne e il brulichio di gente che arrivava dai quattro angoli della Francia. Quell’estate se li era goduti pochissimo, confinato com’era per lo più in una cucina nel seminterrato.


In ottobre il proprietario lo aveva raccomandato a un amico di Parigi che aveva un piccolo ristorante nei pressi delle Halles, e per due anni aveva lavorato lì. Aveva anche seguito, benché non con regolarità, i corsi di una scuola alberghiera.


A diciannove anni stava facendo una stagione a Vichy quando aveva ricevuto una lettera dal padre, evento raro. Era scritta con un pastello viola su fogli di carta che la drogheria di Champagné vendeva in confezioni da sei insieme a sei buste.




«Tua madre sta bene. Non soffre quasi più di reumatismi. Tuo fratello in primavera sposerà la figlia di Gillou e verranno a vivere qui. Se ti scrivo è per dirti che Gros-Louis, l’ex proprietario delle Trois Cloches, a Luçon, senz’altro te ne ricorderai, ha avuto un ictus e ha metà del corpo paralizzata. Ha messo in piedi una bella attività nei pressi di Cannes e sua moglie mi fa sapere che sarebbe contento se tu volessi andare a lavorare da loro. La figlia, Berthe, non è sposata. Non hanno figli maschi e sono in difficoltà...».




Un altro anello della catena. Aveva letto la lettera nell’ampia cucina di un grand hôtel di Vichy dove erano in una quindicina ad affaccendarsi ai fornelli, con un canovaccio intorno al collo e il cappello da chef in testa.


Forse era stato il cambiamento a tentarlo. Lo chef non gli piaceva e lui non piaceva allo chef. Se n’era andato il giorno stesso e l’indomani aveva scoperto La Bastide, che somigliava solo in parte a com’era adesso.


Gros-Louis, che non era più grosso, ma flaccido, con le guance che pendevano come quelle di un vecchio cane, era seduto fuori, su una sedia a rotelle, e si limitava a emettere suoni indistinti.


Sua moglie, a cui erano venuti i capelli bianchi, si sforzava di mostrarsi allegra, ma non appena si trovava fuori dalla portata del marito si metteva a piangere.


«Sono contenta che tu sia venuto, Émile! Se sapessi come sono infelice qui! Quando penso che è stato il mio sogno per tutta la vita e che sono stata io a spingere Louis a venire in vacanza a Nizza...».


Quanto a Berthe, lei era uguale a ora, altrettanto tranquilla, altrettanto misteriosa, altrettanto poco cedevole, e dire che era una bella ragazza bionda dalle forme piene.


Fin dai primi mesi per gli Harnaud alla Bastide era andato tutto storto. Intanto il famigerato Van Camp, che aveva venduto loro la proprietà e sosteneva di saperne più di un architetto, aveva fatto dei progetti che, una volta che muratori e carpentieri avevano cercato di realizzarli, si erano rivelati inattuabili.


Non aveva tenuto conto né della pendenza del terreno, né della distanza del pozzo, né dello spessore dei muri esistenti, di modo che avevano dovuto disfare in parte il lavoro già ultimato, scavare un nuovo pozzo e spostare la fossa settica.


Con la scusa che erano nel Midi, Van Camp non aveva previsto il riscaldamento e fin dal primo inverno erano morti di freddo, nonostante i radiatori elettrici che facevano saltare la corrente.


Per finire, Gros-Louis aveva scoperto, a Mouans-Sartoux, un bistrot dove, a ogni ora del giorno, poteva trovare compagnia, e aveva sostituito il vino bianco con il pastis.


A quel tempo Ada doveva avere nove anni e, se viveva già da quelle parti, Émile non le aveva prestato più attenzione che agli altri bambini che incontrava lungo i sentieri. Non aveva nemmeno mai sentito parlare di Pascali, che pure, a un certo punto, aveva preso parte al cantiere.


Che nonostante tutto la locanda fosse stata ultimata aveva del miracoloso, e con Gros-Louis divenuto invalido a mandarla avanti restavano soltanto le due donne.


Gros-Louis era vissuto per altri due anni, trascorrendo una parte del tempo a letto e una parte nella sala al pianterreno o sulla terrazza, e come la signora Harnaud e Berthe anche Émile aveva finito per capire i suoni che emetteva.


All’epoca era Émile a occupare la mansarda che era poi diventata la stanza di Ada, e c’erano già lo stesso letto di ferro e alcune delle macchie sul muro, ma non la stampa che raffigurava la Vergine Maria.


I clienti, all’inizio, erano rari. Avevano messo un cartello sulla Route Napoléon, con una freccia che indicava la strada della locanda. Si facevano anche pubblicità sul giornale di Nizza e nei dépliant distribuiti dall’ufficio turistico di Cannes.


Certi giorni, però, non si vedeva anima viva. Il sabato sera Émile andava in bicicletta a Cannes o a Grasse, dove non gli era difficile trovare una ragazza con cui ballare.


Caso strano, circa un mese prima della morte di Gros-Louis, senza motivo, gli affari avevano iniziato ad andare bene. C’era gente di Cannes, medici, avvocati, commercianti, che aveva preso l’abitudine di andare a pranzo o a cena alla Bastide in compagnia. La voce si era sparsa, ed erano arrivati a fare, la domenica, fino a trenta e poi quaranta coperti.


Émile, col suo cappello bianco da chef, si dava da fare in cucina, dove una certa Paola, un’anziana donna della zona che aveva preceduto la signora Lavaud, pelava le verdure, puliva il pesce e lavava i piatti mentre Berthe sovrintendeva al servizio.


Gros-Louis era morto nel pieno dell’alta stagione e a malapena avevano avuto il tempo di seppellirlo. Dopo aver parlato di trasportare la salma a Luçon, la signora Harnaud alla fine aveva deciso, per non complicare le cose, di inumarlo al cimitero di Mouans-Sartoux.


Avevano tre pensionanti, tra cui una svizzera che prometteva di tornare per diversi mesi ogni anno, e non potevano infliggere loro lo spettacolo di un lungo lutto.


Senza accorgersene, Émile era diventato più o meno il padrone di casa e aveva sostituito la bicicletta con un motorino, nell’attesa che potessero permettersi di comprare un furgone.


Non aveva mai fatto la corte a Berthe. Non gli era mai venuto in mente. La vedeva un po’ come una sorella maggiore, forse perché la conosceva dai tempi della scuola e aveva due anni meno di lei. E a sua sorella Odile, che con lui era stata ancor più severa della madre, non aveva mai voluto molto bene.


Un giorno, aprendo la porta del bagno, aveva sorpreso Berthe che usciva dalla vasca, con il corpo roseo imperlato di goccioline, e aveva provato lo stesso imbarazzo delle due o tre volte che aveva visto la sorella nuda.


In definitiva lui non aveva desiderato niente, voluto niente, né la Costa Azzurra né Berthe. La sorte lo aveva messo in quella casa, che era diventata la sua quasi senza che lo sapesse. Lui apparteneva a una generazione diversa da quella di Gros-Louis, si era adattato meglio e aveva scoperto il mercato di Cannes, i pescatori, le partite a bocce; aveva perfino preso un leggero accento del posto.


Aveva anche cambiato impercettibilmente i menu e l’arredamento.


Ed ecco che, il primo inverno dopo la morte del marito, la signora Harnaud aveva cominciato a buttar lì allusioni via via più esplicite.


Aveva iniziato con:


«Non mi abituerò mai a questo posto...».


Pioveva meno che in Vandea, certo, ma la pioggia di qui la opprimeva più di quella di casa sua e, seduta davanti alla finestra, fissava il cielo con sguardo duro.


Anche il freddo le pareva più subdolo e si lamentava dei dolori alla schiena, alla nuca, alle gambe.


Maubi si occupava già della vigna, dell’orto e dell’aia, perché Gros-Louis, assieme alla casa, aveva comprato anche un appezzamento di terra piuttosto grande.


«Quell’uomo è un ladro. Ogni frutto ci costa il doppio che al mercato. Vedi, Émile, noi per questi qui non saremo mai nient’altro che stranieri da spennare...».


Scriveva spesso a una delle sorelle, a Luçon, che era vedova e viveva con la figlia, ancora nubile a quarant’anni. In fondo sognava di raggiungerle. Non ne parlava ancora, ma stava preparando il terreno.


«Se solo potessi vendere La Bastide!».


Era troppo presto per pensarci. Ci avevano speso troppi soldi e l’attività non era ancora abbastanza avviata per attrarre i compratori. E passando per un’agenzia non ne avrebbero ricavato quasi nulla.


Émile cominciava a capire l’antifona. Gros-Louis non era il solo a essersi lasciato sedurre. Come lui ce n’erano a centinaia, a migliaia che, dopo una vita attiva, spesso dura, aspiravano a una sorta di mezzo servizio, avevano ceduto alle lusinghe della Costa Azzurra e investito tutti i loro risparmi in una locanda, in un ristorante o in un’attività qualsiasi.


La maggior parte di loro ostentava spavalderia e si fingeva soddisfatta, ma li si vedeva vagare, la sera, sulla Croisette o nei pressi del porto, come eterni stranieri.


Non erano del posto e non erano nemmeno turisti.


«Se almeno» sospirava la signora Harnaud «Berthe potesse sposarsi con qualcuno del mestiere!».


Berthe sembrava estranea ai tormenti delle altre ragazze e non aveva nessun filarino. Appena aveva un momento libero si metteva a leggere, sola in un angolo, sorda a ciò che accadeva intorno a lei.


C’era voluto un bel po’. Solo quando, in pieno mese di gennaio, con il maestrale che soffiava da mane a sera, si era presa la bronchite, la signora Harnaud si era decisa a spiegarsi meglio.


«Se non ritorno al paese,» gemette allora «sento che farò la fine del mio povero Louis e fra non molto lo raggiungerò al cimitero. Quando penso che è sepolto in un posto che non è casa sua!».


Dimenticava che era stata lei a volere così.


«Mia sorella insiste perché mi trasferisca da lei. Non potrò farlo finché non sarò rassicurata sulla sorte di Berthe e della Bastide...».


Émile, che aveva capito, non ne era entusiasta. Aveva fatto orecchie da mercante ancora per qualche settimana, guardando di tanto in tanto la ragazza di sottecchi e chiedendosi se a conti fatti il gioco valeva la candela.


«Bisognerà pure che ti sposi prima o poi, Émile...».


La verità è che aveva iniziato ad amare La Bastide, nonostante quell’aria da scenografia teatrale, e che non gli dispiaceva nemmeno la vita che faceva. Sarebbe ancora stato capace di passare tutto il giorno nell’atmosfera soffocante della cucina di un ristorante di lusso o di un grand hôtel?


Qui era lui il padrone. I clienti erano un po’ degli amici. Gli piaceva andare a far la spesa a Cannes due o tre volte a settimana, gironzolare attorno ai pescatori che rientravano, bere un caffè o un bianchino con gli agricoltori.


Cominciava a chiamare per nome qualcuno degli abitanti di Mouans-Sartoux e Les Baraques e spesso, nei mesi morti, il pomeriggio andava a giocare a bocce con loro.


Sentiva confusamente che si stava lasciando invadere da una specie di vigliaccheria, e non avrebbe già più avuto il fegato di vivere in un posto duro e cupo come Champagné, dove la terra non regalava nulla e bisognava strapparle quel che aveva da dare.


Una sera che la signora Harnaud era andata di sopra e lui era rimasto da solo al pianterreno con Berthe le si era seduto di fronte, e lei per un po’ aveva continuato a leggere, o a far finta.


«Tua madre ha parlato anche con te?».


Si davano del tu fin dai tempi della scuola, senza che però questo creasse fra loro la minima intimità.


«Non badare a quello che dice mia madre. Pensa solo a se stessa. È fatta così».


La conosceva poco, in fondo, anche dopo aver passato tre anni nella stessa casa, e cercava di capire le sue reazioni.


«Credo che dovremmo parlarne».


«Di cosa?».


Continuava a tenere il libro in mano ed Émile ebbe l’impressione che fosse turbata.


«Di tua madre. Sai meglio di me che non resterà qui a lungo. Non desidera altro che andarsene a Luçon. Adesso scrive alla sorella tre volte a settimana. Hai letto le lettere?».


«No».


«Nemmeno io».


Era una conversazione difficile, e a quel punto Berthe aveva fatto per alzarsi.


«C’è un modo perché se ne vada senza però rimetterci».


L’espressione di Berthe si era indurita, ed Émile aveva temuto che fraintendesse.


«Non parlo per me, ma per lei. Forse anche per te».


«So badare a me stessa».


«Non ti piaccio?».


Berthe aveva distolto lo sguardo e soltanto allora a Émile era balenato il sospetto che lei lo amasse da tempo, o comunque che avesse deciso che un giorno lui sarebbe stato suo.


Sul momento ne era stato commosso. Berthe gli aveva fatto pena. Era orgogliosa, Émile lo sapeva, e si trovava in una situazione scomoda.


Non le aveva mai fatto la corte. Di fronte a lei non aveva mai nemmeno provato il minimo turbamento, come invece gli accadeva con altre donne. Quella volta che l’aveva vista nuda se n’era andato senza aprir bocca e non era più tornato sull’argomento.


«Senti, Berthe...».


Tese la mano al di sopra del tavolo. Sarebbe stato più facile parlare se Berthe vi avesse messo dentro la sua, ma lei se ne rimaneva seduta rigida, sulla difensiva.


«Io non lo so se sarò un buon marito...».


«Corri dietro a tutte le ragazze».


«Come tutti quelli della mia età».


Adesso il sospetto era diventato una certezza, e ne era un po’ seccato; si domandò se non avrebbe preferito un rifiuto.


«Potremmo fare un tentativo, no?».


«Che tentativo?».


«Io provo affetto per te».


«Affetto?».


Émile si era alzato, perché sentiva che era necessario, e lo faceva per lei, per non umiliarla. Quando fu in piedi le cinse le spalle con un braccio.


«Senti, Berthe...».


Non trovando niente da dire, si era chinato per baciarla e si era accorto che aveva le guance bagnate di lacrime.


Era il loro primo bacio, il loro primo vero contatto. Quando le loro labbra si erano staccate lei aveva mormorato:


«Non dire niente...».


Ed era andata a chiudersi nella sua stanza.


Così era iniziata un’altra fase della vita di Émile. Il giorno seguente lei era più pallida del solito e, poiché sembrava che si vergognasse, lui le aveva lanciato delle occhiatine complici, cercando di infondere al suo sguardo una qualche tenerezza.


Incontrandola nel corridoio l’aveva baciata senza che lei protestasse, e un’ora dopo si era stupito nel sentirla cantare come una donna felice.


La signora Harnaud doveva aver capito, perché prese l’abitudine di salire nella sua stanza molto presto, lasciandoli soli. Berthe leggeva in sala da pranzo, mentre lui finiva di lavorare in cucina. Poi, dopo un attimo di esitazione, si metteva alle sue spalle e l’abbracciava.


Rimase spiazzato nello scoprire una donna che provava turbamento e che sembrava aspettarsi da lui ben più di semplici baci. Fu lei a prendere per la prima volta la mano di Émile per mettersela sul seno, e nel giro di qualche giorno quella ragazza che lui aveva creduto impassibile si comportava come una donna passionale.


La cosa più imbarazzante era la tacita complicità della madre, che non poteva ignorare ciò che stava succedendo. Émile ne era convinto: aspettava solo che si compisse l’irreparabile per sentirsi finalmente rassicurata sul proprio futuro.


L’irreparabile, però, non poteva compiersi al pianterreno, dove tutte le stanze erano comuni. Émile non aveva motivo di entrare in camera di Berthe e lei non sarebbe salita nella sua mansarda.


In quel periodo stavano risistemando una vecchia scuderia, separata dal corpo dell’edificio principale, con l’idea di ospitarvi, in estate, due o tre clienti in più.


Si trattava, così come per il resto della casa, di un ambiente tipicamente provenzale, pure troppo, che era già stato ribattezzato il Casolare.


Si scendeva un gradino e il pavimento era lastricato come nelle vecchie chiese. Pascali, il muratore, aveva costruito un caminetto alla buona, le finestre erano fatte a piccoli riquadri come quelle di una volta e il soffitto aveva le travi a vista.


Una scalinata di legno, che sembrava più una scala a pioli, portava al piano superiore, diviso in due stanzette dal soffitto spiovente.


Ai turisti piacciono i posti così, diversi da ogni altro, dove hanno l’impressione di essere separati dal resto del mondo. Vi si sarebbe potuta sistemare una famiglia con bambini, o magari una coppia di sposini in viaggio di nozze. Al pianterreno invece del letto c’era un grande divano rivestito di cretonne a fiori.


Fu lì dentro che successe. I lavori non erano ancora finiti che già Émile, dopo pranzo, aveva preso l’abitudine di andarci a fare la siesta.


Si coricava per un’ora, completamente vestito, come la maggior parte della gente del posto, senza sentire altro che il chiocciare delle galline che proveniva dal capanno di Maubi e, più vicino, il tubare dei due colombi.


Un pomeriggio, quando si era appena sdraiato e non si era ancora del tutto assopito, di colpo si era reso conto che il sole entrava dalla porta aperta. Poi nella stanza era tornata a regnare la penombra. A occhi chiusi, aveva percepito una presenza.


Alla fine la voce di Berthe aveva balbettato:


«Émile...».


Era marzo, se lo ricordava. Stavano cercando di accelerare i lavori perché tutto fosse pronto per la settimana di Pasqua, che segna all’incirca l’inizio della stagione.


Sapeva perché era venuta e, dopotutto, la cosa non gli dispiaceva.


Si era seduto sul bordo del divano, mentre Berthe continuava:


«Volevo dirti che la mamma...».


Émile preferiva ignorare la storiella che si era preparata e risparmiarle un momento penoso.


«Vieni qui».


«Ma...».


L’aveva attratta a sé e l’aveva costretta a stenderglisi accanto, senza che lei opponesse grande resistenza.


«Shhh!».


«Émile...».


«Shhh!... Più tardi dirò a tua madre che la risposta è sì...».


Dopo, aveva preferito restarsene per un po’ da solo nel Casolare, perché non voleva far vedere la propria espressione cupa. Berthe non doveva pensare che fosse deluso.


Ma lo era poi così tanto? A dire il vero non aveva sentito nessuna emozione, a malapena il piacere che provava con qualunque ragazza, ed era stato accompagnato da un imbarazzo che rovinava tutto.


Non che Berthe lo intimidisse nel vero senso della parola. Ai tempi non la trovava nemmeno brutta e non aveva ancora motivo per avercela con lei.


Era difficile da spiegare, e sì che da allora aveva avuto tutto il tempo di pensarci.


Lei gli era estranea. Ma non era andato a letto un mucchio di volte, spesso con una certa eccitazione, con ragazze che fino a un’ora prima non conosceva?


Con loro entrava subito in confidenza. Quello che facevano insieme lo facevano per il piacere comune. Si creava fra loro un’allegra complicità.


Dopo, potevano scherzarci su.


«Di’, certo che morivi proprio dalla voglia!».


Oppure:


«Sei un bel tipo, però!».


E lui trovava sempre qualcosa da rispondere.


Era un gioco, un gioco senza conseguenze. Se una prendeva un’aria da innamorata e sospirava malinconica, lui non era tentato di rassicurarla o di blandirla.


«Sei soddisfatto, no? Ti stai dicendo: avanti la prossima!».


Perché no? Faceva il suo mestiere di giovane maschio. Suo padre prima di lui aveva agito allo stesso modo, come pure tutti gli altri, che talvolta ne parlavano con un sorriso ingordo vuotando quartini di bianco nella sala piena di fumo della locanda.


Con Berthe, che ci aveva messo un ardore feroce, l’atto aveva avuto un che di mistico, come se stessero compiendo un sacrificio rituale.


Quello che avevano recitato insieme era quasi un dramma; e quando lei all’improvviso gli aveva morsicato il labbro Émile vi aveva percepito una minaccia.


Era troppo tardi. Alla Bastide non la rivide subito. La vecchia Paola, che pelava le verdure nella penombra della cucina, di cui chiudeva sempre le imposte, lo guardò con aria ironica.


Si sarebbe detto che tutti lo sapessero già, che tutti si aspettassero quello che era appena successo, che tutti, in definitiva, vi avessero più o meno preso parte.


Appena si imbatté nella signora Harnaud lei, senza lasciargli il tempo di aprir bocca, lo guardò con un’espressione riconoscente, ed Émile si chiese se lo avrebbe abbracciato.


«Volevo dirle...».


Sentì sulla propria testa i passi di Berthe e tanto bastò a rendergli il compito più difficile.


«Penso che presto, se è sempre dell’idea, potrà andare a vivere a Luçon...».


Lei fingeva di non capire, ma era raggiante.


«Io e Berthe abbiamo deciso...».


«Davvero?» non poté impedirsi di esclamare la donna.


«Se lei è d’accordo, ci sposeremo...».


«Dammi un bacio, Émile. Se sapessi come... come...».


Non riuscì a proseguire, perché si mise a singhiozzare. Solo dopo un bel pezzo mormorò:


«Se il mio povero Louis potesse saperlo...».


Anche quello era stato un inizio.

3

Sarebbe cambiato qualcosa se avessero avuto dei figli? O se Émile fosse stato meno giovane? Il tempo era passato così in fretta da quando aveva finito la scuola che gli capitava ancora di sognarla e di credere di trovarsi nel cortile durante la ricreazione.


Forse, come la maggior parte dei suoi compagni, da ragazzo interpretava, più o meno coscienziosamente, una parte, si sforzava di mostrarsi agli altri come avrebbe voluto essere. E il ruolo che aveva scelto per sé era quello del poco di buono, del delinquentello cinico a cui non la si fa.


Ma ecco che appena entrato nell’età adulta era sposato, aveva una suocera, delle responsabilità, un’attività piuttosto importante da mandare avanti.


Non era tipo da analizzarsi per piacere o da guardarsi allo specchio. Capitava però che si sentisse confuso, a disagio, come se avesse addosso dei vestiti troppo grandi per lui.


Allora gli sembrava di essere uno di quei ragazzini di tredici o quattordici anni che cominciano a cambiare voce e che, alla recita di fine anno, si incollano una barba posticcia per interpretare il cavaliere, il re o il vecchio mendicante.


Il mondo non era reale. La sua vita non sembrava definitiva. Una mattina, svegliandosi, avrebbe potuto essere di nuovo un bambino che non pensava ad altro che ai compiti e alle biglie, o un giovane apprendista che mentre lo chef gli dava le spalle rubava una fetta di prosciutto.


C’era di peggio. Ma era qualcosa che non voleva ammettere, nemmeno nel profondo del suo intimo, perché era troppo imbarazzante: a volte, quando Berthe gli stava davanti, gli sembrava di avere davanti sua madre.


Non si trattava di una somiglianza fisica. Non avrebbe saputo dire che cosa avessero in comune le due donne. E del resto ci pensava il meno possibile. Era una sensazione fugace, di cui subito cercava di liberarsi.


Il modo che avevano entrambe di guardarlo, per esempio, come se volessero leggergli dentro, come se fosse un loro diritto, un loro dovere entrare nella sua testa.


«Mi dirai sempre la verità, giusto?».


Così gli aveva detto Berthe, ponendo, naturalmente in modo unilaterale, un fondamento ai loro rapporti.


«Non sopporterei che mi mentissi» aveva aggiunto.


Sua madre invece gli diceva:


«Non si può mentire alla propria madre».


E aggiungeva, sicura del fatto suo:


«Del resto, se anche ci provassi, non ci riusciresti».


Con Berthe era sottinteso. Lei lo osservava. Da mattina a sera lo teneva come legato a un filo e di colpo, quando Émile credeva di essere solo, ecco che gli chiedeva:


«A cosa pensi?».


Perché lui arrossiva, perfino quando non aveva ancora niente da nasconderle? Si sentiva colpevole prima di esserlo, reagiva come davanti ai suoi genitori o a scuola, lo trovava umiliante, gli veniva da stringere i pugni.


Era soprattutto in quei momenti che si metteva in testa che Berthe lo aveva comprato. Non era un’idea del tutto campata in aria. C’era stata una breve scenata, con poche parole, che però lo aveva segnato per la vita.


Avevano appena scelto la data del matrimonio: la settimana dopo Pasqua. Attendere oltre, infatti, avrebbe significato rimandare la cerimonia all’autunno, per via della stagione estiva. E poi più in là i genitori di Émile, che erano occupati con la locanda, non avrebbero potuto assistere alle nozze, e la signora Harnaud ci teneva che ci fossero anche loro e che tutto si svolgesse secondo le regole.


Per lei era già una delusione che il matrimonio non fosse celebrato a Luçon, alla presenza di tutti quelli che conosceva. Le due donne, sospettava Émile, avevano una ragione più forte per voler fare in fretta. La madre sapeva quanto la figlia cos’era successo nel Casolare ed entrambe temevano che il giorno delle nozze la gravidanza di Berthe fosse troppo evidente. Non sapevano ancora che non c’era alcun pericolo. Ecco un’altra questione che ben presto avrebbe umiliato Émile.


E per finire non erano poi così sicure di lui e si chiedevano se un bel mattino non sarebbe sparito nel nulla.


Sta di fatto che un venerdì, due settimane prima della data prevista, la signora Harnaud non era salita in camera come al solito ma era rimasta dabbasso con loro. Una volta terminato il suo lavoro in cucina, Émile aveva raggiunto madre e figlia in sala da pranzo, dove si trattenevano quando non c’erano clienti e dove avevano acceso due o tre ceppi di vite, dato che faceva fresco.


Gli piaceva quell’odore. Qualcosa dell’atteggiamento della signora Harnaud, che, in apparenza, sferruzzava tranquilla come al solito, lo aveva stupito.


«Si sieda un momento con noi, Émile».


In Vandea, e quando era un semplice dipendente della Bastide, gli dava del tu, ma da che era diventato il solo uomo di casa istintivamente era passata al lei.


«Mi chiedevo se ha pensato al contratto».


Lui non aveva capito subito.


«Che contratto?».


«Il contratto matrimoniale. Se non si firma nessun contratto è perché ci si sposa in regime di comunione dei beni. Io non so come la pensate voi due, ma...».


Non finì la frase, quel «ma» bastava a rivelare la sua idea.


Era stato allora che Émile aveva notato, sul tavolo, un certo numero di lettere piegate in quattro, scritte in una calligrafia che non era quella della sorella della signora Harnaud. Sul retro, in effetti, aveva intravisto un’intestazione stampata: Gérard Palud.


Il nome non gli era nuovo, l’aveva sentito menzionare dai suoi genitori, che si erano rivolti a più riprese all’uomo di legge, come veniva definito sebbene svolgesse una professione imprecisata. Gestiva, a Luçon, non lontano dalle Trois Cloches, una drogheria dalle vetrine verdognole davanti a cui la gente di campagna, nei giorni di mercato, faceva la fila.


Palud era stato per un po’ praticante in uno studio di notaio, quindi si era messo in proprio e consigliava i clienti nelle transazioni, che si trattasse di compravendita di beni, di testamenti, di investimenti o di eredità. Si occupava anche, a titolo ufficioso, dei processi, e stava un po’ ai veri avvocati, ai veri procuratori e ai veri notai come un conciaossa o un guaritore sta ai medici.


«Suppongo» riprese la signora Harnaud dopo una pausa «che voi vogliate stipulare un contratto matrimoniale, no?».


Allora Berthe aveva alzato la testa e aveva guardato Émile con uno sguardo che lui non avrebbe mai dimenticato, prima di lasciar cadere, con voce un po’ tremante:


«No».


La madre aveva frainteso, aveva creduto che la figlia facesse mostra di generosità o che fosse accecata dall’amore. Prova ne era che aveva replicato, non senza un certo imbarazzo:


«Lo so quel che si pensa quando si è giovani, ma bisogna comunque essere lungimiranti, perché nessuno può prevedere il futuro».


Berthe aveva ripetuto con fermezza:


«Non ci serve un contratto».


Émile non avrebbe saputo dire esattamente per quale meccanismo quelle parole rappresentavano una sorta di presa di possesso della sua persona. Berthe non l’aveva forse comprato, meglio e in modo più efficace che se avessero stipulato un contratto in piena regola?


Se lei rifiutava un vero contratto era perché era sicura del fatto suo e faceva affidamento unicamente su se stessa per tenersi stretto il marito.


«Non voglio insistere. Sono affari vostri. Credo però che se il tuo povero padre fosse ancora vivo...».


«Voi ce l’avevate, un contratto matrimoniale?».


«Non era la stessa cosa».


Era peggio, perché la signora Harnaud, nata in un capanno degli stagni, prima del matrimonio faceva la cameriera all’Hôtel des Trois Cloches, e Gros-Louis, per sposarla, aveva aspettato che fosse incinta di quattro mesi. Émile lo sapeva bene, tanto più che aveva avuto in mano i documenti.


«Quanto alla Bastide e alla mia parte...».


La donna stava ripiegando a malincuore sulle posizioni preparate da lei e Palud, con cui, come ormai era chiaro, nelle ultime settimane aveva scambiato un discreto numero di lettere.


«Immagino che desidererai entrare subito in possesso della parte che hai ereditato da tuo padre».


Berthe, con un’espressione impenetrabile, attenta, ascoltava, evitando di rispondere troppo in fretta.


«Per quanto riguarda La Bastide, mi fido di voi. Émile è intelligente, coraggioso, e ho visto in che modo manda avanti l’attività. Non c’è ragione perché io ritiri la mia quota...».


Aveva in mente qualcosa, forse era stato Palud a suggerirglielo.


«Siccome io vado a vivere a Luçon e, ora che il mio povero marito è morto, non ne avrò per molto...».


L’aveva presa larga, ma si vedeva dove voleva andare a parare.


«Per voi è spiacevole dovermi rendere conto ogni anno. E io, alla mia età...».


Non diceva che si fidava del genero solo fino a un certo punto.


«La cosa più semplice, per evitare discussioni, è che mi versiate un vitalizio. In questo modo voi sarete padroni a casa vostra e io non avrò più niente a che fare con La Bastide...».


Non era vero, in realtà. Tra i documenti piegati in quattro davanti a lei c’era un accordo preliminare stilato da Palud. Prevedeva un vitalizio ampiamente superiore alla metà del fatturato attuale e riservava inoltre alla signora Harnaud, a titolo di garanzia, un’ipoteca sulla casa, sulle terre e sull’attività commerciale.


«Mi hanno dato l’indirizzo di un notaio di Cannes, basta che andiamo a firmare davanti a lui...».


In apparenza, Berthe non si era occupata della transazione. Di certo non era stata messa al corrente della corrispondenza tra la madre e l’uomo di legge di Luçon. Per quanto la riguardava bastava il matrimonio, senza bisogno di altri documenti.


Forse, in parte, il suo era amore. Da allora a Émile era capitato spesso di pensarci, di chiederselo. Si faceva degli scrupoli a dipingerla peggiore di quel che era. Riconosceva senza problemi che Berthe provava per lui una specie di amore. Si domandava perfino se non lo provasse già prima della sua partenza da Luçon, quando era solo una bambinetta.


Ci sono ragazze così, che uscite sì e no dall’infanzia decidono che si sposeranno con un certo ragazzo. Era un dato di fatto che lei non si era concessa a nessun altro, che non aveva frequentato altri giovani e che, quando lo aveva raggiunto nel Casolare, era vergine.


Ma anche la madre di Émile, a modo suo, amava il figlio, no?


Quando si era parlato di un contratto matrimoniale volto a difenderla, in definitiva, dal marito, a preservare la sua fortuna, Berthe aveva detto di no, con semplicità, con fermezza.


Magari, chissà, sperava che lui le sarebbe stato riconoscente e avrebbe visto in quel gesto un atto dettato dalla generosità o dall’amore cieco.


Era successo esattamente il contrario. Émile non aveva né protestato né discusso. Aveva accettato. Soprattutto perché non aveva voce in capitolo, perché in realtà fino a quel momento era stato solo un dipendente, prima di Gros-Louis e poi delle due donne.


I ruoli, nelle due coppie, si erano invertiti. Gros-Louis aveva sposato la serva dopo averla messa incinta.


Sua figlia sposava il domestico dopo essersi concessa a lui.


Pazienza se Émile si sbagliava. In ogni caso era sincero: per lui tra le due situazioni non c’era differenza.


E se per un istante l’aveva sfiorato l’idea di andarsene piantando lì madre e figlia, non vi si soffermò. Forse sospettava già da tempo che quello che stava accadendo era l’unica conclusione logica.


La Bastide era diventata cosa sua. L’aveva trovata ancora informe, incompiuta, allorché si sarebbe potuto pensare che fosse sull’orlo del fallimento. Con ogni probabilità, anche se non si fosse ammalato, Gros-Louis da solo avrebbe gettato la spugna, perché, contrariamente alle sue aspettative e alle sue speranze, non si era adattato.


Era un uomo in esilio, un uomo che aveva giocato la carta sbagliata, e forse in fondo per lui era stato un sollievo che l’emiplegia lo alleggerisse delle sue responsabilità.


Ormai era fuori gioco. Che Émile e le due donne se la sbrogliassero senza di lui.


Se n’era andato, dopo una brevissima agonia, e il suo ultimo sguardo non era stato né per la moglie né per la figlia, ma per il suo dipendente.


Sa il cielo che cosa significava quello sguardo. Meglio non pensarci, non cercare di indovinare il messaggio che forse conteneva.


Così avevano firmato i documenti predisposti da Palud, e il notaio di rue des États-Unis era parso sorpreso.


«Siete tutti e tre d’accordo?».


Quel contratto rappresentava già una sorta di matrimonio, un matrimonio a tre però, con la signora Harnaud che rispondeva di sì per prima e quindi si chinava per firmare con la penna che le veniva porta.


Dopodiché, alla vigilia delle nozze, da Champagné erano giunti il padre e la madre di Émile, lui nel suo abito nero, lei con un vestito nuovo, a fiori bianchi su fondo viola.


Odile non era riuscita ad andare, doveva partorire da un giorno all’altro. Quanto al fratello, Henri, gli era toccato rimanere a gestire la locanda.


Erano arrivate anche la sorella e la nipote della signora Harnaud, ma tre giorni prima, in modo da approfittarne per visitare la Costa Azzurra, e le tre donne erano andate a Grasse, a Nizza e a Monte Carlo in corriera.


Il matrimonio si era tenuto nel municipio e nella chiesa di Mouans-Sartoux. Vi aveva assistito molta gente del posto, che sembrava lì più per curiosare che per prendere parte alla cerimonia.


Se Émile ormai era più o meno di casa, le altre, Berthe compresa, rimanevano delle straniere.


Per via del lavoro non andarono in viaggio di nozze. Semplicemente, dopo la cena, che era proseguita fino a tarda notte, Émile e Berthe erano saliti nella stanza che un tempo era stata di Gros-Louis e della moglie.


«Per le ultime due notti che passerò qui prenderò la tua stanza» aveva detto la signora Harnaud alla figlia.


Faceva una certa impressione, come un passaggio di poteri. Ormai Émile e Berthe occupavano la stanza dei grandi, dei genitori, con il letto di noce, l’armadio a specchio, il comò.


Émile, che aveva bevuto troppo – avevano tutti bevuto troppo, tranne Berthe –, aveva cercato, al momento di spogliarsi, di fare un breve discorso alla moglie. Non sarebbe stato utile stabilire le rispettive posizioni una volta per tutte?


Nel corso della serata aveva messo a punto, aiutato dal vino e dagli alcolici, una sorta di dichiarazione d’intenti.


«Hai avuto quel che volevi. Eccoci sposati. A partire da stasera...».


Si era costruito nella testa intere frasi, che lì per lì gli erano sembrate magnifiche, ma se le era già dimenticate.


C’era ancora una cosa che voleva dirle, una dichiarazione per cui gli mancava il coraggio.


«Dal momento che siamo sposati, farò l’amore con te. Però è meglio che ti confessi che...».


Non si può dire una cosa del genere a una donna, nemmeno all’avventura di una sera. Eppure era la verità. Non aveva voglia di lei. Era costretto a sforzarsi. Era colpa sua se, benché non si assomigliassero minimamente, lei lo faceva pensare a sua madre?


Per fortuna dopo quella giornata Berthe era stanca. Era tesa, esasperata. Era stata lei a mormorare:


«Non stasera».


Anche quella era un’indicazione: sarebbe stata lei a decidere in quali sere concederglisi e in quali invece non avrebbero fatto niente.


A lui non dispiaceva. Prova ne è che l’indomani mattina, quando scese per primo e aprì le imposte della cucina, provò la stessa gioia degli altri giorni nel guardare il paesaggio, il verde pallido dei due ulivi e il verde più scuro dei pini nel sole, lo sfavillio dorato del golfo della Napoule e i due colombi che tubavano accanto alla porta.


Non erano gli stessi colombi di adesso. Le coppie si erano succedute, generazione dopo generazione. Di tanto in tanto, anziché mangiare i giovani, mangiavano i vecchi. L’importante era che ci fosse sempre una coppia che tubava intorno alla casa, perché ai clienti piaceva vederli accarezzarsi con il becco gonfiando il gozzo.


La signora Harnaud aveva deciso che sarebbe andata a passare un mese in Costa Azzurra ogni anno, preferibilmente in inverno, quando non c’erano clienti e a Luçon il clima era meno gradevole. Era scritto nell’accordo che avevano firmato, e se a lei questa precauzione non era venuta in mente ci aveva pensato Palud.


Il suo sguardo, in novembre, era subito andato alla pancia della figlia. Poco dopo, sola con lei, aveva mormorato, non senza un muto rimprovero:


«Speravo di trovarti in stato interessante».


Sarebbe diventato un ritornello, un’ossessione. In tutte le sue lettere si ritrovava la stessa frase:




«... Mi raccomando, scrivimi non appena avrai qualche speranza su quel fronte...».




Il secondo inverno c’era come un velo di sospetto nello sguardo che faceva pesare, non più sulla figlia, ma sul genero. E, verso la fine del soggiorno, non era riuscita a trattenersi dal parlarne.


Stavano mangiando. Era ancora la vecchia Paola a servirli. La guerra tra lei e Berthe era già cominciata, una guerra silenziosa, latente, quotidiana, che ben presto avrebbe avuto una vincitrice.


Berthe, naturalmente! Ed era vero che Paola era sporca, che non si era mai fatta un bagno in vita sua e che puzzava di vecchie sottane.


Ma era vero anche che Paola si era affezionata profondamente a Émile, che, ai suoi occhi, era lui l’uomo di casa, e quindi non c’era da discutere quel che faceva e diceva e Berthe non aveva nessuna voce in capitolo.


Se Berthe le dava un ordine, Paola non rispondeva né sì né no, manteneva un’espressione ermetica, come scolpita in un vecchio ceppo di ulivo, e poco dopo andava a chiedere conferma a Émile.


In seguito ci sarebbero state altre guerricciole del genere. Émile era rassegnato in partenza.


Così come sentiva in partenza, solo dal fremito delle labbra della suocera, che lei lo avrebbe aggredito.


Con Berthe accadeva lo stesso. Quando stava per fare un’osservazione sgradevole il suo viso perdeva ogni espressione, forse perché si controllava, ma non poteva impedire al labbro superiore di tremare.


«Sapete, ragazzi miei, di recente ho letto sul giornale un articolo che vi interesserà. Ve l’ho ritagliato. È nella mia borsa. Più tardi ve lo do...».


L’articolo non era uscito su un giornale, ma su un settimanale popolare che riservava due pagine all’oroscopo, altre due alle cure più o meno nuove e il resto alle stelle del cinema.


«Un tempo, quando una coppia non riusciva ad avere figli, si pensava che fosse sempre colpa della donna. Sembra che non sia così, che addirittura il più delle volte sia a causa dell’uomo...».


Il labbro fremeva a più non posso, gli occhi fissavano il bicchiere di vino sul tavolo mentre la voce si faceva soave.


«Forse dovrebbe consultare un dottore, Émile...».


Lui non aveva detto niente, si era limitato a impallidire, a contrarre le narici.


Aveva una risposta sulla punta della lingua, ma si era ripromesso di tenerla per sé:


«Preferirei mettere incinta la prima che passa per dimostrarle che ne sono in grado...».


Vero è che Berthe aveva risposto per lui:


«Sono io che non voglio avere figli, mamma».


«Tu? Ma che dici?».


«La verità. Sto benissimo così».


Lo pensava davvero, era evidente. Aveva ottenuto tutto quello che desiderava. Non solo Émile le apparteneva, ma pure La Bastide, e anche se qualche cliente credeva il contrario la vera padrona era lei.


Del resto, era così che la chiamavano quelli del posto: la padrona. Non era una scelta casuale. Avevano l’abitudine di osservare la gente, soprattutto gli stranieri, e conoscevano bene Émile, che nei pomeriggi d’inverno giocava a bocce con loro.


Il secondo anno Émile aveva comprato un furgoncino. Poi Berthe lo aveva costretto a mettere alla porta Paola, perché ci teneva che fosse lui a parlarle, che la decisione sembrasse sua.


«Se rimane qui, io non esco più dalla mia camera».


Quando Émile aveva preso Paola in disparte, lei aveva già capito tutto.


«Non si dia pena per me, povero caro. Me lo aspettavo da tempo e sono pronta a sloggiare».


Berthe, che aveva messo un annuncio sul giornale, fra le candidate aveva scelto la signora Lavaud. Finalmente una persona pulita, con un certo contegno.


Chissà se sperava che la nuova arrivata si sarebbe schierata dalla sua parte anziché da quella di Émile.


Sì, perché erano arrivati a quel punto. Non lo si notava. Non c’era una lotta aperta, né fazioni dichiarate.


C’era che nessuno, né a casa né in paese, l’aveva adottata. Rimaneva una straniera. Erano gentili con lei, pure troppo; le dimostravano volentieri un rispetto esagerato e lei era abbastanza sveglia da capire.


Alla mattina, quando entrava dopo aver lasciato fuori la bicicletta, il postino andava subito a piazzarsi al bancone.


«Allora, Émile? Ci facciamo una partitina, stasera?».


Se avvistava Berthe si toglieva il kepi e sembrava in imbarazzo a bere il bicchiere di rosé che Émile gli aveva versato.


Di per sé questo non significava nulla, ma era così per tutti.


«C’è Émile?».


«No. È andato a Cannes».


«Fa niente. Ripasserò».


«Posso riferirgli qualcosa?».


«Non serve».


La gente conosceva le sue abitudini, sapeva dove trovarlo. Si stava creando, attorno a Berthe, contro di lei, una sorta di società segreta con cui lei si scontrava a ogni piè sospinto.


«Per caso ha visto mio marito?».


Anziché rispondere la guardavano con un’aria di finta innocenza, come se non volessero tradirlo.


Per vendicarsi dell’allontanamento di Paola, Émile si era comprato una piccola barca da pesca d’occasione. Era da tempo che ne voleva una. Per lui era parte della vita nel Midi, era complementare alla Bastide, alle partite a bocce davanti all’ufficio postale di Mouans-Sartoux, al mercato Forville e al baretto dove si fermava per un caffè o un bicchiere di bianco.


Al momento dell’acquisto, però, la barca era apparsa come una sfida. Non ne aveva parlato prima con la moglie, si era limitato ad annunciare, una sera:


«Mi sono comprato una barca».


Sapeva che nel suo intimo lei stava assorbendo il colpo, anche se aveva abbastanza sangue freddo da non darlo a vedere.


«Nuova?».


«D’occasione. È in perfette condizioni. Sono riuscito ad avere anche tutta l’attrezzatura da pesca, compresi cinque nasse, due palamiti per i gronghi e un guadino».


Berthe non gli chiese quanto aveva pagato. E non gli chiese nemmeno quando contava di andare a pesca.


In piena stagione era fuori discussione, perché appena sveglio aveva del lavoro da sbrigare. Nei mesi invernali solo di rado il mare era abbastanza calmo, e comunque si prendeva meno pesce.


Febbraio, marzo, aprile, a volte maggio erano mesi vuoti, dove capitava di avere sì e no due pensionanti alla volta, come adesso le due belghe, e qualche cliente di passaggio a pranzo e a cena.


Stesso discorso o quasi per ottobre e novembre, fino alle grandi piogge che segnavano l’inizio dell’inverno.


Allora Émile si alzava alle quattro del mattino, si vestiva al buio e mai gli sarebbe venuto in mente di deporre un bacio sulla fronte di Berthe, che faceva finta di dormire. Non appena si metteva al volante del furgoncino diventava un uomo libero e scendeva verso il porto fischiettando, ritrovava sul pontile altri appassionati di pesca, quasi tutti più vecchi di lui, che preparavano l’attrezzatura e avviavano i motori.


«Ciao, Émile!».


«Ciao, vecchio sporcaccione!».


Si era messo a scherzare come loro, a esprimere talvolta, mascherate da battute, verità crudeli.


«Come sta la tua padrona? Si è dimenticata di chiuderti in casa stanotte?».


Gli rendevano la pariglia, naturalmente. Del resto erano stati loro a cominciare.


Émile amava il ronzio del motore, il quieto sciabordio dell’acqua contro lo scafo, la vista della scia biancastra che si allargava man mano, ed era un piacere, poi, lasciar cadere la grossa pietra che fungeva da ancora, rompere i gusci dei paguri che usava per la pesca a bolentino.


Aveva acquisito dimestichezza con il colore dei pesci, così diversi da quelli che gli era accaduto di prendere a L’Aiguillon, in Vandea, quando era piccolo. Aveva imparato a staccare gli scorfani spinosi dall’amo o dalla rete e a tranciare la testa alle murene dal morso pericoloso con un colpo del coltello affilato.


Il cielo si schiariva, la barca ondeggiava in un universo che appariva ogni volta nuovo e l’aria a poco a poco si scaldava, il sole saliva all’orizzonte, Émile si toglieva la giacca, talvolta anche la camicia.


Tutto questo non valeva forse il prezzo che pagava? Gli capitava di chiederselo, in modo meno brutale. Perché gli rimaneva la sensazione di essere stato ingannato?


Subodorava, alla base della loro vita, chissà quale imbroglio. Berthe invece aveva ottenuto ciò che voleva, aveva fatto esattamente quello che aveva deciso di fare, e lui sospettava che la vecchia Harnaud fosse stata sua complice, proprio come Palud lo era stato di quest’ultima.


Perfino il povero Gros-Louis, che non c’era più, al momento di scrivergli doveva aver avuto un’ideuzza in mente.


«Sei proprio un pivello, Émile!».


Non se l’era sentito dire riguardo a Berthe, ma durante una partita di bocce, nei primi tempi. Lui che non aveva mai preso in mano una boccia si era messo in testa di diventare bravo quanto gli altri. All’inizio, quando doveva lanciare o prendere la mira, gli veniva l’espressione di uno scolaro che deve rispondere a una domanda difficile e lo canzonavano perché metteva la lingua tra i denti.


Allora a volte si esercitava da solo sulla terrazza, in modo da far vedere agli altri, un giorno, che valeva quanto loro.


Era stato il dottor Chouard a esclamare, sorprendendolo a quel modo:


«Sei proprio un pivello, Émile!».


In fatto di bocce, in ogni caso, aveva dimostrato che non era vero, perché a Mouans-Sartoux adesso era tra quelli con la mira migliore.


Capitava che anche il dottor Chouard venisse a fare una partita. Abitava a Pégomas, in una casa diroccata dove aveva trovato rifugio Paola quando era stata costretta a lasciare La Bastide.


Il dottore era trasandato quanto la sua serva, con la camicia tutt’altro che candida, la cravatta, quando la portava, male annodata, la giacca e perfino i pantaloni a cui mancava sempre qualche bottone.


Come Émile, anche lui era arrivato un bel giorno da un altro paese, nei dintorni di Nancy, e può darsi che all’epoca avesse qualche ambizione. Aveva avuto una moglie e una casa ben tenuta, la stessa che ora, da fuori, sembrava abbandonata.


Si raccontava che la moglie se ne fosse andata con un turista inglese. Ma lui non aveva aspettato che se ne andasse per mettersi a bere e a trascurare la clientela.


Per vari anni era stato, a bocce, il miglior tiratore, e aveva fatto parte della quadretta che aveva vinto i campionati di Provenza per due anni di fila.


Ogni tanto la destrezza gli ritornava come per miracolo, perché era da un pezzo che nessuno avrebbe più saputo dire quando era ubriaco e quando no.


Anche Paola alzava il gomito. Émile l’aveva sorpresa più di una volta a bere direttamente dalla bottiglia. Non le aveva detto niente. Si era guardato bene dal farne parola con Berthe.


Per ragioni precise, Émile aveva riservato al dottor Chouard un ruolo importante in quello che sarebbe accaduto. Si poteva perfino dire che, senza di lui, il piano che aveva pazientemente escogitato negli ultimi mesi non stava in piedi.


Non era un caso che avesse scelto una domenica, né che si fosse appena assicurato che il dottor Guérini era effettivamente in mare con la sua barca.


Quanto a Ada, anche se ora sembrava svolgere un ruolo di primo piano nella sua vita, in realtà non era che un accessorio, una causa secondaria. Ma non ci avrebbe creduto nessuno.


La prima volta che si era accorto di lei doveva avere quattordici anni e portava già un vestito di cotone nero che poteva passare per un grembiule da scolara.


Émile stava scendendo per il tortuoso sterrato a bordo del furgoncino quando l’aveva vista sbucare dalla pineta. Si era chiesto cosa ci facesse lì. Non sapeva ancora che era la figlia del vecchio muratore Pascali, e che quindi abitava al di là degli alberi.


Gli era rimasta l’immagine di una ragazza magra, scura, con le gambe lunghe, i capelli ispidi, lo sguardo ferino.


L’aveva rivista diverse altre volte e aveva scoperto, a Mouans-Sartoux, qualche particolare sul padre. Pascali non era nato in Francia, ci era venuto da giovanissimo, e all’inizio aveva lavorato in montagna, dove all’epoca stavano costruendo una nuova strada.


Da una prima moglie, che era morta, aveva avuto due figli, un maschio e una femmina, che erano ormai sulla quarantina. Il maschio, diventato ingegnere, viveva a Clermont-Ferrand. La femmina sostenevano che avesse preso una brutta strada e, anche se mancavano informazioni più precise, alcuni affermavano di averla incontrata a Parigi, dove batteva dalle parti di place de la Bastille.


Un bel giorno Pascali, solo e già in là con gli anni, si era trasferito in una casupola abbandonata non lontano da Mouans-Sartoux e aveva iniziato a offrire i suoi servizi a chi capitava.


Poi, tra lo stupore generale, si era comprato un pezzo di terra sulla collina e, a tempo perso, si era messo a costruirci una casa.


Non lo si vedeva mai al caffè. Non giocava a bocce, non frequentava nessuno. Andava da solo a comprarsi da mangiare e la sua bottiglia di vino quotidiana e tutti lo consideravano una specie di selvaggio, alcuni si chiedevano se non fosse mezzo matto.


Una volta terminata la casa, era sparito per diversi giorni ed era tornato con una donna più giovane di lui di venticinque anni accompagnata da una bambina.


Da allora era sempre lui a fare la spesa, la donna non metteva praticamente mai piede in paese. Un giorno il postino doveva consegnare un avviso di pagamento e aveva cercato invano di aprire la porta. Dato che dall’interno provenivano dei rumori aveva chiamato:


«Francesca!».


Alla fine lei aveva risposto con un grugnito.


«Francesca, apri, ho una lettera per tuo marito».


«La infili sotto la porta».


«Non puoi aprire?».


«Non ho la chiave».


Così avevano scoperto che Pascali ogni tanto chiudeva in casa la moglie. Più difficile era sapere chi avesse messo in giro la voce che l’aveva sfigurata di proposito, per renderla più brutta ed evitare che gli altri uomini la guardassero.


In ogni caso, prima che lo stesso Pascali andasse alla Bastide a offrire la figlia come domestica c’era già stata una storia di donne che era più o meno servita da prova di forza tra Émile e Berthe.


In quel periodo in casa c’erano otto pensionanti, tra cui due bambini dei dintorni di Parigi con la madre, che era sposata con un imprenditore edile.


Forse i clienti non si erano nemmeno resi conto della partita che si stava giocando.


Dall’autobus in fondo alla strada era scesa un’inglese, che si era portata da sola le valigie lungo la salita. Poteva avere venticinque come trenta o perfino trentacinque anni. Avvicinandosi, tutta sudata, al bancone sorretto dalle viti da torchio, aveva ordinato, con una voce un po’ roca:


«Uno scotch, doppio».


Erano le quattro del pomeriggio e dietro al bancone c’era Émile, in giacca bianca. Si ricordava che faceva molto caldo e che non aveva in testa il cappello da chef. Si ricordava anche dei grandi aloni di sudore sotto le ascelle della viaggiatrice.


«Avete una stanza libera?».


Aveva preso un cucchiaio per togliere il ghiaccio che Émile, per abitudine, aveva messo nel whisky.


«Per quanto tempo?».


«Finché mi va».


C’era da credere che Berthe avesse le antenne. Era impegnata a fare i conti su un tavolino accanto alla finestra. Da lì scandì comunque a voce alta:


«Non ti dimenticare, Émile, che l’ultima camera è prenotata per sabato».


Non era proprio così. La verità era che ogni tanto un avvocato di Nizza, sposato, veniva a passare la notte del sabato con la segretaria. Non lo sapevano mai in anticipo. E, quando alla Bastide non c’era una camera libera, la coppia ne trovava una senza fatica in qualunque locanda dell’Esterel.


«Non è certo che sia prenotata» aveva ribattuto Émile.


E, rivolto alla nuova arrivata:


«Se vuole le faccio vedere la stanza».


Precedendola sulle scale, aveva aperto una porta. L’inglese aveva a malapena gettato un’occhiata all’interno. In compenso gli aveva chiesto, come se avesse indovinato tutto:

«È sua moglie?».

4

Ventiquattro ore dopo non sapeva ancora se ad attrarlo verso di lei era un desiderio carnale o se invece voleva dimostrarle di non essere il ragazzino che lei fingeva di vedere in lui.


Si chiamava Nancy Moore e, stando al passaporto, aveva trentadue anni. Faceva davvero la giornalista.


«Scrivo storie stupide per stupide riviste in cui delle poverette cercano di scoprire come essere felici».


Non era tanto la frase ad aver colpito Émile quanto l’accento, non solo l’accento inglese, ma uno spiazzante miscuglio di ironia, cinismo e passione.


Aveva avuto il tempo, in Costa Azzurra, di imparare a conoscere gli inglesi, uomini e donne, e li divideva in due categorie. Innanzitutto i turisti ordinari, che venivano a passare un po’ di tempo sul continente in cerca di sole e di vita pittoresca, per guardare persone e panorami diversi, assaggiare con diffidenza piatti di cui avevano sentito parlare tantissimo e ripartire contenti come non mai di essere loro stessi.


Quanto agli altri, per indicarli Émile usava un termine locale. Li chiamava «i fanatici». Erano quelli che si lasciavano intossicare dalla Francia o dall’Italia, da un certo stile di vita, da una certa indolenza, e diventavano più provenzali dei provenzali, in Italia più italiani degli italiani stessi; tornavano a casa loro solo quando era indispensabile e alcuni non ci tornavano mai.


A Mougins ce n’era uno, un caso estremo, un ragazzo che non aveva più di trentacinque anni e tutti giuravano che fosse figlio di un lord. Viveva tutto l’anno a torso nudo, sotto il sole o sotto la pioggia, senza cappello, con i capelli biondo cenere che si schiarivano sempre di più e finivano per ricadergli sulla nuca, e si lasciava crescere la barba, indossava, d’inverno, dei pantaloni di tela blu, d’estate dei pantaloncini dello stesso colore, portava espadrilles o camminava scalzo.


Dipingeva. Lo si incontrava con il suo cavalletto nelle vigne o alla svolta di un sentiero, ma la pittura doveva essere solo un alibi. Scendeva di rado a Cannes e si faceva vedere ancor meno sulla Croisette, cosa che comunque non gli impediva di ricevere ragazzi e ragazze venuti da chissà dove e passeggiare con loro mano nella mano al tramonto.


Nancy Moore odiava lavarsi quasi quanto lui. Sotto l’abito di cotone chiaro non portava il reggipetto e il suo greve seno era un po’ cadente, quando parlava si vedevano i capezzoli indurirsi e sfiorare il tessuto. Sempre spettinata, non si prendeva la briga di truccarsi o di incipriarsi quando aveva il viso lucido di sudore.


Nessuno aveva mai guardato Émile con tanta ironia, né con tanta tenerezza e tanta cupidigia insieme.


Aveva organizzato da subito le sue giornate. Passava buona parte del tempo sulla terrazza a scrivere con una calligrafia ampia, inclinata non verso destra come quella della maggior parte della gente, ma verso sinistra. Ogni tanto, piuttosto spesso in realtà, si interrompeva per inerpicarsi su uno degli sgabelli del bar, pure alle nove del mattino.


«Émile! Ho sete!».


Non aveva aspettato di diventare una cliente abituale per chiamarlo per nome. Cambiava ordinazione a seconda dell’ora, a volte era un bicchiere di rosé, altre un pastis, altre ancora, specie la sera, un whisky, e aveva sempre la voce un po’ roca, gli occhi lucidi, senza che si potesse mai dire che era ubriaca.


Si percepiva in lei un amore vorace per la vita, le persone, gli animali e le cose. Émile l’aveva vista accarezzare con voluttà il tronco nodoso di uno dei vecchi ulivi del cortile e faceva lo stesso con le viti da torchio che sostenevano il bancone del bar, con il legno crepato sotto la vernice.


«Sono vere, Émile? Quanti anni hanno?».


«Almeno due secoli. Forse tre».


«Allora sono servite a fare il vino per generazioni di uomini e donne...».


Entrava in cucina per annusare i profumi, sollevare il coperchio delle pentole, tastare i pesci, i polli. Sapeva riconoscere le erbe aromatiche e se le strofinava tra le dita come altre si profumano.


«Come li chiamate questi animaletti color cadavere?».


«Totani».


«Sono quelli che quando stanno per essere catturati sputano una nube di inchiostro, vero?».


Lui le aveva mostrato la sacca che conteneva il liquido nero.


«Con questo inchiostro io ci faccio il sugo...».


Nancy prendeva appunti che forse le servivano per i suoi articoli. Aveva sempre l’aria di sfidarlo, faceva apposta a sfiorarlo, a lasciar pendere il seno sul suo braccio, e quando si piegava in avanti lo si vedeva, nudo e indecente, abbronzato dai bagni di sole, nella scollatura troppo larga.


«Tua moglie è più vecchia di te, vero, Émile?».


Di appena due anni. Il punto non era la differenza d’età. Intendeva dire che Berthe era più adulta.


E Nancy era la persona più adulta che Émile avesse mai incontrato. Adulta e libera. Faceva solo quel che le pareva. Non accettava regole e si faceva beffe delle convenienze.


Tra lei e Berthe era stata guerra aperta fin dal primo momento, e Berthe era impallidita leggermente, la sera del suo arrivo, quando dalla stanza dell’inglese era venuto un frastuono dapprima inspiegabile. Con tutta calma, senza permesso e senza l’aiuto di nessuno, Nancy si era messa a cambiare posto ai mobili, il letto, l’armadio, la credenza, e l’indomani, facendo le pulizie, avevano trovato le litografie che decoravano le pareti impilate sul guardaroba.


All’epoca Émile credeva ancora che fosse una questione fra lui e Nancy. Ci aveva messo un bel po’, dopo, a capire che in realtà era stata solo una questione fra Nancy e sua moglie, e quella scoperta lo aveva umiliato.


Nonostante la presenza degli altri ospiti – tutte le stanze infatti erano occupate e c’era parecchio movimento –, si sarebbe creduto che fossero solo in tre a recitare, passando dall’ombra al sole e dal sole all’ombra, da una stanza all’altra e dalla casa alla terrazza, una pièce quasi muta, una sorta di balletto di cui gli spettatori non conoscevano il tema.


Émile aveva voglia di Nancy, una voglia a tratti dolorosa, diversa da quella che aveva provato per altre donne. Quando lei gli stava davanti al bancone, o quando andava a trovarlo in cucina, percepiva il suo odore, intuiva il sudore che, sotto il vestito, colava in grosse gocce sulla pelle nuda, bagnando il tessuto.


Lei sembrava sfidarlo con lo sguardo, saggiare il suo desiderio che la faceva ridere di una risata provocatoria, quasi che dicesse:


«Ne avrai il coraggio?».


La prima mattina era uscita a piedi verso le undici ed era tornata solo all’ora di pranzo. Émile sapeva dove si era diretta.


«Ho fatto un delizioso bagno di sole fra i pini. Ho trovato una grande roccia, laggiù...».


«La Roccia Piatta».


Era così che chiamavano la roccia, sulla quale Nancy non era la prima a stendersi, più o meno svestita, per lasciarsi dorare dal sole.


«Non so se qualcuno mi ha vista. Ho sentito delle persone fra gli alberi, voci di bambini...».


Indicava con lo sguardo la famiglia che mangiava in un angolo della terrazza.


«Émile!» chiamava Berthe.


Aveva bisogno di lui. Da quando Nancy era arrivata alla Bastide aveva continuamente bisogno di lui.


«Sembra che la bouillabaisse stia finendo».


Il caldo era soffocante. Nancy, a cui non piaceva bere da sola, lo invitava a unirsi a lei. E lui provava sempre quel desiderio lancinante, doloroso quanto una ferita.


Doveva farle vedere che non era un ragazzino, che non aveva paura di sua moglie. Per tre giorni quel pensiero lo aveva ossessionato. Quando Nancy durante la giornata saliva in camera, per un motivo o per l’altro, sembrava aspettarsi che lui la seguisse. Lui non osava, certo com’era che nel giro di qualche secondo Berthe sarebbe andata a bussare alla porta con una scusa qualunque.


Non osava nemmeno darle appuntamento nel Casolare, dove aveva preso l’abitudine di riposare al pomeriggio, perché dalla casa l’avrebbero vista entrare.


Lei continuava a provocarlo, passandosi la lingua tra le labbra; a volte veniva da credere che si aspettasse che lui le saltasse addosso proprio lì, nella sala, sulle mattonelle di cotto, accanto al bancone.


Era ritornata alla Roccia Piatta. Il terzo giorno, finalmente, Émile aveva preso un cesto in cucina e si era diretto con un’andatura quasi naturale verso l’orto di Maubi.


Capitava che andasse personalmente a raccogliere la verdura o le erbe aromatiche. Il più delle volte incaricava Maubi quando, al mattino presto, veniva a prendere istruzioni.


Non doveva camminare troppo in fretta, perché avrebbe giurato che, da una delle finestre, Berthe lo stesse seguendo con gli occhi.


Per fortuna la parte bassa dell’orto non era visibile dalla casa. Confinava con la pineta. Saltando un muretto diroccato, per raggiungere la roccia c’era da percorrere appena un centinaio di metri in mezzo alla sterpaglia.


Nancy, che doveva per forza averlo sentito arrivare, non aveva mosso un dito per coprirsi. Aveva buttato i vestiti e la borsa di paglia intrecciata lì accanto, e indossava un paio di occhiali scuri che le nascondevano gli occhi.


A Émile era sembrato di commettere uno stupro, in modo goffo, maldestro.


Mai in vita sua era penetrato in maniera così animalesca nella carne calda di una femmina e, per via di quelle pupille il cui sguardo gli sfuggiva, di quella bocca socchiusa in un sorriso che non riusciva a capire, a un certo punto aveva levato il pugno per colpirla.


Lei aveva riso, una risata irrefrenabile, dicendo con la tenerezza che di solito si riserva ai bambini:


«Émile!... Il mio bravo piccolo Émile...».


Di colpo era stata lei a prendere l’iniziativa, a fare la parte dell’uomo, trionfalmente, per poi lasciare che il suo corpo si rilassasse mormorando:


«Sei contento?».


Lo stavano chiamando, da qualche parte nel bosco, non la voce di Berthe ma quella della signora Lavaud, e Nancy aveva sfoderato di nuovo quel suo sorriso impietosito.


«Va’!... Tua moglie si arrabbierà se no...».


Émile aveva dovuto, per essere credibile, infilare qualche verdura nel cesto. Camminava a testa bassa. Berthe, con il viso e il corpo freschi in un abito chiaro senza una grinza, faceva i conti nella penombra, accanto al bar.


«Credo che la signora Lavaud abbia bisogno di te».


Le cose non stavano andando come si aspettava. Lo lasciava tornare in cucina e riprendere il ritmo delle sue occupazioni. Poi, poco prima di pranzo, Nancy era rientrata, con in mano la borsa di paglia, e si era diretta verso il bar senza che succedesse niente.


«Versami da bere, Émile! Muoio di sete».


Di che aveva paura Émile? Ce l’aveva con se stesso perché gli tremava la mano mentre prendeva la bottiglia di pastis.


«Bevi un bicchiere anche tu. Offro io».


Berthe non alzava nemmeno la testa. Stiracchiandosi, Nancy provò il bisogno di esclamare, estasiata:


«Quel bagno di sole è stato meraviglioso, Émile! Sua moglie dovrebbe provare. Vive nel Midi ed è bianca come una londinese».


Che posto occupava quell’incidente nel quadro d’insieme? Era una causa fra le altre? L’indomani Émile era stato sul punto di uscire per seguire Nancy. Gli sembrava necessario. Era quasi un imperativo. Aveva già preso il cesto, in un angolo buio della cucina dove la signora Lavaud eviscerava il pollame.


«No!» aveva detto una voce.


Era sua moglie, naturalmente, in piedi nel riquadro della porta. Lui aveva balbettato:


«Vado a prendere qualche...».


«Se ti serve qualcosa dall’orto, ci penserà la signora Lavaud».


Nient’altro. Lui non aveva osato insistere. Ma non aveva dimenticato quell’umiliazione, e nemmeno quella del giorno seguente.


Era un giorno di mercato. Émile aveva pensato a tutto. Se si fosse sbrigato, sarebbe arrivato per tempo alla curva della salita dove avrebbe potuto lasciare per un momento il furgoncino per raggiungere Nancy sulla Roccia Piatta.


Era così sicuro del fatto suo che, prima di uscire, le aveva dato appuntamento con lo sguardo. Lei aveva capito. Si guardavano già come due amanti di lunga data.


Si era immerso tutto arzillo nella confusione piena di luce e odori del mercato Forville, affrettando il passo, privandosi del suo solito caffè da Justin.


La salita non era abbastanza larga per due macchine. Il furgoncino la occupava tutta. Se fosse arrivata un’altra macchina, sarebbe stata costretta a suonare il clacson.


Émile, a piedi, era corso sotto gli alberi, aveva sentito da qualche parte delle voci di bambini, era arrivato ansante alla Roccia Piatta e non vi aveva trovato nessuno.


Fu così ingenuo da aspettare per almeno dieci minuti, dicendosi che forse Nancy era in ritardo, poi andò a riprendere il furgoncino e poco dopo entrò nella sala dove trovò la moglie al solito posto, sempre intenta a fare i conti, la sua parte del lavoro comune.


Lei non alzò la testa. Non gli fece domande. In cucina, gli parve che la signora Lavaud avesse un’aria strana, ma dato che Berthe poteva sentirli non le chiese niente.


Avrebbe saputo, prima o poi. Tra un attimo avrebbe sentito la voce dell’inglese reclamare l’aperitivo. Il tempo passava. I pensionanti si mettevano a tavola. Berthe si stava occupando di una coppia di italiani che voleva sedersi all’ombra.


Mentre servivano gli antipasti lui salì i gradini a quattro a quattro fino al primo piano, aprì la porta della camera di Nancy e capì. Le sue valigie non c’erano più. I mobili erano tornati al loro posto e la stanza era stata rassettata, arieggiata in modo da scacciarne perfino l’odore.


Soltanto verso le cinque, quando Berthe era salita ad accompagnare in camera dei nuovi pensionanti, aveva guardato la signora Lavaud con aria interrogativa e lei aveva subito capito dove voleva andare a parare.


«Sua moglie l’ha messa alla porta».


Tutto qui. Non aveva più rivisto Nancy. Ne conservava solo un ricordo piuttosto confuso. Tre giorni che aveva vissuto senza sapere bene cosa gli stesse succedendo, come in preda alla febbre.


Eppure quei tre giorni avrebbero avuto la loro importanza, un po’ come quando un graffio si infetta.


Gli capitava più spesso del solito di pensare:


«Mi ha comprato».


Per un mese non aveva avuto rapporti sessuali con la moglie, che del resto non aveva insistito. A volte, vedendola con la testa china sulle sue fatture, si chiedeva se lei lo amava, se provava nei suoi confronti qualcosa di più del senso di possesso. Questo pensiero lo tormentava. Avrebbe voluto trovare una risposta. Più di ogni altra cosa avrebbe voluto potersi dire che non lo amava.


Sarebbe stato tutto più semplice. Si sarebbe sentito libero. Passarono altri sei mesi di una vita senza scossoni, di un tran-tran quotidiano, prima che una mattina Pascali comparisse nel riquadro della porta con a fianco la figlia.


«È in casa sua moglie, signor Émile?».


«Scenderà fra poco».


Berthe dormiva fino a tardi, la mattina, si faceva portare la colazione in camera e si preparava con lentezza, forse realizzando un sogno di quando era piccola.


Émile, che aveva riconosciuto la ragazzina vestita di nero che aveva intravisto più volte nella pineta, non si era fatto domande. Per l’esattezza, aveva pensato che Berthe doveva aver chiamato il muratore per qualche riparazione, perché era lei a occuparsene.


Rivedeva Pascali seduto in un angolo, con il berretto in mano e i capelli bianchi che, nella penombra, facevano l’effetto di un’aureola. La ragazza rimaneva in piedi.


«Gli serva un bicchiere di vino, signora Lavaud».


Era autunno. La vendemmia era finita ed Émile stava preparando il pâté di merli. Era una delle sue specialità.


Aveva capito fin dall’inizio che doveva servire soprattutto piatti della zona, e li aveva studiati con cura.


Se la sua bouillabaisse non era niente di speciale, perché non sempre aveva a disposizione i pesci che voleva lui e anche per via dei costi di realizzazione, il suo risotto ai calamari, per esempio, era famoso tra i buongustai di Cannes e di Nizza che spesso, la domenica, venivano apposta per mangiarlo.


Il suo pâté di merli non era da meno, e lo stesso valeva per il coniglio farcito, di cui custodiva gelosamente la ricetta.


Tant’è che Nancy, che era golosa, gli aveva detto, e stavolta seriamente, senza ironia, ne era convinto:


«Se ti trasferissi a Londra, a Soho, faresti fortuna in un lampo».


A lui non andava di vivere a Londra, voleva restare lì. Aveva messo radici. Si sentiva a casa. Se solo non ci fosse stata Berthe...


Alla fine era scesa. L’aveva chiamata dall’altra stanza.


«C’è qui Pascali che vuole parlarti...».


Lei aveva fatto entrare il muratore nella sala, e la figlia l’aveva seguito, con un’andatura che Émile notò per la prima volta, simile a quella che viene attribuita agli Indiani nei romanzi sul Far West e agli zingarelli che camminano ancora scalzi. Eppure portava delle espadrilles, ed Émile si accorse che aveva le gambe sporche.


Sentì, senza badarci, il mormorio di una conversazione. Poi vide Pascali uscire al sole della terrazza.


Un attimo dopo qualcuno stava camminando al piano di sopra, ma passò mezz’ora prima che Émile trovasse la moglie in sala da pranzo da sola.


«Non ho visto andare via la figlia di Pascali».


«È di sopra, a sistemare la mansarda che serviva da ripostiglio. L’ho assunta come domestica e quella sarà la sua stanza».


Lui non aveva voce in capitolo. All’inizio non vi diede importanza. Era piuttosto contento di vedere un’altra persona in casa, perché la signora Lavaud non riusciva a star dietro a tutto e la clientela continuava ad aumentare.


 


 


«Tuo marito è andato da un dottore?».


Il tempo passava e a segnare più di tutto la fuga degli anni era ancora, durante la bassa stagione, la presenza in casa della signora Harnaud per un mese circa.


Non riusciva a far pace con l’idea che Berthe non avesse figli.


«Dovreste andarci entrambi».


Quando era alla Bastide non smetteva di spiarli, senza darlo a vedere, perché all’apparenza era la discrezione, la riservatezza fatta persona.


«Non badate a me. Sbrigate le vostre faccende. Sono abituata a stare da sola e non mi annoio mai».


Sferruzzava per ore, seduta in un angolo o in un altro, attenta a tutti i rumori, alle voci, al minimo sussurro.


«È una ragazza di qui? Mi sembra di averla già vista da qualche parte».


Ada, ora, indossava un grembiule bianco sugli informi abiti neri che sembrava aver adottato una volta per tutte. I suoi capelli, per un certo periodo, erano stati oggetto di litigi quasi quotidiani.


«Va’ a pettinarti, Ada».


Ada non rispondeva mai e Berthe lo trovava esasperante. Non si capiva nemmeno se avesse sentito.


«Di’: “Sì, signora”».


«Sì, signora».


«Allora va’ a pettinarti».


I capelli, che portava legati sulla nuca, sembravano non aver mai visto un pettine. Erano neri, folti come quelli delle donne asiatiche.


«Ti sei lavata i capelli come ti avevo chiesto? Dimmi la verità. Se entro domani non te li sei lavati, ti infilo la testa nel catino e te li insapono io stessa».


La signora Harnaud diceva di Ada:


«Non credi che sia un po’ matta?».


«Può darsi. Non lo so. Neanche suo padre è tanto a posto e pare che sua madre sia una subnormale».


«Non hai paura?».


«Di cosa?».


«A me quelli come loro fanno impressione. Ne ho conosciuto uno, un ragazzo che lavorava per tuo padre e che, una mattina, ha avuto una crisi epilettica nel bel mezzo della cucina. Aveva la bava alla bocca...».


«Ho chiesto al dottore...».


«A quale?».


«Chouard».


«È un ubriacone. Non chiamerete mica lui quando state male, voglio sperare».


«No. Andiamo da Guérini. Il dottor Chouard passa ogni tanto a bere un bicchiere».


«Diciamo pure una bottiglia o due! Me lo ricordo, quello. Lui che cosa ne pensa?».


«Dice che non è malata. Ha solo un ritardo».


«Un ritardo?».


«Ci sono persone, pare, che non superano mai una certa età mentale».


«A che età si è fermata?».


Berthe fece spallucce. Ada aveva il vantaggio di costare poco. Non pagavano direttamente lei. Il suo compenso lo versavano al padre, il quale aveva chiesto che non le venisse lasciata alcuna libertà. Per Berthe era comodo. Ada era sempre disponibile, giorno e notte, estate e inverno, e solo ogni tanto faceva una breve visita alla casa che Pascali aveva costruito al limitare di Mouans-Sartoux.


Quello che, più o meno ogni due settimane, compariva sulla terrazza era Pascali. Entrava in cucina togliendosi il berretto, si sedeva, sempre allo stesso posto, accettava il consueto bicchiere di vino, uno solo, mai due, e rimaneva lì per mezz’ora o tre quarti d’ora senza che dovessero badare a lui.


Non faceva domande, non baciava la figlia, non le diceva niente se non, ogni volta:


«Ciao».


Quanto a lei, alcuni dei clienti avevano creduto, i primi giorni, che fosse muta. Se era sbadata e dimenticava spesso le istruzioni, cercava comunque di svolgere i suoi compiti e perfino di rendersi utile quando non aveva niente da fare.


Si erano abituati alla sua presenza, come a quella di un animale domestico più che di una persona. Era piuttosto silenziosa. Nei giorni di grande movimento non si sedeva a tavola per mangiare, ma si accontentava di piluccare gli avanzi dai piatti che tornavano in cucina.


Berthe non aveva mai insistito perché Émile andasse a vedere Guérini o un altro medico a proposito di quello che aveva insinuato sua madre. Invece da Guérini ci era andata lei, un giorno che aveva il raffreddore. Gli aveva parlato anche dell’altra faccenda?


Possibile. Émile non se ne preoccupava. Da quando viveva alla Bastide non aveva mai avuto bisogno del medico, e quando si era preso l’influenza, il quarto o il quinto inverno, si era curato da solo a colpi di grog e aspirina.


Guérini e la moglie ogni tanto venivano a mangiare alla Bastide, quando la domestica aveva la sera libera. Erano una coppia giovane, simpatica. A Mouans-Sartoux temevano di perdere il loro medico, perché si diceva che fosse troppo in gamba per passare la vita in un paesino e che presto o tardi si sarebbe trasferito a Cannes o a Nizza, o addirittura a Marsiglia.


Ordinato, scrupoloso, conduceva una vita morigerata. Se in settimana era reperibile a qualunque ora del giorno e della notte, per i ricchi e per i poveri, la domenica, salvo nubifragi, la riservava per trascorrere una giornata di solitudine in mare a bordo della sua barca.


La moglie, che capiva quel bisogno di staccare, non lo accompagnava e rimaneva a casa con i due bambini. Il più piccolo aveva solo pochi mesi.


Chissà se un uomo del genere a volte veniva roso dai propri pensieri.


In realtà, per tutto quel periodo, Émile non era stato infelice. Aveva finito per scendere a patti con la realtà. Non cercava più di sapere chi comandava in casa, né se sua moglie lo trattava come dev’essere trattato un uomo.


Gli bastavano le apparenze, e aveva pure lui la sua barca, a bordo della quale scappava non appena possibile. E aveva anche, nella stagione morta, le partite a bocce, e a volte, nelle sere d’inverno, qualcuno degli abitanti di Mouans-Sartoux saliva per giocare a carte con lui.


Non si chiedeva se gli altri erano diversi, né se avrebbe preferito un’altra sorte. A poco a poco la vita alla Bastide si era regolata ora per ora, quasi minuto per minuto. Lui scendeva sempre allo stesso momento, dopo aver sentito Ada scendere per prima e preparare il caffè, e in cucina trovava la signora Lavaud che era appena arrivata e si stava annodando il grembiule.


Le stanze della casa venivano pulite l’una dopo l’altra, scandendo il ritmo della giornata. In aggiunta c’erano i riti dell’estate e i riti dell’inverno, che erano piuttosto diversi.


D’estate, solo in luglio e in agosto, quando facevano fino a cinquanta coperti a ogni pasto, al mattino la moglie di Maubi veniva a dare una mano e assumevano un cameriere per aiutare Ada a servire in tavola, quasi sempre un ragazzo alle prime armi, per pagarlo meno.


A volte in una stagione dovevano cambiarne due o tre perché c’era quello che rubava, o quello che beveva, o quello che si mostrava sgarbato con i clienti e perfino con Berthe.


Così, dietro a una vita in apparenza tranquilla c’era sempre qualche piccolo dramma, non fossero altro che le discussioni con i fornitori o con gli artigiani della zona.


La verità era che Berthe si faceva carico di tutte quelle cose senza mai lamentarsi. Al di fuori della spesa e della cucina, Émile non si preoccupava di niente, ed era tanto se la moglie lo consultava quando bisognava mettere in previsione qualche riparazione o qualche miglioria.


Era sempre lei a preparare i conti dei clienti, a incassare, a portare il denaro in banca una volta a settimana.


Émile aveva davvero voluto così? Non aveva lasciato che la situazione si assestasse a quel modo per pigrizia? Berthe, all’epoca, era già diventata la nemica?


Non avrebbe saputo dirlo. Dopo anni di matrimonio, però, il corpo di sua moglie gli era più estraneo di quello di Nancy, per esempio, che aveva posseduto una volta sola.


Conosceva due o tre ragazze, a Cannes, che andava a trovare quando capitava, ogni tanto all’ora del mercato. Sapeva che le avrebbe trovate a letto, perché frequentavano il casinò e la discoteca e, avendo poco tempo, faceva l’amore in fretta e furia, un po’ come se volesse vendicarsi, o provare a se stesso di essere un uomo.


Non beveva, come il suocero aveva fatto per tutta la vita, come il padre e il fratello ancora facevano; si accontentava di qualche bicchiere di rosé durante il giorno, specie la mattina, verso le undici, prima del tour de force del pranzo.


Non mangiava con la moglie. Lei veniva servita da sola a un tavolo, sulla terrazza o, se il tempo non lo permetteva, nella sala da pranzo, come i clienti, insieme a loro.


I domestici mangiavano prima, in cucina. Quanto a lui, solo quando cominciavano a servire i formaggi e il dolce si lasciava cadere su una sedia, a un capo del tavolo, e trangugiava il cibo di fronte alla signora Lavaud che stava già lavando i piatti.


La routine estiva era quella. Il resto dell’anno le cose andavano diversamente e a volte, in inverno, soprattutto nei giorni di forte maestrale, oppure quando il vento dell’Est portava con sé le grandi piogge, capitava che per oltre una settimana non un solo cliente, non un solo estraneo varcasse la porta della Bastide.


Per quanto riguardava il suo piano questo non aveva importanza, perché era un piano interamente basato sulla vita estiva, anzi, a voler essere precisi sulla vita del periodo di transizione, quello già animato che precede l’assalto dei villeggianti in ferie.


Era stato proprio in quel periodo, due anni prima, che era cominciata fra lui e Ada. Dopo aver finito di mangiare Berthe saliva a riposarsi per un’ora o due, come la maggior parte dei pensionanti. Allora in tutta la casa si sentivano le persiane chiudersi, ed era lo stesso per le persiane di Mouans-Sartoux e dell’intera regione.


Se Émile e la moglie, di notte, dormivano nello stesso letto, il famoso letto dei suoceri, che agli occhi di Berthe doveva essere un simbolo, lui aveva preso l’abitudine di fare la siesta o nel Casolare, quando non era occupato, o all’ombra di un fico.


Aveva le sue ragioni. Intanto non gli piaceva spogliarsi e rivestirsi nel bel mezzo della giornata, mentre sua moglie ci teneva a infilarsi a letto. Inoltre il loro riposino non aveva la stessa durata. E per finire lui sudava copiosamente, e questo a Berthe dava fastidio.


Ad ogni modo, senza che la cosa fosse mai stata oggetto di discussione, Émile aveva conquistato quel momento di libertà.


Si assopiva in fretta, restava semicosciente di quello che gli succedeva intorno, dell’ora, della corsa del sole, e continuavano ad arrivargli alcuni rumori. Frammenti di pensieri gli attraversavano la testa senza più riuscire a concatenarsi, sfumando via via e deformandosi talvolta in modo divertente.


In fin dei conti quello era, insieme al tempo che passava in mare, il momento migliore delle sue giornate.


A volte veniva invaso dal desiderio, specie quando gli accadeva di rievocare Nancy e la Roccia Piatta, e gli era capitato di tendere la mano nel vuoto come se dovesse trovare accanto a sé un corpo di donna.


Era un peccato, tutto qui. Sarebbe stato piacevole. Visualizzava immagini precise e finiva per consolarsi ripromettendosi di andare a trovare il giorno dopo una delle ragazze di Cannes.


Non aveva mai pensato a Ada. Si rendeva conto a malapena che era una donna. Almeno fino a quando, un pomeriggio, Berthe era andata in città con il furgoncino per fare compere, lenzuola e federe, se lo ricordava bene.


Finita la siesta, lui era rientrato in casa e aveva trovato la signora Lavaud addormentata sulla sedia, con il mento sul petto. Incuriosito dall’assenza di Ada, aveva salito le scale, chiamandola a bassa voce. Non ottenendo risposta, aveva continuato a salire e aveva spinto la porta della mansarda.


Le persiane erano chiuse. Nella penombra, Ada dormiva nuda sul letto, di cui non aveva scostato la coperta.


Émile aveva esitato, non per via di Berthe, ma per via di Pascali, che gli faceva un po’ di paura.


Non voleva che dopo sua figlia dicesse che l’aveva presa con la forza, o approfittando del sonno, e avvicinandosi al letto aveva chiamato più volte:


«Ada... Ada...».


Era sicuro che lei avesse sentito, ma non si muoveva, teneva gli occhi chiusi, le gambe leggermente aperte.


Allora l’aveva toccata, dapprima con la punta delle dita, e aveva visto un fremito percorrerla.


«Ada...».


Con le labbra socchiuse, lei aveva sospirato senza dire niente, ma Émile avrebbe giurato che trattenesse a fatica un sorriso.


Pazienza! L’aveva fatta sua, rifiutandosi di rimuginare oltre, ed era rimasto sorpreso dall’espressione radiosa che aveva illuminato il viso della piccola selvaggia.


Non aveva mai visto un essere umano provare un’estasi simile e di colpo, stringendolo con foga tra le braccia magre, premendogli il petto contro il suo con una forza insospettabile, Ada aveva balbettato qualcosa che suonava come:


«Finalmente...».


Mentre lui, spiazzato, avrebbe voluto trattenersi dal godere, lei si era messa a singhiozzare dalla felicità, in preda a una gioia interiore, profonda, incontenibile e al tempo stesso dolorosa, pura e torbida insieme, di cui Émile non immaginava l’esistenza.


Quasi non aveva visto le sue pupille. Erano state le lacrime, grosse lacrime infantili, a farle aprire le palpebre, e lei subito le aveva richiuse, era tornata immobile, poi, mentre lui, scosso e impacciato, si rialzava, si era tirata addosso un lembo di coperta.


Si era rimessa a fingere di dormire. Il suo piccolo petto si sollevava a ritmo regolare, la mano restava stretta intorno alla lana ruvida della coperta. Si sarebbe potuto credere che non fosse successo niente, ed Émile era uscito in punta di piedi, aveva richiuso silenziosamente la porta e si era andato a piantare sulla soglia della cucina mentre la signora Lavaud cominciava a darsi da fare.

5

Se non era ancora il vero inizio, quell’evento fortuito che lui, in totale buona fede, non si era aspettato, e che in confronto al resto era durato così poco, aveva comunque rappresentato un punto di svolta.


In piedi sulla soglia Émile si era sentito invadere da uno strano panico, soprattutto fisico, che faceva fremere in modo sgradevole tutti i suoi nervi. Gli ricordava confusamente la Bibbia, non cercava di capire cosa di preciso, forse Adamo ed Eva che si accorgevano di essere nudi, o Dio padre che chiedeva a Caino dove fosse suo fratello, o ancora la moglie di Lot?


Quello che era appena successo non era più grave di quello che succedeva ogni settimana tra lui e le altre ragazze, a Cannes o a Grasse. Il suo non era stato un gesto premeditato. Qualunque uomo, al posto suo, probabilmente avrebbe agito allo stesso modo e lui era convinto che Ada aspettasse una sua mossa da tempo.


Di che cosa aveva paura? Perché aveva paura, una paura imprecisata come quella che assale gli animali durante i temporali e i grandi cataclismi. Provava il bisogno di entrare in cucina e versarsi un bicchiere di vino per avvicinarsi a qualcuno, alla signora Lavaud, che non osò guardare subito e a cui chiese:


«Mia moglie non è tornata?».


Lo sapeva già. Avrebbe sentito la macchina.


«No, signor Émile».


Gli parlava come sempre. Non dava l’impressione di sapere. E se anche avesse saputo? Stava dalla sua parte. Quando Berthe non vedeva la guardava con un’espressione dura, e lei non perdeva occasione di umiliarla come umiliava chiunque le si accostasse.


Si sarebbe detto che Émile cercasse delle spiegazioni rassicuranti per quel panico, e andò avanti così per diversi giorni, durante i quali ebbe la sensazione di non essere se stesso.


Era come se si portasse dentro il germe di qualcosa di ancora sconosciuto. Lo stesso tipo di malessere che provano certe persone quando covano un malanno e si lamentano di non sentirsi in forma.


Dopo la sua breve avventura con Nancy non era accaduto niente del genere. Lasciando la Roccia Piatta aveva voglia di cantare, soddisfatto di sé e di lei. Pensava di aver ottenuto una vittoria, anche se era destinata ad aver vita breve. Le aveva dimostrato che non era un ragazzino, ma un uomo, e che non aveva paura di una donna. Si sentiva appagato. Era un bel ricordo, caldo e voluttuoso.


E quando poi non aveva ritrovato l’inglese all’appuntamento, quando aveva scoperto che Berthe l’aveva messa alla porta, aveva stretto i pugni dalla rabbia, sapendo che non avrebbe mai perdonato la moglie.


Eppure, non ne era stato sconvolto nel profondo.


Stavolta Berthe tornò dalla città senza lanciargli sguardi interrogativi, men che meno sospettosi. Ada si era rimessa al lavoro, talmente uguale agli altri giorni che a Émile veniva quasi da chiedersi se fosse davvero successo qualcosa.


Per un attimo era stata una delle sue paure. Di fatto non la conosceva. Sapeva, aveva sentito ripetere che non era come le altre.


Non avrebbe potuto, di colpo, comportarsi in modo diverso, mettersi a guardarlo con amore, o con rimprovero, oppure correre dal padre per raccontargli in lacrime quello che era successo?


Invece, a mano a mano che le ore e i giorni passavano, Émile si convinse che quello che aveva fatto era necessario e che ormai ne sarebbe dipeso quello che avrebbe fatto dopo, come per una sorta di fatalità.


C’erano state giornate strane, tormentose, che non avrebbe voluto non vivere, che erano forse le più importanti della sua esistenza ma che gli avevano lasciato un ricordo confuso e quasi imbarazzante.


Anche questo gli riportava alla mente in modo vago certe storie di santi, di san Pietro che aveva tradito tre volte e del gallo che cantava.


La prima sera, per esempio, steso nel letto accanto a Berthe, che già dormiva e di cui sentiva il calore, si era pentito di aver compromesso, con un gesto avventato, un equilibrio che all’improvviso gli sembrava soddisfacente, una routine a cui si era abituato così bene che l’idea che potesse cambiare lo spaventava.


Era quasi certo che lo avrebbe rifatto, o di propria iniziativa o perché Ada si sarebbe imposta.


Presto o tardi Berthe lo avrebbe scoperto, lei che sapeva tutto quello che succedeva, non solo in casa ma anche in paese.


E più ancora di lei temeva Pascali, che come la figlia non era un uomo come gli altri e aveva reazioni imprevedibili.


Lo immaginava arrivare alla Bastide, non più per sedersi in cucina a bere in silenzio il suo bicchiere di vino, ma per chiedergli conto.


E poi lui non aveva preso precauzioni mentre Ada, dal canto suo, era troppo ignorante per porsi il problema.


Se fosse rimasta incinta?


Sicché fu lui che si mise a tenerla d’occhio, sconcertato di vederla impassibile come sempre, con appena, sul viso, il riflesso di una gioia interiore.


Forse in fondo si sbagliava e si era solo immaginato tutto. Era colpa di Berthe, della sua presenza soffocante, di come l’aveva subdolamente rinchiuso in un cerchio invisibile ma reale.


Aveva voglia di ribellarsi e non osava farlo. Era così smarrito che in certi momenti arrivava ad accusare Ada di aver turbato quella che ora chiamava la sua pace.


«Non si ripeterà!».


Cinque giorni dopo non ce la faceva più. Aveva cambiato umore. Da solo nel Casolare, all’ora della siesta, pensava a Ada con un’intensità lancinante, dolorosa.


«Dopo, quando mia moglie sarà a letto, vieni a trovarmi».


Era umiliante doversi nascondere, sussurrare furtivamente, aspettare, come un giovane al primo amore, un battito di palpebre della piccola selvaggia.


«Hai capito? Fa’ finta di andare a prendere la legna».


La legna serviva per cucinare e per fortuna la catasta era proprio dietro al Casolare.


Mentre la aspettava, a tratti sperava che non sarebbe venuta. Invece venne. E lui le si gettò addosso come un affamato su un pezzo di pane.


«Dovrai venire ogni volta che te lo chiedo. Verrai?».


Stupita dalla domanda, lei disse di sì. Le sembrava talmente ovvio!


Non capiva il suo nervosismo, la sua smania. Dal modo in cui la prendeva si sarebbe potuto credere che la odiasse e facesse di tutto per distruggerla.


Gli ci vollero giorni, settimane per raggiungere un certo equilibrio, che non somigliava in nulla a quello di un tempo. Ci stava facendo l’abitudine. La paura svaniva. Non pensava più a Pascali, né al rischio di una gravidanza.


La vita continuava, con le stagioni che ne segnavano le fasi e il passo, il tempo delle mimose, poi quello delle arance e del gelsomino, il tempo delle ciliegie e infine, prima della calma dell’inverno, la raccolta delle olive e la vendemmia.


Avevano una piccola vigna, se ne occupava Maubi. Dal momento che il vecchio torchio era stato demolito per fare spazio alla sala da pranzo, vendevano l’uva a un vicino, che li pagava con il vino dell’annata precedente.


Anche in mare le stagioni si succedevano, e di volta in volta Émile pescava le donzelle, gli sgombri, le boghe e le orate.


Con suo stupore a quel modo erano passati quasi due anni e non c’era più bisogno che dicesse niente a Ada, bastava un battito di palpebre, a cui lei non dava altra risposta che un luccichio degli occhi.


Nessuno, al di fuori di Émile, si accorgeva che era diventata una donna, che non era più rigida e spigolosa, che la sua andatura si era ammorbidita e possedeva una strana dignità.


Se nell’aspetto era rimasta misteriosa e selvaggia, promanava una serenità che Émile non poteva far altro che paragonare a quella di un animale appagato. Per lei non contava nient’altro che vivere nella sua scia e non appena lui le faceva un cenno accorreva a stringerglisi addosso.


Era al tempo stesso il suo cane e la sua schiava. Non lo giudicava, non cercava di capirlo o di decifrarlo. Lo aveva scelto come padrone, così come un cane randagio, senza motivo apparente, si mette a seguire un passante.


Era accaduto un miracolo. Berthe-so-tutto-io non pensava affatto a tenerli d’occhio, proprio per via del suo orgoglio, che la rendeva ferocemente gelosa di tutte le altre.


Non le passava per la testa che Émile potesse anche solo guardare come si guarda una donna quella creatura che lei riteneva incompleta, quella zoticona, quella ragazzina magra e selvatica che agli occhi di tutti era un po’ tocca.


Così, tra Émile e la moglie si era stabilita una tregua apparente. Gli capitava meno spesso di avere l’impulso di ribellarsi. Un po’ della serenità di Ada aleggiava su di lui e a volte doveva trattenersi dal cantare, dal mostrarsi troppo gioviale, per paura di sollevare dubbi sui motivi della sua contentezza.


Una volta ogni tanto, per dovere e per prudenza, faceva l’amore con Berthe, ma, suo malgrado, quando lei cercava di baciarlo sulla bocca distoglieva il viso.


Si rifiutava di pensare a quello che gli avrebbe riservato il futuro. E in gennaio ci fu una settimana talmente insperata che ci credette davvero soltanto una volta che Berthe fu sul treno.


La signora Harnaud, che come al solito all’inizio dell’inverno era venuta a passare un mese sulla costa, lassù, a Luçon, si era presa la polmonite. Berthe non poteva non andare da lei. Mentre faceva i bagagli era pallida, più che per la malattia della madre per la prospettiva di lasciare solo il marito.


In quell’occasione aveva pronunciato, non senza aver esitato a lungo, una frase rivelatrice. Erano entrambi in camera da letto, dove Berthe stava finendo di impilare la biancheria nella valigia. Émile aveva notato che il labbro aveva preso a tremarle come quando era sul punto di dire qualcosa di sgradevole.


«So che approfitterai della mia assenza, ma ti chiedo di giurarmi...».


«Di giurare che cosa?» aveva finto di scherzare lui.


Lei però non scherzava. Aveva lo sguardo grave e duro.


«Devi giurarmi che nessun’altra donna entrerà in questo letto».


Perché lui non era riuscito a non arrossire?


«Giuramelo!».


«Lo giuro».


«Sulla testa dei tuoi genitori?».


«Sulla testa dei miei genitori».


Mentre scendevano a Cannes sembrava quasi che Berthe stesse per vomitare e in stazione, in attesa del treno, a più riprese aveva distolto il viso. Non aveva agitato la mano per salutare. Émile aveva guardato fino all’ultimo il suo profilo sfocato attraverso il vetro del vagone.


Sulla strada del ritorno non aveva ancora deciso niente. In casa non c’erano pensionanti. Gli unici a rimanervi per la notte erano lui e Ada.


Quando era rientrato, alle nove passate, Ada era già nella sua stanza.


Aveva salito i gradini a tre a tre, senza fiato più per l’eccitazione che per lo sforzo.


«Vieni con me...».


Lei aveva capito e aveva l’aria un po’ spaventata.


«Vieni con me, presto!».


Per la prima volta finalmente si sarebbero trovati insieme in un vero letto, senza aver paura, senza trasalire al minimo rumore, e si sarebbero addormentati stretti l’uno all’altro.


Valeva bene uno spergiuro, no?


 


 


La signora Harnaud era guarita. Berthe era tornata, lei aveva ripreso il posto di capofamiglia e la vita il suo ritmo abituale.


Erano arrivate, contemporaneamente, tre clienti svizzere, perché con il susseguirsi delle stagioni cambiava anche la clientela. In inverno e all’inizio della primavera, per esempio, non si vedevano mai più di due o tre persone per volta, quasi sempre donne di una certa età, vedove o zitelle, che venivano dalla Svizzera, dal Belgio o dal Nord della Francia.


Poi, a Pasqua, cominciava a comparire qualche famiglia che faceva solo un breve soggiorno, e fino a maggio tornava a regnare una relativa calma.


Allora, la domenica, era il turno degli italiani di passaggio in macchina, soprattutto coppie, che sulla terrazza si mescolavano alla clientela locale, fino alla grande invasione delle vacanze.


A volte passavano parecchi giorni senza che Ada potesse raggiungere Émile nel Casolare. In altre settimane invece riusciva ad andarci per due o tre giorni di fila, e lui, dal momento in cui le aveva dato appuntamento, e mentre la aspettava, mentre tendeva l’orecchio al suono dei suoi passi furtivi, e poi mentre erano insieme, non smetteva mai di sentirsi nel petto quell’ansia pungente.


Veniva preso anche da altre paure, ogni mese, perché continuavano a non adottare alcuna precauzione, per sfida, forse anche per rispetto nei confronti di lei come di lui.


Finora era sempre andata bene, e se ogni volta provava un vero sollievo, non poteva fare a meno di preoccuparsi, di pensare a quello che aveva detto la suocera sulla sterilità di certi uomini. Respingeva quell’idea con stizza, rifiutandosi di ammettere che la signora Harnaud potesse avere ragione, chiedendosi se a volte sua moglie non avesse lo stesso sospetto.


Non era strano che non parlasse mai di un’eventuale maternità, come se, con ogni evidenza, loro due non dovessero avere figli?


La scena madre ebbe luogo in giugno. Émile aveva bevuto, quella mattina, due o tre bicchieri di vino più del solito, perché era passato il dottor Chouard e lui gli aveva tenuto compagnia al bancone per un bel pezzo.


Era in quelle occasioni che gli veniva più voglia di Ada, e le aveva fatto cenno. L’aria torrida fremeva del canto delle cicale e il mare, in lontananza, era immobile, con i riflessi lividi di una lastra di ghisa.


Appena arrivata, Ada gli si era stesa accanto sul divano. Émile aveva stabilito da tempo che, se fosse arrivato qualcuno, lei si sarebbe precipitata al primo piano e sarebbe rimasta immobile, e alla peggio sarebbe saltata dalla finestra, che non era molto alta.


Non ne ebbe la possibilità. La porta era chiusa a chiave, le persiane sbarrate, ma le finestre erano rimaste aperte per creare una corrente d’aria senza la quale sarebbero morti di caldo. Émile era sempre stato convinto che le persiane non potessero aprirsi dall’esterno e sussultò quando vide il sole entrare di colpo nella stanza, con la stessa violenza con cui l’acqua penetra nella breccia di una diga.


Berthe, immobile, si stagliava nel rettangolo luminoso, e l’intensità della luce che si era sostituita senza transizione alla penombra impediva a Émile di distinguere i tratti del suo viso, di coglierne l’espressione.


Ada era già in piedi, con il vestito ancora sollevato, e guardava esitante la scala.


Émile si sentì dire:


«Resta qui».


Berthe rimaneva immobile. Aspettava. Lui si alzò lentamente, si passò le dita fra i capelli e alla fine si diresse verso la porta.


Senza aprire bocca si avviarono entrambi non verso casa ma verso la pineta, che non era lontana e da cui partiva un sentiero che, proprio come quello dell’orto, portava alla Roccia Piatta.


Finché restarono sotto il sole, che li stordiva, stettero in silenzio, e una volta all’ombra dei pini fu Émile il primo a non poter più tacere.


«Ora lo sai» scandì senza guardarla.


Berthe non piangeva, non sembrava sul punto di fare una scenata. Non c’era aria di tempesta.


«In fondo» continuò Émile in tono quasi leggero «è meglio così».


«Per chi?».


«Per tutti».


Si sentiva impacciato, ma non sapeva come altro comportarsi. Era vero che era sollevato. Le cose non potevano andare avanti a quel modo in eterno.


«Eppure non mi sarei aspettata una cosa del genere da te».


Berthe sembrava perplessa, spaesata. Forse, fino all’ultimissimo minuto, non aveva sospettato la verità ed era per puro caso che l’aveva scoperta.


«Quella ragazza non rimarrà con noi un’ora di più».


Di colpo Émile ne fu quasi felice. Aveva temuto pianti, disperazione, rimproveri. Stavolta era tentato di credere che Berthe a modo suo lo amasse, ed era a disagio all’idea di farla soffrire.


Lei però pensava a Ada, con la voce piena di freddo rancore, carica di veleno.


«E invece sì!» esclamò Émile, senza riflettere e senza chiedersi che conseguenze avrebbe avuto la sua decisione.


«Che vuoi dire?».


«Semplicemente che, se se ne va, io me ne vado con lei».


Lo stupore di Berthe fu tale che si immobilizzò, rimase inchiodata dov’era e lo fissò con espressione smarrita.


«Mi lasceresti per quella mezza matta?».


«Senza esitare».


«La ami?».


«Non ne ho idea, ma non permetterò che venga messa alla porta».


«Sta’ a sentire, Émile. È meglio che tu rifletta. In questo momento non sei in te».


«Ho deciso così. Non cambierò idea».


«E se fossi io ad andarmene?».


«Ti lascerei andare».


«Mi odi?».


«No. Non credo».


«Émile!».


Ecco che finalmente riusciva a piangere, ma era troppo tardi perché le sue lacrime potessero commuoverlo.


«Ti rendi conto di quello che stai facendo? Stai distruggendo tutto, insozzando tutto...».


«Insozzando che cosa?».


«Noi due! Te e me! E tutto per una ragazzina immorale che si è messa in testa di prendere il mio posto».


«Non prende il posto di nessuno».


Le parole non esprimevano esattamente il suo pensiero, ma su due piedi non ne trovava altre. Anche in un combattimento non sempre si riesce a colpire dove si vorrebbe.


«E se io dicessi tutto a Pascali?».


La guardò con durezza, a denti stretti, perché quella minaccia coglieva nel segno.


«Me ne andrei lo stesso».


«Senza di lei?».


«Con o senza di lei».


«Lasceresti La Bastide?».


Perversamente, Berthe trovava le argomentazioni capaci di fare breccia.


«Saresti disposto a lavorare di nuovo come cuoco negli alberghi?» ghignò.


«Perché no?».


Qualcosa girava a vuoto. Non c’erano più punti di contatto.


«Pensaci bene, Émile».


«No».


«E se io mi ammazzassi?».


«Resterei vedovo».


«La sposeresti?».


Lui preferì non rispondere. Si stava già pentendo della sua involontaria crudeltà. Era stata Berthe a cominciare. Émile non aveva percepito, da parte sua, alcun fremito che potesse essere attribuito all’amore.


Solo un disappunto, una rabbia da proprietaria.


Camminavano in silenzio, adesso, e quando attraversavano una chiazza di sole ai loro piedi crepitavano le cavallette.


«Sei sicuro di non voler aspettare domani?».


«Sono sicuro».


Era testardo. Già quando era piccolo, secondo sua madre, veniva voglia di prenderlo a schiaffi per via di quella sua aria cocciuta.


Percorsero un altro centinaio di metri senza parlare.


«Io ho il diritto di pretendere almeno una cosa».


«Cosa?».


«Per la gente, anche per la signora Lavaud e per i Maubi, non deve cambiare niente».


Émile non era certo di capire.


«In apparenza vivremo come al solito e continueremo a dormire nella stessa stanza».


Fu sul punto di chiedere:


«Nello stesso letto?».


Ma non voleva infierire troppo su di lei.


«Quanto a quella ragazza, lei per me non esiste più e non intendo rivolgerle la parola se non per darle gli ordini indispensabili».


Non doveva sorridere di soddisfazione, anche se quella che stava ottenendo grazie all’orgoglio di Berthe era una vittoria.


«Le porcherie che fate insieme non mi riguardano più, ma non voglio che si sappia, e se per caso dovessi metterla incinta ti proibisco di riconoscere il bambino».


Émile non aveva mai considerato la questione da quel punto di vista e non sapeva cosa prevedesse la legge.


«Siamo intesi?».


Si erano fermati l’uno di fronte all’altro e, stavolta, erano definitivamente due estranei.


Chissà se, come lui temette, per qualche secondo Berthe fu tentata di gettarglisi fra le braccia.


«Siamo intesi!» concesse.


Senza aspettarla, si diresse a grandi passi verso La Bastide, dove trovò, sulla soglia della cucina, Ada che, come se niente fosse, stava aiutando la signora Lavaud a sbucciare le patate.


Si limitò a strizzarle un occhio, per farle sapere che era tutto a posto.


Era soddisfatto e disorientato. In un lasso di tempo assurdamente breve era cambiato tutto, eppure la vita sarebbe andata avanti allo stesso modo. Non sapeva ancora come avrebbe fatto a adattarsi. Non si era mai chiesto se amava Ada, né di che genere di amore, e tuttora non sarebbe stato capace di dirlo.


Per il momento nel dramma lei era una semplice comparsa. Quel che contava era la rottura tra lui e Berthe, una rottura accettata da entrambe le parti.


Se qualche ora prima erano ancora marito e moglie, ormai non erano altro che due estranei, o più precisamente due soci, perché rimaneva La Bastide, e doveva essere il motivo per cui Berthe aveva proposto quello strano accomodamento.


La Bastide li aveva entrambi in pugno, amore o non amore, odio o non odio.


Berthe aveva comprato lui come Gros-Louis aveva comprato la vecchia cascina, ora se ne rendeva conto come mai prima, e gli aveva appena dettato le sue condizioni.


Andò a Mouans-Sartoux a giocare a bocce. La cosa peggiore fu, la sera, spogliarsi davanti a lei, perché all’improvviso gli sembrava indecente farsi vedere nudo. Non sapeva ancora se doveva augurarle la buonanotte o no. Evitò di guardarla, e si infilò tra le lenzuola tenendosi sul bordo estremo del letto.


Fu lei a spegnere la luce e a dire:


«Buonanotte, Émile».


Fece uno sforzo:


«Buonanotte».


Sarebbe andato a dormire in quel modo ogni sera per il resto dei suoi giorni?


L’indomani mattina scese qualche minuto prima del solito per anticipare la signora Lavaud.


«Che cosa ha detto?».


«Tu rimani qui».


«Non mi caccia via?».


Ada non si rendeva conto che significava ammettere che era Berthe a comandare e che Émile non aveva voce in capitolo.


«No».


Un momento di silenzio. Lei non capiva. Forse non cercava nemmeno di capire. Però voleva sapere come stavano le cose fra loro.


«E noi?».


«Non cambia niente».


Si iniziavano a sentire, ancora abbastanza lontani, sulla salita, i passi della signora Lavaud.


«Non so se, ora che lei sa, ci riuscirò ancora».


Émile si irrigidì all’istante, fu sul punto di darle uno schiaffo, senza una ragione precisa, poi disse seccamente:


«Farai quel che ti dico di fare».


«Sì».


«Prepara il caffè».


«Va bene».


Quel giorno non le chiese di andare nel Casolare, per pudore, forse per delicatezza. Fingeva di non badare a Berthe, che si muoveva con gesti da automa e gli rivolse la parola, con tono monocorde, solo per parlare del servizio.


Dopo la siesta prese il furgoncino e andò a Cannes a trovare una ragazza, una qualunque, per sfogarsi, e l’ironia della sorte volle che bussasse a tre porte prima di trovarne una in casa.


«Che cos’hai?».


«Niente».


«Hai litigato con tua moglie?».


«Spogliati e sta’ zitta».


In quei momenti aveva l’aria di un delinquentello, di uno di quei bulli che si vedono nei bar a darsi arie da duri.


Nella sua testa stava prendendo forma una frase a cui non riusciva ancora a dare un senso, e non prevedeva che sarebbe diventata un’ossessione.


«L’ammazzerò!».


Perché adesso sì che la odiava, non più solamente per una ragione o per un’altra, ma per tutto quanto.


Non si diceva più che lo aveva comprato, che era mossa solo dall’orgoglio e dalla rapacità contadina.


Non pensava nemmeno più al suo comportamento del giorno prima, né al patto che gli aveva proposto, o piuttosto alle condizioni che gli aveva dettato.


Aveva superato lo stadio della ragione e pure quello del sentimento. La frase sgorgava dal suo subconscio come un’evidenza, una necessità ineluttabile.


«L’ammazzerò!».


Non ci credeva, non ordiva piani, non si sentiva un potenziale assassino.


«Sei strano oggi» notò la ragazza. «Si direbbe che hai bisogno di prendertela con qualcuno. Dopo, in spiaggia, sarò coperta di lividi».


Doveva rincasare, per via della cena dei pensionanti. Era un po’ in ansia, entrando in cucina, perché si chiedeva se Berthe fosse stata di parola. Non è che la sera prima aveva detto così per abbindolarlo, e aveva invece approfittato della sua assenza per cacciare di casa Ada?


Ada c’era. Berthe faceva i conti. Era nel suo elemento. Se le avessero tolto la cassa sarebbe stata più smarrita che se avesse perso il marito.


Chissà se sua madre era infelice, da quando Gros-Louis era morto. Aveva ritrovato la sorella e la nipote, nella loro casa di zitelle, come un pesce che torna nel proprio elemento con un guizzo dopo essere stato tirato fuori dall’acqua.


Era ingiusto? Non gli importava.


«L’ammazzerò!».


Stavolta lo pensava standole davanti, guardandola mentre era china sulle carte, ed era già più grave.


In lui non c’era alcun impulso, né di pietà né di altro genere.


Ancora una volta, non era un progetto, e nemmeno un desiderio. Era qualcosa di vago, estraneo all’ambito della consapevolezza.


Per il momento non viveva in un universo solido, ma in una sorta di nebbia luminosa in cui forse persone e oggetti erano solo un’illusione.


Andò a versarsi da bere, al bancone, a cinque passi dalla moglie. Perché era pur sempre sua moglie. Di solito, appena lui prendeva una bottiglia, lei alzava la testa per vedere cosa stava bevendo e per mormorare, nel caso:


«Basta così, Émile».


Aspettava che lo dicesse. Avrebbe osato? Era ancora affar suo?


Fece apposta a vuotare il bicchiere in un sol colpo, si servì di nuovo, quasi che sperasse in un suo intervento.


Se anche ne fu tentata, Berthe alla fine rinunciò, e seguitò a dedicarsi ai suoi calcoli come se ignorasse la presenza del marito.


Era sancito una volta per tutte, allora: era libero!


A condizione che continuasse a dormire nella sua stessa camera, nel suo stesso letto, e a nascondersi per fare l’amore con Ada.


Scagliò a terra il bicchiere prima di entrare in cucina ridendo.


Libero, eh?

6

Gli toccò ancora attraversare, con la testa piena di confusione, un periodo caotico, incoerente. Erano in piena alta stagione, tutte le camere, tutti i tavoli sulla terrazza erano occupati e spesso gli ultimi arrivati aspettavano al bar che qualcuno finisse di mangiare per prenderne il posto.


Oltre al cameriere che Berthe aveva fatto venire da Lione, un tale Jean-Claude, troppo biondo, che ancheggiava come una donna, avevano dovuto assumere un ragazzo del posto, villoso e con le unghie sporche, e anche Maubi andava a dare una mano.


In cucina, ogni tanto Émile si asciugava con un canovaccio la fronte, imperlata di sudore a tal punto che gli colava sugli occhi e gli impediva di vedere, e la pausa fra la preparazione di un pasto e quella del seguente si accorciava sempre di più. Neanche a parlare di un giro in barca, o di una partita a bocce, ed era in mezzo a tutta quella confusione che pensava, quando ci riusciva, ai suoi problemi personali.


Come diceva uno che lavorava con lui nel seminterrato del grande albergo di Vichy, bisognava alimentare la macchina. Là sotto sembrava di essere in fabbrica. Anziché rifornire di carbone la caldaia della locomotiva, riempivano instancabilmente il montavivande per i maître e i capocamerieri che aspettavano al piano di sopra e si precipitavano ai tavoli.


Émile sentiva che la signora Lavaud lo osservava, cogliendo al volo ogni suo nuovo segno di nervosismo.


Inevitabilmente, tutti avevano notato che lui e Berthe si parlavano il minimo indispensabile, con voce neutra, quella che lui fra sé e sé chiamava una voce di cartone. Ed era anche come se avessero sul viso delle maschere di cartone.


Che cosa gli impediva di essere soddisfatto? Quasi ogni pomeriggio, pure quando non la desiderava, faceva cenno a Ada, che lo raggiungeva nel Casolare e, con gesti automatici, per prima cosa si tirava su il vestito, dato che all’inizio la chiamava per quello.


«Sdraiati».


Aveva letto che i grandi primati si stringono gli uni addosso agli altri per dormire, a volte intere famiglie, senza distinzioni di sesso, e non per riscaldarsi, dal momento che vivono nel cuore dell’Africa. Che sia per confortarsi? O per un bisogno di contatto?


In cattività, se si cercava di separarli per la notte si imbestialivano e il libro che gli era capitato sotto mano sosteneva che alcuni si lasciavano deperire.


Imbronciato, rabbioso, lui si incollava a Ada, con la mano sulla sua spalla, sulla schiena, sulla pancia, dove capitava, non aveva importanza, e si sforzava di addormentarsi mentre lei rimaneva come sospesa al suo respiro.


Qualcosa lo tormentava e si faceva domande a cui non trovava, o non voleva trovare, risposte soddisfacenti.


Supponendo che le cose fossero andate in un altro modo e che, contro ogni verosimiglianza, Berthe se ne fosse andata, facendo di lui un uomo libero, avrebbe sposato Ada?


La risposta gli sarebbe dovuta apparire chiara, e invece no. Si chiedeva perfino, a volte, se l’amasse, e chiederselo lo faceva infuriare con se stesso.


Ada non lo giudicava, non lo teneva d’occhio per correggerlo, per farlo diventare come avrebbe voluto che fosse. Se era attenta ai suoi gesti, ai suoi sguardi, alla piega delle sue labbra, era per intuire i suoi desideri e fare tutto il possibile perché lui fosse contento.


Quanto a Émile, era proprio sicuro di considerarla a tutti gli effetti un essere umano? Non aveva niente da dirle, si accontentava di accarezzarla, e a lei tanto bastava, come a un animale.


Non l’avrebbe mai lasciata, perché aveva bisogno di lei, soprattutto ora. Berthe li aveva messi entrambi, di proposito, in una situazione al tempo stesso scomoda e ridicola.


Non avevano il diritto di andarsene. Potevano accarezzarsi di nascosto, anche se certamente lo sapevano tutti. Davanti agli altri lui non aveva nemmeno il diritto di guardarla.


Era prigioniero, come un bigattino attaccato all’amo, ed era Berthe, con la sua malinconica compostezza, a tenere in mano la lenza.


Gli veniva in mente un altro termine religioso, anche se non andava a messa da quando aveva lasciato la Vandea e della religione non gli era mai importato molto. Forse quelle parole diventavano per lui quasi delle formule magiche.


Era nel limbo. Faceva parte della Bastide senza che ci fosse un posto per lui, era il padrone senza essere davvero a casa propria e amava senza essere sicuro di amare.


Certo, non aveva più bisogno di barare come un tempo, ma in fin dei conti era sempre la stessa storia.


Magari c’era una parola più precisa? Berthe, quando aveva deciso del suo futuro, non l’aveva forse scomunicato?


Gli accadeva di attribuire alle persone pensieri che probabilmente non avevano. Adesso, quando Pascali veniva a bere il suo bicchiere di vino, si chiedeva che cosa c’era dietro quella sua faccia da apostolo o da bandito, giacché il muratore avrebbe benissimo potuto essere sia l’uno sia l’altro.


Perché, un bel mattino, Pascali aveva accompagnato la figlia, che era soltanto una bambina, alla Bastide? L’aveva affidata a Émile, non a Berthe. E Pascali doveva conoscerli gli uomini.


Da allora, ogni volta che veniva a sedersi in cucina, non era forse per sapere a che punto fossero Ada ed Émile?


Non aveva capito tutto, e non era successo quello che voleva lui? Così Ada non se ne andava a zonzo per le strade di Mouans-Sartoux e non partecipava ai balli, passando dalle braccia di un ragazzo a quelle di un altro e rischiando di tornare a casa incinta.


Probabilmente tali supposizioni erano false, ma Émile per settimane aveva pensato come quando si ha la febbre, ingigantendo alcune cose, inventandone altre di sana pianta.


Era impossibile continuare così. Pare che un uomo possa vivere a lungo senza mangiare, senza bere. È più difficile vivere senza l’orgoglio, e sua moglie glielo aveva portato via.


Non glielo avrebbe mai perdonato.


Quanto tempo era durato quel periodo, il più difficile di tutti? Più o meno quanto una vera malattia, tre o quattro settimane. Non aveva più punti di riferimento, dato che non contava i giorni.


E quando ne uscì fu in modo imprevisto. Avvenne nella domenica più calda dell’anno, con le macchine che si sorpassavano su ogni strada, le spiagge che brulicavano, i turisti che, a Cannes, prendevano d’assalto i ristoranti, che non riuscivano a servire tutti.


C’erano clienti in pantaloncini, donne in costume da bagno, bambini che piangevano, e Jean-Claude stappava bottiglie di rosé a ciclo continuo. C’era chi chiedeva le bocce per giocare sotto la terrazza, altri che volevano panini che avrebbero mangiato in montagna.


Come ogni domenica, Émile aveva messo nel menu la bouillabaisse e il risotto con i calamari, ma non era riuscito a farsi dare dai pescatori tutto il pesce di cui avrebbe avuto bisogno. C’era un cosciotto d’agnello in forno e della carne rossa nel frigorifero.


Fin dalla mezza la terrazza aveva cominciato a riempirsi e quando Berthe stava per sedersi al solito tavolo erano arrivate due grosse auto americane, da cui si era riversata fuori una dozzina di persone.


«Possiamo mangiare qualcosa?».


Jean-Claude era venuto ad annunciargli:


«Altri dodici coperti».


Il cosciotto sanguinava sul legno del tavolo, le pentole fumavano, nell’aria c’era odore di pesce, di aglio, di olio bollente.


«Va’ a dire che la bouillabaisse e il risotto non basteranno per tutti».


Berthe stava servendo l’aperitivo ai nuovi venuti.


I clienti parlavano, ridevano, facevano confusione, e Maubi scendeva in cantina ogni due per tre.


«La signora chiede cosa può mangiare».


Émile avrebbe dovuto tenerle da parte una porzione di risotto, perché era il suo piatto preferito, lo mangiava ogni domenica, ma non l’aveva fatto. Il cosciotto stava finendo. Aveva già iniziato a tagliare la carne rossa che aveva destinato alla cena.


«Chiedile se vuole che le apra una scatola di qualcosa».


Anche il personale avrebbe mangiato cibo in scatola. Non era la prima volta.


«Che cos’ha risposto?».


«Vorrebbe un po’ di cassoulet».


Come conserve in scatola, oltre a sardine, tonno e frutta sciroppata, avevano soprattutto cassoulet e choucroute. Non era stagione, ma non avevano scelta.


Émile aprì la credenza, scelse una delle grandi scatole da due litri destinate ai ristoratori. L’etichetta era picchiettata di ruggine, lui se ne accorse ma non vi badò, perché capitava spesso.


Erano le tre passate quando finalmente la terrazza si svuotò e tornò la calma. Émile, che aveva sgranocchiato un’acciuga qui e un’oliva o un pezzo di pane là, non aveva più fame e, togliendosi il cappello e il grembiule, si scolò un bicchiere di vino prima di dirigersi verso il Casolare.


Non aveva fatto cenno a Ada. Nella confusione generale l’aveva a malapena intravista. In cucina il personale cominciava a mangiare, prima di affrontare la pila di stoviglie.


Questa volta si addormentò, sfinito. Non aveva chiuso a chiave la porta. Quando sentì qualcuno scuotergli la spalla ci mise un pezzo a tornare in sé, e vedendo Jean-Claude in giacca bianca chino su di lui non capì cosa stava succedendo.


«Signor Émile!... Signor Émile!... Venga, presto!...».


«Che cosa c’è?».


«La signora...».


Dapprima pensò a un incidente, forse a un litigio con i clienti, a una rissa.


«Sta molto male. Dice che sta per morire».


«È stata lei a dirti di venirmi a chiamare?».


«Non lo so. Non sono salito».


Attraversò una chiazza di sole, poi dentro casa ritrovò l’ombra, Ada ai piedi delle scale. I loro sguardi si incontrarono e gli parve che quello della ragazza fosse più intenso del solito.


«Chi c’è di sopra con lei?».


«La signora Lavaud e la signora Maubi».


Salì, e in quel momento non avrebbe saputo dire che cosa si augurasse. Vide Berthe, china su una bacinella vicino al letto, paonazza, che cercava di vomitare.


«Coraggio... Ancora uno sforzo...» diceva la signora Lavaud. «Si metta le dita in gola...».


Berthe aveva gli occhi gonfi di lacrime. Vedendo Émile, balbettò:


«Sto per morire...».


«Qualcuno ha chiamato il dottore?».


«Sa bene che il dottor Guérini è in barca» rispose la signora Maubi. «È domenica...».


«E Chouard?».


«Credo che gli abbia telefonato mio marito».


Non sapendo dove mettersi Émile tornò di sotto.


«Dev’essere colpa del cassoulet e del caldo» spiegò Maubi. «Una volta ho visto tutti gli invitati a un matrimonio stare male per colpa del foie gras, e ci sono stati addirittura due morti».


«Chouard era in casa?».


«Stava dormendo».


Non tardarono a vederlo arrivare, spingendo la bicicletta su per la salita, perché non si azzardava più a guidare la macchina.


«Che cos’ha mangiato?».


«A pranzo eravamo al completo. Ho aperto una scatola di cassoulet».


«L’ha mangiato qualcun altro?».


Émile non ne era sicuro. Si voltò verso Maubi, che annuì.


«Tutto il personale di cucina».


«Nessun altro è stato male?».


Chouard salì. Émile non lo seguì, si sedette sulla prima sedia che trovò e si asciugò il sudore dal viso.


«Di colpo abbiamo sentito dei gemiti,» raccontò Maubi «e poi una voce che chiamava aiuto...».


Ancora una volta, lo sguardo di Émile incontrò quello di Ada.


Chissà se, proprio quando meno ci pensavano, non si sarebbe sistemato tutto.


Lui non provava alcuna pietà per Berthe. Non ne aveva avuta nemmeno per Gros-Louis, quando era morto. Da piccolo, a Champagné, si era abituato a veder morire persone e animali, e accadeva che suo padre ammazzasse un vitello o un maiale in cortile; lui stesso aveva imparato, da bambino, a tirare il collo a polli e anatre.


Piuttosto si sentiva invadere da una sorta di pace, da un improvviso rilassamento.


Non era più così agitato. I suoi occhi avevano ritrovato la lucidità e si guardava intorno dicendosi:


«Non devo sembrare indifferente, né, a maggior ragione, sollevato».


Per tenersi occupato andò in cucina.


«Dov’è la scatola vuota?».


«Nella spazzatura».


Andò a cercarla lui stesso, frugando senza disgusto fra gli avanzi dei piatti e le frattaglie di pesce. Poco dopo posò la scatola sul tavolo, non senza averla annusata.


«Non ha un cattivo odore».


Certo, c’erano le chiazze di ruggine, ma a causa del clima la maggior parte delle scatole nella dispensa le aveva.


Anche Ada sembrava più a suo agio, ma non era perché finalmente lo vedeva rilassato?


Andò a versarsi un bicchiere, ne porse uno anche alla signora Lavaud che era appena scesa e si teneva il petto come se fosse sul punto di vomitare a sua volta.


«Beva questo».


«Oh! Non è del cassoulet che ho paura. Il mio stomaco digerisce anche i sassi. È vederla così...».


«Cosa sta facendo il dottore?».


«Ha chiesto acqua calda, molta acqua calda. Sono andata a prenderla in bagno, e adesso...».


I pochi clienti rimasti sulla terrazza chiedevano notizie e Jean-Claude non sapeva cosa rispondere.


«Di’ che la padrona ha avuto un malore».


Si sentiva prendere di nuovo dall’ansia e finì per salire le scale e origliare alla porta. Udiva solo dei conati, l’acqua che scorreva nella bacinella un po’ per volta e la voce di Chouard che ripeteva monotona:


«Si rilassi... Non si contragga... Non deve aver paura...».


Anche lui, a quell’ora, non doveva essere troppo in forma. Strappato al riposino pomeridiano, aveva senz’altro i postumi della sbornia, così Émile andò a prendergli qualcosa di forte e socchiuse la porta.


«Per lei, dottore».


Berthe era stata spogliata e aveva solo un asciugamano di spugna sulla pancia. Seduta su una sedia, piegata in due, fissava la bacinella ai suoi piedi con la bocca aperta, ma ebbe il tempo di alzare gli occhi verso il marito.


Lui impallidì leggermente e preferì richiudere la porta. Non sapeva dove mettersi e, dopo aver vagato per un quarto d’ora fra la sala da pranzo, la terrazza e la cucina, si decise ad avviare i preparativi per la cena.


Quando finalmente sentì i passi del dottor Chouard sulle scale gli andò incontro, con il cappello da chef in testa, e prese senza pensarci la bottiglia di cognac.


«Come sta?».


«Le ho fatto una puntura e si è addormentata. Per un attimo ho pensato di mandarla in ospedale o in clinica, ma stamattina ho dovuto far ricoverare d’urgenza un bambino e non ho trovato un letto libero né a Cannes né a Nizza. Ci sono stati così tanti incidenti d’auto, così tanti colpi di sole e congestioni...».


Poi Chouard chiese:


«E gli altri?».


«Il personale dice di non avere niente».


Per evitare la fatica di radersi, Chouard aveva il viso coperto da una barba rossiccia, e sfoggiava enormi sopracciglia cespugliose.


«Suo padre» borbottò dopo aver vuotato il bicchiere «era un ubriacone quasi quanto me, e probabilmente pure suo nonno. Ha ereditato un fegato schifoso, che fa fatica a eliminare le tossine, e non mi stupirei se un giorno o l’altro dovessero toglierle la cistifellea».


Émile non sapeva cosa ci facesse, ma nella stanza c’era anche Ada.


Una volta di più i loro sguardi si incontrarono per un attimo.


«Se la caverà?» chiese.


«Oggi sì. Mala prossima volta non ne sarei così sicuro».


Chouard fece spallucce.


«È sempre la stessa storia. Dovrebbe stare a dieta stretta, e non lo farà. Un bel giorno mangerà qualcosa che non le fa bene e...».


In casa c’era una tale calma, dopo la confusione del resto della giornata, che sembrava di essere in chiesa.


Ada era sempre lì, ad aspettare Dio sa cosa, e, quasi avesse preso una decisione improvvisa, Émile le lanciò un’occhiata insistente, come per trasmetterle un messaggio, poi sbatté due o tre volte le palpebre.


 


 


Da allora erano passati undici mesi, ed Émile non era stato tentato una sola volta di tornare sui suoi passi. A causa di quell’incidente fortuito era arrivato inopinatamente a una conclusione, e non vedeva altra strada per farla finita.


Di colpo aveva ritrovato una certa pace interiore. Quella notte e le seguenti aveva di nuovo dormito insieme a Berthe. Quando si era svegliata, verso le tre del mattino, l’aveva aiutata ad andare in bagno e poi l’aveva aspettata per riaccompagnarla a letto.


L’indomani mattina lei gli aveva detto, con voce ancora dolente:


«Grazie per esserti occupato di me».


Non lo commuoveva più. Era arrivato troppo oltre e se ne accorgeva a malapena, tutto quello che era successo prima aveva perso importanza.


Aveva smesso di farsi domande. Per meglio dire, quelle che si faceva adesso erano domande precise, che non potevano turbarlo, domande tecniche in un certo senso.


Per esempio, aveva scoperto che doveva avvenire di domenica, in modo che il dottor Guérini fosse in barca e si mandasse a chiamare il dottor Chouard.


La stagione era già troppo avanzata. Presto i turisti sarebbero tornati a casa e la calma dell’autunno e poi dell’inverno avrebbe reso la cosa più difficile, troppo evidente.


Quella domenica Berthe avrebbe potuto morire senza che la maggior parte dei clienti se ne accorgesse e il funerale, di lì a tre giorni, non avrebbe fatto scalpore.


«Quel che non capisco è come mai sono stata male solo io».


«Chouard lo ha detto: per via del tuo fegato».


Il lunedì rimase a letto tutto il giorno, ma già alla sera scese per preparare il conto dei clienti in partenza.


Émile non aveva detto niente a nessuno, nemmeno a Ada. Fra lei e lui non c’era stato altro che un’occhiata, e Berthe in quel momento non c’era.


Eppure si sarebbe detto che, da allora, Berthe avesse dei sospetti. Certo, aveva sempre tenuto d’occhio il marito, ma adesso lo faceva come se fosse tormentata da un chiodo fisso.


Si immaginava che lui avesse tentato di avvelenarla? Émile venne a sapere che aveva fatto domande in cucina e che si era fatta portare di sopra la scatola del cassoulet.


Lui non se ne preoccupava, perché le avrebbe lasciato il tempo di dimenticare, di rassicurarsi. E, quando avrebbe portato a termine il suo piano, sperava proprio che lei non avrebbe più avuto la possibilità di parlare.


Già prima dell’incidente del cassoulet aveva pensato a una soluzione quasi analoga, ma era una pessima soluzione e l’aveva scartata senza insistere.


In effetti, la sua idea era stata di portarsi dietro Berthe in mare. Lei non sapeva nuotare. Avrebbe scelto un giorno di maestrale e l’avrebbe condotta al largo delle isole. Al ritorno gli sarebbe bastato raccontare che si era sporta e aveva perso l’equilibrio.


Un piano che faceva acqua da tutte le parti. Lui era un buon nuotatore e la gente si sarebbe chiesta perché non l’avesse salvata. E poi ce ne sarebbe voluto per convincere sua moglie, diffidente com’era, ad andare in barca con lui.


Avrebbe dovuto, quantomeno, abituarla ad accompagnarlo a pesca, portarcela spesso, prima con il bel tempo, poi, a poco a poco, con il mare più agitato.


Quell’idea era stata accantonata da tempo. Non era stata nemmeno un progetto, solo una specie di sogno a occhi aperti.


Così come l’idea – ancor più ridicola – di pulire davanti a lei la sua automatica, o il fucile da caccia. Nei giornali si legge spesso il resoconto di incidenti del genere. Émile avrebbe sostenuto che non sapeva che l’arma fosse carica.


Non ci pensava più e si era quasi rassegnato, in definitiva, quando Chouard senza volere gli aveva servito la soluzione.


Ora la messa a punto del suo piano lo teneva abbastanza occupato da non lasciargli il tempo di pensare ad altro e la sua vita era quasi piacevole. Quando Ada lo raggiungeva nel Casolare non gliene parlava, ma mentre la abbracciava era rilassato, sorridente. Diceva soltanto:


«Sono contento».


Passò un mese intero prima che le sussurrasse all’orecchio:


«Un giorno staremo insieme nel letto grande, come quando lei era a Luçon».


Non voleva lasciare niente al caso, per cui evitava di andare nelle biblioteche di Cannes o di Nizza. E non avrebbe nemmeno comprato i libri che gli servivano, era troppo pericoloso.


Per andare a Marsiglia, dove non lo conosceva nessuno, doveva aspettare la fine della stagione, e sino ad allora si sforzò di non definire il suo piano, perché qualunque cosa avesse escogitato rischiava di non reggere alla prova dei fatti.


Era un’altra fase. Si succedevano, più o meno diverse le une dalle altre.


Questa era tranquilla, un po’ cupa, con un certo grado di irrealtà.


Lui faceva gli stessi gesti di sempre, ricominciò a giocare a bocce, andava al mercato. Presto avrebbe rimesso in acqua la barca dopo averle dato una passata di vernice marina.


Continuava a esserci, tra lui e il mondo reale, un leggero scarto.


«La prossima estate...».


Gli procurava un piacere sottile essere l’unico, o quasi – c’era sempre Ada –, a sapere.


La gente poteva credere che lui fosse solo una specie di domestico di Berthe, e qualcuno di certo pensava che l’avesse sposata per i soldi, per La Bastide.


Non lo trovava più umiliante. Aveva voglia di dire loro:


«Aspettate!».


Avrebbe dimostrato che non era un bigattino attaccato all’amo, un canarino in gabbia, un poveraccio che madre e figlia si erano comprate per mandare avanti il ristorante.


La gente non avrebbe saputo, ovviamente, e gli sembrava quasi un peccato. Avrebbe dovuto resistere alla tentazione di vantarsene, dopo.


Berthe lo teneva d’occhio come mai prima e a lui faceva piacere perché, se ce ne fosse stato bisogno, questo gli avrebbe fatto vincere le ultime esitazioni.


Aspettò novembre, e l’arrivo della suocera, per parlare del viaggio a Marsiglia. Da tempo la pompa dell’acqua dava problemi: la compagnia di distribuzione non serviva La Bastide e dovevano pompare l’acqua con l’ausilio di un motore.


Era venuto un tecnico da Cannes, aveva fatto qualche riparazione e, in capo a una settimana, si era rotta di nuovo.


Émile aveva ritagliato dal giornale l’annuncio pubblicato da una ditta di Marsiglia.


«Appena avrò tempo andrò a vedere io stesso».


Per evitare che Berthe volesse accompagnarlo aveva aspettato l’arrivo della suocera. Non aveva dato loro il tempo di organizzarsi, di progettare, a loro volta, un viaggio a Marsiglia.


Una mattina era sceso vestito con gli abiti da città.


«Dove vai?».


«A Marsiglia. Te ne ho parlato il mese scorso».


Il mese prima, di proposito, aveva fatto solo una vaga allusione a quel viaggio.


«Non ci sarà un altro momento per installare una nuova pompa...».


Berthe lo guardava, sospettosa, per leggere il fondo dei suoi pensieri. A lui non importava, non poteva leggere niente. Era troppo tardi. Era come se lui avesse già premuto il pulsante per mettere in moto la macchina.


«Quando torni?».


«Stasera o domani. Dipende da quello che trovo».


Passando davanti a Ada, non aveva potuto impedirsi di mormorare:


«Ancora pochi mesi!».


Che capisse o meno, gli era indifferente. Gli era tutto indifferente. Agiva. Non doveva più tornare indietro, tormentarsi, chiedersi se la sua decisione fosse giusta o ingiusta.


Ormai seguiva un piano preciso e uscendo dalla Gare Saint-Charles si mise a canticchiare, sapendo in anticipo dove dirigersi.


Si ricordava che, nelle biblioteche pubbliche, municipali e simili, i lettori compilano un modulo, e non aveva voglia di lasciarsi dietro documenti rivelatori. E poi non era detto che in biblioteca avessero i libri che gli servivano.


Parecchio tempo prima aveva trovato nell’elenco del telefono un indirizzo che gli sembrava fare al caso suo: Blanchot, libreria universitaria.


In effetti a Marsiglia c’era una facoltà di Medicina. Émile era ancora abbastanza giovane da passare per uno studente. Il negozio era ampio, con scaffali carichi di libri fino al soffitto, e fortunatamente le diverse sezioni erano indicate da cartelli.


Una volta individuata la libreria si occupò della pompa, perché preferiva agire verso metà pomeriggio, quando ci sarebbe stata abbastanza gente da passare inosservato.


Come lui c’erano altri che sfogliavano le opere, alcuni appollaiati su una scala, e non gli ci volle più di qualche minuto per mettere le mani su un libro che gli interessava: Il veleno. Natura ed effetti, di Charles Leleux.


L’autore non era un medico, ma un avvocato della Corte d’appello di Parigi, e parte del volume era dedicata ai più celebri episodi di avvelenamento da arsenico.


Già solo scorrendo certi capitoli, senza leggere tutto, Émile ebbe l’impressione rassicurante che, il più delle volte, l’avvelenamento fosse stato scoperto per puro caso, spesso per colpa di un’imprudenza.


Un altro libro trovato sullo stesso scaffale gli fornì dettagli più tecnici: Tossicologia moderna, del professor Roger Douris.


 


CAPITOLO VIII – L’arsenico e i suoi composti


 


Alla pagina seguente:


 


«Avvelenamenti criminosi.


«... I criminali ricorrono in particolar modo all’anidride arseniosa, una polvere bianca farinosa. L’anidride arseniosa, di difficile solubilità, può persistere sulla superficie degli alimenti, destando l’attenzione della vittima...


«... I casi di avvelenamento criminoso per mezzo dell’arsenico sono numerosi e noti sin dall’antichità...».


 


La parola «criminali» non lo colpiva, anzi. Spiava i movimenti delle persone attorno a lui. Una giovane commessa gli chiese, senza badare a ciò che leggeva:


«Ha trovato quello che cercava?».


«Non ancora».


 


«... Utilizzo dell’acido arsenioso per l’eliminazione degli animali nocivi, come volpi, ratti, donnole...


«... In agricoltura i composti dell’arsenico sono usati inoltre per combattere l’invasione di alcuni tipi di insetti...


«... L’arseniato di piombo garantisce eccellenti risultati. Ogni anno i lavoratori agricoli maneggiano tonnellate di questo sale...».


 


Si fermò su un passo più preciso:


 


«Dosi tossiche: in generale, l’assorbimento di 0,20 g di acido arsenioso determina un’intossicazione iperacuta che porta alla morte nel giro di alcune ore (tra le dieci e le ventiquattro)».


 


Ventiquattro ore erano troppe, il dottor Guérini avrebbe fatto in tempo a tornare dalla pesca e qualcuno, magari lo stesso Chouard, avrebbe potuto mandarlo a chiamare.


Il libro menzionava altri veleni, riportando gli effetti, il modo di individuarli, le cure da prestare, ma quasi tutti gli sembrarono difficili da procurarsi.


Aprì un terzo volume, più spesso dei primi due: Compendio di chimica tossicologica, di F. Schoofs, professore emerito della facoltà di Medicina dell’Università di Liegi.


Cercò subito l’indice. Non voleva attirare l’attenzione fermandosi troppo a lungo nella libreria: se fosse stato necessario sarebbe tornato di lì a due o tre settimane.


 


«Cause di avvelenamento.


«L’arsenico è un agente tossico molto diffuso e di facile reperibilità, pertanto provoca spesso avvelenamenti accidentali ed è impiegato con fini criminosi o per suicidi.


«In un caso di avvelenamento criminoso un minerale arsenifero ridotto in polvere era stato mescolato a un po’ di pepe...».


 


E più avanti:


 


«... A seconda della dose e della modalità di somministrazione, l’intossicazione da arsenico può presentarsi in forma acuta o cronica; i sintomi sono gli stessi per entrambe le forme e si manifestano nel medesimo ordine: disturbi gastrointestinali, laringite catarrale e bronchite, eruzioni cutanee, paralisi degli arti inferiori...».


 


Berthe la gastroenterite l’aveva appena avuta. Non solo Chouard non se ne era stupito, ma si aspettava nuovi attacchi. Ogni anno, del resto, le venivano due o tre laringiti, perché aveva la gola delicata.


Émile avrebbe voluto prendere appunti, ma non era prudente. Preferì imparare a memoria alcuni passaggi, come a scuola, e una volta terminato prese un libro sul parto e lo mostrò alla cassiera.


«Quanto?».


Lei cercò il prezzo scritto a matita nel risguardo ed Émile pagò, poi passò un buon quarto d’ora a vagare nei vicoli prima di disfarsi del libro.


Quella mattina non aveva preso una decisione definitiva riguardo alla pompa e al motore, voleva riservarsi la possibilità di tornare a Marsiglia in caso di bisogno. Dato che non occorreva più, andò dal venditore per confermare l’ordine.


Era una bella giornata e fece un giro sulla Canebière, prese l’aperitivo fuori da un caffè guardando i passanti.


Maubi si serviva, per i ciliegi, di un prodotto a base di arsenico, che spruzzava sugli alberi due volte l’anno, ma niente indicava che quel prodotto contenesse abbastanza veleno.


Nel capanno degli attrezzi, una scatola contrassegnata con un teschio conteneva una pasta grigiastra che adoperavano da poco per uccidere i ratti e le talpe. Maubi la stendeva come burro, su dei pezzetti di pane o di formaggio, dopodiché ritrovavano gli animali stecchiti.


Émile aveva letto di sfuggita il foglietto illustrativo, prima di sapere che un giorno avrebbe avuto bisogno del veleno. Non sapeva se la scatola fosse mezza piena o quasi vuota. Ogni cosa a suo tempo. Ci avrebbe pensato al momento giusto.


Per ora era soddisfatto di quel che aveva scoperto. Nessuno aveva badato a lui. Era quasi certo che la commessa della libreria incontrandolo per strada non lo avrebbe riconosciuto. Non sapeva come si chiamava e da dove veniva. E poi aveva preso la precauzione di comprare un libro su un argomento completamente diverso.


Arrivò alla Bastide alle dieci di sera e trovò le due donne, madre e figlia, in sala da pranzo, dove avevano lasciato accesa solo una lampada.


Berthe aveva raccontato alla madre cos’era successo fra loro? Era poco probabile. Di certo si era fatta frenare dal suo orgoglio, perfino di fronte all’anziana donna.


Versandosi un bicchiere di vino, Émile annunciò:


«Ho comprato una motopompa. Vengono a montarla fra dieci giorni».


Posò un catalogo sul tavolo e si diresse verso le scale.


«Buonanotte».


Non scappava da Berthe, ma ormai non si considerava più parte della famiglia. Non aspettava la moglie per andare a dormire. Non si dicevano più né buongiorno né buonanotte. E, per finire, evitava il più possibile di farsi vedere nudo, o anche solo seminudo, da lei.


Berthe non aveva lo stesso pudore e si spogliava come in passato, mettendolo in imbarazzo e costringendolo a distogliere il viso. Lui si ricordava a malapena dell’intimità che c’era stata fra loro. Non aveva lasciato tracce e il corpo di sua moglie gli era più estraneo di quello della prima cliente venuta.


Si stupiva di essere riuscito, una volta, a incollare le labbra a quelle di Berthe.


Tollerava ancora, per qualche tempo, la sua presenza in casa, nel suo letto; tollerava di parlarle quando non si poteva proprio fare altrimenti, ma poco ci mancava che quella convivenza gli apparisse come un obbligo mostruoso.


Che cosa stava raccontando Berthe alla madre prima di salire e spogliarsi al buio?


Ma non aveva senso preoccuparsene, perché, di lì a qualche mese, sarebbe finito tutto.

7

Gli accadeva di chiedersi, con una fierezza che trovava legittima, se qualcuno avesse mai preparato un omicidio con altrettanta lucidità e meticolosità. All’inizio evitava la parola, poi un bel giorno si era reso conto che era come camminare a testa bassa, come vergognarsi, e si era messo a chiamare le cose col loro nome.


Era un peccato, a dire il vero, che in quei mesi di preparativi nessuno potesse vederlo, seguire l’incedere dei suoi pensieri, rendersi conto degli ingranaggi che un’impresa come la sua metteva in moto, perché era sempre più convinto di compiere un esperimento straordinario.


Purtroppo era il solo a potersi osservare in azione. E, se c’erano effettivamente due donne che lo tenevano d’occhio, ciascuna lo faceva da una prospettiva molto diversa.


Dagli sguardi che si erano scambiati mentre Berthe era indisposta si era convinto che Ada sapesse, che avesse avuto la sua stessa idea, nello stesso momento. Ma per lei quella era stata solo l’improvvisa scoperta di una possibilità, di una via d’uscita, e quasi certamente non sarebbe mai passata all’azione.


Da quando lo vedeva entrare un passo dopo l’altro nella fase dell’attuazione era meno sicura del fatto suo e le accadeva, all’ora della siesta, di rimanere inerte fra le sue braccia, con la mente altrove.


Lui, fraintendendo, le sussurrava:


«Ci siamo quasi, Ada!».


La volta che vide un brivido percorrerla dalla testa ai piedi, capì. Lei del resto ebbe la sincerità di confessare:


«Ho paura».


«Di che cosa?».


«Non lo so».


«Non devi avere paura. Non c’è niente da temere. Sai che cosa vuol dire “legittima difesa”?».


Lei annuì.


«Ecco, la mia è una forma di legittima difesa. O lei o io. Preferisci che sia io?».


Lei rispondeva di no, naturalmente. Ma non era tanto per rassicurarla o per lavarsi la coscienza, e nemmeno per vincere i suoi scrupoli, che le diceva così. Lo pensava. O Berthe o lui, in effetti. Forse non proprio in quel senso, ma in pratica era la stessa cosa.


Non era stato lui a cominciare. Non aveva mai cercato di tiranneggiare nessuno. Prova ne era che tutti, in paese, lo avevano adottato e lo trovavano simpatico, mentre Berthe rimaneva non solo una straniera, ma una nemica.


Émile stava difendendo ciò che possedeva di più prezioso, poco importava che si chiamasse orgoglio, amor proprio o dignità, e lui sapeva di non essere orgoglioso, pretendeva soltanto che lo si lasciasse vivere da uomo.


Berthe continuava a tenerlo d’occhio, per non dire a spiarlo, come aveva sempre fatto. Se prima della sua decisione Émile non lo sopportava, ora gli serviva da stimolo.


Così facendo lei non solo rendeva il seguito ancor più inevitabile, ma anche la partita più difficile, e quindi più appassionante.


Émile subodorava che il suo cambiamento di umore la insospettiva, e ogni volta che si metteva a canticchiare, non per prendersi gioco di lei, ma perché era davvero di buon umore, la vedeva sobbalzare istintivamente e poi guardarlo per cercare di capire.


Aveva preso l’abitudine di entrare dieci volte al giorno in cucina, dove non aveva niente da fare, e capitava che aprisse la dispensa, il frigorifero, che sollevasse il coperchio delle pentole.


Che pensasse al veleno? Era verosimile. E a un certo punto Émile si spinse oltre, arrivò a chiedersi se Berthe non intendesse avvelenarlo. L’avvelenamento non è, nella maggior parte dei casi, un delitto da donne? Anche quello l’aveva appreso a Marsiglia.


Dato che in cucina era lui il padrone e di rado faceva un pasto vero e proprio, per lei agire era più difficile che per Émile.


Quanto a intuire il perché delle sue azioni, Berthe, pur scaltra com’era, non ci sarebbe riuscita.


Un caso – il caso non sta sempre dalla parte di chi ha ragione? – gli aveva fatto scoprire un altro testo, un libro che sugli scaffali della libreria di Marsiglia non aveva visto e che si era rivelato più preciso degli altri.


Una mattina, pulendo il pesce, si era infilato una lisca di scorfano sotto un’unghia, e i tentativi di estrarla con la punta di un coltellino e poi con le pinzette erano stati vani. Ci aveva provato anche la signora Lavaud. E nel Midi lo sanno tutti che le ferite causate dagli scorfani tendono a infettarsi.


Quel pomeriggio, anziché fare la siesta, aveva deciso di passare dal dottor Chouard, che avrebbe avuto gli strumenti giusti. Così era andato a Pégomas, dove si era stupito di trovare la casa, di solito tanto malandata, quasi in ordine. Aveva suonato. Gli aveva aperto una ragazza sulla trentina, rotondetta, attraente, che non conosceva.


«È in casa il dottore?».


«Lei è il gestore della Bastide, vero?».


Gli fece piacere che lo riconoscesse e si chiese come avesse fatto.


«Entri. Il dottore è andato ad accompagnare un malato in ospedale, ma sarà qui tra poco».


Così Chouard aveva sostituito la vecchia Paola, certo ormai invalida, con quella bella ragazza che era riuscita a pulire la casa da cima a fondo. Era la sua amante? Possibile, addirittura probabile.


E la cosa gli faceva piacere, in fondo, perché dimostrava...


Poco importa cosa dimostrava. Lo sapeva lui. Non assomigliava a Chouard, non avevano la stessa età e per giunta lui non era un ubriacone. Nonostante ciò, avevano dei punti in comune, o piuttosto avrebbero potuto averne, un giorno.


«Entri, signor Émile».


Conosceva anche il suo nome. Non lo lasciò nella sala d’attesa quasi lugubre, ma spinse la porta imbottita dell’ambulatorio.


«Telefono all’ospedale per dirgli che lo sta aspettando».


Compose il numero. Era molto diversa da Ada, che dava sempre l’impressione di non essersi lavata. Questa aveva un seno florido, i fianchi e le cosce polposi, profumava di pulito e di sapone; le sue labbra, abbastanza carnose, si schiudevano spontaneamente in un sorriso.


«L’ospedale di Broussailles? È ancora lì il dottor Chouard?... Sì... Resto in linea...».


Spiegò a Émile:


«Quando è uscito mi ha detto che sarebbe andato e tornato, con la corriera».


E, all’apparecchio:


«Pronto... È lei, dottore?... Sono Germaine... Volevo sapere se sta per tornare, perché c’è il signor Émile che la aspetta... Della Bastide, sì... Come?».


Si volse verso Émile.


«È per lei?».


Lui annuì.


«È per lui... No, non ha troppa fretta... Va bene, glielo dico...».


E infine, riattaccando:


«Prende la corriera fra cinque minuti. Io devo salire a finire la camera da letto. Troverà delle riviste...».


Le persiane erano chiuse per tre quarti, come nella maggior parte delle case del Midi, la penombra era fresca. Gli scaffali, alle pareti, erano ricolmi di libri di cui Émile lesse i titoli distrattamente.


Fu così che scoprì un grosso tomo, rilegato in tela grigia con un’etichetta blu, intitolato Medicina legale giudiziaria.


Curioso di vedere se si parlava dell’avvelenamento da arsenico, trovò ben presto descrizioni molto più esplicite di quelle di Marsiglia.


Qui nessuno poteva osservarlo. Con la corriera Chouard non sarebbe arrivato a Pégomas prima di mezz’ora, e lui avrebbe avuto il tempo di mandare a memoria quello che gli serviva sapere.




«La forma iperacuta (colera arsenicale) si presenta come una gastroenterite di tipo coleriforme: ai conati di vomito dolorosi, dapprima alimentari, quindi biliosi e sanguinolenti, fanno seguito le coliche, la diarrea, con feci abbondanti, sierose, risiformi, una sete intensa, il senso di costrizione alla gola, l’anuria, i crampi, le petecchie, il raffreddamento delle membra, l’ipotermia, la frequenza, la debolezza e l’irregolarità del polso, che portano al collasso nel giro di qualche ora, al massimo di un giorno...».




Si stupiva di capire quasi tutto. «Risiforme» probabilmente veniva da riso. «Ipotermia» significava abbassamento della temperatura. Soltanto «anuria» e «petecchie» restavano avvolte nel mistero.


Quelle informazioni gli confermavano che i sintomi somigliavano, in peggio, a quelli che Berthe aveva manifestato dopo aver mangiato il cassoulet in scatola.


E non era stato proprio Chouard a tirare in ballo il fegato in cattivo stato e la cistifellea?




«Forma acuta: l’esordio dei sintomi si ha una o due ore dopo l’ingestione sotto forma di disturbi gastrointestinali, accompagnati da una sensazione di bruciore, di sete ardente e di ptialismo...».




Non capiva nemmeno la parola «ptialismo», ma il resto continuava a corrispondere.


Scorreva le pagine, fermandosi talvolta su un paragrafo, con le labbra che si muovevano come quando, a scuola, studiava le lezioni.




«L’incertezza diagnostica spiega la frequenza degli avvelenamenti in serie perpetrati da una stessa persona, convinta della propria impunità fino a quando la ripetizione dei medesimi eventi e le somiglianze fra loro non orientano la diagnosi».




Quella frase era la più interessante di tutte. Non dimostrava forse che avvelenando una sola persona, in condizioni favorevoli – ed era questo il caso di Berthe, che aveva già manifestato sintomi quasi identici – e prendendo tutte le precauzioni possibili, non avrebbe corso alcun rischio?


Molto prima del ritorno del dottor Chouard si assicurò di rimettere il libro esattamente dov’era e aprì una rivista. Se la sua nuova domestica aveva riordinato la casa, il dottore invece era rimasto lo stesso, e nei peli folti e rossicci della sua barba persisteva sempre un sentore di vino.


Mentre toglieva la spina dal pollice di Émile gli tremava un po’ la mano, del tremore degli alcolizzati.


«Tutto bene, lassù? È da un po’ che non passo».


Fece l’occhiolino, indicando con la testa la porta, a significare che era per via di Germaine. Era libertino per natura, e si raccontava che avesse avuto delle avventure con alcune pazienti, che faceva spogliare senza motivo. Aveva anche rischiato una denuncia all’Ordine dei medici.


Nella sua situazione non gliene importava, non gli importava di niente, rideva di tutto, simile a un fauno o a un satiro, ed era probabile che non credesse nella medicina più di quanto credesse nell’umanità.


«Come sta l’incantevole Berthe?».


L’ironia che sottolineava la parola «incantevole» deliziò Émile.


«Sempre un po’ malconcia. A volte si lamenta dello stomaco, altre volte della pancia e altre ancora della gola».


Questo gli diede un’idea, che mise subito in atto. Quando andava a Mouans-Sartoux a giocare a bocce gli chiedevano sempre come stava la moglie, anche quelli che la conoscevano solo di vista. Le avevano persino affibbiato un soprannome, che qualcuno si arrischiava a usare davanti a lui:


«Come sta il Frigidaire?».


Anziché rispondere distrattamente che stava bene, ora buttava lì una frasetta con tono leggero:


«Sempre il fegato...».


Oppure:


«Ha di nuovo avuto le coliche...».


E, tanto per cambiare:


«Se desse retta al dottore, dovrebbe mangiare solo pasta in bianco e verdure bollite».


Le lasciava cadere come gocce d’acqua. Non c’era mica una pubblicità in cui si diceva che ogni goccia conta? Un giorno la gente si sarebbe ricordata di quelle frasette e avrebbe trovato naturale l’accaduto.


Faceva tutto parte della sua tattica e veniva da credere che ci provasse gusto a curare maniacalmente ogni dettaglio. Ma era convinto che nessuna delle precauzioni che adottava fosse superflua.


Aveva letto sui giornali, come tutti, la cronaca di qualche processo per avvelenamento. Nove volte su dieci il colpevole era stato incriminato scoprendo in che modo si era procurato il veleno.


La Bastide aveva vigne, alberi da frutto, campi in cui era normale volersi sbarazzare dei topi, e solo poco tempo prima la signora Lavaud si era accorta che in cantina c’erano i ratti.


Avrebbe potuto andare a comprare l’arsenico dal farmacista di Mouans-Sartoux, da quello delle Baraques, da un farmacista qualsiasi di Cannes, e lì per lì nessuno se ne sarebbe stupito.


Quasi tutti quelli che lo avevano preceduto avevano fatto così e, alla fine, quell’errore si era rivelato fatale.


Nel capanno degli attrezzi c’era un prodotto a base di arsenico. Di solito Émile non vi metteva praticamente mai piede, ma in apparenza niente gli impediva di andarci con una scusa qualunque, e anche senza nessuna scusa, dal momento che il capanno faceva parte della tenuta.


Preferì fare con calma. Gli tornò utile un incidente di due anni prima, perché bisogna saper approfittare di tutto. Una domenica in cui aveva fretta e in casa non c’era più basilico se l’era presa con Maubi.


«Sono mesi che chiedo di tenere, in fondo al giardino, un angolo con le piante aromatiche. Ogni volta mi tocca comprarle al mercato, come se non avessimo neanche un pezzetto di terra...».


Da allora Maubi si era limitato a piantare, accanto al muretto, un arbusto di timo che era morto quasi subito.


Émile scelse una mattina in cui Berthe faceva i conti nella sala da pranzo, dove si sedeva sempre allo stesso tavolo accanto alla finestra. La porta della cucina era aperta, come al solito.


«Ti sei occupato delle erbe di San Giovanni?» domandò a Maubi ad alta voce.


«Non ancora, ma...».


«Lascia perdere. Me ne occuperò io stesso...».


Era cosa nota che gli piaceva fare da sé, e anche che lavorava volentieri all’aperto, tanto che un anno era stato lui a dare lo zolfo alle vigne.


«Adesso preparo il terreno e domani o dopodomani passo dal vivaista».


Era divertente. Berthe sentiva. Si chiedeva dove voleva andare a parare? Per quanto fosse astuta, Émile la sfidava a indovinare il suo vero scopo.


Di lì a poco andò a preparare un pezzo di terra, cosa che gli avrebbe permesso di entrare nel capanno per prendere gli attrezzi necessari.


Non faceva finta. Lavorava con cura. Ritrovando due cassoni che non servivano più da tempo e a cui mancavano solo i vetri, decise di preparare anche una piccola serra.


Così avrebbe avuto a disposizione per tutto l’anno erba cipollina, prezzemolo, cerfoglio, acetosella e portulaca.


La scatola di latta della pasta arsenicale era piena per metà e lui ne prelevò poco più di un centimetro cubo, che avvolse nella carta oleata e si infilò in tasca.


Una volta in cucina doveva essere prudente, non solo a causa della signora Lavaud che era quasi sempre lì, ma a causa di Berthe che ogni tanto, camminando senza far rumore, ci andava a fare un giro con aria di falsa innocenza.


Trovò comunque il modo di preparare una polpetta di carne e di inserirvi la pasta grigiastra, che un pomeriggio portò con sé.


In teoria, doveva andare a Mouans-Sartoux a comprare i vetri e il mastice per riparare il cassone.


In realtà, siccome non voleva lasciare niente al caso, aveva deciso di fare un esperimento. I trattati sui veleni fissavano la dose mortale a 0,20 g, ma si riferivano al prodotto puro, non a un composto, come nel suo caso.


Un po’ prima di Mouans-Sartoux, a una curva della strada, non lontano dalla casa di Pascali, c’era una catapecchia in cui abitava un vecchio che lavorava alla cava. Era vedovo e viveva da solo con il suo cane, un vecchio animale giallastro che riusciva a malapena a camminare ed era mezzo cieco.


Émile l’aveva visto un’infinità di volte sul ciglio della strada, accasciato all’ombra, con gli occhi cerchiati di rosso; solo quando il sole lo raggiungeva si alzava a malincuore per trascinarsi un po’ più in là.


Di fronte c’era una fitta siepe. Dal lato della casa nulla impediva di vedere se c’era qualcuno nella vigna.


Passando, Émile si assicurò di avere campo libero e, senza rallentare, lanciò la polpetta, che cadde quasi ai piedi del cane.


Comprò i vetri e il mastice e ne approfittò per fare una partita a bocce con il titolare dell’Écu d’Or, mentre il postino e il calzolaio stavano a guardare. Il tempo era bello, abbastanza fresco, e prima di tornare alla Bastide bevve due bicchieri di bianco.


Passando aveva rivisto il cane. La polpetta di carne era scomparsa.


L’indomani il cane era al suo solito posto. Anche il giorno seguente. Rifece l’esperimento e diede gli stessi risultati.


Evidentemente il tenore di arsenico del prodotto era troppo basso. Sapeva come porvi rimedio, ma questo comportava nuove complicazioni, nuove manovre di avvicinamento; ecco perché, due giorni dopo, cominciò ad accendere il fuoco, il pomeriggio, nel caminetto del Casolare.


Anche se capitava di rado, non era un evento straordinario. La casetta era fresca, umida, e le finestre venivano aperte poco, le persiane quasi solo per sbaglio.


Era naturale che, per la siesta, Émile bruciasse qualche tralcio di vite per rendere l’aria meno pungente.


«Credo che darò una scaldata...».


Parlava sempre quando era in cucina, e sempre quando sapeva che Berthe era nella stanza accanto.


«È un pezzo che non puliamo il caminetto,» gli rispose la signora Lavaud «farà un sacco di fumo».


Per un momento pensò che avesse ragione. La stanza fu invasa dal fumo, ma lui adoperò il soffietto e quando la fiamma fu abbastanza alta di colpo la canna fumaria prese a tirare con un pluf.


Non poteva usare una delle pentole della cucina. E non si azzardava nemmeno a comprare un pentolino di alluminio in un negozio di casalinghi.


In definitiva, già solo quell’esperimento richiese più di quindici giorni. Trovò un vecchio barattolo di latta il cui coperchio era stato tagliato in modo abbastanza netto, lo usò come contenitore e, anziché riposare, dopo aver avuto cura, naturalmente, di non fare cenno a Ada, si mise a giocare al piccolo chimico.


Per prima cosa aggiunse alla pasta arsenicale una certa quantità di acqua. Poi fece bollire il tutto, piano, a fuoco lento, fino a che rimase, sul fondo del barattolo, solo un po’ di materia biancastra.


La raccolse con un pezzetto di legno, la mischiò a un po’ di carne macinata e, ancora una volta, lanciò la polpetta al cane.


Nel frattempo aveva piantato i semi nei due cassoni e ordinato delle piante da travasare. Procedeva tutto come previsto. I suoi andirivieni erano giustificati. Non rischiava di commettere un solo gesto equivoco.


La dose non era ancora abbastanza forte. Quando, l’indomani, ritrovò il cane al suo posto fu sul punto di cedere allo sconforto, e lo invase un odio genuino per quel vecchio animale che si rifiutava di morire.


Ricominciò daccapo, non subito, ma tre giorni più tardi, dopo che per precauzione era andato a pesca come faceva di solito in quella stagione.


Alla fine ottenne, facendo ridurre più volte il composto, una polvere dai riflessi metallici, e l’indomani, non rivedendo il cane, capì di avercela fatta.


Non lo rivide neanche i giorni seguenti.


Giocò molto a bocce, quasi ogni pomeriggio, perché se ci fossero state delle voci lo avrebbe saputo.


Se il proprietario avesse sospettato che il cane era stato avvelenato ne avrebbe senz’altro parlato e la notizia sarebbe arrivata in paese. A quel punto di certo qualcuno non avrebbe mancato di dire:


«A proposito, hanno avvelenato il cane del vecchio Manuel».


Niente. Non una parola. Soltanto un mucchietto di terra smossa di fresco nel giardinetto, dalla parte opposta alla casa.


Significava che l’animale sembrava essere morto per cause naturali.


Restava da tentare un esperimento, il più spiacevole, ed era necessario aspettare una domenica. I libri che aveva consultato parlavano del sapore, dell’odore che, in molti casi, avevano insospettito chi doveva ingerire il veleno.


In un’occasione, in Scozia, l’arsenico era stato versato in una tazza di cioccolata caldissima e la vittima non si era accorta di nulla. Ma Berthe non beveva cioccolata, e soprattutto mai calda. Il libro insisteva sul fatto che la cioccolata era bollente.


Parlava anche di un odore agliaceo, che si ritrovava poi nel vomito e nelle deiezioni.


Ora, c’era un piatto di cui Berthe era golosa, che guarda caso era la principale specialità della Bastide, che tutti i clienti abituali reclamavano e che compariva sul menu una volta a settimana, la domenica: il risotto ai calamari.


Émile era sicuro, quando aveva messo a punto la ricetta – perché aveva migliorato la ricetta che gli era stata data –, era sicuro che un giorno gli sarebbe stata preziosa. Era come per le erbe aromatiche, per l’abitudine di fare la siesta nel Casolare. Alla fine tutto tornava utile. Si sarebbe detto che la provvidenza...


Dovette lasciar passare tre domeniche, perché tenere da parte una porzione di risotto senza farsi notare non era così facile come poteva sembrare.


Servendosi dell’esperienza acquisita con il cane, misurò una certa quantità di polvere, che mescolò al risotto ben condito. All’inizio rimanevano alcuni puntolini brillanti, poi, a poco a poco, si fusero con l’inchiostro di calamaro che costituiva la base del sugo.


Émile voleva assicurarsi che il piatto non avesse odore, che nel suo aspetto non ci fosse niente di strano. Per finire, era indispensabile assaggiarlo.


Non ne prese, naturalmente, che una piccola forchettata, ed ebbe il coraggio di non sputarlo. Il riso non aveva nessun retrogusto sospetto. Rimaneva da scoprire se si sarebbe sentito male e si sdraiò all’ombra, attento alle reazioni del suo stomaco.


Che c’entrasse la suggestione? Non aveva modo di dirlo con certezza. Fatto sta che fu preso dalla nausea. Si forzò di non vomitare e verso le cinque si rimise al lavoro, sentendosi la fronte imperlata di sudore.


Due o tre volte, passando, si guardò allo specchio, e non c’erano dubbi che fosse pallido.


Era febbraio. Aveva trascorso così quasi tutto l’inverno, preparando abbastanza polvere da poterci riprovare, se avesse fallito la prima volta.


Ora che aveva finito con i dettagli pratici, si teneva la mente occupata mettendo a punto gli altri dettagli, fissando una data, per esempio, e poi ripetendo i gesti che avrebbe fatto.


Per un attimo un incidente lo fece preoccupare, perché avrebbe potuto avere grosse conseguenze sul suo piano. La signora Maubi non andava soltanto ad aiutare in cucina e con le pulizie in alta stagione, ma, il resto dell’anno, era lei a sostituire la signora Lavaud nel suo giorno libero.


Era una donna piuttosto forte, con i piedi delicati, e al suo arrivo si cambiava le scarpe con un paio di pantofole di feltro. D’estate si toglieva il vestito e si infilava uno scamiciato a quadretti bianchi e neri. Metteva le pantofole e lo scamiciato in una borsa di paglia intrecciata di quelle che le massaie del Midi usano per fare la spesa.


Berthe non aveva mai fatto caso a certi dettagli, che erano parte della routine domestica. Lui, un paio di volte, aveva osservato:


«To’, restano solo tre scatole di sardine...».


O ancora:


«Credevo di aver lasciato in frigorifero un pezzo di salame...».


Una sera che stava bevendo un bicchiere di vino al bancone con il postino aveva sentito, in cucina, la voce di Berthe.


«Un momento, per favore, signora Maubi».


Quel «per favore» gli aveva messo la pulce nell’orecchio e, guardando distrattamente il postino, era stato ad ascoltare.


«Vorrei dare un’occhiata alla sua borsa».


«Ma, signora...».


Berthe doveva aver fatto seguire le azioni alle parole, perché la signora Maubi protestò:


«Non ne ha il diritto. Le proibisco di...».


Berthe era più forte di quanto sembrava e aveva avuto la meglio sulla donna di servizio.


«Andrò a lamentarmi dal sindaco. Lei crede che solo perché è la padrona tutto le sia permesso...».


«Ah davvero?... E questo?... Andrà a lamentarsi dal sindaco anche di questo?».


Il postino, che non aveva sentito niente, rivolse a Émile una strizzatina d’occhio complice.


«Una scatoletta di tonno, una scatoletta di pâté di foie gras, un pezzo di burro, un barattolo di pesche sciroppate. Sarò io a denunciarla alla polizia...».


«Farebbe una cosa del genere?».


«Ne ho il diritto, no? Vede, è un pezzo che la osservo. Volevo esserne sicura. Non sosterrà mica che qui non le diamo da mangiare?».


«Non è per me».


La signora Maubi parlava con una voce dura. Non chiedeva perdono, non si scusava.


«È per mia figlia, ha sposato un buono a nulla e mio marito si rifiuta di aiutarla perché non aveva il suo consenso».


«Però non spetta nemmeno a me sfamarla. Può andare. Maubi continuerà a lavorare per noi, ma non voglio che lei metta più piede in questa casa. Capito?».


«Glielo dirà?».


«A chi?».


«A mio marito».


Ci fu un momento di silenzio. Probabilmente Berthe stava valutando che, se sostituire la donna non era difficile, un nuovo giardiniere le sarebbe costato più caro.


«Gli dirò che non ho più bisogno di lei».


«Nient’altro?».


«Ora se ne vada. Ma prima rimetta a posto quello che ha rubato».


La signora Maubi d’ora in poi avrebbe girato al largo e, se Maubi sospettò la verità, non lo diede a vedere. Anche lui teneva alla Bastide, ci lavorava da prima dell’arrivo di Gros-Louis.


Émile ne fu sollevato, perché uno stravolgimento della vita domestica avrebbe potuto pregiudicare i suoi piani.


Berthe non gli disse niente. Non era affar suo.


L’indomani la sentì telefonare all’ufficio di collocamento, a Cannes.


«... Non importa... Con o senza alloggio... Non deve avere particolari competenze... È per fare i lavori pesanti...».


Berthe aveva dunque deciso di prendere un’altra persona fissa, che con la clientela in continuo aumento cominciava a diventare necessaria.


Dapprima arrivò una polacca forte come una giumenta, che appena entrata in cucina si guardò intorno come per misurarsi con un nemico.


Un’ora dopo era già in ginocchio a insaponare il pavimento a colpi di spazzola.


Le avevano dato la mansarda accanto a quella di Ada. La notte la sentirono fare avanti e indietro ed Émile sapeva che, come lui, anche Berthe tendeva l’orecchio. Poi i rumori cessarono. Non avevano sentito passi per le scale, nessuna porta che si apriva e si richiudeva. Eppure, l’indomani mattina la stanza era vuota. Per essere certa che nessuno si sarebbe opposto alla sua partenza, la donna se n’era andata dalla finestra.


Berthe telefonò di nuovo. L’ufficio mandò una donna sulla trentina, strabica, che sembrava sempre sul punto di mettersi a piangere.


Fu lei a rimanere, però, perché lavorava senza sosta e soprattutto abbassava docilmente gli occhi quando Berthe le rivolgeva la parola.


In definitiva non ci furono molti cambiamenti, se non per il fatto che la nuova arrivata, che si chiamava Bertha e fu ribattezzata Marie, al mattino riusciva ad alzarsi, senza sveglia, prima di Ada, e quasi sempre la precedeva in cucina. La signora Lavaud non modificò le proprie abitudini, si limitava a fare spallucce, ogni tanto, guardando il viso sgraziato di quella che le avevano imposto come compagna.


Pasqua si avvicinava. C’erano due pensionanti e altri avevano scritto per fermare una camera.


Era meglio, ormai, che la casa si animasse, faceva sembrare l’attesa meno lunga. Ada soprattutto stava diventando nervosa e, se gli altri non si accorgevano di nulla, agli occhi di Émile, che cominciava a conoscerla, iniziava a comportarsi come una gatta incinta. Le capitava di girare a vuoto, di avere dei momenti di assenza.


«A che cosa pensi, Ada?».


«A niente, signora».


Per tirarla su di morale, dopo pranzo Émile le faceva cenno. Ada aveva un modo particolare di accoccolarglisi addosso con una strana umiltà. Ogni volta si sarebbe detto che gli chiedesse silenziosamente il permesso e, quando si era sistemata, ci si aspettava quasi di sentirla fare le fusa di piacere.


Qualche volta, sempre più spesso, mentre restava immobile a occhi aperti era percorsa da un brivido. Sperando di farle coraggio lui le diceva:


«Ancora due mesi».


Poi sei settimane, un mese.


Se avessero chiesto a Émile come avrebbe organizzato la sua vita con lei quando tutto fosse finito, non avrebbe saputo rispondere. A dire il vero non ci pensava.


Certo, Ada faceva parte del suo piano, dato che era stata all’origine di ciò che sarebbe successo. Non contava di separarsene e probabilmente avrebbe continuato a essere importante.


O, almeno, così supponeva. In realtà lei esisteva, punto e basta. Faceva parte della sua vita, tanto di quella presente quanto di quella futura, ma non sapeva a che titolo.


Era come se Ada fosse stata superata. La partita non si giocava più esattamente sullo stesso terreno. O magari, a un certo momento, per colpa di Berthe, Ada aveva assunto un’importanza che altrimenti non avrebbe avuto.


A Émile accadeva ancora di pensare che non sarebbe più stato costretto a fare la siesta nel Casolare, che Ada avrebbe dormito con lui nel grande letto di noce, che sarebbero saliti assieme, al pomeriggio, senza nascondersi da nessuno.


Ma non erano quelle le immagini che chiamava in soccorso nei momenti di dubbio. Era nel passato che andava a cercare le sue motivazioni, e il più delle volte in un passato di cui Ada non faceva ancora parte.


In gioco non erano più le cause, i moventi, ancor meno le scuse. Era una questione di vita o di morte che andava risolta fra lui e Berthe, ed era urgente che uno dei due vincesse la partita.


Chissà se anche Berthe stava tramando qualcosa. Non aveva accettato la situazione a cuor leggero. Doveva essere pervasa da mattina a sera da una gelida rabbia, e a una rabbia del genere non è facile abituarsi.


Non diceva niente, non si lamentava. Non si era lamentata nemmeno con sua madre. Per orgoglio.


E probabilmente, sempre per orgoglio, voleva a ogni costo che le cose cambiassero.


Émile stava all’erta, era sempre attento a quello che mangiava, cosa più facile per lui che per lei. Ce l’aveva quasi fatta. La cucina era il suo regno e aveva avuto tutto il tempo di mettere a punto il suo piano.


A Pasqua era troppo presto, perché intorno a loro non ci sarebbe stata abbastanza confusione. La confusione era uno dei suoi assi nella manica. Non si reagisce allo stesso modo in una domenica tranquilla o quando ci sono quaranta clienti sulla terrazza, altri che bevono al bancone e gente in ogni angolo della casa.


Bisognava attraversare senza aver fretta il momento di quiete che sarebbe seguito alle feste, aspettare l’arrivo della prima ondata di turisti.


A volte si sentiva stanco. Non poteva essere che così. Ma era consapevole di essere riuscito laddove pochi hanno il coraggio di riuscire: dieci mesi, quasi undici, di preparativi, sotto lo sguardo diffidente di Berthe, dormendo ogni notte nel suo stesso letto, senza tradirsi una sola volta.


Non era naturale rimpiangere di non aver avuto testimoni?

8

Mentre, al volante del furgoncino, si infilava nel traffico e nel frastuono di rue Louis-Blanc, per poi, più avanti, costeggiare il muro del cimitero per dirigersi verso Rocheville, si sentiva ancora trasportare da un’onda.


Solo con se stesso, non assumeva pose, non faceva il gradasso. Se talvolta, nel corso delle ultime settimane, lo aveva fatto, come chi canticchia nel buio per vincere la paura, quel giorno, fin dal risveglio, aveva ritrovato la stessa comunione con persone e cose che aveva da bambino.


Sulla soglia della cucina, per esempio, con in mano la solita tazza di caffè, aveva assorbito il paesaggio, era diventato tutt’uno con esso, e da allora non aveva smesso, per la strada, al mercato, di essere parte di una bella domenica.


Passando guardò sulla collina le vecchie pietre rossicce di Mougins, una nuova stazione di servizio vicino alla quale una bambina giocava con una bambola, alcuni contadini vestiti a festa che scendevano per raggiungere la fermata della corriera.


Ogni cosa era connessa con le altre, la vita scorreva a un ritmo lento e sereno. Svoltò a sinistra e, lungo la strada sterrata che iniziava a salire, si ergevano dei pini attraverso i quali, a tratti, si scorgeva la Roccia Piatta, che gli riportò alla mente un ricordo eccitante.


Non si precipitava verso il proprio destino e fu senza fretta, senza ansia, canticchiando, che fermò il furgoncino argentato davanti alla porta della cucina.


Scese. Dalla porta lo separavano appena quattro metri. Sulla terrazza non c’era nessuno. Si era aspettato di non trovarci nessuno a quell’ora, anche perché arrivando aveva scorto i cappelli di paglia delle due pensionanti, la signorina Baes e la signora Delcour, che sfilavano all’altezza delle siepi lungo la stradina per Pégomas.


Come al solito, i due battenti della persiana dipinta di verde oliva erano socchiusi, in modo da lasciar passare solo la luce necessaria senza però far entrare il caldo.


Ne aprì uno. Fu sul punto di parlare, di pronunciare un nome, uno qualunque, quello della prima persona che vedeva, tanto era abituato che ci fosse qualcuno, uomo o donna, ad aiutarlo a scaricare le cassette.


Per una volta la cucina era vuota. Émile ne fu colpito, tanto più che l’unico oggetto animato, agitato da uno strano fremito, era il coperchio di un’enorme pentola in cui bolliva dell’acqua.


Entrò nella sala da pranzo, dove si trovava il bar e che occupava quasi tutto il pianterreno. Si aspettava di vedere Berthe intenta a scrivere i menu, nel suo angolino accanto alla vetrata.


Non c’era nessuno e, su uno dei tavoli, era rimasto il lavoro a maglia azzurro pallido a cui aveva visto dedicarsi la signorina Baes.


Spiazzato, avanzò verso il fondo delle scale, allungò la testa per ascoltare.


Non capiva, in realtà non rifletteva nemmeno. Quello fu, in effetti, il solo momento di autentico panico, senza alcun legame con ciò che stava per succedere.


Non pensò al fatto che quella era l’ora in cui, soprattutto la domenica, La Bastide sembrava più vuota. Una locanda è come un teatro, ha una vita che si svolge dietro le quinte e una che si svolge nella sala. Dai due lati del sipario occorre un certo tempo per ingranare, e quando i primi spettatori entrano nella sala in penombra, per esempio, gli sprovveduti faticherebbero a credere che nel giro di un quarto d’ora tutte le poltrone saranno occupate.


Anche dietro le quinte, tra i macchinisti affaccendati e gli attori che si attardano nei camerini, serve, ogni sera, una specie di miracolo perché ognuno sia in scena quando si leva il sipario.


Alla Bastide tutti avevano un ruolo più o meno stabilito. Era possibile che Maubi fosse andato a raccogliere le verdure nell’orto, che Eugène, il nuovo cameriere assunto la settimana prima, si stesse cambiando e dando una pettinata prima di apparecchiare.


Prese singolarmente tutte le assenze erano spiegabili, ma ciò che dava alla casa un’atmosfera irreale, angosciante, era che tutti fossero assenti nello stesso momento.


Per qualche istante si sentì davvero mancare il terreno sotto i piedi.


«Signora Lavaud!... Ada!...».


Corse su per le scale, spinse la porta di una prima camera da letto, poi di un’altra, quelle delle due clienti belghe. Finalmente, nella stanza accanto, trovò Ada intenta a spolverare.


«Che succede? Che stai facendo?».


Lei non capiva la sua agitazione.


«Dei marsigliesi hanno telefonato per fermare due camere. Stanno arrivando e la signora mi ha detto...».


«Lei dov’è?».


«Non è dabbasso?».


«E Marie?».


Era la strabica, che in realtà si chiamava Bertha ed era stata ribattezzata, non da lui, ma dalla moglie, infastidita che una cameriera avesse il suo stesso nome.


«Credevo che fosse in cucina».


Tornò al piano inferiore e trovò Marie al suo posto, che sembrava non essersi mai mossa da lì.


«Dov’eri?».


«Al gabinetto».


Era stato uno sciocco. Se lo rimproverò.


«E Maubi?».


«È andato a prendere dei pomodori».


«Eugène?».


«Dev’essere di là...».


Non diceva dove. Lui era l’unico a essersi accorto di quel vuoto momentaneo e a esserne stato colpito.


«Aiutami a svuotare il furgoncino».


Era occupato a spostare le cassette quando Berthe e Eugène uscirono dal Casolare, e per un breve momento ritrovò quel senso di irrealtà. Dato che il Casolare era il luogo dei suoi appuntamenti con Ada, nella sua mente si era appena prodotta un’associazione di idee.


Sua moglie non badava a lui. In piedi davanti al piccolo edificio, dava istruzioni a Eugène, che le ascoltava attentamente.


Era semplice. Era tutto semplice, ed Émile aveva sbagliato a lasciarsi cogliere impreparato. In realtà non c’era stata una sola telefonata di ospiti che annunciavano il loro arrivo, ma due. Berthe non gliene parlò, ma si limitò ad annunciare poco dopo, sedendosi al suo solito tavolo per copiare i menu:


«Sette coperti in più».


Oltre alla coppia di Marsiglia, stava arrivando da Limoges una famiglia con tre figli, che in quel momento doveva essere da qualche parte fra Tolone e Saint-Raphaël.


Berthe era andata ad assicurarsi che il Casolare fosse in condizioni di accoglierli, portando lenzuola e asciugamani e facendosi accompagnare non solo dalla signora Lavaud, ma anche da Eugène affinché l’aiutasse a fare i letti.


Finalmente Émile tornava alla realtà, e lo seccava essersi spaventato senza motivo, tanto più che Berthe sembrava essersene accorta. Il modo in cui lo guardava assumeva sfumature diverse. A volte, come la madre di Émile, lo fissava con l’attenzione concentrata di chi non vede bene e si sforza di leggere un testo scritto in piccolo. Altre volte vi si aggiungeva la diffidenza.


Certe mattine ostentava un’aria malinconica e dignitosa, tanto da far credere che fosse pronta a passare sopra al proprio orgoglio per perdonare e tornare alla vita di prima.


L’espressione più frequente era quella della solitudine sopportata con coraggio, l’atteggiamento della donna che compie il proprio dovere nonostante le avversità e regge senza lamentarsi il peso della casa.


E poi vi era una certa rassegnazione, più di rado una nota di indulgenza, che irritava Émile ancora di più. In quei casi aveva l’aria di voler prendere il mondo a testimone:


«Mio marito è giovane. Gli uomini restano bambini a lungo. Si è preso una cotta per quella ragazza e ci vorrà tempo perché gli passi. Non è colpa sua. Un giorno tornerà, e quel giorno mi troverà ad aspettarlo».


Oggi c’era un’altra nota ancora, una nota che lui conosceva, venata di ironia:


«Mio povero Émile! Credi di essere un uomo e non sospetti nemmeno di essere solo uno scolaretto, non sai che leggo i pensieri dietro quella tua fronte testarda, che so tutto...».


La signora So-tutto-io! Di solito lo mandava in bestia. Quella mattina aveva sbagliato a lasciarsi cogliere così impreparato dalla casa vuota.


Grazie al cielo non lo avrebbe guardato ancora per molto con una di quelle espressioni, ed Émile avrebbe dimostrato che, per quanto lei si credesse superiore agli altri, si era sbagliata su tutta la linea.


Salì a cambiarsi, sulle scale si imbatté nella povera Ada che doveva chiedersi come intendesse fare. Poiché la decisione di Émile era stata presa, di fatto, la domenica del cassoulet, quando Berthe era stata così male, per Ada, che in quel momento aveva incrociato il suo sguardo, non era poi così difficile intuire che metodo avesse scelto.


Conosceva la data stabilita. Émile aveva iniziato a contare i mesi.


«Fra tre mesi...».


«Fra due mesi...».


Poi le settimane.


«Fra tre settimane... Fra due...».


E alla fine aveva mormorato con sollievo:


«Domenica!».


Non le aveva parlato dell’ora, né del risotto. Ma lei non era forse un po’ una strega? In fondo, a volte gli faceva paura. Di rado diceva una frase intera e spesso, quando lo raggiungeva all’ora della siesta, non apriva bocca.


Si esprimeva soprattutto con gli occhi. Capitava che chi non la conosceva la prendesse, all’inizio, per una sordomuta, e quella volta che l’aveva scorta nella pineta era stata anche la sua prima impressione.


Apparteneva a un mondo diverso, quello degli alberi e degli animali, ed Émile sospettava che sapesse cose che i comuni mortali ignorano. Non si sarebbe stupito di scoprire che riusciva a predire il futuro o che era capace di gettare il malocchio.


Chissà che non avesse gettato il malocchio a Berthe, che non fosse colpa sua se Émile, a sua insaputa, agiva a quel modo.


Per fortuna venne assorbito, a poco a poco, dall’ingranaggio, dalla routine delle domeniche d’estate. Dalla cucina, dove stava pulendo personalmente i calamari per non sprecare nemmeno una goccia di inchiostro, sentiva le prime macchine che si fermavano. Di lì a poco qualcuno avrebbe esclamato con voce allegra:


«Émile c’è, vero?».


Ai clienti faceva piacere chiamare il titolare per nome, infilare la testa nella porta della cucina e, quando erano particolarmente in confidenza, entrare e tastare i pesci.


«Allora, Émile, cosa ci prepara di buono?».


I peggiori erano quelli che venivano con amici che non conoscevano ancora il posto e ci tenevano a far vedere che erano di casa.


«Venga a bere un bicchiere di rosé con noi, Émile. Non dica di no!».


Lui si asciugava le mani con un canovaccio e si piazzava dietro al bancone. Faceva parte del mestiere.


Dovette andarci tre volte, quella mattina, scappando per un attimo al calore dei fornelli.


Quando era ancora presto arrivarono sei clienti diversi dalla normale clientela, dei ragazzi di Grasse che stavano andando a Cannes per una partita di calcio e avevano deciso di fermarsi a mangiare un boccone lungo la strada. Li avevano mal indirizzati e ora, vestiti a festa com’erano, cercavano di mostrarsi sicuri del fatto loro anche se si erano accorti di essere nel posto sbagliato.


Alla vista del menu e dei prezzi per poco non se n’erano andati. Poi avevano discusso a bassa voce e avevano finito per ordinare la bouillabaisse e una bottiglia di rosé.


Erano ormai arrivati alla terza, e parlavano a voce alta, ridevano forte, decisi a godersela, già che c’erano.


Le due belghe erano al loro solito tavolo, la famiglia di Limoges, dopo aver dato un’occhiata al Casolare, si era seduta sulla terrazza. Émile si era ficcato in tasca una bustina che al momento opportuno gli sarebbe bastato aprire.


Sapeva quali gesti avrebbe dovuto compiere. Era una pura e semplice questione meccanica. Il tempo delle riflessioni era passato, ancor più quello delle esitazioni.


La bustina vuota sarebbe bruciata in un attimo tra le fiamme dei fornelli e non ne sarebbe rimasta traccia.


Ancora per un’ora buona in cucina sarebbero stati in tre, la signora Lavaud, lui e Marie. Ada e Eugène servivano ai tavoli. Maubi pensava al vino, facendo la spola tra la terrazza e la cantina.


Un paio di volte, prima di decidersi finalmente a sedersi, Berthe sarebbe entrata a dare un’occhiata, senza dire niente. La cosa migliore era non guardare nella sua direzione.


Comunque fosse, era troppo tardi.


«Tre bouillabaisse!».


Maubi aveva appena attraversato la cucina per scendere in cantina e fu allora, mentre riempiva i vassoi, che a Émile venne un pensiero, così semplice, così evidente che si chiese come mai non gli fosse venuto negli undici mesi precedenti.


La signora Harnaud!


Aveva previsto tutto tranne lei. Nella sua mente la collocava a Luçon, con la sorella e la nipote, come se dovesse restarvi in eterno.


Ma non era così. La conosceva bene. Berthe non era stata la sola ad aver comprato Émile. La madre aveva preso parte all’operazione, e forse era addirittura stata lei la prima ad avere l’idea.


Già quando era a Vichy e gli avevano proposto di andar lì... Gros-Louis aveva scritto la lettera, certo, ma non era forse stata la moglie a suggerirglielo?


Sapeva che il marito era malato. Loro sarebbero rimaste sole, due donne, alla Bastide, che non avevano finito di sistemare e che non aveva una clientela...


Émile si ricordava della discrezione con cui la signora Harnaud saliva, la sera, dopo la morte di Gros-Louis, per lasciarlo a tu per tu con Berthe.


Si poteva mai sperare che quella donna, una volta morta la figlia, se ne sarebbe rimasta a Luçon senza andare a difendere quella che in parte era anche roba sua?


Si sarebbe precipitata, ovviamente. Per il momento faceva affidamento su Berthe per tenere d’occhio Émile. Una volta scomparsa Berthe, sarebbe stata costretta a occuparsene di persona.


Tutto questo gli si impresse nella mente nel giro di una manciata di secondi. Aveva la fronte imperlata di sudore, a causa del calore emanato dai fornelli, ma adesso gli sembrava un sudore malsano, come di febbre.


Con Berthe esisteva una specie di patto, e lui non doveva più nascondersi quando chiedeva a Ada di raggiungerlo nel Casolare.


Sua suocera, invece, non sapeva nulla ed Émile si era illuso immaginando che avrebbe semplicemente fatto scendere Ada di un piano per metterla nel proprio letto.


Aveva già trovato la soluzione. Non gli faceva paura. Se l’aveva accettata una volta, non c’era motivo per non accettarla di nuovo.


Avrebbe soltanto ritardato il momento della sua liberazione. Si sarebbe trattato di aspettare anni, magari due o tre, o comunque lunghi mesi.


Conosceva a memoria la frase che aveva letto nell’ambulatorio del dottor Chouard e gli tornarono in mente le esatte parole:


«L’incertezza diagnostica spiega la frequenza degli avvelenamenti in serie perpetrati da una stessa persona, convinta della propria impunità fino a quando la ripetizione dei medesimi eventi e le somiglianze fra loro non orientano la diagnosi».


Adesso non doveva farsi prendere dal panico. L’altra questione l’avrebbe affrontata al momento opportuno. Ad ogni modo, avendo già la soluzione, avrebbe preso il tempo e le precauzioni necessari.


Ada entrava e usciva, portando dentro i vassoi, portandone fuori altri. Di tanto in tanto, dalla porta della cucina i cui scuri erano stati aperti un po’ di più ora che il sole non ci batteva sopra, Émile andava a dare un’occhiata alla terrazza per vedere a che punto erano i clienti.


Vide Berthe sedersi al suo posto, il nuovo cameriere, Eugène, dirigersi verso di lei, essere fermato, lungo il tragitto, da un cliente che voleva altro sugo nella bouillabaisse. Fu così che Ada si trovò a prendere l’ordinazione di sua moglie.


Non aveva importanza. Eugène sarebbe andato altrettanto bene, dato che si trattava solo di portare un piatto.


Prima che Ada tornasse, approfittò del fatto che Marie gli desse le spalle e la signora Lavaud stesse lavando le stoviglie per versare la polvere nel piatto di risotto e per bruciare la bustina. Fece tutto con la rapidità e la destrezza di un prestigiatore.


Era quasi certo che Berthe non avesse ordinato l’antipasto. Lo prendeva di rado la domenica, sia per fare più in fretta, giacché doveva finire prima dei clienti per preparare il conto a tutti, sia perché era ghiotta di calamari.


Non le portavano un vassoio, ma le servivano direttamente la sua porzione su un piatto caldo, era più semplice.


«Risotto?» chiese a Ada, che di colpo gli parve avere un colorito più terreo.


Lei annuì.


«Per la signora?».


Aveva smesso di dire «mia moglie» da quando quella parola non aveva più senso.


Quello che gli passò per la testa, in quel preciso momento, non fu esattamente un pensiero. Non rifletteva una decisione e nemmeno un desiderio. Somigliava piuttosto a una di quelle frasi in una lingua straniera che si colgono per caso quando si gira la manopola della radio, frasi provenienti da una stazione lontana che in seguito non si ritrova più.


Perché allo stesso modo non dovrebbero esistere nell’aria immagini, idee o frammenti di idee che vengono da chissà dove e che avviene di captare per un secondo appena, senza sapere che cosa significano?


Mentre Ada si voltava, con il piatto in mano, per dirigersi verso la terrazza, Émile all’improvviso l’aveva vista come sarebbe stata a trentacinque o quarant’anni, o magari a cinquanta, una specie di megera scura scura che avrebbe fatto paura ai bambini.


«... la frequenza degli avvelenamenti in serie...».


Non aveva detto niente, pensato a niente. Soltanto un’immagine, scaturita per un attimo dal nulla, che aveva subito scacciato. Aveva altro per la testa. Non viveva nel futuro, ma nel presente.


Non era più solo il giorno, o l’ora. Era il minuto. Sistemò su un vassoio tre porzioni di bouillabaisse, aggiunse, meccanicamente, un piccolo scorfano e porse il vassoio a Eugène che lo aspettava.


Si chiese se non avesse sbagliato, poco prima, ad affacciarsi alla terrazza per vedere che cosa faceva Berthe. Lei se n’era accorta?


Si asciugò il viso, non con il canovaccio ma con il grembiule bianco. Ada stava per tornare con un’altra comanda. Un minuto. Pochi secondi...


Non tornava. Fece in tempo a ricomparire Eugène.


«Due risotti».


«Per chi?».


«Le belghe».


Li impiattò e, subito dopo, provò il bisogno di accendersi una sigaretta. Gli tremava la mano, impercettibilmente, ma tremava. La cameriera strabica andava e veniva come se niente fosse. La signora Lavaud era seduta all’ombra, con dei piselli in grembo.


Doveva andare a vedere. Alle sue spalle passò Maubi, con in mano alcune bottiglie. Non appena avesse visto, Émile si sarebbe versato da bere, aveva la gola secca.


Doveva fare solo quattro passi, li contò, e poi sporgere la testa. Il tavolo di Berthe era l’ultimo a destra, addossato alla vetrata della sala da pranzo, che era vuota perché, d’estate, tutti i clienti preferivano la terrazza.


Émile aveva il cappello da chef in testa, il canovaccio in mano.


Nonostante il sole, i colori, l’animazione, il chiasso, i gesti degli uni e degli altri che si mescolavano, le risate e gli scoppi di voci, la prima cosa che incontrò fu lo sguardo di Berthe.


Quello sguardo era puntato su di lui, calmo e duro, per una volta privo di ironia, e si sarebbe potuto credere che sua moglie sapesse che Émile sarebbe comparso, e in quale momento preciso, e si fosse preparata in anticipo quello sguardo per accoglierlo.


Lui ignorava cosa fosse successo, cosa stesse succedendo, ma era già sicuro che era Berthe ad aver vinto la partita. Ogni dubbio venne fugato quando, di fronte a lei, al suo stesso tavolo, con la schiena rivolta alla cucina, Émile riconobbe la testa di Ada, le sue spalle, Ada che stava mangiando il risotto avvelenato.


«Due costolette d’agnello!».


Preferiva vederla solo di schiena, non essere costretto a guardarla in faccia. Si immaginava la voce di Berthe.


«Siediti».


Ada, in piedi, che non sapeva cosa fare, che non osava protestare.


Il piatto sospinto verso di lei attraverso il tavolo.


«Mangia!».


E lei stava mangiando. Il piatto era già quasi vuoto. Émile tornò in cucina per mettere le costolette a grigliare. Le fiamme, che poco prima avevano bruciato la bustina, facevano sfrigolare la carne che si imperlava di gocce di sangue.


«... l’esordio dei sintomi si ha una o due ore dopo l’ingestione...


«... conati di vomito dolorosi, dapprima alimentari, quindi biliosi e sanguinolenti, fanno seguito le coliche, la diarrea, con feci abbondanti, sierose, risiformi, una sete intensa, il senso di costrizione...».


 


 


Ad ogni modo era troppo tardi. Berthe glielo aveva appena fatto capire, senza bisogno di muovere le labbra, con un semplice sguardo.


Lui non aveva il diritto di intervenire. Ci sarebbe voluto...


«Tre meringate!».


Prese le meringate dal frigorifero, restando per un momento con il viso esposto alla frescura.


«Due caffè!» stava dicendo dietro di lui una voce che lo immobilizzò.


Era Ada. Aspettava i due caffè. Lo guardava come il grosso cane giallastro doveva aver guardato il padrone.


Si aspettava qualcosa da lui? Non poteva fare niente per lei. Ada apparteneva al passato.


Émile evitò il suo sguardo, continuò a lavorare, a riempire i vassoi che posava sui piani liberi.


Sentiva la voce di Eugène nella sala da pranzo.


«Il conto del 12».


Voleva dire che Berthe aveva preso il suo posto accanto alla finestra e aveva incominciato a incolonnare cifre.


«... l’esordio dei sintomi si ha una o due ore dopo l’ingestione...».


Meglio che lui non fosse lì. Anche se avesse fatto la siesta nel Casolare, qualcuno sarebbe andato a chiamarlo. Non era certo di poter mantenere il sangue freddo. Già ora non era più in grado di guardare Ada che faceva avanti e indietro in silenzio, con il viso privo di espressione.


Cercava una scusa plausibile per andarsene non appena tutti i clienti fossero stati serviti. Non ne trovava. Non era lucido.


Quand’ecco che Berthe si stagliò nel riquadro della porta. C’erano tre testimoni: la signora Lavaud, Marie e Maubi, che si stava versando da bere.


«Non ti sei dimenticato della partita di calcio, vero?» gli chiese Berthe in tono naturale.


Émile balbettò:


«Tra un attimo...».


La signora Lavaud e Marie erano ben capaci di versare il caffè e di sistemare le meringate sui piatti.


Berthe aveva ragione. Era proprio ora di andare a Cannes e mescolarsi alla folla che seguiva la partita di calcio.


Se ne faceva carico lei. Meglio così. Quando lui fosse tornato sarebbe stato tutto finito.


Non sarebbe cambiato molto, del resto, dato che non avevano mai smesso di dormire nella stessa camera.


Salì a mettersi una camicia bianca e un paio di pantaloni leggeri e a passarsi il pettine bagnato tra i capelli.


Uscì dal retro, per evitare Ada, mise in moto il furgoncino con una tale urgenza che era già a metà della discesa quando si accorse di non aver tolto il freno a mano.

Noland, 3 luglio 1958. Esculsivà del s1to Eᴜʀᴇᴋᴀᴅᴅʟ.