domenica 12 luglio 2026

EINAT WILF: LA "STRATEGIA DEL CARTELLO" PALESTINESE

 


EINAT WILF: LA "STRATEGIA DEL CARTELLO" PALESTINESE


Einat Wilf - autrice prolifica su Israele e sionismo, docente ed ex deputata del Partito Laburista e della fazione, che avuto vita breve(☆), "Indipendenza" di Ehud Barak – ha un suggerimento: smettete di concentrarvi sugli alberi. Guardate la foresta.

Ogni rapporto ONU, ogni documento di Amnesty International, è un albero. Fermarsi su ciascuno significa perdersi nella foresta.
Il quadro più ampio, sostiene Wilf, è molto più pericoloso: l’equazione incessante di Israele e del sionismo con qualunque male domini il discorso del momento – imperialismo, colonialismo, apartheid, supremazia bianca, genocidio. Questo fa parte di una campagna molto più vasta e perniciosa: instillare una mentalità globale secondo cui il mondo starebbe meglio senza l’ebreo collettivo.
Non si tratta affatto di una mentalità nuova – anzi, è antichissima, ha detto. È l’idea che «esista un mondo migliore – un mondo di salvezza, un mondo di purezza razziale, un mondo di diritti umani, di pulizia – e che l’ebreo collettivo si frapponga tra questo mondo e l’utopia».
Ha sostenuto che la stessa idea animatrice è all’opera oggi, ma pochi la esprimono in questi termini. La reazione di Israele a un rapporto ONU, quindi, non dovrebbe essere localizzata o limitata a condannarlo come calunnia, ha affermato, ma piuttosto collocarlo in questo contesto molto più ampio.
Wilf, nativa di Gerusalemme, con una laurea in scienze politiche e belle arti a Harvard e un dottorato in scienze politiche a Cambridge, ha tenuto conferenze e scritto estensivamente su quella che definisce la «strategia del cartello» palestinese.
Le PAROLE sui cartelli stessi – «colonialismo», «razzismo», «apartheid» – contano meno della loro ripetizione infinita, ha argomentato. Queste parole compaiono ripetutamente nelle proteste, nei media, sui social media e, soprattutto, nelle istituzioni dal prestigio globale come l’ONU, conferendo loro una patina di legittimità.
Wilf ha ricordato l’osservazione di un ex ufficiale del KGB secondo cui «il prestigio sospende il giudizio». Se un’istituzione prestigiosa – un organo ONU, un’università, un’organizzazione per i diritti umani – avalla un’idea, questa acquisisce automaticamente rispettabilità.
Ecco perché, ha spiegato, I Protocolli dei Savi di Sion furono così efficaci: 120 anni fa, un libro portava prestigio, anche se si trattava di una falsificazione.
Oggi avviene lo stesso processo di riciclaggio. La formula – «Israele, sionismo, Stella di Davide = male» – viene rafforzata attraverso istituzioni che ancora esercitano autorità, per quanto malriposta. Le organizzazioni per i diritti umani, il mondo accademico e l’ONU fungono da canali per queste calunnie. Wilf ha notato che si può persino ottenere un dottorato sostenendo che il sionismo è colonialismo. Una carriera accademica può essere costruita sulla tesi che Israele è uno Stato di apartheid.
CONTRARIAMENTE a quanto si crede comunemente, ha argomentato Wilf, Israele non è semplicemente impegnato in una battaglia di pubbliche relazioni. La questione è più profonda: si sta plasmando una mentalità globale secondo cui i problemi del mondo sarebbero risolvibili se solo Israele cessasse di esistere. E come è stato ripetutamente gridato dopo il 7 ottobre, questo può essere ottenuto «con ogni mezzo necessario».
Perché tutti i mezzi sono legittimi? Perché se l’ebreo collettivo è percepito come l’ultimo ostacolo all’utopia, allora qualsiasi mezzo per cancellarlo è giustificato. Wilf ha citato un esempio agghiacciante: un cartello dopo il 7 ottobre che mostrava una bandiera israeliana in una paletta per la spazzatura con la didascalia «Tenete il mondo pulito».
«Non è un caso che tutte le parole del male siano associate a Israele, al sionismo, alla Stella di Davide», ha detto, «e che tutte le parole buone – giustizia, uguaglianza, libertà e diritti – siano associate alla sua negazione, a ciò che ho chiamato “palestinismo”, che in ultima analisi è un’ideologia costruita sulla negazione dell’ebreo collettivo».
Questo è il quadro più ampio, ha detto, e va trasmesso.
Una volta fatto questo, ha proseguito, «dobbiamo far capire alla gente che questo è il tipo di ideologia che fa crollare le società e che non esiste un solo momento nella storia in cui le società si siano ossessionate dall’idea che l’ebreo collettivo si frapponga tra loro e l’utopia, e che la cosa sia finita bene».
Invece di confutare semplicemente ogni nuovo rapporto ONU calunnioso, Israele deve esporre il modello più profondo in atto. Questo «virus», ha avvertito, è stato inoculato nel mondo occidentale – negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna. Ha aggiunto che il popolo ebraico ha storicamente avuto un «problema di tempismo».
«Quando il mondo si sveglia e capisce quanto siano distruttive queste ideologie, noi spesso abbiamo già subito il grosso del danno», ha sostenuto. «Quindi dobbiamo innanzitutto concentrarci su come soffrire il minor danno possibile mentre questa ideologia si diffonde nel mondo, ma abbiamo alleati e amici. Dobbiamo aiutarli a capire cosa sta succedendo».
Il palestinismo ha alcuni principi fondamentali, ha detto, tra cui: Dal fiume al mare non ci sarà uno Stato ebraico; i palestinesi sono profughi perpetui finché non sarà raggiunto il «ritorno»; il ritorno non è una «nostalgia soft» per la casa del bisnonno – il 7 ottobre è il ritorno: la cancellazione di Israele e del sionismo è l’unico esito accettabile.
Paradossalmente, poiché non era amico degli ebrei, il ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin ha riassunto l’essenza di questo «palestinismo» in un discorso al Parlamento nel 1947 spiegando perché la Gran Bretagna stava restituendo il mandato sulla Palestina all’ONU.
Wilf cita spesso questo discorso: «Il Governo di Sua Maestà si è dunque trovato di fronte a un conflitto inconciliabile di principi. Per gli ebrei, il punto essenziale di principio è la creazione di uno Stato ebraico sovrano. Per gli arabi, il punto essenziale di principio è resistere fino all’ultimo all’instaurazione della sovranità ebraica in qualsiasi parte della Palestina».
Questo, sostiene, è l’essenza del conflitto – che non ha nulla a che fare con l’occupazione, gli insediamenti, gli sfollamenti o le politiche di questo o quel governo israeliano.
Wilf vede il palestinismo come un’ideologia di cancellazione. «Non cerca l’autodeterminazione. Non cerca la statualità. Non cerca l’indipendenza. Cerca solo di impedire fino all’ultimo l’instaurazione della sovranità ebraica in qualsiasi parte della terra», ha detto.

(☆) Wikipedia: Nel gennaio 2011, Ehud Barak (allora ministro della Difesa e leader del Partito Laburista) decise di scindersi dal Partito Laburista per rimanere nella coalizione di governo di Benjamin Netanyahu (di centro-destra). Il Partito Laburista stava per uscire dalla maggioranza, ma Barak e alcuni fedeli non volevano abbandonare il ruolo governativo.
Il 17 gennaio 2011 Barak fondò il partito/fazione Indipendenza (Sia'at Ha'Atzma'ut).
Vi aderirono cinque deputati usciti dal gruppo laburista.
Si definiva sionista, centrista, democratico e si ispirava all'eredità di David Ben-Gurion.

Questo permise a Barak di mantenere la carica di ministro della Difesa senza far cadere il governo Netanyahu.

Vita breve
Il partito ebbe una durata molto limitata:
Esistette formalmente dal 2011 al 2012.
Non partecipò alle elezioni del 2013.
Barak annunciò il ritiro dalla politica alla fine del 2012 e il partito si sciolse di fatto.

KAFKA SULLA SPIAGGIA Haruki Murakami





KAFKA SULLA SPIAGGIA
Haruki Murakami

Recensione 
Il romanzo si sviluppa su due linee narrative parallele. Da una parte segue Kafka Tamura, un quindicenne maturo e determinato, dall’altra, Nakata, un anziano semplice e candido (quasi infantile), che possiede abilità particolari, come parlare con i gatti, e intraprende un viaggio apparentemente casuale.
Due storie che si intrecciano in modi imprevedibili, tra biblioteche silenziose, foreste misteriose, tempeste e figure enigmatiche. Murakami non spiega tutto: lascia che il lettore navighi in un’atmosfera sospesa tra realtà e sogno.

KAFKA SULLA SPIAGGIA (10 capitoli)

Il ragazzo chiamato Corvo – E cosí il denaro sei riuscito a trovarlo? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre. Io annuisco. – Quanto? Rifaccio un’altra volta il calcolo a mente, quindi rispondo: – Circa quattrocentomila yen in contanti. Poi c’è ancora qualcosa che posso prelevare con la carta. Naturalmente non credo che basti, ma almeno per ora dovrei farcela. – Non è male, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Almeno per ora. Io annuisco. – Però questi soldi non li hai certo ricevuti da Babbo Natale, o sbaglio? – dice. – No, – rispondo. Il ragazzo chiamato Corvo si guarda intorno, storcendo leggermente le labbra in una smorfia ironica. – Non sarà che provengono dal cassetto di qualcuno, qualcuno molto vicino? Non rispondo. Lui sa benissimo di chi è quel denaro, è ovvio. Non sta cercando di strapparmi una confessione. Mi sta semplicemente prendendo in giro. – Beh, pazienza, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Quei soldi ti servono. Ti servono davvero. Devi averli. Qualsiasi mezzo è lecito: chiederli, prenderli in prestito di nascosto, rubarli… In ogni caso sono soldi di tuo padre. Con quelli, almeno per ora, ce la farai. Ma quando avrai finito quei quattrocentomila yen, come hai intenzione di muoverti? I soldi non crescono spontaneamente nel portafogli come funghi di montagna. Avrai bisogno di mangiare, e di un posto per dormire. A un certo punto i soldi finiranno. – Ci penserò quando sarà il momento, – dico. – Ci penserò quando sarà il momento, – ripete il ragazzo, come soppesando le mie parole sul palmo della mano. Io annuisco. – Vuoi dire che cercherai un lavoro o qualcosa del genere? – Forse, – dico. Il ragazzo chiamato Corvo scuote la testa. – Ma quando imparerai qualcosa sulla vita? Come pensi che un ragazzo di quindici anni, in un posto lontano e sconosciuto, possa trovare un lavoro? Se non hai neanche finito la scuola! Chi ti darebbe un impiego? Arrossisco leggermente. Sono uno che arrossisce subito. – Mah, lasciamo perdere, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Non è il caso di fare un elenco dei problemi, prima ancora di cominciare. Ormai hai fatto la tua scelta. Adesso si tratta solo di metterla in pratica. E comunque sia, è la tua vita. Alla fine, sei solo tu a dover decidere. Sí, comunque sia, questa è la mia vita. – Ma d’ora in avanti, se non diventi piú tosto non ce la farai. – Faccio del mio meglio, – dico. – Certo, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – In questi ultimi anni ti sei rafforzato molto, non si può negare. Annuisco. Il ragazzo chiamato Corvo continua: – Resta però il fatto che hai solo quindici anni. La tua vita è appena cominciata. Il mondo è pieno di cose di cui non sai niente. Cose che tu nemmeno ti immagini. Siamo seduti come al solito l’uno accanto all’altro sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre. Al ragazzo chiamato Corvo questa stanza piace. Gli piacciono molto tutti i piccoli oggetti che ci sono. Adesso gioca con un fermacarte di vetro a forma di ape che ha tra le mani. Naturalmente, quando mio padre è in casa si tiene alla larga. – Però, qualsiasi cosa succeda, – dico, – devo andarmene di qui. Su questo non si discute. – Lo credo anch’io, – conviene il ragazzo chiamato Corvo. Posa il fermacarte sul tavolo, e incrocia le mani sulla nuca. – Però non pensare che questo risolverà tutto. Non per raffreddare il tuo entusiasmo, ma anche se vai piú lontano che puoi, non è detto che riuscirai davvero a fuggire da qui. Secondo me è meglio non fare troppo affidamento sulla lontananza. Ci rifletto per qualche istante. Il ragazzo chiamato Corvo tira un sospiro, chiude gli occhi e si preme le palpebre con le dita. – Facciamo il solito gioco, – dice, parlando nel buio. – Va bene, – rispondo. Chiudo anch’io gli occhi e tiro un lungo respiro profondo. – Sei pronto? Immagina una terribile tempesta di sabbia, – dice. – Dimentica completamente tutto il resto. Seguendo le istruzioni, immagino una terribile tempesta di sabbia. Dimentico completamente tutto il resto. Dimentico perfino chi sono. Divento uno spazio bianco. Subito alcune visioni mi affiorano alla mente. Come sempre io e il ragazzo, sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre, dividiamo quelle visioni. – Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso, – comincia. Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. Immagino questa tempesta di sabbia. Un vortice bianco che sale dritto verso il cielo come una grossa fune. Usando tutt’e due le mani mi tappo con forza occhi e bocca per impedire che quella sabbia finissima mi entri nel corpo. La tempesta si avvicina sempre di piú, punta verso di me. Non mi ha ancora raggiunto, ma già sento sulla pelle la forza del vento. Da un momento all’altro potrebbe inghiottirmi. Poi il ragazzo chiamato Corvo posa piano una mano sulla mia spalla. All’istante la tempesta di sabbia si dilegua. Ma io resto a occhi chiusi. – D’ora in avanti tu devi diventare il quindicenne piú tosto del mondo. In qualunque situazione. Non puoi fare altro, se vuoi sopravvivere. E per farlo, bisogna che tu capisca che cosa significa diventare veramente un duro. Intesi? Resto in silenzio. Vorrei addormentarmi cosí, dolcemente, con la sua mano sulla spalla. Un lieve sbattere d’ali mi arriva all’orecchio. Mentre scivolo nel sonno, il ragazzo chiamato Corvo continua a sussurrarmi: – Stai per diventare il quindicenne piú tosto del mondo –. Come se mi imprimesse nel cuore un tatuaggio con inchiostro blu scuro. E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. È una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. È il tuo sangue, e anche il sangue di altri. Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato. Sí, questo è il significato di quella tempesta di sabbia. Quando verrà il giorno del mio quindicesimo compleanno, scapperò di casa e andrò in una città lontana e sconosciuta, a vivere in un angolo di una piccola biblioteca. Naturalmente, a raccontare tutto per filo e per segno, ci metterei almeno una settimana. Ma a voler sintetizzare al massimo, l’intera vicenda si può riassumere cosí: Quando è venuto il giorno del mio compleanno, sono scappato di casa e sono andato in una città lontana e sconosciuta, a vivere in un angolo di una piccola biblioteca. Forse potrà sembrare una specie di fiaba. Ma non si tratta di una fiaba. Da nessun punto di vista. Capitolo primo I soldi non sono l’unica cosa che, andandomene, ho portato via di nascosto dallo studio di mio padre. Ho preso anche un vecchio accendino d’oro (mi piacciono la forma e il peso) e un coltello pieghevole dalla lama affilata. È un coltello per tagliare la pelle di daino: se lo metto sul palmo della mano è piuttosto pesante, e la lama ha una lunghezza di dodici centimetri. Probabilmente è il souvenir di un viaggio all’estero. Ho deciso di portarmi anche una torcia tascabile dalla luce potente che ho trovato nel cassetto della scrivania. E infine gli occhiali da sole, che mi serviranno a nascondere la mia età. Occhiali Revo dalle lenti Sky-blue. Avevo pensato di portarmi il Rolex Oyster a cui mio padre tiene tanto, ma dopo averci riflettuto su, ho lasciato perdere. La bellezza del meccanismo di quell’orologio mi affascinava molto ma non volevo attirare l’attenzione piú del necessario indossando oggetti costosi. Inoltre, dal punto di vista della praticità, un orologio da polso Casio con cronometro e sveglia mi è sufficiente. E sarà anche piú facile da usare. Cosí mio malgrado ho rimesso il Rolex nel cassetto della scrivania. Oltre a queste cose, ho preso la foto di me e mia sorella da piccoli, che stava nel fondo di un cassetto. Nella foto siamo su una spiaggia, non so dove, e sorridiamo contenti. Mia sorella è girata da una parte, cosí metà della faccia è in ombra. Per questa ragione, il suo viso sorridente sembra diviso in due. Come in una maschera del teatro greco che ho visto su un libro di scuola, sembra rappresentare due concetti opposti. Luce e ombra. Speranza e disperazione. Riso e tristezza. Fiducia e solitudine. Invece io guardo dritto nell’obiettivo, senza alcun imbarazzo. Sulla spiaggia oltre a noi non c’è anima viva. Io e mia sorella siamo in costume da bagno. Il suo è un costume intero, a fiori rossi; io porto dei buffi pantaloncini blu troppo larghi. Ho in mano qualcosa. Sembrerebbe un bastone di plastica. La schiuma bianca delle onde ci bagna i piedi. Dove e quando, e da chi sarà stata scattata questa foto? Come mai abbiamo un’espressione cosí gioiosa? Perché nostro padre si è tenuto soltanto questa foto? Tutte domande senza risposta. Io dovrei avere tre anni, mia sorella circa nove. Noi due eravamo davvero cosí uniti? Io non ricordo di essere mai andato su una spiaggia con la famiglia. Non ricordo di essere mai andato da nessuna parte. Comunque, non volevo andarmene lasciando quella vecchia foto nelle mani di mio padre, cosí l’ho infilata nel portafogli. Di mia madre non ce n’era nemmeno una. Probabilmente lui le aveva gettate via tutte. Dopo averci riflettuto un po’, ho deciso di portarmi il telefono cellulare. Forse, dopo essersi accorto della mia scomparsa, mio padre chiamerà la compagnia telefonica e annullerà il contratto. In quel caso non mi servirà piú a niente. Ma l’ho infilato lo stesso nel mio zaino. Ci ho messo pure il caricabatterie. Tanto pesa poco. Se mi accorgerò che non c’è piú linea, lo butterò via. Nello zaino ho deciso di mettere solo lo stretto necessario. Scegliere i vestiti è la parte piú difficile. Di quanti cambi di biancheria avrò bisogno? Di quanti pullover? E come regolarmi con le camicie, i pantaloni, i guanti, le sciarpe, i pantaloni corti, il cappotto? Se comincio a pensarci, la lista è interminabile. Ma di una cosa sono certo. Non ho nessuna intenzione di andare in giro in un paese che non conosco con un grosso bagaglio: equivarrebbe a presentarmi ufficialmente come «ragazzo scappato di casa». In questo modo attirerei subito l’attenzione di qualcuno. La polizia mi prenderebbe in custodia, e sarei rispedito a casa all’istante. Oppure potrei suscitare l’interesse di qualche banda di balordi del luogo. La cosa giusta è andare in un posto dove non fa freddo. È questa la conclusione a cui arrivo. In fondo non è difficile. Sceglierò un luogo dal clima mite. Cosí non avrò bisogno del cappotto. E nemmeno di guanti. Se non c’è il problema del freddo, la quantità dei vestiti da portare si riduce di almeno la metà. Scelgo abiti leggeri, quelli piú facili da lavare e asciugare, e che occupano meno spazio, li piego e li infilo nello zaino. Poi ci metto un sacco a pelo tre stagioni, arrotolato stretto in modo da ridurre il volume, pochi accessori da toilette, un mini-impermeabile, penna e taccuino, e un minidisc walkman della Sony che è anche registratore, una decina di dischetti (la musica mi è assolutamente necessaria), e una batteria ricaricabile di riserva. Questo è tutto. Decido di fare a meno di attrezzi per cucinare. Sono troppo pesanti e ingombranti. Comprerò da mangiare nei minimarket. Ci è voluto del tempo, ma alla fine sono riuscito a ridurre la lista delle cose da portare. Dopo averne aggiunte e cancellate, riaggiunte e ricancellate non so quante volte. Il mio quindicesimo compleanno mi sembrava il momento piú adatto per scappare di casa. Prima sarebbe stato prematuro, ma aspettare oltre poteva essere rischioso. Nei due anni successivi al mio ingresso nella scuola media, mi sono concentrato e ho allenato il mio fisico in previsione di quel giorno. Fin dai primi anni delle elementari avevo frequentato i corsi di judō, e anche alle medie avevo proseguito piú o meno allo stesso ritmo. Ma non mi ero iscritto al club sportivo degli studenti. Quando avevo tempo, correvo da solo nel campo della scuola, nuotavo in piscina, e andavo alla palestra comunale ad allenarmi con gli attrezzi. Lí, dei giovani istruttori mi insegnavano gratis il modo corretto di fare stretching e l’uso degli attrezzi. Cosa dovevo fare per rafforzare i muscoli di tutto il corpo nel modo piú efficace. Quali muscoli vengono normalmente utilizzati nella vita quotidiana, quali invece possono essere rafforzati solo con l’uso degli attrezzi, il modo corretto di adoperare la bench press eccetera. Io che ho la fortuna di essere alto, grazie a un allenamento costante ho sviluppato spalle larghe e un torace robusto. Agli occhi di chi non mi conosce, potrei passare tranquillamente per diciassettenne. Se dimostrassi la mia vera età, avrei problemi a non finire. A parte le conversazioni con gli istruttori del centro sportivo e le poche parole scambiate con la domestica che viene a casa a giorni alterni, e a parte quel minimo di conversazione a cui sono costretto a scuola, non scambio quasi parola con nessuno. Quanto a mio padre, già da tempo evito ogni rapporto con lui. Anche se viviamo nella stessa casa, i nostri orari sono completamente diversi, e lui se ne sta chiuso quasi tutto il giorno nel suo atelier, che si trova in un altro posto. E poi, inutile dire che io sto attento a incontrarlo il meno possibile. La scuola dove vado è un istituto privato, frequentato soprattutto da ragazzi dell’alta borghesia, o semplicemente con soldi. A meno di non fare dei veri disastri, si ha la garanzia di passare automaticamente al liceo. Tutti hanno i denti ben allineati, portano abiti puliti e fanno discorsi noiosi. Naturalmente nella mia classe non piaccio a nessuno. Ho costruito intorno a me un muro altissimo, che non permetto a nessuno di valicare, e io stesso sto bene attento a non uscirne mai. È escluso che un individuo cosí possa piacere a qualcuno. Gli altri mi tengono a distanza, e diffidano di me. Forse mi considerano sgradevole, e a volte persino mi temono. Ma io sono grato del fatto che mi lascino in pace. Ho una montagna di cose da fare, e devo farle da solo. Quando ho dei momenti liberi, vado alla biblioteca della scuola e leggo avidamente. Però ho sempre seguito con attenzione le lezioni. Me l’aveva raccomandato con insistenza il ragazzo chiamato Corvo. Le conoscenze e le tecniche che vengono insegnate nelle lezioni della scuola media, difficilmente potranno esserti utili nella vita reale: su questo non c’è dubbio. Gli insegnanti sono quasi tutti degli incapaci. Lo so bene. Però, ascolta, tu stai per scappare di casa. E può darsi che non avrai mai piú occasione di frequentare una scuola, perciò ti conviene assorbire fino in fondo tutte le nozioni che ti vengono impartite in classe, che ti piacciano o meno. Devi diventare una carta assorbente. In seguito, farai sempre in tempo a decidere cosa mantenere e cosa buttare. Ho seguito il suo consiglio (avevo stabilito in linea di principio di seguire tutti i consigli del Corvo). Concentrandomi al massimo, trasformando il cervello in una spugna, ascoltavo con attenzione tutto ciò che veniva detto in classe, e me ne riempivo la testa. Senza sprecare tempo, capivo e memorizzavo. Grazie a ciò, nonostante al di fuori delle lezioni studiassi poco o niente, i miei voti agli esami sono sempre stati fra i piú alti della classe. Man mano che i miei muscoli si rafforzavano diventando duri come acciaio, parlavo sempre meno. Tentavo il piú possibile di evitare che il mio viso tradisse le emozioni, e mi allenavo affinché i miei insegnanti e i compagni di classe non capissero quello che pensavo. Stavo per entrare nel mondo spietato degli adulti, e lí dovevo sopravvivere da solo. Dovevo diventare piú duro di chiunque altro. Guardandomi allo specchio, mi accorgevo che nei miei occhi c’era una luce fredda simile allo sguardo di una lucertola, e che la mia espressione si faceva sempre piú impenetrabile. A pensarci bene, non rido da cosí tanto tempo che ne ho quasi perso la memoria. Non sorrido neanche piú. Né agli altri, né a me stesso. Ma non è che sia riuscito sempre a mantenere questo atteggiamento calmo e imperturbabile. È capitato a volte che il muro altissimo che avevo costruito intorno a me sia andato in frantumi. Non di frequente, ma è accaduto. Senza che me ne accorgessi, il muro si è dissolto e io mi sono ritrovato nudo di fronte al mondo. In quei momenti ero assalito da una grande confusione. Una confusione terribile. E in mezzo a quella confusione, c’era la profezia. La profezia era sempre lí, torbida come acqua stagnante. La profezia è sempre lí, torbida come acqua che ristagna nel buio. Di solito si nasconde in qualche luogo sconosciuto. Ma arriva un momento in cui cresce silenziosamente e trabocca, invadendo con il suo freddo ogni tua cellula, e in questa crudele inondazione annaspi e affoghi. Ti attacchi al portello per la ventilazione che è vicino al soffitto, e cerchi disperatamente l’aria fresca di fuori. Ma l’aria che puoi aspirare da lí si consuma in fretta e la gola comincia a bruciare. Elementi normalmente in contrasto come acqua e sete, freddo e febbre, uniscono le loro forze per attaccarti. Con tutto lo spazio immenso che esiste al mondo, non riesci a vederne nessuno – e ne basterebbe anche pochissimo – che possa accoglierti. Quando cerchi una voce, trovi solo un silenzio profondo. Ma quando cerchi silenzio, ecco la voce incessante di una profezia, una voce che a volte preme quella specie di interruttore segreto nascosto da qualche parte nella tua mente. Il tuo cuore assomiglia a un grande fiume ingrossato da lunghe piogge. Tutti i segnali stradali sono stati sommersi dalla corrente e trascinati in qualche luogo oscuro. Mentre la pioggia continua a cadere violenta sul fiume. Ogni volta che vedi ai notiziari immagini di inondazioni come questa, pensi: Ecco, dentro di me è esattamente cosí. Prima di andar via di casa, lavo le mani e la faccia con il sapone. Taglio le unghie, pulisco le orecchie, mi lavo i denti. Cerco di essere il piú pulito possibile, e pazienza se ci metto del tempo. In alcuni casi la pulizia è la cosa piú importante. Poi osservo attentamente la mia faccia nello specchio sul lavandino. Vedo la faccia i cui tratti ho ricevuto in eredità da mio padre e da mia madre (sebbene del viso di mia madre non serbi alcun ricordo). Anche se sono riuscito a eliminare ogni espressione, anche se ho reso opaco il mio sguardo, anche se ho sviluppato i miei muscoli, questa faccia non posso cambiarla. Per quanto lo desideri, non posso eliminare le lunghe e folte sopracciglia, con al centro un solco profondo, che con ogni evidenza ho ereditato da mio padre. Se lo volessi, potrei ucciderlo (con la forza che ho oggi non sarebbe un’impresa impossibile). Potrei anche estirpare dalla memoria ogni traccia di mia madre. Ma non potrei eliminare i geni che loro mi hanno trasmesso e che porto in me. Se volessi cancellarli, dovrei eliminare me stesso. E lí c’è la profezia, come un ingranaggio sepolto dentro di me. È lí, come un ingranaggio sepolto dentro di te. Spengo la luce ed esco dal bagno. In casa incombe un silenzio pesante, umido. È carico dei sussurri di abitanti che non esistono, del respiro di persone che non sono in vita. Mi guardo intorno, mi fermo, inspiro profondamente. Le lancette dell’orologio segnano le tre del pomeriggio. Le due lancette appaiono terribilmente indifferenti. Fingono di essere neutrali, ma so che non sono dalla mia parte. È ora di lasciare questo posto. Prendo il mio piccolo zaino e me lo carico sulle spalle. E anche se l’ho fatto per prova tante volte, oggi lo sento molto piú pesante. Ho deciso che la mia destinazione sarà lo Shikoku. Non c’erano particolari ragioni per questa scelta. Però guardando la mappa ho avuto la sensazione che lo Shikoku fosse la meta verso la quale dovevo dirigermi. E ogni volta che la guardavo, mi attirava sempre di piú. È molto piú a sud di Tōkyō, separato dall’isola principale dal mare, e il clima è mite. È una regione dove non sono mai stato, e dove non ho amici né parenti. Perciò se qualcuno da qui dovesse mettersi alla mia ricerca (ma non vedo chi potrebbe essere), difficilmente penserebbe allo Shikoku. Allo sportello ritiro il biglietto che ho già prenotato, e salgo sul pullman notturno. È il mezzo di trasporto piú economico per raggiungere Takamatsu. Poco piú di diecimila yen. Nessuno mi nota. Nessuno mi chiede quanti anni ho. Nessuno mi guarda in faccia. Anche il conducente si limita a controllare il biglietto. A bordo, solo un terzo dei posti è occupato. I passeggeri, per la maggior parte, sono persone che, come me, viaggiano sole, e c’è una calma quasi innaturale. La strada fino a Takamatsu è piuttosto lunga. Secondo l’orario, dovremmo impiegare circa dieci ore: l’arrivo è previsto per domattina presto. Ma non mi preoccupo per la lunghezza del viaggio. Se c’è una cosa che adesso non mi manca, è il tempo. Appena il pullman lascia il terminal, poco dopo le otto di sera, mi abbandono sullo schienale e mi addormento. Non faccio in tempo a sprofondare nel sedile che la mia coscienza si spegne come una batteria scarica. Un po’ prima di mezzanotte, tutt’a un tratto comincia a piovere forte. Ogni tanto mi sveglio e attraverso le tendine da poco prezzo guardo il paesaggio dell’autostrada di notte. Le gocce di pioggia colpiscono con violenza, rumorosamente, i finestrini, e stingono la luce dei lampioni che costeggiano la strada. I lampioni si susseguono a intervalli regolari, all’infinito, come se dovessero misurare l’intera superficie della terra. Ogni nuova luce che appare, dopo un istante è già vecchia, e indietreggia svanendo alle nostre spalle. A un certo punto, guardando l’orologio mi accorgo che è passata la mezzanotte. E cosí il mio quindicesimo compleanno mi si para davanti di colpo, come se qualcuno l’avesse spinto in scena con forza. – Buon compleanno, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Grazie, – rispondo. Ma la profezia ormai è un’ombra che non si stacca piú dal mio fianco. Controllo che il muro attorno a me non sia caduto a pezzi. Chiudo la tendina, e mi riaddormento. Capitolo secondo Il presente testo, classificato e archiviato come «Documento segreto» dal ministero della Difesa degli Stati Uniti, è divenuto accessibile nel 1986 in base alla legge sulla libertà d’informazione. Attualmente è possibile consultarlo presso gli Archivi nazionali (Nara) di Washington. L’inchiesta qui riportata è stata effettuata nei mesi di marzo e aprile del 1946 sotto la direzione del maggiore James P. Warren, dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti. Il sottotenente Robert O’Connell e il sergente maggiore Harold Katayama si occuparono in prima persona dell’inchiesta presso ***, prefettura di Yamanashi. Tutti gli interrogatori furono condotti dal sottotenente O’Connell. Il sergente maggiore Katayama provvide a fare da interprete in giapponese e il soldato di prima classe William Corn fu incaricato della stesura dei verbali. Le interviste durarono dodici giorni, e si svolsero nello studio del municipio di ***, prefettura di Yamanashi. A rispondere alle domande del sottotenente O’Connell furono: un’insegnante della scuola municipale di ***, un medico residente nella suddetta località, due ufficiali di polizia assegnati alla locale stazione di polizia, e sei bambini. Le mappe geografiche della regione, in scala 1:10 000 e 1:2000, sono state realizzate dal ministero degli Interni, sezione topografica. Rapporto dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti (Mis) Data: 12 maggio 1946 Oggetto: RICE BOWL HILL INCIDENT, 1944: REPORT Numero di repertorio: PTYX-722-8936745-42216-WWN Il documento che segue è l’intervista con Okamochi Setsuko (anni 26), al momento dell’incidente insegnante responsabile del gruppo di scolari del IV anno della scuola elementare municipale di ***. I materiali relativi all’intervista sono reperibili consultando il numero di repertorio PTYX-722-SQ (da 118 a 122). Impressioni dell’interrogante, il sottotenente Robert O’Connell: Okamochi Setsuko è una donna piccola di statura e dal viso grazioso. Intelligente, con un forte senso di responsabilità, risponde alle domande con precisione e sincerità. Tuttavia si ha la sensazione che le conseguenze del notevole trauma da lei riportato in seguito all’incidente perdurino tuttora. Mentre si sforza di ricordare, si avverte ogni tanto in lei la tensione emotiva farsi piú forte. In quei momenti, il ritmo della sua esposizione rallenta. Credo che fossero passate da poco le dieci del mattino quando nella parte alta del cielo è apparsa una luce argentata. Una specie di bagliore color argento, molto vivido. Sí, sono sicura che fosse il riflesso di una superficie metallica. Quella luce ha cominciato poi a spostarsi lentamente nel cielo, impiegando un tempo piuttosto lungo, da est a ovest. Abbiamo pensato che potesse trattarsi di un B29. Era esattamente sopra di noi. Perciò dovevamo guardare dritto sopra le nostre teste. Il cielo era senza una nuvola, e la luce era cosí abbagliante che non si riusciva a vedere altro che quel bagliore argentato, simile a duralluminio. Ma si trovava a un’altezza tale che era impossibile distinguerne la forma. Quindi anche da lí probabilmente non riuscivano a vedere noi. Non c’era, dunque, da temere un attacco, né da preoccuparsi che all’improvviso dal cielo cominciassero a piovere bombe. Anche perché sganciare bombe in una zona sperduta tra i monti non avrebbe avuto alcun senso. Ho pensato che forse quell’aereo si stava recando a bombardare qualche grande città, o lo aveva già fatto ed era sulla via del ritorno: non vedevo altre possibilità. Quindi noi, pur vedendo l’aereo, abbiamo continuato a camminare senza allarmarci. Semmai, eravamo colpiti dalla strana bellezza di quella luce. Secondo i rapporti dell’esercito, in quel momento, cioè intorno alle 10 del mattino del 7 novembre 1944, nessun bombardiere o aeroplano dell’esercito statunitense era in volo in quella regione. Eppure io e i sedici bambini che erano con me lo abbiamo visto chiaramente, e tutti abbiamo pensato che si trattasse di un B29. Tutti noi avevamo avuto occasione di vedere piú volte formazioni di B29, e non vi sono altri aerei che possano volare cosí in alto. Nella prefettura c’era una piccola base aerea, e a volte avevo visto anche aerei giapponesi, ma erano tutti di dimensioni ridotte e non potevano spingersi a quell’altezza. Inoltre il riflesso del duralluminio è diverso da quello di altri metalli, e per quanto ne so io gli unici aerei costruiti in duralluminio sono i B29. La cosa strana però era che quell’aereo sembrava volare da solo, e non in una grande formazione come al solito. Lei è originaria di queste parti? No, sono nata nella prefettura di Hiroshima. Nel 1941 mi sono sposata e sono venuta a vivere qui. Mio marito era insegnante di musica nella scuola media, poi nel 1943 è stato arruolato, e due anni dopo, nel giugno del 1945, ha preso parte alla battaglia di Luzon, ed è morto in combattimento. A quanto ho saputo, era stato assegnato alla guardia di un deposito di munizioni alla periferia di Manila. Bombardato dall’esercito americano, il deposito ha preso fuoco e mio marito è rimasto ucciso. Non avevamo figli. Quel giorno, quanti erano in tutto i bambini del gruppo che lei conduceva? Sedici tra bambini e bambine. A parte due che non erano venuti perché a casa malati, era la classe al completo. Otto maschi e otto femmine. Tra questi, cinque erano sfollati da Tōkyō. Avendo in programma di fare un’esercitazione all’aperto, eravamo usciti dalla scuola alle nove del mattino, portandoci borracce e colazioni al sacco. «Esercitazione all’aperto» non vuol dire che la spedizione avesse finalità di studio. Lo scopo era quello di arrivare in montagna e cercare funghi e piante commestibili. Vivendo in una regione agricola, da noi i problemi di approvvigionamento alimentare non erano gravi come in altre zone, ma il cibo era tutt’altro che sufficiente. La quota obbligatoria di prodotti da consegnare al governo era elevata, e a parte una ristretta cerchia di persone, tutti soffrivamo cronicamente la fame. Perciò anche i bambini venivano incoraggiati a trovare prodotti che potessero essere commestibili. A causa dei tempi, non sembrava il caso di preoccuparsi troppo dello studio. In quel periodo le cosiddette «esercitazioni all’aperto» erano piuttosto diffuse. Poiché la scuola era in mezzo alla natura, di luoghi adatti a tali esercitazioni ce n’erano un’infinità. Da questo punto di vista eravamo fortunati. Gli abitanti delle città erano tutti ridotti alla fame. Ormai i canali di approvvigionamento con Taiwan e il continente erano stati tutti tagliati, e nelle città la penuria di cibi e carburante si era fatta drammatica. Nella sua classe c’erano quindi cinque bambini sfollati da Tōkyō. Andavano d’accordo con i bambini del luogo? Almeno per quanto riguarda la mia classe, direi che in generale andavano d’accordo. Naturalmente erano cresciuti in ambienti del tutto diversi, dato che i nostri erano nati in questa remota provincia, e gli altri al centro di Tōkyō. Parlavano e vestivano in modo differente. La maggior parte dei bambini di qua veniva da famiglie di contadini poveri, mentre quelli di Tōkyō erano quasi tutti figli di impiegati o funzionari pubblici. Quindi non si può dire che tra di loro si intendessero alla perfezione. In particolare i primi tempi, tra i due gruppi si avvertiva una certa tensione. Non che ci siano stati litigi o episodi di prepotenza: semplicemente gli uni non riuscivano a capire che cosa pensassero gli altri. Quindi i bambini del posto facevano gruppo solo con quelli del posto, e i bambini di Tōkyō con quelli di Tōkyō. Ma due mesi piú tardi avevano già familiarizzato. Una volta che i bambini si appassionano a qualcosa e incominciano a giocare insieme, le barriere culturali e ambientali si superano con relativa facilità. Le chiederei di parlarci nel modo piú dettagliato possibile del luogo in cui quel giorno lei ha portato i bambini della sua classe. È una montagna che è stata spesso meta delle nostre spedizioni. Ha una forma tondeggiante, come una scodella di riso capovolta, e per questo è chiamata «Owanyama»1. Non è ripida, e chiunque può scalarla facilmente. Si trova un po’ a ovest rispetto alla scuola, ed è raggiungibile a piedi. Per arrivare fino in cima, con l’andatura dei bambini ci vogliono circa due ore. Lungo la strada ci fermavamo a cercare i funghi nei boschi, e a mangiare la nostra frugale colazione al sacco. I bambini gradivano queste «esercitazioni all’aperto» molto piú che stare in classe a seguire la lezione. Il bagliore di quell’oggetto simile a un aeroplano che era apparso in alto nel cielo, per un momento ci fece ricordare la guerra, ma durò solo pochi istanti, senza turbare l’atmosfera che era allegra e gioiosa. Il tempo era bellissimo, senza una nuvola, non c’era vento e nella montagna regnava la pace: gli unici rumori che si udivano erano le voci degli uccelli. Mentre camminavamo, la guerra sembrava riguardare qualche paese lontano: con noi non aveva niente a che fare. Salivamo per quei sentieri cantando in coro delle canzoni. A volte imitavamo i versi degli uccelli. Se non ci fosse stata la guerra, sarebbe stata una mattinata magnifica, perfetta. È stato poco dopo aver avvistato quell’oggetto simile a un aeroplano che siete entrati nella foresta? Sí, esatto. Quando siamo entrati nella foresta, credo non fossero passati nemmeno cinque minuti dall’apparizione dell’aereo. Piú o meno a metà strada, abbiamo lasciato il sentiero principale che conduce alla vetta, e preso un viottolo che nel tempo si è formato tra la vegetazione e che si inerpica nella foresta. È l’unico tratto abbastanza ripido. Dopo essere saliti per una decina di minuti, si arriva in una radura. È una radura piuttosto vasta, dove il terreno è cosí piatto che sembra una tavola. Appena ci siamo addentrati nella foresta regnava il silenzio, gli alberi bloccavano la luce del sole e l’aria era piú fredda, ma solo in quel punto lo spazio sopra le nostre teste era aperto e luminoso: sembrava quasi di stare nella piazza di un paesino. Era un posto in cui, quando salivamo sulla Owanyama, andavamo spesso. Stare lí dava chissà perché una sensazione di pace e intimità. Arrivati nella «piazza» ci siamo fermati per riposare un po’, abbiamo poggiato i bagagli a terra, quindi i bambini si sono divisi in gruppi di tre o quattro e hanno cominciato a cercare i funghi. Avevo stabilito che nessuno si dovesse mai spostare in un punto dove gli altri non potessero vederlo. Li radunai e ricordai loro ancora una volta questa regola. Per quanto sia un luogo che conoscono bene, è pur sempre una foresta, e se qualcuno dovesse perdersi lí dentro, sarebbero guai seri. Ma si sa come sono i bambini. Una volta presi dall’entusiasmo del cercare i funghi, tendono pian piano a dimenticarsi di questa regola. Perciò, mentre cercavo anch’io i funghi insieme a loro, continuavo costantemente a contarli, per verificare che ci fossero tutti. È stato circa dieci minuti dopo aver cominciato a cercare i funghi nella «piazza» che i bambini hanno cominciato a cadere. Quando ho visto i primi tre cadere insieme, ho subito pensato che potessero aver mangiato dei funghi velenosi. In questa zona crescono molti funghi contenenti un veleno abbastanza potente da uccidere. I bambini della zona sanno riconoscerli, ma vi sono anche dei funghi che possono trarre in inganno. Per questo spiego sempre con insistenza che non devono assolutamente mettersi in bocca nulla prima di essere tornati alla scuola e aver mostrato i funghi a un esperto. Ma non si può mai avere la certezza che ti stiano a sentire. Quindi corsi subito dai bambini che erano caduti a terra, e provai a sollevarli. I loro corpi erano molli come gomma ammorbidita dal sole. Erano completamente privi di forza, e avevo la sensazione di stringere degli involucri vuoti. Però respiravano normalmente. Provai a sentirgli il polso, e anche il battito sembrava abbastanza regolare. Non avevano la febbre. L’espressione del viso era tranquilla, e non mostravano nessun visibile segno di sofferenza. Non sembravano nemmeno essere stati punti da api o morsi da serpenti. Erano solo privi di coscienza. Però la cosa piú strana erano gli occhi. Il loro stato di inerzia era simile a quello di qualcuno che è in coma, ma gli occhi non erano chiusi. Gli occhi erano aperti normalmente, e sembrava che stessero vedendo qualcosa. Ogni tanto battevano anche le palpebre. Perciò non è possibile che dormissero. Inoltre, le pupille si muovevano lentamente. Si spostavano senza fretta da destra a sinistra come se stessero osservando un paesaggio lontano, seguendolo con lo sguardo in tutta la sua estensione. Nelle loro pupille c’era coscienza. Però in realtà non guardavano nulla. O perlomeno non guardavano nulla che fosse lí, davanti a loro. Provai a stendere la mano davanti ai loro occhi, a muoverla, ma le pupille non mostravano la minima reazione. Quindi sollevai i tre bambini uno dopo l’altro, ma tutti e tre erano nella stessa identica condizione. Tutti e tre erano privi di coscienza, avevano gli occhi aperti, e muovevano lentamente le pupille da un lato all’altro. Era una scena davvero straordinaria. Com’era formato questo gruppo di bambini caduti per primi? Erano tutt’e tre bambine. Un gruppetto di bambine affiatate tra loro. Le ho chiamate per nome strillando forte, e le ho colpite sulla guancia, una dopo l’altra. Con una certa forza. Ma non c’è stata nessuna reazione. Non sentivano nulla. Io ho avuto la sensazione che il palmo della mia mano avesse urtato contro il vuoto. Una sensazione davvero strana. Ho pensato di far correre qualcuno alla scuola a chiedere aiuto. Era impossibile per me tornare indietro portando da sola quelle tre bambine prive di sensi. Quindi ho cercato con lo sguardo un bambino, il piú veloce di tutti. Ma quando mi sono alzata e mi sono guardata intorno, mi sono accorta che anche tutti gli altri giacevano riversi sul terreno. Tutti e sedici i bambini, nessuno escluso, erano a terra privi di sensi. L’unica a non essere caduta e ad aver conservato la coscienza ero io. Era come… come un campo di battaglia. In quel momento, lei non ha notato niente di insolito in quel posto? Qualche odore, o rumore, o luce? (Riflette per qualche istante) No, come ho detto prima la radura era immersa nel silenzio, e la pace assoluta. Non vi era niente di anormale, né rumori, né luci, né odori. Ma i bambini della mia classe erano lí, dal primo all’ultimo, riversi a terra e privi di coscienza. Ho avuto la sensazione di essere al mondo l’unica sopravvissuta. Una sensazione di grande solitudine, impossibile da paragonare a qualsiasi cosa avessi mai provato. Avrei voluto sciogliermi nell’aria e sparire all’istante, senza dover pensare piú a nulla. Ma naturalmente ero responsabile di quei bambini, ero la loro insegnante. Mi ripresi subito, e cominciai a scendere di corsa la montagna per tornare alla scuola a chiedere aiuto. 1 La montagna «Scodella di riso» (Rice Bowl Hill) [N. d. T.]. Capitolo terzo Mi sveglio che è quasi l’alba. Tiro la tendina e guardo fuori dal finestrino. Ormai non piove piú, ma non dev’essere molto che ha smesso, perché il paesaggio è nero, zuppo d’acqua e gocciolante. Nel cielo a oriente galleggiano alcune nuvole dai contorni ben definiti, ognuna circondata da un bordo luminoso. Il colore della luce mi appare ora tetro ora sereno. L’impressione cambia a seconda dell’angolazione da cui lo guardo. Il pullman continua a correre sull’autostrada mantenendo una velocità regolare. Il rumore degli pneumatici è costante, senza bassi né acuti. Monotono come il suono del motore, una macina di pietra che frantuma inesorabilmente il tempo e la coscienza delle persone. Gli altri passeggeri intorno a me hanno le tendine perfettamente chiuse e, sprofondati nei sedili, sono immersi nel sonno. Mi sembra che gli unici ad avere gli occhi aperti siamo io e il conducente. Il pullman ci trasporta, efficace e discreto, verso la nostra destinazione. Ho sete, tiro fuori dalla tasca del mio zaino la bottiglietta d’acqua minerale e ne bevo un po’: è tiepida. Dalla stessa tasca tiro fuori anche una scatola di cracker e ne mangio alcuni. Il loro gusto secco, familiare, si spande nella mia bocca. Il mio orologio segna le 4:32. Per sicurezza controllo la data e il giorno della settimana. Il display mi dice che sono passate circa tredici ore da quando sono scappato di casa. Il tempo non è avanzato troppo in fretta, né ha fatto marcia indietro. Sono ancora nel giorno del mio compleanno. Il primo della mia nuova vita. Chiudo gli occhi, li riapro, controllo di nuovo ora e data. Quindi accendo la lucetta sopra di me e comincio a leggere un tascabile. Sono le cinque passate quando, senza nessun preavviso, il pullman esce dall’autostrada per fermarsi nel grande parcheggio di un’area di servizio. Si sente un rumore di aria compressa, e la porta automatica sul davanti si apre. Si accendono le luci e il conducente fa un breve annuncio. «Signori buongiorno. Come previsto, fra un’ora arriveremo alla stazione di Takamatsu. Adesso faremo una sosta di circa venti minuti in quest’area di servizio. Ripartiremo alle cinque e trenta. Per quell’ora tutti sono pregati di essere di nuovo ai loro posti». Quasi tutti i passeggeri all’annuncio si svegliano e si alzano. Sbadigliando, l’aria infastidita, scendono dal pullman. Molti approfittano di questa sosta per darsi una rinfrescata prima di arrivare a Takamatsu. Scendo anch’io, faccio alcuni respiri profondi, distendo i muscoli della schiena, eseguo qualche semplice movimento di stretching nell’aria fresca del mattino. Vado nei bagni e mi lavo la faccia. Mi chiedo in che posto siamo. Torno fuori e provo a guardare il paesaggio. È lo scenario anonimo di una zona ai bordi dell’autostrada, senza alcuna caratteristica distintiva. Però, sarà una mia impressione ma la forma delle montagne e il colore degli alberi hanno qualcosa di diverso da Tōkyō. Entro nella caffetteria, e mentre sto bevendo un tè verde bollente gratuitamente a disposizione dei clienti, una ragazza viene a sedersi sulla sedia di plastica accanto a me. Ha nella mano destra un bicchiere di carta con il caffè fumante appena comprato da un distributore automatico. Nella sinistra ha una piccola scatola con dei sandwich, anche questa probabilmente presa al distributore automatico. I lineamenti del viso a essere sinceri sono piuttosto strani. Il minimo che si possa dire è che sono tutt’altro che regolari. La fronte molto ampia, il naso piccolo e rotondo, le guance lentigginose. Per non parlare delle orecchie appuntite. Insomma, un viso che non passa inosservato. Ma nonostante l’irregolarità dei tratti, l’impressione generale non è affatto spiacevole. E lei stessa, non dico che penserà di essere una bellezza, ma sembra rilassata e a suo agio col proprio aspetto, il che penso sia positivo. Vi è qualcosa di infantile in lei che ha un effetto rassicurante. O perlomeno ha un effetto rassicurante su di me. Non è alta, ma ha una figura slanciata, e un seno piuttosto grande. Anche le gambe sono belle. Ai lobi delle orecchie porta dei sottili orecchini di metallo, che a tratti mandano dei bagliori tipo duralluminio. I capelli, tinti di un castano intenso (quasi rosso), le arrivano alle spalle, e indossa una camicia a maniche lunghe con collo a barca. Ha sulle spalle un piccolo zaino di pelle, e un leggero pullover estivo annodato al collo. Ha una minigonna di cotone color crema, e non porta calze. Dev’essersi da poco lavata la faccia, perché alcuni capelli le sono rimasti attaccati alla fronte, come le radici sottili di una pianta, e questo chissà perché mi fa tenerezza. – Tu eri sul pullman, vero? – mi chiede. Ha una voce leggermente roca. – Sí. Beve un sorso di caffè arricciando un po’ le sopracciglia. – Quanti anni hai? – Diciassette, – mento. – Studi al liceo, allora. Annuisco. – Dove vai? – A Takamatsu. – Come me, – dice lei. – Sei in viaggio, o torni a casa? – In viaggio. – Idem. Lí ho un’amica. Un’amica molto cara. E tu? – Ho dei parenti. Lei fa un’espressione come a dire «Capisco», e non mi fa altre domande. – Io ho un fratello piú o meno della tua età, – dice, come se le fosse venuto in mente tutt’a un tratto. – Per ragioni varie, è un sacco di tempo che non ci vediamo… Ah, a proposito, sai che assomigli molto a quel tipo? Non te l’hanno mai detto? – A quel tipo? – Il tipo che canta in quella band. È da quando ti ho visto sul pullman che ci penso. Ma non mi viene il nome. Mi sto sforzando cosí tanto che mi si è aperto un buco nella testa, ma proprio non mi viene. Succede a volte, no? Che hai un nome sulla punta della lingua, però non riesci a ricordarlo. Finora non ti hanno mai detto che assomigli a qualcuno? Scuoto la testa. Nessuno mi dice cose del genere. Lei mi osserva socchiudendo gli occhi. – A chi assomiglio? – chiedo. – A uno della tivú. – Uno che si vede in televisione? – Sí, uno che si vede in televisione –. Prende in mano un sandwich al prosciutto, mastica un po’ senza entusiasmo, quindi beve di nuovo il caffè. – È uno che canta in una band. Niente, non mi viene nemmeno il nome della band. Quel tipo alto, che parla il dialetto del Kansai. Non ti dice nulla? – Non ne ho idea. Io non guardo la televisione. Lei corruga la fronte. Poi mi osserva. – Non la guardi? Vuoi dire mai? Scuoto la testa in silenzio. O dovrei annuire? Annuisco. – Tu parli poco, dici le cose col contagocce. Sei sempre cosí? Arrossisco. Se non parlo, in parte è perché sono di poche parole. Ma c’è pure un’altra ragione, e cioè che ancora non ho cambiato del tutto la voce. Di solito parlo con un tono di voce basso, da uomo, ma ogni tanto mi scappa qualche falsetto. Perciò cerco di non parlare troppo a lungo. – Comunque, non importa, – continua lei. – Tu come tipo somigli un sacco a uno che canta in questa band, è uno che parla nel dialetto del Kansai. Non che tu abbia l’accento del Kansai. È solo che… non so come spiegarlo, siete simili come tipi, tutto qui. È un ragazzo simpatico. Lei lascia libero il suo sorriso appena un istante. Il sorriso si allontana, ritorna al suo posto. Nel frattempo però il mio rossore è rimasto dov’era. – Io dico che se tu cambiassi pettinatura gli assomiglieresti ancora di piú. Dovresti farti crescere un po’ i capelli, e dargli un movimento in su col gel. Se si potesse, te li farei qui io, adesso. Ti starebbero bene. Devi sapere che io faccio la parrucchiera. Annuisco. Poi bevo del tè. L’interno della caffetteria è molto silenzioso. Non c’è nessuna musica di sottofondo. Non si sentono neanche voci di persone. – Non ti piace parlare? – mi chiede con espressione seria, appoggiando il mento sulla mano. Scuoto la testa. – No, non direi. – Non è che ti metto in imbarazzo? Scuoto di nuovo la testa. Prende in mano un altro sandwich. È alla marmellata di fragole. Aggrotta le sopracciglia come se non credesse ai suoi occhi. – Senti, non lo mangeresti? I sandwich alla marmellata di fragole sono una delle cose che piú odio al mondo. Sin da quando ero piccola. Lo accetto. Anche se i sandwich alla marmellata di fragole non piacciono per niente nemmeno a me. Ma lo mangio senza dire nulla. Dall’altro lato del tavolo mi osserva, controllando che lo mangi tutto. – Vorrei chiederti una cosa, – dice. – Cosa? – Fino a Takamatsu, posso sedermi accanto a te? A stare da sola non mi sento tranquilla. Non sono riuscita a dormire bene, perché avevo sempre paura che qualche tipo strano venisse a sedersi accanto a me. Quando ho comprato il biglietto mi hanno detto che erano tutti posti isolati, ma una volta salita ho visto che invece erano tutti posti a due. Fino a quando arriviamo a Takamatsu vorrei cercare di dormire un po’. E di te mi fido. Sempre che non ti dia fastidio. – No, non mi dà fastidio. – Grazie, – dice la ragazza. – In viaggio si cerca compagnia, no? Annuisco. Mi sembra di non fare altro che annuire. Ma che cosa potrei dire? – Dopo come continuava? – Dopo cosa? – Il proverbio. Dopo come continuava? Non riesco a ricordarlo. In giapponese sono sempre andata male. – E nella vita simpatia. – In viaggio si cerca compagnia, e nella vita simpatia, – ripete lei, come a verificare che sia giusto. Se avesse carta e penna, sono sicuro che se lo scriverebbe. – Secondo te che vuol dire, in parole povere? Provo a riflettere. Per farlo ho bisogno di un po’ di tempo. Ma lei aspetta paziente. – Penso voglia dire che gli incontri casuali sono importanti per la vita di ognuno. In parole povere. Dopo averci meditato un po’ su, con un gesto lento e lieve congiunge le mani sul tavolo. – Sí, è verissimo. Gli incontri casuali sono veramente importanti per la vita delle persone. Lo credo anch’io. Guardo il mio orologio. Sono le cinque e mezzo. – Forse sarebbe ora di tornare. – Sí, hai ragione. Andiamo, – dice lei. Ma non accenna ad alzarsi. – A proposito, ma qui dove siamo? – chiedo. – Boh! Non ne ho idea, – dice lei. Allunga il collo, guardandosi intorno. I suoi orecchini oscillano pericolosamente, come frutti maturi pronti a cadere. – Ne so quanto te. Considerando l’ora, dovremmo essere dalle parti di Kurashiki, ma non ci tengo molto a saperlo. Le aree di servizio sono solo un luogo di transito. Da qui a lí, – dice sollevando l’indice della mano destra e quello della sinistra a mezz’aria, formando un segmento di circa trenta centimetri. – Il nome qui non conta niente. Un posto per mangiare e andare in bagno. Con luci al neon, sedie di plastica e sandwich alla marmellata di fragole. Tutta roba senza significato. Semmai, l’unica cosa che ha un significato è da dove veniamo e dove andiamo. Non credi? Io annuisco. Annuisco. Annuisco. Quando arriviamo al pullman, gli altri passeggeri sono già tutti seduti e sembra aspettino solo noi per partire. Il conducente è un uomo giovane, dallo sguardo severo. Piú che un autista, sembra il custode di una diga. Ci rivolge un’occhiata di rimprovero per essere arrivati in ritardo, ma non dice nulla. Lei gli lancia un sorriso innocente, che vuol dire «Ci scusi». Il conducente abbassa una leva, si sente di nuovo quel rumore di aria compressa e la porta si chiude. La ragazza prende una valigia piccola e si sposta per venire a sedersi accanto a me. È una valigia anonima, forse acquistata in un grande magazzino. Pesante, per essere cosí piccola. La sollevo mettendola nel portabagagli in alto. Lei mi ringrazia. Poi reclina il sedile e si addormenta all’istante. Il pullman riparte con uno scatto, come se non ne potesse piú di aspettare. Io tiro fuori il mio libro dalla tasca e riprendo la lettura. La ragazza accanto a me dorme profondamente e, seguendo il movimento del pullman che prende una curva, appoggia la testa sulla mia spalla. Poi rimane cosí. Non pesa in modo particolare. Ha la bocca chiusa e respira silenziosamente dal naso, a intervalli regolari. Abbasso lo sguardo e intravedo la spallina del reggiseno che fa capolino dall’orlo del collo a barca. È una spallina sottile, color crema. Immagino il tessuto delicato del reggiseno nascosto dalla camicia. Immagino il seno morbido che c’è lí sotto. Immagino i capezzoli rosa che si induriscono sotto le mie dita. Non è che lo faccia apposta, a immaginare tutto questo. È solo che non posso farne a meno. E quindi ovviamente ho un’erezione incredibile. Mi viene da chiedermi com’è possibile che una parte del corpo possa diventare cosí dura. E nello stesso momento sorge in me il pensiero che questa ragazza possa essere mia sorella. L’età è piú o meno la stessa. I suoi lineamenti cosí particolari sono piuttosto diversi da quelli di mia sorella nella fotografia. Ma non ci si può basare troppo su una foto. A seconda di come vengono scattate, le persone possono apparire completamente diverse dalla realtà. Lei ha un fratello che ha circa la mia età, e che non vede da tanto tempo. Non è impensabile che quel fratello possa essere io. Guardo il suo seno. La parte tonda, in rilievo, in accordo col ritmo del suo respiro, si solleva e si abbassa dolcemente, simile al movimento delle onde. Mi fa pensare a una vasta distesa di mare su cui scende una pioggia silenziosa e incessante. Io sono il navigatore solitario in piedi sul ponte della nave, e lei è il mare. Il cielo è un’uniforme distesa grigia che in lontananza si confonde con il mare, che ha la stessa tinta cinerea. In momenti come questo è molto difficile distinguere dove cominci uno e abbia fine l’altro. È difficile persino distinguere il navigatore dal mare. E anche i confini tra la realtà e il cuore. Lei ha due anelli alle dita, nessuno dei quali è una fede o un anello di fidanzamento. Sono anelli di poco prezzo, come se ne vendono in quei negozi frequentati dalle ragazze giovani. Le sue dita sono sottili ma lunghe e dritte, e danno una sensazione di forza. Le unghie sono corte e curate. Porta uno smalto rosa pallido. Le mani sono appoggiate leggermente sulle ginocchia che sporgono dalla minigonna. Vorrei toccarle le dita. Però naturalmente non lo faccio. Addormentata, sembra una bambina piccola. Le sue orecchie appuntite spuntano tra i capelli come funghi. Danno una sensazione di inaspettata fragilità. Chiudo il libro, e per un po’ guardo il paesaggio fuori dal finestrino. Poi senza accorgermene scivolo nel sonno. Capitolo quarto Rapporto dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti (Mis) Data: 12 maggio 1946 Oggetto: RICE BOWL HILL INCIDENT, 1944: REPORT Numero di repertorio: PTYX-722-8936745-42216-WWN Il documento che segue è l’intervista con Nakazawa Jūichi (anni 53), al momento dell’incidente titolare di uno studio medico presso ***. I materiali relativi all’intervista sono reperibili consultando il numero di repertorio PTYX-722-SQ (da 162 a 183). Impressioni dell’interrogante, il sottotenente Robert O’Connell: Il dottor Nakazawa, per la stazza fisica e il viso abbronzato, piú che a un medico fa pensare al capo di un’impresa agricola. Ha modi affabili ma nel parlare è conciso e diretto. Esprime il suo pensiero con franchezza. Dietro gli occhiali, lo sguardo è vivo, penetrante. Appare dotato di un’eccellente memoria. Sí, il 7 novembre 1944 alle 11 del mattino ricevetti una telefonata dal vicedirettore della scuola municipale. Sono stato chiamato per primo, in quanto medico responsabile della scuola, mansione che ricoprivo già da tempo. Il vicedirettore sembrava in preda a una grande agitazione. Mi disse che gli allievi di una classe erano andati in montagna a raccogliere i funghi, e lí erano tutti svenuti e non avevano piú ripreso conoscenza. L’unica a non aver perso i sensi era la maestra che li accompagnava, e che era scesa dalla montagna in cerca di aiuto e poco prima era arrivata alla scuola. Ma era in uno stato confusionale e dal suo racconto non si riusciva a capire esattamente che cosa fosse accaduto. L’unica cosa certa era che sedici bambini giacevano ancora inerti in mezzo alla montagna. La prima cosa che pensai fu che, visto lo scopo della spedizione, potessero aver mangiato dei funghi velenosi, che avevano paralizzato il loro sistema nervoso. In questo caso, sarebbe stato un problema serio. Ci sono tanti tipi di veleno, e ognuno richiede un trattamento diverso. Quello che potevamo fare in una situazione del genere era tentare una lavanda gastrica. Ma quando il veleno è potente, viene assimilato molto in fretta e in quel caso avremmo potuto fare ben poco. Nella nostra regione ogni anno diverse persone muoiono per avvelenamento da funghi. In tutta fretta riempii la borsa di tutte le medicine in mio possesso che potevano servire per un primo intervento, montai in bicicletta e mi precipitai alla scuola. Lí trovai due poliziotti che erano stati avvisati. Se i bambini erano privi di coscienza, bisognava trasportarli, e quindi c’era bisogno di braccia. Ma siccome eravamo in guerra, la maggior parte degli uomini giovani era stata arruolata nell’esercito. Io, i poliziotti, un anziano insegnante, il direttore e il vicedirettore, un impiegato e la giovane maestra responsabile dei bambini, ci dirigemmo verso la montagna. Raccogliemmo tutte le biciclette che riuscimmo a trovare, ma siccome non erano sufficienti, alcuni salirono in due su una bicicletta. A che ora arrivaste sul luogo dell’incidente? Me lo ricordo bene perché appena arrivammo guardai l’orologio. Erano le 11 e 55. Procedemmo in bicicletta fin dove era possibile, piú o meno dove ha inizio la montagna, quindi proseguimmo a piedi, salendo di corsa. Quando arrivai nella radura, alcuni dei bambini avevano recuperato la conoscenza, almeno in parte, e si erano alzati. Quanti? Tre, forse quattro. Alzati per modo di dire, perché non erano ancora del tutto svegli, avevano difficoltà a tenersi in piedi e stavano carponi, le mani appoggiate sul terreno. Gli altri bambini giacevano ancora al suolo inerti. Però alcuni sembrava stessero riacquistando i sensi, perché cominciavano lentamente a muoversi, strisciando, come dei grossi insetti. Era una scena davvero straordinaria. Il posto dove i bambini erano svenuti era uno spazio piuttosto pianeggiante e vuoto per essere in una foresta, come se fosse stato creato artificialmente, ed era illuminato dalla luce del sole d’autunno. E lí, in mezzo o ai bordi di quello spazio, vi erano sedici bambini stesi a terra, ognuno in una posizione differente: alcuni che cominciavano a muoversi, altri ancora immobili. Sembrava una scena di teatro d’avanguardia. Dimenticando i miei compiti di medico, rimasi per qualche istante attonito, senza fiato, a guardare. Ma non ero solo. Sembrava che ognuno di noi arrivati là a portare soccorso fosse caduto in una sorta di momentanea paralisi. Forse è una cosa strana da dire, ma ebbi come la sensazione che ci fossimo trovati, per non so quale errore, ad assistere a una scena che non era destinata a occhi umani. In tempo di guerra noi medici, anche in una provincia remota come quella, eravamo preparati ad affrontare qualsiasi evenienza. Eppure quella visione mi aveva letteralmente pietrificato. Ma subito ritornai in me, e corsi a sollevare uno dei bambini svenuti. Era una bambina. Il corpo era completamente privo di forza, inerte: sembrava una bambola di pezza. Il respiro era regolare, ma non aveva conoscenza. Gli occhi però erano aperti normalmente, e guardava qualcosa, spostando le pupille da destra a sinistra. Tirai fuori dalla borsa una piccola torcia e le puntai la luce negli occhi. Non ebbe nessuna reazione. Nonostante le sue pupille continuassero a muoversi, e fossero quindi apparentemente funzionanti, non reagivano alla luce. Era una cosa davvero strana. Provai a tirare su anche altri bambini, e a ripetere l’operazione con loro, ma il risultato fu identico. Allora misurai i battiti e la temperatura. Ricordo che il battito era in media tra i 50 e i 55, e la temperatura non raggiungeva i 36 gradi. Mi pare che fosse di 35 e mezzo. Sí, per bambini di quell’età il battito era piuttosto lento, e la temperatura di un grado al di sotto della norma. Provai ad annusare il respiro, ma non vi era nessun odore particolare. Anche la gola e la lingua non presentavano nulla di insolito. Al primo rapido esame esclusi subito che potesse trattarsi di un avvelenamento da funghi. Nessuno aveva conati di vomito. Nessuno era paralizzato. Nessuno soffriva. Quando si è ingerito qualcosa di tossico, ed è passato del tempo, si manifesta almeno uno di questi tre sintomi. Capito che non era un avvelenamento da funghi, tirai un respiro di sollievo. Ma una volta esclusa questa possibilità, restava da accertare che cosa fosse accaduto, e io non sapevo a che altro pensare. I sintomi erano abbastanza simili a quelli di un colpo di sole. D’estate accade spesso che i bambini svengano per un’insolazione. Può succedere che uno perda conoscenza, e dietro di lui a ruota, a uno a uno, gli altri crollino svenuti come per contagio. Però eravamo in novembre. E per giunta in un luogo fresco come l’interno di una foresta. Se si fosse trattato di uno o due bambini, sarebbe stata una possibilità da considerare, ma era impensabile che tutti e sedici avessero avuto un’insolazione in un posto simile. Un’altra ipotesi era che si fosse trattato di gas. Un gas velenoso, come ad esempio il gas nervino. Un gas presente in natura, o artificiale… Naturalmente non avevo la minima idea della ragione per cui qualcuno potesse spargere del gas in un posto cosí solitario, in mezzo alla foresta. Però l’ipotesi di un gas tossico avrebbe potuto fornire una spiegazione abbastanza logica a quel fenomeno. Tutti avevano respirato la stessa aria, e per questo avevano perso i sensi cadendo a terra. Il fatto che solo la maestra non avesse subíto alcuna conseguenza, poteva indurre a pensare che il gas fosse piuttosto rarefatto e che un fisico adulto lo sopportasse meglio. Ma se questa ipotesi fosse stata giusta, che terapia avrei dovuto applicare? Non ne avevo la piú pallida idea. Io sono un semplice medico di campagna e non possiedo nessuna conoscenza specifica sui gas tossici. Brancolavo nel buio piú totale. Dato che ci trovavamo in mezzo alla montagna, telefonare a qualche specialista era fuori questione. Però in effetti alcuni dei bambini mostravano segni evidenti di un progressivo ritorno alla normalità, e quindi poteva anche darsi che nel giro di poco tempo tutti avrebbero riacquistato naturalmente conoscenza. Era una previsione piuttosto ottimistica, ma a essere sinceri non mi veniva in mente nessun’altra idea. Decisi quindi di lasciarli riposare tranquilli, e di osservare il loro aspetto. Non notò nulla di insolito nell’aria? Anch’io mi ero posto questo problema, infatti inspirai diverse volte profondamente, per capire se ci fosse qualche odore insolito. Tuttavia c’era la normale aria che si respira in un bosco di montagna. Si sentiva il profumo degli alberi. Era un’aria fresca, piacevole. Non vi era niente di anomalo nemmeno nella vegetazione lí intorno, niente che avesse cambiato forma o colore. Osservai con attenzione i funghi che i bambini avevano raccolto prima di cadere privi di sensi. Erano appena una manciata. Si capiva che dovevano essere svenuti poco dopo aver iniziato la raccolta. Erano tutti funghi comuni, commestibili. Io faccio il medico in quella zona già da tempo, e ne conosco bene le varietà. Naturalmente la prudenza non è mai troppa, quindi presi quei funghi per portarli ad analizzare da uno specialista. Ma anche lui confermò, come avevo detto io, che erano dei piú comuni, completamente innocui. Tornando ai bambini che avevano perso conoscenza: a parte il fatto che le loro pupille si spostavano da destra a sinistra, non ha notato nessun altro sintomo o reazione che potesse sembrarle anormale? Una dilatazione eccessiva della pupilla? Alterazioni nel bianco degli occhi, o nella frequenza del battere di ciglia? No, a parte le pupille che si spostavano da un lato all’altro come un riflettore, non vi era nient’altro di strano. Le altre funzioni erano regolari. I bambini guardavano qualcosa. Per essere piú preciso, direi che era come se i bambini non vedessero quello che noi vedevamo, ma qualcosa che a noi era invisibile. Anzi, per dare meglio l’idea dell’impressione che avevo, piú che «vedere qualcosa» sarebbe piú esatto dire che stavano assistendo a qualcosa. Le facce erano prive di espressione, ma il corpo trasmetteva un’impressione di calma, e non vi era nessun segno di dolore o paura. Se ho pensato di lasciarli per il momento lí dove si trovavano e di osservare le loro condizioni, è stato anche per questo. Visto che non soffrivano, lasciarli temporaneamente cosí mi era sembrata la cosa migliore da farsi. Comunicò a qualcuno dei presenti i suoi sospetti su una possibile presenza di gas? Sí, lo feci. Ma come me, anche tutti gli altri non conoscevano casi di questo tipo. Nessuno aveva mai sentito parlare di persone che, inoltrandosi in una montagna, avessero inalato del gas venefico. Qualcuno, credo il vicedirettore, disse che potevano essere stati i militari americani a spargerlo. Che forse avevano sganciato una bomba con del gas tossico. Allora la maestra disse che in effetti poco prima che entrassero nella foresta era apparsa in cielo la sagoma di un aereo che sembrava un B29. Disse che l’avevano visto volare proprio sopra la montagna. Abbiamo detto tutti all’unisono che doveva essere stato quello. Che sí, probabilmente era un nuovo tipo di bomba a gas inventata dall’esercito americano. Anche dalle nostre parti era giunta voce che gli americani avevano messo a punto un nuovo tipo di bomba. Ovviamente nessuno capiva perché avrebbero dovuto buttare una bomba simile proprio in questo posto sperduto fra le montagne. Però al mondo esistono anche gli errori. E non sempre è dato capire ciò che accade. Poi a poco a poco i bambini sono tornati in modo naturale alla normalità, vero? Sí, esatto. Non so descrivere il sollievo che provai. I bambini cominciarono prima a strisciare per terra, poi a sollevarsi anche se un po’ barcollanti, e un po’ alla volta riacquistarono coscienza. Durante questo processo nessuno lamentò alcun dolore. Ritornavano in sé molto dolcemente, come se si stessero svegliando naturalmente da un lungo sonno. Man mano che riprendevano i sensi, anche il movimento degli occhi ritornava progressivamente alla normalità. Quando provai di nuovo a illuminargli le pupille con la torcia elettrica, le reazioni questa volta furono del tutto normali. Ma ci volle un po’ di tempo prima che riprendessero a parlare. Si comportavano proprio come chi è ancora intontito dal sonno. Provammo a chiedere ai bambini, uno per uno, che cosa fosse successo. Ma loro ci guardavano stupiti, come se li stessimo interrogando su qualcosa di cui non sapevano nulla. I bambini riuscivano a ricordare fino a quando erano entrati nella foresta e avevano cominciato a raccogliere i funghi in quella radura. Ma di cosa era accaduto dopo non avevano nessuna memoria. Sembrava non avessero nessuna cognizione neanche del tempo che era passato. Avevano appena cominciato a raccogliere i funghi che di colpo un sipario era calato, e l’attimo dopo si erano trovati stesi a terra, circondati da noi adulti. I bambini non capivano perché stessimo lí, agitati e scuri in volto, anzi sembrava che avessero quasi paura di noi. Ma fra loro c’era un bambino che purtroppo non riprese conoscenza. Era sfollato da Tōkyō, e si chiamava Nakata Satoru. Sono abbastanza sicuro che il nome fosse questo. Era piccolo di statura, e di carnagione chiara. Fu l’unico a non svegliarsi. Restò steso lí a terra all’infinito, continuando a muovere le pupille. Ce lo caricammo sulle spalle e scendemmo con lui la montagna. Gli altri bambini vennero giú camminando con le loro gambe come se niente fosse accaduto. A parte Nakata, in seguito gli altri bambini mostrarono qualche sintomo? Non ho mai riscontrato nessuna visibile anomalia. Nessuno ha mai lamentato dolori o malesseri. Dopo essere tornati alla scuola, ho fatto venire tutti i bambini uno dopo l’altro nell’infermeria, ho misurato loro la temperatura, verificato il battito cardiaco con lo stetoscopio, controllato la vista, insomma ho eseguito tutti gli accertamenti che la situazione permetteva. Ho fatto fare loro anche alcuni semplici calcoli, e li ho fatti stare su un piede solo a occhi chiusi. Ma tutte le funzioni fisiche erano a posto. Non sembravano nemmeno accusare stanchezza. Anzi, avevano persino appetito. Non avendo mangiato niente a mezzogiorno, tutti dissero che avevano fame. Demmo loro delle polpette di riso, che mangiarono dalla prima all’ultima. Ma poiché non ero ancora del tutto tranquillo, alcuni giorni dopo passai dalla scuola per verificare le condizioni dei bambini che erano stati coinvolti nell’incidente. Ne chiamai alcuni nell’infermeria e rivolsi loro alcune semplici domande. Ma anche questa volta non riscontrai nulla di anomalo. Della strana esperienza da loro vissuta, quella di restare per due ore privi di sensi in mezzo alla montagna, non avevano nessuna traccia né nella mente né nel fisico. Anzi, sembrava non si ricordassero nemmeno che fosse mai accaduta. Avevano ripreso la loro vita di tutti i giorni, e si comportavano normalmente, senza mostrare alcun senso di disagio. Seguivano le lezioni, cantavano, e nei momenti di ricreazione facevano il giro del giardino della scuola correndo pieni di energia. In contrasto con loro, l’unica che dopo l’incidente sembrava soffrire ancora le conseguenze dello shock era la maestra responsabile della classe. Solo il bambino di nome Nakata persisteva in quello stato di incoscienza, perciò il mattino seguente fu trasportato all’Ospedale universitario di Kōfu. Da lí fu subito trasferito nell’Ospedale militare, ma comunque sia qui nel nostro paese non tornò mai piú. Non abbiamo mai saputo cosa ne sia stato di lui. La notizia dell’incidente non fu mai pubblicata sui giornali. Probabilmente le autorità non diedero il permesso di divulgarla, ritenendo che avrebbe potuto causare allarme. Eravamo in tempo di guerra, e l’esercito voleva evitare a tutti i costi il diffondersi di notizie prive di fondamento. La guerra stava prendendo una brutta piega, e anche a sud si susseguivano ritirate e perdite, mentre i bombardamenti americani sulle città si facevano sempre piú massicci e violenti. In questa situazione, le autorità temevano il diffondersi di sentimenti antibellici e disfattisti tra la popolazione. Alcuni giorni dopo anche noi ricevemmo una visita della polizia che ci raccomandò con forza di astenerci dal parlare di quanto era successo. In ogni caso, questo incidente rimane per me un mistero, un ricordo spiacevole di cui, a dire il vero, sento ancora il peso. Capitolo quinto Quando il pullman ha attraversato il gigantesco ponte sul Mare Interno ero addormentato, quindi me lo sono lasciato sfuggire. Peccato, desideravo vedere questo ponte che conoscevo solo dalle mappe. Qualcuno mi sveglia battendomi leggermente la spalla. – Ehi, siamo arrivati, – dice la ragazza. Mi stiro sul sedile, mi stropiccio gli occhi col dorso delle mani, poi guardo dal finestrino. Effettivamente il pullman si è fermato in una specie di piazza davanti alla stazione. La luce nuova del mattino inonda la scena. Una luce abbagliante eppure stranamente dolce, che trovo un po’ diversa da quella di Tōkyō. Guardo l’orologio. Le sei e trentadue. La ragazza mi dice, con voce piena di stanchezza: – Ah, questo viaggio non finiva mai. Non mi sento piú la schiena. Mi fa male pure il collo. Questa è l’ultima volta che prendo un pullman notturno. Anche se è un po’ piú caro, decisamente meglio viaggiare in aereo. Non mi importa delle turbolenze, dei dirottamenti, d’ora in poi solo in aereo. Dal portabagagli sopra di noi tiro giú la sua valigia e il mio zaino. – Come ti chiami? – chiedo. – Io? – Sí. – Sakura, – risponde. – E tu? – Tamura Kafka, – dico. – Tamura Kafka, – ripete Sakura. – Che strano nome. Però facile da ricordare. Annuisco. Non è semplice diventare un’altra persona. Ma cambiare nome è un gioco da ragazzi. Quando scendiamo dal pullman, posa la valigia a terra e ci si siede sopra, poi dalla tasca dello zainetto che ha in spalla tira fuori un taccuino e scrive in fretta qualcosa. Strappa la pagina e me la porge. Sembrerebbe un numero di telefono. – È il numero del mio cellulare, – dice, arricciando le sopracciglia. – Per il momento starò a casa di un’amica, ma se hai voglia di incontrare qualcuno, chiamami. Magari andiamo a mangiare qualcosa insieme. Non farti problemi. Com’è quell’altro proverbio? Anche gli incontri casuali… – Seguono le vie del destino, – completo io. – Ecco ecco, – dice lei. – Che vuol dire? – Si riferisce all’influenza del karma di esistenze precedenti… nella vita ogni cosa, anche la piú piccola, non è mai casuale. Seduta sulla sua valigia gialla, con il taccuino ancora in mano, riflette su quanto ho detto. – Hmm, è una filosofia in piena regola. E forse nemmeno sbagliata. Anche se mi sa un po’ di new age… Però senti, Tamura Kafka. Vorrei che ti ricordassi una cosa. Io non sono una che dà il suo numero di cellulare a chiunque. Il concetto ti è chiaro? Grazie, dico. Infilo il foglietto con il suo numero di cellulare, piegato, nella tasca del mio k-way. Poi ci ripenso e lo metto nel portafogli. – Fino a quando sarai a Takamatsu? – mi chiede Sakura. – Ancora non lo so, – rispondo. – Dipende da varie cose. Mi guarda dritto in faccia. Inclinando leggermente la testa. Come a dire: Meglio non insistere. Poi sale su un taxi, mi saluta agitando leggermente la mano e si allontana verso la sua destinazione. Sono di nuovo solo. Il suo nome, Sakura, non è lo stesso di mia sorella. Ma i nomi si possono cambiare facilmente. Soprattutto quando ci si vuole nascondere da qualcuno. Prima di partire ho prenotato una stanza in un business hotel di Takamatsu, segnalato dall’Ymca di Tōkyō a cui avevo telefonato. Passando attraverso di loro potevo ottenere una tariffa ridotta. Però questa tariffa speciale è applicabile solo per tre giorni. A cominciare dal quarto, dovrei pagare tariffa piena. Volendo risparmiare, avrei potuto dormire su una panchina davanti alla stazione, oppure nel mio sacco a pelo in un parco, visto che non fa freddo. Ma se mi avesse notato qualche poliziotto mi avrebbe chiesto di fargli vedere i documenti, proprio la cosa che piú volevo evitare. Quindi per il momento ho prenotato l’albergo per i primi tre giorni. A cosa fare dopo, penserò a suo tempo. Entro in un ristorante di udon vicino alla stazione, il primo che mi capita a tiro, per rifocillarmi. Essendo nato e cresciuto a Tōkyō, ho mangiato rarissime volte gli udon. In ogni caso questi sono tutt’altra cosa rispetto a quelli che avevo provato finora. La consistenza è molto piú spessa, sono freschi, e l’odore del brodo piú appetitoso. E per giunta costano incredibilmente poco. Sono talmente buoni che faccio il bis. Mi sento sazio come non mi capitava da tempo, e questo mi dà una sensazione di felicità. Poi mi siedo su una panchina davanti alla stazione e guardo il cielo sereno. Sono libero, penso. Eccomi qui, libero e solo come una nuvola che fluttua nel cielo. Decido di ingannare il tempo, in attesa che faccia sera, in biblioteca. Mi sono informato in anticipo su quali biblioteche ci sono nella zona di Takamatsu. È da quando ero piccolo che ho questa abitudine di ammazzare il tempo in biblioteca. Per un bambino che non vuole tornare a casa, non ci sono molti posti dove recarsi. Da solo non può andare nei caffè e neanche al cinema. Restano soltanto le biblioteche. Non si paga il biglietto d’ingresso, e nessuno ha niente da dire se ci entra un bambino non accompagnato. Puoi sederti e leggere tutti i libri che ti pare. Quando tornavo da scuola, andavo sempre in bicicletta fino alla biblioteca del quartiere. Anche nei giorni di vacanza trascorrevo lí da solo molto tempo. Leggevo tutto quello che mi capitava sottomano, romanzi, biografie, storia. Una volta letti tutti i libri per bambini, cambiai di scaffale e passai a quelli per adulti. Leggevo anche quelli che non capivo bene, dalla prima all’ultima pagina. Quando mi stancavo di leggere, mi sedevo in una cabina fornita di cuffie e ascoltavo i dischi. Non avendo nessuna conoscenza di musica, ascoltavo metodicamente, partendo da destra, tutto quello che trovavo. È stato cosí che ho scoperto Duke Ellington, i Beatles e i Led Zeppelin. La biblioteca era per me come una seconda casa. O forse sarebbe meglio dire che la biblioteca era la mia vera casa. A forza di frequentarla ogni giorno, conoscevo di vista le impiegate. Loro avevano imparato il mio nome, e quando mi vedevano mi salutavano e mi rivolgevano parole gentili (alle quali non sapevo rispondere, essendo di una timidezza patologica). Alla periferia di Takamatsu c’è una biblioteca che un ricco signore, appartenente a un’antica famiglia, ha fondato a partire dalla propria collezione personale di libri. Pare che già la sede, una villa con giardino, valga la visita, e il catalogo comprende anche edizioni rare. Avevo visto alcune foto della biblioteca sulla rivista «Taiyō». Era una grande e antica costruzione in stile giapponese, con un’elegante sala di lettura, simile a un salone per gli ospiti, e vi erano persone che leggevano sedute su enormi divani. Vedendo quelle foto, ne ero stato misteriosamente attratto. E avevo pensato che se ne avessi avuto l’occasione, un giorno avrei voluto visitare quella biblioteca. Si chiamava Biblioteca Kōmura. Vado all’ufficio informazioni turistiche della stazione e chiedo come arrivarci. Una gentile signora di mezza età mi dà una pianta della città, traccia una X nel punto in cui si trova la biblioteca e mi dice quale treno prendere. Mi spiega che fino alla stazione d’arrivo ci vorranno una ventina di minuti. Ringrazio e controllo il tabellone degli orari nella stazione. C’è un treno piú o meno ogni venti minuti. Siccome c’è ancora un po’ di tempo fino alla prossima partenza, in un chiosco della stazione compro un cestino con il pranzo. È un piccolo treno, formato solo da due vagoni. I binari passano attraverso una strada commerciale, costeggiata da grandi edifici, proseguono attraverso un quartiere fitto di negozietti e abitazioni, e poi per una zona con diverse fabbriche e depositi. Vedo un parco, un palazzo in costruzione. La faccia incollata al finestrino, guardo incantato il paesaggio di questa terra sconosciuta. Tutto mi appare fresco e nuovo. Prima d’ora non avevo mai visto un paesaggio urbano che non fosse quello di Tōkyō. Il treno che va verso la periferia, a quest’ora di mattina è vuoto, ma il binario opposto, dove passano i treni che vanno in città, è affollatissimo di studenti delle medie e del liceo con gli zainetti sulle spalle e le uniformi estive. Vanno tutti a scuola. Solo io no. Solo io viaggio in direzione opposta. Solo io sono su questo binario. Di colpo provo un senso di oppressione al petto, come se l’aria intorno a me fosse troppo rarefatta. Sto facendo davvero la cosa giusta? Questo dubbio mi fa sentire a un tratto terribilmente insicuro. Cerco di non guardare piú tutti quei ragazzi. La ferrovia per un po’ costeggia il mare, quindi si sposta nell’interno. C’è un campo fitto di pannocchie di granturco che crescono altissime, vigneti, campi di mandarini coltivati a terrazze. Qua e là si vedono laghetti per l’irrigazione, la cui superficie riflette il sole del mattino. L’acqua di un fiume che scorre serpeggiando in un campo pianeggiante dà una sensazione di freschezza; vi sono terreni incolti ricoperti di erbe estive. Un cane fermo accanto alle rotaie guarda passare il treno. Nel vedere questo paesaggio, il gelo che avevo provato si scioglie e mi sento un po’ piú sereno. Tiro un respiro profondo e mi dico: È tutto a posto. Ormai devi solo andare avanti cosí. Uscito dalla stazione, seguendo le indicazioni mi avvio per una vecchia strada diretta a nord. Su entrambi i lati, si susseguono senza interruzione ville circondate da recinzioni. Non ne avevo mai viste tante, e cosí diverse. Palizzate di legno nero, muri bianchi, muri formati da lastre di granito, muri di pietra sormontati da siepi. La zona è silenziosa; non si vede nessuno per strada. Anche le auto sono rarissime. Respirando a fondo, si avverte un lievissimo odore di mare. Probabilmente siamo vicini alla costa. Tendo l’orecchio, ma non sento il rumore delle onde. Da qualche parte deve esserci qualche costruzione in corso, perché da lontano arriva fioco il rumore di una motosega, simile a un ronzio di api. Dalla stazione ci sono spesso dei cartelli che indicano la biblioteca, quindi non corro il rischio di perdermi. Davanti all’imponente cancello della Biblioteca Kōmura ci sono due pruni, potati con cura. Superato il cancello, vi è un viottolo lastricato di ciottoli che si snoda sinuoso, e diversi alberi tenuti in modo ammirevole; non si vede una sola foglia a terra. Ci sono pini, magnolie, kerrie, azalee. Tra i cespugli intravedo alcune grandi, antiche lanterne di pietra e, un po’ piú distante, un laghetto. Finalmente giungo all’ingresso, costruito in modo assai ricercato. Mi fermo davanti alla porta aperta e resto lí per qualche istante, indeciso se entrare. Questa biblioteca non assomiglia a nessuna di quelle che conosco. Ma dal momento che sono arrivato fin qui, sarebbe assurdo tornare indietro. Subito accanto all’entrata c’è un giovane, seduto a un tavolo, che ritira i miei bagagli. Metto giú lo zaino e tolgo gli occhiali da sole e il berretto. – È la prima volta che vieni? – mi chiede. Ha una voce tranquilla, rilassata. Il tono è un po’ acuto, ma l’impressione è armoniosa e piacevole. Annuisco. Non riesco a rispondere. Sono teso. Non mi aspettavo quella domanda. Tenendo in mano una matita dalla punta affilata, mi osserva per qualche istante con interesse. È una matita gialla, con la gomma a una delle estremità. Lui è un giovane dal viso minuto, dai lineamenti regolari. Di una bellezza delicata, insolita in un uomo. Porta una camicia button-down bianca di cotone, e pantaloni chino verdi. Niente di ciò che indossa ha la minima piega. Ha i capelli piuttosto lunghi, che gli ricadono sulla fronte quando abbassa la testa, e ogni tanto se li tira indietro con la mano. Le maniche della camicia, rimboccate fino al gomito, lasciano intravedere i polsi, bianchi ed esili. Ha occhiali dalla montatura sottile che si adattano bene alla forma del suo viso. Al petto porta un piccolo badge di plastica con su scritto il suo nome: Ōshima. È diverso da qualunque impiegato di biblioteca che io abbia mai visto. – Puoi circolare a tuo piacere tra gli scaffali. Se ci sono libri che ti interessano, puoi prenderli e portarli alle sale di lettura. Solo per i libri rari, quelli su cui è apposto un sigillo rosso, è necessario compilare ogni volta un modulo per richiederli. Lí a destra c’è la sala di consultazione con gli indici a schede e il computer. Se ne hai bisogno, puoi utilizzarlo liberamente per le tue ricerche. I libri non vengono dati in prestito. Non abbiamo riviste né quotidiani. È proibito scattare fotografie, o fare fotocopie. Cibi e bevande possono essere consumati solo sulle panchine del giardino. La biblioteca chiude alle cinque. Quindi posa la matita sul tavolo e mi chiede: – Sei uno studente di liceo? Faccio un lungo respiro e rispondo di sí. – Questa è un po’ diversa dalle altre biblioteche, – dice. – Perché è specializzata in alcuni settori in particolare. Come ad esempio vecchie edizioni di tanka e haiku di autori classici. Naturalmente abbiamo anche opere rivolte a un pubblico piú vasto, ma la maggior parte delle persone che prendono apposta il treno per venire fin qui da lontano, sono studiosi che fanno ricerche su quei materiali. Nessuno viene fin qui per leggere i libri di Stephen King. E i visitatori giovani come te sono rarissimi. Anche se a volte abbiamo studenti di corsi di dottorato. Tu ti occupi di tanka e haiku? – No, – rispondo. – Infatti non sembrerebbe. – Ma posso venire lo stesso? – chiedo timidamente, attento a mantenere il controllo sul tono della mia voce. – Naturalmente, – dice con un sorriso. Poi, appoggiando le dita di entrambe le mani sul tavolo: – Questa è una biblioteca, perciò chiunque abbia voglia di leggere libri è il benvenuto. E poi, resti fra noi, io sono il primo a non avere un interesse particolare per tanka e haiku. – È davvero un bellissimo edificio, – dico. Il giovane annuisce. – I Kōmura sono una famiglia di grandi produttori di sakè, attivi dall’epoca Edo, e il precedente capofamiglia era un bibliofilo, conosciuto in tutto il Giappone per essere un grande collezionista di libri. Il padre, cioè il padre del padre degli attuali Kōmura, era lui stesso poeta, autore di tanka, e per questa ragione molti letterati, quando venivano nello Shikoku, passavano a trovarlo. Gente come Wakayama Bokusui, Ishikawa Takuboku, Shiga Naoya. L’atmosfera doveva essere accogliente, perché alcuni di loro si fermarono a lungo. Era una famiglia tradizionale che amava spendere senza risparmio i propri soldi per la letteratura e le arti. Di solito le famiglie di questo tipo, giunte a una certa generazione, perdono i loro patrimoni, ma fortunatamente nel caso dei Kōmura ciò non è avvenuto. Hanno coltivato le proprie passioni, ma senza mai trascurare gli affari. – Erano ricchi, quindi, – dico. – Sí, molto, – risponde lui. Poi fa una leggera smorfia con le labbra. – Forse non ai livelli di prima della guerra, ma sono piuttosto ricchi anche ora. Perciò possono permettersi di gestire una biblioteca cosí importante. Naturalmente, creare una fondazione serve anche a diminuire le tasse di successione, e ciò avrà avuto il suo peso, ma questo è un altro discorso. Se fossi interessato all’edificio, oggi alle due ci sarà una breve visita guidata, e se lo desideri puoi partecipare. Si tiene una volta alla settimana, il martedí, che guarda caso è oggi. Al primo piano c’è una collezione di calligrafie e dipinti rari, e siccome l’edificio è interessante anche dal punto di vista architettonico, potrebbe valerne la pena. Grazie, dico. Mi sorride come per dire «prego». Poi riprende in mano la matita e batte leggermente sul tavolo l’estremità con la gomma, ton ton ton. Lo fa con molta dolcezza, quasi come per incoraggiarmi. – È lei a fare da guida? – chiedo. Il signor Ōshima sorride. – Io sono un semplice collaboratore. La responsabile è la signora Saeki, che è il mio capo. È lei, che fra l’altro è parente della famiglia Kōmura, a guidare la visita. È una persona splendida. Sono sicuro che ti piacerà molto. Entro in una delle sale della biblioteca, e giro tra gli scaffali cercando un libro che possa interessarmi. Alcune travi grosse e maestose sostengono il soffitto. Dalle finestre penetrano i raggi del sole d’inizio estate. I vetri sono aperti verso l’esterno, e dal giardino giungono le voci degli uccellini. Negli scaffali che ho di fronte, come mi aveva detto Ōshima, ci sono molti testi che riguardano poeti di tanka o haiku. Antologie, saggi critici, biografie. Vi sono anche numerosi volumi di storia locale. Gli scaffali in fondo contengono libri di carattere piú generale. Raccolte antologiche di letteratura giapponese e mondiale, le opere complete di singoli autori, letteratura classica, filosofia, testi teatrali, arte, sociologia, storia, biografie, geografia… Quando prendo in mano qualche libro e lo apro, dalle pagine emana un odore di antico. È un odore particolare, sprigionato dalla conoscenza profonda e dalle intense emozioni che hanno dormito a lungo, tranquille, al riparo della copertina. Aspiro quell’odore, scorro con gli occhi alcune pagine, e ripongo il libro negli scaffali. Poi finalmente mi fermo sull’edizione delle Mille e una notte nella traduzione di Burton. Scelgo uno di quei volumi dalle belle copertine e lo porto nella sala di lettura. È un libro che volevo leggere da tempo. La biblioteca ha aperto da poco e lí dentro ci sono solo io. Posso avere questa elegante sala tutta per me. È come nelle foto di quella rivista. Il soffitto alto, gli ambienti ampi, e ciononostante un’atmosfera accogliente. Dalla finestra aperta ogni tanto entra un soffio di vento. Le tende bianche ondeggiano lievemente, senza rumore. Il vento profuma di mare. Il divano è tra i piú comodi che abbia mai provato. In un angolo della sala c’è persino un pianoforte verticale: è come essere a casa di un amico. Mentre sono seduto sul divano e mi guardo intorno, mi accorgo che la sala è il posto che stavo cercando da tempo. Sí, stavo cercando esattamente un posto cosí, nascosto in una nicchia del mondo. Fino ad ora però, era stato per me solo un luogo fantasticato e segreto. Non riesco ancora a credere che esistesse davvero da qualche parte. Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l’aria rimane sospesa in me come una nuvola dolcissima. È una sensazione meravigliosa. Accarezzo lentamente col palmo della mano il divano ricoperto da un rivestimento color crema. Mi alzo, vado davanti al pianoforte, sollevo il coperchio e provo a posare delicatamente le dieci dita sulla tastiera ingiallita. Abbasso il coperchio e faccio qualche passo sul vecchio tappeto dal disegno di grappoli d’uva. Provo a girare una vecchia maniglia che serve ad aprire e chiudere la finestra. Accendo e spengo una lampada da terra. Guardo a uno a uno i quadri appesi alle pareti. Poi torno a sedermi sul divano e ricomincio a leggere dal punto in cui avevo lasciato. Mi concentro sul libro. Verso mezzogiorno, tiro fuori dallo zaino l’acqua minerale e il cestino con il pranzo, e mi siedo a mangiare sulla veranda che dà sul giardino. Si avvicinano degli uccelli: volano da un albero all’altro, e scendono sull’orlo del laghetto a bere o a darsi una rinfrescata. Ci sono anche uccelli che non ho mai visto prima. Quando appare un grosso gatto bruno gli uccelli volano via in fretta, ma il gatto non presta loro nessuna attenzione. Tutto quello che gli interessa è stendersi pigramente su una delle pietre del viottolo a godersi i raggi del sole. – Oggi a scuola è vacanza? – mi chiede Ōshima quando ripasso a posare lo zaino prima di tornare nella sala di lettura. – No, non è vacanza, sono io che ho deciso di prendermi un po’ di riposo, – rispondo, attento a scegliere le parole con cura. – Un rifiuto per la scuola? – fa lui. – Può darsi. Ōshima mi scruta incuriosito. – Può darsi? – chiede. – Non è un rifiuto, è solo che ho deciso di non andarci, – spiego. – Hai semplicemente smesso, in base a una tua scelta volontaria e serena, di andarci? Annuisco. Non mi viene in mente cos’altro rispondere. – Secondo quanto dice Aristofane nel Simposio di Platone, nell’era degli antichi miti c’erano tre tipi di esseri, – dice Ōshima. – Ne hai sentito parlare? – No. – Il mondo antico era composto di uomini-uomini, donne-donne e uomini-donne. E tutti vivevano soddisfatti, senza nessun problema. Poi un giorno un dio prese la spada e tagliò ognuno di loro in due parti. Due metà precise. Il risultato fu che il mondo divenne popolato solo da uomini e donne, e tutti presero a vivere correndo da una parte all’altra nella ricerca continua della propria metà perduta, che doveva tuttora esistere da qualche parte. – Perché quel dio fece una cosa del genere? – Perché divise gli esseri in due? Mah, perché lo fece non saprei. È sempre difficile capire le azioni degli dèi. Si sa che sono irascibili, e poi tendono, come dire, a un eccessivo idealismo. Si può immaginare che gli esseri si fossero macchiati di qualche colpa. Un po’ come la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. – Il peccato originale, – dico. – Sí. Il peccato originale, – dice Ōshima. Poi fa dondolare leggermente la lunga matita tra l’indice e il medio come per trovare il giusto punto di equilibrio. – Comunque quello che vorrei dire è che è difficile per ogni essere umano vivere solo. Torno alla sala di lettura e mi metto a leggere il seguito della «Storia di Abu ’l-Hasan il burlone». Ma non riesco piú a concentrarmi sul libro. Uomini-uomini, donne-donne, uomini-donne? Quando l’orologio segna le due, interrompo la lettura del mio libro e mi alzo per andare a prendere parte alla visita dell’edificio. La signora Saeki, che farà da guida, è una donna magra sui quarantacinque anni. Piuttosto alta, mi sembra, per una donna della sua generazione. Indossa un vestito blu a mezze maniche, con sopra un sottile cardigan color crema. Ha un bel portamento. I capelli, lunghi, sono raccolti con leggerezza sulla nuca. Il viso è intelligente e raffinato. Gli occhi sono belli. E ha sempre un sorriso che le aleggia sulle labbra, simile a un’ombra. Non so bene come spiegarlo, ma quel sorriso ha qualcosa di perfetto e di unico. Mi fa venire in mente un angolo illuminato dal sole. Un angolo soleggiato che non somiglia a nessun altro e può esistere solo in un luogo nascosto e lontano. Anche nel giardino della casa di Nogata dove abitavo, ce n’era uno cosí. Sin da quando ero bambino, ho sempre amato quel piccolo angolo segreto. La signora Saeki mi fa una forte impressione, e suscita in me una specie di nostalgia. Ah, se fosse lei mia madre, penso. È il pensiero che mi viene in mente ogni volta che mi capita di vedere una donna di mezza età dall’aspetto attraente (o simpatico). Inutile dire che le possibilità che la signora Saeki sia mia madre sono quasi inesistenti. Però, almeno in teoria, un minimo di possibilità esiste, considerato che io non conosco né il viso né il nome di mia madre. Insomma, non vi è nulla che escluda a priori l’ipotesi che lei possa essere mia madre. A prendere parte alla visita, oltre a me, c’è solo una coppia sulla cinquantina venuta da Ōsaka. La moglie è una signora bene in carne che porta un paio di lenti spesse. Il marito è magro, dalla capigliatura ispida che avrà bisogno di una spazzola di ferro per tenere a bada. Ha gli occhi sottili e la fronte spaziosa, e mi ricorda una di quelle statue, nelle isole del Sud, che fissano in eterno l’orizzonte. È soprattutto la moglie a mantenere la conversazione: il marito fa giusto qualche esclamazione d’assenso ogni tanto. A parte questo, si limita ad approvare col capo e a mostrarsi ammirato, e solo di rado farfuglia qualche parola smozzicata e indecifrabile. Dai vestiti si direbbe che il loro obiettivo, piú che la biblioteca, sia una passeggiata in montagna. Indossano entrambi panciotti impermeabili e scarponi con l’allacciatura alta e cappellini per scalatori. È probabilmente il loro abbigliamento abituale da viaggio. Sembrano brave persone, anche se non arrivo a fantasticare che li vorrei come genitori. In ogni caso, quando ho saputo che non ero l’unico a partecipare alla visita, ho provato un certo sollievo. Per prima cosa la signora Saeki racconta la storia della Biblioteca Kōmura. Sono piú o meno le stesse cose che mi ha già detto Ōshima. Che la biblioteca è stata fondata con lo scopo di contribuire allo sviluppo della cultura locale, mettendo a disposizione del pubblico tutti i libri, i documenti, le calligrafie e le pitture che i Kōmura hanno raccolto nel corso di generazioni. La famiglia ha creato, utilizzando il proprio patrimonio, una fondazione che gestisce la biblioteca, e occasionalmente organizza convegni o concerti di musica da camera. L’edificio era stato in origine costruito all’inizio dell’era Meiji come dépendance adibita a biblioteca e alloggio per i visitatori, ma durante l’era Taishō fu radicalmente ristrutturato e trasformato in una villa a due piani, e le stanze per ospitare i letterati e gli artisti divennero ancora piú belle. Negli anni dall’era Taishō al primo periodo Shōwa, molti illustri personaggi si recarono in visita dai Kōmura, e ognuno lasciò una traccia del proprio passaggio. Come segno di riconoscenza per l’ospitalità ricevuta, i poeti offrirono tanka e haiku, i letterati i loro scritti, e gli artisti pitture. – Nella sala espositiva al piano superiore potrete ammirare una selezione di questo prezioso patrimonio culturale, – dice la signora Saeki. – Prima della seconda guerra mondiale, in questa regione si formò cosí una ricca cultura, non grazie alle amministrazioni locali, ma per opera di famiglie facoltose animate dalla passione per le arti, come i Kōmura. In pratica svolgevano il ruolo di mecenati, promuovendo lo sviluppo della cultura. Nella prefettura di Kagawa vennero fuori moltissimi poeti di grande ingegno nel campo del tanka e dello haiku, una fioritura a cui contribuirono sicuramente le energie profuse dai Kōmura a partire dall’era Meiji, per diverse generazioni, nel creare e mantenere un circolo artistico di elevata qualità in questa zona. Sulla nascita e lo sviluppo di questo circolo culturale sono stati pubblicati numerosi studi, saggi e memorie, tutti presenti nella nostra biblioteca. Se lo desiderate, potrete consultarli. Gli uomini della famiglia Kōmura si sono distinti nel corso di diverse generazioni per la loro profonda conoscenza della letteratura e dell’arte, dimostrando di avere l’occhio dei veri intenditori. Sembrava che se lo trasmettessero di padre in figlio. Sapevano distinguere ciò che valeva davvero dalle imposture: si dedicavano solo a quegli autori che reputavano eccellenti, e si prodigavano soltanto per progetti elevati. Ma come tutti sappiamo, non esiste al mondo nessuno il cui giudizio sia davvero infallibile. Sfortunatamente, nonostante il loro gusto raffinato, vi sono stati casi di validissimi scrittori che non hanno da loro ricevuto il trattamento appropriato. Ad esempio le opere del poeta di haiku Taneda Santōka furono da loro ahimè quasi tutte respinte. Dai libri con le firme degli ospiti sappiamo che Santōka fu spesso ospite qui e ogni volta, prima di andar via, lasciava degli haiku o qualche opera di calligrafia, ma il capofamiglia di allora lo disprezzava chiamandolo «fanfarone e pezzente», evitava ogni rapporto con lui, e buttò via quasi tutte le opere ricevute in omaggio. – Che peccato! – dice la signora venuta da Ōsaka, con palese rammarico. – Oggi le opere di Santōka varrebbero un patrimonio. – Ha perfettamente ragione. Però all’epoca era del tutto sconosciuto, quindi forse era inevitabile. Ci sono tante cose che si capiscono solo quando è tardi, – dice la signora Saeki con un sorriso. – Proprio vero, proprio vero, – fa eco il marito. Quindi la signora Saeki ci guida al piano superiore. Gli scaffali, la sala di lettura, la sala dei libri rari. – Quando il capo della famiglia Kōmura fece costruire la biblioteca, volle allontanarsi dallo stile di Kyōto, sobrio e raffinato, caro ai letterati, e la fece realizzare nello stile delle grandi dimore di campagna. Tuttavia, come potrete notare, in contrasto con la struttura di audace semplicità dell’edificio, arredi, decorazioni e cornici appaiono ricercati e preziosi. Ad esempio la bellezza e fluidità di questi pannelli di legno traforato non ha paragoni. Per costruire questa casa furono chiamati a raccolta tutti i piú grandi artigiani dello Shikoku. Saliamo poi al piano di sopra. La scalinata è imponente, con un soffitto alto. Il corrimano di ebano è lucidato con tanta cura che avrei paura, toccandolo, di lasciarvi le impronte. Giunti sul pianerottolo, troviamo una finestra in vetro colorato raffigurante un cerbiatto che allunga il collo per mangiare dell’uva. Su questo piano vi sono due sale e un grande salone per ricevimenti. Probabilmente in passato questo salone era ricoperto di tatami, e veniva utilizzato per incontri e banchetti. Adesso vi è un parquet, e alle pareti sono appese calligrafie, dipinti su rotolo e quadri di stile tradizionale. Al centro vi è una grande vetrina contenente cimeli e altri oggetti di valore storico. Le due sale piú piccole sono una in stile occidentale, l’altra in stile giapponese. In quella occidentale vi sono una grande scrivania e una sedia girevole, che danno l’impressione di essere tuttora usate. Dalla finestra alle spalle della scrivania si vedono file di pini, tra i quali si scorge la linea dell’orizzonte. I due coniugi di Ōsaka girano per la sala guardando nell’ordine gli oggetti esposti, e leggendo le note sul dépliant. Ogni volta che la moglie fa un commento ad alta voce, il marito risponde con delle esclamazioni di consenso. Tra i due non sembrano esservi divergenze di opinione su niente. Non essendo interessato a quegli oggetti, giro per la sala osservando alcuni particolari dell’edificio. Sto esplorando la sala occidentale, quando la signora Saeki mi raggiunge. – Se vuole, può provare a sedersi, – mi dice. – Shiga Naoya e Tanizaki Jun’ichirō si sono seduti a quella scrivania. La sedia non è la stessa di allora, naturalmente. Mi accomodo sulla sedia girevole. Poi appoggio delicatamente le mani sulla scrivania. – Che gliene pare, ha la sensazione che potrebbe scrivere qualcosa anche lei? Arrossendo un po’, faccio di no con la testa. La signora Saeki ride e torna dalla coppia nell’altra sala. Rimanendo sulla sedia, guardo la sua figura di spalle mentre si allontana. Il corpo, le gambe, il portamento. I suoi gesti hanno una naturalezza e un’eleganza incomparabili. Vi è in essi qualcosa di veramente unico che non saprei spiegare razionalmente. È come se attraverso la sua figura di spalle mi comunicasse qualcosa. Qualcosa che non si può tradurre in parole. E che la sua immagine di fronte non può comunicarmi. Ma che cosa sia non lo capisco. Le cose che non capisco sono tante. Seduto sulla sedia girevole, mi guardo intorno. Su una parete vi è un dipinto a olio che raffigura una veduta costiera, probabilmente di questa regione. È un quadro vecchio stile, ma i colori hanno una loro freschezza. Sulla scrivania vi è un grande portacenere, e una lampada dal paralume verde. Premo l’interruttore: si accende. Sulla parete di fronte c’è un vecchio orologio nero. Sembra un pezzo d’antiquariato, ma le lancette segnano l’ora esatta. Il parquet in alcuni punti è consumato, e camminando scricchiola un po’. Finita la visita, i coniugi di Ōsaka hanno ringraziato la signora Saeki e se ne sono andati. Erano soci di un circolo di poeti di tanka del Kansai. Passi per la moglie, ma che poesie potrà mai comporre il marito? Non si possono mica fare poesie a forza di esclamazioni e cenni di consenso. O forse solo quando compone, attingerà a qualche sua misteriosa fonte di ispirazione? Torno alla sala di lettura e riprendo il mio libro. È ormai pomeriggio e nel frattempo sono arrivate altre persone. La maggior parte di loro porta gli occhiali da presbite, che a me sembra rendano tutte le facce un po’ uguali. Il tempo passa molto lentamente. Tutti sono immersi nella lettura. Nessuno parla. C’è qualcuno che, seduto alla scrivania, prende degli appunti, ma gli altri sono completamente immersi nel loro libro, ognuno al proprio posto, senza dire una parola e senza nemmeno cambiare ogni tanto posizione. Come me, del resto. Alle cinque smetto di leggere, ripongo il libro nello scaffale e mi avvio verso l’uscita. – A che ora aprite la mattina? – chiedo. – Alle undici. Il lunedí siamo chiusi, – risponde Ōshima. – Verrai anche domani? – Sí, se non disturbo. Ōshima mi guarda con dolcezza, gli occhi un po’ socchiusi. – Ci mancherebbe, nessun disturbo. Le biblioteche sono fatte per chi ha voglia di leggere. Ci farà piacere se verrai ancora. Ma giri sempre con un bagaglio cosí pesante? Chissà che cosa ci tieni lí dentro… una collezione di monete d’oro? Arrossisco. – Scherzavo, scherzavo. Non lo voglio sapere davvero, – dice Ōshima. Poi, premendosi la punta di gomma della matita contro la tempia, dice: – Allora, a domani. – Arrivederci, – dico. Invece di agitare la mano, mi saluta sollevando la matita in aria. Torno a Takamatsu con lo stesso treno che ho preso all’andata. Mi fermo a mangiare in un ristorante a buon mercato vicino alla stazione, e ordino una cotoletta di pollo con riso e insalata. Prendo doppia razione di riso e, finito di mangiare, bevo del latte. Nel caso mi venga fame in piena notte, a un minimarket compro due polpette di riso e una nuova bottiglia di acqua minerale. Poi vado a piedi fino all’albergo dove ho prenotato la stanza. Mi sforzo di non camminare né troppo veloce né troppo piano, e di mantenere l’andatura piú normale: non voglio attirare l’attenzione di nessuno. L’albergo è grande, ma è un tipico business hotel di seconda categoria. Alla reception compilo un modulo scrivendo nome, indirizzo ed età, e pago in anticipo la prima notte. Sono un po’ teso. Tuttavia non sembro suscitare in loro alcun sospetto. Nessuno mi grida: «Non raccontare bugie cosí facili da scoprire. L’abbiamo capito. Avanti, dillo che sei un ragazzo di quindici anni fuggito di casa». Tutto si svolge in modo asettico ed efficiente. Un ascensore dal rantolo sinistro mi porta fino al quinto piano. La stanza è stretta e angusta, il letto scomodo, i cuscini duri, la scrivania minuscola, la televisione anche, e la tenda è ingiallita dal sole. La stanza da bagno è grande non piú di un armadio. Niente shampoo né balsamo. Dalla finestra si vede il muro dell’edificio accanto. Però devo essere grato: dopotutto ho un tetto, e dal rubinetto esce acqua calda. Poso lo zaino a terra, mi siedo su una sedia e cerco di abituarmi alla stanza. Sono libero, mi dico. Chiudo gli occhi e per un po’ penso a questa mia nuova libertà. Ma non riesco a capire bene che cosa significhi il fatto che sono libero. Quello che capisco adesso è semplicemente che sono solo. Solo e in un paese che non conosco. Come un esploratore solitario che ha perso bussola e mappa. È questo che significa essere liberi? Non lo so, e allora rinuncio a pensarci. Faccio un lungo bagno, mi lavo con cura i denti al lavandino. Mi stendo sul letto e leggo ancora un po’. Quando sono stanco, accendo la televisione per vedere il telegiornale. Però, paragonate a tutte le cose che mi sono accadute oggi, le notizie mi sembrano insulse e noiose. Spengo subito la televisione e mi infilo nelle coperte. L’orologio segna già le dieci. Ma non riesco a dormire. Un giorno nuovo in un posto nuovo. Ed è anche il giorno del mio compleanno, trascorso in una biblioteca decisamente affascinante. Ho incontrato diverse persone nuove. Sakura. E poi il signor Ōshima e la signora Saeki. Per fortuna nessuno di loro rappresentava una minaccia per me. Forse potrebbe essere un buon segno. Quindi penso alla mia casa a Nogata e a mio padre che a quest’ora dovrebbe essere lí. Che cosa prova per il fatto che io sono improvvisamente sparito? Non vedermi piú, sarà per lui un sollievo? O invece si sentirà disorientato? O forse non prova nessuna emozione? Ma è possibile perfino che non si sia nemmeno accorto della mia assenza. All’improvviso mi viene in mente il suo cellulare, e lo tiro fuori dallo zaino. Lo accendo e provo a chiamare il numero di casa. Si sente subito il segnale di libero. Anche se sono lontano oltre settecento chilometri, il suono è chiaro e distinto come se stessi telefonando alla stanza accanto. Quel suono squillante, inatteso, mi coglie di sorpresa. Lascio suonare due volte e chiudo. Il battito del cuore si è fatto piú rapido, e non vuole piú calmarsi. Il telefono è ancora attivo. Mio padre non ha reciso il contratto. O forse semplicemente non si è accorto che il telefono è scomparso dal cassetto della scrivania. Rimetto il cellulare nella tasca dello zaino, spengo la luce del comodino e chiudo gli occhi. Non sogno. Anzi, ora che ci penso è tanto tempo che non faccio sogni. 
Capitolo sesto
— Buongiorno, — disse il vecchio.

Il gatto sollevò appena la testa, e a voce bassa, di malavoglia ricambiò il saluto. Era un grosso gatto maschio nero, anziano.

— È una bella giornata, non è vero?

— Hmm, — fece il gatto.

— Non si vede nemmeno una nuvola.

— Per ora.

— Pensa che questo tempo non durerà?

— Verso sera si dovrebbe guastare. Si sente nell’aria, — disse il gatto nero, allungando lentamente una zampa. Poi socchiuse gli occhi e osservò di nuovo l’uomo in viso.

L’uomo guardava il gatto sorridendo amabile. Il gatto esitò qualche istante, indeciso su come comportarsi. Poi, rassegnato, disse: — Hmm... si direbbe che sai parlare.

— Sì, — rispose il vecchio timidamente, e in segno di rispetto si tolse il suo logoro berretto di cotone da montagna. — Non è che possa parlare sempre e con tutti i gatti, ma quando le cose vanno bene ci riesco, come adesso.

— Hmm, — commentò laconico il gatto.

— Mi potrei sedere un po’ lì sopra, se non sono di disturbo? Nakata ha camminato molto e adesso è stanco.

Il gatto nero si sollevò pigramente, fece vibrare alcune volte i lunghi baffi, e si produsse in uno sbadiglio così grande da slogarsi quasi la mascella. — Nessun disturbo. O meglio, se mi disturbi o no, poco importa. Siediti pure dove ti pare, nessuno te lo può impedire.

— Grazie, grazie, — disse l’uomo, e si sedette accanto al gatto. — Sa, è dalle sei di stamattina che cammino.

— Di’ un po’... hai detto che ti chiami Nakata?

— Sissignore. Mi chiamo Nakata. E lei?

— Non mi ricordo, — rispose il gatto. — Avevo un nome, una volta, ma a un certo punto non mi è servito più, e così alla fine l’ho dimenticato.

— Sì. Le cose che non servono si dimenticano. Anche per Nakata è così, — disse l’uomo, grattandosi la testa. — Quindi lei non vive con qualche famiglia.

— Sono stato allevato in una famiglia, ma si tratta di molto tempo fa. Adesso non più. Ci sono diverse famiglie che ogni tanto mi danno da mangiare... ma non vivo con nessuno.

Nakata annuì, restò per un po’ in silenzio, quindi riprese: — Senta, le dispiacerebbe se la chiamassi signor Ōtsuka?

— Ōtsuka? — disse il gatto un po’ stupito, guardando in faccia il suo interlocutore. — Eh, come sarebbe? Perché dovrei farmi chiamare Ōtsuka?

— No, per nessuna ragione in particolare. A Nakata è venuto in mente così, all’improvviso. Poiché senza un nome ho difficoltà a ricordare, ho provato a dargliene uno a caso. Può essere di grande aiuto. Sapendo il nome, anche uno stupido come Nakata può riordinare meglio le idee. Ad esempio, posso dire: il pomeriggio del tale giorno del tale mese, in un terreno incolto nel quartiere di ***, secondo chō, ho incontrato il gatto nero signor Ōtsuka. È molto più facile da ricordare.

— Hmm, — fece il gatto. — Non capisco bene. A noi gatti tutto questo non serve. Ci bastano alcuni elementi come l’odore, la forma, e ce la caviamo benissimo.

— Sì, anche Nakata lo capisce. Ma vede, signor Ōtsuka, gli esseri umani sono fatti diversamente. Per ricordare le cose, abbiamo assolutamente bisogno di date, nomi e cose del genere.

Il gatto soffiò col naso.

— Mi sembra molto scomodo.

— Ha ragione. Il fatto di dover ricordare tante cose è terribilmente scomodo. Ad esempio dobbiamo imparare il nome del governatore, i numeri degli autobus. Ma a parte questo, non le dispiace se la chiamo Ōtsuka? Non vorrei che le desse fastidio.

— Darmi fastidio... non è che faccio i salti di gioia, ma non direi che mi dia particolarmente fastidio. Perciò, se ci tieni, puoi anche chiamarmi Ōtsuka. È solo che non mi sembra il mio nome.

— Non sa quanto mi rendono felice queste sue parole. La ringrazio infinitamente, signor Ōtsuka.

— Certo che tu, anche considerando che fai parte degli uomini, hai un modo di parlare ben strano, — disse Ōtsuka.

— Sì, me lo dicono tutti. Ma Nakata sa parlare solo così. È il mio modo di parlare normale. È perché non sono intelligente. Non sono stato sempre così, è che da bambino ho avuto un incidente, e da allora sono diventato stupido. Non so nemmeno scrivere, e non so leggere i libri e i giornali.

— Se è per questo anch’io, non è che me ne faccio un vanto, ma non so scrivere, — disse il gatto, e si leccò il cuscinetto sotto la zampa destra. — Eppure ho un’intelligenza normale, e non ho mai avuto problemi per questo.

— Certo, nel mondo dei gatti è senz’altro così, — disse Nakata. — Ma nel mondo degli uomini non saper scrivere, o non saper leggere i libri e i giornali, equivale a essere stupidi. È così e basta. Il padre di Nakata, che è morto tanto tempo fa, era un importante professore universitario, specializzato in una cosa che si chiama “Teoria della finanza”. Poi Nakata ha due fratelli più piccoli che sono tutti e due molto intelligenti. Uno è capoufficio in una grande società. L’altro lavora in un posto che si chiama “Ministero”. Vivono in case molto grandi dove si mangia spesso l’anguilla. Nakata è l’unico stupido nella famiglia.

— Però sai parlare con i gatti.

— Sissignore, — disse Nakata.

— Ma nessuno sa parlare con i gatti, no?

— Nossignore.

— Quindi non si può dire che sei stupido.

— Sì, no, cioè, su questo punto Nakata non sa che dire. Però Nakata sin da quando era bambino si è sempre sentito ripetere che era stupido, quindi ha pensato che doveva davvero essere stupido. Non riesco nemmeno a leggere i nomi delle stazioni, quindi non posso comprare i biglietti e prendere la metropolitana. Però sugli autobus municipali, se faccio vedere la mia tessera di invalido posso salire.

— Hmm, — fece Ōtsuka, senza troppo calore.

— Per chi non sa né leggere né scrivere, trovare lavoro è impossibile.

— E allora come fai per vivere?

— Ho il sussidio.

— Sussidio?

— È il governatore che mi dà i soldi. Io abito in un piccolo appartamento a Nogata. E mangio tre volte al giorno.

— È una vita niente male... o almeno, così mi sembra.

— Sì, come lei dice, non è niente male, — disse Nakata. — Ho un riparo dalla pioggia, e posso vivere comodamente. Poi a volte, come adesso, qualcuno mi chiede di cercare dei gatti. Allora ricevo un piccolo compenso. Ma questo lo tengo nascosto al governatore. Quindi per favore non lo dica a nessuno. Se lui sapesse che ricevo del denaro in più, forse mi toglierebbe il sussidio. Come ho detto, è solo un piccolo compenso, non è molto, ma mi permette di mangiare qualche volta l’anguilla. A Nakata l’anguilla piace tanto.

— Anche a me piace parecchio. Ma l’ho mangiata solo una volta, molti anni fa, e non ricordo più che sapore aveva.

— Ah, l’anguilla è veramente un cibo buonissimo, unico. Non assomiglia a nient’altro. Nel mondo ci sono tante cose da mangiare, e in genere al posto di una se ne può prendere una simile, ma l’anguilla, almeno per quanto ne sa Nakata, non può essere sostituita con niente.

Nella strada davanti a quel terreno incolto, passò un giovane con un grosso labrador. Il cane, che portava al collo un fazzoletto rosso, lanciò uno sguardo di sbieco a Ōtsuka senza fermarsi. I due restarono seduti dov’erano in silenzio, aspettando che il cane e il giovane si fossero allontanati.

— Hai detto che cerchi i gatti? — chiese Ōtsuka.

— Sì. Cerco i gatti scomparsi. Visto che posso parlare un po’ là vostra lingua, andando in giro e raccogliendo informazioni, di solito riesco a scoprire dove sono andati a finire. E siccome si è sparsa la voce che sono bravo, mi viene chiesto spesso di trovare i gatti smarriti. Tanto che ormai quasi ogni giorno sono occupato a cercarne qualcuno. Però, poiché non mi piace allontanarmi troppo, ho deciso di cercare i gatti solo nel quartiere di Nakano. Altrimenti va a finire che mi perdo io.

— Anche adesso stai cercando un gatto scomparso?

— Sissignore, sto cercando un gatto color tartaruga di un anno che si chiama Goma. Ecco la foto — . Nakata tirò fuori dalla borsa di tela che portava a tracolla una fotocopia a colori e la mostrò a Ōtsuka.

— È lui. Porta un collarino antipulci marrone.

Ōtsuka allungò il collo e guardò la foto. Quindi scosse la testa.

— No, questo tizio non l’ho mai visto. I gatti che bazzicano da queste parti li conosco più o meno tutti, ma questo no. Non l’ho mai visto né sentito.

— Ho capito.

— Ma è molto tempo che lo cerchi?

— Allora, vediamo... uno, due... con oggi fanno tre giorni. Ōtsuka restò per qualche istante a riflettere intensamente. Poi disse: — Penso che lo saprai anche tu, ma i gatti sono animali abitudinari. Di solito hanno vite piuttosto regolari, e a meno che non si trovino in particolari circostanze, non amano i grossi cambiamenti. Per particolari circostanze intendo il sesso o gli incidenti.

— Sì, anche Nakata pensa che sia così.

— Se si tratta del sesso, dopo un po’ si calmano e tornano a casa. Tu sai che significa desiderio sessuale?

— Sì. Non ne ho un’esperienza personale, ma più o meno so a che cosa si riferisce. Si tratta del pisellino, vero?

— Esatto, si tratta del pisellino, — rispose calmo Ōtsuka. — Ma se capita un incidente, è difficile che tornino a casa.

— Sì, è proprio vero.

— E può anche succedere che spinti dal desiderio si ritrovino a vagare in qualche posto lontano, e a un certo punto smarriscano completamente la strada.

— Sicuramente, se uscissi da Nakano avrei difficoltà a ritrovare la casa.

— Anche a me è successo diverse volte. Naturalmente parlo di quando ero molto più giovane, — disse Ōtsuka, socchiudendo gli occhi come se ricordasse qualcosa. — Quando ci si accorge di aver perso la strada di casa, si entra nel panico. Il desiderio sessuale è un bel guaio. Ma in quel momento non si riesce proprio a pensare a nient’altro. Non ci si preoccupa del dopo. Il desiderio sessuale è questo. Perciò, tornando a quel gatto... come hai detto che si chiama?

— Parla di Goma?

— Sì. Anch’io vorrei fare quello che posso per aiutarti a ritrovarlo. Un gatto tartaruga di un anno, cresciuto in una casa tra mille attenzioni, non sa niente del mondo. È incapace di sostenere un litigio, e non sa procurarsi il cibo da solo. Mi fa pena. Ma purtroppo questo gatto non l’ho mai visto. Penso che farai meglio a cercare da qualche altra parte.

— Ho capito. Allora farò come lei mi suggerisce, e proverò a cercare in un altro posto. Sono veramente spiacente di averla disturbata durante il suo riposino. Comunque, siccome penso che ripasserò presto di qui, se nel frattempo le capitasse di vederlo, la prego di dirlo a Nakata. Spero di non essere inopportuno, ma mi permetta di offrirle un piccolo pensiero in segno di gratitudine.

— No, lascia stare. Mi ha fatto piacere parlare con te. Quando ripassi, fatti vedere. Se il tempo è buono, a quest’ora in genere sono qui in questo spiazzo. Quando piove, mi trovi in quel santuario alla fine della scalinata.

— Ho capito. Allora la ringrazio molto. Il piacere è stato mio, signor Ōtsuka. Anche se Nakata sa parlare con i gatti, non succede mica con tutti di poter chiacchierare così piacevolmente. Quando io attacco discorso, a volte mi guardano con un’aria terribilmente sospettosa, poi senza dir niente prendono e se ne vanno da un’altra parte. Eppure io sono andato lì solo per salutarli.

— Sì, posso immaginarlo. Tra i gatti è come con gli esseri umani, se ne trovano di tutti i tipi.

— Ha ragione. Anche Nakata la pensa così. Nel mondo ci sono tanti tipi di persone, e tanti tipi di gatti.

Ōtsuka stirò la schiena e alzò lo sguardo verso il cielo. Il sole diffondeva su quel terreno incolto la luce dorata del pomeriggio. Ma nell’aria c’era un vago presagio di pioggia. Ōtsuka lo percepiva con chiarezza.

— Quindi tu hai avuto questo incidente da bambino, e da allora sei diventato un po’ tonto... È così che hai detto, no?

— Sissignore, esattamente. È proprio quello che ho detto. Nakata ha avuto un incidente quando aveva nove anni.

— Ma che razza di incidente hai avuto?

— È una cosa che non riesco in nessun modo a ricordare. A quanto mi hanno detto, Nakata è stato colpito da una febbre di origine sconosciuta e per tre settimane è rimasto senza conoscenza. Per quel periodo sono stato in un letto d’ospedale, con un ago attaccato al braccio. Poi quando finalmente mi sono svegliato, avevo dimenticato tutto quello che era successo fino ad allora. La faccia di mio padre, la faccia di mia madre, come si scrive, come si fanno i calcoli, la casa dove abitavamo, persino il mio nome: tutto dimenticato. La mia testa si era completamente svuotata, come quando si toglie il tappo dalla vasca da bagno. Mi hanno detto che prima dell’incidente Nakata era un ragazzo intelligente, con ottimi voti a scuola. Ma un giorno è caduto di colpo svenuto e quando si è svegliato era diventato stupido. Mia madre ormai è morta da tanto tempo, ma per questa ragione ha pianto molto. Non si rassegnava che fossi diventato stupido. Mio padre non piangeva, ma era sempre arrabbiato.

— Però in compenso sei diventato capace di parlare coi gatti.

— Sissignore.

— Hmm.

— E un’altra cosa è che sono sempre stato sano, non mi sono mai ammalato, nemmeno una volta. Non ho carie, e non ho bisogno di occhiali.

— Per quanto posso giudicare io, a me non sembri mica stupido.

— Davvero? — Nakata inclinò un po’ la testa, perplesso. — Però, vede, signor Ōtsuka, Nakata ha già superato i sessant’anni. E quando uno ha più di sessant’anni, ormai si è abituato al fatto di essere stupido, e di essere evitato dagli altri. Si può vivere anche senza prendere il treno. Da quando mio padre non c’è più, nessuno più mi picchia. E da quando se n’è andata anche mia madre, nessuno piange. Perciò se a questo punto tutt’a un tratto mi sento dire che non sono stupido, provo un po’ d’imbarazzo. Se si scopre che non sono più stupido, il governatore mi potrebbe togliere il sussidio, e forse non potrei più salire sugli autobus col mio permesso speciale. Se il governatore mi rimproverasse dicendo: Ehi, ma tu non sei mica stupido!, Nakata non saprebbe cosa rispondere. Perciò a Nakata sembra che sarebbe meglio rimanere stupido come è sempre stato.

— Quello che voglio dire è che il tuo problema, secondo me, non sta nel fatto che sei stupido, — disse Ōtsuka, con un’espressione seria.

— Ah no?

— Il tuo problema, almeno secondo me, è che tu... sei un po’ delicato. Appena ti ho visto ho notato che la tua ombra sul terreno è densa circa la metà delle persone normali.

— Sì.

— Io ho già visto una persona così una volta.

Nakata guardò Ōtsuka con la bocca leggermente aperta.

— Ha già visto una persona così una volta, cioè vuol dire un altro essere umano come Nakata?

— Sì. Perciò quando hai cominciato a parlare non mi sono stupito più di tanto.

— E quando è successo?

— Molto tempo fa, quando ero giovane. Ma non mi ricordo niente: né la faccia, né il nome, né il posto, né l’ora. Come ho già detto, noi gatti non abbiamo questo tipo di memoria.

— Sì.

— E anche nel caso di quell’uomo, sembrava che metà della sua ombra si fosse persa da qualche parte. Era chiara proprio come la tua.

— Sì.

— Perciò mi chiedo se tu, invece di andare in giro a ritrovare i gatti smarriti, non faresti meglio a cercare seriamente l’altra metà della tua ombra.

Nakata tirò alcune volte la visiera del berretto che teneva in mano.

— A dire il vero, anche Nakata l’aveva un po’ sospettato. Che forse la sua ombra era piuttosto debole. Gli altri non se ne accorgono, ma io avevo questa impressione.

— Ah, se è così tanto meglio, — disse il gatto.

— Però, come ho già detto, Nakata ormai ha una certa età, e tra non molto dovrà morire. Mia madre è morta, e mio padre anche. Che uno sia stupido o intelligente, che sappia scrivere o meno, che abbia un’ombra intera oppure no, tutti, quando arriva il momento, dobbiamo morire. Morire ed essere cremati. E quando si diventa cenere, si va nella tomba di Karasuyama. Karasuyama si trova nel quartiere di Setagaya. Però forse quando sarò nella tomba di Karasuyama non penserò più a niente. E se non penserò, non mi preoccuperò più. Perciò Nakata può accontentarsi di restare com’è, no? E poi, se gli è possibile, Nakata finché sarà in vita non vorrebbe uscire dal quartiere di Nakano. Dopo morto, lo so, mi toccherà andare a Karasuyama, ma per quello non posso farci nulla.

— Naturalmente, sei libero di pensare come credi, — disse Ōtsuka. Poi di nuovo si leccò svelto il cuscinetto su una zampa. — Ma forse al fatto dell’ombra faresti meglio a rifletterci su. Anche l’ombra, può darsi che si vergogni un po’. Se io fossi un’ombra, non mi piacerebbe restarmene a metà.

— Sì, — disse Nakata. — È vero. Forse ha ragione. A questo non avevo mai pensato. Tornato a casa, ci rifletterò sopra.

— Sì, vale la pena pensarci.

I due restarono per un po’ in silenzio. Poi Nakata si alzò dolcemente e si spazzò con cura dai pantaloni i fili d’erba che vi erano rimasti attaccati. Si rimise il berretto sgualcito. Lo aggiustò fino a che non ebbe trovato la giusta angolazione per la visiera. Rimise a tracolla la sua borsa di tela.

— La ringrazio moltissimo. La sua opinione è stata per me veramente preziosa. Stia bene: le auguro tutto il meglio.

— Anche a te, amico.

Dopo che Nakata andò via, Ōtsuka tornò a stendersi sull’erba e chiuse gli occhi. Ci voleva ancora un po’ di tempo prima che il cielo si oscurasse e cominciasse a piovere. Senza pensare a nulla, scivolò in un breve sonno.
Capitolo settimo
Alle sette e un quarto faccio colazione al ristorante accanto alla hall dell’albergo: toast, latte caldo, uova e prosciutto. Ma la colazione dell’albergo, compresa nel prezzo, come quantità è decisamente insufficiente. Il cibo scompare in un attimo, e ho più fame di prima. Mi guardo intorno. Ma niente fa pensare che ci sarà una seconda razione di toast. Tiro un sospiro.

— Rassegnati, — dice il ragazzo chiamato Corvo.

Mi accorgo che è seduto di fronte a me, dall’altro lato del tavolo.

— Non ti trovi più in un posto dove puoi mangiare tutto quello che vuoi. Tu te ne sei andato di casa. È un fatto che ti devi ficcare bene in testa. Sei stato sempre abituato ad alzarti presto e a mangiare una ricca colazione. Ma per il futuro te ne devi scordare e farti bastare quello che ti danno. Avrai sentito dire che le dimensioni dello stomaco variano in rapporto alla quantità di cibo che riceve, no? Adesso forse avrai modo di verificare tu stesso se è vero. Presto il tuo stomaco rimpicciolirà. Però ci vorrà del tempo. Pensi di poterlo sopportare?

— Sì che posso, — rispondo.

— Bene, è questo che volevo sentire, — dice il ragazzo chiamato Corvo. — Ricordati che sei il quindicenne più tosto del mondo.

Annuisco.

— Allora piantala di stare a fissare quel piatto vuoto. Non sarebbe ora di procedere al passo successivo?

Faccio come dice lui: mi alzo e procedo al passo successivo.

Vado alla reception dell’albergo e provo a negoziare le condizioni del mio soggiorno. Spiego che sono uno studente di un liceo privato di Tōkyō, che sono venuto qui per scrivere una tesina per l’esame finale (un sistema realmente in uso nella mia scuola), e che per questo devo consultare dei materiali disponibili presso la Biblioteca Kōmura. Il lavoro da svolgere qui è superiore alle previsioni, e dovrò quindi fermarmi a Takamatsu un’intera settimana. Ma il mio budget è limitato. Quindi chiedo se sarebbe possibile fermarmi qui più a lungo dei tre giorni stabiliti, alla stessa tariffa scontata da me ottenuta avendo prenotato attraverso l’Ymca. Aggiungo che pagherò ogni giorno in anticipo, e che non causerò alcun inconveniente.

Spiego in breve la situazione in cui mi trovo alla ragazza della reception, quella del turno di mattina, attento a imitare l’espressione del viso che immagino avrebbe un ragazzo bene educato, un po’ preoccupato di fronte a un’emergenza. Non ho i capelli tinti e non porto piercing. Indosso una candida polo bianca di Ralph Lauren, pantaloni chino color crema anch’essi di Ralph Lauren, e ho ai piedi dei Topsiders nuovi di zecca. Ho denti bianchi, e profumo di shampoo e sapone. Parlo anche col giusto grado di formalità. Se mi impegno, so come suscitare un’impressione positiva negli adulti.

La ragazza ascolta la mia spiegazione in silenzio, curvando leggermente le labbra, e annuisce. È piccola di statura, e porta un’uniforme con giacca verde su camicetta bianca. Ha l’aria un po’ assonnata, ma sbriga da sola tutte le incombenze del mattino con efficienza. Dovrebbe avere più o meno l’età di mia sorella.

Con tono professionale (ma che tradisce una certa simpatia nei miei confronti) mi dice che ha capito perfettamente la situazione, che per quanto riguarda il costo della camera non può essere lei a decidere, ma ne parlerà col responsabile, ed entro mezzogiorno sarà sicuramente in grado di darmi una risposta. Poi mi chiede nome e numero della stanza e li annota su un taccuino. Non so quale sarà l’esito delle trattative. Non sono da escludere conseguenze spiacevoli: ad esempio potrebbero chiedermi di mostrare un documento che attesti il mio essere studente. Potrebbero contattare casa mia (naturalmente quando mi sono registrato ho dato un numero falso). Ma, anche a costo di correre qualche rischio, penso che valesse la pena tentare. I soldi a mia disposizione sono limitati.

Nelle Pagine gialle, che trovo nella hall dell’albergo, cerco il numero di telefono di una palestra comunale e chiamo per chiedere quali attrezzi hanno per allenarsi. Pare che abbiano più o meno tutti quelli di cui ho bisogno. L’ingresso costa seicento yen. Chiedo l’indirizzo, come ci si arriva dalla stazione, ringrazio e riaggancio.

Tornato in camera, mi metto lo zaino in spalla ed esco. Potrei lasciare tutto qui. Anche i soldi, potrei lasciarli nella cassetta di sicurezza. Forse così non correrei il rischio di perderli. Però, finché posso, le mie cose preferisco portarmele dietro. È come se fossero diventate una parte di me.

Prendo un autobus nel terminal davanti alla stazione e vado alla palestra. Naturalmente sono un po’ in ansia. Sento che ho il viso irrigidito. Qualcuno potrebbe trovare sospetto che un ragazzo della mia età vada da solo in palestra la mattina di un giorno feriale. C’è poco da fare, sono in una città che non conosco, e ancora non so come ragioni la gente di qui. Però nessuno sembra far caso a me. Anzi, sono addirittura assalito dalla sensazione di essere diventato invisibile. All’entrata pago in silenzio, e in silenzio ricevo la chiave dell’armadietto. Nello spogliatoio mi cambio, metto i pantaloncini e una T-shirt leggera, quindi faccio qualche esercizio di stretching, e mentre sciolgo i muscoli ritrovo a poco a poco la calma. Sono al sicuro nel contenitore del mio io. I bordi coincidono perfettamente: un piccolo clic e scatta la serratura. Così va bene. Sono nel mio rifugio di sempre.

Comincio la mia serie di esercizi. Sentendo la musica di Prince con il mio minidisc walkman, per un’ora intera eseguo il programma abituale, che comprende esercizi con sette attrezzi diversi. Trattandosi di una palestra municipale della regione, mi ero immaginato macchinari vecchi e antiquati, e invece, con mia sorpresa, sono tutti di ultima generazione. Si sente nell’aria l’odore dell’acciaio nuovo fiammante. Prima faccio una serie usando pesi piccoli, poi nella seconda aumento il carico. Non ho bisogno di annotare nulla: porto ben stampati nella testa i pesi e il numero di esercizi che il mio corpo richiede. Comincio subito a sudare abbondantemente, e devo interrompermi ogni tanto per reintegrare i liquidi. Prendo l’acqua fredda dal dispenser, spremendoci dentro qualche goccia dal limone che ho comprato prima di venire.

Finito il programma che mi ero prefissato, faccio una doccia calda lavandomi il corpo con la saponetta che mi sono portato, e i capelli con lo shampoo. Lavo bene il mio pene - è poco tempo che il prepuzio lascia libero il glande -, stando attento a mantenerlo pulito. Con la stessa cura mi lavo le ascelle, i testicoli e l’ano. Mi peso, e nudo davanti allo specchio controllo la durezza dei muscoli. Sciacquo sotto l’acqua del lavandino i pantaloncini e la T-shirt impregnati di sudore, poi li strizzo bene e li ficco in una busta di plastica.

Uscito dalla palestra, prendo l’autobus, torno alla stazione e lì entro nello stesso ristorante dove sono stato ieri, a rifocillarmi con una scodella calda di udon. Mentre mangio senza fretta, guardo fuori dalla finestra. All’interno della stazione c’è una marea di persone che vanno e vengono. Ciascuno vestito a modo suo, con il proprio bagaglio, tutti che girano di qua e di là, ognuno diretto verso una propria meta. Fisso a lungo la scena. Poi penso al futuro, a ciò che sarà fra cento anni.

Fra cento anni tutte le persone che sono qui adesso (me compreso) probabilmente saranno sparite dalla faccia della terra, diventate polvere o cenere. Pensare questo mi dà una strana sensazione. Tutto quello che vedo comincia a sembrarmi una visione senza sostanza. Che al primo soffio di vento potrebbe disperdersi. Apro le mani e le guardo con attenzione. A che scopo faccio sempre tutti questi sforzi? Perché devo lottare così disperatamente per vivere?

Mah, scuoto la testa e smetto di guardare fuori. Smetto di fantasticare su cosa sarà da qui a cento anni. Cerco di pensare solo al presente. In biblioteca ci sono libri che devo assolutamente leggere, e in palestra ci sono attrezzi con i quali devo esercitarmi. Tanto a che mi serve pensare a cose ancora così di là da venire?

— Bravo. Era quello che volevo sentirti dire, — dice il ragazzo chiamato Corvo. — Non sei il quindicenne più tosto che esista al mondo?

Come ieri, compro un cestino col pranzo a un chiosco della stazione e me lo porto sul treno. Arrivo alla Biblioteca Kōmura che sono le undici e mezzo. Alla scrivania all’ingresso anche oggi è seduto il signor Ōshima. Ha una camicia blu di rayon abbottonata fino al collo, jeans bianchi e scarpe da tennis bianche, e sta leggendo un libro molto voluminoso. Accanto al libro c’è una lunga matita gialla, la stessa (credo) di ieri. I capelli davanti gli ricadono sulla fronte. Appena entro alza il viso, sorride, e ritira i miei bagagli.

— Non sei ancora tornato a scuola, quindi.

— A scuola non ci torno, — dico con franchezza.

— La biblioteca non è male come alternativa, — dice il signor Ōshima. Si gira a controllare l’orologio alle sue spalle. Quindi torna al suo libro.

Vado in sala di lettura e riprendo Le mille e una notte, dal punto in cui l’avevo lasciato. Come sempre, una volta che mi siedo e comincio a girare le pagine, non riesco più a smettere. In questa traduzione di Burton ci sono alcune storie uguali a quelle presenti nell’edizione per bambini che avevo letto in biblioteca da piccolo, ma qui sono più lunghe, gli episodi più numerosi, i dettagli più minuziosi, al punto che è difficile credere che si tratti dello stesso libro. È molto più affascinante. Ci sono anche parecchi racconti volgari, brutali ed erotici, e altri incomprensibili. Ma, come il genio della lampada, sono pieni di una libertà e una forza vitale che non possono essere racchiuse nei confini del senso comune, e afferrano il mio cuore senza mollare la presa. Vi è molta più vitalità in queste assurde storie di fantasia scritte più di mille anni fa che in quelle innumerevoli persone senza volto che girano per la stazione. Com’è possibile una cosa del genere? Mi sembra incredibile.

All’una esco in giardino, siedo sulla veranda e comincio a mangiare il mio pranzo. Sono a metà quando il signor Ōshima viene a dirmi che mi vogliono al telefono.

— Al telefono? — Sono senza parole. — Cercano me?

— Se ti chiami Tamura Kafka.

Arrossendo mi alzo, e prendo il cordless che lui mi porge.

È la ragazza della reception dell’albergo. Forse voleva controllare che passassi effettivamente la giornata in biblioteca a studiare. Dalla voce, ho la sensazione che si sia tranquillizzata nel constatare che non avevo detto una bugia.

— Ho parlato della sua richiesta con il responsabile, — dice. — Mi ha risposto che è la prima volta che capita un caso del genere, ma tenendo conto della sua giovane età e delle ragioni della sua richiesta, eccezionalmente potrà fermarsi anche nei giorni successivi con la tariffa ridotta dell’Ymca. Non è un periodo particolarmente intenso per noi, e questo ci permette un po’ di elasticità. Il responsabile ha aggiunto che la biblioteca gode di grande prestigio, e si augura che potrà lavorare con calma e impegno alle sue ricerche.

Sollevato, la ringrazio. Non posso fare a meno di sentirmi un po’ in colpa per la bugia, ma pazienza. Si devono fare tante cose per sopravvivere. Riaggancio, e passo il telefono a Ōshima.

— Di liceali al momento credo che tu sia l’unico, quindi ho pensato che fossi tu, — dice. — Le ho detto che leggi con molta concentrazione dal mattino alla sera. Del resto è la verità.

— Grazie, — dico.

— Tamura Kafka?

— Sì, esattamente.

— Un nome insolito.

— Però è il mio nome, — insisto.

— Immagino che avrai letto diverse opere di Franz Kafka?

Annuisco.

— Ho letto Il castello, Il processo e La metamorfosi, e poi quel racconto dove c’è quella strana macchina per le esecuzioni.

— Nella colonia penale, — dice Ōshima. — È un racconto che mi piace molto. Il mondo è pieno di scrittori, ma nessun altro se non Kafka avrebbe potuto scriverlo.

— Anche a me tra i racconti è quello che piace di più.

— Davvero?

Annuisco.

— Perché?

Provo a pensarci. Ci metto un po’ di tempo.

— Kafka, più che dare delle spiegazioni sullo stato in cui ci troviamo a vivere, preferisce spiegare in modo puro e meccanico quella macchina complicata. Cioè... —

Mi fermo ancora un momento per pensare. — Così facendo lui riesce a spiegare chiaramente, meglio di chiunque altro, la condizione in cui tutti ci troviamo. E lo fa senza parlarne direttamente, ma descrivendo nei minimi particolari il funzionamento della macchina.

— Interessante, — dice Ōshima. Poi mi mette una mano sulla spalla. Nel suo gesto percepisco un’istintiva simpatia. — Penso che lo stesso Kafka sarebbe d’accordo con la tua interpretazione.

Rientra nell’edificio con il cordless. Io rimango ancora seduto sulla veranda a mangiare quello che resta del mio pranzo, bevo l’acqua minerale, guardo gli uccellini che svolazzano nel giardino. Forse sono gli stessi che ho visto ieri. Il cielo è coperto da una distesa uniforme di nuvole. Non si vede nemmeno uno spicchio di azzurro.

La mia risposta sul racconto di Kafka sembra nell’insieme averlo convinto. Però io credo di non essere riuscito a esprimere bene quello che avevo in mente. Io non volevo esporre la mia teoria critica su Kafka, ma alludere a qualcosa di molto più concreto. Quelle macchine per le esecuzioni così complicate e di cui non si capisce lo scopo esistono davvero nella realtà che mi circonda. Per me non sono affatto una metafora o un’allegoria. Però forse questa è una cosa che non soltanto Ōshima, ma nessuno potrebbe capire, anche se mi sforzassi di spiegarla.

Torno nella sala di lettura, sprofondo nel divano e ancora una volta mi immergo nel mondo delle Mille e una notte. E la realtà che mi circonda, come in una dissolvenza cinematografica, sparisce progressivamente. Resto solo, e penetro fra le pagine del libro. Questa è la sensazione che più amo in assoluto.

Alle cinque, quando mi preparo a uscire dalla biblioteca, Ōshima è ancora alla sua scrivania all’ingresso che legge lo stesso libro di prima. Come sempre, la sua camicia non ha nemmeno una piega. Come sempre, qualche capello gli cade sulla fronte. Sul muro alle sue spalle le lancette dell’orologio elettrico continuano a spostarsi in avanti dolcemente, senza alcun rumore. Tutto ciò che avviene intorno a quest’uomo si svolge in modo silenzioso e pulito. È impossibile immaginarlo che suda o ha il singhiozzo. Alza lo sguardo, mi porge lo zaino. Nel farlo corruga un po’ il viso, come se fosse troppo pesante.

— Tu vieni dal centro col treno?

Annuisco.

— Se verrai tutti i giorni, questo potrebbe farti comodo, — dice, porgendomi una carta della grandezza di un foglio A4 piegato a metà. È la copia di un orario dei treni che collegano la stazione con la biblioteca. — Di solito sono puntuali.

— Grazie, — dico, prendendolo.

— Senti, Tamura Kafka, io non so da dove vieni e che cosa fai, ma immagino che non potrai restare all’infinito in albergo, — dice, scegliendo le parole con cura. Poi con le dita della mano destra controlla se la matita è ben affilata. Ma non ce ne sarebbe bisogno: è perfettamente appuntita.

Io resto in silenzio.

— Non vorrei sembrarti invadente, ma in un certo senso mi trovo costretto a chiedertelo. Non dev’essere facile per un ragazzo della tua età trovarsi da solo in una città che non conosce, vero?

Annuisco.

— Dopo di qui, hai in programma di andare da qualche altra parte? O hai intenzione di fermarti in zona?

— Non lo so ancora, ma penso di fermarmi qui per qualche tempo. Anche perché non ho un altro posto dove andare, — dico francamente.

Con Ōshima sento di poter essere abbastanza sincero riguardo alla mia situazione. Credo che sappia rispettare il mio punto di vista. Non mi sembra il tipo da farmi prediche o da volermi impartire lezioni di buonsenso. Ma per ora non ho voglia di dire a nessuno più del necessario. E poi non sono abituato a confessare qualcosa, o a parlare dei miei sentimenti agli altri.

— Insomma, per il momento puoi cavartela da solo? — chiede Ōshima.

Annuisco brevemente.

— Ti auguro buona fortuna, — dice.

Se si esclude qualche dettaglio irrilevante, la mia vita prosegue senza cambiamenti di sorta nei successivi sette giorni. La mattina mi sveglio alle sei e mezzo con la radio, poi faccio una colazione (più che altro simbolica) al ristorante dell’albergo. Se alla reception c’è quella ragazza dai capelli castani le accenno un saluto con la mano. Lei mi sorride con simpatia e ricambia. Sembra che si sia un po’ affezionata a me. E un po’ anch’io a lei. E se fosse proprio questa ragazza, mia sorella?, mi chiedo.

Eseguo qualche breve esercizio di stretching in camera, poi vado in palestra e faccio il mio solito allenamento. Stessi pesi, stesso numero di ripetizioni. Senza alcuna variazione. Faccio la doccia, stando bene attento a lavarmi con cura in ogni punto. Salgo sulla bilancia, controllo che il mio peso non sia cambiato. In tarda mattinata prendo il treno e vado in biblioteca. Quando consegno lo zaino e lo riprendo, chiacchiero brevemente con Ōshima. Mangio sulla veranda, leggo (finite Le mille e una notte sono passato all’opera omnia di Natsume Sōseki: ci sono ancora diverse cose sue che non ho letto), e alle cinque me ne vado. Quasi tutta la giornata se ne va fra palestra e biblioteca, ma almeno lì nessuno fa caso alla mia presenza. Perché non sono luoghi normalmente frequentati da ragazzi che saltano le lezioni. La sera ceno in un ristorante della stazione. Mi sforzo di mangiare molte verdure. A volte compro della frutta, che sbuccio con il coltello trafugato dallo studio di mio padre. I cetrioli e il sedano li lavo nel lavandino della mia stanza, e li mangio così, insieme a un po’ di maionese. Nel minimarket vicino all’albergo compro latte fresco da usare con i cereali.

Quando torno in camera, mi siedo alla scrivania e scrivo il diario, ascolto i Radiohead con il walkman, leggo un altro po’, e prima delle undici sono a letto. A volte prima di dormire mi masturbo. Immagino la ragazza della reception, e in queste occasioni metto da parte il pensiero che possa essere mia sorella. La televisione e i giornali non li guardo quasi per niente.

Questa vita regolata, concentrata e semplice, va in frantumi l’ottava notte (e naturalmente era prevedibile che ciò prima o poi sarebbe accaduto).

 Capitolo ottavo
Rapporto dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti (Mis)

Data: 12 maggio 1946

Oggetto: RICE BOWL HILL INCIDENT, 1944: REPORT

Numero di repertorio: PTYX-722-8936745-42216-WWN

 

L’intervista al dottor Tsukayama Shigenori (anni 52), professore nel Dipartimento di Psichiatria dell’Ospedale dell’Università Imperiale di Tōkyō, si è tenuta presso il Quartier Generale del Comandante supremo delle forze alleate per una durata di circa tre ore. La conversazione è registrata su nastro. I materiali relativi all’intervista sono reperibili consultando il numero di repertorio PTYX-722-SQ (da 267 a 291). (N.B. I documenti 271 e 278 sono mancanti).

 

Impressioni dell’interrogante, il sottotenente Robert O’Connell: Il professor Tsukayama ha mantenuto durante il colloquio un atteggiamento composto, tipico di uno specialista del suo livello. Nel campo della medicina psichiatrica è uno degli studiosi più rappresentativi del Giappone. Ha già al suo attivo diverse pubblicazioni scientifiche di elevato valore. Il suo modo di esprimersi è privo di quelle ambiguità tipiche della maggior parte dei suoi connazionali. Opera una netta distinzione fra la realtà e le ipotesi. Prima della guerra è stato professore di scambio presso l’Università di Stanford e parla l’inglese correntemente. È facile immaginare che sia un professionista molto apprezzato e stimato.

 

Ricevuto l’ordine dai militari, procedemmo con la massima rapidità a visitare ed esaminare i bambini. Era metà novembre del 1944. Ricevere una richiesta o un ordine da parte delle forze armate era un evento assai raro. Come lei sa, l’esercito giapponese aveva una divisione medica abbastanza grande all’interno delle proprie strutture, e poiché la loro era un’organizzazione autosufficiente, che puntava a mantenere la massima segretezza, nella maggior parte dei casi facevano affidamento solo sui propri mezzi. A parte i casi in cui necessitavano di conoscenze e tecniche di ricercatori o medici esperti di qualche campo specifico, evitavano di rivolgersi a medici o scienziati civili.

Perciò, quando abbiamo ricevuto quest’ordine, era naturale che pensassimo a un “caso particolare”. Lavorare per conto dei militari, francamente, non era una cosa che mi piacesse. La maggior parte delle volte, ciò che cercano non è una verità scientifica, ma delle conclusioni che si conformino al loro sistema di pensiero, oppure vantaggi di qualche tipo. Con gente come loro i ragionamenti logici servivano a poco. Ma eravamo in guerra, e non potevamo certo opporci ai militari. Non ci restava che tacere ed eseguire.

Sotto i bombardamenti americani, noi abbiamo continuato a dedicarci meticolosamente alle nostre ricerche nelle aule universitarie. Ma quasi tutti gli studenti e i giovani ricercatori sono stati richiamati in guerra e l’università è rimasta deserta. La chiamata alle armi non faceva eccezione per gli studenti di psichiatria. Ricevuto l’ordine, mettemmo da parte la ricerca in cui eravamo impegnati, e senza indugio prendemmo il treno per ***, nella prefettura di Yamanashi. Eravamo in tre: oltre a me c’erano un collega del dipartimento di psichiatria e un neurochirurgo che collaborava da tempo alle nostre ricerche.

Arrivati lì, fummo subito severamente ammoniti a non fare parola con nessuno di quanto ci avrebbero riferito, dato che si trattava di una questione della massima segretezza. Quindi ci fu raccontato l’incidente che era accaduto all’inizio del mese: sedici bambini avevano perso conoscenza durante una gita in montagna, ma poco dopo quindici di loro erano ritornati in sé naturalmente. Nessuno serbava alcun ricordo di ciò che era accaduto durante quel tempo. Solo uno dei bambini, un maschio, non aveva ripreso coscienza, e da allora continuava a dormire in un letto dell’Ospedale militare di Tōkyō.

Il maggiore Tōyama, il dottore che aveva esaminato i bambini subito dopo l’incidente, ci fece un resoconto dettagliato della situazione in base alle sue competenze di internista. Tra i medici militari, non sono pochi quelli più simili a burocrati preoccupati dei propri interessi che a veri dottori, ma per nostra fortuna lui era un medico eccellente e dalla mentalità aperta e concreta. Anche verso noi che eravamo degli estranei, non aveva nessun atteggiamento di superiorità o discriminazione. Ci spiegò tutto in modo oggettivo e realistico, senza tralasciare nessuna delle informazioni necessarie. Ci mostrò anche la documentazione medica riguardante i bambini. Sembrava che il suo principale obiettivo fosse quello di arrivare alla verità. Provammo immediatamente simpatia nei suoi confronti.

L’elemento principale che emergeva dalla documentazione mostrataci era che, da un punto di vista medico, i bambini non avevano subìto alcuna conseguenza. Per quante analisi fossero state eseguite, non si era mai registrata nessuna anomalia fisica - né interna né esterna - dal momento successivo all’incidente fino ad allora. I bambini conducevano una vita perfettamente sana, e nulla era cambiato in loro rispetto a prima. Le analisi, estremamente accurate, avevano messo in luce solo la presenza, in alcuni bambini, di parassiti, ma si trattava di un problema di scarsa rilevanza. Non si erano riscontrati sintomi quali mal di testa, vomito, dolori, inappetenza, insonnia, stanchezza, diarrea, incubi.

L’unico elemento degno di nota - comune a tutti i bambini - era che la loro mente non serbava alcun ricordo delle due ore in montagna durante le quali erano rimasti privi di coscienza. Non ricordavano nemmeno il momento in cui erano svenuti.

Quella parte era totalmente cancellata. Più che di perdita di memoria, sembrava trattarsi di assenza di memoria. Non sono termini medici, ma li uso perché penso possano aiutare a capirci: tra perdita e assenza c’è una differenza notevole. Cercherò di essere ancora più chiaro. Provi a immaginare un treno merci che corre sulle rotaie, con un vagone dal quale è sparito il carico. Quel vagone vuoto, privo delle merci, è la perdita. Assenza è quando manca l’intero vagone.

Discutemmo della possibilità che i bambini avessero inalato qualche tipo di gas velenoso. Tōyama disse: “Naturalmente ciò è stato oggetto di riflessione, ed è questa la ragione per cui l’esercito si è interessato all’incidente, ma a questo punto, a voler essere realistici, dobbiamo ritenere che tale possibilità sia molto remota. Ciò che sto per dirvi è un segreto militare, e sarebbe molto grave se trapelasse all’esterno”.

Riassumerò in breve quanto ci disse: “È notizia certa che l’esercito sta sviluppando in segreto la sperimentazione su gas velenosi e armi chimiche. Ma per questo esiste una divisione speciale che opera in territorio cinese, e non in Giappone. Portare avanti queste ricerche in un paese piccolo e denso di popolazione come il nostro sarebbe troppo pericoloso. Non sono in condizione di dirvi se armi di questo tipo siano custodite da qualche parte in Giappone, ma posso almeno assicurarvi che non ve ne sono nella prefettura di Yamanashi”.

 

Quindi il medico militare dichiarò in modo esplicito che non vi erano armi speciali quali gas velenoso eccetera nella prefettura di Yamanashi?

 

Sì. Lo disse chiaramente. Noi non potevamo fare altro che credergli, ma in effetti avemmo l’impressione che dicesse la verità. Arrivammo alla conclusione che anche l’ipotesi di un gas tossico sganciato dai B29 americani fosse molto improbabile. Ammesso che l’Aviazione americana avesse sviluppato simili armi e avesse deciso di usarle, lo avrebbe fatto nelle grandi città, dove tali attacchi avrebbero prodotto reazioni ben più significative. Sganciando dall’alto una o due bombe di gas velenoso in un angolo remoto tra le montagne, non avrebbero avuto neanche il modo di verificarne gli effetti. E poi, anche supponendo che la tossicità del gas si fosse attenuata una volta diffuso nell’aria, un gas velenoso che induce nei bambini una perdita di coscienza di un paio d’ore e scompare senza lasciare la minima traccia, è impensabile nell’ottica di una strategia militare.

Comunque, su una cosa non avevamo dubbi: non esiste gas velenoso, prodotto artificialmente dall’uomo o esistente in natura, che entrato in contatto col corpo non lasci la minima traccia. Specialmente nel caso di bambini, più sensibili e meno protetti degli adulti, deve restare qualche traccia di sostanze venefiche, quantomeno negli occhi e nelle mucose. Per la stessa ragione era da scartare l’ipotesi di una intossicazione alimentare.

A quel punto, non restava che prendere in considerazione problemi di ordine psicologico o neurologico. Ma se l’incidente fosse stato provocato da cause di questo genere, ovviamente la ricerca di riscontri dal punto di vista medico si presentava molto ardua. Infatti in questi ambiti i segni di un trauma sono invisibili o non quantificabili. Allora finalmente capimmo per quale ragione eravamo stati convocati dall’esercito.

Interrogammo tutti i bambini coinvolti nell’accaduto. Sentimmo anche l’insegnante e il medico della scuola. Anche il maggiore Tōyama prese parte agli incontri. Ma da questi colloqui non riuscimmo a raccogliere quasi nessun nuovo elemento. Essi servirono solo a confermare quello che l’ufficiale medico ci aveva già spiegato. I bambini non avevano nessun ricordo di quanto era avvenuto. Avevano visto luccicare alto nel cielo qualcosa che somigliava a un aereo. Quindi si erano arrampicati sulla Owanyama, e in mezzo alla foresta avevano cominciato a raccogliere i funghi. Lì era come se il tempo si fosse fermato, e la successiva scena che ricordavano era di loro stesi a terra e circondati da insegnanti e poliziotti che li scrutavano preoccupati. Non si sentivano male e non avvertivano dolori. Non avevano nausea. Erano soltanto un po’ storditi, come la mattina quando si è appena svegli. Tutto qui. E i loro racconti coincidevano perfettamente, come fossero ricavati da un unico stampo.

Una volta conclusi questi colloqui, l’ipotesi che si affacciava con maggior forza era quella che si fosse trattato di un caso di ipnosi collettiva. Anche i sintomi manifestati dai bambini nel tempo in cui erano rimasti privi di coscienza e che erano stati descritti dall’insegnante e dal medico, non erano affatto in contrasto con tale ipotesi. Parlo del movimento regolare delle pupille, del leggero rallentamento nel ritmo del respiro e dei battiti cardiaci, del lieve calo della temperatura corporea, e del vuoto di memoria. Anche il fatto che l’unica a non perdere i sensi fosse stata l’insegnante, si poteva spiegare: quel qualcosa che aveva indotto lo stato di ipnosi collettiva, per qualche ragione non aveva effetto sugli adulti.

Ma cosa mai potesse essere “quel qualcosa”, non eravamo in grado di individuarlo. È noto, tuttavia, che l’ipnosi collettiva necessita di due elementi. Uno consiste nell’assoluta omogeneità delle persone coinvolte, le quali devono trovarsi insieme in un contesto ben delimitato. Il secondo, che si potrebbe definire “l’elemento scatenante”, deve essere percepito più o meno simultaneamente da tutti i membri del gruppo. In questo caso, ad esempio, tale elemento potrebbe essere stato il lampeggiare di quell’oggetto, simile a un aereo, apparso prima che si addentrassero nella foresta. L’avevano visto tutti allo stesso momento, e avevano cominciato a perdere i sensi alcuni minuti più tardi. Naturalmente pure questa non è che un’ipotesi, e anche se non siamo riusciti a formularne altre, non è escluso che l’elemento scatenante possa essere stato un altro. Continuando a ripetere che si trattava “solo di un’ipotesi”, suggerii al maggiore Tōyama la possibilità che si fosse trattato di un’ipnosi di gruppo. Anche gli altri due miei colleghi erano sostanzialmente d’accordo. Fra l’altro il caso volle che si trattasse di un fenomeno collegato, sia pure indirettamente, a una ricerca da noi stessi condotta.

“Mi sembra una spiegazione abbastanza convincente, — disse il maggiore Tōyama, dopo averci riflettuto un po’. — Si tratta di una cosa al di fuori delle mie competenze, ma mi sembra un’ipotesi piuttosto plausibile. Tuttavia c’è un punto che non mi è chiaro: cosa può essere stato a interrompere l’ipnosi? Deve esistere qualcosa che sia l’opposto dell’elemento scatenante”.

Risposi francamente che non lo sapevo, e che al suo dubbio per il momento potevo replicare solo con un’ulteriore ipotesi. Provai a formularla: “Può essersi trattato di un sistema che, trascorso un determinato periodo di tempo, si interrompe automaticamente”. In altre parole, poiché il nostro corpo è fornito di un efficiente sistema di autodifesa, anche se questo cade temporaneamente sotto il controllo di un sistema diverso, trascorso un certo lasso di tempo squilla una specie di campanello d’allarme, che fa scattare un dispositivo di crisi per rimuovere il corpo estraneo - in questo caso l’azione dell’ipnosi - che blocca le naturali funzioni di difesa del corpo, e lo deprogramma.

“Non avendo qui la documentazione, purtroppo non posso darvi cifre precise, ma all’estero sono stati riportati diversi incidenti di questo tipo, — spiegai al maggiore Tōyama. — Tutti sono stati catalogati come "episodi misteriosi", impossibili da spiegare in base alla logica. Molti bambini perdono conoscenza contemporaneamente, e si risvegliano dopo qualche ora, senza nessun ricordo di quanto è accaduto”.

Quindi l’incidente, sebbene rappresenti un caso rarissimo, non è senza precedenti. Intorno al 1930, in Gran Bretagna, nei pressi di un piccolo villaggio del Devonshire, accadde uno strano episodio. Una trentina di ragazzi, studenti di scuola media, stavano camminando in fila per una strada di campagna, quando, senza alcuna ragione apparente, cominciarono a cadere a terra privi di sensi, uno dopo l’altro. Ma tutti, alcune ore dopo, ripresero conoscenza e tornarono alla scuola sulle loro gambe come se niente fosse stato. Subito il medico li visitò tutti ma non riscontrò alcuna anomalia dal punto di vista clinico. Nessuno ricordava che cosa fosse accaduto.

Un incidente dello stesso tipo è riportato in Australia verso la fine del secolo scorso. Alla periferia di Adelaide, quindici ragazze sui quindici anni, studentesse di un liceo privato femminile, durante una gita scolastica persero conoscenza contemporaneamente, e ritornarono in sé un po’ più tardi. Non furono riscontrate ferite né conseguenze di alcun genere. Si pensò che potesse essersi trattato di un colpo di sole, ma restavano due quesiti irrisolti: perché lo svenimento e il ritorno alla coscienza erano stati pressoché simultanei per tutte? E come mai le ragazze non avevano avuto nessuno degli abituali sintomi di insolazione? Inoltre, l’episodio non era avvenuto in una giornata particolarmente calda. Ma forse per l’impossibilità di trovare una spiegazione più valida, l’incidente fu archiviato come un caso di insolazione.

Ad accomunare questi episodi era il fatto che fossero capitati a gruppi di giovani ragazzi o ragazze riuniti in un luogo piuttosto lontano dalla scuola, che avevano perso e riacquistato coscienza più o meno allo stesso momento, e non avevano riportato nessuna visibile conseguenza. Sotto questi aspetti, tutti gli episodi coincidono. Per quanto riguarda gli adulti presenti, in alcuni casi persero i sensi come i ragazzi, in altri ciò non avvenne. Da questo punto di vista dunque gli episodi differiscono.

Si potrebbero citare anche altri casi, ma i due che ho menzionato sono i più significativi per ampiezza e qualità di documentazione. Tuttavia nell’incidente di Yamanashi c’era una differenza rilevante. Qui avevamo un ragazzo che non era uscito dallo stato d’ipnosi, o di perdita di coscienza. E così naturalmente abbiamo pensato che proprio lui potesse essere la chiave per risolvere questo enigma. Finiti i controlli sul posto, tornammo a Tōkyō e ci recammo all’Ospedale militare dove era ricoverato il ragazzo.

 

Il fatto che l’esercito fosse interessato a questo incidente era secondo lei unicamente legato alla possibilità che fosse stato causato dall’impiego di gas velenoso?

 

Questa è l’idea che mi sono fatto. Ma se vuole avere informazioni più precise su questo punto, sarebbe opportuno chiederle direttamente al dottor Tōyama.

 

Il maggiore medico Tōyama è morto in servizio, durante un bombardamento, nel marzo del 1945.

 

Davvero? Mi dispiace molto. In questa guerra sono morte tante persone di valore.

 

Tuttavia l’esercito è giunto alla conclusione che l’incidente in questione non sarebbe stato provocato dall’uso delle cosiddette “armi chimiche”. La causa è rimasta oscura, ma si è ritenuto da escludere che fosse in rapporto con la guerra. Risulta pure a lei?

 

Sì, è quello che ho capito anch’io. A un certo punto l’esercito ha chiuso le indagini. L’Ospedale militare ha continuato a tenere Nakata, il ragazzo che non si era risvegliato, solo grazie all’interesse personale che il maggiore Tōyama aveva sviluppato per questo caso, e alle conoscenze che lui aveva nell’ospedale. È stato grazie a ciò che abbiamo potuto frequentare l’ospedale ogni giorno, facendo anche turni per assistere di notte il ragazzo che giaceva a letto immerso nel suo letargo, e osservare la sua condizione da vari punti di vista.

Le sue funzioni fisiche si sono mantenute nella norma per tutto il tempo in cui è rimasto senza conoscenza. Riceveva il nutrimento attraverso la flebo, e urinava regolarmente. La sera, quando si spegneva la luce nella stanza, chiudeva gli occhi, e la mattina li riapriva. Era privo di coscienza, certo, ma a parte questo si può dire che fosse perfettamente sano. Pur vivendo in uno stato di letargo, sembrava che non sognasse. Quando qualcuno sogna, il movimento delle pupille e l’espressione del viso mostrano i riflessi della sua attività onirica. La coscienza è in rapporto con l’esperienza del sogno, e la frequenza dei battiti cardiaci varia di conseguenza. Battiti, respiro, temperatura, erano leggermente al di sotto della norma, ma si mantenevano di una regolarità sorprendente.

Potrà sembrare strano, ma era come se il ragazzo fosse andato da qualche parte a occuparsi di altre cose e avesse lasciato in temporanea custodia il suo contenitore fisico, che nel frattempo continuava a svolgere le proprie funzioni vitali su scala ridotta, ma a un livello tale da garantirne comunque la sopravvivenza. Mi faceva pensare alla “separazione dello spirito dal corpo”. Non so se ha presente, è un tema che ricorre spesso nelle antiche leggende giapponesi: lo spirito si separa temporaneamente dal corpo, attraversa enormi distanze e si reca in luoghi lontanissimi per svolgere qualche missione importante, quindi ritorna al proprio corpo d’origine. Anche nella Storia di Genji si parla più volte di “spiriti viventi”: credo si tratti di un fenomeno simile. La capacità di uscire dal corpo non è una prerogativa solo dello spirito dei morti, ma appartiene anche ai vivi, se provvisti di una notevole forza mentale. Penso che queste credenze affondino le loro radici nelle più antiche tradizioni del Giappone. Ma si tratta di fenomeni impossibili da provare scientificamente. Esito a parlarne perfino in termini di pura ipotesi.

Il nostro obiettivo realistico, inutile a dirsi, era soprattutto quello di svegliare il ragazzo dal coma. Fargli riacquistare la coscienza. Cercavamo con tutte le nostre energie un elemento che fosse l’opposto di quello “scatenante”. Tentammo con tutti i mezzi che ci venivano in mente. Portammo i genitori, e chiedemmo loro di chiamarlo per nome, ad alta voce. La cosa andò avanti per giorni, ma senza nessun risultato. Usammo anche tutti i trucchi che vengono utilizzati per l’ipnosi. Abbiamo provato a dargli delle istruzioni, a battere le mani davanti al suo viso in vari modi, a fargli ascoltare la musica che gli piaceva, a leggergli dei libri accostandogli le labbra all’orecchio. Gli abbiamo fatto sentire l’odore dei suoi cibi preferiti. Gli abbiamo fatto portare persino il suo gatto, a cui il ragazzo era molto affezionato. Insomma, abbiamo tentato in tutti i modi di richiamarlo nel mondo reale. Ma con risultati pari allo zero.

Poi, due settimane dopo l’inizio di quei nostri esperimenti, quando avevamo esaurito ogni risorsa ed eravamo scoraggiati ed esausti, tutt’a un tratto il ragazzo si è svegliato. Non in risposta ai nostri stimoli, ma come se fosse semplicemente giunto il tempo stabilito, e senza dare il minimo preavviso.

 

Quel giorno c’era stato qualcosa di diverso dal solito?

 

Niente che valga la pena menzionare. Tutto si era svolto secondo la routine. Alle dieci l’infermiera aveva fatto un prelievo di sangue al ragazzo. Subito dopo, però, a causa di un colpo di tosse improvviso, un po’ del sangue appena prelevato le era accidentalmente caduto sul lenzuolo. La quantità era minima, e il lenzuolo fu cambiato immediatamente. Ecco, se proprio dovessi segnalare qualcosa di insolito, non mi verrebbe in mente nient’altro. Il ragazzo aprì gli occhi circa trenta minuti dopo. All’improvviso si levò a sedere sul letto, si stirò e si guardò intorno. Aveva riacquistato pienamente coscienza, e dal punto di vista medico le condizioni generali erano soddisfacenti. Ma ci rendemmo conto in fretta che aveva perduto completamente la memoria. Non ricordava nemmeno il suo nome. Non ricordava dove viveva, a che scuola andava, la faccia dei genitori, niente. Non sapeva nemmeno leggere. Non sapeva neanche di trovarsi in Giappone, né sul pianeta terrestre. Anzi, non sapeva nemmeno cosa fossero, il Giappone e la terra. Era tornato al mondo con la testa svuotata di ogni informazione. La sua mente era una tabula rasa.

 Capitolo nono
Quando riprendo conoscenza, mi trovo nel fitto di un boschetto, steso come un tronco sul suolo umido. Intorno a me tutto è buio, e non riesco a distinguere niente.

La testa appoggiata sui rami pungenti, provo a tirare un respiro profondo. Nell’aria c’è il profumo delle piante di notte. Odore di terra. E anche un lieve sentore di cacca di cane. Attraverso i rami degli alberi intravedo il cielo notturno. Non c’è luna né stelle, eppure è stranamente luminoso: le nuvole che lo ricoprono formano una specie di schermo che riflette la luce proveniente dalla terra. Distinguo la sirena di un’ambulanza. Si fa sempre più vicina, poi si allontana. Tendendo l’orecchio, riconosco anche il rumore degli pneumatici del traffico di auto. Devo essere in qualche angolo della città.

Cerco di riprendermi. Per farlo devo andare in cerca dei frammenti di me che sono sparsi qua e là e rimetterli al loro posto. Raccoglierli pazientemente, a uno a uno, come i pezzi di un puzzle in disordine. Non è la prima volta che mi capita una cosa del genere, penso. Mi è già successo, in passato, di provare una sensazione simile. Quando sarà stato? Cerco di scandagliare la mia memoria. Ma quel fragile filo subito si spezza. Chiudo gli occhi e lascio scorrere il tempo.

Il tempo scorre... Poi mi ricordo dello zaino, e immediatamente vengo assalito da un sottile panico. Il mio zaino... dov’è il mio zaino? Tutte le mie cose sono lì dentro. Non posso perderlo. Ma in questa oscurità non riesco a vedere nulla. Cerco di tirarmi su, ma non ho forza nelle dita.

Con grande fatica alzo la mano destra (come mai il braccio è così pesante?) e porto l’orologio davanti al viso. Cerco di mettere a fuoco. Il display digitale indica le 11:26. Le undici e ventisei di sera. Del 28 maggio. Nella testa cerco di ripassare il mio diario. Il 28 maggio... Meno male, la data non è cambiata. Non sono rimasto qui esanime per alcuni giorni. Ho perso coscienza solo per poche ore, forse quattro.

Il 28 maggio è stato un giorno in cui tutto si è svolto come al solito. Non è accaduto niente di particolare. Come sempre sono andato in palestra, e poi in biblioteca. Seduto sul solito divano, ho proseguito nella lettura dell’opera omnia di Sōseki. E la sera ho cenato davanti alla stazione. Ricordo di aver mangiato pesce. Salmone, per l’esattezza. Preso due volte il riso. Bevuto la zuppa di miso, mangiato l’insalata. E poi... poi non ricordo altro.

Ho un dolore acuto alla spalla sinistra. Man mano che ritorno in me, anche la sensazione di dolore si acutizza. Provo a toccarmi la parte attraverso la camicia. Non mi pare che ci sia una ferita, e nemmeno gonfiore. Possibile che sia stato coinvolto in un incidente stradale? Però i vestiti non sono strappati, e il dolore è concentrato in quell’unico punto sulla spalla. Probabilmente una semplice botta.

Nel boschetto riprendo a poco a poco a muovermi, e cerco a tastoni intorno a me, fin dove arriva la mano. Ma la mia mano incontra solo rami duramente contorti, come cuori di animali torturati. Il mio zaino non c’è. Mi frugo nelle tasche dei pantaloni. Il portafogli è al suo posto. Dentro ci sono un po’ di soldi, la carta elettronica dell’albergo, e una scheda telefonica. Poi ci sono il portamonete, un fazzoletto e una penna. Non si vede abbastanza da esserne sicuri, ma sembra che non manchi nulla. Indosso, ho dei pantaloni chino color crema, una T-shirt bianca con scollo a V, e sopra una camicia di tela grezza a maniche lunghe. Ai piedi ho i Topsiders blu. Non ho più il berretto, il berretto da baseball con il logo dei New York Yankees. Lo portavo quando sono uscito dall’albergo, e ora non c’è più. Deve essermi caduto, o forse l’ho posato da qualche parte. Pazienza. Se ne possono comprare dappertutto.

Ma alla fine trovo lo zaino. È appoggiato al tronco di un pino. Perché avrei dovuto mettere lì il mio zaino, e poi venire a infilarmi in questo boschetto e svenire? E soprattutto, che razza di posto è qui? La mia memoria è paralizzata. Però la cosa più importante è che ho ritrovato lo zaino. Dalla tasca tiro fuori la minitorcia elettrica e do una rapida occhiata per controllare che dentro ci sia tutto. Sì, pare proprio che non manchi nulla. C’è anche la busta con i soldi. Tiro un sospiro di sollievo.

Mi metto lo zaino sulle spalle, e scavalcando cespugli e ricavandomi un varco tra i rami esco dal boschetto in uno spiazzo aperto. Da lì comincia uno stretto sentiero. Illuminandolo con la torcia, mi ci inoltro e dopo qualche metro inizio a vedere delle luci: mi ritrovo in quello che sembrerebbe l’esterno di un santuario shintoista. Il posto dove ho perso conoscenza era il boschetto alle spalle dell’edificio principale.

È un santuario piuttosto grande. All’interno del recinto vi è un’unica alta lampada al mercurio, che getta una luce fredda sull’edificio, sulla cassetta delle offerte, e sulle tavolette votive. La mia ombra si proietta, stranamente lunga, sulla ghiaia. Sulla bacheca degli avvisi scorgo il nome del santuario, e me lo imprimo nella memoria. Intorno non c’è anima viva. A pochi passi trovo il bagno; vi entro. È pulitissimo. Poso a terra lo zaino e mi lavo la faccia con acqua corrente. Poi mi guardo nello specchio offuscato sul lavandino. Anche se mi ero preparato al peggio, il mio aspetto è davvero terribile. Sono pallido, ho le guance smunte, il collo incrostato di fango, i capelli in disordine.

Mi accorgo che sulla T-shirt, all’altezza del petto, c’è attaccata una cosa nera. Quel qualcosa ha una forma che ricorda quella di una grossa farfalla dalle ali spalancate. Prima cerco di spazzarla via con la mano. Ma non si sposta di un millimetro. Provo a toccarla: è stranamente appiccicosa. Per tentare di calmarmi, molto lentamente mi tolgo la camicia e mi sfilo la T-shirt dalla testa. Poi, sotto la luce tremolante del neon, mi rendo conto che quella macchia rosso scuro infiltrata nel tessuto è sangue. È sangue fresco, non si è ancora asciugato. Ed è abbondante. Avvicino il viso per annusarlo, ma non ha odore. Il sangue ha schizzato anche la camicia ma non in grande quantità, e sul colore blu scuro non si nota molto. Ma il sangue sulla T-shirt è di una tinta accesa e vistosa.

La lavo sotto l’acqua del lavandino. Il sangue si mischia con l’acqua, e il lavabo di ceramica bianca si tinge di rosso. Ma per quanto sfreghi con forza il tessuto, la macchia non se ne va. Faccio per gettare la T-shirt nel cestino dei rifiuti che c’è lì vicino, ma ci ripenso. Se devo gettarla, sarà meglio farlo da qualche altra parte. La strizzo forte e la infilo in una bustina di plastica che ficco in fondo allo zaino. Bagno i capelli tentando di rimetterli in ordine. Dal nécessaire per la toilette tiro fuori il sapone e mi lavo le mani. Sono ancora scosse da un fitto tremito, ma le lavo con cura, a lungo, fra le dita e sotto le unghie, dove si è infiltrato il sangue. Lascio cadere la camicia e con un asciugamano bagnato cerco di pulire le macchie di sangue dal petto nudo. Poi mi rimetto la camicia, l’abbottono fino al collo e infilo la parte inferiore nei pantaloni. Devo riacquistare un aspetto vagamente normale, se non voglio attirare l’attenzione delle persone.

Però sono terrorizzato. I denti non smettono di battere. Mi sforzo di fermarli, ma non ci riesco. Apro le mani, le osservo. Tremano ancora leggermente. Non riconosco le mie mani. Sembrano creature animate di una vita propria. E i palmi bruciano terribilmente. Come se avessero stretto un bastone di acciaio incandescente.

Appoggio le mani sul bordo del lavandino per sostenermi, e premo il viso contro lo specchio. Ho voglia di piangere. Ma anche se lo facessi, nessuno verrebbe ad aiutarmi. Nessuno...

 

Ehi, ma guardati, dove ti sei sporcato con tutto quel sangue? Che cosa hai combinato? Non te lo ricordi, non ricordi niente. Sul tuo corpo non ci sono tracce di ferite. E non hai dolori, a parte quella fitta alla spalla sinistra. Se ne deduce che il sangue che avevi addosso non è tuo. È sangue versato da qualcun altro.

Comunque sia, non puoi restare qui in eterno. Se una pattuglia di poliziotti ti trovasse qui con tutte queste tracce di sangue, per te sarebbe la fine. Ma anche tornare adesso in albergo non mi sembra l’idea migliore. Potrebbe esserci qualcuno lì ad aspettarti. La prudenza non è mai troppa. Forse potresti essere stato coinvolto in qualche crimine di cui non sei a conoscenza. Non è nemmeno da escludere che sia stato proprio tu a commetterlo.

Fortunatamente hai tutto il tuo bagaglio con te. Per sicurezza, ovunque andassi ti portavi dietro quello zaino pesante che contiene tutto ciò che possiedi. Questa si è rivelata una precauzione utile. Hai fatto la cosa giusta. Quindi non devi preoccuparti troppo. Né avere paura. In qualche modo te la caverai. Ricordati che sei il quindicenne più tosto del mondo. Devi avere fiducia in te stesso. Respira regolarmente, fai lavorare il cervello e vedrai che ne verrai fuori. Devi solo ricordarti di fare attenzione. Da qualche parte è stato versato il sangue di qualcuno. Una grande quantità di sangue. E può darsi che in questo stesso momento qualcuno ti stia cercando.

Devi muoverti. C’è solo una cosa che puoi fare. C’è solo un posto dove puoi andare. Dovresti sapere qual è.

 

Riempio bene i polmoni, e la respirazione si fa più regolare. Mi metto in spalla lo zaino ed esco dal bagno. Cammino nella luce della lampada al mercurio, calpestando rumorosamente la ghiaia. Mentre cammino, cerco di far funzionare il cervello. Accendo l’interruttore, giro la manovella, tento di mettere in moto la macchina. Ma non va. La batteria che dovrebbe avviare il motore è completamente scarica. Ho bisogno di un posto caldo e sicuro, dove rifugiarmi per potermi rimettere in sesto. Ma quale potrebbe essere? L’unico che mi viene in mente è la biblioteca. La Biblioteca Kōmura. Però non aprirà prima delle undici di domattina: mancano ancora molte ore e devo passarle da qualche parte.

Oltre alla biblioteca, non mi viene in mente nessun altro posto. Mi siedo in un angolo non troppo in vista e tiro fuori dallo zaino il cellulare. Controllo che sia ancora attivo. Cerco nel portafogli il numero di telefono di Sakura, e lo digito. Le mie dita non funzionano ancora normalmente. Dopo alcuni tentativi falliti, riesco finalmente a digitare quel lungo numero per intero. Per fortuna non è inserita la segreteria telefonica. Al dodicesimo squillo, risponde. Dico il mio nome.

— Tamura Kafka, — dice con voce seccata. — Ti rendi conto di che ora è? Domattina devo svegliarmi presto, io.

— Scusa, sono mortificato, — dico. Mi accorgo che la mia voce suona terribilmente tesa. — Ma si tratta di un’emergenza. Mi trovo in una brutta situazione, e non c’è nessun altro a cui posso rivolgermi.

Dall’altro capo del telefono c’è un lungo silenzio. È come se stesse analizzando il tono della mia voce, soppesandone la gravità. — È... qualcosa di serio?

— Non lo so neanch’io, ma potrebbe esserlo. Ho bisogno del tuo aiuto, solo per questa volta. Cercherò di non darti disturbo.

Sta pensando. Non è in preda all’indecisione. Sta semplicemente pensando.

— Dove ti trovi?

Dico il nome del santuario. Lei non l’ha mai sentito nominare.

— È a Takamatsu? In città?

— Non sono sicuro, ma credo di sì.

— Poveri noi, non sai nemmeno dove ti trovi? — dice stupefatta.

— È lungo da spiegare.

Sospira.

— Prendi un taxi, e fatti portare all’angolo di ***. C’è un minimarket aperto ventiquattro ore, il Lawson. C’è una grande insegna, non ti puoi sbagliare. Ci vediamo lì. Hai i soldi per il taxi?

— Sì, ce li ho.

— Meno male — . Poi riaggancia.

Uscendo dal cancello del santuario, sbuco su una grande strada e cerco il taxi. Ne passa subito uno, lo fermo. Dico l’indirizzo all’autista, chiedendogli se conosce il Lawson all’angolo. Risponde che lo conosce bene. È lontano?, chiedo. No, non molto. Dice che dovrebbe costarmi meno di mille yen.

Il taxi si ferma davanti al negozio, e io pago con la mano ancora tremante. Poi mi rimetto in spalla lo zaino ed entro nel negozio. Ci ho messo meno del previsto e Sakura non è ancora arrivata. Prendo una piccola busta di latte, lo riscaldo nel microonde e lo bevo lentamente. Sento il latte caldo che attraversa la gola e scende nello stomaco. Questa sensazione mi tranquillizza un pochino. Quando sono entrato, un commesso che tiene d’occhio i possibili ladri ha lanciato uno sguardo sospettoso al mio zaino, ma a parte questo nessuno sembra far caso a me. Fingendo di dare un’occhiata alle riviste esposte sugli scaffali, mi guardo allo specchio. I capelli sono ancora in disordine, ma le macchie di sangue sulla camicia non si notano. Se anche qualcuno le vedesse, le prenderebbe per delle macchie comuni. Adesso dovrei solo smettere di tremare.

Sakura arriva dieci minuti dopo. È quasi l’una. Porta una felpa a tinta unita e dei jeans scoloriti. Ha i capelli legati sulla nuca e un berretto blu New Balance. Nel momento in cui vedo la sua faccia, finalmente smetto di battere i denti. Si avvicina a me, e mi studia con lo sguardo di una che sta esaminando la dentatura di un cane. Mormora qualcosa che è più simile a un sospiro che a una parola. Poi mi dà due colpetti sulla spalla e dice: — Vieni.

Il suo appartamento si trova a un paio di isolati di distanza dal Lawson, in un edificio a due piani di aspetto modesto. Salendo le scale, tira fuori dalla tasca la chiave e apre una porta rivestita da un pannello verde. Due stanze, una piccola cucina e il bagno. Le pareti sono sottili, il pavimento scricchiola, e probabilmente di giorno entra poca luce, tranne al tramonto, quando sarà accecante. Da qualche altro appartamento si sente lo scarico di un gabinetto, il suono secco di un’anta che viene chiusa. Si sente tutto, ma almeno questi rumori trasmettono la sensazione di calore della gente che vive qui. In casa piatti accumulati nel lavandino di cucina, bottigliette di plastica vuote, riviste lette a metà, tulipani in vaso che hanno cominciato a sfiorire, appunti per la spesa attaccati con lo scotch sul frigorifero, calze appoggiate sullo schienale della sedia, il giornale aperto sul tavolo alla pagina dei programmi televisivi, il portacenere con alcuni mozziconi e il pacchetto sottile delle Virginia Slim. La scena ha su di me un effetto stranamente rassicurante.

— Questo è l’appartamento di una mia amica, — spiega Sakura. — Lavoravamo insieme da un parrucchiere di Tōkyō, poi l’anno scorso è dovuta tornare qui a Takamatsu dove c’è la casa dei genitori. Ma siccome voleva andare per un mese in India mi ha chiesto se potevo tenerle la casa per questo periodo, e sostituirla al lavoro, anche qui in un salone di parrucchiere. E a me l’idea di andarmene per un po’ da Tōkyō, di cambiare aria, non dispiaceva. Che poi lei sarà di ritorno tra un mese, non ne sono affatto sicura: questa ragazza ha una mentalità abbastanza new age, e andando in un posto come l’India...

Mi fa sedere al tavolo. Poi mi porta una Pepsi in lattina presa dal frigo. Senza bicchiere. Di solito non ne bevo. È troppo dolce, e fa male ai denti. Ma ho una tale sete che la mando giù tutta.

— Hai fame? L’unica cosa che posso offrirti sono dei Cup Noodle. Ne vuoi?

Le rispondo che non ho fame.

— Di’ un po’, lo sai che hai una faccia tremenda?

Annuisco.

— Si può sapere che ti è successo?

— Non lo so neanch’io.

— Non sai neanche tu quello che ti è successo. Non sai neanche tu dove ti trovi. E sarebbe lungo da spiegare, — dice Sakura, ricapitolando. — Comunque sei nei guai, giusto?

— Sì, fino al collo, — dico. Spero di riuscire a trasmetterle la gravità della mia situazione.

Resta per un po’ in silenzio, continuando nel frattempo a fissarmi con le sopracciglia corrugate.

— A Takamatsu non hai parenti, mi pare. Di’ la verità, sei scappato di casa?

Annuisco.

— Anch’io, quando avevo la tua età, una volta sono scappata di casa, e più o meno posso capire come ti senti. Per questo prima di salutarci ti ho dato il mio numero di cellulare. Ho pensato che avrebbe potuto esserti utile.

— Grazie, — dico.

— Casa mia era a Ichikawa, in provincia di Chiba. Con i miei non andavo per niente d’accordo e odiavo la scuola, così rubai i loro soldi e me ne andai il più lontano che potevo. Avevo sedici anni. Sono arrivata quasi ad Abashiri. Ho visto una fattoria, e ho provato a chiedere se mi davano da lavorare. Gli ho detto che ero pronta a fare qualsiasi cosa, e che avrei lavorato seriamente. Ho detto anche che se mi davano un posto riparato per dormire, e qualcosa da mangiare, avrei fatto a meno della paga. Mi trattarono con gentilezza, mi offrirono un tè, la signora mi disse di aspettare, io nella mia ingenuità la stetti a sentire, e poco dopo arriva una macchina della polizia che mi rispedisce subito a casa. A quanto pare nella fattoria erano abituati a questo tipo di episodi. Ma ricordo che quella volta io pensai molto seriamente che dovevo a tutti i costi impadronirmi di un mestiere, in modo da poter trovare sempre lavoro. Per questo ho abbandonato il liceo, mi sono iscritta a un corso e ho preso il diploma di parrucchiera — . Gli angoli delle sue labbra si sollevano in un sorriso perfettamente simmetrico. — Non ti sembra che la mia sia una sana filosofia di vita?

Sì, mi sembra.

— Vuoi provare a spiegarmi con calma dall’inizio? — mi chiede. Tira fuori una Virginia Slim dal pacchetto e l’accende con un fiammifero. — Visto che ormai stanotte non riuscirò più a dormire, ti starò a sentire.

Comincio a spiegare dall’inizio. Da quando sono andato via di casa. Ma naturalmente alla profezia non faccio il minimo accenno. Quella non è una cosa di cui possa parlare con chiunque.

 Capitolo decimo
— Allora, non ha niente in contrario se Nakata la chiama Kawamura? — chiese ancora una volta Nakata al gatto tigrato marrone. Si sforzò di parlare lentamente, scandendo bene le parole in modo da farsi capire.

Il gatto gli aveva detto che gli sembrava di aver visto da quelle parti Goma (colore: tartaruga, sesso: femminile, età: 1 anno). Il problema però era che aveva un modo di parlare alquanto strano, almeno dal punto di vista di Nakata. E anche lui mostrava di capire poco o niente di quanto diceva Nakata. Per questa ragione spesso le loro frasi andavano in direzioni diverse e la conversazione scivolava nell’assurdo.

— Io non ho problemi, testa alta.

— Chiedo scusa, ma Nakata non capisce bene ciò che lei sta dicendo. Mi scusi, è che Nakata non è molto intelligente.

— È in tutto e per tutto uno sgombro.

— Forse vuol dire che ha voglia di mangiare sgombro?

— No. La zampa davanti legata.

Naturalmente Nakata sapeva bene di non potersi aspettare una comunicazione perfetta con i gatti. Si trattava pur sempre di un dialogo tra due specie diverse, uomini e felini, ed era improbabile che ci si potesse capire a vicenda senza la minima difficoltà. E poi Nakata aveva qualche problema di comunicazione in generale, sia che parlasse con gli uomini che con i gatti. Certo, la settimana prima era riuscito a conversare a lungo e senza nessun problema col signor Ōtsuka, ma quella era da considerarsi un’eccezione: il più delle volte anche lo scambio di brevi messaggi richiedeva tempo e fatica. Nei casi peggiori, era come parlarsi dalle sponde opposte di un canale battuto da un forte vento. Quel giorno, era esattamente così.

Tra i vari tipi di gatto, per qualche inesplicabile ragione i marroni tigrati erano quelli con cui a Nakata capitava più frequentemente di non trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Con i gatti neri di solito si intendeva bene. I siamesi poi erano quelli con cui comunicava meglio, ma purtroppo non capitava spesso, girando per la città, di imbattersi in siamesi randagi. I siamesi di solito venivano allevati in casa con molte premure. Invece, chissà perché, tra i randagi proprio i tigrati erano i più numerosi.

Ma pur sapendo tutto ciò, Nakata trovava le frasi del gatto Kawamura davvero incomprensibili. La pronuncia era confusa, e le parole che diceva non avevano il minimo senso né prese da sole né collegate tra loro. Più che frasi, sembravano enigmi. Nakata però era di indole assai paziente, e inoltre aveva molto tempo a disposizione. Più volte ripeté la stessa domanda, e più volte ebbe dal gatto la stessa risposta. I due erano seduti sul muretto che delimitava un piccolo parco giochi in una zona residenziale, e parlavano da quasi un’ora senza che la conversazione avesse fatto il minimo progresso.

— Kawamura è solo un nome che uso per chiamarla. Non ha nessun significato particolare. È uno di quei nomi che Nakata mette ai gatti, un po’ come capita, per ricordarli. È una cosa che non le procurerà nessun fastidio, glielo assicuro, signor Kawamura. Vorrei solo avere il suo permesso di poterla chiamare così.

In risposta, Kawamura si mise a borbottare qualcosa di incomprensibile, e siccome minacciava di continuare così all’infinito, per sbloccare la situazione Nakata, deciso, gli mise ancora una volta sotto il naso la foto di Goma.

— Signor Kawamura, questo è Goma, il gatto che sta cercando Nakata. È un gatto color tartaruga di un anno. Vive con la famiglia Koizumi, a Nogata terzo chō. Da un po’ di tempo è scomparso. È scappato buttandosi da uno spiraglio della finestra, lasciata aperta dalla sua padrona. Allora, glielo chiedo di nuovo. Signor Kawamura, ha mai visto questo gatto?

Kawamura guardò ancora una volta quella foto e annuì.

— Kwmra, se è uno sgombro, lega. Se lega, cerca.

— Mi scusi. Come ho già detto, Nakata è un po’ lento di comprendonio, quindi non capisce bene quello che sta dicendo. Le dispiacerebbe ripeterlo un’altra volta?

— Kwmra, se è uno sgombro, sgombra. Se cerca, lega.

— Sgombro... vuol dire il pesce?

— È lo sgombro che sgombra, Kwmra lega.

Nakata si sfregò col palmo della mano i capelli brizzolati tagliati corti e tentò di riflettere. Come poteva trovare una via d’uscita dal labirinto in cui si era cacciato con quella conversazione a base di sgombro? Si scervellava, ma non gli veniva in mente nulla. Del resto, i ragionamenti non erano il suo forte. Nel frattempo Kawamura, come se la cosa non lo riguardasse per niente, era impegnato a grattarsi vigorosamente un punto sotto il mento con la zampa posteriore.

In quel momento si udì alle loro spalle un rumore che somigliava a una risata. Nakata si girò e vide un gatto siamese, bello e dal corpo sinuoso, seduto sul muretto di cemento della casa vicina, che guardava verso di lui con gli occhi socchiusi.

— Mi scusi se mi intrometto, ma lei è per caso il signor Nakata? — chiese il gatto con voce melodiosa.

— Sissignore, mi chiamo Nakata. Buongiorno.

— Buongiorno a lei, — rispose il siamese.

— Purtroppo da stamattina il tempo è nuvoloso, ma non sembra che voglia mettersi a piovere, — disse Nakata.

— Speriamo davvero di no.

Il siamese era una femmina, vicina probabilmente alla mezza età. Aveva la coda ritta, fieramente alzata, e al collo portava una targhetta col suo nome. Aveva un muso dai lineamenti regolari, e un corpo snello, senza un grammo di grasso superfluo.

— Io mi chiamo Mimì. Come Mimì della Bohème. C’è anche un’aria che dice proprio così: “Mi chiamano Mimì...” — Ah, — fece Nakata.

— È tratta da un’opera di Puccini. Che vuole, il mio padrone è appassionato di opera... — disse Mimì, sorridendo affabile. — Gliela canterei volentieri, ma purtroppo come cantante sono un disastro.

— Sono veramente lieto di fare la sua conoscenza, signorina Mimì.

— Il piacere è mio, signor Nakata.

— Abita in questa zona?

— Sì, lì, in quella villetta a due piani. A casa dei signori Tanabe. È quella con la Bmw 530 color crema nel giardino, vede?

— Ah, — fece Nakata. Non sapeva cosa volesse dire Bmw, ma si intravedeva qualcosa che sembrava un’automobile color crema. Forse la Bmw doveva essere quella.

— Senta, signor Nakata, — disse Mimì. — Io sono una gatta dal carattere indipendente, o se preferisce individualista, e non amo intromettermi negli affari degli altri. Ma questo giovanotto - che lei chiamava signor Kawamura, se non vado errata - a dire il vero è un po’ ritardato. Quando era piccolo fu investito da una bicicletta guidata da un bambino del vicinato, fu sbalzato in aria e andò a sbattere con la testa contro uno spigolo di cemento. Da allora non è più riuscito a esprimersi in modo coerente. Quindi, per quanto lei gli parli con tanta pazienza, dubito molto che possa ottenere da lui qualche risposta sensata. Ero lì che vi osservavo già da un po’, e a un certo punto non ho più resistito, e pur temendo di apparirle sfacciata, mi sono decisa a parlarle.

— Ma no, nel modo più assoluto. Ogni suo consiglio sarà gradito. Nakata sicuramente non è meno stupido del signor Kawamura, e senza l’aiuto di tutti non potrebbe vivere. È per questo che ogni mese riceve il sussidio dal governatore. Naturalmente sarei onorato, signorina Mimì, di sentire la sua opinione.

— Allora, vediamo... lei sta cercando un gatto, vero? — disse Mimì. — La prego, non pensi che stessi origliando, ma ero lì che facevo un pisolino, e non volendo mi è capitato di sentire qualcosa del suo discorso. Il gatto si chiama Goma, giusto?

— Sissignora.

— E il signor Kawamura affermerebbe di averlo visto?

— Sì, è quello che ha detto prima. Ma di quello che ha detto dopo, Nakata non è riuscito a capire nulla, e non sapeva più che fare.

— Che ne direbbe, signor Nakata, se provassi io a parlare con questo giovanotto, e a riferirle quanto mi dice? Sa, tra gatti ci si intende più facilmente, e poi sono già abituata al suo strano modo di parlare. In sostanza sentirei quello che dice e glielo riassumerei. Sempre se lei è d’accordo, ovviamente.

— Certo: se potesse farlo sarebbe per me di grande aiuto.

La gatta siamese fece un breve cenno del capo, e con un agile tuffo, simile a quello di una ballerina, saltò a terra. Poi avanzò senza fretta verso di loro, la coda nera tesa e dritta come l’asta di una bandiera, e venne a sedersi accanto a Kawamura. Subito questi fece per annusare il sedere di Mimì, ma lei rapidissima lo colpi sulla guancia, e lui si tirò indietro. Poi, senza dargli nemmeno un istante di tregua, gli assestò un altro fendente sul muso.

— Ehi, stammi bene a sentire, deficiente! Mi senti, palle mosce? — urlò Mimì minacciosa a Kawamura.

— Sa, con questo gatto, se non si usano le maniere forti sin dall’inizio, non si ottiene nulla, — disse Mimì rivolgendosi a Nakata con aria di scusa. — Bisogna tenerlo in pugno, perché appena si abbassa la tensione smette di concentrarsi e comincia a vaneggiare. Se si è ridotto in questo stato non è certo colpa sua, e mi fa una gran pena, ma non posso fare diversamente.

— Certo, — concordò Nakata, pur avendo capito pochissimo.

Cominciò quindi una conversazione tra i due gatti, ma parlavano troppo in fretta e a voce troppo bassa perché Nakata riuscisse a decifrare qualcosa. Mimì lo incalzava con tono sferzante, e Kawamura rispondeva con voce tremebonda. Appena lui tardava a rispondere, subito lei lo prendeva a schiaffi senza pietà. Si capiva che era una gatta che sapeva il fatto suo. E poi aveva cultura. Fino ad allora Nakata aveva incontrato gatti di ogni tipo, ma mai una che si intendesse di automobili e ascoltasse l’opera. Ammirato, la osservò mentre svolgeva quell’incarico con rapidità e competenza.

Quando ebbe ottenuto le informazioni che cercava, cacciò Kawamura con un gesto che sembrava dire: “Ora basta, sparisci”. Il gatto si allontanò mortificato. Mimì allora sali sulle ginocchia di Nakata con atteggiamento tenero.

— Credo più o meno di aver capito di cosa si tratta, — disse.

— La ringrazio molto, — rispose Nakata.

— Pare che quel giovane, Kawamura, abbia visto un paio di volte Goma tra alcuni cespugli non lontano da qui, in un terreno abbandonato dove presto dovrebbe sorgere un cantiere. Una società immobiliare ha acquistato un deposito di pezzi di ricambio che apparteneva a una casa automobilistica e l’ha raso al suolo per costruirvi un grattacielo da destinare ad appartamenti di lusso. Ma a causa della forte opposizione da parte degli abitanti della zona, che hanno presentato vari ricorsi, i lavori non sono mai iniziati. È una cosa che oggi succede spesso. Quindi il posto è rimasto così ed è stato presto invaso dalle erbacce. La gente non ci va, ed è diventato un luogo di ritrovo ideale per gatti. Io non ho una gran vita sociale, e poi ho troppa paura di prendere le pulci, perciò evito di andarci. Come potrà immaginare, le pulci sono degli insetti molesti, e una volta che te le hanno attaccate, è difficile liberarsene. Come le cattive abitudini.

— Sì, — rispose Nakata.

— Pare che una gatta color tartaruga come quella nella sua fotografia - giovane, graziosa, e munita di collare antipulci - sia stata vista lì, e sembra che fosse molto impaurita. Dice che non riusciva nemmeno a parlare bene. Era chiaro a tutti che si trattava di una gatta cresciuta in famiglia, ignara del mondo, che aveva smarrito la strada di casa.

— È una cosa che risale a quanto tempo fa?

— Pare che l’abbia vista l’ultima volta tre o quattro giorni fa. Stupido com’è, si figuri se riesce a ricordarsi la data esatta. Ma siccome dice che è stato il giorno dopo che era piovuto, penso che fosse lunedì. Ricordo bene che domenica c’era stata una forte pioggia.

— Ho capito. Anche Nakata non saprebbe dire la data precisa, ma ricorda che era piovuto proprio pochi giorni fa. Dopo di allora, non l’ha più visto?

— È stata l’ultima volta. Pare che neanche gli altri gatti della zona l’abbiano più vista da allora. Quel gatto è un buono a nulla, un caso disperato, ma dato che l’ho tartassato bene, penso di poter essere sicura che quanto ha detto sia attendibile.

— Non so davvero come ringraziarla.

— Ma no, non ho fatto nulla. Sa, di solito mi trovo a parlare con questi gatti cialtroni che bazzicano la zona, e i nostri interessi sono così lontani che a volte mi danno sui nervi. Perciò quando ho occasione di conversare piacevolmente con un umano come lei, che ragiona così bene, è come se mi si spalancassero nuovi orizzonti.

— Ah, — disse Nakata. — A proposito, c’è una cosa che Nakata non ha ancora capito. Quello sgombro di cui il signor Kawamura parlava così insistentemente, è effettivamente il pesce?

Mimì sollevò con grazia la zampa sinistra e, esaminando il cuscinetto rosa, ridacchiò: — Vede, il problema è che quel gatto ha un lessico molto limitato.

— Lessico?

— Non conosce molte parole, — spiegò Mimì, riformulando cortesemente la frase. — Tutto ciò che è commestibile lui lo chiama sgombro. Evidentemente lo sgombro è il cibo che preferisce in assoluto. L’idea che al mondo esistano il dentice, il rombo o la sogliola, non lo sfiora nemmeno.

Nakata fece un colpo di tosse.

— A dire il vero, pure a Nakata piace abbastanza lo sgombro. Anche se naturalmente ha un debole per l’anguilla.

— Ha ragione, l’anguilla è davvero deliziosa. Anche se non è un cibo che si possa mangiare in continuazione.

— Sì, è proprio come dice lei. Non è un cibo che si possa mangiare a ogni pasto.

Poi per un po’ restarono in silenzio, ognuno immerso nelle proprie fantasticherie sulle anguille. Passarono così alcuni minuti.

— Un’altra cosa che quel gatto voleva dire... — aggiunse Mimì, come se se ne fosse ricordata solo adesso, — è che poco tempo dopo che i gatti della zona hanno cominciato a frequentare quel terreno incolto, si è cominciato a vedere spesso un uomo cattivo che acchiappa i gatti. Dice che molti di loro hanno il sospetto che Goma possa essere caduta nelle sue grinfie. Pare che quell’uomo attiri i gatti usando delle ghiottonerie come esca e li ficchi in un grosso sacco. Il suo metodo è talmente astuto che gatti affamati e inesperti cadono facilmente nella trappola. A quanto ho sentito, è riuscito a rapire diversi gatti della zona, e stiamo parlando di gatti randagi, abituati a diffidare di tutto. È una cosa terribile. Per un gatto non può esserci incubo peggiore che essere ficcato a forza in un sacco.

— Ah, — disse Nakata, e tornò a sfregarsi la testa brizzolata con il palmo della mano. — Rapire dei gatti, ma per farci cosa?

— Non lo so neanch’io. Un tempo si acchiappavano i gatti per fabbricare le corde dello shamisen, ma oggi lo shamisen non è più uno strumento molto diffuso, e comunque di recente pare che per le corde usino la plastica. Certo, da qualche parte nel mondo c’è ancora gente che mangia i gatti, ma fortunatamente in Giappone questa abitudine non esiste. Quindi credo che queste due possibilità siano da escludere. A cos’altro si può pensare? Ma sì, certo, ci sono persone che usano molti gatti per esperimenti scientifici. In tutto il mondo vengono fatti vari tipi di esperimenti sui gatti. Anche tra i miei amici, c’è un gatto che è stato usato per esperimenti di psicologia all’Università di Tōkyō. Pure questa è una brutta storia, ma il discorso diventerebbe troppo lungo, perciò è meglio fermarci qui. E poi, anche se non credo che siano molte, ci sono persone disturbate che semplicemente amano torturare i gatti. Li acchiappano, e ad esempio gli tagliano la coda con le forbici.

— Ah, — disse Nakata. — E gli tagliano la coda a che scopo?

— A nessuno scopo. Vogliono semplicemente tormentare i gatti, torturarli. Facendolo, provano piacere. Nel mondo, persone dalla mente così contorta ce ne sono eccome!

Nakata provò a rifletterci su, ma proprio non riusciva a capire come si potesse provare piacere a tagliare a un gatto la coda con le forbici.

— Allora una di queste persone dalla mente contorta potrebbe aver catturato Goma? — si azzardò a chiedere Nakata.

Mimì corrugò il muso, piegando i suoi lunghi baffi bianchi.

— Già. Non vorrei neanche pensare o immaginare una cosa del genere, ma questa possibilità non è da escludere. Signor Nakata, non ho ancora vissuto molto a lungo, ma le assicuro che ho già assistito a tante scene atroci, da superare ogni immaginazione. La maggior parte della gente pensa che i gatti facciano una bella vita, stesi pigramente al sole, senza far nulla tutto il giorno, ma la nostra realtà non è così idilliaca. I gatti sono creature piccole, fragili, indifese. Noi non siamo dotati di un guscio come le tartarughe, e non abbiamo ali come gli uccelli. Non possiamo nasconderci sottoterra come le talpe, né cambiare colore come i camaleonti. Il mondo ignora quanti gatti subiscono violenze e muoiono senza motivo ogni giorno. Io ho avuto la fortuna di essere accolta da una famiglia affettuosa come i Tanabe: sono coccolata dai loro bambini e vivo una vita serena e agiata, ma ciononostante ho anch’io le mie difficoltà. Penso quindi a quanto più difficile e dura debba essere la vita per dei gatti randagi.

— Lei è davvero molto intelligente, signorina Mimì, — disse Nakata, affascinato dall’eloquenza di quella gatta siamese.

— Ma no, che dice, — si schermì lei, socchiudendo gli occhi. — A casa me ne sto sempre a poltrire davanti alla televisione, e questo è il risultato. Non faccio che riempirmi la testa di stupidaggini, il che non mi fa certo bene. E lei la televisione la guarda, signor Nakata?

— No, Nakata non guarda la tivù. Le parole che dicono tutti quei signori dentro la televisione sono troppo veloci, e non riesco a seguirle. Nakata è stupido, quindi non sa leggere e non sa scrivere, perciò non capisce bene neanche la televisione. A volte sente la radio, ma anche lì le parole sono troppo veloci, e si stanca. Insomma, la cosa che fa più piacere a Nakata è uscire e stare a parlare con i gatti sotto il cielo, come adesso.

— Sorprendente! — esclamò Mimì.

— Sì, — disse Nakata.

— Speriamo che Goma sia sana e salva, — disse Mimì.

— Signorina Mimì, Nakata pensa di andare a tenere d’occhio per un po’ quel terreno.

— Secondo quel gatto, l’uomo è alto, porta uno strano cappello a cilindro e indossa lunghi stivali. Cammina a passo spedito. Dato che ha un aspetto così eccentrico, lo dovrebbe riconoscere subito. Quando appare lui, i gatti che si radunano lì schizzano via all’istante in tutte le direzioni. Ma i nuovi arrivati, che non conoscono la situazione...

Nakata trovò un posto nella sua mente per quelle informazioni. Per non dimenticarle, le custodi con cura in un cassetto importante. L’uomo è alto, porta uno strano cappello a cilindro e indossa lunghi stivali.

— Spero di esserle stata d’aiuto, — disse Mimì.

— La ringrazio moltissimo. Se lei non fosse intervenuta così gentilmente, forse Nakata sarebbe ancora fermo al punto di partenza, a parlare di sgombri. Le sono davvero grato.

— Se posso dirle la mia opinione, — disse Mimì, alzando il muso, con un’espressione grave, — quell’uomo è pericoloso. Molto pericoloso. Forse pericoloso a un punto che lei, signor Nakata, non può neanche immaginare. Io non mi avvicinerei a quel terreno per nessun motivo. Certo, il suo caso è diverso, lei è un essere umano, e poi è il suo lavoro. Ma la prego davvero di stare molto attento.

— La ringrazio, cercherò di fare attenzione.

— Signor Nakata, viviamo in un mondo molto molto violento. Nessuno di noi può fuggire da questa violenza. Cerchi di non dimenticarlo. Per quanto si stia attenti, la prudenza non è mai troppa. Questo vale sia per i gatti che per gli uomini.

— Va bene. Me ne ricorderò, — disse Nakata.

Ma in effetti non capiva dove fosse la violenza del mondo e che forma avesse. Di cose che lui non capiva ce n’erano tantissime, e tutto ciò che aveva a che fare con la violenza faceva parte di queste.

Dopo aver salutato Mimì, si recò al terreno che gli era stato indicato. Era della grandezza di un piccolo campo da gioco. Era circondato da una recinzione formata da pannelli di compensato, e su un cartello (che Nakata naturalmente non poteva leggere) c’era scritto terreno in costruzione - vietato l’accesso ai non autorizzati. L’ingresso era chiuso da una pesante catena di metallo, ma andando sul retro si entrava facilmente da un buco nella recinzione. Qualcuno doveva averlo forzato, aprendo un varco.

I magazzini che un tempo sorgevano su quel terreno erano stati abbattuti, ma il suolo non era mai stato spianato ed era invaso dalle erbacce, alcune delle quali avevano raggiunto l’altezza di un bambino. Delle farfalle vi svolazzavano sopra. Alcuni rialzi del terreno, induriti dalle piogge, avevano assunto la forma di piccole colline. Sembrava un luogo ideale per i gatti: non era frequentato dagli umani, era abitato da tante piccole creature viventi e inoltre ci si poteva nascondere senza problemi.

Sul terreno, del gatto Kawamura nemmeno l’ombra. Nakata vide solo un paio di gatti magri e spelacchiati. Li salutò amichevolmente però loro, dopo avergli lanciato una gelida occhiata, si allontanarono senza degnarlo neanche di una risposta e sparirono tra i cespugli. Ma lui capiva. A nessuno andrebbe di essere catturato da un maniaco e farsi tagliare la coda con le forbici. Non sarebbe piaciuto neanche a Nakata (non che lui avesse la coda, ovviamente). Era comprensibile che fossero così diffidenti.

Nakata sali su una di quelle collinette e girò intorno lo sguardo. Non c’era nessuno, a parte le farfalle bianche che svolazzavano qua e là sull’erba come se cercassero qualcosa. Nakata si sedette in un punto di suo gradimento, tirò fuori dalla sua borsa di tela due panini ripieni di marmellata di azuki che erano il suo abituale pasto di mezza giornata, e li mangiò. Poi, socchiudendo gli occhi, bevve pian piano lo hōjicha caldo che aveva nel thermos. Era un primo pomeriggio tranquillo. Tutto sembrava immerso in una quiete profonda. Che in quel posto potesse nascondersi qualcuno capace di progettare terribili torture ai danni di gatti, era una cosa di cui Nakata non riusciva a capacitarsi.

Masticando lentamente il suo panino agli azuki, si accarezzò la testa dai capelli corti e brizzolati col palmo della mano. Se lì con lui ci fosse stato qualcun altro, gli avrebbe spiegato: “Sa, Nakata è stupido”, ma purtroppo non c’era anima viva. Quindi si limitò ad annuire ripetutamente, rivolto a se stesso. Poi continuò a mangiare il suo panino in silenzio. Quando ebbe finito, piegò il cellophane e se lo infilò nella borsa. Chiuse bene il tappo del thermos, e mise anche quello nella borsa. Il cielo era uniformemente coperto di nuvole, ma dal colore si capiva che il sole doveva essere proprio lì sopra. L’uomo è alto, porta uno strano cappello a cilindro e indossa lunghi stivali.

Nakata cercò di figurarsi l’aspetto di quell’uomo. Ma che aspetto potessero avere un cappello a cilindro o dei lunghi stivali, proprio non riusciva a immaginarlo. Cose del genere in vita sua non le aveva mai viste. La signorina Mimì aveva detto che, secondo Kawamura, se uno l’avesse visto l’avrebbe subito riconosciuto. Se è così, non mi resta che aspettare fino a quando quell’uomo non si farà vivo, pensò. Era la cosa più giusta da fare. Nakata si alzò e fece la pipi tra i cespugli. Fu una pipi lunghissima. Poi andò a sedersi in un angolo del terreno, all’ombra dei cespugli, dove gli sembrava di dare meno nell’occhio: aveva deciso che avrebbe passato il pomeriggio lì, in attesa che quello strano uomo si mostrasse.

Aspettare era un affare noioso. Non aveva nessuna idea di quando l’uomo sarebbe venuto la prossima volta. Poteva essere l’indomani, o di lì a una settimana. O magari non sarebbe tornato mai più in quel posto: tutto era possibile. Ma Nakata era abituato ad aspettare senza uno scopo preciso, ed era abituato anche a passare il tempo da solo, senza far nulla. Non gli pesava affatto.

Per lui il tempo non rappresentava un problema. Nakata non possedeva un orologio. Il tempo scorreva secondo i suoi ritmi. La mattina il cielo si schiariva, e la sera diventava scuro. Quando faceva buio, andava al bagno pubblico vicino casa, e quando rientrava era pronto per dormire. In alcuni giorni il bagno era chiuso e allora, rassegnato, tornava a casa. Quando aveva fame, significava che era ora di mangiare, e quando veniva il giorno di riscuotere il sussidio (c’era sempre qualcuno che gentilmente lo avvisava), lui capiva che era passato un mese. Il giorno dopo aver riscosso il sussidio, andava dal barbiere vicino a casa sua a tagliarsi i capelli. Quando veniva l’estate, qualcuno dei servizi sociali gli offriva un pasto a base di anguilla, e a Capodanno qualcuno, sempre dei servizi sociali, gli offriva i mochi.

Nakata si rilassò, staccò l’interruttore del suo cervello e si sintonizzò su un’altra frequenza. Questa per lui era un’azione molto naturale, una cosa che faceva quotidianamente sin da quando era bambino, senza nemmeno chiedersi perché. Subito cominciò a fluttuare, come una farfalla, al confine della propria coscienza. Oltre il confine si spalancava un abisso buio. Ogni tanto superava un po’ quel confine, e sorvolava quell’abisso che dava le vertigini. Ma Nakata non aveva paura di quel buio e di quella profondità. Perché avrebbe dovuto? Quel mondo buio di cui non si riusciva a indovinare il fondo, quel silenzio pesante e quel caos gli erano amici da così tanto tempo che erano ormai diventati una parte di lui. Nakata lo sapeva bene. In quel mondo non vi era scrittura, non vi erano giorni della settimana, non vi erano minacciosi governatori, non esisteva l’opera e nemmeno le Bmw. Non vi erano forbici, né cappelli oblunghi. Ma allo stesso tempo non vi erano anguille né panini con gli azuki. Lì vi era il tutto. Però non vi erano le singole parti. E non essendovi parti, non era necessario sostituire una cosa con un’altra. Non era necessario togliere dei pezzi o aggiungervene altri. Bastava abbandonarsi al tutto, senza dover pensare a cose difficili. E niente più di questo avrebbe potuto essere gradito a Nakata.

Ogni tanto si faceva un sonnellino. Ma anche se si assopiva, i suoi sensi, limpidi e acuti, continuavano a vigilare su quel terreno vuoto. Se qualcosa fosse accaduto, se qualcuno si fosse presentato, lui avrebbe aperto gli occhi all’istante, e sarebbe stato pronto ad agire. Una coltre di nubi, grigia e uniforme, ricopriva il cielo come un enorme tappeto. Ma almeno per il momento nulla faceva presagire una pioggia. Tutti i gatti lo sapevano, e anche Nakata.