"Ma basta insoma"
Mia mamma diceva, quando il chiasso vociante era al massimo in casa: "ma basta insoma" in dialetto mantovano.
mercoledì 8 aprile 2026
POLITICA E BISOGNO IDENTITARIO Paolo Bolzani
QUALE CRITICA ALL'OCCIDENTE? Una discussione Gianfranco Giudice
QUALE CRITICA ALL'OCCIDENTE?
Una discussione
Gianfranco Giudice
C'è qualcosa che mi è totalmente incomprensibile, ovvero la vicinanza, il sostegno, comunque la non opposizione di tanti "compagni" o sedicenti tali al regime di Putin con cui in ogni caso la Russia e i russi non si identificano affatto, come gli ebrei con il governo di Israele e ogni popolo con quello del proprio paese. Sono abbastanza vecchio da avere fatto in tempo a credere e vedere nell'Unione sovietica il sogno, il mito del comunismo, nato e cresciuto come sono in una famiglia comunista. Mosca ha incarnato un'idea/ideologia universale, poi rivelatasi non un sogno, quello dell'uomo nuovo, del paradiso terrestre alternativo al capitalismo, bensì un tragico, terribile incubo. Di calcio non mi interessa nulla, da ragazzino però mi piaceva, guardavo le partite e se giocava una squadra di un paese comunista tenevo ad essa, anche se giocava contro una squadra italiana, perché l'internazionalismo veniva prima di tutto. Mi viene da ridere pensandoci, ma è testimonianza di come l'infatuazione ideologica sia una malattia seria, con un senso preciso. Eppure il comunismo, il socialismo, il marxismo sono un prodotto dell'Occidente proposto come visione universale, l'Unione sovietica non era ideologicamente in guerra con l'Occidente di cui era figlia la sua ideologia fondante, bensì era in conflitto con il mondo capitalista, quel capitalismo prodotto anch'esso dell'Occidente di valenza altrettanto universale. Cosa c'entra tutto ciò con l'ideologia slavofila, euroasiatica, nazionalista grande russa impastata di ortodossia religiosa del regime di Putin che guarda all'Europa come luogo di degenerazione e decadenza morale di cui l'Ucraina, in mano ai nazisti, sarebbe la povera vittima da salvare? Urss e Russia, per quanto legate tra loro, sono realtà storicamente assai diverse, lo sono in particolare dal punto di vista ideologico che qui mi interessa evidenziare particolarmente perché decisivo nell'influenzare l'opinione pubblica. Mi chiedo: può un "compagno" o sedicente tale innamorarsi di Putin, vedere nel suo regime un punto di riferimento? Riferimento per che cosa? Per la critica all'Occidente? L'Occidente, l'Europa che ne rappresenta il cuore pur non esaurendolo, hanno certamente molto per cui essere criticati e sono sempre criticabili, del resto l'idea stessa di "critica" e "autocritica" nasce e appartiene al DNA stesso della cultura occidentale, costituisce il fondamento della sua autorappresentazione. La domanda tuttavia che rivolgo ai "compagni" o sedicenti tali è: come una necessaria critica e autocritica dell'Occidente, dell'Europa, possa trovare nella Russia di Putin la propria ispirazione teorica, ideale, ideologica? Il fatto mi risulta del tutto incomprensibile, anzi assurdo ricordando anche la mia piccola storia con la grande storia che per età ho fatto in tempo a conoscere.
Paolo Bolzani
Gianfranco Arriviamo al cuore della tua domanda: Può una critica necessaria e interna all’Occidente (quella che tu consideri parte del DNA europeo: l’autocritica, la ragione dialettica, l’idea che la verità si raggiunge anche attraverso il conflitto con se stessi) trasformarsi in una critica esterna, eterodiretta, strumentale che finisce per legittimare un sistema autoritario, nazionalista, e imperialista?
Quando la critica smette di essere autocritica e diventa strumento di legittimazione di un altro potere, che cosa resta della sua natura originaria?
Infine, una domanda forse scomoda ma che credo valga la pena porsi:
se guardiamo ai decenni passati, in che momento preciso la critica radicale all’Occidente ha iniziato a perdere sempre più il riferimento a un progetto alternativo credibile (socialista, comunista, ecologista, femminista globale, ecc.) e si è trasformata sempre di più in una reazione di rigetto, in un «qualunque cosa ma non questo»?
Non credo che ci sia una risposta netta.
Ma forse proprio qui, nel passaggio da «critica come progetto» a «critica come rifiuto», si nasconde una parte della spiegazione di quel fenomeno che ti appare assurdo. Lo è anche per me.
Gianfranco Giudice
Paolo sono totalmente d'accordo con te, la critica come rufiuto, sterile, puramente negativa, nasce a mio parere dal non avere mai fatto i conti da parte di molti con un radicale e drammatico fallimento dei progetti di trasformazione del passato, tesi a costruire un uomo nuovo, molti hanno semplicemente rimosso quel fallimento, non ci hanno mai fatto i conti teorici davvero. Sulla rimozione si costruisce solo qualcosa di patologico, e patologici a mio avviso sono tanti radicalismi attuali, oltre gli aspetti specificamente politici, e la dimensione storica.
Paolo Bolzani
Gianfranco, Certo sono patologici tanti radicalismi attuali. Si è persa purtroppo la capacità di distinguere tra una critica genuina al capitalismo (radicata in un'analisi marxista) e una mera opposizione reattiva, che sta accogliendo narrazioni estranee come quelle nazionaliste o conservatrici. Mi chiedo come il rifiuto possa aprire la porta a "surrogati" ideologici, come quello che appoggia un regime che si presenta come anti-occidentale ma per ragioni del tutto diverse.
Gianfranco Giudice
Paolo certo, ma chi lo conosce più il marxismo realmente? Marxismo frutto della migliore cultura dell'occidente, altro che slavofilia e antioccidentalismo. Il marxismo per quanto superato per molti aspetti teorici, ma non tutti, è una cosa seria, nulla a che vedere con certa sinistra radicale in circolazione oggi, che per ignoranza molti considerano la vera sinistra.
Paolo Bolzani
Gianfranco, Parli del marxismo come "frutto della migliore cultura dell'Occidente"—un'idea potente, che lo lega alla tradizione razionale, dialettica e autocritica europea. Ma ti chiedo: se oggi pochi lo conoscono "realmente", quali aspetti del marxismo credi siano più fraintesi o dimenticati? Ad esempio, come la sua analisi del capitalismo (materialista, storica) si distingue da un'opposizione reattiva, e in che modo riscoprirlo potrebbe aiutare a distinguere una "vera" sinistra da certe forme radicali che lo scimmiottano senza sostanza?
Gianfranco Giudice
Paolo credo che ciò che è più vivo, e tanto misconosciuto, totalmente ignorato, sia il realismo e materialismo storico di Marx, depurato di ogni messianesimo e ideologia, o di utopismo astratto, peggio di moralismo predicatorio. La teoria del valore-lavoro marxiana non funziona, ma l'analisi economica di Marx può ancora insegnarci molto, la sua attenzione alla produzione come base materiale del processo storico, globale come scrive nel Manifesto. Il pensare dialettico come dici tu è altro elemento essenziale del marxismo, non le fumisterie di tanti sinistri. Penso che questi elementi fondamentali di Marx dovrebbero essere ancora oggi alla base di un sano riformismo socialista, vera alternativa ad ogni radicalismo ammantato di sinistra. Solo lo sviluppo pieno dell'economia più moderna può generare elementi di socialismo coniugati con la libertà e la democrazia. Altro che ideologie passatiste, da decrescita felice, et similia.
Paolo Bolzani
Gianfranco, Quando parli di "realismo e materialismo storico" di Marx, depurato da ogni messianesimo o moralismo, cosa immagini succeda se applichiamo questo approccio a un contesto contemporaneo, come la globalizzazione economica? Ad esempio, in che modo l'attenzione di Marx alla "produzione come base materiale del processo storico" potrebbe illuminare dibattiti attuali su automazione o intelligenza artificiale—potrebbe aiutarci a distinguere tra un progresso che genera libertà e uno che approfondisce disuguaglianze, senza cadere in astrazioni utopiche?
Gianfranco Giudice
Paolo penso che l'attenzione ai fattori della produzione, alla composizione organica del capitale nel linguaggio marxiano, alla sua analisi delle macchine e di come queste determinino la sostituzione del lavoro, potrebbe aiutare a capire come solo lo sviluppo della ricchezza, l'aumento della produttività, permetta di avere un compromesso tra capitale e lavoro in grado di redistribuire realmente la ricchezza, perché con la penuria non si redistribuisce nulla. L'anima della socialdemocrazia è questa, e oggi manca sia sul terreno politico che sindacale.
Paolo Bolzani
Gianfranco, Se l'"anima" della socialdemocrazia era proprio questo realismo materialista—sviluppo economico come base per riforme progressive, non moralismo o decrescita—cosa accadrebbe se un movimento o un partito tornasse a fare di questa analisi il proprio centro?
Potrebbe ridare forza a un riformismo non rinunciatario, capace di negoziare con il capitale su basi di forza (produttività alta = leva per redistribuzione), invece di difendersi solo su posizioni reattive? Oppure temi che le trasformazioni attuali (globalizzazione, finanziarizzazione) abbiano reso quel compromesso storicamente irripetibile?
Gianfranco Giudice
Paolo quel compromesso storicamente irripetibile? Forse, perché le socialdemocrazie sono nate e si sono sviluppate, ottenendo successi, su base nazionale. Globalizzazione e finanziarizzazione hanno oggettivamente eroso, pur non cancellandola, la base nazionale, per cui la tua domanda è legittima, così come il dubbio che sia ancora possibile un nuovo compromesso socialdemocratico. Occorrerebbe un governo mondiale, pura immaginazione, oggi ancora di più.
I TECNICI VERSO UNA COSCIENZA DI CLASSE Estratto da "Quaderni Piacentini" n. 39. Novembre 1969 Paolo Bolzani
I TECNICI VERSO UNA COSCIENZA DI CLASSE
Estratto da "Quaderni Piacentini" n. 39. Novembre 1969
Paolo Bolzani
Con queste note mi propongo di intervenire nel dibattito aperto da S. Bologna e F. Ciafaloni su «Quaderni piacentini » n. 37, con l'obiettivo di affrontare alcuni temi che, a nostro avviso, sono particolarmente importanti per comprendere: a) quali sono le condizioni oggettive dalle quali muove l'attuale processo di presa di coscienza dei tecnici; b) quali potranno essere gli sbocchi e gli sviluppi futuri delle attuali lotte.
L'ipotesi di partenza è che la lotta muove dal disagio derivante dalla specifica posizione dei tecnici nella organizzazione del lavoro. Per comprendere quale tipo di coscienza ha spinto i tecnici a uscire dalla loro tradizionale passività per affrontare a livello collettivo alcuni loro problemi connessi con le condizioni di lavoro in azienda mi sembra particolarmente fecondo partire proprio da una analisi della specificità della loro posizione nella attuale organizzazione del lavoro. Da tale analisi si potranno trarre utili indicazioni sulle principali contraddizioni che, a livello soggettivo, hanno fatto da molla per la nuova presa di coscienza dei tecnici.
1. Il lavoro « tecnico »
Nella attuale fase di razionalizzazione della organizzazione produttiva tende a venir meno la distinzione fra funzioni essenzialmente esecutive e funzioni essenzialmente direttive in molti livelli intermedi e bassi della gerarchia aziendale. Un numero sempre maggiore di rụoli esecutivi richiede una quota di autodirezione e di autocontrollo, e quindi un certo tipo di accettazione-identificazione con le finalità della azienda.
I principali portatori di questo ruolo ambiguo sono i « tecnici ».
Il lavoro dei tecnici (siano essi impiegati, tecnici della produzione, specialisti nei vari settori della organizzazione, ricercatori ) contiene due aspetti fra loro contraddittori (come ogni lavoro intellettuale): a) esecutivo, in quanto il lavoro è svolto secondo certe direttive stabilite da altri; b) decisionale, in quanto esiste una certa misura di autodirezione e di autocontrollo del proprio lavoro, in un certo ambito di discrezionalità.
Le nuove tecniche produttive comportano un allargamento continuo dei « ruoli tecnici » a danno delle funzioni tradizionalmente esecutive (anche operaie non qualificate). Ne deriva una trasformazione nella composizione del lavoro subordinato con una progressiva riduzione del « proletariato non qualificato », in quanto il lavoro da questo svolto in parte viene sussunto dalle nacchine e in parte trasformato in lavoro tecnico.
Tale trasformazione non avviene tuttavia senza contraddizioni. Le lotte dei tecnici di questi ultimi tempi stanno dimostrando che è incominciato un processo di presa di coscienza che parte dal disagio derivante da una dequalificazione progressiva, dal sempre maggior grado di esecutività dei ruoli tecnici, dalla massificazione che si accompagna a questo processo.
Tradizionalmente con un alto grado di identificazione con l'azienda, frutto del privilegio di cui hanno sempre goduto nella divisione di lavoro, i tecnici vanno scoprendo lo sfruttamento cui sono soggetti. Data la specificità del loro inserimento nella organizzazione, ai tecnici si chiede non tanto un ritmo produttivo (come invece avviene per il lavoro manuale dell'operaio sottoposto alla tirannia del «Tempi e Metodi »), quanto una adesione ideologica: 'identificazione con i valori e gli obbiettivi dell'azienda.
« II lavoro di un impiegato è di solito valutabile non tanto in termini di rendimento o di produzione media, quanto in termini di applicazione; .. Quindi l'azione su di noi non è svolta solo ad organizzare tecnicamente il lavoro ma interferisce globalmente con la nostra persona» (1).
L'identificazione con i valori dell'azienda rappresenta il prezzo che il tecnico deve pagare per poter essere inserito nel'organizzazione. Questa condizione di inserimento ha fatto in modo che tradizionalmente impiegati e tecnici fossero « dalla parte dei padroni », individualisti nelle rivendicazioni, motivati solo alla carriera e quindi assolutamente non organizzati.
Per comprendere a fondo il salto « soggettivo » che ha portato alle attuali lotte è necessario partire da una analisi della attuale fase di razionalizzazione dell'organizzazione produttiva, sia dal punto di vista tecnico-produttivo che dal punto di vista ideologico (tenuto conto che l'inserimento nell'organizzazione produttiva del lavoratore intellettuale avviene anche con
una cooptazione ideologica). A tale scopo mi sembra particolarmente fe-
condo partire dalla analisi di due tendenze attualmente in atto:
a) Proletarizzazione dei tecnici e intellettualizzazione del lavoro manuale,
come risultato delle nuove tecniche produttive;
b) A livello ideologico superamento delle tradizionali teorie organizzative
(Taylorismo) per introdurre nuovi schemi partecipativi finalizzati alla
cooptazione del tecnico, in quanto la fedeltà è una premessa fonda-
mentale del suo lavoro.
1.1 Proletarizzazione dei tecnici e intellettualizzazione del lavoro ma-
nuale Nella società capitalistica la Scienza e la Tecnica, nel loro svi-
luppo funzionale al Capitale, tendono a realizzare forme sempre più
avanzate di sfruttamento attraverso una continua ricerca rivolta a razio-
nalizzare l'organizzazione del processo produttivo. « L'industria moderna non
considera e non tratta mai come definitiva la forma esistente di un
processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria ... con
le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte
continuamente assieme alla base tecnica della produzione, la funzione degli
operai, e le combinazioni sociali del processo lavorativo » (2). Nell'attuale
fase, la razionalizzazione del processo produttivo comporta le seguenti
trasformazioni:
una quota sempre maggiore di lavoro « vivo » viene assorbito dal capitale
fisso nella forma di macchine automatizzate e automatiche (3);
il lavoro vivo, dove interviene, ha uno spazio produttivo sempre più
ristretto. Cioè il campo di attività risulta una parcellizzazione molto
spinta delle operazioni (4). Ciò viene fatto per esaltare il rendimento
dell'individuo attraverso l'applicazione dei suoi sforzi su un campo
limitato (qualora e dove la macchina non sia ancora in grado di
intervenire);
per questi tipi di compiti non sono necessarie « specializzazioni a
priori» bensi « conoscenze di base » che permettono di specializzarsi
per. lo speciale compito assegnatogli nella organizzazione; come risul-
tato di tale processo la specializzazione del tecnico consiste in uno
166
specifico « saper fare » relativo ad un compito delimitato;
in quanto questa trasformazione coinvolge tutti i segmenti del processo
produttivo (Ricerca e Sviluppo, Produzione, Amministrazione, Distri-
buzione) si va verso un superamento, a livello esecutivo, della distin-
zione fra lavoro manuale e non manuale. L'automazione oggettivamente
tende a unificare i diversi interventi del lavoro « vivo » nei vari segmenti
del processo produttivo in un unico tipo di lavoro intellettuale in cui
prevale il coordinamento e il controllo.
Per approfondire l'analisi di queste trasformazioni diamo ulteriori
elementi sul processo di razionalizzazione in atto, distinguendo i vari
segmenti produttivi:
a) I tecnici specializzati (ingegneri, chimici, economisti, ecc.) lavorano
nell'ambito dei Servizi di Ricerca, Progettazione, Programmazione,
Marketing, ecc., sulla base di moduli tecnici in larga parte predeter-
minati; questi moduli costringono il lavoro entro schemi ben precisi,
e orientano in modo vincolato il contributo alla produzione. Questo
tipo di lavoro, considerato tradizionalmente fra i più creativi, e con
i più ampi margini di discrezionalità, tende sempre più ad essere
degradato a ruoli di misurazione secondo standard prefissati (la SNAM-
Progetti, e gli uffici di programmazione e di ricerche di mercato, sono
esempi di tali tendenze).
b) L'Amministrazione è stata la prima a vedere l'introduzione dei calco-
latori; l'elaborazione di tutti i dati contabili è completamente auto-
matizzata, per cui gli impiegati della amministrazione lavorano essen-
zialmente per procurare i dati da immettere nel calcolatore, e poi per
distribuirne le elaborazioni alla direzione. In larga parte non si può
più chiamare puramente « intellettuale » il lavoro di quasi la totalità
degli impiegati della amministrazione. A mio avviso ci si trova in
questo caso di fronte ad una dequalificazione massiccia che ha portato
a lavori sempre più esecutivi, ripetitivi, parcellizzati e inoltre a un
intervento di manualità che avvicina questo lavoro alle mansioni operate.
c) Per quanto riguarda la « Produzione » le tendenze alla « intellettualiz-
zazione » del lavoro operaio rappresentano un fenomeno molto più
limitato di quello che interessa le funzioni tradizionalmente impiega-
tizie e tecniche. Tuttavia in certi settori all'avanguardia da un punto
di vista tecnico-produttivo si assiste a una trasformazione del tradi-
zionale rapporto uomo-macchina (operaio al servizio della macchina)
e tende a perdere in una certa misura le caratteristiche di manualità
e di meccanicità man mano che si passa:
dalla meccanizzazione, in cui l'operaio integra il lavoro della macchina
alla automatizzazione, in cui l'operaio interviene solo per ricercare
le cause dell'errore della macchina ed eliminarle.
1.2 Le nuove esigenze di cooptazione dei tecnici Nel processo pro-
duttivo altamente razionalizzato, con l'introduzione ad un elevato grado
della meccanizzazione, che comporta le trasformazioni sopra analizzate,
cresce I'esigenza di sfruttare tutte le capacità dell'individuo in quanto
diventano qualitativamente sempre più importanti i suoi interventi nel
processo produttivo a livello di scelte e di giudizi di valore.
Con l'automazione è necessaria in misura sempre maggiore una certa,
167
discrezionalità sia per i tempi che per i modi di intervento, da parte
dell'addetto al processo automatizzato. Si verifica cioè che, mentre il
processo produttivo ha cessato di essere processo di lavoro, nel senso che
il lavoro lo trascenda e lo comprenda... » perchè il lavoro è « disperso,
sussunto sotto il processo complessivo del macchinario » (5), tuttavia è
richiesto che il lavoro intervenga come « organo » cosciente » in vari punti
del processo per risolvere certi problemi che in esso possono insorgere.
Per ottenere le elevate prestazioni che il processo produttivo richiede,
occorre responsabilizzare gli individui anche ai livelli più bassi della
gerarchia. Ciò che si persegue ora è lo sfruttamento globale delle capacità
dell'individuo.
Tale processo non investe solo i tecnici specializzati (addetti alla
Ricerca, Relazioni Pubbliche, Marketing, ecc.) che rappresentano il livello
più alto della sfera « esecutiva » ai quali si richiede la dedizione assoluta
alla causa dello sviluppo aziendale, ma anche gli operai addetti alla
produzione, gli impiegati cosi detti « d'ordine», che rappresentano il livello
più basso della gerarchia degli esecutori. Diventa quindi sempre più
importante conquistare anche l'operaio alle finalità aziendali; ottenere
pertanto che l'operaio sia perfettamente integrato nel processo produttivo,
affinchè siano utilizzate tutte le sue capacità umane (non semplicemente
le energie fisiche e l'abilità intesa come mestiere).
Ed è per questo che il Capitale affronta il problema della gestione
aziendale senza distinzione a livello ideologico tra operai, impiegati, spe-
cialisti, ecc., ma semplicemente tra dirigenti ed esecutori.
Pertanto in sintesi le tendenze che si manifestano sono:
a) da una parte eliminazione del lavoro « vivo » ovunque è possibile
l'inserimento delle macchine; e dove ancora rimane la necessità del-
l'intervento umano adozione di criteri di specializzazione, di delimita-
zione precisa dei compiti, di scarsi margini di discrezionalità, per rendere
produttiva al massimo l'organizzazione;
b) dall'altra parte però, pur con i vincoli indicati, il lavoro richiesto tende
ad essere sempre più « qualificato », nel senso che si richiede una
quota di « saper fare specifico », che operi entro ristretti margini di
decisione e di autocontrollo. L'organizzazione capitalistica del lavoro
ha quindi ora, come esigenza fondamentale, la necessità di una coope-
razione e di una partecipazione.
Le due suddette tendenze creano una contraddizione tra degradazione
del lavoro, conseguente alle nuove tecniche produttive, e necessità di
un lavoro cooperante. Da qui nascono le azioni di « promozione ideolo-
gica » finalizzate alla « integrazione totale » dell'individuo, per farne uno
« strumento produttivo perfetto» completamente devoto alla causa del
Capitale.
2. Tecniche organizzative di cooptazione ideologica come strumento della
razionalizzazione capitalistica
2.1 Alla ricerca del modello perfetto di integrazione: prima fase, ovvero
« Le Relazioni Umane » - Fin dal 1920 i « teorici della Direzione» e i
« dirigenti più illuminati » iniziarono il processo di superamento della
« filosofia della Direzione autoritaria classica ».
L'accelerato sviluppo
razionalizzazione
capitalistico che sempre
168
si accompagna (causa ed effetto) alle grandi guerre, incomincia a mani-
festare i suoi risultati oltre che sulle tecniche produttive anche sulle
tecniche di direzione. Si incomincia a mettere in discussione la conce-
zione che considera l'operaio come « mera appendice della macchina che
ricerca solo il compenso economico del suo lavoro », II Capitale si accorge
che non è sufficiente basarsi sull'incentivo economico per ottenere una
piena dedizione al lavoro. Il « non aver considerato i lavoratori come
esseri umani, cominciò ad essere vista come la causa del morale basso, della
scarsa intraprendenza, della irresponsabilità e della confusione » (6).
L'inevitabile antagonismo tra lo sfruttatore e lo sfruttato, che produce
come effetto una scarsa produttività della forza lavoro, non può essere
tollerato nel processo produttivo capitalistico che è innanzitutto «l'auto-
valorizzazione del Capitale più grande possibile, cioè la massima produzione
di plus-valore, e di conseguenza il maggior sfruttamento possibile della
forza lavorativa da parte del capitalista » (7).
Occorre trovare il modo di sfruttare la forza lavoro acquistata, ma non
immessa nel processo di valorizzazione, a causa della insoddisfazione degli
sfruttati. Si scopre cosi la legge « non di solo pane vive l'uomo!!! >».
Il dirigente incomincia ad educarsi a « sorridere », a « dialogare » con
il dipendente, allo scopo di mistificare i! carattere necessariamente dispo-
tico della Direzione finalizzata alla valorizzazione del Capitale. Il diri-
gente educa se stesso a considerare il dipendente come un «uomo totale »
(whole man) piuttosto che semplicemente come un insieme di abilità
e di esperienza.
I teorici dell'organizzazione capitalistica del lavoro studiano una nuova
teoria che permette di utilizzare la «scoperta dell'uomno » nel processo
produttivo: il modello delle Relazioni Umane (Human Relations).
Per poter comprendere a fondo questa tecnica organizzativa occorre
innanzitutto considerare il suo obiettivo base: cioè la costruzione di una
forza lavoro cooperante e condiscendente, facendo sentire ai membri
dell'organizzazione di essere una parte utile ed importante nel complesso
degli sforzi produttivi. Si inventa così la « partecipazione » intesa come
lubrificante che fa scivolar via la resistenza all'autorità; cioè come tecnica
per far accettare le decisioni e ottenere pertanto un miglioramento nei
risultati.
Discutendo con i subordinati e conoscendo le loro esigenze indivi-
duali ed i loro desideri, il dirigente spera di costruire un gruppo di
lavoro coesivo che sia volonteroso e ben predisposto.
In questo modello si manifesta nella sua pienezza 1'illusione del
Capitale di eliminare la condizione alienata degli sfruttati semplicemente
dimostrando loro l'importanza del loro contributo alla produzione, e chie-
dendo 1loro consigli e pareri per la soluzione di problemi produttivi
particolari.
E' questo il cosi detto « salario di privilegio » (8), (la scelta è coerente
con la legge di mercato) con cui il dirigente paga la merce-cooperazione
del lavoratore. Il manager « paga un prezzo » ammettendo i suoi subor-
dinati al «privilegio » di partecipare a certe decisioni settoriali e ad
esercitare una certa auto-direzione; come corrispettivo si aspetta una piena
cooperazione per realizzare gli obiettivi aziendali (che evidentemente sono
169
stabiliti altrove, fuori dalla « sfera partecipativa »). In questo modello
evidentemente non si crede ancora al contributo « creativo » dell'esecutore
in quanto si parla di « prezzo pagato », sottintendendo che le decisioni
sarebbero prese in modo più veloce e più efficiente dal solo dirigente.
Questo prezzo pagato trova guistificazione solo nell'effetto moltiplicativo,
in termini di valorizzazione, che deriva dalla cooperazione.
Le Relazioni Umane pertanto tendono solamente a sfruttare nel modo
più completo le energie fisiche e le esperienze specifiche dell'individuo
cambiando I'apparenza dell'espressione autoritaria e dispotica della Dire-
zione. Siamo però molto lontani dall'aver scoperto come forza produttiva
diretta « l'uomo totale ».
2.2 Organizzazione delle « Risorse Umane » II vero salto qualitativo
si ha invece quando, parallelamente alle esigenze dello sviluppo tecno-
logico che ha fatto del processo produttivo un meccanismo estremamente
delicato e perfezionato, si scopre che l'individuo può dare infinitamente
di più proprio come uomo « creativo » piuttosto che come forza lavoro
intesa come abilità ed esperienza specifica. Se il prezzo pagato per ottenere
un più completo sfruttamento delle energie fisiche ed intellettuali speci-
fiche, era una certa pratica di Relazioni Umane, ora il prezzo per acquistare
«l'uomo creativo » può essere ben più elevato.
La razionalizzazione del processo produttivo ha sempre rappresentato
e tuttora rappresenta uno sfruttamento a livello sempre più elevato della
forza-lavoro. Nella fase attuale ci troviamo di fronte a un processo dı
intensificazione dello sfruttamento a livello intellettuale.
Come abbiamo visto, nel processo attuale ovunque l'uomo può essere
sostituito dalla macchina si opera la sostituzione. Ma vi è una superiorità
dell'uomo che tuttora resiste: la sua immaginazione, creatività, la sua
capacità di giudizi di valore.
L'esigenza di sfruttamento « integrale » dell'uomo e pertanto anche
della sua capacità creativa e della sua immaginazione richiede un intervento
radicale nell'organizzazione del lavoro. Si propone quindi un modello di
sfruttamento delle « Risorse Umane », intendendo come tali non solo le
abilità specifiche, e l'esperienza relativa a certi momenti produttivi, ma
anche le capacità creative.
La tesi è che le capacità e le abilità « umane » rappresentano una
riserva di risorse inutilizzate nelle aziende. Le risorse che in modo parti-
colare sono inutilizzate sono l'abiltà creativa, la capacità di comportamento
responsabile, auto-diretto, auto-controllato.
Partendo da tali premesse il compito primario del dirigente è quello
di creare un ambiente nel quale « tutte » le risorse possano essere utiliz-
zate. In questo schema il Capitale tende ad attuare una appropriazione
totale dell'individuo inserendo la sua vita globale nella produzione. I|
tempo di lavoro diventa totalizzante: niente rimane al di fuori di esso
La fabbrica come vita, la vita come fabbrica. Per realizzare tale obiettivo
vengono messe in discussione le precedenti formulazioni di autorità nella
fabbrica.
l punto cruciale in cui questo modello differisce da quello delle
Relazioni Umane è nel modo in cui è posta una relazione causale tra
soddisfazione e rendimento. Nel modello delle Relazioni Umane la soddi-
170
sfazione è ricercata per ottenere un maggior rendimento. Nel modello
delle Risorse Umane la soddisfazione non è vista come la causa del
miglior rendimento; questo miglior rendimento è invece considerato come
derivante direttamente dal contributo creativo dell'esecutore.
Questo secondo modello rappresenta il nnassimo sforzo di integrazione
nel contesto produttivo conseguito con una identificazione completa con
l'azienda e le sue finalità attraverso la partecipazione alle decisioni.
I destinatari di questa operazione di cooptazione completa sono i
« tecnici». Soprattutto quei tecnici che lavorano nei dipartimenti di Ri-
cerca e Sviluppo delle grandi aziende capitaliste. Tale processo di integra-
zione tende a venire assunto come « filosofia aziendale » in un numero
sempre maggiore di aziende.
Questo sforzo prodotto dal Capitale nasce da un'esigenza produttiva
derivante da una sempre maggiore complessità del processo di produzione.
A questo livello di razionalizzazione dell'organizzazione del lavoro
diventa insopportabile per il capitale l'alienazione ed i suoi effetti.
Il modello delle Risorse Umane, orientato ad eliminare l'alienazione,
trova tuttavia gravi liniti proprio nell'esigenza di mantenere ed accre-
scere la razionalità del funzionamento del processo produttivo capitalistico,
che, in quanto tale, non ha come parametro base l'uomo, bensi il profitto.
E' proprio di questa contraddizione implicita all'ideologia organizza-
tiva delle Risorse Umane che i tecnici incominciano a scoprire la realtà
del loro sfruttamento. In apparenza i manipolatori dell'organizzazione
vendono un sistema di partecipazione alla produzione capitalistica, in
realtà però mantengono la struttura gerarchica (in quanto la sola perfet-
tamente funzionale al modo di produzione capitalistico, come strumento
di autoconservazione della classe dominante) a garanzia del razionale funzio-
namento del processo.
Non vengono cioè intaccate, in quanto strutturali al sistema, quei
principi di organizzazione del lavoro capitalistico che tendono a realiz-
zare « 1'autovalorizzazione del Capitale più grande possibile ». La logica
del « piano capitalistico » rimane in ogni caso esterna e contrario allo
sfruttato.
3. Alcune indicazioni
Dall'analisi fatta emergono alcune indicazioni utili per comprendere
la collocazione di classe dei tecnici.
Nell'attuale fase di razionalizzazione del processo produttivo esiste una
tendenza all'allargamento dei ruoli « tecnici » (quindi del lavoro « intel-
letuale »).
II lavoro intellettuale viene organizzato sempre più con criteri di
« catena di produzione » (9). Ne deriva una degradazione progressiva del
lavoro del tecnico, come conseguenza della parcellizzazione, delimitazione
del modo di operare con schemi ben prefissati, massificazione e standar
dizzazione del lavoro.
La crescente insoddisfazione derivante dalle suddette condizioni di lavoro
causa sempre maggiori difficoltà al Capitale ad ottenere la merce-cooperazione
(di cui consiste essenzialmente il lavoro del tecnico). Per questo il Capitale
studia ed attua nuovi mezzi di cooptazione ideologica (ha scoperto che non
sono più sufficienti quelli tradizionali: salario e miraggio della carriera).
171
Vengono a questo scopo riscoperti concetti « socialisti » di partecipazione,
cooperazione, adattandoli alla situazione concreta.
Le soluzioni organizzative che emergono dalla applicazione di tali
mezzi di cooptazione, portano però in sè una sempre più manifesta con-
traddizione fra socialità della produzionee appropriazione privata del
prodotto. La partecipazione cercata dal « dirigente » è anche quella che
lo smaschera nella misura in cui tale discorso è strumentale alla realiz-
zazione di finalità che restano al di fuori della sfera di decisioni e di
interessi del lavoratore.
Emerge quindi con forza sempre maggiore la volontà antagonistica
del tecnico; inizia a scoprire la lotta collettiva, in quanto si accorge
che il suo problema non è individuale e non può essere risolto nel rapporto
individualistico con l'Organizzazione.
II processo di presa di coscienza avviene lentamente, ma decisamente
nella direzione di una precisa collocazione di classe. Fuori dagli schemi
tradizionali di imbrigliamento dei sindacati, i tecnici iniziano a darsi
obiettivi che direttamente intaccano l'organizzazione del lavoro capita-
listica. Dalle richieste economiche che intaccano le discriminazioni salariali
operate per dividere gli operai dagli operai, gli operai dai tecnici, i tecnici
dai tecnici, ecc. allo scopo di permettere il dominio assoluto delle leggi
capitalistiche, alle richieste che intaccano l'organizzazione tecnica del lavoro,
come la Job Evaluation che, oltre a permettere un uso più « scientifico »
delle discriminazioni in azienda, rappresenta un primo tentativo di standar-
dizzazione delle mansioni per applicare una razionalità del tipo « Catena
di Produzione » anche al lavoro « intellettuale ».
Paolo Bolzani
(1) Da un volantino del Gruppo di Studio della Sit-Siemens.
(2) K. Marx, I1 Capitale, ed. Rinascita, vol. 1°, pagg. 199 e 200.
(3) L'Automazione attualmente tende ad investire tutti i segmenti del processo produt-
tivo (ricerca, produzione, amministrazione, distribuzione). In particolare con l'intro-
duzione dei calcolatori elettronici della « terza generazione », tutti i settori aziendali
subiscono una trasformazione. La prima ad essere interessata a questa trasforma-
zione è stata l'Amministrazione: contabilità, fatturazione, paghe del personale, ecc.
sono state completamente automatizzate. Anche la « Produzione» impiega il calco-
latore in misura sempre maggiore. Un altro segmento interessato sono gli « Ufici
Studi, Ricerca e Sviluppo ». Un indice della trasformazione radicale della « Ricerca »
nella Azienda è dato da una Società americana produttrice di automobili in cui è
stato impostato un sistema di calcolatori elettronici che fornisce a partire dalle
caratteristiche tecniche, economiche ed estetiche, non solo il disegno di esecuzione ma
anche i piani delle matrici che ne permnetteranno la fabbricazione. I « Servizi
Commerciali » si avvalgono dei calcolatore per analisi di mercato, previsioni, piani-
ficazione dei prodotti, ecc.
(4) Si applica al lavoro vivo lo stesso principio del lavoro automatizzato. Il processo
produttivo viene ripartito allo stesso modo sia che si programmi per far eseguire
un lavoro al computer, che a una squadra di operai e/o tecnici. Il processo viene
ripartito in operazioni estremamente elementari, alcune delle quali vengono svolte
da operai e tecnici e altre dalle macchine che intervengono nelle varie fası
del processo.
(5) K. Marx, Franmmento sulle macchine, Quaderni rossi », n. 4, pag. 290.
(6) R. Bendix, Work and Autority in Industry (New York, Wiley & Sons, 1956), pag. 294.
(7) K. Marx, Il Capitale, cit., vol, 1.
(8) Robert Dubin, The World of Work (Englewood Cliffs, New Jersey, Pretic Hall, Inc.
1958), pagg. 243-244.
(9) Alla « Fabbri Editori » si inizia ad usare il « Tempi e Metodi » per le segretarie.
IL VIAGGIATORE NOTTURNO Maurizio Maggiani.
IL VIAGGIATORE NOTTURNO
Maurizio Maggiani.
Il romanzo si svolge prevalentemente in una sola notte (o in un tempo sospeso che sembra una notte intera), ma dentro questa attesa si aprono altre storie: ricordi personali del protagonista, racconti orali dei tuareg, riflessioni sul viaggio, sulla migrazione degli animali e degli uomini, sulla bellezza semplice dell’esistere e sulla brutalità della storia umana (con richiami anche alla guerra in ex-Jugoslavia).
Il titolo evoca l’idea di un viaggiatore che si muove di notte, nel buio, tra sogno e realtà, tra attesa e ricordo.
La prosa di Maggiani in questo libro è poetica, sensoriale e lirica, ricca di immagini (il tramonto stordito di colori, il caldo opprimente, gli odori intensi, i silenzi del deserto). Uno stile di racconto “sognante” e “delicato”, anche quando tocca temi drammatici. È un romanzo dove narrazione, riflessione filosofica e flusso di coscienza, non sono elementi separati, ma si fondono in un’unica tessitura ipnotica, creando un romanzo che assomiglia più a un lungo racconto orale intorno al fuoco che a una storia tradizionale con trama lineare.
Un racconto con un ritmo lento e contemplativo, quasi ipnotico. Non è un libro d’azione: è un libro di attese, incontri e rivelazioni interiori.
Il libro si apre con un invito esplicito all’ascolto («Ascoltate, è ancora il tramonto sul colle dell’Asekrem»), come se il protagonista-irundologo stesse parlando direttamente a Jibril, alla guida tuareg, o al lettore stesso. Le storie non procedono in sequenza cronologica rigida: si intrecciano, si incastonano l’una nell’altra, migrano da un personaggio all’altro esattamente come le rondini che il narratore attende.
Si passa dal presente desertico (il caldo, i colori violenti del tramonto, l’odore di gelsomino nella cabina di Jasmina, il silenzio delle pietre della tomba di padre de Foucauld) ai ricordi personali, alle storie ascoltate dai tagil, alle vicende lontane della guerra in Bosnia o alle migrazioni animali. Questa struttura “a matrioska” celebra il valore arcaico del racconto orale: le storie sono patrimonio collettivo, si trasmettono di bocca in bocca e servono a sopravvivere alla brutalità della Storia.
La prosa è limpida, elegante e ricca di immagini concrete: il paesaggio sahariano diventa quasi un personaggio, con i suoi colori («giallo, ocra, azzurro, oltremare, carminio»), i suoi odori intensi e il suo silenzio essenziale. Maggiani indugia sui dettagli quotidiani – un gesto distratto di Jasmina, il rumore dei tamburi di latta, il sudore, la sabbia – rendendo ogni scena viva e tattile.
Intrecciata alla narrazione c’è una riflessione profonda, mai astratta o predicatoria, sulla condizione umana. Il deserto, con la sua «nuda, utile bellezza dell’esistere», diventa lo specchio ideale per misurare la distanza dal mondo “civilizzato” che altrove collassa nella guerra, nella violenza e nel disordine. Frasi come «sto imparando che non serve sempre saper vedere una ragione, che si può essere nudi e scalzi di qualsiasi ragione e non per questo essere meno veri di un fuoco acceso nella notte» mostrano come la filosofia emerga naturalmente dai gesti e dagli incontri, non da discorsi teorici.
Il flusso di coscienza è lo strumento principale che permette questa fusione. Il narratore passa senza soluzione di continuità dal presente esterno al ricordo, dal paesaggio al pensiero interiore, dal concreto al metafisico. A volte il tono è colloquiale e basso, altre si alza in una liricità quasi poetica; questa apparente disarmonia (che alcuni lettori hanno notato soprattutto nella prima parte) è voluta: riflette lo scontro tra l’assillo metafisico suscitato dal deserto e la concretezza della vita quotidiana.
IL VIAGGIATORE NOTTURNO
1.
TRE LUCI
Ascoltate, è ancora il tramonto sul colle dell’Assekrem. Giallo, ocra, azzurro, oltremare, carminio. Cielo, terra, montagne e valli.
Tutto.
Ma giù nelle gole c’è già il crepuscolo e la notte. Rosa, terra bruciata, viola, nero. Il nulla laggiù.
L’aria è così limpida che l’increspatura dell’ultimo orizzonte potrebbe essere all’altro capo del mondo. Se la Terra fosse piatta. E il fondo della valle su cui sta poggiando la roccia dell’Assekrem, il centro della Terra. Se il cuore della Terra fosse freddo come i crepacci a quest’ora della sera.
Sono seduto su un cumulo di sassi. I sassi sono identici a qualche altro miliardo di sassi disseminati per questo deserto di pietra, ma sono impilati con la massima cura: sono seduto sopra un monumento funerario.
La tomba di un uomo.
Alcuni dicono che quest’uomo sia stato ucciso da gente della stessa tribù di nomadi che ha generato gli uomini che stanno mangiando uno stufato di pecora nella capanna di pietra qui alle mie spalle. Altri dicono che sia stato ucciso da elementi provocatori delle forze speciali della gendarmeria francese. Erano tempi complicati quando è stato ucciso.
Anche lui era un uomo complicato. Era un ufficiale di carriera dell’esercito, un ateo, un prete, un poeta, era un solitario, era superbo e prepotente, era umile e misericordioso. Si faceva chiamare “père”, padre.
Forse ha avuto dei figli, forse li ha avuti dalle sorelle degli uomini che lo hanno ucciso, forse dalle loro stesse mogli. Se ha avuto dei figli, oggi sono uomini che a loro volta hanno avuto dei figli e i figli forse altri figli ancora. Quegli uomini certamente ignorano chi sia stato il loro padre, i figli non sanno neppure che è esistito il loro avo. Meglio così, i tempi sono tornati a essere complicati.
Ora tutto quello che si può ricavare dall’uomo sotto questi sassi sono solo libri. Libri custoditi in biblioteche distanti molte migliaia di chilometri dall’Assekrem, venduti in negozi che non accetterebbero la moneta in corso in queste terre. Nonostante i suoi libri li abbia scritti qui, proprio nella capanna dove si sta mangiando stufato di pecora. Libri sulla semplicità. Sulla semplicità di Dio, sulla semplicità degli uomini, sulla semplicità di questo immenso deserto. Libri fuori catalogo; un’altra complicazione.
Non sono venuto per questa tomba. È un caso che ci sia seduto sopra. Di tutto quanto quassù so veramente poco.
So che père Foucauld ha scelto questo posto per costruire una capanna e viverci e morirci, perché questo luogo pareva essere dal suo punto di vista il centro dell’Universo.
Il suo era il punto di vista della semplicità. L’Universo essenziale. Da quello che vedo può aver avuto ragione.
In verità, dal punto di vista di un geologo, sono seduto sulla vetta del buco del culo del mondo. Anche il funzionario che qualche settimana fa mi ha timbrato il visto di transito condivide il punto di vista dei geologi. Arrivare a sedermi al cospetto di questo impareggiabile tramonto, vagare, se lo desidero, per un territorio di centocinquantamila chilometri quadrati circa – un numero incerto, dati gli incerti confini –, salire e scendere per le decine di catene montuose che ne sono comprese, attingere acqua alle tredici fonti rilevate e segnalate, transitare per le tre grandi piste che lo attraversano e per le molte minori che lo intersecano, tutto questo, e quello che posso inventarmi di fare, mi è costato una bashish di trentamila franchi africani. Una miseria. Un giudizio inappellabile.
Questo è davvero il buco del culo del mondo, questo è davvero il centro dell’Universo. Tutto quello che sto guardando, fin dove si spinge la mia imperfetta vista, e dunque ancora più oltre, è fatto di un’unica materia. Pietra primordiale, cristalli del siluriano, basalto delle origini. Qui, ancora troppo giovane per potersi trattenere, la Terra ha prolassato il suo cuore. O il suo intestino, a seconda dello sguardo con cui vedete la cosa.
Questo è successo mezzo miliardo di anni or sono. E nulla di vivente nel corso del tempo vi si è trattenuto con sufficiente tenacia da mettere radici durature.
Mi è stato detto che è a causa del vento. Che è implacabile, che corre per migliaia di chilometri fin qui senza niente che lo fermi, o anche solo lo rallenti quel tanto da addomesticarlo.
Attualmente, il centro dell’Universo è un rigurgito della Terra rappreso in purissimo cristallo. L’Hoggar. Semplicità.
Il primo albero è a un giorno di jeep da qui, il secondo e il terzo che io sappia non ci sono neppure, non almeno fino alla prima città, a due giorni di strada.
Sono andato a vedere l’albero pochi giorni dopo essere arrivato in questo posto, è la principale attrazione turistica del centro dell’Universo.
Mi ci ha portato un pessimo soggetto, un contrabbandiere tagil. Un berbero del deserto interiore, la temuta variante tuareg dell’Hoggar.
Il tagil è venuto alla capanna per vendere sapone ai soldati. Da quando père Foucauld è morto, la sua vecchia capanna serve a molti utili usi; serve da bivacco per i viaggiatori che vogliono spingersi nel nudo cuore dell’Universo, da osservatorio per i geologi che studiano il buco del culo della Terra, da posto di guardia per i soldati algerini che devono reprimere il contrabbando. Il sapone serve ai soldati e serviva anche a me. Ne ho comprati tre pezzi di un bel colore giallo limone per diecimila franchi africani.
Quando ha visto che mi piaceva spendere, il tagil mi ha preso per un braccio e mi ha portato sul cumulo di pietre di père Foucauld. Parlava il francese di trenta parole dei contrabbandieri che attraversano il Sahara, quello che ho imparato in fretta anch’io. Mi ha indicato, puntandolo con il suo fucile, il panorama. Mi ha detto che quello che vedevo – e vedevo levarsi il sole in quell’infinità di montagne e valli e crepe e distese e ancora valli e ancora gole e colli su cui lo vedo adesso calare –, sì, tutto ciò non era affatto la più grande bellezza dell’Hoggar. Se lo volevo, mi avrebbe portato lui a vedere la bellezza più rara. Se volevo, per altri diecimila franchi e una tanica di benzina per la jeep.
Me lo ha detto davanti a diversi testimoni degni della sua fede e della mia, sicché era saldamente vincolato a verità. Io ci sono andato perché una delle prime cose che mi sono state insegnate è che i tagil non uccidono e non derubano gli stranieri se sono stati loro ospiti, fosse anche solo della loro Toyota.
Ho visitato la meraviglia dell’Hoggar che era ormai mezzogiorno e i copertoni della jeep, semiliquefatti, cominciavano a ingolfarsi nella polvere della pista. Era un caldo così intenso che il sudore si polverizzava sulla pelle.
C’era una roccia, uno sperone altissimo che saliva dritto e acuminato dallo sfasciume disseminato lì intorno. Era spaccato in due da una fenditura che lo trapassava per tutta la sua altezza. Nell’ombra nera della fenditura era sospeso un sottile fascio di luce che dava forma a un qualcosa di grigio e d’argento. Il tagil mi ha fatto segno e io sono andato a vedere da vicino. E quando ho varcato la soglia di quella specie di tabernacolo d’ombra, ho alzato una mano verso l’argento e ho toccato una fogliolina di ulivo.
Il tronco era osso pietrificato, un grosso femore venato e corroso, i rami erano stecchi contorti come erica dopo un incendio. Ma le foglie erano foglie d’ulivo. Venti, trenta, non di più. Verdi e argento, come devono essere: semplici, normali. Conosco gli ulivi.
Cosa si prova a toccare un ulivo nel mezzo di un deserto a duemila chilometri dal mare più vicino? Un ulivo che non dovrebbe essere lì, ma che invece c’è, e c’è da qualche millennio probabilmente. Tremila anni or sono in questa parte dell’Hoggar si pascolavano ancora animali. A non più di una giornata da qui, in una fenditura non troppo diversa da quella dove vegeta la meraviglia dell’Hoggar, ci sono graffiti vecchi di diecimila anni con scene di pascolo e di caccia. Nessun disegno di ulivo, però.
Allora, cosa si prova? Io ho provato sgomento. Perché, ho pensato, non è bene che una cosa che vive duri troppo a lungo, che duri oltre il tempo e l’epoca che spetta a ciascuna cosa. Ora quest’ulivo vive nel dolore, ho pensato, in un tempo che non è il suo. Ha le sue radici nella solitudine.
E ho provato paura. E ho pensato ancora: non è bene che questo albero sia qui, non è affatto bene che disorienti il deserto e la sua perfetta semplicità con il disordine della sua presenza. Non sono per niente contento di averlo visto.
Sbagliavo, ma non potevo saperlo.
Il contrabbandiere aveva raccolto sotto il sole a picco quattro pietre e le aveva sistemate per fare la moschea della sua preghiera di mezzogiorno. E pregava senza badare al caldo e a me, e senza il minimo interesse per la bellezza più rara dell’Hoggar. Pregava, immagino, per il suo sapone che doveva arrivare al Sudan, per il suo fucile che non doveva incepparsi al momento sbagliato, pregava per sé e per i suoi figli, se ne aveva. Pregava per una quantità di cose utili.
Père Foucauld pensava che il centro dell’Universo nella sua assoluta semplicità fosse ricco di cose utili. Pensava che solo a uno sguardo approssimativo risultasse spoglio di cose utili. E riteneva che bellezza e utilità fossero un tutt’uno; un tutt’uno che aveva a che fare con Dio. Credo avesse un’opinione diversa dalla mia sull’ulivo dell’Hoggar e sull’ordine delle cose in genere. Ma io allora non sapevo niente dell’Hoggar. Il giorno della gita alla meraviglia, ero un perfetto straniero nel mezzo di una landa desolata e sconosciuta. Ora ho imparato qualcosa.
Vicino alla capanna di pietre di père Foucauld c’è una garitta. Anche la garitta è di pietra. È stata costruita in perfetto stile foucauldiano per i soldati che vigilano sul contrabbando. Dentro la garitta i soldati di guardia sonnecchiano, fumano e giocano con delle pietruzze. Ci sono entrato poco fa, prima di venire a sedermi su questo tumulo. Sono andato a offrire ai soldati un pacchetto di sigarette americane. I soldati mi sembrano bravi ragazzi che non hanno trovato da fare nient’altro che starsene qui a tremila metri a prendersi la loro miserabile bashish dai contrabbandieri. Da mezzogiorno alle due fa troppo caldo anche per vigilare dall’ombra della garitta, del resto è l’ora del pranzo e del piccolo riposo, così i contrabbandieri passano a tutta birra sulla pista laggiù in fondo alla valle con le loro jeep. Indisturbati. Per evitare che la polvere della pista corroda i complicati motori giapponesi, le jeep hanno filtri dell’aria enormi che si innalzano sopra i tettucci come camini di vecchi carri gitani.
La notte, finita la cena, i soldati raccattano in giro le taniche vuote della benzina e si mettono seduti sul tumulo di père Foucauld. Poi cominciano a suonare le taniche con dei bastoni e con le dita inanellate di grossi anelli d’argento. Le suonano come tamburi. Suonano ritmi africani, non saprei meglio descriverli. A un certo punto il vecchio che è con noi comincia a cantare cercando di stare al passo dei tamburi. Ha un canto stridulo, mezzo sgretolato. Il vecchio fuma tre o quattro pacchetti di sigarette tutti i giorni, la sua cantilena gorgoglia di catarro. Non so quello che dice perché non conosco la lingua tagil. Ma molto diligentemente Jibril traduce tutte le sere.
Il vecchio racconta quello che è successo nel corso della giornata. Quello che ha creduto di vedere e di sentire, quello che gli è parso di toccare. Canta delle cose meravigliose che sono accadute nel colle dell’Assekrem e tutt’intorno, nel cuore dell’Universo; cose che per lo più sono sfuggite a tutti quanti noi.
L’altra sera, ad esempio, ha raccontato di aver visto spuntare un oleandro nell’uadi secco da anni che si trova sulla strada per Zawathine. Ha cantato di averlo visto fiorire nel giro di poche ore e che il profumo dei suoi fiori era così intenso che lui ha potuto strizzarne una boccetta di essenza, la stessa che ora tiene fra le pieghe della sua shesh. Per questo emanava un così buon odore a stargli vicino. Si è vantato, cantando, che il veleno dell’oleandro nelle sue mani pure è diventato balsamo. Così mi è stato tradotto.
Ieri invece ha raccontato di aver incontrato un uomo che sta attraversando il Sahara a piedi, scalzo e nudo, senza una pelle per l’acqua, senza una bisaccia per il cibo, senza uno straccio per la testa. Ha cantato di averlo incontrato la mattina mentre andava a pregare alla grotta dei cervi, la famosa grotta con i graffiti dei cacciatori primordiali. Ha cantato di quell’uomo che si è messo in cammino per poter arrivare in tempo ad assistere alla nascita del Profeta quando il Sahara aveva ancora abbastanza pascoli per i cervi. Ha sottolineato il fatto che si è perso molte volte perché il luogo di nascita di un profeta è quanto mai incerto. E lungo le piste sono disseminati molti falsi segnali lasciati lì dai demoni. Ha aggiunto che l’uomo nudo è già passato da questo colle al tempo che nella capanna viveva père Foucauld e che il père, dopo aver a lungo pregato con lui, lo aveva convinto a proseguire sempre in direzione del Levante, qualunque cosa avesse visto lungo la strada. Non gli aveva fatto notare, ho riflettuto, che era in ritardo di millequattrocento anni, più o meno, e che aveva ancora parecchia strada da fare.
Evidentemente, dal punto di vista di père Foucauld tempo e distanza erano aspetti secondari dell’utile bellezza del viaggio di quell’uomo. Dal punto di vista di père Foucauld, la cosa che più conta di un viaggio è non smettere di viaggiare. Così scrive: “Non cedere alla tentazione di fermarsi è ciò che dà senso all’andare, ciò che lo rende veramente utile e veramente bello. Agli occhi di Dio, agli occhi dell’Universo, agli occhi di chi incontri nel cammino”.
Il vecchio è un poeta professionista e pare che sia il migliore in circolazione in questa parte dell’Hoggar. Un poeta viaggiante. È stato messo sotto paga dal sottoscritto. Jibril mi ha consigliato di noleggiarlo senza mercanteggiare troppo. È bene avere un poeta al seguito, è di grande conforto per gli uomini che lavoreranno duramente. Nessuna carovana tagil, mi ha spiegato, rinuncia a cuor leggero a portare un bravo poeta in un viaggio impegnativo. I tagil hanno una lingua senza scrittura, portare un poeta in viaggio è come mettere nei bagagli libri e riviste.
Per accettare l’ingaggio il vecchio ha litigato con la moglie. La moglie era se possibile ancora più vecchia del poeta; le donne tagil non si coprono il viso e si vedeva il teschio attraverso la pelle trasparente degli zigomi. La vecchiaccia sbraitava nella sua lingua coprendo il marito di insulti, strizzandolo per tutto il corpo con le dita secche e ritorte come le zampe dei suoi polli. Mi hanno spiegato che non voleva farlo partire perché aveva paura che, vecchio com’era, morisse durante il viaggio e la lasciasse vedova. Le vedove nel deserto non hanno una vita facile, ha commentato Jibril. Ho dovuto lasciarle una caparra.
Il poeta guadagna centodieci franchi francesi al giorno, più il vitto e una stecca di sigarette americane ogni venerdì. Guadagna più degli altri uomini, forse anche più del funzionario del governo responsabile della prefettura dell’Hoggar. E l’Hoggar è grande come tutta la Francia. Lui dice invece che è povero in canna e che tutti i guadagni della sua lunga carriera di poeta sono in una buca sotto il tappeto di sua moglie. Dice che non vede l’ora di morire, così la vecchia potrà finalmente comprarsi il marito giovane che desidera da tanti anni. Il suo nome è Tighrizt. Quando è con noi nessuno lo chiama con il suo nome, ma “dimah”, che in lingua tagil significa tanto signore quanto père, padre. Lo chiamano “dimah” anche quando devono gridargli di levarsi di torno perché intralcia il lavoro. Quando non sparisce per andare a bighellonare in cerca di ispirazione, il vecchio intralcia costantemente le attività.
Ha un lungo bastone diritto e con quello tocca ogni cosa; è un vecchio inetto e ozioso che da sé non alza da terra neppure l’otre dell’acqua per bere. Infatti lo detestano tutti qui, e fanno in modo di molestarlo e prenderlo in giro tutto il giorno, senza tregua. Naturalmente insistono molto sulla moglie e sul marito giovane che si prenderà appena lui tirerà le cuoia. Gli uomini ne discutono con i soldati come se fosse la novità più interessante dell’Hoggar. Dicono al dimah, con il dovuto rispetto, che vorrebbero fare i sensali dell’imminente matrimonio per intascare la loro fetta di bottino. Mentre se ne sta a dormicchiare nel caldo del pomeriggio gli portano davanti a uno a uno i ragazzi più giovani e chiedono un suo parere sul candidato. Lui agita in aria il bastone e torna a chinare la testa sul grembo, coprendosi il viso con la shesh.
C’è un giovane autista specializzato nel rubargli il pacchetto di sigarette dal taschino della sua jalabjia. Riesce a farlo con un gesto fulmineo ed elegante. È lo stesso gesto con cui gli ho visto afferrare per la testa una vipera. Allora il vecchio si mette a piangere frignando pian piano in modo così instancabile e disperato che nessuno potrebbe pensare che nella sua sacca ci sono ancora almeno un paio di stecche della sua paga. L’autista lo fa piangere un po’ e poi gli mette il suo adorato pacchetto fra le mani. Sempre, ma non per questo il vecchio si risparmia mai dal piangere disperatamente.
Così tutto il giorno, tutti i giorni. Ma poi si fa notte e gli uomini raccolgono le taniche mentre le teiere cominciano ad abbrustolire nella brace. Nessuno allora si sogna più di prendere in giro il vecchio dimah, ma sono tutti lì che aspettano con grande reverenza che finisca di scatarrare e cominci a cantare la sua canzone. A raccontare cosa ha visto di meraviglioso che a noi tutti è inspiegabilmente sfuggito. E suonano sui loro tamburi di latta smorzando il clangore con gli stracci, accompagnando con tutto il corpo le loro mani, pieni di estatica comprensione per quello che stanno ascoltando. In quel momento mi piacerebbe ballare. Mi piacerebbe sapere cosa canta dimah Tighrizt senza bisogno di farmelo tradurre. Capire lui, capire i tamburi e ballare. Mettere il mio corpo dentro tutto questo invece che rimanere seduto sul tappeto migliore del campo cercando di stare composto.
Io l’ho visto l’uomo che ha incontrato il vecchio nel deserto. Non era nudo né scalzo, ma stava camminando, e cammina ancora ora. Lo vedo da dove sono seduto, mi sono messo qui di vedetta per guardarlo passare. È il chicco di riso che si muove sul bordo dell’ombra viola della valle. Un chicco fornito di sottili gambette che segue la valle portandosi dietro la sua traccia nella polvere della pista. Se non fosse per il contrasto con l’ombra non potrei vederlo. E se non fosse che a quest’ora la mia vista migliora notevolmente e riesco a notare particolari che agli altri sarebbe impossibile distinguere. È appena un puntolino, ma non c’è dubbio che quel puntolino è l’uomo che ho visto ieri pomeriggio.
Non potrebbe essere nient’altro. O lui, o un demonio del deserto: non c’è nient’altro di vivo in grado di muoversi nel cuore incontaminato dell’Universo per così tanto tempo e così tenacemente in linea retta. Dunque è lui.
L’ho incontrato sulla pista del Teffedest, ma molto più a sud della grotta dei cervi. Tornavamo da una vecchia sorgente sull’uadi Thagherh. Ora è quasi asciutta, ma mi hanno detto che fino a pochi anni fa era abbastanza florida da avere acacie e oleandri intorno. È rimasto un oleandro vivo, ma non sembrava che avesse la forza di fiorire. L’uomo camminava un po’ discosto dal bordo della pista. Non era nudo, per niente. Anche se malandati, aveva corti pantaloni militari e, anche se tutta sdrucita, una maglietta. Sulla maglietta si leggevano ancora delle lettere della scritta I LOVE NY con il solito cuore al posto della O. Non era scalzo, ma aveva ai piedi degli scarponcini di tela, di quelli molto funzionali e robusti che l’esercito algerino ha avuto in eredità dalla Legione straniera. Sembravano anche loro piuttosto malridotti, gemelli della maglietta e dei pantaloni. Camminava con le stringhe slacciate, ma aveva un passo lungo e sicuro; il passo di chi sa camminare e la fatica non glielo ha ancora fatto dimenticare. Aveva corti capelli ricci e niente in testa per ripararsi. Pareva molto scuro di carnagione, ma di questo non posso essere sicuro, perché era uniformemente coperto dalla sottile polvere giallognola della pista. Sul viso, il sudore aveva rappreso la polvere in una crosta. Era così compatta che poteva essere una maschera rituale, come usano i pastori bambara più a sud, nel Mali; la maschera era segnata da sottili screpolature intorno alla bocca e sugli zigomi. In mano teneva una bottiglia di plastica trasparente, di quelle usate per l’acqua minerale. Da come la faceva dondolare al ritmo del suo passo doveva essere completamente vuota.
Non si è voltato, non si è fermato mentre lo superavamo a passo d’uomo e nessuno nella jeep ha commentato in qualche modo. Immagino che se avesse voluto un passaggio sarebbe bastato che allungasse una mano, che emettesse un suono. Credo che l’autista andasse così piano per vedere cosa sarebbe successo. Non è successo niente.
Adesso l’uomo cammina qui sotto, mille metri più in basso. Un microscopico chicco di riso. Ha già superato il bivio per la pista che porta al colle. Anche se lo avesse imboccato non sarebbe potuto arrivare prima di notte, né prima di domani.
Non c’è un solo particolare, in quello che sta facendo, che abbia una spiegazione. Così come stanno le cose, da un punto di vista ragionevole, quel tale, chiunque sia, non dovrebbe essere qui, e se fosse qui non dovrebbe essere vivo, non più da un bel pezzo. Cosa mangia? Cosa beve? Come può proteggersi dal sole di giorno e dal freddo di notte? Niente, in nessun modo. Nonostante quello che porta addosso, è a tutti gli effetti nudo e scalzo. La sua esistenza è nuda e scalza di ragione.
Ma c’è. Lo vedo ancora, anche se tra poco l’ombra della montagna lo inghiottirà e fino a domattina non sarà in nessun posto. Sta andando verso est. Potrei non credere di averlo visto, ma non basterebbe a tirarlo via dall’orizzonte. Se davvero riuscissi a convincermi di non averlo visto ci avrei guadagnato soltanto un’altra, inutile complicazione.
Questo posto non è adatto alle complicazioni. Qui le complicazioni non trovano riparo, possono solo essere appianate, distese e dissolte, diventare cristallo da aggiungere all’immenso cristallo di basalto sgorgato dal cuore della Terra. Le complicazioni generano inutile disordine e il disordine genera inutile calore. E ulteriore calore è inutile disordine che genera sofferenza. Chi genera disordine, bestemmia, ha scritto père Foucauld. E ha aggiunto: esistere è la mia preghiera, come esisto è come prego. “L’esistenza di questi uomini,” stava guardando i nonni degli uomini che in questo momento stanno finendo la loro cena, “è una preghiera che piace a Dio e rende felice la Terra.” Utile bellezza.
Io so di essere una complicazione. Agli occhi della gente che è qui con me appaio nudo di ragione come ai miei occhi l’uomo che cammina laggiù, fatto della stessa pasta inconsistente. Loro forse sanno chi è lui, se esiste e perché esiste, ma non sanno chi sono io. Nessuno mi chiama per nome, tranne Jibril. Tranne lui, forse non lo conosce nessuno il mio nome. Fra loro si rivolgono a me con un cenno del capo che serve a indicare la direzione dove mi trovo, o mi dovrei trovare, al momento. Se vogliono parlare con me, se io voglio parlare con loro, dobbiamo servirci di Jibril. Jibril tiene insieme ogni cosa. Io parlo con lui in francese traducendo come posso dalla mia lingua, lui traduce dal francese all’arabo per sé, e poi dall’arabo a quello che sa del tagil per gli uomini. Fra me e loro ci sono quattro lingue da navigare. Dobbiamo tutti fidarci di lui come a casa nostra abbiamo imparato a fidarci della trave che sostiene il tetto.
Jibril è un arabo nato a Tamanrasset, ha venticinque anni, una moglie e due figli in città, e in questo momento è l’uomo più potente dell’Assekrem. Il suo potere è così pieno di naturalezza che da qualche giorno non mi chiama più con il mio nome, se non quando deve dirmi qualcosa di ufficiale. Alla sera, ad esempio, quando davanti a tutti gli uomini fa la sua relazione sul lavoro della giornata. Altrimenti ha preso a chiamarmi “alaghj”, che in lingua tagil vuol dire “fratello”. È una parola che ha una pronuncia molto dolce. Anche se gli assomiglia, una parola che si pronuncia molto diversamente dal suo equivalente arabo; ad esempio, non è possibile alzare la voce per dirla. “Fratello” è una parola che in lingua tagil si sussurra appena.
Per evitare che diventassi intollerabile disordine, la prima canzone che ha cantato dimah Tighrizt, l’astuto poeta viaggiante, l’ha dedicata al sottoscritto. A giudizio di Jibril è stata una bella canzone, apprezzata da tutti gli uomini. Me l’ha tradotta, naturalmente, e non posso essere sicuro che sia stato un onesto e fedele traduttore. Il vecchio ha dunque cantato che mi ha visto raccogliere acqua con le mani senza farne cadere una goccia perché ho mani forti e delicate. Che con le mie mani insegnerò molte cose che con le mani gli uomini non sanno fare. La mia anima e la mia mente sono nelle mie mani, ha detto il vecchio. Ha detto che quando è stato in Europa ha sentito parlare bene di me dai suoi fratelli berberi. Ha anche cantato per la propria gloria che quando la nave che lo portava è approdata a Marseille i suoi fratelli gli sono andati incontro portando per lui datteri verdi e tè, e che la città era così grande che il corteo è arrivato alla casa dell’ospite soltanto a notte. Per strada gli hanno annunciato la mia prossima venuta, l’arrivo nell’Hoggar dell’uomo che sa far volare gli uccelli.
Secondo Jibril il vecchio non è mai stato in Europa e se conosce la parola “Marseille” è perché gliene ha parlato qualche arabo che ha dei parenti in Francia. Pochi tagil si sono ridotti ad andare in Europa, sanno che lì non avrebbero molte possibilità di sopravvivere. Non riescono a vivere bene per più di qualche giorno neppure nelle case che il governo ha costruito qui per loro; spesso preferiscono dormire sulle jeep che fare un poco di strada in più e fermarsi a casa.
Ha cantato un bel po’ di fesserie il vecchio dimah, poeta cortigiano, ma le mani sì, ha detto bene.
Le mani. Le mie mani sono forti e delicate. È così che mi sono venute per parte di padre, e fatte in questo modo mi sono molto utili per fare bene il mio lavoro. Non faccio cadere una goccia d’acqua se mi servono da bicchiere, non lasciano scappare una piuma se servono da nido.
Mi guardo le mani e sono le mani di Dinetto. Grosse, lunghe, scorticate. Callose sui palmi, morbide sui polpastrelli. Le mani di mio padre. Dinetto prende un foglio di giornale, muove le dita tenendolo per aria e c’è un cappello, un cappello con un pinnacolo. Poggia il cappello sulla testa del figliolo e vanno al mare. Vanno al mare mano nella mano; ognuno con un asciugamano sotto il braccio e dentro l’asciugamano, in un cartoccio di carta oleata, un pezzo di focaccia.
Le mani. Dinetto abbottona il colletto di celluloide sul collo del figliolo che parte per la scuola. Lì sul collo il figliolo ha la pelle più tenera, ma non sente nemmeno un pizzico. Gli fa il fiocco a gassa, un fiocco azzurro grande un palmo, un palmo di Dinetto. Il fiocco l’ha tagliato lui, l’ha tagliato di sbieco per dargli un tocco di pura leggiadria. Con la candela ha cauterizzato i bordi per prevenire le filacce; un sottile bordino nerofumo, perfetto. Lo sento sulla punta delle dita.
Per molti anni nel palmo di una mano di Dinetto c’è potuta stare tutta la mia faccia.
Quando aveva del tempo, Dinetto costruiva gabbiette per canarini. Le costruiva su un banco appoggiato a una parete del tinello. Costruiva gabbiette in diversi stili architettonici, anche a forma di grattacielo, tutte di legno, intarsiate al traforo. Quando lavorava teneva la punta della lingua fra i denti davanti e gli occhi stretti a fessura. Forse li aveva chiusi del tutto; sfiorava ogni cosa con i polpastrelli prima di prenderla in mano: vedeva con le dita. Aveva la vista prensile. Tale e quale suo figlio. Quando aveva finito poggiava la gabbietta sul tavolo apparecchiato da un pezzo per la cena e chiedeva: è bella? Dinetto si preoccupava molto della bellezza.
Di recente ho saputo qualcosa in più circa la bellezza.
Un paio di settimane fa c’è stata una grande festa al villaggio di Timaussù. Timaussù è molto distante da qui, due giorni interi di viaggio in direzione sud-ovest, al confine con il Mali, ma la festa sarebbe stata la più vicina per parecchi mesi e Timaussù è il villaggio natale di Achkam, il nostro migliore autista. Con noi c’era una donna che per venire alla festa è partita da Parigi.
La donna si chiama Marguerite ed è una famosa giornalista. È stata portata a Timaussù da Tamanrasset con un mezzo blindato del governo. Un pacco molto delicato.
Timaussù è un pozzo d’acqua dolce abbastanza grande perché ci si possano dissetare una decina di famiglie con le loro greggi. Ci sono palme da dattero intorno al pozzo, e cespugli di artemisia fra le case. Ci sono recinti per i cammelli difesi con filo spinato e un recinto più piccolo costruito con pietre lisce intonacate di bianco e decorate con pittura rossa, che è la moschea. E intorno al villaggio ci sono le basse tende tradizionali per gli ospiti di passaggio e per chi non si è ancora deciso a costruirsi una casa e fermarsi a Timaussù.
Dal punto di vista di un tagil, Timaussù è un luogo memorabile. E la festa è stata degna dell’honorabilité di Timaussù, è stata grandiosa: si onorava la nascita del primogenito del nuovo capovillaggio. Il primogenito è una femmina, ma i tagil hanno un’alta considerazione delle loro donne. Le donne tagil sanno pascolare i cammelli e le capre, e sanno tirare avanti da sole quando i loro uomini sono via. Un tagil si guadagna da vivere muovendosi in continuazione dalla Mauritania al Sudan per quanto è lungo il deserto e ha poche speranze di vedere la sua donna per mesi e mesi; forse per anni, se le cose gli vanno male. Per questo è naturale che si fidi delle sue donne e che stia ben attento a non irritarle con modi sgarbati e spilorcerie.
Le donne tagil ballano per i loro uomini appena tornati una danza deliziosamente sensuale. Ballano al centro della tenda attorno al palo che la sostiene. Si muovono in piccoli passi sinuosi e leggeri tenendo sulla testa la teiera con cui hanno appena fatto il tè per il benvenuto. Quel ballo è una cosa seria perché, se la teiera dovesse cadere, di lì a poco una disgrazia spaventosa si abbatterà senza rimedio sulla tenda e su tutta la famiglia. Fra le altre gravose responsabilità, le donne tagil hanno anche quella di fare in modo che la loro leggendaria sensualità non generi guai irrimediabili.
L’altra sera le donne di Timaussù hanno ballato per una neonata. Per lei e per tutto il villaggio hanno tenuto la teiera ben salda sulla testa. Anche i suonatori che accompagnavano la danza erano donne, ragazze ancora troppo giovani per ballare una danza di così alta responsabilità. Suonavano con le loro mani sottili dalle lunghe unghie laccate di nero dei grandi tamburi foderati di pelle di capra. Al tocco di quelle mani leggere il suono dei tamburi era insieme profondo e straordinariamente morbido. Ho pensato che poteva assomigliare alla voce di un padre gigante e amorevole.
Jibril mi ha invece spiegato che quei tamburi imitano la voce del cuore. Quei tamburi vengono suonati ogni volta che è necessario dare forza al cuore di qualcuno. Quando nasce un bambino, ad esempio, per il suo cuore e per il cuore della famiglia che lo crescerà. O quando un malato è così grave che il suo cuore non è più sufficiente a tenergli in petto la vita e gli è necessario un cuore esterno, che lavori al posto del suo, troppo affaticato. Quando il tamburo suona per un bambino, dice ancora Jibril, al suo suono si abbeverano e traggono forza anche i cuori dei giovani che vogliono innamorarsi. “Abbeverarsi”, ha usato proprio questa parola.
Tutto il villaggio ha partecipato alla festa nel grande spiazzo sterrato al centro di Timaussù, e molti illustri patriarchi hanno fatto parecchia strada per essere presenti assieme ai loro figli e alle loro figlie. Più strada di tutti ha fatto, naturalmente, la giornalista Marguerite. E senz’altro nutriva le maggiori aspettative, visto che è arrivata con la ferma intenzione di scrivere un reportage abbastanza significativo e spettacolare da giustificare i chilometri fatti e i disagi che si stava aspettando.
Seduta al mio fianco, Marguerite mi ha confidato tutto questo, specificando per prima cosa che trovava particolarmente disagevole doversi cibare da un grande piatto di rame pieno di disgustosa carne di cammello, per di più sorridendo a destra e a manca. Doveva purtroppo farlo con le mani perché non c’era una forchetta in tutta Timaussù.
Marguerite ha poi voluto precisare che non era affatto una sprovveduta. Era già stata nel Sahara, se non in quella parte dell’Hoggar, e in molti altri posti difficili; aveva già mangiato cibi di ogni genere e la carne di cammello era disgustosa più o meno come la carne di tanti altri mammiferi che popolano l’Africa e il resto del mondo. Si lamentava pacatamente, con quel certo sorrisino timido che usano le persone beneducate quando sono fuori casa. Le rodeva il fatto di essersi dimenticata di mettere nel bagaglio il coltellino dell’esercito svizzero che portava sempre con sé, tutto qui. Il suo coltellino, oltre che di tutti gli attrezzi che già conoscevo, era fornito anche di una piccola forchetta estraibile. Forse era stato fatto su ordinazione.
Marguerite aveva dei bellissimi capelli rosso henné raccolti a coda di cavallo e due occhi neri che si muovevano guardandosi intorno a una velocità vertiginosa. Portava in modo molto appropriato una tuta mimetica con i colori del deserto. Era molto attraente. Era fascinosa. Sapeva esercitare quel genere di fascino che all’olfatto di un uomo adulto non riesce a nascondere un leggero sentore di zolfo. Sentivo quell’odore e lo distinguevo da tutti gli altri forti odori della grande cena di Timaussù, anche alla distanza che la discrezione imponeva. Marguerite irradiava il suo potenziale sulfureo a una notevole distanza dalle sue attrattive.
Ciò nondimeno, non mi sono sottratto ai miei doveri di ospite. Per subdoli preconcetti razziali, immagino, Jibril mi ha chiesto di occuparmi della famosa giornalista badando che non avesse da sentirsi sola e negletta neanche un istante. Era un incarico per conto del governo. E Marguerite è stata messa a sedere accanto a me, sul mio stesso tappeto. Un vecchio tappeto steso sulla terra battuta dello spiazzo dove erano stati stesi centinaia di altri vecchi tappeti. Su quella coltre nobilmente polverosa sedevano gli invitati, leggeri e compunti. Portavano alla bocca il loro cibo con gesti meditabondi. Nel cibarsi tenevano un comportamento austero anche i ragazzi; la leggiadria sciorinava da un improvviso brillio di orecchini nella penombra, lampeggiava per un solo attimo dal biancore di un sorriso scaturito dal viola cupo della notte. Ma Marguerite odiava uniformarsi alle etichette; gesticolava armeggiando con la sua grossa macchina fotografica e il magnetofono, e dardeggiava qua e là senza tregua con i suoi occhietti di lapis.
Nonostante le lampade a cherosene accese un po’ ovunque, anche quella sera bastava alzare la testa perché le stelle venissero giù dal cielo a secchiate. Questo è il cielo notturno dell’Hoggar: un pozzo di acqua stellata profondo un infinito. E se alzi gli occhi devi arrenderti alla dolcezza di quella grandiosità così sproporzionata e irragionevole. Non devi fare i conti in tasca all’Universo sotto le stelle dell’Hoggar, se non vuoi sentirti ridicolo. Devi fare come i tagil: coricarti a faccia in su senza paura dell’Universo; poggiare il kalashnikov in grembo e aspettare di prendere sonno fumando una sigaretta dopo l’altra, perché almeno il fumo pesante delle sigarette americane attenui un po’ la dolcezza, e veli la vastità.
C’era dunque la dolcezza del cielo quella notte. C’erano collane di fiori di gelsomino del deserto che profumavano al collo di tutti gli invitati. Profumavano anche al collo della giornalista, nonostante il suo deodorante. E anche intorno alla sulfurea Marguerite si respirava il profumo dolce di carne cotta nel camoun, e quello dolcissimo del tè lasciato a sobbollire sui fuochi.
In tutta quella dolcezza Marguerite si è fatta a un certo punto ancora più inquieta. Si è messa a piegare la bocca di lato. Ha cominciato a toccarsi il naso con un dito rigido come una freccia. Aveva l’espressione di certe ragazze beneducate che sono state sorprese dal loro orologio nel cuore di una festa oltre l’orario giusto. E i loro sensi di colpa le inducono a subornare vaghe insidie e malcelati pericoli là dove un attimo prima avevano trovato spasso e smemoratezza. Marguerite sbirciava le danzatrici come se si aspettasse che prima o poi dalla testa di una di quelle donne così svagatamente sensuali sarebbe caduta una teiera; la sua teiera probabilmente, la teiera del suo reportage e del suo destino.
Peccato, era una notte senza pericoli. Sui tetti delle case le guardie fumavano accovacciate con il fucile poggiato sulle ginocchia e accompagnavano il battito del cuore di pelle di capra di Timaussù battendo il tempo con i loro grossi anelli sulle bandoliere delle munizioni. Argento e ottone. Peccato, c’era abbastanza dolcezza per tutti.
Ma Marguerite voleva al più presto tornare sana e salva al suo paese. Ha preso a farsi largo tra gli oscuri pericoli che la insidiavano brandendo la sua potente fotocamera e il magnetofono, fotografando senza pietà ogni cosa che si distinguesse dalla notte, facendo domande di ogni genere a chiunque le capitasse sotto tiro. I due interpreti venuti con lei da Tamanrasset le stavano intorno smaniando e digrignando i denti, frustrati e depressi. Faceva venire la gente al nostro tappeto. Il tappeto era la sua redazione, io ero il piantone all’ingresso, e poneva domande puntando gli occhi come se ascoltasse con quelli. Gli interpreti riformulavano le sue domande sommessamente, in tono di scusa, cercando di non incappare nel suo sguardo. Parlava con gli uomini; chiedeva loro come trattavano le donne, come trattavano le bestie, come trattavano gli altri uomini, come trattavano le cose. Doveva essere un reportage su come i famosi tuareg dell’Hoggar trattavano tutto quanto l’Universo. Risultava dalle concise risposte che lo trattavano bene.
Poi ha chiesto qualcosa anche a me. Lo ha chiesto a me perché in questa circostanza non si fidava degli interpreti. Mi ha chiesto di informarmi circa il motivo per cui la ragazza che suonava il tamburo a pochi passi da lei la guardasse da un pezzo così torvamente. Dovevo chiedere a Jibril di indagare.
Non ce n’era bisogno, era un semplice problema di trigonometria e potevo cavarmela da solo con quel poco di geometria tagil che conoscevo. Marguerite aveva creato molta agitazione e disordine attorno al suo tappeto. Spostandosi qua e là aveva finito per andare a rompere un filo molto sottile teso fra la ragazza e un autista che sedeva poco discosto da Marguerite.
L’autista è Kemhail, il più giovane che viaggia con noi, il candidato prediletto per la moglie di dimah Tighrizt. Il filo era davvero molto sottile, ma così intensamente luminoso che solo Marguerite poteva non averlo visto. Era un filo che splendeva nella notte. Era il trapezio sospeso teso nell’aria dove volteggiavano una ragazza e un ragazzo che si stavano facendo la corte. Lo facevano nel loro modo tagil: si toccavano e parlavano fra loro con lo sguardo. A giudicare dall’intensità dei loro sguardi dovevano essersi già spinti piuttosto avanti nella reciproca amorevolezza. E Marguerite, ansiosa e sbadata, si intrometteva continuamente nel loro discorso, violava la loro intimità e con la sua coda di cavallo che sbatacchiava a un palmo dalla faccia dell’autista aveva fatto inviperire di gelosia la tamburina.
Ho chiesto a Marguerite di stare per un po’ buona al suo posto. Il filo si è teso di nuovo e la ragazza non si è più interessata alla famosa giornalista. Aveva sedici, forse diciassette anni, aveva il viso e la braccia scoperti, aveva i piedi nudi; era vestita all’uso delle donne tagil con un unico drappo di garza color indaco. Era talmente bella che bastava la luce di una lampada a cherosene per dare fuoco a tutta la sua bellezza. La sua bellezza era sorgiva, priva di intenzioni; era così spudorata che non poteva sfuggire nemmeno a Marguerite.
Il reportage era di quelli che andavano a fondo delle cose e Marguerite ha chiesto ai suoi due tirapiedi di domandare alla tamburina cos’è che stava cercando in quell’uomo, in quel ragazzo con il viso chiuso nella sua shesh che agli occhi di Marguerite era indistinguibile da ogni altro tagil da lei intravisto.
Gli interpreti hanno impiegato parecchio tempo in consultazioni per riformulare quella domanda; si interrogavano sommessamente fra loro su come accontentare la giornalista, il loro governo, il loro pudore e l’orgoglio di quella tamburina. Sapevano qualcosa in fatto di orgoglio delle loro donne. Ho dovuto ripetergliela io un paio di volte la domanda, prima che si decidessero e chiedessero alla ragazza cosa stesse cercando.
Nella penombra gli occhi della tamburina erano neri e viola come il cielo sopra di lei. Guardava la famosa giornalista parigina con indolente cortesia, come se quella sera avesse già dovuto rispondere a molte altre sciocche domande. Nel guardarla, fra la pupilla e l’iride le si erano accesi vividi bruscolini di luce, come se un interruttore avesse messo contemporaneamente in funzione attorno al suo viso diverse lampadine. Il che non era: non c’erano lampadine lì attorno.
Le ho contate le luci, erano tre; tre per occhio, e si muovevano assieme, come le luci di tre barchette che fluttuavano in un mare notturno. Un mare denso e calmo. Mi sono ricordato di aver già visto quel genere di luci naviganti.
La tamburina aveva una voce leggermente roca, come se aver suonato il grosso tamburo tutta la sera le avesse trasmesso un po’ del suo timbro. Ha risposto senza esitazione, concisamente, con una sola parola: “Eijahl”.
I traduttori hanno riferito in coro, era una parola facile. La conosco anch’io perché è una delle dieci, dodici parole tagil che ho imparato. La bellezza.
Questo dunque cerca la tamburina in un uomo, questo stava cercando negli occhi dell’autista: la bellezza. Forse l’aveva trovata, per questa ragione era stata così possessiva nel difenderla da chi gliela stava rapinando.
Marguerite rovistava con i suoi occhi a punteruolo dentro le pieghe della shesh di Kemhail per vedere di stanare la bellezza. Ma evidentemente aveva trovato troppo poco; e probabilmente non era contenta di quel poco che aveva trovato. Ma allora, cos’è la bellezza per te?, ha chiesto alla tamburina, mettendola alle corde con la sua implacabile tecnica giornalistica.
Guardavo la ragazza accarezzare con il piede nudo la terra, e nel farlo osservare quel suo piede lungo e snello ornato di sottili anelli d’argento con la stessa curiosità che hanno i cuccioli dei gatti quando scoprono la loro coda muoversi nell’aria.
Pensavo che stesse per alzarsi e andarsene. Invece ha chiesto agli interpreti di riferire alla famosa giornalista di Parigi che le avrebbe spiegato cos’era per lei la bellezza, ma che avrebbe potuto farlo solo la mattina seguente presso la sua casa, all’ora in cui la donna avrebbe avuto piacere di svegliarsi.
Ha parlato agli interpreti senza mai distogliere lo sguardo da Marguerite, regalandole lo spettacolo delle sue straordinarie luci flottanti. Forse Marguerite le vedeva, forse no; forse bisognava avere come me una particolare attitudine alla vista notturna.
Ma Marguerite era contenta di un appuntamento così misterioso, era addirittura felice di poter essere in ansia per qualcosa di inaspettato ma gravido di opportunità per il suo reportage.
La ragazza si chiamava Ahmiti e la sua casa era come ogni altra di Timaussù, costruita con pietre e fango così come gli arabi avevano insegnato ai tagil perché lasciassero le loro tende. Un muro quadrato e cieco con una fessura per entrare e uscire; all’interno, addossate al muro, quattro stanze, ognuna con la sua porta, ogni porta con un basso cespuglio di artemisia accanto.
C’era tutta la famiglia di Ahmiti a salutare gli ospiti; era una famiglia numerosa con molti zii e fratelli. C’era ancora tutta la famiglia sulla porta della stanza di Ahmiti per assistere alla sua spiegazione intorno alla bellezza, e c’erano gli interpreti del governo e il sottoscritto.
La stanza di Ahmiti aveva poche cose: dei tappeti in un angolo, una grossa cassa di legno scuro in un altro e uno sgabello non diverso da quelli che ho visto usare nel mio paese per mungere le vacche. Sgomitando tra la calca, un filo di luce riusciva a varcare la porta e ad accendere gli occhi della tamburina; non erano più neri e viola, ma azzurri e indaco come il suo vestito. I tre bruscolini di luce erano ancora lì, barche senza approdo nel placido mare del primo mattino.
Ahmiti ha chiesto agli interpreti di pregare la giornalista di mettersi nuda.
Questa volta gli scagnozzi governativi non hanno avuto bisogno di consultarsi.
E Marguerite lo ha fatto; senza esitazione, con la noncurante precisione di chi si spogli per una visita medica. Ha piegato per bene le sue cose e le ha poggiate sul pavimento di cemento accanto a sé. Visto dalla redazione centrale della prestigiosa rivista di Marguerite, stava diventato un reportage più che interessante, forse unico.
Allora la tamburina ha lavorato sulla nudità.
Con metodo, con pazienza, l’ha lavata e detersa, massaggiata e profumata, laccata, dipinta e istoriata d’argento, cornioli, cuoio. Poi ha vestito la nudità. Ha preso dalla cassa una lunga pezza azzurra e ha chiesto di dire alla giornalista che quella che stava per indossare era la veste preparata dalla famiglia per il suo matrimonio, quando sarebbe venuto.
Marguerite è diventata una sposa tagil. Il sole già alto pioveva giù dal foro per il fuoco al centro della stanza e sotto la luce granulosa la giornalista stava immobile a contemplare qualcosa che non poteva vedere: non c’erano specchi nella stanza di Ahmiti.
Questa è la bellezza, ha dichiarato alla stampa la tamburina di Timaussù.
E nessuno avrebbe potuto negarlo, perché non c’era cosa più bella lì in quel momento. Forse, in quel preciso momento, non c’era cosa più bella in tutto l’Hoggar.
Su questo particolare sarebbe stato d’accordo anche père Foucauld, che ha scritto: “La vita è nascere, la bellezza è essere. Nascere sempre, essere sempre è ciò che ci è chiesto”.
Forse lui avrebbe visto per primo sotto la luce che pioveva dal soffitto come una benedizione, un tappeto, una cassa, uno sgabello e la bellezza nel cuore dell’Universo. Nel buco del culo della Terra.
Fosse rimasta immobile, Marguerite sarebbe stata la bellezza in eterno. Invece lo ha fatto solo per un momento. Peccato, per lei: ma non poteva vedersi, come poteva capire? Se mai gliene importava qualcosa.
È bastato che dicesse “oh”, che allungasse la mano verso il magnetofono.
Un vero peccato.
Per fortuna eravamo in molti, nella casa di Ahmiti, a vedere. E io me la ricordo, la famosa giornalista francese che a Timaussù per un secondo appena è stata la bellezza dell’Universo.
La sera stessa Marguerite ha voluto prendermi delle fotografie. Mi ha chiesto di posare per lei. Avevo un profilo appagante, ha constatato interessata, un profilo adatto a conservare nel suo archivio l’immagine di uno studioso eccentrico e misterioso. Per questa ragione mi ha chiesto di allestire un piccolo set dove potesse lavorare tranquilla. Di accendere un fuoco tra le rocce che mi illuminasse il viso, di stendere il mio tappeto accanto al fuoco per sedermici sopra, e di tenere larga la mia shesh e aperta la camicia perché potesse spiarmici dentro. Ho fatto tutto questo per la sua bellissima coda di cavallo e per antipatia. L’ho fatto per rendermela ancora più antipatica. Per tutto il tempo che le è servito per fare il suo lavoro non ha voluto che la toccassi, né che mi avvicinassi in alcun modo; mi scrutava con un potente teleobiettivo muovendosi in circolo intorno a me e al mio fuoco da una distanza siderale. Sembrava un astronomo in sella al suo telescopio rotante, un marziano a bordo del suo disco volante. Dopo, mi ha chiesto di toccarla. Cusc-te isì avec muà, prè du fè, mon amì. Dopo, ho avuto quello che mi spettava. E il giorno dopo Marguerite, la famosa giornalista, ha ripreso la strada di casa avendo trovato tutto quello che andava cercando nel cuore dell’Universo.
2.
TAMANRASSET
Ho fatto un salto alla garitta, prima di appostarmi su queste pietre. Sono entrato e ho visto Cleopatra. Non era la prima volta che portavo sigarette ai soldati, ma solo questa sera l’ho vista. Le pareti sono intonacate malamente con della malta gialla e c’è sempre poca luce, forse per questo mi era sempre sfuggita. È appesa a un grosso chiodo nella parete dove è scavata la finestrella che dà sulla valle, accanto ad altri chiodi dove i soldati appendono i fucili e le sacche con il loro cibo. È custodita in una busta di plastica trasparente di quelle che servono per conservare gli ordini di servizio. Dentro la custodia c’è la fotografia ufficiale della regina Cleopatra.
Conosco quella fotografia. È il ritratto di Elizabeth “Liz” Taylor.
Conosco tutto di lei. Al tempo in cui stava girando Cleopatra, Elizabeth Taylor aveva trent’anni. Aveva due tette meravigliose, e quaranta centimetri sopra le tette aveva due occhi enormi e straordinariamente lucenti. Parte di quella fantastica lucentezza dipendeva dal fatto che stava allora iniziando la carriera di etilista. Beveva a causa del suo folle amore per Richard Burton, molto più avanti di lei nell’uso degli alcolici. Ma una buona parte di quel lucore non c’entrava né con l’alcol, né con qualsiasi altra cosa che non fosse dentro di lei, dalla sua nascita. I suoi occhi lucevano per emanazione diretta della sua inconsapevole anima. Luce animale che splendeva nell’oscurità della sua tana. Posso dire questo perché ho vissuto con Elizabeth “Liz” Taylor un lungo periodo in una perfetta ed esclusiva condizione di intimità. Proprio al tempo di Cleopatra.
A quel tempo, mentre in città furoreggiava il film, è apparsa un giorno sopra il banco dove Dinetto costruiva le sue gabbiette per canarini. Infilzata con un paio di cimici sulla panoplia fra i cacciaviti e le tenaglie. La fotografia di Cleopatra grande più o meno come un foglio di giornale. La stessa che ora è appesa nella garitta accanto ai fucili. Non era una di quelle locandine che si appendono fuori dai cinema. Non c’erano Antonio e Cleopatra che guardano fissi e malinconicamente stupiti il vuoto del cupo destino che li attende. Non si vede la regina a bordo della sua aurea navicella andare incontro allo sciagurato sposo. È solo, potentemente veritiero nella sua semplicità, il mezzobusto di Liz. Le sue tette, i suoi occhi; un capezzolo su ognuna delle tette, tre luci in ognuno degli occhi. Un monile le cinge la chioma, e due tirabaci illeggiadriscono la fronte regale.
Tre luci. Tre piccole, sfavillanti luci fra iride e pupilla. Tre stelle gemelle di un sistema solare che splendeva nel cuore della Via Lattea. Le sue tette erano i grandi pianeti che ruotavano attorno a quei soli; i capezzoli erano i satelliti che ruotavano attorno ai pianeti. Armonia delle sfere celesti.
Allora avevo dodici anni, ero un pubere peloso; ho visto tutto questo e mi sono innamorato.
Mi sono dedicato a lei per anni, perdutamente fedele. Un amore generoso, sublime, visto che non è stato mai messo in conto che non avrei mai potuto averla. Anni in cui mi sono dedicato a spiarla dal pertugio segreto fra i libri e i quaderni dei miei compiti scolastici. Dal tavolo del tinello, pomeriggio dopo pomeriggio in tutte le stagioni. E sono stati anni nel corso dei quali la consunzione della carta patinata è andata di pari passo con la corruzione della carne del suo soggetto originale. Tranne che per la straordinaria lucentezza degli occhi, che non si è mai offuscata. Non nel tinello di Dinetto, non nelle ville, nelle cliniche e nei bar dove Liz ha voluto consumare la sua regalità.
Ho amato un foglio di carta patinata.
Ho amato Cleopatra infinitamente più in quel pezzo di carta che nella magnificenza del cinemascope, dove in certe scene le sue tette erano grandi come tinozze per il bucato, e i suoi occhi come pozzanghere lasciate da un temporale sul selciato.
Finché un giorno Dinetto l’ha tolta, immagino per pietà di quello che restava. O perché pensava che mi facesse male. O forse aveva fatto male a lui, perché se è rimasta così tanto tempo sulla sua panoplia, in qualche modo deve averla amata anche lui. Non il suo primo amore. Ma il mio sì. Tempo sprecato, ma solo visto da qui, ora; non quando in un solo pomeriggio mi crescevano i peli sui polpacci anche di un dito.
Sono passati quarant’anni ma è ancora bellissima. È smangiata dal fumo della lampada a cherosene, è ispessita dal grasso delle ditate, ma è ancora lei. Elizabeth “Liz” Taylor. Il suo sguardo lucente, le sue meravigliose tette. Come è potuta arrivare all’Assekrem? Che strada può aver fatto? Il Nilo è quattromila chilometri più a est.
Laggiù in fondo alla gola l’uomo con la bottiglia vuota si è dileguato nell’ombra, ma in fondo alla retina ho ancora stampata la traccia che ha lasciato sulla linea di polvere della pista. E sotto quella traccia ancora non si è cancellata del tutto la scia dello sguardo di Liz. Che guarda me, che guarda Richard Burton, che guarda Dinetto. Che guarda quell’uomo, che guarda l’Hoggar, che si spinge fino a Timaussù e guarda la tamburina Ahmiti e la sua straordinaria bellezza.
Se sapessi qualcosa di più su questi luoghi, se avessi letto per tempo le opere di père Foucauld, forse saprei se c’è un nesso fra tutto questo. Père Foucauld ha lasciato scritto che non esiste il superfluo nella bellezza, che nell’assoluta semplicità del deserto tutto ha una ragione cristallina. Ha anche scritto che un uomo può credere con tale intensità da apparire irreale, e nonostante questo egli è più che mai utile e bello. È un’utile bellezza, ha concluso, credere in qualcosa con la dovuta tenacia. Aveva forse sotto gli occhi l’uomo in marcia verso est con la sua bottiglia vuota?
In questo momento io credo con una certa tenacia che le rondini arriveranno fin qui, e le sto aspettando. L’hanno già fatto di arrivare all’Assekrem, ma non è detto che lo rifaranno. Solo se quest’anno pioverà. Sto aspettando insieme a una dozzina di altri uomini che accada. Se provo a guardare la ragione della mia attesa da dove sono seduto in questo momento, se mi guardo con gli occhi di père Foucauld, non sono altro che una bestemmia vivente.
È la stessa opinione di dimah Tighrizt, un’opinione che tiene per sé a causa del suo lucroso contratto di lavoro.
“Pioverà, dimah?” gli ha chiesto Jibril il giorno che siamo arrivati.
“Naturale che pioverà.”
Quando viene interpellato il vecchio mette su un sacco di arie. Raschia la gola, scatarra, beve un sorso d’acqua per purificare la via che prenderanno le sue parole e poi profetizza esalando fumo di Marlboro.
“E quando, dimah?”
“Quando dovrà piovere, non un minuto prima, non un minuto dopo.”
Pioverà quando nella sua infinita saggezza Allah ha deciso che sia giunto il momento; accadrà fra una settimana, o l’anno venturo o l’anno dopo ancora. Né prima, né dopo. Sono qui per forzare il volere di Dio. Vorrei che piovesse domani per poter vedere questa sera arrivare le mie rondini. Provare un’azzardata teoria sulle grandi migrazioni. Un desiderio blasfemo. Dio non ha creato la pioggia per farmi pubblicare un saggio su “Nature”.
Eppure, ci sono dodici uomini qui che ricevono un salario solo perché io possa pubblicare quel saggio. Perché in una città a molte migliaia di chilometri da qui, in un edificio di cui ignoreranno per sempre l’esistenza, una commissione avvolta in eterno nel mistero ha deciso di stanziare una parte delle risorse generate dal lavoro di altri uomini per verificare una teoria. Una teoria che agli occhi dei tagil è destinata a non svelare niente che possa rendersi utile in qualche modo. È a questo punto che a père Foucauld sarebbero saltati i nervi. Aveva un pessimo carattere, per una parte importante della sua vita era stato preda di un temperamento irascibile; era stato un soldato con una spiccata tendenza al duello per motivi d’onore. Immagino che nella sua esistenza di “père” non avrebbe lasciato correre l’enormità della mia bestemmia. Le rondini arrivano solo quando è il loro momento.
C’è una parola nella lingua tagil per rondine: “akhral”. Dunque i tagil sanno già tutto quello che c’è da sapere sulle rondini. Sanno anche che quando arrivano all’Hoggar, di lì a poco pioverà. Da quando si ricordano, solitamente è così.
Naturalmente “akhral” è una parola che compare anche nel dizionario Francese-Tagil compilato da père Foucauld. A “rondine” Foucauld aggiunge anche un altro significato: “vento morbido”.
Jibril non sa cosa sia con esattezza un vento morbido. Interrogato, neppure dimah Tighrizt ha saputo dirlo: ha soffiato la sua nuvola di Marlboro e ha scrollato le spalle senza degnarsi di aggiungere altro.
Ma dimah Tighrizt una sera ha cantato l’arrivo della pioggia all’uadi Teffedest e ha cantato del vento che precede la pioggia. Ha raccontato le seguenti cose.
Nel cielo all’improvviso si sente una voce, come il tinnire dei finimenti d’argento sul muso di una cammella: è l’angelo di Dio che canta la misericordia di Allah. Il canto muove l’aria in turbini leggeri, prima da sud e poi da ogni parte del cielo, come bambini cavalieri che si fossero messi a giocare a rincorrersi. I turbini si fanno vento, un vento lungo e dolce. Non è il vento del deserto, non c’è un solo granello di polvere che si muova nell’aria. Invece di trafiggere la pelle attraverso la jalabjia, invece di accecare gli occhi sotto la shesh, il vento accarezza il corpo come la mano di una sposa. E mentre l’uomo si distrae godendo di questa dolcezza, il sole è sparito e l’intero cielo si è già tutto colorato di nero. In questa notte si aprono squarci di livido chiarore quando l’angelo apre i recinti della pioggia. La pioggia è stata rapita alla Terra dai demoni e torna alla Terra precipitandosi fra le sue braccia. Desidera solo ritrovare il suo uadi, colmare il suo alveo. L’uadi la riporterà al cuore della Terra.
La forza del desiderio della pioggia è tale, ha raccontato dimah Tighrizt, che un uomo può essere annientato, spazzato via, trascinato nel gorgo dell’uadi e raggiungere anche lui il cuore della Terra. Dimah Tighrizt ha perso il suo cammello in questo modo, e per la propria salvezza deve ringraziare Allah e la simpatia dell’angelo che lo ha preso per i capelli e posato al sicuro in una grotta del Monte Amhde.
Così ha cantato, mentre sulle latte gli uomini tamburellavano incessantemente lo scroscio dell’ultima pioggia.
Sono tre anni che l’uadi Teffedest non vede la pioggia riempirlo in un attimo prima di sparire nel cuore della Terra. Sicuramente père Foucauld ha assistito più di una volta alla venuta della pioggia, ha udito anche lui il canto dell’angelo e ha aperto il suo corpo al vento “lungo e dolce”. Forse, poco prima che si alzasse il vento avrà visto posarsi sul tetto della sua capanna le rondini. Arrivate all’Assekrem portando sulla loro scia il “vento morbido”.
Dimah Tighrizt era in viaggio quando è stato sorpreso dalla pioggia. Ha cantato che il giorno prima, lungo la strada, ha visto posarsi le rondini sulle roccette del picco di Al Medhamah. In una fessura di quello sperone ho visitato l’ulivo meraviglia dell’Hoggar. Non ho notato allora traccia di escrementi di uccelli, ma è possibile che la pioggia li abbia dilavati.
Il fatto è che il mio lavoro mi piace.
So quanto possa sembrare inutile: non c’è nulla di buono da ricavare da quello che faccio per questa gente, nessuna ricaduta di una qualche utilità che possa servire per alleviare le infinite angosce dei popoli e degli uomini della Terra. Ma non riesco a non farmelo piacere.
Se qualcuno mi chiedesse di spiegare il mio lavoro, io lo farei e alla fine chiederei: “È bello?”. Come Dinetto quando finiva una delle sue gabbiette.
Immagino che nel dire “È bello?” avrei gli stessi suoi occhi umidi, la stessa espressione un po’ vacillante. Quello sguardo che, visto in un bambino, diresti: non è tanto sveglio.
Il mio lavoro è bello, sì, ma nudo e scalzo dell’utile bellezza che è il chiodo fisso di père Foucauld. La mania di Dinetto. L’uno ha scritto e ha spiegato, l’altro non ha mai detto né scritto nulla; ha solo fatto le cose. Ha fatto le cose tenendo sempre ben presente lo stesso comandamento di père Foucauld. Qualunque cosa abbia fatto: mille gabbiette per i canarini, un meccanismo elettrico, la riparazione di un tetto, la rettifica di una pompa idraulica.
Dinetto era un tappollista. Significa che faceva quello che gli altri generalmente non riescono a fare: trovare una soluzione semplice per un problema complicato.
Quando trovava una soluzione scriveva un preventivo, era un tappollista molto puntiglioso. Prendeva un foglio da un mio quaderno di scuola, una matita dal mio astuccio, e con la lingua ben stretta fra i denti scriveva il suo preventivo. In fondo, sopra la sua firma, premetteva il suo impegno: “il tutto a regola d’arte”. Una specie di giuramento.
L’arte di Dinetto era fare bene le cose. Una cosa ben fatta è utile bellezza.
Le rondini sono bellezza; ma io non le faccio le rondini, le osservo. Allo stesso modo, per un certo tempo dopo le rondini ho studiato gli orsi. Anche gli orsi sono bellezza, neppure gli orsi li faccio io. Il mio lavoro è trarre conclusioni da ciò che vedo, non trovare soluzioni a ciò che non va. Per questo, se potesse ancora esprimere una sua opinione, Dinetto avrebbe delle riserve sul mio lavoro. Mi ascolterebbe con attenzione, ci penserebbe un po’ su, e alla fine mi chiederebbe: “E poi cosa succede?”.
Poi non succede niente. Le rondini arriveranno – quando? Non un minuto prima non un minuto dopo del loro momento –, resteranno il tempo che vorranno – finché l’umidità che ha lasciato la pioggia basterà a sostenerle – e poi ripartiranno.
Io sarò semplicemente testimone di questo fatto e tornerò a raccontarlo a chi mi ha mandato. Spiegherò con molti grafici come le rondini continuino a spingersi fino all’Assekrem, nel centro dell’Universo, nel buco del culo della Terra, noncuranti dell’immensa fatica necessaria per arrivarci, solo per godere di uno spaventoso acquazzone e delle larve di insetto che l’acqua riporterà per qualche giorno in vita. Azzarderò l’ipotesi che tornino ricordando com’era verde e leggiadro l’Hoggar appena diecimila anni fa, che continuino a tornare confidando che prima o poi riprenderà a esserlo. E allora le rondini avranno prenotato per tempo i posti migliori.
Se sarò fortunato, se gli uomini qui saranno abbastanza in gamba e sarà possibile arrivare ai loro posatoi senza romperci l’osso del collo, allora farò qualcosa di più. Sceglierò qualcuna fra loro e la studierò più da vicino. Farò loro domande a cui ho imparato a rispondere da solo, lascerò in ricordo del nostro incontro un anellino fissato alla zampa destra. Nell’anello, come si usa per le fedi nuziali, sono incisi una data, un nome e un luogo. Ci sarà anche una piccolissima placchetta radioattiva. Ovunque andrà, quella rondine lascerà una scia che altri come me, appostati qua e là per il mondo, sapranno riconoscere.
Mi piace il mio lavoro, mi piacciono le rondini.
Le ho studiate a lungo. Non tutte le rondini, naturalmente, ma solo una specifica varietà, la rondine comune, l’Hirundo rustica. Di tutto quello che c’è da sapere su quegli uccelli, mi sono sempre e solo occupato della loro specifica attitudine migratoria. Dell’arte che hanno di volare da un emisfero all’altro sapendo sempre dove andare e quando andare.
Non sono gli unici animali che sanno farlo, e neppure gli unici uccelli. Ho scelto le rondini perché da ragazzino ho imparato ad avere una grande familiarità con loro. Al tempo che con Dinetto siamo andati ad abitare in salita dell’Incarnazione ce le avevamo sotto casa. Sotto il tetto di casa. Avevano fatto un nido sopra il telaio della finestra del bagno. Il nido c’era già quando siamo arrivati e Dinetto non ha voluto toglierlo.
Arrivavano ogni anno per aprile; la solita coppia che è venuta a passare l’estate da noi per anni e anni. Quando si sono fatte troppo vecchie, hanno passato la proprietà ai figli. E oggi, se i nuovi inquilini non hanno fatto danni, arrivano i pronipoti. Le rondini sono testardamente fedeli ai loro nidi. Anche quando i nidi hanno difetti che di solito bastano a scoraggiare un inquilino.
Il nido di salita dell’Incarnazione era difettoso. Era stato costruito senza prevedere che con l’avvento dell’igienista Dinetto la finestra del bagno sarebbe stata per la maggior parte del tempo aperta. Quel nido non teneva conto che, aperta la finestra, la tazza del cesso era sull’esatta traiettoria di atterraggio. Un altro problema di trigonometria, più complicato del problema di Marguerite a Timaussù.
Le rondini hanno un volo veloce e un atterraggio velocissimo e nevrastenico; atterrano con una picchiata da vertigine, derapando nell’ultima frazione di secondo. Vanno così di fretta che qualche volta sbagliano la mira, e a quella velocità non è facile cabrare e tornarsene su. Così finivano dritte nella tazza del water.
Non avevo ancora sei anni quando ho cominciato a tirar su rondini dal cesso. Sapevano di aver sbagliato e si comportavano bene: si facevano prendere senza abbandonarsi a isterismi e si involavano dalle mie mani senza lasciarmi un graffio. Le rondini hanno artigli molto robusti, devono tenersi ben salde sui fili della luce.
La faccenda delle rondini nel cesso è andata avanti fino a quando Dinetto il tappollista ha trovato la sua soluzione. Ha montato dei deflettori di compensato alla base del nido e li ha dipinti di un bel giallo intenso perché fossero ben visibili. Credo che si fosse ispirato alle portaerei.
Di quel tempo mi è rimasta la sensibilità delle mani, la destrezza nel saper tenere una rondine senza innervosirla, intiepidirla senza soffocarla, lasciarle prendere il volo senza ferirle le penne remiganti; le rondini hanno remiganti molto delicate.
È stata una buona partenza. Il lavoro di un etologo è soprattutto una questione di capacità manuale; ho passato gran parte della mia carriera a inanellare zampe, sfogliare e contare penne, ficcare pipette nei gozzi, raschiare escrementi. In caso di necessità ho usato le mie labbra come becco per imboccare pulcini, le tasche della mia giacca come nidi. Qualche volta ci ho dimenticato dentro un uccello per un paio di giorni. L’Hirundo è molto adattabile, è stato un gran vantaggio che non si fosse trattato di aironi. O cicogne. L’Hirundo è di indole accomodante, è robusta e abitudinaria, si lavora bene con loro. Hanno anche un buon odore, un odore tiepido e appena muschiato.
Ho cominciato a studiarle dopo aver lasciato la casa di salita dell’Incarnazione. Dinetto era già in viaggio verso il paradiso dei tappollisti, gli occhi di Liz erano ormai da tempo sepolti nel suo archivio segreto, il banco del tinello era pieno di gabbiette per canarini nuove di zecca. Pagode, chalet, templi e grattacieli laccati di rosso, di giallo, di blu. Tutte vuote.
Ho chiuso bene la finestra del bagno e ho preso la via delle rondini. Le rondini sono talmente abitudinarie che si possono fissare dei buoni appuntamenti; sono migratrici con l’ossessione della puntualità.
Père Foucauld ha lasciato scritto: “Solo quando non so dove andare so che arriverò da qualche parte. Solo quando ho una meta so che non arriverò mai”.
Se è vero come dice dimah Tighrizt che anche père Foucauld ha incontrato il viaggiatore del deserto, è probabile che abbia scritto queste parole guardando l’uomo con la sua bottiglia vuota riprendere il viaggio millenario verso est. Ma certamente non conosceva bene le rondini, l’akhral, il “vento morbido”. Le rondini hanno una meta e la raggiungono sempre, spaccando il minuto. È per questa ragione che sono considerate eccellenti migratori.
In realtà i migratori non vanno da nessuna parte, i migratori ritornano, sempre e soltanto. Il loro andare e venire è un perpetuo ritorno.
Scrive ancora père Foucauld: “Comunque sia forte il suo desiderio e grande la sua forza d’animo, nessuno tornerà mai da dove è venuto”. Pensava forse al paese dove ha vissuto la sua prima vita, a Parigi, alla Côte d’Azur. E ancora: “La via del ritorno è una falsa pista disseminata di miraggi. Il luogo a cui anela la nostalgia dell’uomo ha cessato di esistere nell’attimo stesso in cui gli ha voltato le spalle”.
Non credo di capire esattamente cosa intenda père Foucauld. Se un giorno mi capitasse di dimostrare che le rondini che arrivano all’Assekrem si guardano attorno e ancora vedono le praterie popolate di cervi e i fiumi spumeggianti di salmoni che hanno visto le loro antenate la prima volta che sono venute, potrei allora affermare di aver raggiunto l’apice della mia carriera. Al momento non c’è scienza umana che possa spingersi fino alla mente delle rondini. O al cuore.
L’altro lunedì sono entrato nel postribolo di Tamanrasset.
Ogni due lunedì gli uomini del campo hanno diritto a un giorno di riposo. Quel giorno nessuno rimane sull’Assekrem. Una carovana parte la notte e arriva nell’unica città dell’Hoggar prima che il sole sia troppo alto. Nel cuore della notte le jeep scendono a una velocità folle, gli uomini se ne stanno in silenzio concentrati sulle molte cose che avranno da fare in un unico giorno.
A Tamanrasset c’è un albergo dove chi vuole può affittare una stanza per riposarsi su un materasso e fare una doccia con l’acqua corrente. Un filo d’acqua grigia e ruvida che gocciola da una pigna intasata di ruggine, ma pur sempre acqua. C’è un mercato dove i tagil possono far fare affari ai mercanti malinesi con quello che hanno guadagnato. C’è anche un locale dove si può bere birra e guardare la televisione. La birra è egiziana e ha una bella etichetta con una stella dorata; ha uno strano sapore zuccherino e costa cinque franchi francesi. Un’enormità. Il posto è una porta senza battenti, sullo stipite c’è scritto “Café” con la calce; è un po’ fuori mano, quasi al limite del deserto. Di là dalla porta c’è una stanza dal soffitto basso, con due piccole finestre oscurate con dei tappeti. È totalmente priva di addobbi e non si può fare altro che bere birra.
Jibril dice che non è proibito ma neppure apprezzato che si beva birra. Quando sono entrato per bermi la mia, Jibril è rimasto per strada ad aspettarmi. Dentro, seduti ciascuno per conto proprio a un tavolino, c’erano quattro uomini ognuno con la sua bottiglia in mano. Nessuno si era tolto la shesh, ma tenevano abbassato il lembo inferiore quel tanto per poter bere. In un angolo era appoggiato sul pavimento di terra un vecchio televisore in bianco e nero e la luce dello schermo illuminava la stanza abbastanza per poter vedere gli occhi degli uomini cerchiati di kajal.
In realtà il televisore non funzionava: uno speaker parlava in arabo sullo sfondo del tipico nevischio frusciante dei televisori fuori sintonia o delle stazioni troppo lontane. A parte lo speaker, finché sono rimasto nella stanza nessun altro ha aperto bocca, neppure il barista. Sul banco di legno grezzo era appeso un cartello in arabo e in francese con il prezzo della birra, cinque franchi. L’aria era calda e stantia, impregnata dell’odore di sudore rappreso, la birra era tiepida e per contrasto ancora più zuccherina di quello che doveva essere.
Il postribolo è due case più in là. Ci siamo entrati in sette; sono stato contento di vedere che con noi non c’era Kemhail, il ragazzo che ha fatto innamorare la bella tamburina di Timaussù. Ma è venuto dimah Tighrizt, borbottando e scatarrando con gli occhi lucidi di cupidigia. Doveva aver pagato qualcuno perché gli lavasse la shesh e la jalabjia, perché erano candide come quelle di uno sceicco. Stranamente nessuno degli uomini, né quelli che sono entrati, né quelli che sono andati per i fatti loro, lo ha preso in giro o ha fatto commenti.
Dice Jibril che il postribolo nel suo paese è molto diverso da quelli che esistono in Occidente. Dice che quel postribolo esiste sin dal tempo in cui gli arabi hanno fondato la città mentre si spingevano a sud, in cerca del fiume Niger. Dice che è un luogo di incontro carnale e spirituale.
Prima dello scorso lunedì io non ero mai stato in un postribolo, né in nessun altro posto del genere. Nel dizionario di père Foucauld non c’è una parola tagil che corrisponda alla francese “putain”, ma un semplice rimando a un’altra parola: “solitaire”. “Achejemeb.” È quello che ha detto Jibril: “Adesso entriamo nella casa delle solitarie”. C’erano cinque solitarie in quella casa, quattro ragazze e una donna matura. C’era odore di tè zuccherato e gelsomino, c’era un grammofono che suonava vecchie canzoni di Umm Kalthoum.
Quattro ragazze grassocce in mutande, sedute in crocchio sui tappeti, appoggiate a cuscini di cuoio. Parlottavano fra loro prendendo bicchierini di tè da un vassoio di latta con il marchio della Pepsi-Cola. Portavano mutande bianche di cotone pesante, maschile. Ridendo, muovevano dolcemente carne candida e seni dai capezzoli appena rosati. Non avevano kajal intorno agli occhi, né lacca sulle unghie, o anelli, o collane. Non sembravano solitarie: sembravano un gruppetto di ragazze affiatate e ciarliere.
Forse la loro nudità era solitaria. L’obesità infantile dei ventri, le labbra pallide, le gote arrossate dal tè bollente. Forse era solitaria la carne protetta in quelle brutte mutande.
La donna matura era la padrona della casa. Era vestita con veli gialli e turchini e ricoperta di collane e bracciali di monetine d’argento, come una danzatrice. Infatti era egiziana e se lo desideravamo poteva ballare, come aveva fatto per tanti anni davanti agli ospiti nella casa che aveva avuto a Iskandariya. In quella casa aveva ricevuto ospiti molto illustri. Nessuno le ha chiesto di ballare, ma abbiamo tutti accettato il suo tè. Ha versato il tè da un grosso samovar di alluminio. L’alluminio era ammaccato e brunito, ma si vedeva ancora l’impressione delle lettere CCCP; un samovar fabbricato nell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche. I bicchieri erano ancora macchiati dai fondi di chi ci aveva bevuto prima di noi. Non era tè berbero, era profumato di menta.
La donna si comportava come se le ragazze fossero in quella stanza per caso e lei non sapesse dire chi fossero. Nella stanza faceva un caldo torrido, sul soffitto uno sciame di mosche si spostava assieme alle pale di un ventilatore. Dal grammofono Umm Kalthoum cantava la canzone che aveva già cantato il giorno fatidico in cui Nasser aveva annunciato che il Canale di Suez era diventato proprietà del suo popolo. È una canzone che parla di amore, di orgoglio, di dolore e di fede. Conoscevo quella canzone. Quella volta, nell’anno 1956, ad ascoltare Umm Kalthoum c’erano dieci milioni di egiziani, dieci milioni di fellah che piangevano di gioia assieme a lei, ma in quella casa ora nessuno ci faceva caso.
Dimah Tighrizt, il vecchio poeta cortigiano, si è sistemato su un cumulo di cuscini e ha allargato per le orecchie della padrona la sua grande ruota di pavone. Parlava cantilenando senza staccare gli occhi da quelli della donna, agitava le dita sul suo petto facendo tinnire le monetine. Jibril mi ha preso per mano e mi ha portato dalle ragazze perché scegliessi per primo quella che preferivo.
Mi sembravano tutte uguali. Tutte belle allo stesso modo, tutte della stessa bruttezza. Tutte troppo candide per essere solitarie, tutte troppo grasse e innocenti. Ma ho scelto la ragazza che aveva gli occhi più belli. Aveva occhi piccoli e chiari, occhi luminosi. Aveva anche una treccia, una lunga treccia di capelli così neri che facevano buio intorno. Teneva la treccia sul petto, tra i seni, fermata con una striscia di stoffa azzurra. Senza che lo volessi veramente, ho cercato di vedere se aveva tagliato di sbieco i due capi della striscia e se per caso li avesse anche cauterizzati per impedire che si sfilacciassero. Ma non aveva fatto un fiocco e la striscia finiva con un nodo ben stretto dove i miei occhi erano incapaci di vedere.
Jibril ha parlato con lei e mi ha riferito che era berbera del Nord, che si chiamava Jasmina – ma tutte si chiamano Jasmina, ha aggiunto –, che era maggiorenne. E prima di andarsene alla sua casa ha raccomandato: devi comportarti bene con lei, è un incontro della carne e dello spirito.
Non ho incontrato lo spirito di Jasmina. Forse non l’ho trovato perché non sapevo dove cercarlo. Lei non parlava che due parole di francese e non sapeva come aiutarmi. Mi ha sfiorato con la mano per invitarmi a seguirla e mi ha portato nella sua cabina, al piano superiore, dove faceva ancora più caldo e non c’era aria abbastanza per tutti e due. La cabina era un basso palco di legno ingombro di cuscini, l’odore del gelsomino lì era così forte che mi faceva male allo stomaco. Mi ha indicato lo sgabello dove potevo lasciare i miei vestiti e si è tolta le mutande. Lo ha fatto voltandomi le spalle, con un gesto distratto, come se fosse appena arrivata a casa sua e non vedesse l’ora di andare a fare una doccia. E si è seduta a gambe incrociate, ad aspettarmi.
Aveva degli occhi bellissimi e la lampadina nuda che pendeva dal soffitto non riusciva a renderli meno belli. Ma ho cercato negli occhi di Jasmina i tre lumini, le tre barchette fluttuanti nella notte, e non le ho viste. Mi è dispiaciuto non trovarle, mi è dispiaciuto per me, che ne avrei tratto un certo giovamento in quella circostanza. Forse c’erano, ma la luce smorta della lampadina le aveva fatte affondare.
Anch’io affondavo, madido di sudore, mezzo soffocato nell’aria torpida della cabina, mentre Jasmina mi invitava con dei cenni molto discreti della mano ad avvicinarmi alla sua carne e al suo spirito.
Mon amì, mon amì, mon amì, sussurrava Jasmina.
Mon amì, mon amì, mon amì, ripeteva senza smettere mai.
Come se volesse cantarmi una ninnananna.
Mi sono avvicinato al suo corpo, ai seni candidi, ai rotoli di adipe del suo ventre, e Jasmina mi ha aiutato a entrare dentro di lei. Aveva i gesti delicati e pazienti di una madre che aiuti il suo bambino a infilarsi le calze, ad allacciarsi le scarpe.
Forse Jasmina aveva un figlio, o più di uno. Non era troppo giovane per averne, anche se abitava in un posto dove i bambini non portano scarpe né calze.
Mon amì, mon amì, mon amì, cantava sottovoce mentre spingeva pian piano con l’inguine.
Mon amì, mon amì, mon amì, mentre strofinava pian piano i suoi seni sul mio torace.
Sul mio corpo la sua carne sembrava avere la consistenza delle piume di un pulcino cresciuto quel tanto da muovere le ali.
Non sapevo dove tenere le mani e allora le ho messe sul suo viso. Le ho chiuse a coppa sulle sue gote, le ho accarezzato gli occhi con i miei grossi pollici. E per tutto il tempo ho pensato alle rondini, perché fra le mie mani il suo viso aveva la stessa compattezza delle rondini che pescavo nel water della casa di salita dell’Incarnazione. Umido e tiepido, e fremente. E sotto quello del gelsomino, il suo odore non era troppo diverso dal loro.
Ho cantato con lei “mon amì, mon amì, mon amì”. Per farle compagnia.
Anche se in circostanze così poco favorevoli, anche se non ho incontrato il suo spirito, credo di aver amato Jasmina nel bordello di Tamanrasset. E le voglio bene ancora adesso. Anche in questo momento voglio bene alla sua bellezza e alla sua bruttezza. Alla solitudine della sua carne, al mutismo del suo spirito.
Dice père Foucauld che non si può scegliere chi amare, né come amarlo. “Neppure Dio ha potuto scegliere chi amare,” ha scritto. E ancora: “Possiamo amare solo chi incontriamo, e dunque sono i nostri piedi che scelgono chi ameremo”.
Per quanto mi riguarda, i miei piedi sono riusciti a spingersi molto più in là di Jasmina. Sono arrivati a scegliersi un’orsa, e da un’orsa si sono spinti fino a una donna con cui il mio spirito si è incontrato senza che la nostra carne neppure si sfiorasse. Ma intanto Jasmina è carne viva e innocente che merita di essere amata. Come merita il suo denaro e la gratitudine dello straniero che ha cullato come un figlio.
Mon amì, mon amì, mon amì.
Di sotto il disco di Umm Kalthoum ha smesso di suonare, ma nessuno si è alzato per cambiarlo di lato o metterne uno nuovo. Quando sono sceso, dimah Tighrizt stava ancora ciarlando con la padrona, tutto preso a far tinnire le collane e i bracciali di monetine con le sue vecchie, astute dita di poeta fannullone. E in un angolo uno dei nostri uomini stava ancora aspettando il proprio turno. Forse con Jasmina, forse con qualcun’altra.
Mi mancava il respiro e sono uscito. Pochi passi più in là del bordello c’era la tettoia dei macelli della città. Un cammello – le zampe legate con grosse funi – stava riverso con il collo poggiato su una lastra di granito. Mentre il macellaio lo dissanguava, gorgogliava un bramito che ho continuato a sentire fino alla jeep.
Tornando all’Assekrem, la sera, Jibril mi ha chiesto con molta delicatezza se ero rimasto contento della mia visita a Jasmina. Non gli ho risposto, gli ho fatto invece una domanda. “Sei felice, Jibril?”
La luce del tramonto si era fatta morbida e Jibril aveva tolto gli occhiali da sole. Tra le bande della shesh si muovevano liberi i suoi occhi. Erano occhi lucidi e mi sembravano lucidi di contentezza. Mi ha guardato con condiscendenza, come se gli avesse parlato un fratello minore. Ha liberato le labbra dalla shesh e mi ha risposto con queste parole:
“Mi sono sdraiato sul tappeto di mia moglie, ho cotto del pane, ho portato i miei figli a piantare un dattero nel giardino di mio padre”.
La shesh di Jibril non è turchina del colore tagil, ma verde del colore dell’Islam.
3.
AMAPOLA
Le mie mani.
Stanno diventando vecchie mani. Stanno diventando vecchie a gran velocità. È l’aria dell’Assekrem, sono i sassi dell’Hoggar. Non toccano mai acqua, quasi mai cose lisce, o cose morbide. Toccano il deserto per lo più, e qualche utensile. Gli utensili non sono mai abbastanza lubrificati; non lo sono mai nemmeno le mie mani. E serve a poco ricoprirle di crema. Sono piene di piccole ferite che rimarginano troppo in fretta. Le cicatrici complicano ancora di più gli intrecci delle rughe. Sono labirinti che non portano a nessun centro. Si perdono e basta.
Sulla punta delle dita sta cambiando la sensibilità del mio tatto. È più asciutto anche lui, tende a semplificare. Qui di complicato ci sono soltanto le canzoni di dimah Tighrizt. Ma poi sono complicate solo per me. Basterebbe che conoscessi di più la sua lingua e le capirei con la stessa naturalezza dei tagil che lo accompagnano con le taniche.
Da quando sono qui ho toccato una donna, ho toccato Jasmina, ma per il resto tocco solo deserto. Anche quando tocco i miei vestiti, quando tocco il cibo, quando tocco me stesso. Semplificare. Il mio tatto cerca di distinguere fra grandi princìpi: deserto, altro. Sa riconoscere il deserto e nel deserto cerca di trovare il resto. Sotto il deserto, accanto al deserto. Sa riconoscere bene sotto tutte le sue spoglie il deserto, è in attesa di riconoscere altro. Le rondini, magari. Mentre aspettano, le mie mani invecchiano. O forse, asciugandosi, si semplificano. In fin dei conti non sono ancora brutte mani, anche se ridotte all’essenziale. La bellezza secondo l’opinione di père Foucauld.
Chissà se una ragazza potrebbe giudicarle belle, le mie mani. Se potrebbe farlo senza la speranza di essere ricompensata in alcun modo. Potrei ricambiarla anche solo con una carezza. So che potrei, so che sono capace di buone carezze anche con questo tatto semplificato. Sarebbero carezze più leggere, credo; per distinguere bene il deserto dal resto. Ma non ci sono ragazze all’Assekrem, né in tutto l’Hoggar fino a Tamanrasset. E a Tamanrasset conosco solo Jasmina.
Ho tenuto fra le mani il muso di un’orsa, una volta. È vero. Si chiamava Amapola ed era un’orsa selvaggia. È successo al tempo della guerra di Bosnia.
Vista da qui sembra una storia molto lontana, in realtà non sono passati che pochi anni. Cinque, a conti fatti. Ma il tempo è una plastilina talmente elastica che può diventare qualunque cosa. La guerra di Bosnia è stata un secolo fa; meglio così per tutti.
Ci sono stato dentro quella guerra, e non sono affatto contento che ora mi torni in mente. Proprio ora che da più di un anno me ne sono liberato e la notte non la sogno più.
L’ho sognata a lungo, a intervalli regolari. Ho rivisto cose che avevo già visto e altre che non ho potuto che immaginare. Non sono mai stati incubi, in generale erano sogni in cui cercavo di sistemare le cose. Sistemare le cose come si può fare in un sogno.
Mi sono spesso chiesto, svegliandomi al mattino, se era giusto provare a sistemare le cose. Se era giusto dimenticare così in fretta. Non lo so ancora. Sono tornato una sola volta in Bosnia dopo la guerra, ed erano passati pochi mesi dalla fine. Sono tornato nella città di Tuzla. Era a metà dell’autunno e dalle montagne calava il primo vento freddo, ma le strade erano piene di gente a passeggio. Erano piene di ragazzi. I ragazzi della città di Tuzla che passeggiavano come in una domenica di primavera, in una qualunque primavera di prima. Gelati di pistacchio, canzoni, minigonne, sorrisi, chiacchiere. E molti baci; baci sulle guance, baci sulla bocca, baci involati dal palmo della mano. Avevano già dimenticato, in così poco tempo.
O forse i ricordi erano da qualche altra parte. Dove gli estranei non li possono vedere, né sentire. Sarei dovuto andare a guardare nell’ombra delle strade laterali deserte. O starmene una mattina seduto accanto al letto di uno di quei ragazzi ad aspettarne il risveglio. E guardare come si sveglia un ragazzo di Tuzla che è cresciuto dentro una guerra.
Nel dizionario di père Foucauld non compare la parola guerra, ma “akhemat”, “battaglia”. Non è la stessa cosa. Ho chiesto a Jibril se conoscesse la parola tagil per guerra e mi ha risposto “akhemat”. I tagil sono un popolo molto battagliero, ma non bellicoso. Sono stati sempre talmente pochi e così dispersi che una guerra sarebbe per loro fatale. Anche se hanno combattuto terribili battaglie, è sempre stata loro abitudine trattare il più presto possibile il prezzo del sangue versato e farla finita. Ci sono parecchie leggende sulla crudeltà e il coraggio dei combattenti tagil e io li vedo andare molto fieri dei loro fucili automatici e dei lunghi coltelli dall’impugnatura intarsiata che spuntano dalla fascia che stringe alla vita la jalabjia. Ma, mi ha detto Jibril, in questo momento non hanno conti in sospeso con nessuno. Combinino o no affari con loro, i soldati di guardia all’Assekrem li trattano sempre con molta cautela.
Singolarmente, père Foucauld non parla mai della guerra, se non in un’unica occasione: “Non ci sono sopravvissuti a una guerra, solo resti viventi. Dovremo andare nei campi e nelle città a raccogliere questi resti e custodirli, pregando Dio giorno e notte perché nella Sua infinita carità compia il miracolo di ricomporli in esseri viventi”.
Scrive questo dopo aver avuto notizia della fine della guerra. La Prima guerra mondiale. Dal suo punto di vista dunque, solo un miracolo può concedere a chi ha subìto la guerra di tornare a vivere da essere umano. È un punto di vista molto pessimista. Père Foucauld è stato per la prima parte della sua vita un soldato, ma non ha mai avuto esperienza diretta della guerra: è stato allontanato dall’esercito giusto in tempo per risparmiarsi l’occupazione del Congo, a cui il suo battaglione era destinato.
E l’Hoggar è stato risparmiato dalla guerra mondiale. Nessun esercito ha dimostrato interesse per il centro dell’Universo. Evidentemente, gli stati maggiori stendono nelle loro sale strategiche carte geografiche diverse da quelle di père Foucauld. Neppure l’esercito coloniale si è spinto in forze nell’Hoggar, se non per tentare di fissare dei punti di principio, degli avamposti simbolici. Non c’è mai riuscito, anche se nelle carte geografiche dello stato maggiore comparivano delle bandierine qua e là. In realtà quelle bandierine non dicevano nulla; erano solo bugie per tenere buoni i politici.
I tagil non sono mai stati ridotti a firmare trattati di soggezione; non hanno neppure una lingua scritta che possa far fede di un trattato. Eppure, se chiedete spiegazioni vi dicono che père Foucauld è morto a causa della guerra. Vi diranno che a ucciderlo sono stati i tagil, ritenendolo una spia dell’esercito coloniale. Jibril dice invece che sono stati i suoi vecchi compatrioti, ritenendolo un pericoloso agente indipendentista.
Père Foucauld è stato ucciso appena due anni dopo la fine della guerra, con varie ferite di arma bianca. Non c’erano testimoni, naturalmente, ed è stato trovato diversi giorni dopo da un vecchio tagil che era salito da lui per fare due chiacchiere; cosa che faceva da molti anni. Era disteso sulla soglia della sua capanna nella pozza del suo sangue seccato. Aveva la testa avvolta nella shesh turchina e il corpo nella jalabjia bianca che portava da quando era venuto nell’Hoggar. Gli abiti di qualunque altro tagil. In certi particolari momenti un abito comune può assumere la specie di una divisa. E una divisa prima o poi diventa un bersaglio, basta aspettare. Questo doveva saperlo père Foucauld, visto che è la prima cosa che si impara intraprendendo la carriera militare. Dunque sapeva che sarebbe andata a finire così. Prima o poi.
Qualunque sia stata la sua guerra, père Foucauld non è compreso nell’elenco dei resti viventi. Forse, nella sua tracotante umiltà, pensava di non meritare il miracolo della carità divina.
Fra i resti viventi della guerra civile di Bosnia ci sono state alcune centinaia di orsi. Sono finito dentro quella guerra per questa ragione. Non a causa degli uomini, ma per dei plantigradi. A quel tempo la mia vita si svolgeva molto lontano dal teatro dei combattimenti. Poi, nell’inverno del ’94, mi è stato chiesto di lasciar perdere per un po’ le rondini e di occuparmi di migrazioni ursine. Le migrazioni sono una mia specialità, gli orsi no. Ma era un buon contratto di lavoro.
Era successo che le guardie forestali e i montanari avevano trovato tracce di passaggi di orsi un po’ ovunque nell’Alpe Carnica e Giulia, in particolare nelle grandi foreste intorno al confine sloveno. Risultava che ci fossero orsi in quantità a scorrazzare per la montagna ingozzandosi di mirtilli e di giovani caprioli. Questo accadeva in siti dove notoriamente erano scomparsi da tempo immemorabile. Non se ne capiva la ragione.
Fra l’estate e l’autunno successivi due giovani orsi erano stati feriti dagli automobilisti mentre attraversavano di notte l’autostrada che porta a Lubiana, all’altezza dei boschi di Rakek. Altri orsi sono stati visti passare in quel punto. Anche questo era irragionevole: l’autostrada tagliava una traccia che loro non volevano abbandonare. Era talmente intenso il traffico di orsi, che è stato costruito apposta un sottopasso. Il sottopasso esiste ancora, e lo si riconosce da qualunque altro perché è, appunto, ad altezza di orso. Interrogati, i bracconieri di qua e di là dal confine sostenevano che si fossero addirittura aperti una pista lungo i crinali; e questo è ancor più irragionevole degli orsi autostradali.
Gli orsi non sono elefanti, non sono abbastanza abitudinari e tanto meno sono socievoli al punto da viaggiare in convoglio. E poi gli orsi non sono animali migratori, non assomigliano per niente alle rondini. Gli orsi vagabondano, sono animali erranti. Prendono e partono, e non è affatto detto che ritornino. Di norma, non tornano in un posto che hanno lasciato. Vagano in cerca di un compagno con cui accoppiarsi, quando è la stagione, oppure si mettono in cammino per nessuna ragione conosciuta. Partono, semplicemente. Non sono animali fedeli, non formano coppie fisse: dopo l’accoppiamento, il maschio e la femmina riprendono ciascuno la propria strada. È noto che sono le femmine quelle più propense a spostarsi appena sono cresciute abbastanza. Che siano innamorate o meno, le orse sono le viaggiatrici di più lungo corso.
Dal punto di vista degli etologi, il 1994 è stato dunque l’anno degli orsi. Un allettante panorama di finanziamenti, borse e campagne di studio. Così sono partito per la Carnia a fare il mio lavoro. Cambiavano dimensioni e prestazioni dei soggetti, ma quello che bisognava saper fare erano le solite domande che avevo imparato a formulare nel modo corretto alle rondini: da dove venite, ragazze? dove ve ne state andando?
Non conoscevo la montagna, o almeno non come avrei dovuto per fare bene il mio nuovo lavoro. Ho imparato.
Non sapevo sciare e ho imparato sulla neve vergine. Ho imparato a marciare sui precipizi e ad arrampicarmi su costoni perpendicolari all’asse di gravità. Ho imparato cos’è una foresta, quanto sia vasta e indecifrabile; mi sono affacciato al mistero del latte che diventa formaggio, e ho anche imparato a farlo.
Tutto questo mi è stato insegnato dai due forestali che erano con me, uomini della selva di Trnovo. Milo e Rudi, il vecchio e il ragazzo, il muto e il ciarliero, il prudente e lo sventato, lo zio e il nipote. D’accordo ambedue che l’unico vero problema che avrebbero dovuto affrontare era l’inettitudine del sottoscritto. Ho fatto del mio meglio per non creare troppo disordine.
Ci era stata assegnata una porzione di territorio attorno al Monte Canin. La zona era vasta e selvaggia abbastanza da essere sicuri di non riuscire a esplorarla per intero neanche in dieci anni. Volendo, avremmo potuto stabilirci lì inseguendo tracce di orsi per l’eternità. Avevamo una casa, una baracca di pietre e assi in un alpeggio al limite estremo dei faggi. Era un posto così alto e isolato, che persino un’accorta mamma orsa l’avrebbe considerato un riparo confacente ai propri standard di sicurezza per un parto imminente.
Avevamo un solo compito da portare a buon fine: trovare uno di questi famosi orsi e fissargli al collo un piccolo gingillo elettronico. Messo al guinzaglio, da quel momento in poi quello sarebbe stato il nostro orso e ovunque fosse andato non sarebbe più stato da solo, neanche un secondo. Il nostro orso ci avrebbe raccontato tutto di sé e noi avremmo svelato l’arcano mistero della sua erranza fuori rotta.
In realtà era come una vacanza. Passavamo i giorni e i mesi marciando nelle selve da sole a sole, mentre nella capanna la polenta rapprendeva, il latte cagliava, il formaggio stagionava. Marciavamo. Milo indicava le cose. Aveva la ruvidezza di un antico dio silvestre. La sua faccia era di legno scuro, era spaccata in diversi punti e assomigliava alle facce degli spiriti protettori scolpite sugli architravi delle case più vecchie. Lui indicava e le cose si manifestavano, e prendevano corpo e ragione. Indicava con un movimento breve del mento, senza neppure disturbarsi ad allungare una mano, una nuvola, un cumulo di foglie, un orizzonte, una merda seccata. Rudi annuiva e raccontava.
Raccontava a quello venuto da fuori, e provava un intenso e perverso piacere se quello di fuori annuiva e non capiva. La pitonessa del dio Milo. Parlava nella mia lingua, una lingua che non conosceva bene; la lingua che aveva imparato per l’esame di ammissione nel corpo forestale dello stato che gli aveva rilasciato la carta d’identità. I suoi racconti erano vaticini per lo più incomprensibili per uno che veniva da fuori; non spiegavano niente, ma erano belli da sentirsi nel silenzio.
Quello che più abbondava sui contrafforti del Monte Canin era il silenzio. Ma un poco alla volta quello di fuori imparava. Per prima cosa ha imparato dove mettere i piedi, poi a riconoscere quello che aveva calpestato o evitato di calpestare. E poi ancora ad alzare il naso verso i crinali senza inciampare.
È stata una bella vita, anche se per tutta la prima stagione di campagna non abbiamo avuto molta fortuna con gli orsi.
Il fatto è, appunto, che gli orsi non sono come le rondini, né come le cicogne o i salmoni: non c’è nessun varco certo dove aspettarli, né una rotta sicura da intercettare. Non seguono l’esempio dei loro vecchi e detestano le abitudini. Così ho anche imparato ad accontentarmi.
Direi che, nell’ambiente degli orsologi, accontentarsi è la massima virtù. Se non hai la possibilità di mettere le mani su un orso in carne e ossa, puoi occuparti con grande profitto di quello che si lascia alle spalle. Perché anche se non li vedi gli orsi ci sono, ci sono davvero. Così nel primo anno abbiamo raccolto non meno di trenta cacche, cacche lasciate in giro da dodici individui diversi.
Studiare merda è l’occupazione più intensa a cui ci si possa dedicare in assenza di avvistamenti. Gli intestini contengono la documentazione più esauriente e onesta di un essere vivente. Sarebbe così anche se si volessero studiare gli uomini invece degli orsi. La specificità delle feci ursine è che puzzano molto di più di quelle di gran parte degli altri animali, uomo compreso. A parte questo, e il piccolo fastidio che ne può derivare, i nostri trenta reperti erano un ricco bottino; ci mancava ancora solo di vederli in faccia, ma dei dodici orsi sapevamo praticamente tutto: sesso, età, predilezioni, spostamenti, stato di salute, numero di piede, e anche carattere. Alla fine dell’anno ci erano diventati così familiari che parlavamo di ciascuno di loro come del cane di casa. Avevano anche un nome.
Io avevo trovato Amapola.
Amapola era una femmina che aveva lasciato tre cacche dietro di sé, in un terreno talmente improbabile da permettermi di scoprirle io per primo. Aveva fatto i suoi bisogni sul culmine di tre roccette a vista l’una dell’altra, prendendosi il disturbo di salire su ognuna solo per quella ragione: su quelle rocce non c’era possibilità di cibo, né di riparo. E gli orsi marcano il territorio in altro modo, non così.
Mi sono imbattuto nelle cacche di Amapola perché avevo imparato da poco ad arrampicarmi e salivo su tutti i sassi che incontravo: le ho trovate giocando.
Secondo l’opinione di Rudi era un orso pazzo, perché non si era mai visto niente del genere nemmeno fra gli umani, neppure per scommessa. Comunque era la mia orsa, non importava che fosse pazza. Ho scelto il nome di Amapola per fare un regalo a Dinetto.
Avevo voglia di fare un regalo a Dinetto; lui se n’era andato lasciandomi un sacco di gabbiette per canarini nuove di zecca senza darmi il tempo di ricambiarlo.
Credo che Dinetto da qualche parte della sua gioventù avesse avuto un’amante, un amore segreto. Non so come avesse potuto, non mi ha mai lasciato solo se non per andare a mettere in atto le sue soluzioni da tappollista. Non ricordo che avesse mai fatto dei viaggi per conto suo, o che avesse dormito anche una sola notte fuori casa.
C’era la Mariuccia, la lucciola del cinema Smeraldo. Si fermava a parlare un po’ con lui prima di entrare in sala e poi ci accompagnava al posto tenendolo per un braccio. Teneva per il braccio lui, non me, la Mariuccia, e faceva strada con la sua lampadina tenendola bassa bassa. Forse andavano a fare l’amore da qualche parte nei sotterranei del cinema nel cuore del secondo tempo, quando di qua dallo schermo qualunque cosa poteva accadere senza che me ne importasse niente. Poteva anche sparire, Dinetto. Forse.
Ma anche se non era la Mariuccia, nel suo cuore di tappollista teneva qualcosa per sé. Io lo vedevo bene: un figliolo ha occhi per tutto. Nonostante fosse una piccolissima cosa, quasi invisibile.
Quando succedeva che ero ancora bambino, pensavo: mio padre ha l’attacco. Da ragazzo, diventato un po’ più scaltro, pensavo: mio padre va in vacanza.
Non era un attacco, Dinetto non aveva malattie; era più probabile invece che andasse in vacanza. Era una partenza dell’ultimo minuto, senza preavviso; non aveva frequenza periodica: da questo punto di vista Dinetto non era un migratore, era un errante. Poteva accadere che per mesi non se ne vedesse traccia, o succedere più volte alla settimana per parecchie settimane di fila.
Poteva essere intento a fare qualunque cosa: riparare un rubinetto o leggere il suo giornale dei tappollisti sovversivi, oppure non fare niente, guardare il suo figliolo fare i compiti di scuola. Si assentava. Se stava guardando qualcosa distoglieva lo sguardo, si mordeva il labbro inferiore come se si sforzasse di concentrarsi su qualcosa a cui stava pensando da tempo. E poi si metteva a canticchiare fra sé una canzonetta. Poche parole, pochi secondi. Poi riprendeva quello che stava facendo. La canzone era sempre la stessa, e sempre uguali le parole:
Amapola, mia dolcissima Amapola,
la regina dei miei sogni
sei tu sooola.
Anche se la cantava con un filo di voce, non sono mai stato abbastanza bambino da non sentire la dolcezza della melodia di quella canzonetta. E lo struggimento che ci metteva.
Dinetto, anche se solo per un attimo, andava molto lontano.
Andava da lei, chiunque fosse questa Amapola. Per questo distoglieva sempre lo sguardo: per non confondersi lui, ma, soprattutto, perché non mi confondessi io. Non fossi indotto nell’errore di pensare che quella sua canzone fosse per qualcuno che era lì, in casa. Era un uomo orgoglioso Dinetto, un uomo dedito a fare ogni cosa a regola d’arte: aveva anche trovato il modo di prendersi la sua libertà senza fare il minimo disordine intorno.
Non gli ho mai detto niente, nemmeno quando lo beccavo a cantarsela negli ultimi tempi di salita dell’Incarnazione, che era ormai vecchio per qualunque Amapola.
E alla fine il suo figliolo gliel’ha voluta regalare, la sua Amapola. L’ho fatto perché adesso lui non c’è più, altrimenti non mi sarei permesso. L’hanno messo sotto mentre se ne andava col motorino a comprare il suo giornale; ci vedeva poco, sia per il giornale che per il motorino, ma questo non vuol dire. Anche gli orsi che hanno messo sotto sulla strada per Lubiana ci vedevano poco, come tutti gli orsi. Ci vedo poco anch’io. Quando è arrivata l’ambulanza era già partito; chissà se ha avuto il tempo di dirsi: be’, andiamocene un po’ in vacanza. Chissà se si è messo a zufolare la sua canzonetta ancora per una volta. Quella buona, probabilmente.
Ai forestali non ho raccontato tutta la storia. Ho detto: per me è Amapola. E Milo ha aggiunto dei segni sul registro. C’erano già segnati una Moira, un Maresciallo Tito, un Mandrake e una Paula.
Amapola era una giovane orsa, a giudicare dai reperti. Mangiava poca carne e quella poca la ingeriva che era per lo più già in putrefazione. Questo voleva dire che non era ancora abbastanza brava nella caccia e doveva accontentarsi dei resti di cacce altrui e di carogne. Ogni tanto mangiava miele e diverse api assieme al miele; era ghiotta di mirtilli e, a giudicare dalla presenza costante dei semi, era capace di fare molta strada solo per farsene una scorpacciata. Era sana, con una muta di pelo soffice e robusta. Ed era inquieta.
Apparentemente si muoveva come se non avesse le idee chiare sulla sua meta, tornando spesso sui suoi passi. E, da quello che potevamo capire, Amapola in quell’anno non si era ancora accoppiata.
Alla fine dell’inverno del ’94 sapevo abbastanza cose di lei, quasi tutto, tranne un’informazione essenziale: che strada avrebbe preso. Ho approntato decine di modelli per tentare di decifrare i suoi reconditi progetti e nessuno ha funzionato. Non avevo la minima idea di come fare a incontrarla.
Alla fine è stata lei a venirmi a trovare. Di mattina presto, in uno dei primi giorni tiepidi d’aprile.
Era lei, lo abbiamo scoperto dalle analisi. Ma era lei anche senza bisogno di controlli: chi poteva mai essere, se non Amapola?
Dal punto di vista di père Foucauld “cerchi chi devi cercare, incontri chi devi incontrare. Sono sempre i piedi che Dio muove per primi. I Re Magi avevano menti aperte e piedi preveggenti. Questa è la ragione che li ha portati alla Stalla”.
Allora non sapevo niente di père Foucauld, sapevo solo che prima o poi avrei incontrato Amapola. E che se avessi avuto abbastanza coraggio le avrei cantato all’orecchio la canzone di Dinetto.
Non abbiamo potuto sapere quando è arrivata; alle sei di mattina ci siamo messi a preparare la colazione e lei era già lì. Forse le piaceva il profumo del caffellatte. Forse quel caffellatte era così forte e promettente da coprire i nostri odori. La potevamo vedere dalla porta aperta della capanna al limite della macchia di faggi, distante non più di duecento metri: come avercela in casa.
Se ne stava tranquilla in posizione di riposo, il lungo corpo disteso e il muso appena sollevato sulle zampe. Immobile. Le ho sparato io. Non ero io che avevo la mira migliore, ma ho deciso così. Potevo decidere questo genere di cose. Milo ha fatto cenno di sì quando ho raccolto il fucile.
È stato un bel gesto da parte sua: era il miglior tiratore e il più esperto di tutta la selva, e Amapola era il primo orso a cui potevamo mirare. Io ho la vista difettosa, non individuo con precisione gli oggetti in movimento, né quelli in piena luce, ma Amapola era immobile nell’ombra del faggeto. Amapola era mia, era mia e di Dinetto. L’ho centrata nel punto giusto, alla base del collo, proprio sopra la scapola; nessuno avrebbe potuto fare di meglio. Prima di andare a trovarla ho contato tre minuti buoni, come raccomandano le istruzioni del narcotico.
Era ancora lì, nella stessa posizione; solo con il muso riverso di lato. Era proprio una giovane femmina; nel modo ursino in cui poteva esserlo, una bella ragazza. A tre passi da lei ne ho sentito l’odore: fiele e nocciole.
Avevo avuto molto tempo per esercitarmi, sapevo perfettamente cosa fare. La cosa più importante era fissare la trasmittente. Cercare il punto giusto nel collo. Non avevo mai toccato un orso. Rondini tante, orsi nessuno; anche a volersi esercitare, non ci sono orsi in cattività abbastanza accondiscendenti da prestarsi per far fare un po’ di pratica a quelli come me.
Ho preso tra le mani il muso di quell’orsa come sapevo prendere una rondine. Con le mani a coppa, come se potessero contenerlo, diventare un nido di orso. Vista con gli occhi di Milo e di Rudi era una cosa ridicola. Perse nella massa del pelo spesso e ferino, le mie grosse mani non servivano a niente.
Però è stato bello per un attimo tenere Amapola fra le mani, come a volerle bene. Come ho voluto bene alle rondini del water. Finché ho tenuto il suo grosso muso inerte fra le mie mani, finché ho sentito sui polpastrelli il pelo morbido, umido della rugiada mattutina, Amapola è stata rondine. Come l’altro giorno è stata rondine Jasmina. Jasmina sapeva di gelsomino, Amapola di fiele e nocciole. E non era, come sembrerebbe detto così, un odore disgustoso, era solo molto penetrante.
Le ho cantato la canzoncina di Dinetto e poi le ho stretto al collo un gingillo elettronico del valore di diverse migliaia di dollari. Buon viaggio, amore mio.
Ho amato quell’orsa e non credevo che fosse una cosa umana farlo.
Una sera dimah Tighrizt ha cantato per la sua cammella Sirath.
Ha glorificato il candore del suo manto, la lucentezza dei suoi denti, il profumo di orzo del suo alito, la curva delle sue ciglia, la dolcezza dei suoi occhi. Ha raccontato dei lunghi viaggi nel deserto e del suo coraggio nell’affrontare i demoni in agguato nelle piste, della sua abnegazione nel sopportare la fatica.
Dimah Tighrizt è stato più volte salvato da sicura morte dalla sua cammella. Si è dissetato della sua limpida urina quando è rimasto con la pelle dell’acqua asciutta. Si è protetto dalle tempeste di polvere addossato sottovento alla sua morbida groppa. Con il suo mite bramito Sirath ha invocato per lui l’angelo del Signore quando la sua voce era ormai disseccata.
Ora, lontano da casa, il vecchio dimah aveva nostalgia della sua casta cammella, non della sua lubrica moglie.
Jibril dice che ogni tagil ha nel cuore un ventricolo per ospitare l’amore per la sua cammella. Dice che questo non posso capirlo. Non è lo stesso amore per il fucile automatico che gli salva la vita. Non è lo stesso amore per la Toyota che gli procura da vivere. Dice che è un amore gratuito. Dice che un tagil non ucciderà mai la sua cammella, neppure se la sua carne dovesse salvarlo dalla morte per fame. Jibril ha visto molti uomini levarsi il pane di bocca per nutrire la cammella e molti piangere per la sua morte.
Dice anche che quando un tagil sceglie la sua cammella fra i puledri di un branco, da quel momento l’animale non appartiene più alla stessa razza degli altri. Che finiranno rognosi e bizzarri a scalciare nelle carovane, o sgozzati nei macelli. Diventerà una sorella speciale, una piccola divinità. La cammella del dimah, dice, possiede una santità molto più antica del più antico santo dell’Islam: è la santità che tiene ancora stretto il vecchio al deserto e ai suoi spiriti. Intercede per lui presso tutto ciò che nel deserto è più antico e più profondo degli uomini.
Abita il centro dell’Universo, direbbe père Foucauld della cammella, ma non ho trovato niente scritto da lui su questo argomento. Si dice che per tutta la sua vita nell’Hoggar père Foucauld non abbia mai usato altro mezzo per spostarsi che non fossero i suoi piedi, qualunque e quanta fosse la strada che doveva fare.
Amapola è da qualche parte adesso, più vecchia, più grassa e certamente meno curiosa di allora. Non credo che al suo risveglio abbia potuto apprezzare il ricordo che le ho lasciato: un fastidioso parassita di plastica in un punto dove non riesce a grattarselo via. E il forte, alieno odore delle mie mani.
Non so cosa le avrà fatto venire in mente quell’odore, e in quanti ruscelli si sarà lavata e in quante marcite rotolata prima di toglierselo di dosso. So però che non sono stato il primo umano di cui abbia portato con sé una traccia.
L’ultima volta che ho chiesto mi hanno detto che oggi Amapola si trova ad almeno duecento chilometri a ovest della macchia di faggi dove l’ho incontrata. Amapola ha un nuovo etologo che le sta alle calcagna.
Se cerco di guardarla da quassù, dal cuore spoglio dell’Universo, Amapola non è soltanto l’orsa a cui ho cantato una canzoncina, ma, non molto diversamente dalla cammella di dimah Tighrizt, una sorella speciale, un tramite, una costruttrice di legami, una portatrice di misteri.
Dopo il nostro primo incontro, Amapola ha badato bene di tenersi alla larga. Da allora non l’ho più incontrata. Dal punto di vista del mio lavoro non era più necessario che accadesse: quello che c’era da fare era stato fatto. Ho seguito il dit dit dit della sua trasmittente e ho potuto stabilire su una carta topografica l’andamento delle sue erranze.
Disegnato sulla carta, il suo cammino prendeva un certo senso. Amapola non si muoveva in modo del tutto casuale: nonostante molte incertezze manteneva una costante direzione da est verso ovest. Amapola era venuta a visitare l’Occidente e intendeva proseguire. Viaggiava sola, ma non era la sola su quella rotta.
A forza di rovistare nei boschi a raccogliere escrementi e peli, a prendere impronte e a perdere la vista sui microscopi, infine è stato svelato l’arcano. L’ondata ursina che stava ripopolando le Alpi era composta di profughi di guerra. Amapola apparteneva al ceppo genetico dell’antica e nobile famiglia plantigrada della foresta balcanica. Ce n’è un rappresentante maschio in posa nello stemma della Bosnia da diversi secoli. Aveva fatto molta strada Amapola, per venire ad annusare il mio caffellatte. Immagino che se fosse stato per il caffellatte o per i mirtilli del Monte Canin, non ne sarebbe valsa la pena.
Ma Amapola era in cerca di un po’ di pace. Chi ha davvero bisogno di pace non conta i chilometri.
Ho scoperto che quando c’è una guerra i telefoni funzionano per lo più regolarmente, a volte funzionano meglio del solito. C’era la guerra e gli umani dovevano occuparsi degli umani, sempre che potessero farlo; ma dentro la guerra c’erano umani che avevano ancora speranza di potersi occupare di plantigradi.
Gli etologi di Bosnia lavoravano, lo facevano come potevano. Ho saputo da Hasan Kikic´, professore dell’Università di Tuzla, orsologo di Bosnia, cos’era accaduto.
Non c’è un posto abbastanza remoto per ripararsi da una guerra, nemmeno il cuore della selva primeva è abbastanza protetto. Gli orsi se ne erano venuti via, sfrattati dai loro covili dalle mine e dalle granate. Né più né meno di quello che avevano fatto gli umani. Quello che fanno sempre gli umani non direttamente interessati a farla, la guerra. Prendono e vanno.
Non c’è mai un luogo preciso dove andare, solo una direzione da prendere. A ovest, verso occidente, semplicemente perché là non si sentono le cannonate e non ci sono incendi.
Amapola la profuga, Amapola in cerca di pace. Amapola che non era un’orsa qualunque perché portava con sé un segreto angosciante più ancora della guerra.
È successo questo. La mattina del nostro incontro le avevo fatto un bel lavoro di pulizia. Dopo la pesa e le misure, le avevamo prelevato dei campioni di sangue, del muco nasale e di saliva, un pezzetto di unghia e due ciuffi di pelo, uno superficiale e uno del vello più profondo.
Quest’ultimo l’aveva raccolto Milo in un punto, dietro l’arco mascellare, dove la pelle forma un’ansa. Lì era certo che non ci avesse mai battuto il sole; una zona vergine dove le pratiche di toilette dell’orsa non potevano mai essere state molto efficaci. Infatti il pelo era ispessito da diversi residui. Un po’ di tutto, anche delle modeste briciole di vecchio sangue.
Sangue di un gruppo diverso da quello di Amapola. Di differente composizione chimica e molecolare. Sangue umano. Amapola era sporca di sangue umano. Aveva azzannato. Se aveva morso nel punto giusto, esercitando la forza di cui era capace, aveva certamente ucciso quell’umano. E se così era andata, probabilmente aveva finito il suo lavoro e se ne era nutrita.
Ma non sono cose da orsi queste, non da giovani orsi bosniaci. Sono cose da favole. Magari da orsi grigi dei tempi remoti, forse da grizzly canadesi e da orsi polari. Non da orsetti bruni. Un orso fa già abbastanza fatica ad avere ragione di una pecora o di un capriolo. L’unica ragione per cui un’orsa può attaccare un umano è se quell’umano minaccia i suoi cuccioli. Ma Amapola era ancora vergine.
Chi aveva azzannato Amapola, perché lo aveva fatto? Chi l’aveva minacciata in modo così definitivo da indurla ad accettare lo scontro con il più grosso tra i mammiferi predatori? Chi aveva incontrato la profuga nella foresta?
All’esame del Dna il sangue è risultato appartenere a un umano di sesso femminile. A una ragazza, una ragazza come Amapola. Non proprio come Amapola. Il ceppo genetico della donna non era bosniaco, apparteneva a un altro gruppo. Un gruppo che non figurava nel grande atlante informatico degli umani. Un gruppo che non era compreso fra le migliaia che avevano un nome di appartenenza e un luogo di residenza. L’umana era, geneticamente, una sconosciuta.
Dit dit dit, batteva il cuore elettronico di Amapola; dit dit dit, navigava sullo schermo verdolino la traccia dell’orsa antropofaga a spasso per le selve, ancora volta a occidente. Io volevo bene a quell’orsa. L’avevo tenuta fra le mani, le avevo cantato una canzone. Perché mai avrebbe dovuto mangiare un umano per arrivare fino a me?
4.
CAUCASO
Ormai è notte fonda. Senza darlo troppo a vedere si è fatto lentamente largo fra le montagne a levante un quarto di luna crescente con la gobba all’ingiù. Agli occhi di un settentrionale è una luna rovesciata. Non ho ancora imparato a vederla come va vista da qui, dal suo verso giusto, e oziosamente il settentrionale si domanda se non si possa raddrizzare. Un quesito da porre a Dinetto, tipica complicazione in cerca di una soluzione da tappollista.
Jibril è appena venuto a darmi la buonanotte. È tutto tranquillo, gli uomini sono acquartierati e quelli che non hanno più sigarette da fumare già dormono. Per domattina ogni cosa è pronta, il programma già predisposto, gli attrezzi appena impacchettati. Jibril sa fare le cose per bene. Le fa così bene che mi sveglia lui la mattina. Più confacente della sveglia che mi sono portato. Più dolcemente.
Mi svegliano i rumori nitidi e ordinati di Jibril che sistema le ultime cose nelle sue sacche. Tink tink di metalli che si sfiorano, frusciare di cinghie che si stringono, fibbie che si allacciano, piccoli oggetti di legno che cloccano.
Erano i rumori del primo mattino di Dinetto. Predisporre con cura gli attrezzi. La borsa di cuoio duro del tappollista. Delicatamente. Attrezzi costosi, scelti dopo lunga riflessione in negozi senza insegne, magazzini bui per specialisti che acquistano al tatto. Zeppe e cantinelle costruite in proprio per sopperire all’ottusa funzionalità dell’attrezzo industriale.
Jibril e Dinetto si preparano allo stesso modo al giorno che verrà, pensando con ampiezza di vedute a ciò che andrà fatto, perché sia fatto a regola d’arte. Jibril non assomiglia a Dinetto, sono i loro pensieri che si assomigliano. Il suono dei loro pensieri mi ha svegliato e mi sveglia come se sentissi sussurrare una canzone accanto al mio letto.
Poi Dinetto scendeva al forno a prendere il pane fresco e preparava il caffellatte per sé e per il suo figliolo.
Sull’Assekrem il tè è compito di Ahmul. Ahmul ha la responsabilità per tutta l’acqua del campo. Ma Jibril fa una cosa che Dinetto non sapeva fare. Jibril prepara baghett per tutti gli uomini. Prepara l’impasto e lo mette a cuocere prima dell’alba sui sassi che ha lasciato a scaldare nella notte attorno alle braci di carbone. Mescola la semola del cuscus con un po’ di farina bianca; le baghett sono calde e dure come i croccanti delle fiere. Le baghett di Jibril irrobustiscono i denti e riempiono lo stomaco prima che il sole lo riduca a una vescica secca.
Jibril mi ha chiesto con il dovuto rispetto perché non mi ritiro anch’io, mancano sì e no cinque ore all’alba. Non lo so perché; vorrei riuscire a finire di pensare quello che stavo pensando.
Questo Jibril non lo capisce: “La notte serve a riposarsi dai pensieri del giorno e il giorno non dà riposo ai pensieri della notte”.
È una risposta da tappollista. È una risposta da prudente padre di famiglia e da vero credente.
“I pensieri della notte sono tentazioni dei demoni, salgono dalle crepe della terra come gli scorpioni. Come gli scorpioni in cerca dell’umidità della notte per dissetare l’anima seccata.” Questo non lo dice père Foucauld, questo lo dice la pia tradizione dei santi dell’Islam che hanno pregato prima di lui in questo deserto. Jibril non è molto religioso, ma sa le cose che deve sapere.
Anche père Foucauld sapeva le cose, però la notte non dormiva. Di giorno pensava e la notte scriveva. Pensava lavorando e pregando, scriveva quello che ricordava del giorno. Si dice che non abbia mai dormito per tutto il tempo che è vissuto sull’Assekrem. Ma i suoi libri sono pochi: ha usato le notti con parsimonia e le parole con molta cautela. Lo si capisce leggendo, per questo mi piace.
“Va’ a dormire, jacuija,” sussurra Jibril, “va’ a riposare, o le stelle ti cadranno addosso.”
Come sono basse le stelle sul colle dell’Assekrem.
“No, resto ancora un po’.”
“Se vuoi ti faccio compagnia, jacuija, ho dormito per tutto il tempo che dimah Tighrizt ha cantato. Mi fa piacere restare, so come fare con gli scorpioni.”
Jibril, venticinque anni, arabo fra i tagil, con una moglie e due figli in città, la sa più lunga di tutti qui.
“Cosa ha cantato di così noioso stasera il dimah da farti addormentare?”
“No, non era noioso, ma è una storia che conoscevo già. La conoscono tutti qui, anche se il dimah dice che è successa a lui. Lo sappiamo che non è vero, ma a molti piace ascoltarla.”
“Di cosa parla, Jibril?”
“C’era un leone qui, una volta. Viveva nelle gole di Adrar n’anhet. Mio padre diceva che era l’ultimo leone dell’Hoggar e suo padre diceva la stessa cosa. Veniva a mangiare le nostre capre, ma nessuno ha mai provato a ucciderlo. Era l’ultimo leone dell’Hoggar, valeva le capre che mangiava. Doveva essere vecchissimo, forse più di cento anni. Era zoppo, a causa di qualche combattimento di gioventù o di una trappola, e lasciava nella polvere una traccia inconfondibile. Vedevamo le sue tracce, ma nessuno lo ha mai incontrato. Trovavamo i resti di una capra anche a molti chilometri dall’ovile; tornavamo con quello che rimaneva della sua pelle perché tutti vedessero chi era stato. Poi ha smesso di mangiare i nostri animali e un giorno un tagil che cercava acqua dalle parti di Meredoua ha trovato il suo corpo. Era disteso sulle pietre del deserto, disteso sul suo stesso sangue. Il sangue gli era uscito da una ferita nel costato. Era ancora fresco. L’uomo è venuto via senza averlo toccato. Una pelle di leone vale quasi una casa, ma, anche se vede che è morto, un uomo non si avvicina a un leone se il suo sangue è ancora fresco. La storia non è questa. La storia è che da allora molti altri tagil hanno visto il leone zoppo dell’Hoggar. Lo hanno visto in luoghi diversi, molto distanti fra loro. E il suo sangue era sempre fresco. Come se fosse appena morto. Per questa ragione nessuno gli si è mai avvicinato per cercare di scuoiarlo. Nemmeno dimah Tighrizt, per quello che ne so; dormivo mentre cantava.”
“Cosa significa questa storia, Jibril?”
“Niente. Che l’ultimo leone dell’Hoggar è morto, ma non è morto abbastanza. Penso che i tagil non smetteranno mai di incontrarlo; non era una cosa così brutta farci rubare qualche vecchia capra dal nostro leone zoppo.”
Ascolta, Jibril: so di chi era il sangue sul muso dell’orsa Amapola. So cos’è successo anche se non ero lì a vederlo. Lo so, questa è la verità. Quel sangue è di una giovane donna che viene da un lontano paese. Il suo paese è così lontano, che nessuno che non venga di lì sa neppure che esiste. Quella donna è così bella, che quando l’ho vista ho pensato che poteva anche non essere vera.
Non esistono solo le cose vere.
L’ho incontrata a Tuzla, la città del sale. L’ho incontrata l’ultimo giorno del grande assedio. Ma di lei sapevo già tante cose. L’orsa mi ha messo per strada, l’orsa mi ha procurato incontri con gli spiriti.
Sono partito per la Bosnia, Jibril. Non sapevo niente della guerra e la prima cosa che ho imparato è che non è per niente difficile entrarci. La guerra apre diverse porte di servizio.
Avevo uno zaino. Ho messo dentro le cose come se dovessi partire per un’altra campagna sul Monte Canin. Ho aggiunto solo un quaderno con la storia di Amapola, mille marchi tedeschi in contanti e il numero di telefono dell’ufficio del professor Hasan Kikic´. Sono partito e non sapevo dove andare.
Oggi so che la mia mente ha onestamente seguito i miei piedi, allora pensavo solo che sarei dovuto partire. Non fa molta differenza.
L’ho presa alla larga, dall’Ungheria. Da Budapest c’è un autobus che arriva al confine serbo. Almeno c’era allora. Sedici ore di strada, aria condizionata e rock magiaro. Gente che sale e che scende in piena notte. Stazioni di servizio buie in mezzo al buio al bordo di piccoli paesi che riuscivi a malapena a capire che esistevano. Fermate piene di gente che dorme sotto le tettoie, persino nelle latrine. Nessuno mi ha chiesto dove andavo, nessuno è partito da Budapest per arrivare a Tompa.
La dogana di Tompa era un piazzale pieno di camion e di gente. Militari, paramilitari, civili, contrassegni di ogni tipo, non si distinguevano bene. C’era una baracca di cemento con scritto “Snack Bar”. Doveva fare affari milionari. Davanti alla porta, c’era un’orchestra che suonava. Una fisarmonica, un sassofono, un violino. La prima musica che ho sentito suonare è stata ’O sole mio. La conoscevo. Un’orchestra di zingari; rumeni, magiari, forse bielorussi, o bulgari. Chi lo sa?
Gli zingari.
Non sai di cosa ti sto parlando, Jibril. Una di quelle orchestrine di professionisti che hanno suonato in tutti i ristoranti di tutto l’Est d’Europa ai tempi del socialismo. Onesti professionisti. Musicisti molto in voga quando i gusti dei clienti erano più semplici, più tradizionali e accomodanti. Quando agli sposi piaceva ballare i vecchi balli. Quando ai ragazzi poteva ancora venire voglia di baciarsi se lì vicino suonavano ’O sole mio, o Moscow Midnight.
Gli occhi di quegli zingari appoggiati allo snack bar, Jibril, ti dicevano che avevano visto parecchie cose. Forse non tutto, ma quasi. Di certo avevano visto sparire i locali dove si erano fatti una carriera, e i ragazzi che li stavano ad ascoltare. Eppure non avevano voglia di cambiare repertorio. Non ancora. Ci avevano lavorato forse trent’anni ad affiatarsi, ci avevano lavorato duramente; non valeva la pena cambiare.
Gli zingari devono sapere degli uomini cose che a noi sfuggono, come i bracconieri sanno più cose sugli animali degli etologi. Perché altrimenti, alla frontiera di una guerra, un’orchestra che suona ’O sole mio sarebbe totalmente nuda e scalza di ragione.
Mentre me ne andavo da Tompa, sotto il ringhiare del camion che ingranava la ridotta, sentivo ancora l’orchestra. Suonava in modo brioso una vecchia canzone americana dove c’è un treno che fa chuo chuo. È un motivo molto allegro e molto semplice e tutto il suo fascino sta in quel chuo chuo. La fischiettava Dinetto mentre costruiva le sue gabbiette: la fischiettava perché io potessi fare il verso del treno assieme a lui. Ma non so se ti sarebbe piaciuta quella musica.
Sono entrato in Bosnia su un camion, uno delle molte decine di grossi camion che dalla frontiera partivano per le repubbliche in guerra. Ho chiesto un passaggio e ho viaggiato per una settimana. C’erano molti controlli e non ce n’era nessuno; occorrevano diversi lasciapassare e nessuno era buono.
Il camion era di un armeno. Era un vecchio camion russo; se ne vede ancora qualcuno anche da queste parti. Sai come sono fatti: se Dio vuole, vanno dappertutto. Sul telone del camion c’era una grossa scritta gialla; era in inglese sopra e in alfabeto cirillico sotto:
“American Instant Laboratory”
“Laboratorio istantaneo americano”.
La scrittura cirillica per noi è come la scrittura araba, sono molto pochi quelli che la sanno leggere. Io no. L’armeno invece conosceva quella scrittura e sapeva parlare undici lingue, almeno nove in più di quelle che conoscevo io. È stato facile per lui parlare.
Ha parlato tutti e sette i giorni, sempre. Quasi sempre: a volte, quando era stanco di tutto quel suo parlare, cantava.
Non era dimah Tighrizt, però gli assomigliava.
Dimah Tighrizt guadagna cantando, lui con il suo American Instant Laboratory. Ma sapeva raccontare come lui. Come dimah Tighrizt, mi ha raccontato di quello che aveva visto e nessun altro aveva potuto vedere. Non era vecchio, aveva solo qualche anno più di me, ma era già stato dappertutto.
Gli armeni fanno così, vanno dappertutto e non si fermano mai. Come i tagil, ma diversamente da loro. Gli armeni sono stati cacciati via dalla loro terra, hanno molto sofferto e soffrono ancora per questo. Tutti volevano la loro terra, nessuno vuole l’Hoggar.
Si chiamava Zingirian e assomigliava come un gemello a un famoso cantante di quando ero ragazzo. Anche il cantante era armeno. Avevano tutti e due una fossetta nel mento. Molti armeni che ho conosciuto avevano la fossetta nel mento, e tutti avevano occhi dolci. Occhi dolci anche mentre soffrivano.
Il cassone del camion era pieno zeppo di cartoni e scatole di ogni misura e al centro era inchiodato al pianale un piccolo banco da lavoro di legno. C’era imbullonato ogni genere di utensile. Zingirian comprava, vendeva e aggiustava qualunque cosa made in Usa. Faceva tutto quanto istantaneamente. Era talmente istantaneo, che molto di quello che faceva sfuggiva alla mia vista.
In quegli anni, dopo il socialismo, i paesi dove viaggiava l’armeno erano ricchi di ogni genere di prodotti americani bisognosi di riparazioni e molta gente smaniava dalla voglia di comprarne di nuovi. Se non americani, almeno che fossero tedeschi, inglesi o italiani. Zingirian aveva tutto quello che la gente desiderava acquistare. Molti di quegli oggetti non ne ho visti qui nell’Hoggar. Aspirapolvere, per esempio, o frullatori, o ferri per arricciare i capelli. Altre cose ancora che non conoscevo neppure io. Lavorava anche con televisori, radio, dentifrici, occhiali da sole. Credo che molti tagil vorrebbero averne la jeep piena per venderne e arricchirsi.
Si fermava nei paesi e la gente arrivava per fare affari con lui. Aveva un megafono sopra la cabina del camion. Si fermava e cominciava a cantare. Cantava bene, cantava canzoni armene e russe. E la gente arrivava come se conoscesse quelle canzoni e sapesse già da tempo che cosa era venuto a fare Zingirian.
Gli ho visto fare così per il tempo che siamo stati assieme, e mi ha detto che questo è il suo metodo. Ha detto che è molto famoso in tutto il mondo, che la gente si fida di lui perché è onesto e ride sempre, in qualunque momento. Gli ho visto fare anche questo.
A volte si metteva a trafficare in disparte, mentre io me ne stavo seduto nella cabina ad aspettare. Credo che vendesse anche armi, o le comprasse, o tutte e due le cose. Ma non ne sono sicuro. C’erano molti controlli e non ce n’era nessuno. Dipendeva da quello che si diceva con i soldati che ci fermavano ai posti di blocco. C’erano decine di posti di blocco con divise molto differenti tra loro. A volte davano il via libera senza neppure chiedere i documenti, altre volte sparavano in aria, altre volte alle gomme. Poi si mettevano a discutere con lui. Pareva davvero che lo conoscessero tutti. I miei documenti li restituivano a lui; ero trasparente.
Zingirian guidava dieci, dodici ore tutti i giorni, dormivamo nelle cuccette dietro il posto di guida, mangiavamo appoggiati al cofano. E raccontava, raccontava per tutto il tempo. Aveva molta più energia di dimah Tighrizt e riusciva a fumare quanto lui. In fatto di sigarette avevano gli stessi gusti. Vendeva anche quelle.
Quando raccontava guidando non guardava né la strada, né me. Guardava sull’aletta del parasole la fotografia di un viso di donna. Era la sua ragazza, mi ha detto. La guardava perché non voleva lasciarla mai sola.
La fotografia non era molto nitida, ma doveva essere una bella ragazza. Aveva i capelli lunghissimi.
Ascolta, Jibril, siamo seduti qua io e te, e se solo ci fosse un poco più di luna ci sembrerebbe di vedere il mondo intero. Ma non c’è solo l’Assekrem al centro dell’Universo. Ci sono altri luoghi. E ci sono altri uomini, ci sono altri spiriti. Zingirian mi ha parlato di loro.
Ti ricordi la canzone di dimah Tighrizt sull’uomo nudo e scalzo che sta andando ad assistere alla nascita del Profeta? L’hai visto anche tu l’uomo che camminava lungo la pista l’altro giorno. E questa sera l’hai visto laggiù in fondo alla gola, che continuava a camminare? È lo stesso uomo, secondo te? È fatto di carne e ossa, o è uno spirito?
“Che ti importa, alaghj, di cosa è fatto quell’uomo? A cosa ti serve saperlo? Pensi che se scendi giù sulla pista e riesci a toccarlo saprai qualcosa di più di lui?”
Hai ragione, non importa chi è o di cosa è fatto; quello che conta è che l’abbiamo visto. Ci credi se ti dico che Zingirian ha visto una donna, l’ha vista ripetutamente, camminare per migliaia di chilometri sul bordo delle strade? Camminare con solo una sacca di plastica in mano. Per strade dure come le piste dell’Hoggar; forse più dure, Jibril. Strade che attraversano guerre dove ai soldati non importa neppure indossare una divisa. Strade tenute sotto sequestro dai banditi. Strade di rapimenti e di saccheggi.
Quanto vale la vita di un tagil, Jibril? Il suo sangue vale sempre qualcosa per chiunque lo versi. Ci sono strade, nel cuore del mio continente, dove il sangue non costa niente.
Su quelle strade della desolazione Zingirian ha incontrato una donna che andava verso occidente, attraversando frontiere e paesi. Senza una difesa, o una proprietà da barattare con la vita; anche lei nuda e scalza. E viva, Jibril, anche lei viva nonostante la sua vita mi appaia altrettanto irragionevole.
Ci credi se ti dico che l’ho conosciuta, quella donna? Non come l’uomo della pista, ma che gli sono stato vicino abbastanza per toccarla e parlarle? L’ho toccata, e questo non mi ha forse fatto sapere nulla di lei, nulla di più di quello che so di quell’uomo laggiù, ma mi è rimasta nelle mani. L’ho ancora qui con me, sulla punta delle dita.
L’ho incontrata nel cuore della guerra. L’ho incontrata che era un resto umano avanzato dalla guerra civile di Bosnia. Zingirian è sicuro che sia partita dal paese di Kubacia. Io l’ho incontrata nella città di Tuzla, e so che di lì è ripartita.
Non sapevo nemmeno che esistesse un paese che si chiama Kubacia e ti assicuro che nel mio paese non c’è una sola persona che saprebbe dirti dov’è. L’armeno poteva avermi mentito perché non sa distinguere neppure lui ciò che ha visto da quello che ha immaginato, o che gli è stato detto da qualcuno che ha visto o immaginato al posto suo. Ma ho un buon garante. Un principe, Jibril, un principe polacco di molto tempo fa.
Sta’ a sentire, e credimi, perché è un fatto molto strano. Un giorno ho comprato un libro in una stazione ferroviaria. Uno di quei libri che si comprano per passare il tempo durante un viaggio. Un libro che aveva nel titolo la parola “Caucaso”. Zingirian mi aveva raccontato del Caucaso.
Era un diario di viaggio e l’aveva scritto questo principe, il principe Potocki.
Era pazzo. L’unica cosa saggia che sapeva fare era viaggiare. Era un anarchista e viveva in Polonia ai tempi della Rivoluzione francese. Era entusiasta di quella rivoluzione e voleva che arrivasse e si accendesse ovunque, persino nel suo paese, dove nessuno voleva sentirne parlare.
Neppure i suoi servi e i suoi contadini si fidavano di un padrone rivoluzionario: non era nel modo giusto e ordinato dello svolgersi delle cose. Il modo giusto era che a un certo momento i contadini e i servi si ribellassero e cacciassero il loro padrone. Il modo giusto era una notte incendiargli il palazzo e accoltellarlo nel sonno per vendicare i torti subiti per molte generazioni. Questo lo capivano, mentre non capivano perché il loro principe li esortasse a pretendere libertà, uguaglianza e fraternità.
Così lo cacciarono, non perché avessero deciso di fare la loro rivoluzione, ma perché non ne potevano più dei suoi discorsi. Quando sarebbe venuto il momento avrebbero voluto parlare loro. Così fu mandato in esilio dai suoi stessi sudditi. E si mise a viaggiare. Non smise mai, pur di non tornare in un paese ingrato come il suo. Sempre che lo avessero rivoluto indietro.
Viaggiando scriveva libri. Libri dei suoi viaggi e libri di fantasia, ma ben distinti gli uni dagli altri.
In questo si è rivelato molto saggio. Per il resto era davvero pazzo.
Portava nei suoi viaggi un samovar per fare il tè. Un samovar come quello che c’è nella casa delle solitarie a Tamanrasset. Come le teiere che si usano qui, i samovar continuano a essere fabbricati allo stesso modo da secoli. Non c’è bisogno di cambiare le cose ben fatte. Hai visto che sul coperchio ha un pomello per poterlo tenere quando scotta? Bene, per tutto il tempo che ha viaggiato, per più di vent’anni, ogni sera il principe beveva il suo tè e prima di coricarsi con un sottile smeriglio lucidava quel pomello. Solo il pomello, con grande meticolosità e dedizione. Una cosa senza senso che solo un pazzo può fare.
Con gli anni lo smeriglio ha smangiato l’ottone del pomello. Lentamente, molto lentamente, da non accorgersene nemmeno, se non sei tu a farlo sera dopo sera. Infine è venuta la sera che il pomello è diventato della grandezza giusta che aveva in mente il principe. Smangia e smangia per anni e anni, alla fine era quello che ci voleva.
Allora il principe pazzo ha staccato dal samovar il vecchio pomello d’ottone che era diventato una lucida pallina, lo ha infilato nella canna della sua pistola, ha preparato l’innesco e se lo è sparato nella tempia.
È morto così il principe Potocki, dopo averci pensato vent’anni. Vent’anni in cui ha viaggiato e visto molte cose senza mai smettere di raccontarle, fiducioso che quello che stava facendo sarebbe servito all’umanità intera. Se non ai suoi sudditi ingrati, ai molti uomini liberi che secondo lui al più presto avrebbero popolato la Terra.
Non ha lasciato scritto o detto nulla riguardo al suo gesto finale, e nessuno tra chi l’ha conosciuto lo ricorda come una persona cupa o meditabonda. Quello che ha fatto, lo ha fatto e basta. Forse pensava che il pomello del samovar fosse il suo orologio, un orologio che caricava tutte le sere alla rovescia. Ogni volta che guardo l’orologio che ho al polso, mi dico che sto guardando qualcosa che prima o poi finirà, lui invece si era fatto un’idea precisa di quando sarebbe finito.
Ma ascolta, Jibril. Cacciato dal suo paese, il principe ha fatto per prima cosa un lungo viaggio nelle terre del Caucaso. Pensava di incontrare laggiù gli uomini più antichi del mondo, i popoli che avevano conosciuto Noè, quelli generati nell’Arca.
Era un erudito, uno studioso di vasti orizzonti, pensava di fare scoperte importanti per l’umanità. Il libro che ho comprato alla stazione racconta di quel viaggio.
Il Caucaso è a est, è un paese chiuso fra le montagne. Le montagne sono raccolte assieme e quando le vedi in lontananza sembrano un’immensa e invalicabile fortezza. Una fortezza lontana e selvaggia. Le valli sono strette e inestricabili come i vicoli di una medina. Se lo sorvoli con un aereo potresti pensare che il Caucaso sia un deserto, e potresti immaginare che sia l’Hoggar. Ma non ha lo stesso colore. Le sue montagne più alte sono bianche. Bianche di neve. La neve, Jibril, è acqua gelata che cade dal cielo come fiocchi di lana ancora da cardare. Bianca come quella degli agnelli.
Sulle montagne del Caucaso fa molto freddo e a volte l’acqua rimane neve per sempre. Quando invece si scioglie, il colore delle montagne diventa grigio come la polvere; e azzurrino, come l’orizzonte prima che si levi il sole sull’Assekrem. Ma nelle valli dove fa più caldo il Caucaso è sempre verde. Verde che splende come la tua shesh, e verde più scuro e cupo, e verde chiaro come le camicie dei soldati quando sono appena lavate. Sono gli alberi delle foreste, l’erba dei pascoli, il grano dei campi, i frutteti degli orti.
Non è l’Hoggar. Ma se è vero quello che pensava il principe, se l’arca di Noè alla fine del diluvio si è posata su una delle sue montagne, il Caucaso è il cuore della Terra, al centro dell’Universo. Lo vedresti anche tu se salissi sulla sua montagna più alta e guardassi l’orizzonte con gli occhi del patriarca che ha appena salvato l’umanità.
Jibril ascoltava, e intanto con la polvere e minuscoli sassi componeva ai suoi piedi complesse figure. Disponeva nella notte il suo disegno con gesti molto lenti e meditati, come se stesse sgranando un rosario. E io non capivo se quello che andava costruendo così diligentemente fosse il Caucaso che gli stavo raccontando o l’architettura di una sua preghiera. Per il padre di tutti i popoli Noè, o per me, o per la donna che camminava verso occidente. Ma ogni tanto distoglieva lo sguardo dal suo lavoro per cercare i miei occhi, e annuiva. Lasciava cadere un sassolino a terra, come se sentisse il bisogno di mettere un punto. La pietra toccava il suolo dell’Assekrem senza fare rumore.
Ascolta, non è come l’Hoggar: nelle montagne del Caucaso vivono mille popoli. C’è una storia ancora più vecchia della Bibbia che dice così. Dio ha creato il primo uomo, poi dalla sua progenie ha creato una moltitudine di popoli e li ha disseminati ovunque, spandendoli qua e là con la Sua mano. Alla fine, quando sembrava a Iddio di aver finito il suo lavoro, scoprì che gli avanzava un pugno di genti. Genti di ogni stirpe, rinfuse tra loro. Non sapendo che fare, le gettò dove in quel momento gli cadeva lo sguardo. Stava guardando le valli profonde e le montagne cariche di neve del Caucaso.
Così ora nel Caucaso ci sono molti popoli mischiati fra loro, ognuno con la sua lingua e i suoi costumi, ognuno nella sua valle e nella sua montagna. Ognuno per conto suo, eppure stretto all’altro. Agli occhi del principe erano popoli misteriosi. Lo erano agli occhi di chiunque si avvicinasse a loro. Lo erano stati per i conquistatori calati dal Nord, per quelli arrivati dal Sud. Misteriosi come la gente di Timaussù agli occhi della giornalista venuta da Parigi. Come è accaduto per i tagil, nessuno ha mai conquistato davvero i popoli del Caucaso. Non lo ha fatto il Gran Kahn, Gengis, non lo ha fatto Tamerlano e neppure la terribile Caterina di Russia. L’unica forza che ha conquistato quelle genti è stato l’Islam. Lo hanno accettato perché pareva a loro che fosse una forza dolce, un impero di giustizia.
Ma scrive il principe che il suo sogno era incontrare il popolo più misterioso di tutti. Non sapeva neppure bene come si chiamasse. Sapeva solo quello che avevano raccontato altri viaggiatori nel corso del tempo.
Avevano raccontato storie bizzarre, e questo lo rendeva ancora più curioso. Si diceva che fosse un popolo minuscolo, un popolo che viveva in totale isolamento in un’unica città al centro di una valle dove non era possibile arrivare senza essere visti per tempo. Quel popolo non assomigliava a nessun altro nel Caucaso, né per l’aspetto, né per i costumi, né per la lingua. Non per la religione; praticavano una fede ancora più antica dell’Islam. Non per l’attività con cui si sostentavano; non erano pastori e non coltivavano se non per sé. Erano fabbri e cesellatori.
Fondevano ferro e oro, e fabbricavano armi e gioielli. Compravano metallo e vendevano ciò che ne ricavavano a chiunque avesse la pazienza di trattare con loro attraverso complicate mediazioni.
Ma quello che entusiasmava il principe rivoluzionario era che riuscivano a vivere senza essere comandati da un capo. Si governavano da sé, nominando ogni anno per essere guidati i migliori tra loro. Uomini o donne che fossero.
Questa storia se l’era fatta raccontare da due monaci che avevano viaggiato nel Caucaso molti anni prima di lui e che dicevano di essersi spinti sino a quel paese che chiamavano Kubacia.
I monaci glielo avevano riferito come se fosse la cosa più singolare fra tutte le stranezze di quella gente: nessun popolo, che si sapesse, poteva fare a meno, nel Caucaso o altrove, di un re. Il principe invece pensava che quel popolo praticava da tempo immemore gli ideali della Rivoluzione francese. Gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità che aveva inutilmente tentato di instillare nei suoi sudditi. Fantasticava, avvicinandosi ogni giorno di più alla valle dove forse li avrebbe incontrati, di imbattersi nella più antica democrazia del mondo, e dimostrare così ai suoi diffidenti contadini che non c’era nulla di perverso nelle sue idee. Che le sue idee venivano da molto più lontano di Parigi, tanto lontano quanto l’arca di Noè. Sarebbe stata una bella rivincita, e una straordinaria scoperta.
Ti racconto tutte queste cose, Jibril, da fratello a fratello. Anche se non ho visto nulla di tutto questo, è come se avessi toccato ogni cosa. Hai nel portadocumenti sotto la jalabjia la fotografia della tua famiglia? Ecco, è come se ti facessi vedere la fotografia della mia famiglia. Mi manca. Ho nostalgia del Caucaso, anche se non ci sono mai stato. Ho nostalgia del principe pazzo.
“No, alaghj, non ce l’ho una fotografia. Io, alaghj, non dimentico, e quando ho nostalgia ritorno.”
Io non potrò, Jibril. E ora sta’ a sentire.
Scrive il principe nel suo diario di non aver mai raggiunto la valle. La valle di Kubacia.
Scrive però che una mattina ha avuto l’onore di incontrare uno dei suoi uomini. Scrive che ciò è potuto accadere per intercessione di una principessa cecena che aveva conosciuto sostando nel suo paese. Riferisce, senza pudore, di essersi intrattenuto nella sua tenda con lei in segrete conversazioni notturne. Le conversazioni erano molto dotte, perché la principessa aveva avuto per precettore un grande saggio di idee cosmopolite. Ma erano anche molto pericolose, perché i ceceni sono un popolo fiero e riottoso, e non gradiscono affatto che le loro principesse si intrattengano la notte con degli stranieri.
Si è trattato di uno scambio; i ceceni, dice il principe, mercanteggiano ogni cosa. La principessa ha voluto sapere tutte le novità del mondo di là dalle montagne e in cambio ha promesso un incontro con un kubacio che sapeva in viaggio nelle sue terre. Per testimoniare la sua buona fede, la principessa si è tolta dai capelli un pettine d’oro e l’ha mostrato al principe dicendo che era un gioiello comprato l’anno prima dallo stesso uomo. I denti del pettine erano tenuti da due cavalli che si fronteggiavano testa a testa. Al principe era parso molto bello, e le figure molto antiche.
Potocki è rimasto piuttosto deluso da quell’incontro. Conoscere almeno quell’uomo, se non la sua gente, era la ragione per cui si era messo in viaggio, un viaggio lungo anni per terre sconosciute e pericolose.
Posso capire come fosse emozionato la mattina che, nella sua grande tenda, entra silenzioso un uomo. È alto, ha lunghi capelli castano chiari, occhi grigi, viso lungo e glabro, del tutto diverso dagli altri popoli attorno. Popoli che hanno i tratti dei turcomanni e dei mongoli. È vestito, come i pastori, di pelli di montone, ma ha le mani delicate e bianche. Si ferma sulla soglia e lo guarda socchiudendo gli occhi come se fosse talmente distante da dover aguzzare la vista. Nonostante quell’uomo sia vestito in modo così dimesso, incute nel principe un senso di profondo rispetto. Per il suo sguardo, soprattutto, che descrive fiero e pacato.
Solo che poi non succede nulla.
Il principe conosce molte lingue. Sa parlare e scrivere nelle grandi lingue europee e nei suoi viaggi ha imparato quelle dei popoli che ha incontrato. Ha compilato piccoli dizionari di quelle lingue, e i suoi dizionari sono rimasti per molto tempo gli unici a disposizione dei viaggiatori che lo hanno seguito. Prova a parlare all’uomo in russo, in uzbeko, in ceceno, in azero, in francese, in darghino. L’uomo risponde in una lingua che al principe suona come il miagolio di un gatto mischiato al cinguettio di un uccello. È così che dice.
Non ha un interprete, non sa dove procurarselo. È come se io mi fossi trovato qui, sull’Assekrem, da solo con dimah Tighrizt. Non hanno nessuna possibilità di capirsi. Il principe cerca di spiegare aiutandosi con i gesti quello che vorrebbe sapere dall’uomo di Kubacia. L’uomo di Kubacia osserva quegli espressivi gesti polacchi e risponde con pacati gesti kubaci.
E poi l’uomo se ne va. Il principe dice che prima di andarsene gli sorride. Sorride, ma non si avvicina quando gli tende la mano con il dono che ha preparato per lui. Voleva regalargli la Déclaration des droits de l’homme. Voleva leggergli quelle parole che teneva con sé come sacre. Voleva discuterle con lui, sapere se i suoi antichi costumi erano in accordo con l’assoluta novità della Rivoluzione francese.
Era pieno di domande, il principe, ma sapeva anche darsi molte risposte da solo. Era un illuminista, un ottimista. E la delusione dopo qualche giorno diventa soddisfazione. Andava via dal Caucaso con una certezza: i kubaci esistevano. È una verità, che nel suo diario scrive tutta in lettere maiuscole.
Ascolta, Jibril, Zingirian mi ha raccontato queste cose. Lui c’è stato nella loro valle. Ha venduto e ha comprato.
Dice che è una piccola deviazione dalla sua solita strada. Armenia, Georgia, Azerbaigian, Dagestan, Cecenia, Inguscezia, Calmucchia, Astrakan, fino ai paesi del Volga e del Don. Di là gira poi il volante a sinistra, verso occidente, e attraversa Ucraina, Moldavia, Slovacchia, Romania. Una piccola deviazione sulla strada che da Machakhalla porta a Stravopol, ma una deviazione complicata.
Lì, nel Caucaso, è ancora difficile viaggiare. È più difficile ora che ai tempi del principe Potocki. Ci sono diverse guerre che si stanno combattendo attorno alla montagna di Noè. Quella che era una grande confusione di popoli ora è diventata una confusione di confini. I russi vogliono il Caucaso, e pensano che spetti loro di diritto.
Sembra però che nessuno voglia toccare la Kubacia. In quella valle, dice Zingirian, non ci sono né pozzi di petrolio, né tubi per portarlo. In quella valle ci sono solo boschi di noci e giardini di meli che interessano solo a chi li ha piantati. E ci sono i kubaci. Nessuno vuole toccare i kubaci. Come se fossero molto pericolosi. O sacri. O malati. Eppure sono il popolo più insignificante fra tutti; vivono nella loro valle in una città che non ne può contare più di cinquemila. Chiunque avrebbe potuto spazzarli via e prendersi tutto quello che voleva. Avrebbe potuto farlo lo zar, avrebbe potuto Stalin, oggi potrebbe farlo la mafia con una sola spedizione. Si possono uccidere cinquemila uomini in un giorno senza troppa fatica, con pochi mezzi.
Io ho visto che è possibile farlo. Tu sai che si può. Nessuno lo ha fatto con loro.
Vivono agli occhi degli altri come se non esistessero. Eppure ci sono. Tengono ogni tre mesi, al piede della loro valle, un mercato. L’armeno ci va. Dice che è un mercato che esiste da sempre.
Ascolta, genovese.
Zingirian mi chiamava così, “genovese”. Io non sono genovese, non gli ho mai detto di esserlo. Sa che sono italiano e preferisce che sia genovese. Dice che un commerciante armeno dei genovesi si può fidare.
Ascolta, genovese, diceva, al mercato dei kubaci ci vanno tutti; i darghini, i ceceni, gli ingusci, gli azeri, anche i russi. Sono secoli che ci vanno. È un mercato dove si vende un solo genere di merce, ma nel suo genere è la migliore che si possa trovare: spade, gioielli e pugnali, acciaio e oro.
Mi ha raccontato Zingirian che si possono spendere due o tremila dollari per una spada con l’elsa intarsiata, o per un braccialetto d’oro battuto. E ce ne sono sempre meno di quanti ne potrebbero vendere, e non ci sono prenotazioni o cose del genere.
Zingirian ha una sciabola. La tiene sul pianale vicino al piantone dello sterzo avvoltolata in una coperta. L’ho vista, l’ho tenuta in mano. È una sciabola corta, molto leggera e molto affilata; ha un’elsa d’oro formata dal corpo di una donna intrecciato a un albero. Si contano le foglie dei rami, si contano i capelli della donna. Dice che ha comprato un anno quella e un altro anno un paio di orecchini per la sua ragazza, e che per farlo è andato in rovina. Gli ho chiesto perché avesse comprato quella sciabola. Una sciabola con l’elsa d’oro su un camion che viaggia per paesi dove puoi avere un lanciagranate per cento dollari, dove puoi comprare una cassa di MK47 in un caffè. Dove, se conosci qualcuno, puoi acquistare un lanciarazzi insieme al camion per trasportarlo.
Per vanità, mi ha risposto. Come chiunque altro, per vanità, ha detto.
I kubaci si prendono gioco della vanità degli uomini e delle loro donne. Vendono loro cose per trastullarsi. Ma sono cose che, a differenza di quelle che mi riempiono il camion, non hanno prezzo. Però, siccome tutto ha un prezzo, un prezzo ce l’hanno anche loro, genovese: il prezzo della bellezza. E da quelle parti la bellezza non ha prezzo. C’è rimasta troppo poca bellezza nel Caucaso. I kubaci sono furbi: ci vendono l’unica cosa che non possiamo trovare da nessun’altra parte. Che non puoi chiedere agli americani, o ai giapponesi, o alla mafia di Kiev. Guarda come è lavorata, la mia sciabola. Non potresti fartene fare una così nemmeno a Zurigo. Forse trovi qualcuno che può provare a farne una uguale. Forse. Ma la mia vanità ha speso per avere una cosa che nessun altro ha e che non assomiglia a nessun’altra. È come se fosse sacra, Dio mi perdoni; come se fosse divina.
Questo è quello che sanno fare i kubaci. È per questo che nessuno li ha mai toccati. Sono molto furbi, sanno come sfibrarti.
A cosa mi serve la mia sciabola? Forse per ammazzare qualcuno? No, certo. Sarei già pieno di pallottole prima di tirarla fuori da dov’è. Ma puoi sempre pensare che potresti farlo. Che potresti piantarla nel cuore di un uomo e quell’uomo vedrebbe prima di morire qualcosa di più splendido e sacro del più antico ostensorio della più ricca chiesa di Erevan. Potrebbe confonderti con Dio. E in quel momento anch’io potrei confondermi con Dio. Come ogni grande guerriero del tempo passato, che ha avuto la sua arma kubacia per pavoneggiarsi davanti alla sua gente e davanti al suo nemico. Per pavoneggiarsi davanti alla morte, Dio mi perdoni.
L’armeno è un fervente cristiano, Jibril, e si segnava ogni volta che pronunciava il nome di Dio invano. In un giorno si segnava diverse centinaia di volte, anche nei rari momenti che se ne stava zitto per conto suo; lo nominava invano anche tra sé. Se guidava si segnava staccando la mano sinistra dal volante, e se eravamo nel mezzo di un tornante non aveva importanza.
Ascolta, genovese: vai al loro mercato, è un mercato da ridere. C’è un grosso noce lungo la strada che sale la valle. È lì che lo tengono, sotto il noce. Ci sono noci stupendi in quella valle, grandi come chiese. Solo che nessuno si sognerebbe mai di fare un mercato sotto un noce, e io neppure mi ci appoggerei per prendere l’ombra. Quegli alberi noi li teniamo alla larga anche dalle nostre case, figurati. Sui noci la notte ci vanno a fare baldoria le streghe, di giorno ci dormono i diavoli. Solo a dei pazzi eretici può venire in mente di fare affari sotto un noce. Perché i kubaci sono fratelli dei diavoli e sorelle delle streghe. Ai tempi dei boiari ai loro noci ce li legavano e ce li bruciavano. Ma i boiari sono finiti e loro sono ancora lì, e stendono delle coperte e sopra ci mettono la loro roba. Alla rinfusa, come se fossero cipolle e patate. Sono in cinque o sei, mai di più. Uomini e donne. Non tengono guardie o scagnozzi lì intorno.
Ti avvicini, li guardi e non capisci se ti prendono in giro. Sono diversi, ma non è questo che importa. È come ti guardano. Ti guardano come se stessero per andarsene. Anzi, come se se ne fossero già andati. Ti guardano e sorridono tranquilli, come se avessero combinato tutti gli affari che volevano. O come se non gliene importasse niente. Hanno tutti gli occhi chiari, e questo ti fa un po’ impressione. Le donne portano i capelli sciolti e forse sono belle, ma sono troppo diverse per poterlo dire. Tengono addosso dei vestiti che nessuno vuole più, nemmeno i più disgraziati. Roba del tempo dei soviet. Quella roba grigia e viola che portavamo tutti quanti. Roba schifosa.
A loro non gliene importa niente, nemmeno alle loro donne. Adesso quegli stracci li comprano da me. Devo andare fino a Baku per trovarglieli. Li prendo per due soldi. Da me comprano solo vestiti, detersivi e tabacco. A volte qualche paia di occhiali da sole. Non gliene importa niente di quello che ho nel cassone.
Dove li mettono tutti i soldi che fanno? Cosa ci comprano? È un mistero. Guidano automobili ridicole. Hanno delle Zigulì e dei camioncini Ravat che non fabbricano più da quando è morto \ernenko. Eppure, incassano decine di migliaia di dollari a ogni mercato. Secondo me li prendono per il solo gusto di portarglieli via. Per poter dire: adesso non ce li hai più. Li seppelliranno da qualche parte.
Mio padre mi diceva che hanno delle gallerie. Le hanno scavate nei secoli per farci le loro officine e per tenerci i loro tesori. Diceva anche che hanno un sistema per cui un giorno, se dovessero trovarsi alle strette, tireranno un cavo e sprofonderà tutta la valle. Con loro dentro, perché non gliene importa niente neanche di se stessi.
Ma queste sono favole, genovese. Io non ci credo.
Mentre Zingirian ti parla, Jibril, se non sta guardando la fotografia della sua ragazza appiccicata al parasole, ti guarda fisso con i suoi occhi dolci, e pensi che sia un bambino che ha appena visto una meraviglia.
Ascolta, genovese. Vai al mercato, tu guardi le loro cose e non puoi fare a meno di fare gli occhi così. Anche se vorresti trattenerti, per tentare di aprire una trattativa. E sai già che non ci sarà trattativa, ma fai finta di non saperlo per non umiliarti ancora prima del necessario. Indichi un oggetto e loro ti rispondono con un nome e una cifra. Tutto qui. Il nome è nella loro lingua, la cifra te la dicono in russo. O, se non capisci, in una qualunque delle lingue del Caucaso. Ma capisci benissimo anche il russo quando si tratta di soldi.
La loro lingua io non la conosco e non credo che la conosca nessuno, eppure il nome che ti dicono sai che è il nome di chi ha costruito l’oggetto. Non dicono: “collana, cinquecento”, ma “Kasimir, cinquecento”. A loro importa chi ha fatto la cosa, più della cosa. Ma anche per noi, a conti fatti, per tutti quelli che vanno a comprare. Perché, se hai occhio, dopo un po’ che vai al mercato riconosci il coltello di Kasimir da quelli di Bogj e di Sibrin.
Ogni loro cosa ha il suo carattere, che gli viene dal carattere di chi l’ha fatta. Dopotutto è normale che sia così. E se hai soldi, allora vai al mercato per il bracciale di Kalomela e solo per quello.
Solo che non è Kalomela quella che hai davanti. O forse sì, o forse no. Se è una donna forse sì, se è un uomo di certo non è lui. Se chiedi, ti rispondono che non è quello che conta. Ciò che conta è cosa hai sotto gli occhi. E impari presto che non serve fare domande.
Sanno come piegarti. Per cosa, poi? Potrebbero intendersela con noi alla perfezione, ma non vogliono. Non gli importa di niente. Sono pazzi, genovese. Sono bogumilli pazzi, Dio mi perdoni.
Cosa vuol dire “bogumilli”, Zingirian?
Niente, vuol dire “bogumilli”. Vuol dire pazzi che dovrebbero essere tutti spariti da un pezzo. Come i pesci che trovi dentro le rocce delle montagne. Fossili, si chiamano. Cosa ci fanno dei pesci nella montagna? Niente. Non dovrebbero esserci e invece ci sono. Sono lì perché la Terra si è rovesciata. Ogni tanto la Terra si rovescia, ecco perché se devii dalla strada che da Machakhalla porta a Stravopol ci trovi ancora loro.
Io adesso lo so, Jibril, chi erano i bogumilli, ma allora non lo sapevo. Zingirian mi raccontava tutto questo per parlarmi della donna che camminava lungo le strade dell’Est con la sua sporta di plastica in mano. E nient’altro.
5



