mercoledì 20 maggio 2026

RIFUGIATI PALESTINESI: PERCHÉ QUESTA ECCEZIONE STORICA Faraj Alexandre Rifai



RIFUGIATI PALESTINESI: PERCHÉ QUESTA ECCEZIONE STORICA

Faraj Alexandre Rifai

Dai rifugiati tedeschi del 1945 ai palestinesi del 1948: perché un'unica tragedia si è trasformata in un'icona eterna e in un'arma politica contro Israele.

Per molto tempo, quando mi parlavano di spostamenti di popolazione in altre parti del mondo – in Europa, in India, in Pakistan o dopo la Seconda Guerra Mondiale – e mi chiedevano perché solo il caso palestinese avesse mantenuto uno status di rifugiato tramandato eternamente di generazione in generazione, mi rifiutavo persino di ascoltare il paragone.

Come molti siriani cresciuti con la sacralizzazione della "causa palestinese", quasi come una religione politica, ho immediatamente interpretato questo tipo di parallelismo come un attacco ai palestinesi... e quindi come una difesa di Israele.

Così mi sono ribellato.

Ma in realtà, non protestavo solo contro questo paragone storico. Protestavo soprattutto contro il mio nemico designato fin dall'infanzia: Israele.

Israele come causa di tutte le sventure palestinesi.

Israele come unico responsabile delle tragedie del Medio Oriente.

Israele, e solo Israele.

Come molti arabi, sono cresciuto con un'unica interpretazione della storia: che i palestinesi siano stati "cacciati dai sionisti".

Questa visione semplificata attribuiva a Israele la piena responsabilità della tragedia palestinese, cancellando completamente il contesto regionale, la guerra iniziata dagli stati arabi e le responsabilità arabe stesse.

Tuttavia, con il passare del tempo, i fatti storici finiscono per prevalere.

Dopo la seconda guerra mondiale, circa dodici milioni di tedeschi furono espulsi dall'Europa centrale e orientale. Centinaia di migliaia, forse più di un milione, morirono durante questi spostamenti di massa. Si trattò di uno dei più grandi movimenti forzati di popolazione della storia moderna.

Eppure, oggi non esiste uno status ereditario di "rifugiato tedesco". Nessuna organizzazione internazionale trasmette questo status di generazione in generazione. Nessun movimento politico globale ha perpetuato questa ferita per quasi ottant'anni.

Per quello ?

Perché l'Europa del dopoguerra, nonostante l'immenso trauma, ha scelto la ricostruzione piuttosto che il mantenimento eterno del conflitto.

La Germania ricostruì il suo futuro. Le popolazioni sfollate furono assorbite, integrate e gradualmente trasformate in cittadini a pieno titolo.

Il caso palestinese ha seguito una logica radicalmente diversa.

Nel 1948, alcuni arabi fuggirono a seguito di una guerra scatenata dagli stati arabi contro Israele, che rifiutava categoricamente l'esistenza stessa di uno stato ebraico.

Questo punto è fondamentale perché viene spesso omesso dalla narrazione contemporanea: la guerra del 1948 non fu iniziata da Israele, bensì dagli eserciti arabi e dalle milizie palestinesi che rifiutavano il piano di spartizione delle Nazioni Unite e qualsiasi forma di coesistenza con uno stato ebraico.

Una parte significativa delle partenze arabe fu incoraggiata da leader che credevano di poter sconfiggere rapidamente gli ebrei per poi tornare dopo la vittoria.

Molti rifiutavano anche l'idea stessa di vivere in uno stato ebraico.

Coloro che rimasero divennero a tutti gli effetti cittadini israeliani.

Ma mentre il mondo arabo costruiva la narrazione esclusiva della Nakba palestinese, un'altra tragedia si consumava in un silenzio quasi totale: circa 850.000 ebrei furono espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi.

In Egitto, Iraq, Siria, Yemen, Marocco e altrove, comunità ebraiche, alcune millenarie, sono state distrutte.

La differenza fondamentale è che questi rifugiati ebrei sono stati assorbiti e integrati nell'arco di una generazione. Israele ha scelto la ricostruzione nazionale piuttosto che il perpetuarsi del ruolo di vittima.

Il mondo arabo ha fatto esattamente il contrario con i palestinesi. Invece di promuovere la loro integrazione, molti regimi arabi li hanno deliberatamente mantenuti in uno status di rifugiati pressoché permanente, al fine di trasformare la loro sofferenza in un'arma ideologica contro Israele.

È qui che emerge l'anomalia storica dell'UNRWA. Si tratta di un'organizzazione finanziata dalla comunità internazionale non solo per perpetuare l'odio e il rifiuto di Israele, attraverso insegnamenti che a volte arrivano persino a incitare all'odio e all'omicidio degli ebrei, ma soprattutto per mantenere uno status di rifugiato tramandato di generazione in generazione, negando così qualsiasi logica di integrazione e accesso alla cittadinanza.

Nessun altro popolo al mondo trasmette lo status di rifugiato per via ereditaria per diverse generazioni.

In tutti gli altri conflitti, lo status di rifugiato scompare gradualmente con l'integrazione, l'ottenimento della cittadinanza o la ricostruzione.

Non nel caso dei palestinesi. Qui, lo status diventa quasi una questione di identità, politica e civiltà. Anche quando diventano cittadini occidentali, membri del parlamento o ministri, alcuni continuano a presentarsi come "rifugiati palestinesi".

Per quello ?

Perché questo status non è più meramente umanitario. È diventato il simbolo stesso del rifiuto di Israele. Porta in sé una rivendicazione identitaria basata sul rifiuto dell'esistenza dello Stato ebraico.

Invece di battersi per i propri diritti nei paesi in cui sono nati, come fecero i loro genitori prima di loro, molti di questi cosiddetti "rifugiati perenni" hanno un solo obiettivo: rinnegare Israele, delegittimarlo e chiederne la scomparsa.

In questo modo perpetuano l'odio nelle società in cui ora vivono, come se si rifiutassero di permettere agli altri di vivere semplicemente al di fuori della loro causa, che è diventata assoluta.

La tragedia è che questa strumentalizzazione ha probabilmente avvantaggiato più i regimi arabi, gli islamisti e ora l'estrema sinistra occidentale che gli stessi palestinesi.

Perché perpetuare una ferita non costruisce né una società, né la pace, né un futuro.

Abbiamo creato intere generazioni cresciute non nella ricostruzione, ma nell'aspettativa del ritorno, del rifiuto e, soprattutto, della vendetta. Tutto è ormai giustificato, compresi il terrorismo e la violenza, con il pretesto della "resistenza".

Ho sempre notato come le società arabe disprezzassero i palestinesi in patria, ma li glorificassero a Gaza o in Giudea e Samaria.

Per quello ?

Perché in realtà non sono i palestinesi a interessarli, ma soprattutto l'odio per gli ebrei che li anima.

E questa è probabilmente una delle tragedie più profonde del popolo palestinese:

essere stato usato per decenni come strumento politico e ideologico in una guerra permanente contro Israele, invece di essere aiutato a costruire finalmente un futuro stabile, sostenibile e pacifico, nei luoghi in cui si è insediato per generazioni.

Fintanto che questa eccezione storica persisterà, la pace rimarrà pressoché impossibile.

L'ISLAM CONTRE LA MODERNITÉ Ferghane Azihari

 


L'ISLAM CONTRE LA MODERNITÉ

 Ferghane Azihari


Recensione

Di tutti i libri usciti in Occidente negli ultimi anni sul rapporto tra Islam e mondo contemporaneo, L’Islam contre la modernité (Presses de la Cité, gennaio 2026) è uno dei più coraggiosi e meglio argomentati. Ferghane Azihari, saggista francese di origine comoriana e formazione liberale, non scrive da militante né da ex musulmano arrabbiato, ma da libero pensatore che ha deciso di guardare in faccia la realtà storica e testuale senza concessioni al politicamente corretto.

Il libro smonta, con un apparato di note imponente (oltre 65 pagine), quattro grandi illusioni occidentali:

Il mito dell’età dell’oro islamica. L’Andalusia tollerante, il califfato illuminato, la “civiltà arabo-musulmana” che avrebbe salvato la scienza greca e preparato il Rinascimento sono in gran parte costruzioni orientaliste retrospettive. Molte conquiste intellettuali furono opera di persiani, nestoriani, ebrei e altri popoli conquistati che scrivevano in arabo per necessità imperiale. La schiavitù su larga scala, la dhimmitudine sistematica e il progressivo soffocamento del pensiero critico sono fatti documentati, non propaganda.

L’illusione della riforma. A differenza del cristianesimo, che ha potuto separare (a fatica e dopo secoli) il temporale dallo spirituale grazie anche alla sua matrice ellenizzata, l’Islam nasce come sistema politico-giuridico totale (din wa dawla). I testi fondativi rendono strutturalmente difficile una vera “modernizzazione” liberale. L’integralismo non è una deviazione: è la lettura più letterale e coerente della dottrina.

Il relativismo culturale paralizzante. Azihari rifiuta con eleganza illuminista l’idea che infibulazione e uguaglianza giuridica siano “due culture equivalenti”. Esistono civiltà che emancipano le donne (e gli individui in generale) e altre che le tengono in condizioni di minorità strutturale. Riconoscere questa differenza non è razzismo, ma lucidità. La vera compassione consiste nell’aiutare le persone a liberarsi dall’oppressione, non nel dichiarare sacra l’oppressione stessa.

La riscoperta della singolarità occidentale. Il libro è, in filigrana, un appassionato elogio alla modernità europea: separazione tra Chiesa e Stato, rule of law, uguaglianza civile, scienza sperimentale, libero pensiero. Conquiste fragili, nate in un contesto specifico, che non sono “l’aria che respiriamo” ma risultati storici da difendere con orgoglio, senza sensi di colpa.

Azihari non propone soluzioni facili. Non crede a un “Islam di Francia” o a una riforma miracolosa. Chiede invece all’Occidente di smettere di mentire a se stesso e di ritrovare la fiducia nella propria eredità (Atene, Roma, Gerusalemme, Illuminismo).

Certo, il tono è a tratti marziale e il réquisitoire implacabile. Qualche storico potrebbe discutere sfumature sull’entità del declino post-conquista o sui periodi di relativa fioritura. Ma la tesi di fondo — l’incompatibilità strutturale tra l’Islam classico e la modernità liberale — è sostenuta da una mole impressionante di fatti storici, demografici e teologici.

In un’epoca in cui la paura di essere accusati di “islamofobia” paralizza il dibattito, un autore di background musulmano che dice queste cose con tanta chiarezza ha un valore particolare. L’Islam contre la modernité non è un libro contro i musulmani, ma contro un’ideologia che li imprigiona e che minaccia le nostre libertà.

Da leggere, discutere e criticare. Perché, come ricordava Voltaire, la verità non ha bisogno di rispetto, ha bisogno di verifica.

Il libro dice all’islamo-gauchisme una cosa molto netta: è cieco, vittimario, liberticida e complice oggettivo di un sistema che rifiuta la modernità.

L’islamo-gauchisme è l’alleato inconsapevole (o “idiota utile”) dell’islamismo. Una parte della sinistra, per vanità ideologica, anti-occidentalismo e terzomondismo, idealizza o minimizza l’Islam, lo presenta come vittima dell’Occidente coloniale e rifiuta di vedere la sua natura strutturalmente incompatibile con i valori liberali. Questo atteggiamento impedisce ogni critica seria e ogni politica di difesa della modernità europea.

È un relativismo paralizzante: con i suoi processi continui di “islamofobia”, l’islamo-gauchisme vieta di stabilire gerarchie di civiltà. Equiparare infibulazione e uguaglianza di genere, lapidazione e Stato di diritto, o teocrazia e democrazia diventa un dogma. Azihari lo smonta come una trappola intellettuale che tradisce proprio i più deboli (donne, apostati, minoranze nei paesi musulmani).

È un fenomeno di negazione della realtà storica: mentre l’Islam ha conquistato, asservito e spesso “decivilizzato” regioni un tempo fiorenti (Africa romana, Bisanzio, Persia), l’islamo-gauchisme ribalta la narrazione e fa dell’Occidente il solo colpevole. Ignora la dhimmitudine, la schiavitù islamica, il declino scientifico e culturale post-conquista, e si concentra solo sul colonialismo europeo (più recente e meno distruttivo).

È pericoloso per l’Europa: favorisce l’immigrazione senza condizioni, l’islamizzazione progressiva e la resa culturale. Azihari lo vede come uno dei fattori che rendono l’Occidente vulnerabile di fronte a un’espansione islamica che non si è riformata e non intende farlo. La sinistra “indigéniste” e “pénitente” diventa così complice di un processo che minaccia le conquiste liberali (libertà delle donne, libertà di coscienza, scienza, laicità).

In sintesi, per Azihari l’islamo-gauchisme non è solo un errore di analisi: è un tradimento della sinistra illuminista (quella di Voltaire, dei Lumières, della laicità repubblicana) a vantaggio di una superstizione totalitaria che odia proprio quei valori che la sinistra dice di difendere.

Il libro lo contrappone con forza: non si tratta di “rispetto delle diversità” o di “lotta al razzismo”, ma di lucida difesa della modernità occidentale contro chi la vuole smantellare dall’interno, alleandosi (per ingenuità o calcolo) con chi la rifiuta per principio.

È uno dei motivi per cui il libro è stato accolto con entusiasmo da alcuni e silenziato o attaccato da altri: colpisce direttamente il tabù contemporaneo più protetto.

L'ISLAM CONTRE LA MODERNITÉ

 Introduction

 


Décoloniser l’Orient


 


Les destins se forment lentement et nul ne sait parmi tous nos actes


semés au hasard,


lesquels germeront pour s’épanouir, comme des arbres.


Maurice Druon, Les Rois maudits


 


« Dieu m’en est témoin, pendant mon séjour [en France], j’ai été peiné par le fait qu’on y jouit de toutes ces choses qui font défaut dans les royaumes musulmans », s’affligeait, au seuil du e XIX siècle, l’écrivain égyptien Rifâ’a al-Tahtâwî, ébloui par la splendeur de la patrie de Molière


face à l’état du monde islamique 1. Quel cri pousserait-il devant la tragédie que les sociétés musulmanes perpétuent ? Né il y a quatorze siècles au


sommet du monde civilisé, l’Islam 2 loge désormais un nombre disproportionné de régimes arriérés. « La religion de Mahomet […] semble condamner à un esclavage éternel, à une incurable stupidité, toute cette vaste portion de la terre où elle a étendu son empire », jugeait le philosophe


Condorcet, dont les paroles résonnent avec une amère justesse 3. Alors que les sociétés musulmanes s’enlisent dans la violence et l’obscurité que tant de nations ont surmontées, le monde s’accommode de ces fléaux qui gangrènent l’Orient, détournant le regard de leurs origines, préférant les boucs émissaires éculés. « Les progrès de l’Occident se sont bâtis sur le sang, les larmes, les massacres, les génocides et l’exploitation », clame le président turc Erdoğan, comme si l’histoire de l’Islam était un fleuve tranquille avant son choc avec


l’Europe moderne 4.


La fable que le Vieux Continent aurait seul plongé l’Afrique et l’Orient dans cette « nuit coloniale » décriée par l’Algérien Ferhat Abbas n’engage que les naïfs pour qui les sociétés traditionnelles étaient « courtoises, fraternelles, coopératives ou démocratiques », pour citer le mensonge d’Aimé


Césaire 5. Ces pays n’ont pas attendu l’arrivée de Bonaparte en Égypte pour être le terrain de jeu de conquérants, d’esclavagistes et de tyrans, dont la main indigène n’était pas plus douce que celle des mécréants. Ni le califat de Sokoto, ni les empires ottoman, moghol, toucouleur, wassoulou, kong, ashanti, les régences barbaresques, l’État mahdiste, l’imamat du Fouta-Djalon, ni les sultanats du Ouaddaï, du Maroc, de Zanzibar ou des Comores, parmi d’autres régimes défaits par les Européens, ne sauraient être célébrés comme des modèles d’humanisme.


À l’image des Turcs, qui s’emparèrent de Constantinople, menacèrent Vienne par deux fois et occupent encore Chypre, il est permis de douter que ces puissances se seraient bornées à cultiver paisiblement leur jardin si elles avaient initié la révolution industrielle. Les indigénistes revanchards et les tiers-mondistes pénitents aiment fustiger l’Occident, coupable, il est vrai, des crimes qu’enfante toute hégémonie. Mais ils ne nous feront pas croire que notre monde serait plus civilisé si la machine à vapeur était tombée dans les mains des sociétés musulmanes en premier lieu. Ces nations, vaincues par plus puissantes qu’elles, ont elles aussi trempé dans les oppressions qui tissent la tragédie humaine. N’en déplaise aux rejetons de Rousseau, aucun peuple n’est partout et toujours innocent. La chute des chefferies traditionnelles ne mérite pas une larme, même si l’on aurait préféré qu’elle s’opère en douceur, par les principaux intéressés, comme on aurait souhaité que l’Ancien Régime européen s’efface sans les fracas de Napoléon, laissant place aux « marchés s’ouvrant au commerce et les esprits s’ouvrant aux


idées 6 ».


Mais tandis que l’Europe a embrassé les idéaux de la Révolution française et qu’une partie de l’Asie s’est éveillée aux bienfaits de la modernité, les musulmans sont – à quelques dissidents près – restés réfractaires à l’humanisme né du monde helléno-romain qu’ils ont côtoyé, jusqu’à le consumer. L’histoire du monde musulman est jalonnée d’occasions manquées de se familiariser avec les cultures les plus raffinées de son voisinage, comme si une malédiction le condamnait à la cécité. Soixante ans après une sujétion coloniale dont il aurait pu tirer meilleur parti, l’Islam s’accommode des revers que lui infligent ses propres enfants : des millions de musulmans fuient leurs terres, où leur foi règne sans partage, pour goûter aux fruits plus succulents de cet Occident décadent. Ces renégats qui s’ignorent bravent l’antique norme qui réprouve de vivre parmi les mécréants. « Un musulman n’a aucune excuse devant Dieu de séjourner dans une ville d’incroyants à moins qu’il ne soit de passage », maugréait au Moyen Âge le voyageur arabe Ibn Jubair contre ses coreligionnaires préférant vivre sous les


croisés 7. La schizophrénie musulmane ne date pas d’hier.


L’Orient ne traite pas ses maux avec les bons remèdes. Il s’empêtre dans la superstition et un chauvinisme stérile, quand il n’importe pas les pires rebuts de l’Europe, comme les dystopies rouges et brunes du e XX siècle. Dès lors, l’Orient est-il irrécupérable ? « Se flatter qu’on transformera les gouvernements orientaux barbares en gouvernements à la mode d’Occident, c’est une conception fausse et dangereuse », écrivait Jules Ferry, pour qui la démocratie libérale était une cause perdue dans ces contrées pourtant si


proches 8.


L’auteur de ces lignes ne peut se résoudre à ce que le monde d’où viennent ses ancêtres reste englué dans la déchéance la plus complète. Aussi encensera-t-il le jour où l’Orient déjouera ce pronostic ; où le Pakistan disputera au Canada le titre de champion des droits des minorités ; où les éditorialistes français fustigeront les excès du féminisme en Afghanistan ; où l’Algérie sera submergée par les demandes de visas ; où le Soudan deviendra le refuge des arts et des lettres ; où la Suisse s’insurgera contre l’exil de ses talents et de ses capitaux vers la Mauritanie ; où Mayotte demandera son rattachement aux Comores pour profiter de leur opulence ; où l’Iran sermonnera l’Amérique sur sa pudibonderie à l’endroit des blasphémateurs ; où le Maghreb narguera Israël en se vantant d’héberger cent fois plus de Juifs prospères que l’État hébreu ne compte de citoyens arabes en son sein. Mais il se scandalise de voir que ce jour est loin, que les conditions pour qu’il advienne ne sont pas réunies et que les superstitions sanguinaires obtiennent le suffrage des musulmans dans les rares moments où ils peuvent se rendre aux urnes.


Pire, non content d’avoir ruiné l’Orient et transformé le berceau de la civilisation en son tombeau, l’Islam exporte l’obscurantisme vers des sociétés qui ont mis des siècles à s’en affranchir. En Europe, des diasporas réintroduisent les mœurs que leurs ancêtres ont fuies et dégradent, par leur foi, l’édifice bâti après tant de sacrifices et pour lequel tant d’exilés perdent leur vie. « Une partie de l’immigration musulmane en Europe souffre d’oikophobie, la haine de l’endroit où l’on vit », observe l’écrivain espagnol


Arturo Pérez-Reverte 9. Marx affirmait que l’histoire se répète d’abord comme tragédie, puis comme farce. La pression que l’Islam exerce sur l’Occident fait écho à la lente altération, avant disparition, des civilisations antiques, gréco-romaines et orientales suite aux expansions musulmanes. La complaisance européenne face à cet obscurantisme n’en est que plus consternante.


« C’est le grand phénomène de notre époque que la violence de la poussée islamique », prophétisait l’écrivain et résistant André Malraux, la comparant au totalitarisme soviétique, tout en déplorant notre propension à la


sous-estimer 10. Aveuglé par son amnésie religieuse, l’Européen mésestime la dangerosité de l’islam, quand il n’attend pas de l’indigène qu’il reste ce « bon sauvage », figé dans un décor arriéré, pour assouvir une méprisante soif d’exotisme. Il a effacé de sa mémoire l’ère où la religion dictait chaque facette de la vie et refuse de croire que les dévots puissent détruire nos sociétés. Bercé par les douceurs de la prospérité et les libertés modernes, l’Occidental les tient pour des dons immuables du ciel. Il oublie la virulence des combats passés pour les arracher aux griffes des superstitions et des théocrates. Qui se souvient du temps où Montesquieu proclamait sans détour que « la religion mahométane, qui ne parle que de glaive, agit encore sur les


hommes avec cet esprit destructeur qui l’a fondée 11 » ? L’irrévérence que les philosophes manifestaient à l’endroit des religions les plus dangereuses fait en effet passer les militants nationalistes et laïques contemporains pour des acteurs bien trop modérés. Nos sociétés se bercent des mots de Marx pour qui la religion n’est que « le soupir de la créature opprimée » et non le hurlement de l’oppresseur. Mais l’Histoire regorge de peuples émancipés sous la bannière de la sagesse : les croyances absurdes ne sont pas les seuls remèdes aux épreuves que tous les peuples prospères ont dû surmonter. Encore faut-il détruire les reliques barbares et autres mythes « qui condamnent à la bassesse


et à l’ignorance les nations asservies et superstitieuses 12 ».


Aussi cet « islam des Lumières » dont les conteurs nous rebattent les oreilles est-il aussi illusoire qu’un stalinisme à visage humain. Bien que porté par de braves militants, ce projet concède trop à la superstition, détournant les musulmans de la vérité : à l’instar de bien des religions, le message de l’islam n’est pas l’œuvre d’un dieu, mais celle de faussaires ayant vécu entre l’Antiquité tardive et le Moyen Âge, dans les environs de la péninsule Arabique. « La linguistique, l’histoire critique, la philologie, l’archéologie, sont en effet autant de domaines qui contredisent l’idée religieuse que le


Coran serait un texte parfait et divin 13. » Appliquons le conseil de l’écrivain


Boualem Sansal et reléguons ces fétiches dans un musée 14. L’Orient n’a pas toujours été musulman. Il gagnerait à ouvrir les yeux sur le cataclysme que fut l’irruption des disciples de Mahomet, qui l’ont dérobé à des mondes plus raffinés. En se libérant des tromperies de celui que Diderot désignait comme « le plus grand ennemi que la raison humaine ait eu », il ne rendrait pas seulement service au monde entier. Il accéderait à la paix véritable à laquelle les sociétés aspirent. Il suffit, pour cela, de renvoyer les faux dieux et prophètes vers les mauvais songes d’où ils ont surgi.

1

 


Le monde d’hier :


 


souvenir d’un Oriental


 


L’oubli, et je dirai même l’erreur historique,


sont un facteur essentiel de la création d’une nation.


Ernest Renan


 


« Les indigènes professent la religion chrétienne […]. Ils emploient les mêmes prénoms que nous ; pour les hommes Jean, Pierre, André ; pour les femmes surtout Marie », rapportait l’explorateur portugais João de Castro en 1541, devant les vestiges du christianisme déchu, et depuis disparus, qu’il


découvrait au sud du Yémen et de l’Arabie, sur l’île de Socotra 1. Présence insolite aux yeux du commun des mortels, victime de cette terrible confusion entre Arabe et musulman. « Sont Arabes, tous ceux pour qui l’événement central de l’histoire est la mission de Mahomet et la mémoire de l’Empire arabe et qui, en outre, chérissent la langue arabe et son héritage culturel comme leur commune possession », écrivait l’orientaliste Hamilton


Alexander Rosskeen Gibb 2, comme si les peuples de la péninsule Arabique n’existaient pas avant Mahomet et l’avaient attendu pour sortir de leur


léthargie historique 3. Les écrits musulmans n’ont cessé de falsifier l’histoire


des Arabes pour persuader que l’islam fut prêché à des nations arriérées 4.


De là naît le syndrome de Stockholm dont le monde est captif : « L’islam a été la pulsion vitale qui a révélé aux Arabes les potentialités et les forces latentes qui résidaient en eux », énonce le penseur syrien Michel Aflak, figure du socialisme et du nationalisme arabes, pourtant né dans une famille


chrétienne et passé par les bancs de la Sorbonne 5. Ces racontars recyclent la propagande musulmane qui assimile l’Orient préislamique à la Jâhiliyyah : une ère de barbarie et d’arriération. L’Orient ancien est à l’Islam ce que l’Afrique traditionnelle est à Victor Hugo : une région sans histoire. L’historien Henri Lammens notait que les récits de la tradition musulmane peuvent être considérés comme l’une des plus grandes « supercheries


historiques dont les annales littéraires aient gardé le souvenir 6 ». La mythologie islamique assimile l’ancienne Arabie à « un monde à peu près isolé, germe dur et pur au milieu d’un humus putride, dont devait surgir


l’arbre immense du monde musulman 7 ».


Adieu l’Arabie heureuse chère à Pline l’Ancien, regorgeant de parfums et de richesses, avec ses aménagements hydrauliques, ses barrages, ses canaux, son agriculture irriguée, ses ports, ses marchés, ses sculptures célébrant la fortune de ses commerçants, son industrie renommée de la perle, son commerce avec le monde méditerranéen et les grands empires, ses cités ornées de temples et de palais magnifiques, et son opulence qui excitait l’avidité du premier empereur romain, au point qu’il déclencha une


expédition qui échouera misérablement 8. Le géographe Strabon raconte au Ier siècle de notre ère :


 


Il avait songé à négocier une alliance avec les Arabes ou à s’assurer la


soumission de ce peuple par les armes. Une autre raison l’avait


déterminé, c’est qu’il avait entendu vanter la richesse de ce peuple, qui


échange ses parfums, ses pierres précieuses, contre l’or et l’argent des


autres nations, sans jamais rien dépenser ni rien écouler au dehors de ce


qu’il a ainsi reçu en paiement ; il avait donc tout lieu d’espérer trouver


dans les Arabes ou bien des amis riches capables de l’aider de leurs


trésors, ou bien de riches ennemis faciles à vaincre et à dépouiller 9.


 


Et pourtant, les calomnies qui ont défiguré la péninsule Arabique ont colonisé l’imaginaire collectif par leur pouvoir de persuasion. Des tréfonds de l’île où il fut exilé, Napoléon ne créditait-il pas Mahomet d’avoir civilisé ces Arabes barbares et idolâtres ? « Il s’adressait à des peuples sauvages, pauvres, manquant de tout, fort ignorants. S’il eût parlé à leur esprit, il n’eût


pas été entendu 10. »


Cette fable coloniale ne dissimule pas seulement les plagiats que l’islam a commis pour sauver le mythe d’une révélation miraculeuse et apparue ex


nihilo 11. Elle assassine une deuxième fois ce carrefour de civilisations, dont la splendeur et le souvenir sont enfouis sous le désert. Preuve en est qu’ils n’inspirent aucune production littéraire ou cinématographique semblable à celle qui, outre-Atlantique, fustige la destruction du monde amérindien par


l’homme blanc 12. Et l’anthropologue français Claude Lévi-Strauss de méditer


depuis ses tristes tropiques 13 :


 


Déjà l’Islam me déconcertait par une attitude envers l’histoire


contradictoire à la nôtre, et contradictoire en elle-même : son souci de


fonder une tradition s’accompagne d’un appétit destructeur de toutes les


traditions antérieures.


 


Grâce au professeur palestino-américain Edward Said et sa critique de l’orientalisme truffée d’erreurs, de mensonges par omission et d’accusations


diffamatoires 14, il est de bon ton d’accabler ces Européens qui auraient criblé les sociétés musulmanes de stéréotypes avilissants dans le seul but de les


asservir 15. Mais que dire de ceux qui, plus modestement, ont jeté les brillantes civilisations qu’ils ont supplantées dans la poubelle de l’Histoire ? « Je parle de sociétés vidées d’elles-mêmes, de cultures piétinées, de terres confisquées, de religions assassinées, de magnificences artistiques anéanties, d’extraordinaires possibilités supprimées », se lamentait le poète Aimé


Césaire sur les effets du colonialisme européen aux quatre coins du monde 16. Bien plus affreux est le bilan de l’Islam.


 


Les fossoyeurs de l’Orient


 


Parcourant la Grèce ottomane au siècle des Lumières, le diplomate français Choiseul-Gouffier s’étonnait de l’indifférence des Turcs aux vestiges de la civilisation qu’ils écrasaient de tout leur poids et dont les râles déchiraient le cœur des hommes éclairés : « Il me semblait que la vue de tant de chefs-d’œuvre si précieux aurait dû faire tomber les armes des mains les


plus féroces, ouvrir à l’admiration les yeux les plus stupides 17. » Les musulmans avaient beau camper au milieu des œuvres de Phidias, parmi tant d’autres merveilles, ils restèrent insensibles à l’histoire des nations qui ont légué ces ruines fabuleuses. Telle fut l’observation de Chateaubriand, qui essuya les moqueries d’un ouléma pendant son propre périple dans le pays d’Aristote : « Ce Turc ne pouvait comprendre que je quittasse ma patrie par


un simple motif de curiosité 18. »


Tandis que Victor Hugo, tout mécréant qu’il était, louait l’Alhambra de Grenade comme « le palais que les génies ont doré comme un rêve et rempli


d’harmonies 19 », ni la cité nabatéenne de Pétra et ses magnifiques temples gravés dans la pierre révélés au monde par le Suisse Johann Ludwig Burckhardt, ni le temple d’Isis et sa voie bordée de colonnades, ni aucun de ces sites antiques et autres joyaux disséminés sur les côtes nord-africaines n’ont ému ces musulmans qui les ont pourtant côtoyés pendant plus d’un millénaire. Leurs regards furent si captifs de La Mecque qu’ils ignorèrent le patrimoine gisant sous leurs pieds, laissant aux infidèles la charge de l’exhumer, à l’image des hiéroglyphes, qui ont attendu l’arrivée du Français Jean-François Champollion pour être déchiffrés au e XIX siècle. L’orientaliste


américain Bernard Lewis relevait 20 :


 


Quand les premiers égyptologues européens, et autres archéologues,


commencèrent à creuser au Proche-Orient, les habitants de ces lieux


furent nombreux à trouver incroyable que des étrangers pussent consentir


à dépenser tant de temps, d’efforts et d’argent, et à courir tant de risques


et à subir tant de privations, seulement pour déterrer et déchiffrer les


reliques anciennes de leurs propres ancêtres oubliés.


 


Le peu d’entrain que les musulmans ont manifesté pour l’archéologie et les mondes préislamiques appartient à ces calamités qui signalent que Mahomet n’a pas seulement triomphé sur le terrain des armes. Il a aussi gagné la guerre mémorielle après une vaste épuration culturelle, voilant les


racines des peuples conquis 21.


De même que l’on disait du converti à la religion de Mahomet qu’il s’est fait turc, alors que les Turcs ont eux-mêmes embrassé toutes les religions


universelles avant de finir sous les décombres de l’Islam 22, la conscience populaire « a retenu que l’Arabe véritable, fidèle à son origine, était surtout l’Arabe musulman », note l’orientaliste Maxime Rodinson. Séduite par ce préjugé, elle oublie que « l’histoire connaît l’ethnie arabe depuis vingt-neuf siècles et qu’elle a pendant quinze siècles suivi le paganisme, le judaïsme, le


mazdéisme et surtout le christianisme 23 ». Même en France, où les communautarismes éveillent la méfiance, le devoir d’honorer les sujets de l’empire colonial français qui ont combattu pendant la Grande Guerre – en bravant l’appel ottoman à la guerre sainte contre la France et ses alliés – aboutit à l’intrusion d’une mosquée en plein cœur du Quartier latin, comme une réminiscence des tragédies passées, lorsque l’Empire romain céda devant les légions de Mahomet en Afrique et en Orient : « Nous voulons que les musulmans retrouvent ici les formes qui, dans leur pays natal, ont enchanté leurs yeux, les images de leur civilisation millénaire, pleine d’éclat et de mystère, ardente et grave, brillante et recueillie », s’extasiait le préfet de la Seine lors de l’inauguration de ce bâtiment devenu avec le temps la


cinquième colonne de la dictature algérienne 24. L’indigène est assigné à son statut musulman quand il aurait pu être glorifié comme membre de toute autre communauté digne d’estime.


Nul ne s’insurge contre la tragédie qui fait de l’Orient le foyer naturel et éternel de l’Islam, tandis que les cultures spoliées, ensevelies et interdites aux peuples passés sous son joug ne suscitent point la mélancolie qu’elles méritent.


Triomphe éclatant pour les fossoyeurs de l’Orient ! Jusqu’au jour où il retrouvera la mémoire. Lassés des chaînes de l’oubli, ses peuples se dresseront pour renouer avec l’époque où leurs terres exhalaient des parfums d’encens et de savoir, où leurs cités vibraient d’une grandeur inégalée. Ils se rappelleront, le cœur lourd de nostalgie, ce temps où Gaza, parée de ses vignes opulentes, était chantée par une chronique grecque comme « une ville distinguée qui a de tout en abondance et expédie dans toute la Syrie et en


Égypte un vin de bonne qualité 25 ». Ils se souviendront des écoles de cette cité, qui bruissaient jadis des voix des rhéteurs, où l’art de la parole l’emportait sur celui de périr sous la bannière du Hamas, où les disciples


apprenaient à tisser des discours plus affûtés que des lames 26.


Ils évoqueront Tyr et Sidon, ces joyaux méditerranéens dont les ateliers de pourpre teignaient les robes des empereurs, où les navires, gorgés de richesses, dansaient sur les vagues de la Méditerranée, avant que les conflits modernes ne troublent leurs rivages. Ils reproduiront ces spectacles byzantins


pour rire aux côtés de ces acteurs et actrices qui éreintaient le clergé 27 et loueront l’audace des Byzantines, qui sortaient de leurs demeures pour posséder des parfumeries, des laiteries ou des cabarets, tandis que les plus


téméraires d’entre elles s’aventuraient dans le commerce maritime 28. Dans leurs songes, les Yéménites reverront les champs d’aromates et les volutes d’encens qui faisaient la gloire de leurs terres, avant que les Houthis n’y plantent leurs funestes drapeaux et que leurs missiles remplacent les fragrances sacrées.


Beyrouth renaîtra dans leurs mémoires comme un phare du droit, où les juristes romains affûtaient leur esprit avant que la ville ne devienne, sous la coupe du Hezbollah, une ombre de son passé. Ils pleureront Palmyre, ses théâtres gigantesques où résonnaient les tragédies les plus émouvantes, où les enfants de l’aristocratie récitaient les fables d’Ésope en compagnie des statues de marbre, avant que les ténèbres de Daesh ne viennent profaner ses


pierres 29. L’Égypte, berceau de la sagesse, redeviendra dans leurs récits la gardienne de la bibliothèque d’Alexandrie, ce sanctuaire où convergeaient les savoirs du monde, avant que le Frère musulman Mohamed Morsi n’y fût porté par les urnes.


Ils se remémoreront avec fierté les Arabes qui donnèrent à Rome des empereurs et des impératrices, tels Philippe l’Arabe ou Julia Domna. Ils chanteront l’Arabie d’antan, mère de royaumes juifs et chrétiens, alliés de l’Éthiopie, de la Perse et de Byzance, où Justinien, ébloui par la vaillance d’Aréthas, l’éleva au rang de phylarque. Les Nabatéens reviendront bercer leurs visions, avec leurs caravanes chargées de myrrhe et leurs cités taillées dans la roche, où l’architecture rivalisait avec la poésie. Ils se rappelleront le Qatar comme le foyer d’Isaac de Ninive, ce saint qui prêchait la charité pour toutes les créatures dans un monde où la compassion semblait encore


possible 30.


Les amphithéâtres d’Athènes, où le rhéteur arabe Callinicos croisait le fer


avec son rival et compatriote Genethlius 31, remplaceront La Mecque dans le cœur des pèlerins. Il en ira de même des dunes du Néguev, où l’on murmurait les vers de Virgile tandis que les maximes d’Épicure résonnaient dans les rues d’Apamée. Au cœur de cette Afrique que le poète Juvénal désignait comme la mère des avocats les plus éloquents, Carthage vibrera à nouveau dans leurs souvenirs comme un carrefour des poètes, des musiciens et des philosophes les plus brillants de la civilisation latine, où l’on discutait, du haut de l’acropole de Byrsa et son imposant forum, des leçons de Cicéron pour qui la liberté sans l’égalité n’est qu’un mirage, avant de s’empoigner sur


les élections des futurs magistrats 32. Ils se souviendront de Timgad, en Algérie, où le sénateur Marcus Iulius Quintianus Flavius Rogatianus, dans un élan de générosité, dota la ville d’une bibliothèque somptueuse, refuge des âmes assoiffées de savoir, en même temps qu’elle rivalisait avec les autres


cités africaines pour ériger les plus beaux monuments 33. Antioche, que Libanios qualifiait d’« Athènes de l’Orient », rejaillira dans leurs récits comme un marché d’idées et de merveilles, où affluaient les soieries, les épices et les plus belles marchandises du monde.


Ils célébreront Mavia, cette reine catholique arabe qui défendit l’orthodoxie contre l’empereur arien Valens, avant de voler au secours de Constantinople face aux Goths, quand ils n’étaient que de vulgaires barbares païens. Ils verront le roi Abraha commander à des artisans byzantins la


construction d’une cathédrale splendide sur les rives de l’Arabie 34. Ils entendront les louanges d’Abdiso de Merv, métropolite qui annonça la conversion de deux cent mille Turcs au christianisme, et d’Ahoudemmeh,


l’ecclésiastique qui portait la bonne nouvelle aux tribus arabes 35. Ils se rappelleront les Tanukhides, ces farouches résistants aux légions de Mahomet, et les Ghassanides, dont la cour, parée de myrte et de jasmin, résonnait des chants grecs, tandis que leurs souverains, entourés de vases d’or


et d’argent emplis d’ambre gris et de musc, s’enivraient de poésie 36. Juba II, roi berbère imprégné de culture gréco-latine, renaîtra dans leurs contes comme un érudit dont l’intelligence illuminait les rivages de Maurétanie.


Ils reverront les petits écoliers de Tripolitaine, assis à l’ombre des oliviers, lisant les poèmes d’Homère, leurs voix fluettes portant l’Iliade jusqu’aux cieux. Ils exhumeront les écoles qui initiaient leurs enfants à la grammaire à l’aide de la prose de Démosthène en lieu et place de ces établissements coraniques qui polluent leur esprit. Ils envieront les bourgades romaines de leurs ancêtres, ceintes de vignes et constellées de gracieuses demeures en briques aux sols parés de mosaïques, où les fresques murales magnifiaient les scènes bibliques les plus célèbres, avant d’être englouties par les légions de Mahomet. Ce jour-là, l’Orient, éveillé de son long sommeil, pleurera les siècles perdus, mais dans ses larmes brillera l’espoir d’un renouveau. Ses peuples déterreront alors le temps béni où ils étaient mariés au monde hellénique dont ils ont été séparés après la tragique expropriation facilitée par les épidémies, catastrophes naturelles et conflits qui ont affaibli la Perse et l’Empire romain. Cette même expropriation que le Hamas loue lorsqu’il espère que l’Islam éliminera Israël « comme il a éliminé ce qui l’a


précédé 37 ». Ce ton dédaigneux vis-à-vis des civilisations remplacées par l’Islam n’est-il pas la preuve la plus éclatante de l’abrutissement dans lequel il plonge ses adeptes ?


En Iran, les tchadors qui enlaidissent les visages et les rues abîment cette Perse qui constituait naguère le foyer de l’Église nestorienne et des enseignements perdus de Zarathoustra, où les mosaïques célébraient les musiciennes avant qu’elles ne soient jetées dans les cachots, tandis que des réformateurs audacieux comme Mazdak osaient défier leur temps en


proposant l’égalité sociale de tous les hommes libres 38. Le nom même de République islamique d’Iran déshonore ce passé glorieux où les chrétiens nestoriens et les professeurs de l’école d’Athènes chassés par l’orthodoxie byzantine et Justinien trouvaient refuge en Perse et bénéficiaient de la protection offerte par des souverains sassanides soucieux de cultiver les arts,


les sciences et la philosophie à leur plus haut niveau 39, au point de traduire la science grecque dans leur langue. À rebours de la légende qui célèbre le geste de Cyrus le Grand pour avoir autorisé les Judéens déportés en Babylonie à reconstruire leur temple dans leur patrie, les vociférations qui appellent à la destruction d’Israël depuis Téhéran sonnent comme un avertissement. Elles rappellent à quel point la civilisation est un mouvement réversible.


Sans doute est-ce pour cacher cette vérité dérangeante que ces étudiants autoproclamés que sont les talibans ont détruit les Bouddhas de Bâmiyân. Il faut bien gommer le contraste saisissant entre l’Afghanistan et les œuvres que l’Asie centrale enfantait des siècles avant l’intrusion de l’Islam ! Il ne manquerait plus que les Afghans se précipitent en masse vers le petit village d’Hadda, s’émerveillent de ces bas-reliefs représentant des musiciens, s’éveillent aux réalisations nées de la fusion entre le bouddhisme et l’hellénisme, et se souviennent des lectures de Sophocle qui se déroulaient dans la petite ville d’Aï Khanoum, pour qu’ils se scandalisent enfin du niveau


de déchéance auquel leur région est parvenue 40 ! Le Génie aux fleurs et les œuvres qui ont échappé au fanatisme islamique en trouvant refuge au Musée des arts asiatiques à Paris infligent, par leur existence même, un cinglant démenti aux musulmans qui prétendent que leur religion aurait régénéré l’Orient. Il en va de même des sculptures bouddhistes retrouvées dans la région de Peshawar au Pakistan. Qu’elles dansent, s’admirent dans un miroir ou jouent de la vina, les Yakshinis et leur regard pétillant nous invitent à nous demander ce que l’Afghanistan, le Pakistan, le Sind et l’ensemble des sociétés orientales seraient devenus si les cultures préislamiques et leur souvenir n’avaient pas été délogés par la superstition.


Les Turcs se rueraient vers cette littérature bouddhiste que leur roi Taspar Kaghan a fait traduire dans leur langue mille cinq cents ans plus tôt, pendant


qu’il édifiait de nombreux monastères dédiés à cette sagesse 41. Le Maghreb figurerait parmi les régions les plus parlementaires, lettrées et industrieuses du monde. La santé insolente du Liban susciterait la jalousie des Suisses, qui s’empresseraient néanmoins d’y placer leur épargne pour stimuler les industries les plus innovantes du Proche-Orient. La Méditerranée serait unie par un vaste espace de libre circulation des biens, des services, des personnes et des capitaux au lieu d’être cette fosse commune séparant deux mondes qui se regardent en chiens de faïence.


Les Soudanais disputeraient aux Éthiopiens le titre de premiers alliés de Rome en Afrique après d’âpres controverses teintées de mauvaise foi au lieu de s’entredéchirer. Les Balkans seraient enfin célébrés comme une mosaïque heureuse et non redoutés comme une poudrière dangereuse. Armés de leurs chants républicains, les Tchétchènes s’allieraient aux Ukrainiens pour faire tomber la dictature de Vladimir Poutine. Kaboul et ses gigantesques temples bouddhistes seraient en passe de détrôner Paris au classement des villes les plus touristiques du monde au lieu de susciter la commisération des philanthropes.


Le Yémen serait moins occupé à saboter le commerce international qu’à exploiter avec intelligence sa position pour disputer à la Silicon Valley le titre de premier technopôle du globe. Les Comores exhiberaient à la face du monde de splendides amphithéâtres conçus par des voyageurs arabes et perses hellénisés, entre autres éléments de son opulence, à la place des mosquées en ruine qui trônent au milieu de cet archipel désolé. L’Inde et le Pakistan rivaliseraient moins sur le terrain de l’artillerie que sur celui de la


méditation des maximes tolérantes d’Ashoka 42. Placés sous le patronage de leur ancêtre Rabban Sauma, les Ouïghours épauleraient Taïwan dans son combat démocratique contre la dictature chinoise. Les universités du Sahel seraient à la pointe de la lutte contre le changement climatique et du verdissement du Sahara tandis que le musée du Louvre redoublerait d’efforts pour reconquérir les visiteurs perdus au profit des galeries artistiques de Tombouctou.


Au même instant, l’utopie de Louis-Sébastien Mercier prendrait corps : Turcs et Grecs, unis dans le dédain du fanatisme, applaudiraient le Mahomet de Voltaire, joué sous les voûtes profanes de Sainte-Sophie, enfin réconciliée


avec les Lumières 43.


Ressusciter l’Orient


 


Uchronies superflues ? « La reconstitution de l’histoire, telle qu’elle n’a pas eu lieu, est toujours futile », objectait l’historien marocain Abdallah Laroui aux arrogants tentés de sermonner les peuples qui auraient mal tourné.


 


À suivre cette logique, on n’aurait jamais fini de réprimander les


peuples de la terre, car chacun d’eux, d’une manière ou d’une autre, a


toujours fait un mauvais choix. Si un Maghrébin s’avisait de récrire


l’histoire de France ou d’Angleterre du point de vue des Celtes, en


montrant leur négativité, leur non-authenticité, on lui rirait au nez, et c’est


pourtant ce que font à longueur de pages, et sous prétexte d’amitié, de


doctes savants 44.


 


Rien n’est plus sot que ce relativisme qui renvoie dos à dos tous les bouleversements culturels que l’histoire recense. En dépit de l’affection que le monde témoigne pour ces Gaulois immortalisés par Uderzo et Goscinny, personne n’oserait nier que la romanisation de la Gaule a permis à celle-ci d’accéder à un art de vivre plus raffiné, par la systématisation de l’écriture, l’introduction du cadastre, entre autres innovations que d’aucuns auraient


aimé voir se diffuser par des voies pacifiques 45. Celui qui voudrait en dire autant de l’islamisation de l’Orient devrait engager l’avocat le plus fourbe de la planète. Rien n’est plus évident que le constat que les partisans de Mahomet ont confisqué le génie de l’Orient.


Il faut être insensible pour ne pas se scandaliser de cette Mésopotamie qui vit la réintroduction de l’esclavage sexuel par l’État islamique plusieurs millénaires après qu’elle eut inventé l’écriture, l’agriculture, la ville et les premières tables de lois. Il faut être de marbre pour ne pas pleurer cette Libye ravagée par Kadhafi et les milices des siècles après que Théodore de Cyrène


y manifestait son scepticisme envers tous les dieux 46, tandis que son compatriote Ératosthène mesurait la circonférence de la Terre. Il faut être d’une insoutenable légèreté pour s’accommoder de cette Algérie engluée dans la tyrannie mille cinq cents ans après que saint Augustin fustigeait les


royaumes sans justice comme de vastes réunions de brigands 47.


Il faut être aliéné pour ne pas regretter cette Syrie où les mosaïques invitaient, des millénaires avant Bachar al-Assad et Al-Jolani, les jeunes mariés à donner à leurs enfants cette éducation philosophique personnifiée sous les traits d’une femme gracieuse. Il faut être d’une amnésie criminelle pour ne pas se désoler de cette Anatolie occupée par Erdoğan des siècles après avoir enfanté le premier réquisitoire mondial contre l’esclavage,


prononcé par Grégoire de Nysse 48.


Il faut être aveugle pour ne pas souhaiter le retour de cette province de Gaza où l’ascète Isaïe aimait s’entretenir d’Aristote avec son ami Énée, loin


des bombes qui troublent le souvenir des monastères studieux 49. « Le nez de Cléopâtre, s’il eût été plus court, toute la face de la terre aurait changé »,

écrivait Pascal 50. Souhaitons à nos amis musulmans qu’ils se demandent à leur tour à quoi ressemblerait notre monde si Mahomet n’avait jamais quitté sa grotte.

2

 


Le mythe de l’âge d’or islamique


 


Souvenez-vous, Quintus, que vous commandez à des Grecs


qui ont civilisé tous les peuples en leur enseignant la douceur


et l’humanité,


et à qui Rome doit les lumières qu’elle possède.


Cicéron


 


« Sans la vaillance de Charles Martel, nous porterions aujourd’hui le


turban », écrivait Chateaubriand 1. Une légende crédite ce chef militaire franc d’avoir sauvé l’Europe des musulmans après la destruction de l’Espagne wisigothique. L’historien écossais Edward Gibbon écrit :


 


Les Sarrasins avaient poursuivi leur marche triomphale sur plus de


400 lieues, depuis le rocher de Gibraltar jusqu’aux rives de la Loire, et,


en en faisant 400 de plus, ils seraient arrivés aux confins de la Pologne et


aux montagnes de l’Écosse […]. Les écoles d’Oxford expliqueraient


aujourd’hui le Coran et du haut de leurs chaires on démontrerait à un


peuple circoncis la sainteté et la vérité de la révélation de Mahomet. Le


génie et la fortune d’un seul homme épargnèrent ces calamités à la


chrétienté 2.


Mais d’aucuns soutiennent que l’importance de Poitiers a été surestimée au détriment du front oriental.


 


À Poitiers, les Francs ne rencontrèrent qu’une bande de soldats


effectuant des razzias au-delà de leurs frontières les plus reculées, à des


milliers de kilomètres de chez eux. Ils vinrent à bout d’une force qui avait


en réalité déjà atteint ses limites et s’était déjà consumée. Les défenseurs


grecs de Constantinople durent en revanche affronter l’élite des armées


califiennes, lancées depuis des bases intérieures dans une attaque


d’envergure contre la capitale de l’ennemi 3.


 


Le rempart de l’Europe contre l’impérialisme islamique fut cet Empire


romain d’Orient que les mémoires ont oublié 4, qui succomba après onze siècles d’existence sous les assauts des Turcs en raison de ses querelles internes et de la trahison des Occidentaux, avant de périr une nouvelle fois sous les coups de leurs commentaires ingrats. Montesquieu ne résumait-il pas mille ans d’histoire byzantine à « un tissu de révoltes, de séditions et de


perfidies 5 » ?


 


L’héritage refoulé


 


L’Empire romain d’Orient portait, il est vrai, de profondes failles en son sein. Sans parler des coutumes contestables dont il était le foyer, les chamailleries sur la nature du Christ et le droit de le représenter, alors que Constantinople essuyait les coups des musulmans et des Bulgares, figurent


parmi les chapitres les plus navrants de son histoire 6. Pourtant, les poncifs anti-byzantins échouent à saisir le rôle de cette civilisation dans la conservation du savoir antique et sa contribution à la richesse de l’Orient des premiers califes. Il en va de même de la Renaissance, que certains s’empressent d’attribuer à l’Islam, sans élucider pourquoi elle ne s’est pas déclenchée en son sein.


« La culture européenne, sur son plan intellectuel, n’est qu’un développement ultérieur de certaines des phases les plus importantes de la culture de l’Islam », lit-on sous la plume de Mohamed Iqbal, père spirituel du


Pakistan 7. Mais alors, comment comprendre que ni la Renaissance, ni la Réforme, ni la révolution scientifique des e e XVI et XVII siècles ou celle des Lumières n’ont eu la moindre répercussion dans le monde islamique, qui ne


les a même pas remarquées 8 ? Les affabulateurs aiment créditer l’Islam des réalisations des cultures qu’il a côtoyées et absorbées, en faisant fi de leur éclat avant l’arrivée des musulmans.


« La civilisation islamique est désormais enseignée et étudiée avec un mépris presque total pour le Proche-Orient dans lequel elle est née »,


déplorait l’orientaliste Patricia Crone 9. Est-ce parce qu’une image plus nette de cette région avant l’Islam écornerait le prestige de ce dernier ? Séjournant dans l’Inde du e XVII siècle, le voyageur français François Martin notait que « les mahométans n’aiment pas qu’on leur vante d’autres beautés que celles


qu’ils ont chez eux 10 ». Et pourtant, l’Islam ne s’est pas emparé d’un désert qu’il aurait cultivé à partir de rien. La situation désastreuse du Proche-Orient actuel fait oublier que cette région avait déjà atteint un stade très avancé


avant que l’Islam ne s’y répande au e 11 VII siècle. L’historien Rémi Brague note :


 


Les savants, les philosophes, les fondateurs de religions de


l’Antiquité post-classique ne venaient que rarement de Grèce, encore


moins de ce qui sera plus tard l’« Europe », mais plutôt d’Égypte


(« Hermès Trismégiste », Ptolémée, Plotin), de Syrie-Phénicie (Zénon de


Citium, Némésius, Poseidonios, Jésus de Nazareth, Jamblique, Porphyre,


Syrianus, Damascius), d’Anatolie (Paul de Tarse, Dioscoride, Appropriation culturelle


Galien), etc. C’est également dans cette région qu’ont été définis les


principes du judaïsme et du christianisme : la halakha en « Babylonie »


(Irak) par les Sages du Talmud, le dogme orthodoxe à Alexandrie ou en


Cappadoce par les Pères de l’Église 12.


 


Mahomet n’était pas né que la jeune Hypathie, ses dons de philosophe, de mathématicienne et d’astronome le surpassaient depuis Alexandrie avant qu’elle ne fût tuée par des chrétiens fanatisés, tandis que Gadara, Tyr, et bien d’autres villes levantines brillaient par leur éclat au point que même leurs nécropoles ornées de sculptures mythiques se chargeaient de défier la


noirceur de la mort en portant la beauté au-delà des cieux 13. Les conquérants musulmans dérobent à Constantinople « les provinces les plus riches et les plus peuplées du monde antique à l’est de la Méditerranée » que sont la Syrie et l’Égypte, là où la philosophie et les sciences se pratiquaient depuis des


siècles 14. Passe sous leur contrôle la Mésopotamie, qui inventa l’agriculture, l’écriture, les premières villes, les plus anciens codes de lois, c’est-à-dire la civilisation. Les musulmans détruisent le régime sassanide et s’emparent de la Perse, qui était devenue le refuge des savants païens et des chrétiens


nestoriens épris de culture antique que Constantinople avait chassés 15. En conséquence de quoi l’Égypte, le Croissant fertile, la Perse et une partie de l’Inde se trouveront réunis pour la première fois depuis Alexandre et pendant une période plus longue que le règne de celui-ci, en même temps que de


grands centres de culture antique comme al-Hîra, Harran et Merv 16.


Par leurs conquêtes, les musulmans s’initient aussi à l’art chinois de la fabrication du papier, une avancée qui leur conféra un avantage décisif dans la conservation et la diffusion du savoir, que l’Europe ne connaîtra pas avant le e XII siècle ! S’établir dans des pays aussi féconds représentait pour les musulmans un immense privilège. Encore fallait-il s’en approprier les


fruits 17.


 


Conscient de la valeur de ces fruits, l’historien islamo-andalou Saïd al-Andalusi désignait les philosophes et scientifiques grecs comme « les hommes les plus élevés en rang, les savants les plus respectables ; cela est dû au soin véritable qu’ils ont démontré dans la culture de toutes les branches du savoir, y compris les sciences mathématiques, la logique, la philosophie naturelle et la théologie, ainsi que les sciences politiques qui traitent du foyer, de la famille et de la société dans son ensemble ».


Il raconte au sujet du calife al-Ma’mun :


 


Il s’occupa de rechercher la science là où elle se trouvait et, grâce à la


hauteur de ses conceptions, grâce à la puissance de son intelligence, il la


tira des endroits où elle se cachait. Il entra en relation avec les empereurs


de Byzance, leur fit de riches présents, et les pria de lui faire don des


livres de philosophie qu’ils avaient en leur possession. Ces empereurs lui


envoyèrent ceux des ouvrages de Platon, d’Aristote, d’Hippocrate, de


Galien, d’Euclide, de Ptolémée, etc. ; qu’ils détenaient. Al-Mamun fit


alors choix de traducteurs émérites et les chargea de traduire ces ouvrages


de leur mieux. […] L’Empire abbasside, à ce moment, rivalisa presque


avec celui des Romains à l’époque de sa splendeur et de sa plus grande


puissance 18.


 


Ainsi en dépit d’une ouverture plus large, la science arabe n’est « rien d’autre que la continuation de la science grecque », rappellent les orientalistes Louis Massignon et Roger Arnaldez, qui précisent qu’il « est bien entendu


qu’en disant science arabe, 19 on ne dit pas science musulmane ». Les Arabes et les arabophones qui ont contribué à l’épanouissement des lettres, des arts et des sciences n’étaient pas nécessairement musulmans. Et c’est bien l’héritage grec qui formera « l’armature de la pensée scientifique » des premières


sociétés tombées sous la domination islamique 20.


Pendant que l’Europe sombrait dans les temps obscurs, que la culture classique s’érodait et que la connaissance du grec se perdait, les musulmans se saisissent, dès les débuts de l’Islam, du « plus vieux carrefour d’hommes et de peuples civilisés qui soit au monde », rappelle l’historien Fernand Braudel, pour qui la biographie du monde musulman s’ouvre moins par la prédication


de Mahomet que par l’interminable histoire du Proche-Orient 21. L’historien Gabriel Martinez-Gros se montre dès lors bien indulgent avec le monde musulman quand il expose son échec comparé à l’Occident, alors que ces


« civilisations sœurs disposaient au départ des mêmes cartes 22 ». La réalité est encore plus accablante. Tel Aladin s’emparant de la lampe merveilleuse, les musulmans se sont vu offrir un trésor d’une valeur inestimable. Il leur suffisait de recueillir les richesses immenses qui s’offraient à eux pour les faire prospérer. Dotés d’un legs exceptionnel, ils disposaient du plus précieux des patrimoines que l’humanité puisse concevoir. Qu’en ont-ils fait ?


Tout destinait l’Orient à devenir le sanctuaire du beau et du vrai, le berceau des peuples les plus raffinés, dont les industries et les savoirs auraient irrigué les confins du monde. L’Islam aurait dû balayer les superstitions, renverser les tyrannies et élever l’âme humaine vers des sommets inégalés. Le monde musulman, par la grandeur de son héritage, était appelé à caracoler en tête des nations, éclipsant toutes les autres dans les domaines de l’économie, de la culture et de la science.


La preuve de l’impardonnable sabordage de l’Orient réside dans cette nostalgie unanime des temps où les arts, les sciences et la philosophie s’y épanouissaient, comme pour souligner le contraste entre ce passé glorieux et sa déchéance. « L’islam n’est pas absolument impénétrable à la lumière, il a souvent admis dans son sein certaines sciences ou certains arts. Pourquoi ne chercherions-nous pas à faire fleurir ceux-là sous notre empire ? » demandait Tocqueville en voyant le délabrement d’une région en proie aux appétits


européens 23.


Mais, n’en déplaise aux dévots comme aux islamolâtres, la contribution de Mahomet à l’éclat des sociétés tombées sous son joug est tout à fait contestable.


 


Rendre à César ce qui est à César


 


Peut-on parler du monde musulman pour désigner l’Orient des premiers califes ? Si l’on considère de façon globale l’expansion musulmane durant les trois premiers siècles :


 


On constate que le mouvement de conquête lancé après la mort de


Mohammed, et qui a duré jusqu’au milieu du e VIII siècle, a eu pour


objectif de soumettre à l’Islam des territoires possédés par des Infidèles,


et non pas d’islamiser les habitants de ces territoires […]. L’expansion


était territoriale, politique, elle n’était pas « religieuse » en ce sens qu’il


n’y avait pas d’intention de prosélytisme chez les conquérants 24.


 


Les premiers califes redoutaient la conversion des populations conquises : elle leur aurait, en théorie, permis d’accéder à une égalité fiscale et d’échapper à des impôts plus lourds que ceux qui frappaient les musulmans,


au risque de réduire les revenus et privilèges des conquérants 25. C’est moins par tolérance que par pragmatisme, esprit de caste et cupidité que les pouvoirs musulmans s’abstenaient de recourir à des conversions forcées et massives.


Dans l’Orient des Omeyyades, les musulmans ne forment qu’une petite minorité, « l’arabisation des populations, surtout en milieu urbain, n’étant pas toujours synonyme d’islamisation », rappelle l’historien Jean-Pierre Filiu. Une majorité de la population, surtout en Syrie, « demeure chrétienne, même si la fiscalité discriminatoire à l’encontre des gens du Livre constitue dans la


durée un puissant encouragement à la conversion 26 ». Comme l’écrit l’historien John Tolan :


 


Ces califats omeyyades et abbassides qu’on appelle à tort le monde


musulman étaient des empires multiconfessionnels et multiculturels […] ;


la société du calife s’islamisait, mais les musulmans demeurèrent une


minorité numérique pendant encore des siècles 27.


 


S’il ne nie pas la notion de civilisation musulmane, Rodinson concède qu’elle a l’inconvénient de dissimuler le fait que des Juifs et des chrétiens participèrent de façon importante aux créations prestigieuses et à la plupart


des traits culturels de l’aire dominée par l’Islam 28, à commencer par l’alphabet arabe qui aurait été créé au début du e VI siècle à l’initiative ou avec


l’aide des autorités ecclésiastiques à des fins missionnaires 29.


 


Même avant l’Islam, c’étaient principalement les chrétiens et les Juifs


qui étaient les enseignants des Arabes dans les écoles où ces derniers


apprenaient à lire et à écrire, et il est un fait qu’à Médine, où les Juifs


étaient les maîtres d’école, l’écriture était plus pratiquée que dans les


parties purement païennes de la péninsule 30.


 


Les chrétiens d’Irak constituaient le second réservoir majeur de talents pour pourvoir les postes administratifs pendant le deuxième siècle


abbasside 31, tandis que leurs coreligionnaires étaient encore majoritaires en


Syrie et en Haute Mésopotamie jusqu’aux premières croisades 32. « Je voudrais reprendre la question du déclin et comprendre l’écart qui sépare l’islam ancien de l’islam actuel, saisir les causes qui ont conduit de la splendeur à la misère », s’interrogeait l’écrivain franco-tunisien Abdelwahab


Meddeb, farouche ennemi du fanatisme qui gangrène sa culture natale 33. L’islamologue Anne-Marie Delcambre note :


 


Les intellectuels musulmans demeurent inconsolables de la


disparition de l’âge d’or de l’Islam, en oubliant que cet âge d’or n’avait


rien d’exclusivement musulman, qu’il fut le fait d’un cosmopolitisme,


d’apports étrangers dus à l’Inde, à la Perse, à la Chine, et qu’il est une


parfaite hérésie par rapport à l’Islam originaire et à la culture islamique


de Médine. La brillante civilisation qui s’élabora entre le e IX et le


XII e siècle dans les cours des métropoles comme Bagdad, Le Caire,


Ispahan, Cordoue […] était largement étrangère à la religion 34.


 


Et si l’éclat de l’Islam ancien résidait avant tout dans sa faiblesse ? Forts de leur poids démographique, la contribution des non-musulmans à l’épanouissement des arts, des lettres et des sciences dans l’Orient des premiers califes fut décisive. Si Saladin et les Arabes n’ont pas appris aux Européens à construire des cathédrales, contrairement à ce qu’a affirmé un


politicien français 35, les chroniqueurs musulmans rapportent que le calife al-Walid a désespérément requis l’aide d’artisans byzantins pour décorer des mosquées de Damas et de Médine, au point de menacer Constantinople de détruire des églises en terre musulmane en cas de refus.


Deux siècles plus tard, le calife al-Hakam II dépêcha auprès de l’empereur byzantin Nicéphore Phocas une ambassade dont la mission était de ramener en Espagne un spécialiste des mosaïques pour superviser la


décoration de la mosquée de Cordoue 36. Dans le domaine des sciences, l’historien maghrébin Ibn Khaldoun reconnaissait au e XIV siècle que les chrétiens d’Orient ont été les principaux artisans de leur transmission à la nouvelle caste musulmane, même s’il néglige les Juifs et les Sabéens. Jadis adeptes d’un mode de vie rudimentaire, les musulmans « conçurent le désir d’étudier les sciences philosophiques, parce qu’ils en avaient entendu parler


par les évêques et les prêtres qui administraient les peuples tributaires 37 ». Les auteurs syriaques, qui n’avaient pas cessé de lire, traduire et commenter les œuvres philosophiques et scientifiques grecques, furent des transmetteurs de la culture hellénique mais aussi sassanide, en particulier au e IX siècle à


Bagdad 38. Le philosophe Al Farabi n’avait-il pas pour maître le chrétien nestorien Yohanna ibn Haylan ? Les premiers ouvrages médicaux en langue arabe n’ont-ils pas été rédigés par des chrétiens, lesquels ont dominé la


médecine arabe du e e 39 VIII au X siècle ? Et quid du grand mouvement de traduction des sciences grecques en arabe qui a fait la réputation de la dynastie abbasside ?


Pour l’orientaliste Dimitri Gutas, ce mouvement, qui impliquait des mécènes, musulmans ou non, « constitue selon tous les critères possibles une étape qui fait époque dans l’histoire de l’humanité », au point d’être comparable « à l’Athènes de Périclès, l’Italie de la Renaissance ou encore


aux révolutions scientifiques des e e 40 XVI et XVII siècles ». Mais ces comparaisons sont symptomatiques d’un orientalisme naïf qui décèle l’ouverture d’esprit là où un examen attentif invite à plus de prudence.


 


Comment l’Islam a mutilé l’héritage


de l’Orient


 


Rien n’est plus faux que le lieu commun suivant lequel l’interculturalité entre la culture islamique et la civilisation grecque fut « globale, spontanée et


sans trace de lignes rouges 41 ». La curiosité des lettrés musulmans pour le savoir antique concernait surtout les disciplines utilitaires, marginalisait les écrits historiques, le théâtre et les œuvres littéraires que le philologue espagnol Américo Castro assimilait « au chemin le plus direct pour pénétrer dans une situation de vie collective, dans l’expérience vitale de l’existence,


en tant que texture de vie et horizon de valeurs 42 ».


Contrairement à ce que Napoléon a soutenu en imputant aux musulmans


la traduction de l’ 43 Iliade et de l’ Odyssée, aucune œuvre grecque poétique, dramatique ou historique ne fut traduite à la demande de ces derniers,


rappelle l’orientaliste américain Franz Rosenthal 44. À la différence de la Renaissance, la plastique grecque a exercé une fascination mineure sur les musulmans en raison de la défiance de l’orthodoxie envers la peinture et la


sculpture, privant l’humanité d’œuvres innombrables 45. Quant à la pensée politique grecque, Bernard Lewis rappelle qu’elle n’eut sur le monde musulman qu’une influence limitée : « Les écrits musulmans de politique analysés selon des principes grecs sont marginaux en Islam où prédominait


l’autorité du Coran et des traditions des premiers musulmans 46. » À titre d’exemple, le philosophe Averroès n’a jamais pu mettre la main sur La


Politique 47 d’Aristote, car elle n’avait jamais été traduite en arabe. Les Européens devront s’abreuver auprès de Byzance pour accéder à cette littérature à la portée que l’on sait.


Les musulmans ne voudront jamais entendre parler des maximes et réflexions politiques d’Hésiode, de Solon, de Clisthène, d’Hérodote, de


Périclès, de Socrate, d’Archélaos ou des stoïciens et de leurs successeurs 48.


Ils n’étudieront jamais les philosophes et les juristes romains 49, entre autres


précurseurs des institutions républicaines, démocratiques et libérales 50. Par ailleurs, les traductions gréco-arabes, dans lesquelles certains décèlent une formidable ouverture d’esprit, étaient autant mues par une curiosité partielle pour les savoirs antiques que par le profond mépris que les musulmans manifestaient pour leur support linguistique.


À l’inverse des peuples germaniques qui s’introduisent dans l’Empire romain d’Occident en s’appropriant sa langue ou des Mongols se convertissant à l’islam après avoir saccagé Bagdad au e XIII siècle, les savants


musulmans ont, à quelques exceptions près 51, toujours refusé d’apprendre ces langues de culture que furent le grec, le latin, le copte ou le syriaque, en dépit de leur solide implantation dans les régions passées sous leur domination. C’est pourquoi les traductions gréco-arabes furent surtout le fait de chrétiens, « tous trilingues, parlant l’arabe pour la vie quotidienne, le grec pour la


culture livresque, le syriaque ou l’araméen pour la liturgie 52 », et qui finiront


par être remerciés mille ans plus tard par un génocide oublié 53. « La connaissance des langues est la porte d’entrée vers la sagesse », estimait au XIIIe siècle le franciscain britannique Roger Bacon, ayant lui-même étudié l’arabe, le grec et l’hébreu. La comparaison entre l’attitude des élites musulmane et romaine à l’égard de l’héritage de la Grèce n’en est que plus révélatrice.


Les historiens n’ont jamais célébré un grand mouvement de traduction des œuvres grecques vers le latin à Rome : cette entreprise était inutile pour les lettrés romains qui maîtrisaient la langue d’Homère en vertu de l’admiration qu’ils éprouvaient pour une culture qu’ils avaient l’humilité de juger plus raffinée que la leur. Le Romain Quintilien au er I siècle après J.-C. concédait :


 


Je suis d’avis que l’enfant commence par la langue grecque, parce


que le latin étant plus usité, l’habitude nous le fait apprendre, pour ainsi


dire, malgré nous ; ensuite, parce que l’ordre veut qu’il étudie d’abord les


Grecs, qui ont été nos devanciers dans toutes les sciences 54.


 


Et, tandis que les Romains n’ont jamais remplacé le grec par le latin dans les régions hellénophones passées sous leur domination, ces langues disparaissent avec l’islamisation des régions conquises par les musulmans et le déclin des mécréants à même de cultiver l’héritage antique, sans que cette épuration suscite le moindre remords.


Il est déplacé de célébrer deux siècles de traductions que l’apprentissage du grec aurait rendues inutiles, d’autant qu’elles furent entreprises pour enterrer définitivement le monde hellénistique après en avoir mutilé les éléments les plus essentiels : les idées politiques et juridiques. Mais l’histoire est ainsi faite qu’elle délaisse volontiers ce qui disparaît pour insister sur ce


qui continue 55.


Certains se sont offusqués que l’on souligne la religion des traducteurs et commentateurs qui ont éduqué les musulmans et élevé leur idiome au rang de langue de science : la dimension confessionnelle serait futile en ce que des locuteurs syriaques étaient simplement plus à même de pratiquer cette autre


langue sémitique qu’est l’arabe 56. Cela ne dit pas pourquoi les musulmans n’ont pas appris le syriaque et le fait qu’en général les Arabes musulmans, même très instruits, ne connaissaient que l’arabe.


L’importance du critère religieux pour cerner le profil de ces passeurs de science rejaillit quand l’orientaliste Bernard Lewis note, au sujet des musulmans :


 


Utiliser l’écriture des infidèles équivalait pour eux à une sorte d’acte


d’impiété, et peu nombreux furent, en effet, ceux qui apprirent une langue


étrangère. Les langues non musulmanes étaient inconnues, hormis ce


qu’en avaient rapporté les convertis à l’islam […]. Avant le e XVIII siècle,


pas un savant ou homme de lettres musulman ne semble avoir cherché à


apprendre une langue occidentale et encore moins à élaborer une


grammaire, un dictionnaire ou d’autres outils linguistiques. Les


traductions sont peu nombreuses et très espacées dans le temps. Celles


que nous connaissons concernent des ouvrages choisis dans un but


utilitaire et sont l’œuvre de convertis ou de non-musulmans 57.


 


Le mépris des langues et des cultures infidèles s’appuyait sur une parole attribuée à Mahomet qui avertit que « quiconque imite un peuple en fait partie », comme pour signifier que le bon musulman doit dédaigner les institutions des mécréants. « Ne donnez pas d’égal à Dieu, devenez musulmans ! Ne vous habillez plus à la mode des étrangers ! » aurait ordonné


le poète officiel de Mahomet à une tribu convertie 58.


Ce dédain pour les us et coutumes des infidèles est à l’image de l’indifférence spectaculaire que les musulmans ont cultivée pour leurs sujets et leurs voisins, parmi lesquels figurent l’Europe latine, ses conflits, son histoire, sa géographie, ses institutions, ses mœurs, ses techniques, sa philosophie et sa littérature. Ils ne peuvent s’enorgueillir d’avoir éprouvé pour les Européens le dixième de la curiosité que ces derniers ont cultivée pour l’Islam ou d’autres civilisations, au point que les études européennes sur le Proche-Orient à la fin du e XVIII siècle « devançaient déjà largement celles


des musulmans eux-mêmes 59 ». L’Orient musulman, confirme Maxime Rodinson, « a eu bien moins de curiosité envers l’Occident chrétien avant le


XVIIIe 60 siècle que celui-ci n’en avait à son égard ».


 


La légende dorée et le mythe


de la transmission


 


Lors d’une visite d’État au Maroc en 2024, le président français, qui avait qualifié la colonisation française en Algérie de crime contre l’humanité, s’est permis de louer l’héritage de la conquête musulmane en Espagne : « Les années d’Al Andalus ont fait de l’Espagne et du sud de la France un terreau d’échange avec votre culture », lança Emmanuel Macron devant le Parlement marocain. Il existerait le bon et le mauvais impérialisme. Bien que réfuté par


les spécialistes 61, le mythe du cosmopolitisme andalou a connu un véritable succès auprès du grand public. On pense au réalisateur égyptien Youssef Chahine et son film Le Destin, primé par le festival de Cannes. Il rendait alors hommage à Averroès, au risque de surévaluer la tolérance et le scepticisme de celui qui, certes conformément aux valeurs de son temps, écrivait :


Chacun doit se soumettre aux principes religieux, les suivre et ne pas


douter de ceux qui s’y sont ancrés. Car les nier et les discuter rend vaine


l’existence humaine, et de ce fait les hérétiques doivent être tués 62.


 


Or, non contente d’avoir exilé Averroès, l’Andalousie islamique a réduit les infidèles, jadis majoritaires, au rang d’éléments résiduels, avant que ces derniers ne succombent sous le fanatisme des Almoravides et des Almohades : « Les Juifs et les chrétiens eurent le choix entre l’adoption de l’islam ou la mort. Une partie se fit musulmane, et le reste fut mis à mort », raconte l’historien Ibn Athir au sujet de l’entrée à Tunis du calife almohade


Abd al-Mumin 63. Ce dernier prolongea l’œuvre rigoriste du réformateur berbère Ibn Toumert qui ne supportait pas plus la présence de femmes dans l’espace public que celle d’instruments de musique, qu’il finira par


interdire 64.


Adeptes d’un mémoricide méthodique, les chroniqueurs musulmans en Espagne enveloppent les populations autochtones d’un silence dédaigneux : « La place dévolue au peuple des vaincus est donc minime, se limitant à quelques figures des temps de la conquête, témoins d’un temps qui s’efface »,


écrit l’historien Cyrille Aillet 65. Ils constituent une « communauté oubliée » dès le e e XI siècle, tandis que la littérature latine s’éteint au IX siècle.


Loin du mythe du dialogue interculturel, les musulmans andalous éprouvent une totale indifférence pour les royaumes chrétiens du Nord qui les


menaçaient pourtant à partir du e 66 XI siècle. Les données suggèrent qu’il exista « peu d’occasions de rencontre entre docteurs chrétiens et intellectuels


musulmans d’al-Andalus au temps d’Averroès 67 ». Revenue dans le giron latin en 1085 au terme de la reconquête espagnole, Tolède devient un pôle majeur des transferts des savoirs gréco-arabes et islamiques vers l’Europe. Mais, contrairement à ce que suggèrent les chantres de la « transmission » des sciences arabes, on ne décèle pas, chez les musulmans, le désir d’apporter la science aux Européens plongés dans l’obscurité, sur le modèle de l’Institut d’Égypte fondé, à la fin du e XVIII siècle, par ces Français que le savant arabe Al Jabarti décrivait comme « particulièrement heureux de voir un visiteur


musulman s’intéresser aux sciences 68 ».


Les traductions des savoirs enfermés dans le monde musulman au moment de la reconquête espagnole sont le fruit de la seule initiative européenne et se fait, encore, par l’intermédiaire des Juifs et des chrétiens arabophones, pour le plus grand malheur du magistrat sévillan Ibn Abdun,


qui condamnait la vente de manuscrits scientifiques aux infidèles 69. « Dépouillons donc, conformément au commandement du Seigneur et avec son aide, les philosophes païens de leur sagesse et de leur éloquence, dépouillons ces infidèles de façon à nous enrichir dans notre foi grâce à leurs dépouilles », s’exclame au e XII siècle le lettré anglais Daniel de Morley pour


abattre les frontières du savoir 70.


À la cour de Rome, des clercs instruits en arabe sont présents dès le XII e siècle. Le lettré anglais Adélard de Bath revient arabophone de son séjour en Syrie. L’Europe latine découvre le Coran au e XII siècle grâce à l’abbé de Cluny Pierre le Vénérable, en dépit de l’interdiction faite aux mécréants d’apprendre le texte sacré des musulmans en vertu du prétendu pacte d’Omar,


de peur que les infidèles ne s’initient à la critique des dogmes musulmans 71. La création de centres d’enseignement pour arabisants devient une préoccupation pour les Franciscains, les Dominicains et la papauté à partir du XIIIe e siècle. Le premier glossaire latin-arabe date du XII siècle et est à l’initiative des Européens. L’un des premiers livres imprimés en Angleterre en 1477 fut un recueil de citations de sages traduits dans différentes langues à


partir d’un original arabe 72, tandis qu’on fonda une chaire d’arabe à Paris en 1529 puis en 1633 à Cambridge. Émerge aussi chez les Européens une hellénomanie qui les conduit à s’approprier tout un patrimoine historique, philosophique, artistique et politique détenu par les Byzantins, dont certains


éléments sont restés inconnus des musulmans 73.


Le mythe d’une culture ouverte


 


Aucune initiative de ce genre n’apparaît dans le monde islamique, qui « ne semble pas curieux de l’Occident, de sa culture latine, de ses langues vernaculaires, de sa théologie, de ses connaissances intellectuelles ou


techniques 74 ». Pour l’historien Olivier Hanne, les musulmans ont « trop confiance dans les sciences issues de Bagdad et dans la langue arabe, véhicule idéalisé du divin, fixée dans sa perfection, pour s’intéresser aux textes écrits en latin, une langue sujette à évolution et à corruption ». Au contraire, le chrétien arabo-andalou Hafs ibn Albar prétexte les écrits de saint Paul et le devoir pour les chrétiens de répandre l’Évangile dans toutes les langues du monde pour vaincre la réticence de ses coreligionnaires au


pluralisme linguistique 75.


En Syrie, « tout au long des croisades, les Arabes ont refusé de s’ouvrir aux idées venues d’Occident […]. De fait, les Francs ont été nombreux à apprendre l’arabe alors que les habitants du pays, à l’exception de quelques chrétiens, sont demeurés imperméables aux langues des Occidentaux », note l’écrivain libano-français Amin Maalouf, aujourd’hui secrétaire perpétuel de l’Académie française. Il attribue cette fermeture à la position de colonisés


dans laquelle se trouvaient les musulmans 76, sans nous dire pourquoi les non-musulmans exposés à la domination islamique n’ont guère adopté la même attitude, mais ont abandonné leurs traditions indigènes dans une multitude de contrées.


« Les chrétiens ont oublié jusqu’à leur langue, et sur mille d’entre nous vous en trouverez à peine un seul qui sache écrire convenablement une lettre latine à un ami », regrettait Alvaro de Cordoue vers le milieu du e IX siècle


dans une lettre restée célèbre 77. En Égypte, l’évêque Sévère d’Achmounein déplore au e X siècle d’être obligé de faire traduire ses ouvrages, avec grande difficulté, du grec et du copte vers l’arabe en raison du recul de ces langues


ancestrales 78. Dans le Maghreb oriental, l’utilisation du latin est attestée dans les inscriptions jusqu’au e XI siècle à Kairouan et finit par être supplantée par l’arabe, sans que les musulmans jugent utile de s’approprier la littérature latine et romaine. La conquête musulmane de l’Afrique du Nord a anéanti la culture chrétienne de l’Antiquité tardive. Les communautés chrétiennes locales, héritières des traditions antéislamiques, disparaissent ainsi au


Maghreb au début du e 79 XII siècle.


Jadis peuplé d’hindous, auxquels s’ajoutaient des bouddhistes, des jaïns, des chrétiens, quelques Juifs, ainsi que des parsis ou zoroastriens qui ont fui la Perse après son islamisation, le sous-continent indien connaît, avec l’arrivée des musulmans, un mouvement de conversion que les courants islamistes sous-estiment, préférant le mythe suivant lequel les musulmans


indiens seraient des immigrés 80. La dynastie musulmane des Ghurides sonne le glas d’un bouddhisme déclinant dans cette Inde qui fut son berceau, en


perpétrant le saccage des universités de Nalanda et de Vikramashila 81. Autre foyer du bouddhisme, l’Afghanistan assiste à son déclin à mesure que l’islam


progresse et s’évanouit sous le règne des Ghaznévides 82. Tant de cultures foulées aux pieds pendant ce vénérable âge d’or islamique !


En Afrique noire, la Nubie chrétienne, établie au e VI siècle, s’écroule neuf cents ans plus tard, affaiblie par l’intrusion d’éléments arabo-musulmans. Dans l’Égypte du e XIV siècle, la dégradation brutale de la situation des Coptes entraîne la destruction d’un grand nombre d’églises et de monastères, et marque le renversement définitif du rapport numérique entre chrétiens et


musulmans 83. En Anatolie, la population abdique son identité gréco-chrétienne fragilisée par l’effondrement des institutions byzantines à la suite des conquêtes turques, de sorte que l’islamisation de l’Asie Mineure est pratiquement achevée au e XV siècle. Dès lors, bien des Turcs croient


descendre des conquérants qui ont dérobé l’Anatolie aux Grecs 84.


Dans les Balkans sous domination ottomane, le gros des conversions a


lieu aux e e 85 XVI et XVII siècles. Mais, de leur côté, les Turcs resteront jusqu’au XVIIIe siècle insensibles à des pans entiers de la culture européenne :


L’Empire ottoman affecta d’ignorer l’Europe occidentale, jugée


lointaine, inoffensive, aussi dépourvue d’attrait que d’intérêt, ne méritant


guère d’attention. Régnant sur un vaste monde diversifié, persuadés


d’être le centre de l’univers, les Ottomans n’imaginaient pas devoir se


préoccuper d’un continent d’aussi peu d’importance. Si, malgré tout, il


leur fallait connaître quelques réalités du pays des infidèles, leurs


informateurs ordinaires – marchands juifs et chrétiens grecs de l’empire,


renégats ou diplomates étrangers en poste à Istanbul – suffisaient à les


satisfaire. Ni les langues européennes, trop nombreuses et méprisées


comme des dialectes barbares, ni l’histoire ou la géographie des États


occidentaux n’étaient dignes d’intérêt […]. Nulle curiosité pour la vie


politique ou sociale des habitants du « pays des Francs » […], aucun


intérêt pour leurs mœurs et leurs coutumes 86.


 


Et cela même lorsque les avancées européennes étaient visibles, comme on le lit sous la plume d’Ibn Khaldoun au e XIV siècle :


 


Nous avons entendu dire dernièrement que dans les terres des Francs,


c’est-à-dire dans le pays de Rome et de ses dépendances de la rive nord


de la Méditerranée, les sciences philosophiques prospèrent, leurs œuvres


revivent, les séances d’étude sont plus fréquentes, les assemblées sont


compréhensives, les interprètes sont nombreux, les étudiants


foisonnent 87.


 


Cela n’empêche pas les Turcs de rater les révolutions humanistes, scientifiques et technologiques qui se déclencheront sur le continent sur lequel ils ont pourtant empiété jusqu’au e XX siècle. Respectivement utilisé dès 1493, 1567 et 1627 par les Juifs de Salonique, les Arméniens de Constantinople et les Grecs, ce que l’archevêque Berthold de Mayence désignait au e XV siècle comme « l’art divin de l’imprimerie » est boudé par


les musulmans jusqu’au e 88 XVIII siècle.


L’orientaliste Albert Hourani note que l’on ne mentionne pas Copernic


dans les écrits ottomans avant le e 89XVII siècle, et même alors incidemment.


« Aristote que tu aimes tant n’est plus à la mode. Maintenant, les idées d’un certain Français appelé Descartes Efendi dominent toutes les pensées », écrit Nedim Hoca, secrétaire de Mehmed Çelebi, ambassadeur dépêché à Paris, à l’imam du sultan ottoman en 1730, soit près d’un siècle après la publication


du 90 Discours de la méthode. Voilà qui fragilise la thèse d’Emmanuelle Tixier, pour qui l’intérêt porté aux cultures étrangères « ne se conçoit généralement qu’en situation de domination, lorsque ses propres bases sont suffisamment solides pour que l’Autre puisse apparaître comme un plaisant et


exotique objet d’études 91 ».


 


Un sectarisme persistant


 


Ce sectarisme n’a pas fini de faire des ravages, si l’on en croit ce rapport publié par des intellectuels arabes sous l’égide de l’ONU en 2002, qui déplorait que le monde arabe traduise vers l’arabe cinq fois moins de livres que la Grèce n’en traduisait vers le grec, et que le nombre de livres que les Arabes ont traduit ces douze derniers siècles corresponde à celui que


l’Espagne traduit aujourd’hui en une année 92.


En se fondant sur les données de l’Unesco, le chercheur néerlandais Ruud Koopmans soutient qu’entre 1979 et 2014, environ 41 000 livres ont été traduits en arabe, en turc, en farsi et en bahasa indonésien, c’est-à-dire dans les quatre langues les plus importantes du monde islamique avec un total de plus de 500 millions de locuteurs. À titre de comparaison, un peu plus de 300 000 titres ont été traduits en allemand et 111 000 en néerlandais au cours de la même période. 5 millions de Finlandais avaient plus de livres traduits qu’un demi-milliard de musulmans. 28 000 livres ont été traduits en coréen,


et 13 000 en arabe, bien que l’arabe soit beaucoup plus parlé que le coréen 93.


Cette xénophobie culturelle a fini par être épinglée par Edward Said :


 


Ce qui nous fait réfléchir, c’est qu’il y a aux États-Unis, par exemple,


des dizaines de centres d’études sur l’Orient arabo-musulman, alors qu’en


Orient il n’y a aucun établissement spécialisé dans les études sur les


États-Unis qui disposent d’une influence décisive sur l’économie et la


politique de la région 94.


 


Fait éloquent, la curiosité que l’Europe a manifestée à l’endroit des musulmans n’était pas toujours appréciée de ces derniers. « Nous fûmes profondément émus et affligés », écrit le diplomate turc Vasif Efendi au XVIIIe siècle, en constatant la présence de manuscrits coraniques, juridiques et théologiques musulmans entre les mains des infidèles à la bibliothèque de


l’Escurial en Espagne, au lieu d’apprécier leur intérêt pour sa culture 95.


Dès lors, la prudence s’impose devant les propos d’un Edgar Morin qui


vante la prétendue « tradition d’ouverture et de tolérance 96 » de l’islam prémoderne en compagnie de l’islamiste Tariq Ramadan, au motif que la minorité musulmane n’a pas anéanti la majorité infidèle à la seconde où elle passait sous son joug, ou que les sultans ottomans ont fait preuve d’un pragmatisme auquel les Européens sont longtemps restés étrangers à l’égard


des Juifs expulsés du Vieux Continent 97. Cette légende dorée semble conçue pour nous consoler des révolutions que l’Islam a manquées.


La question féminine n’échappe pas à cette réécriture. L’archétype de la femme libérée que le réalisateur Youssef Chahine brosse dans son Andalousie musulmane heurte de plein fouet cette parole d’Averroès :


Notre organisation sociale ne laisse pas entrevoir ce que peuvent faire


les femmes par elles-mêmes. Elles semblent exclusivement destinées à


donner naissance et à donner le sein aux enfants. Cet état de servitude a


détruit en elles la faculté de parvenir à de grandes choses. Voilà pourquoi


l’on ne voit pas chez nous une seule femme dotée de vertus morales : leur


vie passe comme celle des plantes, au service de leur mari. C’est de là


que vient la misère qui dévore nos villes, étant donné que les femmes


sont deux fois plus nombreuses que les hommes 98.


 


La pertinence de ces doléances surgit en observant le regard que les musulmans et les chrétiens posaient respectivement sur la condition féminine chez leurs rivaux dans les temps médiévaux. En Syrie, à la surprise d’un pèlerin allemand devant ces musulmanes nobles qui « sont strictement gardées par des eunuques et ne quittent jamais leur domicile, sauf par ordre


de leur mari 99 » s’oppose l’étonnement musulman devant ces Européennes qui se meuvent comme bon leur semble et – horresco referens – discutent librement avec d’autres hommes que leurs époux. Le prince syrien Usâma Ibn Munqidh s’étonne de cette attitude licencieuse :


 


Si l’un d’eux se promène dans la rue avec sa femme et rencontre un


autre homme qui la prend à part pour lui parler en privé, le mari s’écarte


et attend que la conversation soit terminée ; si elle dure trop longtemps, il


laisse sa femme avec son compagnon et s’en va 100.


 


Lorsqu’il se rend en Afrique, le voyageur arabe Ibn Battûta ne manque pas de se scandaliser des quelques femmes musulmanes qu’il croise et qui conversent avec la gent masculine sans être voilées, mais disserte de manière désinvolte sur le traitement des femmes adultères dans une contrée asiatique


que certains situent en actuelle Birmanie 101 :


Le sultan ordonne à tous ses serviteurs de la violer l’un après l’autre,


en sa présence, jusqu’à ce que mort s’ensuive, puis on la jette à la mer 102.


 


Du Moyen Âge à l’ère moderne, la condition licencieuse des femmes non musulmanes est un poncif chez les observateurs musulmans, qui semblent indisposés devant le moindre signe de liberté, si tant est que ce terme soit adapté pour désigner la condition féminine prémoderne. Le penseur arabe Al-Jahiz désigne les Byzantines comme les femmes les plus impudiques du


monde au motif qu’elles ne sont pas excisées 103, tandis que le philosophe Abd al-Jabbar s’étonne que « les femmes byzantines ne soient pas voilées et, qu’une fois mariées, elles passent parmi les gens au marché avec la tête et le visage découverts, montrant toute leur beauté », quand il n’accuse pas celles-ci d’être libres de forniquer en dehors du mariage avant d’avoir quitté la


demeure familiale 104.


Premier ambassadeur ottoman à Paris sous le Directoire, Morali Seyyid Ali Efendi rend compte de sa visite de la bibliothèque de l’École centrale de Lyon de cette manière :


 


C’est un endroit bien éclairé, composé de deux ailes en longueur […].


L’endroit en question étant occupé par des femmes, nous y restâmes peu.


 


Scrutant les mœurs du pays, il juge que l’estime et l’honneur que les Français manifestent envers les femmes sont extraordinaires :


 


Même si une femme de basse extraction entre dans une assemblée


d’hommes parmi les nobles et les gradés, le chef de l’assemblée se lève,


libère sa place et, la saluant, l’y installe et reste debout 105.


En finir avec « la crise de l’islam »


 


« L’islam est une religion qui vit une crise aujourd’hui, partout dans le monde », affirma Emmanuel Macron le 2 octobre 2020, suscitant l’ire d’un


monde musulman qui refuse toujours de se remettre en question 106. Ce lieu commun comporte toutefois une faiblesse. Une crise succédant à une période de lumière, cette fiction décourage le monde musulman de soumettre ses racines à un examen critique et de traquer les régressions survenues avec son expansion. Sans parler de l’idéalisation de Mahomet, il est risible que la mémoire musulmane parle de ses quatre premiers successeurs comme des califes « bien guidés ». Tout aussi ridicule est le fait d’assimiler cette période, comme le fait Al-Jahiz, à une ère exempte « d’actes délictueux ou d’innovations scandaleuses, de gestes de désobéissance, de jalousie, de


rancœur ou de rivalité 107 », quand les sources musulmanes exhibent le


spectacle d’un univers miné par des rivalités meurtrières dès ses origines 108.


 


On assassine beaucoup, en ces débuts de l’islam. Le meurtre de trois


des quatre premiers califes n’en donne pas un bel éclairage, et il y en aura


d’autres 109.


 


Certes, il serait insensé de résumer quinze siècles d’histoire du monde musulman et de rapports avec ses voisins en une simple litanie d’assassinats et de razzias.


 


Une civilisation coupable des pires atrocités comme des réalisations


les plus sublimes ne mérite pas d’être qualifiée d’une seule épithète


puisqu’elle n’a jamais assujetti son existence à un seul principe 110.


 


Loin de se réduire à la guerre, les relations entre l’Islam et ses voisins laissaient une certaine place au commerce, offrant à ces derniers la possibilité de découvrir une profusion d’innovations et de marchandises nées du génie


des premiers 111. Incontestablement, les sociétés musulmanes ont aussi été les foyers d’esprits remarquables, dont les œuvres ont surpassé leurs prédécesseurs antiques et enrichi l’humanité dans une multitude de disciplines scientifiques exigeantes. Al-Khwarizmi et Avicenne, pour ne citer que deux des personnalités les plus célèbres du monde musulman, ont marqué l’histoire d’une empreinte indélébile par leurs contributions en mathématiques, optique et philosophie.


Les architectes du Taj Mahal, comme d’innombrables génies issus du


monde musulman, ont magnifié la condition humaine par leur créativité 112. Le philosophe Al-Kindi proclamait :


 


Il convient que nous ne rougissions pas de trouver que le vrai est


beau, d’acquérir le vrai d’où qu’il vienne, même s’il vient de races


éloignées de nous et de nations différentes ; pour qui cherche le vrai, rien


ne doit passer avant le vrai ; le vrai n’est pas abaissé ni amoindri par celui


qui le dit ni par celui qui l’apporte, et nul ne déchoit du fait du vrai, mais


chacun en est ennobli 113.


 


Il reste à expliquer pourquoi cette belle déclaration a eu moins d’écho dans le monde musulman. Comme il faut expliquer pourquoi certains des plus grands talents nés en son sein, à l’instar du philosophe Averroès ou du médecin Ibn an-Nafîs, à qui l’on doit la découverte de la circulation sanguine au e XIII siècle, ont connu une plus grande postérité en dehors des frontières de l’Islam, tandis qu’ils sont tombés dans l’oubli dans leur propre


communauté 114. Au regard du patrimoine considérable dont les musulmans ont hérité, enfanter Al-Kindi ou Averroès était la moindre des choses.


 


Chez les Chinois, les Indiens, les Mahométans, il existe sans doute de


bons pères, de bons maris, des enfants dociles et reconnaissants, des


sujets fidèles à leurs princes ; et les gens de bien y seraient, ainsi que


parmi nous, plus nombreux s’ils étaient bien gouvernés et si une sage


politique, au lieu de leur faire enseigner dès l’enfance des religions


insensées, leur donnait des lois équitables, leur faisait enseigner une


morale pure et non dépravée par le fanatisme.


 


Voilà ce que notait Paul Thiry d’Holbach, grande figure des Lumières,


dans un livre initialement dirigé contre le christianisme 115. Dès lors, pour un Averroès que le hasard a placé dans le monde musulman, combien d’autres Averroès, de Léonard de Vinci, de Pierre Bayle, de Condorcet ou d’Auguste Rodin ont été méthodiquement assassinés sur les bancs des écoles coraniques, dont la création au e XI siècle par les Turcs coïncide – curieusement – avec le début de l’ankylose de la pensée en terre d’islam ?


Selon l’islamologue Charles Pellat :


 


C’est en voulant préserver la culture arabo-islamique que les


Seldjoukides lui portèrent un coup mortel par la création, vers le e V siècle


de l’hégire, de la madrasa. Auparavant, l’enseignement n’avait pas été


absolument libre, tant s’en faut, mais n’importe qui pouvait prendre place


dans les cercles qui se formaient autour d’un maître célèbre et choisir les


matières qu’il voulait étudier. À partir du moment où les professeurs,


désignés par les autorités, sont officiellement installés dans des


établissements créés par le gouvernement et contrôlés par ses agents, où


des licences d’enseignement sont officiellement accordées aux étudiants,


où enfin cet enseignement officiel est destiné à former des professeurs,


des oulémas et des fonctionnaires nécessaires à l’administration des


impôts et de la justice, non seulement les matières enseignées mais


encore les méthodes deviennent officielles et étroitement surveillées 116.


Est-ce un hasard si l’apogée de l’Espagne musulmane a coïncidé avec l’éclatement du califat de Cordoue, deux siècles avant l’apparition des


premières madrasas andalouses au e 117 XIV siècle, et si les grandes réalisations des Abbassides se sont produites à une époque où « aucune vue religieuse ne


s’était cristallisée au point de pouvoir recevoir le nom d’orthodoxie 118 » ? Sans doute est-ce pourquoi Renan estimait que « l’islam a été libéral quand il a été faible, et violent quand il a été fort », même si le séminariste défroqué n’était pas plus tendre avec le christianisme, sans que personne n’accuse de christianophobie celui qui a profané la vie de Jésus et rappelait qu’il ne faut


pas remercier les religions pour les réalisations qui naissent 119 malgré elles.


Loin de nous inviter à révérer l’islam, chaque prodige né dans le monde musulman nous commande de pleurer les talents mille fois plus nombreux qui auraient vu le jour si l’Orient n’avait pas succombé aux sirènes de Mahomet et si les conquérants arabes s’étaient fondus dans les cultures indigènes au lieu de les remplacer. Rien ne permet d’attribuer à l’islam l’ingéniosité que les savants orientaux ont manifestée en tant qu’êtres humains doués de raison et de sensibilité. Ibn Khaldoun lui-même refuse de créditer Mahomet de la curiosité que l’Orient a montrée pour ces disciplines : « Les sciences intellectuelles, étant naturelles à l’homme en tant qu’il est un être doué de réflexion, n’appartiennent pas spécialement à une nation. » La fascination que ces disciplines exercent sur l’esprit de l’homme tient à ce qu’il aspire « naturellement à la connaissance de ces matières ». Ce qui n’empêche pas, hélas, l’historien de décréter quelques lignes plus loin que « la philosophie est une science vaine en elle-même et nuisible dans son application » au motif qu’elle rend réfractaire au message coranique « et


renferme des principes contraires à la loi divine 120 ».


À quelques exceptions près, la plupart des hommes de science en terre d’islam n’avaient « aucun lien avec les théologiens ou les religieux au sens


large », note l’historien Ahmed Djebbar 121, qui rappelle aussi que leurs travaux se sont rarement référés au Coran. Entre le chirurgien Abu Al-Qasim et Mahomet, à qui les traditionnistes musulmans ont attribué des remèdes


absurdes 122 ; entre l’astronome Ibn al-Saffar et ce Coran qui distille des conceptions géocentriques de l’univers, il y a la même distance qui sépare Socrate de la ciguë.


Créditer l’Islam des réalisations nées en son sein relève de la même logique qu’applaudir le code de l’indigénat, le régime soviétique ou l’esclavage au motif que des capitaux français ont édifié des chemins de fer en Algérie, que les Russes ont envoyé le premier satellite dans l’espace ou que toutes les sociétés esclavagistes ont connu des captifs de basse extraction parvenus à s’élever socialement, sur le modèle du Trimalcion de Pétrone, des mamelouks ou des janissaires : c’est applaudir des systèmes viciés au nom de bienfaits qui auraient pu être décuplés par des institutions plus libérales que l’époque autorisait. De même que nous ne révérons pas les sacrifices humains


des Aztèques au motif que les tomates viennent du Nouveau Monde 123, les réalisations de l’Orient qui ont élevé l’humanité sont étrangères à l’islam en tant que système de normes et de valeurs, lequel a fini par tuer la pensée libre dans les pays où il s’est imposé.


Mus par la conviction – qui perdure de nos jours 124 – que toute la vérité figure dans le Coran, que rien n’y a été négligé, que son message est indépassable et qu’il est impossible de se tenir dans la bonne voie sans son intercession, ses adeptes les plus littéralistes n’ont cessé d’intimider les


esprits tentés de raisonner en dehors de son carcan 125.


 


Ils pensaient qu’ils pouvaient insérer la philosophie […] dans la loi


islamique et relier la loi islamique à la philosophie. Cependant, cela


constitue une aspiration sur le chemin de laquelle les obstacles sont


insurmontables : la loi islamique provient de Dieu par l’intermédiaire


d’un messager entre Lui et les hommes, par la voie de la révélation 126.


C’est ce que soutenait au e IX siècle le philosophe Abu Sulayman al-Sijistani pour expliquer l’échec de la cohabitation de la loi coranique avec les éléments les plus libéraux de la philosophie antique. La décadence de l’Islam, c’est encore les musulmans qui en parlent le mieux. « Ici la responsabilité de la religion musulmane apparaît tout entière. Il est clair que, partout où elle s’est établie, cette religion a cherché à étouffer les sciences et elle a été merveilleusement servie dans ses desseins par le despotisme », concédait sur un ton lapidaire le penseur Djemâl ad-Dîn al-Afghâni lors de sa célèbre controverse avec Ernest Renan sur les causes de la décadence du monde


musulman 127. C’est une chose heureuse que cette religion n’ait aucunement


façonné les institutions des pays occidentaux 128. Ceux qui critiquent la propension à sur-islamiser les sociétés musulmanes et à mettre tous leurs problèmes sur le dos de leur religion, à l’exclusion d’autres variables, sont bien obligés d’envisager l’hypothèse que l’islam serait étranger à leurs accomplissements.


Ne serait-ce d’ailleurs pas là le plus beau compliment adressé aux musulmans qui ont brillé par leur talent ? Le fait est que ces derniers ont, un temps, manifesté un génie extraordinaire malgré des sacs de plomb accrochés aux pieds et qu’ils n’auraient pas manqué d’égaler voire de surpasser les nations les plus raffinées s’ils ne s’étaient pas enchaînés à Mahomet. Loin de minorer leurs réalisations, ce fait les rend plus impressionnantes. Un Raphaël qui émerge en pleine Renaissance florentine a moins de mérite que le Michel-Ange qui naît parmi ces talibans, à côté desquels les périodes les plus obscures du Moyen Âge passent pour le comble du raffinement. Pour citer le poète andalou Ibn Bassam : « Pour qui se trouve dans une telle situation, le moindre caillou prend les proportions d’une haute montagne, et la moindre mare d’eau celles d’une mer déchaînée. »

3

 


 


Les damnés de la terre


 


Cette affaire porte atteinte à notre religion et détruit notre pouvoir.


Nous avons entendu dire du roi des Français que personne ne peut


annuler notre religion, notre loi et notre pouvoir.


Notre loi nous rend maîtres de nos nègres depuis le temps de notre


seigneur Noë.


Mustapha ben Ismaïl, notable algérien,


face au colonisateur français


 


« Jamais en Occident la polygamie n’a été autorisée, déplorait Napoléon, pour qui cette coutume est un formidable rempart contre le racisme. En Orient, au contraire, elle a toujours été permise. L’Asie et l’Afrique sont habitées par plusieurs couleurs d’hommes, la polygamie est le seul moyen efficace de les confondre pour que le blanc ne persécute pas le noir, ou le noir, le blanc. […] Le noir et le blanc étant frères sont assis et se voient à la même table. Aussi en Orient, aucune couleur n’affecte la supériorité sur


l’autre 1. »


Perpétuant la fable d’un Orient en pointe contre le racisme, l’historien Arnold Toynbee désignait les musulmans comme une communauté libre « de


tout préjugé de couleur à l’égard des races d’une couleur différente 2 ». Lors de son pèlerinage en Arabie en 1964, la figure de la cause afro-américaine Malcolm X loua la fraternité interraciale qu’il crut observer sur cette terre si sainte qu’elle fut l’une des dernières à abandonner l’esclavage sous la pression internationale : « Jamais je n’ai été témoin d’une hospitalité aussi sincère et d’un esprit de fraternité aussi authentique que celui pratiqué par des personnes de toutes couleurs et races ici », écrit-il avant de faire de l’islam


« la seule religion qui élimine de sa société le problème racial 3 ».


C’est à se demander pourquoi les sociétés musulmanes affichent les taux de consanguinité parmi les plus élevés du monde, non sans effets sur la santé


publique 4. Les sociétés tribales, où l’on peine à s’ouvrir au-delà de sa famille, ne sont, en effet, pas les mieux placées pour donner des leçons


d’antiracisme 5. « Leur isolement est un sûr garant contre la corruption du sang qui résulte des alliances contractées avec des étrangers […] ; aussi leur race est-elle demeurée pure et sans soupçon de mélange », écrit l’historien


maghrébin Ibn Khaldoun à propos de tribus arabes nomades 6.


 


Eux contre nous


 


La légende dorée d’un islam égalitaire a refoulé le souvenir des conflits ethniques qui ont affecté toutes les sociétés, quoique certaines aient plus de mal à en sortir. Cette fable se heurte toutefois à l’existence d’une vaste littérature orientale qui reflète les querelles ethniques de l’époque, où l’on


prétexte la généalogie d’un individu pour le rabaisser ou le rehausser 7. L’égalité des droits des convertis non arabes fut au centre des controverses


des premiers siècles de l’Islam 8, au cours desquels nombre de protestations ethniques sont recensées, comme les grandes révoltes berbères du


VIIIe 9 siècle.


À l’instar des bourgeois qui s’inventaient une lignée aristocratique pour accéder à des privilèges, il n’était pas rare que les convertis changent leur nom de famille et s’inventent une généalogie arabe pour blanchir leur passé,


accroître leur prestige et échapper aux discriminations 10.


 


Les Arabes, comme les conquérants de tous les temps, étaient peu


enclins à concéder l’égalité aux peuples conquis et ils maintinrent leur


position privilégiée aussi longtemps qu’ils le purent. Les musulmans non


arabes étaient considérés comme inférieurs et assujettis à toute une série


de restrictions fiscales, sociales, politiques, militaires et autres 11.


 


À cette lutte s’ajoutait celle des métis pour l’égalité avec les Arabes de souche. Autant de combats évacués de la mémoire en raison du fait que la majorité des sources favorables aux éléments non arabes de l’Empire musulman « ont été détruites par les pouvoirs ultérieurs qui les considéraient


comme une menace visant à saper l’islam 12 ». Confronté aux revendications des non-Arabes, l’historien Ibn Abi Yala fustigeait ces nations inférieures qui n’admettent pas la supériorité de l’ethnie de Mahomet :


 


Ils ne reconnaissent pas aux Arabes un droit de préséance ni ne


reconnaissent davantage leur mérite.


 


Le poète arabe Ibn Qutayba proclamait au e IX siècle que les membres de la famille de Mahomet étaient destinés par Dieu « à être supérieurs à toutes les créatures puisqu’il a désigné les imams parmi eux, exclusivement à eux


sans qu’il soit à autrui 13 e e ». Entre le XII et le XIII siècle, l’auteur Yaqout al-Rumi attribue – sans doute de manière apocryphe – à Mahomet l’idée qu’il « n’existe nulle part au monde des êtres aussi répugnants que les Berbères ». « Les Arabes se vantent d’être les maîtres du monde et les commandants des peuples. Pourquoi ne se vantent-ils pas plutôt d’être d’habiles bergers de moutons et de chameaux ? » rétorqua au e X siècle le poète persan al-Rustami


pour rabaisser l’orgueil des fils d’Ismaël 14.


S’essayant à l’ethnologie, Al-Jahiz estimait que les Arabes, les Perses, les Indiens et les Byzantins formaient les quatre nations policées de la terre.


« Quant au reste, ce sont des sauvages ou semblables à des sauvages 15. » Prétextant des températures glaciales et un ciel nuageux, Saïd al-Andalusi désignait les Slaves, les Bulgares et les peuples voisins comme grossiers, ignorants, indolents, dépourvus de jugement, de perspicacité, d’intelligence et


de finesse d’esprit 16. Montaigne notait que « chacun appelle barbarie ce qui


n’est pas de son usage 17 ». Les musulmans n’ont pas échappé à cette


xénophobie universelle 18.


 


Le mythe de l’expansion heureuse


 


Loin de favoriser la « fusion heureuse d’éléments composites 19 », l’Islam forge un vaste commerce de captifs en dehors de ses frontières pour fournir des esclaves sexuelles, domestiques, artisans, soldats et, dans une moindre mesure, des ouvriers agricoles. Importés des steppes asiatiques, d’Inde, du Caucase, d’Europe ou d’Afrique, les esclaves étaient racialisés et faisaient


l’objet d’une assignation stigmatisante, permanente et héréditaire 20. Si les musulmans n’ont pas inventé l’esclavage, la traite négrière, soit le commerce à longue distance des esclaves noirs, est née en revanche sous l’impulsion de l’islam, dès la seconde moitié du e VII siècle, en réponse à l’interdiction


d’asservir des hommes libres à l’intérieur de l’Empire islamique 21. Ibn Khaldoun écrit :


 


Les nations nègres sont en règle générale dociles à l’esclavage, parce


qu’ils ont peu de ce qui est essentiellement humain et possèdent des


attributs tout à fait voisins de ceux d’animaux stupides 22.


Bien qu’il ne figure pas dans le Coran, les musulmans furent les premiers à invoquer le récit biblique de la malédiction de Cham pour justifier


l’esclavage des populations noires 23, au grand dam des orthodoxes, obligés de marteler que seule l’incroyance du mécréant qui ne bénéficie pas de la


« protection » de l’État musulman justifie l’asservissement 24.


Aussi est-ce dans l’espoir d’échapper à la servitude que des Subsahariens


pouvaient se convertir à l’islam 25. « En principe, l’appartenance à l’Islam protège contre la capture et la réduction en esclavage, mais c’est là une


protection fragile qui ne résiste guère aux intérêts des puissants 26. » Au XIVe siècle, le roi noir musulman de Bornou se plaignit que les Arabes « aient dévasté tout notre pays, tout le pays de Bornou […] ; ils ont fait prisonniers des gens libres parmi les nôtres, ceux de notre souche parmi les musulmans


[…] ils ont pris nos gens comme une marchandise 27 ». Les premiers esclaves noirs importés en Europe par la traite « le furent à partir du commerce


transsaharien 28 », même s’il faut en finir avec le cliché qui assimile l’Afrique noire à une spectatrice qui n’aurait pas pris part à l’asservissement des siens,


comme le font les organisations panafricanistes 29.


Parmi les captifs des traites atlantiques, « environ 2 % furent directement razziés par les négriers occidentaux, surtout au début, entre le e XV et le XVIIe siècle, lorsque le trafic n’était pas encore véritablement organisé. 98 %


de ces captifs ont ainsi été achetés à des courtiers africains 30 ». Du côté de la traite transsaharienne, l’essentiel des captifs « produits » en Afrique noire le fut par les pouvoirs en place, car les Africains n’ont jamais développé de sentiment d’appartenance à une même communauté avant l’arrivée des


Européens 31 e . L’historien arabe Al-Yaqubi relevait au IX siècle :


 


Ils exportent des esclaves noirs qu’ils capturent appartenant aux tribus


de Mira, Zaghawa, Maruwa et à d’autres races nègres de leur voisinage.


On m’a assuré que les princes soudanais vendent leurs sujets sans aucun


prétexte juridique et sans aucun motif consécutif à des faits de guerre 32. La fabrique de l’innocence


 


Si l’islam n’a pas été en mesure d’effacer les divisions raciales à l’intérieur de la communauté musulmane, la distinction la plus fondamentale entre les différents segments de l’humanité restait religieuse. Elle séparait ce que les juristes musulmans ont baptisé la demeure de l’islam et la demeure de la guerre :


 


Entre le territoire de l’Islam et le Pays de guerre, il existait, selon la


shari’a, la loi sacrée telle que l’avaient formulée les juristes classiques,


un état de guerre, obligatoire religieusement et légalement, auquel la


conversion ou l’assujettissement de toute l’humanité pourrait seulement


mettre fin 33.


 


Dans ses Statuts gouvernementaux destinés à codifier les obligations du souverain musulman, le juriste al-Mawardi soutient que celui-ci « doit faire le djihad, combattre ceux qui, après y avoir été invités, se refusent à embrasser l’islam, jusqu’à ce qu’ils se convertissent ou deviennent ḏimmī, à cette fin


d’établir les droits de Dieu 34 ». Son confrère Abou Yoûssouf estimait au VIIIe siècle qu’il n’est pas permis à un gouverneur de renoncer à se battre


contre un peuple en guerre s’il a sur lui l’ascendant 35. Le monde musulman n’a pas attendu que Huntington formule sa théorie du choc des civilisations pour que se manifeste en son sein une hostilité à tout autre système de valeur que le sien. « Dans la communauté musulmane, la guerre sainte est un devoir religieux parce que l’islam a une mission universelle et que tous les hommes


doivent s’y convertir de gré ou de force », juge Ibn Khaldoun 36.


Pourtant, par un tour de passe-passe historique, l’Islam se voit paré de l’image d’un hameau assiégé, aidé en cela par le préjugé rousseauiste qui


idéalise les nations sous-développées 37. Dans un ouvrage célèbre, l’écrivain Amin Maalouf assimile ainsi les fameuses croisades au « point de départ d’une hostilité millénaire » entre l’Islam et l’Occident :


 


Dans un monde musulman perpétuellement agressé, on ne peut


empêcher l’émergence d’un sentiment de persécution, qui prend, chez


certains fanatiques, la forme d’une dangereuse obsession […]. Il est clair


que l’Orient arabe voit toujours dans l’Occident un ennemi naturel.


Contre lui, tout acte hostile, qu’il soit politique, militaire ou pétrolier,


n’est que revanche légitime. Et l’on ne peut douter que la cassure entre


ces deux mondes date des croisades, ressenties par les Arabes,


aujourd’hui encore, comme un viol 38.


 


Nul doute que cette vérité alternative nourrit « la formidable mythologisation des Arabes par eux-mêmes, qui se présentent toujours comme des éternelles victimes de l’Histoire », comme l’observait l’écrivain


Cornelius Castoriadis 39. Abstraction faite de la légitimité d’une entreprise que l’Église a fini par condamner, l’ériger en genèse des tensions entre l’Orient et l’Occident revient à négliger les conquêtes antérieures. Après tout, les musulmans n’ont guère débarqué en Syrie en convois humanitaires. N’est-ce pas pour délivrer ces régions tombées entre les mains des envahisseurs turcs que surviennent les premières expéditions occidentales au Levant ? « Il importe que, sans tarder, vous vous portiez au secours de vos frères qui habitent les pays d’Orient et qui déjà bien souvent ont réclamé votre aide », proclama le pape Urbain II, adjurant la chrétienté d’agir contre une menace qui a presque toujours eu raison d’elle. « As-tu oublié les terres que vous occupiez et que nous avons conquises par le passé, et même tout récemment ? » lançait le sultan kurde Ayyoub au futur Saint Louis, jetant à


son visage les revers que l’Islam inflige à la chrétienté depuis ses origines 40. C’était avant que le discours musulman n’embrasse une posture victimaire, pour tirer parti de l’amnésie de l’Europe.


« Cela fait des siècles que vous volez et mentez. Vous seriez venus, dites-vous, pour nous civiliser ? Vous avez méprisé nos langues, nos cultures, nos religions, humilié nos mémoires, souillé nos traditions », chante Tariq Ramadan contre l’Occident à qui il impute tous les maux de la terre pour


flatter les bas instincts de son public 41. En éclipsant l’éradication de l’Orient ancien, l’occupation de la péninsule Ibérique, l’invasion ottomane de l’Europe centrale et balkanique, l’émirat de Sicile, les occupations de Malte, de Sardaigne, l’éphémère présence à Narbonne et la manière dont l’islam s’est répandu en Asie et en Afrique, la tragicomédie islamiste s’est donné pour mission de dissimuler que l’Islam a plus empiété sur ses voisins que l’inverse.


« Notre monde arabe a subi cette vague impérialiste qui prit des formes diverses, depuis la conquête portugaise, directe, jusqu’à des formes indirectes, tel l’envoi de missionnaires en Syrie, qui permit ensuite aux Français de s’y introduire », pouvait-on lire dans un manuel d’histoire destiné aux enfants irakiens qui, dans un élan de simplification outrancière, tait les


forfaits du monde islamique 42. La dénonciation ad nauseam d’une domination occidentale, qui ne couvre que 15 % de l’histoire du monde musulman, contraste avec l’indulgence envers les exactions commises au nom de Mahomet durant le reste de cette période. « Les Arabes ne poussaient pas naturellement sur les pentes de l’Atlas au Maroc », ironisait Castoriadis, soulignant que ce peuple, dépeint comme opprimé, n’en fut pas moins, à l’image de toutes les nations gravées dans les annales de l’Histoire, un


conquérant acharné 43.


 


Indignations sélectives


 


La sélectivité de la mémoire musulmane révèle ce que chacun pressent. Ses griefs à l’endroit de la civilisation occidentale portent moins sur ce que cette civilisation fit que sur ce qu’elle fut : une civilisation mécréante contre laquelle l’Empire islamique va forger son identité.


Depuis la Syrie dérobée à Byzance, le troisième calife omeyyade Abd al-Malik adopte, en guise de premières proclamations islamiques, des formules hostiles au christianisme nicéen, pour définir l’identité de son empire en


opposition au monde vaincu 44. Il rompt avec le bilinguisme administratif gréco-arabe et évince de l’administration basée à Damas ceux qui ne parlent pas la langue du Coran.


Se poursuit ce que les historiens Patricia Crone et Michael Cook ont


nommé « l’expropriation culturelle du Croissant fertile 45 ». « Vous allez devoir chercher votre pitance ailleurs que dans ce métier, car Dieu vous en a privé », déplora auprès d’un groupe de secrétaires chrétiens le fonctionnaire


byzantin Sarjun ibn Mansur, tout juste licencié 46. Alors que d’aucuns accusent l’Occident de s’être inventé une identité judéo-chrétienne pour se


définir contre l’Islam 47 e e , « c’est bien au tournant des VII-VIII siècles que l’islam s’est nettement affirmé face aux autres monothéismes comme religion


constitutive du nouvel empire 48 », en accusant les Juifs et les chrétiens d’avoir falsifié leurs Écritures pour dissimuler la prétendue prophétie de


Mahomet 49. Sous les Omeyyades, « les conquérants musulmans forment une classe supérieure, une sorte d’aristocratie placée sous l’autorité spirituelle et


temporelle du calife 50 ». Inhérente au système islamique, « la discrimination représentera une donnée permanente et nécessaire de la société


musulmane 51 ».


Les communautés non musulmanes n’ont pas le droit de porter des armes, de monter à cheval, font l’objet d’une fiscalité plus lourde, doivent manifester leur déférence envers les musulmans ; ne peuvent pas se marier avec une musulmane ; doivent faire preuve de discrétion quant à l’exercice de leur culte, s’abstenir de tout prosélytisme, ne pas construire de nouveaux édifices religieux, tandis que leur témoignage devant les tribunaux a moins de valeur


que celui des musulmans, entre autres humiliations quotidiennes 52. Ces discriminations, appliquées avec plus ou moins de rigueur et de cruauté selon l’époque et le lieu, sont étendues aux Juifs, zoroastriens, bouddhistes, hindous et autres confessions à mesure que les musulmans envahissent leurs voisins. Plus fragile encore est le statut des hérétiques et des libres-penseurs


qui raillent les prétendues religions révélées 53. « En disant “Dieu”, tu te réfères à un absent. […] Pourquoi ne se laisse-t-il pas voir et se contente-t-il d’envoyer des messagers ? » objectait le poète sceptique Abi al-Awja au


VIIIe 54 siècle, avant d’être exécuté par ces Abbassides prétendument tolérants.


Mais, si le monde musulman s’estimait en état de guerre permanent avec son voisinage, il reste que l’Occident demeure l’ennemi par excellence. Dans la psyché musulmane, la lutte contre la chrétienté devient le prototype de la


guerre sainte 55. Aussi est-ce en son nom que s’effectuent les assauts des pirates barbaresques qui infestèrent la Méditerranée et aboutirent à la réduction en esclavage de 1,25 million d’Occidentaux entre 1500 et 1800, ou encore l’importation de près de 2 millions d’Ukrainiens, de Polonais et de


Russes entre le e e 56 XV et la fin du XVII siècle par des Tatars de Crimée.


« C’est l’ennemi qui vous désigne », rappelait le philosophe Julien Freund aux pacifistes, ajoutant que les protestations d’amitié sont vaines face à celui qui vous hait pour ce que vous êtes et non pour ce que vous faites. Le juriste maghrébin Ahmad al-Wansharisi illustre cette attitude à la perfection quand il avertit les musulmans tentés de rester dans une Espagne revenue dans le giron latin au terme de la Reconquista que même la tyrannie d’un gouvernement musulman est préférable à la bonté d’un gouvernement chrétien, en ce que vivre dans un pays sous autorité chrétienne expose le musulman au risque de la dissolution de sa foi dans les méandres de la


mixité 57. Le musulman est invité à sacrifier sa dignité sur l’autel de sa religion, même lorsque les institutions du mécréant sont meilleures.


De passage en Syrie au temps des croisades, le voyageur arabe Ibn Jubair s’indignait d’entendre des musulmans préférer une domination européenne – pourtant loin d’être généreuse – à celle de leurs coreligionnaires, craignant qu’une administration européenne bienveillante n’encourage l’apostasie des


musulmans 58. Ici encore, le danger est moins la tyrannie exercée par les autorités musulmanes que le risque de voir des hommes se détourner de la religion en raison de la bonté de leurs rivaux. La Boétie ne désignait-il pas la coutume comme la première cause de servitude volontaire ?


 


Bonnes et mauvaises violences


 


Porteuse d’un anti-impérialisme de façade, la mémoire musulmane manifeste une partialité à toute épreuve et s’accommode de toutes les oppressions pour peu qu’elles se placent sous la bannière de Mahomet. Dans le monde musulman,


 


on a quelquefois l’impression que le crime d’impérialisme n’est pas –


ce qu’il est pour les critiques occidentaux – la domination d’un peuple


sur un autre, mais la distribution des rôles dans cette relation. Ce qui est


le véritable mal, inacceptable, c’est la domination de l’infidèle sur les


vrais croyants. Que les vrais croyants gouvernent les mécréants, c’est


convenable et naturel, puisque le maintien de la sainte loi est ainsi assuré


[…] mais il est blasphématoire et contre nature que le mécréant gouverne


le vrai croyant 59.


 


Les vassalisations et les tyrannies que le monde arabo-musulman a subies avant et après les invasions européennes ont ainsi été reléguées dans un coin mineur de l’histoire. « N’en déplaise aux révisionnistes actuels, le califat arabe comme institution suprême de l’Islam n’aura duré que trois siècles »,


rappelle Jean-Pierre Filiu 60.


Alors que le califat de Bagdad est, avant l’arrivée des croisés, envahi et neutralisé par des coreligionnaires iraniens et turcs, aucun de ces peuples musulmans, qui souilleront pourtant l’institution suprême de l’islam, ne sera jamais désigné comme son ennemi « naturel et éternel ». Les massacres sont pardonnables, même si des musulmans y périssent, « pour peu qu’ils soient


perpétrés au nom de la fascination de l’Islam 61 ». Commentant l’effroyable situation à Gaza sur une chaîne française du service public, l’historien Vincent Lemire s’est permis d’énoncer à deux reprises que la terrible crise humanitaire qui frappe le Levant et le Proche-Orient était la pire depuis les croisades, sous le regard étonnamment complaisant de la journaliste Léa


Salamé, arrivée en France pour fuir la guerre du Liban 62.


Outre que cette comparaison destinée à faire impression insulte la mémoire des victimes de conflits récents, à commencer par le demi-million de personnes tuées pendant la guerre civile syrienne, ces propos sont symptomatiques de l’aveuglement qui minore les violences internes au monde musulman pour ne les imputer qu’à ses relations avec l’Occident. Il suffit, pour s’en convaincre, de souligner la désinvolture qui caractérise le traitement des invasions mongoles qui ont succédé aux croisades européennes et exposé le monde musulman à « des massacres qui supprimaient tant et tant de fidèles de l’islam » au point qu’ils « auraient pu suffire, en telle ou telle


région, à le laisser exsangue et promis à l’extinction 63 ».


Les cataclysmes provoqués par les Mongols n’empêchent pas de lire sur un site islamiste bien connu des initiés que « la religion islamique a fait sortir ce peuple des steppes de ses ténèbres, de sa barbarie, en lui inculquant le respect de la vie humaine et en lui insufflant un esprit de solidarité avec les


autres peuples musulmans 64 ». Les pyramides formées de dizaines de milliers de crânes humains aux portes d’Alep par les troupes de Tamerlan – dont les


peuples d’Asie centrale se réclament – invitent à tempérer ce jugement 65. L’adhésion de la Horde d’or et de la dynastie des Timourides à l’islam semble avoir effacé leur casier judiciaire aux yeux des musulmans, et cela malgré les exterminations perpétrées par Gengis Khan et Tamerlan, qui n’ont


rien à envier aux génocides modernes 66.


Jadis esclaves des Arabes, les Turcs bénéficient aussi de la clause de l’impérialisme le plus favorisé. Aussi néglige-t-on les conditions de leur pénétration au Levant et en Afrique du Nord. Depuis Damas, l’Ottoman Sélim le Terrible dépêche au début du e XVI siècle un courrier à Tuman Bay, dernier sultan de l’Égypte mamelouke indépendante. Il lui offre deux options : ou bien il fait allégeance à l’Empire ottoman et règne sur l’Égypte en tant que vassal, ou bien il résiste et prend le risque de voir son royaume écrasé.


 


À la lecture de ces conditions, Tuman Bay, qui sait qu’une reddition


est exclue, est saisi de terreur et fond en larmes. La peur gagne ses soldats


et bientôt tous ses sujets. Afin de maintenir l’ordre, un décret prohibe,


sous peine de mort, la vente de vin, de bière et de haschich. Mais, s’il faut


en croire les chroniqueurs, l’inquiétude est telle que les Cairotes ignorent


l’interdiction et se réfugient dans les drogues et l’alcool pour oublier la


menace imminente de l’invasion 67.


 


Le sac du Caire, le pillage des biens civils et la violence avec laquelle les Turcs s’installent en Afrique du Nord n’empêchent pas des chroniqueurs arabes d’idéaliser la tutelle que les Ottomans exercent sur le monde sunnite :


 


Lors de leur prise du pouvoir, les Ottomans ont compté parmi les


meilleurs souverains de la communauté musulmane depuis les califes


bien guidés. Vigoureux défenseurs de la foi et adversaires des incroyants,


ils étendaient leurs possessions au moyen des conquêtes que Dieu leur


accordait, à eux et à leurs représentants. Ils contrôlaient les régions


habitées les plus prospères de la Terre. De grands et lointains royaumes


leur faisaient allégeance. Ils ne négligeaient pas la conduite de l’État,


mais ils assuraient la sécurité du territoire et de ses frontières. […] Leur


trône était stable, leur puissance durable, les rois les redoutaient, hommes


libres et esclaves leur obéissaient.


 


Ainsi écrit l’Égyptien al-Jabarti au moment où il fait face à la France, comme pour se remémorer le temps béni où l’Islam imposait sa tyrannie, au


risque d’embellir le bilan de l’ère ottomane 68.


 


Droit d’inventaire


 


L’écrivain Kamel Daoud note que la présence ottomane n’est pas qualifiée d’occupation en Algérie. « Tout juste parle-t-on d’une lointaine


affaire de protectorat entre cousins musulmans 69 », alors même que les Ottomans plaçaient les Maghrébins dans une position d’infériorité :


 


Comme toutes les sociétés du monde ottoman, la Régence d’Alger


avait pour caractéristique d’être puissamment stratifiée et hiérarchisée.


Sous la caste militaire turque, qui se trouvait au sommet, venaient par


ordre descendant les Kouloughlis ou fils de Turcs et de femmes du pays ;


la bourgeoisie citadine désignée par les termes de Maures et de Hadars ;


les tribus arabes, au sein desquelles on distinguait les tribus makhzen,


ralliées au régime et qui participaient à la levée de l’impôt, et les tribus


râ’iya, elles-mêmes soumises à l’impôt ; on trouvait ensuite les Kabyles,


tribus montagnardes, et enfin les Juifs et les esclaves noirs 70.


 


Ne ratant jamais l’occasion de renvoyer la France à son passé colonial, tout en célébrant son passé ottoman, la Turquie a réussi à faire oublier que c’est sous sa tutelle que le monde musulman accumule un retard affligeant, pour le plus grand bonheur des appétits européens. « Hélas ! C’est en Occident que pointe la lumière du savoir », se lamentait l’ancien ministre de


la Porte Sadullah Pacha 71. Encore aujourd’hui, il se trouve des historiens en mal d’exotisme qui minimisent les méfaits de la présence ottomane en Afrique du Nord au motif qu’elle n’a pas touché à des institutions indigènes


si respectables 72. Mais quel est le bilan des Turcs en Afrique du Nord ? Qu’ont-ils laissé hormis la culture de prédation qui y sévit encore ? Recensant les apports ottomans dans le monde arabe, l’historien Albert Hourani s’éprend de ces mosquées, ces minarets et autres établissements financés par les Ottomans qui ont permis au Caire, à Alep ou à Tunis de


demeurer de grands foyers de droit islamique 73.


Que ceux qui se désolent de la sclérose des sciences et de la philosophie en terre d’islam se rassurent ! Pendant que Spinoza se livrait à la critique biblique, pendant que Newton étudiait la physique à Cambridge, pendant que les physiocrates jetaient les bases de la prospérité en plaidant en faveur de la liberté du commerce et de l’industrie, les sociétés turques et arabes employaient, grâce aux revenus qu’elles tiraient de la piraterie et du trafic


d’esclaves 74, de nombreux savants consommant du temps, de l’encre et du papier à rédiger des livres sur l’organisation de la cité idéale sur la base de prescriptions attribuées à un Bédouin illettré du e VII siècle qui se croyait mandaté par un être invisible. Ces productions ont-elles vraiment amélioré le sort de l’humanité ?


À la décharge des Turcs, les sociétés du Maghreb n’étaient pas plus reluisantes. En raison de la faiblesse de la production agricole, des disettes et des pestes récurrentes, la stagnation démographique affaiblit le Maghreb au


moment où l’Europe voit sa population augmenter 75. Et, contrairement à certaines légendes, le Maghreb qui précède la présence européenne est miné par l’anarchie : « Les pouvoirs maraboutiques, chérifiens et tribaux se sont souvent émancipés du pouvoir central, quand ils ne l’ignoraient pas totalement. » Aussi l’orientaliste Venture de Paradis observe-t-il :


La plupart des montagnes, depuis le royaume de Sûs, jusqu’à la


plaine de Kairouan, sont peuplées de nations indépendantes […] ; ils ne


paient ni tribut, ni capitation, mais ils se font entre eux une guerre


extrême et ne se réunissent que contre un ennemi commun 76.


 


Signe de l’instabilité politique qui caractérise la Régence d’Alger, « sur les 30 deys qui se succèdent de 1671 à 1818, 14 furent imposés par l’émeute,


après l’assassinat de leur prédécesseur 77 ». Ce qui ne l’empêche pas de guerroyer contre la Tunisie, de la vassaliser en 1756 et de lui déclarer la guerre à nouveau en 1807 et en 1813 quand elle rompit ses liens de vassalité. On comprend pourquoi le bey de Tunis envoya une délégation afin de


féliciter le maréchal de Bourmont pour sa conquête d’Alger 78 : on est tous le colon de quelqu’un.


Pareil chaos sévit dans le sous-continent indien avant sa conquête par les Britanniques.


 


Ceci est la cité où dans chaque rue on trouvait des maisons et des


jardins, des auberges, des cloîtres, des mosquées et des écoles et autres


lieux d’études, où les érudits et les docteurs de la loi, les devins et les


gens instruits, les saints et les mystiques, les médecins, les maîtres, les


poètes et les écrivains se rencontraient partout. Mais maintenant […] j’y


vis le théâtre d’une terrible désolation, et en fus profondément chagriné.


 


Ainsi se lamente en 1761 le poète ourdou Mîr Hasan en observant la décadence de sa région natale. Comme l’indique l’orientaliste Louis Frédéric, le e XVIII siècle vit l’anéantissement de tout ce qui avait fait, depuis deux millénaires, le renom de l’Inde.


 


Le pays actuel se ressent encore terriblement de cette période noire de


son histoire. Bien que certains Indiens soient prompts à accuser les


Anglais d’avoir été la cause de la ruine du pays, la vérité oblige de dire


que la mainmise britannique sur l’Inde ne fut que le résultat de l’état


d’incapacité politique des dirigeants, hindous comme musulmans, à


pouvoir ramener l’ordre et la paix 79.


 


Dans l’océan Indien, c’est une île dépeuplée par les guerres et les razzias esclavagistes que les Français achètent lorsque le sultan de Mayotte ne


parvient plus à assurer sa sécurité 80.


 


Esprit de revanche


 


Les conflits internes à l’Islam n’ont pas échappé à certains penseurs musulmans, qui auraient préféré que cette énergie soit dirigée contre d’autres sociétés. Si les musulmans s’étaient tenus au lien indissoluble du califat,


« nous serions les maîtres du monde », se lamentait le Syrien Rachid Rida 81. De toute évidence, la nostalgie impériale ne suscite pas la désapprobation sociale en terre d’islam. « Les musulmans ont le droit d’être en colère et de tuer des millions de Français pour les massacres du passé », déclarait l’ancien Premier ministre de Malaisie Mahatir Mohamad, en réponse à l’assassinat de


Samuel Paty et de l’attentat de la basilique de Nice 82.


Telle la descendance d’Adam condamnée par la faute d’un seul, voilà que les Français deviennent les cibles légitimes des fanatiques en vertu des crimes réels ou supposés de leurs ancêtres, violant ainsi la morale de Frantz Fanon qui interdit d’imputer les crimes du passé aux nouvelles générations : « Je n’ai pas le droit, moi homme de couleur, de souhaiter la cristallisation chez le


Blanc d’une culpabilité envers le passé de ma race 83. »


Toutefois, les paroles vengeresses de Mahathir Mohamad nous laissent sur notre faim. Il ne nous dit pas quand les générations étrangères aux méfaits de leurs aïeux pourront bénéficier de la prescription pour cesser d’être égorgées. Il ne nous dit pas non plus si, en contrepartie du permis de génocide qu’il délivre aux musulmans, les Noirs sont autorisés à asservir des millions de musulmans en représailles des oppressions passées, ou si les Grecs, les Roumains, les Bulgares, les Serbes peuvent massacrer des Turcs pour venger les sujets ottomans victimes du devchirmé en vertu duquel « des centaines de commissaires allaient de village en village enlever, à raison d’un enfant par foyer, des garçons, chrétiens orthodoxes, âgés de huit à seize ou vingt ans, avant d’être convertis de force à l’islam, circoncis, contraints d’apprendre le turc et soumis à une rude sélection qui décidait de leur


affectation 84 ».


Mahathir Mohamad ne nous dit pas non plus si toutes les femmes de la planète peuvent venger les concubines exploitées à des fins sexuelles dans ces harems qui scandalisaient les humanistes, à l’image de la comtesse de Gasparin qui s’effraie lors d’un séjour en Égypte en 1848 du sort de ses « sœurs d’Orient déshéritées de tout ce qui fait notre bonheur, notre dignité,


notre individualité 85 ».


Ces questions resteront sans réponse. Tout indique que les crimes commis par les musulmans n’en sont pas. « Ce n’est qu’en Occident, en Europe et aux États-Unis, que l’Empire est méprisé, que les gens s’excusent de leur passé impérial. Dans d’autres parties du monde, les gens sont fiers de leur passé


impérial », note le journaliste Robert Kaplan 86. Le négationnisme musulman forme le miroir pervers du sanglot de l’homme blanc. La mutilation de l’histoire en vertu d’un eurocentrisme – naïf ou calculé – s’incarne jusque dans le fait de parler de la colonisation au singulier.


 


En finir avec « la » colonisation


 


L’expansion européenne amorcée au e XV siècle est présentée comme porteuse d’une brutalité étrangère aux autres nations, comme si celles-ci cultivaient leur jardin à la lisière de l’Histoire pendant que le Vieux Continent entrait, pour le meilleur et pour le pire, dans l’ère des grandes découvertes. « Nous serons des mendiants tant que nous ne remettrons pas en cause leur version de l’Histoire. […] Adoptons le point de vue des Indiens d’Amérique », s’écrie l’essayiste indigéniste Houria Bouteldja, pour cultiver


une mémoire revancharde en capitalisant sur l’ignorance de son public 87.


Curieusement, cette sympathie pour les Indiens d’Amérique ne s’étend pas aux païens persécutés sous les yeux du voyageur arabe Ibn Battûta, lorsqu’il parcourt l’Indonésie au e XVI siècle, en louant les vertus du sultan local :


 


Il fait souvent la guerre sainte et lance des expéditions contre les


idolâtres. Il est humble et se rend à pied à la prière du vendredi. Ses sujets


[…] aiment à faire la guerre sainte et accompagner, de plein gré, leur


souverain dans ses expéditions. Ils soumettent les idolâtres qui les


avoisinent et qui versent un tribut pour vivre en paix 88.


 


Bien avant que Colomb ne foule le sol américain en croyant atterrir en Inde, les Turcs avaient entamé l’Anatolie et commencé à morceler l’Europe. Ils finiront en 1453 par anéantir le « repaire de l’erreur » où « le fracas malfaisant des cloches des abominables infidèles fut remplacé par l’appel musulman à la prière, ce doux chant, cinq fois répété, de la Foi des rites glorieux dont la mélodie emplit alors les oreilles du peuple de la Guerre


Sainte », pour citer une chronique ottomane sur la prise de Constantinople 89. Les pressions musulmanes exercées contre les marchands européens furent d’ailleurs l’une des raisons qui poussèrent les Portugais et les Espagnols à ouvrir de nouvelles routes vers les Indes, avec les effets que l’on sait sur les


peuples qu’ils rencontreront 90.


Au moment où le dominicain espagnol Bartolomé de las Casas soutenait que les Indiens « ont des villes, des bourgs, des cités et un ordre politique qui, en certains royaumes, est meilleur que le nôtre » pour décourager les


exactions de ses compatriotes 91, le sultanat de Sennar fondé par les Funj


achève le moribond royaume chrétien d’Alodie 92, dont la capitale se situait près de Khartoum, tandis que le sultan Ahmed Ibn Ibrahim Al-Ghazi


déclenche une guerre contre les chrétiens d’Éthiopie 93. Celui-ci est érigé en héros dans cette Somalie qu’on peine à qualifier de pays tant y règne l’anomie.


Plus d’un siècle et demi plus tard, au moment où la romancière anglaise Aphra Behn publie Oroonoko, qui met en scène un esclave noir qui se révolte à Surinam (1688), l’Empire moghol parvient, sous le règne d’Aurangzeb, à son extension territoriale maximale au terme de conquêtes amorcées au début du e XVI siècle et se déchaîne contre les éléments hindous : « Des ordres en accord avec l’organisation de l’Islâm furent envoyés aux gouverneurs de toutes les provinces, de détruire les temples et les écoles des Infidèles, de mettre fin à leurs activités éducatrices et de faire cesser la pratique de la


religion des infidèles », lit-on dans une chronique locale 94.


Au même moment, les Ottomans échoueront à prendre Vienne pour la seconde fois, avec la complicité active d’une France si absorbée par sa lutte contre les Habsbourg qu’elle se fait l’idiote utile de l’impérialisme turc, qui


ne demandait pas mieux que de briser l’unité du front européen 95. Peu avant les représailles des Français en Amérique du Nord contre les Natchez, qui s’étaient rendus coupables de massacres envers les premiers, les Afghans


menés par le sultan Mahmud Khan font tomber la Perse safavide 96. La publication de l’Histoire des deux Indes de l’abbé Raynal dans la seconde moitié du e XVIII siècle, qui dénonce la barbarie coloniale européenne et espère l’avènement d’un « Spartacus noir », coïncide avec la mort d’Ahmad Shah Duranni, fondateur de l’un des plus vastes empires musulmans du e XVIII siècle


et considéré, en Asie centrale, comme le père de la nation afghane 97.


Cinquante ans avant le débarquement de Bonaparte en Égypte émerge dans le Nadj la secte wahhabite qui contesta l’autorité ottomane en enfantant – après deux tentatives ratées, avec leur lot de batailles sanglantes, de tombeaux profanés, de massacres contre les chiites et de femmes enceintes éventrées – le royaume saoudien qui a tant fait pour diffuser le


fondamentalisme musulman aux quatre coins du monde 98.


Le e XIX siècle n’ouvre pas seulement l’ère de l’impérialisme européen. Dix ans avant l’invasion française de l’Algérie survient la conquête du Soudan par l’Égypte de Mehmet Ali pour approvisionner son armée, ses


manufactures et ses champs en esclaves 99 : « Les caravanes ne lui en apportaient pas assez ; il voulait un champ de traite plus vaste et tout à lui. À peine est-il maître du Sennaar, que la population, première richesse d’un État, est attaquée dans ses sources vives », écrit Victor Schoelcher, pour qui le souverain égyptien, soucieux de se poser en réformateur auprès de l’Occident, « n’est qu’un vil négrier qui fait la traite avec une cruauté égale à


celle des plus barbares approvisionneurs des Antilles 100 ».


Viennent aussi les grands mouvements jihadistes africains, comme l’expansion du califat de Sokoto amorcée par le réformateur peul Ousman dan Fodio, dont l’économie reposait sur des activités serviles alimentées par


des razzias 101. Les historiens Jan Hogendorn et Paul Lovejoy estiment qu’un quart de la population du califat de Sokoto – évaluée à 10 millions de


personnes en 1900 – était constitué d’esclaves 102, tandis que sa capitale


économique aurait compté trente esclaves pour un homme libre 103, faisant de cet empire sahélien l’une des trois grandes sociétés esclavagistes de l’histoire


moderne 104. Aussi y avait-il plus d’esclaves dans l’Afrique occidentale au


début du e 105 XX siècle que les Amériques n’en ont jamais eu. Ce qui n’empêche pas l’empire de Sokoto de jouir, au Nigeria, d’un prestige considérable auprès d’un public qui n’est pas cantonné aux terroristes de


Boko Haram 106.


Le mythe du Sud global


 


Toutes les nations ont une origine impériale. Mais seuls les pays occidentaux fustigent la leur. C’est pourquoi l’écrivain Kamel Daoud se désole de l’absence, en Orient, d’un wokisme local qui l’aiderait à faire son


examen de conscience 107. Invité sur France Inter, l’ancien Premier ministre français Dominique de Villepin assénait pourtant que « pour une grande partie des peuples du monde, la mémoire c’est celle de la colonisation, du


drame de l’expérience coloniale 108 ».


C’est là un poncif répandu que de faire de cet ensemble de régimes corrompus qu’on appelle le Sud global les dépositaires d’une mémoire anti-impérialiste en vertu de leur sujétion récente à l’Occident. En réalité, l’indigène revanchard n’est qu’un impérialiste frustré. Il ne pardonne pas au mécréant de s’être placé du bon côté de la canonnière, d’avoir accédé à cette hégémonie qu’il aurait lui-même voulu exercer dans toute sa rigueur et sans cette mauvaise conscience qui lui confère une saveur amère. La faiblesse de sa civilisation lui est d’autant plus insupportable qu’elle contredit son dieu,


qui proclame les musulmans comme « la meilleure des communautés 109 ». De là à penser que notre monde aurait été plus civilisé si la puissance était tombée entre les mains des musulmans, il n’y a qu’un pas que seuls les illuminés franchissent. « Si la civilisation islamique avait dirigé l’Occident, on ne serait plus contraint d’assister à ces agissements sauvages, indignes


même des animaux féroces », lit-on sous la plume de Khomeyni 110.


Observant le monde arabe, le penseur syrien Georges Tarabichi notait que « le degré d’hostilité à l’Autre n’a cessé de croître à mesure que l’Autre cessait d’être colonisateur ». Et Tarabichi de poursuivre :


 


L’ethnicisme comme phénomène anthropologique […] a pour origine


l’incapacité de s’insérer dans le cours de la civilisation et de fermer la


blessure narcissique qui continue d’épuiser le moi arabe depuis qu’il s’est


découvert, après le choc avec l’Occident, dans un état de décadence dans


le miroir de l’Autre parvenu au développement 111.


 


Vous avez dit « civilisation » ?


 


Mais la civilisation se réduit-elle à la richesse et la technologie ? Au moment où les sociétés musulmanes lorgnaient sur les techniques occidentales, Chateaubriand répondait par la négative et dénonçait la naïveté des thuriféraires d’un Islam modernisé :


 


Un nouvel Orient va-t-il se former ? Qu’en sortira-t-il ? Recevrons-


nous le châtiment mérité d’avoir appris l’art moderne des armes à des


peuples dont l’état social est fondé sur l’esclavage et la polygamie ?


Avons-nous porté la civilisation au-dehors, ou avons-nous amené la


barbarie dans l’intérieur de la chrétienté ? […] Je ne me laisse pas éblouir


par des bateaux à vapeur, et des chemins de fer ; par la vente du produit


des manufactures et par la fortune de quelques soldats français, anglais,


allemands, italiens, enrôlés au service d’un pacha : tout cela n’est pas de


la civilisation 112.


 


Pour Edward Said, qui fustige les préjugés contre cet Orient quasi irréprochable, c’est à l’auteur des Mémoires d’outre-tombe que nous devons « la première mention significative d’une idée qui va acquérir une autorité presque insupportable, quasi automatique, dans les écrits européens : le thème de l’Europe qui enseigne à l’Orient ce qu’est la liberté, idée dont Chateaubriand – et tous après lui – a cru que les Orientaux, et en particulier


les musulmans, l’ignoraient totalement 113 ». Mais, s’il s’était vraiment intéressé à l’Orient, Said se serait aperçu que ces sociétés n’ont pas eu besoin de Chateaubriand pour s’étonner, s’émerveiller ou se scandaliser de la libéralité des institutions occidentales.


Parcourant la France durant la Régence, l’Ottoman Mehmet Efendi s’étonnait du fait que les plus grands seigneurs français font « des honnêtetés incroyables aux femmes du plus bas état, de sorte que les femmes font ce


qu’elles veulent et vont en tel lieu qu’il leur plaît 114 ». Sous la Restauration, l’Égyptien Tahtawi a beau considérer de manière arrogante que l’Europe n’a pas « suivi la voie droite, ni pris le chemin du salut, ni reconnu la vraie religion et la route de la vérité », il n’en reste pas moins impressionné par la capacité des Français à observer que « la justice et l’équité constituent des facteurs de la civilisation des royaumes, du repos des hommes […] à tel point que leur pays a prospéré, leurs connaissances se sont multipliées, leurs


richesses accumulées et leurs cœurs apaisés 115 ». C’est encore l’Égyptien et non un orientaliste pontifiant qui insiste sur les différences entre l’Orient et l’Occident sur la condition féminine. Dans une France où le statut des femmes s’est dégradé avec le Code Napoléon, il juge néanmoins que les hommes de ce pays « sont les esclaves des femmes et se soumettent à leurs volontés, qu’elles soient belles ou non ». Les femmes orientales « sont considérées comme des meubles, tandis que chez les Francs, ce sont des enfants gâtés ».


Visitant l’Exposition universelle de Paris de 1878, le diplomate ottoman Sadullah Pacha s’exclame devant les bienfaits matériels des sociétés libérales : « Quand vous regardez cet étalage fascinant du progrès humain, n’oubliez pas que toutes ces réussites sont l’œuvre de la liberté. C’est sous la protection de la liberté que les peuples et les nations atteignent le


bonheur 116. » De son côté, l’écrivain turc Hüseyin Rahmi Gürpınar loua les « trésors intellectuels de l’Occident » à partir desquels « nous apprîmes


l’amour de la pensée, l’amour de la liberté 117 ». Mais cette liberté n’a jamais été du goût de tout le monde. En Égypte, Jabarti ne cache pas son horreur devant la dissolution des hiérarchies traditionnelles et la promotion sociale de la gent féminine que la présence française induit :


 


On vit des femmes musulmanes habillées à la manière des Françaises.


Elles sortaient avec les fonctionnaires des quartiers pour les inspections et


les affaires concernant la population ou pour les jugements ordinaires,


pour commander, interdire ou lancer des appels aux gens. La femme allait


toute seule ou avec quelques compagnes ou personnes invitées du même


genre […]. On la voyait prendre des décisions, commandant et


interdisant 118.


 


La fascination que Jabarti manifeste pour les technologies françaises ne l’empêche pas de dénoncer « le mensonge et la stupidité » de la proclamation


napoléonienne qui soutient que les êtres humains sont égaux devant Dieu 119. Il se scandalise de l’ascension sociale des infidèles jusque-là assignés à une place inférieure en vertu de la loi islamique : une autre conséquence de l’occupation française en Égypte, se lamente Jabarti, a été « l’élévation des coptes, syriens, grecs, et juifs les plus modestes. Ils montaient à cheval et se paraient d’épées en raison de leur service aux Français ; ils se pavanaient avec hauteur, exprimaient ouvertement des obscénités et se moquaient des


musulmans 120 ». Jabarti avait raison de s’inquiéter des proclamations libérales et égalitaires de la Révolution française, qui menaçaient une civilisation islamique étrangère à ces principes.


 


L’autre décolonisation


 


D’abord indifférent à la Révolution française, l’Empire ottoman se réjouit ensuite de la discorde qu’elle sème en Europe, avant de s’inquiéter des effets


de ses proclamations sur ses sujets 121, comme on le lit dans une communication ottomane :


 


La nation française […] affirme que les livres apportés par les


Prophètes sont dans l’erreur, que le Coran, la Torah et les Évangiles ne


sont que mensonges et sornettes et que ceux qui se proclament


Prophètes… mentent au peuple ignorant…, que tous les hommes sont


égaux et semblables, qu’aucun n’est supérieur en mérite à aucun autre et


que chacun dispose de son âme et organise sa propre vie ici-bas 122.


 


Ce terrible message risquait de donner des idées aux peuples soumis à la domination turque, comme les Serbes et les Grecs, qui furent les premiers à s’y montrer sensibles. Le poète hellène Constantin Rhigas fait traduire la Déclaration des droits de l’homme et compose une variante grecque de La Marseillaise avant d’être livré par les Autrichiens et exécuté par les Turcs.


Parcourant la Grèce occupée, l’écrivain Chateaubriand, le révérend Thomas Smart Hugues et l’archéologue Edward Dodwell relèveront chacun de leur côté la « brutalité gratuite », la « grêle de coups », les « coups de fusil » que les colons turcs donnaient au hasard à de simples badauds grecs, qui se retrouvaient grièvement blessés, « jusqu’à ce que le sang ruisselât par


filets » sur leur visage sans pouvoir protester de peur d’aggraver leur sort 123. Avec l’aide russe, française, anglaise et celle de volontaires philhellènes, la Grèce s’affranchit de la Porte, contrainte de signer le traité d’Andrinople : s’amorce ainsi la dissolution d’un empire si allergique à l’égalité qu’il faudra, tout au long de son agonie, compter sur la pression extérieure pour rehausser


le statut des non-musulmans 124.


Témoin de la subordination ottomane à l’Europe, l’écrivain et administrateur ottoman Ziyad Pacha s’insurge contre le fait que 20 millions de musulmans « supportent tant d’abaissements et d’humiliations pour garantir la tranquillité de 11 millions de chrétiens de toutes confessions qui


leur sont inférieurs démographiquement 125 mais aussi de tout point de vue».


La protection européenne échoue à immuniser les chrétiens contre les violences sporadiques qu’ils subissent. Les massacres de Damas en 1860 au cours desquels de nombreux chrétiens sont tués par des druzes jaloux de leur ascension sociale sont une illustration de ces haines. Ces exactions culminent avec les génocides arménien, assyro-chaldéen et des Grecs pontiques que la


Turquie couvre encore aujourd’hui d’un voile pudique 126.


Comme maintes minorités en terre d’islam, les Juifs ont vu leur sort enjolivé, car il était historiquement moins dur qu’en terre chrétienne, ce qui


n’était pas un exploit 127. « Ce n’est pas dans les pays arabes qu’on a mis les Juifs dans les trains », affirmait un député français pour nier l’antijudaïsme en


milieu musulman 128 e . Voici qu’il suffit de ne pas imiter le III Reich pour obtenir la médaille de la tolérance ! Propos encore plus désinvolte quand on sait que les descendants de réfugiés issus du monde arabe comptent pour près


de la moitié de la population d’Israël 129, qui doit moins son existence à la bonté musulmane qu’à sa supériorité technologique, seul rempart contre un autre génocide. Les musulmans n’ont, en effet, jamais été enclins à regarder les Juifs comme leurs égaux. Le sionisme eût été moins populaire si les sociétés arabes s’étaient dotées de réformateurs comme Clermont-Tonnerre, qui permit à la France de devenir le premier pays européen à émanciper les Juifs sous la Révolution.


En 1834, l’exécution d’une Juive marocaine accusée d’avoir renoncé à l’islam inspire un célèbre tableau du peintre Alfred Dehodencq. Visitant à son tour le royaume chérifien avant le protectorat, l’écrivain Pierre Loti – peu suspect d’islamophobie et de philosémitisme – décrit le quartier juif de Fès en ces termes :


 


On sent qu’on vit dans cet antre en crainte perpétuelle des voisins,


Arabes ou Berbères. Et, devant leur entrée de ville, est le dépôt général


des bêtes mortes (une galanterie qu’on leur fait) : pour arriver chez eux, il


faut passer entre des tas de chevaux morts, de chiens morts, de carcasses


quelconques, qui pourrissent au soleil, répandant une odeur sans nom ; ils


n’ont pas le droit de les enlever – et il y a grand concert de chacals le soir


sous leurs murs. Dans leurs rues étroites, étroites à ne pouvoir passer, ils


n’ont pas le droit non plus d’enlever les immondices rejetées des


maisons ; pendant des mois s’entassent les os, les épluchures de légumes,


les ordures, jusqu’à ce qu’il plaise à un édile arabe de les faire déblayer


moyennant une grosse somme d’argent 130.


 


Le statut des Juifs orientaux devra attendre la pression européenne pour être relevé.


C’est en Algérie française que les Juifs du monde arabe font l’expérience de l’égalité pour la première fois sous la pression du colonisateur, ce qui explique que les « Israélites indigènes » accueillent favorablement la présence française. La littérature islamiste et nationaliste arabe ne leur pardonnera jamais cette « trahison », sans soumettre le traitement des


minorités en terre d’islam au moindre examen critique 131. Pareille francophilie anime les milieux juifs en Tunisie, qui demandent la nationalité française à des autorités coloniales, lesquelles hésitent à blesser l’orgueil des


musulmans par la promotion sociale de leurs anciens sujets 132. Commentant le décret royal du 5 février 1864 qui interdit les discriminations contre les Juifs marocains, l’historien Al-Naciri juge que « cette liberté qu’ont établie les Européens dans ces dernières années est l’œuvre absolue de l’irréligion, car elle comporte la destruction complète des droits de Dieu, des droits des


parents et des droits de l’humanité 133 ».


 


La lutte oubliée contre l’esclavage


musulman


C’est au nom de ces mêmes « droits de dieu et de l’humanité » que les sociétés musulmanes ont maintenu l’esclavage autant qu’elles le purent, au point qu’elles n’ont jamais été capables de supprimer cette infâme institution de leur propre initiative. Là où la lutte contre l’esclavage en Occident est le


fruit d’un processus interne 134, son recul en terre d’islam est largement imputable aux pressions impériales occidentales. Cette réalité conjuguée au politiquement correct explique la faible attention accordée à ce qui est pourtant l’une des plus grandes révolutions de l’histoire de l’humanité.


Dans un article dédié à la lutte française contre l’esclavage indigène en Algérie, l’historien Marcel Emerit notait que « cette victoire de l’idée d’humanité en terre africaine n’a pas été relatée par les historiens de


l’esclavage 135 ». Alors qu’il est inconcevable d’étudier l’histoire de l’Occident sans mentionner l’esclavage et les luttes pour sa disparition, les synthèses sur l’histoire des sociétés musulmanes s’acharnent à éluder ce sujet


pour le laisser aux spécialistes 136. Les programmes scolaires occidentaux ne sont pas plus bavards, tandis que les sociétés musulmanes élèvent l’ignorance au rang de norme sur cette question.


En 2018, la chaîne qatarie Al Jazeera censurait le passage d’un


documentaire sur la participation des musulmans à l’esclavage 137. Il est difficile d’identifier le moindre monument public dédié à la commémoration de la lutte contre l’esclavage en terre islamique. Les musulmans font même la chasse aux rares monuments européens qui l’évoquent, comme le montrent les pressions exercées par la Ligue arabe pour ôter d’un édifice bruxellois la


mention des esclavagistes arabo-swahilis combattus par Francis Dhanis 138.


Pourquoi ce négationnisme ? Est-ce parce qu’il n’y a aucun héros local à célébrer en la matière ? Est-ce parce que les musulmans ne supportent pas de concéder quelques mérites à l’Occident, au risque de renoncer à la fiction de leur innocence ? L’incapacité des sociétés musulmanes à combattre l’esclavage en dehors des injonctions du mécréant est-elle un déshonneur qu’elles n’osent pas affronter, de peur de tirer les conclusions qui s’imposent sur les vertus de leur religion ? Ou est-ce parce que la critique de l’esclavage est un blasphème aux yeux de la tradition musulmane, qui célèbre Mahomet comme l’un de ses adeptes les plus enjoués, conduisant l’islamologue soviétique Evgenii Belyaev à lier l’essor de l’islam au e VII siècle à « la formation d’un régime esclavagiste au sein d’une société communautaire


primitive en déclin 139 » ?


Pour l’islamologue Bernard Lewis, abolir l’esclavage d’un point de vue musulman traditionnel aurait été difficilement possible. « Interdire ce que Dieu permet est une offense presque aussi grande que permettre ce que Dieu


interdit 140. » Alors que l’islam est né plusieurs siècles après le premier réquisitoire mondial contre l’esclavage sous la plume de Grégoire de Nysse, il n’y a, avant l’arrivée des Européens, jamais eu l’équivalent de cette controverse de Valladolid (1550-1551) qui vit des théologiens s’élever contre l’asservissement des Indiens, des Noirs et des païens. Selon le dominicain espagnol Bartolomé de las Casas :


 


À aucun infidèle, qu’il soit maure, arabe, turc, tartare ou indien ou


bien de n’importe quelle autre espèce, foi ou religion il n’est ni possible


ni permis à un peuple chrétien de faire la guerre, de l’importuner,


d’infliger quelque mal à sa personne ou à l’un de ses biens, sans


commettre de très grands péchés mortels 141.


 


Les mondes musulmans n’ont jamais enfanté de société civile dédiée à la lutte contre l’esclavage semblable à la Society for Effecting the Abolition of the Slave Trade, la Société des amis des Noirs ou encore la Société de la morale chrétienne. Il n’y a jamais eu de Lincoln, de Victor Schoelcher, de Charles Grey, de Lavigerie ou de Livingstone musulman.


Si les attaques barbaresques contre la chrétienté ont décliné au cours du


XVIIIe 142 siècle en raison d’un rapport de force plus favorable à l’Occident, leur persistance motive le Britannique Sidney Smith à interpeller le Congrès de Vienne sur leurs exactions contre les Européens et les Africains :


 


Pendant que l’on discute les moyens d’opérer l’abolition de la traite


des Nègres sur la côte occidentale de l’Afrique […], il est étonnant qu’on


ne fasse aucune attention à la côte septentrionale de cette même contrée,


habitée par des pirates turcs, qui, non seulement, oppriment les naturels


de leur voisinage, mais les enlèvent et les achètent comme les esclaves,


pour les employer dans les bâtiments armés en course à arracher à leurs


foyers d’honnêtes cultivateurs, de paisibles habitants des côtes de


l’Europe 143.


 


Le Congrès de Vienne, auquel les Ottomans refusent de participer, souhaite abolir la traite des Nègres qui a « longtemps désolé l’Afrique,


dégradé l’Europe, et affligé l’humanité 144 ». Dirigeant une flotte néerlando-britannique, Lord Exmouth obtient en 1816 par le bombardement d’Alger la libération de plus de mille chrétiens et porte un coup quasi décisif à l’esclavage des Européens par les Barbaresques, quoique leurs attaques persistent et motivent le Congrès d’Aix-la-Chapelle de 1819 à les menacer de


représailles qui pourraient « les atteindre jusque dans leur existence 145 ».


S’il n’y avait plus d’esclaves européens en Algérie au moment de l’invasion française, demeure la présence de plusieurs milliers d’esclaves noirs, dont certains tentèrent de fuir leurs maîtres indigènes pour obtenir la protection du nouveau colonisateur, parfois en vain.


 


En 1839, quand Abdelkader apprend que sa femme l’a trompé avec la


complicité de deux de ses serviteurs, un nègre et une négresse, ceux-ci se


réfugient à Alger. Le maréchal Valée ordonne de les rendre à l’émir. Les


pauvres gens ont beau crier, pleurer, supplier qu’on les égorge sur-le-


champ au lieu de différer un supplice inévitable, on les livre et ils


périssent peu après dans d’atroces tortures 146.


 


En 1840, le substitut du procureur d’Oran déclenche les protestations du notable algérien Mustapha ben Ismaïl au motif qu’il a affranchi des esclaves appartenant à sa tribu :


 


Cette affaire porte atteinte à notre religion et détruit notre pouvoir


[…] Notre loi nous rend maîtres de nos nègres depuis le temps de notre


seigneur Noë […]. Chacun de nous a des nègres, qu’il a payés de son


argent 147.


 


Pressée par ses citoyens les plus éclairés d’abolir l’esclavage en Algérie le plus tôt possible, la France attendra cependant 1848 pour mettre en œuvre cette révolution, de peur de s’aliéner ses nouveaux sujets : « Je ne pense pas que nous dominons les Arabes depuis assez longtemps, pour que nous puissions sans danger adopter une mesure qui froisserait gravement les


intérêts de ce peuple », rétorque en 1844 Bugeaud aux philanthropes 148. La lecture du décret abolitionniste dans les mosquées fut suivie de manœuvres d’indigènes pour perpétuer leurs trafics à l’abri de l’administration, en transférant leurs esclaves dans les zones tribales et rurales où la France est peu présente. La difficulté pour l’administration coloniale d’éradiquer cette institution s’illustre par l’existence des propriétaires d’esclaves musulmans dans la région d’Alger au début du e XX siècle et dans certaines régions


reculées du Sahara algérien après l’indépendance 149.


Enjoint en 1842 par les Britanniques de lutter contre le commerce d’êtres humains, le sultan du Maroc objecte que la légitimité de l’esclavage « ne


requiert pas plus de démonstration que la lumière du jour 150 », avant de prétexter l’arriération de ses sujets pour ne pas donner suite aux requêtes abolitionnistes :


Cet empire ne ressemble pas aux autres pays, qui sont civilisés et dont


les habitants vivent dans les villes ; ici pour la plupart, ce sont des


Bédouins et des Nomades, qui ne restent pas toujours au même endroit


mais bougent avec le vent. Rien ne peut les retenir et il leur est très


difficile de renoncer à leurs coutumes – surtout si cela concerne la


religion 151.


 


Les marchés publics d’esclaves au Maroc seront fermés par les Français


en 1912. Toutefois, un trafic clandestin subsista encore longtemps 152.


Lors de la première convention mondiale contre l’esclavage à Londres en juin 1840, le Britannique John Bowring insista sur la nécessité de persuader les souverains orientaux « qu’ils avaient un intérêt profond à abolir l’esclavage et que leur propre prospérité était étroitement liée à la liberté des


Noirs 153 ». Tout indique cependant que ce vœu resta pieux. En Égypte, la traite ne dépérit véritablement qu’avec l’occupation anglaise à partir des


années 1880 154. « Qui est noble, qui est esclave, qui est seigneur – cela ne peut plus être connu, puisque l’infidèle a nivelé toutes les différences sociales », se lamente un poème acehnais, qui prétexte les mesures abolitionnistes néerlandaises pour encourager le sultanat d’Aceh, dans


l’actuelle Indonésie, à la guerre sainte 155.


Invité en 1861 par l’occupant espagnol à libérer ses esclaves, le sultan de Maguindanao répondit qu’il préférerait abandonner sa femme et ses enfants plutôt que ses captifs dans la mesure où il cesserait d’être sultan sans ces


derniers 156. En Mauritanie, des théologiens prétextent que les Français


libèrent des esclaves pour appeler à l’émigration et à la guerre sainte 157. Et un notable somalien de déplorer en 1926 auprès d’un administrateur italien :


 


Tous nos esclaves se sont échappés et ont fui vers vous, et vous avez


ordonné qu’ils soient libérés. Nous sommes mécontents de cela. Cela ne


correspond pas à notre loi, car selon notre loi, nous pouvons emprisonner


les esclaves et les forcer à travailler. Nous sommes de vrais musulmans,


suivant le prophète Mahomet et tous les saints 158.


 


« Le travail du colon est de rendre impossible jusqu’aux rêves de liberté du colonisé », lit-on sous la plume de Frantz Fanon, qui néglige un peu vite que les résistances indigènes à l’impérialisme furent aussi, dans bien des cas,


des résistances à l’abolition de l’esclavage 159. À Zanzibar, le sultan d’Oman Sayyid Sa’id objecte en 1826 aux exhortations britanniques à lutter contre l’esclavage que cette politique risque de le conduire à devenir l’ennemi de


tous les musulmans et d’être poussé à l’exil 160. C’est le raffermissement du contrôle européen dans l’océan Indien qui conduit au dépérissement du


commerce d’esclaves dans la région 161. Dans l’archipel des Comores, les Français abolissent l’esclavage île par île : 1847, 1891, 1902 et 1904 pour


Mayotte, Anjouan, Mohéli et Grande Comore 162.


En réponse aux pressions britanniques, le roi de Perse Muhammad Shah martela l’impossibilité d’abolir l’esclavage en terre d’islam en soulignant la différence entre le christianisme et la religion de Mahomet :


 


Si, selon leur religion, ce commerce est considéré comme une


pratique abominable, dans notre religion, il est licite. Pourquoi les choses


que notre Prophète a rendues licites pour nous devraient-elles être


considérées comme détestables ?


 


Et le Shah de rappeler que « l’achat de femmes et d’hommes est fondé sur la charia du dernier Prophète. Je ne peux pas interdire à mon peuple


quelque chose qui est licite selon la charia 163 ». Faute d’être en mesure d’imposer la fin de l’esclavage en Perse, les Britanniques choisissent de tarir la source d’approvisionnement d’esclaves par des mesures dirigées contre leur importation, afin de frapper la servitude d’obsolescence. L’abolition de l’esclavage n’y sera décrétée qu’en 1929 par Reza Shah Pahlavi.


Les Britanniques emploient la même stratégie avec les Ottomans et obtiennent la suppression de la traite dans la région du Golfe en 1847, l’interdiction et le découragement du commerce des esclaves blancs depuis la côte géorgienne et circassienne en 1854, l’interdiction de la traite des Noirs vers la Crète et Janina en 1855, et l’interdiction générale de la traite des Noirs en 1857, entre autres mesures, bien que les Ottomans n’aient jamais aboli


l’esclavage en tant que tel 164. « Aucun mouvement abolitionniste effectif n’a jamais émergé dans l’Empire ottoman », rappelle l’historien Ehud Toledano, qui soutient que la politique ottomane à l’égard de cette institution « peut être caractérisée comme une résistance continue – à la fois passive et active, et selon des degrés d’intensité variés – aux pressions abolitionnistes britanniques ». L’esclavage « était considéré comme allant de soi, et l’abolitionnisme […] était une idée étrangère ; il venait d’Angleterre, n’était


guère compris, et ne fit que peu ou pas de convertis 165 ». L’historien ottoman Ahmed Cevdet Pacha a directement lié l’affaiblissement des Turcs et celui du commerce d’esclaves :


 


L’État a perdu sa vigueur d’antan. La gloire et la dignité d’autrefois


de ses hauts fonctionnaires ont également disparu […]. Pour cette raison,


l’ingérence étrangère a commencé à se manifester ouvertement. L’Empire


ottoman a été réduit à un état pitoyable. L’interdiction des esclaves noirs


a définitivement confirmé cette situation 166.


 


Ordonnée par les Britanniques, la politique abolitionniste ottomane n’allait pas sans susciter de révoltes : « L’interdit sur les esclaves est contraire à la sainte charia […]. Avec de telles propositions, les Turcs sont devenus des infidèles. Leur sang est perdu, et il est conforme à la loi de faire des esclaves de leurs enfants », proclame le cheikh Djamal en 1857 depuis la province sacrée du Hedjaz, qui était aussi bien un lieu de pèlerinage qu’un


vaste entrepôt d’esclaves 167. Ce n’est que dans la deuxième moitié du XXe siècle que les États du Golfe prendront, sous pression étrangère, des mesures actives contre cette institution. Si quelques voix musulmanes ont tenté de légitimer la politique abolitionniste occidentale, leur portée est


sujette à caution 168.


Dans cet océan d’inhumanité, on célèbre parfois l’exception tunisienne : la régence de Tunis aurait été le premier régime musulman à abolir


l’esclavage de sa propre initiative en 1846 169. La réalité est tout autre. Invité par le consul britannique Thomas Reade à s’attaquer à cette institution, Ahmed Bey n’a jamais invalidé le principe de l’esclavage. Tout au plus fit-il valoir que les critères de licéité de l’asservissement d’êtres humains ne sont plus réunis ou risquent d’être violés en raison des mauvais traitements infligés aux captifs, tout en déplorant que la présence d’esclaves constitue un prétexte au service des ingérences européennes dans son pays. Enfin, le régime tunisien n’a jamais été en mesure d’éradiquer la traite et l’esclavage,


qui survécurent au moins jusqu’au protectorat français 170.


Malgré les efforts consacrés à la disparition de la servitude ces deux derniers siècles, l’esclavage subsiste dans de nombreux pays. En septembre 2022, le rapport Global Estimates of Modern Slavery, publié par l’Organisation internationale du travail, l’Organisation internationale pour les migrations et l’ONG Walk Free, estimait le nombre de personnes victimes de l’esclavage moderne à 50 millions. On y lit que les États arabes du Golfe forment la région où la prévalence de l’esclavage est la plus élevée, tandis que les pays musulmans sont surreprésentés parmi les nations les plus touchées par ce fléau. Un autre exploit des damnés de la terre.

4

 


Progressistes et bons sauvages


 


Père, pardonne-leur,


car ils ne savent pas ce qu’ils font.


Jésus-Christ


 


« Chaque siècle ajoutera de nouvelles lumières à celles du siècle qui l’aura précédé ; et ces progrès, que rien désormais ne peut arrêter ni


suspendre, n’auront d’autres bornes que celles de la durée de l’univers 1. » C’est par ces paroles optimistes que Condorcet ferme les portes du XVIIIe e siècle et entrouvre celles du XIX. Un siècle idéaliste, porté par la conviction que l’humanité était « sur la voie qui menait en droite ligne et


infailliblement au meilleur des mondes 2 ». La Révolution française abat les privilèges de l’ancien temps. L’onde de choc qu’elle produit parcourt l’Europe et secoue les portes de l’Orient, qui se scandalise des « enseignements mensongers » que professent les hérétiques qui ont ôté aux


Français « la peur de Dieu et du châtiment 3 ». Le ministre ottoman des Affaires étrangères met en 1798 son gouvernement en garde contre cette France athée où « l’on voulut à tout prix l’égalité et la liberté par lesquelles


on espérait atteindre la félicité parfaite en ce monde 4 ». Le libéralisme épouse le principe des nationalités. L’industrie prend son envol. Le commerce et les villes étendent leur empire. L’hygiène s’améliore en même temps que l’espérance de vie. Les parlements s’éveillent. L’école cesse peu à peu d’être le domaine réservé des élites tandis que la prévoyance élargit lentement mais sûrement le cercle de ses bénéficiaires.


Soixante ans avant la révolution d’Octobre, Friedrich Engels, qui s’était illustré en 1845 par son ouvrage sur la misère ouvrière anglaise, note auprès de Marx, sur un ton surpris et un brin dépité, que « le prolétariat anglais s’embourgeoise réellement de plus en plus, si bien que cette nation, la plus bourgeoise de toutes, semble vouloir en arriver finalement à posséder une


aristocratie bourgeoise et un prolétariat bourgeois à côté de la bourgeoisie 5 ». Ce scénario, terrible en ce qu’il rend le grand soir obsolète, dote le Vieux Continent d’une puissance qui lui permet d’étendre son influence dans des mondes inaccessibles jusque-là. « L’Europe est la plus petite des quatre parties du monde, mais […] elle est parvenue à un si haut degré de puissance que l’histoire n’a presque rien à lui comparer là-dessus », observait Jaucourt


au e 6 XVIII siècle.


 


Du meilleur des mondes aux grands


cataclysmes


 


L’art de vivre occidental séduit une partie des élites orientales. « Bientôt le voile, déjà de plus en plus mince, s’en ira de la figure des femmes, et le musulmanisme avec lui s’envolera tout à fait. Le nombre des pèlerins de La Mecque diminue de jour en jour. Les oulémas se grisent comme des


Suisses. On parle de Voltaire 7 ! » se lamente Flaubert avec emphase en scrutant Constantinople et ses mœurs de moins en moins exotiques, tandis que le français s’impose comme moyen d’accès à la modernité dans les classes supérieures de l’Empire ottoman, au grand dam des conservateurs. L’Europe est à son apogée. Aucune force ne peut la détrôner. En 1910, l’écrivain britannique Norman Angell publie son best-seller intitulé La


Grande Illusion 8 dans lequel il proclame la fin de la guerre. « Toute transformation radicale, toute violence paraissait presque impossible dans cet


âge de la raison », narre Stefan Zweig avec nostalgie 9.


C’était compter sans la nature humaine, dotée « de cette capacité infinie à produire des enfants et des hommes qui détestent le régime social et politique dans lequel ils sont nés, haïssant l’air qu’ils respirent, alors qu’ils en vivent et


qu’ils n’en ont pas connu d’autre 10 e ». Le XX siècle liquide l’optimisme de Zweig et consorts avec ses abominations, ses nationalismes, ses régressions, ses guerres totales, ses dictatures, ses génocides, tandis que les crimes et les iniquités du système colonial s’étalent à la vue de tous. Le célèbre médecin Cesare Lombroso s’insurgeait en 1901 :


 


Nous avons vu se déchaîner la bestialité de la guerre, d’un bout du


monde à l’autre, en Afrique, aux Philippines, en Chine, et cela par la


faute de peuples que nous croyions d’abord les plus civilisés, les plus


fervents adorateurs de la paix 11.


 


Le continent qui s’arroge le devoir de civiliser les « races inférieures » observe que la barbarie ne l’a jamais quitté. Tombe alors la sentence de


Césaire : « L’Europe est spirituellement, moralement indéfendable 12. »


Malgré ses insanités qui élevaient l’Union soviétique en modèle, Césaire avait raison. Un continent qui a été le foyer de tant d’utopies n’avait pas la moindre excuse pour se vautrer dans de telles abjections et détruire la promesse d’un monde meilleur que tant d’idéalistes avaient formulée. La crise des années 1930 a bon dos pour expliquer l’inexcusable. C’est une France paysanne et éprouvée par les disettes qui a émancipé les Juifs et consacré la liberté individuelle au rang de principe inviolable. C’est une Europe plus lettrée et industrialisée qui enfante Drumont et Mein Kampf. La décivilisation de l’Europe commença avant d’être révélée par les crises financières.


 


Le monopole de la repentance


 


Le e XX siècle est une souillure dans la grande épopée occidentale. De là à s’attribuer tous les maux de la planète, il n’y a qu’un pas que l’Europe franchit avec une étrange allégresse. L’indigène est délesté de ses péchés, à l’instar de Christophe Colomb, qui contribue au mythe du bon sauvage en louant ces Indiens vierges de tout défaut : « Ils sont très doux et ignorants de


ce qu’est le mal 13. » Montaigne lui emboîte le pas et ferraille contre ceux qui prétextent leur arriération pour les asservir :


 


Nous les pouvons donc bien appeler barbares, eu égard aux règles de


la raison, mais non pas eu égard de nous, qui les surpassons en toutes


sortes de barbarie 14.


 


L’anthropologue Claude Lévi-Strauss pleurait de son côté ces sociétés « foudroyées par ce monstrueux et incompréhensible cataclysme que fut, pour une si large et si innocente fraction de l’humanité, le développement de


la civilisation occidentale 15 ». Mais que signifie ce généreux brevet d’innocence accordé à des civilisations étrangères, quand l’Histoire est « le


registre des crimes, des folies et des malheurs de l’humanité 16 » ? D’aucuns y verront la haine de soi propre à l’Occident. Dans ses œuvres pionnières, l’écrivain Pascal Bruckner a brillamment disserté sur ce christianisme mal


digéré qu’il pose à l’origine de cette autoflagellation 17. Mais il se pourrait, en fait, que le monopole de la repentance que les Européens cultivent puise ses racines dans un sentiment opposé : faute d’humilité, l’Européen croit porter sur ses épaules le poids d’un monde incapable de se prendre en charge. « Les peuples découverts par les navigateurs sont comme des enfants de différents


âges entourant un adulte », affirmait le poète Schiller 18. Or les enfants ne sont-ils pas, comme les fous, dispensés du devoir de rendre des comptes devant les tribunaux ?


Au moment où Rome chancelait sous les coups des invasions barbares, l’ascète chrétien Salvien de Marseille excusait ces vandales innocents, car ignorant la morale, à la différence des Romains qui fautaient en connaissance de cause :


 


Si vous exceptez ce petit nombre de Romains que je viens de citer, je


prétends que tous ou presque tous, mènent une vie plus coupable et plus


criminelle que les Barbares. Comparons la vie des Barbares à nos


penchants, à nos mœurs et à nos vices. Les Barbares sont injustes, et nous


le sommes aussi ; ils sont avares, nous aussi ; perfides, nous aussi ; bref,


les Barbares se caractérisent par toutes sortes de perversions et


d’impuretés et nous également. Tous les Barbares, comme je l’ai déjà dit,


sont ou bien païens ou bien hérétiques ; je parlerai d’abord des païens, car


leur égarement est le plus ancien. Les Saxons sont cruels, les Francs


perfides, les Gépides inhumains, les Huns impudiques ; bref, la vie de


tous ces peuples barbares est la corruption elle-même. Mais leurs vices


sont-ils aussi coupables que les nôtres ? L’impudicité des Huns est-elle


aussi criminelle que la nôtre ? La mauvaise foi des Francs est-elle aussi


blâmable que la nôtre ? […] Si un Franc se parjure, que fait-il de si


étrange, lui qui considère le parjure comme une façon de parler et non de


pécher ? Et quoi d’étonnant si les Barbares pensent ainsi, eux qui ignorent


la loi et Dieu, alors que la majorité des Romains pensent de même, tout


en sachant bien pourtant qu’ils pèchent ? […] Qu’y a-t-il donc


d’étonnant si les Barbares sont trompeurs, eux qui ne savent pas que la


tromperie est un crime ? Ils ne font rien par mépris des préceptes célestes


puisqu’ils ne connaissent pas les commandements du Seigneur. Il n’agit


pas contre la Loi, celui qui l’ignore 19.


 


À rebours de l’adage qui proclame que nul n’est censé ignorer la loi, le barbare bénéficie de circonstances atténuantes en vertu de son ignorance des normes morales. Les Romains sont impardonnables, eux qui violent des préceptes moraux qu’ils sont censés connaître. Dès lors, la pénitence exclusive traduit un sentiment de supériorité et de dédain à l’égard des nations jugées inaptes à s’élever au rang de la civilisation. Se posant comme l’unique acteur de l’Histoire, adulte isolé au sein d’un monde jugé immature, l’Européen s’arroge le privilège de comparaître à son tribunal. L’Occidental qui n’instruit que son procès est persuadé que lui seul a atteint l’âge de raison, est digne d’être jugé, quand il serait vain d’attendre quoi que ce soit des autres nations engluées dans la minorité.


Racisme, impérialisme, esclavage, génocides, dictatures, inquisitions, misogynie : aux yeux de ses critiques, les forfaits qui jalonnent l’histoire de l’Occident sont d’autant plus insupportables que les Européens n’avaient aucune excuse compte tenu du degré de lumière auquel ils étaient parvenus. La proclamation de l’unité du genre humain par les stoïciens avant l’ère chrétienne, la conviction de Platon que les femmes et les hommes sont appelés aux mêmes enseignements et fonctions, la certitude de Tertullien que ni les dieux ni les hommes n’aiment les hommages forcés, la stigmatisation de la guerre par Dante et les grands projets de paix perpétuels qui parsèment la pensée politique occidentale, tous ces accomplissements littéraires et


philosophiques auraient dû prémunir l’Europe contre ses dérives 20.


À juste titre, l’Européen repenti ne se pardonne pas d’avoir failli à observer des principes à sa portée en vertu d’une histoire riche de hauts faits politiques et littéraires. Cependant, il se montre plus indulgent envers les fautes des Arabes, des Africains et d’autres peuples, estimant qu’exiger d’eux les mêmes standards serait déraisonnable. En ce sens, l’islam convient à ces peuplades à la « mentalité rudimentaire », pour reprendre les mots d’un fonctionnaire colonial français, qui invitait ses concitoyens à ne pas tenter de convertir les Africains à une religion chrétienne trop subtile pour ces


sauvages 21 :


 


Il n’est pas exclu que l’islamophilie de certaines de nos élites


d’aujourd’hui se distingue de ses formes plus anciennes en ce qu’elle


reste secrètement […] nourrie de ce genre de sentiments condescendants,


certes transposés dans un autre registre, mais imprégnés d’un profond


mépris 22.


 


Marquant un but contre son camp, Said plaidait aussi l’indulgence pour les sociétés musulmanes, « accusées d’arriération, d’absence de démocratie et d’indifférence pour les droits des femmes. Au point de nous faire oublier que des notions telles que la modernité, les Lumières et la démocratie ne sont en aucun cas des concepts simples et univoques que chacun finirait toujours par


découvrir, tels les œufs de Pâques cachés dans son jardin 23 ». À en croire celui qui prétend lutter contre les clichés qui affectent l’Orient, il est des peuples incapables d’accéder aux Lumières. C’est en vertu de ces préjugés qu’une ancienne ministre française de la Justice ne jugeait pas utile d’intégrer l’esclavage arabo-musulman à la mémoire d’une France pourtant invitée à assumer son identité plurielle : « Il ne faut pas trop évoquer la traite négrière arabo-musulmane pour que les jeunes Arabes ne portent pas sur leur dos tout le poids des méfaits des Arabes », assenait Christiane Taubira dans un élan de


mépris rarement égalé 24.


L’indigène est présumé incapable d’aborder l’histoire de ses ancêtres avec un regard critique. Et, tandis que les animaux pouvaient, au Moyen Âge, être déférés devant le juge, l’Oriental se voit privé de la dignité de rendre des comptes en vertu de l’excuse de minorité.


En songeant toutefois que la religion chrétienne a précédé de


plusieurs siècles dans le monde la religion musulmane, je ne peux pas


m’empêcher d’espérer que la société mahométane arrivera un jour à


briser ses liens et à marcher résolument dans la voie de la civilisation à


l’instar de la société occidentale pour laquelle la foi chrétienne, malgré


ses rigueurs et son intolérance, n’a point été un obstacle invincible.


 


Voilà ce qu’objectait le panislamiste Djemâl ad-Dîn al-Afghâni à Ernest Renan en réponse à son réquisitoire contre une civilisation musulmane


incompatible, selon lui, avec l’esprit philosophique 25.


Ici, le caractère plus raffiné de l’Europe est attribué à l’ancienneté du christianisme, là où la postériorité de l’Islam expliquerait l’arriération des sociétés placées sous son joug. Cette exhortation à la patience est devenue au fil du temps un véritable et dangereux poncif qui conduit à faire tolérer l’intolérable. Dans son film intitulé Le Jeune Imam, le réalisateur Kim Chapiron, conseillé par l’islamologue Rachid Benzine, fait dire à son personnage, sur un ton un brin contrarié, que « là où le christianisme a mis quatre siècles pour accepter la critique, on demande à l’islam de faire ce bouleversement théologique en quelques décennies seulement ! ». Faut-il en conclure que c’est aux éclairés de s’adapter aux dévots et de se laisser encore égorger quelques siècles, le temps que les fanatiques daignent se réformer ? Au nom de quoi ?


L’excuse de minorité appliquée aux musulmans n’est pas seulement désobligeante pour les indigènes qui se sont rapidement acculturés à la modernité. Elle néglige aussi que les cultures les moins avancées n’évoluent pas en silo. Elles peuvent, immédiatement, si elles le désirent, tirer profit de l’histoire des sociétés les plus libérales, de sorte qu’il est inutile de passer par leurs péripéties pour s’aligner sur leurs standards. L’excuse de minorité ignore, en outre, que les musulmans n’ont pas vécu sur une île isolée avant d’avoir été connectés au reste de l’humanité, tels les Amérindiens qui ont découvert les caravelles du jour au lendemain. Il n’est pas vrai, comme le soutient ce personnage créé par Houellebecq, que l’islam « ne pouvait naître


que dans un désert stupide, au milieu de Bédouins crasseux 26 ». Les choses sont bien pires encore.


 


Un sabotage en règle


 


L’islam, martelons-le, est né à l’intérieur de l’un des plus vieux carrefours de civilisations. Il est né avec une cuillère en argent dans la bouche. Il s’est développé dans les mondes gréco-romain, juif et chrétien, comme l’attestent les références bibliques et néo-testamentaires présentes dans le Coran :


 


Certains passages du Coran ont été composés par des rédacteurs qui


ont une connaissance approfondie du christianisme et de certains textes


chrétiens bien précis. Il y a donc, derrière la rédaction de passages entiers


du Coran, des gens qui ont des compétences et des connaissances


similaires à celles de lettrés chrétiens 27.


 


À ces mondes, l’Islam a dérobé les provinces les plus opulentes et cultivées. Les musulmans sont longtemps restés minoritaires dans ce monde raffiné. Ils ont eu, à portée de main, tout, absolument tout le patrimoine immatériel qui a enfanté les sociétés les plus libérales. Par ailleurs, la postériorité de l’islam par rapport aux doctrines et religions antiques est une circonstance aggravante et nullement atténuante : les nouvelles idées bénéficient toujours d’un avantage sur les précédentes. « Il convient que nous nous conduisions à l’égard de nos successeurs comme se sont conduits envers nous nos prédécesseurs ; avec cette différence que nous avons trouvé plus d’enseignements qu’eux, de même que nos successeurs en trouveront plus que nous », écrivait Al-Jahiz pour signifier qu’on attend des institutions et connaissances de l’humanité qu’elles se perfectionnent à mesure que le temps


s’écoule 28. Qui a dit que la vision linéaire du progrès était une exclusivité occidentale ?


Être adepte du fixisme au Moyen Âge, passe encore. Le rester plusieurs siècles après Darwin est impardonnable en vertu des avantages que l’ajout des savoirs nouveaux confère. Celui qui élabore une nouvelle théorie au XXIe siècle dans n’importe quelle discipline bénéficie des vérités, des erreurs et du labeur accumulés par ses prédécesseurs. On attend de lui qu’il perfectionne les enseignements du passé sans renier les progrès accomplis par les générations antérieures. Au nom de quoi a-t-on exempté les religions de cette exigence élémentaire ?


Les passages sordides que l’on trouve dans la Bible, en particulier dans l’Ancien Testament, peuvent encore se comprendre. Cet ouvrage contient bon nombre de mythes et de récits qui ont été forgés plusieurs siècles avant notre


ère, dans le contexte des civilisations anciennes du Proche-Orient 29. De même qu’il serait sévère de reprocher à Hammurabi de ne pas avoir appliqué les droits de l’homme, il serait anachronique de reprocher à la légende de Salomon de ne pas avoir été rédigée en écriture inclusive. Pourtant, entre la rédaction de la légende de Salomon et la composition de la biographie de Mahomet et du Coran, plus de mille ans se sont écoulés. Un intervalle où le monde a vu surgir des figures comme Homère, Ésope, Lao Tseu, Bouddha, Pythagore, Confucius, Clisthène, Sophocle, Socrate, Aristophane, Platon, Démocrite, Aristote, Épicure, Alexandre le Grand, Ashoka, Euclide, Archimède, Valmiki, Hillel l’Ancien, Philon d’Alexandrie, Pline l’Ancien, les rédacteurs des Évangiles, Grégoire de Nysse, et tant d’autres géants à qui il est impossible de rendre hommage en l’espace d’une vie.


Or les inventeurs de l’islam n’étaient pas dans l’ignorance totale des traditions les plus raffinées qui les précédaient. La raison de l’écriture de la biographie de Mahomet serait d’ailleurs « la nécessité éprouvée par les savants musulmans de produire un texte historique face à la concurrence des Évangiles, et d’affirmer, face à la doctrine chrétienne, la figure d’un Prophète annoncé par les Écritures antérieures, égal de Jésus sans être pour autant de nature divine », lit-on sous la plume de l’historienne Françoise Micheau, qui rappelle que les biographes de Mahomet ont remanié ces récits « en


supprimant les traits pouvant nuire à l’image du Prophète 30 ». Apparemment, cette vaste opération de blanchiment n’incluait pas la suppression des séances de torture, d’égorgement, de guerres, de pillages et de réduction en esclavage


des femmes et des enfants 31.


Loin d’être anachronique, la dénonciation des traits les plus infâmes de la prophétie islamique est d’ailleurs le fait de ses premiers témoins : « Les prophètes viennent-ils armés de pied en cap ? » lit-on dans la Doctrina Jacobi


composée au e 32 VII siècle. Là est l’aspect le plus troublant de l’islam : rédigée deux cents ans après les événements qu’elle prétend rapporter, dépourvue d’assise historique, de sorte qu’il est impossible de reconstituer la vie de Mahomet, son hagiographie la plus ancienne parvenue jusqu’à nous aurait pu dépeindre un tout autre personnage que celui que les musulmans ont forgé.


Mahomet ne transmet pas la technique aux hommes au prix de son intégrité physique, comme le fait Prométhée. Il ne protège pas les lettres et les sciences, à l’image du dieu assyro-babylonien Nabû. Il n’apprend pas à ses disciples à bâtir des temples et arpenter des terrains agricoles, à l’instar du dieu mésopotamien Oannès. Aux récits évangéliques dans lesquels Jésus sauve une femme de la lapidation, les musulmans opposent solennellement un prophète qui décapite, pille des caravanes, et autorise un nombre illimité d’esclaves sexuelles.


Bien que puisant dans les coutumes juives, les rédacteurs du Coran et les « compilateurs » des paroles et gestes de Mahomet n’améliorent pas les dix commandements. Ils recyclent en revanche les normes les plus médiocres et archaïques du judaïsme ancien, comme l’aniconisme, la lapidation pour


adultère et des interdits alimentaires arbitraires 33. Bien que puisant dans les récits chrétiens, ils ne reprennent ni n’améliorent le sermon sur la montagne. Bien qu’héritant des institutions byzantines, ils autorisent le mariage et le viol de filles prépubères quand le droit romain punissait d’amputation le fait de


séduire une fille de moins de treize ans 34.


Si la biographie de l’Islam commence, selon le mot de Braudel, avec l’interminable histoire du Proche-Orient, c’est un euphémisme que d’affirmer que cette histoire a dérapé et que cette religion a manqué son entrée sur la scène du monde. Penser que la grande histoire de l’Orient aurait comme point d’aboutissement la révélation d’un Bédouin esclavagiste est, pour le moins, insensé. Rien n’est plus attentatoire à la dignité de l’Orient et de l’humanité que les commentaires condescendants qui voient dans la prétendue révélation coranique, telle que les musulmans l’ont inventée, un texte « admirablement


adapté aux besoins et aux conditions du moment 35 ».


Dissertant sur « les trois grandes tentatives religieuses que les hommes ont faites pour se libérer de la persécution des morts, de la malfaisance de l’au-delà et des angoisses de la magie » que sont, selon lui, le bouddhisme, le christianisme et l’islam, Lévi-Strauss jugeait « qu’il est frappant que chaque étape, loin de marquer un progrès sur la précédente, témoigne plutôt d’un recul […] ; l’évolution rationnelle est inverse de celle de l’histoire : l’islam a


coupé en deux un monde plus civilisé 36 ».


Le fait que le Coran se fixe autour du e X siècle et que le droit islamique se forme autour des e e VIII et IX siècles, soit longtemps après le début de l’ère chrétienne, signifie que les musulmans pouvaient et devaient polir l’héritage de l’Antiquité tardive pour élaborer des valeurs plus raffinées que ne l’étaient


celles des systèmes antérieurs 37. Or, c’est le contraire qui s’est produit. L’Islam n’a pas seulement décivilisé l’Orient et le reste de l’humanité avec lui. Il a tenté de maquiller son crime, par la dépréciation de l’Orient ancien, pour que l’obscurité enfile les habits de la lumière.


« L’Arabie préislamique telle que les savants de l’Islam la conçoivent est anarchique, illettrée et presque entièrement polythéiste. On sait désormais que cette image est assez éloignée de ce que l’archéologie révèle », rappelle l’historien Christian Robin, pour qui ce contraste s’explique par le fait que les savants musulmans


 


n’avaient pas pour intention de faire œuvre d’historiens, mais


d’éclairer le sens du texte coranique, de répondre à des interrogations


religieuses et de souligner tout ce que l’adhésion à l’islam avait apporté


de positif aux croyants. La démarche de ces savants était avant tout


apologétique 38.


 


C’est ainsi qu’il faut interpréter les légendes répandues par les premiers auteurs musulmans, peu crédibles, qui soutiennent que l’Arabie préislamique enterrait les fillettes vivantes, leur ôtait toute possibilité d’hériter et d’occuper de prestigieuses fonctions sociales, avant que Mahomet ne les sauve de ces


pratiques 39. En réalité, il y a, dans l’Arabie préislamique,


 


des exemples de femmes qui étaient propriétaires de terres et qui


étaient reconnues publiquement et officiellement comme telles dans des


documents juridiques. On leur reconnaissait le droit de comparaître au


tribunal en leur propre nom, ainsi que le droit d’hériter. Les femmes


pouvaient faire établir des documents juridiques sans avoir besoin d’un


tuteur. Il existe également des exemples de femmes qui ont agi en qualité.de juge dans la résolution de conflits. Les reines, les déesses et les femmes prophètes, ainsi que les femmes de la classe supérieure, jouissaient d’un statut élevé et de droits et privilèges juridiques. Les reines étaient représentées sur les pièces de monnaie, drapées dans de longs vêtements ceinturés à la taille 40. De la reine Zabibi à Mavia en passant par l’ancien royaume de Lihyan, les historiens recensent bien des situations où les femmes de l’Arabie préislamique occupaient des fonctions prestigieuses 41. En Arabie du Sud, les femmes sont des acteurs économiques « qui conduisent des opérations immobilières ou financières, soit en leur nom seul soit en association avec des hommes. De nombreux textes cursifs confirment la forte présence des femmes dans la vie économique 42 ». Pour l’historienne égyptienne Leila Ahmed, la civilisation islamique a développé une conception de l’histoire qui qualifie la période préislamique d’âge de l’ignorance et projette l’islam comme étant la seule source de civilisation – et a utilisé cette conception d’une manière si efficace dans sa réécriture de l’histoire que les peuples du Proche-Orient ont perdu toute connaissance des civilisations passées de la région. De toute évidence, cette construction était utile d’un point de vue idéologique, réussissant à dissimuler, entre autres, le fait que, dans certaines cultures du Proche-Orient, les femmes étaient bien mieux loties avant l’avènement de l’islam qu’après 43.

Toutefois, maladroits qu’ils sont, les propagandistes de l’islam n’arrivent pas à effacer toutes les traces de leurs méfaits. Et il n’est pas rare que les sources musulmanes se trahissent et contreviennent à l’image arriérée de l’Arabie antique qu’elles tentent de propager. Il est amusant d’observer que la mythologie musulmane dépeint Khadija, la première épouse de Mahomet, comme une femme d’affaires prospère dans cette Arabie barbare et idolâtre, et cela avant que le prétendu prophète ne commence sa funeste prédication. La sentence de Césaire peut être amendée : l’Islam est indéfendable.

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