martedì 24 marzo 2026

PSICOLOGIA DELLE FOLLE Gustave Le Bon



PSICOLOGIA DELLE FOLLE

Gustave Le Bon

A proposito del Referendum sulla giustizia mi sono ricordato di questo libro.

Gustave Le Bon aveva colto un meccanismo profondo e inquietante nella Psicologia delle folle (1895). Il suo libro resta una delle analisi più lucide (e pessimistiche) su come funziona la mente collettiva, soprattutto quando smette di ragionare.

I tre pilastri della persuasione secondo Le Bon:

1. L’affermazione pura e semplice, senza prove né ragionamenti. Uno slogan netto, categorico, che si presenta come verità evidente.

2. La ripetizione indefinita, fino a far penetrare l’idea nell’inconscio. Ciò che viene ripetuto abbastanza diventa “realtà” per la folla.

3. Il contagio emotivo: una volta attecchita, l’idea si propaga per imitazione irrazionale, come un’epidemia. Gli individui perdono la loro personalità critica e si fondono in un’anima collettiva suggestionabile, impulsiva, esagerata nei sentimenti.

Le folle, per Le Bon, non ragionano: associano immagini, provano emozioni violente e accettano o rifiutano le idee in blocco. Gli argomenti razionali scivolano via; contano le parole evocative, le immagini potenti, il prestigio del leader che le enuncia. La folla regredisce: diventa credula, intollerante alla contraddizione, pronta a sacrificare l’interesse personale per il “sentimento collettivo”.

Attualità sorprendente

Oggi questo schema appare quasi profetico. Sui social media, negli slogan politici, nelle campagne virali, vediamo continuamente:

Affermazioni semplici e categoriche: «La Costituzione non si tocca!» «Giustizia sotto il controllo del governo? Mai!» «No ai giudici che dipendono da Meloni!» «Questa non è riforma, è vendetta contro i magistrati!» «La mafia ringrazia il Sì!» 

Ripetizione martellante (lo stesso messaggio su tutti i canali, 24 ore su 24).

Contagio rapidissimo (hashtag, trend, pile-on emotivi, adorazione improvvisa).

Le piattaforme algoritmiche amplificano proprio questi meccanismi: privilegiano il contenuto che genera emozione forte e condivisione rapida, non quello che invita alla riflessione. La “folla psicologica” non ha più bisogno di stare fisicamente in piazza; si forma in tempo reale negli echo chamber digitali. Individui razionali nella vita privata possono diventare parte di una massa che crede a cose palesemente false, purché siano affermate con forza, ripetute e condivise da “quelli come noi”.

Le Bon notava anche che le folle sono conservatrici nel profondo: cambiano opinione con facilità, ma le nuove credenze diventano presto dogmi intoccabili. Questo spiega perché certi miti moderni resistano ostinatamente ai fatti contrari: non sono sostenuti da ragionamenti, ma da identità emotiva e contagio.

Limiti e contro-argomenti

Le Bon era un elitista conservatore, spaventato dalla democrazia di massa e incline a vedere le folle come intrinsecamente “inferiori” e barbariche. La psicologia sociale successiva (da Tajfel a Turner, dalla teoria dell’identità sociale in poi) ha sfumato il quadro: le persone in gruppo non perdono sempre del tutto la razionalità, e possono anche mobilitarsi per cause giuste con meccanismi simili. Non tutto è irrazionale; a volte la condivisione emotiva rafforza la solidarietà.

 Le Bon aveva individuato un punto debole strutturale della mente umana: siamo molto più suggestionabili di quanto ci piaccia ammettere, soprattutto quando ci sentiamo parte di un “noi” emotivamente carico.

Aveva ragione su un punto essenziale: gli slogan basati su menzogne ripetute e contagio irrazionale funzionano meglio degli argomenti razionali quando si vuole muovere una massa. Non significa che la ragione sia inutile in assoluto (funziona benissimo tra individui o in piccoli gruppi motivati), ma che nella “psicologia delle folle” — fisica o digitale — perde quasi sempre.

Il rimedio non è illudersi che basti “spiegare meglio”, ma coltivare vigilanza critica individuale: riconoscere quando stiamo reagendo da folla piuttosto che da persone pensanti. Diffidare delle affermazioni troppo semplici, delle ripetizioni ossessive, delle emozioni che si diffondono troppo velocemente. E, forse, ricordare che chi capisce questi meccanismi (leader, marketer, influencer) li usa sistematicamente.

Le Bon non era ottimista sul futuro dell’era delle folle. Noi possiamo almeno provare a non confermarlo del tutto. La consapevolezza è già un primo antidoto.


PSICOLOGIA DELLE FOLLE 

Introduzione

L’età delle folle

Evoluzione dell’epoca attuale – I grandi cambiamenti delle civiltà sono la conseguenza dei cambiamenti nel pensiero dei popoli – La fede moderna nella potenza delle folle – Essa trasforma la politica tradizionale degli Stati – Come si favorisce l’avvento delle classi popolari e come si esercita la loro potenza – Conseguenze necessarie della potenza delle folle – Esse possono soltanto esercitare un ruolo distruttivo – È tramite loro che si ottiene la dissoluzione delle civiltà divenute troppo vecchie – Importanza dello studio delle folle per i legislatori e per gli uomini di Stato.

I grandi sconvolgimenti che precedono i cambiamenti di civiltà sembrano determinati, a prima vista, da notevoli trasformazioni politiche: invasioni di popoli o rovesciamenti di dinastie. Uno studio attento di questi eventi però di solito rivela, dietro le cause apparenti, un profondo cambiamento nelle idee dei popoli. I veri sconvolgimenti storici non sono quelli che ci stupiscono per la loro grandezza e violenza. Gli unici cambiamenti importanti, quelli da cui scaturisce il rinnovamento delle civiltà, avvengono nelle opinioni, nei concetti e nelle credenze. Gli eventi memorabili sono gli effetti visibili di cambiamenti invisibili nei sentimenti umani. Se si verificano raramente, è perché la base ereditaria dei sentimenti di una razza è il suo elemento più stabile.


L’epoca attuale è uno dei momenti critici nella trasformazione del pensiero umano.


Due fattori fondamentali sono alla base di questa trasformazione. Il primo è la distruzione delle credenze religiose, politiche e sociali da cui derivano tutti gli elementi della nostra civiltà. Il secondo è la creazione di condizioni di esistenza e di pensiero del tutto nuove, determinate dalle moderne scoperte della scienza e dell’industria.


Poiché le idee del passato, sebbene sconvolte, sono ancora molto potenti, e poiché quelle che le sostituiranno si stanno appena formando, l’età moderna rappresenta un periodo di transizione e di anarchia.


Da questo periodo, inevitabilmente un po’ caotico, non è facile dire al momento che cosa emergerà un giorno. Su quali idee fondamentali saranno costruite le società successive alla nostra? Non lo sappiamo ancora. Possiamo già prevedere, però, che, nella loro organizzazione, dovranno fare i conti con un nuovo potere, l’ultimo sovrano dell’età moderna: il potere delle folle. Sulle rovine di tante idee, un tempo ritenute vere e ora morte, di tanti poteri successivamente frantumati dalle rivoluzioni, questo potere è l’unico che è sorto e sembra destinato ad assorbire presto gli altri. In un’epoca in cui le nostre antiche credenze vacillano e scompaiono, in cui i vecchi pilastri della società crollano uno dopo l’altro, l’azione delle folle è l’unica forza che nulla minaccia e il cui prestigio continua a crescere. L’epoca in cui stiamo entrando sarà davvero l’età delle folle.


Appena un secolo fa, i fattori principali degli eventi erano la politica tradizionale degli Stati e le rivalità dei principi. L’opinione delle folle spesso non contava nulla. Oggi le tradizioni politiche, le tendenze individuali dei sovrani e le loro rivalità hanno poco peso. La voce delle folle è diventata predominante. Essa detta la condotta dei re. Non è più nei consigli dei principi, ma nelle anime delle masse che si preparano i destini delle nazioni.


L’ingresso delle classi lavoratrici nella vita politica, la loro graduale trasformazione in classi dirigenti, è una delle caratteristiche più evidenti della nostra epoca di transizione. Questo avvento non è stato segnato dal suffragio universale, così poco influente per molto tempo e così facile da dirigere all’inizio. La nascita del potere della folla è avvenuta prima con la diffusione di alcune idee lentamente impiantate nella mente della gente, poi con la graduale associazione di individui che ha portato alla realizzazione di concetti fino ad allora teorici. L’associazione permise alle folle di formarsi un’idea, se non molto corretta, almeno molto ben definita dei propri interessi e di prendere coscienza della propria forza. Fondano sindacati, davanti ai quali tutte le potenze capitolano, e borse del lavoro che, a dispetto delle leggi economiche, tendono a regolare le condizioni lavorative e dei salari. Inviano alle assemblee governative rappresentanti spogliati di ogni iniziativa e indipendenza, e il più delle volte ridotti a semplici portavoce dei comitati che li hanno scelti.


Oggi le richieste delle folle sono sempre più chiare e tendono a distruggere la società attuale da cima a fondo, riportandola a quel comunismo primitivo che era la condizione normale di tutti i gruppi umani prima dell’alba della civiltà. Limitazione dell’orario di lavoro, espropriazione delle miniere, delle ferrovie, delle fabbriche e della terra; equa ripartizione dei prodotti, eliminazione delle classi superiori a vantaggio delle classi inferiori ecc. Queste sono le rivendicazioni.


Inadeguate al ragionamento, le folle si dimostrano, al contrario, molto adatte all’azione. La loro attuale organizzazione rende immensa la loro forza. I dogmi che vediamo emergere avranno presto acquisito il potere dei vecchi dogmi, cioè la forza tirannica e sovrana che rende impossibile la discussione. Il diritto divino delle masse sostituisce il diritto divino dei re.


Gli scrittori che godono del favore della nostra borghesia e che meglio rappresentano le sue idee un po’ ristrette, le vedute un po’ miopi, il suo scetticismo un po’ sommario, il suo egoismo a volte eccessivo, si lasciano prendere dal panico di fronte al nuovo potere che vedono crescere e, per combattere il disordine delle menti, rivolgono appelli disperati alle forze morali della Chiesa, da loro tanto disprezzate in passato. Parlano del fallimento della scienza e ci richiamano agli insegnamenti delle verità rivelate. Ma questi neo-convertiti dimenticano che, se la grazia li ha veramente toccati, non può avere lo stesso potere sulle anime che non si preoccupano dell’aldilà. Le folle di oggi non vogliono più gli déi che i loro precedenti padroni hanno rinnegato ieri e hanno contribuito a frantumare. I fiumi non tornano alla sorgente.


La scienza non è fallita e non ha nulla a che fare con l’attuale anarchia delle menti o con il nuovo potere che sta crescendo in mezzo a questa anarchia. Ci ha promesso la verità, o almeno la conoscenza delle relazioni accessibili alla nostra intelligenza; non ci ha mai promesso pace o felicità. Totalmente indifferente ai nostri sentimenti, non ascolta i nostri lamenti e nulla può riportare indietro le illusioni che ha allontanato.


Ci sono segni universali del rapido aumento del potere delle folle in tutte le nazioni. Qualunque cosa ci porti, dovremo sopportarla. Le recriminazioni sono parole vuote. L’avvento delle folle segnerà forse una delle ultime tappe della civiltà dell’Occidente, un ritorno a quei periodi di confusa anarchia che precedono la nascita di nuove società. Ma come si può evitare che ciò accada?


Finora, la grande distruzione delle civiltà che invecchiano è stata il ruolo più chiaro delle folle. La storia insegna che quando le forze morali, la spina dorsale di una società, hanno perso la loro capacità di agire, la dissoluzione finale è portata avanti da quelle moltitudini incoscienti e brutali giustamente descritte come barbare. Finora le civiltà sono state create e guidate da una piccola aristocrazia intellettuale, mai dalle masse. L’unico potere delle folle è quello di distruggere. Il loro dominio rappresenta sempre una fase di disordine. La civiltà comporta regole fisse, disciplina, il passaggio dall’istintivo al razionale, la previsione del futuro, un alto grado di cultura – condizioni totalmente inaccessibili alle folle lasciate a se stesse. Con il loro potere puramente distruttivo, agiscono come i microbi che attivano la dissoluzione dei corpi debilitati o dei cadaveri. Quando l’edificio di una civiltà è divorato dai tarli, le folle lo fanno crollare. È allora che il loro ruolo diventa evidente. Per un momento, la forza cieca dei numeri diventa l’unica filosofia della storia.


Succederà lo stesso alla nostra civiltà? Possiamo temerlo, ma ancora non possiamo saperlo.


In ogni caso rassegniamoci al regno delle folle, poiché mani imprevidenti hanno progressivamente abbattuto tutte le barriere che potevano contenerle.


Sappiamo molto poco di queste folle di cui cominciamo a sentir parlare. Gli psicologi di professione, avendo vissuto lontano da esse, le hanno sempre ignorate e se ne sono occupati solo dal punto di vista dei crimini che possono commettere. Esistono indubbiamente folle criminali, ma anche folle virtuose, folle eroiche e molte altre. I crimini delle folle sono solo un caso particolare della loro psicologia, e non ci rivelano la loro struttura mentale più di quanto potremmo conoscere quella di un individuo descrivendo solo i suoi vizi.


In realtà, però, i padroni del mondo, i fondatori di religioni e imperi, gli apostoli di tutte le fedi, gli eminenti uomini di Stato e, in un ambito più modesto, i semplici capi di piccole comunità umane, sono sempre stati psicologi inconsapevoli, con una conoscenza istintiva e spesso molto sicura dell’anima delle folle. Una volta che la conoscevano bene, ne diventavano facilmente i padroni. Napoleone conosceva a meraviglia la psicologia delle folle francesi, ma a volte ignorava completamente quella delle folle di razze diverse1. Questa ignoranza lo portò a scatenare guerre, in particolare in Spagna e in Russia, che spianarono la strada alla sua caduta.


La conoscenza della psicologia delle folle è una risorsa per l’uomo di Stato che desidera non dico governarle – cosa oggi molto difficile – ma almeno non essere governato troppo completamente da esse.


Solo approfondendo un po’ la psicologia delle folle si comprende fino a che punto le leggi e le istituzioni abbiano poco effetto sulla loro natura impulsiva e quanto siano incapaci di formarsi opinioni diverse da quelle che vengono loro suggerite. Non possono essere guidate da regole derivate dalla pura equità teorica. Possono solo essere sedotte dalle impressioni create nel loro animo. Se un legislatore vuole, per esempio, istituire una nuova tassa, deve scegliere quella teoricamente più giusta? Assolutamente no. La più ingiusta può essere praticamente la migliore per le masse, se è la meno visibile e la meno gravosa in apparenza. È così che un’imposta indiretta, anche se esorbitante, sarà sempre accettata dalla folla. Poiché viene riscossa quotidianamente sui beni di consumo, in frazioni di centesimo, non disturba le loro abitudini e fa poca impressione su di loro. Sostituirla con un’imposta proporzionale sugli stipendi o su altri redditi, da pagare in un’unica rata, anche se dieci volte inferiore all’altra, susciterà proteste unanimi. I centesimi invisibili di ogni giorno sarebbero sostituiti da una somma relativamente grande, e quindi molto impressionante. Passerebbe inosservata solo se fosse accantonata centesimo per centesimo; ma questa procedura economica rappresenta una dose di lungimiranza di cui le masse non sono capaci.


L’esempio precedente getta una luce molto chiara sulla loro mentalità. Non era sfuggito a uno psicologo come Napoleone; ma i legislatori, ignorando l’anima delle masse, non potevano capirlo. L’esperienza non ha ancora insegnato loro a sufficienza che gli uomini non si comportano mai secondo i dettami della pura ragione.


Si potrebbero fare molte altre applicazioni della psicologia delle folle. La conoscenza della psicologia delle folle getta luce su molti fenomeni storici ed economici che altrimenti sarebbero del tutto incomprensibili. Avrò occasione di mostrare che, se il più importante degli storici moderni, Taine, ha compreso tanto malamente gli avvenimenti della nostra grande Rivoluzione, è stato perché non ha mai pensato di studiare l’anima delle folle. Nell’approfondire questo periodo tanto complicato, ha preso come guida il metodo descrittivo dei naturalisti, ma, fra i fenomeni che studiano i naturalisti non figurano affatto le forze morali. E, invece, proprio queste forze sono le vere molle della storia.


Anche se si considera solo il suo lato pratico, quindi, lo studio della psicologia delle folle meritava di essere tentato.


Valeva quindi la pena di provarci, anche se solo per pura curiosità. È interessante decifrare le motivazioni delle azioni umane tanto quanto studiare un minerale o una pianta.


Il nostro studio sull’anima delle folle non può che essere una breve sintesi, un semplice riassunto della nostra ricerca. Possiamo solo chiedere qualche suggestione. Altri scaveranno più a fondo. Oggi ci limitiamo a tracciare un percorso ancora del tutto inesplorato2.


1 Nemmeno i suoi più sottili consiglieri lo capirono. Talleyrand gli scrisse che “la Spagna avrebbe accolto i suoi soldati come liberatori”. Li accolse invece come bestie selvagge. Uno psicologo che conoscesse gli istinti ereditari della razza avrebbe potuto facilmente prevederlo.


2 Come ho già detto, i pochi autori che si sono occupati dello studio psicologico delle folle le hanno esaminate esclusivamente dal punto di vista criminale. Poiché ho dedicato solo un breve capitolo a questo argomento, rimando il lettore agli studi di Tarde e all’opuscolo di Sighele: Les foules criminelles. Quest’ultima opera non contiene solo un’idea personale del suo autore, ma una raccolta di fatti di valore per gli psicologi. Le mie conclusioni sulla criminalità e sulla moralità delle folle sono, inoltre, completamente contrarie a quelle dei due scrittori che ho appena citato. Nelle mie varie opere, e in particolare ne La Psychologie du Socialisme, troverete alcune conseguenze delle leggi che regolano la psicologia delle folle. Esse possono essere utilizzate nei soggetti più diversi. Il signor A. Gevaert, direttore del Conservatorio Reale di Bruxelles, ha recentemente trovato una notevole applicazione delle leggi che abbiamo esposto in un’opera sulla musica, che ha giustamente definito “l’arte delle folle”. “Sono le vostre due opere”, mi scrisse questo eminente professore quando mi inviò la sua tesi di laurea, “che mi hanno dato la soluzione a un problema che prima consideravo insolubile: la sorprendente capacità di qualsiasi folla di apprezzare un’opera musicale, sia essa recente o antica, autoctona o straniera, semplice o complicata, a condizione che sia prodotta in una bella esecuzione e da esecutori guidati da un direttore d’orchestra entusiasta”. Gevaert mostra in modo mirabile perché “un’opera che rimane incomprensibile a musicisti esperti che leggono la partitura nella solitudine del loro studio, a volte viene immediatamente afferrata da un pubblico privo di qualsiasi cultura tecnica”. Spiega anche molto bene perché queste impressioni estetiche non lasciano traccia.

Capitolo 1

Caratteristiche generali delle folle. Legge psicologica della loro unità mentale

Ciò che costituisce una folla dal punto di vista psicologico – Un agglomerato di molti individui non è sufficiente a formare una folla – Caratteri speciali delle folle psicologiche – Orientamento fisso delle idee e dei sentimenti negli individui che le compongono e azzeramento della loro personalità – La folla è sempre dominata dall’inconscio – Scomparsa della vita cerebrale e predominio della vita midollare – Diminuzione dell’intelligenza e trasformazione completa dei sentimenti – I sentimenti trasformati in questo modo possono essere migliori o peggiori di quelli dei singoli individui che compongono la folla – La folla è altrettanto facilmente eroica o criminale.

In senso ordinario, la parola “folla” si riferisce all’insieme di un numero qualsiasi di individui, indipendentemente da nazionalità, professione o sesso, e da qualsiasi circostanza li riunisca. Da un punto di vista psicologico, l’espressione assume un significato completamente diverso. In certe circostanze, e solo in certe circostanze, un agglomerato di persone possiede nuovi caratteri, molto diversi da quelli dei singoli individui che lo compongono. La personalità cosciente scompare, i sentimenti e le idee di tutte le unità sono orientati nella stessa direzione. Si forma un’anima collettiva, senza dubbio transitoria, ma con caratteri molto chiari. Il collettivo diventa allora quello che, in mancanza di un’espressione migliore, chiamerò una folla organizzata o, se preferite, una folla psicologica. Forma un unico essere ed è soggetta alla legge dell’unità mentale delle folle.


Il fatto che molti individui si trovino casualmente uno accanto all’altro non conferisce loro le caratteristiche di una folla organizzata. Mille individui che casualmente si ritrovano in una piazza pubblica, senza uno scopo specifico, non costituiscono una folla psicologica. Per acquisire i caratteri speciali di una folla, è necessaria l’influenza di alcuni fattori stimolanti, la cui natura dovremo determinare.


L’affievolimento della personalità cosciente e l’orientamento dei sentimenti e dei pensieri nella stessa direzione, le prime caratteristiche della folla in via di organizzazione, non sempre implicano la presenza simultanea di più individui in un unico punto. Migliaia di individui separati possono in un dato momento, sotto l’influenza di certe emozioni violente – un grande evento nazionale, per esempio – acquisire le caratteristiche di una folla psicologica. Basta una qualsiasi circostanza che li riunisca per far sì che il loro comportamento assuma immediatamente la forma propria delle azioni delle folle. In certi momenti della storia, una mezza dozzina di uomini può costituire una folla psicologica, mentre centinaia di individui riuniti casualmente non lo sono. D’altra parte, un intero popolo, senza alcun agglomerato visibile, a volte diventa una folla sotto l’azione di un’influenza o di un’altra.


Non appena la folla psicologica si forma, acquisisce caratteristiche generali provvisorie ma determinabili. A questi caratteri generali se ne aggiungono altri particolari, che variano a seconda degli elementi di cui la folla è composta e che possono modificare la sua struttura mentale.


Delle folle psicologiche si può quindi dare una classificazione. Lo studio di questa classificazione ci mostrerà che una folla eterogenea, composta da elementi dissimili, ha caratteri comuni con le folle omogenee, composte da elementi più o meno simili (sette, caste e classi), e, accanto a questi caratteri comuni, esistono particolarità che permettono di differenziarle.


Prima di trattare le varie categorie di folle, esaminiamo innanzitutto i caratteri comuni a tutte. Procederemo come il naturalista, determinando prima i caratteri generali degli individui di una famiglia, poi i caratteri particolari che distinguono i generi e le specie di quella famiglia.


L’anima delle folle non è facile da descrivere, poiché la sua organizzazione varia non solo in base alla razza e alla composizione delle comunità, ma anche in base alla natura e al grado degli stimoli a cui sono sottoposte. La stessa difficoltà si presenta nello studio psicologico di qualsiasi individuo. Nei romanzi gli individui appaiono con un carattere costante, ma non nella vita reale. Solo l’uniformità degli ambienti crea l’apparente uniformità dei caratteri. Ho dimostrato altrove che tutte le costituzioni mentali contengono possibilità caratteriali che possono essere rivelate sotto l’influenza di un improvviso cambiamento di ambiente. Così, tra i membri più accaniti della Convenzione c’erano borghesi inoffensivi che, in circostanze normali, sarebbero stati pacifici notai o virtuosi magistrati. Una volta passata la tempesta, tornarono al loro carattere normale. Napoleone trovò tra loro i suoi più docili servitori.


Poiché non possiamo studiare in questa sede tutte le fasi della formazione delle folle, le considereremo soprattutto nella fase della loro completa organizzazione. Vedremo che cosa possono diventare, ma non quello che sono sempre. È solo a questo stadio avanzato dell’organizzazione che alcuni caratteri nuovi e speciali si sovrappongono allo sfondo invariabile e dominante della razza, facendo sì che tutti i sentimenti e i pensieri della collettività siano orientati in una direzione identica. Solo allora si manifesta la legge psicologica dell’unità mentale delle folle.


Alcuni caratteri psicologici delle folle sono comuni agli individui isolati; altre, invece, si riscontrano solo nei gruppi. Studieremo prima questi caratteri speciali, per mostrarne l’importanza.


Il fatto più sorprendente di una folla psicologica è questo: quali che siano gli individui che la compongono, per quanto simili o dissimili siano il loro stile di vita, le loro occupazioni, il loro carattere o la loro intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in una folla li dota di una sorta di anima collettiva. Quest’anima li fa sentire, pensare e agire in modi molto diversi da come ciascuno di loro sentirebbe, penserebbe e agirebbe da solo. Alcune idee e sentimenti nascono o si trasformano in azioni solo tra gli individui di una folla. La folla psicologica è un essere provvisorio, composto da elementi eterogenei per un momento fusi insieme, proprio come le cellule di un corpo vivente si uniscono per formare un nuovo essere con caratteristiche molto diverse da quelle possedute da ciascuna di queste cellule.


Contrariamente a un’opinione che è sorprendente trovare negli scritti di un filosofo così profondo come Herbert Spencer, nell’aggregato che costituisce una folla non ci sono una somma e una media di elementi, ma una combinazione e una creazione di nuovi caratteri. Lo stesso vale per la chimica. Quando alcuni elementi vengono riuniti, per esempio basi e acidi, si combinano per formare un nuovo corpo con proprietà diverse da quelle dei corpi utilizzati per formarlo.


È facile vedere come l’individuo in mezzo alla folla differisca dall’individuo isolato; ma le cause di tale differenza sono meno facili da scoprire.


Per intravederle, dobbiamo prima ricordare questa osservazione della psicologia moderna: che non solo nella vita organica, ma anche nel funzionamento dell’intelligenza i fenomeni inconsci hanno un ruolo predominante. La vita cosciente della mente è solo una piccolissima parte della sua vita inconscia. L’analista più sottile, l’osservatore più penetrante, può scoprire solo una minima parte dei motivi inconsci che la guidano. I nostri atti coscienti derivano da un substrato inconscio costituito principalmente da influenze ereditarie. Questo substrato contiene gli innumerevoli residui ancestrali che costituiscono l’anima della razza. Dietro le cause palesi delle nostre azioni si nascondono cause segrete a noi sconosciute. La maggior parte delle nostre azioni quotidiane è il risultato di motivazioni nascoste che ci sfuggono.


È soprattutto attraverso gli elementi inconsci che costituiscono l’anima di una razza che tutti gli individui di quella razza si assomigliano. È negli elementi coscienti, frutto dell’educazione ma soprattutto di un’eredità eccezionale, che si differenziano. Gli uomini più dissimili per intelligenza hanno istinti, passioni e sentimenti talvolta identici. In tutte le questioni di sentimento: religione, politica, morale, affetti, antipatie ecc. gli uomini più eminenti raramente si elevano al di sopra del livello degli individui comuni. Può esserci un abisso intellettuale tra un famoso matematico e il suo calzolaio, ma dal punto di vista del carattere e delle convinzioni spesso la differenza è minima o nulla.


Ora, queste qualità generali del carattere, governate dall’inconscio e possedute più o meno allo stesso livello dalla maggior parte degli individui normali di una razza, sono proprio quelle che, nelle folle, si trovano in comune. Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza la loro individualità, vengono cancellate. L’eterogeneo viene annegato nell’omogeneo e le qualità inconsce dominano.


Questo raggruppamento di qualità ordinarie spiega perché le folle non possono compiere atti che richiedono un’intelligenza elevata. Le decisioni di interesse generale prese da un’assemblea di uomini distinti, ma di specialità diverse, non sono sensibilmente superiori a quelle prese da un’assemblea di sciocchi. Possono solo combinare le qualità mediocri che ognuno possiede. Le folle non accumulano intelligenza ma mediocrità. Non è vero che tutti, come si ripete spesso, hanno insieme più spirito di Voltaire. Voltaire ha certamente più spirito di tutti gli altri, se “tutti gli altri” rappresentano le folle.


Ma se gli individui di una folla si limitassero a fondere le loro qualità ordinarie, ci sarebbe semplicemente una media e non, come abbiamo detto, la creazione di nuovi caratteri. Come si stabiliscono questi caratteri? Scopriamolo.


Sono diverse le cause che determinano la comparsa dei caratteri speciali delle folle. La prima è che l’individuo in una folla acquisisce, per il solo fatto del numero, una sensazione di potere invincibile che gli permette di cedere a istinti che, da solo, avrebbe necessariamente represso. E lo farà tanto più facilmente in quanto, essendo la folla anonima e quindi irresponsabile, il senso di responsabilità che sempre frena gli individui scompare del tutto.


Una seconda causa, il contagio mentale, interviene anch’essa a determinare nelle folle la manifestazione di caratteri speciali e allo stesso tempo il loro orientamento. Il contagio è un fenomeno facile da osservare, ma non ancora spiegato, che va collegato ai fenomeni ipnotici che studieremo tra poco. In una folla, ogni sentimento e ogni azione sono contagiosi, e lo sono a tal punto che l’individuo sacrifica molto facilmente il proprio interesse personale all’interesse collettivo. Si tratta di un’attitudine contraria alla sua natura, di cui l’uomo diventa capace solo quando fa parte di una folla.


Una terza causa, di gran lunga la più importante, determina negli individui in una folla caratteri speciali, a volte del tutto opposti a quelli dell’individuo isolato. Mi riferisco alla suggestionabilità, di cui il contagio è solo un effetto.


Per comprendere questo fenomeno, dobbiamo tenere conto di alcune scoperte recenti della fisiologia. Adesso sappiamo che un individuo può essere posto in uno stato tale che, avendo perso la sua personalità cosciente, obbedisce a tutte le suggestioni dell’operatore che gliel’ha fatta perdere e commette gli atti più contrari al suo carattere e alle sue abitudini. Ora, attente osservazioni sembrano dimostrare che l’individuo immerso per qualche tempo in mezzo a una folla in azione presto, per effetto degli effluvi che ne emanano o per qualche altra causa ancora sconosciuta, cade in uno stato particolare, molto simile allo stato di fascinazione dell’ipnotizzato nelle mani dell’ipnotizzatore. Essendo la vita del cervello paralizzata nel soggetto ipnotizzato, questi diventa schiavo di tutte le sue attività inconsce, che l’ipnotizzatore dirige a suo piacimento. La personalità cosciente scompare e la volontà e il discernimento sono aboliti. I sentimenti e i pensieri sono quindi orientati nella direzione stabilita dall’ipnotizzatore.


Questo è più o meno lo stato dell’individuo che fa parte di una folla. Non è più consapevole delle proprie azioni: come negli ipnotizzati, mentre alcune sue facoltà sono distrutte, altre possono essere portate a un grado di estrema esaltazione. L’influenza di una suggestione lo lancerà con un’irresistibile impetuosità verso il compimento di certi atti. Questa impetuosità nelle folle è ancora più irresistibile che nel soggetto ipnotizzato, perché la suggestione, essendo uguale per tutti gli individui, si potenzia diventando reciproca. Le unità di una folla che possiedono una personalità abbastanza forte da resistere alla suggestione sono troppo poche e la corrente le porta via. Al massimo potranno tentare un diversivo con una suggestione diversa. Una parola felice o un’immagine opportuna hanno talvolta distratto le folle dagli atti più sanguinari.


I caratteri principali dell’individuo in mezzo alla folla sono quindi: la personalità cosciente scompare, quella inconscia predomina, i sentimenti e le idee sono rivolti nella stessa direzione per suggestione e contagio e c’è una tendenza immediata a trasformare le idee suggerite in azione. Non è più se stesso, ma un automa la cui volontà è diventata impotente a guidarlo.


Per il fatto stesso di far parte di una folla, l’uomo scende di diversi gradini nella scala della civiltà. Isolato, avrebbe potuto essere un individuo colto; in mezzo alla folla, è un istintivo, e quindi un barbaro. Ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, l’entusiasmo e l’eroismo degli esseri primitivi. È ancora più vicino agli esseri primitivi in quanto si lascia facilmente impressionare dalle parole e dalle immagini, ed è spinto ad atti che ledono i suoi interessi più evidenti. L’individuo in una folla è un granello di sabbia tra altri granelli di sabbia che il vento solleva a piacimento.


È così che vediamo giurie che emettono verdetti che ogni singolo giurato disapproverebbe, assemblee parlamentari che adottano leggi e misure che ognuno dei loro membri disapproverebbe. Presi singolarmente, gli uomini della Convenzione erano borghesi, con abitudini pacifiche. Riuniti in folla, non esitarono, sotto l’influenza di alcuni capi, a mandare alla ghigliottina gli individui più evidentemente innocenti; e, contrariamente a tutti i loro interessi, rinunciarono alla loro inviolabilità e si decimarono a vicenda.


Non è solo nelle sue azioni che l’individuo in mezzo alla folla si differenzia dal suo essere normale. Prima ancora di perdere ogni indipendenza, le sue idee e i suoi sentimenti si sono modificati, al punto da trasformare l’avaro in prodigo, lo scettico in credente, l’uomo onesto in criminale, il codardo in eroe. La rinuncia a tutti i suoi privilegi, votata dalla nobiltà in un momento di entusiasmo durante la famosa notte del 4 agosto 1789, certamente non sarebbe stata accettata da nessuno dei suoi membri preso isolatamente.


Da queste osservazioni possiamo concludere che la folla è sempre intellettualmente inferiore all’individuo isolato. Dal punto di vista dei sentimenti e delle azioni che questi sentimenti provocano, però, a seconda delle circostanze, può essere migliore o peggiore. Tutto dipende dal modo in cui viene suggestionata. Questo è ciò che è stato trascurato dagli scrittori che hanno studiato le folle solo dal punto di vista criminale. Le folle sono spesso criminali, certo, ma spesso anche eroiche. Sono facilmente portate a farsi uccidere per il trionfo di una fede o di un’idea, sono entusiaste della gloria e dell’onore, sono condotte quasi senza pane né armi, come durante le Crociate, a liberare la tomba di un Dio dall’infedele o, come nel ’93, a difendere il suolo della patria. Questi eroismi sono ovviamente un po’ incoscienti, ma è con questi eroismi che si fa la storia. Se dovessimo dare credito solo alle grandi azioni freddamente ragionate dei popoli, gli annali del mondo ne registrerebbero ben poche.

Capitolo 2

Sentimenti e moralità delle folle

Impulsività, mobilità e irritabilità delle folle – La folla è preda di tutte le eccitazioni esteriori e ne riflette le variazioni continue – Gli impulsi ai quali essa obbedisce sono troppo imperiosi perché possa esprimersi l’interesse personale – Non vi è nulla di premeditato nelle folle – Azione della razza.

Suggestionabilità e credulità delle folle – La loro obbedienza alle suggestioni – Le immagini evocate nel loro spirito sono scambiate per realtà – Perché queste immagini sono simili per tutti gli individui che compongono una folla – Eguaglianza del dotto e dell’imbecille in una folla – Diversi esempi di illusioni alle quali sono soggetti tutti gli individui di una folla – Impossibilità di accordare la minima credibilità alla testimonianza delle folle – L’unanimità di numerosi testimoni è una delle peggiori prove che si possono invocare per accertare un fatto – Lo scarso valore dei libri di storia.

Esagerazione e semplicità dei sentimenti delle folle – Le folle non conoscono né il dubbio né l’incertezza e si pongono sempre agli estremi – I loro sentimenti sono sempre eccessivi.

Intolleranza, autoritarismo e conservatorismo delle folle – Ragioni di questi sentimenti – Servilismo delle folle di fronte a un’autorità forte – I fugaci istinti rivoluzionari delle folle non impediscono loro di essere estremamente conservatrici – D’istinto esse sono ostili al cambiamento e al progresso.

Moralità delle folle – La moralità delle folle può essere, a seconda delle suggestioni, più bassa o molto più alta di quella degli individui che le compongono – Spiegazioni ed esempi – Raramente le folle sono guidate dall’interesse che è, molto spesso, il movente esclusivo dell’individuo isolato – Ruolo moralizzatore delle folle.

Dopo aver indicato in termini molto generali i caratteri principali delle folle, li studieremo ora in dettaglio.


Molti dei caratteri peculiari delle folle, come l’impulsività, l’irritabilità, l’incapacità di ragionare, la mancanza di giudizio e di pensiero critico, l’esagerazione dei sentimenti e altri ancora, sono ugualmente osservabili in esseri appartenenti a forme evolutive inferiori, come il selvaggio e il bambino. Cito questa analogia solo di sfuggita. Dimostrarla andrebbe oltre lo scopo di questo libro. Sarebbe inoltre inutile per chi conosce la psicologia primitiva e non servirebbe a convincere chi non la conosce.


Ora affronterò uno per uno i vari caratteri che si possono facilmente osservare nella maggior parte delle folle.


1. Impulsività, mobilità e irritabilità delle folle

La folla, come abbiamo detto studiando i suoi caratteri fondamentali, è guidata quasi esclusivamente dall’inconscio. Le sue azioni sono sotto l’influenza del midollo spinale molto più che del cervello. Le azioni compiute possono essere perfette nella loro esecuzione ma, poiché il cervello non le dirige, l’individuo agisce secondo i capricci dell’eccitazione. La folla, strumento di tutti gli stimoli esterni, ne riflette le incessanti variazioni. È quindi schiava degli impulsi che riceve. Un individuo isolato può essere soggetto agli stessi stimoli di un uomo in mezzo alla folla, ma la sua ragione gli mostra gli svantaggi di cedervi, quindi non lo fa. Questo fenomeno può essere definito fisiologicamente dicendo che l’individuo isolato ha la capacità di controllare i propri riflessi, la folla no.


I vari impulsi a cui le folle obbediscono possono essere, a seconda dello stimolo, generosi o crudeli, eroici o pusillanimi, ma saranno sempre così impellenti che l’interesse stesso dell’autoconservazione vi cederà.


Poiché gli stimoli che possono suggestionare le folle sono vari e le folle vi obbediscono sempre, esse sono estremamente mobili. Si può vedere che passano in un attimo dalla ferocia più sanguinaria alla generosità o all’eroismo più assoluto. La folla è facilmente carnefice, ma non meno facilmente martire. È dal suo seno che sono sgorgati i torrenti di sangue necessari per il trionfo di ogni credenza. Non c’è bisogno di tornare alle epoche eroiche per vedere di che cosa sono capaci le folle. Non si contratta mai per la propria vita in una sommossa, e non sono passati molti anni da quando un generale diventato improvvisamente popolare avrebbe facilmente trovato centomila uomini pronti a farsi uccidere per la sua causa.


Nulla, quindi, può essere premeditato nelle folle. Esse possono attraversare in successione la gamma dei sentimenti più contrari, sotto l’influenza degli eccitamenti del momento. Sono come le foglie che un uragano solleva, disperde in tutte le direzioni e poi lascia cadere di nuovo. Lo studio di alcune folle rivoluzionarie ci fornirà degli esempi della variabilità dei loro sentimenti.


Questa mobilità delle folle le rende molto difficili da governare, soprattutto quando alcuni poteri pubblici sono finiti nelle loro mani. Se le necessità della vita quotidiana non costituissero una sorta di regolatore invisibile degli eventi, le democrazie difficilmente potrebbero sopravvivere. Ma le folle che vogliono freneticamente le cose non le vogliono per molto tempo. Sono incapaci di volontà duratura come di pensiero.


La folla non è solo impulsiva e mobile. Come il selvaggio, non ammette ostacoli tra il suo desiderio e la sua realizzazione, tanto più che il numero le dà la sensazione di un potere irresistibile. Per l’individuo in mezzo alla folla, la nozione di impossibilità scompare. Un uomo isolato sa che non potrebbe incendiare un palazzo o saccheggiare un negozio da solo, quindi la tentazione non gli viene in mente. Se fa parte di una folla, si rende conto del potere del numero e alla prima proposta di omicidio e saccheggio cede immediatamente. L’ostacolo inatteso sarà abbattuto in una frenesia. Se l’organismo umano permette il perpetuarsi del furore, si potrebbe dire che lo stato normale della folla contrastata è il furore.


Nell’irritabilità delle folle, nella loro impulsività e mobilità, e in tutti i sentimenti popolari che studieremo, entrano sempre in gioco i caratteri fondamentali della razza. Essi costituiscono il terreno invariabile su cui germogliano i nostri sentimenti. Le folle sono senza dubbio irritabili e impulsive, ma con grandi variazioni di grado. La differenza tra una folla latina e una anglosassone, per esempio, è impressionante. Eventi recenti della nostra storia gettano un po’ di luce su questo punto. Nel 1870, la pubblicazione di un semplice telegramma che riportava un presunto insulto fu sufficiente a scatenare un’esplosione di furore che portò immediatamente a una terribile guerra. Qualche anno dopo, l’annuncio telegrafico di un insignificante scacco a Langson provocò una nuova esplosione che portò all’immediato rovesciamento del governo. Allo stesso tempo, il fallimento molto più grave di una spedizione britannica a Khartoum causò scarsa emozione in Inghilterra e non fu cambiato nemmeno un ministro. Le folle sono femminili ovunque, ma le più femminili di tutte sono le folle latine. Chi si appoggia a loro può salire molto in alto e molto velocemente, ma sempre vicino alla Rupe Tarpea e con la certezza di esserne buttato giù un giorno.


2. Suggestionabilità e credulità delle folle

Abbiamo detto che uno dei caratteri generali delle folle è la loro eccessiva suggestionabilità e abbiamo mostrato quanto la suggestione sia contagiosa in qualsiasi gruppo di persone, il che spiega il rapido orientamento dei sentimenti verso una particolare direzione.


Per quanto neutrale si possa supporre, la folla si trova il più delle volte in uno stato di attesa favorevole alla suggestione. La prima suggestione che viene formulata si impone immediatamente per contagio a tutti i cervelli e stabilisce immediatamente l’orientamento. In coloro che sono stati suggestionati, l’idea fissa tende a trasformarsi in un atto. Che si tratti di un palazzo da bruciare o di un’opera di devozione da realizzare, la folla vi si presta con la stessa facilità. Tutto dipenderà dalla natura del fattore stimolante e non più, come nel caso dell’individuo isolato, dal rapporto tra l’atto suggerito e l’insieme di tutte le ragioni che possono opporsi alla sua realizzazione.


Così, vagando costantemente sul filo dell’incoscienza, soggetta a ogni suggestione, animata dalla violenza del sentimento propria degli esseri che non possono fare appello a influenze razionali, priva di spirito critico, la folla non può che mostrarsi eccessivamente credulona. Per la folla, l’incredibile non esiste, e dobbiamo ricordarlo per capire la facilità con cui vengono create e diffuse le leggende e le storie più stravaganti1.


La creazione delle leggende che circolano così facilmente tra le folle non è solo il risultato della totale credulità, ma anche delle prodigiose distorsioni che gli eventi subiscono nell’immaginazione degli individui riuniti. L’evento più semplice visto da una folla è presto un evento distorto. Pensa per immagini, e l’immagine evocata ne evoca una serie di altre senza alcun legame logico con la prima. Possiamo facilmente immaginare questo stato d’animo se pensiamo alle bizzarre successioni di idee a cui ci conduce talvolta l’evocazione di un qualsiasi fatto. La ragione mostra l’incoerenza di tali immagini, ma la folla non la vede; e confonderà con l’evento tutto ciò che la sua immaginazione distorta vi aggiunge. Incapace di separare il soggettivo dall’oggettivo, accetta come reali le immagini evocate nella sua mente, la maggior parte delle quali sono solo lontanamente collegate al fatto osservato.


Le distorsioni che una folla produce di qualsiasi evento di cui è testimone dovrebbero essere innumerevoli e di vario significato, dato che gli uomini che la compongono sono di temperamento molto diverso, ma non è così. Per effetto del contagio, le distorsioni sono della stessa natura e dello stesso significato per tutti gli individui del gruppo.


La prima distorsione percepita da uno di loro costituisce il nucleo della suggestione contagiosa. Prima di apparire sulle mura di Gerusalemme a tutti i crociati, San Giorgio fu certamente visto da uno solo dei presenti. Per suggestione e contagio, il miracolo riferito fu immediatamente accettato da tutti.


Questo è il meccanismo di queste allucinazioni collettive così frequenti nella storia e che sembrano avere tutti i classici caratteri dell’autenticità, trattandosi di fenomeni testimoniati da migliaia di persone.


La qualità mentale degli individui che compongono la folla non contraddice questo principio. Questa qualità non è importante. Finché si trovano in mezzo alla folla, l’ignorante e il dotto diventano ugualmente incapaci di osservare.


La tesi può sembrare paradossale; dimostrarla richiederebbe la ricapitolazione di un gran numero di fatti storici, e non basterebbero diversi volumi.


Tuttavia, non volendo lasciare al lettore l’impressione di asserzioni senza prove, fornirò alcuni esempi presi a caso tra tutti quelli che si potrebbero citare.


Il fatto che segue è uno dei più tipici, perché scelto tra le allucinazioni collettive che imperversano in una folla di individui di ogni tipo, sia ignoranti che colti. È riportato incidentalmente dal tenente Julien Félix nel suo libro sulle correnti marine.


La fregata La Belle-Poule stava navigando per ritrovare la corvetta Le Berceau, dalla quale era stata separata da una violenta tempesta. Era pieno giorno e c’era un sole splendente. Improvvisamente la vedetta segnalò un’imbarcazione alla deriva. L’equipaggio guardò verso il punto indicato e tutti, ufficiali e marinai, videro chiaramente una zattera carica di uomini trainata da imbarcazioni su cui sventolavano segnali di soccorso. L’ammiraglio noindentDesfossés fece armare una barca per andare in soccorso dei naufraghi. Quando si avvicinarono, i marinai e gli ufficiali a bordo videro “masse di uomini agitati, che tendevano le mani, e udirono il suono soffocato e confuso di molte voci”. Quando arrivarono alla presunta zattera, si trovarono semplicemente di fronte ad alcuni rami d’albero ricoperti di foglie strappati dalla riva vicina. Di fronte a questa evidenza palpabile, l’allucinazione svanì.


Questo esempio rivela chiaramente il meccanismo dell’allucinazione collettiva così come lo abbiamo spiegato. Da un lato, una folla in stato di attesa; dall’altro, una suggestione indotta dalla vedetta che segnala una nave in avaria in mare, suggestione accettata per contagio da tutti i presenti, siano essi ufficiali o marinai.


Non è necessario che la folla sia numerosa perché la sua facoltà di vedere correttamente venga distrutta e i fatti reali siano sostituiti da allucinazioni non correlate. Alcuni individui riuniti insieme costituiscono una folla e, anche se si trattasse di illustri scienziati, assumerebbero tutte le caratteristiche della folla per argomenti estranei alla loro disciplina particolare. La facoltà di osservazione e lo spirito critico posseduti da ciascuno di loro svaniscono.


Un ingegnoso psicologo, il signor noindentDavey, ci ha fornito un curioso esempio, riportato negli Annales des Sciences Psychiques, che merita di essere raccontato qui. Il signor Davey, dopo aver convocato una riunione di illustri osservatori, tra cui uno dei più importanti scienziati inglesi, il signor noindentWallace, eseguì davanti a loro, e dopo aver permesso loro di esaminare gli oggetti e di apporre timbri dove volevano, tutti i classici fenomeni delle sedute spiritiche: materializzazione di spiriti, scrittura su lavagne ecc. Dopo aver ottenuto da questi illustri spettatori relazioni scritte in cui affermavano che i fenomeni osservati potevano essere ottenuti solo con mezzi soprannaturali, rivelò loro che erano il risultato di inganni molto semplici. “La cosa più sorprendente dell’indagine del signor Davey”, scrive l’autore della relazione, “non è stata la meraviglia dei trucchi in sé, ma l’estrema debolezza dei resoconti fatti da testimoni non esperti”. Quindi, dice, i testimoni possono fornire molti resoconti positivi che sono completamente sbagliati, ma il risultato è che, se accettiamo le loro descrizioni come accurate, i fenomeni che descrivono sono inspiegabili con l’inganno. I metodi inventati dal signor Davey erano così semplici che ci si stupisce che abbia avuto l’ardire di utilizzarli; ma aveva un tale potere sulle menti della folla che riusciva a persuaderle di aver visto ciò che non vedevano. Questo è sempre il potere dell’ipnotizzatore sull’ipnotizzato. Quando però lo vediamo esercitato su menti superiori, precedentemente messe in sospetto, capiamo con quanta facilità le folle ordinarie si lasciano illudere.


Ci sono innumerevoli esempi simili. Qualche anno fa, i giornali riportarono la storia di due bambine annegate ripescate dalla Senna. Queste bambine furono inizialmente riconosciute nei termini più categorici da una dozzina di testimoni. Di fronte a dichiarazioni così concordanti, il giudice istruttore non ebbe dubbi e permise la stesura del certificato di morte. Proprio mentre stava per avvenire la sepoltura, però, il caso fece scoprire che le presunte vittime erano perfettamente vive e somigliavano solo lontanamente alle bambine annegate. Come in molti degli esempi citati, l’affermazione del primo testimone, rimasto vittima di un’illusione, era stata sufficiente a suggestionare tutti gli altri.


In casi simili, il punto di partenza della suggestione è sempre l’illusione prodotta in un individuo da reminiscenze più o meno vaghe, seguita dal contagio di questa illusione primitiva per mezzo dell’affermazione. Se il primo osservatore è molto impressionabile, sarà sufficiente che il cadavere che crede di riconoscere presenti, al di là di una reale somiglianza, qualche particolarità, una cicatrice o un dettaglio dell’abbigliamento, in grado di evocare in lui l’idea di un’altra persona. Questa idea evocata diventa allora il nucleo di una sorta di cristallizzazione che invade il campo della comprensione e paralizza ogni facoltà critica. Ciò che l’osservatore vede non è più l’oggetto in sé, ma l’immagine evocata nella sua mente. Questo spiega l’errato riconoscimento dei cadaveri dei bambini da parte delle loro stesse madri, come nel seguente vecchio caso, in cui si manifestano i due tipi di suggestione di cui ho appena descritto il meccanismo.


Il bambino è stato riconosciuto da un altro bambino, che si è sbagliato. Si è quindi verificata una serie di riconoscimenti imprecisi.E accadde qualcosa di molto straordinario. Il giorno dopo il riconoscimento da parte di uno scolaro, una donna esclamò: “Oh mio Dio, è mio figlio”.

Avvicinatasi al cadavere, ne ha esaminato gli effetti e ha notato una cicatrice sulla fronte. “Proprio così”, disse, “il mio povero figlio, perso dal luglio scorso. Mi è stato rubato e ucciso!”

>La donna era una portinaia della rue du Four e si chiamava Chavandret. Il cognato fu convocato e disse senza esitazione: “Ecco il piccolo Philibert”. Diverse persone in strada riconobbero nel bambino Philibert Chavandret, per non parlare del suo stesso maestro di scuola, per il quale la medaglia era un indizio.

Ebbene, i vicini, il cognato, il maestro e la madre si sbagliavano tutti. Sei settimane dopo, l’identità del bambino fu stabilita. Si trattava di un bambino di Bordeaux, ucciso a Bordeaux e trasportato a Parigi.2

Va notato che questi riconoscimenti sono generalmente fatti da donne e bambini, cioè proprio dagli esseri più impressionabili. È una dimostrazione di quanto possa valere una simile testimonianza in tribunale. Le dichiarazioni dei bambini, in particolare, non dovrebbero mai essere prese in considerazione. I giudici ripetono come un luogo comune che a questa età non si mente. Una conoscenza meno approssimativa della psicologia insegnerebbe loro che a questa età, al contrario, si mente quasi sempre. La bugia può essere innocente, ma è pur sempre una bugia. Sarebbe meglio lanciare una moneta per condannare un accusato piuttosto che decidere, come spesso è stato fatto, sulla base della testimonianza di un bambino.


Per tornare alle osservazioni fatte dalle folle, concludiamo che le osservazioni collettive sono le più errate di tutte, e il più delle volte rappresentano la semplice illusione di un individuo che, per contagio, ha suggestionato gli altri.


Innumerevoli fatti dimostrano la totale sfiducia che dobbiamo avere nella testimonianza delle folle. Migliaia di uomini hanno assistito alla famosa carica di cavalleria nella battaglia di Sedan, eppure è impossibile, di fronte alle prove visive più contraddittorie, sapere chi l’abbia comandata. In un recente libro, il generale inglese Wolseley ha dimostrato che finora sono stati commessi i più gravi errori riguardo ai fatti più importanti della battaglia di Waterloo, fatti che sono comunque attestati da centinaia di testimoni3.


Tutti questi esempi dimostrano, ripeto, quanto valga la testimonianza delle folle. I trattati di logica collocano l’unanimità di molti testimoni nella categoria delle prove più convincenti dell’accuratezza di un fatto. Ma ciò che sappiamo della psicologia delle folle dimostra quanto si illudano su questo punto. Gli eventi più dubbi sono certamente quelli che sono stati osservati dal maggior numero di persone. Dire che un fatto è stato osservato contemporaneamente da migliaia di testimoni significa dire che il fatto reale è generalmente molto diverso dal resoconto adottato.


Da quanto detto si evince chiaramente che i libri di storia devono essere considerati opere di pura immaginazione. Sono resoconti fantasiosi di fatti scarsamente osservati, accompagnati da spiegazioni forgiate a posteriori. Se il passato non ci avesse lasciato in eredità le sue opere letterarie, artistiche e monumentali, non ne sapremmo nulla di vero. Conosciamo una sola parola vera sulla vita dei grandi uomini che hanno avuto un ruolo di primo piano nell’umanità, come Ercole, Buddha, Gesù o Maometto? Molto probabilmente no. In effetti, le loro vite esatte sono di scarsa importanza per noi. Le persone che impressionavano le folle erano eroi leggendari, non reali.


Purtroppo, le leggende stesse non hanno consistenza. L’immaginazione delle folle le trasforma continuamente a seconda dei tempi, e soprattutto secondo le razze. C’è molta strada da fare dal sanguinario Geova della Bibbia al Dio amorevole di Santa Teresa, e il Buddha venerato in Cina non ha nulla in comune con quello venerato in India.


Non è nemmeno necessario che sopra gli eroi siano passati secoli perché le loro leggende vengano trasformate dall’immaginazione delle masse. A volte la trasformazione avviene in pochi anni. Oggi abbiamo visto la leggenda di uno dei più grandi eroi della storia cambiare più volte in meno di cinquant’anni. Sotto i Borboni, noindentNapoleone divenne una sorta di figura idilliaca, filantropica e liberale, amico degli umili che, secondo i poeti, avrebbero tenuto a lungo vivo il suo ricordo. Trent’anni più tardi, l’eroe bonario era diventato un despota sanguinario, usurpatore del potere e della libertà, che aveva sacrificato tre milioni di uomini solo per la sua ambizione. Oggi la leggenda è ancora in evoluzione. Quando saranno trascorse alcune decine di secoli, gli studiosi del futuro, di fronte a questi racconti contraddittori, forse dubiteranno dell’esistenza dell’eroe, come noi a volte dubitiamo di quella di Buddha, e vedranno in lui solo un mito solare o uno sviluppo della leggenda di Ercole. Senza dubbio troveranno facile consolarsi di questa incertezza, perché, più preparati di quanto non siamo oggi nella psicologia delle folle, sapranno che la storia difficilmente può eternare altro che miti.


3. Esagerazione e semplicità dei sentimenti delle folle

I sentimenti, buoni o cattivi, manifestati da una folla hanno il duplice carattere di essere molto semplici e molto esagerati. Su questo punto, come su molti altri, l’individuo in una folla è vicino agli esseri primitivi. Insensibile alle sfumature, vede le cose nel loro insieme e non è consapevole delle transizioni. In una folla, l’esagerazione di un sentimento è rafforzata dal fatto che, diffondendosi molto rapidamente per suggestione e contagio, l’approvazione di cui diventa oggetto ne aumenta notevolmente la forza.


La semplicità e l’esagerazione dei sentimenti proteggono le folle dal dubbio e dall’incertezza. Come le donne, arrivano subito agli estremi. Un sospetto si trasforma immediatamente in una prova inconfutabile. I primi sentimenti di antipatia o disapprovazione, che in un individuo isolato non sarebbero molto pronunciati, diventano immediatamente odio feroce in una folla.


La violenza dei sentimenti delle folle è ulteriormente esasperata, soprattutto nelle folle eterogenee, dall’assenza di responsabilità. La certezza dell’impunità, tanto più forte quanto più grande è la folla, e la nozione di un notevole potere momentaneo dovuto al numero, rendono possibile per il gruppo agire in modi che sarebbero impossibili per un individuo isolato. Nelle folle, lo sciocco, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della propria inutilità e impotenza, che viene sostituito dalla nozione di una forza brutale, fugace ma immensa.


Nelle folle, purtroppo, l’esagerazione è spesso basata su sentimenti negativi, un relitto atavico degli istinti dell’uomo primitivo, che la paura della punizione costringe l’individuo isolato e responsabile a tenere a freno. Questo spiega perché le folle sono così inclini ai peggiori eccessi.


Abilmente suggestionate, le folle diventano capaci di eroismo e devozione. Sono persino molto più capaci dell’individuo isolato. Torneremo presto su questo punto nello studio della moralità delle folle.


Poiché le folle sono impressionate solo da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurle deve abusare di affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, senza mai tentare di dimostrare nulla con il ragionamento, sono le tecniche di argomentazione familiari agli oratori delle riunioni popolari.


La folla esige la stessa esagerazione anche nei sentimenti dei suoi eroi. Le loro qualità e le loro apparenti virtù devono sempre essere amplificate. A teatro, la folla esige dall’eroe virtù, coraggio e moralità che non vengono mai praticate nella vita.


Abbiamo parlato, non senza buone ragioni, della prospettiva speciale del teatro. Senza dubbio ne esiste una, ma le sue regole sono il più delle volte estranee al senso comune e alla logica. L’arte di parlare alle folle è di ordine inferiore, ma richiede abilità molto speciali. Il successo di alcune opere teatrali è difficile da spiegare quando le si legge. I direttori dei teatri, quando ricevono le opere, sono generalmente molto incerti sul loro successo, perché per giudicare dovrebbero trasformarsi in una folla4. Se potessimo entrare più nel dettaglio, sarebbe facile mostrare l’influenza predominante della razza. La rappresentazione che entusiasma le folle in un paese a volte non ha successo in un altro, o ottiene solo un successo di stima e di convenzione, perché non mette in moto molle capaci di eccitare il nuovo pubblico.


Inutile dire che l’esagerazione delle folle si riferisce solo ai sentimenti e in nessun modo all’intelligenza. Per il fatto stesso che l’individuo si trova in mezzo alla folla, il suo livello intellettuale, come ho già dimostrato, si abbassa notevolmente. Lo ha notato anche noindentTarde nella sua ricerca sui crimini delle folle. È quindi solo nell’ordine dei sentimenti che le folle possono salire molto in alto o scendere, al contrario, molto in basso.


4. Intolleranza, autoritarismo e conservatorismo delle folle

Poiché le folle conoscono solo sentimenti semplici ed estremi, le opinioni, le idee e le credenze che vengono loro proposte sono accettate o respinte in blocco e considerate come verità assolute o errori altrettanto assoluti. Questo è sempre il caso delle credenze determinate dalla suggestione invece che dal ragionamento. Tutti sanno quanto siano intolleranti le credenze religiose e quale impero dispotico esercitino sulle anime.


Senza dubbi su ciò che ritiene vero o falso e con un chiaro senso della propria forza, la folla è tanto autoritaria quanto intollerante. L’individuo può accettare la contraddizione e la discussione, ma la folla non lo fa mai. Nelle riunioni pubbliche, il minimo contrasto da parte di un oratore viene immediatamente accolto con ululati di furore e violente invettive, per poi passare presto alle vie di fatto e all’espulsione se l’oratore insiste. Se non fosse per la presenza minacciosa delle forze dell’ordine, il contraddittore verrebbe spesso linciato.


L’autoritarismo e l’intolleranza sono generali in tutte le categorie di folle, ma sono presenti in misura molto diversa; anche in questo caso riappare la nozione fondamentale di razza che domina i sentimenti e i pensieri degli uomini. L’autoritarismo e l’intolleranza sono particolarmente sviluppati nelle folle latine. Sono così sviluppati da aver distrutto quel sentimento di indipendenza individuale che è così forte negli anglosassoni. Le folle latine sono sensibili solo all’indipendenza collettiva della loro setta e la caratteristica di questa indipendenza è la necessità di asservire immediatamente e violentemente tutti i dissenzienti al loro credo. Tra i popoli latini, i giacobini di tutte le epoche, da quelli dell’Inquisizione in poi, non sono mai stati in grado di elevarsi a una concezione diversa della libertà.


L’autoritarismo e l’intolleranza sono sentimenti evidenti nelle folle, che li tollerano con la stessa facilità con cui li praticano. Rispettano la forza e sono poco impressionate dalla gentilezza, che viene facilmente considerata una forma di debolezza. Le loro simpatie non sono mai state rivolte a padroni eleganti, ma a tiranni che li hanno dominati con forza. È sempre a loro che erigono le statue più alte. Se calpestano volentieri il despota abbattuto, è perché, avendo perso la sua forza, rientra nella categoria dei deboli che sono disprezzati e non temuti. Il tipo di eroe che le folle amano avrà sempre la struttura di un Cesare. Il suo fascino le seduce, la sua autorità si impone e la sua spada le spaventa.


Sempre pronta a insorgere contro l’autorità debole, la folla si inchina servilmente davanti all’autorità forte. Se l’azione dell’autorità è intermittente, la folla, obbedendo sempre ai suoi sentimenti estremi, passa alternativamente dall’anarchia alla servitù e dalla servitù all’anarchia.


Sarebbe un fraintendimento della psicologia delle folle credere che gli istinti rivoluzionari siano predominanti. Solo la loro violenza ci illude su questo punto. Gli scoppi di rivolta e di distruzione sono sempre molto brevi. Sono troppo governate dall’inconscio, e quindi troppo soggette all’influenza dell’ereditarietà secolare, per non essere estremamente conservatrici. Lasciate a se stesse, si stancano presto del loro disordine e passano istintivamente alla servitù. I più fieri e intrattabili tra i giacobini acclamarono vigorosamente noindentBonaparte quando abolì tutte le libertà e fece sentire duramente il suo pugno di ferro.


La storia delle rivoluzioni popolari è quasi incomprensibile se si ignorano gli istinti profondamente conservatori delle masse. Esse sono disposte a cambiare il nome delle loro istituzioni, e a volte anche a compiere rivoluzioni violente per ottenere questi cambiamenti; ma l’essenza di queste istituzioni è espressione troppo profonda dei bisogni ereditari della razza perché non vi ritornino sempre. La loro incessante mobilità riguarda solo questioni superficiali. In realtà, hanno irriducibili istinti conservatori e, come tutti i primitivi, un rispetto feticistico per le tradizioni, un orrore inconscio per le novità in grado di modificare le loro reali condizioni di esistenza. Se l’attuale potere delle democrazie fosse esistito all’epoca dell’invenzione dei mestieri meccanici, del vapore e delle ferrovie, la realizzazione di queste invenzioni sarebbe stata impossibile, se non a costo di ripetute rivoluzioni. Fortunatamente per il progresso della civiltà, la supremazia delle masse è nata solo quando le grandi scoperte della scienza e dell’industria erano già state realizzate.


5. Moralità delle folle

Se attribuiamo alla parola moralità il senso del rispetto costante di certe convenzioni sociali e della repressione permanente degli impulsi egoistici, è abbastanza ovvio che le folle sono troppo impulsive e troppo mobili per essere propense a comportamenti morali. Ma se includiamo in questo termine la comparsa momentanea di alcune qualità come l’abnegazione, la devozione, il disinteresse, il sacrificio di sé, il bisogno di equità, possiamo dire che le folle sono, al contrario, talvolta inclini a una moralità molto elevata.


I pochi psicologi che le hanno studiate lo hanno fatto solo dal punto di vista dei loro atti criminali; dato peraltro che questi atti sono frequenti, hanno assegnato alle folle un livello morale molto basso.


Indubbiamente accade spesso, ma perché? Semplicemente perché gli istinti di ferocia distruttiva sono residui delle età primitive che giacciono latenti in tutti noi. Per l’individuo isolato sarebbe pericoloso soddisfarli, mentre l’essere inglobato in una folla irresponsabile, dove l’impunità è assicurata, gli dà piena libertà di seguirli. Poiché di solito non possiamo esercitare questi istinti distruttivi sui nostri simili, ci limitiamo a soddisfarli sugli animali. La passione per la caccia e la ferocia delle folle derivano dalla stessa fonte. La crudeltà di una folla che lentamente ma inesorabilmente squarta una vittima indifesa è molto vile, ma per il filosofo è strettamente legata alla crudeltà dei cacciatori che si radunano a decine per avere il piacere di vedere i loro cani sventrare uno sfortunato cervo.


Se la folla è capace di omicidi, incendi dolosi e crimini di ogni genere, è anche capace di atti di sacrificio e altruismo ben più elevati di quelli di cui è capace l’individuo isolato. È soprattutto sull’individuo che agiamo, invocando sentimenti di gloria, onore, religione e patria. La storia è piena di esempi simili a quelli delle Crociate e dei volontari del ’93. Solo i collettivi sono capaci di grande dedizione e altruismo. Quante folle sono state eroicamente massacrate per credenze e idee che a malapena comprendevano! Le folle che scioperano lo fanno più per obbedire a una parola d’ordine che per ottenere un aumento di stipendio. L’interesse personale è raramente un motivo potente nelle folle, mentre è il motivo quasi esclusivo dell’individuo isolato. Non è stato certo l’interesse personale a guidare le folle in tante guerre, la maggior parte delle quali erano incomprensibili per la loro intelligenza, e nelle quali si sono lasciate massacrare con la stessa facilità delle allodole ipnotizzate dallo specchio del cacciatore.


Gli stessi furfanti più incalliti, per il fatto stesso di essere riuniti in folla, a volte acquisiscono principi di moralità molto rigidi. Taine fa notare che i massacratori di settembre si sono presentati al tavolo del comitato per depositare i portafogli e i gioielli trovati addosso alle loro vittime e quindi facili da rubare. La folla urlante, agitata e miserabile che invase le Tuileries durante la Rivoluzione del 1848 non prese nessuno degli oggetti che la abbagliava, uno solo dei quali rappresentava il pane per molti giorni.


Questa moralizzazione dell’individuo da parte della folla non è certo una regola costante, ma si osserva spesso e anche in circostanze molto meno gravi di quelle che ho appena citato. A teatro, come ho già detto, la folla esige virtù esagerate dall’eroe della rappresentazione, e un pubblico, anche se composto da elementi inferiori, si dimostra talvolta molto prudente. Il perdigiorno di professione, il ruffiano, il pettegolo, spesso mormoreranno di fronte a una scena un po’ osé o a un’osservazione leggera, anche se queste sono innocue nel contesto delle loro conversazioni abituali.


Così le folle, spesso abbandonate agli istinti più bassi, a volte danno anche l’esempio di alti standard morali. Se l’altruismo, la rassegnazione e la devozione assoluta a un ideale, reale o immaginario, sono virtù morali, si può dire che le folle a volte possiedono queste virtù a un livello che i filosofi più saggi hanno raramente raggiunto. Probabilmente le praticano inconsapevolmente, ma questo non importa. Se le folle avessero spesso ragionato e valutato i loro interessi immediati, forse nessuna civiltà si sarebbe sviluppata sulla superficie del nostro pianeta e l’umanità non avrebbe avuto storia.


1 Chi ha assistito all’assedio di Parigi ha visto molti esempi di questa credulità delle folle per cose assolutamente implausibili. Una candela accesa al piano superiore di una casa fu immediatamente presa come un segnale per gli assedianti. Tuttavia, due secondi di riflessione avrebbero dimostrato che era assolutamente impossibile per loro vedere la luce di questa candela da diverse leghe di distanza.


2 Éclair del 21 aprile 1895.


3 Sappiamo, per una singola battaglia, come è andata esattamente? Ne dubito fortemente. Sappiamo chi ha vinto e chi ha perso, ma probabilmente nulla di più. Ciò che il signor noindentd’Harcourt, attore e testimone, ha riferito a proposito della battaglia di Solferino può essere applicato a tutte le battaglie: “I generali (informati, ovviamente, da centinaia di testimonianze oculari) trascrivono i loro rapporti ufficiali; gli ufficiali incaricati di emanare gli ordini modificano questi documenti e redigono la bozza finale; il capo di stato maggiore la contesta e la ridisegna ex novo. Il documento è stato portato al maresciallo, che ha esclamato: ‘Vi sbagliate di grosso!’ e vi ha sostituito una nuova redazione. Non è rimasto quasi nulla del rapporto originale”. Il signor d’Harcourt riporta questo fatto come prova dell’impossibilità di stabilire la verità sull’evento più eclatante e meglio osservato.

4 Questo ci aiuta a capire perché certe opere rifiutate da tutti i direttori di teatro ottengono un successo prodigioso quando, per caso, vengono rappresentate. Senza la spiegazione data sopra sull’impossibilità per i direttori di teatro di sostituirsi mentalmente alla folla, tali aberrazioni di giudizio da parte di persone competenti e molto interessate a non commettere errori così gravi sarebbero incomprensibili.

Capitolo 3

lunedì 23 marzo 2026

Totem e Tabù referendari. Divagazioni psicanalitiche su Costituzione, giustizia e laicità Chiara Squarcione



Totem e Tabù referendari. Divagazioni psicanalitiche su Costituzione, giustizia e laicità

Chiara Squarcione

23 Marzo 2026


Nel divagare che la noia regala in quel nonluogo che è il treno, su cui ieri, domenica 22 marzo, viaggiavo verso Torino, è emerso Sciascia in un incrocio di pensieri. Arrivavano le notizie sull’affluenza e le prime previsioni, azzardate o no, sul possibile esito del referendum. Ma io pensavo a qualcosa che vale e varrà a prescindere dal risultato del voto e che ha senso condividere "al buio", prima cioè di conoscere il responso delle urne, perché descrive un fenomeno che non è, né sarà più o meno vero a seconda che risulti vincente o perdente nella competizione elettorale.

Da qualche parte nel mezzo della Toscana è riaffiorato quel “franare incontenibile di parole, di ‘materiali di riporto’ da cui con estrema difficoltà si può disseppellire qualche coccio”: un’espressione perfetta per descrivere la campagna referendaria di questi mesi e il dibattito che ne è scaturito, ma che Sciascia usò per raccontare un orrore pubblico, quello in cui Tortora, innocente, veniva lentamente risucchiato. È un’immagine geologica, che porta con sé tutto il peso, l’odore intenso ed acre della terra che si smuove sotto il peso dei detriti dove non è più possibile orientarsi e proseguire su un terreno solido: descrive sorprendentemente bene il modo in cui il dibattito pubblico italiano tende a funzionare quando entra in gioco un oggetto simbolico forte.

Argomenti, slogan, indignazioni, purezze morali, formule rituali: tutto si accumula e poi cede insieme, come se la superficie del discorso fosse composta da strati di detriti instabili più che da roccia, e diventa difficile distinguere tra discussione politica e difesa identitaria.

È in quel momento che mi è sembrato che quello che stiamo vedendo somigli molto a qualcosa che la psicoanalisi conosce bene. Più precisamente, e seriamente per gioco, è che si tratti di una sorprendente riedizione contemporanea di ciò che Sigmund Freud descriveva in Totem e Tabù. Per estensione e per profondità di penetrazione, la campagna referendaria ha attivato una dinamica simbolica che ricorda da vicino quella delle società totemiche studiate da Freud. E come spesso accade quando un oggetto politico viene investito di una funzione simbolica così forte, il dibattito smette rapidamente di essere un confronto sul testo e diventa una disputa sull’identità.

Il Totem, in questa vicenda, è chiaramente la Costituzione. Che per una consistette parte dei progressisti, o per coloro che si ritengono tali, è “la più bella” – e la più bella del mondo se non bastasse! Questa formula, lungi dall’essere un innocente espediente retorico, coll’ulteriore difetto di avere un effetto zuccherino tale da rendere macchiettistico chiunque la pronunci, è tutt’altro che uno slogan innocente. Introduce immediatamente una dimensione estetica nel discorso politico. E il riferimento estetico non è affatto neutrale, né in politica, né in psicologia e tantomeno in filosofia: il giudizio estetico così espresso, ha funzione di legittimazione simbolica: dire che qualcosa è “il più bello” significa collocarlo in una sfera che tende a sottrarsi alla discussione razionale, quindi a sparire dal campo della riflessione etica.

La bellezza diventa così un attributo politico simbolico che fa assurgere a simbolo l’oggetto, deprivato della sua connotazione contingente e concreta e dematerializzato nell’alveo dell’intoccabile simbolico. Ed è qui che si compie un ulteriore pivot nel ragionamento: questo giudizio estetico viene deprivato della forza razionale della riflessione critica sulle norme. Cioè viene svuotato dell’etica, che è soppiantata dalla morale. La morale rimanda ai mores: usi, costumi, tradizioni condivise, reiterate, confermate dall’uso e indiscusse. Quando la morale sostituisce l’etica, il discorso smette di essere pienamente laico e diventa una forma di appartenenza.

La Costituzione, a questo punto, non ha più solo la Bellezza come attributo politico, ma le si aggiunge immediatamente il possesso: è “la nostra” Costituzione. Si badi bene: proprio perchè privo di laicità, e intriso di apparenza identitaria, quel “nostra” indica una parte sola, non è di tutti, ma solo di chi si riconosce come comunità attorno a quel totem. È infatti a questo punto - superata Firenze, per essere precisi - che la Costituzione smette di essere semplicemente un testo politico e diventa qualcos’altro: un oggetto simbolico posseduto dalla comunità che si riconosce in esso. Non qualcosa che si usa o si interpreta, ma qualcosa che si possiede, carico di valore identitario e, proprio per questo, progressivamente separato dalla sua funzione concreta nel Reale.

L’oggetto continua a esistere nel mondo delle istituzioni, ma nel discorso pubblico si trasforma in qualcos’altro: un emblema morale, appunto. Il Simbolo diventa qualcosa che la comunità non semplicemente usa, ma possiede. Quando questo accade, la relazione con l’oggetto diventa inevitabilmente ambivalente: è qui che entra in scena il Tabù, che non nasce soltanto dal rispetto, ma anche dal desiderio rimosso di violare ciò che è proibito.

Più il divieto è assoluto, più l’oggetto diventa carico di ambivalenza e aggressività. Il rispetto convive sempre con una forma di aggressività latente. Nel dibattito su una riforma costituzionale, in Italia, questa dinamica assume una forma riconoscibile: l’idea che la Costituzione non possa essere modificata, se non da coloro che ne detengono la legittimità simbolica. I custodi della purezza costituzionale diventano così una sorta di sacerdozio civile. Qualunque proposta di riforma proveniente dall’esterno — soprattutto se proveniente da un campo politico percepito come ostile — viene respinta prima ancora di essere discussa nel merito.

Ma il Tabù non serve realmente a proteggere la Costituzione. Serve piuttosto a proteggere la comunità morale che si riconosce nel Totem. La Costituzione diventa così il simbolo che tiene insieme la tribù nel momento in cui l’identità politica rischia di svuotarsi di contenuto.

C’è in gioco, soprattutto, un’idea violentissima di possesso dell’oggetto simbolico: la Costituzione assurge a Simbolo e, proprio per questa torsione, viene progressivamente svuotata della sua funzione reale. O, per dirla con Lacan, nel Reale: l’oggetto viene sequestrato nell’Immaginario, e quando questa dissociazione, questa elisione di senso e di uso viene declinata, l’Immaginario ha l’abitudine di irrompere nel Reale e farlo collassare, psicotizzandolo, sovvertendolo, dandosi nella sua natura diabolica, etimologicamente.

Ed è qui - verso Bologna, e credo gli sarebbe piaciuto come immagine di desiderio - che mi ha sorriso una delle una delle intuizioni più radicali e disturbanti di Lacan: la Legge non serve soltanto a proibire. Serve anche a produrre godimento. Il Super-Io non si limita a dire “non devi”, ma formula un comando paradossale: “Godi!”. E nelle comunità morali il godimento assume spesso una forma particolare: il piacere di applicare la Legge, di custodirla, di difenderla contro chi la mette in discussione.

Non è semplicemente “non si tocca il Totem”. È qualcosa di più sottile: si gode nel difenderlo. Nel custodire il simbolo. Nel fare il sacerdote della purezza costituzionale e nello scomunicare l’eretico che osa metterlo in discussione. Difendere il Totem, la Legge, diventa così una fonte di piacere morale: il piacere di essere dalla parte giusta mentre si brandisce la Legge come strumento di delegittimazione dell’avversario.

Questo oggetto simbolico, attinente all’immaginario e scisso dal Reale - interessante che questo punto della riflessione giunga al profilarsi della stazione di Reggio Emilia partorita dalla mente progettualistica di Calatrava - deprivato d’uso e di E(ste)tica, finisce anche con l’essere vuoto: una superficie simbolica su cui si depositano investimenti affettivi sempre più intensi. Assume alcune delle caratteristiche della struttura che Deleuze e Guattari descrivono ne L'Anti-Edipo come corpo senza organi: la Costituzione non è più un dispositivo istituzionale che organizza funzioni politiche concrete (gli organi, appunto), ma si trasforma in una pura superficie di registrazione. Su di essa non si leggono più i diritti e i doveri, ma si accumulano desideri, paure ancestrali e proiezioni di purezza morale. Il testo normativo cessa di essere una struttura operativa per farsi campo di intensità affettive, dove ogni virgola non è più legge, ma energia identitaria.

Ed è proprio qui che il dibattito politico comincia a trasformarsi. La Costituzione smette di essere un testo da interpretare e diventa un oggetto da difendere. Non si discute più. Non si modifica. Si venera. Raggiunto questo livello emerge, sulla condensa del finestrino del vagone, direi inevitabilmente, il meccanismo descritto da Girard: quello del capro espiatorio. La comunità si compatta, si riconosce e rifonda il patto totemico, individuando il violatore del Tabù. Il riformatore, o semplicemente chi propone di modificare il testo, diventa la figura su cui si concentra l’aggressività collettiva. E qui il dissenso politico esce del tutto dalla dinamica del confronto dialettico e diventa sacrilegio.

Mentre tristemente ed inesorabilmente l’Emilia diventa Lombardia, e cambia l’aria, quel sacrilegio avverto che dispiega le sue braccia come fossero argomenti - grazie al poeta Max Gazzè per questo verso - e mi aiuta a comprender meglio l’intensità emotiva di queste reazioni invitando a questo banchetto mentale il nodo della relazione infantile con la figura materna, analizzata da Winnicott e Klein.

Entrambi descrivono un passaggio fondamentale dei primi mesi di vita. All’inizio il bambino vive nella fantasia di possedere completamente l’oggetto da cui dipende. Il seno materno appare come qualcosa che risponde perfettamente al desiderio. È l’esperienza di una onnipotenza: il mondo sembra coincidere con il proprio bisogno, e il bambino vive l’illusione di un controllo totale sull’oggetto. Ma questa coincidenza non può durare. Arriva inevitabilmente la frustrazione: l’oggetto non risponde più esattamente come prima, compare una distanza tra desiderio e realtà. Ed è qui che emerge l’ambivalenza.

L’oggetto amato diventa anche oggetto di aggressività. Klein descrive questo passaggio come l’ingresso nella posizione depressiva – mentre faccio un consonante ingresso a Milano Centrale – e cioè il bambino scopre che l’oggetto da cui dipende può anche deludere. E reagisce attaccandolo. Si colpisce l’oggetto proprio perché lo si ama e perché da esso si dipende.

Portata sul piano politico, la metafora diventa sorprendentemente illuminante. La nostra democrazia vive questa dinamica infantile. La Costituzione è il "seno" simbolico da cui ci aspettiamo protezione totale. Quando la realtà politica ci frustra, reagiamo paradossalmente: attacchiamo la madre per salvare il seno. Pur di proteggere l'immagine idealizzata della Costituzione, finiamo per svilire gli strumenti democratici, come il referendum stesso, e dubitare della capacità di scelta dei cittadini. L’istituzione viene colpita per preservare la purezza del simbolo. Ed è in questa dinamica che riemerge la violenza tipica delle comunità ferite nella propria identità simbolica: l’aggressività di chi reagisce attaccando ciò che lo spaventa e ciò che non riesce a comprendere, soprattutto quando quell’oggetto mette a repentaglio una superiorità morale presunta e incrina l’immagine estetica di purezza in cui la comunità ama riconoscersi.

Si crea così un nodo gordiano in cui simbolo politico, sacralità, identità di gruppo e godimento morale si intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. E quando succede qualcosa del genere il dibattito pubblico tende inevitabilmente a scivolare fuori dal terreno della deliberazione razionale. La politica smette lentamente di essere politica e comincia ad assumere la forma di una liturgia civile.

Mi accoglie a Torino un paradosso perfettamente sincronico: proprio coloro che denunciano più spesso il pericolo delle “religioni politiche” sembrano incapaci di qualunque laicità, contribuendo con il loro repertorio sloganistico alla costruzione di una nuova forma di sacralità, in questo caso costituzionale.

Forse è proprio questo che rende il discorso pubblico italiano così instabile. Sotto la superficie delle istituzioni continua a muoversi quel franare di materiale di riporto che ogni tanto riemerge e trascina con sé tutto il resto. Liberare la Costituzione dalla teca di cristallo della "bellezza" per restituirla al terreno solido dell'uso, della critica e, se necessario, del cambiamento.

Scendo dal treno pensando a Sciascia. E a Tortora. E a quella frase incisa sulla sua tomba: "Che non sia un’illusione".

Sarebbe già molto se il dibattito pubblico riuscisse almeno a restare all’altezza di questo auspicio. È forse il modo più sobrio che conosco per dire che il compito minimo cui la politica dovrebbe assolvere è quello di restare, nel suo darsi sostanziale, laica.

 

venerdì 20 marzo 2026

ERSATZ ISRAEL di Daniel Miller

 


ERSATZ ISRAEL 
di Daniel Miller
19 marzo 2026
Commento
P.b.
L’articolo di Daniel Miller esprime la posizione di un conservatore-pro-Israele che legge il conflitto israelo-palestinese come sintomo della crisi esistenziale dell’Occidente.
Tesi centrale: «Palestina» è un Ersatz (sostituto ideologico) anti-occidentale che rimpiazza Israele come modello di nazione sovrana «calda» (innovativa, demograficamente vitale), sostituito da un universalismo nichilista e post-nazionale autodistruttivo. Il pro-palestinismo occidentale non sarebbe "empatico", ma antisemitismo strutturale mascherato da compassione
Testo lucido e coerente per chi già vede nell’anti-israelismo un segno di decadenza occidentale. Ovvio che ci siano coloro che lo criticano come un saggio ideologico estremo,  tipico di certa destra in un momento di altissima tensione in Medio Oriente, che usa la Palestina come capro espiatorio per spiegare il malessere post-moderno del 2026. .
 
ERSATZ ISRAEL

« Palestina » come «Ersatz Israel» - cioè «Falso Israele» - sia per i suoi sostenitori che per i suoi oppositori, rappresenta il sogno di una fine dell’egemonia occidentale. La questione di Israele va ben oltre la geopolitica o gli interessi nazionali, americani o israeliani che siano: riguarda l’identità e il destino dell’Occidente. Ciò che è in gioco nella guerra con l’Iran è il rifiuto di continuare a tollerare uno stato terrorista islamista che da quasi 50 anni conduce una guerra contro l’Occidente. Se questo sforzo fallisce, la posta in gioco non potrà che aumentare.
Come parte di una strategia per sopprimere il cristianesimo del II secolo, l’imperatore Adriano costruì templi pagani sopra i siti di pellegrinaggio più popolari: il luogo della natività, per esempio, divenne un tempio di Afrodite, e il Golgota un tempio di Giove. L’idea era impedire ai credenti di radunarsi e quindi di organizzarsi. Tuttavia, la politica finì per ottenere l’effetto opposto: preservare i luoghi sacri di una fede proibita.
Il discorso globale su Israele svolge oggi una funzione simile: esiste ora un Tempio imperiale anti-Israele, che nasconde e al tempo stesso rivela un sito di importanza religiosa cruciale. L’impero contemporaneo che ha impiantato questo nuovo luogo di culto non è una struttura centralizzata, ma una formazione psicologica collettiva. La visione dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick secondo cui «l’Impero non è mai finito» perché una «Prigione di Ferro Nero» ha catturato il pianeta definisce il carattere paranoico del fenomeno. Ma si tratta anche di un fenomeno alimentato dalla noia.
Lee Smith ha descritto con lungimiranza il «Global Empire of Palestine» su Tablet. Naturalmente, i palestinesi non controllano l’impero che è stato creato in loro nome, né tanto meno uno stato. Eppure Smith scrive che i palestinesi «hanno già qualcosa di molto più grande e molto più raro» di uno stato: uno spettacolo avallato dai potenti globali.
La Palestina è quindi sia un simbolo che una struttura di spostamento. È uno schermo di proiezione per le fantasie globali. Al centro di questo processo non c’è l’attivismo palestinese, che è un sintomo e un acceleratore, bensì la «palestinizzazione della politica occidentale» come soliloquio di decomposizione. Non è una coincidenza che il «palestinismo» inverta sistematicamente i tropi chiave della storia ebraica: dall’enfasi sul ritorno alle invocazioni del nazismo, ora estese fino ai tentativi di organizzare manifestazioni a Buchenwald.
La Palestina è essenzialmente anti-israelismo inserito nello spazio politico occidentale al posto di Israele, in modo da nasconderne il significato. L’attrattiva globale della causa palestinese non ha nulla a che fare con una presunta superiorità empatica dei suoi sostenitori. In nome della compassione, gli attivisti indossano copricapi e bandiere distintivi di gruppi terroristici internazionali per segnalare la loro affiliazione e gridano slogan che invocano omicidi di massa. La realtà è che a nessuno, in nessuna «comunità» più ampia, importa degli arabi palestinesi se non nel loro status di vittime di Israele. I palestinesi sono perseguitati impunemente dagli stati di polizia arabi. Le lacrime palestinesi sono l’urina della Siria. Ciò che conta per i «pro-palestinesi» è la funzione della Palestina come coltello da tenere alla gola dell’Occidente.
Perché tutto questo riguarda l’Occidente? Israele non può mai essere semplicemente un altro paese nello spazio occidentale a causa del suo ruolo definitorio nella sua costruzione. Il cristianesimo primitivo descriveva la Chiesa come un «Israele spirituale» o «nuovo» con un rapporto ambiguo con l’Israele originario. Questo rapporto definiva una tensione polare irrisolvibile, che poteva solo essere globalizzata.
Israele era una religione nazionale. Ma il cristianesimo era universale ed elettivo. Gli ebrei nascevano e morivano ebrei. I cristiani rinascevano in una comunità senza confini e universalista basata su dottrina e pratica piuttosto che su legami di sangue. La nazionalità fu separata dalla religione, creando una situazione di doppio potere che richiedeva e catalizzava una mediazione creativa. Di conseguenza, l’Occidente divenne una società «calda» animata da innovazione politica e sviluppo economico e sociale, in contrasto con le società «fredde» e inerti del resto del mondo. Le società fredde furono colonizzate e liquidate. Israele divenne un simbolo oscuro ma centrale di questo processo.
Il racconto di Hannah Arendt sull’antisemitismo ne Le origini del totalitarismo segue la secolarizzazione della «questione ebraica» dall’escatologia apostolica attraverso secoli di sottomissione fino alla consacrazione di Israele come setta quasi-protestante e poi come qualità psicologica. Lo stesso processo ha visto la formulazione dell’antisemitismo come pregiudizio o forma di razzismo: una cornice universalistica, cristiana, allineata con le nozioni liberali di neutralità. Per quanto neutrale e inclusiva questa cornice volesse essere, aveva il difetto di non essere vera.
L’antisemitismo non è antipatia verso singoli ebrei. È e è sempre stato una struttura discorsiva diretta contro Israele nel suo insieme. Non si tratta di odio o auto-odio, ma di un tentativo abortito di ripristinare coerenza morale in una situazione di collasso mentale e politico.
Israele è designato come agenzia cospiratoria che guida questa crisi e i fallimenti individuali che ne derivano. Ma la formula inverte la realtà. Nonostante le persistenti incomprensioni su questo punto, Israele rappresenta il polo conservatore nella sintesi occidentale. Il cristianesimo, e le «pecore perdute di Israele» (come me), rappresentano il polo rivoluzionario e universalista. Attingendo da quel pozzo, l’inno utopico di John Lennon «Imagine» sogna l’abolizione di religione e nazioni per stabilire una fratellanza senza confini di pace perpetua. Nei decenni successivi all’uccisione di Lennon, l’Occidente ha perseguito questa fantasia fino all’auto-distruzione. Nel frattempo, Israele ha preso la direzione opposta, riaffermando la propria sovranità di fronte a un’ostilità esistenziale.
La sfida di Israele sia al leninismo che al lennonismo lo ha reso il nemico principale della sinistra, che, sotto la tutela sovietica, ha esteso il concetto di sionismo a un’entità metafisica globalizzata. Qualche mese fa ho chiesto a un curatore di uno spazio artistico a New York quali fossero le principali sfide della cultura contemporanea. La sua risposta è stata: «capitalismo, fascismo e sionismo». Ciò che hanno in comune è il rifiuto di riconoscere l’autorità morale universalista di sinistra, estendendo il rifiuto ebraico iniziale di accettare il cristianesimo in termini secolari.
Nel frattempo, la Nuova Destra guarda a Israele con un misto di sospetto e invidia, divisa tra il desiderio che gli Stati Uniti diventino più simili a Israele e l’ipotesi infelice che sia proprio Israele (talvolta espresso come «gli ebrei» o «il potere ebraico» o «il potere ebraico») a impedirlo. Il sogno apparente della Nuova Destra è un ritorno a una politica estera «realista» governata dall’interesse nazionale americano, spesso bizzarramente inquadrato come ritiro da accordi di potere globali che beneficiano direttamente e significativamente gli Stati Uniti.
Definire gli interessi dell’America significa definire cosa sia l’America e il suo posto nel mondo. Questa procedura funziona in entrambi i sensi: una nazione impegnata solo nella massimizzazione cinica del potere non sopravviverà a lungo. Qui la sinistra è più coerente della Nuova Destra — una formazione politica ancora in cerca di identità — poiché accetta che la questione abbia dimensioni esistenziali e identifica correttamente Israele con l’Occidente che rifiuta.
Ma la forza della sua passione indica anche un desiderio e una richiesta. Il tema critico, trasversale allo spettro politico, concepisce Israele come «la forza che ci opprime» da una prospettiva in cui l’America appare priva di agenzia politica, e i cittadini sentono di mancare di controllo sulle proprie vite. Si dice che Israele abbia intrappolato l’America, quando chi parla è intrappolato dalla propria ossessione per Israele.
Questa sindrome rivela un’ironia speciale alla luce della mobilitazione moderna di Israele come modello di sovranità nazionale. Machiavelli considerava Mosè un modello di stratega politico. Giuditta e Oloferne divennero un tema preferito per i pittori fiamminghi nella guerra di secessione della Repubblica olandese dalla Spagna. I Pellegrini del Mayflower andarono ancora oltre, identificandosi come versione vivente del popolo di Israele, che aveva intrapreso un nuovo esodo verso la nuova Sion d’America. Fu questa identificazione a ispirare il «destino manifesto» americano e ancora lo tiene insieme, proprio come il filosofo Johann Gottfried Herder, cercando di definire l’idea romantica di «popolo» o «nazione», usò l’Israele biblico per tenere insieme il suo concetto. L’argomento del pastore evangelico Doug Wilson secondo cui «Deuteronomio riguarda l’America» ha perfettamente senso in questo contesto storico-religioso: ciò che il libro presenta è uno script per mantenere strutture politiche nazionali contro dissensi interni e minacce esterne, attraverso un sistema di riti che svolgono funzioni sociali critiche — soprattutto la trasmissione generazionale dei valori attraverso la formazione delle famiglie.
La storia politica del Tanakh nel suo insieme è la perdita ciclica dell’osservanza, che porta a calamità periodiche seguite da recupero miracoloso. L’Occidente si trova ora da qualche parte tra queste fasi. Oggi gli stati europei post-nazionali sono fanaticamente anti-Israele, la loro fertilità è sotto il livello di sostituzione e la loro distruzione accelera attraverso l’immigrazione di massa. Le stesse tendenze si intensificano in America. Questi fenomeni non sono separati; sono collegati.
Ciò che l’Occidente ha rifiutato è Israele come modello per la politica nazionale. Ciò che lo ha sostituito è «Palestina»: una zona corrotta post-politica di ONG brulicante di violenza e scivolante inesorabilmente verso l’Islam.
Per tutti questi motivi, la questione di Israele va ben oltre la geopolitica o gli interessi nazionali, americani o israeliani che siano: riguarda l’identità e il destino dell’Occidente. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu: «Lo Stato di Israele mostra al mondo che aspetto ha un popolo combattente, e che aspetto ha una nazione combattente». Ciò che è in gioco nella guerra con l’Iran non è solo la sicurezza, ma anche la possibilità di una nuova sintesi tra i poli universalista e nazionalista dell’Occidente. Non si tratta più di nation building universalista, ma del rifiuto di continuare a tollerare uno stato terrorista islamista che da quasi 50 anni conduce guerra contro l’Occidente. Se questo sforzo fallisce, la posta in gioco non potrà che aumentare.