lunedì 16 marzo 2026

Il vero vincitore della guerra di Trump contro l’Iran finora? Vladimir Putin.Anche Xi Jinping della Cina ne sta beneficiando. Michael McFaul

 


Il vero vincitore della guerra di Trump contro l’Iran finora? Vladimir Putin.Anche Xi Jinping della Cina ne sta beneficiando.

Michael McFaul

15 marzo 2026

È ovviamente troppo presto per fare valutazioni definitive su quali paesi abbiano vinto o perso a causa della decisione di Trump di attaccare l’Iran. Nelle prime due settimane, tuttavia, il beneficiario più evidente della guerra di Trump in Medio Oriente è la Russia di Vladimir Putin. La Cina di Xi Jinping è la seconda classificata.

Nel modo più evidente, la guerra di Trump ha spinto i prezzi globali del petrolio oltre i 100 dollari al barile. Gli analisti stimano che soltanto le ultime due settimane abbiano generato un reddito extra di 150 milioni di dollari al giorno per Mosca. È denaro in più per Putin per costruire più armi e uccidere più ucraini. Questi soldi allevieranno anche la pressione sull’economia interna russa, che, prima della guerra contro l’Iran, mostrava segni reali di tensione. Trump ha lanciato a Putin un salvagente. E non è che i prezzi del petrolio torneranno rapidamente alla normalità quando Trump deciderà che la sua guerra è finita. Gli impianti energetici nella regione sono stati danneggiati, i costi assicurativi marittimi per le petroliere sono aumentati e i mercati potrebbero scontare un premio di rischio duraturo per le spedizioni di petrolio che passano per lo Stretto di Hormuz. Tutti fattori che potrebbero mantenere elevato il prezzo del petrolio.

In secondo luogo, come se il boom dei prezzi del petrolio non fosse già abbastanza per Mosca, Trump ha reso il piatto ancora più dolce sospendendo le sanzioni sulle compagnie petrolifere russe. «Per aumentare la portata globale dell’offerta esistente, il Tesoro sta fornendo un’autorizzazione temporanea che permette ai paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare», ha dichiarato il Segretario Scott Bessent il 12 marzo. Sospendere «temporaneamente» le sanzioni contro la Russia non sembra una strategia ben ponderata per spingere Putin a porre fine alla sua guerra in Ucraina, soprattutto quando altri paesi – Canada, Norvegia e Germania – hanno criticato la decisione. Mentre la maggior parte dei consumatori nel mondo, compresi gli americani, dovrà ora fare i conti con un’inflazione più alta a causa della guerra di Trump, Putin sta accumulando profitti imprevisti e straordinari.

Terzo, le forze armate americane stanno consumando miliardi di dollari in munizioni, riducendo drasticamente le scorte di missili Tomahawk e, in particolare, degli intercettori PAC-3 per i sistemi di difesa Patriot. Sebbene Trump avesse già posto il veto all’idea di inviare Tomahawk a lungo raggio all’Ucraina, gli sforzi ucraini per acquisire gli intercettori PAC-3 sembravano più plausibili. Dopotutto, si tratta di armi che servirebbero a difendere i civili ucraini, non ad attaccare obiettivi all’interno della Russia. Dopo due settimane di guerra in Medio Oriente, tuttavia, gli Stati Uniti hanno già utilizzato oltre 1.000 di questi intercettori, secondo un rapporto di Bloomberg Intelligence. È più di quanto Washington abbia fornito a Kiev durante tutti i quattro anni della guerra russa contro l’Ucraina. La probabilità che l’Ucraina riceva altri PAC-3 nel prossimo futuro è drasticamente diminuita. È un’altra vittoria per Putin.

Quarto, dopo che fonti attendibili hanno rivelato che la Russia stava fornendo intelligence all’Iran per aiutare a colpire soldati e obiettivi americani in Medio Oriente, Trump e il suo team avrebbero potuto – e dovuto – criticare Putin e punire Mosca per aver aiutato il nostro nemico. Invece Trump ha deciso di fare esattamente il contrario e di fingere che Putin non stesse aiutando il regime iraniano, o non lo stesse aiutando molto. La cosa più scioccante è che il suo inviato speciale sia per la Russia sia per l’Iran, Steve Witkoff, ha annunciato in televisione che Putin aveva assicurato a Trump che la Russia non stava aiutando l’Iran. Mi ha ricordato il vertice di Helsinki del 2018, quando Trump si schierò con Putin contro la propria comunità di intelligence sostenendo che la Russia non aveva interferito nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016.

Quinto, la guerra di Trump contro l’Iran ha sottratto l’attenzione pubblica, mediatica e ufficiale alla guerra di Putin contro l’Ucraina. I negoziati di pace sono stati sospesi mentre il mondo si concentra invece sul Medio Oriente. Inoltre, l’abbandono dell’Ucraina da parte di Trump – che ha ridotto a zero l’assistenza militare ed economica statunitense all’Ucraina nel 2025 – stava per diventare un tema centrale nella campagna per le elezioni di metà mandato di novembre 2026. Ora la sua guerra in Iran oscurerà completamente l’attenzione sull’Ucraina. Anche questo va messo in conto come un’altra vittoria per Putin.

Sesto, decidendo di attaccare l’Iran in modo preventivo senza il sostegno né un dibattito all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, della NATO o del Congresso statunitense, la guerra di Trump appare a molti nel mondo simile all’invasione illegale dell’Ucraina da parte di Putin. Io personalmente non sono d’accordo con questo paragone. Non ho sostenuto la decisione di Trump di lanciare questa guerra perché la minaccia per gli Stati Uniti non era imminente. Ma il regime teocratico in Iran è una brutale dittatura in patria e un sostenitore del terrorismo all’estero. Al contrario, l’Ucraina è una democrazia che non ha mai minacciato nessuno. Tuttavia, non sono sicuro di vincere questa discussione sulle differenze a Johannesburg, Delhi o Giacarta, perché molti cittadini del mondo post-coloniale e in via di sviluppo vedono questi due casi di potenza militare grande contro un avversario più debole come simili. La nuova guerra di Trump contro l’Iran sta inoltre alimentando ulteriormente l’immagine dell’America nel mondo come uno Stato canaglia che ignora l’ordine internazionale basato sulle regole, proprio come la Russia di Putin. È un’altra vittoria per Putin. Invece di apparire come un autocrate imperiale, Putin ora sembra solo un altro leader generale di una grande potenza… proprio come Trump.

Perché anche la Cina beneficia della guerra di Trump

Il danno reputazionale globale della guerra di Trump in Iran non avvantaggia solo Putin, ma soprattutto Xi Jinping e la Repubblica Popolare Cinese. Ecco perché ottengono il secondo posto tra i vincitori a breve termine di questa guerra.

A differenza sia della Russia sia degli Stati Uniti, la Cina non ha attaccato né (ancora) invaso altri paesi nell’era post-Guerra Fredda. In un momento in cui Washington e Mosca sembrano disposte a ignorare le regole del sistema internazionale, la Repubblica Popolare Cinese appare come il partner più affidabile e prevedibile. I prezzi globali del petrolio in forte aumento stanno colpendo negativamente molti paesi che non hanno votato per la decisione di iniziare la guerra. Persino i partner americani in Medio Oriente vengono attaccati in questo momento; nemmeno loro sono stati consultati in anticipo sulle conseguenze di questa guerra per i loro interessi economici e di sicurezza. In questo contesto, la Cina può facilmente presentarsi come il soggetto più rispettabile e responsabile dell’ordine basato sulle regole. E Xi è il più stretto alleato di Putin. Ciò che avvantaggia la Cina autocratica avvantaggia anche la Russia autocratica.

In secondo luogo, Xi beneficia del nuovo orientamento americano verso il Medio Oriente e del distacco dall’Asia. Tutti quei missili lanciati contro l’Iran sono armi che non verranno mai usate contro le forze cinesi. La postura di deterrenza americana in Asia, in particolare la nostra capacità di aiutare a difendere Taiwan, è oggi radicalmente più debole rispetto a soli due settimane fa. Gli Stati Uniti si riprenderanno, ricostruiranno le scorte e ridispiegheranno le nostre navi in Asia. Ma tornare al livello di prontezza di due settimane fa richiederà tempo. E la guerra in Iran non è ancora finita.

Conseguenze negative per Putin e Xi della guerra di Trump

La guerra di Trump contro l’Iran non è tutta rose e fiori per Putin e Xi. Come l’operazione militare e di intelligence incredibilmente riuscita per catturare Nicolás Maduro in Venezuela, questa guerra sta mostrando la straordinaria potenza militare americana. I nostri soldati non hanno preso la decisione di attaccare l’Iran. Ma una volta ricevuto l’ordine, hanno eseguito la missione in un modo che le forze russe e cinesi non possono replicare. (Per i dettagli sull’equilibrio di potere tra Stati Uniti, Cina e Russia, vedi il mio ultimo libro Autocrati contro Democratici). Questa dimostrazione di enorme potenza militare americana può rafforzare la deterrenza in Asia e in Europa.

Inoltre, il presidente Zelenskyj ha offerto assistenza agli Stati Uniti per aiutare ad abbattere i droni iraniani Shahed. Purtroppo, i soldati ucraini e le aziende di droni hanno sviluppato una vera competenza in questo settore negli ultimi quattro anni. Questa nuova arena di cooperazione militare potrebbe aiutare a consolidare gli sforzi militari USA-Ucraina in Europa. Più in generale, i successi dei droni ucraini in Medio Oriente potrebbero attirare maggiori investimenti americani ed europei nelle aziende di droni ucraine. Questo è un esito negativo per Putin.

Infine, come è accaduto con Bashar al-Assad in Siria e Maduro in Venezuela, Putin è stato nuovamente esposto per la sua incapacità di proteggere il suo alleato, il Leader Supremo Ali Khamenei, in Iran. Questo non fa apparire la Russia come un alleato utile. Più in generale, la posizione russa in Medio Oriente ha subito un altro colpo, aggiungendosi ai rovesci subiti inizialmente dopo i bombardamenti dell’Iran da parte di Stati Uniti e Israele lo scorso giugno. (Per i dettagli, vedi l’articolo su Foreign Affairs scritto da Abbas Milani e me).

Ma finora i benefici per Putin della guerra di Trump in Iran superano di gran lunga i costi. In misura minore, lo stesso vale finora anche per Xi.

Tuttavia, la guerra non è finita. Le valutazioni finali dovranno attendere la conclusione.


 

SCENARI DI CRISI E DI DECLINO NELLA FILOSOFIA DEL XX SECOLO Jurgen Habermas

 


SCENARI DI CRISI E DI DECLINO NELLA FILOSOFIA DEL XX SECOLO

Jurgen Habermas 

Estratto da "Una storia della filosofia"

1. Scenari di crisi e narrazioni di declino in alcune grandi teorie filosofiche del XX secolo

Nella prima metà del XX secolo alcune influenti filosofie sviluppano il loro approccio teorico e la loro comprensione esemplare della filosofia diagnosticando segnali di declino che – anche se apparsi da lungo tempo – soltanto nella modernità si acui­scono e diventano tendenze di crisi. Per Carl Schmitt il dramma della storia cristiana della salvezza entra nello stadio della decisione finale con la secolarizzazione del potere statale, l’esautorazione della Chiesa cattolica e il liberalismo politico (come la forma in cui si manifesta una “anarchica” spoliticizzazione della società borghese). Anche per Leo Strauss la crisi dello Stato e della società si manifesta con fenomeni simili, ma si spiega con altre ragioni. Il concetto classico di politica, caratteristico del diritto naturale, si dissolve in un astratto potere usato strategicamente e stabilizza il dominio di un ordine che assicura soprattutto le libertà negative dei cittadini con gli strumenti del diritto positivo. Per Karl Löwith il pensiero della storia della salvezza, sviluppato da Agostino fino a Gioacchino da Fiore e a Bossuet, assume con Vico e con gli illuministi francesi la forma secolarizzata della filosofia della storia e sfocia in uno storicismo che dovrebbe spiegare la disinibizione totalitaria della violenza politica. Per Heidegger è la svolta di Cartesio verso la filosofia del soggetto la chiave per comprendere la diffusione di una forma di pensiero in cui l’oblio dell’essere si offusca nella disgrazia metafisica della lontananza dagli dèi. Soltanto per hegeliani di sinistra come Georg Lukács, Ernst Bloch, Walter Benjamin e per gli esponenti della Scuola di Francoforte la salvezza dal gorgo universale della reificazione capitalistica non sta nella riscoperta delle radici romane del cattolicesimo, nella ripresa dei classici o nel ritorno alle origini della filosofia greca, ma nello sprigionarsi rivoluzionario dei potenziali inespressi della modernità, sebbene attualmente sfigurati. Tuttavia, anche in questo caso, il futuro socialista è pensato come una riappropriazione delle dimensioni della ragione represse dal vortice della razionalizzazione capitalistica. In Bloch il pensiero filosofico guarda alla speranza evolutiva rappresentata da una natura naturans sfigurata in senso fisico [physikalisch], in Benjamin la filosofia anticipa l’evento di una rottura del continuum paralizzante del progresso storico e in Adorno si apre all’anamnesi mimetica di una natura soggettiva mutilata dalla dimensione strumentale e alla sensibilità per la percezione estetica del non identico nell’altro oggettivato.34


Dopo la presa di distanza della modernità da ogni passato, in queste teorie diagnostiche del XX secolo il rinnovamento delle fonti prosciugate del passato religioso, greco-romano o mitico non è più rappresentato nella forma di un “rinascimento”, bensì come una salvezza che irrompe dalla crisi stessa della modernità. La modernità è la crisi, e da qui manca solo un piccolo passo fino a Niklas Luhmann, che dichiara la modalità di crisi come la condizione normale di riproduzione della modernità sociale (e non è più in grado di riconoscere alcuna necessità di intervento terapeutico). In precedenza Blumenberg, contrapponendosi a tutte le idee di storia come declino, aveva difeso la legittimità dell’età moderna considerandola come una disgiunzione dai suoi legami storici ottenuta grazie ad argomenti migliori (per poi invero egli stesso ripiegare sulla retorica di una “elaborazione del mito”, ossia di un accertamento di figure di pensiero istruttive dal punto di vista antropologico ricavate dal patrimonio della letteratura sapienziale delle prime grandi civiltà e delle grandi civiltà classiche). Nel nostro contesto non posso entrare nel merito di queste complesse teorie con la dovuta dovizia di particolari, ma vorrei annotare ciò che possiamo apprendere dagli architetti delle storie del declino della modernità e dal tentativo di Blumenberg a favore di un’autoaffermazione dell’età moderna, indicando anche quali conclusioni possiamo trarre dai deficit di questi accesi dibattiti ai fini di una genealogia del pensiero postmetafisico.35


1.1 Carl Schmitt

Per Carl Schmitt (1888-1985) la secolarizzazione del potere dello Stato con relativo sradicamento politico della Chiesa cattolica e della fede cristiana sono la causa prima di una crisi che ha privato la modernità della sua unità e del suo orientamento spirituale. Questa diagnosi assume dei contorni chiari già in due saggi giovanili scritti all’inizio degli anni venti. In questi Schmitt si colloca nella tradizione del contro-illuminismo francese e spagnolo che riconosce nel liberalismo politico (e nel suo presunto nucleo anarchico) non soltanto il suo avversario ma il suo “nemico”. Carl Schmitt pensa che, nel processo rivoluzionario che procede in modo incessante e continuo a partire dal 1789, i legittimisti abbiano cercato uno scontro decisivo per ristabilire l’ordine clericale-monarchico. La sua analisi culmina nell’illustrazione di due complessi opposti l’uno all’altro. Da un lato, “il Politico” – come autorità statale incarnata nelle persone che esercitano il dominio – continua a formare il centro della società; dall’altro lato, la dinamica della razionalizzazione sociale trascina questo nucleo del Politico nel gorgo della differenziazione funzionale della società e degrada lo Stato a sottosistema o “ambito specifico” accanto ad altri. In questo processo il cattolicesimo romano perde la sua “forma politica”, con la conseguenza di svuotare la “sostanza” dello Stato.36 Nel suo nucleo il potere statale è cristiano, ma si presenta contemporaneamente in forma profana. Questo perché il dominio dei monarchi cristiani, concepito da Hobbes nel XVII secolo, si basa di fatto sul potere esecutivo dell’apparato statale burocratico e sul puro potere sanzionatorio della polizia e dell’esercito, ma di fronte ai cittadini si riproduce grazie alla sua incarnazione rappresentata simbolicamente dalla persona del sovrano.37 Attraverso simboli, segni e cerimonie, attraverso il linguaggio del corpo, la gestualità, l’abbigliamento e la retorica, il sovrano testimonia la sua partecipazione mistica alla sovranità di Dio. In questa dimensione della rappresentazione, che rinvia al “nesso storico” con l’incarnazione di Dio, si attesta il carattere cristiano del dominio.38 Esso, tuttavia, mostra il suo lato profano nel potere sovrano il quale, pur reggendosi su un apparato burocratico statale e governando con gli strumenti del diritto positivo, decide in modo autoritario in un ambito arcano non giuridificato. Nello Stato e nella politica, che “rappresentano” il dominio di Dio sulla Terra, l’alto ethos della giustizia si lega al rigore del potere esercitato in maniera decisionistica: ha sempre bisogno di un rinnovamento realistico della “opposizione tra giustizia e splendore glorioso”.39 Già nel suo scritto Teologia politica Carl Schmitt aveva messo a confronto questa sostanza statale in via di erosione con la dinamica sociale di una società economica che nei confronti dell’ordine politico del potere sovrano fa valere principi totalmente altri: “Ormai devono esistere solo compiti tecnico-organizzativi e sociologico-economici, ma non problemi politici”.40 Le ricerche di Max Weber avevano spostato l’attenzione dei suoi giovani contemporanei non soltanto sul carattere burocraticamente obiettivo del dominio, ma anche sulla razionalizzazione della società industriale. Con essa la razionalità economica dell’agire orientato al profitto e la razionalità organizzativa delle aziende si collegano con la razionalità di un dominio tecnico-scientifico della natura che si misura in termini di aumento della produttività. Mentre Lukács riconosce in ciò il motore dell’asservimento della forza lavoro e, in ultima analisi, anche di tutti i rapporti vitali socialmente integrati sotto la forza di astrazione della forma di merce con tutto il suo potenziale di sfruttamento, Schmitt vuole trovare nella razionalizzazione capitalistica della società la causa di una esiziale neutralizzazione del Politico.41 Nella misura in cui la società si differenzia in sottosistemi specificati funzionalmente, la politica e lo Stato perdono la propria forza integrativa per la società nel suo insieme. Entrambi vengono sospinti nelle interdipendenze di una società sempre più strutturata in termini eterarchici. Detto con le parole di Schmitt: lo Stato e la società si compenetrano. Ciò si palesa in un mutamento di forma della politica secolarizzata: il potere sostanziale del sovrano, conferito da Dio, viene “spoliticizzato”, il che per Schmitt corrisponde a quella contemporanea giuridificazione e democratizzazione del potere dello Stato di cui il liberalismo politico ha fatto il proprio vessillo. Con il predominio della razionalizzazione sociale anche il diritto positivizzato e riorientato verso un legislatore democratico perde la sua tradizionale dignità e razionalità come forza capace di plasmare il dominio “rappresentativo”. Nello Stato di diritto l’esercizio del dominio politico vincolato a norme universali prodotte democraticamente priva le decisioni del sovrano della loro ampia discrezionalità in nome della razionalità, del diritto e della morale. I nemici del Politico – con la loro avanguardia giuridica costituita da Hans Kelsen e dalla dottrina neokantiana del diritto – non fanno che nascondere ipocritamente le proprie pretese di potere politico dietro la facciata di un universalismo normativo. La cultura politica liberale è letteralmente qualcosa di diabolico perché, dalla prospettiva drammatica della storia della salvezza, tutti gli elementi che minano la natura del Politico fanno il gioco di Satana; e il diavolo si esprime nella confusione di voci della sfera pubblica politica e nel diritto astratto, nella critica e nei “no”, nella lotta dei partiti politici e nel pluralismo sociale, così come nel potere dei parlamenti e nella procedura della deliberazione.42 Naturalmente Carl Schmitt sapeva bene che la ruota capitalistica della razionalizzazione sociale non poteva più essere girata all’indietro. E doveva anche sapere che i lamenti del contro-illuminismo francese sull’obiettivazione burocratica del dominio politico, sul liberalismo e sulla fine dell’Ancien Régime già dopo mezzo secolo apparivano come dolori immaginari. Da Juan Donoso Cortés Schmitt aveva imparato che “la dittatura è l’opposto della discussione”, ma, in quanto costituzionalista weimariano, si vedeva vincolato all’interpretazione del diritto vigente. Così, prima ancora che potesse offrire le sue idee al regime nazista, egli si trovò confrontato con la grande sfida di ricavare dalla costituzione di Weimar la versione autoritaria di una dittatura plebiscitaria del Führer. Questo capolavoro di reinterpretazione fascista del testo costituzionale gli riuscì basandosi su decisioni di fondo altamente problematiche, sulle quali in questo contesto non ho bisogno di tornare.43 Certo, non possiamo escludere la possibilità storica di un’inversione del processo di secolarizzazione, come mostra, tra gli altri, l’esempio della repubblica islamica in Iran. Ma l’analisi schmittiana della crisi non presenta alcuna valida ragione per una tale regressione. D’altro canto, le riserve nei confronti di una privatizzazione della religione secondo il modello del laicismo non sono del tutto sbagliate. La secolarizzazione dello Stato non vuol dire che la società civile debba secolarizzarsi interamente.


Anche la diagnosi di una dissoluzione del Politico non è sbagliata sotto ogni aspetto. Considerata nel senso specifico che un intervento democratico della società su se stessa viene progressivamente bloccato, essa mette a fuoco un sintomo di crisi da prendere sul serio. E la questione rilevante non è solo se il decentramento della società differenzi lo Stato come sottosistema funzionalmente specificato accanto ad altri, ma se tale decentramento coinvolga anche la politica nel suo complesso, rendendo marginale l’influenza che i cittadini possono esercitare sulle condizioni sociali della loro vita. Oggi il discorso sulla condizione “postdemocratica” si collega a una rinnovata attualità del concetto del “Politico”.44 Per quanto riguarda il senso razionale di questo attualizzato concetto del Politico, originariamente appartenente a un altro periodo, vorrei fare almeno un’osservazione. Nella forma diffusa di opinioni pubbliche liberamente concorrenti, il “Politico” – nel senso di un interesse per l’insieme delle nostre collettività attualmente ancora legittimate da sfere pubbliche nazionali – può formare, se collegato con votazioni democratiche, un centro unificante anche in società differenziate funzionalmente. Naturalmente ciò è possibile soltanto finché i temi su cui decidere trovano ancora accesso nei circuiti comunicativi e anche le decisioni istituzionalizzate negli organi dello Stato rimangono radicate nel pluralistico brusio di voci di una sfera pubblica vitale. Le tensioni dovute a disturbi di funzionamento nei singoli sottosistemi della società, in primo luogo nel sistema economico, trovano, grazie alla cassa di risonanza della società civile, un’eco in una sensibilità per le crisi che è non focalizzata, ma si estende a tutta la società. Questa coscienza generale, ancora prepolitica, dirige l’attenzione su temi che richiedono un intervento della politica e può articolarsi nella sfera pubblica politica sviluppando, quando le condizioni sono favorevoli, una forza mobilitante. Le élite politiche, da lungo tempo incluse nei circuiti dello Stato, ricevono da questo versante una spinta intenzionale contrapposta al potenziale di ricatto dei mercati e, più in generale, contrapposta al gorgo sistemico di imperativi funzionali che si presentano sotto le sembianze di “necessità oggettive”.


1.2 Leo Strauss

La preoccupazione schmittiana per il deperimento del Politico è condivisa da Leo Strauss (1899-1973). La sua recensione del famigerato libro di Schmitt Sul concetto di politica, pubblicata immediatamente dopo la sua uscita, tradisce anche il motivo dell’interesse di Strauss: il comune atteggiamento critico nei confronti di un liberalismo politico considerato come espressione ideologica delle crisi dell’epoca. Anche per Leo Strauss la Rivoluzione francese è semplicemente il “diluvio universale”. Egli, tuttavia, affronta il tema comune da un’altra prospettiva disciplinare e tematica.45 Per lui, in quanto filosofo, né lo Stato monarchico del XVII secolo né la contemporanea teoria dello Stato di Thomas Hobbes costituiscono il punto di partenza di una ricostruzione del Politico in via di dissoluzione. Leo Strauss si rifà piuttosto al concetto platonico e aristotelico del Politico espressosi a suo tempo nella forma di vita della polis, motivo per cui la questione classica del dominio giusto e dell’ordine politico migliore si pone assieme alla questione pratica per eccellenza: quella della vita buona e giusta. Strauss concorda con Schmitt sulla diagnosi critica di un declino della forza integrativa e unificante del Politico. Le società moderne non trovano più nella politica il loro centro e il loro supporto. Ma dalla prospettiva di Strauss, di fronte al restringimento del concetto di politica tipico delle scienze sociali e della teoria politica, non sono la storia della salvezza cristiana e la sua teologia a determinare il punto di vista dal quale percepire ancora la portata di questo fenomeno in via di estinzione. In netto contrasto con Schmitt, lo spazio del Politico non dovrebbe essere riguadagnato grazie a un ritorno allo spazio arcano della decisione e all’aura di un monarca o di un Führer chiamato da Dio, ma attraverso un orientamento razionale a norme fondate nel diritto naturale. E alla fine solo la filosofia greca sarebbe in grado di illuminarci su una natura dell’uomo che è destinata a essere inscritta armoniosamente nella struttura del cosmo e che può raggiungere il suo telos soltanto nelle forme di vita politica fondate sul diritto naturale. L’umanità può invero anche mancare questo fine, come dimostra il disagio della modernità e nella modernità. I falsi orientamenti di fondo della politica moderna sono il tema dei grandi studi che Strauss dedica a Machiavelli, Hobbes e Spinoza, tutti autori che – in contrapposizione alla teologia politica46 – ruotano attorno ai temi del diritto naturale e della modernità.


Il titolo del libro Diritto naturale e storia, nel quale l’autore raccoglie le sue riflessioni in modo più sistematico, si riferisce al pensiero storico come una delle due cause essenziali dell’estraniazione del pensiero moderno dall’antichità. Tuttavia per questa frattura verificatasi nel XVII secolo è decisiva un’altra ragione. Con il cambio di vento filosofico, sopraggiunto con le scoperte delle moderne scienze naturali, la metafisica teleologica della natura, che aveva costituito lo sfondo del pensiero antico e del diritto naturale cristiano, perde la sua capacità di persuasione. La nuova fisica aveva privato la “natura” del diritto naturale classico di tutte le qualità dalle quali ricavare parametri per un agire moralmente giusto o sbagliato. Con la secolarizzazione del potere statale lo Stato moderno è stato privato anche della sua legittimazione in forza della legge di Dio, e il diritto razionale moderno non è in grado di sostituire il diritto naturale cristiano in questa funzione, perché, dopo il superamento della metafisica, può ormai ricorrere soltanto a un concetto di razionalità troppo debole per la fondazione di norme della vita e della convivenza giusta. Hobbes, che si basa sui concetti machiavelliani di agire politico guidato da interessi e di potere politico come entità astratta utilizzabile in chiave razionale rispetto allo scopo, vuole collocare la filosofia politica su un fondamento scientifico. La concezione meccanicistica della natura suggerisce un modello completamente deterministico della natura umana, incompatibile con una libera decisione tra il bene e il male. Tuttavia la stessa fisica che, sul piano teorico, mina la coscienza della libertà del volere, dal punto di vista performativo del ricercatore è praticata secondo il principio metodico per il quale noi conosciamo in modo sicuro solo ciò che noi stessi possiamo produrre o riprodurre. Da questa prospettiva la nuova scienza incoraggia, sul piano pratico, la consapevole volontà scientifica di assoggettamento tecnico della natura e – parallelamente al dominio della natura esterna – la volontà di costruzione tecnico-sociale di un apparato statale pacificatore che disciplini la natura dell’uomo e pacifichi le relazioni sociali.47


Così dal punto di vista dell’antichità, condiviso da Strauss, l’uomo moderno ottiene la sua libertà di arbitrio e la sua sovranità al prezzo di un’autocomprensione naturalistica che lo rende schiavo, “poiché la sua umanità è priva di un supporto cosmico”.48 Lo spirito di Bacone, che si distacca dall’immagine antica della natura, conduce nello stesso tempo a una comprensione naturalistica dell’uomo e a un’idea costruttivistica dello Stato, inteso come macchina prodotta con l’aiuto della legge coercitiva moderna. Il punto dirimente di questa interpretazione consiste quindi nel fatto che a un simile Stato manca la forza integrativa di quei fondamenti morali dai quali dipende ancora la socializzazione politica attraverso il diritto positivo e coercitivo. Strauss spiega questo deficit normativo muovendo dagli assunti antropologici di fondo di Hobbes. La natura pleonastica del desiderio che tende all’infinito risulta dal suo collegamento con uno sguardo dell’intelletto umano che anticipa i rischi che lo circondano. Dal bisogno di autoconservazione e dal calcolo razionale dei pericoli si produce una tensione astratta per il potere, e questa può essere impiegata secondo quelle che sono di volta in volta le proprie preferenze. Il piacevole e il vantaggioso sono buoni, lo spiacevole e il dannoso cattivi. Mentre la scala del bene conosce solo gradazioni verso il meglio o il peggio, la scala del male è limitata dal male più grande da evitare, ossia quello della morte violenta. In vista della costruzione di un ordine statale, questa descrizione della natura umana fornisce a Hobbes la giustificazione per la base di un diritto naturale all’autoconservazione che spetta a tutti gli individui in egual misura.


Leo Strauss critica questa impostazione in due passaggi. Egli riconosce il cambio di sistema giuridico che Hobbes compie convertendo il dominio politico da un ordine giuridico oggettivo orientato al bene comune a un sistema costruito sui diritti soggettivi. Questi definiscono margini di libertà d’azione individuali, ossia pretese che una persona giuridica può far valere contro altre persone giuridiche.49 Tuttavia i diritti naturali nel senso di autorizzazioni contro altri non bastano a fondare obbligazioni, ossia leggi vincolanti in base alle quali le libertà del singolo, come dirà Kant, “possono sussistere insieme” alle libertà di tutti gli altri. Per questo motivo manca a Hobbes un equivalente della legge divina sulla quale poggiava il diritto naturale cristiano. Nel secondo passaggio della sua critica Strauss si richiama al fatto che questo compito non può essere assolto sulla base dei presupposti empiristici di Hobbes: “Se la spinta all’autoconservazione è la sola radice di ogni giustizia e di ogni costume, il fatto morale fondamentale non è un dovere, ma un diritto”.50


Dopo aver mostrato, grazie alla critica del diritto razionale, la mancanza di risorse normative, Strauss prova a offrire il diritto naturale classico come soluzione del problema. Diversamente dalla pars destruens della sua opera, che risulta in gran parte convincente, la pars costruens non consiste in una fondazione argomentativa, ma in una vivificazione ermeneutica dell’idea platonica “del bene” e dell’idea aristotelica “della vita buona”.51 Poiché per il pensiero del diritto naturale dell’antichità era decisiva la premessa secondo la quale “[la] vita buona è la perfezione della natura umana”,52 la ragione, in considerazione di questo scopo naturale, sarebbe in grado di stabilire ciò che è giusto “per natura”. Grazie a un’appassionata lettura e attualizzazione dei testi classici, Strauss è senza dubbio capace di conferire a questa tesi una certa forza suggestiva, ma rimane in debito rispetto a una fondazione sistematica. Basandosi sui testi classici, il brillante interprete spiega ai suoi allievi e lettori un concetto di giustizia distributiva divenuto ormai controintuitivo. In base a esso il bene si incarna nelle leggi della polis, che attribuiscono a ogni cittadino “ciò che gli spetta per natura” secondo i parametri del suo status ontologicamente fondato. In tal modo a ciascuno è resa possibile una vita coerente con l’ordine naturale dell’essenza umana.53 Strauss si accontenta di una close reading che, senza far ricorso a giustificazioni, si affida all’evidenza degli enunciati dei classici. Questa astinenza è tanto più rimarchevole in quanto è lo stesso Strauss a combattere il pensiero storico per il pericolo di uno svilimento storicistico delle pretese di verità, ciò che egli considera il secondo grande male della modernità.54 Certo, egli può insistere sulla differenza tra la storicizzazione di testi tramandati e la rigida esplicazione di contenuti enunciativi che anche dopo quasi due millenni e mezzo potrebbero ancora suscitare un interesse; ma si dovrebbe esporre sia all’obiezione ermeneutica che noi non possiamo saltare la storia, altrettanto lunga, degli effetti sortiti da tali contenuti, sia all’obiezione sistematica che non possiamo dare per scontata la verità di enunciati classici senza un rifiuto metacritico dei controargomenti che si sono accumulati nel frattempo.


1.3 Karl Löwith

La difficoltà rimane la stessa anche nell’altro tema che occupa Strauss, ossia quello del “pensiero storico”. Ciò si mostra in maniera interessante nello scambio epistolare con Karl Löwith (1897-1973), il quale condivide con lui l’obiettivo di superare la modernità attraverso un rinnovamento del pensiero naturale antico. Molto correttamente Löwith caratterizza il procedimento di Strauss come il tentativo di spingersi “fino al punto in cui il problema risulta insolubile, e solubile soltanto mediante la trasformazione della questione sistematica in analisi storica, dove Lei (come Krüger) postula che i presupposti moderni – illuministici – si possano rendere inoperanti mediante la decostruzione (Destruktion) storica”.55 Löwith passa poi a contestare la possibilità di un simile ritorno astratto e immediato al “vecchio modo di pensare” del periodo classico ricorrendo all’argomento secondo il quale “ogni distinzione con cui i moderni si differenziano dagli antichi Greci, o anche dagli antichi cristiani, è una distinzione moderna, la cui ‘verità’ consiste in primo luogo […] nel fatto che ‘modernità’ è ‘non sapere che pesci prendere’”.56 In quanto allievo di Heidegger, Löwith è convinto che la “coscienza storica” non possa essere semplicemente dismessa o ignorata, poiché assieme al modo di pensiero storico si sarebbe trasformato anche il “nostro essere storico”. Egli argomenta “che il cristianesimo ha modificato radicalmente la ‘naturalità’ antica. In un gatto o in un cane la ‘natura’ torna sempre fuori, ma la storia è ancorata nell’uomo troppo profondamente perché […] possa riuscire di ripristinare qualcosa che si era esaurito già nella tarda antichità”.57 Strauss invece nelle sue lettere di risposta insiste dogmaticamente sul “senso semplice della filosofia”58 che si dovrebbe prendere sul serio; egli sottolinea che la filosofia classica porta a concetto solo l’evidenza immediata dei rapporti naturali. E in ultima istanza si accontenta di una mera confessione: “Io credo realmente […], che l’ordine politico perfetto tratteggiato da Platone e Aristotele è l’ordine politico perfetto”.59


In questo scambio epistolare tra Strauss e Löwith si parla anche di una terza causa di crisi. Mentre per Carl Schmitt la crisi della modernità si manifesta nell’emancipazione dei cittadini dall’autorità dei sovrani cristiani e per Leo Strauss nello smottamento della forza normativa vincolante di un ethos fondato cosmologicamente, Löwith riconosce con Strauss la causa della crisi nella storicizzazione della nostra “naturale” comprensione di noi stessi e del mondo, che ha perso, insieme al terreno stabile di salde verità metafisiche, anche la sua forza di orientamento e di integrazione. Ma questo smottamento incide troppo profondamente per potere permettere un ritorno immediato. Nella prospettiva di Löwith la modernità è caratterizzata dall’inaggirabilità di un “pensiero storico” che da tempo ha mutato anche l’“essere storico” degli individui socializzati. L’influenza reciproca tra il pensiero storico e il processo storico incide sulla modalità di esistenza, ossia sull’“essere storico” dell’uomo e della società.60 Infatti, con la fluidificazione delle condizioni di vita nel corso dell’accelerazione del progresso tecnico e della crescita capitalistica, la coscienza storica ha subìto una trasformazione dal legame con passati esemplari a un orientamento impegnato verso il futuro. Mentre Heidegger in Essere e tempo concepiva questa “storicità” in primo luogo in termini esistenziali, ossia come un tratto di fondo generale dell’esistenza umana, Löwith segue le diverse espressioni che la coscienza storica ha assunto nel corso della storia stessa. In particolare lo interessa la crescente intensificazione del pensiero storico nella modernità, prima nella forma della filosofia della storia del XVIII secolo e poi – in seguito alla diffusione delle scienze dello spirito storiche nel XIX secolo – nella forma di una storicizzazione delle “immagini del mondo”. Le numerose tipologie delle visioni del mondo abbozzate da Dilthey fino a Jaspers tradiscono la preoccupazione che suscitò, a suo tempo, il cosiddetto problema dello storicismo e che Ernst Troeltsch con la sua nota ricerca aveva voluto arginare.61


Löwith critica il pensiero storico come sintomo di crisi perché esso tiene gli uomini prigionieri di un’illusione. Nella sua influente opera Significato e fine della storia egli compie una genealogia della filosofia della storia con il compito di mettere la modernità di fronte allo specchio della sua inconfessata dipendenza dal dominio incontrastato di figure di pensiero storico-teologiche.62 Löwith ritiene che la coscienza storica sia solo apparentemente cosciente di se stessa e vuole liberarla da inconsapevoli invischiamenti in eredità teologiche scoprendo nelle filosofie della storia, da Vico e Voltaire, passando per Condorcet, Comte e Proudhon fino a Hegel e Marx, le tracce nascoste di un pensiero secolarizzato di storia della salvezza. Quindi non è la frattura della modernità con il suo passato la causa della crisi del presente, ma al contrario la falsa coscienza della propria autonomia e del “nuovo inizio” con cui la modernità inganna se stessa riguardo all’effettiva persistente continuità con gli inizi della tradizione biblica. Similmente a Carl Schmitt, che riconosce “in tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato concetti teologici secolarizzati”,63 anche Löwith rintraccia, in particolare nell’idea moderna di progresso, la conversione di motivi della storia della salvezza. Il suo punto focale non è il romantico ritorno alle origini cristiane tradite, ma la “vera” secolarizzazione propagata da Nietzsche: quell’ateismo che, contrariamente all’autocomprensione emancipata della modernità, recide definitivamente i legami ancora persistenti con un Dio cristiano in realtà morto da tempo. Tuttavia questa secolarizzazione eccedente deve cambiare direzione, se non vuole ricadere nel gorgo escatologico dell’attesa indeterminata di un futuro salvifico. Il vero progresso storico deve essere l’inversione dialettica che è possibile soltanto nello spirito nietzschiano di una modernità forzata, “spinta fino all’estremo”.


Löwith declina questo pensiero in sempre nuove variazioni della sua interpretazione di Nietzsche. L’idea di fondo consiste nell’originale collegamento della dottrina della volontà di potenza con quella dell’eterno ritorno dell’identico: “Con l’ultima ‘metamorfosi’ del legame a un ‘Tu devi’ e della libertà dell’‘Io voglio’ nella necessità liberamente voluta di un gioco di onde sempre identico, il suo singolo ‘Ego’ diventa per Nietzsche un ‘Fatum’ cosmico. Pronunziando questo ‘Sì e Amen’ all’autoaffermazione dell’essere, Nietzsche ha vinto e negato la tentazione dell’autoannientamento, questo ‘privilegio’ dell’uomo rispetto agli dèi e agli animali. La ‘lotta’ della volontà […] si trasmuta nell’accettazione di quella lotta completamente diversa che rappresenta l’eterno ritorno di ogni ente. La volontà svincolatasi da ogni ‘Tu devi’, che costituisce l’essenza del moderno mondo umano, è in tal modo redenta da se stessa in una dimensione ‘sopra-umana’”.64 Naturalmente Löwith non lascia a Nietzsche l’ultima parola.65 Questa rimane riservata al collega basileese e amico di Nietzsche, storico della cultura e dell’arte, Jacob Burckhardt. La sua opera crea un rapporto con l’antichità totalmente diverso, più rilassato. Sulle spalle di un Nietzsche dialettico-esistenziale e come suo interprete, Löwith vuole espungere dal necessario ritorno alla natura antica ogni aspetto forzato e solennemente esaltato, ogni gesto di messa in scena elitaria di se stesso che egli aveva imparato a detestare nell’insegnamento e nel comportamento, nel carattere e nell’atteggiamento mentale del suo maestro Martin Heidegger.


Se tuttavia ci si chiede quale sia il guadagno filosofico del distacco dalle premesse della coscienza storica della modernità, non si trova molto di più delle formule del primato assoluto della natura ruotante organicamente su se stessa rispetto al mondo umano: “La natura, nel suo sorgere e recedere, è mossa per e da se stessa” – “In quanto essere in tal modo autonomo, la natura ha in se stessa il principio del suo movimento” – “è soltanto la natura sempre identica dell’uomo a essere alla base anche del mutamento storico”.66 Al di là della presa d’atto che l’essere naturale non si lascia determinare a partire dall’orizzonte del tempo, non ci sono, come in Leo Strauss e in Carl Schmitt, determinate dottrine che devono essere rinnovate, ma piuttosto un orientamento e un atteggiamento di vita esemplari. L’emigrante assillato dalle catastrofi della storia contemporanea vede nella propria esperienza di vita la conferma dell’eccellenza filosofica della forma di vita del saggio. A ben vedere, ciò che Löwith ammira è l’alta considerazione del saggio stoico rinnovatasi nella tarda antichità. Nessuno di coloro che provenivano dalla tradizione di Dilthey, Husserl e Heidegger aveva tanta familiarità con le teorie della crisi dei giovani hegeliani e con le teorie della scienza sociale, da Marx a Weber. Alla fine però i brillanti studi sulla “frattura” operata dagli allievi di Hegel nella filosofia del XIX secolo fino alla sua stessa generazione non lasciano traccia alcuna nel pensiero e nell’atteggiamento del professore tornato dall’emigrazione. Il ritiro stoico dall’attualità contemporanea è la conclusione che Löwith ha tratto, anche personalmente, dalla sua analisi della crisi nei tardi anni di Heidelberg.


Tuttavia, un’interpretazione immanente di Nietzsche, per quanto così convincente, non è sufficiente per fondare un mutamento radicale della comprensione moderna di sé e del mondo. La genealogia cristiana del pensiero della filosofia della storia è istruttiva, ma non soddisfa la pretesa sistematica dell’argomentazione. La dimostrazione storica della somiglianza tra le figure di pensiero di una tradizione e quelle di un’altra non prova la dipendenza delle concezioni moderne del progresso dalla validità di tradizioni religiose dalle cui figure di pensiero esse traggono alimento. Più plausibile è il confronto di Karl Popper tra le filosofie della storia e le teorie del diritto naturale che si basano sulla costituzione teleologica del cosmo: le filosofie della storia trasferiscono l’ontologia del diritto naturale – concepita in forma spaziale – nella dimensione temporale.67 Questo confronto critico non solo avrebbe sbarrato a Löwith la strada del ritorno verso la metafisica della natura; avrebbe anche richiamato la sua attenzione sul fatto che l’errore del pensiero della filosofia della storia sta nel suo insistere su un concetto metafisico di verità – e non di per sé nella sensibilità della coscienza storica per la contestualizzazione storica di enunciati e di sistemi di enunciati. È infatti lo stesso Löwith a condividere un simile concetto esaltato di verità quando afferma che “verità eterne a proposito del mondo e degli uomini possono esistere soltanto quando vi sia una natura perennemente uguale di tutti gli enti”.68


1.4 Martin Heidegger

Löwith segue una traccia diversa quando si confronta con la “fede nell’assoluta rilevanza del relativo”, soprattutto nella forma che il pensiero storico aveva assunto presso il suo maestro Martin Heidegger. Infatti con il concetto di “storia dell’essere” [Seinsgeschichte] Heidegger radicalizza questo tratto del pensiero moderno in un problematico storicismo di secondo livello: Heidegger non si limita più solo ad affermare direttamente la dipendenza della verità di enunciati e di teorie dai contesti storici. Da essi dipendono anche gli standard di razionalità delle ontologie che mutano e “accadono” [sich ereignen] storicamente e sulle quali si misura di volta in volta la verità. Questa problematica figura di pensiero si deve alla pretesa infallibile di verità dello stesso Heidegger, quando afferma un “evento della verità” metastorico che supera di gran lunga le pretese di verità – per parte loro già ipertrofiche – dei grandi sistemi della metafisica occidentale. Löwith descrive il modo in cui Heidegger rivede l’immagine analitico-esistenziale della “storicità” dell’Esserci umano sviluppata in Essere e tempo e in un certo senso la capovolge. Nella concezione del tardo Heidegger, il “risoluto progettarsi” dell’Esserci, che viene “gettato” nella storia, verso il proprio “poter essere” [Seinkönnen] deve essere reso possibile ora dall’Essere stesso che agisce come un destino: “mentre in Essere e tempo si afferma che il problema dell’essere può essere posto solo in termini storici perché l’Esserci dell’uomo che interroga è di natura storica, ne La Lettera sull’‘umanismo’, al contrario, leggiamo che il pensiero dell’Essere è storico perché vi sarebbe la storia dell’Essere, di cui il pensiero come rammemorare di questa storia, attualizzato da essa, fa parte. In Essere e tempo l’evenienza storia è fondata nella temporalità del nostro proprio temporale Esserci; dopo Essere e tempo, invece, nel ben diverso Essere che essenzia al di là e oltre ogni essente e ci invia la ventura della sua essenzialità”.69 Ancora in questa “svolta” Löwith ritiene di poter individuare la continuità di “una fede nella storia come destino”.70 Ciò non deve ingannare sulla dimensione attorno a cui si approfondisce la “storicità” dell’Esserci umano, che fino a quel punto si doveva rapportare solo alle sfide della storia ontica. L’orizzonte per comprendere possibili accadimenti intramondani, inizialmente spiegato nei termini dell’ontologia esistenziale, si mette esso stesso in movimento in dipendenza dalle cesure epocali della storia della metafisica.


Si sarebbe potuto collocare Essere e tempo nel contesto di quei grandi movimenti di pensiero del XIX e dell’inizio del XX secolo che dai giovani hegeliani procedono verso una detrascendentalizzazione della spontanea soggettività kantiana che progetta il mondo. Da una simile prospettiva l’analisi heideggeriana dell’essere-nel-mondo dell’Esserci umano si sarebbe collocata nelle vicinanze di analoghe ricerche del pragmatismo (George Herbert Mead, John Dewey), dell’antropologia filosofica (Max Scheler, Helmuth Plessner), della fenomenologia (Edmund Husserl), della storiografia e dell’ermeneutica (Wilhelm Dilthey, Georg Misch), della teoria dei simboli e del linguaggio (Ernst Cassirer) o della filosofia dell’esistenza (Karl Jaspers). Ma la pretesa di Heidegger va ben oltre tutti i tentativi che si limitano solo a superare la soggettività trascendentale e progettuale dello spirito umano e a desublimizzarla in una modalità di vita spontanea nel mondo.71 Cresciuto con Aristotele e con la teologia dell’alto Medioevo, fin dall’inizio Heidegger orienta la sua analisi del mondo della vita verso la domanda fondamentale della metafisica. La domanda sull’essere dell’essente rappresenta una svolta che lo conduce dalla “storicità dell’Esserci” alla “storia dell’essere che rende possibile la verità”.


Martin Heidegger è effettivamente un maestro nell’esplicazione di quel sapere performativo [Vollzugswissen] abituale che ci abilita alle pratiche quotidiane in rapporto a tutto ciò che ci accade nel mondo. Tuttavia queste convincenti analisi di un ampio spettro di rapporti (interni al mondo della vita) tra l’“esserci” umano e gli eventi intramondani finiscono in un’altra direzione quando Heidegger compie un cortocircuito tra la ricerca della modalità di esistenza dell’uomo e l’intento ontologico di concettualizzare l’essere dell’essente stesso. Heidegger sceglie il termine “esserci” [Dasein] quale espressione del modo d’essere dell’uomo perché esso, nel suo essere presso l’altro e presso altro, contemporaneamente si comprende o si “conosce” intuitivamente “nel suo essere”, ossia nel modo in cui egli stesso esiste. L’esplicazione di questa “conoscenza” serve a Heidegger come filo conduttore per l’interpretazione categoriale dell’essente che ci viene incontro nel mondo come essente. Ma poiché la domanda sull’essere è internamente connessa alla domanda sulla verità,72 il dirottamento ontologico dell’analitica dell’esistenza verso la domanda sull’essere dell’essente ha come fatale conseguenza quella di pregiudicare la comprensione della verità, ossia di confondere verità e dischiudimento [Welterschliessung] del mondo. Inoltre bisogna richiamare l’intenzione originaria della ricerca sulle strutture dell’essere-nel-mondo. Trasferendo il performativo “sapere-come”, caratteristico dello stare nell’orizzonte del nostro mondo della vita, in un esplicito “sapere-cosa”, Heidegger porta a coscienza una rete di categorie e di atteggiamenti (i cosiddetti esistenziali) che ci fanno vedere il mondo e ciò che in esso accade da una determinata prospettiva, ce lo fanno esperire in determinate condizioni emotive, lo interpellano sotto determinati aspetti. Soltanto la radicalizzazione ontologica di questo tema dell’apertura linguistica del mondo (come egli dirà riallacciandosi a Humboldt) nella domanda metafisica attorno all’essere e alla verità induce Heidegger ad assimilare “verità” e “dischiudimento del mondo”. Heidegger dedifferenzia il concetto chiaramente definito di verità dell’enunciato [Aussagewahrheit] assimilandolo alla concezione del dischiudimento del mondo “disvelante”.73


L’errore, già commesso in Essere e tempo, di confondere tra la verità degli enunciati e un dischiudimento del mondo ontologizzato e quindi immune alla critica è ciò che conferisce al concetto della storia dell’essere la sua forza. Perché adesso anche le ontologie che aprono il mondo e che preformano il modo di vedere il mondo nel suo complesso possono esse stesse divenire preda di un fatale mutamento storico. Con i destini epocali dell’essere – laddove il volere [Ratschluss] dell’essere è tanto imperscrutabile quanto in precedenza la volontà di Dio – dovrebbe compiersi di volta in volta un mutamento più o meno radicale delle condizioni di verità di possibili enunciati cosicché, dal punto di vista e nel linguaggio delle popolazioni sottoposte alla storia dell’essere, le pretese di verità, ormai pregiudicate, mantengano il senso – privo di alternative – di una validità universale. Ciò significa che il concetto metafisico di una verità infallibile continua ad applicarsi ontologicamente all’orizzonte mondano di volta in volta dischiuso. Mentre questo orizzonte che apre il mondo è costitutivo di possibili processi di apprendimento all’interno del mondo, esso stesso non può essere a sua volta toccato dai risultati di processi di apprendimento intramondani. In quanto destino impensabile [unvordenklich] esso è immunizzato nei confronti di possibili processi di apprendimento che si verificano nel mondo sotto il suo regime. In questo modo l’apriori dell’“apertura del mondo” risucchia in sé il potenziale critico della “pretesa di verità”, perché la forza del poter dire di no non può più estendersi alla struttura concettuale di fondo in cui l’essere stesso si interpreta. Il carattere produttore di crisi della storia dell’essere si spiega in virtù della natura dialettica di questa auto-interpretazione dell’essere: nei suoi destini epocali esso si rivela e, al contempo, si nasconde. Poiché l’essere si sottrae a ogni interrogazione, esso si rende percepibile agli uomini come la disgrazia dell’“assenza” di Dio oppure – nel gergo neopagano dello spirito del tempo mascherato in termini hölderliniani – dell’assenza degli dèi. Con il concetto della storia dell’essere Heidegger imprime al concetto nietzschiano di genealogia una lettura che del concetto di ideologia conserva il momento dell’illusione storicamente imposta, ma allo stesso tempo esclude la possibilità del suo chiarimento attraverso la riflessione. L’idea di storia dell’essere conserva del concetto di genealogia il significato originario dei legami familiari in catene, perché, a suo dire, “oramai solo un Dio ci può salvare”74 dalla disgrazia della modernità.


Responsabili della crisi dalla quale dovrebbe poterci liberare solo il ritorno agli inizi della mitologia greca – quindi ancor prima della soglia dell’età assiale rappresentata dal logos platonico e dal Dio veterotestamentario – sono per Heidegger la scienza e la tecnica nella loro forma moderna. La fissazione sulla questione dell’essere orienta il suo sguardo sulle mancanze della ragione teoretica e non, come in Schmitt e Strauss, su quelle della ragion pratica. In ultima istanza la fatale alienazione è insita, fin dall’inizio, nella ragione stessa. Infatti già con semplici enunciati predicativi, con i quali ha inizio il dispiegamento discorsivo di ogni possibile conoscenza, il “sapere-come”, accessibile soltanto performativamente, viene “distorto” oggettivisticamente. Questo deficit insito nelle operazioni della ragione sarebbe riconducibile a un atto di oggettivazione che rimuove tutti i rimandi olistici e i riferimenti noti solo all’atto pratico e fatalmente li “dimentica”. Quindi la filosofia sarebbe superiore a ogni scienza in quanto essa è in grado di porre domande al di là dell’oggettivazione scientifica e di trasferire dalla modalità del noto a un sapere esplicito ciò che è meramente saputo e che riguarda in modo essenziale la nostra esistenza. Da questo sfondo di generale svalutazione del concetto “abituale” di ragione i filosofi vengono promossi a pensatori e spinti, insieme ai poeti, verso un procedimento non discorsivo, verso una “interrogazione dell’essere”. In questo modo Heidegger disegna un quadro critico delle scienze moderne. Egli le denuncia per la loro tendenza all’oggettivazione fisica e perché mettono la natura a disposizione della tecnica, laddove queste tendenze sono considerate come le cause ultime di una fatale crisi della lontananza da Dio. In una conferenza tenuta nel 1938, Heidegger enuclea, nel corso di un’interpretazione di Cartesio divenuta famosa, “il giuoco reciproco necessario di soggettivismo e oggettivismo” come “l’essenza del Mondo Moderno”. Nel corso della riflessione rivolta al tipo di conoscenza delle scienze naturali matematiche che procedono sperimentalmente e che oggettivano metodicamente la natura, nei concetti fondamentali della filosofia del soggetto si costituisce la soggettività dell’Io conoscente capace di rappresentazione: “Questa oggettivizzazione dell’ente si compie in un rappresentare, in un porre-innanzi [vor-stellen] che mira a presentare ogni ente in modo tale che l’uomo calcolatore possa esser sicuro [sicher], cioè certo [gewiss] dell’ente”.75 Dietro l’oggettivismo del metodo di ricerca si nasconderebbe il tratto totalitario della tecnica, il quale si manifesta non solo nel “calcolo” che mette le forze naturali al proprio servizio, ma anche nella calcolante messa a disposizione di cultura e società, e persino degli accadimenti intramondani nel loro complesso.


1.5 La ricostruzione dei processi di apprendimento e la specificità del moderno

Un confronto tra queste quattro diagnosi filosofiche del nostro tempo consente di riconoscere alcuni elementi comuni. Gli autori isolano sempre dal complesso della modernità un suo tratto pregnante:


la secolarizzazione del potere statale e lo sviluppo dello Stato di diritto democratico (Carl Schmitt);

la positivizzazione di un ordine giuridico che dalla concezione antica di un ethos di giustizia distributiva collettivamente vincolante è riconvertito nei termini di uguali diritti soggettivi di ciascuno e del primato dei margini di azione privati rispetto al carattere vincolante di norme obbliganti (Leo Strauss);

la nascita di una coscienza storica che interpreta il passato a partire dall’orizzonte del futuro ed estranea gli uomini dalla natura e dall’orientamento a essa (Karl Löwith); e

l’affermazione delle scienze naturali sperimentali e matematiche e la forza trasformativa del progresso tecnico-scientifico, le quali permeano la cultura e la società nel loro insieme (Martin Heidegger).

A questi tratti della modernità gli autori fanno corrispondere altrettante tendenze di crisi, ossia:


la neutralizzazione del Politico, che si esprime nel fatto che la società perde il suo centro e la sua capacità di agire;

il degrado dell’accordo normativo di fondo e della coesione sociale;

il deragliamento totalitario della mobilitazione collettiva della società nel segno delle ideologie politiche del progresso, che si alimentano di inconfessati motivi religiosi; e, infine,

le patologie sociali di un “dominio della tecnica” (metafisico in senso lato).

In tutti questi casi le proposte terapeutiche risultano a partire dalle prospettive storiche di declino nelle quali sono descritte di volta in volta le tendenze di crisi. Questo procedimento circolare suggerisce il carattere esemplare di una figura dello spirito del passato e di una forma di vita dalla quale la modernità si è distaccata. Come per tutti i precedenti rinascimenti, l’errore consisterebbe nel distacco dal passato. Ma nella modernità la coscienza della distanza temporale si è acutizzata, cosicché il superamento della crisi non si adatta più al concetto di rinascimento. La coppia concettuale moderna (cui lo stesso Löwith fa ricorso) di “crisi e critica” riprende un motivo della storia della salvezza in modo tale da comportare la necessità di un ritorno a un passato perduto, senza bisogno di alcuna ulteriore giustificazione. Questo è il motivo per cui nessuno di questi autori si chiede, come pure sarebbe ovvio fare, perché i presunti sviluppi problematici della modernità, che dal punto di vista dei loro critici sono considerati le cause delle crisi, nella descrizione che la modernità fa di se stessa vengono considerati – come vedremo – delle conquiste.


Approdiamo così alla domanda sul diritto proprio della modernità occidentale, che Hans Blumenberg affronta in relazione al rapporto di essa con l’immediato passato del Medioevo cristiano. Egli affronta questa domanda contrastando la teologia politica di Carl Schmitt e la critica di Karl Löwith ai segreti motivi teologici presenti nella coscienza del progresso della filosofia della storia, e la pone invece come una domanda sulla “legittimità dell’età moderna”76: può la modernità giustificare i propri principi di conoscenza, i suoi fondamenti giuridici e morali, le sue idee di autodeterminazione e di autorealizzazione, la sua autocomprensione storica quale “nuova” epoca di autocritica liberazione dal pregiudizio e dalla repressione operando in maniera razionale, ossia attingendo interamente dai propri contenuti profani e postmetafisici, oppure essa rimane in realtà impigliata nelle fonti religiose che essa rifiuta?77 Blumenberg si volge contro l’affermazione – o la paura – che le continuità semantiche tra i concetti fondamentali cristiani e quelli moderni – che Schmitt e Löwith vorrebbero attestare rispettivamente per quanto riguarda lo Stato di diritto e il pensiero storico – dimostrino una dipendenza genealogica della modernità da una tradizione rimossa ma non superata. Egli vuole invece giustificare la rottura effettivamente consumatasi tra la modernità e il pensiero del Medioevo cristiano distinguendo tra la continuità delle domande antropologiche fondamentali, che egli considera costanti, e la discontinuità delle risposte che questi problemi trovano in epoche diverse.78 Per esempio, parlando della “ricollocazione” dell’escatologia nell’ambito mondano del progresso, egli afferma: “Ciò che è decisivo è sapere se questa condizione [l’eschaton] sia immanente oppure trascendente, se l’uomo la possa raggiungere impegnando la propria forza oppure se oltre a ciò egli dipenda dalla grazia, impossibile a meritarsi”.79 L’apparenza di continuità sorgerebbe solo mediante l’interesse non soddisfatto alla soluzione di problemi dell’umanità ai quali lo spirito moderno si dedica nuovamente sotto altre premesse. Per questo motivo, sul piano semantico, la secolarizzazione non si rispecchierebbe in una “trasposizione” di contenuti teologici in contenuti secolari; sarebbe piuttosto l’eccedenza di problemi rimasti irrisolti che colloca nuove risposte all’ombra di vecchie domande e che, al contempo, contribuisce all’utilizzo metaforico del vocabolario teologico che era già stato svalutato sul piano sistematico. Poiché Blumenberg paventa un oscuramento del nuovo, preferisce parlare di “rioccupazione” [Umbesetzung] piuttosto che di “trasposizione” [Umsetzung].


Anche prescindendo del tutto dalla domanda se l’asserita continuità del cosiddetto problema “antropologico” di fondo non sia altrettanto problematica dell’idea – rigettata – della continuità delle risposte, Blumenberg pone alla base della sua critica una strana domanda. La scelta del termine “legittimazione” (dell’età moderna) suggerisce un parallelismo tra la giustificazione dell’autocomprensione moderna e la giustificazione di un assetto di dominio politico. Quando chiama in causa la legittimità del dominio per confrontarla con la giustificazione del pensiero filosofico dell’età moderna (o della filosofia del soggetto che sorge nel XVI secolo), Blumenberg sembra servirsi, come tertium comparationis, del pensiero della sovranità esterna del potere statale, che deriva dal diritto dei popoli. Ma è sensato parlare della “sovranità” dell’autocomprensione di un’epoca in confronto all’epoca precedente allo stesso modo in cui si parla della sovranità di uno Stato rispetto a Stati concorrenti? In questo prestito semantico dalla teoria politica si tradisce una singolare preoccupazione per il nesso genealogico – di fatto esistente ma innocuo – tra la modernità e un passato che, nel corso di un processo di formazione, rimane ancora un fatto determinante per il presente perché è il proprio passato, anche quando è stato lasciato consapevolmente alle spalle. Naturalmente la modernità, rielaborando processi di apprendimento scientifici, giuridici, sociali e politici, ha dovuto rivedere convinzioni tramandate. Ma ai miei occhi una rielaborazione rammemorante del proprio processo di formazione che conservi un autoriferimento genealogico non è preoccupante; patologiche sono piuttosto le conseguenze della rimozione di un simile nesso.


Il nucleo razionale dell’argomento di Blumenberg consiste nel fatto che le concezioni risultanti dalla revisione di errori non hanno bisogno di nessun’altra giustificazione al di là delle ragioni che hanno condotto a questa stessa revisione. Blumenberg si riferisce a questa proprietà dei processi di apprendimento, ossia che essi, per così dire, si giustificano in modo immanente, quando egli, contro Carl Schmitt, insiste sul fatto che il razionalismo dell’illuminismo in quanto tale non ha bisogno di alcuna giustificazione.80 Per questo motivo, quando si traducono in chiave secolare i contenuti semantici delle tradizioni religiose, la questione della dipendenza delle pretese di validità del lato secolare dalle tradizioni teologiche non si pone. Non si tratta di dipendenza o di indipendenza, né, più in generale, di questioni di potere. Si tratta di questioni di verità. Anche quando c’è da dimostrare un’autoillusione con gli strumenti della critica dell’ideologia, in ultima analisi non si ha a che fare con indicatori di analogie semantiche, ma con ragioni.81 È per questo che la critica di Hans Blumenberg va nella direzione giusta. Gli autori delle storie del declino della modernità non si sono chiesti seriamente se i pionieri filosofici del XVII e del XVIII secolo avessero buone ragioni per abbandonare il concetto greco o cristiano di logos o la ragione divina e assumere come modello, al loro posto, le scienze naturali matematiche o la giurisprudenza e il diritto dei popoli. Non si sono chiesti se essi non avessero buone ragioni per sostituire le domande ontologiche con quelle gnoseologiche; per interessarsi all’idea di autoconservazione piuttosto che a quella di essere; per differenziare il concetto di ragione in modo tale che a diverse categorie di questioni – questioni empiriche e teoretiche, morali e giuridiche, etiche, estetiche ed espressive – non si dovesse più rispondere in un unico modo, ossia nella prospettiva di un pensiero cosmologico o teologico (un pensiero del bene o di Dio capace di istituire unità); e se essi non avessero buone ragioni anche per esigere per ciascuno di questi aspetti altre categorie di ragioni e altri modelli di giustificazione.


1.6 Il progetto di una genealogia del pensiero postmetafisico

Indicazioni sistematiche per il progetto di una genealogia del pensiero postmetafisico si ricavano dal discorso ora esposto, nel quale le parti in causa hanno cercato di chiarire la loro autocomprensione della filosofia mediante un’autocomprensione critica della modernità. La replica di Hans Blumenberg alle storie di declino della modernità spiega il percorso [Weichen­stellung] verso il modo di pensare secolare della moderna filosofia come il risultato di processi di apprendimento; in questo modo il pensiero moderno può giustificarsi in maniera immanente. Nella modernità, determinati tipi di ragioni non “contano” più, mentre noi dobbiamo accettare altre classi di ragioni, differenziate secondo aspetti di validità: noi “conosciamo” i modelli di giustificazione che determinati tipi di questioni “richiedono”. Solo quando questo “sapere-come” divenuto un habitus viene problematizzato, si pone la questione fondamentale che per me è più importante: perché noi abbiamo accettato come generalmente vincolanti le pratiche cognitive cui ci affidiamo intuitivamente per generare risultati razionali. E a quel punto dobbiamo chiarire retrospettivamente come sia potuto accadere che filosofi che riflettono sulle loro abituali competenze di regola non considerino più plausibili altri modelli di spiegazione e altre interpretazioni del mondo diverse da quelle secolari e postmetafisiche. Questo modo di auto-accertamento fallisce quando noi esaminiamo sistematicamente i limiti della conoscenza postmetafisica in maniera immediata, in un certo senso senza un controllo incrociato storico.


Naturalmente la teoria dell’argomentazione può legittimamente elencare e analizzare i modelli correnti delle spiegazioni scientifiche. Anche in altri ambiti si possono analizzare logicamente modelli di fondazione e di giustificazione razionalmente accettabili. Questo procedimento conduce: nella teoria della morale e del diritto ai relativi principi; nell’etica alla distinzione di un ordine transitivo di orientamenti di valore di volta in volta rilevanti; nell’estetica a precise forme di critica delle fluttuazioni altamente differenziate degli organi di senso coinvolti nell’esperienza estetica; e in tutti i possibili ambiti conduce a modelli argomentativi che possono contare ragionevolmente su un consenso motivato razionalmente. In questo modo potremmo fare un abbozzo approssimativo delle forme e delle vie del pensiero postmetafisico oggi generalmente accettate. Ma anche qualora non ci fosse alcuna controversia di principio sull’ampiezza, ossia sui confini più o meno vasti di ciò che è accettabile razionalmente, dovremmo comunque affrontare l’obiezione che noi ci muoviamo narcisisticamente sempre nel nostro orizzonte argomentativo, e in tal modo pregiudichiamo la questione davvero controversa. In ogni singolo caso controverso si mostrerebbe infatti che simili determinazioni di razionalità limitanti dovrebbero essere comprese come proposte di definizione oppure come descrizioni di modi di comportamento discorsivi empiricamente diffusi. Ma per accertarci dell’adeguatezza dell’autocomprensione riflessiva di un modo di pensare filosofico nel suo insieme non usiamo né definizioni né descrizioni. Per questo la questione si sposta dalla validità alla genesi delle convinzioni, una genesi intesa come razionale: solo i modelli argomentativi formatisi nel corso di processi di apprendimento che possiamo ripercorrere [nachvollziehen] razionalmente non hanno bisogno di alcuna ulteriore giustificazione. Per questo motivo non si può rispondere a questa domanda solo mediante una descrizione storica dei percorsi lungo i quali il pensiero postmetafisico si è sviluppato e noi abbiamo trovato il nostro posto in esso. Per accertarci di una convinzione intuitiva la spiegazione genetica deve condensarsi in una illustrazione ricostruttiva di momenti storici di apprendimento, ossia di passi in avanti che non devono mostrarsi plausibili solo ex post, ma che, come fasi di apprendimento, devono aver convinto anche coloro che vi hanno preso parte. Noi vogliamo sapere per quali ragioni ripercorribili dal loro interno il pensiero postmetafisico si è sostituito in larga misura ai modi di pensare più antichi, in ogni caso intra muros. Soltanto la dinamica ripercorribile razionalmente dell’acquisizione delle nostre convinzioni epistemiche di fondo fa sì che la validità dei presupposti, ormai ovvi, della comprensione moderna del sé e del mondo si liberi da una contingenza affermata in modo provocatoriamente dogmatico o, altrimenti, denunciata col senso profondo della storia dell’essere. Così spero che alla fine la mia esposizione della genealogia del pensiero postmetafisico possa mostrare con ragioni convincenti perché le dottrine e gli sviluppi filosofici diagnosticati come esiziali da Carl Schmitt, Leo Strauss, Karl Löwith e Martin Heidegger possano valere invece come progressi della conoscenza.


Quando si tratta di ricostruire passi avanti nell’apprendimento non è chiaro perché si debba parlare di “genealogia”. Se comprendo bene, questa espressione introdotta da Nietzsche, ma del tutto priva di una spiegazione analitica, dovrebbe richiamare l’attenzione sulle tracce contingenti che un opaco contesto di nascita ci lascia nella forma di idee che abbagliano e in un certo senso imprigionano. Nella scelta di questa immagine Nietzsche sembra pensare al mitico destino di legami familiari che continuano a persistere in forma irriflessa. La “genealogia” dovrebbe mettere a nudo la tara nascosta che la storia del cristianesimo ha provocato attribuendo validità alla “morale degli schiavi” cristiana. Tuttavia anche quando l’influenza del destino è eliminata da un atto consapevole di negazione, nella continuità di un processo di formazione il passato negato viene “superato” e “conservato” nel doppio senso del termine Aufhebung. Amy Allen ha richiamato la mia attenzione sulla distinzione tra una genealogia “sovversiva”, una “problematizzante” e una “vendicatrice”.82


La genealogia sovversiva muove dall’ipotesi che i discorsi o gli enunciati esaminati si colleghino a funzioni latenti di mantenimento del potere che per l’osservatore stanno in contrasto con il contenuto manifesto che i partecipanti considerano indiscusso. Una genealogia problematizzante prende invece in considerazione il riferimento pragmatico ai destinatari, i quali sono resi insicuri dalla forza chiarificante di queste analisi critiche del contesto di nascita delle loro proprie convinzioni; a questo riguardo sussiste una parentela con la critica dell’ideologia, anche se l’espressione “genealogia” (come si può constatare in Foucault) non ha più la connotazione hegelo-marxista e freudiana di una liberazione mediante l’autoriflessione. Infine la genealogia vendicatrice ha in comune con questi due tipi, in primo luogo, soltanto il riferimento alla contingenza del contesto di nascita delle proprie idee, e anche la distanza dall’ingenuità di una comprensione “vigente” del sé e del mondo che scompare quando le sue strutture diventano coscienti a seguito di un processo di apprendimento. Per esempio le premesse secolari del pensiero postmetafisico appaiono sotto un’altra luce quando apprendiamo che queste non sono dovute a un ritorno al pensiero greco precedentemente deformato, sfigurato e seppellito dal cristianesimo dell’“oscuro Medioevo”, ma a un discorso teologico di lungo respiro sulla fede e il sapere. L’analisi genealogica dei processi di apprendimento sarebbe invero una contraddizione in sé, se non fosse impostata in modo tale da preservare, sul piano logico-­semantico, l’indipendenza della validità degli enunciati dalla loro genesi. La ricostruzione dei processi di apprendimento dai quali è scaturito il pensiero postmetafisico non sminuisce per nulla la forza di convinzione dei suoi presupposti, ma allarga la comprensione del suo contesto di nascita in modo tale da rendere visibili non solo i guadagni, ma anche i costi di questo processo di apprendimento. La svolta antropocentrica nella comprensione di sé e del mondo continua a essere considerata come un progresso irreversibile della conoscenza, ma per noi, gli eredi di questo progresso, le sue rilevanze mutano alla luce dell’orizzonte di scoperta [Entdeckungshorizont] genealogicamente allargato e reso visibile nelle sue contingenze. L’autorafforzamento dei soggetti socializzati comunicativamente, che diventano anche consapevoli delle restrizioni dovute alla loro collocazione nella storia, nella cultura e nella società, rappresenta un’“emancipazione” altamente ambivalente: certamente nel senso di una liberazione che conduce all’uso autonomo della ragione, ma al contempo anche nel senso di dover imparare a dominare con le proprie forze la crescita veloce delle contingenze di una complessità sociale da noi stessi generata. Certo la secolarizzazione della comprensione cristiana di sé e del mondo sposta il locus of control dagli interventi salvifici di Dio all’uso che adesso gli stessi soggetti socializzati comunicativamente devono fare della loro libertà razionale; ma già in questo “dovere” si tradisce il significato ambivalente che questa emancipazione porta con sé nel corso della disillusione [Ernüchterung]. Portatrice di disillusione – come Benjamin lamenta nel suo famoso scambio epistolare con Horkheimer – è la pretesa insopportabile, rivolta a individui autonomi, di dover convivere con lo squilibrio morale dovuto all’irreversibilità della sofferenza impunita di vittime innocenti e con le conseguenze non rivedibili dei propri errori irreparabili. Altrettanto deludente è la misura finora inimmaginabile della disposizione all’intesa e alla cooperazione necessaria per raccogliere forze disperse quando si tratta di istituzionalizzare un agire collettivo di portata globale sempre più inclusivo, giustificato sulla base di una formazione discorsiva della volontà.


Occorre porsi allora la domanda sul perché di una “genealogia”. Ciò che differenzia il procedimento genealogico da una storia delle idee e dei problemi sono questi processi di apprendimento, volti a risolvere problemi ma non spiegabili solo sulla base di una logica interna. Essi sono collocati in contesti di nascita contingenti, ma vengono generalizzati nella forma di una teoria della società. Questo procedimento tiene conto del fatto che il rapporto autoreferenziale, proprio dell’elaborazione del sapere mondano accumulato, collega la prestazione cognitiva della riflessione filosofica su di sé e sul mondo [Selbst- und Weltverständigung] con la funzione che una comprensione di sé e del mondo capace di generare identità [identitätsstiftendes Welt- und Selbstverständnis] e condivisa collettivamente soddisfa al fine del mantenimento della coesione sociale. Con lo sguardo rivolto al contesto storico-sociale di nascita, il procedimento genealogico tiene conto del fatto che la filosofia, chiarificando razionalmente l’autocomprensione della società, contribuisce anche all’integrazione della società, e per questo motivo è coinvolta a sua volta nella riproduzione della società. La dinamica dei processi di apprendimento che spinge lo sviluppo delle immagini del mondo parte da entrambi i versanti: tanto da quello dell’accumulazione del sapere mondano quanto da quello dell’evoluzione sociale e delle sue crisi. Poiché la metafisica compare solo nelle società dell’età assiale organizzate in forma statuale, l’elaborazione riflessiva dei temi dell’integrazione sociale assume soprattutto la forma di una teoria politica, cui si ricorre per la legittimazione del potere nelle città-Stato o negli imperi. In Occidente è stata la religione ad assumere questo ruolo, perché la filosofia in questo caso ha instaurato una divisione del lavoro con il cristianesimo. Ma questo collegamento spiega anche perché, con la secolarizzazione del potere statale, il compito della legittimazione del potere spetta a sua volta alla filosofia: nelle democrazie liberali essa si fa carico della fondazione razionale e giuridica delle norme costituzionali, e in tal modo assume per l’integrazione politica una funzione vitale, sebbene suscettibile di ideologia.


Tuttavia c’è differenza tra soddisfare questa funzione in maniera meramente latente e riconoscere le costellazioni sociali nelle quali le immagini del mondo soddisfano una simile funzione. Solo quando, verso la fine del XVIII secolo, l’economia politica e la sociologia si differenziano dalla filosofia morale scozzese, la società incontra la filosofia in un certo senso da entrambi i lati: ciò che etica, politica e filosofia del diritto fino a quel momento avevano osservato dalla prospettiva del partecipante, quindi da punti di vista normativi, si dischiude da quel momento anche empiricamente dal punto di vista dell’osservatore che pratica la scienza sociale. La filosofia a sua volta dovette reagire a una crescita del sapere mondano e includere le conoscenze di scienza sociale acquisite dalla prospettiva dell’osservatore nelle riflessioni normative dei filosofi, i quali sono partecipanti coinvolti, ma nello stesso tempo hanno un contatto intuitivo con il processo, carico di tensioni, dell’integrazione sociale. Il tentativo filosofico non solo di non separare queste due prospettive, ma anche di mettere in relazione reciproca le relative conoscenze, fonda all’inizio del XIX secolo un nuovo tipo di teoria della società e spiega, in ultima analisi, anche il nostro sguardo genealogico sui processi di apprendimento dai quali è scaturito il pensiero postmetafisico. Potrò ricorrere solo brevemente ai risultati delle ricerche di teoria sociale al fine di tenere d’occhio, per grandi linee, le trasformazioni e le crisi socio-evolutive e quindi la dinamica sociale cui il pensiero filosofico reagisce apprendendo nel corso dello sviluppo delle immagini del mondo – una reazione simile a quella con cui esso reagisce ai dissonanti progressi della conoscenza nel rapporto scientifico con la natura.


Anche se la filosofia può assumere questa duplice prospettiva solo a partire dalla scientificizzazione del sapere della cultura e della società, le sfide e gli stimoli portatori di problemi che le immagini del mondo hanno rielaborato al loro interno vengono fin dall’inizio da entrambe le fonti. O il sapere mondano accumulato viene integrato nelle cornici interpretative di volta in volta esistenti, oppure esso conduce alla ristrutturazione delle cornici stesse. Ma anche il mutamento di forma dell’integrazione sociale va di pari passo con l’ampliamento delle forme di cooperazione e delle prospettive sociali, vale a dire con lo sviluppo di concezioni normative. Come vedremo, le immagini del mondo possono conservare potenziali di soluzione di problemi che rimangono latenti per lungo tempo o sono evocati solo retoricamente prima di poter essere effettivamente esauriti.


Prima di fare un abbozzo degli assunti di sfondo di teoria della società di cui mi servirò per la genealogia del pensiero postmetafisico, occorre ancora chiarire due questioni: perché è consigliabile questa genealogia condotta lungo il filo conduttore del discorso sulla fede e il sapere? E cosa significa per la pretesa di universalità del pensiero postmetafisico il fatto che esso si limiti al percorso di sviluppo occidentale?

Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa Jurgen Habermas

 

"Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa" (A New Structural Transformation of the Public Sphere and Deliberative Politics - 2023)
Jurgen Habermas


Recensione 
P.b.
Habermas è  un pensatore che ha affrontato temi di grande rilevanza attuale. Perché oggi tanti dibattiti pubblici sembrano “impossibili”??: perché non rispettano più le condizioni del discorso ideale. Habermas ci ricorda che la razionalità non è morta… è solo che spesso non la pratichiamo. È un’analisi che lui stesso ha aggiornato fino agli ultimi anni, soprattutto nel libro
"Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa" (A New Structural Transformation of the Public Sphere and Deliberative Politics - 2023), dove descrive come i social media stiano disintegrando la sfera pubblica democratica. I dibattiti sembrano impossibili non perché gli esseri umani siano diventati stupidi o cattivi, ma perché le condizioni istituzionali e tecnologiche premiano il contrario dell’etica del discorso. Habermas ci dice: non è inevitabile. Possiamo ricostruire la sfera pubblica – ma serve volontà politica e culturale.
Nel libro del 2023 (i meccanismi concreti della “disintegrazione”)
Habermas non è un luddista anti-tech: riconosce che all’inizio i social media sembravano emancipatori (maggiore inclusione, voci dal basso). Ma poi il “nuovo strutturale cambiamento” ha prodotto tre effetti letali:
Frammentazione in “bolle semi-pubbliche” invece di una sfera unica
Gli algoritmi non favoriscono l’incontro tra diversi, ma l’omofilia (simile con simile). Nascono migliaia di mini-sfere che non si parlano: una bolla pro-Palestina, una pro-Israele, una MAGA, una woke. Risultato: non c’è più “discorso” comune, ma solo monologhi paralleli. La “situazione discorsiva ideale” (inclusione paritaria) viene sabotata alla radice.
Coercizione invisibile dell’economia dell’attenzione + capitalismo di piattaforma
Decide solo “la forza del migliore argomento”? No: decide chi genera più engagement (indignazione, paura, meme).
Sincerità? No: performative outrage, bot, deepfake, account fake.
Orientamento all’intesa? No: orientamento al successo (like, follower, click, donazioni, potere politico).
Habermas lo chiama “colonizzazione del mondo vitale da parte del sistema” 2.0: denaro (Meta, X, TikTok) e potere (algoritmi opachi) invadono lo spazio della comunicazione libera.
Crisi del gatekeeping e della verifica fattuale
Nel 1962 Habermas lodava i media tradizionali (giornali, TV) come “filtri” che elevavano il dibattito. Oggi i social li hanno sostituiti con un “pubblico senza gatekeeper” in cui chiunque può pubblicare, ma nessuno è tenuto a rispondere razionalmente. Le pretese di validità (verità, correttezza, sincerità) diventano opzionali. Esempio perfetto: i “like” della moglie di Mamdani diventano virali prima ancora che si possa discutere i fatti, le intenzioni, le conseguenze – e il dibattito si chiude in insulti (“è privato!” vs “è scandaloso!”) invece di aprirsi.
Ecco perché tanti dibattiti su Israele/Gaza, genere, immigrazione, vaccini, elezioni sembrano bloccati: non violano solo le regole della cortesia, violano le presupposizioni trascendentali del discorso stesso. Chi partecipa sa già che non c’è parità, non c’è libertà da coercizione, non c’è ricerca sincera di consenso. Quindi o si urla, o si esce, o si resta nella propria bolla.


"Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa"

Ecco una selezione di estratti essenziali dal libro "Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa" di Jürgen Habermas 
Questi sono i passaggi più rappresentativi e “essenziali” che Habermas stesso considera centrali (riprodotti verbatim dall’edizione italiana).

1. Definizione aggiornata della sfera pubblica (pp. 4-5)
«Una struttura funzionalmente differenziata delle società moderne, collocata tra la società civile e il sistema politico» avente fondamentalmente il compito di una «integrazione politica dei cittadini» che assicuri la sussistenza del sistema democratico stesso attraverso un confronto discorsivo dei cittadini e delle loro ragioni.
«Il progresso tecnologico della comunicazione digitalizzata promuove la tendenza alla dissoluzione dei confini oltreché la frammentazione della sfera pubblica» (p. 5).

2. La cesura storica dei media digitali (p. 41)
«Non si tratta infatti di una semplice espansione dell’offerta mediatica, ma dell’introduzione di una cesura nella storia dell’umanità, paragonabile all’introduzione della stampa».

3. Migrazione della morale nei diritti e progetto moderno incompiuto (pp. 9-10)
«… la sostanza della morale basata sulla ragione viene a migrare nel medium del diritto costituzionale costrittivo, costituito dai diritti soggettivi!»
I «contenuti ancora insaturi» (p. 10) dei diritti ci restituiscono alla questione del moderno come progetto incompiuto.

4. Funzione razionalizzante e formazione dell’opinione (pp. 13-14, 19, 25)
«Quello di ricostruire razionalmente tali principi [di un ordinamento giusto] a partire dalle aspettative intuitive dei cittadini» (p. 13).
La sfera pubblica «esplicita la coscienza implicita nella massa dei cittadini che partecipano alla vita politica» e arriva così parimenti a «plasmare la loro autocomprensione normativa» (p. 14).
«La forza razionalizzante» (p. 25) della sfera pubblica.
«Il contributo della sfera pubblica politica alla formazione democratica dell’opinione e della volontà è limitato perché, di regola, lì non vengono prese decisioni collettivamente vincolanti» (p. 19).

5. Effetto dei social media: scomparsa della distinzione pubblico/privato e sfera semipubblica (pp. 64-66)
«A seguito di un uso più o meno esclusivo dei social media da alcune parti della popolazione, la percezione della sfera pubblica potrebbe essere cambiata in modo tale da far svanire la distinzione tra “pubblico” e “privato” e quindi il senso inclusivo della sfera pubblica» (p. 64).
«Sfera semipubblica» (p. 66) – i messaggi creati nella privatezza sono rivolti a un pubblico potenzialmente illimitato.

6. Crisi della democrazia deliberativa (p. 69)
«Un sistema democratico è compromesso nel suo complesso quando l’infrastruttura della sfera pubblica non è più in grado di dirigere l’attenzione dei cittadini su questioni rilevanti, necessarie di decisioni, e non è più in grado di garantire la formazione di opinioni pubbliche concorrenti, cioè qualitativamente filtrate».

7. Proposta normativa conclusiva – imperativo costituzionale sui media (p. 71)
I prodotti delle piattaforme di comunicazione digitale «non dovrebbero essere soggetti agli standard qualitativi delle merci, bensì agli standard cognitivi dei giudizi, senza i quali non può esistere per noi né l’oggettività del mondo dei dati di fatto né l’identità e la comunanza del nostro mondo condiviso intersoggettivamente».
«È un imperativo costituzionale mantenere una struttura mediatica che permetta il carattere inclusivo della sfera pubblica e un carattere deliberativo per la formazione dell’opinione e della volontà pubblica».

8. Distinzione innovativa introdotta (citata nell’Avvenire 13/5/2024 come “ampio estratto” dal saggio centrale)
Habermas propone per la prima volta la distinzione tra «cittadino dello Stato» (Staatsbürger) e «cittadino della società» (Gesellschaftsbürger), per sottolineare il ruolo attivo della società civile nella formazione deliberativa dell’opinione oltre la mera cittadinanza formale.

RAGIONEVOLE" CONTRO "VERO" La morale delle visioni del mondo Jurgen Habermas

 


"RAGIONEVOLE" CONTRO "VERO"

La morale delle visioni del mondo

Jurgen Habermas

Recensione 

P..b.

La tesi di Habermas è netta: separare radicalmente «ragionevole» e «vero» rischia di svuotare la ragione pratica, riducendola a una «morale delle visioni del mondo» (Moral der Weltbilder) fragile e asimmetrica. Le dottrine comprensive continuano a rivendicare una pretesa di verità (wahr), mentre il politico resta confinato a una ragionevolezza «di secondo ordine» che dipende surrettiziamente da quelle verità private per ottenere adesione. Il risultato è un consenso sovrapposto instabile, più negoziato che realmente argomentato.

Habermas contrappone la propria prospettiva: la validità normativa (correttezza, Richtigkeit) non è né verità fattuale né mera ragionevolezza politica, ma emerge da processi discorsivi razionali in cui tutti gli interessati possono partecipare in condizioni ideali (Principio D: «Sono valide soltanto le norme che tutti i potenziali interessati potrebbero approvare partecipando a discorsi razionali»). La morale post-metafisica non è una dottrina comprensiva tra le altre, ma una ricostruzione delle condizioni pragmatico-trascendentali dell’agire comunicativo. Le visioni del mondo restano «vere» per i loro aderenti, ma devono sottoporsi al filtro della ragionevolezza discorsiva nel foro pubblico senza essere neutralizzate del tutto.

Habermas intende qui una distinzione cruciale tra pretesa di verità “interna” alle visioni del mondo (Weltbilder o dottrine comprensive) e la loro traduzione/validazione pubblica attraverso il discorso razionale, evitando sia il relativismo totale sia la neutralizzazione secolarista rigida che Rawls sembra implicare.

In questo saggio (1996), Habermas parte dalla constatazione del pluralismo moderno: le visioni del mondo (religioni, metafisiche, etiche comprehensive) continuano a rivendicare per i loro aderenti una pretesa di verità cognitiva e esistenziale (wahr). Non sono semplici «opinioni private» o preferenze soggettive: forniscono orientamento di vita, senso, identità, motivazione morale e risorse semantiche (concetti di giustizia, dignità, solidarietà, peccato, redenzione ecc.). Negare questa verità interna significherebbe relativizzarle del tutto o trattarle come mere «dottrine comprensive» da tenere fuori dalla politica, come fa in parte Rawls con l’overlapping consensus e la concezione «freestanding» della giustizia. Per i credenti o gli aderenti, queste visioni restano «vere» nel senso forte: strutturano il loro mondo vitale, non sono negoziabili come un’opinione politica qualunque.

Tuttavia, in una società pluralista democratica, queste stesse visioni non possono più pretendere di imporsi direttamente come base di norme coercitive (leggi, diritti, politiche pubbliche). Devono quindi sottoporsi al filtro della ragionevolezza discorsiva nel foro pubblico (Öffentlichkeit). Questo filtro è dato dalla teoria dell’agire comunicativo e dall’etica del discorso:

Principio D: «Sono valide soltanto le norme d’azione che potrebbero trovare l’approvazione di tutti i potenziali interessati in quanto partecipanti a discorsi razionali».

Principio U (principio di universalizzazione): una norma è giusta se gli interessi di tutti possono essere soddisfatti in modo paritetico.

In pratica, significa che:

Chi porta in pubblico una ragione tratta dalla propria visione del mondo (es. un argomento religioso sulla vita umana o sulla giustizia sociale) deve poterla formulare in modo accessibile e reciproco: deve essere pronta alla traduzione in linguaggio secolare/generalizzabile, deve accettare di sottoporsi a contro-argomentazioni, e deve mirare a una validità che tutti gli interessati (credenti e non) possano in linea di principio riconoscere come corretta (richtig, cioè moralmente valida, non necessariamente «vera» in senso fattuale o metafisico).

Il discorso separa i tre tipi di validità: verità (oggettiva), correttezza normativa (morale/politica) e autenticità (soggettiva). Le visioni del mondo portano la loro «verità» e autenticità, ma nel pubblico contano solo se passano il test della correttezza discorsiva.

Senza essere neutralizzate del tutto: questo è il punto anti-rawlsiano e anti-laicista rigido più importante. Habermas rifiuta l’idea che le visioni del mondo debbano essere «depotenziate», privatizzate o ridotte a mero sfondo motivazionale invisibile (come nel consenso sovrapposto rawlsiano, che Habermas vede come asimmetrico e instabile: il politico «ragionevole» vive parassitariamente delle verità comprehensive che però non può toccare). Invece:

Le dottrine comprensive possono entrare nella sfera pubblica con tutta la loro carica semantica e motivazionale (soprattutto nella società civile informale, prima della traduzione istituzionale).

La loro «verità» interna resta intatta per chi le professa e può persino arricchire il discorso pubblico (es. il concetto cristiano di «dignità dell’uomo creato a immagine di Dio» può essere tradotto in «dignità incondizionata» senza perdere del tutto il suo potenziale ispiratore).

Non sono «neutralizzate» nel senso che non vengono espulse o sterilizzate: il cittadino religioso o metafisico non deve fingere di non crederci davvero quando parla in pubblico; deve solo accettare il «proviso» della traducibilità e della parità discorsiva. In cambio, anche i cittadini laici devono essere aperti ad apprendere da quelle visioni (complementary learning process, che Habermas svilupperà poi esplicitamente nel 2005 in «Religione nella sfera pubblica»).

In sintesi: le visioni del mondo restano vere per i loro aderenti (dimensione esistenziale e cognitiva privata/comprensiva) ma diventano ragionevoli nel pubblico solo se passano il vaglio discorsivo. Questo filtro le «filtra» (esclude l’imposizione dogmatica e l’irrazionalità), ma non le «neutralizza» (non le svuota, non le riduce a folklore o a mera preferenza). Il risultato è una democrazia deliberativa più inclusiva e meno «fredda» di quella rawlsiana: il pluralismo è rispettato, ma la legittimità delle norme resta ancorata a una ragione post-metafisica procedurale che però dialoga con le risorse di senso delle tradizioni.

Questa posizione è coerente con tutta l’opera habermasiana (da Teoria dell’agire comunicativo a Fatti e norme): la modernità razionalizza il mondo vitale senza cancellarne le riserve di significato. È una via di mezzo tra laicismo aggressivo (che neutralizza) e multiculturalismo relativista (che lascia le verità intatte ma senza filtro comune). Per approfondire, il passo chiave è in L’inclusione dell’altro, pp. 88-115 (ed. it. Feltrinelli), e si confronta utilmente con il saggio successivo di Habermas su religione e sfera pubblica (2005/2008).


“RAGIONEVOLE" CONTRO "VERO"

John Rawls dà per scontato che la sua idea di “giustizia come equità” sia una concezione “autonoma” [freistehende]: essa si muoverebbe esclusivamente all’interno dell’ambito del politico e lascerebbe la filosofia “così come è”. Lo scopo e la praticabilità di questa “strategia dell’evitare” dipendono naturalmente da ciò che intendiamo con il termine “politico”. Rawls utilizza questa espressione in primo luogo per designare l’ambito di una teoria politica che prende a oggetto il quadro istituzionale e la struttura di base di una società (moderna). Ora, si può sempre polemizzare sulla scelta, più o meno convenzionale, di concetti teorici fondamentali, ma tali discussioni diventano oziose nel momento in cui una certa teoria si dimostra utilizzabile. Invece un uso diverso e meno banale dell’espressione – dove vediamo il “politico” contrapporsi al “metafisico” – certamente solleva controversie che non si lasciano mettere da parte altrettanto facilmente.


Rawls utilizza l’aggettivo “politiche” – in contrapposizione a “metafisiche” – per caratterizzare quelle concezioni della giustizia che, soddisfacendo un importante requisito del liberalismo, sono neutrali nei confronti delle immagini del mondo e delle comprehensive doctrines rivali. All’aggettivo “politica” Rawls collega una particolare interpretazione della neutralità: il senso della neutralità “è che dobbiamo distinguere il modo in cui una concezione politica è presentata e il suo essere parte, o conseguenza, di una dottrina comprensiva”1. Il tipo di neutralità che contraddistingue la natura “politica” della “giustizia come equità” si caratterizza per il fatto che questa concezione può essere presentata come “autonoma”, laddove il significato del termine “autonoma” è chiarito da Rawls per mezzo di uno dei presupposti più importanti della sua teoria. “Io assumo che tutti i cittadini affermino una dottrina comprensiva alla quale la concezione politica che accettano è in qualche modo correlata; ma uno dei caratteri distintivi di una concezione politica è proprio il suo essere presentata come concezione autonoma ed esposta a prescindere da un simile sfondo più generale, ovvero senza esservi riferita. […] La concezione politica è un modulo […] che si adatta a varie dottrine comprensive ragionevoli, le quali hanno un’esistenza duratura nella società da essa regolata, e trova in queste un sostegno”.2


In questo secondo significato l’aggettivo “politica” si riferisce non a una materia determinata, ma a uno status epistemico particolare cui le concezioni politiche della giustizia aspirano: esse devono inserirsi [sich einfügen] in diverse concezioni del mondo senza generare contraddizioni. Per un verso esse possono essere fondate soltanto all’interno di una dottrina comprensiva, per l’altro verso possono essere rappresentate ed “esplicitate” – ovvero plausibilmente introdotte – indipendentemente da contesti sostantivi. Anche il liberalismo politico rivendica uno status del genere. Siccome anche il liberalismo politico dev’essere esplicitato nel quadro di questa teoria, l’aggettivo “autonoma” acquista qui un doppio riferimento. Da un lato designa una condizione necessaria per tutte le concezioni della giustizia che vengano esaminate come candidate alla possibile inclusione in un “consenso per intersezione”. Dall’altro lato, il predicato “autonoma” deve riferirsi alla teoria stessa che lo esplicita: e “la giustizia come equità” è uno dei candidati più promettenti. Questo uso autoreferenziale dell’aggettivo “autonoma” può essere inteso come una pretesa politica. Rawls spera che la propria teoria, nelle condizioni di un “equilibrio riflessivo ampio e generale”3, offra una base a partire dalla quale i cittadini della società nordamericana (così come di qualsiasi società “moderna”) possano ottenere un consenso politico di fondo.


Meno plausibile è il modo in cui Rawls sovrappone all’uso autoreferenziale dell’aggettivo “autonoma” un’ulteriore pretesa di tipo teorico. Rawls sembra credere che una teoria autonoma nell’ambito del politico sia anche autonoma nell’ambito della filosofia: essa dovrebbe eludere tutte le questioni controverse della metafisica, “leaving philosophy as it is”. Senonché Rawls non può chiarire in alcun modo lo status epistemico di una concezione autonoma della giustizia evitando di prendere posizione rispetto a questioni filosofiche che, pur non ricadendo sotto la categoria della “metafisica”, vanno tuttavia al di là della sfera del “politico”.


Certo il termine “metafisica” acquista senso in contrapposizione al “politico”. A causa del loro pluralismo religioso e culturale, le società moderne sono caratterizzate da un consenso che – nelle questioni fondamentali di giustizia politica – rimane neutrale rispetto alle concezioni del mondo e proprio perciò vien detto “per intersezione”. Indubbiamente una teoria che voglia anche semplicemente stimolare un consenso del genere deve essere “politica e non metafisica” in questo senso. Da ciò non segue però, come crede Rawls, che la teoria politica come tale possa restare completamente circoscritta “nell’ambito del politico”4 senza mai prendere posizione nelle controversie filosofiche tradizionali. Le discussioni filosofiche possono infatti oltrepassare la sfera del politico in direzioni diverse. La filosofia è una impresa che ha per fine istituzionale la ricerca cooperativa della verità, e non necessariamente intrattiene un rapporto intrinseco con la sfera “metafisica” (nel senso che questa parola ha in Liberalismo politico). Quando l’esplicitare lo status epistemico di una concezione “autonoma” ci fa impelagare in discussioni non politiche intorno a ragione e verità, ciò non significa ipso facto che ci addentriamo in domande e controversie metafisiche. Questo saggio vorrebbe chiarire questo punto in maniera indiretta e per così dire performativa. Esplicitamente, esso cercherà di chiarire lo statuto epistemico di una concezione della giustizia autonoma – autonoma in un senso politico non pregiudizievole.


Vorrei mostrare come funziona quella divisione del lavoro tra aspetti politici e aspetti metafisici che si riflette in una dipendenza particolare del “ragionevole” dal “vero”. Infatti non è per nulla evidente che (come crede Rawls) ragioni pubblicamente difendibili, e indipendenti dall’attore, debbano avere rilevanza soltanto per la “ragionevolezza” della concezione politica, mentre ragioni non pubbliche, e dipendenti dall’attore, siano sufficienti alla pretesa forte e autoctona sulla “verità” morale. La risposta, generosa e dettagliata, di Rawls alle osservazioni da me espresse in forma ancora provvisoria chiarisce, tra l’altro, quali “tipi di giustificazione” conducano a un overlapping consensus. Alla luce di queste considerazioni desidero sviluppare la tesi secondo cui non possiamo attenderci da cittadini ragionevoli alcun “consenso per intersezione”, fintanto che essi non siano in grado di adottare un “punto di vista morale” indipendente dalle (e precedente alle) diverse concezioni del mondo abbracciate da ciascuno di loro. Noi possiamo deflazionare il concetto di “ragionevole”: ma allora esso sarà troppo debole per caratterizzare la validità di una concezione della giustizia intersoggettivamente riconosciuta. Oppure possiamo definirlo in modo sufficientemente forte: ma allora l’ambito del praticamente “ragionevole” verrà a coincidere con quello del moralmente giusto. Desidero mostrare come e perché Rawls sia alla fine costretto ad attribuire il loro giusto peso alle esigenze della ragione pratica, esigenze che si impongono alle concezioni ragionevoli del mondo e non rispecchiano semplicemente un loro fortuito sovrapporsi.


Prima di entrare nel merito vorrei caratterizzare la sfida posta dalla situazione della coscienza moderna, una sfida a cui le teorie della giustizia devono reagire in un modo o in un altro (1). Passerò quindi a delineare, con la brevità necessaria, la transizione filosofica che da Hobbes conduce a Kant (2), poiché questa transizione costituisce lo sfondo per comprendere l’alternativa avanzata da Rawls (3). Nella sezione centrale del saggio analizzo il modo in cui si ripartisce l’onere della prova fra le concezioni “ragionevoli” della giustizia e le morali “vere” proprie delle concezioni del mondo (4). Poi esamino le difficoltà che da questa ripartizione sorgono ai fini della costruzione della giustificazione di un consenso per intersezione (5). Infine riprendo alcuni argomenti a favore di una concezione proceduralista – più vicina a Kant – dell’“uso pubblico della ragione” (6). Se la giustizia politica viene intesa a questo modo, l’autolegislazione democratica viene a occupare il posto tenuto dalle libertà negative nel liberalismo politico (7). L’accento si sposta così in direzione di un repubblicanesimo kantiano.


1. La condizione moderna

Il liberalismo politico rappresenta una risposta alla sfida del pluralismo. La sua preoccupazione principale è quella di pervenire a un consenso politico fondamentale che assicuri eguali libertà a tutti i cittadini, senza distinzione di provenienza culturale, convinzione religiosa e condotta di vita individuale. Il consenso cui si mira, quando si tratta di questioni di giustizia politica, non può più appoggiarsi a un ethos tradizionale che abbraccia l’intera società. Purtuttavia i membri delle società moderne continuano a condividere l’aspettativa di poter cooperare gli uni con gli altri in modo equo e non violento. Nonostante il venir meno di un consenso sostanziale sui valori, che si radichi in una visione del mondo accettata in tutto il corpo sociale, i cittadini continuano a riferirsi come prima a convinzioni e a norme morali che ciascuno suppone siano condivise da tutti. A prescindere dal problema se un mero modus vivendi potrebbe bastare, le persone si confrontano in merito a questioni morali ricorrendo a ragioni che ritengono decisive. I cittadini sostengono discorsi morali sia nell’ambito della quotidianità che della politica, in special modo riguardo a questioni di politica costituzionale. Questi discorsi continuano ad aver luogo come prima, sebbene non sia chiaro se i conflitti morali possano ancora essere risolti sulla base di argomentazioni. Implicitamente i cittadini si attribuiscono l’un l’altro una coscienza morale, o un senso di giustizia, che opera trasversalmente rispetto ai confini delle concezioni del mondo; nel tempo stesso essi apprendono a tollerare le differenze ideologiche come fonti di ragionevoli divergenze di opinione.


A questa condizione della coscienza moderna Rawls reagisce suggerendo una concezione della giustizia sufficientemente neutrale, affinché possa cristallizzarsi una intesa di fondo tra cittadini con concezioni religiose o metafisiche diverse. Filosofi morali e teorici della politica intesero generalmente come loro compito quello di elaborare un equivalente ragionevole che potesse sostituire la giustificazione tradizionale delle norme e dei principi. Nelle società tradizionali la morale era parte integrante di una concezione del inondo sacralizzata, ovvero ontologica, che poteva contare su un’accettazione pubblica. Norme e principi etici valevano come elementi di un “ordine delle cose” conforme a ragione e impregnato di atteggiamenti valutativi, ovvero come elementi di un itinerario di salvezza. Dal nostro punto di vista è interessante soprattutto il fatto che queste posizioni “realiste” potessero venire espresse nel modo assertorio di proposizioni suscettibili di verità [wahrheitsfähig]. Ma dopo la svalutazione pubblica delle argomentazioni religiose o metafisiche, e con l’affermarsi dell’autorità epistemica delle scienze empiriche, gli enunciati normativi furono distinti in modo più netto dagli enunciati descrittivi, da un lato, e dai giudizi di valore e dagli enunciati relativi a stati interni [Erlebnisaussagen], dall’altro. Quale che sia il modo in cui ci si pone nei confronti della discussione intorno all’essere e al dover-essere, con la transizione alla modernità la ragione “oggettiva”, incorporata nella natura o nelle sacre scritture, è rimpiazzata dalla ragione “soggettiva” dello spirito umano. Sorge così la domanda se le proposizioni normative abbiano ancora un contenuto cognitivo, e come possano essere fondate.


Da questa domanda si vedono sollecitati soprattutto coloro i quali – come Rawls e me – rifiutano tanto il realismo morale quanto lo scetticismo moderno. L’attribuzione reciproca di una capacità di giudizio morale – attribuzione che vediamo avvenire nella prassi quotidiana – necessita di una spiegazione che non neghi immediatamente il carattere razionale dell’argomentazione morale. Il fatto che le argomentazioni morali continuino ad aver luogo ci dice qualcosa intorno alle infrastrutture di una vita sociale che è quotidianamente attraversata da pretese di validità. L’integrazione sociale continua a dipendere da un agire orientato all’intesa che si basa sul riconoscimento di pretese di validità fallibili5.


Questo sfondo rende poco plausibile anche la premessa con cui Hobbes cercava di liberare la filosofia pratica dal vicolo cieco in cui si era cacciata. Hobbes voleva ricondurre la ragione pratica alla ragione strumentale. Nella scia del suo contrattualismo non sono sino a oggi mancate delle proposte intelligenti che concepiscono la convergenza delle ragioni morali in termini di motivazione razionale e che riconducono i giudizi morali alla scelta razionale. Il contratto sociale viene allora proposto come una procedura che soddisfa l’illuminato autointeresse dei partecipanti. I contraenti dovrebbero soltanto riflettere se sia utile o razionale – alla luce dei loro desideri e delle loro preferenze – adottare una certa regola di condotta (o un certo sistema di regole di condotta). Ma il problema del free rider mostra come questa strategia non riesca a cogliere il carattere specificamente obbligante delle norme vincolanti e degli enunciati morali validi. Mi limito qui all’argomento che Scanlon ha elaborato contro l’utilitarismo: “La valenza morale del desiderio di una persona è specificata da quella che può essere chiamata una concezione dell’argomentazione morale: non si esaurisce, come può accadere per la nozione di benessere individuale, semplicemente nell’idea di ciò che è razionale desiderare da parte di un individuo”6. Se però non è possibile spiegare il contenuto cognitivo degli enunciati normativi in base a concetti di razionalità strumentale, a quale tipo di ragione pratica dovremo allora far ricorso?


2. Da Hobbes a Kant

Si pone a questo punto l’alternativa che ha dato l’impulso decisivo allo sviluppo della teoria di Rawls: possiamo o passare da Hobbes a Kant, e sviluppare un concetto di ragione pratica che assicuri agli enunciati morali un contenuto per certi versi cognitivo, oppure ricorrere nuovamente alle tradizioni “forti” e alle dottrine “comprensive” che ci garantiscono la verità delle concezioni morali in esse incastonate. In tutte e due le direzioni ci scontriamo con delle difficoltà. Sul primo percorso dobbiamo distinguere con chiarezza la ragione pratica da quella teoretica, ma in maniera tale che la ragione pratica non venga a perdere del tutto il suo contenuto cognitivo. Sul secondo percorso ci scontriamo invece con un ostinato pluralismo delle concezioni del mondo: queste sono ritenute vere dalla cerchia dei loro adepti sebbene tutti sappiano che soltanto una di loro può essere vera.


Nella tradizione che si richiama a Kant tocca alla ragione pratica tracciare la prospettiva da cui valutare norme e principi in modo imparziale. Questo “punto di vista morale” viene operazionalizzato per mezzo di principi e procedimenti diversi. Possiamo pensare all’imperativo categorico di Kant, oppure all’assunzione ideale di ruolo in Mead, oppure alla regola dell’argomentazione di cui parla Scanlon, oppure, ancora, alla costruzione della “posizione originaria” di Rawls, che impone determinate restrizioni alla scelta razionale dei contraenti. Tutti modelli più o meno ingegnosi aventi uno stesso, identico scopo: rendere possibile un accordo, o meglio una intesa, tale da soddisfare la nostra intuizione di un eguale rispetto e di una solidale responsabilità verso chiunque. Poiché i principi e le norme selezionate in questo modo rivendicano un riconoscimento universale, l’intesa correttamente prodotta deve anche essere qualificabile in termini epistemici. Le ragioni poste sul piatto della bilancia devono avere un peso epistemico generale e non semplicemente esprimere ciò che è razionale per determinate persone dotate di determinate preferenze.


Per comprendere il ruolo epistemico di questi dibattiti e di queste consultazioni pratiche, possiamo per esempio descrivere con esattezza come – dal punto di vista morale – gli interessi personali entrati nel dibattito quali motivazioni razionali mutino di significato e di ruolo nel corso dell’argomentazione. Nei discorsi pratici, cioè, “contano” ai fini del risultato soltanto quegli interessi che si presentino come valori intersoggettivamente riconosciuti e che perciò si candidino a diventare parte del contenuto semantico delle norme valide. Questa soglia è oltrepassata soltanto dagli orientamenti di valore generalizzabili che – accettabili con buone ragioni da tutti i partecipanti (e da tutti i coinvolti) quando occorra disciplinare una fattispecie bisognosa di regolazione – ricevano per questa via una forza normativamente vincolante. Un “interesse” può essere descritto come un “orientamento di valore” quando sia condiviso da altri attori sociali in situazioni simili. Per essere preso in considerazione dal punto di vista morale, un interesse deve dunque affrancarsi dal suo legame con la prospettiva della prima persona. Nella misura in cui si traduce in un vocabolario valutativo intersoggettivamente condiviso, questo interesse oltrepassa desideri e preferenze e può assumere – come valore che si candida alla generalizzazione nell’ambito dei discorsi morali di fondazione – il ruolo epistemico di un argomento. Ciò che entra inizialmente nel discorso come un desiderio o una preferenza supera il test della generalizzazione soltanto se è ridescrivibile come valore che, ai fini della regolazione della fattispecie in questione, si presenta (in linea generale) come accettabile a tutti.


Proviamo a ipotizzare che il dibattito [Beratung] pratico possa essere inteso come una forma di argomentazione distinta tanto dalla rational choice quanto dai discorsi su stati di fatto. Allora una teoria dell’argomentazione impostata in termini pragmatici ci indicherebbe un percorso possibile per elaborare la nozione di una ragione pratica distinta tanto dalla ragione strumentale quanto da quella teoretica. Agli enunciati normativi potrebbe essere salvaguardata una valenza cognitiva senza doverli per questo né assimilare a frasi assertorie né ricondurre alla ragione strumentale. L’analogia, pur sempre insopprimibile, fra verità e giustezza normativa solleverebbe tuttavia ulteriori questioni. Non potremmo evitare le ben note polemiche intorno ai concetti (agitati in senso semantico oppure pragmatico) di verità e fondazione, né tantomeno potremmo evitare la discussione sul rapporto significato-validità, struttura e ruolo degli argomenti, logica, procedura e forma comunicativa dell’argomentazione ecc. Dovremmo occuparci del rapporto tra mondo sociale, mondo oggettivo e mondo soggettivo, e non potremmo evitare gli interminabili dibattiti intorno alla razionalità. Perciò il tentativo di evitare discussioni di questo tipo è da parte di Rawls fin troppo comprensibile – anche nel caso in cui non classificassimo immediatamente come “metafisici” questi dibattiti.


Se poi, d’altro canto, questa strategia di “sgravamento” – consistente nell’operare una scissione netta tra ciò che è politico e ciò che è metafisico – possa anche avere successo, è ancora un’altra questione. In un primo momento Rawls aveva seguito la strategia kantiana della costruzione progressiva. In Una teoria della giustizia egli si era posto il compito di chiarire il punto di vista morale per mezzo della posizione originaria. La costruzione della “giustizia come equità” si nutriva in ogni caso di una ragione pratica incarnantesi nelle due “capacità di ordine superiore” della persona morale. Nelle Dewey-Lectures Rawls aveva ulteriormente elaborato questo “costruttivismo kantiano”7, di cui si trovano ancora echi nel terzo capitolo di Liberalismo politico. Ma nel quadro di questa mutata posizione la ragione perde la sua posizione forte. La ragione pratica viene svuotata dei suoi contenuti morali; essa si ridimensiona [deflationiert] in una “ragionevolezza” che viene a dipendere da verità morali fondate in altra sede. Ora la validità morale della concezione della giustizia non è più fondata su una ragione pratica universalmente vincolante, ma sulla fortunata convergenza di visioni-del-mondo ragionevoli che si sovrappongono quanto basta nelle loro componenti morali. Tuttavia, in questa nuova teoria non è facile inserire con coerenza quanto sopravvive della concezione originaria di Rawls.


In Liberalismo politico si ritrovano due tendenze fondative contrarie. L’idea del consenso per intersezione ha per conseguenza che l’appello alla ragione, proprio della concezione kantiana della giustizia, venga indebolito in una maniera decisiva. Mi soffermerò anzitutto sulla nuova ripartizione dell’onere della prova fra la “ragione” della giustizia politica, da un lato, e la “verità” delle concezioni del mondo, dall’altro. Poi prenderò in considerazione quelle incongruenze che mostrano come Rawls esiti a subordinare la ragione pratica alla morale delle concezioni del mondo, così come la nuova alternativa effettivamente richiederebbe.


3. L’alternativa al proceduralismo kantiano

Ci troviamo di fronte a un consenso per intersezione “quando tutti i membri ragionevoli della società politica elaborano una giustificazione della concezione politica condivisa, inserendola all’interno delle loro diverse concezioni complessive ragionevoli” (supra, p. 73). Rawls suggerisce una divisione del lavoro fra il politico e la sfera metafisica, con il risultato che il contenuto su cui tutti i cittadini possono essere d’accordo viene separato dalle ragioni specifiche a partire dalle quali il singolo accetta tale contenuto come vero. Questa costruzione si fonda su due – ma proprio soltanto due – prospettive: ogni cittadino collega la prospettiva del partecipante con la prospettiva dell’osservatore. Gli osservatori possono descrivere gli eventi della sfera politica – per esempio, possono descrivere il fatto del materializzarsi di un consenso per intersezione. Essi possono sapere che questo consenso si è stabilito a seguito della riuscita intersezione delle componenti morali di diverse concezioni del mondo religiose o metafisiche, e che esso contribuisce alla stabilità del corpo sociale. Ma dalla prospettiva oggettivante dell’osservatore i cittadini non possono penetrare nella concezione del mondo altrui e coglierne il contenuto di verità dalla propria rispettiva prospettiva. Esiliati, come sono, entro i confini di discorsi che servono unicamente a stabilire dati di fatto, gli osservatori non possono prendere posizione intorno a ciò che, per fede o per convinzione, i partecipanti ritengono vero, giusto e prezioso nella prospettiva della prima persona. Non appena i partecipanti desiderino esprimersi intorno a verità morali o, in generale, intorno a una concezione comprensiva “dei valori della vita umana” (LP, p. 160), essi devono mutare la loro prospettiva da quella di un osservatore in quella di un partecipante che si impegna a partire dalla propria concezione del mondo. Gli enunciati morali o i giudizi di valore, infatti, possono essere fondati soltanto a partire dal denso contesto delle visioni-del-mondo comprensive. Ragioni morali per una concezione presuntivamente comune della giustizia sono, per definizione, ragioni non pubbliche.


Soltanto a partire dal punto di vista del proprio sistema interpretativo i cittadini possono convincersi della verità di una concezione della giustizia che sia adatta per tutti. Una concezione del genere si rivela piattaforma adeguata alla giustificazione pubblica di principi costituzionali per il fatto d’incontrare l’assenso di tutti i partecipanti, un assenso che però poggia su una giustificazione non pubblica. La validità pubblica di questo consenso per intersezione – ossia la “ragionevolezza” del contenuto da tutti accettato – deriva semplicemente dalla felice circostanza per cui le ragioni non pubbliche, e diversamente motivate, vengono di fatto a convergere. Dalle premesse implicite in concezioni diverse risulta una convergenza intorno alle conclusioni. Nella costruzione della teoria è decisiva la circostanza per cui questa convergenza è osservabile dai partecipanti soltanto come un dato di fatto sociale: “il contenuto esplicito di queste dottrine non svolge alcun ruolo normativo nella giustificazione pubblica” (supra, p. 74). A questo stadio Rawls non concede ai suoi cittadini una terza prospettiva, addizionale rispetto a quella dell’osservatore e del partecipante. Prima che si sia materializzato un consenso per intersezione non esiste nessuna prospettiva pubblica, intersoggettivamente condivisa, la quale ponga autonomamente in grado i cittadini di formarsi un giudizio imparziale. Manca, come potremmo anche dire, quel “punto di vista morale” che consentirebbe ai cittadini di sviluppare e giustificare una concezione politica attraverso un dibattito pubblico comune. Ciò che Rawls chiama l’“uso pubblico della ragione” presuppone la piattaforma comune di un consenso politico fondamentale già raggiunto. A questa piattaforma i cittadini accedono soltanto post factum, cioè “a seguito” del materializzarsi di una “intersezione” delle loro diverse convinzioni di fondo: “la concezione politica della giustizia intrattenuta dalla società politica può essere giustificata pubblicamente, sebbene mai in modo conclusivo, solo quando esiste un ragionevole consenso per intersezione” (supra, p. 75).


Cruciale per comprendere il rapporto complementare tra il politico e la sfera metafisica è una descrizione della “situazione di partenza” della modernità così come questa si presenta dal punto di vista del “credente” (dunque dal versante “metafisico”). Nella divisione del lavoro fra il politico e la sfera metafisica si rispecchia la relazione complementare esistente tra agnosticismo pubblico e fede privatizzata, tra il daltonismo religioso del neutralismo statuale, da un lato, e la forza illuminante di visioni-del-mondo fra loro concorrenti per la “verità” in senso forte, dall’altro. Le verità morali – continuando come prima a far parte di concezioni del mondo religiose o metafisiche – hanno in comune questa pretesa forte di validità, sebbene il dato di fatto del pluralismo ci ricordi anche che le dottrine comprensive non sono più suscettibili di giustificazione pubblica.


Questa ingegnosa ripartizione dell’onere della prova affranca la filosofia politica dall’inquietante compito di dover fornire un sostituto alla fondazione metafisica delle verità morali. La sfera metafisica – ancorché cancellata, per così dire, dalla pubblica agenda – rimane ancora il fondamento ultimo di validità per il moralmente giusto e l’eticamente buono. D’altro canto il politico viene privato di una sua propria fonte di validità. L’idea innovativa del “consenso per intersezione” conserva alla giustizia politica un rapporto intrinseco con le componenti morali delle visioni del mondo, a condizione tuttavia che questo rapporto sia unicamente percepibile dalla morale delle visioni del mondo, e dunque rimanga pubblicamente non percepibile. “Tocca a ogni singola dottrina ragionevole dire quale sia il nesso fra la sua idea del ragionevole e il suo concetto di verità” (LP, p. 87). Il consenso per intersezione poggia sulle diverse componenti morali di ciò che un cittadino considera complessivamente vero. Dal punto di vista dell’osservatore, nessuno può sapere quale tra le immagini del mondo concorrenti sia in effetti quella vera (ammesso che ce ne sia una). Tuttavia, basterebbe la verità di questa soltanto per garantire “che tutte le dottrine ragionevoli produrranno la concezione corretta della giustizia politica, anche se non tutte lo faranno per le ragioni corrette specificate dall’unica dottrina vera” (ivi, p. 118). Rawls, come Hobbes, si concentra su questioni di giustizia politica e prende dalla tradizione hobbesiana l’idea che l’intesa pubblica cui si mira debba nutrirsi di motivazioni private e non pubbliche. Diversamente rispetto a Hobbes, tuttavia, la accettabilità razionale di una proposta suscettibile di consenso poggia in Rawls sulla sostanza morale di immagini del mondo diverse epperò convergenti – non sul mutuo integrarsi delle preferenze di persone diverse. Con la tradizione kantiana Rawls condivide la fondazione morale della giustizia politica. Le ragioni moralmente persuasive producono un consenso che va al di là di un semplice modus vivendi. Ma queste ragioni non possono essere verificate pubblicamente da tutti insieme; giacché l’uso pubblico della ragione dipende da una piattaforma che può essere eretta soltanto alla luce di motivazioni non pubbliche. Il consenso per intersezione si forma, come un compromesso, a partire dalle ragioni diverse delle parti coinvolte; ma, diversamente dal caso del compromesso, queste ragioni sono di natura morale.


4. Una “terza” prospettiva per il ragionevole

L’idea di overlapping consensus rende necessario un chiarimento intorno all’espressione “reasonable”. L’accettazione di una concezione autonoma della giustizia dipende sempre da verità metafisiche supplementari. Tuttavia questa concezione politica deve anche pervenire a quel tipo di “ragionevolezza” che alle verità idiosincratiche e mutualmente impenetrabili aggiunge l’aspetto del riconoscimento pubblico. Sotto il profilo della validità sussiste una inquietante asimmetria fra la concezione pubblica della giustizia, la quale solleva una pretesa debole di “ragionevolezza”, e le dottrine non pubbliche, le quali avanzano una pretesa forte di “verità”. Non è plausibile pensare che una concezione pubblica della giustizia debba dà ultimo ricevere la sua autorità morale da ragioni non pubbliche. Tutto ciò che è valido deve poter essere giustificato anche pubblicamente. Gli enunciati validi meritano riconoscimento universale in base a ragioni identiche. L’espressione “agreement” è, da questo punto di vista, ambigua. Mentre le parti che negoziano un compromesso possono convenire sul risultato in base a ragioni diverse, i partecipanti a una argomentazione devono raggiungere un’intesa razionalmente motivata (se mai la raggiungono) a partire dalle stesse ragioni. Una prassi giustificativa del genere è fondata su un consenso generato pubblicamente e in comune [öffentlich und gemeinsam].


Consenso e uso pubblico della ragione caratterizzano la prassi comunicativa ben al di sotto della soglia della “politica”. Nei discorsi razionali viene semplicemente tematizzato ciò che nella vita quotidiana già funziona da risorsa per la forza vincolante degli atti linguistici – vale a dire “pretese-di-validità” che richiedono riconoscimento intersoggettivo e che, nel caso di una loro problematizzazione, fanno intravvedere una giustificazione pubblica. Così stanno le cose anche per quanto riguarda le pretese di validità normativa. L’abitudine di argomentare tramite ragioni attorno a domande morali verrebbe a cessare nel momento in cui i partecipanti dovessero dare per scontato che i giudizi morali dipendono sostanzialmente da convinzioni fideistiche personali e non potessero più contare sull’accettazione di coloro che non condividono tali credenze8. Certamente queste riflessioni non sono immediatamente applicabili alla politica; le controversie politiche, infatti, sono di natura mista. Ma quanto più esse hanno a che fare con principi costituzionali e con le concezioni della giustizia ad esse sottese, tanto più assomigliano a discorsi morali. Del resto le questioni politiche fondamentali si intrecciano con questioni di implementazione giuridica. E le regolazioni giuridiche, essendo coercitive, rendono ancor più necessario un consenso politico di fondo dei cittadini.


Controversa non è tanto l’esigenza di questo consenso, quanto il modo in cui la si può soddisfare. C’è da chiedersi se i cittadini possano effettivamente intendere qualcosa come “ragionevole” qualora non sia loro possibile assumere un “terzo” punto di vista – al di là di quello dell’osservatore e del partecipante. Dalla pluralità delle ragioni ideologiche [weltanschaulich], di cui si dà per scontato il carattere non pubblico, può davvero emergere un consenso che serva ai cittadini da fondamento per un uso pubblico della ragione? Mi chiedo soprattutto se Rawls sia in grado di spiegare la formazione di questo “consenso per intersezione” senza tacitamente richiamarsi a una “terza” prospettiva a partire dalla quelle “noi” – i cittadini – insieme e pubblicamente dibattiamo [beraten] intorno a ciò che è nell’eguale interesse di ciascuno.


La prospettiva di colui che appartiene a una comunità di fede è diversa da quella di un partecipante a un discorso pubblico. La risolutezza esistenziale di un insostituibile individuo che dalla prospettiva della prima persona singolare desideri chiarirsi le idee su come condurre la propria vita è cosa diversa dalla coscienza fallibilistica del cittadino che prende parte alla formazione politica dell’opinione e della volontà. Sennonché Rawls, come abbiamo visto, non concepisce la formazione di una intesa per una comune concezione della giustizia nel senso che i cittadini debbano adottare insieme una stessa prospettiva. Poiché manca in lui questa prospettiva, la concezione che si affermerà come “ragionevole” dovrà semplicemente inserirsi nel contesto delle diverse visioni-del-mondo ritenute “vere”. Ma il fatto che la verità non pubblica delle dottrine religiose o metafisiche abbia precedenza rispetto alla ragionevolezza della concezione politica non finirà con l’influenzare anche il senso universalistico del termine “ragionevole”?


Rawls introduce il predicato “ragionevole” nella maniera seguente. Sono detti ragionevoli i cittadini che già possono e vogliono vivere in una società “bene ordinata”. In quanto persone ragionevoli, essi possiedono interpretazioni complessivamente ragionevoli del mondo. Quando da dottrine ragionevoli si materializza l’atteso consenso per intersezione, anche il contenuto di questo consenso varrà come ragionevole. Dunque “ragionevole” si riferisce in primo luogo all’atteggiamento di persone le quali a) sono pronte a venire ad una intesa intorno a eque condizioni di cooperazione sociale fra cittadini liberi ed eguali e ad attenersi a queste condizioni, e b) sono in condizione sia di riconoscere oneri della prova e doveri argomentativi – i burdens of argument – sia di farsi carico delle loro conseguenze. Nel passaggio che segue, il predicato “ragionevole” viene trasferito dagli atteggiamenti alle convinzioni delle persone ragionevoli. Le immagini del mondo ragionevoli rafforzano continuamente in coloro che vi si riconoscono la disposizione verso una condotta tollerante, in quanto esse sono in una certa misura riflessive e, dal punto di vista delle conseguenze pratiche, soggette a determinate restrizioni. Una coscienza “riflessiva” deriva dal fatto che fra le dottrine concorrenti sussiste un dissenso ragionevolmente prevedibile. E – nelle condizioni del pluralismo delle visioni del mondo – potenze di fede così soggettivizzate possono competere equamente l’una contro l’altra solo se i loro aderenti si astengono dall’utilizzare lo strumento del potere politico per realizzare le loro verità di fede.


Ora, a noi preme soprattutto sottolineare come questo tipo di “ragionevolezza” dei cittadini e delle visioni del mondo non presupponga in nessun caso per Rawls quella prospettiva a partire dalla quale le questioni fondamentali della giustizia politica potrebbero essere discusse insieme e pubblicamente. Il punto di vista morale non viene né presupposto dagli atteggiamenti “ragionevoli” né reso possibile dalle immagini del mondo “ragionevoli”. La prospettiva del punto di vista morale si dischiude soltanto dopo che si è stabilito un consenso per intersezione avente per oggetto una concezione della giustizia. E tuttavia Rawls non può fare a meno di ricorrere, almeno in via ufficiosa, a questa “terza” prospettiva anche “in questo caso fondamentale della giustificazione pubblica” (supra, p. 74). Si ha l’impressione di una frattura tra la strategia originariamente perseguita in Una teoria della giustizia, ancora decisamente orientata a Kant, e l’alternativa sviluppata più di recente, la quale intende misurarsi seriamente con il fatto del pluralismo. Come filosofo, anche in questo caso Rawls non rinuncia alla prospettiva del giudizio imparziale; sennonché questo punto di vista, per così dire professionale, non trova più nessuna corrispondenza con un punto di vista morale che anche i cittadini potrebbero autonomamente condividere.


Ora, nel frattempo Rawls si è espresso in modo specifico sul problema della giustificazione del consenso per intersezione (supra, pp. 72 ss.). Se osserviamo più da vicino “i tre tipi” di giustificazione che egli esplicita, ci scontriamo con l’interessante questione di come sia possibile in generale identificare come “ragionevoli” delle immagini del mondo, quando ancora non si abbiano a disposizione gli standard di una ragione pratica che non dipenda da tali immagini. Per discriminare le immagini del mondo ragionevoli sono necessarie determinate decisioni normative “esili” che devono potersi fondare indipendentemente dai presupposti di fondo metafisici e “spessi”.


5. L’ultimo stadio della giustificazione9

La sede in cui ha luogo la giustificazione di una concezione politica della giustizia è chiamata da Rawls “il luogo della società civile in cui si collocano i cittadini – il punto di vista tuo e mio”. Qui ogni cittadino prende le mosse dal contesto della propria immagine del mondo e del concetto morale di giustizia in essa racchiuso. Infatti, nel caso di riflessioni normative, il cittadino dispone in un primo momento soltanto di questa “prospettiva del partecipante”. In questo stadio iniziale non c’è pertanto molta differenza tra la posizione di un cittadino qualsiasi e la posizione del filosofo. Filosofo o no, ogni persona ragionevole si servirà del suo senso di giustizia per sviluppare una concezione autonoma della giustizia la quale, come è nelle sue speranze, possa essere accettata da tutte le persone ragionevoli (in quanto cittadini presuntivamente liberi e uguali). Il primo passaggio costruttivistico richiede quindi che si faccia astrazione dalle dottrine comprensive. Del resto, ai fini di una pro tanto justification di questo tipo, i cittadini possono anche prendere in considerazione diverse dottrine filosofiche bene elaborate. Queste teorie possono fornire un aiuto per l’operazione di astrazione che si richiede. Per esempio, la “posizione originaria” si offre come un possibile schema per questo test di generalizzazione: i principi che passano il test sembrano poter essere accettati da chiunque.


Nondimeno, nella applicazione del procedimento nessuno potrà prescindere del tutto dalla propria precomprensione. “Tu e io” non possiamo maneggiare il test di generalizzazione essendo liberi da ogni presupposto. Dobbiamo intraprenderlo a partire dalla prospettiva che si costituisce attraverso la nostra rispettiva immagine del mondo. Perciò nella sfera del politico (e in tutto ciò che deve contare come questione politica) fanno il loro tacito ingresso soprattutto degli assunti di fondo. Per questo motivo, nel passaggio successivo, quando ciascun cittadino inserisce il concetto di giustizia che gli sembra promettente nella propria immagine del mondo, non dovrebbero più esserci sorprese. Il test di generalizzazione richiede sì da parte di tutti i cittadini ragionevoli che essi prescindano dagli aspetti specifici delle proprie immagini del mondo. Sennonché anche questa operazione di generalizzazione continua ad essere effettuata nel contesto della propria interpretazione del mondo. Nessuno infatti potrebbe rinunciare alla propria prospettiva di partecipante senza automaticamente perdere di vista – dal punto di vista dell’osservatore – la dimensione normativa in quanto tale.


Per questo motivo il test di generalizzazione, nella sua prima applicazione, funziona in modo non troppo diverso dalla regola aurea. Esso filtra tutti quegli elementi che dal mio punto di vista non sono adatti ad essere accettati da tutte le persone ragionevoli. Il test viene superato precisamente da quei principi e da quelle pratiche, da quelle regole e quelle istituzioni, le quali – se vengono realizzate in via generale – secondo la mia concezione del politico sono nell’eguale interesse di ciascuno. Dunque in questo senso l’utilizzazione del test è ancora condizionata dalla rispettiva precomprensione ideologica. Altrimenti il terzo stadio della giustificazione sarebbe superfluo – così come sarebbe superfluo il passaggio dalla regola aurea all’imperativo categorico10. Com’è noto, Rawls ritiene invece indispensabile questo passaggio. Infatti “tu e io” non possiamo ancora sapere se siamo felicemente riusciti a realizzare il nostro obiettivo semplicemente sottoponendo le nostre convinzioni normative alle restrizioni della posizione originaria. Allora, nel prescindere da ogni contesto ideologico, ciascuno di noi prese infatti le mosse dalla propria migliore comprensione della sfera politica. Soltanto nell’ultimo stadio, descritto da Rawls “come lo stadio dell’equilibrio riflessivo ampio” (supra, p. 71) prendiamo finalmente atto dell’esistenza di altri cittadini: “i cittadini ragionevoli si prendono vicendevolmente in considerazione come possessori di dottrine comprensive ragionevoli che appoggiano quella concezione politica” (supra, p. 74).


Questo passaggio – che dovrebbe alla fine condurre al consenso per intersezione – può essere inteso come radicalizzazione di un test di generalizzazione fino a quel momento incompleto, in quanto ancora condotto in maniera egocentrica. Soltanto l’applicazione ricorsiva del procedimento conduce al risultato atteso: tutti i cittadini, non soltanto tu e io, devono verificare – partendo dalla loro prospettiva e dalla loro concezione del politico – se esiste una proposta generalmente approvabile. Rawls parla di mutual accounting, ma ciò che in realtà intende è piuttosto quell’osservarsi reciproco attraverso cui si stabilisce se l’intesa prende piede. Il consenso è un evento che sopravviene: “la giustificazione pubblica ha luogo [happens, corsivo di J.H.] quando tutti i membri della società politica elaborano una giustificazione della concezione politica da loro condivisa, inserendola all’interno delle rispettive concezioni comprensive ragionevoli” (supra, pp. 73-74). In questo contesto le espressioni “pubblica” e “condivisa” risultano in qualche modo fuorvianti. Anche se il consenso per intersezione si materializza per tutti nello stesso momento, ciò può avvenire soltanto agli occhi di ciascun singolo che individualmente controlli se la concezione proposta si adatta alla sua immagine del mondo. Perché la cosa funzioni, ciascuno deve accettare la stessa concezione – per quanto a partire da ragioni personali e non pubbliche – e al tempo stesso assicurarsi dell’accettazione di questa concezione da parte di tutti gli altri: “il contenuto esplicito di queste dottrine non svolge alcun ruolo normativo nella giustificazione pubblica; i cittadini non guardano al contenuto delle dottrine altrui […] piuttosto essi tengono in considerazione e attribuiscono un qualche peso solo al fatto – all’esistenza – del ragionevole consenso per intersezione stesso” (supra, p. 74). Il consenso per intersezione si fonda dunque su ciò che Rainer Forst ha chiamato “un uso privato della ragione motivato da intenzioni politico-pubbliche”11. Ancora una volta: in questo schema dei “tre tipi” di giustificazione manca una prospettiva di giudizio imparziale e un uso della ragione che possa dirsi (propriamente) “pubblico”, vale a dire un uso della ragione che non sia soltanto a posteriori reso possibile dal consenso per intersezione, ma che sia fin dall’inizio e autonomamente praticato in comune.


È tuttavia poco verosimile che – nel senso che si è appena detto – cittadini “ragionevoli” pervengano a un consenso per intersezione potendo convincersi della validità di un concetto di giustizia soltanto nel contesto delle rispettive immagini del mondo12. L’eventualità che un consenso siffatto si materializzi dipende in modo cruciale da quali revisioni siano ammesse nell’ultimo stadio di una giustificazione decentrata. La concezione giustificata pro tanto – quella che “tu e io” riteniamo valida dalla tua o dalla mia prospettiva, “dopo che tutti i valori sono stati soppesati” – può sempre fallire per il veto di terzi. Allora, prima che la nostra concezione sia in grado di convincere tutti, essa deve essere rivista. Il dissenso che induce a questi aggiustamenti riguarda in primo luogo la differente concezione del politico – una differenza che nel primo stadio non era stata anticipata né da me né da te. Sulla scia di Rawls distinguo tre tipi di divergenze di opinioni: il primo tipo a) riguarda la definizione dell’ambito delle questioni politiche, un altro b) riguarda la gerarchizzazione e la valutazione razionale dei valori politici, e l’ultimo e più importante tipo di divergenze di opinione c) riguarda la priorità dei valori politici rispetto a quelli non politici.


Riguardo ad a) e b): se interpretiamo diversamente, per esempio, il principio della separazione tra stato e chiesa, avremo una sfera politica di ampiezza diversa, nonché proposte normative diverse (in questo caso proposte che riguardano lo status e il ruolo delle comunità e delle organizzazioni religiose). Altre controversie riguardano il modo di gerarchizzare valori politici – dando per esempio valore intrinseco oppure meramente strumentale alla partecipazione civica, nei casi in cui i diritti di partecipazione politica devono bilanciarsi con le libertà negative. Questi casi controversi vengono normalmente discussi in sede giudiziaria (in ultima istanza davanti alla corte costituzionale): dunque vengono decisi sulla base di una concezione della giustizia già accettata. Così la pensa anche Rawls. In certi casi però i conflitti possono essere tanto profondi che le divergenze di opinione pongono in questione lo stesso consenso politico di fondo. Questi conflitti minano alla base lo stesso consenso per intersezione. Vogliamo tuttavia presumere che la maggior parte di questi punti di dissenso possano essere risolti consensualmente, eventualmente mediante revisioni delle interpretazioni prevalenti della costituzione. Gli aggiustamenti ben riusciti di questo tipo confermerebbero il fatto che a questo ultimo stadio della giustificazione i cittadini possono sempre imparare gli uni dagli altri, benché soltanto in modo indiretto. Il veto di terzi può indurre te e me alla constatazione che le concezioni della giustizia da ciascuno di noi inizialmente addotte non erano ancora decentrate a sufficienza.


Riguardo a c): un altro genere di conflitti riguarda come definire ciò che è lecito attenderci dalle immagini “ragionevoli” del mondo. In questo caso è il concetto stesso di “ragionevole” a essere riconsiderato. Un esempio è quello offerto – partendo da una certa descrizione – dal conflitto sull’aborto. Insistendo su un divieto generale, i cattolici affermano che per essi la convinzione religiosa in merito al valore della inviolabilità della vita è più importante di quel valore politico in nome del quale altri cittadini chiedono loro di consentire a una regolazione, diciamo così, liberal-moderata della questione. Rawls discute di questo caso en passant, spostando tuttavia il conflitto dal piano della priorità dei valori politici al piano di un bilanciamento ragionevole di valori politici tra loro (LP, p. 221, nota 33). Egli presuppone cioè che il principio dell’uso pubblico della ragione imponga ai cittadini di tradurre in termini di giustizia politica le loro concezioni etico-esistenziali. Ma per le stesse premesse di Rawls, la “ragione pubblica” può imporre ai cittadini queste restrizioni soltanto dopo che si sia già materializzato un consenso politico di base. Durante la costruzione del consenso per intersezione non esiste ancora nulla che corrisponda all’autorità neutrale di una corte costituzionale (che, com’è noto, capisce soltanto un linguaggio giuridico). Né a questo stadio esiste la possibilità di appellarsi alla priorità del giusto sul bene, in quanto (ancora una volta) questa priorità presupporrebbe il primato dei valori politici rispetto a quelli non politici13. Rawls riconosce certo che un consenso per intersezione può materializzarsi soltanto tra cittadini che, in caso di conflitto, facciano prevalere i valori politici su tutti gli altri (ivi, pp. 127-128). Sennonché si tratta di un postulato che non è derivabile dalla “ragionevolezza” delle persone e delle loro convinzioni. Rawls si accontenta allora dell’assicurazione che i valori politici sarebbero comunque valori “molto forti” (ivi, p. 143). In altri passi del testo si limita a esprimere la “speranza” che – in ultima analisi – questo primato dei valori politici venga riconosciuto da parte di coloro che si riconoscono in immagini del mondo ragionevoli14.


Che cosa dobbiamo desumere da queste caute formulazioni? Che per Rawls i conflitti profondi del terzo tipo possono attendersi una soluzione soltanto nel caso in cui la tolleranza di cittadini ragionevoli e la ragionevolezza delle loro immagini del mondo implichino una percezione convergente del politico e la priorità dei valori politici. Sennonché questa pretesa della ragione non evidenzia affatto qualità che le immagini ragionevoli del mondo già esibiscano per conto loro: piuttosto l’aspettativa di ragionevolezza dev’essere imposta alle immagini del mondo in concorrenza tra loro. Nella priorità dei valori politici si rispecchia un requisito della ragione pratica, ossia l’esigenza di imparzialità che trova esplicitazione nel punto di vista morale. Ma il punto di vista morale non è contenuto nel concetto di “ragionevole” introdotto da Rawls. Nell’atteggiamento delle persone “ragionevoli” – che si trattano reciprocamente in modo equo benché sappiano di essere in disaccordo nelle concezioni religiose e metafisiche – manca un punto di vista morale che sia condiviso da tutti. Proprio come manca nella riflessività e nella non-violenza che caratterizzano le immagini del mondo “ragionevoli”. Una pretesa della ragione pratica cui le immagini del mondo debbano piegarsi – se un consenso per intersezione dev’essere possibile – può essere evidentemente giustificata solo in forza di un’autorità epistemica che sia di per sé indipendente dalle quelle stesse immagini del mondo15.


Solo l’avvento di una ragione pratica che si emancipasse dalla morale delle visioni del mondo renderebbe pubblicamente accessibile la relazione che internamente collega il vero al ragionevole. Questo nesso resta oscuro fino a quando, per giustificare una concezione politica, noi dobbiamo partire dal contesto di una delle immagini del mondo. L’ottica però si capovolge a partire dal momento in cui il primato dei valori politici deve legittimarsi in base a una ragione pratica cui soltanto spetta di definire quali immagini del mondò possano valere come ragionevoli.


6. Filosofi e cittadini

Rawls non risolve la tensione che si genera tra la “ragionevolezza” di una concezione politica accettabile per tutti i cittadini coltivanti immagini ragionevoli del mondo, da un lato, e la “verità” che nella propria visione del mondo l’individuo ascrive a questa concezione politica, dall’altro. Per un verso, infatti, la validità di una concezione politica rinvia alle risorse messe in campo dalle diverse immagini del mondo (nella misura in cui queste immagini siano ragionevoli). Per un altro verso – al contrario – queste immagini ragionevoli del mondo devono qualificarsi in base a standard loro prescritti dalla ragione pratica. Ciò che questa ragione qualifica come ragionevole si commisura a standard che non sono desumibili dalle rispettive immagini del mondo. È in grado Rawls di giustificare queste restrizioni della ragione pratica senza fare ritorno al punto di vista kantiano di Una teoria della giustizia? O non deve piuttosto abbandonare lo spirito liberale di una divisione del lavoro fra il “politico” e la “sfera metafisica”? Certamente anche in Liberalismo politico Rawls prende in considerazione restrizioni della “ragione pubblica”, definendole come “i limiti generali della ragione teoretica e pratica”. Ma queste restrizioni entrano in gioco soltanto dopo che “la giustizia come equità” sia stata accettata dai cittadini. Soltanto allora esse possono caratterizzare la priorità del giusto sul bene (LP, p. 191) e la modalità dell’uso pubblico della ragione (ivi, pp. 196 ss.).


Ma se la ragionevolezza delle immagini del mondo si esprime in restrizioni che queste ultime non sono in grado di produrre da sole, allora ciò che deve valere come ragionevole non potrà non richiamarsi a un’istanza di imparzialità già operante prima del materializzarsi di un consenso politico di base. La “teoria della giustizia” aveva rivendicato validità nel nome della ragione pratica; essa non dipendeva dall’affermarsi empirico di immagini del mondo ragionevoli. Successivamente Rawls si è accorto che questa teoria – non tanto per il suo contenuto quanto per la sua struttura – non rendeva pienamente conto del “fatto del pluralismo” (supra, p. 74, nota 27). Perciò egli presenta ora l’importante contenuto della teoria originaria come un primo e ancora incompleto “stadio” della costruzione. Lo stadio successivo dovrebbe condurci fuori dell’aula universitaria, verso la sfera pubblica politica, e far sfociare la ricerca filosofica nel consenso politico di base dei cittadini. La ripartizione degli oneri della prova fra queste due parti si rispecchia nel rapporto del “ragionevole” con il “vero”. Non già il filosofo, bensì i cittadini devono ora avere l’ultima parola. Pur non scaricando del tutto l’onere della giustificazione sulle immagini ragionevoli del mondo, è però a queste ultime che Rawls riserva, in ultima analisi, la decisione. La teoria contravverrebbe allo stesso spirito liberale che la sottende se dovesse pregiudicare la formazione della volontà politica dei cittadini e anticiparne i risultati. “Gli studiosi di filosofia partecipano alla formulazione di queste idee, ma sempre come cittadini fra gli altri” (supra, p. 117).


Tuttavia il pericolo di paternalismo filosofico minaccerebbe solo tangenzialmente una teoria che assegnasse ai cittadini il compito di progettare una società bene ordinata. Un proceduralismo conseguente16 potrebbe certo sdrammatizzare la questione di una tutela filosofica dei cittadini, ma si tratta di un’alternativa che Rawls non prende mai in considerazione. Una teoria che si limitasse a chiarire le implicazioni della istituzionalizzazione giuridica dei procedimenti di autolegislazione democratica non pregiudicherebbe i risultati che – in uno degli ambiti istituzionali delineati da questi procedimenti – toccherebbe poi ai cittadini stessi di perseguire. Incarnandosi in processi e non più in contenuti, questa ragione pratica non giocherebbe alcun ruolo paternalistico nemmeno se le venisse restituita una autorità post-metafisica indipendente dalle visioni del mondo. A sostegno di una concezione di questo tipo, in cui io stesso potrei riconoscermi, è possibile trovare anche in Rawls dei punti di appoggio.


Ricapitoliamo anzitutto le riflessioni sviluppate finora. Le concezioni politiche ragionevoli fanno valere la priorità dei valori politici e stabiliscono quali delle immagini del mondo religiose e metafisiche possono contare come ragionevoli. Esse devono però essere non soltanto elaborate, ma anche accettate da un punto di vista imparziale. Si tratta di un punto di vista trascendente rispetto alla prospettiva partecipatoria di cittadini imprigionati nel contesto delle rispettive visioni-del-mondo. Perciò i cittadini possono riservarsi l’ultima parola solo a patto di partecipare fin dall’inizio alla “formulazione di queste idee” da quella prospettiva più ampia, intersoggettivamente condivisa, che è anche definibile come “punto di vista morale”. Allora il test ricorsivo di generalizzazione che Rawls riserva al “terzo stadio” della giustificazione diventerebbe parte integrante di un confronto pubblico intorno a proposte per una concezione della giustizia suscettibile di consenso. Se il risultato di una concezione tipo la “giustizia come equità” (oppure di qualunque altra concezione) sia razionalmente accettabile o meno, non lo stabiliremmo più attraverso la mutua osservazione di un consenso già operante. La forza legittimante sarebbe piuttosto attribuita alle condizioni del discorso, vale a dire alle qualità formali di processi che costringono i partecipanti ad assumere il punto di vista della formazione di un giudizio imparziale.


Una concezione del tutto simile la troviamo anche in Liberalismo politico, ma a uno snodo sistematico diverso. Precisamente là dove il filosofo, grazie alla sua competenza professionale, prima sviluppa una concezione autonoma della giustizia corredata della relativa giustificazione pro tanto, e poi valuta se le sue costruzioni teoriche si attagliano alle intuizioni normative di fondo sottese alle tradizioni politiche di una società democratica (concepita come “sistema sociale completo e chiuso”). Vengono qui vagliati concetti fondamentali come quello di persona morale, di cittadino quale membro di un’associazione di liberi e uguali, di società come sistema di equa cooperazione, eccetera. Entrambe le operazioni – tanto a), la costruzione di una concezione della giustizia, così come b), l’esame riflessivo dei suoi fondamenti concettuali – hanno implicazioni che illuminano in maniera interessante il rapporto del filosofo con i cittadini.


a) Un filosofo che, come Rawls, segua il principio del “costruttivismo politico” s’impegna ad essere oggettivo. Egli prende in considerazione gli “elementi essenziali del punto di vista oggettivo” e obbedisce ai “requisiti dell’oggettività” (LP, cap. 3, paragrafi 5-7). Questi sono aspetti procedurali della ragione pratica: “è grazie al ragionevole che entriamo nel mondo pubblico degli altri, pronti a proporre o ad accettare, a seconda dei casi, principi ragionevoli che specifichino equi termini di cooperazione. Tali principi derivano da una procedura di costruzione che esprime i principi della ragione pratica” (ivi, p. 106). Dunque il filosofo obbedisce a standard di razionalità che, benché indipendenti dalle immagini del mondo, hanno tuttavia in sé un contenuto pratico-morale. Se questi standard debbano poi anche porre limiti alle immagini del mondo coltivate dai cittadini ragionevoli è cosa che dipende dal ruolo che attribuiamo al filosofo. A volte sembra quasi che – con la sua proposta articolata in maniera competente – il filosofo debba esercitare un’influenza strutturante sulle immagini del mondo proprie dei cittadini. Rawls esprime in ogni caso la speranza “che di fatto [la proposta filosofica] avrà realmente la capacità di attrarre a sé queste dottrine” (supra, p. 76). Secondo questa ipotesi il filosofo articolerebbe un punto di vista dell’oggettività, cui i cittadini dovrebbero semplicemente adattare le loro immagini del mondo. Certo si tratterebbe solo di un’anticipazione procedurale e non contenutistica. Ma neppure così questa lettura sarebbe del tutto conciliabile con l’assunto di una posizione egualitaria del filosofo come un cittadino tra gli altri.


b) Il metodo dell’equilibrio riflessivo, in ogni caso, assegna al filosofo un ruolo più modesto. Esso rimanda infatti il filosofo al “sapere di sfondo” intersoggettivamente condiviso che è tipico di una cultura liberale. Affinché questo sapere funga da istanza di controllo nella scelta dei concetti teorici fondamentali, occorre che in esso si sia già sedimentata la prospettiva di un giudizio imparziale sulle questioni di giustizia politica. Altrimenti il filosofo non potrebbe apprendere nulla dai cittadini e dalle loro convinzioni politiche. Affinché il metodo dell’equilibrio riflessivo possa avere successo, la filosofia deve poter trovare come già esistente nella società civile la sua propria prospettiva. Ciò non va inteso nel senso che la filosofia possa affidarsi senza riserve a quel consenso di base che nelle società liberali presuntivamente già esiste e che già offre una sua piattaforma alla sfera pubblica (per esempio nell’uso istituzionale della ragione proprio della corte costituzionale). Non tutte le culture che si definiscono liberali lo sono poi effettivamente. Una filosofia che si limitasse a esplicitare ermeneuticamente ciò che già esiste, avrebbe abdicato alla propria forza critica17. La filosofia non deve soltanto aderire a convinzioni effettivamente esistenti; essa deve anche saper giudicare queste convinzioni secondo gli standard di una concezione ragionevole della giustizia. D’altro canto essa non deve pensare di avere “le mani libere” nel costruire autonomamente questa concezione né di poter contrapporre normativamente questa concezione a una società posta sotto tutela. La filosofia deve evitare tanto il rispecchiamento acritico della realtà quanto lo scivolamento in un ruolo paternalistico. Essa non deve né semplicemente accettare le tradizioni ereditate né progettare in dettaglio modelli di società bene ordinata.


Se correttamente inteso, il metodo dell’“equilibrio riflessivo” indica certamente una possibile via d’uscita dal vicolo cieco: infatti esso obbliga ad una appropriazione critica delle tradizioni. Questa operazione ha successo con quelle tradizioni che potremmo considerare espressione di processi di apprendimento. Per poter identificare i processi di apprendimento in quanto tali, noi dobbiamo disporre preliminarmente di una prospettiva di valutazione critica. Questo parametro appartiene alla filosofia nel suo caratteristico tendere all’oggettività e alla imparzialità. Ma nell’appropriarsi delle determinazioni procedurali della ragione pratica, anche la filosofia può a sua volta sentirsi confortata dal rinvenire nella stessa società il “punto di vista morale”, ossia quella prospettiva da cui i movimenti sociali moderni criticano le rispettive società. In senso affermativo, la filosofia può soltanto riferirsi al potenziale di contestazione che si incarna in un’impietosa autocritica sociale.


7. Lo spirito del liberalismo

Se concepiamo la giustizia politica in questi termini procedurali, i rapporti tra il politico e il morale – e anche quelli tra il morale e l’etico – appariranno in un’altra luce. Una giustizia politica che si regga sulle proprie gambe morali non ha più alcun bisogno di farsi coprire le spalle dalla verità di immagini del mondo religiose o metafisiche. Gli enunciati morali soddisfano le condizioni del pensiero post-metafisico non meno degli enunciati descrittivi, soltanto che le soddisfano in un modo diverso. I giudizi morali si guadagnano una indipendenza dai contesti ideologici [weltanschaulich] grazie a un punto di vista morale che si articola anche in ciò che Rawls chiama “requisiti procedurali per un uso pubblico della ragione” nonché “standard di ragionevolezza”. La giustezza normativa degli enunciati morali si spiega, allo stesso modo della verità degli enunciati assertori, secondo i concetti del riscatto discorsivo delle pretese di validità. (Naturalmente questi due tipi di enunciati non possono esaurire il senso proprio di verità metafisiche.) Siccome i giudizi morali si riferiscono soltanto a questioni di giustizia in generale, le questioni della giustizia politica dovranno essere specificate in relazione al medium giuridico. Ma ciò non deve interessarci oltre in questo contesto.


Dal momento però in cui le considerazioni morali e politiche possono trarre validità da una fonte indipendente, il ruolo cognitivo delle immagini del mondo viene a mutare. Ora esse posseggono un contenuto sostanzialmente etico e costituiscono il contesto per ciò che Rawls chiama il “contenuto sostanziale delle concezioni complessive del bene”. Le “visioni della vita buona” costituiscono il nucleo dell’autocomprensione di una persona o di un collettivo. Le questioni etiche sono questioni di identità. Esse hanno un significato esistenziale e sono, entro certi limiti, sempre suscettibili di esplicitazione razionale. I discorsi etici obbediscono agli standard di una riflessione ermeneutica intorno a ciò che per me o per noi è (in generale) “bene”. Le raccomandazioni etiche si collegano a un tipo di pretesa di validità che si distingue tanto dalla verità quanto dalla giustezza morale. Esse si commisurano all’autenticità dell’autocomprensione di un singolo o di un collettivo: un’autocomprensione che si è formata nel particolare contesto di una storia di vita o di una tradizione intersoggettivamente condivisa. Perciò le ragioni etiche dipendono sempre in modo particolare dal contesto e sono ragioni “non pubbliche” nel senso teorizzato da Rawls. Se è vero che con ogni enunciato noi ci assumiamo i soliti oneri della prova e i soliti doveri argomentativi (i burdens of judgement), è anche vero che le “valutazioni forti” non soggiacciono soltanto alle condizioni generali del fallibilismo. Da queste contrapposizioni etiche intorno alla valutazione di “stili di vita” e “forme di vita” concorrenti noi dobbiamo verosimilmente aspettarci anche un dissenso ragionevole per tutte le parti coinvolte18. Per contro ci aspettiamo – in linea di principio – risposte universalmente vincolanti quando si tratta di questioni di giustizia politica e di morale.


Le concezioni kantiane rivendicano neutralità nei confronti delle immagini del mondo; si tratta però di uno status “autonomo” nel senso della neutralità etica, non in quello della neutralità filosofica. Un esame dei fondamenti epistemologici di Liberalismo politico mostrerebbe come neppure Rawls possa evitare le controversie filosofiche. Il rapporto problematico tra il “ragionevole” e il “vero” chiede una spiegazione che mette necessariamente in questione la “strategia dell’evitare” seguita da Rawls. Il concetto di ragione pratica non può evidentemente essere “svuotato” del suo nucleo morale, né la morale può essere esiliata nella “scatola nera” delle immagini del mondo. Non vedo dunque alcuna alternativa plausibile alla strategia kantiana della costruzione progressiva. Non sembra possibile aggirare l’indispensabile esplicitazione del punto di vista morale, esplicitazione che dobbiamo compiere sulla base di un procedimento (che si pretende) indipendente dal contesto. Questo procedimento non è affatto indipendente da implicazioni normative – come giustamente anche Rawls sottolinea (supra, pp. 111 ss.). Esso si apparenta fin dall’inizio a un concetto di autonomia che integra tra loro “ragioni” e “volontà libera”: per questo non può essere normativamente neutrale. Autonoma è la volontà guidata dalla ragion pratica. In generale la libertà consiste nella capacità di legare l’arbitrio a massime. Ma l’autonomia consiste nell’autovincolarsi dell’arbitrio attraverso massime che noi assumiamo per conoscenza intuitiva [aus Einsicht]. Proprio perché mediata dalla ragione, l’autonomia non è un valore come tutti gli altri. Ecco perché questo contenuto normativo non pregiudica la neutralità del procedimento. Un procedimento che faccia valere il punto di vista morale di una imparziale formazione del giudizio resta neutrale nei confronti di qualsiasi costellazione di valori (anche se non nei confronti della ragion pratica stessa).


Nel costruire il “consenso per intersezione” Rawls sposta l’accento dal concetto kantiano di autonomia verso qualche cosa come l’autodeterminazione etico-esistenziale: libero è colui che diventa autore della propria vita. Questa deviazione di percorso ha anche un vantaggio. Infatti la divisione del lavoro tra il “politico” e la “sfera metafisica” indirizza l’attenzione verso quella dimensione etica che è trascurata da Kant. Rawls rende giustizia a un’intuizione che Hegel aveva sollevato contro Kant19: gli imperativi morali – anche quando si appellano a una ragione comune a tutti, o a un senso universale della giustizia – non devono calare estrinsecamente dall’alto sulla biografia di una persona. Essi devono porsi in un rapporto interno con i progetti e i modi di vita delle persone interessate, in un rapporto cioè di cui le persone stesse possano rendersi conto.


Questo diverso bilanciamento di libertà morale e autodeterminazione etico-esistenziale mi dà l’occasione per una osservazione di principio. Il modo in cui le teorie della giustizia politica si differenziano tra loro nell’impianto generale, se non proprio nella sostanza, svela differenze significative circa le intuizioni di fondo da cui prendono le mosse.


Il liberalismo politico, ossia il liberalismo dello stato di diritto, parte dall’intuizione che il singolo e la sua condotta di vita individuale debbano essere protetti dalle intrusioni del potere politico. Il liberalismo politico garantisce che “le nostre istituzioni politiche abbiano spazio per modi di vita degni e che la nostra società politica sia, in questo senso, giusta e buona” (LP, p. 192). Con ciò la differenza tra sfera privata e sfera pubblica acquista un significato di principio. Essa influenza l’interpretazione prevalente e decisiva della libertà: la libertà d’arbitrio (legalmente tutelata) delle persone private circoscrive l’ambito discrezionale per una condotta di vita consapevolmente orientata alla propria individuale concezione del bene. I diritti sono ciò che gli inglesi chiamano liberties, “gusci protettivi” che tutelano l’autonomia privata. Massima attenzione viene prestata al fatto che ciascuno sia egualmente libero di poter condurre una vita autonoma e autentica. In questa prospettiva, l’autonomia pubblica dei cittadini che partecipano all’autolegislazione civica serve a facilitare l’autodeterminazione individuale delle persone private. Benché per qualcuno possa anche avere un valore intrinseco, l’autonomia pubblica sembra, in primo luogo, semplicemente un mezzo per rendere possibile l’autonomia privata.


Il repubblicanesimo kantiano, così come io lo intendo, parte invece da una intuizione diversa. Nessuno può essere libero a spese della libertà di un altro. Giacché solo attraverso la socializzazione le persone diventano individui, la libertà di un individuo resta legata a quella degli altri non soltanto in una maniera negativa, ossia attraverso reciproche demarcazioni. Giuste limitazioni saranno piuttosto il risultato di un’autolegislazione esercitata in comune [gemeinsam]. In una associazione di liberi ed eguali, tutti devono potersi considerare collettivamente come autori delle leggi cui, in quanto destinatari, si sentono vincolati come singoli. Perciò, in questa prospettiva, è l’uso pubblico della ragione istituzionalizzato nel processo democratico ciò che rappresenta la chiave di volta per garantire libertà eguali.


Non appena i principi morali prendono forma concreta nel medium di un diritto coercitivo e positivo, la libertà della persona morale si scinde nell’autonomia pubblica del co-legislatore, da un lato, e nell’autonomia privata del destinatario di diritto, dall’altro. Entrambi i ruoli si presuppongono mutualmente. Questa relazione complementare di pubblico e privato non rispecchia alcuna fatticità. Essa è generata piuttosto, sul piano concettuale, dalla struttura del medium giuridico. È perciò compito del processo democratico ridefinire – ogni volta daccapo – i confini precari tra il privato e il pubblico, allo scopo di garantire a tutti i cittadini pari libertà nelle forme tanto dell’autonomia privata che di quella pubblica.


* Desidero ringraziare Rainer Forst, Thomas McCarthy e Lutz Wingert per le loro critiche istruttive; N.d.A.


1 John Rawls, Political Liberalism. Expanded Edition, Columbia University Press, New York, 1996, 2005, tr.it. di G.Rigamonti, A.Ferrara, P.Palminiello, C.Spinoglio, Liberalismo politico. Nuova edizione ampliata, Einaudi, Torino, 2012, p. 13, d’ora in poi citato come LP.


2 Ibidem.


3 J. Rawls, Reply to Habermas, in “The Journal of Philosophy”, 1995; tr. it. Risposta a Jürgen Habermas, supra, p. 70 e n. 22.


4 Supra, p. 76.


5 J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo [1981], 2 voll., tr. it. cit. 2022. Cfr. anche J. Habermas, Sprechakttheoretische Erläuterungen zum Begriff der kommunikativen Rationalität, in “Zeitschrift für philosophische Forschung”, 50, 1996, pp. 65-91.


6 T.M. Scanlon, Contrattualismo e utilitarismo, in A. Sen, B. Williams, a cura di, Utilitarismo e oltre [1982], tr. it. di A. Besussi, a cura di S. Veca, il Saggiatore, Milano 1984, p. 152.


7 J. Rawls, Kantian Constructivism, in “The Journal of Philosophy”, 77, 1980, pp. 515-573; questo approccio è stato proseguito con coerenza da R. Milo, Contractarian Constructivism, in “The Journal of Philosophy”, 92, 1995, pp. 181-204.


8 L. Wingert, Gemeinsinn und Moral, Frankfurt a/M. 1993, Parte seconda, pp. 166 ss.


9 Mi rifaccio qui ai “tre tipi” di giustificazione nell’ordine seguito da Rawls. Questo ordine logico non è inteso come sequenza temporale di stadi, ma come il percorso attraverso cui ogni individuo moderno può radicalizzare la sua presa di posizione rispetto a questioni attuali di giustizia politica. Infatti, non appena la sua critica problematizzi il consenso politico esistente a partire da una concezione alternativa di giustizia, egli dovrà difendere la sua alternativa nei termini di questo percorso logico.


10 J. Habermas, Uso pragmatico, etico e morale della ragione pratica, in Id., Teoria della morale, tr. it. di V. Tota, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 103-122.


11 R. Forst, Kontexte der Gerechtigkeit, Frankfurt a/M. 1994, p. 159.


12 Ivi, pp. 152-161 e 72 ss.


13 “Il significato particolare della priorità del giusto è che le concezioni comprensive del bene sono ammissibili […] solo se il seguirle si conforma alla concezione politica della giustizia” (LP, p. 161, nota 2).


14 “In tal caso [quando si è raggiunto un consenso per intersezione] i cittadini inseriscono la loro concezione politica condivisa all’interno delle dottrine complessive ragionevoli. Allora intratteniamo la speranza che i cittadini giudichino (sulla base della loro concezione comprensiva) che i valori politici di solito (benché non sempre) sono prioritari, ovvero superano in importanza qualsiasi valore non politico che possa entrare in conflitto con essi”, (supra, p. 79).


15 Devo questa argomentazione a R. Forst, Kontexte der Gerechtigkeit, cit.


16 Concordo con le considerazioni di Rawls intorno alla contrapposizione tra giustizia procedurale e giustizia sostantiva (cfr. supra, pp. 111-124). Tuttavia, tali considerazioni non si applicano al senso in cui utilizzo le espressioni “procedura” e “razionalità procedurale” quando affermo che una prassi argomentativa – istituzionalizzata in un certo modo – fonda l’aspettativa di un’accettabilità razionale dei suoi risultati.


17 È questo il caso della interpretazione contestualistica della teoria rawlsiana proposta la Richard Rorty in La priorità della democrazia sulla filosofia, in Id., Scritti filosofici I, tr. it. di M. Maraffa, a cura di A. Gargara, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 237-264.


18 Naturalmente concordo con Charles Larmore quando afferma: “Il fatto che la nostra visione della buona vita sia oggetto di disaccordo ragionevole non implica che si debba venir meno alla nostra fedeltà nei suoi confronti o considerarla, da questo momento in poi, come un mero articolo di fede. […] Dovremmo soltanto ricordare che non è probabile che tali ragioni siano accettabili per altre persone, egualmente ragionevoli ma che hanno un percorso di esperienze e riflessioni diverso” (Ch. Larmore, The Foundations of Modem Democracy, in “European Journal of Philosophy”, vol. 3, 1995, p. 63). Evidentemente Larmore non interpreta correttamente la mia posizione in merito all’uso etico della ragione pratica. Cfr. J. Habermas, Uso pragmatico, etico e morale della ragione pratica, in Id., Teoria della morale, cit, pp. 114-122.


19 L. Wingert, Gemeinsinn und Moral, cit., pp. 252 ss.