sabato 31 luglio 2021

AMORI MIEI E ALTRI ANIMALI Paolo Maurensig


AMORI MIEI E ALTRI ANIMALI

Paolo Maurensig 

Il libro
Qual è la storia preferita da ogni lettore?
Una storia d’amore, naturalmente, una storia che commuova fino alle lacrime.
Amori miei e altri animali non è però una vera e propria storia d’amore, bensì una storia “di amori”, quegli amori che sono come pietre miliari lungo il percorso dell’esistenza, dalla prima infanzia alla vecchiaia: gatti e cani, per intenderci, con l’aggiunta di qualche altro animaletto. Così, in una serie di episodi della vita dell’autore, dal lontano passato fino ad oggi, legati alla presenza, a volte discreta a volte invadente, e spesso davvero coinvolgente, di questi insostituibili compagni di viaggio, Paolo Maurensig si racconta in un modo del tutto inedito. Un apprendistato alla vita che avviene passo passo anche attraverso l’avvicendarsi di questi compagni di strada: un gatto birmano, un golden retriever, il micio Felix, Dalmazia la combinaguai e tanti altri simpatici cuccioli. Un libro delicato che offre parecchi spunti di riflessione sul senso dell’esistenza e che ci aiuta a capire come la relazione con gli animali sia ragione di arricchimento. Ed esercizio di rispetto verso tutti gli esseri viventi, umani e non.
Un modo particolare di svelarsi e di ripercorrere momenti significativi del passato componendo una speciale autobiografia, tenera, poetica, divertente, affidata ai nostri amici a quattrozampe.

AMORI MIEI E ALTRI ANIMALI


Premessa

Oggi gli animali da compagnia hanno acquisito diritti che erano impensabili solo qualche decina d’anni fa. Non c’è rotocalco che non ospiti una rubrica dedicata ai nostri simpatici amici, si pubblicano notizie di cani e gatti, amati o maltrattati, annunci di varie associazioni che si appellano al buon cuore dei lettori perché procurino ai trovatelli un tetto e un focolare. Attori, politici e personaggi di successo si fanno fotografare in compagnia dei loro beniamini, e persino in televisione la presenza di un cucciolo fa aumentare l’audience. Gli animalisti intanto continuano a insorgere contro l’aberrante e inutile pratica della vivisezione, protestano contro lo sterminio dei randagi, contro il traffico illecito, l’abbandono, i maltrattamenti. Paradossalmente, ci sono pene più severe in Occidente per chi maltratta un cane che nel Terzo mondo per chi stupra una bambina.

Gli animali sono per l’uomo una sorta di pietra di paragone e un legame con il resto del creato: per quanto possano distinguersi da noi, ci assomigliano, poiché escono da quell’eterna fucina che è la vita, in cui la natura li ha forgiati come prototipi dell’umanità. Dai rettili fino ai mammiferi, rappresentano gli esperimenti eseguiti sul banco di prova dell’evoluzione, ed è al loro “sacrificio” che dobbiamo la nostra stessa esistenza. Se il mondo ne fosse privato, patiremmo le condizioni di un orfano senza passato, di un’umanità senza storia; saremmo ancora più soli e sperduti nell’universo. Si dice che a distinguerci dagli animali sia il dono della parola, e in un tempo in cui la comunicazione è imperante (poco importa se ridotta a monosillabi), il loro silenzio ci turba. Se nello sguardo sognante di un gatto si riflettono le insondabili profondità dello spirito, in quello, più vivace, di un cane scorgiamo le nostre impellenti necessità terrene. Che siano loro i depositari della vera saggezza? Spesso, infatti, ci rendono consapevoli del tempo che sprechiamo rinchiusi in scatole ricolme di futili meraviglie, e di quanto povere sono le nostre vere esperienze. Abituati come siamo a prendere per buone quelle altrui, le nostre priorità e gli obiettivi che ci prefiggiamo finiscono per allontanarci dal vero significato dell’esistenza, come in quel gioco di società, dove una frase, sussurrata da orecchio a orecchio, infine viene completamente stravolta.

Da decine di migliaia di anni alcuni animali si sono uniti alla spedizione terrena, procedendo passo passo a fianco dell’uomo, e quando quest’ultimo smarrisce il senso della sua ricerca, sono proprio loro a rammentargli che il fine primario della vita è la ricerca della felicità.


I

Dove si narra di un gatto maldestro e degli incontri ravvicinati con un cane cattivo e un altro invece che amava gli scacchi.

Se è vero che la nostra personalità può essere rappresentata da un totem formato da animali che simboleggiano le qualità formative del carattere, nel mio, tra tanti ibridi e chimere, c’è di sicuro anche il gatto. O perlomeno, lo è stato nella mia prima infanzia.

Di solito, il primo animale con cui socializziamo da piccoli è il gatto. È il primo disegno che si insegna all’asilo, il più semplice: due cerchi, uno grande sormontato da uno più piccolo, al quale aggiungiamo due triangoli per le orecchie e una S per la coda, ed ecco la sagoma di un gatto seduto.

Da bambino avevo un’ammirazione smisurata per questo piccolo felino domestico. La sua agilità, l’equilibrio, la capacità di arrampicarsi sugli alberi, e poi l’incredibile facoltà di poter vedere nel buio lo rendevano ai miei occhi un animale magico. Il gatto era il padrone di casa, aveva libero accesso in ogni stanza, dormiva dove gli faceva più comodo (non di rado sul letto matrimoniale) e, oltre al presunto compito di tenere a bada i topi, non aveva altre incombenze domestiche. Certi diritti, ottenuti dal gatto, il sindacato canino a quel tempo se li sognava.

Uno di questi gatti superprivilegiati era quello dei miei zii che abitavano in campagna e allevavano conigli e oche. D’inverno, questo bel soriano che, data la mia statura, mi sembrava gigantesco, riusciva a entrare nella cassetta per la legna che si trovava accanto al focolare. Spingeva il bordo del coperchio con il muso finché non riusciva a ficcarci la testa, e poi si intrufolava aiutandosi con il resto del corpo. Per uscire compiva la stessa manovra, ma un giorno non fece in tempo a ritirare una zampa, che gli rimase schiacciata dal coperchio. Ricordo che per qualche tempo lo vidi zoppicare. Infine guarì. Mio zio disse che i gatti avevano nove vite, ma che cosa fosse la vita non mi era ancora chiaro.

Da bambino anch’io amavo arrampicarmi sugli alberi, e nel mio mondo immaginario avrei voluto essere un gatto. E quando un giorno sentii mio zio che diceva di me: «Si arrampica come una scimmia» arrossii dalla vergogna. Una scimmia? Ma zio, dovevi dire gatto, gatto e non scimmia. Imperdonabile da parte tua!

Più tardi, in prima elementare, escogitai il modo per farmi dare il soprannome che desideravo. Confidai al mio compagno di banco, notoriamente inaffidabile a mantenere un segreto, che quanto più detestavo era di sentirmi chiamare “gatto”. In breve tutti in classe cominciarono a chiamarmi “il gatto”, e io, fingendo disappunto, sorridevo sotto i baffi, o meglio, sotto le vibrisse.

Nel profondo della mia memoria infantile persiste ancora il ricordo di due incidenti mortali occorsi ad alcuni gatti di casa. Ho l’immagine sfocata di un gattino grigio che si trascina sul pavimento con le zampe anteriori, lasciando dietro a sé una scia di sangue. Nell’intento di superare con un balzo il varco di una porta che si stava chiudendo, era rimasto schiacciato dal battente che gli aveva spezzato la schiena. Rivedo mio padre (o meglio, la sua sagoma) che, sistematolo in una scatola per le scarpe, esce di casa dicendo che l’avrebbe portato dal dottore. E poi, un altro episodio ancora peggiore: in una torrida giornata di agosto riceviamo la visita di una corpulenta signora, cliente di mia madre, che a quel tempo cuciva in casa. Eccola entrare trafelata nella nostra cucina ansando, tutta sudata, e di botto lasciarsi cadere con tutto il suo peso su una sedia dove, raggomitolata come un morbido cuscino di pelo, dorme la nostra micia gravida. Quando chiesi che ne era stato della micia, dissero che era morta.

Un anno dopo dissero la stessa cosa di mio padre. Avevo cinque anni e se mi raffiguravo la vita simile a un lungo nastro di colore verde brillante, la morte non sapevo proprio come rappresentarmela, e del resto neppure oggi mi riesce.

Vivevamo a Gorizia, quella che un tempo era stata la “Nizza austriaca”, dove l’imperatore Francesco Giuseppe veniva a svernare. Ma ora la cittadina era uscita dal conflitto completamente smembrata, ridefinita nei suoi confini, poiché gran parte della sua provincia, passata ormai alla Jugoslavia, era spaccata a metà dalla Cortina di ferro che in certi punti attraversava intere aree della città.

Nei primi anni del dopoguerra, mio padre era riuscito ad avviare un laboratorio di pasticceria. Ma dopo la sua scomparsa l’attività aveva incontrato difficoltà crescenti, finché non era stata rilevata da altri, senza alcun tornaconto per noi se non quello di vedere estinti i debiti accumulati, evitandoci così il fallimento. Anche se a quell’età non me ne rendevo conto, vivevamo tempi molto difficili. Dopo aver subito uno sfratto, assieme a mia madre e alle sorelle maggiori traslocammo al primo piano di una casa che si affacciava su una vecchia osteria. Nel cortile interno di quella bettola c’era almeno una dozzina di gatti di ogni dimensione e colore, ma nonostante la loro presenza, a volte qualche grosso ratto passava furtivamente sotto il loro sguardo annoiato. Solo di tanto in tanto si divertivano a farne a pezzi qualcuno. E c’era anche una gazza addomesticata che la faceva da padrona, saltellando in mezzo ai tavoli dove d’estate gli avventori prendevano il fresco sotto un pergolato, e quando l’ostessa portava da mangiare ai gatti, la gazza li assaliva brutalmente disperdendoli, per cogliere i bocconi migliori. Per ultimo, legato a una catenella teleferica che scorreva lungo un filo teso, c’era anche un vecchio setter spelacchiato che passava gran parte del tempo a dormire nella sua cuccia.

A quel tempo i cani non destavano in me alcun interesse particolare, forse perché li vedevo relegati all’ultimo posto nella gerarchia domestica: rozzi guardiani confinati di solito in uno spazio angusto e costretti a passare le notti all’addiaccio anche nel più rigido degli inverni. Quasi sempre si trattava di botoli ringhiosi dai quali cercavo di tenermi alla larga.

Ci fu però un mio primo incontro ravvicinato con un cane, di cui ancora oggi ho bene impresso il ricordo.

Nei primi anni del dopoguerra l’urbanizzazione era scarsa, la periferia assente, e la città si versava direttamente nell’aperta campagna. L’abitazione più prossima alla nostra era una casa colonica, dove viveva un bambino della mia stessa età, con cui spesso andavo a giocare. Tutti lavoravano nei campi, e in casa, oltre a noi due, restava a volte solo il nonno, impegnato nel laboratorio di falegnameria che aveva ricavato in un angolo della rimessa per i carri agricoli. Era un uomo sugli ottanta, asciutto, abbronzato, di poche parole. Ricordo che mi incuteva un certo timore. Sull’aia, non molto lontano dal cancello d’entrata, in modo che nessun estraneo sfuggisse al suo controllo, stava di guardia Rolf, un grosso cane, una specie di Cerbero legato a catena. Era una bestia molto pericolosa, e nessuno dei familiari si azzardava ad avvicinarlo. Solo il nonno poteva farlo senza correre il rischio di essere azzannato. Si può solo immaginare come venivano accolti gli estranei. Tutte le volte che entravo, cominciava ad abbaiare furiosamente, tirando la catena fino al limite di rottura, finché il nonno non gli intimava di smetterla. Solo alla voce del padrone si calmava, per rintanarsi mogio nella sua cuccia. Un giorno entrai nell’aia e, non trovando nessuno, mi diressi verso il cancello opposto, quello che dava sui campi. Volevo chiamare il mio amichetto, e non mi rendevo conto del pericolo che stavo correndo. Solo quando mi ritrovai in mezzo al cortile deserto, solo allora notai l’assenza del cane: la catena era appoggiata sopra la cuccia, e alla sua estremità pendeva il collare slacciato. Ed ecco spuntare la sagoma di Rolf dietro una catasta di legna da ardere: le orecchie tese, il pelo che gli si rizzava sul dorso, già stava prendendo la rincorsa. Non vi è alcun dubbio che io abbia tentato di fuggire poiché ricordo solo di essere stato placcato brutalmente, ritrovandomi con la faccia nella ghiaia e con la bestia inferocita sulla schiena. Cercai di raggomitolarmi, ma quando stavo già per essere azzannato alla nuca, di colpo mi sentii liberare dal peso che mi schiacciava a terra, mentre una voce mi gridava: «Scappa, scappa, scappa!».

Rimessomi in piedi, cominciai a correre verso il cancello d’entrata, ed ebbi appena il tempo di scorgere il nonno che, avvinghiato al collo del cane, cercava di trattenerlo con tutte le sue forze per darmi il tempo di mettermi in salvo.

Sono convinto che senza il suo provvidenziale intervento non sarei qui a raccontarla. Per quanto l’episodio riguardi la mia prima infanzia, il suo ricordo rimane indelebile, e sebbene svoltosi nello spazio di pochi attimi, il tempo in quei frangenti si era dilatato al punto da consentirmi ancora oggi di rivederlo al rallentatore. Questa disavventura, tuttavia, non lasciò in me alcun trauma, e in vita mia non ho mai avuto paura dei cani, anche se li ho avvicinati sempre con molta prudenza.

Un altro cane legato ai ricordi della mia infanzia, e anche, in modo alquanto bizzarro, alla mia iniziazione agli scacchi, apparteneva a un barone austriaco che aveva sposato mia cugina. Abitavano in una vecchia villa sulla strada principale che dalla stazione ferroviaria portava verso il centro di Gorizia. Durante le vacanze estive ci andavo a giocare con i loro due figli che avevano pressappoco la mia stessa età. Spesso si univa a noi anche il cane, uno schnauzer gigante di colore grigio. Convinto, però, di possedere lui stesso un quarto di nobiltà, non si lasciava coinvolgere troppo, e dopo un po’ si allontanava per restare in disparte a osservarci.

Al primo piano c’era un grande soggiorno con le finestre che davano su un giardino lasciato al proprio rigoglio. Nei giorni di pioggia, quando non si poteva stare all’aperto, noi bambini ci rifugiavamo in quella stanza a trastullarci con i vari giochi da tavola riposti in un grande armadio a muro. E lì dentro c’erano anche gli scacchi, che i miei cugini si azzardavano a togliere dallo scaffale solo quando il papà non era in casa. Non conoscendo le regole, muovevamo quelle figure come fossero soldatini di piombo, usando per campo di battaglia la scacchiera.

Un giorno che un acquazzone improvviso ci aveva fatto rientrare di corsa, salimmo al piano di sopra e trovammo il barone impegnato in una partita a scacchi con un amico. Con un gesto imperioso il barone ci zittì. Intimoriti, i miei cuginetti si appartarono in un angolo del soggiorno, mentre io mi avvicinai di soppiatto per osservare il gioco da vicino. Seduto al loro fianco, stava lo schnauzer, il quale dimostrava per il gioco un insolito interesse (e solo in seguito avrei scoperto perché).

Il barone mi voltava le spalle, era piegato in avanti, con la camicia tesa sulla schiena massiccia, e si accarezzava la punta della barba in un atteggiamento di profonda riflessione.

Le sorti di quella partita mi restarono oscure, poiché a un certo punto i due avversari cominciarono a rimestare i pezzi sulla scacchiera, commentando di volta in volta mosse e posizioni che solo a loro potevano risultare comprensibili. Non mi riuscì di capire chi dei due avesse vinto, ma mi parve che il barone fosse di pessimo umore.

Fu lui che in seguito mi avrebbe insegnato i primi rudimenti. Avevo solo otto anni e avrei ripreso in mano gli scacchi solo un decennio più tardi, per non lasciarli mai più. Ancora oggi ripenso a quel tempo, alla villa, al tamburellare della pioggia sulle lucide foglie di una magnolia che si affacciava alle finestre, mentre il barone filava la punta della barba grigiastra, meditando sulla prossima mossa. E mi torna in mente un particolare curioso: giocavamo su una bellissima scacchiera antica, di cuoio, e anche le figure degli scacchi erano tornite finemente in un materiale simile all’avorio. Mancava però un pezzo: una torre bianca, sostituita all’occorrenza con un rocchetto di legno, che ci faceva la figura di un mendicante invitato a corte. Ebbene, non avevo mai detto al barone di aver visto il suo cane seppellire un osso, rosicchiato come un torsolo di mela, del tutto simile a quella torre mancante.


II

Come un cane abbandonato torna a casa a rimproverare il padrone.

Mentre scrivo queste righe, cercando di pescare nella memoria episodi quanto più lontani mi è possibile, il caldo d’agosto mi trattiene in casa. Fuori regna la canicola (che non a caso designa la stella di Sirio, la stella più brillante della costellazione del Cane, la quale segna la punta più torrida dell’estate). È tempo di ferie, quindi, e come tutti gli anni, in questo mese si moltiplicano gli appelli a non abbandonare i propri animali. Chi trasgredisce al divieto mettendo in pericolo anche la vita di altre persone compie un atto doppiamente criminale.

Ricordo che anni addietro, mentre viaggiavo in automobile, dalla carreggiata opposta volò “qualcosa” che per poco non si schiantò sul mio parabrezza: feci appena in tempo a scorgere nello specchietto retrovisore che si trattava di un cane. E un’altra volta, mentre procedevo ad alta velocità sulla corsia di sorpasso di un’autostrada, vidi venirmi incontro un alano che trotterellava lungo il guardrail; non avendo lo spazio per rientrare, strinsi i denti e proseguii la corsa preparandomi a subire un terribile impatto, che per fortuna riuscii a evitare all’ultimo momento. A quale fine andasse incontro quel povero animale è facile immaginare: prima o poi sarebbe crollato a terra stremato dalla fatica, o peggio, ubriacato dai gas di scarico, avrebbe sbandato verso il centro della carreggiata, rendendo inevitabile un incidente.

Quando leggo sui quotidiani notizie del genere, mi viene spontaneo chiedermi chi siano e che aspetto abbiano queste persone. A prima vista sembrano lontane, appartenenti a una razza che non è la nostra, come fossero degli alieni. Eppure esse si aggirano tra noi: potrebbe essere il capoufficio, appena tornato dalle vacanze con un’impeccabile abbronzatura; potrebbe essere il collega di lavoro, il vicino, o il conoscente che si dimostra afflitto per la perdita improvvisa del suo cane perché, a sentire lui, «è scappato di casa».

Il fatto sconcertante, poi, è che il più delle volte il colpevole non è una sola persona, ma a rendersi complice è un’intera famiglia, compresi i bambini che magari conserveranno a lungo una foto che li ritrae stretti al cucciolo appena adottato. Di sicuro a loro è stato detto che il cane se la sarebbe cavata da solo e che al loro ritorno l’avrebbero ritrovato sulla porta di casa ad aspettarli, e quando ciò non avviene si promette loro che presto ne avranno un altro. Mi chiedo se questi bambini, crescendo, non finiranno un giorno per rinfacciare ai genitori l’inganno.

Il comportamento verso gli animali rivela molto di una persona, e spesso ne mette in luce aspetti poco edificanti. Sono convinto che chi lascia il proprio cane su un’autostrada, per poi proseguire allegramente verso l’ambìto luogo di villeggiatura, sarà una persona inaffidabile anche nei rapporti umani. Vorreste tenere nella vostra cerchia di amici uno così? Anni addietro, ricordo, c’era una persona che frequentava la nostra casa: un uomo colto, simpatico, grande viaggiatore, sempre pronto a narrarci qualche episodio divertente capitatogli in passato. Una sera a cena, senza batter ciglio, ci raccontò che da bambino si divertiva a prendere i gatti con tanto di lenza e amo. Da quella volta ci guardammo bene dall’invitarlo a casa nostra.

Di sicuro non si può obbligare nessuno ad amare gli animali. Conosco persone che alla vista di un gatto o di un cane restano paralizzate dal terrore. Alla domanda se abbiano mai subito aggressioni o attacchi, o se risalendo alla loro infanzia c’è qualche episodio spiacevole che possa giustificare tale repulsione, rispondono di ignorare del tutto a cosa sia dovuta la loro avversione per degli innocui animali domestici. Eppure, nonostante la repulsione patologica di cui soffrono, non sarebbero capaci di fare loro del male. Una nostra amica, per esempio, vive in una famiglia dove ci sono quattro cani, amatissimi dal resto dei componenti. Di sicuro sverrebbe al solo sentirsi sfiorare, ma gli animali hanno capito che da lei non si possono aspettare alcuna effusione, e si tengono alla larga, rispettando i suoi spazi. Nonostante questa incontenibile avversione, lei stessa ha voluto che i suoi fratelli si prendessero cura di un piccolo bracco abbandonato, che si aggirava nei pressi della loro casa, affamato e quasi dissanguato da centinaia di zecche.

Ci sono poi quelli che, purtroppo, esprimono un connaturato sadismo, il quale di solito si rivela già durante l’adolescenza, quando il loro divertimento consiste nel torturare qualche innocuo animaletto. Dio non voglia che le mie congetture trovino riscontro, ma a volte mi chiedo se non sono proprio queste le persone che in caso di guerra, sommosse o rivoluzioni si accollano volentieri il tristo compito di far “cantare” i prigionieri.

Neppure loro, tuttavia, abbandonerebbero il proprio cane, per il semplice fatto che si guardano bene dal tenerne uno in casa, a meno che, tanto per alimentare il loro ego, non si tratti di un esemplare di razza da esporre con orgoglio alle mostre, salvo poi tenerlo rinchiuso per il resto del tempo in una gabbia di pochi metri quadri.

Credo invece che chi al primo fastidio cerca di sbarazzarsi del proprio cane appartenga piuttosto alla categoria, ahimè molto più diffusa, di coloro che non sono né carne né pesce, la stirpe di Giuda: i vili, i traditori, quelli che in un paese occupato dal nemico ricoprono il ruolo del collaborazionista, sempre pronti a vendere l’amico, e persino il fratello, pur di non avere fastidi.

Da giovane frequentavo una ragazza di cui mi ero mezzo invaghito. Viveva con sua madre, rimasta vedova, in una casa tutta trine e merletti. A quel tempo ai giovani non era concessa la libertà di oggi, e per poter uscire di sera con una ragazza bisognava farsi conoscere dai genitori e rassegnarsi a sottostare ai loro cerimoniali.

Un pomeriggio d’estate, mentre, assieme a sua madre, sorbivamo un tè nel minuscolo e curatissimo giardino, scorsi, riposta in un angolo, una vecchia cuccia di legno.

«Avete un cane» osservai.

«Ne avevamo uno, fino a due anni fa» disse la madre.

«Povero Boby» commentò la figlia, con un sospiro.

In quel lindo siparietto, ricolmo di altarini votivi offerti alla convenzione borghese, in quale altro modo poteva chiamarsi un cane?

E qui la madre, sorridendo come a un ricordo divertente, mi raccontò (non lo avesse mai fatto!) la fine toccata al povero Boby.

«Era diventato vecchio e cominciava a emanare un cattivo odore» esordì la signora, arricciando il naso.

Boby era “malato di vecchiaia”; quindici anni sono tanti per un meticcio di taglia media, e così un giorno le due donne decisero di portarlo al canile. Boby fu ben felice di fare una gita in macchina. Era da tempo che non succedeva, e con grande entusiasmo, malgrado l’artrite avanzata, saltò nel vano posteriore della loro Giardinetta familiare. Ansando tutto eccitato, già pregustava una bella scampagnata, non sospettando lontanamente che la destinazione fosse un’altra. Il canile però era chiuso. Forse, durante l’estate, l’orario per i visitatori era stato ridotto. Che fare? Riportarlo indietro neanche a parlarne. Madre e figlia decisero allora di lasciarlo lì e, dal momento che il cancello era serrato, lo sollevarono di peso fino in cima al muro di cinta e poi, con una spinta, lo fecero cadere all’interno. Udirono solo un breve guaito, poi più nulla.

Sbarazzatesi di quel peso, trascorsero il resto del tempo a fare acquisti in città, e infine, visto che la giornata era davvero torrida, si fermarono in un caffè del centro per rinfrescarsi con una bibita ghiacciata. E così, dopo chiacchiere, risatine e commenti sugli acquisti appena fatti, le due donne, neppure lontanamente sfiorate dal pensiero di aver appena commesso un atto spregevole, si apprestarono a fare ritorno a casa. E fu lungo il tragitto che furono sfiorate da un dubbio. Sembrava strano che il canile potesse essere chiuso a quell’ora di un giorno infrasettimanale, e così, per sincerarsene, tornarono sul posto. Il cancello di ferro, infatti, era serrato con catena e tanto di lucchetto, e le erbacce cresciute tra i battenti lasciavano credere che non si fosse mosso sui cardini da un bel pezzo. All’interno di quelle mura, inoltre, stagnava un silenzio insolito: non si udiva provenire il benché minimo latrato. Solo allora si resero conto che la struttura municipale era stata chiusa da tempo e trasferita altrove. E Boby? Dopo averlo chiamato ripetutamente, non ricevendo risposta, tornarono a casa, non prima di essersi annotate un numero di telefono ricopiato da una targhetta posta sull’entrata. Il giorno dopo, avrebbero chiamato l’ufficio chiedendo che qualcuno si occupasse del povero animale, rimasto chiuso nel recinto deserto.

Nell’ultimo tragitto verso casa, cominciarono a chiedersi come avrebbero giustificato l’accaduto al funzionario del canile. Non potevano certo dire di essere state loro stesse ad averlo gettato al di là del muretto. Avrebbero rischiato una denuncia per maltrattamenti e di sicuro sarebbero incorse in una sanzione. Ben presto cominciarono a litigare e a rinfacciarsi la colpa di averlo abbandonato a quel modo. Infine conclusero di comune accordo che sarebbe stato meglio far finta di nulla e lasciare le cose come stavano.

Una volta arrivate a casa, come succedeva a ogni minimo screzio, già non si rivolgevano più la parola. Persino gli acquisti appena fatti, ammucchiati sopra una poltrona, avevano perso ogni attrattiva. E mentre la madre aveva preso a sfaccendare ai fornelli, per preparare la cena, la figlia sedette imbronciata davanti al televisore. La serata sembrava ormai irrimediabilmente compromessa, se non che, tutto a un tratto, la madre si lasciò scappare un gridolino di sorpresa…

A quell’ora della sera, fuori c’era ancora luce sufficiente, e per quanto nel piccolo giardino le ombre s’infittissero, oltre i vetri della finestra si poteva scorgere chiaramente la sagoma del loro cane: stava seduto sulla tavola di pietra (proprio la stessa sulla quale sorbivamo il tè). La signora si sentì in dovere di spiegarmi che a Boby era tassativamente proibito salire su quella tavola, e che, dopo essere stato duramente punito un paio di volte, da allora non si era mai più azzardato a trasgredire. Stavolta, però, l’aveva fatto di proposito, quasi in segno di sfida. Ciononostante, non se la sentirono di sgridarlo: ben altri pensieri e interrogativi passavano loro per la mente. In che modo era uscito dalla recinzione e, inoltre, come aveva fatto, vecchio e malandato com’era, a coprire un percorso di parecchi chilometri, attraversando anche strade piuttosto trafficate?

Pentite, tentarono di riconquistarlo. Il cane, però, non reagiva in alcun modo alle loro moine: se ne restava impettito e, cosa davvero strana, al loro avvicinarsi voltava il muso dall’altra parte, quasi volesse evitare di guardarle negli occhi. A nulla valsero i tentativi di rabbonirlo; neanche un piatto di bocconcini, di cui andava particolarmente ghiotto, riuscì a smuoverlo da quello stato. Una di loro provò ad accarezzarlo, ma ritrasse subito la mano perché le era sembrato di sentirlo ringhiare.

È facile intuire quali fossero i sentimenti che Boby provava in quel momento.

Rassegnate, madre e figlia lo lasciarono dov’era. Tutte e due, però, passarono la notte senza chiudere occhio; di tanto in tanto si alzavano per affacciarsi alla finestra: il cane era sempre lì, immobile, e la sua sagoma si stagliava al chiarore della luna.

Sparì solo alle prime luci dell’alba, per non fare più ritorno. Non fosse stato per una traccia di sangue lasciata sulla pietra, si sarebbe potuto pensare a un fantasma.

Dopo aver ascoltato questo racconto, i rapporti con quella ragazza non furono più gli stessi, i nostri incontri si diradarono fino a esaurirsi. Tutte le volte che stavamo assieme era inevitabile che mi tornasse alla mente il suo abominevole gesto.

So bene che qualcuno potrà obiettare che, in fondo, quel cane ha finito per tradire la propria natura, che il suo risentimento è stato eccessivo, “poco canino”, e che avrebbe dovuto “perdonare”, sciogliersi in effusioni alla vista della padroncina, e sentirsi felice di essere tornato nuovamente a casa. In realtà, non sappiamo quale potrebbe essere la reazione di tutti quei cani abbandonati, qualora rincontrassero il loro sciagurato padrone. Probabilmente non si renderebbero conto della gravità dell’accaduto e, avendo la coda di paglia per tutte le sgridate e le punizioni subite in passato, anche stavolta se ne addosserebbero la colpa implorando supplici il perdono.

Ma se solo capissero… E a volte succede.


III

La storia di Confucio e di un uomo messo davanti a una difficile scelta.

Il primo abbandono di un cane, di cui si ha notizia, risale a un lontano passato, e sembra che a provocarlo sia stato Confucio.

In una regione della Cina viveva un giovane uomo di nome Kung. Coltivava la terra e, dopo che una pestilenza si era portata via i genitori, abitava da solo, con il suo cane, in una confortevole capanna con il tetto di paglia. Assieme al suo fido compagno aveva diviso momenti di gioia e di dolore, aveva affrontato carestie, siccità e inondazioni, ma anche trascorso periodi tranquilli e felici andando a caccia sulle colline. La vita di Kung scorreva serena, finché un giorno, al mercato del paese, non incontrò un’avvenente fanciulla di cui si innamorò perdutamente. Era la figlia di ricchi possidenti terrieri, mentre Kung era solo un loro mezzadro; tuttavia, sebbene la sua condizione sociale fosse ben visibile dagli abiti che indossava, la ragazza non sembrava insensibile alle sue attenzioni, che contraccambiava con lunghi sguardi colmi di promesse. Kung cominciò a corteggiarla, recapitandole fiori e piccoli oggetti: fermagli e pettini d’osso, che lui stesso intagliava e colorava con la biacca, e anche pergamene, arrotolate e inserite in minuscoli astucci ricavati dalla canna di bambù, in cui le esprimeva, con versi e disegni, tutto il suo amore. Durante le lunghe notti insonni, Kung, non avendo altri con cui parlare, si confidava con il proprio cane che, accovacciato ai piedi del letto, di tanto in tanto uggiolava sommessamente, come se volesse confortarlo. Kung era infelice. Continuava a chiedersi quali speranze potesse avere di conquistare, lui, misero contadino, il cuore di una fanciulla così altolocata, e temendo di essere respinto e deriso rimandava di giorno in giorno la decisione di recarsi dai genitori per chiederne la mano. Ma un giorno, incontrandola mentre passava per strada assieme alla governante, gli sembrò di notare nello sguardo della ragazza un che di strano, come un rimprovero, ma allo stesso tempo una richiesta, quasi volesse dirgli: «Che cosa aspetti? Fatti avanti!».

Fu allora che Kung finalmente si decise, e il giorno dopo si presentò alla porta di casa della sua innamorata.

Con sua grande sorpresa, i servi non lo cacciarono, gli sembrò anzi che i genitori della giovane già lo aspettassero, conoscendo quale sarebbe stata la sua richiesta. Per quanto si fosse preparato un ben forbito discorso, Kung riuscì a balbettare solo qualche parola. Allora il padre di lei, che da principio gli era sembrato piuttosto arcigno, lo fece avvicinare e lo abbracciò. Disse che, in seguito alle informazioni avute sul suo conto, lo riteneva un ragazzo non solo onesto e sincero, ma anche un grande lavoratore, poiché, di tutti i suoi mezzadri, era quello che aveva fornito sempre il raccolto più abbondante. Lui stesso, disse, si era riscattato dalla povertà conquistandosi le proprie ricchezze con il duro lavoro di una vita. Era ben felice quindi di concedergli la mano della sua primogenita, e non avendo avuto eredi maschi, a nozze avvenute, gli avrebbe affidato anche la conduzione di tutti i suoi possedimenti. Per il momento, fino alla data del matrimonio, che si sarebbe stabilita al più presto, per un giorno alla settimana gli era consentito di frequentare sua figlia.

Se mai l’espressione “trovarsi al settimo cielo” non fosse già stata coniata prima, quello sarebbe stato il momento giusto per farlo. Per giorni e giorni Kung continuò a vivere come un sonnambulo. Stentava a credere che il suo non fosse solo un sogno e, per sincerarsene, di tanto in tanto si infliggeva dolorosi pizzicotti. Dando fondo a tutti i suoi risparmi, acquistò al mercato un abito nuovo per il primo incontro che avrebbe avuto di lì a poco con la sua fidanzata. Finalmente arrivò il giorno e poté parlare con lei e guardarla senza timore negli occhi. Seppure sotto il controllo della governante, che li seguiva discretamente a una decina di passi, ebbero modo di dirsi tante cose riguardanti il loro futuro. E quello sarebbe stato il giorno più radioso della sua vita se una nuvola improvvisa non fosse venuta a offuscarlo.

Mentre procedevano lungo un sentiero che costeggiava il fiume, ecco arrivare di corsa il suo cane, che cominciò a saltellare attorno a loro esprimendo con brevi latrati tutta la propria gioia. Ma la reazione della promessa sposa fu quantomeno inaspettata: si irrigidì in tutto il corpo, mentre un’espressione di disgusto e di paura le abbruttiva il volto.

«Caccia via quel mostro!» gridò.

«Ma è solo un cane.»

«Mandalo subito via!» gridò nuovamente, e questa volta con tanta veemenza da far accorrere la governante.

E Kung, seppure a malincuore, con un gesto perentorio scacciò l’animale, il quale si allontanò uggiolando con la coda tra le gambe.

Nei loro incontri successivi, Kung tentò in ogni modo di convincere la fidanzata che si trattava di una bestiola tranquilla, la quale non avrebbe minimamente interferito nei loro rapporti futuri. Certo, non era un campione di bellezza, ma neppure un mostro, anzi, era una brava creatura con la quale aveva condiviso parecchi anni di vita. Ma a nulla valsero tutti i suoi tentativi di farle cambiare idea, neppure quando le raccontò che una volta, vedendolo in difficoltà nelle acque del fiume, il cane si era tuffato in suo soccorso, salvandogli la vita.

«Io gli voglio bene» disse Kung «e mai vorrei separarmene.»

«Ah, è così? Dunque tu mi abbassi sullo stesso piano di una bestia? E allora ti dico che dovrai scegliere tra il mio amore e quello per il tuo animale. E finché non prenderai una decisione, non farti più vedere.»

Ecco che la felicità di Kung stava andando in frantumi. Tornò a casa distrutto nell’animo. Il suo cane, quasi sapesse di essere la causa di tutto, se ne restò per tutto il tempo in disparte osservandolo con occhi melanconici. Dopo aver meditato a lungo sul da farsi, Kung decise che avrebbe chiesto consiglio a un saggio, e poiché aveva saputo che Confucio, nel suo peregrinare attraverso la Cina, si era fermato in un monastero che distava due giorni di cammino, decise di raggiungerlo e si mise subito in viaggio. Arrivò al monastero alle prime luci del giorno, ma dovette aspettare fino a sera perché il Maestro lo ricevesse. Non appena al suo cospetto, Kung si prostrò davanti al Maestro e, dopo avergli esposto il dilemma, gli chiese di illuminarlo sulla decisione da prendere. Confucio restò a lungo in silenzio, poiché di fronte a un quesito così difficile anche lui si aspettava a sua volta un’illuminazione.

Infine, il sant’uomo scrisse qualcosa su un foglio, lo ripiegò per bene e, dopo averglielo consegnato, lo accomiatò con un gesto benedicente.

Egli non osò leggerne il contenuto finché non fu in vista del suo villaggio. Su quel biglietto c’era scritto: Se non abbaia troppo e non morde, scegli la donna.

Kung, pensando di aver interpretato bene l’oracolo del Maestro, convolò a nozze.

Si racconta che non fu un matrimonio felice.

Ma che fine avesse fatto il cane non ci fu mai dato di sapere.


IV

La stessa storia, in chiave moderna, con un esito diverso.

Riflettendo su questo racconto orientale, molti, e io per primo, possono aver avuto l’impressione che la morale si riferisse non tanto alla necessità di ponderare attentamente prima di scegliersi la compagna (o il compagno) di una vita, quanto al fatto che rinunciare a un piccolo bene sicuro, poiché attratti da un vano miraggio, non è cosa saggia. Inoltre il racconto ci suggerisce che spesso il comportamento di una persona verso un essere inferiore ci svela molto del suo carattere.

Sono sicuro che la sorte del povero cane abbandonato abbia toccato il cuore di alcuni lettori non meno della vicenda dello sfortunato Kung. È per loro, quindi, che qui di seguito espongo una vicenda che è la rivisitazione moderna del suddetto racconto.

Nelle lunghe ore passate nella sala d’aspetto di un pronto soccorso, spesso si ha il tempo di ascoltare lo svolgimento di vite intere. E così pure dal veterinario. Era la seconda volta che incontravo quell’uomo. Qualche mese prima teneva a bada un grosso rottweiler in attesa di farlo visitare, mentre adesso stava aspettando l’esito di un delicato intervento chirurgico.

«Un tumore, grosso come un cocomero» mi disse.

Era sui cinquant’anni, calvo, piuttosto robusto. Piegato in avanti, si tormentava le mani con aria preoccupata e tutte le volte che sentiva aprirsi una porta sobbalzava sulla sedia.

«Spero che Lapo ce la faccia. Anche se mi ha sconvolto la vita, è stato il compagno più fedele che abbia mai avuto, e non mi rassegno all’idea di perderlo.»

Sapevo bene quel che significa veder morire un essere con cui si è condivisa parte della vita. Adottare un cane, soprattutto di taglia grande, è come prendersi cura di un bambino, sapendo che non raggiungerà mai l’età dell’adolescenza.

Cercai di rassicurarlo dicendogli che tutto sarebbe andato per il meglio. A quel punto, l’uomo, che all’inizio mi era sembrato di poche parole, cominciò a parlarmi. Succede spesso alle persone taciturne di volersi sfogare in una volta sola.

«Mio fratello e io avevamo un’impresa di costruzioni» cominciò a dire. «Entrambi felicemente sposati, con due figli adolescenti, un maschio e una femmina, più o meno della stessa età. Mai uno screzio né in casa né sul lavoro, e anche i ragazzi andavano molto d’accordo. Eravamo legati al punto che avevamo costruito due abitazioni gemelle e comunicanti. Tutto sarebbe andato bene se a ficcare il naso nei nostri affari e a seminar zizzania non ci fosse stata la sorella di mia cognata. Per ogni cosa aveva la sua da dire: e sull’andamento dell’azienda, e sulla politica, e sull’educazione dei figli, e sulla cucina… Persino l’abbigliamento aveva modo di criticare, proprio lei che era capace di andare in giro con una gonna plissettata e ai piedi pesanti scarpe da montagna. Inoltre, non sapeva neppure lontanamente cosa fossero le regole della buona creanza, ed era completamente insensibile nei confronti delle altrui esigenze. Si vantava di dire ciò che pensava, ma in realtà non pensava affatto; e in presenza di estranei era capace di fare delle gaffe madornali. Altro che parlare di corda nella casa dell’impiccato, lei avrebbe tenuto un corso completo sull’arte di intrecciare i nodi. Non si era mai sposata, poiché i suoi corteggiatori li aveva respinti sul nascere in quanto non ritenuti alla sua altezza. Aveva preferito invece condurre un’annosa relazione clandestina con una persona importante, una vicenda che ci aveva coinvolti tutti, rendendoci complici e paraninfi, se non addirittura mezzani. Il suo ruolo, quindi, era quello della zia zitella, onnipresente tutte le domeniche, le feste comandate, ai compleanni dei nipoti e, naturalmente, anche a Natale e a Pasqua, di solito funestati dalla sua querula presenza.»

L’uomo s’interruppe perché distratto dall’aprirsi di una porta dell’ambulatorio. Resosi conto che l’intervento non era ancora finito, riprese il filo del discorso.

«Perché le ho detto tutto questo?» Sembrava pentito di essersi sfogato a quel modo. «Tanto per farle capire il tipo di donna. Fu lei, infatti, che un giorno decise di regalarci un cane. Che io ricordi, non aveva mai fatto un regalo che non fosse finito in cantina il giorno dopo, ma quella poi di regalarci un cane…

«Era il giorno di Natale, e lei era arrivata a casa nostra a mani vuote, il che ci era parso un po’ strano. Quando fu il momento dello scambio dei regali, suonarono alla porta e si presentò un uomo incaricato di consegnarci un pacco vistosamente infiocchettato. Il fatto che avesse dei fori allineati sui due lati mi fece venire un brutto presentimento. Le lascio immaginare il contenuto. Un cucciolo di cane! Naturalmente i ragazzi ne furono entusiasti, poiché di solito ai regali della zia dovevano far buon viso a cattiva sorte, ma questa volta ne fummo conquistati tutti. Era un regalo collettivo, così spiegò la zia ai ragazzi, e tutti avrebbero dovuto accudirlo. Ma, passata la prima sorpresa, cominciammo a ragionare ad alta voce. Prima di tutto era un rottweiler, ciò significava che in breve tempo avrebbe raggiunto un peso attorno ai cinquanta chili. In secondo luogo era un cane da difesa e andava quindi tenuto sotto controllo. E per ultimo, mia moglie aveva un’avversione patologica per gli animali in genere. Come non bastasse, le nostre abitazioni, costituite da due villette a un piano, davano su una strada di grande passaggio ed erano completamente prive di recinzione. Alla fine arrivammo alla conclusione che avrebbe dovuto riportarselo indietro, in quanto tra gli impegni e il lavoro non c’era nessuno che se ne potesse occupare. A quel punto lei cominciò a inveire dicendo che eravamo degli egoisti, insensibili e ingrati, mentre lei aveva pensato alla nostra felicità spendendo dei bei quattrini per quell’esemplare di razza con tanto di pedigree (venimmo a sapere in seguito che lei aveva colto l’occasione per sbarazzarsi del regalo di un suo corteggiatore). Quel pomeriggio la discussione degenerò in un vero e proprio litigio in cui ciascuno di noi le rinfacciò tutto ciò che si era tenuto dentro per anni; fu un vero e proprio processo, con il risultato che lei se ne andò giurando che non avrebbe mai più messo piede a casa nostra. Promessa cui tenne fede, dimenticandosi però di portarsi via anche il cucciolo.

«E fu così che Lapo entrò nella nostra vita, creandoci un mucchio di problemi. Per un certo periodo ci spartimmo i compiti e anche i ragazzi si impegnarono. Si sa, però, che un cane non può appartenere a più di un padrone, poiché lui stesso decide tra i familiari quello che nella scala gerarchica propria della sua specie rappresenta il capobranco. E in questo caso fui io il prescelto. Anche se ciò voleva dire che ne ero il diretto responsabile e che sarei stato, tra tutti, il più impegnato ad accudirlo, ne ero orgoglioso, e Lapo mi ricambiava con affetto e dedizione. È sempre stato eccezionale, e non esagero nel dire che gli manca solo la parola. A differenza degli esseri umani, i quali possono rivoltarsi contro di te, compresi i figli e la moglie, un cane non lo farà mai.

«Avevo recintato tutta la proprietà, creando uno spazio dove potesse muoversi libero. Gli avevo costruito con le mie stesse mani una cuccia in mattoni che era un’autentica villetta. Confesso con un certo imbarazzo che il primo pensiero della giornata e l’ultimo della sera era per lui. Per quanto fosse diventato un esemplare di taglia gigantesca, non ci aveva mai procurato dei guai, pur assolvendo egregiamente al suo ruolo di guardiano. Mia moglie alfine lo tollerava, ma guai a farlo entrare in casa. Tutto questo durò fino a qualche anno fa, quando la crisi ci portò al fallimento della ditta e alla necessità di vendere le nostre case per far fronte ai creditori. Andammo ciascuno per la propria strada. Mia moglie e io ci trasferimmo in un’abitazione in affitto. Io cominciai a lavorare per conto mio, e Lapo, che fino ad allora aveva avuto mille metri di spazio tutti per sé, fu costretto a essere legato a catena in un piccolo cortile. È vero che il denaro non porta la felicità, ma di sicuro non guasta. I rapporti con mia moglie erano diventati molto tesi, al punto che già pensavamo di separarci. C’era il problema dei figli che dovevamo mantenere agli studi, c’era l’affitto da pagare, le bollette… un vero inferno quotidiano. Da impresario mi adeguai a fare il muratore, ma con i lavoretti saltuari che mi capitavano non riuscivo a tener fronte agli impegni, e per ultimo c’era il problema del cane, che tra cibo e continue visite veterinarie incideva parecchio sul nostro già precario bilancio familiare. Quel povero animale era diventato la pietra dello scandalo, tutto ormai ruotava attorno a lui, come fosse stato il solo responsabile delle nostre disgrazie. Infine durante uno degli ennesimi litigi, mia moglie mi mise davanti a una scelta. Dovevo sbarazzarmene, immediatamente, altrimenti se ne sarebbe andata via lei. E per agevolarmi nella decisione quella sera tornò da sua madre, lasciandomi da solo in casa, a meditare. Era proprio curiosa di vedere, disse, se volevo più bene a lei o al cane. Il giorno dopo ne avremmo riparlato. Passai una notte infernale, mi ubriacai persino, e nella testa cominciavano a entrarmi pensieri che non avevo mai avuto. Infine feci qualcosa di cui non riuscirò mai a perdonarmi. Ero disperato al punto che presi Lapo al guinzaglio, lo feci salire in macchina e lo portai non so neppure io dove. Lo legai a un palo della luce, non troppo stretto, sicché avrebbe potuto sciogliersi da solo, e gli attaccai al collare una busta di plastica con dentro del denaro assieme a un biglietto in cui pregavo chiunque l’avesse trovato di prendersene cura. Come non bastasse, poiché volevo che Lapo mi odiasse, prima di andarmene lo colpii sul muso con l’estremità del guinzaglio. Lapo guaì dal dolore e si stese davanti a me in atteggiamento di sottomissione. Era stato il gesto più stupido che avessi mai potuto fare, me ne resi conto una volta arrivato a casa, quando l’effetto dell’alcol cominciò a svanire. Tornai di filato sul luogo, sbagliai più volte strada, infine mi parve di ritrovare il punto in cui l’avevo lasciato, ma Lapo si era liberato da solo e chissà dove si trovava in quel momento. Era dicembre, stava per far giorno e aveva cominciato a nevicare. Lo chiamai più volte con il rischio di svegliare il vicinato. Ma ecco che sulla coltre bianca che aveva già coperto le campagne circostanti vidi chiaramente stagliarsi una macchia scura che si avvicinava a grande velocità.»

In quel momento un trambusto proveniente dall’interno dell’ambulatorio gli fece interrompere il racconto, ma credo, del resto, che l’uomo non avesse più nulla da aggiungere: dal momento che Lapo era ancora presente, non potevano esserci dubbi sulla sua scelta.

La porta si aprì e ne uscì il dottore con un assistente che spingeva lungo il corridoio un carrello su cui era adagiato l’animale. Aveva l’addome vistosamente fasciato, era ancora sotto l’effetto dell’anestesia e la lingua gli penzolava da un lato. Lungo e disteso com’era mi sembrò ancora più grande di come lo ricordavo. Lo portarono fuori e aiutarono il padrone a adagiarlo nel vano posteriore di una station-wagon piuttosto malridotta. Prima che il portellone si chiudesse, vidi l’uomo chinarsi sul suo cane per sistemargli delicatamente la coperta all’altezza del collo, come avrebbe fatto con un bambino.


V

Le gesta di un indomito gatto che mai è arretrato davanti al nemico.

Nel riflettere sulle differenze tra cani e gatti immagino, come in un film di animazione, un ipotetico veliero, sul tipo del Mayflower o del Bounty, dove i primi rappresentano l’assetto di comando, dal capitano (un molosso) fino ai sottoufficiali, interpretati da collie, labrador, volpini… tutti con impeccabili divise e con la feluca in testa, pronti a rispondere al fischio del nostromo e a scattare sull’attenti sul ponte di comando. Mentre la ciurma chiassosa, composta da tipacci poco raccomandabili, ingaggiati nei peggiori angiporti, indisciplinati, ubriaconi, sempre pronti alla rissa e finanche all’ammutinamento, la vedo rappresentata dai gatti.

Tra tanti che nel corso degli anni si sono avvicendati per casa, Felix resta indimenticabile, perché è stato il mio primo gatto.

Ero tornato da poco in Friuli. Subito dopo aver finito il liceo, infatti, mi ero trasferito a Milano, e dopo aver fatto parecchie esperienze lavorative a termine, ero stato assunto da una società di case editrici che si occupava della diffusione e della vendita porta a porta di enciclopedie e di libri d’arte dai prezzi esorbitanti. Ma quelli erano i tempi del boom economico e, pur di abbellire il proprio salotto, nessuno si preoccupava di indebitarsi per anni. Quel lavoro mi si adattava perfettamente, lasciandomi la più grande libertà. Inoltre, la possibilità di vedere ogni giorno luoghi nuovi, di entrare nelle case altrui e di conoscere persone sempre diverse mi dava l’opportunità di fare quelle esperienze a mio avviso necessarie come apprendistato al mestiere di scrivere (Martin Eden era il mio modello). Dopo aver lavorato qualche anno in Lombardia, e poi in Liguria, mi si era presentata infine l’opportunità di aprire un’agenzia a Udine. Dopo una lunga assenza tornavo così nella mia regione.

Il ricordo di Felix, tuttavia, è legato a un periodo drammatico: il terremoto che nel ’76 devastò parte del Friuli, provocando la morte di oltre mille persone. Essendo lontana dall’epicentro del sisma, la città di Udine non aveva subito grossi danni; a risentirne erano state solo le abitazioni più vecchie, e la mia lo era, eccome. L’appartamento, situato al secondo piano, si affacciava su un ampio cortile retrostante un palazzo nobiliare che apparteneva alla diocesi, ed era ricavato da quelli che un tempo erano stati gli alloggi della servitù e le scuderie. Era lungo e stretto, percorso da un corridoio che sfilava davanti alle stanze disposte come tanti scompartimenti di un treno. Di tutto il complesso abitativo, era quello che aveva subito i danni maggiori, le pareti infatti si erano aperte al punto che si poteva traguardare da un vano all’altro. Le scosse, seppure di minore entità, non ci davano tregua, e anche gli altri inquilini non si azzardavano più a tornare in casa. Nonostante i nervi a fior di pelle, era giocoforza tentare qualche sortita in casa, se non altro per farmi una doccia veloce o usare il bagno. La scala di legno che portava di sopra era traballante e ricoperta di calcinacci, e proprio al mio piano si era aperta nel muro una fenditura oltre la quale si poteva sbirciare sui tetti adiacenti. Che fosse entrato da quel pertugio? Non lo so. Sta di fatto che cominciò a manifestare la sua presenza. La prima volta non ci feci caso: salendo le scale, qualcosa si mosse dietro un gradino, un’ombra appena intravista con la coda dell’occhio. Un’illusione ottica? Un abbaglio dovuto alla continua tensione di quei giorni? Subito però dovetti ricredermi, quando, restando immobile e in ascolto, sentii il suo primo, flebile miagolio, la sua timida richiesta di aiuto. Dovetti fare qualche appostamento per scoprire dove si nascondeva. Entrando attraverso una fessura, aveva trovato rifugio all’interno di un gradino di legno, dal quale di tanto in tanto faceva capolino. Provai a farlo uscire attirandolo con una ciotola di latte, ma senza risultato. Se c’è qualcosa, tuttavia, che risulta irresistibile per ogni micio, questo è il gioco. Così, utilizzando un batuffolo di cotone legato a un filo, riuscii a vincere ogni sua resistenza. Ma non appena si rendeva conto di trovarsi allo scoperto, riguadagnava in tutta fretta il suo rifugio: per poco, poiché la tentazione di tornar fuori a giocare era troppo forte. Con un po’ di pazienza riuscii a conquistarne la fiducia. Era un gattino bianco e nero, più nero che bianco in realtà, poiché a distinguersi erano solo le zampe e una candida mascherina ben disegnata. Per la somiglianza con il famoso Felix the Cat dei fumetti americani degli anni venti, lo battezzai proprio così: Felix, o meglio, Felix Leo, e forse fu proprio grazie a quel suo secondo nome che si sarebbe trasformato in un indomito rappresentante della sua specie. Sul momento, però, non c’era nulla in lui che lasciasse presagire un simile futuro. Anzi, sul momento avrei detto che un futuro rischiava di non averlo affatto. Ridotto a un mucchietto di pelo, tutto orecchie tese e un mozzicone di coda vibrante, poteva avere sì e no un mese di vita. Era facile immaginare quanto gli era successo: la terribile scossa tellurica aveva mandato tutti nel panico, disperdendo in ogni dove uomini e animali. Di sicuro non era stato ancora svezzato e così dovetti provvedere a nutrirlo con un contagocce. Lo sistemai in casa, dove sarei stato sicuro di ritrovarlo; cosa non sempre facile, perché Felix amava giocare a nascondino. Trovandosi in un mondo tutto da scoprire, durante i miei periodi di assenza passava il tempo a esplorare in lungo e in largo quel nuovo ambiente, e spesso si rendeva irreperibile a ogni ricerca, tanto da farmi sospettare che avesse trovato il modo di scappare. A volte, invece, al mio rientro me lo ritrovavo dietro l’uscio, che miagolava a pieni polmoni reclamando il proprio pasto. Dal latte passai al cibo solido e Felix aumentò rapidamente di peso.

Intanto, le scosse di assestamento andarono diradando fino a scomparire del tutto, e lentamente tornammo tutti a una vita normale. Viste le condizioni in cui si trovava il mio appartamento, mi misi alla ricerca di un’altra abitazione. Fui fortunato a trovarne una in un paese non troppo lontano. Scioccati dal terremoto, gli inquilini erano ripartiti in tutta fretta per il Canada, da dove erano appena arrivati con l’intenzione di stabilirsi definitivamente in Friuli. Il proprietario aveva fatto del suo meglio per coprire i danni, non gravi, provocati dalla scossa e aveva messo un annuncio sul giornale. L’appartamento era situato sulla strada principale del paese e si trovava tra un tabaccaio e una macelleria. Era strutturato in maniera del tutto particolare, in quanto tempo addietro lo stanzone che si affacciava sulla strada era stato adibito a negozio di casalinghi; i vani pertanto risultavano un po’ scombinati nel loro insieme. C’erano comunque una cucina e due camere abitabili al primo piano.

Gli svantaggi: le finestre sulla strada dovevano restare sempre chiuse per non fare entrare la polvere sollevata dal traffico. I vantaggi: un posto per la macchina, un terrazzo e un ampio cortile. Se a questo si aggiungeva un affitto abbordabile, potevo dire che era l’alloggio fatto su misura per me. E anche per Felix, il quale sarebbe stato libero, volendo, di scorrazzare negli orti del vicinato.

Certo non avevo immaginato di dover fare i conti con le spietate leggi del mondo dei felini. Si dice che il peggior nemico del gatto sia il gatto stesso. Sacrosanta verità. Se i cuccioli non avessero una madre che li protegge costantemente, verrebbero sterminati dal primo all’ultimo, ancora prima di aprire gli occhi. E non appena il gatto, ancora adolescente, è privato della protezione della madre si ritrova a fare i conti con gli esemplari adulti, che mirano soprattutto a non perdere il proprio territorio e a eliminare sul nascere la concorrenza. Per loro è il periodo peggiore, in cui devono rassegnarsi a prenderle di santa ragione da ogni teppista di passaggio.

Se il cane vive in un mondo relativamente ordinato in cui il suo padrone rappresenta il capo e il resto della famiglia il branco, il gatto resta un individualista. La sua natura rimane indomita e primitiva, in quanto vive ancora nel suo mondo ancestrale, non dissimile da quello di tutti i felini allo stato selvaggio. In lui, sopiti, ci sono ancora tigri, leoni, giaguari… Ce ne rendiamo conto nelle notti d’estate, quando a volte veniamo svegliati in piena notte dai loro versi strazianti.

Dopo aver traslocato le mie cose nella nuova abitazione, Felix restò ancora per lungo tempo chiuso in casa. Da come si avvicinava alle finestre, grattando il vetro nel tentativo di uscire, mi resi conto ben presto che cominciava a soffrire di claustrofobia. Avrei voluto lasciarlo libero, ma la mia preoccupazione era che potesse allontanarsi troppo, uscire in strada e finire sotto qualche macchina. Infine cedetti alle sue insistenze e Felix assaporò per la prima volta tutto il piacere della libertà. Esplorò palmo a palmo il territorio, infine dal terrazzo balzò sul muretto di cinta e scese nel cortile adiacente. Era successo quel che temevo, e ora mi chiedevo se l’avrei più rivisto. Se c’è qualcosa, tuttavia, che ai gatti non manca è proprio il senso dell’orientamento. Se i cani trovano la strada di casa seguendo una traccia olfattiva, i gatti possiedono una bussola interna da far invidia a un piccione viaggiatore. E infatti, eccolo fare ritorno dopo un paio d’ore, segno che ci aveva messo del tempo per esplorare i dintorni. Il fatto che fosse tornato mi rassicurò e cominciai a lasciarlo libero sempre più di frequente, ma non mi rendevo conto che già il nemico tramava nell’ombra. Avrei dovuto capirlo dagli innumerevoli spruzzi odorosi sugli stipiti della porta e sui vetri delle finestre, messaggi che Felix sembrava decifrare con estrema accuratezza. Non passò molto tempo che le minacce presero corpo. Un giorno trovai Felix ferito e sanguinante in tutto il corpo. Non mi pareva vero che un suo simile avesse potuto ridurlo a quel modo.

Nel frattempo che Felix si rimetteva in forze, da parte mia cominciò un periodo di lunghi appostamenti. Volevo vedere qual era il suo avversario. Ne parlai anche con il tabaccaio, il cui cortile confinava con il mio, e fu lui a mettermi in guardia: c’era un siamese sterminatore nei paraggi, il quale non si faceva scrupolo di sbranare ogni gattino che gli capitava a tiro.

E un giorno finalmente mi capitò di vederlo da vicino. Si era fermato davanti alla finestra del bagno. In realtà non poteva scorgermi, poiché la luce all’interno era spenta e il vetro faceva da specchio, e così ebbi modo di avvicinarmi cautamente fino a pochi palmi di distanza. Era un siamese, il gatto più brutto che avessi mai visto in vita mia. Aveva la testa grande, sproporzionata rispetto al resto del corpo, le orecchie sbrindellate e il muso ridotto a una ragnatela di cicatrici. Anche se non poteva vedermi, cominciavo a sentirmi vagamente a disagio. Avrei potuto muovermi all’improvviso, picchiare sui vetri, aprire di colpo la finestra, spaventarlo in qualche modo, e invece me ne restavo lì a fissarlo affascinato. Dietro il suo aspetto orrendo cominciò ad apparirmi tutta la fiera bellezza della razza cui apparteneva, e in quella mappa di cicatrici sembrava essere inscritto ogni suo personale contributo. Ma quando già sentivo nascere in me un senso di ammirazione, ecco che lui si voltò e, rivolgendomi il deretano, dette uno schizzo che mi fece scattare all’indietro.

Erode. L’avrei chiamato Erode, per via della sua “strage degli innocenti”. Il pensiero dei pericoli cui andava incontro Felix non mi faceva dormire di notte. Prima di assentarmi lo chiudevo per bene in casa e lo lasciavo libero solo raramente, e sotto il mio controllo (se mai controllo si possa esercitare su un gatto). Ma, non appena gli si presentava l’occasione, Felix saltava il muretto per mettersi alla ricerca del suo avversario elettivo. Era come vedere un moschettiere che si appresti ad affrontare in punta di fioretto un ninja bardato di tutta la sua micidiale panoplia. Non passava molto tempo che già si levava da qualche parte lo gnaulio tipico del combattimento. Felix tornava poco dopo leccandosi le ferite, eppure, nonostante avesse la peggio e spesso si ritrovasse malridotto, non demordeva affatto: alla prima occasione ripartiva alla ricerca del suo nemico giurato. Alla fine dovetti rassegnarmi: tra loro era in corso una lotta all’ultimo sangue che si sarebbe conclusa solo con la resa incondizionata di uno dei due. E questo non sembrava voler essere Felix, il quale, ormai diventato adulto, era più grande e robusto del suo avversario; ma evidentemente quest’ultimo contava su un bagaglio di esperienza che mancava del tutto al mio amico. La lotta per il territorio durò quasi un anno, gli scontri s’infittirono, e uno di questi avvenne dentro casa e in piena notte, poiché Erode era penetrato dal bagno, attraverso la finestra che avevo dimenticato di chiudere. Alla fine, dopo decine e decine di feroci combattimenti, Felix ebbe la meglio. E sono convinto di aver assistito al loro ultimo scontro, avvenuto proprio sul muro del nostro cortile. Li vidi fronteggiarsi assumendo le tipiche posizioni di guardia, pronti a scattare all’attacco e minacciandosi a vicenda con lugubri segnali di avvertimento. Sarei potuto intervenire, scongiurando il pericolo di una zuffa imminente, e invece mi trattenni e restai immobile a osservare la scena. Era la prima volta che vedevo il mio gatto assumere quella posizione di attacco, in quel momento era tutto fuorché il micio pacioso e giocherellone che conoscevo, e devo dire che provai per lui una punta di orgoglio, un brivido di compiacimento. Lo scontro, però, non ebbe luogo. Accadde qualcosa di insolito il cui significato mi fu chiaro solo qualche tempo dopo, quando il tabaccaio mi informò di aver trovato il siamese morto sotto una siepe. Quella sera, infatti, dopo essersi fronteggiati a lungo, Felix voltò a un tratto le spalle al suo avversario e, sempre ingobbito e teso sulle zampe, si allontanò con lentezza surreale, mostrando con sprezzo le terga al nemico… Che fosse quello il segnale che sanciva una volta per tutte l’incontestabile supremazia? Sta di fatto che da allora Erode non si fece più vedere, e forse solo morendo riuscì a placare l’onta della sconfitta.

Felix restò con me per alcuni anni. In questo frattempo, sebbene il suo nemico fosse stato debellato, altri gatti del vicinato cominciarono a intaccare il suo dominio. Felix perse un occhio in combattimento e questo lo rese vulnerabile. Essendo mezzo cieco, finì anche sotto una macchina, e il colpo gli fratturò la mandibola che si rinsaldò malamente, lasciandogli allo scoperto una delle zanne inferiori. Aveva un aspetto terribile, non molto dissimile dal suo antico antagonista; lui però non se la prendeva con i più piccoli, anzi, aveva un insolito istinto protettivo. Ricordo che quando un’amica mi pregò di tenerle per qualche giorno il suo gattino, Felix gli fece da padre, portandogli un topolino morto con cui giocare, e addirittura da balia: per qualche notte, infatti, dormirono assieme nella grande zuppiera di ceramica, che era il suo posto preferito, e il piccolo, d’istinto, lo scambiò per una nuova mamma. Non potevo fare a meno di sorridere alla vista di quel gatto – vero ritratto del combattente – quando, stiracchiandosi di prima mattina, metteva in mostra un capezzolo tutto infiammato.

Un giorno ebbi la sorpresa di vederlo affacciarsi dalla finestra della casa di fronte. Conoscevo di vista la signora che ci abitava, e incontrandola per strada le chiesi se il mio gatto le dava fastidio. Lei mi guardò sorpresa: «È il mio gatto» disse.

«Ah, è suo?»

«Certo, ce l’ho da parecchi anni.»

Bricconcello di un Felix, ti sei fatto quindi un’altra famiglia a mia insaputa. Ecco dove vai quando ti assenti per giorni interi. E io che sto a preoccuparmi!

Questa scoperta tornò a mio vantaggio quando dovetti trasferirmi in un’altra città. Sapevo di lasciarlo in buone mani.

Qualche tempo dopo, passando di lì, volli accertarmi se fosse ancora vivo. Suonai alla porta e la signora mi fece entrare. Le sembrò un po’ strano che le chiedessi di vedere il “suo” gatto. Felix apparve di lì a poco e venne a strofinarsi contro la mia gamba.

«Strano,» mi disse «di solito non dà confidenza agli estranei.»

VI

Del difficile rapporto tra gatti e pompieri.

Spesso mi sento chiedere se preferisco i cani o i gatti. Naturalmente, a una domanda simile non si può rispondere: tali e tante sono le differenze che un paragone non si può fare.

Tra le ovvie differenze di comportamento tra le due specie, una delle tante è che, mentre il cane ci segue dovunque andiamo, il gatto può farlo per un breve tratto, ma poi se ne va per i fatti suoi. E mentre il cane si può condurre al guinzaglio, costringere un gatto a farlo significa svilirne la natura.

Un mio amico, invece, sosteneva il contrario: il suo siamese, di nome Manolo, era capace di venirgli dietro dovunque andasse, e senza bisogno di alcun guinzaglio. Va detto che Manolo era affettuoso con quelli di casa e altrettanto ostile con gli estranei (sulla copertina di un mio vecchio libro dato in prestito permane ancora la traccia di uno spruzzo a forma di grappolo). Un giorno la figlia dei vicini di casa ebbe l’infelice idea di fargli vedere il micino che le avevano appena regalato (bisognerebbe raccomandare ai bambini di non farlo mai). A Manolo bastò un solo morso.

Riguardo la presunta capacità del suo siamese di andare a passeggio senza guinzaglio, il mio amico era deciso a dimostrarmelo, e quando decidemmo, assieme ad altri amici, di fare un’escursione tra i boschi, volle portarlo con sé.

Ci fermammo in una radura e scendemmo dalla macchina; per ultimo Manolo, malvolentieri, poiché si era appena appisolato sui sedili posteriori. Ci mettemmo subito in cammino, prendendo un sentiero che si inoltrava nei boschi. Manolo si accodò a noi restando a breve distanza. Procedeva guardingo, con il ventre che sfiorava il terreno, come un pellerossa intento a seguire di soppiatto un drappello di giubbe blu. Naturalmente lo tenevamo d’occhio, ma, dopo una buona mezz’ora di cammino, bastò un attimo di distrazione perché lo perdessimo di vista. Tornammo indietro chiamandolo a gran voce, ma del gatto non c’era più traccia. Neppure il gruppetto di amici che ci seguiva a distanza l’aveva visto. Di sicuro era stato attratto da qualcosa che lo aveva indotto ad abbandonare il sentiero. Iniziammo le ricerche, che si protrassero per ore. Battemmo palmo a palmo il sottobosco, entrammo persino in una vecchia casa in rovina, ma senza risultato. Infine decidemmo di tornare indietro. L’ultima speranza era che si fosse avviato verso la macchina. E infatti Manolo stava dormendo sul cofano. Al nostro arrivo si stiracchiò sbadigliando. «Ehi ragazzi,» sembrò dirci «mi è venuta una gran fame. Non vi sembra che sia ora di tornare a casa?»

I gatti hanno un eccezionale senso dell’orientamento. È del tutto inutile preoccuparsi che si smarriscano. A questo proposito sono stati fatti degli esperimenti che lo dimostrano. Un gatto, chiuso al buio in una scatola che viene fatta roteare al centro di un labirinto, non appena liberato, si dirigerà senza indugio verso la direzione di casa.

Un altro timore spesso ingiustificato è che un gatto non sappia ridiscendere da solo dall’albero su cui si è arrampicato.

Non è cosa rara che per un caso del genere vengano mobilitati i vigili del fuoco. A volte il loro intervento si rende necessario, ma a meno che l’animale non sia rimasto davvero intrappolato in qualche punto inaccessibile, molto spesso al loro arrivo le cose si saranno già risolte spontaneamente. Soprattutto nei casi in cui si ha l’impressione che il gatto, aggrappato al ramo più alto, sembra chiedere a gran voce soccorso.

Mi è capitato di assistere a scene del genere. Quando non si arriva al punto da ricorrere ai vigili del fuoco, viene comunque mobilitato tutto il vicinato. A lanciare l’allarme è quasi sempre un bambino: il gatto che era in sua custodia gli è sfuggito e si è arrampicato su una pianta che si trova nella proprietà confinante. C’è quindi l’intervento del vicino di casa, il quale, procuratasi una scala a pioli, compie il primo tentativo, ma la bestiola, spaventata, invece di andare incontro al soccorritore, sale ancora più in alto. A quel punto la scala non è più sufficiente. Il vicino allora, con santa pazienza, ricorre al cugino che, titolare di una piccola impresa edile, ne ha una più lunga. Bisogna però che qualcuno vada ad avvertirlo. E intanto il bambino piange e il gattino miagola, miagola senza posa. Tutt’attorno si è raggruppato ormai un crocchio di curiosi che se ne stanno con il naso per aria, neanche fosse l’albero della cuccagna, e naturalmente ciascuno tenta a modo suo di risolvere la situazione. Qualcuno ha portato anche una scatoletta di bocconcini, ma figuriamoci! I soccorsi ritardano, il cugino del vicino viene rintracciato all’osteria, la scala però si trova al cantiere e bisogna andarla a prendere con il furgone. Passano minuti preziosi, la tensione aumenta. Accorrono altri curiosi. E intanto dall’alto del suo ramo il gatto osserva l’assembramento creatosi sotto di lui, e miagola, miagola. Ma un momento! Quel miagolio non significa affatto una richiesta di aiuto, no, è solo un invito al gioco. Vuol dire semplicemente: «Guardate come sono bravo. Siete capaci di fare altrettanto? Venite a prendermi se ci riuscite».

E infatti, quando arriva il furgone del cugino del vicino, portando la scala adatta, il nostro gatto, ormai stancatosi di quel gioco, è già ridisceso dall’albero con facilità sconcertante, e ha preso la rincorsa verso casa.

Ma torniamo ai vigili del fuoco.

Non c’è nulla che attiri la nostra attenzione come un gruppo di persone che guardano per aria. Basta che ci sia uno solo a farlo, e che magari punti l’indice verso il cielo, perché subito attorno a lui si riunisca una folla. Questo tipo di reazione contagiosa è stata spesso lo spunto per qualche candid camera, e non è escluso che nel tenere per lungo tempo la testa rovesciata all’indietro si comprimano alcuni vasi sanguigni provocando vere e proprie allucinazioni. Ma il folto gruppo di persone che quel pomeriggio d’estate mi indusse ad arrestare l’automobile non sembrava preda di visioni mistiche, né attratto dall’avvistamento di un ufo. La loro attenzione era rivolta al tetto di un vecchio mulino in rovina, il quale sorgeva a picco su un torrente che, ingrossatosi in seguito alle recenti piogge, rumoreggiava minaccioso, lambendo le fondamenta dell’edificio.

Di sicuro era successo qualcosa di grave. Pensai subito a un crollo e a un principio di incendio: in lontananza, infatti, già si sentiva la sirena dei pompieri. Ed ecco arrivare di lì a poco l’autoarticolato dei vigili del fuoco, con tanto di lampeggiante acceso. Lasciata la macchina sul ciglio della strada, raggiunsi il gruppo dei curiosi che si faceva sempre più numeroso, tanto da intralciare le operazioni di soccorso. Già, perché di soccorso si trattava, e il soggetto da salvare era un gatto, un bel soriano adulto, che non sembrava affatto in pericolo. Continuava a gironzolare sul tetto e, incuriosito da tutta quella gente, ogni tanto arrivava a sporgersi dalla gronda per osservare ciò che succedeva da basso. Il mezzo dei vigili, intanto, si era spinto in retromarcia fino a ridosso della casa e già stava azionando la scala allungabile, puntandola dritta verso il tetto. Uno dei vigili salì fino in cima, con il risultato che il gatto, invece di avvicinarsi, si rifugiò sul lato opposto del tetto, con il rischio di precipitare nel torrente in piena. Dai presenti si levò un mormorio di apprensione. Di sicuro tutti ci chiedevamo che cosa avrebbe fatto l’uomo in quel frangente. Sarebbe salito su quel tetto pericolante mettendo a rischio la propria stessa vita? Sarebbe tornato indietro desistendo da ogni ulteriore tentativo? E invece no: dopo aver riflettuto sul da farsi, il vigile ridiscese fino a metà scala e si fece passare dal collega una pertica telescopica, e con quella, una volta raggiunta nuovamente la sommità, cercò di allontanare la povera bestiola, ormai terrorizzata, da quel punto pericoloso. Forse voleva indurla a saltare giù dal tetto dalla parte più sicura. Il risultato fu che, dopo un paio di tentativi andati a vuoto, il gatto fu colpito involontariamente dall’asta e precipitò con un bel tuffo nelle acque impetuose del torrente. Lo vidi riemergere per un momento con una zampa che si sollevava dall’acqua, come in una vigorosa bracciata di crawl, prima di sparire trascinato via dalla corrente. Subito dopo la scala fu ritirata, la pertica riposta tra i vari attrezzi, e tra l’imbarazzo generale il camion si allontanò mestamente, a lampeggiante spento.

Non mi fermai a sentire i commenti di quanti avevano assistito alla scena. Era stato uno spiacevole incidente e con ogni probabilità, facendo appello alle sue innumerevoli risorse, è possibile che il povero micio si sia salvato; tuttavia mi sarebbe piaciuto sapere chi aveva avuto la brillante idea di allertare i vigili del fuoco. Senza l’improvvido intervento di quello sconosciuto, con ogni probabilità il gatto sarebbe ridisceso spontaneamente senza subire alcun danno.