lunedì 12 luglio 2021

NORWEGIAN WOOD Murakami Haruki

NORWEGIAN WOOD
Tokyo Blues
Murakami Haruki
Edizione Integrale 
Avvertenza

Per la trascrizione dei nomi giapponesi, è stato adottato il sistema Hepburn, secondo il quale le vocali sono pronunciate come in italiano e le consonanti come in inglese. Inoltre si noti che:

  • ch è un‟affricata come la c nell‟italiano „cesto‟ 
  • g è velare come nell‟italiano „gatto‟ 
  • h è sempre aspirata
  • j è un‟affricata come nell‟italiano „gioco‟
  • sh è una fricativa come sc nell‟italiano „scelta‟ (sushi va letto „susci‟) 
  • y non va letta come la y inglese ma come la i italiana.
Per i termini giapponesi non di uso comune confrontare il Glossario in fondo al volume.
1


Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all‟aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell‟aeroporto e l‟insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga. È proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai.
Quando l‟aereo ebbe completato l‟atterraggio, la scritta “Vietato fumare” si spense e dagli altoparlanti sul soffitto cominciò a diffondersi a basso volume una musica di sottofondo. Era Norwegian Wood dei Beatles in una annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscerne la melodia per sentirmi turbato. Anzi, questa volta ne fui agitato e sconvolto come non mi era mai accaduto.
Nel tentativo di calmarmi, mi piegai coprendomi la faccia con le mani e restai assolutamente immobile. Dopo qualche istante la hostess tedesca si avvicinò e mi chiese in inglese se mi sentissi male. Non è nulla, risposi, solo un giramento di testa. “Davvero non posso fare niente per lei?” “Davvero, non è nulla. Grazie,” dissi.
La hostess mi sorrise e si allontanò. La musica di sottofondo era adesso un pezzo di Billy Joel. Sollevai il viso, e mentre guardavo le nuvole scure sospese sopra il Mare del Nord, la mia mente andò a tutte le cose che avevo perduto nel corso della vita. Il tempo passato, le persone morte o mai più riviste, le emozioni che non possono rivivere.
Fino a quando l‟aereo non si fu completamente arrestato e i passeggeri non si slacciarono le cinture e cominciarono a prendere borse e soprabiti dai portabagagli, rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell‟erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli. Era l‟autunno del 1969, e di lì a poco avrei compiuto vent‟anni.
La hostess di prima tornò, si sedette nel posto accanto al mio e mi chiese: “Tutto bene?”.
“Sto bene adesso, grazie. All‟improvviso mi era venuta un po‟ di malinconia,” dissi sorridendo. “Tutto qui.”
“Capisco. Succede anche a me qualche volta,” rispose lei. Scosse un po‟ la testa, si alzò e con un sorriso molto carino mi disse: “Le auguro buon viaggio. Auf Wiedersehen”. “Auf Wiedersehen,” dissi io.
Anche adesso che sono passati diciott‟anni, riesco ancora a ricordare chiaramente quel prato e il paesaggio intorno. Le montagne, che una dolce pioggia interminabile aveva lavato dalla polvere di tutta un‟estate, si erano ricoperte di un verde profondo e smagliante, il vento di ottobre faceva fremere qui e là le piume dei susuki e nuvole lunghe e sottili aderivano perfettamente alla sommità del cielo, azzurro e trasparente come una lastra di ghiaccio. Il cielo era così infinito che a guardarlo fisso dava le vertigini. Il vento attraversava il prato facendo ondeggiare leggermente i capelli di lei prima di perdersi nel bosco. Sulle cime degli alberi le foglie frusciavano e in lontananza si sentiva un cane abbaiare. Era un abbaiare così lontano e fioco che sembrava provenire dai confini di un altro mondo. Ma per il resto il silenzio era assoluto. Nessun altro suono arrivava alle nostre orecchie, e non incontrammo anima viva. Vedemmo solo due uccelli di un rosso fiammante alzarsi in volo come se qualcosa li avesse spaventati, e allontanarsi in direzione del bosco. Mentre camminavamo, Naoko mi raccontava del pozzo.
Strana cosa la memoria. Nel momento in cui mi trovavo realmente lì, non mi rendevo nemmeno conto del paesaggio. Non mi sembrava che avesse niente di particolare, e non immaginavo neanche lontanamente che diciott‟anni dopo avrei potuto ricordarmelo fin nei minimi dettagli. A dire la verità, in quel periodo non avrebbe potuto importarmene meno del paesaggio. Pensavo solo a me stesso, alla ragazza così bella che camminava al mio fianco, alla nostra storia, e poi ancora a me. Era un‟età in cui qualunque cosa io potessi vedere, sentire, pensare, mi tornava sempre nelle mani come un boomerang. Per giunta ero innamorato, e quell‟amore mi aveva portato in una situazione terribilmente complicata. Non c‟era nessuno spazio per accorgersi del paesaggio.
Eppure adesso la prima cosa che affiora nella mia mente è proprio quel prato tra le montagne. L‟odore dell‟erba, il vento che portava dentro sé un gelo sottile, il profilo dei monti, l‟abbaiare di un cane: sono queste le cose che per prime mi si affacciano alla mente. Chiarissime. Talmente chiare che ho quasi l‟impressione, se allungo la mano, di poterne seguire i contorni con le dita ad una ad una. Ma in questo paesaggio non ci sono figure umane. Non c‟è nessuno. Naoko non appare, io nemmeno. E mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. Come è potuto succedere? Dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov‟è lei e dov‟è la persona che ero allora, il mio mondo? Ma è inutile, ormai non riesco nemmeno a ricordare facilmente il viso di Naoko. Quello che mi resta è solo lo sfondo: un paesaggio senza figure.
Naturalmente, con un po‟ di tempo riesco a richiamare alla mente il suo viso. Ma prima appaiono le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, i lobi delle orecchie morbidi e rotondi con sotto un piccolo neo, l‟elegante cappotto di cammello che portava spesso d‟inverno, quel suo modo di fare una domanda guardando sempre l‟altro dritto negli occhi, la voce che a volte tremava per qualche ragione (era come se parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo). E solo se metto insieme tutte queste immagini, ad una ad una, allora il suo viso mi appare naturalmente, in un soffio. Prima riaffiora il suo profilo. Sarà forse perché io e Naoko camminavamo sempre fianco a fianco. Sì, dev‟essere per questo che è sempre la cosa che ricordo per prima. Poi lei si volta verso di me, mi sorride dolcemente con il collo un po‟ inclinato e comincia a parlare, frugando nei miei occhi. Come se cercasse l‟ombra di un pesciolino che guizza sul fondo di una chiara fontana.
Però, per ritrovare in questo modo il viso di Naoko, ci vuole un po‟ di tempo. E col passare degli anni, il tempo si allunga sempre di più. È triste ma è così. Mentre prima per ricordarla mi bastavano cinque secondi, i cinque secondi sono diventati dieci, poi trenta, poi un minuto. Il tempo si è allungato pian piano, come le ombre al tramonto. E mi chiedo se di questo passo alla fine il suo viso non sarà inghiottito dall‟oscurità. Non c‟è dubbio che la mia memoria si stia allontanando da Naoko. Proprio come io mi sto allontanando dal ragazzo che ero allora. Così solo quel paesaggio, il paesaggio di quel prato in ottobre, come la scena chiave di un film, mi ritorna senza fine alla mente. E quell‟immagine continua insistente, in qualche parte di me, a tirarmi dei calci e a gridare: ehi, svegliati! Non vedi che sono ancora qui? Svegliati e sforzati di capire. Di capire cosa ci sto ancora a fare qui.
Non è che mi faccia male. Non provoca nessun dolore. Ogni volta che tira dei calci si sente solo un rumore sordo, un rumore che forse finirà prima o poi anch‟esso per scomparire come è scomparso tutto il resto. Ma in quell‟aereo della Lufthansa nell‟aeroporto di Amburgo, tutte queste immagini hanno continuato a sferrarmi dei calci, più a lungo delle altre volte e con più forza che mai. Svegliati, sforzati di capire! È per questo che sto scrivendo. Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle.
Che cosa mi stava raccontando Naoko quel giorno?
Ma sì, certo, era la storia del pozzo. Se quel pozzo esistesse davvero, non l‟ho mai saputo. Può anche darsi che fosse un‟immagine o un simbolo che esisteva solo dentro di lei, un altro dei tanti fili che in quei giorni bui Naoko tesseva nella mente. Ma dopo aver sentito da lei questa storia, è impossibile per me ricordare il prato senza vedere il pozzo. L‟immagine di quel pozzo che non ho mai visto con i miei occhi, nella mia testa si è fusa saldamente con quel paesaggio, diventandone parte inseparabile. Posso perfino descriverlo nei dettagli. Il pozzo si trova proprio al confine tra la fine del prato e l‟inizio del bosco. L‟erba nasconde ingegnosamente quel buco scuro, dal diametro di circa un metro, che si spalanca nel suolo. Non ha attorno né una recinzione né un parapetto. Non è altro che un buco aperto nel terreno. Il suo orlo di pietra sbiadito dalle intemperie, ha acquistato uno strano colore biancastro, e in alcuni punti è spaccato o frantumato. Si possono vedere piccole lucertole verdi infilarsi agili tra le fenditure. Anche se ci si sporge e si prova a guardare nel buco, non si riesce a vedere niente. Si capisce solo che è paurosamente profondo. Profondo al di là di ogni immaginazione. E in quel buco si annida il buio, un buio così fitto che sembra concentrare tutte le varietà di tenebra che esistono nel mondo.
“È davvero... davvero profondo, sai?” aveva detto Naoko, scegliendo le parole con cura. Era così che a volte parlava: lentamente, cercando le parole adatte. “È davvero profondo. Però nessuno sa esattamente dove sia. La sola cosa sicura è che si trova da queste parti.”
Poi, le mani ficcate nelle tasche della giacca di tweed, mi guardò con un sorriso convinto.
“Ma allora è pericolosissimo,” dissi io. “Si sa che da qualche parte c‟è un pozzo profondo, ma nessuno sa dove si trova. Se uno ci cade dentro, è spacciato.”
“Se uno ci cade dentro, è finito. Fiuuu... ploff! E addio.”
“Ma non succede qualche volta?”
“Ogni tanto sì. Più o meno una volta ogni due o tre anni. Qualcuno scompare all‟improvviso, e non si riesce più a trovare. Allora la gente di qui dice: ah, un altro caduto nel pozzo.”
“Non mi sembra un bel modo di morire,” dissi.
“È una morte orribile,” disse lei, staccandosi i fili d‟erba impigliati nella giacca. “Se uno si rompe l‟osso del collo e muore all‟istante d‟accordo, ma metti che nella caduta si procuri solo una distorsione alla gamba o roba del genere, allora sono guai. Anche a cercare di gridare con tutte le proprie forze, non sentirebbe nessuno e non ci sarebbe nessuna speranza di essere ritrovati. Immaginati restare lì al buio, con il corpo immerso nell‟acqua, tra nugoli di millepiedi e ragni e le ossa di quelli morti laggiù sparse dappertutto. E il tondo di luce fermo lassù in alto piccolo piccolo come la luna d‟inverno. A stare in un posto simile si muore lentamente e da soli.”
“Vengono i brividi solo a pensarci,” dissi io. “Qualcuno dovrebbe trovare questo pozzo e fargli attorno un recinto.”
“Ma è impossibile trovarlo. È per questo che non devi allontanarti dalla strada principale.”
“Ma io non mi allontano.”
Naoko tirò fuori dalla tasca la mano destra e strinse la mia.
“Comunque tu non corri pericoli. Non c‟è niente di cui ti devi preoccupare. Potresti anche camminare da queste parti in una notte buia alla cieca, senza pericolo di cadere nel pozzo. Anch‟io, se stessi attaccata a te come adesso, non cadrei.”
“Sei sicura?”
“Sicurissima.”
“Come fai a saperlo?”
“Lo so. Lo so e basta,” disse Naoko, sempre tenendomi forte la mano. Per un po‟ continuammo a camminare in silenzio, quindi riprese: “Questo tipo di cose per me sono molto chiare. Non è un fatto logico, sono solo sensazioni. Per esempio, adesso che cammino attaccata forte a te, non ho nemmeno un po‟ di paura. Il buio e il male non possono trascinarmi via”.
“Allora, il problema è molto semplice. Basta che stiamo sempre come adesso,” dissi io.
“Stai parlando sul serio?”
“Certo che parlo sul serio.”
Naoko si fermò. Anch‟io mi fermai. Mi appoggiò le mani sulle spalle e stando di fronte a me mi guardò diritto negli occhi. Un liquido nero e denso nel fondo delle sue pupille formava strani diagrammi a forma di spirale. Per un lungo istante quei suoi bellissimi occhi mi scrutarono dentro. Poi, sollevandosi sulla punta dei piedi, appoggiò dolcemente la sua guancia sulla mia. Fu un gesto così affettuoso e disarmante che per un attimo ebbi un nodo alla gola.
“Grazie,” disse Naoko. “Non c‟è di che,” risposi.
“Sono così felice di sentirtelo dire. Davvero,” disse lei con un sorriso triste. “Ma questo non è possibile.”
“Perché?”
“Perché non può essere. Perché sarebbe assurdo. Perché...” stava per continuare, ma di colpo si interruppe e continuò a camminare in silenzio. Rendendomi conto che molti pensieri le giravano in cerchio nella mente, camminai accanto a lei senza aggiungere altro.
“Perché sarebbe una cosa ingiusta. Sia per te che per me,” riprese dopo una lunga pausa.
“In che senso sarebbe ingiusto?” chiesi con voce calma.
“Perché è impossibile che qualcuno possa sempre proteggere un altro, in eterno. Metti che, è solo un esempio, metti che io mi sposassi con te. Tu lavoreresti da qualche parte. Allora, nei momenti in cui tu saresti al lavoro, chi ci sarebbe a proteggermi? Chi ci sarebbe a proteggermi quando tu fossi in viaggio d‟affari? Pensi che potrei andare in giro attaccata a te come adesso fino alla morte? Non sarebbe un rapporto alla pari, non credi? Non si potrebbe nemmeno chiamare veramente „rapporto‟. E poi tu prima o poi non ne potresti più di me. Ma che razza di vita è questa? penseresti. Ne ho abbastanza di farle da baby-sitter! E io ne soffrirei da morire. Come vedi, questo non risolverebbe il mio problema.”
“Ma non dico che questo dovrebbe durare per tutta la vita,” dissi appoggiandole la mano sulla schiena. “Un giorno finirebbe. E quel giorno potremmo ripensarci e dire: e adesso che facciamo? E forse allora potresti essere tu ad aiutare me. Non si vive mica in modo così fiscale, controllando le entrate e le uscite. Se tu adesso hai bisogno di me, che c‟è di male ad appoggiarti a me? Perché vedi le cose in modo così rigido? Prova a lasciarti andare. È perché sei tutta così tesa che vedi le cose in questo modo. Se ti rilassi un po‟, tutto ti sembrerà più leggero.”
“Perché dici questo?” chiese Naoko, e la sua voce suonò terribilmente arida.
Dal suo tono capii che dovevo aver detto qualcosa di sbagliato.
“Perché?” ripeté  Naoko guardando fisso la terra ai suoi piedi. “A capire che se uno si rilassa si sente più leggero ci arrivo anch‟io. Ma non capisci quanto è assurdo dirmi una cosa del genere? E sai perché? Se io provassi a rilassarmi, andrei a pezzi. Ho sempre vissuto così, da tanto tanto tempo, e anche adesso è l‟unico modo in cui posso vivere. Se una sola volta mi lasciassi andare, non potrei più tornare indietro. E se andassi a pezzi, il vento mi spazzerebbe via. Perché non lo capisci? Come pensi di potermi aiutare se non riesci a capire questo?” Rimasi in silenzio.
“C‟è in me una confusione molto più grave di quanto tu credi. Buio, freddo, e confusione... Perché quella volta hai fatto l‟amore con me? Perché non mi hai lasciata in pace?”
Camminavamo in un bosco di pini immobile e silenzioso. I cadaveri disseccati delle cicale morte alla fine dell‟estate, sparsi sulla strada, scricchiolavano sotto le nostre scarpe. Io e Naoko camminavamo lentamente tra i pini con lo sguardo rivolto al terreno come se stessimo cercando qualche oggetto smarrito.
“Scusa,” disse Naoko stringendomi con dolcezza il braccio. Poi scosse la testa. “Non volevo ferirti. Non fare caso a quello che ho detto. Mi dispiace veramente. In realtà ce l‟avevo solo con me.”
“Forse non ti capisco ancora fino in fondo,” dissi. “Io non ho una mente tanto acuta, e per capire bene ho bisogno di tempo. Ma con un po‟ di tempo penso che potrei riuscirci davvero, e forse capirti meglio di chiunque altro al mondo.”
Ci fermammo lì, in mezzo a quella quiete, in ascolto. Io con la punta della scarpa giocavo con le spoglie delle cicale e le pigne cadute, guardando in alto il cielo tra i rami dei pini. Naoko, le mani di nuovo ficcate nelle tasche della giacca, non guardava niente in particolare ma sembrava assorta nei suoi pensieri. “Ehi, Watanabe, mi vuoi bene?” “Certo,” risposi io.
“Ho due favori da chiederti. Puoi ascoltarli?”
“Posso ascoltarne anche tre.” Naoko ridendo scosse la testa.
“Due bastano. Sono più che sufficienti. Il primo è che vorrei che tu capissi quanto apprezzo il fatto che tu sia venuto fin qui a trovarmi. Questo mi ha reso molto felice, molto... mi ha fatto veramente bene. Te lo dico nel caso non fosse stato evidente.”
“Verrò ancora a trovarti,” dissi. “E l‟altro?”
“Vorrei che ti ricordassi di me. Ti ricorderai sempre della mia esistenza, e che sono stata accanto a te come in questo momento?” “Certo che me ne ricorderò sempre,” risposi.
Restò ferma qualche passo davanti a me, in silenzio, poi riprese a camminare. La luce autunnale, filtrata dalle cime degli alberi, giocava con l‟ombra sulle spalle della sua giacca. Si sentì di nuovo l‟abbaiare del cane, ma adesso sembrava un po‟ più vicino. Naoko salì su un cumulo di terra, quasi una collinetta, sbucò fuori dal bosco di pini e scese rapidamente un pendio. Io continuavo a seguirla a due tre passi di distanza.
“Davvero non ti dimenticherai mai di me?” chiese a voce bassa, quasi in un bisbiglio.
“Non ti dimenticherò mai,” dissi. “Ma come pensi che potrei dimenticarti?”
E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. All‟improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa.
Però, comunque siano ridotti, sono l‟unica cosa che possiedo. Così continuo a scrivere tenendoli stretti, questi ricordi imperfetti che si fanno sempre più sbiaditi ogni istante che passa, con l‟impressione di succhiare un osso spolpato. Ma è l‟unico modo che ho di mantenere la promessa fatta a Naoko.
Tanto tempo fa, quando ero ancora giovane e questi ricordi erano molto più freschi, ho tentato diverse volte di scrivere di lei. Ma allora non sono riuscito a finire neanche un rigo. Sapevo bene che se fossi riuscito a scrivere almeno quel rigo iniziale, poi tutto il resto sarebbe venuto da solo, ma non c‟era niente da fare: quel rigo non veniva proprio. Era tutto talmente chiaro che non sapevo da dove cominciare. Era come avere una mappa dettagliata, ma così dettagliata da diventare inservibile. Ma adesso capisco. Capisco che in fondo a poter riempire quel contenitore imperfetto che è la scrittura, sono solo ricordi e pensieri altrettanto imperfetti. E poi, più i ricordi di Naoko sbiadiscono dentro di me, più sento di capirla. Oggi capisco anche la ragione per cui mi pregò di non dimenticarmi di lei. Naturalmente lo sapeva benissimo. Sapeva che prima o poi in me il suo ricordo avrebbe cominciato a sbiadire. Ed è per questo che mi aveva pregato: “Non ti dimenticare mai di me. Ricordati sempre che sono esistita”.
Ma a pensarci provo una pena terribile per lei. Perché Naoko non mi amava nemmeno.
2


 In un tempo molto lontano (in realtà saranno passati al massimo vent‟anni), vivevo in un collegio per studenti. Avevo diciott‟anni ed ero appena entrato all‟università. A trovare il collegio erano stati i miei, preoccupati per me che di Tōkyō non conoscevo assolutamente niente, e che andavo a vivere da solo per la prima volta. L‟idea era che, una volta assicurati i pasti principali e i servizi essenziali, anche il più sprovveduto ragazzo di diciott‟anni poteva in qualche modo cavarsela. E naturalmente c‟era anche la convenienza economica. La retta del collegio era sicuramente meno costosa di un appartamento. Noi dovevamo procurarci solo il futon e una lampada: al resto provvedevano loro. Certo, fosse stato per me avrei preferito affittare un appartamento e vivere libero e solo, ma considerato quello che i miei già dovevano spendere per me tra tasse d‟iscrizione e frequenza all‟università privata e i soldi per le mie spese mensili, non potevo certo avanzare pretese. E poi in fondo anche per me un posto o un altro non faceva poi tanta differenza.
Il collegio si trovava su una collina con una bella vista sulla città. L‟area dove sorgeva era vasta, delimitata tutt‟intorno da un alto muro di cemento. Passato il cancello, davanti alla facciata si innalzava un gigantesco albero di keyaki. Si diceva che avesse almeno centocinquanta anni. Se stando ai piedi dell‟albero si alzavano gli occhi verso l‟alto, le sue foglie verdi erano così fitte da nascondere completamente il cielo.
Il sentiero asfaltato che attraversava il cortile a un tratto si curvava come per scansare quel grande albero, poi tornava a formare una lunga linea retta. Ai lati del cortile due edifici di tre piani in cemento armato si innalzavano paralleli. Erano due grossi edifici con tante finestre, che a guardarli facevano pensare a una prigione riconvertita in appartamenti, o ad appartamenti riconvertiti in prigione. Eppure non davano affatto un‟impressione di sporco o di tetro. Da qualche finestra aperta arrivava il suono della radio. Ai vetri avevano tutte le stesse tendine color crema, il colore più resistente alla luce del sole.
Il sentiero asfaltato proseguiva diritto fino all‟edificio principale, di due piani. Al pianterreno c‟era la mensa e la grande sala dei bagni, al piano superiore l‟aula magna e alcune sale di riunione e perfino una sala per ricevere fantomatici ospiti di riguardo, che non si è mai capito a cosa servissi veramente. Accanto all‟edificio principale c‟era il terzo edificio adibito ad alloggi, anch‟esso di tre piani. Il cortile era vasto, e in mezzo all‟erba gli innaffiatori automatici ruotavano riflettendo la luce del sole. Alle spalle dell‟edificio principale c‟era un campo da gioco usato per il baseball e il calcio, e sei campi da tennis.
Insomma, non mancava niente. L‟unico problema del collegio stava nel fatto che sembrava nascondere qualcosa di poco chiaro. A gestirlo era una non meglio identificata fondazione che ruotava attorno a un personaggio di estrema destra, e nella politica di gestione, per quanto ne potevo vedere io, c‟erano diverse cose stranamente sospette. Lo si poteva capire chiaramente già leggendo l‟opuscolo illustrativo e le regole per gli studenti. “Approfondire le basi dell‟istruzione e dedicarsi alla formazione di uomini capaci, utili allo stato” era lo spirito del collegio, e molti finanzieri che credevano in questo spirito, vi investivano il loro denaro... questo secondo la versione ufficiale, ma come sempre quello che c‟era dietro era ben più losco. Nessuno sapeva come stavano le cose con certezza. Secondo alcuni la fondazione del collegio era un semplice espediente per evadere il fisco, secondo altri una forma di autopromozione, e per altri ancora una vera e propria truffa per mettere le mani su un terreno di grande valore. Ma c‟era anche chi diceva che dietro ci fosse un piano ancora più sofisticato. Secondo questa interpretazione, scopo dei fondatori era quello di creare un clan occulto di ex studenti del collegio da inserire nel mondo della politica e della finanza. E in effetti c‟era una specie di club esclusivo che raccoglieva l‟elite degli ospiti del collegio, e non so bene i particolari ma ogni mese si tenevano alcuni gruppi di studio con i soci fondatori, e chi faceva parte del club poteva dimenticare qualsiasi preoccupazione di impiego per il futuro. È difficile dire tra queste teorie quale si avvicinasse di più alla verità, ma tutte concordavano su un punto: in quel collegio c‟era qualcosa che puzzava.
Comunque sia, i due anni dalla primavera del 1968 a quella del 1970 li passai in questo collegio piuttosto equivoco. E se qualcuno mi chiedesse come abbia fatto a restare due anni in un posto del genere, non saprei cosa rispondere. Il fatto è che a livello di vita quotidiana, che fosse di destra o di sinistra, un covo di ipocriti o un nido di benefattori dell‟umanità, non faceva poi tanta differenza.
Le giornate al collegio cominciavano sempre con la solenne cerimonia dell‟alzabandiera. Naturalmente non senza l‟accompagnamento dall‟inno nazionale. L‟alzabandiera era inseparabile dall‟inno nazionale come le notizie sportive dalla classica marcetta. Il piedistallo su cui era issata la bandiera si trovava al centro del cortile, in modo che potesse essere visto da ogni finestra del collegio.
La cerimonia dell‟alzabandiera era prerogativa del responsabile dell‟edificio est (che era quello dove abitavo io). Era un uomo sulla sessantina, alto di statura e dallo sguardo di ghiaccio. Aveva capelli quanto mai ispidi, qui e là spruzzati di bianco, e una lunga cicatrice gli attraversava la nuca abbronzata. Di costui si diceva che venisse dall‟Accademia militare Nakano, ma anche di questo non c‟erano prove. Accanto a lui, a fargli da assistente nell‟alzabandiera, c‟era uno studente. Questo studente nessuno lo conosceva. Aveva i capelli tagliati a spazzola, e portava sempre l‟uniforme studentesca. Di lui non si sapeva né il nome, né quale fosse la sua stanza. Non si fece vedere mai alla mensa né ai bagni. Non era nemmeno sicuro che fosse davvero uno studente, anche se è pur vero che portava l‟uniforme. Ma a differenza di “Accademia Nakano” era basso, grasso e pallido. E così questa coppia inverosimile ogni mattina alle sei in punto eseguiva l‟alzabandiera nel cortile del collegio.
I primi tempi che stavo al collegio, incuriosito da questa cerimonia patriottica, spesso mi alzavo presto apposta per assistervi. Alle sei del mattino, quasi contemporaneamente al segnale orario della radio, i due appaiono nel giardino. “Uniforme” naturalmente ha l‟uniforme studentesca e scarpe di pelle nera mentre “Accademia Militare” è in pullover e scarpe da ginnastica bianche. “Uniforme” porta una sottile custodia di legno, “Accademia” un registratore portatile Sony. “Accademia” mette il registratore sotto il piedistallo. “Uniforme” apre la custodia di legno. Dentro, avvolta con cura, c‟è la bandiera. “Uniforme” porge la bandiera ad “Accademia” con atteggiamento solenne. “Accademia” attacca la bandiera alla corda. “Uniforme” accende il registratore. L‟inno nazionale.
Rapidamente la bandiera viene issata sull‟asta, in perfetta sincronia con le parole dell‟inno: alla terza strofa la bandiera è a metà dell‟asta, all‟ultima raggiunge la cima. Poi i due raddrizzando bene la schiena si mettono sull‟attenti e, la testa alta, guardano fisso la bandiera. Se il cielo è sereno e il vento soffia nel modo desiderato, come scena non è niente male.
Anche l‟ammainabandiera, alla sera, segue più o meno lo stesso cerimoniale, solo che l‟ordine dei movimenti è l‟esatto opposto del mattino. La bandiera viene rapidamente ammainata e riposta nella custodia. Di notte la bandiera non sventola.
La ragione per cui di sera la bandiera dovesse essere ammainata non l‟ho mai capita. Anche di notte la nazione continua a esistere, e ci sono tante persone che lavorano. Operai delle ferrovie, autisti di taxi, entraîneuses, pompieri di turno, vigilanti; il fatto che tutte queste persone che lavorano di notte dovessero essere private della protezione della bandiera, mi sembrava un po‟ discriminatorio. Non che si trattasse di una questione tanto importante. Era quel tipo di cose che la gente non prende nemmeno in considerazione. Probabilmente sarò stato il solo a farci caso, e io stesso non ci avrei pensato se non ci fosse stato quel particolare pretesto. In quell‟occasione, comunque, decisi che non valeva la pena di approfondire il problema.
Per quanto riguarda la divisione delle stanze nel collegio, il regolamento assegnava agli studenti del primo e secondo anno stanze a due letti, e agli studenti del terzo e del quarto stanze singole. Le stanze doppie superavano un po‟ in lunghezza la misura standard di sei tatami. Sul muro opposto all‟ingresso c‟era una finestra dal bordo di alluminio con davanti due scrivanie e le rispettive sedie, l‟una di spalle all‟altra per facilitare lo studio. Appena si entrava sulla destra c‟erano due letti a castello di ferro. La massiccia mobilia era il massimo dell‟austerità. Oltre alle scrivanie e ai letti c‟erano due armadietti, un tavolinetto e degli scaffali a muro. Era uno spazio da cui era stata bandita la fantasia, a voler essere buoni. Negli scaffali della maggior parte delle stanze c‟erano radio a transistor, asciugacapelli, bollitori e fornelli elettrici, caffè liofilizzato, tè in bustine, zucchero a cubetti, pentoline per i ramen istantanei e poche stoviglie essenziali. Sulle pareti intonacate la pin-up del mese presa da una rivista per soli uomini o il manifesto di un film porno staccato da qualche parte. C‟era anche uno che per scherzo aveva attaccato la foto di due maiali in fase di accoppiamento, ma era una rara eccezione: praticamente sui muri di tutte le stanze c‟erano solo foto di donne nude o di giovani cantanti e attrici. Sulle scrivanie c‟erano libri di testo, dizionari e qualche romanzo.
Essendo abitate solo da ragazzi, in genere le stanze erano paurosamente sporche. Bucce di mandarino ammuffite erano attaccate al fondo dei cestini dei rifiuti e le lattine vuote che fungevano da portacenere, con i dieci centimetri di mozziconi inzuppati del caffè o della birra che ci si buttava dentro per spegnerli, emanavano una puzza nauseabonda. Piatti e posate erano tutti anneriti, sostanze non meglio identificate erano appiccicate un po‟ dappertutto e i pavimenti erano disseminati di pezzi di cellophane delle confezioni di ramen istantanei, bottiglie vuote di birra, coperchi di chissà cosa e altro ancora. A nessuno passava per la testa di raccogliere quella sporcizia con scopa e paletta, e di buttarla nel cestino dei rifiuti. Se entrava un po‟ di vento, da terra si alzavano nuvole di polvere. Ma non è finita: tutte le stanze erano impregnate di un odore terribile, un odore che poteva assumere sfumature diverse a seconda dei casi, ma le cui componenti essenziali erano assolutamente identiche: sudore, umori corporali e spazzatura. Tutti ficcavano giorno dopo giorno la biancheria sporca sotto il letto, e poi c‟erano i futon, mai messi all‟aria ad asciugare, impregnati in profondità di sudore, che emanavano un odore implacabile. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come da quel caos non si sia mai sviluppata un‟epidemia fatale.
Però, paragonata alle altre, la mia stanza era pulita come una camera mortuaria. Pavimento senza un granello di polvere, vetri della finestra limpidi, futon esposti settimanalmente al sole, matite ben ordinate nel portamatite e perfino tende lavate una volta al mese. Tutto questo perché il mio compagno di stanza ci teneva morbosamente alla pulizia. Quando dicevo agli altri: “Quello lava perfino le tende” nessuno mi credeva. Nessuno credeva che potesse esistere qualcuno capace di lavare periodicamente le tende. Anche perché non sospettavano neanche che le tende si potessero, volendo, staccare. “Strano tipo,” dicevano comunque di lui. E presto cominciarono a chiamarlo “il Nazi” o “Sturmtruppen”.
Nella nostra stanza non c‟erano nemmeno foto di pin-up attaccate al muro. In compenso avevamo la foto di un canale di Amsterdam. Avevo provato a mettere una foto di nudo ma lui la staccò dicendo: “Watanabe, a m... me questo tipo di cose non piace molto”. E al suo posto attaccò la foto del canale di Amsterdam.
Siccome anch‟io non è che ci tenessi poi tanto alle foto di pin-up, non protestai. Ma quelli che venivano nella nostra stanza a trovarmi, vedendo il poster del canale facevano: “Eeh? E quello che roba è?”
“Sturmtruppen lo guarda per farsi le seghe,” buttai lì. Naturalmente io intendevo scherzare, ma tutti mi presero alla lettera. E dato che ne erano così pienamente convinti, cominciai a pensare anch‟io che forse era vero.
Tutti mi compativano per il fatto che mi toccava dividere la stanza con Sturmtruppen, ma a me la cosa non sembrava poi tanto spiacevole. Anzi, dato che oltre a tenere la mia roba in ordine, non mi era richiesto di fare nient‟altro, per me era più che altro una pacchia. Era lui che pensava a pulire, lui che metteva all‟aria i futon, lui che si occupava dei rifiuti. Se, preso dai miei impegni, saltavo il bagno per tre giorni di seguito, dopo avermi annusato mi consigliava di provvedere, e mi avvertiva perfino quando era ora di andare dal barbiere o di tagliarmi i peli del naso. L‟unico problema era se entrava un insetto, perché lui si metteva a spruzzare insetticida per tutta la stanza, e io ero costretto a rifugiarmi nel caos della stanza accanto.
Sturmtruppen studiava geografia in una università statale.
“Io studio le m... m... mappe,” mi disse la prima volta che ci conoscemmo.
“Ti piacciono le mappe?” gli chiesi.
“Hmm. Finita l‟università, entrerò all‟Istituto cartografico di Stato e mi dedicherò alla realizzazione di m... m... mappe.”
Però! Quante ambizioni, quanti scopi di vita diversi ci sono nel mondo, dovetti riconoscere ancora una volta con ammirazione. Era una delle cose che più mi avevano colpito appena arrivato a Tōkyō. Certo, se non ci fossero almeno un po‟ di persone con il pallino per la cartografia - e per fortuna ne bastano pochissime - sarebbe un problema, mi rendevo conto. E tuttavia non potevo fare a meno di trovare strano il fatto che uno che balbettava ogni volta che pronunciava la parola “mappa” desiderasse lavorare proprio in un istituto di cartografia. Infatti nel parlare a volte balbettava a volte no, ma se pronunciava la parola “mappa” balbettava sicuramente, era matematico.
“E t... tu che cosa studi?” mi chiese lui.
“Teatro,” risposi.
“Teatro... fai spettacoli?”
“No, tutt‟altra roba. Facciamo lettura di testi, ricerca... Racine, Ionesco, Shakespeare, cose del genere.”
Disse che a parte Shakespeare gli altri non li aveva mai sentiti nominare. Spiegai che anch‟io in effetti li avevo solo sentiti nominare. Erano nel programma dei corsi.
“Comunque è questo che a te piace, no?” fece lui.
“No, non particolarmente,” dissi.
La mia risposta sembrò turbarlo. Ogni volta che era turbato la sua balbuzie peggiorava drammaticamente. Mi sentii subito in colpa.
“Sai, non ho interessi particolari,” cercai di spiegargli. “Mi sarebbe andata bene anche etnologia o storia orientale. È stato più che altro un
caso che mi ha fatto scegliere il teatro. Tutto qui.”
Ma naturalmente quella spiegazione non servì a convincerlo.
“Non capisco,” disse lui, con l‟espressione di chi proprio non sa capacitarsi. “Io p... per esempio studio le m... mappe perché a me piacciono le m... m... mappe, e perciò sono venuto all‟università a Tōkyō, e mi faccio mantenere dai miei. Ma tu dici che per te non è così, e allora...”
Il suo punto di vista era molto più logico. Mi arresi. Poi tirammo i fiammiferi per decidere come dividerci i posti sul letto a castello. A lui andò il letto di sopra, a me quello di sotto.
Era sempre vestito con una camicia bianca, pantaloni neri e pullover blu scuro. Era alto, aveva i capelli tagliati a spazzola e gli zigomi pronunciati. Quando andava all‟università si metteva sempre l‟uniforme. Sia le scarpe che la cartella erano nere come l‟inchiostro. A vederlo aveva l‟aspetto di uno studente di destra, ed era per questo che al collegio lo chiamavano Sturmtruppen, ma in realtà la politica gli era totalmente indifferente. La sola ragione per cui stava sempre vestito a quel modo era che scegliere i vestiti era troppo faticoso. Quello che lo interessava veramente erano solo le modificazioni nella linea costiera, il completamento di un nuovo tunnel ferroviario e cose di questo genere. Quando il discorso andava su tali argomenti, lui andava avanti a parlare per una o due ore, finché io non scappavo o mi addormentavo.
Ogni mattina alle sei, con l‟inno nazionale per sveglia, si alzava dal letto. E come sveglia bisogna riconoscere che quella sussiegosa e pomposa cerimonia non era affatto inadeguata. Poi si vestiva e andava al bagno a lavarsi la faccia. Per fare questo ci metteva un tempo interminabile, tanto da far venire il dubbio che si togliesse i denti uno alla volta per lavarli come si deve. Ritornato in stanza, con dei colpetti eliminava (pat! pat!) le grinze dall‟asciugamano e lo metteva ad asciugare sulla stufa, poi rimetteva a posto spazzolino e saponetta. Quindi cominciava la sua ginnastica seguendo gli esercizi della radio.
Io che la sera leggevo fino a tardi, in genere la mattina dormivo come un sasso fino alle otto, e il più delle volte continuavo a dormire indisturbato anche durante la sua rumorosa attività mattutina e i suoi esercizi ginnici. Ma quando il programma di ginnastica della radio arrivava ai salti, mi svegliavo immancabilmente. Sarebbe stato impossibile non svegliarsi. Infatti ogni volta che saltava, e saltava veramente alto, la vibrazione del pavimento si trasmetteva al letto con movimenti sussultori. Per tre giorni sopportai: avevo sempre sentito dire che nella convivenza un certo grado di tolleranza è indispensabile. Ma al quarto giorno giunsi alla conclusione che avevo sopportato abbastanza.
“Scusa, ma la ginnastica con la radio non la potresti fare sul terrazzo o da qualche altra parte?” dissi senza mezzi termini. “Se la fai nella stanza mi svegli.”
“Ma sono le sei e mezzo!” disse lui scandalizzato.
“Mi rendo conto. Sono le sei e mezzo. Ma vedi, per me le sei e mezzo è ancora tempo di dormire. Spiegare perché sarebbe complicato, ma purtroppo è così.”
“È impossibile. Se la facessi sul terrazzo quelli del terzo piano protesterebbero. Siccome qui sotto c‟è solo un ripostiglio, non do fastidio a nessuno.”
“Allora vai a farla in cortile. Sul prato.”
“Ma non posso! La m... mia radio non è a pile, quindi senza la corrente non la posso usare, e senza la musica della radio non posso fare la ginnastica.”
In effetti la sua radio era un modello antidiluviano che andava solo a corrente, e la mia era a pile ma captava unicamente le FM, che trasmettevano solo musica ma non quella per la ginnastica. Andiamo bene, pensai.
“Facciamo un compromesso,” dissi io. “Io accetto che tu faccia la tua ginnastica con la radio. In cambio tu ometti i salti, che sono la parte più rumorosa. Ti va bene così?”
“I s... salti?” chiese lui sbalordito. “Come sarebbe i salti?”
“Salti significa salti. Quella parte dove vai su e giù facendo ponn...ponn!”
“Ma una parte così non c‟è!”
Cominciava a venirmi mal di testa. Ero pronto ad arrendermi, ma visto che avevo tirato in ballo il discorso pensai che era meglio mettere le cose in chiaro, così cantando il motivetto del programma di ginnastica della radio, mi misi a saltare su e giù.
“Vedi? È questo che dico. C‟è o non c‟è?”
“Ah, g... già. Effettivamente c‟è. Non ci avevo fatto caso.”
“Allora...” dissi sedendomi sul letto. “Ti chiedo di tralasciare solo questa piccola parte. Per il resto puoi fare quello che vuoi. Eviti solo questo punto coi salti così io posso dormire in pace.”
“È impossibile,” disse lui tutto d‟un pezzo. “È assolutamente impossibile omettere una sola parte del programma. Sono più di dieci anni che lo faccio tutti i giorni, e ormai lo faccio in modo completamente a... a... automatico. Se comincio a saltarne uno, non riuscirò a farne più n... nessuno.”
A quel punto non dissi più niente. Che cos‟altro avrei potuto dire? La soluzione più rapida sarebbe stata, in un momento in cui lui non c‟era, prendere quella maledetta radio e buttarla dalla finestra, ma già mi immaginavo il finimondo: sarebbe stato come sollevare il coperchio dell‟inferno. Infatti Sturmtruppen era uno che ci teneva da morire alle proprie cose. Mentre, senza più parole e svuotato, stavo seduto sul letto, Sturmtruppen, con il più smagliante dei suoi sorrisi, mi consolò. “S... sai cosa, Watanabe? Potresti svegliarti insieme a me e fare ginnastica anche tu.” E con queste parole, uscì dalla stanza per andare a fare colazione.
*
Quando raccontai a Naoko la storia di Sturmtruppen e della sua ginnastica con la radio, scoppiò a ridere. Pur non avendo pensato che potesse essere comica, finii col riderci sopra anch‟io. Quel viso ridente - anche se si sarebbe spento in una frazione di secondo - era tanto, davvero tanto che non lo vedevo.
Io e Naoko eravamo scesi dal metro alla stazione di Yotsuya e camminavamo lungo i binari che seguivano il fiume, in direzione di Ichigaya. Era una domenica pomeriggio, verso la metà di maggio. La pioggia che dalla mattina era continuata a intermittenza, un po‟ prima di mezzogiorno era cessata completamente e i tetri nuvoloni che gravavano bassi si erano dileguati, spazzati via dal vento del sud. Le foglie dei ciliegi, di un verde smagliante, tremavano al vento scintillando alla luce di un sole già estivo. La gente per le strade si era sfilata giacche e pullover e li portava appoggiati alle spalle o sul braccio, Sotto il sole caldo della domenica pomeriggio tutti sembravano avere un‟aria felice. In un campo da tennis oltre il fiume, due giovani si erano tolti le magliette e in pantaloncini corti si lanciavano colpì, con le racchette. Solo due “suore, sedute su una panchina, con le loro nere tonache invernali, sembravano non essersi ancora sintonizzate sul cambio di stagione, ma ciò nonostante si godevano soddisfatte le loro chiacchiere sotto il sole.
Dopo aver camminato per un quarto d‟ora avevo la schiena tutta sudata, perciò mi tolsi la pesante camicia di cotone che indossavo e rimasi in T-shirt. Lei aveva le maniche della felpa rimboccate sopra i gomiti. Era una felpa grigio perla, a cui i molti lavaggi avevano dato una piacevole sfumatura pallida. Avevo l‟impressione di avergliene già vista indossare una identica tanto tempo prima, ma come per altre cose era più un‟impressione che un ricordo preciso. Non ci eravamo frequentati abbastanza perché potessi ricordare molte cose di lei.
“Com‟è vivere in un collegio? Si sta bene a vivere insieme ad altra gente?” chiese Naoko.
“Non lo so neanch‟io. È troppo presto per dirlo, è passato poco più di un mese,” dissi. “Nell‟insieme non mi sembra tanto male. Per lo meno, non c‟è niente di troppo insopportabile.”
Lei si fermò davanti a una fontana, bevve un sorso d‟acqua, poi tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto bianco e si asciugò le labbra. Quindi si piegò e si riallacciò con cura una scarpa.
“Pensi che anch‟io potrei fare una vita del genere?” “Vivere insieme ad altri?” “Sì,” disse Naoko.
“Mah... sai, dipende molto dalla mentalità. Ci sono anche aspetti spiacevoli, senza dubbio. Le regole sono molto rigide, devi sopportare delle nullità che si credono padreterni, compagni di stanza che alle sei e mezzo del mattino fanno ginnastica con la radio... Ma se pensi che queste cose le ritrovi un po‟ dappertutto, non ci fai troppo caso. E poi se sai che è lì che devi vivere, ti ci abitui. Tutto qui.”
“Sì, dev‟essere così,” convenne lei, e per un po‟ sembrò sprofondare nei suoi pensieri. Poi mi guardò fisso negli occhi, come se stesse esaminando un oggetto insolito e raro. A guardarli da vicino gli occhi di Naoko erano così profondi e trasparenti da dare i brividi. Non me ne ero mai accorto fino a quel momento, ma d‟altra parte non avevo mai avuto l‟occasione di fissarli tanto a lungo. Non solo era la prima volta che camminavamo da soli, ma era anche la prima volta che parlavamo per tanto tempo.
“Avevi intenzione di entrare in un collegio?” chiesi.
“No, non è questo,” disse Naoko. “Ci pensavo così... Mi chiedevo come dev‟essere vivere insieme ad altra gente. E poi quello che in effetti volevo dire...” Si morse le labbra cercando la parola o l‟espressione adatta, ma apparentemente senza riuscirci. Sospirò e abbassò lo sguardo. “Non lo so neanch‟io, non importa.”
Questo chiuse il discorso. Naoko riprese a camminare verso est. Io la seguivo, appena dietro. Era passato circa un anno da quando l‟avevo vista l‟ultima volta. In quei mesi Naoko era dimagrita al punto da sembrare quasi un‟altra. Dalle sue guance paffute, che erano la caratteristica del suo viso, era sparita quasi tutta la carne, e anche il collo si era molto assottigliato, ma sebbene così dimagrita non aveva assolutamente un‟aria spigolosa o malata. Il suo dimagramento sembrava dovuto a un processo naturale, non traumatico. Era come se lei si fosse nascosta in un luogo lungo e stretto e il suo corpo si fosse spontaneamente affusolato, per adattarsi a quello spazio. Capivo adesso che Naoko era molto più bella di quanto mi fossi mai reso conto. Avrei voluto dirglielo, ma non seppi trovare le parole giuste, così rimasi in silenzio.
Non eravamo andati da quelle parti per qualche ragione in particolare. Ci eravamo incontrati per caso sulla linea Chūō del metro. Lei era uscita da sola con una mezza idea di andare al cinema, io ero diretto a una libreria di Kanda. Nessuno dei due aveva particolari impegni. Che ne dici di scendere? fece Naoko, e così scendemmo dal treno. Per puro caso la stazione era quella di Yotsuya. Una volta soli non sapevamo neanche di che parlare. Anzi, vista la scarsità di argomenti, ero perfino sorpreso che Naoko avesse proposto di scendere insieme.
Usciti dalla stazione, lei cominciò a camminare rapidamente senza dire dove voleva andare. Non potevo fare altro che seguirla. Tra noi due c‟era una distanza di più o meno un metro. Naturalmente non ci sarebbe voluto niente ad annullare quei pochi passi che ci separavano, ma per una specie di timidezza non ci riuscivo. Così continuavo a camminare dietro Naoko, a un metro di distanza, guardando la sua schiena e i capelli lisci e neri, trattenuti da un grande fermaglio marrone in modo che quando si girava da un lato lasciavano intravedere il suo piccolo orecchio bianco. Ogni tanto Naoko si voltava verso di me per dirmi qualcosa. Se ci riuscivo, cercavo di dare una risposta sensata, ma il più delle volte non avevo la minima idea di cosa rispondere, o addirittura non riuscivo a sentire cosa diceva. Però sembrava che per lei non facesse nessuna differenza se io avevo sentito o no. Diceva quello che aveva da dire e subito tornava a camminare guardando davanti a sé. Mah, che importa?, pensavo rassegnato, è una giornata così bella per fare una passeggiata.
Però l‟itinerario di Naoko era piuttosto impegnativo per una passeggiata. Arrivati a Iidabashi girò a destra, uscì vicino al fossato, attraversò l‟incrocio di Jinbochō, prese la salita di Ochanomizu, e da lì sbucò a Hongō. Poi, costeggiando i binari dei tram, continuò a camminare fino a Komagome. È un bel pezzo di strada. Quando ci fermammo il sole era già al tramonto. Un sereno tramonto di primavera. “Dove siamo qui?” chiese Naoko, come tornando in sé all‟improvviso.
“A Komagome,” dissi io. “Non te ne eri accorta? Abbiamo fatto un giro immenso.”
“Ma che siamo venuti a fare qui?”
“Sei tu che sei venuta. Io ti ho solo seguito.”
Entrammo in un piccolo ristorante di soba vicino alla stazione e mangiammo qualcosa di leggero. Avevo sete, presi una birra. Lei non bevve niente. Dopo aver ordinato, nessuno di noi due disse una parola fino alla fine del pasto. Io ero stremato dalla lunga camminata, lei, le braccia appoggiate al tavolo, era di nuovo sprofondata nei suoi pensieri. Al telegiornale stavano dicendo che nella giornata di oggi tutte le mete turistiche in città avevano fatto il pienone. E noi siamo andati a piedi da Yotsuya a Komagome! pensai io.
“Hai una resistenza notevole,” dissi dopo aver finito di mangiare i soba.
“Sei sorpreso?”
“Beh, sì, devo dire.”
“Quando alle medie facevo corsa di fondo correvo anche dieci o quindici chilometri. E con mio padre che era appassionato di alpinismo, ho fatto scalate sin da piccola. Ti ricordi la montagna dietro casa mia? Quindi ho sviluppato i muscoli delle gambe senza neanche accorgermene.”
“Però a vederti non si direbbe,” dissi io.
“Lo so. Mi prendono tutti per un tipo delicatino. Le apparenze ingannano,” disse con un accenno di sorriso. “Mi vergogno a dirlo ma io invece sono distrutto.”
“Scusami. Ti ho trascinato con me per tutto il giorno.”
“Anzi, mi ha fatto piacere parlare con te. Non avevamo mai parlato noi due soli,” dissi, ma se avessi dovuto riferire di cosa avevamo parlato sarei stato in serio imbarazzo.
Lei non smetteva di giocare con il portacenere che era sul tavolo. “Senti, se ti andasse - voglio dire se per te non è una seccatura - che ne diresti di vederci di nuovo? Naturalmente capisco benissimo che non ho
nessun diritto di proporre una cosa del genere...”
“Diritto?” chiesi io stupito. “Come sarebbe non hai il diritto?” Naoko arrossì. Mi pentii subito della mia reazione.
“Non te lo so spiegare,” disse Naoko in tono di scusa. Si tirò le maniche della felpa sopra i gomiti, poi le tirò di nuovo giù come prima. La luce della lampada da tavolo colorava la lieve peluria sulle sue braccia di un bel dorato. “Non avevo intenzione di dire che non ho il diritto. Volevo dire tutta un‟altra cosa.”
Naoko appoggiò i gomiti sul tavolo, e per un poco guardò il calendario appeso alla parete. Sembrava che sperasse di trovare lì dentro le parole giuste. Ma naturalmente non era lì che poteva trovarle. Sospirò, chiuse gli occhi, giocò con il fermaglio.
“Non importa,” dissi. “Credo di capire quello che volevi dire. Ma non saprei dirlo bene neanch‟io.”
“Non riesco a parlare molto bene,” disse Naoko. “Ho questo problema già da un po‟ di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E se cerco di correggermi, mi confondo ancora di più e peggioro la situazione al punto che alla fine non so più nemmeno quello che volevo dire. È come se il mio corpo si dividesse in due parti che giocano a rincorrersi. E al centro c‟è questa colonna immensa e le due parti continuano a rincorrersi girandoci attorno. Ad afferrare le parole giuste è sempre l‟altra parte, e io non riesco a starle dietro.” Naoko sollevò il viso e mi guardò negli occhi. “Puoi capire una cosa del genere?”
“Penso che tutti a volte abbiamo questa sensazione,” dissi io. “Capita a tutti di sentirsi frustrati perché uno vorrebbe dire qualcosa ma non riesce a esprimersi.”
A queste parole Naoko sembrò un po‟ delusa.
“Non è questo,” disse Naoko, ma rinunciò a spiegare.
“Mi farebbe piacere incontrarti,” dissi. “La domenica specialmente sono libero, anzi non so mai che fare. E poi passeggiare fa anche bene, no?” Salimmo sul metro della linea Yamanote, poi, arrivati alla stazione di Shinjuku, Naoko scese per prendere la linea Chūō. Viveva a Kokubunji in un piccolo appartamento in affitto.
“Dì un po‟, trovi che il mio modo di parlare sia un po‟ cambiato rispetto a un tempo?” chiese Naoko quando stavamo per salutarci.
“Sì, mi sembra un po‟ diverso,” dissi. “Però non saprei dire come e perché. E poi anche se allora ci vedevamo spesso, per quanto mi ricordo non è che noi due abbiamo mai parlato tanto.”
“È vero,” convenne lei. “Posso provare a chiamarti sabato prossimo?” “Certo. Anzi, ci conto,” risposi.
La prima volta che incontrai Naoko fu nella primavera del secondo anno di liceo. Era anche lei al secondo anno, e frequentava un liceo cattolico femminile piuttosto snob. Snob al punto che se una poverina ce la metteva tutta nello studio veniva accusata alle spalle di non essere chic. Io avevo un amico molto caro di nome Kizuki (per essere più precisi, era l‟unico amico che avessi), e Naoko era la sua ragazza. Kizuki e Naoko erano stati compagni di giochi praticamente da quando erano nati, e tra le loro case non c‟erano nemmeno duecento metri di distanza.
Come molte coppie che si formano nell‟infanzia, anche la loro era molto aperta, e sembrava che non sentissero molto il bisogno di stare da soli. Erano quasi sempre a casa di uno dei due, dove spesso cenavano insieme o giocavano a mah-jong. A volte uscivamo anche in quattro: loro, io e un‟altra ragazza. Naoko portava una sua compagna di classe e andavamo tutti e quattro allo zoo, in piscina, al cinema. Però, a dire la verità, le compagne di Naoko, anche se erano tutte carine, erano un po‟ troppo “su” per me. Forse non ero di gusti raffinati ma il fatto è che mi trovavo meglio con le ragazze delle scuole pubbliche, con cui mi era più facile chiacchierare. Le ragazze che mi presentava Naoko, dietro quelle facce carine non capivo nemmeno che cosa pensassero. Probabilmente anch‟io dovevo essere un mistero per loro.
Per questo a un certo punto Kizuki rinunciò a invitarmi a quegli incontri a quattro, e da quel momento cominciammo a vederci, più che altro per chiacchierare, solo noi tre. Sempre in tre: Kizuki, Naoko e io. Potrà sembrare strano, ma era la soluzione meno faticosa, e quella che funzionava meglio. Bastava una quarta persona per rovinare subito l‟atmosfera. In tre invece, era come stare a un talk-show alla TV: io ero l‟ospite d‟onore, Kizuki il brillante conduttore, e Naoko la sua assistente. Kizuki era sempre il centro del nostro piccolo gruppo: una posizione che sapeva gestire in modo eccellente. Aveva una vena sarcastica, e per questo erano in molti a considerarlo arrogante, ma fondamentalmente era un ragazzo buono e leale. Quand‟eravamo in tre divideva equamente la sua attenzione tra me e Naoko, parlando e scherzando in modo imparziale con ognuno dei due, in modo che nessuno si sentisse trascurato. Se uno di noi restava a lungo in silenzio, si rivolgeva a lui/lei e riusciva abilmente a trascinarlo/a nella conversazione. Visto dal di fuori si sarebbe potuto pensare che questo gli costasse un certo sforzo, ma in realtà credo che gli riuscisse piuttosto naturale. Aveva uno straordinario talento per cogliere al volo le situazioni e reagire di conseguenza. Non solo, ma aveva la dote piuttosto rara di riuscire a trovare nel discorso più banale del suo interlocutore infiniti argomenti di interesse. Per questo quando parlavo con lui mi sentivo un‟altra persona, molto più interessante, e molto più interessante mi sembrava la vita che conducevo.
Ciò nonostante lui non era uno particolarmente socievole. A scuola, a parte me, non aveva legato con nessuno. Io non riuscivo a capire come mai un tipo brillante come lui, col suo talento per la conversazione, invece di rivolgere questa dote verso un mondo più vasto, si accontentasse del microcosmo composto da noi tre. E poi non capivo come mai avesse scelto proprio me come amico. Io ero uno di quei tipi con la fissazione dei libri e dei dischi che di regola passano inosservati, non avevo niente di speciale che potesse attirare l‟attenzione di Kizuki e dargli la voglia di parlare la prima volta con me. Eppure ci trovammo subito bene e diventammo amici. Suo padre era un dentista, famoso per la sua abilità con le mani e per i costi delle sue prestazioni.
“Domenica prossima che ne diresti di un‟uscita a quattro? La mia ragazza va a una scuola femminile, e porterebbe un‟amica carina,” disse Kizuki dopo poco che ci eravamo conosciuti. D‟accordo, dissi io. Fu così che conobbi Naoko.
E fu così che noi tre cominciammo a passare tanto tempo insieme. Tuttavia bastava che Kizuki si allontanasse perché io e Naoko non sapessimo più cosa dire. Il fatto è che noi due non avevamo nessun argomento in comune. Aspettando che tornasse Kizuki, ce la cavavamo bevendo un po‟ d‟acqua o giocando con qualche oggetto sul tavolo, senza quasi aprire bocca. Poi appena lui tornava riprendeva la conversazione. Naoko non era una ragazza che parlava molto, e io stesso ero uno che in genere preferiva ascoltare, perciò quando rimanevamo soli mi sentivo sempre un po‟ a disagio. Non perché non mi trovassi bene con lei, ma per questo problema di non sapere cosa dire.
Due settimane dopo il funerale di Kizuki, io e Naoko ci incontrammo una volta, una sola. Ci eravamo dati appuntamento in un caffè per sbrigare una questione di poco conto, ma risolta la faccenda già non avevamo più niente da dire. Io riuscii a tirar fuori qualche argomento e a proporglielo, ma il discorso si interrompeva sempre a metà. E quel che è peggio, nel suo modo di parlare c‟era una nota dura, come se fosse arrabbiata con me per qualcosa che non riuscivo a capire. Poi io e Naoko ci salutammo, e non ci rivedemmo più fino a quell‟incontro casuale, un anno dopo, sul metro della linea Chūō.
Può darsi che la ragione per cui Naoko era arrabbiata con me fosse il fatto che a incontrare e a parlare per ultimo con Kizuki ero stato io e non lei. Forse non è una cosa carina da pensare, ma se è così credo di capire cosa può aver provato. Se avessi potuto, le avrei fatto far cambio con me. Ma ormai era troppo tardi, la cosa faceva già parte degli eventi irreparabili.
Era stato in una bella giornata di maggio. Nel primo pomeriggio, finito di mangiare Kizuki mi propose di saltare la lezione e andare insieme a fare qualche tiro a biliardo. Anch‟io non avevo gran voglia di seguire la lezione del pomeriggio, così uscimmo dalla scuola e cominciammo a scendere senza fretta in direzione del porto. Poi arrivammo alla sala da biliardo e lì facemmo quattro partite. Dopo che io ebbi vinto senza sforzo la prima, lui cominciò a mettercisi d‟impegno e vinse tutt‟e tre le partite successive. Come d‟accordo fui io, il perdente, a pagare. Mentre giocavamo lui non scherzò, non fece nemmeno una battuta, il che era per lui una cosa rarissima. Posate le stecche, ci riposammo un po‟ fumando.
“Non ti ho mai visto giocare tanto seriamente,” dissi. “Oggi non volevo perdere,” disse Kizuki con un sorriso soddisfatto.
Quella notte morì nel garage di casa sua. Collegò un tubo di gomma allo scappamento della sua N360 e dopo aver tappato tutti gli spiragli delle finestre con nastro isolante, accese il motore. Quanto tempo ci abbia messo a morire, non l‟ho mai saputo. Quando i genitori, che erano andati a trovare un parente in ospedale, tornati a casa aprirono la porta del garage per mettere dentro la loro macchina, lui era già morto. La radio dell‟auto era ancora accesa e sotto il tergicristalli c‟era ancora la ricevuta del benzinaio.
Non c‟era nessun biglietto, e nessun motivo plausibile. Dato che io ero stato l‟ultimo a incontrarlo e a parlargli, fui convocato dalla polizia e interrogato. Niente nel suo comportamento lo faceva presagire, lui era lo stesso di sempre, spiegai all‟agente che si occupava delle indagini. L‟agente non sembrava avere un‟opinione molto buona né di me né di Kizuki. Sembrava pensare che da uno che marina la scuola per andare a giocare a biliardo, il minimo che ti puoi aspettare è che si suicidi. Ci fu un trafiletto sul giornale, e con quello il caso fu chiuso. La N360 rossa fu liquidata. Per un po‟ di tempo in classe sul suo banco c‟era sempre un fiore bianco.
Nei dieci mesi dalla morte di Kizuki alla licenza liceale, non sapevo più qual era il mio posto rispetto al mondo che mi circondava. Frequentai una ragazza e andai a letto con lei, ma non durò nemmeno sei mesi. Non riuscivo a sentire niente per lei. Scelsi un‟università privata di Tōkyō dove non avrei dovuto darmi troppo da fare per essere ammesso, superai l‟esame e senza particolare entusiasmo entrai all‟università. Quella ragazza mi chiese di non andare a Tōkyō, ma io volevo a tutti i costi staccarmi da Kōbe. Soprattutto volevo cominciare una nuova vita in un posto dove non conoscevo nessuno.
“Ora che hai fatto l‟amore con me, di me non te ne importa più niente,” disse lei piangendo.
“Non è vero,” protestai. Era solo che volevo andarmene da quella città, ma lei non capì. Così ci separammo. Sullo Shinkansen che mi portava a Tōkyō, ricordai tutte le cose belle, meravigliose di lei, pensai che mi ero comportato malissimo e provai rimorso, ma non potevo tornare sui miei passi. Così decisi di dimenticarla.
Arrivato a Tōkyō ed entrato in collegio, ora che cominciava la mia nuova vita, c‟era solo una cosa che io sapevo di dover fare a tutti i costi: cercare di non pensare troppo a tutto quello che c‟era stato, mettere una giusta distanza tra quelle cose e me stesso. Decisi di dimenticare, di cancellare dalla memoria il tavolo da biliardo rivestito di feltro verde, la N360 rossa e il fiore bianco sul banco. Dimenticare il fumo che si levava dal fumaiolo della sala di cremazione, il fermacarte massiccio sul tavolo dell‟ispettore di polizia, e tutto il resto. All‟inizio sembrò funzionare. Tuttavia, per quanto mi sforzassi di dimenticare, dentro di me restava qualcosa, una specie di grumo d‟aria non meglio precisato. Poi, col passare del tempo, quel qualcosa cominciò a prendere una forma più chiara e definita. Così chiara che posso anche tradurla in parole. Le seguenti:
LA MORTE NON È L‟OPPOSTO DELLA VITA, MA UNA SUA PARTE INTEGRANTE.
Tradotto in parole suona piuttosto banale, ma allora non era così che lo percepivo, ma come un grumo d‟aria presente dentro di me. La morte era parte di quel fermacarte, parte indissolubile delle quattro palline bianche e rosse allineate sul tavolo di biliardo. E sentivo che noi vivevamo inspirandola nei polmoni come una finissima polvere.
Fino ad allora io avevo sempre considerato la morte come una realtà indipendente, completamente separata dalla vita. Come a dire: “Un giorno prima o poi la morte allungherà le sue mani su di noi. Ne consegue che fino a quando ciò non avverrà essa non potrà toccarci in nessun modo”. Questo mi sembrava un ragionamento assolutamente onesto e logico. La vita di qua, la morte di là. Io sono da questa parte, e quindi non posso essere da quella.
Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me.
Trascorsi la primavera dei miei diciott‟anni sentendo dentro di me quel grumo d‟aria. Però allo stesso tempo mi sforzavo di non prenderlo troppo sul serio, perché intuivo vagamente che prendere le cose sul serio non sempre significa avvicinarsi alla verità. Continuavo a muovermi in quell‟angosciosa antitesi, in un infinito circolo vizioso. A pensarci adesso furono davvero dei giorni strani. Nel pieno della vita tutto ruotava attorno alla morte.
3


Il sabato seguente arrivò la telefonata di Naoko. Fissammo il nostro appuntamento a due per la domenica. Temo che questa espressione faccia pensare a qualcosa di troppo sentimentale, ma mi è venuta così.
Passeggiammo per le stesse strade dell‟altra volta, ci sedemmo in un bar a prendere il caffè, passeggiammo ancora, verso sera cenammo e infine ci separammo. Anche questa volta le sue frasi erano inframmezzate da lunghi silenzi, ma lei non sembrava preoccuparsene più di tanto, e anch‟io parlavo senza farci troppo caso. Quando ne avevamo voglia, parlavamo delle rispettive giornate, dell‟università, ma erano tutti discorsi frammentari, che rimanevano scollegati. Al passato nessuno di noi due fece il minimo accenno. Soprattutto, camminammo in lungo e in largo per la città. Per fortuna Tōkyō è tanto grande che per quanto potessimo camminare, rimanevano sempre altre strade dove andare.
Prendemmo l‟abitudine di incontrarci quasi ogni settimana, girando sempre a piedi per la città nello stesso modo: lei avanti, e io indietro di qualche passo. Naoko aveva sempre fermagli diversi, ma tutti lasciavano scoperto l‟orecchio destro. Dato che in quel periodo la vedevo quasi solamente di spalle, questa è l‟unica immagine che ricordo di quei giorni. Nei momenti di timidezza Naoko maneggiava spesso il fermaglio, e si passava continuamente il fazzoletto sulle labbra. Questo era un segnale che lei voleva dire qualcosa. Fu guardando questi gesti che cominciai piano piano a sentire qualcosa per lei.
Naoko frequentava un‟università femminile all‟estremità di Musashino. Era un‟università piccola ma famosa per l‟insegnamento dell‟inglese. Vicino al suo appartamento scorreva un grazioso canale artificiale, e noi andavamo spesso a passeggiare da quelle parti. A volte Naoko mi invitava da lei e preparava da mangiare, ma del fatto che eravamo da soli sembrava non se ne accorgesse nemmeno. Era un appartamentino molto essenziale, di superfluo non c‟era nulla, e se non fosse stato per le calze appese in un angolo vicino alla finestra, nessuno avrebbe detto che era la casa di una ragazza. Naoko viveva in modo molto semplice e spartano, e senza quasi amicizie. Per me che l‟avevo conosciuta ai tempi del liceo, era difficile credere che potesse vivere così. La ragazza che frequentavo allora portava solo vestiti vivaci, ed era sempre circondata da amici. Bastava guardare la sua stanza per capire che anche lei come me, entrando all‟università e cambiando città, aveva voluto cominciare una nuova vita in un posto dove non conosceva nessuno.
“La ragione per cui ho scelto questa università, è che non ci avrei trovato nessuna della mia scuola,” disse sorridendo Naoko. “Loro vanno tutte a università ben più chic. Capisci?”
Intanto, il rapporto tra me e Naoko faceva qualche piccolo progresso. Piano piano lei si stava abituando a me, e io a lei. Finite le vacanze estive, con l‟inizio del nuovo semestre Naoko cominciò a camminare al mio fianco con la massima naturalezza, come se finora non avesse fatto altro. Lo interpretai come un segno del fatto che Naoko mi accettava come amico, e quanto a me, camminare fianco a fianco con una ragazza bella come lei non mi dispiaceva di certo. Riprendemmo a passeggiare senza meta per le strade di Tōkyō. Camminavamo all‟infinito percorrendo salite, oltrepassando fiumi, attraversando incroci, senza avere in mente una meta precisa. Ci bastava il fatto di camminare. Lo facevamo senza mai vacillare, come un rito religioso per la salvezza dell‟anima. Anche se pioveva, aprivamo l‟ombrello e continuavamo.
Col venire dell‟autunno il cortile del collegio fu sepolto dalle foglie del keyaki. Ci si metteva di nuovo il pullover, si sentiva il profumo della nuova stagione. Sostituii le mie scarpe, tutte consumate, con un paio nuovo, di camoscio.
Dei discorsi che facevamo in quei giorni non riesco a ricordare granché. Ma non dovevano essere cose importanti. Quello che è sicuro è che continuavamo tutti e due a non fare il minimo accenno al passato. Il nome di Kizuki non entrava quasi mai nelle nostre conversazioni. E poi continuavamo entrambi a parlare poco: ormai ci eravamo abituati a sedere nei caffè, uno di fronte all‟altra, in silenzio.
Siccome a Naoko piacevano molto le storie di Sturmtruppen, gliele raccontavo spesso. Una volta era‟andato a un appuntamento con una compagna di corso (inutile dire che anche lei era nel dipartimento di geografia) ma era tornato prima di sera con un‟aria molto delusa. Il fatto risaliva a giugno. “Hmm... V... volevo chiederti, Watanabe, di che cosa parlano le r... ragazze, di solito?” mi chiese. Non ricordo che cosa gli dissi, ma lui non poteva sapere che ero la persona meno adatta per rispondere a questa domanda. Nel mese di luglio, una volta che lui non c‟era, un tizio tolse il manifesto con la foto del canale di Amsterdam e ci attaccò un‟immagine del Golden Gate Bridge di San Francisco. Disse che era curioso di sapere se Sturmtruppen si sarebbe masturbato anche guardando il Golden Gate. Quando gli dissi che l‟aveva fatto godendo ancora di più, sostituì di nuovo la foto, questa volta con quella di un ghiacciaio. Ma ogni cambio del poster gettava Sturmtruppen nella più grande confusione.
“Vorrei capire e...e... chi è che può fare una cosa del genere,” diceva.
“Sì, è vero, però dopotutto che ti importa? Anche questa è una bella foto, no? Chiunque l‟abbia fatto, è un pensiero gentile,” cercavo di confortarlo.
“Sarà, ma a me da fastidio,” insisteva lui.
Quando le raccontavo aneddoti di Sturmtruppen, Naoko rideva sempre. E dato che era così raro vederla ridere, lo facevo spesso, anche se mi sentivo un po‟ in colpa a usarlo per trovare spunti comici. Lui era solo il terzogenito non molto spiritoso di una famiglia non molto danarosa, che aveva come unico modesto sogno di una modesta esistenza, quello di redigere mappe. In fondo, cosa c‟era di comico in questo?
E invece le storielle su Sturmtruppen ormai circolavano come barzellette per tutto il collegio. Erano diventate un classico, e anche se avessi voluto porre un freno a questo andazzo, a quel punto sarebbe stato impossibile. E poi era il prezzo da pagare per vedere ridere Naoko. Perciò continuai lo stesso ad allietare tutti con episodi sul conto di Sturmtruppen.
Una sola volta Naoko mi chiese se mi piaceva qualche ragazza. Io le raccontai di quella storia finita. Era una brava ragazza, le dissi. Mi piaceva fare l‟amore con lei, ancora adesso ogni tanto ci penso con nostalgia, ma c‟era qualcosa che mancava, non so perché. Dissi ancora: forse attorno al mio cuore c‟è una specie di guscio duro e sono veramente poche le cose che possono romperlo e entrarci dentro. Forse non sono capace di amare.
“Fino a ora non hai mai amato nessuno?” chiese Naoko. “Mai,” risposi.
Dopo questo lei non chiese più niente.
Quando, alla fine dell‟autunno, un vento gelido soffiava nelle strade, lei ogni tanto si appoggiava al mio braccio. Attraverso la stoffa spessa del suo montgomery riuscivo a sentire, quasi impercettibile, il respiro di Naoko. A volte metteva il suo braccio sotto il mio, o mi ficcava la mano in una tasca del cappotto, e quando faceva davvero freddo capitava anche che tremasse mentre si stringeva forte al mio braccio. Ma questo era tutto, in quei suoi gesti non c‟erano altri significati. Io continuavo a camminare come se niente fosse, con le mani sempre ficcate nelle tasche. Tutti e due portavamo scarpe con la suola di gomma, i nostri passi non facevano quasi rumore. Solo se calpestavamo le foglie secche dei platani cadute lungo le strade, il nostro passaggio produceva un fruscio. Nel sentire quel rumore, provavo un senso di pena per Naoko. Quello che lei cercava non era il mio braccio, ma il braccio di qualcuno. Quello che cercava non era il mio calore, ma il calore di qualcuno. Mi sentivo quasi in colpa a essere io a occupare quel posto.
Man mano che avanzava l‟inverno, avevo la sensazione che i suoi occhi fossero diventati ancora più trasparenti. Ma nella loro trasparenza non si intravedeva nessun punto d‟arrivo. Di tanto in tanto Naoko, senza alcuna ragione apparente, mi guardava fisso negli occhi come se cercasse qualcosa, e ogni volta mi prendeva una strana sensazione di tristezza e di impotenza.
Forse vorrebbe dirmi qualcosa, cominciai a pensare. Solo che Naoko non riesce bene a esprimere le cose a parole. No, il problema viene prima. È dentro di sé che lei non riesce ad afferrare le cose. È questa la prima ragione per cui non trova le parole, pensavo. E allora gioca continuamente col fermaglio, si asciuga le labbra con il fazzoletto, mi scruta a lungo negli occhi senza una precisa ragione. A volte pensavo anche che avrei voluto stringerla forte tra le braccia, ma esitavo e alla fine rinunciavo. Temevo che questo gesto avrebbe potuto sconvolgerla. Così continuavamo a camminare per le strade di Tōkyō come sempre, e lei continuava a cercare le parole in quel suo spazio vuoto.
I compagni di collegio, quando arrivava una telefonata di Naoko, o quando mi vedevano uscire la domenica mattina, facevano le immancabili battutacce. Naturalmente loro erano convinti che io avessi una ragazza. Dato che spiegare sarebbe stato difficile, oltre che fuori luogo, glielo lasciai credere. Quando rientravo la sera, c‟era sempre qualcuno che mi faceva domande idiote tipo “in che posizione l‟avete fatto? come ce l‟aveva oggi? di che colore aveva le mutande?” Domande a cui non mancavo mai di rispondere in modo appropriato. *
Fu così che dai diciotto passai ai diciannove anni. Ogni giorno il sole sorgeva e tramontava, ogni giorno la bandiera veniva issata e calata. E quando veniva la domenica passavo la giornata con la ragazza del mio amico morto. Vivevo senza capire cosa stavo facendo e senza sapere cosa avrei fatto. Alle lezioni leggevamo Claudel, Racine, Eisenstein, ma le loro opere esercitavano su di me ben poco fascino. Tra gli studenti del mio corso non mi ero fatto nemmeno un amico, e anche al collegio avevo solo rapporti superficiali. Lì, vedendomi sempre da solo a leggere libri, erano convinti che volessi diventare scrittore, ma io a diventare scrittore non ci pensavo affatto. Non avevo nessuna ambizione particolare.
A volte avrei voluto descrivere questa sensazione a Naoko. Ero sicuro che lei sarebbe stata in grado di capire esattamente, almeno in parte, le cose che provavo. Ma non riuscivo a trovare le parole per esprimere queste cose. Che strano, pensai. Non sarà che mi ha trasmesso la sua malattia di non trovare le parole?
Il sabato sera sedevo su una sedia nell‟atrio del collegio, vicino al telefono, ad aspettare la chiamata di Naoko. Dato che di solito il sabato sera uscivano tutti, l‟atrio era molto più deserto e silenzioso del solito. E mentre osservavo le particelle di luce che fluttuavano luccicanti in quello spazio silenzioso, mi sforzavo di leggere dentro di me. Che cavolo stavo cercando? E che cosa cercavano gli altri in me? Ma non riuscivo a trovare niente che assomigliasse a una risposta. A volte allungavo la mano verso le particelle di luce sospese nello spazio, ma le mie dita non toccavano niente.
*
Io leggevo molto i libri, è vero, ma non leggevo molti libri, perché a me piaceva rileggere più volte quelli che amavo. Gli scrittori che preferivo in quel periodo erano Truman Capote, John Updike, Francis Scott Fitzgerald e Raymond Chandler, ma né al corso né al collegio si trovava una sola persona che leggesse o amasse quel tipo di romanzi. Gli altri leggevano autori come Kazumi Takahashi, Kenzaburō Ōe e Yukio Mishima, ma anche gli scrittori francesi contemporanei avevano una discreta circolazione. Con gli altri il discorso sui libri faticava a ingranare, così io continuai a leggere per conto mio in silenzio. Leggevo e rileggevo lo stesso libro molte volte, e a volte chiudevo gli occhi e mi riempivo i polmoni del suo odore. Il semplice annusare quel libro, scorrere le dita tra le pagine, per me era la felicità.
La lettura favorita dei miei diciottenni era stato Centauro di John Updike, ma a furia di rileggerlo il suo splendore iniziale si era a poco a poco appannato, e aveva finito col cedere la posizione in cima alla classifica al Grande Gatsby di Fitzgerald, che poi rimase il mio libro preferito ancora per molto molto tempo. Avevo preso l‟abitudine, ogni volta che me ne veniva voglia, di prenderlo dallo scaffale, aprirne una pagina a caso e di leggere per un po‟ a partire da quel punto, e devo dire che mai, nemmeno una volta, mi deluse. Non c‟era una sola pagina che presa a sé risultasse noiosa. Lo trovavo meraviglioso, e mi sarebbe piaciuto comunicare agli altri questo senso di meraviglia. Ma attorno a me non c‟era una sola persona che avesse letto Il grande Gatsby, e nemmeno che fosse potenzialmente interessata. Nel 1968 Fitzgerald non era forse considerato reazionario, ma certo non era neanche uno degli autori raccomandati.
In quel periodo intorno a me c‟era una sola persona che avesse letto Il grande Gatsby, e fu questa la ragione per cui stringemmo amicizia. Si chiamava Nagasawa, studiava legge all‟Università di Tōkyō ed era due anni avanti a me. Vivendo nello stesso collegio ci conoscevamo di vista, ma un giorno, mentre sedevo al sole in un angolo della mensa leggendo Il grande Gatsby, si sedette accanto a me e mi chiese cosa stessi leggendo. Gli mostrai la copertina. Ti piace? mi chiese. È la terza volta che lo leggo da cima a fondo, ma più lo rileggo e più ci scopro cose incredibili, dissi.
“Se c‟è uno che legge tre volte Il grande Gatsby, siamo fatti per diventare amici,” disse come parlando fra sé. E fu così che facemmo amicizia. Questo accadde in ottobre.
Nagasawa era uno strano tipo. Me ne rendevo conto sempre di più man mano che imparavo a conoscerlo. Di persone strane nel corso della mia vita ho avuto modo di incontrarne e conoscerne tante da aver perso il conto, ma non ho mai trovato uno più strano di lui. Aveva letto talmente tanto che come lettore io non potevo neanche accostarmi a lui, ma di regola non prendeva in mano un libro se lo scrittore non era morto da almeno trent‟anni. Come fai se no a fidarti? diceva.
“Con questo non voglio dire che non mi fido della letteratura contemporanea in assoluto. È solo che non vorrei sciupare del tempo prezioso leggendo opere che non hanno ricevuto il battesimo del tempo.”
“Quali sono gli scrittori che ti piacciono?” provai a chiedere.
“Balzac, Dante, Joseph Conrad, Dickens,” rispose lui pronto.
“Non proprio gli autori del momento.”
“È proprio per questo che li leggo. Se uno legge quello che leggono gli altri, finisce col pensare allo stesso modo. Queste cose lasciamole al mondo dei provinciali, alle mezze calzette. I tipi come si deve non fanno errori di gusto. Vuoi sapere una cosa, Watanabe? In questo collegio le uniche persone appena appena come si deve siamo io e te. Tutto il resto è robaccia.”
“Ma come fai a dirlo?” chiesi io sconcertato.
“Sono cose che si capiscono. C‟è gente che ha un marchio sulla fronte. Basta vederlo. E poi tutti e due leggiamo Il grande Gatsby.”
Cercai di fare un rapido calcolo. “Però dalla morte di Scott Fitzgerald sono passati solo ventotto anni.”
“Che importano, due anni?” disse lui. “Per un grande scrittore come Fitzgerald si può anche fare una piccola concessione.”
Al collegio nessuno sospettava che in segreto lui fosse un avido lettore di classici, ma anche se si fosse venuto a sapere non sarebbe stata la notizia dell‟anno. Lui era famoso per ben altre cose. La prima era senz‟altro la sua intelligenza. Era stato ammesso all‟Università di Tōkyō senza il minimo sforzo, aveva sempre il massimo dei voti e una volta superato l‟esame di stato sarebbe entrato al Ministero degli Esteri per intraprendere la carriera diplomatica. Il padre dirigeva un grande ospedale a Nagoya e il fratello, che si era laureato in medicina anche lui alla Università di Tōkyō, avrebbe continuato il lavoro del padre. Sembrava la classica famiglia perfetta. Lui era sempre pieno di soldi e, per finire, si presentava anche molto bene. Perciò tutti lo guardavano dal basso in alto, ed era il solo capace di incutere soggezione perfino al direttore del collegio. Se faceva una richiesta a qualcuno, l‟altro eseguiva all‟istante senza la minima obiezione. Scontentarlo sarebbe stato inconcepibile.
Nagasawa sembrava possedere per natura qualcosa che gli permetteva di sedurre e sottomettere gli altri senza il minimo sforzo. La sua arte consisteva nel porsi dall‟inizio in una posizione di superiorità da cui valutare al volo le situazioni, impartire istruzioni efficienti e precise, e ottenere dagli altri una docile sottomissione. Era come se attorno alla sua testa aleggiasse un‟aureola tipo quella degli angeli, a testimoniare il potere di cui era dotato, e a chiunque bastava rivolgergli un‟occhiata per convincersi che era un uomo superiore e lasciarsi prendere da un timore reverenziale. Perciò nessuno si capacitava del fatto che Nagasawa avesse scelto come amico uno come me senza nessun pregio particolare, ma per via di questo mi vidi trattare con una certa considerazione da gente che non conoscevo nemmeno. Nessuno si rendeva conto di quanto in realtà fosse semplice la spiegazione della sua scelta. La ragione per cui io piacevo a Nagasawa era che io non provavo per lui nessuna ammirazione né tantomeno venerazione. A me interessavano gli aspetti più strani e contorti della sua personalità, ma i suoi voti brillanti, il carisma e il suo bell‟aspetto mi lasciavano del tutto freddo. E penso che per lui questa dovesse essere una cosa molto rara.
Nagasawa era uno che dentro di sé combinava in maniera molto estrema diversi elementi contraddittori. A volte era di una gentilezza tale che io stesso ne ero commosso, eppure nel fondo era malvagio come pochi. Sapeva dimostrare una rara nobiltà d‟animo e allo stesso tempo una inguaribile bassezza. E mentre con la sua grinta e il suo ottimismo trascinava la gente, il suo spirito annegava in una palude di tristezza e solitudine. Intuii dal primo momento questa sua natura contraddittoria, e non riuscivo a capacitarmi di come facessero gli altri a non vederla. Il suo inferno lo accompagnava a ogni passo.
Ma nonostante tutto provavo anche dell‟affetto per lui. La sua più grande virtù era la franchezza. Non mentiva per nessuna ragione, riconosceva sempre con esattezza i propri sbagli e i propri difetti, e non cercava di nascondere le cose che non gli facevano comodo. Nei miei confronti fu sempre generoso, in qualsiasi circostanza, e più volte seppe essermi d‟aiuto, rendendo la mia vita al collegio molto più facile e piacevole. Tuttavia non riuscii mai a fidarmi davvero di lui, e in questo il mio rapporto con lui era di natura completamente diversa da quello che avevo avuto con Kizuki. Dopo aver visto Nagasawa picchiare senza pietà una ragazza da ubriaco, giurai che mai più per nessuna ragione mi sarei fidato di lui.
Su Nagasawa all‟interno del collegio circolavano svariate leggende. La prima era che aveva mangiato tre lumaconi vivi senza battere ciglio, un‟altra era che aveva un pene immenso, un‟altra ancora che alla sua età era già stato a letto con un centinaio di donne.
La storia dei lumaconi era vera. Fu lui a dirmelo quando glielo chiesi.
“Erano enormi,” disse.
“Ma perché hai fatto una cosa simile?”
“Mah, sai, erano successe varie cose,” spiegò. “L‟anno che sono entrato al collegio, ci furono un po‟ di problemi tra le matricole e i vecchi. Era settembre, mi pare. Fatto sta che come rappresentante delle matricole andai a negoziare con gli anziani. Il capo era uno di destra armato come un samurai, e non tirava per niente aria di trovare accordi. Così dissi: „Ho capito, se questo può servire a risolvere la questione, farò qualsiasi cosa voi chiediate‟. Allora quello mi fa: „Bene, se è questo che vuoi, prova a mangiare questi‟. „Va bene,‟ dissi io, „sono pronto.‟ E li mangiai. Tre lumaconi grossi così e dovetti mandarli giù, vivi.”
“Che sensazione hai provato?”
“Sai, come tutte le sensazioni, anche quella di mangiare dei lumaconi vivi la può capire solo qualcuno che l‟ha provata. Il momento in cui, slup!, ti scivola attraverso la gola e poi, plop!, ti piomba nello stomaco, è veramente atroce. Sono freddi, e poi dopo ti resta quel sapore in bocca... Ancora adesso se ci ripenso mi vengono i brividi. Ho lottato disperatamente per non vomitare. Perché se avessi vomitato li avrei dovuti ingoiare da capo. Cavoli, li mandai giù uno dietro l‟altro.”
“E dopo averli mangiati che hai fatto?”
“Tornai in camera e ingurgitai litri di acqua salata,” disse Nagasawa. “Che altro potevo fare?” “Eh, già,” convenni.
“Però da allora non c‟è stato più nessuno che abbia osato dirmi qualcosa. Nessuno, inclusi gli anziani. Non c‟è nessun altro capace di mandare giù tre lumaconi vivi.”
“Ah, di questo sono sicurissimo,” dissi io.
Accertare la grandezza del pene fu semplice. Bastò andare ai bagni insieme. E in effetti si trattava di un arnese notevole. Che fosse andato a letto con un centinaio di donne era invece un‟esagerazione. Saranno state circa settantacinque, disse lui dopo aver riflettuto un po‟. Mah, per non sbagliare diciamo settanta. Quando gli confessai che io ero stato a letto solo con una, lui disse: ehi, ma guarda che non ci vuole niente !
“La prossima volta ci andiamo insieme. Vedrai come è facile.” Sul momento non presi per niente sul serio le sue parole, ma una volta provato scoprii che era davvero così facile. Talmente facile da rimanere quasi delusi. Andavo con lui in qualche bar o night-club di Shibuya o Shinjuku (i posti erano quasi sempre gli stessi), mettevamo gli occhi su un paio di ragazze al caso nostro (il mondo era pieno di ragazze che uscivano a due), bevevamo con loro qualcosa, poi andavamo in albergo e facevamo l‟amore. Nel parlare lui era veramente bravo. Non che facesse chissà quali discorsi, ma qualunque cosa dicesse le ragazze lo guardavano rapite, nell‟incantesimo mandavano giù un bicchiere dopo l‟altro, si ubriacavano, e a quel punto erano pronte ad andarci a letto. E siccome per di più lui era bello, gentile, galante, la sua sola vicinanza bastava a rassicurarle. Ma la cosa che non finiva di stupirmi era che sembrassero trovare affascinante anche me per il semplice fatto che stavo con lui. Quando anch‟io, sollecitato da Nagasawa, provavo a dire qualcosa, le ragazze mostravano nei miei confronti lo stesso atteggiamento ammirato che avevano per lui, e ridevano deliziate. Naturalmente era tutto merito del fascino di Nagasawa. Certo in questo campo è un vero genio! pensavo ogni volta ammirato. A confronto il talento per la conversazione di Kizuki sembrava roba da ragazzi. Quello di Nagasawa era su tutta un‟altra scala. Ma anche se ero avvolto dal suo straordinario carisma, ripensavo a Kizuki con grande nostalgia. Kizuki sì che era veramente un amico sincero, mi ripetevo spesso. Lui riservava tutto il suo talento, per piccolo che fosse, solo per me e Naoko. Nagasawa invece spargeva il suo straripante talento in tutte le direzioni, come se per lui fosse un gioco. In genere non gli importava neanche molto di andare a letto con le ragazze che aveva davanti. Per lui era come un gioco d‟azzardo.
Ma io stesso devo dire che non mi piaceva poi tanto andare a letto con delle ragazze che non conoscevo. Come sistema per soddisfare il desiderio sessuale funzionava, e il fatto di stare abbracciato con una ragazza e di accarezzarci a vicenda, di per sé mi piaceva. Quello che detestavo era il risveglio la mattina dopo. Quando mi ritrovavo in una camera che puzzava d‟alcol con accanto una ragazza sconosciuta che dormiva profondamente, e attorno il letto, le lampade, le tende, tutti gli arredi volgari caratteristici dei love hotel, e la testa intorpidita dal dopo sbornia. Finalmente la ragazza si svegliava e cercava a tentoni la sua biancheria. Poi, infilandosi le calze, chiedeva: “Ehi, ieri sera ti eri infilato il coso? Sai com‟è, ieri era proprio il giorno più pericoloso”. Quindi si metteva davanti allo specchio e, lamentandosi del mal di testa o del trucco disfatto, si passava il rossetto sulle labbra o si metteva le ciglia finte. Era questa la parte che odiavo. In realtà avrei preferito non restare fino al mattino, ma era impossibile, fisicamente impossibile, combinare qualcosa con una ragazza con in testa il pensiero che il cancello del collegio chiudeva a mezzanotte, quindi bisognava per forza farsi dare il permesso per la notte, rassegnarsi a restare lì fino al mattino e tornare al collegio disincantati e disgustati di sé. Sotto un sole abbagliante, con la bocca impastata e la strana sensazione di avere sul collo la testa di un altro.
Dopo due o tre esperienze del genere provai a chiedere a Nagasawa: tu che l‟hai fatto più di settanta volte, dopo non provi un senso di vuoto?
“Se dopo ti senti svuotato, è un‟altra prova che sei veramente un ragazzo a posto. Non sai quanto mi fa piacere,” disse. “Andare in giro a scopare con ragazze che non conosci nemmeno è una cosa che non ti può dare niente. Ovvio che uno torna a casa stanco e schifato di se
stesso. Che ti credi? È lo stesso anche per me.”
“Se è cosi, allora perché ti dai tanto da fare?”
“È molto difficile da spiegare. Prendi Dostoevskij. Hai letto quello che scrive sul gioco d‟azzardo? È esattamente la stessa cosa. Quando tutto intorno a te trabocca di possibilità, come fai a tirare avanti ignorandole? Capisci che voglio dire?” “Più o meno,” risposi.
“Quando scende la sera, le ragazze escono per le strade, vagano un po‟ inquiete e cominciano a bere. Cercano qualcosa, e quel qualcosa io posso darglielo. È la cosa più semplice che esista. Facile come aprire il rubinetto dell‟acqua e bere. Tu le stendi giù all‟istante e loro non aspettano altro. È questo che chiamo possibilità. E con possibilità come queste che ti si offrono davanti agli occhi, tu hai il coraggio di stare lì ad aspettare che passino? Se tu hai una capacità, e hai l‟occasione di usarla, preferisci lasciartela sfuggire senza aprire bocca?”
“Non lo so, non mi sono mai trovato in una posizione del genere. Non mi ci vedo proprio,” dissi ridendo.
“In un certo senso ti invidio,” disse lui.
La ragione per cui Nagasawa era entrato al collegio nonostante tutti i soldi dei suoi, era proprio la sua intensa attività erotica. Il padre, preoccupato che vivendo da solo a Tōkyō sarebbe stato completamente assorbito dalle donne, l‟aveva costretto a passare quei quattro anni in collegio. Ma a Nagasawa non importava più di tanto. Lui viveva come gli pareva, ignorando tranquillamente le regole del collegio. Quando gli girava si faceva dare il permesso di dormire fuori e andava in giro a caccia di donne o passava la notte nell‟appartamento della sua ragazza. Di solito ottenere il permesso era piuttosto laborioso, ma non nel suo caso. Era come se lui avesse un free-pass permanente, e lo stesso valeva per me, purché fosse lui a chiederlo anche per conto mio.
Nagasawa aveva anche una ragazza fissa, che stava con lui da quando si era iscritto all‟università. Ebbi occasione di incontrarla diverse volte. Si chiamava Hatsumi, aveva la sua stessa età ed era una ragazza veramente deliziosa. Non era bella da far girare per strada, anzi a dire la verità come aspetto non era niente di speciale, tanto che a vederla la prima volta veniva da chiedersi come mai uno come Nagasawa avesse scelto proprio lei. Ma era quel tipo di ragazza con cui ti bastava parlare un po‟ per esserne conquistato. Dolce, intelligente, piena di senso dell‟umorismo, attenta nei confronti degli altri, e sempre vestita con un‟incredibile eleganza. Io avevo un debole per lei, e pensavo che, avessi avuto una ragazza così, mai e poi mai sarei andato a letto con tutte quelle ragazze insignificanti. Anch‟io le ero simpatico e mi aveva invitato con calore a uscire in quattro: noi tre più qualche amica del suo club, ma io che non volevo ripetere gli errori del passato, riuscivo sempre a evitare accampando qualche scusa. L‟università femminile dove studiava Hatsumi era famosa per essere frequentata da ragazze favolosamente ricche, ed era improbabile che io e ragazze del genere potessimo intenderci.
Lei sapeva vagamente che Nagasawa andava spesso a letto con altre, ma non se ne lamentò con lui nemmeno una volta. Lo amava profondamente ma non esercitava nessuna pressione su di lui.
“Quella ragazza è sprecata con uno come me,” diceva Nagasawa. È proprio vero, pensavo io.
Quell‟inverno trovai un lavoro part-time in un piccolo negozio di dischi. La paga non era granché, ma come lavoro mi piaceva e l‟orario era comodo: solo tre volte la settimana, di sera. E poi potevo comprare i dischi con lo sconto. A Natale comprai l‟album di Henry Mancini che conteneva Dear Heart, un pezzo che Naoko amava molto, e glielo regalai. Feci io stesso il pacchetto e ci misi un bel nastro rosso. Naoko mi regalò un paio di guanti di lana fatti da lei a maglia. Il pollice era leggermente corto, ma per essere caldi erano caldi.
“Scusami. Per queste cose io sono un disastro,” disse lei arrossendo imbarazzata.
“Ma no, guarda. Mi vanno proprio giusti,” dissi mostrandole le mani.
“Beh, se non altro potrai sopravvivere anche con le mani fuori dalle tasche del cappotto,” disse Naoko.
Quell‟inverno Naoko non tornò a Kōbe. Anch‟io, che dovevo lavorare fino alla fine dell‟anno, rimasi a Tōkyō. D‟altra parte a Kōbe non c‟era niente che mi attirasse particolarmente, né amici da rivedere. Dato che per le vacanze di Capodanno la mensa restava chiusa, Naoko mi invitò ad andare da lei. Preparammo un semplice brodo con le focaccine di riso che avevamo arrostito, e mangiammo insieme.
Dal gennaio al febbraio del 1969 accaddero un bel po‟ di cose.
Alla fine di gennaio Sturmtruppen si ammalò con quasi quaranta di febbre. A causa di questo fui costretto a disdire un appuntamento con Naoko. Con grande sforzo ero riuscito a procurarmi due inviti per un concerto, e avevo invitato Naoko. L‟orchestra avrebbe eseguito la Quarta Sinfonia di Brahms che a Naoko piaceva molto, e lei aspettava quel giorno con impazienza. Ma Sturmtruppen si rivoltava nel letto in preda a una terribile sofferenza, come se dovesse morire da un momento all‟altro, e non c‟era neanche da pensare a uscire lasciandolo solo in quelle condizioni. Né riuscii a trovare un‟anima buona disposta ad assisterlo al posto mio. Andai a comprare del ghiaccio e lo avvolsi in più strati di plastica, fabbricando una rudimentale borsa del ghiaccio, con un asciugamano fresco gli asciugavo il sudore, ogni ora gli misuravo la temperatura, e gli cambiai perfino la camicia del pigiama. Per tutto il giorno la febbre si rifiutò di scendere. Ma la mattina del secondo giorno lui si alzò di scatto e cominciò a fare ginnastica come se niente fosse. Quando si provò la temperatura aveva solo trentasei e due. Quel ragazzo non era umano.
“Pensa che strano: è la prima volta in vita mia che mi viene la febbre,” disse Sturmtruppen, quasi a insinuare che si fosse trattato di una mia invenzione.
“Però ti è venuta e come!” replicai arrabbiato. Quindi gli feci vedere i due biglietti inutilizzati del concerto.
“Beh, meno male che erano solo biglietti d‟invito,” disse lui.
Pensai di afferrare la sua radio e lanciarla fuori dalla finestra, ma mi era già venuto il mal di testa così mi infilai di nuovo sotto le coperte e mi addormentai.
A febbraio nevicò diverse volte.
Verso la fine del mese ebbi una lite per futili motivi e colpii un anziano che alloggiava al mio stesso piano. Lui andò a sbattere con la testa contro il muro. Fortunatamente non si ferì in modo serio e Nagasawa fu molto bravo a calmare le acque, ma io fui convocato in direzione e redarguito, e da allora qualcosa si rovinò nel mio rapporto col collegio.
Poi l‟anno accademico finì e venne la primavera. Io fui bocciato in alcune materie, ma anche nelle altre i miei voti erano piuttosto mediocri: quasi tutti C e D, pochissimi B. Naoko invece passò al secondo anno senza essere bocciata nemmeno in una materia. Era già passato un anno.
A metà aprile Naoko compì vent‟anni. Dato che io ero nato a novembre, lei aveva circa sette mesi più di me. Chissà perché, il fatto che Naoko avesse vent‟anni mi diede una strana sensazione. A me sarebbe sembrato normale oscillare all‟infinito tra i diciotto e i diciannove anni. Passare dai diciotto ai diciannove, e dai diciannove di nuovo ai diciotto... quello sì l‟avrei capito. Invece lei aveva compiuto vent‟anni, e anch‟io avrei avuto vent‟anni quell‟autunno. Solo chi era morto aveva per sempre diciassette anni.
Il giorno del compleanno di Naoko pioveva. Finite le lezioni comprai una torta in un negozio da quelle parti, poi presi il metro e andai a casa sua. Il ventesimo compleanno è una ricorrenza speciale, perciò avevo proposto di festeggiare. Pensavo che al suo posto mi avrebbe fatto piacere. Mi faceva tristezza l‟idea di passare il ventesimo compleanno da soli. Il treno era affollato e per di più sobbalzava. Perciò quando finalmente arrivai a casa di Naoko la torta era tutta crollata da un lato e assomigliava al Colosseo. Ciò nonostante, una volta accese le due candeline che avevo preparato, chiuse le tende e spenta la luce, in qualche modo l‟atmosfera diventò proprio quella di un vero compleanno. Naoko stappò il vino. Dopo aver brindato e mangiato la torta, facemmo una semplice cena.
“Chissà perché ma avere compiuto vent‟anni mi sembra una cosa così assurda,” disse Naoko. “Non sono preparata per niente! Mi fa uno strano effetto. Come se qualcuno alle mie spalle mi avesse spinto avanti a forza.”
“Io che ho ancora sette mesi di tempo, invece mi preparerò con calma,” dissi ridendo.
“Beato te. Avere ancora diciannove anni...” disse con invidia Naoko.
Mentre mangiavamo le raccontai che Sturmtruppen aveva comprato un nuovo pullover. Fino ad allora lui ne aveva sempre avuto uno solo (quello blu scuro che faceva parte della sua divisa di liceo), ma adesso finalmente aveva raddoppiato. Quello nuovo era rosso e nero con il disegno di un cervo. Sul pullover in sé non c‟era niente da dire, anzi era proprio bello, ma quando lui se lo mise e cominciò ad andarci in giro, nessuno poteva fare a meno di scoppiare a ridere. Lui non riusciva assolutamente a capire che cosa avessero tutti da ridere.
“Ehi, Watanabe, d... di‟ un po‟, ho qualcosa di strano?” mi chiese sedendosi accanto a me alla mensa. “Non so, qualcosa attaccato alla faccia?”
“No, non hai niente in faccia, non hai niente di strano,” risposi sforzandomi di mantenermi serio. “Complimenti, bel pullover.” “Grazie,” disse Sturmtruppen, sorridendo con un‟aria veramente felice.
Quando le raccontai questa storia, Naoko ne fu deliziata. “Vorrei incontrarlo, sai? Almeno una volta.”
“No, è pericoloso. Scoppieresti a ridere anche tu,” dissi. “Pensi davvero?”
“Ci potrei anche scommettere. Anch‟io che ci sto insieme tutti i giorni, certe volte faccio una gran fatica a trattenermi.”
Finito di mangiare, sparecchiammo, poi ci sedemmo sul pavimento e ascoltando della musica finimmo il resto del vino. Per ogni mio bicchiere, lei ne beveva due.
Quel giorno Naoko parlò molto più del solito. Raccontò della sua infanzia, della scuola, della sua famiglia. Ognuno di quei racconti era lungo, e dettagliato come una miniatura. Ha una memoria straordinaria, pensavo ammirato ascoltandola. Ma allo stesso tempo qualcosa in quel suo modo di parlare cominciava a trasmettermi una certa inquietudine. Qualcosa di strano. Qualcosa di innaturale, di contorto. Ogni racconto in sé era normale e seguiva un suo filo logico, ma la stranezza era nel modo in cui erano collegati tra loro. Il racconto A si trasformava impercettibilmente nel racconto B, che era contenuto all‟interno di A. B a sua volta si trasformava nel racconto C, che era contenuto in B, e questo processo andava avanti all‟infinito. Non si intravedeva nessun punto d‟arrivo. All‟inizio cercavo di intervenire ogni tanto con qualche commento o esclamazione appropriata ma dopo un po‟ rinunciai anche a quelli. Mi limitai a occuparmi dei dischi: quando un disco finiva, sollevavo la puntina e mettevo il successivo. I dischi erano solo sei: il ciclo si apriva con Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band, e si chiudeva con Waltz for Debbie di Bill Evans. Dietro la finestra, continuava a cadere la pioggia. Il tempo scorreva lento, e Naoko continuava a monologare.
A rendere innaturale il discorso di Naoko era forse il suo sforzo di parlare stando attenta a non sfiorare una serie di punti. Naturalmente la morte di Kizuki era uno di questi, ma non mi sembrava affatto l‟unico che cercasse di evitare. E se da un lato schivava accuratamente tanti punti, dall‟altro continuava a parlare all‟infinito di alcuni piccoli dettagli senza importanza. Ma dato che non era mai successo che Naoko fosse tanto concentrata nel parlare, la lasciai fare senza interromperla.
Quando l‟orologio segnò le undici però cominciai a sentirmi un po‟ inquieto. Erano più di quattro ore che Naoko parlava senza interruzione. Ero preoccupato anche per l‟ultima corsa del metro, e per la chiusura dei cancelli. Cercando il momento giusto, riuscii a interromperla: “Beh, tra un po‟ è meglio che vada. Non vorrei perdere l‟ultima corsa,” dissi guardando l‟orologio.
Ma sembrava che le mie parole non fossero arrivate all‟orecchio di Naoko. O che, se ci erano arrivate, non fosse riuscita a decifrarne il senso. Si zittì per un attimo, poi subito riprese a parlare. Rassegnato, mi rimisi a sedere e bevvi quello che restava della seconda bottiglia di vino. In quel momento la cosa migliore sembrava lasciarla continuare a parlare finché voleva. Decisi dentro di me di lasciare che tutto andasse come doveva: anche l‟ultimo treno e la chiusura dei cancelli.
Ma il discorso di Naoko non andò avanti a lungo. Senza che nemmeno me ne accorgessi, a un tratto era finito. Frammenti di parole restavano sospesi nell‟aria, come se fossero stati strappati di netto. Per essere esatti il suo discorso non era finito. Si era perso da qualche parte. Lei cercò in qualche modo di riprenderlo, ma era semplicemente scomparso. Qualche cosa lo aveva interrotto, e forse ero stato proprio io. Forse le mie parole alla fine erano arrivate all‟orecchio di Naoko, lentamente le aveva decifrate, e questo aveva interrotto quella strana energia che l‟aveva fatta parlare così a lungo. Naoko, con le labbra ancora leggermente socchiuse, mi guardava assente. Sembrava un motore a cui fosse stata staccata la corrente mentre era in piena attività. I suoi occhi sembravano velati da una sottile membrana opaca.
“Scusa, non volevo interromperti,” dissi. “È solo che si è fatto tardi e...”
Gli occhi di Naoko si riempirono di pianto, due lacrime le rigarono le guance e caddero con un rumore distinto sulla copertina di un disco. Fu l‟inizio di un pianto irrefrenabile. Piangeva con il corpo piegato in avanti e le mani poggiate sul pavimento, nella posizione di chi sta vomitando. Non avevo mai visto in vita mia un pianto così violento. Stesi dolcemente la mano e le toccai le spalle. Sentii il fitto tremito che le scuoteva. Poi, quasi inconsciamente, la strinsi tra le braccia. Continuò a piangere così, in silenzio, e io sentivo il suo tremito attraverso il mio petto. Per le lacrime e il respiro caldo la mia camicia si inumidì, e dopo un po‟ era completamente bagnata. Le sue dita si spostavano sulla mia schiena come se cercassero qualcosa, qualcosa di importante che aveva lasciato lì e non riusciva più a trovare. Con la mano sinistra sostenevo il suo corpo, mentre con la destra le accarezzavo i capelli lisci e soffici. Restai a lungo in quella posizione aspettando che Naoko smettesse di piangere. Solo che non smise.
*
Quella notte, feci l‟amore con Naoko. Se farlo sia stato una cosa giusta o no, non lo so. Non lo so neanche adesso che sono passati quasi vent‟anni, e forse non lo saprò mai. Però in quel momento non potevo fare altro. Lei era in uno stato di sovraeccitazione nervosa e confusione e voleva che io la calmassi. Spensi la luce e piano, con dolcezza, la spogliai e poi mi spogliai anch‟io. Ci abbracciammo. In quella calda notte di pioggia, anche nudi non sentivamo freddo. Nel buio i nostri corpi si cercavano senza parlare. Io la baciavo e le mie mani le avvolgevano dolcemente i seni. Naoko stringeva il mio membro eretto. La sua vagina calda e bagnata mi cercava.
Eppure, quando entrai in lei, provò un dolore tremendo. Le chiesi se era la prima volta, fece di sì con la testa. Rimasi interdetto. Ero convinto che Kizuki e Naoko avessero sempre fatto l‟amore. Dopo aver spinto il pene più a fondo che potevo, restai fermo, senza il minimo movimento, e la tenni stretta a lungo. Poi, quando mi sembrò si fosse calmata, cominciai a muovermi piano e dopo un certo tempo arrivai. Alla fine, stringendomi forte, Naoko lanciò un urlo. Non avevo mai sentito nell‟orgasmo un urlo così triste.
Quando tutto fu finito provai a chiederle come mai non avesse mai fatto l‟amore con Kizuki. Ma non avrei dovuto farle quella domanda. Naoko staccò la mano dal mio corpo e ricominciò a piangere in silenzio. Tirai fuori dall‟armadio il futon e la feci stendere. Poi fumai una sigaretta guardando dalla finestra la pioggia d‟aprile che continuava incessante.
La mattina seguente aveva smesso di piovere. Naoko dormiva volgendomi la schiena. O forse era sveglia, e non aveva chiuso occhio tutta la notte. Comunque, che fosse sveglia o dormisse, dalla sua bocca non usciva alcun suono, ed era rigida come se fosse diventata di pietra. Provai diverse volte a parlarle, ma non ci fu nessuna risposta e anche il suo corpo rimase assolutamente immobile. Restai a lungo a guardare la sua schiena nuda ma a un certo punto mi arresi e decisi di alzarmi.
Sul pavimento le copertine dei dischi, i bicchieri, le bottiglie di vino e il portacenere erano nel disordine della notte prima. Sul tavolo rimaneva metà della disastrata torta di compleanno. Sembrava che nella stanza il tempo si fosse fermato all‟improvviso e tutto si fosse paralizzato. Tolsi la roba sparsa sul pavimento, misi in ordine e bevvi due bicchieri d‟acqua dal rubinetto. Sullo scrittoio c‟era un dizionario e un prontuario di verbi francesi. Sul muro di fronte alla scrivania era appeso un calendario. Era un calendario senza nemmeno una foto, un disegno, niente, solo con le date, ed era completamente pulito: nessun appunto, nessun segno a matita.
Raccolsi le mie cose dal pavimento e mi rivestii. Sul davanti la mia camicia era ancora umida e fredda. La avvicinai al viso, aveva il profumo di Naoko. Sul blocchetto d‟appunti sulla scrivania scrissi: “Quando ti sentirai un po‟ più tranquilla, vorrei parlarti con calma. Cerca di chiamarmi presto. Buon compleanno”. Poi guardai ancora una volta la schiena di Naoko e uscii di casa chiudendo dolcemente la porta. *
 “Sei stanca?” le chiesi.
“No,” rispose. “È solo che è tanto tempo che non stavo rilassata così, senza pensare a niente.”
La guardai negli occhi, e lei mi guardò a sua volta. Le circondai le spalle con il braccio, e la baciai sulle labbra. Midori mosse leggermente le spalle, poi subito tornò a rilassarsi e chiuse gli occhi. Per cinque, sei secondi le nostre labbra rimasero dolcemente unite. Il sole del primo autunno proiettava sulle sue guance l‟ombra delle ciglia, scosse da un fremito appena percettibile.
Fu un bacio dolce e calmo, senza uno scopo preciso. Se non fossimo stati seduti sulla terrazza a bere la birra sotto il sole di quella domenica pomeriggio, se non avessimo assistito all‟incendio, quel giorno non avrei baciato Midori, e credo che questo lo sentisse anche lei. Guardando da lassù i tetti scintillanti, il fumo e le libellule rosse, eravamo stati invasi da una sensazione di calore e di intimità, e forse a tutti e due inconsciamente sarebbe piaciuto conservare quel momento in qualche modo. Il nostro bacio era stato di quel tipo. Ma naturalmente, come ogni bacio, neanche quello era completamente privo di rischi.
La prima a rompere il silenzio fu Midori. Prese dolcemente la mia mano, quindi mi disse, come se avesse un po‟ di difficoltà a farlo, che stava con qualcuno. Lo avevo immaginato, dissi.
“E tu? C‟è una ragazza?”
“C‟è.”
“E come mai sei libero di domenica?”
“È una storia molto complicata,” dissi. E in quel momento capii che la fragile magia di quel pomeriggio di primo autunno era già svanita chissà dove.
Alle cinque dissi a Midori che dovevo andare a lavorare e lasciai casa sua. Le chiesi se le andava di uscire e mangiare fuori qualcosa di veloce, ma rifiutò dicendo che doveva restare a casa, nel caso arrivasse quella telefonata.
“È una cosa che odio, stare tutto il giorno a casa ad aspettare che il telefono squilli. A stare da sola così, ho la sensazione che il corpo poco a poco vada a male. Imputridisce sempre di più e si scioglie fino a diventare un liquido verdastro, poi questo liquido viene inghiottito dalla terra, e alla fine non rimangono che i vestiti. Ecco che effetto mi fa stare una giornata intera bloccata ad aspettare.”
“Se ti capita di nuovo di dover stare ad aspettare una telefonata, ti farò compagnia. Se mi offri il pranzo,” dissi.
“Con piacere. Ti farò trovare tutto pronto, compreso l‟incendio per dessert,” disse Midori.
*
Il giorno seguente, a “Storia del dramma 2”, Midori non si fece viva. Alla fine della lezione andai alla mensa degli studenti, mangiai il mio pasto freddo e cattivo, poi andai a sedermi in un posto al sole e guardai la scena che mi circondava. Due ragazze accanto a me, in piedi, erano impegnate in una conversazione interminabile. Una teneva una racchetta da tennis stretta sul petto con cura come se fosse un bambino, l‟altra aveva alcuni libri e un LP di Leonard Bernstein. Erano tutte e due belle, e chiacchieravano con evidente piacere. Dalla sede dei club dell‟università arrivava il suono di qualcuno che faceva esercizio di piano, ripetendo la scala musicale. C‟erano qui e là gruppetti di quattro, cinque studenti che dichiaravano con foga le loro convinzioni personali tra risate e schiamazzi. Nel parcheggio c‟erano dei ragazzi che giocavano con lo skate-board. Un professore con la sua cartella di pelle che passava di lì cercava di scansarli. Nel giardino una studentessa con un elmetto in testa, piegata in giù, stava scrivendo un cartello di protesta contro l‟invasione imperialista americana dell‟Asia. Era il normale paesaggio dell‟università durante l‟intervallo di mezzogiorno. Eppure, mentre guardavo di nuovo, dopo tanto tempo, quella scena familiare, mi accorsi che tutti sembravano felici. Non so se in quel momento lo fossero davvero o se fosse solo un‟impressione. Quello che è certo è che in quel pomeriggio di fine autunno, a me apparivano così e questo mi faceva sentire ancora più solo del solito. Mi sentivo l‟unico elemento estraneo in quel paesaggio.
Ma se provavo a riflettere, nel corso di quegli anni, di quale paesaggio avevo mai sentito di far parte? L‟ultimo che ricordavo familiare, caldo, era quello della sala da biliardo vicino al porto dove io e Kizuki andavamo a giocare. Poi quella sera Kizuki era morto, e da quel momento tra me e il mondo si era insinuato uno spazio vuoto, ostile e raggelante. Cercai di pensare che significato aveva avuto per me l‟esistenza di Kizuki, ma non riuscii a darmi una risposta. Quello che capivo era che con la sua morte una funzione del mio essere, che forse si potrebbe chiamare adolescenza, era stata danneggiata in modo irreparabile. Questo lo sentivo e lo capivo chiaramente. Ma che significato ciò potesse avere, che conseguenze avrebbe portato, mi sfuggiva completamente.
Restai ancora a lungo seduto lì ad ammazzare il tempo guardando il paesaggio del campus e delle persone che andavano e venivano. Pensavo che chissà, magari avrei incontrato Midori. Ma quel giorno non si fece vedere. Quando finì l‟intervallo del pranzo, andai in biblioteca e feci un po‟ di esercizio di tedesco.
*
Il sabato pomeriggio della stessa settimana Nagasawa venne nella mia stanza e mi chiese se mi andava di uscire con lui quella sera. Disse che avrebbe provveduto lui al permesso. Accettai. Avevo trascorso tutta la settimana in uno stato mentale molto confuso, e pensai che stare con una ragazza, non importa chi, mi avrebbe fatto bene.
Quella sera mi feci il bagno, mi rasai la barba e misi una polo e una giacca di cotone. Io e Nagasawa cenammo insieme alla mensa, poi prendemmo l‟autobus. Scendemmo nel chiasso del centro di Shinjuku, e dopo essere andati un po‟ a zonzo per quella zona, entrammo in un bar vicino dove andavamo di solito e aspettammo che arrivassero delle ragazze al caso nostro. Era un locale molto frequentato da ragazze, ma quella sera chissà perché sembrava facessero apposta a tenersi a distanza. Restammo lì più o meno due ore, bevendo il whisky a piccoli sorsi per evitare di ubriacarci. Due ragazze dall‟aspetto simpatico si sedettero al banco e ordinarono un Gimlet e un Margarita. Subito Nagasawa si avvicinò per attaccare discorso, ma dissero che stavano aspettando degli amici. Chiacchierammo lo stesso per un po‟ tutti e quattro come vecchie conoscenze, ma quando gli amici arrivarono dovettero raggiungerli.
Proviamo a cambiare bar, propose Nagasawa, e così ci trasferimmo in un altro posto. Era un piccolo locale in una stradina secondaria. I clienti erano già quasi tutti ubriachi e facevano un gran baccano. Sedute a un tavolino in fondo alla sala vedemmo un gruppetto di tre ragazze, così ci avvicinammo e ci unimmo a loro. Erano simpatiche, e subito si creò un buon feeling. Ma quando le invitammo a continuare la serata insieme in un altro locale, le ragazze risposero che dopo poco sarebbero dovute scappare per la chiusura dei cancelli. Vivevano in un pensionato per studentesse. Era decisamente una giornata storta. Provammo ad andare ancora in un altro locale, ma anche lì niente da fare. Per qualche ragione non tirava l‟aria giusta.
Verso le undici e mezzo Nagasawa disse: stasera niente da fare.
“Mi dispiace di averti trascinato in giro con me inutilmente,” si scusò.
“No, figurati. Anzi, scoprire che anche a uno come te possono capitare queste serate, mi fa sentire meglio.”
“Eh sì, alla media di una volta all‟anno, ma capitano,” disse lui. A essere sincero, arrivato a quel punto la voglia di sesso mi era completamente passata. Dopo aver perso tre ore e mezzo nel baccano di Shinjuku al sabato sera a osservare la caotica energia di quel cocktail di alcol e libidine, le mie voglie sessuali erano passate in second‟ordine.
“Cosa vuoi fare adesso, Watanabe?” mi chiese Nagasawa.
“Pensavo di andare a uno di quei cinema aperti tutta la notte. È un bel po‟ che non vedo un film.”
“Allora io vado da Hatsumi. Va bene?” “Non ci vedo niente di male,” dissi ridendo.
“Però se vuoi una ragazza che potrebbe ospitarti per la notte, potrei trovartela. Che ne dici?”
“No, stasera davvero preferisco vedere un film.”
“Scusa ancora. Vedrai che mi rifarò un‟altra volta,” disse Nagasawa. Poi lo vidi scomparire in mezzo alla folla. Io entrai in un chiosco di hamburger dove mangiai un cheeseburger e bevvi un caffè. Calmato un po‟ l‟effetto dell‟alcol andai in un cinema di seconda visione e vidi Il laureato. Non lo trovai proprio splendido, ma non sapendo dove altro andare lo rividi per la seconda volta di seguito. Uscito dal cinema, alle quattro del mattino, mi misi a vagare per le strade gelide di Shinjuku sprofondato nei miei pensieri.
Quando fui stanco di camminare entrai in un bar aperto tutta la notte, ordinai un caffè e decisi di aspettare lì leggendo un libro fino alla partenza del primo metro. Dopo un po‟ il bar cominciò ad affollarsi di gente che come me aspettava la prima corsa del mattino. Il cameriere si avvicinò e mi chiese se potevo dividere il mio tavolo con qualcuno. Va bene, dissi. Tanto stavo solo leggendo, e se qualcuno sedeva di fronte a me faceva ben poca differenza.
A dividere il tavolo con me vennero due ragazze. Nessuna delle due era una bellezza, ma non sembravano antipatiche. Sia il trucco che gli abiti erano molto sobri, e non erano certo i tipi che di solito ciondolano a Kabukichō alle cinque del mattino. Pensai che dovevano aver perso l‟ultimo treno per un contrattempo o qualcosa del genere. Le due ragazze mostrarono un certo sollievo al fatto che la persona con cui dividere il tavolo fossi io. Non solo avevo un aspetto piuttosto pulito, essendomi anche fatto la barba quella sera, ma soprattutto ero immerso nella lettura di La montagna incantata di Thomas Mann.
Una delle due ragazze era piuttosto grossa, indossava un paio di jeans bianchi e un parka corto grigio, aveva con sé una grande borsa di plastica e portava due grossi orecchini a forma di conchiglia. L‟altra, piccolina, con gli occhiali, indossava un cardigan blu su una camicia a quadri, e portava al dito un anello con turchese. Ogni tanto la ragazza piccola si toglieva gli occhiali e si premeva le dita sugli occhi, come per una specie di tic.
Le due ragazze mangiavano il dolce e sorbivano il caffellatte che avevano ordinato con molta lentezza, discutendo a voce bassa di qualcosa. La ragazza più grossa inclinava il collo da un lato in un gesto di incredulità, l‟altra scrollava la testa in un gesto di diniego. La musica nel locale (Marvin Gay e, i Bee Gees ecc.) era a volume troppo alto perché potessi sentire quello che dicevano, ma dal loro atteggiamento sembrava che la ragazza piccola soffrisse o fosse arrabbiata per qualche ragione, e che l‟altra cercasse di consolarla e rabbonirla. Io continuavo a leggere alzando spesso gli occhi per osservarle.
A un certo punto la ragazza piccola si mise la borsa a tracolla e si avviò verso la toilette, e allora la ragazza grossa, rivolgendosi a me, disse: “Scusa...” Posai il libro e la guardai.
“Conosci per caso un bar da queste parti dove si possa bere qualcosa a quest‟ora?” chiese.
“Alle cinque passate del mattino?” feci io sorpreso.
“Sì.”
“Hmm, difficile. Questa è l‟ora in cui la maggior parte delle persone cerca di smaltire la sbornia per fare ritorno a casa.”
“Certo, me ne rendo conto anch‟io ma...” disse lei con un‟aria imbarazzata. “Qui non servono alcol e la mia amica vuole
assolutamente bere. Il fatto è che ha avuto un po‟ di problemi.” “Temo che l‟unica cosa da fare sia andare a bere a casa di una di voi,”
“È impossibile. Alle sette e mezzo io devo prendere il treno per Nagano.”
“Allora l‟unica è comprare qualche bottiglia dal distributore automatico e andare a bere su una panchina.”
Allora la ragazza mi chiese timidamente se non sarei stato così gentile da accompagnarle. Bere per strada a quest‟ora non è possibile per due ragazze sole, si scusò. Di esperienze strane a quell‟ora a Shinjuku fino a quel momento ne avevo avute diverse, ma non mi era mai successo di essere invitato a bere su una panchina da due sconosciute alle cinque e venti del mattino. Un po‟ perché non avevo il coraggio di rifiutare, un po‟ perché non avevo niente da fare, accettai. A un vicino distributore automatico comprammo alcune bottiglie di sake e dei salatini, e con questa roba in mano arrivammo a un grande piazzale vicino all‟uscita ovest della stazione, e lì demmo inizio all‟imprevisto picnic.
Le due ragazze lavoravano alla stessa agenzia di viaggio. Tutt‟e due si erano laureate quello stesso anno all‟università breve, avevano cominciato a lavorare da poco ed erano ottime amiche. La piccolina aveva un ragazzo con cui stava insieme da un anno e le cose tra loro andavano benissimo, ma proprio di recente lei aveva scoperto che lui andava a letto con un‟altra ed era sprofondata nella disperazione. Questa era la storia a grandi linee. La ragazza grossa aveva quel giorno il matrimonio del fratello a Nagano e sarebbe dovuta tornare a casa dai suoi la sera prima, ma viste le circostanze aveva deciso di passare tutta la notte con l‟amica a Shinjuku e di partire per Nagano col primo rapido del mattino.
“Ma scusa, come hai fatto a capire che lui andava a letto con un‟altra?” chiesi alla piccola.
Lei, bevendo a piccoli sorsi il sake, continuava a strappare dei fili d‟erba ai suoi piedi. “Ho aperto la porta della sua stanza e li ho visti con questi occhi. Non c‟è stata possibilità di equivoci.”
“E questo quando è successo?”
“L‟altro ieri sera.”
“Hmm,” feci io. “La porta non era chiusa a chiave?”
“No.”
“Mi chiedo perché non avrà chiuso a chiave,” dissi.
“E che ne so io? Come posso saperlo?”
“Ma ti rendi conto per lei che shock? Non è tremendo? Ci pensi come si sarà sentita?” disse la più grossa, che sembrava una ragazza molto buona.
“Non so proprio che dire, ma forse sarebbe meglio se tu e lui provaste a parlarne una volta. Anche se poi il problema sarà se te la senti o no di perdonare, immagino,” dissi io.
“Nessuno capisce quello che provo io,” sbottò la piccola continuando a strappare l‟erba rabbiosamente.
Uno stormo di corvi venne da occidente e passò in volo sopra il palazzo dei grandi magazzini Odakyù. Era ormai l‟alba. Tra una chiacchiera e l‟altra si avvicinò l‟ora in cui la ragazza grossa avrebbe dovuto prendere il treno, così regalammo il sake rimasto a dei barboni che stavano nel sotterraneo dell‟uscita ovest e io e la piccola comprammo il biglietto d‟ingresso alla stazione e accompagnammo la grossa fino al binario. Quando il treno su cui era salita scomparve in lontananza, uscimmo dalla stazione e, senza che nessuno dei due l‟avesse proposto, ci ritrovammo in un hotel. Nessuno dei due aveva un particolare desiderio di fare l‟amore, ma sembrava la conclusione inevitabile.
Entrati nell‟hotel, mi spogliai e mi feci il bagno per primo. Mentre stavo a mollo nell‟acqua bevvi della birra, più che altro per la disperazione. Anche lei dopo un po‟ mi raggiunse, e stesi nell‟acqua della vasca continuammo a bere birra tutti e due senza parlare. Per quanto bevessimo non riuscivamo a ubriacarci e neanche a farci venire sonno. La sua pelle era bianca e liscissima, e aveva gambe molto belle. Quando le dissi che aveva belle gambe lei mi ringraziò bruscamente.
Ma appena fummo a letto sembrò trasformarsi in un‟altra persona. Rispondendo con grande sensibilità ai movimenti della mia mano si contorceva e mandava dei gemiti. Nel momento in cui entrai in lei mi affondò con forza le unghie nella schiena, e quando fu vicina all‟orgasmo gridò sedici volte il nome di un altro. Io per ritardare l‟eiaculazione mi ero concentrato a contarle. Un attimo dopo eravamo già addormentati.
Quando mi svegliai a mezzogiorno e mezzo lei non c‟era più. Non aveva lasciato nemmeno un biglietto. Per aver bevuto a quell‟ora strana, un lato della testa mi pesava in modo anormale. Mi buttai sotto la doccia per spazzare via il sonno, mi feci la barba e ancora nudo mi sedetti su una sedia e bevvi un succo di frutta dal frigo. Poi cercai di ricordarmi in successione le cose accadute la sera precedente. Mi sembravano tutte stranamente distanti e irreali, come se fossero separate da me da due o tre lastre di vetro, ma non c‟era dubbio, erano successe davvero. I bicchieri della birra erano lì sul tavolo, e sul lavandino c‟erano gli spazzolini che avevamo usato poche ore prima.
Mangiai qualcosa a Shinjuku, poi entrai in una cabina e feci il numero di Midori. Pensai che magari, chissà, sarebbe rimasta anche oggi a casa ad aspettare eventuali telefonate. Lasciai squillare il telefono almeno quindici volte, ma non rispose nessuno. Dopo una ventina di minuti riprovai a chiamare ma anche stavolta con lo stesso risultato. Presi un autobus e tornai al collegio. Nella cassetta della posta all‟ingresso trovai un espresso indirizzato a me. Era di Naoko.
5


“Grazie per la tua lettera,” scriveva Naoko. Le era stata recapitata subito “lì” dalla casa dei genitori, riceverla non l‟aveva affatto contrariata, anzi ne era stata molto felice. Era arrivata proprio quando anche lei stava pensando di scrivermi.
A quel punto mi interruppi, aprii la finestra, mi tolsi la giacca e mi misi a sedere sul letto. Da qualche parte nei paraggi arrivavano i gridi gutturali dei piccioni. Il vento faceva tremare la tenda. Con quei sette fogli spediti da Naoko tra le mani lasciai andare i miei pensieri alla deriva. Mi era bastato leggere quelle poche righe perché il mondo reale intorno a me scolorisse di colpo. Chiusi gli occhi e impiegai molto tempo per ricomporre le mie sensazioni. Poi tirai un respiro profondo e continuai a leggere.
“Sono già quasi quattro mesi che sono arrivata qui,” continuava Naoko. “Quattro mesi durante i quali ho pensato molto a te. E a furia di pensarci, ho cominciato a rendermi conto che forse non mi ero comportata in modo giusto verso di te. Che avrei dovuto essere più onesta, più responsabile nei tuoi confronti.
“Ma forse già in questo modo di ragionare c‟è qualcosa che non funziona. Prima di tutto una ragazza della mia età non userebbe in questo caso la parola „giusto‟. Se qualcosa è giusto o non è giusto, in genere non è la prima preoccupazione di una ragazza. Di solito qualunque ragazza preferisce concentrarsi su altri problemi: su cosa è bello, per esempio, o su cosa può renderla felice. „Giusto‟ è una parola che usano molto di più i ragazzi. Ma in questo momento sento che è la parola che descrive più precisamente quello che mi preoccupa. Forse perché la ricerca di qualcosa di bello o del modo di essere felice è una prospettiva per me talmente lontana e difficile, che finisco con l‟affidarmi ad altri criteri. Chiedermi cosa è giusto, onesto, corretto.
“Per farla breve, io sento di non essermi comportata in modo giusto nei tuoi confronti, di averti trascinato nei miei problemi e forse anche fatto del male. Trascinando però allo stesso tempo giù in fondo anche me stessa, e facendomi del male da sola. E questo non lo aggiungo per difendermi o per giustificarmi, è la pura verità. Per ogni ferita che io possa averti causato, ne ho causata una uguale a me stessa. Perciò, ti prego, non odiarmi. Io sono una persona imperfetta. Molto più di quanto tu non immagini. E proprio per questo non devi odiarmi. Sapere che tu mi odii mi distruggerebbe. Non sono capace di rinchiudermi dentro un guscio come fai tu, e aspettare che passi. Non so se tu faccia davvero in questo modo, ma è così che io ti vedo. A volte ti invidio per questa capacità, e può darsi che ciò mi abbia portato a coinvolgerti nei miei problemi più del necessario.
“Forse starai pensando che è un modo di vedere le cose troppo analitico. Il tipo di terapia che si fa qui non ha per niente questo approccio, ma è il fatto stesso di stare in terapia da diversi mesi, come è il mio caso, che fa diventare analitici, lo si voglia o no. „Quella cosa è successa per quella certa ragione‟, „quest‟altro vuoi dire che‟, „il perché di quel fatto è‟, e così via. Ma non ho capito bene se poi l‟analisi arrivi a semplificare il mondo o solo a scomporlo in parti piccolissime.
“Comunque, rispetto a un tempo sento di stare molto molto meglio, e anche le persone che ho attorno me lo dicono. Il solo fatto di poter scrivere una lettera con tanta calma mi sembra un sogno. Scriverti a luglio mi costò uno sforzo incredibile (a dire la verità non ricordo assolutamente cosa ti scrissi, ma dev‟essere stata una lettera pessima, temo), invece adesso riesco a farlo con serenità. Aria pulita, un ambiente tranquillo isolato dal mondo esterno, una vita regolata, un po‟ di attività fisica ogni giorno... evidentemente proprio di questo avevo bisogno. È bello poter scrivere di nuovo a qualcuno: pensare di voler comunicare i propri pensieri a una persona, sedersi alla scrivania, prendere in mano la penna ed essere capaci di scrivere, come sto facendo io in questo momento.
“Naturalmente quando poi mi ci metto non riesco a esprimere che una parte di quello che vorrei, ma poco male. Il solo fatto di essere di nuovo in una condizione in cui provo il desiderio di scrivere qualcosa a qualcuno mi riempie di felicità. La mia lettera nasce da questo spirito. Adesso sono le sette e mezzo di sera, ho già cenato e ho appena finito di fare il bagno. C‟è una quiete assoluta e fuori è tutto buio. Non si vede nemmeno una luce. Di solito qui si vedono chiaramente le stelle, ma oggi il cielo è coperto. Tutti qua sanno tutto sulle stelle e mi spiegano: quella è la costellazione della Vergine, quella è l‟Arciere. Siccome dopo il tramonto non c‟è niente da fare, la gente finisce con imparare a conoscerle, che le interessino o meno. Per le stesse ragioni, si diventa esperti di uccelli, di fiori e di insetti. Parlare con queste persone mi fa capire quanto io sia ignorante su tanti argomenti, ma non è per niente una sensazione spiacevole.
“Le persone che vivono qui sono in tutto una settantina. Poi c‟è il personale, poco più di venti fra medici, infermieri e impiegati. Dato che il posto è grandissimo, non è assolutamente un numero elevato di persone. Anzi, è perfino troppo calmo. C‟è tanto spazio, moltissimo verde e la gente fa una vita molto tranquilla. È talmente tranquillo che a volte mi viene il dubbio che questo sia il mondo vero. Ma naturalmente non è così. Questa vita non sarebbe possibile se non fossimo tutti qui in base a certe premesse.
“Gioco a tennis e a pallacanestro. Le squadre di pallacanestro sono formate da pazienti (la parola è antipatica ma non ce n‟è un‟altra) e membri del personale mischiati. Ma quando sono presa dal gioco mi dimentico quali siano i pazienti e quali i membri dello staff. E questa, sai, è una sensazione curiosa. Se mi guardo intorno mentre gioco nessuno è più „alterato‟ di un altro.
“Un giorno, quando ho detto questa cosa al mio medico, lui mi ha risposto che la mia sensazione in un certo senso era esatta. Lui dice che noi non siamo qui per correggere le nostre alterazioni ma per imparare a convivere con esse. E che uno dei nostri problemi principali è di riconoscere queste alterazioni e accettarle. Proprio come ognuno di noi ha una particolare maniera di camminare, ha anche una sua particolare maniera di sentire, di pensare e di vedere le cose. Anche se uno vuole correggerla, non ci può riuscire facilmente, e se riesce a farlo forzando se stesso, qualche altra parte di lui comincia a non funzionare più bene. Naturalmente questa è una spiegazione molto semplificata e non riguarda che un piccolo aspetto del nostro problema, però credo di capire quello che lui cerca di dirmi. Credo che noi non riusciamo ad adattarci alle nostre alterazioni. E non riuscendo a localizzare il dolore e la sofferenza reali causati da esse, entriamo qui dentro per cercare di allontanarcene. Stando qui riusciamo a vivere senza causare sofferenze agli altri, e anche senza riceverne. Perché noi sappiamo di avere tutti queste „alterazioni‟. In questo la nostra consapevolezza è completamente diversa da quella del mondo esterno. Nel mondo esterno la maggior parte della gente vive senza la minima coscienza delle proprie alterazioni. Invece, in questo piccolo mondo, le alterazioni sono la condizione preliminare del nostro essere qui. Le portiamo attaccate a noi come gli indiani portano in testa le penne per dichiarare la loro tribù di appartenenza. E così viviamo tranquilli, senza ferirci a vicenda.
“Oltre all‟attività fisica, coltiviamo verdure e ortaggi. Pomodori, melanzane, cetrioli, cocomeri, fragole, cipolle, cavoli, daikon e altro ancora. Coltiviamo praticamente di tutto. Abbiamo anche una serra. Le persone sono abilissime nella coltivazione, e ci si dedicano con passione. Leggono libri, invitano specialisti, e non fanno che parlare dalla mattina alla sera di quali siano i fertilizzanti più adatti, della qualità della terra eccetera. Anch‟io ne sono stata contagiata in pieno: mi piace moltissimo guardare la frutta e gli ortaggi che diventano giorno dopo giorno un po‟ più grandi. Hai mai provato in vita tua a coltivare un cocomero? È come veder crescere un piccolo animale.
“Praticamente viviamo di frutta e verdure appena colte. Certo, mangiamo anche carne e pesce, ma stando qui il desiderio di questi cibi diminuisce pian piano da solo. È che le cose appena colte sono così fresche e buone! Facciamo anche passeggiate per cogliere altre verdure e funghi di montagna. Ci sono esperti anche di questo (a pensarci siamo pieni di esperti) che ti insegnano a riconoscere quelli buoni dai velenosi. Anche grazie a tutto questo da quando sto qui sono ingrassata di tre chili. Adesso si può dire che ho il peso giusto. È merito dell‟attività fisica e dei pasti sani e regolari.
“Il resto del tempo lo passiamo leggendo libri, ascoltando dischi, lavorando a maglia. Televisione e radio non ci sono ma in compenso c‟è una biblioteca come si deve e anche un archivio musicale, dove c‟è un po‟ di tutto, dalla raccolta completa delle sinfonie di Mahler ai Beatles, e io prendo sempre in prestito i dischi per ascoltarli nella mia stanza.
“L‟unico problema di questo posto è che una volta entrati, uscire all‟esterno comincia a sembrare troppo difficile, o a fare paura. Finché siamo qui dentro, tutti ci sentiamo in pace, sereni. Riusciamo anche ad affrontare con naturalezza le nostre alterazioni. Ci sentiamo guariti. Ma non siamo affatto convinti che il mondo esterno ci accetterebbe allo stesso modo.
“Il mio medico dice che comincia a essere tempo per me di riprendere contatti con persone del mondo esterno. „Persone del mondo esterno‟ vuoi dire persone normali appartenenti al mondo normale, ma ogni volta l‟unica faccia che mi viene in mente è la tua. Detto francamente, i miei genitori non ho voglia di vederli. Loro sono agitatissimi per me e sento che incontrarli e parlare con loro servirebbe solo a deprimermi. E poi ci sono alcune cose che vorrei assolutamente spiegarti. Non so quanto sarò brava a farlo, ma è molto importante e sono cose che prima o poi bisogna affrontare.
“Però, detto questo, non voglio che tu mi debba sentire come un peso. L‟ultima cosa che vorrei è diventare un peso per qualcuno. Io sento il tuo affetto per me, e vorrei poterti comunicare quanto questo mi renda felice. Credo che il tuo affetto sia una cosa di cui in questo momento ho molto bisogno. Se qualcosa in quello che ho scritto dovesse in qualche modo dispiacerti, scusami. Ti prego di perdonarmi. Come ho scritto prima, sono una persona molto più imperfetta di quanto tu creda.
“A volte mi succede di chiedermi: come sarebbero andate le cose se noi due ci fossimo conosciuti e ci fossimo piaciuti nella situazione più normale e banale del mondo? Io normale, tu normale (come d‟altra parte sei sempre stato), e se Kizuki non fosse esistito. Però questi „se‟ sono troppo ingombranti. L‟unica cosa che ora come ora posso fare è sforzarmi di essere giusta e onesta nei tuoi confronti. E forse questo mi aiuterà a comunicarti almeno una parte di quello che sento.
“Questo centro è diverso da un comune ospedale, perciò le visite come regola sono libere. Purché tu avverta per telefono almeno il giorno prima, possiamo incontrarci in qualsiasi momento. Possiamo anche mangiare insieme, e se vuoi c‟è anche la possibilità di fermarsi a dormire. Quando avrai un po‟ di tempo, mi farebbe piacere se venissi a trovarmi. Sarebbe bello. Accludo anche una pianta del luogo. Non mi ero resa conto di aver scritto tanto. Scusa.
Naoko”

Dopo essere arrivato alla fine, ricominciai da capo e la rilessi fino in fondo. Scesi giù, comprai una Coca-Cola al distributore automatico, tornai su e lessi ancora una volta la lettera mentre bevevo. Poi rimisi i sette fogli di carta nella busta e l‟appoggiai sulla scrivania. Sulla busta rosa il mio nome e il mio indirizzo erano scritti con caratteri piccoli e molto precisi, insoliti per una ragazza. Mi sedetti alla scrivania e restai per un po‟ a guardare la busta. Sul retro c‟era l‟indirizzo e il nome dell‟istituto: Amiryō 4 Era un nome bizzarro. Dopo aver fantasticato qualche minuto sul suo possibile significato, mi venne in mente che forse veniva dal francese ami.
Finalmente chiusi la lettera nel cassetto della scrivania, mi cambiai e uscii. Avevo la sensazione che se fossi rimasto nelle vicinanze della lettera l‟avrei riletta venti o trenta volte. Come avevo fatto in passato insieme a Naoko, andai in giro senza meta per le strade della Tōkyō domenicale. Vagavo da una strada all‟altra ripassando nella mente la sua lettera rigo per rigo e ricamandoci sopra. Poi, verso il tramonto, tornai al collegio e provai a telefonare all‟Amiryō dove si trovava Naoko. La donna che mi rispose mi chiese cosa desiderassi. Feci il nome di Naoko, dissi che sarei voluto andare lì l‟indomani, nel primo pomeriggio, e chiesi se sarebbe stato possibile incontrarla. La donna prese nota del mio nome e mi disse di richiamare dopo mezz‟ora.
Dopo aver cenato richiamai, e la stessa donna mi disse che non c‟erano difficoltà, di andare senz‟altro. Ringraziai, posai il telefono, misi nello zaino la roba per cambiarmi e gli oggetti da toilette. Poi, in attesa che mi venisse sonno, mi misi a bere un brandy e a leggere La montagna incantata. Ma non riuscii ad addormentarmi che dopo l‟una.
6


La mattina di lunedì mi svegliai alle sette, mi lavai e mi sbarbai in fretta, e senza fare colazione andai subito alla stanza del direttore a chiedergli il permesso di assentarmi un paio di giorni per fare una gita in montagna. Siccome avevo già fatto gite del genere ogni volta che avevo avuto del tempo, il direttore mi accordò il permesso senza commenti. Salii su un metro affollatissimo di gente che andava al lavoro, scesi alla stazione di Tōkyō, feci il biglietto dello Shinkansen fino a Kyōto e salii letteralmente al volo sul primo treno in partenza. Al posto della colazione presi un caffè caldo e un sandwich, quindi mi appisolai per un‟oretta.
Arrivai alla stazione di Kyōto un po‟ prima delle undici. Seguendo le indicazioni di Naoko, presi un autobus fino a Sanjō, andai alla stazione di una linea privata di pullman e chiesi da dove e a che ora partiva il numero 16. Alle undici e trenta, mi fu detto, dalla fermata più in fondo, e il viaggio sarebbe durato poco più di un‟ora. Dopo aver fatto il biglietto entrai in una libreria lì vicino, comprai una mappa e poi andai a sedermi su una panchina nella sala d‟attesa e controllai l‟esatta posizione dell‟Amiryō. A giudicare dalla mappa sembrava trovarsi nei più profondi recessi della montagna. Il pullman andava verso il nord, oltrepassando diverse montagne, e arrivato fino a un punto oltre il quale non poteva più proseguire, ritornava indietro in città. Secondo le indicazioni di Naoko, la fermata a cui sarei dovuto scendere io era un po‟ prima di quel punto. Da lì avrei dovuto prendere un sentiero di montagna, e dopo circa venti minuti di cammino sarei arrivato all‟Amiryō. Se è un posto tanto sperduto tra i monti sarà molto tranquillo, pensai.
Dopo aver caricato una ventina di passeggeri il pullman si mise in moto e, costeggiando il Kamogawa, si diresse a nord di Kyōto. Man mano che procedevamo, le case si facevano sempre più rare e si cominciavano a notare campi e tratti di terra non abitati. Tetti neri di tegole e serre di plastica luccicavano sotto il sole dell‟autunno ancora all‟inizio. Finalmente il pullman cominciò a inoltrarsi nella montagna. La strada era tutta curve e l‟autista doveva ruotare continuamente il volante da destra a sinistra, senza un attimo di pausa. Io avevo un po‟ di nausea e sentivo il caffè risalire pericolosamente, ma per fortuna dopo poco le curve diminuirono, tirai un sospiro di sollievo e il pullman entrò in una freschissima foresta di cedri. Gli alberi si stagliavano alti e fitti come in una foresta vergine, ostacolando i raggi del sole e avvolgendo ogni cosa nell‟ombra. Il vento che entrava dal finestrino s‟era fatto di colpo più freddo e umido, e lo si avvertiva subito sulla pelle. Dopo aver proseguito per un bel pezzo nella foresta, costeggiando un torrente, proprio quando uno cominciava a pensare che il mondo si fosse trasformato in una sola immensa distesa di cedri, la foresta di colpo finì e sbucammo in una specie di vallata circondata da ogni parte dai monti. Campi di un verde smagliante si estendevano tutt‟intorno e un bel fiume correva lungo la strada. In lontananza un filo di fumo bianco saliva nel cielo, qui e là si vedevano panni stesi ad asciugare, e si sentivano dei cani abbaiare. Davanti alle case c‟era legna accatastata fin sotto alle grondaie, e un gatto sopra che dormiva. Diverse case come queste fiancheggiavano la strada per un tratto, ma degli abitanti non si vedeva neanche l‟ombra.
Lo stesso paesaggio si ripeté  più volte. Il pullman entrava in una foresta di cedri e ne usciva per entrare in una zona abitata, poi usciva anche da questa per tornare a inoltrarsi nella foresta di cedri. Ogni volta che il pullman si fermava in un centro abitato qualcuno scendeva, ma non c‟era mai nessuno che salisse. Circa quaranta minuti da quando eravamo partiti dalla città, arrivati a un passo di montagna da cui si godeva un‟ampia vista, il conducente fermò il pullman e disse che ci saremmo fermati lì cinque o sei minuti, così se volevamo potevamo approfittarne per scendere. Di passeggeri ne erano rimasti quattro me compreso, comunque scendemmo tutti, chi per sgranchirsi un po‟, chi per fumare o per guardare dall‟alto il panorama di Kyōto che si stendeva sotto i nostri occhi. Mentre il conducente urinava da una parte, un uomo sulla cinquantina dalla pelle molto abbronzata, che era salito con uno scatolone legato da una corda, mi chiese se ero venuto lì per salire sulla montagna. Risposi di sì. Era più semplice.
A un certo punto un pullman salì dal lato opposto e si fermò accanto al nostro. I due conducenti chiacchierarono per qualche istante, poi ognuno ritornò sul proprio pullman. Anche noi tornammo ai nostri posti. Poi le due vetture ripresero il cammino in direzioni opposte. Allora capii perché il nostro pullman aveva dovuto fermarsi su quel passo per aspettare l‟altro. Nel punto in cui la strada cominciava a scendere per la montagna, si faceva improvvisamente più stretta e sarebbe stato impossibile per due grossi pullman passare allo stesso tempo. Infatti incrociammo alcuni furgoni e camioncini, ma ogni volta qualcuno doveva fare retromarcia e poi cercare di prendere la curva più stretto che poteva.
I gruppi di abitazioni che fiancheggiavano il torrente erano molto più piccoli di quelli di prima, e anche i terreni coltivati erano molto più ristretti. La montagna si era fatta incombente e dal pullman potevamo quasi toccarla. Dove c‟erano case c‟erano cani che abbaiavano minacciosi al nostro passaggio.
Ma dove dovevo scendere io, attorno non c‟era niente. Né case né campi. Un cartello solitario che segnalava la fermata, un piccolo torrente, l‟inizio della strada per la cima della montagna e nient‟altro. Mi misi lo zaino in spalla e cominciai a salire. La strada era fiancheggiata a sinistra dal torrente, a destra da un bosco. Dopo aver proseguito per un quarto d‟ora su quella lieve salita, si apriva sulla destra un‟altra stradina, da cui a occhio e croce poteva passare al massimo un‟auto, e all‟entrata un cartello con su scritto “Amiryō - Vietato l‟ingresso ai non addetti”.
Sulla stradina all‟interno del bosco si distinguevano chiaramente delle tracce di pneumatici. Ogni tanto giungeva da qualche parte tra gli alberi un battito d‟ali, stranamente vivido, come amplificato. A un tratto si udì in lontananza un ppon!, come un colpo secco di rivoltella attutito. All‟uscita del bosco cominciava un muro di cinta bianco. Piuttosto basso in verità per un muro di cinta: arrivava più o meno alla mia altezza e non era sormontato da nessuna rete o filo spinato, così chiunque volendo avrebbe potuto scavalcarlo. C‟era un cancello nero d‟acciaio, dall‟aspetto molto resistente, ma era spalancato e nella guardiola del custode non si vedeva nessun custode. C‟era invece un cartello uguale a quello di prima con la scritta “Amiryō - Vietato l‟ingresso ai non addetti”. Nella guardiola alcune tracce indicavano che qualcuno era stato lì fino a poco prima. Nel portacenere c‟erano tre mozziconi, in una tazza era rimasto del tè, in uno scaffale c‟era una radio a transistor, e al muro un orologio che scandiva il tempo con un secco tic-tac. Decisi di aspettare lì che tornasse il custode, ma dato che nessuno si faceva vivo dopo un po‟ provai a suonare due tre volte una specie di campanello. Subito oltre il cancello c‟era un parcheggio con dentro un minibus, un Land Cruiser a quattro ruote motrici e una Volvo blu scuro. Ci sarebbe stato spazio per almeno trenta vetture, ma c‟erano solo quelle tre.
Dopo due o tre minuti dalla strada nel boschetto arrivò su una bicicletta gialla il custode in un‟uniforme blu. Era un uomo alto, un po‟ stempiato, sulla sessantina. Appoggiò la bicicletta gialla alla guardiola e mi disse: “Eccomi, scusi tanto,” ma senza aver l‟aria di darsi troppa pena. Sul paraurti della bici c‟era un 32 scritto con vernice bianca. Dopo avergli detto il mio nome, prese il telefono e lo ripeté  un paio di volte a qualcuno. Dall‟altra parte gli dissero qualcosa, e l‟uomo rispose: “Va bene, ho capito, d‟accordo,” poi riattaccò.
“Vada all‟edificio principale e chieda della professoressa Ishida,” mi disse il custode. “Vede quel boschetto? Lei prende quella stradina, poi c‟è una rotatoria e lei gira alla seconda da sinistra. È chiaro? La seconda da sinistra. Poi si troverà davanti a un vecchio edificio, da lì gira a destra, passa per un altro boschetto e sbuca davanti a una costruzione in cemento. Quello è l‟edificio principale. Comunque ci sono anche i cartelli, non può sbagliare.”
Seguii, come mi era stato detto, la rotatoria, e attraversata fino in fondo la seconda strada a sinistra, mi trovai davanti a un vecchio edificio ricco di atmosfera che probabilmente un tempo doveva essere stato una villa privata. Il giardino era decorato con rocce di forme particolari e lanterne di pietra, e si vedeva che le piante erano tenute con cura. Sì, sicuramente un tempo doveva essere stata la villa di qualcuno. Girando a destra entrai nel boschetto e sbucai di fronte a un edificio di cemento a tre piani. In realtà, dato che sorgeva in una specie di avvallamento del terreno, l‟edificio sembrava più piccolo ed era tutt‟altro che imponente. La sua architettura era semplice ed estremamente pulita.
L‟ingresso era al primo piano. Salii la scala, aprii un portone di vetro ed entrai. All‟accoglienza sedeva una giovane donna con un vestito rosso. Dissi il mio nome e spiegai che mi era stato detto di chiedere della professoressa Ishida. Con un sorriso cordiale la donna mi indicò un divano beige che era lì nell‟ingresso e mi disse a voce bassa di accomodarmi e attendere. Poi formò un numero al telefono. Mi tolsi lo zaino dalle spalle, sprofondai nel soffice divano e mi guardai intorno. L‟ingresso era pulito e accogliente. C‟erano diversi vasi di piante, al muro alcuni quadri astratti scelti con gusto, e il pavimento era stato lucidato fino a luccicare. Per tutto il tempo che aspettai restai a contemplare le mie scarpe che si riflettevano sul pavimento.
A un certo punto la donna di prima mi disse di pazientare ancora un attimo. Mai visto un posto così silenzioso, pensavo io. Non c‟era il minimo suono. Sembrava fosse l‟ora della siesta. Era talmente tranquillo che tutto, non solo persone ma animali, insetti, piante, sembrava dormire profondamente.
Poco dopo, preceduta dal suono felpato di scarpe dalla suola di gomma, apparve una donna sulla quarantina dai capelli cortissimi, quasi rasati, si sedette con un gesto rapido accanto a me e accavallò le gambe. Mentre ci stringevamo le mani, lei osservò la mia da dritto e rovescio.
“Almeno da qualche anno a questa parte, non devi aver toccato nessuno strumento, vero?” furono le prime parole che disse. “È vero...” dissi io sorpreso.
“Si capisce subito dalle mani,” disse lei sorridendo.
Era una donna a dir poco singolare. Le rughe che le ricoprivano il viso erano la prima cosa che saltava all‟occhio. Ma la cosa strana era che non solo non la facevano sembrare più vecchia, ma anzi esaltavano qualcosa di molto giovanile in lei che andava al di là dell‟età. Facevano talmente parte del suo viso che sembravano nate con lei. Quando sorrideva le rughe sorridevano con lei, e quando assumeva un‟espressione concentrata le rughe facevano altrettanto. Quando non era né sorridente né concentrata le rughe si distribuivano su tutto il viso in un‟espressione calda e allo stesso tempo sottilmente ironica. Poteva avere dai trentacinque ai quarant‟anni ed era immediatamente simpatica, ma soprattutto aveva un suo fascino particolare. Ne fui subito conquistato.
Aveva i capelli tagliati in modo molto irregolare, con qualche spuntone qua e là, e anche sulla fronte la cortissima frangetta non era dritta, eppure quella strana pettinatura le stava bene. Portava una camicia blu da lavoro su una T-shirt bianca, larghi pantaloni di cotone color crema e ai piedi scarpe da tennis. Era magrissima, quasi completamente senza seno, e piegava spesso la bocca da un lato in un sorriso ironico, mentre le rughe attorno ai suoi occhi si muovevano fitte. Faceva pensare a un‟artigiana abile e gentile, con una buona dose di disincantata saggezza.
Indietreggiò lievemente con la testa, e sempre con quella sua smorfia sulle labbra, mi squadrò per un po‟ da capo a piedi. Mi aspettavo quasi che da un momento all‟altro tirasse fuori dalla tasca un metro e cominciasse a prendermi tutte le misure.
“Sai suonare qualche strumento?” chiese.
“No, nessuno,” risposi.
“Che peccato, ci saremmo divertiti se avessi saputo suonare qualcosa.” Sì, che peccato, ripetei, ma non capivo perché fosse così fissata con gli strumenti.
Tirò fuori dal taschino sul petto un pacchetto di Seven Stars, se ne mise una tra le labbra, la accese e cominciò a fumare con evidente piacere.
“Allora, Watanabe... è così che ti chiami, vero? Abbiamo pensato che prima di incontrare Naoko sarebbe stato meglio che io ti spiegassi alcune cose su questo posto. Così faremo prima una chiacchieratina noi due. Questo è un posto un po‟ diverso dagli altri, perciò senza qualche spiegazione preparatoria si può rimanere sconcertati. Tu non ne sai ancora molto, vero?” “Praticamente nulla.”
“Allora, comincio dall‟inizio...” fece per dire, poi, come se le fosse improvvisamente venuta un‟idea, schioccò le dita. “Tu non avrai ancora mangiato, no? Non hai fame?”
“Un po‟ di fame la avrei,” risposi.
“Vieni con me allora. Ti porto alla mensa. Parleremo mentre mangiamo. Veramente siamo un po‟ fuori orario per il pasto di mezzogiorno, ma se ci sbrighiamo troveremo ancora qualcosa.”
Si avviò a passo spedito per il corridoio, seguita da me, poi scendemmo le scale e arrivammo alla mensa che si trovava a piano terra. C‟erano posti per almeno duecento persone, ma al momento dovevano venirne utilizzati metà, perché l‟altra metà era divisa da paraventi. Sembrava un po‟ di stare in un albergo di villeggiatura fuori stagione. Il menu di mezzogiorno consisteva in stufato di patate con noodles, verdure miste, pane e succo d‟arancia. Come aveva scritto Naoko nella lettera, le verdure erano di una bontà inimmaginabile. Ripulii il piatto fino all‟ultima briciola.
“Mangi proprio con gusto,” disse lei quasi con invidia.
“Era veramente buono. E poi stamattina non ho mangiato quasi niente.” “Se ti va mangia anche la mia parte. Io sono già piena. Posso dartela?” “Se davvero non le va, la mangio volentieri,” dissi.
“Io ho lo stomaco piccolo, così non ci entra molto. Per il fumo invece non ci sono problemi di spazio,” disse lei, mettendosi tra le labbra un‟altra Seven Stars e accendendola. “A proposito, chiamami Reiko, come fanno tutti, e dammi del tu.”
Io divorai anche il pane e lo stufato che lei non aveva quasi toccato, mentre lei guardava con vivo interesse la scena.
“Lei... tu sei la dottoressa di Naoko?” le chiesi.
“Dottoressa io?” fece lei sbalordita, con una specie di smorfia. “Cosa ti fa pensare che io sia un medico?”
“Beh, mi hanno detto di chiedere della professoressa Ishida...”
“Ah, ho capito. No, vedi, io qui do lezioni di musica. Per questo c‟è qualcuno che mi chiama „professoressa‟. Ma in realtà io sono una paziente. Solo che sono qui da sette anni, e insegno musica e do una mano in ufficio, così non si capisce più bene se sono una paziente o una
del personale. Naoko non ti ha detto niente di me?” Feci di no con la testa.
“Hmm,” disse Reiko. “Allora, prima di tutto Naoko e io viviamo nello stesso appartamentino. Cioè siamo compagne di stanza. Vivere con lei è un vero piacere. Si può parlare di tante cose. Parliamo spesso anche di te.”
“E di me cosa dite?” chiesi.
“Aspetta, prima ti devo spiegare qualcosa su questo posto,” disse Reiko, ignorando la mia domanda. “Ma quello che prima di tutto vorrei che tu capissi, è che questo posto non ha niente a che vedere con una normale clinica. In altre parole, questa non è una casa di cura ma un centro di recupero. Naturalmente qui abbiamo dei medici e ogni mattina c‟è un‟ora di seduta, ma è più per controllare il polso della situazione, un po‟ come prendere la temperatura, e non ha niente a che vedere con le terapie aggressive che si usano di solito nei normali ospedali. Perciò qui non vedrai sbarre alle finestre, e il cancello rimane sempre aperto. Le gente viene qui di sua volontà, e ne esce di sua volontà. E poi le persone che sono ammesse qui sono solo quelle adatte a questo tipo di „recupero‟. Non è un metodo che funzioni per chiunque: chi ha bisogno di un trattamento più specialistico è giusto che vada in ospedali dove possa ricevere le cure appropriate. Fino a questo punto ti è tutto chiaro?”
“Credo di sì. Ma in pratica in cosa consiste questo „recupero‟?”
Reiko buttò fuori il fumo e bevve il succo d‟arancia rimasto. “Qui la vera terapia è la vita che facciamo. Un‟esistenza regolata, sport, isolamento dal mondo esterno, tranquillità, aria pura. Abbiamo i nostri campi e siamo praticamente autosufficienti. Non abbiamo né televisione né radio. Siamo un po‟ come quelle comuni che vanno di moda adesso. La differenza con le comuni è che per entrare qua ci vogliono un bel po‟ più di quattrini.”
“È tanto caro?”
“Non follemente caro, ma neanche a buon mercato. D‟altra parte quello che ti offre non è poco. Lo spazio è tanto, c‟è molto personale in rapporto al numero dei pazienti... comunque nel mio caso, essendo ormai quasi una dello staff non mi fanno pagare pressoché nulla, il che naturalmente mi fa comodo. Ti va un caffè?”
Dissi che mi andava. Spense la sigaretta, si alzò, andò al bancone, versò due tazze di caffè da un termos e le portò al tavolo. Mise lo zucchero, girò e bevve corrugando un po‟ il viso.
“Questo centro non è a scopo di lucro. Per questo riescono a mantenere delle tariffe ancora ragionevoli. Il terreno è stato donato tutto da una persona, che ha dato vita a una fondazione. Un tempo qui era tutto proprietà di quel tale, era la sua villa. Ti parlo di vent‟anni fa. Hai visto quella vecchia casa?”
Dissi che l‟avevo vista.
“Allora c‟era solo quella, ed era lì che si riunivano i pazienti per fare terapia di gruppo. Comunque, la ragione per cui è cominciato tutto questo è che anche il figlio di questo signore aveva problemi mentali, e uno specialista gli aveva consigliato di tentare una terapia di gruppo. Secondo la teoria di quel dottore un certo tipo di malattie poteva essere curato in un ambiente familiare dove i pazienti potessero vivere insieme aiutandosi a vicenda e svolgendo attività fisiche, con l‟appoggio di medici che si limitassero ad assisterli e a seguire le loro condizioni. Fu così che nacque questo posto. Poi si ingrandì, assunse uno statuto legale, il terreno a coltura fu aumentato, e cinque anni fa venne costruito anche questo edificio.”
“E la terapia ha dato risultati positivi?”
“Sì. Questo non vuoi dire che funzioni sempre, per tutte le malattie. Ci sono anche quelli che non migliorano. Però ci sono tanti che altrove erano dati per persi e che qui sono migliorati e se ne sono tornati a casa loro guariti. L‟aspetto migliore di questo posto è che qui tutti ci aiutiamo a vicenda. Siccome siamo tutti consapevoli di essere imperfetti, cerchiamo di aiutarci. E negli altri posti ciò non avviene, purtroppo. Negli altri posti un medico rimane sempre un medico, e un paziente un paziente. Il paziente chiede l‟aiuto del medico, e il medico glielo concede. Invece qui noi ci aiutiamo tutti a vicenda. Ognuno di noi è lo specchio dell‟altro. E i medici sono i nostri amici. Se standoci accanto si accorgono che abbiamo bisogno di qualcosa accorrono subito ad aiutarci, ma anche noi in alcuni casi aiutiamo loro. Perché ci sono casi in cui possiamo essere più competenti di loro. Per esempio io do lezioni di piano a uno dei dottori, mentre un‟altra paziente insegna francese a un‟infermiera, cose come queste. Tra le persone colpite da malattie come le nostre, sono molti quelli dotati di capacità specifiche. Perciò siamo tutti alla pari. Pazienti e membri dello staff, e tu stesso. Anche tu, per tutto il tempo in cui rimarrai qui, sarai uno di noi, perciò io ti aiuterò per quel che posso, e tu aiuterai me.” Reiko sorrise e le sue rughe si curvarono in un‟espressione dolce. “Tu aiuterai Naoko, e Naoko aiuterà te.”
“Ma come dovrei fare, concretamente?”
“La prima cosa è pensare che vuoi aiutare l‟altra persona. E che anche tu hai bisogno del suo aiuto. La seconda cosa è essere sempre sincero. Non mentire, non giocare d‟astuzia, non cercare di nascondere i problemi. Basta questo.”
“Farò del mio meglio,” dissi. “Ma tu come mai sei qui da sette anni? Abbiamo già parlato a lungo ma in te non ci trovo proprio niente di strano.”
“Perché è ancora giorno,” fece lei serissima. “Ma quando scende la sera sono guai. La sera mi viene la bava alla bocca e mi rotolo per terra.” “Davvero?” chiesi io.
“Scherzavo! Perché? Non mi dire che eri pronto a crederci,” disse lei scuotendo la testa sorpresa. “Io sono guarita, oramai. A trattenermi qui è il fatto che mi piace molto aiutare gli altri a guarire. Cosa mi potrebbe offrire il mondo esterno di migliore di questo? Io ho trentotto anni, cioè mi avvicino ai quaranta. Non come Naoko. Anche se uscissi da qui, non avrei nessuno ad aspettarmi, nessuna famiglia per accogliermi, nessun lavoro importante, e in pratica niente amici. E poi devi pensare che io sono qui da più di sette anni. Ormai non so più niente delle cose del mondo. Certo, ogni tanto in biblioteca leggo il giornale. Però in questi sette anni non ho messo una sola volta un piede fuori di qui. Se uscissi adesso, non saprei nemmeno come muovermi.”
“Però il mondo è cambiato, e forse lo troveresti arricchito,” dissi. “Credo che varrebbe la pena di tentare.”
“Sì, può darsi,” disse, e per qualche istante si rigirò l‟accendino nella mano. “Però sai, Watanabe, ho anch‟io le mie ragioni. Se vuoi magari un‟altra volta te ne parlerò.” Annuii.
“E Naoko sta meglio?”
“Sì, a tutti noi sembra di sì. All‟inizio era in uno stato di grave confusione, e noi stessi ci chiedevamo come si sarebbero messe le cose. Eravamo preoccupati, la situazione era poco incoraggiante. Ma adesso lei è molto più calma, il modo di parlare è molto migliorato, ormai riesce a esprimere quello che vuole dire... Insomma, le cose sembrano proprio mettersi per il meglio. Però, sai, Naoko avrebbe dovuto ricevere cure molto prima. I sintomi avevano già cominciato a manifestarsi alla morte del suo ragazzo, Kizuki. Mettici anche la situazione familiare...” “La situazione familiare?” chiesi sorpreso.
“Come? Non mi dire che non sapevi niente?” fece Reiko, ancora più stupita di me.
Scossi la testa in silenzio.
“Beh, fattelo raccontare direttamente da Naoko. Credo sia meglio così. Ci sono diverse cose che lei vuole dirti francamente.” Reiko tornò a mescolare il caffè con il cucchiaino, poi ne bevve un sorso. “Un‟altra cosa. Abbiamo una regola qui, perciò penso sia meglio che tu lo sappia subito. A te e Naoko è proibito incontrarvi da soli. È stabilito così. Un paziente e un suo visitatore esterno non possono mai restare da soli. Per questo bisogna che ci sia sempre un „osservatore‟, che in questo caso sarò io. Temo che sarà un po‟ dura ma purtroppo dovrai rassegnarti. Pensi di riuscirci?”
“Penso di sì,” risposi sorridendo.
“Però potrai parlare con lei di tutto quello che vuoi, senza reticenze. Non fare caso alla mia presenza. Tanto sono al corrente più o meno di tutto quello che riguarda te e Naoko.”
“Tutto?”
“Più o meno,” disse lei. “Vedi, noi abbiamo sedute di gruppo. Perciò sappiamo quasi tutto gli uni degli altri. In più io e Naoko da sole parliamo veramente di tutto. In un posto come questo non possono esserci molti segreti.”
Bevendo il caffè, guardai in faccia Reiko. “A essere sincero non so neanch‟io se quello che ho fatto con Naoko quando eravamo a Tōkyō sia stato giusto o no. Ci ho pensato continuamente ma ancora non lo so.”
“Non te lo so dire neanch‟io,” disse Reiko. “E Naoko stessa non lo sa. È una cosa che dovete capire tutti e due, parlandone bene tra voi. Non ti pare? Comunque, qualunque cosa possa essere accaduta, è possibile farla sviluppare in una direzione positiva. Se riuscirete a chiarirla a voi stessi. Ma se quello che è accaduto sia stato giusto o no, c‟è tutto il tempo per pensarci anche dopo.” Annuii.
“Sai? Ho la sensazione che tutti e tre potremo aiutarci a vicenda. Tu, Naoko e anch‟io. Se sapremo essere sinceri, e vorremo davvero aiutarci. A volte questi incontri tra tre persone danno dei risultati straordinari. Fino a quando resti qui?”
“Vorrei essere a Tōkyō entro dopodomani sera. Devo andare al lavoro e giovedì ho una prova di tedesco.”
“Bene, allora resta a dormire nel nostro appartamentino. Così non spenderai soldi e potrai parlare senza stare a preoccuparti del tempo.”
“Nostro...?”
“Mio e di Naoko, naturalmente,” disse Reiko. “Ci sono due stanze, e abbiamo un divano-letto, così potrai dormire comodamente. Non ti devi preoccupare.”
“Ma davvero non ci sono problemi? Voglio dire se un visitatore maschio dorme nell‟appartamento di due donne?”
“Non avrai mica intenzione di entrare nella nostra stanza all‟una di notte e di violentarci tutt‟e due a turno?”
“Assolutamente no, prometto.”
“Allora non c‟è nessun problema. Resterai a dormire da noi e potremo chiacchierare tranquillamente. È molto meglio così. In questo modo riusciremmo tutti e tre ad aprirci di più, e io potrò farti sentire un po‟ di chitarra. Me la cavo benino, vedrai.”
“Ma sicuro che non sarà un disturbo?”
Reiko si infilò tra le labbra la terza Seven Stars, piegò all‟ingiù gli angoli della bocca e accese. “Noi due abbiamo discusso a lungo di questa cosa. E abbiamo deciso di invitarti a stare da noi. Non sarebbe più semplice accettare gentilmente l‟invito?” “Certo, col massimo piacere,” dissi.
Reiko mi guardò per qualche istante, mentre le rughe agli angoli degli occhi si facevano più profonde. “Certo che tu hai proprio un modo curioso di parlare,” disse. “Non è che cerchi di imitare il ragazzo di quel libro, Il giovane Holden ?”
“No! Che idea!” dissi ridendo.
Anche Reiko, con la sigaretta tra le labbra, si mise a ridere. “Però tu sei un ragazzo pulito. Mi basta guardare una persona per capirlo. Qui in sette anni di gente ne ho vista andare e venire tanta, perciò ormai sono un‟esperta. La differenza tra le persone che sanno aprire il loro cuore, e quelle che non sanno. Tu sai aprirlo. Ma solo quando dici tu, beninteso.”
“E se uno lo apre cosa accade?”
Sempre senza posare la sigaretta Reiko appoggiò le mani sul tavolo e con aria divertita disse: “Si guarisce”. La cenere cadde sul tavolo ma lei non ci fece caso.
Usciti dall‟edificio principale oltrepassammo una piccola collina e passammo davanti alla piscina, al campo da tennis e al campo da pallacanestro. Sul campo da tennis c‟erano due uomini che giocavano.
Uno magro, di mezza età, l‟altro giovane e grasso. Nessuno dei due tirava male, ma dal mio punto di vista il loro gioco era qualcosa che non aveva niente a che vedere col tennis. Era come se loro due più che al gioco in sé fossero interessati all‟elasticità della pallina e la stessero sperimentando. Se la passavano con molto impegno, in una specie di stupefatta concentrazione. Erano entrambi ricoperti di sudore. Il giovane, che si trovava vicino alla nostra parte, quando vide Reiko interruppe la partita, e venne sorridendo a scambiare un paio di parole con lei. Da un lato del campo da tennis c‟era un uomo con una grande falciatrice elettrica che tagliava l‟erba del prato con un viso senza espressione.
Andando un po‟ avanti, all‟interno di un boschetto c‟erano una ventina di graziosi cottage di stile occidentale. Davanti al più grande era appoggiata una bicicletta gialla uguale a quella su cui avevo visto prima il guardiano. Ci abitano le famiglie del personale, mi informò Reiko.
“Qui si trova di tutto, senza bisogno di andare in città,” mi spiegò mentre camminavamo. “Come ti dicevo prima, per il mangiare siamo quasi autosufficienti. C‟è un piccolo allevamento di polli, quindi abbiamo anche le uova. Abbiamo libri, dischi, attrezzature sportive, un piccolo emporio, e una volta alla settimana viene anche il parrucchiere. Ogni fine settimana si proietta un film. Poi se uno ha bisogno di qualcosa di particolare può chiederlo a qualcuno dello staff che va in città, mentre gli abiti li ordiniamo col catalogo. È comodo, in effetti.” “Ma non vi è permesso andare in città?” chiesi.
“No, è proibito. Naturalmente se ci sono casi particolari, per esempio se uno deve andare dal dentista o cose del genere è diverso, ma in linea di principio non ci è permesso. Siamo perfettamente liberi di uscire di qui, ma una volta usciti non si ritorna più. È come bruciare i ponti. Non è possibile andare due, tre giorni in città e poi tornare. Ma la ragione è chiara. Se fosse permesso, tutti non farebbero che andare e venire, e buonasera!”
Usciti dal boschetto ci ritrovammo su un lieve pendio dove alcune casette di legno a due piani dalla strana atmosfera erano disposte in modo irregolare. Sarebbe difficile spiegare esattamente in che cosa consistesse la loro stranezza, eppure era proprio quella la prima inequivocabile impressione. Assomigliava alla sensazione che spesso proviamo di fronte a un quadro in cui l‟irrealtà è rappresentata in modo accattivante. Pensai che se Walt Disney avesse provato a trarre un cartone animato dai quadri di Munch il risultato sarebbe stato qualcosa di simile. Gli edifici avevano tutti la stessa forma ed erano verniciati con lo stesso colore. La forma era vicina a quella del cubo, a destra e a sinistra avevano porte d‟ingresso simmetriche e avevano molte finestre. Tra una casa e l‟altra c‟era una stradina tutta curve identica a un percorso simulato per le lezioni di guida. Davanti a ogni casa c‟erano piante di fiori tenute con molta cura. Non si vedeva un‟anima, e tutte le tende alle finestre erano chiuse.
“Questa si chiama „Divisione C‟ Ci abitano le donne. Noi insomma. Ci sono dieci edifici, divisi in quattro appartamenti, in ognuno dei quali vivono due persone. Quindi ci sono in tutto ottanta posti. Attualmente però ci sono solo trentadue persone.” “È molto tranquillo,” dissi io.
“A quest‟ora non c‟è nessuno,” disse Reiko. “Siccome io ho una posizione un po‟ particolare posso anche essere libera come adesso, ma in realtà ognuno di noi in questo momento è impegnato in qualche attività a seconda del proprio programma personale. Ci sono persone che fanno sport, altri che si occupano dei giardini, altri che stanno facendo terapia, altri che sono in montagna a raccogliere verdure. Ognuno può decidere da solo il proprio programma. Naoko, per esempio, che faceva oggi? Ah, sì, mi pare che stesse mettendo dei parati, pitturando muri o qualcosa di simile. Non mi ricordo bene. Siamo occupati così fino alle cinque del pomeriggio.”
Reiko entrò in un edificio su cui stava scritto C-7, salì la scala e aprì una porta sulla destra, senza usare chiave. Poi mi fece vedere la casa. Era un appartamento semplice e simpatico costituito da soggiorno, camera da letto, cucina e bagno, senza decorazioni superflue, senza nessun mobile più del necessario, ma ciò nonostante accogliente. Non aveva niente di speciale ma a starci dentro, proprio come a stare insieme a Reiko, ci si poteva rilassare e sentire a proprio agio. Nel salotto c‟erano un divano, un tavolo e una sedia a dondolo. In cucina c‟era un altro tavolo per mangiare. Su ognuno dei tavoli c‟era un grosso portacenere. In camera da letto c‟erano due letti, due scrittoi e un armadio. Tra i due letti c‟era un comodino con un lume per la lettura, e un libricino tascabile lasciato aperto. La cucina era più che altro un angolo cottura formato da un piccolo forno e dal frigorifero, e permetteva di cucinarsi dei pasti semplici.
“Invece della vasca da bagno c‟è solo la doccia, ma nell‟insieme è piuttosto bello, non ti pare?” fece Reiko. “I bagni e la lavanderia sono in comune.”
“Bello è dir poco. Nelle stanze del mio collegio non c‟è niente oltre al soffitto e a una finestra.”
“Vedere com‟è qui d‟inverno frenerebbe un po‟ il tuo entusiasmo,” disse Reiko. Poi dandomi qualche colpettino sulla spalla mi fece sedere sul divano e si sedette accanto a me. “È un inverno lungo e difficile, il nostro. Dovunque ti giri solo neve, neve, neve. Un umido e un freddo che ti gelano dentro. Quando viene l‟inverno non facciamo altro che spalare neve, giorno dopo giorno. Per il resto passiamo il tempo nelle stanze riscaldate ascoltando la musica, chiacchierando, lavorando a maglia. Perciò se non ci fosse tutto questo spazio ci sentiremmo soffocate e le cose non andrebbero tanto bene. Se tu venissi qui in inverno capiresti che voglio dire.”
Reiko tirò un profondo sospiro, forse pensando a quei lunghi inverni, e appoggiò le mani sulle ginocchia.
“Questo si apre e si trasforma in letto,” disse poi battendo con la mano il divano su cui eravamo seduti. “Noi dormiamo nella stanza accanto, quindi tu dormirai qui. D‟accordo?”
“Per me va tutto bene.”
“Allora è deciso,” disse Reiko. “Penso che torneremo verso le cinque. Fino ad allora io e Naoko saremo occupate. Potresti aspettarci qui da solo?”
“Sì, certo, ne approfitterò per studiare un po‟ di tedesco.”
Quando Reiko fu uscita mi stesi sul divano e chiusi gli occhi. Poi, mentre stavo così in quella tranquillità, il corpo abbandonato, senza fare niente, mi tornò in mente all‟improvviso di una volta che con Kizuki eravamo andati a fare una passeggiata in moto. A pensarci anche allora era autunno. L‟autunno di quanti anni fa? Quattro anni, era stato quattro anni prima. Mi ricordai dell‟odore del giubbotto di pelle di Kizuki, e della Yamaha 125 rossa che faceva un rumore assordante. Ci spingemmo molto lontano, fino alla costa, e quando tornammo la sera eravamo distrutti. Non era successo niente di particolare, ma mi ricordavo bene di quella corsa. Il vento d‟autunno che fischiava acuto nelle orecchie, io che tenendomi forte al giubbotto di pelle di Kizuki guardavo verso il cielo, con la sensazione che il mio corpo potesse essere spazzato via, trascinato nell‟universo.
Restai steso a lungo sul divano, sempre in quella posizione, ricordando le cose di quei giorni, ad una ad una. Chissà perché, stando steso in quella stanza, mi tornavano alla mente uno dopo l‟altro episodi e paesaggi che non avevo mai ricordato prima. A volte piacevoli, a volte un po‟ tristi.
Non so quanto tempo sarò rimasto così. Inondato da quell‟inaspettato flusso di ricordi (era come quando l‟acqua esce ribollente e inarrestabile dalle fessure tra le rocce di una fontana), non mi accorsi nemmeno quando Naoko aprì la porta ed entrò silenziosamente nella stanza. Quando aprii gli occhi lei era già davanti a me. Sollevai la testa, e per qualche istante la guardai a bocca aperta. Lei si sedette sul bracciolo del divano e mi guardò. All‟inizio pensai quasi che fosse un‟immagine materializzata dalla mia memoria. Ma era proprio Naoko, in carne e ossa.
“Dormivi?” mi chiese in un sussurro.
“No, stavo solo pensando,” dissi. Poi mi tirai su. “Come stai?”
“Bene,” rispose lei sorridendo. Il suo sorriso assomigliava a un paesaggio lontano, dai colori evanescenti. “Non ho molto tempo. In realtà non sarei potuta venire, ma sono riuscita a rubare un momento. Devo riandare via subito. La mia pettinatura è orribile, vero?”
“No, per niente. Anzi, ti sta bene,” dissi. Aveva una pettinatura molto semplice, da ragazza di scuola media, con i capelli tenuti di lato da un fermaglio, proprio come allora. Era una pettinatura che le si addiceva molto, che sembrava fatta per lei. Ricordava una di quelle bambine bellissime che compaiono spesso nelle incisioni medievali.
“Me li sono fatti tagliare da Reiko per stare più comoda. Ma lo pensi davvero? Che mi stiano bene?”
“Sì che lo penso.”
“Mia madre invece ha detto che sto malissimo,” disse Naoko. Poi si tolse il fermaglio, lasciò ricadere i capelli, e dopo averli ravviati alcune volte con le dita, lo richiuse. Era un fermaglio a forma di farfalla.
“Prima di incontrarci tutti e tre volevo assolutamente che ci vedessimo da soli. Non perché volessi parlare di qualcosa in particolare, ma volevo vederti, riabituarmi al tuo viso. Io ho bisogno di tempo. Lo so, non sono brava.”
“Ti sei già riabituata?”
“Un po‟ sì,” disse Naoko toccandosi di nuovo il fermaglio. “Ma non c‟è più tempo. Adesso devo proprio andare.” Assentii con la testa.
“Grazie di essere venuto. Sono tanto felice. Ma se ti accorgessi che stare qui ti pesa, voglio che tu me lo dica senza complimenti. Questo è un posto un po‟ particolare, con un sistema tutto suo, e ci sono anche tra di noi quelli che non riescono ad abituarcisi. Quindi, se ti sentissi a disagio, dillo chiaramente. Io non ci rimarrò male. Qua cerchiamo di
essere tutti sinceri. Ci diciamole cose francamente.” “Va bene. In caso te lo dirò francamente,” dissi.
Naoko si sedette sul divano accanto a me, e accostò il suo corpo al mio. Quando le circondai le spalle col braccio lei appoggiò la testa sulla mia spalla, e il suo naso mi sfiorava il collo. Restò per un po‟ immobile in quella posizione, come se stesse prendendomi la temperatura. Mentre la tenevo così abbracciata sentii una specie di calore salirmi nel petto. Poi a un tratto Naoko, senza dire niente, si alzò, aprì la porta silenziosamente come quando era venuta, e uscì.
Dopo che lei fu uscita mi addormentai sul divano. Non avevo intenzione di dormire, ma caddi in un sonno profondo come non mi succedeva da tempo, avvolto dalla presenza di Naoko. Nella cucina c‟erano i piatti che lei usava, nel bagno il suo spazzolino, nella stanza accanto il letto dove dormiva. E così mi abbandonai a un sonno che sembrava spremere via tutta la mia stanchezza, goccia a goccia, fin dai più riposti angoli delle cellule. Poi sognai una farfalla che danzava nell‟oscurità.
Quando riaprii gli occhi, il mio orologio da polso segnava le quattro e trentacinque. Il colore della luce era un po‟ mutato, il vento si era calmato e le nuvole avevano assunto nuove forme. Dato che ero un po‟ sudato, tirai fuori dallo zaino un asciugamano, mi asciugai il viso e cambiai la camicia. Poi andai in cucina, bevvi un po‟ d‟acqua e diedi un‟occhiata dalla finestra sopra il lavandino. Dava proprio sulla finestra dell‟edificio di fronte, dietro la quale si vedevano alcune sagome di carta appese a dei fili, minuziosamente ritagliate a forma di uccelli, nuvole, tori, e gatti. Anche adesso non si vedeva nessuno e il silenzio era assoluto. Avevo la sensazione di essere l‟unica persona viva in mezzo a delle rovine perfettamente conservate.
Quando le abitanti della “Divisione C” cominciarono a rientrare, erano passate da poco le cinque. Dalla finestra della cucina vidi due, tre donne che passavano proprio lì sotto. Dato che tutte portavano un berretto non riuscii a distinguere bene né le facce né l‟età, ma a giudicare dalle voci non dovevano essere molto giovani. Nel momento in cui le donne, girato l‟angolo, scomparvero, dalla stessa direzione giunse un altro gruppetto di quattro che come il primo girò l‟angolo e sparì. Intorno cominciavano ad apparire i segni della sera. Dalla finestra del soggiorno si vedevano i boschi e la montagna, sul cui profilo una pallida luce si posava come per incorniciarla.
Naoko e Reiko ritornarono insieme alle cinque e mezzo. Io e Naoko ci salutammo come se ci vedessimo per la prima volta. Sembrava molto intimidita. Reiko, notando che avevo un libro, mi chiese cosa stessi leggendo. La montagna incantata di Thomas Mann, dissi.
“Ma come ti è venuto in mente, tra tanti libri, di portare proprio questo in un posto del genere?” fece lei incredula. Già, ora che me lo diceva, come mai non ci avevo pensato?
Reiko preparò un caffè e tutti e tre bevemmo. Raccontai a Naoko di come Sturmtruppen fosse improvvisamente scomparso. Le dissi anche della lucciola che mi aveva regalato il giorno che l‟avevo visto per l‟ultima volta. Che peccato che se ne sia andato, disse Naoko con un‟aria veramente rammaricata, avrei voluto sentire ancora tante tante storie su di lui! Allora, dato che Reiko voleva sapere di cosa stavamo parlando, cominciai a raccontare ancora una volta di Sturmtruppen. Anche lei si fece grandi risate. Bastava parlare di lui perché il mondo si riempisse di allegria e risate.
Alle sei andammo tutti e tre alla mensa, nell‟edificio principale, per la cena. Io e Naoko prendemmo frittura di pesce, insalata, verdure, riso e brodo di miso, Reiko solo insalata dì pasta e caffè. Poi, finito di mangiare, fumò la solita sigaretta.
“A una certa età il corpo capisce da solo che non c‟è bisogno di mangiare tanto,” spiegò.
Nella mensa sedute ai tavoli c‟erano circa venti persone che consumavano il pasto serale. Mentre mangiavamo c‟era chi entrava e chi usciva. La scena, se non fosse stato per la più vasta gamma di età delle persone, non sarebbe stata poi tanto diversa da quella della mensa al collegio. Un‟altra differenza era che qui tutti parlavano con un tono di voce uniforme. Non c‟era nessuno che alzasse la voce, ma nemmeno che parlasse sottovoce. Nessuno parlava con foga, rideva, mostrava sorpresa o alzava il braccio per chiamare qualcuno. Tutti parlavano tranquillamente, allo stesso volume. Mangiavano divisi in gruppetti di tre, massimo cinque persone. Quando uno parlava gli altri lo seguivano con attenzione annuendo vistosamente, e poi un altro continuava il discorso. Non avevo la minima idea di cosa stessero parlando, ma il loro modo di conversare mi ricordò la strana partita a tennis che avevo visto poche ore prima. Mi venne il dubbio che forse anche Naoko, quando era con loro, parlasse allo stesso modo. Al che, assurdamente, per un attimo provai gelosia mista a tristezza.
Al tavolo alle mie spalle c‟era un uomo dai capelli radi in camice bianco con tutta l‟aria di essere un dottore che, rivolto a un giovanotto con gli occhiali, a giudicare dall‟aspetto piuttosto nevrotico, e a una donna di mezza età dalle fattezze di scoiattolo, dava una spiegazione dettagliata sul comportamento delle secrezioni gastriche in condizioni di assenza di gravita. Il giovane e la donna ascoltavano in un attento silenzio interrotto da esclamazioni di meraviglia. Però, dopo aver ascoltato per un po‟ la sua dissertazione, cominciai ad avere dei dubbi che l‟uomo dai capelli radi in camice bianco fosse davvero un medico.
Nessuno nella mensa sembrava prestarmi particolare attenzione. Nessuno mi guardava con curiosità, anzi sembrava addirittura che non si fossero accorti della mia presenza. Come se per loro la mia visita fosse la cosa più naturale del mondo.
Solo una volta l‟uomo in camice bianco si voltò improvvisamente verso di me e mi chiese: “Fino a quando si trattiene?”
“Solo due notti. Mercoledì riparto.”
“È un bel periodo, questo, per venire qui. Ma venga un‟altra volta d‟inverno. È tutto bianco. È bello, sa?” disse l‟uomo.
“Forse prima che cada la neve Naoko sarà già fuori di qui,” gli disse Reiko.
“Comunque, qui d‟inverno è bello,” ripeté  lui con un‟espressione serissima. Ero sempre meno sicuro che fosse un dottore.
“Di che cosa parlano tutti?” chiesi a Reiko. Mi guardò come se non avesse capito il senso della domanda.
“Di cosa parlano? Di quello di cui parla di solito la gente. I fatti della giornata, i libri che uno legge, il tempo di domani, di cose varie. Non ti aspettavi mica che a un tratto qualcuno si alzasse gridando: „Oggi l‟orso polare ha mangiato una stella perciò domani pioverà!‟”
“Ma no, non volevo dire questo,” spiegai. “È solo che parlano tutti così tranquillamente che all‟improvviso mi sono chiesto: ma di cosa staranno parlando?”
“C‟è una tale pace qui che a tutti viene spontaneo parlare con un tono di voce tranquillo.” Naoko, dopo aver separato bene le spine del pesce, le ammucchiò in un angolo del piatto e si asciugò le labbra con il tovagliolo. “E poi non è necessario alzare la voce. Non è necessario convincere gli altri e neanche attirare l‟attenzione di qualcuno.”
“Sì, capisco,” dissi. Ma mentre mangiavo in quell‟atmosfera tranquilla, stranamente pensai con nostalgia al chiasso della gente, alle grosse risate, le grida inconsulte e le esclamazioni esagerate. Fino a quel momento il chiasso mi aveva sempre dato sui nervi, ma mentre mangiavo il pesce in quella strana tranquillità, non riuscivo a scacciare un senso di inquietudine. L‟atmosfera della mensa ricordava quella di una fiera di macchinari industriali. Uomini con forti interessi in campi specifici si riuniscono in un posto specifico e si scambiano informazioni su cose che capiscono soltanto loro.
Quando, finita la cena, tornammo all‟appartamento, Naoko e Reiko dissero che sarebbero andate a fare il bagno della sera alla “Divisione C”. Se mi accontentavo della doccia, avrei potuto usare la loro. Dissi che avrei fatto così. Dopo che furono andate, mi spogliai, feci la doccia e mi lavai i capelli. Poi, mentre mi asciugavo la testa col phon, misi un disco di Bill Evans che avevo trovato sullo scaffale, ma dopo un po‟ mi resi conto che era lo stesso disco che avevo messo più volte a casa di Naoko la sera del suo compleanno. La sera che lei aveva pianto e io l‟avevo stretta tra le braccia. Anche se era successo solo sei mesi prima, sembrava passata un‟eternità, forse anche perché ci avevo ripensato troppe volte. Ci avevo pensato talmente tanto che la percezione del tempo si era dilatata e stravolta.
Dato che la luna era molto luminosa spensi tutte le luci e mi stesi sul divano ad ascoltare il piano di Bill Evans. Il chiarore che penetrava dalla finestra allungava le ombre degli oggetti e spandeva una tinta leggera su tutte le pareti, che sembravano ricoperte di un inchiostro molto diluito. Tirai fuori dallo zaino una bottiglietta di metallo piena di brandy, mi riempii la bocca e la mandai giù piano piano. Sentii il calore che dalla gola passava lentamente nello stomaco, e dallo stomaco si irradiava in tutto il corpo. Dopo aver bevuto un altro sorso richiusi col tappo la bottiglia e la rimisi nello zaino. Mi sembrò che la luce della luna vibrasse in sintonia con la musica.
Dopo una ventina di minuti Naoko e Reiko tornarono dal bagno.
“Sono rimasta sorpresa a vedere tutto spento da fuori,” disse Reiko.
“Ho pensato che avessi fatto i bagagli e te ne fossi tornato a Tōkyō.” “Scherzi? È solo che era tanto che non vedevo una luna come questa, così ho pensato di spegnere le luci.”
“È più carino così,” disse Naoko. “Ehi, Reiko, non ci sono rimaste le candele di quando era mancata la corrente?”
“Dovrebbero stare nel cassetto della cucina, se ci sono.”
Naoko andò in cucina, aprì il cassetto e tornò con una grande candela bianca. La accesi, e la fissai versando un po‟ di cera nel piattino. Reiko ci accese a sua volta la sigaretta. Tutt‟intorno, come sempre, il silenzio era assoluto, e a stare così in tre attorno a una candela, si aveva proprio l‟impressione che fossimo gli unici sopravvissuti al mondo. Le ombre immobili proiettate dalla luce lunare e l‟ombra tremolante della candela si sovrapponevano sulla parete bianca in un complicato disegno. Io e Naoko eravamo seduti fianco a fianco sul divano, Reiko di fronte a noi sulla sedia a dondolo.
“Ti andrebbe di bere del vino?” mi chiese Reiko.
“Qui è permesso bere alcolici?” chiesi io stupito.
“In realtà sarebbe proibito,” disse Reiko grattandosi il lobo dell‟orecchio un po‟ imbarazzata. “Ma di solito chiudono un occhio. Se è solo vino o birra, e non si esagera nella quantità. Io lo chiedo a una persona dello staff che conosco, e me ne compra un po‟ per volta.”
“A volte noi due ci facciamo delle bevute...” disse Naoko scherzosamente.
“Mica male, eh,” dissi.
Reiko tirò fuori dal frigo una bottiglia di vino bianco, la aprì col cavatappi e portò tre bicchieri. Era un vino delizioso, dal sapore genuino di un vino fatto nel giardino di casa. Quando finì il disco Reiko prese da sotto il letto la custodia con la chitarra, e dopo averla accordata con cura, senza fretta, cominciò a suonare una fuga di Bach. Ogni tanto le sue dita si imbrogliavano un po‟ ma era un Bach di tutto rispetto, eseguito con cuore. Trasmetteva un senso di calore, di intimità e di gioia di suonare.
“Ho cominciato a suonare la chitarra dopo essere venuta qui. Più che altro perché qui nell‟appartamento non abbiamo il pianoforte. Ma un po‟ perché ho imparato da sola, un po‟ perché le mie dita non sono molto adatte alla chitarra, non riesco a fare grandi progressi. Però suonare la chitarra mi piace. È piccola, semplice, gentile... come una casetta piccola e calda.”
Reiko suonò un altro piccolo pezzo di Bach, tratto da qualche suite. Mentre guardavo la fiamma della candela bevendo il vino e ascoltando il Bach di Reiko, senza neanche accorgermene fui invaso da una sensazione di pace. Finito quel pezzo, Naoko chiese a Reiko di suonare qualcosa dei Beatles.
“Comincia l‟ora delle richieste,” mi disse Reiko strizzandomi l‟occhio. “Da quando è arrivata Naoko sono costretta a suonare solo i pezzi dei Beatles. Mi deve aver preso per un juke-box”.
Così dicendo cominciò a suonare, benissimo, Michelle.
“Bella questa, vero? Mi piace tanto,” disse Reiko, poi bevve un sorso di vino e fumò. “Mi fa pensare a un grande prato dove cade una pioggia leggera.”
Poi suonò di seguito Nowhere Man e Julia. A volte suonando chiudeva gli occhi e scuoteva la testa. Poi beveva un po‟ di vino e fumava.
“Suona Norwegian Wood,” disse Naoko.
Reiko andò in cucina a prendere un salvadanaio a forma di maneki-neko, e Naoko vi infilò una moneta da cento yen che aveva tirato fuori dal borsellino.
“Eh? Che significa?” chiesi.
“Abbiamo questa regola: ogni volta che richiedo Norwegian Wood devo mettere cento yen qui dentro,” spiegò Naoko. “Lo faccio per questa canzone, perché è la mia preferita. Più che una richiesta è una preghiera.”
“E così io metto da parte i soldi per comprarmi le sigarette.”
Reiko, dopo essersi sciolta bene le dita suonò Norwegian Wood. Riusciva a infondere sentimento in tutto quello che suonava, senza mai però scadere nel sentimentalismo. Anch‟io tirai fuori dalla tasca una moneta da cento yen e la infilai nel salvadanaio.
“Grazie,” disse Reiko sorridendo divertita.
“Quando sento questa canzone a volte divento tremendamente triste,” disse Naoko. “Come se fossi da sola, al freddo e al buio, e nessuno venisse ad aiutarmi. Per questo, se non glielo chiedo io espressamente,
Reiko evita di suonarla.”
“Proprio come in Casablanca,” disse Reiko ridendo.
Poi Reiko suonò alcuni pezzi di bossa nova. Intanto io guardavo Naoko. Fisicamente era in forma ancora più di quanto avesse scritto nella lettera. Era abbronzata e il suo corpo, forse per lo sport e la vita all‟aria aperta, era robusto. I suoi occhi profondi e trasparenti come un lago e la piccola bocca che tremava nei momenti di imbarazzo non erano cambiati, ma nell‟insieme la sua bellezza aveva perso il suo carattere acerbo per diventare quella di una donna. Quel qualcosa di affilato che a volte in passato affiorava dietro la sua bellezza - come l‟improvviso balenare di una lama sottile che gelava il sangue - si era ritirato nell‟ombra e al suo posto aleggiava una nuova tranquillità, dolce come carezze. Era una bellezza che mi andava dritto al cuore. Provavo una sensazione di meraviglia per il fatto che nello spazio di appena sei mesi una donna potesse avere una trasformazione così grande. La bellezza di Naoko mi affascinava come quella di allora, o forse di più, ma non potevo fare a meno di sentire anche un leggero rimpianto per qualcosa che aveva perduto. Quella bellezza un po‟ egoista, inconsapevole, tipica di un‟adolescente, che la faceva camminare a passo svelto tutta sola, non sarebbe tornata mai più.
Naoko disse che voleva sapere della mia vita. Raccontai prima dello sciopero dell‟università e poi di Nagasawa. Era la prima volta che parlavo di lui a Naoko. Non era un‟impresa facile spiegare con chiarezza la sua particolare filosofia e la sua originale visione morale, ma Naoko comprese fino in fondo quello che cercavo di dire. Sorvolai sul fatto che io e lui andavamo insieme in giro in cerca di ragazze. Mi limitai a spiegare che l‟unico ragazzo con cui ero entrato in amicizia al collegio era questo personaggio piuttosto unico. Nel frattempo Reiko aveva ripreso la chitarra e provava a esercitarsi nella fuga di prima, facendo ogni tanto qualche pausa per bere vino o fumare.
“Mi sembra una strana persona,” disse Naoko.
“È una strana persona,” confermai.
“Eppure un tipo così ti piace?”
“Non lo so bene neanch‟io,” dissi. “Però non posso dire che non mi piaccia. Lui non appartiene alla categoria di persone che possono piacere o non piacere. E del resto non è questo che a lui interessa. In questo senso anzi si può dire che è molto onesto, non fa trucchi. A modo suo è molto stoico.”
“Mi sembra strano definire stoico uno che va a letto con tutte quelle donne,” disse Naoko ridendo. “Con quante hai detto che è stato?” “Saranno più o meno un‟ottantina,” dissi. “Però, man mano che il numero di donne con cui è stato aumenta, farlo per lui perde sempre più significato, ed è proprio questo quello che lui cerca di raggiungere.” “E questo per te significa essere stoico?” chiese Naoko.
“Mah, almeno per lui.”
Naoko pensò un po‟ a quello che avevo detto e infine disse: “Io penso che lui mentalmente sia combinato molto peggio di me”.
“Penso anch‟io,” dissi. “Solo che lui sui suoi problemi mentali ha costruito un sistema teorico. Per fare questo l‟intelligenza non gli manca. Se qualcuno lo portasse qui, se ne andrebbe dopo due giorni. Direbbe: questo lo so, questo pure, scusate ma ho già capito tutto. È un tipo così. E le persone così sono quelle che ottengono il rispetto del mondo.”
“Io non credo di essere intelligente,” disse Naoko. “Anche qui non ho ancora capito molto. Come del resto non ho ancora capito molto neanche di me.”
“Questo è più che normale, ma non vuoi dire che non sei intelligente.
Anch‟io non capisco ancora tante cose di me. Penso che sia così per la maggior parte delle persone,” ribattei.
Naoko sollevò le gambe sul divano, piegate, e appoggiò il mento sulle ginocchia. “Forza, Watanabe, voglio sapere di più sul tuo conto.” “Sono una persona comune. Nato in una famiglia comune, ho ricevuto una comune educazione, ho una faccia comune, prendo voti molto comuni e penso cose comuni,” dissi.
“Di‟ un po‟: a scrivere che non bisogna fidarsi delle persone che dicono di essere comuni non era stato il tuo amato Francis Scott Fitzgerald? L‟ho letto, sai? Era nel libro che mi avevi prestato‟ disse con un sorriso malizioso Naoko.
“È vero,” ammisi. “Però non è che lo dico per falsa modestia. Lo credo davvero. Di essere una persona comune. Perché? Tu riesci a trovare qualcosa dentro di me che non sia comune?”
“Mi sembra evidente,” disse stupita Naoko. “Non arrivi a capirlo? Se non fosse stato così perché pensi che abbia fatto l‟amore con te? Perché avevo un po‟ bevuto e una persona per me vale l‟altra?” “No, naturalmente questo non lo penso affatto,” dissi.
Naoko restò per un bel pezzo senza parlare, con lo sguardo fisso sulle dita dei piedi. Anch‟io, non sapendo più che dire, bevvi un po‟ di vino in silenzio.
“Dimmi una cosa. Con quante donne sei andato a letto?” chiese a bassa voce Naoko come se le fosse venuto in mente all‟improvviso.
“Otto o nove,” risposi francamente.
Reiko smise di colpo di suonare e posò la chitarra sulle ginocchia dicendo: “Tu non hai ancora vent‟anni, giusto? Ma che razza di vita fai?”
Naoko senza dire niente mi guardò fisso con quel suo sguardo limpido. Raccontai a Reiko di quando ero stato la prima volta a letto con una ragazza e di quando ci eravamo lasciati. Le dissi di come con tutta la buona volontà non fossi riuscito a innamorarmene. Raccontai che, invitato da Nagasawa, avevo cominciato ad andare a letto con una ragazza dietro l‟altra, tutte sconosciute.
“Non lo dico per giustificarmi, ma per me era molto difficile,” dissi a
Naoko. “Vederti tutte le settimane, parlare con te, e sapere che nella tua mente c‟era sempre e solo Kizuki. Era difficile, per me. Per questo andavo a letto con ragazze che non conoscevo,” dissi.
Naoko scosse la testa alcune volte, poi sollevò di nuovo lo sguardo verso di me.
“Quella volta mi chiedesti perché non avevo fatto l‟amore con Kizuki, ti ricordi? Vuoi ancora saperlo?” “Forse sarebbe meglio,” dissi.
“Penso anch‟io,” disse Naoko. “I morti restano morti, ma noi dobbiamo vivere.”
Assentii col capo. Reiko continuava i suoi esercizi ripetendo più e più volte un passaggio difficile.
“Non è che io non volessi fare l‟amore con lui,” disse Naoko, e si tolse il fermaglio lasciando cadere i capelli. Poi la sua mano cominciò a giocare con il fermaglio, quello a forma di farfalla. “Naturalmente lui avrebbe voluto. Perciò ci provammo, non so più quante volte. Ma non c‟era niente da fare. Non ci riuscivamo. Io non capivo perché non ci riuscivamo, non lo capivo allora e non lo capisco adesso. Amavo Kizuki, e non è che ci tenessi alla verginità o cose del genere. Qualunque cosa volesse fare, per lui l‟avrei fatta con piacere. Ma non ci riuscivo.”
Naoko si sollevò di nuovo i capelli, e li fissò con il fermaglio.
“Non mi inumidivo nemmeno,” continuò a bassa voce. “Non mi aprivo, per niente. Perciò mi faceva un male terribile. Fa male, quando è così secco. Ci provammo in tanti modi. Ma non c‟era niente da fare. Provammo anche a usare qualcosa per lubrificare ma faceva male lo stesso. Perciò io l‟ho sempre fatto a Kizuki con le mani o con la bocca. Capisci che voglio dire?” Annuii in silenzio.
Naoko guardò la luna fuori dalla finestra. Sembrava che rispetto a poco prima la luna fosse cresciuta, e splendesse più grande e luminosa. “A me non piace fare questi discorsi. Avrei preferito tenere chiuse queste cose dentro di me, ma non posso fare altro. Devo parlarne. Non posso risolvere questa cosa da sola. Quando ho fatto l‟amore con te io ero completamente bagnata, no? Ti ricordi?” Feci di sì con la testa.
“La sera del mio compleanno, quando ho compiuto vent‟anni, ho cominciato a sentirmi bagnata dal momento che ti ho visto. E ho desiderato tutto il tempo che tu mi abbracciassi. Che mi abbracciassi, che mi spogliassi nuda, che mi accarezzassi tutta, che entrassi dentro di me. Era la prima volta che provavo questo. Perché, quando io amavo veramente Kizuki? Come è potuto succedere?”
“Vuoi dire, con me che invece non amavi?”
“Scusami,” disse Naoko. “Non voglio ferirti, ma questa è una cosa che tu devi capire. Il rapporto tra me e Kizuki era qualcosa di veramente speciale. Noi abbiamo giocato insieme da quando avevamo tre anni. Siamo cresciuti parlando sempre tra noi di tutto e comprendendoci a vicenda. La prima volta che ci baciammo fu molto bello, eravamo all‟ultimo anno di elementari. Quando mi vennero la prima volta le mestruazioni corsi a casa sua piangendo come una pazza. Questo era il rapporto che avevamo. Perciò dopo che lui è morto io non sapevo più come fare a rapportarmi con gli altri. Né che cosa potesse voler dire amare qualcuno.”
Naoko cercò di prendere il bicchiere del vino dal tavolino ma sbagliò la presa e il bicchiere cadde rotolando per terra. Il vino si versò sul tappeto. Mi piegai per raccogliere il bicchiere e lo misi sul tavolino. Provai a chiedere a Naoko se voleva ancora un po‟ di vino. Rimase per qualche istante in silenzio, poi all‟improvviso si mise a tremare e scoppiò a piangere. Il corpo piegato in due e la faccia sepolta tra le mani come allora, piangeva con violenza, quasi soffocandosi. Reiko posò la chitarra, si avvicinò a Naoko, le appoggiò le mani sulla schiena e cominciò ad accarezzarla dolcemente. Poi, appena le sue mani le toccarono le spalle, Naoko, come una bimba di pochi mesi, le premette la testa sul petto.
“Ascolta,” disse Reiko rivolta a me. “Scusa se te lo chiedo, ma potresti uscire per un po‟? Fare magari un giretto e tornare tra una ventina di
minuti? Forse ora come ora sarebbe meglio.”
Annuendo, mi alzai e mi infilai sulla camicia il pullover.
“Mi spiace,” dissi a Reiko.
“Non devi dire così, non è colpa tua. Stai tranquillo. Vedrai che quando torni si sarà calmata,” disse Reiko strizzandomi l‟occhio.
Camminando senza una meta precisa lungo il sentiero illuminato da un chiaro di luna stranamente irreale, entrai nel boschetto. Sotto quella luna anche la qualità dei suoni risultava alterata. Il rumore dei miei passi sembrava provenire da una direzione completamente opposta, e soffocato, come di uno che cammini sul fondo del mare. Ogni tanto alle mie spalle si udiva un piccolo rumore secco. Una sensazione di angoscia impregnava il boschetto, come se gli animali notturni aspettassero, trattenendo il respiro, che io mi fossi allontanato.
Fuori dal boschetto mi sedetti sul pendio di una piccola collina e da lì guardai l‟edificio dove viveva Naoko. Riconoscere la sua casa non fu difficile. Bastava cercare la finestra dove, invece delle lampade accese, si vedeva nel fondo una piccola luce un po‟ tremolante. Restai a lungo, completamente immobile, a fissare quella luce. Mi fece venire in mente l‟ultima fiamma di uno spirito che continua a rimanere accesa. Avrei voluto circondarla con le mani per impedire che si spegnesse. Restai a lungo a guardare la fiammella che tremava leggermente come Jay Gatsby ogni notte guardava quella piccola luce dall‟altra parte della baia.
Quando ritornai all‟appartamento era passata mezz‟ora, e arrivato all‟ingresso dell‟edificio sentii il suono della chitarra di Reiko, che aveva ripreso gli esercizi. Salii senza far rumore le scale e bussai alla porta. Dentro Naoko non si vedeva, mentre Reiko, seduta sul tappeto, suonava la chitarra da sola. Senza parlare, Reiko indicò la porta della camera da letto. Evidentemente Naoko era lì. Poi Reiko appoggiò la chitarra sul pavimento, si sedette sul divano e mi disse di sedermi accanto a lei. Quindi divise in due bicchieri il vino rimasto.
“Lei sta bene,” disse Reiko battendomi leggermente sul ginocchio. “Se resta stesa da sola per un po‟ si calmerà, perciò non ti devi preoccupare. Si è solo un po‟ sovraeccitata. Che ne dici se intanto noi facciamo due passi?”
“Va bene,” dissi io.
Camminando piano lungo la strada illuminata da alcuni lampioni, Reiko e io arrivammo ai campi di tennis e di pallacanestro, e lì ci sedemmo su una panchina. Lei tirò fuori da sotto la panchina una palla arancione da basket e per un po‟ la rigirò tra le mani. Poi mi chiese se giocavo a tennis. Non benissimo ma sì, gioco, risposi. “E a pallacanestro?”
“Diciamo che non è la mia specialità.”
“E qual è la tua specialità?” chiese Reiko e, con un sorriso che le fece increspare le rughe attorno agli occhi, aggiunse: “A parte andare a letto con le ragazze.”
“Non ho nessuna specialità in particolare,” risposi leggermente punto sul vivo.
“Non ti arrabbiare. Volevo solo scherzare. Ma sul serio, ci sarà qualcosa in cui sei bravo.”
“No, non so fare niente particolarmente bene. Però ci sono cose che mi piace fare.”
“Quali, per esempio?”
“Viaggiare a piedi da solo. Nuotare. Leggere libri.”
“Ti piacciono le cose che si fanno da soli?”
“Sì, credo di sì,” dissi. “Non ho mai avuto molto interesse per i giochi da fare con gli altri. Non riesco ad appassionarmici. Non mi importa di come vanno a finire.”
“Allora dovresti venire qui d‟inverno. D‟inverno qui pratichiamo lo sci di fondo. Penso che quello ti piacerebbe. Puoi passare giornate intere a girare in mezzo alla neve. Si fanno certe sudate...” disse Reiko. Poi, sotto la luce del lampione si mise a osservare la propria mano destra come se stesse esaminando uno strumento raro. “A Naoko succede spesso di stare così?” chiesi.
“Eh beh, qualche volta le succede,” disse Reiko, guardandosi ora la mano sinistra. “A volte entra in quello stato. Crisi di eccitazione e pianto. Ma va bene, sai, quando è così. Perché comunque tira fuori quello che sente. È quando non si riesce a tirarlo fuori, che c‟è da aver paura. Allora le emozioni si accumulano dentro il corpo e si induriscono. E quando molte emozioni si sono indurite muoiono dentro il nostro corpo. Quando questo succede, c‟è poco da scherzare.”
“Non è che prima ho detto qualcosa di sbagliato?”
“No, no. Non hai sbagliato niente, non devi preoccuparti. Qualunque cosa sia, dilla francamente. È la cosa migliore. Anche se a volte c‟è il rischio che uno dei due si senta ferito oppure, come è successo prima, si faccia prendere dalla tensione nervosa, ma se si guarda da una prospettiva più ampia, è il metodo migliore. Se tu vuoi davvero aiutare Naoko a guarire, fai così. Ma come ti ho già detto oggi, non devi pensare solo di voler aiutare Naoko, ma di aiutare te stesso facendo guarire lei. O almeno, questo è il nostro metodo. In altre parole anche tu devi cercare di parlare nel modo più franco e diretto finché sei qua. Nel mondo di fuori non c‟è l‟abitudine di parlare sinceramente, ti pare?” “No, tutt‟altro,” dissi.
“In questi sette anni, stando qui ho visto andare e venire un‟infinità di gente,” disse Reiko. “Anche troppa, a dire la verità. Perciò ormai capita spesso che mi basti guardare qualcuno per capire a intuito se quella persona ha o non ha buone possibilità di guarire. Però nel caso di Naoko non lo capisco neanch‟io. Non riesco proprio a indovinare come si metterà per lei. Per quanto ne so potrebbe essere completamente guarita per l‟inizio del mese prossimo, o continuare come adesso per anni e anni. Quindi su questo non posso darti nessun consiglio. Il massimo che posso dirti sono cose generali come „parla sinceramente, cercate di aiutarvi reciprocamente‟, niente di più.”
“Ma perché solo nel caso di Naoko non riesci a indovinare?”
“Forse perché le voglio troppo bene. Quindi mi riesce difficile giudicare, per via del coinvolgimento. Io a Naoko voglio davvero bene. E poi, ma questo è un altro discorso, lei ha tanti problemi intrecciati tra loro in modo complesso, come una corda tutta aggrovigliata. E riuscire a scioglierli uno per uno è la cosa più essenziale. E per scioglierli tutti potrebbe volerci molto tempo oppure potrebbero dissolversi tutti insieme, in un solo istante. Ecco perché io stessa non so cosa dire.” Reiko tornò a prendere il pallone e dopo averlo fatto girare un po‟ nella mano lo fece rimbalzare alcune volte sul terreno.
“La cosa più importante è non avere fretta,” disse Reiko. “Questo è l‟altro consiglio che posso darti: non avere fretta. Anche se la situazione diventa tanto aggrovigliata da sembrare incontrollabile, farsi prendere dalla disperazione o dall‟impazienza e forzare le cose sarebbe un grave errore. Bisogna sciogliere tutti quei nodi ad uno ad uno, piano piano, prendendo tutto il tempo che ci vuole. Pensi di farcela?” “Vorrei provare,” dissi.
“Può darsi che ci voglia tempo, e anche dopo molto tempo non è detto che guarisca completamente. A questo ci hai pensato?”
Annuii.
“È dura, aspettare,” disse Reiko continuando a far rimbalzare la palla. “Specialmente per un ragazzo della tua età. Restare fermo ad aspettare che lei guarisca. E in più senza una scadenza precisa e senza nessuna garanzia. Pensi di farcela? Ami Naoko fino a questo punto?”
“Non lo so,” dissi francamente. “Non credo di aver capito davvero bene che cosa significhi amare una persona. Non nel senso che diceva prima Naoko, però. Comunque io, per quello che posso, vorrei provare. Se non lo faccio, mi sentirò ancora più perso. Perciò, come dici tu, io e Naoko dobbiamo aiutarci a vicenda, anzi questa è l‟unica via d‟uscita che abbiamo tutti e due.”
“Continuando ad andare a letto con tutte quelle ragazze sconosciute?”
“Anche su questo, non so bene come fare,” dissi. “Che dovrei fare, secondo te? Forse dovrei solo masturbarmi, mentre aspetto? Non sono molto bravo a controllarmi in queste cose.”
Reiko posò a terra la palla e mi diede un colpetto affettuoso sul ginocchio.
“Io non dico che andare a letto con le ragazze sia un male. Se per te va bene, va bene. Questo riguarda la tua vita, ed è una cosa che devi decidere da solo. L‟unica cosa che posso dirti è: cerca di non danneggiare la tua natura con esperienze forzate. Capisci? Questo sì sarebbe un peccato. Diciannove, vent‟anni è un‟età molto importante per la crescita di una persona, e infliggere a se stessi esperienze vuote e forzate in questa fase delicata, è una cosa che si sconta invecchiando. Davvero, sai. Perciò pensaci bene. Se vuoi prenderti cura di Naoko, prenditi cura anche di te stesso.” “Ci penserò,” dissi.
“Anch‟io una volta ho avuto vent‟anni. Anche se secoli fa,” disse
Reiko. “Ci crederesti?”
“Certo che ci credo.”
“Voglio dire: ricredi veramente?” “Ci credo veramente.” dissi sorridendo.
“Non come Naoko ma, anch‟io sai, a quel tempo, ero carina. Mi devi immaginare senza tutte queste rughe.”
“Mi piacciono moltissimo le tue rughe, “ dissi.
“Grazie, disse lei.”
“Però tu d‟ora in poi, mi raccomando, non dire mai a una donna: le tue rughe hanno molto fascino. Anche se a me fa molto piacere.” “Va bene, starò attento,” dissi.
Reiko prese il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori una foto e me la porse. Era la foto a colori di una graziosa bambina sui dieci anni. La bambina aveva una bella tuta da sci, gli sci ai piedi e sorrideva circondata dalla neve.
“È bella, non è vero? È mia figlia,” disse Reiko. “È una foto che ho ricevuto all‟inizio di quest‟anno. Adesso, fa la quarta elementare.” “Il sorriso è il tuo,” dissi restituendole la foto. La rimise nel portafoglio, tirò un po‟ su col naso e si accese una sigaretta.
“Quando ero giovane pensavo di diventare una solista di pianoforte. Di talento ne avevo, e anche gli altri lo riconoscevano. A casa i miei mi trattavano con grande considerazione. Vinsi anche dei concorsi, al Conservatorio avevo sempre il massimo dei voti, e una volta diplomata sarei andata a perfezionarmi in Germania. Insomma, una giovinezza senza la minima ombra. Qualunque cosa facessi riusciva, e se per caso non riusciva le persone intorno a me si adoperavano per far sì che riuscisse. Un giorno però successe una cosa strana e cominciò la catastrofe. Ero al quarto anno di Conservatorio. C‟era un concorso piuttosto importante, per il quale mi stavo preparando da tempo, quando un giorno all‟improvviso il mignolo della mia mano destra non si muoveva più. Non capivo assolutamente perché, ma fatto sta che non si muoveva per niente. Provai a massaggiarlo, a tenerlo a mollo nell‟acqua calda, inutile. Mi fecero allora una serie di accertamenti, ma anche i medici non ci capivano niente. Il dito non sembrava avere nessun problema, ossa e nervi erano a posto, e in teoria avrebbe dovuto muoversi. Certo, poteva sempre essere un problema psicologico, dissero. Così andai al reparto psichiatrico, ma anche lì non riuscirono a capire di cosa si trattasse. Tutto quello che mi seppero dire era che forse poteva dipendere dallo stress per la preparazione al concorso. Perciò mi consigliarono di lasciar perdere almeno per un po‟ di tempo il piano.” Reiko aspirò profondamente il fumo e poi lo ricacciò. Quindi piegò alcune volte di lato il collo come per alleviare la tensione.
“Così decisi di andare per un po‟ di tempo a casa di mia nonna a Izu per riposarmi. Lascio perdere il concorso, mi dissi, cercherò di stare per un po‟ di tempo in ozio, facendo solo quello che mi va e pensando a divertirmi per un paio di settimane, senza neanche toccare il piano. Ma fu impossibile. Qualunque cosa facessi, riuscivo a pensare solo al piano. Non mi veniva in mente nient‟altro. E se questo mignolo rimane così per sempre? pensavo. Come farò a continuare a vivere? Ero tutto il tempo ossessionata da questo pensiero. Del resto non poteva essere diversamente. Fino ad allora il piano era stato tutta la mia vita. Avevo cominciato a suonare il piano a quattro anni e avevo sempre vissuto con quest‟unica idea nella testa. Non avevo mai pensato ad altro al di fuori del piano. Per esempio, per la paura di potermi ferire le dita non avevo mai fatto un lavoro di casa, e la sola preoccupazione dei miei era che io potessi suonare bene. Prova a togliere il pianoforte a una ragazza cresciuta in questo modo. Cosa le rimane? E così... tiiing! in qualche parte della testa saltò una rotella. Confusione, e il buio totale.”
Reiko buttò la sigaretta per terra, la spense con la scarpa e poi di nuovo piegò alcune volte il collo.
“E così finì il mio sogno di diventare concertista. Fui ricoverata per due mesi in clinica, poi dimessa. Dopo un po‟ che ero entrata in clinica il mignolo ricominciò a muoversi, e così tornai al Conservatorio e in qualche modo riuscii a prendere il diploma. Ma qualcosa ormai si era spento. Come se ogni energia avesse lasciato il mio corpo. Anche il medico disse che siccome il mio sistema nervoso era troppo fragile per sostenere la carriera di solista, era meglio lasciar perdere. Così, dopo essermi diplomata cominciai a dare lezioni private a casa mia. Però per me era veramente una sofferenza. Era come se la mia vita fosse di colpo finita. O perlomeno, a poco più di vent‟anni era finita la sua parte migliore. Ti rendi conto di cosa vuoi dire? Avere tutte quelle prospettive a portata di mano, e ritrovarmi di colpo senza niente. Nessuno più ad applaudirmi, nessuno a viziarmi, nessuno a lodarmi, chiusa in casa a insegnare giorno dopo giorno le sonatine di Beyer ai bambini del vicinato. Ero veramente giù, piangevo continuamente per il rimpianto. A sentire di gente con molto meno talento di me che arrivava seconda a un concorso, o che teneva concerti in qualche teatro, provavo un tale rimpianto che non potevo fare a meno di piangere.
“I miei genitori mi trattavano come se fossi stata di vetro. Ma io capivo benissimo che erano delusi anche loro. La figlia che fino a poco tempo prima era stata il nostro vanto, reduce da una clinica psichiatrica! Come faremo a trovarle marito? E questa sensazione, a vivere insieme, ti si trasmette molto facilmente. Era più di quanto potessi sopportare. E siccome quando uscivo avevo l‟impressione che la gente parlasse di me, per la paura smisi di uscire. E così... paffete! successe di nuovo. La rotellina che va fuori posto, il gomitolo che si ingarbuglia, il buio. Avevo ventiquattro anni ormai, e questa volta restai in clinica sette mesi. Ma non era come qua, era un posto con un alto muro di cinta e con i cancelli sbarrati. In mezzo alla sporcizia, senza pianoforte... quella volta mi sentii veramente persa. Ma con la forza della disperazione e un solo pensiero fisso in mente, devo uscire di qui, riuscii a guarire. Sette mesi ci rimasi, ma non puoi sapere quanto lunghi... Fu così che piano
piano cominciarono ad aumentare le rughe.”
Reiko rise storcendo un po‟ la bocca da un lato.
“Un po‟ di tempo dopo essere uscita dall‟ospedale incontrai una persona e ci sposammo. Aveva un anno meno di me, lavorava come ingegnere in una società che costruiva aeroplani, ed era uno dei miei allievi di pianoforte. Un uomo a posto. Di poche parole ma onesto e generoso. Dopo essere venuto a lezione da me per circa sei mesi, un giorno all‟improvviso mi chiese se volevo sposarlo. Alla fine di una lezione, mentre prendevamo il tè, di punto in bianco. Ci credi se ti dico che non eravamo usciti neanche una volta insieme, che non ci eravamo presi nemmeno una volta per mano? Io dapprima rimasi senza parole. Poi gli dissi che non potevo sposarlo. Credo che tu sia una persona per bene, gli dissi, e ho simpatia per te, ma ho avuto alcuni problemi che mi rendono impossibile sposarti. Siccome disse che voleva sapere di cosa si trattava, gli raccontai tutto. Il fatto che due volte avevo avuto problemi psichici ed ero stata ricoverata in clinica, tutto, fin nei minimi particolari. Gli dissi che c‟erano state certamente delle cause per quello che era successo, e che sarebbe potuto succedere ancora. Lasciami riflettere un po‟, disse lui. Certo, rifletti con calma, risposi io, non c‟è nessuna fretta. Tornò la settimana successiva e disse che ci aveva pensato e voleva sposarmi lo stesso. Così io dissi: aspetta tre mesi. Intanto frequentiamoci, e se allora vorrai ancora sposarmi, ne riparleremo.
“In quei tre mesi ci incontrammo una volta alla settimana. Andammo in vari posti, parlammo di tante cose. E lui cominciò a piacermi sempre di più. Stando con lui avevo l‟impressione di aver ritrovato la mia vita. Stando con lui mi sentivo al sicuro e dimenticavo tante cose spiacevoli. Pensai che anche se non potevo diventare una concertista, anche se ero stata in clinica psichiatrica, la vita era ancora piena di cose meravigliose che io non conoscevo. E solo per il fatto di avermi fatto provare questa sensazione, gli ero infinitamente grata. Passati tre mesi disse che era sempre deciso a sposarmi. Io arrivai perfino a dirgli: „Se è questo che vuoi, possiamo anche fare l‟amore. Non l‟ho mai fatto con nessuno, ma siccome ti voglio bene, se vuoi farlo non ho niente in contrario. Ma sposarti con me è tutta un‟altra questione. Se tu mi sposi, dovrai accollarti anche i miei guai. E questo potrebbe essere molto più difficile di quanto credi. Sei deciso lo stesso?‟
“„Sono deciso lo stesso,‟ rispose. „Non voglio solo fare l‟amore con te, voglio sposarti, voglio dividere con te tutto quello che hai dentro.‟ E lo pensava sul serio. È un uomo che riesce a dire solo quello che pensa, e mette davvero in pratica tutto quello che dice. E allora dissi va bene, sposiamoci. Che potevo dire più? Ci sposammo quattro mesi dopo. A causa di questo litigò con i suoi e ruppe i rapporti con loro. La sua era una vecchia famiglia dello Shikoku. I genitori fecero indagini accurate sul mio conto e vennero a sapere che ero stata due volte in clinica psichiatrica. Così si opposero al matrimonio e scoppiò la lite. Certo, i motivi della loro opposizione si possono anche capire, comunque andò così. Quindi ci sposammo senza fare nessuna cerimonia. Andammo al municipio a registrare il matrimonio, e facemmo un breve viaggio di due giorni a Hakone, tutto qui. Eppure eravamo incredibilmente felici, tutto era meraviglioso. Tra l‟altro io prima di sposarmi ero vergine, a venticinque anni. Incredibile, eh?”
Reiko sospirò e prese di nuovo nelle mani la palla.
“Io pensavo che accanto a lui tutto sarebbe andato bene,” disse Reiko. “Pensavo che finché ci fosse stato lui non avrei più avuto ricadute. Sai, nella nostra malattia, la cosa più importante è proprio questo senso di fiducia. Se mi affido a questa persona non mi può accadere nulla, e se anche il problema dovesse in parte ripresentarsi, se quella rotellina cominciasse di nuovo a spostarsi, questa persona con la sua attenzione, la sua dedizione, la sua pazienza, mi aiuterebbe a guarire, rimetterebbe a posto quella rotellina, mi aiuterebbe a districare la matassa... Ecco, se c‟è questa fiducia, è difficile avere delle ricadute. Quando c‟è questo senso di sicurezza non c‟è quel tiiing! che segna la catastrofe. Ero felice. La vita mi sembrava meravigliosa. Mi sentivo come una che è stata tratta in salvo da un gelido mare in tempesta, avvolta in una coperta e portata in un bel letto caldo. Dopo due anni che eravamo sposati nacque una bambina, e con la bambina ero talmente occupata che quasi mi dimenticai completamente della malattia. Mi alzavo la mattina, facevo le faccende di casa, mi occupavo della piccola, preparavo la cena per quando lui tornava a casa... era il nostro tran-tran. Ma un felice tran-tran. Forse questo è stato il periodo più felice della mia vita. E continuò fino a quando avevo trentun anni. E poi di nuovo quel tiiing! E l‟esplosione.”
Reiko accese una sigaretta. Il vento si era calmato. Il fumo saliva diritto verso l‟alto e si dissolveva nel buio della notte. Mi accorsi che il cielo era completamente ricoperto di stelle.
“Era successo qualcosa?” chiesi.
“Sì, successe qualcosa di molto strano,” disse Reiko. “Come se una trappola, un agguato, fosse stato lì ad attendermi pazientemente per tutto quel tempo. Ancora adesso se ci ripenso mi vengono i brividi.” Con la mano libera dalla sigaretta Reiko si strinse le tempie. “Ma non dovrei fare questo. Non sto facendo altro che parlare di me, quando tu hai fatto tutta questa strada per incontrare Naoko.”
“Ma a me interessa moltissimo,” dissi. “Se non ti dispiace parlarne, vorrei sentire.”
“Quando la bambina andò all‟asilo, un po‟ alla volta ripresi a suonare il piano. Ricominciai da piccole composizioni di musicisti come Bach, Mozart, Scarlatti. Naturalmente, dopo un‟interruzione così lunga la capacità non è quella di prima. Rispetto a un tempo le mie dita non si muovevano affatto come avrei voluto. Ma ero felice lo stesso, per il solo fatto che potevo di nuovo suonare. E riprendendo così i miei esercizi capii più chiaramente che mai fino a che punto amavo la musica. E anche quanto ne fossi stata assetata. Ma la cosa stupenda era che adesso io potevo suonare solo per me stessa.
“Come ti ho già detto io suonavo da quando avevo quattro anni, ma a pensarci bene, mai, nemmeno una volta, avevo suonato per me stessa. L‟avevo sempre fatto per prepararmi a un esame, perché era il compito da svolgere, per conquistare l‟ammirazione della gente, o cose del genere. Tutte cose naturalmente importantissime, se vuoi perfezionarti in uno strumento.  Però, superata una certa età, uno deve suonare per se stesso. È così che funziona la musica. Lo scoprii solo a trentuno, trentadue anni, dopo aver abbandonato i corsi di alto livello. Dopo che la bimba era andata all‟asilo, cercavo di sbrigare presto le faccende di casa e poi per un‟ora o due suonavo i pezzi che più mi piacevano. E fino a questo punto non c‟era stato nessun problema, giusto?” Annuii.
“Ma un giorno una signora che conoscevo solo di vista, con cui scambiavo al massimo un saluto se ci incontravamo per strada, mi ferma e mi dice: sa, mia figlia vorrebbe tanto prendere lezioni di piano da lei, così volevo chiederle se sarebbe disposta. Dato che non abitava poi tanto vicino io questa figlia non l‟avevo mai vista, ma secondo la signora la ragazza, passando sotto casa mia, mi aveva sentito spesso suonare ed era rimasta straordinariamente colpita. Disse che mi aveva anche vista di persona e che aveva sviluppato per me una vera e propria adorazione. Faceva la seconda media e aveva già preso lezioni di piano da diversi maestri ma per varie ragione non si era trovata bene, così adesso non studiava con nessuno.
“Rifiutai. Dissi che non avevo suonato per diversi anni, e che era impossibile riprendere a insegnare dopo tanto tempo, che si trattasse di un principiante o di uno che aveva già preso lezioni per anni. E soprattutto ero troppo occupata con la bambina, spiegai. Inoltre, e questo a lei non lo dissi, quando un allievo cambia tante volte maestro, di solito, chiunque sia a dargli lezioni, non c‟è niente da fare. Ma almeno, disse la signora, mi faccia la cortesia di incontrare una volta la ragazza. Un po‟ perché era una donna insistente e rifiutare non era facile, un po‟ perché se qualcuno desidera tanto incontrarti sembra brutto negarsi, dissi che se si trattava solo di un incontro senza impegno non avevo niente in contrario. Tre giorni dopo la figlia venne da sola. Era una ragazza bella come un angelo. Di una bellezza veramente radiosa. Non avevo mai visto, e non ho mai più visto, una creatura di tale bellezza. Aveva capelli lunghi neri come inchiostro fresco, braccia e gambe affusolate, gli occhi luminosi, le labbra piccole e morbide come se fossero appena state modellate. Quando l‟ho vista sono rimasta per qualche istante a bocca aperta, tale era la sua bellezza. Quando si sedette sul divano del soggiorno, tutta la stanza sembrò trasformarsi in un qualcosa di splendido. A guardarla fisso si restava talmente abbagliati da dover quasi socchiudere gli occhi. Era una ragazza così. Me la vedo ancora davanti agli occhi chiaramente.”
Reiko socchiuse per un attimo gli occhi, come se davvero il viso di quella ragazza fosse adesso davanti a lei.
“Bevendo il caffè, chiacchierammo un‟oretta di varie cose. Della musica, della scuola. Si capiva subito che era intelligente. Diceva cose interessanti, aveva opinioni acute e precise e un naturale talento per conquistare l‟interlocutore. Quasi da far paura. Ma in quel momento non capii affatto cosa fosse a suscitare in me quella specie di paura. Mi limitai a pensare vagamente che aveva un‟intelligenza spaventosa. Ma il fatto è che a parlare con quella ragazza piano piano finivi col sospendere qualunque normale giudizio. La sua giovinezza e bellezza erano talmente schiaccianti che mi facevano sentire una persona goffa e di gran lunga inferiore, e se per caso qualche pensiero critico verso di lei mi si affacciava alla mente, mi convincevo subito che ero io a pensare cose contorte e sospettose.” Reiko piegò alcune volte il collo.
“Forse, se fossi stata bella come lei, intelligente come lei, avrei utilizzato queste doti per diventare una persona migliore. Quando si ha già la bellezza, l‟intelligenza, che cosa si può desiderare di più? Quando si è già trattati con tanta considerazione da tutti, perché sentire il bisogno di maltrattare, di calpestare una persona meno dotata e più debole?”
“Ti ha fatto qualcosa di cattivo?”
“Mah, andiamo per ordine. Quella ragazza era una bugiarda patologica. Può essere una vera e propria malattia, sai? quella di raccontare continuamente bugie. E intanto, mentre uno sta inventando si autoconvince che quello che sta dicendo sia vero. Poi, per salvare la coerenza delle storie che crea è costretto a inventare bugie riguardo a cose attinenti. Ma anche quando normalmente uno penserebbe: „che strano!‟ o „qui il discorso non quadra‟, il cervello di quella ragazza gira a una velocità talmente vertiginosa che ti previene cambiando completamente le carte e quindi l‟altro finisce col non accorgersi che sono tutte bugie. Nessuno va a pensare che una ragazza così bella possa inventare bugie su cose assolutamente inutili. O almeno io non ci pensavo. Per circa sei mesi stetti a sentire montagne di bugie senza sospettare di lei nemmeno una volta. E pensare che erano tutte, ad una ad una, solo bugie. Che idiota sono stata.”
“Che tipo di bugie diceva?”
“Di tutti i tipi,” disse Reiko con un sorriso ironico. “Come ti ho detto un attimo fa, quando uno comincia col dire una bugia, deve poi dirne tutta una serie per sostenere la prima. Questo è il problema dei mitomani. Ma le bugie dei mitomani nella maggior parte dei casi sono del tutto innocue e per gli altri è facile smascherarle. Con lei però era diverso. Per difendere i suoi interessi, era capace di inventare senza nessuno scrupolo bugie che potevano danneggiare gli altri, e di usare a suo piacimento tutto ciò che trovava. Diceva bugie o meno a seconda della persona con cui aveva a che fare. Non lo faceva con persone che avrebbero potuto smascherarla facilmente come la madre o amici intimi, o se era costretta usava la massima attenzione, in modo da non farsi scoprire. E se per caso veniva scoperta i suoi begli occhi si riempivano di lacrime e si giustificava o chiedeva perdono con una voce da spezzare il cuore. E nessuno aveva più il coraggio di arrabbiarsi.
“Perché lei abbia scelto proprio me, ancora oggi non l‟ho capito. Se mi abbia scelto solo come sua vittima sacrificale, o perché cercava da me qualche specie di aiuto, non riesco proprio a capirlo, Anche se ormai l‟una o l‟altra per me fa lo stesso. Tanto è tutto finito, e finito così.” Ci fu una breve pausa.
“Lei ripeté  la stessa cosa che mi aveva già detto la madre. Passando sotto casa mia mi aveva sentito suonare e si era commossa. Poi mi aveva visto alcune volte per strada e le era nata questa adorazione per me. Adorazione, usò proprio questa parola. Io arrossii: essere oggetto di adorazione da parte di una ragazza più bella di un angelo! Forse però questo non era totalmente falso. Naturalmente io avevo già più di trent‟anni, non avevo neanche una piccola parte della sua bellezza o della sua intelligenza, né avevo chissà quali doti speciali. Però doveva esserci qualcosa dentro di me che attirava una ragazza come lei. Può darsi fosse qualcosa che a lei mancava. E forse per questo aveva interesse per me. Questo lo penso adesso. Ehi, non credere che di questo vada orgogliosa.”
“No, no, capisco,” dissi io.
“La ragazza aveva portato una partitura, e mi chiese se poteva suonare. Va bene, dissi, suona. Così lei suonò un‟invenzione di Bach. E la sua interpretazione era, non so come dire, originale... particolare... insomma era una cosa un po‟ fuori dal comune. Con questo non voglio dire che lei fosse brava. Non era stata a una scuola come si deve, non aveva preso neanche lezioni regolarmente, e si sentiva che c‟era molto dilettantismo. Non era un suono coltivato. Se alla prova di ammissione a una scuola musicale avesse eseguito il pezzo in quel modo, sarebbe stata scartata all‟istante. Però, la sua esecuzione colpiva. Cioè, il novanta per cento era un disastro ma il restante dieci per cento aveva qualcosa di assolutamente affascinante. E poi stiamo parlando di un‟invenzione di Bach! Fu così che cominciai a provare un forte interesse per lei. Chissà cosa avrà questa ragazza, pensai.
“Vedi, il mondo è pieno di ragazze che sanno suonare Bach molto meglio, mille volte meglio di lei. Però il più delle volte le loro esecuzioni non hanno sostanza. Sono vuote, insipide. Invece la sua, sebbene scadente, aveva qualcosa che affascinava, o quantomeno questo era l‟effetto che faceva su di me. Allora pensai: forse può valere la pena di insegnare a questa ragazza. Certo, mi rendevo conto che anche guidata e corretta era impossibile ormai che potesse diventare una concertista. Credevo però che valesse lo stesso la pena di insegnarle a suonare con gioia per se stessa come facevo io, e come d‟altra parte faccio ancora. Ma era una pia illusione. Era una bambina che andava avanti usando ogni sorta di espedienti e facendo i calcoli più meschini per ottenere l‟ammirazione degli altri. Sapeva benissimo come ottenere questa ammirazione e come procurarsi le lodi che desiderava. Sapeva perfino con quale tipo di esecuzione avrebbe potuto conquistarmi. Aveva calcolato tutto. E doveva essersi applicata a provare questa parte decisiva dell‟esecuzione con tutta la sua volontà chissà quante volte. Mi sembra di vederla.
“Però nonostante tutto, anche adesso che ho capito i suoi trucchi, rimango convinta che nell‟insieme la sua fosse una bella esecuzione, sono convinta che anche a risentirla oggi, non potrei ascoltarla senza emozione. Mettendo da parte il pensiero dei suoi inganni e della sua falsità. Mah, che ti devo dire, il mondo è fatto anche di queste cose.” “E quindi la prendesti come allieva?” chiesi.
“Sì. Veniva una volta alla settimana. Il sabato mattina, alla sua scuola avevano la settimana corta. Non ha fatto mai una assenza, mai un ritardo, era un‟allieva ideale. Faceva anche gli esercizi a casa regolarmente. Finita la lezione facevamo una chiacchierata mangiando un dolce...” Reiko guardò improvvisamente l‟orologio come se si fosse ricordata di colpo di qualcosa. “Senti, penso che adesso sarebbe meglio tornare. Comincio a essere un po‟ in pensiero per Naoko. E tu? Non sarà che ti sei dimenticato di lei?”
“No, non mi sono dimenticato,” risi io. “È solo che sono stato talmente preso dal racconto...”
“Se vuoi sentire il resto della storia te lo racconterò domani. È troppo lunga per raccontarla tutta in una volta.” “Proprio come Sherazade.”
“Sì, di questo passo vedrai che non torni più a Tōkyō,” disse Reiko ridendo.
Ripassammo per la stessa strada attraverso il boschetto da cui eravamo venuti e tornammo a casa. In soggiorno sia la candela che la luce elettrica erano spente. La porta della camera da letto, dove era accesa una lampada sul comodino, era aperta e la sua luce penetrava fioca anche nel soggiorno. Naoko era seduta sul divano in quella penombra. Si era messa una specie di camicia da notte, completamente accollata. Sedeva con le gambe piegate sul divano. Reiko andò subito da lei e le mise la mano sulla testa.
“Stai bene?”
“Sto bene adesso. Scusami,” disse Naoko a voce bassa. Poi ripeté: “Scusami,” questa volta rivolta a me, e aggiunse: “Ti sei spaventato?” “Un pochino,” dissi sorridendo.
“Vieni qui,” disse Naoko. Appena mi fui seduto accanto a lei, avvicinò il viso al mio orecchio come se dovesse dirmi un segreto, le sue labbra mi sfiorarono l‟orecchio e di nuovo ripeté , in un sussurro: “Scusami”. Poi si staccò tornando alla posizione di prima.
“A volte mi succede di non capire più neanch‟io quello che mi sta succedendo,” disse.
“Lo so, capita spesso anche a me,” dissi io.
Naoko mi guardò sorridendo. Se ti va, vorrei sapere di più sulla vita che fai qui, dissi io. Le cose che fai tutti i giorni, le persone che vedi. Naoko mi raccontò, un po‟ a singhiozzo, ma con chiarezza, la vita che faceva ogni giorno. Si alzava alle sei, faceva colazione nell‟appartamento, andava a pulire le stie e le gabbie degli uccelli e poi di solito lavorava nei campi. Si occupava della coltivazione di verdure e ortaggi. L‟ora prima del pranzo era dedicata a un incontro individuale col suo medico o a una discussione di gruppo. Il pomeriggio era dedicato al programma libero personale: si poteva scegliere tra i propri corsi preferiti, le attività all‟aperto e gli sport. Lei seguiva diversi corsi:
francese, lavoro a maglia, piano e storia antica.
“Il piano è Reiko che lo insegna,” disse Naoko. “Insegna anche chitarra. Noi ci scambiamo sempre i ruoli: possiamo essere allievi e maestri. Una persona che conosce bene la lingua insegna il francese, uno che faceva il professore di sociologia insegna storia, una che è esperta di maglia insegna il lavoro a maglia. Insomma, mettendo insieme le nostre forze, si fa una piccola scuola. Purtroppo non c‟è niente che io possa insegnare agli altri.”
“È lo stesso anche per me,” dissi.
“Comunque io, rispetto a quando stavo all‟università, qui studio con molto più entusiasmo. Prima di tutto di più, e poi con molto più piacere.”
“E la sera, dopo cena, di solito che fai?”
“Chiacchiero con Reiko, leggo libri, sento i dischi, oppure vado da qualcuno a fare delle partite di qualcosa... cose così.”
“Io invece faccio esercizi con la chitarra, scrivo la mia autobiografia...” intervenne Reiko.
“L‟autobiografia?”
“Scherzo,” rise Reiko. “Poi massimo alle dieci andiamo a dormire. Una
vita sana, non ti pare? Si dorme benissimo, sai?” Guardai l‟orologio. Erano quasi le nove.
“Allora vuoi dire che tra un po‟ comincerete ad aver sonno,” dissi.
“Ma oggi è diverso, possiamo anche fare un po‟ più tardi,” disse Naoko. “È tanto tempo che non ci vediamo, ho ancora voglia di parlare. Raccontami qualcosa.”
“Prima, mentre ero solo, all‟improvviso mi sono tornate in mente cose di tanto tempo fa,” dissi. “Ti ricordi di quella volta che io e Kizuki venimmo a trovarti in ospedale? Quell‟ospedale sulla costa. Era l‟estate del secondo anno di liceo?”
“Quella volta che mi operai al torace,” disse Naoko sorridendo. “Mi ricordo benissimo. Tu e Kizuki veniste in moto. Portandomi dei cioccolatini tutti sciolti e appiccicosi. Che sforzo per mangiarli! Ma non ti sembra che siano passati secoli?”
“Davvero... allora tu scrivevi quelle lunghe poesie.”
“In quel periodo tutte le ragazze scrivevano poesie,” disse Naoko ridendo. “Come mai tutt‟a un tratto ti sei ricordato quel giorno?” “Non so. Mi è venuto in mente così. All‟improvviso mi sono ricordato l‟odore del vento di mare, gli oleandri...” dissi. “In quel periodo Kizuki veniva a trovarti spesso?”
“Praticamente mai. Per questo fatto litigammo, così lui venne a trovarmi una volta, e poi quell‟altra volta con te, e fine. Tremendo, no? La prima volta che venne era tutto sulle spine, e appena passò un tempo ragionevole se ne andò. Aveva portato delle arance, biascicò qualcosa che non riuscii nemmeno a capire, poi sbucciò un‟arancia, me la fece mangiare, borbottò di nuovo qualcosa di incomprensibile e se ne andò, quasi fuggendo. Mi pare che disse qualcosa tipo che lui non sopportava gli ospedali,” disse Naoko, e sorrise. “Per certe cose lui era rimasto un bambino. Scusa, non ti pare? Non esiste nessuno a cui piacciano gli ospedali. Infatti è proprio per confortare chi ci sta che uno va a fargli visita. Per aiutarlo a farsi coraggio. Ma questa era una cosa che proprio lui non riusciva a capire.”
“Però quella volta che siamo venuti a trovarti insieme non è stato così tragico. Anzi, lui era molto normale.”
“Perché c‟eri tu,” disse Naoko. “Quando c‟eri tu, era sempre così. Si sforzava di non far vedere i suoi lati deboli. Tu piacevi molto, a Kizuki. Per questo si sforzava di farti vedere solo i suoi lati positivi. Ma quando eravamo soli noi due, lui era ben diverso. Si lasciava un po‟ andare. In realtà lui aveva un umore molto variabile. Per esempio un momento era lì che parlava e parlava, solo lui, tutto allegro, e un attimo dopo era depresso e silenzioso. Questo capitava molto spesso. Era così sin da piccolo. Ma cercava sempre di cambiare il suo carattere, di migliorare.” Naoko cambiò posizione, incrociando le gambe sul divano.
“Lui cercava sempre di cambiare, di migliorare, e quando sentiva di non riuscirci si faceva prendere dall‟irritazione o dalla tristezza. Anche se dentro aveva tante cose belle, splendide, fino alla fine non ha mai avuto fiducia in se stesso e non ha fatto altro che pensare: devo fare questo, devo cambiare quest‟altro. Povero Kizuki.”
“Comunque, se si sforzava di farmi vedere solo i suoi lati positivi, devo dire che ci è riuscito benissimo. Io in lui non ho visto altro che quelli.” Naoko sorrise: “Se potesse sentirlo, ne sarebbe molto felice. Tu eri il suo solo amico.”
“Anche per me Kizuki era l‟unico amico che avevo,” dissi. “Non ho avuto altri, né prima né dopo di lui, che potessi veramente chiamare amici.”
“A me piaceva molto quando stavamo noi tre: io, tu e Kizuki. Così anch‟io potevo vedere solo i lati positivi di Kizuki, e mi sentivo molto più tranquilla. Finalmente potevo rilassarmi. Perciò stare in tre mi piaceva. Non so come fosse per te però.”
“Io mi preoccupavo di quello che potevi pensare tu,” dissi cercando di riflettere.
“Ma il problema era che quella situazione non poteva durare all‟infinito. Era impossibile mantenere in eterno questa specie di piccolo circolo. Kizuki se ne rendeva conto, io pure, e credo anche tu.” Io annuii.
“Però sinceramente, io quei suoi lati deboli li amavo. Li amavo quanto quelli positivi. Lui era completamente privo di furberia o falsità. Aveva solo delle fragilità. Ma anche se io glielo dicevo, lui non ci credeva. E ripeteva sempre: Naoko, è solo perché noi ci conosciamo da quando avevamo tre anni, e tu sei talmente abituata a me da non riuscire più a distinguere i punti deboli da quelli forti, e finisci col vedere tutto uguale. Era la sua solita risposta. Però, checché ne dicesse lui, io lo amavo e non avevo mai provato interesse in nessun altro al di fuori di lui.”
Naoko si girò verso di me con un sorriso triste.
“Il nostro rapporto era molto diverso da quello di una normale coppia. Era come se fossimo uniti in una parte del corpo. Potevamo anche staccarci, allontanarci: una forza irresistibile ci avrebbe sempre riuniti.
Perciò per noi due stare insieme fu un passaggio naturalissimo. Senza nessuno spazio per riflessioni o scelte. Quando avevamo dodici anni ci baciammo per la prima volta, e a tredici già ci toccavamo. Io andavo da lui, oppure lui veniva da me, e io glielo prendevo in mano... Ma io non pensavo minimamente che fossimo precoci. A me sembrava tutto così naturale. Se a lui faceva piacere toccarmi i seni o laggiù, andava bene anche a me, e se lui voleva venire, a me non dava nessun fastidio aiutarlo con la mano. Perciò se qualcuno ci criticasse per quello che facevamo, io rimarrei sorpresa o arrabbiata. Noi non facevamo niente di male. Ognuno di noi mostrava il suo corpo all‟altro senza nessun segreto, ed era come se il corpo di uno appartenesse anche all‟altro, era più o meno così. Però per un po‟ di tempo non ci spingemmo oltre. Avevamo paura che io restassi incinta e allora nessuno dei due sapeva granché degli anticoncezionali. Comunque fu così che noi crescemmo, sempre uniti come in un solo nucleo. Senza quasi conoscere quelle urgenze sessuali e le sofferenze di un io che cerca di affermarsi, che tutti i ragazzi sperimentano durante l‟adolescenza. Noi due, come ti ho già detto prima, nei confronti del sesso eravamo completamente aperti, e quanto all‟io eravamo talmente presi e assorbiti l‟uno dall‟altra da non averne una coscienza così forte. Capisci cosa voglio dire?” “Credo di capire,” dissi.
“Il nostro era un legame indissolubile. Quindi, se Kizuki fosse ancora vivo, molto probabilmente noi due staremmo ancora insieme, ci ameremmo e avremmo già cominciato a poco a poco a diventare infelici.”
“Perché?”
Naoko si passò alcune volte la mano fra i capelli. Dato che non aveva più il fermaglio, quando guardava in basso i capelli ricadevano nascondendole il viso.
“Forse avremmo dovuto pagare il nostro debito nei confronti del mondo,” disse Naoko sollevando il viso. “La difficoltà di crescere, per esempio. Ci sarebbe arrivato il conto di quel prezzo che avremmo dovuto già pagare. Perciò Kizuki ha fatto quella fine e io sono finita qui dentro. Noi siamo stati come due bambini nudi cresciuti su un‟isola deserta, che se hanno fame mangiano una banana, se si sentono tristi si abbracciano e dormono insieme. Però non potevamo continuare così in eterno. Diventavamo grandi, ed era tempo di entrare nella società. Perciò tu sei stato molto importante per noi. Per noi tu significavi il legame che ci metteva in rapporto col mondo esterno. Noi ci sforzavamo di assorbire il mondo esterno grazie alla tua intermediazione. Purtroppo poi non ha funzionato.” Seguivo annuendo.
“Però non pensare che ti usassimo. Kizuki ti voleva veramente bene, e per noi il rapporto con te è stato il primo e l‟ultimo rapporto con un‟altra persona. È ancora così. Kizuki ormai non c‟è più, ma tu per me rimani l‟unico legame col mondo esterno, anche adesso. E anch‟io ti voglio bene, come te ne voleva lui. Ma anche se non ne avevamo la minima intenzione, tutti e due abbiamo finito col farti del male, temo. E
questa è una cosa che allora non avrei mai immaginato.” Naoko restò di nuovo in silenzio, guardando verso il basso.
“Vi andrebbe una tazza di cioccolata?” chiese Reiko.
“Mi andrebbe sì, molto,” disse Naoko.
“Io veramente vorrei bere un po‟ di brandy che ho portato con me. Posso?” chiesi.
“Prego, prego,” disse Reiko. “E magari ne faresti assaggiare un goccio anche a me?”
“Come no?” dissi ridendo.
Reiko portò due bicchieri, e io e lei brindammo col brandy. Poi andò in cucina a preparare la cioccolata.
“Parliamo di qualcosa di più allegro?” propose Naoko.
Ma a me di allegro non veniva in mente niente. Ah, se ci fosse ancora Sturmtruppen, pensai con rimpianto. Se lui ci fosse stato ancora, ci sarebbero stati aneddoti in abbondanza, e sarebbe bastato raccontarne qualcuno per risollevare lo spirito a tutti. Invece purtroppo, in mancanza di meglio, fui costretto a dilungarmi su come al collegio tutti vivessero nella più totale sporcizia. Io mi vergognavo per i particolari disgustosi che andavo elencando, ma loro, che a quanto pare non avevano mai sentito niente di simile, si rotolarono dal ridere. Poi Reiko si mise a fare le imitazioni di alcuni malati di mente, e anche con questo ci divertimmo molto. Verso le undici Naoko cominciava ad avere gli occhi un po‟ assonnati, così Reiko aprì il divano e mi fece il letto.
“Se durante la notte vuoi venire a violentare una di noi va bene, ma attento a non sbagliare persona,” disse Reiko, “Il corpo dalla pelle liscia nel letto a sinistra è di Naoko.”
“Bugiarda. Io dormo a destra!” disse Naoko.
“Ascolta, siccome abbiamo fatto in modo di svignarcela per gran parte del programma di domani pomeriggio, andiamo a fare un picnic. Da queste parti c‟è un posto molto bello,” disse Reiko.
“Con piacere,” risposi.
Quando loro due, dopo essersi lavate a turno i denti nel bagno, si ritirarono in camera da letto, io bevvi ancora un po‟ di brandy e steso sul letto provai a ricordare nell‟ordine tutte le cose successe nel giorno a partire dalla mattina. Sembrava che quella giornata fosse stata lunghissima. La stanza era ancora illuminata dal chiarore lunare. La camera da letto dove dormivano Naoko e Reiko era immersa nel silenzio e non si sentiva il minimo rumore tranne, ogni tanto, un impercettibile cigolio dei letti. Dopo aver chiuso gli occhi, vidi minute immagini luminose danzare nel buio, e nelle orecchie sentii risuonare echi della chitarra di Reiko, ma non durò che pochi istanti. Arrivò il sonno, sprofondandomi in una calda palude.
Sognai dei salici. Ero su una strada di montagna fiancheggiata su entrambi i lati da salici. Non ne avevo mai visti tanti in una volta. Soffiava un vento forte ma i rami dei salici erano perfettamente immobili. E mentre mi dicevo: strano, chissà perché non si muovono, mi accorsi che su ogni ramo dei salici c‟era attaccato un piccolo uccello. Era il loro peso che impediva ai rami di tremare. Io, con un bastone che portavo, provai a colpire un ramo vicino. Volevo cacciare gli uccelli in modo che i rami si mettessero a tremare al vento. Ma gli uccelli non si mossero. Invece di volare gli uccelli diventarono di metallo e caddero a terra con un rumore di ferraglia.
Quando aprii gli occhi, credetti di stare vedendo la continuazione del sogno. La stanza era fiocamente illuminata dalla luna. Istintivamente cercai per terra gli uccelli di metallo, ma naturalmente non trovai niente del genere. C‟era invece Naoko, seduta ai piedi del letto, che guardava fisso fuori dalla finestra. Aveva le gambe piegate contro il petto e il mento poggiato sulle ginocchia come un‟orfanella affamata. Per sapere che ora era cercai l‟orologio accanto al cuscino ma non era dove credevo di averlo lasciato. Dalla luce della luna immaginai che dovessero essere le due o le tre del mattino. Naoko portava la stessa camicia da notte blu di prima e aveva i capelli tenuti fermi da un lato dal solito fermaglio a forma di farfalla, in modo che la sua bella fronte era illuminata chiaramente dalla luce della luna. Che strano, pensai, prima di andare a dormire se l‟era tolto, il fermaglio.
Naoko restava nella stessa posizione, completamente immobile. Sembrava proprio un piccolo animale attirato dalla luna. A causa dell‟inclinazione della luce le sue labbra apparivano accentuate. La loro linea così fragile era agitata da un lieve tremito che sembrava in accordo col battito del suo cuore o con le vibrazioni della sua anima. Come se stesse bisbigliando parole senza suono rivolte al buio della notte.
Avendo la gola completamente secca deglutii, ma nell‟assoluto silenzio della notte il rumore della saliva inghiottita risuonò terribilmente amplificato. Al che Naoko, come se quel suono fosse stato una specie di segnale, si alzò rapidamente e, con un lieve fruscio di tessuto, venne a inginocchiarsi ai piedi del mio cuscino e mi guardò fisso negli occhi. Anch‟io la guardai, ma i suoi occhi non trasmettevano nessun messaggio. Le pupille avevano una trasparenza innaturale, come se potessero vedere l‟altro mondo e, pur riuscendo a penetrarvi in profondità, non riuscissero a trovarci niente. Tra il mio viso e il suo non ci saranno stati più di trenta centimetri ma lei sembrava trovarsi ad anni luce di distanza.
Allungai la mano cercando di toccarla, ma lei subito si ritrasse. Le sue labbra tremarono un po‟. Poi Naoko sollevò le braccia e cominciò lentamente a sbottonarsi la camicia da notte. C‟erano in tutto sette piccoli bottoni bianchi, e io stetti a guardare le sue belle dita sottili aprirli metodicamente uno dopo l‟altro come in una continuazione del sogno. Quando ebbe finito, Naoko si sfilò la camicia facendosela scivolare dai fianchi, come un insetto che si libera delle spoglie, e rimase nuda. Sotto la camicia, non portava niente. Tutto quello che aveva addosso era il fermaglio a forma di farfalla. Dopo essersi spogliata, Naoko rimase a guardarmi sempre in ginocchio sul pavimento. Illuminata dalla morbida luce lunare, la sua carne aveva lo splendore e la fragilità di quella di una creatura appena nata. Quando si mosse - ma il suo era stato un movimento quasi impercettibile - la luce cambiò leggermente la sua posizione sul corpo di Naoko e le ombre sulla sua pelle mutarono di forma. Le dense ombre dei suoi seni rotondi, dei piccoli capezzoli, della cavità dell‟ombelico, delle ossa e dei peli del pube mutarono tutte di forma come la superficie di un lago tranquillo è trasformata da una sola piccola onda.
Che corpo perfetto, pensai. Da quanto Naoko ha un corpo così perfetto? Cosa ne è stato del corpo che avevo stretto in quella notte di primavera?
Quella notte, quando lentamente, con dolcezza, avevo spogliato Naoko che non smetteva di piangere, avevo avuto l‟impressione che il suo corpo non fosse così perfetto. Avevo la sensazione che i suoi seni fossero duri, i capezzoli fossero delle protuberanze incongrue, i suoi fianchi rigidi. Naturalmente Naoko era bella e il suo corpo per me aveva fascino. Mi eccitava sessualmente, travolgendomi con una forza irresistibile. E ciò nonostante, mentre stringevo il suo corpo, la riempivo di carezze e la baciavo laggiù, era stata proprio la sensazione di squilibrio, di inadeguatezza del suo corpo a darmi una strana, profonda emozione. E mentre la stringevo avrei voluto spiegarle: adesso sto facendo l‟amore con te. Sono dentro di te. Però questo non è niente di importante. È una cosa come un‟altra. Sono solo due corpi che s‟incontrano. È qualcosa che si può descrivere solo come due corpi imperfetti che si incontrano. E che così facendo dividono la loro reciproca imperfezione. Questo avrei voluto dirle, ma naturalmente non si riescono a dire cose come queste. Riuscii solo a stringere forte il suo corpo in silenzio. E mentre la stringevo percepii in esso la sensazione ruvida di un corpo estraneo che non era riuscito a sciogliersi. Poi quella sensazione suscitò in me una grande tenerezza e un‟erezione di una forza senza confronti.
Ma il corpo di Naoko che avevo adesso davanti a me era completamente diverso da quello di allora. Era come se il suo corpo, al termine di una serie di processi di trasformazione, avesse raggiunto la perfezione di adesso per rinascere in questo chiarore lunare. La carne della Naoko grassottella che alla morte di Kizuki le era stata strappata alla radice era adesso sostituita da una carne matura. Il corpo di Naoko era diventato così bello, così perfetto che io non provavo nessuna eccitazione sessuale. Restai solo a guardare stupito la vita stretta tra i bellissimi fianchi, i seni tondi e perlacei, l‟addome piatto che si muoveva dolcemente in accordo col respiro e, appena più giù, l‟ombra scura e soffice dei peli del pube.
Credo che sia rimasta ferma davanti a me, mostrandomi il suo corpo nudo, cinque o sei minuti. Poi si rimise la camicia, richiudendo i bottoni uno dopo l‟altro dall‟alto verso il basso. Quando ebbe finito, si levò di scatto, aprì dolcemente la porta della camera da letto e scomparve lì dentro.
Restai per un bel pezzo a letto, come immobilizzato, poi mi riscossi, mi alzai, raccolsi l‟orologio che era caduto per terra e lo guardai alla luce della luna. Erano le tre e quaranta. Dopo aver bevuto alcuni bicchieri d‟acqua in cucina tornai a stendermi sul letto ma fino all‟alba, quando la luce del giorno dissolse la macchia argentata di luna che aveva impregnato la stanza in ogni suo angolo, non riuscii a chiudere occhio. Stavo appena per addormentarmi quando venne Reiko che, con un buffetto sulla guancia, mi annunciò: “Sveglia, è mattino!”
Mentre Reiko rimetteva a posto il mio letto Naoko era in piedi in cucina che preparava la colazione. Quando mi vide mi sorrise dolcemente dicendo “Buongiorno”. Buongiorno, risposi. Stando accanto a lei che canticchiava, mentre bolliva l‟acqua e tagliava a fette il pane, la guardai per qualche istante ma non riuscii a riconoscere nessuna traccia dell‟episodio della notte prima.
“Hai gli occhi un po‟ arrossati. Come mai?” disse Naoko mentre preparava il caffè.
“Mi sono svegliato durante la notte e poi non sono più riuscito a riaddormentarmi.”
“Non è che russavamo?” chiese Reiko. “No, no, per niente,” disse. “Ah, meno male,” fece Naoko.
“Lo dice solo per educazione,” disse Reiko sbadigliando.
Al principio pensai che Naoko facesse finta di niente o fosse in imbarazzo in presenza di Reiko, ma anche quando Reiko uscì dalla stanza per un po‟, non ci fu nessun cambiamento nel suo modo di fare, e anche il suo sguardo era limpido come sempre.
“Hai dormito bene?” le chiesi.
“Come un sasso,” rispose Naoko come se niente fosse. Aveva ai capelli un semplice fermaglio, senza nessuna decorazione. La mia sensazione di dubbio durò per tutta la colazione. Mentre imburravo il pane e rompevo il guscio dell‟uovo sodo, ogni tanto mi giravo per un attimo a guardare Naoko seduta accanto a me, alla ricerca di qualche segno.
“Ehi, Watanabe, come mai stamattina non fai che guardarmi?” chiese Naoko un po‟ perplessa.
“Si vede proprio che è innamorato,” disse Reiko.
“È vero?” mi chiese Naoko.
“Può darsi,” risposi sorridendo. Mentre le sentivo scherzare prendendomi un po‟ in giro decisi di non pensare più all‟episodio della notte prima e mi buttai sul pane e sul caffè.
Finita la colazione loro due andavano a distribuire il becchime agli uccelli, così decisi di accompagnarle. Si misero jeans, camicia da lavoro e stivali bianchi di gomma. Le gabbie erano in un piccolo parco alle spalle del campo di tennis e c‟erano uccelli di tutti i tipi, dalle galline ai corvi ai pavoni ai pappagalli. Attorno c‟erano aiuole, cespugli, panchine. Lungo la strada incontrammo due uomini, questi senza dubbio pazienti, che raccoglievano con la scopa le foglie cadute. Entrambi dimostravano dai quaranta ai cinquant‟anni. Reiko e Naoko si avvicinarono ai due, si scambiarono il buongiorno, e Reiko disse qualche battuta facendoli ridere. Nelle aiuole c‟erano delle cosmee in fiore e i cespugli erano rasati con cura. Nel riconoscere Reiko gli uccelli cominciarono a levare gridi e a svolazzare all‟interno delle gabbie.
Reiko e Naoko entrarono in una specie di magazzino lì accanto e tornarono con la busta del becchime e un tubo di gomma. Naoko attaccò il tubo a un rubinetto e girò la manopola. Poi, mentre gli uccelli stavano bene attenti a tenersi alla larga, entrò nelle gabbie e cominciò a lavare via la sporcizia, mentre Reiko passava energicamente una ramazza sul pavimento. Gli spruzzi dell‟acqua scintillavano al sole e i pavoni, per evitare gli schizzi, fuggivano facendo splat-splat nel fondo della gabbia. Un tacchino mi scrutò alzando il collo con l‟aria di un vecchio accigliato e un pappagallo su un trespolo sbatté le ali emettendo un verso di sonora disapprovazione. Reiko, rivolta al pappagallo, fece l‟imitazione di un gatto, al che il pappagallo dapprima si ritirò in un angolo sollevando le spalle, poi dopo un istante gridò: “Grazie, pazzi, stronzi”.
“Qualcuno deve averglielo insegnato,” disse Naoko sospirando.
“Io certo no. Non vado in giro a insegnare linguaggio discriminatorio ai pappagalli,” disse Reiko. Poi di nuovo fece il verso del gatto. Il pappagallo questa volta non replicò.
“Una volta ha avuto una brutta esperienza coi gatti e da allora ne ha un terrore folle,” disse Reiko ridendo.
Finita la pulizia rimisero a posto gli attrezzi e distribuirono il becchime nei beccatoi. Il tacchino passò in una pozzanghera tubando e sollevando schizzi d‟acqua, e arrivato al beccatoio ci ficcò la testa dentro e cominciò a mangiare voracemente incurante di Naoko che lo colpiva sul sedere.
“Fai questo tutte le mattine?” chiesi a Naoko.
“Sì. Di solito è un compito riservato alle nuove, perché è una delle cose più facili. Vuoi vedere i conigli?”
“Va bene,” dissi. La conigliera era alle spalle delle gabbie degli uccelli, e conteneva una quindicina di conigli che stavano in mezzo alla paglia. Con una scopa raccolse gli escrementi, distribuì il mangime, quindi prese tra le mani un coniglio e se lo premette . contro la guancia.
“Non è un amore?” disse Naoko felice. Poi lo diede da tenere anche a me. Il piccolo batuffolo caldo, nell‟incavo del mio braccio, si ritrasse spaventato, con le orecchie che vibravano tutte.
“Non aver paura, questo signore non ti farà niente,” disse Naoko, carezzando col dito la testa del coniglio e sorridendomi. Era un sorriso così luminoso e privo di ombre che non potei fare a meno di sorridere anch‟io. Ma subito pensai: ma chi era allora la Naoko della notte scorsa? Non c‟è dubbio che fosse lei, non era stato un sogno: si era veramente spogliata ed era rimasta nuda davanti a me.
Reiko, fischiettando con abilità il motivo di Proud Mary, raccolse i rifiuti in una busta della spazzatura e la chiuse. Io la aiutai a riportare nel magazzino gli attrezzi e le buste del mangime.
“La mattina è quella che mi piace di più,” disse Naoko. “Sembra che tutto ricominci da capo. Invece quando arriva mezzogiorno mi viene un po‟ di malinconia. E la sera è quella che odio di più. Sono cose che penso tutti i giorni della mia vita.”
“Ed è così che anche voi senza neanche accorgervene arriverete alla mia età. Pensando che viene il mattino, e poi segue la sera,” disse allegra Reiko. “Ve ne accorgerete.”
“Però tu alla tua età sembra che ci sia arrivata contenta,” disse Naoko.
“Non si è mai contenti di invecchiare. Però devo dire che non vorrei ritornare giovane,” disse Reiko. “Perché?” chiesi io.
“Perché è una gran fatica. Non è così per tutti?” rispose Reiko. Poi, riprendendo a fischiettare Proud Mary gettò la scopa nel magazzino e chiuse la porta.
Tornati all‟appartamento, Reiko e Naoko si tolsero gli stivali di gomma, si infilarono normali scarpe da ginnastica e andarono a lavorare nei campi. “Non è molto interessante da vedere, e poi dobbiamo lavorare insieme ad altri, quindi forse è meglio che ci aspetti qui leggendo un libro,” disse Reiko.
“A proposito,” aggiunse poi, “nel bagno c‟è una bacinella piena delle nostre mutandine sporche. Ce le laveresti?” “Sul serio?” chiesi io stupito.
“Scherzo!” disse Reiko. “Non è evidente? Naoko, ma non ti fa tenerezza questo ragazzo?”
“Sì, è vero,” concesse sorridendo Naoko. “Studierò il tedesco,” dissi sollevato.
“Bravo ragazzo. Studia bene che noi torniamo prima di mezzogiorno,” disse Reiko. E tutt‟e due uscirono ridacchiando. Sentii i passi e le voci di gente che passava sotto la finestra.
Andai in bagno, mi lavai di nuovo la faccia e mi tagliai le unghie con un tagliaunghie che trovai lì. Per essere il bagno di due donne era veramente austero. A parte una crema, uno stick per le labbra, una crema per il sole e una lozione lì allineati non c‟erano veri e propri cosmetici. Finito di tagliarmi le unghie andai in cucina a farmi un caffè, e bevendolo seduto al tavolo aprii il libro di tedesco. Mentre, seduto nella mia T-shirt in un angolo soleggiato della cucina, cercavo di imparare a memoria le tabelle dei verbi tedeschi, tutt‟a un tratto fui preso da una strana sensazione. La sensazione che la grammatica tedesca e quel tavolo di cucina fossero separati da una distanza incolmabile.
Alle undici e mezzo Naoko e Reiko tornarono dai campi, fecero a turno la doccia e si cambiarono. Poi andammo tutti e tre alla mensa per il pranzo, quindi camminammo fino ai cancelli. Questa volta il custode era nella guardiola e, seduto alla scrivania, mangiava con appetito un pranzetto che dovevano avergli mandato dalla mensa. Dalla radiolina a transistor che aveva su uno scaffale si diffondeva una musica popolare. Mentre ci avvicinavamo lui ci salutò agitando la mano, e anche noi gli dicemmo buongiorno.
“Stiamo andando a fare una passeggiata,” disse Reiko, “dovremmo essere di ritorno per le tre.”
“Prego, prego, accomodatevi. È una bella giornata. Ultimamente il sentiero lungo il fiume si è rovinato per via della pioggia, perciò è un po‟ pericoloso, ma a parte quello andate pure dove volete,” disse il custode.
Su un foglio, una specie di elenco degli assenti, Reiko scrisse il suo nome, quello di Naoko e l‟orario di uscita.
“Buon divertimento, e fate attenzione,” disse il custode.
“Sembra proprio una brava persona,” dissi.
“Quello è un po‟ toccato,” disse Reiko toccandosi con il dito la testa.
Comunque, era davvero una bella giornata come aveva detto il custode. Il cielo era di un azzurro perfetto, solo interrotto, in alto, dalle sottili macchie di alcune nuvole che sembravano prove di colore fatte con pittura bianca. Camminammo per un po‟ lungo il muretto basso dell‟”Amiryō”, poi ce ne allontanammo per inerpicarci su una stradina stretta e ripida. A guidare era Reiko, Naoko era al centro e io ero l‟ultimo. Reiko avanzava per la salita col passo deciso di una per la quale la montagna non ha segreti. Eravamo tanto impegnati a salire che quasi non aprivamo bocca. Naoko si era sfilata la giacca, che portava in mano, rimanendo in blue-jeans e in camicia bianca. Io camminavo guardando i suoi capelli lisci che le ondeggiavano sulle spalle mentre saliva. Ogni tanto si girava verso di me e quando i nostri occhi si incontravano mi sorrideva. La strada era talmente lunga che mi sentivo prossimo allo svenimento, ma l‟andatura di Reiko non accusava il minimo cedimento e anche Naoko, che di quando in quando si asciugava il sudore con il fazzoletto, la seguiva senza restare indietro. Io, che da tempo non scalavo una montagna, avevo il fiato corto.
“Salite spesso su questa montagna?” chiesi a Naoko.
“Circa una volta alla settimana,” rispose Naoko. “È abbastanza dura, vero?” “Un po‟.”
“Coraggio, abbiamo fatto già più di due terzi. Sei un uomo, no? Ancora un piccolo sforzo,” disse Reiko.
“È la mancanza di attività fisica,” dissi.
“Sì, le sue attività fisiche sappiamo quali sono,” disse Naoko, come parlando fra sé.
Avrei voluto replicare qualcosa, ma ero talmente senza fiato che non ci riuscii. Ogni tanto degli uccelli rossi con un ciuffo di penne in testa a mo‟ di decorazione passavano in volo davanti a noi, smaglianti sullo sfondo del cielo azzurro. I prati montani che ci circondavano erano tutti ricoperti di fiori bianchi, azzurri e gialli, e qui e là si sentiva il fruscio d‟ali delle api. Guardando il paesaggio intorno a noi continuavo ad avanzare passo dopo passo senza più pensare a niente.
Poi finalmente la strada giunse alla fine e ci ritrovammo su una specie di altipiano. Ci fermammo un attimo per asciugarci il sudore, riprendere fiato e bere un po‟ di acqua dalla borraccia. Reiko trovò una foglia con cui costruì uno zufolo rudimentale e si mise a fischiettare.
La strada si era trasformata in una lieve discesa, ai cui lati alte piante di susuki crescevano fitte. Dopo aver camminato un altro quarto d‟ora passammo davanti a un piccolo villaggio dove non si vedeva anima viva e dove le case, una dozzina o poco più, avevano tutta l‟aria di essere abbandonate. L‟erba attorno alle case era così alta da arrivare ai fianchi e le fessure sui muri erano piene di guano di corvi seccatosi e diventato bianco. Una casa era completamente crollata, erano rimasti solo i pilastri ma ce n‟erano alcune dove sarebbe bastato aprire gli scuri per poterci vivere subito. Passammo tra quelle case morte e silenziose.
“Fino a sette otto anni fa qui ci abitavano un po‟ di persone,” mi spiegò Reiko. “E intorno c‟erano anche campi coltivati. Però ormai se ne sono andati via tutti. La vita era troppo dura. D‟inverno quando si accumula la neve si rimane completamente bloccati, e poi non è che la terra sia tanto fertile. Conviene molto di più scendere a lavorare in città.” “Peccato però. Ci sono alcune case che sarebbero ancora abitabili,” dissi.
“C‟è stato un periodo in cui sono venuti a starci degli hippies, ma appena hanno cominciato a sentire l‟aria dell‟inverno se ne sono scappati.”
Superato il villaggio, dopo essere andati avanti per un po‟ ci trovammo in un grande pascolo circondato da uno steccato. Un grosso cane ci venne incontro scodinzolando, si appoggiò con le zampe a Reiko annusandole la faccia, poi saltò su Naoko come per giocare. Feci un fischio e il cane venne a leccarmi la mano con la sua lunga lingua penzolante.
“È il cane del pascolo,” disse Naoko carezzandogli la testa. “Credo che ormai abbia quasi vent‟anni, e siccome ha i denti deboli non può mangiare niente di solido. Sta sempre a dormire fuori dal bar, e quando sente il rumore di passi subito corre a farsi coccolare.”
Reiko tirò fuori dallo zaino qualche pezzetto di formaggio e il cane, sentendo l‟odore, si precipitò e ci si buttò sopra felice.
“Anche questo signorino non lo vedremo più per molto,” disse Reiko dando qualche colpetto sulla testa del cane. “Verso la metà di ottobre se ne va anche lui su delle camionette, con i cavalli e le mucche, in un altro pascolo più in basso. Qui viene usato come pascolo solo d‟estate: fanno mangiare l‟erba alle bestie e aprono un piccolo bar per i turisti. Anche se di turisti che vengono a fare gite qui su quando tutto va bene ce ne sono una ventina al giorno. Non ti va di bere qualcosa?” “Mi andrebbe,” dissi.
Il cane si alzò per primo e ci guidò al bar. Era un piccolo edificio pitturato di bianco con una veranda sul davanti e un‟insegna scolorita con su il disegno di una tazza da caffè. Precedendoci il cane salì sulla veranda, vi si stese lungo lungo e socchiuse gli occhi. Ci sedemmo a un tavolino e subito dall‟interno venne una ragazza con la coda di cavallo, una felpa e dei jeans bianchi, che salutò Reiko e Naoko con familiarità.
“Lui è un amico di Naoko,” mi presentò Reiko.
“Salve,” disse la ragazza.
“Salve,” dissi io.
Mentre loro tre parlavano del più e del meno io accarezzavo il cane, steso sotto il tavolo, sul collo irrigidito per la vecchiaia. Mentre lo massaggiavo su quella parte rigida lui chiuse gli occhi deliziato continuando a respirare con affanno.
“Come si chiama?” chiesi alla ragazza.
“Pepe,” rispose lei.
“Pepe,” provai a chiamare, ma il cane non ebbe la minima reazione. “È duro d‟orecchi. Se non lo chiami forte non ci sente,” disse la ragazza, parlando nel dialetto di Kyōto.
“Pepe,” gridai. Questa volta il cane aprì gli occhi, si alzò e abbaiò.
“Buono, buono, torna a dormire che così camperai più a lungo,” disse la ragazza sempre nel suo dialetto, e il cane tornò a stendersi ai miei piedi.
Naoko e Reiko ordinarono latte con ghiaccio mentre io chiesi una birra. Reiko chiese alla ragazza di accendere la radio, e un attimo dopo dalle FM si diffuse Spinning Wheel dei Blood, Sweat & Tears.
“A dire la verità io vengo qui proprio per sentire i programmi in FM,” disse Reiko con aria soddisfatta. “Sai, da noi non c‟è la radio, e se non venissi qui qualche volta non avrei proprio idea di che musica ascolta oggi la gente nel mondo.”
“Resti qui anche a dormire?” chiesi alla ragazza.
“Fossi matta!” rispose lei ridendo. “Se stessi qui di notte morirei di malinconia. Prima di sera quelli del pascolo mi portano fino in città con quello, e poi ritorno di nuovo la mattina,” disse la ragazza indicando un fuoristrada parcheggiato davanti a una guardiola, un po‟ più in là.
“Ormai è quasi tempo di chiudere, vero?” chiese Reiko.
“Eh sì, la stagione ormai è bell‟e finita,” disse la ragazza. Reiko tirò fuori le sigarette, e tutt‟e due fumarono.
“Sentiremo la tua mancanza, quando non verrai più,” disse Reiko.
“Ma a maggio dell‟anno prossimo sarò qui puntuale,” rispose l‟altra ridendo.
La radio trasmetteva adesso White Room dei Cream. Ci fu un‟interruzione pubblicitaria, quindi andò in onda Scarlborough Fair di Simon & Garfunkel. Quando fu finita Reiko disse: “Mi piace questa canzone”.
“Ho visto anche il film,” dissi.
“Con chi è il film?”
“Con Dustin Hoffman.”
“Non lo conosco,” disse Reiko con un‟espressione malinconica. “Il mondo cambia ogni giorno, e io non so più niente.”
“Mi porti la chitarra?” chiese Reiko alla ragazza. “Certo,” disse lei, spense la radio e andò dentro a prendere una vecchia chitarra. Il cane alzò la testa e annusò l‟odore della chitarra. “Questa non si mangia,” disse Reiko ad alta voce per farsi sentire dal cane. Un vento che sapeva di erba attraversò la veranda. Il profilo dei monti si stendeva nitido davanti ai nostri occhi.
“Sembra una scena di Tutti insieme appassionatamente, “dissi a Reiko che stava accordando la chitarra.
“Tutti insieme appassionatamente? E che roba è?” fece lei. Reiko suonò gli accordi iniziali di Scarlborough Fair. La prima volta ebbe qualche difficoltà a trovare gli accordi giusti, non avendo la partitura, ma dopo vari tentativi riuscì a suonarla tutta di seguito. La terza volta la rifece, sempre più sicura, inserendovi anche degli abbellimenti.
“Non per dire, ma ho orecchio,” disse Reiko strizzandomi l‟occhio. “Mi basta sentire un pezzo due tre volte per riuscire a suonarlo.”
Quindi suonò di nuovo Scarlborough Fair, ormai perfettamente, canticchiandone anche il motivo a bocca chiusa. Noi tre applaudimmo e lei abbassò la testa in un perfetto inchino.
“Quando suonavo i concerti di Mozart avevo molti di più ad applaudirmi,” disse Reiko.
La ragazza del bar disse: “Se mi suoni Here Comes the Sun il latte freddo lo offre la casa”. Reiko alzò il pollice come a dire: affare fatto. Quindi suonò Here Comes the Sun, questa volta accompagnandosi cantando. La sua voce non era molto potente, e forse anche per via del fumo era un po‟ roca, ma era piacevole ed espressiva. Mentre ero lì a bere la birra, guardando le montagne, con Reiko che cantava, avevo davvero la sensazione che il sole dovesse da un momento all‟altro spuntare di nuovo. Era una sensazione infinitamente calda e dolce.
Dopo aver finito Here Comes the Sun, Reiko restituì la chitarra alla ragazza e le chiese di riaccendere la radio. E poi disse a me e Naoko: “Voi due perché non andate a fare una passeggiata da queste parti, e tornate fra un‟oretta? Io nel frattempo sentirò la radio e farò due
chiacchiere con lei. Basta che siate qui per le tre.”
“Davvero possiamo restare soli così a lungo?” chiesi io.
“In realtà sarebbe vietato. Però che fa? E poi io non sono mica una dama di compagnia, mi fa anche piacere stare un po‟ in ozio da sola. Inoltre tu sei venuto apposta fin qui da lontano, avrai ancora tante cose da dire, no?” disse Reiko accendendosi una nuova sigaretta.
“Andiamo,” disse Naoko alzandosi.
Anch‟io mi alzai e seguii Naoko. Il cane aprì gli occhi e ci venne dietro per un po‟, ma presto ci rinunciò e tornò al suo posto. Noi camminavamo senza fretta lungo il piatto sentiero che fiancheggiava lo steccato del pascolo. Ogni tanto Naoko mi prendeva la mano o infilava il braccio sotto il mio.
“Camminare così non ti ricorda i vecchi tempi?” disse Naoko.
“Non sono „vecchi tempi‟. Era la primavera di quest‟anno,” dissi ridendo. “Abbiamo passeggiato così fino a questa primavera. Se per te questo vuoi dire „vecchi tempi‟, dieci anni fa è preistoria?
“Infatti sembra preistoria,” disse Naoko. “Comunque scusami per ieri. Non so perché mi sono fatta prendere da quell‟attacco, proprio ora che sei venuto tu. Non avrei dovuto.”
“Non fa niente. Anzi credo che sia tu sia io dobbiamo tirare fuori ancora di più le cose che abbiamo chiuse dentro. Perciò se devi sfogare le tue emozioni con qualcuno, preferirei che lo facessi con me. Servirà a capirci meglio tutt‟e due.”
“E se tu mi capissi, questo a cosa porterebbe?”
“Non è questo il punto,” dissi. “Non è una questione di „a cosa porterebbe‟. Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c‟è di strano se nel mondo c‟è uno che è interessato a capire te?”
“Come una specie di hobby?” disse Naoko perplessa.
“Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby, non c‟è niente di male.”
“Dimmi una cosa,” disse Naoko. “A te piaceva Kizuki, vero? Gli volevi bene?”
“Certo,” risposi.
“E Reiko?”
“Anche Reiko mi piace un sacco. È proprio una in gamba.”
“Come mai a te piacciono sempre persone così?” disse Naoko. “Abbiamo tutti qualcosa di squilibrato, qualcosa che non funziona, tutte persone che non sanno nuotare come si deve e che vanno sempre più a fondo. Siamo tutti così, in un modo o nell‟altro: io, Kizuki, Reiko. Come mai non ti piacciono persone più normali?”
“Io non penso che sia così,” dissi dopo aver riflettuto un momento. “Per me non avete proprio niente di squilibrato, né tu né Kizuki né Reiko. Le persone che sembrano squilibrate a me sono tutte quelle che vanno in giro per il mondo senza nessun problema.”
“Ma noi lo siamo, squilibrati. Io lo so,” disse Naoko.
Per un po‟ continuammo a camminare in silenzio. La strada a un certo punto si staccava dal pascolo per sbucare in una radura circolare tutta circondata da alberi che sembrava un laghetto.
“A volte mi sveglio nel pieno della notte, e provo una paura insopportabile,” disse Naoko appoggiandosi al mio braccio. “Quella di rimanere sempre così, con la testa sottosopra, senza riuscire a tornare più come prima, e invecchiare e finire qui. Quando penso questo, mi sento gelare fino al midollo. È terribile. Un‟atroce sensazione di gelo.” Passai il braccio attorno alle spalle di Naoko e la strinsi a me.
“Ho come la sensazione che Kizuki, da un luogo scuro, mi tenda la mano e mi cerchi. Naoko, Naoko, noi non possiamo separarci. E quando sento queste parole io... io mi sento veramente impazzire.” “Cosa fai quando ti succede?” chiesi.
“Se te lo dico non penserai cose strane?”
“No, dimmi.”
“Chiedo a Reiko di abbracciarmi,” disse Naoko. “La sveglio, mi infilo nel suo letto e mi faccio abbracciare forte. E lei mi accarezza, finché non si comincia a sciogliere questa sensazione di gelo. Ti sembra una cosa strana?”
“No, non è strano per niente. È solo che vorrei essere io ad abbracciarti al posto di Reiko.”
“Abbracciami adesso, qui,” disse Naoko.
Ci sedemmo sull‟erba secca di quella radura e ci abbracciammo. Fummo completamente sepolti dall‟erba e non vedevamo altro che il cielo e le nuvole. Con dolcezza feci stendere sull‟erba Naoko e la strinsi. Il suo corpo era caldo e morbido e le sue mani mi cercavano. Ci baciammo con trasporto.
“Watanabe?” mi sussurrò Naoko all‟orecchio.
“Sì?”
“Vorresti fare l‟amore con me?”
“Naturalmente,” dissi. “Ma puoi aspettare?”
“Naturalmente posso aspettare.”
“Prima vorrei cercare di mettere un po‟ di ordine dentro di me. E se riesco in questo, forse riuscirò a diventare una compagna più adatta per te. Puoi aspettare fino ad allora?”
“Naturalmente.”
“Adesso ce l‟hai duro?”
“Cosa? Il callo sotto il piede?” “Scemo,” disse Naoko ridendo.
“Se vuoi sapere se ho un‟erezione la risposta è sì, naturalmente.”
“Pensi che puoi anche finirla con tutti questi „naturalmente‟?”
“Va bene, non lo dico più.”
“È doloroso?”
“Cosa?”
“Averlo duro.” “Doloroso?” ripetei.
“Voglio dire... è difficile da sopportare?”
“Hmm... dipende dal punto di vista.”
“Vuoi che ti faccia venire?”
“Con la mano?”
“Sì,” disse Naoko. “Senti, già da un po‟ mi preme contro, mi fa un po‟ male.”
Mi spostai un pochino. “Così va bene?” dissi.
“Sì, grazie.”
“Senti, Naoko...” dissi.
“Sì?”
“Sì, vorrei che lo facessi.”
“Va bene,” disse lei sorridendo. Poi abbassò la lampo dei miei pantaloni e strinse nella mano il mio pene eretto.
“È caldo,” disse Naoko.
Fermai la mano di Naoko che cominciava a muoversi, sbottonai la sua maglia, passai le mani dietro la sua schiena e le sganciai il reggiseno. Poi baciai dolcemente i suoi seni morbidi e rosei. Naoko chiuse gli occhi e le sue dita cominciarono a muoversi piano piano.
“Ci sai fare, sai?” dissi.
“Su, da bravo, stai zitto,” disse Naoko.
Dopo essere venuto, la strinsi dolcemente e la baciai di nuovo. Naoko si rimise a posto il reggiseno e la maglia e io richiusi la lampo dei pantaloni.
“Adesso ti senti un po‟ meglio?” chiese Naoko.
“Sì, grazie a te,” risposi.
“Ti va di camminare un altro po‟?” “Va bene,” dissi.
Attraversammo la radura, poi un boschetto, quindi un‟altra radura. E mentre camminavamo Naoko mi raccontò della sorella morta. Fino ad oggi non ne ho parlato quasi con nessuno, disse, ma voglio parlartene perché penso sia meglio che tu sappia.
“Lei era più grande. Tra noi c‟erano sei anni di differenza, e anche di carattere eravamo abbastanza diverse, però avevamo un ottimo rapporto,” Naoko cominciò a raccontare. “Non abbiamo litigato una volta. Detto questo, ogni tanto avevamo anche delle divergenze, ma mai al punto di arrivare a una lite.
“Lei era il tipo che eccelleva in qualsiasi cosa facesse. Era sempre la prima nello studio, nello sport, aveva successo con la gente, era una leader. In più essendo gentile e dal carattere aperto, era corteggiata dai ragazzi e coccolata dai professori. Di menzioni speciali e premi vari ne aveva già ricevuti un centinaio. In ogni scuola pubblica di solito trovi una ragazza così. Però, non perché fosse mia sorella, ma lei non era affatto viziata da tutto questo, e non era un tipo da approfittarne o darsi delle arie. Non era neanche una che cercasse di attrarre l‟attenzione degli altri in modo clamoroso. Era solo che qualsiasi cosa facesse, era sempre la prima.
“Così, sin da quand‟ero piccola, decisi che io sarei stata „quella carina‟.”
Parlando Naoko non smetteva di giocare con le piume dei susuki. “Capisci, vero? Io ero cresciuta sentendomi sempre dire da tutti quanto mia sorella era intelligente, quanto era brava negli sport, quanto successo aveva con la gente eccetera. Qualunque cosa potessi fare non avrei mai potuto superarla. E dato che l‟unica cosa che io avessi in più era che di viso ero un po‟ più carina, anche i miei genitori mi educarono coltivando questo aspetto. Perciò scelsero per me un certo tipo di scuola e mi ci mandarono sin dalle elementari. Con quel che segue di vestitini di velluto, camicette ricamate, scarpette di vernice, lezioni di piano e di danza classica. Però per fortuna mia sorella mi voleva bene e mi coccolava molto. Sai, ero la sorellina piccola e carina. Mi comprava continuamente regalini, mi portava in un sacco di posti, mi aiutava a fare i compiti. Mi portava con sé anche quando usciva con il suo ragazzo o con amici. Insomma era una sorella veramente cara.
“Nessuno ha mai capito perché si sia uccisa. È stato come quando è morto Kizuki. Proprio identico. Anche lei aveva diciassette anni, anche lei non aveva manifestato nessun proposito di volersi uccidere e non lasciò nessuna lettera. Identico, non trovi?” “Davvero,” dissi.
“Tutti dissero che era stato perché lei era troppo intelligente, leggeva troppi libri. Che leggesse molto era vero. Aveva un sacco di libri e dopo la sua morte anch‟io ne ho letti molti. È stato molto triste. C‟erano dei commenti scritti da lei, e tra le pagine fiori secchi e lettere dei suoi ragazzi. Mi sono fatta tanti di quei pianti...”
Naoko rimase per qualche istante in silenzio, continuando a strappare le piume dei susuki.
“Lei era abituata a risolvere quasi tutte le sue cose da sola. Non chiedeva mai consiglio o aiuto a qualcuno. Non perché fosse troppo orgogliosa, credo, ma semplicemente perché le veniva naturale fare così. Anche i nostri genitori ci avevano fatto l‟abitudine ed erano convinti che se la cavasse bene da sola. Io discutevo spesso delle mie cose con lei, e lei con molto affetto mi dava tanti consigli, ma lei non si è mai confidata con nessuno. Risolveva tutto da sola. Non si arrabbiava mai e non era mai di cattivo umore. Davvero, sai, non esagero. Di solito, per esempio, quando a una ragazza vengono le mestruazioni diventa irritabile, capita a tutte. Lei no. Lei invece di diventare di cattivo umore veniva presa dalla depressione. Quando le succedeva, di solito una volta ogni due, tre mesi, si ritirava in camera sua e stava a letto per due giorni. Saltava la scuola e quasi non toccava cibo. Si chiudeva al buio e restava in catalessi, senza fare niente. Però non era di cattivo umore. Quando io tornavo da scuola mi chiamava nella sua stanza, mi faceva sedere sul letto accanto a lei e io le raccontavo cosa avevo fatto quel giorno. Che giochi avevo fatto con i compagni, cosa avevano detto i professori, i voti che avevo preso nei compiti in classe, cose così, senza importanza. E dopo avermi ascoltato con partecipazione, faceva dei commenti o mi dava dei consigli. Però quando me ne andavo, per esempio a casa delle amiche o a scuola di danza, lei sprofondava di nuovo in quello stato. Poi, dopo un paio di giorni, ritornava naturalmente alla normalità e riprendeva ad andare a scuola in piena forma come se non fosse successo niente. Credo che questo sia durato per almeno quattro anni. All‟inizio i miei erano preoccupati, e pare che abbiano anche consultato un dottore, comunque visto che dopo un paio di giorni lei si riprendeva sempre, si convinsero che era meglio non starle troppo addosso e aspettare che le passasse naturalmente. Tanto era una ragazza intelligente e che sapeva il fatto suo.
“Però dopo la morte di mia sorella una volta sentii parlare i miei genitori. Parlavano del fratello più piccolo di mio padre, morto molti anni prima. Anche lui era un ragazzo intelligentissimo, ma dai diciassette ai ventun anni si chiuse in casa finché un giorno all‟improvviso uscì e andò a gettarsi sotto un treno. E mio padre disse: „Dev‟essere una cosa ereditaria, da parte della mia famiglia‟.”
Mente parlava, senza accorgersene Naoko aveva aperto con le dita una pannocchia di susuki le cui piume si dispersero al vento. Quando si fu tutta svuotata, si arrotolò lo stelo attorno alle dita come uno spago.
“A trovare mia sorella morta fui io,” continuò Naoko. “L‟autunno del sesto anno di elementari. A novembre. Pioveva, era un giorno grigio e cupo. Allora mia sorella era al terzo anno di liceo. Ero tornata dalla lezione di piano verso le sei e mezzo. Mia madre stava preparando la cena e mi disse: „Vai a chiamare tua sorella che è pronto‟. Salii al piano di sopra, bussai alla sua porta e gridai: „È pronto da mangiare!‟ Però non mi rispose, c‟era completo silenzio. Strano, pensai, e bussando di nuovo aprii piano la porta. Si sarà addormentata, pensavo. Ma lei non dormiva. Era in piedi davanti alla finestra, con il collo leggermente inclinato da una parte, e guardava fisso fuori. Come se stesse pensando a qualcosa. La stanza era al buio, la luce era spenta e si vedeva a malapena. „Ma che stai facendo? È pronto!‟ dissi io. Ma subito dopo aver parlato notai che lei era più alta del solito. Com‟è possibile? pensai meravigliata. Forse si era messa dei tacchi alti, o era salita su qualcosa? Mentre mi avvicinavo per chiamarla di nuovo me ne accorsi. Del fatto che aveva una corda attaccata al collo. La corda pendeva dritta da un gancio sul soffitto, incredibilmente diritta, come se qualcuno usando una riga avesse tracciato una linea perfetta nello spazio. Mia sorella portava una camicetta bianca, sì, una camicetta semplice proprio come quella che porto io adesso, e una gonna grigia e aveva i piedi completamente tesi come una ballerina sulle punte, ma tra il pavimento e le punte dei piedi c‟era uno spazio vuoto, senza niente, di circa venti centimetri. Vidi tutto, nei minimi particolari. Anche il viso. Lo vidi, non avrei potuto non vederlo. Pensai: devo scendere subito a chiamare la mamma, devo gridare. Ma il corpo non ascoltava. Il corpo si muoveva per conto suo, completamente staccato dalla coscienza. Anche se la mia coscienza diceva che dovevo subito correre giù, il mio corpo, muovendosi per conto suo, cercava di liberare mia sorella da quella corda. Però naturalmente era impossibile che ci riuscissi con le mie forze di bambina, e poi credo di essere rimasta lì cinque o sei minuti catatonica, completamente staccata dalla coscienza. Come se qualcosa fosse morto dentro di me. Fino a quando non arrivò mia madre a vedere e disse: „Ma che state facendo?‟ io rimasi lì, insieme a mia sorella. In quel posto freddo e buio...” Naoko scosse la testa.
“Poi rimasi tre giorni senza parlare. A letto, come se fossi morta, con gli occhi sbarrati. Non capivo più niente.” Naoko si appoggiò al mio braccio. “Te l‟ho scritto nella lettera, ti ricordi? Io sono una persona molto più imperfetta di quanto tu creda. La malattia è molto più grave di quanto credi, e ha radici molto profonde. Perciò se puoi andare avanti da solo, vorrei che lo facessi. Senza aspettarmi. Se vuoi fare l‟amore con altre ragazze, fallo. Non tirarti indietro pensando a me, cerca di fare le cose che vuoi. Se non fai così potrei finire col trascinarti sulla mia strada e questa è l‟unica cosa che voglio evitare a tutti i costi. Non voglio essere di ostacolo alla tua vita. Non voglio ostacolare la vita di nessuno. Come ti ho già detto prima, vieni qualche volta a trovarmi, e ricordati sempre di me. È solo questo che desidero.” “Ma io non è solo questo che desidero,” dissi.
“Ma se tu continui a stare con me sprecherai la tua vita.”
“No, non sprecherò proprio niente.”
“Può darsi che io non guarisca mai. Mi aspetteresti lo stesso? Ce la faresti ad aspettarmi dieci anni, vent‟anni?”
“Tu hai troppa paura,” dissi. “Del buio, dei brutti sogni, del potere dei morti. Quello che devi fare è dimenticarli, se riesci a dimenticarli ce la farai sicuramente a guarire.”
“Se riesco, a dimenticare,” disse Naoko scuotendo un po‟ la testa. “Se puoi uscire di qui, ti andrebbe di vivere insieme?” dissi. “Ti difenderei dal buio e dai brutti sogni, e quando stai male potrei abbracciarti come fa Reiko.”
Naoko si strinse più forte al mio braccio e disse: “Se fosse possibile, sarebbe bellissimo.”
Quando tornammo al bar erano da poco passate le tre. Reiko leggeva un libro ascoltando alla radio il secondo concerto per piano di Brahms.
La scena con la musica di Brahms che si diffondeva per il prato dove a perdita d‟occhio non si vedeva nessuno, era incantevole. Reiko accompagnava fischiettando il violoncello che apriva il terzo movimento.
“Sono Backhaus e Böhm,” disse Reiko. “Un tempo ho sentito questo disco tante volte da consumarlo. Anzi l‟ho proprio consumato. Lo ascoltavo e riascoltavo. Per assimilarlo.” Io e Naoko ordinammo due caffè caldi.
“Siete riusciti a parlare?” chiese Reiko a Naoko.
“Sì, moltissimo,” rispose lei.

Dopo mi dovrai raccontare bene i particolari. Come ce l‟ha e tutto il resto.”
“Non abbiamo fatto niente del genere,” disse Naoko arrossendo. “Davvero? Proprio niente?” chiese Reiko rivolta a me. “Niente,” confermai.
“Che delusione!” disse Reiko, con un‟aria davvero delusa. “Sì, davvero,” dissi io sorseggiando il caffè.
Alla mensa quella sera la scena era più o meno uguale al giorno prima. Stessa atmosfera, stessi toni di voce, stesse facce: solo il menu era cambiato. L‟uomo in camice bianco che il giorno prima parlava del comportamento delle secrezioni gastriche in assenza di gravità, venne a sedersi al nostro tavolo e cominciò una lunga dissertazione sul rapporto tra dimensioni del cervello e capacità cerebrali. Mentre mangiavamo una specie di hamburger di fagioli di soia lui dissertava sul volume del cervello di Bismarck e Napoleone. Spostando il suo piatto da un lato, con una penna fece su un blocco il disegno di un cervello. Poi, non contento, lo rifece più volte. Quando finalmente fu soddisfatto, rimise con cura il blocchetto nella tasca del camice e la penna nel taschino sul petto, insieme ad altre due penne, una matita e un righello. Finito di mangiare, esattamente come il giorno prima mi disse: “Qui è molto bello d‟inverno. La prossima volta cerchi di venire senz‟altro in inverno,” quindi si allontanò.
“Quel signore è un dottore o un paziente?” chiesi a Reiko.
“Secondo te?”
“Non ho la minima idea. In ogni caso non mi sembra molto a posto con la testa.”
“È un medico. Il dottor Miyata,” disse Naoko.
“Comunque, da queste parti è il più fuso, ci puoi scommettere,” disse Reiko.
“Ti dimentichi di Omura, il custode, che è un altro abbastanza fuori di testa,” disse Naoko.
“Ah, sì, quello è proprio pazzo,” convenne Reiko, infilando i broccoli con la forchetta. “Tutte le mattine fa una specie di assurda ginnastica urlando cose incomprensibili. Poi, ma questo succedeva prima che venisse Naoko, abbiamo avuto una ragazza dell‟amministrazione, una certa Kinoshita, che soffriva di nevrosi e tentò il suicidio, e un‟altra, un‟infermiera, la Tokushima, un caso grave di alcolismo, che fu mandata via.”
“Si potrebbero quasi invertire i ruoli, tra personale e pazienti,” dissi io impressionato.
“Assolutamente,” disse Reiko agitando la forchetta nel parlare. “Vedo che cominci già a capire come vanno le cose nel mondo.” “Sto imparando,” risposi.
“Mah, in una cosa sicuramente noialtri siamo normali,” disse Reiko. “Nel fatto che almeno sappiamo di non esserlo.”
Tornati all‟appartamento, io e Naoko ci mettemmo a fare una partita a carte, mentre Reiko prese la chitarra e ricominciò a esercitarsi con Bach.
“A che ora parti domani?” chiese Reiko, smettendo un attimo di suonare per accendersi una sigaretta.
“Pensavo di andare via dopo colazione. Il pullman passa poco dopo le nove, e se prendo quello ce la faccio ad andare al lavoro la sera.” “Peccato. Sarebbe stato bello se avessi potuto fermarti un po‟ di più.” “Però correrei il rischio di restare qui per sempre,” dissi ridendo. “Forse hai ragione,” disse Reiko. Poi, rivolta a Naoko: “A proposito... mi ero dimenticata. Devo andare dalla Oka a prendere l‟uva”.
“Vuoi che ti accompagnamo?” chiese Naoko. “Veramente ti volevo rubare un po‟ Watanabe. Ti spiace?”
“No, fai pure.”
“Allora vieni, faremo anche stasera la nostra passeggiatina serale,” disse Reiko prendendomi la mano. “Ieri ero arrivata quasi fino alla fine,
perciò stasera vorrei raccontarti il resto della storia.” “Andate, andate tranquilli,” disse Naoko ridendo.
Dato che il vento era un po‟ freddo, Reiko si era messa sulla camicia un cardigan azzurro chiaro e aveva le mani nelle tasche dei pantaloni. Camminando a un tratto guardò in alto e annusò l‟aria come un cane. Quindi disse: “C‟è odore di pioggia”. Provai ad annusare anch‟io ma non sentii nessun odore. Nel cielo però le nuvole si erano addensate e nascondevano anche la luna.
Qui a starci a lungo si impara a riconoscere i cambiamenti di tempo dall‟odore dell‟aria,” disse Reiko.
Entrati in un boschetto dove c‟erano gli alloggi del personale, Reiko mi disse di aspettarla un secondo, andò a una villetta e suonò il campanello. Una signora venne alla porta, scambiò alcune parole e risatine con Reiko, poi andò dentro e tornò con una grande busta di plastica. Reiko la prese, ringraziò, le augurò la buona notte e mi raggiunse.
“Guarda quanta me ne ha data!” disse Reiko mostrandomi il contenuto della busta di plastica. Dentro c‟erano molti grappoli d‟uva.
“Ti piace l‟uva?”
“Sì, molto.”
Prese il grappolo che stava più in alto e me lo porse. “È già lavata, la puoi mangiare così.”
La mangiavo mentre camminavo, sputando per terra le pellicine e i semi. Aveva un sapore delizioso.
“A volte do lezione di piano al ragazzino, così per ringraziarmi mi regalano spesso delle cose. Anche il vino di ieri me l‟avevano dato loro. Ogni tanto fanno anche qualche piccola spesa per me in città.” “Dai, sono ansioso di sapere il seguito della storia,” dissi.
“Ecco, ecco,” disse Reiko. “Però se tutte le sere ci mettiamo tanto tempo a tornare, Naoko potrebbe pensare qualcosa di male.”
“Correrò il rischio, pur di sentire tutta la storia.”
“E va bene. Però andiamo a metterci al chiuso. Stasera fa un po‟ fresco.”
Girammo a sinistra del campo da tennis, scendemmo per una scalinata stretta e ci ritrovammo in uno spazio dove erano allineati alcuni piccoli depositi, che sembravano degli appartamenti prefabbricati. Reiko aprì la porta della prima di quelle costruzioni, entrò e accese la luce. “Vieni. Non ti aspettare un salotto, però...”
Dentro c‟erano, ordinatamente custoditi, gli equipaggiamenti per lo sci di fondo: sci, bastoncini, scarponi, e sul pavimento, disposti in pile, attrezzi per spalare la neve e sostanze chimiche anticongelanti.
“Un tempo venivo spesso qui a fare esercizio di chitarra. Quando avevo voglia di star sola. È un posticino accogliente, non trovi?”
Reiko si sedette su un sacco pieno di anticongelanti e mi fece sedere accanto a lei.
“Affumicherò un po‟ l‟ambiente, ti dispiace se fumo?” “Prego, fai pure,” dissi.
“È l‟unica cosa che non riesco a smettere,” disse Reiko corrugando la fronte. Poi aspirò il fumo con evidente piacere. È raro vedere persone che fumino con tanto gusto. Io mangiavo l‟uva, un chicco alla volta, buttando i semi e le bucce in un contenitore di latta che fungeva da cestino dei rifiuti.
“Ieri dove ero arrivata?” chiese Reiko.
“Eri arrivata a quella notte di tempesta quando ti arrampicasti su una roccia scoscesa per prendere il nido di un martin pescatore,” risposi io.
“Uno che riesce a scherzare mantenendo una faccia così seria deve avere una faccia tosta notevole,” disse Reiko presa in contropiede. “Allora te lo dico io. Ero arrivata al punto in cui la ragazza veniva tutti i sabato mattina a prendere lezione di piano.”
“Sì, esatto.”
“Se si dovesse dividere il mondo tra le persone che hanno un talento per insegnare qualcosa agli altri e quelle che questo talento non ce l‟hanno, io credo che rientrerei nel primo gruppo,” disse Reiko. “E dire che da giovane non lo pensavo affatto, forse perché l‟idea non mi allettava. Invece, arrivata a una certa età, quando cominci a renderti conto di tante cose, lo capii chiaramente. Che ero brava a insegnare agli altri, voglio dire. E lo sono davvero, sai?”
“Ne sono convinto.”
“Sono molto più paziente con gli altri di quanto lo sia con me stessa, e mi è molto più facile tirar fuori i lati positivi nelle cose degli altri che non nelle mie. Sono un tipo così. È un po‟ come essere quella superficie ruvida su una scatola di fiammiferi. Il che mi sta benissimo, intendiamoci. Meglio essere una scatola di prima qualità che un fiammifero scadente. Ma anche se da giovane avevo già insegnato a diversa gente, fu solo dopo aver cominciato a dare lezioni a quella ragazza che mi resi conto di tutto questo. Per la prima volta pensai: ma possibile che io avessi questo talento per insegnare?
Questo per dirti quanto andavano bene le lezioni con lei. Come ti dicevo ieri, dal punto di vista tecnico lei non valeva molto, ma d‟altra parte non aveva ambizione di diventare una vera musicista, il che mi permetteva di affrontare questo insegnamento in modo rilassato. Per di più lei frequentava una di quelle scuole private che ti garantiscono l‟iscrizione all‟università senza sforzo anche con dei voti appena sufficienti, così anche la madre era la prima a esortarla a praticare la musica senza darsi troppa pena, come una specie di hobby per signorine. Quindi io non esercitavo su di lei nessuna pressione, un po‟ per tutte queste ragioni, ma anche perché avevo capito dal primo momento che era una ragazza insofferente a ogni tipo di costrizione. Magari ti diceva „sì, certo,‟ col più docile dei sorrisi, ma faceva solo e nel modo più assoluto quello che a lei stessa andava di fare. All‟inizio la lasciavo suonare come piaceva a lei senza nessuna interferenza. Poi suonavo io lo stesso pezzo mostrandole diverse esecuzioni possibili, e insieme discutevamo sui pro e i contro delle varie versioni. Quindi le facevo suonare di nuovo il brano, e a quel punto la sua esecuzione risultava notevolmente migliorata rispetto a prima. Era riuscita a comprendere i punti migliori e a farli suoi.”
Reiko aspirò una boccata di fumo guardando la punta della sigaretta che si accendeva. Io continuavo a mangiare l‟uva in silenzio.
“Ritengo di avere un certo intuito musicale, ma quella ragazza mi superava. Che peccato, pensavo io, se sin da piccola fosse stata seguita da un buon maestro e avesse ricevuto una preparazione come si deve, forse avrebbe raggiunto dei risultati. Ma il punto era un altro. E cioè che lei non avrebbe potuto sopportare nessun tipo di disciplina. Ci sono persone così, persone dotate di un meraviglioso talento ma che, non riuscendo a compiere lo sforzo necessario per dargli una forma, finiscono col dissiparlo. Ne ho viste, sai? negli anni. All‟inizio ti lasciano a bocca aperta. Gente che vedendo per la prima volta lo spartito suona senza una sola incertezza il brano più difficile del mondo. E anche con un certo stile. Roba che a guardarli ti senti piccolo piccolo.
Pensi di non valere niente al confronto. Però è tutto lì, non c‟è altro. Oltre quel punto non sanno andare. Perché? Perché non si sforzano di farlo. Non hanno acquisito la disciplina che ti fa compiere degli sforzi. Sono viziati. Avendo talento, sebbene non coltivato, sin da bambini se la sono sempre cavata senza sforzo, circondati dall‟entusiasmo e dall‟ammirazione di tutti, e arrivano a considerare gli sforzi, la disciplina, con una specie di disprezzo. Riescono a preparare un brano che agli altri bambini richiede tre settimane di studio, in metà del tempo, e anche l‟insegnante pensa: visto che il ragazzo è così bravo, passiamo al prossimo brano. Anche questo riesce a farlo in metà del tempo. Si passa al successivo. Così, crescendo senza conoscere critiche e ostacoli, queste persone finiscono col saltare un elemento essenziale per la formazione di un individuo. E questo per loro si rivela una tragedia. Anch‟io ho vissuto in parte questa esperienza, ma per fortuna ho avuto un insegnante severissimo, per cui sono come sono.
“Però insegnare a quella ragazzina era un vero piacere. Come correre su un‟autostrada a bordo di una fuoriserie: basta muovere appena un dito che subito l‟auto risponde con incredibile rapidità. Una rapidità a volte anche eccessiva. Il trucco per insegnare a una ragazza come lei prima di tutto è non esagerare con le lodi. Quando uno è abituato a essere sempre lodato sin da piccolo, per quante lodi gli si possano fare, al massimo penserà: ecco, ci risiamo. Basta una lode al momento giusto, di tanto di tanto. E poi, non forzarli mai. Lasciargli lo spazio per scegliere. Invece di spingerli avanti a tutti i costi, fermarsi accanto a loro e lasciarli riflettere. Tutto qui. Se si fa così, le cose vanno per il meglio.”
Reiko lasciò cadere a terra la sigaretta e la schiacciò col piede. Poi, come per calmare l‟emozione, tirò un profondo respiro.
“Alla fine di ogni lezione prendevamo il tè e chiacchieravamo. A volte le insegnavo un po‟ dì jazz facendo l‟imitazione di alcuni pianisti. Questo è Bud Powell, quest‟altro Thelonious Monk... Ma di solito era lei che parlava. E anche in questo era molto brava, mi tirava dentro che non me ne accorgevo nemmeno. Mah, come ti dicevo ieri, penso che per la maggior parte fossero tutte cose inventate. E ciò nonostante, ti prendeva. Con il suo acuto spirito di osservazione, le espressioni che usava, sempre calzanti, il suo umorismo pungente, riusciva a toccare le corde di chi la ascoltava. Sì, aveva uno speciale talento per toccare le corde, stimolare qualcosa nelle persone. Ed essendo molto consapevole di questo suo potere, cercava di usarlo nel modo più abile e più efficace possibile. Sapeva manipolare i sentimenti dell‟interlocutore rendendolo triste o arrabbiato, ottenendo la sua simpatia, gettandolo nello sconforto e facendolo sorridere, ma sempre e solo a suo piacimento. E così giocava con i sentimenti degli altri senz‟altro scopo che quello di

mettere alla prova questa sua capacità. Ma naturalmente tutto questo l‟ho capito solo dopo. Allora non mi accorsi di niente.”
Reiko scosse il capo, e fece una pausa per mangiare qualche chicco d‟uva.
“È una malattia,” riprese Reiko. “Una malattia che si trasmette. Se c‟è una mela marcia, anche le mele vicine vanno tutte a male, no? Ed è un male di cui nessuno riuscirà mai a guarirla. Se lo porterà dietro fino alla morte. In un certo senso mi fa pena. Sì, se non fossi stata io la sua vittima, l‟avrei compatita. Avrei pensato che era lei stessa una vittima.” Reiko di nuovo mangiò qualche chicco d‟uva. Sembrava cercare le parole giuste per continuare.
“Per sei mesi tutto andò nel migliore dei modi. Ogni tanto mi capitava di trovare qualcosa che non quadrava nei suoi discorsi, di rimanere per qualche attimo perplessa. Altre volte si accaniva contro qualcuno con un‟aggressività e una malevolenza ingiustificabili e insensate. In quei momenti rimanevo scioccata e mi chiedevo, con tutta la sua intelligenza, che cosa avesse veramente nella testa quella ragazza. Ma chi non ha qualche difetto? E poi dopotutto ero solo un‟insegnante di piano, e non stava a me giudicare il suo carattere o il suo grado di umanità. Tutto quello che dovevo chiedere era che facesse i suoi esercizi con diligenza. E poi, a essere sincera, avevo un debole per lei.
“Ciò nonostante, decisi di non parlare con lei dei miei fatti personali. Avvertivo istintivamente che era meglio così. Quindi, sebbene lei mi facesse un sacco di domande, e insistesse molto per sapere, io parlavo solo delle cose più innocue e insignificanti. Che educazione avevo avuto, le scuole che avevo fatto, niente più di questo. Maestra, vorrei che mi raccontasse di più su di lei, mi diceva. E io rispondevo: ma cosa posso raccontarti? È una vita così banale la mia, con una persona molto normale per marito, una bambina, e lavori di casa dalla mattina alla sera. Ma lei mi guardava dritto negli occhi, con uno sguardo implorante, e diceva: „Maestra, ma a me di lei piace tutto‟. Quando mi guardava in quel modo, provavo una specie di scossa. Una sensazione per niente spiacevole. Ma continuavo a non dirle niente più del necessario. “Un giorno - eravamo a maggio, credo - nel mezzo della lezione all‟improvviso lei disse di sentirsi male. Infatti era molto pallida e sudava. Allora io le chiesi: „Come facciamo? Vuoi tornare a casa?‟ „Mi posso stendere un attimo?‟ chiese lei. „Se mi stendo un attimo mi passerà.‟ „Va bene, vieni a stenderti sul mio letto,‟ dissi, e la dovetti quasi trasportare di peso nella mia stanza. Il divano era troppo piccolo e l‟unico posto dove potesse stare distesa era il letto. „Mi scusi, darle tutto questo disturbo,‟ disse lei, e io la rassicurai: „Ma figurati, non è niente. Piuttosto, vuoi un po‟ d‟acqua?‟ „Vorrei solo che stesse un po‟ vicino a me,‟ disse lei. Al che io dissi: „Certo, starò qui tutto il tempo che vuoi‟.
“Qualche attimo dopo, con voce sofferente mi chiese se potevo massaggiarle un pochino la schiena. Preoccupata, vedendo che era completamente ricoperta di sudore, cercai di massaggiarle la schiena meglio che potevo. Allora lei mi fa: „Per favore, mi potrebbe slacciare il reggiseno? Mi fa male‟. Che altro potevo fare? Lo slacciai. Dato che aveva una camicia aderente, slacciai prima i bottoni della camicia e poi aprii il gancio del reggiseno sulla sua schiena. I seni erano grandi per una ragazzina di tredici anni, almeno il doppio dei miei. E anche il reggiseno, non era roba da ragazze. Era un reggiseno da adulte, e di qualità raffinata. Bah, dopotutto in questo che c‟era di strano? Io andai avanti per un pezzo a massaggiarle la schiena come una cretina. Lei continuava a ripetermi: „Scusi, mi dispiace,‟ con voce veramente mortificata, e ogni volta io rispondevo: „Ma no, figurati, non ti preoccupare‟.”
Reiko diede qualche colpetto alla sigaretta per lasciar cadere la cenere. Io smisi di mangiare l‟uva e attesi sospeso che riprendesse.
“Dopo poco cominciò a piangere. “„Che cosa c‟è?‟ le chiesi. “„No, non è niente.‟
“„Non si piange per niente. Dimmi che c‟è, non aver paura.‟
“„A volte mi riduco in questo stato. È una cosa più forte di me. Mi sento sola, triste... non c‟è nessuno a cui mi possa appoggiare, nessuno a cui importi qualcosa di me. È una sensazione talmente brutta che mi riduco così. Di notte non riesco a dormire, e mi passa completamente la fame. L‟unico pensiero che mi da un po‟ di gioia è sapere che potrò venire da lei.‟
“„Ma spiegami perché ti vengono in mente queste cose. Puoi dirmelo.‟
“„A casa mia le cose non vanno bene,‟ spiegò. Lei non sentiva niente per i genitori e loro non sentivano niente per lei. Il padre aveva un‟altra donna e spesso e volentieri non tornava nemmeno a casa. Per questo la madre era quasi impazzita e se la prendeva con lei, picchiandola quasi tutti i giorni. „Odio tornare a casa.‟ E detto questo il suo pianto si fece disperato. I suoi begli occhi traboccavano di lacrime. Era una vista che avrebbe commosso perfino Dio. Allora le dissi: „Se tornare a casa ti fa tanto soffrire, puoi venire qui anche al di fuori delle lezioni‟. A queste parole lei si aggrappò a me e disse: „Mi scusi, sono veramente mortificata. Se non ci fosse lei, maestra, io non saprei proprio che fare. La prego, non mi abbandoni. Se lei mi abbandonasse, per me sarebbe la fine‟.
“Non potevo fare altro che carezzarle la testa, tenendola fra le mani e dicendo: „Su, su, da brava‟. A quel punto lei mi mise le braccia attorno alla schiena e cominciò ad accarezzarmi. E io mi sentii piano piano invadere da una strana sensazione. Era come... non so, come la sensazione di avere il corpo in fiamme. Tu immagina: stare a letto abbracciata a quella ragazza stupenda che sembrava uscita da un quadro e che mi stringeva accarezzandomi, con carezze di una sensualità talmente incredibile che quelle di mio marito a confronto erano un gioco da ragazzi. A ogni sua carezza mi accorgevo che perdevo progressivamente il controllo di me stessa. Una cosa sconvolgente. Quando ritornai in me mi aveva sfilato la camicia, tolto il reggiseno e mi stava carezzando i seni. Allora finalmente capii che lei era lesbica al cento per cento. Già una volta una donna aveva fatto così con me, una studentessa più grande, al tempo del liceo. A quel punto le dissi: „Basta, smettila‟.
“„La prego. Solo un po‟. Mi sento tanto sola. Non è una bugia, mi sento terribilmente sola. Non ho che lei, maestra. Non mi abbandoni,‟ disse, e prendendomi la mano se la mise sul petto. Aveva dei seni bellissimi. Sono una donna, ma nel toccarli mi sembrò che mi si sciogliesse tutto dentro. Ero completamente persa, sapevo solo continuare a ripetere come una cretina: „Basta, smettila‟. Ma il mio corpo non si muoveva. Quella volta al liceo ero riuscita a svincolarmi senza difficoltà, ma stavolta non c‟era niente da fare. Il corpo non rispondeva. Lei, tenendo stretta nella mano sinistra la mia mano se la premeva contro i seni, mentre mi mordeva e leccava delicatamente i capezzoli e con la destra mi carezzava la schiena, i fianchi, il sedere. Essere spogliata nuda in quel modo - a quel punto senza neanche che me ne accorgessi mi aveva sfilato tutto di dosso, una cosa alla volta - accarezzata, ridotta in quello stato da una ragazzina di tredici anni in una stanza da letto con le tendine abbassate... mi sembra incredibile anche a ripensarci adesso. Sembra ridicolo. Ma in quel momento ero come sotto un incantesimo. Lei che succhiandomi i capezzoli non faceva che ripetere: „Mi sento tanto sola. Maestra, non ho che lei, non mi abbandoni. Sono così sola!‟ e io che continuavo a dire: „Basta, smettila‟.” Reiko fece una pausa e aspirò dalla sigaretta.
“È la prima volta che racconto questa storia a un uomo,” disse guardandomi in faccia. “L‟ho fatto convinta che sarebbe stato bene parlartene, ma ciò non toglie che per me sia imbarazzantissimo.” “Mi dispiace,” dissi. Non seppi aggiungere altro.
“Andò avanti così per un po‟. Poi, piano piano la sua mano cominciò a scendere più in basso. E a un tratto, da sopra la mutandina, mi toccò lì. E arrivata a quel punto io lì ero completamente bagnata - mi vergogno ma ormai vado avanti - non lo ero mai stata così prima e non lo fui mai più dopo. In effetti io non ero mai stata molto presa dal sesso. Perciò ero io stessa esterrefatta di trovarmi in quelle condizioni. Poi lei infilò le sue dita sottili e morbide nella mia mutandina e allora... puoi capire tu stesso, no? Io non ce la faccio a dirlo. Comunque era una sensazione completamente diversa da quella di essere toccata dalle dita ruvide di un uomo. Fu una sensazione incredibile, davvero. Come essere sfiorata da una piuma. Mi sembrava che la testa mi si dovesse fondere. Però in quella confusione totale riuscii a formulare un pensiero: „Non devo farlo. Se lo faccio una volta, questa cosa potrebbe ripetersi all‟infinito, e con un segreto del genere dentro la mia mente andrebbe di nuovo in pezzi‟. Poi pensai a mia figlia. A cosa sarebbe successo se mia figlia mi avesse visto in quel modo. Il sabato andava a stare dai miei fino alle tre, ma se per qualche ragione fosse tornata prima, cosa le avrei mai potuto raccontare? E con questo pensiero, raccogliendo tutte le mie energie riuscii ad alzarmi e gridai: „Basta! Ti prego!‟
“Ma lei non si fermò. Mi tirò giù la mutandina e cominciò a leccarmi lì. E io che per la vergogna non avevo permesso nemmeno a mio marito di farlo, ero lì con questa ragazza di tredici anni che mi leccava senza tregua. Non ce la feci più, scoppiai a piangere. Era una sensazione troppo sconvolgente, come essere in paradiso.
“„Basta!‟ gridai ancora una volta e le diedi uno schiaffo. Con forza.
Solo allora si fermò. Poi si sollevò e mi guardò fisso. Eravamo tutte e due completamente nude, sedute sul letto, e ci guardavamo. Lei, una ragazza di tredici anni, e io, una donna di trentuno. Ma nel vedere il suo corpo fui di nuovo sconvolta. Ancora adesso lo ricordo perfettamente. Non potevo credere, e tuttora non riesco a credere, che quello fosse il corpo di una tredicenne. Accanto al suo il mio corpo offriva uno
spettacolo così pietoso che avrei pianto. Davvero.” Non avendo niente da dire, rimasi in silenzio.
“„Perché?‟ disse lei allora. „Anche a lei piace questo, non è vero, maestra? L‟ho capito dal primo momento. Le piace, no? Si capisce benissimo. È molto meglio che farlo con un uomo, no? Non vede com‟è bagnata? Ma io posso farla godere molto più di così. Davvero, sa? Posso farla godere tanto che si sentirà sciogliere tutta. Allora, va bene?‟ Ed era esattamente come diceva lei. Davvero. Farlo con lei era stato molto più bello che con mio marito, ed era vero anche che avrei voluto farlo ancora. Ma non c‟era nemmeno da pensarci. „Facciamolo una volta alla settimana. Solo una volta! Non lo saprà nessuno. Sarà un segreto tra noi due sole,‟ disse.
“Ma io mi alzai, mi misi l‟accappatoio e dissi: „Vattene adesso, e non tornare mai più‟. Lei mi guardò fisso. I suoi occhi erano diversi dal solito, piatti. Piatti come se fossero dipinti su un cartone, senza alcuna profondità. Dopo avermi fissato così per un po‟, raccolse i suoi vestiti senza una parola e cominciò a rimetterseli uno a uno, lentamente, con ostentazione. Poi tornò nella stanza del pianoforte, tirò fuori una spazzola dalla borsa e si spazzolò i capelli, si asciugò il sangue dalle labbra con il fazzoletto, si rimise le scarpe e uscì. Ma quando era sulla porta si girò e disse: „Tu sei lesbica, non c‟è niente da fare. Puoi fingere quanto vuoi, ma lo resterai fino alla morte‟.” “Ed è vero?” chiesi.
Reiko restò a pensare per qualche istante, le labbra increspate. “Potrei dirti di sì e potrei dirti di no. Con quella ragazza ho goduto di più che con mio marito, questo è innegabile. Perciò per un po‟ di tempo ho pensato seriamente, e con preoccupazione, di essere davvero lesbica, anche se fino ad allora non me ne ero mai accorta. Ultimamente però non la penso più così. Certo non nego di avere questa tendenza in me. Probabilmente ce l‟ho. Però non sono lesbica in senso stretto. Non è che se vedo una ragazza provi immediatamente un desiderio nei suoi confronti. Mi segui?”
Feci di sì con la testa.
“Accade solo con un certo tipo di donne. Loro sentono una pulsione verso di me e me la trasmettono. È solo in casi del genere che io reagisco in quel modo. Per esempio, se abbraccio Naoko non sento nessuna sensazione particolare. Quando fa caldo, vivendo insieme capita spesso di stare quasi nude dentro casa, e poi facciamo spesso il bagno insieme e a volte dividiamo perfino il letto, ma non è mai successo niente. Io non provo niente. Naoko ha un corpo bellissimo, certo, ma la cosa finisce qui. Sai? Una volta abbiamo giocato a fare le lesbiche. O forse è meglio che questo non te lo dica?”
“No, racconta.”
“Quando raccontai questa storia a Naoko - noi parliamo di tutto - lei volle accarezzarmi in diverse parti del corpo, per provare. Ci spogliammo nude, tutt‟e due. Ma non funzionò, assolutamente. Stavo morendo per il solletico, me lo ricordo come fosse ora. Devo dire che
non ci sapeva fare per niente! Di‟ la verità, sei sollevato?” “Un po‟ sì, se devo essere sincero,” dissi.
“Beh, questo è più o meno quello che accadde,” riprese Reiko grattandosi una palpebra con la punta del mignolo. “Dopo che fu uscita rimasi per un po‟ sulla sedia in uno stato di intontimento. Ero completamente persa. Sentivo il cuore che mi rimbombava nel petto con un battito sordo, avevo il corpo paralizzato e la bocca secca come se avessi mangiato della sabbia. Ma siccome di lì a poco sarebbe tornata mia figlia finalmente mi decisi a fare il bagno. Volevo almeno lavare bene quel corpo che lei aveva accarezzato e leccato da tutte le parti. Ma per quanto potessi sfregare con la saponetta, era come se qualcosa di vischioso mi restasse appiccicato addosso. Era tutta immaginazione, è chiaro, ma era più forte di me. Quella notte volli che mio marito mi stringesse forte, come per liberarmi da quella impurità. Naturalmente non gli dissi niente. Non avrei potuto. Gli dissi solo di tenermi stretta e volli fare l‟amore. Fallo piano piano, gli dissi, voglio che tu lo faccia lentamente, molto più lentamente del solito. E lui lo fece. Con infinita dolcezza, senza fretta. E io ebbi un orgasmo incredibile, fu come una marea. Era la prima volta da quando ero sposata che venivo in quel modo. E come mai? Perché avevo ancora addosso la sensazione delle dita di quella ragazza. Questo fu tutto.”
Reiko espirò sonoramente. “Huua, ce l‟ho fatta. Sono tutta sudata. Non è facile, sai, parlare come se niente fosse di „orgasmo‟, „venire‟, e tutto il resto.” Qui Reiko sorrise piegando di nuovo le labbra in quella sua smorfia. “Comunque, neanche questo bastò. La sensazione di lei mi restò addosso ancora per due, tre giorni. E quelle sue ultime parole mi risuonavano in testa come un‟eco.
“Il sabato successivo non venne. Io stetti a casa, sulle spine, pensando: e se viene, che faccio? Non riuscii a combinare niente. Ma non venne, era chiaro che non sarebbe venuta, dopo quello che era successo. Un tipo orgoglioso come lei... Non venne neanche la settimana dopo, né la settimana dopo ancora. Passò un mese. Col tempo riuscirò a dimenticare, pensavo, ma non ci riuscivo. Quando stavo a casa da sola mi prendeva l‟angoscia. Mi sembrava di sentire la presenza di quella ragazza. Non riuscivo più a suonare, e nemmeno a pensare. Non riuscivo a fare niente di quello che avrei dovuto. Poi, dopo aver trascorso più o meno un mese in questo modo, un giorno all‟improvviso mi accorsi di qualcosa di insolito mentre ero per strada dalle parti di casa mia. Le persone del vicinato sembravano avere un atteggiamento strano nei miei confronti. Mi guardavano in modo freddo, distante. Naturalmente mi salutavano, ma il tono di voce e il comportamento erano cambiati. Anche una signora che abitava vicino e che ogni tanto veniva a farmi visita sembrava evitarmi. Ma mi sforzai di non darci peso. Cadere in queste fissazioni è uno dei primi sintomi di malattia.
“Un giorno una donna con cui ero abbastanza in amicizia venne a casa. Eravamo coetanee, lei era figlia di un‟amica di mia madre e suo figlio andava allo stesso asilo della mia, e quindi eravamo piuttosto in confidenza. Arrivò all‟improvviso e mi disse: „Si sono sparse delle voci molto brutte sul tuo conto. Tu ne sei al corrente?‟ „Non ne so niente,‟ risposi.
“„Di che si tratta?‟ chiesi.
“„Di che si tratta?‟ ripeté  lei. „Non è una cosa di cui è facile parlare.‟
“„Non sarà facile, ma visto che hai messo il discorso in mezzo, voglio sapere tutto.‟
“Lei non voleva, ma la feci parlare. Per quanto si schermisse, se era venuta aveva intenzione di parlare, e infatti finalmente si decise. Secondo le voci che circolavano su di me, ero stata ricoverata molte volte in clinica psichiatrica, ero una notoria lesbica, avevo spogliato nuda un‟allieva che veniva da me a lezione di piano e avevo cercato di abusare di lei. La ragazza aveva cercato di resistere e così io l‟avevo picchiata fino a gonfiarle la faccia. Il modo in cui era stata rivoltata la storia era di per sé scioccante, ma quello di cui soprattutto non mi capacitavo era come fosse venuta a galla la faccenda della clinica psichiatrica.
“Io ti conosco da tanto tempo, e ho detto a tutti che tu non eri quel tipo di persona,‟ disse lei. „Ma i genitori della ragazza invece ne sono convinti e hanno sparso questa voce fra tutto il vicinato. Dicono che hai molestato la figlia e che, prendendo informazioni su di te, hanno saputo che eri stata ricoverata per malattie mentali.‟
“Secondo il suo racconto un giorno - il giorno del fattaccio - la ragazza era tornata a casa piangendo dalla lezione di piano e la madre le aveva chiesto allarmata cosa fosse successo. Aveva il viso gonfio, le labbra ferite e sanguinanti, alcuni bottoni della camicia staccati e la biancheria intima in parte strappata. Ti rendi conto? Naturalmente aveva fatto tutto da sola per sostenere il suo racconto. Aveva macchiato apposta la camicia di sangue, tirato via i bottoni, strappato il pizzo del reggiseno, si era spremuta le lacrime per esibire occhi rossi di pianto, si era scompigliata i capelli e a quel punto era pronta per tornare a casa e sparare le sue menzogne. Riuscivo a immaginare perfettamente la scena.
“Ma detto questo, non critico tutti quelli che hanno preso la sua storia per oro colato. Penso che anch‟io al loro posto ci avrei creduto. Immagina questa ragazza bella come un angelo e di una diabolica abilità nell‟usare le parole, che fa la sua confessione solo dopo essersi schermita dicendo tra le lacrime: „No, non posso dirlo. Ho troppa vergogna‟. Chi non avrebbe abboccato? A peggiorare la mia situazione c‟era anche il fatto che ero davvero stata ricoverata in clinica psichiatrica. In più l‟avevo anche davvero colpita sul viso. Se metti tutto questo assieme, chi pensi che mi avrebbe creduto? Giusto mio marito.
“Dopo diversi giorni di indecisione, finalmente mi feci coraggio e ne parlai con lui, il quale, naturalmente, mi credette. Gli raccontai per filo e per segno quello che era successo. Di come ero rimasta coinvolta in un rapporto omosessuale, del fatto che avevo colpito la ragazza eccetera. L‟unica cosa che non gli dissi furono le sensazioni che avevo provato. Anche per una persona come lui, quello sarebbe stato un po‟ troppo. „Ma questa gente è pazza!‟ gridò lui infuriato. „Andrò da loro e metterò le cose in chiaro. Tu sei una donna sposata, con il sottoscritto, madre di una bambina. Perché dovremmo tollerare che vadano in giro a dire che sei una lesbica assatanata? Non ho mai sentito una cosa più assurda!‟
“Ma io lo bloccai. Lo scongiurai di non andare. „Per carità non lo fare,‟ gli dissi. „Una cosa del genere servirà solo a umiliarci ancora di più. Credimi, ormai ho capito chiaramente fino a che punto quella ragazza è malata dentro. Di persone malate come lei ho avuto modo di vederne molte. Lei è bacata fino al midollo. Sotto quella sua pelle levigata, è completamente marcia. Lo so, è un modo di dire orribile, ma è sul serio così. Solo che di questo nessuno si rende conto, e comunque vadano le cose non abbiamo nessuna speranza di uscirne vincenti. Quella ragazza è una specialista nel manovrare i sentimenti degli altri, e noi invece non abbiamo nessun elemento a nostro favore. Tanto per cominciare, dove troveresti qualcuno disposto a credere che una ragazza di tredici anni possa trascinare una donna di trentuno in un rapporto omosessuale contro la sua volontà? Qualunque possa essere la circostanza, la gente crede solo a quello che preferisce credere. Lottare servirebbe solo ad aggravare ulteriormente la nostra posizione.
“„Andiamocene via di qui,‟ lo pregai. „Non ci resta altro da fare. Se continuo a stare qui non reggerò la tensione e quella rotella nella mia testa scatterà di nuovo fuori posto. Sento che già sono lì lì. Trasferiamoci da qualche parte lontano dove non conosciamo nessuno.‟ Ma mio marito non voleva spostarsi. Non si era ancora reso conto della gravita della situazione. Il suo lavoro in ditta era in una fase particolarmente interessante, eravamo appena riusciti ad avere una casa tutta nostra, una piccola villetta prefabbricata, e la bambina si era ambientata all‟asilo. „Ehi, andiamoci piano,‟ disse lui, „non possiamo mica trasferirci così su due piedi. Per trovare il lavoro mi ci vorrà un po‟ di tempo, per vendere la casa anche, e poi bisogna trovare un asilo per la bambina. Anche a fare tutto con la massima rapidità ci vorranno almeno due mesi.‟ 
“„No,‟ insistei io. „Se facciamo così per me potrebbe esserci un danno tale che non riuscirei mai più a risollevarmi. Non lo dico per farti fretta, è davvero così. Vedo chiaramente come andrà a finire.‟ Infatti in quel periodo si erano cominciati a manifestare piano piano quei tipici sintomi: ronzii nella testa, allucinazioni, insonnia. Allora comincia ad andare tu da qualche parte,‟ disse lui, „e appena io avrò sistemato tutto ti raggiungerò.‟ 
“„No!‟ gridai. „Da sola non andrò da nessuna parte. Se mi separo da te adesso, crollerò a pezzi. In questo momento ho troppo bisogno di te. Non farmi andare da sola.‟ 
Lui mi strinse tra le braccia. E poi mi disse: „Cerca di resistere solo per un po‟. Dammi un mese, e io riuscirò a organizzare tutto. Sistemerò le cose in ditta, venderò la casa, mi occuperò dell‟asilo e troverò un altro impiego. Se la cosa va in porto, ci potrebbe essere anche una possibilità di lavoro in Australia. Perciò abbi pazienza solo per un mese, e vedrai che dopo tutto andrà bene‟. A quel punto non insistetti più. Continuare a parlare mi avrebbe solo fatto precipitare in una solitudine più profonda.” 
Reiko sospirò e fissò la lampada sul soffitto. 
“Ma non ci volle un mese. Un bel giorno la rotellina schizzò via dall‟ingranaggio. Tiiing! E peggio delle altre volte. Ingoiai dei sonniferi e aprii il gas. Ma non morii, mi risvegliai in ospedale. Quello fu la fine di tutto. Dopo alcuni mesi, quando stavo un po‟ meglio ed ero di nuovo più o meno in grado di pensare, chiesi a mio marito di divorziare. „È la soluzione migliore, per te e per la bambina.‟ Lui disse che non aveva nessuna intenzione di divorziare. 
“„Ricominciamo da capo,‟ disse. „Possiamo cominciare una nuova vita tutti e tre da qualche altra parte.‟ 
“„È troppo tardi,‟ dissi io. „È finito tutto allora. Quando mi dicesti di aspettare solo un mese. Se volevi davvero ricominciare da capo non avresti dovuto. Ormai dovunque possiamo andare, fosse anche il posto più lontano, quello che è accaduto si potrebbe ripetere. Io mi troverei a doverti chiedere di nuovo la stessa cosa procurandoti un sacco di problemi. E questa è l‟ultima cosa che voglio farti.‟ 
“E cosi divorziammo, o per meglio dire lo costrinsi a divorziare. Due anni fa si è risposato con un‟altra, ma io sono tuttora convinta che quella sia stata la scelta giusta. Dico sul serio. Mi ero resa conto che con tutta probabilità sarei rimasta in quelle condizioni per il resto della vita, e non volevo più coinvolgere nessun altro. Non volevo infliggere a nessuno un‟esistenza consumata nell‟ansia che quella rotellina da un momento all‟altro potesse schizzare via. 
“Lui era stato molto bravo con me. Era un uomo sincero, su cui si poteva fare completo affidamento, era forte, paziente... era stato per me il marito ideale. Lui ci aveva messo tutte le sue energie per aiutarmi a guarire, e anch‟io avevo fatto ogni sforzo possibile, anche per il bene suo e della bambina. Ed ero convinta di essere ormai guarita. Quei sei anni di matrimonio erano stati sei anni di felicità. Lui era stato al novantanove per cento perfetto. Purtroppo bastò quell‟uno per cento, quel piccolissimo uno per cento, a compromettere tutto. Ci fu quel dannato tiiing! E tutto quello che avevamo costruito, in un attimo solo andò completamente in pezzi, fu ridotto a zero. Grazie solo a quell‟unica ragazza.” 
Reiko raccolse le cicche di sigaretta sparse ai suoi piedi e le buttò nel contenitore di latta. 
“È troppo triste, se ci pensi. Vedersi crollare in un attimo tutto quello che avevamo costruito con tanta fatica, mettendo assieme un pezzo alla 
volta. Basta un attimo per perdere tutto quello che uno ha.” Reiko si alzò e ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni. 
“È ora di tornare,” disse. “Si è fatto tardi.” 
Il cielo si era fatto molto più scuro e le nuvole si erano addensate ricoprendo quasi completamente la luna. Adesso l‟odore della pioggia riuscivo a distinguerlo anch‟io. Impregnava l‟aria confondendosi con quello penetrante dell‟uva nella busta che portavamo. 
“Ecco perché non riesco a trovare il coraggio di andarmene,” disse Reiko. “Mi terrorizza il pensiero che uscendo di qui dovrei affrontare il mondo esterno. Ho paura di incontrare le persone con tutto ciò che potrebbe comportare.” 
“Capisco benissimo,” dissi. “Però io sono sicuro che se uscirai di qui te la caverai alla grande.” 
Reiko sorrise dolcemente ma non disse altro. 
Naoko leggeva un libro seduta sul divano. Aveva le gambe piegate, e le dita premute sulle tempie come se decodificasse attraverso le dita le parole che entravano nella sua testa. Aveva cominciato a piovigginare. Il corpo di Naoko nel raggio di luce della lampada era circondato da un pulviscolo luminoso. Nel rivederla dopo aver parlato così a lungo con Reiko, la sua freschezza risaltò ai miei occhi più del solito. Com‟è giovane! pensai. 
“Scusa il ritardo,” disse Reiko dandole un buffetto sulla testa. 
“Vi siete divertiti?” chiese Naoko sollevando la testa dal libro. 
“Molto,” fece Reiko. 
“Si può sapere cosa avete fatto tutto questo tempo?” chiese Naoko rivolta a me. 
“Un gentiluomo in questi casi non può parlare,” risposi. 
Naoko ridacchiò e posò il libro. Poi tutti e tre mangiammo l‟uva ascoltando il rumore della pioggia. 
“Con questa pioggia sembra che al mondo non ci siamo che noi,” disse Naoko. “Se non smettesse mai di piovere, potremmo restare sempre tutti e tre così.” 
“Sì, e mentre voi due ve la spassate io dovrei stare qui come una povera schiava negra a sventolarvi con un grande ventaglio o a suonarvi un po‟ di chitarra di sottofondo? No, grazie, non ci sto,” disse Reiko. 
“Beh, ogni tanto potrei prestartelo,” rise Naoko. 
“Allora non sarebbe male,” fece Reiko. “Vai con la pioggia!” 
Continuava a piovere, e ogni tanto c‟era un tuono. Quando finimmo l‟uva, Reiko si accese l‟immancabile sigaretta e prese la chitarra da sotto il letto. Suonò Desafinado e Garota de Ipanema, e poi qualche brano di Bacharach e di Lennon-McCartney. Io e Reiko bevemmo il vino, e finito quello demmo fondo al brandy rimasto nella mia borraccia. Poi chiacchierammo in una atmosfera di deliziosa intimità. Davvero sarebbe bello se questa pioggia potesse non finire mai, pensai. “Verrai di nuovo a trovarmi?” chiese a un tratto Naoko guardandomi in viso. 
“Certo che verrò,” risposi. 
“E mi scriverai?” 
“Ti scriverò tutte le settimane.” 
“Scriverai anche qualche rigo per me ogni tanto?” chiese Reiko. 
“Certo, fa piacere anche a me,” dissi. 
Alle undici, come la sera prima Reiko aprì il divano e mi preparò il letto. Ci demmo la buonanotte, spegnemmo la luce e andammo a letto. Ma non riuscivo a prendere sonno, così tirai fuori dal mio zaino una torcia e La montagna incantata e mi misi a leggere. Stavo ancora leggendo quando un po‟ prima di mezzanotte la porta della camera da letto si aprì dolcemente e apparve Naoko che scivolò accanto a me sotto le coperte. A differenza della notte prima, era la Naoko di sempre. Non aveva quello sguardo opaco, e c‟era energia nei suoi movimenti. Mi accostò le labbra all‟orecchio e disse sottovoce: “Non so perché, non riesco a dormire”. “Anch‟io non ci riesco,” dissi. Posai il libro, spensi la torcia elettrica, presi Naoko tra le braccia e la baciai. L‟oscurità e il rumore della pioggia ci avvolgevano dolcemente. 
“Reiko?” 
“Non ti preoccupare, dorme come un sasso. Una volta che si addormenta, non la sveglia più nessuno,” disse Naoko. “Davvero verrai ancora a trovarmi?” 
“Sì che verrò.” 
“Anche se non facciamo niente?” 
Nel buio feci di sì con la testa. Potevo sentire chiaramente la forma dei seni di Naoko sul mio petto. Col palmo della mano seguivo la curva della sua schiena attraverso la camicia da notte. La mia mano scivolò lentamente dalle sue spalle fino ai fianchi più e più volte come per imprimere nella mia mente ogni linea del suo corpo e la sua morbidezza. Dopo essere rimasti per un po‟ abbracciati dolcemente, Naoko sfiorò la mia fronte con un bacio e scivolò fuori dal letto. Mentre si allontanava nel buio la sua camicia da notte azzurro chiaro sembrò guizzare come un pesce nell‟acqua scura. 
“Dormi,” disse Naoko in un sussurro. Poi, cullato dal rumore della pioggia, scivolai in un sonno tranquillo. 
La mattina seguente la pioggia continuava. Solo che rispetto alla sera prima si era trasformata in una finissima pioggerella autunnale quasi invisibile, tanto che se non avessi notato le pozzanghere dove le gocce cadevano fitte e non avessi sentito il rumore della pioggia che cadeva dalle grondaie, non me ne sarei neanche accorto. Quando mi svegliai fuori dalla finestra c‟era una nebbia lattiginosa che però man mano che il sole saliva più in alto andò diradandosi, lasciando gradualmente apparire boschi e catene montuose. 
Come il giorno prima, dopo aver fatto colazione andammo tutti e tre a rigovernare i polli e gli uccelli. Naoko e Reiko avevano degli impermeabili gialli di plastica col cappuccio. Io avevo messo sopra al pullover un giubbotto di nylon idrorepellente. L‟aria era umida e ghiacciata. Gli uccelli per ripararsi dalla pioggia si erano ammassati al fondo delle gabbie e stavano lì tranquilli. 
“Con la pioggia è venuto anche il freddo,” dissi a Reiko. 
“Ogni volta che piove si abbassa un po‟ la temperatura e poi un bel giorno arriva la neve,” disse lei. “Le nubi dal Mar del Giappone mandano giù tanta neve qui da noi prima di allontanarsi laggiù.” 
“E gli uccelli d‟inverno come se la passano?” 
“Si spostano all‟interno, naturalmente. Non penserai che li lasciamo sepolti sotto la neve per scongelarli a primavera?” 
Diedi qualche colpetto con le dita alla rete metallica e il pappagallo, sbatacchiandole ali, gridò: “Grazie. Pazzi. Stronzi”. 
“Quello sì che mi piacerebbe congelarlo,” disse Naoko malinconicamente. “A sentirlo tutte le mattine c‟è veramente da diventare matti.” 
Finita la pulizia delle gabbie tornammo all‟appartamento e io feci lo zaino, mentre loro si preparavano per andare a lavorare i campi. Uscimmo insieme dall‟edificio e un po‟ dopo il campo da tennis ci dividemmo. Loro girarono a destra mentre io continuai diritto. Sayonara, ci dicemmo prima di separarci. Tornerò presto, dissi. Naoko sorrise, poi girò l‟angolo e scomparve. 
Prima di arrivare al cancello incrociai diverse persone ma avevano il viso completamente nascosto dal cappuccio degli impermeabili, gli stessi di Naoko e Reiko. La pioggia aveva ravvivato tutti i colori. La terra sembrava più nera, il verde dei pini più brillante, e le persone avvolte negli impermeabili gialli facevano pensare a una particolare categoria di spiriti a cui era permesso di vagare sulla terra solo nelle mattine di pioggia. Si aggiravano silenziosi con in mano attrezzi agricoli, ceste e delle specie di buste. 
Quando arrivai alla guardiola il custode tracciò un segno accanto al mio nome sulla lista dei visitatori, e vedendo il mio indirizzo si ricordò di me: “Ah, sì lei è quello che viene da Tōkyō. Ci sono stato anch‟io una 
volta. È una città speciale per la carne di maiale.” 
“Ah davvero?” mi sembrò la risposta più appropriata. 
“La maggior parte della roba non mi sembrò granché buona, ma la carne di maiale era un capolavoro. Chissà che metodi di allevamento avranno!” 
Spiegai che non ero informato sull‟argomento. Anzi, era la prima volta che sentivo dire che la carne di maiale di Tōkyō era così buona. 
“Quanto tempo fa? Quand‟è che lei è stato a Tōkyō?” provai a chiedere. 
“Mi faccia pensare...” fece lui inclinando il collo pensieroso. “Dev‟essere stato nel periodo del matrimonio del principe ereditario. 
Avevo un figlio che stava a Tōkyō e pensavo da tempo di andarci, così colsi l‟occasione.” 
“Beh, può darsi che effettivamente in quel periodo la carne di maiale fosse particolarmente buona,” dissi. 
“Perché? Com‟è adesso?” 
Spiegai che non sapevo bene ma non mi risultava che godesse di questa reputazione. Lui sembrò un po‟ deluso, ma desideroso di continuare la chiacchierata. Io però tagliai corto dicendo che dovevo prendere il pullman e mi avviai verso il sentiero. Lungo il fiume rimanevano ancora qua e là veli di nebbia che spinti dal vento fluttuavano sulle pendici della montagna. Più volte mi fermai nel cammino per voltarmi indietro e ogni tanto senza sapere perché tiravo un profondo sospiro. Avevo quasi la sensazione di essere arrivato in un altro pianeta, con una diversa gravità. Ma certo, pensai con tristezza, questo è “il mondo esterno”. 
Arrivai al collegio che erano le quattro e mezzo, posai lo zaino, mi cambiai e uscii subito per andare a Shinjuku al lavoro. Dalle sei alle dieci restai lì a guardare il negozio e a occuparmi dei clienti, osservando nel frattempo la gente di tutti i tipi che passava davanti alla vetrina. Famiglie, coppie, ubriachi, yakuza, ragazze esuberanti in minigonna, giovani barbuti in stile hippie, entraîneuses, oltre a varie specie di persone non meglio identificate, sfilavano lì fuori senza interruzione. Quando misi un pezzo di hard rock, hippies e ragazzi di strada si riunirono davanti al negozio, chi a ballare chi a sniffare solventi, chi a sedere senza far nulla. Ma bastò mettere un disco di Tony Bennett e tutti si dileguarono all‟istante. 
Accanto al negozio c‟era un sex-shop dove un uomo di mezza età dalla faccia addormentata vendeva gli oggetti più strani. Non riuscivo a immaginare come qualcuno potesse desiderare roba del genere, ma gli affari sembravano andare a gonfie vele. Nel vicolo opposto in diagonale al negozio c‟era uno studente che aveva bevuto troppo e vomitava l‟anima. Nel game center dall‟altra parte della strada, il cuoco di un ristorante vicino passava l‟intervallo giocando i suoi soldi a bingo. Un barbone dalla faccia annerita si era accovacciato ai piedi di una saracinesca abbassata e se ne stava completamente immobile. Una ragazza dal rossetto rosa che poteva avere non più di dodici o tredici anni entrò nel negozio e mi chiese se potevo mettere Jumping Jack Flash dei Rolling Stones. Presi il disco e appena partì la musica lei si mise a ballare agitando i fianchi e schioccando le dita a tempo. Poi mi chiese se avevo una sigaretta. Le diedi una Lark dal pacchetto lasciato lì dal padrone. La fumò con gusto e quando il disco fu finito uscì dal negozio senza dire nemmeno grazie. A intervalli di quindici minuti si sentiva una sirena di ambulanza o della polizia. Tre impiegati completamente ubriachi stavano fuori da una cabina ridendo e gridando in continuazione “Che fica!” alla bella ragazza coi capelli lunghi che stava telefonando. 
A furia di guardare quelle scene, la mia testa si faceva sempre più confusa e ci capivo sempre di meno. Ma dove cavolo mi trovo? pensavo, che significa tutto questo? 
Quando il padrone del negozio tornò dalla cena mi fece: “Ehi, Watanabe, l‟altro ieri mi sono fatto quella della boutique”. Aveva messo da tempo gli occhi su una ragazza che lavorava in una boutique della zona e ogni tanto le regalava qualche disco del negozio. “Beh, complimenti,” dissi io, dopodiché mi raccontò tutta la storia in ogni particolare. “Se vuoi farti una ragazza,” mi disse con aria da esperto, “per prima cosa le devi fare dei regali, poi farla bere il più possibile. E quando è ubriaca è tua. Facile, no?” 
Con la testa ancora piena di confusione presi il metro e tornai al collegio. Tirai la tenda, spensi la luce e quando fui nel letto ebbi quasi la sensazione che da un momento all‟altro Naoko si sarebbe stesa accanto a me. Chiusi gli occhi e sentii il soffice peso dei suoi seni contro il mio petto, il suo sussurro che mi sfiorava l‟orecchio, le linee del suo corpo sotto le mani. Nel buio ritornai nel piccolo mondo di Naoko. Respirai l‟odore della radura, udii il rumore della pioggia di notte. Pensai a Naoko nuda alla luce della luna, allo stesso corpo morbido e bello avvolto nell‟impermeabile giallo, e mi apparve l‟immagine di lei mentre rigovernava gli uccelli o coltivava l‟orto. Strinsi tra le dita il mio sesso eretto continuando a pensare a Naoko fino a quando non venni. Dopo la confusione la testa mi si era un pochino calmata ma lo stesso non riuscivo a dormire. Anche se ero stanchissimo e il mio corpo reclamava il sonno, non c‟era niente da fare. 
Mi alzai, andai accanto alla finestra e restai per un po‟ a fissare il piedistallo al centro del cortile. L‟asta senza la bandiera sembrava un lungo osso conficcato nel buio della notte. Cosa starà facendo adesso Naoko? pensai. Ma certo, starà dormendo. Starà dormendo profondamente, tutta avvolta nel buio di quel suo piccolo strano universo. E mi augurai con tutto il cuore che il suo sonno non fosse turbato da incubi. 
Il giorno seguente, giovedì, nell‟ora di educazione fisica feci alcune vasche nella piscina di cinquanta metri. Dopo un po‟ di vigorosa attività fisica mi sentii ritemprato e mi venne anche una certa fame. Dopo aver mangiato un pasto sostanzioso in un ristorantino dai menu a prezzo fisso, stavo andando alla biblioteca della facoltà di lettere per cercare dei materiali, quando tutt‟a un tratto mi trovai di fronte a Midori Kobayashi. Era insieme a una ragazza piccolina con gli occhiali, ma quando mi vide mi venne incontro da sola. 
“Dove stai andando?” mi chiese. 
“In biblioteca,” risposi. 
“Perché invece non lasci perdere e andiamo a mangiare insieme?” 
“Ho appena mangiato.” 
“Embè, che fa? Mangi un‟altra volta.” 
Dopo poco io e Midori eravamo in un caffè ristorante dove lei prese un riso al curry e io un caffè. Su una camicia bianca a maniche lunghe portava un gilè di maglia giallo con il ricamo di un pesce, e aveva una sottile catenina d‟oro e un orologio di Topolino. Mangiò il suo riso al curry con gusto e mandò giù tre bicchieri d‟acqua. 
“Ma in questi giorni non c‟eri? Ti ho telefonato un sacco di volte,” disse 
Midori. “Volevi qualcosa?” 
“No, niente di particolare. Avevo solo pensato di chiamarti.” “Hmm,” feci io. 
“Cosa vorresti dire con questo „Hmm‟?” 
“Niente. È per segnalarti che ti sto ascoltando,” dissi io. “Piuttosto dimmi un po‟, come va con gli incendi ultimamente?” 
“Ah, quella volta è stato proprio fantastico. Quasi niente danni, ma in compenso molto fumo ed effetti di grande realismo. È così che a me piace,” disse Midori e bevve ancora dell‟acqua. “Di‟, Watanabe, che hai? Hai una faccia imbambolata. Sembra che i tuoi occhi non mettano a fuoco.” 
“Non ho niente. È solo che il viaggio mi ha un po‟ stancato.” “Sembra che tu abbia visto uno spirito.” “Hmm,” feci io. 
“Al pomeriggio hai lezione?” 
“Tedesco e Storia delle religioni.” 
“Non puoi saltarle?” 
“Tedesco è impossibile. Oggi c‟è il test.” 
“A che ora finisce?” 
“Alle due.” 
“Che ne diresti, quando hai finito, di andare in centro a bere da qualche parte?” 
“Andare a bere alle due del pomeriggio?” 
“Perché no, per una volta? Con quella faccia imbambolata che hai, bere un po‟ con me non può farti che bene. E ne ho bisogno anch‟io. Affare fatto?” 
“Va bene, vada per il bere,” dissi con un sospiro. “Ti aspetto al cortile di Lettere alle due.” 
Finita la lezione di tedesco prendemmo un autobus, scendemmo a Shinjuku, entrammo da Dug, un bar sotterraneo alle spalle di Kinokuya e ordinammo due vodka tonic a testa. 
“Ogni tanto vengo qui. Non ti guardano strano se bevi alcolici nel primo pomeriggio,” disse lei. 
“Bevi spesso di giorno?” 
“Ogni tanto,” disse Midori facendo tintinnare il ghiaccio rimasto in fondo al bicchiere. “Quando la vita si fa dura, vengo qui e mi consolo con il vodka tonic.” 
“È davvero dura?” 
“Ogni tanto,” disse Midori. “Sai, ho anch‟io i miei problemi.” 
“Per esempio?” 
“La famiglia, il mio ragazzo, le mestruazioni che ritardano... problemi vari.” 
“Ne ordiniamo un altro?” 
 “Vai!” 
Alzai il braccio per chiamare il cameriere e ordinai altri due vodka tonic. 
“Ti ricordi quella domenica quando mi hai baciato?” disse Midori. “Ci ho pensato molto e... è stato bello, molto bello.” 
“Sì, è stato bello.” 
“„Sì, è stato bello‟,” ripeté  Midori scimmiottando la mia voce. “Ma lo sai che hai un modo di parlare veramente strano?” “Comincio a crederci,” dissi. 
“Comunque, sai che cosa ho pensato? Come sarebbe bello se il primo bacio della mia vita fosse stato questo! Se potessi cambiare l‟ordine degli avvenimenti, lo farei diventare il primo bacio, senza pensarci due volte. E per il resto della mia vita continuerei a ricordarmene ogni tanto. Non sarebbe bello, arrivata, che ne so, a cinquantotto anni, pensare: chissà dove sarà adesso Watanabe, il ragazzo che per la prima volta mi diede un bacio sulla terrazza i tra i fili per stendere la biancheria?” “Sì, forse,” dissi io schiacciando il guscio di un pistacchio. 
“Te lo chiedo per l‟ennesima volta, ma si può sapere che hai? Sembri in trance.” 
“È come se non mi fossi riabituato al mondo,” risposi dopo aver riflettutto un attimo. “È come se questo non fosse il mondo reale, come se tutto quello che c‟è attorno, comprese le persone, non fosse reale.” Midori appoggiò un gomito sul bancone e mi guardò in viso. 
“C‟era un pezzo di Jim Morrison che diceva la stessa cosa.” “People are strange when you are a stranger.” “Peace,” disse Midori. 
“Peace,” dissi io. 
“Perché non fuggi insieme a me in Uruguay?” disse Midori, ancora appoggiata col gomito al bancone. “Lasciandoti dietro la ragazza, la famiglia e tutto il resto.” 
“Non sarebbe mica male,” dissi ridendo. 
“Non pensi che sia fantastico dare un calcio a tutto e andarsene in un posto dove non conosci nessuno? A volte io ne avrei una voglia incredibile. Perciò se un giorno ti venisse in mente di portarmi con te in un posto lontanissimo, conta su di me. Ti darei un sacco di bambini robusti come tori, e vivremmo felici, a rotolarci in un grande lettone.” Ridendo finii di mandar giù il terzo vodka tonic. 
“O forse i bambini robusti come tori non ti tentano ancora tanto?” chiese Midori. 
“Non è vero, l‟idea mi affascina molto. Mi piacerebbe vedere che effetto fa,” dissi. 
“Non fa niente, sai, se non li vuoi,” disse Midori mangiando un pistacchio. “Sono solo fantasticherie pomeridiane da vodka, compresa l‟idea di lasciare tutto e fuggire da qualche parte. E poi, mettiamo anche di andare in Uruguay, cosa ci trovi? Cacca d‟asino.” 
“Già, chi lo sa?” 
“È dappertutto così: cacca d‟asino. A stare qui o ad andare laggiù. È proprio il mondo che è cacca d‟asino. Prendi questo, è troppo duro,” disse Midori passandomi un pistacchio. Con un po‟ di sforzo riuscii a rompere il guscio. 
“Però quella domenica ho tirato un attimo il fiato,” continuò Midori. “Quando siamo saliti sul terrazzo e abbiamo guardato l‟incendio bevendo e cantando. Non so da quanto tempo era che non mi sentivo così bene, come libera da un peso. Sono sempre sotto pressione da parte di tutti. Appena mi vedono, mi chiedono questo o quest‟altro. Solo tu non mi chiedi mai niente.” 
“Non ti conosco abbastanza per pretendere qualcosa da te.” 
“Vorresti dire che se mi conoscessi meglio cominceresti anche tu a pretendere cose da me come tutti gli altri?” 
“La possibilità esiste,” dissi. “Nel mondo reale la gente vive esercitando sempre qualche tipo di pressione sugli altri.” 
“Sono sicura che tu non lo faresti. Io queste cose le capisco. Ho una discreta esperienza per quanto riguarda pressioni esercitate e subite. Tu sei diverso ed è per questo che mi sento così tranquilla quando sono con te. Ma tu hai idea di quante persone in questo mondo si sentono bene solo quando possono mettere gli altri sotto pressione o essere messi loro sotto pressione da altri? La maggioranza. E lo sbandierano pure! Sono fatti così: gli piace. Ma a me non piace per niente. Se è necessario lo faccio, ma solo perché non ho scelta.” 
“E quali sarebbero le pressioni che tu fai, e subisci?” 
Midori si mise in bocca un pezzetto di ghiaccio e lo succhiò per qualche istante. 
“Vuoi saperne di più su di me?” 
“Perché no? Un po‟ mi interessa.” 
“La domanda era: „Vuoi saperne di più su di me?‟ E la tua ti sembra una risposta decente?” 
“Vorrei saperne di più, su di te,” dissi. 
“Davvero?” 
“Davvero.” 
“Anche se potresti aver voglia di distogliere gli occhi?” 
“Nascondi cose così terribili?” 
“In un certo senso sì,” disse Midori corrugando la fronte. “Voglio un altro bicchiere.” 
Chiamai il cameriere e ordinai per la quarta volta. Fino a che arrivarono i drink Midori restò col viso appoggiato tra le mani, i gomiti sul bancone. Io ascoltavo in silenzio Honeysuckle Rose suonata da Thelonius Monk. Nel bar c‟erano altre cinque o sei persone, ma noi eravamo i soli a bere alcolici. Un penetrante aroma di caffè e la penombra facevano del locale un‟oasi intima e accogliente nel pomeriggio. 
“Domenica prossima hai da fare?” chiese Midori. 
“Forse l‟altra volta te l‟ho già detto: la domenica sono sempre libero. 
Fino alle sei però, perché poi devo andare al lavoro.” 
“Allora domenica prossima ti va di farmi compagnia?” 
“Va bene.” 
“Passo a prenderti io domenica mattina al collegio. Non posso dirti l‟ora precisa, fa niente?” 
“Non fa niente. Vieni quando vuoi.” 
“Watanabe... indovina adesso cosa vorrei.” 
“Guarda, non ci provo neanche.” 
“Come prima cosa, vorrei stare stesa su un letto morbidissimo,” disse Midori. “Deliziosamente brilla, senza la minima traccia di cacca d‟asino nelle vicinanze, e tu che dormi accanto a me. Poi a un tratto cominceresti a spogliarmi, togliendo una cosa alla volta, molto dolcemente. Con delicatezza, come una mamma che spoglia un bambino piccolo.” “Hmm,” feci io. 
“È piacevole, e fino a un certo punto ti lascio fare, un po‟ trasognata. Ma a un tratto, tornando in me all‟improvviso, griderei: „No, Watanabe, non lo fare! Non posso, sono già di un altro. Su queste cose io non scherzo, perciò fermati, ti scongiuro!‟ Ma tu non ti fermeresti.” 
“Mi fermerei, invece.” 
“Lo so benissimo. Ma questa è una fantasia. Perciò fasciami fare,” disse Midori. “E a quel punto tu me lo fai vedere. È dritto, svettante. Io distolgo subito lo sguardo, ma riesco a coglierne lo stesso qualche fugace visione. E allora ti imploro: „No, ti prego. Non quello, non quel coso enorme e duro. Non entrerebbe mai!‟” 
“Non ce l‟ho così grande. È medio.” 
“Per me va benissimo. Ma adesso è una fantasia, ti ho detto. 
Tu fai una faccia tristissima. E visto che sei così disperato io ti consolo. 
Su, su, non fare così, poverino...” 
“Cioè vuoi dire che a quel punto lo vorresti fare?” 
“Precisamente.” 
“Non ho parole.” 
Lasciammo il bar che avevamo bevuto cinque vodka tonic a testa. Quando feci per pagare, Midori mi diede un colpo sulla mano facendomi scansare, tirò fuori dal portafogli un biglietto di diecimila yen nuovissimo, senza la minima piegolina, e pagò il conto. 
“Offro io. Mi hanno appena pagata al lavoro, e poi sono stata io a invitarti,” disse Midori. “Ma naturalmente se sei uno di quei fascisti che non sopportano l‟idea di farsi offrire qualcosa da una donna, è un altro discorso.” 
“No, non ho di questi problemi.” 
“E poi non te l‟ho neanche lasciato mettere...” “Perché era troppo grande e duro,” dissi io. 
“Sì,” fece Midori. “Perché era troppo grande e duro.” 
Midori, un po‟ ubriaca, mise un piede in fallo e quasi rotolammo per tutte le scale. Fuori dal locale il cielo nuvoloso si era rasserenato e il sole quasi al tramonto versava la sua luce dolce nelle strade. Io e Midori andammo un po‟ a zonzo da quelle parti. Lei espresse il desiderio di arrampicarsi su un albero, ma purtroppo eravamo a Shinjuku dove di alberi non ce ne sono, e il parco, Shinjuku gyōen, a quell‟ora era già chiuso. 
“Che peccato, mi piace tanto arrampicarmi sugli alberi,” disse Midori. 
Ora che passeggiavo con lei guardando le vetrine, la città non mi sembrava più così irreale come fino a poche ore prima. 
“Sai? Mi sembra di essermi un po‟ riambientato nel mondo. Incontrarti mi ha fatto bene,” dissi. 
Midori si fermò ed esaminò bene i miei occhi. 
“È vero. Mettono di nuovo a fuoco come si deve. Vedi che ci sono anche aspetti positivi a frequentarmi?” 
“Ah, non lo metto in dubbio.” 
“È ora di andare a casa per preparare la cena,” disse Midori quando si fecero le cinque e mezzo. “Anch‟io prendo un autobus e torno al collegio,” dissi. La accompagnai fino alla stazione di Shinjuku e lì ci separammo. 
“Vuoi sapere adesso invece cosa avrei voglia di fare?” chiese Midori prima di salutarci. 
“Le cose che pensi tu sono al di là della mia immaginazione.” 
“Vorrei che fossimo catturati dai pirati, che ci spogliassero e ci mettessero l‟uno di fronte all‟altra, nudi, e ci legassero stretti con una corda.” 
“E perché dovrebbero fare una cosa simile?” 
“Perché sono dei maniaci sessuali, quei pirati.” 
“Qua la maniaca sessuale mi sa che sei proprio tu,” dissi. 
“E poi ci chiuderebbero nella stiva dicendo: presto vi butteremo a mare, perciò avete un‟ora di tempo per godervela in quella posizione.” 
“E noi?” 
“Ce la godremmo da matti per un‟ora, rotolandoci e contorcendoci.” 
“E questo è quello che adesso a te andrebbe di fare?” “Esattamente.” 
“Poveri noi!” dissi scuotendo la testa. 
La domenica seguente Midori venne a prendermi alle nove e mezzo del mattino. Io mi ero appena svegliato e non mi ero ancora neanche lavato la faccia. Qualcuno bussò alla porta e gridò: Watanabe, c‟è giù una donna! Scesi a vedere: su una sedia nell‟atrio, con una gonna di jeans vertiginosamente corta e le gambe accavallate, c‟era Midori che sbadigliava. I ragazzi che passavano per andare a colazione guardavano le sue gambe slanciate con gli occhi di fuori. Bisogna dire che aveva gambe splendide. 
“Sono venuta troppo presto?” chiese Midori. “Sembri appena sveglio.” 
“Puoi aspettarmi qui un quarto d‟ora, mentre mi lavo e mi faccio la barba?” 
“Aspettare va bene, solo che tutti quelli che passano non mi staccano gli occhi dalle gambe.” 
“Che c‟è di strano? Se vieni a un collegio maschile con una gonna così corta, il minimo che ti puoi aspettare è che ti guardino.” 
“Va beh, non importa. Tanto oggi ho delle mutandine carinissime. Rosa con dei ricami di pizzo. Molto fru-fru.” 
“Peggio ancora,” sospirai, e tornai in camera. Mi lavai e mi sbarbai più in fretta che potevo. Misi una camicia blu dal colletto coi bottoni e una giacca grigia di tweed, scesi giù e scortai Midori fuori dai cancelli del collegio. Avevo sudato freddo. 
“E così quelli che stanno qui dentro si masturbano tutti? Avanti e indietro con la manina?” chiese Midori alzando lo sguardo verso l‟edificio del collegio. 
“Probabile.” 
“I ragazzi pensano alle ragazze mentre lo fanno?” 
“Mah, direi di sì,” risposi. “Mica si masturberanno pensando alle quotazioni in borsa, alle coniugazioni dei verbi o al Canale di Suez. Mi sembra più logico che pensino alle ragazze.” 
“Il Canale di Suez?” 
“Era solo un esempio.” 
“Ma pensano a una ragazza specifica?” 
“Senti un po‟, ma perché non le chiedi al tuo fidanzato queste cose?” dissi. “Non vedo perché devo mettermi a darti questo tipo di spiegazioni la domenica mattina appena sveglio.” 
“È solo che sono curiosa,” disse Midori. “E se provassi a chiedere queste cose a lui, si arrabbierebbe come un pazzo. Le ragazze non fanno domande come queste, se senti lui.” 
“Mi sembra un‟opinione ragionevole.” 
“Ma a me interessa saperlo. È una curiosità del tutto innocente. Allora, quando vi masturbate pensate a una ragazza in particolare?” 
“Sì, almeno per quanto mi riguarda,” risposi rassegnato. “Ma non posso garantire per gli altri.” 
“Ma tu l‟hai mai fatto pensando a me? Dimmi la verità, non mi arrabbio.” 
“Non l‟ho mai fatto. È la verità.” Lo era. 
“Come mai? Non mi trovi attraente?” 
“No, anzi. Sei attraente, carina, e hai un modo di vestire sexy che ti si addice.” 
“E allora perché non l‟hai mai fatto pensando a me?” 
“Prima di tutto perché io ti considero un‟amica e non me la sento di 
mischiarti con le mie fantasie sessuali. E poi...” “E poi perché c‟è qualcun‟altra che ti viene in mente.” “Sì, in effetti hai azzeccato,” ammisi. 
“Segui la tua etica perfino in cose di questo genere,” disse Midori. “Ma è proprio questo che mi piace di te. Però non potresti fare uno strappo solo una volta e mettere me in questa parte? In una delle tue fantasie, in uno dei tuoi sogni a occhi aperti? Per una volta vorrei esserci anch‟io. Te lo chiedo come amica. È una cosa che posso chiedere solo a te. Mica posso dire a qualcuno: mi raccomando, stasera pensa a me quando ti masturbi. Lo chiedo a te solo perché siamo amici. E poi vorrei che mi raccontassi com‟è stato. Che hai fatto eccetera eccetera.” Tirai un sospiro. 
“Entrare dentro di me no, però, dato che siamo amici. D‟accordo? A parte quello va tutto bene. Puoi pensare quello che vuoi.” 
“Non so come andrà. Non l‟ho mai fatto con tutte queste condizioni,” dissi. “Ci proverai?” 
“Ci proverò.” 
“Però, Watanabe, non voglio che mi consideri una maniaca, un‟insoddisfatta o pensi che voglia fare la trasgressiva. È solo che è una cosa che mi interessa un sacco, che vorrei conoscere. Tu lo sai che ho sempre studiato in scuole femminili e che ho sempre avuto attorno solo donne. E così vorrei tanto sapere cosa pensano gli uomini, come funzionano i loro corpi. Non a livello di quegli inserti delle riviste per casalinghe. Il mio è un interesse scientifico.” “Scientifico, eh?” dissi io rassegnato. 
“Lui invece quando vede che io voglio sapere o anche fare praticamente delle cose, diventa di pessimo umore. Dice che sono una maniaca, che sono una pazza. Figurati che non si fa fare nemmeno la fellatio, un campo che invece vorrei tanto approfondire.” 
“Hmm... hmm.” 
“A te da fastidio fartela fare?” 
“Non mi da fastidio, non direi.” 
“Cioè vuoi dire che ti piace.” 
“Sì, voglio dire che mi piace,” dissi. “Ma vogliamo rimandare il discorso a un‟altra volta? Non vorrei sciupare una domenica mattina come questa a parlare di masturbazione e di fellatio. Preferirei parlare di altre cose. Il tuo ragazzo studia alla nostra università?” 
“No, in un‟altra naturalmente. Ci siamo conosciuti ai tempi di liceo, tramite i rispettivi club. Io andavo alla scuola femminile, lui a quella maschile, e come succede spesso, ci conoscemmo in quelle attività extrascolastiche tipo concerti organizzati in collaborazione tra i due licei e roba del genere. Anche se è stato dopo la licenza liceale che ci siamo messi insieme. Ehi, Watanabe?” 
“Sì?” 
“Allora, promesso? Pensami una volta, basta una volta sola.” “Va bene, la prossima volta farò l‟esperimento,” mi arresi. 
Alla stazione prendemmo il metro per Ochanomizu. Dato che non avevo fatto colazione, quando scendemmo a Shinjuku per cambiare treno, comprai in un chiosco dei sandwich striminziti e un caffè che sapeva di inchiostro di giornale bollito. A quell‟ora di domenica mattina i treni del metro erano pieni di famiglie e coppie dirette da qualche parte. Un gruppo di ragazzi che portavano tutti la stessa uniforme scorrazzavano per i vagoni con le loro mazze da baseball. Sul metro c‟erano diverse ragazze con le minigonne ma nessuna era corta quanto quella di Midori, che ogni tanto tirava l‟orlo verso il basso. Alcuni ragazzi guardavano ipnotizzati le cosce di Midori, il che mi rendeva un po‟ nervoso, ma lei sembrava non accorgersene neanche. 
“Prova a indovinare che cosa mi piacerebbe fare adesso,” disse sottovoce Midori mentre eravamo dalle parti di Ichigaya. 
“Non ne ho la minima idea,” dissi. “Però ti prego, non me lo dire mentre siamo sul treno. Non è il caso di farlo sentire anche agli altri.” “Peccato. Avevo avuto un‟idea così bella, stavolta,” disse con rimpianto Midori. 
“A proposito. Cosa andiamo a fare a Ochanomizu?” 
“Seguimi e lo saprai.” 
Quella domenica Ochanomizu era invasa da una marea di studenti delle medie e del liceo: ci dovevano essere delle esercitazioni per gli esami o dei corsi preparatori. Midori, tenendosi la borsa a tracolla con la sinistra e stringendomi la mano con la destra mi guidò attraverso la folla. 
“Di‟, Watanabe, mi sapresti spiegare la differenza in inglese tra il condizionale presente e il condizionale passato?” mi chiese tutt‟a un tratto. 
“Penso di sì,” risposi. 
“Allora spiegami anche che ruolo svolge questa differenza a livello di vita quotidiana.” 
“A livello di vita quotidiana più o meno nessuno,” dissi. “Ma più che avere un ruolo concreto, direi che la funzione di questo tipo di cose consiste in un esercizio per comprendere la realtà in modo sistematico.” Midori ci pensò su per qualche istante con un‟espressione molto concentrata, poi disse: “Sei un genio. Sai che non ci avevo mai pensato? Non mi ero neanche posta il problema che tutta questa roba, dal condizionale al calcolo differenziale ai simboli chimici, potesse svolgere sul serio una funzione. Se trovavo qualcosa di complicato, 
preferivo ignorarlo. Ho sbagliato tutto nella mia vita?” 
“Che facevi? Le ignoravi e basta?” 
“Completamente. Facevo finta che non esistessero. Mai capiti, per esempio, seno e coseno.” 
“E ciò nonostante sei riuscita a prendere la licenza liceale e a entrare all‟università,” dissi sorpreso. 
“Ehi, svegliati!” disse Midori. “Non sai come vanno queste cose? Basta avere un buon intuito e superi tranquillamente gli esami d‟ammissione all‟università. E io ho un intuito eccezionale. Quando in un test si tratta di scegliere tra tre risposte quella giusta, io vado a colpo sicuro.” “Io che non ho un intuito altrettanto buono, ho bisogno di attenermi a un modo di pensare relativamente sistematico, come un corvo che 
accumula pezzetti di vetro nel cavo di un albero.” 
“E questo che funzione svolge?” 
“Mah, non saprei,” risposi. “Suppongo che faciliti tutta una serie di cose.” 
“Per esempio?” 
“Che ne so, il pensiero metafisico, l‟apprendimento delle lingue...” 
“Che a loro volta a che servono?” 
“Dipende dalle persone. Per alcuni hanno un‟utilità, per altri no. Ma sono soprattutto un mezzo, una specie di disciplina. Come ti dicevo prima, che svolgano o non svolgano certe funzioni è un problema successivo.” 
“Hmm,” fece Midori con una certa ammirazione, mentre continuava a tirarmi per mano lungo una salita. “Sai che sei molto bravo a spiegare le cose?” “Dici?” 
“Dico. Ho provato a chiedere a varie persone quale fosse la vera funzione del condizionale ma nessuno mi aveva mai dato una risposta così chiara. Nemmeno il professore d‟inglese. Quando gli facevo la domanda, erano tutti imbarazzati, seccati, oppure mi trattavano come una deficiente. Nessuno ha mai cercato di darmi una spiegazione sensata. Ma se in quelle occasioni qualcuno l‟avesse fatto, magari sarei riuscita a trovare dell‟interesse anche nel condizionale.” “Hmm,” feci solo. 
“Hai mai letto Il Capitale?” chiese poi Midori. “L‟ho letto, anche se naturalmente non proprio fino in fondo. Più o meno come tutti.” 
“L‟hai capito?” 
“C‟erano dei punti che capivo e altri che non capivo. Per recepire Il Capitale in modo corretto uno dovrebbe apprendere tutto un sistema di pensiero. Però naturalmente la teoria marxista nelle grandi linee credo di averla capita.” 
“Secondo te uno appena entrato all‟università, che non ha mai letto niente del genere, e che prende in mano Il Capitale per la prima volta, riesce a capirlo senza problemi?” 
“Mah, questo mi sembrerebbe un po‟ troppo,” dissi. 
“Allora senti questa. Quando ho cominciato l‟università, mi piaceva cantare così entrai in un club di musica folk. Si rivelò un covo di mistificatori della peggior specie, che ancora a pensarci adesso mi vengono i brividi. Arrivati lì per prima cosa ti davano da leggere Marx. Per la prossima volta leggete da pagina tot a pagina tot. E non mancò un sermone su come le calzoni folk dovessero essere collegate alla società e al radicalismo. C‟era poco da fare: tornata a casa mi dovetti mettere a leggere Marx. Ma non ci capivo niente, molto peggio del condizionale. Dopo tre pagine lasciai perdere. Così alla successiva riunione spiegai che avevo provato a leggere ma non ci avevo capito un tubo. Mi trattarono come un‟idiota. Non avevo la minima coscienza critica, mancavo totalmente di visione sociale. Fu tragico, sai? E solo perché avevo confessato di non aver capito un testo. Non ti sembra una cosa orrenda?” Annuii. 
“Per non parlare poi della discussione. Tutti usavano le parole più difficili con l‟aria di chi non ha fatto altro in vita sua. Io che non capivo mi azzardavo a fare domande tipo: „Che vuoi dire sfruttamento imperialistico? Ha qualcosa a che fare con la società dell‟India orientale?‟ o „Distruggere la cooperazione industria-università significa che dopo la laurea non bisogna cercare lavoro presso un‟industria?‟ Ma nessuno mi dava spiegazioni. Anzi, si arrabbiavano sul serio. Ti rendi conto?” 
“Mi rendo conto sì.” 
“Come è possibile che non capisci queste cose? mi dicevano. Come pensi di vivere senza un‟idea nel cervello? Ma io sono quella che sono. Non sarò molto intelligente. Sono una persona comune. Ma non sono le persone comuni quelle che sostengono la società, e quelle che vengono sfruttate? E sbandierare di fronte alle persone comuni parole che non possono capire me lo chiamate rivoluzione? Trasformazione della società? Io vorrei fare veramente qualcosa per migliorare le condizioni della società. E credo che se ci sono veramente persone sfruttate bisogna mettere fine a questa cosa. E non è proprio per questo che facevo domande cercando di capire?” 
“Sì, credo di sì.” 
“Allora pensai: questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l‟ammirazione delle ragazze appena entrate all‟università, e in realtà pensano solo a infilare le mani sotto alle gonne. Poi quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell‟impiego alla Mitsubishi, alla TBS, all‟IBM o alla Banca Fuji, si prendono una moglie carina che non ha mai letto una parola di Marx e affibbiano ai loro bambini i nomi più pretenziosi che trovano. Altro che „Distruzione della cooperazione università-industria!‟ C‟è da piangere dalle risate. Gli altri appena iscritti come me neanche a parlarne. Anche se non avevano capito un bel niente facevano la faccia di chi ha capito perfettamente ed è dalla parte giusta. E poi in privato mi dicevano: „Non fare la scema, anche se non capisci basta che dici „sì, sì‟ o „ah, ma davvero!‟ e tutto andrà bene‟. Ma c‟è stata una cosa che mi ha fatto andare ancora più in bestia. Vuoi sentire?” 
“Dimmi.” 
“Una sera dovevamo partecipare a un‟assemblea e a noi ragazze fu ordinato di preparare e portare venti o-nigiri a testa per uno spuntino notturno. Si può immaginare una cosa più maschilista? Comunque, siccome non volevo essere sempre la solita rompiscatole, senza dire una parola preparai i miei venti o-nigiri, ripieni di umeboshi e avvolti nelle alghe. E vuoi sapere dopo che cosa mi son sentita dire? „Kobayashi ha fatto gli o-nigiri mettendoci dentro solo umeboshi, e non ha fatto nemmeno un contorno.‟ Le altre ragazze li avevano riempiti con salmone, bottarga e avevano preparato frittatine di contorno. Io rimasi come una scema, senza spiccicare parola. Come mai loro che si riempivano la bocca di rivoluzione e roba del genere si mettevano a fare una questione sugli o-nigiri di uno spuntino notturno? Per i loro palati raffinati non bastava il ripieno di umeboshi e l‟esterno di alghe. Ma pensate a quei poveri bambini dell‟India!” Scoppiai a ridere. 
“E poi come andò a finire questo club?” 
“A giugno me ne andai, ero talmente indignata,” disse Midori. “Ma non è solo il club. Tutta l‟università è piena di questi ipocriti. Passano la loro vita tremando, nel terrore che gli altri possano scoprire che non hanno capito qualcosa. E naturalmente leggono tutti gli stessi libri, si riempiono tutti degli stessi paroloni, ascoltano tutti John Coltrane e si esaltano con i film di Pasolini. Sarebbe questa la rivoluzione?” 
“Non chiedere a me. Non mi è mai capitato di vederne una.” 
“Se la rivoluzione è questa, meglio farne senza. Qui sono capaci di fucilarti con l‟imputazione di aver messo solo umeboshi nell‟o-nigiri. E guarda che anche tu di sicuro saresti tra i giustiziati. Magari perché capire il condizionale è controrivoluzionario.” “Ah, non mi stupirei,” dissi. 
“A me, da persona comune quale sono, la situazione è molto chiara. Che scoppi o non scoppi la rivoluzione, le persone comuni continueranno a vivere modestamente nelle loro modeste abitazioni. Cosa vuoi che sia dopotutto la rivoluzione? Cambiare il nome del governo. Ma tutti quei signorini non lo capiscono, quelli che si riempiono la bocca di tante parole idiote. Ma tu l‟hai mai visto un agente delle tasse?” 
“Mai.” 
“Io sì, tante di quelle volte. Entravano a casa nostra senza nessun riguardo, pieni di tracotanza. Che roba è questo registro? Strani affari, combinate qui. Volete farmi credere che queste sono le spese? Forza, tirate fuori le ricevute, ho detto le ricevute, chiaro? Noi ci mettevamo da parte in un angolo e quando era ora di pranzo ordinavamo per loro del sushi di ottima qualità. E bada che mio padre è uno che non ha mai nemmeno una volta cercato di fregare le tasse. Davvero, eh. È fatto così, è di vecchio stampo. Ciò nonostante gli agenti delle tasse non gli davano tregua. Per esempio trovavano da ridire che le entrate erano troppo basse. Come se questa fosse una cosa che dipendeva da lui! A sentire queste cose mi si torceva lo stomaco. Avrei voluto gridargli: queste cose vagliele a dire a quelli che i soldi ce li hanno sul serio. Che dici, se scoppia la rivoluzione, gli agenti delle tasse cambieranno atteggiamento?” 
“Ne dubito molto.” 
“Se è così io non ci credo, nella rivoluzione. L‟amore è l‟unica cosa in cui credo.” 
“Peace,” dissi io. “Peace,” disse Midori. 
“A proposito, ma si può sapere dove stiamo andando?” 
“All‟ospedale. Mio padre è ricoverato e io devo assisterlo per tutto il giorno. Oggi tocca a me.” 
“Tuo padre?” dissi io sorpreso. “Ma non hai detto che era andato in Uruguay?” 
“Ma no, erano tutte balle,” disse Midori imperturbabile. “Sono anni che blatera di andarsene in Uruguay, ma è solo un sogno. In realtà non si può nemmeno spostare da Tōkyō.” 
“Sta molto male?” 
“Detto brutalmente, ormai è questione di poco.” Per un po‟ camminammo senza parlare. 
“Lo so perché è la stessa malattia di mia madre. Tumore al cervello. Ti rendi conto? Non sono nemmeno due anni che è morta mia madre, e stavolta tocca a lui, la stessa identica cosa.” 
Era domenica, perciò all‟ospedale dell‟università c‟era una folla di visitatori tra i quali si mischiavano i malati in condizione di stare in piedi. Tutto era impregnato di quell‟inconfondibile odore di ospedale fatto di disinfettante, fiori, urina, lenzuola, in mezzo al quale le infermiere si spostavano rapide con un gran ticchettio di tacchi. 
Il padre di Midori occupava il primo letto entrando, in una stanza a due. La sua figura distesa faceva pensare a un piccolo animale gravemente ferito. Giaceva su un fianco, completamente immobile, l‟ago della flebo inserito nel braccio sinistro. Era un uomo piccolo e magro, ma dava la sensazione di essere sul punto di diventare ancora più piccolo, ancora più magro. Aveva la testa avvolta in una fasciatura bianca e le braccia pallide erano segnate da molti puntini, tracce di iniezioni e di fleboclisi. I suoi occhi semichiusi che fissavano senza vederlo un punto dello spazio, quando entrammo si mossero leggermente, rossi e iniettati di sangue, verso di noi. Ma dopo averci fissato per non più di dieci secondi, tornarono a perdersi nel vuoto. 
Bastava guardare quegli occhi per capire che non gli restava molto da vivere. Ma anche nel resto del corpo non c‟era quasi più energia vitale. In quel letto c‟erano solo le spoglie, fragili e consunte, di una vita umana. Come una vecchia casa da cui erano stati portati via tutti i mobili e staccati perfino gli infissi, che aspettasse solo di essere abbattuta. Attorno alle labbra secche crescevano come erbacce pochi radi peli. Mi sembrò quasi strano che la barba continuasse a crescere in un corpo svuotato di ogni energia vitale. 
Midori salutò l‟uomo di mezza età e piuttosto in carne che era nel letto accanto alla finestra. Forse non poteva parlare bene perché si limitò a risponderle con un sorriso e un cenno del capo. Tossì due tre volte, bevve un po‟ d‟acqua dal bicchiere che aveva accanto al letto, poi con movimenti lenti si rigirò su un fianco per guardare fuori. Dietro la finestra c‟erano solo pali della corrente e fili elettrici. Non si vedeva proprio nient‟altro. Perfino il cielo era senza nuvole. 
“Papa, come stai?” chiese Midori avvicinando le labbra all‟orecchio del padre, con il modo di parlare di chi fa una prova-microfono. “Come va oggi?” 
Il padre mosse faticosamente le labbra. «Male» riuscì a dire, e poi aggiunse: «La testa», come se da quel po‟ d‟aria che aveva in fondo alla gola riarsa si sforzasse di tirar fuori qualcosa di simile a parole. 
“Ti fa male la testa?” chiese Midori. 
«Sì» rispose il padre. Sembrava riuscisse ad articolare solo poche sillabe. 
“Eh, purtroppo non c‟è niente da fare. Subito dopo l‟operazione non può non farti male. È dura, lo so, ma cerca di avere ancora un po‟ di pazienza,” disse Midori. “A proposito, questo è Watanabe, un mio amico.” 
“Piacere,” dissi io. Il padre aprì appena le labbra, poi le richiuse. “Siediti lì,” mi disse Midori indicando uno sgabello rotondo di plastica ai piedi del letto. Mi misi a sedere docilmente. Lei diede da bere al padre un po‟ d‟acqua da una caraffa e gli chiese se voleva un po‟ di frutta fresca o in gelatina. «Non mi va,» disse lui. “Ma ti fa male stare senza mangiare,” provò a insistere Midori.” «Ho mangiato», riuscì a sillabare. 
Accanto al letto c‟era un comodino su cui erano appoggiati una brocca, un bicchiere, un piatto e un piccolo orologio. Da lì sotto Midori prese una grande busta da cui tirò fuori un cambio di pigiama e biancheria e vari piccoli oggetti che riordinò e mise in un armadietto vicino alla porta. In fondo alla busta c‟erano anche due pompelmi e delle gelatine di frutta, cibi tipici da malato, ma anche tre cetrioli. 
“Cetrioli?” esclamò stupita Midori. “Che ci fanno qui dei cetrioli? Dev‟essere stata mia sorella. Vorrei tanto sapere che cosa ha in testa quella ragazza. Le avevo spiegato tanto bene quello che doveva comprare! E certo non posso averle detto di comprare dei cetrioli.” “Forse avrà capito una cosa per un‟altra. Magari le avevi chiesto dei kiwi,” 5 suggerii. Midori schioccò le dita: “Ma certo! È proprio così, le avevo chiesto dei kiwi. Ma avrebbe potuto riflettere un attimo. Che ci fa una persona malata con i cetrioli? Papa, vuoi per; caso un cetriolo?” «Non mi va» disse anche stavolta il padre. 
Midori si sedette accanto al padre e si mise a raccontargli di varie cose. Del televisore che si era guastato e che avevano fatto riparare, di una zia di Takaido che sarebbe venuta a trovarlo tra due, tre giorni, di un certo Miyazaki, farmacista, che era caduto col motorino, e così via. Il padre partecipava come poteva facendo «Hmm» ogni tanto. 
“Ma davvero non vuoi mangiare niente, papa?” 
«Non mi va.» 
“Watanabe, vuoi mangiarlo tu un pompelmo?” “Grazie, non mi va,” risposi anch‟io. 
Dopo un po‟ Midori mi disse di seguirla e mi portò nella sala TV dove ci sedemmo e lei si accese una sigaretta. C‟erano anche tre pazienti in pigiama che fumavano guardando una specie di tribuna politica. 
“Guarda: quell‟uomo con le stampelle non fa altro che girarsi a guardarmi le gambe. Quello col pigiama blu e gli occhiali,” disse Midori contenta. 
“Certo che ti guardano. Con una gonna come quella chi non guarderebbe?” 
“Buon per loro. Sai come si annoieranno qua, poveretti, e vedere ogni tanto le gambe di una ragazza non gli può far male. Anzi, magari un po‟ di eccitazione accelera la guarigione.” 
“Speriamo che non abbia l‟effetto contrario,” dissi. 
Per qualche istante Midori guardò il fumo della sua sigaretta che si sollevava dritto verso l‟alto. 
“Mio padre, sai, non è una cattiva persona” disse lei a un tratto. “A volte dice delle cose assurde che mi fanno andare in bestia, ma fondamentalmente è una persona a posto, e ha amato davvero mia madre. In più è uno che ha sempre vissuto cercando di dare il meglio di sé. Di carattere ha sempre avuto dei lati fragili, non aveva il genio degli affari e non ha mai avuto gran successo con la gente, ma rispetto a tutti i bugiardi furbi e senza scrupoli che ci sono in giro, è un uomo onesto. Siccome anch‟io per carattere sono una che non ritira mai quello che ha detto, litigavamo spesso, ma lui non è mai stato una persona cattiva.” Midori mi prese la mano, come uno potrebbe raccogliere qualcosa che gli è caduta per strada, e se la mise in grembo. Metà della mia mano era sul tessuto della gonna, metà le toccava la coscia. Lei mi guardò in faccia per qualche istante, quindi disse: “So che non dovrei chiedertelo, ma te la sentiresti di restare qui con me per un po‟?” 
“Posso restare senza problemi fino alle cinque,” dissi io. “Mi piace stare con te, e sono completamente libero.” “Cosa fai di solito la domenica?” 
“Il bucato,” risposi. “E poi stiro.” 
“Di‟ un po‟, non ti va molto di parlare di quella donna, vero? Di quella tipa con cui stai?” 
“In effetti non tanto. È una situazione complicata, e non penso che sarei bravo a spiegare.” 
“Va bene, non importa,” disse Midori. “Posso dirti però quello che immagino io?” 
“Certo che puoi, anzi sono curioso di saperlo: le cose che immagini tu sono sempre interessanti.” 
“Io penso che si tratti di una donna sposata.” 
“Hmm.” 
“Una donna bella e piena di soldi sui trentadue, trentatré anni, con la pelliccia, scarpe di Charles Jourdan e biancheria di seta. Un tipo del genere, e con in più una voglia insaziabile di sesso che include una preferenza per le cose più perverse. Durante la settimana ogni pomeriggio vi date al sesso più sfrenato. Ma la domenica non si può perché il marito sta a casa. Ho indovinato?” 
“Hai messo insieme una storia niente male,” dissi. 
“Ti chiede di legarla, di metterle una benda sugli occhi, e si fa leccare da te in ogni angolo del corpo. E poi si fa penetrare con strani oggetti, assume le pose più acrobatiche mentre tu le scatti delle polaroid.” 
“Se fosse così non mi dispiacerebbe.” 
“E siccome è insaziabile, lo fate ogni volta che è possibile. Lei ne è ossessionata, non pensa ad altro tutti i giorni, anche perché non ha nient‟altro da fare, e ti dice: „La prossima volta che vieni faremo questo e quest‟altro‟. E a letto lo fate avidamente, nelle posizioni più svariate, venendo almeno tre volte. E lei ti dice: „Dillo, ho un corpo fantastico, no? Nessuna ragazza giovane potrebbe soddisfarti così. Quale ragazzina ti farebbe le cose che ti faccio io? Ti piace questo? Godi? No, aspetta, non venire ancora‟.” 
“Mi sa che hai visto troppi film porno,” dissi ridendo. 
“Dici? Può darsi,” fece Midori. “A me i film porno piacciono un sacco. 
Ci andiamo insieme una volta?” 
“Perché no? La prossima volta che sei libera andiamo.” 
“Dici sul serio? Mi piacerebbe tanto. Andiamo a vedere qualcosa di sado-maso. Sai, quelli dove frustano le ragazze e le costringono a fare la pipì davanti a tutti. Adoro il genere.” 
“Va bene.” 
“Sai qual è la cosa che mi piace di più in un cinema porno?” 
“Non ho la più pallida idea.” 
“Hai presente, quando arriva qualche scena di sesso, e senti nel silenzio il rumore della gente che deglutisce?” disse Midori. “Ecco, a me piace quel rumore. Mi fa tenerezza.” 
Rientrati nella stanza Midori tornò a sedersi accanto al padre e a raccontargli diverse cose. Lui ascoltava in silenzio, e ogni tanto partecipava con qualche «Ah» e «Hmm». Verso le undici venne la moglie dell‟uomo che occupava l‟altro letto e lo aiutò a cambiare il pigiama e gli sbucciò della frutta. Midori e la signora, che aveva una faccia rotonda e amabile, si misero a chiacchierare di varie cose. Venne l‟infermiera che sostituì la bottiglia della flebo, scambiò qualche parola con loro due e se ne andò. Intanto io, non avendo niente da fare, mi limitavo a guardarmi intorno nella stanza o a contemplare i pali della corrente fuori dalla finestra. Ogni tanto veniva qualche passero e si posava sui fili. Midori parlava col padre, gli asciugava il sudore o lo ripuliva dal catarro, chiacchierava con la signora o con le infermiere, scambiava qualche parola con me, controllava l‟andamento della flebo. 
Alle undici e mezzo venne il dottore per il giro di visite e io e Midori dovemmo aspettare fuori. Quando il medico uscì dalla stanza Midori gli chiese: “Dottore, come sta oggi mio padre?” 
“Ha appena subito un intervento ed è ancora sotto l‟effetto dei sedativi, quindi è piuttosto provato,” spiegò il medico. “Comunque prima di due, tre giorni non potremo conoscere l‟esito. Se è andato bene tanto meglio, se no dovremo riesaminare la situazione.” 
“Non è che pensate di aprirgli di nuovo la testa?” 
“Come ho detto, prima di tre giorni non sono in grado di dire niente,” disse il dottore. “Ma guarda guarda, oggi ci siamo messe una minigonna vertiginosa.” 
“Non è carina?” 
“Ah sì. Solo mi chiedo come fai quando sali le scale,” fece il dottore. 
“Non faccio niente. Chi vuole guardare guardi pure,” disse Midori, provocando una risatina nell‟infermiera alle sue spalle. 
“È la tua testa che bisognerebbe aprire per dare un‟occhiata dentro,” disse il dottore fingendosi scandalizzato. “E poi faresti meglio a usare gli ascensori. Con tutto il daffare che abbiamo non vorrei dover ricoverare nuovi casi per colpa della tua minigonna.” 
Poco dopo la visita venne l‟ora del pasto. Un‟infermiera girava di stanza in stanza a portare il vassoio con il cibo. Al padre di Midori toccò un brodino, un pesce bollito e spinato, delle verdure passate fino a diventare una specie di gelatina, e frutta. Midori lo fece mettere supino e sollevò il letto girando la manopola ai suoi piedi, quindi cominciò a somministrargli il brodino con un cucchiaio. Lui mandò giù cinque o sei cucchiaiate, poi girò la faccia dicendo «Basta». 
“Ma non puoi mangiare così poco. Come devo fare con te?” disse Midori. 
«Dopo,» sillabò il padre. 
“Niente da fare, eh? Ma come pensi di guarire se non mangi?” disse Midori. “Non hai bisogno di fare pipì?” Il padre fece «No» con le labbra. 
“Watanabe, ti va di andare giù alla mensa a mangiare qualcosa?” propose Midori. 
Risposi di sì, ma per la verità mangiare era l‟ultima cosa di cui avessi voglia. La mensa, che pullulava di dottori, infermiere e visitatori, era una grande sala sotterranea completamente disadorna e senza neanche una finestra, con file di tavoli e sedie dove tutti mangiavano chiacchierando all‟unisono di qualcosa - probabilmente di malattie - e il vocio risuonava come in un affollato sottopassaggio. Ogni tanto, coprendo momentaneamente quel brusio, si diffondeva dagli altoparlanti un annuncio per chiamare qualche dottore o infermiera. Mentre io occupavo il tavolo Midori andò a prendere il nostro pranzo che portò su un vassoio d‟alluminio. Crocchette, insalata di patate, verze crude, verdure bollite, riso bianco e brodo di miso, tutto servito negli stessi recipienti di plastica bianca che usavano per i degenti. Io non riuscii a finire più di metà. Midori invece mangiò tutto con appetito. 
“Che c‟è? Non hai fame?” chiese Midori sorseggiando il tè verde. 
“No, non molto,” dissi. 
“Colpa dell‟ospedale,” disse Midori indicando con la testa l‟ambiente intorno a noi. “Succede a tutti quelli che non sono abituati. E per via degli odori, dei suoni, dell‟aria viziata, delle facce dei malati, per la tensione, l‟irritazione, la disperazione, il dolore, la stanchezza, per tutte le cose che ci sono in un ospedale. Ti si chiude lo stomaco e passa la fame. Ma una volta che ti abitui non te ne accorgi nemmeno. Anzi, ti rendi conto che se non mangi seriamente non ce la fai a occuparti di un malato. Te lo dico io che ho già assistito quattro persone tra mio nonno, mia nonna, mia madre e mio padre. E poi può sempre esserci qualche imprevisto che ti costringe a saltare il prossimo pasto, per cui è meglio mangiare per bene quando si può.” “Sì, capisco che vuoi dire,” dissi. 
“A volte, quando vengono dei parenti a trovare mio padre, capita che veniamo qui a mangiare, e nessuno riesce a finire più di metà, come te adesso. E vedendo che io mangio tutto, c‟è sempre quella che ti dice: „Ma guarda Midori come mangia con appetito! Beata te. Io ho lo stomaco chiuso, e non ce la faccio proprio a mangiare‟. Ma ad assistere mio padre sono io, non loro. E non è uno scherzo. Non è come venire ogni tanto a esprimere la propria simpatia. A fargli fare la cacca, a pulirlo dal catarro, a lavarlo, sono io. Se per risolvere il problema della cacca bastasse esprimere la simpatia, anch‟io sarei tutta simpatia. Ma a loro questo non interessa, così quando mi vedono mangiare tutto mi guardano scandalizzati e dicono: „Beata lei, guardatela come mangia con appetito!‟ Forse ai loro occhi mi comporto come una specie di bestia da soma. Come mai della gente che ha la sua età rifiuta di vedere la realtà della vita? A parole uno può dire quello che vuole, ma quello che conta veramente è se tu pulisci la cacca o no. E ho anch‟io le mie ferite, i momenti di stanchezza quando vorrei solo poter piangere in pace. Immagina stare a vedere un‟intera squadra di medici che, pur senza la minima speranza che possa guarire, aprono la testa di un uomo e provano ad aggiustare qua e là, e poi dopo un po‟ lo rifanno, un‟altra e un‟altra volta, solo che ogni volta è sempre peggio, e anche la mente piano piano comincia a perdere colpi... è troppo. E intanto i risparmi si assottigliano, con me che ho ancora tre anni e mezzo di università davanti che non so se riuscirò a finire, e mia sorella che di questo passo non potrà neanche permettersi la cerimonia nuziale.” “Quanti giorni alla settimana vieni qui?” chiesi. 
“Di solito quattro,” rispose Midori. “In teoria qui dovrebbe essere garantita un‟assistenza completa, ma in realtà il numero degli infermieri è insufficiente. È gente in gamba, che fa del suo meglio, ma è che sono proprio pochi, e hanno troppo lavoro. Nella maggior parte dei casi l‟assistenza dei familiari è indispensabile. Mia sorella ha anche il negozio di cui occuparsi perciò bisogna assolutamente che venga io, facendo i salti mortali per non perdere troppe lezioni. Lei riesce a venire tre volte e io quattro. Poi nei rari momenti liberi vediamo i nostri ragazzi. Insomma, un programma serrato.” 
“Come mai noi due ci vediamo abbastanza spesso, anche se sei tanto occupata?” 
“Perché stare con te mi piace,” disse Midori giocando con la tazza da tè di plastica vuota. 
“Senti, vai a fare una passeggiata da sola da queste parti, per un paio d‟ore,” le proposi. “Resterò io con tuo padre.” 
“Perché?” 
“Penso che ti farebbe bene staccarti un po‟ dall‟ospedale e provare a rilassarti. Stare un paio d‟ore senza parlare con nessuno e senza pensare a niente.” 
Midori ci pensò un attimo e poi annuì. 
“Sì, forse è una buona idea. Ma pensi di cavartela? Sai come fare?” 
“Non dovrei avere problemi, ho visto come facevi tu. Controllare la flebo, dargli da bere, asciugargli il sudore, pulire se ha catarro, prendere il pappagallo che è sotto il letto, e se ha fame dargli da mangiare quello che ha lasciato a pranzo. Se c‟è qualche altra cosa chiamo l‟infermiera.” “Be‟, se sai fare tutto questo, posso stare tranquilla,” disse Midori sorridendo. “L‟unica cosa è che da qualche tempo ha cominciato un po‟ a dare i numeri, perciò ogni tanto dice delle cose strane, senza capo né coda. Tu non farci caso.” “Stai tranquilla,” dissi. 
Tornati in camera Midori disse al padre che doveva allontanarsi per una commissione e che nel frattempo sarei rimasto io. Il padre accolse la notizia con indifferenza. O forse, chissà, non aveva neanche capito quello che aveva detto Midori. Era disteso su un fianco e guardava il soffitto. Se non fosse stato perché ogni tanto sbatteva le ciglia, avrebbe potuto essere morto. Aveva gli occhi iniettati di sangue come un ubriaco, e le sue narici si dilatavano leggermente quando tirava un respiro più profondo. Per il resto era completamente immobile, e anche quando Midori gli parlò non ebbe la minima reazione. Non riuscivo nemmeno a immaginare quali fossero le emozioni e i pensieri nel fondo di quella coscienza intorpidita. 
Dopo che Midori fu uscita avrei voluto parlare con lui, ma non mi veniva proprio niente da dire, così ci rinunciai. Comunque quasi subito chiuse gli occhi e si addormentò. Mi sedetti sullo sgabello accanto al suo capezzale e, pregando che non morisse proprio adesso, osservai il suo naso che ogni tanto aveva un impercettibile fremito. Pensai a che strano scherzo del destino sarebbe stato se davvero lui avesse tirato l‟ultimo respiro mentre ero io ad assisterlo. Dopotutto avevo visto quest‟uomo per la prima volta solo poco prima, il mio unico legame con lui era Midori, e noi due in fondo eravamo solo compagni del corso di “Storia del dramma 2”. 
Comunque per fortuna non stava morendo. Era solo profondamente addormentato. Avvicinai l‟orecchio al suo viso e sentii che aveva un respiro regolare, anche se debole. Così, tranquillizzato, mi misi a chiacchierare con la moglie dell‟uomo del letto accanto. Lei doveva essersi fatta l‟idea che io fossi il ragazzo di Midori, così non fece che parlarmi di lei. 
“Quella è veramente una ragazza d‟oro,” mi disse. “Assiste il padre con tanta premura, è buona, gentile, piena di attenzioni, forte, ed è pure bella. Te la devi tenere stretta. Ragazze come lei non se ne trovano.” “Saprò tenerla stretta,” mi sembrò appropriato rispondere. 
“Noi abbiamo una figlia di ventun anni e un ragazzo di diciassette, che non si fanno mai vedere all‟ospedale. Quando hanno un po‟ di vacanze devono andare a fare il surf, o devono uscire col ragazzo e la ragazza, o trovano qualche altra scusa per andarsi a divertire. Questi sono i giovani d‟oggi. Noi siamo buoni solo per spremere soldi, e ottenuti quelli, tanti saluti!” 
All‟una e mezzo la signora si allontanò dicendo che andava a fare qualche spesa. I due malati dormivano entrambi profondamente. Il sole dolce del pomeriggio inondava la stanza e anch‟io mi appisolai un po‟ sul mio sgabello. I crisantemi bianchi e gialli in un vasetto sul davanzale della finestra ricordavano che eravamo in autunno. L‟aria nella stanza era impregnata dell‟odore dolciastro delle verdure bollite che i malati non avevano toccato. Le infermiere andavano su e giù instancabili per i corridoi con un gran battere di tacchi, parlando tra loro con voci squillanti. Ogni tanto si affacciavano alla porta e vedendo che I due pazienti dormivano, mi sorridevano e sparivano. 
Purtroppo non avevo portato niente da leggere, e nella stanza non c‟erano né giornali né riviste. L‟unica cosa stampata era il calendario appeso al muro. 
Pensai a Naoko. Al suo corpo quando l‟unica cosa che indossava era il fermaglio nei capelli. Pensai alla sua vita stretta, all‟ombra del pube. Perché era rimasta nuda davanti a me? Possibile che fosse in stato di sonnambulismo? O addirittura che tutto fosse stato solo una mia immaginazione? Col passare del tempo, man mano che mi allontanavo da quel loro piccolo mondo, riuscivo sempre meno a capire se l‟episodio di quella notte era accaduto davvero. A seconda del momento mi sembrava assolutamente reale o una semplice visione della mente. Ma il ricordo era troppo chiaro e dettagliato per essere solo una pura fantasia, e troppo bello per essere un episodio reale. Naoko era troppo bella, e anche la luce della luna lo era. 
Ma a un tratto il padre di Midori si svegliò e cominciò a tossire, così dovetti interrompere le mie fantasticherie. Con un fazzoletto di carta lo ripulii dal catarro e con una salvietta gli asciugai il sudore. 
“Vuole un po‟ d‟acqua?” gli chiesi. Lui accennò di sì, spostando la testa di non più di quattro millimetri. Gli diedi da bere piano piano da un piccolo bicchiere di vetro con beccuccio. Le sue labbra riarse tremarono e il suo pomo d‟Adamo si spostò a intermittenza. Bevve tutto il contenuto del bicchiere. 
“Ne vuole ancora?” chiesi. Sembrò che volesse rispondere qualcosa, perciò accostai l‟orecchio al suo viso. «Basta», disse con un filo di voce. La sua voce sembrava ancora più rauca e fioca di prima. 
“Vuole mangiare qualcosa? Avrà fame, adesso,” chiesi. Anche stavolta fece un impercettibile cenno d‟assenso. Girai la manovella sollevando il letto come avevo visto fare a Midori, e col cucchiaio gli diedi da mangiare, alternando il purè di verdure con il bollito. Dopo aver impiegato un‟eternità a mangiare più o meno la metà, piegò leggermente la testa da un lato come per dire basta. Stava sempre attento a spostare solo di poco la testa, come se movimenti più grossi gli procurassero dolore. Gli chiesi se voleva la frutta. «No,» rispose a fatica. Gli asciugai le labbra con la salvietta, rimisi il letto in posizione orizzontale e misi fuori il vassoio col resto del cibo. 
“Era buono?” azzardai. 
«Schifoso,» rispose. 
“In effetti non aveva un aspetto molto invitante,” dissi ridendo. Lui restò a guardarmi come indeciso se tenere gli occhi chiusi o aperti. Mi chiesi se aveva capito chi fossi, perché ora che eravamo rimasti soli sembrava più rilassato che in presenza di Midori. Forse mi scambiava per qualcun altro. Se era così, per me era anche meglio. 
“Fuori oggi c‟è un tempo splendido,” dissi mentre mi sedevo di nuovo sullo sgabello accavallando le gambe. “In una bella giornata d‟autunno come questa dovunque vai trovi folla. La cosa migliore è proprio starsene tranquilli così senza andare in giro, almeno ci si riposa. A buttarsi in mezzo alla folla uno si stanca solo e respira aria cattiva. Io di solito la domenica mattina faccio il bucato. Alla mattina lavo, poi metto ad asciugare sul terrazzo del collegio, al pomeriggio ritiro e stiro tutto. A me stirare non dispiace per niente. Prendere delle cose tutte stropicciate e farle diventare belle lisce non è per niente male. Io a stirare sono abbastanza bravo. Naturalmente all‟inizio ero un disastro, lasciavo sempre un sacco di false pieghe. Mi ci è voluto un mese per imparare. E la domenica è diventata la giornata dedicata a lavare e stirare. Oggi però ho saltato. Peccato, era un tempo ideale per fare il bucato. 
“Ma lo posso fare anche domani, quando mi sveglio, non si preoccupi. Comunque a parte questo la domenica non ho nient‟altro da fare. Domani mattina invece, dopo aver fatto il bucato, ho una lezione alle dieci. È lo stesso corso che segue Midori, „Storia del dramma 2‟. Adesso stiamo facendo Euripide. Conosce Euripide? È uno dei tre grandi drammaturghi dell‟antica Grecia, insieme a Eschilo e Sofocle. Pare che sia morto sbranato da un cane, ma ci sono anche altre versioni sulla sua fine. Sto parlando di Euripide, eh. Anche se a me personalmente piace di più Sofocle, ma è solo una questione di gusti. 
“La caratteristica delle sue tragedie è che succedono talmente tanti di quei fatti che alla fine la situazione è completamente paralizzata, non so se ho reso l‟idea. Ci sono un sacco di personaggi, ognuno che dice la sua spiegando il suo problema e le sue ragioni, ognuno inseguendo la propria idea di giustizia e di felicità. Così tutti si trovano invischiati in un dilemma insolubile. Normale, no? Siccome è fondamentalmente impossibile che tutti possano ottenere giustizia e raggiungere la felicità, vengono travolti dal caos più totale. E sa allora che succede? Una cosa veramente molto semplice: arriva un dio che rimette subito a posto il traffico. Tu vai lì, tu vieni qui, tu vai con quello, tu resta lì fermo per un po‟ senza muoverti. Uno che mette tutti al loro posto. E tutto si risolve perfettamente. Questo personaggio si chiama „deus ex machina‟. Nelle tragedie di Euripide il „deus ex machina‟ salta fuori in continuazione, e questo fatto divide la critica. 
“Però se nel mondo reale ci fosse veramente un „deus ex machina‟, la vita sarebbe più facile. Uno è in crisi, si trova in un vicolo cieco, ed ecco che dall‟alto scende giù un dio e rimette tutte le cose a posto. Magari fosse così. Insomma, questa è „Storia del dramma 2‟ e questo è più o meno quello che studiamo noi all‟università.” 
Per tutto il tempo che avevo parlato, il padre di Midori era rimasto a guardarmi in silenzio con un‟espressione assente. Dal suo sguardo era impossibile giudicare se avesse capito qualcosa di quello che avevo detto. “Peace,” aggiunsi. 
Parlare mi aveva messo una fame terribile. Non solo non avevo preso quasi niente per colazione, ma avevo lasciato più di metà del pasto di mezzogiorno. Adesso mi pentivo di non avere mangiato tutto, ma era troppo tardi. Provai a guardare nel comodino alla ricerca di qualcosa da mangiare, ma c‟era solo un barattolo di alghe, delle pastiglie Vicks e una boccetta di salsa di soia. Nella busta di carta c‟erano però i cetrioli e i pompelmi. 
“Mi è venuta un po‟ di fame. Le dispiace se mangio qualche cetriolo?” chiesi al padre di Midori. 
Lui non rispose. Lavai tre cetrioli nel lavandino, versai un po‟ di salsa di soia in un piattino, avvolsi un cetriolo nelle alghe e lo mangiai immergendolo nella salsa di soia. 
“È squisito,” dissi. “Un cibo semplice, fresco, si sente il profumo della natura. Sono ottimi, questi cetrioli. Un alimento molto più serio dei kiwi.” 
Finito il primo, attaccai col secondo. Il rumore dei cetrioli che andavo sgranocchiando riempiva piacevolmente la stanza. Dopo aver finito anche il secondo, tirai un respiro soddisfatto. Quindi andai a scaldare un po‟ d‟acqua su un fornello a gas nel corridoio e preparai del tè verde. 
“Vuole un po‟ d‟acqua, o un succo di frutta?” chiesi. 
«Cetrioli,» rispose. 
Sorrisi. “Bene. Ci metto anche le alghe?” 
Annuì leggermente. Sollevai un‟altra volta il letto, con un coltello tagliai il cetriolo in pezzetti facili da masticare, li avvolsi in alghe, e glieli diedi da mangiare uno alla volta con uno stuzzicadenti, dopo averli immersi nella salsa di soia. Masticava molto a lungo ogni pezzetto prima di mandarlo giù, senza mai mutare espressione. “Allora, che ne dice? Non è buono?” «Buono,» disse. 
“È bello poter mangiare qualcosa di buono. Ci si accorge di essere vivi.” 
A poco a poco riuscì a mangiare tutto un cetriolo. Dopo aver finito aveva sete, così gli diedi di nuovo da bere dal bicchiere col beccuccio. Poi, dopo un po‟ che aveva bevuto, chiese di fare pipì, perciò presi il pappagallo da sotto il letto, e gli misi il pene nell‟imboccatura. Poi svuotai il pappagallo nel gabinetto, lo sciacquai e tornai nella stanza a finire il resto del tè. 
“Come si sente?” gli chiesi. 
«Un po‟... la testa,» riuscì a dire. 
“Le fa un po‟ male la testa?” 
Fece una piccola smorfia di assenso. 
“Purtroppo è normale, dopo l‟operazione che ha avuto. Anche se non ne so molto, non essendo mai stato operato di persona.” «Biglietto,» disse. 
“Biglietto? Che biglietto?” 
«Midori. Biglietto.» 
Non capendo cosa cercasse di dire, non risposi. Anche lui rimase per un po‟ in silenzio. Quindi disse qualcosa che interpretai come «Per favore». Mi guardò fisso, con gli occhi completamente spalancati. Sembrava che cercasse di dirmi qualcosa, ma non capivo assolutamente cosa. 
«Ueno,» disse a fatica. «Midori.» “Ueno? La stazione di Ueno?” Annuì impercettibilmente. 
“Biglietto. Midori. Per favore. Stazione di Ueno,” cercai di mettere in fila. Ma il significato dell‟insieme mi sfuggiva completamente. Forse nel suo stato mentale confuso aveva mischiato delle cose, ma il suo sguardo sembrava più lucido di quanto fosse stato finora. Protese verso di me la mano libera dall‟ago della fleboclisi. Il gesto doveva avergli richiesto un notevole sforzo, perché la mano si fermò a mezz‟aria tremando. Mi alzai e strinsi quella mano sciupata. Ricambiò debolmente la stretta e ripeté : «Per favore».! 
“Stia tranquillo,” gli dissi, “mi occuperò io del biglietto e anche di Midori, non ha bisogno di preoccuparsi.” Allora lui abbassò la mano e chiuse di botto gli occhi. Sembrava essersi addormentato, ma per sicurezza controllai che non fosse morto, e dato che respirava regolarmente uscii a riscaldare un po‟ d‟acqua e preparai un altro tè. Mentre lo bevevo mi resi conto di provare un certo affetto per questo piccolo uomo vicino alla morte. 
Dopo un po‟ la moglie dell‟altro malato tornò e mi chiese se tutto era andato bene. Sì, tutto bene, risposi. Anche suo marito dormiva sereno con un respiro regolare e sonoro. 
Poco dopo le tre tornò anche Midori. 
“Com‟è andata?” 
“Mi sento molto meglio. Grazie, davvero. Sono ancora un po‟ strana, ma mi sento molto più sollevata. Non mi ero resa conto neanch‟io di quanto fossi stanca.” 
Il padre dormiva profondamente e per il momento non c‟era niente da fare, quindi prendemmo due caffè dal distributore automatico e andammo a sederci nella sala TV. Feci a Midori il resoconto dettagliato di tutto quello che aveva fatto il padre mentre lei non c‟era. Prima ha dormito, raccontai, poi si è svegliato, ha mangiato metà del pasto di mezzogiorno, e vedendo me che mangiavo i cetrioli ne ha voluto uno anche lui e se l‟è mangiato tutto, poi ha fatto la pipì e si è riaddormentato. 
“Watanabe, sei incredibile,” disse Midori ammirata. “Noi siamo disperati perché non tocca cibo, arrivi tu e riesci a fargli mangiare addirittura un cetriolo. Da non credere.” 
“Non so come mai.. Forse perché mi ha visto che li mangiavo con tanto gusto.” 
“Oppure perché hai un effetto tranquillizzante sulle persone.” 
“Ma va‟,” risi. “I più pensano di me l‟esatto contrario.” 
“Che impressione ti ha fatto mio padre?” 
“Mi è piaciuto. Certo, non abbiamo potuto avere chissà che gran conversazione, ma mi è sembrato una persona a posto.” 
“È stato tranquillo?” 
“Un angelo.” 
“La settimana scorsa però è stato terribile,” disse Midori scuotendo la testa. “Deve avergli dato un po‟ di volta il cervello, perché si è messo a fare il pazzo, mi ha lanciato addosso il bicchiere gridandomi parolacce. A volte succede con questa malattia. Non so quale sia la ragione, ma ogni tanto diventano terribilmente cattivi. È stato così anche con mia madre. Sai cosa è stata capace di dirmi una volta? Tu non sei mia figlia, io ti detesto con tutte le mie forze. Per un attimo mi si è annebbiata la vista. Ma è tipico di questa malattia. C‟è qualcosa che gli comprime il cervello esasperandoli al punto che arrivano a dire le cose più atroci. Naturalmente io che lo so lo capisco. Ma anche capendo si rimane feriti lo stesso. Sai com‟è, uno cerca di dargli tutto e poi si sente urlare in faccia frasi come queste. È una cosa che butta troppo giù.” 
“Ti capisco. Dev‟essere dura,” dissi. In quel momento mi ricordai delle parole incomprensibili che mi aveva detto suo padre. 
“Il biglietto? La stazione di Ueno?” disse Midori. “Chissà cosa voleva dire? Non saprei proprio.” 
“Ha detto anche „per favore‟ e „Midori‟.” 
“Si direbbe che volesse chiederti qualcosa per me.” 
“Oppure voleva che tu andassi a comprare non so che biglietto alla stazione di Ueno. Il fatto è che queste quattro parole erano fuori da qualsiasi contesto, quindi è difficile capire cosa volesse dire. Ma la stazione di Ueno non ti fa proprio venire in mente niente?” 
“La stazione di Ueno...” provò a riflettere Midori. “L‟unica cosa che mi fa ricordare è le due volte che sono scappata di casa. È stato quando ero in terza e in quinta elementare, e in entrambi i casi ho preso il treno a Ueno e sono arrivata a Fukushima. Il denaro l‟avevo preso dalla cassa. Per qualche ragione mi avevano fatto arrabbiare, e volevo vendicarmi. A Fukushima avevo una zia a cui volevo bene, così andai là. Mio padre dovette venire fin laggiù per riportarmi a casa. Tornammo insieme fino a Ueno e in treno mangiammo il bentō. In quel viaggio papa, anche se col contagocce, mi raccontò tante cose. Del grande terremoto del Kantō, della guerra, del periodo in cui ero nata io, tutte cose di cui non l‟avevo quasi mai sentito parlare. A pensarci credo che quelle due siano state le uniche volte in cui io e lui abbiamo chiacchierato così. Ehi, ci credi se ti dico che quando c‟è stato il grande terremoto del Kantō mio padre, che era nel bel mezzo di Tōkyō, non si è accorto di nulla?” “Ma va‟,” feci stupito. 
“Giuro. Mio padre correva su una bicicletta con dietro un rimorchio dalle parti di Koishikawa e non ha sentito niente. Quando è tornato a casa ha trovato tutte le tegole cadute e i familiari attaccati ai pilastri che ancora tremavano per la paura. E lui che ancora non aveva capito niente chiese: „Ma si può sapere che state facendo?‟ Questa è la storia di mio padre sul grande terremoto del Kantō,” rise Midori. “Le sue storie del passato sono tutte più o meno su questo stile. Senza un filo di dramma, ma sempre un po‟ eccentriche. A sentire i suoi racconti, ci si può fare l‟idea che in Giappone da cinquanta, sessant‟anni a questa parte, non sia successo nemmeno l‟evento più insignificante. Dell‟incidente del 26 febbraio 6 o della Seconda Guerra Mondiale lui ti dirà: Ah, già, è vero, me ne ero quasi dimenticato‟. Ti sembra normale? 
“Comunque mi raccontò di queste cose, sempre a modo suo, a spizzichi e bocconi, durante il viaggio da Fukushima alla stazione di Ueno. E alla fine mi disse, entrambe le volte: „Puoi andare dove vuoi, Midori, ma è sempre la stessa cosa‟. E io che ero solo una bambina gli credetti.” “Nella tua autobiografia questo sarebbe il capitolo „Ricordi della stazione di Ueno‟?” 
“Esattamente,” disse Midori. “E tu? Sei mai scappato di casa?” 
“Mai.” 
“E perché?” 
“Non ci ho mai pensato, a scappare di casa.” 
“Sei proprio uno strano tipo, tu,” disse Midori inclinando la testa perplessa. “Detto date...” 
“Comunque si direbbe che mio padre volesse chiederti di prenderti cura di me.” 
“Dici davvero?” 
“Certo. Non ci vuole molto a capirlo, se uno ha un po‟ d‟intuito. E tu cosa hai risposto?” 
“Dato che non capivo cosa volesse dire, ho risposto solo „Stia tranquillo, non deve preoccuparsi, penserò io a Midori e al biglietto‟.” “Hai fatto a mio padre questa promessa? Che ti prenderai cura di me?” disse Midori scrutandomi negli occhi con un‟espressione molto seria. 
“Ma non è questo,” cercai di spiegare imbarazzato. “In quel momento non capivo cosa volesse dire quindi...” 
“Va bene, va bene, non ti preoccupare,” rise Midori. “Stavo solo scherzando. Sei così tenero quando sei in imbarazzo!” 
Dopo aver finito il caffè tornammo nella stanza. Il padre era ancora profondamente addormentato. Accostando l‟orecchio sentii il suo debole respiro. Col passare delle ore la luce dietro i vetri era cambiata, acquistando una dolce, placida tonalità inconfondibilmente autunnale. Uno stormo di uccelli venne a posarsi sui fili della corrente per poi di nuovo volar via. Io e Midori sedevamo vicini in un angolo della stanza chiacchierando a bassa voce. Lei mi lesse la mano predicendo che sarei vissuto fino a centocinque anni, mi sarei sposato tre volte e infine sarei morto in un incidente stradale. Ci metterei la firma, dissi io. 
Erano le quattro passate quando il padre si svegliò. Midori andò a sedersi accanto a lui, gli asciugò il sudore, gli diede da bere e gli chiese come andava il dolore alla testa. Venne l‟infermiera a prendere la temperatura, ad annotare quante volte aveva urinato e a controllare la fleboclisi. Io andai a sedermi nella sala TV e guardai un pezzo di una partita di calcio. 
Alle cinque dissi a Midori che per me era ora di andare, e rivolto al padre spiegai: “Bisogna che vada al lavoro. Dalle sei alle dieci e mezzo lavoro in un negozio di dischi di Shinjuku.” 
Lui mi guardò e fece un lieve cenno col capo. 
Midori mi accompagnò fino all‟atrio‟e mi disse: “Watanabe, non sono brava per queste cose, ma voglio dirti quanto ti sono grata per oggi”. 
“Non è che ho fatto chissà che cosa,” dissi. “Ma se pensi che possa essere d‟aiuto verrò anche la settimana prossima. Mi piacerebbe anche rivedere tuo padre.” 
“Davvero?” 
“Al collegio non ho niente di particolare da fare, e qui posso sempre mangiare dei cetrioli gratis.” 
Midori incrociò le braccia e batté col piede sul pavimento di linoleum. 
“Andiamo a bere insieme la prossima volta,” disse, inclinando un po‟ la testa da un lato. “E il film porno?” 
“Prima di andare a bere. E poi come sempre faremo un sacco di discorsi osceni.” 
“Guarda che sei solo tu che li fai, io ascolto,” obiettai. 
“Ah beh, fa lo stesso. In ogni caso berremo parlando solo di cose così, e quando saremo ubriachi fradici dormiremo stretti stretti.” 
“E il resto me lo posso immaginare,” sospirai. “Appena io cercherò di entrare in azione tu ti tirerai indietro.” “Non è detto,” disse lei. 
“Staremo a vedere. In ogni caso domenica prossima vieni a prendermi la mattina come oggi, e poi veniamo qui insieme.” “Magari con una gonna un pochino più lunga?” “Ecco, magari,” dissi io. 
Ma la domenica successiva non ci fu bisogno che andassi all‟ospedale. Il padre di Midori morì all‟alba del venerdì. 
Alle sei e mezzo dello stesso mattino Midori mi chiamò per darmi la notizia. Nella stanza squillò il campanello che annunciava le telefonate, così infilai un pullover sul pigiama e scesi di corsa nell‟atrio per rispondere. Scendeva una pioggia fredda e silenziosa. “Poco fa mio padre è morto,” disse Midori con una voce calma ma quasi inaudibile. “C‟è qualcosa che posso fare?” chiesi. 
“Grazie, non c‟è bisogno di niente,” disse Midori. “Ormai siamo 
abituate ai funerali. Volevo solo che tu lo sapessi.” Sentii un rumore dall‟altra parte, forse un sospiro. 
“Non venire al funerale,” riprese. “Odio i funerali. Non voglio incontrarti in una situazione così.” “Va bene,” dissi. 
“Davvero mi porterai a vedere un film porno?” “Te lo prometto,” dissi. 
“Il più osceno che esista.” 
“Lascia fare a me. Troverò quello che ci vuole.” 
“D‟accordo. Mi farò sentire io,” disse Midori, e riagganciò. 
Ma dopo quella volta non si fece viva per tutta la settimana. Non venne a lezione e non mi telefonò. Quando rientravo al collegio controllavo sempre nel caso ci fosse qualche messaggio, ma nemmeno una volta trovai una telefonata per me. Una sera, per mantenere la promessa che avevo fatto a Midori, provai a masturbarmi pensando a lei, ma la cosa non funzionò. Allora a metà provai a pensare a Naoko, ma neanche la sua immagine sembrava venirmi in aiuto. A quel punto mi sentii così idiota che lasciai perdere. Bevvi un po‟ di whisky, poi mi lavai i denti e andai a letto. 
La domenica mattina scrissi a Naoko. Nella lettera le raccontai del padre di Midori. Scrissi che ero andato a trovare in ospedale il padre di una compagna di corso, che mi ero messo a mangiare dei cetrioli trovati lì e che anche a lui, vedendomi, era venuta voglia e ne aveva mangiato uno. Purtroppo cinque giorni dopo era morto, e io ancora non riuscivo a togliermi dalla mente il rumore che faceva sgranocchiando il suo cetriolo. La morte di qualcuno lascia sempre nella mente i ricordi più stupidi e buffi, scrivevo. 
Ogni mattina appena mi sveglio mi ricordo di te e Reiko nelle gabbie degli uccelli,” continuava la lettera. “Mi ricordo i pavoni, i piccioni, il pappagallo, i tacchini, quei piccoli conigli, e i vostri impermeabili gialli col cappuccio in quella mattina di pioggia. 
È bello pensare a te mentre sto ancora a letto al calduccio. Posso quasi immaginare che tu sia accanto a me che dormi tutta raggomitolata. Come sarebbe bello se fosse vero. 
“Anche se ogni tanto mi vengono degli attacchi di solitudine, in generale sto abbastanza bene. Anch‟io ho il mio programma quotidiano per mantenermi attivo, come fai tu occupandoti degli animali e lavorando nei campi. Il mio programma è il seguente: mi alzo, mi lavo i denti, mi faccio la barba, scendo a colazione, mi vesto, esco dal collegio e vado all‟università. È un allenamento che mi da la forza di vivere bene le mie giornate. Io non ci faccio caso, ma la gente attorno a me mi fa notare che ogni tanto parlo da solo, il che dimostra con quanto impegno svolgo il mio quotidiano programma di autodisciplina. “Non poterti vedere è duro, ma la mia vita a Tōkyō sarebbe molto più triste se tu non ci fossi. È solo il pensiero di te che a letto la mattina mi da la forza di stringere i denti e di cercare di andare avanti bene. Penso che devo sforzarmi e fare del mio meglio proprio come stai facendo tu laggiù. 
“Oggi è domenica, giornata di riposo dal mio allenamento quotidiano. Ti scrivo dopo aver lavato come sempre la mia roba. Dopo aver finito, affrancato e spedito questa lettera, non mi resterà niente da fare fino al tardo pomeriggio. La domenica non studio. Non ne ho bisogno, dato che lo faccio già abbastanza gli altri giorni in biblioteca tra una lezione e l‟altra. I pomeriggi della domenica sono tranquilli, silenziosi e tristi. Di solito leggo un libro o ascolto della musica. A volte cerco di ricordare ad una ad una tutte le strade che percorrevamo nelle nostre passeggiate quando tu eri a Tōkyō. Ma quello che riesco a ricordare con più chiarezza sono i tuoi vestiti. I miei pomeriggi domenicali sono affollati di ricordi. 
“Salutami tanto Reiko. La sera ho molta nostalgia della sua chitarra. 
Tōru” 
Finito di scrivere, andai a imbucare la lettera in una cassetta della posta a duecento metri dal collegio, e con un sandwich alle uova sode e una Coca-Cola comprati in una panetteria della zona, andai a fare colazione su una panchina in un parco. Per ammazzare il tempo restai per un po‟ a guardare una partita di baseball tra ragazzini. Alzando lo sguardo verso il cielo che l‟autunno sembrava rendere ogni giorno più azzurro e profondo, vidi le scie di due aeroplani correre parallele a ovest, come rotaie di treni. A un certo punto la palla rotolò vicino a me, gliela rilanciai e i ragazzini mi gridarono “grazie” togliendosi i berretti. Come nella maggior  parte delle partite di baseball giocate da ragazzini, il loro gioco era pieno di falli e fuorigioco. 
Al pomeriggio tornai in camera e provai a leggere, ma non riuscivo a concentrarmi sul libro, così mi misi a guardare il soffitto e a pensare a Midori. Mi chiesi se davvero il padre mi avesse pregato di prendermi cura di lei, anche se sapevo benissimo che quello, che aveva cercato di dirmi sarebbe rimasto un mistero. Chissà, magari mi aveva semplicemente preso per qualcun altro. E in ogni caso in quel mattino piovoso di venerdì lui era morto, e non ci sarebbe stato più modo di accertare le sue intenzioni. Immaginavo che il suo corpo al momento della morte si fosse fatto ancora più piccolo, prima di essere completamente ridotto in cenere nel forno crematorio. Che cosa avrebbe lasciato dietro di sé? Solo una libreria senza pretese in un quartiere senza pretese e, naturalmente, due figlie, una delle quali se non altro era una ragazza piuttosto fuori dal comune. Che vita era stata la sua? Chissà quali pensieri avranno attraversato la sua testa ricucita e confusa in quel letto d‟ospedale mentre mi guardava? 
A furia di pensare al padre di Midori avevo cominciato a sentirmi sempre più depresso, così decisi di prelevare la biancheria dal terrazzo più presto del solito e andare a svagarmi un po‟ a Shinjuku. Ritrovarmi in mezzo alla folla domenicale che sciamava per le strade mi diede un certo sollievo. Da Kinokuniya, dove c‟era tanta ressa che sembrava di trovarsi su un metro all‟ora di punta, comprai Luce d‟agosto di Faulkner. Poi entrai in un jazz bar dove la musica sembrava assordante quanto bastava, presi un caffè tanto caldo e forte quanto schifoso e mi misi a leggere il libro appena comprato ascoltando un disco di Ornette Coleman e Bud Powell. Alle cinque e mezzo chiusi il libro e lasciai il locale per andare a fare una piccola cena. A un tratto mi attraversò il dubbio che potessero prospettarsi per me ancora decine, centinaia di domeniche come queste. “Domeniche tranquille, silenziose, tristi,” dissi ad alta voce citando una frase della mia lettera a Naoko. Di domenica non c‟era neanche il mio programma quotidiano a salvarmi. 
A metà della settimana mi feci un taglio profondo sul palmo della mano. Non mi ero accorto che un divisorio di vetro tra gli scaffali dei dischi si era rotto. Il sangue cominciò a scorrere talmente forte che in un attimo il pavimento ai miei piedi ne fu ricoperto, spaventando me per primo. Il capo improvvisò una fasciatura avvolgendomi stretto la mano con degli asciugamani, poi telefonò per trovare un pronto soccorso aperto a quell‟ora. Anche se di solito era un buono a nulla, in quel tipo di circostanze si mostrava piuttosto in gamba. Per fortuna c‟era un ospedale aperto nelle vicinanze, ma quando ci arrivai la fasciatura era rossa e inzuppata e mi muovevo lasciando una scia di sangue. La gente si affrettò a farmi spazio. Dovevano pensare che mi fossi ferito in una rissa o qualcosa del genere. In realtà non era neanche un taglio molto doloroso, era solo che il sangue continuava a scorrere. 
Il dottore impassibile mi tolse la fasciatura improvvisata, mi strinse forte il polso con un laccio per fermare il sangue, disinfettò la ferita, applicò dei punti e mi disse di ripresentarmi il giorno seguente. Tornato al negozio il capo disse: “Vai pure a casa, le ore di lavoro te le segno lo stesso”. Presi l‟autobus e tornai al collegio. Lì andai a vedere se Nagasawa era in camera. L‟incidente mi aveva reso nervoso e avevo bisogno di parlare con qualcuno, e poi mi sembrava molto tempo che non ci vedevamo. 
Lo trovai che seguiva la lezione di spagnolo alla TV bevendo una birra in lattina. Vedendo la mia fasciatura mi chiese che cosa mi era successo. Mi sono ferito, niente di serio, spiegai. Mi offrì una birra, ma rifiutai. 
“Puoi aspettare? Sta quasi per finire,” disse Nagasawa. 
Mentre lui faceva i suoi esercizi di pronuncia io riscaldai un po‟ d‟acqua e con una bustina mi preparai un tè. Una donna spagnola lesse una frase ad alta voce. “Non c‟era mai stata una pioggia così terribile. A Barcellona diversi ponti sono stati distrutti.” Nagasawa la ripeté  facendo attenzione alla pronuncia. 
“Che esempio idiota!” esclamò Nagasawa. “Non riesco a capire perché gli esempi in questi corsi di lingue sono sempre così scemi.” 
Quando il programma di spagnolo fu finito, Nagasawa spense la TV e prese per sé un‟altra birra dal suo mini-frigorifero. “Non è che ti disturbo?” chiesi. 
“Assolutamente. Anzi, mi annoiavo. Sicuro che non ti va una birra?” “Non mi va,” dissi. 
“A proposito, ho saputo i risultati dell‟esame. L‟ho superato,” mi informò Nagasawa. 
“L‟esame per il Ministero degli Esteri?” 
“Sì. Ufficialmente l‟Esame di Primo Livello per le Nomine al Servizio Civile presso gli Affari Esteri. Che stronzata!” “Congratulazioni,” dissi stringendogli la mano. 
“Grazie.” 
“Naturalmente il risultato era scontato.” 
“Ah sì, certo,” disse Nagasawa sorridendo. “Comunque fa piacere saperlo con certezza.” 
“Andrai all‟estero, una volta entrato nel Ministero?” 
“Prima c‟è un anno di addestramento qui in Giappone, poi si sta fuori per un bel pezzo.” 
Io sorseggiai il tè, lui mandò giù la birra con evidente piacere;. 
“Se vuoi, quando vado via questo frigorifero lo puoi prendere tu,” disse Nagasawa. “Ti può far comodo, no? Specialmente se vai a vivere in un appartamento.” 
“Lo prenderei volentieri, ma sicuro che a te non serve?” 
“Non dire cavolate, una volta che esco di qui mi comprerò un frigorifero due volte questo. Non voglio vivere mica come un pezzente. Ho dovuto sopportare la vita grama di questo posto per quattro anni, e le cose che ho usato qui non le voglio mai più vedere in vita mia. Se c‟è qualcosa che ti piace, puoi prenderla: la televisione, il thermos, la radio, tutto quello che vuoi.” 
“Allora vuol dire che accetterò,” dissi. Poi presi in mano il libro di testo di spagnolo sulla sua scrivania e gli diedi un‟occhiata. “E così ti sei messo a studiare lo spagnolo?” 
“Già. Una lingua in più fa sempre comodo e poi ho sempre avuto una certa facilità con le lingue straniere. Il francese lo conosco quasi perfettamente, e l‟ho imparato da solo. È un vero e proprio gioco. Una volta imparata la regola principale, è sempre la stessa cosa. Come con le donne.” 
“Una profonda filosofia di vita,” dissi con un po‟ di sarcasmo. 
“A proposito, ti va di andare a cena una di queste sere?” chiese Nagasawa. 
“Di nuovo a caccia di ragazze?” 
“No, stavolta ti sbagli. Una cena vera e propria. Pensavo di andare in un ristorante come si deve con te e Hatsumi, per festeggiare tutti e tre l‟inizio della mia carriera. Andremo in un ristorante di classe. Naturalmente, è mio padre che sgancia.” 
“Se è per festeggiare non sarebbe meglio che andaste solo voi due?” “Se ci sei anche tu per noi sarà più facile. Sia per me che per Hatsumi,” spiegò Nagasawa. 
Oh no, ci risiamo, pensai. Proprio come con Kizuki e Naoko. 
“Tanto dopo andrò a dormire da Hatsumi, perciò almeno per cena stiamo tutti e tre insieme.” 
“Mah, se per voi va bene, d‟accordo,” dissi. “A proposito, come farai con Hatsumi? Finito l‟anno di addestramento dovrai andare all‟estero e non tornerai prima di diversi anni. Che cosa farà lei?” 
“Questo è un problema di Hatsumi, non un problema mio.”  
“Non capisco.” 
Nagasawa, che aveva i piedi sulla scrivania, bevve un sorso di birra e sbadigliando disse: “In altre parole io non ho intenzione di sposarmi con nessuno, e Hatsumi questo lo sa benissimo. Perciò se lei vuoi sposarsi con qualcun altro, bene. Non sarò certo io a fermarla. Se invece preferisce non sposarsi e aspettarmi, faccia pure. Capisci adesso?” “Mah!” feci io incredulo. 
“Penserai che sono uno stronzo.” 
“In effetti...” 
“Vedi, il mondo è fondamentalmente ingiusto. Non certo per colpa mia. È la natura delle cose. Io non ho mai ingannato Hatsumi, nemmeno una volta. E visto che io sono uno stronzo come pensi tu, le ho sempre detto
che se non le piacevo era libera di lasciarmi.”
Nagasawa finì la sua birra e si accese una sigaretta.
“Ma non c‟è niente nella vita che a te faccia paura?” chiesi.
“Ma cosa credi? Non sono mica così idiota,” disse Nagasawa.
“È chiaro che anch‟io ho le mie paure. Ma non accetto di lasciarmene condizionare. Le cose che posso realizzare con le mie capacità voglio realizzarle tutte, al cento per cento. Prendere quello che mi va e lasciare quello che non mi va: è così che voglio vivere. E se qualcosa non funziona, ci penso al momento e non prima. Vedendo le cose da un‟altra prospettiva è proprio una società ingiusta quella che permette di realizzare le proprie potenzialità.”
“Sinceramente, mi sembra un discorso piuttosto egoistico,” dissi.
“Sarà, ma una cosa è sicura: io non sono uno che se ne sta a guardare il cielo in attesa che caschino i frutti. Io per quello che mi è possibile mi do da fare. Mi do da fare dieci volte più di te.” “Nessuno lo mette in dubbio,” ammisi.
“Per questo certe volte a guardarmi intorno mi cadono le braccia. Ma perché questa gente non cerca di darsi da fare in qualche modo? penso. Non fanno il minimo sforzo e sanno solo lamentarsi.”
Guardai sorpreso Nagasawa e obiettai: “Dici? L‟impressione che ho io è che la maggior parte della gente non solo si dia da fare ma si ammazzi letteralmente di lavoro. Ma evidentemente mi sbaglio”.
“Non ci siamo capiti. Con „darsi da fare‟ non parlo di semplice lavoro,” sentenziò Nagasawa. “Sono due cose completamente diverse. Lo sforzo di cui parlo io va esercitato su cose molto più soggettive e finalizzate.” “Come attaccare a studiare lo spagnolo quando chiunque altro, ottenuto il lavoro che desiderava, si sarebbe rilassato un attimo.”
“Centrato in pieno. Entro aprile io avrò ottenuto la padronanza dello spagnolo. L‟inglese, il francese e il tedesco li conosco già bene, e me la cavo anche con l‟italiano. Pensi che tutto ciò si possa raggiungere senza sforzi?”
Mentre lui fumava la sua sigaretta, pensai al padre di Midori. A uno come lui non sarebbe neanche passato per la mente di mettersi a studiare lo spagnolo con la TV. Di sicuro non conosceva neanche la differenza tra sforzo e lavoro. Forse aveva troppo da fare per pensare a cose del genere, tra la libreria e la figlia da andare a recuperare ogni tanto a Fukushima.
“Tornando a quella cena, ti andrebbe bene per sabato?” chiese Nagasawa.
“Vada per sabato,” dissi.
Nagasawa aveva scelto un tranquillo e raffinato ristorante francese in una stradina di Azabu. Quando disse il suo nome alla porta fummo fatti accomodare in una saletta privata. Era una piccola stanza con una quindicina di stampe appese alle pareti. Io e Nagasawa aspettammo Hatsumi discutendo dei romanzi di Joseph Conrad con un ottimo vino. Lui aveva un abito grigio dall‟aria molto costosa e io un normalissimo blazer blu.
Dopo circa un quarto d‟ora Hatsumi ci raggiunse. Era molto ben truccata, aveva orecchini d‟oro, un delizioso vestito blu scuro e delle raffinatissime scarpe rosse, semplici e senza tacchi. Le feci i complimenti per il colore del vestito e lei disse: “Ha anche un bel nome, midnight blue”
“Che carino qui!” disse poi guardandosi intorno.
“Quando mio padre è a Tōkyō viene sempre a mangiare qui. Ci sono venuto una volta con lui. Non che io ami particolarmente questa cucina pretenziosa,” disse Nagasawa.
“Dai che non è male una volta ogni tanto. No, Watanabe?” disse Hatsumi.
“No, anzi. Specialmente se si è invitati,” dissi io.
“Mio padre di solito ci viene con una donna,” disse Nagasawa. “Ha una donna qui a Tōkyō.”
“Ah sì?” fece Hatsumi.
Bevvi un po‟ di vino facendo finta di niente.
Finalmente venne il cameriere e ordinammo. Prendemmo tutti antipasto e potage, poi come piatto principale Nagasawa ordinò l‟anatra mentre io e Hatsumi scegliemmo una spigola. Dato che i piatti ci mettevano un bel po‟ ad arrivare, aspettando chiacchieravamo e bevevamo vino.
Prima Nagasawa ci raccontò dell‟esame per il Ministero degli Esteri. I candidati erano quasi tutti feccia umana degna di essere gettata in una palude senza fondo, disse, anche se in mezzo a quelli ce n‟erano alcuni che si salvavano. Gli chiesi se la percentuale di “degni” e “indegni” era diversa rispetto a quella della società in genere.
“È la stessa, naturalmente” disse Nagasawa quasi stupito dell‟ingenuità della mia domanda. “Il rapporto è sempre in questi termini. È una costante immutabile.”
Finito il vino, Nagasawa ne ordinò una seconda bottiglia, e per sé anche uno scotch whisky.
Poi Hatsumi riprese ancora una volta il discorso su quella ragazza che voleva farmi conoscere. Era l‟eterna questione tra me e lei. Lei cercava di presentarmi “una ragazza carina da morire” che era un po‟ più piccola di lei e frequentava lo stesso club nell‟università, e io immancabilmente mi sottraevo.
“Ma è veramente una bravissima ragazza, oltre a essere bella. La prossima volta la porto così avrai almeno modo di parlarci. Sono sicura che ti piacerà.”
“È meglio di no,” dissi. “Io sono troppo povero per frequentare le ragazze della tua università. Non è solo un problema di soldi, sono anche gli argomenti in comune che mancano.”
“No, su questo ti sbagli. Lei per esempio è una ragazza semplicissima. Una che non si da per niente arie.”
“Ma che ci perdi a incontrarla una volta, Watanabe?” intervenne Nagasawa. “Non è che sei obbligato a fartela per forza.”
“No, anzi, sarebbe la cosa più sbagliata. È ancora vergine,” disse Hatsumi.
“Come te un tempo,” disse Nagasawa.
“Sì, proprio come me un tempo,” disse Hatsumi sorridendo. “Però Watanabe, non devi pensare a queste storie di essere ricchi o poveri. Nel nostro corso ci sono, è vero, alcune tipe snob con la puzza sotto al naso, ma le altre sono tutte ragazze normalissime. Guarda che alla mensa noialtre prendiamo il menu da 250 yen...”
“Senti, Hatsumi,” la interruppi. “Alla mensa della nostra università ci sono tre menu: A, B e C. Il menu A costa 120 yen, il B 100 yen e il C 80, eppure ci sono quelli che non potendosi permettere gli ottanta yen del menu C si devono accontentare dei ramen che ne costano solo 60. La mia università è così. Sei sempre convinta che avremmo tante cose in comune?”
Hatsumi scoppiò in una gran risata. “È veramente a buon mercato, credo che ci verrò a mangiare anch‟io. Comunque Watanabe, tu sei un tipo in gamba e voi due insieme non avreste problemi a trovare argomenti. E poi sono sicura che il menu a 120 yen lo troverebbe buonissimo.”
“Questo poi no,” dissi ridendo. “Nessuno l‟ha mai trovato buonissimo. Lo mangiamo solo perché non c‟è niente di meglio.”
“Però non devi essere prevenuto verso di noi, Watanabe. La nostra sarà pure una stupida scuola per signorine bene, ma ci sono molte ragazze con la testa sul collo che pensano e vivono in modo molto più serio. Non pensare che il nostro ideale sia quello di trovare un ragazzo con la fuoriserie.”
“Ma certo, mi rendo conto benissimo.”
“Il fatto è che Watanabe ha già una ragazza,” disse Nagasawa. “Ma prova a scucirgli una parola sull‟argomento! Lui è uno che sa tenere la bocca chiusa. Tutto è avvolto nel più profondo mistero.” “È vero?” mi chiese Hatsumi.
“È vero, ma non c‟è proprio nessun mistero. È solo che è una storia un po‟ complicata, che non è facile spiegare.”
“È un amore proibito? Perché non ti confidi con me?” Bevvi un po‟ di vino per tergiversare.
“Che ti avevo detto? Non si sbottona,” disse Nagasawa bevendo il suo terzo bicchiere di whisky. “Se ha deciso che non parla, non parla.” “Peccato,” disse Hatsumi portando alla bocca un po‟ di pâté sulla punta della forchetta. “Se tu e la mia amica vi foste piaciuti saremmo potuti uscire in quattro.”
“E una volta ubriachi avremmo potuto scambiarci i partner,” disse Nagasawa.
“Non dire cose fuori luogo,” disse Hatsumi.
“Non è affatto fuori luogo, visto che a Watanabe piaci tanto.”
“Questo è un altro discorso,” disse Hatsumi con voce tranquilla. “Lui non è un tipo così. È uno che ha molta cura di quello che ha, è evidente. È proprio per questo che volevo presentarlo alla mia amica.”
“Eppure una volta l‟abbiamo fatto, io e Watanabe. Ci siamo scambiati le ragazze. Ti ricordi?” fece Nagasawa con l‟espressione più tranquilla del mondo, e sollevò il bicchiere vuoto per farsi portare altro whisky.
Hatsumi posò forchetta e coltello, si pulì delicatamente le labbra col tovagliolo, e mi guardò in viso.
“Watanabe, davvero hai fatto una cosa del genere?” Non sapendo cosa rispondere, tacqui.
“Diglielo pure. Per me non fa niente,” disse Nagasawa.
Qua le cose si mettono male, pensai. Qualche volta l‟avevo già visto diventare cattivo dopo aver bevuto, ma stasera la sua cattiveria non era rivolta verso di me bensì verso Hatsumi. E saperlo mi faceva sentire ancora più a disagio.
“Vorrei sentire. Sembra molto interessante,” disse Hatsumi guardandomi.
“Eravamo ubriachi,” dissi.
“Non ti devi giustificare, non volevo accusarti. Vorrei solo sentire questa storia.”
“Io e Nagasawa eravamo andati a bere in un bar di Shibuya e abbiamo fatto amicizia con due ragazze, due studentesse che frequentavano uno di quei corsi di laurea brevi. Erano piuttosto ubriache anche loro, e per farla breve siamo andati a finire in un love hotel di quelle parti. Io e Nagasawa avevamo stanze comunicanti, e durante la notte a un certo punto lui ha bussato alla mia porta e ha detto: „Dai, Watanabe, scambiamoci le ragazze,‟ così io sono andato nella sua stanza e lui è venuto nella mia.”
“E le ragazze non si sono arrabbiate?”
“Erano ubriache come noi, e pareva che a loro non importasse molto.”
“E poi io avevo anche una ragione per farlo,” disse Nagasawa. “Che ragione?”
“C‟era troppa differenza fra le due. Una era bella e l‟altra faceva pena, così mi era sembrata una cosa un po‟ ingiusta. Cioè, siccome io mi ero preso la bella, mi era sembrato ingiusto nei confronti di Watanabe. Perciò ho voluto fare lo scambio. Vero, Watanabe?”
“Mah, credo di sì,” dissi. “Però, a dire le cose come stanno, a me piaceva di più la ragazza che non era bella. A parlarci era un tipo interessante, e aveva una personalità simpatica. Dopo aver fatto l‟amore stavamo chiacchierando piacevolmente a letto quando Nagasawa era venuto a chiedere se volevamo fare cambio. Io le chiesi se le andava, e lei rispose: mah, se volete per me va bene. Probabilmente lei avrà pensato che io volevo andare a letto con l‟amica che era più bella di lei.”
“E ti è piaciuto?” chiese Hatsumi continuando a rivolgersi a me.
“Lo scambio?”
“Il tutto.”
“Non è stato niente di speciale,” dissi. “È stato solo sesso. Non c‟è
niente di particolarmente bello a fare l‟amore così.”
“E allora perché lo fai?”
“Sono io che lo tento,” disse Nagasawa.
“È a Watanabe che l‟ho chiesto,” disse seccamente Hatsumi. “Perché lo fai?”
“A volte ho un desiderio impellente di fare l‟amore con una ragazza,” dissi.
“Ma se c‟è una ragazza a cui vuoi bene non preferisci farlo con lei?” chiese Hatsumi dopo aver riflettuto un attimo. “È una situazione complicata.” Hatsumi sospirò.
Poi si aprì la porta e arrivarono i piatti. L‟anitra per Nagasawa e la spigola per me e Hatsumi. Ogni piatto era servito con verdure calde e una salsina. Quindi il cameriere si ritirò e restammo di nuovo in tre. Nagasawa tagliò l‟anitra e si mise a mangiare con gusto, continuando a bere il whisky. Io cominciai con l‟assaggiare gli spinaci. Hatsumi non toccò neanche il piatto.
“Senti, Watanabe, per quanto io non conosca la tua situazione con quella ragazza, penso che tu non sia fatto per quel genere di cose. Non ti si addicono. Tu che ne dici?” chiese Hatsumi. Aveva le mani appoggiate sul tavolo e mi guardava fisso nel viso. “Può darsi,” dissi. “Anch‟io ogni tanto lo penso.”
“Allora perché non lasci perdere?”
“A volte ho bisogno di un po‟ di calore,” ammisi francamente. “A volte, senza un po‟ di quel calore fisico mi sento terribilmente solo.”
“Secondo me la cosa si può riassumere in questi termini,” intervenne Nagasawa. “Watanabe ha una ragazza ma ci sono dei problemi per cui non possono scopare. Così lui separa il sesso dall‟amore e risolve a parte questo problema. Che c‟è di male? Mi sembra una cosa così ovvia. Non può mica starsene chiuso nella stanza a farsi seghe tutto il tempo.”
“Ma se le vuoi bene veramente non potresti avere un po‟ di pazienza, Watanabe?”
“Forse potrei,” dissi, e provai ad assaggiare un pezzo di spigola con la sua salsina alla panna.
“Tu non capisci come funziona il desiderio sessuale dell‟uomo,” disse Nagasawa rivolto a Hatsumi. “Per esempio, io e te stiamo insieme da tre anni, e in questi tre anni io sono andato a letto con molte altre donne. Ma io di tutte queste donne non ricordo niente. Non so i nomi e neanche più che faccia avevano. Con nessuna di loro sono stato più di una volta. Uno le incontra, ci fa una scopata, e tanti saluti. Tutto qui. Mi vuoi dire cosa c‟è di male?”
“Quello che non sopporto è questa tua arroganza,” disse calma Hatsumi. “Il problema non è se vai o non vai a letto con altre. Me la sono mai presa seriamente con te per queste tue attività erotiche, anche una sola volta?”
“Attività erotiche... che parola grossa! È solo un gioco. Non fa male a nessuno,” disse Nagasawa.
“A me fa male,” disse Hatsumi. “Perché io non ti basto?”
Nagasawa restò in silenzio per qualche istante, facendo ondeggiare il whisky nel suo bicchiere. “Non è che tu non mi basti. Si tratta di due discorsi completamente diversi. C‟è una parte di me che è assetata di queste cose. E se questo ti ferisce, mi dispiace. Questo non significa affatto che tu non mi basti. Ma la mia vita è strettamente legata a questa sete, la mia vita è questa sete. È così e non c‟è niente da fare.” Hatsumi prese coltello e forchetta e cominciò a mangiare il pesce.
“Allora cerca almeno di non trascinare Watanabe in tutto questo.”
“Io e Watanabe per alcuni versi siamo simili,” disse Nagasawa. “Tutti e due siamo tipi fondamentalmente interessati solo a noi stessi. La differenza tra l‟essere arroganti, come dici tu, o non esserlo, sta proprio in questo. A noi interessa solo quello che noi pensiamo, noi sentiamo, o facciamo. Grazie a questo possiamo sentirci diversi dagli altri. È questo che mi piace in Watanabe. Ma a differenza di me lui non ne è ancora consapevole, così si fa prendere dai dubbi e ci soffre.”
“E dov‟è una persona che non ha dubbi e che non soffre?” ribatté Hatsumi. “O vuoi dire che tu non hai dubbi e non soffri mai?‟; “È chiaro che capita anche a me. Ma con l‟allenamento, dubbi e sofferenze si possono limitare notevolmente. Dai una scossa elettrica a un topo, e la prossima volta sceglierà il percorso meno pericoloso.”
“I topi però non si innamorano.”
“I topi non si innamorano,” ripeté  Nagasawa e guardandomi aggiunse: “Splendida frase. Ci vorrebbe una musica in sottofondo. Magari un‟orchestra con due arpe...”
“Non scherzare. Sto parlando sul serio,” disse Hatsumi.
“E io sto mangiando,” disse Nagasawa. “E poi c‟è Watanabe. Penso che sarebbe più cortese verso di lui rimandare i tuoi discorsi seri a un‟altra occasione.”
“Forse preferite restare soli,” dissi.
“No, resta qui per favore. È meglio,” disse Hatsumi.
“Visto che siamo venuti, prendi almeno prima il dessert,” disse Nagasawa.
“Va bene,” dissi io.
Continuammo per un po‟ a mangiare senza parlare. Io finii il pesce, Hatsumi ne lasciò metà. Nagasawa, che aveva già finito la sua anatra da un po‟, beveva il whisky.
“Era ottima, questa spigola,” buttai lì, ma il mio commento cadde nel silenzio, come un sassolino lanciato in un pozzo senza fondo.
I piatti furono portati via e sostituiti da sorbetto al limone e caffè espresso. Nagasawa assaggiò appena l‟uno e l‟altro e si mise subito a fumare. Hatsumi il sorbetto non lo toccò neanche. Di bene in meglio, pensavo io mentre spazzavo via il sorbetto e bevevo il caffè. Hatsumi si guardava le mani che teneva appoggiate sul tavolo. Le sue mani erano finissime, eleganti, avevano la stessa grazia innata che si rifletteva in tutto ciò che lei indossava. Poi chissà perché pensai a Naoko e a Reiko. Chissà cosa stavano facendo in quel momento. Forse Naoko era stesa sul divano a leggere un libro, mentre Reiko suonava alla chitarra Norwegian Wood. Fui preso da una violenta nostalgia di quel piccolo appartamento, dal desiderio di essere lì con loro. Ma che ci sto a fare qui? pensai.
“Un‟altra cosa in cui io e Watanabe siamo simili è che non ci importa niente di essere capiti,” riprese Nagasawa. “Anche in questo siamo diversi dagli altri. Tutti si agitano tanto perché vogliono essere capiti dal mondo. Ma io sono fatto di un‟altra pasta, e anche Watanabe. A noi non ce ne frega niente di essere capiti. Per noialtri io sono io e loro sono loro.”
“E così?” mi chiese Hatsumi.
“Neanche per idea” dissi. “Non sono mica così forte. Non penso affatto che non me ne importa niente anche se nessuno mi capisce. Ci sono persone da cui vorrei essere capito e che vorrei capire. Quanto agli altri, se non mi capiscono fino in fondo, pazienza, mi devo rassegnare. Ma non è proprio vero, come dice lui, che me ne frego totalmente di non essere capito.”
“Ma non vedi che diciamo più o meno la stessa cosa?” disse Nagasawa, gesticolando col cucchiaino da caffè tra le dita. “Chiamala ricca colazione o pranzetto leggero, se la roba da mangiare e l‟orario sono gli stessi, cambia solo il nome.”
“Ti è indifferente anche se sono io che non ti capisco?” chiese Hatsumi a Nagasawa.
“Vedo che ancora non hai afferrato il concetto. Se uno capisce un altro è perché era arrivato il momento, non certo perché quella persona desiderava tanto che l‟altra lo capisse.”
“Quindi io sbaglio se desidero di essere capita da qualcuno? Per esempio da te?”
“Non è che sbagli,” rispose Nagasawa. “È quello che la gente di solito chiama amore, il desiderio che hai tu di essere capita da me. Ma purtroppo il mio sistema di vita è molto diverso da quello degli altri.”
“E, soprattutto, non sei innamorato di me, non è così?”
“Ti ripeto, il mio sistema...”
“Non me ne frega niente del tuo sistema!” gridò Hatsumi. Fu la prima e ultima volta che la vidi gridare.
Nagasawa premette un campanello accanto al tavolo e dopo pochi istanti il cameriere portò il conto, che lui pagò con la carta di credito.
“Scusa per la serata, Watanabe,” disse Nagasawa. “Io accompagno Hatsumi. Tu puoi tornare per conto tuo?”
“Sì certo. Grazie, comunque. La cena era buonissima,” dissi, ma la frase cadde nel vuoto.
Il cameriere ritornò con la carta di credito e Nagasawa, dopo aver controllato il totale, firmò. Ci alzammo e lasciammo il ristorante. Nagasawa ci precedette di qualche passo per chiamare un taxi, ma Hatsumi lo fermò.
“Grazie ma per stasera non mi va di stare ancora con te, quindi non c‟è bisogno che mi accompagni. Grazie della cena.” “Come ti pare,” disse Nagasawa.
“Forse Watanabe mi farà il favore di accompagnarmi,” disse Hatsumi.
“Fai come vuoi,” rispose lui. “Sappi però che Watanabe e io siamo più o meno uguali. È buono e gentile, ma al fondo è incapace di amare qualcuno. Guarda sempre tutto con distacco, e quello che ha dentro è solo la stessa sete che ho io. Te lo dico io che lo conosco.”
Fermai un taxi, lasciai salire per prima Hatsumi e dissi a Nagasawa: allora, la accompagno.
“Mi dispiace per tutti questi fastidi,” si scusò lui, ma dalla sua faccia si capiva che i suoi pensieri erano già da un‟altra parte.
“Dove andiamo? Torni a Ebisu?” chiesi a Hatsumi. Sapevo che il suo appartamento era in quella zona. Ma lei scosse la testa. “Allora vuoi
andare a bere un bicchiere da qualche parte?” Lei annuì.
“A Shibuya,” dissi all‟autista.
Hatsumi incrociò le braccia, e chiudendo gli occhi si abbandonò nell‟angolo del sedile. I suoi piccoli orecchini d‟oro oscillavano seguendo il movimento dell‟auto e a tratti scintillando. Il suo vestito midnight blue sembrava fatto su misura proprio per quell‟angolo buio nel sedile posteriore di un taxi. Le sue labbra dalla forma graziosa e dalla, tinta delicata avevano ogni tanto un movimento impercettibile come di chi esita a pronunciare ad alta voce un pensiero. Guardandola sentivo di capire perché Nagasawa la preferiva a tutte le altre. È vero che al mondo c‟erano molte ragazze più belle, molte delle quali Nagasawa avrebbe potuto facilmente far sue. Però c‟era in Hatsumi qualcosa che ti entrava nel cuore, e questo era un effetto che lei non si sforzava in nessun modo di raggiungere. Irradiava una forza tenue, impercettibile, eppure capace di trasmettere una vibrazione nell‟altra persona. Fino a quando il taxi non arrivò a Shibuya restai a osservarla, cercando di decifrare quella vibrazione che Hatsumi riusciva a suscitare nei miei sentimenti. Però non ci riuscii.
Fu solo dodici o tredici anni dopo che tutt‟a un tratto mi si chiarì di colpo cosa fosse. Mi trovavo a Santa Fè, in New Mexico, per fare un‟intervista a un pittore, e verso sera ero entrato in una pizza house dove, bevendo una birra e mangiando una pizza, me ne stavo a guardare un tramonto di miracolosa bellezza. Tutto il mondo si era tinto di rosso: non solo le mie mani, il mio piatto, ma qualsiasi cosa, fin dove l‟occhio poteva arrivare, ne sembrava imbevuta. Era un rosso talmente brillante come se tutto il mondo fosse stato intinto nel nettare di qualche straordinario frutto esotico. E nel centro di quel tramonto di una bellezza da levare il respiro, di colpo fui assalito dal ricordo di Hatsumi. Fu solo in quel momento che capii cos‟era quel rimescolio nel cuore che mi procurava la sua presenza. Era una fantasia d‟amore infantile, mai appagata e forse inappagabile per l‟eternità. Quella pura, infiammata passione l‟avevo relegata nell‟oblio ormai da tempo immemorabile, e fino a quel momento ne avevo completamente cancellato l‟esistenza. Quella che Hatsumi risvegliava era “una parte di me” che era rimasta così a lungo in letargo. E quando me ne resi conto provai una tristezza così profonda che tutto quello che avrei voluto era piangere. Lei era una creatura veramente, veramente speciale. Qualcuno a tutti i costi avrebbe dovuto salvarla.
Ma né Nagasawa né io ci riuscimmo. Hatsumi - come molte delle persone che ho conosciuto nel corso della mia vita - arrivata a un momento cruciale, senza che niente lo lasciasse presagire, si uccise. Due anni dopo la partenza di Nagasawa per la Germania si era sposata con un altro, e due anni dopo il matrimonio si tagliò i polsi con una lametta.
A darmi la notizia della sua morte naturalmente fu Nagasawa. Mi scrisse una lettera da Bonn. “Con la morte di Hatsumi qualcosa dentro di me si è spento per sempre. È stato troppo triste, troppo doloroso. Anche per uno come me.” Ma io feci a pezzi la sua lettera e non gli scrissi mai più.
Andammo in un piccolo bar e bevemmo alcuni bicchieri. Sia io che Hatsumi non aprimmo quasi bocca. Sedevamo l‟uno di fronte all‟altra bevendo e mangiando noccioline in silenzio come una coppia di coniugi che non hanno più niente da dirsi. Poi, siccome nel frattempo il locale si era affollato, decidemmo di uscire e fare quattro passi. Hatsumi tentò di pagare il conto, ma insistei per farlo io. Sono io che ti ho invitata, dissi.
Fuori l‟aria si era piuttosto raffreddata, e Hatsumi si infilò un cardigan grigio chiaro. Continuava a camminare in silenzio accanto a me che andavo avanti nella notte senza una meta precisa, con le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni. Era un po‟ come quando camminavo con Naoko.
“Watanabe, non conosci un posto da queste parti dove si possa fare una partita a biliardo?” disse a un tratto Hatsumi.
“Biliardo?” chiesi sorpreso. “Sai giocare a biliardo?”
“Sì, e me la cavo anche bene. E tu?”
“Me la cavo ma non bene.”
“Dai, andiamo.”
Trovammo una sala da biliardo nelle vicinanze ed entrammo. Era un piccolo locale in una stradina laterale. Hatsumi, col suo vestito elegante e io, in blazer blu scuro e cravatta regimental eravamo un duo terribilmente stridente nella sala da biliardo ma lei, senza farci caso, scelse la sua stecca e sfregò la punta col gesso. Poi tirò fuori dalla borsa un fermaglio e lo appuntò sui capelli in modo che non le ricadessero sul viso mentre colpiva la palla.
Giocammo due partite di quattro palle ciascuna. Hatsumi era davvero brava come aveva detto, mentre io a causa della spessa fasciatura alla mano avevo difficoltà a muovere bene la stecca, quindi lei mi batté senza fatica in entrambe le partite.
“Sei brava davvero,” dissi ammirato.
“Nonostante le apparenze, dillo pure,” disse Hatsumi sorridendo mentre valutava con attenzione la posizione della palla. “Ma dove diavolo hai imparato?”
“Mio nonno, il padre di mio padre, ai suoi tempi era uno che amava divertirsi, e in casa aveva il tavolo da biliardo. Io e mio fratello ci abbiamo giocato sin da bambini, quando andavamo lì, e quando sono diventata un po‟ più grande il nonno mi ha insegnato a giocare seriamente. Era un uomo buonissimo, e anche bello ed elegante. Purtroppo è morto. Andava fiero di aver conosciuto a New York Deanna Durbin.”
Hatsumi infilò tre colpi di seguito, sbagliò il quarto. Io riuscii miracolosamente a imbroccarne uno ma il successivo, una palla facilissima, andò male.
“È colpa della fasciatura,” mi consolò Hatsumi.
“È perché non gioco da una vita. Sono due anni e cinque mesi che non tocco una stecca.”
“Come fai a ricordartelo con tanta precisione?”
“L‟amico con cui avevo giocato quella notte morì. Ecco perché mi ricordo.”
“E da quella volta non hai voluto giocare più a biliardo?”
“No, non c‟entra,” dissi dopo aver riflettuto un attimo. “È che da allora non mi è più capitata l‟occasione. Non è che non volessi più giocare.” “Come è morto il tuo amico?” “Per un incidente stradale,” risposi.
Hatsumi fece alcuni tiri. Il suo sguardo, mentre fissava la palla, era concentrato, e al momento di tirare impartiva al colpo il grado di forza necessario. Mentre la guardavo colpire la palla, i capelli ben pettinati tirati all‟indietro che lasciavano scoperti gli orecchini luccicanti, i piedi ben posizionati sul pavimento nelle sue scarpe semplici e raffinate, le sue belle dita affusolate appoggiate al feltro del tavolo da biliardo, pensai che se ignorando il resto di quella sala male illuminata, uno avesse guardato solo l‟angolo in cui si trovava lei, avrebbe avuto l‟illusione di non trovarsi lì ma in un circolo raffinato ed esclusivo. Era la prima volta che mi trovavo solo con lei, ed era un‟esperienza deliziosa. Stare con lei mi dava la sensazione di essere stato promosso a un livello di esistenza superiore. Alla fine della terza partita - anche in questa, come nelle prime due, lei riportò su di me una vittoria schiacciante - siccome la mia ferita aveva cominciato da un po‟ a farmi male decidemmo di smettere.
“Mi dispiace. Non avrei dovuto proporti di giocare a biliardo,” si scusò Hatsumi.
“Non preoccuparti, non è una ferita grave. Anzi, mi sono divertito molto,” dissi.
Mentre stavamo per andar via una donna magra di mezz‟età, forse la padrona della sala, si congratulò con Hatsumi. “La signorina sembra nata con la stecca in mano.” Hatsumi la ringraziò sorridendo, poi fu lei a pagare.
“Ti fa male?” chiese Hatsumi appena fummo fuori di lì. “No, non particolarmente,” dissi.
“Non si sarà riaperta la ferita?”
“Dovrebbe essere a posto, credo.”
“Senti, andiamo a casa mia. Controlliamo la ferita e ti rifaccio la medicazione,” propose Hatsumi. “A casa ho tutto per disinfettare e rifare la fasciatura. Sono solo due passi.”
Dissi che non era il caso di preoccuparsi ma lei insisté che per sicurezza era meglio controllare.
“A meno che non vedi l‟ora di liberarti di me e di potertene tornare nella tua stanza,” scherzò Hatsumi.
“No, figurati,” dissi.
“Allora smettila di fare complimenti e vieni. É vicino anche a piedi.”
L‟appartamento si trovava a quindici minuti di strada da Shibuya in direzione di Ebisu. Era un edificio, se non proprio lussuoso, comunque elegante, con un bell‟atrio e l‟ascensore. Hatsumi mi fece sedere al tavolo della cucina-soggiorno dell‟appartamento di due stanze, e sparì nell‟altra. Qualche istante dopo tornò dopo essersi tolta gli orecchini e cambiata in una felpa con cappuccio dalla scritta “Princeton University” e pantaloni di cotone. Mise sul tavolo una cassetta di pronto soccorso, mi disfece la benda, controllò che la ferita non si fosse riaperta, poi disinfettò e mise una nuova fasciatura, il tutto con grande abilità. “Com‟è che sai fare tutte queste cose così bene?” chiesi.
“In passato ho fatto del volontariato. Giocavo a fare l‟infermiera. È così che ho imparato,” spiegò Hatsumi.
Dopo aver chiusola fasciatura, prese dal frigorifero due lattine di birra, lei bevve metà di una e io l‟altra più il resto della sua. Poi mi fece vedere la foto con le ragazze del suo club. Di carine ce n‟erano diverse.
“Quando avrai voglia di un‟amica rivolgiti a me, in qualsiasi momento. Te la presenterò io.”
“Va bene.”
“Ma di‟ la verità, tu pensi che io abbia una vocazione da ruffiana?” “Un pochino sì,” dissi con franchezza. Scoppiammo a ridere tutti e due. Ridere le donava molto.
“Di‟, Watanabe, che ne pensi? Del rapporto tra me e Nagasawa?”
“In che senso che ne penso?”
“Cosa dovrei fare adesso, secondo te?”
“Qualunque cosa io possa dire rimarrebbe lì, no?” dissi bevendo la birra fredda.
“Non importa. Tu dimmi sinceramente quello che pensi.”
“Se fossi in te, lo lascerei. Poi cercherei uno con un modo di pensare più normale e vivrei con quella persona felice e contento. Anche a volere essere ottimisti, non vedo come potresti mai essere felice stando con Nagasawa. L‟idea di vivere una vita felice lui stesso o di rendere felice qualcun altro non fa proprio parte del suo modo di pensare. Penso che a lungo andare stare insieme a lui ti logorerebbe i nervi. Per me è già un miracolo che tu sia riuscita a resistere tre anni. A me lui piace, intendiamoci. È un tipo davvero interessante, e da molti punti di vista è da ammirare. Ha forza e capacità che io non mi sogno neanche. Ma la sua visione delle cose, il suo modo di vivere sono a dir poco singolari. Quando parlo con lui a volte ho la sensazione di fare tanti giri a vuoto. Anche se seguiamo lo stesso processo, lui va avanti dritto come un razzo, mentre io mi trovo impantanato in un circolo vizioso. Il che è una sensazione estremamente frustrante. Capisci quello che voglio dire?” “Capisco bene,” disse Hatsumi, tirando fuori dal frigo un‟altra lattina di birra.
“E poi ora che è stato assunto dal Ministero degli Esteri, dopo aver finito l‟anno di addestramento in Giappone dovrà andare fuori per un lungo periodo, no? Tu che faresti nel frattempo? Lui non ha la minima intenzione di sposarsi con nessuno.”
“So anche questo.”
“Beh, da parte mia credo di aver detto tutto.” “Hmm,” mormorò Hatsumi.
Versai lentamente la birra nel bicchiere.
“Poco fa, mentre eravamo al biliardo ho pensato una cosa,” dissi. “Io essendo figlio unico sono cresciuto da solo, ma non ho mai sofferto la solitudine né ho mai desiderato fratelli. Stare da solo non mi pesava. Però prima mentre ti vedevo giocare al biliardo all‟improvviso ho pensato quanto mi sarebbe piaciuto avere una sorella come te. Una sorella elegante come te, con quel vestito midnight blue e gli orecchini d‟oro che ti stanno così bene, e che per giunta è una provetta giocatrice di biliardo!”
Hatsumi mi guardò negli occhi con un sorriso raggiante.
“Questa è la cosa più bella che mi è stata detta in un anno intero, davvero.”
“Perciò anch‟io vorrei che tu fossi felice,” dissi arrossendo un po‟. “Però, sai, è incredibile. Perché una ragazza come te che potrebbe essere felice con chiunque desidera, è andata a incappare proprio in uno come Nagasawa?”
“Sai, in queste cose non c‟è niente da fare. Io stessa non posso farci niente. „La responsabilità è tua,‟ direbbe Nagasawa. „Io non voglio saperne niente‟.”
“Sì, mi sembra di sentirlo,” convenni.
“Il guaio è che io non ho una mente tanto sofisticata. Se mi devo definire, sono una stupida ragazza all‟antica. Non mi importa proprio niente di „sistemi‟ e „responsabilità‟. A me basterebbe sposarmi, dormire ogni notte tra le braccia dell‟uomo che amo, avere dei bambini. Fine. Questo è tutto quello desidero.”
“Bada che quello che desidera lui è tutta un‟altra cosa.” “Però le persone cambiano, no?” fece Hatsumi. “Affrontando la società, scontrandosi con la dura realtà del mondo, soffrendo, diventando adulti... è di questo che parli?”
“Esattamente. E poi può darsi che stando lontano da me tanto a lungo i suoi sentimenti per me cambino. È possibile, no?”
“Nel caso di una persona normale sicuramente,” dissi. “Per qualunque persona questo sarebbe naturale. Ma lui è un soggetto a parte. Lui ha una volontà che supera ogni nostra immaginazione, e che lavora quotidianamente per rafforzare. E ogni urto che riceve lo rende ancora più determinato a rafforzarsi di più. Stiamo parlando di uno pronto a ingoiare perfino dei lumaconi vivi pur di non retrocedere dalle sue posizioni. Che cosa ti puoi aspettare da una persona così?”
“Eppure, Watanabe, ora come ora io non posso fare altro che aspettare,” disse Hatsumi appoggiando il mento tra le mani. “Sei innamorata di lui fino a questo punto?” “Anche di più,” rispose senza esitare.
“Se è così...” dissi sospirando, e mandai giù la birra rimasta nel bicchiere. “Però dev‟essere una cosa bellissima amare qualcuno con una sicurezza così assoluta.”
“No, è solo che sono una stupida ragazza all‟antica,” disse Hatsumi. “Vuoi un‟altra birra?”
“No, grazie, adesso è ora che vada. Grazie della birra e della fasciatura.”
Mi alzai e mentre mi infilavo le scarpe all‟ingresso il telefono cominciò a squillare. Hatsumi mi guardò, guardò il telefono, poi tornò a guardare me. Io le augurai la buonanotte, aprii la porta e uscii. Mentre richiudevo piano la porta dietro di me, la intravidi che alzava il ricevitore. Quella fu per me l‟ultima immagine di Hatsumi.
Tornai al collegio che erano le undici e mezzo, e andai subito a bussare alla porta di Nagasawa. Dopo aver bussato una decina di volte inutilmente, mi ricordai che era sabato, e il sabato sera con la scusa che andava a dormire a casa di parenti, Nagasawa passava sempre la notte fuori.
Tornai nella mia stanza, mi tolsi la cravatta, appesi giacca e pantaloni a un attaccapanni, mi misi il pigiama e mi lavai i denti. Poi pensai: No, domani è di nuovo domenica! Avevo l‟impressione che le domeniche fossero molto più frequenti degli altri giorni. Altre due e avrei compiuto vent‟anni. Mi infilai nel letto, e mentre guardavo il calendario fui invaso da un senso di scoraggiamento. *
Come ogni domenica mattina, mi sedetti alla scrivania e scrissi a Naoko. Con la compagnia di un vecchio disco di Miles Davis e di una gran tazza di caffè le scrissi una lunga lettera. Tra il freddo e i vetri rigati da una pioggia sottile la stanza sembrava un acquario. Il pullover pesante che avevo appena tirato fuori dalla scatola degli abiti invernali sapeva ancora di naftalina. Una grossa mosca era appoggiata sulla parte alta del vetro assolutamente immobile. Anche la bandiera, in mancanza di vento, non si muoveva e ricadeva afflosciata lungo l‟asta, avvolta su se stessa, come il panneggio della toga di qualche senatore romano. Un cane marrone e denutrito, venuto da chissà dove, si aggirava per il cortile con aria esitante annusando un‟aiuola dopo l‟altra. Chissà cosa poteva spingere un cane ad andarsene in giro ad annusare fiori sotto la pioggia?
Ogni tanto, quando a forza di scrivere la ferita cominciava a dolermi, per far riposare la mano mi fermavo e me ne stavo per un po‟ a guardare quel paesaggio piovoso.
Nella lettera scrissi del taglio profondo che mi ero fatto mentre lavoravo al negozio dei dischi, della serata con Nagasawa e Hatsumi per festeggiare il successo del suo esame per entrare al Ministero degli Esteri. Descrissi nei dettagli il ristorante, e spiegai che anche se la cucina era buonissima, l‟atmosfera si era guastata nel corso della cena.
Dopo aver raccontato che ero stato alla sala di biliardo con Hatsumi, esitai un po‟ prima di scriverle che l‟episodio mi aveva ricordato Kizuki, ma alla fine decisi di farlo. Mi sembrava giusto non fare omissioni.
“Quel giorno, il giorno della morte di Kizuki, ricordo bene il suo ultimo colpo. Era un tiro quasi impossibile, e io non pensavo minimamente che lui ce l‟avrebbe fatta. Invece, sarà stato anche un caso, ma ci riuscì alla perfezione: la pallina bianca e quella rossa si urtarono leggermente, quasi senza un suono, sul feltro verde, e con quel colpo si aggiudicò la partita. Fu un colpo così straordinario che ancora adesso me lo ricordo perfettamente. Da allora non avevo toccato un biliardo per quasi due anni e mezzo.
“Eppure, la sera che sono andato a giocare al biliardo con Hatsumi, è stato solo alla fine della prima partita che mi sono ricordato di Kizuki, e questo pensiero mi ha sconvolto non poco. Avevo sempre pensato che non avrei mai più potuto giocare a biliardo nella mia vita senza pensare istantaneamente a lui. Invece fino al momento in cui, al termine della prima partita, non ho comprato una Pepsi-Cola dal distributore automatico lì nella sala, il ricordo di Kizuki non mi aveva nemmeno sfiorato. La ragione per cui mi è tornato in mente proprio in quel momento è che c‟era un distributore automatico di Pepsi anche nella sala da biliardo che frequentavamo io e lui, e che spesso la posta in gioco era proprio il prezzo della bevanda.
“Il fatto di non essermi ricordato subito di lui mi ha dato la sensazione di avergli fatto un torto. Mi sono sentito come se l‟avessi abbandonato. Però quando quella notte sono tornato nella mia stanza ho pensato: sono già passati due anni e mezzo da allora, e lui ha ancora diciassette anni. Ma questo non significa che il suo ricordo dentro di me sia sbiadito. Tutte le cose che la sua morte ha portato con sé rimangono vivide, alcune addirittura più che allora. Quello che cerco di dire è che tra poco io avrò vent‟anni, e che una parte delle cose che ho diviso con Kizuki quando avevamo sedici, diciassette anni, sono già finite, e che per quanto uno possa piangere e disperarsi non torneranno più. Non te lo so spiegare meglio di così, ma penso che forse tu riuscirai a capire quello che cerco di dire. Credo che non ci sia nessun altro che possa capirlo all‟infuori di te.
“In questi giorni penso a te ancora più di prima. Oggi piove. Quando di domenica piove io sono sempre agitato. Sarà, banalmente, perché non posso fare il bucato e di conseguenza non posso neanche stirare. Non posso neanche andare in giro a passeggiare né stendermi sul terrazzo. Non mi resta molto da fare se non stare seduto alla scrivania a guardare dalla finestra il cortile sotto la pioggia, mentre il giradischi messo sull‟automatico torna a suonare per l‟ennesima volta Kind of Blue. Come ti ho già scritto l‟altra volta, la domenica non seguo il mio serrato programma di allenamento quotidiano, ed è anche perciò che questa lettera è diventata così lunga. Scusa. Adesso chiudo, e vado a mensa per il pranzo. Sayonara
Tōru”  
9


Neanche quel lunedì Midori si fece vedere alla lezione. Cominciavo quasi a essere preoccupato. Erano già passati dieci giorni dall‟ultima volta che avevamo parlato al telefono. Pensai di provare io a chiamarla a casa, ma mi ricordai che aveva detto: mi farò sentire io, e così lasciai perdere.
Il giovedì della stessa settimana incontrai Nagasawa alla mensa. Venne a sedersi accanto al me col suo pranzo sul vassoio e come prima cosa si scusò per quella serata.
“Figurati. Anzi grazie ancora per la cena,” dissi. “Certo che è stato un modo un po‟ bizzarro di celebrare l‟inizio del tuo nuovo lavoro.” “Puoi dirlo,” fece lui.
Per qualche istante mangiammo in silenzio.
“Con Hatsumi abbiamo fatto pace, sai?” riprese dopo un po‟.
“Sì, immaginavo,” dissi.
“Ho l‟impressione di aver detto anche a te delle cose che non avrei dovuto.”
“Come mai questa autocritica? Sei sicuro di sentirti bene?”
“È vero, forse non sono in forma,” disse lui annuendo due, tre volte. “Mi ha detto Hatsumi che le hai praticamente consigliato di lasciarmi...”
“Mi sembra ovvio.”
“Mah, che ti devo dire? Lo sarà pure ma...”
“Nagasawa, lei è buona,” dissi mentre bevevo il brodo di miso. “Lo so,” disse lui sospirando. “Un po‟ troppo buona per me.”
*
Quando suonò il campanello per avvertirmi che c‟era una telefonata per me, ero immerso nel sonno più profondo. Per qualche momento non riuscii nemmeno a rendermi conto di cosa stava succedendo. Come se stessi emergendo da un coma. L‟orologio segnava le sei e un quarto ma non capivo se del mattino o del pomeriggio. Non mi ricordavo neanche il giorno. Fuori dalla finestra, all‟asta non era attaccata nessuna bandiera, quindi dedussi che dovevano essere le sei e un quarto del pomeriggio. In certi casi il rito della bandiera aveva la sua utilità.
“Di‟, Watanabe, sei libero adesso?” Era Midori.
“Che giorno è oggi?”
“Venerdì.”
“È pomeriggio?”
“Certo. Ti senti bene? Sono... vediamo, le sei e diciotto del pomeriggio.”
Non era mattina, avevo indovinato. Adesso ricordavo, mi ero steso sul letto a leggere e mi ero addormentato. Venerdì... cercai di rimettere in funzione il cervello. Il venerdì sera non lavoravo.
“Sì, sono libero,” dissi. “Dove sei?”
“Alla stazione di Ueno. Siccome adesso vado a Shinjuku, perché non ci vediamo lì?”
Stabilimmo il posto, un‟ora approssimativa e riagganciammo.
Quando arrivai da Dug, Midori stava già bevendo seduta all‟estremità del bancone. Portava uno spolverino bianco da uomo col colletto rialzato su un sottile pullover giallo e un paio di jeans, e al polso portava due braccialetti.
“Cosa bevi?” le chiesi.
“Un Tom Collins,” disse.
Dopo avere ordinato un whisky e soda mi accorsi di una grossa borsa di pelle appoggiata per terra ai suoi piedi. “Sono stata fuori. Sono appena tornata,” spiegò. “Dove sei andata?”
“A Nara e Aomori.”
“In una sola volta?” chiesi stupito.
“Scherzi? Per quanto possa essere pazza, non arrivo ad andare in due posti così agli antipodi in una volta sola. Ho fatto due viaggi. A Nara ci sono andata con lui e ad Aomori sola soletta.”
Bevvi un sorso dal mio whisky e soda e con un fiammifero accesi la sigaretta che Midori aveva tra le labbra. “È stata dura? Tra il funerale e tutto il resto?”
“Il funerale è stato il meno. Te l‟ho detto, ormai noi ci siamo abituate. Basta che ti vesti di nero e ti metti seduta con una faccia di circostanza, poi pensano gli altri a fare tutto quello che c‟è da fare. I parenti e i vicini. Comprano loro il sake e il sushi per gli ospiti, ti consolano, piangono, fanno casino, si occupano di distribuire i ricordini come pare a loro... tutta fatica in meno per noi. Un picnic, se lo paragoni alla fatica di stare all‟ospedale giorno dopo giorno dalla mattina alla sera. Eravamo così stanche, io e mia sorella, che non ce la facevamo neanche a piangere. Quando ti senti così svuotata non ti escono le lacrime, sul serio. E intanto la gente commenta alle spalle: avete visto come sono fredde quelle due sorelle? Nemmeno una lacrima! Perciò a maggior ragione evitiamo di piangere. Volendo, non ci vorrebbe niente a tirar fuori due finte lacrime. Ma proprio per il fatto che gli altri stanno lì ad aspettare di vederci piangere, moriremmo piuttosto di dargli questa soddisfazione. In questo io e mia sorella siamo identiche, anche se poi di carattere siamo completamente diverse.”
Midori alzò il braccio per chiamare il cameriere, con un gran tintinnio di braccialetti, e ordinò un altro Tom Collins e un piattino di pistacchi.
“Finito il funerale, dopo che tutti se ne erano tornati a casa, noi due siamo rimaste a bere sake fino all‟alba. Ce ne siamo scolati quasi due litri, sfogandoci a parlare male di tutti quelli che erano venuti. Quello è un idiota, quell‟altro uno stronzo, quello è un cane rognoso, e hai visto quel porco? Per non parlare di quell‟ipocrita e di quel ladro... ne abbiamo dette un sacco e una sporta, e alla fine ci sentivamo molto meglio.”
“Lo credo bene.”
“Poi, brille come eravamo, ci siamo infilate nel futon e ci siamo addormentate come sassi. Quanto abbiamo dormito! A un certo punto ha squillato il telefono ma noi l‟abbiamo ignorato e abbiamo continuato a dormire. Quando ci siamo svegliate ci siamo messe a mangiare sushi e abbiamo discusso la nostra situazione. Così abbiamo deciso di chiudere il negozio e di fare tutt‟e due per qualche giorno quello che volevamo. Finora ci siamo sempre fatte in quattro per una ragione o per l‟altra, così abbiamo pensato di poterci concedere questa libertà. Lei se ne sarebbe stata tranquilla col suo ragazzo, e io ho pensato di fare un breve viaggio di due, tre giorni col mio e di scopare come pazzi.” A questo punto Midori si morse le labbra e si grattò l‟orecchio. “Scusa il linguaggio. Mi è scappato.”
“Non importa. E così sei andata a Nara.”
“Esatto. Nara mi è sempre piaciuta.”
“E lì avete scopato come pazzi.”
“Non l‟abbiamo fatto neanche una volta,” sospirò. “Appena siamo arrivati in albergo, nell‟attimo stesso in cui ho posato la borsa per terra, mi sono venute le mestruazioni.” Non potei fare a meno di ridere.
“C‟è poco da ridere, sai! Mi son venute con una settimana d‟anticipo. Mi sono messa a piangere. Forse con tutti quegli stress mi si sarà spostato il ciclo. Lui poi non ti dico come si è inalberato. È uno che alla minima cosa si arrabbia. Che ci potevo fare io? Neanche fossi stata io a fare in modo che mi venissero per qualche mio capriccio. E per giunta a me quando vengono non è roba da poco. Per i primi due giorni mi passa la voglia di fare qualsiasi cosa. Evita di incontrarmi in quei giorni.” “Eviterei pure, ma come faccio a saperlo?” chiesi.
“Facciamo che da quando mi cominciano le mestruazioni per due, tre giorni mi metto un cappello rosso. Chiaro come segnale, no?” disse Midori ridendo. “Appena mi vedi col cappello rosso, anche se ci troviamo faccia a faccia tu scappa subito senza neanche salutarmi.” “Sarebbe comodo se tutte le donne del mondo facessero così,” dissi. “Allora cosa avete fatto poi a Nara?”
“Che potevamo fare? Andavamo a guardare i cervi nel parco, passeggiavamo un po‟ da quelle parti e tornavamo in albergo.
Sorvoliamo. Poi io e lui abbiamo fatto una bella litigata e da allora non l‟ho più visto. Dopo essere tornata a Tōkyō sono stata in ozio per due, tre giorni e poi ho pensato di farmi una vacanza tranquilla io sola e così sono andata ad Aomori. A Hirosaki ho un‟amica che mi ha ospitato per un paio di giorni, poi sono stata a Shimokita e a Tappi. È una zona bellissima. Ci avevo scritto uno di quei librettini per i turisti. Ci sei mai stato?”
“No,” dissi.
“E poi, sai...” disse Midori, e fece una pausa per bere un sorso di Tom Collins e sbucciare un pistacchio. “Mentre facevo questo viaggio da sola ho pensato molto a te. E ho pensato che sarebbe stato bello se ci fossi stato anche tu.”
“Perché?”
“Perché?” ripeté  Midori guardandomi come se non credesse alle sue orecchie. “Come sarebbe perché?”
“Voglio dire, perché hai pensato a me?”
“Non è evidente che se ho pensato a te è perché mi piaci? Quale altra ragione potrebbe mai esserci? Pensi che avrei voluto che tu fossi lì con me se tu non mi facessi né caldo né freddo?”
“Tu stai con un ragazzo, no? Non dovrebbe esserci ragione di pensare a me,” dissi bevendo lentamente il mio whisky.
“Ah, siccome io ho un ragazzo non dovrei sentirmi libera di pensare a te?”
“No, quello che volevo dire era che...”
“Ascoltami bene,” disse Midori puntando l‟indice contro di me. “Ti do un avvertimento. In questo ultimo mese ho accumulato tante di quelle cose che dentro ho una grande tristezza. Perciò non è il caso che infierisci anche tu. Potrei scoppiare a piangere, e se lo faccio andrò avanti per tutta la sera. È questo che vuoi? Guarda che io piango come una belva ferita, senza badare a chi c‟è intorno. Parlo sul serio.”
Accennai di sì con la testa e rimasi senza parlare. Ordinai il secondo whisky e soda e mangiai dei pistacchi. Il rumore dello shaker, dei bicchieri tintinnanti, della macchina del ghiaccio, si sovrapponeva a una vecchia love song di Sarah Vaughan.
“È dall‟incidente del tampone che le cose con lui non sono più andate bene,” disse Midori.
“L‟incidente del tampone?”
“Hmm. Più o meno un mese fa mentre eravamo a bere con cinque o sei amici, io a un certo punto ho raccontato che a una signora del vicinato, facendo uno starnuto, era venuto via il tampone. Non ti sembra comico?”
“Molto,” confermai ridendo.
“Infatti si sono messi a ridere tutti. Lui invece si è incavolato. Non raccontare mai più delle storie così volgari, ha detto. Naturalmente a quel punto è sceso il gelo.”
“Hmm,” mi limitai a mormorare.
“È un bravo ragazzo, ma in queste cose è di vedute molto strette,” disse Midori. “Per esempio si arrabbia se io sotto porto biancheria di colori diversi dal bianco. Non ti sembra che questo denoti vedute ristrette?” “Hmm... forse è più che altro una questione di gusti,” dissi. A stupirmi era soprattutto che un tipo del genere potesse essersi innamorato di Midori. Ma decisi che era meglio non dirlo.
“E tu che hai fatto?”
“Niente. Sempre le solite cose,” dissi, ma subito mi ricordai del fatto che, mantenendo la promessa fatta a Midori, avevo provato a masturbarmi pensando a lei. Così, abbassando la voce per non farmi sentire dagli altri, glielo dissi.
Midori si illuminò in viso e batté le mani. “E allora? È andata bene?”
“A metà non so... mi sono vergognato, e così ho lasciato perdere.”
“Si era ammosciato?”
“Be‟, praticamente.”
“Ma così non va!” disse Midori lanciandomi un‟occhiata obliqua. “Non devi vergognarti. Anzi, devi pensare delle cose molto oscene. Non c‟è niente di male, sono io che ti autorizzo. Sai che facciamo? La prossima volta ti aiuto io per telefono. „Sì... sì... continua lì... come godo... no, non così, fermati, così mi fai venire... no, questo è troppo!‟ Che te ne pare? E mentre ascolti tu fai quel che devi fare.”
“Il telefono del collegio è nell‟atrio, proprio accanto all‟ingresso. C‟è un viavai continuo,” spiegai. “Se mi mettessi a masturbarmi lì il
direttore mi picchierebbe a sangue, poco ma sicuro.”
“Mah, è andata male.”
“Non è ancora detto. Appena posso ci riprovo da solo.”
“Mi raccomando, eh.”
“Hmm.”
“Non sarà perché io non sono abbastanza sexy?”
“No, il problema non è quello,” dissi. “È più un problema di, come dire, di prospettiva.”
“Io ho una schiena terribilmente sensibile. Soprattutto se vengo accarezzata delicatamente con le dita.”
“Terrò presente.”
“Senti, perché non andiamo adesso a vedere un film porno? Una roba sadomaso di quelle veramente hard?”
E fu così che dopo essere andati a mangiare in un ristorante di anguille, entrammo in un cinema, che spiccava per squallore tra quelli di Shinjuku, dove davano tre diversi film porno uno dietro l‟altro. Secondo il giornale era l‟unico a proiettare film sadomaso. La sala era impregnata di un odore indefinibile. Per combinazione quando entrammo il film SM stava giusto per iniziare. Era la storia di due sorelle, la più grande un‟impiegata e la minore una studentessa liceale, che venivano catturate, fatte prigioniere da due uomini e sottoposte alle loro azioni sadiche. I due, sotto la minaccia di violentare la più piccola, costringevano la sorella maggiore a fare le cose più atroci, ma lei si rivelava una perfetta masochista e pretendeva di fare tutto davanti alla sorellina, che ad assistere a tanti orrori finiva con l‟impazzire. A parte il fatto che l‟atmosfera del film era tetra e malsana, il tutto era talmente ripetitivo che a metà ero già stufo.
“Se fossi stata io la sorellina non sarei impazzita per così poco. Sarei restata a guardare fino in fondo,” dichiarò Midori.
“Posso immaginare,” dissi.
“Però, quei seni hanno un‟aria un po‟ troppo vissuta per una studentessa di liceo ancora vergine.”
“Altroché!”
Guardava il film con interesse famelico, attenta a non perdere neanche il più piccolo dettaglio. Un film seguito con tanta partecipazione sicuramente ripaga il prezzo del biglietto, pensai con ammirazione. Comunque, sebbene tanto presa, Midori non tralasciava di comunicarmi tutto quello che le passava per la mente.
“Ehi, hai visto? Ma si possono fare davvero queste cose?” oppure “Tremendo! Se lo fanno tutti e tre in una volta la faranno a pezzi!” o ancora “Watanabe! Quella cosa lì mi piacerebbe farmela fare da qualcuno” e via dicendo. Guardare Midori era molto più interessante che guardare il film.
Quando nell‟intervallo si accesero le luci mi girai intorno, ma nella sala oltre a Midori non c‟erano altre donne. Un ragazzo, probabilmente uno studente, che era seduto vicino a noi, quando si accorse di lei si alzò e andò a sedersi a molte file di distanza.
“Dimmi una cosa. Quando vedete una roba così, vi diventa duro?” chiese Midori.
“Mah, qualche volta,” dissi io. “Sai, questi film sono fatti apposta.”
“Allora quando viene una di quelle scene, a tutti quelli che sono qui pppin! gli si drizza? Trenta, quaranta cosi che fanno pppin! tutti in una volta? Se ci pensi non ti sembra una cosa stranissima?” “È vero, non ci avevo mai pensato,” dissi.
Il secondo film era relativamente più normale e quindi ancora più noioso del primo. Dato che in questo il sesso orale abbondava, in ognuna delle numerose scene di fellatio, cunnilingus e “sessantanove” tutta la sala risuonava di stereofonici slurp e altri effetti sonori altrettanto ameni. Nel sentire quei suoni non potei fare a meno di pensare con commozione: in quale straordinario pianeta viviamo!
“Ma a chi viene in mente di fare questi rumori?” chiesi a Midori.
“Perché? Io li trovo così teneri,” disse Midori.
C‟era anche il rumore del pene che andava avanti e indietro nella vagina. E dire che non mi ero mai accorto che facesse un rumore del genere! Gli uomini ansimavano, le donne gemevano e ripetevano frasi-chiave come: “Sì, ancora,” e “Di più, ti prego, di più”. Poderoso anche il rumore di letti che cigolavano. Queste scene si ripetevano all‟infinito. Anche Midori, che all‟inizio era tanto affascinata, dopo un po‟ non ne poteva più e mi chiese di andar via. Una volta fuori dal cinema respirammo a pieni polmoni. Non immaginavo che l‟aria di Shinjuku potesse sembrarmi così fresca.
“Però mi sono divertita,” disse Midori. “Andiamoci qualche altra volta.”
“Ne puoi vedere quanti vuoi, ma le cose che fanno sono sempre quelle.” “Non è colpa loro. Anche noi non facciamo sempre le stesse cose?” Un‟altra cosa vera a cui non avevo mai pensato.
Poi entrammo in un altro bar dove io presi whisky e Midori due o tre bicchieri di un cocktail non meglio identificato. Usciti da lì Midori espresse il desiderio di arrampicarsi su un albero.
“Prima cosa da queste parti non ci sono alberi, e poi barcollante come sei figurati se ce la faresti ad arrampicartici.”
“Uffa, sei deprimente. Vuoi sempre razionalizzare tutto. Se sono ubriaca, sono ubriaca. Comunque sarei capacissima di arrampicarmi su un albero. Ti farei vedere: salirei su un albero alto alto e arrivata in cima farei la pipì come una cicala annaffiando tutti quelli che si trovano sotto.”
“Non sarà che hai bisogno di andare in bagno?”
“Sei un genio.”
Accompagnai Midori a una toilette a pagamento alla stazione di Shinjuku, misi le monetine per farla entrare, comprai un giornale della sera all‟edicola e mentre la aspettavo mi misi a leggere. Però i minuti passavano e Midori non usciva. Dopo un quarto d‟ora, preoccupato, decisi di andare a vedere che succedeva, quando finalmente lei sbucò fuori. Era pallidissima.
“Scusami. Mi sono addormentata sul gabinetto,” disse.
“Come ti senti?” chiesi mentre là aiutavo a infilarsi il soprabito.
“Non molto bene.”
“Ti accompagno a casa,” dissi. “Hai bisogno di un bel bagno caldo e una dormita. Sei stanca.”
“A casa non ci torno. A casa adesso non c‟è nessuno e non mi va di dormirci da sola.”
“Ti pareva!” sospirai. “E allora che vuoi fare?”
“Andare con te in un love hotel da queste parti, e dormire abbracciati. Dormire come un sasso fino a domani. Poi alla mattina fare colazione
da qualche parte e andare insieme all‟università.”
“Quando mi hai chiamato avevi già questo piano in mente?”
“Ma è naturale!”
“Forse non è me, ma lui che dovresti chiamare. Comunque la vogliamo mettere, sarebbe molto più logico. Allora che ci stanno a fare i fidanzati?”
“Però io è con te che vorrei stare.” “È impossibile,” dissi severamente.
“Prima di tutto devo rientrare in collegio entro mezzanotte, o mi daranno una punizione. Mi e già capitato una volta ed e stato uno strazio. Seconda cosa se io dormo con una ragazza mi viene sicuramente voglia di fare l‟amore e odio dovermi trattenere. Potrei anche costringerti con la forza.”
“Picchiandomi, legando mi e violentandomi da dietro?”
“Guarda che non sto scherzando.”
“Ma io mi sento sola. Terribilmente sola. Lo so che mi comporto male con te. Che ti chiedo solo, senza darti niente, ti dico tutto quello che mi passa per la testa, ti chiamo quando mi pare, ti strascino in giro con me. Ma tu sei l‟unica persona con cui posso fare queste cose. Nei miei vent‟anni di vita finora nessuno mi aveva permesso di essere un po‟ egoista. Mio padre e mia madre non mi stavano nemmeno a sentire e il mio ragazzo ... beh, lui non è il tipo. Se io faccio il minimo capriccio lui si arrabbia e finiamo col litigare. Perciò è solo a te che posso dire queste cose. E poi sono talmente stanca e stressata che vorrei solo dormire accanto a qualcuno che mi dice: Midori come sei dolce, come sei bella ... È tutto quello che chiedo. E domattina mi sveglierò sana e forte e non ti chiederò mai più cose così irragionevoli lo giuro. Farò la brava.” “Capisco, ma è davvero un casino,” dissi.
“Ti prego o io mi siederò qui per terra a piangere per tutta la notte, e poi andrò a letto col primo che mi rivolge la parola.” Messo alle strette telefonai al collegio e chiesi di parlare con Nagasawa.
Lo pregai di fare in modo che nessuno si accorgesse della mia assenza.
Sai, sono con una ragazza, spiegai.
Non ti preoccupare, disse subito lui, per una causa come questa sarò ben felice di darti una mano.
“Girerò la tua targhetta in modo da fare pensare che tu sia in stanza” mi assicurò, “perciò vai tranquillo e stanotte spassatela pure. Domattina potrai entrare dalla mia finestra ...
“Grazie e scusa. Ti sono debitore,” dissi e riagganciai. “Sei riuscito a sistemare?” chiese Midori. “Più o meno,” risposi sospirando ostentatamente. “Allora, dato che è ancora presto, perché non andiamo in discoteca?”
“Ma non eri stanca?”
“Non se si tratta di ballare.”
“Con chi sono capitato!” sospirai di nuovo. Effettivamente ballando Midori sembrò recuperare gradualmente le sue energie. Prendemmo due whishy e Coca-Cola e ballammo fino a essere completamente sudati. Poi andammo a sederci a un tavolino.
“Come mi diverto!” disse Midori appena ebbe recuperato il fiato. “Era tanto che non ballavo così. Muovere il corpo libera la mente, non pensi?”
“Non mi sembra che tu abbia di questi problemi.”
“Invece ti sbagli,” disse Midori sorridendo, la testa un po‟ inclinata. “Ora che mi sento meglio mi è venuta fame. Ti va di andare a mangiare qualcosa, che ne so, una pizza?”
La portai a una pizza house dove andavo di solito e ordinammo due birre alla spina e una pizza con le acciughe. Dato che non avevo molta fame ne presi solo un quarto e Midori mangiò il resto.
“Hai una ripresa molto rapida. Solo poco fa eri bianca e non ti reggevi in piedi,” dissi sorpreso.
“È per la gioia di essere stata accontentata, disse Midori.”
“... Non è divina questa pizza?”
“Sei proprio sicura che stasera a casa tua non c‟è nessuno?”
“Sì te l‟ho detto. Mia sorella è a casa di un amica. Lei e una fifona tremenda, quindi quando io non ci sono si rifiuta di dormire a casa da sola.”
“Allora perché non lasciamo perdere i love hotel, che sono cosi deprimenti, e andiamo a casa tua?” proposi. “Un futon in più per me ce l‟avrai, no?”
Midori rifletté un attimo e poi fece di sì con la testa.
“D‟accordo. Dormiamo da me,” disse.
Salimmo su un treno della linea Yamanote e arrivammo a Ōtsuka. Alzammo la saracinesca su cui era attaccato un cartello di “Chiuso per ferie”. Nella libreria, che sembrava rimasta chiusa per molto tempo, era buio pesto e un odore di carta vecchia impregnava l‟aria. Gli scaffali erano per metà vuoti e quasi tutte le riviste erano già ordinate a pile e legate con lo spago, pronte a essere rese. La libreria era molto più vuota e fredda di come l‟avevo vista la prima volta. Faceva pensare ai resti di una nave abbandonata su una riva dopo un naufragio.
“Non avete più intenzione di continuare con il negozio?” chiesi. “Abbiamo deciso di venderlo,” disse decisa Midori.”Dopo averlo venduto io e mia sorella ci divideremo i soldi, così potremo vivere senza l‟aiuto di nessuno, contando solo sulle nostre forze. Mia sorella l‟anno prossimo si sposerà, e io continuerò l‟università per i tre anni e qualcosa che mi restano. Penso di farcela coi soldi. Poi ho sempre il mio lavoro part-time. Venduto il negozio affitteremo un appartamento da qualche parte e finché lei non si sposa io e mia sorella vivremo insieme.”
“Sarà facile venderlo, il negozio?”
“Pare di sì.” disse Midori. “Uno che conosciamo vorrebbe metter su un commercio di filati, e già un po‟ di tempo fa era venuto a chiederci se avevamo intenzione di vendere a lui. Però, povero papa! Tanti anni di sacrificio per comprarlo, per pagare il mutuo, e alla fine non è rimasto quasi niente. Si dissolverà tutto come bolle di sapone.” “Rimani tu,” dissi.
“Io?” sorrise Midori come se avessi detto qualcosa di buffo. Poi inspirò profondamente e ricacciò l‟aria. “Saliamo adesso. Fa freddo qui.” Arrivati al terzo piano mi fece accomodare in cucina e mentre lei preparava l‟acqua per il bagno, io nel silenzio della notte misi a bollire l‟acqua per il tè. Poi ci sedemmo al tavolo uno di fronte all‟altra e bevemmo il tè in attesa che l‟acqua del bagno si riscaldasse. Per qualche istante Midori restò a guardarmi col mento appoggiato sulle mani. A parte il tic-tac dell‟orologio di cucina, e il ronzio intermittente del frigorifero, il silenzio era completo. Mancava poco alla mezzanotte.
“Sai che a guardarti bene hai una faccia piuttosto interessante?” disse.
“Ah sì?” feci io un po‟ punto.
“Io di solito sono una che va per i belli, ma devo dire che a furia di guardarti comincio a pensare: però, dopotutto può anche andare.” “Anch‟io lo penso qualche volta di me: però, dopotutto posso anche andare,” dissi con sarcasmo.
“Ehi, non volevo dirlo in senso cattivo. Io non sono molto brava a esprimere le cose che sento, perciò spesso vengo fraintesa. Quello che volevo dire è semplicemente che mi piaci. Forse te l‟avevo già detto?” “Sì, l‟avevi già detto.”
“Forse poco a poco sto imparando a capire gli uomini.” Midori prese un pacchetto di Marlboro e ne accese una. “E dato che parto da zero ho ancora molto da imparare.” “Non ne dubito,” dissi.
“Ah, a proposito. Vuoi accendere un po‟ d‟incenso per mio padre?” chiese Midori. La seguii in un‟altra stanza, e davanti all‟altare buddista con la foto del padre accesi una bacchetta d‟incenso e giunsi le mani.
“Sai che qualche giorno fa mi sono spogliata davanti alla foto di mio padre?” disse Midori. “Sono rimasta nuda e gli ho fatto vedere tutto. Mi sono messa in una specie di posizione yoga, e ho detto: papa, questi sono i miei seni, questa è la mia fica.”
“Cosa stai dicendo?” chiesi un po‟ scioccato.
“A un certo punto ho sentito il bisogno di farmi vedere così da lui. Metà della mia esistenza la devo ai suoi spermatozoi, no? Che c‟è di male a fargli vedere come mi ha fatta, a dire: papa, questa è tua figlia? Naturalmente ero un po‟ ubriaca.”
“Hmm.”
“Quando mia sorella mi ha visto un altro po‟ le veniva un accidente. Beh, a vedermi nuda con le gambe aperte davanti alla foto di nostro
padre morto, capisco che sia rimasta sorpresa.”
“Mi sembrerebbe il minimo.”
“Allora io le ho spiegato il senso, le ho detto: lo faccio per questo e questo. Perciò, Momo, spogliati e mettiti anche tu qui accanto a me, e facciamoci vedere da papa. Lei però non ha voluto. Se ne è scappata di là tutta turbata. Lei è così convenzionale in questo tipo di cose.”
“Sarebbe meglio dire che è relativamente più normale.”
“Di‟, Watanabe. Che hai pensato di mio padre?”
“Di solito quando incontro qualcuno per la prima volta sono piuttosto teso, ma con lui mi sono sentito subito a mio agio, anche quando siamo rimasti soli. Ci sono stato con piacere. Gli ho parlato di diverse cose...”
“Per esempio?”
“Per esempio di Euripide.” Midori sorrise felice.
“Sei proprio uno strano tipo, tu. Non c‟è molta gente che si metterebbe a parlare di Euripide a un uomo che vede per la prima volta, malato, sofferente e sul punto di morte.”
“Non ci sono molte figlie che si metterebbero nude con le gambe aperte davanti alla foto del padre morto,” replicai.
Midori fece una risatina, poi suonò la campanella sull‟altare.
“Buonanotte papa. D‟ora in avanti noi ci divertiremo, perciò dormi pure tranquillo. Ormai non soffri più, vero? Quando si muore, si finisce di soffrire. Se per caso continui a soffrire, cantagliene quattro al padreterno. Non ti sembra di esagerare? gli devi dire. In paradiso, quando incontrerai la mamma, spassatevela. Quando ti aiutavo a fare la pipì ho visto, sai, che avevi un coso niente male. Perciò mi raccomando, eh! Buonanotte.”
Facemmo il bagno a turno, e ci mettemmo in pigiama. Io ne presi in prestito uno del padre che era quasi nuovo. Mi andava piccolo ma era sempre meglio di niente. Midori stese un futon per gli ospiti nella stanza con l‟altare buddista.
“Non è che hai paura di dormire davanti all‟altare?” chiese Midori.
“No che non ho paura. Non abbiamo fatto niente di male,” dissi ridendo.
“Però fino a che non mi addormento mi starai vicino e mi terrai stretta?”
“Va bene.”
La tenni stretta a lungo, rischiando molte volte di cadere giù dal suo letto troppo stretto per tutti e due. Midori aveva il naso premuto contro il mio petto e le mani appoggiate sui miei fianchi. Io con la mano destra le circondavo la schiena, mentre con la sinistra mi reggevo al bordo del letto per evitare di cadere. Non era di quelle situazioni che esaltano il lato erotico. La punta del mio naso urtava contro la testa di Midori, e i suoi capelli corti ogni tanto mi facevano solletico al naso.
“Ehi... ehi... mi senti? Di‟ qualcosa,” disse Midori, la testa ancora sepolta nel mio petto.
“Che cosa?”
“Quello che vuoi, purché sia qualcosa che mi faccia sentire meglio.” “Sei molto carina.”
“Midori,” suggerì lei. “Mettici anche il nome.”
“Sei molto carina, Midori,” corressi. “Molto quanto?”
“Tanto da far crollare le montagne e prosciugare i mari.” Lei si sollevò la testa e mi guardò. “Sai che le espressioni che usi tu sono assolutamente uniche?” disse. “Solo tu mi capisci davvero,” dissi
ridendo. “Dimmi qualcosa di ancora più carino.”
“Mi piaci tanto, Midori.”
“Tanto quanto?”
“Tanto quanto un orso in primavera.”
“Un orso in primavera?” chiese lei sollevando di nuovo la testa. “Come sarebbe „un orso in primavera‟?”
“Un orso in primavera... allora, tu stai passeggiando da sola per i campi quando a un tratto vedi arrivare nella tua direzione un orso adorabile dalla pelliccia vellutata e dagli occhi simpatici, che ti fa: „Senta, signorina, non le andrebbe di rotolarsi un po‟ con me sull‟erba?‟. Tu e l‟orsetto vi abbracciate e giocate a rotolare giù lungo il pendio tutto ricoperto di trifogli per ore e ore. Carino, no?”
“Carinissimo.”
“Ecco, tu mi piaci tanto così.”
Midori si strinse più forte al mio petto.
“È meraviglioso,” disse. “Se ti piaccio così tanto allora mi ascolterai sempre, qualsiasi cosa io dica? Senza arrabbiarti con me?”
“Sicuro.”
“E mi vorrai sempre bene?”
“Certo,” dissi, e carezzai i suoi capelli corti e morbidi come quelli di un ragazzino. “Stai tranquilla, non devi preoccuparti di niente. Tutto andrà bene.”
“Però io ho paura,” disse ancora.
La strinsi dolcemente tra le braccia finché le sue spalle cominciarono a sollevarsi e abbassarsi al ritmo regolare del sonno. Poi scivolai piano fuori dal letto e andai in cucina a bere una birra. Non avevo per niente sonno così pensai di leggere un po‟ ma guardandomi intorno non riuscii a trovare niente cha assomigliasse lontanamente a un libro. Avrei sicuramente trovato qualcosa nella stanza di Midori ma non volevo svegliarla frugando tra i suoi scaffali.
Mentre me ne stavo lì soprappensiero a bere la birra, a un tratto mi venne in mente che dopotutto mi trovavo in una libreria, cosi scesi al pianterreno, accesi la luce e mi misi a cercare tra gli scaffali. C‟erano ben pochi libri di mio gusto, e di questi la maggior parte li avevo già letti. Ma avevo proprio bisogno di qualcosa da leggere così finii col prendere una copia di Sotto la ruota di Hermann Hesse, che dal colore sbiadito della copertina aveva l‟aria di essere rimasta lì invenduta da chissà quanto tempo, e lasciai l‟importo corrispondente accanto alla cassa. Se non altro con quell‟acquisto avrei contribuito a ridurre le cospicue giacenze della libreria Kobayashi.
Tornai a sedermi al tavolo di cucina e riprendendo a bere la birra cominciai a leggere Sotto la ruota. La prima volta che l‟avevo letto era stato al primo anno delle medie. Lo rileggevo adesso, otto anni dopo, in piena notte, nella cucina della casa di una ragazza, con indosso il pigiama troppo corto del padre morto. A pensarci mi sembrava curioso. Era un libro che senza quelle particolari circostanze probabilmente non avrei più ripreso in mano.
Ma anche se in alcuni punti lo trovai un po‟ datato, non era un brutto romanzo. Nell‟assoluto silenzio della cucina di notte lo rilessi con piacere dalla prima all‟ultima riga. Su un ripiano trovai una bottiglia di brandy ricoperta di polvere, e me ne versai un po‟ in una tazzina da caffè. Dopo averlo bevuto provai una sensazione di piacevole calore, ma non aiutò a farmi venire il sonno. Poco prima delle tre andai a dare un‟occhiata a Midori, ma dormiva ancora profondamente, doveva essere davvero stanca. La luce dei lampioni lungo la strada piena di negozi filtrava dalla finestra diffondendo nella stanza un tenue chiarore quasi lunare. Volgendo le spalle alla luce Midori dormiva perfettamente immobile, come pietrificata, ma accostando l‟orecchio al suo corpo sentii il suo respiro nel sonno. Ha lo stesso modo di dormire del padre, pensai.
La sua borsa da viaggio era ancora accanto al letto e lo spolverino bianco appoggiato su una sedia. Gli oggetti sulla scrivania erano tutti in ordine e al muro di fronte era appeso un calendario di Snoopy. Guardai dalla finestra la via sottostante coi suoi negozi fuori moda, tutti con le saracinesche abbassate, e i distributori automatici in fila davanti al negozio di alcolici, che sembravano aspettare l‟alba. Ogni tanto la vibrazione prodotta dal passaggio di qualche grosso camion si propagava nell‟aria. Tornai in cucina, e bevendo un‟altra tazzina di brandy continuai a leggere Sotto la ruota.
Quando finii il libro il cielo aveva già cominciato a schiarire. Misi sul fuoco un po‟ d‟acqua per farmi un caffè istantaneo, e mentre lo bevevo scrissi con una biro un messaggio sul blocchetto che era lì sul tavolo: “Ho bevuto un po‟ di brandy, comprato Sotto la ruota, e all‟alba sono tornato a casa. A presto”. Poi, dopo aver esitato un istante, aggiunsi: “Sei molto carina quando dormi”. Sciacquai la tazza, spensi la luce della cucina, scesi a pianterreno e, cercando di fare meno rumore possibile, aprii la saracinesca e uscii. Temevo che i vicini vedendomi mi avrebbero guardato con sospetto, ma non erano neanche le sei e fuori non c‟era ancora nessuno. Solo i soliti corvi appollaiati sui tetti che controllavano la strada dall‟alto. Dopo aver lanciato un ultimo sguardo alla tenda rosa pallido che copriva la finestra della stanza di Midori, mi avviai a piedi verso la stazione, dove presi un tram fino al capolinea, e da lì camminai fino al collegio. Da quelle parti trovai un ristorantino aperto, così mi fermai a fare colazione: riso, brodo di miso, verdure sotto sale e omelette. Arrivato al collegio andai sul retro e bussai alla finestra di Nagasawa che si trovava a pianterreno. Venne subito ad aprirmi e da lì raggiunsi la mia camera.
Prima che andassi via Nagasawa mi chiese se volevo un caffè ma rifiutai. Dopo averlo ringraziato ancora una volta sgusciai nella mia stanza, mi lavai i denti, mi sfilai i pantaloni, mi infilai nel letto e serrai le palpebre. E finalmente, pesante come una cortina di piombo, scese su di me un sonno senza sogni.
Ogni settimana scrivevo a Naoko, e anche da lei ricevetti diverse lettere. Le sue non erano mai molto lunghe. Mi diceva che con l‟inizio di novembre lì da loro era ormai cominciato il freddo.
“Il tuo ritorno a Tōkyō e l‟avanzare dell‟autunno hanno coinciso così perfettamente,” scriveva, “che quasi non riuscivo a distinguere quanto la sensazione, di vuoto che avvertivo dentro di me fosse dovuta alla tua assenza, quanto all‟avvicinarsi di una stagione più rigida. Parlo spesso di te con Reiko. Ti manda tanti saluti affettuosi. Lei è sempre così cara con me. Penso che se non ci fosse stata lei non avrei potuto sopportare questa vita. Quando sono triste piango. Reiko mi lascia piangere, dice che mi fa bene. Però i momenti di tristezza sono davvero terribili. In quei momenti sento che dal buio della notte c‟è qualcuno che mi parla. Persone che mi chiamano, le loro voci sono come alberi che di notte frusciano nel vento. È così che Kizuki e mia sorella comunicano con me. Anche loro si sentono soli e tristi e cercano qualcuno con cui parlare.
“A volte in queste terribili notti di tristezza rileggo le tue lettere. Di solito le cose che vengono da fuori riempiono la mia testa di confusione, ma i fatti del mondo intorno a te che racconti nelle tue lettere hanno su di me un effetto rassicurante. È curioso, non capisco nemmeno io perché. Perciò le rileggo continuamente e anche Reiko le legge più di una volta, e poi ne parliamo tutt‟e due insieme. La parte in cui raccontavi del padre di Midori mi è piaciuta particolarmente. L‟arrivo della tua lettera una volta alla settimana è uno degli eventi - qui ricevere una lettera è un evento - che noi attendiamo con più impazienza.
“Anch‟io mi metto d‟impegno per trovare il tempo di scriverti con calma, ma appena mi trovo davanti al foglio bianco mi assale un senso di depressione. Faccio un terribile sforzo per tirar fuori l‟energia per scrivere questa lettera, spinta da Reiko che mi rimprovera ripetendo che devo rispondere. Ma non mi fraintendere. Ci sono tantissime cose che vorrei dirti, comunicarti. È solo che non mi riesce facile metterle per iscritto, e per questo una lettera mi costa tanto sforzo.
“Midori mi sembra una ragazza molto interessante. Dopo aver letto la tua lettera ho detto a Reiko: „Non sarà che a questa ragazza piace Watanabe?‟ Al che lei ha risposto: „Be‟, che c‟è di strano? Perché, credi che a me lui non piaccia?‟
“Tutti i giorni raccogliamo funghi e castagne che poi mangiamo. Non facciamo che mangiare risotto alle castagne o ai funghi, ma sono talmente buoni che non ti stufano. Reiko continua come sempre a mangiare poco e a fumare molto. Uccelli e conigli stanno tutti bene.
Sayonara
Naoko”

Tre giorni dopo il mio ventesimo compleanno ricevetti un pacchetto da Naoko. Dentro c‟erano un maglione a girocollo color prugna e una lettera.
“Buon compleanno,” scriveva Naoko. “Ti auguro tanta felicità per i tuoi vent‟anni. Questo mio terribile ventesimo anno pare ormai destinato a finire così come era cominciato. Ma spero che tu sia tanto felice. Devi esserlo anche per me, lo voglio davvero. Questo pullover l‟abbiamo fatto a metà io e Reiko. Se l‟avessi fatto da sola non avrei potuto dartelo prima di San Valentino, l‟anno prossimo. La metà fatta bene è quella di Reiko, l‟altra è mia. Reiko è brava in tutto quello che fa. A volte a guardarla mi odio per quanto sono incapace. Possibile che io non abbia nessuna capacità di cui poter essere fiera davanti agli altri? Ciao, un abbraccio
Naoko”

Seguiva un breve messaggio di Reiko.
“Stai bene? Per te Naoko sarà la perfezione incarnata, ma per me è solo una ragazzina negata per il lavoro a maglia. Che sudata finire in due questo pullover! Comunque, ce l‟abbiamo fatta. Niente male, vero? Il colore e il modello li abbiamo scelti insieme. Buon compleanno,
Reiko”
10


Il 1969 nella mia mente è associato all‟immagine di una palude. Una tetra palude piena di una torbida melma, dove a ogni passo i miei piedi rischiavano di restare invischiati. Era solo con uno sforzo terribile che riuscivo ad avanzare in mezzo a quel fango. Non riuscivo a vedere niente né davanti né dietro di me: solo quella buia palude che si estendeva a perdita d‟occhio. Gli altri andavano avanti, li guardavo avanzare spediti mentre mi trascinavo faticosamente attraverso il fango. Era un periodo di grandi cambiamenti per il resto del mondo. Molti morirono, John Coltrane fu uno di questi. La gente invocava riforme di questo e di quello, e sembrava che le riforme fossero proprio lì, dietro l‟angolo, pronte per essere attuate. Ma era tutta una messinscena priva di qualsiasi concretezza e significato. Io vivevo alla giornata, senza quasi sollevare la testa. Quella sconfinata palude era l‟unica cosa che si rifletteva nei miei occhi. Procedevo mettendo a terra il piede destro, sollevando il sinistro, mettendolo a terra, e così via. Non sapevo dove mi trovavo, e niente mi diceva che la direzione verso la quale mi muovevo fosse quella giusta. Ma siccome non potevo restare bloccato lì per sempre, un passo alla volta, mi spostavo.
Intorno al mio ventesimo compleanno l‟autunno mutò in inverno, ma nella mia vita non ci furono mutamenti. Continuavo a frequentare l‟università senza nessun interesse, tre giorni alla settimana andavo a lavorare, ogni tanto riprendevo in mano Il grande Gatsby, e la domenica facevo il bucato e scrivevo a Naoko. Ogni tanto vedevo Midori, mangiavamo insieme, andavamo allo zoo o a vedere un film. Le trattative per la vendita della libreria Kobayashi si erano poi concluse con successo e lei e sua sorella avevano affittato un appartamento di due stanze vicino alla stazione del metro di Myōgadani e adesso vivevano lì. Quando si sarebbe sposata, la sorella avrebbe preso un‟altra casa assieme al marito. Midori mi invitò da lei una volta per pranzo. Era un bell‟appartamento pieno di luce e lei sembrava molto più a suo agio lì che nella casa dentro la libreria.
Nagasawa mi invitò diverse volte a uscire con lui ma io rifiutai sempre con qualche scusa. Ci sarebbe voluta troppa energia. Non che mi fosse passata la voglia di fare l‟amore con qualche ragazza. Ma il solo pensiero di passare per il solito rituale - andare a bere in un locale notturno, cercare le ragazze adatte, imbastire una conversazione e finalmente andare in un albergo - mi procurava sconforto. Guardavo con ammirazione e incredulità come Nagasawa riuscisse a ripetere lo stesso processo all‟infinito senza il minimo segno di cedimento o stanchezza. Forse mi ero fatto influenzare dalle cose che mi aveva detto Hatsumi, ma ora mi appagava più pensare a Naoko che andare a letto con delle ragazze che non mi interessavano per niente e di cui non sapevo neanche il nome. Nessuna sensazione era così viva come quella delle sue dita che mi facevano venire, in mezzo a quel prato.
All‟inizio di dicembre scrissi a Naoko chiedendole se potevo andare a trovarla durante le vacanze invernali. Fu Reiko a rispondere che erano tutt‟e due felicissime della mia venuta e non vedevano l‟ora di vedermi. Naoko non se la sentiva molto di scrivere al momento, perciò era lei a farlo a nome suo. Ma ciò non significava che la situazione fosse peggiore del solito, e diceva di non preoccuparmi, erano normali alti e bassi.
Appena cominciarono le vacanze preparai il mio zaino, mi infilai degli scarponi da neve e partii per Kyōto. Come aveva detto quello strano dottore il paesaggio, con le montagne ammantate di neve, era davvero splendido. Come l‟altra volta mi fermai due notti nell‟appartamento di Naoko e Reiko, però trascorrendo lì tra una cosa e l‟altra quasi tre giorni. Quando si faceva scuro Reiko suonava la chitarra e chiacchieravamo. Invece del picnic tutti e tre facemmo sci di fondo. Dopo aver camminato per un‟ora in montagna con gli sci ai piedi, ero ricoperto di sudore e senza fiato. Nei momenti liberi aiutavo gli altri a spalare la neve. Durante la cena alla mensa Miyata, quello strano dottore venne a sedersi al nostro tavolo e ci propose un interrogativo: “Perché nella mano il dito medio è più lungo dell‟indice mentre nel piede il dito centrale è più corto?”. E Omura, il custode, lodò anche questa volta la carne di maiale di Tōkyō. Reiko fu molto felice dei dischi che le avevo portato e ne adattò alcuni brani per la chitarra. Rispetto a quando ero stato a trovarla in autunno, Naoko era diventata molto più silenziosa. Quando eravamo noi tre di solito se ne stava seduta sul divano senza parlare, limitandosi a sorridere, e così Reiko finiva col parlare per tutt‟e due.
“Non devi farci caso,” diceva Naoko. “Sono in una fase così. Mi piace di più stare a sentire voi che parlare.”
Una volta che Reiko si inventò qualche scusa per lasciarci soli, io e Naoko ci mettemmo sul letto e ci abbracciammo. Io la baciai dolcemente sul collo, sulle spalle, sui seni. Lei, come la volta precedente, mi fece venire con il movimento delle sue dita. Dopo, mentre la tenevo stretta le dissi che in quei due mesi avevo continuato a ricordare la sensazione delle sue dita, e che mi ero masturbato pensando a lei.
“Non hai fatto l‟amore con nessun‟altra?” i “No, mai,” dissi.
“Allora, voglio che ti ricordi anche questo”, disse, e scivolò lungo il mio corpo fino a che la sua testa fu all‟altezza del mio sesso. Lo baciò con dolcezza, lo avvolse nel caldo della sua bocca, lo seguì con la lingua. I capelli di Naoko ricadevano sul mio ventre e oscillavano seguendo il movimento delle sue labbra. Poi venni per la seconda volta.
“Te lo ricorderai?” chiese Naoko.
“Certo, lo ricorderò a lungo,” dissi. Mentre la stringevo a me, infilai una mano sotto le sue mutandine e le toccai la vagina, ma! non era nemmeno un po‟ umida. Naoko scosse la testa, facendomi togliere la mano. Restammo ancora abbracciati per un po‟ senza parlare.
“Alla fine di quest‟anno accademico sto pensando di lasciare il collegio e trovarmi un appartamento da qualche parte,” dissi a un certo punto. “Ormai comincio a non poterne più di vivere lì e continuando a lavorare coi soldi dovrei farcela. E se tu volessi potremmo anche vivere insieme. Ti ricordi? Te ne avevo già parlato una volta.”
“Grazie. Sono così felice che tu me lo chieda ancora.”
“Questo posto non è male. È così tranquillo, e anche su come è organizzato non c‟è niente da dire, e poi c‟è Reiko che è molto cara. Ma non è un posto per starci a lungo. È troppo particolare. Più a lungo uno resta qui e più diventa difficile uscirne.”
Senza rispondere Naoko volse lo sguardo verso la finestra. Fuori non si vedeva altro che neve. Tra la terra ricoperta di neve e le nubi nevose che incombevano basse all‟orizzonte restava solo una sottile striscia di cielo.
“Puoi pensarci con calma,” dissi. “Io in ogni caso penso di spostarmi entro marzo. Tu, se deciderai di venire, potrai farlo in qualunque momento.”
Naoko annuì. La presi di nuovo tra le braccia, delicatamente, come per sollevare un fragilissimo oggetto di vetro. Lei mise le sue braccia attorno al mio collo. Io ero nudo, lei aveva solo le sue piccole mutandine bianche. Il suo corpo era così bello che non mi sarei mai stancato di guardarlo.
“Chissà perché non mi bagno?” disse a bassa voce Naoko.”In effetti l‟unica volta che mi è successo è stato allora, in aprile, il giorno del mio ventesimo compleanno. Quella notte che tu mi prendesti tra le braccia per la prima volta. Poi più niente. Chissà perché non va?”
“È solo un fatto mentale, col tempo tutto andrà bene. Non dobbiamo aver fretta.”
“I miei problemi sono tutti mentali,” disse Naoko. “Ma se questo problema non si risolvesse, se non riuscissi a fare l‟amore per tutta la vita, continueresti a volermi bene? Ti basterebbe fartelo fare con la mano e con la bocca? O risolveresti il problema facendo l‟amore con altre?”
“Io sono fondamentalmente ottimista,” risposi.
Naoko si sollevò restando seduta sul letto, si infilò una T-shirt, una camicia di flanella e i jeans. Anch‟io mi rivestii.
“Dammi il tempo di riflettere,” disse Naoko. “E nel frattempo pensaci anche tu.”
“Ci penserò,” dissi. “Sai? la tua fellatio è stata incredibile.” Naoko arrossì leggermente e sorrise.
“È quello che diceva Kizuki,” disse.
“Come opinioni e anche come gusti noi due andavamo molto d‟accordo,” dissi ridendo.
Poi ci sedemmo al tavolo di cucina e prendendo un caffè parlammo dei vecchi tempi. Ora lei cominciava a poco a poco a parlare di Kizuki. Ma lo faceva col contagocce, fermandosi spesso a scegliere le parole. Ogni tanto smetteva di nevicare, poi riprendeva, ma in quei tre giorni non vidi mai una volta il cielo sereno. Se tutto va bene penso di venire di nuovo a marzo, dissi al momento di separarci. Poi la abbracciai nel suo cappotto pesante, e la baciai sulle labbra. Sayonara, disse Naoko. Il 1970 arrivò, annunciato da voci e suoni nuovi per le mie orecchie, mettendo fine a un periodo della mia giovinezza, e io mi ritrovai ad affondare i piedi in una nuova palude. All‟università ci fu l‟esame di fine anno, e io lo superai con relativa facilità. Dato che in mancanza di qualcosa di meglio da fare andavo tutti i giorni a lezione, anche senza studiare molto il risultato era più o meno assicurato.
Al collegio ci furono diversi problemi. Un gruppo di allievi che militava in una corrente di attivisti politici aveva nascosto nel collegio elmetti e spranghe di ferro, e questo fatto aveva scatenato una rissa con i membri della associazione atletica, conclusasi nel ferimento di due e nell‟espulsione di altri sei. L‟incidente provocò una lunga serie di reazioni a catena e non passava quasi giorno senza che scoppiasse qualche zuffa. L‟atmosfera al collegio si fece molto pesante e la tensione sembrava aver contagiato tutti. Anch‟io non so come venni coinvolto e rischiai di essere menato dai tipi della associazione atletica, ma Nagasawa intervenne in mio favore e riuscì a calmarli. Evidentemente era venuto il momento di andarsene.
Finita una prima sessione di esami, cominciai a cercare seriamente un appartamento. Dopo una settimana riuscii a trovarne uno al caso mio alla periferia di Kichijōji. Come trasporti non era un posto molto ben collegato, ma il grande vantaggio era che si trattava di una casetta indipendente. Diciamolo pure, era stato un bel colpo di fortuna. Si trovava in un angolo di un grande terreno, separata dalla casa principale da un giardino piuttosto incolto, come una piccola dépendance o un magazzino per gli attrezzi da giardinaggio, e dato che i padroni di casa usavano l‟entrata principale ed io quella sul retro, anche la privacy era assicurata. C‟era una stanza, una piccola cucina, il gabinetto e uno oshiire di grandezza spropositata. C‟era perfino una veranda che dava sul giardino. Dato che l‟avevo presa a condizione di lasciarla l‟anno successivo se il nipote dei padroni di casa fosse venuto a stabilirsi a Tōkyō, l‟affitto era notevolmente più basso rispetto ai prezzi di mercato. I padroni di casa erano due anziani coniugi simpatici che mi misero subito a mio agio e mi assicurarono che da parte loro non mi avrebbero creato problemi inutili.
Nagasawa mi aiutò per il trasloco. Si fece prestare da qualcuno un furgoncino per trasportare la mia roba, e come aveva promesso, mi diede frigorifero, televisione e un grande thermos, tutti regali di cui gli fili grato. Anche lui due giorni dopo avrebbe lasciato il collegio per trasferirsi in un appartamento di Mita.
“Forse non ci vedremo per un bel po‟, ma mi raccomando, in gamba!” disse Nagasawa al momento di salutarci. “Ma come ti ho già detto una volta, sono sicuro che un giorno, fra molto tempo, ci rivedremo, magari nel posto più strano del mondo.” “Sarà un piacere,” dissi.
“A proposito, ti ricordi quella volta che ci siamo scambiati le ragazze? L‟altra, quella meno bella, era molto meglio.”
“Concordo,” dissi io. “Ehi, Nagasawa, abbi cura di Hatsumi. Ragazze come lei non se ne trovano, ed è più fragile di quanto sembri.”
“Lo so benissimo,” annuì. “A dire la verità la cosa migliore sarebbe se fossi tu a prendere il mio posto. Sono sicuro che tu e Hatsumi funzionereste bene insieme.”
“Ma io parlavo sul serio,” dissi stupito.
“Io invece scherzavo,” disse Nagasawa. “Comunque, in bocca al lupo. I problemi, sai, ce li abbiamo ancora tutti davanti, ma anche tu sei un tipo ostinato quanto è necessario, e sono sicuro che saprai sempre restare a galla. Ma mi permetti di darti un consiglio da amico?”
“Prego.”
“Non farti mai prendere dall‟autocompassione,” disse. “Autocompatirsi va bene solo per la gente da poco.” “Cercherò di ricordarlo,” risposi.
Poi, con una stretta di mano, ci separammo, lui per andare verso un nuovo mondo, io per tornare nella mia palude. *
Tre giorni dopo il trasloco scrissi a Naoko. Le descrissi la mia nuova sistemazione, raccontandole quanto ero felice di essermi finalmente liberato di quel collegio con tutti suoi casini e di aver chiuso per sempre con tutta quella gente squallida dalla mentalità ancora più squallida. In questo posto voglio cominciare una nuova vita con uno spirito nuovo, scrivevo.
“Fuori dalla finestra c‟è un grande giardino che è il luogo di ritrovo dei gatti del vicinato,” continuava la lettera. “Nei momenti liberi mi sdraio sulla veranda a osservarli. Non so quanti siano con esattezza, ma sicuramente tanti. Se ne stanno stesi a crogiolarsi al sole. Non sembrano gradire molto il fatto che io sia venuto a stare in questa casetta, ma quando ho provato a mettere in terra un po‟ di croste di formaggio alcuni di loro si sono avvicinati e le hanno mangiate sebbene con diffidenza. Forse con un po‟ di tempo faremo amicizia. Ce n‟è uno a strisce con un orecchio tagliato che assomiglia in modo sorprendente a uno dei responsabili del collegio. Da un momento all‟altro mi aspetto che si metta a fare l‟alzabandiera nel mio giardino.
“Dall‟università adesso sono un po‟ più lontano ma non mi sembra un grande problema anche perché una volta finito il primo biennio la mattina avrò molte lezioni in meno da seguire. Anzi approfitterò del tempo passato in metro per leggere. Adesso mi resta solo da trovare un lavoro non troppo pesante dalle parti di Kichijōji per tre, quattro giorni alla settimana. Poi sarò libero di tornare al mio programma di allenamento quotidiano.
“Non vorrei affrettare la tua decisione, ma la primavera è la stagione più adatta per intraprendere qualcosa di nuovo, così pensavo che aprile potrebbe essere il momento ideale per cominciare a vivere insieme. Se tutto va bene potresti riprendere l‟università. Se invece ci fossero dei problemi riguardo al fatto di vivere con me, si potrebbe anche cercare un appartamento per te da queste parti. La cosa più importante è che possiamo stare sempre vicini. Ma naturalmente non c‟è nessun tipo di scadenza ad aprile. Se preferisci in estate, anche per me è okay, nessun problema. Magari scrivimi e dimmi che cosa ne pensi.
“D‟ora in poi credo che per un po‟ mi metterò sotto col lavoro, per ammortizzare le spese del trasloco. È incredibile quanti soldi ci vogliono per mettere su casa da soli. Bisogna comprare di tutto, dalle pentole ai piatti. Comunque a marzo avrò qualche giorno libero e vorrei assolutamente venire a trovarti. Fammi sapere quando va bene per te, e io farò in modo di prendere il treno per Kyōto. Non vedo l‟ora di vederti. Nel frattempo aspetto la tua lettera.”
Nei due, tre giorni che seguirono andai in giro per Kichijōji a fare spese per attrezzare un po‟ alla volta la casa, e cominciai per la prima volta a cucinarmi da solo qualche semplice piatto. In una vicina falegnameria comprai del legno, me lo feci tagliare e mi costruii un tavolo da studio, che per il momento avrei usato anche come tavolo da pranzo. Fabbricai anche degli scaffali da cucina e li rifornii di condimenti e aromi vari. Una gattina bianca di non più di sei mesi mi si affezionò e cominciò a venire a mangiare a casa. La battezzai “Colomba”.
Dopo aver dato alla casa una prima sistemata, andai in cerca di lavoro e ne trovai uno con un pittore a cui feci da assistente per due settimane di fila. La paga era buona ma il lavoro era molto faticoso e l‟odore dei diluenti per vernice mi dava dei capogiri. Quando finivo andavo a cenare in un piccolo ristorante, bevevo una birra, tornavo a casa, giocavo con la gattina e poi crollavo dal sonno. Due settimane passarono così ma da Naoko non veniva nessuna risposta.
Un giorno, mentre stavo dando una mano di vernice, a un tratto mi venne in mente Midori. Mi resi conto che erano quasi tre settimane che non mi facevo vivo con lei, e che non la avevo neanche informata del trasloco. Le avevo solo accennato vagamente che pensavo di trasferirmi da qualche parte e il discorso era finito lì.
Andai in una cabina telefonica e feci il numero di Midori. Rispose una voce che doveva essere della sorella. Sentendo il mio nome disse: “Aspetta un attimo,” ma passava il tempo e Midori non arrivava. Dopo un po‟ tornò quella che sembrava la sorella e disse: “Guarda che Midori è molto arrabbiata con te e ha detto che non vuole parlarti. Non le hai fatto nemmeno una telefonata per dirle che cambiavi casa, non è vero? E sei sparito senza darle nemmeno un indirizzo, niente. Adesso lei è arrabbiatissima, e mia sorella una volta che si arrabbia non la calma più nessuno, è come una belva.”
“Le dici di venire lo stesso al telefono? Le spiegherò.”
“Ha detto che non vuole sentire nessuna spiegazione.”
“Allora posso dirlo a te, e tu magari lo ripeti a Midori? Ti prego, fammi questo favore.”
“No, a me queste cose non vanno,” rifiutò seccata la presunta sorella. “Spiegaglielo tu quello che hai da spiegare. Sei un uomo, no? Allora prenditi le tue responsabilità.”
Non potendo fare altro ringraziai e agganciai. Mi rendevo conto che Midori non aveva tutti i torti a essere arrabbiata. Finito il trasloco ero stato tanto preso dalla sistemazione della casa e dal lavoro per tirar su un po‟ di soldi che mi ero completamente dimenticato di lei. D‟altra parte in quei giorni non avevo quasi pensato neanche a Naoko. Avevo sempre avuto questa tendenza a immergermi talmente in qualcosa da dimenticarmi per un po‟ del resto del mondo.
Provai a immaginare come mi sarei sentito se fosse stata Midori a cambiare casa senza lasciarmi nemmeno un recapito e a non farsi viva per tre settimane. Chiaramente ci sarei rimasto malissimo. Anche se non stavamo insieme in un certo senso avevamo sviluppato un rapporto di intimità ancora maggiore. Nel pensare a questo fui preso da un terribile sconforto. Odiavo l‟idea di ferire i sentimenti di qualcuno, soprattutto se si trattava di una persona a cui tenevo.
Tornato a casa dopo il lavoro mi sedetti al mio nuovo tavolo e scrissi una lettera a Midori. Le scrissi sinceramente quello che provavo, senza giustificazioni o spiegazioni, chiedendole solo scusa per averla ferita con la mia distrazione e insensibilità. Ho tanta voglia di vederti, scrivevo, e vorrei mostrarti la mia casa. Rispondi, ti prego. La affrancai come espresso e la imbucai.
Aspettai a lungo ma non giunse nessuna risposta.
Ebbe inizio per me una strana primavera. Durante le vacanze dall‟università non feci nessun viaggio, non tornai a casa dai miei, non potevo nemmeno mettermi a lavorare. La lettera di Naoko che mi diceva quando sarei potuto andare a trovarla poteva arrivare in qualsiasi momento. Di giorno andavo spesso a Kichijōji in uno di quei cinema dove davano due film, e passavo il resto del pomeriggio a leggere in qualche jazz bar. Non incontravo nessuno e salvo rare eccezioni non parlavo con nessuno. Una volta alla settimana scrivevo a Naoko. Nelle lettere non facevo nessun accenno alla risposta che attendevo da lei. Non mi piaceva metterle fretta. Le scrivevo del mio lavoro con il pittore, di Colomba, dei fiori di pesco nel giardino, della signora simpatica al negozio di tōfu, e di quella antipatica del negozio di gastronomia, e anche delle cose che cucinavo ogni giorno. Ma da lei continuava a non venire nessuna risposta.
Quando fui stufo di stare sempre a leggere o a sentire dischi, provai a cimentarmi un po‟ col giardinaggio. Mi feci prestare dal padrone di casa un sarchiello, un rastrello, una paletta e delle cesoie, e con quegli attrezzi strappai un po‟ di erbacce e diedi una spuntatina alle piante che crescevano in disordine. Bastò quel po‟ di cura perché Il giardino acquistasse subito un aspetto molto più gradevole. Vedendomi lavorare, il padrone di casa mi invitò a bere un tè, che prendemmo seduti sulla loro veranda parlando del più e del meno e sgranocchiando senbei. Dopo essere andato in pensione aveva lavorato ancora qualche tempo per una compagnia di assicurazioni, ma già da due anni aveva lasciato anche questa attività e adesso viveva tranquillo. La casa e il terreno erano di sua proprietà da molto tempo, i figli erano tutti indipendenti e quindi poteva trascorrere la sua vecchiaia prendendosela comoda. L‟unica cosa che lui e sua moglie facevano era qualche viaggetto ogni tanto.
“Niente male come vita,” dissi.
“Ti sbagli, caro mio,” rispose lui. “I viaggi per me sono una gran noia. Lavorare sì che mi piaceva.”
Mi spiegò che se il giardino era così in cattivo stato la colpa era del fatto che in tutta la zona non c‟era un solo giardiniere come si deve. Se ne sarebbe occupato lui stesso un po‟ per volta se da qualche tempo la sua allergia al naso non fosse peggiorata, impedendogli di toccare le piante. Io ascoltavo facendo ogni tanto qualche commento. Finito di prendere il tè mi mostrò un deposito pieno di roba e disse: “Non pretendo di sdebitarmi per il bel lavoro che hai fatto, ma se c‟è qualcosa qui in mezzo che ti può servire, prendila senza complimenti, tanto è tutta roba che non usiamo più”.
Nel deposito c‟era davvero di tutto, dalla vasca da bagno alla piscina per bambini alla mazza da baseball. Scelsi una vecchia bicicletta, un piccolo tavolo da pranzo con due sedie, uno specchio, una chitarra, e gli dissi che se era d‟accordo avrei preso in prestito quelli. Tutto quello che ti pare, disse lui.
Passai un‟intera giornata a levare la ruggine dalla bicicletta, a oliare gli ingranaggi, a gonfiare le gomme e a rimettere a posto le marce, e in ultimo andai a un negozio di biciclette per far sostituire il filo del cambio. Alla fine era così bella da essere irriconoscibile. Al tavolo, dopo averlo ripulito dalla polvere, diedi una passata di vernice. Alla chitarra cambiai tutte le corde e misi un po‟ di colla nei punti dove il legno cominciava a scrostarsi. Con una spazzola metallica tolsi la ruggine e provai ad accordarla. Come chitarra non era eccezionale ma dopo il mio restauro almeno aveva un suono decente. A pensarci era dai tempi del liceo che non ne prendevo in mano una. Andai a sedermi sulla veranda e provai piano piano a suonare Up on the Roof, una canzone dei Drifters che avevo imparato a quei tempi. Con mia grande sorpresa mi ricordai quasi tutti gli accordi.
Col legno avanzato fabbricai una cassetta per le lettere, la pitturai di rosso, ci scrissi sopra il mio nome e la attaccai davanti alla porta di casa. Ma fino al 3 aprile tutta la posta che ci trovai fu l‟invito all‟incontro annuale degli ex compagni di liceo, l‟ultima riunione al mondo a cui avrei partecipato. Era la classe che frequentavamo io e Kizuki. Buttai subito l‟invito nella spazzatura.
Il pomeriggio del 4 aprile finalmente trovai una lettera nella cassetta, ma era da parte di Reiko. C‟era il suo nome, Reiko Ishida, scritto sul retro della busta. Dopo averla aperta con le forbici mi sedetti sulla veranda a leggere. Ebbi subito il presentimento che non contenesse buone notizie, e leggendo capii che non mi ero sbagliato.
Reiko cominciava scusandosi per avere tardato tanto a scrivermi. Naoko aveva tentato con tutta la buona volontà di rispondermi, ma non c‟era stato niente da fare. Mi sono offerta tante volte di rispondere al suo posto, scriveva Reiko, le dicevo che non stava bene farti aspettare tanto, ma Naoko continuava a ripetere che era una cosa troppo personale e che doveva assolutamente scriverti lei stessa. Così è passato tutto questo tempo. Immagino che sarai stato molto in pena, ma ti prego di scusarmi.
“Anche per te questo mese passato senza ricevere una risposta da Naoko deve essere stato duro, lo so, ma per lei è stato davvero terribile. Ti prego di capire. Detto senza girarci intorno, le sue condizioni in questo momento sono tutt‟altro che buone. Lei ha fatto di tutto per cercare di guarire con le sue forze, ma purtroppo i risultati sperati non ci sono stati.
“A pensarci adesso il primo segnale di un peggioramento è stato proprio il fatto che non riuscisse in nessun modo a scrivere una lettera. Ogni volta che cercava di farlo, le voci di varie persone glielo impedivano. Le impedivano di scegliere le parole. Fino alla tua seconda visita questo sintomo non era ancora così grave, e io stessa se devo essere sincera non vi avevo dato troppa importanza. Per le persone nelle nostre condizioni, questi problemi a volte hanno un andamento ciclico. Ma dopo che tu eri già andato via l‟insieme dei suoi sintomi si è notevolmente aggravato. In questo momento lei ha grande difficoltà anche a sostenere la conversazione più spicciola. Non riesce a mettere insieme le parole. Insomma è in un grave stato confusionale. È confusa e spaventata. Anche le allucinazioni uditive sono aumentate.
“Adesso insieme a uno specialista sta facendo delle sedute quotidiane a cui partecipo anch‟io. Tutti e tre, Naoko, il dottore e io, parliamo cercando di far venire a galla la sua zona danneggiata per poterla aiutare. Io ho proposto, se tu avessi acconsentito, di far partecipare anche te a queste sedute, e il dottore era d‟accordo, ma Naoko si è opposta. Ha detto, per usare le sue precise parole: „Voglio che lui mi veda solo quando il mio corpo sarà di nuovo bello‟. Ho cercato di convincerla, spiegandole che l‟importante non era questo ma che lei guarisse il più presto possibile. Ma non ha voluto sentire ragioni. “Come forse ti ho già spiegato in un‟altra occasione, questo posto non è una clinica specialistica. Naturalmente non mancano gli specialisti e si effettuano terapie validissime, ma è difficile attuare qui il trattamento intensivo che in questo momento il caso di Naoko richiede. Il fine di questo istituto è quello di creare un ambiente idoneo in cui i pazienti possano guarire con i propri mezzi, ma ciò non include una terapia psichiatrica in senso stretto. Perciò se le condizioni di Naoko dovessero peggiorare ulteriormente potrebbe essere necessario trasferirla presso un‟altra clinica o centro specializzato. Questo sarebbe per me un grande dolore, ma in quel caso non avremmo altra scelta. Naturalmente, anche se si dovesse arrivare a questo, la sua sarebbe solo una assenza „giustificata‟ a scopo terapeutico, e quindi potrebbe poi ritornare qui senza problemi. O addirittura, se le cose andassero bene, tornarsene direttamente a casa guarita. In ogni caso noi cerchiamo di fare il possibile con tutte le nostre forze e anche Naoko ce la mette tutta. Da parte tua prega che ce la faccia a guarire, e continua a scriverle come prima.
Reiko”

La lettera portava la data del 3 marzo.
Dopo aver finito di leggere restai seduto sulla veranda a guardare il giardino. Eravamo ormai in piena primavera, e i fiori del vecchio ciliegio stavano per raggiungere il momento di massima fioritura. Il vento era lieve e per effetto della luce tutti i colori apparivano curiosamente sfocati. Dopo un po‟ arrivò Colomba che raspò per qualche istante con i suoi piccoli artigli il pavimento della veranda, prima di stendersi a dormire accanto a me con aria soddisfatta.
Mi dicevo che avrei dovuto pensare, ma in testa mi si era fatto il vuoto. E poi a dire la verità non avevo voglia di pensare a niente. Il momento in cui non avrei potuto fare a meno di affrontare il problema sarebbe arrivato molto presto, allora tanto valeva aspettare e riflettere con calma più tardi. L‟unica cosa che sapevo era che non volevo pensare adesso.
Passai tutto il giorno seduto sulla veranda, la schiena appoggiata a un pilastro di legno, a guardare il giardino e ad accarezzare Colomba. Avevo l‟impressione che ogni forza avesse abbandonato il mio corpo. La luce del pomeriggio gradualmente incupì trasformandosi in tramonto, poi la sera avvolse il giardino in un‟oscurità azzurrina. Colomba era scomparsa da qualche parte ma io stavo ancora lì a guardare i fiori di ciliegio: nel buio di quella sera di primavera mi facevano pensare alla carne viva che appare dalle ferite aperte su una pelle ulcerata. Della carne umana avevano anche l‟odore, un odore dolciastro e penetrante che impregnava tutto il giardino. Pensai a Naoko, alla bellezza della sua carne quella volta che era distesa nel buio, e immaginai che dalla sua pelle spuntassero, lacerandola, innumerevoli germogli di piante e che quei piccoli germogli verdi si mettessero a tremare al soffio di un vento venuto da chissà dove. Perché un corpo bello come il suo doveva essere attaccato dalla malattia? Perché Naoko non poteva essere lasciata in pace?
Tornato dentro chiusi tende e finestre ma quell‟odore era già penetrato anche in casa. Tutto ne era impregnato. Era un profumo di primavera ma in quel momento mi faceva pensare solo all‟odore di carne guasta. Odiai la primavera con tutte le mie forze. Odiai tutto ciò che la primavera portava con sé, odiai il dolore sordo che mi aveva procurato. Mi sembrava di non aver provato mai una avversione così violenta nei confronti di qualcosa.
Trascorsi i tre giorni che seguirono con la strana sensazione di stare camminando sul fondo del mare. Se gli altri mi parlavano io non riuscivo a sentirli e se ero io a rivolgermi a loro, loro non sentivano me. Era come se fossi avvolto in una membrana che aderiva perfettamente al mio corpo, impedendomi di comunicare con il mondo esterno e impedendo agli altri di toccarmi. Non solo io stesso ero impotente, ma finché ero in quello stato anche gli altri non potevano fare niente per me.
Stavo appoggiato al muro a guardare senza vederlo il soffitto, quando avevo fame mangiavo la prima cosa che trovavo, quando avevo sete bevevo un po‟ d‟acqua, e quando la tristezza si faceva troppo pesante mandavo giù del whisky e dormivo. Passai tre giorni senza lavarmi e senza farmi la barba.
Il 6 aprile arrivò una lettera di Midori. Il 10 sarebbe andata all‟università per iscriversi ai corsi e mi proponeva di incontrarci lì nel cortile e di andare a pranzo insieme. Diceva di aver tardato a rispondere ma che con questo eravamo pari e da parte sua era pronta a fare la pace. Devo ammettere che anch‟io ho sentito la tua mancanza, scriveva. Rilessi la lettera quattro volte ma non riuscivo a capire che cosa volesse dire Midori. Il significato delle parole mi sfuggiva completamente. La mia mente era così annebbiata da non riuscire a cogliere il collegamento tra una frase e un‟altra. Che voleva dire con quell‟“eravamo pari”? Cosa c‟entrava col fatto di incontrarci il giorno dell‟iscrizione? Perché voleva andare a pranzo con me? Forse sto diventando pazzo, pensai. La mia coscienza era intorpidita, sfibrata come la radice di una pianta cresciuta al buio. Pensai vagamente che non dovevo fare così, che non potevo andare avanti così per sempre. Dovevo fare qualcosa. All‟improvviso mi vennero in mente le parole di Nagasawa: “Non devi farti prendere dall‟autocompatimento. È una cosa per la gente da poco”.
Tanto di cappello, Nagasawa, sei un vero saggio, pensai. Poi tirai un sospiro e mi alzai. Dopo un sacco di tempo feci il bucato, andai al bagno pubblico a lavarmi e farmi la barba, pulii la casa, feci la spesa, mi cucinai un pasto decente, diedi da mangiare a un‟affamatissima Colomba, non bevvi altro alcol se non birra e, feci perfino una mezz‟ora di ginnastica. Mentre mi radevo davanti allo specchio mi accorsi di essermi molto sciupato. I miei occhi si erano fatti sporgenti e la faccia non sembrava neanche più la mia. Il giorno dopo montai sulla bici e feci un bel tratto di strada, tornai a casa e dopo avere mangiato provai a rileggere la lettera di Reiko. Poi cominciai a pensare a cosa avrei dovuto fare d‟allora in avanti. La ragione principale per cui la lettera di Reiko mi aveva tanto scioccato era che aveva distrutto in un attimo la mia convinzione ottimistica che Naoko fosse ormai avviata alla guarigione. Eppure era stata proprio Naoko a mettermi in guardia sul fatto che la sua malattia aveva radici profonde, e anche Reiko aveva detto che era impossibile prevedere come si sarebbero messe le cose. Ciò nonostante in quelle due volte che avevo incontrato Naoko mi ero fatto l‟idea che lei stesse migliorando, e pensavo che l‟unico problema per lei fosse quello di ritrovare il coraggio per tornare nel mondo reale. Ero convinto che, superato quell‟unico scoglio, a noi due sarebbe bastato mettere insieme le nostre forze per cavarcela benissimo. Ma il castello immaginario che avevo costruito su quella vaga possibilità era stato raso al suolo in un attimo dalla lettera di Reiko, e al suo posto non rimaneva che una distesa vuota senza forma e senza scopo. Ma adesso in qualche modo dovevo rimettermi in sesto. A Naoko per guarire ci sarebbe voluto forse ancora molto tempo. Ma anche ammesso che fosse guarita, ne sarebbe uscita più fragile di prima, e con meno fiducia in se stessa. Questa era la nuova realtà a cui dovevo abituarmi. Naturalmente capivo che se fossi riuscito a diventare più forte questo non sarebbe servito a risolvere tutti i problemi, ma allo stato attuale delle cose, cercare di raccogliere tutte le mie energie era più o meno l‟unica cosa che potessi fare da parte mia. Oltre ad aspettare la sua guarigione senza vacillare.
Ehi, Kizuki, pensai, io a differenza di te ho deciso di vivere, e anche di cercare di vivere bene. Immagino quanto deve essere stata dura per te, ma lo è anche per me, credimi sulla parola. E lo è perché tu sei morto lasciando Naoko in quel modo. Ma io non la abbandonerò così. Perché le voglio bene e perché sono più forte di lei. Ma diventerò ancora più forte di come sono adesso, e più maturo. Diventerò adulto. Devo farlo. Finora ho sempre pensato che avrei voluto oscillare in eterno tra i diciassette e i diciott‟anni, ma adesso non lo penso più. Non sono più un ragazzo. Comincio a sentire le responsabilità. Io non sono più quello che tu hai conosciuto. Ho vent‟anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere.
“Ehi, Watanabe, si può sapere che ti è successo?” disse Midori. “Sei molto dimagrito o mi sbaglio?” “Non so, può darsi,” dissi io.
“Non avrete esagerato un po‟, tu e la tua amante sposata?”
Scossi la testa ridendo. “È da ottobre dell‟anno scorso che non vado a letto con una donna.”
Midori fece un fischio. “Vorresti farmi credere che sono sei mesi che non lo fai? Non mi prendi in giro?”
“È la verità.”
“E allora com‟è che sei dimagrito tanto?” “Perché sono diventato adulto,” dissi.
Midori mi appoggiò le mani sulle spalle e mi scrutò negli occhi. Corrugò un po‟ la fronte e poi finalmente sorrise. “Hai ragione. Sembri veramente un po‟ cambiato, rispetto a prima.”
“Te l‟ho detto, sono diventato adulto.”
“Sei unico. Hai sempre delle idee così strane...” disse Midori ammirata. “Beh, andiamo a mangiare. Ho una fame!”
Decidemmo di andare a pranzo in un piccolo ristorante alle spalle della Facoltà di Lettere. Io ordinai il menu del giorno e Midori disse che andava bene anche per lei.
“Sei arrabbiato?” mi chiese Midori.
“Per che cosa?”
“Che per vendetta non ti ho risposto per tanto tempo? Pensi che non avrei dovuto, visto che tu ti eri già abbondantemente scusato?”
“No, la colpa è mia che ho sbagliato,” dissi. “Mia sorella dice che così non si fa. Che il mio comportamento è intollerante e infantile.”
“Tu però ti sei sentita meglio, a prenderti la tua rivincita?”
“Sì.”
“E allora direi che va bene così.”
“Tu sì che sei tollerante,” disse Midori. “Ma dì, Watanabe, davvero non scopi da sei mesi?”
“Quante volte te lo devo dire?”
“Allora, l‟altra volta quando mi tenevi abbracciata per farmi dormire in realtà avevi una voglia terribile di farlo?”
“Sì, credo di sì.”
“Però non l‟hai fatto, no?”
“Adesso per me sei l‟amica più importante che ho, e non ti voglio perdere,” dissi.
“Se quella volta ci avessi provato, ero talmente distrutta che
probabilmente non sarei stata capace di rifiutare.”
“Anche sapendo quanto ce l‟ho grosso e duro?”
Sorrise e mi toccò dolcemente il polso. “Un po‟ di tempo fa io ho deciso di credere in te. Al cento per cento. Perciò quella volta mi sono addormentata tranquilla. Con te mi sentivo al sicuro. E infatti ho dormito come un sasso, no?”
“Ah sì, ti posso garantire.”
“Per lo stesso motivo, se tu invece mi avessi detto: „Midori, facciamolo. Stai tranquilla, tutto andrà benissimo. Dai, non aver paura,‟ penso che l‟avrei fatto. Ma non pensare che se ti ho detto questo è per tentarti o creare un‟atmosfera eccitante, eh. Cerco solo di comunicarti nel modo più diretto le cose che sento.” “Capisco benissimo,” dissi.
Mentre mangiavamo confrontammo gli elenchi dei corsi a cui ognuno di noi due si era iscritto e scoprimmo di averne due in comune. Ci saremmo visti due volte alla settimana. Poi mi raccontò della sua vita in quel periodo. All‟inizio né sua sorella né lei riuscivano ad abituarsi a stare in un appartamento. Era una vita troppo comoda rispetto a quella che avevano sempre fatto fino ad allora. “Stare sempre ad accudire un malato o ad aiutare in negozio, senza mai un attimo per noi stesse, era diventata la normalità,” spiegò Midori.
“Però da un po‟ di tempo mi sto abituando all‟idea, anzi mi piace,” disse. “Questa è la vita che avremmo sempre dovuto fare. Perciò possiamo anche concederci il lusso di prendercela comoda per un po‟ senza preoccuparci di nessuno. Però all‟inizio non riuscivamo a rilassarci. Ti sembra di camminare sollevato da terra di due, tre centimetri. Avevamo sempre paura che non fosse vero: una vita così facile non poteva esistere, doveva essere un sogno! Eravamo in una tensione continua aspettando il momento in cui tutto si sarebbe ribaltato.”
“Le sorelle passaguai,” dissi ridendo.
“Ma è vero. Ne abbiamo passate veramente troppe,” disse Midori. “Ma adesso basta. D‟ora in avanti ci rifaremo.”
“Se non ci riescono due tipe come voi...” dissi. “Ma adesso che fa tua sorella?”
“Una sua amica ha aperto da poco un negozio dalle parti di Omotesando, e lei va ad aiutarla tre volte alla settimana. Per il resto impara a cucinare, esce col fidanzato, va al cinema, si riposa, insomma si gode la vita.”
Poi mi chiese della mia nuova vita, così le descrissi l‟appartamento, le raccontai del grande giardino, di Colomba, dei padroni di casa.
“Sei contento?”
“Non mi lamento.”
“Eppure non sembri in gran forma,” osservò Midori. “Anche se è primavera,” ammisi.
“E anche se porti questo bel pullover che ti ha fatto lei con le sue manine.”
Stupito guardai il maglione color prugna che indossavo. “Come hai fatto a capirlo?”
“Come sei ingenuo! È evidente che mi sono buttata a indovinare,” disse
Midori, presa di sprovvista. “Però non stai bene.”
“Ma sto cercando di tirarmi su.”
“Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti.”
Diedi una bella scrollata alla testa per riordinare le idee e guardai bene in faccia Midori. “Sarà il mio cervello che è lento, ma a volte non capisco le cose che dici.”
“Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.”
“Beh, è una filosofia anche questa.”
“Ma è vero. L‟ho imparato con l‟esperienza,” disse Midori.
Mentre prendevamo il caffè entrarono due ragazze, presumibilmente due compagne di corso di Midori, e si unirono a noi. Tutt‟e tre confrontarono i rispettivi elenchi dei corsi e si misero a chiacchierare passando di palo in frasca: dai voti di tedesco l‟anno precedente a una di loro che era stata ferita in certe colluttazioni tra gruppi di attivisti, alle scarpe “fantastiche” di un‟altra, e via dicendo. Io ascoltavo distrattamente ma i loro discorsi sembravano provenire da un altro pianeta. Bevendo il caffè guardavo dietro i vetri l‟eterno paesaggio dell‟università in primavera: il cielo velato da una leggera foschia, i ciliegi in fiore, gli studenti dall‟inconfondibile aspetto di matricole che andavano per i viali con i libri nuovi sotto braccio. Mentre soprappensiero guardavo la scena, pensai a Naoko che neanche quest‟anno ce l‟aveva fatta a tornare all‟università. Sul davanzale c‟erano degli anemoni in un piccolo vasetto di vetro.
Le due ragazze ci salutarono per spostarsi al loro tavolo, e io e Midori uscimmo dal locale per passeggiare. Girammo per alcuni negozi di libri usati dove comprammo un po‟ di libri, andammo a prendere un altro caffè, giocammo a flipper in un game center e infine ci sedemmo su una panchina del parco a chiacchierare. Ma a parlare era più che altro lei, io mi limitavo a qualche laconico commento ogni tanto. A un certo punto Midori disse che aveva sete, così io andai a comprare due Coca-Cola in un negozio lì vicino. Trovai Midori che in mia assenza si era messa a scrivere febbrilmente qualcosa su un quaderno. Che scrivi? le chiesi. Niente, rispose lei.
Verso le tre e mezzo Midori disse: “È ora che vada, ho appuntamento con mia sorella a Ginza”. Arrivammo fino alla stazione della metropolitana e lì ci separammo. Al momento di salutarci Midori mi infilò nella tasca del giaccone un foglio di quaderno piegato in quattro dicendo: Leggilo quando sarai tornato a casa. Lo lessi sul treno.
“Ti scrivo mentre tu sei da qualche parte a comprare la Coca-Cola. È la prima volta in vita mia che scrivo una lettera a qualcuno seduto accanto a me su una panchina. Ma se non facessi così dubito che riuscirei a farti arrivare quello che ti voglio dire. Perche tu non ascolti niente di quello che dico, prova a dire che non è vero.
“Se può interessarti, oggi tu hai fatto una cosa molto grave nei miei confronti. Non ti sei neanche accorto che ho cambiato pettinatura. Piano piano, con sacrificio, avevo aspettato che mi crescessero i capelli e lo scorso week-end finalmente mi sono fatta fare un taglio femminile. Ma tu non ci hai fatto neanche caso. Ero così sicura di essere carina nella mia nuova pettinatura che non vedevo l‟ora di farti una sorpresa, tanto più che era la prima volta che ci vedevamo da tanto tempo. E tu non te ne sei nemmeno accorto! Ti rendi conto di che vuoi dire? Figuriamoci, se è per questo probabilmente non sapresti dire neanche com‟ero vestita. Ma guarda che io sono una donna. Per quanti pensieri tu possa avere, potresti almeno degnarmi di uno sguardo. Sarebbe bastato poco. Se solo mi avessi detto, non dico tanto, qualcosa tipo „Carina, questa pettinatura‟, ti avrei lasciato fare come volevi, immergerti nei tuoi pensieri quanto volevi.
“Perciò sto per dirti una bugia. Ti dirò che ho un appuntamento a Ginza con mia sorella. Non è vero. Pensando di restare stanotte a dormire da te mi ero portata perfino il pigiama. Sì, se lo vuoi sapere nella mia borsa ci sono pigiama e spazzolino da denti. Mi viene da ridere, se penso a quanto sono cretina. A te l‟idea di invitarmi a casa tua non ti ha sfiorato nemmeno. Ma non importa. Visto che ci tieni tanto a startene da solo fregandotene altamente di me, rimani pure da solo e pensa a tutti i tuoi problemi quanto vuoi senza nessuna interferenza da parte mia.
“Il guaio è che non riesco nemmeno ad avercela con te. Mi sento soprattutto sola. In fondo sei sempre stato gentile con me mentre io per te non ho fatto niente. Tu sei sempre chiuso nel tuo mondo e ogni volta che io provo a bussare e a chiamarti tu mi lanci al massimo un‟occhiata e subito ti richiudi in te stesso.
“Eccoti che torni con la Coca-Cola. Vieni verso di me tutto sprofondato nei tuoi pensieri. Quanto vorrei che inciampassi! Ma non inciampi, ti siedi accanto a me come prima e bevi la tua Coca. Avevo un residuo di speranza che tornando notassi qualcosa e dicessi: „Di‟ un po‟, ma hai cambiato pettinatura?‟ Invece niente. Se te ne fossi accorto anche in ritardo avrei strappato questa lettera e ti avrei detto: „Dai, andiamo a casa tua. Ti cucinerò una cena favolosa e poi andremo a letto felici e contenti‟. Ma tu sei ottuso come un pezzo di legno. Sayonara.
“P.S. La prossima volta che ci vediamo a lezione evita di rivolgermi la parola.”
Dalla stazione di Kichijōji provai a telefonare a casa di Midori ma non rispondeva nessuno. Dato che non avevo nient‟altro da fare andai un po‟ in giro alla ricerca di un lavoro sulla strada per l‟università. Io ero libero il sabato e la domenica per l‟intera giornata e il lunedì, il mercoledì e il giovedì dalle cinque del pomeriggio in avanti, ma non era facile trovare un lavoro che coincidesse con questo orario. A un certo punto mi arresi e decisi di tornare a casa. Quando mi fermai a comprare qualcosa per cena provai a ritelefonare a Midori. Questa volta rispose la sorella e disse che Midori non c‟era e che non sapeva quando sarebbe tornata. Ringraziai e appesi.
Finito di mangiare cercai di scriverle una lettera, ma dopo aver provato e riprovato senza riuscirci lasciai perdere e decisi di scrivere a Naoko.
Le scrissi del nuovo anno accademico che era iniziato insieme alla primavera. È così triste non poterti incontrare, scrivevo, avrei voluto vederti, non importa come o dove, pur di poter parlare con te. Ma ho deciso di essere forte. Mi sono reso conto che è l‟unica via possibile.
“E poi volevo dirti,” continuavo, “anche se questo è un problema mio e può anche non importartene niente, che io non vado più a letto con altre ragazze. Per conservare meglio il ricordo delle tue carezze. Questo ricordo mi è necessario più di quanto tu possa immaginare. Ripenso sempre a quei momenti.”
Dopo aver chiuso la busta e averci messo il francobollo la appoggiai sulla scrivania e restai per un po‟ a guardarla. Era molto più breve delle altre ma mi sembrava che in questo modo il suo significato potesse arrivare a Naoko in modo più incisivo. Mi versai tre dita di whisky nel bicchiere, lo mandai giù tutto d‟un sorso e andai a letto. *
Il giorno dopo trovai un lavoro come cameriere in un piccolo ristorante italiano dalle parti della stazione di Kichijōji. Era solo per il sabato e la domenica, la paga non era granché ma il pranzo e i trasporti erano inclusi, e il lunedì, il mercoledì e il giovedì, quando i camerieri del turno serale prendevano una serata libera, il che capitava di frequente, avrei potuto fare degli extra, cosa che a me faceva comodo. Il titolare mi promise che dopo tre mesi avrei avuto un aumento e mi propose di cominciare a lavorare già dal sabato di quella settimana. Sembrava un tipo molto più serio e a posto di quel fanfarone del negozio di dischi di Shinjuku.
Quando riprovai a telefonare a Midori la sorella mi disse che non tornava a casa dal giorno prima e che lei stessa avrebbe voluto sapere dove era. Anzi, mi chiese con voce stanca, non hai qualche idea di dove possa essere finita? Ma tutto quello che sapevo era che nella borsa aveva pigiama e spazzolino da denti.
Il mercoledì seguente però la vidi a lezione. Portava un pullover verde smeraldo e gli occhiali scuri che metteva spesso d‟estate. Sedeva nell‟ultima fila e parlava con la ragazza piccolina con gli occhiali che avevo già visto insieme a lei. Andai da lei e le dissi: dopo ti vorrei parlare. La ragazza con gli occhiali mi guardò e poi guardò Midori. Era vero: la pettinatura di Midori era molto più femminile di quella di prima. La faceva anche sembrare un po‟ più adulta.
“Ho un appuntamento,” disse sottolineando le parole con una scossa del capo.
“Non ti prenderò molto tempo. Bastano anche cinque minuti,” insistei.
Si tolse gli occhiali e mi guardò socchiudendo gli occhi come se stesse mettendo a fuoco le rovine di un palazzo a cento metri di distanza. “Scusa ma non mi va di parlare.”
La ragazza con gli occhiali mi lanciò un‟occhiata risentita come a dire: Non hai capito che scusa ma non le va di parlare?
Andai a sedermi all‟estrema destra della fila davanti e seguii la lezione (Introduzione al teatro di Tennessee Williams e sua influenza sulla letteratura americana). Appena fu finita contai piano fino a tre e mi voltai. Midori era sparita.
Nessun mese poteva essere più triste di aprile da passare da soli. Tutti intorno a me sembravano felici ad aprile. Mettevano da parte i cappotti, si fermavano a chiacchierare sotto i raggi brillanti del sole, giocavano a lanciarsi la palla col guantone da baseball, si innamoravano. E io ero completamente solo. Naoko, Midori, Nagasawa, tutti per un motivo o per l‟altro si erano allontanati da me. Non avevo nessuno che alla mattina mi dicesse “Ciao” o “Buongiorno”. Pensavo con nostalgia perfino a Sturmtruppen. Fu in questa solitudine incurabile che passai tutto il mese di aprile. Provai alcune volte a telefonare a Midori ma la sua risposta era sempre la stessa: adesso non mi va di parlare. E dal tono di voce capivo che faceva sul serio. Era quasi sempre con quella ragazza con gli occhiali o, se non c‟era lei, con un tipo alto dai capelli corti. Era uno dalle gambe chilometriche che portava sempre scarpe bianche da pallacanestro.
Aprile passò e venne maggio, ma le cose andarono anche peggio.
Mentre la primavera raggiungeva il culmine io non potevo fare a meno di sentirmi sempre più angosciato e inquieto. L‟angoscia mi assaliva soprattutto al tramonto. Senza alcuna ragione apparente se non l‟oscurità che si addensava o il profumo di magnolie che impregnava l‟aria, a un tratto sentivo il mio cuore farsi più pesante e sussultare come per una scossa o una ferita inattesa. Allora chiudevo forte gli occhi e stringevo i denti aspettando che passasse. E piano piano passava, ma lasciandomi un po‟ indolenzito dentro.
In quei momenti cercavo di scrivere a Naoko. Erano lettere piene solo di cose belle e piacevoli: il profumo dell‟erba, il dolce vento di primavera, la luce della luna, i film che avevo visto, le canzoni che mi piacevano, i libri che mi avevano commosso. Rileggerle era un conforto anche per me. A giudicare dalle lettere vivevo in un mondo meraviglioso. Ne scrissi un bel po‟ su questo tono, ma né da Naoko né da Reiko giunse alcuna risposta.
Nel ristorante dove lavoravo conobbi un ragazzo della mia età che faceva anche lui il cameriere lì, e ogni tanto scambiavamo due chiacchiere. Itō, è così che si chiamava, studiava pittura a olio alla Scuola d‟Arte ed era un tipo tranquillo e di poche parole, così fare amicizia non fu facilissimo, ma dopo un po‟ di tempo prendemmo l‟abitudine, dopo il lavoro, di andarci a sedere in un bar della zona a bere una birra e a chiacchierare. Anche a lui piaceva leggere libri e ascoltare musica, ed erano questi di solito i nostri argomenti di conversazione. Itō era un bel ragazzo piuttosto magro e aveva capelli corti e un aspetto pulito, due caratteristiche insolite per uno studente della Scuola d‟Arte in quel periodo. Anche se non parlava molto, si capiva che aveva idee e gusti molto ben definiti. Amava soprattutto i romanzi francesi, e leggeva con passione Georges Bataille e Boris Vian. Musicalmente Mozart e Ravel erano tra i suoi preferiti. E come me era alla ricerca di amici con cui poter parlare di queste cose.
Un giorno mi invitò da lui. Abitava in una strana casetta alle spalle del parco di Inokashira, zeppa di tele e materiali per dipingere. Gli chiesi di farmi vedere i suoi quadri ma lui disse che non valevano niente e rifiutò di mostrarmeli. Bevemmo del Chivas Regal che aveva trafugato al padre e mangiammo dei pesciolini arrostiti su un braciere ascoltando un concerto per piano di Mozart eseguito da Robert Casadesus.
Itō era di Nagasaki dove aveva tuttora una ragazza. Ogni volta che tornava a casa facevano l‟amore, però da qualche tempo le cose tra loro non funzionavano più come prima.
“È che le ragazze sono fatte in un certo modo,” disse lui. “Tra i venti e i ventun anni tutt‟a un tratto sviluppano un modo di pensare molto concreto. Cominciano a diventare realistiche. E le cose che fino a quel momento trovavi adorabili in loro cominciano a sembrarti banali e noiose. Ogni volta che ci vediamo, in genere dopo che siamo andati a letto, mi chiede che cosa ho intenzione di fare dopo l‟università.” “Che pensi di fare, a proposito?” chiesi anch‟io.
Mangiando un pesciolino abbrustolito scosse la testa. “Che penso di fare? E che può fare, un povero studente di pittura a olio? Se uno si ponesse questa domanda non si iscriverebbe a un corso del genere. Una laurea alla Scuola d‟Arte non è che ti dia facilmente da mangiare. Per questo lei vorrebbe che io tornassi a Nagasaki e mi mettessi a fare l‟insegnante. Come lei che vuole diventare insegnante di inglese. Pensa che bella prospettiva!”
“Non sei più tanto innamorato di lei, o mi sbaglio?”
“Eh, temo proprio di no,” ammise lui. “E poi io non voglio diventare insegnante di arte. Non voglio passare la mia vita a insegnare pittura a ragazzini maleducati che schiamazzano come scimmie.”
“Ma a parte questo, se le cose non vanno non sarebbe meglio chiudere con questa ragazza? Per il bene di tutti e due?” dissi.
“Lo penso anch‟io. Ma non riesco a dirglielo, non ne ho il coraggio. Lei è convinta che noi ci sposeremo. Come faccio a dirle: „Non ti amo più come prima perciò è meglio che ci lasciamo‟?”
Parlando bevevamo il whisky liscio mangiando i pesciolini arrostiti, e quando questi finirono, lo accompagnammo con cetrioli e sedano tagliati a fiammifero che intingevamo nel miso. Sgranocchiando i cetrioli mi venne in mente il padre di Midori, morto in quel letto d‟ospedale. Poi pensai a come la mia vita ora che non c‟era più lei sembrasse aver perso ogni sapore, e fui assalito da una sensazione desolata. La presenza di Midori era cresciuta sempre di più dentro di me senza che io me ne accorgessi.
“E tu hai una ragazza?” chiese Itō.
“Per averla ce l‟ho,” risposi dopo aver tirato un respiro profondo. “Però ci sono dei problemi per cui al momento lei si trova lontano.”
“Però almeno vi capite?”
“Spero bene. Se non ci fosse neanche quello...” scherzai.
Poi, senza enfasi, Itō si mise a parlare della bellezza della musica di Mozart. Ne parlava con la stessa sicura competenza con cui un montanaro può parlare dei sentieri di montagna che percorre ogni giorno. Suo padre, che aveva la stessa passione, gliela aveva fatta ascoltare da quando aveva tre anni. Anche se io non me ne intendevo molto di musica classica, mentre ascoltavo quel concerto di Mozart con lui che ogni tanto faceva qualche commento puntuale e pieno di pathos (“Ecco, in questo punto...” “Ascolta bene adesso...”), riuscii a rilassarmi come non mi succedeva da tempo. Guardando la luna nuova sospesa sugli alberi del parco di Inokashira bevemmo la bottiglia di Chivas fino alla fine assaporandone ogni goccia.
Itō mi invitò a restare lì a dormire ma rifiutai dicendo che avevo qualcosa da fare e dopo averlo ringraziato per il whisky me ne andai. Non erano ancora le nove. Sulla strada di casa entrai in una cabina e provai a telefonare a Midori. Una volta tanto fu lei a rispondere.
“Scusa, ma adesso non mi va di parlare con te,” disse.
“Lo so benissimo. Me l‟hai detto almeno cento volte. Ma non voglio che fra noi due finisca in questo modo. Tu sei una delle pochissime amiche che ho, e soffro molto a non poterti vedere. Quando mi sarà concesso di parlare con te? Dimmi almeno questo.” “Te lo farò sapere io, quando sarà il momento.” “Stai bene almeno?” provai a chiedere.
“Al solito,” disse lei, quindi riagganciò.
Verso la metà di maggio arrivò una lettera di Reiko.
“Prima di tutto grazie per le tue lettere. Naoko le legge sempre con gioia e le fa leggere anche me. Non ti dispiace, vero, se le leggo anch‟io?
“Scusa se non ti ho scritto per tanto tempo. La verità è che io stessa non ero in uno dei miei periodi migliori, e purtroppo non avevo buone notizie da darti. Le condizioni di Naoko non sono molto buone. L‟altro giorno è venuta sua madre da Kōbe e insieme al dottore abbiamo discusso tutt‟e tre sul da farsi. Siamo arrivati alla conclusione che per ora la cosa migliore è che Naoko si trasferisca in una clinica specializzata dove possa essere sottoposta a una terapia intensiva, per poi, se i risultati saranno buoni, eventualmente tornare qui. Se fosse stato possibile, Naoko avrebbe preferito restare e cercare di guarire qui, e anch‟io sono triste e preoccupata al solo pensiero di separarmi da lei, ma detto sinceramente, qui è diventato molto difficile controllarla. La maggior parte del tempo non ci sono particolari problemi, ma a volte entra in uno stato di grande agitazione e instabilità, e in quei momenti non posso staccare gli occhi da lei neanche per un istante. Non si sa cosa potrebbe accadere. Ha queste violente allucinazioni auditive durante le quali si ritira in se stessa chiudendo completamente i contatti con l‟esterno.
“Perciò mi sono convinta anch‟io che la cosa migliore per lei adesso sia andare per qualche tempo in una clinica adatta al suo caso e ricevere una terapia idonea. Purtroppo ora come ora non c‟è altro da fare. Come ti ho già detto in passato, la cosa più importante è avere pazienza. Bisogna districare tutti quei fili aggrovigliati a uno a uno, senza scoraggiarsi. Per quanto una situazione possa sembrare disperata, c‟è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c‟è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all‟oscurità.
“Quando riceverai questa lettera Naoko dovrebbe essere già nell‟altra clinica. Scusa se ti informo così all‟ultimo minuto, ma è all‟ultimo minuto che si è deciso tutto. Il posto dove andrà è una clinica seria e buona e i medici sono di prim‟ordine. Sotto aggiungo l‟indirizzo così potrai scrivere direttamente lì. Siccome mi terranno costantemente informata sulle sue condizioni, se c‟è qualcosa ti farò sapere. So quanto deve essere dura anche per te, ma cerca di farti coraggio. Anche se Naoko non sarà qui per un po‟, scrivimi due righe ogni tanto. Sayonara
Reiko” *
Non so quante lettere avrò scritto quella primavera. A Naoko scrivevo una volta alla settimana, poi c‟era Reiko e mandai alcune lettere anche a Midori. Scrivevo in aula all‟università, alla mia scrivania, con Colomba seduta sulle ginocchia, al ristorante italiano durante i momenti di pausa. Scrivendo mi sembrava di riuscire a tenere insieme la mia vita che altrimenti sarebbe crollata spargendo i pezzi da tutte le parti.
Questi due mesi senza poterti parlare sono stati per me molto tristi e duri, scrivevo a Midori. Non avevo mai vissuto una primavera così brutta, sarebbe stato molto meglio avere febbraio tre volte di seguito. Lo so che ormai non servirà a niente, ma volevo dirti che mi piaci tanto con la tua nuova pettinatura. Ti sta molto bene. Adesso lavoro in un ristorante italiano e il cuoco mi ha insegnato a fare degli spaghetti fantastici. Mi piacerebbe farteli provare uno di questi giorni.
Andavo ogni giorno all‟università, due, tre volte alla settimana lavoravo al ristorante italiano, parlavo di letteratura e musica con Itō, leggevo i libri di Boris Vian che lui mi aveva prestato, scrivevo lettere, giocavo con Colomba, cucinavo spaghetti, curavo il giardino, mi masturbavo pensando a Naoko e andavo molto spesso al cinema.
Fu verso la metà di giugno che Midori ruppe il silenzio. Erano ormai due mesi che non parlavamo. Alla fine di una lezione venne a sedersi accanto a me e restò con il mento appoggiato alle mani senza dire niente. Fuori pioveva. Era quel monotono, interminabile stillicidio senza vento caratteristico della stagione delle piogge. Gli altri studenti erano già usciti tutti dall‟aula, ma Midori restava nella stessa posizione senza aprire bocca. Poi tirò fuori dal taschino della sua giacca di jeans una Marlboro, se la mise tra le labbra e mi passò i cerini. Le accesi la sigaretta. Lei fece un cerchio con le labbra e lentamente espirò il fumo sulla mia faccia.
“La mia pettinatura ti piace?”
“È molto bella.”
“Ti dispiacerebbe essere più preciso?” disse Midori.
“È un tale schianto da far crollare tutti gli alberi di tutte le foreste del mondo,” dissi.
“Lo pensi sul serio?”
“Sul serissimo.”
Mi guardò ancora per qualche istante negli occhi, poi finalmente mi tese la mano. Io la strinsi. Lei sembrava ancora più sollevata di me. Midori buttò la cenere sul pavimento e si alzò in piedi.
“Andiamo a mangiare. Svengo dalla fame,” disse. “Dove vuoi andare?”
“Al ristorante di Takashimaya a Nihonbashi.”
“E perché proprio lì che è pure lontano?”
“Ogni tanto mi viene la voglia di andarci.”
Prendemmo la metropolitana e arrivammo a Nihonbashi. Forse perché dalla mattina non smetteva di piovere, le grandi sale dei magazzini Takashimaya erano deserte. Anche dentro arrivava l‟odore della pioggia e le commesse si aggiravano con un‟aria vagamente annoiata. Scendemmo al ristorante nel primo piano sotterraneo e dopo avere esaminato accuratamente i campioni di plastica esposti nella vetrina, ci decidemmo entrambi per il bentō. Anche h c‟era pochissima gente, considerato che era ora di pranzo.
“È molto tempo che non mangio nel ristorante di un grande magazzino,” dissi mentre bevevo il tè verde in una di quelle tazze bianche e lucide che si trovano solo, per l‟appunto, nei ristoranti dei grandi magazzini.
“A me piace moltissimo,” disse Midori. “Mi da la sensazione di fare qualcosa di speciale. Sarà perché da bambina non mi ci portavano quasi mai.”
“A me invece pare di ricordare che ci andavo spesso. A mia madre piacevano i grandi magazzini.”
“Beato te!”
“Guarda che a me andare ai grandi magazzini non piaceva per niente.”
“Non hai capito. Volevo dire beato te che hai avuto qualcuno che si occupava di te.”
“Sai, ero figlio unico,” mi giustificai.
“Quando ero piccola io pensavo che da grande sarei andata da sola al ristorante nei grandi magazzini e che avrei mangiato tutto quello che volevo e quanto volevo,” disse Midori. “Invece sono rimasta delusa: mangiare da sola in un posto del genere non è tutto questo gran divertimento. Prima cosa non è che si mangia tanto bene, poi anche se sono tanto grandi c‟è sempre troppa folla e l‟aria è viziata. Però ogni tanto mi prende la voglia di venirci.”
“Questi due mesi sono stati molto duri,” dissi.
“Sì, lo dicevi nelle tue lettere,” disse Midori senza alcuna emozione nella voce. “Che ne dici se intanto mangiamo? Adesso non voglio pensare a nient‟altro.”
Mangiammo il nostro pranzo contenuto in scatole a forma di semicerchio senza lasciare niente, bevemmo il brodo e finimmo col tè. Midori si accese una sigaretta. Quando ebbe finito di fumare, senza dir niente si alzò in piedi e prese l‟ombrello. Anch‟io feci lo stesso.
“E adesso dove andiamo?” chiesi.
“Quando si va ai grandi magazzini e si pranza al ristorante, cos‟è che si fa dopo? Si va sul terrazzo, naturalmente,” disse Midori.
E naturalmente con quella pioggia sul terrazzo non c‟era nessuno. Non c‟era nemmeno il commesso del negozio di animali domestici, e il chiosco dei pop-corn e la biglietteria per il mini luna park erano chiusi. Aprimmo gli ombrelli e passeggiammo tra giostre di cavalli e panchine da giardino, le une e le altre bagnate. Era incredibile che in pieno centro di Tōkyō si potesse trovare un posto così abbandonato e derelitto. Midori disse che voleva provare a vedere con il cannocchiale perciò infilai una monetina e le tenni l‟ombrello mentre guardava.
In una parte del terrazzo c‟era un angolo riparato con un piccolo game center. Io e Midori ci sedemmo lì fianco a fianco, su una specie di pedana, a guardare la pioggia.
“Dai, parla,” disse Midori. “C‟è qualcosa che vuoi dirmi, no?”
“Non è che voglio giustificarmi, ma quella volta ero piuttosto giù e non ci stavo molto con la testa,” dissi. “Comunque in questo periodo che non ho potuto vederti ho capito una cosa. Che se ce l‟avevo fatta ad andare avanti per tanto tempo era perché c‟eri tu. Che stare senza di te era troppo duro, troppo triste.”
“Ma tu hai una vaga idea, Watanabe, di quanto siano stati duri e tristi anche per me questi due mesi?”
“No, non ne avevo nessuna idea,” dissi stupito. “L‟unica cosa che sapevo era che tu eri arrabbiata con me e non volevi vedermi.”
“Ma come puoi essere così ottuso? Hai sempre saputo che io desideravo vederti, no? Ti avevo detto che mi piaci, o ti sei dimenticato? Io non sono una che si fa venire e passare queste cose così facilmente. O non ti è chiaro neanche questo?”
“No, questo lo capisco ma...”
“Che ero arrabbiata, furiosa, è verissimo. Ti avrei riempito di calci. Ma come? Ci rivediamo dopo tanto tempo e tu sei lì completamente assente, che pensi a un‟altra donna e di me non ti accorgi nemmeno! Come potevo non arrabbiarmi? Comunque, a parte questo, già da tempo sentivo che era meglio staccarmi un po‟ da te. Per chiarirmi certe cose.”
“Quali cose?”
“Il rapporto tra noi due. Stare con te cominciava a piacermi sempre di più, molto più che stare con lui. E questo non è né normale né giusto, non ti pare? È chiaro che lui mi piace. È un po‟ egoista, di vedute ristrette, fascista e tutto quanto, ma ha anche delle qualità notevoli ed è il primo ragazzo a cui ho voluto bene sul serio. Però tu sei qualcosa di speciale, per me voglio dire. Quando siamo insieme è come se tutto combaciasse alla perfezione. Mi fido di te, mi piaci, non vorrei mai lasciarti andare. Insomma cominciavo a sentirmi sempre più confusa. Allora sono andata da lui, gli ho detto tutto e gli ho chiesto cosa dovevo fare. Non lo devi vedere più, ha detto. Se lo vedi un‟altra volta con me hai chiuso.”
“E tu?”
“Ho chiuso,” disse Midori. Si mise una Marlboro tra le labbra, la accese proteggendo il cerino con la mano e aspirò una boccata.
“Perché?”
“Perché?” gridò Midori. “Ma ti funziona il cervello? Tu capisci il condizionale inglese, le progressioni numeriche e perfino Marx, come è possibile che tu non capisca una cosa così elementare? Come puoi farmi una domanda del genere? Perché devi costringere una ragazza a dire certe cose? E va bene, l‟ho fatto perché mi piaci più tu di lui. Non era abbastanza chiaro? Avrei preferito innamorarmi di uno molto più bello, sai? E invece purtroppo mi sei capitato tu.”
Avrei voluto parlare ma qualcosa mi bloccava la gola e le parole non mi uscivano.
Midori buttò la sigaretta in una pozzanghera. “Ehi, non fare quella faccia, sennò mi metto a piangere. Puoi stare tranquillo, so benissimo che c‟è un‟altra ragazza quindi non mi aspetto niente. Anche se magari un abbraccio potresti anche concedermelo, con quello che ho passato in questi due mesi.”
Ci abbracciammo sotto l‟ombrello alle spalle del game center. Ci stringemmo forte, le nostre labbra che si cercavano. I suoi capelli, il colletto della sua giacca di jeans, tutto sapeva di pioggia. Che cosa morbida e calda il corpo di una ragazza, pensai. Attraverso la sua giacca sentivo chiaramente i suoi seni contro il mio petto. Sembrava un‟eternità che non stringevo così un essere umano.
“La sera dell‟ultima volta che ci siamo visti sono andata da lui e gli ho parlato. E poi ci siamo lasciati.”
“Midori, tu mi piaci da morire,” le dissi. “Te lo giuro dal profondo del cuore. Non voglio mai più stare lontano da te. Però non c‟è niente da fare. Adesso io sono completamente legato.” “A causa di quella ragazza?” Feci di sì con la testa.
“Sei stato a letto con lei?”
“Solo una volta, un anno fa.”
“E poi non vi siete più visti?”
“Due volte, ma non l‟abbiamo più fatto,” dissi.
“E perché? Tu non le piaci?”
“Non so dire neanch‟io bene perché,” dissi. “È una situazione molto complicata. Ci sono tanti problemi tutti intrecciati, e va avanti così da tanto che io stesso non capisco più come stanno le cose. Né per quanto riguarda me né per quanto riguarda lei. Quello che so con sicurezza è che io ho delle responsabilità nei suoi confronti come essere umano. Non posso abbandonare tutto così. Almeno, questo è quello che sento adesso. Anche considerando la possibilità che lei non mi ami.”
“Senti, io sono una ragazza viva, che ha sangue nelle vene,” disse Midori premendo il viso contro il mio collo. “E ti sto confessando quello che provo per te mentre tu mi stringi tra le braccia. Sai che mi potresti chiedere qualunque cosa e io la farei. Ogni tanto faccio un po‟ di casini ma sono una brava ragazza e anche sincera, di faccia sono piuttosto carina, ho un bel seno, cucino bene, e grazie a mio padre ho anche un po‟ di soldi. Insomma un vero affare, ammettiamolo. Se non lo prendi al volo poi sarà troppo tardi.”
“Ho bisogno di tempo,” dissi. “Tempo per pensare, per fare ordine dentro di me, per capire. Mi rendo conto che non è giusto nei tuoi confronti, ma per adesso è tutto quello che posso dire.”
“Però hai giurato che ti piaccio dal profondo del cuore, e che non vuoi stare mai più lontano da me, vero?”
“Certo che è vero.”
Midori si staccò da me e mi guardò in viso sorridendo.
“Va bene, aspetterò. Ho fiducia in te,” disse. “Ma quando mi prenderai, dev‟essere solo me che prendi. E quando mi stringerai, dev‟essere a me che pensi. Capisci che voglio dire?”
“Capisco benissimo.”
“Per il resto puoi fare quello che vuoi, solo non farmi del male. Ho già
sofferto abbastanza finora, e adesso voglio essere felice.” La strinsi di nuovo a me e la baciai sulle labbra.
“Posa quello stupido ombrello e stringimi bene con tutt‟e due le braccia,” disse Midori.
“Senza ombrello diventeremo bagnati fradici.”
“Non me ne importa niente. Voglio solo essere tenuta stretta senza pensare più a niente. Ho già dovuto sopportare abbastanza in questi due mesi.”
Posai a terra l‟ombrello e strinsi forte Midori sotto la pioggia. Intorno a noi c‟era solo il rumore sordo di pneumatici di auto in corsa sulla tangenziale che ci avvolgeva come una specie di nebbia. La pioggia continuava a cadere ostinata e silenziosa, inzuppando i nostri capelli, scorrendo sulle nostre guance come lacrime, rendendo più scuri la sua giacca di jeans e la mia giacca a vento gialla di nylon.
“Che ne diresti di spostarci in un posto con tetto?” proposi.
“Andiamo da me che non c‟è nessuno. Almeno ci asciughiamo. Se
restiamo così ci becchiamo un bel raffreddore.”
“Ah, questo è sicuro.”
“Guarda, sembra che abbiamo attraversato un fiume a nuoto,” disse Midori ridendo. “Però mi è piaciuto.”
Al reparto biancheria per la casa comprammo un grande asciugamano e andammo a turno nel bagno per asciugarci i capelli. Poi prendemmo la metropolitana e arrivammo all‟appartamento di Midori a Myōgadani. Mi fece fare la doccia per primo, poi la fece anche lei. In attesa che i vestiti fossero asciutti mi prestò un accappatoio, mentre lei si mise una polo e una gonna. Ci sedemmo al tavolo di cucina e bevemmo un caffè. “Parlami di te,” disse Midori.
“Di me? Cosa vuoi sapere?”
“Vediamo... quali sono le cose che non ti piacciono?”
“Il pollo, le malattie veneree e i barbieri che parlano troppo.”
“E poi che altro?”
“Le sere di aprile in solitudine e i copritelefono dai bordi di pizzo.”
“E poi?”
Scossi la testa. “Non mi viene in mente nient‟altro.”
“Al mio ragazzo, il mio ex voglio dire, c‟erano un sacco di cose che non gli piacevano di me. Il fatto che metto gonne troppo corte, che fumo, che mi ubriaco come una spugna, che faccio discorsi osceni, che parlo male dei suoi amici... perciò anche tu se ci sono delle cose che non ti piacciono di me, dillo pure senza complimenti. Se sono cose che posso cambiare, le cambierò”.
Ci pensai un attimo, poi scossi la testa. “Non mi pare. No, non c‟è niente.”
“Sicuro?”
“Mi piace un sacco come ti vesti, mi piacciono le cose che fai, quello che dici, come cammini, come sei quando ti ubriachi, mi piace tutto.”
“Davvero ti piaccio così come sono?”
“Non saprei proprio in cosa potresti cambiare, mi vai bene così.” “Allora dimmi invece quanto ti piaccio,” disse Midori.
“Quanto tutto il burro che si potrebbe produrre se si sciogliessero tutte le tigri di tutte le giungle del mondo.”
“Hmm,” sospirò Midori quasi soddisfatta.”Mi abbracci un‟altra volta?”
Ci stendemmo sul suo letto e ci abbracciamo stretti. Sotto le coperte, cullati dal rumore della pioggia, ci baciammo sulle labbra e poi parlammo di tutti gli argomenti possibili e immaginabili, dalla formazione della terra al giusto grado di cottura delle uova sode. “Ma cosa faranno mai le formiche nei giorni di pioggia?” chiese Midori.
“Chissà,” dissi io. “Faranno le pulizie della tana o metteranno in ordine le provviste. Sai quanto lavorano le formiche.”
“Ma come mai anche se lavorano tanto non fanno mai nessun progresso? Migliaia di anni e sono sempre formiche!”
“Mah, non saprei. Forse la loro struttura fisica non è fatta per evolversi. A differenza delle scimmie.”
“Non me l‟aspettavo. Anche tu ci sono cose che non sai,” disse Midori. “Io ero convinta che tu sapessi tutto.” “Il mondo è grande,” mi giustificai.
“Sì, le montagne sono alte e il mare è profondo,” mi canzonò Midori. Poi infilò la mano dentro il mio accappatoio e prese tra le dita il mio sesso eretto. Lì sembrò immobilizzarsi. “Ehi, Watanabe, così non va, dico sul serio. Non mi farò mai mettere dentro un coso così grosso e duro, mai!”
“Scema,” dissi io sospirando.
“Per un attimo ci hai creduto, eh?” disse Midori ridendo. “Va benissimo, non preoccuparti. Entrerà perfettamente. Posso guardare bene?”
“Fai come vuoi,” dissi.
Midori scivolò sotto le coperte e per un po‟ giocò con il mio pene. Tirò avanti e indietro la pelle e soppesò i testicoli con il palmo della mano. Poi riemerse dalle coperte e inspirò una boccata d‟aria.
“Sai che il tuo coso mi piace moltissimo? Non lo dico per complimento.”
“Grazie,” risposi io candidamente.
“Però non vuoi farlo ancora, vero, Watanabe? Se non avrai prima chiarito certe cose.”
“Non è che non vorrei farlo,” spiegai. “Ne ho tanta voglia che mi sembra di diventare pazzo. Ma adesso sento che non devo.”
“Che testa dura! Se fossi in te intanto lo farei, e dopo ci penserei sopra.” “Dici davvero?”
“No, non dico davvero,” rispose Midori abbassando la voce. “Penso che non lo farei. Anch‟io non lo farei se fossi al posto tuo. È per questo che mi piaci. Tanto tanto.”
“Tanto quanto?” provai a chiedere anch‟io, ma lei non rispose. Invece spinse il suo corpo contro il mio, posò le labbra sul mio capezzolo e con la mano strinse il mio pene e cominciò a muoverla piano avanti e indietro. La prima cosa che pensai fu che il suo modo di farlo era molto diverso da quello di Naoko. Era una sensazione dolce e bellissima in entrambi i casi, ma allo stesso tempo era un‟esperienza completamente diversa.
“Dimmi la verità, stai pensando a un‟altra ragazza, vero?” “No, assolutamente,” mentii.
“Sicuro?”
“Sicurissimo.”
“In questi momenti non devi pensare a un‟altra donna, lo sai?” “Non mi verrebbe neanche in mente,” dissi.
“Vuoi toccare il mio seno, oppure lì?” chiese Midori.
“Vorrei, ma forse per ora è meglio di no. Mi eccito troppo se faccio tutto in una volta.”
Midori annuì, poi scivolò sotto le coperte, si sfilò le mutandine e le mise tra le mie gambe. “Vieni qui, se vuoi.”
“Ma le sporcherò.”
“Senti, non dire queste cavolate sennò mi metto a piangere,” disse Midori con voce piagnucolosa. “Si possono lavare, no? Vieni tranquillo, senza farti problemi. Se è questo che ti preoccupa, puoi sempre ricomprarmele. O il problema sono io?” “Scema,” dissi.
“Allora non ti preoccupare. Vieni.”
Dopo che fui venuto, lei volle dare un‟occhiata. “Ne è uscito tanto !” esclamò ammirata. “Era troppo?”
“Ma no, zuccone. Puoi venire quanto ti pare,” disse Midori ridendo e mi baciò.
Verso sera Midori scese a fare un po‟ di spesa nelle vicinanze e preparò la cena. Seduti al tavolo di cucina mangiammo tenpura e riso con piselli accompagnati da birra.
“Mangiare bene produce molti spermatozoi,” disse Midori. “Tanto dopo ci penso io a farti venire.”
“Conto sudi te.”
“Sai? Io conosco un sacco di modi. Li ho imparati dalle riviste femminili che avevamo in libreria. C‟è stato un numero speciale su tutti i modi di farlo quando la donna è incinta, per non fare andare il marito con le altre donne. Tu non puoi immaginare quanti modi ci sono! Scommetto che non vedi l‟ora di conoscerli.”
“Non sto nella pelle.”
Dopo aver salutato Midori, sul metro che mi riportava a casa provai ad aprire il giornale della sera che avevo comprato alla stazione, ma la mia testa era altrove e anche se mi sforzavo non riuscivo a capire niente di quello che leggevo. Mentre fissavo quegli incomprensibili fogli stampati senza neanche vederli, continuavo a chiedermi cosa mi aspettava adesso, come si sarebbero messe le cose. Ogni tanto mi arrivavano le pulsazioni del mondo attorno. Tirai un sospiro profondo e chiusi gli occhi. Non avevo nessun rimorso per tutto quello che era successo quel giorno, anzi ero sicuro che se avessi potuto tornare indietro avrei rifatto esattamente le stesse cose. Avrei tenuto stretta Midori su quel terrazzo fino a inzupparci tutti e due di pioggia e avrei lasciato che a letto mi facesse venire col movimento della sua mano. Riguardo a questo non avevo dubbi. Volevo bene a Midori ed ero felice di averla ritrovata. Ero abbastanza convinto che le cose tra noi due sarebbero andate bene. E poi, come aveva detto lei stessa, Midori era una ragazza viva, con sangue nelle vene, e io avevo tenuto il suo corpo caldo tra le mie braccia. Non sapevo io stesso come ero riuscito a reprimere il forte desiderio di lasciare che si spogliasse nuda e aprisse le sue gambe per affondare il mio corpo nel suo calore. Ma non avrei mai potuto fermare le sue dita che tenevano stretto il mio pene muovendosi con dolcezza. Era quello che desideravo, che anche lei desiderava, e ormai ci amavamo. Era una cosa che nessuno avrebbe potuto fermare. Sì, amavo Midori. Avrei dovuto capirlo già da tanto, ma avevo continuato per tutto quel tempo a evitare di ammetterlo.
Il problema era che non potevo spiegare lo sviluppo della situazione a Naoko. Forse un giorno sarebbe stato possibile, ma nel suo stato attuale era impensabile dirle che mi ero innamorato di un‟altra ragazza. E poi io amavo anche Naoko. Per quanto le circostanze avessero potuto dare una forma strana e contorta ai miei sentimenti, la amavo. Su questo non c‟era dubbio. Lo spazio per Naoko dentro di me restava grande e intatto.
L‟unica cosa che potevo fare era scrivere a Reiko e raccontare tutto sinceramente a lei. Tornato a casa mi sedetti sulla veranda e guardando il giardino dove la pioggia continuava a cadere incessante, provai a mettere in fila alcune frasi nella mia mente. Poi mi sedetti alla scrivania e mi misi a scrivere.
“Non avrei mai voluto doverti scrivere questa lettera,” esordii. Poi le raccontai per filo e per segno il mio rapporto con Midori fino a quel momento, compreso quello che era successo il giorno stesso tra noi.
“Ho amato Naoko per tutto questo tempo e anche ora continuo ad amarla nello stesso modo. Ma sento che quello che esiste tra me e Midori non è passeggero. Ha una forza a cui non posso resistere e sento che mi trascinerà sempre più avanti. Quello che provo per Naoko è un sentimento incredibilmente dolce, calmo e puro, mentre quello per Midori è di natura completamente diversa. È qualcosa che cammina, respira, pulsa, che mi scuote nel profondo. Io non so più che fare e sono terribilmente confuso. Non voglio assolutamente cercare di giustificarmi, ma io ho sempre cercato di vivere con sincerità, senza mentire. E mi sono sempre sforzato di non far soffrire nessuno. Perché allora sono andato a finire in questo labirinto? È questo che non riesco a capire. Cosa devo fare? Sei l‟unica persona a cui posso chiedere consiglio.”
Affrancai la lettera come espresso e la imbucai quella sera stessa. La risposta di Reiko arrivò dopo cinque giorni.

17 giugno  “Caro Tōru, prima di tutto una buona notizia.
“Le condizioni di Naoko sono migliorate prima di quanto pensassimo. Ho parlato una volta per telefono con lei personalmente e anche il suo modo di parlare era molto più chiaro. Può anche darsi che possa tornare qui abbastanza presto. “E adesso veniamo a te.
“Ho l‟impressione che tu prenda tutte le cose troppo seriamente e questo non va. Amare qualcuno è una cosa bellissima e se si tratta di un sentimento sincero non bisogna sentirsi finiti in un labirinto. Abbi più fiducia in te stesso.
“Il mio consiglio è molto semplice. Punto primo, quando uno è attratto così fortemente da qualcuno come tu da questa ragazza, Midori, è naturale che se ne innamori. La cosa potrà andare bene o non andare bene, ma l‟amore è così. E seguirlo è la cosa più naturale. Io la penso così. Anche questa è una forma di sincerità.
“Punto secondo, se tu debba o no fare l‟amore con Midori è un problema tuo, su cui non mi sento di dire nulla. Discutine con lei e trova una giusta soluzione.
“Terzo, di tutto questo non dire niente a Naoko. Se si arrivasse a un punto per cui è assolutamente necessario che tu glielo dica, in quell‟occasione io e te cercheremo di pensare al modo migliore per farlo. Per adesso è meglio non dirle niente. Ti prego, fidati di me. “Quarto, fino a ora tu sei stato per Naoko di grande sostegno, e anche se il tuo sentimento per lei non fosse più quello di un amante ci sarebbero ancora moltissime cose che tu potresti darle. Perciò non prendere troppo seriamente tutti questi problemi. Noi (termine generale che include normali e non) siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Non viviamo misurando le distanze con la riga, gli angoli col goniometro e controllando entrate e uscite come sul conto in banca. O no?
“La mia impressione del tutto personale è che questa Midori debba essere una ragazza deliziosa. Dalla tua lettera si capisce chiaramente quanto tu sia attratto da lei. Ma capisco benissimo che tu possa essere attratto da Naoko allo stesso tempo. Non è mica un crimine. È una cosa che succede spesso in questo grande mondo. È come quando c‟è una splendida giornata e tu sei in barca e il cielo è così bello ma è altrettanto bello anche il lago. Smettila di tormentarti tanto. Ogni cosa segue comunque il suo corso, e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. È la vita. Faccio un po‟ il grillo parlante ma è ora che tu cominci a imparare certi meccanismi della vita. A volte tu ti sforzi troppo di adattare la vita ai tuoi meccanismi. Se non vuoi finire anche tu in una clinica psichiatrica cerca di essere un po‟ più aperto e di abbandonarti di più alla vita così come viene. Anche una donna debole e imperfetta come me ogni tanto arriva a rendersi conto di quanto meravigliosa sia la vita. Dico davvero! Perciò tu cerca di essere molto molto più felice. Mettici anche un po‟ di buona volontà.
“Naturalmente mi resta un po‟ di rimpianto per il fatto che la storia tra te e Naoko non si avvii verso un happy ending. Ma d‟altra parte chi può sapere quale sia la cosa migliore per tutti alla lunga? Perciò tu senza farti scrupoli a causa di qualcuno, se vedi una possibilità di felicità per te, cogli quell‟occasione e sii felice. Opportunità come queste non capitano che due o tre volte nella vita, e se uno se le lascia sfuggire poi lo rimpiange in eterno. Te lo dico per esperienza.
“Suono la chitarra tutti i giorni, ma senza nessuno che mi ascolti. Sapessi che tristezza! Odio le buie sere di pioggia. Prima o poi mi piacerebbe suonare di nuovo mangiando l‟uva con te e Naoko nella stessa stanza.
“A presto
Reiko”  
11


Anche dopo la morte di Naoko, Reiko mi scrisse ancora molte volte, ripetendomi che non era stata colpa mia, che non era colpa di nessuno, che sono cose che nessuno ha il potere di fermare, come la pioggia. Ma non riuscii a rispondere a quelle lettere. Che cosa avrei potuto dire? E poi non aveva più importanza. Naoko non faceva più parte di questo mondo, la sua esistenza era ridotta a un mucchietto di cenere.
Alla fine di agosto, di ritorno a Tōkyō dopo il funerale desolato di Naoko, andai dal padrone di casa per avvertirlo che sarei andato via per qualche tempo e salutarlo, quindi passai dal ristorante italiano e spiegai anche a loro che ero costretto ad assentarmi per un po‟. Infine scrissi due righe a Midori dicendo che adesso non potevo spiegarle, e che mi rendevo conto di chiederle molto ma la pregavo di avere ancora un po‟ di pazienza. Poi per tre giorni non feci che andare da un cinema all‟altro vedendo film dalla mattina alla sera. Dopo aver visto tutti i film che si proiettavano a Tōkyō preparai lo zaino, prelevai tutti i soldi che avevo in banca, andai alla stazione di Shinjuku e salii sul primo rapido che trovai.
Non ricordo niente di dove e come viaggiai. Ricordo con chiarezza i paesaggi, i suoni, gli odori, ma ho cancellato dalla memoria i nomi dei luoghi. Anche l‟ordine dei miei spostamenti l‟ho dimenticato. Andavo da un paese all‟altro in treno o in autobus, o su un camion accanto al guidatore quando riuscivo a ottenere un passaggio, e appena trovavo un posto dove poter passare la notte, uno spiazzo, una stazione, un parco, il greto di un fiume, una spiaggia, stendevo il mio sacco a pelo e dormivo. Mi capitò di passare la notte accanto a un cimitero e di essere ospitato in un posto di polizia. Mi andava bene tutto, purché potessi dormire indisturbato e non essere di disturbo agli altri. Esausto per il tanto camminare, mi avvolgevo nel sacco a pelo, mandavo giù un po‟ di whisky da quattro soldi e mi addormentavo all‟istante. Nei posti ospitali la gente veniva a portarmi cibo e zampironi per difendermi dagli insetti, in quelli ostili chiamava la polizia e mi faceva cacciare dai parchi. Ero indifferente a tutto. Tutto quello che volevo erano dei posti sconosciuti dove potessi dormire in pace.
Quando finivo i soldi facevo qualche lavoro pesante per tre, quattro giorni e i soldi che guadagnavo mi bastavano per un po‟. Lavori del genere se ne trovavano dappertutto. Continuavo a spostarmi da una città all‟altra senza destinazione e senza scopo. Il mondo era grande, pieno di cose strane e persone ancora più strane. Una volta telefonai a Midori. Avevo una voglia terribile di sentire la sua voce.
“Di‟ un po‟, ma non lo sai che le lezioni sono cominciate da un pezzo?” disse Midori. “Ci sono un sacco di lavori da consegnare. Che hai intenzione di fare? Sono tre settimane che non ti fai vivo. Si può sapere dove sei e che cavolo stai facendo?”
“Scusami ma non posso tornare a Tōkyō. Non ancora.”
“È tutto quello che hai da dirmi?”
“Adesso non posso spiegarti. È troppo difficile. A ottobre...” Midori riagganciò senza lasciarmi finire.
Continuai il mio viaggio. Ogni tanto mi fermavo in qualche pensione economica dove facevo il bagno e la barba. Se mi guardavo nello specchio la mia faccia faceva spavento. La pelle secca per il sole, gli occhi infossati, le guance scavate segnate da tanti piccoli taglietti e lacerazioni che mi ero procurato senza accorgermene. Io stesso ci mettevo qualche istante per riconoscermi in quella strana creatura che sembrava appena emersa strisciando dal fondo di una tana buia.
In quel periodo mi trovavo lungo la costiera del San‟in, in quella parte della regione dove si trovano Tottori e la parte settentrionale di Hyōgo. Viaggiare lungo la costa era facile perché sulla spiaggia trovavo sempre qualche posto piacevole per dormire. Accendevo un fuoco con la legna che trovavo e ci arrostivo del pesce secco che compravo in qualche pescheria. Poi bevevo un po‟ di whisky e, con il suono del mare nelle orecchie, pensavo a Naoko. Che lei fosse morta, che non facesse più parte di questo mondo, era una cosa totalmente incomprensibile. Non riuscivo in nessun modo a capacitarmi che fosse vero. Anche se avevo sentito con le mie orecchie il rumore del coperchio che veniva inchiodato sulla sua bara, non riuscivo ad accettare l‟idea che Naoko fosse ritornata al nulla.
Il ricordo di lei era ancora troppo fresco. Lei che prendeva dolcemente il mio pene nella sua bocca, i capelli che le ricadevano sul mio grembo. Tutta la scena era ancora così chiara. E poi il suo calore, il suo respiro, il senso di vuoto al momento dell‟eiaculazione. Ricordavo tutto in modo così chiaro come se fosse successo non più di cinque minuti prima. Avevo l‟impressione che se avessi allungato la mano avrei potuto toccare il corpo di Naoko. Ma lei non c‟era. La sua carne non esisteva più in nessuna parte del mondo.
Nelle notti insonni ricordavo di lei tanti momenti diversi. Le immagini di Naoko che si affollavano nella mia mente erano troppe per poterle fermare, e da ogni piccolo spiraglio della memoria venivano fuori una dietro l‟altra inarrestabili.
La ricordavo con l‟impermeabile giallo in quella mattina di pioggia, che puliva le gabbie e trasportava la busta col mangime. Ricordavo la sensazione delle lacrime di Naoko che mi bagnavano la camicia davanti alla torta semicrollata la notte del suo compleanno. Sì, anche quella notte pioveva. E ancora lei che camminava accanto a me d‟inverno col suo cappotto di cammello. Aveva sempre il fermaglio nei capelli, quel fermaglio che non smetteva mai di toccare. I suoi occhi trasparenti che scrutavano sempre i miei. Lei seduta con le gambe sul divano nella sua camicia da notte azzurra, il mento appoggiato sulle ginocchia.
E tutte queste immagini si abbattevano su di me a raffiche, come ondate, trascinandomi in uno strano luogo dove io vivevo insieme ai morti. Lì Naoko era viva, poteva parlare con me e perfino abbracciarmi. Lì la morte non era l‟agente fatale che mette fine alla vita, ma solo uno dei suoi tanti elementi costituenti. Lì Naoko continuava a vivere, portando dentro di sé la morte. E mi diceva: “Non è niente, Watanabe. È solo la morte. Non devi preoccuparti”.
In quel posto io non sentivo nessuna tristezza. La morte era la morte e Naoko era Naoko. Qual è il problema? Io sono qui, mi diceva con un sorriso timido. Era un atteggiamento che mi aveva sempre intenerito, dato un senso di pace. E anch‟io pensavo: se la morte è questa, non è poi così orribile. “È vero,” diceva Naoko, la sua voce che risuonava attraverso le onde, “morire non è poi così drammatico. La morte è solo la morte. E poi qui tutto è così facile.”
A un certo punto però le onde si ritiravano e io mi ritrovavo sulla spiaggia da solo. Stremato, incapace di muovermi, avvolto da una tristezza che si confondeva col buio della notte. In quei momenti spesso piangevo, ma era come se il pianto scorresse indipendente dalla mia volontà, come scorre il sudore.
Quando era morto Kizuki avevo imparato una cosa, e con rassegnazione l‟avevo fatta mia, o almeno così credevo. La cosa era questa: “La morte non è qualcosa di opposto ma di intrinseco alla vita”.
Che questo fosse vero era fuori di dubbio. Nel momento stesso in cui viviamo, cresciamo in noi la morte. Ma questa era solo una parte della verità che dobbiamo imparare. Era stata la morte di Naoko a insegnarmelo. Per quanto uno possa raggiungere la verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c‟è verità, sincerità, forza, dolcezza che ci possa guarire da una sofferenza del genere. L‟unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all‟improvviso. Queste sono le cose che ogni notte andavo rimuginando nella mia solitudine, ascoltando il rumore del vento e delle onde. E intanto, lo zaino sulle spalle e i capelli pieni di sabbia, continuavo il mio cammino lungo la costa nel fresco dell‟autunno ancora all‟inizio, lasciandomi dietro non so quante bottiglie vuote di whisky, mangiando pane e bevendo acqua dalla mia borraccia, sempre in direzione ovest.
Una sera di vento forte ero raggomitolato nel sacco a pelo al riparo di una barca in rovina e piangevo, quando un giovane pescatore si avvicinò a me e mi offrì una sigaretta. La accettai e fumai per la prima volta da oltre dieci mesi. Perché piangi? mi chiese. Mia madre è morta, mentii quasi di riflesso. Spiegai che per superare il dolore mi ero messo in viaggio. Mostrò una compassione sincera e andò a casa sua a prendere una bottiglia di sake e due bicchieri.
Bevemmo insieme sulla spiaggia battuta dal vento. Anch‟io quando avevo sedici anni ho perso mia madre, disse il pescatore. Raccontò che sebbene fosse piuttosto fragile fisicamente aveva sempre sgobbato dalla mattina alla sera fino a consumarsi e a morire. Io lo ascoltavo soprappensiero bevendo il sake e partecipando ogni tanto con qualche esclamazione appropriata. Il suo racconto sembrava arrivare per me da un mondo terribilmente lontano. Ma cosa sta dicendo? pensai. E a un tratto fili assalito da una rabbia così insensata che avrei voluto mettergli le mani al collo e strozzarlo. Che me ne frega di tua madre? avrei voluto gridargli. Io ho perso Naoko! Quel suo corpo meraviglioso non esiste più, e tu mi vieni a parlare di tua madre!
Ma un attimo dopo la mia rabbia si era già dissolta. Chiusi gli occhi e continuai ad ascoltare senza troppa attenzione l‟interminabile racconto del pescatore. A un certo punto mi chiese se avevo già mangiato. Gli risposi di no, ma che nello zaino avevo pane, formaggio, pomodori e cioccolato. A mezzogiorno che hai mangiato? mi chiese. Pane, formaggio, pomodori e cioccolato, dovetti rispondere. Al che lui mi disse di aspettarlo e si allontanò in fretta. Lo chiamai per fermarlo, ma era già sparito nel buio senza neanche voltarsi.
Non potendo fare altro continuai a bere il sake. La spiaggia era disseminata di resti di fuochi d‟artificio e le onde si infrangevano contro la riva con fragore terribile. Un cane macilento si avvicinò agitando la coda e girò attorno al piccolo fuoco che avevo fatto, alla ricerca di qualcosa da mangiare, ma quando capì che non c‟era niente rinunciò e si allontanò.
Una mezz‟ora dopo il pescatore tornò con due scatole di sushi e un‟altra bottiglia di sake. Mangia questo, disse. E aggiunse: nella scatola di sotto ci sono noritnaki e inarizushi che si conservano bene fino a domani. Si versò del sake nel suo bicchiere e riempì anche il mio. Lo ringraziai e mangiai sushi per due. Poi ricominciammo a bere. Quando avemmo bevuto fino a non poterne più lui mi invitò ad andare a dormire a casa sua ma io gli dissi che preferivo dormire lì da solo, e lui non insisté. Quando stava per andarsene, tirò fuori dalla tasca una banconota da cinquemila yen piegata in quattro e me la ficcò nel taschino della camicia dicendo: con questi comprati qualcosa da mangiare di nutriente. Hai una faccia che sembri un malato. Io cercai di rifiutare dicendo che mi aveva già aiutato abbastanza e non potevo accettare anche dei soldi, ma lui non volle riprenderli. Che c‟entrano i soldi? disse lui. È solo un pensiero, quindi non farti tanti problemi e accettali. Fui costretto a prenderli e a ringraziare.
Dopo che il pescatore se ne fu andato, tutt‟a un tratto mi venne in mente la prima ragazza con cui avevo fatto l‟amore al terzo anno di liceo. È al pensiero di come mi ero comportato male con lei fui preso da un gelo allo stomaco. Mi resi conto di non essermi mai preoccupato di cosa lei potesse aver pensato, provato, sofferto. Non solo, ma fino a quel momento mi ero praticamente dimenticato di lei. Era stata sempre gentile con me, e io avevo dato per scontata questa sua gentilezza, senza la minima gratitudine. Chissà cosa starà facendo adesso? pensai. E chissà se mi ha perdonato?
Mi sentii talmente male che vomitai li accanto alla barca. Per il troppo bere mi doleva la testa, e in più mi sentivo in colpa per aver accettato soldi dal pescatore dopo avergli per giunta mentito. Mi chiesi se non cominciava a essere tempo di tornare a Tōkyō. Non potevo andare avanti così in eterno. Arrotolai il sacco a pelo, lo ficcai nello zaino, misi lo zaino sulle spalle, camminai fino alla stazione e lì chiesi all‟impiegato come dovevo fare per tornare a Tōkyō a quell‟ora. Guardò l‟orario dei treni e disse che se prendevo un treno notturno sarei arrivato a Osaka la mattina e da lì avrei potuto prendere lo Shinkansen per Tōkyō. Ringraziai e con i cinquemila yen che mi aveva regalato il pescatore comprai un biglietto per Tōkyō. Aspettando il treno comprai un giornale e guardai la data. Era il 2 ottobre 1970. Il mio viaggio era durato giusto un mese. Coraggio, torniamo alla realtà, mi dissi.
Quel mese di viaggio non era riuscito a risollevare il mio spirito né ad attutire il colpo che mi aveva dato la morte di Naoko. Tornai a Tōkyō più o meno nello stato in cui mi trovavo un mese prima. Non riuscii nemmeno a telefonare a Midori. Non sapevo neanche come cominciare il discorso con lei. Che avrei dovuto dirle? È tutto finito, adesso pensiamo a essere felici, era questo che dovevo dirle? Naturalmente non avrei mai potuto dire niente del genere, ma il fatto era che, comunque potessi metterla, in qualunque modo volessi girarla, la verità era una sola. Naoko era morta e Midori restava. Naoko era ridotta a un mucchietto di cenere bianca e Midori era una creatura viva e in carne e ossa.
Mi sentivo impuro in ogni parte del mio essere. Dopo essere tornato a Tōkyō mi chiusi in casa e passai alcuni giorni così da solo. La maggior parte dei miei ricordi era legata non ai vivi ma ai morti. Le stanze che avevo preso per Naoko avevano adesso tutte le tendine abbassate, i mobili coperti da una stoffa bianca e gli infissi sepolti sotto uno strato di polvere. Passavo lì dentro gran parte della giornata. Pensavo spesso a Kizuki. Ehi, Kizuki, finalmente sei riuscito a prenderti Naoko, gli dicevo. Mah, dopotutto lei era tua fin dall‟inizio e forse adesso è lì dove doveva essere. Però in questo mondo, in questo mondo imperfetto dei vivi, ho fatto tutto quello che potevo per lei. E mi sono sforzato di costruire una nuova vita per noi due. Ma basta adesso, Kizuki. Ti lascio Naoko. È te che lei ha scelto quando è andata a impiccarsi in quel bosco buio come era buia la sua confusione. Tanto tempo fa, Kizuki, tirasti una parte di me nel mondo dei morti. Adesso Naoko se ne è portata un‟altra. A volte ho l‟impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.
Il quarto giorno dopo il mio ritorno a Tōkyō ricevetti un espresso da Reiko. Quello che diceva era molto semplice. Sono molto preoccupata dal tuo silenzio. Per favore telefonami. Aspetterò ogni giorno alle nove del mattino e alle nove di sera a questo numero di telefono.
La sera stessa alle nove provai a chiamare quel numero. Reiko rispose subito.
“Tutto bene?” chiese.
“Così così,” risposi.
“Senti, pensavo di venire a trovarti, magari dopodomani. A te andrebbe bene?”
“Venire a trovarmi... vuoi dire qui a Tōkyō?”
“Sì. Vorrei fare una bella chiacchierata con te con calma.”
“Ma questo significa che te ne vai da lì?”
“Se non me ne andassi non potrei venirti a trovare,” disse. “Mi sembra ora ormai di uscire di qui. Ci sto da otto anni, sai? Se ci resto ancora un po‟ andrò a male.”
Rimasi per un attimo senza parole.
“Arriverò alla stazione di Tōkyō dopodomani con lo Shinkansen delle tre e venti. Potresti venire a prendermi alla stazione? La mia faccia te la ricordi ancora, no? O adesso che Naoko è morta hai perso ogni interesse per me?”
“Scherzi?” dissi. “Dopodomani sarò alla stazione di Tōkyō alle tre e venti.”
“Mi riconoscerai subito. Non ci sono molte signore di mezza età con la custodia della chitarra in mano.”
Infatti la riconobbi subito anche tra la folla della stazione di Tōkyō.
Portava una giacca di tweed di foggia maschile, pantaloni bianchi, scarpe da ginnastica rosse, i capelli tagliati come sempre cortissimi con qualche ciuffo più lungo che spuntava qui e là, un borsone marrone di pelle nella mano destra e nella sinistra la chitarra nella sua custodia nera. Quando mi vide le rughe sul suo viso si curvarono in un sorriso. E anch‟io nel vedere il viso di Reiko sorrisi istintivamente dopo tanto tempo. Presi il suo borsone e insieme andammo fino al binario della linea Cūō.
“Di‟, ma da quanto tempo hai questo aspetto così spaventoso? O forse è questa l‟ultima moda di Tōkyō?”
“È perché sono stato in viaggio. E non ho potuto mangiare bene,” spiegai. “Com‟era lo Shinkansen?”
“Pessimo. Per cominciare quei finestrini che non si aprono, poi pensavo durante il viaggio di comprare il bentō, e invece povera me che esperienza atroce!”
“Passano a vendere qualcosa, no?”
“Stai parlando di quegli orribili e carissimi sandwich? Perfino un cavallo morto di fame li rifiuterebbe. Io ero così affezionata a quei bentō con riso e pezzetti di dentice che si potevano comprare a Gotenba.”
“Se ti sentono ti prenderanno per un‟anziana signora.” “Benissimo, tanto io sono un‟anziana signora,” disse Reiko.
Fino a quando arrivammo a Kichijōji lei restò a guardare con stupore il paesaggio di Musashino che scorreva dietro il finestrino. “Dopo otto anni anche il paesaggio è cambiato?” chiesi.
“Tu non puoi capire quello che sto provando in questo momento, vero?” “No, forse no.”
“Ho una paura da impazzire. Che farei se rimanessi da sola qui?” disse Reiko. “Adoro usare l‟espressione „da impazzire‟. È così adatta a me.”
Ridendo le strinsi la mano. “Non devi preoccuparti, è tutto sotto controllo. E poi è con le tue forze che sei uscita.”
“Non è affatto con le mie forze,” disse Reiko. “Se sono riuscita a uscire di lì è solo grazie a Naoko e a te. Il pensiero di restare lì senza Naoko mi era intollerabile, ed era necessario che venissi a Tōkyō e che noi due potessimo parlare per una volta con calma. È perciò che sono uscita. Se non ci fossero state queste ragioni, forse avrei finito col passare lì tutto il resto della mia vita.”
Annuii e chiesi: “E adesso cosa hai intenzione di fare?” “Vado ad Asahikawa. Povera me. Asahikawa!” fece Reiko.
“Una mia amica dei tempi del Conservatorio ha aperto lì una scuola di musica e sono due tre anni che mi dice di andare ad aiutarla, ma io che temo il freddo avevo sempre rifiutato. D‟altra parte a una persona libera di scegliere non verrebbe neppure in mente di andare ad Asahikawa. Perché andare a seppellirsi in quella tomba in mezzo alla neve?”
“Ma non è affatto così male,” dissi ridendo. “Ci sono stato una volta. È una città carina. C‟è una bella atmosfera.”
“Davvero?‟; “Davvero. È meglio che stare a Tōkyō, vedrai.”
“Mah, tanto non ho nessun altro posto dove andare, e ho già spedito lì i miei bagagli,” disse. “Verrai a trovarmi qualche volta?”
“Certo che verrò. Ma ci devi andare subito? Resterai a Tōkyō per qualche giorno, vero?”
“Rimarrei volentieri qui due, tre giorni prima di ripartire. Ma pensi che potresti ospitarmi? Cercherei di non darti fastidio.”
“Figurati! Anzi, mi farebbe piacere. Io posso dormire con il sacco a pelo nello oshiire.”
“Mi fai sentire in colpa.”
“Assolutamente non devi. Vedrai quanto è grande.”
Reiko martellò leggermente un ritmo con le dita sulla custodia della chitarra che aveva tra le gambe.
“Forse prima di andare ad Asahikawa dovrò cercare di acclimatarmi. Non mi sono ancora riabituata al mondo esterno, è tutto così nuovo. Ci sono un sacco di cose che non capisco, e non ti nascondo che sono un po‟ tesa. Mi aiuterai un pochino? Sei l‟unica persona a cui possa chiederlo.”
“Se sono in grado farò tutto quello che posso,” le assicurai.
“È che non vorrei esserti di peso.”
“Di peso? Ma di che cosa stai parlando?”
Reiko mi guardò in viso, gli angoli delle sue labbra si incurvarono in un sorriso e per il momento non aggiunse altro.
Alla stazione di Kichijōji prendemmo l‟autobus fino a casa mia, e per tutto il tragitto non facemmo una gran conversazione. Solo qualche breve commento su come erano cambiate le strade di Tōkyō, qualche accenno ai suoi anni al Conservatorio e alla mia visita ad Asahikawa. Nessuno di noi due disse una parola su Naoko. Erano dieci mesi che non vedevo Reiko, ma camminare accanto a lei aveva un‟azione stranamente calmante sul mio spirito, mi era di conforto. Mi accorsi che avevo già provato la stessa sensazione in passato. Mi era successo quando passeggiavo con Naoko per le strade di Tōkyō. E proprio come ieri il legame tra me e Naoko era stato una persona morta, Kizuki, anche oggi il legame tra me e Reiko era una persona morta, Naoko questa volta. Nel pensare a questo, ammutolii di colpo. Per un po‟ Reiko continuò a parlare, poi quando si accorse che io non aprivo più bocca, rimase in silenzio anche lei, e nessuno di noi due disse più una parola fino a casa.
Era un pomeriggio nitido e luminoso di inizio autunno, come quello di quando, giusto un anno prima, ero andato a Kyōto a trovare Naoko. Le nuvole erano bianche e sottili come ossi, il cielo così alto da dare le vertigini. È proprio venuto l‟autunno, pensai. I suoi segnali erano sparsi dappertutto: il profumo dell‟aria, la tonalità della luce, i piccoli fiori che spuntavano tra l‟erba, la differente qualità di tutti i suoni. A ogni nuova stagione la distanza che mi separava dai morti aumentava. Kizuki aveva diciassette anni, Naoko ventuno. Per l‟eternità.
“Qui mi sento già più tranquilla,” disse Reiko guardandosi intorno appena scesa dall‟autobus.
“Ci credo, qui non c‟è niente,” dissi io.
Dal cancello sul retro entrammo in giardino e poi in casa. Mentre la mostravo a Reiko, lei faceva complimenti su tutto.
“Ti sei piazzato proprio bene,” disse. “Non mi dire che hai fatto tutto tu, anche questi scaffali e questo scrittoio?”
“Sì, li ho fatti io,” risposi mentre bollivo l‟acqua per il tè.
“Sai che sei proprio bravo? È anche la casa è pulita.”
“È l‟influenza di Sturmtruppen. Mi ha trasmesso il suo amore per la pulizia. Con grande gioia dei miei padroni di casa, che dicono che gliela tengo benissimo.”
“Ah, a proposito. Vado un attimo a salutarli,” disse Reiko. “Stanno nella casa grande oltre il giardino?”
“A salutarli? A salutare i padroni di casa?”
“Certo. Che pensi che diranno a vedere questa signora di mezz‟età che si piazza a casa tua all‟improvviso e suona la chitarra? Meglio sistemare subito la cosa. Ho portato apposta una scatola di dolci.” “Come sei previdente,” dissi ammirato.
“È l‟età, mio caro. Dirò che sono tua zia, da parte di madre facciamo, venuta da Kyōto, quindi stai attento a non smentirmi. Beh, in questi casi la differenza di età rende le cose più facili. Nessuno si fa idee strane.” Reiko tirò fuori la scatola di dolci dal borsone e andò alla casa grande. Nel frattempo io mi sedetti sulla veranda a bere una tazza di tè e a giocare con la gatta. Reiko tornò solo dopo una ventina di minuti. Aprì il borsone, tirò fuori una scatola di senbei e disse: “Questi invece sono per te”.
“Ma di che cosa avete parlato per venti minuti?” chiesi sgranocchiando i senbei.
“Di te, naturalmente,” rispose Reiko sollevando la gatta e avvicinandone il musetto al proprio viso. “Ti stimano, sai? Un ragazzo serio e studioso, hanno detto.” “Sicuro che parlavano di me?”
“E di chi se no?” rise. Poi, vedendo la mia chitarra la prese in mano, la accordò e si mise a suonare Desafinado di Antonio Carlos Jobim. Era tanto che non sentivo Reiko suonare, ma come sempre la sua musica mi arrivò dritta al cuore.
“Stai facendo esercizi di chitarra?” mi chiese.
“È una chitarra che ho trovato buttata lì nel deposito e che il padrone di casa mi ha prestato. Ogni tanto provo a suonarla.”
“Più tardi magari ti do una lezione. Gratis naturalmente,” disse Reiko posando la chitarra, poi si tolse la giacca di tweed e appoggiò la schiena a un pilastro della veranda. Sotto aveva una camicia a quadri di Madras a mezze maniche.
“Carina questa camicia, vero?” disse Reiko.
“Molto,” dissi. Infatti era una camicia davvero elegante, particolare.
“È di Naoko,” disse. “Sai? Avevamo praticamente la stessa taglia. Soprattutto quando è arrivata, poi era un po‟ ingrassata ed era salita di taglia, comunque più o meno era la stessa. Di camicie, pantaloni, scarpe, cappelli. L‟unica cosa che non avremmo potuto scambiarci erano i reggiseni, dato che io come seno sono quasi a zero. Per il resto ci scambiavamo tutto. Era come se tutto quello che avevamo fosse in comune.”
Nel sentire questo guardai il corpo di Reiko. Era vero, avevano più o meno le stesse dimensioni. Anche se Reiko dava la sensazione di essere più minuta di Naoko, forse anche per la forma del viso e per quei polsi così sottili, aveva una struttura fisica più robusta di quanto apparisse a prima vista.
“Anche i pantaloni e la giacca. È tutta roba di Naoko. Ti da fastidio vedermi indossare le sue cose?”
“Assolutamente no. Anzi, penso che Naoko sarebbe stata felice che qualcuno le portasse. E tu in particolare.”
“Sai una cosa strana?” disse Reiko. “Naoko non ha scritto nessuna lettera, niente, ma solo sui vestiti ha lasciato scritta una cosa. L‟abbiamo trovata sullo scrittoio. Diceva: „Date i miei vestiti a Reiko‟. Che strana ragazza. Chissà com‟è che poco prima di togliersi la vita è andata a preoccuparsi dei vestiti, una cosa così poco importante, con
tutte le cose che forse avrebbe avuto da dire alle persone.”
“Forse non aveva niente da dire.”
Mentre fumava per un po‟ Reiko sembrò sprofondare nei suoi pensieri.
Poi disse: “Penso che vorrai sentire tutto sin dall‟inizio, no?”
“Sì, voglio sapere tutto.”
“Il parere dei medici in base ai risultati degli esami all‟ospedale era che le condizioni di Naoko erano per il momento sotto controllo ma che restava la necessità di sottoporla a una terapia seria in considerazione del futuro. Fu deciso quindi di trasferirla in quella clinica di Osaka per un lungo periodo di degenza. Tutto questo credo di avertelo già scritto in quella lettera che ti ho mandato verso il 10 agosto, giusto?”
“Sì, ricordo benissimo.”
“Il 24 mi arriva una telefonata della madre che mi dice: „Naoko vorrebbe venire a trovarti. Per te va bene?‟ Dice che vuol fare lei stessa i bagagli e chiacchierare con me con calma visto che poi non ci vedremo per tanto tempo. „Potrebbe restare a dormire lì una notte?‟ „Se è per me con gran piacere,‟ dissi io. Anch‟io avevo tanta voglia di vedere Naoko e di parlare con lei. Così il giorno dopo, era il 25 di agosto, madre e figlia presero un taxi e arrivarono lì. Tutt‟e tre insieme facemmo i bagagli, chiacchierando di questo e quello. Verso sera Naoko disse alla madre che poteva tornarsene a casa tranquilla, che lei non aveva bisogno di niente. Così la madre fece venire un taxi e se ne andò. Naoko sembrava stare molto bene, e quella volta sia sua madre sia io eravamo tranquille. In realtà fino ad allora io ero stata preoccupatissima. Temevo di trovarla terribilmente depressa, dimagrita e sciupata. Sapevo bene che quegli esami d‟ospedale e relative terapie potevano essere esperienze piuttosto logoranti, quindi mi chiedevo con una certa apprensione come sarebbe andata. Ma appena la vidi fui subito rassicurata. Il viso aveva un aspetto molto più sano di quanto immaginassi, rideva e faceva battute, anche il suo modo di parlare era molto migliorato. Era stata perfino dal parrucchiere ed era orgogliosa della sua nuova pettinatura. Quindi anch‟io pensai che la madre poteva tornarsene tranquillamente a casa. „Reiko,‟ mi disse, „questa della clinica è un‟occasione che voglio sfruttare per guarire davvero una volta e per sempre.‟
„Sì, vedrai che andrà bene,‟ dissi. Poi andammo a fare una passeggiata e parlammo di tante cose. Discutemmo anche di cosa avremmo fatto dopo, e a questo proposito lei disse: „Mi piacerebbe se, una volta uscite di qui, potessimo andare a vivere tutt‟e due insieme‟.”
“Tu e lei?”
“Sì, noi due,” disse Reiko stringendosi un po‟ nelle spalle. “Allora io le dissi: „Io non avrei problemi, ma cosà dirà Watanabe?‟ Al che lei fa: „Con lui chiarirò tutto io‟. Solo questo. Poi parlammo di dove avremmo potuto vivere, di cosa avremmo potuto fare. Dopo un po‟ andammo alle gabbie a vedere gli animali.”
Tirai fuori una birra dal frigo e mi misi a bere. Reiko si accese un‟altra sigaretta. La gatta dormiva ancora sul suo grembo.
“Lei aveva già deciso tutto dall‟inizio. Perciò era così allegra, in forma e sorridente. Forse una volta presa la decisione si era sentita finalmente rilassata. Poi finì di mettere ordine fra le sue cose, e quelle che non servivano più le bruciò in un inceneritore in giardino. Il taccuino che usava come diario, le lettere, tutte queste cose. Anche le tue lettere. Questo mi sembrò strano, perciò le chiesi: „Perché bruci anche quelle?‟ Le aveva sempre conservate con tanta cura, e le rileggeva di continuo. „Mi voglio liberare di tutto quello che è stato finora e ricominciare una nuova vita,‟ mi rispose. Io le credetti e mi tranquillizzai. Che poi dal suo punto di vista il ragionamento non faceva una grinza. E pensai: „Purché possa stare bene sul serio e riesca a essere felice...‟ Se tu sapessi quanto era carina quel giorno! Avrei tanto voluto che potessi vederla.
“Come sempre cenammo alla mensa e facemmo il bagno, poi stappammo una bottiglia di vino buono che avevo messo da parte, lo bevemmo e io suonai la chitarra. Come al solito, i Beatles. Le sue canzoni preferite: Norwegian Wood, Michelle eccetera. Eravamo tutt‟e due di ottimo umore quando, dopo esserci spogliate, spegnemmo la luce e ci mettemmo a letto. Era una notte molto calda e anche con tutta la finestra aperta non entrava un filo di vento. Fuori era tanto buio che la notte sembrava pitturata di nero, e il ronzio degli insetti si sentiva fortissimo. Nella stanza il profumo della vegetazione estiva era così intenso da stordire. Poi all‟improvviso Naoko cominciò a parlare di te. Di quella volta che avevate fatto l‟amore. In modo molto particolareggiato. Raccontò come la spogliasti, come toccasti il suo corpo, come lei si ritrovò bagnata, come tu entrasti in lei, di quanto era stato bello, insomma descrisse tutto per filo e per segno. Allora io le chiesi: „Come mai mi racconti questo proprio adesso?‟ Fino a quel momento non aveva mai parlato di sesso in modo così esplicito. Naturalmente lì da noi si parlava francamente delle cose di sesso, è un fatto terapeutico. Lei però non era mai entrata nei dettagli, si vergognava. Quindi io ero molto stupita di sentirla tutt‟a un tratto parlare di queste cose senza il minimo freno.
“Avevo voglia di parlarne, tutto qui,” rispose Naoko. “Ma se non ti va smetto.”
“No, se ti va di parlarne, parla liberamente. Ti ascolto,” la rassicurai.
“Quando lui è entrato è stato talmente doloroso che non sapevo che fare,” disse Naoko. “Era la prima volta per me. Siccome ero bagnata, per entrare è entrato subito, però faceva un male tale che non capivo più niente. Era entrato tanto in profondità che io pensai che ormai fosse finito lì, ma a quel punto mi ha sollevato un po‟ le gambe ed è entrato ancora più in fondo. Allora io mi sono completamente ghiacciata, come se mi avessero immerso in acqua gelata. Avevo mani e gambe fredde e paralizzate. E adesso che mi succede? pensai. Sto per morire? Se era così non me ne importava. Ma lui capì che stavo soffrendo, e rimase dentro di me senza più muoversi, mentre mi stringeva dolcemente e mi baciava i capelli, il collo, i seni, molto a lungo. Così gradualmente il mio corpo ha ripreso calore. Allora lui ha ripreso a muoversi piano piano e... Reiko, è stato fantastico. Una sensazione come se mi si dovesse liquefare il cervello. Al punto che avrei voluto passare tutta la vita così, con lui che mi teneva stretta in quel modo. In quel momento l‟ho pensato davvero.”
“Ma se è stato così bello non sarebbe meglio stare con Watanabe e farlo tutti i giorni?” le chiesi io.
“No, Reiko, è impossibile,” disse Naoko. “Lo so bene. È accaduto una volta ed è finito. Non si ripeterà più. È una di quelle cose che succedono una volta nella vita. Non ho mai sentito niente prima di quella volta, e mai più dopo. Non ho mai avuto voglia di farlo e non mi è mai più successo di essere bagnata lì.”
“Naturalmente io le ho fatto una bella spiegazione, le ho detto che sono cose che possono succedere benissimo da giovani, e che si risolvono da sole col passare degli anni. E specialmente se era già andata bene una volta, non c‟era niente di cui preoccuparsi. Le dissi che anch‟io, appena sposata, avevo mille angosce perché da quel punto di vista sembrava un disastro e invece...
“Naoko allora fa: „Non è il mio caso. Io non sono preoccupata di niente. È solo che non voglio che nessuno entri mai più dentro di me. Non voglio che nessuno mi possa più sconvolgere in quel modo‟.”
Io finii la mia birra, Reiko la sua seconda sigaretta. Il gatto si stirò sulle sue ginocchia, poi cambiò posizione e si rimise a dormire. Reiko esitò un attimo ma poi si accese la terza sigaretta e riprese a parlare.
“A quel punto Naoko scoppiò a piangere. Io mi sedetti sul suo letto e le carezzai la testa dicendo: „Su, su, stai tranquilla. D‟ora in poi vedrai che tutto andrà bene. Una ragazza giovane e bella come te non può non trovare la felicità insieme a un ragazzo‟. Naoko era tutta bagnata, non capivo quanto di lacrime e quanto di sudore - faceva talmente caldo quella notte - che dovetti prendere un asciugamano e asciugarle il viso e tutto il corpo. Aveva perfino le mutandine bagnate tanto che gliele feci togliere. Ehi, non pensare niente di strano. Noi eravamo abituate a fare anche il bagno insieme, per me lei era come una sorella più piccola.” “Reiko, lo so bene,” dissi.
“„Ti prego, tienimi stretta,‟ mi chiese. „Naoko, non posso abbracciarti, è troppo caldo,‟ dissi, ma lei insisté: „Ti prego, stasera è l‟ultima volta,‟ così la abbracciai. Quando si fu calmata le asciugai di nuovo il sudore, le feci mettere una camicia da notte e le restai vicino aspettando che prendesse sonno. Dopo un poco dormiva profondamente. O forse faceva finta, chissà. Comunque fosse, il suo viso era così bello. Il viso di una ragazzina di tredici o quattordici anni che non ha mai sofferto una volta nella sua vita. Dopo averle visto quell‟espressione anch‟io mi addormentai, finalmente tranquilla.
“Quando mi sono svegliata alle sei lei non c‟era. Aveva lasciato lì la camicia da notte, mentre mancavano i suoi vestiti, le scarpe da ginnastica e la torcia elettrica che stava sempre sul comodino. Ebbi subito un brutto presentimento. Se mancava la torcia voleva dire che era uscita quando era ancora buio. Per ogni eventualità provai a guardare sullo scrittoio e ci trovai quel biglietto: „Date i vestiti a Reiko‟. Allora corsi ad avvertire gli altri e ci dividemmo per cercare Naoko. Cominciammo subito a setacciare tutta la zona dagli edifici fino ai boschi circostanti. Ci mettemmo cinque ore per trovarla. Aveva pensato a tutto, si era portata dietro perfino la corda.” Reiko tirò un sospiro e accarezzò la testa del gatto.
“Vuoi un po‟ di tè?” chiesi.
“Grazie,” disse.
Andai dentro a preparare il tè e lo portai sulla veranda. Era quasi il tramonto, la luce del sole si era fatta molto più fioca e le ombre degli alberi si erano allungate fino ai nostri piedi. Mentre bevevo il tè guardavo il giardino dove fiorivano nel più completo disordine kerria, azalee e nandine.
“Dopo un po‟ arrivò l‟autoambulanza a prendere Naoko, e la polizia mi fece diverse domande. Ma si capiva che era più che altro una formalità. Una volta trovato un pezzo di carta che equivaleva a una dichiarazione di suicidio, il caso era chiuso. Per loro che un paziente di una clinica psichiatrica si suicidi è nell‟ordine naturale delle cose. Quindi le domande furono solo quelle di rito. Quando la polizia se ne andò ti mandai subito il telegramma.”
“Che funerale triste è stato,” dissi. “In quel silenzio di gelo, con così poche persone. I suoi familiari che si preoccupavano solo di come fossi venuto a sapere della morte di Naoko. Probabilmente non volevano che si spargesse la voce del suicidio. A saperlo avrei fatto meglio a non andarci. Mi ha gettato in una depressione terribile, ed è stato perciò che sono partito subito per quel viaggio.”
“Che ne dici di fare due passi?” chiese Reiko.”Andiamo a comprare
qualcosa per cena. Comincio ad avere un po‟ di fame.”
“Ottima idea, ma cosa vuoi mangiare?”
“Sukiyaki,” disse. “Sai quanti anni sono che non lo mangio? Lì non avevamo l‟attrezzatura per farlo. Me lo sogno perfino la notte. Con carne, porri, vermicelli di konnyaku, tōfu e foglie di crisantemo che bollono gorgogliando...”
“Magari, ma c‟è un problema: non ho la pentola per il sukiyaki”
“Lascia fare a me. Me la farò prestare dai padroni di casa.” Reiko andò senza indugio e tornò con una magnifica pentola per sukiyaki, fornellino a gas e tubo di gomma. “Che te ne pare? Roba seria, no?” “Caspita,” dissi impressionato.
In una stradina commerciale nei paraggi comprammo la carne, le uova, le verdure e il tōfu, e in un negozio di alcolici un discreto vino bianco. Cercai di pagare ma Reiko non volle saperne.
“Una zia che si fa pagare la spesa dal nipote diventa lo zimbello di tutti i parenti,” disse. “E poi il denaro non mi manca, perciò stai tranquillo. Non mi sarei arrischiata fuori nel mondo senza una lira.”
Tornati a casa per prima cosa Reiko lavò e mise a cuocere il riso mentre io disponevo sulla veranda il tubo di gomma e tutto l‟armamentario per il sukiyaki. Finiti i preparativi e in attesa che fosse pronto il riso, Reiko tirò fuori la sua chitarra dalla custodia, venne a sedersi lì fuori dove cominciava a far scuro, e si mise a suonare una fuga di Bach, ma piano piano, come per verificare le condizioni dello strumento. Mutava volutamente lo stile a seconda dei punti, suonando in modo più lento o più veloce, più asciutto o più sentimentale, in una variazione di suoni che l‟orecchio accoglieva quasi con gratitudine. Quando suonava, Reiko sembrava una ragazza di diciassette anni davanti a un vestito che la fa impazzire. Aveva gli occhi che le brillavano e le labbra serrate, sfiorate ogni tanto dall‟ombra di un sorriso. Finito di suonare, appoggiò la schiena al pilastro e guardò il cielo soprappensiero. “Posso parlare?” chiesi.
“Certo. Stavo solo pensando alla fame che ho,” disse Reiko. “Non andrai a trovare tuo marito e tua figlia? Sono a Tōkyō, mi pare.” “A Yokohama. No, non ci andrò. Te l‟ho già detto, credo, ma per loro è meglio non avere a che fare con me. Loro hanno una nuova vita e rivedermi gli complicherebbe le cose. La cosa migliore è non incontrarli.”
Reiko accartocciò e buttò via il pacchetto di Seven Stars vuoto, ne prese uno nuovo dal borsone e si mise in bocca una sigaretta, ma senza accenderla.
“Io ormai sono una persona finita. Quella che tu vedi adesso è solo il pallido ricordo di quella che ero. Tutto ciò che io avevo di più prezioso dentro di me è morto molto tempo fa, e io agisco seguendo i ricordi.” “Potrai essere pure un pallido ricordo di te stessa o tutto quello che vuoi, ma a me tu piaci tanto come sei ora, Reiko. E poi, a te magari non te ne fregherà niente, ma voglio dirti quanto sono felice che sia tu a portare i vestiti di Naoko.”
Reiko sorrise mentre si accendeva la sigaretta. “Per la tua età devo dire che sai cosa dire per far felice una donna.”
Arrossii un po‟. “Ho solo detto sinceramente quello che penso.” “Lo so,” disse lei sorridendo di nuovo.
Poco dopo il riso era pronto così io misi l‟olio sul fondo della pentola prima di mettere i vari ingredienti del sukiyaki.
“Non starò sognando, vero?” disse Reiko annusando l‟odore che cominciava a diffondersi.
“Ti assicuro che è un sukiyaki reale al cento per cento. Fidati,” dissi.
Poi senza quasi più parlare continuammo a mettere gli ingredienti nella pentola, mangiandoli man mano che si cuocevano e bevendoci sopra la birra. Colomba arrivò richiamata dall‟odore e le demmo qualche pezzetto di carne. Quando fummo pieni ci appoggiamo ai pilastri della veranda a guardare la luna.
“Sei soddisfatta?” chiesi.
“Molto. Non ho nessun reclamo,” disse Reiko, e miniando una smorfia di sofferenza aggiunse: “Anzi, non ho mai mangiato tanto in vita mia”.
“Adesso cosa vuoi fare?”
“Riposarmi un attimo e poi andare al bagno pubblico. Devo assolutamente lavarmi i capelli.”
“Va bene, ce n‟è uno proprio a due passi,” dissi.
“A proposito, non vorrei essere indiscreta, ma poi ci sei andato a letto con quella Midori?”
“Se abbiamo fatto l‟amore? No. Avevo deciso che volevo prima chiarire un po‟ di cose dentro di me.”
“Ma nel frattempo forse te le sarai chiarite, o no?”
Scossi la testa perplesso. “Vuoi dire che i dubbi che avevo dovrebbero essere superati con la morte di Naoko?”
“No, non mi sono spiegata. Tu avevi già deciso, prima della morte di Naoko, che comunque non ti saresti separato da Midori. Questo non sarebbe cambiato né se lei fosse vissuta, né con lei morta. Tu hai scelto Midori, e Naoko ha scelto di morire. Ormai sei adulto e devi assumerti le responsabilità delle tue scelte, e guai a te se non lo fai.”
“Ma non riesco a dimenticare,” dissi. “Avevo giurato a Naoko che l‟avrei aspettata. Invece non ci sono riuscito. Proprio all‟ultimo sono venuto meno. Il problema non è di chi è e di chi non è la colpa, ma un problema c‟è e riguarda me. Probabilmente anche se io non fossi venuto meno a mezza strada i risultati sarebbero stati gli stessi. Forse lei sarebbe morta lo stesso. Ma anche così, è una cosa che non riesco a perdonarmi. Tu dici che i sentimenti sono una cosa naturale, a cui non si può comandare, ma il rapporto tra me e Naoko non era così semplice. Il nostro legame era sulla linea di confine tra la vita e la morte.”
“Se tu provi del dolore per la morte di Naoko, continua a portarlo con te per il resto della tua vita. E se da questo dolore potrai imparare qualcosa, imparala. Però, indipendentemente da questo, sii felice con Midori. Il tuo dolore non ha niente a che vedere con lei. Se la ferisci più di quanto avrai già fatto finora, il danno poi sarà irrimediabile. Perciò, anche se non è facile, cerca di diventare più forte. Sii più maturo, più adulto. È per dirti questo che ho lasciato quel posto e sono venuta fin qui su quel treno che sembra una cassa da morto.”
“Capisco bene quello che dici,” dissi. “Ma non sono ancora preparato. Però, che funerale squallido è stato! Nessuno dovrebbe morire così.”
Reiko allungò la mano e mi accarezzò la testa. “Ma è così che la gente muore. Toccherà anche a noi due.”
*
Camminando lungo il fiume, dopo cinque minuti fummo al bagno pubblico, e quando un po‟ più tardi ritornammo a casa ci sentivamo tutti e due rinfrancati. Stappammo il vino e cominciammo a berlo sulla veranda.
“Watanabe, puoi portare un altro bicchiere?”
“Certo, ma per che cosa?”
“Noi due adesso faremo a Naoko un funerale come si deve,” disse Reiko. “Né squallido né triste.”
Portai il bicchiere a Reiko che lo riempì fino all‟orlo e lo posò su una lanterna di pietra del giardino. Poi si sedette sulla veranda, prese la chitarra che era appoggiata a un pilastro e si mise a fumare.
“Avresti anche dei fiammiferi? Possibilmente di quelli grossi.”
Andai a prendere una scatola di fiammiferi da cucina e poi mi misi a sedere accanto a lei.
“Puoi mettere lì in fila i fiammiferi, uno per ogni canzone che suono? Da questo momento suonerò fino a che non cadrò esausta.”
Iniziò con Dear Heart di Henry Mancini, che suonò con grande grazia e delicatezza. “L‟hai regalato tu a Naoko questo disco, vero?”
“Sì, per il Natale di due anni fa. Lei amava questa canzone.”
“Anche a me piace tanto. È bella e poi è così dolce,” e così dicendo Reiko riaccennò un pezzetto della melodia di Dear Heart e poi bevve un po‟ di vino. “Che dici? Quanti pezzi riuscirò a suonare prima di essere completamente ubriaca? Non è affatto triste questo funerale, vero?”
Poi Reiko passò ai Beatles suonando, una dietro l‟altra, Norwegian Wood, Yesterday, Michelle, Something, Here comes the Sun (che cantò anche) e The Fool on the Hill. Allineai sette fiammiferi.

Fanno già sette,” disse Reiko, sorseggiando il vino e fumando una sigaretta. “Questi tizi sì che capivano tutta la tristezza e la dolcezza di vivere.”
“Questi tizi” naturalmente voleva dire John Lennon, Paul McCartney e George Harrison.
Con un sospiro Reiko spense la sigaretta, prese di nuovo in mano la chitarra e riattaccò con Penny Lane seguita da Blackbird, seguita da Julia e poi da When I’m Sixty-Four, Nowhere Man, And I Love Her e Hey Jude.
“Con queste quanto fanno?” “Quattordici,” dissi.
Reiko tirò un sonoro sospiro. “Non ne puoi suonare una tu?”
“Non so suonare.”
“Non importa. Anche se non sai suonare.”
Presi la mia chitarra e faticosamente riuscii a strimpellare Up on the Roof. Reiko nel frattempo si riposava fumando e bevendo il vino. Quando finii mi applaudì con calore.
Poi suonò, con grande finezza, Pavane pour une infante defunte di Ravel e Claire de lune di Debussy nell‟adattamento per chitarra. “Questi due brani li ho imparati dopo la morte di Naoko,” disse. “Fino all‟ultimo i suoi gusti musicali non sono riusciti a staccarsi da un certo sentimentalismo.”
Poi eseguì alcuni pezzi di Bacharach. Close to You, Raindrops Keep Falling on My Head, Walk On Bye Wedding Bell Blues.
“Siamo a quota venti,” annunciai.
“Sono un juke-box umano,” disse Reiko contenta. “Se mi vedessero i miei professori del Conservatorio, gli verrebbe un colpo.”
Interrompendo ogni tanto per bere un sorso di vino o dare una boccata alla sigaretta, continuò dando fondo al suo repertorio. Suonò una decina di brani di bossa nova, alcuni pezzi di Rodgers and Hart e Gershwin, per poi spaziare da Bob Dylan a Ray Charles, da Carole King ai Beach Boys a Stevie Wonder, al giapponese Ue wo muite arukô per arrivare a Blue Velvet e Green Fields. A volte chiudendo gli occhi e seguendo il ritmo con la testa, a volte canticchiando insieme alla melodia.
Quando finimmo il vino attaccammo col whisky. Svuotai il bicchiere nel giardino sulla lanterna di pietra, e versai il whisky anche lì. “A che numero siamo arrivati?” “A quarantotto,” dissi.
Poi suonò Eleanor Rigby, e con quello facevano quarantanove. Come cinquantesimo brano Reiko volle ripetere Norwegian Wood. Finito questo si fermò e bevve un sorso di whisky. “Dici che basta?” chiese.
“Basta,” dissi. “È un bel numero.”
“Adesso, Watanabe, puoi cancellare per sempre dalla tua mente quello squallido funerale‟ disse Reiko guardandomi dritto negli occhi. “Ricordati questo. È stato bello, vero?” Feci sì con la testa.
“L‟ultimo. Omaggio della casa,” disse Reiko. E come cinquantunesimo e ultimo brano eseguì la sua classica fuga di Bach.
“Di‟, Watanabe, ti andrebbe?” disse Reiko a voce bassa dopo aver finito di suonare.
“È strano,” dissi. “Stavo pensando anch‟io la stessa cosa.”
Appena fummo nella mia stanza, con le tende chiuse, io e Reiko ci abbracciammo come se fosse la cosa più naturale del mondo e i nostri corpi si cercarono. Io le tolsi la camicia, le sfilai i pantaloni e le mutande.
“Nella mia vita mi è successo di tutto ma non mi sarei mai immaginata di farmi togliere le mutande da un ragazzo più giovane di me di quasi vent‟anni”, disse Reiko.
“Preferisci togliertele da sola?” chiesi.
“No, fai tu,” disse. “Ma non rimanere male per tutte le mie rughe.”
“Mi piacciono le tue rughe.”
“Mi metto a piangere,” disse Reiko sottovoce.
La sfiorai con le labbra dappertutto, leccandola proprio dove la pelle era più sciupata. Misi le mani sui suoi piccoli seni, morsi con dolcezza i capezzoli, toccai con un dito la sua vagina calda e umida e poi cominciai a muoverlo piano.
“Ehi, Watanabe,” mi disse all‟orecchio. “Hai sbagliato posto. Quella è una ruga.”
In un momento così ti va solo di scherzare?” chiesi un po‟ ferito. “Scusami,” disse Reiko. “È che ho paura. È così tanto tempo che non lo faccio. Mi sento come una diciassettenne che è andata a trovare un ragazzo nella stanza del collegio e che si ritrova stesa nuda sul letto.” “Anch‟io mi sento come uno che sta abusando di una diciassettenne.”
Infilai il dito nella sua “ruga”, la baciai dalla nuca all‟orecchio, le afferrai i capezzoli tra le dita. Poi, quando il suo respiro si fece più affannoso e la sua gola cominciò a tremare, allargai le sue gambe sottili e lentamente penetrai in lei.
“Senti, posso stare tranquilla che non mi metterai incinta?” chiese Reiko, di nuovo abbassando la voce. “Morirei di vergogna a rimanere incinta alla mia età.”
“Stai tranquilla, rilassati,” le dissi.
Quando fui dentro di lei fino in fondo, il suo corpo si agitò e la sentii sospirare. Carezzandole dolcemente la schiena come per massaggiarla, avevo cominciato a muovermi dentro di lei, quando a un tratto, senza il minimo preavviso, venni. Fu un‟eiaculazione improvvisa, irrefrenabile. Il mio corpo attaccato al suo, sentivo che il mio seme continuava a scorrere al centro del suo calore.
“Scusami, non sono riuscito a trattenermi,” dissi.
“Ma a che vai a pensare, sciocchino?” disse Reiko dandomi uno schiaffetto sul sedere. “Ti preoccupi di queste cose quando fai l‟amore con le ragazze?” “Beh, di solitosi.”
“Con me non è necessario. Dimentica. Vieni come e quando vuoi. Di‟, è stato bello?”
“Moltissimo. Perciò non sono riuscito a trattenermi.”
“Ma non devi trattenerti. Va bene così. Per me è stato bellissimo.”
“Reiko...”
“Sì?”
“Tu devi innamorarti e stare con qualcuno. Una donna meravigliosa come te non può restare da sola.”
“Dici? Ci penserò,” disse Reiko. “Ma la gente si innamora in un posto come Asahikawa?”
Dopo un po‟ il mio pene era di nuovo duro e tornai a penetrarla. La sentivo trattenere il respiro e inarcare il suo corpo sotto di me. Mentre, tenendola stretta, muovevo il mio sesso nel suo, ci mettemmo a parlare. Parlare mentre ero dentro di lei era una sensazione nuova e meravigliosa. Quando dissi una battuta e lei rise sentii la vibrazione del suo riso trasmettersi al mio pene. Restammo stretti così per un tempo interminabile.
“È bellissimo stare così,” disse Reiko.
“Anche muoversi non è male,” dissi. “Prova.”
Sollevandola per le natiche spinsi ancora più a fondo e cominciai a far ruotare il suo corpo, godendo di quella sensazione sempre di più sempre di più, poi finalmente venni.
In tutto quella notte lo facemmo quattro volte. Dopo la quarta Reiko chiuse gli occhi e, tutta tremante, seppellì il viso nell‟incavo del mio braccio e sospirò profondamente.
“Questo mi può bastare per il resto della mia vita,” disse Reiko. “Ti prego dimmelo anche tu, che con quello che abbiamo fatto stanotte
posso stare in pace per il resto della mia vita.”
“Non posso dirtelo. In queste cose non si può mai sapere.”
*
Consigliai a Reiko di prendere l‟aereo, che sarebbe stato più comodo e veloce, ma lei insisté per andare in treno.
“Perché vuoi farmi volare quando a me piace tanto prendere il traghetto Aomori-Hakodate?” disse.
Rassegnato, la accompagnai alla stazione di Ueno. Ci sedemmo su una panchina accanto al binario, lei con la sua chitarra nella custodia, io con il suo borsone, ad aspettare il treno. Lei aveva la stessa giacca di tweed e i pantaloni bianchi che portava quando era arrivata a Tōkyō.
“Credi davvero che Asahikawa non sia tanto male?” chiese Reiko.
“È un ottimo posto,” dissi. “Verrò a trovarti presto.”
“Sul serio?”
Annuii. “Ti scriverò.”
“Mi piacciono tanto le tue lettere. Peccato che Naoko le abbia bruciate tutte. Erano così belle.”
Tanto, le lettere sono solo lettere,” dissi. “Che tu le bruci o le conservi, quello che deve rimanere rimane e quello che si deve perdere si perde.” “Va bene va bene. Ma senti, se devo essere sincera sto morendo di paura, ad andare da sola ad Asahikawa. Perciò tu scrivi, mi raccomando. Se leggo le tue lettere è come averti sempre accanto.” “Allora te ne scriverò tante. Ma stai tranquilla. Una persona come te se la caverà bene dappertutto.”
“Ho l‟impressione che mi sia rimasto dentro qualcosa. Sarà solo impressione?”
“Dicevi che a te della vita restavano solo i ricordi. Saranno quelli,” dissi ridendo. Anche lei rise.
“Non mi dimenticare, eh!” disse.
“No che non ti dimenticherò. Mai,” le assicurai.
“Potrebbe anche succedere che non dovessimo rivederci più. Ma sappi che tu e Naoko sarete sempre dentro di me.”
Guardai Reiko negli occhi. Stava piangendo. Impulsivamente, la baciai sulla bocca. Le persone che passavano ci guardarono con aria strana, ma io non me ne accorgevo neanche. Eravamo vivi, e l‟unica cosa a cui dovevamo pensare era continuare a vivere.
“Sii felice,” mi disse Reiko al momento di salutarci. “Da parte mia ti ho già dato tutti i consigli che potevo darti, perciò non ti dico più niente. Solo di essere felice, anche per Naoko e per me.” Ci stringemmo la mano e ci separammo.
*
Telefonai a Midori e le dissi: “Voglio vederti. Ho un milione di cose da dirti. Tutte cose di cui devo assolutamente parlarti. Tu sei l‟unica cosa che desidero al mondo. Vorrei vederti e parlare con te. Vorrei cominciare tutto dal principio, io e te soli”.
Midori rimase a lungo in silenzio dall‟altro capo della linea. Quel silenzio mi sembrò durare all‟infinito, come una pioggia sottile e interminabile che inonda allo stesso tempo tutti i prati della terra. Io rimasi con gli occhi chiusi e la fronte schiacciata contro il vetro, in attesa. Poi finalmente Midori ruppe quel silenzio.
“Dove sei adesso?” chiese con voce calma.
Già, dove ero adesso?
Con il ricevitore in mano alzai lo sguardo e mi guardai intorno dietro i vetri della cabina. Dove ero adesso? Non sapevo dove fosse quel posto. Non ne avevo la più pallida idea. Dove diavolo mi trovavo? Quello che vedevo attorno a me era solo una folla di gente che mi passava accanto diretta chissà dove. Da quel luogo che non era da nessuna parte rimasi in linea con Midori.

POSTSCRIPTUM


Di solito non mi piace aggiungere postille ai miei libri, ma in questo caso mi sembra necessario.
La prima cosa che vorrei dire è che all‟origine di questo romanzo c‟è un racconto dal titolo La lucciola (Hotaru) da me scritto circa cinque anni fa e contenuto nel volume La lucciola, L’incendiario e altri racconti (Hotaru. Naya o yaku. Sono ta no tanpen). Da tanto tempo avevo in mente di scrivere un romanzo d‟amore non troppo sentimentale della lunghezza di circa trecentocinquanta pagine usando quel racconto come base. L‟ho cominciato a cuor leggero, più che altro con l‟idea di distrarmi cambiando un po‟ atmosfera prima di intraprendere il mio primo lavoro impegnativo dopo La fine del mondo e il paese delle meraviglie hard-boiled (Sekai no owari to hādoboirudo-wandārando). Quello che ne è venuto fuori è un romanzo di più di trecento pagine e che è un po‟ difficile definire “leggero”. Forse questo libro chiedeva di essere scritto più di quanto io stesso mi rendessi conto.
La seconda cosa è che questo è per me un libro molto personale. Nello stesso senso per cui La fine del mondo... era un romanzo personale, o per cui lo sono Tenera è la notte e Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, almeno per me. Forse è una questione sentimentale. Penso che questo libro possa piacere o non piacere proprio come posso piacere o non piacere io come individuo. Anche se naturalmente mi auguro che abbia una sua vita autonoma al di là della mia persona.
Terzo, questo libro è stato scritto nel sud dell‟Europa. Ho cominciato a scriverlo il 21 dicembre 1986 in una villa di Mykonos, in Grecia, e ho finito il 27 marzo 1987 in un appartamento alla periferia di Roma. Che influenza possa avere avuto sulla stesura del libro il fatto che io fossi lontano dal Giappone, non saprei giudicare. Io stesso ho impressioni contraddittorie al riguardo. Una cosa è sicura: che potermi buttare a capofitto nel lavoro senza le interruzioni di telefonate e visite, mi è stato di grande aiuto. La prima metà l‟ho scritta in Grecia, la seconda a Roma, con in mezzo un intervallo in Sicilia. Nella mia stanza in una piccola pensione di Atene non c‟era il tavolo, così in quel periodo scrivevo ogni giorno in una taverna terribilmente rumorosa, con la cuffia del Walkman nelle orecchie, sentendo il nastro di Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band a dir poco duecento volte. Perciò in un certo senso questo romanzo è stato scritto with a little help da Lennon e McCartney.
Quarto e ultimo punto, questo libro è dedicato a tutti i miei amici che sono morti e a quelli che restano.

Haruki Murakami, giugno 1987
  

GLOSSARIO


bentō: pasto composto di varie pietanze disposte in un recipiente di legno laccato o plastica, per lo più diviso a scomparti. Il bentō può essere consumato in viaggio, a scuola, a teatro, sul posto di lavoro, ma anche servito al ristorante.
daikon: radice di colore biancastro simile all‟aspetto a una grossa carota bianca. Viene usata grattata per insaporire il brodo in cui viene intinto il tenpura (v.), in salamoia ecc.
futon: l‟insieme di materasso e trapunta che costituisce il “letto” giapponese tradizionale. Il futon si stende direttamente sul pavimento e di giorno viene piegato e riposto negli appositi armadi. inarizushi: bocconcini di riso sormontati da fettine di tōfu (v.), fritto.
Ishida Ayutni: popolarissima come cantante di musica leggera dalla fine degli anni sessanta ai primi anni settanta, è oggi nota soprattutto come una delle più apprezzate attrici giapponesi di cinema e televisione.
Kabukichō: settore dell‟affollato quartiere di Shinjuku. Famoso per l‟alta concentrazione di bar, cinematografi, teatri di varietà, locali a luci rosse, è uno dei maggiori centri dell‟industria dell‟intrattenimento giapponese.
kaiseki ryōri: il pasto leggero e raffinato servito prima della cerimonia del tè.
Kansai: la regione che comprende le città di Osaka, Kyōto, Kōbe e le prefetture circostanti. Kantō: la regione che comprende Tōkyo e altre prefetture tra cui Chiba, Saitama ecc. katsuobushi: scaglie di tonno essiccato.
keyaki: Zelkova serrata. Grande albero delle Ulmacee, con foglie cuspidate, fiori di colore giallo pallido e piccoli frutti piatti.