lunedì 14 settembre 2026

TUTTI I CAVALLI DEL RE Estratto da "Tutti i racconti" Kurt Vonnegut



TUTTI  I CAVALLI DEL RE
Estratto da "Tutti  i racconti" 
Kurt Vonnegut

TUTTI I CAVALLI DEL RE 
Il colonnello Bryan Kelly, bloccando con l’immensa corporatura la luce che filtrava nello stretto corridoio alle sue spalle, si appoggiò per un attimo alla porta chiusa in uno spasmo d’ansia e di rabbia impotente. La piccola guardia orientale sgranò con le dita un mazzo di chiavi, cercando quella che apriva la porta. Il colonnello Kelly tese l’orecchio alle voci nella stanza. “Sergente, non credo che oserebbero alzare la mano su un americano, vero?”La voce era giovane e incerta. “Cioè, la pagherebbero cara se facessero del male...”“Chiudi il becco. Vuoi che i figli di Kelly si sveglino e ti sentano straparlare così?”Questa voce era burbera e stanca. “Ci rimetteranno in libertà quanto prima, sergente, scommettiamo?”insistette la voce giovane. “Oh, certo, ragazzo, sono innamorati degli americani da queste parti. Sarà forse di questo che volevano parlare con Kelly, e in questo preciso momento gli staranno mettendo nei cestini le birre e i panini col prosciutto per noi. L’unico motivo del ritardo è che non sanno quanti devono farne con la senape e quanti senza. Tu il tuo come lo vuoi?”“Io vorrei solo...”“Chiudi il becco.”“Okay, solo...”“Chiudi il becco.”“Vorrei solo sapere cosa sta succedendo, tutto qui.”Il giovane caporale tossì. “Taci e passa quella cicca,”disse una terza voce pronta all’ira. “Ci sono ancora dieci tirate buone, lì dentro. Non fumartela tutta, ragazzo.”Altre due o tre voci mormorarono la loro approvazione. Il colonnello Kelly aprì e chiuse nervosamente le mani, chiedendosi come avrebbe fatto a dire ai quindici esseri umani dietro la porta del colloquio con Pi Ying e del folle cimento che avrebbero dovuto affrontare. Pi Ying sosteneva che la loro lotta contro la morte non sarebbe stata diversa, filosoficamente, da ciò che tutti loro, tranne la moglie e i figli di Kelly, avevano conosciuto in combattimento. A mente fredda, era vero: filosoficamente, non c’era nessuna differenza. Ma il colonnello Kelly era più scosso di quanto fosse mai stato in combattimento. Il colonnello Kelly e i quindici dall’altro lato della porta avevano fatto, due giorni prima, un atterraggio di fortuna sul continente asiatico dopo essere stati spinti fuori rotta da una tempesta improvvisa e avere perso ogni contatto radio. Il colonnello Kelly stava andando, con la famiglia, a occupare un posto di attaché militare in India. A bordo dell’aereo da trasporto dell’esercito c’era un gruppo di genieri di cui avevano bisogno in Medio Oriente. L’aereo aveva preso terra in una zona che era stata invasa da un capo guerrigliero comunista, Pi Ying. Erano tutti sopravvissuti: Kelly, sua moglie Margaret, i due figli gemelli di dieci anni, il pilota, il copilota e i dieci soldati semplici. Quando erano usciti dall’aereo avevano trovato una dozzina degli stracciati fucilieri di Pi Ying che li stavano aspettando. Non riuscendo a comunicare con coloro che li avevano catturati, gli americani erano stati costretti a marciare per una giornata attraverso le risaie e le propaggini della giungla fino a quando, al tramonto, avevano raggiunto un palazzo in rovina. Là erano stati chiusi in un sotterraneo, senz’avere la minima idea di quale avrebbe potuto essere il loro fato. Ora, il colonnello Kelly stava tornando da un colloquio con Pi Ying, che gli aveva detto quale sarebbe stata la sorte dei sedici prigionieri americani. Sedici: Kelly scosse il capo mentre questo numero si ripeteva nei suoi pensieri. La guardia lo spinse da un lato con la pistola e infilò la chiave nella serratura, e la porta girò sui cardini e si aprì. Kelly rimase sulla soglia, in silenzio. Una sigaretta passava di mano in mano. La brace proiettava per un attimo il suo riverbero su ogni faccia in attesa, a turno. Ora faceva risplendere il viso rubicondo del giovane e ciarliero caporale di Minneapolis, ora gettava ombre fonde nelle orbite e sopra le folte sopracciglia del pilota di Salt Lake, ora tingeva di rosso le labbra sottili del sergente. Lo sguardo di Kelly passò dagli uomini a quello che alla luce del crepuscolo sembrava un monticello vicino alla porta. Là sedeva sua moglie Margaret, con le teste bionde dei figli addormentati in grembo. La donna gli sorrise, con gli occhi velati di lacrime nel viso pallido. “Caro, stai bene?”chiese sommessamente. “Sì, sto bene.”“Sergente,”disse il caporale, “gli chieda cos’ha detto Pi Ying.”“Chiudi il becco.”Il sergente fece una pausa. “Allora, signore... Buone o cattive notizie?”Kelly fece alla moglie una carezza sulla spalla, cercando le parole giuste: parole che infondessero a tutti un coraggio che non era sicuro di avere. “Brutte notizie,”disse infine. “Pessime.”“Be’, sentiamo,”disse ad alta voce il pilota dell’aereo da trasporto. Kelly pensò che parlava in tono brusco e con voce tonante per tranquillizzarsi. “La cosa peggiore che possano fare è ammazzarci. È così?”Si alzò in piedi e si ficcò le mani in tasca. “Non oserebbe mai!”disse il giovane caporale minacciosamente, come se schioccando le dita potesse sfogare su Pi Ying tutta l’ira dell’esercito americano. Il colonnello Kelly guardò il giovanotto con un misto di curiosità e abbattimento. “Guardiamo in faccia la realtà. L’ometto al piano di sopra ha tutti gli assi in mano.”Un’espressione presa in prestito da un altro gioco, pensò oziosamente. “È un fuorilegge. Non ha niente da perdere a sfidare gli Stati Uniti.”“Se vuole ammazzarci, lo dica!”scattò il pilota. “Così ci ha messo con le spalle al muro! Cosa vuole fare?”“Ci considera prigionieri di guerra,”disse Kelly, sforzandosi di restare calmo. “Gli piacerebbe fucilarci tutti.”Si strinse nelle spalle. “Non volevo tenervi col fiato sospeso. Stavo cercando le parole giuste, e non ce ne sono. Pi Ying vuole spassarsela più di quanto lo divertirebbe fucilarci. E per soprammercato vorrebbe dimostrare che è più furbo di noi.”“In che modo?”chiese Margaret. Aveva spalancato gli occhi. I due bambini si stavano svegliando. “Tra poco Pi Ying e io ci giocheremo a scacchi le vostre vite.”Strinse il pugno sulla mano della moglie, ormai priva di energia. “E le mie quattro vite. È l’unica chance che Pi Ying ci darà.”Alzò le spalle e sorrise sardonicamente. “Sono un giocatore sopra la media: un po’sopra la media.”“Ma è pazzo?”disse il sergente. “Lo vedrete con i vostri occhi,”disse il colonnello Kelly con semplicità. “Lo vedrete quando il gioco avrà inizio: Pi Ying e il suo amico, il maggiore Barzov.”Aggrottò la fronte. “Il maggiore dice che gli dispiace, ma che nella sua veste di osservatore dell’esercito russo non può intercedere per noi. Dice anche che abbiamo tutta la sua comprensione. Sospetto che sia un dannato bugiardo in entrambi i casi. Pi Ying ha di lui una paura birbona.”“Potremo assistere alla partita?”mormorò nervosamente il caporale. “Noi sedici, soldato, siamo i pezzi con cui giocherò.”La porta girò sui cardini e si aprì... “Riesce a vedere tutta la scacchiera da laggiù, Re Bianco?”
gridò allegramente Pi Ying da un balcone dominante la sala con la cupola azzurra. Guardava sorridendo dall’alto in basso il colonnello Bryan Kelly, la sua famiglia e i suoi uomini. “Lei sarà il Re Bianco, sa? Altrimenti, non potremmo essere sicuri che sarebbe con noi per tutta la partita.”Il viso del capo guerrigliero era diventato rosso. Il suo sorriso mostrava un’ironica sollecitudine. “Felice di vedervi tutti quanti!”Alla destra di Pi Ying, confuso tra le ombre, si trovava il maggiore Barzov, il taciturno osservatore militare russo, che rispose all’occhiata di Kelly con un lento cenno del capo. Kelly continuò a guardarlo fisso. L’arrogante maggiore dai capelli ispidi mostrava una certa inquietudine, incrociando e abbassando le braccia, dondolandosi ripetutamente avanti e indietro negli stivali neri. “Vorrei poterla aiutare,”disse infine. Non era una gentilezza, ma una sprezzante canzonatura. “Io qui sono solo un osservatore,”disse Barzov gravemente. “Buona fortuna, colonnello,”soggiunse, e gli voltò le spalle. Seduta alla sinistra di Pi Ying c’era una delicata giovane donna orientale. Il suo sguardo inespressivo era puntato verso il muro sopra le teste degli americani. Sia lei sia Barzov erano stati presenti quando Pi Ying aveva parlato per la prima volta al colonnello Kelly del gioco che voleva fare. Quando Kelly aveva implorato Pi Ying di risparmiare sua moglie e i suoi figli, gli era parso di vedere nei suoi occhi un barlume di pietà. Quando adesso alzò lo sguardo alla ragazza, immobile come un oggetto ornamentale, comprese che doveva essersi sbagliato. “Questa sala fu un capriccio dei miei predecessori, che per generazioni hanno tenuto il popolo in schiavitù,”disse Pi Ying in tono sentenzioso. “Fungeva egregiamente da sala del trono. Ma il pavimento è un intarsio di quadrati, sessantaquattro: una scacchiera, vede? I precedenti inquilini avevano fatto costruire quei bei pezzi grandi come un uomo che sono davanti a lei per potersi sedere quassù, loro e i loro amici, e ordinare ai servitori di spostarli qua e là.”Si girò l’anello che aveva al dito. “Era un’idea già abbastanza fantasiosa, e noi non abbiamo dovuto far altro che dare al gioco questo nuovo sviluppo. Oggi, naturalmente, useremo solo i pezzi neri, i miei.”Si voltò verso il maggiore Barzov, che appariva inquieto. “Gli altri pezzi li hanno forniti gli americani. Un’idea affascinante.”Il suo sorriso svanì quando vide che Barzov non lo ricambiava. Pi Ying pareva ansioso di compiacere il russo. Barzov, al contrario, sembrava pensare di Pi Ying che non valesse nemmeno la pena di ascoltarlo. I dodici soldati americani erano addossati al muro e tenuti sotto stretta sorveglianza. Istintivamente, si strinsero tra loro lanciando occhiate astiose a quel padrone di casa che li trattava con tanta condiscendenza. “Datevi una calmata,”disse il colonnello Kelly, “o perderemo l’unica occasione che abbiamo.”Studiò per un momento i due gemelli, Jerry e Paul, che si guardavano intorno sereni e interessati, strizzando gli occhi ancora un po’assonnati al fianco della madre inebetita. Si chiedeva perché mai fosse così poco emozionato mentre vedeva la sua famiglia a un passo dalla morte. La paura che aveva provato mentre attendevano nella loro prigione buia era svanita. E lui ora sentiva nuovamente la strana calma –una vecchia compagna del tempo di guerra –in cui riprendeva a funzionare il freddo macchinario dei sensi e del cervello. Era il narcotico dei comandanti. Era l’essenza della guerra. “Adesso attenzione, amici miei,”disse Pi Ying con aria d’importanza. Si alzò in piedi. “Le regole del gioco sono facili da ricordare. Vi dovete tutti comportare come vi dice il colonnello Kelly. Quelli di voi che avranno la sfortuna di essere mangiati da uno dei miei pezzi saranno uccisi rapidamente e prontamente in un modo indolore.”Il maggiore Barzov guardava il soffitto come se dentro di sé stesse criticando tutto quello che diceva Pi Ying. A un tratto il caporale sbottò in un fiume di furiose oscenità: metà ingiurie, metà autocommiserazione. Il sergente tappò la bocca del giovanotto con una mano. Pi Ying si sporse dalla balaustra e puntò il dito sul soldato che si dibatteva. “Per quelli che protestano o lasciano la scacchiera, si potrà decidere una forma speciale di morte,”disse bruscamente. “Il colonnello Kelly e io dobbiamo concentrarci, e per questo abbiamo bisogno di un assoluto silenzio. Se il colonnello sarà così bravo da vincere la partita, tutti quelli di voi che sono ancora qui quando mi sarà dato scacco matto riceveranno un lasciapassare per uscire incolumi dal mio territorio. Se perde...”Pi Ying fece spallucce e tornò a sedersi su un mucchio di cuscini. “Ora dovete stare allo scherzo,”disse vivacemente. “Gli americani sono noti per essere persone di spirito, credo. Come può dirvi il colonnello Kelly, accade raramente che una partita a scacchi si possa vincere –non più di quanto si possa vincere una battaglia –senza sacrifici. Non è vero, colonnello?”Il colonnello Kelly annuì meccanicamente. Stava pensando a quello che Pi Ying gli aveva detto prima: che la partita che stava per giocare non era diversa, filosoficamente, da ciò che aveva conosciuto in guerra. “Come può far questo a dei bambini!”gridò Margaret all’improvviso, liberandosi di una guardia e attraversando a lunghi passi la scacchiera per andare a mettersi proprio sotto il balcone di Pi Ying. “Per amor di Dio...”attaccò. Pi Ying la interruppe rabbiosamente. “È per amor di Dio che gli americani fabbricano bombe, jet e carri armati?”Spazientito, a gesti la invitò ad allontanarsi. “Portatela via.”Si coprì gli occhi. “Dov’ero rimasto? Stavamo parlando di sacrifici, no? Volevo chiederle chi aveva scelto come pedone di re,”disse Pi Ying. “Se non l’ha ancora scelto, colonnello, vorrei raccomandarle il turbolento giovanotto che è laggiù: quello trattenuto dal sergente. Una posizione delicata, il pedone di re.”Il caporale cominciò a scalciare e a divincolarsi con rinnovato furore. Il sergente gli strinse le braccia intorno al corpo. “Tra un minuto il ragazzo si calmerà,”disse a fior di labbra. Voltò la testa verso il colonnello Kelly. “Qualunque cosa sia il pedone di re, quello sono io. Dove mi metto, signore?”Il giovanotto si rilassò e il sergente lo lasciò libero. Kelly gli indicò il quarto riquadro nella seconda fila dell’enorme scacchiera. Il sergente lo raggiunse e ingobbì le spalle larghe. Il caporale borbottò qualche parola incoerente e prese posto nel riquadro accanto a quello del sergente: un secondo sacrificabile pedone. Gli altri esitavano. “Colonnello, ci dica lei dove dobbiamo andare,”disse con aria incerta un allampanato geniere di quarto grado. “Cosa ne sappiamo degli scacchi? Ci metta dove vuole.”Il pomo d’Adamo gli andava su e giù. “Tenga i posti più comodi per sua moglie e i suoi figli. Sono quelli che contano. Ci dica lei dove andare.”“Non ci sono posti comodi,”disse il pilota sardonicamente, “non ci sono posti comodi per nessuno. Scegli una casella, una qualunque.”Mise un piede sulla scacchiera. “Cosa divento su questa casella?”“Un alfiere, tenente, l’alfiere di re,”disse Kelly. Si ritrovò a pensare al tenente in questi termini: non più umano, ma un pezzo capace di muoversi diagonalmente attraverso la scacchiera; capace, quando attaccava con la regina, di fare terribili danni agli uomini neri dell’altro schieramento. “E io che sono andato in chiesa solo due volte in vita mia.* Ehi, Pi Ying,”gridò il pilota senza alcun rispetto, “quanto vale un alfiere?”Pi Ying, divertito, rispose: “Un cavallo e un pedone, ragazzo mio; un cavallo e un pedone.”Grazie a Dio per il tenente, pensò Kelly. Uno dei soldati americani sorrise. Si erano stretti gli uni agli altri, addossati al muro. Cominciarono a parlare tra loro, come una squadra di baseball che fa riscaldamento. Sotto la direzione di Kelly, apparentemente quasi inconsapevoli del significato delle loro azioni, entrarono nella scacchiera per andare ai loro posti. Pi Ying stava parlando di nuovo. “Tutti i suoi pezzi sono a posto, adesso, tranne i cavalli e la regina, colonnello. E lei, naturalmente, sarà il re. Su, coraggio. La partita dev’essere finita prima dell’ora di cena.”Dolcemente, guidandoli con le lunghe braccia, Kelly condusse sua moglie, Jerry e Paul fino ai loro riquadri. Si detestava per la calma e il distacco con cui lo faceva. Vedeva negli occhi di Margaret 
biasimo e paura. Lei non poteva capire che doveva comportarsi così: che nella sua freddezza era riposta la loro unica speranza di sopravvivere. Distolse lo sguardo da Margaret. Pi Ying batté le mani per chiedere silenzio. “Ecco, bene; ora possiamo cominciare.”Si tirò il lobo di un orecchio con aria meditabonda. “Credo che questo sia un modo eccellente di riconciliare lo spirito dell’Oriente con quello dell’Occidente, non le pare, colonnello? Noi qui mettiamo d’accordo l’amore degli americani per il gioco d’azzardo col nostro apprezzamento del teatro classico e della filosofia.”Il maggiore Barzov, spazientito, gli sussurrò qualcosa all’orecchio. “Oh, sì,”disse Pi Ying, “altre due regole: sono concessi dieci minuti per ogni mossa e –s’intende –le mosse non si possono ritrattare. Molto bene,”disse, premendo il bottone di un contaminuti e posandolo sulla balaustra, “l’onore della prima mossa spetta agli uomini bianchi.”Sorrise. “Un’antica tradizione.”“Sergente,”disse il colonnello Kelly, con un nodo alla gola, “vada avanti di due caselle.”Si guardò le mani, che avevano cominciato a tremare. “Forse sarò un po’anticonformista,”disse Pi Ying, voltandosi a mezzo verso la ragazza, probabilmente per assicurarsi che condivideva il suo divertimento. “Muovi il mio pedone di regina avanti di due caselle,”ordinò a un servo. Il colonnello Kelly guardò il servo che faceva scivolare la massiccia scultura in avanti, fino a costituire una minaccia per il sergente. Il sergente lanciò a Kelly un’occhiata interrogativa. “Tutto okay, signore?”E atteggiò la bocca a un pallido sorriso. “Spero di sì,”disse Kelly. “Ecco la tua difesa... Soldato,”ordinò al giovane caporale, “avanza di una casella.”Là; era tutto ciò che poteva fare. Ora non ci sarebbe stato alcun vantaggio nella mossa di Pi Ying se avesse mangiato il pedone che minacciava, il sergente. Tatticamente sarebbe stato uno scambio inutile, un pedone per un pedone. Nessun vantaggio, dal punto di vista di un buon giocatore di scacchi. “È una mossa molto discutibile, lo so,”disse Pi Ying in tono blando. Fece una pausa. “Be’, però è vero, non sono tanto sicuro che uno scambio sarebbe saggio. Con un avversario così brillante, forse farei meglio a giocare in modo impeccabile, e a dimenticare le molte tentazioni.”Il maggiore Barzov gli sussurrò qualcosa. “Ma ci farebbe entrare subito nello spirito del gioco, non le pare?”“Di cosa sta parlando, signore?”chiese il sergente, preoccupato. Prima che Kelly potesse riordinare le idee, Pi Ying diede l’ordine. “Mangia il suo pedone di re.”“Colonnello! Cosa...”gridò il sergente. Due guardie lo strapparono dalla scacchiera e lo spinsero fuori dalla sala. Una porta coperta di borchie si chiuse rumorosamente alle loro spalle. “Uccidete me!”urlò Kelly, lanciandosi fuori dalla sua casella. Una mezza dozzina di baionette lo ricacciarono sulla scacchiera. Senza batter ciglio, il servo fece scivolare il pedone di legno intagliato di Pi Ying sulla casella prima occupata dal sergente. Dall’altro lato della grossa porta venne l’eco di uno sparo, e le guardie rientrarono nella sala. Pi Ying non sorrideva più. “A lei muovere, colonnello. Forza, forza: sono già passati quattro minuti.”La calma di Kelly era andata in briciole, e con essa l’illusione del gioco. I pezzi di cui disponeva erano ridiventati degli esseri umani. Il colonnello Kelly aveva perso la brutale ma preziosa durezza del comando. Non era più adatto della recluta più inesperta a prendere decisioni di vita o di morte. Stordito, si rese conto che l’obiettivo di Pi Ying non era vincere rapidamente la partita, ma decimare gli americani a uno a uno con inutili e tormentose scorrerie. Altri due minuti passarono lentamente mentre lottava con se stesso per tornare alla razionalità. “Non ce la faccio,”mormorò alla fine. Ormai, stava nella sua casella come un sacco di patate. “Vuole che vi faccia fucilare tutti su due piedi?”chiese Pi Ying. “Devo dire che la trovo piuttosto patetico, colonnello. Tutti gli ufficiali americani si danno per vinti così facilmente?”“Gli dia una bella strigliata, colonnello,”disse il pilota. “Su. Si sprema le meningi. Su!”“Tu adesso non corri alcun pericolo,”disse Kelly al caporale. “Mangia il suo pedone.”“Come faccio a sapere che non mi sta dicendo una bugia?”disse in tono aspro il giovanotto. “Mi ammazzeranno!”“Ubbidisci!”disse seccamente il pilota. “No!”I due giustizieri del sergente lo presero per le braccia e gliele incollarono al corpo. Poi alzarono lo sguardo in attesa della decisione di Pi Ying. “Giovanotto,”disse premurosamente Pi Ying, “preferirebbe morire sotto le torture o piuttosto fare come le sta dicendo il colonnello Kelly?”A un tratto il caporale girò su se stesso mandando le guardie a gambe levate. Entrò nella casella occupata dal pedone che aveva mangiato il sergente, fece volar via il pezzo con un calcio e si piantò là dentro con le gambe divaricate. Il maggiore Barzov sbottò in una sghignazzata. “Così impara a fare il pedone,”ruggì. “È un talento orientale che gli americani farebbero bene a imparare per i giorni che li aspettano, eh?”Pi Ying rise con Barzov e carezzò il ginocchio della ragazza che era sempre seduta, impassibile, al suo fianco. “Be’, finora siamo in perfetta parità: un pedone per un pedone. Diamo inizio, sul serio, alla nostra offensiva.”Schioccò le dita per richiamare l’attenzione del servitore. “Il pedone di re da 4 a 3D,”ordinò. “Là! Ora la mia regina e il mio alfiere sono pronti per una spedizione nel territorio dell’uomo bianco.”Premette il pulsante dell’orologio marcatempo. “A lei, colonnello...”Fu obbedendo a un vecchio riflesso che il colonnello si girò verso la moglie in cerca di compassione e incoraggiamento. Poi distolse subito lo sguardo: l’aspetto di Margaret lo impaurì e gli spezzò il cuore, e non c’era niente che potesse fare per lei tranne vincere. Niente. Aveva gli occhi vuoti e sembrava istupidita. Si era rifugiata in uno choc che la rendeva sorda, cieca e insensibile. Kelly contò i pezzi ancora in piedi sulla scacchiera. Dall’inizio della partita era passata un’ora. Cinque pedoni erano ancora vivi, tra i quali il giovane caporale; un alfiere, l’irascibile pilota; le due torri; i cavalli, due bambini spaventati di dieci anni; Margaret, una regina irrigidita e con lo sguardo fisso; e lui stesso, il re. E i quattro pezzi mancanti? Massacrati: massacrati in scambi insensati che erano costati a Pi Ying solo quattro pezzi di legno. Gli altri soldati tacevano, chiusi nei loro astiosi mondi separati. “Credo che per lei sia ora di ammettere la sconfitta,”disse Pi Ying. “Siamo quasi alla fine, temo. Vuole darsi per vinto, colonnello?”Il maggiore Barzov guardò gli scacchi con la fronte aggrottata e un’aria giudiziosa, scosse lentamente il capo e sbadigliò. Il colonnello Kelly cercò di rimettere a fuoco mente e occhi. Aveva la sensazione di scavare, scavare, scavare una specie di tunnel in una montagna di sabbia calda, e di dover continuare così, scavando, torcendosi per passare, soffocato, cieco. “Va’all’inferno,”bofonchiò, concentrandosi sulla disposizione dei pezzi sulla scacchiera. Dal punto di vista di un intenditore, quell’orribile partita era stata assurda. Pi Ying aveva giocato senz’altro obiettivo che quello di annientare gli uomini bianchi. Kelly aveva mosso per difendere a ogni costo ognuno dei suoi pezzi, senza rischiarne nessuno per attaccare. La potente regina, i cavalli, le torri, erano ancora inutilizzati nella relativa sicurezza delle prime due file di caselle. Apriva e stringeva i pugni, frustrato. Le truppe disordinate del suo avversario mostravano larghi vuoti. Dare scacco matto al re di Pi Ying sarebbe stato possibile, se il cavallo nero non avesse dominato il centro della scacchiera. “Muova, colonnello. Due minuti,”lo blandì Pi Ying. E allora Kelly lo vide: vide il prezzo che avrebbe pagato, che tutti loro avrebbero pagato, per la maledizione di avere una coscienza. Pi Ying doveva solo muovere la sua regina diagonalmente, tre caselle a sinistra, per dargli scacco. Dopodiché doveva fare un’altra mossa –inevitabile, irresistibile –e sarebbe stato scacco matto, la fine. E Pi Ying l’avrebbe mossa, la regina. Sembrava che per lui il gioco avesse perso ogni sapore; aveva l’aria di un uomo desideroso di passare ad altro. Il capo guerrigliero adesso era in piedi e si sporgeva dalla balaustra. Alle sue spalle, il maggiore Barzov stava infilando una sigaretta in un bocchino d’avorio lavorato. “Gli scacchi hanno una cosa che è davvero antipatica,”disse ammirando il bocchino e girandolo qua e là. “Non c’è un briciolo di fortuna in questo gioco. Chi perde non ha scuse.”Il suo tono era pedante, con la boria di un maestro che impartisce profonde verità a studenti troppo immaturi per comprenderle. Pi Ying fece spallucce. “Vincere questa partita mi dà pochissima soddisfazione. Il colonnello Kelly è stato una delusione. Non volendo rischiare nulla, ha privato il gioco delle sue sottigliezze e della sua genialità. Potevo aspettarmi più inventiva dal mio cuoco.”Il rosso vivo della collera avvampò sulle guance di Kelly e gli infiammò le orecchie. I muscoli del ventre si strinsero in un nodo; le gambe si divaricarono. Pi Ying non doveva muovere quella regina. Se Pi Ying avesse mosso la regina, Kelly avrebbe perso; se Pi Ying avesse tolto il cavallo dalla linea di attacco di Kelly, Kelly avrebbe vinto. Solo una cosa poteva indurre Pi Ying a muovere il cavallo: una nuova e irresistibile occasione di esercitare il proprio sadismo. “Si arrenda, colonnello. Il mio tempo è prezioso,”disse Pi Ying. “È finita?”chiese in tono querulo il giovane caporale. “Tieni la bocca chiusa e resta dove sei,”disse Kelly. Attraverso le sottili fessure dei suoi occhi penetranti guardava il cavallo di Pi Ying, ritto in mezzo agli scacchi viventi dei suoi uomini. Il collo scolpito del cavallo s’inarcò. Le sue narici si allargarono. La pura geometria della sorte dei pezzi bianchi irruppe nella coscienza di Kelly. La sua semplicità ebbe l’effetto di un vento fresco e tonificante. Bisognava offrire un sacrificio al cavallo di Pi Ying. Se Pi Ying accettava il sacrificio, la vittoria sarebbe stata di Kelly. La trappola era perfetta e mortale, tranne un dettaglio: l’esca. “Un minuto, colonnello,”disse Pi Ying. Kelly passò rapidamente lo sguardo da un viso all’altro, restando impassibile davanti all’ostilità o alla sfiducia o alla paura che vedeva in ogni paio d’occhi. A uno a uno eliminò i candidati alla morte. Questi quattro erano essenziali per l’attacco improvviso che avrebbe schiacciato l’avversario, e questi dovevano difendere il re. La necessità, come un bambino che fa la conta nella cerchia dei compagni, puntò il dito sull’unico pezzo che poteva essere sacrificato. Ce n’era solo uno. Kelly non si permise di pensare al pezzo come a qualcosa di più di una cifra in una rigida ipotesi matematica: se x muore, tutti gli altri vivranno. Percepiva la tragedia di questa decisione solo come un uomo che conoscesse la definizione di tragedia, non come uno che la sentisse. “Venti secondi!”disse Barzov. Aveva tolto il contaminuti a Pi Ying. Il fermo proposito abbandonò Kelly per un istante, e in questo istante il colonnello vide tutto il pathos della sua posizione: un dilemma vecchio come l’umanità, nuovo come la lotta tra Oriente e Occidente. Quando si attaccano gli esseri umani, x, moltiplicato per centinaia o per migliaia, deve morire, mandato alla morte da coloro che lo amano di più. Il mestiere di Kelly era scegliere la x. “Dieci secondi,”disse Barzov. “Jerry,”disse Kelly, con voce forte e sicura, “avanti di una casella e a sinistra di due.”Fiduciosamente, suo figlio lasciò la retroguardia ed entrò nell’ombra del cavallo nero. La consapevolezza di cosa questo significasse sembrò filtrare lentamente negli occhi di Margaret, che aveva voltato la testa quando suo marito aveva aperto bocca. Pi Ying abbassò lo sguardo alla scacchiera e sgranò gli occhi, stupito. “Ha perso la testa, colonnello?”chiese infine. “Si rende conto di quello che ha appena fatto?”Un pallido sorriso alterò l’espressione di Barzov, che si piegò in avanti come per sussurrare qualcosa a Pi Ying, ma poi evidentemente ci ripensò. Appoggiò le spalle a una colonna per seguire ogni mossa di Kelly attraverso il velo di fumo della sigaretta. Kelly si finse disorientato dalle parole di Pi Ying. Poi nascose il viso tra le mani e lanciò un grido straziante. “Oddio, no!”“Un errore squisito, non c’è dubbio,”disse Pi Ying, che poi si rivolse alla ragazza al suo fianco per spiegarle la mossa sbagliata. Lei voltò la testa per guardare altrove e lui sembrò infuriato dal suo gesto. “Deve permettermi di ritirarla,”pregò Kelly con voce rotta. Pi Ying tamburellò sulla balaustra con le nocche. “Senza regole, amico mio, i giochi diventano assurdi. Abbiamo convenuto che ogni mossa sarebbe stata definitiva, e così è.”Fece un cenno a un servitore. “L’alfiere di re da C8 a C6.”Il servo spinse il pezzo nella casella dove si trovava Jerry. L’esca era stata inghiottita, e d’ora in avanti la partita era di Kelly. “Cosa sta dicendo?”mormorò Margaret. “Perché tiene sua moglie in sospeso, colonnello?”disse Pi Ying. “Faccia il bravo marito e risponda alla domanda, o devo farlo io?”“Suo marito ha sacrificato un cavallo,”disse Barzov alzando la voce per sovrapporla a quella di Pi Ying. “Lei ha appena perso suo figlio.”La sua espressione era quella di uno sperimentatore, attenta, ansiosa, rapita. Kelly udì il singhiozzo soffocato nella gola di Margaret e l’afferrò prima che cadesse. Le strofinò i polsi. “Cara, ti prego... ascoltami!”La scosse più ruvidamente di quanto avesse inteso. La reazione della donna fu esplosiva. Un torrente di parole uscì dalla sua bocca: un isterico balbettio di condanna. Kelly, tenendola per i polsi, incassò quegli insulti spasmodici senza dire una parola. Pi Ying aveva gli occhi fuori dalle orbite, pietrificato dal dramma che stava svolgendosi davanti a lui e dimentico delle lacrime e dell’agitazione della ragazza alle sue spalle che, implorante, lo tirava per la giubba militare. La respinse senza distogliere lo sguardo dalla scacchiera. L’allampanato geniere di quarto livello si gettò sulla guardia più vicina, colpendola al petto con la spalla e assestandole un pugno al ventre. I soldati di Pi Ying lo circondarono, lo atterrarono e lo trascinarono nella sua casella. In mezzo a questo bailamme Jerry scoppiò in lacrime e corse dai genitori, terrorizzato. Kelly lasciò Margaret, che cadde in ginocchio per abbracciare il bimbo tremante. Paul, l’altro gemello, era rimasto al suo posto, rabbrividendo e fissando stolidamente il pavimento. “Vogliamo riprendere la partita, colonnello?”chiese Pi Ying, alzando la voce. Barzov voltò le spalle alla scacchiera, come per impedire, o almeno non vedere, gli sviluppi. Kelly chiuse gli occhi e attese che Pi Ying desse l’ordine ai carnefici. Non aveva il coraggio di guardare Margaret e Jerry. Pi Ying alzò la mano per fare silenzio. “È con profondo rimpianto...”attaccò. Le sue labbra si chiusero. L’espressione minacciosa abbandonò improvvisamente il suo viso, lasciandovi solo sorpresa e stupidità. L’ometto si accasciò sulla balaustra, scivolò dall’altra parte e cadde tra i suoi soldati. Il maggiore Barzov stava lottando con la ragazza cinese, che nella piccola mano ancora libera dalla sua presa impugnava un sottile coltello. La ragazza se lo piantò nel petto e cadde contro il maggiore. Barzov la lasciò cadere e si avvicinò alla balaustra. “Tenete i prigionieri dove sono!”gridò alle guardie. “È vivo?”Nella sua voce non c’era né collera né dolore: soltanto irritazione, risentimento per l’inconveniente. Un servo alzò gli occhi e scosse la testa. Barzov ordinò ai servi e ai soldati di portar via i corpi di Pi Ying e della ragazza. Era più l’atto di una massaia scrupolosa che di un uomo devoto in lutto. Nessuno mise in dubbio la sua spiccia autorità. “Questo è dunque il suo ruolo, dopo tutto,”disse Kelly. “I popoli dell’Asia hanno perso un grandissimo leader,”disse Barzov severamente. Rivolse a Kelly uno strano sorriso. “Anche se aveva i suoi punti deboli, vero, colonnello?”Si strinse nelle spalle. “Lei, comunque, ha preso solo l’iniziativa, non ha vinto la partita; e ora dovrà fare i conti con me, al posto di Pi Ying. Resti dov’è, colonnello. Torno subito.”Spense la sigaretta schiacciandola sulla balaustra decorata, con uno svolazzo rimise in tasca il bocchino e sparì dietro i tendaggi. “Jerry starà bene?”sussurrò Margaret. Era un’implorazione, non una domanda, come se toccasse a Kelly essere o non essere clemente. “Solo Barzov lo sa,”disse lui. Ardeva dalla voglia di spiegarle le sue mosse, di farle capire perché non aveva avuto scelta; ma sapeva che una spiegazione avrebbe reso la tragedia infinitamente più crudele per lei. Poteva essere in grado di capire una morte provocata da un errore; ma la morte come il prodotto di un freddo ragionamento, del passo avanti di una logica, non avrebbe mai potuto accettarla. Piuttosto che accettarla, avrebbe scelto che morissero tutti. “Solo Barzov lo sa,”ripeté stancamente il colonnello. L’accordo era sempre valido, il prezzo della vittoria pattuito. Evidentemente Barzov doveva ancora capire cos’era che Kelly comprava con una vita. “Come facciamo a sapere che Barzov ci lascerà andare se vinciamo?”disse il geniere allampanato. “Non lo sappiamo, soldato. Non lo sappiamo.”E poi un altro dubbio cominciò a insinuarsi nella sua coscienza. Forse non aveva vinto altro che un breve rinvio... Il colonnello Kelly non avrebbe saputo dire da quanto tempo erano là che aspettavano sulla scacchiera il ritorno di Barzov. Il suo sistema nervoso era stato reso insensibile da un’ondata dopo l’altra di rimorsi e dalla continua pressione della sua terribile responsabilità. Sulla sua coscienza era calato il tramonto. Margaret, sfinita, dormiva tenendo Jerry, di cui nessuno aveva ancora chiesto la morte, tra le braccia. Paul si era acciambellato nella sua casella, coperto dalla giubba del giovane caporale. Su quella che era stata la casella di Jerry svettava il cavallo nero di Pi Ying, con la testa scolpita ringhiante come se gli eruttassero fiamme dalle narici. Kelly quasi non udì la voce dalla balconata: l’aveva scambiata per un altro scabro frammento di un incubo. La sua mente non attribuì alcun senso alle parole, delle quali aveva colto solo il suono. Poi aprì gli occhi e vide che le labbra del maggiore Barzov si muovevano. Vide la sfida arrogante nei suoi occhi e comprese le parole. “Poiché tanto sangue è stato versato in questa partita, lasciarla irrisolta sarebbe un deprecabile sciupio.”Barzov si adagiò regalmente sui cuscini di Pi Ying, accavallando gli stivali neri. “Mi propongo di batterla, colonnello, e sarò sorpreso se mi darà dei problemi. Sarebbe davvero sconcertante farla vincere col trasparente stratagemma che ha ingannato Pi Ying. Non sarà più così facile. Lei ora gioca con me, colonnello. Per un attimo ha preso l’iniziativa. Adesso avrà me come avversario e la partita riprenderà senz’altri ritardi.”Kelly si alzò in piedi, dominando con la sua mole i pezzi bianchi degli scacchi seduti nelle caselle intorno a lui. Il maggiore Barzov non mostrava di disapprovare quel tipo di passatempo che Pi Ying aveva trovato così divertente. Ma Kelly colse una differenza tra il comportamento del maggiore e quello del capo guerrigliero. Il maggiore voleva riprendere il gioco, non perché gli piacesse, ma perché voleva dimostrare che lui era proprio un tipo in gamba, mentre gli americani non valevano una cicca. Evidentemente, non si era reso conto che Pi Ying aveva già perso la partita. O era così, o Kelly aveva sbagliato i suoi calcoli. Kelly mosse mentalmente ogni pezzo sulla scacchiera, costringendo la propria immaginazione a mostrargli la pecca del suo piano, se c’era una pecca: se quell’infernale e straziante sacrificio alla fine sarebbe stato inutile. In una diversa occasione, senz’altra posta che qualche pezzetto di legno, avrebbe chiesto all’avversario di arrendersi, e la partita sarebbe finita lì. Ma ora, mentre giocava per salvare la vita dei suoi uomini e dei suoi cari, un dubbio penoso e inestirpabile gettò la propria ombra sulla ferrea logica del risultato che si aspettava. Kelly non osava rivelare di aver pianificato un attacco per vincere in tre mosse, non finché non avesse fatto le mosse, non finché Barzov non avesse perduto ogni chance di sfruttare la pecca, se ce n’era una. “E Jerry?”gridò Margaret. “Jerry? Oh, certo, il bambino. Be’, colonnello, e Jerry?”chiese Barzov. “Le farò, se crede, una speciale concessione. Vuole per caso rifare la mossa?”L’atteggiamento del maggiore era cortese, una caricatura della più gioconda ospitalità. “Senza regole, maggiore, i giochi diventano assurdi,”disse Kelly in tono deciso. “Sarei l’ultimo a chiederle di violarle.”Sul viso di Barzov si dipinse un’espressione di profonda simpatia. “È suo marito, Madame, che ha preso la decisione, non io.”Schiacciò il pulsante del contaminuti. “Può tenere il ragazzo con lei finché il colonnello, giocando così male, non avrà buttato via tutte le vostre vite. Muova, colonnello. Dieci minuti.”“Mangia il suo pedone,”ordinò Kelly a Margaret. Lei non obbedì. “Margaret! Mi hai sentito?”“L’aiuti, colonnello, l’aiuti,”lo incitò Barzov. Kelly prese sua moglie per il gomito e la guidò, senza incontrare resistenza, fino alla casella di un pedone nero. Jerry si accodò, tenendo sua madre tra Kelly e sé. Poi il colonnello tornò alla propria casella, si ficcò le mani in tasca e guardò il servo che portava via dalla scacchiera il pedone nero. “Scacco, maggiore. Il suo re è in scacco.”Barzov alzò un sopracciglio. “Scacco, ha detto? Come potrò rispondere a questa seccatura? Cosa dovrò fare per convincerla a occuparsi di alcuni dei problemi più interessanti che ci sono sulla scacchiera?”Alzò la mano per chiamare un servo. “Muovi il mio re di una casella a sinistra.”“Si sposti in diagonale di una casella verso di me, tenente,”ordinò Kelly al pilota. Il pilota ebbe un’esitazione. “Forza! Mi ha sentito?”“Signorsì.”Il tono era beffardo. “Ci ritiriamo, eh, signore?”Il tenente si stravaccò nella casella lentamente e senza nascondere la propria arroganza. “Di nuovo scacco, maggiore,”disse Kelly con voce piana. Fece un cenno al tenente. “Ora il mio alfiere dà scacco al suo re.”Chiuse gli occhi e tornò a ripetersi che non aveva sbagliato i suoi calcoli, che con quel sacrificio aveva vinto la partita, che per Barzov non poteva esserci scampo. Proprio così: ecco l’ultima delle tre mosse. “Be’,”disse Barzov, “tutto qui? Mi basterà mettere la regina davanti al re.”Il servo mosse il pezzo. “Ora sarà tutta un’altra storia.”“Mangiagli la regina,”disse Kelly al suo pedone più lontano, lo strapazzato geniere di quarto livello. Barzov balzò in piedi. “Un momento!”“Non se n’era accorto? Vorrebbe rifare la mossa?”disse Kelly per stuzzicarlo. Barzov andava avanti e indietro sulla balconata, respirando affannosamente. “Certo che me n’ero accorto!”“Era l’unica cosa che poteva fare per salvare il suo re,”disse Kelly. “Torni pure indietro, se vuole, ma scoprirà che è l’unica mossa che può fare.”“Mangiate la regina e andiamo avanti con la partita,”urlò Barzov. “Mangiatela!”“Mangiatela,”fece eco Kelly, e il servo trascinò l’enorme pezzo fuori dalla scacchiera. Ora il geniere, sorpreso, si trovava faccia a faccia col re di Barzov, a pochi centimetri di distanza. Stavolta il colonnello lo disse piano piano: “Scacco.”Barzov sbuffò, esasperato. “Scacco, sì.”La sua voce diventò più forte. “Non per merito suo, colonnello Kelly, ma grazie alla monumentale stupidità di Pi Ying.”“E questa è la fine della partita, maggiore.”Il geniere scoppiò a ridere come un idiota, il caporale si mise a sedere, il tenente buttò le braccia al collo del colonnello Kelly. I due bambini lanciarono un urrà. Solo Margaret rimase immobile, sempre rigida e spaventata. “Il prezzo della sua vittoria, naturalmente, deve ancora essere pagato,”disse Barzov acidamente. “Presumo che ora lei sia pronto a pagarlo?”Kelly sbiancò in viso. “Questa era l’intesa, se le darà soddisfazione che io la consideri ancora valida.”Barzov infilò un’altra sigaretta nel bocchino d’avorio, impiegandovi un minuto di cipiglio. Quando parlò, lo fece ancora una volta nel tono di un pedante, del custode di profonde verità. “No, il ragazzo non m’interessa. Sul vostro conto la penso come Pi Ying: che voi, come americani, siete il nemico, che esista ufficialmente uno stato di guerra o meno. Io vi considero dei prigionieri di guerra. “Tuttavia, se ufficialmente non siamo in guerra, non ho altra scelta, come rappresentante del mio governo, che farvi arrivare tutti quanti oltre le linee sani e salvi. Questo era il mio piano quando ho ripreso la partita da dove l’aveva lasciata Pi Ying. La vostra liberazione non ha niente a che fare con i miei sentimenti personali, né con l’esito della partita. Vincere mi avrebbe fatto piacere e le avrebbe dato un’utile lezione. Ma non avrebbe cambiato la vostra sorte.”Si accese una sigaretta e continuò a guardarli con severità. “Molto cavalleresco da parte sua, maggiore,”disse Kelly. “Giochi di potere, le assicuro. Non converrebbe a nessuno provocare un incidente tra i nostri due paesi in questo momento. Per un russo, essere cavalleresco verso un americano è un’impossibilità spirituale, una contraddizione in termini. In una storia lunga e acrimoniosa abbiamo imparato, e imparato bene, a riservare la nostra cavalleria ai russi.”La sua espressione era ormai di assoluto disprezzo. “Forse non le spiacerebbe fare un’altra partita, colonnello: semplici scacchi con pezzi di legno, senza le ricercatezze di Pi Ying. Mi secca che lei se ne vada credendo di giocare meglio di me.”“Molto gentile da parte sua, ma non questa sera.”“Be’, allora un’altra volta.”Il maggiore Barzov fece segno alle guardie di aprire la porta della sala del trono. “Un’altra volta,”ripeté. “Ci saranno altri Pi Ying desiderosi di giocare con lei con uomini vivi, e spero di avere ancora il privilegio di essere un osservatore.”Lo guardò con un sorriso smagliante. “Quando e dove vorrebbe che fosse?”“Disgraziatamente, toccherà a lei scegliere tempo e luogo,”disse stancamente il colonnello. “Se insisterà per organizzare un’altra partita, mi mandi un invito, maggiore, e non mancherò.”* In inglese “alfiere”è bishop, che significa “vescovo”. (N.d.T.) D.P. Ottantuno barlumi di vita umana erano tenuti in un orfanotrofio messo in piedi dalle suore cattoliche in quella che era stata la casa del guardacaccia di una vasta tenuta da cui si godeva una bella vista sul Reno. Questo orfanotrofio si trovava nel villaggio tedesco di Karlswald, nella zona di occupazione americana. Se non fossero stati tenuti là dentro, se non avessero ricevuto il cibo, il calore e gli indumenti che si potevano raccogliere per loro, i bambini avrebbero potuto vagare fino ai confini della terra, cercando genitori che da un pezzo avevano smesso di cercarli. Ogni pomeriggio di bel tempo le suore li facevano marciare, a due a due, attraverso i boschi fino al villaggio e ritorno, per la loro razione di aria fresca. Il carpentiere del villaggio, un vecchio abituato a prendersi brevi pause di riposo e riflessione tra una botta e l’altra dei suoi attrezzi, usciva sempre dalla sua bottega per guardare quell’allegra e lacera sfilata saltellante e chiacchierina, e per fare congetture, con i fannulloni che attirava la sua bottega, sulle nazionalità dei genitori dei bambini che passavano. “Ecco la francesina,”disse un pomeriggio. “Guardate il lampo di quegli occhi!”“E guardate come dondola le braccia quel piccolo polacco. Amano le marce, i polacchi,”disse un giovane meccanico. “Polacco? Dov’è questo polacco?”disse il carpentiere. “Là: quello magrolino dall’aria giudiziosa davanti a tutti,”rispose l’altro. “Aaah. È troppo alto per essere polacco,”disse il carpentiere. “E quale polacco ha dei capelli biondi come quelli? È un tedesco.”Il meccanico fece spallucce. “Ormai sono tutti tedeschi, quindi che differenza c’è?”disse. “Chi può provare cos’erano i suoi genitori? Se tu avessi combattuto in Polonia sapresti che era un tipo molto comune.”“Guarda... guarda chi arriva adesso,”disse il carpentiere con un sorriso. “Tu, che sei sempre pronto a discutere, non vorrai contraddirmi anche su questo. Ecco un americano!”E gridò al bambino: “Joe, quando vincerai di nuovo il campionato?”“Joe!”gridò il meccanico. “Come sta oggi il Bombardiere Nero?”Proprio in fondo alla sfilata, un ragazzo di colore con gli occhi celesti, isolato, sorrise dolcemente, un po’a disagio, a quelli che ogni giorno gli rivolgevano la parola. Fece un piccolo inchino, educatamente, n un saluto in tedesco, l’unica lingua che sapeva. Il suo nome, scelto arbitrariamente dalle suore, era Karl Hei nz. Ma il carpentiere gli aveva dato un nome che gli era rimasto appiccicato, il nome dell’unico uomo di colore che avesse mai lasciato la sua impronta nella mente dei paesani, l’ex campione del mondo dei pesi massimi Joe Louis. “Joe!”gridò il carpentiere. “Su con la vita! Fammi vedere quei bei denti bianchi e luccicanti che hai, Joe.”Joe obbedì, timidamente. Il carpentiere diede una manata sulla schiena del meccanico. “E se non è tedesco pure lui! Forse è l’unico modo in cui potremo avere un altro campione dei pesi massimi.”Joe girò un angolo, espulso dal campo visivo del carpentiere dalla suora che chiudeva la retroguardia. Lei e Joe passavano molto tempo insieme, perché Joe, qualunque fosse il suo posto nella fila, restava sempre indietro. “Joe,”disse la suora, “tu sei proprio un sognatore. La tua gente, sono tutti sognatori come te?”“Scusi, sorella,”disse Joe. “Stavo pensando.”“Sognando.”“Sorella, sono il figlio di un soldato americano?”“Chi te l’ha detto?”“Peter. Peter ha detto che mia madre era tedesca e mio padre un soldato americano che se n’è andato. Ha detto che mi ha lasciato con voi e poi se n’è andata anche lei.”Non c’era tristezza nella sua voce: solo perplessità. Peter era il ragazzo più grande dell’orfanotrofio, un vecchio amareggiato di quattordici anni, un ragazzo tedesco capace di ricordare i genitori, i fratelli, le sorelle e la sua casa, e la guerra, e cibi di ogni genere che Joe non riusciva neanche a immaginare. Agli occhi di Joe, Peter era un superuomo, un uomo che aveva fatto molte volte la spola tra paradiso e inferno, e che sapeva esattamente perché tutti loro erano dov’erano, come vi erano arrivati e dove avrebbero potuto essere. “Non devi preoccuparti, Joe,”disse la suora. “Nessuno sa chi erano i tuoi genitori. Ma dovevano essere bravissime persone, perché tu sei tanto buono.”“Cos’è un americano?”disse Joe. “È una persona di un altro paese.”“Vicino a noi?”“Ce ne sono alcuni vicino a noi, ma le loro case sono lontano, molto lontano, oltre una grande distesa di acqua.”“Come il fiume.”“Più acqua di così, Joe. Più di quanta tu ne abbia mai vista. Non si riesce nemmeno a vedere l’altra sponda. Potresti salire su una barca e navigare per giorni e giorni, e non arrivare ancora dall’altra parte. Un giorno ti mostrerò una carta geografica. Ma non badare a Peter, Joe. Lui s’inventa le cose. Non sa proprio niente di te. E raggiungi gli altri, adesso.”Joe allungò il passo e raggiunse la fine della fila, dove marciò con aria vigile e risoluta per qualche minuto. Ma poi riprese a ciondolare, inseguendo spettrali parole che turbinavano nella sua mente: ... soldato... tedesca... americano... la tua gente... campione... Bombardiere Nero... più acqua di quanta tu ne abbia mai vista. “Sorella,”disse Joe, “gli americani sono come me? Sono neri?”“Alcuni sì, altri no, Joe.”“Sono molte, le persone come me?”“Sì. Molte, molte persone.”“Perché io non ho visto nessuno?”“Nessuno di essi è venuto al villaggio. Hanno dei posti tutti loro.”“Voglio andarci.”“Non sei felice qui, Joe?”“Sì. Ma Peter dice che non è il mio posto, che non sono tedesco e non potrò esserlo mai.”“Peter! Non badargli.”“Perché la gente sorride quando mi vede, e cerca di farmi cantare e parlare, e poi ride quando lo faccio?”“Joe, Joe! Guarda, presto!”disse la suora. “Lo vedi? Là, sull’albero. Vedi quel piccolo passerotto con la zampina rotta? Oh, poverino, che creaturina coraggiosa... si muove ancora abbastanza bene. Lo vedi, Joe? Oplà, come saltella!”Un cocente giorno d’estate, mentre la fila degli orfanelli passava davanti alla sua bottega, il carpentiere uscì per dire a Joe qualcosa di nuovo, qualcosa che accese il suo entusiasmo e lo terrorizzò. “Joe! Ehi, Joe! Tuo padre è in città. Non l’hai ancora visto?”“Nossignore... no, non l’ho visto,”disse Joe. “Dov’è?”“Ti sta prendendo in giro,”disse la suora, seccata. “Vedrai se ti sto prendendo in giro, Joe,”disse il carpentiere. “Basterà che tu tenga gli occhi aperti quando passi davanti alla scuola. Dovrai guardare bene, su per la collina e dentro il bosco. Vedrai, Joe.”“Chissà dov’è oggi il nostro piccolo amico, il passerotto,”disse la suora vivacemente. “Santo cielo, speriamo che la sua zampina stia migliorando, eh, Joe?”“Sì, sì, certo, sorella.”Lei continuò a ciarlare del passerotto, delle nuvole e dei fiori mentre si avvicinavano alla scuola, e Joe smise di rispondere. Il bosco sopra la scuola sembrava silenzioso e deserto. Ma poi Joe vide un nero massiccio, a torso nudo e con una pistola, uscire dal folto degli alberi. L’uomo bevve un sorso da una borraccia, si asciugò le labbra col dorso della mano, sorrise con aristocratico disdegno al mondo che era ai suoi piedi e sparì di nuovo nel crepuscolo del bosco. “Sorella!”disse Joe. Era rimasto senza fiato. “Mio papà... ho appena visto mio papà!”“No, Joe... no, non è così.”“È là nel bosco. L’ho visto. Voglio andare lassù, sorella.”“Non è tuo padre, Joe. Non ti conosce. Non vuole vederti.”“È uno dei miei, sorella, la mia gente!”“Non puoi andare lassù, Joe, e non puoi stare qui.”Lo prese per un braccio per costringerlo a muoversi. “Joe... ti stai comportando male, Joe.”Joe obbedì, stordito. Non disse più nulla per il resto della passeggiata, che li portò a casa per un’altra strada, lontana dalla scuola. Nessun altro aveva visto quel padre meraviglioso, o creduto che Joe lo avesse visto. Joe non scoppiò in lacrime fino alle preghiere di quella sera. Alle dieci la giovane suora trovò la sua cuccetta vuota. Sotto una grande rete tesa trapunta di stracci, un pezzo di artiglieria era acquattato nel bosco, nero e unto, con la bocca rivolta al cielo notturno. Gli autocarri e il resto della batteria erano nascosti più in alto sul pendio. Joe guardava e ascoltava i soldati, tremebondo, attraverso una sottile cortina di arbusti, figure confuse nell’oscurità, trincerate intorno al cannone. Le parole che udiva non avevano alcun senso. “Sergente, perché dobbiamo scavare delle trincee se domani mattina ci muoviamo, e tanto sono soltanto manovre? Mi sa che potremmo risparmiare le nostre forze, e grattare appena un po’qua e là per far vedere dove c’eravamo trincerati, se fosse una cosa ragionevole.”“Per quel che ti riguarda, ragazzo, potrebbe diventare ragionevole prima di domani,”disse il sergente. “Hai dieci minuti per andare in Cina e portarmi un codino. Capito?”Il sergente mise piede in un pezzo di terra rischiarato dalla luna, con le mani sui fianchi, le grosse spalle tirate indietro, l’immagine di un imperatore. Joe vide che era lo stesso uomo davanti al quale era rimasto a bocca aperta quel pomeriggio. Il sergente ascoltò i rumori dello sterro, soddisfatto, e poi, con grande allarme di Joe, avanzò a grandi passi verso il suo nascondiglio. Joe non mosse un muscolo finché lo scarpone lo colpì a un fianco. “Ach!”“Chi c’è?”Il sergente lo alzò da terra e lo mise in piedi. “Cavolo, ragazzo, cosa fai qui? Smamma! Va’a casa! Questo non è un posto per venirci a giocare.”Puntò la torcia elettrica sulla faccia di Joe. “Dannazione,”borbottò. “Da dove vieni?”Lo tenne a mezzo metro di distanza e gli diede una scossetta, come se fosse una bambola di stracci. “Ragazzo, come sei arrivato qui? A nuoto?”Joe balbettò in tedesco che stava cercando suo padre. “Coraggio... come sei arrivato fin qui? Cosa fai? Dov’è la tua mamma?”“Cos’ha trovato, sergente?”disse una voce nell’oscurità. “Non so bene come chiamarlo,”disse il sergente. “Parla come un crucco ed è vestito come un crucco, ma lo guardi un momento.”Presto Joe fu circondato da una dozzina di uomini che parlavano prima ad alta voce, poi più piano, come se pensassero che per farsi capire occorresse cercare il tono giusto. Ogni volta che Joe cercava di spiegare la sua missione, ridevano stupiti. “Come hai fatto a imparare il tedesco? Parla.”“Dov’è tuo padre, ragazzo?”“Dov’è la tua mamma?”“Sprecchen zii dacce, ragazzo? Guardami. Visto? Fa’sì con la testa. Lo parla, eccome.”“Oh, correntemente, correntemente. Fagli un’altra domanda.”“Andate a chiamare il tenente,”disse il sergente. “Lui può parlare con questo ragazzo e capire cosa sta cercando di dire. Guardate come trema. È terrorizzato. Vieni qui, ragazzo; non aver paura, su.”Strinse Joe tra le sue braccia muscolose. “Calmati, adesso... andrà tutto be-e-e-ne. Vuoi vedere cos’ho qui? Perbacco, non credo che questo ragazzo abbia mai visto prima del cioccolato. Forza... assaggialo. Non ti farà male.”Joe, al sicuro in un fortilizio di tendini e ossa, circondato da occhi luminosi, affondò i denti nella stecca di cioccolato. L’interno roseo della sua bocca, e poi tutta la sua anima, furono inondati da un piacere intenso e caldo, e il bimbo reagì con un sorriso raggiante. “Ha sorriso!”“Guardate come si è illuminata la sua faccia!”“Crederà di essere finito dritto in paradiso, dannazione! Dico davvero!”“A proposito di profughi,”disse il sergente, abbracciando Joe, “questo è il profugo più piccolo che io abbia mai visto. Dritto, rovescio e in qualunque altra posizione.”“Tieni, ragazzo... ecco un altro po’di cioccolato.”“Non dategliene più,”disse il sergente in tono di biasimo. “Volete farlo star male?”“Ma no, sergente, andiamo... nessuno vuole fargli del male. Nossignore.”“Cosa succede qui?”Il tenente, un negro piccolo ed elegante, si avvicinò al capannello col raggio della torcia che danzava davanti a lui. “Abbiamo trovato un ragazzino, tenente,”disse il sergente. “Era qui che gironzolava nel campo. Dev’essere striscia sotto il naso delle sentille.”t’, lo mandi a casa, sergente.”

«Siamo tutti insetti nell’ambra.» Estratto da "Mattatoio n.5" Di Kurt Vonnegut

 


«Siamo tutti insetti nell’ambra.»
Estratto da "Mattatoio n.5" 
Di Kurt Vonnegut

“Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. 
Lo prenda momento per momento,e vedrà che siamo tutti insetti nell’ambra.”

L’ambra non è solo metafora della prigionia. È anche l’unica cosa che resta: ogni istante è già fissato, visibile, permanente. Per questo, poco dopo, Billy capisce che quando qualcuno muore «sembra soltanto morto»: in altri momenti di quella stessa ambra è ancora vivo.
La frase che mi ha colpito è il punto in cui la visione aliena diventa consiglio di vita: non cercare di cambiare il tempo, prendilo pezzo per pezzo. Siamo già tutti lì dentro.

Il contesto
Quella frase la pronuncia un tralfamadoriano a Billy Pilgrim in Mattatoio n. 5. Non è una massima poetica isolata: è il cuore della filosofia del romanzo sul tempo, sul destino e sul libero arbitrio.​

I Tralfamadoriani non vedono il tempo come una linea (passato → presente → futuro). Lo vedono tutto insieme, come un tratto delle Montagne Rocciose: ogni momento esiste già, è sempre esistito e esisterà sempre. Per questo dicono:
«Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia.»
Non si può avvertire nessuno, non si può spiegare un “perché”, non si può evitare o provocare un evento. Quello che accade, accade. Il momento è, e basta.
«Lo prenda momento per momento» significa: smetti di cercare una direzione, un senso progressivo, una causa che giustifichi il dolore o la fortuna. Guarda ogni istante per quello che è.
L’immagine finale è quella più dura e più bella:
«Siamo tutti insetti nell’ambra.»
Come le coccinelle imprigionate nel fermacarte di Billy, noi siamo fissati per sempre nei nostri istanti. Non possiamo uscirne, non possiamo cambiarli. Siamo già lì, cristallizzati. Non c’è un “perché proprio io?”, non c’è libero arbitrio nel senso terrestre della parola. C’è solo il momento in cui siamo incastrati.​
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Vonnegut usa questa visione per due cose insieme:
- dare un senso (o meglio: togliere il senso) allo sterminio di Dresda e al trauma di chi l’ha visto;
- ironizzare sulla nostra ossessione di spiegare, prevedere, avvertire, “fare qualcosa”.

sabato 12 settembre 2026

UN POSTO DOVE ANDARE Estratto da Delitto e castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij


 

UN POSTO DOVE ANDARE

Estratto da Delitto e castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij


Semyon Zacharovič Marmelàdov nella taverna, nella Parte I, capitolo II di Delitto e castigo.

«Ognuno deve avere un posto dove andare» e aggiunge:

«Perché arriva un momento in cui all'uomo è assolutamente necessario andare da qualche parte.»

Non è una massima edificante. È detta da un uomo che ha già perso tutto: dignità, lavoro, famiglia, rispetto. Eppure Dostoevskij gli affida una delle verità più nude del romanzo: l’essere umano non sopporta a lungo l’assenza totale di un dove. Anche quando sa che quel “dove” non lo salverà, ha bisogno di poterci andare.

È lo stesso bisogno che, in forme diverse, tormenta quasi tutti i personaggi del libro: Raskol’nikov che si isola nella sua camera-bara, Sonja che ha solo la stanza e la croce, Katerina Ivanovna che insegue un’illusione di rispettabilità.

La frase non promette salvezza. Dice soltanto che, prima o poi, arriva il momento in cui restare fermi diventa impossibile.

Il monologo di Marmelàdov anticipa quasi tutto il romanzo:

La povertà come destinazione, non solo come mancanza di soldi.

Non è solo miseria economica: è la perdita di un luogo nel mondo.

Sonja.

La figlia che “va da qualche parte” (la strada) per dare alla famiglia un posto, per quanto infame. Marmelàdov la chiama santa proprio per questo.

Raskol’nikov.

Anche lui, dopo il delitto, scoprirà di non avere più un posto: né nella stanza, né nella città, né nella propria coscienza. La frase di Marmelàdov gli tornerà in mente.

Il tema cristiano del romanzo.

Marmelàdov crede che alla fine Cristo accoglierà anche i peccatori come lui, perché “tutti devono avere un posto”. È una teologia da taverna, rozza e commovente: il perdono come ultimo rifugio quando ogni altro rifugio è crollato.

venerdì 11 settembre 2026

DELLA STUPIDITÀ Dietrich Bonhoeffer



DELLA STUPIDITÀ 

Dietrich Bonhoeffer

La teoria allarmante di Dietrich Bonhoeffer che spiega il mondo di oggi.

"Von der Dummheit" è un breve saggio di Dietrich Bonhoeffer, scritto intorno al capodanno 1942-43 e incluso nel testo Nach zehn Jahren (“Dopo dieci anni”), poi pubblicato in Widerstand und Ergebung (Resistenza e resa / Letters and Papers from Prison). Non è un trattato autonomo, ma una riflessione dettata dalla cella, dopo dieci anni di regime nazista.

Bonhoeffer non parla di QI basso, ma di abdicare al giudizio proprio sotto la pressione del potere e del gruppo. Per questo, secondo lui, non si “cura” con più informazioni, ma solo con un atto di liberazione — prima esteriore, poi interiore

 

Perché questa riflessione torna così spesso oggi? Perché i meccanismi che descrive non sono scomparsi. Le camere dell’eco, la polarizzazione, la riduzione di questioni complesse a identità di gruppo, la difficoltà a distinguere tra lealtà e pensiero: tutto questo rende visibile quanto sia facile abdicare al giudizio autonomo. Non è un problema di “destra” o “sinistra”, di “istruiti” o “non istruiti”. Bonhoeffer insisteva proprio su questo: esistono persone brillanti e stupide, e persone semplici e sagge.

La sua conclusione resta scomoda: non si cura con più dati o più scuola. Si cura con un atto di liberazione interiore — il coraggio di esaminare le proprie idee anche quando questo crea disagio rispetto al proprio gruppo. Finché quel coraggio manca, la stupidità resta un terreno fertile per qualunque potere o ideologia.

La domanda che pone il testo è quindi legittima: e se il pericolo più grande non fosse il male consapevole, ma la disponibilità di troppe persone a non pensare più con la propria testa?

Ecco il testo

DELLA STUPIDITÀ 

Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con le proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere – in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico – e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere con argomentazioni lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.

Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto ma l’umanità di una persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Ci accorgiamo con stupore di questo in certe situazioni nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Ci è dato osservare, inoltre, che uomini indipendenti, che conducono vita solitaria, denunciano questo difetto più raramente di uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia. Perciò la stupidità sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. È una forma particolare degli effetti che le circostanze storiche producono negli uomini; un fenomeno psicologico che si accompagna a determinati rapporti esterni. Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell’atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane – ad esempio quelle intellettuali – ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno esserne rovinati per sempre.

Ma a questo punto è anche chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo esser stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido. 

In questo stato di cose sta anche la ragione per cui in simili circostanze inutilmente ci sforziamo di capire che cosa effettivamente pensi il “popolo”, e per cui questo interrogativo risulta contemporaneamente superfluo – sempre però solo in queste circostanze – per chi pensa e agisce in modo responsabile. La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l’inizio della sapienza (Sal 111,10), dice che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità.

Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall’atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o più nella autonomia interiore e nell’intelligenza degli uomini

martedì 8 settembre 2026

ALICE WEIDEL


 ALICE WEIDEL

Il risultato in Sassonia-Anhalt è un enorme pronostico per tutto il sistema politico tedesco.

Alice Weidel, è lei che credo stia per diventare la prossima cancelliera della Germania.

Weidel presenta l’AfD come partito dell’ordine, della sovranità tedesca e della “svolta migratoria”. I sostenitori la vedono come unica forza che parla di frontiere, criminalità e costi dell’immigrazione. 

Non è molto carismatica; ha contraddizioni e molte posizioni con cui non sono d’accordo. Ma bisogna capire perché il suo discorso sta connettendo sempre di più con la maggioranza dell’elettorato tedesco.

Weidei Dice: "Non sarà che siamo stanchi di finanziare con le nostre tasse guerre che non sono le nostre, mentre all'interno della Germania i servizi pubblici si deteriorano?Vai in ospedale e, sì, c'è assistenza per tutti, come deve essere, ma noi che lavoriamo, versiamo contributi e paghiamo le tasse abbiamo il diritto di chiederci perché la qualità e la disponibilità del sistema non sembrano proporzionate al grande sforzo fiscale che sosteniamo. Non si tratta di togliere diritti a nessuno. Si tratta di qualcosa di molto più elementare: quando torneranno a essere una priorità coloro che sostengono il sistema con il loro lavoro e le loro tasse?".

È facile dire che “la Germania è diventata di estrema destra” pur sapendo che in Germania ha sempre governato la destra o la social-democrazia che, all’interno di questo spettro, è il braccio sinistro dei settori più conservatori di questo paese.

La Germania accumula errori da anni. Merkel ha aperto una politica migratoria estremamente errata mentre riusciva a mantenere a galla la nave economica.

Poi è arrivata la coalizione semaforo: SPD, Verdi e FDP, che ha approfondito l’usura economica, energetica e sociale. E ora il governo di Friedrich Merz che non è riuscito a risolvere una questione fondamentale, quella crescente sensazione che lavorare, contribuire e sostenere lo Stato stia diventando sempre meno redditizio per la classe media e lavoratrice.

E quando dico classe lavoratrice, non parlo della concezione  che identifica il lavoratore esclusivamente con l’operaio. In Germania (come in ogni paese)  sono lavoratori tutti coloro che vivono del proprio stipendio e pagano imposte e contributi ogni mese.

Ed è lì che sta il problema politico.

Uno Stato sociale si basa sulla solidarietà, ma anche sulla reciprocità. Se chi lavora percepisce di pagare sempre di più mentre riceve sempre di meno, e contemporaneamente osserva un sistema migratorio incapace di controllare adeguatamente chi entra, chi rimane, chi si integra, chi lavora e contribuisce, e chi deve lasciare il paese, emerge un’enorme sensazione di ingiustizia.

La Germania ha bisogno di un’immigrazione produttiva. Il suo invecchiamento demografico e il suo mercato del lavoro lo rendono evidente. Ma aver bisogno di immigrazione non significa che quell’immigrazione sia incontrollata.

Una politica migratoria seria deve attrarre lavoratori qualificati, facilitare l’integrazione di chi viene a studiare, lavorare e costruirsi una vita qui, proteggere chi ha davvero bisogno di asilo e, al tempo stesso, espellere con efficacia chi non ha diritto di permanenza, specialmente quando esiste delinquenza grave.

Il problema sorge quando lo Stato perde la sua capacità di selezionare.

E nel frattempo molte famiglie tedesche che lavorano e contribuiscono, oggi fanno i conti per decidere se possono permettersi di avere un figlio, pagare l’affitto, il riscaldamento, l’elettricità o semplicemente arrivare tranquille a fine mese. Mentre altri che non contribuiscono nulla si riproducono a ritmo accelerato, ricevono il Kindergeld che sono 259 € per figlio, nonostante non sia una prestazione per immigrati, e che dovrebbe spettare solo alle famiglie tedesche che soddisfano i requisiti.

Il dibattito serio non dovrebbe essere su chi ha figli, ma se il sistema di trasferimenti, imposte e benefici è progettato in modo che lavorare e formare una famiglia rimanga economicamente sostenibile.

A questo si aggiunge una Germania che ha perso competitività, trascina una digitalizzazione lenta, ha bisogno di modernizzare le infrastrutture e ancora non ha risolto in modo efficiente il suo problema energetico.

Al cittadino comune possono spiegare tutte le teorie geopolitiche che vogliono, ma lui riceve la bolletta dell’elettricità, paga il riscaldamento, fa la spesa e vede che non resta niente del suo stipendio.

Ed è lì che inizia la politica.

Per questo cresce l’AfD. Non perché improvvisamente milioni di tedeschi si siano svegliati ultradestra, ma perché i partiti tradizionali non hanno risolto i problemi che la popolazione considera prioritari, cioè immigrazione, insicurezza, energia, imposte, competitività e protezione della famiglia lavoratrice.

Vedremo cosa succede...

sabato 5 settembre 2026

I MISTERI DELLE SOFFITTE Carolina Invernizio



 I MISTERI DELLE SOFFITTE

Carolina Invernizio

Commento

Da adolescente leggevo tutto quello che trovavo in casa. Alcuni mesi fa ero in visita da mia nipote che vive ancora nella vecchia casa di campagna. Nel solaio della casa mi piace rovistare per trovare qualcosa che faccia ricordare quei tempi. Ho trovato un libro che non ricordavo di avere letto, ma che certamente era di mia sorella. Lessi l'incipit e allora mi ricordai che lo avevo sottratto, per leggerlo,  a mia sorella. 

È un romanzo d’appendice tipico della sua produzione: atmosfere notturne, carnevale come maschera e alibi, delitti, identità nascoste, palazzi e soffitte che nascondono segreti. Il giovedì grasso non è solo sfondo festoso: è il momento in cui la città si traveste e, sotto i costumi, può accadere di tutto.

  I MISTERI DELLE SOFFITTE

Capitolo 1

Era la notte del giovedì grasso. Nessuno si ricordava di un inverno mite come quello, e il carnevale aveva uno sfogo inusitato.

I ricchi se la spassavano nei palazzi; il popolo nelle osterie, sotto i portici, alla fiera, ai balli pubblici. I veglioni erano affollati e, come il solito, più di tutti si mostrava animato quello dello Scribe.

Fra le maschere che avevano fatto il loro ingresso colà dopo la mezzanotte, vi era un domino femminile elegantissimo, troppo elegante, che stonava in quell’ambiente volgare. Veniva forse in cerca di un’avventura galante? Aveva un appuntamento?

Una folla di studenti le fece cerchio.

— Cerchi me, bella principessa? — gridò uno di essi, un giovane allampanato, giallo come un limone. — Io sono disposto a darti tutto il mio cuore.

— Va’ là, poeta da quattro soldi! La bella è in cerca di un Trovatore dei tempi antichi, che sappia difenderla dagli audaci, piegare il ginocchio dinanzi a lei, e forse gli mostrerà appena la punta del suo bel nasino.

Il domino, che fissava i suoi occhi grigi su quel gruppo di giovani e pareva studiasse la fisionomia di ognuno, disse con voce armoniosa:

— Hai indovinato, mio caro, ed ecco su chi faccio cadere la mia scelta.

E posò la mano inguantata sulla spalla di un bel giovane dal volto leale, con occhi nerissimi e capelli biondi.

Scoppiò un evviva assordante, e per qualche minuto attorno alla coppia venne eseguita una danza folle, sfrenata. Poi ognuno si sbandò per proprio conto, gridando:

— Buona fortuna, Aldo!

Ma il giovane non pareva soddisfatto di quell’inattesa avventura galante. Tuttavia, volgendosi alla sua compagna, le chiese con accento gentile, dandole del voi:

— Dove debbo condurvi, signora?

— Fatemi fare un giro per il teatro, — rispose la maschera — poi conducetemi a casa vostra.

Lo studente sussultò.

— A casa mia? — ripetè, come se non prestasse fede ai suoi orecchi.

— Sì. Che ci trovate di strano? Non avete una casa, voi? Vivete forse in famiglia?

Aldo si era già rimesso.

— No, — rispose — vivo solo. Ma sono povero, ed abito in una soffitta.

— Che m’importa?

Aldo rivolse al domino uno sguardo, tra il diffidente ed il corrucciato. Ma l’ammirazione che destava nel pubblico la sua elegante compagna finì col lusingare il suo amor proprio. Egli pensava: «Costei dev’essere molto bella, e sarei un pazzo se me la lasciassi sfuggire. Forse è una gran signora, che in questa notte di carnevale vuol soddisfare un morboso capriccio. Contentiamola; io nulla ci perdo; anzi, ho tutto da guadagnare in quest’avventura!»

Prima di uscire dal teatro, Aldo passò nella guardaroba a prendere il suo soprabito. Abitava sul corso San Maurizio.

Egli e la sua compagna salirono le scale umide e sporche. Confusi rumori turbavano la sconosciuta. Erano pianti di bambini, bestemmie di uomini, grida soffocate di donne.

— Che casa è mai questa? — chiese ella.

— È una specie di alveare, — rispose Aldo — né può garbare a voi, avvezza forse ad una palazzina quieta, senza inquilini. In questa casa abitano molte famiglie, quasi tutte composte di onesti operai, che lavorano dall’alba alla sera, e solo alle feste alzano un po’ il gomito e fanno chiasso. Però vi è di buono che nessuno si occupa dei fatti altrui, ognuno vive a sé, ed io mi trovo benissimo.

Avevano già salito cinque piani e si avviavano verso la stretta scala che conduceva alle soffitte. Il corridoio a destra e a sinistra sembrava interminabile.

Aldo volse a sinistra, e dopo pochi passi si trovò a faccia a faccia con un uomo vestito da pierrot, col volto infarinato. Costui si trasse da un lato senza dire parola, e lo studente strinse il braccio della sua compagna, come per dirle che non aveva nulla da temere.

Erano giunti dinanzi all’uscio della soffitta di Aldo. Egli accese un cerino, aprì con una chiave inglese e fece passare il domino. Quando, entrato egli pure, si voltò per chiudere, vide il pierrot quasi vicino all’uscio; ma Aldo non parlò, per non spaventare la compagna, e chiusa la porta tirò il catenaccio.

Fatto ciò, accese un lume che era sul tavolino, indi si volse alla sconosciuta. Costei si era seduta sopra un divano e si guardava intorno con sorpresa. Tutto era modesto, di una pulitezza eccezionale. Le due finestre avevano cortine bianchissime, come la coperta del letto. Sul tavolino stavano i libri ben allineati; l’armadio aveva i battenti lucidi come specchi; un paravento cinese nascondeva il lavabo; la stufa di maiolica rendeva un delizioso tepore.

— Siete alloggiato come un principe! — disse la sconosciuta.

— Io stesso — rispose — tengo in ordine la mia roba, rifaccio il letto, spazzo, pulisco dappertutto ogni giorno per conservare bene questi quattro mobili che mia madre ha comperati con molti sacrifizi. Perché io sono povero, signora, e non lo nascondo. Ma voi non siete venuta qui per sentire la mia storia. Perdonatemi.

Sedette accanto a lei, e con voce sommessa:

— Perché non vi levate la maschera?

Ella mormorò:

— Lasciatemi, signore, ve ne supplico!

Poi si piegò, svenuta.

Aldo ne fu spaventato. Per farle riavere il respiro, le tolse la maschera dal viso, e mandò un grido d’ammirazione. Com’era bella!

A un tratto la sconosciuta aprì gli occhi, due occhi grigi ornati di lunghe ciglia nere, e disse con l’accento della più sincera disperazione:

— Mio Dio, che cosa ho fatto? Perché sono venuta qui?

Aldo, stupito, rispose:

— Ci siete venuta di vostra volontà, signora. Ma io credo di avervi usato tutto il rispetto che meritate.

— No, non lo merito; ma voi siete buono, signore, e lo sarete ancora. Ah! la mia scelta è caduta bene, altrimenti sarei stata perduta per sempre!

Si passò una manina sulla fronte e con voce interrotta:

— Se sapeste!... Stasera ero come pazza: ho scoperto un tradimento che spezza tutta la mia vita di amore, di devozione, di fedeltà, e volendo calpestare l’onore di colui che mi tradisce, mi sono recata al veglione dello Scribe. Era mia intenzione di darmi al primo uomo che mi fosse piaciuto, qualunque fosse, per poter gridare oggi all’altro: «Anch’io ho avuto un amante!» Ma all’uscire con voi dal teatro ero già esaurita dallo sforzo fatto; poi, nell’entrar qui, ho avuto vergogna di me ed ho perduto i sensi.

La giovane scoppiò in lacrime, nascondendo il bel volto sul divano. Aldo, commosso, le rivolse parole di conforto.

La sconosciuta si era a poco a poco calmata; ella rialzò la testa, stese le mani al giovane, che le strinse fra le sue con viva simpatia.

In quel momento un grido acuto, terribile, un grido di morte risvegliò tutti gli echi del casamento e fece balzare in piedi Aldo e la sua compagna. Al tempo stesso si udì uno sbattere di usci, voci che chiamavano aiuto, altre che gridavano:

— All’assassino!

Aldo si slanciò fuori e la sconosciuta lo seguì con la lucerna accesa. E fu bene. A quel chiarore, lo studente vide il pierrot che gli passava dinanzi come una freccia, dirigendosi verso il pianerottolo per raggiungere la scala. E dietro a quegli una voce ansante gridava:

— Fermatelo, è lui l’assassino!

Di un salto Aldo gli fu sopra, poi, aiutato da altri inquilini sopraggiunti, lo legò come un salame.

— Bisogna ricondurlo nella stanza della sua vittima finché giungano le guardie, — disse un uomo.

— Chi ha assassinato? — chiese Aldo.

— Giulietta, la poverina, così buona e onesta!

— Ed è morta? — domandò la sconosciuta, che tutti guardavano con sorpresa, sembrando loro una strana apparizione.

— Essa non dà più segni di vita; — rispose una donna canuta — è crivellata di ferite. Mio figlio è corso a chiamare il medico.

— Andiamo a vederla; — soggiunse la sconosciuta — forse potremo soccorrerla.

Quando la giovane apparve, seguita da Aldo, sul limitare della soffitta dove ora era successo l’assassinio, tutti fecero largo. La soffitta era rischiarata dai molti lumi portati dagli inquilini; in un angolo gemeva l’assassino, steso a terra, tutto legato.

Intorno al letto, dove era distesa l’assassinata, molte donne si accalcavano ansiose, tentando invano con gli asciugamani di arrestare il sangue che sgorgava copioso dal petto della vittima. L’assassinata era assai giovane, e nonostante il pallore cadaverico del volto appariva sempre bellissima. Si capiva che era stata colpita mentre dormiva e, svegliata all’improvviso, aveva sostenuto una fiera lotta con l’assassino. Aveva ancora fra le mani contratte alcuni lembi dell’abito del pierrot.

Ma ciò che più di tutto straziava è che presso al letto dell’assassinata, inconscia del dramma terribile ivi successo, dormiva in una culla una bambina di forse due anni, bionda come la madre, bella come un amore.

— Sarebbe bene toglierla di lì; — disse la sconosciuta ad Aldo — la porterò nella vostra stanza e veglierò su lei.

Sollevò la bimba senza svegliarla e, tenendola stretta al suo petto, si mosse per uscire da quella stanza. Ma in quell’istante entrò il medico. Dietro a lui venivano guardie, delegati, un ispettore, e una folla enorme che non si riusciva a tenere indietro. La signora non poté uscire dalla soffitta.

Qui si chiude il primo capitolo. Il secondo riprende subito dopo: il medico tenta di rianimare Giulietta, Teresa accusa il pierrot, Aldo si presenta come studente ingegnere, e la sconosciuta resta incastrata nella scena del delitto con la bambina in braccio.


L'ALTRO Ryszard Kapuściński



L'ALTRO

Ryszard Kapuściński

Recensione 

È un libretto breve (circa 80 pagine) ma denso, scritto con lo stile limpido e umanissimo di Kapuściński. È una riflessione filosofica e morale sull’incontro con “l’altro” — chi appartiene a un’altra cultura, razza, religione o tradizione — basata su una vita intera passata tra Africa, Asia e America Latina.

L’altro non è solo “diverso da me”; è anche un essere umano con le stesse paure, gioie e bisogni. Le identità culturali e razziali si intrecciano con l’umanità condivisa e non sono mai fisse. Il mondo contemporaneo, secondo lui, non è un “villaggio globale” ma piuttosto una folla anonima in un grande aeroporto: gente che corre, indifferente e ignorante reciproca. L’unica speranza sta nel riconoscere che anche noi siamo “altri” per qualcuno.

Kapuściński ripercorre il rapporto dell’Europa con il resto del mondo: dalle guerre descritte da Erodoto, attraverso colonialismo e scoperte geografiche, fino all’antropologia di Malinowski e alla filosofia di Emmanuel Lévinas. 

Sostiene che il dialogo e la comprensione sia la strada da percorrere: curiosità, rispetto ed empatia. L’altro non è solo “diverso da me”; è anche un essere umano con le stesse paure, gioie e bisogni. Le identità culturali e razziali si intrecciano con l’umanità condivisa e non sono mai fisse.

Il punto debole di L’altro, è  tuttavia questo: Kapuściński parla dell’incontro culturale e morale, non del caso in cui “l’altro”  abbia scelto la guerra — e la sta praticando su di te. In quella situazione le tradizioni morali più comuni (non solo occidentali) distinguono tra capire e cedere.

Capire perché qualcuno ti aggredisce è una cosa. Lasciargli fare è un’altra. Kapuściński stesso, bambino nella Polonia occupata e poi testimone di decine di guerre, sapeva che la guerra “deforma anche chi la subisce” e che comincia prima delle bombe: con fanatismo, orgoglio, stupidità, disprezzo. Non ne ricavava però l’idea che la vittima debba sedersi a tavola mentre l’aggressione è in corso.

L'ALTRO

I

“Curiosità per il mondo”

La definizione “l’altro”, “gli altri” può venire intesa in vari modi e usata nei più svariati significati e contesti: ad esempio, per indicare una diversità di sesso, generazione, nazionalità, religione e via dicendo. Personalmente, la uso soprattutto per distinguere gli europei occidentali bianchi da coloro che definiamo gli altri, vale a dire gli extraeuropei non bianchi, ben sapendo che per costoro i primi rappresentano a loro volta gli altri.


Il genere che cerco qui di definire è il reportage letterario basato sull’esperienza di pluriennali viaggi per il mondo. Il reportage ha di solito molti autori ed è grazie a un’usanza invalsa da tempo che firmiamo un testo solo con il nostro nome. In realtà si tratta forse del genere letterario più collettivo che esista, giacché alla sua nascita contribuiscono decine di persone: gli interlocutori incontrati sulle strade del mondo che ci raccontano la storia della loro vita o della società alla quale appartengono, oppure eventi ai quali hanno partecipato o di cui hanno sentito parlare da altri. Questi estranei, a noi di solito sconosciuti, oltre a rappresentare una delle più ricche fonti di conoscenza del mondo aiutano anche il nostro lavoro in molti altri modi, che vanno dal favorire i nostri contatti con altre persone al metterci a disposizione la loro casa, fino al salvarci addirittura la vita.


Ognuna di queste persone incontrate nei nostri viaggi attraverso il mondo sembra comporsi di due esseri, di due parti spesso difficili da separare, cosa di cui non sempre ci rendiamo conto. Una delle due è l’uomo uguale a noi, con le sue gioie e i suoi dolori, i suoi giorni fasti e nefasti, che teme la fame e il freddo, sente il dolore come una sventura e il successo come soddisfazione e appagamento. L’altra sua veste, sovrapposta e intrecciata alla prima, è quella di portatore di caratteristiche razziali, culturali e religiose. Le due parti non appaiono mai distinte, allo stato puro e isolato, ma convivono influendo l’una sull’altra.


Il problema, nonché la difficoltà della mia professione di reporter, sta nel fatto che questo nostro doppio aspetto di uomo-individuo e di uomo-portatore di razze e culture non è rigido, statico e stabilito una volta per tutte, ma dinamico, mobile, mutevole, soggetto ad alti e bassi di tensione a seconda del contesto esterno, delle esigenze del momento, delle aspettative circostanti e perfino del nostro stato d’animo e della nostra età.


Ecco perché non sappiamo mai chi stiamo per incontrare, anche se si tratta di una persona di cui conosciamo da tempo il nome e l’aspetto. Figuriamoci poi se si tratta di qualcuno che vediamo per la prima volta. Ogni incontro con l’altro è dunque un indovinello, qualcosa di ignoto se non addirittura di segreto.


Ma prima che questo incontro avvenga, noi reporter ci siamo preparati da tempo. Di solito mediante letture (ai tempi in cui la televisione non esisteva). A ben guardare, l’intera letteratura mondiale è dedicata all’altro: dalle Upanishad attraverso I Ching e Chuang Tsy, da Omero ed Esiodo attraverso Gilgamesh e l’Antico Testamento, da Popol Vuh fino alla Torah e al Corano. E che dire dei grandi viaggiatori medievali, da Giovanni da Pian del Carpine a Ibn Battuta, da Marco Polo a Ibn Khaldun e Chang-Chun, che andavano fino in capo al mondo alla ricerca dell’altro? Su certe giovani menti queste letture agivano come stimolo per recarsi nei più remoti angoli della terra a incontrare e conoscere gli altri: era la tipica illusione dello spazio, la convinzione che ciò che è lontano fosse diverso e tanto più diverso quanto più lontano.


Ho detto “su certe” menti perché la tentazione del viaggio è una passione meno diffusa di quanto si creda. L’uomo è per sua natura portato alla sedentarietà, caratteristica radicatasi soprattutto dopo la scoperta dell’agricoltura e dell’arte di costruire le città. Di solito l’uomo abbandona il suo nido solo se costretto, se scacciato dalla guerra, dalla fame, da un’epidemia, dalla siccità o da un incendio. A volte parte da casa perché perseguitato per le sue convinzioni, a volte alla ricerca di un lavoro o di migliori opportunità per i figli. In molti, infatti, lo spazio provoca ansia, timore dell’ignoto e perfino paura della morte. Ogni cultura dispone di una serie di incantesimi e di pratiche magiche destinati a proteggere colui che si mette in viaggio e che viene salutato con manifestazioni di pianto e di dolore come se si avviasse al patibolo.


Parlando di viaggio, non ci riferiamo certo all’avventura turistica. Per la mentalità del reporter il viaggio significa sfida e sforzo, fatica e sacrificio, un compito arduo, un ambizioso progetto da portare a termine. Viaggiando sentiamo che sta accadendo qualcosa di importante, che partecipiamo a un evento di cui siamo nello stesso tempo testimoni e creatori, che adempiamo a un dovere, che siamo responsabili di qualcosa.


Tanto per cominciare, siamo responsabili della strada che percorriamo. Spesso sappiamo perfettamente che la percorreremo quell’unica volta, che non ci torneremo mai più, e quindi che non abbiamo il diritto di trascurarne o perderne il minimo dettaglio. Dettagli di cui renderemo conto, su cui scriveremo relazioni o racconti e che riepilogheremo nel nostro esame di coscienza. Per questo viaggiamo concentrati e con l’orecchio sempre in ascolto. La strada che si percorre è importante, poiché ogni passo ci avvicina all’incontro con l’altro. È per questo che ci siamo messi in viaggio. Quale altro motivo avrebbe potuto indurci ad affrontare fatiche, rischi, scomodità e pericoli?


Non è solo il viaggio intrapreso volontariamente, il viaggio come forma di vita, a essere una rarità. Anche una forte curiosità per il mondo è un fenomeno raro. Alla maggior parte delle persone esso interessa ben poco. La storia conosce intere civiltà che non hanno mostrato il minimo interesse per il mondo esterno. L’Africa non ha mai costruito una nave per navigare e scoprire che cosa ci fosse oltre ai mari che la circondavano. I suoi abitanti non hanno tentato di arrivare neanche alla pur vicina Europa. La civiltà cinese ha fatto anche di più, isolandosi addirittura dal resto del mondo per mezzo di un’alta muraglia.


(Anche se gli imperi dotati di armate a cavallo, come i persiani, gli arabi e i mongoli, si sono comportati diversamente, il loro scopo non era quello di conoscere il mondo, ma di conquistarlo con le armi e assoggettarlo. Comunque le fasi di slancio e di pressione erano relativamente brevi, dopodiché gli imperi crollavano, sepolti per sempre sotto la sabbia.)


In questo corteo di civiltà l’Europa costituisce un’eccezione. È l’unica, a partire dall’antica Grecia, a manifestare una curiosità per il mondo – nonché il desiderio non solo di assoggettarlo e dominarlo, ma anche di conoscerlo; anzi, per quanto riguarda le sue menti migliori, soltanto quello di conoscerlo, comprenderlo e creare una comunità umana. È qui che avranno luogo, in tutta la loro evidenza, complessità e drammaticità, i nostri rapporti con i rimanenti abitanti del pianeta: gli altri.


Questi rapporti hanno una lunga tradizione. In letteratura essa inizia con le grandi Storie di Erodoto. Lo storico greco, vissuto duemilacinquecento anni fa, ci mostra che già allora il mondo a lui accessibile era popolato da numerose società progredite e mature, provviste di una cultura ben sviluppata e di un forte senso di identità: in una parola, che il primo europeo, ossia il greco, pur bollando come non greco (barbaros) chiunque non parlasse la sua lingua, si rendeva conto che questo altro era comunque qualcuno. Erodoto parla degli altri senza disprezzo né odio; cerca di conoscerli, di capirli e spesso dimostra addirittura come per molti aspetti essi superino gli stessi greci.


Erodoto conosce la natura sedentaria dell’uomo e sa che per entrare in contatto con gli altri bisogna mettersi in cammino, giungere fino a loro e manifestare il desiderio di incontrarli; per questo viaggia in continuazione, visita egizi e sciti, persiani e lidi, ricordando sia quello che viene a sapere da loro sia quello che vede con i propri occhi. In una parola, vuole conoscere gli altri, consapevole com’è che per conoscere se stessi bisogna conoscere gli altri: gli altri sono lo specchio nel quale ci vediamo riflessi. Sa che per capire meglio se stessi bisogna comprendere meglio gli altri, confrontarsi e misurarsi con essi. Lui, cittadino del mondo, è contrario all’isolarsi dagli altri e al chiudere loro la porta. La xenofobia, sembra dire Erodoto, è la malattia di gente spaventata, afflitta da complessi di inferiorità e dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui. Tutta la sua opera è infatti una coerente costruzione di specchi che ci permette di vedere con più chiarezza soprattutto la Grecia e i greci.


In seguito, l’incontro tra europei e non europei assumerà un carattere estremamente violento e sanguinoso, come del resto era avvenuto ancor prima di Erodoto: inizialmente, quando la Grecia si era scontrata con la Persia; poi al tempo delle conquiste di Alessandro Magno, per continuare con l’espansione dell’impero romano, le crociate,la conquista spagnola e via dicendo.


A questo proposito vorrei sottolineare quanto sia eurocentrico il nostro modo di ragionare (come del resto quello della maggior parte degli storici a noi noti): ogni volta che parliamo o scriviamo del nostro rapporto con gli altri, per esempio in caso di conflitti, diamo per scontato che si tratti di un conflitto tra europei ed extraeuropei; mentre questo stesso tipo di scontri e di guerre ha causato milioni di vittime anche all’interno della famiglia extraeuropea, dove i mongoli combattevano contro i cinesi, gli aztechi contro le tribù vicine, i musulmani contro i seguaci dell’induismo e così via.


In una parola, lo scontro tra civiltà non è un’invenzione moderna, nel senso che si tratta di un fenomeno presente da sempre nella storia dell’umanità. Non bisogna inoltre dimenticare che il conflitto è solo una delle possibili (ma non indispensabili) forme di contatto tra civiltà. Un’altra di queste forme, del resto più frequente della prima, è quella che spesso si verifica all’interno di uno stato di guerra. Un esempio. Nei primi anni novanta mi trovavo in Liberia. Era in corso una guerra civile. Mi recai al fronte con un reparto dell’esercito governativo. Il fronte passava lungo un fiume le cui rive erano unite da un ponte. Sulla sponda in mano al governo si svolgeva un grande mercato. Dalla parte opposta, dove stavano i ribelli di Charles Taylor, c’erano solo campi deserti. Fino a mezzogiorno sul fronte lungo il fiume risuonavano spari e rombi di cannone. Nel pomeriggio regnava la calma: i ribelli attraversavano il ponte e andavano a fare la spesa al mercato. Consegnavano le armi alla pattuglia di guardia e questa gliele restituiva quando tornavano indietro carichi di acquisti. Così, all’interno di un cruento conflitto armato si svolgeva uno scambio di merci e di beni di vario genere. L’altro può quindi essere visto sia come nemico, sia come cliente. Sono la situazione, le circostanze, il contesto a decidere se, in un dato momento, vediamo la stessa persona come un nemico o come un partner. Perché l’altro può essere entrambi e proprio in ciò consistono la sua mutevole e inafferrabile natura, i suoi comportamenti contraddittori di cui spesso egli stesso non riesce a comprendere la causa.


La fine del medioevo europeo e l’inizio dell’era moderna, la grande spedizione dell’Europa alla conquista del mondo, l’assoggettamento dell’altro e la rapina dei suoi beni hanno scritto pagine di sangue e crudeltà nella storia del nostro pianeta. La portata delle pratiche genocide di quell’epoca, durata oltre tre secoli, verrà superata solo nel XX secolo, dalle macabre fattezze dell’Olocausto.


Per gli europei che in quei tempi muovono alla conquista del pianeta, l’altro si configura come un selvaggio nudo, cannibale e pagano che per l’europeo – bianco e cristiano – è un sacro diritto e dovere sottomettere e calpestare. Una delle cause dell’inaudita brutalità e crudeltà che caratterizzavano i bianchi non era soltanto l’avidità d’oro e di schiavi che divorava le menti e accecava le élite europee, ma anche il livello morale e culturale incredibilmente basso di coloro che venivano mandati per il mondo in avanscoperta degli altri. Le ciurme delle navi si componevano per buona parte di malfattori, di criminali e di notori banditi o, nel migliore dei casi, di vagabondi, di senzatetto e di falliti. Difficile, infatti, convincere una persona normale a partire per un viaggio-avventura spesso destinato a finire con la morte.


Il fatto che per secoli l’Europa abbia spedito a incontrare l’altro (e soprattutto a incontrarlo per la prima volta) i suoi rappresentanti più abietti stenderà un’ombra sinistra sui nostri rapporti con gli altri, formerà le nostre opinioni correnti su di essi, consoliderà nelle nostre menti stereotipi, preconcetti e fobie che, sotto questa o quella forma, continuano ancora a sussistere. È una constatazione che faccio ogni volta che sento persone, apparentemente sensate, sostenere che per l’Africa non esiste altra via d’uscita se non una nuova colonizzazione.


Conquistare, colonizzare, dominare, assoggettare: è questo l’impulso nei confronti degli altri che da sempre si ripete nella storia del mondo. Dovranno passare molte migliaia di anni prima che alla mente umana si affacci il sospetto di una possibile uguaglianza tra noi e l’altro.


Parlando degli altri e delle nostre relazioni con essi mi riferisco solo ai rapporti interculturali e interrazziali, in quanto si tratta della sfera con cui più spesso mi sono trovato in contatto. Osservando la cosa da un punto di vista storico, si vede come, dopo tre secoli di brutale e implacabile espansione delle corti e del capitale europeo (e non mi riferisco solo alla conquista di popolazioni e territori al di là dal mare, ma anche ad azioni territoriali quali ad esempio lo sterminio delle popolazioni siberiane a opera dei russi), nel XVIII secolo si verifica un graduale (ma solo parziale, seppure importante) mutamento d’atmosfera e di rapporti nei confronti di quell’altro e di quegli altri che di solito costituiscono le società extraeuropee. È l’era dell’Illuminismo, dell’umanesimo, della rivoluzionaria scoperta che il non-bianco, il non-cristiano e il selvaggio, questo altro mostruoso e così diverso da noi, è anch’esso un uomo.


La via verso tale rivelazione viene aperta innanzitutto dalla letteratura. Escono le opere di Daniel Defoe e Jonathan Swift, di J.-J. Rousseau e Voltaire, Fontenelle e Montesquieu, Goethe e Herder. È un’incredibile, abbagliante esplosione di talenti, di menti e di cuori; decine di autori condannano lo sfruttamento e la crudeltà dei conquistatori d’ogni risma e nazionalità, gridando che questi altri, così depredati e uccisi, sono uguali a noi, sono “nostri fratelli in Cristo” degni di considerazione e di rispetto. Prende piede il movimento della lotta contro lo schiavismo, fiorisce la cartografia, vengono organizzate spedizioni scientifiche non a scopo di conquista, ma per scoprire nuove terre e conoscere popolazioni e culture fino allora ignote. La paura dell’altro viene sempre più spesso sostituita dalla curiosità e dal desiderio di conoscerlo più da vicino. A tutto ciò si accompagna un incredibile sviluppo del reportage e di ogni genere di letteratura di viaggio: basti citare alcuni titoli oggi diventati dei classici, quali A Description of the East di Richard Pococke, oppure i nomi di James Cook e Mungo Park, e soprattutto, l’Histoire générale des voyages, una raccolta di relazioni dal mondo intero a opera di Prévost. Un suo coetaneo, il grande naturalista e filosofo tedesco Albrecht von Haller, scriverà verso la metà del XVIII secolo:


Niente dissipa i pregiudizi meglio del conoscere popolazioni dotate di usanze, leggi e opinioni diverse dalle nostre; una diversità che con poca fatica ci insegna a respingere tutto ciò in cui gli uomini si differenziano e a considerare come voce della natura tutto ciò in cui si assomigliano: le leggi primarie della natura sono infatti uguali in tutti i popoli. Non offendere nessuno, riconoscere a ciascuno quanto gli spetta.


Le idee di von Haller vengono a quel tempo condivise da molti pensatori, scrittori e viaggiatori che imprimono il loro tono all’epoca, definita talvolta come il secolo del sentimentalismo umanitario. Di essi fa parte il grande storico e filosofo francese Guillaume Raynal, un enciclopedista che condannò con fervore la schiavitù e lo sfruttamento coloniale. Per la prima volta la figura dell’altro viene tratteggiata con umanità ed efficacia come quella di un essere unico e irripetibile. Si attua un importante progresso dallo stereotipo del selvaggio imprevedibile all’immagine di un individuo portatore di una diversa razza e cultura. Una vera e propria rivoluzione nel modo di pensare europeo, dove ha inizio il passaggio dalla figura del barbaro abietto a quella di un essere dotato di tratti umani e appartenente alla famiglia dell’uomo.

È la prima volta che, su vasta scala e con tanta intensità, l’altro diventa un problema interno della cultura europea, un problema etico di tutti noi.

II

“L’accettazione della diversità”

In modo sommario e molto semplificato, i rapporti degli europei con l’altro possono venire suddivisi in quattro fasi:


la fase dei mercanti e degli ambasciatori, in cui la gente entra in contatto con gli altri attraverso le vie commerciali o perché inviata in ambasceria in un altro paese da qualche potente dell’epoca. Questo periodo dura più o meno fino al XV secolo;


la fase delle grandi scoperte geografiche (i patrioti del Terzo Mondo si indignano per questa definizione: “Ma quale scoperta dell’America? Quale scoperta dell’Africa, se c’eravamo già noi che la abitiamo fin dalla notte dei tempi!”.) È l’epoca della conquista, della carneficina e del saccheggio, veri secoli bui nei rapporti tra gli europei e gli altri. Dura alcune centinaia d’anni;


la fase dell’Illuminismo, dell’umanesimo, dell’apertura verso gli altri e dei primi tentativi di capirli: si allacciano contatti umani e si sviluppa lo scambio non solo di merci, ma anche di valori culturali e spirituali.


Dall’Illuminismo ha origine una nuova epoca, tuttora in atto e contraddistinta a sua volta da tre fasi:


la fase degli antropologi;


la fase di Lévinas;


la fase multiculturale.


Il periodo più importante per le nostre considerazioni è quello dell’Illuminismo. Nei rapporti tra l’Europa e gli altri esso chiude l’era dello “stato selvaggio” e apre l’era moderna. Nascono una nuova lingua e un nuovo lessico. Gli enciclopedisti diffondono l’idea di una scienza universale; Goethe sogna la nascita di una letteratura mondiale; appaiono concetti quali “governo mondiale” e “cittadino del mondo”. La parola “selvaggio” resta in uso, ma completata dall’aggettivo “buono”: “il buon selvaggio”.


Anche se ciò non significa la fine del mercato degli schiavi o dell’espansione coloniale, qualcosa comincia a cambiare nella mentalità e nella morale europea. Adesso bisogna rispettare le forme: non si parla più di “colonialismo” ma di “missione civilizzatrice”, di “conversione” e di “aiuti alle popolazioni povere e sottosviluppate”.


In quest’epoca di cambiamento culturale – il passaggio da un rigido eurocentrismo a una visione più universale delle cose – nasce una nuova branca delle scienze sociali: l’antropologia. L’antropologia è rivolta verso l’altro e a esso esclusivamente dedicata. Promuove l’idea della comprensione dell’altro attraverso la sua conoscenza e l’accettazione della diversità in quanto caratteristica costitutiva del genere umano.


Con il tempo, tra gli antropologi nascono e si sviluppano due scuole: quella degli evoluzionisti e quella dei diffusionisti. Una divisione che sotto varie forme e vari nomi permane fino a oggi e che rispunta ogni volta che le due scuole si scontrano. Gli evoluzionisti credevano nell’inevitabile progresso dell’intera umanità. Secondo loro, tutte le società umane si sviluppano dallo stadio più basso e “primitivo” fino a quello più alto e civilizzato e quindi tutti i popoli del mondo avanzano sulla medesima via di sviluppo e progresso: il fatto che gli ultimi raggiungano i primi è soltanto una questione di tempo. Particolare importante, gli evoluzionisti credevano nell’unitarietà psichica del genere umano, adducendo come prova le somiglianze culturali che scoprivano e stabilivano nelle varie società del mondo. In una parola, gli evoluzionisti erano ottimisti, credevano nell’omogeneità e unitarietà della famiglia umana, erano cittadini del mondo e tali consideravano anche tutti gli altri: oggi li definiremmo dei globalisti.


I diffusionisti ritenevano invece che sul nostro pianeta esistessero numerose civiltà e culture e che, a seconda del luogo e del momento, esse entrassero in contatto compenetrandosi a vicenda. Tra di esse avveniva un processo di congiunzione, di fusione e di prestiti, si instaurava una continua e dinamica comunicazione, un dialogo creativo, uno scambio vivace e complesso. I diffusionisti erano affascinati soprattutto dalla varietà e dalla molteplicità delle culture, nonché dall’ibridazione derivante dal contatto interculturale. Vedevano gli altri non come una società omogenea e indifferenziata, ma come una folla multiforme, variegata e plurilingue, i cui singoli gruppi vivevano ognuno per conto proprio, con i propri dèi e le proprie scelte di vita.


Se, come ho detto, gli evoluzionisti erano dei globalisti, i diffusionisti erano invece antiglobalisti: non nel senso di una lotta contro la globalizzazione, ma perché ai loro occhi il mondo era una specie di tappeto persiano riccamente e misteriosamente variegato.


Sebbene i rappresentanti delle due scuole si siano scontrati e continuino ancora a farlo, le loro intenzioni sono sotto ogni aspetto sincere e fruttuose: entrambi cercano soprattutto il modo migliore per conoscere, capire, descrivere gli altri e renderceli più vicini.


Nel loro desiderio di conoscere gli altri allo stato il più possibile puro, non contaminato da influssi esterni, una parte di questi antropologi (chiamati in seguito funzionalisti) si reca nei luoghi più remoti del pianeta, di preferenza nelle piccole isole del Pacifico o nelle più impervie regioni africane per seguire e registrare il funzionamento delle società degli altri nel loro ambiente culturale d’origine. Ne nasce una serie di opere, spesso di notevole valore conoscitivo e letterario, che aprono gli occhi degli europei sulla molteplicità, sulla ricchezza, sull’unitarietà logicofunzionale di culture a essi prima sconosciute. Autori come Rivers, Radcliffe-Brown o Evans-Pritchard dimostrano che queste culture degli altri, benché diverse, non sono meno valide e meno significative della cultura europea.


Un ulteriore passo avanti (ma di quale importanza!) lo compie Malinowski, che delle cosiddette ricerche sul campo fa la condizione sine qua non della conoscenza degli altri. Non solo bisogna andare da loro, ma anche vivere tra o con loro. Si reca quindi in una delle isole dell’arcipelago Trobriand e lì, in mezzo a un villaggio, pianta la sua tenda. Malinowski scopre con stupore che i bianchi residenti da decine di anni su quelle isole non solo abitano lontano dai villaggi locali ma hanno una conoscenza della popolazione infarcita di assurdità e di falsi stereotipi. In sostanza, ai Tropici il bianco è la fonte meno degna di fede circa le popolazioni e le culture locali.


I bianchi e gli aborigeni si evitano tra di loro, poiché l’incontro con gli altri non è qualcosa di semplice e automatico ma richiede una volontà e uno sforzo che non tutti sono disposti ad affrontare. Oltre che una necessità per gli antropologi, le ricerche sul campo sono anche la condizione fondamentale per il lavoro dei reporter. In questo senso possiamo considerare Malinowski come il creatore del reportage antropologico, che da questo momento in poi comincerà a svilupparsi un po’ ovunque.


I testi scaturiti dai risultati delle ricerche sul campo hanno notevolmente modificato l’immagine che gli europei avevano degli altri. Hanno infatti dimostrato che gli altri, anziché essere un’orda di primitivi pigri e imprevedibili, vivono in culture estremamente sviluppate, dotate di strutture e gerarchie sottili e complicate. Le nostre relazioni con gli altri si sono sollevate a un livello più alto.


Sebbene le ricerche sul campo abbiano svolto un ruolo così importante e positivo nell’ampliare la nostra conoscenza sulla famiglia dell’uomo, vi erano in esse due punti deboli che con il passare del tempo le hanno portate in un vicolo cieco.


Primo: ogni antropologo studiava e tendeva a descrivere una sola (di solito piccola) tribù mentre in quegli stessi tempi (a cavallo tra il XIX e il XX secolo) nella sola Africa ve n’erano alcune migliaia. Inoltre apparve ben presto chiaro che la maggior parte di quelle società avevano ognuna le proprie strutture, tradizioni e lingue, che le ricerche condotte su una tribù non fornivano la chiave per descriverne un’altra e che, quindi, le singole osservazioni individuali non si sommavano in un unico quadro unitario. Esistevano frammenti isolati con i quali non era possibile comporre un mosaico decifrabile.


Secondo: si cercava di studiare e di conoscere le culture tradizionali come se esse si manifestassero allo stato originario, sempre nelle stesse condizioni di solitudine e isolamento. Le si descriveva come strutture statiche, immobili e stabilite una volta per tutte, mentre in realtà, specie ai nostri tempi, erano soggette a continui cambiamenti, a un’incessante e talvolta sostanziale trasformazione. Prima, ad esempio, che Evans-Pritchard facesse in tempo a descrivere la tribù Azande, questa aveva assunto un aspetto del tutto diverso oppure si era dissolta e aveva cessato di esistere insieme alla sua cultura e ai suoi dèi. Subentra infatti un’era di frenetiche e intense migrazioni: milioni e milioni di persone si trasferiscono nelle città mentre il villaggio, baluardo della tradizione, si spopola dei suoi abitanti decimati da fame, guerre civili, siccità ed epidemie. Ma l’altro, che adesso incontriamo e conosciamo nelle grandi città del Terzo Mondo, è un altro diverso: è il prodotto, difficile da definire, di una cultura urbana ibridata, l’erede di mondi in contrasto tra loro, una creatura disomogenea, dai contorni e dalle caratteristiche fluidi e instabili. È questo l’altro con il quale oggi ci troviamo prevalentemente a che fare.


Veniamo adesso alla svolta prodotta dalla filosofia di Emmanuel Lévinas. Considero tale filosofia, tra le altre cose, come una reazione alle esperienze dell’umanità della prima metà del XX secolo: in linea generale, una reazione ai cambiamenti e alla crisi della civiltà occidentale e, in particolare, alla crisi e all’atrofia dei rapporti interumani e delle relazioni tra l’Io e l’altro. Il problema dell’altro e del nostro rapporto con lui è uno dei principali temi di riflessione di Lévinas. La portata e la necessità di tale approccio sono quanto mai importanti.


Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Lévinas ha nove anni; allo scoppio della Seconda, trentaquattro. La sua maturazione coincide quindi con gli anni in cui in Europa si forma la società di massa e nascono i due sistemi totalitari del comunismo e del fascismo. L’uomo della società di massa è caratterizzato dall’anonimità, dalla mancanza di legami sociali, dall’indifferenza verso l’altro e, a causa del suo sradicamento culturale, dall’impotenza e dalla vulnerabilità al male, con tutte le sue tragiche conseguenze, di cui la più disumana sarà l’Olocausto.


Proprio a questa indifferenza verso l’altro, che causa un’atmosfera capace, in particolari circostanze, di sfociare nel fenomeno Auschwitz, Lévinas contrappone la sua filosofia. “Fermati” sembra egli dire all’uomo che si affretta in mezzo alla folla in corsa. “Fermati. Accanto a te c’è un altro uomo. Incontralo: l’incontro è la più grande, la più importante delle esperienze. Guarda il volto che l’altro ti offre. Attraverso di esso non solo ti trasmette se stesso, ma ti avvicina a Dio.”


Lévinas si spinge oltre. Dice infatti che non basta incontrare l’altro, accoglierlo e parlargli. Bisogna anche assumersene la responsabilità. La filosofia di Lévinas evidenzia il singolo, lo individua, indica che oltre a me c’è anche qualcun altro con cui, se non riuscirò a compiere uno sforzo d’attenzione e a manifestare il desiderio di incontrarlo, ci oltrepasseremo indifferenti, freddi, insensibili,senza espressione né anima. E invece, dice Lévinas, il volto dell’altro è il libro su cui sta scritto il bene.


Ciò che di Lévinas qui ci interessa è il significato fondamentale attribuito alla diversità: l’accettare l’altro benché diverso, considerando una ricchezza, un bene e un valore proprio questa sua alterità. Una differenza che non mi impedisce di identificarmi nell’altro: “Io sono l’altro”.


Mentre l’Illuminismo ci ha detto che l’altro è uno come noi, un uomo della stessa nostra famiglia; mentre, in seguito, l’antropologia ha compiuto un passo avanti rispetto all’Illuminismo mostrando agli europei che questo altro appartenente a un’altra razza e tradizione possedeva una propria cultura sociale e spirituale altamente sviluppata, Emmanuel Lévinas ci fa compiere adesso un ulteriore passo avanti, proclamando l’elogio dell’altro, la sua superiorità nonché il nostro dovere di assumercene la responsabilità. Lévinas dice addirittura che l’altro è il nostro Maestro e che si trova più vicino a Dio di noi. E che la nostra relazione con l’altro dovrebbe essere un movimento in direzione del bene. Abbiamo qui a che fare con una filosofia postulante, profondamente etica, bisognosa di dedizione e di eroismo, realizzabile in un qualche luogo oltre l’orizzonte delle esperienze quotidiane dell’uomo comune. Una filosofia il cui principale comandamento è: “Non uccidere”.


Leggendo i libri di Lévinas ci vengono in mente due osservazioni.


La prima: nella riflessione dell’autore di Le temps et l’autre l’altro è sempre il singolo, l’individuo. Ma l’uomo solo è di solito più umano che non quello inserito in mezzo alla folla, alla massa eccitata. Presi uno per uno siamo più intelligenti, migliori, più prevedibili. Il fare parte di un gruppo può trasformare in demonio una persona di solito calma e gentile.


La seconda: l’altro di cui ci parla Lévinas appartiene alla nostra stessa razza bianca e al nostro stesso ambiente culturale occidentale. La situazione presa in esame da Lévinas non è quella dell’incontro tra il bianco e un altro che ha la pelle di colore diverso dal nostro, che crede in altri dèi e parla una lingua incomprensibile. Che accadrebbe in una situazione del genere? Ho provato a porre la domanda alla grande studiosa della filosofia di Lévinas, la professoressa Barbara Skarga. “La filosofia di Lévinas,” mi ha risposto, “è uno spazio che dobbiamo riempire con le nostre personali esperienze e osservazioni. Lévinas cerca continuamente la via verso l’altro, vuole strapparci dalle pastoie dell’egoismo e dell’indifferenza, metterci in guardia dalla tentazione del separarci, distaccarci, chiuderci in noi stessi. Ci mostra una nuova dimensione dell’io: non l’individuo isolato, ma un individuo che comprenda in sé anche l’altro e in tal modo dia vita a un nuovo genere di persona e di essere.”

I

“Un mondo multiculturale”

La successiva grande svolta nella nostra relazione tra noi e gli altri comincia nell’ultima decade del XX secolo. È l’inizio dell’epoca, tuttora in corso, del mondo multiculturale. Al momento di entrarvi, siamo già provvisti di un buon numero di esperienze:


l’esperienza dell’Illuminismo, che ha sensibilizzato la mentalità europea alla presenza degli altri, cioè ai continenti, alle razze e alle religioni extraeuropei;


l’esperienza fornita dalle indagini antropologiche che ci hanno fatto conoscere le altre società e culture, la loro grande varietà e complessità nonché i loro alti valori;


infine, la filosofia di Lévinas che concentra la nostra attenzione sull’altro in quanto individuo e personalità (l’antropologia studiava e descriveva soprattutto la collettività), in quanto persona irripetibile che dobbiamo non solo vedere, ma anche inserire nella nostra esperienza, assumendocene la responsabilità.


Ci troviamo dunque in una nuova epoca e in una nuova situazione. Che cosa l’ha originata? Una domanda alla quale si può tentare di rispondere, trattandosi del momento presente, in cui non solo tutto cambia, ma cambia a una velocità che impedisce giudizi corretti e approfonditi. Questa nuova epoca, definibile anche come il periodo di passaggio dalla società di massa alla società planetaria, nasce in concomitanza con due fenomeni contemporanei: da una parte si accelera e si globalizza la rivoluzione elettronica, dall’altra crolla l’assetto della Guerra fredda.


Grazie a ciò il nostro pianeta diventa uno spazio aperto o, comunque, potenzialmente aperto. Una circostanza che, perlomeno nei prossimi decenni, deciderà le sorti future dell’umanità. Anzitutto conferisce un nuovo aspetto alle nostre relazioni con gli altri. Per cinque secoli l’Europa ha dominato il mondo, non solo politicamente ed economicamente, ma anche culturalmente. Ha imposto la fede, stabilito la legge, le scale di valori, i modelli di comportamento, le lingue. Le nostre relazioni con gli altri sono sempre state sbilanciate in nostro favore; vale a dire, da parte nostra, quanto mai autoritarie, apodittiche e paternaliste. La secolare esistenza di un assetto così ingiusto e disuguale ha creato tra i suoi partecipanti una serie di consuetudini dure a morire.


Alla fine del XX secolo, tuttavia, ha inizio il processo di decolonizzazione: due terzi della popolazione mondiale acquistano, almeno nominalmente, lo status di liberi cittadini. Costoro si volgono verso le proprie origini e resuscitano le proprie culture. Iniziano a sottolinearne con orgoglio l’importanza e ad attingervi forza. L’Europa, ancora rigidamente chiusa nel suo eurocentrismo, sembra non vedere, o non voler vedere, che sul nostro pianeta stanno acquistando peso, dinamismo e vita varie civiltà extraeuropee che con sempre maggior determinazione aspirano a sedersi alla tavola rotonda del mondo. L’Europa si trova davanti a una sfida. D’ora in poi non potrà più sedercisi nella sua solita veste di esclusività, immunità e autocrazia.


A questo punto finiscono la Guerra fredda e la divisione del pianeta in due blocchi contrapposti: si crea un nuovo mondo, più mobile e aperto di quanto non sia mai stato.


Due fattori, in particolare, favoriscono questa mobilità e libertà. Il primo è la rinascita dello spirito democratico verificatasi alla fine del secolo scorso. Finisce l’epoca dei colpi di stato e dei regimi militari, finisce l’epoca dei dittatori, dei sistemi monopartitici, dell’autarchia economica, della censura, delle frontiere sbarrate dal filo spinato. Diventa di moda la democrazia: nessuno più la contesta e perfino i partiti più reazionari inseriscono nel proprio nome l’aggettivo “democratico”.


Quest’atmosfera filodemocratica favorisce enormemente la mobilità della gente. Il mondo registra un movimento mai visto fino a quel momento nella storia. Persone delle più svariate razze e culture si incontrano in ogni parte di un pianeta sempre più popolato. Se, una volta, chi diceva gli altri intendeva tradizionalmente gli extraeuropei, adesso queste nuove relazioni contemplano ogni possibile aspetto e varietà, ogni possibile razza e cultura: per un cinese gli altri sono i malesi e gli indù, per un arabo i latinoamericani e i congolesi. Il numero delle combinazioni è sterminato. È nato un nuovo altro: il non europeo, che è altro rispetto a un altro non europeo. Viaggiando per il mondo in questi ultimi tempi, ho notato un sempre maggiore e più evidente sviluppo di rapporti, di legami e di scambi tra gente, ad esempio, dell’Africa e dell’Asia, o delle isole del Pacifico e dei Caraibi: gente che in Europa non ha mai messo piede e che di essa sa poco o niente.


Questa febbre migratoria planetaria, caratteristica del momento odierno, è dovuta a vari fattori. Mi limiterò a citarne due.


Primo: la rivoluzione elettronica tuttora in atto e l’immenso sviluppo delle comunicazioni,dei trasporti e dei collegamenti che a essa si accompagna. Dalle lente rotte marittime la gente si sposta sulle rotte aeree, il che abbrevia enormemente la durata dei viaggi, aumenta la mobilità delle persone e ne amplia i contatti con gli altri.


Secondo: l’approfondirsi delle disuguaglianze nel mondo, e soprattutto la crescente consapevolezza di tali disuguaglianze.Differenze che oggi i più poveri cercano di diminuire e di livellare non attraverso il confronto, ma infiltrandosi nelle regioni e nei paesi più benestanti.


Questa realtà favorisce un brusco aumento degli incontri e dei contatti interpersonali, ed è dal loro svolgimento e dalla loro qualità, dai nostri rapporti, sempre più vari e numerosi, con gli altri, che dipenderà il clima del mondo nel quale viviamo. Anche questa sfera comincia,al pari delle altre, ad assumere la struttura di una rete mutevole, dinamica e senza punti di riferimento fissi. Vi affluiscono sempre più persone con problemi di definizione della propria identità, della propria appartenenza sociale e culturale. Persone che si sentono sperdute, pronte a prestare orecchio alle istigazioni di nazionalisti e razzisti che le spingono a vedere nell’altro una minaccia, un nemico, la causa di ogni loro frustrazione e paura.


Il dialogo con gli altri non è mai stato facile né mai lo sarà, specialmente ora che tutto assume una scala così vasta, così difficile da comprendere e controllare, e che tante forze lavorano per ostacolarlo, se non addirittura per renderlo impossibile. Ma a parte questi scopi e interessi puramente politici, ideologici ed economici, esistono anche altri problemi di fondo.


Uno di essi viene messo a fuoco dall’ipotesi di Sapir-Whorf sulla cosiddetta relatività linguistica. Sostanzialmente essa sostiene che il pensiero viene formulato in base alla lingua e che, parlando lingue diverse, ognuno di noi si crea un’immagine del mondo personale e diversa da quella degli altri. Queste immagini non combaciano, non sono intercambiabili. Quindi il dialogo, seppure non impossibile, richiede da parte degli interlocutori un grosso sforzo, una paziente tolleranza e il desiderio di capire e di intendersi. Il renderci conto che, parlando con un altro, abbiamo davanti qualcuno che in quello stesso momento vede e capisce il mondo in modo diverso dal nostro, è fondamentale per favorire un dialogo positivo.


Un altro problema nei contatti tra noi e loro (gli altri, i diversi) è che tutte le civiltà tendono al narcisismo: più forte è la civiltà, più tale caratteristica si manifesta. Il narcisismo induce le civiltà al conflitto, suscita arroganza e desiderio di dominio e si associa sempre al disprezzo per gli altri. Nell’antica Cina quest’arroganza assumeva una forma più sottile, esprimendosi nella compassione per chiunque non fosse cinese di nascita. Questo narcisismo era, ed è, mascherato sotto varie forme di retorica, come quella del popolo eletto o del popolo predestinato a una missione salvifica, talvolta da tutte e due le cose insieme.


Un altro problema ancora è il carattere ambivalente del nostro primo impulso nei confronti degli altri. Da una parte l’uomo ha bisogno degli altri, li cerca, sa che non può vivere senza di loro. Ma, al momento dell’incontro, la sua prima reazione è di diffidenza, di insicurezza e di timore. Si tratta di sentimenti e stati d’animo refrattari a ogni tentativo di dominarli.


E tuttavia la cultura, anzi l’uomo stesso, si crea al contatto con gli altri (per questo tutto dipende dalla qualità di tale contatto). Per Simmel l’individuo umano si crea nel processo, nella relazione, nel legame con gli altri. E Sapir conferma: “Il vero luogo del crearsi della cultura è l’interazione tra le persone”. Gli altri, ripetiamolo ancora una volta, sono lo specchio in cui guardarsi e capire chi si è. Quando vivevo nel mio paese non ero consapevole di essere un bianco e che ciò potesse influire in qualche modo sul mio destino. È stato solo in Africa, alla vista dei suoi abitanti neri, che me ne sono reso conto. Grazie a loro ho scoperto il colore della mia pelle, al quale altrimenti non avrei mai pensato. Gli altri gettano una nuova luce sulla nostra storia personale. Sentendo parlare dei campi di concentramento nazisti e dei lager sovietici gli altri si meravigliano che l’uomo bianco abbia potuto mostrarsi così crudele verso gli altri bianchi. Come mai i bianchi si odiano al punto da sterminarsi a milioni? Ai loro occhi, nel XX secolo la razza bianca si è suicidata, ed è stato proprio questo a incoraggiarli a combattere il colonialismo.


La via del nostro incontro con gli altri è ancora costellata di numerose difficoltà, di punti interrogativi se non addirittura di misteri. Ma su questo nostro pianeta in via di globalizzarsi si tratta di un incontro e di una coesistenza inevitabili. Viviamo infatti in un mondo multiculturale. Non perché oggi queste culture siano più numerose di una volta (in realtà il loro numero è in diminuzione). Già Erodoto, duemilacinquecento anni fa, citava nel suo libro centinaia di tribù, di credenze e di lingue nelle quali si era imbattuto o di cui aveva sentito parlare. Le elencava come dati ovvi, esistenti da tempi immemorabili. In seguito, nei secoli successivi, decine di altri viaggiatori e mercanti continueranno a meravigliarsi del ricco panorama di popoli e culture incontrati durante le loro spedizioni.


Di nuovo, oggi, c’è l’aumentata consapevolezza della presenza e importanza di tali culture, la coscienza della loro quantità, del loro diritto di esistere e della peculiare identità di ognuna di esse. Tutto ciò coincide con la grande rivoluzione nelle comunicazioni e nei collegamenti, che ha reso possibile il molteplice incontro di queste culture, il loro dialogo polifonico e multidirezionale nonché, in certi casi, il conflitto e lo scontro. E questo in un mondo più democratico di quanto mai sia stato in passato e che permette all’altro di prendere la parola: parola che, in verità, non tutti sono disposti ad ascoltare.


Il fatto di riconoscere la multiculturalità del mondo è ovviamente un progresso, poiché crea un clima favorevole al progredire di culture fino a ieri calpestate e offese. Un progresso che tuttavia nasconde due minacce.


La prima: le enormi energie e ambizioni delle culture da poco liberate possono venire manipolate da nazionalisti e razzisti per scatenare una guerra contro l’altro.


La seconda: il desiderio di sviluppare la propria cultura può venire sfruttato per aizzare l’etnocentrismo, la xenofobia, l’ostilità verso gli altri. Nella teoria dello sviluppo indipendente delle culture, nel riconoscimento del loro inviolabile diritto all’autonomia – così viene infatti interpretato il principio della multiculturalità – può annidarsi la tentazione di isolarsi, la negazione del bisogno e dell’utilità dello scambio, l’arroganza e l’avversione per gli altri.


L’appartenere a un mondo multiculturale esige un forte e maturo senso di identità.Come crearlo e rafforzarlo? In Europa lo definiamo per mezzo di simboli nei quali identificarci, come la bandiera e l’inno nazionale. Nella tradizione africana, dove l’identità veniva stabilita attraverso legami di parentela con il clan e la tribù, due persone che si incontravano per strada iniziavano il discorso con un lungo scambio di domande con il quale stabilivano da quali tribù provenissero e se le relazioni tra di esse fossero buone o cattive. Da ciò potevano infatti dipendere la qualità e l’esito dell’incontro.


In questi ultimi decenni la definizione dell’identità che avviene, appunto, stabilendo il nostro rapporto verso gli altri, si è per vari motivi complicata e in certi casi è diventata addirittura impossibile. Ciò è dovuto all’indebolirsi dei legami culturali tradizionali, causato dalle migrazioni verso le città da parte della popolazione rurale, che danno vita a un nuovo tipo di identità, finora mai riscontrato su così vasta scala, e che è un tipo di identità ibrida. All’inizio del XX secolo, il novantacinque per cento della popolazione mondiale era costituito da contadini.Oggi i contadini sono soltanto la metà degli abitanti del globo e la loro classe va gradualmente sparendo. E invece proprio questa classe era la principale depositaria della tradizione e la più fedele guardiana dell’identità.


In conclusione possiamo dire di vivere in un mondo multiculturale, all’interno del quale gli altri diventano qualcosa di diverso da quello che erano ieri: ma ciò che esattamente stanno diventando è oggetto di una discussione che non vedrà presto la fine.


E che dire della storia dei rapporti dell’Europa con gli altri?


Gli altri, i non europei, intraprendono varie volte il tentativo di conquistare l’Europa, ma si tratta sempre di tentativi solo parzialmente riusciti. Così è stato per i persiani, poi per gli arabi e infine per i mongoli (alla luce delle discussioni in corso non si sa se l’espansione dei turchi vada considerata un’aggressione da parte degli altri o un conflitto intraeuropeo).


Le conquiste compiute dall’Europa sono invece più numerose, più efficaci e molto più cruente. Limitiamoci a citare l’invasione orientale di Alessandro Magno, alcune crociate, la genocida conquista dell’America da parte degli spagnoli, tre secoli di devastazione dell’Africa da parte dei mercanti di schiavi, le espansioni coloniali di Inghilterra, Francia, Olanda e via dicendo, nei continenti extraeuropei.


Benché il bilancio, tragico da entrambe le parti, induca al pessimismo, non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Al contrario: l’essenziale è innanzitutto ricordare e citare sempre gli altri, che oggi sono attori importanti sulla scena del mondo; in secondo luogo, per quanto utopistica appaia la speranza che la storia sia maestra di vita, dobbiamo tenere sempre presente il disastroso bilancio dei nostri rapporti con gli altri: allo stesso modo in cui un’infanzia infelice influisce su tutta la successiva vita dell’uomo, così anche un’infelice memoria storica influenza i successivi rapporti tra le società.


Abbiamo citato periodi storici in cui il pensiero europeo ha tentato di creare delle basi di intesa con gli altri. Riallacciarci a quei tentativi e continuarli non è solo un dovere etico, ma anche un urgente compito del nostro tempo in un mondo dove tutto è così fragile e così intriso di demagogia, di disorientamento, di fanatismo e di malafede.

IL MIO ALTRO

Il tema dell’altro – the Stranger, the Other – mi assilla e mi appassiona da tempo. Dal 1956, anno in cui ho compiuto il mio primo lungo viaggio fuori d’Europa (India, Pakistan, Afghanistan), non ho più smesso di occuparmi dei problemi del Terzo Mondo, vale a dire dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina (anche se nel termine “Terzo Mondo” potremmo includere buona parte dell’Europa e dell’Oceania). In quelle zone ho trascorso molta della mia vita professionale, viaggiando in continuazione e scrivendo di quelle popolazioni e dei loro problemi.


Dico questo perché vorrei tratteggiare – in modo per forza di cose sintetico – non un ritratto astratto e generico dell’altro, ma l’immagine del mio altro, dell’altro che ho incontrato nei villaggi indi della Bolivia, tra i nomadi del Sahara, tra le folle che nelle strade di Teheran piangevano la morte di Khomeini.


Qual è la loro visione del mondo? In che modo vedono gli altri? In che modo, ad esempio, vedono me? Perché se è vero che per me loro sono gli altri, è altrettanto vero che per loro l’altro sono io.


La prima cosa che salta agli occhi è la sensibilità del mio altro al colore della pelle. Il colore sta al vertice della scala usata per classificare e valutare la gente. Possiamo trascorrere tutta la vita senza riflettere sul fatto di essere neri, gialli o bianchi fino al momento in cui non usciamo fuori dalla nostra sfera razziale. All’istante si crea una tensione, all’istante ci sentiamo altri, circondati da altri altri. Quante volte, in Uganda, sono stato toccato da bambini che poi si guardavano le dita per vedere se per caso fossero sbiancate! Questo stesso meccanismo – o addirittura impulso – di identificazione e di valutazione in base al colore della pelle agiva anche per me. Negli anni della Guerra fredda, in cui la spietata divisione ideologica tra Est e Ovest imponeva la reciproca ostilità, per non dire un reciproco odio, tra la gente al di qua e al di là della Cortina di ferro, io, corrispondente di una nazione dell’Est in mezzo alla giungla dello Zaire, mi gettavo con gioia tra le braccia di un occidentale, vale a dire di un “imperialista” mio “nemico di classe”, per la semplice ragione che quel “bieco sfruttatore guerrafondaio” era un bianco. Occorre spiegare quanto mi vergognassi di questa mia debolezza ma, al tempo stesso, quanto fossi incapace di contrastarla?


La seconda componente della visione del mondo del mio altro è il nazionalismo. Come di recente ha giustamente osservato il professor John Lukács, verso la fine del XX secolo il nazionalismo si è rivelato il più forte tra tutti gli “ismi” noti all’uomo moderno. Talvolta questo nazionalismo assume un carattere paradossale, manifestandosi ad esempio in zone dell’Africa dove ancora non esistono le nazioni, ma esiste il nazionalismo (o, come sostengono alcuni sociologi, il sub-nazionalismo). Il nazionalista tratta la propria nazione o, nel caso dell’Africa, il proprio stato, come il valore supremo, e tutti gli altri come qualcosa di inferiore (e spesso degno di disprezzo). Il nazionalismo, a somiglianza del razzismo, è uno strumento di identificazione e di classificazione che il mio altro applica in ogni occasione. Si tratta di uno strumento grossolano e primitivo che appiattisce e assottiglia l’immagine dell’altro. Per un nazionalista la persona dell’altro possiede una sola e unica caratteristica: l’appartenenza nazionale. Il fatto che uno sia giovane o vecchio, intelligente o stupido, buono o cattivo non ha alcun peso: conta solo se sia armeno, turco, inglese, irlandese, marocchino o algerino. Quando mi trovo in quel mondo di accesi nazionalismi non ho né nome, né professione, né età: sono solo e unicamente polacco. In Messico i miei vicini mi chiamano “El polaco”, e la hostess che a Jakutsk mi chiama per l’imbarco grida “Polša!”. Nelle piccole nazioni disperse – per esempio quella degli armeni – esiste una straordinaria capacità di vedere la mappa del mondo come una rete di punti abitati da gruppi di appartenenti allo stesso ceppo, fosse pure una sola famiglia, fosse pure una sola persona. L’aspetto temibile del nazionalismo è il suo essere inseparabilmente associato all’odio per l’altro. Può variare la dose, ma la presenza dell’odio è assicurata.


E infine, la terza componente della visione del mondo del mio altro è la religione. La religiosità si manifesta su due piani: da un lato, su quello di una generica e non verbalizzata fede nell’esistenza e presenza di una trascendenza, di una Forza Fattrice, di un Essere Supremo, di Dio (una domanda che spesso mi sentivo rivolgere era: “Mr. Kapuściński, do you believe in God?”, e ciò che rispondevo influiva in modo determinante sul seguito degli eventi). Dall’altro, su quello della religione in quanto istituzione, forza sociale e perfino politica. È a questo secondo caso che intendo adesso riferirmi. Il mio altro è un essere che crede profondamente nell’esistenza di un mondo ultraterreno e sovramateriale: ma questa fede è esistita da sempre. La nuova caratteristica dei tempi odierni è invece una sorta di rinascita religiosa riscontrabile in molti paesi. La religione che oggi si sviluppa con maggior dinamismo è indubbiamente l’islam. La cosa curiosa è che ovunque si verifichi questa rinascita di ardore religioso – indipendentemente dal tipo di religione –, essa ha sempre un carattere reazionario, conservatore e fondamentalista.


Questo è il mio altro. Quando il destino lo porta a sua volta a imbattersi in un altro – altro per lui – egli ne noterà soprattutto tre caratteristiche principali: la razza, la nazionalità e la religione. Mi sono sempre chiesto che cosa accomuni così strettamente questi tre dati. Contengono una forte carica emotiva: talmente forte, che di tanto in tanto il mio altro non è in grado di controllarla. E allora arriva al conflitto, allo scontro, alla carneficina, alla guerra. Il mio altro è una persona fortemente emotiva. Per questo il mondo in cui vive è una botte di polvere da sparo che rotola pericolosamente verso il fuoco.


Il mio altro non è di pelle bianca. Quale percentuale rappresenta nel mondo odierno? L’ottanta per cento.


Assorbiti dalla lotta tra Oriente e Occidente, tra la democrazia e il totalitarismo, non tutti e non subito si sono resi conto che nel frattempo la mappa del mondo è cambiata. Nella prima metà del Novecento questa mappa era strutturata secondo il principio della piramide. In cima, i soggetti storici: le grandi potenze coloniali, gli stati dell’uomo bianco. Sotto, le loro colonie, i domini e i territori in qualche modo da essi dipendenti, vale a dire il resto del mondo. Questo assetto è crollato sotto i nostri occhi, nel corso della nostra vita, e sull’arena storica sono comparsi quasi all’improvviso oltre cento nuovi stati – almeno formalmente – indipendenti, abitati dai tre quarti dell’umanità. Si è formata una nuova mappa del mondo, una mappa colorata, variopinta, ricca e incredibilmente complessa. Notiamo che se paragoniamo la mappa del nostro globo degli anni trenta con quella degli anni ottanta otteniamo due immagini del mondo completamente diverse. Ma il rapporto tra le due immagini non è statico: è soggetto a un continuo cambiamento, a una continua, dinamica e inarrestabile evoluzione. Nella storia attuale, quella in atto in questo momento, i nostri altri terzomondisti acquistano una sempre maggiore e sempre più significativa soggettività. Questo in primo luogo. In secondo luogo, continua l’invasione (retribuita, demografica, ma pur sempre invasione) dei rappresentanti del Terzo Mondo nei paesi sviluppati. Si calcola che già nella metà del XXI secolo la gente proveniente dall’Asia e dall’America Latina rappresenterà oltre la metà della popolazione degli Stati Uniti.


Sempre meno emigrati dall’Irlanda e dalla Norvegia e sempre più emigrati dall’Ecuador e dalla Thailandia gireranno per il mondo muniti di un passaporto americano.


In quale misura noi, abitanti dell’Europa, siamo preparati a un simile cambiamento? Secondo me, ben poco. Trattiamo l’altro soprattutto come un estraneo (eppure altro non deve per forza significare estraneo), come il rappresentante di un genere separato. E, soprattutto, lo trattiamo come una minaccia.


In quale misura la letteratura contemporanea aiuta a dissipare le nostre prevenzioni, la nostra ignoranza o semplicemente la nostra indifferenza? Anche in questo caso la mia risposta è: ben poco. Sfogliando i testi dei premi letterari francesi dell’anno scorso, non trovo un solo libro che parli del mondo contemporaneo inteso in senso lato. Triangoli coniugali, conflitti tra padri e figlie, fallimenti di coppia – tutte cose indubbiamente importanti e interessanti; ma quello che soprattutto mi ha colpito è l’indifferenza verso la nuova e quanto mai appassionante corrente letteraria i cui rappresentanti tentano di mostrarci il mondo delle culture contemporanee, i pensieri e i comportamenti di gente che vive, in effetti, sotto altre latitudini geografiche e venera divinità diverse dalle nostre, ma che è pur sempre parte della grande famiglia umana. Mi limiterò a citare Appunti da una capanna di fango di Nigel Barley, l’eccellente Oltre la Muraglia di Colin Thubron e l’ottimo Le vie dei canti di Bruce Chatwin. Sono libri che non vengono premiati, anzi nemmeno notati poiché – secondo alcuni – non apparterrebbero alla cosiddetta vera letteratura.


Dal canto suo, la cosiddetta vera letteratura si isola dai problemi e dai conflitti vissuti da miliardi dei nostri Fremde. Tanto per fare un esempio, uno dei massimi drammi del mondo contemporaneo, e oltretutto particolarmente grave per l’America, è stato quello della rivoluzione iraniana, della deposizione dello scià, della sorte degli ostaggi, ecc. ecc. Con mia grande meraviglia, durante gli oltre dieci mesi in cui si sono protratti gli avvenimenti non ho incontrato in Iran un solo scrittore americano e neanche europeo. Com’è possibile, mi chiedevo a Teheran, che un simile sconvolgimento storico e un così insolito scontro culturale non suscitino alcun interesse tra gli scrittori del mondo? Con questo, ovviamente, non intendo dire che tutti debbano precipitarsi in massa verso l’ultimo punto caldo del momento, vale a dire il Golfo Persico; sta però di fatto che questa completa indifferenza della letteratura verso un dramma mondiale in atto sotto i nostri occhi, questo affidare totalmente la relazione degli avvenimenti agli operatori delle telecamere e agli operatori del suono mi sembra la manifestazione di una profonda crisi nei rapporti storia-letteratura, la manifestazione dell’impotenza di tale letteratura davanti ai fenomeni del mondo contemporaneo.


Benché la mappa del mondo si sia completamente rinnovata, lo studio, l’approfondimento, l’interpretazione e la descrizione della filosofia, dell’esistenza e del pensiero di tre quarti della popolazione mondiale continuano a essere – come nel XIX secolo – l’appannaggio di un ristretto gruppo di specialisti: antropologi, etnografi, viaggiatori e giornalisti.


L’estraneo, l’altro nella sua edizione terzomondista (e quindi l’individuo attualmente più numeroso sulla faccia del globo) continua a venire trattato come un oggetto di studio, senza essere ancora diventato un nostro partner, corresponsabile del destino del mondo in cui viviamo.


Ho sempre visto il mondo come una grande torre di Babele. Ma una torre dove Dio ha mescolato non solo le lingue, ma anche culture e costumi, passioni e interessi, facendo del suo abitante una creatura ambivalente, comprendente in sé l’io e il non io, se stesso e l’altro, il simile e l’estraneo.

L’ALTRO NEL VILLAGGIO GLOBALE

Tra i numerosi problemi affrontati da padre Józef Tischner nelle sue speculazioni filosofiche si trovano anche alcune considerazioni sul tema dell’altro: l’altra persona con la quale ci incontriamo, entriamo in contatto, allacciamo una comunicazione. Tischner è l’unico dei pensatori polacchi a me noti che abbia trattato e sviluppato in modo tanto ampio e approfondito la problematica dell’altro. In che cosa consiste l’importanza, il peso e l’attualità di tale problematica?


Nel campo delle scienze filosofiche la prima metà del XX secolo è dominata dall’ontologia e dall’epistemologia di Husserl e Heidegger. Nessuno dei due, tuttavia, pone l’etica al primo posto. E invece le esperienze del secolo scorso, con le loro tragiche conseguenze per il genere umano e la sua cultura, rendono praticamente obbligatorio affrontare tale problematica. Nei primi decenni del secolo scorso, sul terreno europeo si manifestano due nuovi fenomeni, finora sconosciuti alla storia: il primo è la nascita della società di massa, il secondo il sorgere dei sistemi totalitari del fascismo e del comunismo che minacciano l’essenza stessa dell’umanità.


La nascita di questi due fenomeni e processi, nonché i loro reciproci legami, assorbono per intero l’attenzione dei pensatori e scrittori dell’epoca: José Ortega y Gasset, Erich Fromm, Hannah Arendt, Theodor Wiesengrund Adorno e molti altri. Costoro cercano di comprendere l’incredibile mondo che li aggredisce da tutte le parti, desiderano approfondirlo, capirlo e definirlo. Il termine-chiave per descriverlo diventa l’attributo “di massa”. Compaiono quindi la cultura di massa, l’isteria di massa, il gusto (o meglio la mancanza di gusto) di massa, la follia di massa, la costrizione di massa e, infine, lo sterminio di massa. L’unico personaggio sulla scena del mondo è la folla, la cui principale caratteristica è di essere anonima, impersonale, priva di identità e volto. L’individuo si è perso nella folla, è stato inondato dalla massa e su di lui si sono richiuse le acque. Per usare la definizione di Gabriel Marcel, è diventato “un anonimo impersonale allo stato parziale”.


La corrente critica di questo stato di cose fruttò una serie di opere eccellenti che cercavano di mostrare il destino umano in forma generalizzata, come esperienza della collettività e dramma condiviso. Tra gli innumerevoli titoli possiamo almeno citare La ribellione delle masse, La solitudine della folla e Le origini del totalitarismo.


Tuttavia, seguendo le analisi, le osservazioni e le teorie di questi pensatori, a un certo momento comincia a mancarci qualcosa: nel corso dei ragionamenti e delle sintesi avvertiamo la mancanza di un anello, e questo anello mancante è l’individuo, l’uomo concreto enucleato dalla folla, l’io concreto, l’altro concreto. Secondo quanto affermano i filosofi del dialogo, in quanto essere definito io posso esistere solo in rapporto a – in rapporto all’altro, quando questi appare all’orizzonte della mia esistenza conferendomi senso e stabilendo il mio ruolo.


Scriveva Tischner ne La filosofia del dramma:


All’inizio della nascita dell’io sta la presenza del tu, e forse anche la presenza di un più generale noi. Solo nel dialogo, nel conflitto, nell’opposizione, nonché nella tensione verso una nuova comunione si crea la coscienza del mio io in quanto essere autonomo, indipendente dall’altro. So che sono perché so che c’è l’altro.


Dal bisogno di generalizzare questa esperienza nasce appunto la filosofia del dialogo.


La filosofia del dialogo è la tendenza, l’orientamento o la corrente desiderosa di occuparsi della problematica uomo-io e, soprattutto, della sua relazione con l’altro uomo, con l’altro. Questo nuovo e più ricco orientamento che passa da una problematica strettamente ontologica a una più ampia problematica etica, questo radicale avvicinamento del pensiero filosofico all’uomo come essere individuale, autonomo, irripetibile e incomparabile sono chiaramente visibili anche nell’opera di Józef Tischner dove il pensiero dell’incontro dell’io con l’altro (in verità già accennato ne Il pensiero e i valori pubblicato nel 1982) diventa il tema di primo piano, e cioè ne La filosofia del dramma, pubblicato nel 1990.


Si tratta di una corrente creata e coerentemente sviluppata nell’epoca contemporanea da Martin Buber, Franz Rosenzweig, Gabriel Marcel e soprattutto da Emmanuel Lévinas, al quale Tischner prevalentemente si richiama.


Le origini di questa filosofia del dialogo o – come anche si dice – filosofia dell’incontro o filosofia dell’altro (soprattutto quando afferma che la via verso Dio passa attraverso l’altro e che nella faccia dell’altro siamo in grado di vedere la faccia di Dio) possono venire ricondotte all’antica epoca antropomorfica in cui l’immaginazione umana non aveva ancora tracciato un confine tra il mondo degli dèi e quello degli uomini, e in cui la divinità veniva immaginata a somiglianza dell’uomo o viceversa.


Alla filosofia dell’altro Józef Tischner si è dedicato con passione e acutezza fino alla fine del suo viaggio terreno. L’instancabile affermazione dei suoi principi – e ciò adesso, nei tempi in cui viviamo – rispecchia un profondo umanesimo e un vero e proprio eroismo. L’alto valore della sua filosofia, a parte il suo livello rigorosamente scientifico, è dovuto proprio al fatto di intervenire coraggiosamente e a viso aperto in difesa dell’altro uomo, in difesa dell’altro in un mondo così spesso arreso alle tentazioni dell’egoismo e del frenetico consumismo.


Il grande merito di questa filosofia sta nel fatto di parlare di ogni singolo individuo come di un valore in sé, di ricordare continuamente la sua presenza, il suo diritto a esistere e articolarsi. Nel frastuono del mondo postmoderno e nella mescolanza dei linguaggi, questa voce proclamante in modo forte e chiaro valori quali l’identità, il rispetto, l’attenzione e la considerazione per l’altro costituisce un tesoro senza pari. Ma non basta. Sviluppando e arricchendo (soprattutto ne L’intero e l’infinito) certi temi della filosofia di Emmanuel Lévinas, Tischner sostiene che l’io non solo deve rapportarsi all’altro, ma deve anche addossarsene la responsabilità ed essere pronto a sopportare le conseguenze di tale atteggiamento. Un atto di sacrificio cristiano? Sì: di sacrificio, di rinuncia e di umiltà.


Finora la filosofia dell’incontro ha analizzato il problema dell’altro e della relazione con esso nell’ambito della nostra quotidiana immediatezza e della nostra stessa cultura. Le resta ancora da indagare la relazione io-altro nel caso in cui una delle due parti appartenga a una diversa razza, religione e cultura. In quale misura ciò complicherà il corso delle nostre riflessioni, rendendole più complesse, difficili e ricche di molteplici significati?


Si tratta di un compito estremamente importante ora che i progressi della comunicazione rendono sempre più presente ed evidente la natura multiculturale del nostro mondo. Multiculturale, in realtà, il nostro pianeta lo è sempre stato: da tempi immemorabili la gente vi ha sempre parlato lingue diverse e ha creduto in diverse divinità; ma i destini del mondo hanno fatto sì che negli ultimi cinque secoli la cultura e la civiltà dominanti siano state quelle europee: quando dicevamo “noi”, intendevamo automaticamente noi tutti, mentre in realtà si trattava solo di noi europei. Oggi viceversa arriva l’epoca in cui l’equazione (una volta ovvia) noi = gli europei, ovvero tutta la gente del mondo, viene messa in discussione dalle trasformazioni storiche in atto.


Per effetto di tali trasformazioni sono infatti tornate in vita, pretendendo di sedersi con uguali diritti alla tavola rotonda del mondo, altre e numerose culture, finora sottomesse o emarginate. Culture ambiziose e dinamiche, con un senso fortemente sviluppato del proprio valore. Nella loro aspirazione affinché l’altro ottenga un posto al sole e veda riconosciuti i suoi giusti diritti, i filosofi e i pensatori delle culture emergenti potranno attingere ispirazione al pensiero del sacerdote cracoviano Józef Tischner.


Tischner e gli altri filosofi del dialogo cercano di istillarci una salutare inquietudine, di renderci consapevoli dell’esistenza, o meglio della prossimità dell’altro, della necessità non solo di sentirci responsabili per lui, ma anche di riconoscere che tale responsabilità è un serio precetto etico. Ci vuole coraggio a sollevare un tema del genere e a indicarne la dimensione trascendente in un momento in cui nella cultura contemporanea domina la tendenza a segregarsi, a chiudersi nel proprio privato ed egoistico io, in una cerchia accuratamente isolata dove appagare le proprie voglie consumistiche. Opporre alle tentazioni e alle imposizioni del consumismo lo spirito di responsabilità per l’altro: ecco quello che per l’autore di Un prete allo sbando è il compito, o addirittura il dovere dell’uomo.


La riflessione sull’altro induce Józef Tischner a considerare la natura e il contenuto dell’incontro tra l’io e l’altro. Un incontro che – come spesso ripete – dovrebbe essere un avvenimento importante, al quale prepararsi interiormente affinché sia il contrario del nostro quotidiano e indifferente incrociarsi in mezzo alla folla. L’incontro è un evento che merita di essere ricordato e che può rappresentare un’esperienza profonda. E di nuovo Tischner ci ammonisce affinché, incontrando l’altro, teniamo sempre presente l’importanza di questo evento, del suo posto e del suo ruolo nella privata e individuale storia spirituale del nostro io. Con questo ammonimento egli desidera innalzare di livello il carattere, il contenuto e la gravità dei rapporti interumani, il loro significato per noi e il loro influsso nei nostri confronti.


Ma qual è l’elemento principale dell’incontro? Il dialogo. Negli ultimi testi dell’autore di La forma polacca del dialogo ricorrono continuamente espressioni quali: “apertura dialogica”, “prospettiva dialogica”, “consapevolezza dialogica”, “piano dialogico” e così via. Lévinas dice che: “l’uomo è un’esistenza che parla”. Il dialogo, dunque. Scopo del dialogo deve essere la reciproca comprensione e scopo della comprensione il reciproco avvicinamento. Comprensione e avvicinamento si raggiungono sulla via della conoscenza. Qual è la condizione preliminare di questo processo, di quest’equazione? La volontà di conoscere, il rivolgersi all’altro, l’andargli incontro, l’attaccarci discorso. Nella pratica quotidiana, tuttavia, la cosa risulta quanto mai difficile. L’esperienza dimostra che in un primo momento, e di primo impulso, l’uomo reagisce all’altro con riserva, diffidenza, riluttanza, se non addirittura con ostilità. Nell’arco della storia, gli uomini si sono inflitti troppi colpi e troppo dolore perché possa essere altrimenti. Di conseguenza, intere civiltà hanno scelto l’estraneità nei confronti dell’altro. I greci chiamavano barbaroi i non greci, ossia quelli che non parlavano la loro lingua, preferendo tenerli a distanza. A distanza e sottomessi. I romani costruivano contro gli altri fortificazioni in pietra, il limes. I cinesi chiamavano Yang-kwei (“mostri marini”) e cercavano di tenere alla larga i non cinesi che arrivavano dall’oceano.


E ai nostri tempi? Arroganza degli uni verso le culture e le religioni degli altri, arcipelaghi di ghetti e di lager sparsi su tutto il pianeta, muri, barriere, fossati, reticolati... Quanti ce ne sono, in tutti i continenti! I progressi nelle comunicazioni verificatisi in questi ultimi decenni sono diventati una specie di sfida: da un lato avvicinano gli uomini tra di loro ma, dall’altro, siamo proprio certi che li avvicinino veramente? Tra uomo e uomo, tra l’io e l’altro si è inserito un intermediario tecnico: una scintilla elettrica, un impulso elettronico, una rete, un collegamento, un satellite. La parola indù upanishada significava “sedere vicini”, “stare vicini”. L’io comunicava con l’altro non solo attraverso la parola, ma anche attraverso la vicinanza diretta, attraverso lo stare insieme. Un’esperienza che niente è in grado di sostituire.


E il paradosso di questa situazione continua ad aumentare. Da un lato aumenta la globalizzazione dei media, ma dall’altro ne aumentano anche la piattezza, l’inadeguatezza, il caos. Più uno ha a che fare con i media, più si lamenta di sentirsi solo e smarrito. Già agli inizi degli anni settanta, quando la televisione era ancora in fasce, Marshall McLuhan usò la definizione di “villaggio globale”. McLuhan, che era un cattolico dotato di forte passione missionaria, immaginava che il nuovo medium ci avrebbe resi tutti fratelli, accomunati da una medesima fede. La definizione di McLuhan, oggi ripetuta senza riflettere, si è rivelata uno dei massimi errori della cultura contemporanea. L’essenza del villaggio consiste nel fatto che i suoi abitanti si conoscono intimamente, si frequentano e condividono un destino comune. Cosa impossibile da dirsi della società del nostro pianeta, che fa piuttosto pensare alla folla anonima di un grande aeroporto:una folla di persone frettolose,sconosciute tra loro e perfettamente indifferenti le une alle altre.


È solo contro uno sfondo del genere che risaltano in tutta la loro evidenza il profondo umanesimo, il fervore e la speranza dell’insegnamento di Józef Tischner sull’io e l’altro come base della vita umana sulla Terra.

L’INCONTRO CON L’ALTRO COME LA SFIDA DEL XXI SECOLO

Ripensando ai miei ormai numerosi viaggi per il mondo, talvolta mi sembra che il problema più inquietante non siano state tanto le frontiere, i fronti, le difficoltà e i pericoli, quanto la sempre rinascente incertezza circa il genere, la qualità e l’esito del mio incontro con gli altri, ossia con le persone nelle quali mi sarei imbattuto durante il viaggio. Sapevo infatti che da esso sarebbe dipeso molto, talvolta anche tutto. Ogni incontro era un’incognita: come sarebbe andato? Come si sarebbe svolto? Come sarebbe finito?


Si tratta ovviamente di domande vecchie quanto il mondo. L’incontro con l’altro, o con gli altri, è sempre stata l’esperienza comune e fondamentale del genere umano. Gli archeologi ci insegnano che i primi raggruppamenti umani erano costituiti da piccole famiglie-tribù di trenta/cinquanta persone. Se la comunità fosse stata più numerosa, avrebbe avuto difficoltà a spostarsi in modo rapido ed efficace. Se fosse stata più piccola, avrebbe avuto difficoltà a difendersi e a lottare per la sopravvivenza.


La nostra piccola famiglia-tribù avanza dunque alla ricerca di cibo. Improvvisamente si imbatte in un’altra famiglia-tribù.Che momento importante nella storia del mondo, quale clamorosa scoperta il fatto che al mondo esista anche altra gente! Fino a quel giorno, infatti, i membri di quel piccolo gruppo originario potevano pensare che i trenta/cinquanta individui del loro stesso ceppo rappresentassero tutti gli uomini del mondo. Adesso scoprono che non è così e che al mondo esistono altri esseri simili a loro: altri uomini.


Come comportarsi davanti a una rivelazione del genere? Che fare? Quali decisioni prendere?


Avventarsi con violenza sui nuovi arrivati? Oltrepassarli con indifferenza e proseguire il cammino? O tentare di conoscersi e di capirsi?


La stessa scelta davanti alla quale migliaia di anni fa si è trovato il gruppo dei nostri progenitori torna oggi a riproporsi anche a noi, con la stessa immutata intensità, ugualmente fondamentale e categorica. Come comportarsi con gli altri? Quale atteggiamento assumere nei loro confronti?


Può accadere di arrivare al duello, al conflitto, alla guerra. Di eventi del genere conservano testimonianze gli archivi, i campi di battaglia, i resti di rovine sparsi nel mondo intero. Tutte prove della sconfitta dell’uomo, della sua incapacità, o della sua non volontà, di intendersi con gli altri. Un tema al quale, in infinite versioni e varianti, si è ispirata la letteratura di tutti i tempi e paesi.


Tuttavia può anche succedere che invece di aggredire e combattere, la nostra famiglia-tribù decida di tenersi separata, di isolarsi dagli altri. Un atteggiamento che nel corso del tempo ha prodotto fenomeni sostanzialmente apparentati tra loro, quali la Grande Muraglia cinese, le torri e le porte di Babilonia, il limes romano o le mura in pietra degli Incas.


Per fortuna esistono prove che l’uomo è stato capace di comportarsi anche in modo diverso. Testimonianze di collaborazione, quali i resti di mercati, di punti di ristoro, di agorà e santuari; luoghi dove ancora permangono le sedi di antiche università e accademie o dove si sono conservate tracce delle vie commerciali di una volta, quali la via della Seta, dell’Ambra o del Sahara. Tutti luoghi dove la gente si incontrava, scambiava merci e opinioni, commerciava, combinava affari, stringeva patti e alleanze, scopriva finalità e valori comuni. L’altro, l’altro uomo, cessava di essere sinonimo di estraneità e ostilità, di minaccia e di possibile morte. Ognuno scopriva in se stesso almeno una piccola parte dell’altro, vi credeva e ne era consapevole.


Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo.


Nel corso della storia vediamo l’uomo esitare in continuazione tra queste opzioni, scegliendo l’una o l’altra a seconda della situazione e della cultura. È mutevole nelle sue decisioni, non sempre si sente sicuro, non sempre sente la terra salda sotto i piedi.


Quella della guerra è un’opzione difficilmente giustificabile: penso che ne escano tutti perdenti, poiché è una sconfitta dell’essere umano che rivela la sua incapacità di intendersi, di immedesimarsi nell’altro, di mostrarsi buono e intelligente. In questo caso l’incontro con l’altro si conclude sempre tragicamente nel sangue e nella morte.


Nel mondo moderno l’idea che induce l’uomo a erigere grandi muraglie e a scavare profondi fossati per mantenersi isolato dagli altri è stata definita come la dottrina dell’apartheid. Un concetto erroneamente limitato alla sola politica del regime, oggi scomparso, dei bianchi del Sudafrica. In realtà l’apartheid veniva già praticato in tempi remoti. Semplificando, si tratta di un’ideologia secondo la quale chiunque non appartenga alla mia stessa razza, religione e cultura è libero di vivere come vuole, purché alla larga da me. La cosa, tuttavia, è meno semplice di quanto sembri. In realtà abbiamo a che fare con una dottrina proclamante la fondamentale e insanabile disuguaglianza che divide il genere umano.


I miti di molte tribù e popolazioni si basano sulla convinzione che i veri esseri umani siano soltanto loro, ossia i membri di un clan o di una società: gli altri, tutti gli altri, sono subumani o addirittura non umani.


Quanto diversa appare invece l’immagine dell’altro all’epoca delle fedi antropomorfiche, quelle cioè i cui gli dèi potevano assumere forma umana e comportarsi come uomini. A quei tempi non si sapeva mai se il viandante fosse un uomo o un dio celato sotto sembianze umane. Questa incertezza, questa intrigante ambivalenza è una delle fonti della cultura dell’ospitalità che impone di accogliere con benevolenza il nuovo arrivato.


Ne parla il poeta polacco Cyprian Norwid nella sua introduzione all’Odissea, interrogandosi sulle ragioni dell’ospitalità ricevuta da Ulisse nel suo viaggio di ritorno verso Itaca.


“Alla vista di un mendicante e di un vagabondo,” osserva l’autore del Promethidion, “ci si chiede subito se per caso non si tratti di un dio. Non si accoglie l’ospite chiedendogli chi sia: prima se ne onora la divinità e solo dopo si passa alle domande umane. In ciò consiste appunto l’ospitalità, non per niente annoverata tra le pratiche e le virtù religiose. Tra i greci di Omero non esisteva ‘l’ultimo degli uomini’: egli è sempre primo, vale a dire divino.”


Nella visione culturale greca riportata da Norwid le cose si manifestano sotto un aspetto nuovo e favorevole all’uomo. Porte e cancelli non sono fatti solo per chiudersi davanti all’altro: possono anche spalancarglisi davanti, invitandolo a entrare. La strada non deve servire solo agli eserciti nemici: può anche essere la via lungo la quale, travestito da viandante, viene a trovarci un dio. Grazie a queste interpretazioni cominciamo a vivere in un mondo non solo più ricco e variegato, ma anche più benevolo: un mondo dove siamo spontaneamente disposti a incontrare l’altro.


L’incontro con l’altro viene definito da Emmanuel Lévinas come un “evento”, anzi come “l’evento fondamentale”, il limite estremo dell’esperienza umana. Lévinas, come sappiamo, appartiene al gruppo dei filosofi del dialogo quali Martin Buber, Ferdinand Ebner e Gabriel Marcel (ai quali in seguito si unirà anche Józef Tischner). Questi filosofi hanno sviluppato l’idea dell’altro in quanto essere unico e irripetibile in contrapposizione più o meno diretta a due fenomeni del XX secolo: la nascita della società di massa annullante la singolarità dell’individuo e l’espansione delle distruttive ideologie totalitarie.Hanno cercato di salvaguardare ciò che per loro rappresentava il valore supremo, ossia l’individuo umano – io, tu, l’altro, gli altri – dagli effetti della massa e del totalitarismo che livellano l’identità della persona (e quindi hanno proclamato il concetto dell’altro per sottolineare la differenza tra un uomo e l’altro, la differenza tra caratteristiche uniche e insostituibili).


Per quanto riguarda il rapporto nei confronti dell’altro e degli altri, questi filosofi respingevano l’opzione della guerra in quanto causa di distruzione; criticavano la scelta dell’indifferenza e dell’isolamento, sostenendo invece la necessità, anzi il dovere etico dell’apertura, dell’avvicinamento e della benevolenza.


È appunto nell’ambito di questi pensieri, convinzioni e atteggiamenti che nasce e si sviluppa la grande opera scientifica dell’antropologo Bronislaw Malinowski.


Il problema di Malinowski era il seguente: come avvicinarsi all’altro quando non si tratti di un essere astratto, ma di un uomo concreto appartenente a una razza diversa, con credenze, valori, culture e costumi diversi dai nostri?


Notiamo che il concetto di altro è sempre frutto del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo. Ma quando mi trovo in un villaggio dell’Etiopia, vengo rincorso da un branco di bambini che mi additano divertiti, gridando: Ferenci! Ferenci! che vuol dire appunto “quello di fuori”, l’estraneo. Per loro l’altro sono io.


In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi, abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me.


All’epoca di Malinowski e nei secoli precedenti l’uomo bianco, l’europeo, parte dal suo paese quasi esclusivamente a scopi di conquista: impadronirsi di nuove terre, rastrellare schiavi, commerciare o convertire. Spesso si tratta di spedizioni incredibilmente cruente: la conquista dell’America prima da parte degli uomini di Colombo e poi dei coloni bianchi, la conquista dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia.


Malinowski si reca nelle isole del Pacifico con scopi diversi: conoscere l’altro. Conoscere la gente con cui vive, le sue usanze, la sua lingua, le sue abitudini. Vuole vedere e sperimentare di persona, per poi testimoniare.


Ma il progetto di Malinowski,apparentemente ovvio, si rivela rivoluzionario e sacrilego. Smaschera infatti la debolezza, o forse semplicemente la caratteristica, più o meno presente in ogni cultura, consistente nel fatto che le varie culture trovano difficoltà nel capirsi e che queste difficoltà stanno nella gente che ne fa parte. Nei loro rappresentanti e portatori.


Una volta raggiunto il suo campo di studi, le isole Trobriand, l’autore de I giardini di corallo constata infatti che i bianchi che vi abitano da anni non solo non sanno niente della popolazione locale e della sua cultura, ma ne hanno un’idea completamente falsa, intrisa di disprezzo e di arroganza.


A dispetto di tutte le usanze coloniali, Malinowski pianta la tenda al centro di un villaggio e vive insieme alla popolazione locale. Non si tratterà di un’esperienza facile. Nel suo Diario si trovano continui accenni a contrattempi, malumori, crisi e perfino depressioni.


Lo sradicamento dalla propria cultura costa caro. Per questo è così importante avere chiaro il senso della propria identità, della sua forza e del suo valore. Solo allora l’uomo può liberamente confrontarsi con una cultura diversa. In caso contrario si chiuderà nella sua tana, isolandosi timorosamente dagli altri. Tanto più che l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno.


Colpisce il fatto che, mentre nell’Europa natale di Malinowski è in atto la Prima guerra mondiale, il giovane antropologo si concentri sullo studio della cultura dello scambio, dei contatti e dei riti comuni tra gli abitanti delle isole Trobriand, alla quale dedicherà il suo magnifico Argonauti del Pacifico occidentale formulando una tesi fondamentale ma raramente applicata: “Prima di giudicare, bisogna recarsi sul posto”. Di tesi, l’allievo dell’Università Jagellonica ne formula anche un’altra, straordinariamente audace per l’epoca: e cioè che non esistono culture superiori e inferiori, ma solo culture diverse che soddisfano in modo diverso i bisogni e le aspettative dei suoi rappresentanti. Ai suoi occhi l’altro, l’individuo di una diversa razza e cultura, è una persona il cui comportamento, come quello di tutti noi, è improntato alla dignità, al rispetto dei valori prestabiliti e all’osservanza della tradizione e dei costumi.


Malinowski iniziava il proprio lavoro contemporaneamente alla nascita della società di massa, mentre noi, oggi, viviamo nella fase di transizione dalla società di massa a quella planetaria. Molti fattori vi contribuiscono: la rivoluzione elettronica, l’esorbitante sviluppo di ogni tipo di comunicazione, la facilitazione nei collegamenti e negli spostamenti nonché il nuovo modo di pensare subentrato di conseguenza nelle ultime generazioni e nella cultura in senso lato.


In che modo tutto ciò cambierà il rapporto tra noi – gente di una data cultura – con la gente di un’altra, o di altre culture? Come influirà sulla relazione io-l’altro all’interno e all’esterno della mia cultura? Una domanda cui è difficile dare una risposta univoca e definitiva, trattandosi di un processo tuttora in atto e nel quale noi stessi siamo troppo personalmente coinvolti per poterlo giudicare con il giusto distacco.


Lévinas analizzava la relazione io-l’altro nell’ambito di un’unica società, storicamente e razzialmente unitaria. Malinowski studiava le tribù melanesiane all’epoca in cui esse conservavano il loro stato primitivo, ancora incontaminato dagli effetti della tecnologia, dell’organizzazione e del mercato occidentali.


Oggi è sempre più raro poter condurre operazioni del genere. La cultura diventa ogni giorno più ibrida ed eterogenea. Tempo fa, a Dubai, ho visto una cosa incredibile. Una ragazza, sicuramente musulmana, camminava lungo la riva del mare con addosso jeans e maglietta attillati. Solo la testa era coperta da un chador nero così rigorosamente austero da non lasciare intravedere neanche gli occhi.


Oggi esistono settori della filosofia, dell’antropologia e della critica letteraria che si dedicano a un attento esame di questo processo di ibridazione, di fusione e di trasformazione culturali. È un processo riscontrabile soprattutto nelle regioni dove le frontiere tra gli stati delimitano anche culture diverse (per esempio la frontiera tra Messico e Stati Uniti) o in gigantesche megalopoli quali San Paolo, New York, Singapore, dove si mescolano i rappresentanti delle più svariate razze e culture. Se oggi diciamo che il mondo è diventato multietnico e multiculturale non è perché le società e le culture siano più numerose di una volta, ma perché parlano con voce sempre più autonoma e determinata, chiedendo di essere riconosciute e ammesse alla tavola rotonda delle nazioni.


La vera sfida del nostro tempo – l’incontro con il nuovo altro, altro per razza e per cultura – nasce anche da un più ampio contesto storico. In particolare, la seconda metà del XX secolo è un periodo in cui due terzi della popolazione mondiale si liberano dalla dipendenza coloniale diventando cittadini di stati almeno nominalmente indipendenti. Un po’ per volta questa gente comincia a riscoprire il proprio passato, i propri miti, le proprie radici, la propria storia, il senso della propria identità nonché, evidentemente, l’orgoglio che ne deriva. Comincia a sentirsi se stessa, a sentirsi padrona del proprio destino e a guardare con odio tutti i tentativi di trattarla come un oggetto, una comparsa, uno sfondo, una vittima nonché un passivo oggetto di dominazione.


Il nostro pianeta, popolato per secoli da un ristretto gruppo di gente libera e da molteplici strati di gente sottomessa, oggi è abitato da un numero sempre crescente di nazioni e società sempre più convinte dell’importanza del proprio valore individuale.


È un processo che spesso si attua tra grandi difficoltà, grandi drammi e conflitti.


Può darsi che ci stiamo inoltrando in un mondo così completamente nuovo e diverso che le esperienze storiche in nostro possesso non siano sufficienti a comprenderlo e a muovercisi.


Comunque sia, il mondo in cui stiamo entrando è il Pianeta della Grande Occasione. Un’occasione non incondizionata, ma alla portata solo di coloro che prendono il proprio compito sul serio, dimostrando automaticamente di prendere sul serio se stessi. Un mondo che se, da un lato, offre molto, dall’altro chiede anche molto e dove cercare facili scorciatoie significa spesso non arrivare da nessuna parte.


Vi incontreremo continuamente il nuovo altro, lentamente emergente dal caos e dalla confusione del mondo contemporaneo. Può darsi che questo altro scaturisca dall’incontro tra le due opposte correnti che formano la cultura del mondo moderno: la corrente che globalizza la nostra realtà e quella che conserva le nostre diversità, la nostra unicità e irripetibilità. Può darsi che egli ne sia il frutto e l’erede. Per questo dobbiamo cercare di stabilire con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità.


Chi sarà questo nuovo altro? Come si svolgerà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? In quale lingua? Riusciremo ad ascoltarci e a capirci a vicenda? Riusciremo insieme a trovare, come dice Conrad, “ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati”?