sabato 5 settembre 2026

L'ALTRO Ryszard Kapuściński



L'ALTRO

Ryszard Kapuściński

Recensione 

È un libretto breve (circa 80 pagine) ma denso, scritto con lo stile limpido e umanissimo di Kapuściński. È una riflessione filosofica e morale sull’incontro con “l’altro” — chi appartiene a un’altra cultura, razza, religione o tradizione — basata su una vita intera passata tra Africa, Asia e America Latina.

L’altro non è solo “diverso da me”; è anche un essere umano con le stesse paure, gioie e bisogni. Le identità culturali e razziali si intrecciano con l’umanità condivisa e non sono mai fisse. Il mondo contemporaneo, secondo lui, non è un “villaggio globale” ma piuttosto una folla anonima in un grande aeroporto: gente che corre, indifferente e ignorante reciproca. L’unica speranza sta nel riconoscere che anche noi siamo “altri” per qualcuno.

Kapuściński ripercorre il rapporto dell’Europa con il resto del mondo: dalle guerre descritte da Erodoto, attraverso colonialismo e scoperte geografiche, fino all’antropologia di Malinowski e alla filosofia di Emmanuel Lévinas. 

Sostiene che il dialogo e la comprensione sia la strada da percorrere: curiosità, rispetto ed empatia. L’altro non è solo “diverso da me”; è anche un essere umano con le stesse paure, gioie e bisogni. Le identità culturali e razziali si intrecciano con l’umanità condivisa e non sono mai fisse.

Il punto debole di L’altro, è  tuttavia questo: Kapuściński parla dell’incontro culturale e morale, non del caso in cui “l’altro”  abbia scelto la guerra — e la sta praticando su di te. In quella situazione le tradizioni morali più comuni (non solo occidentali) distinguono tra capire e cedere.

Capire perché qualcuno ti aggredisce è una cosa. Lasciargli fare è un’altra. Kapuściński stesso, bambino nella Polonia occupata e poi testimone di decine di guerre, sapeva che la guerra “deforma anche chi la subisce” e che comincia prima delle bombe: con fanatismo, orgoglio, stupidità, disprezzo. Non ne ricavava però l’idea che la vittima debba sedersi a tavola mentre l’aggressione è in corso.

L'ALTRO

I

“Curiosità per il mondo”

La definizione “l’altro”, “gli altri” può venire intesa in vari modi e usata nei più svariati significati e contesti: ad esempio, per indicare una diversità di sesso, generazione, nazionalità, religione e via dicendo. Personalmente, la uso soprattutto per distinguere gli europei occidentali bianchi da coloro che definiamo gli altri, vale a dire gli extraeuropei non bianchi, ben sapendo che per costoro i primi rappresentano a loro volta gli altri.


Il genere che cerco qui di definire è il reportage letterario basato sull’esperienza di pluriennali viaggi per il mondo. Il reportage ha di solito molti autori ed è grazie a un’usanza invalsa da tempo che firmiamo un testo solo con il nostro nome. In realtà si tratta forse del genere letterario più collettivo che esista, giacché alla sua nascita contribuiscono decine di persone: gli interlocutori incontrati sulle strade del mondo che ci raccontano la storia della loro vita o della società alla quale appartengono, oppure eventi ai quali hanno partecipato o di cui hanno sentito parlare da altri. Questi estranei, a noi di solito sconosciuti, oltre a rappresentare una delle più ricche fonti di conoscenza del mondo aiutano anche il nostro lavoro in molti altri modi, che vanno dal favorire i nostri contatti con altre persone al metterci a disposizione la loro casa, fino al salvarci addirittura la vita.


Ognuna di queste persone incontrate nei nostri viaggi attraverso il mondo sembra comporsi di due esseri, di due parti spesso difficili da separare, cosa di cui non sempre ci rendiamo conto. Una delle due è l’uomo uguale a noi, con le sue gioie e i suoi dolori, i suoi giorni fasti e nefasti, che teme la fame e il freddo, sente il dolore come una sventura e il successo come soddisfazione e appagamento. L’altra sua veste, sovrapposta e intrecciata alla prima, è quella di portatore di caratteristiche razziali, culturali e religiose. Le due parti non appaiono mai distinte, allo stato puro e isolato, ma convivono influendo l’una sull’altra.


Il problema, nonché la difficoltà della mia professione di reporter, sta nel fatto che questo nostro doppio aspetto di uomo-individuo e di uomo-portatore di razze e culture non è rigido, statico e stabilito una volta per tutte, ma dinamico, mobile, mutevole, soggetto ad alti e bassi di tensione a seconda del contesto esterno, delle esigenze del momento, delle aspettative circostanti e perfino del nostro stato d’animo e della nostra età.


Ecco perché non sappiamo mai chi stiamo per incontrare, anche se si tratta di una persona di cui conosciamo da tempo il nome e l’aspetto. Figuriamoci poi se si tratta di qualcuno che vediamo per la prima volta. Ogni incontro con l’altro è dunque un indovinello, qualcosa di ignoto se non addirittura di segreto.


Ma prima che questo incontro avvenga, noi reporter ci siamo preparati da tempo. Di solito mediante letture (ai tempi in cui la televisione non esisteva). A ben guardare, l’intera letteratura mondiale è dedicata all’altro: dalle Upanishad attraverso I Ching e Chuang Tsy, da Omero ed Esiodo attraverso Gilgamesh e l’Antico Testamento, da Popol Vuh fino alla Torah e al Corano. E che dire dei grandi viaggiatori medievali, da Giovanni da Pian del Carpine a Ibn Battuta, da Marco Polo a Ibn Khaldun e Chang-Chun, che andavano fino in capo al mondo alla ricerca dell’altro? Su certe giovani menti queste letture agivano come stimolo per recarsi nei più remoti angoli della terra a incontrare e conoscere gli altri: era la tipica illusione dello spazio, la convinzione che ciò che è lontano fosse diverso e tanto più diverso quanto più lontano.


Ho detto “su certe” menti perché la tentazione del viaggio è una passione meno diffusa di quanto si creda. L’uomo è per sua natura portato alla sedentarietà, caratteristica radicatasi soprattutto dopo la scoperta dell’agricoltura e dell’arte di costruire le città. Di solito l’uomo abbandona il suo nido solo se costretto, se scacciato dalla guerra, dalla fame, da un’epidemia, dalla siccità o da un incendio. A volte parte da casa perché perseguitato per le sue convinzioni, a volte alla ricerca di un lavoro o di migliori opportunità per i figli. In molti, infatti, lo spazio provoca ansia, timore dell’ignoto e perfino paura della morte. Ogni cultura dispone di una serie di incantesimi e di pratiche magiche destinati a proteggere colui che si mette in viaggio e che viene salutato con manifestazioni di pianto e di dolore come se si avviasse al patibolo.


Parlando di viaggio, non ci riferiamo certo all’avventura turistica. Per la mentalità del reporter il viaggio significa sfida e sforzo, fatica e sacrificio, un compito arduo, un ambizioso progetto da portare a termine. Viaggiando sentiamo che sta accadendo qualcosa di importante, che partecipiamo a un evento di cui siamo nello stesso tempo testimoni e creatori, che adempiamo a un dovere, che siamo responsabili di qualcosa.


Tanto per cominciare, siamo responsabili della strada che percorriamo. Spesso sappiamo perfettamente che la percorreremo quell’unica volta, che non ci torneremo mai più, e quindi che non abbiamo il diritto di trascurarne o perderne il minimo dettaglio. Dettagli di cui renderemo conto, su cui scriveremo relazioni o racconti e che riepilogheremo nel nostro esame di coscienza. Per questo viaggiamo concentrati e con l’orecchio sempre in ascolto. La strada che si percorre è importante, poiché ogni passo ci avvicina all’incontro con l’altro. È per questo che ci siamo messi in viaggio. Quale altro motivo avrebbe potuto indurci ad affrontare fatiche, rischi, scomodità e pericoli?


Non è solo il viaggio intrapreso volontariamente, il viaggio come forma di vita, a essere una rarità. Anche una forte curiosità per il mondo è un fenomeno raro. Alla maggior parte delle persone esso interessa ben poco. La storia conosce intere civiltà che non hanno mostrato il minimo interesse per il mondo esterno. L’Africa non ha mai costruito una nave per navigare e scoprire che cosa ci fosse oltre ai mari che la circondavano. I suoi abitanti non hanno tentato di arrivare neanche alla pur vicina Europa. La civiltà cinese ha fatto anche di più, isolandosi addirittura dal resto del mondo per mezzo di un’alta muraglia.


(Anche se gli imperi dotati di armate a cavallo, come i persiani, gli arabi e i mongoli, si sono comportati diversamente, il loro scopo non era quello di conoscere il mondo, ma di conquistarlo con le armi e assoggettarlo. Comunque le fasi di slancio e di pressione erano relativamente brevi, dopodiché gli imperi crollavano, sepolti per sempre sotto la sabbia.)


In questo corteo di civiltà l’Europa costituisce un’eccezione. È l’unica, a partire dall’antica Grecia, a manifestare una curiosità per il mondo – nonché il desiderio non solo di assoggettarlo e dominarlo, ma anche di conoscerlo; anzi, per quanto riguarda le sue menti migliori, soltanto quello di conoscerlo, comprenderlo e creare una comunità umana. È qui che avranno luogo, in tutta la loro evidenza, complessità e drammaticità, i nostri rapporti con i rimanenti abitanti del pianeta: gli altri.


Questi rapporti hanno una lunga tradizione. In letteratura essa inizia con le grandi Storie di Erodoto. Lo storico greco, vissuto duemilacinquecento anni fa, ci mostra che già allora il mondo a lui accessibile era popolato da numerose società progredite e mature, provviste di una cultura ben sviluppata e di un forte senso di identità: in una parola, che il primo europeo, ossia il greco, pur bollando come non greco (barbaros) chiunque non parlasse la sua lingua, si rendeva conto che questo altro era comunque qualcuno. Erodoto parla degli altri senza disprezzo né odio; cerca di conoscerli, di capirli e spesso dimostra addirittura come per molti aspetti essi superino gli stessi greci.


Erodoto conosce la natura sedentaria dell’uomo e sa che per entrare in contatto con gli altri bisogna mettersi in cammino, giungere fino a loro e manifestare il desiderio di incontrarli; per questo viaggia in continuazione, visita egizi e sciti, persiani e lidi, ricordando sia quello che viene a sapere da loro sia quello che vede con i propri occhi. In una parola, vuole conoscere gli altri, consapevole com’è che per conoscere se stessi bisogna conoscere gli altri: gli altri sono lo specchio nel quale ci vediamo riflessi. Sa che per capire meglio se stessi bisogna comprendere meglio gli altri, confrontarsi e misurarsi con essi. Lui, cittadino del mondo, è contrario all’isolarsi dagli altri e al chiudere loro la porta. La xenofobia, sembra dire Erodoto, è la malattia di gente spaventata, afflitta da complessi di inferiorità e dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui. Tutta la sua opera è infatti una coerente costruzione di specchi che ci permette di vedere con più chiarezza soprattutto la Grecia e i greci.


In seguito, l’incontro tra europei e non europei assumerà un carattere estremamente violento e sanguinoso, come del resto era avvenuto ancor prima di Erodoto: inizialmente, quando la Grecia si era scontrata con la Persia; poi al tempo delle conquiste di Alessandro Magno, per continuare con l’espansione dell’impero romano, le crociate,la conquista spagnola e via dicendo.


A questo proposito vorrei sottolineare quanto sia eurocentrico il nostro modo di ragionare (come del resto quello della maggior parte degli storici a noi noti): ogni volta che parliamo o scriviamo del nostro rapporto con gli altri, per esempio in caso di conflitti, diamo per scontato che si tratti di un conflitto tra europei ed extraeuropei; mentre questo stesso tipo di scontri e di guerre ha causato milioni di vittime anche all’interno della famiglia extraeuropea, dove i mongoli combattevano contro i cinesi, gli aztechi contro le tribù vicine, i musulmani contro i seguaci dell’induismo e così via.


In una parola, lo scontro tra civiltà non è un’invenzione moderna, nel senso che si tratta di un fenomeno presente da sempre nella storia dell’umanità. Non bisogna inoltre dimenticare che il conflitto è solo una delle possibili (ma non indispensabili) forme di contatto tra civiltà. Un’altra di queste forme, del resto più frequente della prima, è quella che spesso si verifica all’interno di uno stato di guerra. Un esempio. Nei primi anni novanta mi trovavo in Liberia. Era in corso una guerra civile. Mi recai al fronte con un reparto dell’esercito governativo. Il fronte passava lungo un fiume le cui rive erano unite da un ponte. Sulla sponda in mano al governo si svolgeva un grande mercato. Dalla parte opposta, dove stavano i ribelli di Charles Taylor, c’erano solo campi deserti. Fino a mezzogiorno sul fronte lungo il fiume risuonavano spari e rombi di cannone. Nel pomeriggio regnava la calma: i ribelli attraversavano il ponte e andavano a fare la spesa al mercato. Consegnavano le armi alla pattuglia di guardia e questa gliele restituiva quando tornavano indietro carichi di acquisti. Così, all’interno di un cruento conflitto armato si svolgeva uno scambio di merci e di beni di vario genere. L’altro può quindi essere visto sia come nemico, sia come cliente. Sono la situazione, le circostanze, il contesto a decidere se, in un dato momento, vediamo la stessa persona come un nemico o come un partner. Perché l’altro può essere entrambi e proprio in ciò consistono la sua mutevole e inafferrabile natura, i suoi comportamenti contraddittori di cui spesso egli stesso non riesce a comprendere la causa.


La fine del medioevo europeo e l’inizio dell’era moderna, la grande spedizione dell’Europa alla conquista del mondo, l’assoggettamento dell’altro e la rapina dei suoi beni hanno scritto pagine di sangue e crudeltà nella storia del nostro pianeta. La portata delle pratiche genocide di quell’epoca, durata oltre tre secoli, verrà superata solo nel XX secolo, dalle macabre fattezze dell’Olocausto.


Per gli europei che in quei tempi muovono alla conquista del pianeta, l’altro si configura come un selvaggio nudo, cannibale e pagano che per l’europeo – bianco e cristiano – è un sacro diritto e dovere sottomettere e calpestare. Una delle cause dell’inaudita brutalità e crudeltà che caratterizzavano i bianchi non era soltanto l’avidità d’oro e di schiavi che divorava le menti e accecava le élite europee, ma anche il livello morale e culturale incredibilmente basso di coloro che venivano mandati per il mondo in avanscoperta degli altri. Le ciurme delle navi si componevano per buona parte di malfattori, di criminali e di notori banditi o, nel migliore dei casi, di vagabondi, di senzatetto e di falliti. Difficile, infatti, convincere una persona normale a partire per un viaggio-avventura spesso destinato a finire con la morte.


Il fatto che per secoli l’Europa abbia spedito a incontrare l’altro (e soprattutto a incontrarlo per la prima volta) i suoi rappresentanti più abietti stenderà un’ombra sinistra sui nostri rapporti con gli altri, formerà le nostre opinioni correnti su di essi, consoliderà nelle nostre menti stereotipi, preconcetti e fobie che, sotto questa o quella forma, continuano ancora a sussistere. È una constatazione che faccio ogni volta che sento persone, apparentemente sensate, sostenere che per l’Africa non esiste altra via d’uscita se non una nuova colonizzazione.


Conquistare, colonizzare, dominare, assoggettare: è questo l’impulso nei confronti degli altri che da sempre si ripete nella storia del mondo. Dovranno passare molte migliaia di anni prima che alla mente umana si affacci il sospetto di una possibile uguaglianza tra noi e l’altro.


Parlando degli altri e delle nostre relazioni con essi mi riferisco solo ai rapporti interculturali e interrazziali, in quanto si tratta della sfera con cui più spesso mi sono trovato in contatto. Osservando la cosa da un punto di vista storico, si vede come, dopo tre secoli di brutale e implacabile espansione delle corti e del capitale europeo (e non mi riferisco solo alla conquista di popolazioni e territori al di là dal mare, ma anche ad azioni territoriali quali ad esempio lo sterminio delle popolazioni siberiane a opera dei russi), nel XVIII secolo si verifica un graduale (ma solo parziale, seppure importante) mutamento d’atmosfera e di rapporti nei confronti di quell’altro e di quegli altri che di solito costituiscono le società extraeuropee. È l’era dell’Illuminismo, dell’umanesimo, della rivoluzionaria scoperta che il non-bianco, il non-cristiano e il selvaggio, questo altro mostruoso e così diverso da noi, è anch’esso un uomo.


La via verso tale rivelazione viene aperta innanzitutto dalla letteratura. Escono le opere di Daniel Defoe e Jonathan Swift, di J.-J. Rousseau e Voltaire, Fontenelle e Montesquieu, Goethe e Herder. È un’incredibile, abbagliante esplosione di talenti, di menti e di cuori; decine di autori condannano lo sfruttamento e la crudeltà dei conquistatori d’ogni risma e nazionalità, gridando che questi altri, così depredati e uccisi, sono uguali a noi, sono “nostri fratelli in Cristo” degni di considerazione e di rispetto. Prende piede il movimento della lotta contro lo schiavismo, fiorisce la cartografia, vengono organizzate spedizioni scientifiche non a scopo di conquista, ma per scoprire nuove terre e conoscere popolazioni e culture fino allora ignote. La paura dell’altro viene sempre più spesso sostituita dalla curiosità e dal desiderio di conoscerlo più da vicino. A tutto ciò si accompagna un incredibile sviluppo del reportage e di ogni genere di letteratura di viaggio: basti citare alcuni titoli oggi diventati dei classici, quali A Description of the East di Richard Pococke, oppure i nomi di James Cook e Mungo Park, e soprattutto, l’Histoire générale des voyages, una raccolta di relazioni dal mondo intero a opera di Prévost. Un suo coetaneo, il grande naturalista e filosofo tedesco Albrecht von Haller, scriverà verso la metà del XVIII secolo:


Niente dissipa i pregiudizi meglio del conoscere popolazioni dotate di usanze, leggi e opinioni diverse dalle nostre; una diversità che con poca fatica ci insegna a respingere tutto ciò in cui gli uomini si differenziano e a considerare come voce della natura tutto ciò in cui si assomigliano: le leggi primarie della natura sono infatti uguali in tutti i popoli. Non offendere nessuno, riconoscere a ciascuno quanto gli spetta.


Le idee di von Haller vengono a quel tempo condivise da molti pensatori, scrittori e viaggiatori che imprimono il loro tono all’epoca, definita talvolta come il secolo del sentimentalismo umanitario. Di essi fa parte il grande storico e filosofo francese Guillaume Raynal, un enciclopedista che condannò con fervore la schiavitù e lo sfruttamento coloniale. Per la prima volta la figura dell’altro viene tratteggiata con umanità ed efficacia come quella di un essere unico e irripetibile. Si attua un importante progresso dallo stereotipo del selvaggio imprevedibile all’immagine di un individuo portatore di una diversa razza e cultura. Una vera e propria rivoluzione nel modo di pensare europeo, dove ha inizio il passaggio dalla figura del barbaro abietto a quella di un essere dotato di tratti umani e appartenente alla famiglia dell’uomo.

È la prima volta che, su vasta scala e con tanta intensità, l’altro diventa un problema interno della cultura europea, un problema etico di tutti noi.

II

“L’accettazione della diversità”

In modo sommario e molto semplificato, i rapporti degli europei con l’altro possono venire suddivisi in quattro fasi:


la fase dei mercanti e degli ambasciatori, in cui la gente entra in contatto con gli altri attraverso le vie commerciali o perché inviata in ambasceria in un altro paese da qualche potente dell’epoca. Questo periodo dura più o meno fino al XV secolo;


la fase delle grandi scoperte geografiche (i patrioti del Terzo Mondo si indignano per questa definizione: “Ma quale scoperta dell’America? Quale scoperta dell’Africa, se c’eravamo già noi che la abitiamo fin dalla notte dei tempi!”.) È l’epoca della conquista, della carneficina e del saccheggio, veri secoli bui nei rapporti tra gli europei e gli altri. Dura alcune centinaia d’anni;


la fase dell’Illuminismo, dell’umanesimo, dell’apertura verso gli altri e dei primi tentativi di capirli: si allacciano contatti umani e si sviluppa lo scambio non solo di merci, ma anche di valori culturali e spirituali.


Dall’Illuminismo ha origine una nuova epoca, tuttora in atto e contraddistinta a sua volta da tre fasi:


la fase degli antropologi;


la fase di Lévinas;


la fase multiculturale.


Il periodo più importante per le nostre considerazioni è quello dell’Illuminismo. Nei rapporti tra l’Europa e gli altri esso chiude l’era dello “stato selvaggio” e apre l’era moderna. Nascono una nuova lingua e un nuovo lessico. Gli enciclopedisti diffondono l’idea di una scienza universale; Goethe sogna la nascita di una letteratura mondiale; appaiono concetti quali “governo mondiale” e “cittadino del mondo”. La parola “selvaggio” resta in uso, ma completata dall’aggettivo “buono”: “il buon selvaggio”.


Anche se ciò non significa la fine del mercato degli schiavi o dell’espansione coloniale, qualcosa comincia a cambiare nella mentalità e nella morale europea. Adesso bisogna rispettare le forme: non si parla più di “colonialismo” ma di “missione civilizzatrice”, di “conversione” e di “aiuti alle popolazioni povere e sottosviluppate”.


In quest’epoca di cambiamento culturale – il passaggio da un rigido eurocentrismo a una visione più universale delle cose – nasce una nuova branca delle scienze sociali: l’antropologia. L’antropologia è rivolta verso l’altro e a esso esclusivamente dedicata. Promuove l’idea della comprensione dell’altro attraverso la sua conoscenza e l’accettazione della diversità in quanto caratteristica costitutiva del genere umano.


Con il tempo, tra gli antropologi nascono e si sviluppano due scuole: quella degli evoluzionisti e quella dei diffusionisti. Una divisione che sotto varie forme e vari nomi permane fino a oggi e che rispunta ogni volta che le due scuole si scontrano. Gli evoluzionisti credevano nell’inevitabile progresso dell’intera umanità. Secondo loro, tutte le società umane si sviluppano dallo stadio più basso e “primitivo” fino a quello più alto e civilizzato e quindi tutti i popoli del mondo avanzano sulla medesima via di sviluppo e progresso: il fatto che gli ultimi raggiungano i primi è soltanto una questione di tempo. Particolare importante, gli evoluzionisti credevano nell’unitarietà psichica del genere umano, adducendo come prova le somiglianze culturali che scoprivano e stabilivano nelle varie società del mondo. In una parola, gli evoluzionisti erano ottimisti, credevano nell’omogeneità e unitarietà della famiglia umana, erano cittadini del mondo e tali consideravano anche tutti gli altri: oggi li definiremmo dei globalisti.


I diffusionisti ritenevano invece che sul nostro pianeta esistessero numerose civiltà e culture e che, a seconda del luogo e del momento, esse entrassero in contatto compenetrandosi a vicenda. Tra di esse avveniva un processo di congiunzione, di fusione e di prestiti, si instaurava una continua e dinamica comunicazione, un dialogo creativo, uno scambio vivace e complesso. I diffusionisti erano affascinati soprattutto dalla varietà e dalla molteplicità delle culture, nonché dall’ibridazione derivante dal contatto interculturale. Vedevano gli altri non come una società omogenea e indifferenziata, ma come una folla multiforme, variegata e plurilingue, i cui singoli gruppi vivevano ognuno per conto proprio, con i propri dèi e le proprie scelte di vita.


Se, come ho detto, gli evoluzionisti erano dei globalisti, i diffusionisti erano invece antiglobalisti: non nel senso di una lotta contro la globalizzazione, ma perché ai loro occhi il mondo era una specie di tappeto persiano riccamente e misteriosamente variegato.


Sebbene i rappresentanti delle due scuole si siano scontrati e continuino ancora a farlo, le loro intenzioni sono sotto ogni aspetto sincere e fruttuose: entrambi cercano soprattutto il modo migliore per conoscere, capire, descrivere gli altri e renderceli più vicini.


Nel loro desiderio di conoscere gli altri allo stato il più possibile puro, non contaminato da influssi esterni, una parte di questi antropologi (chiamati in seguito funzionalisti) si reca nei luoghi più remoti del pianeta, di preferenza nelle piccole isole del Pacifico o nelle più impervie regioni africane per seguire e registrare il funzionamento delle società degli altri nel loro ambiente culturale d’origine. Ne nasce una serie di opere, spesso di notevole valore conoscitivo e letterario, che aprono gli occhi degli europei sulla molteplicità, sulla ricchezza, sull’unitarietà logicofunzionale di culture a essi prima sconosciute. Autori come Rivers, Radcliffe-Brown o Evans-Pritchard dimostrano che queste culture degli altri, benché diverse, non sono meno valide e meno significative della cultura europea.


Un ulteriore passo avanti (ma di quale importanza!) lo compie Malinowski, che delle cosiddette ricerche sul campo fa la condizione sine qua non della conoscenza degli altri. Non solo bisogna andare da loro, ma anche vivere tra o con loro. Si reca quindi in una delle isole dell’arcipelago Trobriand e lì, in mezzo a un villaggio, pianta la sua tenda. Malinowski scopre con stupore che i bianchi residenti da decine di anni su quelle isole non solo abitano lontano dai villaggi locali ma hanno una conoscenza della popolazione infarcita di assurdità e di falsi stereotipi. In sostanza, ai Tropici il bianco è la fonte meno degna di fede circa le popolazioni e le culture locali.


I bianchi e gli aborigeni si evitano tra di loro, poiché l’incontro con gli altri non è qualcosa di semplice e automatico ma richiede una volontà e uno sforzo che non tutti sono disposti ad affrontare. Oltre che una necessità per gli antropologi, le ricerche sul campo sono anche la condizione fondamentale per il lavoro dei reporter. In questo senso possiamo considerare Malinowski come il creatore del reportage antropologico, che da questo momento in poi comincerà a svilupparsi un po’ ovunque.


I testi scaturiti dai risultati delle ricerche sul campo hanno notevolmente modificato l’immagine che gli europei avevano degli altri. Hanno infatti dimostrato che gli altri, anziché essere un’orda di primitivi pigri e imprevedibili, vivono in culture estremamente sviluppate, dotate di strutture e gerarchie sottili e complicate. Le nostre relazioni con gli altri si sono sollevate a un livello più alto.


Sebbene le ricerche sul campo abbiano svolto un ruolo così importante e positivo nell’ampliare la nostra conoscenza sulla famiglia dell’uomo, vi erano in esse due punti deboli che con il passare del tempo le hanno portate in un vicolo cieco.


Primo: ogni antropologo studiava e tendeva a descrivere una sola (di solito piccola) tribù mentre in quegli stessi tempi (a cavallo tra il XIX e il XX secolo) nella sola Africa ve n’erano alcune migliaia. Inoltre apparve ben presto chiaro che la maggior parte di quelle società avevano ognuna le proprie strutture, tradizioni e lingue, che le ricerche condotte su una tribù non fornivano la chiave per descriverne un’altra e che, quindi, le singole osservazioni individuali non si sommavano in un unico quadro unitario. Esistevano frammenti isolati con i quali non era possibile comporre un mosaico decifrabile.


Secondo: si cercava di studiare e di conoscere le culture tradizionali come se esse si manifestassero allo stato originario, sempre nelle stesse condizioni di solitudine e isolamento. Le si descriveva come strutture statiche, immobili e stabilite una volta per tutte, mentre in realtà, specie ai nostri tempi, erano soggette a continui cambiamenti, a un’incessante e talvolta sostanziale trasformazione. Prima, ad esempio, che Evans-Pritchard facesse in tempo a descrivere la tribù Azande, questa aveva assunto un aspetto del tutto diverso oppure si era dissolta e aveva cessato di esistere insieme alla sua cultura e ai suoi dèi. Subentra infatti un’era di frenetiche e intense migrazioni: milioni e milioni di persone si trasferiscono nelle città mentre il villaggio, baluardo della tradizione, si spopola dei suoi abitanti decimati da fame, guerre civili, siccità ed epidemie. Ma l’altro, che adesso incontriamo e conosciamo nelle grandi città del Terzo Mondo, è un altro diverso: è il prodotto, difficile da definire, di una cultura urbana ibridata, l’erede di mondi in contrasto tra loro, una creatura disomogenea, dai contorni e dalle caratteristiche fluidi e instabili. È questo l’altro con il quale oggi ci troviamo prevalentemente a che fare.


Veniamo adesso alla svolta prodotta dalla filosofia di Emmanuel Lévinas. Considero tale filosofia, tra le altre cose, come una reazione alle esperienze dell’umanità della prima metà del XX secolo: in linea generale, una reazione ai cambiamenti e alla crisi della civiltà occidentale e, in particolare, alla crisi e all’atrofia dei rapporti interumani e delle relazioni tra l’Io e l’altro. Il problema dell’altro e del nostro rapporto con lui è uno dei principali temi di riflessione di Lévinas. La portata e la necessità di tale approccio sono quanto mai importanti.


Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Lévinas ha nove anni; allo scoppio della Seconda, trentaquattro. La sua maturazione coincide quindi con gli anni in cui in Europa si forma la società di massa e nascono i due sistemi totalitari del comunismo e del fascismo. L’uomo della società di massa è caratterizzato dall’anonimità, dalla mancanza di legami sociali, dall’indifferenza verso l’altro e, a causa del suo sradicamento culturale, dall’impotenza e dalla vulnerabilità al male, con tutte le sue tragiche conseguenze, di cui la più disumana sarà l’Olocausto.


Proprio a questa indifferenza verso l’altro, che causa un’atmosfera capace, in particolari circostanze, di sfociare nel fenomeno Auschwitz, Lévinas contrappone la sua filosofia. “Fermati” sembra egli dire all’uomo che si affretta in mezzo alla folla in corsa. “Fermati. Accanto a te c’è un altro uomo. Incontralo: l’incontro è la più grande, la più importante delle esperienze. Guarda il volto che l’altro ti offre. Attraverso di esso non solo ti trasmette se stesso, ma ti avvicina a Dio.”


Lévinas si spinge oltre. Dice infatti che non basta incontrare l’altro, accoglierlo e parlargli. Bisogna anche assumersene la responsabilità. La filosofia di Lévinas evidenzia il singolo, lo individua, indica che oltre a me c’è anche qualcun altro con cui, se non riuscirò a compiere uno sforzo d’attenzione e a manifestare il desiderio di incontrarlo, ci oltrepasseremo indifferenti, freddi, insensibili,senza espressione né anima. E invece, dice Lévinas, il volto dell’altro è il libro su cui sta scritto il bene.


Ciò che di Lévinas qui ci interessa è il significato fondamentale attribuito alla diversità: l’accettare l’altro benché diverso, considerando una ricchezza, un bene e un valore proprio questa sua alterità. Una differenza che non mi impedisce di identificarmi nell’altro: “Io sono l’altro”.


Mentre l’Illuminismo ci ha detto che l’altro è uno come noi, un uomo della stessa nostra famiglia; mentre, in seguito, l’antropologia ha compiuto un passo avanti rispetto all’Illuminismo mostrando agli europei che questo altro appartenente a un’altra razza e tradizione possedeva una propria cultura sociale e spirituale altamente sviluppata, Emmanuel Lévinas ci fa compiere adesso un ulteriore passo avanti, proclamando l’elogio dell’altro, la sua superiorità nonché il nostro dovere di assumercene la responsabilità. Lévinas dice addirittura che l’altro è il nostro Maestro e che si trova più vicino a Dio di noi. E che la nostra relazione con l’altro dovrebbe essere un movimento in direzione del bene. Abbiamo qui a che fare con una filosofia postulante, profondamente etica, bisognosa di dedizione e di eroismo, realizzabile in un qualche luogo oltre l’orizzonte delle esperienze quotidiane dell’uomo comune. Una filosofia il cui principale comandamento è: “Non uccidere”.


Leggendo i libri di Lévinas ci vengono in mente due osservazioni.


La prima: nella riflessione dell’autore di Le temps et l’autre l’altro è sempre il singolo, l’individuo. Ma l’uomo solo è di solito più umano che non quello inserito in mezzo alla folla, alla massa eccitata. Presi uno per uno siamo più intelligenti, migliori, più prevedibili. Il fare parte di un gruppo può trasformare in demonio una persona di solito calma e gentile.


La seconda: l’altro di cui ci parla Lévinas appartiene alla nostra stessa razza bianca e al nostro stesso ambiente culturale occidentale. La situazione presa in esame da Lévinas non è quella dell’incontro tra il bianco e un altro che ha la pelle di colore diverso dal nostro, che crede in altri dèi e parla una lingua incomprensibile. Che accadrebbe in una situazione del genere? Ho provato a porre la domanda alla grande studiosa della filosofia di Lévinas, la professoressa Barbara Skarga. “La filosofia di Lévinas,” mi ha risposto, “è uno spazio che dobbiamo riempire con le nostre personali esperienze e osservazioni. Lévinas cerca continuamente la via verso l’altro, vuole strapparci dalle pastoie dell’egoismo e dell’indifferenza, metterci in guardia dalla tentazione del separarci, distaccarci, chiuderci in noi stessi. Ci mostra una nuova dimensione dell’io: non l’individuo isolato, ma un individuo che comprenda in sé anche l’altro e in tal modo dia vita a un nuovo genere di persona e di essere.”

I

“Un mondo multiculturale”

La successiva grande svolta nella nostra relazione tra noi e gli altri comincia nell’ultima decade del XX secolo. È l’inizio dell’epoca, tuttora in corso, del mondo multiculturale. Al momento di entrarvi, siamo già provvisti di un buon numero di esperienze:


l’esperienza dell’Illuminismo, che ha sensibilizzato la mentalità europea alla presenza degli altri, cioè ai continenti, alle razze e alle religioni extraeuropei;


l’esperienza fornita dalle indagini antropologiche che ci hanno fatto conoscere le altre società e culture, la loro grande varietà e complessità nonché i loro alti valori;


infine, la filosofia di Lévinas che concentra la nostra attenzione sull’altro in quanto individuo e personalità (l’antropologia studiava e descriveva soprattutto la collettività), in quanto persona irripetibile che dobbiamo non solo vedere, ma anche inserire nella nostra esperienza, assumendocene la responsabilità.


Ci troviamo dunque in una nuova epoca e in una nuova situazione. Che cosa l’ha originata? Una domanda alla quale si può tentare di rispondere, trattandosi del momento presente, in cui non solo tutto cambia, ma cambia a una velocità che impedisce giudizi corretti e approfonditi. Questa nuova epoca, definibile anche come il periodo di passaggio dalla società di massa alla società planetaria, nasce in concomitanza con due fenomeni contemporanei: da una parte si accelera e si globalizza la rivoluzione elettronica, dall’altra crolla l’assetto della Guerra fredda.


Grazie a ciò il nostro pianeta diventa uno spazio aperto o, comunque, potenzialmente aperto. Una circostanza che, perlomeno nei prossimi decenni, deciderà le sorti future dell’umanità. Anzitutto conferisce un nuovo aspetto alle nostre relazioni con gli altri. Per cinque secoli l’Europa ha dominato il mondo, non solo politicamente ed economicamente, ma anche culturalmente. Ha imposto la fede, stabilito la legge, le scale di valori, i modelli di comportamento, le lingue. Le nostre relazioni con gli altri sono sempre state sbilanciate in nostro favore; vale a dire, da parte nostra, quanto mai autoritarie, apodittiche e paternaliste. La secolare esistenza di un assetto così ingiusto e disuguale ha creato tra i suoi partecipanti una serie di consuetudini dure a morire.


Alla fine del XX secolo, tuttavia, ha inizio il processo di decolonizzazione: due terzi della popolazione mondiale acquistano, almeno nominalmente, lo status di liberi cittadini. Costoro si volgono verso le proprie origini e resuscitano le proprie culture. Iniziano a sottolinearne con orgoglio l’importanza e ad attingervi forza. L’Europa, ancora rigidamente chiusa nel suo eurocentrismo, sembra non vedere, o non voler vedere, che sul nostro pianeta stanno acquistando peso, dinamismo e vita varie civiltà extraeuropee che con sempre maggior determinazione aspirano a sedersi alla tavola rotonda del mondo. L’Europa si trova davanti a una sfida. D’ora in poi non potrà più sedercisi nella sua solita veste di esclusività, immunità e autocrazia.


A questo punto finiscono la Guerra fredda e la divisione del pianeta in due blocchi contrapposti: si crea un nuovo mondo, più mobile e aperto di quanto non sia mai stato.


Due fattori, in particolare, favoriscono questa mobilità e libertà. Il primo è la rinascita dello spirito democratico verificatasi alla fine del secolo scorso. Finisce l’epoca dei colpi di stato e dei regimi militari, finisce l’epoca dei dittatori, dei sistemi monopartitici, dell’autarchia economica, della censura, delle frontiere sbarrate dal filo spinato. Diventa di moda la democrazia: nessuno più la contesta e perfino i partiti più reazionari inseriscono nel proprio nome l’aggettivo “democratico”.


Quest’atmosfera filodemocratica favorisce enormemente la mobilità della gente. Il mondo registra un movimento mai visto fino a quel momento nella storia. Persone delle più svariate razze e culture si incontrano in ogni parte di un pianeta sempre più popolato. Se, una volta, chi diceva gli altri intendeva tradizionalmente gli extraeuropei, adesso queste nuove relazioni contemplano ogni possibile aspetto e varietà, ogni possibile razza e cultura: per un cinese gli altri sono i malesi e gli indù, per un arabo i latinoamericani e i congolesi. Il numero delle combinazioni è sterminato. È nato un nuovo altro: il non europeo, che è altro rispetto a un altro non europeo. Viaggiando per il mondo in questi ultimi tempi, ho notato un sempre maggiore e più evidente sviluppo di rapporti, di legami e di scambi tra gente, ad esempio, dell’Africa e dell’Asia, o delle isole del Pacifico e dei Caraibi: gente che in Europa non ha mai messo piede e che di essa sa poco o niente.


Questa febbre migratoria planetaria, caratteristica del momento odierno, è dovuta a vari fattori. Mi limiterò a citarne due.


Primo: la rivoluzione elettronica tuttora in atto e l’immenso sviluppo delle comunicazioni,dei trasporti e dei collegamenti che a essa si accompagna. Dalle lente rotte marittime la gente si sposta sulle rotte aeree, il che abbrevia enormemente la durata dei viaggi, aumenta la mobilità delle persone e ne amplia i contatti con gli altri.


Secondo: l’approfondirsi delle disuguaglianze nel mondo, e soprattutto la crescente consapevolezza di tali disuguaglianze.Differenze che oggi i più poveri cercano di diminuire e di livellare non attraverso il confronto, ma infiltrandosi nelle regioni e nei paesi più benestanti.


Questa realtà favorisce un brusco aumento degli incontri e dei contatti interpersonali, ed è dal loro svolgimento e dalla loro qualità, dai nostri rapporti, sempre più vari e numerosi, con gli altri, che dipenderà il clima del mondo nel quale viviamo. Anche questa sfera comincia,al pari delle altre, ad assumere la struttura di una rete mutevole, dinamica e senza punti di riferimento fissi. Vi affluiscono sempre più persone con problemi di definizione della propria identità, della propria appartenenza sociale e culturale. Persone che si sentono sperdute, pronte a prestare orecchio alle istigazioni di nazionalisti e razzisti che le spingono a vedere nell’altro una minaccia, un nemico, la causa di ogni loro frustrazione e paura.


Il dialogo con gli altri non è mai stato facile né mai lo sarà, specialmente ora che tutto assume una scala così vasta, così difficile da comprendere e controllare, e che tante forze lavorano per ostacolarlo, se non addirittura per renderlo impossibile. Ma a parte questi scopi e interessi puramente politici, ideologici ed economici, esistono anche altri problemi di fondo.


Uno di essi viene messo a fuoco dall’ipotesi di Sapir-Whorf sulla cosiddetta relatività linguistica. Sostanzialmente essa sostiene che il pensiero viene formulato in base alla lingua e che, parlando lingue diverse, ognuno di noi si crea un’immagine del mondo personale e diversa da quella degli altri. Queste immagini non combaciano, non sono intercambiabili. Quindi il dialogo, seppure non impossibile, richiede da parte degli interlocutori un grosso sforzo, una paziente tolleranza e il desiderio di capire e di intendersi. Il renderci conto che, parlando con un altro, abbiamo davanti qualcuno che in quello stesso momento vede e capisce il mondo in modo diverso dal nostro, è fondamentale per favorire un dialogo positivo.


Un altro problema nei contatti tra noi e loro (gli altri, i diversi) è che tutte le civiltà tendono al narcisismo: più forte è la civiltà, più tale caratteristica si manifesta. Il narcisismo induce le civiltà al conflitto, suscita arroganza e desiderio di dominio e si associa sempre al disprezzo per gli altri. Nell’antica Cina quest’arroganza assumeva una forma più sottile, esprimendosi nella compassione per chiunque non fosse cinese di nascita. Questo narcisismo era, ed è, mascherato sotto varie forme di retorica, come quella del popolo eletto o del popolo predestinato a una missione salvifica, talvolta da tutte e due le cose insieme.


Un altro problema ancora è il carattere ambivalente del nostro primo impulso nei confronti degli altri. Da una parte l’uomo ha bisogno degli altri, li cerca, sa che non può vivere senza di loro. Ma, al momento dell’incontro, la sua prima reazione è di diffidenza, di insicurezza e di timore. Si tratta di sentimenti e stati d’animo refrattari a ogni tentativo di dominarli.


E tuttavia la cultura, anzi l’uomo stesso, si crea al contatto con gli altri (per questo tutto dipende dalla qualità di tale contatto). Per Simmel l’individuo umano si crea nel processo, nella relazione, nel legame con gli altri. E Sapir conferma: “Il vero luogo del crearsi della cultura è l’interazione tra le persone”. Gli altri, ripetiamolo ancora una volta, sono lo specchio in cui guardarsi e capire chi si è. Quando vivevo nel mio paese non ero consapevole di essere un bianco e che ciò potesse influire in qualche modo sul mio destino. È stato solo in Africa, alla vista dei suoi abitanti neri, che me ne sono reso conto. Grazie a loro ho scoperto il colore della mia pelle, al quale altrimenti non avrei mai pensato. Gli altri gettano una nuova luce sulla nostra storia personale. Sentendo parlare dei campi di concentramento nazisti e dei lager sovietici gli altri si meravigliano che l’uomo bianco abbia potuto mostrarsi così crudele verso gli altri bianchi. Come mai i bianchi si odiano al punto da sterminarsi a milioni? Ai loro occhi, nel XX secolo la razza bianca si è suicidata, ed è stato proprio questo a incoraggiarli a combattere il colonialismo.


La via del nostro incontro con gli altri è ancora costellata di numerose difficoltà, di punti interrogativi se non addirittura di misteri. Ma su questo nostro pianeta in via di globalizzarsi si tratta di un incontro e di una coesistenza inevitabili. Viviamo infatti in un mondo multiculturale. Non perché oggi queste culture siano più numerose di una volta (in realtà il loro numero è in diminuzione). Già Erodoto, duemilacinquecento anni fa, citava nel suo libro centinaia di tribù, di credenze e di lingue nelle quali si era imbattuto o di cui aveva sentito parlare. Le elencava come dati ovvi, esistenti da tempi immemorabili. In seguito, nei secoli successivi, decine di altri viaggiatori e mercanti continueranno a meravigliarsi del ricco panorama di popoli e culture incontrati durante le loro spedizioni.


Di nuovo, oggi, c’è l’aumentata consapevolezza della presenza e importanza di tali culture, la coscienza della loro quantità, del loro diritto di esistere e della peculiare identità di ognuna di esse. Tutto ciò coincide con la grande rivoluzione nelle comunicazioni e nei collegamenti, che ha reso possibile il molteplice incontro di queste culture, il loro dialogo polifonico e multidirezionale nonché, in certi casi, il conflitto e lo scontro. E questo in un mondo più democratico di quanto mai sia stato in passato e che permette all’altro di prendere la parola: parola che, in verità, non tutti sono disposti ad ascoltare.


Il fatto di riconoscere la multiculturalità del mondo è ovviamente un progresso, poiché crea un clima favorevole al progredire di culture fino a ieri calpestate e offese. Un progresso che tuttavia nasconde due minacce.


La prima: le enormi energie e ambizioni delle culture da poco liberate possono venire manipolate da nazionalisti e razzisti per scatenare una guerra contro l’altro.


La seconda: il desiderio di sviluppare la propria cultura può venire sfruttato per aizzare l’etnocentrismo, la xenofobia, l’ostilità verso gli altri. Nella teoria dello sviluppo indipendente delle culture, nel riconoscimento del loro inviolabile diritto all’autonomia – così viene infatti interpretato il principio della multiculturalità – può annidarsi la tentazione di isolarsi, la negazione del bisogno e dell’utilità dello scambio, l’arroganza e l’avversione per gli altri.


L’appartenere a un mondo multiculturale esige un forte e maturo senso di identità.Come crearlo e rafforzarlo? In Europa lo definiamo per mezzo di simboli nei quali identificarci, come la bandiera e l’inno nazionale. Nella tradizione africana, dove l’identità veniva stabilita attraverso legami di parentela con il clan e la tribù, due persone che si incontravano per strada iniziavano il discorso con un lungo scambio di domande con il quale stabilivano da quali tribù provenissero e se le relazioni tra di esse fossero buone o cattive. Da ciò potevano infatti dipendere la qualità e l’esito dell’incontro.


In questi ultimi decenni la definizione dell’identità che avviene, appunto, stabilendo il nostro rapporto verso gli altri, si è per vari motivi complicata e in certi casi è diventata addirittura impossibile. Ciò è dovuto all’indebolirsi dei legami culturali tradizionali, causato dalle migrazioni verso le città da parte della popolazione rurale, che danno vita a un nuovo tipo di identità, finora mai riscontrato su così vasta scala, e che è un tipo di identità ibrida. All’inizio del XX secolo, il novantacinque per cento della popolazione mondiale era costituito da contadini.Oggi i contadini sono soltanto la metà degli abitanti del globo e la loro classe va gradualmente sparendo. E invece proprio questa classe era la principale depositaria della tradizione e la più fedele guardiana dell’identità.


In conclusione possiamo dire di vivere in un mondo multiculturale, all’interno del quale gli altri diventano qualcosa di diverso da quello che erano ieri: ma ciò che esattamente stanno diventando è oggetto di una discussione che non vedrà presto la fine.


E che dire della storia dei rapporti dell’Europa con gli altri?


Gli altri, i non europei, intraprendono varie volte il tentativo di conquistare l’Europa, ma si tratta sempre di tentativi solo parzialmente riusciti. Così è stato per i persiani, poi per gli arabi e infine per i mongoli (alla luce delle discussioni in corso non si sa se l’espansione dei turchi vada considerata un’aggressione da parte degli altri o un conflitto intraeuropeo).


Le conquiste compiute dall’Europa sono invece più numerose, più efficaci e molto più cruente. Limitiamoci a citare l’invasione orientale di Alessandro Magno, alcune crociate, la genocida conquista dell’America da parte degli spagnoli, tre secoli di devastazione dell’Africa da parte dei mercanti di schiavi, le espansioni coloniali di Inghilterra, Francia, Olanda e via dicendo, nei continenti extraeuropei.


Benché il bilancio, tragico da entrambe le parti, induca al pessimismo, non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Al contrario: l’essenziale è innanzitutto ricordare e citare sempre gli altri, che oggi sono attori importanti sulla scena del mondo; in secondo luogo, per quanto utopistica appaia la speranza che la storia sia maestra di vita, dobbiamo tenere sempre presente il disastroso bilancio dei nostri rapporti con gli altri: allo stesso modo in cui un’infanzia infelice influisce su tutta la successiva vita dell’uomo, così anche un’infelice memoria storica influenza i successivi rapporti tra le società.


Abbiamo citato periodi storici in cui il pensiero europeo ha tentato di creare delle basi di intesa con gli altri. Riallacciarci a quei tentativi e continuarli non è solo un dovere etico, ma anche un urgente compito del nostro tempo in un mondo dove tutto è così fragile e così intriso di demagogia, di disorientamento, di fanatismo e di malafede.

IL MIO ALTRO

Il tema dell’altro – the Stranger, the Other – mi assilla e mi appassiona da tempo. Dal 1956, anno in cui ho compiuto il mio primo lungo viaggio fuori d’Europa (India, Pakistan, Afghanistan), non ho più smesso di occuparmi dei problemi del Terzo Mondo, vale a dire dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina (anche se nel termine “Terzo Mondo” potremmo includere buona parte dell’Europa e dell’Oceania). In quelle zone ho trascorso molta della mia vita professionale, viaggiando in continuazione e scrivendo di quelle popolazioni e dei loro problemi.


Dico questo perché vorrei tratteggiare – in modo per forza di cose sintetico – non un ritratto astratto e generico dell’altro, ma l’immagine del mio altro, dell’altro che ho incontrato nei villaggi indi della Bolivia, tra i nomadi del Sahara, tra le folle che nelle strade di Teheran piangevano la morte di Khomeini.


Qual è la loro visione del mondo? In che modo vedono gli altri? In che modo, ad esempio, vedono me? Perché se è vero che per me loro sono gli altri, è altrettanto vero che per loro l’altro sono io.


La prima cosa che salta agli occhi è la sensibilità del mio altro al colore della pelle. Il colore sta al vertice della scala usata per classificare e valutare la gente. Possiamo trascorrere tutta la vita senza riflettere sul fatto di essere neri, gialli o bianchi fino al momento in cui non usciamo fuori dalla nostra sfera razziale. All’istante si crea una tensione, all’istante ci sentiamo altri, circondati da altri altri. Quante volte, in Uganda, sono stato toccato da bambini che poi si guardavano le dita per vedere se per caso fossero sbiancate! Questo stesso meccanismo – o addirittura impulso – di identificazione e di valutazione in base al colore della pelle agiva anche per me. Negli anni della Guerra fredda, in cui la spietata divisione ideologica tra Est e Ovest imponeva la reciproca ostilità, per non dire un reciproco odio, tra la gente al di qua e al di là della Cortina di ferro, io, corrispondente di una nazione dell’Est in mezzo alla giungla dello Zaire, mi gettavo con gioia tra le braccia di un occidentale, vale a dire di un “imperialista” mio “nemico di classe”, per la semplice ragione che quel “bieco sfruttatore guerrafondaio” era un bianco. Occorre spiegare quanto mi vergognassi di questa mia debolezza ma, al tempo stesso, quanto fossi incapace di contrastarla?


La seconda componente della visione del mondo del mio altro è il nazionalismo. Come di recente ha giustamente osservato il professor John Lukács, verso la fine del XX secolo il nazionalismo si è rivelato il più forte tra tutti gli “ismi” noti all’uomo moderno. Talvolta questo nazionalismo assume un carattere paradossale, manifestandosi ad esempio in zone dell’Africa dove ancora non esistono le nazioni, ma esiste il nazionalismo (o, come sostengono alcuni sociologi, il sub-nazionalismo). Il nazionalista tratta la propria nazione o, nel caso dell’Africa, il proprio stato, come il valore supremo, e tutti gli altri come qualcosa di inferiore (e spesso degno di disprezzo). Il nazionalismo, a somiglianza del razzismo, è uno strumento di identificazione e di classificazione che il mio altro applica in ogni occasione. Si tratta di uno strumento grossolano e primitivo che appiattisce e assottiglia l’immagine dell’altro. Per un nazionalista la persona dell’altro possiede una sola e unica caratteristica: l’appartenenza nazionale. Il fatto che uno sia giovane o vecchio, intelligente o stupido, buono o cattivo non ha alcun peso: conta solo se sia armeno, turco, inglese, irlandese, marocchino o algerino. Quando mi trovo in quel mondo di accesi nazionalismi non ho né nome, né professione, né età: sono solo e unicamente polacco. In Messico i miei vicini mi chiamano “El polaco”, e la hostess che a Jakutsk mi chiama per l’imbarco grida “Polša!”. Nelle piccole nazioni disperse – per esempio quella degli armeni – esiste una straordinaria capacità di vedere la mappa del mondo come una rete di punti abitati da gruppi di appartenenti allo stesso ceppo, fosse pure una sola famiglia, fosse pure una sola persona. L’aspetto temibile del nazionalismo è il suo essere inseparabilmente associato all’odio per l’altro. Può variare la dose, ma la presenza dell’odio è assicurata.


E infine, la terza componente della visione del mondo del mio altro è la religione. La religiosità si manifesta su due piani: da un lato, su quello di una generica e non verbalizzata fede nell’esistenza e presenza di una trascendenza, di una Forza Fattrice, di un Essere Supremo, di Dio (una domanda che spesso mi sentivo rivolgere era: “Mr. Kapuściński, do you believe in God?”, e ciò che rispondevo influiva in modo determinante sul seguito degli eventi). Dall’altro, su quello della religione in quanto istituzione, forza sociale e perfino politica. È a questo secondo caso che intendo adesso riferirmi. Il mio altro è un essere che crede profondamente nell’esistenza di un mondo ultraterreno e sovramateriale: ma questa fede è esistita da sempre. La nuova caratteristica dei tempi odierni è invece una sorta di rinascita religiosa riscontrabile in molti paesi. La religione che oggi si sviluppa con maggior dinamismo è indubbiamente l’islam. La cosa curiosa è che ovunque si verifichi questa rinascita di ardore religioso – indipendentemente dal tipo di religione –, essa ha sempre un carattere reazionario, conservatore e fondamentalista.


Questo è il mio altro. Quando il destino lo porta a sua volta a imbattersi in un altro – altro per lui – egli ne noterà soprattutto tre caratteristiche principali: la razza, la nazionalità e la religione. Mi sono sempre chiesto che cosa accomuni così strettamente questi tre dati. Contengono una forte carica emotiva: talmente forte, che di tanto in tanto il mio altro non è in grado di controllarla. E allora arriva al conflitto, allo scontro, alla carneficina, alla guerra. Il mio altro è una persona fortemente emotiva. Per questo il mondo in cui vive è una botte di polvere da sparo che rotola pericolosamente verso il fuoco.


Il mio altro non è di pelle bianca. Quale percentuale rappresenta nel mondo odierno? L’ottanta per cento.


Assorbiti dalla lotta tra Oriente e Occidente, tra la democrazia e il totalitarismo, non tutti e non subito si sono resi conto che nel frattempo la mappa del mondo è cambiata. Nella prima metà del Novecento questa mappa era strutturata secondo il principio della piramide. In cima, i soggetti storici: le grandi potenze coloniali, gli stati dell’uomo bianco. Sotto, le loro colonie, i domini e i territori in qualche modo da essi dipendenti, vale a dire il resto del mondo. Questo assetto è crollato sotto i nostri occhi, nel corso della nostra vita, e sull’arena storica sono comparsi quasi all’improvviso oltre cento nuovi stati – almeno formalmente – indipendenti, abitati dai tre quarti dell’umanità. Si è formata una nuova mappa del mondo, una mappa colorata, variopinta, ricca e incredibilmente complessa. Notiamo che se paragoniamo la mappa del nostro globo degli anni trenta con quella degli anni ottanta otteniamo due immagini del mondo completamente diverse. Ma il rapporto tra le due immagini non è statico: è soggetto a un continuo cambiamento, a una continua, dinamica e inarrestabile evoluzione. Nella storia attuale, quella in atto in questo momento, i nostri altri terzomondisti acquistano una sempre maggiore e sempre più significativa soggettività. Questo in primo luogo. In secondo luogo, continua l’invasione (retribuita, demografica, ma pur sempre invasione) dei rappresentanti del Terzo Mondo nei paesi sviluppati. Si calcola che già nella metà del XXI secolo la gente proveniente dall’Asia e dall’America Latina rappresenterà oltre la metà della popolazione degli Stati Uniti.


Sempre meno emigrati dall’Irlanda e dalla Norvegia e sempre più emigrati dall’Ecuador e dalla Thailandia gireranno per il mondo muniti di un passaporto americano.


In quale misura noi, abitanti dell’Europa, siamo preparati a un simile cambiamento? Secondo me, ben poco. Trattiamo l’altro soprattutto come un estraneo (eppure altro non deve per forza significare estraneo), come il rappresentante di un genere separato. E, soprattutto, lo trattiamo come una minaccia.


In quale misura la letteratura contemporanea aiuta a dissipare le nostre prevenzioni, la nostra ignoranza o semplicemente la nostra indifferenza? Anche in questo caso la mia risposta è: ben poco. Sfogliando i testi dei premi letterari francesi dell’anno scorso, non trovo un solo libro che parli del mondo contemporaneo inteso in senso lato. Triangoli coniugali, conflitti tra padri e figlie, fallimenti di coppia – tutte cose indubbiamente importanti e interessanti; ma quello che soprattutto mi ha colpito è l’indifferenza verso la nuova e quanto mai appassionante corrente letteraria i cui rappresentanti tentano di mostrarci il mondo delle culture contemporanee, i pensieri e i comportamenti di gente che vive, in effetti, sotto altre latitudini geografiche e venera divinità diverse dalle nostre, ma che è pur sempre parte della grande famiglia umana. Mi limiterò a citare Appunti da una capanna di fango di Nigel Barley, l’eccellente Oltre la Muraglia di Colin Thubron e l’ottimo Le vie dei canti di Bruce Chatwin. Sono libri che non vengono premiati, anzi nemmeno notati poiché – secondo alcuni – non apparterrebbero alla cosiddetta vera letteratura.


Dal canto suo, la cosiddetta vera letteratura si isola dai problemi e dai conflitti vissuti da miliardi dei nostri Fremde. Tanto per fare un esempio, uno dei massimi drammi del mondo contemporaneo, e oltretutto particolarmente grave per l’America, è stato quello della rivoluzione iraniana, della deposizione dello scià, della sorte degli ostaggi, ecc. ecc. Con mia grande meraviglia, durante gli oltre dieci mesi in cui si sono protratti gli avvenimenti non ho incontrato in Iran un solo scrittore americano e neanche europeo. Com’è possibile, mi chiedevo a Teheran, che un simile sconvolgimento storico e un così insolito scontro culturale non suscitino alcun interesse tra gli scrittori del mondo? Con questo, ovviamente, non intendo dire che tutti debbano precipitarsi in massa verso l’ultimo punto caldo del momento, vale a dire il Golfo Persico; sta però di fatto che questa completa indifferenza della letteratura verso un dramma mondiale in atto sotto i nostri occhi, questo affidare totalmente la relazione degli avvenimenti agli operatori delle telecamere e agli operatori del suono mi sembra la manifestazione di una profonda crisi nei rapporti storia-letteratura, la manifestazione dell’impotenza di tale letteratura davanti ai fenomeni del mondo contemporaneo.


Benché la mappa del mondo si sia completamente rinnovata, lo studio, l’approfondimento, l’interpretazione e la descrizione della filosofia, dell’esistenza e del pensiero di tre quarti della popolazione mondiale continuano a essere – come nel XIX secolo – l’appannaggio di un ristretto gruppo di specialisti: antropologi, etnografi, viaggiatori e giornalisti.


L’estraneo, l’altro nella sua edizione terzomondista (e quindi l’individuo attualmente più numeroso sulla faccia del globo) continua a venire trattato come un oggetto di studio, senza essere ancora diventato un nostro partner, corresponsabile del destino del mondo in cui viviamo.


Ho sempre visto il mondo come una grande torre di Babele. Ma una torre dove Dio ha mescolato non solo le lingue, ma anche culture e costumi, passioni e interessi, facendo del suo abitante una creatura ambivalente, comprendente in sé l’io e il non io, se stesso e l’altro, il simile e l’estraneo.

L’ALTRO NEL VILLAGGIO GLOBALE

Tra i numerosi problemi affrontati da padre Józef Tischner nelle sue speculazioni filosofiche si trovano anche alcune considerazioni sul tema dell’altro: l’altra persona con la quale ci incontriamo, entriamo in contatto, allacciamo una comunicazione. Tischner è l’unico dei pensatori polacchi a me noti che abbia trattato e sviluppato in modo tanto ampio e approfondito la problematica dell’altro. In che cosa consiste l’importanza, il peso e l’attualità di tale problematica?


Nel campo delle scienze filosofiche la prima metà del XX secolo è dominata dall’ontologia e dall’epistemologia di Husserl e Heidegger. Nessuno dei due, tuttavia, pone l’etica al primo posto. E invece le esperienze del secolo scorso, con le loro tragiche conseguenze per il genere umano e la sua cultura, rendono praticamente obbligatorio affrontare tale problematica. Nei primi decenni del secolo scorso, sul terreno europeo si manifestano due nuovi fenomeni, finora sconosciuti alla storia: il primo è la nascita della società di massa, il secondo il sorgere dei sistemi totalitari del fascismo e del comunismo che minacciano l’essenza stessa dell’umanità.


La nascita di questi due fenomeni e processi, nonché i loro reciproci legami, assorbono per intero l’attenzione dei pensatori e scrittori dell’epoca: José Ortega y Gasset, Erich Fromm, Hannah Arendt, Theodor Wiesengrund Adorno e molti altri. Costoro cercano di comprendere l’incredibile mondo che li aggredisce da tutte le parti, desiderano approfondirlo, capirlo e definirlo. Il termine-chiave per descriverlo diventa l’attributo “di massa”. Compaiono quindi la cultura di massa, l’isteria di massa, il gusto (o meglio la mancanza di gusto) di massa, la follia di massa, la costrizione di massa e, infine, lo sterminio di massa. L’unico personaggio sulla scena del mondo è la folla, la cui principale caratteristica è di essere anonima, impersonale, priva di identità e volto. L’individuo si è perso nella folla, è stato inondato dalla massa e su di lui si sono richiuse le acque. Per usare la definizione di Gabriel Marcel, è diventato “un anonimo impersonale allo stato parziale”.


La corrente critica di questo stato di cose fruttò una serie di opere eccellenti che cercavano di mostrare il destino umano in forma generalizzata, come esperienza della collettività e dramma condiviso. Tra gli innumerevoli titoli possiamo almeno citare La ribellione delle masse, La solitudine della folla e Le origini del totalitarismo.


Tuttavia, seguendo le analisi, le osservazioni e le teorie di questi pensatori, a un certo momento comincia a mancarci qualcosa: nel corso dei ragionamenti e delle sintesi avvertiamo la mancanza di un anello, e questo anello mancante è l’individuo, l’uomo concreto enucleato dalla folla, l’io concreto, l’altro concreto. Secondo quanto affermano i filosofi del dialogo, in quanto essere definito io posso esistere solo in rapporto a – in rapporto all’altro, quando questi appare all’orizzonte della mia esistenza conferendomi senso e stabilendo il mio ruolo.


Scriveva Tischner ne La filosofia del dramma:


All’inizio della nascita dell’io sta la presenza del tu, e forse anche la presenza di un più generale noi. Solo nel dialogo, nel conflitto, nell’opposizione, nonché nella tensione verso una nuova comunione si crea la coscienza del mio io in quanto essere autonomo, indipendente dall’altro. So che sono perché so che c’è l’altro.


Dal bisogno di generalizzare questa esperienza nasce appunto la filosofia del dialogo.


La filosofia del dialogo è la tendenza, l’orientamento o la corrente desiderosa di occuparsi della problematica uomo-io e, soprattutto, della sua relazione con l’altro uomo, con l’altro. Questo nuovo e più ricco orientamento che passa da una problematica strettamente ontologica a una più ampia problematica etica, questo radicale avvicinamento del pensiero filosofico all’uomo come essere individuale, autonomo, irripetibile e incomparabile sono chiaramente visibili anche nell’opera di Józef Tischner dove il pensiero dell’incontro dell’io con l’altro (in verità già accennato ne Il pensiero e i valori pubblicato nel 1982) diventa il tema di primo piano, e cioè ne La filosofia del dramma, pubblicato nel 1990.


Si tratta di una corrente creata e coerentemente sviluppata nell’epoca contemporanea da Martin Buber, Franz Rosenzweig, Gabriel Marcel e soprattutto da Emmanuel Lévinas, al quale Tischner prevalentemente si richiama.


Le origini di questa filosofia del dialogo o – come anche si dice – filosofia dell’incontro o filosofia dell’altro (soprattutto quando afferma che la via verso Dio passa attraverso l’altro e che nella faccia dell’altro siamo in grado di vedere la faccia di Dio) possono venire ricondotte all’antica epoca antropomorfica in cui l’immaginazione umana non aveva ancora tracciato un confine tra il mondo degli dèi e quello degli uomini, e in cui la divinità veniva immaginata a somiglianza dell’uomo o viceversa.


Alla filosofia dell’altro Józef Tischner si è dedicato con passione e acutezza fino alla fine del suo viaggio terreno. L’instancabile affermazione dei suoi principi – e ciò adesso, nei tempi in cui viviamo – rispecchia un profondo umanesimo e un vero e proprio eroismo. L’alto valore della sua filosofia, a parte il suo livello rigorosamente scientifico, è dovuto proprio al fatto di intervenire coraggiosamente e a viso aperto in difesa dell’altro uomo, in difesa dell’altro in un mondo così spesso arreso alle tentazioni dell’egoismo e del frenetico consumismo.


Il grande merito di questa filosofia sta nel fatto di parlare di ogni singolo individuo come di un valore in sé, di ricordare continuamente la sua presenza, il suo diritto a esistere e articolarsi. Nel frastuono del mondo postmoderno e nella mescolanza dei linguaggi, questa voce proclamante in modo forte e chiaro valori quali l’identità, il rispetto, l’attenzione e la considerazione per l’altro costituisce un tesoro senza pari. Ma non basta. Sviluppando e arricchendo (soprattutto ne L’intero e l’infinito) certi temi della filosofia di Emmanuel Lévinas, Tischner sostiene che l’io non solo deve rapportarsi all’altro, ma deve anche addossarsene la responsabilità ed essere pronto a sopportare le conseguenze di tale atteggiamento. Un atto di sacrificio cristiano? Sì: di sacrificio, di rinuncia e di umiltà.


Finora la filosofia dell’incontro ha analizzato il problema dell’altro e della relazione con esso nell’ambito della nostra quotidiana immediatezza e della nostra stessa cultura. Le resta ancora da indagare la relazione io-altro nel caso in cui una delle due parti appartenga a una diversa razza, religione e cultura. In quale misura ciò complicherà il corso delle nostre riflessioni, rendendole più complesse, difficili e ricche di molteplici significati?


Si tratta di un compito estremamente importante ora che i progressi della comunicazione rendono sempre più presente ed evidente la natura multiculturale del nostro mondo. Multiculturale, in realtà, il nostro pianeta lo è sempre stato: da tempi immemorabili la gente vi ha sempre parlato lingue diverse e ha creduto in diverse divinità; ma i destini del mondo hanno fatto sì che negli ultimi cinque secoli la cultura e la civiltà dominanti siano state quelle europee: quando dicevamo “noi”, intendevamo automaticamente noi tutti, mentre in realtà si trattava solo di noi europei. Oggi viceversa arriva l’epoca in cui l’equazione (una volta ovvia) noi = gli europei, ovvero tutta la gente del mondo, viene messa in discussione dalle trasformazioni storiche in atto.


Per effetto di tali trasformazioni sono infatti tornate in vita, pretendendo di sedersi con uguali diritti alla tavola rotonda del mondo, altre e numerose culture, finora sottomesse o emarginate. Culture ambiziose e dinamiche, con un senso fortemente sviluppato del proprio valore. Nella loro aspirazione affinché l’altro ottenga un posto al sole e veda riconosciuti i suoi giusti diritti, i filosofi e i pensatori delle culture emergenti potranno attingere ispirazione al pensiero del sacerdote cracoviano Józef Tischner.


Tischner e gli altri filosofi del dialogo cercano di istillarci una salutare inquietudine, di renderci consapevoli dell’esistenza, o meglio della prossimità dell’altro, della necessità non solo di sentirci responsabili per lui, ma anche di riconoscere che tale responsabilità è un serio precetto etico. Ci vuole coraggio a sollevare un tema del genere e a indicarne la dimensione trascendente in un momento in cui nella cultura contemporanea domina la tendenza a segregarsi, a chiudersi nel proprio privato ed egoistico io, in una cerchia accuratamente isolata dove appagare le proprie voglie consumistiche. Opporre alle tentazioni e alle imposizioni del consumismo lo spirito di responsabilità per l’altro: ecco quello che per l’autore di Un prete allo sbando è il compito, o addirittura il dovere dell’uomo.


La riflessione sull’altro induce Józef Tischner a considerare la natura e il contenuto dell’incontro tra l’io e l’altro. Un incontro che – come spesso ripete – dovrebbe essere un avvenimento importante, al quale prepararsi interiormente affinché sia il contrario del nostro quotidiano e indifferente incrociarsi in mezzo alla folla. L’incontro è un evento che merita di essere ricordato e che può rappresentare un’esperienza profonda. E di nuovo Tischner ci ammonisce affinché, incontrando l’altro, teniamo sempre presente l’importanza di questo evento, del suo posto e del suo ruolo nella privata e individuale storia spirituale del nostro io. Con questo ammonimento egli desidera innalzare di livello il carattere, il contenuto e la gravità dei rapporti interumani, il loro significato per noi e il loro influsso nei nostri confronti.


Ma qual è l’elemento principale dell’incontro? Il dialogo. Negli ultimi testi dell’autore di La forma polacca del dialogo ricorrono continuamente espressioni quali: “apertura dialogica”, “prospettiva dialogica”, “consapevolezza dialogica”, “piano dialogico” e così via. Lévinas dice che: “l’uomo è un’esistenza che parla”. Il dialogo, dunque. Scopo del dialogo deve essere la reciproca comprensione e scopo della comprensione il reciproco avvicinamento. Comprensione e avvicinamento si raggiungono sulla via della conoscenza. Qual è la condizione preliminare di questo processo, di quest’equazione? La volontà di conoscere, il rivolgersi all’altro, l’andargli incontro, l’attaccarci discorso. Nella pratica quotidiana, tuttavia, la cosa risulta quanto mai difficile. L’esperienza dimostra che in un primo momento, e di primo impulso, l’uomo reagisce all’altro con riserva, diffidenza, riluttanza, se non addirittura con ostilità. Nell’arco della storia, gli uomini si sono inflitti troppi colpi e troppo dolore perché possa essere altrimenti. Di conseguenza, intere civiltà hanno scelto l’estraneità nei confronti dell’altro. I greci chiamavano barbaroi i non greci, ossia quelli che non parlavano la loro lingua, preferendo tenerli a distanza. A distanza e sottomessi. I romani costruivano contro gli altri fortificazioni in pietra, il limes. I cinesi chiamavano Yang-kwei (“mostri marini”) e cercavano di tenere alla larga i non cinesi che arrivavano dall’oceano.


E ai nostri tempi? Arroganza degli uni verso le culture e le religioni degli altri, arcipelaghi di ghetti e di lager sparsi su tutto il pianeta, muri, barriere, fossati, reticolati... Quanti ce ne sono, in tutti i continenti! I progressi nelle comunicazioni verificatisi in questi ultimi decenni sono diventati una specie di sfida: da un lato avvicinano gli uomini tra di loro ma, dall’altro, siamo proprio certi che li avvicinino veramente? Tra uomo e uomo, tra l’io e l’altro si è inserito un intermediario tecnico: una scintilla elettrica, un impulso elettronico, una rete, un collegamento, un satellite. La parola indù upanishada significava “sedere vicini”, “stare vicini”. L’io comunicava con l’altro non solo attraverso la parola, ma anche attraverso la vicinanza diretta, attraverso lo stare insieme. Un’esperienza che niente è in grado di sostituire.


E il paradosso di questa situazione continua ad aumentare. Da un lato aumenta la globalizzazione dei media, ma dall’altro ne aumentano anche la piattezza, l’inadeguatezza, il caos. Più uno ha a che fare con i media, più si lamenta di sentirsi solo e smarrito. Già agli inizi degli anni settanta, quando la televisione era ancora in fasce, Marshall McLuhan usò la definizione di “villaggio globale”. McLuhan, che era un cattolico dotato di forte passione missionaria, immaginava che il nuovo medium ci avrebbe resi tutti fratelli, accomunati da una medesima fede. La definizione di McLuhan, oggi ripetuta senza riflettere, si è rivelata uno dei massimi errori della cultura contemporanea. L’essenza del villaggio consiste nel fatto che i suoi abitanti si conoscono intimamente, si frequentano e condividono un destino comune. Cosa impossibile da dirsi della società del nostro pianeta, che fa piuttosto pensare alla folla anonima di un grande aeroporto:una folla di persone frettolose,sconosciute tra loro e perfettamente indifferenti le une alle altre.


È solo contro uno sfondo del genere che risaltano in tutta la loro evidenza il profondo umanesimo, il fervore e la speranza dell’insegnamento di Józef Tischner sull’io e l’altro come base della vita umana sulla Terra.

L’INCONTRO CON L’ALTRO COME LA SFIDA DEL XXI SECOLO

Ripensando ai miei ormai numerosi viaggi per il mondo, talvolta mi sembra che il problema più inquietante non siano state tanto le frontiere, i fronti, le difficoltà e i pericoli, quanto la sempre rinascente incertezza circa il genere, la qualità e l’esito del mio incontro con gli altri, ossia con le persone nelle quali mi sarei imbattuto durante il viaggio. Sapevo infatti che da esso sarebbe dipeso molto, talvolta anche tutto. Ogni incontro era un’incognita: come sarebbe andato? Come si sarebbe svolto? Come sarebbe finito?


Si tratta ovviamente di domande vecchie quanto il mondo. L’incontro con l’altro, o con gli altri, è sempre stata l’esperienza comune e fondamentale del genere umano. Gli archeologi ci insegnano che i primi raggruppamenti umani erano costituiti da piccole famiglie-tribù di trenta/cinquanta persone. Se la comunità fosse stata più numerosa, avrebbe avuto difficoltà a spostarsi in modo rapido ed efficace. Se fosse stata più piccola, avrebbe avuto difficoltà a difendersi e a lottare per la sopravvivenza.


La nostra piccola famiglia-tribù avanza dunque alla ricerca di cibo. Improvvisamente si imbatte in un’altra famiglia-tribù.Che momento importante nella storia del mondo, quale clamorosa scoperta il fatto che al mondo esista anche altra gente! Fino a quel giorno, infatti, i membri di quel piccolo gruppo originario potevano pensare che i trenta/cinquanta individui del loro stesso ceppo rappresentassero tutti gli uomini del mondo. Adesso scoprono che non è così e che al mondo esistono altri esseri simili a loro: altri uomini.


Come comportarsi davanti a una rivelazione del genere? Che fare? Quali decisioni prendere?


Avventarsi con violenza sui nuovi arrivati? Oltrepassarli con indifferenza e proseguire il cammino? O tentare di conoscersi e di capirsi?


La stessa scelta davanti alla quale migliaia di anni fa si è trovato il gruppo dei nostri progenitori torna oggi a riproporsi anche a noi, con la stessa immutata intensità, ugualmente fondamentale e categorica. Come comportarsi con gli altri? Quale atteggiamento assumere nei loro confronti?


Può accadere di arrivare al duello, al conflitto, alla guerra. Di eventi del genere conservano testimonianze gli archivi, i campi di battaglia, i resti di rovine sparsi nel mondo intero. Tutte prove della sconfitta dell’uomo, della sua incapacità, o della sua non volontà, di intendersi con gli altri. Un tema al quale, in infinite versioni e varianti, si è ispirata la letteratura di tutti i tempi e paesi.


Tuttavia può anche succedere che invece di aggredire e combattere, la nostra famiglia-tribù decida di tenersi separata, di isolarsi dagli altri. Un atteggiamento che nel corso del tempo ha prodotto fenomeni sostanzialmente apparentati tra loro, quali la Grande Muraglia cinese, le torri e le porte di Babilonia, il limes romano o le mura in pietra degli Incas.


Per fortuna esistono prove che l’uomo è stato capace di comportarsi anche in modo diverso. Testimonianze di collaborazione, quali i resti di mercati, di punti di ristoro, di agorà e santuari; luoghi dove ancora permangono le sedi di antiche università e accademie o dove si sono conservate tracce delle vie commerciali di una volta, quali la via della Seta, dell’Ambra o del Sahara. Tutti luoghi dove la gente si incontrava, scambiava merci e opinioni, commerciava, combinava affari, stringeva patti e alleanze, scopriva finalità e valori comuni. L’altro, l’altro uomo, cessava di essere sinonimo di estraneità e ostilità, di minaccia e di possibile morte. Ognuno scopriva in se stesso almeno una piccola parte dell’altro, vi credeva e ne era consapevole.


Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo.


Nel corso della storia vediamo l’uomo esitare in continuazione tra queste opzioni, scegliendo l’una o l’altra a seconda della situazione e della cultura. È mutevole nelle sue decisioni, non sempre si sente sicuro, non sempre sente la terra salda sotto i piedi.


Quella della guerra è un’opzione difficilmente giustificabile: penso che ne escano tutti perdenti, poiché è una sconfitta dell’essere umano che rivela la sua incapacità di intendersi, di immedesimarsi nell’altro, di mostrarsi buono e intelligente. In questo caso l’incontro con l’altro si conclude sempre tragicamente nel sangue e nella morte.


Nel mondo moderno l’idea che induce l’uomo a erigere grandi muraglie e a scavare profondi fossati per mantenersi isolato dagli altri è stata definita come la dottrina dell’apartheid. Un concetto erroneamente limitato alla sola politica del regime, oggi scomparso, dei bianchi del Sudafrica. In realtà l’apartheid veniva già praticato in tempi remoti. Semplificando, si tratta di un’ideologia secondo la quale chiunque non appartenga alla mia stessa razza, religione e cultura è libero di vivere come vuole, purché alla larga da me. La cosa, tuttavia, è meno semplice di quanto sembri. In realtà abbiamo a che fare con una dottrina proclamante la fondamentale e insanabile disuguaglianza che divide il genere umano.


I miti di molte tribù e popolazioni si basano sulla convinzione che i veri esseri umani siano soltanto loro, ossia i membri di un clan o di una società: gli altri, tutti gli altri, sono subumani o addirittura non umani.


Quanto diversa appare invece l’immagine dell’altro all’epoca delle fedi antropomorfiche, quelle cioè i cui gli dèi potevano assumere forma umana e comportarsi come uomini. A quei tempi non si sapeva mai se il viandante fosse un uomo o un dio celato sotto sembianze umane. Questa incertezza, questa intrigante ambivalenza è una delle fonti della cultura dell’ospitalità che impone di accogliere con benevolenza il nuovo arrivato.


Ne parla il poeta polacco Cyprian Norwid nella sua introduzione all’Odissea, interrogandosi sulle ragioni dell’ospitalità ricevuta da Ulisse nel suo viaggio di ritorno verso Itaca.


“Alla vista di un mendicante e di un vagabondo,” osserva l’autore del Promethidion, “ci si chiede subito se per caso non si tratti di un dio. Non si accoglie l’ospite chiedendogli chi sia: prima se ne onora la divinità e solo dopo si passa alle domande umane. In ciò consiste appunto l’ospitalità, non per niente annoverata tra le pratiche e le virtù religiose. Tra i greci di Omero non esisteva ‘l’ultimo degli uomini’: egli è sempre primo, vale a dire divino.”


Nella visione culturale greca riportata da Norwid le cose si manifestano sotto un aspetto nuovo e favorevole all’uomo. Porte e cancelli non sono fatti solo per chiudersi davanti all’altro: possono anche spalancarglisi davanti, invitandolo a entrare. La strada non deve servire solo agli eserciti nemici: può anche essere la via lungo la quale, travestito da viandante, viene a trovarci un dio. Grazie a queste interpretazioni cominciamo a vivere in un mondo non solo più ricco e variegato, ma anche più benevolo: un mondo dove siamo spontaneamente disposti a incontrare l’altro.


L’incontro con l’altro viene definito da Emmanuel Lévinas come un “evento”, anzi come “l’evento fondamentale”, il limite estremo dell’esperienza umana. Lévinas, come sappiamo, appartiene al gruppo dei filosofi del dialogo quali Martin Buber, Ferdinand Ebner e Gabriel Marcel (ai quali in seguito si unirà anche Józef Tischner). Questi filosofi hanno sviluppato l’idea dell’altro in quanto essere unico e irripetibile in contrapposizione più o meno diretta a due fenomeni del XX secolo: la nascita della società di massa annullante la singolarità dell’individuo e l’espansione delle distruttive ideologie totalitarie.Hanno cercato di salvaguardare ciò che per loro rappresentava il valore supremo, ossia l’individuo umano – io, tu, l’altro, gli altri – dagli effetti della massa e del totalitarismo che livellano l’identità della persona (e quindi hanno proclamato il concetto dell’altro per sottolineare la differenza tra un uomo e l’altro, la differenza tra caratteristiche uniche e insostituibili).


Per quanto riguarda il rapporto nei confronti dell’altro e degli altri, questi filosofi respingevano l’opzione della guerra in quanto causa di distruzione; criticavano la scelta dell’indifferenza e dell’isolamento, sostenendo invece la necessità, anzi il dovere etico dell’apertura, dell’avvicinamento e della benevolenza.


È appunto nell’ambito di questi pensieri, convinzioni e atteggiamenti che nasce e si sviluppa la grande opera scientifica dell’antropologo Bronislaw Malinowski.


Il problema di Malinowski era il seguente: come avvicinarsi all’altro quando non si tratti di un essere astratto, ma di un uomo concreto appartenente a una razza diversa, con credenze, valori, culture e costumi diversi dai nostri?


Notiamo che il concetto di altro è sempre frutto del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo. Ma quando mi trovo in un villaggio dell’Etiopia, vengo rincorso da un branco di bambini che mi additano divertiti, gridando: Ferenci! Ferenci! che vuol dire appunto “quello di fuori”, l’estraneo. Per loro l’altro sono io.


In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi, abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me.


All’epoca di Malinowski e nei secoli precedenti l’uomo bianco, l’europeo, parte dal suo paese quasi esclusivamente a scopi di conquista: impadronirsi di nuove terre, rastrellare schiavi, commerciare o convertire. Spesso si tratta di spedizioni incredibilmente cruente: la conquista dell’America prima da parte degli uomini di Colombo e poi dei coloni bianchi, la conquista dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia.


Malinowski si reca nelle isole del Pacifico con scopi diversi: conoscere l’altro. Conoscere la gente con cui vive, le sue usanze, la sua lingua, le sue abitudini. Vuole vedere e sperimentare di persona, per poi testimoniare.


Ma il progetto di Malinowski,apparentemente ovvio, si rivela rivoluzionario e sacrilego. Smaschera infatti la debolezza, o forse semplicemente la caratteristica, più o meno presente in ogni cultura, consistente nel fatto che le varie culture trovano difficoltà nel capirsi e che queste difficoltà stanno nella gente che ne fa parte. Nei loro rappresentanti e portatori.


Una volta raggiunto il suo campo di studi, le isole Trobriand, l’autore de I giardini di corallo constata infatti che i bianchi che vi abitano da anni non solo non sanno niente della popolazione locale e della sua cultura, ma ne hanno un’idea completamente falsa, intrisa di disprezzo e di arroganza.


A dispetto di tutte le usanze coloniali, Malinowski pianta la tenda al centro di un villaggio e vive insieme alla popolazione locale. Non si tratterà di un’esperienza facile. Nel suo Diario si trovano continui accenni a contrattempi, malumori, crisi e perfino depressioni.


Lo sradicamento dalla propria cultura costa caro. Per questo è così importante avere chiaro il senso della propria identità, della sua forza e del suo valore. Solo allora l’uomo può liberamente confrontarsi con una cultura diversa. In caso contrario si chiuderà nella sua tana, isolandosi timorosamente dagli altri. Tanto più che l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno.


Colpisce il fatto che, mentre nell’Europa natale di Malinowski è in atto la Prima guerra mondiale, il giovane antropologo si concentri sullo studio della cultura dello scambio, dei contatti e dei riti comuni tra gli abitanti delle isole Trobriand, alla quale dedicherà il suo magnifico Argonauti del Pacifico occidentale formulando una tesi fondamentale ma raramente applicata: “Prima di giudicare, bisogna recarsi sul posto”. Di tesi, l’allievo dell’Università Jagellonica ne formula anche un’altra, straordinariamente audace per l’epoca: e cioè che non esistono culture superiori e inferiori, ma solo culture diverse che soddisfano in modo diverso i bisogni e le aspettative dei suoi rappresentanti. Ai suoi occhi l’altro, l’individuo di una diversa razza e cultura, è una persona il cui comportamento, come quello di tutti noi, è improntato alla dignità, al rispetto dei valori prestabiliti e all’osservanza della tradizione e dei costumi.


Malinowski iniziava il proprio lavoro contemporaneamente alla nascita della società di massa, mentre noi, oggi, viviamo nella fase di transizione dalla società di massa a quella planetaria. Molti fattori vi contribuiscono: la rivoluzione elettronica, l’esorbitante sviluppo di ogni tipo di comunicazione, la facilitazione nei collegamenti e negli spostamenti nonché il nuovo modo di pensare subentrato di conseguenza nelle ultime generazioni e nella cultura in senso lato.


In che modo tutto ciò cambierà il rapporto tra noi – gente di una data cultura – con la gente di un’altra, o di altre culture? Come influirà sulla relazione io-l’altro all’interno e all’esterno della mia cultura? Una domanda cui è difficile dare una risposta univoca e definitiva, trattandosi di un processo tuttora in atto e nel quale noi stessi siamo troppo personalmente coinvolti per poterlo giudicare con il giusto distacco.


Lévinas analizzava la relazione io-l’altro nell’ambito di un’unica società, storicamente e razzialmente unitaria. Malinowski studiava le tribù melanesiane all’epoca in cui esse conservavano il loro stato primitivo, ancora incontaminato dagli effetti della tecnologia, dell’organizzazione e del mercato occidentali.


Oggi è sempre più raro poter condurre operazioni del genere. La cultura diventa ogni giorno più ibrida ed eterogenea. Tempo fa, a Dubai, ho visto una cosa incredibile. Una ragazza, sicuramente musulmana, camminava lungo la riva del mare con addosso jeans e maglietta attillati. Solo la testa era coperta da un chador nero così rigorosamente austero da non lasciare intravedere neanche gli occhi.


Oggi esistono settori della filosofia, dell’antropologia e della critica letteraria che si dedicano a un attento esame di questo processo di ibridazione, di fusione e di trasformazione culturali. È un processo riscontrabile soprattutto nelle regioni dove le frontiere tra gli stati delimitano anche culture diverse (per esempio la frontiera tra Messico e Stati Uniti) o in gigantesche megalopoli quali San Paolo, New York, Singapore, dove si mescolano i rappresentanti delle più svariate razze e culture. Se oggi diciamo che il mondo è diventato multietnico e multiculturale non è perché le società e le culture siano più numerose di una volta, ma perché parlano con voce sempre più autonoma e determinata, chiedendo di essere riconosciute e ammesse alla tavola rotonda delle nazioni.


La vera sfida del nostro tempo – l’incontro con il nuovo altro, altro per razza e per cultura – nasce anche da un più ampio contesto storico. In particolare, la seconda metà del XX secolo è un periodo in cui due terzi della popolazione mondiale si liberano dalla dipendenza coloniale diventando cittadini di stati almeno nominalmente indipendenti. Un po’ per volta questa gente comincia a riscoprire il proprio passato, i propri miti, le proprie radici, la propria storia, il senso della propria identità nonché, evidentemente, l’orgoglio che ne deriva. Comincia a sentirsi se stessa, a sentirsi padrona del proprio destino e a guardare con odio tutti i tentativi di trattarla come un oggetto, una comparsa, uno sfondo, una vittima nonché un passivo oggetto di dominazione.


Il nostro pianeta, popolato per secoli da un ristretto gruppo di gente libera e da molteplici strati di gente sottomessa, oggi è abitato da un numero sempre crescente di nazioni e società sempre più convinte dell’importanza del proprio valore individuale.


È un processo che spesso si attua tra grandi difficoltà, grandi drammi e conflitti.


Può darsi che ci stiamo inoltrando in un mondo così completamente nuovo e diverso che le esperienze storiche in nostro possesso non siano sufficienti a comprenderlo e a muovercisi.


Comunque sia, il mondo in cui stiamo entrando è il Pianeta della Grande Occasione. Un’occasione non incondizionata, ma alla portata solo di coloro che prendono il proprio compito sul serio, dimostrando automaticamente di prendere sul serio se stessi. Un mondo che se, da un lato, offre molto, dall’altro chiede anche molto e dove cercare facili scorciatoie significa spesso non arrivare da nessuna parte.


Vi incontreremo continuamente il nuovo altro, lentamente emergente dal caos e dalla confusione del mondo contemporaneo. Può darsi che questo altro scaturisca dall’incontro tra le due opposte correnti che formano la cultura del mondo moderno: la corrente che globalizza la nostra realtà e quella che conserva le nostre diversità, la nostra unicità e irripetibilità. Può darsi che egli ne sia il frutto e l’erede. Per questo dobbiamo cercare di stabilire con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità.


Chi sarà questo nuovo altro? Come si svolgerà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? In quale lingua? Riusciremo ad ascoltarci e a capirci a vicenda? Riusciremo insieme a trovare, come dice Conrad, “ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati”?