VIVERE PER RACCONTARLA.
Gabriel García Márquez
Recensione
«La vida no es la que uno vivió, sino la que uno recuerda y cómo la recuerda para contarla.»
Non è solo una frase bella: è il metodo con cui Márquez ha sempre lavorato. I fatti contano meno della forma che prendono nella memoria e, soprattutto, del racconto che se ne fa. Per questo Macondo, i Buendía, l’amore di Florentino Ariza non sono “documentari” della sua vita, ma la vita filtrata, ricostruita e trasformata dalla narrazione
Vivere per raccontarla non è un’autobiografia in senso stretto: è il romanzo della memoria di García Márquez.
Pubblicato nel 2002, doveva essere il primo di tre volumi. Rimase l’unico. Copre grosso modo dalla preistoria familiare fino al 1955, quando Gabo chiede a Mercedes Barcha di sposarlo. Il punto di partenza, però, è il 1950: a 23 anni, giornalista povero a Barranquilla, accompagna la madre a vendere la casa dei nonni ad Aracataca. Quel ritorno al paese natale è il vero inizio: da lì riconosce il materiale che diventerà Macondo.
Il libro funziona perché Márquez applica a se stesso la stessa legge che enuncia in apertura. Non elenca fatti. Seleziona, riordina, magnifica, omette. La nonna Tranquilina, il nonno colonnello, la madre che racconta storie «infarcite di elementi fantastici», la povertà caraibica, i caffè, le prime letture, il Bogotazo: tutto è già letteratura in embrione. Chi ha letto Cent’anni di solitudine o L’amore ai tempi del colera ritrova qui le radici, senza che il testo diventi un manuale di fonti.
I pregi sono quelli di sempre: ritmo, umorismo, tenerezza sprezzante, capacità di far sembrare inevitabile ogni aneddoto. I limiti anche: la memoria è selettiva e teatrale; alcune sequenze si allungano; chi cerca una cronologia secca o il Márquez «intimo» degli anni del Nobel resterà a metà. È un libro sul diventare scrittore, non sul essere scrittore famoso.
Non dovette dirmi quale, né dove, dal momento che per noi ne esisteva una sola al mondo: la vecchia casa dei nonni a Aracataca, dove avevo avuto la buona sorte di nascere e dove non avevo più abitato dopo gli otto anni. Avevo appena abbandonato la Facoltà di Legge dopo sei semestri, dedicati più che altro a leggere quanto mi finiva tra le mani e a recitare a memoria le poesie irripetibili del Secolo d’Oro spagnolo.
Avevo già letto, tradotti e in edizioni imprestate, tutti i libri che mi sarebbero bastati per imparare la tecnica di scrivere romanzi, e avevo pubblicato sei racconti in supplementi di giornali, che avevano riscosso l’entusiasmo dei miei amici e l’attenzione di alcuni critici. Il mese successivo avrei compiuto ventitré anni, ero ormai inadempiente rispetto al servizio militare e veterano di due blenorragie, e ogni giorno fumavo, senza premonizioni, sessanta sigarette di tabacco atroce.
Alternavo i miei ozi fra Barranquilla e Cartagena de Indias, sulla costa caraibica della Colombia, sopravvivendo come un pezzente grazie a quello che mi pagavano per i miei articoli quotidiani su “El Heraldo”, che era meno di niente, e dormivo nella miglior compagnia possibile dove mi sorprendeva la notte. Come se l’incertezza delle mie aspirazioni e il caos della mia vita non bastassero, insieme a un gruppo di amici inseparabili mi accingevo a pubblicare una rivista temeraria e senza mezzi che Alfonso Fuenmayor progettava da tre anni. Cos’altro potevo desiderare?
Più per penuria che per gusto personale anticipavo la moda che si sarebbe diffusa di lì a vent’anni: baffi silvestri, capelli scarruffati, pantaloni di tela jeans, camicie a fiori equivoci e sandali da pellegrino. Nel buio di un cinema, e senza sapere che io ero lì vicino, un’amica di allora disse a qualcuno: «Il povero Gabito è un caso disperato.» Sicché quando mia madre mi chiese di andare con lei a vendere la casa non ebbi problemi a dirle di sì. Lei mise in chiaro che non aveva abbastanza denaro e per orgoglio le dissi che mi sarei pagato le mie spese.
Al giornale dove lavoravo non avrei potuto risolvere la situazione. Mi pagavano tre pesos per ogni pezzo e quattro per un editoriale quando mancava qualcuno degli editorialisti fissi, ma mi bastavano appena.
Cercai invano di chiedere un prestito, perché il direttore mi ricordò che il mio debito originale ammontava a oltre cinquanta pesos. Quel pomeriggio commisi un abuso di cui nessuno dei miei amici sarebbe stato capace. All’uscita dal caffè Colombia, vicino alla libreria, mi incamminai con don Ramón Vinyes, il vecchio maestro e libraio catalano, e gli chiesi in prestito dieci pesos. Ne aveva solo sei.
Né mia madre né io avremmo neppure potuto immaginare che quell’innocente passeggiata di soli due giorni sarebbe stata così determinante per me, che la più lunga e diligente delle vite non mi basterebbe per finire di raccontarla. Adesso, con oltre settantacinque anni alle mie spalle, so che fu la decisione più importante fra quante dovetti prendere nella mia carriera di scrittore. Ossia, in tutta la mia vita.
Fino all’adolescenza, la memoria ha più interesse per il futuro che per il passato, sicché i miei ricordi del paese non erano ancora stati idealizzati dalla nostalgia. Lo ricordavo così com’era: un buon posto per viverci, dove tutti si conoscevano, in riva a un fiume dalle acque diafane che si precipitavano lungo un letto di pietre polite, bianche ed enormi come uova preistoriche. All’imbrunire, soprattutto in dicembre, quando passavano le piogge e l’aria diventava di diamante, la Sierra Nevada di Santa Marta sembrava avvicinarsi con i suoi picchi bianchi fino alle piantagioni di banani della riva opposta. Da lì si vedevano gli indios arhuacos che correvano in file da formiche sui cornicioni della sierra, con i loro sacchi di zenzero sulla schiena e masticando palle di coca per distrarsi la vita. Noi bambini nutrivamo allora l’illusione di organizzare battaglie con le nevi perpetue e giocare alla guerra nelle strade divampanti. Il caldo era così inverosimile, soprattutto durante la siesta, che gli adulti se ne lamentavano come se ogni giorno fosse stato una sorpresa. Fin dalla mia nascita avevo sentito ripetere senza tregua che i binari della ferrovia e gli edifici della United Fruit Company erano stati installati di notte, perché di giorno era impossibile afferrare i pezzi di ferro riscaldati dal sole.
L’unico modo per arrivare a Aracataca da Barranquilla era una sgangherata lancia a motore lungo un canale scavato a braccia di schiavi durante la Colonia, e poi attraverso una vasta palude dalle acque torbide e desolate, fino al misterioso villaggio di Ciénaga. Lì si prendeva il treno normale che alle sue origini era stato il migliore del paese, e con cui si faceva il tragitto conclusivo attraverso le immense piantagioni di banani, con molte fermate oziose in abitati polverosi e ardenti, e stazioni solitàrie. Questo fu il percorso che mia madre e io intraprendemmo alle sette di sera di sabato 18 febbraio 1950, vigilia di carnevale, sotto un acquazzone diluviale fuori stagione e con trentadue pesos complessivi che ci sarebbero bastati appena per tornare se la casa non fosse stata venduta alle condizioni previste.
I venti alisei erano così selvaggi quella sera, che al porto fluviale feci fatica a convincere mia madre a imbarcarsi. Non gliene mancava motivo. Le lance erano imitazioni ridotte dei battelli a vapore di New Orleans, ma con motori a benzina che comunicavano un tremito da brutta febbre a tutto quanto si trovava a bordo. C’era una sala con ganci per attaccare le amache a diversi livelli, e scanni di legno su cui ognuno si sistemava a gomitate come gli riusciva con i suoi bagagli eccessivi, fagotti di merci, gabbie di galline e persino maiali vivi. Le cabine erano poche e soffocanti, con due brande da campo, quasi sempre occupate da bagasce della mala morte che prestavano servizi di emergenza durante il viaggio. Poiché all’ultimo momento non ne trovammo una libera, né avevamo con noi le amache, mia madre e io occupammo d’assalto due seggiole di ferro del corridoio centrale e lì ci preparammo a passare la notte.
Proprio come lei temeva, la tempesta flagellò l’impavida imbarcazione mentre percorrevamo il fiume Magdalena, che a così breve distanza dal suo estuario ha un’indole oceanica. Al porto io avevo comprato una buona provvista di sigarette fra le più economiche, di tabacco nero e con una carta che le mancava poco per essere straccia, e cominciai a fumare alla mia maniera di allora, accendendo l’una col mozzicone dell’altra, mentre rileggevo Luce d’agosto, di William Faulkner, che in quel periodo era il più fedele dei miei dèmoni tutelari. Mia madre si aggrappò al suo rosario come a un argano capace di disincagliare un trattore o di reggere un aereo nell’aria, e secondo la sua consuetudine non chiese nulla per sé, ma solo prosperità e lunga vita per i suoi undici orfani.
Le sue preghiere dovettero arrivare dov’era il caso, perché la pioggia si fece docile quando entrammo nel canale e la brezza spirò appena per allontanare le zanzare. Mia madre ripose allora il rosario e per un bel pezzo osservò in silenzio il fragore della vita che trascorreva intorno a noi.
Era nata in una casa modesta, ma crebbe nello splendore effimero della compagnia bananiera, di cui le rimase almeno una buona educazione da bambina ricca al Collegio della Presentazione della Santissima Vergine, a Santa Marta. Durante le vacanze di Natale ricamava sul tombolo con le sue amiche, suonava il clavicordio alle feste di beneficenza e partecipava con una zia guardiana ai balli più depurati della timorata aristocrazia locale, ma nessuno aveva mai saputo che avesse un fidanzato quando si sposò contro la volontà dei genitori col telegrafista del paese. Le sue virtù più note fin d’allora erano il senso dell’umorismo e la salute di ferro che le insidie dell’avversità non sarebbero riuscite a vincere nella sua lunga vita. Ma quella più sorprendente, e già allora la meno sospettabile, era il talento squisito con cui riusciva a nascondere la tremenda forza del suo carattere: un Leone perfetto. Le era stato così possibile instaurare un potere matriarcale il cui dominio si estendeva fino ai parenti più remoti nei luoghi meno immaginabili, come un sistema planetario di cui lei disponeva dalla sua cucina, con voce tenue e senza quasi batter ciglio, mentre faceva bollire la marmitta dei fagioli.
Vedendola affrontare senza scomporsi quel viaggio brutale, io mi domandavo come avesse potuto subordinare così in fretta e con tanto dominio le ingiustizie della povertà. Niente come quella brutta notte per metterla alla prova. Le zanzare carnivore, il caldo denso e nauseabondo per via del fango dei canali che la lancia rimuoveva al suo passaggio, l’andirivieni dei passeggeri insonni che non trovavano requie nella loro pelle, tutto sembrava fatto di proposito per mettere in crisi il carattere più equilibrato. Mia madre sopportava il tutto immobile sulla sua seggiola, mentre le ragazze in affitto mietevano il raccolto del carnevale nelle cabine lì accanto, travestite da uomini o da bamboline. Una di loro era entrata e uscita dalla sua più volte, sempre con un cliente diverso, e proprio accanto al sedile di mia madre. Io pensavo che lei non l’avesse vista. Ma la quarta o quinta volta che entrò e uscì in meno di un’ora, la seguì con uno sguardo di compassione sino in fondo al corridoio.
«Povere ragazze» sospirò. «Quello che devono fare per vivere è peggio che lavorare.»
Rimase così fino a mezzanotte, quando mi stancai di leggere per via del tremore insopportabile e delle luci esigue del corridoio, e mi sedetti a fumare al suo fianco, cercando di salire a galla dalle sabbie mobili della contea di Yoknapatawpha. Avevo abbandonato l’università l’anno prima, con l’illusione temeraria di vivere di giornalismo e letteratura senza bisogno di impararli, incoraggiato da una frase che credo avessi letto in Bernard Shaw: “Fin da piccolo dovetti interrompere la mia educazione per andare a scuola”. Non mi ero sentito di discuterne con nessuno, perché capivo, senza poterlo spiegare, che le mie ragioni potevano essere valide solo per me stesso.
Cercar di convincere i miei genitori di una simile follia quando avevano riposto in me tante speranze e avevano speso tanto denaro che non avevano, era tempo sprecato. Soprattutto mio padre, che mi avrebbe perdonato qualsiasi cosa, meno che non appendessi alla parete un titolo accademico che lui non era riuscito ad avere. I rapporti si erano interrotti. Quasi un anno dopo progettavo sempre di andarlo a trovare per spiegargli le mie ragioni, quando arrivò mia madre a chiedermi di accompagnarla a vendere la casa. Tuttavia, lei non accennò al problema fin dopo la mezzanotte, sulla lancia, quando sentì come una rivelazione sovrannaturale che aveva infine trovato il momento propizio per dirmi quello che di certo era il motivo reale del suo viaggio, e cominciò col modo e col tono e con le parole millimetriche che dovevano essere maturate nella solitudine delle sue insonnie assai prima che le pronunciasse.
«Tuo papà è molto triste» disse.
Eccolo, infine, l’inferno tanto temuto. Iniziava come sempre, quando uno meno se l’aspettava, e con una voce rasserenante che non si sarebbe alterata dinanzi a nulla. Solo in osservanza del rituale, dal momento che conoscevo benissimo la risposta, le domandai:
«E come mai?»
«Perché hai interrotto gli studi.»
«Non li ho interrotti» le dissi. «Ho solo cambiato carriera.»
L’idea di una discussione a fondo le sollevò l’animo.
«Tuo papà dice che è la stessa cosa» disse.
Sapendo che era falso, le dissi: «Anche lui ha smesso di studiare per suonare il violino.»
«Non era lo stesso» replicò lei con una grande vivacità. «Il violino lo suonava solo alle feste e alle serenate. Se ha interrotto gli studi è stato perché non aveva neppure di che mangiare. Ma in meno di un mese ha imparato a fare il telegrafista, che allora era un’ottima professione, soprattutto a Aracataca.», «Io vivo scrivendo sui giornali» le dissi.
«Questo lo dici per non rattristarmi» disse lei. «Ma lo si nota da lontano che sei in una brutta situazione. Come mai, quando ti ho visto nella libreria non ti ho riconosciuto?»
«Neppure io ho riconosciuto lei» le dissi.
«Ma non per lo stesso motivo» disse. «Io ho pensato che eri un accattone.» Mi guardò i sandali logori, e aggiunse: «E senza calze.»
«E’ più comodo» le dissi. «Due camicie e due paia di mutande: uno addosso e l’altro che si asciuga. Di cos’altro c’è bisogno?»
«Di un po’ di dignità» disse lei. Ma subito dopo raddolcì il tono: «Te lo dico per tutto il bene che ti vogliamo.» «Lo so» le dissi. «Ma mi dica una cosa: al mio posto lei non farebbe la stessa cosa?»
«Non la farei» disse, «se così contrariassi i miei genitori.»
Ricordando la tenacia con cui era riuscita a vincere l’opposizione della sua famiglia per sposarsi, le dissi ridendo: «Coraggio, mi guardi.»
Ma lei mi schivò con serietà, perché sapeva troppo bene cosa stavo pensando.
«Non mi sono sposata finché non ho avuto la benedizione dei miei genitori» disse. «Per forza, sia pure, ma l’ho avuta.»
Interruppe la discussione, non perché i miei argomenti l’avessero sconfitta, ma perché voleva andare in bagno e diffidava delle sue condizioni igieniche. Domandai al nostromo se c’era un posto più salubre, ma lui stesso mi spiegò che usava il bagno comune. E concluse, come se avesse appena finito di leggere Conrad: «Sul mare siamo tutti uguali.» Sicché mia madre si sottomise alla legge di tutti. Quando uscì, al contrario di quanto io temevo, a stento riusciva a dominare le risate:
«Figurati» mi disse, «cosa penserà mai tuo papà se torno con una malattia da mala vita?»
Dopo la mezzanotte subimmo un ritardo di tre ore, perché i grovigli di anemoni del canale immobilizzarono le eliche, la lancia si incagliò in un gruppo di mangrovie e molti passeggeri dovettero tirarla dalle rive con le funi delle amache. Il caldo e le zanzare divennero insopportabili, ma mia madre se ne liberò con una raffica di sonni istantanei e intermittenti, ormai celebri in famiglia, che le permettevano di riposare senza perdere il filo della conversazione.
Quando il viaggio riprese e sopraggiunse la brezza fresca, si svegliò del tutto.
«Comunque» sospirò, «una risposta devo portarla a tuo papà.»
«Meglio se non si preoccupa» le dissi con la stessa innocenza. «In dicembre andrò a trovarlo, e allora gli spiegherò tutto.»
«Mancano dieci mesi» disse lei.
«In fin dei conti, quest’anno non si può combinare più niente all’università» le dissi.
«Prometti davvero che andrai a trovarlo?»
«Lo prometto» le dissi. E per la prima volta colsi una certa ansia nella sua voce:
«Posso dire a tuo papà che gli dirai di sì?»
«No» le replicai perentorio. «Questo no.»
Era evidente che cercava un’altra via di uscita. Ma non gliela concessi.
«Allora è meglio se gli dico la verità una volta per tutte» disse lei.
«Così non sembrerà un inganno.»
«D’accordo» le dissi sollevato. «Gliela dica.»
Rimanemmo in questi termini, e chi non l’avesse conosciuta bene avrebbe pensato che lì fosse finito tutto, ma io sapevo che era una tregua per riprendere fiato. Poco dopo si addormentò profondamente. Una brezza tenue allontanò le zanzare e saturò l’aria nuova con un odore di fiori.
La lancia acquistò allora la sveltezza di un veliero.
Eravamo nella Palude Grande, un altro dei miti della mia infanzia. Vi avevo navigato più volte, quando mio nonno il colonnello Nicolàs Ricardo Màrquez Mejia, che noi nipoti chiamavamo Papalelo, mi portava da Aracataca a Barranquilla a trovare i miei genitori. «Della palude non bisogna aver paura, bensì rispetto» mi aveva detto lui, parlando degli umori imprevedibili delle sue acque, che si comportavano sia come uno stagno sia come un oceano indomito. Durante la stagione delle piogge era alla mercé delle tempeste della sierra. Da dicembre fino ad aprile, quando il tempo doveva essere più mansueto, gli alisei del nord l’aggredivano con tale impeto che ogni notte era un’avventura. La mia nonna materna, Tranquilina Iguaràn, Mina, non si azzardava ad affrontare la traversata se non in casi di massima urgenza, dopo un viaggio di sgomenti durante il quale avevano dovuto cercare riparo fino all’alba alle foci del Riofrio.
Quella notte, per fortuna, era una gora. Da prua, dove andai a respirare poco prima dell’alba, le luci delle navi da pesca fluttuavano come stelle nell’acqua. Erano innumerevoli, e i pescatori invisibili chiacchieravano come durante una visita, perché le voci avevano una risonanza spettrale nello spazio della palude. Coi gomiti appoggiati al parapetto, cercando di indovinare il profilo della sierra, mi colse d’improvviso la prima artigliata della nostalgia.
In un’altra alba come quella, mentre attraversavamo la Palude Grande, Papalelo mi aveva lasciato a dormire nella cabina e se n’era andato allo spaccio. Non so che ora fosse quando mi svegliò un bailamme di molta gente attraverso il ronzio del ventilatore arrugginito e il baccano dei pezzi di latta della cabina. Io non dovevo avere più di cinque anni ed ebbi una grande paura, ma d’improvviso si ristabilì la calma e pensai che poteva esser stato un sogno. Al mattino, ormai all’imbarcadero di Ciénaga, mio nonno stava sbarbandosi col rasoio tenendo la porta aperta e lo specchio appeso allo stipite. Il ricordo è preciso: non si era ancora infilato la camicia, ma sopra la canottiera aveva le sue eterne bretelle elastiche, larghe e a righe verdi. Mentre si rasava, continuava a chiacchierare con un uomo che ancora oggi potrei riconoscere a prima vista. Aveva un inconfondibile profilo da corvo, un tatuaggio da marinaio sulla mano destra, e portava appese al collo diverse catenelle d’oro pesante, e bracciali e armille, pure questi d’oro, a entrambi i polsi. Io avevo appena finito di vestirmi e mi ero seduto sul letto per infilarmi gli stivali, quando l’uomo disse a mio nonno:
«Non ne dubiti, colonnello. Quello che volevano farle era buttarla in acqua.»
Mio nonno sorrise senza smettere di rasarsi, e con un’alterigia tutta sua, replicò:
«Meglio che non si siano azzardati.»
Solo allora capii il tafferuglio della notte prima e mi sentii molto impressionato all’idea che qualcuno buttasse il nonno nella palude.
Il ricordo di quest’episodio mai chiarito mi colse la mattina in cui andavo con mia madre a vendere la casa, mentre contemplavo le nevi della sierra che spuntavano azzurre sotto i primi soli. Il ritardo nei canali ci permise di vedere in pieno giorno la barra di sabbie luminose che separa appena il mare e la palude, dove c’erano villaggi di pescatori con le reti tese ad asciugare sulla spiaggia, e bambini avviliti e macilenti che giocavano a calcio con palle di stracci. Era impressionante vedere nelle strade i molti pescatori col braccio mutilato per non aver lanciato in tempo i candelotti di dinamite. Al passaggio della lancia, i bambini si tuffavano in cerca delle monete tirate dai viaggiatori.
Erano quasi le sette quando attraccammo in un pantano pestilente a poca distanza dall’abitato di Ciénaga. Squadre di facchini col fango al ginocchio ci accolsero nelle loro braccia e sguazzando ci portarono fino all’imbarcadero, fra uno svolazzar di avvoltoi che si contendevano le immondizie nella melma. Stavamo facendo colazione con calma sui tavoli del porto, con certi saporiti pesci della palude e fette di banane verdi fritte, quando mia madre riprese l’offensiva della sua guerra personale.
«Allora dimmi una buona volta» mi disse senza alzare lo sguardo, «cosa devo dire a tuo papà.»
Cercai di guadagnare tempo per pensare.
«Su cosa?»
«Sull’unica cosa che gli interessa» disse lei un po’ irritata: «I tuoi studi.»
Ebbi la fortuna che un commensale impertinente, incuriosito dalla veemenza del dialogo, volle conoscere le mie ragioni. La risposta immediata di mia madre non solo mi intimidì un poco, ma mi stupì pure da parte di lei, che era molto riservata quanto alla sua vita privata.
«Vuole fare lo scrittore» disse.
«Un bravo scrittore può guadagnare fior di quattrini» replicò con serietà l’uomo. «Soprattutto se lavora col governo.»
Non so se fu per discrezione che mia madre si sottrasse alla conversazione, o per timore degli argomenti dell’interlocutore imprevisto, ma entrambi finirono per compiangere le incertezze della mia generazione, e per spartirsi le nostalgie. Alla fine, rintracciando nomi di conoscenti comuni, finirono per scoprire che eravamo parenti sia dalla parte dei Cotes sia da quella degli Iguaràn. A quell’epoca ci accadeva ogni due persone su tre che incontravamo sulla costa caraibica e mia madre se ne rallegrava sempre come davanti a un evento insolito.
Raggiungemmo la stazione ferroviaria su una victoria tirata da un solo cavallo, forse l’ultima di una stirpe leggendaria ormai estinta nel resto del mondo. Mia madre era assorta, mentre guardava l’arida pianura calcinata dal salnitro che cominciava subito dopo la fangaia del porto e si spingeva fino a confondersi con l’orizzonte. Per me era un luogo storico: a tre o quattro anni, nel corso del mio primo viaggio a Barranquilla, il nonno mi aveva portato per mano attraverso quella sodaglia ardente, camminando in fretta e senza dirmi perché, e d’improvviso ci eravamo ritrovati dinanzi a una vasta distesa di acque verdi con creste di spuma, su cui galleggiava tutto un mondo di galline annegate.
«E’ il mare» mi aveva detto.
Deluso, gli avevo domandato cosa ci fosse sull’altra sponda, e lui mi aveva risposto senza esitare:
«Dall’altra parte non c’è sponda.»
Oggi, dopo tanti mari visti al dritto e al rovescio, continuo a pensare che quella fu una delle sue più grandi risposte. Comunque, nessuna delle mie immagini previe corrispondeva a quel pelago sordido, sulla cui spiaggia di pietrame era impossibile camminare in mezzo a ramaglie di mangrovie marce e a schegge di conchiglie. Era orribile. Mia madre doveva pensare la stessa cosa del mare di Ciénaga, perché non appena lo ebbe visto comparire sulla sinistra della vettura, sospirò:
«Non c’è mare come quello di Riohacha!»
In quella circostanza le raccontai il mio ricordo delle galline annegate e, come a tutti gli adulti, le sembrò che fosse un’allucinazione dell’infanzia. Poi seguitò a contemplare ogni luogo che incontravamo lungo il percorso, e io sapevo cosa pensava di ognuno di questi dai mutamenti del suo silenzio. Passammo davanti al quartiere di tolleranza dall’altra parte della linea ferroviaria, con piccole case colorate dai tetti arrugginiti e i vecchi pappagalli di Paramaribo che chiamavano i clienti in portoghese dai loro trespoli sotto le gronde. Passammo per il deposito delle locomotive, con l’immensa volta di ferro sotto cui si rifugiavano a dormire gli uccelli migratori e i gabbiani smarriti.
Costeggiammo la città senza entrarvi, ma vedemmo le strade ampie e desolate, e le case dell’antico splendore, a un solo piano con finestre a grandezza d’uomo, dove gli esercizi al pianoforte si ripetevano senza tregua fin dall’alba. D’improvviso, mia madre indicò col dito.
«Guarda» mi disse. «E’ stato lì che è finito il mondo.»
Io seguii la direzione del suo indice e vidi la stazione: un edificio di legno scrostato, con tetti di zinco a due spioventi e balconi coperti, e davanti una piazzetta arida che non poteva contenere più di duecento persone.
Era stato lì, come mi precisò mia madre quel giorno, che nel 1928
l’esercito aveva ucciso un numero mai definito di braccianti delle piantagioni di banani. Io conoscevo l’episodio come se l’avessi vissuto, dopo averlo sentito raccontare e mille volte ripetere da mio nonno fin dove poteva risalire la mia memoria: il militare che leggeva il decreto secondo cui i braccianti in sciopero erano stati dichiarati una banda di malfattori; i tremila uomini, donne e bambini immobili sotto il sole atroce dopo che l’ufficiale aveva concesso un lasso di cinque minuti per evacuare la piazza; l’ordine di sparare, il fracasso delle raffiche di sputi incandescenti, la folla braccata dal panico mentre la stavano riducendo palmo a palmo con le forbici metodiche e insaziabili della mitraglia.
Il treno arrivava a Ciénaga alle nove del mattino, caricava i passeggeri delle lance e quelli che scendevano dalla sierra, e proseguiva all’interno della Zona bananiera un quarto d’ora dopo. Mia madre e io raggiungemmo la stazione che erano le otto passate, ma il treno era già lì, fermo. Tuttavia, fummo gli unici passeggeri. Lei se ne rese conto non appena fu entrata nel vagone vuoto, ed esclamò con un umore festoso:
«Che lusso! Tutto il treno solo per noi!»
Ho sempre pensato che fosse una gioia finta per nascondere il suo disincanto, perché gli scempi del tempo erano evidenti al primo colpo d’occhio dalle condizioni dei vagoni. Erano quelli antichi di seconda classe, ma senza sedili di vimini né vetri da alzare e da abbassare ai finestrini, bensì con panche di legno indurito dai deretani lisci e caldi dei poveri. A confronto con quanto era stato in altri tempi, non solo quel vagone ma tutto il treno era un fantasma di se stesso. Una volta aveva tre classi. La terza, dove viaggiavano i più poveri, erano gli stessi gabbioni di assi in cui trasportavano le banane e le bestie da macello, adattati per i passeggeri con panche longitudinali di legno grezzo. La seconda classe, con sedili di vimini e rifiniture di bronzo.
La prima classe, dove viaggiavano i membri del governo e gli alti impiegati della compagnia bananiera, con tappeti lungo il corridoio e poltrone foderate di velluto rosso che potevano cambiare posizione.
Quando viaggiava il sovrintendente della compagnia, o la sua famiglia, o i suoi invitati di spicco, agganciavano alla coda del treno un vagone di lusso con finestrini dai vetri schermati e rifiniture dorate, e una terrazza scoperta con tavolini per viaggiare prendendo il té. Non conobbi mai mortale che avesse visto dall’interno quella carrozza di sogno. Mio nonno era stato sindaco due volte e pure lui aveva un’idea allegra del denaro, ma viaggiava in seconda solo se accompagnava qualche donna della famiglia. E quando gli domandavano perché viaggiasse in terza, rispondeva: «Perché non c’è la quarta.» Tuttavia, in altri tempi, la cosa più memorabile del treno era stata la puntualità. Gli orologi dei paesi venivano regolati secondo l’ora esatta in base al suo fischio.
Quel giorno, per un motivo o per un altro, partì con un’ora e mezza di ritardo. Quando si mise in moto, piano piano e con un cigolio lugubre, mia madre si fece il segno della croce, ma subito dopo ritornò alla realtà.
«A questo treno manca olio nelle molle» disse.
Eravamo gli unici passeggeri, forse in tutto il treno, e fino a quel momento non c’era nulla che mi suscitasse un vero interesse. Mi immersi nel sopore di Luce d’agosto, fumando senza tregua, con rapidi sguardi occasionali per riconoscere i luoghi che ci lasciavamo alle spalle. Il treno attraversò con un fischio lungo le maremme della palude, e infilò a tutta velocità un trepidante corridoio di rocce vermiglie, dove il baccano dei vagoni divenne insopportabile. Ma di lì a quindici minuti rallentò la marcia, entrò con un respiro silenzioso nella penombra fresca delle piantagioni, e il tempo divenne più denso e non si sentì più la brezza del mare. Non dovetti interrompere la lettura per capire che eravamo entrati nel regno ermetico della Zona bananiera.
Il mondo cambiò. Ai due lati dei binari si allungavano i filari simmetrici e interminabili delle piantagioni, dove si muovevano le carrette di buoi cariche di caschi verdi. D’improvviso, in spazi intempestivi, non seminati, c’erano baracche di mattoni rossi, uffici con reticella metallica alle finestre e ventilatori a pale appesi al soffitto, e un ospedale solitario in un campo di papaveri. Ogni fiume aveva il suo villaggio e il suo ponte di ferro su cui il treno passava ululando, e le ragazze che facevano il bagno nelle acque gelide balzavano su come salacche al suo passaggio per turbare i viaggiatori con le loro tette fugaci.
Nell’abitato di Riofrio salirono diverse famiglie di arhuacos carichi di zaini pieni di avocado della sierra, i più appetitosi del paese.
Percorsero il vagone a saltelli in entrambi i sensi cercando dove sedersi, ma quando il treno ebbe ripreso la marcia rimanevano solo due donne bianche con un neonato, e un prete giovane. Il bambino non smise di piangere per il resto del viaggio. Il prete indossava stivali e casco da esploratore, una sottana di stoffa grezza con toppe quadrate, come una vela per navigare, e parlava mentre il bambino piangeva, sempre come se fosse sul pulpito. Il tema della sua predica era la possibilità che la compagnia bananiera tornasse. Da quando se n’era andata non si parlava di altro nella Zona e i pareri erano divisi fra quanti volevano e quanti non volevano che tornasse, ma tutti lo davano per certo. Il prete era contrario, e lo espresse con un motivo così personale che alle donne sembrò insensato:
«La compagnia semina la rovina ovunque passa.»
Fu l’unica cosa originale che disse, ma non riuscì a spiegarla, e la donna col bambino finì per confonderlo affermando che Dio non poteva essere d’accordo con lui.
La nostalgia, come sempre, aveva cancellato i brutti ricordi e magnificato quelli belli. Nessuno si salvava dai suoi scempi. Dal finestrino del vagone si vedevano gli uomini seduti sulla soglia delle case e bastava guardarli in viso per capire cos’aspettavano. Le lavandaie sulle spiagge di pietrame osservavano passare il treno con la stessa speranza. Ogni forestiero che arrivasse con una valigetta da uomo d’affari sembrava loro che fosse l’uomo della United Fruit Company tornato a ricomporre il passato. A ogni incontro, a ogni visita, a ogni lettera prima o poi scaturiva la frase sacramentale: «Dicono che la compagnia torna.» Nessuno sapeva chi l’avesse detto, né quando né perché, ma nessuno lo metteva in dubbio.
Mia madre si credeva guarita dallo sgomento, perché una volta morti i suoi genitori aveva reciso ogni vincolo con Aracataca. Tuttavia, i suoi sogni la tradivano. Almeno, quando ne aveva uno che le interessava tanto da raccontarlo a colazione, era sempre collegato con le sue nostalgie della Zona bananiera. Era sopravvissuta ai tempi più duri senza vendere la casa, con l’illusione di ricavarne anche quattro volte di più quando fosse tornata la compagnia. Alla fine l’aveva sconfitta la pressione insopportabile della realtà. Ma quando sentì dire al prete sul treno che la compagnia stava per tornare, fece un gesto desolato e mi disse all’orecchio:
«Peccato che non possiamo aspettare ancora un po’ di tempo, altrimenti venderemmo la casa per più soldi.»
Mentre il prete parlava attraversammo un luogo dove c’erano una folla sulla piazza e una banda di musicisti che suonava una marcetta allegra sotto il sole opprimente. Tutti quei villaggi mi sembrarono sempre uguali. Quando Papalelo mi portava al nuovissimo cinema Olympia di don Antonio Daconte io notavo che le stazioni dei film western assomigliavano a quelle del nostro treno. In seguito, quando avevo cominciato a leggere Faulkner, anche i villaggi dei suoi romanzi mi sembravano uguali ai nostri. E non era sorprendente, perché questi ultimi erano stati costruiti sotto l’ispirazione messianica della United Fruit Company, e col loro stesso stile provvisorio da accampamento effimero. Io li ricordavo tutti con la chiesa nella piazza e le casette da favola dipinte con colori primari. Ricordavo le squadre di braccianti negri che cantavano all’imbrunire, le baracche delle piantagioni dove si sedevano i contadini a guardar passare i treni merci, i confini fra una tenuta e l’altra dove all’alba venivano trovati i lavoratori decapitati a colpi di machete nelle baruffe del sabato. Ricordavo le città private dei gringos a Aracataca e a Sevilla, dall’altra parte della linea ferroviaria, circondate da reti metalliche come enormi pollai elettrificati che nelle giornate fresche dell’estate divenivano neri di rondini abbrustolite. Ricordavo i loro lenti prati azzurri con pavoni e quaglie, le residenze con i tetti rossi e le finestre protette da grate e i tavolini rotondi con sedie pieghevoli per mangiare sulle terrazze, fra palme e roseti polverosi. Talvolta, attraverso il recinto di filo di ferro, si vedevano donne belle e languide, con vestiti di mussolina e grandi cappelli di garza, che tagliavano i fiori dei giardini con forbici d’oro.
Già durante la mia infanzia non era facile distinguere certi villaggi dagli altri. Vent’anni dopo era ancora più difficile, perché sotto le pensiline delle stazioni erano cadute le scritte con i nomi idilliaci, Tucurinca, Guamachito, Neerlandia, Guacamayal, e tutti erano più desolati che nella memoria. Il treno si fermò a Sevilla verso le undici del mattino per cambiare la locomotiva e rifornirsi d’acqua durante quindici minuti interminabili. Lì cominciò il caldo. Quando riprese la marcia, la nuova locomotiva ci mandava a ogni curva una zaffata di carbonella che entrava dal finestrino senza vetri e ci lasciava ricoperti di una neve nera. Il prete e le donne erano scesi in qualche villaggio senza che ce ne fossimo accorti e questo rafforzò la mia impressione che mia madre e io viaggiassimo soli su un treno di nessuno.
Seduta davanti a me, intenta a guardare dal finestrino, lei si era fatta due o tre sonnellini, ma si riebbe d’improvviso e mi rivolse ancora una volta la domanda temibile:
«Allora, cosa dico a tuo papà?»
Io pensavo che non si sarebbe mai arresa, in cerca di un punto che le permettesse di vincere la mia decisione. Poco prima aveva suggerito qualche formula di compromesso che avevo scartato senza esitazioni, ma sapevo che il suo ripiego non sarebbe stato troppo lungo.
Anche così questo nuovo tentativo mi colse di sorpresa. Pronto per un’altra battaglia sterile, le risposi con più calma delle volte precedenti:
«Gli dica che l’unica cosa che voglio nella vita è essere uno scrittore, e che lo diventerò.»
«Lui non si oppone al fatto che tu sia quello che vuoi» disse lei,
«sempre che tu prenda una laurea.»
Parlava senza guardarmi, fingendo di interessarsi meno al nostro dialogo che alla vita che sfilava oltre il finestrino.
«Non so perché insiste tanto, se lei sa benissimo che non mi arrenderò»
le dissi.
Mi guardò subito negli occhi e mi domandò incuriosita:
«Perché credi che lo sappia?»
«Perché lei e io siamo uguali.»
Il treno fece una sosta in una stazione senza paese, e poco dopo passò davanti all’unica piantagione di banani del percorso che avesse il nome scritto sull’entrata: Macondo. Questa parola aveva attratto la mia attenzione fin dai primi viaggi col nonno, ma solo da adulto scoprii che mi piaceva la sua risonanza poetica. Non l’avevo mai sentito pronunciare da nessuno né mi ero mai domandato cosa significasse. L’avevo già usato in tre libri come nome di un paese immaginario, quando appresi su un’enciclopedia casuale che è un albero dei tropici simile alla ceiba, che non produce fiori né frutti, e il cui legno spugnoso serve per costruire canoe e scolpirci attrezzi da cucina. In seguito scoprii sull’Enciclopedia Britannica che in Tanganika esiste l’etnia errante dei makondo e pensai che quella poteva essere l’origine della parola. Ma non lo verificai mai né conobbi l’albero, perché spesso mi informai nella Zona bananiera e nessuno seppe indicarmelo. Forse non esistette mai.
Il treno passava alle undici davanti alla tenuta Macondo, e dieci minuti dopo si fermava a Aracataca. Il giorno in cui andavo con mia madre a vendere la casa vi passò con un’ora e mezza di ritardo. Io ero in bagno quando cominciò ad accelerare ed entrò dal finestrino rotto un vento ardente e secco, mescolato allo strepito dei vecchi vagoni e al fischiare impaurito della locomotiva. Il cuore mi sobbalzava nel petto e una nausea glaciale mi raggelò le viscere. Uscii di gran corsa, spinto da un terrore simile a quello che si prova quando c’è un terremoto, e trovai mia madre imperturbabile al suo posto, che enumerava ad alta voce i luoghi che vedeva passare dal finestrino come raffiche istantanee della vita che era stata e che non sarebbe mai più stata.
«Quelli sono i terreni che avevano venduto a papà raccontandogli la storia che c’era oro» disse.
Passò come un fulmine la casa degli avventisti, col suo giardino fiorito e un’insegna all’entrata: The sun shines for all.
«E’ stata la prima cosa che hai imparato in inglese» disse mia madre.
«La prima no» le dissi: «L’unica.»
Passò il ponte di cemento e il canale con le sue acque torbide, da quando i gringos avevano fatto deviare il fiume per portarselo nelle piantagioni.
«Il quartiere delle donne di vita, dove all’alba gli uomini ballavano la cumbiamba con fasci di banconote accese al posto delle candele» disse lei.
Le panchine lungo il viale, i mandorli arrugginiti dal sole, il parco della piccola scuola montessoriana dove avevo imparato a leggere. Per un istante, l’immagine totale del paese nella luminosa domenica di febbraio risplendette nel finestrino.
«La stazione!» esclamò mia madre. «Come sarà cambiato il mondo se più nessuno aspetta il treno.»
Allora la locomotiva smise di fischiare, rallentò la corsa e si fermò con un lamento lungo. La prima cosa che mi colpì fu il silenzio. Un silenzio materiale che avrei potuto identificare a occhi bendati fra gli altri silenzi del mondo. Il riverbero del caldo era così intenso che si vedeva tutto come attraverso un vetro deformante. Non c’era memoria della vita umana fin dove arrivava la mia vista, né nulla che non fosse ricoperto da una rugiada tenue di polvere ardente. Mia madre rimase ancora per qualche minuto sul sedile, a guardare il paese morto e disteso nelle strade deserte, e infine esclamò atterrita:
«Dio mio!»
Fu l’unica cosa che disse prima di scendere.
Finché il treno rimase lì ebbi l’impressione che non fossimo del tutto soli. Ma quando partì, con un fischio istantaneo e lacerante, mia madre e io ci ritrovammo inermi sotto il sole infernale e tutta la tristezza del paese ci cascò addosso. Ma non dicemmo nulla. La vecchia stazione di legno, col tetto di zinco e un balcone coperto, era come una versione tropicale di quelle conosciute attraverso i film western. Attraversammo la stazione abbandonata le cui mattonelle cominciavano a spezzarsi tanto l’erba vi premeva contro, e ci immergemmo nel marasma della siesta, sempre cercando il riparo dei mandorli.
Fin da bambino io detestavo quelle sieste inerti perché non sapevamo cosa fare. «State zitti, che stiamo dormendo» sussurravano i dormienti senza svegliarsi. Le botteghe, gli uffici pubblici, le scuole chiudevano a mezzogiorno e non riaprivano fin dopo le tre. L’interno delle case rimaneva a fluttuare in un limbo di sopore. In alcune era così insopportabile che la gente appendeva le amache nel cortile o spingeva sgabelli all’ombra dei mandorli e dormiva seduta in piena strada.
Rimanevano aperti solo l’albergo davanti alla stazione, il suo bar e la sua sala da bigliardo, e l’ufficio del telegrafo dietro la chiesa. Tutto era identico ai ricordi, ma più ridotto e povero, e travolto da un gran vento di fatalità: le stesse case corrose, i tetti di zinco forati dalla ruggine, il viale con i residui delle panchine di granito e i mandorli tristi, e tutto trasfigurato da quella polvere invisibile e ardente che ingannava la vista e calcinava la pelle. Il paradiso privato della compagnia bananiera, dall’altra parte dei binari, ormai senza il recinto di filo di ferro elettrificato, era una vasta sodaglia senza palme, con le case distrutte in mezzo ai papaveri e le rovine dell’ospedale incendiato. Non c’erano una porta, una crepa su un muro, una traccia umana che non risvegliassero dentro di me una risonanza sovrannaturale.
Mia madre camminava molto dritta, col suo passo leggero, sudando appena dentro il vestito funebre e in un silenzio assoluto, ma il suo pallore mortale e il suo profilo affilato tradivano quanto le accadeva dentro.
Alla fine del viale vedemmo il primo essere umano: una donna minuta, dall’aspetto impoverito, che spuntò a un incrocio e ci passò accanto con un pentolino di peltro il cui coperchio messo male segnava il ritmo del suo passo. Mia madre mi sussurrò senza guardarla:
«E’ Vita.»
Io l’avevo riconosciuta. Aveva lavorato fin da bambina nella cucina dei miei nonni, e per quanto fossimo cambiati ci avrebbe riconosciuto, se si fosse degnata di guardarci. Ma no: passò come in un altro mondo. Ancora oggi mi domando se Vita non fosse morta molto prima di quel giorno.
Quando girammo all’incrocio, la polvere mi ardeva sui piedi fra il tessuto dei sandali. La sensazione d’abbandono divenne per me insopportabile. Allora vidi me stesso e vidi mia madre, così come da bambino avevo visto la madre e la sorella del ladro che Maria Consuegra aveva ucciso con uno sparo una settimana prima, mentre cercava di forzare la porta della sua casa.
Alle tre del mattino l’aveva svegliata il rumore di qualcuno che tentava di forzare dall’esterno la porta di strada. Si era alzata senza accendere la luce, aveva cercato a tentoni nel guardaroba la pistola arcaica con cui nessuno aveva più sparato dopo la guerra dei Mille Giorni e aveva localizzato al buio non solo il punto dove si trovava la porta ma anche l’altezza esatta della serratura. Allora aveva puntato l’arma reggendola con entrambe le mani, aveva chiuso gli occhi e aveva premuto il grilletto.
Non aveva mai sparato prima, ma il colpo centrò il bersaglio attraverso la porta.
Fu il primo morto che vidi. Quand’ero passato alle sette del mattino lì davanti per andare a scuola c’era ancora il corpo disteso sul marciapiede sopra una pozza di sangue secco, col viso sfasciato dal piombo che aveva distrutto il naso ed era uscito da un orecchio. Aveva una maglietta da marinaio a righe colorate, pantaloni normali con una corda al posto della cintura, ed era scalzo. Accanto, per terra, avevano trovato il grimaldello artigianale con cui aveva cercato di forzare la serratura.
Gli uomini più in vista del paese erano corsi fino alla casa di Maria Consuegra a farle le condoglianze per aver ucciso il ladro. Quella sera ci andai con Papalelo, e la trovammo seduta su una poltrona di Manila che sembrava un enorme pavone di vimini, in mezzo al fervore degli amici che ascoltavano la sua storia mille volte ripetuta. Tutti erano d’accordo con lei sul fatto che aveva sparato solo per paura. Era stato allora che mio nonno le aveva domandato se avesse sentito qualcosa dopo lo sparo, e lei gli aveva risposto di aver sentito dapprima un grande silenzio, poi il rumore metallico del grimaldello che cadeva sul cemento e subito dopo una voce minima e dolente: «Ah, madre mia!» A quanto sembrava, Maria Consuegra non prese coscienza di questo lamento lacerante finché mio nonno non le fece la domanda. Solo allora scoppiò in singhiozzi.
Questo era accaduto un lunedì. Il martedì della settimana successiva, all’ora della siesta, stavo giocando a rottola con Luis Carmelo Correa, il mio amico più antico nella vita, quando ci stupì che i dormienti si svegliassero prima del tempo e si affacciassero alle finestre. Allora vedemmo nella strada deserta una donna in lutto stretto con una ragazzina sui dodici anni che reggeva un mazzo di fiori appassiti avvolti in un giornale. Si proteggevano dal sole divapante con un ombrello nero, completamente estranee all’impertinenza della gente che le guardava passare. Erano la madre e la sorella minore del ladro morto, che gli portavano fiori sulla tomba.
Quello spettacolo mi inseguì per molti anni, come un sogno unanime che tutto il paese vide passare dalle finestre, finché non riuscii a esorcizzarlo in un racconto. Ma il fatto è che non presi coscienza del dramma della donna e della ragazzina, né della loro dignità imperturbabile, fino al giorno in cui andai con mia madre a vendere la casa e sorpresi me stesso che camminavo lungo la stessa strada solitaria e nella stessa ora mortale.
«Mi sento come se fossi io il ladro» dissi.
Mia madre non batté ciglio. Anzi, quando passammo davanti alla casa di Maria Consuegra non guardò neppure la porta su cui si notava ancora il rattoppo del legno sul foro della pallottola. Anni dopo, rammemorando con lei quel viaggio, constatai che si ricordava della tragedia, ma che avrebbe dato l’anima per dimenticarla. Questo fu ancora più evidente quando passammo davanti alla casa in cui aveva vissuto don Emilio, più noto come il Belga, un veterano della Prima guerra mondiale che aveva perso l’uso di tutt’e due le gambe in un campo minato della Normandia, e che una domenica di Pentecoste si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d’oro. Io non avevo più di sei anni, ma ricordo come se fosse stato ieri lo scompiglio causato dalla notizia alle sette del mattino. Fu così memorabile, che quando tornammo al paese per vendere la casa, mia madre finì per infrangere il suo mutismo dopo vent’anni.
«Il povero Belga» sospirò. «Come tu hai detto, non ha più ripreso a giocare a scacchi.»
Il nostro proposito era di andare dritti fino alla casa. Tuttavia, quando ne distavamo solo un isolato, mia madre si fermò d’improvviso e svoltò all’incrocio precedente.
«Meglio se passiamo di qui» mi disse. E dal momento che volli sapere il perché, mi rispose: «Perché ho paura.»
Così seppi pure il motivo della mia nausea: era paura, e non solo di affrontare i fantasmi, ma paura di tutto. Sicché proseguimmo lungo una via parallela per fare un giro nell’unico intento di non passare davanti alla nostra casa. «Non avrei avuto il coraggio di vederla senza prima parlare con qualcuno» mi avrebbe poi detto mia madre. Così fu. Quasi trascinandomi dietro di sé, entrò senza avvisare nella farmacia del dottor Alfredo Barboza, una casa all’angolo a meno di cento passi dalla nostra. Adriana Berdugo, la moglie del dottore, stava cucendo così presa dalla sua primitiva Domestic a manovella, da non accorgersi che mia madre le era arrivata davanti e le aveva detto quasi in un sussurro:
«Comare.»
Adriana alzò lo sguardo rarefatto dalle spesse lenti da presbite, se le tolse, esitò un istante, e si levò d’un balzo con le braccia aperte e un gemito:
«Ah, comare.»
Mia madre era ormai dietro il banco, e senza dirsi altro si abbracciarono e piansero. Io rimasi a guardarle fuori dal banco, senza sapere cosa fare, rabbrividendo per la certezza che quel lungo abbraccio con lacrime silenziose era qualcosa di irreparabile che stava accadendo per sempre nella mia stessa vita.
Quella farmacia era stata la migliore ai tempi della compagnia bananiera, ma dell’antico barattolame rimaneva sugli armadi scarni solo qualche vaso di ceramica segnato con lettere dorate. La macchina da cucire, la bilancia, il caduceo, l’orologio a pendolo ancora vivo, l’attestato del giuramento ippocratico, le sedie a dondolo sgangherate, tutte le cose che avevo visto da bambino erano sempre le stesse ed erano al loro stesso posto, ma trasfigurate dalla ruggine del tempo.
La stessa Adriana era una vittima. Sebbene indossasse come una volta un vestito a grossi fiori tropicali, si toglieva a stento qualcosa degli slanci e della malizia che l’avevano resa celebre fino alla sua avanzata maturità. L’unica cosa intatta attorno a lei era l’odore della valeriana, che faceva impazzire i gatti, e che continuai a evocare per il resto della mia vita con una sensazione di naufragio.
Quando Adriana e mia madre furono rimaste senza lacrime, si sentì una tosse spessa e breve dietro il tramezzo di legno che ci separava dal retrobottega. Adriana riacquistò qualcosa della sua grazia di un’altra epoca e parlò per farsi sentire attraverso il tramezzo.
«Dottore» disse: «Indovina chi c’è qui.»
Una voce granulosa da uomo duro domandò senza interesse dall’altra parte:
«Chi?»
Adriana non rispose, ma ci fece segno di passare nel retrobottega. Un terrore dell’infanzia mi paralizzò di colpo e la bocca mi si riempì di una saliva livida, ma entrai con mia madre nello spazio variegato che un tempo era il laboratorio della farmacia e che era stato adattato a camera da letto di emergenza. Lì c’era il dottor Alfredo Barboza, più vecchio di tutti gli uomini e di tutti gli animali vecchi della terra e dell’acqua, disteso supino nella sua eterna amaca di bella fibra, senza scarpe, e col suo pigiama leggendario di cotone grezzo che assomigliava più che altro a una tunica da penitente. Aveva lo sguardo fisso sul soffitto, ma quando ci sentì entrare girò la testa e ci scrutò con i suoi diafani occhi gialli, finché non ebbe riconosciuto mia madre.
«Luisa Santiaga!» esclamò.
Si sedette sull’amaca con una fatica da mobile antico, si umanizzò del tutto e ci salutò con una stretta rapida della sua mano ardente. Lui notò la mia impressione, e mi disse: «Da un anno ho una febbre essenziale.» Allora abbandonò l’amaca, si sedette sul letto e ci disse tutto d’un fiato:
«Voi non potete immaginare attraverso quali cose ha dovuto passare questo paese.»
Quella sola frase, che riassunse tutta una vita, bastò perché lo vedessi come forse era sempre stato: un uomo solitario e triste. Era alto, macilento, con una bella chioma metallica tagliata alla meno peggio e certi occhi gialli e intensi che erano stati il più temibile dei terrori della mia infanzia. Nel pomeriggio, quando tornavamo dalla scuola, ci issavamo sulla finestra della sua camera da letto attratti dal fascino della paura. Era lì, che si dondolava sull’amaca con forti scosse per non patire troppo il caldo. Il gioco consisteva nel guardarlo fisso finché lui non se ne accorgeva e si girava a guardarci d’improvviso con i suoi occhi ardenti.
L’avevo visto per la prima volta all’età di cinque o sei anni, un mattino in cui ero scivolato nel retrocortile della sua casa con altri compagni di scuola per rubare i manghi enormi dei suoi alberi.
D’improvviso si era aperta la porta del gabinetto di assi costruito in un angolo del cortile, e lui ne era uscito abbottonandosi i calzoni di tela. L’avevo visto come un’apparizione dell’altro mondo, con un camicione bianco da ospedale, pallido e ossuto, e quegli occhi gialli come da cane dell’inferno che mi avevano guardato per sempre. Gli altri erano fuggiti attraverso le brecce, ma io ero rimasto pietrificato dal suo sguardo immobile. Aveva notato i manghi che io avevo appena strappato dall’albero e mi aveva teso la mano.
«Dammeli!» mi aveva ordinato guardandomi in tutta la sua altezza con un grande sprezzo: «Piccolo topo da cortile.»
Avevo buttato i manghi ai suoi piedi ed ero scappato via impaurito.
Fu il mio fantasma personale. Se ero da solo facevo un lungo giro per non passare davanti a casa sua. Se ero con qualche adulto azzardavo appena uno sguardo furtivo verso la farmacia. Vedevo Adriana condannata all’ergastolo della macchina da cucire dietro il banco, e vedevo lui dalla finestra della camera da letto che si dondolava con grandi scosse sull’amaca, e quel solo sguardo mi faceva accapponare la pelle.
Era arrivato in paese all’inizio del secolo, fra gli innumerevoli venezuelani che riuscivano a sottrarsi attraverso la frontiera della Guajira al dispotismo feroce di Juan Vicente Gómez.
Il dottore era stato uno dei primi a venire trascinato da due forze opposte: la ferocia del despota del suo paese e l’illusione della bonaccia bananiera nel nostro. Fin dal suo arrivo si era fatto notare per il suo occhio clinico - come si diceva allora - e per i bei modi della sua anima. Era stato uno degli amici più assidui della casa dei miei nonni, dove la tavola era sempre apparecchiata senza sapere chi sarebbe arrivato col treno. Mia madre era stata madrina del suo figlio maggiore, e mio nonno gli aveva insegnato a volare con le sue prime ali.
Ero cresciuto in mezzo a loro, così come avrei poi continuato a crescere in mezzo agli esiliati della guerra civile spagnola.
Le ultime tracce della paura che mi suscitava da bambino quel paria dimenticato svanirono in fretta, mentre mia madre e io, seduti accanto al suo letto, ascoltavamo i dettagli della tragedia che aveva prostrato la popolazione. Aveva un potere evocativo così intenso che ogni cosa da lui raccontata sembrava divenire visibile nella stanza rarefatta dal caldo. Com’è naturale, l’origine di tutte le disgrazie era stato il massacro dei braccianti da parte della forza pubblica, ma persistevano ancora dubbi sulla verità storica: tre morti o tremila? Forse non erano stati così tanti, disse lui, ma ognuno aumentava la cifra secondo il proprio dolore. Adesso la compagnia se n’era andata per non tornare mai più.
«I gringos non tornano mai» concluse.
L’unica cosa certa era che avevano portato via tutto; il denaro, le brezze di dicembre, il coltello del pane, il tuono delle tre del pomeriggio, l’aroma dei gelsomini, l’amore. Erano rimasti solo i mandorli polverosi, le strade riverberanti, le case di legno col tetto di zinco arrugginito e gli abitanti taciturni, devastati dai ricordi.
La prima volta che quel pomeriggio il dottore mi badò fu quando mi vide sorpreso dal crepitio come una pioggia di gocce sparse sul tetto di zinco. «Sono gli avvoltoi» mi disse. «Tutto il giorno passano il tempo a girare per i tetti.» Poi segnalò con un indice languido la porta chiusa, e concluse:
«Di notte è peggio, perché si sentono i morti che vanno avanti e indietro per quelle strade.»
Ci invitò a pranzo e non c’erano inconvenienti, perché l’affare della casa aveva solo bisogno di essere formalizzato. Gli stessi inquilini erano gli acquirenti, e i particolari erano stati definiti per telegrafo. Avremmo avuto tempo?
«In abbondanza» disse Adriana. «Adesso non si sa neppure quando torna il treno.»
Sicché spartimmo con loro un pasto alla creola, la cui semplicità non aveva nulla a che vedere con la povertà ma con una dieta sobria che il dottore praticava e predicava non solo per la tavola ma anche per tutti i momenti della vita. Non appena assaggiata la minestra, ebbi la sensazione che tutto un mondo addormentato si risvegliasse nella mia memoria. Sapori che erano stati miei durante l’infanzia e che avevo perso da quando me n’ero andato dal paese, ricomparivano intatti a ogni cucchiaiata e mi rinserravano il cuore.
Fin dall’inizio della conversazione, davanti al dottore mi ero sentito della stessa età che avevo quando gli facevo scherzi dalla finestra, sicché mi intimidì allorché si rivolse a me con la serietà e l’affetto con cui parlava a mia madre. Da bambino, in situazioni difficili, cercavo di nascondere il mio smarrimento con un batter di ciglia rapido e continuo. Quel riflesso incontrollabile mi tornò d’improvviso quando il dottore mi guardò. Il caldo era divenuto insopportabile. Rimasi al margine della conversazione per un po’, domandandomi com’era possibile che quel vecchio affabile e nostalgico fosse stato il terrore della mia infanzia. D’improvviso, dopo una lunga pausa e sul filo di qualche accenno banale, mi guardò con un sorriso da nonno.
«Sicché tu sei il grande Gabito» mi disse. «Cosa studi?»
Nascosi lo smarrimento con un inventario spettrale dei miei studi: tutto il liceo e buoni voti in un collegio ufficiale, due anni e qualche mese caotici di Legge, giornalismo empirico. Mia madre mi ascoltò e subito dopo cercò l’appoggio del dottore.
«Si figuri, compare» disse, «vuole diventare uno scrittore.»
Al dottore brillarono gli occhi.
«Che meraviglia, comare!» disse. «E’ un dono del cielo.» E si volse verso di me: «Poesia?»
«Romanzi e racconti» gli dissi, con l’anima appesa a un filo.
Lui si entusiasmò:
«Hai letto Donna Barbara?»
«Certo» gli risposi, «e quasi tutti gli altri libri di Rómulo Gallegos.»
Come resuscitato da un entusiasmo repentino, ci raccontò che l’aveva conosciuto a una conferenza tenuta a Maracaibo, e che gli era sembrato un degno autore delle sue opere. Il fatto è che in quel momento, con la mia febbre a quaranta gradi per le saghe del Mississippi, cominciavo a vedere i limiti del romanzo vernacolo. Ma la comunicazione così facile e cordiale con l’uomo che era stato l’orrore della mia infanzia mi sembrava un miracolo, e preferii concordare col suo entusiasmo. Gli parlai di “La Giraffa” - la mia rubrica quotidiana su “El Heraldo” - e gli passai l’anteprima che molto presto intendevamo pubblicare una rivista in cui riponevamo grandi speranze. Già più sicuro, gli raccontai il progetto e gli anticipai persino il nome: “Crònica”.
Lui mi scrutò da capo a piedi.
«Non so come scrivi» mi disse, «ma parli già come uno scrittore.»
Mia madre si affrettò a spiegare la verità. Nessuno si opponeva al fatto che io diventassi uno scrittore, sempre che seguissi una carriera accademica che rendesse sicuri i miei passi. Il dottore minimizzò tutto, e parlò della carriera dello scrittore. Anche lui avrebbe voluto diventarlo, ma i suoi genitori, con gli stessi argomenti di lei, l’avevano costretto a studiare medicina quando non erano riusciti a far sì che diventasse un militare.
«Guardi, comare» concluse. «Medico lo sono, ed eccomi qui, senza sapere quanti dei miei pazienti sono morti per volontà di Dio e quanti in seguito alle mie medicine.»
Mia madre si sentì smarrita.
«Il peggio» disse «è che ha smesso di studiare Legge dopo tanti sacrifici che abbiamo fatto per sostenerlo.»
Il dottore, al contrario, la ritenne una prova splendida di una vocazione travolgente: l’unica forza capace di contendere i suoi diritti all’amore. E in particolare la vocazione artistica, la più misteriosa di tutte, alla quale si consacra la vita intera senza aspettarsene nulla.
«E’ una cosa che si ha dentro fin dalla nascita e contrariarla è la cosa peggiore per la salute» disse lui. E terminò con un affascinante sorriso da massone irredimibile: «Proprio come la vocazione del prete.»
Rimasi allucinato dal modo in cui aveva spiegato quello che io non ero mai riuscito a spiegare. Anche mia madre dovette pensarla così, perché mi contemplò con un silenzio lento, e si arrese alla sua sorte.
«Quale sarà il modo migliore per dire tutto questo a tuo papà?» mi domandò.
«Né più né meno come l’abbiamo appena sentito.»
«No, così non ci sarà un risultato» disse lei. E dopo un’altra riflessione, concluse: «Ma non preoccuparti, troverò un buon modo per dirglielo.»
Non so se lo fece così, o in quale altro modo, ma lì ebbe fine il dibattito. L’orologio segnò l’ora con due rintocchi come due gocce di vetro. Mia madre sobbalzò. «Dio mio» disse. «Mi ero dimenticata del motivo per cui siamo venuti.» E si alzò in piedi.
«Dobbiamo andare.»
La prima vista della casa, sul marciapiede di fronte, aveva pochissimo a che vedere col mio ricordo, e nulla con le mie nostalgie. Avevano tagliato alle radici i due mandorli tutelari che per anni erano stati un segno di identità inequivocabile e la casa era rimasta esposta alle intemperie. Quello che rimaneva sotto il sole di fuoco non aveva più di trenta metri di facciata: la metà di materiale e tetto di tegole che facevano pensare a una casa da bambole, e l’altra metà di assi non dirozzate. Mia madre bussò piano piano alla porta chiusa, poi più forte, e domandò dalla finestra:
«C’è qualcuno?»
La porta si socchiuse e una donna domandò dalla sua penombra:
«Cosa desidera?»
Mia madre rispose con un’autorità forse inconsapevole:
«Sono Luisa Màrquez.»
Allora la porta si aprì definitivamente, e una donna vestita a lutto, ossuta e pallida, ci guardò da un’altra vita. In fondo alla sala, un uomo anziano si dondolava su una seggiola da invalido. Erano gli inquilini, che dopo molti anni avevano proposto di comprare la casa, ma né loro avevano l’aspetto di compratori né la casa era in condizioni da interessare a qualcuno. Secondo il telegramma che mia madre aveva ricevuto, gli inquilini accettavano di versare in contanti la metà del prezzo dietro una ricevuta firmata da lei, e avrebbero pagato il resto allorché fossero stati firmati i relativi documenti nel corso dell’anno, ma nessuno ricordava che fosse stata prevista una visita. Dopo una lunga conversazione fra sordi, l’unica cosa messa in chiaro fu che non c’era verso di accordarsi. Spossata dall’insensatezza e dal caldo infame, bagnata di sudore, mia madre diede uno sguardo intorno a sé, e le sfuggì un sospiro:
«Questa povera casa è allo stremo» disse.
«E’ peggio» disse l’uomo. «Se non ci è caduta addosso è grazie a tutto quello che abbiamo speso per tenerla in piedi.»
Avevano una lista di riparazioni da fare, a parte altre che avevano detratto dall’affitto, al punto che eravamo noi a essere i debitori. Mia madre, che fu sempre di lacrima facile, era pure capace di una fermezza temibile nell’affrontare i tranelli della vita. Discusse per bene, ma io non intervenni perché fin dal primo ostacolo avevo capito che avevano ragione i compratori. Nulla era stato messo in chiaro nel telegramma sulla data e sulle modalità della vendita, e invece se ne deduceva che la si sarebbe dovuta concedere. Era una situazione tipica della vocazione congetturale della famiglia. Potevo immaginare com’era stata presa la decisione, alla tavola del pranzo, e nello stesso istante in cui era arrivato il telegramma. Senza contare me, erano dieci fratelli con gli stessi diritti. Alla fine mia madre aveva preso qualche pesos qui e là, aveva fatto il suo bagaglio da scolara ed era partita senza altri mezzi che il biglietto di ritorno.
Mia madre e l’inquilina ripassarono di nuovo tutto fin dall’inizio, e in meno di mezz’ora eravamo arrivati alla conclusione che l’affare non sarebbe stato fatto. Fra gli altri motivi ineludibili, perché non ci eravamo ricordati di un’ipoteca che gravava sulla casa e che non sarebbe stata risolta fino a molti anni dopo, allorché venne infine fatta la vendita. Sicché quando l’inquilina cercò di ripetere un’ennesima volta lo stesso argomento, mia madre la interruppe bruscamente con i suoi modi inappellabili.
«La casa non si vende» disse. «Facciamo conto che qui siamo nati e che qui moriremo tutti.»
Il resto del pomeriggio, mentre arrivava il treno di ritorno, lo passammo mettendo insieme nostalgie nella casa spettrale. Era tutta nostra, ma rimaneva in funzione solo la parte affittata che dava sulla strada, dove c’erano stati gli uffici del nonno. Il resto era un involucro di tramezzi corrosi e tetti di zinco arrugginito alla mercé delle lucertole. Mia madre, pietrificata sulla soglia, esalò un’esclamazione perentoria:
«Questa non è la casa!»
Ma non disse quale, perché durante tutta la mia infanzia la descrivevano in così tanti modi che erano almeno tre case che cambiavano forma e senso, a seconda di chi ne raccontasse. Quella originale, come avevo sentito dire da mia nonna col suo fare sprezzante, era una baracca per gli indios. La seconda, costruita dai nonni, era con muri di argilla e tetti di palma, con una saletta vasta e bene illuminata, una sala da pranzo a forma di terrazza con fiori dai colori allegri, due camere da letto, un cortile con un castagno gigantesco, un orto ben piantato e un recinto dove vivevano le capre in comunità pacifica con i maiali e le galline.
Secondo la versione più frequente, questa venne ridotta in ceneri da un razzo caduto sul tetto di palma durante i festeggiamenti di un 20
luglio, giorno dell’Indipendenza di chissà quale anno di così tante guerre. L’unica cosa che ne rimase furono i pavimenti di cemento e il blocco di due stanze con una porta sulla strada, dove c’erano stati gli uffici nelle diverse occasioni in cui Papalelo era stato un funzionario pubblico.
Sulle macerie ancora calde la famiglia costruì la sua residenza definitiva. Una casa lineare di otto vani l’uno dopo l’altro, lungo una veranda con un parapetto di begonie dove si sedevano le donne della famiglia a ricamare sul tombolo e a chiacchierare nella frescura dell’imbrunire. Le stanze erano semplici e non si distinguevano fra loro, ma mi bastò uno sguardo per rendermi conto che in ognuno degli innumerevoli dettagli c’era un istante cruciale della mia vita.
Il primo vano fungeva da salotto per i visitatori e da ufficio personale del nonno. Aveva una scrivania con la tendina, una poltrona girevole a molle, un ventilatore elettrico e una libreria vuota con un solo libro enorme e slabbrato: il dizionario della lingua. Subito dopo c’era il laboratorio da orefice dove il nonno passava le sue ore migliori fabbricando i pesciolini d’oro dal corpo articolato e dai minuscoli occhi di smeraldo, che erano motivo di svago più che di guadagno. Lì erano stati accolti alcuni personaggi degni di nota, soprattutto politici, disoccupati pubblici, veterani delle guerre. Fra questi, in circostanze diverse, due visitatori storici: i generali Rafael Uribe Uribe e Benjamìn Herrera, che avevano pranzato con la famiglia.
Tuttavia, quello che mia nonna avrebbe ricordato di Uribe Uribe per il resto della sua vita fu la sua sobrietà a tavola: «Mangiava come un uccellino.»
Lo spazio comune dell’ufficio e dell’oreficeria era proibito alle donne, secondo la nostra cultura caraibica, così come lo erano le osterie del paese per volere della legge.
Tuttavia, col tempo finì per diventare una stanza da ospedale, dove morì la zia Petra e patì gli ultimi mesi di una lunga malattia Wenefrida Màrquez, sorella di Papalelo. Di lì innanzi cominciava il paradiso ermetico delle molte donne residenti e occasionali che passarono per la casa durante la mia infanzia. Io fui l’unico maschio a godere dei privilegi di entrambi i mondi.
La sala da pranzo era solo un tratto allargato della veranda col parapetto dove le donne della casa si sedevano a cucire, e aveva una tavola per sedici commensali previsti o inattesi che arrivavano quotidianamente col treno di mezzogiorno. Mia madre contemplò di lì i vasi rotti delle begonie, la sodaglia vizza e il tronco del gelsomino corroso dalle formiche, e riprese fiato.
«Certe volte non riuscivamo a respirare per via dell’odore caldo dei gelsomini» disse, guardando il cielo accecante, e sospirò con tutta l’anima. «Però, quello che più mi è mancato da allora è il tuono delle tre del pomeriggio.»
Mi colpì, perché anch’io ricordavo l’esplosione unica che ci svegliava dalla siesta come un lancio di pietre, ma non ero mai stato consapevole che accadeva alle tre.
Dopo il corridoio c’era un salotto riservato alle occasioni speciali, perché i visitatori quotidiani venivano accolti con birra gelata nell’ufficio, se erano uomini, o sulla veranda delle begonie, se erano donne. Lì iniziava il mondo mitico delle camere da letto. Dapprima quella dei nonni, con una porta grande sul giardino, e un’incisione a fiori di legno con la data della costruzione: 1925.
Lì, senza avvertenze, mia madre mi fece la sorpresa più inattesa con un’enfasi trionfale.
«E qui sei nato tu!»
Non lo sapevo fino ad allora, o l’avevo dimenticato, ma nella camera successiva trovammo la culla in cui avevo dormito fino ai quattro anni, e che mia nonna aveva conservato per sempre. L’avevo dimenticata, ma non appena la vidi ricordai me stesso che piangevo strillando col pigiamino a fiorellini azzurri che indossavo per la prima volta, affinché qualcuno venisse a cambiarmi i pannolini pieni di cacca. A stento riuscivo a tenermi in piedi aggrappandomi ai sostegni della culla, piccola e fragile come il cestino di Mosé. Tutto questo è stato motivo frequente di discussione e burle di parenti e amici, cui la mia angoscia di quel giorno sembra troppo razionale per un’età così precoce. E più ancora quand’ho insistito che il motivo della mia ansia non era la ripugnanza per le mie stesse miserie, ma il timore di sporcarmi il pigiamino nuovo.
Ossia, non si trattava di un pregiudizio igienico ma di una contrarietà estetica, e dal modo in cui era perduta nella mia memoria credo che sia stata la mia prima esperienza di scrittore.
In quella camera da letto c’era pure un altare con santi a grandezza umana, più realisti e tenebrosi di quelli della chiesa. Lì dormì sempre zia Francisca Simodosea Mejia, una cugina prima di mio nonno che chiamavamo zia Marna e che viveva nella casa da padrona e signora dopo che erano morti i suoi genitori. Io avevo dormito nell’amaca accanto, atterrito dallo scintillio degli occhi dei santi accesi dalla lampada del Santissimo che non venne spenta fino alla morte di tutti, e sempre lì aveva dormito mia madre da nubile, pure lei tormentata dal terrore dei santi.
In fondo al corridoio c’erano due camere che mi erano proibite. Nella prima viveva mia cugina Sara Emilia Màrquez, una figlia di mio zio Juan de Dios, detto zio Juanito, prima del suo matrimonio, che venne allevata dai nonni. Oltre a una bellezza naturale fin da molto piccola, aveva una personalità forte che assecondò i miei primi appetiti letterari con una raccolta di racconti di Calleja, illustrati a colori, cui non mi permise mai l’accesso per timore che gliela sciupassi. Fu la mia prima e amara frustrazione di scrittore.
L’ultima camera era un deposito di masserizie e bauli messi in pensione, che avevano tenuto desta la mia curiosità per anni, ma che non mi avevano mai lasciato esplorare. Venni in seguito a sapere che lì c’erano pure i settanta vasi da notte comprati dai miei nonni quando mia madre aveva invitato le sue compagne di corso a passare le vacanze nella casa.
Davanti a questi due locali, nello stesso corridoio, c’era la cucina grande, con fornelli primitivi di pietre calcinate, e il grande forno della nonna, addetta alla panetteria e alla pasticceria, i cui animaletti di caramello saturavano l’alba col loro aroma succulento. Era il regno delle donne che vivevano o servivano nella casa, e cantavano in coro con la nonna mentre l’aiutavano nei lavori molteplici. Un’altra voce era quella di Lorenzo il Magnifico, il pappagallo di cent’anni ereditato dai bisnonni, che gridava frasi contro la Spagna e cantava canzoni della guerra di Indipendenza. Era così orbo che era caduto dentro la pentola del sancocho/1 e si era salvato per miracolo visto che l’acqua cominciava appena a riscaldarsi. Un 20 luglio, alle tre del pomeriggio, mise in subbuglio la casa con strilli di panico:
«Il toro, il toro! Attenzione che arriva il toro!»
Nella casa c’erano solo le donne, perché gli uomini erano andati alla corrida della festa nazionale, e avevano pensato che le grida del pappagallo non fossero altro che un delirio della sua demenza senile.
Nota:
1: Il sancocho è un piatto i cui ingredienti principali sono carne, yucca e banana. (N.d.T.)
Le donne della casa, che sapevano parlare con lui, riuscirono a capire che cosa gridava solo quando un toro selvaggio, uscito dai recinti della piazza aveva fatto irruzione nella cucina con bramiti da battello e travolgendo alla cieca i mobili della panetteria e le pentole sui fuochi. Io camminavo in senso contrario rispetto alla folata di donne spaventate che mi presero in braccio e mi chiusero con loro nella stanza della dispensa. I bramiti del toro smarrito nella cucina e i balzi dei suoi zoccoli sul cemento del corridoio facevano rabbrividire la casa. D’improvviso si affacciò a uno spiraglio per la ventilazione e l’ansito di fuoco del suo respiro e i suoi grandi occhi iniettati mi raggelarono il sangue. Quando gli uomini della corrida riuscirono a riportarlo nel recinto, era già iniziata nella casa la gazzarra del dramma, che si sarebbe protratta per oltre una settimana con bricchi interminabili d caffè e torte da nozze per accompagnare il racconto mille volte ripetuto e sempre più eroico delle sopravvissute in scombuglio.
Il cortile non sembrava molto grande, ma aveva una varietà di alberi, un bagno generale senza tetto con una cisterna per l’acqua della pioggia e una piattaforma sopraelevata su cui si saliva mediante una fragile scala alta circa tre metri. Lì c’erano i due grossi recipienti che il nonno riempiva all’alba con una pompa a mano. Più oltre c’era la stalla di assi non dirozzate e gli alloggi di servizio, e infine il retrocortile enorme con alberi da frutta e la latrina unica dove le indie di servizio vuotavano di continuo i vasi da notte della casa.
L’albero più frondoso e ospitale era un castagno al margine del mondo e del tempo, sotto le cui fronde arcaiche dovevano essere morti mentre pisciavano più di due colonnelli ritirati dalle tante guerre civili del secolo precedente.
La famiglia era arrivata a Aracataca diciassette anni prima della mia nascita, quando iniziavano le baraonde della United Fruit Company per ottenere il monopolio delle banane. Portava con sé il figlio Juan de Dios, di ventun anni, e le due figlie, Margarita Maria Miniata di Alacoque, di diciannove, e Luisa Santiaga, mia madre, di cinque. Prima di lei avevano perso due gemelle per un aborto accidentale al quarto mese di gravidanza. Quando ebbe mia madre, la nonna annunciò che sarebbe stato il suo ultimo parto, perché aveva compiuto quarantadue anni. Quasi mezzo secolo dopo, alla stessa età e in circostanze identiche, mia madre disse la stessa cosa quando nacque Eligio Gabriel, il suo figlio numero undici.
Il trasferimento a Aracataca era previsto dai nonni come un viaggio verso l’oblio. Portavano al loro seguito due indios guajiros, Alirio e Apolinar, e un’india, Meme, comprati nelle loro terre per cento pesos l’uno quando la schiavitù era ormai stata abolita. Il colonnello portava tutto il necessario per ricostruire il passato il più lontano possibile dai suoi brutti ricordi, incalzato dal rimorso sinistro di avere ucciso un uomo in un duello d’onore. Conosceva la regione fin da molto prima, quando vi era passato in campagna di guerra per andare a Ciénaga e aveva assistito nel suo ruolo di intendente generale alla firma del trattato di Neerlandia.
La nuova casa non restituì loro la quiete, perché il rimorso era così pernicioso che avrebbe contaminato ancora qualche trisnipote smarrito.
Le rievocazioni più frequenti e intense, con cui avevamo messo insieme una versione ordinata, le faceva la nonna Mina, ormai cieca e mezzo lunatica. Solo allora venimmo a sapere che in mezzo alle voci implacabili della tragedia imminente, lei era stata l’unica a non avere notizia del duello finché non era stato consumato.
Il dramma accadde a Barrancas, un paese pacifico e prospero alle pendici della Sierra Nevada dove il colonnello aveva appreso da suo padre la lavorazione dell’oro, e dove era tornato per fermarsi quand’erano stati firmati i trattati di pace. L’avversario era un gigante di sedici anni più giovane, liberale fino al midollo, come lui, cattolico militante, agricoltore povero, sposato di recente e con due figli, e con un nome da uomo buono: Medardo Pacheco. La cosa più triste per il colonnello sarà stata che non si trattava di uno dei numerosi nemici senza volto che aveva incrociato sui campi di battaglia, ma di un antico amico, della sua stessa parte, suo soldato nella guerra dei Mille Giorni, che dovette affrontare all’ultimo sangue quando entrambi credevano di avere ormai ottenuto la pace.
Fu il primo caso della vita reale che mi turbò gli istinti di scrittore e non sono ancora riuscito a esorcizzarlo. Da quando ho avuto uso di ragione mi sono reso conto della vastità e del peso che quel dramma aveva nella nostra casa, ma i suoi particolari rimanevano fra le brume.
Mia madre, di soli tre anni, se ne ricordò sempre come di un sogno improbabile. Gli adulti lo imbrogliavano davanti a me per confondermi, e non mi è mai stato possibile ricostruire l’enigma completo perché ognuno, da entrambe le parti, sistemava i pezzi a modo suo. La versione più affidabile era che la madre di Medardo Pacheco l’avesse istigato a vendicare il suo onore, offesa da un commento infame attribuito a mio nonno. Questi lo qualificò come una panzana e rese soddisfazione pubblica agli offesi, ma Medardo Pacheco perseverò nel rancore e finì per passare da offeso a offensore con un grave insulto al nonno sulla sua condotta di liberale. Non venni mai a sapere con sicurezza quale fu.
Ferito nel suo onore, il colonnello lo sfidò a morte senza fissare una data.
Un esempio significativo dell’indole del nonno fu il tempo che lasciò passare tra la sfida e il duello. Sistemò i suoi affari con un riserbo assoluto per garantire la sicurezza della sua famiglia nell’unica alternativa che gli lasciava il destino: la morte o il carcere. Cominciò vendendo senza la minima fretta il poco che gli era rimasto per sopravvivere dopo l’ultima guerra: il laboratorio da orefice e una piccola tenuta ereditata dal padre, dove allevava capre da macello e coltivava un appezzamento a canna da zucchero. Di lì a sei mesi ripose in fondo a un armadio il denaro raccolto, e attese in silenzio il giorno che lui stesso si era segnato: il 12 ottobre 1908, anniversario della scoperta dell’America.
Medardo Pacheco risiedeva nei dintorni del paese, ma il nonno sapeva che quella sera non poteva mancare alla processione della Vergine del Pilar. Prima di uscire a cercarlo, scrisse alla moglie una lettera breve e tenera, in cui le diceva dov’era nascosto il denaro, e le impartì alcune istruzioni finali sull’avvenire dei figli. La lasciò sotto il guanciale comune, dove sua moglie l’avrebbe sicuramente trovata quando fosse andata a dormire, e senza fare addii uscì avviandosi verso la sua mala ora.
Anche le versioni meno credibili concordano sul fatto che era un lunedì tipico dell’ottobre caraibico, con una pioggia triste di nuvole basse e un vento funebre. Medardo Pacheco, vestito da domenica, era appena entrato in un vicolo cieco allorché il colonnello Màrquez gli sbarrò il passo. Entrambi erano armati. Anni dopo, nelle sue divagazioni lunatiche, mia nonna soleva dire: «Dio diede a Nicolàs l’occasione di risparmiare la vita a quel pover’uomo, ma lui non seppe approfittarne.»
Forse lo pensava perché il colonnello le disse che aveva visto un lampo d’angoscia negli occhi dell’avversario colto di sorpresa. Le disse pure che quando l’enorme corpo da ceiba crollò sopra i cespugli, emise un gemito senza parole, «come quello di un gattino bagnato.» La tradizione orale attribuì a Papalelo una frase retorica nel momento in cui si consegnò al sindaco: «La pallottola dell’onore ha vinto la pallottola del potere.» E’ una frase fedele allo stile liberale dell’epoca ma non sono riuscito a conciliarla col carattere del nonno. Il fatto è che non ci furono testimoni. Una versione autorevole sarebbero state le testimonianze giudiziarie del nonno e dei suoi contemporanei di entrambe le parti, ma dello scartafaccio, se mai ce ne fu uno, non rimase neppure l’ombra. Fra le numerose versioni che ho sentito finora non ne ho trovate due che coincidessero.
Il fatto divise le famiglie del paese, inclusa quella del morto. Una parte di quest’ultima si propose di vendicarlo, mentre altri accolsero nelle loro case Tranquilina Iguaràn con i suoi figli, finché non furono svaniti i rischi di una vendetta. Questi particolari mi impressionavano tanto durante l’infanzia che non solo mi addossai il peso della colpa ancestrale come se fosse stata mia, ma ancora oggi, mentre ne scrivo, sento più compassione per la famiglia del morto che per la mia.
Papalelo lo trasferirono a Riohacha per maggior sicurezza, e in seguito a Santa Marta, dove lo condannarono a un anno: la metà in carcere e l’altra metà agli arresti domiciliari. Non appena fu libero si recò con la famiglia per breve tempo nel paese di Ciénaga, poi a Panama, dove ebbe un’altra figlia con un amore casuale, e infine nell’insalubre e selvaggia zona di Aracataca, con l’impiego di esattore della Finanza distrettuale. Non girò mai più armato per le strade, neppure nei peggiori tempi della violenza bananiera, e si limitò a tenere la pistola sotto il guanciale per difendere la casa.
Aracataca era lontanissima dall’essere la gora di cui sognavano dopo l’incubo di Medardo Pacheco. Era nata come un casale di indios chimila ed entrò nella storia col piede sinistro come una remota parte senza Dio né legge! del comune di Ciénaga, più degradato che rimpinguato dalla febbre del banano. Il suo nome non è quello di un paese ma quello di un fiume, che si dice ara in lingua chimila, e Cataca, che è la parola con cui la comunità designava chi comandava. Per questo fra noi del posto non diciamo Aracataca, ma com’è giusto: Cataca.
Quando il nonno cercò di entusiasmare la famiglia con la fantasia che lì il denaro scorreva per le strade, Mina aveva detto: «I soldi sono la merda del diavolo.» Per mia madre fu il regno di tutti i terrori. Il più antico che ricordava era la piaga delle cavallette che devastò i seminati quando lei era ancora molto piccola. «Le si sentiva passare come un vento di pietre» mi disse quando andammo a vendere la casa. La popolazione terrorizzata dovette trincerarsi nelle sue stanze, e il flagello poté essere debellato solo con arti magiche.
In qualsiasi momento ci coglievano di sorpresa uragani secchi che scoperchiavano le case e travolgevano i banani novelli e lasciavano il paese ricoperto da una
polvere astrale. D’estate si accaniva contro il bestiame una siccità terribile, oppure d’inverno cadevano acquazzoni universali che lasciavano le vie trasformate in fiumi riottosi. Gli ingegneri gringos navigavano su imbarcazioni di gomma, in mezzo a materassi annegati e mucche morte. La United Fruit Company, i cui sistemi artificiali di irrigazione erano responsabili delle ubbie delle acque, fece deviare il letto del fiume quando il più grave di quei diluvi disseppellì i corpi del cimitero.
La più sinistra delle piaghe, però, era quella umana. Un treno che sembrava un giocattolo riversò sulle sue sabbie divampanti un frascame di avventurieri di tutto il mondo che a mano armata si presero il potere della strada, La loro prosperità stolta comportava una crescita demografica e un disordine sociale impazziti. La compagnia era a sole cinque leghe dalla colonia penale di Buenos Aires, sul fiume Fundación, i cui reclusi avevano l’abitudine di scappare durante i fine settimana per giocare al terrore a Aracataca. A nulla assomigliavamo tanto come ai paesi emergenti dei film western, dopo che le baracche di palma e canna selvatica dei chimila cominciarono a essere sostituite dalle case di legno della United Fruit Company, con tetti di zinco a due spioventi, finestre con reticella metallica e tettoie adorne di rampicanti dai fiori polverosi. In mezzo a quella bufera di facce sconosciute, di tende nella via pubblica, di uomini che si cambiavano i vestiti per strada, di donne sedute sui bauli con gli ombrelli aperti, e di mule e mule abbandonate, morenti di fame nella stalla della locanda, noi, i primi, eravamo gli ultimi. Eravamo i forestieri di sempre, gli avventizi.
Le carneficine avevano luogo non solo in seguito alle risse del sabato.
Una sera qualsiasi sentimmo gridare in strada e vedemmo passare un uomo senza testa montato su un asino. Era stato decapitato con un colpo di machete durante una resa dei conti nelle piantagioni di banane e la testa era stata trascinata via dalle correnti gelide del canale. Quella notte sentii mia nonna dare la spiegazione di sempre:
«Una cosa tanto orribile può averla fatta solo un cachaco.»
I cachacos erano gente dell’altopiano, li distinguevamo dal resto dell’umanità non solo per i loro modi languidi e il loro parlare cantilenante, ma anche per le loro arie da emissari della Divina Provvidenza. Quell’immagine finì per diventare così aborrita che dopo le repressioni feroci degli scioperi bananieri da parte dei militari dell’entroterra, gli uomini della truppa non li chiamavamo soldati bensì cachacos. Li consideravamo i beneficiari unici del potere politico, e molti di loro si comportavano come se lo fossero stati. Solo così si spiega l’orrore della “Notte nera di Aracataca”, una carneficina leggendaria dalle tracce così incerte nella memoria popolare che non c’è prova sicura del suo reale accadimento.
Era iniziata un sabato peggiore degli altri quando un uomo ammodo del posto la cui identità non è passata alla storia era entrato in un’osteria a chiedere un bicchiere d’acqua per un bambino che teneva per mano. Un forestiero che beveva da solo al banco aveva voluto costringere il bambino a bersi un sorso di rum invece dell’acqua. Il padre aveva tentato di impedirlo, ma il forestiero aveva insistito, finché il bambino, spaventato e senza volerlo, gli aveva rovesciato il bicchiere con la mano. Il forestiero, senza pensarci due volte, l’aveva ammazzato con uno sparo.
Fu un altro dei fantasmi della mia infanzia. Papalelo me lo ricordava spesso quando entravamo insieme a prendere una bibita nei bar, ma in una maniera così irreale che neppure lui sembrava crederci. Doveva essere accaduto poco dopo il suo arrivo a Aracataca, perché mia madre se ne ricordava solo per lo spavento causato ai più vecchi. Dell’aggressore si era saputo unicamente che parlava con l’accento affettato degli andini, sicché rappresaglie del paese non si scatenarono solo contro lui, ma contro chiunque dei forestieri numerosi e aborriti che parlavano col suo stesso accento. Squadre di gente del posto armata con machete per tagliare la canna da zucchero si riversarono nelle strade al buio, afferravano la sagoma invisibile che sorprendevano nelle tenebre e le ordinavano:
«Parli!»
Solo per l’accento lo facevano a pezzi col machete, senza considerare l’impossibilità di essere giusti fra modi di parlare così diversi. Don Rafael Quintero Ortega, marito della zia Wenefrida Màrquez, il più verace e amato dei cachacos, fu sul punto di festeggiare i suoi cent’anni di vita perché mio nonno lo rinchiuse in una dispensa finché non si furono acquietati gli animi.
La sventura familiare culminò due anni dopo l’arrivo a Aracataca, con la morte di Margarita Maria Miniata, che era la luce della casa. Il suo dagherrotipo venne esposto per anni nel salotto, e il suo nome è passato da una generazione all’altra come l’ennesimo dei molti segni particolari della famiglia. Le generazioni recenti non sembrano commosse da quell’infanta con le sottane arricciate, gli stivaletti bianchi e una treccia lunga fino alla vita, che non faranno mai coincidere con l’immagine retorica di una bisnonna. Comunque, ho l’impressione che sotto il peso dei rimorsi e delle illusioni frustrate di un mondo migliore, quello stato di allarme perpetuo era per i miei nonni quanto più assomigliasse alla pace. Fino alla morte continuarono a sentirsi forestieri da qualsiasi parte.
Lo erano, a rigor di termini, ma tra le moltitudini del treno che ci arrivarono dal mondo era difficile fare distinzioni immediate. Con lo stesso impulso dei miei nonni e della loro prole erano arrivati i Furgusson, i Duràn, i Beracaza, i Daconte, i Correa, in cerca di una vita migliore. Insieme alle valanghe ravvolte continuarono ad arrivare gli italiani, i canari, i siriani, che chiamavamo turchi, infiltrati dalle frontiere della Provincia in cerca di libertà e altri modi di vivere perduti nelle loro terre. Ce n’erano di ogni pelo e di ogni condizione. Alcuni erano profughi dell’Isola del Diavolo, la colonia penale francese nelle Guayane, perseguitati più per le loro idee che per crimini comuni. Uno di loro, Rene Belvenoit, era un giornalista francese condannato per motivi politici, che passò fuggiasco per la Zona bananiera e rivelò in un libro magistrale gli orrori della sua prigionia. Grazie a tutti loro, buoni e cattivi, Aracataca fu sin dalle sue origini un paese senza frontiere.
Ma la colonia indimenticabile per noi fu quella venezuelana, in una delle cui case si lavavano a secchiate d’acqua nei serbatoi glaciali dell’alba due studenti adolescenti in vacanza: Rómulo Betancourt e Raùl Leoni, che di lì a mezzo secolo sarebbero stati l’uno dopo l’altro presidenti del loro paese. Fra i venezuelani, la più vicina a noi fu la signora Juana de Freytes, una matrona briosa che aveva il dono biblico della narrazione. Il primo racconto vero e proprio di cui venni a conoscenza fu “Genoveffa di Brabante”, e lo sentii recitare da lei insieme ai capolavori della letteratura universale, che riduceva in racconti per bambini: l’Odissea, l’Orlando furioso, il Don Chisciotte, Il conte di Montecristo e molti episodi della Bibbia.
La casta del nonno era una delle più rispettabili ma anche la meno potente. Tuttavia si distingueva per una rispettabilità riconosciuta anche dai gerarchi locali della compagnia bananiera. Era quella dei veterani liberali delle guerre civili, che si erano fermati lì dopo gli ultimi due trattati, col buon esempio del generale Benjamin Herrera, nella cui tenuta di Neerlandia si sentivano nel pomeriggio i valzer malinconici del suo clarinetto di pace.
Mia madre diventò donna in quel purgatorio e occupò lo spazio di tutti gli amori dopo che il tifo si fu portato via Margarita Maria Mimata.
Pure lei era malaticcia. Era cresciuta in un’infanzia incerta di febbri terzane, ma quando ebbe sconfitto l’ultima si ritrovò, del tutto e per sempre, una salute che le permise di festeggiare i novantasette anni con undici figli suoi e quattro altri del marito, e con sessantacinque nipoti, ottantotto bisnipoti e quattordici trisnipoti. Senza contare quelli di cui non sì era mai saputo nulla. E’ morta di morte naturale il 9 giugno 2002 alle otto e mezza di sera, quando stavamo già preparandoci a festeggiare il suo primo secolo di vita e nello stesso giorno e quasi alla stessa ora in cui avevo messo il punto conclusivo a queste memorie.
Era nata a Barrancas il 25 luglio 1905, allorché la famiglia cominciava a riprendersi dal disastro delle guerre. Il primo nome glielo misero in memoria di Luisa Mejia Vidal, la madre del colonnello, che quel giorno faceva giusto un mese da quando era morta. Il secondo le toccò in sorte perché era il giorno dell’apostolo Santiago, san Giacomo il Maggiore, decapitato a Gerusalemme. Lei nascose questo nome per metà della sua vita, perché le sembrava mascolino e pomposo, finché un figlio sleale non la tradì in un romanzo.
Fu un’allieva diligente meno che alle lezioni di pianoforte, che la madre le impose perché non poteva immaginare una signorina ammodo che non fosse pure una pianista virtuosa. Luisa Santiaga lo studiò per obbedienza durante tre anni e lo abbandonò in un giorno per il tedio degli esercizi quotidiani nell’afa della siesta. Tuttavia, l’unica dote che le servì nel fiore dei vent’anni fu la forza del suo carattere, quando la famiglia scoprì che era travolta dall’amore per il giovane e altero telegrafista di Aracataca.
La storia di quegli amori contrastati fu un’altra delle meraviglie della mia gioventù. A forza di ascoltarla raccontata dai miei genitori, insieme o separatamente, me la ritrovai quasi completa quando scrissi Foglie morte, il mio primo libro, a ventisette anni, ma ero pure consapevole che dovevo ancora imparare molto sull’arte di scrivere romanzi. Entrambi erano narratori eccellenti, con la memoria felice dell’amore, ma finirono per appassionarsi tanto durante i loro racconti, che quando decisi di usarla in L’amore ai tempi del colera, a oltre cinquant’anni, non riuscii a distinguere i limiti fra la vita e la poesia.
Secondo la versione di mia madre si erano incontrati per la prima volta alla veglia funebre di un bambino che né lui né lei seppero precisarmi.
Lei stava cantando nel cortile con le sue amiche, secondo la consuetudine popolare di animare con canzoni d’amore le nove notti degli innocenti. D’improvviso, una voce d’uomo si unì al coro. Tutte si girarono a guardarlo e rimasero perplesse davanti al suo bell’aspetto. «Ci sposeremo con lui» cantarono in coro battendo le mani. Mia madre non ne fu impressionata, e infatti disse: «A me era sembrato uno dei tanti forestieri.» E lo era. Era appena arrivato da Cartagena de Indias dopo avere interrotto gli studi da medico e da farmacista per mancanza di denaro, e aveva intrapreso una vita un po’ banale in diversi paesi della regione col nuovo mestiere di telegrafista. Una fotografia di quei giorni lo mostra con un’aria equivoca da giovanotto povero. Portava un abito di taffettà scuro con una giacca a quattro bottoni, molto stretta in ossequio alla moda dell’epoca, col colletto rigido, la cravatta larga e una paglietta.
Portava pure occhialini alla moda, rotondi e con una montatura sottile, e lenti naturali. Chi lo conobbe in quel periodo lo descriveva come un fannullone nottambulo e donnaiolo, che però non bevve mai un sorso di alcol né fumò mai una sigaretta in tutta la sua lunga vita.
Fu la prima volta in cui mia madre lo vide. Lui, invece, l’aveva vista alla messa delle otto della domenica precedente, vigilata dalla zia Francisca Simodosea che era la sua dama di compagnia da quando aveva lasciato il collegio.
Le aveva riviste il martedì successivo, intente a cucire sotto i mandorli davanti a casa loro, sicché la sera della veglia funebre sapeva già che era la figlia del colonnello Nicolàs Màrquez, per il quale aveva diverse lettere di presentazione.
Quanto a lei, venne a sapere fin d’allora che era scapolo e sempre innamorato, e che aveva un successo immediato per la loquela inesauribile, la versificazione facile, la grazia con cui ballava la” musica alla moda e il sentimentalismo premeditato con cui suonava il violino. Mia madre mi raccontava che quando lo si sentiva all’alba non si poteva resistere alla voglia di piangere. Il suo biglietto da visita in società era stato Cuando el baile se acabó, un valzer di un romanticismo estenuante che lui aveva inserito nel suo repertorio e che divenne insostituibile nelle serenate. Questi salvacondotti cordiali, e la sua simpatia personale, gli valsero le porte aperte della casa e un posto frequente ai pranzi familiari. La zia Francisca, originaria del Carmen de Bolìvar, lo adottò senza riserve quando venne a sapere che era nato a Sincé, un paese vicino al suo. Alle feste di società Luisa Santiaga si divertiva davanti alle sue furbizie da seduttore, ma non le passò mai per la mente che lui mirasse a qualcosa di più. Anzi, i loro buoni rapporti si basavano soprattutto sul fatto che lei gli serviva da schermo per i suoi amori segreti con una compagna di collegio, e aveva accettato di fargli da madrina alle nozze. Da allora lui la chiamava così e lei lo chiamava figlioccio. Così stando le cose, è facile immaginarsi quale fu la sorpresa di Luisa Santiaga durante una serata danzante allorché il telegrafista audace si tolse il fiore the portava all’occhiello del bavero, e le disse: «Le offro la mia vita in questa rosa.» Non fu un’improvvisazione, mi disse lui molte volte, perché dopo averle conosciute tutte era giunto alla conclusione che Luisa Santiaga era fatta per lui. Lei considerò la rosa come uno dei tanti scherzi galanti che era solito fare alle sue amiche. Al punto che andandosene se la dimenticò da qualche parte, e lui se ne accorse. Lei aveva avuto un solo pretendente segreto, poeta senza fortuna e buon amico, che non era mai riuscito a toccarla il cuore con i suoi versi ardenti. Tuttavia, la rosa di Gabriel Eligio le turbò il sonno con una furia inspiegabile.
Nel corso della nostra prima conversazione seria sui suoi amori, ormai carica di figli, mi confessò: «Non riuscivo a addormentarmi per la rabbia di ritrovarmi a pensare a lui, ma a farmi arrabbiare era soprattutto che più mi arrabbiavo e più ci pensavo.» Per il resto della settimana riuscì a non cedere al terrore di vederlo e al tormento di non poterlo vedere. Da madrina e figlioccio che erano stati passarono a trattarsi come sconosciuti.
In uno di quei pomeriggi, mentre cucivano sotto i mandorli, la zia Francisca stuzzicò la nipote con la sua malizia india:
«Mi hanno detto che ti hanno regalato una rosa.» Come al solito, Luisa Santiaga sarebbe stata l’ultima a rendersi conto che le tormente del suo cuore erano ormai di dominio pubblico. Durante le numerose conversazioni che ebbi con lei e con mio padre, concordarono che l’amore fulminante aveva goduto di tre circostanze decisive. La prima fu una domenica delle Palme alla messa grande. Lei era seduta in un banco con la zia Francisca, quando riconobbe i passi dei suoi tacchi flamenchi sulle mattonelle del pavimento, e lo vide passare così vicino che colse il sentore della sua lozione di fidanzato. La zia Francisca non sembrava averlo visto e neppure lui sembrò averle viste. Ma a dire il vero tutto era stato concertato da lui, che le aveva seguite quand’erano passate davanti all’ufficio del telegrafo., Rimase in piedi accanto alla colonna più vicina alla porta, sicché lui vedeva lei di spalle ma lei non poteva vederlo. Dopo qualche minuto intenso Luisa Santiaga non resistette all’ansia, e guardò verso la porta da sopra la spalla.
Allora credette di morire di rabbia, per che lui la stava osservando, e i loro sguardi si incrociarono. «Era proprio quello che io avevo progettato) diceva mio padre, felice, quando mi ripeteva il racconto durante la sua vecchiaia. Mia madre, invece, non si stancò mai di ripetere che per tre giorni non era riuscita a dominare la furia di essere caduta nel tranello.
La seconda circostanza fu una lettera che lui le scrisse. Non quella che lei si sarebbe aspettata da un poeta i violinista avvezzo ad albe furtive, bensì un biglietto imperioso, che esigeva una risposta prima che lui partisse per Santa Marta la settimana dopo. Lei non gli rispose.
Si rinchiuse nella sua camera, decisa a uccidere il tarlo che non le concedeva tregua nel vivere, finché la zia Francisca non cercò di convincerla a capitolare prima che fosse troppo tardi. Cercando di vincere la sua resistenza le raccontò la storia esemplare di Juventino Trillo, il pretendente che montava di guardia sotto il balcone della sua innamorata impossibile, ogni sera, dalle sette fino alle dieci. Lei l’aveva aggredito con tutti gli sgarbi possibili, finendo per versargli addosso dal balcone, una sera dopo l’altra, un vaso da notte pieno di orina. Ma non era riuscita a metterlo in fuga. Dopo ogni genere di aggressioni battesimali, commossa dall’abnegazione di quell’amore indomabile, si era sposata con lui. La storia dei miei genitori non raggiunse tali estremi.
La terza circostanza dell’assedio fu un matrimonio in pompa magna, cui vennero invitati entrambi come padrini d’onore. Luisa Santiaga non trovò un pretesto per mancare a un impegno così importante per la famiglia. Ma Gabriel Eligio aveva pensato la stessa cosa e si recò alla festa pronto a tutto. Lei non riuscì a dominare il suo cuore quando lo vide attraversare la sala con una determinazione troppo ostentata e la invitò a ballare il primo pezzo. «Il sangue mi pulsava in corpo così forte che non capii più se era per la rabbia o per la paura» mi disse lei. Lui se ne rese conto e le assestò un’artigliata brutale: «Non ha più bisogno di dirmi di sì, perché il suo cuore me lo sta già dicendo.»
Lei, senza pensarci due volte, lo piantò in asso in mezzo alla sala. Ma mio padre la prese a modo suo.
«Ne fui felice» mi disse.
Luisa Santiaga non riuscì a resistere al rancore che provava nei confronti di se stessa quando all’alba la svegliarono le smancerie del valzer avvelenato: Cuando el baile se acabó. Il giorno dopo molto presto restituì a Gabriel Eligio tutti i regali. In seguito a questo sgarbo immeritato, e ai pettegolezzi sulla scenata alle nozze, non c’era più possibilità di marcia indietro. Tutti diedero per scontato che era la fine senza gloria di una tempesta estiva. L’impressione si rinvigorì perché Luisa Santiaga ebbe una ricaduta nelle febbri terzane dell’infanzia, e la madre la portò a cambiare aria nel villaggio di Manaure, una discosta località paradisiaca alle pendici della Sierra Nevada. Entrambi negarono sempre di essere in qualche modo rimasti in contatto durante quei mesi, ma non è molto credibile, perché quando lei si fu ripresa dai suoi mali e tornò, si vedeva che entrambi si erano ripresi anche dalle loro diffidenze. Mio padre diceva che andò ad aspettarla alla stazione perché aveva letto il telegramma con cui Mina aveva annunciato il ritorno a casa, e nel modo in cui Luisa Santiaga gli strinse la mano per salutarlo colse come un segno massonico che lui interpretò alla stregua di un messaggio d’amore. Lei lo negò sempre col pudore e il rossore con cui rievocava quegli anni. Ma il fatto è che a partire da allora li si vide insieme con meno reticenze. Mancava solo il finale che inserì la zia Francisca la settimana successiva mentre cucivano sulla veranda delle begonie:
«Mina lo sa già.»
Luisa Santiaga disse sempre che fu l’opposizione della famiglia a infrangere gli argini del torrente che, represso, aveva dentro il cuore fin dalla sera in cui aveva piantato in asso il pretendente nel bel mezzo del ballo. Fu una guerra accanita. Il colonnello cercò di tenersene ai margini, ma non gli fu possibile sottrarsi alla colpa che Mina gli rinfacciò quando si rese conto che neppure lui era innocente come asseriva. A tutti sembrava chiaro che l’intolleranza non era dalla parte di lui ma da quella di lei, mentre in realtà era inscritta nel codice della tribù, per la quale ogni fidanzato era un intruso. Questo pregiudizio atavico, i cui residui perdurano, ha fatto di noi una combriccola di donne nubili e di uomini sbracati con numerosi figli sparsi in giro.
Gli amici si divisero secondo l’età, a favore degli innamorati o contro, e a quanti non avevano assunto una posizione radicale la imposero i fatti. I giovani divennero complici giubilanti. Soprattutto di lui, che si godette a sazietà il suo ruolo di vittima propiziatrice dei pregiudizi sociali. La maggioranza degli adulti, invece, vedeva in Luisa Santiaga l’ornamento più prezioso di una famiglia ricca e potente, che un telegrafista avventizio voleva non per amore ma per interesse.
Lei stessa, che era stata obbediente e sottomessa, fece fronte ai suoi oppositori con una ferocia da vera leonessa. Durante la più acida delle sue molte liti domestiche, Mina perse le staffe e alzò contro la figlia il coltello per il pane. Luisa Santiaga l’affrontò impavida.
D’improvviso consapevole dello slancio criminale della sua collera, Mina abbandonò il coltello e gridò spaventata: «Dio mio!» E mise la mano fra le braci del focolare a mo’ di penitenza brutale. Fra gli argomenti di rilievo contro Gabriel Eligio c’era la sua condizione di figlio naturale di una donna nubile che l’aveva avuto alla precoce età di quattordici anni, in seguito a uno scivolone casuale con un maestro di scuola. Si chiamava Argemira Garcia Paternina, una bianca snella dallo spirito libero, che aveva altri cinque figli e due figlie di tre padri diversi con cui non si era mai sposata né aveva mai convissuto sotto lo stesso tetto. Viveva nel villaggio di Sincé, dov’era nata, e stava allevando la sua prole con le unghie e con un animo indipendente e allegro che noi nipoti avremmo voluto avere. Gabriel Eligio era un esemplare illustre di quella stirpe scostumata. Fin dai diciassette anni aveva avuto cinque amanti vergini, secondo quanto rivelò a mia madre a titolo di atto di dolore durante la loro notte di nozze a bordo della venturosa goletta di Riohacha sferzata dalla tempesta. Le confessò che con una di loro, quando faceva il telegrafista nel villaggio di Achi a diciott’anni, aveva avuto un figlio, Abelardo, che stava per compierne tre. Con un’altra, quando faceva il telegrafista a Ayapel, a vent’anni, aveva una figlia di pochi mesi che non conosceva e che si chiamava Carmen Rosa.
Alla madre di quest’ultima aveva promesso di tornare per sposarla, e lui riteneva l’impegno sempre valido quando la sua vita aveva mutato direzione per via dell’amore di Luisa Santiaga. Il maggiore l’aveva riconosciuto davanti al notaio, e in seguito avrebbe fatto così pure con la figlia, ma erano solo formalità bizantine senza conseguenza agli occhi della legge. E’ sorprendente che quella condotta irregolare avesse potuto suscitare inquietudini morali al colonnello Màrquez, che oltre ai suoi tre figli ufficiali ne aveva avuti altri nove da madri diverse, prima e dopo il matrimonio, e tutti venivano accolti dalla moglie come se fossero stati suoi.
Non mi è possibile indicare quando ebbi le prime notizie su questi fatti, ma comunque le trasgressioni degli antenati non mi importavano affatto. Invece, i nomi della famiglia destavano la mia attenzione perché mi sembravano unici. Dapprima quelli della linea materna: Tranquilina, Wenefrida, Francisca Simodosea. Poi, quello della mia nonna paterna: Argemira, e quelli dei suoi genitori: Aminadab Garcia e Lozana Paternina. Di lì mi viene forse la salda convinzione che i personaggi dei miei romanzi non camminano con i loro piedi finché non hanno un nome che si identifichi col loro carattere.
Gli argomenti contro Gabriel Eligio si aggravavano perché era un membro attivo del Partito Conservatore, contro il quale aveva mosso le sue guerre il colonnello Nicolàs Màrquez. La pace era stata fatta solo a metà dopo la firma dei patti di Neerlandia e di Wisconsin, perché il centralismo primiparo era sempre al potere e doveva passare ancora molto tempo prima che conservatori e liberali smettessero di mostrarsi i denti. Forse il conservatorismo del pretendente veniva da un contagio familiare e non da una convinzione dottrinale, ma l’avevano preso in maggior considerazione di altri segni del suo buon carattere, come la sua intelligenza sempre all’erta e la sua rettitudine indomita.
Papà era un uomo difficile da capire e da soddisfare. Fu sempre molto più povero di quanto non sembrasse e considerò la povertà come un suo nemico abominevole cui non si rassegnò mai né riuscì a sconfiggere. Con lo stesso coraggio e la stessa dignità sopportò l’opposizione nei confronti dei suoi amori con Luisa Santiaga, nel retro dell’ufficio del telegrafo di Aracataca, dove tenne sempre appesa un’amaca per dormire da solo. Tuttavia, lì accanto aveva pure una branda da scapolo con le molle ben oliate per quello che poteva riserbargli la notte. In un periodo ebbi una certa tentazione per le sue consuetudini da cacciatore furtivo, ma la vita mi insegnò che è la forma più arida della solitudine, e sentii una grande compassione per lui.
Fino a poco prima della sua morte lo sentii raccontare che in uno di quei giorni difficili dovette andare con alcuni amici a casa del colonnello, e tutti furono invitati a sedersi, meno lui. La famiglia di lei lo respinse sempre e attribuì la cosa a un residuo del risentimento di mio padre, o almeno a un falso ricordo, ma una volta a mia nonna sfuggì nel farneticare canterino dei suoi quasi cent’anni, che non sembravano rievocati ma rivissuti.
«Ecco lì quel pover’uomo in piedi sulla soglia del salotto e Nicolàs non l’ha invitato a sedersi» disse, davvero addolorata.
Sempre attento alle sue rivelazioni abbaglianti, le domandai chi era quell’uomo, e lei mi rispose seccamente:
«Garcia, quello del violino.»
In mezzo a tanti spropositi, la cosa meno simile al modo d’essere di mio padre fu che comprò una pistola per ogni evenienza, essendo alle prese con un guerriero a riposo come il colonnello Màrquez. Era una venerabile Smith & Wesson 38, a canna lunga, con chissà quanti proprietari precedenti e responsabile di chissà quanti torti. L’unica certezza è che non se ne servì mai né per precauzione né per curiosità. Noi, suoi figli maggiori, la trovammo anni dopo con le sue cinque pallottole originali in un armadio per gli arnesi inutili insieme al violino delle serenate.
Né Gabriel Eligio né Luisa Santiaga cedettero dinanzi al rigore della famiglia. All’inizio potevano incontrarsi di nascosto in casa di amici, ma quando il cerchio si chiuse definitivamente intorno a lei, l’unico contatto furono le lettere ricevute e inviate attraverso condotti ingegnosi. Si vedevano da lontano quando a lei non permettevano di recarsi a feste alle quali lui fosse invitato. Ma la repressione divenne a poco a poco così severa, che nessuno osò sfidare le ire di Tranquilina Iguaràn, e gli innamorati scomparvero dalla vista del pubblico. Quando non fu rimasto neppure uno spiraglio per le lettere furtive, i fidanzati inventarono espedienti da naufraghi. Lei riuscì a nascondere un biglietto di auguri in una torta che qualcuno aveva ordinato per il compleanno di Gabriel Eligio, e questi non trascurò occasione per inviarle telegrammi falsi e innocui col vero messaggio cifrato o scritto con inchiostro simpatico. La complicità della zia Francisca divenne allora così evidente, malgrado i suoi dinieghi perentori, che danneggiò la sua autorità nella casa, e le permisero di stare con la nipote solo mentre cuciva all’ombra dei mandorli. Allora Gabriel Eligio mandava messaggi d’amore dalla finestra del dottor Alfredo Barboza, sul marciapiede di fronte, col telegrafo manuale dei sordomuti. Lei lo imparò così bene che durante le negligenze della zia intratteneva conversazioni intime col fidanzato. Era solo uno dei numerosi trucchi inventati da Adriana Berdugo, la moglie del dottor Barboza, comare di Luisa Santiaga e sua complice inventiva e audace.
Quei maneggi consolatori sarebbero bastati loro per sopravvivere a fuoco lento, fin quando Gabriel Eligio, non ricevette una lettera allarmante di Luisa Santiaga, \ che lo costrinse a una riflessione definitiva.
L’aveva scritta di gran fretta sulla carta del gabinetto, con la brutta notizia che i genitori avevano deciso di portarla insieme a loro a Barrancas passando da un paese all’altro, così sottoponendola a una cura da cavalli per il suo mal d’amore. Non sarebbe stato il solito viaggio di una nottataccia sulla goletta di Riohacha, bensì quello lungo la strada orribile alle pendici della Sierra Nevada di mule e carrette, attraverso la vasta provincia di Padilla.
«Avrei preferito morire» mi disse mia madre il giorno in cui andammo a vendere la casa. E ci aveva provato davvero, chiusa col paletto in camera sua, a pane e acqua per tre giorni, finché non si impadronì di lei il terrore riverenziale che nutriva per il padre. Gabriel Eligio si rese conto che la tensione era arrivata agli estremi, e prese una decisione pure questa estrema ma realizzabile. Attraversò la strada a lunghi passi dalla casa del dottor Barboza fino all’ombra dei mandorli e si piazzò davanti alle due donne che lo aspettavano atterrite col lavoro in grembo.
«Mi faccia il favore di lasciarmi solo per un momento con la signorina»
disse alla zia Francisca. «Ho qualcosa di importante da dire solo a lei.»
«Sfacciato!» gli rispose la zia. «Non c’è nulla che riguardi lei e che io non possa sentire.»
«Allora non glielo dico» disse lui, «ma l’avverto che lei sarà responsabile di qualsiasi cosa accada.»
Luisa Santiaga supplicò la zia che li lasciasse soli, e si addossò il rischio. Allora Gabriel Eligio le disse che accettava che lei facesse il viaggio con i suoi genitori, nel modo e per il tempo che si fosse ritenuto opportuno, ma a patto che gli promettesse con giuramento solenne che si sarebbe sposata con lui. Lei lo fece, compiaciuta, e aggiunse a suo rischio e pericolo che solo la morte avrebbe potuto impedirglielo.
Entrambi disposero di quasi un anno per dimostrare la serietà delle loro promesse, ma né l’uno né l’altra si immaginava quanto avrebbero dovuto pagare. La prima parte del viaggio con una carovana di mulattieri durò due settimane a dorso di mulo lungo i cornicioni della Sierra Nevada.
Con loro c’era Chon, diminutivo affettuoso di Encarnación, la domestica di Wenefrida che si era unita alla famiglia dopo la partenza da Barrancas. Il colonnello conosceva benissimo quella strada irta, dove aveva lasciato una scia di figli nelle notti disparse delle sue guerre, ma la moglie l’aveva preferita senza conoscerla per via dei brutti ricordi della goletta. Per mia madre, che inoltre montava una mula per la prima volta, fu un incubo di soli nudi e acquazzoni feroci, con l’anima sospesa a un filo per via dei vapori soporiferi dei precipizi.
Pensare a un fidanzato incerto, con i suoi vestiti da mezza sera e il violino da alba, sembrava uno scherzo dell’immaginazione. Il quarto giorno, incapace di sopravvivere, minacciò la madre di buttarsi nel crepaccio se non tornavano a casa. Mina, più spaventata di lei, prese la decisione. Ma il capo della cordata le dimostrò sulla mappa che tornare o proseguire era lo stesso. Il sollievo le colse di lì a undici giorni, quando scorsero dall’ultimo cornicione la pianura radiosa di Valledupar.
Prima che fosse consumata la prima tappa, Gabriel Eligio si era assicurato una comunicazione permanente con la fidanzata errante, grazie alla complicità dei telegrafisti dei sette paesi in cui lei e sua madre dovevano fermarsi prima di arrivare a Barrancas. Anche Luisa Santiaga fece la sua parte. Tutta la provincia era satura di Iguaràn e di Cotes, la cui coscienza di casta aveva il potere di un viluppo impenetrabile, e lei riuscì a mettersela dalla sua parte. Questo le permise di intrattenere una corrispondenza febbrile con Gabriel Eligio da Valledupar, dove si fermò tre mesi, fino al termine del viaggio, quasi un anno dopo. Le bastava passare per l’ufficio del telegrafo di ogni paese, con la complicità di una parentela giovane ed entusiasta, per ricevere e rispondere ai messaggi. Chon, la silenziosa, ebbe un ruolo inestimabile, perché portava messaggi nascosti fra i suoi stracci senza inquietare Luisa Santiaga né ferirne il pudore, dal momento che non sapeva leggere né scrivere e sapeva farsi uccidere per un segreto.
Quasi sessantanni dopo, mentre cercavo di ricostruire questi episodi in L’amore ai tempi del colera, domandai a mio padre se nel gergo dei telegrafisti esisteva una parola specifica per l’atto di allacciare un ufficio con un altro. Lui non dovette pensarci due volte: incavicchiare.
La parola è presente nei dizionari, non per l’uso specifico che mi occorreva, ma mi sembrò perfetta per i miei dubbi, in quanto la comunicazione con i diversi uffici va assicurata mediante la connessione di un cavicchio in un pannello di terminali telegrafici. Non ne parlai mai con mio padre. Tuttavia, poco prima della sua morte gli domandai durante un’intervista se lui avesse voluto scrivere un romanzo, e rispose di sì, ma che aveva desistito quando gli avevo rivolto la domanda sul verbo incavicchiare perché in quel momento aveva scoperto che il romanzo che io stavo scrivendo era lo stesso che pensava di scrivere lui.
In quella circostanza ricordò pure un dato occulto che avrebbe potuto far cambiare la direzione delle nostre vite. E fu che a sei mesi di viaggio, quando mia madre si trovava a San Juan del Cesar, arrivò a Gabriel Eligio la soffiata confidenziale che Mina era stata incaricata di preparare il ritorno definitivo della famiglia a Barrancas, una volta cicatrizzati i rancori per la morte di Medardo Pacheco. Gli sembrò assurdo, quando i brutti tempi erano rimasti alle spalle e l’impero assoluto della compagnia bananiera cominciava ad assomigliare al sogno della terra promessa. Ma era pure ragionevole che la testardaggine dei Màrquez Iguaràn li portasse a sacrificare la loro stessa felicità pur di liberare la figlia dagli artigli dello sparviero. La decisione immediata di Gabriel Eligio fu di chiedere il suo trasferimento all’ufficio del telegrafo di Riohacha, a una ventina di leghe da Barrancas. Non era possibile ma gli promisero di tenere presente la richiesta.
Luisa Santiaga non riuscì a capire le idee segrete della madre, ma non osò neppure negarle, perché aveva destato la sua attenzione il fatto che quanto più si avvicinavano a Barrancas e tanto più sospirosa e serena le sembrava. Neppure Chon, confidente di tutti, le fornì qualche pista. Per fare un po’ di chiarezza, Luisa Santiaga disse alla madre che le sarebbe piaciuto molto fermarsi a vivere a Barrancas. La madre ebbe un istante di esitanza ma non si azzardò a dire nulla, e alla figlia rimase l’impressione di essere passata vicinissima al segreto. Inquieta, si abbandonò all’azzardo delle carte con una zingara di strada che non le fornì indizi sul suo futuro a Barrancas. Ma le annunciò, invece, che non ci sarebbero stati ostacoli quanto a una vita lunga e felice con un uomo remoto che conosceva appena ma che l’avrebbe amata fino alla morte. La descrizione che fece di lui le restituì l’anima al corpo, perché gli trovò tratti comuni col suo fidanzato, soprattutto nel modo d’essere. Infine le predisse senza un’ombra di dubbio che avrebbe avuto sei figli con lui. «Morii di spavento» disse mia madre la prima volta che me lo raccontò, senza neppure immaginarsi che il numero reale dei suoi figli sarebbe stato quasi il doppio. Entrambi considerarono la predizione con tanto entusiasmo, che la corrispondenza telegrafica smise allora di essere un concerto di intenzioni illusorie, e divenne metodica e pratica, e più intensa che mai. Fissarono date, stabilirono modalità, e impegnarono le loro vite nella risoluzione comune di sposarsi senza consultare nessuno, ovunque e comunque, quando si fossero ritrovati.
Luisa Santiaga fu così fedele all’impegno, che nel villaggio di Fonseca non le sembrò opportuno partecipare a un ballo di gala senza il consenso del fidanzato. Gabriel Eligio si trovava nell’amaca a sudare una febbre di quaranta gradi quando risuonò il segnale di un appuntamento telegrafico urgente. Era il telegrafista di Fonseca. Per sua completa sicurezza, lei domandò chi stesse battendo sul tasto al termine della catena. Più attonito che lusingato, il fidanzato trasmise una frase di identificazione: “Le dica che sono il suo figlioccio”. Mia madre riconobbe la parola d’ordine, e rimase al ballo fino alle sette del mattino, allorché dovette cambiarsi d’abito di gran corsa per non arrivare tardi a messa.
A Barrancas non trovarono la minima traccia di rancore nei confronti della famiglia. Al contrario, tra i parenti di Medardo Pacheco prevaleva una disposizione cristiana al perdono e all’oblio diciassette anni dopo la disgrazia. L’accoglienza del parentado si rivelò così calorosa che allora fu Luisa Santiaga a pensare alla possibilità che la famiglia facesse ritorno in quella gora della sierra così diversa dal caldo e dalla polvere, come pure dai sabati sanguinosi e dai fantasmi decapitati di Aracataca. Si spinse fino a suggerirlo a Gabriel Eligio, sempre che questi ottenesse il suo trasferimento a Riohacha, e lui fu d’accordo. In quei giorni, però, si venne infine a sapere non solo che la versione del trasferimento era carente di ogni realtà ma pure che nessuno la voleva meno di Mina. Così venne messo in chiaro in una lettera di risposta che lei mandò a suo figlio Juan de Dios, allorché questi le scrisse temendo che tornassero a Barrancas quando non erano ancora trascorsi vent’anni dalla morte di Medardo Pacheco. Fu sempre così convinto del fatalismo della legge guajira, che si oppose al figlio Eduardo che voleva prestare il servizio di medicina sociale a Barrancas mezzo secolo dopo.
Al di là di ogni timore, fu lì che in tre giorni si sciolsero tutti i nodi della situazione. Lo stesso martedì in cui Luisa Santiaga confermò a Gabriel Eligio che Mina non intendeva trasferirsi a Barrancas, a lui annunciarono che, per morte improvvisa del titolare, l’ufficio del telegrafo di Riohacha era a sua disposizione. Il giorno dopo, Mina vuotò i cassetti della dispensa cercando certe forbici per trinciare la carne, e senza che ce ne fosse bisogno scoperchiò la scatola di gallette inglesi in cui la figlia nascondeva i suoi telegrammi d’amore. Fu tanta la sua rabbia che riuscì a dirle solo uno degli improperi celebri che era solita improvvisare nei suoi momenti critici: «Dio perdona tutto meno la disobbedienza.» Quel fine settimana si recarono a Riohacha perché la domenica intendevano prendere la goletta di Santa Marta.
Nessuna delle due fu consapevole della notte terribile sferzata dalla buriana di febbraio: la madre annichilita dalla sconfitta, e la figlia spaventata ma felice.
La terra ferma restituì a Mina la padronanza di sé perduta con la scoperta delle lettere. Proseguì da sola per Aracataca il giorno dopo col treno locale delle sette, e lasciò Luisa Santiaga a Santa Marta in custodia a suo figlio Juan de Dios, sicura di metterla in salvo dai diavoli dell’amore.
Fu tutto il contrario: Gabriel Eligio era allora in viaggio da Aracataca per Santa Marta, risoluto a vederla ogni volta che fosse possibile. Lo zio Juan aveva deciso di non prendere partito, ancora scottato dalla sua dura esperienza, ma nel momento della verità si ritrovò catturato fra l’adorazione per la sorella e la venerazione per i genitori, e si rifugiò in una formula tipica della sua bontà proverbiale: concesse che i fidanzati si vedessero fuori casa sua, però mai da soli e senza che lui ne fosse informato. Dilia Caballero, sua moglie, che lo perdonava ma non dimenticava, ordì per la cognata le stesse casualità infallibili e i sotterfugi abilissimi con cui lei si era sottratta alla vigilanza dei suoi suoceri. Gabriel e Luisa cominciarono a vedersi in casa di amici, ma poco a poco si arrischiarono in luoghi pubblici poco frequentati.
Infine osarono chiacchierare alla finestra quando lo zio Juan non c’era, la fidanzata in salotto e il fidanzato in strada, fedeli all’impegno di non vedersi dentro la casa. La finestra sembrava fatta apposta per gli amori contrastati, attraverso un’inferriata andalusa a grandezza d’uomo e con una cornice di rampicanti, fra cui qualche volta non mancò una fragranza di gelsomini nel sopore della notte. Dilia aveva previsto ogni cosa, persino la complicità di alcuni vicini che tramite fischi cifrati avrebbero avvertito i fidanzati di un pericolo imminente. Tuttavia, una sera vennero meno tutte le cautele, e Juan de Dios si arrese alla verità. Dilia approfittò dell’occasione per invitare i fidanzati ad accomodarsi in salotto con le finestre aperte affinché spartissero il loro amore col mondo. Mia madre non dimenticò mai il sospiro del fratello: «Che sollievo!»
In quei giorni Gabriel Eligio ricevette la nomina ufficiale all’ufficio del telegrafo di Riohacha. Temendo una nuova separazione, mia madre si appellò allora a monsignor Pedro Espejo, attuale vicario della diocesi, con la speranza che la sposasse senza il permesso dei genitori. La rispettabilità di monsignore aveva raggiunto una tale forza che molti fedeli la confondevano con la santità, e c’era chi assisteva alle sue messe solo per constatare se davvero si alzava di diversi centimetri sopra il livello del pavimento al momento dell’elevazione. Quando Luisa Santiaga sollecitò il suo aiuto, lui diede un’ennesima prova che la santità è uno dei privilegi dell’intelligenza. Rifiutò di intervenire all’interno di una famiglia così gelosa della sua intimità, ma optò per l’alternativa segreta di informarsi su quella di mio padre attraverso la curia. Il parroco di Sincé passò sopra le liberalità di Argemira Garcia, e rispose con una formula benevola: “Si tratta di una famiglia rispettabile anche se poco devota. Il Monsignore si trattenne allora con i fidanzati, insieme e separatamente, e scrisse una lettera a Nicolàs e Tranquillina in cui espresse la sua certezza emozionata che non c’era potere umano capace di sconfiggere quell’amore cocciuto. I miei nonni, vinti dal potere di Dio, accettarono di voltare la dolente pagina, e lasciarono a Juan de Dios pieni poteri per organizzare le nozze a Santa Vlarta. Ma non vi presero parte, limitandosi a inviare Francisca Simodosea come madrina.
Si sposarono l‘11 giugno 1926 nella cattedrale di Santa Marta, con quaranta minuti di ritardo, perché la sposa aveva dimenticato la data e dovettero svegliarla quando le otto del mattino erano passate. Quella sera stessa salirono ancora una volta sulla goletta degli spaventi affinché Gabriel Eligio prendesse possesso dell’ufficio del telegrafo di Riohacha, e passarono la loro prima notte in castità sconfitti dal mal di mare.
Mia madre rimpiangeva tanto la casa in cui aveva passato la luna di miele, che noi, suoi figli più grandi, avremmo potuto descriverla Stanza per stanza come se vi avessimo vissuto, e ancora oggi continua a essere uno dei miei falsi ricordi. Tuttavia, la prima volta che andai realmente alla penisola della Guajira, poco prima dei miei sessant’anni, mi stupì che la casa annessa all’ufficio del telegrafo non avesse nulla a che vedere con quella del mio ricordo. E la Riohacha idilliaca che fin da bambino portavo dentro il cuore, con le sue vie di salnitro che scendevano verso un mare di fango, erano solo sogni imprestati dai miei nonni. Anzi, adesso che conosco Riohacha, riesco a visualizzarla non così com’è, ma come l’avevo costruita pietra su pietra nella mia immaginazione.
Due mesi dopo le nozze, Juan de Dios ricevette un telegramma di mio padre in cui si annunciava che Luisa Santiaga era incinta. La notizia sconvolse sino alle fondamenta la casa di Aracataca, dove Mina non si era ancora ripresa dalla sua amarezza, e sia lei sia il colonnello deposero le armi affinché i novelli sposi tornassero da loro. Non fu facile. Dopo una resistenza dignitosa e ragionata di diversi mesi, Gabriel Eligio accettò che la moglie partorisse in casa dei genitori.
Poco dopo mio nonno lo accolse alla stazione ferroviaria con una frase che rimase incorniciata nell’oro dentro il libro della storia della famiglia. «Sono pronto a darle tutte le soddisfazioni che siano necessarie.» La nonna rinnovò la camera da letto che fino ad allora era stata sua, e lì installò i miei genitori. Nel corso dell’anno, Gabriel Eligio si dimise dal suo buon lavoro di telegrafista e consacrò il suo talento di autodidatta a una scienza in disgrazia: l’omeopatia. Il nonno, per gratitudine o per rimorso, intervenne presso le autorità e ottenne che la via in cui abitavamo a Aracataca portasse il nome che porta ancora: Avenida Monsefior Espejo.
Fu così che nacque a Aracataca il primo di sette maschi e quattro femmine, il 6 marzo 1927, sotto un acquazzone torrenziale fuori stagione, mentre il segno del Toro ascendeva nel cielo. Stava per essere strangolato dal cordone ombelicale, perché la mammana della famiglia, Santos Villero, aveva perso il dominio sulla sua arte nel momento peggiore. Ma più ancora lo perse la zia Francisca, che corse fino alla porta di strada cacciando urla da incendio:
«Maschio! Maschio!» E subito dopo, come suonando a martello: «Del rum, che sta soffocando!»
la famiglia ritiene che il rum non fosse per festeggiare ma per rianimare con frizioni il neonato. La signora Juana de Freytes, che fece la sua entrata provvidenziale nella camera da letto, mi raccontò più volte che il rischio più grave non era il cordone ombelicale, ma una brutta posizione di mia madre sul letto. Lei gliela corresse in tempo, ma non fu facile rianimarmi, sicché la zia Francisca mi versò l’acqua battesimale di emergenza. Avrei dovuto chiamarmi Olegario, che era il santo del giorno, ma nessuno aveva a portata di mano il libro dei santi, sicché mi misero d’urgenza il primo nome di mio padre seguito da quello di José, dal falegname san Giuseppe, che era patrono di Aracataca e perché si era nel suo mese di marzo. La signora Juana de Freytes propose un terzo nome in memoria della riconciliazione generale che c’era stata tra famiglie e amici con la mia venuta al mondo, ma nell’atto di battesimo ufficiale che mi fecero tre anni dopo dimenticarono di metterlo: Gabriel José de la Concordia.
CAPITOLO 2.
Il giorno in cui andai con mia madre a vendere la casa ricordavo tutto quanto mi aveva colpito durante l’infanzia, ma non ero sicuro di cosa venisse prima e cosa venisse dopo, né cosa significasse tutto questo nella mia vita. Ero appena consapevole che, in mezzo al falso splendore della compagnia bananiera, il matrimonio dei miei genitori era ormai inscritto nel processo che avrebbe toccato il culmine con la decadenza di Aracataca. Fin da quando ebbi la capacità di ricordare, sentii ripetere, dapprima con molta cautela, poi ad alta voce o con allarme, la frase fatidica: «Dicono che la compagnia se ne va.» Tuttavia, o nessuno ci credeva o nessuno osò pensare ai suoi scempi.
La versione di mia madre presentava cifre così esigue e la scena era così povera per un dramma grandioso come quello che avevo immaginato io, che mi produsse un senso di frustrazione. In seguito parlai con sopravvissuti e testimoni e frugai in collezioni di giornali e documenti ufficiali, e mi resi conto che la verità non era da nessuna parte. I conformisti dicevano, infatti, che non c’erano stati morti. Quelli dell’estremità opposta affermavano senza un tremito nella voce che erano stati più di cento, che li avevano visti dissanguarsi nella piazza e che se li erano portati via su un treno merci per buttarli in mare come le banane di scarto. Sicché la mia verità rimase intorbidata per sempre in qualche punto impalpabile fra le due estremità. Tuttavia, fu così persistente che in uno dei miei romanzi riferii il massacro con la precisione e l’orrore con cui l’avevo incubato per anni e anni nella mia immaginazione.
Fu così che la cifra dei morti la mantenni a tremila, per conservare le proporzioni epiche del dramma, e la vita reale finì per rendermi giustizia: poco tempo fa, in uno degli anniversari della tragedia, l’oratore di turno al Senato chiese un minuto di silenzio in memoria dei tremila martiri anonimi sacrificati dalla forza pubblica.
Il massacro della compagnia bananiera fu il culmine di quelli precedenti, ma con in più il fatto che i capi erano stati additati quali comunisti, e forse lo erano. Il più famoso e ricercato, Eduardo Mahecha, lo conobbi per caso nel carcere di Barranquilla nei giorni in cui andai con mia madre a vendere la casa, e allacciai con lui una buona amicizia non appena mi presentai come il nipote di Nicolàs Marquez. Fu lui a rivelarmi che il nonno non era stato neutrale bensì un mediatore nello sciopero del 1928, e lo riteneva un uomo giusto. Sicché mi completò l’idea che avevo sempre avuto del massacro ed ebbi una visione più oggettiva del conflitto sociale. L’unica discrepanza fra i ricordi di tutti fu in merito al numero dei morti, che comunque non sarà l’unica incognita della nostra storia.
Così tante versioni divergenti sono state la causa dei miei falsi ricordi. Fra questi, il più persistente è quello di me stesso sulla soglia della casa con un casco da prussiano e una doppietta giocattolo, mentre guardavo sfilare sotto i mandorli il battaglione dei cachacos sudati. Uno degli ufficiali che li comandava in uniforme da parata mi salutò mentre passava:
«Arrivederci, capitano Gabi.»
Il ricordo è nitido, ma non c’è possibilità che sia vero. L’uniforme, il casco e la doppietta coesistettero, ma circa due anni dopo lo sciopero e quando non c’erano più truppe in assetto di guerra a Cataca. Molteplici casi come questo mi crearono nella casa la cattiva reputazione di uno che aveva ricordi intrauterini e faceva sogni premonitori.
Queste erano le condizioni del mondo allorché cominciai a prendere consapevolezza del mio ambito familiare e non riesco a evocarlo altrimenti: dolori, rimpianti, incertezze, nella solitudine di una casa immensa. Per anni mi sembrò che quell’epoca si fosse per me trasformata in un incubo ricorrente di quasi tutte le notti, perché al mattino mi destavo con lo stesso terrore che nella camera dei santi. Durante l’adolescenza, interno in un collegio gelido sulle Ande, mi svegliavo piangendo nel mezzo della notte. Mi ci è voluta questa vecchiaia senza rimorsi per capire che la sventura dei nonni nella casa di Cataca fu che rimasero sempre incagliati nelle loro nostalgie, e tanto più quanto più si accanivano a esorcizzarle.
Più semplice ancora: si trovavano a Cataca ma continuavano a vivere nella provincia di Padilla, che pure oggi chiamiamo sempre la Provincia, senza altri riferimenti, come se fosse l’unica al mondo. Forse, senza neppure pensarci, avevano costruito la casa di Cataca come una replica cerimoniale della casa di Barrancas, dalle cui finestre si vedeva, dall’altra parte della strada, il cimitero triste dov’era sepolto Medardo Pacheco. A Cataca erano amati e rispettati, ma le loro vite erano soggette alla servitù della terra in cui erano nati. Si trincerarono nei loro gusti, nelle loro credenze, nei loro pregiudizi, e serrarono le fila davanti a qualsiasi cosa fosse diversa.
Le loro amicizie più strette erano innanzitutto quelle che venivano dalla Provincia. La lingua domestica era quella che i nonni avevano portato dalla Spagna attraverso il Venezuela nel secolo precedente, rivitalizzata da localismi caraibici, africanismi degli schiavi e scampoli della lingua guajira, che a goccia a goccia filtravano nella nostra. La nonna se ne serviva per depistarmi senza sapere che io la capivo benissimo per via dei miei rapporti diretti con la servitù. Ne ricordo ancora molti: atunkeshi, ho sonno; jamusaitshi taya, ho fame; ipuwots, la donna incinta; arijuna, il forestiero, che mia nonna!
usava in un certo senso per indicare lo spagnolo, l’uomo bianco e in fin dei conti il nemico. Quanto ai guajiros, parlarono sempre una specie di spagnolo senza ossa con bagliori radiosi, come lo stesso dialetto di Chon, con una precisione affettata che mia nonna le proibì perché rinviava senza rimedio a un equivoco: “Le labbra della bocca”.
La giornata era incompleta finché non arrivavano le notizie su chi era nato a Barrancas, su quanti erano stati uccisi dal toro nel recinto di Fonseca, su chi si era sposato a Manaure o era morto a Riohacha, su come si era svegliato il generale Socarràs che era grave a San Juan del Cesar. Al commissariato della compagnia bananiera si vendevano a prezzi d’occasione le mele della California avvolte in carta di riso, i pagri pietrificati dal gelo, i prosciutti della Galizia, le olive greche.
Tuttavia, niente si mangiava nella casa che non venisse insaporito nel brodo delle nostalgie: la malanga della minestra doveva essere di Riohacha, il mais per le focaccine della colazione doveva essere di Fonseca, le capre venivano allevate col sale della Guajira e le tartarughe e le aragoste le portavano vive da Dibuya.
Sicché la maggior parte dei visitatori che arrivavano ogni giorno col treno venivano dalla Provincia o erano stati mandati da qualcuno di là.
Sempre gli stessi cognomi: i Riascos, i Noguera, gli Ovalle, spesso incrociati con le tribù sacramentali dei Cotes e degli Iguaràn. Erano di passaggio, senza null’altro che lo zaino in spalla, e sebbene non annunciassero la visita era previsto che si fermassero a pranzo. Non ho mai dimenticato la frase quasi rituale della nonna quando entrava in cucina: “Bisogna preparare di tutto, perché non si sa cosa piacerà a quelli che possono arrivare”.
Quello spirito di evasione perpetua si reggeva su una lealtà geografica.
La Provincia aveva l’autonomia di un mondo a sé e un’unità culturale compatta e antica, in una spaccatura ferace tra la Sierra Nevada di Santa Marta e la Sierra del Perijà, nei Caraibi colombiani. Le sue comunicazioni erano più facili col mondo che col resto del paese, perché la sua vita quotidiana si identificava meglio con le Antille per il traffico facile con la Giamaica o Curacao, e quasi si confondeva con quella del Venezuela attraverso una frontiera dalle porte aperte che non faceva distinzioni di ranghi e di colori. Dall’interno del paese, che cuoceva a fuoco lento nella stessa salsa, arrivava appena la ruggine del potere: le leggi, le tasse, i soldati, le brutte notizie incubate a due milacinquecento metri di altitudine e a otto giorni navigazione lungo il fiume Magdalena su un battello; vapore alimentato a legna.
Quella natura insulare aveva generato una cultura stagna con un suo carattere che i nonni trapiantarono a Cataca. Più che un singolo focolare, la casa era un paese. C’erano sempre diversi turni a tavola, ma i primi due posti erano sacri fin da quando avevo compiuto due anni: il colonnello a capotavola e io alla sua destra. Gli altri posti venivano occupati prima dagli uomini e poi alle donne, ma sempre separati. Queste regole erano infrante durante le feste nazionali del 20 luglio, e il pranzo a turni si protraeva finché non avessero mangiato tutti.
Di sera non si serviva a tavola, ma si distribuivano scodelle di caffelatte in cucina, con la squisita pasticceria della nonna.
Quando si chiudevano le porte, ognuno appendeva la sua amaca dove poteva, a diversi livelli, persino agli alberi del cortile.
Una delle grandi fantasie di quegli anni la vissi un giorno in cui arrivò nella casa un gruppo di uomini uguali con abiti, stivali e speroni da cavallerizzi, e tutti con una croce di cenere dipinta sulla fronte. Erano i figli generati dal colonnello nella Provincia durante la guerra dei Mille Giorni, che venivano dai loro villaggi per fargli gli auguri di buon compleanno con un mese di ritardo. Prima di recarsi alla casa avevano sentito la messa del mercoledì delle ceneri, e la croce che padre Angarita aveva disegnato sulle loro fronti mi sembrò un emblema sovrannaturale il cui mistero mi avrebbe perseguitato per anni, anche dopo aver familiarizzato con la liturgia della Settimana Santa.
La maggior parte di loro era nata dopo il matrimonio dei miei nonni.
Mina li registrava con nome e cognome in un taccuino non appena aveva notizia della loro nascita, e con un’indulgenza difficile finiva per includerli con tutto il cuore nella contabilità della famiglia. Ma né a lei né ad altri era stato facile distinguerli prima di quella visita rumorosa in cui ognuno rivelò il suo peculiare modo di essere. Erano seri e laboriosi, uomini di casa, gente di pace, che tuttavia non temevano di perdere la testa nella vertigine della bisboccia. Ruppero le stoviglie, scompigliarono i roseti inseguendo un vitello per giocarci alla corrida, uccisero a pistolettate le galline per il sancocho e liberarono un maiale scivoloso che travolse le ricamatrici sulla veranda, ma nessuno si lamentò di quei danni per via della ventata di gioia che portavano.
Continuai a vedere spesso Esteban Carrillo, gemello della zia Elvira ed esperto nelle arti manuali, che viaggiava con una cassetta di attrezzi per riparare gratis qualsiasi guasto nelle case che visitava. Col suo senso dell’umorismo e la sua buona memoria mi riempì numerosi vuoti che sembravano incolmabili nella storia della famiglia. Durante l’adolescenza frequentai pure mio zio Nicolàs Gómez, un biondo intenso con lentiggini rosse che diede sempre spicco al suo buon lavoro di bottegaio nell’antica colonia penale di Fundación. Colpito dalla mia buona reputazione di caso disperato, mi salutava con una borsa per il mercato piena piena per proseguire il viaggio. Rafael Arias arrivava sempre di passaggio e di fretta su una mula e vestito come un cavallerizzo, appena col tempo per un caffè in piedi nella cucina. Gli altri li incontrai dispersi nei viaggi di nostalgia che feci più tardi nei paesi della Provincia per scrivere i miei primi romanzi, e sempre rimpiansi la croce di cenere sulla fronte come un segno inconfondibile dell’identità familiare.
Anni dopo che erano morti i nonni e che era stata abbandonata al suo destino la casa signorile, arrivai a Fundación col treno della notte e mi sedetti nell’unico spaccio di cibo aperto a quell’ora nella stazione. Rimaneva poco da servire, ma la proprietaria improvvisò un buon piatto in mio onore. Era chiacchierona e servizievole, e in fondo a quelle virtù docili mi sembrò di cogliere il carattere forte delle donne della tribù. Lo constatai anni dopo: la bella locandiera era Sara Noriega, un’altra delle mie zie sconosciute.
Apolinar, l’antico schiavo piccolo e massiccio che avevo sempre ricordato come uno zio, scomparve dalla casa per anni, e una sera ricomparve senza motivo, vestito a lutto con un abito di panno nero e un cappello enorme, pure questo nero, tirato fin sugli occhi taciturni.
Passando per la cucina disse che veniva per il funerale, ma nessuno lo capì fino al giorno dopo, quando arrivò la notizia che il nonno era appena morto a Santa Marta, dove l’avevano portato d’urgenza e in segreto.
L’unico degli zii che ebbe una risonanza pubblica fu il maggiore di tutti e l’unico conservatore, José Maria Valdeblànquez, che era stato senatore della Repubblica! durante la guerra dei Mille Giorni, e in quel ruolo aveva assistito alla firma della resa liberale nella vicina tenuta di Neerlandia. Di fronte a lui, dalla parte dei vinti, c’era suo padre.
Credo che l’essenza del mio modo d’essere e di pensare la devo in realtà alle donne della famiglia e alle molte della servitù che ebbero cura della mia infanzia. Avevano un carattere forte e un cuore tenero, e mi trattavano con la naturalezza del paradiso terrestre. Fra le molte che ricordo, Lucia fu l’unica che mi stupì con la sua malizia puerile, quando mi portò nel viottolo dei rospi e si alzò la sottana fino alla vita per mostrarmi il suo pelo ramato e scarruffato. Tuttavia, ad attrarre il mio sguardo fu la macchia di un’eruzione cutanea che si allargava sul suo ventre come un mappamondo con dune viola e oceani gialli. Le altre sembravano arcangeli di purezza: si cambiavano la biancheria davanti a me, mi facevano il bagno mentre si facevano il bagno, mi accomodavano sul mio vaso da notte e si accomodavano sui loro davanti a me per sfogarsi dei loro segreti, delle loro pene, dei loro rancori, come se io non capissi, senza rendersi conto che sapevo tutto perché annodavo i fili che loro stesse mi lasciavano sciolti.
Chon era della servitù e della strada. Era arrivata da Barrancas insieme ai nonni quand’era ancora bambina, aveva finito di crescere nella cucina ma assimilata alla famiglia, e il modo in cui la trattavano era quello di una zia guardiana dopo che aveva fatto la peregrinazione fino alla Provincia con mia madre innamorata. Nei suoi ultimi anni si trasferì in una camera tutta sua nella parte più povera del paese, solo perché così aveva voluto lei, e viveva del riso macinato per le focaccine che vendeva per strada fin dall’alba, con un grido che divenne familiare nel silenzio dell’alba: «Il buon riso macinato della vecchia Chon.»
Aveva un bel colore di india e da sempre parve fatta di sole ossa, e camminava scalza, con un turbante bianco e avvolta in lenzuola inamidate. Avanzava piano piano nel mezzo della via, con una scorta di cani mansueti e silenziosi che procedevano girandole intorno. Finì per entrare nel folclore del paese. A certi carnevali comparve una maschera identica a lei, con le sue lenzuola e il suo grido, anche se non erano riusciti ad ammaestrare una guardia di cani come la sua. Il suo grido del buon riso macinato divenne così popolare che fu motivo di una canzone di fisarmonicisti. Una brutta mattina due cani randagi attaccarono i suoi, e questi si difesero con una tale ferocia che Chon cadde a terra con la spina dorsale fratturata. Non sopravvisse, malgrado le molte cure mediche che le procurò il nonno.
Un altro ricordo rivelatore di quel tempo fu il parto di Matilde Armenta, una lavandaia che aveva lavorato nella casa quando io ero sui sei anni. Entrai nella sua camera per sbaglio e la trovai nuda a gambe spalancate sopra una branda, mentre ululava di dolore fra una combriccola di comari senza ordine né ragione che si erano spartite il suo corpo per aiutarla a partorire tra un grido e l’altro.
Una le tergeva il sudore della faccia con un asciugamani bagnato, altre le stringevano con forza le braccia e le gambe e le facevano massaggi sul ventre per accelerare il parto.
Santos Villero, impassibile in mezzo al disordine, mormorava orazioni da mare calmo con gli occhi chiusi mentre sembrava scavare fra le cosce della partoriente. Il caldo era insopportabile nella camera piena di fumo per via delle pentole di acqua bollente che portavano dalla cucina. Me ne rimasi in un angolo, diviso fra lo spavento e la curiosità, finché la mammana non tirò fuori per le caviglie una cosa in carne viva come un vitello neonato, con un budello sanguinolento appeso all’ombelico. Una delle donne mi scoprì allora nell’angolo e mi trascinò fuori dalla stanza.
«Sei in peccato mortale» mi disse. E mi ordinò con un dito minaccioso:
«Non ricordare mai più quello che hai visto.»
Invece, la donna che davvero mi tolse l’innocenza non se l’era proposto né lo seppe mai. Si chiamava nidad, era figlia di qualcuno che lavorava nella casa, cominciava appena a fiorire in una primavera mortale. Era sui tredici anni, ma portava ancora i vestiti di quando ne aveva nove, e le stavano così stretti sul corpo che sembrava più nuda che senza abiti.
Una sera in cui eravamo soli nel cortile fece improvvisa irruzione una musica di banda dalla casa vicina e Trinidad si mise a farmi ballare con un braccio tanto stretto che mi lasciò senza respiro. Non so cosa ne fu di lei, ma ancora oggi mi sveglio nel mezzo della notte turbato dalla commozione, so che potrei riconoscerla nel buio dal tatto di ogni centimetro della sua pelle e dal suo odore animale. In un istante presi consapevolezza del mio corpo con una chiaroveggenza degli istinti che non risentii mai più, che mi azzardo a ricordare come una morte squisita. da allora seppi in qualche modo confuso e irreale che c’era un mistero insondabile che io non conoscevo,: che mi turbava come se l’avessi saputo. Al contrario, le donne della famiglia mi guidarono sempre sulla rotta arida della castità.
La perdita dell’innocenza mi insegnò al contempo che non era il Bambino Gesù a portarci i giocattoli a Natale, ma badai a non dirlo. A dieci anni, mio padre me lo rivelò come un segreto degli adulti, perché dava per scontato che lo sapessi, e mi portò nei negozi della vigilia a scegliere i giocattoli per i miei fratelli. La stessa cosa mi era accaduta col mistero del parto prima che assistessi a quello di Matilde Armenta: mi strozzavo dal ridere quando dicevano che i bambini li portava da Parigi una cicogna. Ma devo confessare che né allora né adesso sono riuscito a mettere in rapporto il parto col sesso. Comunque sia, penso che la mia intimità con la servitù può essere stata l’origine di un filo di comunicazione segreta che credo di avere con le donne, e che nel corso della mia vita mi ha permesso di sentirmi più a mio agio e sicuro con loro che fra gli uomini. Sempre di lì può venire la mia convinzione che sono loro a reggere il mondo, mentre noi uomini lo disordiniamo con la nostra brutalità storica.
Sara Emilia Màrquez, senza saperlo, ebbe a che vedere col mio destino.
Ricercata fin da molto giovane da pretendenti che non si degnava neppure di guardare, scelse il primo che le piacque, e per sempre. Il prescelto aveva qualcosa in comune con mio padre, perché era un forestiero arrivato non si sapeva da dove né come, con una buona storia alle spalle, ma senza mezzi noti. Si chiamava José del Carmen Uribe Vergei, ma talvolta si chiamava solo J. del C. Passò qualche tempo prima che si riuscisse a sapere chi era in realtà e da dove veniva, finché non lo si scoprì dai discorsi che scriveva dietro incarico e per funzionari pubblici, e dai versi d’amore che pubblicava sulla sua stessa rivista culturale, la cui frequenza dipendeva dalla volontà di Dio. Non appena comparve nella casa provai una grande ammirazione per la sua fama di scrittore, il primo che conobbi nella mia vita. Subito volli essere uguale a lui, e non fui contento finché la zia Marna non ebbe imparato a pettinarmi come lui.
Fui il primo della famiglia che venne a conoscenza dei suoi amori segreti, una sera in cui entrò nella casa davanti alla nostra dove io giocavo con amici. Mi chiamò in disparte, in uno stato di tensione evidente, e mi diede una lettera per Sara Emilia. Io sapevo che era seduta sulla soglia di casa nostra in attesa della visita di un’amica.
Attraversai la strada, mi nascosi dietro uno dei mandorli e lanciai la lettera con tale precisione che le cadde in grembo. Spaventata, alzò le mani, ma il grido le rimase in gola quando riconobbe la grafia sulla busta. Sara Emilia e J. del C. furono amici miei fin da allora.
Elvira Carrillo, sorella gemella dello zio Esteban, torceva e strizzava una canna da zucchero con le mani e ne spremeva il succo con la forza di un frantoio. Era famosa più per la sua franchezza brutale che per la tenerezza con cui sapeva badare ai bambini, soprattutto a mio fratello Luis Enrique, un anno minore di me, di cui fu al contempo sovrana e complice, e che la battezzò col nome imperscrutabile di zia Pa. La sua specialità furono sempre i problemi impossibili. Lei e Esteban furono i primi ad arrivare alla casa di Cataca, ma mentre lui trovò la sua via in ogni sorta di lavori e affari fruttuosi, lei rimase una zia indispensabile alla famiglia senza mai rendersi conto di esserlo stata.
Spariva quando non era necessaria, ma quando lo era non si seppe mai come né da dove venisse. Nei suoi brutti momenti parlava da sola mentre rimestava nella pentola, e rivelava ad alta voce dove si trovavano le cose ritenute perse. Rimase nella casa quando ebbe finito di seppellire i più vecchi, mentre la malerba divorava lo spazio palmo a palmo e gli animali erravano per le camere da letto, turbata fin dalla mezzanotte per via di una tosse di oltretomba nella camera accanto.
Francisca Simodosea, la zia Marna, la generalessa della tribù morta vergine a settantanove anni, era diversa da tutti nelle sue abitudini e nel suo linguaggio. La sua cultura non era della Provincia, ma del paradiso feudale delle savane di Bolivar, dove suo padre, José Maria Mejia Vidal, era emigrato giovanissimo da Riohacha con le sue arti da orefice. Si era lasciata crescere fino alle ginocchia la chioma di crini nerissimi che resistettero alla canizie fino a una vecchiaia molto avanzata. Se la lavava con acque di essenze una volta alla settimana, e si sedeva a pettinarsi sulla soglia della sua camera da letto secondo un cerimoniale sacro di diverse ore, consumando senza tregua certe sigarette di tabacco grezzo che fumava al contrario, col fuoco dentro la bocca, come facevano le truppe liberali per non essere scoperte dal nemico nel buio della notte. Anche il suo modo di vestire era diverso, con gonnelle e corpetti di lino immacolato e babbucce di velluto.
Al contrario del purismo castigliano della nonna, la lingua di Marna era la più ricca di gergo popolare. Non la dissimulava dinanzi a nessuno e in nessuna circostanza, e a tutti cantava chiare in faccia le sue verità. Inclusa una monaca, maestra di mia madre al collegio di Santa Marta, che aveva bloccato bruscamente in seguito a un’impertinenza: «Lei è una di quelle che confondono il culo col cervello.» Però, riuscì sempre a cavarsela in modo da non sembrare grossolana né insultante.
Per mezza vita fu la depositaria delle chiavi del cimitero, compilava e consegnava i certificati di morte e preparava in casa le ostie per la messa. Fu l’unica persona della famiglia, di qualsiasi sesso, che non sembrava aver conficcata nel cuore una pena d’amore contrariato. Ne prendemmo coscienza una sera in cui il medico si preparava a metterle una sonda, e lei glielo impedì per un motivo che allora non intesi:
«L’avverto, dottore, che non ho mai conosciuto un solo uomo.»
Da allora innanzi continuai a sentirla parlare spesso cosi, eppure non mi sembrò mai gloriosa né pentita, ma come di un fatto compiuto che non aveva lasciato tracce nella sua vita. Invece, era una pronuba rinomata che dovette soffrire nel suo doppio gioco di preparare il letto ai miei genitori senza essere sleale con Mina,
Ho l’impressione che si intendesse meglio con i bambini che con gli adulti. Fu lei a occuparsi di Sara Emilia! finché questa non si trasferì sola nella stanza dei quaderni di Calleja. Allora accolse Margot e me al suo posto, sebbene la nonna seguitasse a occuparsi della mia pulizia personale e il nonno badasse alla mia formazione di uomo.
Il mio ricordo più inquietante di quei tempi è quello della zia Petra, sorella maggiore del nonno, che se n’era andata da Riohacha per abitare con loro quand’era rimasta cieca. Viveva nel vano attiguo all’ufficio, lì dove in seguito ci sarebbe stata l’oreficeria, e sviluppò una destrezza magica per sbrogliarsela nelle sue tenebre, senza l’aiuto di nessuno. La ricordo ancora quasi fosse ieri, che camminava senza bastone come con i suoi due occhi, lenta ma senza dubbi, e che si guidava solo aspirando i diversi odori. Riconosceva la sua camera dal vapore dell’acido muriatico nell’oreficeria accanto, la veranda dal profumo dei gelsomini del giardino, la camera da letto dei nonni dall’odore dell’alcol di legna che entrambi usavano per massaggiarsi il corpo prima di addormentarsi, la camera della zia Marna dall’odor dell’olio nelle lampade sull’altare e, in fondo al corridoio, l’odore succulento della cucina. Era snella e riservata, con una pelle di gigli appassiti, una chioma radiosa color madreperla che portava sciolta fino alla vita, e di cui si occupava lei stessa. Le sue pupille verdi e diafane da adolescente cambiavano luce secondo gli stati d’animo. Comunque le sue erano passeggiate casuali, perché passava tutto il giorno nella camera con la porta socchiusa e quasi sempre sola. Talvolta cantava con sussurri per se stessa, e la sua voce poteva essere confusa con quella di Mina, ma le sue canzoni erano diverse e più tristi. Sentii qualcuno dire che erano romanze di Riohacha, ma solo da adulto venni a sapere che in realtà le inventava lei stessa a mano a mano che le cantava.
Due o tre volte non riuscii a resistere alla tentazione di entrare nella sua camera senza che nessuno se ne accorgesse, ma non la trovai.
Anni dopo, durante una delle mie vacanze dal liceo, raccontai quei ricordi a mia madre, e lei si affrettò a convincermi del mio errore.
Aveva assolutamente ragione, e mi fu possibile constatarlo senza ombra di dubbio: la zia Petra era morta quando io avevo due anni.
La zia Wenefrida la chiamavamo Nana, ed era la più allegra e simpatica della tribù, ma riesco a evocarla solo nel suo letto di inferma. Era sposata con Rafael Quinte Ortega, lo zio Quinte, un avvocato per i poveri nalna Chia, a una quindicina di leghe da Bogotà e alla stessa altitudine sopra il livello del mare. Ma si era adattata così bene ai Caraibi che nell’inferno di Cataca aveva bisogno di bottiglie di acqua calda ai piedi per dormire nel periodo fresco di dicembre. La famiglia si era ormai ripresa dalla disgrazia di Medardo Pacheco quando allo zio Quinte toccò subire la sua per avere ucciso l’avvocato della parte avversa in un litigio giudiziario. Aveva un’immagine da uomo buono e pacifico, ma l’avversario l’aveva aggredito senza tregua, e non gli era rimasta altra alternativa che armarsi. Era così minuscolo e ossuto che calzava scarpe da bambino, e i suoi amici gli facevano scherzi cordiali per la pistola che gli rigonfiava come un cannone sotto la camicia.
Il nonno lo avvertì seriamente con la sua frase celebre: «Lei non sa quanto pesa un morto.» Ma lo zio Quinte non ebbe il tempo di pensarci allorché il nemico gli sbarrò la strada con grida da energumeno nell’anticamera del tribunale, e gli si scagliò addosso col suo corpo spropositato. «Non mi resi neppure conto di aver tirato fuori la pistola e di aver sparato in aria con entrambe le mani e gli occhi chiusi» mi disse lo zio Quinte poco prima della sua morte centenaria.
«Quando aprii gli occhi» mi raccontò. «lo vidi ancora in piedi, grande e pallido, e fu come se franasse a poco a poco finché non rimase seduto a terra.» Solo allora lo zio Quinte si accorse che l’aveva preso in mezzo alla fronte. Gli domandai cos’avesse sentito allorché l’aveva visto cadere, e mi stupì la sua franchezza:
«Un immenso sollievo!»
Il mio ultimo ricordo di sua moglie Wenefrida fu quello della sera di grandi piogge in cui la esorcizzò una fattucchiera. Non era la strega convenzionale bensì una donna simpatica, vestita alla moda, che scacciava con un mazzo di ortiche i cattivi umori dal corpo mentre cantava uno scongiuro come una ninnananna. D’improvviso, Nana si contorse in una convulsione profonda, e un uccello grande come un pollo e con le piume cangianti fuggì via dalle lenzuola. La donna lo acchiappò per aria con un’artigliata magistrale e lo avvolse in uno straccio nero che aveva lì apposta. Ordinò di accendere un fuoco nel retrocortile, e senza cerimonie buttò l’uccello tra le fiamme. Ma Nana non si riprese dai suoi mali.
Poco dopo, il fuoco nel cortile venne riacceso quando una gallina fece un uovo incredibile che sembrava una pallina da ping-pong con un’appendice come quella di un berretto frigio. Mia nonna lo identificò subito: «E’ un uovo di basilisco.» Lei stessa lo buttò nel fuoco mormorando orazioni di scongiuro.
Non riuscii mai a immaginare i nonni in un’età diversa da quella che avevano nei miei ricordi di quell’epoca. La stessa dei ritratti che avevano fatto loro agli albori della vecchiaia, e le cui copie sempre più sbiadite sono state trasmesse come un rito tribale attraverso generazioni prolifiche. Soprattutto quelli della nonna Tranquilina, la donna più credula e impressionabile che abbia mai conosciuto, per via del terrore che le ispiravano i misteri della vita quotidiana. Cercava di svolgere le sue incombenze cantando a voce spiegata vecchie canzoni di innamorati, ma d’improvviso le interrompeva col suo grido di guerra contro la fatalità:
«Ave Maria Purissima!»
Perché vedeva che le sedie a dondolo oscillavano al sole, che il fantasma della febbre puerperale era scivolato nelle alcove delle partorienti, che l’odore dei gelsomini del giardino era come un fantasma invisibile, che una corda buttata per caso a terra aveva la forma dei numeri che potevano essere il premio più grosso della lotteria, che un uccello senza occhi si era smarrito nella sala da pranzo ed era stato possibile scacciarlo solo cantando La Magnifica.
Credeva di decifrare con chiavi segrete l’identità dei protagonisti e dei luoghi delle canzoni che le arrivavano dalla Provincia. Si immaginava disgrazie che prima o poi accadevano, presentiva chi stava per arrivare da Riohacha con ufi cappello bianco, o da Manaure con una colica che si poteva curare solo con fiele di avvoltoio, perché oltre che una profetessa rinomata era pure una guaritrice furtiva.
Aveva un sistema personalissimo per interpretare i sogni propri e altrui che regolavano il comportamento quotidiano di ognuno di noi e determinavano la vita della casa. Tuttavia, fu sul punto di morire senza presagi, quando scostò bruscamente le lenzuola del suo letto e sfuggì uno sparo alla pistola che il colonnello nascondeva sotto il guanciale per averla a portata di mano mentre dormiva. In base alla traiettoria del proiettile che si conficcò nel soffitto venne chiarito che era passata vicinissimo al viso della nonna.
Per quanto indietro risalga la mia memoria, ho sempre provato la tortura mattutina che Mina mi pulisse i denti con lo spazzolino, mentre lei godeva del privilegio magico di togliersi i suoi per lavarli e lasciarli dentro un bicchiere di acqua mentre dormiva. Convinto che era la sua dentatura naturale che si toglieva e si metteva grazie ad arti guajiras, feci sì che mi mostrasse l’interno della bocca per vedere com’era da dentro il rovescio degli occhi, del cervello, del naso, delle orecchie, ed ebbi la delusione di non vedere altro che il palato. Ma nessuno mi decifrò il prodigio e per un bel pezzo mi ostinai insistendo che il dentista mi facesse la stessa cosa che alla nonna, affinché lei mi pulisse i denti mentre io giocavo per la strada.
Avevamo una specie di codice segreto mediante il quale ci mettevamo entrambi in comunicazione con un universo invisibile. Di giorno, il suo mondo magico era per me affascinante, ma di notte mi ispirava un terrore puro e semplice: la paura del buio, precedente il nostro essere, che mi ha perseguitato per tutta la vita lungo strade solitàrie e anche in antri da ballo del mondo intero. Nella casa dei nonni ogni santo aveva la sua camera e ogni camera aveva il suo morto. Ma l’unica casa ufficialmente conosciuta come “La casa del morto” era quella accanto alla nostra, e il suo morto era l’unico che in una seduta di spiritismo si era presentato col suo nome umano: Alfonso Mora. Qualcuno vicino a lui si prese la briga di ricercarlo nei registri dei battesimi e delle morti, e trovò numerosi omonimi, ma nessuno diede segno di essere il nostro. Quella era stata per anni la casa parrocchiale, e si era diffusa la frottola secondo cui il fantasma era lo stesso padre Angarita intenzinato ad allontanare i curiosi che lo spiavano nei loro andirivieni notturni.
Non riuscii a conoscere Meme, la schiava guajira che la famiglia aveva portato da Barrancas e che in una notte di tempesta fuggì con Alirio, il suo fratello adolescente, ma sentii sempre dire che erano stati soprattutto quei due a macchiare la parlata della casa con la loro lingua natia. Il loro spagnolo aggrovigliato fu sbalordimento di poeti, fin dal giorno memorabile in cui trovò i fiammiferi che lo zio Juan de Dios aveva perso e glieli restituì col suo gergo trionfale:
«Qui sono, fiammiferi tuoi.»
Costava fatica credere che la nonna Mina, con le sue donne disorientate, fosse il sostegno economico della casa quando cominciarono a mancare i mezzi. Il colonnello aveva qualche terra dispersa che venne occupa da coloni cachacos e che lui si rifiutò di scacciare. In quei frangente per salvare l’onore di uno dei suoi figli dovette ipotecare la casa di Cataca, e gli costò una fortuna non perderla. Quando si fu toccato il fondo, Mina continuò a sostenere la famiglia con polso saldo grazie ai suoi prodotti di panetteria, agli animaletti di caramello che si vendevano in tutto il paese, alle galline screziate, alle uova di anatra, agli ortaggi del retrocortile.
Fece un taglio radicale della servitù e si tenne solo la gente più utile. Il denaro liquido finì per non avere senso nella tradizione orale della casa. Sicché quando dovettero comprare un pianoforte per mia madre al suo rientro dal collegio, la zia Pa fece i conti in moneta domestica: «Un pianoforte costa cinquecento uova.»
In mezzo a quella truppa di donne evangeliche, il nonno era per me la sicurezza completa. Solo con lui svaniva l’inquietudine e mi sentivo con i piedi per terra e bene inserito nella vita reale. La cosa strana, pensandoci adesso, è che io volevo essere come lui, realista, coraggioso, sicuro, ma non riuscii mai a resistere alla tentazione costante di affacciarmi sul mondo della nonna. Lo ricordo tracagnotto e sanguigno, con pochi capelli bianchi sul cranio rilucente, baffetti a spazzolino, ben curati, e certi occhialetti rotondi con la montatura d’oro. Aveva un parlare lento, comprensivo e conciliante in tempi di pace, ma i suoi amici conservatori lo ricordavano come un nemico temibile nelle contrarietà della guerra.
Non portò mai l’uniforme militare, perché il suo grado era rivoluzionario e non accademico, ma anche molto dopo le guerre usava il tipico camiciotto detto liquilique, che era di uso comune fra i veterani dei Caraibi. Non appena fu promulgata la legge sulle pensioni di guerra riempì i formulari per ottenere la sua, e sia lui sia sua moglie e i suoi eredi più vicini continuarono ad aspettarla fino alla morte. Mia nonna Tranquilina, che morì lontano da quella casa, cieca, decrepita e mezzo lunatica, mi disse nei suoi ultimi momenti di lucidità: Muoio tranquilla, perché so che voi riceverete la pensione di Nicolàs.»
Fu la prima volta che sentii quella parola mitica che seminò nella famiglia il germe delle illusioni eterne: il pensionamento.
Era entrata nella casa prima della mia nascita, quando il governo istituì le pensioni per i veterani della guerra dei Mille Giorni. Il nonno stesso preparò i documenti, persino con eccesso di testimoni giurati e certificati probatori, e lo portò lui stesso a Santa Marta per firmare la ricevuta dell’avvenuta consegna. Secondo i calcoli meno allegri, era una somma sufficiente per lui e per i suoi discendenti fino alla seconda generazione. «Non preoccupatevi» ci diceva la nonna,
«i soldi della pensione basteranno per tutto.» La posta, che non era mai stata una cosa urgente nella famiglia, divenne allora un inviato della Divina Provvidenza.
Lo stesso non riuscii a farne a meno, con la carica di incertezza che comportava. Tuttavia, certe volte Tranquilina era di una tempra che non si conciliava affatto col suo nome. Durante la guerra dei Mille Giorni mio nonno venne arrestato a Riohacha da un cugino primo di lei che era un ufficiale dell’esercito conservatore. Il parentado liberale, e lei stessa, la presero come una dichiarazione di guerra dinanzi alla quale a nulla serviva il potere familiare. Ma quando la nonna venne a sapere che suo marito lo tenevano ai ceppi come un criminale comune, affrontò il cugino con uno scudiscio e lo costrinse a restituirglielo sano e salvo.
Il mondo del nonno era molto diverso. Anche nei suoi ultimi anni sembrava agilissimo quando girava di qua e di là con la sua cassetta di attrezzi per riparare i guasti della casa, o quando faceva salire l’acqua del bagno per ore con la pompa manuale del retrocortile, o quando si arrampicava su per le scale ripide per verificare la quantità di acqua nei serbatoi, ma invece mi chiedeva di annodargli i lacci delle scarpe perché si ritrovava senza fiato quando voleva farlo da sé. Non morì per miracolo, un mattino in cui cercò di acchiappare il pappagallo cieco che si era arrampicato fino ai serbatoi. Era riuscito a prenderlo per il collo quando scivolò sulla passerella e cadde a terra da un’altezza di quattro metri. Nessuno si spiegò come fosse riuscito a sopravvivere con i suoi novanta chili e i suoi cinquanta e più anni. Fu quello per me il giorno memorabile in cui il medico lo esaminò nudo sul letto, palmo a palmo, e domandò cos’era una vecchia cicatrice di mezzo pollice che gli scoprì all’inguine.
E’ stata una pallottola durante la guerra» disse il nonno.
Non mi sono ancora ripreso dall’emozione. Così come non mi sono ancora ripreso dal giorno in cui si affacciò in strada dalla finestra del suo ufficio per guardare il famoso cavallo da trotto che volevano vendergli, e all’improvviso si accorse che l’occhio gli si riempiva di acqua. Cercò di proteggersi con la mano e gli rimasero sul palmo poche gocce di un liquido diafano. Non solo, perse l’occhio destro, perché mia nonna non volle che comprasse il cavallo abitato dal diavolo. Portò per breve tempo una toppa da pirata sopra l’occhiaia rannuvolata, finché l’oculista non gliela cambiò con un paio di occhiali graduati e gli prescrisse un bordone da pellegrino che finì per diventare un segno particolare, come un orologino da panciotto con la catena d’oro, il cui coperchio si apriva con un sobbalzo musicale. Fu sempre il dominio pubblico che le perfidie degli anni che cominciavano a inquietarlo non coinvolsero affatto le sue scaltrezze di seduttore segreto e di buon amante.
Durante il bagno rituale delle sei del mattino, che nei suoi ultimi anni fece sempre con me, ci versavamo addosso l’acqua della cisterna con una zucca secca e alla fine eravamo fradici di Acqua Fiorita di Lanman e Kemp, che i contrabbandieri di Curacao vendevano a scatole a domicilio, come il brandy e le camicie di seta cinese. Qualche volta lo si sentì dire che era l’unico profumo che usava perché lo sentiva solo chi lo portava, ma non ci credette più quando qualcuno lo riconobbe su un guanciale altrui. Un’altra storia che sentii ripetere per anni fu quella della notte in cui era andata via la luce e il nonno si era versato una boccetta di inchiostro sulla testa credendo che fosse la sua Acqua Fiorita.
Per le incombenze quotidiane nella casa indossava pantaloni di lino grezzo con le sue bretelle elastiche di sempre, scarpe morbide e un berretto di stoffa con la visiera. Alla messa della domenica, cui mancò pochissime volte e solo per motivi di forza maggiore, o a qualsiasi festa o circostanza quotidiana di rilievo, portava un completo di lino bianco, con colletto di celluloide e cravatta nera. Queste scarse occasioni gli valsero sicuramente la fama di damerino e di manieroso.
L’impressione che ho oggi è che la casa con tutto quanto aveva dentro esistesse solo per lui, perché era un matrimonio esemplare del maschilismo in una società matriarcale, in cui l’uomo è un re assoluto della sua casa, ma a governare è la moglie. Detto senza perifrasi, lui era il maschio. Ossia, un uomo con una tenerezza squisita nel privato, di cui si vergognava in pubblico, mentre sua moglie si consumava per renderlo felice.
I nonni fecero un altro viaggio a Barranquilla nei giorni in cui si festeggiò il primo centenario della morte di Simón Bolivar nel dicembre del 1930, per assistere alla nascita di mia sorella Aida Rosa, la quarta della famiglia. Di ritorno a Cataca si portarono appresso Margot, che aveva poco più di un anno, e i miei genitori si tennero Luis Enrique e la neonata. Mi costò fatica abituarmi al cambiamento, perché Margot arrivò nella casa come una creatura di un’altra vita, rachitica e selvatica, e con un mondo interiore impenetrabile. Quando la vide Abigail, la madre di Luis Carmelo Correa, non capì perché i miei nonni si fossero presi un simile impegno: «Questa bambina è una moribonda»
disse. Comunque dicevano lo stesso di me, perché mangiavo poco, perché sbattevo le palpebre, perché le cose che raccontavo sembravano così enormi che le credevano menzogne, senza pensare che in generale erano vere per un altro verso. Solo anni dopo venni a sapere che il dottor Barboza era l’unico che mi avesse difeso con un argomento saggio: «Le menzogne dei bambini sono segni di un grande talento.»
Passò molto tempo prima che Margot si arrendesse alla vita familiare. Si sedeva sulla piccola sedia a dondolo succhiandosi il dito nell’angolo più inatteso. Nulla attraeva la sua attenzione, tranne i rintocchi dell’orologio che a ogni ora cercava con i suoi grandi occhi da allucinata. Non riuscirono a far sì che mangiasse per diversi giorni.
Respingeva il cibo senza drammaticità e talvolta lo buttava negli angoli. Nessuno capiva come potesse rimaner viva senza mangiare, finché non si accorsero che le piaceva solo la terra umida del giardino e le croste di calce che strappava dalle pareti con le unghie. Quando la nonna lo scoprì, mise fiele di mucca negli anfratti più appetitosi del giardino e nascose peperoncini brucianti nei vasi da fiori. Padre Angarita la battezzò nella stessa cerimonia con cui ratificò il battesimo di emergenza che mi avevano fatto alla nascita.
Lo ricevetti in piedi sopra una seggiola e sopportai con coraggio civile il sale da cucina che il padre mi mise sulla lingua e la ciotola di acqua che mi sparse sulla testa. Margot, invece, si ribellò per entrambi con uno strillo da fiera ferita e una rivolta del corpo intero che padrini e madrine penarono a controllare sopra il fonte battesimale.
Oggi penso che lei, nel suo rapporto con me, fosse molto più ragionevole degli adulti fra loro. La nostra complicità era così strana che più di una volta ci leggemmo il pensiero. Una mattina stavamo lei e io giocando nel giardino quando riecheggiò il fischio del treno, come tutti i giorni alle undici. Ma quella volta, sentendolo, ebbi la rivelazione inspiegabile che con quel treno arrivava il medico della compagnia bananiera che mesi prima mi aveva prescritto un decotto di rabarbaro che mi aveva scatenato una crisi di vomito. Corsi per tutta la casa con grida di allarme, ma nessuno mi credette. Tranne mia sorella Margot, che rimase nascosta con me finché il medico non ebbe finito di pranzare e se ne fu andato col treno di ritorno.
«Ave Maria Purissima!» esclamò mia nonna quando ci trovarono nascosti sotto il suo letto. «Con questi bambini non c’è bisogno di telegrammi.»
Non riuscii mai a superare la paura di star da solo, e tanto meno al buio, ma sembra che avesse un’origine concreta, ed è che di notte si materializzavano le fantasie e i presagi della nonna. A settant’anni ho ancora intravisto in sogno l’ardore dei gelsomini sulla veranda e il fantasma delle camere da letto buie, e sempre con la sensazione che mi guastò l’infanzia: il terrore della notte. Spesso ho intuito, nelle mie insonnie del mondo intero, che anch’io mi trascino appresso la condanna di quella casa mitica in un mondo felice in cui morivamo ogni notte.
La cosa più strana è che la nonna reggeva la casa col suo senso dell’irrealtà. Com’era possibile mantenere quello stile di vita con mezzi tanto scarsi? I conti non tornano. Il colonnello aveva imparato il mestiere dal padre, che a sua volta l’aveva imparato dal suo, e malgrado la fama dei pesciolini d’oro che si vedevano ovunque, questi non erano un buon affare. Anzi, da bambino avevo l’impressione che li facesse solo ogni tanto o quando preparava un regalo di nozze. La nonna diceva che lui lavorava solo per regalare. Tuttavia, la sua nomea di buon funzionario si affermò una volta per tutte quando il Partito Liberale raggiunse il potere, e per anni lui fu più volte tesoriere ed esattore della Finanza.
Non posso immaginare un ambiente familiare più propizio di quella casa lunatica per la mia vocazione, soprattutto grazie al carattere delle numerose donne che mi allevarono. Gli unici uomini eravamo mio nonno e io, e lui mi iniziò alla triste realtà degli adulti con racconti di battaglie sanguinose e spiegazioni scolastiche sul volo degli uccelli e sui tuoni all’imbrunire, e mi incoraggiò nel mio amore per il disegno.
Al principio disegnavo sulle pareti, finché le donne della casa non levarono alte grida al cielo: le pareti e i muri sono la carta della canaglia. Mio nonno si infuriò, e fece pitturare di bianco un muro del laboratorio e mi comprò matite colorate, e in seguito un astuccio di acquarelli, affinché dipingessi a mio piacimento, mentre lui fabbricava i suoi famosi pesciolini d’oro.
Qualche volta lo sentii dire che il nipote sarebbe diventato un pittore, e io non gli badai, perché credevo che i pittori fossero quelli che pitturavano porte.
Chi mi ha conosciuto a quattro anni dice che ero pallido e sempre assorto, e che parlavo solo per raccontare spropositi, ma le mie storie erano in gran parte semplici episodi della vita quotidiana, che io rendevo più attraenti con dettagli fantasiosi affinché gli adulti mi dessero retta. La mia miglior fonte di ispirazione erano le conversazioni che i più grandi sostenevano davanti a me, perché pensavano che non le intendessi, o quelle che cifravano apposta affinché non le intendessi. Ed era tutto il contrario: io le assorbivo come una spugna, le smontavo a pezzi, le alteravo per nasconderne l’origine, e quando le raccontavo agli stessi che le avevano raccontate, questi rimanevano perplessi per le coincidenze fra quello che io dicevo e quello che loro pensavano.
Talvolta non sapevo cosa fare della mia coscienza e tentavo di nasconderlo con rapidi batter di ciglia. A tal punto che qualche razionalista della famiglia decise di tarmi visitare da un dottore della vista, il quale attribuì i miei batter di ciglia a un disturbo alle tonsille e mi prescrisse uno sciroppo di rafano allo iodio che fu molto efficace per tranquillizzare gli adulti. Quanto alla nonna, arrivò alla conclusione provvidenziale che suo nipote era un indovino. Si trasformò così nella mia vittima preferita, fino al giorno in cui ebbe una vertigine perché sognai davvero che al nonno era uscito un uccello vivo dalla bocca. Lo spavento che morisse per colpa mia fu il primo elemento moderatore della mia sfrenatezza precoce. Adesso penso che non erano infamie di bambino, come si poteva pensare, ma tecniche rudimentali da narratore in erba per rendere la realtà più divertente e comprensibile.
Il mio primo passo nella vita reale fu la scoperta del calcio in mezzo alla strada o in alcuni orti vicini. Il mio maestro era Luis Carmelo Correa, che era nato con un istinto spiccato per gli sport e un talento congenito per la matematica. Io ero di cinque mesi più vecchio, ma lui mi prendeva sempre in giro perché cresceva di più, e più in fretta di me. Cominciammo a giocare con palle di stracci e riuscii a diventare un buon portiere, ma quando passammo al pallone regolamentare mi beccai un colpo allo stomaco a causa di un suo tiro così potente, che fin lì mi arrivarono tutte le vanterie. Le volte in cui ci siamo incontrati da adulti ho constatato con una grande gioia che continuiamo a trattarci come quando eravamo bambini. Tuttavia, il mio ricordo più vivido di quell’epoca è il passaggio fugace del sovrintendente della compagnia bananiera su una sontuosa automobile scoperta, accanto a una donna dai lunghi capelli dorati, sciolti al vento, e con un pastore tedesco seduto come un re al posto d’onore. Erano apparizioni istantanee di un mondo remoto e inverosimile che era vietato a noi mortali.
Cominciai a servire messa senza crederci troppo, ma con un rigore che forse mi verrà abbuonato come una componente essenziale della fede. Sarà stato per via di quelle buone virtù che a sei anni mi portarono da padre Angarita per iniziarmi ai misteri della prima comunione. Mi cambiò la vita. Cominciarono a trattarmi come un adulto, e il sacrestano mi insegnò a servire messa. Il mio unico problema fu che non riuscii a capire in quale momento dovevo suonare il campanello, e lo suonavo quando mi veniva di farlo per pura e semplice ispirazione. Alla terza volta, il padre si voltò verso di me e mi ordinò aspramente di non suonarlo più. La parte migliore dell’uffizio era quando l’altro chierichetto, il sacrestano e io rimanevamo da soli a mettere in ordine la sacrestia e ci mangiavamo le ostie avanzate con un bicchiere di vino.
La vigilia della prima comunione il padre mi confessò senza preamboli, seduto come un vero e proprio papa sulla poltrona curiale, e io inginocchiato davanti a lui su un cuscino di velluto. La mia consapevolezza del bene e del male era piuttosto semplice, ma il padre mi assistette con un dizionario di peccati affinché io rispondessi quali avevo commesso e quali no. Credo di avere risposto bene finché non mi domandò se non avessi fatto cose impure con animali. Avevo un’idea confusa del fatto che alcuni grandi commettevano con le asine peccati che non avevo mai capito, ma solo quella sera appresi che era pure possibile con le galline. In tal modo, il mio primo passo verso la prima comunione fu un altro grosso balzo nella perdita dell’innocenza, e non trovai stimoli per continuar a fare il chierichetto.
La mia prova del fuoco fu quando i miei genitori si trasferirono a Cataca con Luis Enrique e Aida, i miei altri due fratelli. Margot, che si ricordava a stento del papà, ne aveva il terrore. Anch’io, ma con me fu sempre più cauto. Solo una volta si tolse la cinghia per battermi, e io mi misi sull’attenti, mi morsi le labbra e lo guardai negli occhi pronto a sopportare qualsiasi cosa pur di non piangere. Lui abbassò il braccio, e cominciò a infilarsi di nuovo la cinghia mentre recriminava fra i denti contro di me per quello che avevo fatto. Nelle nostre lunghe conversazioni da adulti mi confessò che non gli garbava affatto fustigarci, ma che forse lo faceva temendo che crescessimo male. Nei suoi buoni momenti era divertente. Gli piaceva molto raccontare barzellette a tavola, e alcune ottime, ma le ripeteva tanto che un giorno Luis Enrique si alzò e disse: «Avvisatemi quando avrete finito di ridere.» Tuttavia, la legnata storica fu la notte in cui non si presentò a casa dei genitori né a quella dei nonni, e lo cercarono in mezzo paese finché non lo trovarono nel cinema. Gelso Daza, il venditore di bibite, gliene aveva servita una al pomo cannella alle otto di sera e lui era sparito senza pagare e col bicchiere. La venditrice di fritture gli aveva venduto una crocchetta e poco dopo l’aveva visto chiacchierare col portiere del cinema, che l’aveva lasciato entrare gratis perché gli aveva detto che suo papà lo aspettava dentro. Il film era Dracula, con Carlos Villarias e Lupita Tovar, diretto da George Melford. Per anni Luis Enrique mi raccontò il suo terrore nell’istante in cui si accesero le luci della sala mentre il conte Dracula stava piantando i suoi denti di vampiro nel collo della bella. Era nel posto più in disparte che aveva trovato libero in galleria, e di lì vide papà e il nonno che cercavano fila per fila in platea, col proprietario del cinema e due agenti della polizia. Erano sul punto di arrendersi allorché Papalelo lo scoprì nell’ultima fila della galleria e lo indicò col bastone: «Eccolo lì!»
Papà lo trascinò via per i capelli, e la batosta che gli diede a casa rimase come un castigo leggendario nella storia della famiglia. Il mio terrore e la mia ammirazione per quel gesto di indipendenza di mio fratello si incisero per sempre nella mia memoria. Ma lui sembrava sopravvivere a tutto sempre più eroico. Però, oggi mi incuriosisce il fatto che la sua rivolta non si manifestasse nei rari periodi in cui papà non era in casa.
Mi rifugiai più che mai all’ombra del nonno. Eravamo sempre insieme, la mattina nell’oreficeria e nel suo ufficio di esattore della Finanza, dove mi assegnò un’incombenza felice: disegnare i ferri delle mucche che sarebbero state sacrificate, e io lo facevo con tanta serietà che mi cedeva il posto alla scrivania. All’ora del pranzo, con tutti gli invitati, ci sedevamo sempre a capotavola, lui con la sua brocca grande di alluminio per l’acqua gelata e io con un cucchiaio d’argento che mi serviva per tutto. Ricordo che se volevo un pezzo di ghiaccio infilavo la mano nella brocca per prenderlo, e nell’acqua rimaneva una macchia di grasso. Mio nonno mi difendeva: «Lui ha tutti i diritti.»
Alle undici assistevamo all’arrivo del treno, perché suo figlio Juan de Dios, che viveva sempre a Santa Marta, gli mandava una lettera ogni giorno tramite il conducente di turno, che si faceva pagare cinque centesimi.
Il nonno rispondeva per altri cinque centesimi col treno di ritorno. Nel pomeriggio, quando calava il sole, mi portava per mano a fare le sue incombenze personali. Andavamo dal barbiere, dove passavo il quarto d’ora più lungo della mia infanzia a vedere i fuochi d’artificio delle feste nazionali, che mi terrorizzavano; le processioni della Settimana Santa col Cristo morto che da sempre credevo di carne e ossa. Io portavo allora un berretto da golf a quadri scozzesi, uguale a uno del nonno, che Mina mi aveva comprato affinché assomigliassi di più a lui. Il successo era stato tale che lo zio Quinte ci vedeva come una sola persona con due età diverse.
A qualsiasi ora del giorno il nonno mi portava a fare acquisti allo spaccio succulento della compagnia bananiera. Lì conobbi i pagri, e per la prima volta posai la mano sul ghiaccio e rabbrividii alla scoperta che era freddo. Ero felice mangiando quello di cui avevo voglia, ma mi annoiavano le partite a scacchi col Belga e le conversazioni politiche.
Adesso, tuttavia, mi rendo conto che durante quelle lunghe passeggiate vedevamo due mondi diversi. Mio nonno vedeva all’orizzonte il suo, e io vedevo il mio all’altezza dei miei occhi. Lui salutava i suoi amici ai balconi e io anelavo i giocattoli esposti sulle bancarelle degli ambulanti.
All’imbrunire ci fermavamo nel fragore universale dei Quattro Angoli, lui a chiacchierare con don Antonio Daconte, che lo accoglieva in piedi sulla soglia della sua bottega stipata, e io meravigliato davanti alle novità del mondo intero. Mi facevano impazzire i maghi da fiera che estraevano conigli dai cappelli, i mangiatori di fuoco, i ventriloqui che facevano parlare gli animali, i suonatori di fisarmonica che cantavano a grida le cose che accadevano nella Provincia. Oggi mi rendo conto che uno di loro, vecchissimo e con la barba bianca, avrebbe potuto essere il leggendario Francisco el Hombre.
Ogni volta che il film gli sembrava adatto, don Antonio Daconte ci invitava al primo spettacolo della sua sala Olympia, malgrado l’allarme della nonna, che lo considerava un libertinaggio improprio per un nipote innocente. Ma Papalelo non le badava, e il giorno dopo mi faceva raccontare il film a tavola, interveniva su dimenticanze ed errori e mi aiutava a ricostruire gli episodi difficili. Erano brani di arte drammatica che sicuramente mi servirono a qualcosa, soprattutto quando cominciai a disegnare fumetti comici prima di imparare a scrivere.
All’inizio le festeggiavano come divertenti trovate puerili, ma mi piacevano così tanto gli applausi degli adulti, che questi ultimi finirono per evitarmi quando mi sentivano arrivare. In seguito mi accadde lo stesso con le canzoni che mi costringevano a cantare ai matrimoni e ai compleanni.
Prima di andare a dormire ce ne stavamo un bel po’ nel laboratorio del Belga, un vecchio spaventoso apparso a Aracataca dopo la Prima guerra mondiale, e non dubito che fosse belga per via del ricordo che ho del suo accento scombussolato e delle sue nostalgie da navigante. L’altro essere vivo in casa sua era un grosso cane danese, sordo e pederasta, che si chiamava come il presidente degli Stati Uniti: Woodrow Wilson.
Conobbi il Belga a quattro anni, quando mio nonno andava a giocare con lui partite a scacchi mute e interminabili. Fin dalla prima sera mi stupì che in casa sua non ci fosse nulla che io sapessi a cosa serviva.
Perché era un artista in tutto, che sopravviveva nel disordine delle sue stesse opere: paesaggi marini a pastello, fotografie di bambini durante i compleanni e le prime comunioni, copie di gioielli asiatici, figure lavorate in corna di mucca, mobili di epoche e stili dispersi, impilati l’uno sull’altro.
Mi colpì la sua pelle appiccicata alle ossa, dello stesso color giallo solare dei capelli e con un ciuffo che gli ricadeva sul viso e lo disturbava nel parlare. Fumava una pipa da lupo di mare che accendeva solo per gli scacchi, e mio nonno diceva che era un tranello per confondere l’avversario. Aveva un occhio di vetro spalancato che sembrava seguire l’interlocutore più dell’occhio sano. Era invalido dalla vita in giù, curvo in avanti e sbilenco sulla sinistra, ma navigava come un pesce fra gli scogli del suo laboratorio, più appeso che sorretto dalle stampelle di legno. Non l’avevo mai sentito parlare delle sue navigazioni, che sembrava fossero molte e intrepide. L’unica sua passione nota fuori casa era quella del cinema, e non si perdeva un solo film di qualsiasi genere nei fine settimana.
Non gli volli mai bene, e tanto meno durante le partite a scacchi in cui indugiava per ore prima di muovere una pedina mentre io crollavo dal sonno. Una sera lo vidi così derelitto che ebbi il presagio che sarebbe morto molto presto, e ne ebbi pena. Ma col tempo finì per riflettere tanto su ogni mossa che mi augurai con tutto il cuore di vederlo morire.
In quell’epoca il nonno appese in sala da pranzo il quadro del Liberatore Simón Bolivar nella sua camera ardente. Mi costò fatica accettare che non avesse il sudario dei morti che io avevo visto alle veglie funebri, ma che fosse disteso sopra una scrivania con l’uniforme dei suoi giorni di gloria. Mio nonno spazzò via ogni dubbio con una frase perentoria:
«Lui era diverso.»
Poi, con una voce tremula che non sembrava la sua, mi lesse una lunga poesia appesa vicino al quadro, di cui ricordai per sempre solo i versi finali: «Tu, Santa Marta, sei stata ospitale, e nel tuo grembo, tu gli desti almeno questo lembo di spiagge di mare per morire.» Da allora, e per molti anni, mi rimase l’idea che Bolivar l’avessero trovato morto sulla spiaggia. Fu mio nonno a insegnarmi e a chiedermi di non dimenticare mai che quello era stato l’uomo più grande nella storia del mondo. Confuso dalla discrepanza della sua frase rispetto a un’altra che la nonna mi aveva detto con un’enfasi uguale, domandai al nonno se Bolivar era più grande di Gesù Cristo. Lui mi rispose scuotendo la testa senza la convinzione di prima:
«L’una cosa non ha niente a che vedere con l’altra.»
Adesso so che era stata mia nonna a imporre al marito di portarmi con lui nelle sue passeggiate vespertine, perché era sicura che erano pretesti per visitare amanti reali o presunte. E’
probabile che certe volte gli servissi da alibi, ma il fatto è che con me non si recò mai in qualche posto che non fosse lungo l’itinerario previsto. Tuttavia, conservo l’immagine nitida di una sera in cui passai casualmente per mano a qualcuno davanti a una casa sconosciuta, e vidi il nonno seduto nel salotto come il padrone e il signore del luogo. Non riuscii mai a capire perché in un brivido mi avesse colto la chiaroveggenza che non dovevo raccontarlo a nessuno. Fino a questo sole di oggi.
Fu sempre il nonno che mi mise a contatto con le lettere scritte a cinque anni, una sera in cui mi portò a conoscere gli animali di un circo che era di passaggio a Cataca sotto una tenda grande come una chiesa. Mi colpì soprattutto un ruminante malconcio e desolato con un’espressione da madre spaventosa.
«E’ un cammello» mi disse il nonno.
Qualcuno lì vicino intervenne:
«Mi scusi, colonnello, è un dromedario.»
Adesso posso immaginare come si sarà sentito il nonno perché qualcuno l’aveva corretto in presenza del nipote. Senza neppure pensarci, andò oltre con una domanda dignitosa:
«Qual è la differenza?»
«Non la so» gli disse l’altro, «ma questo è un dromedario.»
Il nonno non era un uomo colto, né aveva la pretesa di esserlo, perché era scappato dalla scuola pubblica di Riohacha per andarsene a sparare in una delle innumerevoli guerre civili dei Caraibi. Non aveva mai più ripreso a studiare, ma per tutta la vita fu consapevole delle sue lacune e aveva un’avidità di conoscenze immediate che compensava largamente i suoi difetti. Quella sera del circo se ne tornò mogio mogio nell’ufficio e consultò il dizionario con un’attenzione infantile. Allora venne a sapere lui e venni a sapere una volta per tutte la differenza fra un dromedario e un cammello. Alla fine mi mise il glorioso volumone in grembo e mi disse:
«Questo libro non solo sa tutto, ma è pure l’unico che non si sbaglia mai.»
Era un tomo illustrato che aveva sul dorso un atlante colossale, sulle cui spalle poggiava la volta dell’universo. Io non sapevo leggere né scrivere, ma potevo immaginare tutta la ragione che aveva il colonnello se erano quasi duemila pagine grandi, variopinte e con bei disegni. In chiesa mi aveva stupito la grandezza del messale, ma il dizionario era più grosso. Fu come affacciarmi sul mondo intero per la prima volta.
«Quante parole ci saranno?» domandai. «Tutte» disse il nonno.
Il fatto è che allora io non avevo bisogno della parola scritta, perché riuscivo a esprimere con i disegni tutto quello che mi colpiva.
A quattro anni avevo disegnato un mago che mozzava la testa alla moglie e gliela riappiccicava, come aveva fatto Richardine durante il suo spettacolo nella sala Olympia. La sequenza grafica iniziava con la decapitazione mediante una sega, proseguiva con l’esibizione trionfale della testa sanguinante e finiva con la donna che ringraziava per gli applausi con la testa al suo posto. I fumetti li avevano già inventati ma io ne venni a conoscenza solo in seguito grazie al supplemento a colori dei giornali domenicali. Allora cominciai a inventare racconti disegnati e senza dialoghi.
Tuttavia, quando il nonno mi regalò il dizionario mi venne una tale curiosità per le parole che lo leggevo come un romanzo, in ordine alfabetico e senza quasi capirlo. Questo fu il mio primo contatto con quello che sarebbe stato il libro fondamentale nel mio destino di scrittore.
Ai bambini si racconta un primo racconto che li cattura davvero, e costa molta fatica far sì che ne ascoltino un altro. Ma credo che non sia il caso dei bambini narratori, e non fu il mio. Io ne volevo sempre di più.
La voracità con cui ascoltavo i racconti mi lasciava sempre in attesa di uno migliore il giorno dopo, soprattutto quelli che avevano a che vedere con la Storia Sacra.
Tutto quanto mi accadeva in strada aveva una risonanza enorme nella casa. Le donne della cucina lo raccontavano ai forestieri che arrivavano col treno, che a loro volta avevano altre cose da raccontare, e tutto insieme si univa nel torrente della tradizione orale. Alcuni fatti divenivano noti dapprima attraverso i fisarmonicisti che li cantavano nelle fiere, e che i viaggiatori riprendevano e arricchivano. Tuttavia, quello più impressionante della mia infanzia lo colsi una domenica molto presto, mentre andavamo a messa, in una frase smarrita di mia nonna:
«Il povero Nicolàs perderà la messa di Pentecoste.»
Me ne rallegrai, perché la messa domenicale era troppo lunga per la mia età, e i sermoni di padre Angarita, cui avevo voluto tanto bene da bambino, mi sembravano soporiferi. Ma fu un’illusione vana, perché il nonno quasi mi trascinò fino al laboratorio del Belga, col mio vestito di velluto verde che mi avevano fatto indossare per la messa, e che mi stringeva all’inguine. Gli agenti di guardia riconobbero il nonno da lontano e gli aprirono la porta con la formula rituale:
«Si accomodi, colonnello.»
Solo allora venni a sapere che il Belga aveva aspirato un decotto di cianuro d’oro spartito col suo cane, dopo aver visto Niente di nuovo sul fronte occidentale, il film di Lewis Milestone tratto dal romanzo di Erich Maria Remarque. L’intuizione popolare, che trova sempre la verità persino dove non è possibile, intese e proclamò che il Belga non aveva resistito alla commozione di vedere se stesso che sguazzava con la sua pattuglia massacrata in un pantano della Normandia.
Il salottino era in penombra, con le finestre chiuse, ma la luce precoce del cortile illuminava la camera, do ve il sindaco insieme ad altri due agenti aspettava il nonno. Il cadavere era lì, protetto da una coperta sopra una branda da campo, e con le stampelle a portata di mano, dove il proprietario le aveva lasciate per adagiarsi a morire. Accanto a lui, su uno sgabello di legno, c’erano il catino in cui aveva vaporizzato il cianuro e un foglio con grossi caratteri tracciati col pennello: “Non incolpate nessuno, mi ammazzo perché sono un balordo”. I tramiti legali e i particolari della sepoltura, risolti in fretta dal nonno, non durarono più di dieci minuti. Per me, comunque, furono i dieci minuti più impressionanti che avrei ricordato in tutta la mia vita.
La prima cosa che mi fece rabbrividire fin dall’entrata fu l’odore della camera da letto. Solo molto più tardi venni a sapere che era l’odore delle mandorle amare del cianuro che il Belga aveva inalato per morire.
Ma né quella né altre impressioni sarebbero state più intense e durature della vista del cadavere allorché il sindaco scostò la coperta per mostrarlo al nonno. Era nudo, rigido e contratto, con la pelle aspra ricoperta di peli gialli, e gli occhi di acque docili che ci guardavano come se fossero vivi. Quella paura di essere visto dalla morte mi fece rabbrividire per anni ogni volta che passavo accanto alle tombe senza croci dei suicidi sepolti fuori dal cimitero per disposizione della Chiesa. Però, a tornarmi alla memoria col suo carico di orrore alla vista del cadavere fu soprattutto il tedio delle serate in casa sua.
Forse per questo dissi a mio nonno quando ce ne andammo di lì:
«Il Belga non giocherà più a scacchi.»
Fu un’idea facile, ma mio nonno la raccontò in famiglia come una trovata geniale. Le donne la divulgarono con così tanto entusiasmo che per qualche tempo evitai le visite per timore che la raccontassero in mia presenza o che mi costringessero a ripeterla. Tutto questo mi rivelò, inoltre, una condizione degli adulti che mi sarebbe stata utilissima come scrittore: ognuno raccontava la stessa storia con particolari nuovi, aggiunti per proprio conto, al punto che le varie versioni finivano per essere [diverse da quella originale. Nessuno può immaginare la compassione che provo da allora per i poveri bambini che i genitori dichiarano geni, e che li fanno cantare durante le visite, fanno imitar loro voci di uccelli e persino mentire per divertire. Oggi mi rendo conto, tuttavia, che quella frase così semplice fu il mio primo successo letterario.
Questa era la mia vita nel 1932, allorché venne annunciato che le truppe del Perù, agli ordini del general Luis Miguel Sànchez Cerro, avevano occupato la sguarnita città di Leticia, sulle rive del Rio delle Amazzoni, all’estremo sud della Colombia. La notizia riecheggiò in tutto il paese. Il governo decretò la mobilitazione nazionale e una colletta pubblica per raccogliere di casa in casa i gioielli familiari di maggior valore. Il patriottismo esacerbato dal subdolo attacco delle truppe peruviane determinò una risposta popolare senza precedenti. Gli esattori non ce la facevano a ricevere i tributi spontanei casa per casa, soprattutto gli anelli matrimoniali, tanto stimati per il loro prezzo reale come per il loro valore simbolico.
Per me, invece, fu una delle epoche più felici proprio per il suo disordine. Si infranse il rigore sterile delle scuole e fu sostituito nelle vie e nelle case dalla creatività popolare. Si formò un battaglione civico con la parte scelta della gioventù, senza distinzione di classi né di colori, si crearono le brigate femminili della Croce Rossa, si improvvisarono inni di guerra a morte contro lo scellerato aggressore, e un grido unanime riecheggiò in tutta la patria: «Viva la Colombia, abbasso il Perù!»
Non seppi mai come terminò quell’impresa perché di lì a qualche tempo si placarono gli animi senza sufficienti spiegazioni. La pace si consolidò con l’assassinio del generale Sànchez Cerro per mano di qualche oppositore del suo sanguinoso regno, e il grido di guerra divenne un’abitudine per festeggiare le vittorie delle partite di calcio a scuola. Ma i miei genitori, che avevano dato come contributo per la guerra gli anelli di nozze, non si ripresero mai dal loro candore.
Per quanto posso ricordare, la mia vocazione per la musica si rivelò in quegli anni attraverso il fascino che mi ispiravano i fisarmonicisti con le loro canzoni da viandanti. Alcune le conoscevo a memoria, come quelle che cantavano di nascosto le donne della cucina perché mia nonna le riteneva canzoni da feccia. Tuttavia, la mia urgenza di cantare per sentirmi vivo me la infusero i tanghi di Carlos Gardel, che contagiarono mezzo mondo. Mi facevo vestire come lui, col cappello di feltro e la sciarpa di seta, e non avevo bisogno di troppe suppliche per lasciarmi andare in un tango a pieni polmoni. Fino a quel brutto mattino in cui la zia Marna mi svegliò con la notizia che Gardel era morto nello scontro fra due aerei > a Medellin. Mesi prima io avevo cantato Questa abajo a una festa di beneficenza, accompagnato dalle sorelle Icheverri, bogotane pure, che erano maestre di maestri d’anima di qualsiasi festa di beneficenza e commemorazione patriottica che si celebrasse a Cataca. E
cantai con tanto carattere che mia madre non si azzardò a contrastarmi quando le dissi che volevo studiare il pianoforte invece della fisarmonica disapprovata dalla nonna.
Quella stessa sera mi portò dalle signorine Echeverri affinché mi insegnassero. Mentre loro chiacchieravano io guardavo il pianoforte dall’altra estremità del salotto con una devozione da cane senza padrone, calcolavo se le mie gambe sarebbero arrivate ai pedali, e dubitavo che il mio pollice e il mio mignolo fossero sufficienti per quegli intervalli spropositati o che fossi capace di decifrare i geroglifici del pentagramma. Fu una visita di belle speranze per due ore. Ma inutile, perché alla fine le maestre ci dissero che il pianoforte era fuori servizio e che non sapevano fin quando. Il progetto venne rinviato a quando fosse tornato l’accordatore dell’anno, ma non se ne parlò più fino a mezza vita dopo, allorché ricordai a mia madre durante una chiacchiera casuale il dolore che avevo provato per non aver studiato pianoforte. Lei sospirò:
«E il peggio» disse «è che non era rotto.»
Allora venni a sapere che si era messa d’accordo con le maestre affinché adducessero il pretesto del pianoforte rotto volendo evitarmi la tortura che lei aveva subito per cinque anni di esercizi sciapi al Collegio della Presentazione. La consolazione fu che a Cataca avevano aperto in quegli anni la scuola montessoriana, le cui maestre stimolavano i cinque sensi mediante esercizi pratici e insegnavano a cantare. Con il talento e la bellezza della direttrice Rosa Elena Fergusson studiare era una cosa meravigliosa come giocare a essere vivi. Imparai ad apprezzare l’olfatto, il cui potere di evocazione nostalgica è travolgente. Il palato, che affinai al punto da avere assaporato bevande che sanno di finestra, pagnotte secche che sanno di baule, infusioni che sanno di messa. In teoria è difficile intendere questi piaceri soggettivi, ma chi li ha vissuti li capirà subito.
Non credo che ci sia un metodo migliore di quello montessoriano per rendere i bambini sensibili alle bellezze del mondo e per destare in loro la curiosità dei segreti della vita. Gli è stato rimproverato di fomentare il senso d’indipendenza e l’individualismo, e forse nel mio caso era vero. Invece, non ho mai imparato a fare le divisioni e a calcolare la radice quadrata, né a sbrogliarmela con le idee astratte.
Eravamo così giovani che ricordo solo due compagni. Una era Juanìta Mendoza, che morì di tifo a sette anni, poco dopo l’inaugurazione della scuola, e mi impressionò tanto che non sono mai riuscito a dimenticarla con corona e veli da sposa nella bara. L’altro è Guillermo Valencia Abdala, mio amico fin dalla prima ricreazione, e mio medico infallibile per i postumi delle sbornie del lunedì.
Mia sorella Margot sarà stata molto infelice in quella scuola, sebbene non ricordi che l’abbia mai detto. Si sedeva sulla sua seggiola delle elementari e se ne rimaneva lì zitta, anche durante le ore di ricreazione, senza distogliere lo sguardo da un punto indefinito finché non suonava il campanello della fine. A suo tempo non seppi mai che mentre rimaneva sola nell’aula vuota masticava la terra del giardino di casa che portava nascosta nella tasca del grembiule.
Mi era costato molto imparare a leggere. Non mi sembrava logico che la lettera m si chiamasse emme, e tuttavia con la vocale successiva non si dicesse emmea bensì ma. Mi era impossibile leggere così. Infine, quando arrivai alla Montessori la maestra non mi insegnò i nomi ma i suoni delle consonanti. Sicché riuscii a leggere il primo libro che trovai in un baule polveroso del magazzino della casa. Era scucito e incompleto, ma mi catturò in una maniera così intensa che al fidanzato di Sara sfuggì mentre passava una premonizione terrificante: «Cazzo, questo bambino diventerà uno scrittore!»
Detto da lui, che viveva dello scrivere, mi fece una grande impressione.
Passarono diversi anni prima di sapere che il libro era Le mille e una notte. Il racconto che più mi piacque, uno dei più brevi e il più semplice che abbia mai letto, ha seguitato a sembrarmi il migliore per il resto della mia vita, anche se adesso non sono sicuro che fosse proprio lì che lo lessi, né qualcuno è mai riuscito a chiarirmelo. Il racconto è questo: un pescatore promette a una vicina di regalarle il primo pesce prenderà se lei gli presta un piombo per la sua rete, e quando la donna apre il pesce per friggerlo vi trova dentro un diamante grosso come una mandorla.
Ho sempre associato la guerra del Perù con la decadenza di Cataca, perché una volta proclamata la pace mio padre si smarrì in un labirinto di incertezze che si risolse infine col trasferimento della famiglia al suo paese natale di Sincé. Per Luis Enrique e me, che lo accompagnammo nel suo viaggio di esplorazione, fu in realtà una nuova scuola di vita, con una cultura così diversa la nostra che sembravano due pianeti distinti. Un giorno dopo l’arrivo ci portarono negli orti vicini e lì imparammo a montare sugli asini, a mungere le mucche, a castrare vitelli, a preparare trappole per le quaglie, a pescare con l’amo e a capire perché i cani rimanevano agganciati alle loro femmine. Luis Enrique mi precedeva sempre di un bel pezzo nella scoperta del mondo che Mina ci aveva proibito, e di cui la nonna Argemira ci parlava a Sincé senza la minima malizia. Tanti zii e tante zie, tanti cugini di colori diversi, tanti parenti dai cognomi strani che parlavano in gerghi così diversi ci comunicavano all’inizio più confusione che novità, finché non la prendemmo come un altro modo di amare. Il papà di papà, don Gabriel Martinez, che era un maestro di scuola leggendario, accolse Luis Enrìque e me nel suo cortile dagli alberi immensi con i manghi più famosi del paese per il loro sapore e la loro grandezza. Li contava a uno a uno tutti i giorni fin dal primo della raccolta annuale e li coglieva a uno a uno con le sue stesse mani al momento di venderli al prezzo favoloso di un centesimo ognuno. Quando ce ne andammo, dopo una chiacchierata amichevole sulla sua memoria di buon maestro, colse un mango dall’albero più frondoso e lo diede a entrambi.
Papà ci aveva vantato quel viaggio come un passo importante nell’integrazione familiare, ma fin dall’arrivo ci accorgemmo che il suo proposito segreto era di aprire una farmacia nella grande piazza principale. Mio fratello e io fummo iscritti alla scuola del maestro Luis Gabriel Mesa, dove ci sentimmo più liberi e meglio integrati in una nuova comunità. Prendemmo in affitto una casa enorme al miglior crocicchio del paese, con due piani e un balcone coperto sulla piazza, nelle cui camere da letto desolate cantava tutta la notte il fantasma invisibile di un piviere.
Tutto era pronto per lo sbarco felice della madre e delle sorelle, quando arrivò il telegramma con la notizia che il nonno Nicolàs Màrquez era morto. L’aveva colto un disturbo alla gola che gli fu diagnosticato come un cancro in fase terminale, ed ebbero appena tempo di portarlo a morire a Santa Marta. L’unico di noi che lo vide nella sua agonia fu mio fratello Gustavo di soli sei mesi, che qualcuno mise nel letto del nonno affinché se ne congedasse. Il nonno agonizzante gli fece una carezza di addio.
Mi ci vollero molti anni per prendere coscienza di cosa significasse per me quella morte inconcepibile.
Il trasferimento a Sincé ebbe comunque luogo, non solo con i figli, ma anche con la nonna Mina e la zia Marna, già ammalata, entrambe affidate alla zia Pa. Ma la gioia della novità e il fallimento del progetto accaddero quasi al contempo, e in meno di un anno tornammo tutti alla vecchia casa di Cataca “facendo buon viso a cattivo gioco”, come diceva mia madre nelle situazioni senza rimedio. Papà se ne rimase a Barranquilla a studiare il modo per aprire la sua quarta farmacia.
Il mio ultimo ricordo della casa di Cataca in quei giorni atroci fu quello del fuoco nel cortile in cui bruciarono i vestiti di mio nonno. I suoi camiciotti da guerra e i suoi lini bianchi da colonnello in borghese assomigliavano a lui come se fosse sempre vivo lì dentro mentre ardevano. Soprattutto i molti berretti di velluto di diversi colori che erano stati il segno particolare che meglio lo distingueva a distanza.
Fra questi riconobbi il mio a quadri scozzesi, buttato nel fuoco per sbaglio, e rabbrividii alla rivelazione che quella cerimonia di sterminio mi conferiva un protagonismo indubbio nella morte del nonno.
Oggi ci vedo chiaro: qualcosa di me era morto con lui.
Ma credo pure, senza ombra di dubbio, che in quel momento ero già uno scrittore delle elementari cui mancava solo di imparare a scrivere.
Fu quello stesso stato d’animo ad aiutarmi a rimanere vivo quando uscii con mia madre dalla casa che non era stato possibile vendere.
Poiché il treno di ritorno poteva arrivare a qualsiasi ora, ce ne andammo alla stazione senza neppure pensar di salutare qualcuno. «Torneremo un altro giorno con più tempo» disse lei, con l’unico eufemismo che le venne in mente per dire che non sarebbe mai tornata. Quanto a me, allora io sapevo che mai più per il resto della vita avrei smesso di rimpiangere il tuono delle tre del pomeriggio. Fummo gli unici fantasmi nella stazione, a parte l’uomo in tuta che vendeva i biglietti e faceva pure quello che ai nostri tempi richiedeva venti o trenta uomini a tempo pieno. Il caldo era di ferro. Dall’altra parte dei binari rimanevano solo i resti della città proibita della compagnia bananiera, le sue antiche dimore senza i tetti rossi, le palme vizze fra la malerba e le rovine dell’ospedale e, all’estremità del viale, l’edificio della Montessori abbandonata fra mandorli decrepiti e la piazzetta! di pietrame davanti alla stazione senza la minima traccia di grandezza storica.
Ogni cosa, solo a guardarla, mi suscitava un’ansia irresistibile di scrivere per non morire. L’avevo patita altre volte, ma solo allora la riconobbi come un’estasi di ispirazione, questa parola abominevole ma così reale che travolge tutto quanto trova al suo passaggio per raggiungere in tempo le sue ceneri.
Non ricordo che avessimo parlato ancora, neppure sul treno di ritorno.
Ormai sulla lancia, all’alba del lunedì, con la brezza fresca della palude addormentata, mia madre si accorse che neppure io dormivo, e mi domandò:
«A cosa pensi?»
«Sto scrivendo» le risposi. E mi affrettai a essere più gentile: «O, meglio, sto pensando a quello che scriverò quando sarò arrivato in ufficio.»
«Non hai paura che tuo papà muoia dal dolore?»
Mi sottrassi con una mossa abile.
«Ha avuto così tanti motivi per morire, che questo sarà il meno mortale.»
Non era il periodo più propizio per avventurarmi ir un secondo romanzo mentre ero impantanato nel primo e avevo tentato con o senza fortuna altre forme di finzione, ma quella sera io stesso me lo imposi come impegno di guerra: scriverlo o morire. O come Rilke aveva detto: «Se crede di essere capace di vivere senza scrivere, non scriva.»
Dal taxi che ci portò fino al molo delle lance, la vecchia città di Barranquilla mi sembrò strana e triste nelle prime luci di quel febbraio provvidenziale. Il capitano della lancia Eline Mercedes mi invitò ad accompagnare mia madre fino alla città di Sucre, dove la famiglia viveva da dieci anni. Non ci pensai neppure.
Salutai mia madre con un bacio, e lei mi guardò negli occhi, mi sorrise per la prima volta dopo il pomeriggio del giorno prima e mi domandò con la sua malizia di sempre:
«Allora, cosa dico a tuo papà?»
Le risposi col cuore in mano:
«Gli dica che gli voglio molto bene e che grazie a lui diventerò uno scrittore.» E bloccai senza compassione qualsiasi altra possibilità:
«Nient’altro che uno scrittore.»
Mi piaceva dirlo, certe volte per scherzo e certe altre sul serio, però mai con tanta convinzione come quel giorno. Rimasi sul molo a rispondere agli addii lenti che mi faceva mia madre dal parapetto, finché la lancia non fu scomparsa fra relitti di navi. Allora mi precipitai nell’ufficio di “El Heraldo”, eccitato per l’ansia che mi rodeva le viscere, e senza quasi respirare iniziai il nuovo romanzo con la frase di mia madre: «Vengo a chiederti il favore di accompagnarmi a vendere la casa.»
Il mio metodo di allora era diverso da quello che adottai in seguito da scrittore professionista. Scrivevo solo con gli indici, come continuo a fare, però non stracciavo ogni paragrafo finché non era a posto, come adesso, ma riversavo tutto quanto in forma bruta avevo dentro di me.
Penso che il sistema fosse imposto dalle proporzioni della carta, che erano strisce verticali tagliate dalle bobine per la stampa, e che potevano essere anche di cinque metri. Il risultato erano certi originali lunghi e angusti come papiri che uscivano arricciolandosi dalla macchina da scrivere e si allungavano sul pavimento a mano a mano che uno scriveva. Il capo redattore non chiedeva gli articoli per cartelle, né per parole o lettere, bensì per centimetri di carta. «Un reportage di un metro e mezzo» si diceva. Rimpiansi quel formato in piena maturità, allorché mi resi conto che in pratica era uguale allo schermo del computer.
Lo slancio con cui iniziai il romanzo era così irresistibile che persi la nozione del tempo. Alle dieci del mattino dovevo aver scritto più di un metro, quando Alfonso Fuenmayor aprì d’improvviso la porta principale, e rimase di sasso con la chiave nella serratura, come se l’avesse confusa con quella del bagno. Finché non mi riconobbe.
«E lei, che cazzo ci fa qui a quest’ora!» mi disse stupito.
«Sto scrivendo il romanzo della mia vita» gli dissi.
«Un altro?» disse Alfonso col suo umorismo impietoso. «Be’, lei ha più vite di un gatto.»
«E’ sempre lo stesso, ma secondo un’altra ottica» gli dissi per non dare spiegazioni inutili.
Non ci davamo del tu, per via della strana abitudine colombiana di darsi del tu fin dal primo saluto e di passare al lei solo quando c’è una maggiore confidenza, come fra marito e moglie.
Tirò fuori libri e carte dalla valigetta malconcia e li posò sopra la scrivania. Nel frattempo, ascoltò con la sua curiosità insaziabile lo scombuglio emotivo che cercai di comunicargli col resoconto frenetico del mio viaggio. Alla fine, a mo’ di sintesi, non riuscii a evitare la mia disgrazia di ridurre a una frase irreversibile quella che non sono capace di spiegare.
«E’ la cosa più grande che mi sia accaduta in vita mia» gli dissi.
«Meno male che non sarà l’ultima» disse Alfonso.
Non rimase a pensarci su tanto, perché neppure lui era capace di accettare un’idea senza averla ridotta alla sua giusta grandezza.
Tuttavia, lo conoscevo abbastanza per rendermi conto che forse la mia emozione di viaggio non l’aveva commosso come io speravo, ma lo aveva sicuramente incuriosito. Fu proprio così: fin dal giorno dopo cominciò a farmi ogni sorta di domande casuali ma lucidissime sullo svolgersi della scrittura, un semplice gesto suo era sufficiente per indurmi a pensare che qualcosa doveva essere corretto.
Mentre parlavamo avevo riunito i miei fogli per lasciar libera la scrivania, perché quel mattino Alfonso doveva scrivere il primo editoriale di “Crònica”. Ma la notizia che portava mi rallegrò la giornata: il primo numero, previsto per la settimana successiva, veniva rinviato una quinta volta per inadempienze nella fornitura di carta. Con un po’ di fortuna, disse Alfonso, usciremo fra tre settimane.
Pensai che quel lasso di tempo provvidenziale mi sarebbe bastato per definire l’inizio del libro, perché io ero ancora troppo inesperto per capire che i romanzi non cominciano come uno vuole ma come loro vogliono. Al punto che sei mesi dopo, quando mi credevo in dirittura d’arrivo, dovetti rifare a fondo le dieci pagine dell’inizio affinché il lettore ci credesse, e ancora oggi non mi sembrano valide. Il rinvio sarà stato un sollievo anche per Alfonso, perché invece di lagnarsene si tolse la giacca e si sedette alla scrivania per continuar a passare al vaglio la recente edizione del dizionario della Real Accademia, che ci era arrivato in quei giorni. Era il suo ozio preferito dopo che aveva trovato un errore casuale in un dizionario inglese e aveva spedito la correzione documentata agli editori di Londra, forse senza altra gratificazione che fare una delle nostre battute nella lettera di accompagnamento: “Finalmente l’Inghilterra deve un favore ai colombiani”. Gli editori gli risposero con una lettera molto cortese in cui riconoscevano il loro errore e gli chiedevano di continuare a collaborare con loro. Così fu, per diversi anni, e trovò altri sbagli non solo nello stesso dizionario, ma pure in altri di diverse lingue. Quando il rapporto invecchiò, aveva ormai contratto il vizio solitario di passare al vaglio dizionari in spagnolo, inglese o francese, e se doveva fare anticamera o aspettare sugli autobus o in una qualsiasi delle tante code della vita, si intratteneva nell’impresa millimetrica di cacciare farfalloni tra le fratte della lingua.
A mezzogiorno l’afa era insopportabile. Il fumo delle sigarette di entrambi aveva rannuvolato la poca luce delle due uniche finestre, ma nessuno si prese la briga di arieggiare l’ufficio, forse per la dipendenza secondaria di continuar a fumare lo stesso fumo fino a morire. Col caldo era diverso. Ho la fortuna congenita di poterlo ignorare fino ai trenta gradi all’ombra. Alfonso, invece, si stava togliendo la roba pezzo per pezzo a mano a mano che il caldo si addensava, senza interrompere la sua incombenza: la cravatta, la camicia, la canottiera. Con l’altro vantaggio che i vestiti rimanevano asciutti mentre lui si scioglieva in sudore, e poteva rimetterseli quando il sole fosse calato, stirati e freschi come a colazione. Sarà stato questo il segreto che gli permise di presentarsi sempre in qualsiasi posto con i suoi lini bianchi, le sue cravatte col nodo storto e i suoi duri capelli da indio divisi in mezzo al cranio da una linea matematica. Era di nuovo così all’una del pomeriggio, quando uscì dal bagno come se si fosse appena svegliato da un sonno restauratore. Passando accanto a me, mi domandò:
«Pranziamo?»
«Niente fame, maestro» gli dissi.
La replica era formulata nel codice della tribù: se dicevo di sì era perché mi trovavo in un impiccio urgente, forse con due giorni a pane e acqua sul gobbo, e in tal caso lo seguivo senza dire nulla ed era chiaro che si sarebbe arrangiato per offrirmi il pasto. La risposta niente fame, poteva significare qualsiasi cosa, ma era il mio modo per dirgli che non avevo problemi a pranzare. Rimanemmo d’accordo di vederci nel pomeriggio, come sempre, alla libreria Mondo.
Poco dopo mezzogiorno arrivò un uomo giovane che sembrava un artista del cinema. Biondissimo, con pelle conciata dalle intemperie, gli occhi di un azzurro misterioso e una calda voce da armonio. Mentre parlavamo della rivista di imminente pubblicazione, tracciò sulla superficie della scrivania la sagoma di un toro selvaggio con sei linee magistrali, e lo firmò con un messaggio per Fuenmayor. Poi buttò la matita sulla scrivania e si congedò sbattendo la porta. Io ero così
preso dallo scrivere, che non guardai neppure il nome sul disegno. Sicché scrissi per il resto della giornata senza mangiare né bere, e quando si spense la luce del tardo pomeriggio dovetti uscire a tentoni con il primo abbozzo del nuovo romanzo, felice e sicuro di avere finalmente trovato una strada diversa rispetto a qualcosa che scrivevo senza speranze da oltre un anno.
Solo quella sera venni a sapere che il visitatore del pomeriggio era il pittore Alejandro Obregón, appena rientrato da uno dei suoi molti viaggi in Europa. Già allora era non solo uno dei grandi pittori della Colombia, ma anche uno degli uomini più amati dai suoi amici, e aveva anticipato il suo ritorno per partecipare al lancio di “Crònica”. Lo incontrai insieme ai suoi intimi in un’osteria senza nome del Callejón de la Luz, in pieno quartiere di sotto, che Alfonso Fuenmayor aveva battezzato col titolo di un libro recente di Graham Greene: Il terzo uomo. I suoi ritorni erano sempre storici, e l’incontro di quella sera culminò con lo spettacolo di un grillo ammaestrato che obbediva come una creatura umana agli ordini del suo padrone. Si drizzava su due zampe, allargava le ali con fischi ritmici e ringraziava per gli applausi con riverenze teatrali. Alla fine, davanti i al domatore inebriato dall’esplodere degli applausi, Obregón prese il grillo per le ali, con la punta delle dita, e dinanzi allo stupore di tutti se lo mise in bocca e lo masticò vivo con un diletto sensuale. Non fu facile indennizzare con ogni sorta di conforti e di regali il domatore inconsolabile. In seguito venni a sapere che non era il primo grillo che Obregón si mangiava vivo in uno spettacolo pubblico, né sarebbe stato l’ultimo.
Mai come in quei giorni mi sentii così integrato a quella città e alla mezza dozzina di amici che cominciavano a essere conosciuti negli ambienti giornalistici e intellettuali del paese come il Gruppo di Barranquilla. Erano scrittori e artisti giovani che esercitavano una certa funzione di guida nella vita culturale della città, tenuti per mano dal maestro catalano Ramón Vinyes,
drammaturgo e libraio leggendario, consacrato dall’Enciclopedia Espasa fin dal 1924.
Li avevo conosciuti nel settembre dell’anno prima quand’ero arrivato da Cartagena, dove risiedevo allora, dietro raccomandazione urgente di Clemente Manuel Zabala, capo redattore del quotidiano “El Universal”, per cui scrivevo i miei primi articoli. Avevamo passato una notte a parlare di tutto e ci eravamo tenuti in un contatto entusiasta e costante, scambiandoci libri e ammicchi letterari, finché non avevo cominciato a lavorare con loro. Tre del gruppo originale si distinguevano per la loro indipendenza e per il potere delle loro vocazioni: Germàn Vargas, Alfonso Fuenmayor e Alvaro Cepeda Samudio.
Avevamo così tante cose in comune che per cattiveria dicevano che eravamo figli di uno stesso padre, ma ci eravamo messi in vista e in certi ambienti ci amavano poco per la nostra indipendenza, le nostre vocazioni irresistibili, una determinazione creativa che si faceva strada a colpi di gomito e una timidezza che ognuno risolveva a modo suo e non sempre con successo.
Alfonso Fuenmayor era un eccellente scrittore e giornalista di ventotto anni che ebbe a lungo su “El Heraldo” una rubrica di attualità “Aria del Giorno”, con lo pseudonimo shakespeariano di “Puck”. Quanto più conoscevamo la sua disinvoltura e il suo senso dell’umorismo, tanto meno capivamo come avesse potuto leggere tutti quei libri in quattro lingue su qualsiasi argomento fosse possibile immaginare. La sua ultima esperienza di vita, a quasi cinquantanni, fu quella di un’automobile enorme e sgangherata che guidava rischiosamente a venti chilometri all’ora. I tassisti, suoi grandi amici e lettori, lo riconoscevano a distanza e si scostavano per lasciargli la strada libera.
Germàn Vargas Cantillo era un rubricista del giornale della sera “El Nacional”, critico letterario competente e mordace, con una prosa così sinuosa da riuscire a convincere il lettore che le cose succedevano solo perché lui le raccontava.
Fu uno dei migliori presentatori radiofonici e sicuramente il più colto in quei bei tempi di mestieri nuovi, e un esempio difficile del reporter naturale che mi sarebbe piaciuto essere.
Biondo e con un’ossatura robusta, e occhi di un azzurro pericoloso, non fu mai possibile capire come ce la facesse a essere al corrente di tutto quanto era degno di essere letto. Non esitò un istante nella sua ossessione precoce di scoprire talenti letterari nascosti in angoli remoti della provincia dimenticata per esporli alla luce pubblica. Fu una fortuna che non avesse mai imparato a guidare in quella confraternita di distratti, perché avevamo paura che non avrebbe resistito alla tentazione di leggere guidando.
Alvaro Cepeda Samudio, invece, era innanzitutto un guidatore allucinato, sia di automobili sia delle lettere; buon narratore quando aveva la volontà di sedersi a scrivere; magistrale critico cinematografico, e di certo il più colto, e promotore di polemiche audaci. Sembrava uno zingaro della Palude Grande, con una pelle abbronzata e una bella testa di riccioli neri e scarruffati, e certi occhi da pazzo che non nascondevano il suo cuore facile. Le sue calzature preferite erano certi sandali di stracci dei più economici, e teneva stretto fra i denti un sigaro enorme e quasi sempre spento. Aveva fatto su “El Nacional” i suoi primi passi di giornalista, e vi aveva pubblicato i suoi primi racconti.
Quell’anno si trovava a New York per finire un corso superiore di giornalismo alla Columbia University.
Un membro itinerante del gruppo, e il più distinto insieme a don Ramón, era José Félix Fuenmayor, il papà di Alfonso.
Giornalista storico e narratore fra i maggiori, aveva pubblicato un libro di versi Muse del tropico, nel 1910, e due romanzi: Cosme, nel 1927, e Una triste avventura di quattordici saggi, nel 1928.
Nessuno era stato un successo di vendite, ma la critica specializzata considerò sempre José Félix uno dei migliori narratori, soffocato dalle fronde della provincia.
Non avevo mai sentito parlare di lui quando lo conobbi, un mezzogiorno in cui ci ritrovammo da soli al Japy, e subito mi abbagliò per le sue conoscenze e la semplicità della sua conversazione.
Era un veterano, sopravvissuto a una brutta prigionia durante la guerra dei Mille Giorni. Non aveva la formazione di Vinyes, ma era più vicino a me per il suo modo d’essere e la sua cultura caraibica. Tuttavia, quanto più mi piaceva di lui era la sua strana capacità di trasmettere le sue conoscenze come se fosse la cosa più semplice del mondo. Era un conversatore inarrestabile e un maestro di vita, e il suo modo di pensare era diverso da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora.
Alvaro Cepeda e io passavamo ore ad ascoltarlo, soprattutto per via del suo principio basilare secondo cui le differenze di fondo fra la vita e la letteratura erano semplici errori di forma. In seguito, non ricordo dove, Alvaro scrisse una frase indubbia: “Noi tutti proveniamo da José Félix”.
Il gruppo si era formato in modo spontaneo, quasi per forza di gravità, in virtù di un’affinità indistruttibile ma difficile da intendere a prima vista. Spesso ci domandarono com’era che essendo tanto diversi eravamo sempre d’accordo, e dovevamo improvvisare una qualche risposta per non rispondere la verità: non lo eravamo sempre, ma ne capivamo i motivi. Eravamo consapevoli che fuori dal nostro ambito avevamo un’immagine di prepotenti, narcisisti e anarchici. Soprattutto per le nostre posizioni politiche. Alfonso era visto come un liberale ortodosso, Germàn come un libero pensatore controvoglia, Alvaro come un anarchico arbitrario e io come un comunista incredulo e suicida in potenza. Tuttavia, sono convintissimo che la nostra maggior fortuna fu che anche negli impicci estremi potevamo perdere la pazienza ma mai il senso dell’umorismo.
Le nostre poche divergenze serie le discutevamo fra noi, e talvolta toccavano temperature pericolose, comunque venivano dimenticate non appena ci alzavamo in piedi, o se arrivava qualche amico estraneo al gruppo. La lezione più memorabile la imparai una volta per tutte al bar dei Mandorli, una sera in cui Alvaro e io, arrivato da poco, ci invischiammo in una discussione su Faulkner. Gli unici testimoni al tavolo erano Germàn e Alfonso, e si tennero al margine in un silenzio di marmo che toccò estremi insopportabili. Non ricordo in quale momento, ubriaco di rabbia e di acquavite, sfidai Alvaro a risolvere la discussione a cazzotti. Entrambi facemmo come per alzarci dal tavolo e uscire in strada, quando la voce impassibile di Germàn Vargas ci frenò bruscamente con una lezione valida per sempre:
«Chi si alza per primo ha già perso.»
Nessuno era allora arrivato ai trent’anni. Io, che ne avevo ventitré compiuti, ero il più giovane del gruppo, ed ero stato adottato da loro quando mi ero stabilito lì nel dicembre precedente. Ma al tavolo di Ramón Vinyes ci comportavamo tutt’e quattro da promotori e postulatori della fede, sempre insieme, parlando delle stesse cose e burlandoci di tutto, e così d’accordo nel muoverci controcorrente che avevamo finito per essere considerati come uno solo.
L’unica donna che ritenevamo parte del gruppo era Meira Delmar, che si iniziava alla passione della poesia, la frequentavamo solo le rare volte in cui uscivamo dalla nostra orbita di cattive abitudini. Erano memorabili le serate a casa sua con gli scrittori e gli artisti famosi che passavano per la città. Un’altra amica con meno tempo e meno occasioni di incontro era la pittrice Cecilia Porras, che ogni tanto veniva da Cartagena, e ci seguiva nei nostri peripli notturni, perché non gliene importava che le donne fossero mal viste nei caffè pieni di ubriachi e nelle case di perdizione.
Noi del gruppo ci incontravamo due volte al giorno alla libreria Mondo, che finì per trasformarsi in un centro di riunioni letterarie. Era una gora di pace in mezzo al fragore di Calle San Blas, l’arteria commerciale chiassosa e ardente in cui si riversava il centro della città alle sei del pomeriggio. Alfonso e io scrivevamo fino all’imbrunire nel nostro ufficio attiguo alla sala della redazione di “El Heraldo”, da bravi alunni diligenti, lui i suoi editoriali giudiziosi e io i miei articoli squinternati. Spesso ci scambiavamo idee da una macchina all’altra, ci prestavamo aggettivi, ci consultavamo a vicenda su certi dati, al punto che talvolta era difficile sapere quale paragrafo era mio o suo.
La nostra vita quotidiana fu quasi sempre prevedibile, tranne le notti del venerdì in cui eravamo preda dell’ispirazione e talvolta ci ritrovavamo davanti alla colazione del lunedì. Se l’interesse ci catturava, tutt’e quattro intraprendevamo una peregrinazione letteraria senza freni né ostacoli. Cominciava al Terzo Uomo insieme agli artigiani del quartiere e ai meccanici di un’officina, oltre che a funzionari pubblici tediati e altri che lo erano meno. Il più strano di tutti era un ladro di appartamenti che arrivava poco prima della mezzanotte con la sua personale uniforme: calzamaglia, scarpe da tennis, berretto da baseball e una valigia di strumenti leggeri. Qualcuno che lo sorprese mentre rubava a casa sua riuscì a ritrarlo e pubblicò la fotografia sui giornali per vedere se qualcuno lo identificava. L’unica cosa che ottenne furono diverse lettere di lettori indignati per la giocata sporca nei confronti dei poveri svaligiatori.
Il ladro aveva una vocazione letteraria vissuta bene, non perdeva una parola delle conversazioni su arti e libri, e sapevamo che era imbarazzato autore di poesie d’amore che declamava per la clientela quando noi non c’eravamo. Dopo la mezzanotte se ne andava a rubare nei quartieri alti, come se fosse un lavoro, e tre o quattro ore dopo ci portava in regalo qualche carabattola prelevata dal bottino. «Per le bambine» ci diceva, senza neppure domandare se ne avevamo. Quando un libro colpiva la sua attenzione ce lo portava in dono, e se non valeva la pena lo regalavamo alla biblioteca distrettuale che dirigeva Meira Delmar.
Quelle lezioni itineranti ci avevano valso una reputazione torbida fra le buone comari che incontravamo all’uscita dalla messa delle cinque, e che cambiavano marciapiede per non incrociare ubriachi insonni. Ma il fatto è che non c’erano bisbocce più ammodo e fruttuose. Se qualcuno se ne rese subito conto questi fui io, che li accompagnavo nelle loro grida da bordello sull’opera di John Dos Passos o nei gol sprecati dal Deportivo Junior. Al punto che una delle graziose etere del Gatto Nero, stufa di tutta una notte di dispute gratuite, ci aveva gridato:
«Se voi scopaste quanto gridate, noi saremmo coperte d’oro!»
Spesso andavamo a vedere il nuovo sole in un bordello senza nome del quartiere cinese dove abitò per anni Orlando Rivera, “Figurina”, mentre dipingeva un murale che fece epoca. Non ricordo persona più bizzarra, con il suo sguardo lunatico, la sua barba da capra e la sua bontà da orfano. Fin dalle elementari gli era venuta la fissa di essere cubano, e finì per esserlo più e meglio che se lo fosse stato. Parlava, mangiava, dipingeva, si vestiva, si innamorava, ballava e viveva la sua vita come un cubano, e cubano morì senza mai esser stato a Cuba.
Non dormiva. Quando andavamo a trovarlo all’alba scendeva a balzi dalle impalcature, più pitturato lui che il murale, e bestemmiando in lingua dei mambises nei postumi della marijuana. Alfonso e io gli portavamo articoli e racconti da illustrare, e dovevamo raccontarglieli a viva voce perché non aveva la pazienza di leggerli. Faceva i disegni in un istante con tecniche da caricatura, che erano le uniche in cui credeva.
Gli venivano quasi sempre bene, sebbene Germàn Vargas dicesse con un sorrisetto che erano molto migliori quando gli venivano male.
Questa era Barranquilla, una città che non assomigliava ad altre, soprattutto da dicembre a marzo, allorché gli alisei del nord compensavano i giorni infernali con certe raffiche notturne che vorticavano nei cortili delle case e trascinavano in aria le galline.
Rimanevano vivi solo gli alberghetti e le bettole per i marinai intorno al porto.
Alcune cucciolette aspettavano per notti intere la clientela sempre incerta dei battelli fluviali. Una banda di ottoni suonava un valzer languido nel pioppeto, ma nessuno lo ascoltava, a causa delle grida degli autisti che discutevano di calcio fra i taxi fermi tutti insieme sul selciato del Paseo Bolivar. L’unico locale possibile era il caffè Roma, una taverna di rifugiati spagnoli che non chiudeva mai per il semplice motivo che non aveva porte. Non aveva neppure tetti, in una città con acquazzoni sacramentali, ma non si sentì mai dire che qualcuno avesse smesso di mangiare una frittata di patate o di concertare un affare per colpa della pioggia. Era una gara sotto il cielo, con tavolini rotondi dipinti di bianco e seggioline di ferro sotto fronde di acacie fiorite. Alle undici, quando chiudevano i giornali del mattino, Heraldo” e “La Prensa”, i redattori della notte si riunivano per mangiare. I rifugiati spagnoli erano lì fin dalle sette, dopo che avevano ascoltato a casa il radiogiornale del professor Juan José Pérez Domenech, che continuava a dare notizie sulla guerra spagnola dodici anni dopo che l’avevano persa. Una sera di fortuna, lo scrittore Eduardo Zalamea aveva buttato l’ancora lì di ritorno dalla Guajira, e si era sparato un colpo di pistola al petto senza conseguenze gravi. Il tavolo rimase con una reliquia storica che i camerieri mostravano ai turisti senza che fosse permesso occuparlo. Anni dopo, Zalamea pubblicò la testimonianza della sua avventura Quattro anni a bordo di me stesso, un romanzo che aprì orizzonti insospettabili per la nostra generazione.
Io ero il più derelitto della confraternita, e spesso mi rifugiai al caffè Roma per scrivere fino all’alba in un angolo discosto, perché i due lavori avevano entrambi la virtù paradossale di essere importanti e mal pagati, mi sorprendeva l’alba, a leggere senza pietà, e quando mi braccava la fame mi prendevo una grossa cioccolata con un panino di buon prosciutto spagnolo e passeggiavo nelle luci dell’alba fino a certi alberi fioriti del Pas
Bolìvar. Le prime settimane avevo scritto fino a molto tardi nella redazione del giornale, e avevo dormito qualche ora nella sala deserta della redazione o sopra le bobine di carta da stampa, ma col tempo mi vidi costretto a cercare un posto meno originale.
La soluzione, come tante altre del futuro, me la fornirono gli allegri tassisti del Paseo Bolìvar, in un alberghetto a un isolato dalla cattedrale, dove si dormiva soli o accompagnati per un peso e mezzo.
L’edificio era molto antico ma ben tenuto, grazie alle solenni puttanelle che giravano per il Paseo Bolìvar fin dalle sei del pomeriggio in cerca di amori smarriti. Il portiere si chiamava Làcides.
Aveva un occhio di vetro un po’ storto e balbettava per timidezza, e lo ricordo ancora con un’immensa gratitudine fin dalla prima sera che arrivai. Buttò i soldi nel tiretto del bancone, pieno delle banconote mescolate e stropicciate della prima notte, e mi diede la chiave della stanza numero sei.
Non ero mai stato in un posto così tranquillo. Quello che più si sentiva erano i passi spenti, un mormorio incomprensibile e di tanto in tanto uno scricchiolio angoscioso di molle arrugginite. Ma né un sussurro, né un sospiro: nulla. L’unico problema era il caldo da forno che entrava dalla finestra sbarrata con paletti di legno. Però, già la prima notte lessi benissimo William Irish, fin quasi all’alba.
Era stata una dimora di antichi armatori, con colonne rivestite di alabastro e fregi di similoro, intorno a un cortile interno protetto da una vetrata pagana che irradiava un chiarore da serra. Al piano terreno c’erano gli studi notarili della città. A ognuno dei tre piani della casa originale c’erano vani di marmo, trasformati in cubicoli di cartone, uguali al mio, dove mietevano il loro raccolto le peripatetiche della zona. Un tempo quell’antro felice aveva avuto il nome di Hotel New York, e Alfonso Fuenmayor lo chiamò in seguito Il Grattacielo, in memoria dei suicidi che in quegli anni si buttavano dall’Empire State
Comunque, l’asse delle nostre vite era la libreria del Mondo, a mezzogiorno e alle sei del pomeriggio, nell’isolato più affollato di Calle San Blas. Fu Germàn Vargas, amico intimo del proprietario, don Jorge Rondón, a convincerlo ad aprire quel locale che in poco tempo si trasformò nel centro di riunione di giornalisti, scrittori e politici giovani. Rondón mancava di esperienza negli affari, ma imparò in fretta, e con un entusiasmo e una generosità che lo trasformarono in un mecenate indimenticabile. Germàn, Alvaro e Alfonso furono i suoi consiglieri nelle ordinazioni di libri, soprattutto quanto alle novità da Buenos Aires, i cui editori avevano cominciato a tradurre, stampare e distribuire in quantità le novità letterarie di tutto il mondo dopo la guerra mondiale. Grazie a loro potevamo leggere in tempo i libri che altrimenti non sarebbero arrivati in città. Loro stessi entusiasmavano la clientela e fecero sì che Barranquilla tornasse a essere il centro di lettura che anni prima era decaduto, quando aveva chiuso la storica libreria di don Ramón.
Non era trascorso molto tempo dal mio arrivo allorché entrai in quella confraternita che aspettava come inviati dal cielo i commessi viaggiatori delle case editrici argentine. Grazie a loro fummo ammiratori precoci di Jorge Luis Borges, di Julio Cortàzar, di Felisberto Hernàndez e dei romanzieri inglesi e nordamericani ben tradotti dalla compagnia di Victoria Ocampo. La fucina di un ribelle, di Arturo Barea, fu il primo messaggio che infondesse speranza da una Spagna remota messa a tacere da due guerre. Uno di quei commessi, il puntuale Guillermo Dàvalos, aveva la buona abitudine di unirsi alle nostre bisbocce notturne e di regalarci i campioni delle sue novità dopo aver concluso i suoi affari in città! Il gruppo, che abitava lontano dal centro, andava di sera al caffè Roma solo per motivi concreti. Per me, invece, era la casa che non avevo. Al mattino lavoravo nella tranquilla redazione di “El Heraldo”, pranzavo come potevo, quando potevo e dove potevo, ma quasi sempre invitato all’interno del gruppo da buoni amici e politici interessati.
Nel pomeriggio scrivevo “La Giraffa”, il mio pezzo quotidiano, e qualsiasi altro testo d’occasione. A mezzogiorno e alle sei del pomeriggio ero il più puntuale alla libreria Mondo. L’aperitivo all’ora di pranzo, che il gruppo prese per anni al caffè Colombia, si trasferì in seguito al caffè Japy, sul marciapiede di fronte, che era il più ventilato e allegro su Calle San Blas. Lo usavamo per le visite, i lavori da sbrigare, gli affari, gli appuntamenti, e come luogo comodo per incontrarci.
Il tavolo di don Ramón al Japy aveva leggi inviolabili imposte dalla consuetudine. Era il primo ad arrivare per via del suo orario di maestro fino alle quattro del pomeriggio. Non c’era posto per più di sei a quel tavolo. Avevamo scelto dove sederci in rapporto a lui, e si considerava di cattivo gusto aggiungere altre seggiole lì dove non ci stavano. Per l’antichità e il rango della sua amicizia, Germàn si sedette alla sua destra fin dal primo giorno. Si occupava lui delle sue faccende materiali. Gliele risolveva anche se non gli erano state affidate, perché il nostro saggio aveva la vocazione congenita di non immischiarsi nella vita pratica. In quei giorni, la faccenda principale era la vendita dei suoi libri alla biblioteca distrettuale, e la messa all’asta di altre cose prima che se ne tornasse a Barcellona. Più che un segretario, Germàn sembrava un buon figlio.
I rapporti di don Ramón con Alfonso, invece, si basavano su problemi letterari e politici più difficili. Quanto ad Alvaro, mi sembrò sempre inibito se lo trovava da solo al tavolo e aveva bisogno della presenza di altri per cominciar a navigare. L’unico essere umano che aveva libero diritto di sedersi al tavolo era José Félix. La sera, don Ramón non andava al Japy ma al vicino caffè Roma, con i suoi amici dell’esilio spagnolo.
L’ultimo che arrivò al suo tavolo fui io, e fin dal primo giorno mi sedetti senza averne la prerogativa sulla seggiola di Alvaro Cepeda, finché questi rimase a New York. Don Ramón mi accolse come un altro discepolo perché aveva letto i miei racconti su “El Espectador”.
Tuttavia, non avrei mai immaginato che sarei arrivato ad avere con lui la confidenza di chiedergli in prestito il denaro per il mio viaggio a Aracataca con mia madre.
Poco dopo, per una casualità inconcepibile, ci fu la nostra prima e unica conversazione da soli quando andai al Japy più presto degli altri per restituirgli senza testimoni i sei pesos che mi aveva prestato.
«Salve, genio» mi salutò come sempre. Ma qualcosa sul mio volto lo allarmò: «E’ ammalato?»
«Credo di no, signore» gli dissi inquieto. «Perché?»
«La noto smagrito» disse lui, «ma non mi dia retta, in questi giorni siamo tutti fottuti del cui.»
Ripose i sei pesos nel portafogli con un gesto reticente come se fosse stato denaro ottenuto in malo modo.
«Li accetto» mi spiegò arrossito «in ricordo di un giovanotto poverissimo che è stato capace di pagare un debito senza che ne fosse costretto.»
Non seppi cosa dire, immerso in un silenzio che sopportai come un pozzo di piombo nello schiamazzo in sala. Non mi ero mai sognato la fortuna di quell’incontro. Avevo l’impressione che nelle chiacchiere del gruppo ognuno contribuisse al disordine col suo granello di sabbia, e che le trovate e le carenze di ognuno si confondessero con quelle degli altri, ma non mi era mai venuta in mente di poter parlare da solo delle arti e della gloria con un uomo che viveva da anni dentro un’enciclopedia. Molte volte all’alba, mentre leggevo nella solitudine della mia
stanza, immaginavo i dialoghi eccitanti che avrei voluto sostenere con lui sui miei dubbi letterari, ma si scioglievano senza lasciare tracce alla luce del sole! La mia timidezza si acuiva quando Alfonso irrompeva con una delle sue idee inaudite, o Germàn disapprovava un parere affrettato del maestro, o Alvaro si sgolava per un progetto che ci faceva andar fuori di testa.
Per fortuna, quel giorno al Japy fu don Ramon a prendere l’iniziativa di domandarmi come andavano le mie letture. In quel periodo io avevo letto tutto quello che ero riuscito a trovare della generazione perduta in spagnolo, con una speciale attenzione per Faulkner, che sezionavo con una cautela sanguinaria da rasoio affilato, a causa del mio strano timore che alla lunga non fosse altro che un retorico astuto. Dopo averlo detto mi fece rabbrividire il pudore che sembrasse una provocazione, e cercai di raddolcire il tutto, ma don Ramón non me ne concesse il tempo.
«Non si preoccupi, Gabito» mi rispose impassibile. «Se Faulkner fosse a Barranquilla siederebbe a questo tavolo.»
Comunque, aveva notato che Ramón Gómez de la Sema mi interessava al punto da citarlo nella “Giraffa” insieme ad altri romanzieri indiscutibili. Gli spiegai che non lo facevo per i suoi romanzi, perché a parte La villa delle rose, che mi era piaciuto molto, a interessarmi di lui erano l’audacia del suo ingegno e il suo talento verbale, ma solo come una ginnastica ritmica per imparare a scrivere. In tal senso, non ricordo un genere di prosa più intelligente delle sue famose greguerias. Don Ramón mi interruppe col suo sorriso mordace:
«Per lei il pericolo è che senza accorgersene impari pure a scrivere male.»
Tuttavia, prima di chiudere l’argomento, ammise che in mezzo al suo disordine fosforescente Gómez de la Sema era un buon poeta.
Le sue risposte erano così, immediate e sagge, e a stento avevo nervi sufficienti per assimilarle, offuscato dal timore che qualcuno interrompesse quell’occasione unica. Ma lui sapeva come fare. Il suo cameriere consueto gli portò la cocacola delle undici e mezza, e lui sembrò non accorgersene, ma la bevve a sorsetti con la cannuccia di carta senza interrompere le sue spiegazioni. La maggior parte dei clienti lo salutava ad alta voce fin dalla soglia: «Come va, don Ramon?»
Nota:
Le greguerias di Ramón Gómez de la Sema (1888-1963) sono brevi composizioni in prosa formate da interpretazioni o commenti ingegnosi o umoristici relativi a vari aspetti della vita quotidiana. (N.d.T.) E lui rispondeva senza guardarli con uno svolazzo della sua mano d’artista.
Mentre parlava, don Ramón volgeva sguardi furtivi alla cartelletta di cuoio che tenevo stretta con entrambe le mani mentre lo ascoltavo.
Quando ebbe finito di bere la prima cocacola, torse la cannuccia come una vite e ordinò la seconda. Anch’io ne chiesi una sapendo benissimo che a quel tavolo ognuno pagava per sé. Alla fine mi domandò cos’era la cartelletta misteriosa cui mi aggrappavo come un naufrago.
Gli raccontai la verità: era il primo capitolo ancora da correggere del romanzo che avevo cominciato al ritorno da Cataca insieme a mia madre.
Con un’audacia di cui non sarei mai più stato capace in un’alternativa di vita o di morte, posai sul tavolo la cartelletta aperta davanti a lui, come una provocazione innocente. Fissò su di me le sue pupille diafane di un azzurro pericoloso, e mi domandò un po’ stupito:
«Lei permette?»
Era scritto a macchina con innumerevoli correzioni, su strisce di carta da stampa ripiegate come il soffietto di una fisarmonica. Lui si infilò senza fretta gli occhiali per leggere, dispiegò i pezzi di carta con una maestria da professionista e li sistemò sul tavolo. Lesse senza un gesto, senza fare una piega, senza un mutamento nel respiro, con un ciuffo da cacatua mosso appena appena dal ritmo dei suoi pensieri.
Quando ebbe finito due strisce complete le ripiegò in silenzio con un’arte medievale, e chiuse la cartelletta. Allora ripose gli occhiali nell’astuccio e se li infilò nella tasca sul petto.
«Si vede che è materiale ancora grezzo, com’è logico» mi disse con una grande semplicità. «Ma va bene.»
Fece qualche commento marginale sull’uso dei tempi, che era il mio problema di vita o morte, e di certo il più difficile, e aggiunse:
«Lei dev’essere consapevole che il dramma è già successo e che i personaggi sono lì solo per evocarlo, sicché si tratta di combattere con due tempi.»
Dopo una serie di precisazioni tecniche che per la mia inesperienza non riuscii a valutare, mi consigliò che la città del romanzo non si chiamasse Barranquilla, come io avevo deciso, nella prima versione, perché era un nome così condizionato dalla realtà che avrebbe lasciato al lettore pochissimo spazio per sognare. E finì col suo tono scherzoso:
«Oppure faccia finta di niente e aspetti che le caschi dal cielo. In fin dei conti, l’Atene di Sofocle non è mai stata la stessa di Antigone.»
Ma quello che seguii sempre alla lettera fu la frase con cui quel pomeriggio si congedò da me:
«La ringrazio per la sua deferenza, e in cambio le darò un consiglio: non mostri mai a nessuno la versione provvisoria di quello che sta scrivendo.»
Fu la mia unica conversazione da solo con lui, ma valse per tutte, in quanto partì il 15 aprile 1950 per Barcellona, com’era previsto da oltre un anno, rarefatto dal vestito nero e dal cappello da magistrato. Fu come imbarcare un bambino della scuola. Era in buona salute e aveva una lucidità intatta a sessantotto anni, ma noi che l’accompagnammo all’aeroporto lo salutammo come se fosse stato una persona che tornava alla sua terra natale per assistere al suo stesso funerale.
Solo il giorno dopo, quando arrivammo al nostro tavolo del Japy, ci rendemmo conto del vuoto rimasto sulla sua seggiola, che nessuno si decise a occupare finché non si ebbe concordato che toccava a Germàn. Ci volle qualche giorno perché ci abituassimo al nuovo ritmo della conversazione quotidiana, ma poi arrivò la prima lettera di don Ramón, che sembrava scritta a viva voce, con la sua calligrafia minuziosa a inchiostro viola. Così ebbe inizio una corrispondenza con tutti che passava attraverso Germàn, frequente e intensa, in cui raccontava pochissimo della sua vita e molto di una Spagna che avrebbe seguitato a considerare una terra nemica finché fosse vissuto Franco e fosse perdurato il predominio spagnolo sulla Catalogna.
L’idea del settimanale era di Alfonso Fuenmayor, e molto precedente rispetto a quei giorni, ma ho l’impressione che la partenza del saggio catalano l’accelerò. Riuniti di proposito nel caffè Roma tre sere dopo, Alfonso ci informò che aveva tutto pronto per il lancio. Sarebbe stato un settimanale di venti pagine, giornalistico e letterario, il cui nome,
“Crònica”, non avrebbe detto granché a nessuno. A noi sembrava un delirio che dopo quattro anni trascorsi senza ottenere fondi dove ce n’erano in abbondanza, Alfonso Fuenmayor li avesse trovati fra artigiani, meccanici, magistrati in pensione e persino osti complici che accettarono di pagare la pubblicità con rum di canna. Ma c’erano motivi per pensare che sarebbe stato bene accolto in una città che, in mezzo alle sue greggi industriali e alle sue pretese civiche, manteneva viva la devozione per i suoi poeti.
Oltre a noi sarebbero stati pochi i collaboratori regolari. L’unico professionista con una buona esperienza era Carlos Oslo Noguera, il Vate Oslo, un poeta e giornalista di una simpatia particolare e con un corpo enorme, funzionario del governo e censore di “El Nacional”, dove aveva lavorato con Alvaro Cepeda e Germàn Vargas. Un altro sarebbe stato Roberto (Bob) Prieto, uno strano erudito dell’alta classe sociale, che poteva pensare in inglese o in francese così come in spagnolo e suonare a memoria al pianoforte diverse opere di grandi maestri. Il meno comprensibile della lista che venne in mente ad Alfonso Fuenmayor fu Julio Mario Santodomingo. Lo impose senza riserve perché voleva essere un uomo diverso, ma quello che eravamo in pochi a capire era che comparisse nella lista del consiglio editoriale, quando sembrava destinato a diventare un Rockefeller latino, intelligente, colto e cordiale, ma definitivamente condannato alle brume del potere.
Pochissimi sapevano, come lo sapevamo noi quattro promotori della rivista, che il sogno segreto dei suoi venticinque anni era diventare uno scrittore.
Il direttore, per diritto indiscusso, sarebbe stato Alfonso.
Germàn Vargas sarebbe stato innanzitutto il grande reporter con cui io speravo di condividere il lavoro, non quando ne avessi il tempo, che non abbiamo mai avuto, ma quando si fosse avverato il mio sogno di imparare a diventarlo. Alvaro Cepeda avrebbe inviato collaborazioni nei suoi momenti liberi dalla Columbia University, a New York. In fondo alla coda, nessuno era più libero e ansioso di me per essere nominato capo redattore di un settimanale indipendente e incerto, e così accadde.
Alfonso aveva da anni riserve in archivio e molto lavoro portato avanti negli ultimi sei mesi con articoli, materiali letterari, reportage magistrali e promesse di annunci commerciali da parte dei suoi amici ricchi. Il capo redattore, senza orario definito e con lo stipendio più alto di qualsiasi giornalista della mia categoria, ma subordinato ai guadagni futuri, aveva pure la preparazione per far uscire la rivista bene e in tempo. Finalmente, il sabato della settimana successiva, allorché entrai nel nostro cubicolo di “El Heraldo” alle cinque del pomeriggio, Alfonso Fuenmayor non alzò neppure lo sguardo dall’editoriale che stava finendo.
«Si dia da fare, maestro» mi disse, «che la settimana prossima esce
“Crònica”.»
Non mi spaventai, perché in precedenza avevo sentito quella frase già due volte. Tuttavia, la terza fu quella buona. Il maggior evento giornalistico della settimana, con un vantaggio assoluto, era stato l’arrivo del calciatore brasiliano Heleno de Freitas al Deportivo Junior, anche se non ne avremmo trattato in concorrenza con la stampa specializzata, ma come una grande notizia di interesse culturale e sociale. “Crònica” non si sarebbe lasciato catalogare in base a quel genere di distinzioni, e tanto meno essendo il caso di una realtà popolare come il calcio. La decisione fu unanime e il lavoro efficace.
Avevamo preparato così tanto materiale nell’attesa, che l’unico dell’ultimo momento fu il reportage su Heleno, scritto da Germàn Vargas, maestro del genere e fanatico del calcio. Il primo numero uscì puntuale nelle edicole sabato 29 aprile 1950, giorno di santa Caterina da Siena, scrittrice di lettere celesti nella piazza più bella del mondo. “Crònica” fu stampato con una scritta mia dell’ultimo momento sotto il titolo: “Il suo miglior weekend”. Sapevamo di sfidare il purismo indigesto che predominava nella stampa colombiana di quegli anni, ma quanto volevamo dire con quella scritta non aveva un equivalente con le stesse sfumature nella lingua spagnola. In copertina c’era un disegno a inchiostro di Heleno de Freitas fatto da Alfonso Melo, l’unico ritrattista dei nostri tre disegnatori.
L’edizione, malgrado la fretta dell’ultimo momento e la mancanza di promozione, si esaurì molto prima che! la redazione al gran completo arrivasse allo Stadio Municipale il giorno dopo, domenica 30 aprile, dove si giocava la straordinaria partita fra il Deportivo Junior e lo Sporting, entrambe squadre di Barranquilla. La rivista stessa era divisa perché Germàn e Alvaro erano tifosi dello Sporting, mentre Alfonso e io lo eravamo dello Junior. Comunque, il solo nome di Heleno e l’eccellente reportage di Germàn Vargas assecondarono l’equivoco secondo cui
“Crònica” era finalmente la grande rivista sportiva che la Colombia aspettava.
Lo stadio era zeppo. A sei minuti dal primo tempo, Heleno de Freitas fece il suo primo gol in Colombia, infilato dal centro del campo.
Sebbene alla fine avesse vinto lo Sporting per 3 a 2, la partita fu di Heleno, e poi di noi, per avere indovinato la copertina premonitrice.
Tuttavia, non ci fu potere umano né divino capace di far intendere al pubblico che “Crònica” non era una rivista sportiva bensì un settimanale di cultura che onorava Heleno de Freitas alla stregua di una delle grandi notizie dell’anno. Non eravamo una ghenga di novellini. Tre di noi erano abituati a trattare argomenti calcistici nelle loro colonne di interesse generale, incluso Germàn Vargas, com’è naturale. Alfonso Fuenmayor era un gran appassionato del calcio e Alvaro Cepeda fu per anni corrispondente in Colombia dello “Sporting News”, di Saint Louis, nel Missouri. Tuttavia, i lettori che noi desideravamo non accolsero a braccia aperte i numeri successivi, e i fanatici degli stadi ci abbandonarono senza dolore.
Cercando di rammendare lo strappo decidemmo in consiglio editoriale che io avrei scritto un reportage centrale su Sebastiàn Berascochea, un altro dei campioni brasiliani del Deportivo Junior, con la speranza di conciliare calcio e letteratura, come tante volte avevo cercato di fare con altre scienze occulte nella mia rubrica quotidiana. La febbre del pallone che Luis Carmelo Correa mi aveva contagiato nei campetti di Cataca mi era scesa quasi a zero. Inoltre, io ero uno dei primi fanatici del baseball caraibico, o il gioco della palla, come dicevamo in lingua vernacola. Comunque, raccolsi la sfida.
Il mio modello, naturalmente, fu il reportage di German Vargas. Mi allenai con altri, e mi sentii riconfortato da una lunga conversazione con Berascochea, un uomo intelligente e cortese, e con un ottimo senso dell’immagine che voleva dare al suo pubblico. Il brutto fu che lo identificai e lo descrissi come un basco esemplare, solo per via del suo cognome, senza badare al dettaglio che era un negro nerissimo della miglior stirpe africana. Fu la grande cantonata della mia vita e nel momento peggiore per la rivista. Al punto che mi identificai sino all’anima con la lettera di un lettore che mi definì un giornalista sportivo incapace di distinguere la differenza fra un pallone e un tram.
Lo stesso German Vargas, così meticoloso nei suoi giudizi, affermò anni dopo in un libro di memorie che il reportage su Berascochea era quanto di peggio io avessi mai scritto. Credo che esagerasse, ma non troppo, perché nessuno conosceva il mestiere come lui, autore di articoli e reportage scritti in un tono così fluido che sembravano dettati a viva voce al linotipista.
Non rinunciammo al calcio o al baseball perché entrambi erano popolari sulla costa caraibica, ma aumentammo gli argomenti di attualità e le novità letterarie. Tutto fu inutile: non riuscimmo mai a superare l’equivoco secondo cui “Crònica” era una rivista sportiva, ma i fanatici dello stadio superarono invece il loro e ci abbandonarono alla nostra malasorte. Sicché continuammo a farla come ci eravamo proposti, anche se alla terza settimana rimase a fluttuare nel limbo della sua ambiguità.
Non mi scoraggiai. Il viaggio a Cataca con mia madre, la conversazione storica con don Ramón Vinyes e il mio legame viscerale col Gruppo di Barranquilla mi avevano infuso un nuovo respiro che mi durò per sempre.
Da al lora in poi non mi guadagnai un solo centesimo se non con la macchina da scrivere, e questo mi sembra più meritevole di quanto si potrebbe pensare, perché i primi diritti d’autore che mi permisero di vivere dei miei racconti e dei miei romanzi me li pagarono a più di quarant’anni dopo aver pubblicato quattro libri con introiti infimi. In precedenza la mia vita fu sempre turbata da un viluppo di trovate, finte e illusioni per sottrarmi alle innumerevoli lusinghe che cercavano di trasformarmi in qualsiasi cosa che non fosse uno scrittore.
CAPITOLO 3.
Consumato il disastro di Aracataca, morto il nonno ed estinto quanto poteva essere rimasto dei suoi poteri incerti, noi che ne vivevamo ci ritrovammo alla mercè delle nostalgie. La casa rimase senza anima dopo che più nessuno tornò col treno. Mina e Francisca Simodosea rimasero affidate a Elvira Carrillo, che se ne prese carico con una devozione da serva. Quando la nonna ebbe perso definitivamente la vista e la ragione i miei genitori la portarono con loro affinché avesse almeno una migliore vita per morire. La zia Francisca, vergine e martire, continuò a essere sempre la stessa, con i suoi smarrimenti insoliti e i suoi proverbi ispidi, e non volle rinunciare alle chiavi del cimitero né alla preparazione di ostie da consacrare, affermando che Dio l’avrebbe chiamata se quella fosse stata la sua volontà. Un giorno qualsiasi si sedette sulla soglia della sua camera con diversi lenzuoli immacolati e si cucì un drappo funebre su misura, e con tale maestria che la morte aspettò più di due settimane finché lei non l’ebbe terminato. Quella sera si coricò senza congedarsi da nessuno, senza malattia o dolore, e si consegnò alla morte nelle sue migliori condizioni di salute. Solo in seguito si accorsero che la notte prima aveva compilato i documenti relativi al suo decesso e sbrigato le incombenze per il suo funerale.
Elvira Carrillo, che di sua volontà non aveva conosciuto uomo neppure lei, rimase sola nella solitudine immensa della casa. A mezzanotte la svegliava lo sgomento della tosse eterna nelle camere da letto vicine, ma non gliene importò mai, perché era abituata a spartire anche le angosce della vita sovrannaturale.
Al contrario, il suo fratello gemello Esteban Carrillo rimase lucido e dinamico fino a vecchiaia avanzata. Una volta che facevo colazione con lui ricordai con tutti i particolari visivi che suo padre avevano tentato di buttarlo giù dal parapetto della lancia di Ciénaga, sollevato sulle spalle della folla e malmenato come Sancho Panza dai mulattieri.
Allora Papalelo era morto, e raccontai il ricordo allo zio Esteban perché mi sembrò divertente. Ma lui si alzò d’un balzo, furibondo che non l’avessi raccontato a nessuno quand’era accaduto, e ansioso che riuscissi a identificare nella memoria l’uomo che conversava col nonno in quell’occasione, affinché gli dicesse chi era che aveva tentato di annegarlo. Non capiva neppure che Papalelo non si fosse difeso, se era il buon tiratore che durante due guerre civili era stato molte volte sulla linea di fuoco, che dormiva con la pistola sotto il guanciale, e che ormai in tempo di pace aveva ucciso un nemico in duello. Comunque, mi disse Estiban, non sarebbe mai stato troppo tardi perché lui e i suoi fratelli lavassero l’onta. Era la legge guajira: l’ortisa a un membro della famiglia dovevano pagarla tutti i maschi della famiglia dell’aggressore. Mio zio Esteban era così deciso, che si sfilò la pistola dalla cintura e la posò sul tavolo per non perdere tempo mentre finiva di interrogarmi. Da quel momento, ogni volta che ci incontravamo nelle nostre erranze gli tornava l’illusione che me ne fossi ricordato. Una sera si presentò nel cubicolo del giornale, nel periodo in cui io stavo passando al vaglio il passato della famiglia per un primo romanzo che non avrei finito, e mi propose di svolgere insieme un’indagine sull’attentato. Non si arrese mai. L’ultima volta che lo vidi a Cartagena de Indias, ormai vecchio e col cuore screpolato, mi congedò con un sorriso triste:
«Non so come hai potuto diventare uno scrittore con una memoria così cattiva.»
Quando non ci fu più nulla da fare a Aracataca, mio padre ci portò a vivere di nuovo a Barranquilla, per aprirvi un’altra farmacia senza un centesimo di capitale, ma con un buon credito da parte dei grossisti che erano stati suoi soci in affari precedenti. Non era la quinta farmacia, come dicevamo in famiglia, bensì sempre la stessa che trasferivamo da una città all’altra secondo l’intuito commerciale di papà: due volte a Bartanquilla, due a Aracataca e una a Sincé. Tutte le volte aveva avuto facilitazioni precarie e debiti rimediabili. La famiglia senza nonni né zii né domestici si ridusse allora ai genitori e a noi figli, che eravamo già sei, tre maschi e tre femmine, in nove anni di matrimonio.
Mi sentii molto inquieto davanti a questa novità nella mia vita. Ero stato a Barranquilla più volte a trovare i miei genitori, da bambino e sempre di passaggio, e i miei ricordi di allora sono molto frammentari.
La prima visita ebbe luogo a tre anni, quando mi portarono lì per la nascita di mia sorella Margot. Ricordo il lezzo di fango del porto all’alba, la vettura tirata da un cavallo il cui cocchiere allontanava con la sua frusta i facchini che cercavano di salire a cassetta nelle vie abbandonate e polverose. Ricordo le pareti ocra e il legno verde di porto e finestre del reparto della maternità dove nacque la bambina, e la densa aria di medicina che si respirava nella stanza. La neonata era in un letto di ferro molto semplice in fondo a una camera desolata, con una donna che certo era mia madre, e di cui riesco a ricordare solo una presenza senza volto che mi tese una mano languida, e sospirò: «Non ti ricordi più di me.»
Nient’altro. La prima immagine concreta che ho di lei di parecchi anni dopo, nitida e indubbia, ma non sono riuscito a collocarla nel tempo.
Sarà stato durante qualche visita che fece a Aracataca dopo la nascita di Aida (Iosa, la mia seconda sorella. Io ero nel cortile, a giocare con un agnello neonato che Santos Villero mi aveva portato in braccio da Fonseca, quando arrivò di corsa la zia Marna e mi avvertì con un grido di sgomento:
«E’ arrivata tua mamma!»
Mi portò quasi trascinandomi fin nel salotto, dove tutte le donne della casa e alcune vicine erano sedute come a una veglia funebre su seggiole allineate contro le pareti. La conversazione si interruppe alla mia entrata improvvisa. Rimasi pietrificato sulla soglia, senza capire quale fra tutte fosse mia madre, finché lei non mi aprì le braccia con la voce più affettuosa di cui abbia memoria:
«Ma sei già un uomo!»
Aveva un bel naso romano, ed era dignitosa e pallida, e più distinta che mai tanto era ligia alla moda dell’anno: vestito di seta color avorio con la vita all’altezza dei fianchi, collana di perle a più giri, scarpe argentate con la fibbia e il tacco alto, e un cappello di paglia fine a forma di campana come quelli nei film muti. Il suo abbraccio mi avvolse in quel suo odore che le sentii sempre, e una raffica di colpa mi fece rabbrividire in corpo e anima, perché sapevo che il mio dovere era volerle bene ma mi accorsi che non era vero.
Invece, il ricordo più antico che ho di mio padre è fede degno e nitido del 1° dicembre 1934, giorno in cui compì trentatré anni. Lo vidi entrare a lunghi passi rapidi e allegri nella casa dei nonni a Cataca, con un abito completo di lino bianco e la paglietta. Qualcuno che lo accolse con un abbraccio gli domandò quanti anni compiva. La sua risposta non la dimenticai mai perché sul momento non la capii:
«L’età di Cristo.»
Mi sono sempre domandato perché quel ricordo mi sembri così antico, se è certo che allora dovevo essere stato con mio padre già molte volte.
Non avevamo mai vissuto in una stessa casa, ma dopo la nascita di Margot i nonni avevano preso l’abitudine di portarmi a Barranquilla, sicché quando nacque Aida Rosa ero già meno estraneo.
Credo che fu una casa felice. Lì aprirono una farmacia, e in seguito ne aprirono un’altra nel centro commerciale.
Rivedemmo la nonna Argemira, mamma Girne, e due suoi figli, Julio e Ena, che era bellissima, ma famosa in famiglia per la sua malasorte. Morì a venticinque anni, non si sa perché, e si dice ancora che fu in seguito al maleficio di un innamorato respinto. A mano a mano che crescevamo, mamma Girne mi sembrava sempre più simpatica e sboccata.
In quello stesso periodo i miei genitori mi causarono un danno emotivo che mi lasciò una cicatrice difficile da scordare. Fu un giorno in cui mia madre venne investita da una raffica di nostalgia e si sedette al pianoforte a suonare Quando el baile se acabó, il valzer storico dei suoi amori segreti, e a papà venne in mente la malizia romantica di spolverare il violino per accompagnarla, anche se allo strumento mancava una corda. Lei seguì con facilità il suo stile da alba romantica, e suonò meglio che mai, finché non lo guardò compiaciuta da sopra la spalla e si accorse che lui aveva gli occhi umidi di lacrime. «Chi stai ricordando?» gli domandò mia madre con un’innocenza feroce. «La prima volta che l’abbiamo suonato insieme» rispose lui, ispirato dal valzer.
Allora mia madre diede un colpo di rabbia con entrambi i pugni sulla tastiera.
«Non è stato con me, gesuita!» gridò a pieni polmoni. «Tu sai benissimo con chi l’hai suonato e stai piangendo per lei.»
Non disse il nome, né allora né mai, ma il grido pietrificò di panico tutti noi in diversi punti della casa. Luis Enrique e io, che avevamo sempre avuto motivi occulti per temere, ci nascondemmo sotto i letti.
Aida fuggì nella casa vicina e Margot contrasse una febbre improvvisa che la tenne nel delirio per tre giorni. Anche i fratelli minori erano abituati a quelle esplosioni di gelosia di mia madre, con gli occhi in fiamme e il naso romano affilato come un coltello. L’avevamo vista staccare con rara serenità i quadri del salotto e sfasciarli l’uno dopo l’altro contro il pavimento in una strepitosa grandinata di vetro.
L’avevamo sorpresa ad annusare i vestiti di papà indumento per indumento prima di buttarli in una cesta per la roba da lavare. Nulla di più accadde dopo la sera del duetto tragico, ma l’accordatore fiorentino si portò via il pianoforte per venderlo, e il violino, insieme alla pistola, finì a marcire nell’armadio.
Barranquilla era allora una testa avanzata del progresso civile, del liberalismo docile e della convivenza politica. Fattori decisivi per la sua crescita e la sua prosperità furono il lasso di oltre un secolo di guerre civili che avevano devastato il paese dopo l’indipendenza dalla Spagna, e in seguito la rovina della Zona bananiera ferita a morte dalla repressione feroce che le si accanì contro dopo il grande sciopero.
Tuttavia, fino ad allora nulla aveva la meglio sullo spirito intraprendente degli abitanti. Nel 1919, il giovane industriale Mario Santodomingo, il padre di Julio Mario, si era guadagnato la gloria civica di inaugurare la posta aerea nazionale con cinquantasette lettere in un sacco di tela che gettò sulla spiaggia di Puerto Colombia, a cinque leghe da Barranquilla, da un aereo elementare pilotato dallo statunitense William Knox Martin. Alla fine della Prima guerra mondiale arrivò un gruppo di aviatori tedeschi, fra questi Helmuth von Krohn, che definirono le rotte aeree con Junkers F-13, i primi anfibi che percorrevano il fiume Magdalena come saltabecche provvidenziali con sei passeggeri intrepidi e i sacchi della posta. Questo fu l’embrione della Società Colombiana-Tedesca dei Trasporti Aerei, una delle più antiche del mondo.
Il nostro ultimo trasferimento a Barranquilla non fu per me un semplice cambio di città e di casa, bensì un cambio di papà a undici anni. Quello nuovo era un uomo grande, ma con un senso dell’autorità paterna molto diverso da quello che aveva reso felici Margarita e me nella casa dei nonni. Abituati a essere padroni e signori di noi stessi, ci costò molta fatica adattarci a un regime altrui. Per il suo verso più ammirevole e commovente, papà fu un autodidatta assoluto, e il lettore più vorace che io abbia mai conosciuto, ma anche il meno sistematico.
Dopo avere interrotto il corso di medicina si dedicò a studiare da solo l’omeopatia, che a quei tempi non richiedeva una formazione accademica, e ottenne il diploma ad honorem. Però non aveva la tempra di mia madre nell’affrontare le crisi. Le peggiori le passò nell’amaca della sua camera a leggere qualsiasi pezzo di carta stampata gli finisse tra le mani e a risolvere parole incrociate. Ma il suo problema con la realtà era insolubile. Aveva una devozione quasi mitica per i ricchi, ma non per quelli inspiegabili bensì per quanti si erano fatti i soldi a forza di talento e di rettitudine. Sveglio nella sua amaca anche in pieno giorno, accumulava fortune colossali nell’immaginazione con imprese così facili che non capiva come mai non gli fossero venute in mente prima.
Gli piaceva citare a mo’ di esempio la ricchezza più strana di cui avesse avuto notizia nel Darién: duecento leghe di scrofe in processione. Però, quelle fortune insolite non le si trovava nei luoghi dove vivevamo noi, bensì in paradisi sperduti di cui aveva sentito parlare nelle sue erranze di telegrafista. La sua irrealtà fatale ci tenne sempre in bilico tra infortuni e recidive, ma anche con lunghi periodi in cui non ci caddero dal cielo neppure le briciole del pane quotidiano. Comunque, sia in quelli buoni sia in quelli cattivi, i nostri genitori ci insegnarono a festeggiare gli uni o a sopportare gli altri con una sottomissione e una dignità da cattolici di vecchio stampo.
L’unica prova che mi mancava era viaggiare da solo con mio papà, e l’affrontai tutta quando mi portò a Barranquilla affinché lo aiutassi ad aprire la farmacia e a preparare lo sbarco della famiglia. Mi stupì che da soli mi trattasse come una persona grande, con amore e rispetto, al punto da affidarmi incombenze che non sembravano facili per la mia età, ma le feci bene e con piacere, anche se lui non era sempre d’accordo.
Aveva l’abitudine di raccontarci storie dell’infanzia nel suo paese natale, ma le ripeteva un anno dopo l’altro ai più piccoli, sicché a poco a poco perdevano attrattiva per quanti le conoscevano già. Alla fine noi più grandi ci alzavamo appena cominciava a raccontarle a tavola dopo i pasti. Luis Enrìque, in uno dei suoi slanci di franchezza, lo offese quando disse mentre si allontanava:
«Avvertitemi quando il nonno morirà di nuovo.» Quelle uscite così spontanee esasperavano mio padre e si assommavano ai motivi che stava già cumulando per mandare Luis Enrique al collegio di Medellin. Ma con me a Barranquilla divenne un altro. Archiviò il repertorio di aneddoti popolari e mi raccontava episodi interessanti della sua vita difficile con la madre, della taccagneria leggendaria del padre e delle sue difficoltà nello studiare. Quei ricordi mi permisero di sopportare meglio alcuni dei suoi capricci e di capire alcune delle sue incomprensioni.
In quell’epoca parlammo di libri letti e da leggere, e sulle bancarelle lebbrose del mercato pubblico facemmo una buona provvista di fumetti di Tarzan e di vari detective e di fantascienza. Ma fui pure sul punto di essere vittima del suo senso pratico, soprattutto allorché decise che avremmo fatto un solo pasto al giorno. La nostra prima contrarietà ci fu quando mi sorprese a riempire con gassose e pagnottelle dolci i vuoti dell’imbrunire, sette ore dopo il pranzo, e non seppi dirgli dove avevo trovato i soldi per comprarle. Non mi azzardai a confessargli che mia madre mi aveva dato qualche moneta di nascosto prevedendo il regime trappista che lui imponeva durante i suoi viaggi. Quella complicità con mia madre si protrasse finché lei dispose di sue risorse. Quando frequentai da interno le scuole medie mi rimaneva nel bagaglio cose diverse per la toeletta personale, una fortuna di dieci pesos in una scatola di saponette Reuter con l’illusione che l’avrei aperta in qualche momento arduo. Così fu, perché mentre studiavamo lontano da casa qualsiasi momento era quello ideale per trovare dieci pesos.
Papà si arrangiava per non lasciarmi solo di notte nella farmacia di Barranquilla, ma le sue soluzioni non erano sempre le più divertenti per i miei dodici anni. Le visite serali alle famiglie amiche mi sfiancavano, perché quelle che avevano figli della mia età li costringevano ad andare a letto alle otto e mi lasciavano tormentato dalla noia e dal sonno nell’isolamento delle chiacchiere di società.
Una sera devo essermi addormentato durante la visita alla famiglia di un medico amico e non seppi come né a che ora mi svegliai camminando lungo una via sconosciuta. Non avevo la minima idea di dove mi trovavo, né come fossi arrivato fin lì, e lo si poté spiegare solo come un atto di sonnambulismo. Non c’erano precedenti familiari né finora si è mai ripetuto, ma quella continua a essere l’unica spiegazione possibile. La prima cosa che mi colpì al risveglio fu la vetrina di un negozio da barbiere con specchi radiosi dove servivano tre o quattro clienti sotto un orologio che segnava le otto e dieci, un’ora impensabile perché un bambino della mia età fosse da solo per la strada. Stordito dallo spavento, confusi i nomi della famiglia dov’eravamo in visita e ricordavo male l’indirizzo della casa, ma alcuni passanti se la sbrogliarono per portarmi fino all’indirizzo giusto. Trovai il vicinato in preda al panico per ogni sorta di congetture sulla mia scomparsa. Di me sapevano solo che mi ero alzato dalla seggiola nel bel mezzo della conversazione e avevano pensato che dovessi andare in bagno. La spiegazione del sonnambulismo non convinse nessuno, e tanto meno mio padre, che la prese come una mia monelleria finita male.
Per fortuna riuscii a riabilitarmi qualche giorno dopo in un’altra casa dove mi aveva lasciato una sera mentre lui partecipava a una cena d’affari. La famiglia al gran completo badava solo a un concorso popolare a base di indovinelli dell’emittente Atlantico, che quella volta sembrava insolubile: “Qual è l’animale che rovesciato cambia nome?” Per uno strano miracolo io avevo letto la risposta quella stessa sera sull’ultima edizione dell’Almanacco Bristol e mi era sembrata una brutta battuta: l’unico animale che cambia nome è l’escarabajo, perché rovesciandosi si trasforma in escararriba3.
Nota:
E’ un gioco di parole. Il termine escarabajo, scarafaggio, contro l’avverbio bap, sotto, che, rovesciato, diventa arriba, sopra quindi, da escarabap si passa a escararriba. (N.d.T.)
Lo dissi in segreto a una delle bambine della casa, e la più grande si precipitò al telefono e diede la risposta all’emittente Atlantico. Vinse il primo premio, che sarebbe bastato per pagare tre mesi di affitto della casa: cento pesos. Il salotto si riempì di vicini strepitanti che avevano ascoltato il programma ed erano accorsi a congratularsi con le vincitrici, ma quanto interessava alla famiglia, più che il denaro, era la vittoria in se stessa a un concorso che fece epoca alla radio della costa caraibica. Nessuno si ricordò che io ero lì. Quando papà tornò a prendermi si unì al giubilo familiare, e brindò alla vittoria, ma nessuno gli raccontò chi era stato il vero vincitore.
Un’altra conquista di quell’epoca fu il permesso che mio padre mi diede per andare da solo allo spettacolo pomeridiano domenicale al teatro Colombia. Per la prima volta proiettavano film a puntate con un episodio ogni domenica, e si creava una tensione che non concedeva un istante di requie durante la settimana. L’invasione di Mongo fu la prima epopea interplanetaria che nel mio cuore sostituii molti anni dopo solo con 2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick. Tuttavia, il cinema argentino, con i film di Carlos Gardel e di Libertad Lamarque, finì per spiazzare tutti gli altri.
In meno di due mesi sistemammo la farmacia e trovammo e ammobiliammo una casa per la famiglia. La prima era a un incrocio molto frequentato nel pieno centro commerciale e a soli quattro isolati dal Pasoo Bolivar. La casa, al contrario, era in una via marginale del degradato e allegro quartiere di sotto, ma il prezzo dell’affitto non corrispondeva a quello che era bensì a quello che voleva essere: una villa gotica dipinta a calce di giallo e rosso, e con due torri da difesa.
Lo stesso giorno in cui ci consegnarono il locale della farmacia appendemmo le amache ai ganci del retrobottega e lì dormivamo a fuoco lento in una zuppa di sudore. Quando occupammo la casa scoprimmo che non c’erano ganci per le amache, ma stendemmo i materassi per terra e dormimmo il meglio possibile non appena ci ebbero prestato un gatto per allontanare i topi. Quando arrivò mia madre col resto della truppa, il mobilio era ancora incompleto e non c’erano utensili in cucina né molte altre cose per vivere.
Malgrado le sue pretese artistiche, la casa era ordinaria e appena sufficiente per noi, con salotto, sala da pranzo, due camere da letto e un piccolo cortile acciottolato. A rigore non doveva valere un terzo dell’affitto che pagavamo. Mia madre si spaventò al vederla, ma il marito la tranquillizzò con l’illusione di un avvenire dorato. Furono sempre così. Era impossibile concepire due creature tanto diverse che si capissero così bene e si amassero come loro.
L’aspetto di mia madre mi colpì. Era incinta per la settima volta, e mi sembrò che le sue palpebre e le sue caviglie fossero gonfie come la sua vita. Allora aveva trentatré anni ed era la quinta casa che ammobiliava.
Mi colpì il suo brutto stato d’animo, che si aggravò fin dalla prima notte, atterrita dall’idea che lei stessa aveva inventato, senza fondamenti, che lì avesse vissuto la Donna X prima che l’accoltellassero. Il delitto era stato commesso sette anni prima, dove avevano vissuto in precedenza i miei genitori, ed era stato così terrificante che mia madre si era proposta di non vivere mai più a Barranquilla. Forse se n’era dimenticata quando vi tornò quella volta, ma d’improvviso le venne di nuovo in mente fin dalla prima notte in una casa cupa in cui aveva subito trovato una certa aria da castello di Dracula.
La prima notizia della Donna X era stata il rinvenimento del corpo nudo e irriconoscibile per via dello stato di decomposizione. A stento si era potuto stabilire che era una donna di non ancora trent’anni, con capelli neri e bei lineamenti. Si credette che l’avessero sepolta viva perché aveva la mano sinistra sopra gli occhi in un gesto di terrore, e il braccio destro alzato sopra la testa. L’unica pista possibile sulla sua identità erano due nastri azzurri e un pettine ornamentale infilato in quella che poteva essere stata una pettinatura a trecce. Fra le molte ipotesi, a sembrare più probabile fu quella di una ballerina francese dalla vita facile che era scomparsa nell’approssimativa data del delitto.
Barranquilla aveva giusta fama di essere la città più ospitale e pacifica del paese, ma con la disgrazia di un delitto atroce all’anno.
Tuttavia, non c’era un precedente che avesse fatto rabbrividire tanto e per così tanto tempo l’opinione pubblica come quello dell’accoltellata senza nome. Il giornale “La Prensa”, uno dei più importanti del paese a quei tempi, si riteneva il pioniere dei fumetti domenicali, Buck Rogers, Tarzan delle Scimmie, in fin dai suoi primi anni si era imposto come uno dei grandi precursori della cronaca nera. Per diversi mesi tenne la città col fiato sospeso pubblicando grandi titoli e rivelazioni sorprendenti che resero famoso nel paese con ragione o meno, il dimenticato cronista.
Le autorità cercavano di non divulgare le loro informazioni asserendo che avrebbero ostacolato le indagini, ma i lettori finirono per credere meno a queste ulti me che alle rivelazioni di “La Prensa”. Il confronto I tenne con l’anima sospesa a un filo per diversi giorni e almeno una volta costrinse gli investigatori a cambiare rotta. L’immagine della Donna X si era allora introdotta con tale forza nell’immaginazione popolare, che in molte case le porte venivano chiuse col catenaccio, si faceva una vigilanza notturna speciale, qualora l’assassino a piede libero avesse cercato di portare avanti suo programma di delitti atroci, e si dispose che le adolescenti non uscissero sole di casa dopo le sei del pomeriggio.
La verità, però, non la scoprì nessuno, ma fu rivelata qualche tempo dopo dallo stesso artefice del delitto, Iraìn Duncan, che confessò di avere ucciso la moglie, Angela Hoyos, nella data calcolata dalla Medicina Legale, e di averla sepolta nel luogo dove avevano trovato Il cadavere accoltellato. I familiari riconobbero i nastri color azzurro e il pettine che Angela portava quand’era uscita di casa col marito il 5
aprile per un presunto viaggio a Calamar. Il caso fu chiuso senza ulteriori dubbi grazie a una fatalità ultima e inconcepibile che sembra estratta da qualche romanzo fantastico: Angela aveva una sorella gemella precisa identica che permise di identificarla senza esitazioni.
Il mito della Donna X si affievolì, trasformato in un delitto passionale come tanti altri, ma il mistero della sorella precisa identica rimase a fluttuare nelle case, perché si arrivò a pensare che fosse la stessa Donna X restituita alla vita per arti di stregoneria. Le porte venivano chiuse col paletto e bloccate da mobili per impedire che di notte entrasse l’assassino fuggito dal carcere grazie a espedienti magici.
Nei quartieri dei ricchi divennero di moda i cani da caccia addestrati contro assassini capaci di attraversare pareti. In realtà, mia madre non riuscì a superare la paura finché i vicini non la convinsero che la casa del quartiere di sotto non era stata costruita ai tempi della Donna X.
Il 10 luglio 1939 mia madre diede alla luce una bambina con un bel profilo da india, che battezzarono col nome di Rita per la devozione inesauribile che si nutriva in casa per santa Rita da Cascia, fondata, fra molte altre grazie, sulla pazienza con cui aveva sopportato il brutto carattere del marito dissipato. Mia madre ci raccontava che questi era rincasato una notte, reso folle dall’alcol, un minuto dopo che una gallina aveva fatto una cagata sul tavolo della sala da pranzo.
Non avendo il tempo per ripulire la tovaglia immacolata, la moglie era riuscita a metterci sopra un piatto per evitare che il marito vedesse, e si era affrettata a distrarlo con la domanda di rigore:
«Cosa vuoi mangiare?»
L’uomo se n’era uscito con un grugnito:
«Merda.»
Allora la moglie aveva alzato il piatto e gli aveva detto con la sua santa dolcezza:
«Eccola pronta.»
La storia dice che lo stesso marito si era convinto della santità della moglie e si era convertito alla fede di Cristo.
La nuova farmacia di Barranquilla fu un fallimento spettacolare, attenuato appena dalla rapidità con cui mio padre lo intuì. Dopo diversi mesi che si difendeva alla meno peggio, aprendo due buchi per tapparne uno, si rivelò più errabondo di quanto fosse sembrato fino ad allora. Un giorno fece i suoi bagagli e se ne andò in cerca di fortune annidate nei villaggi meno immaginabili del fiume Magdalena. Prima di andarsene mi portò dai suoi soci e amici e comunicò loro con una certa solennità che in mancanza di lui ci sarei stato io. Non seppi mai se l’avesse detto per scherzo, come gli piaceva fare anche in circostanze gravi, o se l’avesse detto sul serio, come lo divertiva dire in circostanze banali.
Suppongo che ognuno l’avesse inteso come voleva, perché a dodici anni io ero rachitico e pallido e buono solo a di segnare e a cantare. La donna che ci vendeva il latte dis se a mia madre davanti a tutti, e a me, senza un pizzico di cattiveria:
«Mi scusi se glielo dico, signora, ma credo che questo bambino non crescerà.»
Lo spavento mi lasciò a lungo in attesa di una morte repentina, e sognavo spesso che guardandomi nello specchio non vedevo me stesso bensì un vitello da macellare. Il medico della scuola mi diagnosticò paludis tonsillite e bile nera per l’abuso di letture male indirizzate. Non tentai di rassicurare nessuno. Al contrario, esageravo la mia condizione di invalido per evitare i miei doveri.
Tuttavia, mio padre ignorò olimpicamente la scienza e prima di andarsene mi proclamò responsabile di casa e famiglia durante la sua assenza:
«Come se fosse me stesso.»
Il giorno della partenza ci riunì in salotto, distribuì istruzioni e reprimende preventive per quanto di male avremmo potuto fare in sua assenza, ma ci accorgemmo che erano espedienti per non piangere. Ci diede una moneta da cinque centesimi a testa, che era una piccola fortuna per qualsiasi bambino di allora, e ci promise di cambiarcela con due uguali se l’avessimo avuta intatta al suo ritorno. Infine si rivolse a me con un tono evangelico:
«Fra le tue mani li lascio, fra le tue mani vorrò ritrovarli.»
Mi si spezzò il cuore nel vederlo uscire da casa con gli stivali da cavallerizzo e le bisacce in spalla, e fui il primo ad arrendersi alle lacrime quando ci guardò per un’ultima volta prima di svoltare all’angolo e ci salutò con la mano. Solo allora, e per sempre, mi resi conto di quanto lo amavo.
Non fu difficile osservare la sua consegna. Mia madre cominciava ad abituarsi a quelle solitudini intempestive e incerte e le subiva a malincuore ma con una grande facilità. La cucina e l’ordine della casa richiesero che persino i più piccoli aiutassero nei lavori domestici, e lo fecero bene. In quel periodo ebbi la mia prima consapevolezza da adulto quando mi accorsi che i miei fratelli avevano cominciato a trattarmi come uno zio.
Non riuscii mai a dominare la timidezza. Quando dovetti affrontare in carne viva l’incarico lasciatomi dal padre errante, imparai che la timidezza è un fantasma Invincibile. Ogni volta che dovevo chiedere un credito, anche quelli precedentemente concordati in botteghe di amici, indugiavo per ore girando intorno alla casa, reprimendo la voglia di piangere e le fitte al ventre, finché non riuscivo infine a farmi sotto con le mascelle così serrate che non mi usciva la voce.
Non mancava qualche bottegaio senza cuore che finiva per confondermi del tutto: «Stupido bambino, non si può parlare a bocca chiusa.» Più di una volta tornai a casa con le mani vuote e una scusa inventata da me. Ma non fui mai disgraziato come la prima volta che volli parlare per telefono nella bottega all’angolo. Il padrone mi aiutò con la centralinista, perché non esisteva ancora il servizio automatico. Sentii il soffio della morte quando mi passò la cornetta. Mi aspettavo una voce servizievole e quanto sentii fu il latrato di qualcuno che parlava nel buio contemporaneamente a me. Pensai che neppure il mio interlocutore mi capisse e alzai la voce il più possibile. L’altro, infuriato, alzò pure la sua:
«E tu, perché cazzo gridi?»
Riappesi atterrito. Devo ammettere che malgrado la mia febbre di comunicazione non ho ancora represso il timore del telefono e dell’aereo, e non so se mi viene da quei giorni. Come potevo combinare qualcosa? Per fortuna, la mamma mi ripeteva spesso la risposta: «Bisogna soffrire per servire.»
La prima notizia di papà ci arrivò due settimane dopo in una lettera destinata più a intrattenerci che a dare qualche informazione. Mia madre la prese così e quel giorno lavò i piatti cantando per alzarci il morale. Senza mio papà era diversa: si identificava con le figlie come se fosse stata una sorella maggiore. Si adattava così bene a loro che era la migliore nei giochi infantili, anche con le bambole, e arrivava a uscire dai gangheri e a bisticciare con loro da pari a pari. Simili alla prima, arrivarono altre due lettere di mio papà con progetti talmente allettanti che ci aiutarono a dormire meglio.
Un problema grave era la rapidità con cui rimanemmo senza vestiti.
Luis Enrique non ne lasciava in eredità a nessuno, né sarebbe stato possibile perché rincasava malconcio e con gli indumenti a pezzi, e non capimmo mai perché. Mia madre diceva che era come se avesse camminato fra recinti di filo spinato. Le sorelle, fin dai sette e i nove anni, si arrangiavano fra di loro come potevano con prodigi di ingegno, e ho sempre creduto che le urgenze di quei giorni le avessero rese prematuramente adulte. Aida era inventiva e Margot aveva in gran parte superato la sua timidezza e si mostrò affettuosa e servizievole con la più giovane. Il più difficile fui io, non solo perché dovevo svolgere incombenze importanti, ma anche perché mia madre, protetta dall’entusiasmo di tutti, si addossò il rischio di assottigliare i fondi domestici per iscrivermi alla scuola Cartagena de Indias, a una decina di isolati a piedi da casa.
Secondo la lettera convocatoria, fummo circa venti aspiranti a presentarci alle otto del mattino per la prova di ammissione. Per fortuna non era un esame scritto, ma c’erano tre maestri che ci chiamavano nell’ordine in cui ci eravamo iscritti la settimana prima, e facevano un esame sommario in base ai nostri certificati di studio precedenti. Io ero l’unico a non averne, per mancanza di tempo nel richiederli alla Montessori e alla scuola elementare di Aracataca, e mia madre pensava che non sarei stato ammesso senza documenti. Ma decisi di fare l’indiano. Uno dei maestri mi fece uscire dalla fila quando gli confessai che non li avevo, ma un altro si prese cura della mia sorte e mi portò nel suo ufficio per esaminarmi senza requisiti previi. Mi domandò che quantità era una grossa, quanti anni erano un lustro e un millennio, mi fece ripetere i capoluoghi dei distretti, i principali fiumi nazionali e i paesi confinanti. Tutto mi sembrò normale finché non mi domandò che libri avevo letto. Lo colpì il fatto che ne citassi così tanti e così diversi alla mia età. E che avessi letto Le mille e una notte, in un’edizione per adulti in cui non erano stati soppressi alcuni degli episodi scabrosi che indignavano padre Angarita. Mi stupì venire a sapere che era un libro importante, perché avevo sempre pensato che gli adulti seri non potevano credere che uscissero geni dalle bottiglie o che le porte si aprissero pronunciando certe parole. Gli aspiranti che erano passati prima di me non ci avevano messo più di un quarto d’ora a testa, ammessi > o respinti, e io rimasi più di mezz’ora a conversare col maestro su ogni tipo di argomenti.
Passammo in rassegna uno scaffale di libri bene allineati dietro la sua scrivania, fra cui si distingueva per il numero dei suoi tomi e per il suo splendore Il tesoro della gioventù, di cui avevo sentito parlare, ma il maestro mi convinse che alla mia età era più indicato il Don Chisciotte. Non lo trovò nella biblioteca, ma mi promise di prestarmelo in seguito. Dopo mezz’ora di rapidi commenti su Simbad il marinaio o Robinson Crusoe, mi accompagnò fino all’uscita senza dirmi se ero ammesso. Pensai di no, naturalmente, ma sulla terrazza mi congedò con una stretta di mano fino al lunedì mattina alle otto, per iscrivermi a una delle classi della scuola elementare: alla quarta.
Era il direttore generale. Si chiamava Juan Ventura Casalins e lo ricordo come un amico dell’infanzia, senza nulla dell’immagine terrorizzante che si aveva dei maestri dell’epoca. Il suo pregio indimenticabile era di trattarci tutti come adulti, sebbene mi sembri ancora che si occupasse di me con un’attenzione particolare. Durante le lezioni mi rivolgeva più domande che agli altri, e mi aiutava affinché le mie risposte fossero sicure e spedite. Mi permetteva di prendere i libri della biblioteca scolastica per leggerli a casa. Due di questi, L’isola del tesoro e il conte di Montecristo, furono la mia droga felice in quegli anni sassosi. Li divoravo lettera per lettera con l’ansia di sapere cos’accadeva nella riga successiva e al contempo con l’ansia di non saperlo per non spezzare l’incantesimo. Con quei libri, come con Le mille e una notte, imparai per non dimenticarmene più che si dovrebbero leggere solo i libri che ci costringono a rileggerli.
Invece, la lettura del Don Chisciotte fu per me un’esperienza a parte, perché non mi ispirò la commozione prevista dal maestro Casalins. Mi annoiavano le tirate sagge del cavaliere errante e non mi divertivano affatto le asinerie dello scudiero, al punto da pensare che non fosse lo stesso libro di cui tanto si parlava. Tuttavia, mi dissi che un maestro dotto come il nostro non poteva sbagliarsi, e mi sforzai per buttarlo giù come una purga a cucchiaiate. Feci altri tentativi al liceo, quando dovetti studiarlo come lettura obbligatoria, e ne provai definitiva ripugnanza, finché un amico non mi consigliò di metterlo sopra una mensola in bagno e di tentare di leggerlo mentre compivo i miei doveri quotidiani. Solo così lo scoprii, come una deflagrazione, e ne godetti al dritto e al rovescio fino a recitarne a memoria episodi interi.
Quella scuola provvidenziale mi lasciò pure ricordi storici di una città e di un’epoca irrecuperabili. Era l’unico edificio in cima a una collina verde, dalla cui terrazza si scorgevano le due estremità del mondo. A sinistra, il quartiere del Prado, il più raffinato e caro, che fin dalla prima vista mi sembrò una copia fedele del pollaio elettrificato della United Fruit Company. Non era casuale: lo stava costruendo un’impresa di urbanisti statunitensi con relativi gusti e norme e prezzi d’importazione, ed era un’attrattiva turistica infallibile per il resto del paese. A destra, invece, il rione del nostro quartiere di sotto, con le vie di polvere ardente e le case di canne e argilla con tetti di palma che ci ricordavano di continuo che eravamo solo mortali di carne e ossa. Per fortuna, dalla terrazza della scuola godevamo di una vista panoramica del futuro: il delta storico del fiume Magdalena, che è uno fra i maggiori del mondo, e il pelago grigio delle Bocas de Ceniza.
Il 28 maggio 1935 vedemmo la petroliera Taralite, che batteva bandiera canadese, entrare con bramiti di gioia attraverso i frangiflutti di roccia viva per attraccare al porto della città tra fragori di musica e razzi al comando del capitano D. F. McDonald. Così culminò una prodezza civica di molti anni e molti pesos per trasformare Barranquilla nell’unico porto marittimo e fluviale del paese.
Poco tempo dopo, un aereo al comando del capitano Nicolàs Reyes Manotas passò sfiorando i tetti in cerca di una radura adatta a un atterraggio di emergenza, per salvare non solo la sua pelle ma anche quella dei cristiani che avrebbe schiacciato nella caduta.
Era uno dei pionieri dell’aviazione colombiana.
L’aereo primitivo gliel’avevano regalato in Messico, e l’aveva portato da solo da una parte all’altra dell’America Centrale.
Una folla radunata all’aeroporto di Barranquilla gli aveva preparato un benvenuto trionfale con fazzoletti e bandiere e la banda musicale, ma Reyes Manotas volle fare altri due giri di saluto sopra la città, ed ebbe un guasto al motore. Riuscì a dominarlo con una perizia miracolosa e atterrò sopra la terrazza di un edificio del centro commerciale, ma rimase aggrovigliato nei fili dell’elettricità e appeso a un palo. Mio fratello Luis Enrique e io lo inseguimmo tra la folla schiamazzante fin dove ci ressero le forze, anche se riuscimmo a vedere il pilota solo quando l’avevano ormai fatto sbarcare a fatica ma sano e salvo tra un’ovazione da eroe.
La città ebbe pure la prima emittente radiofonica, un acquedotto moderno che divenne un’attrattiva turistica e pedagogica per mostrare il nuovissimo procedimento di depurazione delle acque, e una squadra di pompieri le cui sirene e campane erano una festa per bambini e adulti non appena si cominciava a sentirle. Arrivarono anche le prime automobili decappottabili che si lanciavano per le vie a velocità folli e si sfasciavano sulle nuove strade asfaltate. L’agenzia di pompe funebri La equa, ispirata all’umorismo della morte, mise un annuncio enorme all’uscita dalla città: “Non corra, noi l’aspettiamo”.
Di notte, quando non c’erano altri rifugi che la casa, la mamma ci riuniva per leggerci le lettere di papà. Perlopiù erano capolavori di distrazione, ma ce ne fu una molto esplicita sull’entusiasmo che suscitava l’omeopatia fra la gente anziana del basso Magdalena. “Qui ci sono casi che sembrerebbero miracoli” diceva mio padre. Talvolta* dava l’impressione che molto presto ci avrebbe rivelato qualcosa di grande, ma a seguire era un altro mese di silenzio. Durante la Settimana Santa, quando due fratelli più piccoli contrassero una varicella perniciosa, non ci fu modo di mettersi in contatto con lui perché neppure le guide più abili conoscevano le sue tracce.
Fu in quei mesi che intesi nella vita reale una delle parole più usate dai miei nonni: la povertà. Io la identificavo con la situazione che vivevamo a casa loro dopo che la compagnia bananiera aveva cominciato a essere smantellata. Se ne lamentavano di continuo. Non erano più due e nemmeno tre i turni a tavola, come prima, bensì un turno unico. Per non rinunciare al rito sacro dei pranzi, anche quando non c’erano risorse per affrontarli, avevano finito per comprare il cibo sulle bancarelle del mercato, che era buono e molto più economico, e con la sorpresa che a noi bambini piaceva di più. Ma terminarono per sempre quando Mina venne a sapere che alcuni commensali assidui avevano deciso di non tornare alla casa perché non si mangiava più bene come prima.
La povertà dei miei genitori a Barranquilla, al contrario, era spossante, ma mi concesse la fortuna di stabilire un rapporto eccezionale con mia madre. Provavo per lei, più che l’amore filiale comprensibile, un’ammirazione stupefacente per il suo carattere da leonessa silenziosa ma feroce dinanzi all’avversità, e per il suo legame con Dio, che sembrava non di sottomissione ma di lotta. Due virtù esemplari che durante la vita le infusero una fiducia che non le venne mai meno. Nei peggiori momenti scoppiava a ridere per le sue stesse trovate provvidenziali. Come la volta in cui comprò un ginocchio di bue e lo fece bollire giorni e giorni per il brodo quotidiano sempre più annacquato, finché non servì più a nulla. Una notte di tempesta spaventosa usò il grasso di maiale di tutto il mese per bruciarlo, dal momento che la luce se n’era andata fino all’alba e lei stessa aveva inculcato nei piccoli la paura del buio affinché non si muovessero dal letto.
All’inizio i miei genitori andavano a trovare le famiglie amiche emigrate da Aracataca a causa della crisi del banano e del deterioramento dell’ordine pubblico. Erano visite circolari in cui si girava sempre intorno agli argomenti della sventura che si era installata nel paese.
Ma quando la povertà braccò noi a Barranquilla non ci lagnammo più in casa altrui. Mia madre ridusse la sua reticenza a una sola frase:
«La povertà la si nota negli occhi.»
Fino ai cinque anni, la morte era stata per me una fine naturale che accadeva agli altri. Le delizie del cielo e i tormenti dell’inferno mi sembravano solo lezioni da imparare a memoria al catechismo di padre Astete. Non avevano nulla a che vedere con me, finché non imparai di sottecchi a una veglia funebre che i pidocchi stavano fuggendo dai capelli del morto e camminavano disorientati sui guanciali. Da allora innanzi a inquietarmi non fu la paura della morte ma la vergogna che pure a me i pidocchi fuggissero via sotto gli occhi dei parenti alla mia veglia funebre. Tuttavia, alle elementari di Barranquilla non mi resi conto di essere pieno di pidocchi finché non li ebbi ormai attaccati a tutta la famiglia. Mia madre diede allora un’ulteriore prova del suo carattere. Disinfestò i figli a uno a uno usando un’insetticida per gli scarafaggi, con interventi a fondo che battezzò con un nome di grande spicco: la polizia. Il brutto fu che non appena ripuliti cominciavamo di nuovo a riempirci, perché me li riattaccavano a scuola. Allora mia madre prese una decisione drastica e mi costrinse a radermi la zucca. Fu un gesto eroico presentarsi il lunedì a scuola con un berretto, ma sopravvissi con onore alle burle dei compagni e agli esami finali ricevetti i voti più alti. Non rividi mai più il maestro Casalins ma mi rimase una gratitudine eterna per lui.
Un amico di mio papà che non conoscemmo mai mi trovò un lavoro per le vacanze in una tipografia vicino a casa. Il salario era poco più di nulla, e il mio unico stimolo fu l’idea di imparare il mestiere.
Tuttavia, non mi rimaneva un minuto per osservare la tipografia, perché il lavoro consisteva nel riordinare illustrazioni litografate affinché le rilegassero in un altro settore. Una consolazione fu che mia madre mi autorizzò a comprare con i miei soldi il supplemento domenicale di “La Prensa” che aveva i fumetti di Tarzan, di Buck Rogers, che si chiamava Rogelio el Conquistador, e quelli di Mutt and Jeff, che si chiamavano Benitin e Eneas.
Nell’ozio delle domeniche imparai a disegnarli a memoria e continuavo per conto mio gli episodi della settimana. Con questi disegni riuscii a entusiasmare alcuni adulti dell’isolato e a venderli anche per due centesimi.
Il lavoro era pesante e sterile, e sebbene ci stessi attento, le note dei miei superiori mi accusavano di mancanza di entusiasmo. Sarà stato per considerazione nei confronti della mia famiglia che mi allontanarono dalla ripetitività del laboratorio e mi nominarono distributore per strada di volantini che pubblicizzavano uno sciroppo per la tosse raccomandato dai più famosi artisti del cinema. Mi sembrò una buona cosa, perché i volantini erano belli, con foto a colori degli attori e su carta patinata. Però, fin dall’inizio mi resi conto che distribuirli non era facile come pensavo io, perché la gente li guardava con diffidenza proprio in quanto regalati, e la maggior parte si scostava per non prenderli come se fossero elettrificati. I primi giorni tornai al laboratorio con quelli che mi rimanevano affinché mi riapprovvigionassero. Finché non incontrai qualche compagno di scuola di Aracataca, la cui madre si scandalizzò nel vedermi fare quel lavoro che le sembrò da mendicanti. Fu quasi gridando che mi rimproverò perché giravo per le strade con certi sandali di stoffa che mia madre mi aveva comprato per non sciupare le scarpe delle feste.
«Di’ a Luisa Màrquez» mi disse «che pensi a cosa direbbero i suoi genitori se vedessero il loro nipote preferito che distribuisce pubblicità per tisici al mercato.»
Non comunicai il messaggio per risparmiare un dispiacere a mia madre, ma piansi di rabbia e di vergogna sul mio guanciale per diverse notti. La fine del dramma fu che non andai più a distribuire volantini, perché li buttavo nei canali di scarico del mercato senza prevedere che lì l’acqua scorreva piano e la carta patinata rimaneva a galla formando sulla superficie uno strato di bei colori che divenne uno spettacolo insolito per chi guardava dal ponte.
Mia madre dovette ricevere qualche messaggio dai suoi morti in un sogno rivelatore, perché dopo neppure due mesi mi tolse dalla tipografia senza spiegazioni. Io mi opponevo per non perdere l’edizione domenicale di “La Prensa” che in famiglia ricevevamo come una benedizione del cielo, ma mia madre continuò a comprarla anche se doveva mettere una patata di meno nella minestra. Un’altra risorsa salvatrice fu la somma di conforto che nei mesi più aspri ci mandò lo zio Juanìto. Viveva sempre a Santa Marta con i suoi scarsi guadagni all’esattoria, e si impose il dovere di mandarci una lettera alla settimana con due banconote da un peso. Il capitano della lancia Aurora, vecchio amico di famiglia, me la consegnava alle sette del mattino, e io tornavo a casa con una spesa sommaria per parecchi giorni.
Un mercoledì non mi fu possibile andarci e mia madre mandò Luis Enrique, che non resistette alla tentazione di moltiplicare i due pesos alla macchinetta per le monete in una bettola di cinesi. Non fu abbastanza deciso da fermarsi quando ebbe perso i due primi gettoni seguitò cercando di recuperarli finché non perse anche la penultima moneta. «Fu tale il panico» mi raccontò ormai adulto «che decisi di non tornare mai più a casa.» Sapeva benissimo che i due pesos non bastavano la spesa sommaria di una settimana. Per fortuna, all’ultimo gettone accadde qualcosa nella macchina, rabbrividì con un rumore di ferraglia nelle viscere e si mutò in uno zampillo inarrestabile: tutti i gettoni corrispondenti ai due pesos persi. «Allora mi illuminai, diavolo» raccontò Luis Enrique, «e mi azzardai. rischiare un altro gettone.» Vinse. Ne rischiò un altro e vinse, e un altro e un altro ancora e vinse. «Lo spavento di allora era più forte di quello di aver perso e mi si rimescolarono le budella» mi raccontò, «ma continuai a giocare.» Alla fine aveva raddoppiato i due pesos in monete da cinque, e non osò cambiarle in banconote alla cassa per timore che il cinese lo invischiasse in qualche cineseria.
Gli rigonfiavano tanto le tasche che prima di dare alla mamma i due pesos dello zio Juan de Dios in monete da cinque, seppellì in fondo al cortile le quattro vinte da lui, dove aveva l’abitudine di nascondere qualsiasi centesimo gli capitasse fra le mani. Se li spese a poco a poco senza confessare a nessuno il segreto fino a molti anni dopo, e tormentato perché era caduto nella tentazione di rischiare gli ultimi cinque centesimi nella bettola del cinese.
Il suo rapporto col denaro era molto personale. Una volta che mia madre lo sorprese a sgraffignarle dal portafoglio i soldi per la spesa, la sua difesa fu piuttosto temeraria ma lucida: i soldi che vengono sottratti senza permesso dai portafogli dei genitori non possono essere un furto, perché sono gli stessi soldi di tutti, che vengono rifiutati per l’invidia di non potersene servire come se ne servono i figli. Mi spinsi a difendere il suo argomento fino al punto da confessare che io stesso avevo saccheggiato i nascondigli domestici per bisogni urgenti. Mia madre uscì dai gangheri. «Non siate così stupidi» quasi mi gridò contro:
«Né tu né tuo fratello mi rubate niente, perché io stessa lascio i soldi dove so che andrete a cercarli quando ne avrete bisogno.» In qualche attacco di rabbia la sentii mormorare disperata che Dio avrebbe dovuto permettere il furto di certe cose per nutrire i figli.
L’attrazione personale di Luis Enrique per le bricconate era utilissima nel risolvere problemi comuni, ma non bastò per rendermi complice delle sue furfanterie. Al contrario, si arrangiò sempre in modo da non coinvolgermi nel minimo sospetto, e questo rafforzò un vero rispetto destinato a durare per sempre. Non gli lasciai mai capire, invece, quanto invidiassi la sua audacia e quanto soffrissi per le botte che gli somministrava papà
Il mio comportamento era molto diverso dal suo, ma talvolta mi costava fatica moderare l’invidia. Invece, mi inquietava la casa dei genitori a Cataca, dove mi portavano a dormire solo quando dovevano darmi una purga contro i vermi e olio di ricino. Al punto che mi vennero in odio le monete da venti centesimi che mi regalavano per la dignità con cui prendevo quelle medicine.
Credo che il colmo della disperazione di mia madre fu farmi recapitare una lettera a un uomo che aveva fama di essere il più ricco e al contempo il filantropo più generoso della città. Le notizie sul suo buon cuore venivano divulgate con una pubblicità pari solo a quella dei suoi trionfi finanziari. Mia madre gli scrisse una lettera di sgomento senza perifrasi per richiedere un aiuto economico urgente non a suo nome, perché lei era capace di sopportare qualsiasi cosa, ma per l’amore dei suoi figli. Bisogna averla conosciuta per capire cosa significava nella sua vita quell’umiliazione, ma le circostanze lo esigevano. Mi avvertì che il segreto doveva rimanere fra noi due, e così è stato, fino a questo momento in cui scrivo.
Bussai al portone della casa, che aveva qualcosa di una chiesa, e quasi subito si aprì una finestrella da cui si affacciò una donna di cui ricordo solo il gelo dei suoi occhi. Prese la lettera senza dire una parola e richiuse. Dovevano essere le undici del mattino, e aspettai seduto accanto allo stipite fino alle tre del pomeriggio, allorché decisi di bussare di nuovo per ottenere una risposta. La stessa donna riaprì, mi riconobbe stupita, e mi chiese di aspettare un momento. La risposta fu che tornassi il martedì della settimana dopo alla stessa ora. Così feci, ma l’unica risposta fu che non ce ne sarebbe stata nessuna di lì a una settimana. Sarò tornato ancora tante volte, sempre in cerca della stessa risposta, fino a un mese e mezzo dopo, quando una donna più aspra della precedente mi rispose, da parte del signore, che quella non era un’impresa di beneficenza.
Mi aggirai per le strade ardenti tentando di trovare il coraggio per riferire a mia madre una risposta che la salvaguardasse dalle sue illusioni. Ormai a notte fonda col cuore dolente, mi presentai da lei con la notizia stringata che il buon filantropo era morto da diversi mesi. A dolermi fu soprattutto il rosario che mia madre recitò per l’eterno riposo della sua anima.
Quattro o cinque anni dopo, quando sentimmo alla radio la vera notizia della morte del filantropo occorsa il giorno prima, rimasi pietrificato in attesa della reazione di mia madre. Tuttavia, non potrò mai capire come mai l’avesse ascoltata con un’attenzione commossa, e avesse sospirato commossa: «Dio lo conservi nel suo Santo Regno!» A un isolato da casa stringemmo amicizia con i Mosquera, una famiglia che spendeva fortune in riviste a base di fumetti, e che le impilava fino al soffitto in una baracca del cortile. Noi fummo gli unici privilegiati cui fu concesso di trascorrere giornate intere a leggere Dick Tracy e Buck Rogers. Un altro incontro fortunato fu con un apprendista che dipingeva cartelloni pubblicitari dei film per il vicino cinema Las Quintas. Io lo aiutavo per il semplice piacere di dipingere i caratteri, e lui ci faceva entrare gratis due o tre volte la settimana a vedere i buoni film a base di spari e cazzotti. L’unico lusso che ci mancava era un apparecchio radiofonico grazie al quale bastasse pigiare un pulsante per ascoltare musica a qualsiasi ora. Oggi è difficile immaginarsi com’erano scarsi nelle case dei poveri. Luis Enrique e io ci sedevamo su una panca che c’era nella bottega all’angolo affinché la clientela oziosa si sedesse a chiacchierare, e passavamo pomeriggi interi ascoltando i programmi di musica popolare, che erano la maggior parte. Finimmo per conoscere a memoria un repertorio completo di Miguelito Valdés con l’orchestra Casino de la Playa, Daniel Santos con la Sonora Matancera e i boleri di Agustìn Lara attraverso la voce di Tona la Negra. La distrazione durante le serate, soprattutto le due volte che ci tagliarono i fili della corrente per non aver pagato, era insegnare canzoni a mia madre e ai miei fratelli. Soprattutto a Ligia e a Gustavo, che le imparavano come pappagalli senza intenderle o ci facevano spanciar dal ridere con i loro spropositi lirici. Non c’erano eccezioni. Noi tutti avevamo ereditato dal padre e dalla madre una memoria speciale per la musica e un buon orecchio per imparare una canzone alla seconda volta. Soprattutto Luis Enrique, che era nato musicista e si specializzò per suo conto in assolo di chitarra per serenate in caso di amori contrariati. Non tardammo a scoprire che tutti i bambini senza radio delle case vicine le imparavano pure loro dai miei fratelli, e soprattutto da mia madre, che finì per essere un’ennesima sorella in quella casa di bambini.
Il mio programma preferito era “L’ora di tutto un po’”, del compositore, cantante e maestro Angel Maria Camacho y Cano, che si accaparrava il pubblico fin dall’una del pomeriggio con ogni sorta di interventi ingegnosi, e in particolare grazie alla sua ora per i fedelissimi con meno di quindici anni. Bastava iscriversi agli uffici di La Voce della Patria e arrivare al programma con mezz’ora di anticipo. Il maestro Camacho y Cano in persona accompagnava al pianoforte e un suo assistente aveva l’incarico inappellabile di interrompere la canzone con una campanella se il fedelissimo commetteva un infimo errore. Il premio per la canzone meglio cantata era più di quanto potessimo sognare, cinque pesos, ma mia madre fu esplicita sul fatto che l’importante era la gloria di cantare bene in un programma di tale prestigio.
Fino ad allora mi ero identificato col solo cognome di mio padre, Garcia, e con i miei due nomi di battesimo, Gabriel José, ma in quella circostanza storica mia madre mi chiese di iscrivermi anche col suo cognome, Màrquez, affinché nessuno nutrisse dubbi sulla mia identità. Fu un evento in casa. Mi fecero vestire di bianco come per la prima comunione, e prima di uscire mi diedero un decotto di bromuro di potassio. Arrivai a La Voce della Patria con due ore di anticipo e l’effetto del sedativo mi passò tutto mentre aspettavo in un parco vicino perché non permettevano di entrare negli studi fino a un quarto d’ora prima del programma. Ogni minuto sentivo crescere dentro di me i ragni del terrore, e infine entrai col cuore sconvolto.
Dovetti fare uno sforzo supremo per non tornare a casa raccontando che non mi avevano lasciato partecipare adducendo qualche pretesto. Il maestro mi fece una prova rapida al pianoforte per individuare il mio tono di voce. Prima ne chiamarono sette secondo l’ordine di iscrizione, suonarono la campanella a tre per diversi errori e, quanto a me, mi annunciarono col nome ridotto di Gabriel Màrquez.
Cantai Il cigno, una canzone sentimentale su un cigno più bianco di un fiocco di neve assassinato insieme alla sua innamorata da un cacciatore sciagurato. Fin dalle prime note mi accorsi che il tono era troppo alto per me in certi passaggi che non avevamo provato, ed ebbi un momento di panico quando l’assistente fece un gesto di dubbio e si mise in guardia per prendere la campanella. Non so da dove presi il coraggio di fargli un segno energico di non toccarla, ma fu troppo tardi: la campanella senza cuore suonò. I cinque pesos del premio, oltre a parecchi regali pubblicitari, andarono a una bionda molto bella che aveva massacrato un pezzo di Madama Butterfly. Rincasai oppresso dalla sconfitta, e non riuscii mai a consolare mia madre dalla sua delusione. Passarono molti anni prima che lei mi confessasse che il motivo della sua vergogna era che aveva avvertito parenti e amici affinché mi ascoltassero cantare, e non sapeva come evitarli.
In quel regime a base di risate e lacrime, non mancai neppure una volta a scuola. Fosse pure a digiuno. Ma il tempo per le mie letture a casa lo impiegavo in lavori domestici e non potevamo permetterci la luce per leggere fino a mezzanotte. Comunque mi arrangiavo. Sulla strada per andare a scuola c’erano diversi depositi di autobus, e in uno di questi mi fermavo anche per ore a guardare come dipingevano sulle fiancate delle vetture i loro percorsi e le loro destinazioni. Un giorno chiesi al pittore di lasciarmi dipingere qualche carattere per vedere se ne ero capace. Stupito dalla mia abilità naturale, mi permise di aiutarlo ogni tanto in cambio di qualche peso che era comunque un piccolo aiuto in famiglia. Un’altra illusione fu la mia amicizia casuale con tre fratelli Garcia, figli di un navigatore del fiume Magdalena, che avevano organizzato un trio di musica popolare, volendo animare per puro amore dell’arte le feste degli amici. Completai con loro il quartetto Garcia per partecipare al concorso dell’ora dei dilettanti dell’emittente Atlantico. Vincemmo già il primo giorno fra uno strepito di applausi, ma non ci versarono i cinque pesos del premio per un errore imperdonabile nell’iscrizione. Continuammo a provare insieme per il resto dell’anno e a cantare gratis in feste familiari, finché la vita non ci disperse.
Non condivisi mai la versione maligna secondo cui solo perché troppo irresponsabile mio padre si adattava con pazienza alla povertà. Al contrario, credo che fossero prove omeriche di una complicità mai venuta meno fra lui e mia madre, e che permetteva loro di trattenere il fiato fin sull’orlo del precipizio. Lui sapeva che lei dominava il panico meglio ancora della disperazione, e che questo era il segreto della nostra sopravvivenza. Quello che forse non pensò è che così lui si alleggeriva ogni pena, mentre lei lasciava lungo la strada il meglio della sua vita. Non riuscimmo mai a capire il motivo dei suoi viaggi.
D’improvviso, come accadeva sempre, ci svegliarono un sabato a mezzanotte per portarci nell’agenzia locale di un campo petrolifero del Catatumbo, dove ci aspettava al radiotelefono una chiamata di mio padre.
Non dimenticherò mai mia madre in preda al pianto, in una conversazione aggrovigliata dalla tecnica.
«Ah, Gabriel» disse mia madre, «guarda come mi hai lasciata con tutti questi figli, che più volte non siamo neppure riusciti a mangiare.»
Lui le rispose comunicandole la brutta notizia che aveva il fegato gonfio. Gli accadeva spesso, ma mia madre non lo prendeva molto sul serio perché qualche volta lui se n’era servito per nascondere le sue mascalzonate.
«Ti succede sempre così quando ti comporti male» gli disse per scherzo.
Parlava guardando il microfono come se papà fosse stato lì e alla fine si confuse cercando di mandargli un bacio, e baciò il microfono. Lei stessa scoppiò a ridere come una matta, e non riuscì mai a raccontare la storia sino alla fine perché si ritrovava con le lacrime agli occhi tante erano le risate. Tuttavia, quel giorno rimase assorta e infine disse a tavola come parlando per nessuno:
«Ho notato qualcosa di strano nella voce di Gabriel.»
Le spiegammo che l’apparecchio radiofonico non solo distorce le voci ma maschera pure la personalità. La notte dopo disse mentre dormiva:
«Comunque, dalla sua voce sembrava che fosse molto più magro.» Aveva il naso affilato dei suoi brutti giorni, e si domandava fra un sospiro e l’altro come potevano essere i villaggi senza Dio né legge dove si aggirava quell’uomo allo sbando. I suoi motivi occulti furono più evidenti in una seconda conversazione per radio, allorché fece promettere a mio padre di tornare subito a casa se non avesse risolto nulla in due settimane. Tuttavia, prima della scadenza fissata ricevemmo dagli Altos del Rosario un telegramma drammatico di una sola parola:
“Indeciso”. Mia madre vide nel messaggio la conferma dei suoi presagi più lucidi, ed emise un verdetto inappellabile:
«O arrivi prima di lunedì, o in questo stesso momento mi metto in viaggio per raggiungerti con tutta la prole.»
Santo rimedio. Mio padre conosceva il potere delle sue minacce, e di lì a una settimana era di ritorno a Barranquilla. Ci colpì la sua entrata, vestito in modo trasandato, con la pelle verdastra e da rasare, al punto che mia madre credette che fosse ammalato. Ma fu un’impressione momentanea, perché in due giorni recuperò il progetto giovanile di aprire una farmacia molteplice nella città di Sucre, un angolo idilliaco e prospero a una notte e un giorno di navigazione da Barranquilla. Vi era già stato nella sua gioventù di telegrafista, e il suo cuore si contraeva al ricordo del viaggio lungo canali crepuscolari e paludi dorate, e dei balli eterni. In un certo periodo si era ostinato per ottenere quella piazza, ma senza la fortuna avuta in altri casi, come Aracataca, ancora più ambiti. Ci ripensò cinque anni dopo, ai tempi della terza crisi del banano, ma trovò che la piazza era occupata dai grossisti di Magangué. Però, un mese prima di tornare a Barranquilla aveva incontrato per caso uno di loro, che non solo gli aveva dipinto una realtà opposta, ma gli aveva pure offerto un buon credito per Sucre.
Non l’aveva accettato perché stava per realizzare il sogno dorato degli Altos del Rosario, ma quando l’aveva sorpreso la sentenza della moglie, aveva localizzato il grossista di Magangué, che era ancora sperduto nei villaggi del fiume, e si erano messi d’accordo.
Dopo circa due settimane di riflessioni e accomodamenti con grossisti amici, se ne andò via con l’aspetto e l’umore ristabiliti, e la sua impressione di Sucre fu così intensa, che la mise per iscritto nella prima lettera: “La realtà è stata migliore della nostalgia”. Affittò una casa con balcone nella piazza principale e di lì riallacciò le amicizie di una volta che lo accolsero a braccia aperte. La famiglia doveva vendere quello che fosse stato possibile, imballare il resto, che non era molto, e portarselo appresso su uno dei battelli a vapore che seguivano il percorso del fiume Magdalena. Con la posta di quello stesso giorno inviò un vaglia ben calcolato per le spese immediate, e ne annunciò un altro per le spese di viaggio. Non posso immaginare notizie più appetitose per il carattere facile a illudersi di mia madre, sicché la sua risposta fu ben pensata non solo per sostenere l’animo del marito, ma anche per addolcirgli la nuova che era incinta per l’ottava volta.
Fece i preparativi e le prenotazioni sul Capitano de Caro, un battello leggendario che in una notte e mezza giornata faceva il tragitto da Barranquilla a Magangué. Poi avremmo proseguito in lancia a motore lungo il fiume San Jorge e il canale idilliaco della Mojana fino alla nostra destinazione.
«Basta che ce ne andiamo di qui, sia pure all’inferno» esclamò mia madre, che aveva sempre diffidato del prestigio babilonico di Sucre.
«Non bisogna lasciare un marito solo in un paese come quello.»
Ci fece così tanta fretta, che già tre giorni prima del viaggio dormivamo per terra, perché ci eravamo ormai sbarazzati dei letti e di tutti i mobili che eravamo riusciti a vendere. Tutto il resto era dentro gli scatoloni, e il denaro per i biglietti messo al sicuro in qualche nascondiglio di mia madre, ben contato e mille volte ricontato.
L’impiegato che mi servì negli uffici del battello era così affabile che non dovetti serrare le mascelle per intendermi con lui. Ho la sicurezza assoluta di avere annotato fedelmente le tariffe che lui mi dettò con la dizione chiara e ricercata dei caraibici servizievoli. Quello che più mi rallegrò e che meno ho dimenticato fu che fino ai dodici anni si pagava solo la metà della tariffa normale. Ossia, tutti i figli meno io. A partire da questi dati, mia madre mise da parte il denaro del viaggio, e spese fino all’ultimo centesimo per smontare la casa.
Il venerdì andai a comprare i biglietti e l’impiegato mi accolse con la sorpresa che i minori di dodici anni non avevano una riduzione della metà ma solo del trenta per cento, il che faceva una differenza insormontabile per noi. Affermava che io avevo annotato male, perché i dati erano stampati in una tabella ufficiale che mi cacciò sotto gli occhi. Rincasai in preda ai triboli, e mia madre non fece commenti ma si mise il vestito con cui aveva osservato il lutto per suo padre e andammo all’agenzia fluviale. Volle essere giusta, qualcuno si era sbagliato e poteva benissimo essere suo figlio, ma questo non importava. Il fatto era che non avevamo altro denaro. L’agente le spiegò che non c’era nulla da fare.
«Mi capisca, signora» le disse. «Non è che si voglia o non si voglia servirla, è il regolamento di un’impresa seria che non può cambiare come una banderuola.»
«Ma se sono dei bambini» disse mia madre, e indicò me a esempio. «Si figuri, il maggiore è questo, e ha appena dodici anni.» E indicò con la mano:
«Sono grandi così.»
Non era questione di statura, soggiunse l’agente, bensì di età. Nessuno pagava di meno, tranne i neonati, che viaggiavano gratis. Mia madre cercò sfere più alte:
«Con chi bisogna parlare per mettere a posto la faccenda?»
L’impiegato non riuscì a rispondere. Il responsabile, un uomo anziano e con un ventre materno, si affacciò alla porta dell’ufficio nel bel mezzo della discussione, e l’impiegato, vedendolo, si alzò in piedi. Era immenso, con un aspetto rispettabile, e la sua autorità, anche in maniche di camicia e fradicio di sudore, era più che evidente. Ascoltò mia madre con attenzione e le rispose con una voce tranquilla che una decisione come quella era possibile solo con una modificazione dei regolamenti in un’assemblea dei soci.
«Mi creda, sono molto spiacente» concluse.
Mia madre sentì il soffio del potere, e affinò i suoi argomenti.
«Lei ha ragione, signore» disse, «ma il problema è che il suo dipendente non si è spiegato bene con mio figlio; mio figlio l’ha capito male, e io mi sono mossa sulla base di questo errore. Adesso ho tutto imballato pronto per essere imbarcato, stiamo dormendo sulla nuda terra, i soldi per la spesa ci bastano fino a oggi e lunedì consegno la casa ai nuovi inquilini.» Si rese conto che gli impiegati della sala l’ascoltavano con un grande interesse, e allora si rivolse a loro: «Cosa può significare tutto questo per un’impresa così importante?»
senza aspettare una risposta, domandò al responsabile guardandolo dritto negli occhi:
r?
«Lei crede in Dio?»
Il responsabile si confuse. L’ufficio intero aveva il fiato sospeso per un silenzio troppo lungo. Allora mia madre si contrasse sul sedile, unì le ginocchia che cominciavano a tremarle, strinse la borsetta sul grembo con entrambe le mani, e disse con una determinazione propria delle sue grandi cause:
«Di qui non mi muovo finché non mi avrete risolto il problema.»
Il responsabile ne fu esterrefatto, e tutto il personale interruppe il lavoro per guardare mia madre. Era impassibile, col naso affilato, pallida e imperlata di sudore. Si era tolta il lutto di suo padre, ma in quel momento l’aveva di nuovo indossato perché le era sembrato il vestito più adatto per quell’impresa. Il responsabile non la guardò più, ma guardò i suoi impiegati senza sapere cosa fare, e infine esclamò per tutti:
«E’ una storia che non ha precedenti.»
Mia madre non batté ciglio. «Avevo le lacrime strozzate in gola ma dovetti resistere perché ci avrei fatto una pessima figura» mi raccontò.
Allora il responsabile chiese all’impiegato di portargli i documenti nel suo ufficio. Questi lo fece, e di lì a cinque minuti ne uscì di nuovo, ringhiante e furibondo, ma con tutti i biglietti in regola per partire.
La settimana dopo sbarcammo a Sucre come se vi fossimo nati. Doveva avere circa sedicimila abitanti, come tanti comuni del paese a quei tempi, e tutti si conoscevano, non tanto per i loro nomi quanto per le loro vite segrete. Non solo la città ma anche la regione intera era un pelago di acque docili che mutavano colore per gli strati di fiori che le coprivano secondo i periodi, secondo il luogo e secondo il nostro stesso stato d’animo. Il suo splendore rammentava quello delle gore da sogno del sudest asiatico. Nei molti anni in cui la famiglia visse lì non ci fu una sola automobile. Sarebbe stato inutile, perché le strade dritte di terra battuta sembravano fatte apposta per i piedi scalzi e molte case avevano nella cucina il loro molo privato con le canoe domestiche per il trasporto locale.
La mia prima emozione fu di una libertà inconcepibile. Tutto quanto a noi bambini era mancato o avevamo rimpianto si ritrovò d’improvviso a portata delle nostre mani. Ognuno mangiava quando aveva fame o dormiva a qualsiasi ora, e non era facile occuparsi di qualcuno, perché malgrado il rigore delle loro leggi gli adulti erano così immersi nel loro tempo personale che non ne avevano abbastanza per occuparsi neppure di se stessi. L’unica norma di sicurezza per i bambini fu che imparassero a nuotare prima di camminare, perché la città era divisa in due da un canale di acque scure che serviva al contempo da acquedotto e da fogna.
Fin dal primo anno li buttavano dai balconi delle cucine, dapprima col salvagente affinché perdessero la paura dell’acqua e poi senza salvagente affinché perdessero il rispetto per la morte. Anni dopo, mio fratello Jaime e mia sorella Ligia, che erano sopravvissuti ai rischi iniziatici, gareggiarono in campionati infantili di nuoto.
A trasformare Sucre in una città indimenticabile fu i I senso di libertà con cui noi bambini ci muovevamo per strada. In due o tre settimane sapevamo chi viveva in ogni casa, e lì ci comportavamo come conoscenti di sempre. Le consuetudini sociali, semplificate dall’uso erano quelle di una vita moderna all’interno di una cultura feudale: i ricchi, allevatori di bestiame e industriali dello zucchero, sulla piazza principale, e i poveri dove potevano. Per l’amministrazione ecclesiastica era una terra di missioni con giurisdizione e potere su un vasto impero lacustre. Al centro di quel mondo, la chiesa parrocchiale, nella piazza principale di Sucre, era una versione tascabile della cattedrale di Colonia, copiata a memoria da un parroco spagnolo con pretese da architetto. L’uso del potere era immediato e assoluto. Ogni sera dopo il rosario, al campanile della chiesa suonavano rintocchi corrispondenti al giudizio morale del film in programma nel cinema attiguo, secondo il catalogo l’Ufficio Cattolico per il Cinema. Un missionario seduto sulla soglia del suo studio, controllava le entrate nella sala dal marciapiede di fronte, per sanzionare i trasgressori.
La mia grande frustrazione dipese dall’età in cui arrivai a Sucre. Mi mancavano ancora tre mesi per varcare la linea fatidica dei tredici anni, e in casa non mi sopportavano più come bambino ma neppure mi ritenevano un adulto, e in quel limbo dell’età finii per essere l’unico dei fratelli che non imparò a nuotare.
Non sapevano se farmi sedere alla tavola dei piccoli o a quella dei grandi. Le donne di servizio non si cambiavano più gli indumenti davanti a me neppure a luci spente, ma una di loro dormì nuda più volte nel mio letto senza turbarmi il sonno. Non avevo avuto il tempo di saziarmi di quello sproposito del libero arbitrio, che dovetti tornare a Barranquilla nel gennaio dell’anno successivo per iniziare le superiori, perché a Sucre non c’era una scuola consona ai voti eccellenti del maestro Casalins.
Dopo discorsi e consultazioni senza fine, con scarsissima partecipazione mia, i miei genitori si decisero per la scuola San José della Compagnia di Gesù a Barranquilla. Non mi spiego dove trovarono tanto denaro in così pochi mesi, se la farmacia e l’ambulatorio omeopatico erano ancora da aprire. Mia madre diede sempre una risposta che non richiedeva prove:
«Dio è molto grande.» Nelle spese per il trasferimento dovevano aver previsto l’installazione e il sostentamento della famiglia, ma non la mia carriera scolastica. Avendo solo un paio di scarpe rotte e un cambio di indumenti che usavo mentre mi lavavano l’altro, mia madre mi equipaggiò di vestiti nuovi in un baule grande come un catafalco senza prevedere che in sei mesi sarei cresciuto di un palmo. Fu sempre lei a decidere per conto suo che avrei cominciato a portare i pantaloni lunghi, contrariamente alla disposizione sociale osservata da mio padre secondo cui non li si poteva indossare finché non si fosse cominciato a cambiare voce.
Il fatto è che nelle discussioni sull’educazione di ogni figlio mi sorresse sempre l’illusione che papà, in una delle sue rabbie omeriche, decretasse che nessuno di noi sarebbe tornato a scuola. Non era impossibile. Lui stesso era stato un autodidatta per forza maggiore della sua povertà, e suo padre si ispirava alla morale d’acciaio di don Fernando VII, che proclamava l’insegnamento individuale in casa al fine di preservare l’integrità della famiglia. Io avevo paura della scuola come di un carcere, mi spaventava la sola idea di vivere soggetto al regime di una campanella, ma era pure la mia unica possibilità di godermi una vita libera a partire dai tredici anni, rimanendo in buoni rapporti con la famiglia, ma lontano dal suo ordine, dal suo entusiasmo demografico, dai suoi giorni azzardati, e leggendo senza prendere fiato finché avessi luce.
Il mio unico argomento contro la scuola San José, una tra le più esigenti e costose dei Caraibi, era la sua disciplina marziale, ma mia madre mi bloccò con un pronostico: «E’ lì che si educano i governatori.»
Quando non fu più possibile fare un passo indietro, mio padre se ne lavò le mani:
«Sia chiaro che io non ho detto né di sì né di no.»
Lui avrebbe preferito la scuola americana affinché imparassi l’inglese, ma mia madre l’aveva scartata adducendo il motivo capzioso che era una tana di luterani. A onore di mio padre, oggi devo ammettere che una delle deficienze nella mia vita di scrittore è stata di non avere imparato l’inglese.
Rivedere Barranquilla dal ponte dello stesso Capitati de Caro su cui avevamo viaggiato tre mesi prima, mi turbò il cuore come se avessi intuito che tornavo da solo alla vita reale. Per fortuna, i miei genitori mi avevano sistemato per l’alloggio e il vitto da mio cugino José Maria Valdeblànquez e sua moglie Hortensia, giovani e simpatici, che spartirono con me una vita quieta in un salottino semplice, una camera da letto e un piccolo cortile acciottolato che era sempre in ombra per gli indumenti stesi ad asciugare su fili di ferro. Loro dormivano nella camera con la loro bambina di dieci mesi. Io dormivo sul divano del salottino, che di notte si trasformava in letto.
La scuola San José era a sei isolati, in un parco di mandorli dove c’era stato il cimitero più antico della città e si trovavano ancora ossicini sparsi e pezzi di roba morta a raso terra.
Il giorno in cui entrai nel cortile principale c’era una cerimonia del primo anno, in uniforme domenicale a base di pantaloni bianchi e giacca blu, e non riuscii a reprimere il terrore che loro sapessero tutto quanto io ignoravo. Ma ben presto mi resi conto che erano acerbi e spaventati come me, dinanzi alle incertezze dell’avvenire.
Un fantasma personale fu fratello Pedro Reyes, assegnato al gruppo delle elementari, che si ostinò per convincere le autorità della scuola che io non ero preparato per le superiori. Si trasformò in un’ossessione che mi bloccava nei posti meno immaginabili, e mi faceva esami istantanei con imboscate diaboliche: «Credi che Dio possa fare una pietra così pesante da non poterla reggere?» mi domandava senza lasciarmi il tempo per pensare. O quest’altro maledetto tranello: «Se mettessimo all’equatore una cintura d’oro spessa cinquanta centimetri, di quanto aumenterebbe il peso della Terra?» Non ne imbroccavo neppure una, anche se sapevo le risposte, perché la lingua mi si imbrogliava per la paura come il primo giorno al telefono. Era un terrore fondato perché fratello Reyes aveva ragione. Io non ero preparato per le superiori, ma non potevo rinunciare alla fortuna che mi avessero accettato senza esame. Tremavo al solo vederlo. Alcuni compagni davano interpretazioni maliziose all’assedio ma non ebbi motivi per crederci. Inoltre, la coscienza mi aiutava perché il mio primo esame orale lo passai senza difficoltà allorché recitai liscio come l’olio Fra Luis de Leon e disegnai sulla lavagna con gessetti colorati un Cristo che sembrava in carne viva. La commissione rimase così soddisfatta che si dimenticò dell’aritmetica e della storia patria.
Il problema con fratello Reyes si risolse perché durante la Settimana Santa ebbe bisogno di certi disegni per la sua lezione di botanica e io glieli preparai senza batter ciglio. Non solo lasciò perdere il suo assedio, ma talvolta si intratteneva pure durante le ricreazioni insegnandomi le risposte ben motivate delle domande cui Non ero riuscito a rispondere, o di alcune più strane che poi comparivano come per caso agli esami successivi del mio primo anno. Tuttavia, ogni volta che mi trovava in gruppo, morto dal ridere mi prendeva in giro dicendo che io ero l’unico di terza elementare che se la cavava bene alle superiori. Oggi mi rendo conto che aveva ragione. Soprattutto per l’ortografia, che fu il mio calvario durante tutti i miei studi e continua a stupire i correttori dei miei originali. I più benevoli si consolano credendo che siano sbagli di battitura.
Un sollievo per le mie ansie fu la nomina del pittore e scrittore Héctor Rojas Herazo all’insegnamento di disegno. Avrà avuto vent’anni. Entrò in aula accompagnato dal padre superiore, e il suo saluto riecheggiò come una porta sbattuta nell’afa delle tre del pomeriggio. Aveva la bellezza e l’eleganza facile di un artista del cinema, con una giacca di pelo di cammello, molto aderenti, con bottoni dorati, panciotto fantasia e una cravatta di seta stampata. Ma la cosa più insolita era il cappello.> bombetta, con trenta gradi all’ombra. Era alto come l’.architrave della porta, sicché doveva chinarsi per disegnare sulla lavagna. Accanto a lui, il padre superiore sembrava abbandonato dalla mano di Dio.
Si vide subito che non aveva metodo né pazienza per l’insegnamento, ma il suo umore malizioso ci faceva stare col fiato sospeso, così come ci stupivano i disegni magistrali che dipingeva con gessetti colorati sulla lavagna. Non rimase fra noi più di tre mesi, senza che avessimo mai saputo il perché, ma era presumibile che la sua pedagogia disinvolta non si armonizzasse con l’ordine mentale della Compagnia di Gesù.
Fin dai miei inizi nella scuola ebbi fama di poeta prima per la facilità con cui imparavo a memoria e recitavo a squarciagola le poesie di classici e romantici dei libri di testo, e poi per le satire in versi che dedicavo ai miei compagni di classe sulla rivista della scuola. Non le avrei scritte o avrei prestato loro più di attenzione se avessi immaginato che avrei meritato la gloria della carta stampata. In realtà erano satire cortesi che circolavano su foglietti furtivi nelle aule soporifere delle due del pomeriggio. Padre Luis Posada, assegnato al secondo gruppo, ne catturò uno, lo lesse con cipiglio adusto e mi riserbò la reprimenda di rigore, ma se lo mise in tasca. Padre Arturo Mejia mi convocò allora nel suo studio per propormi che le satire confiscate venissero pubblicate sulla rivista “Juventud”, organo ufficiale degli allievi della scuola. La mia reazione immediata fu uno scossone di sorpresa, vergogna e felicità, che risolsi con un diniego per nulla convincente: «Sono solo stupidaggini mie.»
Padre Mejia prese buona nota della risposta, e pubblicò i versi con quel titolo, “Stupidaggini mie”, e con la firma Gabito, sul numero successivo della rivista e con l’autorizzazione delle vittime. In due numeri successivi dovetti pubblicare un’altra serie dietro richiesta dei miei compagni di classe. Sicché quei versi infantili, lo si voglia o meno, sono a rigore la mia opera prima.
Il vizio di leggere tutto quanto mi capitava fra le mani occupava il mio tempo libero e quasi tutto quello delle lezioni. Potevo recitare poesie complete del repertorio popolare che allora erano di uso corrente in Colombia, e le più belle del Secolo d’Oro e del romanticismo spagnoli, molte delle quali imparate sugli stessi testi scolastici. Oneste conoscenze estemporanee rispetto alla mia età disperavano gli insegnanti, perché ogni volta che mi rivolgevano in classe qualche domanda mortale rispondevo con una citazione letteraria o un’idea libresca che non sono in grado di valutare. Padre Mejia mi disse: «E’ un saputello», per non dire insopportabile. Non dovetti mai forzare la memoria, perché le poesie e certi brani di buona prosa classica mi rimanevano come incisi nella mente dopo tre o quattro riletture. La prima stilografica che ebbi la vinsi al padre superiore perché gli recitai senza inciampi le cinquantasette decime di La vertigine di Gaspar Nùnez de Arce.
Leggevo durante le lezioni, col libro aperto sulle ginocchia, e con una tale sfacciataggine che la mia impunità sembrava possibile solo grazie alla complicità degli insegnanti. L’unica cosa che non ottenni con le mie ciurmerie ben rimate fu che mi evitassero la messa quotidiana alle sette del mattino. Oltre a scrivere le mie stupidaggini, facevo il solista nel coro, disegnavo caricature scherzose, recitavo poesie nelle circostanze solenni, e tante altre cose fuori orario e fuori luogo, al punto che nessuno capiva in quali ore studiassi. Il motivo era il più semplice: non studiavo.
In mezzo a tanto dinamismo superfluo, non capisco ancora perché gli insegnanti si occupassero tanto di me senza levare voci di scandalo per la mia pessima ortografia. Al contrario di mia madre, che nascondeva a papà alcune mie lettere per non farlo morire, e altre me le restituiva corrette e talvolta con i suoi complimenti per certi progressi grammaticali e per il buon uso delle parole. Ma di lì a due anni non ci furono miglioramenti apprezzabili. Oggi il mio problema è sempre lo stesso: non sono mai riuscito a capire perché vengono contemplate lettere mute o due lettere diverse con lo stesso suono, e tante altre forme oziose.
Fu così che scoprii una vocazione destinata ad accompagnarmi per tutta la vita: il piacere di chiacchierare con allievi più anziani di me.
Anche oggi, in riunioni di giovani che potrebbero essere miei nipoti, devo fare uno sforzo per non sentirmi più ragazzo di loro. Sicché divenni amico di due allievi più anziani che in seguito furono miei compagni in momenti storici della mia vita. Uno era Juan B. Fernàndez, figlio di uno dei tre fondatori e proprietari del giornale “El Heraldo”, a Barranquilla, presso il quale feci i miei primi sgorbi per la stampa, e presso il quale lui si formò dai suoi primi scritti fino alla direzione generale. L’altro era Enrique Scopell, figlio di un fotografo cubano leggendario nella città, e lui stesso fotoreporter. Tuttavia, la mia gratitudine nei suoi confronti non fu tanto per i nostri lavori comuni al giornale, quanto per il suo mestiere di conciatore di pelli selvagge che esportava in mezzo mondo. In uno dei miei primi viaggi all’estero mi regalò quella di un caimano lungo tre metri.
«Questa pelle costa un patrimonio» mi disse senza drammaticità, «ma ti consiglio di non venderla finché non starai per morire di fame.»
Mi domando ancora fino a che punto il saggio Quique Scopell non sapesse che stava dandomi un amuleto eterno, perché in realtà avrei dovuto venderla molte volte nei miei anni di carestie ricorrenti. Tuttavia, la conservo ancora oggi, polverosa e quasi pietrificata, perché da quando me la porto in valigia attraverso il mondo intero non mi è mai più mancato un centesimo per mangiare.
Gli insegnanti gesuiti, così severi in aula, erano diversi durante le ricreazioni, quando ci insegnavano quello che non dicevano al chiuso e si sfogavano con quello che avrebbero davvero voluto insegnare. Per quanto possibile alla mia età, credo di ricordare che tale differenza la si notasse bene e ci fosse di aiuto. Padre Luis Posada, un bogotano molto giovane dalla mentalità progressista, che aveva lavorato per molti anni in settori sindacali, aveva un archivio di schede con ogni sorta di piste enciclopediche sintetiche, in particolare su libri e autori. Padre Ignacio Zaldivar era un basco selvatico che continuai a frequentare a Cartagena fino alla sua buona vecchiaia nel convento di San Pedro Claver. Padre Eduardo Nùnez era già molto avanti nella redazione di una storia monumentale della letteratura colombiana, della cui sorte non ho mai più avuto notizia. Il vecchio padre Manuel Hidalgo, maestro di canto, già molto anziano, scopriva le vocazioni per conto suo e si permetteva incursioni in musiche pagane che non erano previste.
Col padre Pieschacón, il rettore, feci qualche chiacchierata casuale, e me n’è rimasta solo la certezza che mi considerava un adulto, non solo per gli argomenti che venivano dibattuti ma anche per le spiegazioni audaci. Nella mia vita fu decisivo per chiarirmi le idee sul cielo e sull’inferno, che non riuscivo a conciliare con i dati del catechismo per via di semplici ostacoli geografici. Contro tali dogmi il rettore intervenne con le sue idee coraggiose. Il cielo era, al di là di ogni complicazione teologica, la presenza di Dio. L’inferno, naturalmente, era il contrario. Ma in due circostanze mi confessò il suo problema secondo cui «comunque nell’inferno c’era fuoco», ma non riusciva a spiegarlo. Più per queste lezioni durante le pause che per quelle vere e proprie, terminai l’anno col petto corazzato di medaglie.
Le mie prime vacanze a Sucre cominciarono una domenica alle quattro del pomeriggio, su un molo adorno di ghirlande e palloncini colorati, e una piazza trasformata in un bazar natalizio. Non appena ebbi posato piede a terra, una ragazza bellissima, bionda e con una spontaneità importuna mi si appese al collo e mi soffocò di baci. Era mia sorella Carmen Rosa, la figlia di mio papà prima del matrimonio, che era andata a trascorrere qualche tempo con la sua famiglia sconosciuta. Quella volta arrivò pure un altro figlio di papà, Abelardo, un bravo sarto che installò il suo laboratorio su un lato della piazza principale e fu mio maestro di vita durante la pubertà.
La casa nuova e da poco ammobiliata aveva un’aria da festa e un fratello nuovo: Jaime, nato in maggio sotto il buon segno dei Gemelli, oltre che settimino. Non lo seppi fino all’arrivo, perché i genitori sembravano riso luti a moderare le nascite annuali, ma mia madre si affrettò a spiegarmi che quello era un tributo a santa Rita per la prosperità che era entrata in casa. Era ringiovanita e allegra, più canterina che mai, e papà fluttuava in un’atmosfera di buon umore, con l’ambulatorio zeppo e la farmacia ben provvista, soprattutto la domenica quando arrivavano i pazienti dai monti vicini.
Non so se sia mai venuto a sapere che quell’affluenza obbediva in effetti alla sua fama di buon guaritore, sebbene gente di campagna non l’attribuisse alle virtù omeopatiche dei suoi globuletti di zucchero e alle sue acque prodigiose, ma alle sue buone arti di stregone.
Sucre era migliore che nel ricordo, grazie alla tradizione secondo cui nelle feste di Natale gli abitanti si dividevano nei suoi due grandi quartieri: Zulia, a sud, e Congoveo, a nord. A parte altre sfide secondarie, c’era un concorso a base di carri allegorici che rappresentavano in tornei artistici la rivalità storica dei quartieri.
La notte della vigilia di Natale, infine, si concentravano sulla piazza principale, in mezzo a grandi competizioni, e il pubblico decideva quale dei due quartieri era il vincitore dell’anno.
Carmen Rosa contribuì fin dal suo arrivo a un nuovo splendore della festività. Era moderna e maliziosa, e divenne la regina di tutti i balli con una coda di pretendenti in scombuglio. Mia madre, tanto gelosa delle sue figlie, non lo era con lei, e al contrario le facilitava i fidanzamenti che introdussero una nota insolita nella casa. Fu un rapporto di complicità, come mia madre non aveva mai avuto con le sue figlie. Quanto a Abelardo, risolse la sua vita altrimenti, in un laboratorio di un solo vano diviso da un paravento. Come sarto gli andò bene, ma non come con la sua flemma da stallone, perché era più il tempo che passava ben accompagnato sul letto dietro il paravento, che solo e annoiato alla macchina da cucire.
Durante quelle vacanze mio padre ebbe la strana idea di iniziarmi agli affari. «Perché non si sa mai» mi avvertì. In primo luogo mi insegnò a riscuotere a domicilio i sospesi della farmacia. Uno di quei giorni mi mandò a riscuoterne diversi a L’Ora, un bordello senza pregiudizi nei dintorni dell’abitato.
Mi affacciai alla porta socchiusa di una stanza che dava sulla strada, e vidi una delle donne della casa che faceva la siesta su una branda di cuoio, scalza e con una sottoveste che non riusciva a coprirle le cosce.
Prima che potessi parlarle si sedette sul letto, mi guardò semiaddormentata e mi domandò cosa volevo. Le dissi che avevo un messaggio di mio padre per don Eligio Molina, il proprietario.
Ma invece di ragguagliarmi mi ordinò di entrare e mettere il paletto alla porta, e con l’indice mi fece un segno che mi chiarì tutto:
«Vieni qui.»
Ci andai, e a mano a mano che mi avvicinavo, il suo respiro affannato riempiva la stanza come un fiume in piena, finché non riuscì ad afferrarmi per un braccio con la mano destra e mi infilò la sinistra dentro la patta. Sentii un terrore delizioso.
«Sicché tu sei figlio del dottore dei globuletti» mi disse, mentre mi palpava dentro i pantaloni con cinque dita agili che sembrava fossero dieci. Mi tolse i pantaloni senza smettere di sussurrarmi parole tiepide all’orecchio, si sfilò la sottoveste dalla testa e si distese supina sul letto con le sole mutandine a fiori rossi. «Queste sì che me le togli tu» mi disse. «E’ il tuo dovere di uomo.»
Le tirai via l’indumento, ma nella fretta non riuscii a toglierglielo, e dovette aiutarmi con le gambe ben tese e un movimento rapido da nuotatrice. Poi mi sollevò di peso per le ascelle e mi sistemò sopra di lei alla maniera accademica del missionario. Il resto lo fece da sé, finché non morii da solo sopra di lei, sguazzando nella zuppa di cipolle delle sue cosce da puledra.
Si riposò in silenzio, su un fianco, guardandomi fisso negli occhi e io reggevo il suo sguardo con l’illusione di ricominciare, adesso senza spavento e con più tempo. D’improvviso mi disse che non mi faceva pagare i due pesos del suo servizio perché io non ero andato lì per quello. Poi si distese supina e mi scrutò in viso.
«Inoltre» mi disse, «sei il fratello giudizioso di Luis Enrique, vero?
Avete la stessa voce.»
Ebbi l’innocenza di domandarle perché lo conosceva.
«Non essere stupido» scoppiò a ridere. «Se ho qui persino un paio di sue mutande che gli ho dovuto lavare l’ultima volta.»
Mi sembrò un’esagerazione per l’età di mio fratello, ma quando me le mostrò mi accorsi che era vero. Poi saltò nuda giù dal letto con una grazia da ballerina, e mentre si vestiva mi spiegò che alla porta successiva della casa, a sinistra, c’era don Eligio Molina.
Infine mi domandò: «E’ la tua prima volta, vero?»
Il cuore mi fece un balzo.
«Macché» le mentii, «l’avrò già fatto sette volte.»
«Comunque» disse lei con un gesto di ironia, «dovresti dire a tuo fratello che ti insegni un po’.»
Quel debutto mi diede uno slancio vitale. Le vacanze andavano da dicembre a febbraio, e mi domandai quante volte avrei dovuto trovare due pesos per tornare da lei. Mio fratello Luis Enrique, che era ormai un autentico veterano della brigata, scoppiava dal ridere perché uno della nostra età doveva pagare per una cosa che erano in due a fare nello stesso tempo e che rendeva felici entrambi.
Secondo lo spirito feudale della Mojana, i signori della terra si dilettavano a iniziare le vergini dei loro feudi e dopo qualche notte di mal uso le lasciavano alla mercè della loro sorte. C’era da scegliere fra quelle che si mettevano in caccia sulla piazza dopo i balli.
Tuttavia, sempre durante quelle vacanze mi facevano la stessa paura del telefono e le guardavo passare come nuvole sull’acqua. Non avevo un istante di requie per la desolazione che mi aveva lasciato in corpo la mia prima avventura casuale. Ancora oggi non credo sia esagerato credere che quella fosse la causa dell’ispido stato d’animo in cui tornai alla scuola, e completamente obnubilato da uno sproposito geniale del poeta di Bogotà don José Manuel Marroquìn, che faceva impazzire il pubblico fin dalla prima strofa:
Adesso che i ladri cagnano, adesso che i canti gallano, adesso che albando il gallo gli alti suoni campanano; e che i ragli asinano e che i gorgheggi uccellano, e che i fischi guardianotturnano e che i grugniti maialano,
e che l’aurorata rosa gli estesi dori campa, imperlando liquide verti qual io lacrimo spargi e freddando di brivido anche se il divampa anima, vengo a sospirare i miei slanci finestro dei tuoi sotto.
Non solo introducevo il disordine dove passavo recitando i versi interminabili della poesia, ma imparai anche a parlare con la fluidità di un nativo di chissà dove. Mi accadeva spesso: rispondevo qualsiasi cosa, ma quasi sempre era così strampalata, che gli insegnanti se la svignavano. Qualcuno dovette inquietarsi per la mia salute mentale, allorché a un esame gli diedi una risposta giusta, ma di primo acchito indecifrabile. Non ricordo che ci fosse malafede in quegli scherzi facili che divertivano tutti.
Mi colpì il fatto che i sacerdoti mi parlavano come se avessero perso la ragione, e io stavo loro dietro. Un altro motivo di allarme fu che inventai parodie dei cori sacri i con testi pagani che per fortuna nessuno intese. Il mio responsabile, d’accordo con i miei genitori, mi portò da uno specialista che mi fece un esame sfiancante ma molto divertente, perché oltre alla sua rapidità mentale ave va una simpatia personale e un metodo irresistibile. Mi fece leggere uno stampato con frasi sottosopra che io dovevo mettere a posto. Lo feci con tale entusiasmo, che il medico non resistette alla tentazione di mescolarsi al mio gioco, ed escogitammo combinazioni così ingegnose che ne prese nota per inserirle nei suoi esami futuri. Al termine di un’indagine minuziosa sulle mie consuetudini mi domandò quante volte mi masturbavo, diedi la prima risposta che mi venne in mente: non avevo mai osato farlo. Non mi credette, ma mi avvertì come per caso che la paura era un fattore negativo per la sete sessuale, e la sua stessa incredulità mi sembrò più che altro un incitamento. Mi sembrò un uomo stupendo, e da adulto volli incontrare quando facevo già il giornalista a “El Heraldo”, affinché mi raccontasse le conclusioni private che aveva tratto dal mio esame, ma venni a sapere solo che si era trasferito negli Stati Uniti.
Uno dei suoi antichi colleghi fu più esplicito e mi disse con un grande affetto che non c’era nulla di strano. si trovava in un manicomio a Chicago, perché gli era sempre sembrato che stesse peggio dei suoi pazienti.
La diagnosi fu un esaurimento nervoso aggravato dal leggere dopo i pasti. Mi raccomandò un riposo assoluto di due ore durante la digestione, e un’attività fisica più intensa degli sport di rigore. Mi stupisce ancora la serietà con cui i miei genitori e i miei insegnanti presero le sue prescrizioni. Mi controllarono le letture, e più di una volta mi tolsero il libro quando mi trovarono a leggere in classe sotto il banco. Mi esonerarono dalle materie difficili e mi costrinsero a fare un’attività fisica di parecchie ore al giorno. Così, mentre gli altri erano in aula, io giocavo da solo nel cortile del basket facendo canestri come un babbeo e recitando a memoria. I miei compagni di classe si divisero fin dal primo momento: quelli che pensavano davvero che fossi matto da sempre, quelli che credevano facessi il matto per godermi la vita e quelli che seguitarono a trattarmi come se i matti fossero stati gli insegnanti. Da quei giorni viene la versione secondo cui fui espulso dalla scuola perché tirai un calamaio pieno di inchiostro contro l’insegnante di aritmetica mentre scriveva esercizi sulla regola del tre alla lavagna. Per fortuna, papà la intese in maniera semplice e decise che tornassi a casa senza finire l’anno né sprecare ulteriormente tempo e denaro per un disturbo che poteva essere solo un’affezione epatica.
Per mio fratello Abelardo, invece, non c’erano problemi nella vita che non si risolvessero a letto. Mentre le mie sorelle usavano tutta la loro compassione, lui mi insegnò la ricetta magica non appena mi vide entrare nel suo laboratorio:
«A te quello che manca è una bella gnocca» La prese così sul serio che quasi tutti i giorni se ne andava a giocare a biliardo e mi lasciava dietro il paravento della sartoria con amiche sue di ogni pelo, e mai con la stessa. Fu una stagione di spropositi creativi, che sembrarono confermare la diagnosi clinica di Abelardo, perché l’anno dopo tornai alla scuola con tutto il mio giudizio. Non ho mai dimenticato la gioia con cui mi accolsero di ritorno alla scuola San José e l’ammirazione che tributarono ai globuletti di mio padre.
Questa volta non andai ad abitare dai Valdeblànquez, che in casa loro non ci stavano più per via della nascita del secondo figlio, bensì a casa di don Eliécer Garcia, un fratello della mia nonna paterna, famoso per la sua bontà e la sua rettitudine.
Aveva lavorato in una banca fino all’età della pensione, e a commuovermi fu soprattutto la sua passione eterna per la lingua inglese. La studiò per tutta la vita fin dall’alba, e di sera fino a molto tardi, facendo esercizi cantati con un’ottima voce e un buon accento, finché glielo permise l’età. Nei giorni di festa andava al porto in caccia di turisti per parlare con loro, e arrivò ad avere una padronanza come quella che aveva sempre avuto in spagnolo, ma la sua timidezza gli impedì di parlarla con persone conosciute. I suoi tre figli maschi, tutti più vecchi di me, e sua figlia Valentina, non riuscirono mai ad ascoltarlo.
Grazie a Valentina, che fu mia grande amica e una lettrice ispirata, scoprii l’esistenza del movimento Sabbia e Cielo, formato da un gruppo di poeti giovani che si erano proposti di rinnovare la poesia della costa caraibica grazie al buon esempio di Pablo Neruda. In realtà erano una replica locale del gruppo Pietra e Cieli) che in quegli anni imperava nei caffè dei poeti di Bogotà e sui supplementi letterari diretti da Eduardo Carranza, all’ombra dello spagnolo Juan Ramón Jiménez, nel salutare intento di spazzare via le foglie morte del XIX
secolo. Erano solo una mezza dozzina di giovani appena usciti dall’adolescenza, ma avevano fatto irruzione con tanta forza nei supplementi letterari della costa che cominciavano a essere guardati come una gran de promessa artistica.
Il leader di Sabbia e Cielo si chiamava Cesar Augusti del Valle, sui ventidue anni, e aveva portato il suo impeto rinnovatore non solo nei temi e nei sentimenti ma anche nell’ortografia e nelle leggi grammaticali delle sue poesie. Ai puristi sembrava un eretico, agli accademici sembrava un imbecille e ai classicisti sembrava un energumeno.
Tuttavia, il fatto era che al di là della sua militanza contagiosa, come Neruda, era un romantico incorreggibile.
Mia cugina Valentina mi portò una domenica nella casa dove Cesar abitava con i genitori, nel quartiere di San Roque, il più frenetico della città. Era un giovane dalle ossa robuste, asciutto e magro, con grossi denti da coniglio e i capelli scarruffati dei poeti della sua epoca. E, soprattutto, bisboccione e sbracato. La sua casa, di classe medio bassa, era tappezzata di libri senza spazio per uno in più. Suo padre era un uomo serio e piuttosto triste, con un’aria da impiegato in pensione, e sembrava tormentato dalla vocazione sterile del figlio. La madre mi accolse con una certa compassione quasi fossi stato un altro figlio afflitto dallo stesso male che l’aveva fatta piangere tanto per il suo.
Quella casa fu per me la rivelazione di un mondo che forse a quattordici anni intuivo, ma non avevo mai immaginato fino a che punto. A partire dal primo giorno divenni il suo visitatore più assiduo, e sottraevo così tanto tempo al poeta che ancora oggi non mi spiego come facesse a sopportarmi. Sono arrivato a pensare che mi usasse per professare le sue teorie letterarie, forse arbitrarie ma affascinanti, con un interlocutore stupefatto ma inoffensivo. Mi prestava libri di poeti che non avevo mai sentito nominare, e ne parlavo con lui senza la minima consapevolezza della mia audacia. Soprattutto nel caso di Neruda, la cui Poesia Venti imparai a memoria per far perdere le staffe a qualche gesuita che non frequentava quei territori poetici. In quei giorni l’ambiente culturale della città si agitò per una poesia di Meira Delmar a Cartagena de Indias che invase tutti gli ambienti della costa. Fu tale la maestria della dizione e della voce con cui la lesse Cesar del Valle, che la imparai a memoria alla seconda lettura.
Molte altre volte non potevamo parlare perché Cesar stava scrivendo alla sua maniera. Camminava per stanze e corridoi come in un altro mondo, e ogni due o tre minuti passava davanti a me come un sonnambulo, e d’improvviso si sedeva davanti alla macchina, scriveva un verso, una parola, un punto e virgola forse, e riprendeva a camminare. Io lo osservavo scombussolato dall’emozione celestiale di star scoprendo l’unico e segreto modo di scrivere la poesia. Fu sempre così nei miei anni alla scuola san José, che mi diedero una base di retorica per liberare i miei dèmoni. L’ultima notizia che ebbi di quel poeta indimenticabile, due anni dopo a Bogotà, fu un telegramma di Valentina con le uniche tre parole che non ebbe il cuore di firmare: “E’ morto Cesar”.
La mia prima sensazione in una Barranquilla senza i miei genitori fu la consapevolezza del libero arbitrio. Avevo amicizie che non si limitavano alla scuola. Fra queste Alvaro del Toro, che mi faceva da seconda voce declamando durante le ricreazioni, e la tribù degli Arteta, con cui facevo sortite nelle librerie e al cinema. L’unico limite che mi avevano imposto in casa dello zio Eliécer, per tutelare la loro responsabilità, fu che non rincasassi dopo le otto di sera.
Un giorno che aspettavo Cesar del Valle leggendo nel salotto di casa sua, era venuta a cercarlo una donna stupefacente. Si chiamava Martina Fonseca ed era una bianca versata in uno stampo da mulatta, intelligente e autonoma, che poteva benissimo essere l’amante del poeta. Per due o tre ore vissi in pienezza il piacere di chiacchierare con lei, finché Cesar non rincasò e se ne andarono via insieme senza dire dove. Non seppi più nulla di lei fino al Mercoledì delle Ceneri di quell’anno quando uscii dalla messa grande, e la trovai che mi aspettava su una panchina del parco. Credetti che fosse un’apparizione. Indossava un vestito di lino ricamato che purificava la sua bellezza, una collana di bigiotteria e un fiore di fuoco vivo nella scollatura. Tuttavia, quanto più adesso apprezzo nel ricordo è il modo in cui mi invitò a casa sua senza un minimo indizio di premeditazione, senza che tenessimo conto del segno sacro della croce di cenere che entrambi avevamo sulla fronte. Suo marito, che era pilota di un battello sul fiume Magdalena, stava facendo il suo consueto viaggio di dodici giorni. Cosa c’era di strano se sua moglie un sabato casuale mi invitava a prendere una cioccolata con pasticcini? Solo che il rituale si ripeté per tutto il resto dell’anno mentre il marito era sul battello, e sempre dalle quattro alle sette, che era l’orario del programma per giovani del cinema Rex che a casa di mio zio Eliécer mi serviva da pretesto per stare con lei.
La sua specialità professionale era preparare i maestri delle elementari per gli avanzamenti. Si occupava degli allievi più brillanti nelle sue ore libere offrendo loro cioccolata e pasticcini, sicché il turbolento vicinato non badò al nuovo allievo del sabato. Fu stupefacente la fluidità di quell’amore segreto che arse d’un fuoco folle da marzo fino a novembre. Dopo i due primi sabati credetti che non avrei potuto sopportare oltre il desiderio smisurato di stare di continuo con lei.
Eravamo in salvo da ogni rischio, perché il marito annunciava in codice il suo arrivo in città affinché lei sapesse che stava entrando nel porto. Così accadde il terzo sabato dei nostri amori, mentre stavamo a letto e si sentì il bramito lontano. Lei rimase in attesa.
«Sta’ fermo» mi disse, e aspettò altri due bramiti. Non balzò giù dal letto, come io mi aspettavo in base alla mia stessa paura, ma proseguì impavida: «Ci rimangono ancora più di tre ore di vita.»
Lei me l’aveva descritto come «un negraccio di due metri e una spanna, con una verga da artigliere.» Fui sul punto di infrangere le regole del gioco a causa dell’artigliata della gelosia, e non tanto per dire: volevo ammazzarlo. Intervenne la maturità di lei, che a partire da allora mi guidò tenendomi a guinzaglio attraverso gli scogli della vita reale come un lupacchiotto con una pelle da agnello.
Andavo molto male a scuola e non volevo saperne, ma Martina si occupò del mio calvario scolastico. La stupì l’infantilismo di saltare le lezioni per compiacere il demone di un’irresistibile vocazione alla vita. «E’ logico» le dissi. «Se questo letto fosse la scuola e tu fossi l’insegnante, io sarei il numero uno non solo della classe ma di tutta la scuola.» Lei lo prese come un esempio azzeccato.
«E’ proprio questo che faremo» mi disse.
Senza troppi sacrifici avviò l’impresa della mia riabilitazione con un orario fisso. Mi seguiva nel fare i compiti e mi preparava per la settimana successiva fra ruzzi da letto e rabbuffi da madre. Se i compiti non erano stati preparati bene e per tempo mi puniva con un sabato di lontananza ogni tre errori. Non ne feci mai più di due. Il mio cambiamento cominciò a essere notato a scuola.
Comunque, nella pratica mi insegnò una formula in fallibile che per disgrazia mi servì solo l’ultimo anno delle superiori: se prestavo attenzione alle lezioni e facevo io stesso i compiti invece di copiarli dai miei compagni, potevo ottenere buoni voti e leggere a mio piacimento nelle ore libere, e continuare a farmi la mia vita senza spossanti notti in bianco né spaventi inutili.
Grazie a questa ricetta magica fui il primo della classe in quell’anno 1942 con medaglia all’eccellenza e menzion d’onore di ogni sorta. Ma i ringraziamenti confidenziali andarono ai medici per come mi avevano guarito bene dalla pazzia. Durante la festa mi resi conto che c’era una brutta dose di cinismo nell’emozione con cui negli anni precedenti io ringraziavo per gli elogi ottenuti in cambio di meriti che non erano miei. L’ultimo anno, allorché furono meritati, mi sembrò dignitoso non ringraziare. Ma contraccambiai di tutto cuore con la poesia Il circo, di Guillermo Valencia, che recitai completa senza suggeritore durante la cerimonia conclusiva, e più spaventato di un cristiano davanti ai leoni.
Per le vacanze di quel buon anno avevo previsto di andar a trovare la nonna Tranquilina a Aracataca, ma lei dovette recarsi d’urgenza a Barranquilla per operarsi di cataratte. La gioia di rivederla fu completata da quella del dizionario del nonno che mi portò in dono.
Non ero mai stato consapevole che stava perdendo la vista, e non aveva voluto confessarlo, finché non le era più stato possibile muoversi dalla sua camera.
L’operazione all’ospedale della carità fu rapida e si concluse con una buona prognosi. Quando le tolsero le bende, seduta sul letto, aprì gli occhi radiosi della sua nuova gioventù, le si illuminò il viso e riassunse la sua gioia in una sola parola:
«Vedo.»
Il chirurgo volle precisare fino a che punto ci vedeva e lei spazzò la stanza col suo sguardo nuovo ed enumerò ogni cosa con una precisione ammirevole. Il medico rimase a bocca aperta, perché solo io sapevo che le cose enumerate dalla nonna non erano quelle che aveva di fronte nella stanza dell’ospedale, ma quelle della sua camera da letto di Aracataca, che ricordava a memoria e nel loro ordine. Mai più recuperò la vista.
I miei genitori insistettero che passassi le vacanze con loro a Sucre e che poi riaccompagnassi la nonna. Molto più invecchiata di quanto fosse il caso alla sua età, e con la mente alla deriva, le si era affinata la bellezza della voce e cantava di più e con più ispirazione che mai. Mia madre badò che la tenessero pulita e ben sistemata, come una bambola enorme. Era chiaro che si rendeva conto del mondo, ma lo riferiva al passato. Soprattutto i programmi radiofonici, che risvegliavano in lei un interesse infantile. Riconosceva le voci dei diversi presentatori che identificava come amici della sua gioventù a Kiohacha, perché una radio non era mai entrata nella sua casa di Aracataca. Contraddiceva o criticava qualche commento dei presentatori, discuteva con loro i temi più svariati, o li rimproverava per qualsiasi errore grammaticale come se fossero stati in carne e ossa vicino al suo letto, e rifiutava di lasciarsi cambiare gli indumenti finché non si fossero congedati. Allora rispondeva con la sua buona educazione intatta:
«Le auguro una bellissima serata, signore.»
Molti misteri su cose smarrite, segreti conservati o questioni proibite si chiarirono nei suoi monologhi: chi si era portato via nascosta in un baule la pompa dell’acqua scomparsa dalla casa di Aracataca, chi era davvero stato il padre di Matilde Salmona, i cui fratelli l’avevano confuso con un altro e gliel’avevano fatta pagare con una pallottola.
Le mie prime vacanze a Sucre senza Martina Fonseca non furono facili, ma non c’era stata la sia pur minima possibilità che venisse con me. La sola idea di non vederla per due mesi mi era sembrata irreale. Ma a lei no. Al contrario, quando affrontai l’argomento, mi accorsi che, come sempre, era già tre passi davanti a me,
«Proprio di questo volevo parlarti» mi disse senza misteri. «Il meglio per entrambi sarebbe che te ne andassi a studiare da un’altra parte adesso che siamo matti da legare. Così ti renderai conto che la nostra storia non sarà mai qualcosa di più di quello che è già stata.»
La presi sullo scherzo.
«Parto domani stesso e torno fra tre mesi per rimanere con te.»
Lei mi replicò su un ritmo di tango:
«Ah, ah, ah, ah!»
Allora capii che Martina era facile da convincere quando diceva sì ma mai e poi mai quando diceva no. Sicché raccolsi il guanto, bagnato di lacrime, e mi proposi di essere un altro nella vita che lei aveva pensato per me: un’altra città, un’altra scuola, altri amici e persino un altro modo di essere. Lo pensai appena. Con l’autorità delle mie molte medaglie, la prima cosa che dissi a mio padre con una certa solennità fu che non sarei tornato alla scuola San José. Né a Barranquilla.
«Dio sia benedetto!» disse lui. «Mi ero sempre domandato da dove ti fosse venuta la romanticheria di studiare dai gesuiti.»
Mia madre ignorò la frase.
«Se non lì, deve andare a Bogotà» disse.
«Allora non andrà da nessuna parte» replicò subito papà, «perché non ci sono soldi che bastino per la Capitale.»
E’ strano, ma la sola idea di non proseguire gli studi, che era stato il sogno della mia vita, mi sembrò allora inverosimile. Al punto da appellarmi a un sogno che non mi era mai sembrato realizzabile.
«Ci sono borse di studio» dissi.
«Moltissime» disse papà, «ma per i ricchi.»
In parte era vero, ma non per i favoritismi, bensì perché i tramiti erano difficili e le condizioni mal divulgate. A causa del centralismo, chiunque aspirasse a una borsa di studio doveva andare a Bogotà, mille chilometri per otto giorni di viaggio che costavano quasi quanto tre mesi nell’internato di un buon collegio. Ma anche così poteva essere inutile. Mia madre si esasperò:
«Quando si apre la macchina dei soldi si sa dove si comincia ma non dove si finisce.»
Inoltre, c’erano altri obblighi in sospeso. Luis Enrique, che aveva un anno meno di me, era stato iscritto a due scuole locali ed entrambe le aveva abbandonate dopo pochi mesi. Margarita e Aida studiavano con profitto alle scuole elementari delle monache, ma cominciavano già a pensare a una città vicina e meno costosa per le superiori. Gustavo, Ligia, Rita e Jaime non erano ancora casi urgenti, ma crescevano a un ritmo minaccioso. Sia loro sia i tre nati dopo mi trattarono sempre come uno che arrivava solo per andarsene.
Fu il mio anno decisivo. L’attrazione maggiore di ogni carro erano le ragazze scelte per la loro grazia e la loro bellezza, e vestite come regine, che recitavano versi con allusioni alla guerra simbolica fra le due parti del paese. Io, ancora mezzo forestiero, mi godevo il privilegio di essere neutrale, e mi comportavo di conseguenza.
Quell’anno, però, cedetti dinanzi alle suppliche dei capitani di Congoveo affinché scrivessi i versi per mia sorella Carmen Rosa, che sarebbe stata la regina di un carro monumentale. Accettai con piacere, ma esagerai negli attacchi contro l’avversario per la mia ignoranza delle regole del gioco. Non mi rimase altra scelta che rimediare allo scandalo con due poesie di pace: una riparatrice per la bella di Congoveo e l’altra di riconciliazione per la bella di Zulia.
L’incidente divenne pubblico. Il poeta anonimo, poco conosciuto dalla gente, fu l’eroe della giornata. L’episodio mi presentò in società e mi valse l’amicizia di entrambe le parti. Da allora innanzi non ebbi abbastanza tempo per aiutare in commedie infantili, bazar di beneficenza, tombole di solidarietà e persino nel discorso di un candidato alla giunta municipale.
Luis Enrique, che già si profilava come l’ispirato chitarrista che sarebbe diventato, mi insegnò a suonare quel chitarrino che si chiama tiple. Con lui e con Filadelfo Velilla ci trasformammo nei re delle serenate, col bel premio che alcune ragazze omaggiate si vestivano in fretta e furia, aprivano la casa, svegliavano le vicine e, tutti insieme, facevamo festa fino all’ora di colazione. Quell’anno il gruppo si arricchì con l’entrata di José Palencia, nipote di un latifondista ricco e prodigo. José era un musicista innato capace di suonare qualsiasi strumento gli capitasse fra le mani. Aveva una figura da artista del cinema, ed era un bravissimo ballerino, con un’intelligenza incredibile e una fortuna più invidiata che invidiabile negli amori di passaggio.
Io, invece, non sapevo ballare, e non riuscii a imparare neppure a casa delle signorine Loiseau, sei sorelle invalide dalla nascita, che tuttavia davano lezioni di buon ballo senza alzarsi dalle loro sedie a dondolo. Mio padre, che non fu mai insensibile alla fama, si avvicinò a me con una prospettiva nuova. Per la prima volta dedicammo lunghe ore a chiacchierare. Ci conoscevamo appena. In realtà, a ripensarci oggi, non vissi con i miei genitori più di tre anni in tutto, sommando quelli di Aracataca, di Barranquilla, di Cartagena, di Sincé e di Sucre. Fu un’esperienza molto piacevole che mi permise di conoscerli meglio. Mia madre me lo disse: «E’ bello che tu sia diventato amico di tuo papà.» Di lì a qualche giorno, mentre preparava il caffè in cucina, mi disse ancora:
«Tuo papà è molto orgoglioso di te.»
Il giorno dopo mi svegliò in punta di piedi e mi soffiò all’orecchio:
«Tuo papà ti ha preparato una sorpresa.» In effetti, quando scese a far colazione, lui stesso mi diede la notizia in presenza di tutti con un’enfasi solenne:
«Sistema la tua roba, che parti per Bogotà.»
Il primo impatto fu una grande frustrazione, perché in quel momento avrei desiderato rimanere immerso in una bisboccia continua. Ma prevalse l’innocenza. Quanto ai vestiti per le terre fredde, non ci furono problemi. Mio padre aveva un abito nero di lana di Scozia e un altro di velluto, e non riusciva a chiuderne nessuno alla vita. Sicché andammo da Pedro Leon Rosales, il cosiddetto sarto dei miracoli, e me li aggiustò secondo le mie misure. Mia madre mi comprò pure il soprabito di cammello di un senatore morto. Mentre me lo stavo provando a casa, mia sorella Ligia, che è veggente di natura, mi avvertì in segreto che il fantasma del senatore si aggirava di notte per casa sua col soprabito addosso.
Non le diedi retta, ma meglio se l’avessi fatto, perché quando me lo misi a Bogotà mi vidi nello specchio con la faccia del senatore morto.
Lo impegnai per dieci pesos al Monte di Pietà e lo lasciai perdere.
L’atmosfera domestica era talmente migliorata che stavo per piangere al momento dei saluti, ma tutto si svolse punto per punto senza sentimentalismi. La seconda settimana di gennaio mi imbarcai a Magangué sul David Arango, il battello guida della Compagnia Navale Colombiana, dopo aver passato una notte da uomo libero. Il mio compagno di cabina era un angelo di duecentoventi libbre e glabro in tutto il corpo. Aveva il nome usurpato di Jack lo Squartatore, ed era l’ultimo sopravvissuto di una stirpe di lanciatori di coltello da circo dell’Asia Minore. A prima vista mi sembrò capace di strangolarmi mentre dormivo, ma nei giorni successivi mi resi conto che era solo quello che sembrava: un bebé gigante con un cuore troppo grosso per il suo corpo.
La prima sera ci fu una festa ufficiale, con orchestra e cena di gala, ma scappai in coperta, contemplai per l’ultima volta le luci del mondo che stavo per dimenticare senza dolore e piansi a mio agio fino all’alba. Oggi mi azzardo a dire che l’unica cosa per cui vorrei essere di nuovo bambino è godermi ancora una volta quel viaggio. Dovetti farlo spesso all’andata e al ritorno nei quattro anni che mi mancavano per terminare le superiori e altri due dell’università, e ogni volta imparai più cose sulla vita che a scuola, e meglio che a scuola. Nei periodi in cui le acque formavano una buona corrente, il viaggio di risalita durava cinque giorni da Barranquilla a Puerto Salgar, da dove si faceva una giornata di treno fino a Bogotà. In tempi di siccità, che erano i più divertenti per viaggiare se non si aveva fretta, poteva durare anche tre settimane.
I battelli avevano nomi facili e immediati: Atlantico, Medellin, Capitàn de Caro, David Arango. I loro capitani, come quelli di Conrad, erano autoritari e di buona indole, mangiavano come barbari e non sapevano dormire soli nelle loro cabine da re. I viaggi erano lenti e incredibili. Noi passeggeri ci sedevamo sui ponti tutto il giorno a guardare i villaggi dimenticati, i caimani distesi con le fauci aperte in attesa di farfalle incaute, gli stormi di fenicotteri che si levavano in volo per paura della scia del battello, la dovizia di anatre delle paludi interne, i manati che cantavano sulle spiagge mentre allattavano i loro piccoli. Durante tutto il viaggio ci si svegliava all’alba frastornati dallo schiamazzo delle scimmie e dei pappagalli. Spesso, il lezzo nauseabondo di una mucca annegata interrompeva la siesta, immobile sul filo dell’acqua con un avvoltoio solitario dritto sul ventre.
Adesso è raro che si conosca qualcuno sugli aerei. Su i battelli fluviali noi studenti finivamo per sembrare una sola famiglia, perché ci mettevamo d’accordo tutti gli anni per ritrovarci nello stesso viaggio. Talvolta il battello si incagliava anche per quindici giorni su un bano di sabbia. Nessuno se ne preoccupava, in quanto la festa proseguiva, e una lettera del capitano sigillata con lo stemma del suo anello serviva da scusa per arrivare tardi a scuola.
Fin dal primo giorno mi colpì il più giovane di un gruppo familiare, che suonava la fisarmonica come perduto in un sogno, camminando per giorni interi sul ponte di prima classe. Non riuscii a sopportare l’invidia, perché da quando avevo ascoltato i primi fisarmonicisti di Francisco el Hombre alle feste del 20 luglio a Aracataca avevo preso a insistere che mio nonno mi comprasse quello strumento, ma mia nonna si era opposta con la solfa di sempre, secondo cui la fisarmonica era roba da barabba.
Circa trent’anni dopo mi sembrò di riconoscere a Parigi l’elegante fisarmonicista del battello a un congresso mondiale di neurologi. Il tempo non era passato invano: si era fatto crescere una barba da zingaro e i vestiti gli erano cresciuti di due taglie, ma il ricordo della sua maestria era così vivido che non potevo sbagliarmi. Però, la sua reazione non avrebbe potuto essere più ispida quando gli domandai senza presentarmi:
«Come va la fisarmonica?»
Mi replicò stupito:
«Non capisco di cosa parla.»
Credetti di sprofondare per la vergogna, e gli feci le mie umili scuse per averlo confuso con uno studente che suonava la fisarmonica sul David Arango, agli inizi di gennaio del ‘44. Allora si illuminò a quel ricordo. Era il colombiano Salomón Hakim, uno dei grandi neurologi di questo mondo. La delusione fu che aveva sostituito la fisarmonica con la bioingegneria.
Un altro passeggero mi colpì per la sua distanza. Era giovane, robusto, con una pelle rubiconda e occhiali da miope, e una calvizie prematura molto ben curata. Mi sembrò l’immagine perfetta del turista di Bogotà.
Fin dal primo giorno si accaparrò la poltrona più comoda, sistemò diverse pile di libri nuovi su un tavolino e lesse senza batter ciglio dal mattino fin quando non lo distraevano le bisbocce della notte. Ogni giorno si presentò in sala da pranzo con una camicia da spiaggia diversa e fiorita, e fece colazione, pranzò, cenò e continuò a leggere da solo al tavolo più appartato. Non credo che avesse mai scambiato un saluto con qualcuno. Fra di me lo battezzai “il lettore insaziabile”.
Non resistetti alla tentazione di dare un’occhiata ai suoi libri.
Perlopiù erano trattati indigesti di diritto pubblico, che leggeva di mattina, sottolineando e prendendo appunti in margine. Con la frescura verso sera leggeva romanzi. Fra questi, uno che mi lasciò attonito: Il sosia, di Dostoevski, che avevo cercato di rubare, senza riuscirci, in una libreria di Barranquilla. Avevo una voglia matta di leggerlo. Al punto che avrei voluto chiederglielo in prestito, ma non ne ebbi il coraggio. Uno di quei giorni si fece vedere con Il grande Meaulnes, di cui non avevo mai sentito parlare, ma che ben presto sarebbe diventato uno dei capolavori da me preferiti. Invece, io avevo con me solo libri già letti e irripetibili: Jeromin, di padre Coloma, che non finii mai di leggere; La voragine, di José Eustasio Rivera; Dagli Appennini alle Ande, di Edmondo de Amicis, e il dizionario del nonno che leggevo a pezzi per ore e ore. Al lettore implacabile, invece, il tempo non bastava mai per tutti quei libri. Quello che voglio dire e che non ho detto è che avrei dato qualsiasi cosa per essere lui.
Il terzo viaggiatore, naturalmente, era Jack lo Squartatore, il mio compagno di cabina, che parlava nel sonno in una lingua barbara per ore intere. Le sue tirate avevano un tono melodico che conferiva uno sfondo nuovo alle mie letture all’alba. Mi disse che non ne era consapevole, né sapeva che lingua poteva essere quella in cui sognava, perché da bambino si intendeva con quelli del suo circo in sei dialetti asiatici, ma li aveva persi tutti quand’era morto suo padre. Gli era rimasto solo il polacco, che era la sua lingua originale, ma riuscimmo a chiarire che neppure questa era quella che parlava nel sonno. Non ricordo una creatura più adorabile mentre lubrificava e provava il filo dei suoi coltelli sinistri sulla lingua rosea.
Il suo unico problema era stato il primo giorno in sala da pranzo quando aveva protestato con i camerieri perché non avrebbe potuto sopravvivere al viaggio se non gli avessero servito quattro porzioni. Il nostromo gli aveva spiegato che avrebbero potuto farlo qualora avesse pagato un supplemento con uno sconto speciale. Lui soggiunse che aveva viaggiato per i mari di tutto il mondo e ovunque gli avevano riconosciuto il diritto umano di non lasciarlo morire di fame.
Il caso fu sottoposto al capitano, che decise molto alla colombiana di fargli servire due porzioni, e che i camerieri ci andassero con abbondanza come per distrazione. Quanto a lui, si aiutò spilluzzicando con la forchetta nei piatti dei compagni di tavola e di alcuni vicini inappetenti, che si divertivano dinanzi alle sue trovate. Bisognava essere lì per crederci.
Io non sapevo cosa fare di me stesso, finché alla Gloria non si imbarcò un gruppo di studenti che organizzavano trii e quartetti di notte, e cantavano belle serenate con boleri d’amore. Quando scoprii che avevano bisogno di un tiple mi offrii, provai con loro di pomeriggio e cantammo poi fino all’alba. Il tedio delle mie ore libere trovò rimedio grazie a una ragione del cuore: chi non canta non può immaginare cosa sia il piacere di cantare.
Una notte di luna piena ci svegliò un lamento lacerante che veniva dalla riva. Il capitano Climaco Conde Abello, uno dei più famosi, diede ordine di cercare con i riflettori l’origine di quel pianto, ed era una femmina di manata che si era intrappolata fra i rami di un albero caduto. I marinai si buttarono in acqua, la legarono con una fune e riuscirono a liberarla. Era una creatura fantastica e commovente, un po’ donna e un po’ mucca, lunga quasi quattro metri. La sua pelle era livida e morbida, e il suo torso con grosse tette era quello di una madre biblica. Fu dallo stesso capitano Conde Abello che sentii dire per la prima volta che il mondo sarebbe finito se avessero continuato a uccidere gli animali del fiume, e proibì di sparare dal suo battello.
«Chi vuole uccidere qualcuno, vada a ucciderlo a casa sua!» gridò. «Non sulla mia nave.»
Il 19 gennaio 1961, diciassette anni dopo, lo ricordo come un giorno ingrato, per via di un amico che mi telefonò a Città del Messico e mi raccontò che il battello a vapore David Arango si era incendiato e trasformato in ceneri nel porto di Magangué. Riattaccai con la consapevolezza orribile che quel giorno terminava la mia giovinezza, e che il poco che ormai ci rimaneva del nostro fiume di nostalgie se n’era andato in malora. Oggi il fiume Magdalena è morto, con le sue acque marcite e i suoi animali estinti. I lavori di recupero, di cui tanto hanno parlato i successivi governi che non hanno fatto nulla, richiederebbero l’inserimento oculato di circa sessanta milioni di alberi, su un novanta per cento di terre di proprietà privata, i cui padroni dovrebbero rinunciare per il solo amore nei confronti della patria al novanta per cento dei loro introiti attuali.
Ogni viaggio dispensava grandi insegnamenti di vita che ci legavano in modo effimero ma indimenticabile a quella dei paesi di passaggio, cui il destino di molti di noi si intrecciò per sempre. Un celebre studente di medicina si mescolò senza essere invitato a una festa di nozze, ballò senza permesso con la donna più bella della festa e il marito lo ammazzò con uno sparo. Un altro si sposò durante una sbronza epica con la prima ragazza che gli piacque a Puerto Berrio, ed è sempre felice con lei e con i loro nove figli. José Palencia, il nostro amico di Sucre, aveva vinto una mucca a un concorso di suonatori di tamburo a Tenerife, e sempre lì la vendette per cinquanta pesos: una fortuna per l’epoca.
Nell’immenso quartiere di tolleranza di Barrancabermeja, la capitale del petrolio, ci colse la sorpresa di trovare mentre cantava con l’orchestra di un bordello Angel Casi Palencia, cugino primo di José, che era scomparso da Sucre senza lasciare traccia già l’anno prima. Il conto della bisboccia lo pagò l’orchestra fino all’alba.
Il mio ricordo più sgradevole è quello di una buia osteria di Puerto Berrio, da dove la polizia scacciò a manganellate quattro passeggeri, fra cui io, senza dare spiegazioni né ascoltarne, per poi arrestarci con l’accusa di aver stuprato una studentessa.
Quando fummo arrivati al comando di polizia avevano già in cella e senza un solo graffio i veri colpevoli, certi fannulloni del posto che non avevano nulla a che vedere col nostro battello.
Nello scalo finale, Puerto Salgar, bisognava sbarcare alle cinque del mattino vestiti per il clima delle terre alte. Gli uomini con abiti di panno nero, panciotto e bombetta e con i cappotti sul braccio, avevano mutato identità fra il gracidare dei rospi e il tanfo del fiume saturo di animali morti. All’ora dello sbarco ci fu una sorpresa. Un’amica dell’ultima ora aveva convinto mia madre ad aggiungermi anche un piccolo bagaglio da zotico con un’amaca di fibra d’agave, una coperta di lana e un vaso da notte di emergenza, il tutto avvolto in una stuoia di sparto e legato a croce con le corde dell’amaca stessa. I miei compagni musicisti si scompisciarono dal ridere vedendomi con un simile fardello nella culla della civiltà, e il più risoluto fece quanto io non avrei mai osato fare: lo buttò in acqua. La mia ultima immagine di quel viaggio indimenticabile fu quel bagaglio che tornava alle sue origini fluttuando sulla corrente.
Il treno di Puerto Salgar saliva come a gattoni fra le rocce nelle prime quattro ore. Nei tratti più ripidi faceva marcia indietro per prendere slancio e ritentava la salita con un ansito da drago. Talvolta era necessario che i passeggeri scendessero per alleggerire il peso, e risalire a piedi fino al cornicione successivo. I paesi lungo il percorso erano tristi e gelidi, e nelle stazioni deserte ci aspettavano solo le venditrici di tutta la vita che offrivano sotto i finestrini del vagone galline grasse e gialle, cucinate intere, e patate candide che sapevano di gloria. Lì conobbi per la prima volta una condizione del corpo sconosciuta e invisibile: il freddo. All’imbrunire, per fortuna, si aprivano d’improvviso fino all’orizzonte le savane immense, verdi e belle come un mare del cielo. Il mondo diveniva tranquillo e breve.
L’atmosfera del treno diveniva diversa.
Mi ero completamente dimenticato del lettore insaziabile, quando spuntò fuori e si sedette davanti a me con un’aria di urgenza. Fu incredibile.
L’aveva colpito un bolero che cantavamo nelle notti sul battello e mi chiese che glielo trascrivessi. Non mi limitai a farlo, ma gli insegnai pure a cantarlo. Mi stupirono il suo buon orecchio e la fiamma della sua voce quando lo cantò da solo, tutto giusto, fin dalla prima volta.
«Quella donna morirà sentendolo!» esclamò raggiante.
Così capii la sua ansia. Quando aveva sentito il bolero cantato da noi sul battello, si era detto che sarebbe stato una rivelazione per la fidanzata che l’aveva salutato tre mesi prima a Bogotà e che quella sera lo aspettava alla stazione. L’aveva risentito due o tre volte, ed era capace di ricostruirlo a pezzi, ma vedendomi solo sul sedile del treno aveva deciso di chiedermi il favore. Neppure io rinunciai allora all’audacia di dirgli con intenzione, e senza che c’entrasse, quanto mi aveva stupito sul suo tavolino un libro così difficile da trovare. La sua sorpresa fu autentica:
«Quale?»
«Il sosia.»
Rise compiaciuto.
«Non l’ho ancora finito» disse. «Ma è una delle cose più strane che mi siano capitate fra le mani.»
Non si spinse oltre. Mi ringraziò su tutti i toni per il bolero e si congedò con una forte stretta di mano.
Cominciava a fare notte quando il treno rallentò la marcia, passò per un deposito zeppo di ferraglia arrugginita e si fermò sotto una pensilina buia. Presi il baule per una maniglia e lo trascinai verso la strada prima che la folla mi travolgesse. Stavo per arrivare allorché qualcuno gridò:
«Giovanotto, giovanotto!»
Mi girai a guardare, come diversi giovani e altri meno giovani che si muovevano con me, quando il lettore insaziabile mi passò accanto e mi diede un libro senza fermarsi.
«Buona lettura!» mi gridò, e si perse nella ressa.
Il libro era Il sosia. Ero così confuso che non riuscii a rendermi conto di quello che mi era appena accaduto. Infilai il libro nella tasca del soprabito, e il vento gelido del crepuscolo mi investì quando uscii dalla stazione. Sul punto di soccombere lasciai il baule lì davanti e mi ci sedetti sopra per respirare l’aria che mi mancava. Non c’era un’anima per le strade. Il poco che riuscii a vedere era un viale sinistro e glaciale sotto una pioviggine tenue mescolata al nerofumo, a duemilaquattrocento metri di altitudine e con un’aria polare che ostacolava la respirazione.
Aspettai morto di freddo non meno di mezz’ora. Qualcuno doveva arrivare, perché mio padre aveva avvertito con un telegramma don Eliécer Torres Arango, un suo parente che si sarebbe preso cura di me. Ma in quel momento a preoccuparmi non era che qualcuno arrivasse o non arrivasse, bensì la paura di starmene seduto sopra un baule sepolcrale senza conoscere nessuno in quell’altra parte del mondo. D’improvviso scese da un taxi un uomo distinto, con un ombrello di seta e un cappotto di cammello che gli arrivava alle caviglie. Capii che era lui che aspettavo, Eliécer Torres Arango, anche se mi guardò appena e passò oltre, e non ebbi l’audacia di fargli un cenno. Entrò di corsa nella stazione, e ne uscì qualche minuto dopo senza un gesto di speranza.
Infine mi scoprì e mi fece segno con l’indice:
«Tu sei Gabito, vero?»
Gli risposi con tutta l’anima:
«Più o meno.»
CAPITOLO 4.
Bogotà era allora una città remota e lugubre dove stava cadendo una pioviggine insonne fin dall’inizio del XVI secolo. Mi colpì che per le strade ci fossero troppi uomini di fretta, vestiti come Io ero io fin dall’arrivo, con abiti neri e cappelli duri. Invece non si vedeva neppure una donna di consolazione, cui era vietato l’ingresso nei caffè bui del centro commerciale, come ai sacerdoti in tonaca e ai militari in uniforme. Sui tram e negli orinatoi pubblici c’era una scritta triste: Se non hai paura di Dio, abbi paura della sifilide.
Mi impressionarono i cavalli giganteschi che tiravano i carri di birra, le scintille da fuochi d’artificio dei tram che giravano agli incroci e le interruzioni del traffico per lasciar passare i funerali a piedi sotto la pioggia. Erano i pi ù lugubri, con carrozze di lusso e cavalli adorni di velluti e ciuffi di piume nere, con cadaveri di buone famiglie che si comportavano come gli inventori della morte. Sul sagrato della chiesa delle Nevi vidi dal taxi la prima donna per strada, snella e segreta, e con l’avvenenza di una regina in lutto, ma rimasi per sempre illuso a metà, perché aveva il viso coperto da un velo invalicabile.
Fu un crollo morale. La casa in cui trascorsi la notte era grande e confortevole, ma mi sembrò spettrale a causa del suo giardino buio con rose scure e un freddo che triturava le ossa. Era della famiglia Torres Gamboa, parenti di mio padre e conoscenti miei, ma durante la cena li vedevo come estranei imbacuccati com’erano in coperte. La mia impressione più forte fu quando scivolai fra le lenzuola e lanciai un grido d’orrore, perché le sentii fradice di un liquido gelido. Mi spiegarono che la prima volta accadeva sempre così e che a poco a poco mi sarei abituato alle stranezze del clima. Piansi per lunghe ore in silenzio prima di cadere in un sonno infelice.
Tale era il mio stato d’animo quattro giorni dopo l’arrivo, mentre camminavo di gran fretta contro il freddo e la pioviggine verso il Ministero dell’Educazione, dove sarebbero state aperte le iscrizioni per il concorso nazionale alle borse di studio. La fila cominciava al terzo piano del ministero, davanti alla porta stessa degli uffici per l’iscrizione, e scendeva serpeggiando lungo le scale fino all’entrata principale. Lo spettacolo era deprimente. Quando smise di piovigginare, verso le dieci del mattino, la fila si prolungava per altri due isolati lungo Avenida Jiménez de Quesada, e mancavano ancora aspiranti che si erano rifugiati sotto i portici. Mi sembrò impossibile ottenere alcunché in quella ruffaraffa.
Poco dopo mezzogiorno sentii che qualcuno mi batteva leggermente sulla schiena. Era l’instancabile lettore del battello, che mi aveva individuato tra gli ultimi della fila, ma mi costò fatica riconoscerlo con la bombetta e i panni funebri della gente di Bogotà. Anche lui perplesso, mi domandò:
«Ma cosa cazzo fai qui?»
Glielo dissi.
«Che cosa divertente!» disse lui, morto dal ridere. «Vieni con me» e mi portò sottobraccio verso il ministero. Allora venni a sapere che era il dottor Adolfo Gómez Tàmara, direttore nazionale delle borse di studio del Ministero dell’Educazione.
Fu la casualità meno probabile e una delle più fortunate della mia vita.
Con una battuta di pura ascendenza studentesca, Gómez Tàmara mi presentò ai suoi assistenti come il più ispirato cantante di boleri romantici. Mi offrirono un caffè e mi iscrissero senza ulteriori indugi, non senza avermi prima avvertito che non stavano rinviando altre richieste, ma rendendo tributo agli dei insondabili del caso. Mi informarono che l’esame generale avrebbe avuto luogo il lunedì successivo nella scuola di San Bartolomé. Calcolavano circa mille aspiranti di tutto il paese per più o meno trecentocinquanta borse di studio, sicché la battaglia sarebbe stata lunga e difficile, e forse un colpo mortale per le mie illusioni. I prescelti avrebbero conosciuto i risultati di lì a una settimana, insieme alle indicazioni della scuola loro assegnata. Questa fu una seria novità per me, dal momento che potevano inviarmi a Medellin come nel Vichada. Mi spiegarono che quella lotteria geografica era stata decisa per stimolare la mobilità culturale fra le diverse regioni.
Quando furono terminate le formalità, Gómez Tàmara mi strinse la mano con la stessa energia entusiasta con cui mi aveva ringraziato per il bolero.
«Datti da fare» mi disse. «Adesso la tua vita è nelle tue mani.»
All’uscita dal ministero, un omino dall’aspetto clericale si offrì di procurarmi una borsa di studio sicura e senza esami nella scuola che io avrei voluto mediante il pagamento di cinquanta pesos. Era una fortuna per me, ma credo che se l’avessi avuta l’avrei versata pur di evitare il terrore dell’esame. Giorni dopo riconobbi l’impostore in una fotografia apparsa sui giornali, ed era il capo di una banda di truffatori che si travestivano da preti per combinare affari illeciti in organismi ufficiali.
Non disfeci il baule nella certezza che potevano mandarmi ovunque. Il mio pessimismo era tale che la vigilia dell’esame andai con i musicisti del battello in una bettola della mala morte nello scabroso quartiere di Las Cruces. Cantavamo per bere al prezzo di una canzone un bicchiere di chicha, la tremenda bevanda di mais fermentato che gli ubriaconi raffinati rinvigorivano con polve da sparo. Sicché arrivai tardi all’esame, con la testa che mi scoppiava e senza neppure ricordare con chi ero stato, né chi mi aveva portato a casa la notte prima, ma mi lasciarono entrare per carità in una sala immensa e zeppa di aspiranti.
Uno sguardo complessivo al questionario mi bastò perché mi rendessi conto di essere liquidato in partenza. Solo per distrarre i sorveglianti mi soffermai su educazione civica, le cui domande mi sembrarono quelle meno crudeli. D’improvviso mi sentii posseduto da un’aura d’ispirazione che mi permise di improvvisare risposte credibili e azzardi miracolosi.
Ma non nel caso di quelle di matematica, cui neppure per intervento divino sarei riuscito a rispondere. L’esame di disegno, che feci in fretta ma bene, mi riconfortò. «Sarà stato un miracolo della chicha» mi dissero i miei musicisti. Comunque sia, alla fine ero in uno stato di spossatezza estrema, deciso a scrivere una lettera a miei genitori su diritti e ragioni per non tornare a casa.
Andai a richiedere i miei voti la settimana dopo. L’addetta dovette riconoscere qualche segno sul mio fascicolo perché mi portò senza ragioni dal direttore nazionale. Lo trovai di ottimo umore, in maniche di camicia e con bretelle a fantasia rosse. Controllò i voti del mio esame con un’attenzione professionale, esitò una o due volte e infine tirò un respiro.
«Non c’è male» disse fra di sé. «Tranne che in matematica, ma te la sei cavata per un pelo grazie al cinque in disegno.»
Si spinse indietro sulla seggiola e mi domandò a quale scuola avessi pensato.
Fu uno dei miei smarrimenti storici, ma non ebbi dubbi: La San Bartolomé, qui a Bogotà.»
Lui posò il palmo della mano su una pila di carte che aveva sulla scrivania.
«Tutte queste sono lettere di pezzi grossi che raccomandano figli, parenti e amici per scuole di qui» disse. Si accorse che non avrebbe dovuto dirlo, e proseguì: «Se permetti che ti aiuti, la scuola più opportuna per te è il liceo Nazionale di Zipaquirà, a un’ora di treno.»
Di quella città storica sapevo solo che aveva miniere di sale.
Gómez Tàmara mi spiegò che era una scuola coloniale espropriata a una comunità religiosa grazie a una riforma liberale recente, e che adesso aveva una splendida serie di insegnanti giovani con una mentalità moderna. Pensai fosse mio dovere mettere una cosa in chiaro.
«Mio papà è un conservatore.»
Scoppiò a ridere.
«Non essere così serio» disse. «Dico liberale nel senso di persona con la mente aperta.»
Riacquistò subito il suo stile personale e decise che il mio destino si sarebbe giocato in quell’antico convento del XVII secolo, trasformato in collegio di increduli in un abitato sonnolento dove non c’erano altre distrazioni che studiare. Il vecchio chiostro, in effetti, rimaneva impassibile dinanzi all’eternità. Nei suoi primi tempi aveva una scritta incisa sul portale di pietra: Il principio della saggezza è il timore di Dio. Ma il motto era stato cambiato con lo stemma della Colombia allorché il governo liberale del presidente Alfonso Lopez Pumarejo aveva nazionalizzato l’educazione nel 1936. Nell’atrio, mentre mi riprendevo dall’asfissia per il peso del baule, mi depresse il cortiletto dalle arcate coloniali tagliate nella pietra viva, con balconi di legno dipinto di verde e vasi di fiori malinconici alle ringhiere. Tutto sembrava soggetto a un ordine confessionale, e in ogni cosa si notava benissimo che in più di trecento anni non avevano conosciuto l’indulgenza di mani di donne. Educato male negli spazi senza legge dei Caraibi, mi assalì il terrore di vivere i quattro anni decisivi della mia adolescenza in quel tempo arenato.
Ancora oggi mi sembra impossibile che due piani intorno a un cortile taciturno, e un altro edificio di pietra improvvisato sul terreno in fondo, potessero bastare per la residenza e l’ufficio del preside, la segreteria amministrativa, la cucina, la mensa, la biblioteca, le sei aule, il laboratorio di fisica e di chimica, il magazzino, i servizi igienici e il dormitorio comune con letti di ferro disposti in fila per mezzo centinaio di allievi trascinati fin lì dai suburbi più miseri della nazione, e pochissimi della capitale. Per fortuna, quella condizione da esilio fu un’ennesima grazia della mia buona stella. E’
così che imparai in fretta e bene com’è il paese toccatomi in sorte nella riffa del mondo. La dozzina di ragazzi provenienti dai Caraibi che mi accolsero come uno dei loro fin dall’arrivo, e anch’io, naturalmente, facevamo distinzioni rigide fra noi e gli altri: i natii e i forestieri.
I diversi gruppi sparsi negli angoli del cortile fin dalla ricreazione della prima sera erano un bel campionario della nazione. Non c’erano rivalità purché ognuno rimanesse sul suo terreno. I miei rapporti immediati furono stretti con quelli della costa caraibica, che come me avevano fama di essere rumorosi, fanatici della solidarietà di gruppo e amanti delle bisbocce e dei balli. Io ero un’eccezione, ma Antonio Martinez Sierra, gran festaiolo di Cartagena, mi insegnò a ballare le arie alla moda durante le ricreazioni serali. Ricardo Gonzàlez Ripoll, mio grande complice di fidanzamenti furtivi, era un architetto di spicco che tuttavia non interruppe mai la stessa canzone a malapena percettibile che mormorava fra i denti e ballava da solo sino alla fine dei suoi giorni.
Mincho Burgos, un pianista congenito che sarebbe diventato direttore di un’orchestra da ballo, fondò il complesso del collegio con cui volle imparare a suonare uno strumento, e mi insegnò il segreto della seconda voce per i boleri e per i canti vallenatos/4. Tuttavia, la sua prodezza maggiore fu istruire Guillermo Lopez Guerra, un bogotano puro, nell’arte caraibica di suonare claves, che funzionano sul tre due, tre due.
Humberto Jaimes, di El Banco, era uno studioso indefesso cui non interessò mai ballare, che sacrificava i suoi fine settimana per rimanere a studiare in collegio.
Nota: I canti vallenatos appartengono al più tipico patrimonio musicale colombiano e sono originari della zona di Valledupar (N d.T.) Credo che non avesse mai visto un pallone né avesse mai letto la cronaca di una partita di qualsiasi cosa. Finché non si fu laureato in ingegneria a Bogotà e non fu entrato a “El Tiempo” come apprendista redattore sportivo, dove finì per diventare direttore della sua sezione e uno dei bravi cronisti di calcio del paese. Comunque, il caso più strano che ricordo fu sicuramente quello di Silvio Luna, un bruno del Chocó che si laureò in legge e poi in medicina, e sembrava pronto a iniziare la sua terza carriera quando lo persi di vista.
Daniel Rozo, Pagocio, si comportò sempre da saggio in tutte le scienze umane e divine, e si prodigava durante lezioni e momenti liberi. Ci rivolgevamo sempre a lui per informarci sulle condizioni del mondo nel corso della Seconda guerra europea, di cui seguivamo appena le voci, perché l’entrata regolare di giornali o riviste in collegio non era autorizzata, e la radio la usavamo solo per ballare fra noi. Non ci fu mai possibile sapere da dove Pagocio tirava fuori le sue battaglie storiche in cui vincevano sempre gli alleati.
Sergio Castro, di Quetame, fu forse il miglior studente per tutti gli anni del liceo, ed ebbe sempre i voti più alti fin dal suo arrivo. Mi sembra che il suo segreto fosse quello stesso che mi aveva consigliato Martina Fonseca alla scuola San José: non perdeva neppure una parola dell’insegnante e degli interventi dei suoi compagni a lezione, si annotava persino il respiro dei professori e ordinava il tutto in un quaderno perfetto. Forse proprio per questo non aveva bisogno di perdere tempo a preparare gli esami, e leggeva libri d’avventura nei fine settimana mentre noi ci cocevamo a fuoco lento studiando.
Il mio compagno più assiduo alle ricreazioni fu il bogotano puro Alvaro Ruiz Torres, che scambiava con me notizie quotidiane su nostre innamorate durante la ricreazione serale, mentre camminavamo con passo militare intorno al cortile. Altri erano Jaime Bravo, Humberto Guillén e Alvaro Vidal Barón, ai quali fui molto vicino in collegio e con cui seguitammo a incontrarci per anni nella vita reale.
Alvaro Ruiz andava a Bogotà dalla sua famiglia ogni fine settimana, e tornava ben provvisto di sigarette e notizie su innamorate varie. Fu lui a incoraggiare entrambi i vizi nel periodo in cui studiammo insieme, e che negli ultimi due anni mi ha prestato i suoi migliori ricordi per rinverdire queste memorie.
Non so cosa imparai davvero durante la prigionia al Liceo Nazionale, ma i quattro anni di convivenza in buoni termini con tutti mi conferirono una visione unitaria della nazione, scoprii com’eravamo diversi e a cosa servivamo, e imparai una volta per tutte che nell’insieme di ognuno di noi c’era l’intero paese. Forse era stato questo che avevano voluto dire al ministero a proposito della mobilità regionale che il governo assecondava. Ormai in età matura, invitato nella cabina di pilotaggio di un aereo transatlantico, le prime parole che mi rivolse il capitano furono per domandarmi di dov’ero. Mi bastò sentirlo per rispondere:
«Io sono della costa proprio come lei è di Sogamoso.»
Aveva lo stesso modo d’essere, la stessa gestualità, la stessa materia della voce di Marco Fidel Bulla, mio compagno di banco in quarta liceo.
Quest’improvvisa intuizione mi insegnò a navigare nelle paludi di quella comunità imprevedibile, anche senza bussola e contro corrente, ed è forse stata una chiave universale nel mio mestiere di scrittore.
Mi sembrava di vivere in un sogno, in quanto avevo aspirato alla borsa non perché volessi studiare, ma per conservare la mia indipendenza rispetto a qualsiasi altro impegno, rimanendo in buoni rapporti con la mia famiglia. La certezza di tre pasti al giorno bastava per presumere che in quel rifugio di poveri avremmo vissuto meglio che nelle nostre case, in un regime di autonomia controllata meno evidente del potere domestico. In mensa funzionava un sistema di baratto che permetteva a ognuno di combinarsi i pasti a proprio gusto. Il denaro era privo di valore. Le due uova della colazione erano la moneta più stimata, e servivano per procurarsi con vantaggio qualsiasi altro piatto dei tre pasti. Ogni cosa aveva il suo giusto equivalente, e nulla turbò quel commercio legittimo. Anzi, non ricordo una sola scazzottata neppure per altri motivi in quattro anni di internato.
Gli insegnanti, che mangiavano a un’altra tavola della stessa sala, non erano estranei ai baratti personali fra loro, perché si trascinavano ancora dietro consuetudini dei loro recenti collegi. Perlopiù erano scapoli o vivevano lì senza le mogli, e gli stipendi erano esigui quasi quanto i nostri mensili familiari. Si lagnavano del cibo con le nostre stesse ragioni, e in una crisi pericolosa si sfiorò la possibilità di organizzare con alcuni di loro uno sciopero della fame. Solo quando ricevevano regali o avevano invitati da fuori si permettevano piatti ispirati che per una volta guastavano le uguaglianze. Così accadde, durante il quarto anno, quando il medico del liceo ci promise un cuore di bue per studiarlo nel suo corso di anatomia. Il giorno dopo lo fece riporre nella ghiacciaia della cucina, ancora fresco e sanguinante, ma non era più lì quando andammo a cercarlo per la lezione. Solo allora venne chiarito che all’ultimo momento, in mancanza di un cuore di bue, il medico aveva mandato quello di un muratore che si era fatto a pezzi scivolando da un quarto piano. Dal momento che non bastava per tutti, i cuochi l’avevano preparato con salse squisite credendo che fosse il cuore di bue che avevano annunciato per la tavola degli insegnanti.
Credo che questi rapporti fluidi tra professori e allievi avessero a che vedere con la recente riforma dell’educazione di cui sarebbe rimasto poco nella storia, ma che almeno ci servì a semplificare i protocolli.
Si ridussero le differenze di età, si allentò l’uso della cravatta e nessuno si allarmò più se insegnanti e allievi bevevano qualche bicchiere insieme e il sabato partecipavano agli stessi balli.
Quest’atmosfera era possibile solo per quegli insegnanti che in generale permettevano facili rapporti personali. Il nostro professore di matematica, con la sua ponderatezza e il suo aspro senso dell’umorismo, trasformava le lezioni in una festa temibile. Si chiamava Joaquin Giraldo Santa e fu il primo colombiano a ottenere il titolo di dottore in matematica. Per mia sventura, e malgrado i miei grandi sforzi e quelli suoi, non riuscii mai a partecipare con profitto alle sue lezioni. Allora si diceva che le vocazioni poetiche interferissero con la matematica, e si finiva non solo per crederci, ma anche per farvi naufragio. La geometria fu più abbordabile forse per opera e grazia del suo prestigio letterario. L’aritmetica, al contrario, si comportava con una semplicità ostile. Ancora oggi, per fare un’addizione mentale, devo ridurre i numeri secondo le loro componenti più facili, soprattutto il sette e il nove, le cui tabelline non sono mai riuscito a memorizzare.
Sicché per sommare sette e quattro tolgo due al sette, sommo il quattro al cinque che mi rimane e alla fine sommo ancora il due: undici! Le moltiplicazioni non mi sono mai riuscite perché non riesco a ricordare i numeri che ho in mente. All’algebra ho dedicato tutta la mia buona volontà, non solo per rispetto della sua ascendenza classica ma anche per il mio affetto e per il mio terrore nei confronti dell’insegnante.
Fu inutile. Ogni trimestre ebbi brutti voti, due volte la scampai e fallii un altro tentativo concessomi solo per carità.
Tre insegnanti dotati di abnegazione furono quelli di lingue. Il primo, di inglese, fu mister Abella, un caraibico puro con una dizione oxfordiana perfetta e un fervore un po’ ecclesiastico per il dizionario Webster’s, che recitava a occhi chiusi. Il suo successore fu Héctor Figueroa, un buon insegnante giovane con una passione febbrile per i boleri che cantavamo a più voci durante le ricreazioni. Feci il meglio che mi fu possibile nel sopore delle lezioni e all’esame finale, ma credo che il mio buon piazzamento fu non tanto per Shakespeare quanto per Leo Marini e Hugo Romani, responsabili di tanti paradisi e di tanti suicidi d’amore. L’insegnante di francese al quarto anno, monsieur Antonio Yelà Alban, mi trovò intossicato dai romanzi polizieschi. Le sue lezioni mi annoiavano come quelle di tutti gli altri, ma le sue citazioni opportune del francese gergale furono un buon aiuto per non morire di fame a Parigi dieci anni dopo.
La maggior parte degli insegnanti si erano formati alla Normale Superiore sotto la guida del dottor José Francisco Socarràs, uno psichiatra di San Juan del Cesar che si era impegnato a cambiare la pedagogia clericale di un secolo di governo conservatore con un razionalismo umanistico. Manuel Cuello del Rio era un marxista radicale, che forse proprio per questo ammirava Lin Yutang e credeva nelle apparizioni dei morti. La biblioteca di Carlos Julio Calderón, presieduta dal suo compaesano José Eustasio Rivera, autore di La voragine, comprendeva in parti uguali i classici greci, i seguaci creoli di Pietra e Cielo e i romantici di ovunque. Grazie agli uni e agli altri, noi pochi lettori assidui leggevamo San Giovanni della Croce o José Maria Vargas Vila, ma pure gli apostoli della rivoluzione proletaria. Gonzalo Ocampo, il professore di educazione civica, aveva nella sua camera una buona biblioteca politica che circolava senza malizia nelle aule dei più grandi, ma non intesi mai perché L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato di Friederich Engels venisse studiato negli aridi pomeriggi di economia politica e non nelle lezioni di letteratura come l’epopea di una bella avventura umana.
Guillermo Lopez Guerra lesse durante le ricreazioni l’Anti-Dühring, sempre di Engels prestato dal professor Gonzalo Ocampo. Tuttavia, quando glielo chiesi per discuterne con Lopez Guerra, Ocampo mi disse che non mi avrebbe fatto quel brutto favore con quel tomo fondamentale per il progresso dell’umanità, ma così lungo e noioso che magari non sarebbe passato alla storia. Forse questa congerie ideologica contribuì alla brutta fama secondo cui il liceo sarebbe stato un laboratorio di perversione politica. Comunque, ho avuto bisogno di mezza vita per rendermi conto che fu piuttosto un’esperienza spontanea per allontanare i deboli e vaccinare i forti contro ogni sorta di dogmatismo.
Il mio rapporto più diretto fu sempre col professor Carlos Julio Calderón, insegnante di spagnolo per i primi anni, di letteratura universale al quarto, di quella spagnola in quinta e di quella colombiana in sesta. E di una cosa strana rispetto alla sua formazione e ai suoi gusti: la contabilità. Era nato a Neiva, capoluogo del distretto del Huila, e non si stancava di proclamare la sua immigrazione patriottica per José Eustasio Rivera. Dovette interrompere i suoi studi di medicina e chirurgia, e se ne ricordava come del fallimento della sua vita, ma la passione che nutriva per le arti e le lettere era irresistibile. Fu il primo insegnante a costellare i miei lavori di indicazioni pertinenti.
Resta il fatto che i rapporti fra allievi e insegnanti erano di una naturalezza eccezionale, non solo durante le lezioni ma soprattutto anche nel cortile della ricreazione dopo la cena. Il che permetteva un modo di frequentarsi diverso da quello cui eravamo abituati, e che fu sicuramente proficuo per il clima di rispetto e di cameratismo in cui vivevamo.
Un’avventura stupefacente la devo alle opere complete di Freud, che erano presenti nella biblioteca. Naturalmente, non capivo nulla delle sue analisi scabrose, ma i suoi casi clinici mi spingevano col fiato sospeso sino alla fine, come le fantasie di Jules Verne. Nell’ora di spagnolo il professor Calderón ci chiese di scrivergli un racconto a tema libero. Me ne venne in mente uno su un’ammalata mentale di circa sette anni e con un titolo pedante che andava in controsenso rispetto alla poesia: “Un caso di psicosi ossessiva”. Il professore lo fece leggere in classe. Il mio compagno di banco, Aurelio Prieto, criticò senza riserve la petulanza di voler scrivere senza la minima formazione scientifica né letteraria su una faccenda così contorta. Gli spiegai, più con rancore che con umiltà, che l’avevo preso da un caso clinico descritto da Freud nelle sue memorie e la mia unica pretesa era stata di usarlo per il compito in classe. Il professor Calderón, forse credendomi risentito per le critiche acide di parecchi compagni, a ricreazione mi chiamò da parte per incoraggiarmi a proseguire lungo la stessa strada. Mi segnalò che nel mio racconto era chiaro che ignoravo le tecniche della finzione moderna, ma ne avevo l’istinto e gli obiettivi. Gli sembrò ben scritto e almeno con l’intento di fare qualcosa di originale. Per la prima volta mi parlò della retorica. Mi consigliò alcuni trucchi pratici quanto a tematica e metrica per versificare senza pretese, e concluse che comunque dovevo persistere nella scrittura anche solo per salute mentale. Quella fu la prima delle lunghe chiacchierate che ci furono tra noi durante i miei anni al liceo, nelle ricreazioni e in altre ore libere, e alle quali devo molto nella mia vita di scrittore.
Era la mia atmosfera ideale. Fin dalla scuola Sanjosé il vizio di leggere tutto quanto mi capitasse fra le mani era così radicato, che mi prendeva il tempo libero e quasi tutto quello delle lezioni. A sedici anni, e con o senza una buona ortografia, potevo ripetere tutto d’un fiato le poesie che avevo imparato alla scuola San José. Le leggevo e le rileggevo, senza aiuto né ordine, e quasi sempre di nascosto durante le lezioni. Credo di aver letto completa l’indescrivibile biblioteca del liceo, fatta con i residui di altre meno utili: collezioni ufficiali, eredità di professori svogliati, libri insospettabili finiti lì in seguito a chissà quali naufragi. Non posso dimenticare la Biblioteca Aldeana della Casa editrice Minerva, patrocinata da don Daniel Samper Ortega e distribuita in scuole e collegi dal Ministero dell’Educazione.
Erano cento volumi con tutto il meglio e il peggio che si fosse scritto in Colombia fino ad allora, e mi proposi di leggerli in ordine numerico fin quando avessi avuto fiato in corpo. Ad atterrirmi ancora oggi è che quasi ci riuscii negli ultimi due anni, e per il resto della mia vita non ho potuto stabilire se mi sia servito a qualcosa.
I risvegli nel dormitorio avevano una sospetta somiglianza con la felicità, a parte la campanella mortifera che suonava a martello, come dicevamo noi, alle sei del mattino. Solo due o tre malati mentali balzavano giù dal letto per occupare i primi posti davanti alle sei docce d’acqua gelida nel bagno del dormitorio. Noi rimanenti ne approfittavamo per spremere le ultime gocce di sonno finché il maestro di turno non percorreva la stanza strappando via le coperte agli addormentati. Era un’ora e mezza di intimità sbracata per riordinare i vestiti, lucidare le scarpe, farci una doccia col gelo liquido del tubo senza innaffiatoio, mentre ognuno si sfogava a squarciagola delle sue frustrazioni e si beffava di quelle altrui, si violavano segreti amorosi, si discutevano faccende varie, e si concertavano i baratti della mensa. Tema mattutino di discussioni costanti era il capitolo letto la sera prima.
Guillermo Granados dava stura fin dall’alba alle sue virtù di tenore col suo inesauribile repertorio di tanghi. Con Ricardo Gonzàlez Ripoll, mio vicino nel dormitorio, cantavamo in due guarachas caraibiche al ritmo dello straccio con cui lucidavamo le scarpe al capezzale del letto, mentre il mio compare Sabas Caravallo percorreva il dormitorio da un’estremità all’altra nudo come quand’era venuto al mondo, con l’asciugamano appeso alla sua verga di cemento armato.
Se fosse stato possibile, una buona quantità di noi interni sarebbe scappata all’alba per recarsi ad appuntamenti combinati nei fine settimana. Non c’erano sorveglianti notturni né anziani responsabili nel dormitorio, salvo quello del turno settimanale. E l’eterno portiere del liceo, Riverita, che in realtà dormiva sempre con gli occhi aperti mentre svolgeva i suoi doveri quotidiani. Viveva in una stanza dell’atrio e faceva benissimo il suo lavoro, ma di notte potevamo pure abbattere i pesanti portoni della chiesa, risistemarli senza rumore, goderci la notte in casa altrui e tornare poco prima dell’alba per le strade glaciali. Non si seppe mai se Riverita dormisse davvero come quel morto che sembrava, o se era il suo modo gentile di essere complice dei ragazzi. Non erano molti quelli che scappavano, e i loro segreti avvizzivano nella memoria dei loro complici fedeli. Ne conobbi alcuni che lo facevano normalmente, altri che una volta si azzardarono a uscire col coraggio infuso dalla tensione dell’avventura, e che tornarono sfiancati dal terrore. Non si seppe mai di qualcuno che fosse stato scoperto.
Il mio unico problema sociale in collegio erano certi incubi sinistri ereditati da mia madre, che irrompevano nei sonni degli altri come urla di oltretomba. I miei vicini di letto li conoscevano a sazietà e li temevano solo per il terrore del primo grido nel silenzio dell’alba.
L’insegnante di turno, che dormiva in uno stanzino di cartone, si metteva a camminare come un sonnambulo da un’estremità all’altra del dormitorio finché non tornava la calma. Non solo erano sogni incontrollabili, ma avevano pure a che vedere con la cattiva coscienza, perché in due circostanze mi vennero in case forestiere. Erano pure indecifrabili, perché non dipendevano da sogni spaventosi, ma, tutto il contrario, da episodi felici con persone o luoghi comuni che d’improvviso mi rivelavano un dato sinistro con uno sguardo innocente.
Un incubo appena paragonabile con un altro di mia madre, che teneva in grembo la sua stessa testa e ne spulciava lendini e pidocchi che non la lasciavano dormire. Le mie grida non erano di terrore, ma invocazioni di aiuto affinché qualcuno mi facesse la carità di svegliarmi. Nel dormitorio del liceo non c’era tempo per nulla, in quanto al primo gemito mi cascavano addosso i guanciali che mi lanciavano dai letti vicini. Mi svegliavo ansimante, col cuore in gola ma felice di essere vivo.
Il meglio del liceo erano le letture ad alta voce prima di coricarsi.
Erano cominciate per iniziativa del professor Carlos Julio Calderón con un racconto di Mark Twain che quelli del quinto anno dovevano studiare per una prova inattesa alla prima ora del giorno dopo. Lesse le quattro cartelle ad alta voce nel suo cubicolo di cartone affinché prendessero appunti gli allievi che non avevano avuto il tempo di leggerlo. Fu così grande l’interesse, che da allora innanzi si prese la consuetudine di leggere ad alta voce ogni sera prima che ci coricassimo. Non fu facile all’inizio, perché qualche insegnante bigotto aveva imposto il criterio di scegliere ed espurgare i libri che si sarebbero letti, ma il rischio di una rivolta li guidò al criterio degli studenti più anziani.
si cominciò con mezz’ora. L’insegnante di turno leggeva nel suo stanzino bene illuminato all’entrata del dormitorio generale, e all’inizio lo mettevamo a tacere con ronfate vere o per finta, ma quasi sempre meritate.
In seguito le letture si protrassero anche per un’ora, secondo l’interesse del racconto, e gli insegnanti furono sostituiti da allievi in base a turni settimanali. I bei tempi iniziarono con Nostradamus e con La maschera di ferro, che soddisfecero tutti. Quello che non mi spiego ancora è il grande successo di La montagna incantata, di Thomas Mann, che richiese l’intervento del preside perché non passassimo la notte in bianco nell’attesa di un bacio fra Hans Castorp e Claudia Chauchat. Oppure la tensione insolita di noi tutti seduti sui letti per non perdere neppure una parola dei farraginosi duelli filosofici fra Naphta e il suo amico Settembrini. La lettura si protrasse quella notte per oltre un’ora e fu festeggiata nel dormitorio da un’esplosione di applausi.
L’unico insegnante che rappresentò una delle grandi incognite della mia giovinezza fu il preside che trovai al mio arrivo. Si chiamava Alejandro Ramos, ed era aspro e solitario, con certi occhiali dalle lenti spesse che sembravano da cieco, e un potere senza compiacimenti che pesava in ogni sua parola come un pugno di ferro. Scendeva dal suo rifugio alle sette del mattino per controllare la nostra toeletta personale prima che entrassimo nella mensa. Portava vestiti impeccabili dai colori vivaci, e il colletto inamidato come di celluloide con cravatte allegre e scarpe rilucenti. Qualsiasi trascuratezza nella nostra pulizia personale veniva registrata con un grugnito che era un ordine di tornare in dormitorio a rimediarvi. Per il resto della giornata si chiudeva nel suo ufficio al secondo piano, e non lo rivedevamo più fino al mattino successivo alla stessa ora, o mentre faceva i dodici passi tra il suo ufficio e l’aula del sesto anno, dove teneva la sua unica lezione di matematica tre volte alla settimana.
I suoi allievi dicevano che era un genio dei numeri, e divertente nelle sue lezioni, e li lasciava esterrefatti dinanzi alla sua preparazione e tremebondi per il terrore dell’esame finale.
Poco dopo il mio arrivo dovetti scrivere il discorso inaugurale per una cerimonia ufficiale del liceo. La maggior parte degli insegnanti approvò la composizione, ma furono tutti d’accordo che in casi come quello l’ultima parola era del preside. Il suo ufficio era in cima alla scala al secondo piano, ma percorsi quella distanza come se fosse stato un viaggio a piedi intorno al mondo. Avevo dormito male la notte prima, mi misi la cravatta della domenica e a stento assaggiai la colazione.
Bussai così piano alla porta della presidenza che il preside mi aprì solo la terza volta, e mi fece accomodare senza salutarmi. Per fortuna, visto che io non avrei avuto voce per rispondergli, non solo per la sua asciuttezza ma anche per l’importanza, l’ordine e la bellezza dell’ufficio con mobili di legno nobile e fodere di velluto, e le pareti tutte con una stupefacente scaffalatura zeppa di libri rilegati in cuoio. Il preside aspettò con una flemma formale che riprendessi il fiato. Poi mi indicò la poltrona davanti alla scrivania e si sedette sulla sua.
Avevo preparato la spiegazione della mia visita quasi come il discorso.
Lui l’ascoltò in silenzio, approvò col capo ogni frase, ma sempre senza guardare me bensì il foglio che mi tremava in mano. A un certo punto che io credevo divertente cercai di strappargli un sorriso, ma fu inutile.
Anzi, sono sicuro che era già al corrente del senso della mia visita, ma mi fece osservare il rito di spiegarglielo.
Quando ebbi finito tese la mano sopra la scrivania e ricevette il foglio. Si tolse gli occhiali per leggere con un’attenzione profonda, e si fermò solo per fare due correzioni con la penna. Poi si rimise gli occhiali e mi parlò senza guardarmi negli occhi con una voce sassosa che mi scosse il cuore.
«Qui ci sono due problemi» mi disse. «Lei ha scritto:
“In armonia con la flora esuberante del nostro paese, che nel secolo XVIII il saggio spagnolo José Celestino Mutis fece conoscere al mondo, viviamo in questo liceo come in un ambiente paradisiaco”. Ma il fatto è che esuberante non vuole un’acca iniziale, e che su paradisiaco non ci vuole l’accento.»
Mi sentii umiliato. Per il primo caso non ebbi una risposta, ma per il secondo non nutrivo dubbi, e replicai subito con quel poco di voce che mi rimaneva:
«Mi scusi signor preside, il dizionario ammette paradisiaco, con accento o senza accento, ma come sdrucciola la parola mi sembrava più sonora.»
Dovette sentirsi aggredito come me, ma continuò a non guardarmi per poi prendere il dizionario dalla libreria senza dire una parola. Mi si contrasse il cuore, perché era lo stesso volume di mio nonno, ma nuovo e lustro, e forse mai usato. Al primo tentativo lo aprì alla pagina esatta, lesse e rilesse la voce e mi domandò senza scostare lo sguardo dalla pagina:
«Che anno frequenta?»
«Il terzo» gli dissi.
Chiuse il dizionario con un forte colpo da ceppi e per la prima volta mi guardò negli occhi.
«Bravo» disse. «Continui così.»
Da quel giorno mancò solo che i miei compagni di classe mi proclamassero un eroe, e cominciarono a chiamarmi con tutta l’ironia possibile “quello della costa che ha parlato col preside”. Tuttavia, a colpirmi in quell’incontro fu soprattutto aver dovuto affrontare, ancora una volta, il mio dramma personale con l’ortografia. Non sono mai riuscito a spiegarmelo. Uno dei miei insegnanti cercò di darmi il colpo di grazia con la notizia che Simón Bolivar non meritava la gloria a causa della sua pessima ortografia. Altri mi consolavano col pretesto che è un male di molti. Ancora oggi, con diciassette libri pubblicati, i correttori delle mie bozze a stampa mi onorano con la galanteria di correggermi gli errori di ortografia come semplici refusi.
Le feste mondane a Zipaquirà corrispondevano in generale alla vocazione e al modo d’essere di ognuno. Le miniere di sale, che gli spagnoli avevano trovato produttive, erano un’attrattiva turistica durante i fine settimana, che comprendevano anche la lombata al forno e le patate messe sotto sale. Noi interni della costa con la nostra meritata fama di sguaiati e maleducati, avevamo la buona educazione di ballare come artisti la musica alla moda e il buon gusto di innamorarci a morte.
Finii per diventare così spontaneo, che il giorno in cui si venne a sapere della fine della guerra mondiale uscimmo in strada manifestando per la gioia con bandiere, scritte e grida di vittoria. Qualcuno chiese un volontario per pronunciare il discorso e io senza neppure pensarci uscii sul balcone del circolo, davanti alla piazza principale, e lo improvvisai con grida altisonanti, che a molti sembrarono imparate a memoria.
Fu l’unico discorso che mi vidi costretto a improvvisare nei miei primi settantanni. Finii con un ringraziamento lirico a ognuno dei Quattro Grandi, ma a colpire l’attenzione della piazza fu quello al presidente degli Stati Uniti, morto da poco: «Franklin Delano Roosevelt, che come il Cid Campeador sa vincere le battaglie anche da morto.» La frase rimase a fluttuare nella città per diversi giorni, e venne riprodotta su manifesti in strada e su ritratti di Roosevelt nelle vetrine di alcuni negozi. Sicché il mio primo successo pubblico non fu come poeta né come romanziere, ma come oratore, e peggio ancora: come oratore politico. Da quel momento non ci fu cerimonia al liceo in cui non mi facessero salire su un balcone, solo che allora erano discorsi scritti e corretti fino all’ultima lettera.
Col tempo, quella sfacciataggine mi servì per contrarre un terrore scenico che mi portò al punto del mutismo assoluto, sia nei grandi matrimoni sia nelle bettole degli indiani in sandali, dove crollavamo a terra; a casa di Berenice, che era bella e senza pregiudizi, ed ebbe la fortuna di non sposarsi con me perché era pazza d’amore per un altro, o all’ufficio del telegrafo, la cui indimenticabile Sarita mi trasmetteva a credito i telegrammi d’angoscia quando i miei genitori erano in ritardo con i vaglia per le mie spese personali e più di una volta me li aveva anticipati per trarmi dagli impicci. Ma più indimenticabile non fu l’amore di nessuno bensì la fata degli appassionati della poesia. Si chiamava Cecilia Gonzàlez Pizano e aveva un’intelligenza svelta, una simpatia personale e uno spirito libero in una famiglia di ascendenza conservatrice, e una memoria sovrannaturale per tutta la poesia. Abitava davanti al portone del liceo insieme a una zia aristocratica e nubile in una dimora coloniale intorno a un giardino di eliotropi. All’inizio fu un rapporto limitato ai tornei poetici, ma Cecilia finì per diventare una vera compagna nella vita, sempre morta dal ridere, che infine si introdusse nelle lezioni di letteratura del professor Calderón, con la complicità di tutti.
Ai miei tempi di Aracataca avevo sognato la bella vita di passare cantando da una fiera all’altra, con fisarmonica e bella voce, che mi è sempre parso il modo più antico e felice di raccontare una storia. Se mia madre aveva rinunciato al pianoforte per avere dei figli, e mio padre aveva riposto il violino per poterci mantenere, era solo giusto che il maggiore di loro stabilisse il precedente di morire di fame per la musica. La mia partecipazione sporadica come cantante e suonatore di tiple al complesso del liceo provò che avevo orecchio per imparare a suonare uno strumento più difficile, e che potevo cantare.
Non c’era circostanza patriottica o cerimonia solenne al liceo in cui io non fossi in qualche modo coinvolto, sempre grazie a Guillermo Quevedo Zornosa, compositore e insigne abitante della città, direttore eterno della banda municipale e autore di Amapola, quella lungo il sentiero, rossa come il cuore, una canzone di gioventù che a suo tempo fu l’anima di feste e di serenate. La domenica dopo la messa io ero fra i primi ad attraversare il parco per assistere alla sua esibizione in piazza, sempre con La gazza ladra, all’inizio, e il coro dei gitani di Il trovatore, alla fine. Il maestro non lo seppe mai, né io osai dirglielo, che il sogno della mia vita in quegli anni era essere come lui.
Quando il liceo chiese volontari per un corso di approfondimento della musica, i primi ad alzare la mano fummo Guillermo Lopez Guerra e io. Il corso si sarebbe svolto il sabato mattina, tenuto dal professor Andrés Pardo Tovar, direttore del primo programma di musica classica di La Voce di Bogotà. Non riuscimmo a occupare neppure la quarta parte della mensa adattata per la lezione, ma fummo subito sedotti dal parlare apostolico del professore. Era il perfetto bogotano, con blazer da sera, panciotto di raso, voce sinuosa e gesti tranquilli. Oggi a sembrare stupefacente per la sua antichità sarebbe il fonografo a manovella che faceva funzionare con la maestria e l’amore di un domatore di foche. Partiva dal presupposto - corretto nel nostro caso - che fossimo dei veri e propri novellini. Sicché cominciò con Il carnevale degli animali, di Saint-Saèns, illustrando con dati eruditi il modo d’essere di ogni animale. Poi fece suonare - come no! - Pierino e il lupo, di Prokofiev.
Il brutto di quella festa di sabato fu che mi inculcò il pudore per cui la musica dei grandi maestri sarebbe un vizio quasi segreto, ed ebbi bisogno di molti anni per non fare distinzioni prepotenti fra musica buona e musica cattiva.
Non ebbi più contatti col preside fino all’anno dopo, quando occupò la cattedra di geometria per il quarto anno. Entrò nell’aula il primo martedì alle dieci del mattino, augurò il buongiorno con un grugnito, senza guardare nessuno, e pulì la lavagna col cancellino finché non rimase neppure la minima traccia di polvere. Allora si girò verso di noi, e senza avere ancora fatto l’appello domandò a Alvaro Ruiz Torres:
«Cos’è un punto?»
Non ci fu tempo per rispondere, perché il professore di educazione civica aprì la porta senza bussare e disse al preside che aveva una chiamata urgente dal Ministero dell’Educazione. Il preside uscì in fretta per rispondere al telefono e non tornò in classe. Mai più, perché la chiamata era per comunicargli la revoca della sua carica di preside, che aveva avuto per cinque anni al liceo, e dopo tutta una vita di buon servizio.
Il successore fu il poeta Carlos Martin, il più giovane dei bravi poeti del gruppo Pietra e Cielo, che Cesar del Valle mi aveva aiutato a scoprire a Barranquilla. Aveva trent’anni e tre libri pubblicati. Io conoscevo poesie sue, e l’avevo visto una volta in una libreria di Bogotà, ma non avevo mai avuto nulla da dirgli né un suo libro da fargli firmare. Un lunedì comparve senza annunciarsi durante la ricreazione del pranzo. Non l’aspettavamo così presto. Sembrava più un avvocato che un poeta con un vestito inglese a righe, la fronte vasta e un paio di baffi lineari con un rigore di forma che si coglieva pure nella sua poesia.
Avanzò con i suoi passi ben misurati verso i gruppi più vicini, tranquillo e sempre un po’ distante, e ci tese la mano:
«Salve, sono Carlos Martin.»
A quell’epoca io ero affascinato dalle prose liriche che Eduardo Carranza pubblicava sulle pagine letterarie di “El Tiempo” e sulla rivista “Sàbado”. Mi sembrava che fosse un genere ispirato a Platerò e io, di Juan Ramón Jiménez, di moda fra i poeti giovani che aspiravano a cancellare dalla faccia della terra il mito di Guillermo Valencia. Il poeta Jorge Rojas, erede di una fortuna effimera, patrocinò col suo nome e col suo denaro la pubblicazione di una serie di fascicoletti originali che risvegliarono un grande interesse nella sua generazione e unificò un gruppo di buoni poeti conosciuti. Fu un cambiamento drastico nei rapporti in collegio. L’immagine spettrale del preside anteriore fu sostituita da una presenza concreta che conservava le debite distanze, ma rimanendo sempre a portata di mano. Evitò l’ispezione e la presentazione solite, così come altre norme oziose, e talvolta chiacchierava con gli allievi durante la ricreazione della sera.
Il nuovo stile mi fece prendere la strada giusta. Forse Calderón aveva parlato di me al nuovo preside, perché una delle prime sere mi fece una serie di domande oblique sui miei rapporti con la poesia, e gli confidai tutto quanto avevo dentro. Lui mi domandò se avessi letto L’esperienza letteraria, un libro molto discusso di don Alfonso Reyes. Gli dissi di no, e me lo portò il giorno dopo. Ne divorai metà sotto il banco in tre lezioni successive, e il resto durante la ricreazione sul campo sportivo. Mi piacque che un saggista di tanto prestigio si occupasse di studiare le canzoni di Agustin Lara come se fossero poesie di Garcilaso, col pretesto di una frase ingegnosa: “Le popolari canzoni di Agustin Lara non sono canzoni popolari”. Per me fu come trovare la poesia sciolta in una minestra della vita quotidiana.
Martin fece a meno della magnifica sede della presidenza. Installò un ufficio a porte aperte nel cortile principale, e questo lo avvicinò ancora di più alle nostre chiacchiere dopo cena. Si installò per un lungo periodo con la moglie e i figli in una casa coloniale ben tenuta a un angolo della piazza centrale, con uno studio dalle pareti coperte da tutti i libri che un lettore attento ai gusti rinnovatori di quegli anni poteva sognare. Lì andavano a trovarlo nei fine settimana i suoi amici di Bogotà, soprattutto i suoi compagni di Pietra e Cielo. Una domenica qualsiasi dovetti andare a casa sua per un’incombenza casuale insieme a Guillermo Lopez Guerra e lì c’erano Eduardo Carranza e Jorge Rojas, i due membri più importanti. Il preside ci fece sedere con un cenno rapido per non interrompere la conversazione, e restammo lì per mezz’ora senza capire una parola perché discutevano di un libro di Paul Valéry, di cui non avevamo mai sentito parlare. Avevo visto Carranza più di una volta in librerie e caffè di Bogotà, e sarei riuscito a identificarlo solo per il timbro e la fluidità della sua voce, che si intonava ai suoi abiti disinvolti e al suo modo d’essere: un poeta. Jorge Rojas, invece, non avrei potuto identificarlo a causa del suo vestire e del suo stile ministeriali, finché Carranza non si rivolse a lui per nome.
Io bramavo essere testimone di una discussione sulla poesia fra i tre massimi, ma non ci fu. Alla fine dell’argomento, il preside mi posò una mano sulla spalla, e disse ai suoi invitati:
«Questo è un gran poeta.»
Lo disse come un complimento, certo, ma io ne fui come fulminato. Carlos Martin insistette per farci una fotografia con i due grandi poeti, e la fece, in effetti, ma non ne ebbi più notizia fino a mezzo secolo dopo nella sua casa sulla costa catalana, dove si era ritirato a godersi una buona vecchiaia.
Il liceo fu scosso da un vento rinnovatore. La radio, che usavamo solo per ballare fra ragazzi, si trasformò con Carlos Martin in uno strumento di divulgazione sociale, e per la prima volta si ascoltavano e si discutevano nel cortile della ricreazione i notiziari della sera.
L’attività culturale aumentò con la creazione di un centro letterario e la pubblicazione di un giornale. Quando compilammo una lista dei candidati possibili in base alle loro passioni letterarie ben definite, il loro numero ci fornì il nome del gruppo: centro letterario dei Tredici. Ci sembrò un colpo di fortuna, anche perché era una sfida alla superstizione. L’iniziativa fu degli stessi studenti, e consisteva solo nel riunirci una volta alla settimana per parlare di letteratura quando in realtà non facevamo altro nei momenti liberi, dentro e fuori del ”
liceo. Ognuno portava le sue cose, le leggeva e le sottoponeva al giudizio di tutti. Stupefatto da quest’esempio, io contribuivo con la lettura di sonetti che firmavo con lo pseudonimo inspiegabile di Javier Garcés, che in realtà non usavo per contraddistinguermi ma per nascondermi. Erano semplici esercizi tecnici senza ispirazione né aspirazione, cui non attribuivo valore poetico perché non mi venivano dall’anima. Avevo cominciato con imitazioni di Quevedo, Lope de Vega e anche Garcia Lorca, i cui ottosillabi erano così spontanei che bastava iniziare e subito si proseguiva per inerzia. Mi spinsi così lontano in questa febbre di imitazione, che mi proposi il compito di parodiare nel loro ordine ognuno dei quaranta sonetti di Garcilaso de la Vega. Ne scrivevo, inoltre, dietro richiesta di alcuni interni che li spacciavano per loro e li consegnavano alle fidanzate domenicali. Una di queste, in assoluto segreto, mi lesse emozionata i versi che il suo pretendente le aveva dedicato dicendo di averli scritti lui.
Carlos Martin ci concesse un piccolo magazzino nel secondo cortile del liceo con le finestre sbarrate per sicurezza. Eravamo in cinque e ci assegnavamo compiti per la riunione successiva. Nessuno di loro fece carriera da scrittore, ma non si trattava di questo bensì di mettere alla prova le possibilità di ognuno. Discutevamo le opere degli altri, e arrivavamo pure a irritarci come se fossero state partite di calcio. Un giorno Ricardo Gonzàlez Ripoll dovette uscire nel bel mezzo di un dibattito, e sorprese il preside con l’orecchio contro la porta per ascoltare la discussione. La sua curiosità era legittima perché non gli sembrava verosimile che dedicassimo le nostre ore libere alla letteratura.
Alla fine di marzo ci giunse la notizia che l’antico preside, don Alejandro Ramos, si era sparato un colpo in testa nel parco nazionale di Bogotà. Nessuno si rassegnò ad attribuirlo al suo carattere solitario e forse depresso, né si individuò un motivo ragionevole per suicidarsi dietro al monumento del generale Rafael Uribe Uribe, un guerriero di quattro guerre civili e politico liberale assassinato con un colpo di scure da due fanatici nell’entrata del Campidoglio. Una delegazione del liceo capeggiata dal nuovo preside assistette ai funerali del professor Alejandro Ramos, che rimasero nella memoria di tutti come l’addio a un’altra epoca.
L’interesse per la politica nazionale era piuttosto scarso in collegio.
Nella casa dei miei nonni avevo troppo sentito dire che l’unica differenza fra i due partiti dopo la guerra dei Mille Giorni era che i liberali andavano alla messa delle cinque per non essere visti e i conservatori alla messa delle otto perché li credessero credenti.
Tuttavia, le differenze reali si fecero di nuovo sentire trent’anni dopo, allorché il Partito Conservatore perse il potere e i primi presidenti liberali tentavano di aprire il paese ai nuovi venti del mondo. Il Partito Conservatore, corroso dalla ruggine del suo potere assoluto, faceva ordine e pulizia in casa sua sotto le luci lontane di Mussolini in Italia e le tenebre del generale Franco in Spagna, mentre la prima amministrazione del presidente Alfonso Lopez Pumarejo, formata da una pleiade di giovani colti, aveva cercato di creare le condizioni per un liberalismo moderno, forse senza accorgersi che stava assecondando il fatalismo storico di dividerci nelle due metà in cui era diviso il mondo. Era ineludibile. In uno dei libri che gli insegnanti ci prestarono lessi una citazione attribuita a Lenin: “Se non ti occupi di politica, la politica finirà per occuparsi di te”.
Però, dopo quarantasei anni di un’egemonia cavernicola a base di presidenti conservatori, la pace cominciava a sembrare possibile. Tre presidenti giovani e con una mentalità moderna avevano inaugurato una prospettiva liberale che sembrava capace di allontanare le brume del passato. Alfonso Lopez Pumarejo, il più notevole dei tre, che era stato un riformatore audace, si fece rieleggere nel 1942 per un secondo periodo, e nulla sembrava turbare il ritmo dei cambi di guardia. Sicché nel mio primo anno al liceo eravamo imbevuti di notizie sulla guerra europea, che ci facevano stare col fiato sospeso come la politica nazionale non era mai riuscita a fare. I giornali non entravano nel collegio se non in casi molto speciali, perché non eravamo abituati a pensarci. Non esistevano radio portatili, e l’unica del liceo era il vecchio marchingegno della sala degli insegnanti che accendevamo a pieno volume alle sette di sera solo per ballare. Eravamo lontani dal pensare che in quel momento fosse in incubazione la più sanguinosa e irregolare di tutte le nostre guerre.
La politica entrò con prepotenza nel liceo. Ci dividemmo in gruppi di liberali e di conservatori, e per la prima volta capimmo da che parte stava ognuno di noi. Si organizzò una militanza interna, cordiale e un po’ accademica all’inizio, che degenerò nello stesso stato d’animo che cominciava a far marcire il paese. Le prime tensioni del collegio erano a stento percettibili, ma nessuno dubitava della buona influenza di Carlos Martin alla testa di un corpo di professori che non avevano mai nascosto le loro ideologie. Se il nuovo preside non era un militante esplicito, diede almeno la sua autorizzazione per ascoltare i notiziari della sera alla radio della sala, e a partire da allora le notizie politiche prevalsero sulla musica da ballare. Senza che fosse confermato si diceva che nel suo ufficio tenesse un ritratto di Lenin o di Marx.
Frutto di quell’atmosfera rarefatta sarà stato l’unico tentativo di sommossa che ebbe luogo nel collegio. Nel dormitorio cominciarono a volare guanciali e scarpe a detrimento della lettura e del sonno. Non sono riuscito a stabilire quale fu il motivo, ma credo di ricordare, e diversi compagni concordano con me, che fu in seguito a qualche episodio del libro che si leggeva ad alta voce quella sera: Cantachiaro, di Rómulo Gallegos. Uno strano motivo di rissa.
Chiamato d’urgenza, Carlos Martin entrò nel dormitorio e lo percorse più volte da un’estremità all’altra nel silenzio immenso causato dalla sua comparsa. Poi, in uno slancio di autoritarismo, insolito in un carattere come il suo, ci ordinò di abbandonare il dormitorio in pigiama e pantofole, e di metterci in fila nel cortile gelido. Lì ci propinò un’arringa nello stile circolare di Catilina e tornammo in un ordine perfetto a dormire. Fu l’unico incidente di cui ho memoria nei nostri anni del liceo.
In quel periodo eravamo tutti eccitati per via di Mario Convers, uno studente arrivato in sesta proprio allora, che aveva il progetto di fare un giornale diverso da quelli convenzionali in uso nelle altre scuole.
Uno dei suoi primi contatti lo prese con me, e mi sembrò così convincente che accettai di essere il suo caporedattore, lusingato ma senza un’idea chiara delle mie funzioni. I preparativi finali del giornale coincisero con l’arresto del presidente Lopez Pumarejo da parte di un gruppo di alti ufficiali delle Forze Armate l‘8 luglio 1944, mentre era in visita ufficiale nel sud del paese. La storia, raccontata da lui stesso, non faceva una grinza. Forse senza volerlo, aveva fatto agli investigatori un racconto stupendo, secondo il quale non si era reso conto dei fatti sin quando non era stato liberato. E il tutto aderiva così bene alle verità della vita reale, che il golpe di Pasto fu tramandato come uno dei tanti episodi ridicoli della storia nazionale.
Alberto Lleras Camargo, nel suo ruolo di nuovo presidente, addormentò il paese con la sua voce e la sua dizione perfette, per parecchie ore, attraverso Radio Nazionale, fin quando il presidente Lopez non fu liberato e non si ristabilì l’ordine. Ma un rigoroso stato d’assedio, con censura della stampa, si impose. I pronostici erano incerti. I conservatori avevano governato il paese dall’indipendenza dalla Spagna, nel 1830, fino all’elezione di Olaya Herrera un secolo dopo, e non davano ancora il minimo segno di liberalizzazione. I liberali, invece, diventavano sempre più conservatori in un paese che stava lasciando nella sua storia pezzi di se stesso. In quel momento avevano un’elite di giovani intellettuali affascinati dai barbagli del potere, il cui esemplare più radicale e vitale era Jorge Eliécer Gaitàn. Questi era stato uno degli eroi della mia infanzia per le sue azioni contro la repressione della Zona bananiera, di cui sentii parlare senza capirci nulla da quando avevo uso di ragione. Mia nonna lo ammirava, ma credo che la preoccupassero le sue coincidenze con i comunisti. Io mi ero tenuto alle sue spalle mentre pronunciava un discorso rimbombante da un balcone della piazza di Zipaquirà, mi avevano colpito il suo cranio a forma di melone, i capelli lisci e duri e la pelle da indio puro, e la sua voce di buono con l’accento da scugnizzo di Bogotà, forse esasperato per calcolo politico. Nel suo discorso non parlò di liberali e di conservatori, o di sfruttatori e di sfruttati, come facevano tutti, ma di poveri e di oligarchi, una parola che sentii allora per la prima volta martellata in ogni frase, e che mi affrettai a cercare sul dizionario.
Era un avvocato eminente, allievo stimato a Roma del grande penalista italiano Enrico Ferri. Aveva studiato lì le arti oratorie di Mussolini e aveva qualcosa del suo stile teatrale sulla tribuna. Gabriel Turbay, suo compagno di partito e rivale, era un medico colto ed elegante, con sottili occhiali d’oro che gli conferivano una certa aria da artista del cinema. In un recente congresso del Partito Comunista aveva pronunciato un discorso imprevisto che aveva stupito molti e inquietato alcuni dei suoi compagni di partito borghesi, ma lui non riteneva di andare contro la sua formazione liberale e la sua vocazione di aristocratico con parole o azioni. La sua familiarità con la diplomazia russa gli veniva dal 1936, allorché aveva allacciato a Roma i rapporti con l’Unione Sovietica, nel suo ruolo di ambasciatore della Colombia. Sette anni dopo li aveva formalizzati a Washington nel suo successivo ruolo di ministro della Colombia negli Stati Uniti.
I suoi buoni rapporti con l’Ambasciata sovietica a Bogotà erano molto cordiali, e nel Partito Comunista colombiano aveva alcuni dirigenti amici che avrebbero potuto concordare un’alleanza elettorale con i liberali, di cui si parlò spesso in quei giorni, ma che non venne mai realizzata. Sempre in quel periodo, essendo ambasciatore a Washington, si sparse in Colombia la voce insistente secondo cui era il fidanzato segreto di una grande star di Hollywood, forse Joan Crawford o Paulette Goddard, ma comunque non rinunciò mai alla sua carriera di scapolo impenitente.
Gli elettori di Gaitàn e quelli di Turbay avrebbero potuto costituirsi in una maggioranza liberale e aprire nuove vie all’interno dello stesso partito, ma nessuna delle due metà separate avrebbe vinto il conservatorismo unito e armato.
La nostra “Gaceta Literaria” uscì in quei brutti giorni.
Noi stessi che avevamo già stampato il primo numero fummo stupiti dalla sua veste professionale con otto pagine formato rotocalco, ben impaginato e ben stampato. Carlos Martin e Carlos Julio Calderón furono i più entusiasti, ed entrambi discussero durante le ricreazioni alcuni degli articoli. Fra questi, il più importante era stato uno scritto da Carlos Martin dietro nostra richiesta, e vi si prospettava il bisogno di una coraggiosa presa di coscienza in lotta contro i truffatori degli interessi dello Stato, i politici arrampicatori e gli aggiotatori che rallentavano la libera marcia del paese. Il giornale uscì con una sua grande fotografia in prima pagina. C’era un articolo di Convers sullo spirito ispanico, e una mia prosa lirica firmata da Javier Garcés.
Convers ci annunciò che fra i suoi amici di Bogotà c’erano grande entusiasmo e possibilità di sovvenzioni per lanciarlo in grande stile come un giornale intercollegiale.
Il primo numero non aveva potuto essere distribuito all’epoca del golpe di Pasto. Lo stesso giorno in cui era stato in pericolo l’ordine pubblico, il sindaco di Zipaquirà aveva fatto irruzione nel liceo alla testa di una squadra armata e aveva sequestrato le copie che avevamo preparato per metterle in circolazione. Fu un assalto da cinematografo, spiegabile solo in seguito a qualche denuncia subdola secondo cui il giornale avrebbe contenuto materiale sovversivo. Lo stesso giorno era arrivata una notifica dell’ufficio stampa della Presidenza della Repubblica, in cui si diceva che il giornale era stato stampato senza passare attraverso la censura dello stato d’assedio, e Carlos Martin era stato destituito dalla presidenza senza preavviso.
Per noi fu una decisione insensata che ci fece sentire al contempo umiliati e importanti. La tiratura del giornale non superava le duecento copie per una distribuzione fra amici, ma ci spiegarono che il requisito della censura era ineludibile in stato d’assedio. La licenza fu annullata fino a un nuovo ordine che non arrivò mai.
Passarono oltre cinquantanni prima che Carlos Martin mi rivelasse per queste memorie i misteri di quell’episodio assurdo. Il giorno in cui la “Gaceta” venne sequestrata lo convocò nel suo ufficio a Bogotà lo stesso ministro dell’Educazione che l’aveva nominato, Antonio Rocha, e gli chiese di dimettersi. Carlos Martin lo trovò con una copia della “Gaceta Literaria” in cui aveva sottolineato a matita rossa numerose frasi che considerava sovversive. Lo stesso era stato fatto col suo editoriale e con quello di Mario Convers e anche con qualche poesia di autore noto ritenuta sospetta di essere scritta in codice. «Persino la Bibbia sottolineata in quel modo malizioso potrebbe esprimere il contrario del suo vero senso» disse Carlos Martin, con una reazione così adirata che il ministro lo minacciò di chiamare la polizia. Fu nominato direttore della rivista “Sàbado”, cosa che per un intellettuale come lui doveva essere ritenuta una grossa promozione.
Tuttavia, gli rimase definitivamente l’impressione di essere vittima di una congiura della destra. Subì un’aggressione in un caffè di Bogotà che fu sul punto di respingere a suon di pallottole. In seguito un nuovo ministro lo nominò primo avvocato della sezione giuridica e lui fece una carriera brillante, culminata con un ritiro circondato da libri e nostalgie nella sua gora di Tarragona.
Insieme alla voce delle dimissioni di Carlos Martin, e senza che ci fossero vincoli con lui, circolò nel liceo e in case e caffè della città una versione anonima secondo la quale la guerra del Perù, nel 1932, era stata una panzana del governo liberale per sostenersi di forza contro l’opposizione libertina del conservatorismo. La versione, diffusa persino su fogli ciclostilati, asseriva che il dramma era iniziato senza la minima intenzione politica quando un sottotenente peruviano aveva attraversato il Rio delle Amazzoni con una pattuglia militare e aveva sequestrato sulla riva colombiana la fidanzata segreta dell’intendente di Leticia, una mulatta conturbante che chiamavano La Pila, come diminutivo di Pilar, Allorché l’intendente colombiano aveva scoperto il sequestro si era spinto oltre la frontiera naturale con un gruppo di uomini armati e aveva liberato La Pila in territorio peruviano. Ma il generale Luis Sànchez Cerro, dittatore assoluto del Perù, aveva saputo approfittare della scaramuccia per invadere la Colombia e cercar di cambiare i confini amazzonici a favore del suo paese.
Olaya Herrera, dietro feroci insistenze del Partito Conservatore sconfitto dopo mezzo secolo di regno assoluto, dichiarò lo stato di guerra, promosse la mobilitazione nazionale, depurò il suo esercito inserendovi uomini di fiducia e spedì truppe a liberare i territori violati dai peruviani. Un grido di battaglia fece rabbrividire il paese e infiammò la nostra infanzia: “Viva la Colombia, abbasso il Perù”. Nel parossismo della guerra circolò pure la versione secondo cui gli aerei civili della scalata erano stati militarizzati e armati come squadriglie di guerra, e che uno di questi, in mancanza di bombe, aveva disperso una processione della Settimana Santa nell’abitato peruviano di Guepi bombardandolo con noci di cocco. Il grande scrittore Juan LoAino y Lozano, incaricato dal presidente Olaya affinché lo tenesse al corrente sulla verità in una guerra di menzogne reciproche, scrisse con la sua prosa magistrale la verità dell’incidente, ma la falsa versione venne a lungo considerata vera.
Il generale Luis Miguel Sànchez Cerro trovò nella guerra un’opportunità celestiale per rinvigorire il suo regime di ferro. A sua volta, Olaya Herrera nominò comandante delle forze colombiane il generale conservatore Alfredo Vàsquez Cobo, che si trovava a Parigi. Il generale varcò l’Atlantico su una nave d’artiglieria e penetrò attraverso le bocche del Rio delle Amazzoni fino a Leticia, quando i diplomatici di entrambe le parti cominciavano ormai a soffocare la guerra.
Senza alcun rapporto col golpe di Pasto né con l’incidente del giornale, Carlos Martin venne sostituito alla presidenza da Oscar Espitia Brand, un educatore di carriera e un fisico di prestigio. La sostituzione risvegliò nel collegio ogni sorta di sospetti. Le mie riserve nei suoi confronti
mi fecero rabbrividire fin dal primo saluto, per via dello stupore con cui fissò la mia zazzera da poeta e i miei baffi ispidi. Aveva un aspetto duro e guardava dritto negli occhi con un’espressione severa. La notizia che sarebbe stato il nostro professore di chimica organica mi spaventò completamente.
Un sabato di quell’anno eravamo al cinema a metà di un programma pomeridiano, quando una voce turbata annunciò dagli altoparlanti che uno studente del liceo era morto. Fu così impressionante, che non sono riuscito a ricordare quale film stessimo vedendo, ma non ho mai dimenticato l’intensità di Claudette Colbert sul punto di buttarsi in un fiume torrenziale dal parapetto di un ponte. Il morto era uno studente di seconda, di diciassette anni, appena arrivato dalla sua remota città di Pasto, vicino alla frontiera con l’Ecuador. Aveva subito un blocco respiratorio durante una corsa organizzata dall’insegnante di ginnastica come penitenza di fine settimana per i suoi allievi pigri. Fu l’unico caso di uno studente morto per qualsiasi motivo nel corso della mia permanenza in collegio, e causò una grande commozione non solo nel liceo ma in tutta la città. I miei compagni mi scelsero affinché al funerale dicessi qualche parola di addio. Quella stessa sera chiesi udienza al nuovo preside per mostrargli la mia orazione funebre, e l’entrata nel suo ufficio mi fece rabbrividire come una ripetizione sovrannaturale dell’unica visita che avevo fatto al preside morto. Il professor Espitia lesse il mio manoscritto con un’espressione tragica, e lo approvò senza commenti, ma quando mi alzai per uscire mi fece segno di risedermi.
Aveva letto articoli e versi miei, fra i molti che circolavano sottobanco durante le ricreazioni, e alcuni gli erano sembrati degni di essere pubblicati in un supplemento letterario. Non appena tentai di vincere la mia timidezza spietata, lui aveva già espresso quello che sicuramente era il suo proposito. Mi consigliò che mi tagliassi i riccioli da poeta, inadatti a un uomo serio, che dessi una forma ai miei baffi e che smettessi di portare camicie con uccelli e fiori che sembravano da carnevale. Non mi aspettavo nulla di simile, e per fortuna ebbi abbastanza nervi per non rispondergli con un’impertinenza. Lui se ne accorse, e prese un tono sacramentale per spiegarmi il suo timore che la mia moda si imponesse agli allievi più giovani per la mia reputazione di poeta. Uscii da quell’ufficio colpito dal riconoscimento delle mie consuetudini e del mio talento poetico in sfere così insolite, e pronto a soddisfare il preside con un cambiamento d’aspetto per una circostanza così solenne. Al punto di interpretare come un fallimento personale che annullassero gli omaggi postumi su richiesta della famiglia.
La conclusione fu tenebrosa. Qualcuno aveva scoperto che il vetro della bara sembrava appannato mentre era esposto nella biblioteca del liceo.
Alvaro Ruiz Torres l’aprì dietro istanza della famiglia e constatò che in effetti era umido dall’interno. Cercando a tentoni la causa del vapore in una cassa ermetica, fece una leggera pressione con la punta delle dita sul petto, e il cadavere emise un gemito lacerante. La famiglia rimase sconvolta all’idea che fosse ancora vivo, ma il medico spiegò che i polmoni avevano trattenuto aria in seguito all’interrompersi del respiro e che lui l’aveva fatta espellere con la pressione sul petto. Malgrado la semplicità della diagnosi, o forse proprio per questo, in alcuni rimase il timore che lo seppellissero vivo. Fu in quello stato d’animo che andai a passare le vacanze del quarto anno, ansioso di convincere i miei genitori a non farmi continuare a studiare.
Sbarcai a Sucre sotto una pioviggine invisibile. La cinta del porto mi sembrò diversa da quella delle mie nostalgie. La piazza era più piccola e nuda che nella memoria, e la chiesa e il viale avevano una luce desolata sotto i mandorli potati. I festoni variopinti delle vie annunciavano il Natale, ma questo non mi suscitò le emozioni di altre volte, e non riconobbi nessuno dei pochi uomini con l’ombrello che aspettavano sul molo, finché uno di loro non mi disse passando, col suo accento e il suo tono inconfondibili:
«Ma che combinazione!»
Era mio papà, un po’ emaciato per la perdita di peso. Non portava il vestito di lino bianco che lo faceva riconoscere a distanza fin dai suoi anni di giovanotto, ma un paio di pantaloni da casa, una camicia tropicale a maniche corte e uno strano cappello da gastaldo. Lo accompagnava mio fratello Gustavo, che non riconobbi per l’aumento di statura dei suoi nove anni.
Per fortuna, la famiglia conservava le sue audacie da poveri, e la cena sul presto sembrava fatta di proposito per notificarmi che quella era casa mia, e che non ce n’era un’altra. La buona notizia a tavola fu che mia sorella Ligia aveva vinto alla lotteria. La storia, raccontata da lei stessa, era iniziata quando mia madre aveva sognato che suo papà aveva sparato in aria per spaventare un ladro sorpreso a rubare nella vecchia casa di Aracataca. Mia madre aveva raccontato il sogno a colazione, secondo una consuetudine familiare, e aveva suggerito di comprare un biglietto della lotteria che finisse col sette, perché questo numero aveva la stessa forma della pistola del nonno. La sorte non aveva favorito il biglietto che mia madre aveva comprato a credito per pagarlo con lo stesso denaro del premio. Ma Ligia, che allora aveva undici anni, aveva chiesto a papà trenta centesimi per pagare il biglietto che non aveva vinto, e altri trenta per insistere la settimana dopo con lo stesso strano numero: 0207.
Nostro fratello Luis Enrique aveva nascosto il biglietto per spaventare Ligia, ma maggiore fu lo spavento suo il lunedì successivo, quando la sentì entrare in casa gridando come una pazza che aveva vinto alla lotteria. Nella fretta dello scherzo mio fratello aveva dimenticato dov’era il biglietto, e nel tafferuglio della ricerca avevano dovuto vuotare armadi e bauli, e mettere la casa sottosopra dal salotto fino al gabinetto. Tuttavia, più inquietante di tutto fu la somma cabalistica del premio: 770 pesos.
La brutta notizia fu che i miei genitori avevano infine realizzato il sogno di mandare Luis Enrique nel collegio di Fontidueno, a Medellin, convinti che fosse una scuola per figli disobbedienti e non quello che era in realtà: un carcere per la riabilitazione di giovani delinquenti fra i più pericolosi.
La decisione finale l’aveva presa papà quando aveva spedito il figlio indisciplinato a riscuotere un debito della farmacia, e invece di consegnare gli otto pesos che gli avevano pagato lui aveva comprato un tiple di buona fattura che aveva imparato a suonare da maestro. Mio padre non fece commenti quando scoprì lo strumento in casa, e seguitò a chiedere al figlio i soldi del debito, ma questi gli rispondeva sempre che la persona in questione non aveva soldi per pagare. Erano trascorsi quasi due mesi allorché Luis Enrique trovò papà che si accompagnava col tiple cantando una canzone improvvisata: «Guardami, sono qui che suono questo tiple che mi è costato otto pesos.»
Non riuscimmo mai a capire come fosse venuto a conoscenza dell’origine dello strumento, né perché avesse fatto l’indiano davanti alla mascalzonata del figlio, ma questi sparì dalla casa finché mia madre non ebbe calmato il marito. Allora papà formulò le prime minacce di mandare Luis Enrique al collegio di Medellin, ma nessuno gli badò, perché aveva pure rinunciato al proposito di mandarmi al seminario di Ocana, non nell’intento di punirmi per qualcosa ma per l’onore di avere un prete in casa, e ci aveva messo più tempo a concepire l’idea che a dimenticarsene. Il tiple, invece, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L’ingresso nella casa di correzione era possibile solo in seguito a decisione di un giudice dei minori, ma papà superò la mancanza di requisiti grazie ad amici comuni, con una lettera di raccomandazione dell’arcivescovo di Medellin, monsignor Garcia Benitez. Quanto a Luis Enrique, diede un’ennesima prova della sua buona indole, per la gioia con cui si lasciò portare come a una festa.
Le vacanze senza di lui non erano le stesse. Sapeva fare coppia come un professionista con Filadelfo Velilla, il sarto magico e magistrale suonatore di tiple, e naturalmente col maestro Valdés. Era facile.
All’uscita da quei balli arruffati dei ricchi ci aggredivano nelle ombre del parco certi nugoli di apprendeste furtive con ogni sorta di tentazioni. A una che passava vicino, ma che non era di quelle stesse, proposi per errore che venisse via con me, e mi rispose con una logica esemplare che non poteva, perché il marito dormiva in casa. Però, due notti dopo mi avvertì che avrebbe lasciato la porta di strada senza paletto tre volte alla settimana affinché io potessi entrare senza dover bussare quando il marito non c’era.
Ricordo il suo nome e i suoi cognomi, ma preferisco chiamarla come allora: Nigromanta. Avrebbe compiuto vent’anni a Natale, e aveva un profilo abissino e una pelle di cacao. Era di letto allegro e orgasmi sassosi e tribolati, e aveva un istinto per l’amore che sembrava non di una creatura umana ma di un fiume in piena. Fin dal primo assalto nel letto diventammo pazzi. Suo marito, come Juan Breva, aveva un corpo da gigante e una voce da bambina. Era stato un ufficiale dell’ordine pubblico nel sud del paese, e si portava appresso la mala fama di uccidere liberali solo per non perdere la mira. Abitavano in una stanza divisa da un paravento di cartone, con una porta sulla strada e un’altra sul cimitero. I vicini si lagnavano che lei turbasse la pace dei morti con le sue grida da cagna felice, ma più forte lei gridava e più felici dovevano essere i morti che venivano disturbati da lei.
Nella prima settimana dovetti scappare dalla stanza alle quattro del mattino, perché ci eravamo sbagliati di data e l’ufficiale poteva arrivare da un momento all’altro. Uscii dalla porta sul cimitero in mezzo a fuochi fatui e latrati di cani necrofili. Sul secondo ponte del canale vidi avanzare una sagoma enorme che non riconobbi finché non ci incrociammo. Era l’ufficiale in persona, che mi avrebbe trovato a casa sua se mi fossi attardato altri cinque minuti.
«Buongiorno, bianco» mi disse con un tono cordiale.
Io gli risposi senza convinzione:
«Dio la conservi, ufficiale.»
Allora si fermò per chiedermi da accendere. Gli porsi del fuoco, vicinissimo a lui, per proteggere il fiammifero dal vento dell’alba.
Quando si allontanò con la sigaretta accesa, mi disse di buon umore:
«Hai addosso un odore di puttana che è roba da non crederci.»
Lo spavento mi durò meno di quanto mi aspettassi, perché il mercoledì dopo mi addormentai di nuovo e quando aprii gli occhi mi ritrovai davanti il rivale vulnerato che mi contemplava in silenzio dai piedi del letto. Il mio terrore fu così intenso che mi costò fatica continuar a respirare. Lei, nuda come me, cercò di frapporsi, ma il marito l’allontanò con la canna della pistola.
«Non immischiarti» le disse. «Le faccende di letto si aggiustano col piombo.»
Posò la pistola sul tavolo, aprì una bottiglia di rum di canna, la posò accanto alla pistola, e ci sedemmo faccia a faccia a bere senza parlare.
Non potevo immaginare cos’avrei fatto, ma pensai che se voleva uccidermi l’avrebbe fatto senza tante storie. Poco dopo arrivò Nigromanta avvolta in un lenzuolo e con un’aria da festa, ma lui le puntò contro la pistola.
«Questa è una faccenda tra uomini» le disse.
Lei fece un balzo e si nascose dietro il paravento.
Avevamo finito la prima bottiglia quando si abbatté il diluvio. Lui aprì allora la seconda, si appoggiò la canna contro la tempia e mi guardò fissamente con occhi glaciali. Premette a fondo il grilletto, ma ci fu un suono secco. Stentavo a controllare il tremito della mano quando mi passò la pistola.
«Tocca a te» mi disse.
Era la prima volta che tenevo una pistola in mano e mi sorprese che fosse così pesante e calda. Non seppi cosa fare. Ero fradicio di un sudore gelido e avevo il ventre pieno di una schiuma ardente. Volli dire qualcosa ma non mi uscì la voce. Non mi venne da sparargli, ma gli restituii la pistola senza rendermi conto che era la mia unica possibilità.
«Be’, ti sei cagato sotto?» domandò lui con un disprezzo felice.
«Avresti potuto pensarci prima di venire.»
Avrei potuto dirgli che anche i maschi si cagano sotto, ma mi accorsi di non avere abbastanza coglioni per certi scherzi fatali. Allora aprì il tamburo della pistola, tolse l’unico bossolo e lo buttò sul tavolo: era vuoto. La mia sensazione non fu di sollievo ma di una terribile umiliazione.
L’acquazzone perse forza prima delle quattro. Entrambi eravamo così spossati dalla tensione, che non ricordo in quale momento mi diede l’ordine di vestirmi, e io obbedii con una certa solennità da duello.
Solo quando si sedette di nuovo mi accorsi che era lui a piangere. A fiotti e senza pudore, e quasi come esibendo le sue lacrime. Alla fine se le asciugò col dorso della mano, si soffiò il naso con le dita e si alzò.
«Lo sai perché sei sempre vivo?» mi domandò. E rispose a se stesso:
«Perché tuo papà è stato l’unico che sia riuscito a guarirmi una gonorrea da cagnaccio contro cui nessuno aveva saputo fare qualcosa in tre anni.»
Mi diede una pacca da uomo sulla spalla, e mi spinse in strada. La pioggia seguitava a cadere, e il paese era tutto una pozzanghera, sicché me ne andai lungo la fiumana con l’acqua alle ginocchia, e con lo stupore di essere vivo.
Non so come mia madre venne a sapere dell’alterco, ma nei giorni successivi intraprese una campagna ostinata affinché non uscissi di casa la sera. Nel frattempo, mi trattava come avrebbe trattato papà, con espedienti di distrazione che non servivano a molto. Cercava segni che mi fossi tolto gli indumenti fuori casa, scopriva tracce di profumo dove non ce n’erano, mi preparava pasti difficili prima che uscissi per la superstizione popolare che né suo marito né i suoi figli si sarebbero azzardati a fare l’amore nel sopore della digestione. Infine, una sera in cui non trovò più pretesti per trattenermi, si sedette davanti a me e mi disse:
«In giro dicono che hai una storia con la moglie di un poliziotto e che lui ha giurato di spararti un colpo.»
Riuscii a convincerla che non era vero, ma la voce perdurò. Nigromanta mi mandava a dire che era sola, che suo marito lavorava fuori, che da tempo l’aveva perso di vista. Feci sempre tutto il possibile per non incrociarlo, anche se lui si premurava di salutarmi a distanza con un cenno che poteva essere di riconciliazione come di minaccia. Durante le vacanze dell’anno successivo lo vidi per l’ultima volta, una notte di baldoria in cui mi offrì un bicchiere di rum grezzo che non osai rifiutare.
Non so per quali arti di illusionismo gli insegnanti e i compagni che mi avevano sempre considerato uno studente riservato, al quinto anno iniziarono a considerarmi un poeta maledetto erede dell’ambiente disinvolto prosperato ai tempi di Carlos Martin. Non sarà stato per adattarmi di più a tale immagine che cominciai a fumare al liceo a quindici anni? La prima botta fu tremenda. Passai metà della notte agonizzando nel mio vomito sul pavimento del bagno. All’alba ero esausto, ma i postumi del tabacco, invece di respingermi, mi suscitarono un desiderio irresistibile di continuar a fumare. Così iniziai la mia vita di tabagista accanito, al punto di non poter pensare una frase se non avevo la bocca piena di fumo. Al liceo era consentito solo durante le ricreazioni, ma io chiedevo il permesso per andare in bagno due o tre volte ogni lezione, solo per placare l’ansia di fumare. Così arrivai a tre pacchetti di venti sigarette al giorno, e andavo anche oltre il quarto secondo la bisboccia della nottata. In un periodo, ormai fuori dal collegio, credetti di impazzire per la grande secchezza in gola e il dolore alle ossa. Decisi di smettere ma non resistetti per più di due giorni d’angoscia.
Non so se fu proprio questo a liberare la mia mano nello scrivere prosa, anche in seguito agli incarichi sempre più audaci del professor Calderón, e ai libri di teoria letteraria che quasi mi costringeva a leggere. Oggi, rivedendo la mia vita, ricordo che la mia concezione del racconto era primaria malgrado tutti quelli che avevo letto dopo la mia prima meraviglia davanti alle pagine di Le mille e una notte. Finché mi ero spinto a pensare che i prodigi narrati da Sheherazade accadevano davvero nella vita quotidiana del suo tempo, e che avevano smesso di accadere in seguito all’incredulità e alla codardia realista delle generazioni successive. Proprio per questo, mi sembrava impossibile che qualcuno dei nostri tempi tornasse a credere che si potesse volare su città e montagne a bordo di un tappeto, o che uno schiavo di Cartagena de Indias vivesse in castigo per duecento anni dentro una bottiglia, a meno che l’autore del racconto fosse capace di farlo credere ai suoi lettori.
Mi infastidivano le lezioni, tranne quelle di letteratura, che imparavo a memoria, e nelle quali avevo un protagonismo unico. Stufo di studiare, lasciavo tutto alla mercè della buona sorte. Avevo un istinto tutto mio nell’intuire i punti algidi di ogni materia, e quasi nell’indovinare quelli che più interessavano agli insegnanti per non studiare il resto.
Il fatto è che non capivo perché dovevo sacrificare ingegno e tempo in materie che non mi coinvolgevano e che proprio per questo non mi sarebbero servite a nulla in una vita che non era mia.
Mi sono azzardato a pensare che la maggior parte dei miei insegnanti mi davano voti in base più al mio modo d’essere che ai risultati delle mie prove. Mi salvavano le risposte impreviste, le trovate dementi, gli interventi irrazionali. Tuttavia, quando finii il quinto anno, con trambusti accademici che non mi sentivo capace di superare, presi coscienza dei miei limiti. Il liceo era stato fino ad allora una via cosparsa di miracoli, ma il cuore mi avvertiva che alla fine della quinta mi aspettava un muro invalicabile. La verità nuda e cruda era che mi mancavano ormai la volontà, la vocazione, l’ordine, il denaro e l’ortografia per imbarcarmi in una carriera accademica.
Per meglio dire, gli anni volavano e io non avevo la minima idea di cos’avrei fatto della mia vita, perché doveva passare ancora molto tempo prima che mi rendessi conto che persino quello stato di sconfitta era propizio, dal momento che non c’è nulla di questo mondo né dell’altro che non sia utile a uno scrittore.
Neppure per il paese le cose andavano meglio. Braccato dall’opposizione feroce della reazione conservatrice, Alfonso Lopez Pumarejo rinunciò alla Presidenza della Repubblica il 31 luglio 1945. Gli successe Alberto Lleras Camargo, designato dal congresso a completare l’ultimo anno del termine presidenziale. Fin dal suo discorso di insediamento, con la sua voce tranquillizzante e la sua prosa di grande stile, Lleras avviò l’impresa illusoria di moderare gli animi del paese per l’elezione di un nuovo titolare.
Grazie all’intervento di monsignor Lopez Lleras, cugino del nuovo presidente, il preside del liceo ottenne un’udienza speciale per richiedere un aiuto del governo per un’escursione di studio sulla costa atlantica. Non capii perché il preside mi avesse scelto per accompagnarlo all’udienza, a patto che mi sistemassi un po’ i capelli scarmigliati e i baffi ispidi. Gli altri invitati furono Guillermo Lopez Guerra, un conoscente del presidente, e Alvaro Ruiz Torres, il nipote di Laura Victoria, una poetessa famosa dai temi audaci della generazione dei Nuovi, cui apparteneva pure Lleras Camargo. Non ebbi scelta: il sabato sera, mentre Guillermo Granados leggeva in dormitorio un romanzo che non aveva nulla a che vedere col mio caso, un apprendista barbiere del terzo anno mi fece un taglio da recluta e mi scolpì dei baffetti da tango. Sopportai per il resto della settimana gli scherzi di interni ed esterni davanti al mio nuovo stile. La sola idea di entrare nel palazzo presidenziale mi raggelava il sangue, ma fu un errore del cuore, perché l’unico segno dei misteri del potere che vi trovammo fu un silenzio celestiale. Dopo una breve attesa nell’anticamera con arazzi e tende di raso, un militare in uniforme ci condusse nello studio del presidente.
Lleras Camargo aveva una somiglianza poco comune con i suoi ritratti. Mi colpirono le spalle triangolari in un vestito impeccabile di gabardine inglese, gli zigomi pronunciati, il pallore da pergamena, i denti da bambino discolo che facevano la delizia dei caricaturisti, la lentezza dei gesti e il suo modo di dar la mano guardando dritto negli occhi. Non ricordo che idea io avessi su com’erano i presidenti, ma non mi sembrò che tutti fossero come lui. Col tempo, quando lo conobbi meglio, mi resi conto che forse neppure lui aveva mai saputo di essere più che altro uno scrittore smarrito.
Dopo avere ascoltato le parole del preside con un’attenzione troppo evidente, fece qualche commento opportuno, ma non decise prima di avere ascoltato anche i tre studenti. Lo fece con pari attenzione, e ci lusingò esser trattati con lo stesso rispetto e la stessa simpatia con cui trattava il preside. Gli bastarono gli ultimi due minuti perché avessimo la certezza che se ne intendeva più di poesia che di navigazione fluviale, e che sicuramente gli interessava di più.
Ci accordò tutto quanto richiesto, e promise inoltre di assistere alla cerimonia di chiusura dell’anno al liceo, di lì a quattro mesi. E lo fece, quasi fosse stata la più seria delle cerimonie del governo, e rise come nessun altro alla farsa che rappresentammo in suo onore. Al ricevimento conclusivo si divertì come uno dei tanti studenti, proponendo un’immagine diversa dalla sua, e non resistette alla tentazione studentesca di allungare una gamba verso chi serviva da bere.
Questi fece appena in tempo ad accorgersene.
Nello stato d’animo della festa conclusiva andai a passare in famiglia le vacanze del quinto anno, e la prima notizia che mi diedero fu che per fortuna mio fratello Luis Enrique era di ritorno dopo un anno e sei mesi nella casa di correzione. Mi stupì ancora una volta la sua buona indole.
Non provava rancore nei confronti di nessuno per la punizione, e raccontava le disgrazie con un umorismo indomito.
Nelle sue meditazioni di recluso era arrivato alla conclusione che i nostri genitori l’avevano fatto entrare in riformatorio in buona fede. Tuttavia, la protezione episcopale non l’aveva messo in salvo dalla dura prova della vita quotidiana lì dentro, che invece di pervertirlo arricchì il suo carattere e il suo senso dell’umorismo.
Al ritorno il suo primo lavoro fu come segretario al municipio di Sucre.
Qualche tempo dopo, il titolare ebbe un improvviso disturbo gastrico, e qualcuno gli prescrisse un rimedio magico appena uscito sul mercato: alkaseltzer. Il sindaco non lo fece sciogliere nell’acqua, ma lo inghiottì come una normale pastiglia e solo per un miracolo non si soffocò per l’effervescenza intrattenibile nello stomaco. Senza essersi ripreso dallo spavento, si prescrisse qualche giorno di riposo, ma aveva ragioni politiche per non farsi sostituire da nessuno dei suoi supplenti legittimi, e lasciò provvisoriamente mio fratello al suo posto. Con questa strana carambola, senza che avesse l’età regolamentare, Luis Enrique rimase nella storia del municipio come il sindaco più giovane.
L’unica cosa a turbarmi davvero in quelle vacanze era la certezza che in fondo al loro cuore i miei familiari fondavano il loro futuro su quanto si aspettavano da me, e solo io sapevo con certezza che erano illusioni vane. Due o tre frasi casuali di mio padre a metà del pasto mi indicarono che c’era molto da parlare della nostra sorte comune, e mia madre si affrettò a confermarlo. «Se le cose vanno avanti così» disse,
«prima o poi dovremo tornare a Cataca.» Ma un rapido sguardo di mio padre la indusse a correggersi:
«O in qualsiasi altro posto.»
Allora era chiaro: l’eventualità di un nuovo trasferimento da qualche parte era un argomento ormai consueto in famiglia, e non a causa dell’atmosfera morale, ma volendo offrire un avvenire più vasto ai figli. Fino a quel momento mi consolavo all’idea di attribuire alla città e alla sua gente, e persino alla mia famiglia, lo spirito di sconfitta di cui io stesso soffrivo. Ma la drammaticità di mio padre rivelò ancora una volta che è sempre possibile trovare un colpevole pur di non esserlo noi.
Quello che io coglievo nell’aria era qualcosa di molto più profondo. Mia madre sembrava badare solo alla salute di Jaime, il figlio minore, che non era riuscito a superare la sua complessione di settimino. Passava la maggior parte della giornata distesa con lui sull’amaca in camera da letto, sfinita dalla tristezza e dai calori umilianti, e la casa cominciava a risentire della sua negligenza. I miei fratelli sembravano andare alla deriva. L’ordine dei pasti si era allentato tanto che mangiavamo senza orari quando avevamo fame. Mio padre, il più casalingo degli uomini, passava la giornata contemplando la piazza dalla farmacia e i pomeriggi giocando partite interminabili al circolo del biliardo. Un giorno non riuscii a sopportare oltre la tensione. Mi distesi accanto a mia madre sull’amaca, come non avevo potuto farlo da bambino, e le domandai qual era il mistero che si respirava nell’aria della casa. Lei inghiottì un sospiro intero per evitare che le tremasse la voce, e mi aprì l’anima:
«Tuo papà ha un figlio per la strada.»
Dal sollievo che colsi nella sua voce mi resi conto dell’ansia con cui aspettava la mia domanda. Aveva scoperto la verità grazie alla chiaroveggenza della gelosia, quando una ragazzina della servitù era tornata a casa tutta emozionata perché aveva visto papà parlare al telefono nell’ufficio del telegrafo. Una donna gelosa non aveva bisogno di sapere nulla di più. Era l’unico telefono in paese e solo per chiamate a lunga distanza con prenotazione, attese incerte e minuti così cari che veniva usato solo in casi di gravità estrema. Ogni chiamata, per semplice che fosse, destava un allarme malizioso nella comunità in piazza. Sicché quando papà rientrò mia madre lo sorvegliò senza dirgli nulla, finché lui non stracciò un foglietto che aveva in tasca parlando di un reclamo giudiziario per un abuso professionale. Mia madre attese l’occasione opportuna per domandargli a bruciapelo con chi aveva parlato al telefono. La domanda fu così rivelatrice che mio papà non trovò subito una risposta più credibile della verità:
«Parlavo con un avvocato.»
«Questo lo so già» disse mia madre. «Ma voglio che me lo racconti tu stesso con la franchezza che merito.»
Mia madre ammise poi che era stata lei a scoperchiare la pentola senza rendersene conto, visto che se lui aveva osato dirle la verità era perché pensava che lei sapesse tutto. O che avrebbe dovuto raccontarglielo.
Così erano andate le cose. Papà aveva confessato di aver ricevuto la notifica di una denuncia contro di lui per avere abusato nel suo ambulatorio di un’ammalata narcotizzata con un’iniezione di morfina. Il fatto era accaduto in un luogo dimenticato dove lui aveva trascorso brevi periodi per curare ammalati senza mezzi. E subito fornì una prova della sua rettitudine: il melodramma dell’anestesia e dello stupro era una frottola criminale dei suoi nemici, ma il bambino era suo, e concepito in circostanze normali.
Per mia madre non fu facile evitare lo scandalo, perché qualcuno di peso muoveva nell’ombra i fili della cospirazione. Esisteva il precedente di Abelardo e di Carmen Rosa, che erano vissuti con noi in diverse occasioni e tra l’affetto di tutti, ma entrambi erano nati prima del matrimonio. Tuttavia, anche mia madre superò il rancore per l’amarezza del nuovo figlio e l’infedeltà del marito, e lottò al suo fianco a faccia scoperta fino a smascherare la menzogna dello stupro.
La pace tornò in famiglia. Comunque, poco dopo arrivarono notizie confidenziali dalla stessa regione, in merito a una bambina di un’altra madre che papà aveva riconosciuto come sua, e che viveva in condizioni deplorevoli. Mia madre non perse tempo con liti e supposizioni, ma sferrò una battaglia per portarsela a casa. «Stessa cosa aveva fatto Mina con tutti quei figli seminati in giro da papà» disse quella volta
«e non ha mai avuto motivo di pentirsene.» Sicché ottenne per suo conto che le mandassero la bambina, senza tante chiacchiere pubbliche, e la fece entrare nella famiglia già numerosa.
Tutte queste erano cose del passato quando mio fratello Jaime incontrò in una festa di un altro paese un ragazzo identico a nostro fratello Gustavo. Era il figlio che aveva causato la denuncia, ormai bene allevato e accudito da sua madre. Ma la nostra fece ogni sorta di interventi e se lo portò a vivere in casa, quando eravamo già in undici, e lo aiutò a imparare un mestiere e a inserirsi nella vita. Allora non riuscii a nascondere lo stupore che una donna con una gelosia allucinogena come la sua fosse capace di simili atti, e lei stessa mi rispose con una frase che da quel momento conservo come un diamante:
«Lo stesso sangue dei miei figli non può andarsene in giro, non si sa dove.»
Vedevo i miei fratelli solo durante le vacanze annuali. Dopo ogni viaggio faticavo sempre di più a riconoscerli e a trovare posto nella memoria per uno nuovo. Oltre al nome di battesimo, ne avevamo tutti un altro che la famiglia ci metteva poi per uso quotidiano, e non era un diminutivo bensì un soprannome casuale. Quanto a me, fin dallo stesso istante in cui nacqui mi chiamarono Gabito, diminutivo irregolare di Gabriel sulla costa guajira, e ho sempre sentito che questo è il mio nome di battesimo, e che il diminutivo è Gabriel. Qualcuno stupito da quel santorale capriccioso ci domandava perché i nostri genitori non avessero preferito battezzare una buona volta tutti i loro figli col soprannome.
Tuttavia, tale liberalità di mia madre sembrava muoversi in senso opposto al suo atteggiamento nei confronti delle due figlie maggiori, Margot e Aida, cui cercava di imporre lo stesso rigore che sua madre aveva imposto a lei per i suoi amori ostinati con mio padre. Voleva cambiare città. Papà, invece, che non aveva bisogno di sentirselo dire due volte per fare i bagagli e mettersi a girare attraverso il mondo, quella volta era renitente. Passarono parecchi giorni prima che venissi a sapere che il problema erano gli amori delle due figlie maggiori con due uomini diversi, naturalmente, ma con lo stesso nome: Rafael. Quando me lo raccontarono non riuscii a nascondere le risate per via del ricordo del romanzo dell’orrore che avevano dovuto affrontare papà e mamma, e a lei lo dissi.
«Non è la stessa cosa» mi disse. «E’ la stessa cosa» insistetti.
«Be’» concesse lei, «è la stessa cosa, ma due volte nello stesso tempo.»
Com’era accaduto allora a lei, non c’erano ragioni né propositi che valessero. Non si seppe mai come i genitori fossero venuti a saperlo, perché ognuna di loro aveva separatamente preso precauzioni per non essere scoperta. Ma i testimoni erano i meno immaginabili, dal momento che le stesse sorelle si erano fatte accompagnare qualche volta da fratelli minori che potessero difendere la loro innocenza. La cosa più incredibile fu che pure papà aveva preso parte alla sorveglianza, non con atti diretti, ma con la stessa resistenza passiva di mio nonno Nicolas contro sua figlia.
«Andavamo a un ballo e mio papà arrivava alla festa e ci riportava a casa se scopriva che i due Rafael erano lì» ha raccontato Aida Rosa in un’intervista apparsa sulla stampa. Non davano loro il permesso di fare una passeggiata in campagna o di andare al cinema, oppure le mandavano con qualcuno che non le perdesse di vista. Entrambe inventavano separatamente pretesti inutili per recarsi ai loro appuntamenti d’amore, e lì arrivava un fantasma invisibile che le tradiva. Ligia più piccola I di loro, si guadagnò la mala fama di spia e traditrice, ma lei stessa si giustificava asserendo che la gelosia tra i fratelli era un altro modo dell’amore. Durante quelle vacanze cercai di intercedere presso i miei genitori affinché non ripetessero gli sbagli che i genitori di mia madre avevano commesso con lei, e trovarono sempre motivi difficili per non intenderli. Il più temibile fu quello delle pasquinate, che avevano rivelato segreti atroci, reali o inventati, anche nelle famiglie più insospettabili. Vennero denunciate paternità nascoste, adulteri vergognosi, perversità da letto che in qualche modo erano diventate di dominio pubblico seguendo vie meno facili delle pasquinate. Ma non ne era mai stata affissa una che denunciasse qualcosa che in qualche modo non si sapesse già, per quanto nascosto lo si fosse tenuto, o che prima o poi non si sarebbe venuto a sapere. «Le pasquinate le facciamo noi stessi» diceva una delle loro vittime.
Quanto i miei genitori non previdero fu che le figlie si sarebbero difese con gli stessi espedienti usati da loro. Margot la mandarono a studiare a Monteria e Aida andò a Santa Marta di sua volontà. Erano interne, e nei giorni liberi era stato avvisato qualcuno affinché le accompagnasse, ma ce l’avevano sempre fatta a tenersi in contatto con i due Rafael remoti. Tuttavia, mia madre realizzò quello che i suoi genitori non erano riusciti a realizzare con lei. Aida passò metà della sua vita in convento, e lì visse senza pene né gloria finché non si sentì in salvo dagli uomini. Margot e io restammo sempre uniti grazie ai ricordi della nostra infanzia comune quando io sorvegliavo gli adulti affinché non la sorprendessero a mangiare terra. Alla fine divenne una seconda madre di tutti, in particolare di Cuqui, che ne aveva più bisogno, e lo tenne con sé fino al suo ultimo respiro.
Solo oggi capisco come quel brutto stato d’animo di mia madre e le tensioni interne della casa fossero in sintonia con le contraddizioni mortali del paese che non riuscivano a venire a galla, ma che esistevano. Il presidente Lleras avrebbe dovuto indire le elezioni col nuovo anno, e l’avvenire si prospettava torbido. I conservatori, che erano riusciti ad abbattere Lopez, facevano un doppio gioco col successore: lo adulavano per la sua imparzialità matematica ma fomentavano la discordia nella provincia per riconquistare il potere con la ragione o con la forza.
Sucre si era tenuta estranea alla violenza, e i pochi casi che si ricordavano non avevano nulla a che vedere con la politica. Uno era stato l’assassinio di Joaquin Vega, un musicista molto stimato che suonava il bombardino nella banda locale. Stavano per l’appunto suonando alle sette di sera all’entrata del cinema, quando un parente nemico gli diede un unico taglio sul collo gonfio per la pressione della musica e lui si dissanguò a terra. Entrambi erano molto amati in città e l’unica spiegazione nota e mai confermata fu una questione d’onore. Proprio alla stessa ora stavano celebrando il compleanno di mia sorella Rita, e l’emozione per la brutta notizia sconvolse la festa programmata per molte ore.
L’altro duello, molto precedente ma incancellabile dalla memoria del paese, fu quello di Plinio Balmaceda e di Dionisiano Barrios. Il primo era un membro di una famiglia antica e rispettabile, e lui stesso un uomo enorme e affascinante, ma anche un attaccabrighe dalla mente contorta quando beveva troppo. Sobrio, aveva aspetto e belle maniere da gentiluomo, ma quando esagerava col bere si trasformava in un manigoldo dalla pistola facile e con una frusta da cavallerizzo alla cintura per scagliarsi su chi non gli andava a genio. La stessa polizia tentava di tenerlo lontano. I membri della sua buona famiglia, stufi di trascinarlo a casa ogni volta che beveva troppo, finirono per abbandonarlo alla sua sorte.
Dionisiano Barrios era il caso contrario: un uomo timido e malfatto, nemico delle liti e astemio dalla nascita. Non aveva mai avuto problemi con qualcuno, finché Plinio Balmaceda non cominciò a provocarlo con battute infami per com’era fatto. Lui lo evitò il più possibile, fino al giorno in cui Balmaceda non se lo ritrovò davanti e lo picchiò in faccia con la frusta solo perché così gli era venuto voglia di fare. Allora Dionisiano non pensò più alla sua timidezza, alla sua gobba e alla sua mala sorte, e affrontò con la pistola l’aggressore. Fu un duello istantaneo, in cui entrambi rimasero gravemente feriti, ma solo Dionisiano morì.
Comunque, il duello storico della città furono le morti gemelle dello stesso Plinio Balmaceda e di Tasio Ananias, un sergente della polizia famoso per la sua rettitudine, figlio esemplare di Mauricio Ananias, che suonava il tamburo nella stessa banda in cui Joaquin Vega suonava il bombardino. Fu un duello formale in piena strada, in cui entrambi rimasero malamente feriti, e patirono una lunga agonia ognuno a casa sua. Plinio riacquistò lucidità quasi subito, e la sua preoccupazione immediata fu per la sorte di Ananias. Questi, a sua volta, fu colpito dalla preoccupazione con cui Plinio pregava per la sua vita. Ognuno si mise a supplicare Dio affinché l’altro non morisse, e le famiglie li tennero informati finché respirarono. Il paese intero visse l’attesa con ogni sorta di sforzi per allungare le due vite.
Dopo quarantott’ore di agonia, le campane della chiesa suonarono a morto per una donna che si era appena spenta. I due moribondi le sentirono, e ognuno nel suo letto credette che suonassero per la morte dell’altro.
Ananias morì quasi subito di dolore, piangendo per la morte di Plinio.
Questi lo venne a sapere, e morì due giorni dopo piangendo a fiotti per il sergente Ananias.
In una città di amici pacifici come quella, la violenza si manifestò in quegli anni in modo meno mortale, ma non meno nocivo: le pasquinate. Il terrore era vivo nelle case delle grandi famiglie, che aspettavano il mattino successivo come una lotteria della fatalità. Nel posto più inatteso compariva un foglio punitivo, che era un sollievo per quello che non diceva di uno, e talvolta una festa segreta per quello che diceva di altri. Mio padre, forse l’uomo più pacifico che abbia mai conosciuto, oliò la pistola venerabile con cui non aveva mai sparato, e si lasciò andare nella sala del biliardo.
«Chi si azzardasse a toccare una qualsiasi delle mie figlie» gridò, «si prenderà una bella dose di piombo.»
Diverse famiglie iniziarono l’esodo per timore che le pasquinate fossero un preludio della violenza poliziesca che travolgeva abitati interi nell’entroterra per intimidire l’opposizione.
La tensione divenne come il pane di ogni giorno. All’inizio si organizzarono ronde furtive non tanto per scoprire gli autori delle pasquinate quanto per sapere cosa dicevano, prima che venissero distrutte all’alba. Una volta che ero con un gruppo di bagordoni, trovammo un funzionario municipale alle tre del mattino, che prendeva il fresco sulla soglia di casa sua, ma che in realtà spiava con la speranza di vedere chi metteva le pasquinate. Mio fratello gli disse un po’ per scherzo e un po’ sul serio che alcune dicevano la verità. Lui tirò fuori la pistola e la puntò col cane alzato:
«Lo ripeta!»
Allora venimmo a sapere che la notte prima avevano affisso una pasquinata veridica contro la sua figlia nubile. Ma i dati erano di dominio pubblico, anche dentro la stessa casa, e l’unico a non conoscerli era il padre.
All’inizio fu evidente che le pasquinate erano state scritte dalla stessa persona, con lo stesso pennello e sulla stessa carta, ma in una serie limitata di botteghe come quella della piazza, solo una poteva vendere quei generi, e lo stesso proprietario si affrettò a dimostrare la sua innocenza.
Da quel momento seppi che un giorno avrei scritto un romanzo sulle pasquinate, ma non per quello che dicevano, che quasi sempre erano fantasie di dominio pubblico e non molto divertenti, bensì per la tensione insopportabile che riuscivano a creare nelle case.
In La mala ora, mio terzo romanzo scritto vent’anni dopo, mi sembrò un gesto di semplice decenza non usare casi concreti né identificabili, sebbene alcuni reali fossero migliori di quelli inventati da me.
Inoltre, non ce n’era bisogno, perché mi aveva sempre interessato più il fenomeno sociale che la vita privata delle vittime. Solo dopo averlo pubblicato venni a sapere che nei sobborghi, dove noi abitanti della piazza centrale non eravamo amati, molte pasquinate erano state motivo di festa.
Il fatto è che le pasquinate mi servirono solo come punto di partenza per un argomento che non riuscii mai a concretizzare, perché quello che scrivevo dimostrava che il problema di fondo era politico e non morale come si credeva. Pensai sempre che il marito di Nigromanta fosse un buon modello per il sindaco militare di La mala ora ma mentre lo sviluppavo come personaggio cominciò a sedurmi come essere umano, e non ebbi motivo di ammazzarlo, perché scoprii che uno scrittore serio non può ammazzare un personaggio se non ha un motivo convincente, e quello non era il caso.
Oggi mi rendo conto che il romanzo stesso avrebbe potuto essere un altro romanzo. Lo scrissi in un albergo per studenti di Rue Cujas, nel Quartiere Latino di Parigi, a centro metri da Boulevard SaintMichel, mentre i giorni passavano senza misericordia in attesa di un assegno che non arrivò mai. Quando lo ritenni terminato feci un rotolo con i fogli, lo legai con una delle tre cravatte che avevo portato in tempi migliori, e lo seppellii in fondo all’armadio.
Due anni dopo a Città del Messico non sapevo neppure dov’era quando me lo chiesero per un concorso narrativo della Esso colombiana, con un premio di tremila dollari in quei tempi di carestia. L’emissario era il fotografo Guillermo Angulo, mio vecchio amico colombiano, che conosceva l’esistenza degli originali in fieri da quando stavo scrivendolo a Parigi, e se li era portati via nelle condizioni in cui erano, ancora legati con la cravatta e senza neppure il tempo per stirarli un po’ a causa dell’imminente scadenza. Sicché lo mandai al concorso senza sperare in un premio che bastava per comprarsi una casa. Ma proprio così come l’avevo mandato venne dichiarato vincitore da una giuria illustre, il 16 aprile 1962, e quasi alla stessa ora in cui nacque il nostro secondo figlio, Gonzalo, sotto buoni auspici.
Non avevamo avuto neppure il tempo per pensarci, quando ricevetti una lettera di padre Félix Restrepo, presidente dell’Accademia Colombiana della Lingua, e uomo ammodo che aveva presieduto la giuria del premio ma ignorava il titolo del romanzo. Solo allora mi accorsi che nella fretta dell’ultimo momento avevo dimenticato di scriverlo sulla pagina iniziale: Questo paese di merda.
Padre Restrepo si scandalizzò quando ne venne a conoscenza, e attraverso Germàn Vargas mi chiese nel modo più cortese di cambiarlo con un altro meno brutale, e più intonato all’atmosfera del libro. Dopo molti scambi d’idee con lui, mi decisi per un titolo che forse non diceva molto del dramma, ma che gli sarebbe servito da bandiera per navigare nei mari della bigotteria: La mala ora.
Una settimana dopo, il dottor Carlos Arango Vélez, ambasciatore della Colombia in Messico, e recente candidato alla presidenza della Repubblica, mi convocò nel suo ufficio per informarmi che padre Restrepo mi supplicava di cambiare due parole che gli sembravano inammissibili nel testo premiato: preservativo e masturbazione. Né l’ambasciatore né io potevamo nascondere lo stupore ma decidemmo di compiacere padre Restrepo per mettere un termine felice al concorso interminabile con una soluzione equanime.
«Benissimo, signor ambasciatore» gli dissi. «Elimino una delle due parole, ma mi farà lei il favore di sceglierla.»
L’ambasciatore eliminò con un sospiro di sollievo la parola masturbazione. Così ebbe termine il conflitto, e il libro venne pubblicato dalla Casa editrice Iberoamericana di Madrid, con un’alta tiratura e un lancio eccezionale. Era rilegato in pelle, con una carta bellissima e una stampa impeccabile. Tuttavia, fu una luna di miele effimera, perché non resistetti alla tentazione di fare una lettura esplorativa, e scoprii che il libro scritto nella mia lingua da indio era stato doppiato, come i film di allora, nel più puro dialetto di Madrid.
Io avevo scritto: “Così come vivete adesso, non solo vi trovate in una situazione insicura ma costituite pure un cattivo esempio per la gente”.
La trascrizione dell’editore spagnolo mi fece accapponare la pelle: “Così come lorsignori vivono adesso, non solo si trovano in una situazione insicura, ma costituiscono pure un cattivo esempio per la gente”. Più grave ancora: poiché questa frase veniva detta da un sacerdote, il lettore colombiano poteva pensare che fosse una strizzata d’occhi dell’autore per indicare che il prete era spagnolo, sicché il suo comportamento si complicava e un aspetto essenziale del dramma si snaturava del tutto. Non soddisfatto di pettinare la grammatica dei dialoghi, il correttore si era permesso di entrare a mano armata nello stile, e il libro rimase cosparso di rattoppi madrileni che non avevano nulla a che vedere con la mia copia.
Di conseguenza, non mi rimase altra scelta che disconoscere l’edizione in quanto adulterata, e raccogliere e incenerire gli esemplari che non erano ancora stati venduti. La risposta dei responsabili fu il silenzio assoluto.
A partire da quell’istante considerai il romanzo inedito, e mi dedicai alla dura impresa di ritradurlo nel mio dialetto caraibico, perché l’unica versione originale era quella che avevo spedito al concorso, e la stessa che era finita in Spagna per essere stampata. Una volta ristabilito il testo originale, e fra l’altro corretto ancora una volta per mio conto, lo pubblicò la Casa editrice Era, messicana, con l’avvertenza bene evidenziata che si trattava della prima edizione.
Non ho mai saputo perché La mala ora sia l’unico dei miei libri che mi trasporta nel suo tempo e nel suo spazio in una notte di luna piena e brezze primaverili. Era sabato, aveva smesso di piovere, e le stelle gremivano il cielo. Erano appena suonate le undici quando sentii mia madre in sala da pranzo che sussurrava un fado d’amore per far addormentare il bambino che teneva fra le braccia. Le domandai da dove veniva la musica e mi rispose a modo suo:
«Dalle case delle sciagurate.»
Mi diede cinque pesos senza che glieli avessi chiesti, perché vide che mi vestivo per andare alla festa. Prima che uscissi mi avvertì con la sua preveggenza infallibile che avrebbe lasciato senza paletto la porta del cortile affinché potessi tornare a qualsiasi ora senza svegliare mio padre. Non arrivai fino alle case delle sciagurate perché c’era una prova musicale nella falegnameria del maestro Valdés, al cui gruppo si era unito Luis Enrique non appena era tornato a casa.
Quell’anno mi misi con loro per suonare il tiple e cantare insieme ai sei maestri anonimi fino all’alba. Considerai sempre mio fratello un buon chitarrista, ma la mia prima notte seppi che persino i suoi rivali più accaniti lo ritenevano un virtuoso. Non c’era complesso migliore, ed erano così sicuri di se stessi che allorché qualcuno lo ingaggiava per una serenata di riconciliazione o di sgravio, il maestro Valdés lo tranquillizzava subito.
«Non preoccuparti, che le faremo mordere il guanciale.»
Le vacanze senza di lui non erano uguali. Infiammava la festa ovunque arrivasse, e Luis Enrique e lui, con Filadelfo Velilla, facevano coppia come professionisti. Fu allora che scoprii la lealtà dell’alcol e imparai a vivere al contrario, dormendo di giorno e cantando di notte.
Come diceva mia madre, avevo perduto la tramontana.
Su di me si disse di tutto, e corse la voce che la mia corrispondenza arrivasse non all’indirizzo dei miei genitori ma alle case delle sciagurate. Mi trasformai nel cliente più puntuale dei loro epici piatti di sancocho al fiele di giaguaro e dei loro stufati di iguana, che davan l’impeto per tre notti complete. Non ripresi a leggere né a unirmi alle consuetudini della tavola familiare. Il che corrispondeva all’idea tante volte espressa da mia madre secondo cui io facevo a modo mio tutto quello di avevo voglia, e invece la mala fama se la portava appresso il povero Luis Enrique. Questi, senza conoscere la frase di mia madre, mi disse in quei giorni: «Adesso ci manca solo che dicano che sto corrompendoti e mi rimandino in casa di correzione.»
Per Natale decisi di evitare la gara annuale dei carri e con due amici complici scappai nel villaggio vicino di Majagual.
In casa annunciai che sarei stato via tre giorni, ma rimasi lì per dieci. La colpa fu di Maria Alejandrina Cervantes, una donna inverosimile che conobbi la prima sera, e con cui persi la testa nella bisboccia più fragorosa della mia vita. Fino alla domenica in cui non si svegliò nel mio letto e scomparve per sempre. Anni dopo la riscattai dalle mie nostalgie, non tanto per le sue grazie quanto per la risonanza del suo nome, e la feci rivivere per proteggere un’altra in uno dei miei romanzi, come padrona e signora di una casa di piacere mai esistita.
Di ritorno a casa trovai mia madre che faceva bollire il caffè in cucina alle cinque del mattino. Mi disse con un sussurro complice di rimanere con lei, perché mio padre si era appena svegliato, ed era pronto a dimostrarmi che neppure nelle vacanze ero libero come credevo. Mi servì una scodella di caffè amaro, pur sapendo che non mi piaceva, e mi fece sedere accanto al focolare. Mio padre entrò in pigiama, ancora con l’umore del sonno, e si stupì di vedermi con la scodella fumante, ma mi fece una domanda obliqua:
«Non dicevi che non bevevi caffè?»
Senza sapere cosa rispondergli, gli inventai la prima cosa che mi passò per la testa:
«Ho sempre sete a quest’ora.»
«Come tutti gli ubriachi» replicò lui.
Non mi guardò oltre né si riparlò della faccenda. Ma mia madre mi informò che mio padre, da quel giorno in poi depresso, aveva cominciato a considerarmi un caso perduto, anche se non me lo lasciò mai capire.
Le mie spese aumentavano tanto che decisi di saccheggiare il salvadanaio di mia madre. Luis Enrique mi assolse con la sua logica secondo cui il denaro rubato ai genitori, se viene usato per il cinema e non per andare a puttane, è denaro legittimo. Soffrii per gli impicci di complicità di mia madre affinché mio padre non si rendesse conto che avevo preso una brutta strada. Aveva più che ragione dal momento che in casa si notava anche troppo che talvolta continuavo a dormire senza motivo all’ora di pranzo e che avevo una voce da gallo rauco, ed ero sempre così distratto che un giorno non sentii due domande di papà, e lui mi propinò la più dura delle sue diagnosi:
«Hai male al fegato.»
Malgrado tutto, riuscii a salvare le apparenze agli occhi del mondo. Mi facevo vedere ben vestito e meglio educato ai balli di gala e ai pranzi occasionali che organizzavano le famiglie della piazza principale, le cui case rimanevano chiuse tutto l’anno e si aprivano per le feste di Natale quando tornavano gli studenti.
Fu quello l’anno di Cayetano Gentile, che festeggiò le sue vacanze con tre balli splendidi. Per me furono giorni fortunati, perché in tutt’e tre ballai sempre con la stessa dama. La feci ballare la prima sera senza prendermi la briga di domandare chi era, né di chi era figlia, né con chi era. Mi sembrò così riservata che al secondo pezzo le proposi sul serio di sposarsi con me e la sua risposta fu ancora più misteriosa:
«Mio papà dice che non è ancora nato il principe che si sposerà con me.»
Qualche giorno dopo la vidi attraversare il viale della piazza sotto il sole selvaggio delle dodici, con un radioso vestito di organza e tenendo per mano un bambino e una bambina di sei o sette anni. «Sono miei» mi disse morta dal ridere, senza che io gliel’avessi domandato. E con tanta malizia, che cominciai a sospettare che la mia proposta di nozze non se la fosse portata via il vento.
Fin da quand’ero nato nella casa di Aracataca avevo imparato a dormire nell’amaca, ma solo a Sucre l’adottai come parte della mia natura. Non c’è nulla di meglio per la siesta, se si vuole vivere l’ora delle stelle, pensare con calma, far l’amore senza pregiudizi. Il giorno in cui tornai dalla mia settimana dissipata l’appesi fra due alberi nel cortile, come faceva mio papà in altri tempi, e dormii con la coscienza tranquilla. Ma mia madre, sempre tormentata dal terrore che i suoi figli morissero nel sonno, mi svegliò alla fine del pomeriggio per sapere se ero vivo.
Allora si coricò al mio fianco e abbordò senza preamboli la questione che le disturbava la vita.
«Tuo papà e io vorremmo sapere cos’è che ti capita.»
La frase non poteva essere più opportuna. Sapevo da tempo che i miei genitori condividevano l’inquietudine per i cambiamenti del mio modo d’essere, e lei improvvisava spiegazioni banali per tranquillizzarlo.
Non accadeva nulla in casa che mia madre non venisse a sapere e le sue stizze erano ormai leggendarie. Ma il secchio era traboccato al mio arrivo a casa in pieno giorno per una settimana. La mia reazione giusta sarebbe stata eludere le domande o lasciarle in sospeso fino a un’occasione più propizia, ma lei sapeva che una faccenda così seria ammetteva solo risposte immediate.
Tutti i suoi argomenti erano legittimi: sparivo all’imbrunire, vestito come per un matrimonio, e non tornavo a dormire in casa, ma il giorno appresso dormicchiavo sull’amaca fin dopo l’ora del pranzo. Non avevo ripreso a leggere e per la prima volta dalla mia nascita osai rincasare senza sapere bene dove mi trovavo. «Non guardi neppure i tuoi fratelli, confondi i loro nomi e le loro età, e l’altro giorno hai baciato un nipote di Clemencia Morales credendo che fosse uno di loro» disse mia madre. Ma d’improvviso prese consapevolezza delle sue esagerazioni e le compensò con la semplice verità:
«Insomma, sei diventato un estraneo in questa casa.»
«Verissimo» le dissi, «ma il motivo è molto semplice: ne ho fin sopra i capelli di tutta questa storia.»
«Di noi?»
La mia risposta poteva essere affermativa, ma non sarebbe stata giusta.
«Di tutto» le dissi.
E allora le raccontai la mia situazione al liceo. Mi giudicavano dai miei voti, i miei genitori si gloriavano un anno dopo l’altro dei miei risultati, mi credevano non solo lo studente impeccabile, ma anche l’amico esemplare, il più intelligente e rapido, e il più conosciuto per la sua simpatia. O, come diceva mia nonna: «Il ragazzino perfetto.»
Tuttavia, per finire in fretta, la verità era tutto il contrario.
Sembrava così, perché non avevo il coraggio e il senso dell’indipendenza di mio fratello Luis Enrique, che faceva solo quello di cui aveva voglia. E che avrebbe sicuramente raggiunto una felicità che non è quella che si desidera per i figli, ma quella che permette loro di sopravvivere agli affetti spropositati, alle paure irrazionali e alle gaie speranze dei genitori.
Mia madre rimase annichilita dal ritratto opposto rispetto a quello che si erano costruiti nei loro sogni solitari.
«Non so proprio cosa si può fare» disse dopo un silenzio mortale,
«perché se raccontiamo tutto questo a tuo papà morirà di un colpo. Non ti rendi conto che sei l’orgoglio della famiglia?»
Per loro era semplice: poiché non c’era possibilità che io diventassi il medico eminente che mio padre non era riuscito a diventare per mancanza di mezzi, sognavano almeno che sarei diventato un professionista in qualche campo.
«Non sarò niente di niente» conclusi. «Non accetto che mi facciate per forza come io non voglio o come voi vorreste che fossi, e tanto meno come vuole il governo.»
La disputa, un po’ a branciconi, si protrasse per il resto della settimana. Credo che mia madre volesse prendersi il tempo per discuterne con papà, e tale idea mi infuse nuovo coraggio. Un giorno le venne per caso una proposta sorprendente:
«Dicono che se te lo proponessi potresti essere un buon scrittore.»
Non avevo mai sentito qualcosa di simile in famiglia. Le mie inclinazioni avevano permesso di supporre fin da bambino che sarei stato un disegnatore, un musicista, un cantore da chiesa e persino un poeta domenicale. Però, lei aveva scoperto in me una tendenza nota a tutti per uno scrivere piuttosto contorto ed etereo, ma quella volta la mia reazione fu più che altro di sorpresa.
«Se si tratta di diventare uno scrittore io dovrei essere uno dei maggiori, e questi non li fanno più» risposi a mia madre. «In fin dei conti, per morire di fame ci sono altri mestieri migliori.»
Una di quelle sere, invece di chiacchierare con me, pianse senza lacrime. Oggi mi sarei allarmato, perché ritengo il pianto represso un espediente infallibile delle grandi donne per realizzare i loro propositi. Ma a diciott’anni non seppi cosa dire a mia madre, e il mio silenzio rese inutili le lacrime.
«Benissimo» disse allora, «promettimi almeno che finirai il liceo il meglio possibile e io mi occupo di sistemare il resto con tuo papà.»
Sentimmo entrambi al contempo il sollievo di aver vinto. Accettai, per lei come per mio padre, perché temetti che sarebbero morti se non avessimo raggiunto in fretta un accordo. Fu così che trovammo la soluzione facile secondo cui avrei frequentato Legge e Scienze Politiche, che non solo erano una buona base culturale per qualsiasi mestiere, ma anche per una carriera più umana con lezioni al mattino e tempo libero per lavorare nel pomeriggio. Preoccupato anche dalla carica emotiva che mia madre aveva dovuto sopportare in quei giorni, le chiesi di prepararmi l’atmosfera per parlare faccia a faccia con papà. Si oppose, sicura che avremmo finito per azzuffarci.
«Non ci sono in questo mondo due uomini più simili che tu e lui» mi disse. «E questo è il peggio per parlare.»
Avevo sempre creduto il contrario. Solo adesso, ormai passato per tutte le età che mio padre ha avuto nella sua lunga vita, ho cominciato a vedermi nello specchio molto più simile a lui che a me stesso.
Mia madre dovette coronare quella sera il suo preziosismo da orefice, perché papà riunì a tavola tutta la famiglia e annunciò con un’aria casuale: «Avremo un avvocato in famiglia.» Forse timorosa che mio padre tentasse di riaprire il dibattito davanti alla famiglia al completo, mia madre intervenne con la sua migliore innocenza.
«Nella nostra situazione, e con tutti questi figli» mi spiegò, «abbiamo pensato che la migliore soluzione sia l’unica carriera che ti puoi pagare da solo.»
Non era così semplice come diceva lei, ma per noi poteva essere il minore dei mali, e i danni avrebbero potuto essere i meno sanguinosi.
Sicché chiesi a mio padre il suo parere, per portare avanti il gioco, e la sua risposta fu immediata e di una sincerità lacerante:
«Cosa vuoi che ti dica? Mi spezzi il cuore in due, ma mi rimane almeno l’orgoglio di aiutarti a essere come tu desideri.»
Il colmo dei lussi in quel gennaio del 1946 fu il mio primo viaggio in aereo, grazie a José Palencia, che ricomparve con un grosso problema.
Aveva fatto tra un salto e l’altro cinque anni di liceo a Cartagena, ma gli era appena andato male il sesto. Mi impegnai a trovargli un posto in collegio affinché avesse infine il suo diploma e lui mi invitò ad andarci in aereo.
Il volo per Bogotà c’era due volte alla settimana con un DC-3 della compagnia lansa, il cui rischio maggiore non era l’aereo in sé ma le mucche in libertà sulla pista d’argilla improvvisata in un pascolo.
Talvolta doveva fare diversi giri in attesa che fossero riusciti ad allontanarle. Fu l’esperienza inaugurale della mia leggendaria paura per gli aerei, in un’epoca in cui la Chiesa proibiva di portarsi appresso ostie consacrate per tenerle in salvo dalle catastrofi. Il volo durava quasi quattro ore, senza scali, a trecentoventi chilometri all’ora. Noi che avevamo seguito il prodigioso percorso fluviale, ci orientavamo dal cielo sulla viva mappa del grande fiume della Magdalena. Riconoscevamo i paesi in miniatura, i piccoli battelli, le bamboline felici che ci salutavano dai cortili delle scuole. Le hostess in carne e ossa passavano il tempo a tranquillizzare i passeggeri che viaggiavano pregando, soccorrendo gli indisposti e convincendo molti che non c’erano rischi di scontrarsi con gli stormi di avvoltoi che guatavano le carogne lungo il fiume. Quanto ai viaggiatori esperti, raccontavano una e più volte a mo’ di prodezze i voli storici. L’ascesa fin sull’altopiano di Bogotà, senza pressurizzazione né maschere d’ossigeno, la si sentiva come un tamburo nel cuore, e le scosse e le vibrazioni delle ali aumentavano la gioia dell’atterraggio. Ma la sorpresa più grossa fu essere arrivati prima dei nostri telegrammi del giorno precedente.
Di passaggio a Bogotà, José Palencia comprò strumenti per un’orchestra completa, e non so se lo fece con premeditazione o per premonizione, ma non appena il preside Espitia lo vide entrare a passo sicuro con chitarra, tamburi, maracas e armoniche, capii che era ammesso. Quanto a me, anch’io sentii il peso della mia nuova condizione una volta varcato l’atrio: ero un allievo del sesto anno. Fino ad allora non ero consapevole di avere sulla fronte una stella che tutti sognavano, e che si notava dal modo in cui la gente si avvicinava a noi, dal tono in cui ci parlava e anche da un certo timore riverenziale. Inoltre, fu tutto un anno di festa. Dal momento che il dormitorio era solo per chi godeva di una borsa di studio, José Palencia si installò nel migliore albergo della piazza, una delle cui proprietarie suonava il pianoforte, e la vita si trasformò in una domenica lunga un anno intero.
Fu un altro dei mutamenti della mia vita. Mia madre mi comprava vestiti di scarto mentre ero adolescente, e quando non mi servivano più li adattava per i fratelli più giovani. Gli anni più problematici erano stati i primi due, perché gli abiti di panno per il clima freddo erano cari e difficili da trovare. Sebbene il mio corpo non crescesse con troppo entusiasmo, non c’era il tempo di adattare un vestito a due altezze successive in uno stesso anno. Come se non fosse bastato, l’abitudine originale di scambiarsi gli indumenti fra noi interni non prese piede, perché i corredi erano così riconoscibili che gli scherzi nei confronti dei nuovi proprietari erano insopportabili. La situazione si risolse in parte allorché Espitia impose un’uniforme con giacca blu e pantaloni grigi, che unificò l’apparenza e occultò i baratti.
Nel terzo e nel quarto anno mi serviva l’unico vestito che il sarto di Sucre mi aveva sistemato, ma per il quinto ne dovetti comprare un altro molto ben conservato che non mi servì fino al sesto. Tuttavia, mio padre si entusiasmò tanto davanti ai miei propositi di ravvedermi, che mi diede denaro per comprarmi un vestito nuovo su misura, e José Palencia me ne regalò un altro suo dell’anno prima che era un completo di pelo di cammello pochissimo usato. Ben presto mi resi conto fino a che punto l’abito non fa il monaco. Col vestito nuovo, intercambiabile con la nuova uniforme, partecipai ai balli in cui regnavano quelli della costa, e mi trovai solo un’innamorata che mi durò meno di un fiore.
Espitia mi accolse con un entusiasmo strano. Le due lezioni di chimica alla settimana sembrava tenerle solo per me in un regime di rapide domande e risposte. Quest’attenzione obbligata si rivelò essere un buon punto di partenza per mantenere la promessa fatta ai miei genitori di un finale positivo. Il resto lo fece il metodo unico e semplice di Martina Fonseca: stare attento alle lezioni per evitare notti insonni e cuore in gola durante gli spaventosi esami. Era stato un saggio insegnamento. Da quando decisi di metterlo in pratica nell’ultimo anno del liceo si acquietò la mia angoscia. Rispondevo con facilità alle domande degli insegnanti, che cominciavano a essere più familiari, e mi accorsi di quanto fosse facile mantenere la promessa che avevo fatto ai miei genitori.
Il mio unico problema inquietante continuò a essere quello dei gemiti durante gli incubi. Il responsabile della disciplina, che intratteneva ottimi rapporti con i suoi allievi, era allora il professor Gonzalo Ocampo, e una notte del secondo semestre entrò in punta di piedi nel dormitorio al buio per chiedermi certe sue chiavi che avevo dimenticato di restituirgli. Ebbe appena il tempo di posarmi una mano sulla spalla, che cacciai un urlo selvaggio che svegliò tutti. Il giorno dopo mi trasferirono in un dormitorio per sei improvvisato al secondo piano.
Fu una soluzione per le mie paure notturne, ma troppo tentatrice, visto che ci trovavamo sopra la dispensa, e quattro allievi del dormitorio improvvisato scivolarono fino alle cucine e le saccheggiarono a loro piacimento per una cena di mezzanotte. L’insospettabile Sergio Castro e io, il meno audace, rimanemmo nei nostri letti per fungere da negoziatori in caso di emergenza. Dopo un’ora tornarono con mezza dispensa pronta da imbandire. Fu la grande abboffata dei nostri lunghi anni di internato, ma risolta con la cattiva digestione di essere scoperti in ventiquattr’ore. Pensai che lì fosse finito tutto, e solo il talento negoziatore di Espitia ci salvò dall’espulsione.
Fu un bel periodo del liceo e il meno promettente del paese.
L’imparzialità di Lleras, senza volerlo, accrebbe la tensione che si cominciava a sentire per la prima volta nel collegio. Tuttavia, oggi mi rendo conto che già prima era presente dentro di me, ma che solo allora iniziai a prendere coscienza del paese in cui vivevo. Alcuni insegnanti che tentavano di mantenersi imparziali fin dall’anno precedente non ci riuscirono più durante le lezioni, e se ne uscivano in tirate indigeste sulle loro preferenze politiche. Soprattutto dopo che era cominciata la campagna dura per la successione presidenziale.
Ogni giorno era più chiaro che con Gaitàn e Turbay al contempo, il Partito Liberale avrebbe perso la presidenza della Repubblica dopo venticinque anni di governi assoluti. Erano due candidati così opposti l’uno all’altro, che sembravano appartenere a due partiti diversi, non solo per i loro personali difetti, ma anche per la risoluzione sanguinosa del conservatorismo, che ci aveva visto chiaro fin dal primo giorno: invece di Laureano Gómez, impose la candidatura di Ospina Pérez, che era un ingegnere milionario e aveva una fama ben meritata di patriarca. Col liberalismo diviso e un conservatorismo unito e armato, non c’era scelta: Ospina Pérez venne eletto.
Laureano Gómez si preparò fin d’allora per superarlo grazie all’utilizzo delle forze ufficiali con una violenza in piena regola.
Era di nuovo la realtà storica del XIX secolo, quando non avevamo avuto pace ma solo tregue effimere fra otto guerre civili generali e quattordici locali, tre colpi di stato e infine la guerra dei Mille Giorni, che aveva lasciato circa ottantamila morti da entrambe le parti in un paese di quattro milioni scarsi di abitanti. Come dire che era tutto un programma comune per indietreggiare di cent’anni.
Il professor Giraldo, ormai alla fine del corso, fece con me un’eccezione flagrante di cui mi vergogno ancora oggi. Mi preparò un questionario semplice per farmi recuperare l’algebra persa a partire dal quarto anno, e mi lasciò solo nello studio degli insegnanti con tutti i raggiri possibili a portata della mia mano. Tornò un’ora dopo, vide il risultato catastrofico e annullò ogni pagina con una croce dall’alto in basso e un grugnito feroce: «Questa zucca è marcia.» Però, nei risultati finali l’algebra l’avevo passata, anche se ebbi la decenza di non ringraziare l’insegnante per essere andato contro i suoi principi e i suoi doveri a favore mio.
La vigilia dell’ultimo esame finale di quell’anno, Guillermo Lopez Guerra e io avemmo un brutto incidente col professor Gonzalo Ocampo per via di una rissa fra ubriachi. José Palencia ci aveva invitati a studiare nella sua camera all’albergo, che era un gioiello coloniale con una vista idilliaca sul parco fiorito con la cattedrale in fondo. Dal momento che ci mancava solo l’ultima prova, rimanemmo lì fino a notte e tornammo al collegio passando per le nostre bettolacce. Il professor Ocampo, che faceva il suo turno come responsabile della disciplina, ci rimproverò per l’ora e per le brutte condizioni in cui tornavamo, e tutt’e due in coro lo sommergemmo di improperi. La sua reazione furibonda e le nostre grida misero in agitazione il dormitorio.
La decisione del corpo dei professori fu che Lopez Guerra e io non avremmo potuto presentarci all’unica prova finale che rimaneva. Ossia, almeno per quell’anno non avremmo finito il liceo. Non ci fu mai possibile chiarire come andarono i negoziati segreti fra gli insegnanti, perché serrarono le file con una solidarietà invalicabile.
Il preside Espitia dovette farsi carico del problema a suo rischio e pericolo, e fece sì che potessimo presentarci all’esame al Ministero dell’Educazione, a Bogotà. Così accadde. Lo stesso Espitia ci accompagnò, e rimase con noi mentre svolgevamo la prova scritta, che venne valutata subito. Con un ottimo risultato.
Dev’essere stata una situazione interna molto complessa, perché Ocampo non assistette alla cerimonia solenne, forse a causa della facile soluzione di Espitia e per i nostri voti eccellenti. E anche per i miei risultati personali, che mi valsero come premio speciale un libro indimenticabile: Vite di filosofi illustri, di Diogene Laerzio. Non solo era più di quanto i miei genitori sperassero, ma fui pure il primo di quell’annata, sebbene i miei compagni di classe, e io più di chiunque altro, sapessimo che non ero il migliore.
CAPITOLO 5.
Non avrei mai immaginato che nove mesi dopo aver finito il liceo sarebbe stato pubblicato il mio primo racconto sul supplemento letterario “Fin de Semana” di “El Espectador” di Bogota, il più interessante e severo dell’epoca. Quarantadue giorni dopo venne pubblicato il secondo.
Tuttavia, a stupirmi fu soprattutto un pezzo consacratore del vicedirettore del giornale e direttore del supplemento letterario, Eduardo Zalamea Borda, “Ulisse”, che era il critico colombiano più lucido di allora e il più attento alla comparsa di nuovi talenti.
Fu un succedersi di fatti così inatteso che non è facile raccontarlo.
All’inizio di quell’anno mi ero iscritto alla Facoltà di Legge dell’Università Nazionale di Bogota, come concordato con i miei genitori. Abitavo in pieno centro, in una pensione di Calle Floriàn, occupata per la maggior parte da studenti della costa atlantica. Nei pomeriggi liberi, invece di lavorare per vivere, me ne rimanevo a leggere nella mia camera o nei caffè che lo permettevano. Erano libri trovati per fortuna o per azzardo, e dipendevano più dalla mia fortuna che dai miei azzardi, perché gli amici che potevano comprarli me li prestavano per periodi così brevi che passavo la notte in bianco per restituirli in tempo. Ma al contrario di quelli che avevo letto al liceo di Zipaquirà, che ormai meritavano di comparire in un mausoleo di autori consacrati, questi li leggevamo come pane caldo, tradotti di recente e stampati a Buenos Aires dopo le lunghe proibizioni della Seconda guerra europea. Così scoprii per mia fortuna i già ben noti Jorge Luis Borges, D. H. Lawrence e Aldous Huxley, Graham Greene e Chesterton, William Irish e Katherine Mansfield e molti altri.
Queste novità comparivano nelle vetrine irraggiungibili delle librerie, ma alcune copie circolavano nei caffè degli studenti, che erano centri attivi di divulgazione culturale fra universitari di provincia. Molti avevano i loro luoghi riservati un anno dopo l’altro, e lì ricevevano la posta e persino i vaglia postali. Certi favori dei proprietari, o dei loro dipendenti di fiducia, furono decisivi nel salvare molte carriere universitarie. Numerosi professionisti del paese erano in debito più con loro che, con le invisibili famiglie.
Io preferivo Il Mulino, il caffè dei poeti affermati, a solo duecento metri dalla mia pensione e all’incrocio di Avenida Jiménez de Quesada con la Carrera Séptima. Non permettevano che gli studenti avessero un tavolo fisso, ma noi eravamo sicuri di imparare di più e meglio che sui: libri di testo grazie alle conversazioni letterarie che ascoltavamo rannicchiati ai tavoli vicini. Era un locale enorme: e bene arredato nello stile spagnolo, e le sue pareti erano decorate dal pittore Santiago Martinez Delgado, con episodi della battaglia di don Chisciotte contro i mulini a vento. Pur non avendo un posto riservato, mi arrangiai sempre perché i camerieri mi sistemassero il più vicino possibile al grande maestro Leon de Greiff, barbuto, brontolone, affascinante, che cominciava le sue chiacchiere all’imbrunire con alcuni fra gli scrittori più famosi del momento, e finiva a mezzanotte sopraffatto dagli alcolici della mala morte con i suoi allievi di scacchi. Furono pochissimi i grandi nomi delle arti e delle lettere de paese che non passarono a quel tavolo, e noi non aprivamo bocca al nostro per non perdere neppure una delle loro parole. Sebbene in genere parlassero più di donne o di intrighi politici che delle loro arti e dei loro mestieri, dicevano sempre qualcosa di nuovo da imparare. I più assidui eravamo noi della costa atlantica, uniti non tanto dalle cospirazioni costiere contro quelli della capitale quanto dal vizio dei libri. Jorge Alvaro Espinosa, uno studente di legge che mi aveva insegnato a navigare nella Bibbia e che mi aveva fatto imparare a memoria i nomi completi della combriccola di Giobbe, mi posò un giorno sul tavolo un librone impressionante, e sentenziò con la sua autorità da vescovo:
«Questa è l’altra Bibbia.»
Era, figurarsi, l’Ulisse di James Joyce, che lessi a pezzi e a stento finché la mia pazienza non si esaurì. Fu una temerarietà prematura. Anni dopo, ormai da adulto ossequioso, mi imposi di rileggerlo sul serio, e fu non solo la scoperta di tutto un mondo che non avevo mai sospettato dentro di me, ma anche un aiuto tecnico incalcolabile per la libertà del linguaggio, l’uso del tempo e le strutture dei miei libri.
Uno dei miei compagni di stanza era Domingo Manuel Vega, uno studente di medicina che era mio amico già a Sucre e che condivideva con me la voracità della lettura. Un altro era mio cugino Nicolàs Ricardo, il figlio maggiore di mio zio Juan de Dios, che mi teneva vive le virtù della famiglia. Vega arrivò una sera con tre libri appena comprati, e me ne prestò uno a caso, come faceva spesso per aiutarmi a prendere sonno.
Ma quella volta accadde tutto il contrario: mai più dormii con la tranquillità di prima. Il libro era La metamorfosi di Franz Kafka, nella falsa traduzione di Borges pubblicata dalla Casa editrice Losada di Buenos Aires, che aprì una nuova strada per la mia vita fin dalla prima riga, e che oggi è una delle pietre miliari della letteratura universale: “Un mattino svegliandosi dopo un sonno inquieto, Gregor Samsa si ritrovò nel suo letto trasformato in un mostruoso insetto”.
Erano libri misteriosi i cui percorsi erano non solo diversi ma anche spesso contrari rispetto a tutto quanto conoscevo allora. Non era necessario dimostrare i fatti: bastava che l’autore l’avesse scritto perché fosse vero, senza ulteriori prove che non fossero il potere del suo talento e l’autorità della sua voce. Era di nuovo Sheherazade, ma non nel suo mondo millenario in cui tutto era possibile, bensì in un altro mondo irreparabile in cui tutto si era ormai perduto.
Al termine della lettura di La metamorfosi mi rimase un’ansia irresistibile di vivere in quel paradiso altrui. Il nuovo giorno mi sorprese davanti alla portatile che mi prestava lo stesso Domingo Manuel Vega, immerso nel tentativo di fare qualcosa che assomigliasse al povero burocrate di Kafka trasformato in uno scarafaggio enorme. Nei giorni successivi non andai all’università per timore che si spezzasse l’incantesimo, e continuai a sudare gocce di invidia finché Eduardo Zalamea Borda non pubblicò sulle sue pagine un pezzo sconfortato, in cui deplorava che la nuova generazione di scrittori colombiani fosse priva di nomi da ricordare, e che nulla si intravedesse nell’avvenire che potesse rimediarvi. Non so con quale diritto mi sentii tirato in ballo a nome della mia generazione dalla sfida di quel pezzo, e ripresi il racconto abbandonato per tentare una riparazione. Elaborai l’idea tematica del cadavere cosciente di La metamorfosi ma alleggerito dei suoi falsi misteri e dei suoi pregiudizi ontologici.
Comunque, mi sentivo così insicuro che non osai farlo leggere a nessuno dei miei compagni di tavolo. Neppure a Gonzalo Mallarino, che studiava con me alla Facoltà di Legge, e che era il lettore unico delle prose liriche che io scrivevo per sopportare il tedio delle lezioni. Rilessi e corressi il mio racconto fino alla spossatezza, e infine scrissi due righe personali per Eduardo Zalamea, che non avevo mai visto, e di cui non ricordo neppure una parola. Misi il tutto dentro una busta e la portai di persona nella portineria di “El Espectador”. Il portiere mi autorizzò a salire al secondo piano affinché consegnassi la busta allo stesso Zalamea in carne e ossa, ma la sola idea mi paralizzò. Lasciai la busta sul tavolo del portiere e mi diedi alla fuga.
Tutto questo era accaduto un martedì e non nutrivo ansie sulla sorte del mio racconto, ma ero sicuro che qualora fosse stato pubblicato non sarebbe stato troppo presto. Nel frattempo vagai e divagai due settimane da un caffè all’altro per ingannare il nervosismo il sabato pomeriggio, fino al 13 settembre, quando entrai nel Mulino e mi scontrai col titolo del mio racconto su tutta la pagina di “El Espectador” appena uscito: “La terza rassegnazione”.
La mia prima reazione fu la certezza terrificante che non possedevo i cinque centesimi per comprare il giornale. Questo era il simbolo più esplicito della povertà, perché molte cose basilari della vita quotidiana, oltre al giornale, costavano cinque centesimi: il tram, il telefono pubblico, la tazza di caffè, una lucidata alle scarpe. Mi lanciai in strada senza protezione contro la pioviggine imperturbabile, ma nei caffè vicini non trovai conoscenti che mi dessero una moneta di carità. Non trovai nessuno neppure alla pensione nell’ora morta del sabato, tranne la proprietaria, che era come dire nessuno, perché le dovevo già settecentoventi volte cinque centesimi per due mesi di letto e pulizie. Quando tornai in strada, pronto a fare qualsiasi cosa, incontrai un uomo della Divina Provvidenza che scese da un taxi con “El Espectador” in mano, e gli chiesi direttamente di regalarmelo.
Così riuscii a leggere il mio primo racconto a caratteri di stampa, con un’illustrazione di Hernàn Merino, il disegnatore ufficiale del giornale. Lo lessi di nascosto nella mia camera, col cuore in subbuglio e tutto d’un fiato. A ogni riga scoprivo il potere devastante delle lettere stampate, perché quanto avevo costruito con amore e dolore come una parodia sommessa di un genio universale, mi si rivelò allora nei termini di un monologo aggrovigliato e fragile, a stento sorretto da tre o quattro frasi consolatrici. Dovettero passare quasi vent’anni perché mi azzardassi a leggerlo una seconda volta, e il mio giudizio di allora, un po’ moderato dalla compassione, fu molto meno compiacente.
La cosa più difficile fu la valanga di amici raggianti che mi invasero la camera con copie del giornale ed elogi sperticati su un racconto che sicuramente non avevano inteso. Fra i miei compagni di università, alcuni lo apprezzarono, altri lo capirono di meno, altri ancora, più comprensibilmente, non andarono oltre la quarta riga, ma Gonzalo Mallarino, il cui parere letterario non mi era facile mettere in dubbio, lo approvò senza riserve.
La mia ansia maggiore era per il verdetto di Jorge Alvaro Espinosa, la cui lama critica era la più temibile, anche al di fuori della nostra cerchia. Mi sentivo in uno stato d’animo contraddittorio: volevo vederlo subito per risolvere una volta per tutte l’incertezza, ma al contempo mi atterriva l’idea di affrontarlo. Scomparve fino al martedì, cosa che non era strana in un lettore insaziabile, e quando ricomparve al Mulino si mise a parlare non del racconto ma della mia audacia.
«Suppongo che ti renderai conto del casino in cui ti sei messo» mi disse, con i suoi verdi occhi da cobra reale fissi nei miei occhi.
«Adesso sei nella vetrina degli scrittori riconosciuti, e hai molto da fare per meritarlo.»
Rimasi pietrificato dall’unico giudizio che poteva colpirmi quanto quello di Ulisse. Ma prima che finisse, decisi di farmi sotto con quella che consideravo e seguitai a considerare sempre come la verità:
«Quel racconto è una cazzata.»
Lui mi rispose con un dominio inalterabile che non poteva ancora dire nulla perché aveva appena avuto il tempo per una lettura in diagonale.
Ma mi spiegò che anche se fosse stato brutto come dicevo io, non lo sarebbe stato al punto da sacrificare l’occasione d’oro che la vita mi stava offrendo.
«Comunque, quel racconto appartiene ormai al passato» concluse.
«L’importante adesso è il prossimo.»
Mi lasciò senza parole. Feci la sciocchezza di cercare argomenti contro, fino a convincermi che non avrei sentito un parere più intelligente del suo. Si dilungò con la sua idea fissa che dapprima occorreva ideare il racconto e poi lo stile, ma che l’uno dipendeva dall’altro in una schiavitù reciproca che era la bacchetta magica dei classici. Mi intrattenne un po’ col suo parere tante volte ripetuto secondo cui avevo bisogno di una lettura a fondo e senza pregiudizi dei greci, e non solo di Omero, l’unico che io avessi letto per obbligo al liceo. Glielo promisi, e volli sentire altri nomi, ma lui cambiò e spostò il discorso su I falsari di Andre Gide, che aveva letto in quel fine settimana. Non ebbi mai il coraggio di dirgli che forse la nostra conversazione mi aveva risolto la vita. Passai la notte in bianco prendendo appunti per un prossimo racconto senza i meandri del primo.
Sospettavo che chi me ne parlava non fosse impressionato dal racconto, che forse non aveva letto e di certo non aveva capito, ma perché l’avevano pubblicato con un’evidenza inusitata su una pagina tanto importante. Per cominciare, mi accorsi che i miei due grandi difetti erano i due maggiori: la goffaggine della scrittura e l’ignoranza del cuore umano. E questo era più che chiaro nel mio primo racconto, che fu una confusa meditazione astratta, aggravata dall’abuso di sentimenti inventati.
Cercando nella mia memoria situazioni della vita reale per un secondo, ricordai che una delle donne più belle che avessi conosciuto da bambino mi aveva detto che voleva stare dentro il gatto di una rara bellezza che accarezzava sul suo grembo. Le avevo domandato perché, e mi aveva risposto: «Perché è più bello di me.» Allora trovai un punto d’appoggio per il secondo racconto, e un titolo accattivante: “Eva sta dentro il suo gatto”. Il resto, come il racconto precedente, fu inventato dal nulla, e proprio per questo, come ci piaceva dire allora, entrambi racchiudevano il germe della loro stessa distruzione.
Questo racconto fu pubblicato con la stessa evidenza del primo, il sabato 25 ottobre 1947, illustrato da una stella in ascesa nel cielo dei Caraibi: il pittore Enrique Grau. Mi colpì che i miei amici lo accogliessero come il solito lavoro di uno scrittore consacrato. Io, invece, soffrii per i difetti e dubitai del buon esito, ma riuscii a tollerare l’incertezza. Il colpo grosso fu qualche giorno dopo, con un pezzo che pubblicò Eduardo Zalamea, sotto il consueto pseudonimo di Ulisse, nella sua rubrica quotidiana su “El Espectador”. Scriveva senza preamboli: “I lettori di ‘Fin de Semana’, supplemento letterario di questo giornale, avranno notato la comparsa di un ingegno nuovo, originale, dalla vigorosa personalità”. E più avanti:
“Nell’immaginazione può accadere tutto, ma saper mostrare con naturalezza, con semplicità e senza smanie la perla che si riesce a strapparle, non è cosa che possano fare tutti i ragazzi di vent’anni che iniziano il loro rapporto con le lettere”. E finiva senza reticenze:
“Con Garcia Màrquez nasce un nuovo e importante scrittore”.
Il pezzo, e come avrebbe potuto essere altrimenti? mi rese felicissimo, ma al contempo mi costernò che Zalamea non si fosse lasciato possibilità di ritrattazione. Tutto era già consumato e io dovevo interpretare la sua generosità come un richiamo alla mia coscienza, e per il resto della mia vita. Il pezzo rivelò pure che Ulisse aveva scoperto la mia identità attraverso uno dei suoi colleghi di redazione. Quella sera venni a sapere che era stato attraverso Gonzalo Gonzàlez, un cugino primo fra i miei tanti cugini primi, che scrisse per quindici anni sullo stesso giornale, con lo pseudonimo di
“Gog” e una passione senza cedimenti, una rubrica in cui rispondeva a domande dei lettori, a cinque metri dalla scrivania di Eduardo Zalamea.
Per fortuna, questi non mi cercò, né io cercai lui. Lo vidi una volta al tavolo del poeta De Greiff e conobbi la sua voce e la sua tosse aspra da fumatore irredimibile, e lo vidi da vicino a diverse cerimonie culturali, ma nessuno ci presentò. Alcuni perché non ci conoscevano e altri perché non credevano possibile che non ci conoscessimo.
E’ difficile immaginare fino a che punto allora si vivesse all’ombra della poesia. Era una passione frenetica, un altro modo d’essere, una palla di fuoco che si muoveva ovunque per conto suo. Aprivamo il giornale, anche alla pagina economica o a quella di cronaca nera, oppure leggevamo i fondi di caffè nella tazzina, e lì c’era la poesia che ci aspettava e si faceva carico dei nostri sogni. Sicché per noi, aborigeni di tutte le province, Bogotà era la capitale del paese e la sede del governo, ma soprattutto era la città dove vivevano i poeti. Non solo credevamo nella poesia, e per questa morivamo, ma sapevamo pure con certezza, come scrisse Luis Cardoza y Aragón, che “la poesia è l’unica prova concreta dell’esistenza dell’uomo”.
Il mondo era dei poeti. Per la mia generazione le loro novità erano più importanti delle notizie politiche sempre più deprimenti. La poesia colombiana era uscita dal XIX secolo illuminata dalla stella solitaria di José Asunción Silva, il romantico sublime che a trentun anni si era sparato un colpo di pistola nel cerchio che il suo medico gli aveva dipinto con lo iodio sul cuore. Non nacqui in tempo per conoscere Rafael Pombo o Eduardo Castillo, il grande lirico, che i suoi amici descrivevano come un fantasma fuggito dalla tomba all’imbrunire, con un doppio mantello, una pelle verdastra per la morfina e un profilo d’avvoltoio: la rappresentazione fisica dei poeti maledetti. Una sera passai in tram davanti a una grande casa della Carrera Séptima e vidi dinanzi al portone l’uomo più impressionante che avessi visto in vita mia, con un abito impeccabile, un cappello inglese, un paio di occhiali scuri per i suoi occhi senza luce e una ruana/5 come quelle che portano nelle savane.
Nota:
La ruana è una specie di poncho. N.D.T.)
Era il poeta Alberto Angel Montoya, un romantico un po’
appariscente che aveva pubblicato alcune delle buone poesie della sua epoca. Per la mia generazione erano ormai fantasmi del passato, tranne il maestro Leon de Greiff, che per anni spiai al caffè Mulino.
Nessuno di loro riuscì neppure a sfiorare la gloria di Guillermo Valencia, un aristocratico di Popayàn che prima dei suoi trent’anni si era imposto come il sommo pontefice della generazione del Centenario, così chiamata per aver coinciso nel 1910 col primo secolo dell’indipendenza nazionale. I suoi contemporanei Eduardo Castillo e Porfirio Barba Jacob, due grandi poeti di ascendenza romantica, non ottennero la giustizia critica che meritavano abbondantemente in un paese arroventato dalla retorica di marmo di Valencia, la cui ombra mitica sbarrò il passo a tre generazioni. Quella immediata, sorta nel 1925 col nome e gli slanci dei Nuovi, annoverava esemplari magnifici come Rafael Maya e di nuovo Leon de Greiff, che non furono riconosciuti in tutta la loro grandezza finché Valencia rimase sul suo trono. Fino ad allora questi aveva goduto di una gloria peculiare che lo portò di peso fino alle stesse porte della presidenza della Repubblica.
In mezzo secolo gli unici che si azzardarono ad affrontarlo furono quelli del gruppo Pietra e Cielo con i loro quaderni giovanili, che in ultima istanza avevano in comune solo la virtù di non essere seguaci di Valencia: Eduardo Carranza, Arturo Camacho Ramirez, Aurelio Arturo e lo stesso Jorge Rojas, che aveva finanziato la pubblicazione delle sue poesie. Non tutti erano uguali nella forma e neppure nell’ispirazione, ma nel complesso sconvolsero le rovine archeologiche dei parnassiani e risvegliarono alla vita una nuova poesia del cuore, con risonanze molteplici di Juan Ramón Jiménez, Rubén Dario, Garcia Lorca, Pablo Neruda o Vicente Huidobro. Il consenso pubblico non fu immediato né loro stessi sembrarono consapevoli di essere visti alla stregua di inviati della Divina Provvidenza per dare una bella spazzata alla casa della poesia. Tuttavia, don Baldomero Sanin Cano, il saggista e critico più rispettabile di quegli anni, si affrettò a scrivere un saggio perentorio per ovviare a qualsiasi tentativo contro Valencia. La sua moderazione proverbiale sparì. Fra molte altre frasi definitive, scrisse che Valencia si era “impadronito della scienza antica per conoscere l’anima dei tempi remoti nel passato, e lavora sui testi contemporanei volendo cogliere, per analogia, tutta l’anima dell’uomo”. Lo consacrò ancora una volta come un poeta senza tempo né frontiere, e lo collocò fra quanti “come Lucrezio, Dante, Goethe, hanno conservato il corpo per salvare l’anima”. Più di uno avrà allora pensato che con simili amici Valencia non aveva bisogno di nemici.
Eduardo Carranza replicò a Sanin Cano con un articolo che diceva tutto fin dal titolo: “Un caso di bardolatria”. Fu il primo e sicuro attacco per ricondurre Valencia fra i suoi limiti e ridurne il piedistallo al suo posto e nella sua grandezza. Lo accusò di non avere acceso in Colombia una fiamma dello spirito bensì un’ortopedia di parole, e definì i suoi versi come quelli di un poeta concettista, frigido e abile, e un cesellatore coscienzioso. La sua conclusione fu una domanda rivolta a se stesso che essenzialmente rimase come una delle sue buone poesie: “Se la poesia non serve per farmi accelerare il sangue, per aprirmi improvvise finestre sul mistero, per aiutarmi a scoprire il mondo, per fare compagnia a questo desolato cuore nella solitudine e nell’amore, nella gioia e nel disamore, a cosa mi serve la poesia?” E finì: “Per me, blasfemo tra i blasfemi!, Valencia è appena un buon poeta”.
La comparsa di “Un caso di bardolatria” su “Lecturas Dominicales” di “El Tiempo”, che allora aveva una vasta diffusione, suscitò una commozione sociale. Ebbe pure il risultato prodigioso di un’analisi approfondita della poesia in Colombia fin dalle sue origini, che forse non era più stata fatta con serietà dopo che don Juan de Castellanos aveva scritto i centocinquantamila endecasillabi della sua Elegia degli uomini illustri delle Indie.
Da allora innanzi la poesia rimase un campo sgombero. Non solo per i Nuovi, che divennero di moda, ma anche per altri che emersero in seguito e che si contendevano il posto a gomitate. La poesia finì per essere così popolare che oggi non è possibile intendere fino a che punto si vivesse ogni numero di “Lecturas Dominicales”, che dirigeva Carranza, o di “Sàbado”, che allora dirigeva Carlos Martin, il nostro vecchio preside del liceo. Oltre alla sua poesia, Carranza impose con la sua gloria un modo d’essere poeta alle sei del pomeriggio nella Carrera Séptima di Bogotà, che era come passeggiare in una vetrina di dieci isolati con un libro nella mano appoggiata sul cuore. Fu un modello della sua generazione, che fece scuola in quella successiva, ognuna a modo suo.
Verso la metà dell’anno arrivò il poeta Pablo Neruda, convinto che la poesia doveva essere un’arma politica. Nelle sue conversazioni a Bogotà venne a conoscenza di quale sorta di reazionario fosse Laureano Gómez, e a mo’ di congedo, quasi in punta di penna scrisse in suo onore tre sonetti fustiganti, la cui prima quartina dava il tono di tutte: Addio, Laureano mai laureato, satrapo triste e re avventizio. Addio, imperatore del quarto piano, prima del tempo e senza posa pagato.
Malgrado le sue simpatie di destra e la sua amicizia personale con lo stesso Laureano Gómez, Carranza mise in rilievo i sonetti sulle sue pagine letterarie, più come un’anteprima giornalistica che come un proclama politico. Ma la disapprovazione fu quasi unanime. Soprattutto per il controsenso di pubblicarli sul giornale di un liberale fino al midollo come l’ex presidente Eduardo Santos, contrario al pensiero retrogrado di Laureano Gómez come a quello rivoluzionario di Pablo Neruda. La reazione più rumorosa fu quella di chi non tollerava una simile prepotenza da parte di uno straniero. Il solo fatto che tre sonetti casistici e più ingegnosi che poetici potessero originare un tale schiamazzo, fu un sintomo incoraggiante del potere della poesia in quegli anni. Comunque sia, in seguito a Neruda fu vietato l’ingresso in Colombia dallo stesso Laureano Gómez, ormai divenuto presidente della Repubblica, e a suo tempo dal generale Gustavo Rojas Pinilla, ma lui si fermò più volte a Cartagena e a Buenaventura in scali marittimi fra Cile ed Europa. Per gli amici colombiani cui annunciava il suo passaggio, ogni scalo di andata e di ritorno era una grande festa.
Quando entrai nella Facoltà di Legge, nel febbraio del 1947, la mia identificazione col gruppo Pietra e Cielo era sempre incolume. Sebbene avessi conosciuto i componenti più ragguardevoli in casa di Carlos Martin, a Zipaquirà, non ebbi l’audacia di ricordarlo neppure a Carranza, che era il più abbordabile. Una volta lo incontrai così da vicino e allo scoperto nella libreria Grancolombia, che gli feci un saluto da ammiratore. Mi rispose con grande gentilezza, ma non mi riconobbe. Invece, un’altra volta il maestro Leon de Greiff si alzò dal suo tavolo al Mulino per venire a salutarmi al mio perché qualcuno gli aveva raccontato che avevo pubblicato racconti su “El Espectador”, e mi promise di leggerli. Per sfortuna, poche settimane dopo ebbe luogo la rivolta popolare del 9 aprile, e dovetti abbandonare la città ancora fumante. Quando feci ritorno, di lì a quattro anni, il Mulino era scomparso sotto le sue ceneri, e il maestro si era trasferito con armi, bagagli e corte al caffè L’Automatico, dove diventammo buoni amici di libri e acquavite, e mi insegnò a muovere senza arte né fortuna le pedine degli scacchi.
Ai miei amici del primo periodo sembrava incomprensibile che mi ostinassi a scrivere racconti, e io stesso non me lo spiegavo in un paese in cui la grande arte era la poesia. Lo seppi fin da molto piccolo, per via del successo di Miseria umana, un poema popolare che si vendeva in fascicoli di carta straccia o recitato per due centesimi nei mercati e nei cimiteri dei paesi dei Caraibi. Il romanzo, invece, era scarso. Dopo Maria, di Jorge Isaacs, se n’erano scritti molti senza grande risonanza. José Maria Vargas Vila era stato un fenomeno insolito con cinquantadue romanzi che andavano dritti al cuore dei poveri. Viaggiatore instancabile, il suo eccesso di bagaglio erano i suoi stessi libri, che venivano esposti ed esauriti come il pane davanti agli alberghi dell’America Latina e della Spagna. Aura o le viole, il suo romanzo più noto, infranse più cuori che molti altri migliori di suoi contemporanei.
Gli unici a suo tempo sopravvissuti erano stati Il montone, scritto fra il 1600 e il 1638 in piena Colonia dallo spagnolo Juan Rodriguez Freyle, un resoconto così smisurato e libero sulla storia della Nuova Granata, che finì per essere un capolavoro della finzione; Maria, di Jorge Isaacs, del 1867; La voragine, di José Eustasio Rivera, del 1924; La marchesa di Yolombó, di Tomàs Carrasquilla, del 1926, e Quattro anni a bordo di me stesso, di Eduardo Zalamea, del 1934. Nessuno di questi era riuscito a sfiorare la gloria che tanti poeti raggiungevano con o senza giustizia. Invece il racconto, con un precedente insigne come quello dello stesso Carrasquilla, il grande scrittore dell’Antioquia, era naufragato in una retorica irta e senz’anima.
La prova che la mia vocazione era solo quella di un narratore fu la scia di versi lasciati al liceo, senza firma o con pseudonimi, perché non li presi mai troppo sul serio. Anzi, quando pubblicai i primi racconti su
“El Espectador”, molti si contendevano il genere, ma senza diritti sufficienti. Oggi penso che così stavano le cose perché la vita in Colombia, secondo molti punti di vista, era sempre quella del XIX
secolo. Soprattutto nella Bogotà lugubre degli anni Quaranta, ancora nostalgica della Colonia, quando mi iscrissi senza vocazione né volontà alla Facoltà di Legge dell’Università Nazionale.
Per constatarlo bastava immergersi nel centro nevralgico della Carrera Séptima e di Avenida Jiménez de Quesada, battezzato dall’esagerazione bogotana come il migliore incrocio del mondo. Quando l’orologio pubblico del campanile di San Francisco scoccava i dodici rintocchi di mezzogiorno, gli uomini si fermavano per strada o interrompevano le chiacchiere al caffè per regolare gli orologi secondo l’ora ufficiale della chiesa. Nei pressi di quell’incrocio, e negli isolati adiacenti, c’erano i posti più affollati dove si riunivano due volte al giorno i commercianti, i politici, i giornalisti, e i poeti, ovvio, tutti in nero fino ai piedi vestiti, come il re nostro signore don Filippo IV.
Quand’ero studente in quel luogo si leggeva ancora un giornale che forse aveva pochi precedenti nel mondo. Era una lavagna nera come quella delle scuole, che veniva esposta al balcone di “El Espectador” a mezzogiorno e alle cinque del pomeriggio con le ultime notizie scritte col gesso. In quei momenti il passaggio dei tram diventava difficile, se non impossibile, per l’intralcio delle folle che aspettavano impazienti.
Quei lettori in strada avevano pure la possibilità di applaudire con una serrata ovazione le notizie che sembravano buone e di fischiare o tirare pietre contro la lavagna quando non erano di loro gradimento. Era una forma di partecipazione democratica istantanea grazie alla quale “El Espectador” disponeva di un termometro più efficace di qualsiasi altro per misurare la febbre dell’opinione pubblica.
Non esisteva ancora la televisione e c’erano notiziari radiofonici molto completi ma a ore fisse, sicché prima di andare a pranzo o a cena, si restava in attesa della comparsa della lavagna per arrivare a casa con un’idea più completa del mondo. Lì si conobbe e si seguì con un rigore esemplare e indimenticabile il volo solitario del capitano Concha Venegas fra Lima e Bogotà. Quand’erano notizie come queste, la lavagna veniva cambiata più volte fuori dalle ore previste per alimentare la voracità del pubblico con bollettini straordinari. Nessuno dei lettori in strada di quel giornale unico sapeva che l’inventore e schiavo dell’idea si chiamava José Salgar, un redattore primiparo che aveva cominciato a lavorare a “El Espectador” a vent’anni, e che sarebbe diventato uno fra i grandi giornalisti senza essere andato oltre le elementari.
L’istituzione distintiva di Bogotà erano i caffè del centro, dove prima o poi confluiva la vita di tutto il paese. Ognuno ebbe a suo tempo una specialità, politica, letteraria, finanziaria, sicché gran parte della storia della Colombia di quegli anni ha avuto rapporto con quei caffè.
Ognuno aveva il suo preferito a titolo di contrassegno infallibile della propria identità.
Scrittori e politici della prima metà del secolo, incluso qualche presidente della Repubblica, avevano studiato nei caffè della Calle Catorce, davanti al collegio del Rosario. Il Windsor, che fece epoca con i suoi politici famosi, era uno dei più duraturi e fu rifugio del grande caricaturista Ricardo Rendón, che elaborò lì la sua grande opera, e anni dopo si perforò il cranio geniale con una pallottola di pistola nel retro della Gran Via.
Il rovescio di molti miei pomeriggi di tedio fu la scoperta casuale di una sala da musica aperta al pubblico nella Biblioteca Nazionale. Ne feci il mio rifugio preferito per leggere all’ombra dei grandi compositori, le cui opere richiedevamo per iscritto a un’impiegata affascinante. Fra i visitatori consueti scoprivamo affinità di ogni tipo dal genere di musica che preferivamo. Così conobbi la maggior parte dei miei autori preferiti attraverso i gusti altrui, tanto abbondanti e vari, e per molti anni aborrii Chopin per colpa di un melomane implacabile che lo chiedeva quasi ogni giorno e senza misericordia.
Un pomeriggio trovai la sala deserta perché il sistema era guasto, ma la direttrice mi permise di sedermi a leggere in silenzio. All’inizio mi sentii in una gora di pace, ma di lì a due ore non ero riuscito a concentrarmi a causa di certe raffiche di ansia che mi disturbavano la lettura e mi facevano sentire estraneo alla mia stessa pelle. Ci misi parecchi giorni a rendermi conto che il rimedio alla mia ansia non era il silenzio della sala bensì l’ambito della musica, che da allora innanzi si trasformò per me in una passione quasi segreta e definitiva.
La domenica pomeriggio, quando chiudevano la sala da musica, il mio divertimento più fruttuoso era viaggiare sui tram dai vetri azzurri, che per cinque centesimi giravano senza tregua da Plaza de Bolivar fino ad Avenida de Chile, e lì sopra passare quei pomeriggi dell’adolescenza che sembravano trascinarsi appresso una coda interminabile di molte altre domeniche perdute. L’unica cosa che facevo durante quel viaggio a cerchi viziosi era leggere libri di versi, forse un chilometro della città per ogni chilometro di versi, finché non si accendevano le prime luci nella pioviggine perpetua. Allora percorrevo i caffè taciturni dei quartieri vecchi in cerca di qualcuno che mi facesse la carità di chiacchierare con me sulle poesie che avevo appena letto. Talvolta lo trovavo, sempre un uomo, e rimanevamo fin oltre mezzanotte in qualche posto della mala morte, riscattando i mozziconi delle sigarette che noi stessi avevamo fumato e parlando di poesia mentre nel resto del mondo l’umanità intera faceva l’amore.
A quei tempi noi tutti eravamo giovani, ma incontravamo sempre degli altri più giovani di noi. Le generazioni si spintonavano l’una con l’altra, soprattutto fra i poeti e i criminali, e non appena uno aveva finito di fare qualcosa ecco che si profilava qualcuno che minacciava di farla meglio. Talvolta trovo fra vecchie carte qualche foto che ci scattavano i fotografi per strada nell’atrio della chiesa di San Francisco, e non posso trattenere un fremito di compassione, perché non sembrano fotografie nostre ma dei figli di noi stessi, in una città dalle porte sbarrate dove niente era facile, e tanto meno sopravvivere senza amore nelle domeniche pomeriggio. Lì conobbi per caso mio zio José Maria Valdeblànquez, quando mi sembrò di vedere mio nonno che si faceva strada con l’ombrello tra la folla domenicale che usciva dalla messa. Il suo abbigliamento non mascherava affatto la sua identità: completo di panno nero, camicia bianca con colletto di celluloide e cravatta a righe diagonali, panciotto con la catena dell’orologio, cappello duro e occhiali d’oro. Fu tale la mia impressione che gli sbarrai il passo senza rendermene conto. Lui alzò l’ombrello minaccioso e mi affrontò con gli occhi negli occhi:
«Posso passare?»
«Mi scusi» gli dissi imbarazzato. «E’ che l’ho confusa con mio nonno.»
Lui continuò a scrutarmi col suo sguardo da astronomo, e mi domandò in malo modo con ironia:
«E si può sapere chi è questo nonno tanto famoso?»
Confuso dalla mia stessa impertinenza gli dissi il nome completo. Lui abbassò allora l’ombrello e sorrise di ottimo umore.
«Be’, c’è un buon motivo se ci assomigliamo» disse. «Sono il suo primogenito.»
La vita quotidiana era più tollerabile all’Università Nazionale.
Tuttavia, non riesco a trovare nella memoria la realtà di quei tempi, perché credo di non essere stato uno studente di Legge neppure per un giorno, sebbene i miei voti del primo anno, l’unico che portai a termine a Bogotà, permettessero di pensare il contrario. Lì non c’erano tempo né occasione di allacciare i rapporti personali che si intrattenevano al liceo, e i compagni di corso si disperdevano nella città alla fine delle lezioni. La mia più bella sorpresa fu trovare come segretario generale della Facoltà di Legge lo scrittore Pedro Gómez Valderrama, di cui avevo notizia per le sue collaborazioni precoci alle pagine letterarie, e che fu uno dei miei grandi amici fino alla sua morte prematura.
Il mio compagno più assiduo fin dal primo anno fu Gonzalo Mallarino Boterò, l’unico abituato a credere in alcuni prodigi della vita che erano veri pur non essendo certi. Fu lui a insegnarmi che la Facoltà di Legge non era arida come io pensavo, perché fin dal primo giorno mi fece uscire dalla lezione di statistica e demografia, alle sette del mattino, e mi sfidò a un duello personale di poesia nel caffè della città universitaria. Nelle ore morte del mattino recitava a memoria le poesie dei classici spagnoli, e io gli replicavo con poesie dei giovani colombiani che avevano aperto il fuoco sui contraccolpi retorici del secolo precedente.
Una domenica mi invitò a casa sua, dove viveva con la madre e le sorelle e i fratelli, in un’atmosfera di tensioni fraterne come quella della mia casa paterna. Victor, il maggiore, era già un uomo di teatro a tempo pieno, e un declamatore famoso nell’ambito della lingua spagnola. Da quando mi ero sottratto alla tutela de miei genitori non mi ero mai più sentito come a casa mia, finché non conobbi Pepa Boterò, la madre dei Mallarino, una signora dell’Antioquia rimasta rustica e indomita in mezzo al fior fiore ermetico dell’aristocrazia di Bogotà. Con la sua intelligenza naturale e la sua loquela prodigiosa aveva il pregio impareggiabile di conoscere il punto giusto in cui le brutte parole riacquistavano la loro ascendenza cervantina. Erano serate indimenticabili, guardando l’imbrunire sopra lo smeraldo senza limiti delle savane, al caldo della cioccolata profumata e dei pasticcini caldi. Da Pepa Boterò, col suo gergo sboccato, col suo modo di dire i fatti della vita comune, imparai cose importantissime per una nuova retorica della vita reale.
Altri compagni simili erano Guillermo Lopez Guerra e Alvaro Vidal Varón, che erano già stati miei complici al liceo di Zipaquira. Tuttavia, all’università fui più vicino a Luis Villar Borda e a Camilo Torres Restrepo, che con le unghie e i denti e per amore dell’arte facevano il supplemento letterario di “La Razón”, un quotidiano quasi segreto diretto dal poeta e giornalista Juan Lozano y Lozano. Nei giorni di chiusura del supplemento andavo con loro in redazione e davo una mano nelle emergenze dell’ultimo momento. Certe volte incontrai pure il direttore, di cui ammiravo i sonetti e più ancora i profili di personaggi nazionali che pubblicava sulla rivista “Sàbado”. Lui ricordava un po’ vagamente il pezzo di Ulisse su di me, ma non aveva letto i racconti, ed evitai l’argomento. perché ero sicuro che non gli sarebbero piaciuti. Fin dal primo giorno mi disse mentre se ne andava via che le pagine del suo giornale erano aperte per me, ma la presi solo come un complimento bogotano.
Al caffè Asturias, Camilo Torres Restrepo e Luis Villar Borda, miei compagni alla Facoltà di Legge, mi presentarono Plinio Apuleyo Mendoza, che a sedici anni aveva pubblicato una serie di prose liriche, il genere alla moda imposto nel paese da Eduardo Carranza sulle pagine letterarie di “El Tiempo”. Aveva la pelle brunita, capelli nerissimi e lisci, che accentuavano la sua buona parvenza da indio. Malgrado l’età era riuscito a piazzare i suoi pezzi sul settimanale “Sàbado”, fondato dal padre, Plinio Mendoza Neira, antico ministro della Guerra e gran giornalista nato che forse non scrisse una riga completa in tutta la sua vita. Tuttavia, insegnò a molti a scrivere le loro su giornali che fondava a suon di grancassa e abbandonava per alte cariche politiche o per fondare altre imprese enormi e catastrofiche. Suo figlio non lo vidi più di due o tre volte in quel periodo, sempre con compagni miei. Mi colpì che alla sua età ragionasse come un anziano, ma non mi sarebbe mai passato per la testa che anni dopo avremmo spartito tante ore e ore di giornalismo temerario, perché non avevo ancora considerato la ciurmeria del giornalismo come mestiere, e come scienza mi interessava ancora meno di Legge.
Non avevo mai pensato davvero che avrebbe potuto interessarmi, fino a uno di quei giorni, allorché Elvira Mendoza, sorella di Plinio, fece alla declamatrice argentina Berta Singerman un’intervista all’ultimo momento che mi modificò completamente ogni pregiudizio nei confronti del mestiere e mi fece scoprire una vocazione ignorata. Più che una classica intervista a base di domande e risposte, che tanti dubbi mi lasciavano e continuano a lasciarmi, fu una delle più originali fra quante fino ad allora pubblicate in Colombia. Anni dopo, quando Elvira Mendoza era ormai una giornalista internazionale consacrata e una delle mie buone amiche, mi raccontò che era stato un espediente disperato per evitare un fallimento.
L’arrivo di Berta Singerman era stato l’evento del giorno. Elvira, che dirigeva la sezione femminile della rivista “Sàbado”, chiese il permesso per farle un’intervista, e lo ottenne con qualche perplessità del padre per la sua mancanza di pratica nel genere. La redazione di “Sàbado”
era un punto di incontro degli intellettuali più noti in quegli anni ed Elvira chiese loro qualche domanda per il suo questionario, ma fu sull’orlo del panico quando dovette affrontare lo sprezzo con cui Berta Singerman l’accolse nella suite presidenziale dell’Hotel Granata.
Fin dalla prima domanda si compiacque nel respingerle tutte in quanto stupide o imbecilli, senza sospettare che dietro ognuna c’era un buon scrittore dei tanti che lei aveva conosciuto e ammirato nelle sue diverse visite in Colombia. Elvira, che ha sempre avuto un temperamento vivace, dovette inghiottire le lacrime e sopportare col cuore in gola quegli sgarbi. L’entrata imprevista del marito di Berta Singerman le salvò il reportage, perché fu lui a dominare la situazione con un tatto squisito e un buon senso dell’umorismo proprio quando stava per trasformarsi in un incidente grave.
Elvira non trascrisse il dialogo che aveva previsto con le risposte della diva, ma fece il reportage delle sue difficoltà con lei.
Approfittò dell’intervento provvidenziale del marito, e ne fece il vero protagonista dell’incontro. Berta Singerman esplose in una delle sue furie storiche quando lesse l’intervista. Ma “Sàbado” era ormai il settimanale più letto, e la sua diffusione crebbe sino alle centomila copie in una città di seicentomila abitanti.
Il sangue freddo e l’intelligenza con cui Elvira Mendoza approfittò della stupidaggine di Berta Singerman per rivelare la sua vera personalità, mi fece pensare per la prima volta alle possibilità del reportage, non come mezzo spettacolare di informazione, ma molto di più: come genere letterario. Non sarebbero trascorsi molti anni prima che lo constatassi di persona, fino ad arrivare a credere come oggi credo più che mai che romanzo e reportage sono figli di una stessa madre.
Fino ad allora mi ero azzardato solo con la poesia: versi satirici sulla rivista del collegio San José e prose liriche o sonetti di amori immaginari alla maniera di Pietra e Cielo sull’unico numero del giornale del Liceo Nazionale. Poco prima, Cecilia Gonzàlez, la mia complice di Zipaquirà, aveva convinto il poeta e saggista Daniel Arango a pubblicare una canzoncina scritta da me, con pseudonimo e in corpo sette, nell’angolo più nascosto del supplemento domenicale di “El Tiempo”. La pubblicazione non mi impressionò né mi fece sentire più poeta di quanto fossi. Invece, col reportage di Elvira presi consapevolezza del giornalista che mi dormiva nel cuore, e decisi di svegliarlo. Cominciai a leggere i giornali in un altro modo. Camilo Torres e Luis Villar Borda, che si dissero d’accordo con me, mi reiterarono l’offerta di don Juan Lozano sulle pagine di “La Razón”, ma ci provai solo con un paio di poesie tecniche che non considerai mai mie. Mi proposero di parlare con Plinio Apuleyo Mendoza per la rivista “Sàbado”, ma la mia timidezza tutelare mi avvertì che mi mancava molto per azzardarmi a luci spente in un mestiere nuovo. Tuttavia, la mia scoperta ebbe un’utilità immediata, perché in quei giorni ero impegolato nella cattiva coscienza secondo cui tutto quanto scrivevo, in prosa o in versi, e persino i compiti al liceo, erano imitazioni sfacciate di Pietra e Cielo, e mi proposi un cambiamento a fondo a partire dal mio racconto successivo. La pratica finì per convincermi che gli avverbi di modo con terminazione in mente sono un vizio che impoverisce. Sicché cominciai a eliminarli ogni volta che mi uscivano dalla penna, e mi convincevo sempre più che queiros sessione mi costringeva a trovare forme più ricche ed espressive. Da molto tempo nei miei libri non ce n’è nessuno, se non in qualche citazione testuale. Non so se i miei traduttori hanno individuato e anche contratto per motivo del loro mestiere, questa paranoia di stile.
L’amicizia con Camilo Torres e Villar Borda si spinse in fretta oltre i limiti delle aule e della sala di redazione e andavamo molto più spesso per le strade che all’università. Entrambi bollivano a fuoco lento in un anticonformismo duro per la situazione politica e sociale del paese.
Immerso nei misteri della letteratura io non cercavo neppure di capire le loro analisi circolari e le loro premonizioni cupe, ma le tracce della loro amicizia prevalsero fra quelle più gradevoli e utili di quegli anni.
Alle lezioni dell’università, invece, ero arenato. Deplorai sempre la mia mancanza di devozione per i pregi dei maestri dai grandi nomi che sopportavano la nostra noia. Fra questi Alfonso Lopez Michelsen, figlio dell’unico presidente colombiano rieletto del XX secolo, e credo che di lì venisse l’impressione generalizzata che pure lui era predestinato per nascita a diventare presidente, come in effetti accadde. Iniziava le sue lezioni di introduzione al Diritto con una puntualità irritante e con certe splendide giacche di cachemire fatte a Londra. Teneva il suo corso senza guardare nessuno, con quell’aria celestiale dei miopi intelligenti che sembrano sempre muoversi attraverso i sogni altrui. Le sue lezioni sembravano monologhi a una sola corda come lo era per me qualsiasi lezione che non fosse di poesia, ma il tedio della sua voce aveva la virtù ipnotica di un incantatore di serpenti. La sua vasta cultura letteraria aveva già allora basi sicure, e sapeva usarla per iscritto e a viva voce, ma cominciai ad apprezzarla solo quando ci incontrammo di nuovo anni dopo e diventammo amici, ormai lontano dal sopore delle aule universitarie. Il suo prestigio di politico indefesso si nutriva del suo fascino personale quasi magico e di una lucidità pericolosa nello scoprire le seconde intenzioni della gente. Soprattutto quella che gli garbava di meno. Però, la sua virtù maggiore di uomo pubblico fu il potere stupefacente nel creare situazioni storiche con una sola frase.
Col tempo stringemmo una buona amicizia, ma all’università non fui il più assiduo e diligente alle sue lezioni, e la mia timidezza irredimibile frapponeva una distanza invalicabile, soprattutto con la gente che ammiravo. Proprio per questo mi stupì tanto che mi accettasse all’esame finale del primo anno, malgrado la scarsa presenza che mi aveva valso una reputazione di studente invisibile.
Ricorsi al mio vecchio trucco di far deviare il discorso con espedienti retorici. Mi resi conto che il professore era consapevole della mia astuzia, ma forse l’apprezzava come un gioco letterario. L’unico inciampo fu che nell’agonia dell’esame usai la parola prescrizione e lui si affrettò a chiedermi di definirla per assicurarsi che sapessi di cosa stavo parlando.
«La prescrizione equivale all’acquisizione di una proprietà grazie al trascorrere del tempo» gli dissi.
Lui mi domandò subito:
«Acquisizione o perdita?»
Era lo stesso ma non ne discussi per la mia insicurezza congenita, e credo che fu una delle sue celebri battute, perché nel voto non mi fece scontare il dubbio. Anni dopo gli parlai dell’incidente e non se ne ricordava, naturalmente, ma allora né lui né io eravamo più sicuri che l’episodio fosse vero.
Entrambi trovammo nella letteratura una buona gora per dimenticare la politica e i misteri della prescrizione, e invece scoprivamo libri stupefacenti e scrittori dimenticati in conversazioni infinite che talvolta finirono per guastare visite ed esasperare le nostre mogli. Mia madre mi aveva convinto che eravamo parenti, e così era. Ma, meglio di qualsiasi vincolo dimenticato, ci identificava la nostra passione comune per i canti vallenatos.
Un altro parente casuale, da parte di padre, era Carlos H. Pareja, professore di economia politica e proprietario della libreria Grancolombia, la preferita dagli studenti per la buona abitudine di mettere in mostra le novità di grandi autori su ampi tavoli senza vigilanza. Persino noi, che eravamo suoi studenti, invadevamo il locale durante le distrazioni dell’imbrunire e sottraevamo i libri grazie ad arti digitali, secondo il codice universitario per cui rubare libri è delitto ma non peccato. Non per virtù ma per paura fisica, il mio ruolo negli assalti si limitava a proteggere le spalle dei più abili, a patto che oltre ai libri per loro ne prendessero pure qualcuno indicato da me.
Un pomeriggio, uno dei miei complici aveva appena rubato La città senza Laura, di Francisco Luis Bernàrdez, quando sentii un artiglio feroce su una spalla, e una voce da sergente:
«Finalmente, cazzo!»
Mi girai atterrito, e mi ritrovai davanti il professor Carlos H. Pareja, mentre tre dei miei complici scappavano a gambe levate. Per fortuna, prima che cominciassi a scusarmi, mi accorsi che il professore non mi aveva avvicinato in quanto ladro, ma perché non mi aveva visto alle sue lezioni da oltre un mese. Dopo un rabbuffo piuttosto convenzionale, mi domandò:
«E’ vero che sei figlio di Gabriel Eligio?»
Era vero, ma gli risposi di no, perché sapevo che suo padre e il mio erano davvero parenti alla lontana in seguito a un incidente personale che non ho mai inteso. Ma venne poi a conoscenza della verità e da quel giorno mi individuò nella libreria e alle lezioni come nipote suo, e stringemmo un rapporto più politico che letterario, sebbene lui avesse scritto e pubblicato diversi libri di versi disuguali con lo pseudonimo di “Simón Latino”. La consapevolezza della parentela, però, servì solo a lui perché non mi prestai più a fare il palo per rubargli libri.
Un altro professore eccellente, Diego Montana Cuéllar, era il contrario di Lopez Michelsen, con cui sembrava avere una rivalità segreta. Lopez in quanto liberale accorto e Montana Cuéllar in quanto radicale di sinistra. Intrattenni con lui un buon rapporto fuori dall’aula, e pensai sempre che Lopez Michelsen mi considerava un poeta in erba, e invece Montana Cuéllar mi considerava una buona possibilità per il suo proselitismo rivoluzionario.
La mia simpatia per Montana Cuéllar cominciò con un incidente per via di tre giovani ufficiali della scuola militare che assistevano alle sue lezioni in uniforme da parata. Erano di una puntualità da caserma, si sedevano tutti insieme sugli stessi sedili discosti, prendevano appunti implacabili e ottenevano voti ben meritati in esami severi. Diego Montana duellar consigliò loro i privato fin dai primi giorni di non recarsi alle lezioni i in uniforme da guerra. Loro gli risposero con i migliori modi che osservavano ordini superiori, e non evitaron occasioni per farglielo presente. Comunque, al di là delle loro stranezze, per allievi e professori fu sempre chiaro che i tre ufficiali erano bravi studenti.
Arrivavano con le uniformi identiche, impeccabili sempre insieme e puntuali. Si sedevano a parte, ed erano gli studenti più seri e metodici, ma pensai sempre che appartenessero a un mondo diverso dal nostro. Se si rivolgeva loro la parola, erano attenti e cortesi, ma di un formalismo insuperabile: non dicevano nulla più e, quanto si domandava loro. In periodi di esami, noi civili ci dividevamo a gruppi di quattro per studiare nei caffè, ci incontravamo ai balli del sabato, alle manifestazioni studentesche, nelle osterie disciplinate e nei bordelli lugubri dell’epoca, ma non incontrammo mai neppure per caso i nostri compagni militari.
Scambiai con loro solo qualche saluto durante il lungo anno in cui ci ritrovammo insieme all’università. Inoltre, non ce n’era tempo, perché arrivavano puntuali alle lezioni e se ne andavano via all’ultima parola del professore, senza chiacchierare con nessuno, tranne qualche altro militare giovane del secondo anno, con cui si riunivano nei momenti di pausa. Non ne conobbi mai i nomi e neppure ne ebbi più notizia. Oggi mi rendo conto che le maggiori reticenze erano non tanto loro quanto mie, perché non riuscii mai a superare l’amarezza con cui i miei nonni evocavano le guerre perse e i massacri atroci della Zona bananiera.
Jorge Soto del Corral, il professore di Diritto Costituzionale, aveva fama di conoscere a memoria tutte le costituzioni del mondo, e a lezione eravamo abbagliati dalla luce della sua intelligenza e della sua erudizione giuridica, appannata solo dal suo scarso senso dell’umorismo.
Credo che fosse uno dei professori che facevano tutto il possibile per non lasciar trasparire divergenze politiche in aula, ma le si notava più di quanto loro stessi pensassero. Persino dai gesti delle mani e dall’enfasi delle idee, perché era soprattutto all’università che si sentiva il vero polso di un paese sul bordo di una nuova guerra civile dopo quaranta e più anni di pace armata.
Malgrado il mio assenteismo cronico e la mia negligenza giuridica, superai gli esami facili del primo anno di Legge grazie a ripassi dell’ultimo momento, e i più difficili col mio vecchio trucco di evitare l’argomento con espedienti ingegnosi. Il fatto è che non mi sentivo bene nella mia pelle e non sapevo come proseguire a tentoni in quel vicolo cieco. Il Diritto lo capivo meno e mi interessava molto meno di qualsiasi materia del liceo, sentendomi ormai abbastanza adulto da prendere per mio conto ogni decisione. Alla fine, dopo diciassette mesi di sopravvivenza miracolosa, mi rimase solo un buon gruppo di amici per il resto della vita.
Il mio scarso interesse negli studi divenne più scarso ancora dopo il pezzo di Ulisse, soprattutto all’università, dove alcuni miei compagni iniziarono a conferirmi il titolo di maestro e mi presentavano come scrittore. Il che coincideva con la mia decisione di imparare a costruire una struttura al contempo verosimile e fantastica, ma senza fessure. Con modelli perfetti e schivi, come Edipo re, di Sofocle, il cui protagonista indaga sull’assassinio di suo padre e finisce per scoprire che lui stesso ne è l’assassino; come “La zampa di scimmia”, di W. W. Jacob, che è il racconto perfetto, in cui tutto quanto succede è casuale; come Palla di sego, di Maupassant, e tanti altri grandi peccatori che Dio conservi nel suo santo regno. Era quella la mia situazione quando una domenica sera mi accadde infine qualcosa che valeva la pena di raccontare. Avevo trascorso quasi tutta la giornata a blaterare delle mie frustrazioni di scrittore con Gonzalo Mallarino nella sua casa in Avenida de Chile, e mentre tornavo alla pensione sull’ultimo tram salì un fauno in carne e ossa alla fermata di Chapinero. Ho detto bene: un fauno. Notai che nessuno tra gli scarsi passeggeri di mezzanotte si sorprendeva al vederlo, e questo mi fece pensare che fosse uno dei tanti individui travestiti che la domenica vendevano di tutto nei parchi per i bambini. Ma la realtà mi convinse che non potevo dubitare, perché le sue corna e la sua barba erano ispide come quelle di un caprone, al punto che passando colsi un lezzo di pelame. Prima della Calle 26, che era quella del cimitero, scese con modi da buon padre di famiglia e scomparve fra gli alberi del parco.
Dopo la mezzanotte, svegliato dai miei sobbalzi nel letto, Domingo Manuel Vega mi domandò cosa accadeva. «Un fauno è salito sul tram» gli dissi ancora semiaddormentato. Lui mi rispose ben sveglio che se era un incubo doveva essere per via della cattiva digestione della domenica, ma se era l’argomento per il mio prossimo racconto gli sembrava fantastico.
La mattina dopo non capii più se avevo davvero visto un fauno sul tram o se era stata un’allucinazione domenicale. Iniziai con l’ammettere che mi ero addormentato per la stanchezza della giornata e che avevo fatto un sogno così nitido che non riuscivo a separarlo dalla realtà. Ma alla fine l’essenziale per me non fu se il fauno fosse reale, ma il fatto che io l’avessi vissuto come se lo fosse stato. E proprio per questo, reale o sognato, era legittimo considerarlo non un incantesimo dell’immaginazione ma un’esperienza meravigliosa della mia vita.
Sicché lo scrissi il giorno dopo tutto d’un fiato, lo infilai sotto il guanciale e diverse sere lo rilessi prima di addormentarmi e la mattina al risveglio. Era una trascrizione scarna e letterale dell’episodio del tram, così com’era accaduto, e in uno stile innocente come la notizia di un battesimo su una pagina mondana. Infine, sollecitato da nuovi dubbi, decisi di sottoporlo alla prova infallibile della stampa, ma non su “El Espectador” bensì sul supplemento letterario di “El Tiempo”. Forse volevo conoscere un parere diverso da quello di Eduardo slamea, senza coinvolgerlo in un’avventura che non aveva motivo di spartire. Lo mandai tramite un comparto della pensione con una lettera per don Jaime Posat, il nuovo e giovanissimo direttore del supplemento letterario di “El Tiempo”. Però il racconto non venne Pubblicato né ci fu una risposta alla lettera.
I racconti di quell’epoca, nell’ordine in cui furono i scritti e pubblicati su “Fin de Semana”, scomparvero negli archivi di “El Espectador” in occasione dell’assalto e dell’incendio contro questo giornale da parte delle folle ufficiali il 6 settembre 1952. Io stesso non ne avevo una copia, né l’avevano i miei amici più attenti, sicché pensai con un certo sollievo che fossero stati inceneriti nell’oblio.
Tuttavia, alcuni supplementi letterari di provincia li avevano riprodotti a suo tempo senza autorizzazione, e altri erano stati pubblicati in diverse riviste, finché non vennero raccolti in un volume per le Edizioni Alfil di Montevideo, nel 1972, col titolo di uno di questi: Nabo, il negro che fece aspettare gli angeli.
Ne mancava uno che non è mai stato inserito in un libro, forse per mancanza di una versione affidabile: “Tubal Cain forgia una stella”, pubblicato su “El Espectador” il 17 gennaio 1948. Il nome del protagonista, come tutti sanno, è quello di un fabbro biblico che inventò la musica. Furono tre racconti. Letti nell’ordine in cui vennero scritti e pubblicati mi sembrarono scombinati e astratti, e alcuni demenziali, e nessuno si basava su sentimenti reali. Non riuscii mai a chiarire il criterio con cui li lesse un critico severo come Eduardo Zalamea. Resta il fatto che per me hanno un’importanza come per nessun altro, perché in ognuno c’è qualcosa che risponde alla rapida evoluzione della mia vita a quell’epoca.
Molti dei romanzi che allora leggevo e ammiravo mi interessavano solo per i loro insegnamenti tecnici. Ossia, per la loro carpenteria segreta.
Dalle astrazioni metafisiche dei tre primi racconti fino agli ultimi tre di allora, ho trovato piste precise e utilissime per la formazione primaria di uno scrittore. Non mi era passata per la testa l’idea di esplorare altre forme. Pensavo che racconto e romanzo erano non solo due generi letterari diversi ma anche due organismi di natura diversa che sarebbe stato funesto confondere. Oggi continuo a crederlo come allora, e sono convinto più che mai della supremazia del racconto sul romanzo.
Le pubblicazioni su “El Espectador”, al margine del successo letterario, mi crearono altri problemi più terrestri e divertenti. Amici persi di vista mi fermavano per strada chiedendomi prestiti di salvezza, perché non potevano credere che uno scrittore così pubblicizzato non ricevesse somme enormi per i suoi racconti. Pochissimi credettero che non mi avevano mai pagato un centesimo per la loro pubblicazione, né io me l’aspettavo, per che non era in uso nella stampa del paese. Più grave ancora fu la delusione di mio papà allorché si convinse che non avrei potuto provvedere da solo alle mie spese quando stavano studiando tre degli undici fratelli nati. La famiglia mi mandava trenta pesos al mese, la sola pensione me ne costava diciotto senza il diritto di uova per la colazione, e mi vedevo sempre costretto i integrarli per spese impreviste. Per fortuna, non so dove avessi preso l’abitudine di fare disegni inconsapevoli sui margini dei giornali, sui tovagliolini dei ristoranti, sui tavoli di marmo dei caffè. Oso credere che quei disegni fossero diretti discendenti di quelli che facevo da bambino sulle pareti dell’oreficeria del nonno, e che forse erano facili valvole di sfogo.
Un amico occasionale del Mulino, che aveva entrature in un ministero per sistemarsi come disegnatore senza avere la minima nozione del disegno, mi propose di fargli il lavoro e di dividerci il denaro. Nel resto della mia vita non mi trovai mai più così vicino alla corruzione, ma non così vicino da pentirmene.
Anche il mio interesse per la musica crebbe in quell’epoca in cui i canti popolari dei Caraibi, con cui ero stato allattato, si facevano strada a Bogotà. Il programma più ascoltato era “L’ora costiera”, animata da don Pascual Delvecchio, una specie di console musicale della costa atlantica nella
capitale. Era diventato così popolare la domenica mattina, che noi studenti caraibici andavamo a ballare negli studi dell’emittente fino a pomeriggio inoltrato. Fu quella l’origine dell’immensa popolarità della nostra musica all’interno del paese e in seguito fino a raggiungere i suoi ultimi angoli, e una promozione sociale degli studenti costieri a Bogotà.
L’unico inconveniente era il fantasma del matrimonio per forza. Non so quali brutti precedenti avessero fatto prosperare sulla costa la convinzione secondo cui le fidanzate di Bogotà erano facili con i costieri e ci organizzavano tranelli a letto per costringerci a sposarle. E non per amore, ma per l’illusione di vivere con una finestra aperta sul mare. Non ebbi mai quest’idea. Al contrario, i ricordi più sgradevoli della mia vita sono i bordelli situati nelle periferie di Bogotà, dove andavamo a sperperare le nostre sbronze cupe. Nel più sordido di questi rischiai di lasciare la poca vita che avevo in corpo quando una donna con cui ero appena stato comparve nuda nel corridoio gridando che le avevo rubato dodici pesos dal cassetto della specchiera.
Due buttafuori della casa mi presero a botte e non si accontentarono di togliermi dalle tasche gli ultimi due pesos che mi rimanevano dopo un amore della mala morte, ma mi spogliarono pure da capo a piedi e mi esplorarono pezzo per pezzo in cerca del denaro rubato. Comunque, avevano deciso di non ammazzarmi ma di consegnarmi alla polizia, quando la donna si ricordò che il giorno prima aveva cambiato il nascondiglio dei suoi soldi e li trovò intatti.
Fra le amicizie dell’università che mi rimasero, quella con Camilo Torres fu non solo fra le meno dimenticabili, ma anche la più drammatica della nostra gioventù. Un giorno non si presentò alle lezioni per la prima volta. Il motivo si diffuse in un baleno. Sistemò le sue cose e decise di scappare da casa per andare al seminario di Chiquinquira, a cento e più chilometri da Bogotà. Sua madre lo raggiunse alla stazione ferroviaria e lo rinchiuse nella sua biblioteca.
Andai a trovarlo lì, più pallido del solito, con una ruana bianca e una serenità che per la prima volta mi fece pensare a uno stato di grazia. Aveva deciso di entrare in seminario per una vocazione che dissimulava benissimo, ma cui era deciso di obbedire sino alla fine.
«La parte più difficile ormai è passata» mi disse.
Fu il suo modo per dirmi che aveva detto addio alla sua fidanzata, e che lei approvava la sua decisione. Dopo un pomeriggio che mi arricchì mi fece un regalo indecifrabile: L’origine delle specie, di Darwin. Mi congedai da lui con la strana certezza che fosse per sempre.
Lo persi di vista finché rimase in seminario. Ebbi notizie vaghe che era andato a Lovanio per tre anni di formazione teologica, che i voti non avevano cambiato il suo spirito studentesco e i suoi modi laici, e che le ragazze che sospiravano per lui lo trattavano come un attore del cinema disarmato dalla sottana.
Dieci anni dopo, quando fece ritorno a Bogotà, aveva acquisito in corpo e anima il carattere della sua investitura ma conservava le sue migliori virtù di adolescente. Io ero allora uno scrittore e un giornalista senza laurea, sposato e con un figlio, Rodrigo, che era nato il 24 agosto 1959
nella clinica Palermo di Bogotà. In famiglia decidemmo che sarebbe stato Camilo a battezzarlo. Il padrino sarebbe stato Plinio Apuleyo Mendoza, con cui mia moglie e io avevamo ormai stretto un’amicizia da compari. La madrina fu Susana Linares, la moglie di Germàn Vargas, che mi aveva trasmesso le sue arti di buon giornalista e migliore amico. Camilo era più vicino a Plinio che a noi, già da molto tempo, ma non voleva accettarlo come padrino per le sue affinità di allora con i comunisti, e forse anche per il suo spirito burlone che poteva benissimo rovinare la solennità del sacramento. Susana si impegnò a farsi carico della formazione spirituale del bambino, e Camilo non trovò o non volle trovare altri argomenti per sbarrare la strada al padrino.
Il battesimo ebbe luogo nella cappella della clinica Gilermo, nella penombra glaciale delle sei del pomeriggio, solo con il padrino e me, e un contadino in sandali che si avvicinò come levitando per assistere alla cerimonia senza farsi notare. Quando Susana arrivò col neonato, il padrino incorreggibile disse per scherzo la prima provocazione:
«Di questo bambino faremo un grande guerrigliero.» Camilo, preparandosi a somministrare il sacramento, contrattaccò sullo stesso tono: «Sì, ma un guerrigliero di Dio.» E iniziò la cerimonia con una decisione di grosso calibro, del tutto inconsueta per quegli anni:
«Lo battezzerò in spagnolo affinché gli increduli capiscano cosa significa questo sacramento.»
La sua voce risuonava in uno spagnolo altisonante che io seguivo attraverso il latino dei miei teneri anni da chierichetto a Aracataca.
Al momento dell’abluzione, senza guardare nessuno, Camilo inventò un’altra formula provocatoria:
«Chi crede che in questo momento scende lo Spirito Santo su questa creatura, si inginocchi.»
I padrini e io rimanemmo in piedi e forse un po’ a disagio per l’inghippo del sacerdote amico, mentre il bambino strillava sotto la doccia d’acqua gelida. L’unico a inginocchiarsi fu il contadino in sandali. L’impressione di quest’episodio mi rimase impressa come un severo monito della mia vita, perché ho sempre creduto che fosse stato Camilo a far venire in tutta premeditazione il contadino per punirci con una lezione di umiltà. O, almeno, di buona educazione.
Lo rividi poche volte e sempre per qualche motivo invalido e urgente, quasi sempre connesso alle sue opere di carità a favore dei perseguitati politici. Un mattino si presentò nella mia casa di novello sposo con un ladro di appartamenti che aveva scontato la sua condanna, ma la polizia non gli concedeva tregua: gli rubavano tutto quanto avesse addosso. Una volta gli regalai un paio di scarpe da esploratore con un disegno speciale sulla suola per maggior sicurezza. Di lì a pochi giorni, la domestica della casa riconobbe le suole nella foto di un delinquente di strada trovato morto in un fosso. Era il nostro amico.
Non voglio dire che quest’episodio abbia avuto qualcosa a che vedere col destino finale di Camilo, ma qualche mese dopo entrò nell’ospedale militare per far visita a un amico ammalato, e non si seppe più nulla di lui, finché il governo non annunciò che era ricomparso come guerrigliero semplice nell’esercito di liberazione nazionale. Morì il 5 febbraio 1966, a trentasette anni in uno scontro aperto con una pattuglia militare.
L’entrata di Camilo in seminario era coincisa con la mia decisione intima di non continuare a perdere tempo alla Facoltà di Legge, ma non ebbi il coraggio di affrontare una volta per tutte i miei genitori. Da mio fratello Luis Enrique, che era arrivato a Bogotà con un buon impiego nel febbraio del 1948, venni a sapere che erano soddisfatti dei miei risultati al liceo e del mio primo anno di Legge, e che mi avevano fatto la sorpresa di mandarmi la macchina da scrivere più leggera e moderna che ci fosse sul mercato. La prima che ho avuto in questa vita, e anche la più sfortunata, perché quello stesso giorno la impegnammo in cambio di dodici pesos per proseguire la festa di benvenuto con mio fratello e i compagni di pensione. Il giorno dopo, pazzi di mal di testa, andammo al banco dei pegni a constatare che la macchina fosse ancora lì con i suoi sigilli intatti, e assicurarci che fosse sempre in buone condizioni, in attesa che ci cascasse dal cielo il denaro per recuperarla. Avemmo una buona occasione grazie a quanto mi pagò il mio socio disegnatore falso, ma all’ultimo momento decidemmo di rinviare il recupero a più tardi. Ogni volta che passavamo davanti al banco dei pegni mio fratello e io, insieme o separati, constatavamo dalla strada che la macchina era sempre al suo posto, avvolta come un gioiello nel cellophane e con un nastro di organza, tra file di apparecchi domestici ben protetti. Di lì a un mese, i calcoli allegri che avevamo fatto nell’euforia della sbronza non erano stati osservati, ma la macchina rimaneva intatta al suo posto, e lì poteva restare finché avessimo pagato in tempo gli interessi trimestrali. Credo che allora non fossimo ancora consapevoli delle terribili tensioni politiche che cominciavano a turbare il paese. Malgrado il prestigio di conservatore moderato con cui Ospina Pérez era arrivato al potere, la maggioranza del suo partito sapeva che la vittoria era stata possibile solo grazie alla divisione dei liberali. Questi, messi in confusione dal golpe, rimproveravano a Alberto Lleras l’imparzialità suicida che aveva reso possibile la disfatta. Il dottor Gabriel Turbay, oppresso più dalla intelligenza depressiva che dai voti contrari, partì per l’Europa senza meta né senso col pretesto di un’alta specializzazione in cardiologia, e dopo un anno e mezzo, morì solo e vinto dall’asma e dalla disfatta tra i fiori e gli arazzi logori dell’Hotel Place Athénée di Parigi. Jorge Eliécer Gaitàn, invece, non interruppe neppure per un giorno la sua campagna elettorale per il periodo successivo, radicalizzandola a fondo con un programma di restaurazione morale della Repubblica che superò la divisione storica del paese fra liberali e conservatori, e l’accentuò con un taglio orizzontale e più realista tra sfruttatori e sfruttati: il paese politico e il paese nazionale. Col suo grido storico, «Alla carica!», e la sua energia sovrannaturale, sparse il seme della resistenza anche negli ultimi angoli con una gigantesca campagna di agitazione che guadagnò terreno in meno di un anno, fino ad arrivare alle soglie di un’autentica rivoluzione sociale.
Solo allora ci accorgemmo che il paese cominciava a precipitare nel dirupo della stessa guerra civile che ci era rimasta dopo l’indipendenza dalla Spagna, e che raggiungeva già i bisnipoti dei protagonisti originali. Il Partito Conservatore, che aveva riconquistato la presidenza grazie alla frattura dei liberali dopo quattro presidenze consecutive, era deciso a non perderla mai più.
Per riuscirci, il governo di Ospina Pérez portava avanti una politica facendo terra bruciata dietro di sé e insanguinando il paese fin nella vita quotidiana fra le pareti domestiche.
Con la mia incoscienza politica e dalle mie brume letterarie non avevo neppure intravisto quella chiara realtà fino a una sera in cui stavo tornando alla mia pensione e mi ero imbattuto nel fantasma della mia coscienza. La città deserta, flagellata dal vento glaciale che soffiava attraverso le spaccature dei monti, era occupata dalla voce metallica e dalla deliberata enfasi plebea di Jorge Eliécer Gaitàn nel suo discorso di rigore del venerdì al Teatro Municipale. Il luogo non poteva contenere più di mille persone strette strette, ma il discorso si diffondeva in onde concentriche, dagli altoparlanti nelle vie adiacenti e dalle radio a pieno volume che risuonavano come frustate nella città attonita, e travolgevano per tre e anche per quattro ore gli ascoltatori nazionali.
Quella sera ebbi l’impressione di essere l’unico in strada, a parte l’incrocio dove aveva sede il giornale “El Tiempo”, protetto come ogni venerdì da una squadra i poliziotti armati come per la guerra. Fu una rivelazione per me, che mi ero concesso l’arroganza di non credere in Gaitàn, e quella sera capii d’improvviso che si era spinto oltre il paese spagnolo e stava inventando una lingua franca per tutti, non tanto per quello che dicevano le parole quanto per la commozione e la destrezza della voce. Lui stesso, nei suoi discorsi epici, consigliava agli ascoltatori con un malizioso tono paternalistico di rincasare in pace, e loro lo traducevano come l’ordine cifrato di esprimere rifiuto contro tutto quanto rappresentava le disuguaglianze sociali e il potere di un governo brutale. Persino gli stessi poliziotti che dovevano vegliare sull’ordine venivano motivati da un avvertimento che interpretavano al rovescio.
L’argomento del discorso di quella sera era un inventario scarno di quanti erano morti per la violenza ufficiale durante una politica tesa a distruggere l’opposizione liberale, con un numero ancora incalcolabile di morti a causa della forza pubblica nelle aree rurali, e di borgate intere di rifugiati senza tetto né pane nelle città. Dopo un elenco spaventoso di assassinii e di abusi, Gaitàn cominciò ad alzare la voce, ad assaporare parola per parola, frase per frase, in un prodigio di retorica sensazionalista e sicura. La tensione del pubblico cresceva al ritmo della sua voce, fino a un’esplosione finale che esplose in tutta la città e attraverso la radio riecheggiò fin negli angoli più remoti del paese.
La folla infiammata si riversò nelle vie in una battaglia campale incruenta, dinanzi alla tolleranza segreta della polizia. Credo che sia stato quella sera che capii bene le frustrazioni del nonno e le lucide analisi di Camilo Torres Restrepo. Mi stupiva che all’Università Nazionale gli studenti continuassero a essere liberali e conservatori, con gruppuscoli comunisti, ma lì non si sentiva la breccia che Gaitàn stava aprendo nel paese. Raggiunsi la pensione stordito dalla commozione della serata e trovai il mio compagno di stanza che stava leggendo Ortega y Gasset nella quiete del suo letto.
«Arrivo trasformato in un altro, dottor Vega» gli dissi. «Adesso so come e perché cominciavano le guerre civili del colonnello Nicolàs Màrquez.»
Pochi giorni dopo, il 7 febbraio 1948, Gaitàn presiedette alla prima cerimonia politica cui partecipai in vita mia: una sfilata in lutto per le innumerevoli vittime della violenza ufficiale nel paese, con oltre sessantamila donne e uomini tutti vestiti di nero, con le bandiere rosse del partito e le bandiere nere del lutto liberale. La loro parola d’ordine era: silenzio assoluto. E così accadde con una drammaticità inconcepibile, persino sui balconi di case private e uffici che ci videro passare lungo gli undici isolati gremiti del viale principale.
Una signora Mormorava accanto a me una preghiera fra i denti. Un uomo vicino a lei la guardò stupito:
«Signora, per favore!»
Lei emise un gemito di scusa e si perse nel pelago dei fantasmi. Però, a spingermi fin sul bordo delle lacrime fu la cautela dei passi e il respiro della folla nel silenzio sovrannaturale. Io ero accorso lì senza una convinzione politica, attratto dalla curiosità del silenzio, e d’improvviso mi colse il nodo del pianto in gola. Il discorso di Gaitàn in Plaza de Bolivar, dal balcone dell’esattoria un’orazione funebre di una carica emotiva impressionante. Al di là dei pronostici sinistri del suo stesso partito, culminò con l’osservanza più incredibile della parola d’ordine: non ci fu un solo applauso.
Così si svolse la “marcia del silenzio”, la più emozionante fra quante ci siano state in Colombia. L’impressione che rimase di quella serata storica, fra sostenitori e nemici, fu che l’elezione di Gaitàn fosse inarrestabile. Anche i conservatori lo sapevano, per via del grado di contaminazione che aveva raggiunto la violenza in tutto il paese, della ferocia della polizia di regime contro il liberalismo disarmato e della politica di lasciarsi terra bruciata alle spalle. L’espressione più tenebrosa dello stato d’animo del paese la visse in quel fine settimana il pubblico della corrida nella piazza dei tori di Bogotà dove la gente delle gradinate invase l’arena sdegnata dalla docilità del toro e dall’impotenza del torero nel finire di ammazzarlo. La folla infiammata squartò vivo il toro. Numerosi giornalisti e scrittori che vissero quell’orrore o ne sentirono parlare vi individuarono il sintomo più terrificante della rabbia brutale che stava gravando sul paese.
In quel clima ad alta tensione si aprì a Bogotà il Nono Congresso Panamericano, il 30 marzo alle quattro e mezza del pomeriggio. La città era stata abbellita spendendo una cifra enorme, in base all’estetica pomposa del cancelliere Laureano Gómez, che in virtù della sua carica era il presidente del congresso. Vi partecipavano i cancellieri di tutti i paesi dell’America Latina e le personalità del momento. I politici colombiani più eminenti furono invitati d’onore, con l’unica e significativa eccezione di Jorge Eliécer Gaitàn, eliminato dalla proibizione assai significativa di Laureano Gómez, e forse da quella di alcuni dirigenti liberali che lo detestavano per i suoi attacchi all’oligarchia comune di entrambi i partiti. La stella polare del congresso era il generale George Marshall, delegato degli Stati Uniti e grande eroe della grande guerra mondiale, circondato dall’aura abbagliante di un artista del cinema nel dirigere la ricostruzione di un’Europa annientata dalla contesa.
Tuttavia, venerdì 9 aprile Jorge Eliécer Gaitàn era l’uomo del giorno nelle notizie, avendo ottenuto l’assoluzione del tenente Jesùs Maria Cortes Poveda, accusato di aver dato la morte al giornalista Eudoro Galarza Ossa. Era arrivato molto euforico nel suo studio di avvocato, all’affollato incrocio fra la Carrera Séptima e Avenida Jiménez de Quesada, poco prima delle otto del mattino, sebbene fosse stato in tribunale fino all’alba. Aveva diversi appuntamenti per le ore successive, ma accettò subito quando Plinio Mendoza Neira lo invitò a pranzo, verso l’una, con sei amici personali e politici che erano andati nel suo studio volendo congratularsi per la vittoria giudiziaria che i giornali non erano riusciti a pubblicare. Fra questi, il suo medico personale, Pedro Eliseo Cruz, che era pure membro della sua corte politica.
In quest’atmosfera intensa mi sedetti a mangiare nella sala da pranzo della pensione in cui vivevo, a meno di tre isolati. Non mi avevano ancora servito la minestra quando Wilfrido Mathieu si piantò spaventato davanti alla tavola.
«Questo paese si è fregato» mi disse. «Hanno appena ammazzato Gaitàn davanti al Gatto Nero.»
Mathieu era uno studente esemplare di Medicina e di Chirurgia, nato a Sucre come altri ospiti della pensione, che aveva presagi sinistri.
Solo una settimana prima ci aveva annunciato che il più imminente e terribile, per le sue conseguenze devastanti, avrebbe potuto essere l’assassinio di Jorge Eliécer Gaitàn. Tuttavia, la cosa non impressionava più nessuno, perché non mancavano > presagi atti a supporto.
Ebbi a stento il fiato per attraversare di volata Avenida Jiménez de Quesada e arrivare senza fiato al caffè Gatto Nero, quasi all’angolo con la Carrera Séptima. Avevano appena portato il ferito all’ospedale centrale, a circa quattro isolati di lì, ancora vivo ma senza speranze.
Un gruppo di uomini inzuppava i fazzoletti nella pozza di sangue caldo per conservarli come reliquie storiche. Una donna in scialle nero e sandali, una delle tante che vendevano carabattole in quel posto, grugnì stringendo il fazzoletto insanguinato;
«Figli di puttana, me l’hanno ammazzato.»
Le squadre di lustrascarpe armati delle loro cassette di legno cercavano di sfondare le grate metalliche della farmacia Nueva Granata, dove gli scarsi poliziotti di guardia avevano rinchiuso l’aggressore per proteggerlo dalla folla eccitata. Un uomo alto e molto padrone di sé, con un vestito grigio impeccabile come per un matrimonio, la incitava a grida ben calcolate. E anche così efficaci, che il proprietario della farmacia tirò giù le serrande per timore che gliela incendiassero.
L’aggressore, stretto a un agente della polizia, cedette al panico dinanzi ai gruppi infiammati che si scagliarono su di lui.
«Agente» supplicò quasi senza voce, «non mi lasci ammazzare.»
Non potrò mai dimenticarlo. Aveva i capelli spettinati, una barba di due giorni e un lividore da morto con gli occhi sconvolti dal terrore.
Portava un vestito di panno marrone logoro a righe verticali, con il bavero lacerato dai primi strattoni della calca. Fu un’apparizione istantanea ed eterna, perché i lustrascarpe lo strapparono alle guardie a colpi di cassetta e lo uccisero a calci. Nella prima caduta aveva perso una scarpa.
«A palazzo!» ordinò gridando l’uomo in grigio che non fu mai identificato. «A palazzo!»
I più esaltati obbedirono. Afferrarono per le caviglie il corpo insanguinato e lo trascinarono lungo la Carrera prima verso Plaza de Bolivar, fra gli ultimi tram elettrici rallentati dalla notizia, vociferando insulti bellicosi contro il governo.
Dalle terrazze e dai balconi li incitavano con grida e applausi, e il cadavere sfigurato a forza di colpi stava lasciando lembi di indumenti e di corpo sull’acciottolato della strada. Molti si unirono alla marcia, che in meno di sei isolati si era espansa in grandezza fino a divenire una sommossa di guerra. Al corpo macerato rimanevano solo le mutande e una scarpa.
Plaza de Bolivar, da poco rifatta, non aveva la maestà degli altri venerdì storici, con gli alberi desolati e le statue rudimentali della nuova estetica ufficiale. Al Campidoglio Nazionale, dove si era aperto dieci giorni prima il congresso Panamericano, i delegati erano andati a pranzo. «Sicché la turba proseguì fino al palazzo presidenziale, pure questo sguarnito. Lasciarono lì quanto rimaneva del cadavere senz’altri indumenti che lo straccio delle mutande, la scarpa sinistra e due cravatte inesplicabili annodate alla gola. Qualche minuto dopo arrivarono per il pranzo il presidente della Repubblica Mariano Ospina Alvarez e sua moglie, che avevano appena inaugurato una mostra di bestiame nel paese di Engativà. Fino a quel momento ignoravano la notizia dell’assassinio perché tenevano spenta la radio dell’automobile presidenziale. Rimasi sul luogo del delitto ancora per una decina di minuti, stupito dalla rapidità con cui le versioni dei testimoni cambiavano forma e sostanza sino a perdere qualsiasi somiglianza con la realtà. Eravamo all’incrocio tra Avenida Jiménez e la Carrera Séptima, nell’ora di maggiore affluenza e a cinquanta passi da “El Tiempo”.
Allora sapevamo che quando uscì dal suo ufficio Gaitàn era accompagnato da Pedro Eliseo Cruz, Alejandro Valejo, Jorge Padilla e Plinio Mendoza Neira, ministro della Guerra durante il recente governo di Alfonso Lopez Pumarejo. Questi li aveva invitati a pranzo. Gaitàn era uscito dal palazzo in cui aveva il suo ufficio, senza scorta di alcun genere, e in mezzo a un gruppo compatto di amici. Appena arrivati sul marciapiede, Mendoza lo prese per un braccio, lo spinse un passo davanti agli altri, e gli disse:
«Quello che volevo dirti è una stupidaggine.»
Non riuscì a dire altro. Gaitàn si coprì la faccia col braccio e Mendoza sentì il primo sparo prima di vedere dinanzi a loro l’uomo che puntò la pistola e sparò due volte alla testa del leader con la freddezza di un professionista. Un istante dopo si parlava già di un qualche sparo senza direzione, e forse di un quinto.
Plinio Apuleyo Mendoza, che era arrivato con papà e le sue sorelle, Elvira e Rosa Inés, riuscì a vedere Gaitàn disteso sul marciapiede un minuto prima che lo portassero all’ospedale. «Non sembrava morto» mi raccontò anni dopo. «Era come una statua imponente in posizione supina sul marciapiede, accanto a un’esigua macchia di sangue e con una grande tristezza negli occhi aperti e fissi.» Nello smarrimento dell’istante le sorelle pensarono che anche il loro padre fosse morto ed erano così confuse che Plinio Apuleyo le fece salire sul primo tram che passò per allontanarle da quel luogo. Solo allora il conducente si rese conto di quanto era accaduto, e buttò il berretto sul pavimento e abbandonò il tram in piena strada per unirsi alle prime grida di rivolta. Qualche minuto dopo quello fu il primo tram rovesciato dalla folla impazzita.
Le discrepanze erano inconciliabili sul numero e il ruolo dei protagonisti, perché qualche testimone assicurava che erano stati tre a sparare a turno, e un altro diceva che il vero assassino si era perso nella ressa ed era salito senza fretta su un tram in marcia. Neppure quel che Mendoza Neira voleva chiedere a Gaitàn quando l’aveva preso per un braccio era connesso a tutto questo, si è in seguito confabulato, perché voleva solo chiedergli di autorizzare la creazione di un istituto per le masse sindacali. O come aveva scherzato suo suocero qualche giorno prima: «Una scuola per insegnare filosofia agli autisti.» Non aveva potuto dirlo per che davanti a loro era esploso il primo sparo.
Cinquantanni dopo, la mia memoria conserva fissa l’imagine dell’uomo che sembrava istigare la calca vanti alla farmacia, e non l’ho trovato in nessuna delle innumerevoli testimonianze che ho letto su quel giorno L’avevo visto molto da vicino, con un vestito di lusso, una pelle di alabastro e un controllo millimetrico dei gesti. Mi colpì tanto che non gli staccai gli occhi di dosso, fin quando non passarono a prenderlo con un’automobile troppo nuova non appena si furono portati via il cadavere dell’assassino, e a partire da allora fu come Incollato dalla memoria storica. Persino dalla mia, fino a molti anni dopo, ai tempi in cui facevo il giornalista, finché mi venne l’idea che quell’uomo fosse riuscito a far ammazzare un falso assassino per proteggere l’identità di quello vero. in quel tumulto incontrollabile c’era il leader studentesco cubano Fidel Castro, di vent’anni, delegato dell’Università dell’Avana per un convegno di studenti convocato come una replica democratica al Congresso americano.
Era arrivato cinque o sei giorni prima, in compagnia di Alfredo Guevara, Enrique Ovares e Rael del Pino, universitari cubani come lui, e uno dei suoi primi gesti fu richiedere un appuntamento con Jorge Eliécer Gaitàn, che ammirava.
Di lì a due giorni, Castro incontrò Gaitàn, e questi gli diede appuntamento per il venerdì successivo. Gaitàn in persona annotò l’appuntamento nell’agenda sopra la sua scrivania, sulla pagina relativa al 9 aprile:
“Fidel Castro, ore 14”. Secondo quanto da lui stesso raccontato in diverse circostanze, e negli interminabili resoconti che abbiamo avuto insieme nel corso di una vecchia amicizia, Fidel aveva avuto la prima notizia del delitto mentre era nei paraggi, in attesa di recarsi all’appuntamento delle due.
D’improvviso lo sorpresero le prime orde che correvano impetuose, e il grido generale: «Hanno ammazzato Gaitàn!» Fidel Castro non si rese subito conto che l’appuntamento non avrebbe potuto aver luogo prima delle quattro o delle cinque per via dell’imprevisto invito a pranzo che Mendoza Neira aveva fatto a Gaitàn.
Non ci si poteva avvicinare al luogo del delitto. Il traffico era interrotto e i tram rovesciati, sicché mi diressi verso la pensione per terminare il pasto quando il mio professore Carlos H. Pareja mi sbarrò il passo davanti al suo ufficio e mi domandò dove andavo.
«Vado a pranzare» gli dissi.
«Non fare lo scemo» disse lui, nella sua impenitente parlata caraibica.
«Come ti viene in mente di pranzare quando hanno appena ammazzato Gaitàn?»
Senza lasciarmi altro tempo, mi ordinò di andare all’università e di mettermi alla testa della protesta studentesca. Lo strano fu che gli diedi retta malgrado il mio modo d’essere. Proseguii per la Carrera Séptima verso nord, in senso contrario alla moltitudine che si precipitava verso l’incrocio del delitto tra la’ curiosità, il dolore e la furia. Gli autobus dell’Università Nazionale, guidati da studenti eccitati, capeggiavano la marcia. Nel Parco Santander, a cento metri dall’incrocio del delitto, il personale chiudeva in gran fretta le porte dell’Hotel Granada, il più lussuoso della città, dove alloggiavano in quei giorni alcuni cancellieri e invitati di spicco al Congresso Panamericano.
Un nuovo sciame di poveri in franco atteggiamento di sommossa spuntava da tutti gli angoli. Molti erano armati di machetes appena rubati nei primi assalti ai negozi, e sembravano ansiosi di usarli. Io non avevo un’idea chiara delle conseguenze possibili dell’attentato, e pensavo più al pranzo che alla protesta, sicché tornai sui miei passi fino a raggiungere la pensione. Salii a lunghi balzi le scale, pensando che i miei amici politicizzati fossero sul piede di guerra. Ma no: la sala da pranzo era sempre deserta, e mio fratello e José Palencia, che occupavano la stanza accanto, cantavano insieme ad altri amici.
«Hanno ammazzato Gaitàn!» gridai.
Mi fecero segno che lo sapevano già, ma l’umore era più festaiolo che funerario, e non interruppero la canzone. Poi ci sedemmo a mangiare nella sala da pranzo deserta, convinti che le cose si sarebbero fermate ma qualcuno alzò il volume della radio affinché noi indifferenti ascoltassimo. Carlos H. Pareja, facendo onore all’incitamento che mi aveva espresso un’ora prima, annunciò la costituzione della giunta rivoluzionaria di governo formata dai più importanti liberali di sinistra, tra cui il noto scrittore e politico Jorge Zalamea. Il suo primo intervento fu la costituzione del comitato esecutivo, il comando della Polizia Nazionale e di tutti gli organi per uno Stato rivoluzionario. Poi parlarono gli altri membri della giunta con frasi sempre più accese. Nella solennità della cerimonia, la prima cosa che mi venne in mente fu cos’avrebbe pensato mio padre quando avesse saputo che suo cugino, il conservatore duro, era il gran leader di una rivoluzione di estrema sinistra, la proprietaria della pensione, dinanzi all’importanza dei nomi vincolati alle università, si stupì che non si comportassero da professori ma da studenti screanzati, bastava fare ancora pochi passi e ci si sarebbe ritrovati alle prese con un paese diverso. A Radio Nazionale, i tradizionalisti invitavano alla calma, ed altri inveivano contro i comunisti fedeli a Mosca, mentre i più alti dirigenti del liberalismo ufficiale sfidavano i rischi delle strade in guerra, cercando di raggiungere il palazzo presidenziale per negoziare un’intesa di unità col governo conservatore.
Rimanemmo come storditi davanti a quella confusione demente finché un figlio della proprietaria non gridò all’improvviso che la casa stava bruciando. In effetti, si era aperta una crepa nella parete in fondo, e un fumo nero e denso cominciava a invadere le camere da letto, proveniva sicuramente dal Governatorato Distrettuale, attiguo alla pensione, che era stato incendiato dai manifestanti, ma il muro sembrava abbastanza robusto da resistere. Sicché scendemmo di corsa le scale e ci ritrovammo in una città in guerra. Gli assaltatori fuori di sé buttavano dalle finestre del Governatorato tutto quanto trovavano negli uffici. Il fumo degli incendi aveva rannuvolato l’aria, e il cielo incappottato era un manto sinistro. Orde impazzite, armate di machetes e ogni sorta di attrezzi rubati nelle ferramenterie, assalivano e appiccavano il fuoco ai negozi della Carrera Séptima e delle vie adiacenti con l’aiuto di poliziotti ammutinati. Un rapido sguardo ci bastò per accorgerci che la situazione era incontrollabile. Mio fratello prevenne il mio pensiero con un grido:
«Merda, la macchina da scrivere!»
Corremmo verso il banco dei pegni che era ancora intatto, con le grate di ferro ben chiuse, ma la macchina non era lì dov’era sempre stata. Non ce ne preoccupammo, pensando che nei giorni successivi avremmo potuto recuperarla, senza ancora renderci conto che quel disastro colossale non avrebbe avuto giorni successivi.
La guarnigione militare di Bogotà si limitò a proteggere i centri ufficiali e le banche, e dell’ordine pubblico non fu incaricato nessuno.
Molti alti comandi della polizia si trincerarono nella Quinta Divisione fin dalle prime ore, e numerosi agenti in strada li seguirono con carichi di armi raccolte in giro. Parecchi di loro, col bracciale rosso dei ribelli, fecero una scarica di fucileria così vicina a noi che mi rimbombò dentro il petto. Da quel momento nutro la convinzione che un fucile può uccidere con la sola esplosione.
Al ritorno dal banco dei pegni vedemmo devastare in pochi minuti i negozi della Carrera Octava, che erano i più ricchi della città. I gioielli squisiti, le stoffe inglesi e i cappelli di Bond Street che noi studenti della costa ammiravamo nelle vetrine irraggiungibili, erano allora fra le mani di tutti, davanti ai soldati impassibili che sorvegliavano le banche straniere. Il raffinatissimo caffè San Marino, dove non avevamo mai potuto entrare, era aperto e smantellato, per una volta senza i camerieri in smoking che si facevano avanti per impedire l’ingresso di studenti caraibici.
Alcuni di quelli che uscivano carichi di indumenti di pregio e grossi rotoli di stoffa in spalla li abbandonavano in mezzo alla strada. Ne raccolsi uno, senza pensare che pesava tanto, e dovetti lasciarlo lì con tutto il dolore della mia anima. Ovunque inciampavamo in apparecchi domestici buttati in strada, e non era facile camminare in mezzo alle bottiglie di whisky di grandi marche e ogni sorta di alcolici esotici che le folle spaccavano a colpi di machete. Mio fratello Luis Enrique e José Palencia trovarono rimanenze del saccheggio in un magazzino di buon abbigliamento, fra cui un vestito celeste di ottimo panno e della taglia precisa di mio padre, che lo portò per anni in circostanze solenni. Il mio unico trofeo provvidenziale fu la cartelletta di pelle di vitello della sala da té più cara della città, che mi servì per tenere i miei originali sotto il braccio nelle molte notti degli anni successivi in cui non ebbi un posto dove dormire.
Ero in un gruppo che si faceva strada lungo la Carrera Octava in direzione del Campidoglio, quando una scarica di mitragliatrice spazzò via i primi che si affacciarono su Plaza de Bolivar. I morti e i feriti istantanei riversi in mezzo alla strada ci frenarono bruscamente. Un moribondo zuppo di sangue che uscì trascinandosi dal mucchio mi afferrò l’orlo dei pantaloni e mi gridò una supplica lacerante:
«Giovanotto, per l’amor di Dio, non mi lasci morire!»
Fuggii spaventato. Da allora imparai a dimenticare altri orrori, miei e altrui, ma non dimenticai mai l’abbandono di quegli occhi nel bagliore degli incendi. Tuttavia, mi stupisce ancora di non aver pensato neppure per un istante che mio fratello e io potevamo morire in quell’inferno senza scampo.
A partire dalle tre del pomeriggio aveva cominciato a piovere a raffiche, ma dopo le cinque esplose un diluvio biblico che spense molti incendi marginali e attenuò gli slanci della rivolta. La scarsa truppa di Bogotà, incapace di affrontarla, disperse la furia della gente. Non venne rinforzata fin dopo la mezzanotte dalle squadre di emergenza dei distretti vicini, soprattutto di Boyacà, che aveva il cattivo prestigio di essere la scuola della violenza ufficiale. Fino ad allora la radio incitava ma non informava, sicché ogni notizia era priva di origine, e la verità era impossibile. All’alba le truppe di rinforzo recuperarono il centro commerciale devastato dalle orde e senz’altra luce che quella degli incendi, ma la resistenza politicizzata continuò ancora per diversi giorni con franchi tiratori appostati su torrette e tetti delle case. A quell’ora, non si potevano più contare i morti nelle strade.
Quando tornammo alla pensione la maggior parte del centro era in fiamme, con tram rovesciati e carcasse di automobili che servivano da barricate casuali. Infilammo in una valigia le poche cose di qualche valore, e solo in seguito mi resi conto che avevo abbandonato la prima versione di due o tre racconti impubblicabili, il dizionario del nonno, che non recuperai mai più, e il libro di Diogene Laerzio ricevuto in premio alla cerimonia conclusiva del liceo.
L’unica cosa che ci passò per la testa fu chiedere asilo con mio fratello a casa dello zio Juan de Dios, a soli quattro isolati dalla pensione. Era un appartamento al secondo piano, con salotto, sala da pranzo e due camere da letto, dove lo zio viveva con la moglie e i figli Eduardo, Margarita e Nicolàs, il maggiore, che per qualche tempo era stato con me alla pensione. Ci stavamo a stento, ma i Màrquez Caballero ebbero il buon cuore di improvvisare spazi dove non ce n’erano, persino nella sala da pranzo, e non solo per noi ma anche per altri amici nostri e compagni di pensione: José Palencia, Domingo Manuel Vega, Carmelo Martinez - tutti di Sucre - e altri che conoscevamo appena.
Poco prima della mezzanotte, quando ebbe smesso di piovere, salimmo sul terrazzo per vedere il paesaggio infernale della città illuminata dalle braci dell’incendio. In fondo, i monti di Monserrate e della Guadalupe erano due immense sagome contro il cielo rannuvolato dal fumo, ma l’unica cosa che io continuavo a vedere nella bruma desolata era la faccia enorme del moribondo che si era trascinato verso di me per supplicarmi un aiuto impossibile. Le scorribande per strada erano diminuite, e nel silenzio tremendo si sentivano solo i colpi sparsi di innumerevoli franchi tiratori appostati in tutto il centro, e lo strepito delle truppe che a poco a poco eliminavano ogni traccia di resistenza armata o disarmata per dominare la città. Impressionato dal paesaggio della morte, lo zio Juan de Dios espresse in un solo sospiro la sensazione di tutti:
«Dio mio, tutto questo sembra un sogno!» Di ritorno nel salotto in penombra crollai sul divano. I bollettini ufficiali delle emittenti occupate dal governo dipingevano un panorama di lenta tranquillità. Non si tenevano più discorsi, ma non si poteva distinguere con precisione fra le emittenti ufficiali e quelle che erano sempre in mano della rivolta, e anche queste ultime era impossibile distinguerle dalla valanga inarrestabile di voci incontrollabili. Si disse che tutte le ambasciate erano zeppe di rifugiati, e che il generale Marshall si era fermato in quella degli Stati Uniti protetto da una guardia d’onore della Scuola Militare. Anche Laureano Gomez si era rifugiato lì fin dalle prime ore, e aveva intrattenuto conversazioni telefoniche col suo presidente, tentando di impedire che questi negoziasse con i liberali in una situazione che lui riteneva manovrata dai comunisti. L’ex presidente Alberto Lleras, allora segretario generale dell’Unione Panamericana, si era salvato la vita per miracolo quand’era stato riconosciuto nella sua automobile non blindata mentre abbandonava il Campidoglio e avevano cercato di fargli pagare la consegna legale del potere ai conservatori.
La maggior parte dei delegati del Congresso Panamericano era in salvo fin dalla mezzanotte.
Fra tante notizie contraddittorie venne annunciato che Guillermo Leon Valencia, il figlio del poeta omonimo, era stato lapidato e il cadavere appeso in Plaza de Bolivar. Ma l’idea che il governo controllasse la situazione si era profilata non appena l’esercito aveva recuperato le emittenti radiofoniche in mano ai ribelli. Invece dei proclami di guerra, le notizie miravano allora a tranquillizzare il paese assicurando che il governo era padrone della situazione, mentre l’alta gerarchia liberale negoziava col presidente della Repubblica per ottenere metà del potere.
In realtà, gli unici che sembravano agire con senso politico erano i comunisti, minoritari ed esaltati, che nel disordine in mezzo alle strade si vedevano dirigere le folle - come vigili urbani - verso i centri del potere. Il liberalismo, invece, mostrò di essere diviso nelle due metà indicate da Gaitàn durante la sua campagna: i dirigenti che cercavano di negoziare una quota di potere al palazzo presidenziale, e i loro elettori che avevano resistito alla meno peggio su torrette e tetti.
Il primo dubbio che emerse in merito alla morte di Gaitàn fu quello sull’identità del suo assassino. Ancora oggi non esiste una convinzione unanime che sia stato Juan Roa Sierra, il pistolero solitario che sparò contro di lui in mezzo alla folla della Carrera Séptima. Quello che non è facile capire è che avesse agito solo per sé dal momento che non sembrava avere una cultura autonoma per decidere di sua spontanea volontà una morte così devastante, quel giorno, a quell’ora, in quel posto e in quel modo. Sua madre, Encarnacion Sierra, vedova Roa, di cinquantadue anni, era stata informata per radio dell’assassinio di Gaitàn, suo eroe politico, e stava tingendo di nero il suo vestito migliore per mettersi in lutto. Non aveva finito quando sentì che l’assassino era Juan Roa Sierra, il tredicesimo dei suoi quattordici figli. Nessuno era andato oltre le elementari, e quattro di loro - due maschi e due femmine - erano morti.
Lei dichiarò che da circa otto mesi si erano notati cambiamenti strani nel comportamento di Juan. Parlava da solo e rideva senza motivo, e una volta aveva confessato alla famiglia che credeva di essere l’incarnazione del generale Francisco de Paula Santander, eroe della nostra indipendenza, ma avevano pensato che fosse un’uscita da ubriaco.
Non si era mai saputo che suo figlio avesse fatto male a qualcuno, ed era riuscito a far sì che gente di un certo peso gli desse lettere di raccomandazione per trovare lavoro. Una di queste era nel suo portafogli quando uccise Gaitàn. Sei mesi prima ne aveva scritta una di suo pugno indirizzata al presidente Ospina Pérez, in cui sollecitava un incontro per chiedergli un impiego.
La madre dichiarò agli investigatori che il figlio aveva sottoposto il problema anche a Gaitàn in persona, ma che questi non gli aveva lasciato speranze. Non si sapeva che avesse mai sparato in vita sua, ma il modo in cui usò l’arma del delitto era molto lontano dall’essere quello di un novellino. La pistola era una .38 lunga, così malconcia che ci fu da stupirsi che neppure una pallottola fosse andata a vuoto.
Alcuni impiegati dell’edificio credevano di averlo visto al piano degli uffici di Gaitàn nei giorni precedenti l’assassinio. Il portiere affermò senza esitazioni che la mattina del 9 aprile l’aveva visto salire per le scale e poi scendere con l’ascensore insieme a uno sconosciuto. Gli sembrò che entrambi avessero aspettato per diverse ore vicino all’entrata del palazzo, ma Roa era solo accanto alla porta quando Gaitàn salì nel suo ufficio.
Gabriel Restrepo, un giornalista di “La Jornada” - il quotidiano della campagna gaitanista - fece l’inventario dei documenti che Roa Sierra aveva con sé quando commise il delitto. Non lasciavano dubbi sulla sua identità e sulla sua condizione sociale, ma non fornivano piste sui suoi propositi. Aveva nelle tasche dei pantaloni ottantadue centesimi in monete varie, quando parecchie cose importanti della vita quotidiana ne costavano solo cinque. In una tasca interna della giacca aveva un portafogli di pelle nera con una banconota da un peso. Aveva pure un certificato che garantiva la sua onestà, un altro della polizia secondo cui non aveva precedenti penali, e un terzo col suo indirizzo in un quartiere povero: Calle Octava, numero 373. In base al suo certificato militare di riserva di seconda classe che aveva nella stessa tasca, era figlio di Rafael Roa e di Encarnacion Sierra, ed era nato ventun anni prima: il 4 novembre 1927.
Tutto sembrava in regola, tranne il fatto che un uomo di condizione così umile e senza precedenti penali avesse con sé tante prove di buona condotta. Però, a lasciarmi qualche traccia di dubbio che non sono mai riuscito a dimenticare è soltanto l’uomo elegante e ben vestito che l’aveva additato alle orde furibonde ed era scomparso per sempre su un’automobile di lusso.
Nel fragore della tragedia, mentre imbalsamavano il cadavere dell’apostolo assassinato, i membri della direzione liberale si erano riuniti nella mensa dell’Ospedale Centrale per accordarsi su formule di emergenza. La più urgente fu recarsi al palazzo presidenziale senza udienza previa per discutere col capo dello Stato una formula di emergenza capace di scongiurare il cataclisma che minacciava il paese.
Poco prima delle nove di sera la pioggia era diminuita e i primi delegati si fecero strada alla meno peggio fra le vie distrutte dalla rivolta popolare e con cadaveri crivellati dalle pallottole cieche dei franchi tiratori su balconi e tetti.
Nell’anticamera dello studio presidenziale trovarono: alcuni funzionari e politici conservatori, e la moglie del presidente, donna Berta Hernàndez Ospina, molto padrona di sé. Indossava ancora il vestito con cui aveva accompagnato il marito alla mostra di Engativà, e alla cintura una pistola regolamentare.
Al termine del pomeriggio il presidente aveva perso i contatti con i punti più critici e cercava di valutare a porte chiuse con militari e ministri le condizioni del paese. La visita dei dirigenti liberali lo colse di sorpresa poco prima delle dieci di sera, e non voleva riceverli tutti insieme bensì a due a due, ma loro decisero che in tal caso nessuno sarebbe entrato. Il presidente cedette, ma i liberali la presero comunque come un motivo di scoraggiamento.
Lo trovarono seduto in capo a un lungo tavolo per le riunioni, con un vestito impeccabile e senza il minimo segno di ansia. Tradiva solo una certa tensione dal modo di fumare, continuo e avido, e a tratti spegnendo una sigaretta a metà per accenderne un’altra. Uno dei visitatori mi raccontò anni dopo quanto l’avesse colpito il bagliore degli incendi sulla testa argentata del presidente impassibile.
Attraverso le grandi finestre dello studio presidenziale si scorgevano le macerie sotto il cielo ardente e sino ai confini del mondo.
Quanto si sa di quell’udienza lo dobbiamo al poco che ne raccontarono gli stessi protagonisti, alle rare confidenze di alcuni e alle molte fantasie di altri, e alla ricostruzione di quei giorni infausti fatta pezzo per pezzo dal poeta e storico Arturo Alape, che ha in buona parte reso possibile le basi di queste memorie.
I visitatori erano Luis Cano, direttore del giornale della sera “El Espectador”, Plinio Mendoza Neira, che aveva promosso la riunione, e altri tre fra i più attivi e giovani dirigenti liberali: Carlos Lleras Restrepo, Dario Echandia e Alfonso Araujo. Nel corso della discussione, entrarono o uscirono altri liberali eminenti.
Secondo le rievocazioni lucide che mi fece anni dopo Plinio Mendoza Neira nel suo impaziente esilio a Caracas, nessuno di loro aveva ancora un piano pronto. Lui era l’unico testimone dell’assassinio di Gaitàn, e lo raccontò passo per passo con le sue arti da narratore congenito e giornalista cronico. Il presidente lo ascoltò con un’attenzione solenne, e alla fine -chiese che i visitatori esprimessero le loro idee per una soluzione giusta e patriottica di quell’emergenza colossale.
Mendoza, famoso tra amici e nemici per la sua franchezza senza complimenti, rispose che la cosa più efficace sarebbe stata che il governo delegasse il potere alle Forze Armate, per la fiducia di cui in quel momento godevano presso la popolazione. Era stato ministro della Guerra durante il governo liberale di Alfonso Lopez Pumarejo, conosceva bene i militari dall’interno, e pensava che solo loro avrebbero potuto far tornare la normalità. Ma il presidente non fu d’accordo col realismo della formula, né altri fra i liberali lo sostennero.
L’intervento successivo fu quello di don Luis Cano, ben conosciuto per la sua brillante prudenza. Nutriva sentimenti quasi paterni nei confronti del presidente e si limitò a offrirsi per qualsiasi decisione rapida e giusta che Ospina avesse espresso con l’appoggio della maggioranza. Questi lo rassicurò che avrebbe trovato gli espedienti indispensabili per il ritorno alla normalità, ma sempre nell’osservanza della Costituzione. E indicando dalle finestre l’inferno che divorava la città, rammentò con un’ironia mal repressa che non era stato il governo a causarlo.
Era famoso per la sua flemma e la sua buona educazione, in contrasto con gli strepiti di Laureano Gomez e l’alterigia di altri membri del suo partito, esperti in elezioni truccate, ma in quella notte storica dimostrò che non era disposto a essere meno recalcitrante di loro.
Sicché la discussione si protrasse fino a mezzanotte, senza arrivare a un accordo, e con le interruzioni di donna Berta Ospina che comunicava notizie sempre più spaventose.
Già allora era incalcolabile il numero dei morti nelle strade, e dei franchi tiratori in posizioni irraggiungibili e delle folle impazzite per il dolore, la rabbia e gli alcolici di grandi marche saccheggiati nei negozi di lusso. Il centro della città era devastato e ancora in fiamme, così com’erano distrutti o incendiati tutti i negozi, il Palazzo di Giustizia, il Governatorato, e molti altri edifici storici. Era la realtà a rendere impietosamente anguste le vie di un accordo sereno di più uomini contro uno, nell’isola deserta dell’ufficio presidenziale.
Dario Echandia, forse l’uomo con maggiore autorità fu il meno loquace.
Fece due o tre commenti ironici su presidente e si immerse di nuovo nelle sue brume. Sembrava fosse il candidato insostituibile per rimpiazzare Ospina Pérez alla presidenza, ma quella notte non feci nulla di concreto per meritarlo o evitarlo. Il presidente che veniva ritenuto un conservatore moderato, lo sembrava sempre meno. Discendeva da due presidenti di uno stesso secolo, era padre di famiglia, ingegnere in pensione e milionario da sempre, e diverse altre cose che faceva senza pubblicità, al punto che si diceva senza alcun fondamento che a comandare davvero, sia a casa sua sia a palazzo, fosse la sua battagliera moglie. E anche così - Concluse con un sarcasmo acido - non ci sarebbero stati inconvenienti ad accettare la proposta, ma si sentiva molto a suo agio nel dirigere il governo dalla poltrona su cui era seduto per volontà del popolo.
Parlava sicuramente rinvigorito da un’informazione che mancava ai liberali: la conoscenza puntuale e completa dell’ordine pubblico nel paese. La ebbe in ogni momento, grazie alle varie volte in cui era uscito dall’ufficio per informarsi a fondo. La guarnigione di Bogotà non raggiungeva i mille uomini, e in tutti i distretti c’erano notizie più o meno gravi, ma tutte sotto controllo e con la lealtà delle Forze armate.
Nel vicino distretto di Boyacà, famoso per il suo liberalismo storico e il suo conservatorismo ispido, il governatore José Maria Villareal -
conservatore di vecchio stampo - non solo aveva represso molto presto la sommossa locale, ma stava pure inviando truppe ben armate per sottomettere la capitale. Sicché l’unica cosa di cui il presidente aveva bisogno era distrarre i liberali con la sua flemma calcolata parlando poco e fumando piano. In nessun momento guardò l’orologio, ma dovette calcolare benissimo l’ora in cui la città sarebbe stata rifornita di truppe fresche e fin troppo esperte nella repressione ufficiale.
Dopo un lungo scambio di formule esplorative, Carlos Lleras Restrepo propose quella che aveva concordato la direzione liberale all’Ospedale Centrale e che si erano riservati come espediente estremo: proporre al presidente di delegare il potere a Dario Echandia, a buon pro della concordia politica e della pace sociale. Non c’erano dubbi che la formula sarebbe stata accolta senza riserve da Eduardo Santos e da Alfonso Lopez Pumarejo, ex presidenti e uomini di vasto credito pubblico, ma che quel giorno non erano nel paese.
Tuttavia, la risposta del presidente, formulata con la stessa flemma con cui fumava, non era quella che ci si poteva aspettare. Non sprecò l’occasione per dimostrare il suo vero carattere, che fino ad allora erano in pochi a conoscere. Disse che per lui e per la sua famiglia sarebbe stato più comodo ritirarsi dal potere e vivere all’estero con la sua fortuna personale e senza preoccupazioni politiche, ma lo inquietava quello che poteva significare per il suo paese che un presidente eletto si desse alla fuga. La guerra civile sarebbe stata inevitabile. E
dinanzi a una nuova insistenza di Lleras Restrepo sul suo ritiro, si permise di ricordare il suo dovere di difendere la Costituzione e le leggi, che aveva nei confronti non solo della sua patria ma anche della sua coscienza e di Dio. Fu allora che dicono abbia detto la frase storica che a quanto sembra non disse mai, ma che rimase come sua per sempre:
«Per la democrazia colombiana è meglio un presidente morto che un presidente fuggiasco.»
Nessuno dei testimoni ricordò di averla sentita dalle sue labbra, né da altre. Col tempo l’attribuirono a personaggi diversi, e addirittura vennero messi in discussione i suoi meriti politici e il suo valore storico, ma mai il suo splendore letterario. A partire da allora fu il motto del governo di Ospina Pérez, e uno dei pilastri della sua gloria.
Si è arrivati a dire che fu inventata da diversi giornalisti conservatori, e con più ragioni dal notissimo scrittore, politico e attuale ministro delle Miniere e del Petrolio, Joaquin Estrada Monsalve, che in effetti si trovava nel palazzo presidenziale ma non nella sala delle riunioni. Sicché rimase nella storia come detta da chi avrebbe dovuto dirla, in una città devastata dove cominciavano a raggelarsi le ceneri, e in un paese che non sarebbe mai più stato lo stesso.
In fin dei conti, il merito reale del presidente non era inventare frasi storiche, ma intrattenere i liberali con caramelle soporifere fin dopo la mezzanotte, quando arrivarono le truppe di rinforzo per reprimere la rivolta della plebe e imporre la pace conservatrice. Solo allora, alle otto di mattina del 10 aprile, svegliò Dario Echandia con un incubo di undici squilli del telefono e lo nominò ministro del Governo per un regime di consolazione bipartitico. Laureano Gomez, irritato dalla soluzione «inquieto per la sua sicurezza personale, partì per New York con la sua famiglia finché non si fossero presentate le condizioni opportune per il suo anelito eterno di diventare presidente.
Ogni sogno di cambiamento sociale di fondo per cui era morto Gaitàn svanì tra le macerie fumanti della città. I morti per le vie di Bogotà, e in seguito alla repressione ufficiale negli anni successivi, saranno stati oltre un milione, a parte la miseria e l’esilio di tanti. Già molto prima che i dirigenti liberali delle alte sfere si rendessero conto che si erano addossati il rischio di passare alla storia nel ruolo di complici.
Fra i molti testimoni storici di quella giornata a Bogotà, ce n’erano due che non si conoscevano fra loro, e che anni dopo sarebbero stati due dei miei grandi amici. Uno era Luis Cardoza y Aragon, un poeta e saggista politico e letterario del Guatemala, che partecipava al Congresso Panamericano in qualità di cancelliere del suo paese e capo della sua delegazione. L’altro era Fidel Castro. Entrambi, inoltre, vennero prima o poi accusati di essere stati implicati nella sommossa.
Di Cardoza y Aragon si disse in concreto che era stato uno dei promotori, protetto dalle sue credenziali di delegato speciale del governo progressista di Jacobo Arbenz in Guatemala. Bisogna capire che Cardoza y Aragon era il delegato di un governo storico e un grande poeta della lingua che non si sarebbe mai prestato per un’avventura folle. La rievocazione più dolente nel suo bel libro di memorie fu l’accusa di Enrique Santos Montejo, “Calibano”, che nella sua popolare rubrica su
“El Tiempo”, “La Danza delle Ore”, gli attribuì la missione ufficiale di assassinare Gorge Marshall. Numerosi delegati del congresso intervennero affinché il giornale rettificasse quell’accusa delirante, ma non fu possibile. “El Sigio”, organo ufficiale del conservatorismo al potere, proclamò ai quattro venti che Cardoza y Aragon era stato il promotore della sedizione.
Lo conobbi molti anni dopo a Città del Messico, con sua moglie Lya Kostakowsky, nella loro casa di Coyoacàn, sacralizzata dai ricordi e abbellita ancora di più dalle opere originali di grandi pittori dell’epoca. Noi suoi amici ci recavamo lì la domenica a trascorrere serate intime di un’importanza senza pretese. Si riteneva un sopravvissuto, dapprima allorché la sua automobile venne mitragliata dai franchi tiratori solo poche ore dopo il delitto. E qualche giorno dopo, ormai sedata la sommossa, quando un ubriaco che gli sbarrò la strada gli sparò in faccia con una pistola che si inceppò due volte. Il 9 aprile era un tema ricorrente delle nostre conversazioni, in cui la rabbia si confondeva con la nostalgia degli anni perduti.
Fidel Castro, a sua volta, fu vittima di ogni sorta di accuse assurde, per via di alcuni interventi legati alla sua condizione di attivista studentesco. In quella notte buia, dopo una giornata terribile tra le folle in subbuglio, finì alla Quinta Divisione della Polizia Nazionale, cercando come essere utile per mettere termine al massacro nelle strade.
Occorre conoscerlo per immaginarsi quale fu la sua disperazione nella fortezza in rivolta dove sembrava impossibile imporre un criterio comune.
Si consultò con i comandanti della guarnigione e altri ufficiali ammutinati, e tentò di convincerli, senza riuscirci, che ogni forza che si isola è perduta. Propose che portassero i loro uomini a lottare nelle strade per il mantenimento dell’ordine e un sistema più giusto. Li motivò con ogni tipo di precedenti storici, ma non venne ascoltato, mentre truppe e carri armati ufficiali
erivellavano la fortezza. Alla
fine, decise di correre la sorte di tutti.
All’alba entrò nella Quinta Divisione Plinio Mendoza Neira con istruzioni della Direzione Liberale per ottenere la resa pacifica non solo di ufficiali e agenti in rivolta, ma anche di numerosi liberali che aspettavano ordini per agire. Nelle molte ore che durò la negoziazione di un accordo, a Mendoza Neira rimase fissa nella memoria l’immagine di quello studente cubano, corpulento e dialettico, che più volte intervenne nelle controversie fra i dirigenti liberali e gli ufficiali ribelli con una lucidità che li stupì tutti. Solo qualche anno dopo seppe chi era perché lo vide per caso a Caracas in una fotografia della notte terribile, quando Fidel Castro era ormai sulla Sierra Maestra.
Lo conobbi undici anni dopo, quando accorsi come reporter alla sua entrata trionfale all’Avana, e col tempo stringemmo un’amicizia personale che attraverso gli anni ha resistito a innumerevoli inciampi.
Nelle mie lunghe conversazioni con lui su ogni cosa divina e umana, il 9
aprile è stato un argomento ricorrente che Fidel Castro avrebbe finito per rievocare come uno dei drammi decisivi della sua formazione.
Soprattutto la notte alla Quinta Divisione, dove si rese conto che la maggioranza degli ammutinati che entravano e uscivano, si lasciavano andare al saccheggio invece di persistere con i loro interventi nell’urgenza di una soluzione politica.
Mentre quei due amici erano testimoni dei fatti che spaccarono in due la storia della Colombia, mio fratello e io sopravvivevamo nelle tenebre insieme ai rifugiati in casa dello zio Juanito. In nessun momento presi coscienza di essere ormai un apprendista scrittore che un giorno avrebbe tentato di ricostruire a memoria la testimonianza dei giorni atroci che stavamo vivendo. La mia unica preoccupazione era quella più terrestre: informare la nostra famiglia che eravamo vivi - almeno fino ad allora -
e al contempo essere informati sui nostri genitori e fratelli, e soprattutto su Margot e Aida, le due maggiori, interne in collegi di città lontane.
Il rifugio dello zio Juanito era stato un miracolo. Le prime giornate furono difficili a causa delle sparatorie costanti e senza notizie affidabili. Ma a poco a poco esplorammo le botteghe vicine e riuscimmo a comprare dei commestibili. Le strade erano occupate da truppe d’assalto con l’ordine perentorio di sparare. L’incorreggibile José Palencia si travestì da militare per circolare senza limitazioni con un cappello da esploratore e certi gambali trovati in un cassonetto della spazzatura, e sfuggì per miracolo alla prima pattuglia che lo scoprì.
Le emittenti commerciali, messe a tacere fin dalla mezzanotte, rimasero sotto il controllo dell’esercito. I telegrafi e i telefoni primitivi e scarsi erano riservati all’ordine pubblico, e non esistevano altri mezzi di comunicazione. Le file per i telegrammi erano eterne davanti agli uffici stracolmi, ma le stazioni radiofoniche instaurarono un servizio di messaggi via aere indirizzati a chi avesse la fortuna di captarli.
Tale modalità ci sembrò la più facile e sicura, e a questa ci affidammo senza troppe speranze.
Mio fratello e io uscimmo in strada dopo tre giorni passati chiusi in casa. Fu una vista terrorizzante. La città era in macerie, rannuvolata e torbida per la pioggia costante che aveva limitato gli incendi ma che aveva pure rallentato il recupero. Molte vie erano chiuse a causa delle postazioni dei franchi tiratori sui tetti del centro, e bisognava fare lunghi giri senza senso seguendo gli ordini di pattuglie armate come per una guerra mondiale. Il lezzo di morte nelle strade era insopportabile.
I camion dell’esercito non erano riusciti a prelevare i i mucchi di corpi sui marciapiedi e i soldati dovevano affrontare i gruppi disperati per riconoscere chi era dei loro.
Fra le rovine di quello che era stato il centro commerciale il tanfo era irrespirabile, al punto che molte famiglie dovevano rinunciare alla ricerca. In una delle grandi piramidi di cadaveri ne spiccava uno scalzo e senza pantaloni ma con una giacca impeccabile. Tre giorni dopo, le ceneri sprigionavano ancora il tanfo dei corpi senza padrone putrefatti fra le macerie e impilati sui marciapiedi.
Quando meno ce l’aspettavamo, mio fratello e io venimmo fermati bruscamente dallo schiocco inconfondibile di un fucile che veniva armato alle nostre spalle, e da un ordine perentorio:
«Mani in alto!»
Le alzai senza neppure pensarci, pietrificato dal terrore, finché non mi fece resuscitare la risata del nostro amico Angel Casij, che aveva risposto al richiamo delle Forze Armate come riserva di prima classe.
Grazie a lui, noi che ci eravamo rifugiati dallo zio Juan de Dios riuscimmo a mandare un messaggio via aere dopo un giorno d’attesa davanti a Radio Nazionale. Mio padre lo sentì a Sucre in mezzo agli innumerevoli che vennero letti di giorno e di notte per due settimane. A mio fratello e a me, vittime irredimibili della mania congetturale della famiglia, rimase il timore che nostra madre potesse interpretare la notizia come un’opera buona degli amici mentre stavano preparandola al peggio. Ci sbagliammo di poco: fin dalla prima notte nostra madre aveva sognato che i suoi due figli maggiori erano annegati in un mare di sangue durante la sommossa. Dovette essere un incubo così convincente che quando le arrivò la verità per altre vie decise che nessuno di noi sarebbe mai più tornato a Bogotà, anche se avessimo dovuto rimanere in casa a morire di fame. La decisione sarà stata perentoria perché l’unico ordine che ci diedero i nostri genitori nel loro primo telegramma fu che partissimo per Sucre il più presto possibile per tutelarci l’avvenire.
Nell’attesa snervante, diversi compagni mi avevano prospettato in termini da favola la possibilità di proseguire gli studi a Cartagena de Indias, pensando che Bogotà sarebbe rinata dalle sue macerie, ma che i bogotani non si sarebbero mai ripresi dal terrore e dall’orrore del massacro. Cartagena aveva un’università centenaria con un prestigio pari a quello delle sue reliquie storiche, e una Facoltà di Legge a misura umana dove avrebbero preso per belli i miei brutti voti dell’Università Nazionale.
Non volli scartare l’idea senza averne prima considerato i pro e i contro, né parlarne con i miei genitori finché non l’avessi sperimentata di persona. Mi limitai ad annunciare che avrei raggiunto Sucre in aereo via Cartagena, perché con quella guerra il fiume Magdalena poteva essere un percorso suicida. Quanto a Luis Enrique, annunciò che si sarebbe recato a Barranquilla in cerca di lavoro non appena avesse aggiustato i conti con i suoi padroni di Bogotà.
Comunque, io sapevo che non sarei diventato un avvocato da nessuna parte. Volevo solo guadagnare un po’ più di tempo per distrarre i miei genitori, e Cartagena poteva essere un buon scalo tecnico per riflettere. Certo non avrei mai pensato che quel calcolo ragionevole mi avrebbe portato a decidere col cuore in mano che lì avrei voluto continuare la mia vita.
