IL CAVALIERE SVEDESE
Leo Perutz
Recensione
Il cavaliere svedese (Der schwedische Reiter) è un romanzo straordinario scritto da Leo Perutz nel 1936, amato da autori come Jorge Luis Borges ed Emmanuel Carrère, che lo considerava un capolavoro assoluto.
Il romanzo ha un meccanismo a orologeria perfetto. Come scrive Emmanuel Carrère, è un libro che "sta tutto nella trama" e che non solo resiste a una seconda lettura, ma la richiede per poterne apprezzare ogni incastro perfetto.
Non aspettarti mostri o magie eclatanti. Perutz è il maestro del fantastico psicologico e sottile: il soprannaturale si insinua nella realtà quotidiana come una goccia di veleno, sotto forma di coincidenze inquietanti, presagi e suggestioni demoniache.
I temi cardine sono il doppio, lo scambio di identità, il destino inevitabile e il profondo legame tra colpa ed espiazione. La parabola del ladro è fortemente commovente ed emotiva.
La prosa è affilata, precisa e priva di fronzoli, capace di ricreare un'atmosfera storica sporca, gotica e picaresca con pochissimi tocchi magistrali.
All’inizio del Settecento, un cavaliere svedese disertore e un ladro vagabondo si scambiano l'identità a causa della loro straordinaria somiglianza. Il nobile sceglie di nascondersi tra i disperati di una brutale regione mineraria, mentre il ladro assume il suo titolo, ne sposa la fidanzata e diventa un perfetto e stimato gentiluomo. Tuttavia, dopo anni di felicità, i fantasmi del passato e un patto misterioso con il Diavolo torneranno a presentare il conto, distruggendo la sua nuova vita.
IL CAVALIERE SVEDESE
INTRODUZIONE
Maria Christine, nata von Tornefeld, vedova von Rantzau e coniugata in seconde nozze col regio consigliere di Stato e ambasciatore straordinario di Danimarca Reinhold Michael von Blohme, in gioventù una bellezza molto corteggiata, ha scritto verso la metà del secolo XVIII, ormai cinquantenne, le proprie memorie. Quest’operina, ch’ella intitolὸ «La mia vita, un affresco ricco di colori e di figure», fu data alle stampe solo qualche decennio dopo la sua morte. Fu uno dei suoi nipoti, all’inizio del secolo XIX, a renderla accessibile a una piccola cerchia di lettori.
Quel titolo pretenzioso non è del tutto ingiustificato. L’autrice ha conosciuto in tempi movimentati una considerevole porzione di mondo, ha accompagnato il consorte – il consigliere di Stato danese – in tutti i suoi viaggi, spingendosi fino a Ispahan alla corte del famigerato Nadir Shah. Nelle sue memorie si trovano talune cose che riescono ancora a catturare l’interesse del lettore d’oggi. Per esempio, in uno dei primi capitoli, un efficace resoconto della cacciata dei contadini protestanti dal territorio dell’arcivescovado di Salisburgo. In un capitolo successivo l’autrice descrive la rivolta dei copisti di Costantinopoli, che con la fondazione d’una tipografia s’eran visti togliere il pane di bocca. Sa raccontare con grande vivacità le pratiche dei guaritori di Reval e la soppressione violenta di quella setta di fanatici protestanti. A Ercolano ha veduto – per usare le sue stesse parole – le prime «scoperte fatte sotto la terra, statue e bassorilievi lavorati nel marmo», senza ovviamente rendersi conto dell’importanza di quei ritrovamenti, e a Parigi ha viaggiato su una carrozza che «senza cavalli, solo per suo moto interno» ha percorso in meno di due ore undici miglia francesi e mezzo.
È venuta anche a contatto con alcuni dei massimi spiriti del suo tempo. A una festa in maschera a Parigi conobbe il giovane Crébillon – pare che per breve tempo ne sia stata l’amante. Con Voltaire ebbe una lunga conversazione a una festa di frammassoni che si tenne a Lunéville, e qualche anno più tardi lo rivide a Parigi, proprio il giorno in cui egli veniva ufficialmente accolto all’Accademia. Annoverò tra i suoi amici anche alcuni eruditi, come il signor de Réaumur e quel professore di fisica sperimentale, signor van Musschenbroek, che ha inventato la bottiglia di Leida. Né manca di fascino la storia del suo incontro con il «famoso maestro di cappella signor Bach di Lipsia», che nel maggio dell’anno 1741 ella ascoltò sonar l’organo nella chiesa dello Spirito Santo di Potsdam.
L’impressione più forte il lettore la riporta però da quella parte del libro nella quale Maria Christine von Blohme ricorda con accenti infervorati, ma d’una quasi poetica tenerezza, il padre precocemente perduto – ch’ella chiama il «cavaliere svedese». La scomparsa del padre dalla sua vita e le singolari e contraddittorie circostanze in cui quel tragico evento si compὶ gettarono un’ombra sugli anni della sua gioventù.
Maria Christine von Blohme era venuta al mondo in Slesia – così ella racconta – nella tenuta dei suoi genitori, e a darle il benvenuto s’era radunata tutta la nobiltà del circondario. Di suo padre, il «cavaliere svedese», serbava solo un ricordo sfocato. «I suoi occhi facevano paura,» dice «ma, quand’egli mi guardava, mi pareva che sopra di me si fosse spalancato il cielo».
Quando Maria Christine aveva sei anni o poco più, suo padre lasciò la tenuta per recarsi in Russia «sotto le tenebrose bandiere di Carlo XII», il re di Svezia, la cui fama a quel tempo saturava di sé il mondo. «Mio padre era di origine svedese» scrive Maria Christine von Blohme «e le preghiere e le lacrime di mia madre non valsero a trattenerlo».
Ma prima ch’egli partisse la bimba gli cucì di nascosto nella fodera del giustacuore un sacchettino di terra e sale. Fece ciò su consiglio d’uno dei due palafrenieri del padre, che glielo aveva suggerito come un mezzo sperimentato e infallibile per unire per sempre due persone. Di quei due palafrenieri del signor von Tornefeld si parla di nuovo in un punto successivo del libro: Maria Christine von Blohme racconta che da loro imparò a bestemmiare e a sonar lo scacciapensieri, ma quest’ultima arte – precisa – non le è stata di alcuna utilità nella vita.
Qualche settimana dopo che il padre era partito per raggiungere l’esercito svedese, la piccola Maria Christine una notte fu destata dal sonno da qualcuno che bussava alle gelosie della sua finestra. Sulle prime pensò che fosse «l’Erode, una sorta di re delle favole, o re dei fantasmi» ch’era stato sovente oggetto delle sue paure notturne. Era suo padre, invece, il «cavaliere svedese». Maria Christine non ne fu sorpresa, sapeva ch’egli sarebbe venuto, il sale e la terra lo costringevano a tornare da lei.
Volarono tra loro domande sussurrate, tenere parole pronunciate a fior di labbra. Poi entrambi tacquero. Il «cavaliere svedese» le tenne il viso tra le mani. Lei pianse un poco, per la gioia di rivederlo, e poi anche perché il padre le aveva detto che doveva andar di nuovo via.
Il «cavaliere svedese» si trattenne con lei un breve quarto d’ora, poi scomparve.
Ritornò ancora, ma sempre e solo di notte. A volte Maria Christine si destava ancor prima che lui bussasse alle gelosie. A volte accadeva ch’egli venisse due notti di seguito, poi passavano di nuovo tre, quattro o cinque notti senza che si facesse vivo. Mai si tratteneva più d’un quarto d’ora.
Andò avanti così per mesi. Come mai la piccola Maria Christine non facesse parola con nessuno, nemmeno con sua madre, di quelle visite notturne del «cavaliere svedese», lei stessa in seguito non sapeva più spiegarselo. Non esclude che fosse stato il «cavaliere svedese» a imporle il silenzio. Probabilmente lei stessa temeva che non le avrebbero creduto, anzi che forse l’avrebbero addirittura canzonata, relegando nel mondo dei sogni o della fantasia quella sua esperienza notturna.
Nello stesso lasso di tempo in cui il «cavaliere svedese» si presentava di notte alla finestra di Maria Christine, corrieri svedesi provenienti dalla Russia, che si formavano a cambiare i cavalli alla tenuta, portavano notizie della sua ascesa nell’esercito svedese.
Con il suo valore egli aveva attirato su di sé l’attenzione del re ed era stato nominato prima capitano dei Cavalieri del Västergötland e successivamente comadante del reggimento Dragoni dello Småland. In quest’ultima veste, col suo temerario intervento, aveva assicurato la vittoria alle armi svedesi nello scontro di Golskva. Dopo questo fatto il re lo aveva abbracciato davanti a tutto l’esercito e lo aveva baciato su entrambe le guance.
La madre di Maria Christine si crucciava che «il suo diletto e suo sposo non le facesse sapere par écrit» come se la passava nell’esercito svedese. «Ma» aggiungeva «si vede che al campo non gli riesce di metter sulla carta nemmeno un sol rigo».
Poi venne un giorno d’estate, un giorno di luglio, che s’impresse per sempre nella memoria di Maria Christine.
«Era intorno a mezzodì,» iscrive quarant’anni più tardi «stavamo in giardino, mia madre e io, tra i cespugli di lamponi e le rose selvatiche, là dove giaceva nell’erba il piccolo dio pagano. Mia madre indossava un abito azzurro lavanda ed era intenta a sgridare il gatto, che aveva appena fatto razzia in un nido d’uccelli. Ma il gatto voleva giuocar con lei e continuava a far la gobba, così che mia madre non poté tenersi dal ridere. All’improvviso qualcuno venne a dirle che alla tenuta era giunto un corriere svedese.
«Mia madre corse via a chieder notizie, e non ritornò più in giardino. Ma un’ora più tardi tutti, alla tenuta, raccontavano che nei pressi di Poltava s’era combattuta una grande battaglia, che gli svedesi erano sconfitti e il re in fuga. E aggiungevano che io ero rimasta senza padre. Il signor Christian von Tornefeld, mio padre, era caduto subito all’inizio della battaglia, un proietto lo aveva disarcionato e ucciso, ed eran già tre settimane che l’avevano seppellito.
«Io non volli crederci. Infatti non erano trascorsi nemmeno due giorni dall’ultima volta che mio padre aveva bussato alla mia finestra e m’aveva parlato.
«Nel tardo pomeriggio mia madre mi fece chiamare.
«La trovai nella “sala lunga”. Non indossava più l’abito azzurro lavanda, e da quel momento non l’ho veduta se non vestita a lutto.
«Mi prese in braccio e mi baciò. Sulle prime non riuscì a parlare.
«“Bambina!” disse poi col pianto nella voce. “Tuo padre è caduto nella guerra svedese. Non ritornerà più. Congiungi le manine e di’ un padrenostro per la sua anima benedetta”.
«Io scossi il capo. Come potevo pregare per l’anima di mio padre, quando sapevo ch’egli era vivo.
«“Ritornerà” dissi.
«Gli occhi di mia madre si empirono nuovamente di lacrime.
«“Non ritornerà più” singhiozziò. “È andato in paradiso. Congiungi le manine, fa’ il tuo dovere filiale, di’ un padrenostro per l’anima di tuo padre”.
«Non volendo addolorarla ancor di più con la mia disubbidienza recitai una preghiera, ma non per l’anima di mio padre, poiché lui era vivo. Fuori, sulla strada maestra, vidi un corteo funebre che scendeva la collina. Era solo un carro sul quale era adagiata la bara, il carrettiere stava frustando il cavallo, e un’unica persona, un vecchio prete, accompagnava il defunto nel suo ultimo viaggio.
«Doveva essere un vecchio vagabondo, colui che così veniva condotto alla sepoltura. E fu per l’anima di quel pover’uomo che io recitai il padrenostro, e pregai Dio di concedergli l’eterna beatitudine.
«Mio padre, però, il “cavaliere svedese”,» conclude il racconto di Maria Christine von Blohme «non è più tornato. Mai più mi destò dal sonno il suo sommesso bussare alle gelosie. E come sia stato possibile ch’egli combattesse e cadesse nell’esercito svedese quando nel medesimo lasso di tempo veniva così sovente nel nostro giardino a parlarmi, e per qual ragione, se non era caduto in quella battaglia, in seguito non sia mai più venuto a bussare alla mia finestra – questo è rimasto per tutta la mia vita un oscuro, triste e insondabile mistero».
Racconteremo qui la storia di quel «cavaliere svedese».
È la storia di due uomini. Essi s’incontrarono in un gelido giorno d’inverno al principio dell’anno 1701 nel fienile d’un contadino e strinsero amicizia. E poi proseguirono insieme per la strada maestra che da Oppeln, attraverso la campagna slesiana ammantata di neve, menava laggiù in Polonia.
PRIMA PARTE
IL LADRO
Durante il giorno s’erano tenuti nascosti; adesso, nella notte, camminavano per la rada foresta di conifere. Entrambi avevan motivo d’evitare la gente, dovevano studiarsi di passare inosservati. L’uno era un vagabondo e tagliaborse sfuggito alla forca, l’altro un disertore.
Il ladro, che nel Paese chiamavano l’Acchiappagalli, sopportava con facilità gli strapazzi di quella camminata notturna, poiché in tutti gli inverni della sua vita aveva patito la fame e il freddo. L’altro invece, quel Christian von Tornefeld, era in uno stato pietoso. Era giovane, quasi ancora un ragazzo. Il giorno innanzi, mentre se ne stavano nascosti sotto un mucchio di stuoie di giunco nel solaio d’una casa contadina, s’era tanto gloriato del suo ardimento, farneticando della fortuna e della splendida vita che lo aspettavano. Aveva un cugino, diceva, un cugino da parte di madre, che risiedeva in quei paraggi, nella sua tenuta. E costui lo avrebbe accolto a braccia aperte e rifornito di danaro, armi, abiti, e d’un cavallo, in modo ch’egli potesse passare in Polonia. E una volta che avesse varcato il confine, per lui era fatta, diceva. Era stufo di servire in eserciti stranieri. Suo padre aveva lasciato la Svezia perché i signori consiglieri di Stato gli avevan tolto i beni donatigli dalla Corona, facendone un uomo povero. Ma lui, Christian von Tornefeld, in cuor suo era rimasto sempre uno svedese. Dov’era mai il suo posto, se non nell’esercito svedese! E infatti confidava proprio di farsi onore agli occhi di quel giovane re che Dio aveva inviato sulla terra a castigare l’infedeltà dei Grandi. A soli diciassett’anni Carlo di Svezia aveva conseguito sul campo di battaglia l’accorta vittoria di Narva. Già, gran cosa era la guerra, purché uno avesse il necessario ardimento e sapesse farne uso.
A quei discorsi il ladro aveva taciuto. Quand’era ancora un bracciante agricolo in Pomerania lui riceveva un salario annuo di otto talleri, e sei ne doveva pagar di tasse al re di Svezia: quelli, i re, erano stati messi sulla terra dal diavolo in persona, a strangolate e calpestare l’uomo comune. E aveva teso l’orecchio solo quando Christian von Tornefeld prese a raccontare di quel suo potentissimo arcanum che gli avrebbe consentito d’acquistar merito agli occhi dell’augusta e beneamata persona di sua maestà. Il ladro sapeva bene che cosa significasse un simile arcanum. Un pezzo di pergamena benedetta, con sopra delle parole latine ed ebraiche, era un talismano contro ogni avversità. Anche lui ne aveva posseduto uno, in passato, e lo recava sempre con sé quando andava per mercati a buscarsi il pane. Se l’era lasciato portar via a furia di chiacchiere, per un miserabile pezzo da due schilling; quei quattro soldi erano spariti in un amen e la sua fortuna ora andava al passo del gambero.
Adesso che camminavano per la foresta di conifere ammantata di neve e la bufera sferzava i loro volti con mille granelli di ghiaccio, adesso Christian von Tornefeld non diceva più nemmeno una parola a proposito del suo ardimento, della guerra svedese e del re di Svezia. Avanzava a testa bassa, ansimando, e quando inciampava in qualche radice d’albero mandava un sommesso mugolio. Aveva fame, negli ultimi giorni tutto il suo nutrimento era consistito in rape gelate, e faggiole, e qualche radice cavata dal terreno. Ma peggio ancora della fame era il gelo. Le guance di Christian von Tornefeld somigliavano a una zampogna afflosciata, le sue dita erano paonazze e irrigidite dal freddo, le orecchie gli dolevano sotto il panno ch’egli s’era avvolto attorno al capo. E, mentre barcollava nella bufera di neve, egli sognava – non già le sue future imprese guerresche, bensì un paio di guanti pesanti, e stivali foderati di pelo di coniglio, e un giaciglio fatto con tanta paglia ammucchiata e qualche coperta da cavallo, proprio a ridosso della stufa.
Quando si lasciarono alle spalle la foresta, s’era già fatto giorno. Un sottile strato di neve ricopriva i campi, i prati e gl’incolti. Degli uccelli di brughiera li sorvolavano nella luce livida del mattino. Qua e là qualche betulla isolata, nei cui rami scarmigliati s’impigliava la bufera. E a oriente si stendeva un muro bianco: era la nebbia, tutto un trascorrere e ondeggiare, un su e giù; e ciò che si trovava dietro quel muro: villaggi, fattorie, brughiera, terreni coltivati e foreste – tutto quanto restava celato allo sguardo.
Il ladro cercava un rifugio in cui potessero trascorre la giornata, ma non si vedeva né una casa, né un fienile, né un fosso, né un posticino riparato tra alberi e cespugli. Qualcos’altro egli scorse però, e si chinò a terra per poter guardare meglio.
La neve era tutta smossa, là dei cavalieri erano smontati di sella e avevan bivaccato. Dai segni che i calci dei moschetti e le pale e le vanghe avevan lasciato nella neve l’occhio allenato del vagabondo riconobbe ch’erano stati dei dragoni a scaldarsi lì intorno a un fuoco. Quattro d’essi s’erano allontanati verso nord e tre verso est.
Una pattuglia, dunque. A chi dava la caccia? Tuttora in ginocchio, il ladro lanciò un’occhiata al suo compagno che, accartocciato su se stesso e tremante di freddo, sedeva sopra una pietra miliare sul ciglio della strada. E, vedendolo seder lì in quel miserevole stato, capì che non doveva far parola dei dragoni a quel ragazzo, poiché altrimenti egli avrebbe perduto ogni coraggio.
Christian von Tornefeld sentì su di sé lo sguardo del compagno. Aperse gli occhi e si sfregò le mani gelate.
«Che cos’hai trovato nella neve?» domandò con voce lacrimosa. «Se hai trovato delle rape, o un torsolo di cavolo, devi fare a mezzo con me, questo era l’accordo. Non abbiamo forse giurato che ci aiuteremmo a vicenda, e che ciò ch’è dell’uno sarà anche dell’altro? Appena sarò da mio cugino...».
«Che Dio abbia pietà, non ho trovato nulla» assicurò il ladro. «Come potrei trovar delle rape, questo campo è seminato a biade vernerecce. Volevo solo vedere che terra è».
Parlavano in svedese, tra loro, poiché il ladro era nato in Pomerania ed era stato bracciante al servizio d’un proprietario terriero svedese. Egli prese ora di sotto la neve una manciata di quella terra coltivata e la sbriciolò tra le dita.
«È terra buona,» disse, riprendendo il cammino «è terra rossa, la stessa con cui Dio ha plasmato Adamo. Dovrebbe rendere un moggio e mezzo a staio».
S’era risvegliato in lui il bracciante agricolo. In gioventù era andato appresso all’aratro, sapeva bene come va trattata la terra.
«Un moggio e mezzo ripeté. «Ma il signore al quale appartengono queste terre ha un pessimo fattore, mi sa, e servi negligenti. Che cosa succede qui? Una conduzione miserevole: troppo tardi s’è incominciato con la semina autunnale. È arrivato il gelo, l’erpice ha dovuto attendere, e intanto il seme è gelato nel terreno».
Non v’era nessuno ad ascoltarlo. Tornefeld camminava alle sue spalle, gli eran venute le vesciche ai piedi ed egli gemeva e sospirava a ogni passo.
«Buoni aratori ed erpicatori e seminatori non è difficile trovarne in questo Paese» seguitò il ladro. «Mi sa che il padrone risparmia sui giornalieri, prende a giornata solo gente a buon mercato, che non vale molto. Per la semina autunnale bisogna che la porca sia sempre ben rilevata al centro, in modo che l’acqua scorra verso i solchi. Di questo l’aratore non s’è dato pensiero, e così ha rovinato il campo per anni e anni, vi saranno erbacce a non finire. Qui invece ha affondato troppo il vomere e ha tirato su terra cattiva – lo vedi?».
Tornefeld non vedeva e non udiva nulla. Non capiva perché bisognasse marciare ancora: si continuava ad andare avanti, sempre avanti, eppure era giorno fatto, ed era ora di stendersi da qualche parte, ma quella strada non finiva mai.
«Anche dal suo pecoraio si lascia imbrogliare, il padrone» ragionava intanto il ladro. «Sui campi ho veduto ogni sorta di concime: cenere, marna, segatura e composta di giardino – solo sterco di pecora non ne ho veduto. Lo sterco di pecora è buono, va bene per ogni tipo di coltura. Mi sa che il pecoraio lo vende a profitto delle proprie tasche».
E il ladro si diede a rimuginare come doveva esser fatto il padrone che aveva al suo servizio servi così infingardi, negligenti e disonesti.
«Un uomo vecchio, vecchissimo,» disse «non gliela fa più a camminare, ha la gotta nelle gambe, non sa cosa succede nei suoi campi. Tutto il giorno se ne sta lì con la sua pipa, seduto davanti alla stufa accesa, a strofinarsi le gambe col succo di cipolla. Quello che i servi gli dicono, lo accetta per oro colato, e perciò costoro lo imbrogliano senza ritegno».
Ma di tutto questo discorso Tornefeld aveva afferrato una sola cosa: che ora il suo compagno parlava finalmente d’una stufa accesa. Credette nientemeno d’esser prossimo a entrare in una stanza riscaldata, e visioni di sogno presero possesso della sua mente.
«Oggi è San Martino» mormorò. «Oggi in Germania si mangia e si beve tutto il giorno. Ogni focolare fumiga, ogni padella sfrigola, e i forni dei contadini son pieni di Pumpernickel. Appena noi entriamo nella stanza, il contadino ci viene incontro e ci offre il pezzo migliore dell’oca. Con l’oca, un boccale di birra magdeburghese e, dopo mangiato, rosolio e amaro di Spagna, questo si chiama banchettare! Vuota il bicchiere, amico! Alla salute! Buon pro ti faccia!».
S’arrestò e levò il bicchiere ch’era persuaso di tener in mano, inchinandosi a dritta e a manca. Così facendo, scivolò, e stava per cadere a faccia in giù, ma il ladro lo trattenne afferrandolo per la spalla.
«Guarda avanti e non sognare!» disse. «San Martino è passato da un pezzo. E ora occorre marciare, e non incespicare a ogni passo come una vecchierella col bastone».
Tornefeld si riscosse e tornò in sé – ed ecco che ogni cosa era svanita: il contadino e il focolare fumigante, l’oca nella scodella e la birra magdeburghese; ed egli si ritrovò nella campagna sterminata, col vento che gli soffiava in faccia. Allora fu riassalito dalla disperazione, non vedeva donde potesse giungergli soccorso, non vedeva la fine del suo penare e, lasciatosi scivolare al suolo, si stese per terra.
«Sei ammattito?» esclamò il ladro. «Vuoi rimaner coricato qui? Lo sai cosa t’aspetta se ti prendono? I ceppi, la forca, la gogna, oppure il cavalletto».
«Per carità di Dio, lasciami qui, non gliela faccio a proseguire» sospirò Tornefeld.
«Alzati» lo sollecitò il ladro. «Vuoi forse passar per le verghe, o hai voglia d’essere impiccato?».
E all’improvviso egli fu assalito dall’ira per essersi messo assieme a quel ragazzetto che non sapeva far altro che piagnucolare e stender le gambe. Lui, fosse rimasto da solo, si sarebbe già messo al sicuro da un pezzo. Era tutta colpa di quel ragazzo se i dragoni lo catturavano. E, furibondo per la propria dabbenaggine, lo investì:
«Perché mai sei scappato dal tuo reggimento, se hai tanta voglia di salir sulla forca. Dovevi farti impiccar subito, sarebbe stato meglio per te e anche per me».
«Volevo salvar la vita, per questo sono scappato» disse Tornefeld con voce flebile. «Il tribunale di guerra m’ha condannato a morte».
«E chi t’ha detto, pazzo che sei, di schiaffeggiare il tuo capitano? Avresti dovuto abbassar la testa e aspettare il bel tempo. Così saresti rimasto moschettiere e ora faresti la bella vita. Adesso invece te ne stai coricato qui, col muso lungo».
«Ha oltraggiato l’alta persona di sua maestà» bisbigliò Tornefeld con gli occhi fissi. «Lo ha definito un giovane ribaldo senza scrupoli e un tronfio Baldassarre che ha sempre in bocca il vangelo per coprir le sue ribalderie. Non sarei stato forse una vile canaglia se l’avessi lasciato parlar del mio re a quel modo?».
«Preferisco sei canaglie a un solo pazzo. Che cosa t’importa del re?».
«Ho fatto il mio dovere di svedese, di soldato e di gentiluomo» disse Tornefeld.
Per un momento il ladro aveva pensato di lasciar lì il ragazzo e di squagliarsela. Ma, udendo queste parole, gli venne in mente d’aver anche lui un suo onore, onore di vagabondo, e che quel ragazzo coricato per terra, pur se faceva discorsi così superbi, non era più un gentiluomo, ma apparteneva ormai come lui stesso, il ladro, alla grande confraternita dei miserabili; e che non poteva piantarlo in asso, se non voleva perdere il proprio onore. E si diede di nuovo a esortarlo:
«Alzati, fratello, ti scongiuro, alzati, i dragoni ci danno la caccia, vogliono arrestarti. Per amor di Nostro Signore Gesù Cristo, vuoi farci finire entrambi sulla forca? Pensa al profosso, pensa ai castigamatti! Pensa che nell’esercito imperiale ai disertori fanno far nove volte il giro della forca a bastonate, prima d’impiccarli».
Tornefeld si levò in piedi e si guardò attorno sconvolto. Proprio allora il vento aveva squarciato a oriente il velo di nebbia, così che lo sguardo poteva spaziar largamente sulla campagna. E il ladro riconobbe d’essere sulla strada giusta, e prossimo alla sua meta.
Vide innanzi a sé il mulino abbandonato, e dietro il mulino vide canneti e paludi, e poi brughiere e colline e nere foreste. Le conosceva bene, quelle foreste e quelle colline: erano le terre episcopali, con le loro ferriere e il loro frantoio, con le cave di pietra e i forni fusori e i forni da calce. Laggiù regnavano il fuoco e il dispotico vescovo che tutti nel Paese chiamavano l’«ambasciatore del diavolo». E il ladro si persuase di vedere in lontananza, proprio all’orizzonte, le lingue di fuoco dei forni dai quali a suo tempo era fuggito, fiamme su fiamme, ovunque l’occhio si posasse, fiamme violacee e rossastre e nerastre di fumo. Là, incatenati ai carri, sospiravano i morti viventi, ladri di campagna e vagabondi, ch’erano stati suoi fratelli – per sfuggire alla forca, essi s’erano rifugiati nell’inferno. Con le nude mani, come un tempo lui stesso aveva fatto, cavavano le pietre nelle cave del vescovo, un masso dietro l’altro, per tutta una vita, o estraevano dal forno il materiale arroventato, giorno e notte stavan dinanzi a quella gola fiammeggiante, sotto la stretta tettoia di legno ch’essi chiamavano la «bara», le fiamme ustionavano loro la fronte e le guance – ma essi non le avvertivano più, avvertivano solo la frusta con cui il gastaldo del vescovo e i suoi servi li spronavano al lavoro.
Laggiù il ladro voleva ritornare, era quello l’ultimo rifugio che gli era rimasto, poiché in quel Paese v’erano più forche che campanili, ed egli sapeva che la canapa della corda con la quale sarebbe stato impiccato era già pettinata e scapecchiata.
Si voltò, e il suo sguardo cadde sul mulino. Da molti anni esso era abbandonato, con la porta sprangata e le gelosie serrate. Il mugnaio era morto. Nel Paese si diceva che si fosse impiccato perché il gastaldo o il visdomino del vescovo gli aveva pignorato il mulino, l’asino e i sacchi di farina. Ma adesso il ladro s’avvide che le pale giravano e l’asse del grande albero cigolava, e che dal comignolo della casa del mugnaio s’innalzava del fumo.
Correva per il Paese una leggenda, che il ladro conosceva. I contadini si raccontavan tra loro a fior di labbra che una volta all’anno il mugnaio morto usciva dalla sua tomba e faceva funzionare per tutta una notte il mulino, per pagare al vescovo un altro pfennig del suo debito. Ma erano solo stolte dicerie, questo il ladro lo sapeva bene: i morti restavano nelle loro tombe, e inoltre ora era giorno, e non già notte. E se le pale giravano nella pallida luce del sole invernale, ciò non significava null’altro, se non che il mulino aveva un nuovo padrone.
Il ladro si sfregò le mani e incassò la testa tra le spalle.
«Sembra proprio» disse «che per quest’oggi avremo un tetto sul capo».
«Un boccone di pane e un mucchietto di paglia, questo è tutto ciò che chiedo» mormorò Tornefeld.
L’altro rise.
«Eri forse persuaso che t’aspettasse un letto di piume con le cortine di seta?» lo beffeggiò. «E magari un potage alla francese, e poi del dolce e, col dolce, del vino ungherese?».
Tornefeld non diede risposta. Ed entrambi, il ladro e il gentiluomo, salirono per il sentiero che menava al mulino.
La porta non era sprangata, ma il mugnaio non si vedeva in alcun luogo, né nella stanza di soggiorno né nella camera da letto; lo cercarono invano nel solaio e non lo trovarono nemmeno nel mulino. Eppure la casa doveva essere abitata, poiché nel focolare ardeva un fuocherello e sul tavolo v’era una scodella con del pane e della salsiccia, nonché un boccale di birra leggera.
Il ladro si guardò attorno con sospetto, poiché conosceva gli uomini e sapeva bene che quella tavola non era certo imbandita per gente che non aveva in tasca nemmeno un kreuzer. Personalmente avrebbe preferito svignarsela col pane e la salsiccia. Ma Tornefeld adesso, nella stanza riscaldata, aveva ritrovato tutto il suo coraggio. Stringendo in pugno il coltello del pane, si sedette a tavola, come se il mugnaio avesse affumicato e arrostito la salsiccia solo per lui.
«Bevi e mangia, amico» disse. «In vita tua non sei mai stato trattato più onestamente. Di ciò che noi due consumeremo rispondo io. Bevi, fratello! Alla tua salute, e a tutti i prodi soldati! Vivat Carolus rex! Sei luterano, fratello?».
«Sono luterano o papista, secondo che vuole il mondo» disse il ladro, avventandosi sulla salsiccia. «Se per le strade vedo cappellette e tabernacoli, allora a tutti quelli che incontro snocciolo un’Ave Maria gratia plena, e se invece attraverso un Paese luterano, allora attacco al padrenostro il regno e la potenza e la gloria».
«Così non vale» disse Tornefeld, stendendo le gambe sotto il tavolo. «Non si può star con Pietro e con Paolo allo stesso tempo. Continua così, e sarai perduto per l’eternità. Io appartengo alla chiesa protestante, e del papa e dei suoi precetti me la rido e mi faccio beffe. Carlo di Svezia è il rifugio e il baluardo di tutti i luterani. Bevi con me alla sua salute, e alla morte di tutti i suoi nemici».
Levò il bicchiere e lo vuotò, poi proseguì:
«Adesso il principe elettore di Sassonia s’è addirittura alleato con lo zar moscovita contro di lui. Io me la rido. È come se un caprone e un bue si mettessero assieme per sconfiggere il nobile cervo. Serviti, fratello, goditi questo bendidio. Qui dentro io sono oste e cuciniere, donzelle e dispensiere, tutto in una sola persona. Certo, la cucina non offre molto. Io avrei gradito un’omelette o un pezzo d’arrosto, poiché il mio stomaco reclama qualcosa di caldo».
«Ieri però non disprezzavi nemmeno i piatti freddi, e raccattavi diligentemente da terra le rape gelate» lo beffeggiò il ladro.
«Sì, fratello» disse Tornefeld. «Sono stati giorni duri, fatiche inenarrabili, non credevo di poter sopravvivere a un simile tour de force. Già vedevo il mio corteo funebre, i ceri, le corone, i necrofori e la bara di legno. Mais enfin – sono vivo, grazie a Dio, contro la falce della morte ho una salvaguardia1 infallibile. E in capo a due settimane sarò in trincea al fianco del mio re».
Batté la mano sulla tasca del giustacuore in cui custodiva ciò ch’egli chiamava il suo arcanum. Poi increspò le labbra e prese a fischiettare tra sé e sé una sarabanda, e intanto batteva il tempo tamburellando con le dita.
Nel ladro montò di nuovo una gran collera contro quel ragazzetto aristocratico, che poc’anzi giaceva nella neve afflitto e scoraggiato – con quanta fatica lo aveva trascinato fin lì – e adesso se ne stava seduto a fischiettare tra sé e sé, come se le strade del mondo non gli bastassero e il mondo stesso gli andasse stretto. Lui, il ladro, non aveva più nulla da sperare se non un’esistenza da morto tra i morti al frantoio del vescovo e davanti ai suoi forni fiammeggianti. A quel ragazzo invece era dato d’andarsene per il mondo col suo arcanum, a far bottino e a guadagnarsi onori e gloria. Quel famoso arcanum – il ladro moriva dalla voglia di vederlo, e cercò dunque di punzecchiare Tornefeld per indurlo a mostrarglielo.
«Non avertene a male, fratello,» disse «ma tu stai correndo alla guerra come un altro corre alla sagra del villaggio. Voglio dire che dovresti piuttosto lavorare per un contadino, trebbiargli il grano e spazzargli le stalle. Perché la guerra è un boccone duro, credimi, e per addentarlo ci vogliono ben altri denti che quelli che ti ritrovi in bocca tu».
Tornefeld smise di tamburellare e fischiettare.
«Non mi vergognerei affatto d’essere un bracciante agricolo» fu la sua risposta. «È una condizione onorevole. Fu mentre trebbiava che a Gedeone apparve l’angelo. Ma noi gentiluomini svedesi, noi siamo nati per la guerra, non siamo fatti per trasportare il grano a un contadino, o per spazzargli la stalla».
«Volevo solo dire che tu sei fatto più per startene rintanato dietro la stufa che per affrontarne il nemico sul campo di battaglia» disse il ladro.
Tornefeld si mantenne tranquillo – solo la sua mano tremava – e rimise sul tavolo il boccale che stava per portare alle labbra.
«Mi lascerò impiegare in tutto quanto compete a un buon soldato» ribatté. «I Tornefeld sono soldati da sempre. Perché proprio io dovrei starmene rintanato dietro la stufa? Mio nonno, il colonnello, comandava il Reggimento Blu a Lützen, ed era al fianco del suo re, Gustavo Adolfo, al quale fece scudo col proprio corpo quand’egli cadde di sella. E mio padre ha partecipato a undici combattimenti, tra scontri e battaglie, e nella carica di Saverne ha perduto un braccio. Ma che cosa vuoi saperne tu di Saverne, fratello, e di quel che successe laggiù, tra tuoni, fulmini, fumo e grida, e avanti, e indietro, e il baccano, trombe e tamburi, e ogni volta rischiararsi e tornare alla carica. Che oggi a Saverne si fa essiccare il luppolo e si tessono stoffe per tappezzerie, questo forse sai, ma per il resto non sai nulla».
«Eppure sei scappato dalla tua compagnia come una vile canaglia,» replicò il ladro «hai lasciato il tuo reggimento con infamia. E io t’ho veduto piangere coricato nella neve. Non sei adatto a fare il soldato, non vorrai né star di guardia né scavar trincee né andare alla carica, o sopportare il gelo e le privazioni».
Tornefeld taceva. Sedeva a capo chino e fissava la brace del focolare.
«Voglio dire che tu, quando sentirai rullare i tamburi,» seguitò il ladro, ostinato «che tu allora avrai una gran paura di perdere questa tua vita da quattro soldi. Ti guarderai attorno e cercherai la bocca d’una stufa o la cappa d’un camino per rimpiattarti».
«Non tollero,» disse Tornefeld sommessamente «non tollero che nella mia persona tu oltraggi l’onore della nobiltà svedese».
«Che tu lo tolleri o no, per me fa lo stesso» esclamò il ladro. «Per me tutti i nobili sono degli scioperati, e non darei un soldo per il loro onor di gentiluomini».
Allora Tornefeld balzò in piedi e rimase lì terreo d’ira e di vergogna; e, non trovando altra arma, afferrò il boccale della birra, e quello brandì contro il ladro.
«Non una parola di più» proruppe «o ne va della tua pelle».
Ma già da un pezzo il ladro aveva impugnato il coltello del pane.
«Ehi, fatti sotto!» rise. «Che cosa significano queste minacce, non mi fai mica paura. Fa’ un po’ vedere il tuo arcanum, vediamo se è vero che ti rende invulnerabile. E se non è vero, ti farò tanti di quegli occhielli che...».
Ammutolì, ed entrambi abbassarono le armi, l’uno il coltello del pane e l’altro il boccale della birra. All’improvviso s’erano accorti d’essere in tre nella stanza.
Un uomo sedeva sulla panca addossata alla stufa, aveva una faccia come di cuoio spagnuolo, giallognola e vizza e piena di rughe, e gli occhi confitti nella testa come due gusci di noce svuotati. Portava un farsetto di panno rosso e un grande cappello da carrettiere, e sul cappello aveva una piuma, e i risvolti dei rozzi stivali alla cavallerizza gli arrivavan fin sopra i ginocchi. E nel vederlo seder lì in silenzio, con i denti scoperti e la bocca storta, i due furono assaliti dall’angoscia, e il ladro riconobbe in lui il mugnaio morto, venuto dal purgatorio a vedere come andavan le cose al suo mulino. E alle spalle di Tornefeld egli fece in fretta il segno della croce, invocando i Dolori e le Piaghe di Gesù, e poi l’Acqua e il Sangue di Gesù, convinto che così il fantasma dovesse scomparir di colpo, tra gran vapori e puzzo di zolfo, per tornarsene al purgatorio. Ma l’uomo dal farsetto rimaneva lì e non si moveva, stava seduto e fissava i due come un gufo pronto a ghermir la preda.
«Come ha fatto a entrar qui il signore?» domandò Tornefeld, battendo i denti. «Io non l’ho veduto arrivare».
«Mi ci ha portato una vecchierella, dentro una gerla» disse l’uomo con una muta risata e una voce che sonò sorda come quando si getta una palata di terra sull’altra. «E voi? Che cosa ci fate qui? State mangiando il mio pane e bevendo la mia birra, e magari pretendereste pure ch’io dicessi: Buon pro!».
«Ha una faccia, come se il diavolo lo avesse tenuto in concia per dieci anni» disse il ladro a mezza voce, parlando a se stesso,
«Taci! Sta’ zitto! Potrebbe prenderlo per un affronto» bisbigliò Tornefeld concitatamente. E ad alta voce disse:
«Il signore voglia ritenermi scusato. Fuori tutto è irrigidito e impietrito dal gelo, e i tempi son così confusi che da tre giorni non mettevo sotto i denti un boccone di pane, Dio m’è testimone. Per questo mi son permesso d’invitarmi da me alla sua mensa...».
«Ha una faccia, come se una donnola gli avesse alitato in pieno viso» mormorò il ladro tra sé e sé.
«... malgrado non abbia avuto l’onore di far la sua conoscenza» seguitò Tornefeld con un inchino. «Ma non mancherò d’esternare la dovuta reconnaissance».
Il ladro vedeva bene che non era quello il linguaggio giusto da tenere con un fantasma, e per giunta gli venne in mente che nella fretta e nella confusione aveva pronunciato lo scongiuro sbagliato. Il Sangue e le Piaghe di Cristo s’invocavano infatti contro l’idropisia, il vaiolo e la cancrena nera, e non per scacciare un fantasma. Ma, ancor prima ch’egli avesse il tempo di recitare lo scongiuro giusto, l’uomo con il cappello da carrettiere si rivolse a lui con queste parole:
«Tu, giovanotto, mi guardi come se sapessi chi sono».
«Io so bene chi è il signore,» disse il ladro con la voce strozzata dall’angoscia «e so anche da quale regno viene. Il signore viene dall’Ultimo Ostello, là dove dalle finestre si levano fiamme e sui davanzali s’arrostiscono le mele».
Nel dir così egli aveva innanzi agli occhi il purgatorio, il baratro di fuoco in cui albergavano le anime bisognose di purificazione. Era quello l’Ultimo Ostello. Ma l’uomo dal farsetto rosso finse di credere che il ladro alludesse alle terre episcopali, ai forni fusori e ai forni da calce da cui lingue di fumo e di fuoco s’innalzavano giorno e notte verso il cielo.
«Vedo che non mi conosci» fu la sua risposta. «Io non sono uno dei fonditori, colatori, attizzatori o manovali delle ferriere del signor vescovo».
Fuori i fiocchi di neve turbinavano. Il ladro fece un passo verso la finestra e indicò con la mano le pale del mulino a vento, che adesso eran ferme.
«Volevo dire» disse con voce rotta e sommessa «che il signore è quello stesso mugnaio che se la svignò da questo mondo con una corda intorno al collo e adesso dimora nel baratro di fuoco».
«Sì, son quello stesso mugnaio» esclamò l’uomo dal farsetto rosso, alzandosi dalla panca e prendendo ad andar su e giù per la stanza. «Sì. Sono il mugnaio, ed è vero che in un’ora difficile ho cercato di levarmi di mezzo con l’aiuto d’una corda. Ma dalle terre episcopali accorsero il gastaldo e i suoi servi, che recisero la corda e mi tiraron giù, e poi il cerusico mi salassò. Fui restituito alla vita e adesso faccio il carrettiere al servizio di sua grazia il principe, percorro avanti e indietro la strada militare e porto al mio padrone merci d’ogni Paese e d’ogni città, da Venezia e da Mechelen, da Varsavia e da Lione. – E voi? Che mestiere fate? Da dove venite, dove state andando?».
Il ladro seguiva con occhi inquieti l’uomo che camminava su e giù per la stanza facendo tintinnar gli speroni. Aveva l’impressione che quell’uomo da gran tempo defunto, che si spacciava per un essere umano in carne e ossa, sapesse benissimo con chi aveva a fare, e sapesse anche che lui, il ladro, aveva rubato per tutta la vita qualunque cosa gli fosse venuta sottomano: lardo, uova, pane e birra, e le anatre nello stagno, e le noci sull’albero. Perciò preferì non parlare del proprio mestiere. Indicò con mano incerta le cupe foreste in cui si trovavano le ferriere e il frantoio e disse:
«Io voglio andar laggiù a guadagnarmi il pane».
Il mugnaio rise d’una muta risata, sfregandosi le mani ossute.
«Se è laggiù che vuoi andare,» osservò «allora è presto fatta. Si sta bene al servizio di sua grazia il principe. Ogni giorno avrai una libbra di pane in mano e mezza libbra dentro la zuppa. E avrai anche strutto per due kreuzer, la sera una purea, e la domenica salsiccia al tritello e stufato di montone».
Il ladro chiuse gli occhi. Erano stati tempi duri: una sola volta, negli ultimi dieci giorni, aveva messo sotto i denti qualcosa di caldo, ed era stato quando aveva ucciso e arrostito una taccola. Aspirò l’aria dalle narici, come se la scodella con la carne fosse già in tavola innanzi a lui.
«Stufato di montone» mormorò. «Con dentro il cumino».
«Il cumino e la noce moscata» assicurò il mugnaio. «Sarai trattato onestamente».
Si voltò verso Tornefeld.
«E tu? Cosa te ne stai lì come un santo dipinto? Hai in bocca la lingua, e non spiccichi una parola. Vuoi andare anche tu a far la bella vita? Pretendi forse che il signor vescovo mantenga tutti i fannulloni e leccapiatti di questo Paese?».
Tornefeld scosse il capo.
«Io non resto in questo Paese» spiegò. «Io passerò il confine».
«Ah, passerai il confine. Vuoi forse andare a Kielce a sentir che gusto ha il panpepato quando ci bevi sopra l’acquavite polacca?».
Tornefeld stava dritto e immobile, come se fosse già allineato e incolonnato.
«Voglio andare a servire il mio signore, il re di Svezia».
«Il re di Svezia!» esclamò il mugnaio, e la sua voce ebbe improvvisamente un suono stridulo. «Già, quello sta aspettando proprio te, vuole che tu gli suggerisca come far sloggiare il khan dei Tartari e l’imperatore della Cina. Ha paura che gli si gonfino le gambe, se non riesce a guadagnarsi abbastanza onori e gloria. Dunque vuoi cercar fortuna nell’esercito svedese? Avrai quattro kreuzer al giorno, che se ne vanno in pappa, cipria, cera da scarpe e smeriglio. La fortuna d’un soldato, ricordalo, è come il grano seminato nel campicello sabbioso d’un pover’uomo. Non vuol prosperare».
«Ho risolto ugualmente d’andar nell’esercito svedese» disse Tornefeld.
Il mugnaio gli si fece accosto accosto, come per guardargli da vicino il bianco degli occhi. Fuori la bufera ululava, e i montanti del tetto gemevano sotto il peso della neve. Ma nella stanza v’era silenzio, non s’udiva se non il respiro dei tre uomini, che stavan l’uno di fronte all’altro.
«Pazzo che sei!» disse il mugnaio dopo aver taciuto per un poco. «Tu sei un uomo morto, se non ti s’aiuta. Sedici palle si fanno con mezzo chilo di piombo, e una di queste sedici è già stata fusa apposta per te. Adesso tutti i pazzi di questo mondo vogliono andar nell’esercito svedese, e una volta che son lì piangono lacrime amare. Da cosa stai fuggendo? Dall’aratro, dall’ago, dallo sgabello del ciabattino o dal calamo?».
«Non vengo né dall’ago né dal calamo» disse Tornefeld. «Io sono un gentiluomo. Mio padre e mio nonno hanno trascorso tutta la loro vita en bataille, e io intendo seguire il loro esempio».
«Guarda, guarda, il signore è un gentiluomo» lo beffeggiò il mugnaio. «Però ha l’aspetto d’un povero diavolo tignoso – lacero e scarmigliato com’è. Il signore ha un passaporto, ha dei documenti?».
«Non ho né passaporto né documenti» fu la risposta di Tornefeld. «Non ho altro che il mio valore e il coraggio di battermi. E son pronto a dar in pegno la mia anima che...».
Il mugnaio levò una mano in un gesto di rifiuto, e poi la lasciò ricadere.
«Il signore si tenga pure la sua anima, nessuno saprebbe che farsene» disse con fastidio. «Ma è bene che il signore sappia che su tutte le strade là fuori stanotte son piovuti soldati, dragoni e moschettieri: danno la caccia ai briganti di frontiera polacchi, voglion farla finita con quei banditi. E senza passaporto né documenti sarà difficile che il signore riesca a passare il confine».
«Facile o difficile che sia,» replicò Tornefeld «io son ormai risoluto ad andare alla guerra svedese».
«Oh, oh, e allora che il signore vada pure alla guerra svedese,» gridò il mugnaio, e la sua voce ebbe un cigolio come quando gira la ruota d’un carro non oliato «io non me lo caricherò certo sul groppone per portarlo contro la sua volontà a far la bella vita. Ma prima paghi ciò che ha consumato; e Dio guardi!».
E nel vederlo lì così, con le dita adunche e i denti scoperti e gli occhi che sfavillavano come fuochi fatui, Tornefeld fu afferrato dall’angoscia. Gli sarebbe piaciuto di gettar sul tavolo mezzo fiorino e andar subito a rintanarsi dietro la stufa, con la coperta tirata fin sopra gli occhi per non dover più vedere il mugnaio. Ma da tutte le sue tasche, se anche le avesse rivoltate, non sarebbe saltato fuori nemmeno un solo misero kreuzer.
Indietreggiò di due passi e s’avvicinò al ladro.
«Fratello,» gli bisbigliò «guarda nelle tue tasche, casomai ci trovassi un fiorino, o anche solo mezzo. Io ho dato fondo ai miei danari e ora dovrei pagar questa sanguisuga».
«E dove lo trovo, un fiorino!» protestò il ladro. «È un’eternità che non vedo più un fiorino, non ricordo nemmeno se è liscio o dentellato. Non avevi detto che di ciò che avremmo consumato rispondevi tu?».
Tornefeld lanciò un’occhiata ansiosa al mugnaio che, chino sul focolare, era intento ad attizzare il fuoco.
«E allora, pardieu, adesso tutto è nelle tue mani» disse al ladro, parlando con enfasi. «Bisogna che tu vada subito dal mio signor cugino, a Kleinroop, ch’è nei pressi del villaggio di Lancken. Gli dirai ch’io sono qui, e di mandarmi del danaro e degli abiti e un cavallo».
«Io ti auguro tanti giorni buoni, fratello,» osservò il ladro «ma la mia vita mi sta più a cuore della tua, e non ho voglia di finire in mezzo ai dragoni. Che cos’ho a farci, io, col tuo signor cugino?».
Tornefeld fissò la finestra e il turbinio della neve, che si faceva sempre più fitto, adesso le pale del mulino a vento non si vedevano più.
«Bisogna che tu ci vada in vece mia» insistette. «Te ne sarò grato in eterno. Io sono malato, lo vedi bene, non potrei esser più malato di così, e se ora fossi costretto a uscir nella neve e nel gelo per me sarebbe la morte».
«Adesso hai paura che ti si congeli il naso,» motteggiò il ladro «eppure non facevi che riempirti la bocca del tuo ardimento, e della guerra svedese che t’aspetta. Adesso hai per me buone parole, ma prima m’hai minacciato col boccale della birra, ti sarebbe piaciuto di mandarmi sulla forca o sulla ruota. Ci vada chi vuole, laggiù. Io non ci vado».
«Perdonami, fratello. L’ho fatto solo per celiare, Dio sa quanto mi rincresce» supplicò Tornefeld, mogio mogio. «Non voglio tacerti la verità: non è né dei dragoni né del freddo che ho paura. Ma in questo stato, lacero e cencioso come son ridotto, non mi va di comparire innanzi al mio signor cugino e alla giovane demoiselle. Vacci tu in vece mia, fallo per amor fraterno. Digli che avrò l’onore di presentargli i miei omaggi non appena somiglierò di nuovo a un prode soldato. Riceverai eccellente ospitalità e una buona mancia».
Il ladro rifletté. Per arrivare al villaggio di Lancken doveva ripercorrere tre miglia nella direzione dalla quale erano venuti. Forse i terreni così maltenuti che avevano appena attraversati appartenevano addirittura al nobile signor cugino del suo compagno di sventura. E gli sarebbe piaciuto di vedere in volto quell’uomo che si lasciava imbrogliare e derubare in modo così pietoso dal suo fattore e dai suoi scrivani, dai pecorai e dai braccianti.
Era un cammino pericoloso, questo il ladro lo sapeva. Se cadeva nelle mani dei dragoni, il capestro era assicurato, poiché v’eran forche drizzate a ogni crocicchio. Ma lui era avvezzo al pericolo. Non di rado il destino lo aveva posto di fronte alla necessità di scegliere se preferisse morir di fame o essere impiccato. E adesso ch’era deciso a farla finita con la sua vita di vagabondo e a rinunciare alla sua libertà in cambio d’un tozzo di pane quotidiano e d’un tetto sul capo, adesso lo assaliva una caparbia bramosia d’avventurarsi là dove il vento soffiava più impetuoso, e di danzare ancora una volta, un’ultima volta, una courante con la morte.
«Allora io vado e tu resti qui» disse a Tornefeld. «Ma sei sicuro che sua eccellenza illustrissima il signor conte tuo cugino vorrà degnarsi di lasciarsi anche solo guardare da un vile plebeo qual io sono?».
«Un uomo vale l’altro» disse Tornefeld in fretta, poiché temeva che il ladro potesse cambiare idea. «E mostragli quest’anello col mio stemma, così saprà che ti mando io. Parla poco e sii conciso. Digli di darti per me innanzi tutto del danaro, poiché per poter passare il confine dovrò lasciar libertà di manovra al mio borsellino. Poi digli di mandarmi un calesse, un mantello pesante, camicie, fazzoletti da collo, calze di seta rossa...».
Il ladro guardò con sospetto l’anello d’argento che Tornefeld s’era sfilato dal dito.
«Dirà che l’ho rubato» osservò.
«Non lo dirà» lo assicurò Tornefeld. «E se lo dicesse, tu rammentagli, come prova che dici la verità, quella volta che io, quand’ero ancora un ragazzo, scendevo in slitta dalla collina insieme alla giovane demoiselle e i cavalli s’adombrarono e fecero ribaltar la slitta. Quando udrà questo, capirà che si tratta proprio di me. E digli di mandarmi: un giustacuore di broccato a fiori e uno di raso con code e merletti. Un cappello di gala, due parrucche nere, una camicia da notte di seta...».
«E come si chiama il tuo signor cugino?» lo interruppe il ladro.
«Christian Heinrich Erasmus von Krechwitz di Kleinroop» disse Tornefeld. «M’ha tenuto a battesimo. E non scordarti le due parrucche nere, una grande e una piccola, un cappello gallonato, un giustacuore di raso à la mode...».
Il ladro era già uscito dalla porta. Un vento gelido s’insinuò nella stanza. Il mugnaio si rialzò e rimase a scaldarsi le mani sopra la brace del focolare.
«Il signor Christian von Krechwitz» mormorò. «Lo conoscevo bene. Un padrone severo, un padrone come si deve. Dio gli conceda la pace perpetua».
Incominciava a far buio quando il ladro arrivò al villaggio. Adesso non nevicava più, ma il freddo si faceva sempre più intenso e il vento gli fischiava negli orecchi gelido e tagliente. Non si vedeva anima viva sulla strada del villaggio, solo un grosso cane bruno s’aggirava tra le misere case e i fienili. Dall’osteria, filtrava un raggio di luce, assieme al suono smorzato d’una zampogna. In fondo a un viale di aceri la casa padronale di Kleinroop mostrava il suo tetto d’ardesia luccicante d’umidità.
Mentre s’avviava verso la casa passando sopra la peschiera gelata, il ladro non poté fare a meno di ripensare a quell’aristocratico signore che teneva al proprio servizio i peggiori dei servi e lasciava ch’essi gli rovinassero i suoi terreni. – «Questo signor von Krechwitz,» si domandò «ma perché non esce mai di casa? Se una volta tanto passasse per i suoi campi dovrebbe pur accorgersi di quel che succede lì. È forse cieco, per non accorgersene? O giace a letto ammalato, ha l’idropisia o l’emottisi, e passa le sue giornate a ingoiar olio e assenzio e lattovaro? Ma perché non va mai a vedere i suoi terreni! Forse è un sognatore e un acchiappanuvoli, che se ne sta rinchiuso in camera sua, estate e inverno, ad almanaccar se in paradiso ci vanno più uomini o più donne, oppure com’è fatta di dentro la luna. O alla fin fine non sta nemmeno qui alla tenuta? Son pronto a scommettere con me stesso, la mia tasca destra contro la sinistra, che il signor von Krechwitz non vive qui alla tenuta. Se ne sta in città, passa il suo tempo a tirar di scherma, a ballare, al tavolo da giuoco, a far serenate alle signore, lascia che la sua gente, a casa, faccia come più le aggrada, e alla tenuta ci viene solamente per rifornirsi di danaro. Ecco com’è fatto questo signor von Krechwitz. E appena ha messo insieme cento talleri se ne torna in città, e non si ripresenta se non dopo averli sperperati tutti e aver accumulato debiti per qualche altro centinaio di talleri. Ecco com’è fatto questo signor von Krechwitz. E quand’è indebitato se ne sta rinchiuso in casa a far piani per poter arricchire dalla sera alla mattina. Saprei suggerirgli io come fare. Qui la terra è buona, tre hufen d’arativo contro una sola d’incolto. S’egli facesse concimar meglio e seminare come il terreno richiede – qua segale di ristoppio, là avena bianca precoce, e il frumento solo sul terreno più ubertoso – insomma se facesse seminare con giudizio, ed erpicar meglio, ed estirpar le erbacce, allora sì che le vedrebbe le sue messi nei campi, dritte dritte e fitte fitte. Naturalmente, dovrebbe anche riportar l’ordine e la disciplina tra i suoi servi, tenere ben d’occhio lo scrivano dei cereali, mandare al diavolo il fattore e prenderla in pugno lui stesso, tutta la faccenda – ecco che cosa dovrebbe fare, invece di starsene in città con tanto di servi in livrea e mandar musici sotto le finestre delle signore...».
Bruscamente il ladro fu strappato ai suoi pensieri errabondi. Udì uno scampanellio e lo schioccar d’una frusta, e subito si scansò con un balzo e s’acquattò dietro un cornicione di neve.
Una slitta scivolava lenta e pesante sulla superficie ghiacciata della peschiera, era una vecchia slitta cigolante e rumorosa trainata da un unico cavallo tutt’ossa, ma il cuoio logoro e ingiallito della portiera mostrava i resti d’uno stemma nobiliare. Da cassetta il lume d’una lanterna investiva il viso di un uomo che, avvolto in una vecchia pelle di pecora, sedeva nella slitta abbandonato contro lo schienale, e per un momento il ladro poté intravedere un naso bitorzoluto paonazzo dal freddo, una bocca corrucciata e un pizzetto nero spartito nel mezzo.
Il ladro si rialzò dietro il suo cornicione di neve e seguì con lo sguardo la slitta, scuotendo il capo.
«Ecco dunque chi è questo signor von Krechwitz» mormorò. «Non è certo un sognatore, e neanche un acchiappanuvoli, né ha l’aria d’esser uno che corre dietro alle donne e le copre di regali, o uno che perde i suoi danari al tavolo da giuoco. Ha la faccia d’uno che non è mai pago di quello che ha, e che invidia agli altri anche la monetina di rame da tre pfennig, ecco che cos’ha l’aria di essere: un uomo avido e malvagio. Ma come mai quest’uomo che ha un aspetto così arcigno – come mai non è capace di tenere in rispetto i suoi servi?».
Ripreso il cammino, il ladro continuò a lambiccarsi e scervellarsi, e non passò molto tempo ch’egli aveva trovato già una risposta al suo interrogativo.
«Ci sono» si disse. «Questo signor von Krechwitz ha commesso, chissà quando, una mal’azione che ha tenuto nascosta a tutti, nessuno lo sa, solo i suoi servi sanno, ma tengon la bocca chiusa, e perciò lui adesso è nelle loro mani. Magari ha ammazzato suo fratello per via dell’eredità, o ha spedito sua moglie sottoterra col veleno, sempre per via dei danari. E i suoi servi lo sanno, e lui ha paura che possano portare alla luce il suo delitto e testimoniare contro di lui, e perciò non osa scacciarne nemmeno uno dalla sua tenuta».
La slitta s’arrestò dinanzi all’entrata della corte. I battenti del portone s’apersero e un servo accorse reggendo in mano una lanterna da stalla. Costui fece un inchino profondo ossequioso, ma l’uomo della slitta balzò in piedi, strappò la frusta dalle mani del cocchiere e si diede a percuotere furiosamente il servo.
«Canaglia! Fetida pellaccia!» gridò, così forte che lo si udiva da lontano. «Zoticone! Brutto porco schifoso! Perché m’hai mandato la slitta più sgangherata e il ronzino più sfiancato? Il diavolo te ne rimeriti! Taci! Dovrò fartelo entrare in testa a martellate, chi son io».
Il servo non si mosse e continuò a offrir la schiena ai colpi. Finalmente l’uomo della slitta si stancò e lasciò cader la frusta, e il servo si chinò a raccoglierla. Poi la slitta scomparve nell’entrata, i battenti del portone si richiusero, e tutt’intorno vi fu di nuovo oscurità e silenzio.
«Così va bene, così va bene» mormorò il ladro, sfregandosi le mani. «Sa come bisogna trattarli, questi manigoldi non meritano di meglio. Ciascuno d’essi s’è guadagnato la sua buona misura di legnate. Ma se per un motivo così futile quest’uomo bastona i suoi servi quasi che fossero orsi ammaestrati, come mai allora, per tutti i diavoli, come mai non sa badar meglio al proprio tornaconto? Come mai permette che i suoi campi vadano in malora e che la semente marcisca nel terreno? Questo non lo capisco. No, per Dio, non lo capisco proprio».
Scuotendo la testa, proseguì il suo cammino. Il portone era chiuso e sprangato, ma l’occhio allenato del ladro trovò subito un punto in cui egli avrebbe potuto scavalcare il muro senza fatica. E mentre s’issava lentamente gli venne un’altra idea, che gli parve spiegar nel modo più semplice lo strano contegno di quel signor von Krechwitz.
«Vi sono in questo Paese proprietari terrieri che ripongono le loro speranze non già nella terra, bensì nelle stalle» si disse. «E fanno bene. Una vacca non si vende per meno di nove talleri, anzi: io me la sentirei di collocarla per dieci talleri, se è buona da latte. Ma anche a voler considerare solo il vitello, il burro e il letame, la vacca mi deve fruttar quattro talleri imperiali all’anno. E poi le pecore. La pecora ha i denti più affilati che ci siano, s’accontenta dei magri pascoli boschivi e delle stoppie dei terreni sabbiosi, eppure dà una libbra e mezza di lana a ogni tosatura. Questo signor von Krechwitz – sicuramente più d’uno vorrebbe esser nei suoi panni. Se ne infischia, lui, della grandine e del flagello di topi campagnoli e coleotteri, e del carbone dei cereali – lui ha dato in affitto i suoi terreni e s’è buttato sull’allevamento del bestiame. Puledri, agnelli e vitelli gli fruttan bei danari. La lana slesiana va in Polonia e ai Moscoviti, anzi: va perfino in Persia. La lana fine ha sempre il suo prezzo. Sa bene quel che fa, questo signor von Krechwitz...».
Pensando a tutto questo, il ladro si lasciò scivolar giù dall’altra parte del muro, cadde nella neve e si rialzò. Deserta e abbandonata era la corte, un erpice giaceva rovesciato dinanzi all’entrata, un forcone da fieno spuntava dalla neve. La slitta che il ladro aveva veduta era già da un pezzo nella rimessa delle carrozze, e il cavallo nella scuderia. Evidentemente i servi avevan chiuso bottega e se ne stavano nella stanza della servitù.
Il ladro s’avviò a passo lento ed esitante verso la casa padronale, ma fatti pochi passi si fermò di già – non c’era fretta. Che quel Tornefeld restasse pure un’ora di più ad aspettare il suo giustacuore à la mode e il cappello gallonato, e le calze di seta rossa senza le quali non se la sentiva d’andare alla guerra – che restasse pure ad aspettare, cosa gliene importava a lui, al ladro. Prima di portar l’ambasciata al padrone della tenuta lui voleva dare un’occhiata a quell’allevamento di pecore di cui si parlava certo in tutto il Paese, e perfino laggiù in Polonia, voleva dare un’occhiata ai famosi montoni spagnuoli da razza, vedere com’eran tenute le fattrici e come gli agnelli sopportavano il duro inverno.
La porta dell’ovile era sprangata, ma per il ladro una porta chiusa non rappresentava un ostacolo. Agile e silenzioso come una lince, egli s’arrampicò lungo il muro. Poi s’introdusse a fatica dentro una stretta apertura e si ritrovò nel magazzino dei foraggi. E da lì scese la scala a piuoli che conduceva nell’ovile.
Era questo, dunque, il famoso allevamento di pecore del signor von Krechwitz! Aveva un aspetto davvero pietoso. V’erano a malapena tre dozzine di pecore in quell’ovile che avrebbe potuto ospitare più di cento capi. Tre dozzine di pecore maltenute, che producevano la più rozza delle lane, e molte di esse erano gonfie per l’umidità e il cattivo foraggio. E dei montoni spagnuoli da razza non si vedeva neanche l’ombra.
Il ladro prese la lanterna da stalla, andò da un animale all’altro e contò quanti erano i castrati e quanti i montoni, quanti gli agnelli e gli agnelloni, e quante le fattrici.
«No, l’ovile non frutta alcun guadagno al padrone, è chiaro che qui lo derubano» si disse pieno di corruccio, quasi si fosse trattato delle sue proprie pecore. «È pur vero che non è facile trovare un pecoraio onesto. I pecorai son tutti delle canaglie, i migliori fanno allattare i loro propri agnelli dalle pecore del padrone. Ma questo qui esagera, è peggio di tutti gli altri. Due carrate di fieno, tal quale arriva dai prati – questo è quanto occorre per far svernare trenta pecore. Ma nel magazzino dei foraggi ho veduto soltanto paglia, e non un solo fastello di fieno. L’erba verde dei prati, il pecoraio l’ha venduta per danaro sonante, e ora dà alle pecore la paglia tagliata quand’era già dura, e questo è veleno per le pecore. Così ha rovinato fino in fondo l’allevamento d’agnelli».
Si fermò presso uno degli animali e l’osservò con attenzione.
«Questa pecora è malata» constatò. «Rogna non è, forse ha i vermi del polmone o la marciaia. Dipende dal fatto che qui non è abbastanza asciutto. Il pecoraio non sa che le pecore non sopportano l’umidità. Se fossi io il signor von Krechwitz...».
Posò a terra la lanterna e aprì la bocca dell’animale.
«Apriti cielo!» proruppe, inorridito. – «No, non è il verme del polmone, questa pecora ha il carbonchio. E il pecoraio non lo sa o se ne infischia. Bisognerebbe abbatterla subito, ma senza spargerne il sangue, e la carogna andrebbe sotterrata in profondità. Lui invece lascia l’animale malato assieme a quelli sani. E il padrone? Santo cielo, quello è troppo comodo per scender nell’ovile, forse l’odore lo disturba. Ma bisogna che sappia che razza di pecoraio ha, bisogna che sappia che nel suo ovile c’è il carbonchio».
Il ladro aveva veduto abbastanza. Quatto quatto, uscì dall’ovile a passo felpato, come un gatto dalla piccionaia. Per un poco si aggirò nella corte tra i fabbricati rurali, e ciò che vide gli provò che le fortune del padrone poggiavano ovunque su pessime fondamenta.
«Qui servi e fantesche, tutti quanti sono, badano solo a scansar la fatica, nemmeno il diavolo saprebbe che farsene di questa ciurmaglia. Nel granaio le granaglie sono ammuffite. I lavori dell’inverno non sono stati ancora fatti, non s’è tagliata la legna, di questi tempi il lino dovrebbe esser già essiccato e scapecchiato, e qui non l’hanno ancora nemmeno battuto. Questo padrone ha al suo servizio solo leccapiatti e sgomberapentole e svuotabrocche. Il mastro pecoraio e i suoi garzoni stanno mangiando, a mezza settimana, arrosto e zuppa di latte, e ognuno ha in tavola innanzi a sé un grande boccale di birra – ma che giorno è oggi? È forse la sagra del villaggio, o è martedì grasso? Qui va tutto alla rovescia, la servitù gozzoviglia e il padrone ci rimette. Tuoni, fulmini e fiamme dell’inferno, dovrei essere io questo signor von Krechwitz! – E in che stato è poi il bovile! Una vacca ha bisogno ogni giorno d’una lettiera pulita, per non parlare dei vitelli, che devono essere accuditi come bambini piccoli. Qui invece...».
La porta della scuderia s’aperse e ne uscirono due uomini. Il ladro ebbe appena il tempo di buttarsi a terra.
Uno dei due pareva essere il fattore, colui che doveva amministrar la tenuta. Era carico come un mulo, di registri e libri contabili. Ne teneva tre sotto le braccia e altri due in una mano, e con l’altra mano reggeva la lanterna da stalla, alla cintola portava un calamaio e sull’orecchio due penne d’oca. In atteggiamento servile egli stava di fronte all’uomo dal pizzetto, lo stesso che poc’anzi era passato in slitta accanto al ladro.
«Il padrone ha visitato la scuderia» si disse il ladro, che giaceva a terra intirizzito «e adesso saranno di nuovo botte. Ha tutta l’aria di volergli fracassar l’osso del collo, al fattore. E se io adesso m’alzassi e gli raccontassi in che stato sono le altre stalle, e che una delle pecore ha il carbonchio – Diavolo! Ecco che si scatenan tuoni e fulmini».
«Tu sei ammattito!» gridò infatti l’uomo dal pizzetto, e dallo spavento il fattore lasciò cader nella neve i libri contabili. «Duecento fiorini! Lasciami in pace! La domenica delle Palme, quello è il tuo giorno, allora puoi farti vivo, ma non prima. Duecento fiorini! E dove li vado a prendere, anche da me non piovon mica ducati. Il lunedì dopo Judica ho prestato a sua signoria trecento fiorini, e il giorno di san Leonardo altri duecentoventi. In questa casa il danaro se ne va come il fumo dal comignolo».
Boccheggiò, aveva il volto paonazzo d’ira e di freddo.
E il fattore si diede a esortarlo con voce querula.
«Vostra grazia sa che abbiamo la casa piena di ospiti indesiderati, che ogni giorno vogliono in tavola arrosti e vino e omelettes. E anche i contadini vengono a chieder pane e sementi».
«Di’ a sua signoria che venda i suoi anelli e le collane, così avrà del danaro» esclamò l’uomo dal pizzetto. «Il mio è sparpagliato per il Paese, ho crediti da per tutto, e non mi riesce di riscuoterli».
«Gli anelli e le collane li ha da tempo l’Ebreo» sospirò il fattore. «Abbiamo venduto le brocche d’argento e i calici, abbiamo venduto le carrozze, i cocchi e i calessi, il danaro per la semente l’abbiamo messo insieme facendocelo prestare un po’ qua e un po’ là, per dieci staia dobbiamo restituirne dodici. E sua signoria pensava, poiché vostra grazia, il suo liberalissimo signor padrino...».
«Al diavolo!» esclamò l’uomo dal pizzetto. «Adesso son ridiventato il liberalissimo signor padrino di sua signoria! Ma l’anno passato, al funerale della buon’anima del signor padre di sua signoria, ecco che Kaspar von Tschirnhaus portava l’elmo, e Peter von Dobschütz lo scudo di destra, e il barone von Bibran conduceva il cavallo – e io dov’ero? Georg von Rottkirch portava lo stemma, Hans Üchtritz di Tschirna la croce e la spada e Melchior Bafron lo scudo di sinistra, e in chiesa i Nostitz e i Lilgenau reggevano il drappo funebre – e io dov’ero? Io ho avuto il permesso di prestare i soldi per le gualdrappe di velluto e quelli per la bandiera di taffettà rosso doppiato, i soldi per il predicatore e quelli per i ceri, duecentoventi fiorini ho prestato, e in cambio mi si è permesso di cantare in coro con gli altri: “Orsù, seppelliamo questo corpo” – il solo onore che mi sia stato concesso».
Adesso il ladro ne sapeva abbastanza. L’uomo dal naso bitorzoluto e dal pizzetto spartito nel mezzo non era il padrone della tenuta, ma un usuraio del vicinato, uno che spogliava le tenute del luogo e accumulava danari su danari, uno che invidiava al suo prossimo anche il tetto sopra il capo e il tozzo di pane. – «Vergogna!» mormorò il ladro. «Un volgare usuraio, e io l’ho preso per un nobiluomo. Dove avevo gli occhi? Adesso però occorre far bene attenzione e tender l’orecchio, perché quei due hanno in animo sicuramente un qualche losco affare. Stanno confabulando appiccicati l’uno all’altro come due pigne su un cembro, e se uno è il ritratto di Giuda, l’altro è l’Iscariota tal e quale».
Il fattore, quello ch’era l’Iscariota tal e quale, rimase lì a raspar la neve coi piedi. L’usuraio invece si soffiò rumorosamente il naso e disse:
«Porta a sua signoria i saluti del suo signor padrino, il barone von Saltza di Düsterloh e Pencke, e dille che il medesimo non è più disposto a prestar danari, né talleri né fiorini, e che non sa che farsene dei frutteti e dei diritti di pascolo offerti in pegno. Ma se sua signoria vuol vendere il cavallo da sella, la Diana, e il levriero italiano, il Giasone, glieli pagherò ottanta fiorini – dillo a sua signoria. E se non le va di vender cavallo e levriero, allora Dio guardi. In tal caso fa’ attaccare il cavallo, che me ne torno a casa».
«Che Dio abbia pietà!» sospirò il ladro. «Allora. è uno di famiglia nobile, si definisce barone, è un blasonato, eppure pratica volgare strozzinaggio, non ritiene che ciò faccia a pugni col suo onor di gentiluomo. Non vorrei essere un gentiluomo di tal fatta, piuttosto mi tengo la mia miseria».
«Ottanta fiorini, non è molto» osservò il fattore. «Vostra grazia sa bene che il solo levriero val già cinquanta fiorini».
«Offro ottanta fiorini, e non un kreuzer di più» esclamò l’usuraio. «E faccio un cattivo affare, poiché un cavallo da sella e un cane da caccia costano in un sol giorno, in mantenimento, più di quanto non possano fruttare in un mese».
«Ma questo cane da caccia e questo cavallo da sella a vostra grazia frutteranno molto» disse il fattore con una risatina simile a un belato. «Sua signoria dovrà bussare alla porta di vostra grazia ogni volta che vorrà vedere il Giasone e la Diana. E sua signoria verrà tutti i giorni, lo so, perché non può vivere senza quel cavallo e quel levriero».
«Busserà alla mia porta, dici?» domandò l’usuraio. «Ebbene: se verrà, io non la manderò via. Dille che il suo signor padrino, il barone von Saltza, è come il basilico ch’è negli orti: se lo afferri con violenza, manda un puzzo del diavolo e ti brucia gli occhi, ma se lo accarezzi con dolcezza, manda un profumo delizioso».
«Glielo dirò, glielo dirò tutti i giorni» promise il fattore. «Centodieci fiorini, vostra grazia. Ottanta per sua signoria e trenta per me. Son sempre stato un fedele servitore di vostra grazia, ho fatto sempre e comunque l’interesse di vostra grazia».
«Venti, per te, ed è più che sufficiente» disse l’uomo dal pizzetto, il cui umore era improvvisamente migliorato; quindi i due s’avviarono verso la casa, e il ladro si sollevò un poco da terra e si scrollò la neve dai vestiti.
«Qui son tutti una manica di farabutti» osservò, parlando a se stesso. «Se in questa tenuta ogni canaglia fosse obbligata a portare al collo un campanaccio, nessuno udrebbe più la sua propria voce. Questo signor von Krechwitz! Ma ora glielo vado a dire io, che nel suo ovile c’è il carbonchio, che il suo fattore lo imbroglia, e che perfino il suo padrino lo imbroglia, e che i servi e le fantesche non fanno che gozzovigliare, e che lui sta andando in malora ogni giorno di più. Lo verrà a sapere da me, come stanno le cose, può darsi che per ricompensa lui m’elargisca un piatto di zuppa di birra; io però lo farei anche per puro e semplice amor di Dio».
Si rialzò. Una singolare trasformazione era avvenuta in lui. Non ricordava più d’esser venuto lì da postulante per conto di quel Tornefeld, adesso il suo compito era un altro. Gli sembrava d’esser lui, il ladro, il solo galantuomo in quella tenuta; e da galantuomo egli avrebbe parlato col padrone di casa.
Altrimenti, quand’era voluto entrare in casa d’altri, vi si era introdotto furtivamente come una talpa in un giardino fiorito. Questa volta invece prese la via diritta, per la prima volta in vita sua si diresse verso il portone a testa alta e senza timore: lui era un galantuomo, e ora sarebbe entrato in quella casa perché doveva parlare a viso aperto col padrone della tenuta.
Ma quando fu davanti al portone e fece per picchiare all’uscio come chi non ha in mente nulla di male, ecco che il portone si spalancò bruscamente e dalla casa uscirono due dragoni, i mortali nemici suoi e di tutti i vagabondi come lui. Recavano in mano delle lanterne e dei sacchi di biada. E quando il ladro li vide, si scordò d’esser venuto lì da galantuomo, avvertì nelle ossa l’antica paura di ladro e fuggì via a grandi balzi, fuggì girando dietro la casa, e i dragoni, buttati a terra i sacchi di biada, si diedero a rincorrerlo. «Chi va là! Rispondi!» li udì gridare, e «Fermo o sparo!». Ma lui non si fermò; aveva già voltato l’angolo e correva a più non posso, quand’ecco che udì provenir delle voci anche dalla direzione opposta.
Adesso il ladro si fermò. «Dove andare?» ansimò. «Dove?».
Là dov’egli era fermo i servi avevano raccolto e ammonticchiato la neve spalata. Il ladro si buttò a terra e si nascose ben bene dentro il cumulo di neve. E così rimase, immobile, mentre i dragoni gli passavano accanto di corsa. «Dov’è finito quel gaglioffo?» li udì esclamare. «Che se lo sia portato via il diavolo in persona?». – Poi, quando tutto ritornò tranquillo, il ladro sollevò il capo con cautela: i dragoni non si vedevano più, però potevano tornare da un momento all’altro. Il ladro riemerse dal cumulo di neve. Dove andare? si domandò di nuovo. Sopra di lui, a quasi due volte l’altezza d’un uomo, v’era una finestra con un largo davanzale. «Se riuscissi a salir lassù!» gli balenò nella mente. Prese la rincorsa, spiccò un salto e s’afferrò al davanzale; questo era cosparso di cocci e chiodi acuminati, che gli lacerarono a sangue le mani. Ma egli non badò al dolore, non mollò la presa, e lentamente si tirò su. E quando si fu issato sul davanzale, aperse alla maniera dei ladri le gelosie infrante e cacciò dentro le gambe, finché non avvertì sotto i piedi il pavimento. E in quello stato, fradicio fino alle ossa e mezzo intirizzito, col respiro strozzato e i polmoni contratti in uno spasmo lancinante, tremante di paura e di freddo, braccato, sfinito e con le mani sanguinanti – in quello stato il ladro mise piede per la prima volta nella casa sulla quale due anni più tardi avrebbe regnato da padrone.
Per qualche tempo il ladro rimase fermo nel ripostiglio nel quale era capitato, tra ogni sorta di cianfrusaglie, incapace di pensar altro se non che stava morendo di freddo e che ancora una volta, come già così spesso gli era accaduto nella sua povera vita, era scampato alla forca soltanto per un pelo. Ma fino a quando? Doveva trovare il signor von Krechwitz e parlargli, ma in quella casa avevan preso alloggio i suoi nemici giurati, i dragoni, e lui correva il rischio d’andare a buttarsi per la seconda volta proprio tra le loro braccia. Pazienza! Ormai doveva veder di trovare quel signor von Krechwitz, perché indietro non poteva e non voleva tornare. Rimase fermo e attese che il respiro gli si calmasse. Poi cominciò ad avanzare. I suoi occhi s’erano abituati all’oscurità, ed egli vide innanzi a sé una pesante porta rinforzata da reggette di ferro; la porta non era chiusa, ma solo accostata, e dallo spiraglio filtrava, appena percettibile, un esile e fievole raggio di luce giallo-rossastra. Quella luce non proveniva da una lucerna, e nemmeno da una candela, il ladro se ne accorse subito. Nella stufa ch’era dirimpetto alla porta ardeva un fuoco, questo era tutto, e nella stanza non v’era altra luce. E dove non v’è luce, di sicuro non v’è neanche gente, poiché nessuno ama stare al buio, si disse il ladro. E mandò un sommesso sospiro di soddisfazione. Poiché una stanza deserta col fuoco acceso dentro la stufa era proprio ciò ch’egli desiderava. Voleva riscaldarsi e far asciugare i propri vestiti.
Per la durata d’un minuto rimase fermo con le orecchie tese. Poi spinse la pesante porta e, senza far rumore, scivolò oltre la soglia.
Sì, nella stufa ardeva un fuoco di legna, e un fievole riverbero investiva la vetrina dell’argenteria ch’era addossata alla parete, e che però era vuota. Il ladro storse la bocca, ma poi gli venne in mente che non era venuto lì per rubare.
«Proprio come diceva quel tale da basso» rise tra sé e sé. «Il signor von Krechwitz ha venduto ogni cosa all’Ebreo. Gli anelli, le collane, i piatti e le coppe d’argento. Però non se la passa male lo stesso, questo signor von Krechwitz».
Il ladro aspirò l’aria dalle narici. Avvertiva odor di vino e di pane fresco e di carne arrostita. Qualcuno aveva cenato lì, lasciando anche a lui, al ladro, la sua parte. Sulla tavola v’erano scodelle, piatti, bicchieri e un boccale di vino. Dov’era mai, adesso, l’uomo per il quale quella tavola era stata imbandita, per il quale il fuoco ardeva nella stufa? Il ladro abbracciò con uno sguardo tutto l’ambiente. Su una sedia brillava la lama d’una spada. Accanto alla stufa v’era un solo, alto stivale da cavaliere. E tra le due finestre si trovava un letto, e in quel letto – il ladro trattenne il respiro –, in quel letto era coricata una persona.
Il ladro non si sgomentò. Era avvezzo a simili casi. E attraversar quatto quatto una stanza, senza svegliare chi vi dormiva, faceva parte del suo mestiere.
Ma la persona ch’era in quel letto non dormiva, e non era sola. Due eran le persone coricate in quel letto, un uomo e una donna.
Il ladro non si mosse. L’uomo ch’era in quel letto era di sicuro il signor von Krechwitz. Aveva chiuso bottega presto, quella sera, aveva ben mangiato e ben bevuto e adesso se ne stava a letto a sollazzarsi con la sua mogliettina. Giust’appunto a lui il ladro aveva da dir qualcosa, e prese dunque a riflettere come dovesse segnalar la propria presenza e come incominciare il suo discorso.
«Pace e bene in Cristo Nostro Signore!» disse molto sommessamente, con una bella riverenza, parlando solo per se stesso. «Ohi, ohi, come schizzerà fuor dal letto quando udrà che nel suo ovile c’è il carbonchio. Ma aspetterò a dirglielo, non è ancora il momento, prima voglio veder che cosa combinano quei due nel loro letto».
Tese l’orecchio, tutto lieto che la sua buona sorte lo avesse condotto così in fretta dinanzi al signor von Krechwitz. Sulle prime non sentì provenir da quel letto altro che fruscii e bisbiglii. Poi vi fu uno sbadiglio soffocato. L’uomo ch’era nel letto si levò a sedere e alzò le braccia, stirandosi.
«Pace e bene in Cristo Nostro Signore» diceva intanto il ladro, incominciando a prepararsi il suo discorsetto. «Vostra grazia se ne sta qui a letto e ignora che da basso, nel suo ovile, c’è il carbonchio. Questi servi non valgono nulla, bisognerebbe mandarli tutti... No!» s’interruppe. «Non è così che devo incominciare. Sarebbe come infilare il piede destro nello stivale sinistro. Prima devo dirgli da dove vengo e chi mi manda».
«Come mai vossignoria fa uno sbadiglio dietro l’altro?» disse all’improvviso la donna ch’era nel letto. «È tutto qui quel che vossignoria sa fare? Come mai ora non mi chiama più l’amor suo, il suo angelo, il suo tesorino, la sua gattina, la sua rosellina e la gioia sua? Non è durato molto il grande amore di vossignoria!».
«Pace e bene in Gesù Cristo Nostro Signore» disse il ladro, ricominciando da capo, molto sommessamente, la sua litania. «Mi manda qui il signor von Tornefeld, il figlioccio di vostra grazia, che ora si trova al mulino...».
«Ti ho promesso amor di cavaliere» disse l’uomo ch’era nel letto. «Ma l’amore d’un cavaliere non dura a lungo, non gli è dato d’indugiare, così come non è dato all’erba d’indugiar nei prati, o alla rugiada d’indugiar nei campi».
«Dunque io non son più il tesorino di vossignoria, e la sua gattina e rosellina, la sua gioia bella».
«A te, bisogna spalmarti in bocca a tutto spiano paroline dolci, come a un bambino piccolo la pappa d’avena con lo zucchero. Non t’ho forse regalato del nastro di seta, ben sette braccia, e due sacchetti di zucchero, e un tallero d’argento con sopra san Giorgio?».
«Ma troppo presto vossignoria s’è stancata del gioco. L’olio è consumato, il lumicino è spento, non ha bruciato poi tanto a lungo!».
«Il signor von Tornefeld, vostra signoria illustrissima lo conosce,» mormorò il ladro «ora si trova laggiù al mulino e manda a chiedere un giustacuore à la mode e un cappello gallonato e del danaro e una carrozza e dei cavalli...».
«È colpa dei digiuni» disse l’uomo ch’era nel letto. «Io li osservo tutti, i giorni di digiuno, inseguo la beatitudine celeste come il cacciatore insegue la scrofa selvatica. E allora è facile che uno trascuri il peccato della carne. Quando sarò ricco, terrò un cappellano che preghi e digiuni in vece mia».
«Vossignoria farà meglio a tenere un cappellano che vada in vece sua a letto con le pulzelle».
«Sta’ zitta!» esclamò l’uomo con improvvisa irritazione. «E tu pretenderesti d’esser stata pulzella? Credi che non mi sia accorto che non eri intatta? Non valeva poi tanto la pena di coglierlo, quel fiore».
«Ma non è ancora tutto» mormorò il ladro, che coi suoi pensieri era rimasto presso il signor von Tornefeld. «Chiede anche una camicia da notte di seta, perché vostra signoria illustrissima lo sappia, e inoltre calze e fazzoletti da collo e due parrucche».
«Che parole grosse!» esclamò la donna ch’era nel letto. «Pulzella o no – neanche vossignoria è intatta. Ha un solo orecchio e un occhio solo».
«Le mie mutilazioni, io le devo ai miei nemici» disse l’uomo con orgoglio, ma tuttora adirato.
«E io, la mia, la devo ai miei amici» rise la ragazza, e l’uomo s’unì fragorosamente alla sua risata, e per qualche tempo entrambi non s’accorsero d’essere in tre a ridere; giacché al ladro i discorsi che quei due facevano a letto eran parsi oltremodo spassosi.
«Zitto!» esclamò la ragazza all’improvviso. «Cos’è stato? C’è qualcuno nella stanza».
«Pazzerella!» disse l’uomo ch’era nel letto. «E chi vuoi che ci sia, nella stanza? Come avrebbe fatto a entrare?».
«C’è qualcuno nella stanza. L’ho udito ridere» disse la ragazza, levandosi a sedere nel letto e scrutando nel buio, e un fioco riverbero del fuoco che ardeva nella stufa investì il suo seno bianco.
«Sta’ giù e lasciami in pace» disse l’uomo. «Ho messo un dragone davanti alla porta, e quello non lascia entrar nessuno. Ma tu hai certe orecchie che son capaci d’udir cantare i pesci nell’acqua».
«Là! Eccolo là!» gridò la ragazza con voce stridula, afferrando con una mano il braccio dell’uomo, mentre con l’altra annaspava nell’oscurità. «Eccolo là! Là, contro il muro! Aiuto! Aiuto!».
L’uomo si divincolò dalla stretta e balzò dal letto, e in men che non si dica stringeva già in pugno la spada.
«Ehi! Tu, laggiù!» esclamò. «Chi sei? Che cosa vuoi? Fermo, non ti muovere o ti riduco talmente in bricioli, che poi dovranno portarti via con la cucchiaia. Resta dove sei, o ti ficco la spada nella pancia».
Il ladro capì che le cose non stavano andando come lui s’era aspettato, e trovò ch’era più che mai il momento d’uscir dall’ombra e dire a quel signore perché era venuto lì e chi lo mandava.
«Pace e bene in Cristo Nostro Signore» disse in fretta, facendo una profonda riverenza che nessuno vide. «Mi manda il figlioccio di vostra grazia, ed eccomi qua a servir vostra grazia; lui ora si trova al mulino e aspetta...».
«Balthasar!» chiamò l’uomo dalla spada. «Vieni dentro e accendi un lume. Voglio veder chi è costui che mi va cianciando di Cristo e del suo figlioccio».
«Niente lumi! Niente lumi!» strillò la ragazza. «Sono nuda come Eva».
«Giacché sei nuda come Eva, fila in paradiso!» disse l’uomo, la risospinse dentro il letto e le buttò la coperta sul capo. Frattanto il dragone era entrato nella stanza, e un istante più tardi sulla tavola ardevan già le candele di cera. Il ladro si ritrovò faccia a faccia con un uomo di bassa statura e corporatura tarchiata, ch’era vestito solo d’una camicia e d’un cappello piumato e brandiva una spada.
Il ladro rimase paralizzato dallo spavento.
Quell’uomo, lui lo conosceva. Era quel capitano dei dragoni che nel Paese tutti chiamavano il «barone del malefizio». Aveva preso alloggio in quella casa.
Il barone del malefizio – lo chiamavano così perché s’era assunto il compito d’annientare le bande di briganti che taglieggiavano la Slesia e la Boemia. Aveva ricevuto i suoi poteri di giudice direttamente dall’imperatore. Senza posa egli batteva il Paese coi suoi dragoni, e coloro che vivevano delle sostanze altrui, vagabondi e furfanti, grassatori e tagliaborse, grandi e piccoli malfattori – tutti quanti erano, lo temevano come fosse Satana in persona. Il boia ch’egli conduceva con sé non aveva mai corda a sufficienza; e la sua clemenza significava: il marchio d’infamia sulla fronte e quindi schiavitù a vita sulle galere veneziane. Da quell’uomo e dai suoi dragoni il ladro cercava scampo nell’inferno del vescovo, per salvar la vita. E ora la sua cattiva stella lo conduceva in quella stanza, faccia a faccia col barone del malefizio, solo cinque passi lo separavano da lui e una fuga era impensabile, la casa rigurgitava di dragoni, non v’era scampo. Il ladro era come paralizzato, e al suo spavento si mescolava anche una certa maraviglia: che il temutissimo barone del malefizio fosse di statura così bassa e per di più, sul petto e sulle gambe, peloso come una scimmia.
Il capitano frattanto s’era messo sull’occhio sinistro un panno nero legato con un nastro – era quello il primo atto della sua toilette. Adesso egli prese dalle mani del dragone i calzoni di cuoio alla cavallerizza e il cinturone.
«Fammi un po’ vedere chi sei» disse. «Ma attento a te, giovanotto! La vedi la mia spada?».
Il ladro riconobbe che a questo punto solo l’ardire poteva venirgli in soccorso. Giacché, se mostrava d’aver paura, era perduto.
«Certo che la vedo, la spada di vossignoria – e con questo?» fu la sua risposta. «Sulla sua lama troverebbero posto tre dozzine di passeri. Con quella spada vossignoria potrebbe tagliare in un sol colpo sette teste di cavolo».
«Fa discorsi a vanvera e va mordendosi attorno cogli occhi come uno stallone imbizzarrito» disse il dragone che, in ginocchio dinanzi al capitano, gli calzava gli stivali. «Se sapesse chi ha dinanzi, cambierebbe registro».
«Ehi, tu, coi tuoi discorsi ti stai giocando il collo» disse al ladro il barone del malefizio. «Continua su questo tono e ti farò riservar là fuori un trattamento tale che, dopo, nemmeno tuo fratello saprà riconoscerti».
«Vossignoria mi lasci in pace» borbottò il ladro. «Io con vossignoria non ci ho a far nulla. Non l’ho cercata io».
«Come parli a un ufficiale e gentiluomo?» esclamò il barone del malefizio. «Vedo già che dovrò prima farti insegnare il rispetto e le buone maniere, così almeno, quando ti farò impiccare, ti presenterai al diavolo dell’inferno con un poco di garbo. Che cosa cercavi nella mia stanza, rispondi!».
«Che cosa cercavo? Sua signoria, cercavo, chi altro?» rispose il ladro con un tono infastidito e spazientito, come se non avesse più molto tempo da dedicare al capitano e alle sue domande.
«Cercavi sua signoria?» esclamò il barone del malefizio. «Margret! È uno di casa? Lo conosci?».
Frattanto erano entrati nella stanza altri dragoni ancora, e il fumo acre delle loro fiaccole e delle loro torce saturava l’ambiente. La ragazza che aveva scoperto il ladro nell’oscurità sedeva adesso sulla sponda del letto. Non vista dai dragoni, s’infilò in fretta la camicia, tenendo la gonnella stretta tra le ginocchia. E ci volle qualche minuto prima che giungesse la sua risposta.
«No, non è uno di qui. Non lo conosco».
Il capitano s’era alzato in piedi e ora s’accostò al ladro. I suoi stivali scricchiolavano.
«Pidocchioso, tignoso, scarruffato e cencioso» disse con una risata. «Non ha certo l’aria d’esser mandato dalla corte del vescovo per invitare a cena sua signoria. Frugategli le tasche! Di sicuro è uno della banda dell’Ibis nero!».
Due dei dragoni agguantarono il ladro e gli ficcarono le mani in tasca, e uno d’essi trovò il coltello che il ladro recava sempre con sé, e lo levò in alto.
«Che cosa vi avevo detto?» esclamò il barone del malefizio. «Mi voleva far la festa. Giovanotto, parla dunque: che ci fa quel coltello nella tua tasca?».
«Un pezzo raro» balbettò il ladro con un ghigno disperato, poiché l’angoscia gli serrava la gola. «Me lo son fatto venire dal Nuovo Mondo, con la flotta spagnuola, per tagliarci pane e formaggio».
«Non ne taglierai più molto, di pane e di formaggio» disse il barone del malefizio. «S’è introdotto quatto quatto nella mia stanza con l’intenzione d’aspettare finché non mi fossi addormentato, per poi farmi la festa con quel coltello. Lienhard, vieni qui, tu che sei stato per tre giorni prigioniero dell’Ibis nero. Guarda un po’ se quest’uomo è uno della banda».
Il dragone illuminò con la sua torcia di legno resinoso il volto del ladro.
«Della banda dell’Ibis nero non è» disse poi. «Quelli li conosco tutti: l’Afrom, Michel lo sbilenco, il Barbagianni, Adam l’impiccato, il Pifferaio e il Brabantino. Ma questo qui non lo conosco. E poi, vostra grazia, signor capitano: la banda è circondata, nessuno può uscire di lì».
«Per un uomo isolato non è impossibile riuscire a passare tra le nostre sentinelle» osservò il capitano. «Del resto, non è forse riuscito a introdursi non visto in questa casa? Si fidi di lui il diavolo, se crede, ma io non mi fido».
«Però non è uno degli uomini dell’Ibis» disse il dragone in tono molto risoluto. «Sono venti in tutto, e io li conosco uno per uno: Hannes il fonditore di stagno, Jonas il battezzato, e il Rosolaccio, il Mammola, il Fraginepro, il folle Mathes; ma questo qui non lo conosco».
«Orsù, dunque, dimmi chi ti manda» gridò il barone del malefizio, rivolgendosi al ladro. «Parla, o, quant’è vero Iddio, ti farò dar la sferza e la corda».
«Mi manda un signore di nobile famiglia, io son domestico al suo servizio, vostra grazia, è la verità» disse il ladro, che pian piano andava ritrovando il suo coraggio, poiché aveva con sé l’anello di Tornefeld a conferma che diceva la verità. «E devo riferire a sua signoria da parte del mio padrone...».
«Chi è il tuo padrone?» lo interruppe il barone del malefizio. «Perdio, in questo Paese la nobiltà ha strani lacchè. Chi è questo signore di nobile famiglia che tiene al suo servizio un simile straccione?».
«È il figlioccio di sua signoria» disse il ladro. «Sua signoria lo ha tenuto a battesimo. E io devo riferire a sua signoria da parte sua...».
«Ti manda il figlioccio di sua signoria?» esclamò il capitano con una sonora risata. «Diavolo! È così che stanno le cose? Bene, allora, benvenuto in questa casa! Dio benedica la tua venuta, giacché è il figlioccio di sua signoria che ti manda. E quanti anni ha codesto figlioccio, il grazioso fanciullo?».
«Io gliene darei diciotto o venti, non lo conosco da molto» disse il ladro, maravigliandosi di quella risata e del singolare contegno del barone del malefizio.
La ragazza, che frattanto s’era completamente rivestita, sgusciò tra i dragoni e s’accostò al ladro.
«Pover’uomo, non è mentendo che riuscirai a cavartela» disse. «Sua signoria non ha nessun figlioccio al mondo. Smetti di mentire, pover’uomo, buttati in ginocchio piuttosto, e leva le mani al cielo e chiedi misericordia in nome di Cristo».
«No, per tutti i diavoli!» esclamò il barone del malefizio. «Lo voglio veder sudare come l’arrosto sullo spiedo. Che lo spasso continui. Lui vuole ch’io lo conduca dinanzi a sua signoria – bene, sarà accontentato. Potrà raccontare a sua signoria le ultime novità del suo figlioccio. Giovanotto, tu vieni con me! – Balthasar! I miei guanti e la mia sciarpa!».
Stretto tra due dragoni che recavano in mano candele di cera, il ladro, coi polsi legati, saliva le scale dietro al barone del malefizio; e ora che le cose eran giunte a un punto tale che finalmente egli avrebbe veduto in volto il famoso signor von Krechwitz, ora la curiosità lo tormentava ancor più di prima, giacché agli altri s’era aggiunto un nuovo enigma: come mai il barone del malefizio, il nemico giurato e mortale persecutore al quale egli augurava di finire in mezzo ai Turchi di Turchia – come mai il barone del malefizio era scoppiato in quella brutta risata quando lui, il ladro, aveva detto di venir da parte del figlioccio di sua signoria? E anche quella fantesca ch’era a letto col barone del malefizio: «Pover’uomo,» aveva detto «sua signoria non ha nessun figlioccio al mondo!». – Perché mai? Come doveva esser fatto, un uomo, per non aver nessun figlioccio al mondo? Ma se perfino il più miserabile dei giornalieri ne ha uno! Questo signor von Krechwitz era dunque così turpe e malcreato che nessuna madre voleva fargli tenere a battesimo il proprio bambino? O alla fin fine non era nemmeno cristiano? V’era forse un Turco, o un Tartaro, o un Moro a capo di quella tenuta? O forse un uomo così avaro da non voler tirar fuori il tallero del battesimo, oppure...?
Il ladro s’arrestò un momento dalla sorpresa. Adesso c’era arrivato, adesso aveva capito e, non avesse avuto le mani legate dietro la schiena, se le sarebbe picchiate sulla fronte. Adesso tutto gli era chiaro. E ora capiva anche perché in quella tenuta nessuno era onesto e perché non v’era ombra d’ordine e disciplina tra i servi, e capiva i terreni rovinati e il carbonchio nell’ovile – e si diede dell’imbecille e del pazzo per non averlo indovinato molto prima. «Un povero piccolo agnellino, dal quale chiunque si prende senza sforzo la lana che vuole» disse a se stesso con un risolino stizzoso, serrando i pugni, quand’ecco che si ritrovò dinanzi a una porta semiaperta: il barone del malefizio, dopo aver bussato, entrò nella stanza del padrone di casa con il garbo e la sicurezza del gentiluomo, e dietro di lui i due dragoni spinsero dentro il ladro.
Sì, era proprio com’egli aveva sospettato. In quella stanza v’era una creatura indifesa, una giovanissima creatura, una giovinetta di non più di diciassett’anni, esile e delicata, e bella come un angelo del paradiso – era lei la padrona della tenuta di Kleinroop. Aveva le lacrime agli occhi, il ladro se ne accorse subito, e di fronte a lei, appoggiato al camino, stava l’uomo dal pizzetto, l’aristocratico usuraio, quel barone von Saltza di Düsterloh e Pencke al quale il fattore aveva appena venduto il cane da caccia e il cavallo da sella della padroncina.
Il barone del malefizio si fermò a gambe larghe, tenendo in mano il cappello piumato, e salutò.
«Giungo forse in un momento inopportuno?» esordì. «Spero che la nobile demoiselle vorrà perdonare se la incomodo a quest’ora così tarda, ma domattina dovrò mettermi in viaggio assai per tempo e mi sarebbe parsa una sconvenienza non venir prima a presentare i miei omaggi a mademoiselle, spero anche che mademoiselle vorrà serbarmi un posticino nel suo ricordo».
La giovinetta sorrise, chinando leggermente il capo.
«Il signor capitano mi fa troppo onore, io non merito tanto» disse con una vocina esile e sommessa. «Apprendo con rincrescimento che il signor capitano vuol già partire. Il signor capitano non era forse alloggiato con sua soddisfazione?».
Il ladro non le toglieva gli occhi di dosso. Tutti i suoi piani erano andati a monte.
«È uno strazio» disse sottovoce, parlando a se stesso. «È così giovane, se le dico che ho scoperto le ruberie e le canagliate dei suoi servi non mi crederà; è una bambina, pensa ancora che il mondo sia onesto. E se le faccio i conti in tasca e le dico che solo con il latte e il pollame potrebbe già sostentar se stessa e la sua gente e le avanzerebbe ancora un sovrappiù da portare al mercato, non mi crederà di nuovo, poiché il suo fattore le ha detto diversamente, le mie sarebbero parole al vento. Però è bella, credo di non aver veduto in vita mia niente di più bello».
«Sono stato alloggiato in modo eccellente, non potevo desiderar di meglio» diceva frattanto il barone del malefizio con un inchino. «Tutto era predisposto nel migliore dei modi, tutto absolument à point. Tuttavia bisogna proprio ch’io parta, devo andare ad affrontare quei malfattori, piombar loro addosso. Abbiamo circondato l’Ibis nero e la sua banda alla Volpaia, bisogna ch’io raggiunga i miei uomini, perché domani, allo spuntar del giorno, avrà inizio la grande battuta di caccia».
«Ecco come vanno le cose a questo mondo» mormorò il ladro, ch’era fermo presso la porta tra i due dragoni. «Ai briganti della Volpaia, a quelli piomba addosso con la corda e la scure, eppure son solo dei poveri diavoli; i briganti di questa casa invece, che senz’alcun ritegno scialacquano in gozzoviglie le sostanze della padrona, quelli non li vede neppure, quelli li lascia indisturbati».
«Auguro al signor capitano, Dieu aidant, di condurre la cosa a buon fine» disse la giovinetta. «Ne hanno combinate troppe, l’Ibis e la sua banda, sia in questo Paese sia laggiù in territorio polacco, hanno assalito i carrettieri, portato via le vacche ai contadini – non passava giorno senza che se ne sentisse parlare. Il signor capitano è proprio un novello cavalier san Giorgio».
«Sono solo dei poveri diavoli» mormorò il ladro, mentre il capitano, inorgoglito da quell’elogio, si lisciava i mustacchi cespugliosi. «Se al momento giusto avessero avuto ciascuno il suo tozzo di pane quotidiano e un tetto di paglia sul capo, sarebbero rimasti galantuomini. Ma ecco come vanno le cose a questo mondo! La servitù di questa casa...».
«Chiedo licenza a mademoiselle» disse ora l’uomo dal pizzetto con voce stridula. «Debbo procurar d’essere a casa di buon’ora. E se mademoiselle dovesse cambiare avviso, domani mi troverà ancora pronto ai suoi comandi».
«Se soltanto il signor padrino volesse lasciarmi il Giasone e la Diana» disse la giovinetta, e di nuovo le vennero le lacrime agli occhi.
«Mademoiselle potrebbe avere tutti i cavalli da sella che vuole» osservò l’uomo dal pizzetto. «Dipende solamente da lei. E anche bei vestiti, collane, anelli, e ricevere ogni giorno ospiti, e far gran vita di società – dipende tutto solamente da lei».
«Sono desolata di non poter fare la volontà del signor padrino» disse la giovinetta, e la sua voce assunse ora un tono fermo. «Il signor padrino sa che questo non è possibile. Prima bisognerebbe che il sole deviasse dal suo cammino. Ho promesso fedeltà a un altro, con la bocca e col cuore, e lo aspetterò, foss’anche fino al giorno del giudizio».
«Auguro a mademoiselle buona fortuna per questo suo proposito» disse seccamente l’uomo dal pizzetto. «Frattanto mi tengo a sua disposizione. È pronta la slitta?».
Che tutti gli angeli del cielo la proteggano!» bisbigliò il ladro, inorridito. «Quel vecchio ribaldo senza scrupoli vorrebbe dunque ottenerla in sposa? Ma se le si confà come il nerofumo alla neve immacolata!».
«La slitta è pronta. È in cortile, e il cocchiere sta aspettando» fu la risposta della giovinetta. «Io riponevo le mie speranze nella generosità del signor padrino. Se il signor padrino volesse lasciarmi il Giasone!».
«Non se ne parla nemmeno» strepitò l’uomo dal pizzetto. «Il cavallo da sella e il cane da caccia li ho comprati pagandoli con danaro buono. Se in questa casa si fosse imparato a risparmiare, ora non saremmo a questo punto. Un kreuzer tira l’altro, un fiorino ne porta altri due. Ma in questa casa nessuno lo capisce. In questa casa, quando la legna stenta a bruciare, la sguattera butta nel fuoco il burro a chili».
«Che cosa se ne fa il signore, di quel nobile cane?» esclamò dalla porta il barone del malefizio. «Per la caccia gli andrebbe bene anche un cane da pagliaio».
L’uomo dal pizzetto si volse verso di lui e lo misurò da capo a piedi con un’occhiata altezzosa.
«Sarò obbligato al signore se vorrà occuparsi degli affari suoi» strepitò. «Da parte mia non mi son mai immischiato nelle faccende del signor capitano. Lo so bene, ho molti nemici in questo Paese, ma più d’uno vorrebbe esser nei miei panni».
Il barone del malefizio fece una smorfia di disprezzo e buttò indietro il capo.
«Io sono un uomo povero» disse. «Non posseggo nient’altro che la mia patente imperiale e la mia bonne conduite. Ma nemmeno per mille talleri vorrei esser nella sua pelle».
«Il signore si occupi della sua pelle e lasci star la mia, che non è in vendita» gridò l’uomo dal pizzetto, rosso in volto e con gli occhi che schizzavano fuori dalle orbite. «E faccia largo! Io me ne vado!».
«Perché grida tanto? Il signore ha forse la rabbia furiosa?» domandò pacatamente il barone del malefizio. «Farebbe bene a non gonfiarsi tanto, altrimenti finirà per scoppiare come Giuda nel cappio».
«Come Giuda nel cappio?» gridò l’uomo dal pizzetto, boccheggiando. «Il signore dimentica con chi sta parlando. Anch’io ho nobili natali. Il signore stia attento, la mia spada è lesta a uscir dal fodero».
Il barone del malefizio fece un passo di lato e indicò con la mano la porta aperta:
«Il signore sarà subito servito come comanda. Gli farò la courtoisie di battermi con lui in cortile alla maniera dei gentiluomini».
«Dio guardi, signore, Dio guardi!» esclamò l’uomo dal pizzetto, che frattanto aveva guadagnato la porta. «Non ho tempo di starlo ad ascoltar più a lungo. Sarà per un’altra volta, oggi basta così, gli affari premono».
E scese le scale rigido e impettito, ma più in fretta che poté.
Il barone del malefizio lo seguì con lo sguardo per un momento. Poi si rivolse di nuovo alla giovinetta.
«Prego mademoiselle de m’excuser,» disse, sventolando il cappello «ma il suo signor padrino, sia detto con tutto il rispetto e la devozione, è un farabutto. Per uno come lui non mette conto di sporcar la spada. Dovrei fargli allungare un mostaccione dal primo ragazzino che incontro per via».
«Mi tormenta perché io m’induca a convolare a nozze con lui» disse la giovinetta con un debole sorriso. «Dice che lo fa per amicizia verso il mio signor padre buon’anima, per trarmi fuori da tutti i miei affanni».
«Se questa è amicizia,» esclamò il barone del malefizio «d’ora innanzi andrò a cercar l’amicizia tra i lupi della foresta. Mademoiselle dice d’essersi promessa. M’è consentito domandare chi è il fortunato mortale che può vantarsi della sua affezione?».
Il ladro si riscosse di soprassalto, come destandosi da un sogno. S’era sorpreso a pensar strane cose: come se all’improvviso egli fosse tutt’altra persona, non più il ladro, bensì colui al quale quella nobile creatura s’era promessa, e la tenesse tra le braccia, e sentisse la guancia di lei contro la propria.
Trasalì e sospirò profondamente, in silenzio.
«No! No!» disse in un bisbiglio, parlando a se stesso. «Ciò che non può esser mio – Dio mi faccia la grazia di distoglierne il mio cuore».
«Il signor capitano è sempre stato buono con me. A lui posso dirlo» rispose la giovinetta. «Si tratta d’uno svedese di nobile famiglia, un amico dei giorni dell’infanzia, è a lui che mi sono promessa. Egli ha il mio anello, e io porto il suo. Ma da lungo tempo son rimasta senza sue notizie, spesso penso: t’ha dimenticata, tu però non lo dimenticherai mai. Qualche altra volta ho invece la sensazione d’avere ancora tutto da sperare, e che la felicità verrà un giorno da me su un tiro a quattro. Si chiama Christian, è un figlioccio di mio padre e m’è cugino da parte di mia madre».
«È lui dunque, è mai possibile?» disse il ladro con infinito stupore, parlando a se stesso. «Non l’avrei mai creduto. È quel ragazzetto aristocratico che lei ha nel cuore, quel pappamolle che quand’è seduto in una stanza riscaldata non si sazia mai di gloriarsi, ma appena gli si gelano le orecchie non la finisce più di lamentarsi. È a quel nobile cervello di gallina che lei serba fedeltà. Non l’avrei mai creduto. E quel ragazzetto non pensa affatto a lei, lui vuol andare dal suo Carlo di Svezia, e vuol andare alla guerra, ma solo a patto d’avere una berretta di pelliccia, per non dover patire il freddo, e inoltre un giustacuore à la mode, carrozza e cavalli, e le tasche piene di danari, e poi calze di seta, e Dio sa cos’altro, raso e taffettà per pulircisi il naso».
«Come dice mademoiselle?» domandò il barone del malefizio. «Un figlioccio del suo signor padre? Possibile che quel giovanotto non mentisse? L’ho condotto con me – vieni qui, tu quintessenza degli avanzi di galera! Ecco sua signoria, fa’ la riverenza e dille chi ti manda!».
Il ladro venne avanti e curvò la schiena, evitando però la luce della lampada a olio, che ardeva con due luminose fiammelle; rimase col viso in ombra e non si mosse. «Non devo parlare! Non devo parlare!» gli balenò nella mente. «Nemmeno una parola a proporsito di quel ragazzetto!». Ma perché non volesse parlare, perché dovesse tacerle che lo mandava quel Tornefeld, per il momento nemmeno lui stesso lo sapeva ancora.
«Cosa te ne stai lì impalato a fissar mademoiselle come un Moro che vede un ghiacciolo?» lo investì il barone del malefizio. «Parla, adesso, dille chi ti manda!».
«No! No! No!» urlava dentro di sé il ladro. – «Bisogna che lei non sappia. Si precipiterebbe a vendere tutto ciò che le resta, i vestiti nell’armadio, i merletti della sua camicia, la biancheria del suo letto, tutto venderebbe per procurargli giustacuori di gala e calze di seta. Bisogna che lei non sappia!».
Evitando il suo sguardo, disse con un filo di voce:
«Non mi manda nessuno».
«Adesso dici che non ti manda nessuno?» esclamò il barone del malefizio. «Giù da basso però parlavi d’un signore di nobile famiglia, figlioccio di sua signoria, che t’avrebbe mandato qui».
«Era una menzogna» disse il ladro, rifiatando profondamente.
«Proprio come m’aspettavo» ringhiò il barone del malefizio. «Mentiva per salvare il collo dal capestro».
La giovinetta scivolò a passi silenziosi verso il ladro e si fermò di fronte a lui. Ma egli volse il viso di lato, non voleva guardarla negli occhi.
«Pover’uomo, da dove vieni?» domandò lei. «Hai l’aria d’avere alle spalle un lungo cammino. Ti si legge in viso la fame, scendi subito da basso e di’ alla sguattera ch’è in cucina di spezzarti un tozzo di pane nella zuppa. Ma prima dimmi se è Christian Tornefeld che ti manda da me. Dov’è, e perché non viene di persona?».
«Se glielo dico, vorrà andare da lui» s’affacciò alla mente del ladro. «E se non ha carrozza e cavalli, ci andrà a piedi nella neve alta». E gli parve di vedere il volto ridente di Tornefeld, che teneva tra le braccia la giovinetta, proprio come per un momento l’aveva tenuta tra le braccia lui nel suo folle sogno.
Cogli occhi fissi a terra disse:
«Non conosco codesto signore, non so nulla di lui».
«Proprio come m’aspettavo. Del resto, che cosa ci farebbe questo scalzacani col nobile signore che mademoiselle dice!» osservò il barone del malefizio. «Questo è uno della banda dell’Ibis, o io non porto più un nome onorato. – Tu!» tuonò, rivolgendosi al ladro. «Adesso dimmi chi cercavi in questa casa. Sei entrato di nascosto, vero?».
Il ladro sentì che il sudor freddo gl’imperlava la fronte, vedeva ormai approssimarsi la sua ultima ora, pur tuttavia rimase fermo nel suo proposito di non lasciarsi cavar di bocca la verità né con le buone né con le cattive.
«L’ho fatto allo scopo di rubare» disse con voce caparbia.
«E allora diamo alla forca ciò che le appartiene» decise il barone del malefizio. «Rivolgi l’anima a Dio, giovanotto, sarai impiccato».
«No, impiccato no!» supplicò la giovinetta in un grido sommesso. «Ha un’aria così misera e infelice, di sicuro non ha avuto un solo giorno buono in tutta la sua vita».
«Ma un’aria così abietta e scellerata, che da lui c’è da aspettarsi qualsiasi infamità» disse il barone del malefizio con la fronte corrugata. «Io so meglio di mademoiselle come van trattati quelli come lui».
«No, non impiccato» supplicò la giovinetta a mani levate. «Non ha fatto nulla, solo che è povero e mezzo morto di fame. Il signor capitano lo lasci andare, lo faccia per me».
Il ladro rabbrividì. Mai prima d’allora aveva udito parole come quelle. In vita sua tutti lo avevano insultato, picchiato, minacciato di mandarlo in prigione o sulla forca, per strada i bambini lo avevano preso a sassate. E ora questa nobile creatura aveva pietà di lui. Caparbiamente il ladro aveva guardato in faccia la morte, ma adesso provava una strana sensazione. Avvertiva un nodo che gli serrava e strozzava la gola, il suo volto si contraeva convulso. Avrebbe dato la vita per far piacere a quella giovinetta, ma che Tornefeld stava aspettando al mulino, questo tuttavia non glielo disse. Non poteva dirglielo.
«Mademoiselle sa bene che non ho desiderio più ardente che di servirla, non deve far altro che comandarmi» disse il barone del malefizio, ma non gli riuscì di celar compiutamente il suo fastidio. «Da quest’uomo non c’è da aspettarsi nulla di buono. Tuttavia, poiché mademoiselle insiste – giovanotto, se sei scampato alla forca, è per grazioso desiderio di sua signoria».
Dal basso, dal cortile, s’udì un lungo ululato.
«Sono molto obbligata al signor capitano, non lo dimenticherò» disse la giovinetta precipitosamente. «Questo è Giasone, il signor capitano lo sente? Piange perché non sono con lui, sa bene che voglion portarli via, lui e la Diana. Adesso bisogna ch’io prenda commiato dai miei diletti compagni, il cavallo da sella e il cane».
Di corsa ella uscì dalla stanza e scese le scale. Il barone del malefizio la seguì lentamente. Sulla porta si voltò di nuovo.
«Mi mangio il cappello se non è uno della banda dell’Ibis» disse, stizzito. «Giovanotto, la forca l’hai scansata, ma il castigamatti no. Prendetelo e conciategli la pellaccia, dategli venticinque vergate. Poi lasciatelo andare, e che se ne torni pure quatto quatto dal suo padrone, l’Ibis nero, a riferirgli che domani gli piomberò addosso con fuoco e miccia, e che ci sarà un’allegra battuta di caccia alla Volpaia».
Il ladro stava in cortile con la faccia al muro, due dragoni lo tenevano per le braccia e un terzo bandiva la versa di nocciolo. E mentre sulla sua schiena s’abbatteva sibilando un colpo dietro l’altro, a neanche cento passi da lui la nobile creatura, la padrona di casa, prendeva commiato dai suoi diletti compagni. Teneva le braccia avvinte al collo del cavallo, e il cane le saltava intorno abbaiando. – «Addio, Diana» ella diceva, piena di mestizia e tenerezza. «T’ho sempre avuta cara. Che Dio ti protegga, Giasone mio, dobbiamo separarci». – L’uomo dal pizzetto sedeva nella slitta tutto imbacuccato e batteva i pugni l’un contro l’altro con impazienza, per lui quel commiato andava troppo per le lunghe.
Il ladro non la vide prender commiato dai suoi amici, udì solo l’abbaiare del cane e il nitrire del cavallo. La verga di nocciolo fischiava fendendo l’aria, ma il ladro non trasaliva sotto i colpi. – «Picchiate! Picchiate!» sibilava a denti stretti. «Io non sono di sangue nobile, perciò non pratico neanche volgare strozzinaggio. Picchiate! Picchiate! Picchiate! Io sono d’umile origine, perciò non bramo neanche di cavar danari dalla miseria, e cavarne carrozze e cavalli. Picchiate! Picchiate! Che razza d’aristocratica marmaglia son costoro: l’uomo dal pizzetto, che dinanzi alla spada del capitano se la dà a gambe, e quel Tornefeld, che vuol andare alla guerra, però ha paura che gli si congelino le dita. Picchiate! Picchiate! lo sono di ben altra tempra. Meglio di loro saprei farmi onore, come gentiluomo».
E nel suo cervello sovreccitato dalla febbre sorse un pensiero mostruoso: come s’egli non fosse un vagabondo e un ladro, bensì un gentiluomo, e dovesse ritornare lì a far ordine tra la servitù, ordine nella sua tenuta, poiché tutto questo, la giovinetta, la casa, la corte, i campi – tutto quanto, era destinato a diventar suo. «Sono stufo di sedere alla mensa dei miserabili» ansimò. «Adesso voglio sedermi alla mensa dei signori». – E questo pensiero, partorito tra cocenti sofferenze, prese forza dentro di lui, e ogni colpo che s’abbatteva sulla sua schiena sibilando glielo imprimeva e ribadiva in fondo all’anima a lettere di fuoco.
La verga di nocciolo volò nella neve, il ladro non s’accorse neppure che l’esecuzione era finita. Uno dei dragoni gli porse la camicia e la giubba e gli fece bere un sorso d’acquavite dalla sua fiaschetta.
«Adesso squàgliatela,» gli consigliò «fa’ che il nostro capitano non ti riveda».
Lo afferrarono sotto le ascelle e fecero per accompagnarlo fuori dal portone, pensando ch’egli non si reggesse sulle gambe. Ma lui si divincolò dalla stretta e con passo malfermo, e tuttavia diritto nella persona, s’incamminò nella neve.
Nell’entrata si volse indietro. Vide la giovinetta e la casa e la corte e l’erpice rovesciato che spuntava dalla neve, e avvolse ogni cosa con uno sguardo nuovo, come se tutto questo fosse già suo. Poi se ne andò. Il vento lo investì in pieno viso, la neve scricchiolò sotto i suoi passi. E gli aceri ch’erano ai lati della strada chinarono fino a terra i loro rami sferzati dal vento, come se conoscessero le cose a venire, come se in quell’uomo che usciva dalla corte salutassero il futuro padrone.
Quando si lasciò alle spalle il villaggio con i suoi cani che latravano e la zampogna che mugolava e imboccò il sentiero che menava al mulino – a quel punto il ladro non aveva ancora in mente un piano, sapeva solo che la schiena gli doleva e che bisognava ch’egli ritornasse lì da gentiluomo, in sella a un cavallo, con le piume sul cappello e le tasche piene di danari. Non poteva più andare nell’inferno del vescovo, non poteva mantenere la parola data al mugnaio morto. «Non mi sono ancora votato all’inferno» disse, parlando a se stesso, mentre camminava faticosamente nella neve alta. «L’affare è forse concluso? No! Nessun affare è concluso se prima non ci si beve sopra un bicchiere d’acquavite. Il mugnaio morto non ha voluto tirar fuori l’acquavite, così adesso rimane a bocca asciutta. Il dragone che mi teneva fermo mentre l’altro mi colpiva, lui sì che, dopo, m’ha dato da bere dell’acquavite. Sì, fratello! Grazie a te, fratello. È al mio ritorno che ho bevuto. Quell’affare sì che è valido. Sì, fratello, l’affare è concluso».
Andare nell’inferno del vescovo? Gloria e misericordia divina! No, lui non ci pensava più. Sarebbe ritornato nel mondo e avrebbe ripreso a lottare contro quelle forze che per tutta la sua vita gli erano state ostili. Il grande giuoco dei dadi lo allettava di nuovo, ed egli voleva azzardare un altro lancio. E il ladro, che non era mai riuscito a carpire a quei miseri contadini quanto bastasse a saziarsi almeno una volta nella vita, aveva adesso la sensazione che tutto l’oro del mondo aspettasse solo d’esser vinto proprio da lui.
Quell’arcanum di cui Tornefeld si gloriava tanto, lui doveva averlo, ne aveva bisogno. Con in tasca quel pezzo di pergamena benedetta, o cos’altro fosse, si sarebbe preso tutto l’oro e tutta la felicità di questo mondo. E Tornefeld vedesse di far fortuna nell’esercito svedese senza l’arcanum.
Nell’esercito svedese? No, Tornefeld non doveva raggiungere l’esercito svedese, non doveva ritornare in sella a un cavallo, con in testa il cappello piumato e vestito con gran pompa. Lei lo amava, aveva lui nel cuore, bisognava ch’egli scomparisse per tutta l’eternità. – «Che vada nell’inferno del vescovo!» mormorò il ladro, e fu allora che gli venne in mente come avrebbe potuto sbarazzarsi di Tornefeld e insieme mantener la parola data al mugnaio morto. In vece sua ci sarebbe andato quel Tornefeld, nell’inferno del vescovo. Per nove anni? Per tutta l’eternità! Nemmeno due mesi reggerà il lavoro ai forni fusori e nelle cave di pietra, quel ragazzetto aristocratico, quel cocco di mamma, nemmeno due mesi reggerà la frusta del gastaldo e dei suoi servi. Ne son crollati tanti altri, e ben più forti di lui, prima che i nove anni fossero trascorsi.
E mentre il ladro andava meditando queste cose, ecco che gli parve di veder dinanzi a sé Tornefeld coricato nella neve, così come lo aveva veduto quella mattina, disperato e stanco da morire. E di nuovo fu preso da compassione per quel ragazzo che se ne stava coricato per terra a farneticar del suo onore d’aristocratico. – Alzati, fratello! avrebbe voluto dirgli. Alzati! Non t’abbandonerò. – Ma dominò la compassione. Non poteva permettersela. Bisognava che quel Tornefeld scomparisse per tutta l’eternità. «Addio! Addio!» gridò in mezzo al sibilare della tormenta. «Non so che farti. Non riesco a levarmi dal cuore la fanciulla che ho veduto piangere». – E con queste parole prese commiato dal suo compagno di sventura, con queste parole Tornefeld era stato condannato.
Quando il ladro fu a un tiro di sasso dal mulino, ecco che all’improvviso, come spuntato dal suolo, gli si parò dinanzi il mugnaio morto, con la sua casacca da carrettiere e il cappello piumato. Il ladro avrebbe voluto passargli accanto quatto quatto, ma a destra e a sinistra s’ergevano alti cornicioni di neve e il mugnaio non gli dava il passo.
«Il signore mi lasci passare» disse il ladro, battendo i denti. «Voglio entrare in casa. Fa freddo, e stanotte farà ancor più freddo, ho udito il grido dello stallone di macchia».
«Che t’importa se farà ancor più freddo» rise il mugnaio, con una voce che sonò sorda, quasi provenisse da un pozzo profondo. «Tu non avrai freddo. Questa notte stessa imparerai a tirar fuori i carboni dal forno fiammeggiante».
«Oggi è meglio di no» osservò il ladro, che nel frattempo aveva ritrovato il suo coraggio. «Il signore mi dia tempo fino a domani. Oggi è mercoledì, un brutto giorno, è il giorno in cui Nostro Signore Gesù fu venduto e tradito».
Il ladro era persuaso che nell’udire quel santo nome il fantasma dovesse scomparir di colpo e tornarsene al purgatorio, ma il mugnaio morto era ancora lì fermo e lo guardava in faccia.
«Non posso aspettare» disse, scrollandosi la neve dai vestiti. «Bisogna che tu venga con me oggi stesso. Perché domani non mi troverai più qui».
«Lo so, lo so» sospirò il ladro, e un brivido gli corse lungo il filo della schiena. «Domani il signore sarà un mucchietto di polvere e cenere. Mi lasci andare, e io reciterò per lui un miserere e un de profundis, che sono il cibo preferito delle povere anime del purgatorio».
«Che cosa vai dicendo! Che cosa vai cianciando!» esclamò il mugnaio morto. «Che razza di mentecatto ho preso all’amo? Tieniti il tuo de profundis, domattina per tempo partirò per Venezia. Bisogna che da laggiù io porti al mio grazioso signore bicchieri molati e velluto e tappezzerie intessute d’oro, e due di quei nuovi cagnolini spagnuoli».
«Che cosa se ne fa, il signor vescovo, delle tappezzerie intessute d’oro e del velluto?» borbottò il ladro, che non aveva mai potuto soffrire i grandi signori. «Dovrebbe spartire il suo danaro coi poveri del Paese, invece di viver nel lusso e nell’ostentazione».
«Il mio grazioso padrone non è soltanto un vescovo, ma anche un principe secolare» lo istruì il mugnaio. «Quello che tu vedi passare nel tiro a sei con la carrozza dorata, quello è il principe. Ma prova ad andare in chiesa alla messa nel giorno della Madonna e vedrai il vescovo, un uomo semplice e devoto, davvero un sant’uomo».
«E se il diavolo si porta il principe secolare,» motteggiò il ladro «che ne è poi del vescovo?».
«Taci!» esclamò il mugnaio, pieno d’indignazione. «Come fai ad avere una boccaccia così screanzata! Ma adesso preparati, tu verrai con me, così imparerai a guadagnarti il pane con un onesto lavoro».
Il ladro rimase fermo dov’era e non si mosse.
«Le cose son cambiate» disse. «Io non vengo più con il signore».
«Ho sentito bene?» esclamò il mugnaio. Non vuoi venire a far la bella vita? Pazzo che sei! Da per tutto ci son guerre, delitti, incendi e pestilenze, solo nel Paese del signor vescovo si vive in pace».
«Io non cerco la pace» disse il ladro. «Io voglio tornar nel mondo e farmi onore da uomo libero».
«Ormai è troppo tardi» lo investì il mugnaio. «Tra noi due c’è un patto, tu verrai con me. T’obbligherò a mantenere la parola».
«Il signore non può obbligarmi a mantener la parola» rintuzzò il ladro. «Nessun affare è valido, se prima non ci si è bevuto sopra un bicchiere d’acquavite. Qui sulla terra s’usa così, non so come s’usi all’inferno».
«Ma quale acquavite!» esclamò il mugnaio. «Io t’ho trattato onestamente a pane e salsiccia e birra...».
«Il debito che ho verso il signore sarà pagato» dichiarò il ladro. «Il mio compagno, quello che aspetta là dentro, verrà lui con il signore in vece mia».
«Quello là dentro?» esclamò il mugnaio, contrariato e pieno d’irritazione. «È te che voglio. Che cosa me ne faccio di quel fannullone? Quello è un peso morto, un buono a nulla. In un sol giorno costerebbe al mio grazioso signore più di quanto non gli frutterebbe in una settimana».
«È indebolito dalla fame e dalle privazioni patite» disse il ladro. «Il signore lo lasci tornare in forze e poi vedrà come il mio compagno saprà far leva sul palanchino, e cavar le pietre dalla roccia con le nude mani».
«È te che voglio, e non quell’altro» gridò il mugnaio, facendosi accosto accosto al ladro e afferrandolo per il petto. «È con te che ho stretto il patto. Non ti mollo».
Il ladro avvertì la gelida mano del mugnaio morto che gli gravava sul petto come nel sonno l’incubo. Non riusciva a pigliar fiato, gli pareva che una morsa di ferro gli attanagliasse il cuore. Vedeva bene che quella pover’anima venuta dal purgatorio era dotata di forza sovrumana. Sarebbe voluto fuggire, ma non ne era capace. E nell’angustia si sovvenne dello scongiuro, gli tornò in mente lo scongiuro giusto che consentiva di scacciare i fantasmi. E, ansimando e gemendo, egli gridò le parole della formula dentro la notte buia:
Nel nome di Gesù e di Maria
bùttati qui in ginocchio nella via
e supplica la Vergine beata
perché l’anima tua sia riscattata.
«Ma che cosa vai berciando? È forse l’ora delle devozioni?» sentì dire dalla voce del mugnaio morto, che ora giaceva a terra; e il ladro poté nuovamente muoversi e respirare, l’incubo non gli gravava più sul petto. «Aiutami a rialzarmi!» esclamò il mugnaio. «Perché m’hai spinto, che il boia te ne rimeriti! M’hai fatto cader nella neve».
Il ladro sapeva bene di non essere stato lui a spingere il mugnaio morto. Era stato lo scongiuro venutogli alle labbra al momento giusto: aveva sortito un tal effetto, che il fantasma aveva dovuto lasciar la presa e buttarsi in ginocchio. Si chinò a terra e domandò:
«Il signore mi dà licenza? Posso andare?».
«Fila, vattene dove vuoi, nessuno sa che farsene di te» gridò il mugnaio morto, cercando intanto d’afferrar la mano del ladro per rialzarsi. «Da come berciavi ho capito che bel tomo sei! Vattene! Corri alla forca e cercati qualcuno che t’impicchi, io con te non voglio più averci a far nulla».
Il ladro aveva via libera. Rise piano tra sé e sé, poi volse le spalle al mugnaio e s’avviò verso il mulino. Aveva vinto la partita, quel fantasma che una volta all’anno usciva per un solo giorno dalla tomba per pagare al suo padrone d’un tempo, il vescovo, con carne e sangue vivi, un pfennig del proprio debito – quel fantasma non aveva più alcun potere su di lui. Ma un’altra battaglia lo attendeva adesso: doveva affrontare quel Tornefeld al quale toccava ora scomparire nell’inferno del vescovo lasciando a lui, al ladro, il suo aristocratico nome e l’arcanum portafortuna.
Il Tornefeld balzò dalla panca addossata alla stufa, quando il ladro entrò nella stanza.
«Adesso arrivi?» disse con fastidio, stropicciandosi gli occhi. «Far aspettare così a lungo un onorato cavaliere!».
Il ladro s’affrettò a chiuder la porta alle proprie spalle, poiché il vento sospingeva nella stanza un nugolo di fiocchi di neve bagnata.
«Ho corso quanto più ho potuto. E ne avevo ben donde» disse.
«E allora?» domandò Tornefeld. «Com’è messa la mia faccenda?».
«È messa piuttosto male. Non ti farà molto piacere» fu la risposta del ladro, che intanto stendeva sopra il fuoco del focolare il suo mantello cento volte rattoppato.
«Non hai parlato col mio signor cugino?» domandò Tornefeld.
«No» disse il ladro. «Quello è stato spedito fuori sacco nella vita eterna, non dà più udienza a nessuno».
«Dici la verità?» esclamò Tornefeld. «È morto?».
«Te lo giuro» disse il ladro. «Quant’è vero che mi auguro una fine beata, il tuo signor cugino è morto. Fratello, come sei ridotto, povero in canna e abbandonato da tutti!».
«Morto. Il mio signor padrino è morto, e io che riponevo in lui tutte le mie speranze» mormorò Tornefeld, sbigottito. «Era cugino e buon amico del mio signor padre, Dio li abbia in gloria entrambi. E chi c’è ora, a capo della tenuta?».
«Una ragazza» disse il ladro, fissando il fuoco. «Una bambina. Tanto buona, tanto giovane. Bella come un serafino disceso sulla terra».
«La demoiselle, sua figlia, Maria Agneta, ma cousine!» esclamò Tornefeld. «Se lei c’è ancora, allora per me è fatta. Le hai parlato?».
«Sì» mentì il ladro. «E ce n’è voluto perché si sovvenisse di te. Solo quando le ho mostrato l’anello...».
«... ha capito chi ti mandava» esclamò Tornefeld, rallegrandosi tutto. «Le hai detto che son qui al mulino e che ho bisogno di carrozza e cavalli, e di un mantello e...».
«...e lei m’ha risposto picche» seguitò a mentire il ladro. È povera in canna. Lei stessa non sa come fare a sostentarsi, m’ha detto. La tenuta è gravata di debiti, in casa non ci son danari, cavalli e carrozza sono stati dati in pegno. Il signor cugino dovrà procurar di raggiungere l’esercito svedese con le sue proprie forze, m’ha detto».
«In casa non ci son danari!» ripeté Tornefeld, angustiato. «E pensare come si viveva un tempo in quella casa! Sempre il fuoco acceso sotto lo spiedo, sempre ospiti in casa, sempre pesci nel truogolo, sempre selvaggina sotto sale! E i danari che aveva il mio signor padrino! Coi suoi danari avrebbe potuto costruir tre chiese con dodici torri».
Tacque e abbassò il capo, sconsolato. Poi seguitò con uno stanco sorriso:
«Non riusciva a rammentarsi di me, la demoiselle? È vero, son trascorsi degli anni dall’ultima volta che l’ho veduta. Eravamo entrambi ancora bambini. Ci eravamo giurati reciproco amore e fedeltà, ma è acqua passata, il tempo ha cancellato tutto».
Andò su e giù per la stanza, e infine si fermò di fronte al ladro.
«Son solo al mondo, non v’è anima che si curi di me. E tuttavia bisogna ch’io raggiunga l’esercito svedese. Devo raggiungerlo! Devo!».
«Vorresti volar come un falco e non hai le penne» lo beffeggiò il ladro. «Il tuo re s’arrangerà senza di te».
«Taci!» esclamò Tornefeld. «Sol perché non ho danari in tasca credi ch’io sia un farabutto? Sono uno svedese e un gentiluomo, voglio andarmene, oggi stesso, devo raggiungere il mio re».
Si batté la mano sul fianco, come se vi avesse ancora la sua spada. Poi s’accostò alla finestra.
«Il vento fischia, sospingendo innanzi a sé i fiocchi di neve» disse con la voce strozzata dall’angoscia. «Una notte che par la gola dell’inferno, questa d’oggi».
«Già, stanotte i lupi si confesseranno a vicenda i loro peccati» osservò il ladro. «E tu te ne vuoi andare. Non andrai lontano, fratello, solo fino alla tua lapide».
«Procederò a piccole giornate» disse Tornefeld. «La sera troverò riparo in casa d’un contadino, dietro la stufa. Una scodella di purea e un gotto di birra i contadini te li danno anche solo per amor di Dio. Domani, allo spuntar del giorno, me ne andrò di qui».
«Fratello, ahimè fratello!» gemette il ladro con una voce falsa. «Non t’ho ancora detto tutto. I moschettieri! Io sarei disposto a rimetterci la pelle per aiutarti. Ma temo che per te si sian già spalancate le porte dell’eternità».
«I moschettieri? Che cosa vai dicendo?» balbettò Tornefeld, e il sudore gl’imperlò la fronte. «Spalancate le porte dell’eternità? Ti supplico, in nome del Dio vivente: devi dirmi tutto ciò che sai».
«I moschettieri imperiali: t’hanno condannato, da disertore, a dover perdere l’onore e la vita».
«Questo lo so» disse Tornefeld, passandosi una mano sulla fronte. «Ma son lontani da qui».
«No, fratello, non sono lontani» mentì il ladro. «Sono acquartierati alla tenuta, i moschettieri imperiali, un’intera compagnia. E il loro capitano... Gesummaria!...».
Rimase a fissar la panca addossata alla stufa: vi sedeva, nel suo farsetto rosso, il mugnaio morto, nessuno lo aveva veduto arrivare. Sedeva lì con i denti scoperti e la bocca storta e rideva, teneva una gamba accavallata sull’altra e adesso incominciò a cantar gracchiando:
Chi corre nella notte
tra cornacchie e corvi a frotte
senza spostarsi d’una mattonella?
E gira forte forte
al piffero della Morte...
«Il signore la smetta, non mi va di sentir questa roba» gridò Tornefeld al mugnaio, col viso stravolto; poi si rivolse di nuovo al ladro e gli domandò:
«Dici la verità? Li hai incontrati?».
Il ladro vedeva bene che Tornefeld non sapeva dove battere il capo dall’angoscia.
Ma non provò nemmeno un briciolo di compassione. Gelido e impietrito era il suo cuore.
«Ch’io possa esser fatto a pezzi se quel che dico non è vero» assicurò, lanciando di sottecchi al mugnaio morto un’occhiata timorosa. «Ho corso quanto più ho potuto per venire ad avvertirti. Il capitano, sentendo che tu eri al mulino, ha giurato e spergiurato in mia presenza che vuol vederti penzolar dalla forca o si consegnerà lui stesso al diavolo. E i caporali, seduti attorno al fuoco, intanto tiravano i dadi per decidere chi di loro dovrà menarti alla forca».
Tornefeld gettò un grido, quasi avesse già la corda intorno al collo, e grosse gocce di sudore gli rigarono il volto.
«Bisogna che me ne vada» ansimò. «Non devono trovarmi qui. Non m’abbandonare, fratello, aiutami a mettermi in salvo, te ne sarò grato per tutta la vita».
Il ladro si strinse nelle spalle, come se non sapesse che cosa fare.
«La neve è alta e fitta» disse. «Non sfuggirai ai moschettieri, ti raggiungeranno».
E mentr’egli ancora parlava, il mugnaio morto ricominciò a gracchiar cantando, e a battere il tempo con le mani:
E gira forte forte
al piffero della Morte
e gira sempre in tondo
impietrito e tremebondo
danzando la sua estrema tarantella...
«Il signore stia zitto, vuol forse esasperarmi? Non posso soffrir questa roba» esclamò Tornefeld. Pieno d’ira, si portò la mano al fianco sinistro, là dove un tempo aveva la spada. Ma un attimo dopo fu riassalito dall’angoscia della morte, e si rivolse al ladro, chiamandolo suo amato fratello e amico diletto, e a mani levate lo supplicò, in nome di Dio e della Passione di Nostro Signore, d’aiutarlo a salvar la vita.
Il ladro finse di riflettere.
«Mi rincresce che t’impicchino» disse poi «e t’aiuterò per amor fraterno. Tu volevi raggiungere l’esercito svedese, ma a questo mondo molte son le trappole e le reti tese a un gentiluomo, e spesse volte egli è destinato a soccombere, un uomo comune invece se la cava più facilmente. Dammi l’arcanum che porti celato sotto il giustacuore, così ci andrò io in vece tua, nell’esercito svedese».
«L’arcanum? No!» esclamò Tornefeld. «Ho promesso al mio signor padre sul letto di morte che lo deporrò nelle mani del re in persona».
«Se non dài retta a me, darai retta al boia» disse il ladro pacatamente. «Per il proprio re si può anche morir sulla forca. Entro un’ora i moschettieri saranno qui, fa’ un po’ tu stesso il conto di come andrà a finire».
Tornefeld si coperse il viso con le mani e sospirò.
«Fratello!» disse poi sommessamente. «Voglio dirti la verità. Il mio ardimento non val molto, lo so bene. Voglio salvar la vita, ho una paura infernale della morte e dell’eternità. – Ecco, prendi!».
Trasse l’arcanum di sotto il giustacuore: era un libro stampato. Il ladro lo afferrò con entrambe le mani e lo tenne stretto, affinché Tornefeld non glielo potesse ritogliere.
«È la bibbia di Gustavo Adolfo, che la portava sotto la corazza quando cadde a Lützen» disse Tornefeld. «È imbevuta del suo nobile sangue. Mio padre l’ha avuta da suo padre, che a Lützen era colonnello del Reggimento Blu. Devi consegnarla nelle mani del re in persona. Io me ne ripromettevo onori e fortuna nell’esercito svedese, può darsi ch’essa divenga la fonte delle tue fortune. E ora, fratello, che ne sarà di me?».
Il ladro aveva già nascosto la bibbia sotto la propria giubba.
«Là dove io ti condurrò sarai libero da ogni affanno» disse. «M’è stato promesso un posto nelle ferriere e nel frantoio del signor vescovo. Ci andrai tu in vece mia. Lì sarai al sicuro dai moschettieri, poiché il signor vescovo ha giurisdizione propria. Vi resterai finché quella storia col tuo reggimento non sia cassata e annullata, servirai lealmente il signor vescovo».
«Lo farò. Lo servirò lealmente. Ti ringrazio, fratello, e che tu possa esser rimeritato, quaggiù e lassù» disse Tornefeld, accennando con la mano alla terra e al cielo.
«L’affare è concluso?» esclamò il mugnaio morto dalla sua panca addossata alla stufa. «E allora, perché sia valido, dovete berci sopra dell’acquavite di Strasburgo, un bicchiere o due».
S’alzò in piedi e mise in tavola la bottiglia e i bicchieri, ma Tornefeld scosse il capo.
«Non ho la testa a banchettare» disse con voce spenta. «Oh, fratello! Come son caduto in basso!».
«Sempre meglio ch’esser in cima alla scala che mena alla forca» osservò il ladro. «La vita è un bene fragile e prezioso, chi è saggio la tiene da conto. Bevi, fratello! Devi brindare con lo scongiuro di san Giovanni, così il diavolo non potrà farti alcun male».
«Bevo» disse Tornefeld con lo sguardo fisso, afferrando il bicchiere «al mio re, il Leone del Nord, affinché suo sia il Regno. Cresce un fiore nel suo giardino, il suo nome è “corona imperiale”. Bevo alla salute del mio re, affinché egli possa risplendere ancora a lungo del suo splendore. E bevo alla salute di tutti i prodi soldati svedesi – io ormai non lo sono più».
Vuotò d’un fiato il bicchiere e poi lo scagliò contro il muro, dov’esso, tintinnando, andò in frantumi.
Faceva freddo nella stanza. Sul tavolo il moccolino della candela vacillava ed era sul punto di spegnersi. L’incubo notturno s’insinuò dentro la casa, strisciando attraverso le fessure della porta, e gravò sul petto di Tornefeld.
Il mugnaio s’alzò in piedi e allungò il collo.
«È l’ora, è tempo che tu venga via con me».
Uscirono tutti e tre dalla porta. Il vento aveva cessato d’ululare, l’aria era gelida e tersa, sui pendii innevati e sulle cupe foreste si stendeva un pallido chiaro di luna. Tornefeld scrutò la vastità della notte, casomai si scorgessero già i moschettieri che venivano a catturarlo; ma non si vedeva anima viva, solamente brughiera coperta di neve, e viottolo e strada e campagna, e macchia e foresta, e roccia e palude, e in grande lontananza un lume acceso dietro le impannate d’una casa.
«Promettimi, fratello,» supplicò Tornefeld con un filo di voce, rivolgendosi al ladro «promettimi che deporrai quella bibbia nelle mani del mio re».
«Te lo prometto, fratello, te lo giuro davanti a Dio e al suo cospetto» disse il ladro, e con un ampio gesto verso la notte buia accennò a macchia e roccia e palude e campagna. «T’ho sempre dimostrato lealtà». – E in segreto soggiunse, parlando a se stesso: «Il re è già abbastanza ricco, che cosa se ne fa, lui, del tesoro benedetto? L’arcanum è in mano mia, mi serve, e io me lo tengo stretto, non me lo lascerò portar via nemmeno dal diavolo in persona».
Al bivio i due presero commiato l’uno dall’altro.
«Ti ringrazio di cuore, fratello, d’avermi aiutato» disse Tornefeld. «V’è ancora fedeltà a questo mondo. Addio; e se te la passerai bene, pensa a me!».
Giunto al margine della foresta il mugnaio emise un fischio stridulo, ed ecco che di dietro gli alberi vennero avanti tre uomini, tre brutti ceffi dai volti sfregiati dalle cicatrici delle scottature, e uno d’essi posò sulla spalla di Tornefeld la mano pelosa.
«Che tenero pargoletto ci hai portato!» esclamò con una sonora risata, rivolgendosi al mugnaio. «Bisognerà dargli da mangiar pappa di latte».
«Togli quel braccio dalla mia spalla» lo investì Tornefeld. «Io sono un gentiluomo e non sono avvezzo a queste cose».
«Ma che gentiluomo e gentiluomo!» esclamò il secondo, ed entrambi si diedero, come matti, a percuotere Tornefeld coi loro randelli.
«Perché mi picchiate? Che cosa v’ho fatto?» gridò Tornefeld, atterrito.
«È solo per darti il benvenuto. Perché tu ti ci avvezzi» risero i due, e a furia di spintoni e di percosse lo costrinsero a precederli attraverso la foresta, dirigendosi là dove dai tetti si levavano fiamme e il minerale di ferro fuso gemeva nel crogiuolo.
Il terzo uomo era rimasto col mugnaio. Gl’indicò il ladro, che, lesto lesto e senza voltarsi indietro, sgattaiolava via al chiaro di luna lungo un campo innevato.
«Quello se la sta squagliando» disse. «In vita mia non ho mai veduto nessuno far certi salti. T’è sfuggito?».
Il mugnaio scosse il capo.
«Quello non mi sfugge» disse con una muta risata. «Lo rivedrò. Dice che vuol andare nell’esercito svedese, ma non vi arriverà. L’oro e l’amore lo aspettano seduti sul ciglio della strada».
SECONDA PARTE
IL PREDATORE DI DIO
Con la bibbia di Gustavo Adolfo stretta sotto il mantello, il ladro andava per la sua strada, che attraverso macchia e foresta, per roccia e per palude, menava alla Volpaia, dov’era accampato l’Ibis nero coi suoi uomini.
Dover attraversare il cordone di sentinelle dei dragoni che avevan circondato la Volpaia non lo impensieriva. Rendersi invisibile e inudibile quando incombeva il pericolo faceva parte della sua arte di ladro infatti, la volpe e la martora avrebbero potuto imparare da lui come strisciar quatto quatto. Qualcos’altro però lo angustiava: d’aver promesso a quel pazzo, quel Tornefeld, di deporre l’arcanum, il libro benedetto, nelle mani del re di Svezia. Mentre invece non l’avrebbe fatto. Il tesoro ch’egli portava celato sotto il mantello doveva restare a lui. E poiché la sua coscienza lo rimordeva, il ladro prese a litigare con Tornefeld e a ingiuriarlo, come se camminassero ancora fianco a fianco.
«Taci, cervello di gallina!» mormorò, infastidito. «Non puoi proprio fare a meno d’aprir la bocca e affilar la lingua. Acchiappaci le mosche, con quella boccaccia, ma non mettere in croce me. Andare nell’esercito svedese, io? Fratello, se è un matto che t’occorre, cercatene uno, in questo Paese ne trovi quanti ne vuoi, pronti ad accapigliarsi per un berretto a sonagli. Me ne infischio altamente, io, del tuo re. Se vuole il tesoro benedetto, venga a prenderselo, io non mi sfonderò certo le scarpe per amor suo. Le mie scarpe mi son care, me le sono procacciate col lavoro delle mie cinque dita, e il re non me ne regalerà certo di nuove. Il tuo re, lui è un uomo parsimonioso che tiene il conto, così dicono, d’ogni pala e ogni vanga del suo esercito, per esser sicuro che non gliene vada perduta neppure una».
Il ladro si fermò a rifiatare, poiché il sentiero era in salita. Poi, proseguendo il suo cammino, riprese ad ammonire quel Tornefeld ch’era così lontano da lì, e questa volta provò con le buone parole.
«Non volermene, amato fratello,» disse «ma Dio sa se hai un carattere ostinato. Vorresti mandarmi nell’esercito svedese? E che cosa m’aspetta laggiù? Quattro kreuzer al giorno, col contorno di gelo, fame, percosse, dura fatica, strapazzi e combattimenti, insolenze e tormenti, Dio che brutta vita! Sono stufo d’ingollare pane di paglia di piselli intinto nella zuppa d’acqua, adesso voglio tuffar le dita in scodelle ben piene. Il mio tempo è venuto. Fratello, l’arcanum ce l’ho io e me lo tengo, chi me lo porterà via? – Avrei fatto un giuramento, dici? Io non ne so nulla. Chi l’ha sentito? Compar Nessuno. Ebbene? Dove sono i tuoi testimoni? Non ce ne sono? Hai sognato, fratello, io non so di nessun giuramento. – Cosa dici che sarei? Un malfattore e un’infame canaglia? Adesso basta, giovanotto! Vedo che dovrò proprio romperti le ossa a bastonate, sennò non sei contento. Di’ ancora una sola parola, giovanotto, e io...».
S’interruppe e tese l’orecchio alla notte, aveva udito lo sbuffare d’un cavallo. Erano i dragoni. Il ladro si lasciò scivolare a terra senza un rumore e poi avanzò strisciando tra la sterpaglia, con infinita cautela, a palmo a palmo – a quel Tornefeld non pensò più, se lo levò dal capo una volta per tutte.
Spuntava il giorno, quando il ladro giunse alla Volpaia.
In una radura vide una capanna di carbonai semidiroccata, e dinanzi alla porta un uomo, vestito d’un giustacuore nero alla polacca, che montava la guardia tenendo il moschetto con entrambe le mani. Allo stipite della porta era appeso un coniglio scoiato. Dinanzi alla capanna ardevano due fuochi, che proiettavan guizzi di luce sul suolo gelato, e tra i fuochi giacevano gli uomini dell’Ibis nero: dormivano avvolti nei loro mantelli, poiché la capanna era piccola e poteva offrire ricovero solo a pochi. Altri due uomini della banda eran desti, avevano infilzato dei pezzi di carne sui loro coltelli e li tenevano sopra il fuoco. Un vecchio brocco sfiancato, legato a un albero, mangiava la sua biada da una musetta.
Per qualche tempo il ladro rimase fermo al riparo degli alberi. Uno dei dormienti s’agitò, chiese dell’acquavite e prese a bestemmiare. L’uomo che montava la guardia alla capanna appoggiò il moschetto alla porta e si sfregò le mani rattrappite dal gelo. I due ch’eran seduti presso al fuoco avevano sfilato la carne dai coltelli e se la mettevano in bocca un pezzo dietro l’altro.
«Buon pro vi faccia» disse il ladro, uscendo dall’ombra. «Sotto con le ganasce! Buon appetito, fratelli, e badate a non scottarvi la lingua!».
I due lo fissarono sbalorditi, e uno d’essi balzò in piedi e s’affrettò a mandar giù il boccone che aveva nella strozza; per lo sforzo e lo spavento gli occhi gli schizzarono fuor dalle orbite.
«Chi sei?» riuscì a proferire infine. «Le nostre sentinelle t’hanno lasciato passare? Da dove vieni? Da parte dei dragoni? Comincia già la buriana?».
L’uomo che stava dinanzi alla porta, dato di piglio al suo moschetto, gridò dentro la foresta un tardivo «Alt, chi va là?».
«Sta’ buono, amico» disse il ladro. «Non vengo da parte dei dragoni. Ho sentito delle vostre angustie e son qui per aiutarvi».
L’uomo ch’era rimasto seduto presso al fuoco, dopo aver fissato a lungo il ladro, s’alzò in piedi e disse:
«Io ti conosco. Tu sei l’Acchiappagalli, un vagabondo. Cosa te ne vieni qui a far discorsi così temerari?».
«Anch’io ti conosco» dichiarò il ladro. «Ti chiamano il Collotorto, eri in carcere a Magdeburgo».
«Sì, sono il Collotorto disse il brigante. «E questo qui è Jonas il battezzato. E ora dimmi: quale tempesta t’ha sbattuto qui?».
«Son venuto per aiutarvi, poiché siete nei guai fin sopra i capelli» fu la risposta del ladro. «Quando il barone del malefizio vi piomberà addosso, io vi darò manforte».
«Tu ci darai manforte?» esclamò il Collotorto con una risata stridula. «Pazzo che sei! Ti sei cacciato nei guai anche tu, ci sei cascato come una mosca nella purea bollente. Il barone del malefizio ha cento dragoni e noi siamo in venti, e abbiamo cinque moschetti e nemmeno un solo cavallo. Fra meno di un’ora saremo tutti prigionieri. Dio abbia pietà in sempiterno! Come vorresti aiutarci?».
«Che malfattori pusillanimi siete, avete perduto ogni coraggio» rise il ladro. «Anche se il barone del malefizio avesse tanti dragoni quante sono le foglie della foresta quand’è verde, io non lo temo. Se lui ha i suoi dragoni, io ho i miei ussari. – Dov’è il vostro capitano?».
Nel frattempo s’erano ridestati anche gli altri briganti: s’erano levati in piedi e stavano in cerchio a guardare con sospetto e maraviglia quell’uomo che, armato solo d’un randello, aveva l’ardire di tener testa al barone del malefizio e ai suoi dragoni.
«Hai degli ussari?» esclamò Jonas il battezzato. «Ehi tu, questa è una menzogna da far piegar su un fianco la torre di Babele. Chi vuoi che ti creda? Il cielo vi fulmini quanti siete, tu e i tuoi ussari! Dove sono? Dove li tieni?».
«Che tu ci creda o no, per me fa lo stesso» rintuzzò il ladro. «Sono accampati nella foresta e aspettano ch’io vada a prenderli. Dov’è il vostro capitano, l’Ibis nero? Quello è un tipo, m’hanno detto, che neanche il diavolo s’azzarda a farglisi addosso. Voglio parlargli, lui non avrà paura di fiutar polvere da sparo».
«L’Ibis nero» disse il Collotorto «giace sulla paglia nella sua capanna. Ha la febbre petecchiale e strilla che vuole un prete, sta per morire».
Un fumo acre saturava la stanza, si levava da un paiuolo in cui bruciavano pece e legna di ginepro. L’Ibis nero giaceva sulla paglia, si sbatteva di qua e di là e rantolava. E malgrado la pelliccia di pecora e le pantofole rosse che parevan quelle del re di cuori delle carte da giuoco, pure il suo aspetto, con quella barbaccia nera e i tratti arditi e crudeli del volto, faceva paura anche ora ch’egli era prossimo alla fine.
Una giovane donna dai capelli rossi con indosso solo la camicia era accovacciata a terra accanto a lui e gli frizionava la fronte con neve disciolta e aceto. Nella stanza v’erano anche il cerusico e un altro uomo della banda, il Fraginepro, un prete spretato. I due avevano frugato invano ogni angolo della capanna alla ricerca dell’oro dell’Ibis nero, rovistando perfino la paglia sulla quale egli giaceva, e ora cercavan di persuaderlo a confessarsi e pentirsi dei suoi peccati, poiché speravano che nel delirio della febbre egli avrebbe rivelato loro dove avesse nascosto i suoi talleri. Ed eran così intenti alla loro opera da non accorgersi del ladro, ch’era entrato nella stanza.
«Capitano! Capitano!» sospirò il cerusico. «Stai per andartene, la morte ha già spalancato la bocca e le fauci per inghiottirti. Dovrai presentarti innanzi al trono di Dio e al suo santo tribunale».
«Hai attirato su di te la collera del Signore coi tuoi molti e gravi peccati» disse il Fraginepro, levando le mani e percuotendosi il petto come il sacerdote che recita il confiteor. «Accogli Cristo nel tuo cuore, affinché ti si spalanchino le porte della grazia».
Ma, per quanto si sgolassero, era tutto inutile. L’Ibis non voleva sentire, era come soffiar dentro una stufa spenta. La giovane donna ch’era accanto all’Ibis prese un cucchiaio e provò a somministrare al moribondo un poco di moscato.
«Lodate il Signore che dimora in Sion» riprese a predicate il Fraginepro. «Dalle tue labbra non vuol dunque uscire nemmeno una sola parola pia? Che cosa te ne fai del tuo danaro, capitano? Dovrai comunque lasciarlo in questo mondo, e non porterai con te altro che il peso dei tuoi peccati».
In quel momento l’Ibis nero, forse per il vino ingerito, forse anche per aver udito nominare il suo danaro, riprese per breve tempo i sensi. Aperse gli occhi e allungò le mani verso la giovane donna, chiamandola la sua caprettina, la sua diletta e l’anima sua, poi cercò cogli occhi il cerusico e domandò:
«Cerusico, a che punto è la notte?».
«Il tuo tempo è finito e sta spuntando l’eternità» rispose il Fraginepro, in luogo del cerusico. «Rivolgi gli occhi a Dio, capitano. Sulla terra non puoi sperar misericordia, a momenti sarai in potere della morte, ma Dio ha pietà di noi. Perciò ammetti e confessa i tuoi peccati!».
«Mangiando carne nei giorni di digiuno, fu così che cominciai a peccare, quand’ero ancora un ragazzo» gemette l’Ibis nero con un filo di voce.
Ma non era questo che i due, il cerusico e il Fraginepro, bramavano d’udire.
«Hai anche rubato, predato, falsificato, accumulato bottino» gli rinfacciò il Fraginepro, battendosi il petto come se fosse in chiesa nel momento che precede la comunione. «Sia fatta la volontà di Dio, capitano, pensa alla beatitudine eterna!.
«Predato, rubato» disse l’Ibis nero, seguitando nella sua confessione, «Ho vissuto del sudore e del sangue della povera gente».
«E adesso confessaci dove hai nascosto il danaro della povera gente!» esclamò il Fraginepro. «Confessa, prima che sia troppo tardi, altrimenti sarai perduto anima e corpo e apparterrai in sempiterno al demonio».
«No, manigoldo, non per far piacere a te!» ansimò l’Ibis nero. «Allora preferisco che il diavolo mi porti, piuttosto che dire a te, manigoldo...».
S’era levato a sedere, e adesso s’interruppe: aveva scorto il ladro, ch’era fermo presso la porta. E nel delirio della febbre lo prese per il diavolo, venuto a portarlo via.
«È qui! È qui!» strillò. «Perché non avete guardato meglio la porta e la finestra? Il compare nero è qui, è venuto a prendermi».
La giovane donna vide il ladro e dallo spavento lasciò cadere a terra il cucchiaio col moscato. E il cerusico e il Fraginepro esclamarono come un sol uomo:
«Chi sei? Che cosa vuoi?».
«È con lui, col vostro capitano, che voglio...» esordì il ladro, ma l’Ibis nero, raccogliendo le sue ultime forze, s’era levato dal giaciglio e con passo malfermo si dirigeva verso di lui, con la sua pelliccia di pecora e le pantofole rosse.
«Vossignoria mi lasci stare!» supplicò con uno sguardo folle, battendo i denti. «Appena un’ora fa ho recitato tre paternoster, sono un uomo pio, sono un uomo pio. Ce ne sono degli altri, quanti vossignoria ne vuole, tutti furfanti, perché deve toccar proprio a me?».
E nella sua angoscia mortale egli spalancò la porta e indicò con la mano gli uomini ch’eran là fuori:
«Ce ne sono quanti ne vuoi, prendili, sono tuoi, prendili tutti e portateli via, ma lascia in pace me!».
Poi i sensi lo abbandonarono ed egli stramazzò al suolo. La giovane donna lo trascinò sul giaciglio di paglia e gli terse il sudore dalla fronte. Per un momento ancora il ladro rimase lì meravigliato, poi però volse le spalle e uscì tirandosi dietro la porta.
Fuori s’era fatto giorno. I due fuochi dinanzi alla capanna andavan morendo, un sole pallido e freddo era sospeso sopra le cime degli abeti. Il ladro s’avvolse meglio nel suo mantello. Per un momento tese l’orecchio alla capanna, ma là dentro tutto taceva. Poi disse ai briganti, che stavano in cerchio intorno a lui:
«Avete sentito. M’ha messo al suo posto e m’ha nominato vostro capitano, vuole che vi porti via di qui».
Tra i briganti vi furono borbotti e risate, e uno d’essi esclamò:
«Pazzo che sei, e dove vorresti portarci? Magari nel Paese delle Rape, dove nei campi crescono i pazzi e dove il vitello bastona il macellaio? Non lo sai come siamo ridotti, e che i dragoni ci sono addosso? Come facciamo a salvarci da loro, non abbiamo cavalli, siamo sfiniti e avviliti».
«Li aspetteremo e daremo loro il benvenuto» disse il ladro. «State di buon animo e non temete. Li serviremo in un tal modo, che nessuno d’essi bramerà più di metterci le mani addosso».
«Capitano!» domandò il Collotorto. «Dove la prendi tutta codesta baldanza?».
«Non l’ho vinta né in una gara di canto né in una gara di salto» fu la risposta del ladro. «Ascoltatemi bene: qui sotto la giubba ho un arcanum così potente, che ogni ciambella deve necessariamente riuscirmi col buco. E, se mi seguirete, la fortuna nevicherà su di voi a larghe falde».
«Penso anch’io che sia meglio difenderci» esclamò il Collotorto, ch’era già mezzo conquistato. «Se infatti ci arrendiamo al barone del malefizio, varrà per noi quel che il cuoco sentenzia per le tinche: metà allesso e metà arrosto. Chi di noi non sarà impiccato, finirà a vita sulle galere veneziane, col marchio d’infamia sulla fronte».
«Se solo avessimo moschetti a sufficienza!» osservò uno della banda. «Il barone del malefizio con tutto il suo potere non ci farebbe paura».
«A cosa vi servono i moschetti!» rise il ladro. Un buon randello è meglio, non fallisce mai il bersaglio. Ascoltatemi bene: io non stimo i dragoni dei veri soldati. Sanno star di sentinella, e anche scavar trincee e gettare ponti, con la pala e con la vanga son maestri. Ma fate che s’arrivi a combattere, e vedrete che son più pusillanimi d’un branco di donnicciuole».
«E i tuoi ussari?» esclamò il Collotorto. «Te ne gloriavi tanto. Dove sono? Che cos’aspettano?».
«Scusa un momentino, che vado a prenderli» disse il ladro. Trasse fuori di sotto la giubba il suo sacco da ladro, vuoto, e s’allontanò scomparendo nella boscaglia e tra gli abeti.
Quando ritornò, il sacco gli ciondolava pesantemente dalla spalla. In precedenza, mentre attraversava la foresta, egli aveva scoperto non lontano da lì, dentro un albero cavo, un nido di calabroni, questo era ciò ch’egli recava ora nel suo sacco.
«Eccolo qui, i miei piccoli ussari» disse, tenendo il sacco nell’aria calda sopra il fuoco morente. «Fra poco saranno vispi e arzilli. Voglio che suonino al barone del malefizio una musica che non ha mai sentito prima d’ora».
Si fece udire un sommesso brusio. Il ronzino ch’era legato all’albero drizzò le orecchie, scalciò e cercò di darsi alla fuga.
I briganti avevan capito che cosa il loro capitano avesse in animo di fare con quei calabroni. Un selvaggio entusiasmo s’impadronì di loro, tutti volevano prender parte all’impresa e dar battaglia al barone del malefizio e ai suoi dragoni, e si diedero a vociare soverchiandosi l’un l’altro:
«Gli faremo la festa».
«Li metteremo a nanna».
«Al barone del malefizio la luce gliela spengo io».
«Li imbottiremo di piombo come anatre selvatiche».
In quel mentre sopraggiunse di corsa dalla foresta uno ch’era di sentinella, e gridò che i dragoni stavano attraversando il prato, arrivavano da due lati ed erano più di cento. E di nuovo si scatenò un vociare disordinato e selvaggio:
«In guardia, compagni! Il nemico è qui».
«Forza, versare il polverino. Caricare ogni moschetto con tre palle!».
«Avanti, andiamogli incontro!».
«Non mirare alla testa, ma al corpo!».
«Io sparerò nel mucchio, così non fallirò il bersaglio».
«Silenzio!» ordinò il ladro. «Compagni, io vado avanti, ho da dir due paroline al barone del malefizio. Quando mi sentirete pronunciar la parola “volpe” – tenetelo bene a mente: questa è la parola d’ordine – allora incomincerete a far fuoco, e chi non ha un moschetto farà ballare il suo randello sulle teste dei dragoni. E ora avanti, e portatevi bene, e chi non se la sente resti indietro».
«Faccio umilissimamente notare al signor capitano» disse il Collotorto «che nessuno di noi resterà indietro».
«E allora andiamo, nel nome di Dio» disse il ladro, buttandosi in spalla il sacco.
Mentre il barone dei malefizio cavalcava alla testa della sua avanguardia attraverso la rada fustaia, ecco che nella luce livida del mattino nevoso vide farglisi incontro a ranghi serrati, sul sentiero che menava alla Volpaia, proprio quei briganti ch’era venuto ad arrestare. E benché alcuni d’essi recassero in spalla il moschetto, nondimeno egli pensò che fossero ben risoluti e disposti ad arrenderglisi a discrezione, poiché non sapeva ch’essi avevano ripreso coraggio. Diede perciò di sprone al suo falbo e fece per dirigersi verso la banda, quand’ecco che una voce dall’alto lo chiamò:
«Vossignoria si fermi! Non prosegua! O finirà male».
Il capitano dei dragoni alzò gli occhi e vide molto più su, seduto tra i rami d’un pino silvestre, un uomo che dondolava le gambe a suo bell’agio, come se al mondo non conoscesse posto migliore di quello, e teneva in mano un sacco rigonfio.
Il barone del malefizio, stringendo in pugno la pistola col cane alzato, s’accostò all’albero e gridò:
«Vieni giù, giovanotto, e fammi vedere chi sei, o ti caccio una palla in corpo».
«Cosa ci faccio laggiù, sto bene qui» rise il ladro. «Vossignoria torni da dove è venuta, glielo consiglio, se la squagli, ché tenersi fuori tiro fa bene al fegato e alla milza».
«Tu, adesso ti riconosco» esclamò il barone del malefizio. «Di tutti i manigoldi che Dio ha creato, tu sei il peggiore. Lo sapevo ch’eri uno della banda, ma se ieri son rimasto in debito, oggi ti pagherò fino all’ultimo pfennig. Scegliti l’albero al quale vuoi essere impiccato».
«Vossignoria vuol arrostire il pesce prima d’averlo pescato» lo beffeggiò il ladro. «Vossignoria mi dia ascolto, lo dico per il suo bene. Ripieghi per tempo: chi va piano, va sano e va lontano».
Nel frattempo il grosso dei dragoni era sopraggiunto e aveva incominciato a radunarsi intorno al barone del malefizio. E proprio a questo mirava il ladro con quei suoi discorsi: voleva i dragoni disposti in ranghi serrati.
Uno d’essi spinse il suo cavallo fino alla base dell’albero ed esclamò:
«Vieni giù, giovanotto, ché voglio levarti la pellaccia, la venderò per dieci kreuzer come pelle di tamburo».
«Ora ti scrollo dall’albero, nanerottolo,» gridò un altro «e poi ti prendo in spalla e corro così fino in Ungheria senza fermarmi nemmeno una volta».
«Se voi e il vostro capitano siete così forti e coraggiosi» motteggiò il ladro «come mai permettete ancora al Turco d’aver stanza a Costantinopoli? Io sono uno solo contro tutti voi, ma vi do un buon consiglio: non vi buttate troppo avidamente sulla pappa d’avena, sennò vi scottate la lingua».
«Corpo di diecimila moccoli, ti colga il malanno! Vieni giù da codesto albero!» gridò il barone del malefizio, che adesso aveva perduto la pazienza.
«Ha tanta fretta vossignoria?» osservò il ladro pacatamente. «Io invece non ho fretta. Devo prima dar la benedizione ai cavalli di vossignoria».
«Basta!» esclamò il barone del malefizio. «Convergete a destra! Rompete le righe! Pronti per il combattimento! E tu, arrenditi e vieni giù, o sparo».
Alzò la pistola e prese la mira, mentre i suoi cavalieri si schieravano per il combattimento.
«E allora che ogni volpe difenda la propria pelle!» gridò il ladro, così forte che la foresta ne risonò, e con queste parole diede il segnale ai suoi compagni.
Il colpo partì, il proietto colpì il ladro alla spalla, ma in quello stesso momento lui buttò tra i soldati il nido di calabroni.
Sulle prime s’udì solo un sommesso ronzio e pispiglio, i cavalieri tesero l’orecchio senza capire che cosa significasse. Ed ecco che all’improvviso uno dei cavalli s’impennò rizzandosi come un fuso, e un altro fece un brusco scarto e incominciò a scalciare: si videro saettar per l’aria i ferri rilucenti dei suoi zoccoli posteriori. Una bestemmia, un grido di rabbia, le urla dei cavalieri colpiti dal ferro degli zoccoli, e per un momento s’udì ancora la voce del barone del malefizio, il quale, prevedendo quel che sarebbe avvenuto, gridava ai suoi uomini: «Disperdersi! In riga!». Ma intorno a lui si scatenava già l’inferno.
I cavalli ch’erano al centro dello schieramento cercavano di darsi alla fuga, poiché i calabroni eran finiti proprio in mezzo a loro, e s’impennavano e capitombolavano e stramazzavano addosso ai cavalieri ch’erano stati disarcionati. Un frastuono indescrivibile saturò la foresta: nitrir di cavalli, grida di dolore, bestemmie, voci che altercavano, ordini a cui nessuno dava ascolto, colpi di moschetto e di pistola, e l’eco di tutto quel baccano. L’ordinato schieramento di cavalieri s’era trasformato in un selvaggio groviglio di corpi e zoccoli di cavalli, uomini che urlavano, gemevano e bestemmiavano, uomini aggrappati alla criniera dei loro cavalli, o rimasti appesi a una staffa, e poi canne di moschetti, sciabole bandite, mani protese nel vuoto, facce stravolte. E su questo groviglio confuso s’abbatterono le palle dei moschetti dei briganti.
Non v’era maniera di fermarsi e dar ordini. I cavalli schizzavano via da ogni parte e, montati o scossi, fuggivano come impazziti per la rada foresta, saltando cespugli e radici. Solo pochi dragoni, appena rimessisi in piedi, fecero il tentativo di schierarsi nuovamente, e i briganti s’avventarono su di loro coi rondelli e col calcio dei moschetti.
Il barone del malefizio, che nel frattempo aveva ripreso il controllo del suo cavallo, lo voltò con uno strappo e fece per correre in aiuto dei suoi uomini. Ma era troppo tardi, i briganti li avevano già dispersi. E vedendo dunque che per questa volta la sua causa era perduta, egli diede di sprone al cavallo e s’allontanò bestemmiando, mentre il ladro, dall’alto dell’albero, gli gridava dietro il suo beffardo addio:
«Come mai vossignoria se ne va a rotta di collo, senza nemmeno salutare? Così rovinerà il suo cavallo».
I briganti avevano via libera, non dovevano far altro che ricuperare i cavalli e montare in sella. Il ladro si lasciò scivolare pian piano dall’albero e rimase appoggiato contro il tronco. La ferita incominciava a dolergli, il sangue stillava attraverso camicia e giubba. In lontananza il trombetta del barone del malefizio sonava l’adunata. Sul terreno nevoso tutto pesticciato, tra pozze di sangue, dragoni feriti, corpi di cavalli convulsi e finimenti strappati, giacevano irrigiditi dal gelo i veri trionfatori della giornata: i calabroni.
Poi, quando i briganti ebbero cavalli a sufficienza, montarono in sella, misero in arcione il loro capitano ferito e, sventolando il cappello esultanti, se ne tornarono alla Volpaia.
Quando giunsero alla capanna dei carbonai, il cerusico stava dinanzi alla porta, e sgranò tanto d’occhi nel veder arrivare al trotto i suoi compagni.
«Miracolo!» esclamò. «Siete proprio voi? Non l’avrei mai creduto. Pensavo che ci saremmo rivisti come si rividero il lupo e la volpe: dal pellicciaio, appesi alla stessa stanga. Adesso smontate, che ci beviamo un bicchiere, e poi prendete la vanga e la pala, l’Ibis nero è morto, dobbiamo seppellirlo».
Il ladro si levò in piedi sulle staffe e disse:
«Un paternoster e un’avemaria per la sua anima, e che Dio l’abbia in gloria, per altro non c’è tempo, dobbiamo andarcene di qui. Chi vuol venire monti in sella dietro a me, chi vuol restare resti».
E quando i suoi uomini incominciarono a borbottare, li investì:
«Sono il vostro capitano e voi dovete obbedire. Il barone del malefizio sta raccogliendo i suoi uomini e si prepara a tornare alla carica. Dobbiamo andarcene di qui. Avete visto come gira in fretta la ruota della fortuna».
Intorno a mezzodì fecero tappa in un’osteria che non era lontana dal confine polacco. Lì si sapevano al sicuro. Il ladro giaceva febbricitante nel fienile, il cerusico gli aveva bendato la ferita, il Collotorto era rimasto con lui. I suoi nuovi compagni, seduti da basso nella taverna, bevevano acquavite polacca e facevano un tal baccano che li si poteva udire a un miglio di distanza.
«Capitano» disse il Collotorto, ch’era accovacciato nella paglia accanto al ferito. «Stai tanto male? Sospiri come se fossi sul punto di passar di vita».
«Ho profuso troppo del mio cinabro» disse il ladro con un debole sorriso. «Sto male quanto basta. Se stessi peggio, probabilmente mi toccherebbe morire. Ma io non voglio morire, voglio andare a prendermi la fortuna che mi spetta, e foss’anche incatenata al firmamento, io voglio andare a prendermela».
Provò a levarsi a sedere, ma ricadde subito sulla paglia.
«Giù da basso fanno un gran trincare e banchettare,» disse «fan baccano come le rane a primavera, ma dopo viene il miserere. Non vedono la ruota e la corda del boia. Dobbiamo andarcene. Di ciascuno dimmi il nome e ciò che sa fare, e io a mia volta ti dirò chi di loro verrà con noi e chi deve restare».
«Me, mi conosci» disse il Collotorto, incominciando la sua relazione. «Io sono il Collotorto».
«Sì, te ti conosco» confermò il ladro. «Nel carcere di Magdeburgo t’ho avuto per compagno. Là mangiavamo pane di paglia di piselli. Tu verrai con me».
«E resterò per te un buon compagno,» assicurò il Collotorto «finché l’anima non m’uscirà dal petto, e non mi seppelliranno nella nuda terra».
«Va’ avanti! Va’ avanti!» lo sollecitò il ladro. «Il prossimo. Come si chiama? Che cosa sa fare?».
«Michel lo sbilenco. Quello va bene quando c’è da menar le mani. Da solo tiene testa a tre avversari, quando si tratta di maneggiar lo schioppo, la spada, o il pugnale».
«Schioppo, spada e pugnale – servono solo a procurar guai» mormorò il ladro. «Quello non lo voglio, gli do il benservito».
«Il Pifferaio,» seguitò il Collotorto «lui sa correre, potrebbe fare a gara col cane e con la lepre».
«E allora corra pure dove gli pare, non sarò io a trattenerlo» decise il ladro. «Coprimi con la paglia, muoio di freddo».
«Il folle Mathes» seguitò il Collotorto. «Quando c’è da distribuire sciabolate, è il migliore di tutti».
Coi suoi pensieri il ladro era altrove. Lo scongiuro per le ferite! Se solo si fosse ricordato lo scongiuro per le ferite! Il dolore lo aveva riassalito con violenza, era come se assieme al sangue volesse abbandonarlo anche la vita.
Esisteva uno scongiuro per le ferite che aveva un tal potere magico da costringere il sangue ad arrestarsi, lui però non riusciva a sovvenirsene, invano si torturava il cervello, non trovava le parole giuste.
«Il folle Mathes» ripeté il Collotorto. «Quello non conosce la paura, copre ogni ritirata. Mi senti, capitano?».
«Sì, ti sento» disse il ladro, battendo i denti. «Se non conosce la paura, non conosce neanche la prudenza. Vada pure per la sua strada, non ho bisogno di lui».
«Il Barbagianni» seguitò il Collotorto. «Lui non ha bisogno di dormire, può star sveglio per sette giorni di fila».
«Che cosa me ne faccio?» borbottò il ladro. «Non hai nessuno che sappia saldare e limare una chiave, e prender con la cera l’impronta d’una serratura?».
«Il Fraginepro,» disse il Collotorto «per lui non esiste serratura troppo solida o troppo complicata».
«E allora venga pure con noi» decise il ladro, e con un sommesso sospiro disse poi, parlando a se stesso:
«Ahimè! Che fitte, che bruciore. Che almeno mi sia risparmiata la cancrena nera!».
«Il Mammola» disse il Collotorto. «Quello ha l’udito d’una volpe, sente nitrire un cavallo a tre ore di cammino, a due sente abbaiare un cane o cantare un gallo, e una voce d’uomo la sente a un’ora di cammino».
«Andrà bene per fare il palo,» dichiarò il ladro «lo porto con me».
«Poi c’è Hannes il fonditore di stagno, prima che me ne scordi» seguitò il Collotorto. «Quello è così forte che gli basta una spallata per sfondare qualsiasi porta».
«Non fa al caso nostro» osservò il ladro. «Fa solo baccano, e io il baccano non lo posso proprio soffrire. Non hai niente di meglio?».
«Il Brabantino, in un batter d’occhio lui si sa travestir da contadino, carrettiere, merciaio o studente».
«Quello è l’uomo giusto per noi» disse il ladro. «Uno capace d’andare in avanscoperta è sempre utile».
«E inoltre parla francese a lingua sciolta» soggiunse il Collotorto.
«Allora per me è come lo strutto nella zuppa» esclamò il ladro. «E io lo imparerò da lui, il francese, così potrò farmi onore nel mondo come gentiluomo».
«Come gentiluomo?» domandò il Collotorto, maravigliato. «Che cosa stai dicendo? Stai delirando?».
«No, sono assolutamente in me» fu la risposta del ladro. «E così siamo in cinque, questo basta. Va’ giù da basso e di’ a quei tre...».
«Ma gli altri?» esclamò il Collotorto. «Il Rosolaccio, l’Afrom, il Farfarello rosso, Adam l’impiccato, Jonas il battezzato! Abbiamo giurato di restare uniti e non lasciarci mai».
«Non ti compete d’interrompere il tuo capitano mentre parla» lo redarguì il ladro. «Tacere e obbedire, questo ti compete. Ciò che vi siete giurati tra di voi è affar vostro e non mio. Io non voglio troppa gente, non voglio che ce ne stiamo ammucchiati come i fagiani d’inverno. Cinque dita ha una mano, per poter afferrare – perché non sei, sette o dieci? E quando viene il momento di spartire, già noi cinque siamo troppi».
Tacque, respirando a fatica, poiché discorrere lo stancava. Ma al Collotorto, come sentì parlar di spartire, venne subito un’idea che non volle tener per sé.
«Non lontano da qui conosco un ricco contadino» esordì. «Ha tanto di quel prosciutto nella dispensa, e uova e strutto, e poi vino in cantina, e soldi nei cassoni...».
«No» disse il ladro, e nell’agitazione della febbre si sbatté sull’altro fianco. «Non voglio scassinar cofani e cassoni ai contadini, non voglio rapinare e incendiare nei villaggi. L’agricoltore, dovete lasciarlo lavorare in pace».
«Allora vuoi appostarti lungo la via e assalire i carri che passano?» domandò il Collotorto.
«No. Non è questo che voglio. Ho in mente altro» sospirò il ladro, portando la mano alla ferita. «È in casa dei preti che voglio andarmi a prender l’oro».
«L’oro, in casa dei preti?».
«L’oro e l’argento di chiese e cappelle» spiegò il ladro. «Mi par di sentirlo gridar forte, implorando ch’io lo porti via con me».
«Allora preferisco che il cielo mi fulmini» esclamò il Collotorto, inorridito. «È peccato mortale! È sacrilegio».
«Fa’ attenzione e drizza le orecchie, voglio raccontarti una cosa» bisbigliò il ladro. «Tutte le cose che vedi su questa terra appartengono a Dio. L’oro e l’argento ch’è in casa dei preti appartiene a Dio – e suo resta, anche se lo teniamo noi nei nostri sacchi. Io penso che sia un’opera buona far circolare tra la gente quel tesoro inoperoso. Ma se invece è un peccato come dici, allora lo sai bene anche tu: come non puoi fare una giubba, senza usare ago e forbici e non puoi costruire una casa senza impiegar muratori e carpentieri, così non puoi neanche procurarti dei giorni buoni senza commettere qualche peccato».
Il Collotorto, entusiasta, accennò col capo di sì, che aveva capito e che ora consentiva pienamente col suo capitano, e il ladro seguitò:
«Va’ giù da basso e di’ a quei tre che si tengan pronti, a mezzanotte partiamo, e per me procura un carro, affinché io possa giacer sulla paglia».
Il Collotorto scese le scale, ed ecco che di dietro un mucchio di paglia venne avanti la rossa Lies, che aveva sentito tutto.
«Capitano!» supplicò. «Portami con te e io t’avrò caro come l’anima mia».
Il ladro aperse gli occhi.
«Chi sei?» domandò. «Non ho bisogno di te. Hai i capelli rossi e a me non piacciono né i cani né i gatti di questo colore».
«Sono la rossa Lies, la Capretta dell’Ibis nero. Lui ora è morto e io son sola al mondo. Portami con te».
«La capretta non può correre coi lupi» bisbigliò il ladro.
«Io son capace di correre coi lupi» disse la ragazza. «Portami con te e farò qualsiasi lavoro. Filerò la stoppa, cucinerò, farò il bucato. So anche cantare e sonare il liuto. Con le pelli di conigli so fare guanti caldissimi. E per le tue ferite ho un balsamo fatto di felce dolce e veronica e piantaggine e vischio. C’è anche un fiore, che si chiama “morso del diavolo”, un pizzico di questo fiore e tre pizzichi di ortica morta, quella dai fiori purpurei...».
«Che almeno mi sia risparmiata la cancrena nera» sospirò il ladro.
«Gli elfi che fanno la cancrena, io li scaccerò in un posto abbandonato, nell’acqua o dentro un albero cavo, conosco lo scongiuro» promise la rossa Lies.
Il ladro la guardò con occhi spiritati, e con un rantolo nella voce disse:
«Lo scongiuro! Se sai lo scongiuro, dillo, e ti porterò con me. Lo scongiuro! In nome del cielo e della terra, lo scongiuro!».
La ragazza rifletté un momento e poi incominciò a cantare:
Mentre Nostro Signore così andava,
ogni cosa creata sospirava:
piangèa ogni foglia, ciascun filo d’erba...
«No!» la interruppe il ladro. «Non è questo lo scongiuro giusto. Voglio l’altro scongiuro! Lo scongiuro giusto!».
«L’altro scongiuro» ripetè la rossa Lies. E poi posò la mano sulla tela inzuppata di sangue che bendava la ferita e ricominciò a cantare con un filo di voce:
Sbocciarono tre fiori...
«Sì! È questo lo scongiuro, lo scongiuro giusto» ansimò il ladro. «Continua! Cantalo fino in fondo!».
E la Capretta cantò:
Sbocciarono tre fiori per divino consiglio,
il primo è bianco neve, l’altro rosso vermiglio,
il terzo si chiama Volontà di Dio.
Sangue, arresta il tuo zampillio!
«Sangue, arresta il tuo zampillio!» mormorò il ladro. Chiuse gli occhi, e gli parve che il dolore ritraesse da lui i crudeli artigli acuminati e volasse via a pesanti e lenti colpi d’ala. Lo assalì la stanchezza, e il sonno – un sonno profondo e senza sogni. Il suo respiro si fece tranquillo, e la Capretta si strinse al suo fianco nella paglia.
Per più d’un anno i predatori di chiese dimorarono nell’intero territorio compreso tra l’Elba e la Vistola – in Pomerania e in Polonia, nel Brandeburgo e nella Nuova Marca, in Slesia e tra i monti della Lusazia. In quelle regioni i malfattori eran sempre stati numerosi, mai però prima d’allora mano di ladro s’era attentata di protendersi a toccare i sacri arredi della chiesa, nemmeno nei tempi più bui della guerra. E che ora le cose fossero cambiate suscitava ovunque grande orrore. Sulle prime si credette che dovessero esser più di cento i malviventi ch’erano all’opera in tutto il Paese, a spogliare e profanare luoghi consacrati. Poi, quando risultò che a commetter cotanto sacrilegio era una sola banda di non più di sei persone, subito si disse che i «predatori di Dio» possedevano la magica arte di rendersi invisibili nel momento del pericolo, sicché non v’era da maravigliarsi se al barone del malefizio non riusciva mai d’impadronirsi nemmeno d’uno solo di quei briganti, per quanto desse loro la caccia. E molti dicevano che Satana in persona, l’eterno Nemico di Dio, s’era messo alla loro testa, come capitano, per depredar chiese e cappelle dei loro sacri arredi.
La prima persona ch’ebbe la ventura d’incontrar questo capitano fu il curato di Kreibe, un piccolo villaggio slesiano che faceva parte delle terre d’un certo signor von Nostitz.
Un giorno di maggio, dopo il vespro, il curato s’era recato nel villaggio vicino per accordarsi col bottegaio del luogo, al quale, essendo apicoltore, intendeva vender la sua produzione di miele. Quando aveva lasciato il bottegaio, un improvviso rovescio di pioggia lo aveva poi costretto a rifugiarsi all’osteria, sicché era già quasi mezzanotte quand’egli fece ritorno a Kreibe.
Nel passar dinanzi alla chiesa il curato vide un raggio di luce dietro la vetrata, e per un momento nelle tenebre nere come la pece apparvero il San Giorgio dipinto su vetro, col suo mantello azzurro, e il relativo drago, al quale il pittore villereccio aveva attribuito la sagoma d’una vacca pregna fornita d’ali di pipistrello.
Il raggio di luce era subito scomparso di nuovo, ma ormai il curato sapeva che in chiesa v’era gente, e benché essa custodisse alcuni oggetti di ragguardevole valore – uno smisurato crocifisso d’argento massiccio e una statua eburnea di Nostra Signora con una corona d’oro sul capo, due ex voto del signor von Nostitz, che quattro anni innanzi s’era ammalato di vaiolo – il curato non pensò nemmeno per un momento ai predatori di chiese, ma soltanto ai due barilotti di miele che, assieme agli affumicatori, al soffietto e ad altri attrezzi da apicoltore, egli teneva sotto chiave in sagrestia, parendogli quello il luogo più sicuro di tutto il suo villaggio.
Il portone della chiesa era chiuso a doppia mandata, ed egli andò a prender la chiave, rallegrandosi di poter finalmente cogliere con le mani nel sacco i ladri di miele. Poi, con un’imprecazione sulle labbra e una candela di cera in mano, entrò in chiesa.
Una folata di vento gli spense la candela. Il curato fece ancora qualche passo al buio, quand’ecco che la luce d’una lanterna cieca, lo investì in pieno viso per scivolar poi lungo la sottana fino ai suoi piedi, ed egli si vide dinanzi un uomo che teneva una pistola puntata su di lui.
L’imprecazione gli morì sulle labbra e nella sua angoscia il curato non riuscì a proferir altro che un «sia lodato Gesù Cristo» appena bisbigliato.
«Sempre sia lodato, amen, reverendissimo signore» disse, con grande cortesia, l’uomo che gli stava dinanzi. «Mi rincrescerebbe se l’avessi spaventata. Mi son permesso d’invitarmi da me in casa sua, malgrado non abbia avuto l’onore di far la sua conoscenza».
Solo adesso il curato s’avvide che l’uomo portava sul volto una maschera e si rese conto di star parlando con uno dei predatori di chiese. Dallo spavento quasi gli s’arrestò il cuore. E mentr’egli fissava ancora quella maschera, la pesante porta di ferro della sagrestia s’aperse all’improvviso e ne uscirono tre uomini, che avevano il volto coperto da un panno; uno d’essi recava il crocifisso d’argento, il secondo teneva in mano la corona tolta dal capo di Nostra Signora e il terzo l’affumicatore del curato e una lanterna cieca.
«Gesummio, com’è possibile che la porta di ferro non v’abbia resistito?» gemette il curato, tremando a verga a verga, poiché la porta era ben guardata da spranghe e catenacci e or ora egli ne aveva preso la chiave dal suo stipo.
L’uomo dalla maschera abbassò la pistola e fece un lieve inchino, quasi che il curato, con quelle parole, gli avesse fatto un grande onore del quale egli dovesse ringraziarlo. Poi disse:
«Il reverendissimo signore deve sapere che per noi una porta di ferro non è nulla più che una ragnatela. Non ci procura molestie di sorta».
E, rivolgendosi ai suoi compagni, seguitò:
«Sbrigatevi, non abbiamo tempo da perdere, né vogliamo incomodar più a lungo del necessario il reverendissimo signore».
Il curato vide come i briganti facevano sparire il crocifisso e la corona d’oro dentro un grande sacco da ladri. Sapeva bene che il suo dovere di custode di quei sacri arredi gli avrebbe imposto di dar l’allarme, gridare all’assassinio, salir di corsa le scale della torre campanaria e sonare a stormo le campane, sì da farsi sentire a un miglio di distanza. Ma era preoccupato per la propria vita. E così restò fermo dov’era, non fece nulla di quanto s’è detto e si limitò a congiunger più e più volte le mani, costernato.
«Sono gli ex voto del nostro grazioso signore» piagnucolò. «E voi volete profanarli? Il nostro signore li ha donati a Dio, e non agli uomini».
«No» disse il capitano in tono assolutamente tranquillo. «Solo quella parte delle sue ricchezze ch’egli ha donato ai poveri, solo quella l’ha donata a Dio. Tutto il resto, invece, il vostro signore l’ha donato al mondo, e io mi piglio la mia parte».
«Ciò che state facendo è peccato grave, come ogni rapina, ed è sacrilegio» esclamò il curato. «Giù le mani dai sacri arredi, o sarai dannato per tutta l’eternità nel più profondo dell’inferno».
«Il reverendissimo signore non dovrebbe esser così severo coi peccatori» osservò il capitano. «Ciascuno ha bisogno dell’altro. Se non vi fossero né peccato né peccatori, infatti, chi bramerebbe più d’avere un curato?».
Adesso il curato si rendeva conto che per bocca di quell’uomo parlava il diavolo in persona. Poiché soltanto il Gran Bugiardo e Nemico di Dio sapeva confonder la mente d’un uomo con discorsi così viscidi, empi e pieni di malizia. Indietreggiò d’un passo, fece in fretta il segno della croce e poi mormorò con voce inorridita:
«Satana, Satana! Recede a me! Recede!».
«Che ha inteso dire il signore?» domandò l’uomo dalla maschera. «Non l’ho capito. Io non ho studiato, il latino non fa per me».
«Che il diavolo t’è entrato in corpo, questo ho detto» esclamò il curato. «Sta parlando per bocca tua».
«Reverendissimo signore, la prego vivamente: non parli così forte, potrebbero sentirla» disse il brigante in tono lievemente beffardo. «E se il diavolo m’è entrato in corpo, l’ha fatto per volontà di Dio e per divino decreto. Senza un decreto divino, infatti, il diavolo non può nemmeno entrar nel corpo d’una scrofa, il signore vada a rileggessi san Matteo».
Volse le spalle e andò verso i suoi compagni. Il curato lo seguì con lo sguardo, riflettendo su come avrebbe dovuto descrivere quell’uomo affinché in seguito lo si potesse riconoscere e catturare.
«Prestante, d’altezza fuor del comune» disse, parlando a se stesso. «Magro in viso, per quanto è dato di vedere. Se soltanto non portasse quella maschera! Una parrucca inanellata, un cappello bordato di bianco, un mantello orlato di bianco e di nero. Questo è tutto, e per un’identificazione non è molto».
Frattanto il capitano aveva tolto di mano al compagno l’affumicatore. L’osservò con attenzione. Quindi tornò verso il curato.
«Vedo che il reverendissimo signore pratica diligentemente l’apicoltura» osservò. «Quanti alveari, se è lecito domandare?».
«Sono tre» rispose il curato, e parlando a se stesso disse ancora: «Mani affusolate, come se ne vedono di solito solo in persone di rango. Lunghe dita da ladro. Il mento ben rasato». – Poi, ad alta voce, seguitò:
«Li tengo sul prato dietro casa mia».
«Tre alveari» ripeté il capitano. «Di solo miele primaverile devon rendere diciotto misure e anche di più».
«Sono state solo dieci misure e mezzo» disse il curato con un sospiro.
«Per tre alveari è davvero poco» constatò il capitano. «Eppure è stata un’annata ideale per l’apicoltore: un’estate ventilata con abbondante rugiada notturna, un autunno lungo e asciutto, un inverno nevoso. Da che cosa è dipeso?».
«È uno strazio» si lamentò il curato, i cui pensieri facevan la spola tra il tesoro predato alla chiesa e i suoi alveari. «Sulla mia colonia d’api s’è abbattuta la dissenteria».
«E il signore non sa come curarla? Non esiste una medicina contro la dissenteria delle api?».
«No» disse il curato, afflitto. «Non ne esiste nessuna. Bisogna lasciar che questa calamità faccia il suo corso».
«E allora il signore mi ascolti bene!» dichiarò il ladro di chiese. «Cumino prativo macinato e un poco di essenza di lavanda nell’acqua zuccherata che s’usa per abbeverar le api, ecco un rimedio contro la dissenteria. Un rimedio sperimentato».
«Lo proverò» disse pensieroso il curato. «Cumino prativo, dove lo trovo? Qui nei nostri prati non l’ho mai veduto. Ma che cosa devo fare del miele? Non vuol chiarificarsi. L’ho filtrato due volte, ma resta torbido».
Eran rimasti soli nella chiesa, poiché gli altri se l’erano squagliata col sacco della refurtiva. Il capitano scosse il capo:
«Questo è dovuto all’umidità dell’aria» osservò. «La sagrestia non è il luogo giusto per tenervi il miele: i muri grondano acqua. Il signore provi a metterlo al sole!».
«Già, se non ci fossero i contadini!» esclamò il curato. «Quelli sono una tal banda di ladri, mi rubano il miele ovunque lo trovino. Solo in sagrestia è al sicuro da loro, poiché ho ottimamente munito di spranghe e catenacci la porta di ferro».
«Lo so» disse il ladro di chiese. «È un guaio quando i contadini son delle canaglie ladre. Sarebbe giusto che ognuno badasse al suo e consentisse anche al prossimo d’avere un’annata buona. Adesso però bisogna ch’io dica al signore un Dio guardi: devo andare».
Parlando, erano andati su e giù tra le due file di panche. Adesso il curato si fermò.
«Sono addolorato» disse «di non poter godere più a lungo della piacevole conversazione del signore».
«Apprezzo molto la gentilezza del signore» rispose il ladro di chiese con pari cortesia. «Nondimeno, per questa volta, devo pregarlo di scusarmi».
Fece un inchino al curato, spense la lanterna cieca, e un attimo dopo era già scomparso nell’oscurità.
Il curato rimase in chiesa a rifletter dove potesse conservare il miele, poiché era proprio vero che in sagrestia i muri grondavano acqua. Poi, trascorso circa un minuto, gli venne in mente che adesso, senza pericolo per la sua vita, sarebbe potuto salir sulla torre campanaria per sonare a stormo le campane. Ma gli sembrò più saggio seguir di nascosto i briganti per vedere dove si dirigessero e se fossero a cavallo. Solo dopo avrebbe chiamato a raccolta i contadini per inseguirli.
Ma quand’egli uscì sul sagrato, i predatori di chiese erano spariti e, benché in cielo vi fosse la luna, di loro non si vedeva più traccia per lungo e per largo. Pareva quasi – così egli riferì un’ora più tardi ai contadini spaventati – che per la loro fuga essi avessero preso in prestito le ali dalla civetta e dai corvi che dimoravano sul campanile della chiesa.
Non sempre le persone ch’ebbero la sfortuna di capitar tra i piedi dei briganti in un momento inopportuno poterono cavarsela senz’altro danno che lo spavento come il curato di Kreibe. A Tschirnau, un villaggio che si trova nella contea boema di Glatz sulla riva destra della Neisse, la notte della vigilia di san Kilian il sagrestano sorprese in chiesa i briganti proprio mentr’erano sul punto di squagliarsela con il bottino. Lì, in quella chiesa ch’era meta di pellegrinaggio per i contadini dell’intera contea, erano finiti nelle loro mani quattro candelieri d’argento, del peso di sei libbre ciascuno, e poi un turibolo, un’ampolla battesimale e due patene, pure d’argento, una pesante catena d’oro, un pezzo di broccato intessuto d’oro e infine un libro ch’enumerava e descriveva le opere buone di san Martino papa. Ma non per via delle opere buone essi avevan preso quel libro, bensì per la rilegatura in avorio.
«È tutta roba buona per il crogiuolo» sentì dire il sagrestano, da una voce d’uomo, entrando in chiesa, e dapprima egli vide soltanto il brigante che teneva in mano il libro, e solo dopo ne scorse altri due. Il sagrestano era un uomo coraggioso e inoltre sapeva che all’osteria vegliavano ancora diversi contadini, i quali sarebbero certo accorsi in suo aiuto se avessero udito del baccano. E non vedendo altra arma, strappò di mano a un San Cristoforo ligneo il lungo bastone fronzuto e con quello colpì al capo uno dei briganti, del quale gli eran saltati agli occhi i capelli rossi.
Il brigante cacciò un urlo con voce femminea. Ed ecco che il sagrestano si sentì subito afferrare alla gola da qualcuno che stava alle sue spalle, si portò una mano al collo, provò a gridare, ma non vi riuscì, e lasciò andare il randello. E mentre quest’ultimo cadeva a terra con fragore, nel vano della porta aperta apparve un uomo che, come gli altri, aveva il volto nascosto da un panno, e costui fece un segno e disse:
«È solo, non gli vien dietro nessuno, perciò l’ho lasciato passare».
Queste furono le ultime parole che il sagrestano udì. Subito dopo i sensi lo abbandonarono. Quand’egli ritornò in sé, giaceva sulla scalinata dinanzi alla chiesa, con mani e piedi legati, la testa dolorante avvolta in un panno, gli occhi e la bocca impecettati. Così lo trovarono i contadini che si recavano al lavoro nei campi, e accanto a lui giaceva sulla scalinata, spezzato in due, il bastone fronzuto del San Cristoforo.
Molto più grave fu l’esito dell’incontro che un giovane signore boemo di nobile famiglia ebbe con la banda dei predatori di Dio in una locanda. Egli vi perse la vita.
La locanda si trovava sulla strada maestra tra Brieg e Oppeln, là dov’essa attraversa una fitta foresta, e ben di rado aveva ospiti che non fossero zingari e marmaglia d’ogni genere, qualche garzone artigiano girovago o tutt’al più un merciaio ambulante che viaggiava con la sua mercanzia sul groppone. Il giovane conte boemo, ch’era in viaggio col suo precettore e con un lacchè per recarsi a Rostock, all’università, era stato costretto a prendere alloggio per una notte in quella locanda, poiché alla sua carrozza da viaggio s’era rotto l’assale. Era una notte d’autunno e pioveva a catinelle. E mentre il cocchiere provava a rimettere in sesto la carrozza, il giovane conte e il suo precettore sedevano a cena nella taverna, serviti dal lacchè. S’eran fatti portare un galletto arrostito e un’omelette, poiché la cucina non offriva di più.
Dopo cena il lacchè uscì per andare ad aiutare il cocchiere nel suo lavoro, e anche il precettore si ritirò. Era stanco e voleva andare a letto; di sopra, nel sottotetto, l’oste aveva preparato un giaciglio per quei due clienti di riguardo. Il lacchè avrebbe dormito su una panca nella taverna, e il cocchiere nella stalla.
Il giovane conte rimase nella taverna dinanzi a un boccale di vino, non del tutto solo però, poiché fin dal suo arrivo v’era sulla panca addossata alla stufa un vecchio addormentato che russava, il padre dell’oste. La pioggia batteva contro i vetri, nella stufa crepitava il fuoco. Dalla cucina proveniva un acciottolio di padelle e scodelle: l’ostessa stava arrostendo per il cocchiere e il lacchè una salsiccia di Norimberga.
Il giovane conte andava rimuginando se non fosse possibile scovar lì intorno una persona di qualità con la quale poter giocare una partita a l’hombre, poiché gli pareva troppo presto per andare a dormire. E mentr’egli sedeva al suo tavolo, con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani, ecco che fuor della locanda udì del baccano, e gli parve anche d’aver sentito invocar aiuto da uno dei suoi uomini, il cocchiere o il lacchè. Sollevò il capo e tese l’orecchio, ed ecco che dalla cucina uscì l’oste, livido di terrore, e fece per dir qualcosa, ma proprio in quel momento la porta s’aperse e una voce imperiosa esclamò:
«Messieurs! Ognuno resti al suo posto».
Nel vano della porta, con la maschera sul volto, stava il predatore di chiese, e alle sue spalle apparvero due dei suoi compagni, nonché la zazzera rossa d’un terzo.
Il giovane gentiluomo boemo rimase seduto a sangue freddo dinanzi al suo boccale di vino. Si disse che, se quelli eran davvero i predatori di chiese dei quali aveva già più volte sentito parlare, poteva sperar di salvare non solo la vita, ma anche i trenta ducati boemi che aveva nella borsa. Si propose di condursi lodevolmente in quella congiuntura, sì da poterne poi raccontare quando sarebbe stato a Rostock, all’università. E per farsi coraggio vuotò in fretta il suo calice per ben quattro volte di fila.
Frattanto il capitano era entrato nella taverna. Abbozzando un inchino, egli fece atto di levarsi il cappello e tributò così la sua riverenza a quel cliente di riguardo. Poi ordinò del vino, e lo bevve da un calice d’argento che uno dei suoi compagni aveva tratto fuori da un sacco da viaggio.
L’oste assisteva alla scena tremando a verga a verga, e per poco non lasciò cadere il boccale del vino.
«Che cosa ci fate qui?» proferì a fatica. «Lo sai bene che non posso né rifocillarvi né darvi alloggio».
«Quante chiacchiere, levati di torno!» ordinò il capitano. «Corri in cucina e guarda se c’è del lardo fritto per i miei uomini, nonché del pane e della birra leggera».
Aveva buttato il suo mantello sullo schienale d’una sedia e ora stava lì con indosso un logoro giustacuore di velluto viola e alti stivali alla scudiera. I suoi compagni avevan preso posto a un tavolo non lontano dalla stufa, e uno solo, quello dai capelli rossi, era rimasto al fianco del capitano. Era la rossa Lies, in abiti maschili.
Adesso il capitano, levandosi di nuovo il cappello, si rivolse al giovane gentiluomo.
«Spero d’esser scusato dalle circostanze se mi presento qui ospite indesiderato» disse con grande cortesia, «Ma oggi dalla Polonia soffia un vento gelido, e così non ho voluto lasciare i miei uomini sotto la pioggia a patire il freddo».
«Una domanda, col suo permesso» disse il giovane gentiluomo. «Che cosa ne è stato dei miei uomini? Li ho sentiti gridare. E il signore si tolga dal viso quella maschera, in modo ch’io veda con chi sto parlando».
Per un momento il capitano guardò il giovane gentiluomo senza dire una parola.
«Dio faccia la grazia di preservarne il signore» disse poi. «E in quanto alla servitù, il signore non si dia pensiero. S’è ritirata nel bovile. Ma i miei uomini si daran premura di servire il nobile signore in ogni suo comando».
E indicò i due compagni seduti in disparte all’altro tavolo.
Il giovane conte notò con maraviglia che il capitano dei predatori di chiese si studiava in tutti i modi d’imitare nell’eloquio e nel gesto un gentiluomo. E per amor delle monete d’oro che aveva nella borsa gli parve saggio trattar quell’uomo pericoloso con uguale cortesia. Così s’alzò in piedi e col cappello in mano invitò il capitano a venire al suo tavolo a bere un bicchier di vino con lui.
Il brigante parve soppesar la cosa per breve tempo. Poi disse:
«Alla grande politesse del signore posso risponder solo che non mi reputo degno di tanto onore. Tuttavia, se il signore comanda, berrò volentieri un bicchiere alla sua salute».
Ma non appena sedettero tutti e tre al tavolo del gentiluomo fu la rossa Lies la prima a levare in alto il bicchiere, e lo vuotò alla salute del diavolo, poiché così l’aveva abituata l’Ibis nero.
«Sei in rispettabile compagnia» la redarguì il capitano. «Lascia star le bestemmie».
«La demoiselle» disse il gentiluomo per avviar la conversazione «porta abiti maschili e una spada. È un’usanza di questo Paese?».
«No» disse il capitano. «Gli abiti maschili li porta perché son più comodi per starci in sella. Ma la sua spada la sa adoperare, e quando vi mette mano lo fa pour se battre bravement et pour donner de bons coups».
«Anch’io sono stato a Parigi» dichiarò il gentiluomo, accavallando le gambe e facendo tintinnar gli speroni. «Ho veduto il Louvre e il nuovo cestello che il re s’è fatto costruire come soggiorno di delizie e residenza della corte».
«Io no» disse il capitano. «Io il francese l’ho imparato da quel mio compagno, a lui gli sgorga di bocca come acqua corrente».
E al di sopra della propria spalla accennò al Brabantino, che sedeva all’altro tavolo assieme al Collotorto consumando in silenzio il suo lardo fritto.
«E il signore passerà la notte in questa locanda?» domandò il gentiluomo, per non lasciar languire la conversazione.
«No» fu la risposta del brigante. «Devo andar via subito. Ho certi affari da sbrigare non lontano da qui».
«Allora berrò un bicchiere al buon esito dell’impresa» disse il gentiluomo.
«Il signore se ne tenga dispensato» dichiarò il capitano. «Al pescatore che prende il mare non bisogna augurar buona fortuna: gli porterebbe male».
«Come può portarti male,» s’intromise la rossa Lies «dal momento che hai con te l’arcanum che trionfa d’ogni cosa, anche della più difficile».
«Taci!» disse il predatore di chiese, pieno di fastidio. «Tu parli troppo. Te l’ho sempre detto: le chiacchiere della bocca le sconta il collo».
E, rivolgendosi al giovane gentiluomo, seguitò:
«Le mie sostanze sono sparpagliate per il Paese. Devo viaggiar molto, in lungo e in largo, per metterle insieme».
«E di qual genere sono i suoi affari, se è lecito domandare?» chiese ancora il gentiluomo.
«Il signore l’indovinerà da sé, quando saprà che in questo Paese mi chiamano il predatore di Dio» disse il capitano con voce tranquilla.
Il gentiluomo scattò, scordando ogni cortesia, poiché, pur avendo saputo fin da principio chi aveva dinanzi, non gradiva tuttavia sentirselo dire in faccia chiaro e tondo.
«E vieni anche a dirmelo,» esclamò, battendo il pugno sul tavolo «e non ne hai vergogna?».
«Né vergogna né onta» gli rispose pacatamente il predatore di chiese. «Se l’Altissimo s’è compiaciuto di far di me quello che sono – come posso io, granello di polvere, ribellarmi alla Sua volontà?».
«E allora Dio si compiacerà anche di mandarti sulla forca o sulla ruota, presto o tardi» disse il gentiluomo, al quale il vino incominciava a montare alla testa. «E così andrà a finire».
«Non è detto che andrà a finire così» lo contraddisse il brigante. «Anche Davide era un grande peccatore, eppure prima di morire assurse a grandi onori».
«In fede mia, qui c’è sotto un imbroglio!» esclamò il gentiluomo, contrariato. «Non mi confonder le idee col tuo Davide. Però questo è vero, e io ci ho riflettuto spesso. Perché Dio non ha fatto gli uomini tutti cristiani? Perché ci sono tanti Turchi e tanti Giudei? Qui qualcosa non va come dovrebbe andare».
«Forse Dio non vuole che troppi uomini guadagnino il paradiso» gli fece considerare il capitano. «Io penso che, gli uomini, Dio preferisca vederli ben lontani da sé, laggiù all’inferno, piuttosto che accanto a sé in cielo. Che cosa può aspettarsi di buono da essi, infatti? Erano appena in quattro a questo mondo, e già s’ammazzavano tra di loro, e anche lassù non si comporteranno diversamente».
«Smettila di predicare» disse il gentiluomo. «Però lo sai anche tu che sulla tua testa c’è una taglia di diecimila talleri imperiali, e che chi ti consegnerà vivo otterrà una tenuta nobiliare?».
«È vero» ammise il capitano. «Ma il signore deve sapere che in nessun altro luogo la lepre è più lesta che là dove le si dà la caccia. E ce ne vuole ancora del tempo prima che sia cotta la pania con cui mi si potrà prendere».
«Che cosa ne sai tu!» esclamò il gentiluomo, nella cui testa il vino incominciava a tumultuare selvaggiamente. «Io ti riconosco, se ti rivedo. Per te è la fine. La scure del boia è sospesa sopra la tua testa come una certa spada d’un vecchio re di cui ho scordato il nome, ma il mio precettore lo sa, lui è di sopra a dormire. Al diavolo, perché non ha voluto giocare a l’hombre? Adesso saremmo in tre».
«Il signore intende dire» domandò pensieroso il brigante «che saprebbe riconoscermi?».
«Sissignore, intendo dire proprio questo. Par le sang de Dieu!» dichiarò il gentiluomo. «E voglio scommettere con te due ducati boemi che ti riconoscerò».
«Due ducati, non è molto» disse il capitano. «Reggo la scommessa».
«E allora il danaro è già mio, poiché ho buona memoria per le fisionomie» esclamò il gentiluomo, ridendo, e al di sopra del tavolo allungò fulmineamente la mano verso il volto del capitano, e un attimo dopo stringeva in pugno la stoffa nera di cui era fatta la maschera.
Ed ecco che all’improvviso nella taverna vi fu silenzio, solo il Collotorto lasciò cader nel piatto il coltello, che tintinnò. Il capitano s’alzò in piedi. Il suo volto intrepido, ch’egli non voleva mai mostrare, era pallido, e si fece ancor più pallido, ma non tradiva la minima emozione.
«Il signore ha vinto molto lodevolmente la scommessa» disse con un sorriso. «Ecco il danaro».
Trasse fuori dalla borsa due ducati e li buttò sul tavolo. Il gentiluomo li prese e li tenne nella mano aperta. E adesso che stava lì col danaro in mano parve all’improvviso ritornar lucido, e spaventarsi un poco della sua stessa audacia.
«E siccome è tempo di prender commiato,» seguitò il capitano «poiché uno di noi se ne va e l’altro resta, penso che dovremmo prima bere un ultimo bicchiere in compagnia, per amor dell’amicizia, e per dirci un “vale”».
E levò in alto il suo bicchiere:
«Diritto al cuore! E alla sua salute!».
«E lunga vita!» disse il gentiluomo, con la lingua un po’ annodata, alzando il bicchiere e portandolo alle labbra.
Non s’accorse che la rossa Lies teneva in mano un terzaruolo e aveva versato della polvere nello scodellino.
Il colpo partì ancor prima ch’egli avesse finito di bere. Il giovane gentiluomo ricadde sulla sedia con un sommesso sospiro. Il suo volto trascolorò, il capo gli ricadde sul petto. Le sue mani s’apersero, il bicchiere ruzzolò a terra tintinnando, e le due monete d’oro rotolarono per la taverna.
Per qualche tempo il capitano rimase immobile, aspirando dalle narici l’odore della polvere da sparo. Poi riprese la sua maschera.
«Chissà se ha capito che doveva morire» si domandò, lanciando un’occhiata al morto.
«Penso che all’ultimo momento l’abbia capito» disse la rossa Lies. «Ma io non gli ho lasciato neanche il tempo di gridare un “Gesummio”. Diritto al cuore, come hai ordinato tu. Mi rincresce per lui, era un tipo in gamba. Ma non è finita. Forza, versa della polvere nello scodellino, perché lì c’è un altro che t’ha veduto in volto».
E con la canna del suo terzaruolo indicò il vecchio, che s’era destato e ora sedeva sulla panca con un sorriso ebete sulle labbra.
Il brigante s’affrettò a celare il volto dietro la maschera.
«Che Dio abbia pietà!» gridò. «Non ne basta uno? Un vecchio, che cosa devo farne? È capitato in questa faccenda senza sua colpa. Dovrei diventar l’assassino di quel vecchio?».
«Fa’ come credi» disse la rossa Lies. «Ma se così ha da essere non fargli aspettar troppo a lungo la tua palla, ché nel morire la cosa peggiore è l’angoscia».
«Un vecchio» sospirò il capitano. «Come posso diventar l’assassino d’un vecchio. Non mi basta l’animo, e non so cos’altro fare».
«Se non te la senti, lo farò io per te» disse il Collotorto. «Tu però da’ all’oste una moneta d’oro per il funerale, e per far dire una messa».
«Non può restare in vita» decise il capitano. «Però mi pesa molto, lo sa Iddio. Qualcuno vada a chiamar l’oste».
L’oste venne, vide il morto e congiunse le mani costernato, ma quando poi gli fu detto che anche a suo padre toccava ora morire, ecco che si buttò a terra e incominciò a gridare, supplicare, percuotersi coi pugni serrati.
«Non c’è rimedio,» disse il capitano «mi rincresce, lo sa Iddio, ma ha da esser così. Va’ a prender commiato da lui».
«Che cosa v’ha fatto?» piagnucolò l’oste. «Abbi pietà. È dunque di pietra il tuo cuore, non serve dunque a nulla supplicarti? È mio padre, e io vi darei volentieri del danaro in cambio della sua vita, se non fossi ridotto all’elemosina».
«È una sciagura» disse il brigante, al quale i lamenti dell’oste toccavano il cuore. «Ma è andata così, e io non posso farci nulla. Ha veduto il mio volto, che altrimenti tengo sempre celato dietro la maschera, e non posso andarmene di qui lasciandolo in vita».
L’oste s’alzò e guardò verso il vecchio, che, seduto sulla panca, teneva gli occhi fissi innanzi a sé come ignorando ciò che accadeva intorno a lui.
«Com’è mai possibile che t’abbia veduto,» esclamò l’oste «se son dodici anni ch’è completamente cieco, bisogna guidargli il cucchiaio perché possa trovar la scodella. E tu dici che t’avrebbe veduto in volto».
E si buttò su una sedia, si nascose il viso tra le mani e incominciò a ridere d’una risata stridula e selvaggia.
Per un momento il capitano rimase lì senza parole, poi andò verso il vecchio e con un gesto improvviso gli spianò la pistola a un palmo dagli occhi. Ma quello non si mosse, continuò a fissare un angolo buio della taverna, senza contrarre un sol muscolo.
«È cieco per davvero!» esclamò il brigante, abbassando la pistola. «Sia ringraziato il cielo d’avermene dispensato! Smetti di ridere! Tuo padre vivrà, e io me ne rallegro. E ora in sella, abbiamo già perduto troppo tempo!».
L’oste rimase seduto sulla sua sedia e continuò a ridere.
Quando i predatori di chiese furon partiti, l’oste ritornò nella taverna e vi trovò suo padre che strisciava qua e là sul pavimento.
«Lo hai veduto in faccia?» lo chiamò l’oste. «Alzati e rispondi! Che cosa sono queste pagliacciate, adesso non sei più cieco».
«Adesso che son ricco» disse il vecchio, risollevandosi lentamente da terra «non farò a mezzo con te. Tu m’hai sempre tenuto a stecchetto nel mangiare e nel vestire, non m’hai mantenuto come si conviene. T’ho già detto tante volte...».
«Lo hai veduto? E lo saprai riconoscere?» lo interruppe l’oste.
«No. Non ho avuto tempo di badare a lui» mormorò il vecchio.
«Non hai avuto tempo?» lo investì l’oste. «Al diavolo, che cosa vorresti dire?».
«No! Non ho avuto tempo di guardarlo» ripeté il vecchio, ostinato. «Mi sono svegliato quando quello lì è caduto,» – e indicò il morto – «fu allora che le monete d’oro rotolarono sul pavimento, correndo per tutta la taverna, e adesso sono mie. Perché io non le ho perdute di vista neanche per un istante, e sono stato ben attento a non lasciarmele sfuggire. Una l’ho veduta sparire nella fessura che c’è in quell’angolo laggiù, di questo son sicuro. E l’altra è finita qui vicino a me, sotto la panca, io allora ci ho messo subito il piede sopra e non mi son più mosso. Ma può anche darsi che fossero tre, bisogna continuare a cercare».
«E se anche fossero state venti, bestia che sei, pazzo che sei!» esclamò l’oste. «Ma non capisci? Diecimila talleri imperiali andati in fumo. Un’occasione come questa non si ripresenterà mai più!».
Si sbatté la porta alle spalle, infuriato, e andò nella stalla a liberare il cocchiere e il lacchè, affinché vegliassero il loro padrone morto.
Nella primavera dell’anno 1702, il lunedì dopo Judica, i briganti intrapresero il loro ultimo colpo. Ne fu oggetto una chiesa non lontana da Militsch ch’era famosa per la pesante croce dorata del presbiterio sospesa sopra l’altar maggiore. L’attentato fallì, poiché qualche settimana innanzi il curato, su consiglio del vescovo di Militsch, aveva messo al sicuro nel locale castello l’antichissimo crocifisso, e sopra l’altar maggiore era sospeso adesso un Cristo in legno scolpito di modesta fattura.
Un contadino che s’era alzato nel cuore della notte per dare un occhio alla sua vacca malata, scorse i briganti mentre, a mani vuote, uscivano dalla chiesa per la finestra. Schizzò via e così come si trovava, in camicia, corse alla tenuta di Melchior von Bafron. Lì giunto, diede l’allarme. Il signor von Bafron, ch’era ancora desto e sedeva al tavolo da giuoco, fece avvertire quanti dei suoi uomini erano in quel momento a portata di mano o facilmente raggiungibili: i suoi contadini, i carbonai, la servitù, e i suoi cacciatori al completo.
Ma tutto quello schieramento di forze giunse troppo tardi. I briganti, vistisi in pericolo, s’erano subito dispersi ai quattro venti com’era loro costume, ingegnandosi di raggiungere ognuno per suo conto il confine polacco. Fu così che non ci s’imbatté nella banda in nessun luogo, per quanto si perlustrassero a cavallo tutte le strade e si battessero anche le foreste del circondario. Fu ritrovato solo un sacco di tela che uno dei briganti aveva perduto durante la sua precipitosa fuga. Il sacco conteneva pane e cipolle, un sacchettino di sale grosso, e inoltre alcuni molari avvolti in un panno – appartenuti presumibilmente a qualche reliquia custodita in una delle chiese spogliate.
La mattina seguente, dalla cittadina di Trachenburg dov’era acquartierato, giunse il barone del malefizio con parecchi dei suoi dragoni. Quattro mesi innanzi egli era ritornato in Slesia dall’Ungheria, dove aveva combattuto contro i Turchi, e aveva subito ripreso la sua guerra ai briganti; come un segugio egli dava loro la caccia. E andò su tutte le furie udendo che non lontano dal confine polacco s’era acciuffato, ma poi lasciato andare, un frate questuante vestito d’una tonaca bruna; sapeva infatti che uno dei predatori di chiese si serviva talora d’un simile travestimento. Egli stesso, per la verità, s’era imbattuto sul far del giorno in un corriere svedese che, con la sua borsa di servizio a tracolla, cavalcava alla volta di Trachenburg. Aveva scambiato con lui, che gli si rivolgeva chiamandolo «signor cugino», qualche parola in svedese e in francese, e il forestiero gli era apparso assolutamente insospettabile: inviati del re di Svezia s’incontravano infatti in quei giorni su tutte le strade, dalla Slesia fino in Pomerania.
Così si svolse l’ultimo attentato dei predatori di chiese, e per lungo tempo di loro non s’udì più parlare, finché, la settimana dopo la Pasqua di Resurrezione, fece la sua prima comparsa una diceria secondo la quale per i «predatori di Dio» era giunta la fine.
Eran venuti a contrasto durante la spartizione del bottino in un recesso della foresta polacca – si disse – e ben presto s’erano avventati gli uni sugli altri con coltelli e moschetti. Tre di essi erano rimasti a terra morti, gli altri avevano preso il largo con l’oro del bottino. Tra i morti si trovava anche il capitano.
La diceria corse per il Paese, il carrettiere di passaggio la gridava ai mietitori nei campi, il curato l’inseriva nella sua predica, v’era chi lasciava intendere d’aver veduto coi propri occhi i cadaveri dei morti ammazzati, da per tutto regnava un gran giubilo che fosse finalmente posto termine al disordine, e sulla miseranda fine del capitano fu composta e stampata una canzone, che si cantava alle fiere e nelle osterie.
V’era però nel Paese un uomo che non volle prestar fede a quella voce. Quest’uomo era il barone del malefizio. Egli ne rise infatti, e disse ch’era solamente un trucco. Erano stati gli stessi briganti, disse, a mettere in circolazione la fola che il loro capitano fosse sepolto sotto tre piedi di terra, per ottener così che si desistesse dal braccarlo e lo si lasciasse a godersi in pace il frutto delle sue rapine. E giurò per le grinfie e la coda e le corna del diavolo che non si sarebbe concesso tregua né giorni buoni finché non avesse consegnato al boia i predatori di Dio assieme al loro capitano.
Ma dei predatori di chiese non s’udì più parlare, da quel momento non s’ebbe più una sola rapina ai danni di chiese e cappelle, e i reliquari superstiti risplendevano e luccicavano alla luce crepuscolare che pioveva dalle vetrate, senza che mano di brigante si tendesse a sfiorarli.
Laggiù in territorio boemo, tra le montagne ch’eran dette le «Sette Valli», i briganti avevano un loro quartiere segreto in una capanna dentro la foresta, fu lì che s’incontrarono per l’ultima volta.
Era di primo mattino e faceva ancora freddo, il vento soffiava attraverso i buchi e le fessure, fuori cadeva una pioggerella sottile. Quattro dei masnadieri giacevano sulla paglia avvolti nei loro mantelli e fissavano con occhi velati di sonno lo scintillante tesoro accumulato al centro dell’ambiente: i talleri e doppi talleri e i ducati di Kremnitz e di Danzica ch’essi avevan ricavato dal bottino dell’anno collocandolo, in Boemia e in Polonia, presso i ricettatori dei vicoli malfamati.
Per tutta la notte avevano tenuto consiglio, discusso, gridato e litigato, poiché non volevano lasciar partire il loro capitano, pensavano tuttora di non aver oro a sufficienza, e che per loro ci fosse ancora molto da guadagnare, in tutto il Paese. Ma il capitano era rimasto irremovibile, la sua volontà era che ora si separassero, tutto il loro ragionare e argomentare era stato inutile.
«Noi facciamo un mestiere» aveva detto lui «nel quale si finisce sempre per pagar dazio e interessi col collo e col groppone. Attenti a voi, si parla troppo di noi tra la gente, questo vuol dire che non è lontano il momento in cui il boia ci metterà le unghie addosso. E poi il barone del malefizio è di nuovo nel Paese e io non ho voglia d’incontrarlo un’altra volta. Per questo penso che non dobbiamo restare insieme più a lungo, altrimenti la nostra fortuna andrà al passo del gambero. Ognuno deve prender la sua strada, senza voltarsi a guardar cosa fanno gli altri. Questa è la mia volontà, e quando v’ho salvati dalle mani del boia voi avete giurato di obbedirmi in tutto e per tutto».
Così erano rimasti intesi, e ora non restava da far altro che dividersi tra loro il mucchio più grosso del danaro accatastato in quella stanza e poi andarsene ognuno per la sua strada.
Il capitano stava dinanzi alla porta, vestito del suo logoro e scolorito giustacuore di velluto viola. I suoi pensieri erano già nei giorni a venire: egli andava meditando come usare il danaro guadagnato per pagare i debiti che gravavano sulla tenuta, comperare attrezzi e bestiame da razza, prendere a servizio nuova servitù e tener sempre pronto sullo strame qualche buon cavallo per le diligenze di passaggio. «Anche un levriero e un cavallo da sella per la giovane demoiselle, la nobile fidanzata del signor von Tornefeld!» disse con un sorriso, parlando a se stesso. «In casa danari ce ne sono, adesso».
Frattanto, nella capanna, la rossa Lies era accovacciata sul pavimento accanto al mucchio più piccolo d’oro e argento monetati ch’era la parte del capitano e riempiva di doppi talleri e di ducati il suo portamantello. Il Fraginepro s’era alzato in piedi, non reggeva più a quello spettacolo. Il danaro destinato a un altro gli faceva male agli occhi.
«Diavolo!» esclamò. «Che storia è questa? Ognuno si prende quello che vuole?»
«Quella è la parte del capitano, che cosa te ne importa?» lo redarguì il Collotorto. «Dovresti giustamente ringraziarlo per quello che ti lascia. Quando lui s’è unito a noi, infatti, tu non avevi né vestiti né scarpe, una camicia stracciata sulla nuda pelle era tutto quello che possedevi. Ma lui ci ha menati a viver giorni buoni, d’ora innanzi tu sarai ricco».
«Ricco?» gridò il Fraginepro, pieno d’indignazione. «Che cosa vai dicendo? Chi è ricco in questi tempi di carestia, col grano che costa undici groschen e mezzo a staio? Io la mia parte non la tocco, la metto in serbo per i giorni della vecchiaia, perché chi m’aiuterà quando sarò paralizzato dalla gotta? Ma fino allora dovrò affidarmi alla carità di Dio e andar di porta in porta a mendicare dai contadini una crosta di pan secco per non morir di fame, ecco che cos’ho ottenuto, ecco la mia mercede».
E con un amaro scoppio di risa prese in consegna la sua parte, che il Collotorto spingeva verso di lui: un cappello pieno raso di talleri e una manciata d’oro.
«Abbiamo braccato l’oro a rischio della nostra vita, prima, di metterlo nel carniere» disse il Brabantino. «Adesso voglio concedermi un lungo lunedì di festa. Si farà vita comoda. Un elegante alloggio in qualche Al Luccio o Al Cervo, una buona tavola, tutti i giorni pesce e carne arrosto, accompagnati dal vino giusto. La mattina per tempo si va a messa, il pomeriggio a spasso in carrozza, la sera si fa una partitina. Così voglio vivere, e veder con calma che cosa mi porteranno di bello o di brutto i tempi che verranno».
«Ma se dopo il lunedì di festa viene un martedì di magro o addirittura un mercoledì di fame,» interloquì il Fraginepro con voce stridula «allora lascia in pace me, io non avrò per te nemmeno una monetina di rame da tre pfennig, te lo dico fin d’ora, non venir zoppicando alla mia porta».
«Non darti pensiero» fu la pacata risposta del Brabantino. «Dinanzi alla tua porta potrai farci crescer gigli e resede, io non verrò a calpestarli».
Quindi prese la parola il Collotorto, che, essendo il primo della banda dopo il capitano, aveva ricevuto due manciate d’oro monetato.
«Noi abbiamo vissuto come gli uccelli notturni,» disse «non potevamo farci vedere in giro di giorno. Ora è acqua passata. Adesso voglio girare a cavallo tutti i Paesi della terra: Venezia, la Spagna, la Francia e i Paesi Bassi, voglio vedere il mondo alla luce del sole. E questo danaro, se ne consumerò due talleri a settimana, più mezzo tallero extra per festeggiar la domenica, mi basterà fino alla fine dei miei giorni».
Il Mammola, un tipo alto e massiccio dal viso pallido, fece scorrer tra le dita i suoi ducati, ridacchiando tra sé e sé:
«Qui in territorio boemo, dove non v’è un cane che mi conosca, mi farò fare, tutti d’oro puro: un piccolo calice, un coltellino, una cucchiaia, un cucchiaino da tabacco e due piccole tabacchiere, anch’esse d’oro, che terrò una nella tasca destra e una nella tasca sinistra. Quella nella tasca destra mi serve per lo Spagnuolo, che è per me, e quella nella tasca sinistra per il Bahía, che offro agli amici – perché bisogna far economia».
«E tu, Capretta,» disse il Collotorto a voce alta alla rossa Lies, ch’era accovacciata a terra in silenzio «perché fai quella faccia afflitta, anche tu ora potrai andar vestita di seta e di velluto. Hai in cuore un giorno di malinconia? Lascia andare chi non vuol restare! Per un amante che va ve n’è subito un altro che viene, dovresti esserci già avvezza. E quando porterai fibbie d’oro sulle scarpette, gioielli sul capo, gioielli al collo, anelli d’oro alle dita e cerchi d’oro ai polsi, saranno in molti a desiderarti».
La rossa Lies non diede risposta. S’alzò in piedi e fece per sollevar da terra il portamantello del capitano, ma era troppo pesante, dovette aiutarla il Collotorto a portar fuori quel peso.
Fuori, dinanzi alla porta, la rossa Lies parlò ancora una volta con l’antico amante, un’ultima volta ella tentò di fargli mutare quella sua idea irremovibile.
«Portami con te!» supplicò, appoggiando la fronte alla sua spalla. «Non dire di nuovo: no! Lo so bene che il tuo amore è caduto su un’altra, lei dev’essere più bella di qualsiasi cosa sia racchiusa tra cielo e terra. Tant’è. Portami con te, non ti ostacolerò nel tuo cammino. Mi ritirerò dietro la stufa nella stanza della servitù e farò i lavori più umili, mi basterà sapere dove sei e come te la passi».
«Questo non è possibile» disse il capitano, freddo e irremovibile. «Cerca un ciottolo asciutto dentro il mare, ma non venire a cercar me, non dovrai ritrovarmi mai più, per l’eternità».
La rossa Lies pianse un momentino tra sé e sé, poi s’acquietò, s’asciugò le lacrime dagli occhi e disse con un filo di voce:
«Addio per sempre! T’ho avuto caro come l’anima mia. Va’, e che Dio ti protegga nel tuo cammino».
Ed ecco che il Mammola e il Brabantino, che frattanto erano usciti dalla capanna, vennero a prender chiassosamente commiato dal loro capitano, lanciando in alto i cappelli tra grida di evviva e scaricando in aria le loro pistole, così che tutta la foresta ne rimbombò. E quando poi il capitano diede di sprone al suo cavallo e fece l’ultimo cenno di saluto ai compagni, ecco che il Mammola si tolse il fazzoletto da collo e lo bruciò alla salute del capitano e alle sue future fortune.
Una settimana più tardi il Fraginepro, vestito della solita tonaca, stava camminando sulla strada maestra slesiana. Aveva nascosto il suo danaro in tre punti diversi della foresta e fatto dei segni sugli alberi per poterlo ritrovare. Adesso vagava di villaggio in villaggio, di fattoria in fattoria, e nel sacco da questuante aveva pane e cipolle, tre mele acerbe, un pezzetto di formaggio e, avvolta in un panno, una ciocca di capelli ch’egli spacciava per una santa reliquia.
E mentre così ingoiava la polvere della strada maestra, ecco che alle sue spalle udì sopraggiungere al trotto un cavaliere, e quando volse il capo vide un corriere svedese che portava il giustacuore blu dai bottoni d’ottone, i calzoni di pelle d’alce, il cinturone di cuoio di bufalo e, sul capo, il cappello piumato. Subito il Fraginepro si tirò da parte e stese la mano aperta al cavaliere che passava, senza invero sperar molto in un’elemosina, poiché raramente gli ufficiali del re di Svezia mettevan mano alla borsa quando incontravano un frate questuante.
Ma il cavaliere arrestò il cavallo. Sui suoi lineamenti passò un sorriso ed egli gettò al frate un mezzo fiorino pomerano.
Il Fraginepro, afferrò al volo la monetina d’argento. Ma un attimo dopo ebbe un soprassalto e fissò il cavaliere.
Quel sorriso beffardo, lo conosceva. E quegli occhi, che ardevan come pupille di lupo, i sopraccigli cespugliosi e uniti, la ruga sulla fronte, non era forse il suo antico capitano colui che gli stava dinanzi a cavallo?
«È tutto qui quel che t’avanza per il tuo compagno? » esclamò, afferrando il braccio del cavaliere. «T’ho riconosciuto subito, malgrado il pizzetto sul mento. Vieni giù da quel ronzino, e se hai un goccetto da bere...».
Ammutolì, perché dal volto del cavaliere il sorriso era scomparso; tutt’un’altra persona, un estraneo, guardava ora dall’alto l’uomo in tonaca, e una voce mai udita prima disse in un tedesco stentato:
«Che cosa vuoi, frate? Mezzo fiorino non bastare? Fuori dai piedi, o bastonate sul tuo groppone».
Il frate spretato rimase ancora per un momento a fissare quel volto estraneo, poi levò le mani al cielo, atterrito, e chiamò Dio a testimone che aveva preso per un’altra persona l’eccellentissima e nobilissima signoria illustrissima, lui stesso non riusciva più, adesso, a capir come. Ma il cavaliere gli troncò le parole in bocca:
«Queste son misérables excuses!» strepitò. «Io non voglio sentire. Mezzo fiorino non bastare! Fuori dai piedi, voi maledetto animale!».
Il frate spretato si scansò con un balzo, obbediente, ed ecco che il cavaliere era già lontano. S’udiva ancora solamente una risata beffarda, che di nuovo sonò familiare all’orecchio del Fraginepro. A bocca aperta e cogli occhi sbarrati il fraticello rimase a fissare il cavaliere svedese finché non fu scomparso, e con la mano tremante fece un segno di croce dietro l’altro, come se si fosse imbattuto nel diavolo in persona.
TERZA PARTE
IL CAVALIERE SVEDESE
Era primo pomeriggio, il sole raggiava in un cielo senza nubi e una gran quiete estiva si stendeva sopra la campagna, quando il cavaliere svedese giunse al mulino abbandonato.
Non si moveva un alito di vento, non s’udiva un verso d’uccello, solo i grilli cantavano la loro canzone e le api ronzavano: il loro canto sonava come una sommessa musica d’organo. Una vanessa dei cardi barcollava stordita tra la veronica, la cardamine e il tarassaco. In gran lontananza, là dove si trovavano i forni e le ferriere del vescovo, era sospesa sopra le abetaie una nuvola di fumo nero.
Il cavaliere svedese la vide, e una sorda sensazione di disagio e malumore si destò in lui, come se da quella parte lo minacciasse un pericolo. Ma con una crollata di capo egli scacciò questo pensiero ancor prima ch’esso prendesse forma. Poi smontò di sella e legò il suo cavallo a un ceppo di salice, così che potesse muoversi in tondo e pascolare.
La porta della casa del mugnaio era sprangata, dal comignolo non si levava nemmeno un filo di fumo, le gelosie eran serrate. Certo l’antico mugnaio, quell’uomo che una volta, in un’ora buia, lui aveva preso per un fantasma sorto dalla tomba, per una pover’anima del purgatorio, stava percorrendo la strada maestra tra schioccar di frusta e grida di arri arri, per portare al suo padrone, il vescovo, merci d’ogni parte del mondo. E se adesso egli dovesse risalir la collina col suo carro – a chi mai farebbe paura?
Il cavaliere svedese si sedette nell’erba alta della proda e stese le gambe. Col dorso appoggiato al muretto del pozzo a carrucola, rimase lui a sognare a occhi semiaperti.
Gli ritornò in mente il giorno in cui, povero e infelice e mezzo intirizzito, era salito al mulino in mezzo alla neve alta quanto un uomo, e come poi s’era guadagnato l’arcanum, quello era stato l’inizio della sua fortuna. Doveva all’arcanum se ora poteva stare al mondo da signore, con le piume sul cappello e in tasca danari e lettere di cambio, e se poteva figurare e pavoneggiarsi al pari d’uno di nobile famiglia. Quanto al mugnaio morto, venisse pure, adesso, con quella sua bocca storta: il purgatorio non era una cosa reale, ma un’invenzione, esisteva solo nella testa dei preti biascicamesse, il purgatorio – glielo aveva detto il Brabantino, e quello era uno che aveva girato il mondo intero, era stato ovunque si frigga il lardo sopra i carboni accesi. Ma che cos’era quel mugghiare tutt’intorno a lui, un chiasso come se Venezia fosse caduta in mano al Gran Turco, che cosa vuole quella gente, che cosa grida? Il baccano proviene da ogni lato, da lontano e da vicino, son voci profonde e voci stridule, e tutte gridano la stessa cosa, sempre la stessa cosa: «Accorrete! Accorrete! Accorrete!».
Il cavaliere svedese si riscosse di soprassalto. Che gente era mai quella, che cosa voleva? Si guardò attorno: non si vedeva anima viva, solo il suo cavallo che accanto a lui strappava da terra ciuffi d’erba; e non un suono s’udiva, ne invocazioni né grida, solo le api che ronzavano tutt’intorno a lui.
S’appoggiò di nuovo al pozzo, il capo gli ricadde sul petto. Ed eccolo di nuovo, quel grido, di centinaia e centinaia di voci, ora vicino, ora lontano, a tratti in sordina, a tratti in un poderoso crescendo: «Accorrete! Accorrete! Accorrete!».
Il cavaliere svedese fece per alzarsi, ma non ne fu più capace. Qualcosa lo tratteneva, qualcosa lo sollevava, qualcosa lo trasportava, più su e sempre più su, e intorno a lui era tutto un mugghiare e rimbombare: «Accorrete! Accorrete! Accorrete!». E poi vi fu silenzio.
Egli s’accorse di trovarsi nell’alto dei cieli, tra muraglie e torrioni di nubi, sulle quali si posava un tale splendore e bagliore che i suoi occhi riuscivano a malapena a reggerne la vista. Si coperse il volto con le mani, e sogguardando di tra le dita, scorse tre uomini che sedevano su tre scranni al sommo d’una gradinata: indossavano lunghi mantelli orlati di pelliccia e calzavano scarpe rosse, e uno d’essi, quello giovane cogli occhi dallo sguardo severo che sedeva al centro, quello lui lo conosceva, più volte lo aveva veduto ritratto, ma sì, era san Michele, il cancelliere del cielo. Davanti a quei tre stava però un cherubino di statura gigantesca che teneva in mano una spada snudata, e fitte fitte s’assiepavano in ampio cerchio tutt’intorno le schiere celesti: eran loro che prima avevan gridato «Accorrete! Accorrete!». Perché ognuno vedesse come si teneva giudizio.
«Votre très humble serviteur» mormorò il cavaliere svedese, e sventolando il cappello alla maniera dei gentiluomini s’inchinò dinanzi al san Michele con la bilancia e ai suoi celesti auditori: voleva tributar loro l’onore ch’era loro dovuto. Ma i tre non lo degnarono d’uno sguardo. E appena tra il popolo celeste subentrò silenzio, ecco che l’angelo dalla spada snudata levò alta la sua voce, così che grandi lontananze ne risonarono:
«Michele e voi due, auditori del supremo tribunale, io vi domando se è giunto il giorno e l’ora di sedere a giudizio e giudicare».
E i tre personaggi dai lunghi mantelli risposero come un sol uomo:
«Poiché l’onnipotente Giudice ritiene esser giunta l’ora, l’ora, è giunta».
L’angelo dalla spada snudata alzò gli occhi alla splendente Vicinanza celeste.
«Onnipotente signor Giudice!» esclamò. «Il tribunale è rettamente costituito?».
Ed ecco che dall’alto giunse la voce dell’onnipotente Giudice, ed era come quando la bufera spazza una foresta di querce.
«Il tribunale è rettamente costituito; e chi ha da accusare, accusi!».
Dalle schiere celesti tutt’intorno s’udì un bisbigliare e un frusciar d’ali. Poi subentrò silenzio. Nel cavaliere svedese montò adesso un’improvvisa angoscia. – «Che cosa ci faccio qui?» si domandò. «Che cosa cerco qui?». Si stirò imbarazzato il giustacuore blu e si guardò attorno, casomai trovasse il modo d’allontanarsi quatto quatto, e solo allora s’accorse che gli occhi di tutti eran fissi su di lui. L’angelo dalla spada snudata ruppe il silenzio:
«E dunque io accuso,» disse «io accuso quest’uomo che ho chiamato a giudizio d’essere stato un ladro, per molti anni, e d’aver rubato ai contadini, dalle loro dispense, pane e salsiccia e uova e strutto e quant’altro è arrivato ad adunghiare, di questo lo accuso, dinanzi al tribunale di Dio, per la prima, la seconda e la terza volta».
«Non si tratta che di questo?» disse ora l’uomo dal lungo mantello che sedeva alla destra di san Michele. «È così difficile, sulla terra, guadagnarsi onestamente un tozzo di pane, un uovo, un poco di strutto».
«Non possedeva altro che la propria ombra, tanto era povero» disse quello che sedeva alla sinistra dell’arcangelo.
E san Michele, il cancelliere del cielo, levò il volto severo e disse:
«Il pover’uomo nel camiciotto di traliccio, se lui diventa un ladro, chi può rimproverarlo, dal momento che i ricchi, tutti quanti sono, accrescono i loro averi in modo iniquo?».
«Che vada per la sua strada, non è colpevole» giunse dall’alto la voce del Giudice, e sonò soave come una musica d’arpa.
«Sia lodato il Signore!» bisbigliò il cavaliere svedese, tergendosi il sudore dalla fronte. «Sia onore e gloria al Suo santo nome».
E in quello stesso istante risonò da ogni lato e dall’alto un gran coro:
«Sia lodato il Signore! Sia onore e gloria al Suo santo nome».
L’angelo portatore di spada non si mosse dal suo posto. Con la fronte corrugata egli guardò verso san Michele e i due auditori del tribunale, e appena vi fu di nuovo silenzio ricominciò a parlare:
«Non è tutto» disse. «Io accuso questo stesso uomo d’essere stato un brigante, per tutto un anno, d’aver predato nelle chiese gli arredi d’argento, turiboli, patene, calici e candelabri, e anche addobbi e reliquari d’oro, e di volerli usare per il suo benessere e la sua prosperità, di questo lo accuso, per la prima, la seconda e la terza volta».
«Sì, l’ho fatto, che Dio abbia pietà!» sospirò il cavaliere svedese, lanciando all’arcangelo un’occhiata timorosa. – «Che Dio abbia pietà!» risonò tutt’intorno nel coro celeste. Ed ecco che il primo degli auditori prese la parola e disse:
«L’oro e l’argento, quelli son l’arma del Maligno, il suo crudele strumento sulla terra. Noi non ci abbiamo a far nulla, non è cosa nostra».
«Non è cosa nostra» ripeté il secondo. «È la vanità e la follia degli uomini. Un’avemaria, recitata con umiltà e devozione, vale agli occhi del cielo molto più che lo sfarzo dell’oro».
«Non è cosa nostra» decise san Michele, parlando per terzo, e volse lo sguardo al cielo. «Quand’Egli s’aggirava sulla terra, non possedeva né oro né argento, che cosa se ne farebbe?».
E nelle altezze luminose si levò la voce dell’onnipotente Giudice:
«Che vada per la sua strada, non è colpevole».
«Non lo sapevo» mormorò il cavaliere svedese con un profondo sospiro di sollievo, parlando a se stesso, mentre tutt’intorno a lui mugghiava verso il cielo un possente «Benedicamus Domino». «Per l’anima mia, non sapevo proprio che quassù si trattassero con tanta clemenza i poveri peccatori. Quello là, quello con la spada, resterà sempre a bocca asciutta, penso; non vorrei essere al suo posto. Perché non se ne va? È finita. Che cosa vuole ancora?».
«Non è finita!» esclamò proprio in quell’istante l’angelo dalla spada snudata. «Perché quest’uomo che sta tanto a mormorar con se stesso, quest’uomo, o giudici del supremo tribunale, cela in sé un animo così malvagio ch’egli ha potuto mentire ignobilmente al suo compagno di sventura, il gentiluomo svedese, e ingannarlo perfino con un falso giuramento. Ahilui, guai a lui, e ancora guai a lui, per la prima, la seconda e la terza volta!».
Ed ecco che vi fu, quando l’angelo ebbe gridato il suo ahilui e guai a lui, un lungo silenzio, quindi il primo dei due auditori disse, con una voce in cui risonavano afflizione e costernazione:
«Questo è un peccato grave e doloroso, che dev’essere ben soppesato e ponderato».
«Com’è potuto accadere ch’egli tradisse il suo compagno di sventura» si lamentò il secondo. «S’era forse spenta nella sua anima la luce divina?».
San Michele invece scosse il capo.
«Se ne raccontano tante, non è detto che sia vero» osservò, quindi sì levò in piedi e domandò:
«Accusatore! Dove sono i tuoi testimoni?».
«Già, davvero, dove sono i tuoi testimoni?» bisbigliò il cavaliere svedese, nel cui petto si davan battaglia angoscia e intrepida speranza. «Dove li troverai, accusatore, nessuno ha veduto nulla».
«I testimoni sono pronti, aspettano che voi li interroghiate» fu la risposta che venne dall’angelo portatore di spada. «Fate posto, poiché sono in molti».
A un suo cenno le schiere celesti indietreggiarono, il cerchio s’allargò. E l’angelo dalla spada snudata gridò giù, verso il profondo:
Macchia e brughiera, sabbia e canneto,
viottolo e strada, campo e frutteto,
neve e foresta, roccia e palude,
ciottolo e siepe, porta che chiude,
acqua e faville, lume e impannate!
Venite avanti e testimoniate!
Ed ecco ch’essi sorsero dal profondo, i muti testimoni, le cose terrene, vennero rombando e stridendo, cigolando e sibilando, mugghiando e frusciando, e i giudici celesti compresero il loro linguaggio. E su tutto quel baccano si levò alta la voce dell’arcangelo, ch’esclamò:
«I testimoni sono stati ascoltati e hanno testimoniato. Egli è reo convinto del suo misfatto».
«Egli è colpevole» giunse dall’alto la Parola tonante del Giudice. «E dunque io pronuncio la sentenza: da solo, per tutta la sua vita, egli dovrà portare il peso dei suoi peccati, e non potrà confidarli e confessarli a nessuno fuorché all’aria e alla terra».
Il cavaliere svedese fu colto dall’angoscia e dal tremore, la disperazione s’impadronì di lui, ed egli serrò i pugni contro le tempie, mentre l’orrore gli strisciava fin dentro le ossa. Tutt’intorno a lui le schiere celesti si lamentavano e piangevano, perfino l’angelo dalla spada snudata ebbe pietà di lui ed esclamò, rivolgendosi all’alto dei cieli:
«Onnipotente signor Giudice! Troppo grave è la pena. Non v’è dunque clemenza per lui?».
«Per lui non v’è clemenza» giunse dall’alto la Parola tonante. «Lo rimetto a te, sul tuo onore e sotto giuramento, l’esecuzione della sentenza è affidata a te».
L’angelo dalla spada snudata chinò il capo in segno d’obbedienza.
«Lo prenderò dunque nelle mie mani» disse «e lo ricondurrò laggiù nella verde brughiera...».
Il cavaliere svedese stirò le braccia e si rialzò. Si stirò di nuovo, si stropicciò gli occhi e slegò il suo cavallo.
«Se non fosse stato un sogno,» disse, parlando a se stesso, mentre ridiscendeva la collina «smetterei d’aver paura della devastante collera di Dio. Che cos’avrebbe Egli voluto, se non che la mia passata esistenza resti celata: è ben quello che voglio anch’io. Sarei un pazzo ad andar a raccontare alla gente chi sono stato e che cos’ho fatto! Il sommo tribunale è tutta un’altra cosa, ci son tante di quelle trombe che squillano tutte insieme, da farti rintronar le orecchie, e io invece non ho udito nemmeno mugolare una zampogna, eran solo fantasmi creati dal sogno».
Solo gli appariva strano e incomprensibile che in quel sogno si fosse impadronito di lui un tale orrore al pensiero di non poter confessare nulla della sua vita trascorsa. Adesso non riusciva proprio a capire perché, ma non aveva tempo di rifletter più a lungo su queste cose. Ora v’era infatti qualcos’altro che lo impensieriva e angustiava il suo cuore.
Via via ch’egli procedeva in sella al suo cavallo, ecco infatti che i campi lungo la strada lussureggiavano di segale e frumento rigogliosi e maturi, grevi di frutti eran le spighe, segno che s’era concimato a dovere e s’era aspettato il bel tempo e seminato al momento giusto, e da per tutto i braccianti erano all’opera diligenti e solerti: dietro il falciatore veniva il raccoglitore, e dietro il raccoglitore veniva il legatore, e dietro il legatore il trasportatore di covoni.
«Qui c’è il polso d’un padrone sopra i servi» disse a se stesso il cavaliere svedese, e avvertì una fitta al cuore. «Non è più com’era una volta. Arrivo troppo tardi, penso. La giovane demoiselle è convolata a nozze, e il nuovo padrone della tenuta, lui sa che cosa giova ai terreni. Così la mia fortuna finisce ancor prima d’incominciare».
Ma poi, via via ch’egli proseguiva, quando già si scorgeva il villaggio coi suoi tetti di paglia e, dietro gli aceri, il tetto d’ardesia della casa padronale, ecco che i campi eran di nuovo nel cattivo stato di prima, con tante erbacce tra gli steli: bromo, veccia, erba cimicina e toccamano; e sulle spighe, in luogo del frutto, una sostanza nera e polverosa, questo era dovuto al fatto che s’era seminato al momento sbagliato con chicchi acerbi e su terreno mal concimato.
Il cavaliere svedese si drizzò sulla sella e diede di sprone al cavallo.
«No!» esultò in cuor suo. «Non è convolata a nozze. Non v’è un nuovo padrone alla tenuta. È solo giunta a giorni d’una tal miseria, da dover vendere ai vicini i suoi campi e i suoi prati. Non le è rimasto molto, solo le terre prossime alla casa. Sia ringraziato il cielo, arrivo in tempo!».
Come uno stallone selvaggio, così gli balzava in petto il suo cuore adesso ch’egli era sul punto di rivederla. Stava in giardino ad aspettare, e come la vide correr lungo il vialetto di ghiaia nelle scarpine di marocchino rosso ecco che scordò tutte le frasi di courtoisie che s’era preparato: era incapace di pensar altro se non che adesso sogno e chimera eran divenuti realtà e che in quest’ora si sarebbe deciso il suo destino. E per la prima volta lo assalì, facendolo rabbrividire, il timore ch’ella potesse riconoscerlo. – «Pover’uomo, da dove vieni?» gli risonò nell’orecchio. «Va’ in cucina e di’ di spezzarti un tozzo di pane nella zuppa!».
Chiamò a raccolta tutto il suo coraggio e col cappello sotto il braccio le andò incontro, fece un inchino, si fermò. E adesso avrebbe dovuto dir qualcosa, ma dalla strozza non gli uscì una sola parola, e fu lei che incominciò a parlare:
«Il signore vorrà scusare se l’ho fatto attendere. Solo adesso m’è stato annunciato che un cavaliere forestiero bramava di farmi visita. Non ero in casa infatti, ho dovuto scacciar le galline dal giardino, fan molto danno».
Sì, era questa la voce che un giorno lo aveva salvato dalla forca. Il cavaliere svedese rimase a guardarla e ad ascoltarla come stregato. Bella come il sole era, perfino il diavolo non poteva non benedire tanta bellezza.
E lei seguitò:
«Probabilmente è contro le regole che il signore mi si presenti da sé, mais, monsieur, je ne tiens pas à l’étiquette».
«Mademoiselle voglia ripetere» pregò il cavaliere svedese, destandosi come da un sogno. «Il francese io lo capisco un peu comme ça, in gioventù non ho avuto un buon precettore, m’esce dalla bocca più facilmente di quanto non m’entri nelle orecchie».
Un po’ maravigliata la giovinetta guardò quel gentiluomo che con tanta franchezza ammetteva come il suo francese non valesse molto. Evidentemente non ci teneva a passare per un cavaliere à la mode.
«Il signore è un ufficiale?».
«Sissignora, lo sono, ufficiale della corona svedese, per servire Dio e tutte le persone dabbene» disse il cavaliere svedese, battendo la mano sulla spada.
«E viene da lontano?».
«Direttamente dalla cavalleria di sua maestà; e, non per vantarmi, ma ho partecipato a diverse battaglie, adesso però ho rinunciato alla vita del soldato».
«E in che cosa posso favorire il signore?» domandò la giovinetta, che non sapeva spiegarsi la visita di quell’ufficiale forestiero.
«Poiché la mia strada m’ha menato qui, non volevo mancar di presentare i miei omaggi a mademoiselle» fu la risposta del cavaliere svedese.
«Ne sono très reconnaissante al signore» disse la demoiselle, guardandosi imbarazzata le scarpine rosse.
Per qualche tempo rimasero lì senza saper che cosa dirsi. Dal giardino proveniva il profumo delle tuberose, dei garofani e del gelsomino. In lontananza cigolava un pozzo a carrucola, e per il resto v’era silenzio.
«E non è la prima volta che mi trovo in questa tenuta» attaccò adesso il cavaliere svedese con voce insicura.
«Già,» osservò la giovinetta dopo un attimo di riflessione «quando viveva ancora mio padre, ogni giorno avevamo in casa degli ospiti, tra cui molti ufficiali. Adesso naturalmente qui da noi si fa vita modesta».
«Ho appreso con rincrescimento» assicurò il cavaliere svedese «che il signor padre di mademoiselle ha lasciato questo mondo. Ho pensato spesso a lui, era il mio padrino».
«Il padrino del signore? Mio padre?» esclamò la giovinetta, sorpresa.
«Sì, e ho qui un anellino che mademoiselle m’ha donato, lo tengo in gran conto» seguitò il cavaliere svedese.
La giovinetta era diventata pallida come una morta.
Portò la mano al cuore e rifiatò profondamente; quindi alitò, con una voce ch’era quasi impercettibile:
«Scongiuro il signore, per amor del cielo, di dirmi chi è».
«Speravo che mademoiselle si ricordasse ancora di me» disse il cavaliere svedese con voce rotta e sommessa, poiché l’ansia gli serrava la gola. «Se mademoiselle volesse rammentarsi di quella volta che scendevamo dalla collina e la slitta si ribaltò perché i cavalli s’erano adombrati...».
Un grido fendette l’aria, e la giovanissima creatura, scossa dai singhiozzi e tremante a verga a verga, si buttò al petto del cavaliere svedese, esultando e piangendo a un tempo:
«Christian!».
«Sì, sono io» disse il cavaliere svedese, e in quel momento egli fu davvero il Christian von Tornefeld che aveva gettato nell’inferno del vescovo, e la sua mano scivolò con infinita tenerezza sui capelli di lei, e le sue labbra formarono quel nome che una sola volta egli aveva udito e mai prima d’ora aveva pronunciato. – «Maria Agneta», la chiamò, ed ella levò incontro al suo il volto inondato di lacrime e raggiante di felicità.
Mentr’ella gli camminava accanto per il violetto di ghiaia e per le allee, parlandogli confidenzialmente con tanti «ricordi ancora?» e «ti rammenti ancora?», al cavaliere svedese pareva di dover abbracciare cielo e terra, gli pareva, uscendo dall’aspra macchia selvaggia della sua vita passata, d’esser capitato in un prato fiorito inondato di sole.
Davanti a una panchina rivestita di muschio, che una ninfa di arenaria disfatta dalle intemperie rimirava dall’alto con un timido e malinconico sorriso, egli si fermò a guardar pensieroso i frammenti d’un fauno dal piede caprino che giacevano sparsi nell’erba. Maria Agneta appoggiò il capo alla sua spalla e gli strinse la mano.
«Sì» bisbigliò. «Te ne rammenti ancora. Qui, dove giace nell’erba il piccolo dio pagano, qui è stato».
«Qui è stato» ripeté il cavaliere svedese, senza saper che cosa fosse stato, e il suo sguardo insicuro scivolò dalla testa cornuta del fauno alla panchina e alla ninfa.
«Qui ci siamo giurati reciprocamente» seguitò Maria Agneta «che l’amore non si sarebbe mai spento nei nostri cuori. E tu, Christian, hai detto: “Così come non posso dimenticare Dio, io non ti dimenticherò”».
«Sì, furono quelle le mie parole» disse il cavaliere svedese con voce ferma.
«Quelle parole furono,» diss’ella mentre proseguivano il cammino «nei tempi difficili che seguirono alla morte di mio padre, la mia unica consolazione e la mia sola speranza. A mani giunte ringrazio Dio che tu sia tornato. M’hai fatta aspettare a lungo, Christian».
«Sono stati tempi duri, anche per me» assicurò il cavaliere svedese. «Ho dovuto andar per strade polverose, dormendo dietro siepi e staccionate, nella pioggia e nella neve. Ma ora è acqua passata».
«Fra poco non m’avresti più trovata» raccontò lei. «Devo andarmene di qui, infatti, andrò a servire da qualche parte, come lavandaia o bambinaia».
«Come lavandaia o bambinaia? Una così nobile signorina?» domandò il cavaliere svedese, sorpreso e sommamente sbigottito.
«Sì, oppure andrò a filare e tessere per le case altrui. Qui alla tenuta non posso restare».
«E perché,» indagò lui «perché ma cousine non può restar qui alla tenuta?».
«Son diventata povera in canna, le mie risorse si son volatilizzate» fu la risposta di lei. «Tutto appartiene ormai al signor von Saltza, il mio padrino: il tetto che ho sul capo, il letto in cui dormo. Lui ha in mano i titoli di credito. E insiste perché io convoli a nozze con lui. – Christian! Le lentiggini che avevi sul viso, dove son finite? Adesso capisco perché non t’ho riconosciuto subito».
«Questo signor von Saltza, credo di conoscerlo» dichiarò il cavaliere svedese, mentre innanzi ai suoi occhi affiorava e si dileguava l’immagine dell’uomo dal pizzetto. «E ma cousine non intende convolar a nozze con lui?».
«Come puoi domandarmelo, Christian» diss’ella in tono di sommesso rimprovero. «Preferirei dormir sulla paglia d’avena come una serva di contadini, piuttosto che coricarmi su piume di cigno col signor padrino».
«Mia diletta e mia amata!» esclamò il cavaliere svedese, traboccante di gioia, afferrandole le mani con entrambe le sue. «Non devi aver paura di questo signor von Saltza e dei suoi titoli di credito. Che li presenti pure, saranno pagati. Quanto fanno in totale?».
«Questo non lo so» fu la risposta della giovinetta. «Il fattore ce l’ha scritto nei suoi libri. Ho dovuto anche vender campi, prati e la peschiera, io stessa non so come sia andata. In casa non c’erano mai danari».
«E come poteva andar diversamente!» esclamò il cavaliere svedese con uno scoppio di risa così selvaggio che la giovinetta trasalì, spaventata. «In questa tenuta non c’è una sola persona onesta – lo sa questo ma cousine? Il fattore, lo scrivano, il mastro pecoraio, son tutti una banda di ladri impuniti – lo sa questo ma cousine? E perciò non possono mantener l’ordine e la disciplina tra i servi, qui ognuno fa ciò che gli aggrada – lo sa questo ma cousine?».
«E come fai a saperlo tu, Christian?» domandò Maria Agneta.
«Ieri, chemin faisant, mi son guardato da vicino i campi: è uno strazio» riferì il cavaliere svedese. «E poi stamani di buon mattino, quando ma cousine dormiva ancora, sono stato qui nella corte. Ne ho vedute delle belle. Lo scrivano ha quattro vacche, e le ingrassa col grumereccio della padrona – lo sa questo ma cousine? Il cavallante e il bovaro mangiano la mattina omelettes e lardo fritto, e ci bevon sopra del latte battuto, mentre spetterebbe loro una zuppa, con dentro piselli, rape o cavoli. I falciatori, andando nei campi, portan con sé chi una forma di formaggio, chi una trentina di uova o un’anatra, che poi vengon vendute al villaggio, e il fattore deve finger di non vedere, perché tutta la corte sa delle sue ruberie. E un tipo così, ma cousine lo mette a capo di tutto e per di più lo paga profumatamente».
«Questo non lo sapevo» disse la giovinetta, mogia mogia. «Il mio tutore, il signor von Tschirnhaus, lo conosce da quando era bambino e dice ch’è onesto».
«Sans doute» rise il cavaliere svedese. «Quand’era nella culla era onesto, ma da allora non più. E non è ancora tutto. Nei fienili e nelle stalle – certi buchi! Ci piove dentro, così il foraggio va a male e fa ammalar gli animali. Di questi tempi bisognerebbe aver già seminato il miglio e trapiantato i cavoli, falciato l’erba, raccolto il fieno – niente di tutto ciò è stato fatto. Lo sa questo ma cousine?».
«Tu, Christian, dovresti parlar con questa gente, palesar loro la tua volontà che le cose cambino».
Il cavaliere svedese respinse la proposta con un gesto della mano.
«Parlare non serve, fa solo seccar la gola» dichiarò. «A costoro dovrò far ballare sul capo il randello, perché diventino docili e onesti. È con la canna d’India in mano, che farò ordine. – Ehi tu! Non t’hanno insegnato a salutar la gente dabbene?».
Era un bracciante, che faceva per passar oltre, ma ora che il cavaliere svedese lo investì in quel modo egli si cavò il berretto bisunto e strisciò una riverenza.
«Corri a cercare il fattore» gli ordinò il cavaliere svedese. «E quando l’avrai trovato annunciagli che per volontà di sua signoria deve venir da me coi suoi libri a presentarmi il rendiconto. Digli d’aspettarmi di sopra, nella sala da pranzo di sua signoria».
Trascorsero due ore prima che il cavaliere svedese ritornasse in giardino. Maria Agneta lo vide e gli corse incontro.
«In tutta la mia vita non m’è toccato peggior lavoro di questo» riferì lui, passandosi sulla fronte il dorso della mano. «Piuttosto che rifarlo preferirei cavalcare per dieci ore di fila, nella pioggia e nel vento, su sentieri impraticabili. Il fattore ha sciupato con penna e inchiostro tanta di quella carta, che tutti i bottegai del sacro romano impero messi insieme ne avrebbero avuta a sufficienza per due anni interi. Ma che si prendeva la quinta parte della lana, e tutti i giorni un bidoncino di latte su quattro, questo non lo scriveva nei suoi libri. Avec la permission de ma cousine l’ho mandato al diavolo. Ha già fatto fagotto».
«Quello che tu stimi giusto fare, è sempre ben fatto» disse Maria Agneta.
«Una volta pagati i debiti,» seguitò lui «m’avanza ancora di che pagare il curato per la chiesa e per lo sposalizio, e il compenso per i musicisti, e l’abito da sposa, e la colazione ai vicini, se ma cousine consente con me anche in questo».
«Christian!» disse sommessamente la giovinetta. «T’aspettavo, e aspettavo questo momento. E ora ch’è venuto mi rimetto nelle tue mani, te ho amato per tutta la mia vita, e solo te».
«E solo me» ripeté il cavaliere svedese, abbassando il capo, e per un momento dovette involontariamente pensare a quell’altro, all’uomo perduto al quale, a causa di quest’amore, lui aveva rubato il nome, la libertà, l’onore.
Poi proseguì:
«E ma cousine non troverà sulla faccia della terra un altro uomo che voglia averla cara quanto me, è la verità, che Dio m’aiuti».
«Questo lo so, Christian» disse con un sorriso Maria Agneta.
«Un’altra cosa bisogna però ch’io dica alla mia diletta fidanzata,» seguitò il cavaliere svedese «ed è che dovrò lavorar sodo, e che per lungo tempo dovremo mangiar con la servitù il pane nero d’avena».
«Mangerò con te il pane nero d’avena, Christian» disse Maria Agneta. «E ringrazierò Dio d’avermi colmata di tanta felicità».
Mancavano due mesi al parto quando una notte Maria Agneta si destò ch’era appena sonata la mezzanotte e non riuscì a riprender sonno. Sentiva la creatura muoversi nel suo grembo, se fosse stata una bambina si sarebbe chiamata Maria Christine, e lei voleva una bambina, nei suoi sogni la vedeva già correre per la corte in una bianca vestina di taffettà e con una cuffietta bianca e nera sulla testolina, e quando inciampava nella sua vestina i servi e le fantesche occorrevano ridendo, ridevano financo le oche e i caproni ch’erano nella corte. E mentre giaceva nel letto a occhi schiusi e con un sorriso sulle labbra, ecco affacciarsi alla sua mente tanti pensieri: ancora l’anno innanzi, si disse, i suoi cassoni erano vuoti, non aveva né lino né lenzuola, adesso invece tutto andava per il verso giusto, in casa c’era un padrone, e lei sentiva che le sue fortune ora poggiavano su solide fondamenta, di questo doveva ringraziare Dio, il Dispensatore d’ogni bene. Amava immensamente suo marito, e quand’egli era via, nei campi, non vedeva l’ora che tornasse, e quando la sera udiva i suoi passi sulle scale il sangue le fischiava negli orecchi per la gioia di rivederlo. Adesso lui giaceva addormentato al suo fianco. Si sollevò un poco nel letto e rimase in ascolto. Lui respirava tranquillo, ma certe volte invece, la notte, aveva in sogno una vita così selvaggia: sospirava, gesticolava con le braccia e gettava certe urla – evidentemente sognava d’esser col suo re, nell’esercito svedese.
La gente del villaggio, e anche gli aristocratici vicini, lo chiamavan tutti il «cavaliere svedese», perché portava eternamente il giustacuore blu da svedese col quale a suo tempo era arrivato alla tenuta. La gente lo prendeva un po’ in giro, dicendo che lui non andava volentieri al sole perché alla luce si vedevano le rappezzature del suo vecchio giustacuore. Faceva economie su economie: per il giorno del battesimo bisognava che in casa ci fossero i danari per il banchetto. Lei però, Maria Agneta, in segreto aveva comperato ugualmente, da un Ebreo che dalla Polonia si recava a Lipsia per la fiera, un taglio di velluto blu per un giustacuore, a mezzo fiorino il braccio. Perché la gente lo vedesse con un giustacuore nuovo. Solo che aveva paura di dirglielo. Infatti, quando una volta le era capitato di dire che un gentiluomo doveva ben comparire, lui aveva controbattuto: «Oggigiorno qualsiasi falegname, qualsiasi bottaio se ne va in giro vestito di seta e di velluto, e proprio in dispetto a costoro il gentiluomo dovrebbe andar vestito del camiciotto di traliccio dei contadini».
La gente del villaggio mormorava: «Che razza di gentiluomo è mai costui? Se ha da vendere un puledro, un vitello, un montone, sa mercanteggiare come nessun altro, si litiga il kreuzer con l’uomo comune, dov’è il suo onor di gentiluomo?». – Quando gli giungevano all’orecchio queste cose, lui rideva. «Che cosa me ne faccio dell’onor di gentiluomo? Non c’ingrasso né una mucca né una scrofa, con l’onor di gentiluomo». E tuttavia era un ufficiale e gentiluomo sans reproche, e le faceva ogni giorno una nuova déclaration d’amour – come le piaceva di sentirsi chiamar l’anima sua, il suo angioletto, il suo tesoro più grande. Certo, non era più il galant à la mode di prima. Ora doveva lavorar sodo perché avessero di che mangiare e bere a sufficienza. A mezzogiorno non aveva tempo di sedersi a tavola con lei, la sua mogliettina, si faceva dare un piatto di zuppa d’avena nella stanza della servitù. Di giorno doveva aver gli occhi da per tutto, essere ora qua e ora là, e spesse volte diceva: «Nella tenuta il padrone dev’essere informato d’ogni filo di paglia che finisce nella rastrelliera e d’ogni schiappa che cade a terra nella legnaia».
E le sarebbe piaciuto d’essere un valido aiuto per il suo Christian, solo che non era facile ritenere a mente tutto quello che lui le aveva insegnato. Quanta legna e quanta stipa bisognava far portare in casa ogni giorno, questo lo sapeva, e anche quanti quarti di birra si dovevan mandare in tavola la domenica, sapeva quando alla servitù spettava la carne e quando miglio, zuppa di latte, farinata oppure gnocchi, e che gli gnocchi andavan fatti per metà con farina di segale e per metà con farina d’orzo. Ma molte altre cose ancora ella sapeva, e per ingannare il tempo prese a ripetersele sommessamente, così come le aveva imparate dal suo Christian.
«All’oste del villaggio spettano ogni mese due paia di polli e mezza grossa di uova, in compenso sua moglie è tenuta a tessere undici pezze di lino per la casa padronale. Quand’ero bambina, al villaggio facevano una sacra rappresentazione dei tre re magi, e l’oste sosteneva la parte di Baldassarre, ma prima e dopo doveva anche sonar la zampogna nel gruppo dei pastori, era un pastore nero come il carbone, come mi faceva ridere! Il nerofumo non gli andava più via dalla faccia. Il mugnaio è dispensato dalla corvée, ogni anno però deve ingrassar quattro maiali. Al fabbro del villaggio spettano undici fiorini per il ferro più otto staia di granaglie per tenere in ordine gli attrezzi agricoli; ha un figlio, un maschietto di nove anni, che gli mena il mantice. Gli alberi delle prode fan parte del dominico, su di essi il mugnaio non ha alcun diritto, sono olmi e querce, e la quercia è un albero generoso, dice Christian, se ne possono cogliere prosciutti e salsicce. Le donne del villaggio han l’obbligo di lavorare alla tenuta per un kreuzer al giorno più il vitto. Una pecora dà a ogni tosatura una libbra e un quarto di lana, un castrato invece una libbra e mezzo. Prima che me ne scordi, domani devo dire al pecoraio di tener le sue galline a casa sua e non nell’ovile. Una pecora dà a ogni tosatura... perché non vedo più la luna? Probabilmente fuori c’è di nuovo la nebbia. Le nebbie di marzo non vanno bene, cento giorni più tardi, dice Christian, le segue la grandine. Sta sonando l’una. Era tanto tempo che non m’accadeva di star sveglia a un’ora così tarda. Era l’una di notte quando Nostro Signore Gesù fu condotto dinanzi a Pilato. E san Pietro stava in cortile a scaldarsi le mani al fuoco. Ho freddo!».
Si tirò la coperta fin sopra le spalle, e mentre giaceva nelle tenebre aspettando il sonno che non voleva venire fu afferrata tutt’a un tratto da una tal tristezza, da una tale angoscia: le pareva di giacer sola in quella stanza, e che il suo Christian fosse lontano lontano e in grave affanno, alte fiamme gli guizzavano tutt’intorno e lui gridava, invocando aiuto; e così viva fu in lei quella visione ch’ella stessa avrebbe voluto gridar forte d’angoscia e di disperazione, eppure sapeva bene che lui giaceva al suo fianco pacificamente addormentato, ma dentro di sé lo piangeva come fosse perduto. – «Che cosa succede?» si domandò sconvolta. «Son caduta in preda alla malinconia – perché? Perché? Lui è qui, è accanto a me – no, è lontano lontano, e grida invocando aiuto, e nessuno lo sente. Che Dio mi perdoni, non è affatto vero quel che sto dicendo, non dovrei dirlo, non è giusto. Che cosa mi succede, e da dove mi viene quest’angoscia?».
Si levò dal letto, con mani tremanti fece fuoco e accese lo stoppino della lampada di rame, la cui luce vacillante investì il volto dell’uomo addormentato al suo fianco. Lo vedeva giacer lì con le mani incrociate sul petto, ma l’angoscia ch’era in lei non voleva sgomberare il suo animo. Le sembrava che in quel volto immobile vi fosse qualcosa che le era estraneo, qualcosa ch’era persuasa di non aver mai veduto prima, qualcosa che apparteneva a un altro mondo; ma che cosa fosse non avrebbe saputo dirlo.
Fu colta da un brivido e incominciò a piangere, con le lacrime che s’inseguivano fitte fitte.
«Non è lontano» bisbigliava dentro di sé. «È qui con me. Ma, che Dio m’assista – per un momento m’è parso che al mio fianco giacesse un estraneo. Come m’è potuto accader di pensare una cosa simile? E perché mi vien da piangere, adesso che pure lo vedo. Perché? Perché?».
Guardò di nuovo il volto del dormiente, per trovare in lui conforto e consolazione, ma, quanto più lo guardava, tanto più le pesava il cuore.
Ed ecco che al colmo del suo affanno le venne tutt’a un tratto un’idea. Si sovvenne che la Margret, che un tempo era stata cameriera in quella casa, le aveva insegnato come si dovesse parlare con un dormiente. «Fa’ sopra di lui il segno della santa croce» aveva detto la Margret «e prendilo per il pollice sinistro, così lo avrai in tuo potere, poi chiamalo nel nome di Dio e domandagli ciò che brami di sapere, e lui sarà costretto a dirti la verità».
«È solo un gioco» alitò. «Sono ben sciocca, perdonami, Christian. È solo perché voglio vedere che si tratta d’una menzogna, e giusto perché si dà il caso che tu dorma e io sia desta. M’ha raccontato tante fole, la Margret, prima d’andarsene via coi soldati, perfino che, se ci si spalma sugli occhi del sangue di pipistrello, si vede il diavolo cavalcar per l’aria, e questo non è affatto vero, so di uno che ci ha provato e non ha veduto nulla. Del resto lo faccio solo per ingannare il tempo, perdonami, Christian, non riesco a trovar requie né a riprender sonno, e la notte è così lunga».
Gli tracciò sulla fronte in fretta e furia il segno della croce e gli prese il pollice della mano sinistra. Poi domandò, col fiato rotto:
«Chi sei? Dimmi chi sei! Nel nome di Dio onnipotente, rispondi!».
Avvenne allora che il volto del dormiente impallidì bruscamente e il suo respiro si fece faticoso, come se il suo petto fosse sepolto sotto un cumulo di pietre. E quand’egli poi, pur formando le parole con le labbra, rimase tuttavia muto, stringendo i denti, fu come se dentro di lui lottassero due uomini diversi: l’uno bramava di parlare e confessare, ma l’altro non glielo permetteva, e fu quest’ultimo ad averla vinta, sicché dal petto del dormiente uscì solo un sospiro.
«Nel nome di Dio onnipotente!» esclamò Maria Agneta in preda alla disperazione, volgendo il viso dall’altra parte per non veder più a lungo quel volto estraneo. «Se non sei il mio Christian – perché sei venuto, perché hai detto d’amarmi?».
Per un momento vi fu silenzio, poi, lenta e faticosa e come da un sogno, venne la risposta:
«Nel nome di Dio, son venuto perché t’avevo cara da tanto tempo. La prima volta che t’ho veduta, fu allora che accadde: ho dovuto amarti».
«Christian!» esclamò lei in un soprassalto di gioia, perché chi se non lui poteva parlare in quel modo dei tempi passati. Lo guardò, ed ecco ch’egli aperse gli occhi e si passò una mano sulla fronte, e quando poi si levò a sedere nel letto, ancora mezzo addormentato, e la riconobbe, e le mise un braccio intorno alle spalle, ecco allora che il suo volto le apparve di nuovo familiare, e l’angoscia e il dubbio si dileguarono dall’animo suo, così come in chi si desta svanisce in un amen l’oscuro turbamento d’un sogno.
«Piccolo angelo mio» udì ch’egli diceva. «Ma tu hai pianto. Che cosa t’è accaduto?».
«Non è nulla» bisbigliò. «No, diletto, non è nulla. Ho pianto, non so neppur io perché, ma ora è passato. Certe volte, sai, quando si è molto felici, ci vuol così poco per piangere».
«Dormi, mia diletta!» le disse lui. «È ancora troppo presto, devi dormire».
Già mezzo addormentata, ella alitò un «sì», la stanchezza l’aveva assalita. Egli si sciolse dal suo abbraccio e le accomodò il guanciale. Maria Agneta vi s’abbandonò, e quando la luce della lampada si spense la sua mano cercò ancora una volta a tentoni quella di lui, poi gli occhi le si chiusero.
Fu questa la sola volta che la vera immagine dell’amato dei giorni dell’infanzia riaffiorò nell’animo suo, e da quella notte in avanti essa si fuse con l’immagine dell’uomo col quale viveva coniugalmente, e non ritornò mai più.
Il mercoledì dopo Exaudi, mentre attraversava la piazza del villaggio per porgere una libbra di pane alla vecchia procaccina, che non poteva più camminare, fu assalita dalle doglie. Ebbe giusto il tempo di correre a casa e mettersi in ordine i capelli.
Lui, dovettero andare a cercarlo nei campi. Quando entrò nella corte in sella al suo cavallo, glielo gridarono già incontro, ch’era una bambina.
Per la festa di battesimo venne, a cavallo o in calesse, tutta la nobiltà del vicinato: gli Üchtritz, i Dobschütz, i Rottkirch, i Bafron, i Bibran, dal territorio boemo i Nostitz e dall’elettorato di Sassonia i signori von Tschirnhaus.
Al pomeriggio la casa era piena di ospiti. Le signore, sedute in una stanza al pianterreno, mangiavano conserve di frutta e pasticcini e bevevano acquavite. Presso la puerpera era rimasta solo Barbara von Dobschütz, una vecchia signora dal naso appuntito, che parlava sempre e solo della propria devozione e di Dio e delle cose sacre, ma lo faceva in un modo tutto suo, parlava di Dio nel medesimo tono che usava per riprendere i suoi domestici.
«Spesso non vuol bastarmi il tempo, mia cara» si lamentava. «La domenica ascoltar la predica, tutte le settimane un giorno di penitenza e uno di letture bibliche. Far elemosine, visitare gl’infermi, poi ogni pomeriggio l’ora di lettura, quest’anno ho letto per ben tre volte da cima a fondo l’Orticello del Paradiso e la Celeste Ghirlanda d’Onore. Nom de Dieu, si fa quel che si può per accontentare Dio. Lui però ha spesso uno strano modo di trattare i Suoi, io posso ben dirlo. A mani giunte L’ho pregato...».
Senza un rumore il cavaliere svedese era entrato nella stanza e s’era accostato al letto. Ora posò la mano sulla bianca cuffietta di pizzo che Maria Agneta portava sopra i riccioli bruni e disse con un filo di voce:
«Piccolo angelo adorato, son venuto a veder te e il nostro caro tesoruccio. Hai il viso affilato, ma sei bella come un giorno d’estate».
«... di risparmiarmi quest’anno i reumatismi» seguitò la Dobschütz. «A cosa è servito? Invece dei reumatismi, adesso ho la gotta saturnina. Mia cara, quanto ho sofferto...!».
Il cavaliere svedese si chinò sulla culla.
«Anima mia diletta, affidatami da Dio» bisbigliò. «Dorme coi pugnetti serrati». E, silenzioso com’era venuto, lasciò la stanza e si tirò la porta alle spalle.
«Se fa così anche con gli altri,» disse con un sospiro la Dobschütz, che stava sempre parlando di Dio «allora non deve maravigliarsi se fra poco si ritroverà con tutte le chiese vuote».
I signori sedevano intorno al tavolo della grande sala da pranzo e avevano dinanzi a sé boccali di vino e bottiglie di rosolio e amaro di Spagna e acquavite di Danzica.
Il cavaliere svedese s’era ritirato nel vano d’una finestra insieme con Melchior Bafron, ch’era considerato il miglior coltivatore di tutta la Slesia. Là si dipanò tra loro una conversazione su terreni buoni e cattivi, sulla resa dei prati e sull’erbatico, su come accudire i vitelli e come fosse difficile di questi tempi praticar con qualche profitto l’ingrasso dei maiali.
«Io ho sempre preferito dedicarmi all’allevamento dei bovini» disse Melchior Bafron. «Il porco fa molto danno, da lui non c’è da aspettarsi niente di buono finché non è disteso sul cavalletto del macellaio. Il signor fratello consideri invece la vacca...».
Il padrone di casa non se la sentiva di concordar pienamente con lui.
«Tutto il bestiame fa danno se non è tenuto come si deve» osservò. «Non bisogna rimpianger le dodici staia di granaglie di scarto date in pasto a un porco e le dodici settimane di tempo che occorrono per ingrassarlo. In compenso quel che poi ricavo dalla vendita del lardo è una rubrica molto piacevole nel mio libro dei conti».
I signori che sedevano intorno al tavolo eran finiti intanto a discorrer dei tempi e dei venti di guerra e dell’incombente minaccia nemica. Si diceva che il giovane re di Svezia, ch’era accampato in Polonia col suo esercito, intendesse marciare attraverso la Slesia per portar la guerra fin dentro l’elettorato di Sassonia.
«Così avremo presto rincari ed epidemie nel Paese» sospirò il barone von Bibran. «Il passaggio di truppe straniere porta sempre con sé questi mali».
«Per noi non sarebbe poi un gran male se granaglie e bestiame salissero di prezzo» intervenne il signor von Dobschütz. «Il re di Svezia è un buon pagatore».
«Sì, con le parole del vangelo, è un buon pagatore» rise il vecchio Tschirnhaus.
«Anche se la Polonia e l’elettorato di Sassonia uniranno le loro forze come due buoi appaiati dal giogo,» esclamò il giovane Hans Üchtritz pieno d’entusiasmo, levando in alto il bicchiere «al Leone del Nord non potranno resistere. Come ha costretto a un accordo il re di Danimarca, così saprà ricondurre all’obbedienza anche il principe elettore di Sassonia».
«Brinda con me, Hans!» si sentì dire dalla voce profonda del signor von Nostitz, ch’era imparentato con Hans Üchtritz. «Lunga vita a te, Hans! Ma ti dico francamente: se fossi il re di Polonia, preferirei aver per vicino il diavolo piuttosto che Carlo di Svezia. Perché contro il diavolo mi posso far benedire».
«Taci!» gli sibilò al di sopra del tavolo suo cugino, Georg von Rottkirch. «Hai dimenticato in casa di chi ti trovi? Lui è svedese di nascita, prenderà partito per il suo re. Cerchi lite?».
«Io non ho detto nulla» si difese il signor von Nostitz, che amava vivere in pace con tutti. «Contro il diavolo ci si può far benedire, contro un cattivo vicino invece no. Non ho detto niente di più. Non cerco lite».
«Da noi, dove i corrieri cambiano i cavalli,» riferì il giovane Tschirnhaus «si vengono a sapere molte cose. Si dice che il re di Svezia intenda esigere dalla nobiltà il raddoppio delle cavallate e dai contadini un uomo ogni sette. Vuol portare la guerra fin tra i Samoiedi, si dice, i popoli che vivono nelle nevi al di là di Mosca».
«Continuerà a far la guerra finché troverà gente che si lascerà impiegar per farla» disse il barone von Bibran.
«Io vedo in lui il campione dei protestanti, un miracolo del nostro tempo e un esempio per i tempi a venire» disse il giovane Üchtritz, scaldato dal vino, gridando così forte che il lampadario di rame sospeso sopra il tavolo incominciò a vibrare. «Levo il bicchiere alla vittoria del re di Svezia e alla sua gloria imperitura!».
I signori presenti fecero una faccia infastidita, nessuno d’essi aveva voglia di rispondere al brindisi, e solo per riguardo al padrone di casa levarono a loro volta il bicchiere. E, nel silenzio che subentrò, s’udì la voce del cavaliere svedese che diceva a Bafron:
«Contro la colica io do ai porcellini mattoni pestati in un poco d’olio».
Il giovane Üchtritz posò il bicchiere sul tavolo, in silenzio. Il signor von Nostitz si abbandonò sullo schienale della sedia e rise così forte da far traballare la sua parrucca. In quel momento la porta fu spalancata e uno dei servi, al quale s’era fatta infilare una livrea, annunciò un ospite ritardatario, il barone von Lilgenau.
I signori balzarono in piedi e attorniarono il nuovo venuto. Sulle prime non s’udì se non un confuso incrociarsi di esclamazioni. Poi la profonda voce di basso del signor von Nostitz soverchiò tutte le altre:
«Hans Georg! Amato fratello! Da dove vieni? È un anno che non ti vedo».
Il cavaliere svedese s’era alzato in piedi.
«Non avevo saputo nulla del fidanzamento e dello sposalizio» sentì dire dal nuovo venuto. «Ed ecco che, mentre passo di qui, qualcuno mi grida che c’è una festa di battesimo. E io subito giù dal mio ronzino e su per le scale. Tornefeld? Devo vederlo. Credo d’aver conosciuto suo padre».
Al cavaliere svedese pareva che una mano gelida gli stringesse il cuore. Tutta la stanza gli girava intorno, le pareti, le persone, i boccali di vino, il tavolo. E come in un sogno egli udì la voce del signor von Nostitz:
«Signor von Tornefeld, le presento Hans Georg Lilgenau, capitano dei dragoni. È un mio buon amico e brama molto di far la sua conoscenza. È cugino dei Lilgenau di Mankerwitz».
«Il signore è il benvenuto» mormorò il cavaliere svedese, mentre il pavimento oscillava, i bicchieri ballavano, il lampadario dondolava. Chiamò a raccolta le sue forze per reggersi in piedi. I suoi pensieri in quel momento eran presso Maria Agneta, che giaceva nel suo letto di là, in camera sua. Finito. Tutto era finito.
Per la seconda volta, in quella casa, si ritrovava faccia a faccia col barone del malefizio.
«Ho conosciuto il suo signor padre, il colonnello» gli risonò nell’orecchio la voce del suo mortale nemico. «A Saverne ho avuto l’onore di combattere ai suoi ordini».
Saverne? È una trappola? gli balenò nella mente. Saverne! Saverne! Dove ho sentito nominare questo luogo? Un giorno ch’ero al mulino, e l’altro mi disse: «Che cosa vuoi saperne tu, fratello, di Saverne e di quel che successe laggiù...».
«Già» disse il cavaliere svedese, rifiatando profondamente. «Mio padre mi raccontava spesso di quel che successe a Saverne, tra tuoni, fulmini e grida e...» quali erano state le parole dell’altro? «correr su e giù. Avanti! Indietro! Rischierarsi, tornare alla carica. – Fu in quella battaglia ch’egli perse il braccio».
Il barone del malefizio lo guardò in viso a lungo e con attenzione.
«Lei assomiglia talmente al suo signor padre, che quasi vien da ridere!» disse infine, e la festa riprese il suo corso.
Ogni anno, se il raccolto era andato bene, il cavaliere svedese aveva comperato dai vicini qualche morgen di terra in aggiunta alle tre hufen che già possedeva, ora un appezzamento di terreno arativo, ora un prato, e in capo a cinque anni aveva riacquistato tutta la terra che l’antico fattore a suo tempo aveva svenduto a proprio vantaggio. Non prendeva diletto al mangiare e al bere, non indugiava mai a lungo al tepore del camino. In qualsiasi stagione dell’anno, appena le campane sonavano il mattino, era già nei campi a guardar come i servi falciavano, mietevano, legavano i covoni, spargevano il letame, tracciavano i canali di drenaggio.
Il lavoro dei campi bastava a sostentar padroni e servitù, l’allevamento del bestiame prosperava, il taglio degli alberi fruttava. Le dispense erano ben provviste di tutto ciò che occorreva in una grande casa, nella rimessa delle carrozze v’erano slitte grandi e piccole, cocchi e calessi, in qualsiasi momento eran tenuti pronti cavalli freschi per le vetture di posta e i cavalieri portaordini e i corrieri che facevano tappa alla tenuta, e da tutto il vicinato la gente veniva a visitar l’allevamento di pecore per ammirare i montoni spagnuoli da razza.
A volte però, quando il cavaliere svedese cavalcava per i campi e a destra e a sinistra vedeva stendersi la terra che gli apparteneva, ecco che un’ombra gli passava sull’animo ed egli avvertiva come il soffio d’un gelido vento notturno; quasi che tutte queste cose ch’egli considerava sue: i campi, i prati e le prode, le sparse betulle, le giovani biade nei campi e il ruscello che scorreva tra i prati, e a casa la villa e la corte, e la donna che amava e la bambina a cui era ansioso di ritornare – quasi che tutte queste cose non fossero sue, ma gli fossero solo concesse in prestito per breve tempo ed egli dovesse restituirle; e quanto più radioso splendeva sopra di lui il sole, tanto più buio si faceva allora dentro il suo animo. A quel punto egli voltava il cavallo e galoppava verso casa come incalzato dalla bufera, e quando nella corte i ferri del suo cavallo facevano sprizzar scintille dall’acciottolato, ecco che dal giardino accorreva la bambina, e dietro la bambina arrivava di corsa Maria Agneta, che l’acchiappava, la sollevava e gliela tendeva col volto ridente, affinché lui potesse abbracciarla e accarezzarla stando in sella.
Solo allora, quando sentiva tra le braccia la bambina, una creatura in carne e ossa, solo allora le ombre sgomberavano il suo animo.
La moglie, Maria Agneta, egli l’amava ancora come l’aveva amata il primo giorno – sul suo amore il tempo che tutto distrugge aveva perduto ogni potere. Ma ancor più ardente, e pieno di dolorosa inquietudine, era il suo amore per la figlia, la piccola Maria Christine. Lei per prima cercava con lo sguardo, arrivando a casa. E appena la vedeva, nei suoi occhi s’accendeva un riflesso della beatitudine eterna.
A volte, quand’era stato tutto il giorno nei campi ed era tornato a casa solo a tarda sera, la notte s’avvicinava quatto quatto al lettino di Maria Christine e restava seduto in silenzio ad ascoltare il suo respiro. Ma il suo sguardo, senza ch’egli lo volesse, penetrava fin dentro il sogno della bambina, così ch’ella si destava con la bocca atteggiata al pianto e poi, levandosi a sedere nel letto, riconosceva il padre e gli buttava le braccine al collo. Se lui voleva liberarsi dalla stretta, doveva cantarle certe canzoncine infantili, sempre le stesse, poiché non eran molte quelle di cui si sovveniva: la canzone del lupo che faceva astinenza, e la canzone degli angioletti, l’eletta schiera celeste. Quella del sarto che si presentava alla porta del paradiso, quella del mendicante che festeggiava le nozze e quella della gallinella che non voleva fare l’uovo. – «Ammazzatela, sono proprio stufo! Non vuol far l’uovo e mangia pane a ufo» cantava il cavaliere svedese, ed ecco che la gallinella svolazzava già sopra la sponda del letto alla ricerca di qualche briciola di pane, e il lupo che faceva astinenza – la carne non gli andava proprio giù – giaceva pigramente ai piedi della bambina, tra le sedie il sarto ballava col mendicante e dalla finestra l’Erode guardava dentro la stanza, quest’ultimo veniva dalla canzoncina dei tre re magi, quella che a Maria Christine piaceva più di tutte, e spesso era lei stessa che incominciava a cantarla con la sua vocina sottile:
O Gaspare, Melchiorre e Baldassarre,
Erode ha una gran barba da grattare.
Poi attaccava il cavaliere svedese con la sua voce profonda e insieme cantavano, così sommessamente che nessuno in casa li udiva:
E galoppan veloci come il vento
– in sette ore fan miglia cinquecento –
e giungon sotto casa di re Erode.
Dalla finestra grida loro Erode:
«O Gaspare, Melchiorre e Baldassarre,
ove correte, ove volete andare?».
«Veloci come il vento galoppiamo
perché Maria e il Bambino noi cerchiamo».
«O Gaspare, Melchiorre e Baldassarre,
fermatevi un momento a riposare!».
«Non possiamo, andiam troppo di fretta:
là in fondo c’è Betlemme che ci aspetta».
«Contemplare il tuo volto luminoso» intonava adesso la vocina di Maria Christine, ma questa era un’altra canzoncina ancora, il sonno era venuto a confondere ogni cosa e lei durava fatica a tener gli occhi aperti. Il cavaliere svedese si levava in piedi e senza farsi udire, così com’era venuto, usciva quatto quatto dalla porta, e dietro di lui sgattaiolavano fuor dalla stanza le bizzarre figure che per qualche tempo l’avevano popolata: il lupo, la gallinella, il sarto, il mendicante. E il barbuto Erode era l’ultimo a scomparire.
Era un giorno di marzo, dunque all’epoca in cui, come dicono i contadini, alla conocchia si spezza il filo, ch’è come dire che ora ricomincia il lavoro dei campi. Fuori accennava a imbrunire, nuvole di neve traversavano il cielo, tra i rami sfrondati degli aceri stridevano le cornacchie. In casa, nella «sala lunga», il cavaliere svedese andava su e giù. Maria Agneta sedeva presso il camino intenta a osservare le incisioni d’un libro che s’intitolava Il Nuovo Giardino d’Amaranto, e il riverbero del fuoco di legna investiva i suoi capelli bruni conferendo loro un riflesso rossiccio. Non lontano dalla finestra il maestro di scuola sedeva con Maria Christine e le insegnava la difficile arte del sillabare, ma la bambina continuava a occhieggiar l’angolo in cui giacevano a terra i suoi giocattoli di legno, un carrettino e un cavalluccio. Tra la porta e il tavolo stavano in piedi, col berretto in mano, due uomini del villaggio: un contadino, ch’era venuto a chieder della semente, e il carpentiere, che il cavaliere svedese aveva mandato a chiamare perché voleva far costruire sopra la scuderia un nuovo granaio. Il carpentiere faceva mentalmente la somma di quanto dovesse chieder di salario, vino, carne, pane e formaggio per sé e per i suoi uomini. Il contadino ricominciò per la seconda volta la sua litania:
«Ho da rivolgere a vostra grazia una grande preghiera, dato che vorrei andar nel campo a seminar la segale».
Il cavaliere svedese interruppe il suo andar per la stanza, si fermò dinanzi al contadino e lo investì:
«Tutti gli anni tu vieni a chiedermi pane e sementi. Col tuo campo potresti sostentar te stesso e la tua vacca, e ricavarne anche la semente per l’anno dopo, e condur quindi con profitto le tue cose. E invece che cosa succede? Già di prima mattina te ne stai seduto all’osteria, e quando non sei all’osteria te ne stai a casa, coricato sulla panca a ridosso della stufa. Non te ne può venire niente di buono. Contro la sete ti sai aiutar da solo, e contro la fame ricorri a me».
Il contadino sapeva bene che per ottenere il suo mezzo staio di semente doveva lasciar passare il temporale. Abbassò la testa e subì rassegnato i rimproveri, rigirando tra le mani il berretto di pelliccia di coniglio, e di lì a poco ricominciò da capo:
«Siccome è antica usanza che sua signoria il padrone debba prestar benevolo ascolto al contadino e accoglier seriamente e benignamente le sue richieste, così come si conviene a un buon cristiano, ho da rivolgere alla graziosa signoria vostra una grande e pressante preghiera. È per via della semente, la vorrei solo in prestito».
«Ne stanno portando via un altro» disse in quel momento Maria Agneta, che, poiché incominciava a far buio, aveva messo via il libro con le incisioni e s’era accostata alla finestra. «È già il terzo, questa settimana. Che Dio abbia pietà, come mai muore tanta gente laggiù? E il signor vescovo non ha un camposanto nelle sue terre?».
«No» disse il maestro di scuola. «Ha solo ferriere e forni e molte miniere e gallerie. La miniera di San Matteo, che è la più grande. La miniera di San Lorenzo, la galleria delle Anime del Purgatorio. A quei poveracci è concesso di morire nelle terre episcopali, ma per la sepoltura il gastaldo li fa portare nei villaggi circostanti».
Fuori, nella luce livida del giorno morente, passava lento sulla strada maestra, scendendo dalle colline, un miserabile corteo funebre. Alla sua testa camminava un uomo con un crocifisso, dietro di lui un vecchio prete, poi veniva un brocco che tirava il carro sul quale era adagiata la bara di legno, e altrimenti non v’era nessuno a piangere il morto.
«Si dice» riferì il carpentiere «che sua grazia il principe vescovo voglia far impiantare nella sua residenza in Franconia un nuovo giardino di delizie con bacini e cascate, grotte, giochi d’acqua, padiglioni cinesi e un’orangerie. Tutto questo costa molto danaro, ma la camera vescovile non ne ha. Così è stato inviato nelle terre episcopali un nuovo gastaldo, che ha ridotto agli uomini le razioni: ora non hanno più diritto allo strutto, e in mano ricevono solo mezza libbra di pane al giorno, però devono lavorare come prima».
«Forse il signor vescovo non sa che cosa succede lì da lui, bisognerebbe dirglielo» osservò Maria Agneta.
«Lo sa bene, lo sa bene» la contraddisse il maestro di scuola. «Non è senza motivo che nel Paese lo chiamano l’“ambasciatore del diavolo”. Ha un animo dispotico, vuol superare in lusso e splendore della corte tutti i principi secolari, per lui non v’è gastaldo, non v’è capominiera che sia abbastanza duro con quei poveracci».
Il cavaliere svedese era andato alla finestra e guardava in silenzio il carro che percorreva lentamente la strada maestra col suo carico e il prete che camminava innanzi alla bara.
«Tutt’intorno c’è la guerra,» seguitò il maestro di scuola «questi son tempi d’oro per il vescovo: Carlo di Svezia e lo zar dei Moscoviti han bisogno entrambi di molta artiglieria pesante e leggera, e di canne da moschetto e corazze e lame da paloscio. Così le ciminiere fumano e nelle fucine rosseggia il ferro arroventato. Ogni giorno carri stracarichi partono dalle terre episcopali alla volta della Polonia».
«Le terre episcopali, là albergano i perduti e i dannati» disse sommessamente il contadino, che stava presso la porta. «Nessuno ne viene liberato se non dalla morte misericordiosa».
Ed ecco che il cavaliere svedese, afferrato e trascinato dalla forza dei suoi ricordi, tutt’a un tratto incominciò a parlare:
«Il lavoro per i forni da calce, quello è il peggiore di tutti» disse. «Vi sono i cavapietre, che smuovono la pietra col pesante palanchino e la staccano con le nude mani, poi vi sono altri che la frantumano coi mazzuoli di ferro. Ingoiano polvere giorno dopo giorno, e in capo a qualche anno appena sputano sangue e si consumano lentamente. Dio usi misericordia a tutti loro, e così pure agli uomini incatenati ai carri che portano al forno la pietra fracassata e ne riportan via la calce viva. Il forno ha cinque gole arroventate...».
«Come fai a saper tutte queste cose, Christian mio?» domandò Maria Agneta maravigliata. «Parli come se tu stesso avessi cavato pietre nell’inferno del vescovo».
«Quando ancora percorrevo avanti e indietro la strada maestra, a quel tempo ho incontrato molti vagabondi e poveri tagliaborse, loro m’han raccontato dell’inferno del vescovo» fu la risposta del cavaliere svedese, che poi seguitò:
«Davanti v’è il focolare del forno, che ha due bocche fiammeggianti, una per buttarci dentro la legna e l’altra per tirarne fuori il materiale arroventato. Ci vogliono tre uomini per governarlo, il cocitore, l’attizzatore e l’estrattore. L’attizzatore deve riscaldare il forno progressivamente, prima gli butta nelle fauci delle schiappe, poi delle fascine di stipa e infine legna in ciocchi, e con il forcone di ferro rompe e distribuisce il tutto. L’estrattore estrae dal forno il materiale arroventato, deve saper sopportare bene il calore. A volte però, quando c’è vento, l’alito infocato del forno gli brucia il viso e i capelli, e allora le sue urla s’odono da lontano. Il terzo è il cocitore, che governa il fuoco. Dapprima la fiamma è quasi nera di fumo, poi cambia colore, diventa rosso scuro e violacea, e poi blu e infine bianca. Quando la fiamma è bianca e la pietra ha preso un bel colore rosato, allora l’opera è riuscita. Il cocitore deve star sempre con l’occhio allo spioncino. Perché se il fuoco non si propaga come si deve o addirittura si spegne, allora l’opera non riesce e i sorveglianti s’avventano coi loro randelli sul cocitore e sui suoi compagni. D’inverno però, quando il cocitore, l’attizzatore e l’estrattore lavorano davanti a quella gola di fuoco col sudore che scorre a fiumi dai loro corpi e poi escono nell’aria gelida, allora la morte viene a scegliere le sue reclute. E quando uno è stato scelto e giace con le guance febbricitanti e a ogni respiro sente una fitta in petto, allora gli si dice: “Levati dai piedi! Chi ha bisogno di te? Se sei malato, mettiti giù, esala l’ultimo respiro e muori, nessuno sa che farsene di te”».
Tacque. Maria Agneta accese la lampada. La bambina, Maria Christine, aveva lasciato alla chetichella il sillabario del maestro di scuola per tornare ai suoi giocattoli, e la si udiva esultar sommessamente tra sé e sé gridando arri arri al cavalluccio di legno. Da basso, sulla strada maestra, il carro con la bara passava frattanto dinanzi alla casa.
Il cavaliere svedese chinò il capo e le sue labbra si mossero in una muta preghiera.
«Con chi stai parlando, babbo?» esclamò allora Maria Christine dal suo angolo. «Ti vedo parlare, ma non ti sento».
«Sto dicendo un padrenostro per l’anima d’un pover’uomo» disse il cavaliere svedese. «Era forse un nobile fiore, condannato ad appassire innanzi tempo. Vieni a pregare con me!».
Prese in braccio la bambina e tornò alla finestra. Maria Christine guardò giù e, come scorse sulla strada maestra il carro e il brocco, levò in aria le braccine e ricominciò a esultare e gridare il suo arri arri.
La fronte del cavaliere svedese si corrugò.
«Niente arri arri!» disse. «Devi dire un padrenostro per l’anima d’un pover’uomo. Non hai sentito?».
V’era nella voce del cavaliere svedese un timbro sconosciuto che spaventò la bambina. Impaurita, la piccina gli buttò le braccia al collo e, quasi piangendo, ripeté con lui le parole del padrenostro, mentre il carro con la bara superava la casa e scompariva nel crepuscolo della sera.
All’epoca che i carpentieri avevan quasi compiuta l’opera loro, un giorno verso mezzodì il cavaliere svedese, lasciato il granaio, stava attraversando la corte con uno scalpello in mano, quand’ecco che vide due uomini fermi sull’entrata. Un subitaneo spavento lo raggelò, il cuore prese a balzargli e martellargli in petto come impazzito, ma egli non diede a veder nulla, impassibile in volto fece per passare accanto a quei due come se non li conoscesse, pensava che solo un caso potesse averli menati alla tenuta, e ch’essi non lo avrebbero riconosciuto, poiché eran trascorsi sei anni dall’ultima volta che s’erano veduti. Ma ecco che i due gli sbarrarono il passo, il Mammola si cavò il berretto di cuoio e il Collotorto curvò la schiena, spazzò il suolo col cappello e disse con una risata nel volto barbuto:
«Capitano! Fulmini e saette, te ne vai in giro così impettito e hai un’aria talmente nobile che si direbbe che subito dopo il sacro romano imperatore vieni tu. Non riconosci più i tuoi vecchi compagni?».
«Hai visto che gioia? Non potrebbe esser più grande» borbottò il Mammola. «Io te l’avevo detto: gli ospiti indesiderati sono come i cavoli sconditi, che nessuno manda giù volentieri. Capitano, non pensavo certo che saresti corso difilato dal beccaio dietro l’angolo a scegliere il pezzo migliore del vitello da far arrostire in nostro onore. Se per questa sola notte ci offri un posticino nella tua scuderia o nella cantina in cui conservi i crauti, io son già contento».
«Io no» dichiarò il Collotorto. «È il nostro antico capitano. Siamo forse caduti in disgrazie presso di lui? Capitano, io resto con te, e se t’occorre uno che ogni mattina t’auguri il buon giorno e ti chieda: “Vostra grazia ha riposato bene?”, lascia che questo sia compito mio, e non avrai a lamentar negligenze».
Il cavaliere svedese continuava a tacere, ma adesso nel selvaggio uragano dei suoi pensieri s’andava lentamente facendo ordine. Vedeva che il destino lo aveva consegnato nelle mani dei suoi antichi compagni, i quali adesso eran diventati suoi mortali nemici. Non gli restava altro che lasciar di nascosto casa, corte, moglie e figlia, e campi e prati, per andare a nascondersi in un Paese straniero e là dimenticar tutto ciò che gli era caro e prezioso. E angoscia, collera, tormento e disperazione proruppero dall’animo suo:
«Canaglie!» li investì con voce soffocata. «Non potevate lasciarmi vivere in pace? Pensavo che già da un pezzo il diavolo vi avesse portati via. Che cosa ci ho a fare, io, con voi?».
«Che tu debba avere un’indole così selvaggia!» disse il Collotorto in tono di rimprovero. «E che debba dar della canaglia a me, che ti son sempre stato un buon compagno. Avevo tenuto per certo che ci avresti accolti con fiducia e amor fraterno. Puoi stare a guardare mentre noi viviamo in miseria?».
«Io vi avevo resi ricchi, avevate molte centinaia di talleri e di ducati» bisbigliò il cavaliere svedese. «Dove sono finiti?».
«Ce li siamo bevuti tutti all’osteria. Non ce n’è venuto niente di buono» dichiarò il Collotorto.
«I tre grandi guai, capitano: le donne, i dadi e i tavernieri!» sospirò il Mammola. «Avrei dovuto buttare un poco di quel danaro nell’acqua corrente, com’è l’usanza, così anche quell’invidioso del diavolo avrebbe avuto la sua parte, adesso invece ha tutto quanto lui. Dove c’è un rubinetto che dispensa birra, là l’infernale bottegaio sciorina la sua merce».
«E quando avevamo speso tutto e non sapevamo più come tener lontana la fame,» disse il Collotorto, concludendo il suo resoconto «abbiamo preso sacco e bastone e siamo ridiventati due vagabondi»
Il cavaliere svedese guardava fisso innanzi a sé, il suo respiro era accelerato, nei suoi occhi vacillava una luce cattiva e pericolosa. Non voleva andarsene, no, non poteva lasciar la casa e la tenuta, doveva restar lì e tener stretto con entrambe le mani ciò che, lottando caparbiamente, aveva strappato al cielo e alla terra. Quei due, il Mammola e il Collotorto, erano d’intralcio al perdurare della sua felicità, non era colpa sua se per loro finiva male – chi gli aveva ordinato di venir lì? Doveva farli tacere per tutta l’eternità. E, come gli venne quest’idea, le sue braccia si tesero e lo scalpello si fece pesante nella sua mano.
«Chi v’ha indirizzati qui?» domandò. «Come avete saputo dove potevate trovarmi?».
«Il Brabantino,» lo informò il Collotorto «è stato lui a dircelo. Fa il mercante a Ratibor, ha avviato un commercio di legni coloranti e ogni sorta di spezie: cannella, zenzero, noci moscate, chiodi di garofano e pepe. È arrivato alle più alte dignità cittadine, fa parte del Consiglio, dovresti vedere quanti onori gli tributano. La prima volta che siamo andati da lui, ci ha dato il benvenuto con grande gioia, ha mandato fuor dalla stanza quanti eran lì e ha chiuso la porta alle loro spalle. Seduti a tavola, abbiamo bevuto vino a bottiglie intere e mangiato tutto quello che c’era, cacciagione e carni macellate, e congedandoci lui ci ha elargito dieci talleri imperiali a testa, perché li consumassimo alla sua salute. La seconda volta che ci siamo andati abbiamo dovuto pregarlo e ripregarlo prima che, con un mare di “se li avessi”, “se potessi”, “se mi fosse possibile”, ci buttasse al di sopra del tavolo un fiorino. La terza volta invece ci ha subito investiti gridando: siete di nuovo qui ad affliggermi? Danaro, sempre danaro! Volete che faccia bancarotta? Andate piuttosto dal nostro antico capitano, lui è diventato un proprietario terriero e risiede nella sua tenuta, ha tutto ciò che un uomo può desiderare. E così ci ha detto dove potevamo trovarti».
«Che il diavolo lo rimeriti!» sibilò il cavaliere svedese a denti stretti. «E a lui chi l’aveva rivelato? Io non l’ho fatto certo strombazzare per il Paese».
«T’ha veduto a Oppeln, al mercato dei cavalli, un anno o sei mesi or sono» riferì il Collotorto. «Lui sedeva alla Corona Aurea dinanzi al suo quartino, quando ha veduto te, capitano, che attraversavi la piazza del mercato a braccetto con alcune persone di rango. T’ha riconosciuto subito, ha preso in disparte l’oste e gli ha chiesto chi fossi e dove risiedessi, e l’oste glielo ha detto, e gli ha detto anche che nella tua tenuta allevi i migliori puledri di tutta la regione».
Il cavaliere svedese aveva preso la sua risoluzione.
Quegli uomini erano stati per lui dei buoni compagni, insieme a lui avevano affrontato e superato pericoli d’ogni sorta, ma adesso sul piatto della bilancia prevalevano la paura e la collera. S’erano insinuati nella sua vita, quei tre, e così lui doveva farli scomparire per sempre, prima quei due che gli stavan dinanzi, e poi il Brabantino. E nella sua mente egli vide un luogo solitario, che non era lontano dalla corte. Là, nella forra, dove il ruscello scorreva tra i salici arbustivi, là sarebbe avvenuta la cosa.
«E così son già in tre a sapere chi io sia stato» disse, mezzo parlando a se stesso «e se non faccio attenzione tra poco saranno in cento».
«Che cosa diavolo vai dicendo?» esclamò il Collotorto, che aveva udito le ultime parole del cavaliere svedese. «Del Brabantino rispondo come di me stesso. Se anche si radunassero tutti i carnefici dei sacro romano impero, e facessero a gara a ritagliar corregge dalla sua pelle, lui non ti tradirà».
«È giusto, non voglio legarlo» disse il cavaliere svedese, facendo vista d’esser totalmente soddisfatto e rassicurato. «Ascoltatemi bene, ho seppellito il mio danaro in un posto sicuro, non lontano da qui, e lo spartirò con voi per amor della vecchia amicizia, e perché noi tre dobbiamo restare uniti come le foglioline del trifoglio. Perciò prendete pala e vanga e venite con me!».
Indicò gli attrezzi da giardino, ch’erano appoggiati al muro. Il Mammola lo guardò pensieroso e maravigliato, e non si mosse. Il Collotorto invece lanciò in aria il cappello e intonò un canto di giubilo:
«Alleluia! Sia lodato e ringraziato il cielo, siam fuori da ogni affanno. Lunga vita a te, capitano, e tanti giorni buoni!».
Il cavaliere svedese fece segno di prender pala e vanga e di seguirlo. Ma, come si volse per avviarsi, si ritrovò dinanzi Maria Christine, che s’era avvicinata silenziosa e ora lo tirava per il giustacuore.
«Babbo» lo ammonì con la sua vocina sottile. «Perché non vieni? Mi manda la mamma: la scodella è già in tavola».
«È la giovane figliuola della graziosa signoria vostra?» domandò il Collotorto con grande deferenza, non volendo far capire alla bambina in quanta familiarità egli fosse col padrone di casa.
«Sì» disse il cavaliere svedese. «È la mia figlioletta».
Maria Christine guardò per qualche tempo, senza il minimo timore, le due lacere figure, poi tirò di nuovo il padre per il giustacuore e domandò:
«Babbo, che gente è? Son brava gente? Io non li conosco».
«È gente che cerca lavoro qui alla tenuta» le spiegò il cavaliere svedese.
Il Collotorto s’accovacciò a terra dinanzi alla figlia del suo antico capitano e incominciò a parlar con lei.
«Piccola principessina!» disse. «Sei bianca e rossa in volto come il più bello dei tulipani. Dimmi, cos’altro sai fare, oltre a saltellar da una gamba all’altra?».
«So leggere nel sillabario» disse Maria Christine, salendo su un ciottolo per sembrar più alta. «So ballare la courante e la sarabanda, e so anche sonare il clavicordio, ma solo un poco, ho appena incominciato, e tu che cosa sai fare?».
«Io conosco molte arti» si vantò il Collotorto. «So spulciare un porcospino e ferrare un’oca. Alle cavallette faccio dei grembiulini colorati, e mi basta fischiare perché i pesci vengan fuori dalla peschiera tutti in fila».
Maria Christine rimase a bocca aperta e guardò il Collotorto con gli occhioni sgranati. Poi indicò il Mammola.
«E quello là? Che cosa sa fare?».
«In un amen lui sa trasformare le salsicce lunghe in salsicce corte, questa è l’arte che conosce meglio» rise il Collotorto. «Però sa anche ragliare come un asino e sibilare come un’oca. E con la bocca ti fa sentire come fanno un cane e un gatto quando litigano».
«Lo voglio sentire, come fanno un cane e un gatto quando litigano» implorò Maria Christine.
Il Mammola non si fece pregare. Si diede a ronfare e abbaiare e soffiare, e poi ringhiare e latrare e ululare, sempre continuando a soffiare rabbiosamente, e quand’ebbe finito, e il cane se la fu squagliata con alti guaiti, Maria Christine congiunse le manine estasiata, saltellò da una gamba all’altra ed esclamò giubilante:
«Non potete andar via, non voglio che ve ne andiate, il cane e il gatto non sanno far meglio di lui, dovete rimanere qui alla tenuta. E ricordatevi bene, la servitù va a tavola alle dodici in punto e la sera alle sei, ci sono regole severe, chi a quell’ora non è lì col suo boccale, resta senza birra».
Il cavaliere svedese guardava con stupore alla confidente amicizia che così in fretta era sorta tra sua figlia e i suoi due cenciosi compagni. Il cuore gli s’alleggerì. Quei due uomini che avevan fatto tanto i buffoni dinanzi a Maria Christine per farla ridere, quei due non lo avrebbero tradito, di questo era sicuro. E ora li vide per quelli che veramente erano: due miseri fratelli di sventura in balìa della strada maestra, venuti non per distruggere la sua felicità ma perché speravano d’aver miglior fortuna lì da lui che non andando a elemosinare un boccone di pane in casa d’estranei. E i pensieri omicidi, fugati da una risata infantile, sgomberarono il suo animo.
«Poiché la mia giovane figliuola vi ha accolti alla tenuta,» disse «potete restare, e anch’io penso sia meglio avervi qui con me piuttosto che lontani da me. Adesso andate nella stanza della servitù a prender la vostra zuppa con dentro i cavoli e il lardo. E quando avrete mangiato vedrò qual è il lavoro che meglio si confà a ciascuno di voi. Sta per incominciare la tosatura delle pecore e la semina dell’avena, dai terreni van raccattati i sassi, e presto anche il frutteto avrà bisogno d’un occhio vigile. Per ora: Dio guardi! E ricordatevi bene: niente vecchie storie, perché non servono a nulla».
S’avviò, con Maria Christine che saltellava al suo fianco, e i suoi due nuovi servi lo seguirono con lo sguardo finché non fu scomparso dentro la casa. Poi il Collotorto disse con un sospiro:
«Ti sei accorto? Del danaro e del fatto che voleva spartirlo con noi non ha più detto nemmeno una mezza parola. Voglio dire: ci s’è rotta la brocca mentre andavamo alla fontana. Evidentemente non era destino, e sta scritto che dobbiamo restar poveri».
Il Mammola, quello che a tre ore di cammino udiva nitrire un cavallo e a due udiva cantar qualsiasi gallo, lui invece scosse il capo:
«Io preferisco così» osservò. «Quando ha parlato del danaro e ha detto che dovevamo andar con lui, mi son sentito non so dir come, le mie gambe non volevano muoversi. Adesso mi toccherà sgobbare e sfacchinare tutto il santo giorno a raccattar sassi dai campi per aver la sera una zuppa con dentro i cavoli e il lardo, ma Dio sa perché, io non lo saprei dire – preferisco così!».
Non si vedevano molto spesso insieme, i due nuovi servi, poiché il Collotorto lavorava di brusca e di striglia nella scuderia, mentre il Mammola si lasciava impiegar nei campi ad arare, seminare ed erpicare. Tuttavia restavano buoni compagni, ogni sera sedevano nella scuderia a giuocare a carte e a bere insieme la loro misura di vino, e ciò che andava bene all’uno, per l’altro era ben fatto. Col resto della servitù avevan poca frequentazione. Ma quando il Collotorto adocchiava da lontano Maria Christine, la chiamava con un fischio e le faceva segno d’andar da lui nella scuderia. Lì, nella sua cassapanca di legno, aveva sempre qualcosa per lei, una volta uno zufolo che aveva tagliato nel canneto, un’altra volta una scimmietta con le membra articolate che aveva scolpito in un travetto di legno e poi dipinto a più colori.
Dal cavaliere svedese giravano alla larga, se appena potevano, poiché ormai non lo consideravano più uno di loro, ma vedevano in lui l’aristocratico padrone e avevano paura ch’egli potesse pentirsi d’averli presi alla tenuta. Ma quando lui veniva a visitar la scuderia o se si dava il caso che l’uno o l’altro d’essi gli capitasse inopinatamente tra i piedi, allora gli stavan dinanzi come un soldato sta dinanzi al suo ufficiale; né le loro facce né le loro parole rivelavano ch’essi spartissero con lui un segreto.
Così vissero per tutto un anno, così fecero fino alla sera in cui dal cielo s’abbatté il fulmine che mandò in frantumi la felicità del cavaliere svedese.
Quella sera il cavaliere svedese aveva a cena alcuni esponenti del patriziato cittadino. S’era alzato da tavola un poco più tardi del suo solito e aveva chiesto licenza per fare un rapido giro della corte. Appena uscì di casa, mentre dava un’occhiata al tempo, ecco che il Collotorto gli si parò dinanzi e fece per dir qualcosa, ma non sapeva bene come incominciare, e il cavaliere svedese, che andava di fretta, lo investì:
«Che cosa vuoi? Non sei soddisfatto del trattamento, non hai ricevuto vitto a sufficienza?».
«Sì, vostra grazia, l’ho ricevuto» confermò il Collotorto. «A mezzogiorno miglio e salsiccia rossa e questa sera zuppa di birra, pane e formaggio. Ma qualcos’altro ho da annunciare a vostra grazia, col dovuto rispetto, e precisamente che c’è qui un tale che, con la debita modestia, bramerebbe di parlare con vostra grazia, io lo conosco e so che anche vostra grazia lo conosce, è venuto in calesse, è qui fuori, e penso che la sua visita non significhi niente di buono».
«Chi diavolo è?» domandò il cavaliere svedese. «Falla breve, non ho tempo».
«Era buio, non l’ho riconosciuto» si contraddisse il Collotorto. «Vostra grazia vedrà coi suoi occhi di chi si tratta».
Il cavaliere svedese abbassò la voce in un iroso bisbiglio.
«Tu, parla dunque! Non sarà infine il barone del malefizio?».
«Dio m’assista, no, non è lui» rispose il Collotorto altrettanto sommessamente. «È il Brabantino, per servire vostra grazia. Non volevo dirlo, poiché m’è proibito di nominar quelle vecchie storie, vostra grazia non vuol sentirne parlare».
Il cavaliere svedese gli volse le spalle con un gesto d’impazienza e s’avviò verso l’entrata, ed ecco che il Brabantino uscì dall’ombra ed entrò nel cono di luce della lanterna che illuminava la corte.
Nessuno avrebbe potuto ravvisare in lui il furfante d’un tempo. Aveva l’aria d’essere un uomo consapevole del proprio valore e della considerazione di cui gode nel mondo. Portava calze di seta, calzoni di velluto rosso ciliegia, un giubbetto nero con ricchi ricami d’argento, al fianco aveva una spada e al collo una catena d’oro alla quale era fissata una lorgnette. I suoi movimenti erano misurati e in tutto ciò ch’egli diceva risonava una tranquilla dignità, che nulla poteva scuotere.
«Ti do la buonasera» disse, avviando la conversazione. «Mi guardi come se non potessi credere che son proprio io. Evidentemente non t’aspettavi che ci saremmo riveduti».
«L’ho sempre saputo, che non correvo pericolo di perder la tua amicizia» disse il cavaliere svedese in tono lievemente beffardo. «Orsù dunque! Che cosa porti? Che cosa ti mena qui? Sei venuto a parlarmi dei vecchi tempi?».
«No» disse il Brabantino. «È per via dei tempi presenti che son venuto da te. Lasciati guardare, capitano! Ho appreso con gioia che ti conduci così onestamente nel tuo nuovo stato. Ognuno ti stima, da per tutto il tuo nome è pronunciato con rispetto. Non lo dico per politesse, è la verità».
«Grazie infinite» ribatté il cavaliere svedese. «Mi onora che tu mostri cortesemente di compiacerti del mio operato. E tu? Con che ti sostenti?».
«Col commercio» dichiarò il Brabantino. «Come farebbe il topo, se non avesse la sua brava paglia d’avena! Ho comprato e riveduto con un piccolo guadagno, e ci ho trovato il mio tornaconto, del capitale non ho consumato nulla».
«E per il resto?» domandò il cavaliere svedese. «Come passi il tuo tempo? Hai moglie e figli?».
«No» fu la risposta del Brabantino. «Avrei potuto sposar la figlia d’un dottore, ma ho ritenuto più salutare restar celibe. La sera, quando ho spedito le mie lettere, vado a teatro oppure a un’assemblée, là si discorre e di tanto in tanto, pour passer le temps, ci si concede anche una partitina; la domenica invece, col tempo bello, trascorrevo la giornata nel mio giardino – così è stato finora. Adesso però ho venduto tutto ciò che possedevo, perfino i mobili e i dipinti di casa mia, e me ne vado all’estero».
«Io probabilmente invecchierò e incanutirò qui nella mia tenuta» osservò il cavaliere svedese. «Infatti, per quanto si dica che il padrone è più forte del suo campo, spesso tuttavia il campo si rivela più forte del suo padrone, poiché lo trattiene e non lo lascia andar via. Tu invece puoi visitar Paesi stranieri, sei davvero da invidiare».
«Chi mai è da invidiare, a questo mondo!» disse ora il Brabantino. «Se ripenso ai bizzarri casi della mia vita, quelli trascorsi e quelli presenti, mi rendo conto di quanto sia vana ed effimera qualsiasi gioia. Tutto finisce infatti, così come finisce la luce dopo aver raggiato il suo tempo, e noi non siamo altro che una palla nelle mani della volubile fortuna, che ci lancia in alto per farci ancor più duramente ricadere».
«Queste son degnissime speculationes», concesse il cavaliere svedese «ma non fanno per me, poiché mi manca il tempo d’abbandonarmici. Io devo procurar di sostentare mia moglie e mia figlia e la molta gente che ho alla tenuta».
«Capitano!» disse a bassa voce il Brabantino dopo una breve esitazione. «Ascoltami! Mi piange il cuore di dovertelo annunciare. Sì, capitano, ho da darti una brutta notizia. Devi andartene».
«Che cos’è successo?» domandò il cavaliere svedese, ma nella sua voce non risonò né inquietudine né preoccupazione.
«Devi andartene» ripeté il Brabantino. «Squàgliatela! Il barone del malefizio ti dà la caccia».
Il cavaliere svedese si strinse nelle spalle.
«Il barone del malefizio?» osservò con una breve risata. «Se non è che questo... Venga pure, la cosa non mi preoccupa. Che cosa sa, lui, di me?».
«Di te non molto» fu la risposta del Brabantino. «Ma dei predatori di chiese e del loro capitano sa tutto, perché la rossa Lies, la Capretta, è passata dall’altra parte, perciò ti dico: squàgliatela!».
«Christian!» chiamò in quel momento, attraverso la notte, la voce di Maria Agneta. «Dove sei? È tanto che t’aspettiamo. Questi signori brontolano perché di notte fai ancora il giro di tutte le stalle».
Aveva aperto una finestra e si sporgeva dal davanzale. Dalla stanza proveniva una confusione di voci che discutevano e ridevano.
«Mia diletta, pazienta ancora solo un momentino, vengo subito» esclamò il cavaliere svedese, e poi si volse di nuovo al Brabantino.
«Che cosa dicevi della rossa Lies?».
«È madame de Tornefeld?» domandò il Brabantino, portando all’occhio la lorgnette e guardando in su.
«Sì, è mia moglie» disse il cavaliere svedese. «È la donna più buona, più pura, più santa di questa terra, e io che sono?».
«Elle est sublime! Adorable!» bisbigliò il Brabantino, increspando le labbra, mentre Maria Agneta scompariva dalla finestra.
«Dovresti farle fare un ritratto a olio, oppure a gouache o a tempera. Scusami con lei se non vengo a deporre ai suoi piedi tutta la mia deferenza» disse.
«Cos’è successo con la rossa Lies? Sbrigati a parlare! Hai sentito che sono atteso» lo sollecitò il cavaliere svedese.
«Capitano, ci vien servito un calice avvelenato» riferì il Brabantino. «La rossa Lies s’è messa con un caporale dei dragoni del barone del malefizio, che ora sono acquartierati a Schweidnitz, e or non è molto è convolata a nozze con lui, ma il suo amore per te s’è convertito in odio. Il caporale è un uomo giovane e la rossa Lies vuole ottener per lui una promozione, perciò ha fatto pervenire al barone del malefizio un’ambasciata...».
«Dove si trova il barone del malefizio?» domandò il cavaliere svedese. «È ancora capitano dei dragoni?».
«È stato in Spagna, in Ungheria, e da ultimo anche a Vienna per certi affari, adesso però, a quanto mi risulta, è in viaggio verso Schweidnitz. È diventato colonnello, e la rossa Lies va vantandosi che ci consegnerà nelle sue mani, in cambio di ciò al suo caporale sarebbe già stata concessa la patente d’ufficiale, e dice che noi dovremo già ritenerci fortunati se, col marchio d’infamia sulla fronte, ci sarà consentito di servire sua maestà il sacro romano imperatore sulle sue galere. Sistema le cose di casa tua, capitano, e squàgliatela, tu hai tutto da temere dalla sua sete di vendetta».
Il cavaliere svedese aggrottò le sopracciglia e fissò la luce della lanterna.
«È un brutto guaio,» disse dopo qualche tempo «ma penso che potrebbe essere ancor più brutto. Perché dovrei andarmene? È meglio ch’io resti dove sono. Lei non sa nulla di me, mi cercherà sulla strada maestra, nelle osterie, ai mercati, alle sagre di paese, ovunque affluisca la gente vile, là mi cercherà, ma non qui alla tenuta».
«Capitano,» osservò il Brabantino «devo molto maravigliarmi di te. Tu parli come se avessi spedito nelle Indie orientali tutti i tuoi cinque sensi. La rossa Lies sa benissimo dove debba cercati. Non ti sei fatto sentir spesso a dire che volevi assurgere a onori di gentiluomo? E una volta che giacevi in preda alla febbre e la rossa Lies ti lavava la fronte e il viso con acqua e aceto hai perfino rivolto parole dure ai servi e alle fantesche che vedevi nel tuo delirio, li hai definiti una massa d’incapaci e di poltroni e di ladri e hai minacciato di far assaggiar loro, quando in capo a un anno saresti ritornato alla tenuta, che cos’è un regime severo. Questi erano i pensieri che agitavi dentro di te. La rossa Lies me l’ha ripetuto anche il giorno in cui ci siamo separati, m’ha detto: se ti si voleva ritrovare, bastava passare in rassegna le tenute nobiliari. Perciò il mio consiglio è...».
«Ci sono molte centinaia di tenute in questo Paese, in Pomerania, in Polonia, nel Brandeburgo e altrove, come farà a trovarmi?» lo interruppe il cavaliere svedese, ma la sua voce sonò insicura.
«Non dovrà cercarti a lungo» fu la risposta del Brabantino. «Basterà che il barone del malefizio chieda in giro e ben presto verrà a sapere che otto anni fa, o sette, tu sei arrivato qui alla tenuta con una sacca da viaggio piena di danaro. E una volta che i suoi sospetti siano caduti sulla tua persona, che cosa succede se lui ti mette faccia a faccia con la rossa Lies perché testimoni contro di te? Perciò non perder tempo, fa’ come me. Preferisco accontentarmi di poco piuttosto che vivere in perpetuo pericolo. Accetta il mio consiglio, capitano, allontànati da qui, c’è gente anche al di là delle montagne».
«Sì» disse sommessamente il cavaliere svedese. «Forse dovrei andarmene. Ma il cuore si ribella».
«E allora resta, e lasciati marchiare e impiccare!» sbottò ora il Brabantino. «Cos’ho parlato a fare? Non v’è peggior sordo di chi non vuol sentire».
Trasse di tasca un orologio a ripetizione d’oro massiccio ornato di smalti e se lo portò all’orecchio.
«Per me è ora, il mio cocchiere aspetta» seguitò in un tono più tranquillo. «Perché alterarmi, si tratta della tua pelle e non della mia. Io t’ho detto tutto, sei avvertito. Se per te finisce male, io non ne avrò colpa».
Discesero in silenzio il viale di aceri, finché raggiunsero il calesse del Brabantino. Il cocchiere salutò e montò a cassetta con un balzo. Il Brabantino salì in vettura, s’affacciò allo sportello e disse, così sommessamente che il cocchiere non poté udirlo:
«Capitano, io rispetto il tuo grande coraggio, tu vuoi restar qui ad affrontare la tempesta. Però mi rincresce per la tua bambina. Porterà per tutta la vita il peso d’esser la figlia d’un uomo che, segnato in fronte col marchio infamante della ruota e della forca, fu mandato in catene su una galera. E ora addio, capitano, e conduciti bene! Allons! Cocchiere, vai pure!».
Il cavaliere svedese rimase a guardar la vettura che s’allontanava nella notte. Come un coltello acuminato gli erano penetrate nel cuore le parole del Brabantino. Adesso sapeva che doveva andarsene, era per amore della sua bambina ch’egli doveva andarsene. Ma dove? Dove?
E mentre stava lì fermo con l’orecchio teso al rumor di ruote che andava morendo in lontananza, ecco ch’ebbe per un istante una visione.
Vide se stesso che, allineato e incolonnato, vestito del giustacuore blu da svedese, attraversava in sella al suo falbo una brughiera senza fine. Tutt’intorno a lui il canto dei soldati svedesi saliva a un cielo coperto di nuvole grevi. Uccelli rapaci volteggiavano sopra le loro teste. Cannoni tonavano, bandiere strappate sventolavano, e sulle file di cavalieri s’abbattevano palle di moschetti. Una di queste lo colpiva, e con un indicibile sentimento di felicità egli si lasciava cader di sella.
Al Mammola e al Collotorto disse quella stessa notte ciò ch’era venuto a sapere dal Brabantino, e che dovevan tenersi pronti ad andar con lui alla guerra svedese. Essi accolsero la notizia con gioia e brindarono alla salute del loro capitano, poiché già da un pezzo il lavoro alla tenuta era venuto a noia a entrambi. Qualsiasi mutamento giungeva loro gradito. Vedevano ritornare i vecchi tempi, quando avevan battuto il Paese come falconi ammaestrati; e in guerra, al comando del loro capitano, si ripromettevano di far bottino e rimpinguar le tasche.
Un’ora difficile fu per il cavaliere svedese, e ancor più per Maria Agneta, quand’egli le palesò che doveva andarsene, per mettersi a disposizione del re di Svezia e lasciarsi impiegar nella steppa ucraina contro i Moscoviti. Maria Agneta lo guardò senza capire se lo avesse inteso bene, e lui dovette ripetere: che la notte innanzi, come altri svedesi che vivevano all’estero, aveva ricevuto dal quartier generale del re l’ordre exprès di presentarsi all’accampamento dell’esercito svedese con due servi ben equipaggiati.
Maria Agneta scoppiò in lacrime. E, squassata dai singhiozzi, gli rinfacciò di pensar solo al suo re, e alla gloria delle armi che sperava d’acquistare, che il suo re per lui era tutto, mentre lei non era nulla, e che l’amore per lei s’era spento nel suo cuore.
Lui protestò che questo non era vero. Ma la verità non poteva confessargliela: ch’era il pensiero di lei, e del nome e dell’onore e della futura felicità della loro bambina, a spingerlo a separare il proprio destino dal loro, che lo faceva con estremo affanno e che nell’esercito svedese non cercava la gloria delle armi, bensì una morte onorevole, cosa che non gli era concessa se restava alla tenuta. E continuò a parlarle con tenerezza, ricominciando ogni volta da capo:
«Mia diletta, mio tesoro santo, sai bene che il mio amore non s’è spento, che arde sempre nel mio cuore. Tu sei il mio angelo e tutta la mia felicità, e nessun mutamento nel tempo potrà mai indurmi a sentire diversamente. Ma devo andarmene. Per sette anni mi son tenuto lontano dalla guerra. Adesso il mio re mi chiama, dovevo aspettarmelo da sempre. Non piangere, diletta! Non m’avevi giurato di voler accettare dalle mie mani, con amore e fiducia, sia la buona sia la cattiva sorte?».
Maria Agneta lo avvinse con le braccia.
«E tu?» domandò, disperata. «Non m’avevi forse giurato di restare e perseverare al mio fianco finché morte non ci separi? Come potrò sopportare il tempo da vivere senza di te? E che m’importa del tuo re, lui non ha mai amato una donna ma sempre e solo la gloria!».
«Non parlare così dell’augusta e beneamata persona di sua maestà» disse il cavaliere svedese. «Oh, diletta, vorrei tanto poter restare, ma questo non è possibile. È venuto il tempo ch’io debbo cingere la spada. Non è tra risa e canti che mi separo da te, lo sa Iddio. Ma il mio re mi chiama!».
Ella pianse tutto il giorno, pianse per tutta la notte. La mattina, una calma raggelata s’impadronì di lei. Andò a prender dallo stipo il giustacuore svedese con i bottoni d’ottone e il colletto rosso. E i calzoni di pelle d’alce, i guanti gialli alla moschettiera, la spada con l’impugnatura di cuoio, il sacco da biada, la fiaschetta e le pistole da sella. E come si vide dinanzi tutte queste cose, ecco che affiorò in lei l’immagine di quel giorno in cui il cavaliere svedese, col cappello sotto il braccio, le era venuto incontro nel sole del giardino, e gli occhi le si empirono di lacrime.
«E allora, Dio faccia la grazia di protegger te e il tuo re» disse sommessamente, e la sua mano scivolò leggera sul logoro giustacuore blu.
La bambina, Maria Christine, entrò saltellando nella scuderia e vi trovò il Collotorto che, nella semioscurità, sedeva sulla sua cassapanca raccomodando un vecchio sottopancia. Per qualche tempo rimase a guardarlo lavorare, poi prese a parlar di ciò che colmava d’inquietudine e di curiosità il suo cuoricino. E domandò:
«Lo sai già che il mio babbo va alla guerra?».
«Sì» disse il Collotorto. «E io e il mio compagno andiamo con lui».
«Allora siete in tre» contò Maria Christine, aiutandosi con le dita. «Perché andate in tre come i tre re magi venuti dall’Oriente?».
«Perché così, quando due tacciono, c’è sempre uno che li sta ad ascoltare» spiegò il Collotorto.
«È lunga la strada per andare alla guerra?» volle sapere Maria Christine.
«Tu dammi una pertica, così te la misurerò» fece il Collotorto.
«E quando ritornerete?».
«Quando tu avrai consumato tre paia di scarpette, allora ritorneremo».
«Ma io voglio sapere il giorno preciso in cui ritornerete» esclamò Maria Christine.
«Fa’ un salto nella foresta e chiedilo al cuculo, lui te lo dirà» le suggerì il Collotorto.
«E che cosa ci vai a fare alla guerra?» s’informò Maria Christine.
«A guadagnar danari e beni» fu la risposta del Collotorto. «Il mio borsellino vuoto mi pesa. Se lo riempio ben bene, lo porto più facilmente».
«La mamma piange» riferì la bambina. «La mamma dice che molti ci restano, alla guerra, e non ritornano più a casa».
«Da questo puoi capire che la guerra è una cosa buona» osservò il Collotorto. «Se fosse una cosa cattiva, infatti, tutti se ne tornerebbero subito a casa».
«E allora perché la mamma piange?» domandò la bambina.
«Perché non può venire con noi».
«E perché non può?».
«Per via del brutto tempo. Che cosa ci farebbe alla guerra quando piove e quando nevica?».
«Ma io non voglio,» esclamò Maria Christine, pestando un piedino in terra «io non voglio che il mio babbo resti alla guerra quando piove e quando nevica. Lui indosserà la sua vecchia giacchetta blu, e quella fa presto a inzupparsi tutta. Dev’essere di nuovo a casa, quando comincia il brutto tempo».
«Non t’arrabbiare» la pregò il Collotorto. «Vedrò che cosa si può fare».
«Tu devi aiutarmi» disse Maria Christine, arrampicandosi sulle sue ginocchia. «Io so che puoi farlo. Non voglio che il mio babbo resti alla guerra, mi senti? Non far finta d’esser sordo! Tu conosci molte arti, devi fare in modo che lui ritorni a casa».
«Ti comporti come se io fossi qui solo per far la tua volontà» rise il Collotorto. «A furia di chiacchiere saresti capace di portar via un’anima al diavolo. Lascia stare la mia barba, dovrei lasciarmela arruffare e sconciare da te? E adesso ascoltami bene: se davvero vuoi che il babbo non vada alla guerra, allora prendi un po’ di terra e un po’ di sale, mettili entrambi in un sacchettino e...».
«Terra e sale» ripeté Maria Christine. «Che tipo di terra? Terra nera? Terra rossa?».
«La terra è terra, che sia rossa, gialla, nera o marrone» dichiarò il Collotorto. «Terra e sale li metti in un sacchettino, e il sacchettino lo cuci nel giustacuore blu del tuo babbo, tra il panno e la fodera. Va fatto di notte, alla luce della luna, e nessuno deve vederti con in mano l’ago e il filo, e bisogna anche che nessun cane abbai e nessun gallo canti, altrimenti l’incantesimo si spezza e tu devi ricominciare tutto il lavoro da capo. Hai capito?».
«Sì» alitò la bambina.
«Terra e sale, messi nel suo giustacuore,» seguitò il Collotorto «hanno un tal potere che lui dovrà pensare a te giorno e notte. Son più forti della fune d’una campana, lo legheranno e lo tireranno qui dove sei tu, e lui non troverà pace, né di giorno né di notte, finché non sarà di nuovo da te. Hai tenuto bene a mente tutto quanto?».
«Sì» disse Maria Christine con voce trepidante, poiché le tremava il cuore al pensiero che quel lavoro andava fatto in un’ora notturna. «Mettere terra e sale in un sacchettino e poi con ago e filo...».
«Alla luce della luna, non a lume di candela» raccomandò il Collotorto. «Non scordartene! Undici giorni fa c’è stata la luna nuova, adesso sta ancora crescendo, gliela puoi fare».
Quando la luna si fu levata sopra i faggi rossi e gli ontani del giardino, Maria Cristine scivolò giù dal suo letto. Trasse fuori di sotto il guanciale il sacchettino di sale e terra, una forbicina, ago e filo. Quindi lasciò alla chetichella la sua cameretta e sgattaiolò silenziosa su per le scale. Ancora qualche passo, una breve sosta con l’orecchio alla porta per sentire se tutto taceva, e poi, col cuore che le batteva forte forte, entrò nella stanza in cui il giustacuore svedese di suo padre era steso su una sedia a braccioli.
Non era del tutto buio nel grande ambiente. La luce della luna fluiva dalle finestre, rivelando i contorni delle cose. Del giustacuore blu da svedese rilucevano i bottoni d’ottone. Maria Christine avanzò d’un passo e si spaventò un poco, poiché nello specchio da parete vedeva muoversi la propria immagine riflessa. Quando comprese d’esser sola nella stanza, rifiatò profondamente e prese il giustacuore dalla sedia. Era molto pesante. La bambina lo strinse al petto e, in parte trascinandolo, lo portò presso alla finestra; poi, mentre s’accovacciava sul pavimento, mandò un sommesso sospiro, poiché temeva che un cane coi suoi latrati o un gallo col suo canto potessero vanificare quel suo lavoro clandestino. Ma cani e galli rimasero zitti, e lei s’accomodò il giustacuore sulle ginocchia e prese le forbici.
Cani e galli a quell’ora dormivano, ma babbo e mamma erano entrambi ancora alzati. Nella «sala lunga» Maria Agneta stava seduta col viso pallido e gonfio di pianto, mentre il cavaliere svedese, con le braccia conserte, era in piedi dinanzi al camino.
Guardando il fuoco morente, egli aveva ripercorso a ritroso con la memoria il tempo trascorso, fino al momento in cui aveva incontrato per la prima volta Maria Agneta. Lì era avvenuto, in quella stanza. Lì l’aveva veduta, povera e ingannata da tutti, piangere l’amato ragazzetto che s’era scordato di lei e del suo amore. Era stato allora che in lui, nel derelitto prigioniero del barone del malefizio, era sorto quel pensiero temerario: che doveva farla sua, e che meglio di quel ragazzetto avrebbe saputo farsi onore, da gentiluomo, dinanzi a lei e dinanzi al mondo. Ciò che all’altro era stato messo nella culla, lui aveva dovuto guadagnarselo con imprese ardite e scellerate, l’aveva ottenuto con l’inganno, la pervicacia e la lotta. Sette anni era durata la sua felicità. E ora gli restava da fare solo un’ultima cosa: se per sette anni gli era stato concesso di vivere da gentiluomo, ora gli s’imponeva di morire una morte da gentiluomo. E questa morte egli era risoluto in cuor suo a cercarla nell’esercito svedese, e sapeva esser grato al destino d’avergli risparmiato di morir per mano del carnefice.
«C’è brava gente alla tenuta, onesta e capace» disse a Maria Agneta. «Devi solo governar la casa come si deve, e non ti mancherà nulla».
«Che mi mancherai tu, mio diletto, a questo non pensi» disse Maria Agneta con un filo di voce.
«Devi anche badar che in casa» seguitò il cavaliere svedese «e nelle stalle e nei campi si faccia economia, e tuttavia non si trascuri nulla. Mai spendere più di quanto ricavi. Eliminare il bestiame superfluo appena puoi. Per la semina primaverile non devi aver troppa fretta. Meglio aspettare il bel tempo! E ricordati sempre che un solo campo ben lavorato e concimato rende più di due campi maltenuti».
«Come potrò pensare a tutte queste cose,» protestò Maria Agneta «se vivrò in perpetua agitazione. L’ansia per te mi roderà il cuore».
Ma il cavaliere svedese pensava ora al suo allevamento di pecore, che gli aveva fruttato bei guadagni. Quando però prese a spiegare a Maria Agneta che la lana buona dipende solo da buoni pascoli e com’ella potesse protegger le pecore dalla dissenteria e dalla rogna, ecco che un rumore che pareva provenire dalla stanza attigua gli fece tender l’orecchio. Si portò un dito alle labbra.
«Che cos’è stato?» domandò. «Hai sentito? Chi è ancora alzato a quest’ora?».
«Nessuno è alzato» osservò Maria Agneta. «Sarà stato un colpo di vento, che ha fatto sbatter le gelosie».
Ma al cavaliere svedese era parso d’udire uno scricchiolio di passi. Prese dal tavolo il candeliere con la candela accesa, andò alla porta e l’aperse.
«Ehi!» esclamò. «Chi è là?».
Con un gran batticuore la piccola Maria Christine aveva allineato un punto dietro l’altro, poiché udiva vicinissima la voce di suo padre. E quand’ora ebbe finalmente terminato il suo lavoro senza che un cane abbaiasse o un gallo cantasse, mentre con un sospiro di sollievo stendeva sulla sedia a braccioli il giustacuore blu da svedese, ecco che qualcosa di pesante cadde a terra con fragore accanto a lei.
La bambina si spaventò e non seppe spiegarsi che cosa fosse successo. Fece per correr via, ma urtò contro lo spigolo d’una sedia e, atteggiando il viso al pianto, si massaggiò il fianco e il ginocchio. Quando riprese a correre, perse nella fretta una pantofolina, per un momento si fermò sgomenta, poi la cercò, la ritrovò, se l’infilò, e uscì dalla porta proprio nel momento in cui il cavaliere svedese gridava dentro la stanza il suo «Chi è là?».
Per qualche breve tempo rimasero entrambi nel vano della porta, il cavaliere svedese tenendo il candeliere nella mano levata e Maria Agneta stringendosi impaurita al suo fianco. Ma all’improvviso, quand’egli mosse il braccio, la luce della candela investì la copertina foderata di rame d’un libro che giaceva sul pavimento accanto alla sedia a braccioli. Maria Agneta corse a raccoglierlo.
«Ecco che cos’è stato» disse. «È stato questo a far tanto baccano nel cadere. Penso che il gatto si sia dato da fare attorno al tuo giustacuore, cercando di tirarlo giù dalla sedia, e così questo libro è scivolato fuor dalla tasca. Ha tutta l’aria d’aver cent’anni, sa di muffa».
Il cavaliere svedese guardò pensieroso il suo vecchio arcanum, che negli anni della felicità aveva completamente scordato.
«È la bibbia di Gustavo Adolfo, il famosissimo eroe» spiegò a Maria Agneta. «La portava sotto la corazza quando la falce della morte s’abbatté su di lui. E io devo deporla nelle mani del giovane re di Svezia, così m’è stato detto di fare. Ma non so se me ne verrà poi tanto onore: ha un gran brutto aspetto, la pioggia l’ha infradiciata, i vermi l’hanno corrosa. Penso che il re non terrà in alcun conto quest’anticaglia».
Si strinse nelle spalle, ma tuttavia buttò il libro sul tavolo, accanto alle pistole da sella e ai guanti gialli alla moschettiera.
Due giorni più tardi, di buon mattino, quando la nebbia avvolgeva ancora i prati e la peschiera, il cavaliere svedese lasciò la tenuta in compagnia del Mammola e del Collotorto. Difficile e doloroso era stato il commiato da Maria Agneta, e, quand’ella l’aveva abbracciato per l’ultima volta raccomandandolo con labbra convulse e voce tremante all’onnipossente protezione di Nostro Signor Gesù Cristo, era stato molto duro per lui celarle ancora che quel commiato era per sempre.
La bambina dormiva, e non s’era destata neppure quando suo padre le aveva baciato la bocca e la fronte.
ULTIMA PARTE
IL SENZANOME
Era notte fonda. Il cavaliere svedese sedeva nella fredda e umida taverna di un’osteria polacca dinanzi a un boccale di birra mezzo vuoto. Era stanco, dopo quella cavalcata di tre giorni attraverso foreste e paludi, ma non pensava a dormire. Il cane dell’oste, sdraiato sul pavimento, sognava di dar la caccia a conigli, volpi e scrofe selvatiche. L’oste, che parlava solo polacco, beveva la sua acquavite in un angolo della taverna in compagnia del Mammola e del Collotorto. Era in apprensione perché sua moglie aveva le doglie, e i due gli davan consigli su come potesse aiutarla: doveva darle da bere dell’idromele con dentro lacrime di mirra pestate, gli dicevano; ma l’oste non li capiva e continuava a domandar che cosa desiderassero.
La lampada ardeva fioca. Fuori fischiava il vento e quando nella stanza v’era silenzio s’udivano i gemiti della donna e il mormorare e lo sfrascare degli alberi che circondavano la casa.
Il Mammola e il Collotorto, com’ebbero finito di sorseggiare la loro acquavite, uscirono dalla taverna; l’oste li precedette col lume, la scala di legno cigolò sotto i loro passi. Il cavaliere svedese rimase seduto immobile e a capo chino, i suoi pensieri continuavano a ruotare incessantemente attorno alla tenuta che aveva lasciato; e come ora vi fu silenzio, ecco ritornare le voci e i rumori familiari che gli erano risonati all’orecchio durante le sue giornate. Per qualche secondo udì, a brani sconnessi, il cicaleccio delle fantesche che la sera, sedute in cerchio, passavano al pettine il lino. Udì cigolare il portone e gemere il pozzo a carrucola. Udì Maria Agneta chiamare i piccioni, e questi accorrere tubando. E il ronzio della mola, il muggito d’un bue che i servi attaccavano al carro. – «Ci sarà un tempaccio questa notte» sentì dire dalla voce del servo anziano. Udì il ticchettio degli zoccoli di legno, l’acciottolio dei secchi del latte; e, inframmezzato a tutti questi rumori, udiva e riudiva di continuo la vocina sottile di Maria Christine, che invocava lamentosa il suo babbo e non voleva credere ch’egli fosse andato via.
Il cavaliere svedese si drizzò con un gesto brusco. Trasse di tasca l’arcanum e lo buttò sul tavolo innanzi a sé.
«Strano come tu ti sia mutato» disse, rivolgendosi alla bibbia di Gustavo Adolfo. «Un tempo m’incalzavi da un’impresa all’altra, da un colpo all’altro, giorno e notte mi facevi apparir dinanzi agli occhi il tesoro sparpagliato per il Paese, l’oro e l’argento, perché io lo mettessi nel mio carniere, mi mostravi che cosa vi fosse da guadagnare, per me, in questo mondo. Adesso invece, ora dopo ora, non mi fai veder altro se non ciò che ho perduto per sempre. Dammi pace, ti dico, non mettermi alla disperazione, o, quant’è vero Iddio, ti butto nel fuoco. Sono stufo di te».
Rimase a guardar fisso innanzi a sé. Poi passò la mano sulla copertina rivestita di rame del vecchio libro.
«Probabilmente hai ragione» disse, quasi che dalla bibbia del re morto gli fosse giunta risposta. «Come potrei da un giorno all’altro non sentirmi più negli orecchi la voce della mia diletta e il riso della bambina, le sue grida di giubilo, il suo canto e il suo pianto. E che cosa ci faccio alla guerra? Tu dici la verità. Meglio del moschetto, nelle mie mani, ci sta la vanga del contadino. Che cosa ci vado a fare, nell’esercito svedese? A incendiar villaggi, rovinare i raccolti ai contadini e portargli via il bestiame. A foraggiare di casa in casa, spaventare a morte la povera gente, tormentarla, coprirla d’improperi, frustarla a sangue: “Tira fuori quello che hai, canaglia!”. – Dovrei esser pazzo per voler diventare un soldato del re di Svezia, scavar trincee, andare alla carica, sfiancare il mio cavallo. Se è in lite con lo zar dei Moscoviti è affar suo: si batta pure con lui, o ci si metta d’accordo, se preferisce; a me che me ne importa?».
Il vento fischiava, il cane boccheggiava nel sonno. Il cavaliere svedese guardava con occhi fissi il libro che giaceva sul tavolo dinanzi a lui.
«Da uomo ho giocato la mia partita, tu lo sai» disse sommessamente. «Devo darla perduta solo a causa d’una donna che non sa dimenticare?».
Pensò alla rossa Lies, pensò che un tempo lei lo aveva amato sinceramente e di tutto cuore, come una cagna gli era stata devota, obbediva a un semplice cenno dei suoi occhi. Possibile che non gli riuscisse di riattizzare in lei, sotto la cenere, il fuoco dell’antico amore? Quanto più ci pensava, tanto più audace cresceva in lui la speranza di poter padroneggiare ancora un volta il proprio destino, adesso gli pareva d’aver ancora tutto da guadagnare.
«Devo provarci, non mi resta altra via» disse, parlando a se stesso. «Se riesco, allora ritornerò alla mia tenuta e la disperazione di questi giorni sarà stata solo un brutto sogno. Se fallisco, allora il boia farà la festa a un senzanome».
Udì dei passi. La scala cigolò, la porta s’aperse. Il Mammola e il Collotorto affacciarono il capo dentro la taverna.
Il cavaliere svedese s’affrettò a celar l’arcanum nella tasca del giustacuore. Poi investì i due:
«Perché gironzolate per la casa? Mettetevi a dormire, non c’è più molto tempo, domani partiremo ancor prima che spunti il giorno».
«Hai tanta fretta, capitano?» domandò il Collotorto. «C’è un nuovo cristiano in questa casa, non lo senti strillare? È un maschietto, e l’oste nella sua gioia vuol offrirci da mangiare e da bere per due giorni filati. Perché non dovremmo godercela un po’ qui, l’esercito svedese facciamo sempre in tempo a raggiungerlo, quello non ci scappa».
«Non andiamo alla guerra svedese, ci ho ripensato» lo informò il cavaliere svedese. «Giriamo sui tacchi e andiamo a Schweidnitz, dove sono acquartierati i dragoni; ma non è a loro, bensì alla rossa Lies che ho da dir due paroline per la vita o per la morte».
Per un momento il Collotorto rimase irrigidito dallo stupore, ma poi ebbe subito sotto mano il suo bravo consiglio:
«Se riesci a parlarle, capitano, offrile del danaro» osservò. «La rossa Lies ha sempre guardato alla miseria come al peggiore dei vizi. Se col tuo danaro potrai evitar la sventura, te la sarai cavata a buon mercato».
«Ehi, va’ all’inferno!» esclamò il Mammola. «Capitano, da’ retta a me: niente discorsi, una pietra al collo e oplà, che è che non è, la butti in acqua, ecco il mio consiglio».
«Lasciate fare a me» decise il cavaliere svedese. «In un modo o nell’altro, le chiuderò la bocca, quand’anche il mio sangue dovesse poi sprizzare sulle braccia del boia. Son risoluto a tentar la mia ultima chance, mi giuoco la vita in questa partita».
«Questo lo so bene, che in questa faccenda non sono in giuoco noccioline» disse il Collotorto. «Ma non ho paura per te, capitano. Sei sempre stato un temerario, vagare al confine tra la vita e la morte è stato nei tempi andati il tuo maggior divertimento».
A un’ora da Schweidnitz sorgeva in riva al fiume una capanna di giornalieri circondata da fitti cespugli, ch’era disabitata da anni. Lì presero alloggio i tre compagni, e trovarono anche un riparo per i loro cavalli; e appena calò la sera il Mammola si mise in cammino per andare in ricognizione in città, poiché aveva il compito di scoprire dove fosse acquartierata la rossa Lies col suo caporale e quale fosse l’ora migliore per un attentato.
«Sei sempre stato un buon ricognitore» disse il cavaliere svedese, congedandolo. «Anche in questa faccenda puoi far tu il grosso del lavoro. Ma attento a te, bada a non farti vedere dalla rossa Lies, lei ti riconoscerebbe al primo sguardo: anche se ti sei fatto rader la barba dal mento e dalle guance, non devi creder per questo d’esserti mutato un gran che. Da’ prova della tua arte, ma usane con cautela, adesso tutto è nelle tue mani».
«Lascialo andare e non ti dar pensiero!» osservò il Collotorto. «Conosco il Mammola, e so che in tutta la Slesia non c’è un solo albero al quale abbia voglia di farsi impiccare».
Il Mammola rimase via una notte, un giorno e un’altra notte ancora, e quando ritornò aveva spiato e origliato tutto ciò che al cavaliere svedese occorreva sapere.
«I dragoni sono a Schweidnitz già da diverse settimane, hanno comprato dei cavalli,» riferì «e la rossa Lies è acquartierata col suo caporale in casa d’un sarto nella città bassa, basta che tu chieda della casa All’albero verde. Il momento migliore è l’ora che precede mezzanotte, allora la rossa Lies è sola in camera sua, il caporale se ne sta seduto nella taverna del Corvo a scolarsi in gola quanto basterebbe a far girar la ruota d’un mulino. Dopo mezzanotte, quand’è ubriaco fradicio, sale con grande strepito le scale di casa, e allora i due sposi incominciano a litigare che li si sente da un capo all’altro del vicolo. I vicini ci sono avvezzi, non fanno più caso al loro baccano. Ho anche escogitato come potresti entrare in casa non visto. Là dove la casa dà sul cortile e sul giardino è accatastata contro il muro della legna da ardere, e se tu prendi la piccola scala a piuoli ch’è dietro la casa e l’appoggi alla legna...».
«Lascia che sia affar mio come farò a entrare» lo interruppe il cavaliere svedese. «Hai nient’altro da riferire?».
«Che mi devi ventidue kreuzer e mezzo: è quanto ho speso per il mangiare e per due boccali di birra, è assai caro consumar qualcosa da un oste» disse il Mammola.
Nel tardo pomeriggio il cavaliere svedese si recò in città con il Mammola; il Collotorto rimase nella capanna col cavallo da soma e coi portamantelli, poiché a Schweidnitz erano in parecchi a conoscerlo e non poteva farsi vedere in giro. Giunti in città i due si fecero indicare la miglior locanda e vi presero alloggio, poi il cavaliere svedese ordinò la cena, ma chiese che gli fosse servita non da basso alla tavola comune, bensì di sopra nel suo alloggio: era stanco per una lunga cavalcata, disse, e a tavola lo avrebbe servito il suo domestico.
Così i due rimasero nel loro alloggio lontani da ogni sguardo, ma appena il campanile batté le dieci uscirono di casa quatti quatti e il Mammola condusse il cavaliere svedese per vicoli e vicoletti nella città bassa e nel cortile sul quale s’affacciava la casa All’albero verde.
«Il sarto è ancora alzato, è nella sua bottega» bisbigliò il Mammola. «Ma nella camera della rossa Lies non arde alcun lume, penso che non sia ancora rincasata».
«Oppure è già a letto, ha spento il lume e dorme» replicò il cavaliere svedese altrettanto sommessamente.
«Questo no» sussurrò nell’oscurità la voce del Mammola. «Finché il suo caporale non è rincasato, lei non va a letto».
La luna s’era celata dietro un banco di nubi. Il cavaliere svedese trasse di sotto il mantello una lanterna cieca e per un secondo fece scivolare il suo fascio di luce lungo il muro della casa. E in quel breve istante aveva già misurato la distanza che v’era tra la catasta di legna e la finestra, e riconosciuto che non gli occorreva alcuna scala a piuoli per arrivar lassù. E aveva anche assodato come avrebbe potuto aprir le gelosie senza far molto rumore.
Diede al Mammola la lanterna cieca.
«Prendila, a me non serve più» disse. «E adesso affrettati, corri alla locanda, paga l’oste, prendi i cavalli dalla scuderia, portali qui e tieniti nelle vicinanze. E fammi un segnale col verso dell’astore o della poiana, affinché io sappia che sei di nuovo qui e dove debbo cercati».
«Hai ispezionato le tue pistole, capitano?» domandò il Mammola.
«Sì. Corri adesso, per mille diavoli!» ordinò il cavaliere svedese. Poi salì sulla catasta di legna, mentre il Mammola scompariva nell’oscurità.
La rossa Lies entrò e, mentre ancora si richiudeva la porta alle spalle, si sfilò le pesanti scarpe. Mosse qualche passo in direzione del focolare, la cui brace proiettava sul pavimento della camera un debole chiarore, e nel passare depose sul tavolo il paniere con le uova, poi fece per andare alla finestra ad aprirla, poiché nella stanza v’era del fumo. All’improvviso sollevò il capo. Le era parso di sentir respirare qualcuno.
«Sei tu, Jakob?» domandò.
Non ottenne risposta, né udì altri rumori. Tuttavia. una certa qual sensazione le diceva che non era sola in quella stanza. Con voce insicura gridò dentro il buio:
«Chi è là?».
Non ottenendo risposta neppure questa volta, cercò a tentoni uno stecco e lo accese alla brace del focolare. E ora scorse la sagoma d’un uomo che sedeva immobile sul suo letto. Riconobbe subito che non si trattava del suo Jakob. E in lei si destò solo curiosità, non inquietudine.
«Voglio proprio vedere chi m’è piovuto in camera» disse, illuminando il volto del cavaliere svedese.
Un grido sommesso. La rossa Lies indietreggiò barcollando, un cerchio di faville turbinò per un secondo nell’aria, un brivido freddo le corse lungo il filo della schiena. La mano che reggeva lo stecco acceso prese a contrarsi convulsa come in un crampo, mentre l’altra mano annaspava nel vuoto cercando invano un sostegno. Il cavaliere svedese rimase seduto sul letto e non si mosse, di sotto i sopraccigli cespugliosi i suoi occhi fissavano la rossa Lies, sulle sue labbra v’era un che di sfrontato e beffardo; sulla parete la sua ombra s’alzava e s’abbassava in una danza selvaggia.
Adesso la rossa Lies lasciò cadere a terra lo stecco, che si spense. Pensieri confusi e incoerenti le sfrecciarono nel cervello.
«È lui? Possibile che sia proprio lui? Quanto tempo è che non lo vedevo? Saprà che io...? Chi glielo avrà rivelato? Con occhi d’assassino m’ha guardata. Dar l’allarme, invocare aiuto. Ma chi mi sente? Il sarto, ha la gotta. I vicini, prima che si sveglino loro... Come m’ha guardata! Sì, proprio così l’ho avuto innanzi agli occhi in tutti questi anni. Che Dio abbia pietà, che cosa devo fare? Se Jakob... ma Jakob non può sentirmi. Quando a mezzanotte verrà, sarà troppo tardi, io sarò già... lui m’avrà già... Gesummio, chi m’aiuta? E lui se la squaglierà, dalla finestra, e chi lo trova più, in questo nessuno gli sta alla pari – non devo lasciarlo andar via! L’ho in pugno e devo trattenerlo, non c’è più bisogno d’affaticarsi a cercarlo, e quando domani il barone del malefizio... vostra grazia, lo abbiamo preso! Tutto quel danaro, sarei fuor da ogni affanno, non devo lasciarlo andar via, quand’anche dovessi... Gesummio, tutto quel danaro...!».
«Perché mi lasci al buio, fa’ lume!» sentì dire adesso dalla voce del suo antico capitano. Prese del fuoco dal focolare e accese la candela di sego ch’era sul tavolo in un candeliere di terracotta, e nel far ciò le riuscì di mettere ordine nei suoi pensieri. Vide la pistola nella mano del cavaliere svedese, e nei suoi occhi la luce cattiva che gli conosceva dai tempi andati; sapeva bene per qual motivo era venuto, e che ora era in giuoco la sua vita. Tuttavia finse di non aver nulla da temere da lui, si comportò come s’egli fosse ancora il suo buon compagno, che dopo tanti anni lei rivedeva con gioia, prese a parlare – per guadagnar tempo infilava una parola dietro l’altra, e intanto andava rimuginando con tutte le sue forze se non potesse riuscirle di salvar la vita e tuttavia far cadere nelle mani del barone del malefizio quel suo antico amante.
«Dunque sei proprio tu» disse con una certa intonazione della voce, come se le fosse toccata una gran fortuna che non avrebbe mai osato sperare. «Non so, ho un tal tremito nelle mani, sarà la gioia di rivederti. Quali onori e quanta riverenza ti devo, per ringraziarti d’aver trovato tempo per me? Come sei entrato? Dalla finestra? Sempre le vecchie pagliacciate! Mi guasterei la reputazione presso i vicini. Per la prossima volta ricordati che s’entra dalla porta, ho messo su casa su basi rispettabili. Allora, guardati pure attorno con comodo. Ti piace qui da me?».
«Molto» fu la risposta del cavaliere svedese. La guardò: nel suo volto v’era un tratto di durezza e di scaltrezza che non le aveva mai veduto prima. Adesso gli era chiaro che non aveva nulla da sperare dal suo amore, l’amore era spento da un pezzo. La rossa Lies s’interponeva tra lui e la sua felicità, e lui doveva farla tacere per tutta l’eternità. Strinse in mano la pistola, aspettando il grido d’astore del Mammola.
«E tu?» seguitò a domandare la rossa Lies. «Come te la sei passata in tutto questo tempo? Non hai l’aria d’aver guadagnato in fortuna e in ricchezza. Ebbene, neanche a me è andata sempre secondo i miei desideri. Ma che importa. Quando avevo dispiaceri e notti insonni, ho cercato rifugio nella bottiglia. Adesso naturalmente non ho più bisogno di consolarmi a quel modo. Capitano, sei venuto a vedere come me la passo da novella sposa? Dimmi allora, con quale nome e quale titolo devo presentarti al mio Jakob, non si farà aspettar molto, mi par sempre di sentirlo già salir le scale».
«Venga pure» disse ora il cavaliere svedese. «Vedrai come le rifarà subito saltando e ballando tutte le scale, e in più anche la strada dell’inferno».
«Apriti cielo, che cosa vai dicendo, non sarai addirittura geloso infine, vorresti attentare alla vita del mio Jakob?» esclamò la rossa Lies. E in quel medesimo istante le venne tutt’a un tratto in mente come avrebbe potuto far sì che il suo antico amante cadesse nelle mani del barone del malefizio. Era un piano orribile, quello ch’era sorto nel suo cervello. Ancora se ne ritraeva, con un brivido di raccapriccio, ancora si ribellava in lei, a quel pensiero, un residuo del passato amore, e all’improvviso ella provò una tal stretta al cuore che avrebbe voluto gridar di disperazione e d’angoscia. Ma solo pochi istanti durò dentro di lei quella battaglia, l’odio era più forte d’ogni altra cosa. Non aveva forse, centinaia e centinaia di volte, supplicato in ginocchio Iddio di consegnarle in mano quell’uomo, perché lo potesse ripagare di ciò che le aveva fatto? Adesso quel momento era venuto, lui era in mano sua. Si guardò attorno – là, sul pavimento, accanto al focolare, giaceva il sacco cogli attrezzi di suo marito, e nel focolare v’era la brace – ed ecco che la sua decisione era presa. E quando lei ora seguitò a parlare, la sua voce non lasciò sospettar nulla di ciò ch’era avvenuto nel suo animo.
«Davvero sei geloso?» rise. «Già, capitano, avresti dovuto badar meglio a me, m’hai lasciata sola per tanti anni, adesso è troppo tardi. Rassegnati, ti do un buon consiglio. Non attaccar briga col mio Jakob, lui fa presto a infastidirsi. Se poteste diventare amici! Adesso però è ora ch’io gli prepari la sua omelette, il fuoco sta per spegnersi, e se lui rincasa e non trova pronto in tavola io passo un brutto quarto d’ora».
Prese le uova dal paniere e le ruppe nella padella. Poi si chinò a terra e trasse fuor dal sacco degli attrezzi il ferro che serviva a imprimere a fuoco sul lato sinistro del collo dei cavalli il marchio del reggimento. Questo era una grossa «L», poiché il colonnello, il barone del malefizio, era un barone di Lilgenau; e quando questa «L» era rovesciata, somigliava a una forca. Con quel ferro la rossa Lies smosse la brace, come per riattizzarla.
«In questo è fatto a modo suo» disse, rialzandosi; ma, il ferro, lo aveva lasciato nella brace. «Se al momento giusto non trova pronto in tavola, attacca lite. Per il resto non ho motivo di lamentarmi. Di bambini non vuol sentirne parlare. Dice che a noi due non gioverebbe un gran che aver figli. Ma io penso che il tempo porterà consiglio, e una volta che lui avrà ottenuto la promozione, poiché è molto ben visto dagli ufficiali del reggimento...».
Dal giardino immerso nella notte s’udì il grido della poiana. Il cavaliere svedese si levò in piedi e andò verso la rossa Lies.
«Basta!» l’apostrofò imperioso, con voce trattenuta. «Di’ un padrenostro, invoca Gesù Cristo e pentiti dei tuoi peccati, non ti resta molto tempo».
«Perché dovrei dire un padrenostro, che cos’hai in animo di farmi?» esclamò la rossa Lies, indietreggiando d’un passo. «Hai ripreso il tuo vecchio mestiere e vuoi sperimentarlo su di me? Risparmiati la fatica, non ho danaro in casa».
«Non ho bisogno del tuo danaro. Tu sai bene perché sono venuto, l’hai saputo fin dal primo momento. Non hai forse concluso un accordo col barone del malefizio, impegnandoti a consegnarmi nelle sue mani in cambio della patente d’ufficiale per tuo marito?».
La rossa Lies si ravviò i capelli dalla fronte e si strinse nelle spalle.
«È questa la musica?» domandò. «Chi t’ha propinato questa menzogna?».
Si chinò sul focolare, senz’aspettare la sua risposta, e prese ad attizzar la brace, come la sua sola preoccupazione fosse la buona riuscita dell’omelette. E, tenendo stretto il ferro, seguitò a parlare:
«Non hai nulla da temere da me. Ho sempre taciuto e continuerò a tacere anche in futuro. Chiamo a testimoni cielo e terra che sono sincera».
Udì un rumore sommesso, il cigolio del portone di casa che s’apriva e si richiudeva. Era il suo Jakob che finalmente rincasava. La cosa doveva avvenire adesso, prima che lui entrasse nella stanza, prima che s’udissero i suoi passi sulle scale. – Colpiscilo! bisbigliò una voce dentro di lei. È tuo nemico, ed è nemico d’ogni essere umano, colpiscilo! Non devi aver compassione per lui!
«Pazzo chi ti crede» sentì dire dalla voce del cavaliere svedese. «Alzati! Potresti giurarlo sul santo battesimo che porti sul capo?».
La rossa Lies s’alzò di scatto. Per una frazione di secondo rimasero faccia a faccia, poi lei lo colpì in piena fronte col ferro arroventato.
Il cavaliere svedese mandò un sordo lamento, si portò la mano alla fronte, barcollò, inarcò il corpo, il suo viso era stravolto dallo spasimo.
Ma già aveva ripreso il controllo di sé. Si drizzò lentamente e strinse i denti con un sospiro. Lentamente, pollice per pollice, si sollevò la mano che reggeva la pistola.
La rossa Lies aveva avuto in animo di spegner la luce, a impresa compiuta, e poi guadagnar la porta al buio – ma ora stava lì come paralizzata, tanto terribile era lo sguardo del cavaliere svedese: non poteva muoversi, poteva solo gridare.
Udì i passi del suo Jakob dinanzi alla porta, doveva avvertirlo.
«Attento a te! Il predatore di Dio!» strillò, e nella sua voce v’erano orrore e trionfo e angoscia mortale e gioia selvaggia. «Non entrare! Gli ho impresso in fronte la forca! Corri quanto puoi, da’ l’allarme! Gli ho impresso in fronte la for...».
Il colpo echeggiò nell’ambiente. La rossa Lies ammutolì e cadde bocconi.
Quando fu di nuovo da basso nel cortile e barcollando s’appoggiò alla catasta di legna, dinanzi a lui emerse dal buio il Mammola, ch’esclamò sottovoce:
«Sono qui, qui! Che cos’è successo? L’ho udita gridar qualcosa a proposito di forche e d’imprimere, ero in pensiero per te».
«Via! Via! Andiamo via!» sospirò il cavaliere svedese, e il Mammola lo afferrò per un braccio, lo trasse via con sé verso i cavalli e l’aiutò a montare in sella.
Il Collotorto balzò in piedi, quand’essi entrarono nella capanna. Con occhi atterriti fissò in volto il cavaliere svedese.
«Santa Vergine!» gridò. «Che brutto tiro t’hanno giuocato? Come t’hanno ridotto, roba da far inorridire un Turco».
«Da bere!» gemette il cavaliere svedese. «Mi danno la caccia. Non posso più farmi né vedere né sentire in questo Paese. Dovrò nascondermi come un animale selvatico timoroso dell’uomo».
Il Collotorto gli porse il boccale. Il cavaliere svedese lo vuotò d’un fiato.
«È colpa mia» disse il Mammola. «Non avrei dovuto lasciarlo solo con lei».
«Dove andremo ora, capitano? Che cosa faremo?» esclamò il Collotorto.
«Già, dove!» mormorò il cavaliere svedese, coi denti che gli battevano. «Dall’ambasciatore del diavolo! Nell’inferno del vescovo, in mezzo al crepitar del fuoco – laggiù devo andare, poiché ormai non m’è più concesso un luogo dignitoso per vivere e per morire».
Il giovane che nella ferriera del vescovo tutti chiamavano lo «Sbraciafoco», poiché come nessun altro sapeva usare il pesante forcone di ferro per rimescolar le braci nei forni fusori, questo Sbraciafoco, un tipo dal volto sfregiato dalle cicatrici delle bruciature, largo di spalle, alto e con certi muscoli che parevano scolpiti nella pietra – questo giovanotto insomma risaliva il sentiero che dall’inferno del vescovo, attraverso la foresta, menava fuori nel mondo; e lo percorreva a passi lenti e incerti, come uno che non sia avvezzo ad andar dove gli aggrada. Per nove anni era stato un morto vivente al servizio del fuoco e del dispotico vescovo, nove tipi di lavoro aveva svolto. Era stato una bestia da soma attaccata al carro, e poi cavapietre, attizzatore, cocitore, caricatore, mastro di fuoco, fonditore, colatore e infine mastro di forno. Da mastro di forno non aveva più dovuto assaggiar sul groppone i randelli dei sorveglianti. E adesso era libero, stentava ancora a crederlo, il suo tempo era scaduto, e innanzi a lui si stendeva il vasto mondo con tutte le sue vie, quelle diritte e quelle traverse.
Camminava con aria indifferente, lasciando che il vento soffiasse tra gli strappi e i buchi della sua casacca di traliccio, e quando gliene veniva l’uzzolo faceva tintinnar nella tasca le monete che il giorno innanzi lo scrivano gli aveva contate sul tavolo nell’ufficio del gastaldo o del visdomino. Sei fiorini e mezzo, ecco tutta la sua ricchezza, e ora doveva vedere fin dove lo avrebbero portato. Per prima cosa voleva uscire da quella fitta foresta. Là dove il sentiero si biforcava si fermò indeciso, non sapeva se dovesse prendere a destra o a sinistra – seguire il mantice o andar controvento, come dicevano i suoi poveri fratelli laggiù ai forni.
«La cosa migliore sarebbe che mi lasciassi consigliar da una moneta, facendo a testa o croce» disse parlando a se stesso, quindi infilò la mano in tasca e ne trasse fuori un fiorino. Ma quando fece per lanciarlo in aria, ecco che una voce lo chiamò all’improvviso:
«A sinistra, il signore favorisca a sinistra. A sinistra e poi sempre diritto, e il signore troverà quel che cerca».
Lo Sbraciafoco alzò gli occhi, ed ecco che a dodici passi da lui v’era un uomo che portava un farsetto rosso e un cappello da carrettiere, e sul cappello aveva una piuma, e in mano una frusta da carrettiere.
«Ehi, tu! Come sei arrivato qui?» esclamò lo Sbraciafoco, maravigliato. «Per l’anima mia, io non t’ho né veduto né sentito arrivare».
«Il vento m’ha fatto cascar dall’albero» rise l’uomo dal farsetto rosso, facendo schioccar la frusta, «Il signore non mi riconosce?».
Si fece più accosto, e lo Sbraciafoco vide allora un volto ch’era giallo e pieno di grinze e di rughe come la pelle d’un vecchio guanto; e gli occhi di quell’uomo erano così infossati nella testa che potevano far paura a vederli. Ma lo Sbraciafoco non ebbe paura, non si sarebbe spaventato neppure vedendo il Maligno in persona, poiché sapeva che all’inferno non poteva esservi peggior diavolo di quello che ciascun uomo è per il proprio simile.
«Sì, ti riconosco» disse. «Tu sei quello che gli uomini delle terre episcopali chiamano il “mugnaio morto”. Dicono che non sei una creatura terrena. Dicono che puoi aggirarti sulla Terra solo un giorno all’anno, e che quando questo giorno è trascorso ti tramuti in un sacchetto di polvere e cenere, così che un cane potrebbe portarti via tenendoti in bocca, così dicono. Oggi è il tuo giorno, se è lecito domandare?».
L’uomo dal farsetto rosso storse la bocca stizzito, così che si poteron vedere i suoi denti scoperti.
«Il signore non deve badare alle ciarle del popolino» osservò. «Il popolino ciarla troppo, e io non ci trovo nulla di sensato né di divertente. Il signore mi conosce e sa che sono il carrettiere di sua grazia il principe, il signor vescovo. Sono stato in viaggio un anno intero, vengo ora da Haarlem e da Liegi, da laggiù ho portato a sua grazia il principe stoffe damascate, merletti di Brabante e bulbi di tulipani olandesi. E il signore si sovverrà anche che fui io a...».
«Non mi chiamar signore» lo interruppe lo Sbraciafoco. «Non lo sono. Il mio nome e il mio onore se li è portati il vento».
«Il signore si sovverrà» seguitò imperterrito l’uomo dal farsetto rosso «che fui io a menarlo a far la bella vita».
«Ti ripaghi il boia» esclamò lo Sbraciafoco. «La bella vita! Là, prima di mangiar la zuppa del mattino, uno ha già avuto la sua brava dozzina di colpi sul groppone».
«Già, il gastaldo del signor vescovo mantiene una disciplina molto severa tra i compari del malefizio, e come potrebbe andar diversamente, da per tutto bisogna che sia amministrata la giustizia» disse l’uomo che dava a intendere d’essere il carrettiere del vescovo. «Però, quando uno ha servito lealmente il suo tempo, poi riceve la sua mercede».
Allo Sbraciafoco montò il sangue alla testa dalla collera.
«Ehi tu, se vuoi tormentarmi sta’ attento a te,» esclamò «bada ch’io non ti serri la gola. Sei fiorini e mezzo è la mia mercede, ecco cosa m’è rimasto, tutto il resto lo scrivano, nel suo conto sacrilego, me l’ha trattenuto per quel po’ di strutto sul pane e quel boccone di carne nella zuppa».
«Anche sua grazia il principe ha le sue preoccupazioni in questi difficili tempi di carestia» si lamentò l’uomo dal farsetto rosso, facendo il muso lungo. «Tener corte costa, dove prendere il danaro? L’assisa sulla carne e la gabella sulla birra della residenza son date in pegno già da un pezzo, così il danaro lo devon fruttare i dominii. Ma il signore non ne riporterà danno. Ciò ch’egli brama tanto d’avere, oggi stesso l’otterrà».
«Va’ a cercarti altrove il pazzo che t’occorre!» brontolò lo Sbraciafoco. «Come puoi pretender di sapere che cosa m’abbisogna».
«Un cavallo da sella che corra veloce, questo brama d’avere il signore, e una spada» disse l’uomo dal farsetto rosso.
«Sì, e un paio di pistole!» esclamò lo Sbraciafoco, assolutamente sbalordito. «Ma qual diavolo te l’ha rivelato?».
«L’ho letto sulla fronte e negli occhi del signore» fu la risposta dell’uomo che voleva passare per un carrettiere. «E so anche dell’altro: il signore è intenzionato a rubare il cavallo dalla stalla d’un contadino».
«Come ti permetti, manigoldo, di dirmi in faccia una cosa simile?» gridò pieno d’indignazione lo Sbraciafoco. «Mi prendi forse per un mascalzone?».
Ma dovendo ammettere in cuor suo che quell’uomo che gli stava dinanzi con la sua bocca storta e i denti scoperti aveva detto la verità, soggiunse:
«Lo voglio solo in prestito».
«Il signore non dovrebbe gravarsi la coscienza senza necessità» disse l’uomo dal farsetto rosso. «Il signore prenda a sinistra e poi vada sempre diritto, finché non vedrà sulla collina il mulino e la casa del mugnaio. Il signore s’accomodi lì, si metta pure a sedere! Il cavallo sarà sul posto, con sella e imbrigliatura, il signore non dovrà incomodarsi oltre».
«Io ti ritengo un impostore, ma sia, voglio vedere che cosa c’è dietro i tuoi discorsi» disse lo Sbraciafoco, quindi imboccò il sentiero che menava al mulino.
L’asse del grande albero cigolava, così che lo si poteva udire da lontano, le pale della ruota apparivano e scomparivano, ma per il resto tutto era immobile, non si vedeva anima viva – il cavallo che gli era stato promesso, lo Sbraciafoco lo cercò invano nella stalla e sui prati. «Che tu debba credere a ogni zucca vuota che incontri!» disse parlando a se stesso, quindi entrò nella casa del mugnaio, poiché nuvole di pioggia avevano oscurato il cielo.
Vista di dentro, la stanza faceva pensare che da anni nessuno vi avesse messo più piede. Ragnatele penzolavano dalle pareti. Sul tavolo, sulle sedie, sullo stipo e sul cassone v’era una spessa coltre di polvere, il vento scuoteva le gelosie infrante. Lo Sbraciafoco si guardò attorno, casomai trovasse qualcosa da mangiare: si sarebbe accontentato d’un pezzo di pan biscotto e una pinta di vino. Ma non trovò nient’altro che un vecchio e logoro mazzo di carte francesi. Provò a ingannare il tempo giocando una partita di piquet contro se stesso, ma si stancò presto. Si coricò sulla panca dietro il focolare e per qualche tempo rimase ad ascoltare il cigolio dell’albero e lo scrosciar della pioggia, poi s’addormentò.
Dormiva così profondamente che non si destò nemmeno quando il cavaliere svedese e il Collotorto entrarono nella stanza facendo tintinnare gli speroni.
Il cavaliere svedese s’era rassegnato al suo destino, sapeva di non poterlo più cambiare. Il mondo gli era precluso dacché portava sulla fronte il marchio d’infamia, dinanzi a lui s’apriva ormai soltanto l’inferno del vescovo, l’ultimo asilo degli arnesi da forca. Ma il Collotorto invece era d’umor sacrilego, non riusciva ancora a capacitarsi che la cosa fosse finita così male per loro. E, mentre sedeva lì aspettando che l’oste o il mugnaio venisse a domandar cosa desiderassero, continuò a infierire sul cavaliere svedese con parole dure:
«Che tu non abbia voluto darmi retta! Io t’avevo consigliato bene. Nell’esercito svedese saresti potuto diventar generale. Avremmo fatto bottino, ci saremmo arricchiti. E adesso invece eccoti qui, miserabile come non t’avevo più veduto dai tempi del carcere di Magdeburgo, senza lustro e senz’allori».
«E lascialo in pace una buona volta! In un solo fiato tu chiacchieri più di quanto non faccia io in un anno intero» s’udì da fuori la voce del Mammola, ch’era rimasto sul prato ad asciugare i cavalli dopo la dura cavalcata.
Il cavaliere svedese si premeva sulla fronte uno straccetto di lino imbevuto d’olio. I suoi pensieri lo avevano rapito con sé: era notte e lui stava nella cameretta della sua bambina. Maria Christine era sgusciata fuor dal letto e gli cingeva il collo con le braccine. Il padre sentiva battere il suo cuoricino. – «Sei qui» bisbigliava lei, sommessa come lo stormir del vento. «Sei qui, e io non ti lascerò più andar via». – «Devi lasciarmi» diceva lui, sommesso come lo scrosciar della pioggia. «Ritornerò. Ora devo tornare all’esercito svedese. Ho un cavallo che corre veloce come il vento». – «In un’ora fa miglia cinquecento» bisbigliava Maria Christine.
Il cavaliere svedese levò il capo e la gentile visione scomparve. Nello specchio mezzo cieco ch’era appeso alla parete sopra lo stipo vide sulla propria fronte il segno della forca.
«Ah, potessi addormentarmi nelle tenebre eterne» disse sommessamente.
«E che ne sarà di noi?» incalzò il Collotorto senza pietà. «Ti siamo diventati inutili. Hai ancora il tuo arcanum, capitano? Non ci ha portato molta fortuna. Prendilo e buttalo fuori dalla finestra, magari passa un villano che ci inciampa e si rompe l’osso del collo. Dove diavolo s’è cacciato l’oste? Perché diavolo non si fa vedere quando ci son clienti?».
S’alzò e attraversò la stanza, ed ecco che vide lo Sbraciafoco coricato sulla panca a ridosso della stufa. Levò subito alte grida:
«E chi ci crederebbe! È là che dorme coricato dietro la stufa. Ehi tu, sveglia, ci son clienti, vedi di portar qualcosa da bere!».
Colpì rudemente nel fianco lo Sbraciafoco, che non voleva destarsi. Adesso lo Sbraciafoco si levò a sedere. Il colpo ricevuto gli fece pensare d’esser tuttora ai forni fusori, e che il sorvegliante si fosse avventato su di lui. Provò a rimettersi in piedi, ma non gli riuscì subito.
«Sì, è ora» mormorò. «Son trascorse due ore, il forno dev’essere ricaricato».
«Coricato o no, è ora che tu ci serva» equivocò il Collotorto. «Procura di farci aver qualcosa da bere. Abbiamo aspettato abbastanza».
«Presente» ansimò lo Sbraciafoco, che ancora non era riemerso dal suo sogno. «Sotto col carbone, altro carbone ancora. Bianca, senza faville e senza fumo, così dev’essere la fiamma. E adesso ghiaia di fiume, due ceste colme, così va bene».
Il Collotorto si volse verso il cavaliere svedese scuotendo il capo.
«Tu lo capisci, capitano?» domandò. «Io non lo capisco. Credo che parli la lingua dei mali spiriti».
Il cavaliere svedese aveva gettato una fuggevole occhiata al viso dello Sbraciafoco.
«Quello non è l’oste» spiegò. «È uno ch’è sfuggito all’inferno del vescovo, sta farneticando del fuoco».
Adesso lo Sbraciafoco era finalmente tornato in sé, ora sapeva dove si trovasse.
«Auguro a lor signori la buona sera» disse, stropicciandosi gli occhi.
«Sai che me ne faccio, della tua buona sera» ringhiò il Collotorto. «Dov’è l’oste? Siamo qui Dio sa da quanto, e lui non si fa vedere».
«Non so dove si sia cacciato» fu la risposta dello Sbraciafoco. «A me aveva promesso un cavallo, poiché m’aspetta un lungo viaggio, ma non è stato di parola».
«Se non hai un cavallo, impara a cavalcar la scopa» gli suggerì il Collotorto, che ormai era nemico giurato d’ogni essere umano.
Lo Sbraciafoco non badò a quelle parole beffarde. Fissava come affascinato il giustacuore blu del cavaliere svedese.
«Ho l’onore d’aver dinanzi a me un ufficiale della corona svedese, o mi sbaglio?» domandò. «Il signore viene dall’esercito?».
«Direttamente» disse il cavaliere svedese, pensando che la conversazione finisse lì.
«Il signore è ferito?» seguitò a domandare lo Sbraciafoco, indicando lo straccetto di lino dietro il quale il cavaliere svedese celava il marchio d’infamia che aveva in fronte.
«Una bagatella» disse il cavaliere svedese, stringendosi nelle spalle. Ma il Collotorto, pensando che per un simile importuno non vi fosse bugia troppo grossolana, aggiunse:
«Tre o quattro Tartari volevano spaccargli la testa con le loro sciabole ricurve».
«Ma il signore ha saputo gloriosamente resistere alle preponderanti forze nemiche» esclamò lo Sbraciafoco al colmo dell’entusiasmo. «Sì, gli ufficiali svedesi sanno usar la loro spada. – Il signore reca novità dal quartier generale? Gli svedesi hanno conseguito un’altra vittoria sul campo?».
«No» disse il cavaliere svedese, mentre in lui montava una gran collera contro quell’uomo che non finiva d’importunarlo con le sue domande. «Da per tutto ormai l’esercito svedese si lascia sbaragliare dal Moscovita».
«È mai possibile? Le cose sarebbero dunque cambiate a tal punto? Come può essere?» esclamò sgomento lo Sbraciafoco, ch’era rimasto di stucco. «E il generale Lewenhaupt? E il feldmaresciallo Rehnskjöld?».
«Quelli sono nemicissimi tra loro, non fanno che prendersi a bastonate» riferì il cavaliere svedese.
«E il soldato svedese...?».
«Quello è un pezzo che s’è stancato della guerra. Vuol tornare a casa, al suo campicello. E neanche gli ufficiali vogliono più combattere».
«Il signore mi perdoni, ma io non lo capisco» disse lo Sbraciafoco, misurando il cavaliere svedese con una furiosa occhiata di sfida. «Gli ufficiali non vogliono combattere agli ordini d’un re dinanzi al quale tutto il mondo trema?».
«Non trema proprio nessuno, dinanzi a lui» dichiarò il cavaliere svedese con gelido scherno. «Che cos’ha fatto di grande il re? Ha rovinato le finanze del suo Paese con le sue ribalderie, solo questo ha fatto. Lo dicon tutti, nell’esercito svedese».
Per un po’ vi fu silenzio. Poi lo Sbraciafoco disse con voce ferma e tranquilla:
«Il signore mente. Il signore non è mai stato nell’esercito svedese».
«Levami una buona volta di torno questo gaglioffo, comincia a diventarmi insopportabile» esclamò il cavaliere svedese, rivolgendosi al suo servo.
Il Collotorto s’avvicinò allo Sbraciafoco e lo afferrò saldamente per un braccio.
«Vieni, giovanotto!» gli disse. «Fa’ qualcosa per la tua salute, va’ a fare un po’ di moto fuori dalla porta. Ha smesso di piovere».
Con un leggero movimento del braccio lo Sbraciafoco scaraventò il Collotorto in un angolo della stanza. Poi andò lentamente verso il cavaliere svedese e si piantò a gambe larghe dinanzi a lui.
«È una menzogna» disse. «Un’infame menzogna. Lascia nel fodero il tuo girarrosto o te lo faccio a pezzi! Tu non hai servito con onore nell’esercito svedese. Ferito in guerra? E chi ci crede? Tra quelli che tirano il carro laggiù dove sono stato io, sono in molti a non mostrar volentieri la fronte. Fammi vedere quale onore o quale onta celi».
E con un rapido gesto gli aveva già strappato dalla fronte lo straccetto di lino.
Il cavaliere svedese sussultò. Alzò la mano per coprire il segno della forca, ma era troppo tardi, e la lasciò ricadere.
Così rimasero faccia a faccia, in silenzio, gli occhi negli occhi, lo sguardo dell’uno fisso nello sguardo dell’altro, e fu allora che si riconobbero.
«Per l’amor di Gesù Cristo! Sei tu?» proruppe dalle labbra del cavaliere svedese.
«Fratello! Com’è possibile ch’io ti ritrovi qui!» esclamò l’altro, commosso.
«Sei proprio tu, e io ti piangevo morto!».
«E tu? Com’è fallita la tua vita! Da quale carcere vieni? Da quale galera?».
«Che tu sia scampato all’inferno, fratello! Sia ringraziato Iddio».
«Non volevi andar nell’esercito svedese in vece mia, a suo tempo?».
«Ci sarebbe tanto da raccontare, fratello! Ho creduto d’aiutar meglio la mia fortuna restando a casa. Se tu potessi perdonami quello che t’ho fatto».
«Che cosa m’hai fatto? Ho superato la prova dell’inferno, ora sono temprato nel fuoco. Dimmi solo come posso aiutarti, fratello».
«Non puoi aiutarmi. Sto andando nell’inferno del vescovo per nascondermi laggiù agli occhi del mondo. E tu dove stai andando?».
«Alla guerra svedese. Voglio servire il mio re».
«Ma sei mal fornito per il viaggio».
«Che importa, fratello! Me la caverò. Laggiù ho imparato a resistere a ogni forza avversa».
«Io ho un cavallo, lo prenderai tu. La mia spada, le mie pistole, il mio portamantello, il mio borsellino, i miei due servi – è tutto tuo».
«È più di quanto m’occorra, tieni il portamantello, tieni il borsellino! Come potrò ringraziarti? Ma l’arcanum che t’avevo affidato a suo tempo, la bibbia di Gustavo Adolfo...?».
«Eccola qui, fratello, prendila!».
«Sia ringraziato il cielo, m’è restituita. Potrò deporla io stesso nelle mani del mio re. E tu, fratello...».
«L’affare è concluso? Allora dovete berci su un bicchiere, perché sia valido» sentiron dire da una voce cigolante, ed ecco che alle loro spalle videro il mugnaio morto col suo farsetto rosso: teneva in ciascuna mano un bicchiere d’acquavite e la sua bocca storta rideva d’una muta risata.
Il cavaliere di Carlo XII afferrò il bicchiere e lo levò alto:
«Brinda con me, fratello!» disse all’altro. «Vuota il bicchiere, fratello! Che il fuoco fiammeggiante non possa ledere il tuo coraggio!».
«Che tu possa arrivare molto in alto con la tua spada» disse l’altro.
Poi presero commiato.
Il vero Christian von Tornefeld s’avviò a cavallo coi suoi due servi verso la guerra svedese, mentre un senzanome seguiva il mugnaio morto verso l’inferno del vescovo.
Adesso andavano per la fitta foresta, la pioggia scrosciava, il vento spazzava le chiome degli alberi. Sempre più lenti si facevano i passi del mugnaio morto, egli inciampava in ogni sasso, in ogni radice che incontrava sul suo cammino, pareva che le forze volessero abbandonarlo.
Presso un cumulo di terra lungo e stretto che, ricoperto di ciuffi d’erba scarmigliati, sorgeva sul ciglio della strada, il mugnaio morto s’arrestò.
«Bisogna che tu prosegua il cammino da solo, non puoi sbagliare» disse al suo accompagnatore. «Per me diventa troppo faticoso. Non ti curare di me, io resto qui».
«Però non è la prima volta che lo percorri, questo cammino» osservò il senzanome.
«La prima o l’ultima che sia – per me è troppo, non gliela faccio a proseguire» sospirò il mugnaio morto. Si lasciò scivolar sul cumulo di terra e posò accanto a sé la lanterna. «Fa’ cento passi, e vedrai guizzar le fiamme che salgono dai forni fusori».
«È sepolto qualcuno, qui?» domandò il senzanome. «Non vedo croci».
«Qui un tale è stato sepolto in terra non consacrata» disse l’antico mugnaio. «Uno che in una brutta notte s’è messo da sé la corda al collo. Lascia che ti racconti come avvenne. Appena il cappio si strinse, egli udì il vento ululare: “È peccato! È peccato!” – ma era troppo tardi. La civetta batté alla finestra con le sue ali e gridò: “Il fuoco ardente! Il fuoco purificatore!” – ma era troppo tardi».
Il mugnaio lasciò che il capo gli ricadesse sul petto, la sua voce si fece sommessa come il crepitio d’un ramoscello secco.
«Quando lo videro penzolar dalla corda,» seguitò «corsero al villaggio, dal borgomastro, ma quello disse ch’era affar del boia, era lui che doveva tirarlo giù, la municipalità non poteva farlo. Il governatore, a sua volta, disse che doveva farlo la municipalità, poiché il morto non era di competenza del carnefice. E così lui continuò a penzolar dalla corda. Ma quando il borgomastro infine venne, trovò ch’era già stato tirato giù; un povero diavolo aveva provveduto a farlo, e lo aveva anche sotterrato nella foresta, ma al villaggio nessuno sa dove».
Il vento scuoteva gli alberi, facendone cadere uno scroscio di pioggia dietro l’altro. Il mugnaio s’afflosciava sempre più.
«Qui egli giace sottoterra, aspettando che Dio gli usi misericordia» bisbigliò. «Tu va’ per la tua strada, adesso. Cammina il tempo di dir due paternoster, e vedrai i servi del vescovo. Ti batteranno, così sono avvezzi a fare, dovrai sopportare. Di’ loro che ho pagato al vescovo l’ultimo pfennig del mio debito e che non ritornerò più».
Il senzanome camminò per la foresta il tempo di dir due paternoster, poi si voltò. La luce della lanterna s’era spenta, ed egli non vide più né il mugnaio morto né la sua tomba. E quando riprese il cammino in direzione delle fiamme che guizzavano alte, ecco che di dietro gli alberi vennero avanti i servi del vescovo.
Tra i compari del malefizio che nell’inferno del vescovo avevan cercato scampo dalla giustizia dell’imperatore ve n’erano stati parecchi che nei primi giorni, parendo loro troppo il lavoro e troppo scarso il cibo, avevano avuto il folle ardire di ribellarsi e d’avventarsi sui sorveglianti usando come arma i pugni o addirittura i mazzuoli. Perciò era divenuto costume, nelle terre episcopali, di metter subito i ceppi a tutti i nuovi venuti. Coloro che sminuzzavan la pietra li portavano alle gambe e a quelli che tiravano i carri venivano incatenate le mani. Così li si lasciava giorno e notte, sul lavoro e nel tempo del riposo, finché la loro resistenza non fosse spezzata, finché non avessero imparato a sottomettersi alla dura disciplina.
Al senzanome, che faceva il suo lavoro senza brontolare, le catene furon tolte già dopo due settimane. Qualche ora più tardi egli evadeva dall’inferno del vescovo.
Solo a un uomo che non tenesse in gran conto la propria vita poteva riuscir la fuga. Nelle ferriere, ai forni fusori e ai forni da calce si lavorava giorno e notte, di lì non era possibile passare non visti. Verso ovest invece, là dov’erano le cave di pietra, il confine delle terre episcopali era costituito da una scoscesa parete di roccia alta tre o quattrocento piedi, e i guardiani pensavano che da quella parte nessuno potesse arrampicarsi di notte. Invece il senzanome scalò quella rupe lungo la fenditura che l’attraversava tutta, la luna gl’imprestò la sua luce. Passo dopo passo si tirò su a rischio della vita, a metà altezza trovò qualche appiglio nei pini silvestri che là crescevano nella roccia. Giunto di sopra, si concesse qualche minuto di riposo. Poi corse via, prima per sentieri nascosti nella foresta, poi per la strada maestra; quando gli veniva incontro della gente, si celava. Un’ora dopo mezzanotte era alla tenuta.
S’accovacciò tra i cespugli del giardino e lì attese che il vecchio guardiano avesse compiuto il suo giro. Poi bussò alla finestra dietro la quale dormiva la sua bambina.
Era per questo momento ch’egli aveva arrischiato la vita e quella notte stessa l’avrebbe messa a repentaglio una seconda volta. Quando tenne tra le mani il visetto di Maria Christine, quando un sommesso esultare gli mostrò che lei l’aveva riconosciuto, ecco dimenticato allora il giogo ch’egli portava di giorno. La fame, il carro carico di blocchi di pietra, la tirella che gli segava le carni, le randellate dei sorveglianti, le urla e le maledizioni dei suoi compagni di sventura – tutto questo non contava più nulla.
Maria Christine aveva molto da domandare e ancor più da raccontare.
«Vieni da lontano? Sarai molto stanco. Dov’è il tuo cavallo? Dove sono i servi che son partiti con te? Anch’io so andare a cavallo. Se fossi venuto ieri, m’avresti veduta cavalcare. Sulla cavalla saura, due volte su e giù per la corte, e non ho avuto paura. Al villaggio c’è stata la sagra, tutti si divertivano, volevo ballare anch’io, ma la mamma non me l’ha permesso, ha detto: “Tuo padre è in guerra, lo sai che cos’è, una guerra?”. E io ho detto, sì che lo so, in guerra ci sono le bandiere che sventolano e il tamburo che fa ratataplan».
Non poteva trattenersi molto, lo aspettava un lungo cammino. Quando s’accomiatò da lei, Maria Christine pianse.
Alla prima luce del mattino, quando alle cave di pietra il corno del sorvegliante diede il segnale d’inizio del lavoro, il senzanome era già davanti al suo carro.
Trascorsero tre giorni ed ecco che, alla stessa ora, egli bussò di nuovo alla finestra. Maria Christine mandò un sommesso gridolino di sorpresa e di gioia. Pensava che non sarebbe più tornato.
«La mamma ha detto ch’è stato un sogno» bisbigliò. «Spesso di notte vengono in sogno delle persone che di giorno non si fanno vedere, dice la mamma. Il nonno e la nonna sono da un pezzo in paradiso, e se di notte vengono, vuol dire ch’è un sogno. Tu sei in paradiso?».
«No» disse il senzanome. «Io sono sulla terra. Sono vivo».
«E allora perché non vieni quand’è giorno?».
«Perché di giorno il mio cavallo trotta troppo piano,» fu la risposta del senzanome «di notte invece vola per l’aria veloce come il vento, in un’ora fa miglia cinquecento».
Maria Christine annuì con fervore, le piaceva che il cavallo volasse così veloce per l’aria. E le sonava familiare. Con la sua vocina sottile incominciò a cantare:
«E giungon sotto casa di re Erode, dalla finestra grida loro Erode...».
Poi riprese a parlare:
«La prima volta che t’ho sentito bussare ho pensato: questo è l’Erode, e non volevo vederlo. Perché porti il cappello così calcato sulla fronte? Sei l’Erode?».
«No. Lo sai bene chi sono»
«Sì, lo so e non ho neanche paura, ti riconosco dalla voce. E se domani la mamma dice di nuovo ch’è stato un sogno...».
«Vuol dire ch’è stato un sogno» disse sommesso e fermo il senzanome.
Maria Christine tacque. Un’oscura sensazione si destò in lei: che l’andirivieni notturno di suo padre fosse un segreto che doveva tenere per sé.
Il senzanome la baciò sulla fronte e sugli occhi.
«Dov’è il cavallo?» domandò la bambina.
«Non è lontano. Tendi l’orecchio alla notte e lo udrai sbuffare» disse il senzanome, e poi scomparve tra gli ontani arbustivi.
Ritornò ancora. Quando fu la terza volta ch’evadeva dall’inferno del vescovo, il cammino lungo la rupe gli apparve facile e sicuro. Poi s’avviò verso casa sua, passando tra i suoi campi, e la strada non gli sembrò lunga, vide come crescevano la segale e l’avena, e che l’aratro e l’erpice avevan fatto il loro dovere. Ritornò molte volte. Quei colloqui notturni con la sua bambina erano la sola consolazione che la vita gli concedeva.
Che gli fosse negato per sempre di rivedere Maria Agneta, gli pesava. Si costringeva a non pensare a lei. Col marchio d’infamia sulla fronte, da schiavo legato a un carro nell’inferno del vescovo, non aveva più una sposa, gli restava solo la bambina.
Frattanto dall’esercito svedese eran giunte notizie delle fortune e dell’ascesa di Christian von Tornefeld.
Sulle prime i corrieri che cambiava cavallo alla tenuta scuotevano per tutta risposta il capo o si stringevano nelle spalle quando Maria Agneta chiedeva d’un signor von Tornefeld che s’era unito all’esercito insieme a due servi. Nessuno lo conosceva. Ma quando furono trascorse alcune settimane, ognuno d’essi ne sapeva riferir qualcosa.
«Tornefeld? Un Tornefeld s’è distinto in un’azione di pattugliamento».
«Se si tratta dell’alfiere Tornefeld dei Cavalieri del Västergötland, allora quando a Jeresno attraversammo il fiume al cospetto del nemico la sua condotta fu così intrepida e valorosa che il colonnello, finita la battaglia, gli ha stretto la mano davanti a tutti gli ufficiali».
«Il re gli ha fatto l’onore d’accettar dalle sue mani un libro, pare si tratti d’una bibbia dei tempi di re Gustavo».
«E come potrei non conoscere Tornefeld?» rispondeva un altro due settimane più tardi. «Colui che a Batjurin, con un pugno di cavalieri, ha portato via al nemico quattro cannoni da campo più i carri delle munizioni?».
E, parecchi giorni più tardi, un altro ancora:
«Sua maestà lo ha promosso da alfiere a capitano».
Maria Agneta accoglieva quei resoconti con orgoglio e anche con un poco di gioia e di speranza. Con tante vittorie e tante grandi imprese di guerra, pensava, la pace non poteva esser più molto lontana. Quando poi giunse la notizia che gli svedesi avevan conseguito sul campo una nuova vittoria a Golskva e che la sera di quello stesso giorno il re aveva abbracciato davanti a tutti Christian von Tornefeld, adesso colonnello dei Dragoni dello Småland, e lo aveva baciato su entrambe le guance, allora Maria Agneta si disse che ormai la guerra era finita: il Moscovita, non avrebbe osato di misurarsi ancora una volta con l’esercito svedese, e presto lei avrebbe riveduto il suo Christian.
Seguì un periodo in cui i corrieri avevan poco da riferire. L’esercito svedese era accampato davanti alle palizzate della fortezza di Poltava.
Una notte di fine luglio avvenne che il senzanome scorgesse Maria Agneta.
Come tante altre volte, egli aveva parlato con la sua bambina, e ora s’accingeva a lasciar quatto quatto il giardino, silenzioso com’era venuto. Ed ecco che udì un rumore. Si fermò e s’appiattì al suolo. Al piano di sopra s’era aperta una finestra. Maria Agneta si sporse nella notte.
Il senzanome rimase immobile tra gli olmi, senza osar di respirare, ma col cuore che gli martellava in petto come se volesse sfondarlo. Pensava che lei non potesse non vederlo, ma Maria Agneta non lo vide: seguiva cogli occhi le nuvole che traversavano il cielo notturno. Il chiar di luna le splendeva sui capelli e le fluiva sulle spalle. A grandi boccate ella aspirava l’aria della notte. Tutto taceva nel giardino, s’udiva solo il canto dei grilli e il frullo d’un uccello tra il fogliame degli olmi.
Adesso la finestra si richiuse, la visione scomparve. Per un minuto ancora il senzanome rimase con gli occhi fissi lassù, come incantato, poi fuggì via.
Dai suoi stessi folli pensieri egli era fuggito, ma essi non gli davano tregua; li combatté per tutta la giornata, mentre ansimando tirava il carro dalla cava ai forni da calce e da questi di nuovo alla cava. Dentro di sé era agitato e sconvolto. Come l’aveva avuta vicina! Non riusciva a levarsi dagli occhi l’immagine di lei, come l’aveva veduta quella notte.
Non aveva forse vissuto con lui in perfetto amore per ben sette anni? E questo amore non era abbastanza grande da indurla a perdonare quel ch’egli aveva commesso per ottenerlo? L’aveva ingannata, le aveva mentito. Ma se adesso le avesse detto come tutto era incominciato a suo tempo, a quale felicità, quale beatitudine lo aveva condotto, e a quale miserevole fine – non v’era forse da sperar perdono, non v’era forse da sperare una parola di conforto? E se invece lei si fosse ritratta inorridita da quel marchio d’infamia sulla sua fronte, se lo avesse condannato e respinto – che fare allora?
Confuso era il suo cuore, e una sola cosa egli sapeva con certezza: la vita che conduceva, non poteva sopportarla più a lungo.
Quando calò la sera, la sua risoluzione era presa: sarebbe andato da lei, le avrebbe aperto il proprio cuore in tutta la sua disperazione e avrebbe parlato, parlato finalmente, le avrebbe detto tutto quello che per ben sette anni le aveva taciuto.
Ma era scritto che non potesse farlo. Non gli era consentito, il Cielo non lo permetteva.
Quando di notte il senzanome scalò la rupe, un masso si staccò sotto i suoi piedi. Egli scivolò, cercò per un istante un appiglio, e poi precipitò di sotto.
Giacque ai piedi della rupe con le membra fracassate, non poteva gridare né muoversi, colorava a ogni respiro.
Verso mezzanotte sopraggiunse un guardiano con una lanterna, lo vide giacer lì e domandò:
«Come sei finito qui? Che cosa t’è accaduto?».
Il senzanome accennò con un dito alla rupe.
«Volevi tagliar la corda?» domandò ancora il guardiano. «Lo vedi? Hai avuto quel che ti meriti».
Illuminò il volto del senzanome e, vedendogli sulle guance e sulle labbra il livido pallore della morte imminente, posò a terra la lanterna accanto a lui e disse:
«Resta a giacere, non muoverti di qui! Vado a chiamare il cerusico».
Il senzanome sapeva che per lui s’approssimava la fine. Un solo desiderio, un solo pensiero aveva ancora, ma quel pensiero lo dominava tutto. Bisognava dire alla sua bambina, a Maria Christine, che lui era morto. Perché non pensasse, non vedendolo più tornare, che suo padre l’aveva dimenticata. E perché dicesse un padrenostro per l’anima sua.
«Non il cerusico!» bisbigliò. «Un prete!».
Udì i passi che s’allontanavano, poi altri che sopragiungevano. Aperse gli occhi e vide un uomo vestito d’una tonaca bruna, che si chinava su di lui.
Provò a sollevarsi un poco.
«Padre!» sospirò. «Ho in cuore una piaga antica di male azioni che in quest’ora s’ha da riaprire. Voglio confessarmi».
«Sì, capitano!» sentì dire da una voce che conosceva. «Eccoti qui maciullato dalle pietre come santo Stefano. Devi morire, capitano, rassegnati!».
Il senzanome ricadde disteso e chiuse gli occhi. Era il suo antico compagno, il Fraginepro, era lui che s’apprestava a ricever la sua confessione.
«Prendi commiato dal mondo!» predicava il monaco spretato. «Esso è solo fallace apparenza, e vane sono le sue gioie. Rinuncia anche al tuo danaro, che ti serve la tua ricchezza, non puoi portarla con te nell’eternità».
Ora il senzanome sapeva che gli toccava morir senza confessione. Poiché una sola cosa il Fraginepro voleva udire: dove lui, il suo antico capitano, avesse celato il danaro, i fiorini e i ducati che a suo tempo erano stati la sua parte del bottino.
«Bada che il fuoco dell’inferno non ti ghermisca, capitano. Non andartene a questo modo, così caparbio e ostinato!» insisteva il monaco spretato. «A più d’uno il tuo danaro potrebbe recar giovamento, a te non serve più. Volgigli le spalle, così la tua anima salirà leggera verso il cielo come l’allodola al mattino».
Dalle labbra del senzanome venne un sommesso rantolare.
«Non vuoi giuocare un bel tiro al diavolo?» gli preponeva adesso il Fraginepro. «Chiudi la tua vita con una buona azione, di’ dove hai nascosto il tuo danaro, così il diavolo resta a bocca asciutta e Dio ti accoglierà a braccia aperte».
Il senzanome taceva.
«E allora va’ all’inferno!» gridò indignato il Fraginepro. «E che diecimila diavoli si contendano la tua anima!».
Il morente non lo udiva più. Un altro gli stava adesso di fronte muto e immobile, uno che pure conosceva: il cherubino dalla spada snudata che un tempo, lassù tra le nuvole, aveva per tre volte sostenuto l’accusa contro di lui.
«Sei tu» disse il senzanome, senza muover le labbra. «Ascoltami. Spesse volte ho riflettuto sul giudizio di Dio, ma non sono riuscito a capirlo, era troppo difficile per me. Adesso credo di capirlo. A suo tempo hai interceduto per me, fallo di nuovo oggi. Una sola cosa chiedo: la mia giovane figliuola non pensi, non vedendomi tornare, ch’io l’abbia dimenticata. Le si dica che sono morto. Non pianga per me, non voglio. Dica un padrenostro per l’anima mia».
L’angelo della morte levò gli occhi alle stelle. Così rimase, simile a un’ombra; poi abbassò in tacito assenso il volto nobile e severo.
Il giorno seguente, intorno a mezzodì, un ufficiale svedese con un braccio al collo recò alla tenuta la notizia della battaglia di Poltava. L’esercito svedese era annientato, riferì, e il re in fuga, e tra i caduti si trovava colui ch’era stato l’onore e il vanto dell’esercito svedese, il colonnello Christian von Tornefeld.
Maria Agneta rimase lì muta, col volto impietrito: dapprima non riuscì ad afferrare cos’era accaduto, poi il suo dolore fu troppo grande per consentirle di piangere.
Solo quando fu in camera sua, le lacrime le sgorgarono dagli occhi.
Verso sera chiese che le conducessero la bambina. Quando Maria Christine entrò, la prese in braccio e le coprì il viso di baci:
«Bambina!» disse con un filo di voce. «Tuo padre è caduto in guerra, non lo vedrai più. Son tre settimane che l’hanno seppellito. Congiungi le manine, di’ un padrenostro per l’anima sua!».
Maria Christine la guardò e scosse il capo. Non voleva né poteva credere alle sue parole.
«Ritornerà» disse.
Gli occhi di Maria Agneta si empirono nuovamente di lacrime.
«No, non ritornerà» si lamentò. «Mai più ritornerà, mai più. Non capisci? È andato in paradiso. Congiungi le manine, fa’ il tuo dovere filiale, tuo padre t’ha avuta cara, e anch’io ti ho cara come la luce degli occhi, ora di’ un padrenostro per l’anima sua!».
Maria Christine scosse il capo. Ma ecco che fuori, sulla strada maestra, vide passare lentamente un carro con una bara, che veniva dalle terre episcopali.
Adesso ella congiunse le manine.
«Padre Nostro che sei nei cieli» recitò. «Sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà – è per il pover’uomo chiuso in quella bara che io prego, nessuno lo piange, concedigli l’eterna beatitudine! – E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male, poiché Tuo è il regno e la potenza e la gloria. Amen».
Lentamente, il carro che conduceva alla sepoltura il senzanome passò sotto le finestre della casa.
