mercoledì 24 gennaio 2024

POVERO ROMANZO. Un saggio sulla “militanza che uccide la letteratura” Giulio Meotti




POVERO ROMANZO
Un saggio sulla “militanza che uccide la letteratura”
Giulio Meotti 22 gennaio 2024

 “Uno spettro infesta la letteratura: la politica” (Patrice Jean)

Scrittori-attivisti che belano al passo del progressismo zuccherato. Il magazine di Bari Weiss Free Press rivela che l’editoria perde a causa della “letteratura impegnata”, come la definisce Patrice Jean in “Kafka au candy shop”, appena uscito in Francia
“My Government Means to Kill Me” di Rasheed Newson, descritto dal suo editore, Flatiron, come “una storia di formazione esilarante e frenetica” su un uomo gay e di colore, è stato acquistato per 250mila dollari. Finora, secondo il tracker delle vendite BookScan, ha venduto 4.500 copie, non abbastanza per coprire neanche l’anticipo. Allo stesso modo, Flatiron ha acquistato il libro di Elliot Page – un libro di memorie che ruota attorno alla transizione di genere dell’attore – per più di tre milioni di dollari. Finora ha venduto appena 68mila copie, secondo BookScan. Dial Press, un marchio della Random House, ha acquistato “Lucky Red”, descritto come “un western femminista queer”, per più di 500mila dollari. Finora ha venduto 3.500 copie.
Il magazine di Bari Weiss Free Press rivela che l’editoria perde a causa della “letteratura impegnata”, come la definisce Patrice Jean in “Kafka au candy shop”, appena uscito in Francia.
Scrittore pubblicato da Gallimard, Jean fa di Annie Ernaux il simbolo di quello che non va nella letteratura contemporanea. “Essere di sinistra è vedere l’Altro, maliano o cinese che sia, etero o gay, cattolico, ebreo o musulmano, zingaro o senzatetto, criminale o pedofilo, come prima simili a se stessi e non diversi”, ha scritto Ernaux, Nobel per la letteratura 2022. L’Altro non è lo straniero, ma il Medesimo che deve essere protetto dal nostro razzismo e il glorioso multiculturalismo ci libererà da una società attaccata alle sue “radici”. Aggiungiamoci una trama da filmato familiare costruita su una buona scrittura e avremo Ernaux e il novanta per cento degli scrittori contemporanei.
“Sembra che la celebrazione di Annie Ernaux sia diventata obbligatoria in Francia” scriveva Frédéric Beigbeder. “In mezzo secolo, Ernaux ha scritto in successione di suo padre, di sua madre, del suo amante, del suo aborto, della malattia della madre, del suo lutto, del suo ipermercato. I suoi libri sono accolti all’unanimità. Il pubblico segue. Le edizioni Gallimard hanno raccolto la sua opera in un grande volume. La Pléiade arriverà presto, il Nobel è imminente, l’Accademia si spazientisce e mia figlia la sta studiando al liceo. Un consiglio a François Hollande: aprite il Panthéon ai vivi, soprattutto per Madame Ernaux. Solo Maxime Gorky godette di una gloria paragonabile nell’URSS degli anni ‘30. Ma è lecito diffidare di tale santificazione collettiva”.
“Molti di noi vogliono un mondo in cui i bisogni primari, un’alimentazione sana, la sanità, l’alloggio, l’istruzione, la cultura, siano garantiti a tutti” ha scritto Ernaux. Stupido chi pensava che tutto questo esistesse già in Europa con la sua istruzione gratuita, sanità gratuita, cultura gratuita. Ma le banalità sono merce corrente nella lagna che governa la letteratura impegnata fatta a pezzi da Jean.
“Uno spettro infesta la letteratura: la politica”, attacca Jean. Un “attivismo” che intende sintetizzare il mistero dell’esistenza con le ingiustizie e arruolare il romanzo nella lotta per il loro sradicamento, da cui nascono le piccole pubblicazioni che conosciamo troppo bene, quelle che lottano instancabilmente contro il sessismo, il razzismo, il patriarcato e tutti quanti insieme. È solo “letteratura accademica”, dice Patrice Jean, coerente con i costumi e la “buona morale dell’epoca”.
Tre pericoli minacciano oggi la letteratura secondo Jean: “L’attivismo progressista, il relativismo culturale e la preminenza delle scienze umane”. La letteratura sta così annegando inghiottita dal libro, “oggetto santificato dalle élite”, ma che in sé non ha valore. Jean critica la letteratura “progressista”. Un romanziere che castiga il cattolicesimo o il patriarcato “non rischia nulla, se non quello di essere invitato a tutti i festival, su tutti i televisori, a tutte le trasmissioni radiofoniche”. Relativismo culturale, dicevamo. Patrice Jean attacca “il grande annegamento”. “Le campagne di promozione del libro e della lettura sono nemiche della letteratura, nel senso che danno credito all’idea che leggere per il gusto di leggere sia già un bene in sé”, osa Jean. Si fa beffe della radio pubblica che si vanta del fatto che “ai nostri adolescenti piace leggere” quando i sei libri che leggono all’anno sono manga o letteratura per “sentirsi bene”. Terza minaccia che grava sulla letteratura: la concorrenza delle scienze sociali. Nell’epoca del trionfo della sociologia, la letteratura ha ancora qualcosa da dire?
Gli scrittori contemporanei, scrive Jean, “belano al passo con i tempi”. La loro dichiarazione di guerra è “una parodia se si rivolge innanzitutto alla destra, alla borghesia, ai ricchi”. E garantendosi di essere “dalla parte giusta” stilano liste, cacce all’uomo, linciaggi mediatici, i librai seguono il loro passo dell’oca, i lettori si allontanano da loro e “quanto è grande Allah”. E proprio come l’Ancien Régime attirava reggimenti di scrittori approvanti, “il nuovo regime è sostenuto da migliaia di scrittori di sinistra. Tutti gli scrittori che non chinano il capo davanti a questa nuova regalità vengono scomunicati, il che, fortunatamente (per il momento), non significa che gli verrà tagliato il collo”. E per il momento, sfornano romanzi democratici, inclusivi, pedagogici, invendibili.
Adam Bellow, il figlio di Saul che ha trascorso molti anni come editor della HarperCollins, una casa editrice della Macmillan, prima di passare alla Post Hill Press, una casa editrice conservatrice, dice che il “cambiamento generazionale” è un dato di fatto. “La nuova generazione è una generazione di fanatici ideologici”.
“Credere nel peccato originale non è, come si dice, un dogma negoziabile” scrive Jean. “La letteratura che non crede a questo peccato è la letteratura per la scuola e per lo spettacolo”. Il progressismo non concepisce il mondo se non liberandosi da questa maledizione originaria, facendo della letteratura un “messaggio positivo, zuccherato”.
Lo spiega in un lungo saggio di copertina per la rivista inglese Prospect la scrittrice Lionel Shriver. La tesi è drammatica: la letteratura contemporanea sta morendo, ridotta a uno di quegli “spazi sicuri” che spuntano come funghi nei campus americani, “bolle in cui nascondersi dalle idee e dalle parole”. The end of fiction. E’ la fine del romanzo, scandisce Shriver. Gli editori ora assumono “lettori sensibili” per “pettinare i manoscritti”. “E’ impossibile valutare il grado di censura politicamente corretta in atto dietro le quinte di case editrici e agenzie letterarie” denuncia Shriver. “Gli autori sono lasciati con sospetti inquieti sul motivo per cui i loro manoscritti potrebbero non attirare, ma senza prove concrete. Altrettanto impossibile valutare l’estensione dell’autocensura collettiva degli autori. Piuttosto che entrare in punta di piedi in questo campo minato, molti scrittori devono stare al sicuro con personaggi, argomenti e trame che non li metteranno nei guai”.
Shriver fa un esempio personale. “Alla fine del 2016 mi sono permessa di inserire un personaggio nero in una storia breve. Jaconda, la fidanzata seducente di un giovane ladro bianco. Il mio agente mi ha avvertito delle scarse prospettive. Così mi ha invitato a rivedere la storia usando una ragazza bianca. Ho mantenuto la mia posizione. La storia è stata rifiutata. Qualsiasi scrittore di narrativa che voglia mettere sotto sforzo la pazienza del lettore con pronomi neutri al gender è benvenuto, ma temo il giorno in cui i congegni artificiali come ze e zir diventeranno ideologicamente obbligatori. Nell’attuale clima politico polarizzato, è pericoloso che gli scrittori parlino di argomenti controversi, per non alienare una parte dei lettori e per non essere banditi dalle riviste. Sostenere i diritti dei bianchi etero è meno di moda che attaccare i fumatori”.
Non si tratta solo del fatto che i classici vengono alterati. Alcuni autori, se non portano la “giusta identità”, non vengono affatto presi in considerazione. “Abbiamo deciso a tutto tondo che non avremmo preso in considerazione alcuni autori maschi bianchi, perché non volevamo essere visti come acquirenti di quella roba”, ha detto alla Free Press un redattore di un’importante casa editrice.
Un’inchiesta del Telegraph rivela che le agenzie letterarie stanno così dando la preferenza ad autori “sottorappresentati o emarginati” – persone di colore, o appartenenti alla comunità LGBTQ+ – suscitando la preoccupazione che gli autori che non soddisfano questi criteri siano “ostracizzati”. Ash Literary, un’agenzia letteraria, afferma: "Non siamo interessati a storie sugli sfollati bianchi normodotati della Seconda Guerra Mondiale, ma accoglieremmo volentieri LGBTQ+ o BIPOC (neri, indigeni e altre persone di colore)”.
La Good Literary Agency vuole “esplicitamente gli scrittori britannici provenienti da contesti sottorappresentati”. C’è chi afferma di essere “interessato a scrittori di colore, queer, trans e non binari." Su Ms Wishlist, un sito web in cui gli agenti letterari dichiarano il tipo di letteratura che cercano, uno scrive che "i gruppi BIPOC, queer e minoritari sono sempre i più benvenuti”, e un altro dice che sta "cercando specificamente [opere] scritte da autori #LGBTQIA + e/o #BIPOC”.
Toby Young, segretario della Free Speech Union, commenta: “Temo che se la conquista dell’industria editoriale continuerà senza sosta, in dieci anni non rimarrà un editore”.
L’unico uomo bianco etero ad aver vinto un Pulitzer per la narrativa in America negli ultimi cinque anni è Richard Powers, che guarda caso ha scritto un’opera ecologista. La metà dei vincitori erano donne non bianche. Le donne nere hanno vinto il 25 per cento dei premi anche se rappresentano solo il 6,8 per cento della popolazione. Nessun uomo, indipendentemente dalla razza, ha vinto né il National Book Critics Circle Award né il PEN-Faulkner Award negli ultimi cinque anni. Oggi gli uomini bianchi sono il 30 per cento della popolazione, ma negli ultimi cinque anni hanno vinto solo il 10 per cento dei premi.
Pierre Assouline, il critico letterario francese biografo di Georges Simenon, sull’Express rivela: “Prima di scegliere l’editore francese a cui assegnare i diritti del prossimo libro dello scrittore afroamericano Ta-Nehisi Coates, il suo agente ha chiesto ai suoi interlocutori di diverse case parigine quale fosse la percentuale di impiegati di colore nella loro azienda”. Dunque adesso per decidere a quale editore assegnare i diritti gli americani contano il numero di volti di colore nelle redazioni. “Lo spirito dei tempi?”, chiede ancora Assouline. “Hervé Le Tellier che riceve una telefonata sbalorditiva da un ‘lettore sensibile’ che l’editore newyorkese ha arruolato per vedere se ‘L’Anomalie’, con cui Le Tellier ha vinto l’ultimo Goncourt, contiene parole che possano ‘offendere le suscettibilità di neri, gay, donne’”.
Entro il 2025 Random House, la più grande casa editrice al mondo, ha detto di voler “diversificare” il parterre di autori ed editor. Assumerà “in considerazione di etnia, sessualità e disabilità”, guardando non più solo al talento ma anche allo status di vittima della società occidentale.
“Da due anni ho difficoltà a trovare libri interessanti”, rivela Oliver Gallmeister, l’editore che porta la letteratura americana in Francia, specializzato in romanzi dagli Stati Uniti. Gallmeister ha ricevuto una newsletter da Goodreads di proprietà di Amazon. “Parlano solo di autori neri, ispanici o asiatici, autori LGBTQ+, ecc. Negli Stati Uniti è ormai diventato il principale criterio di selezione per presentare libri a potenziali acquirenti in tutto il mondo. La cosa triste è vedere scrittori di talento cadere nella trappola delle buone intenzioni e voler iniziare a spuntare caselle di identità. Faccio fatica a trovare libri scritti in libertà: ricevo manoscritti, ma pochi mi fanno venire voglia di leggerli perché non cedo al politicamente corretto. Non ho bisogno di un libro per spiegarmi che la guerra è male, il razzismo è male, l’omofobia è male e il cancro triste: non mi interessa”.
A un famoso agente di New York di cui Gallmeister non farà il nome, che ha avuto a che fare con scrittori rinomati nel campo del thriller, è stato detto da un editore americano: “Non vogliamo uomini bianchi, trovaci donne ispaniche o nere.” Un altro editore americano, una leggenda dell’editoria, è stato criticato dal suo distributore per “non avere abbastanza minoranze in catalogo”.
Il Nobel sarà sostituito dal Premio Ikea. Lo Strega è già il premio Murgia.

Giulio Meotti 

UN UOMO CHE DORME Estratto da "Dalla parte di Swann" Marcello Proust


 UN UOMO CHE DORME

Estratto da "Dalla parte di Swann"

Marcello Proust


Leggendo il passo riprodotto sotto, da "Dalla parte di Swann", mi sembra evidente che a Proust interessa mostrare quanto siano fragili le nostre reazioni, e quale sia l'enorme distanza fra i sogni e la realtà, quali siano i giochi dell'immaginazine e l'inganno che da essi derivano. Proust fa una operazione contraria rispetto a quella di Zola che, messaggero della realtà, alla fine decide di passare al sogno e alla esaltazione delle cose immaginate: paradossalmente, ma non così tanto, è Proust, a mostrarci la realtà com'è, pur non credendo in essa. P.B.

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Ecco il brano: "Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l'ordine degli anni e dei mondi . Svegliandosi li consulta d'istinto e vi legge in un attimo il punto che occupa sulla terra, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio; ma i loro ranghi possono spezzarsi, confondersi. Mettiamo che il sonno l'abbia colto verso il mattino, dopo un'insonnia, mentre stava leggendo, in una positura troppo diversa da quella in cui dorme abitualmente. Basterà il suo braccio sollevato per fermare e far indietreggiare il sole, e nel primo istante del risveglio egli non saprà più che ora sia, sarà convinto di essersi appena coricato. O che si sia assopito in una posizione ancora più irregolare e divergente, per esempio seduto dopo pranzo in una poltrona, e allora il disorientamento sarà completo in quei mondi usciti dalla propria orbita.

La poltrona magica lo farà viaggiare a tutta velocità nel tempo e nello spazio, e al momento d'aprire gli occhi egli crederà di trovarsi a letto alcuni mesi prima e in un altro paese. Ma era sufficiente che, nel mio stesso letto, il mio sonno fosse profondo e tale da distendere completamente il mio spirito, ed ecco che questo abbandonava la mappa del luogo dove mi ero addormentato e, svegliandomi nel pieno della notte, io non sapevo più dove mi trovassi e, in un primissimo momento, nemmeno chi fossi; avevo nella sua semplicità primaria soltanto il sentimento dell'esistenza così come può fremere nella profondità di un animale; ero più privo di tutto dell'uomo delle caverne; ma a quel punto il ricordo - non ancora del luogo dove mi trovavo, ma di alcuni dei luoghi dove avevo abitato e avrei potuto essere - veniva a me come un soccorso dall'alto per strapparmi dal nulla al quale da solo non sarei riuscito a sfuggire; in un secondo scavalcavo secoli di civiltà e le immagini, confusamente intraviste, di qualche lampada a petrolio, poi di alcune camicie col collo piegato, ricomponevano a poco a poco i tratti originali del mio io. Forse l'immobilità delle cose che ci circondano è imposta loro dalla nostra certezza che si tratta proprio di quelle cose e non di altre, dall'immobilità del nostro pensiero nei loro confronti"

sabato 20 gennaio 2024

Jake Sullivan at the 2024 World Economic Forum | Davos



Remarks and Q&A by National Security Advisor Jake Sullivan at the 2024 World Economic Forum | Davos, Switzerland
JANUARY 16, 2024

MR. SULLIVAN: Thank you so much, Børge. And I’m grateful for the opportunity to say a few words today at this incredibly complex moment.
I think everyone who serves in positions of responsibility in foreign policy and national security likes to say that their time in the seat is the most complex and difficult of any time in recent history. But in our case, it’s actually true. So, we’ll just chalk that one up.
You know, the first two decades of this forum, after its founding in 1971, were shaped by the Cold War.
Then, after the fall of the Berlin Wall, for about a quarter century, the world’s major powers seemed to be converging around a single concept of international order. We integrated former competitors into our international economic institutions, and we bet that this would speed and cement that convergence.
Today, we’re in the early years of a new era. Major powers are vastly more interdependent than at any time during the Cold War. But we’re also in stiff competition about the type of world we want to build.
This age is one of disruptive change. Some of this has been positive, as countries find new ways of harnessing technology, promoting development, and deepening ties with one another. But some of this has been negative, as dangerous actors test the limits of our ever-evolving international system.
I’ve even heard the occasional comparison to the 1930s. But I proceed from the deep conviction that we are never doomed to repeat the past, and the passage from one era to another comes with the obligation and the opportunity to choose more wisely.

And so, in the face of naked aggression, we are not turning inward. Under President Biden’s leadership, we’re rallying a global response to push back.

We’re pursuing intensive and proactive diplomacy to manage our most consequential relationships.

We’re investing in the sources of our own national strength and those of our allies and partners.

We’re not turning away from the international economic system but adapting it to the challenges of today and tomorrow.

And we’re competing vigorously to shape the future of the international system.

That’s the broad backdrop. And I want to talk with you briefly about these efforts and why I remain optimistic about the future and our ability to meet the main challenge of our time: strategic competition in an age of interdependence.

Let me take you back two years ago, to this day, when Putin had amassed 180,000 soldiers on Ukraine’s border, surrounding the country on three sides.

He expected a quick victory, that he could send a column of tanks to Kyiv and topple the democratically elected government of Ukraine; that he could weaken NATO and restore Russia’s sphere of influence. But he underestimated the people of Ukraine.

For two years, with support from a coalition of more than 50 partners led by the United States, the people of Ukraine have remained unflinching against an adversary with an economy ten times larger, a population three times bigger, and a military once ranked as the second best in the world.

Two years later, Putin has not only failed in his imperialist quest to subjugate Ukraine; his invasion has strengthened Ukrainian sovereignty — the very sovereignty he sought to erase — and bolstered the very NATO resolve he sought to weaken. In fact, while he sought to diminish NATO, his action grew our ranks instead.

Brave Ukrainian soldiers have retaken more than half of the territory that Russia occupied from the start of this conflict.

They’ve repulsed Russia’s attempts at an offensive last winter, and they’re repulsing one this winter.

They’ve severely degraded Russia’s Black Sea Fleet, dramatically increasing Ukraine’s exports through the Black Sea.

They’ve imposed severe costs on the Russian military, destroying major capabilities built up over decades.

And amid all of this, Ukraine has made economic reforms, strengthened its own defense industrial base, and accelerated its integration with the West.

Of course, the fight is not over.

Russia has laid dense minefields across the frontlines, making it harder for Ukraine to make major territorial gains.

With China’s help, Putin is mobilizing Russia’s defense industrial base, putting the country’s economy on a wartime footing.

And Russia is seeking more weapons from both North Korea and Iran, which violates multiple U.N. Security Council resolutions that Moscow itself voted to put in place.

But as President Zelenskyy has discussed with President Biden, and as Secretary Blinken and I discussed with him earlier today, the people of Ukraine are steeled for the struggle ahead. And the United States and our partners will continue to stand with them.

We’re expanding training for Ukrainian troops.

We’re working to secure bipartisan support for the necessary resources to supply Ukraine with the weapons it needs.

We’re ramping up our own defense industrial base, while denying Russia access to critical inputs it needs to do the same.

And we’re also innovating — and this is a critical point — working with our partners, and especially with the private sector, to help Ukraine solve the key technological challenges of an evolving battlefield, like electronic warfare, drones, and de-mining.

Together, we will build on our sanctions to ensure that even as unsustainable war spending masks underlying weakness, the economic costs for Russia continue to mount.

And we will keep supporting Ukraine’s diplomatic efforts to secure a just and lasting peace that protects Ukraine’s sovereignty and territorial integrity in line with the principles of the U.N. Charter. Because we’ve seen time and time again what happens when aggressors are allowed to take a neighbor’s territory by force and don’t pay a price: They keep going.

We’ve also worked to rally an international response to new aggression in the Middle East.

In the Red Sea, reckless attacks by the Iranian-backed Houthi rebels, including the use of anti-ship ballistic missiles, have threatened freedom of navigation in one of the world’s most vital waterways. More than 50 nations have been affected in nearly 30 attacks.

Last week, the United States and the United Kingdom, with support from Australia, Bahrain, Canada, and the Netherlands, struck a number of targets in Yemen used by the Houthis to stage and launch these attacks.

This defensive action followed extensive multinational coordination led by the United States among 44 nations to condemn Houthi attacks, and also led to a U.N. Security Council resolution condemning those attacks.

We are not looking for regional conflict. Far from it.

Through a combination of steady deterrence and steadfast diplomacy, we seek to stop the spread of conflict and to create the conditions for de-escalation.

Our approach is and remains focused on moving towards greater integration and stability in the region.

Long before October 7th, the United States was deeply engaged in an effort to secure a political horizon for the Palestinian people, with Israel’s security guaranteed as part of that.

We judged that direct negotiations between Israelis and Palestinians, which had fallen short so many times before, was unlikely to succeed. We determined the best approach was to work towards a package deal that involved normalization between Israel and key Arab states, together with meaningful progress and a political horizon for the Palestinian people.

That was our goal before October 7th. And it was our progress toward that goal that Hamas sought to destroy on October 7th, when they came across the border into Israel, viciously massacred 1,200 people, took more than 200 hostages, and then turned and fled, hiding behind an innocent civilian population and vowing to commit October 7th again and again.

That is the reality Israel is contending with — a determined terrorist threat that chose as its battlefield the communities of innocent civilians and still to this day holds more than 100 hostages in circumstances that are dire and deteriorating.

Now, this does not lessen at all Israel’s responsibility to conduct its campaign in a way that upholds international humanitarian law and abides by the moral and strategic necessity to distinguish between terrorists and innocent civilians. Every innocent life — Palestinian, Israeli — every one is sacred and deserves to be protected.

And the United States will continue to work with the rest of the world to secure the release of the hostages and to ensure the Palestinian people have access to the food, water, medicine, and safety that they urgently need and deserve as human beings.

As we respond to this crisis, we are actively pursuing a pathway to normalization and integration with our regional partners.

There’s a lot to do, but we are working together day in and day out to think about what a future can and should look like after the conflict. A future where Gaza is never again used as a platform for terror. A future where Israelis and Arabs can live in peace, Palestinians have a state of their own, and Israel’s security is assured.

I know that in this moment, when there is so much anger and pain and so much uncertainty, it’s hard to imagine. But it really is the only path that provides peace and security for all. And what is more — it is not impractical. It can be done. The pieces are there to be put together to achieve this outcome — and not years down the road, but in the near term, if all of us pull together and make the wise and bold decisions to choose this course.

Now, as we’re dealing with unfolding crises in the Ukraine — in Ukraine and the Middle East, we’re also managing critical relationships around the world, none more critical than the relationship between the United States and China.

The United States is competing with China across multiple dimensions, and we make no bones about that. But we are not looking for confrontation or conflict. And we are seeking to manage that competition responsibly, intensifying diplomacy to reduce the risk of miscalculation.

We saw this just last November, when President Biden and President Xi met in Woodside, California.

They agreed to restart counternarcotics cooperation. And since then, Beijing has actually taken affirmative steps to halt the flow of precursor chemicals used to make fentanyl, progress that we hope and need to see continue.

We also agreed to resume military-to-military communications and have already taken steps to do so. The Chairman of our Joint Chiefs of Staff just spoke with his counterpart for the first time in his job and the first time in quite a long time. And this is to the good for our relationship but also for regional and global stability. It will help reduce the risk of unintended conflict.

And together, the U.S. and China will launch a new dialogue aimed at minimizing and managing the risks of artificial intelligence.

Now, we are doing all this while at the same time making the investments in ourselves and our partners so that we can continue to compete effectively.

We’ve revitalized our own industrial and innovation base with historic legislation, while seeking to address Beijing’s unfair economic practices.

We’ve energized our alliances and partnerships in the Indo-Pacific and Europe in ways that were, frankly, unimaginable a few years ago: the launch of AUKUS; elevating the Quad; new agreements with Vietnam, the Philippines, and India; a trilateral — a historic trilateral with Japan and South Korea; and two summits with Pacific Island states.

We’ve come together with our G7 partners and agreed on collective steps to de-risk our economies and diversify away from strategic dependencies rather than decoupling.

And together with allies and partners, we’ve stressed the importance of maintaining peace and stability across the Taiwan Strait.

All the while, we’ve been transparent and straightforward about the targeted and narrowly tailored steps we’ve taken to protect critical technologies.

And I want to spend a minute on this — because technology competition is global. In an interdependent world, there’s a risk that it could contribute to a broader trend of disintegration.

That’s why we are working to bring together countries and companies to set high standards for emerging technologies and secure the trusted free flow of data.

We’ve also taken steps in partnership with others to protect foundational technologies with what we’ve called a “small yard and a high fence.”

Today, military advantage hinges on access to critical technologies, some of which are commercial and dual-use, like advanced semiconductors.

Simply put: Our strategic competitors should not be able to exploit American technologies to undermine our national security or that of our allies and partners.

To deal with this, we’ve taken steps to regulate specific outbound investments of concern in technology. And we’ve implemented carefully tailored restrictions on exports, focused on advanced semiconductor manufacturing tools, supercomputing capabilities, and the most advanced chips, which are critical to a range of military platforms including weapons of mass destruction, hypersonic missiles, and autonomous weapons systems.

Key allies and partners have followed suit, acting on their own concerns.

Now, I want to be clear: These tailored measures are not a technology blockade. They do not seek to, nor, in fact, do they restrict broader trade and investment.

And, in fact, in our semiconductor rule that we put out just a few months ago, last October, there is a broad carveout for commercial chips, the kind of chips that can help power economic progress and growth.

Our goal is to ensure that the next generation of technologies works for, not against, our security and our democracy.

Now, last spring, at the Brookings Institution, I talked about the work that President Biden was doing to respond to the economic challenges that he faced when he took office:

That in recent decades, America had enjoyed solid topline GDP growth, but the benefits of that growth were not being broadly shared broadly across America’s middle class.

That our economic policy was not taking sufficient account of a massive non-market economy like China.

That our approach was not delivering fast enough or ambitiously enough on a clean energy transition.

And that these problems were not unique to the United States.

President Biden entered office with a simple and powerful affirmative answer. It was not an answer to abandon what had built America into the strongest, most innovative economy in the world, but rather to rediscover it.

It starts with investing, with returning to an American tradition that runs through Lincoln’s [trans]continental railroad, Eisenhower’s highways, and Kennedy’s moonshot.

And because of that choice, today the United States has the strongest recovery and lowest inflation of any leading economy.

We’ve created nearly 14 million jobs, including 750,000 manufacturing jobs across all 50 states. Real wages are rising. We’ve had 23 straight months of unemployment under 4 percent for the first time in half a century.

And what’s even more compelling in a forum like this: Our partners have joined us in this journey.

This time last year, there were murmurs that the United States’ historic domestic investments would fracture the global economic order and weaken our alliances.

The reality is that countries around the world want to follow the formula that we’ve developed, and we want to help them do that: making bold investments, building high-quality infrastructure, empowering workers, tackling climate change.

And we’ve also been focused on ensuring our approach works for everyone, including emerging market and developing countries.

With our partners, we’re mobilizing greater private investment to address development needs, to get from the billions being invested today to the trillions that are needed.

That’s the main goal of the G7’s Partnership for Global Infrastructure and Investment, or “PGI”, that we launched with our G7 partners last year — its signature approach of spurring growth along economic corridors.

We’re also leading the way on reforming multilateral development banks to provide a viable option for countries to invest in their futures, including middle-income countries who haven’t had access to the low-cost financing they need and deserve.

We’re building innovative new international economic partnerships, including the Indo-Pacific Economic Framework and the Americas Partnership for Economic Prosperity, because our fundamental view is that international economic policy needs to be about solving the problems of today, not the problems of 50 years ago.

Building resilience in our supply chains. Mobilizing investment — massive investment — for an effective clean-energy transition. Ensuring trust and transparency in digital innovation. Stopping a race to the bottom in corporate taxation. Tackling corruption. And advancing a trade policy that puts the rights and wellbeing of workers and working families at its core.

Now, as the National Security Advisor of the United States, my job is to worry. Worry about the things I’ve talked about today — and there’s plenty to say grace over there — but also worry about other threats too, like North Korea.

But let me close with a couple of thoughts on why I remain optimistic.

First, the more others seek to undermine the international system through violence and coercion, the more it brings our allies and partners closer together.

This is the paradox that leaders like Putin cannot seem to solve.

Second, when it comes to world politics, people around this planet are much more interested in whether or not their lives are improving than in anyone’s imperial ambition or imperial project.

So, as long as we continue to be focused on offering a global value proposition that delivers for people — that is serious about shared economic growth, tackling climate change, managing new technologies, and promoting good governance — our model will remain much more attractive globally than that of aggression or coercion or intimidation or confrontation.

So we’re going to stay the course and look to our partners, including all of you, to continue with us, to make clear that violent disruption of the international system will fail; to remain committed to diplomacy, which is even more vital as geopolitical tensions rise; and to take steps needed to lead in the sources of technological and economic growth that will be the foundation of success and strength in free societies.

Nothing in world politics is inevitable. We are in command of our own choices. So it’s up to us to summon the vision, commitment, and sense of shared purpose to make the right choices, to shape the future for the benefit of our fellow citizens and future generations to come.

So, thank you for giving me the opportunity today. And I’m happy to have a conversation with Børge. Appreciate it. (Applause.)

MR. BRENDE: Thank you so much to Jake Sullivan. That was an impressive tour d’horizon.

And you’re right that a year ago, many people, even here in Davos, was expecting the U.S. to be in the recession by now. And what we’re seeing is a soft landing. But the geopolitical backdrop is more complex than a year ago. And I think many participants — some people here are really worried that this will spill into the economic recovery also in a negative way.

And one of the things that people are very worried about now is, of course, the situation in the Red Sea. Maybe you could say a few words about that. Do you think this will get better in the coming weeks? Or do we have to fasten the seatbelt and this will be complex in the year to come in the Red Sea?

MR. SULLIVAN: Well, first, you know, as I said in my speech, this goes way beyond being a regional challenge. This is a global challenge. We’re talking about a vital armer- — artery of global commerce, a critical maritime chokepoint that’s being held hostage. And countries and companies that have nothing to do with the Middle East whatsoever are being affected. More than 50 nations in nearly 30 attacks.

And so, it’s a crisis that the whole world needs to respond to. And frankly, the U.N. Security Council did come through with a very strong resolution condemning these attacks and calling for the Houthis to stop.

Now, we mobilized a coalition of countries to take strikes to degrade the Houthis’ capabilities so their ability to mount sustained and complex attacks becomes more difficult over time. But we did not say, when we launched our attacks, they’re going to end once and for all, the Houthis will be fully deterred. We anticipated the Houthis would continue to try to hold this critical artery at risk. And we continue to reserve the right to take further action. But this needs to be an all-hands-on-deck effort.

And frankly, the answer to your question about how long this goes on and how bad it gets comes down not just to the decisions of the countries in the coalition that took strikes last week, but the broad set of countries, including those with influence in Tehran and influence in other capitals in the Middle East, making this a priority to indicate that the entire world rejects wholesale the idea that a group like the Houthis can basically hijack the world as they are doing.

And so we want to work with countries across the board — countries who are allies and partners, countries who are not — in the common interest to get this to stop.

MR. BRENDE: So, after 7th of October and the war in Gaza, there’s been increasing, then, worries about escalation of the war. But then it did not take place. Lebanon was not a part of the war; we did not see a major reaction from Hezbollah. Do you think it still will be contained? Of course, this Houthi situation is complicating it. But there’s not a full-scale escalation that will have major impact on the world economy.

MR. SULLIVAN: Look, the risk was real, from October 7th, then the risk remains real today. And that’s why in the immediate aftermath of October 7th, President Biden mobilized at lightning speed to move U.S. military assets, to increase deterrence in the region, to send a clear message to actors who might want to exploit the situation. And we continue to be focused on that.

But we do see a pathway to a shift in the military campaign in Gaza, a reduction in tensions and the exchange of fire along Israel’s northern border, a reduction in the risk of escalation in other parts of the region. And we’ll have to continue to deal with the Houthi threat.

We see a pathway. We are eagerly working with partners throughout the region to try to pursue that pathway. But in the meantime, we have to guard against and be vigilant against the possibility that, in fact, rather than heading towards de-escalation, we are on a path of escalation that we have to manage.

And we are doing this not just by ourselves, but with a large collection of countries both in the region and beyond. And it remains a central locus of our strategy: try to ensure that we manage escalation across the Middle East to the maximum extent possible, taking every possible measure that we can in that regard, and ultimately get on a path of diplomacy and de-escalation.

MR. BRENDE: Coming back to Gaza. The last years, there has not been that much focus on a two-state solution, definitely not from the Israeli government. But the pressure on the international community hasn’t been that much either. There are other topics that have been at the top of the agenda.

I think now there is more focus on finding a reliable future solution for a two-state, Israelis and Palestinians living peacefully next to each other.

But when you have been to Jerusalem and President Biden also has his discussions with Netanyahu, do you feel there is any genuine interest on the Israeli side to pursue also part process, the two-state solution? Or is it a very lonely thing to do — you feel that you have to push and there is no real response?

MR. SULLIVAN: Well, first, you know, at the start of your question, your premise was that nobody was really focused on a two-state solution or the Palestinian question before October 7th. And I — I do take some exception to that, particularly given the fact that a central diplomatic initiative of the Biden administration was to try to generate normalization and, as a critical element of a normalization package, generate both tangible benefits for the Palestinian people and a political horizon towards two states.

And it was our judgment that that was going to be the most viable pathway to make progress on what had been an intractable problem; that going for another round of direct negotiations wasn’t going to do it, so coming in this more indirect way was most likely to generate this result.

And in fact, earlier last year, in 2023, I actually went to Ramallah, sat with President Abbas, and talked through this play, long before October 7th took place.

Now, the strategy post-October 7th does not deviate very much from that. We still want to see normalization tied to a political horizon for the Palestinian people. The current Israeli government has expressed quite strong views publicly about the Palestinian question. And there are elements and voices in that government that, actually, the U.S. government has come out quite strongly and criticized for certain statements and stances that they’ve taken.

But ultimately, you know, the Israeli government will have to make its choice about how best to guarantee and ensure the security of the State of Israel, and it is President Biden’s firm conviction that the best way to do that is two states with Israel’s security guaranteed.

MR. BRENDE: So what you’re saying is that the follow-up of the Abraham Accords was to bring in — if we were to bring in Saudi Arabia in that, it would have been also — the basis for that would have to be a political solution also, where Israel would have to move on a two-state solution?

MR. SULLIVAN: Yes. In fact, when President Biden and Prime Minister Netanyahu spoke in the weeks and months leading up to October 7th, this was a key topic of discussion: how –where did the Palestinians fit into a broader vision for Israel’s integration into the region and normalization with Arab states.

MR. BRENDE: That would also mean, as according to the Arab peace plan, that the Arabs would also then together guarantee peace and safety for Israel if there is a two-state solution.

And that was — were serious discussions around this you felt, but that has not continued after 7th of October?

MR. SULLIVAN: No. In fact, what I’m saying is that the basic recipe, which is peace between Israel and its Arab neighbors, a two-state solution with Israel’s security guaranteed, these pieces are not, you know, in a way, operating in completely separate spheres; they are linked and connected. They were before October 7. They remain linked today. And they are something that we’re going to have to continue to work on.

MR. BRENDE: We had President Zelenskyy sitting in that chair just a couple of hours ago. And he, of course, urges all to continue to support financially, but also militarily. EU is currently not in a situation where they can continue, but Ursula von der Leyen has underlined that she’s working on it, and it’s question of weeks; I think is the same in the U.S. currently. I think the White House announced in the weekend that the support had to stop for the moment, but I think you’re working on a political solution. So maybe comment on that.

And the second thing is that he’s also asking for more advanced weapons and missiles. And following the recent attacks from Russia, hitting more and more civilians, we’re seeing really, really all this suffering. Is that something that you’re contemplating, even bringing more advanced weapons in there with allies?

MR. SULLIVAN: Secretary Blinken and I had the opportunity to meet with President Zelenskyy this morning and talk about the battlefield and talk about various capabilities. We had a very good discussion. I will leave it at that. It’s best left behind closed doors at the moment. But it was a robust and detailed discussion.

MR. BRENDE: If it was a good discussion, I guess you were discussing this thing through though. Huh?

MR. SULLIVAN: (Laughs.) Again, as I said, I will leave that behind closed doors.

What I will say is that we’ve got to be able to deliver the necessary resources to Ukraine for the weapons that it needs to be able to achieve the results that it needs. And that requires mobilizing the bipartisan support we have in both the House and Senate, converting that into actual votes for the money. President Biden is absolutely laser-focused on that. We are seeking to get that done in the coming weeks.

And, in fact, I continue to believe and express confidence that we will, you know, after a lot of twists and turns, ultimately get there. I have held that confidence from the beginning. I continue to hold that confidence today.

MR. BRENDE: Last question. We had an order after the Cold War, the Cold War — post-Cold War order that was based on rule of law, acceptance of the U.N. Charter. And that order seems to no — not be the order anymore. We are on the way to a new order. So we are between orders. Do you agree with that? Or are there ways of — what are we able to keep on the positive side from the old order to bring into a new world order? And how can we avoid that that new world order becomes like a jungle growing back and we rather have order based on international law and principles that have brought us prosperity and freedom for decades?

MR. SULLIVAN: I guess — and maybe this is the old, kind of, teacher in me coming out — I think of this a little bit more about a transition of eras rather than a transition to orders, but the two are kind of cousins of one another. The reason I draw the distinction is because I don’t think the international order built after 1945 is getting replaced wholesale with some new order; it will obviously evolve as it has evolved multiple times over the decades since 1945.

But I do think, in a more sharp and distinctive way, we are moving into a new era, and that’s what I talked about in my remarks, that we are — you know, the post-Cold War era has come to a close; we’re at the start of something new. We have the capacity to shape what that looks like.

And at the heart of it will be many of the core principles and core institutions of the existing order adapted for the challenges that we face today. And that’s a lot of what I tried to lay out in my remarks. Some of that goes to geopolitics and showing that crime doesn’t pay — that is, you will pay a serious price for the kind of aggression we’ve seen from the likes of Russia. And part of it’s about geoeconomics and how we build or update the international economic order in ways that address the needs of working people, address the climate crisis, address the reality of this major non-market economy, the PRC.

And then part of that also is about giving greater voice to countries that did not have that voice back after 1945 but deserve it today. Adding the African Union just this year to the G20 is a good example of that, but there are many others as well.

But, yes, I believe we’ve entered a new era. I think that era is marked by a simple thing to say but a very complex reality, which is strategic competition in an age of interdependence. The major powers are deeply interdependent; they are also competitive. And that creates the world we’re operating in.

For the United States, what does that mean? At essence, it means invest in ourselves and invest in our allies so we can compete effectively, but also so we can rally solutions to the world’s problems that affect all of us, friends as well as competitors.

MR. BRENDE: Thank you. A more multipolar world, but a multipolar world without multilateralism and law — international law — is a very dangerous situation. We tried that in Europe, you know, before the First World War.
MR. SULLIVAN: Well, I think there’s no reason why we cannot generate global problem-solving at scale on the big challenges that we face today. We didn’t do so with the COVID pandemic, but that could teach us a lot of lessons for how we do so going forward on both longer-term crises that have become increasingly urgent with every passing year, like climate change, and urgent crises like what is happening in the Middle East right now.
And I started and finished my speech with optimism because I think we, ourselves, have the capacity to decide whether we step up to do this. We have the tools to do it. The question is, are we prepared to put those to work? That is a question of political will within our countries and then across our countries. And those who are working to summon that political will need to band together to try to produce a common, coherent response to the great challenges that we face in 2024.

MR. BRENDE: Thank you very much to Jake Sullivan. Excellent. Thank you. (Applause.)

venerdì 19 gennaio 2024

PAURA E IRRAZIONALITÀ Rileggere "Dialettica dell'Illuminismo" M.Horkheimer, T.W. Adorno,



PAURA E IRRAZIONALITÀ

Rileggere "Dialettica dell'Illuminismo" M.Horkheimer, T.W. Adorno, 

Noi ci illudiamo di esserci liberati dalla irrazionalità. "Il Sé a cui è pervenuta la civiltà europea, dicono Horkheimer ed Adorno (M. Horkheimer, T.W. Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, Einaudi, Torino 1966), è in realtà schiacciato e non emancipato dall’irrazionalità, in una società che si presenta fondata sul rapporto di dominio del collettivo sull’individuale, della quantità indifferente sulle differenze qualitative, della giustizia livellatrice sulla libertà personale, ecc. "L’uomo si illude di essersi liberato dalla paura quando non c’è più nulla di ignoto. Ciò determina il corso della demitizzazione dell’Illuminismo [...]." Ma la paura in realtà resta, nella misura in cui l’ignoto diventa per eccellenza il tabù della scienza positivistica (ultimo prodotto dell’Illuminismo). Non c’è un rapporto di inclusione fra la ragione e ciò che ragione non è, c’è al contrario un rapporto di esclusione messo in atto dalla ragione stessa, la quale così facendo espelle da sé il mito (il mana, come lo chiamano gli autori), riproponendolo come ciò che rimane fuori, ma che pur sempre rimane.

Torna l'irrazionalità della paura perché è stata distrutta l'immagine confortevole, carica di promesse e di futuro, costruita sulla realtà del welfare e dei diritti, sul compromesso tra capitale e lavoro che ha contrassegnato il nostro continente nella seconda metà del Novecento. È stata anche distrutta l'immagine di una Europa fatta di cittadinanza sociale, di redistribuzione della ricchezza, di partecipazione attiva. C'è stata anche la crisi della politica come messaggio visionario e al tempo stesso fatta di conflitti e negoziazioni, di soluzioni reali ai problemi. Adesso rimane il lamento, senza prospettare soluzioni, sulla "deriva liberista", sulla forbice tra chi ha e chi non ha, sulla disoccupazione e precarietà, che sfocia in disorientamento, e infelicità senza desideri. Da tutto questo viene il rancore, la ribellione senza indirizzo, la irrazionalità delle scelte quando si è chiamati a votare.

 Basta accendere la Tv o aprire il giornale o andare su Internet, ogni mattina per sentirti già stanco delle brutte notizie. Sei inondato dalle immagini di guerre, terrorismo, terremoti, omicidi. Perchè ritorna la paura (che in realtà non se ne mai andata)? Da una parte la civiltà occidentale si libera di ciò che non è conforme alla ragione, mentre dall’altra però non elimina la paura stessa dell’ignoto, anche se lo lascia fuori dalla sua organizzazione sociale e scientifica, la quale viene a poggiare su criteri di ‘uguaglianza’, omologazione e dominio che, al dunque, annullano ogni libertà essenziale dell’individuo. Quando la realtà si fa intimamente contraddittoria e irrazionale, il pensiero razionale sembra non avere il coraggio di criticarla e smascherarla. Così assistiamo a un regresso verso mitologia (irrazionalità delle interpretazioni che individuano "il nemico" che di volta in volta sono i "poteri forti", gli immigrati, i vaccini, le scienze chimiche, etc.) in quanto il pensiero razionale si paralizza e mette in atto una condanna alla cecità e all’incapacità di intervenire criticamente sulla realtà.


martedì 16 gennaio 2024

IL LETTORE. Estratto da “Racconti e Favole.” di Robert Louis Stevenson

 IL LETTORE

Estratto da “Racconti e Favole.” di Robert Louis Stevenson

«Non ho mai letto un libro così empio» disse il lettore buttandolo sul pavimento.

«Non c'è bisogno di farmi del male» disse il libro, «ti daranno di meno quando mi rivenderai, e non mi sono scritto da me.»

«Questo è vero» disse il lettore. «Io ce l'ho con l'autore.»

«Ah, bene» disse il libro, «non c'era bisogno che tu comprassi le sue tirate.»

«Questo è vero» disse il lettore. «Ma credevo che fosse uno scrittore tanto allegro.»

«A me pare che lo sia» disse il libro.

«Devi esser fatto diversamente da me» disse il lettore.

«Lascia che ti racconti una favola» disse il libro. «Due uomini fecero naufragio su un'isola deserta; uno di essi finse d'essere a casa sua, l'altro ammise...»

«Oh, conosco le vostre favole» disse il lettore. «Morirono tutti e due.»

«Proprio così» disse il libro. «Senza dubbio. E anche tutti gli altri.»

«Questo è vero» disse il lettore. «Andiamo un po' più avanti, per questa volta. E quando furono tutti morti?»

«Furono nelle mani di Dio, proprio come prima» disse il libro.

«Non c'è gran che da vantarsi, a quanto dici» esclamò il lettore.

«Chi è empio, adesso?» disse il libro.

“E il lettore lo gettò sul fuoco.

Il vile si prosterna davanti alle verghe, E aborre il ferreo volto divino.

CHIRURGIA Estratto da "Racconti" Di Anton Čechov



CHIRURGIA

Estratto da "Racconti"

Di Anton Čechov

 

 

Un ospedale di provincia. In assenza del dottore, che è andato a sposarsi, riceve i malati l'assistente medico Kurjatin, un uomo grasso sulla quarantina, con una logora giacchetta di cotone e dei logori calzoni di maglia. Il suo viso esprime coscienza del dovere e soddisfazione. Fra l'indice e il medio della mano sinistra ha un sigaro che emana un odore pestifero. Nell'ambulatorio entra il sagrestano Vonmiglasov, un vecchio alto e tarchiato con una tonaca color cannella e una larga cintura di cuoio. Ha l'occhio destro mezzo chiuso per una cataratta, e sul naso un bitorzolo che, visto da lontano, sembra una grossa mosca. Per un istante il sagrestano cerca con gli occhi l'icona e, non trovandola, si segna davanti a un bottiglione di soluzione di acido fenico, poi tira fuori da una pezzuola rossa un pane benedetto, e, con un inchino, lo depone davanti all'assistente medico. «A-a-a, i miei rispetti!» sbadiglia l'assistente medico. «Che cosa vi sentite?»

«Buona domenica a voi, Sergej Kuz'mič... Ho bisogno di un favore... Con giustizia e verità nel salterio è detto, scusate: ‹Il mio bere è mescolato di pianto.› L'altro giorno sedevo con la mia vecchia a bere il tè, non ne avevo ancora, mio Dio, bevuto una goccia, né mangiato un boccone... Né inghiottito un tantino, e già non ne posso più! E non mi fa male solo il dente, ma anche tutta questa parte... E mi sento tutto rotto! E mi trapassa nell'orecchio, scusate, come se dentro ci fosse un chiodino o qualche altro oggetto: mi dà certe fitte, certe fitte! Ho peccato, ho violato la legge... Il mio animo si è indurito per la vergogna dei peccati, e ho consumato la mia vita nell'accidia... Per i miei peccati, Sergej Kuz'mič, per i miei peccati! Il padre diacono, dopo la funzione, mi ha rimproverato: ‹Sei diventato balbuziente, tu, Efim, e mugugnone. Canti e non c'è verso di capir qualcosa di quel che canti.› Ma, giudicate voi, come si può cantare se non è possibile aprire la bocca che è tutta gonfia, scusate, e non si è chiuso occhio per tutta la notte...»

«Già... Sedete... Aprite la bocca!»

Vonmiglasov si siede e apre la bocca. Kurjatin aggrotta le sopracciglia, guarda nella bocca del sagrestano e, in mezzo ai denti ingialliti dal tempo e dal tabacco, ne scorge uno ornato da un grosso buco.

«Il padre diacono mi ci ha fatto mettere sopra della vodka col rafano, ma non mi ha giovato. Glikerija Anisimovna, che Dio le conceda la salute, mi ha dato un filo, portato dal monte Athos, da legare al braccio, e mi ha ordinato di risciacquare il dente con latte tiepido, e io, lo confesso, il filo me lo sono messo, ma per quanto riguarda il latte non l'ho fatto: ho timor di Dio, è quaresima...»

«Pregiudizi.» (Pausa.) «Bisogna estrarlo, Efim Micheič!»

«Voi lo sapete meglio di chiunque altro, Sergej Kuz'mič. Per questo avete studiato, per poter capire quando si deve togliere e quando invece si può curare con le gocce o altro. Per questo vi hanno messo qui, nostro benefattore, che Dio vi conceda la salute, infatti preghiamo per voi giorno e notte, nostro buon padre... fino alla morte...»

«Sciocchezze,» si schermisce l'assistente medico, avvicinandosi all'armadio e frugando tra i ferri. «La chirurgia è una sciocchezza! Ci vuole solo pratica e mano ferma... È come sputare... Giorni fa, proprio come voi adesso, viene all'ospedale il proprietario Aleksandr Ivanyč Egipetskij... Anche lui per un dente... Un uomo istruito, che s'informa di tutto, che vuole saper tutto, il come e il perché. Mi stringe la mano, mi chiama con nome e patronimico... È vissuto a Pietroburgo per sette anni, e ha frequentato tutti quei professoroni... C'è rimasto un bel po' qui da me.... Mi prega in nome di Cristo Iddio: strappatemelo, Sergej Kuz'mič! E perché non farlo? Si può strappare. Soltanto bisogna intendersene, altrimenti è impossibile... I denti non sono tutti uguali. Uno si strappa con le pinze, un altro col piede di capra, un altro ancora con la chiave... Secondo i casi.»

L'assistente medico prende il piede di capra, lo guarda un istante interrogativamente, poi lo posa e afferra le pinze.

«Coraggio, aprite la bocca più che potete...» dice, avvicinandosi con le pinze al sagrestano. «Ora lo... insomma... è come sputare... occorre soltanto fare un'incisione sulla gengiva... esercitare una trazione nel senso dell'asse verticale... ed è tutto... (incide la gengiva)... è tutto...»

«Voi siete il nostro benefattore... Noi, sciocchi, non ci capiamo niente, mentre a voi il Signore vi ha illuminato...»

«Non chiacchierate mentre avete la bocca aperta... Questo dente è facile da togliere, ma, alle volte, capita che rimangano le radici... Ecco, è il momento di sputare... (applica le pinze). State fermo, non contorcetevi, non muovetevi... In un batter d'occhio... (esercita la trazione). L'importante è afferrarlo il più profondo possibile (tira)... perché non si rompa la corona...»

«Padri nostri... Madonna Santissima... Vvv...»

«Non così, non così... come si fa? Non attaccatevi con le mani! Via le mani! (tira) Adesso... ecco, ecco... La faccenda non è facile...»

«Padri... zelatori (grida)... angeli! Oh-oh... Ma strappalo, dunque, strappalo! Che ti ci vuole, un secolo a tirare?»

«Qui si tratta... di chirurgia... Non si può di colpo... Ecco, ecco...» Vonmiglasov solleva le ginocchia fino ai gomiti, agita le dita, sbarra gli occhi, respira a scatti... Il viso paonazzo gli si imperla di sudore, nei suoi occhi spuntan le lacrime... Kurjatin soffia, pesta i piedi davanti al sagrestano, e tira... Passa mezzo minuto tormentosissimo e le pinze scivolano via dal dente. Il sagrestano balza in piedi e si ficca le dita in bocca... Tastando all'interno della bocca sente il dente allo stesso posto di prima.

«Hai tirato!» dice con voce piagnucolosa, ma nello stesso tempo ironica. «Che ti potessero tirare così all'altro mondo! Ringraziamo umilmente! Se non li sai strappare, i denti, non ti ci provare neanche! Non ci vedo più...»

«E tu perché mi tieni con le mani?» si adira l'assistente medico. «Io tiro, e tu intanto mi urti il braccio e dici stupidaggini... Imbecille!»

«L'imbecille sei tu!»

«Tu credi, contadino, che sia facile togliere un dente? Provaci tu! Non è mica come salire sul campanile e suonare le campane! (Rifacendogli il verso) ‹Non sei capace, non sei capace!› Guarda un po' chi deve venire a insegnarmi! Ma ti pare? Ho tolto un dente al signor Egipetskij, Aleksandr Ivanyč, e quello non ha detto nemmeno una parola... È un uomo più rispettabile di te, e non mi teneva con le mani... Siedi! Siedi, ti dico!»

«Non ci vedo più... Lasciami tirare il fiato... Oh! (si siede). Una cosa sola: non farla tanto lunga, da' uno strappo. Non tirare, strappa... Di colpo!»

«Vuoi insegnare a uno scienziato? Che gente ignorante, Signore Iddio! Prova un po' a vivere con questa gente... c'è da diventar matti! Apri la bocca... (applica le pinze). La chirurgia, fratello, non è uno scherzo... Non è come cantare nel coro... (esercita la trazione). Non muoverti... Si vede che è un dente vecchio, ha delle radici profonde... (tira). Non muoverti! Così... Così... Non muoverti... Ecco, ecco... (si ode uno scricchiolio). Ecco, lo sapevo io!»

Vonmiglasov rimane immobile per un attimo, come privo di sensi. È inebetito... I suoi occhi guardano stupidamente in lontananza, il suo viso pallido è coperto di sudore.

«Se avessi usato il piede di capra...» borbotta l'assistente medico. «Che disdetta!»

Tornato in sé, il sagrestano si infila le dita in bocca e, al posto del dente malato, trova due punte sporgenti.

«Diavolo rrognoso!» articola. «Vi hanno schiaffato qui, Erode, per nostra disgrazia!»

«Forza, insultami ancora,» borbotta l'assistente medico riponendo le pinze nell'armadio. «Ignorante! Te ne hanno suonate troppo poche in seminario... Il signor Egipetskij, Aleksandr Ivanyč, ha vissuto a Pietroburgo per sette anni... è istruito... Un solo vestito gli costa cento rubli... eppure non mi ingiuriava... E tu, che gran personaggio sei? Non creperai per così poco!»

Il sagrestano prende dal tavolo il suo pane benedetto e, premendosi la guancia con la mano, se ne torna a casa... 

lunedì 15 gennaio 2024

DAVANTI ALLA LEGGE. Estratto da Franz Kafka, "La metamorfosi e altri racconti",



 DAVANTI ALLA LEGGE. 

Estratto da Franz Kafka, "La metamorfosi e altri racconti", 

Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L'uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi,» dice il guardiano, «ma adesso no.» Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po', l'uomo si china per dare, dalla porta, un'occhiata nell'interno. Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l'ultimo dei guardiani. All'ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell'altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me.» L'uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all'uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l'ingresso. L'uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, pero gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.» Durante tutti quegli anni l'uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l'unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sè. Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea. Alla fine gli s'affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge. Non gli rimane più molto da vivere. Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell'uomo. «Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano, «sei proprio insaziabile.» «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l'uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all'infuori di me, ha chiesto di entrare?» Il guardiano si accorge che l'uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l'ingresso. E adesso vado e la chiudo.»

giovedì 11 gennaio 2024

LETTERATURA Estratto da “Il movente.” Javier Cercas



LETTERATURA
Estratto da  “Il movente.” 
Javier Cercas
[...] Riteneva che non vi fosse letteratura, per quanto periferica o esigua, che non contenesse tutti gli elementi della Letteratura, tutte le sue magie, gli abissi, i giochi. Intuiva che leggere è un atto di indole informativa; l'essenza dell'atteggiamento letterario sta nel rileggere.Tre o quattro libri racchiudono, come sosteneva Flaubert, tutta la saggezza a cui può avere accesso un uomo, però i titoli di tali libri variano per ciascun individuo. Di rigore, la letteratura è una forma di oblio indotto dalla vanità. Tale constatazione non la umilia, bensì la nobilita. 
L'essenziale - rifletteva Alvaro durante i lunghi anni di meditazione e studio precedenti il concepimento della sua Opera - è individuare nella letteratura dei nostri avi un filone che ci rappresenti pienamente, che sia l'emblema di noi stessi, dei nostri aneliti più intimi, della nostra più abietta realtà. L'essenziale è riprendere tale tradizione e inserirsi fino ad assumerla come propria; anche se per fare ciò occorresse riscattarla dall'oblio, dall'emarginazione o dalle mani impolverate di eruditi studiosi. L'essenziale è crearsi una solida genealogia. L'essenziale è avere dei progenitori.[...]
 

mercoledì 3 gennaio 2024

IL POTERE DELLE PAROLE Estratto da "Il monaco che amava i gatti" Corrado Debiasi

 IL POTERE DELLE PAROLE

Estratto da "Il monaco che amava i gatti" 

Corrado Debiasi

 
[...] «Ascoltare è già molto. Molti ascoltano ma non sentono. Da migliaia di fiori le api estraggono e secernono poche gocce di nettare reale, così da migliaia di parole la vera saggezza può essere concentrata in pochi versi. Il potere di alcuni insegnamenti, se compresi e messi in pratica, ha l’effetto di migliorare la nostra vita. Le parole hanno la capacità di modificare le vibrazioni attorno a te, se ne conosci la loro forza e il loro potere. Più le parole sono pregne di energia spirituale infusa da chi le pronuncia, più avranno un effetto trasformativo su chi le riceve.»
Riflettei. «Tutto sta nel sapere e capire questi brevi concetti o insegnamenti.»
«La saggezza può essere racchiusa in brevi formule. Nel linguaggio sanscrito si chiamano sutra. Non occorre avere la conoscenza di interi volumi per vantarsi ed elogiarsi con chiunque del nostro sapere, alimentando così il nostro ego. Saggio è colui che attraverso brevi e profondi concetti riesce a concentrare l’essenza spirituale e a farne buon uso.»
«Che cosa sono i sutra?»
«Anticamente erano versi spirituali cantati e ripetuti in continuazione, per dar loro potenza e fissarli nella memoria di chi li pronunciava, così che, di generazione in generazione, venissero correttamente tramandati. Sono brevi aforismi in cui è racchiusa un’antica saggezza. Ed è per questo che le parole, se ben utilizzate, possono migliorare le persone.»
«Ognuno di noi è un universo a sé, ha una percezione e una coscienza differenti a seconda della sua evoluzione spirituale. Creiamo il nostro mondo con tutti i tasselli che costituiscono la nostra realtà apparente. Il vero sforzo è riconoscere il nostro universo e trascenderlo. Ecco: è questa l’utilità delle poche parole di potere. Nascoste in esse, vi è la saggezza nella sua essenza.»
Rimasi, come sempre, qualche istante in silenzio per riflettere.
Tatanji mi lasciò tra i miei pensieri, poi, guardandomi dritto negli occhi, mi chiese: «Cosa ricordiamo alla fine di un libro, al di là della storia? Alcune frasi o brevi dialoghi, ciò che ha toccato il nostro interesse, la nostra sensibilità, la nostra umanità, il nostro cuore. Frasi che, se rievocate, ci danno conforto e spesso cambiano in meglio le nostre giornate. Piccole saggezze che rimangono per sempre nella nostra anima come tatuaggi interiori».
«È vero. Ricordo i detti di mia nonna e le citazioni di alcuni libri.»
«Come si riconosce un fiore dal suo profumo, così si riconosce la saggezza dalla profondità in cui penetra nella nostra anima. La verità è celata nella semplicità. Questa saggezza è nascosta nei testi sacri: testi religiosi o spirituali, oppure scritti di anime elevate, che attraverso la loro storia ci hanno lasciato gemme di una ricchezza infinita.»
«Ad esempio alcuni famosi santi mistici?» domandai.
«Sì. Le loro storie sono prese come esempio per intere generazioni, e lo saranno anche in futuro. Viviamo condividendo racconti fin dall’inizio della comparsa dell’uomo. Storie che spezzano o saldano i rapporti umani. Le parole creano il nostro mondo, il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.» Tatanji si alzò, da un tavolo prese una brocca e ne versò il contenuto in una tazza. Nell’aria si propagò un lieve odore di tè. «Spesso le storie celano importanti insegnamenti, espressi in brevi nozioni. Il cambiamento nella nostra vita può avvenire anche attraverso pochi concetti ben appresi, ma solamente se li mettiamo in pratica. La pratica è ciò che fa la differenza tra un saggio e un erudito. Impara dalle grandi anime e da ciò che insegnano. Come un minatore scava nelle profondità della montagna per raggiungere le pietre più preziose, così il saggio penetra in se stesso per raggiungere l’essenza del suo cuore.»
In quel momento, un uomo di mezza età entrò nella sala. Rivolse un saluto a Tatanji, che ricambiò, chiedendomi poi di lasciarlo solo con il suo ospite, con il quale aveva concordato un incontro importante già alcuni giorni prima. L’uomo attendeva in un angolo della stanza.
«Va’ da Shanti, ti mostrerà l’ashram e la zona qui accanto», mi consigliò. «Ricordati che lei è collegata a te.»
L’ultima frase mi stupì. «In che senso?» chiesi, mentre mi alzavo per dirigermi all’uscita.
«Ci sono miliardi di persone che vivono su questa terra, ma ne incontriamo solo alcune: quelle che faranno parte del nostro destino. Alcune per breve tempo, altre per molto, altre per sempre.»
«Vi è un numero prestabilito di persone che conosceremo?» chiesi incuriosito.
«Quelle con cui hai creato un legame indissolubile e che si ripresentano vita dopo vita. Shanti è una di queste. Ascoltala e fai tesoro dei suoi consigli per tutto il tempo che rimarrai qui.»
«Certamente, Tatanji, ne sarò felice», dissi.
Feci per uscire, ma mi fermò.
«Prima che tu esca, vorrei ricordarti una piccola e semplice usanza che pratichiamo nel nostro ashram. È la ripetizione di un breve sutra che viene recitato ogni giorno: di mattina appena svegli, la sera prima di addormentarsi e ogni volta che si entra in sala di meditazione. È un sutra d’amore, un ricordo verso l’Infinita Coscienza Suprema che permea ogni cosa. Trova il tempo per impararlo e comprenderlo con il tuo cuore e con la tua mente.»
«Ne sarò onorato, Tatanji.»
Mi consegnò in mano un piccolo foglio che lessi mentalmente mentre uscivo.
A quella Coscienza Suprema che tutto avvolge, che non ha né inizio né fine, dove il tempo è un Suo pensiero e lo spazio un Suo respiro, io mi abbandono e rendo omaggio.
Rimasi meravigliato da tanta semplicità e profondità. Lo ripetei più volte, cercando ogni volta di entrare in connessione con il mio cuore.
Mi chinai per raccogliere i sandali riposti dietro l’ingresso. In quell’istante, con la coda dell’occhio, notai Shanti entrare in ashram. Mi passò accanto senza vedermi. Il suo volto dai lineamenti delicati esprimeva dolcezza e sensualità e il suo profumo d’incenso speziato mi avvolse i sensi. D’improvviso, forse per intuito o altro, si girò verso di me accorgendosi del mio sguardo. E in quel mentre avvenne la cosa più bella che potesse accadere: sorrise.
Presi i sandali e uscii in giardino, attendendo che tornasse. Arrivò poco dopo, mi mise in mano un mango maturo, sbucciato e tagliato, e mi indicò gli scalini accanto alla veranda. Ci sedemmo. Il mango era dolcissimo, e la ringraziai.
Le raccontai la condivisione avvenuta con Tatanji, informandola che eravamo stati interrotti mentre discutevamo di un argomento che trovavo molto interessante.
«Qualcosa ti posso accennare anch’io», mi disse, «grazie ai miei studi e a quello che ho appreso vivendo qui in ashram.»
La ringraziai e mi predisposi all’ascolto.
«Come hai capito, le parole hanno un potere enorme sul nostro modo di pensare. Non solo creano un forte impatto in noi, ma anche sulle persone
che le ascoltano. Hanno un effetto visibile e invisibile su tutto ciò che vive. Possono influenzare la natura dei liquidi, delle piante, il nostro umore, i nostri geni e anche la nostra essenza. Tutto dipende da cosa si dice, come lo si dice e dal potere personale di chi le pronuncia.»
Terminai di gustare il mango. «Come fanno a influenzare la realtà?»
«Hai mai alimentato la tua mente con le parole come fai con il cibo per il corpo?»
«Cosa intendi?»
«Assimiliamo alimenti salutari per darci una buona energia e migliorare la nostra salute. La stessa cosa dovrebbe avvenire quando parliamo di noi stessi: dovremmo utilizzare le parole per darci forza, coraggio, fiducia e amore. Cosa che la maggior parte delle persone non fa. Il modo in cui ti riferisci a te stesso dice molto su come nutri la tua mente. Dovremmo far entrare in noi parole di guarigione, di elevazione interiore, di stimolo per la nostra anima.»
Allargai le braccia. «È vero, penso sia un bellissimo modo di migliorarci e aumentare la nostra autostima.»
«Che linguaggio usi quando sei solo: è come la seta o come la lama? Delicato o tagliente? D’amore o di paura? Tutto ciò che ti racconti è spesso concretizzato. Fai in modo che la tua mente non sia un secchio, riversandovi parole negative e di disprezzo. Nutrila con parole d’amore, di stima e di forza. Ricorda: ogni singola cellula ti ascolta.»
«Hai detto che le parole hanno il potere di trasformare: com’è possibile?»
«Tutto nell’universo è vibrazione divina. Anche le parole vibrano. Creano o distruggono. Personaggi malvagi le hanno usate per sopprimere vite umane o intere nazioni. Le grandi anime, invece, per aiutare le persone e i popoli a evolversi. Ecco perché alcuni termini che utilizziamo sono chiavi di accesso a piani superiori o inferiori della nostra esistenza e coscienza. Osserva sempre come una persona si riferisce a se stessa: capirai molto di chi hai davanti. Prova a immaginare le parole come esseri viventi che hanno vita propria. Pensale mentre si evolvono, mutano, si difendono o attaccano. Le parole entrano in noi, nella nostra mente, possono diventare amici o nemici di noi stessi, trasformandoci. È importante comprendere la loro influenza. Secondo un antico sapere, i pensieri negativi sono sempre stati più potenti rispetto a quelli positivi. Questo accade perché essi si radicano in noi con più forza, rimangono aggrappati al nostro inconscio come i molluschi sugli scogli. Ed è per questo che occorrono diversi pensieri positivi per contrastarne solo uno negativo.»
«Come possiamo ostacolare i pensieri negativi che talvolta ci perseguitano?»
«Attraverso l’evocazione di pensieri opposti. Fa’ in modo che la tua volontà sia focalizzata nel creare pensieri salutari. Tutto sta nella volontà del fare. Come dice Tatanji: lo sforzo è necessario, sempre. Ecco perché nelle varie tradizioni spirituali si utilizzano le parole sacre per purificare la mente e trascenderla. È un linguaggio che penetra nell’anima.»
Shanti si prese una pausa per finire di mangiare il mango.
«In sanscrito queste parole spirituali vengono chiamate mantra», continuò. «Sono espressioni dense di energia spirituale che nel corso dei millenni hanno continuato a caricarsi e diffondersi in tutto il mondo, grazie anche a milioni di persone che durante i secoli le pronunciavano e le cantavano. Vengono recitate da qualsiasi persona che senta il desiderio di evolversi. Chi ripete i mantra, con sincerità e regolarità, ha la certezza di purificare la mente e il cuore.»
«Io li ho sentiti e recitati. Credo che…»
Shanti mi interruppe: «Io, io. Utilizziamo sempre la parola ‘io’. Lo sai che è quella che usiamo di più?»
«Sì, e quello che ci aggiungiamo dopo è ancora più importante. La nostra realtà inizia dopo la parola ‘io’, è quello che ci definisce. Io sono quello. Io sono questo. Io desidero questa cosa e così via. È solo ego, ma è normale che lo sia. L’Io è sempre il nostro primo pensiero. Quello che sommiamo dopo crea il nostro universo. Un universo costruito da muri o da spazi infiniti. Spesso usiamo le parole per etichettare. In questo modo limitiamo la nostra visione e i nostri orizzonti. Ogni etichetta che incolli per definire qualcosa è in realtà una piccola prigione.»
La sua affermazione mi rese perplesso. «Perché?»
«Ci fa rimanere, talvolta, nella zona che abbiamo creato, ci confina impedendoci di osservare oltre. Spesso tutto ciò è causato dalla comodità, dalla cultura, dalla famiglia e dalla società. Soprattutto dalla nostra limitata capacità di comprendere una visione totale. Quando crei il tuo piccolo territorio, è difficile accettare la visione di persone che vogliono farti osservare panorami diversi dal tuo.»
«In pratica creiamo il nostro mondo», commentai. «Come possiamo andare oltre?»
«Se i nostri pensieri non sono come li vogliamo, la soluzione è rompere gli schemi della mente. Si inizia piano piano, trasformando il linguaggio che si usa abitualmente.»
«Chi mi insegnerà?» domandai.
«Lo farai tu stesso. E forse un po’ io.» Una piccola smorfia si disegnò sulle sue labbra, e scoppiammo in una fragorosa risata. «Nei prossimi giorni avrai modo di conoscere cosa apprendere e da chi.»
«Ti ringrazio», dissi. Attesi un attimo, guardandola. «Accanto a te non occorre parlare più di tanto. Mi capisci senza che dica nulla.»
Ricambiò a suo modo, con un sorriso. «Questo vale anche per me.»
La osservai come si guarda un fiore a primavera: con meraviglia e stupore. Possedeva uno spirito delicato ma forte come l’acciaio. In alcuni tratti ci assomigliavamo, quasi fossimo farfalle con gli stessi disegni dipinti sulle ali.
Uscimmo dall’ashram e ci avviammo lungo una via parallela per una breve passeggiata in città. Entrambi avevamo fame, così ci fermammo nei pressi di un chiosco.
«Mangia questo», mi consigliò Shanti indicandomi una foglia arrotolata. «Dimmi se ti piace.»
Presi l’involtino vegetale che mi aveva indicato. «L’ho visto esposto in vari chioschi della città nei primi giorni dopo il mio arrivo. La maggior parte delle persone in strada ne mangia.»
«È una foglia di betel avvolta e riempita con vari cibi locali. Cocco essiccato e speziato, chiodi di garofano, un tipo particolare di noce, e altro a seconda dei gusti dello chef. Spesso ci mettono tabacco che poi sputano a terra, anche se ora un’ordinanza vieta questo gesto. Una caratteristica della foglia è la sua forma a cuore, e pure il colore verde intenso e lucido, come puoi vedere.»
«È buonissima e speziata», osservai, anche se era un tantino forte per il mio palato delicato.
«Dopo che l’hai mangiata, la bocca diventa leggermente rossa. È un cibo conosciuto ovunque in India, benché questa ricetta sia una variante solo di Varanasi. Dicono che la foglia venga raccolta in zona, ma in realtà viene importata. È ottimo per rinfrescare la bocca. Pur trattandosi di un cibo tradizionale della cucina indiana, è mangiato e conosciuto in tutta l’Asia. A Varanasi lo trovi in ogni via, mercato o ristorante. Da diverse centinaia d’anni questo alimento è sempre stato presente nella cultura locale, non solo per gustarlo ma anche per offrirlo alle divinità durante le celebrazioni religiose; oppure alle feste importanti, tra cui i matrimoni. La tradizione dice che offrirlo alle divinità sia di buon auspicio per la propria longevità. Infatti è un cibo che rispetto ad altri dura a lungo, e grazie proprio alle sue foglie che rimangono verdi per molto tempo.»
Dopo mangiato ci rimettemmo a camminare e le parlai del mio modo di vedere la città.
«Una delle cose che ho notato il primo giorno è il caos.»
«Varanasi è magica nel suo caos. Piena di colori, mucche che mangiano nella spazzatura e motorini che attraversano ogni via a gran velocità. Per i turisti, Varanasi è una vera contraddizione. La visitano soprattutto pellegrini. Acquistano per lo più fiori o legname, i primi per le offerte e le preghiere, chiamate puja. Il legname, invece, è per cremare i propri cari. Come puoi avvertire, l’aria è piena dell’odore di legna bruciata. Se fai attenzione, in lontananza si sentono i canti di mantra e i suoni dei gong posti all’entrata delle centinaia di templi.»
Tornammo in ashram. Quando arrivammo, Shanti mi disse di rientrare in sala di meditazione perché Tatanji era sicuramente libero: avrei potuto continuare la conversazione con lui. Ci salutammo, era ormai sera e lei si recò nella sua camera al piano superiore.
Come aveva predetto Shanti, trovai Tatanji in sala: era indaffarato a pulire e a prendersi cura del suo flauto. Lo salutai e mi sedetti accanto a lui.
«Hai avuto modo di chiacchierare con Shanti?» mi domandò continuando a lavorare.
«Sì, ed è stato piacevole. È preparata nei suoi studi. Mi ha aiutato a comprendere il potere dei pensieri negativi che spesso disturbano la nostra quiete.»
Tatanji interruppe la pulizia del flauto e si sedette accanto a me. «Quando impari qualcosa di nuovo, devi accogliere la nuova conoscenza mischiandola con cura con il tuo vecchio sapere. Devi poi avere la saggezza di saper scegliere cosa far rimanere e cosa lasciar andare. Riuscire a fare tutto ciò significa aver raggiunto un buon grado di saggia discriminazione.»
Non mi era granché chiaro. «Saper scegliere è importante, lo capisco, ma non sempre si prendono decisioni giuste.» Gli domandai spiegazioni.
«Una delle più grandi capacità dell’essere umano è distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Nelle scelte che fai è nascosto il seme del tuo destino. Qualsiasi azione prestabilisce una scelta, anche non far nulla lo è. Prendere una buona decisione è la miglior azione che tu possa compiere. Ecco perché dovremmo scegliere di avere il più possibile pensieri positivi.» Il suo volto si fece serio. «I pensieri negativi nascono da un nostro giudizio. Esplodono nella nostra mente creando una grande carica emotiva, che nutriamo ripensando in continuazione fino a estenuarci.»
«Come possiamo smettere di farci possedere dai pensieri negativi?»
«Un modo è non dar loro energia, non pensandoci.»
«E come?»
«Come ti avrà accennato Shanti, ponendo l’attenzione su pensieri opposti. Come l’artigiano plasma l’argilla a suo piacere trasformandola in un bellissimo manufatto, così noi possiamo consapevolmente trasformare la qualità dei nostri pensieri per nutrire il nostro essere. Per questo è importante elevare il nostro linguaggio, rendere più luminose ed elevate le parole che utilizziamo. Ad esempio, se ti chiedessi come stai, cosa mi risponderesti?»
«Sto bene.»
Sorrise. «Immaginavo. La prossima volta, prova a rispondere: ‘magnificamente’, ‘benissimo’. Eleva il tuo linguaggio, così eleverai le tue emozioni. Questo creerà una realtà più positiva che a sua volta influenzerà le tue vibrazioni. Un esempio pratico è l’entusiasmo. Dovremmo vivere d’entusiasmi. Tutti ne sono attratti. Le anime sono influenzate dall’entusiasmo. Sorge dal cuore e si sprigiona ovunque. Nell’entusiasmo si acquista coraggio e voglia di vivere. È un linguaggio universale che tutti conoscono.»
«In realtà, spesso, pensiamo male, giudichiamo molto e critichiamo», sentenziai.
«Non guardare ciò che non va, concentrati su quello che va bene. È importante andare oltre e comprendere perché giudichiamo. Fai questo esercizio, quando puoi.» Si concentrò un istante. «Non dare alcun giudizio per tre ore. Se riesci, aggiungi altre tre ore e poi ancora tre, fino ad arrivare a un’intera giornata. Continua per un giorno, due, tre. Prosegui per una settimana e oltre. Osserva cosa accade in te stesso. Osserva come la mente sia soggetta a moltissimi schemi.»
«È difficile riuscire a non criticare. Alcune volte è giusto.»
«Concordo, ed è per questo che attraverso tale esercizio capirai quando è utile e quando non lo è. Lo sforzo è necessario, senza sforzo e disciplina non si ottiene nulla, in ogni campo. Quando noti che la tua mente giudica o critica, osservala. Ti basta osservarla e domandare a te stesso cosa devi accogliere in te. Compreso ciò, prosegui e ricomincia l’esercizio. Il giudizio è spesso fonte di grandi contrasti: tendiamo a incolpare e criticare quasi inconsciamente. Sospendere questo rituale è difficile.»
«Vi è un metodo per arrivare pian piano a non giudicare? O quantomeno a farlo consapevolmente?»
Tatanji chiuse gli occhi e rimase in silenzio per qualche istante. «Quando sei messo in discussione, ascolta», rispose. «Quando ti criticano, ascolta. Quando vorresti rispondere di getto, ascolta. Ascoltando, dimostri di far attenzione alle opinioni altrui ma di non esserne influenzato. Qualsiasi critica è un punto di vista, non riflette la tua persona ma la realtà di chi l’ha pronunciata. La tua serenità d’animo è più importante di qualsiasi giudizio altrui.»
«Ho capito. Prima di ogni decisione o di una scelta, l’ascolto è fondamentale», riassunsi.
In quel mentre, accarezzò alcuni gattini che passavano accanto a lui, lo stesso feci io. Lasciammo passare un po’ di tempo, così, in serenità. Tatanji mi stava insegnando anche in questi momenti. Lo ringraziai mentalmente, capendo che durante la giornata mi era stata donata la consapevolezza del potere delle parole e del linguaggio.
Era la prima rivelazione.
Notai un piccolo quadretto appeso alla parete.
Nel vuoto, hai lo spazio per riempirti.
Nel non avere, hai te stesso per essere.
Om shanti.
Riflettei su quelle brevi parole e sul perché si trovassero appese al muro.
«Ricorda, Kripala», disse Tatanji interrompendo il silenzio, «abbiamo sempre la possibilità di cambiare le sorti, risollevarci e trovare qualcosa di positivo. Vi è qualcosa di positivo in tutto, l’importante è vederlo. La felicità è più una riscoperta che una conquista. È qualcosa che hai sempre dimenticato di avere; poi un giorno ti accorgi che era sempre stata con te», Tatanji si alzò, fissandomi negli occhi.
Ciò che cerchi dalla vita, diventalo. Se cerchi integrità, sii integro. Se cerchi amore, sii amore. Se cerchi gentilezza, sii gentile. Se cerchi te stesso, sii presenza. La felicità risiede in questo, ciò che cerchi è già in te. Devi solo esserne consapevole. Viviamo questa esperienza umana per apprendere lezioni, imparare ad amare e servire il creato. Siamo anime immortali piene d’amore e avvolte dalla luce. Eleva la tua coscienza a un piano superiore e realizza ciò che prima ti era celato. Il tuo cuore conosce ogni verità.»
Si era fatto tardi. Tatanji mi diede la buonanotte e mi ricordò di riempire d’acqua le ciotole dei gatti nel giardino e in sala, prima di andare a letto.