mercoledì 29 maggio 2024

LE PROVE A DISCARICO DELLA CO2 NEL PROCESSO CLIMATICO Franco Puglia

 

LE PROVE A DISCARICO DELLA CO2 NEL PROCESSO CLIMATICO

Franco Puglia

Le intemperanze del clima planetario sono state attribuite all’impatto delle attività umane sul clima del pianeta, un impatto che sarebbe determinato dalla presenza crescente di anidride carbonica in atmosfera, a seguito dell’impiego di combustibili fossili.
Questa TEORIA ha mosso l’economia e la politica a livello internazionale, determinando scelte difficili quanto improvvide nel mondo occidentale, che mascherano convincimenti ideologici
di vecchia data. Questo articolo, con i suoi approfondimenti, ha lo scopo di DIMOSTRARE AL DI LA DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO che l’imputato, la CO2, è innocente a tutti gli effetti, per non essere in grado di commettere il fatto. Quindi la lotta contro le emissioni antropiche
di CO2 è destituita di ogni fondamento.
1. LA PROVA QUANTITATIVA

La CO2 è troppo poca in atmosferaper avere effetti di rilievo,quali che possano essere le sue specifiche caratteristiche.

Estremizzando, cioè assumendo che SOLO la CO2 sia in grado di assorbire calore in atmosfera dalle fonti note (Sole e superficie planetaria) resta vero che TUTTA l’aria della troposfera si riscalda ad una qualsiasi temperatura. Assumiamo che la CO2 pesi per l’1% in atmosfera, non lo 0,04%. Azoto ed ossigeno dovrebbero assorbire tutto il calore dalla sola CO2 portandosi tutti alla stessa temperatura. Per aumentare la loro temperatura di 1°C su 100 Kg di aria Ossigeno ed Azoto richiedono circa 6 + 19 = 25 Cal. Ma la massa della CO2, per assorbire tutte queste calorie col suo calore specifico di 0,2 Cal/Kg dovrebbe essere 125 volte superiore (25 / 0,2), cosa impossibile, oppure il suo contributo termico sarebbe inferiore, riuscendo a riscaldare Ossigeno ed Azoto in proporzione inversa: 0,2 / 25 = 0.008 x 1°C = + 8 millesimi di grado,cioè niente.
2. LA PROVA QUALITATIVA

La CO2 viene imputata di essere un “gas serra” perché assorbirebbe calore sotto forma infrarossa dalla superficie terrestre, che lo riflette verso l’atmosfera.
Questa caratteristica dipende, secondo la teoria, dal fatto che presenta una banda di assorbimento IR molto pronunciata attorno ai 15 µn di lunghezza d’onda, e secondo la teoria questa lunghezza d’onda ricade nello spettro di emissione IR della superficie planetaria.
Bene: il pianeta presenta un campo di temperature che varia da -50°C a +50°C, con rare eccezioni oltre questi limiti. La materia, in questo campo di temperatura, emette calore sotto forma IR in un campo di lunghezza d’onda compreso tra 13 µn e 8,9 µn.
Si assume che globalmente il pianeta emetta IR attorno a 10 µn. Secondo la legge di Wien, la temperatura di emissione planetaria per irradiare attorno a 15 µn coinvolgendo in particolare la CO2 dovrebbe essere di -80°C. Quindi …..
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3. LA VIOLAZIONE DELLE LEGGI DELLA TERMODINAMICA

L’effetto serra viene interpretato in forma ingannevole, come se la CO2 formasse una coperta calda sopra il pianeta. In concreto, il calore, in qualsiasi forma, si trasmette solo e soltanto da un corpo più caldo ad uno meno caldo, sino a raggiungere l’equilibrio delle temperature. L’inverso non esiste. La temperatura atmosferica, salvo alcuni casi localizzati di inversione termica, decresce con l’altitudine, e quindi mentre la superficie planetaria può riscaldare la troposfera e questa può riscaldare la stratosfera, l’opposto viola le leggi della Fisica.
La composizione atmosferica può soltanto rallentare più o meno il raffreddamento della superficie del pianeta, mentre il sole può riscaldare l’atmosfera, perché è energia che proviene da una fonte esterna molto più calda dell’atmosfera. Le “serre” hanno un tetto che impedisce
al calore di superarle; la loro atmosfera è “chiusa”. L’atmosfera terrestre non ha alcun tetto, è aperta e perde calore verso lo spazio. Il suo ruolo è quello di un breve volano termico, che assorbe calore durante il giorno e lo perde di notte.
Un immaginario strato atmosferico di CO2 surriscaldatapotrebbe soltanto perdere il suo calore verso lo spazio, mai verso terra, perché la sua temperatura sarebbe comunque molto più bassa di quella al suolo. Quindi basta parlare di gas “serra”, e di effetti assimilabili alle vere serre.
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4. IL CONTRIBUTO ANTROPICO E’ POCO SIGNIFICATIVO
Il calore NON ha una carta di identità. Quale che sia la fonte, solare, planetaria naturale o antropica, si trasferisce alla materia circostante, il suolo, le acque e l’aria.
L’aria si riscalda, ed a sua volta cede agli strati superiori ed allo spazio esterno il calore che riceve, raffreddandosi progressivamente con la quota. Il Sole scarica sul pianeta su base annua circa 5.548.000 Twhdi energia.
La cifra è stata calcolata in base ad alcuni dati ed ipotesi: ipotesi diverse possono portare a numeri diversi, ma non di molto; l’ordine di grandezza è quello. La quantità di energia termica prodotta dalle attività umane su base annua, secondo miei calcoli MOLTO pessimistici ammonta a circa 187.000 Twh, ma secondo altre fonti potrebbe essere molto meno, circa 130.000 Twh o 153.000 Twh.
Tutta questa energia riscalda il pianeta e l’atmosfera, DIRETTAMENTE, e prescinde dalla natura dei gas atmosferici e della superficie terrestre: lo cede, e basta. Nella mia ipotesi pessimistica il contributo antropico rappresenta il 3,37% del contributo solare. Secondo i contributi antropici stimati da altre fonti scenderemmo al 2,34% o 2,75%.
Approfondimenti su:
QUANTO CAMBIA LA TEMPERATURA DEL PIANETA SE RICEVE PIU’ CALORE?

Secondo una ipotesi di variazione secolare della costante solare in grado di riconciliare i dati sperimentali a terra dello Smithsonian APO (1923-1954) e i dati satellitari (1975-2005), il suo valore massimo moderno è di 1366 W/m² e il minimo, in corrispondenza del minimo di Maunder (1645-1715) è di 1349 W/m². Questa variazione genererebbe un aumento della temperatura della Terra di +1,5 °C, determinato per mezzo di un modello paleo-climatico.
Una variazione dell’1,26%.La temperatura media planetaria, per quel niente che significa, è attorno a +15°C.
Un aumento della costante solare dell’1,26% significherebbe un incremento di 69.905 TWh. (5.548.000 TWh x 0,0126 = 69.905 TWh). Se questo importo energetico fosse invece dovuto a cause antropiche, significherebbe un aumento del 37,38% della nostra immissione di energia, secondo le mie ipotesi di consumo energetico mondiale, e del 53,77% o 45,69% secondo altre fonti. Quindi, se il nostro consumo di energia aumentasse in tal misura, in teoria la temperatura media planetaria potrebbe salire di +1,5°C. Infatti il pianeta non sa da dove arrivi il calore, se dal sole o da attività umane. Un tale aumento di temperatura media, rapportato alla maggiore immissione di energia, significherebbe 0,00002146 °C/TWh, 21,46×10-6°C/TWh, 21,46 µ°C/TWh …una inezia …
Tutto questo è preoccupante?

Ing. Franco Puglia

lunedì 27 maggio 2024

APEIROGON Colum McCann


APEIROGON

Colum McCann

Recensione

Apeirogon racconta il conflitto arabo-israeliano dal punto di vista della condivisione: ci sono due padri, due fazioni opposte, ma un unico dolore per la perdita delle rispettive figlie e un'unica necessità, la pace.

Un’uguaglianza nel dolore. E, come dice Bassam, [...] fuggiamo dal nostro dolore verso il nostro dolore. […]

Un romanzo che intreccia speculazionne, memoria, fatti e immaginazione. Non è di facile lettura perché il libro non è un racconto lineare. E’ come se l’autore desse per scontata la “storia” nel senso cronologico del termine, e poi la percorresse in modo disordinato, avanti e indietro, facendosi continuamente deviare da “storie” minori, come degli spin off della narrazione. Colum McCann rifrange quel dolore in un caleidoscopio di altre storie. La spettacolare migrazione che ogni anno porta centinaia di milioni di uccelli in quel cielo; la fionda del re Davide; Jorge Luis Borges che nei primi anni Settanta visita Gerusalemme; lo sgancio della bomba nucleare; Einstein e Freud; le ville abbandonate dai palestinesi; il dirigibile candido che si libra sopra la strada che sale a Gerusalemme; il poeta Mahmoud Darwish. etc.

Lo spessore della storia si rivela uno strato dopo l’altro – civiltà dopo civiltà, trionfi sulle rovine, acqua, fuoco, devozione.

In queste pagine si ritrova la capacità di Colum McCann di annodare trame che sfidano ogni legge della narrativa, il suo intreccio di fatti e fiction e la sua costante oscillazione fra prosa, musica, poesia, giornalismo. 


APEIROGON

Nota dell’autore

I lettori che conoscono la situazione politica in Israele e Palestina si accorgeranno che gli elementi propulsori al centro di questo libro, Bassam Aramin e Rami Elhanan, sono persone reali. Con “reali” intendo che le loro storie – e quelle delle loro figlie, Abir Aramin e Smadar Elhanan – sono state ben documentate in filmati e articoli di giornale.

La trascrizione della voce di entrambi nella parte centrale del libro è tratta da una serie di interviste realizzate a Gerusalemme, New York, Gerico e Beit Jala; in altre parti del libro, tuttavia, Bassam e Rami mi hanno permesso di modellare e rimodellare le loro parole e il loro mondo.

Nonostante queste libertà, spero di essere rimasto fedele alla verità della loro esperienza condivisa. Viviamo le nostre vite, scriveva Rilke, in cerchi che si tendono sempre più ampi fino a raggiungere la vastità intera.

1

Le colline di Gerusalemme sono immerse nella nebbia. Rami percorre a memoria un tratto diritto, calcolando l’arco della prossima curva.

Sessantasette anni, chino sulla motocicletta, avvolto nel piumino, il casco ben allacciato. È una moto giapponese, 750 cc di cilindrata. Piuttosto grintosa per un uomo della sua età.

Rami la spinge al massimo, anche con il brutto tempo.

Svolta bruscamente a destra all’altezza dei giardini, dove la nebbia si solleva rivelando l’oscurità. Corpus separatum. Scala la marcia e sfreccia, superando una torretta militare. Le luci ai vapori di sodio paiono confuse. Un piccolo stormo di uccelli scurisce per un istante l’arancio.

In fondo alla collina la strada entra in un’altra curva, confusa nella nebbia. Rami scala in seconda, lascia andare la frizione, svolta morbidamente e ritorna in terza. L’Autostrada 1 corre al di sopra delle rovine di Qalunya: qui è ammassata l’intera storia.

Alla fine della rampa, rallenta, si immette nella corsia interna, supera le indicazioni per La Città Vecchia, per Giv’at Ram. L’autostrada è una confusa accozzaglia di fari.

Piega a sinistra e guizza nella corsia di sorpasso, verso le gallerie, la Barriera di Separazione, la città di Beit Jala. Due soluzioni per un unico scarto: Gilo da una parte, Betlemme dall’altra.

Qui la geografia è tutto.

2

QUESTA STRADA CONDUCE ALLA ZONA “A”

AMMINISTRATA DALL’AUTORITÀ PALESTINESE

VIETATO L’ACCESSO AI CITTADINI ISRAELIANI

È PERICOLOSO PER LA VOSTRA VITA

E VIOLA LA LEGGE DI ISRAELE

3

Ogni anno cinquecento milioni di uccelli disegnano morbidi archi nel cielo sopra Beit Jala. Procedono da antica stirpe: upupe, tordi, pigliamosche, uccelli canori, cuculi, storni, averle, piccioni dal collare, monachelle occidentali, pivieri, nettarinie, rondoni, passeri, succiacapre, gufi, gabbiani, aquile, nibbi, gru, poiane, piovanelli, pellicani, fenicotteri, cicogne, saltimpali, grifoni, ghiandaie marine, garruli arabi, meropidi, tortore, sterpazzole, cutrettole testagialla, capinere, pispole golarossa, tarabusini.

È la seconda autostrada migratoria più trafficata al mondo: una fiumana di almeno quattrocento differenti specie di uccelli, sfreccianti lungo le diverse corsie del cielo. Estese V di chiassosa determinazione. Viaggiatori solitari in volo radente sull’erba.

Ogni anno, in basso, appare un nuovo paesaggio: insediamenti israeliani, caseggiati palestinesi, giardini pensili, caserme, sbarramenti, svincoli stradali.

Alcuni uccelli migrano la notte per evitare i predatori, seguendo le loro rotte astronomiche, saettando lungo le ellissi, nutrendosi in volo dei loro stessi muscoli e intestini. Altri viaggiano il giorno per approfittare delle termiche ascensionali, l’aria calda solleva le ali in un volo senza sforzo.

A volte interi stormi nascondono il sole e stendono colori d’ombra da una parte all’altra di Beit Jala: sui campi, sulle ripide gradinate, sui boschetti di ulivi alla periferia della città.

Sdraiandosi nella vigna del monastero di Cremisan in un qualsiasi momento della giornata, è possibile vedere gli uccelli, lassù, viaggiare lungo le loro ciarliere corsie.

Atterrano su alberi, pali del telegrafo, cavi elettrici, torri idriche, perfino sull’orlo del Muro, dove a volte diventano bersaglio per i giovani lanciatori di pietre.

4

La fionda anticamente era costituita da una piccola sacca di cuoio, delle dimensioni di una benda oculare, con due forellini per far passare i lacci di pelle che la tenevano insieme.

Furono i pastori erranti a concepire le fionde, per scacciare i predatori che si avvicinavano alle loro greggi.

Il pastore reggeva la sacca con la sinistra e i lacci con la destra. Occorreva grande pratica per manovrarla con precisione. Dopo aver sistemato una pietra nella sacca, il fromboliere tendeva i lacci al massimo. La roteava più volte al di sopra della testa, poi la rilasciava. La sacca si apriva e la pietra volava. Alcuni pastori riuscivano a colpire un bersaglio grosso come l’occhio di uno sciacallo da duecento passi di distanza.

Ben presto la fionda si guadagnò un posto nell’arte della guerra: la sua capacità di arrivare a colpire la cima di un ripido pendio e le mura dei bastioni la rendevano cruciale negli assalti alle città fortificate. Venivano impiegate intere legioni di frombolieri da lunga gittata. Indossavano l’armatura su tutto il corpo e guidavano carretti carichi di pietre. Quando il territorio si faceva invalicabile – fossati, trincee, aride gole del deserto, argini scoscesi, massi disseminati sulle strade – scendevano dal carro e andavano a piedi, con sacche decorate appese a tracolla. La più capiente poteva contenere fino a duecento piccole pietre.

Durante i preparativi per la battaglia era pratica comune dipingerne almeno una. Quando il fromboliere andava alla guerra, il talismano veniva piazzato sul fondo della sacca, con la speranza di non arrivare mai a quell’ultima risorsa.

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A margine della battaglia venivano arruolati dei bambini – otto, nove, dieci anni – per abbattere gli uccelli. Aspettavano accanto agli uidian, letti scavati nel deserto da antichi torrenti, si nascondevano fra i cespugli, lanciavano pietre dall’alto delle fortificazioni. Abbattevano tortore, quaglie, uccelli canori.

Alcuni uccelli venivano catturati vivi. Ammassati e rinchiusi in gabbie di legno con gli occhi cavati, così da illuderli che fosse perennemente notte: poi venivano ingozzati di granaglie per giorni e giorni.

Ingrassati fino al doppio delle dimensioni atte al volo, erano cotti in forni di argilla e serviti con pane, olive e spezie.

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domenica 26 maggio 2024

LE BRACI Sandor Márai



  LE BRACI

Sandor Márai 

Recensione 

[...] I fatti non sono la verità. I fatti ne sono soltanto una parte.[...]

La storia di un'amicizia intensa eppur dolorosa, un'amicizia che é una ferita mai sanata da decenni per il protagonista.

Quarantun anni prima - ed Henrik ha contato i giorni e atteso con la stessa costanza del Florentino Ariza di Màrquez - qualcosa é successo tra lui, l'amico d'infanzia Konrad e il misterioso personaggio il cui ritratto é stato bandito dall'illustre corridoio dei ritratti del castello. Nel corso di quella lunga serata estiva, i due vecchi amici si rincontreranno e il mistero verrà sdipanato, perché - benché Konrad affermi di conoscere già i fatti - riconosce peró di non essere comunque in possesso della verità: "I fatti non sono la verità. I fatti ne sono soltanto una parte."

Un romanzo dalla prosa elegante e intrisa di decadenza e fatalismo. Sì, perché le braci sono le macerie di un mondo - quello dell'impero austro-ungarico- andato in rovina, le braci sono quello che resta del fulgore passato: due vecchi alle prese con antichi rancori e sentimenti mai sopiti.

[...]Gli uomini contribuiscono al loro destino, a determinare certi eventi. Invocano il loro destino, lo stringono a sé e non se ne separano pur sapendo fin dall'inizio che il loro modo di agire porterà a risultati nefasti. L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull'altro. Non è vero che il destino s’introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendosi da parte per invitarlo ad entrare. Non c'è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere[...]

Ed infine uno dei passi più densi, il centro del romanzo:

"

[...]Ma chissà che, in fondo, il significato della nostra vita e di tutte le nostre azioni non sia stato il legame che ci univa a qualcuno - il legame o la passione, chiamali come vuoi. È questa la domanda? Sì, è questa. [...] Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana? Non può essere che non si rivolga affatto a una persona precisa, ma soltanto al desiderio in sé? Questa è la domanda. Oppure, nonostante tutto, si rivolge a una persona ben definita, alla stessa, misteriosa persona che può essere indifferentemente buona o cattiva, senza che l’intensità del nostro sentimento dipenda in alcun modo dalle sue azioni e dalle sue qualità? Rispondi, se ne sei capace[...]


LE BRACI

1.

In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all'alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fe-ce ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato.

"Cosa vuoi?" disse il generale, e si arrestò con aria seccata. Spinse indietro sulla fronte il cappello di paglia a tesa larga che gli ombreggiava il viso arrossato.

Da anni ormai non apriva né leggeva lettere. La corri-spondenza veniva aperta e selezionata da un impiegato nell'ufficio dell'intendente.

"L'ha portata un messo" disse il guardacaccia, e rimase fermo sull'attenti.

Il generale riconobbe la grafia, prese la lettera e se la ficcò in tasca. Entrò nel vestibolo, al fresco, e porse in silenzio il bastone e il cappello al guardacaccia. Frugò nel taschino dei sigari e ne trasse gli occhiali, si accostò alla finestra e nella semioscurità, sotto la luce che filtrava attraverso le fessure delle persiane socchiuse, cominciò a leggere la lettera.

"Aspetta! " ordinò, richiamando il guardacaccia che si allontanava per riporre il bastone e il cappello.

Accartocciò la lettera e la rimise in tasca.

"Di' a Kàlmàn che prepari la carrozza per le sei. Il landò, perché verrà a piovere. Che indossi la livrea di gala. Anche tu" disse con enfasi improvvisa, come se qualcosa lo avesse fatto infuriare. "E che tutto risplen-da. Che si mettano immediatamente a lustrare la carrozza e i finimenti. Tu ti metti in livrea. Hai capito? E siederai a cassetta accanto a Kàlmàn ".

"Ho capito, Eccellenza" assentì il guardacaccia so-stenendo lo sguardo del padrone. "Per le sei ".

"Partirete alle sei e mezzo" disse il generale, e cominciò a muovere silenziosamente le labbra, come se stesse facendo dei calcoli. " Ti presenterai all'Aquila Bianca. Dirai soltanto che ti ho mandato io e che è arrivata la carrozza per il signor capitano. Ripeti ".

Il guardacaccia ripeté le sue parole. A quel punto - come se volesse aggiungere ancora qualcosa - il generale sollevò la mano e alzò lo sguardo verso il soffitto.

Ma poi salì al piano di sopra senza dir niente. Il guardacaccia, irrigidito sull'attenti, lo seguì con espressione imbambolata, in attesa che la figura tarchiata dalle spalle possenti scomparisse dietro la balaustra di pietra, alla svolta del pianerottolo.

Il generale andò nella sua stanza, si lavò le mani e si accostò allo scrittoio alto e stretto, ricoperto di panno verde macchiato di inchiostro, dove erano allineati il calamaio, la penna e diversi quaderni sovrapposti con cura, in ordine millimetrico, con la copertina di tela cerata a quadretti, di quelli che usano gli scolari per i compiti. Al centro dello scrittoio c'era una lampada dal paralume verde: l'accese, perché la stanza era al buio. Dietro le persiane chiuse, nel giardino av-vizzito e bruciato dall'arsura, l'estate divampava con le sue ultime forze, come un incendiario che nella sua collera dissennata dia fuoco a tutto prima di fuggire in capo al mondo. Il generale tirò fuori la lettera, lisciò con cura il foglio di carta e sotto la luce forte con gli occhiali sul naso, lesse ancora una volta quelle brevi righe ben allineate, vergate con una grafia ap-puntita. Intrecciò le mani dietro la schiena e proseguì la lettura.

Sul muro c'era un calendario con cifre grandi co-me pugni. Quattordici agosto. Il generale rovesciò la testa all'indietro e si mise a contare. Quattordici agosto. Due luglio. Calcolava il tempo trascorso tra un giorno remoto e il giorno presente. Quarantun anni, disse infine a fior di labbra. Da qualche tempo parlava a voce alta nella sua stanza anche quando era solo.

Quarant'anni, disse quindi perplesso. Arrossì come uno scolaretto che non si raccapezzi tra le difficoltà di un compito imprevisto, rovesciò la testa all'indietro e chiuse gli occhi lacrimosi da vecchio. Dal colletto della giacca color granturco sbucava il collo rosso e gonfio. Due luglio milleottocentonovantanove, ecco la data della caccia, mormorò. Quindi ammutolì. Appoggiò i gomiti sulla scrivania, meditabondo come uno studente che ripassa le lezioni, e tornò a fissare gli occhi sulla lettera, su quelle poche righe vergate a mano. Quarantuno, disse infine con voce arrochita. E quarantatré giorni. Ecco quanto tempo è trascorso.

Cominciò a passeggiare su e giù, come se si fosse tranquillizzato. La stanza aveva il soffitto a volta, sor-retto al centro da una colonna. Al posto di questa sala un tempo c'erano due stanze, una camera da letto e uno spogliatoio. Molti anni prima - ormai ragionava solo in termini di decenni, non amava i numeri esatti come se ogni numero gli ricordasse qualcosa che era meglio dimenticare - aveva ordinato di demolire il muro tra le due stanze. Venne lasciata in piedi solo la colonna su cui poggiavano le volte. La casa era stata edificata duecento anni prima; l'aveva fatta costruire un fornitore dell'esercito che vendeva avena alla ca-valleria austriaca e più tardi aveva ottenuto il titolo di principe. La costruzione risaliva a quell'epoca. Il generale era nato lì, in quella stanza. All'epoca il locale sul retro, quello più buio, con la finestra che affaccia-va sul giardino e sugli edifici di servizio, era la camera di sua madre, mentre l'altro, più chiaro e arioso, era lo spogliatoio. Qualche decennio addietro, quando si era trasferito in questa ala dell'edificio e aveva fatto demolire il muro divisorio tra le due stanze, esse si erano trasformate in un vano ampio e male illuminato. C'erano diciassette passi di distanza dalla porta fi-no al letto. E diciotto passi dal muro adiacente al giardino fino alla terrazza. Li aveva contati spesso, lo sapeva con esattezza.

Viveva in quella stanza, che sembrava costruita su misura per lui, come un infermo ormai assuefatto alle dimensioni spaziali della propria malattia. Passavano anni senza che si recasse nell'altra ala del castello, do-ve c'era una fuga di saloni verdi, azzurri e rossi con lampadari dorati. Là le finestre si aprivano sul parco, sugli ippocastani che in primavera, con le loro in-fiorescenze rosate e il loro rigoglio verde cupo, si spingevano fino ai balconi. Gli alberi erano disposti pretenziosamente a semicerchio di fronte all' estre-mità dell'ala meridionale del castello, davanti alle ba-laustrate di pietra sorrette da putti grassocci. Quando usciva, il generale arrivava fino alla cantina del vigneto o nel bosco, oppure - tutte le mattine, anche d'inverno, anche quando pioveva - al ruscello delle trote.

Tornato a casa, saliva nella sua stanza passando per il vestibolo e consumava i suoi pasti lassù.

" Dunque è tornato " disse ora ad alta voce in mezzo alla stanza. " Quarantun anni. E quarantatré giorni ".

E vacillò, come se pronunciando quelle parole avesse esaurito le forze, come se solo adesso si rendesse conto dell'enorme quantità di tempo che significano quarantun anni e quarantatré giorni. Si sedette sul vecchio sedile di cuoio con la spalliera. C'era un campanello d'argento a portata di mano sul tavolino: se ne servì per suonare.

" Fai salire Nini " disse al valletto. E aggiunse educatamente: " Dille che la prego di salire ".

Non si mosse, rimase seduto così, col campanello d'argento in mano, finché non arrivò Nini.

2.

Nini, nonostante i suoi novantun anni, non si fece attendere. Era in quella stanza che aveva accudito il generale da piccolo, dopo averlo visto nascere. A quel tempo aveva sedici anni ed era molto bella. Era bassa di statura, ma muscolosa e tranquilla come se il suo corpo fosse a conoscenza di qualche segreto. Come se nascondesse qualcosa, nelle ossa, nel sangue, nella carne, il mistero del tempo e della vita, qualcosa che non si può comunicare agli altri e non si può tradurre in una lingua diversa: un segreto che le parole non sono in grado di sostenere. Era la figlia del postino del vil laggio, aveva partorito un bambino all'età di sedici an-ni e non aveva mai detto a nessuno da chi lo avesse avuto. Aveva allattato il generale perché aveva molto latte; quando suo padre l'aveva cacciata di casa, Si era trasferita al castello. Non possedeva nulla, soltanto il vestito che indossava e, in una busta, una ciocca di capelli del bambino morto. Fu così che si presentò al castello. Arrivò al momento del parto. Il generale succhiò il primo sorso di latte dal seno di Nini.

E là essa visse in silenzio per settantacinque anni.

Sorrideva sempre. Il suo nome volava attraverso le stanze come se gli abitanti del castello si lanciassero un avvertimento. Dicevano: "Nini! ". Ed era come se dicesse-ro: " E strano, al mondo esiste anche qualche altra cosa oltre all'egoismo e alla passione, oltre alla vanità. Ni-ni... ". E poiché era presente dovunque ci fosse bisogno di lei, non la notavano nemmeno. E poiché era sempre di buonumore, non le chiedevano mai come potesse esser felice dopo che l'uomo che amava l'aveva lasciata e il bambino per il quale era scaturito il suo latte era morto. Allattò il generale e lo allevò, poi trascorsero settantacinque anni. Talvolta sul castello e sulla famiglia splendeva il sole, e allora, nella contentezza generale, ci si accorgeva con stupore che anche Nini sorrideva. Poi morì la contessa, la madre del generale, e Ni-ni deterse con un panno imbevuto di aceto la fronte sudaticcia, bianca e fredda della morta. E un giorno portarono a casa in barella il padre del generale che era caduto da cavallo, ma che poi rimase in vita per al tri cinque anni. Fu Nini ad accudirlo. Leggeva per lui in francese e, dato che era una lingua che non conosceva, compitava lentamente, una dopo l'altra, le lettere di ogni parola, quanto bastava perché l'infermo ca-pisse. Passarono molti anni e il generale prese moglie.

Quando la coppia ritornò dal viaggio di nozze, Nini era lì ad aspettarla sul portone del castello. Baciò la mano alla nuova signora e le offrì delle rose. Anche al lora sorrideva; ogni tanto il generale ricordava quegli istanti. Più tardi, dodici anni dopo, la donna morì, e fu Nini a prendersi cura della tomba e del guardaroba della defunta.

Al castello non aveva né titoli né ranghi. Tutti perce-pivano semplicemente la sua forza. Il generale era il so-lo a ricordare, distrattamente, che Nini aveva già superato i novanta. Nessun altro sembrava esserne consapevole. La forza di Nini dilagava per tutta la casa attraversando le persone, i muri, gli oggetti, come la corrente elettrica che sul piccolo palcoscenico dei teatrini am-bulanti mette in moto di nascosto le marionette, il Prode Giovanni e la Morte. A volte si aveva la sensazione che la casa e gli oggetti sarebbero caduti a pezzi, se la forza di Nini non avesse tenuto insieme tutto quanto, così come i tessuti molto antichi si polverizzano e Si dissolvono se qualcuno li sfiora all'improvviso. Quando sua moglie morì il generale si mise in viaggio. Fece ritorno a casa a distanza di un anno e si trasferì immediatamente nella vecchia ala del castello, nella camera di sua madre. Fece chiudere l'ala nuova dove aveva ViSsuto insieme alla moglie, i saloni variopinti dove le tappezzerie di seta francese cominciavano ormai a sfaldar-si, l'ampio studio con il camino e i libri, la scalinata con le corna di cervo, gli urogalli impagliati e le teste di camoscio imbalsamate, la grande sala da pranzo -

dove, attraverso le finestre, lo sguardo spaziava sulla valle, sulla cittadina e sui monti lontani di un azzurro argenteo -, le stanze occupate dalla moglie e, accanto a queste, la propria camera da letto. Da trentadue an-ni, da quando la donna era morta e il generale era tornato a casa dal suo viaggio all'estero, Nini e la servitù erano gli unici a mettere piede in quelle stanze, una volta ogni due mesi, quando facevano le pulizie.

" Siediti, Nini " disse il generale.

La balia si sedette. Nel corso dell'ultimo anno era in-vecchiata. Superati i novanta, si invecchia in maniera diversa rispetto a quanto avviene dopo i cinquanta o i sessanta. Si invecchia senza risentimento. Il volto di Ni-ni era roseo e grinzoso - invecchiano così i tessuti di gran pregio, le sete vecchie di secoli, in cui un'intera famiglia ha profuso la sua abilità manuale, intessendoli di tutti i suoi sogni. Durante l'anno passato si era am-malata di cataratta a un occhio, che era diventato grigio e spento. L'altro occhio era rimasto azzurro, dell'azzurro dei laghetti d'alta montagna sotto il sole di agosto. E quest'occhio sorrideva. Nini indossava un abito scuro, sempre lo stesso: gonna di panno blu scuro e corpetto dello stesso colore. Come se non Si fosse mai fatta confezionare un altro abito nel corso dei settantacinque anni trascorsi.


" Ha scritto Konrad " disse il generale, e sollevò in al-to la lettera con gesto meccanico. " Ricordi?".


" Sì " disse Nini. Ricordava tutto.


" E' in città" disse il generale alla balia, sottovoce, co-me se stesse comunicando una notizia molto importante e riservata. " Ha preso alloggio all'Aquila Bianca Verrà qui stasera, ho mandato la carrozza a prenderlo Cenerà qui ".

"Qui, dove?" chiese tranquillamente Nini. E girò intorno lo sguardo azzurro, sorridente, del suo unico occhio vivo.

Da vent'anni non ricevevano ospiti. I visitatori che si presentavano ogni tanto verso l'ora di pranzo, i rappre-sentanti della provincia e le autorità cittadine, gli ospiti della grande battuta di caccia, venivano ricevuti dall'intendente della tenuta nel casino di caccia in mezzo al bosco, dove ogni cosa era pronta per accogliere gli ospiti in tutte le stagioni: le camere da letto, le stanze da bagno, la cucina, la grande sala da pranzo per i cacciatori, la veranda all'aperto. In queste occasioni l'intendente sedeva a capotavola e intratteneva, in rappresentanza del generale, i cacciatori o i personaggi ufficiali. Ormai nessuno si offendeva più, perché tutti sapevano che il padrone di casa era invisibile. Il parroco era l'unico a recarsi al castello una volta all'anno d'inverno, quando scriveva col gesso le iniziali dei no-mi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre sull'architrave della porta d'ingresso. Il parroco, che aveva seppellito i diversi membri della famiglia. Nessun altro, mai.

"Nell'altra ala" disse il generale. "Si può?".

"Abbiamo fatto le pulizie un mese fa" disse la balia.

" Si può ".

"Per le otto di sera. E' possibile?... " domandò eccita-to, con curiosità un po' infantile, e si sporse in avanti sulla poltrona. "Nella grande sala da pranzo. Adesso è mezzogiorno ".

"Mezzogiorno" disse la balia. "In questo caso prov-vedo subito. Farò aerare i locali fino alle sei, poi farò apparecchiare la tavola". Le sue labbra si muovevano in silenzio, come se stesse contando. Calcolava il tempo, la quantità dei compiti da eseguire. " Sì " disse infine con calma e fermezza.

Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conosce-vano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i lo-ro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell'attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre - avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva defi-nire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti.

Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscura-mente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e più profonda di quella che unisce i gemel li nell'utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell'altro.

La balia disse:

"Vuoi che tutto sia come in passato?".

"Sì" disse il generale. "Esattamente così. Come l'ultima volta " .

"Va bene " essa annuì laconica.

Si accostò al generale, si chinò e baciò quella vecchia mano inanellata, maculata, dalle vene gonfie.

" Promettimi " disse " di non agitarti ".

"Te lo prometto" rispose il generale in tono man-sueto e obbediente.

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mercoledì 15 maggio 2024

CERTE DONNE Estratto da "Troppa felicità " Alice Munro




CERTE DONNE
Estratto da "Troppa felicità "
Alice Munro
  Certe volte mi stupisco se penso a quanto sono vecchia. Mi ricordo ancora di quando, d’estate, si spruzzavano d’acqua le strade del paese per tenere bassa la polvere, di quando le ragazze portavano guêpière e sottogonne che stavano ritte da sole, e di quando non si poteva fare quasi niente contro malattie come la polio e la leucemia. Qualcuno dopo la polio si riprendeva, piú o meno zoppo, ma chi si ammalava di leucemia si metteva a letto e, dopo un declino di settimane o mesi in un clima di tragedia, se ne andava. 
  Fu per un caso simile che ebbi il mio primo impiego, nelle vacanze estive dei miei tredici anni. Il giovane Mr Crozier (Bruce) era tornato sano e salvo dalla guerra, dove aveva combattuto come pilota, aveva frequentato la facoltà di Storia al college, si era laureato, sposato, e poi si era ammalato di leucemia. Bruce e la moglie erano venuti a stare a casa della matrigna di lui, la vecchia Mrs Crozier. La giovane Mrs Crozier (Sylvia) era impegnata due pomeriggi la settimana come docente di corsi estivi nello stesso college dove si erano conosciuti, a una quarantina di miglia da lí. Fui assunta per occuparmi del giovane Crozier durante le assenze della moglie. Stava a letto nella stanza d’angolo che s’affacciava sulla via al piano di sopra, ed era ancora in grado di andare in bagno da solo. Non dovevo fare altro che portargli acqua da bere, tirare su o giú gli avvolgibili e vedere cosa voleva quando suonava la campanella che aveva sul comodino da notte. 
  Di solito voleva che gli spostassi il ventilatore. L’aria gli piaceva ma gli dava fastidio il ronzio. Quindi voleva il ventilatore in camera per un po’, e poi lo voleva in corridoio, ma accanto alla porta aperta. 
  Quando lo seppe, mia madre si chiese perché non avessero sistemato il paziente in un letto al piano di sotto dove, coi soffitti alti, sarebbe stato piú fresco. 
  Le dissi che non c’erano camere, di sotto. 
– Be’, santo cielo, non possono preparargliene una? Provvisoriamente? 
  Il commento dimostrava quanto poco conoscesse casa Crozier e le abitudini della vecchia Mrs Crozier. La vecchia Mrs Crozier camminava col bastone. Nei pomeriggi in cui ero lí saliva un’unica volta con passo minaccioso per vedere come stava il figliastro, e sono dell’opinione che anche in mia assenza non si scomodasse di piú. La seconda volta saliva per necessità quando era ora di andare a letto. Ma l’idea di una camera al pianoterra l’avrebbe scandalizzata non meno di un wc in salotto. Per fortuna un gabinetto da basso già c’era, dietro la cucina, ma ero certa che se l’unico servizio fosse stato di sopra, lei si sarebbe sobbarcata la fatica di salire ogniqualvolta ne avesse avuto bisogno, piuttosto che contemplare un cambiamento tanto radicale e traumatico. 
  Mia madre si era messa in testa di darsi all’antiquariato, perciò era curiosissima di vedere cosa ci fosse dentro quella casa. Riuscí anche a entrare una volta, durante il mio primo pomeriggio di lavoro. Ero in cucina e rimasi impietrita, quando la sentii gorgheggiare un «Ehi, di casa!» accompagnato dal mio nome. Seguí qualche colpo pro forma sulla porta mentre già avanzava sui gradini di cucina. E poi il passo calcato della vecchia Mrs Crozier in arrivo dalla veranda. 
  Mia madre disse che aveva fatto un salto per vedere come se la cavava sua figlia. 
– Non c’è male, – rispose Mrs Crozier sulla soglia, impedendo la vista degli arredi antichi.   Mia madre fece ancora qualche commento imbarazzante e alla fine se ne andò. Quella sera disse che la vecchia Crozier non sapeva comportarsi, perché era solo la seconda moglie, rimediata a Detroit durante un viaggio d’affari, il che spiegava pure perché fumasse e si facesse i capelli neri come catrame e la bocca rossa come uno sbaffo di marmellata. Non era neppure la madre dell’invalido al piano di sopra. Non avrebbe avuto abbastanza cervello per essere sua madre. 
 (Era una delle nostre solite liti; quella volta riguardava la sua improvvisata, ma in realtà era irrilevante). 
Alla vecchia Crozier dovevo sembrare non meno invadente di mia madre, e altrettanto egocentrica. Il primissimo pomeriggio ero entrata nel salotto sul retro, avevo aperto il mobile libreria e mi ero passata in rassegna la collana dei Classici Harvard allineati in bell’ordine. Non trovai quasi nulla di incoraggiante, ma scelsi un libro che mi pareva potesse essere un romanzo, a dispetto del titolo in lingua straniera, I Promessi Sposi. Sí, sembrava proprio un romanzo, ed era in inglese. 
  Al tempo dovevo avere l’idea che i libri fossero tutti gratis, dovunque li si trovasse. Come l’acqua delle fontanelle pubbliche. 
  Quando la vecchia Crozier mi vide con quel libro in mano mi chiese dove l’avessi preso e che ci facessi. Dalla libreria, risposi, e me lo sono portato di sopra per leggerlo. La cosa che pareva scandalizzarla di piú era che da sotto, l’avessi portato sopra. Sull’intenzione di leggerlo sembrava disposta a lasciar correre, come se si trattasse di un’attività troppo estranea alle sue abitudini per poterla prendere in considerazione. Infine, disse che, se volevo un libro, dovevo portarmelo da casa. 
 I Promessi Sposi, comunque, era un mattone. Non mi dispiacque doverlo rimettere a posto. 
  Naturalmente c’erano dei libri anche nella stanza del malato. Leggere, lí, sembrava accettabile. I volumi però erano quasi sempre aperti a faccia in giú, come se Mr Crozier si limitasse a leggiucchiarli qua e là per poi accantonarli. I titoli, in ogni caso, non mi tentavano. Civiltà al paragone. La grande congiura. 
  E poi, la nonna mi aveva messo in guardia dicendomi di evitare piú possibile di toccare quello che aveva toccato il malato, per via dei germi, e che dovevo usare sempre un panno per prendere il suo bicchiere dell’acqua. 
  Mia madre disse che la leucemia non la portavano i germi. 
– E chi la porta, allora? – disse la nonna. 
– I dottori non lo sanno. 
– Bah. 
  Era la giovane Mrs Crozier a riportarmi a casa in macchina, anche se la distanza da percorrere era giusto quella da un capo all’altro del paese. Mrs Crozier era una donna alta e sottile, coi capelli chiari e la carnagione mutevole. Certe volte aveva delle chiazze rosse in faccia, come se si grattasse con le unghie. Correva voce che fosse piú vecchia del marito, che lui fosse stato suo studente al college. Secondo mia madre a nessuno era passato per la testa che, come reduce di guerra, lui poteva aver tranquillamente seguito i suoi corsi senza per forza essere piú giovane. La gente ce l’aveva con lei solo perché era una donna istruita. 
  Correva anche un’altra voce: che lei avrebbe potuto starsene a casa e occuparsi del marito, come aveva promesso di fare quando l’aveva sposato in chiesa, anziché andare in giro a insegnare. Anche su questo mia madre la difendeva, dicendo che erano solo due pomeriggi la settimana e che le conveniva non abbandonare la professione, visto che tra non molto sarebbe rimasta sola. Per giunta, se non si levava di torno la vecchia signora una volta ogni tanto, non c’era da credere che sarebbe impazzita? Mia madre difendeva regolarmente le donne che lavoravano fuori casa, e la nonna l’attaccava sempre per questo. 
 Un giorno provai a conversare con la giovane Mrs Crozier, alias Sylvia. Era l’unica persona laureata che conoscessi, oltre che l’unica professoressa. A parte suo marito, ovviamente, ma lui ormai non contava piú. 
– Scusi, ma Toynbee scriveva libri di storia? 
– Come, prego? Ah. Sí. 
  Non le importava di nessuno di noi, né di me, né dei suoi detrattori o sostenitori. Non badava a noi piú che a degli insetti su un paralume. 
  Quel che contava per la vecchia Mrs Crozier era soprattutto il suo giardino di fiori. C’era un uomo che veniva a darle una mano, piú o meno vecchio quanto lei, ma meglio in arnese. Abitava nella nostra via ed era proprio tramite lui che la vecchia era venuta a sapere di me come possibile aiutante da assumere. A casa non faceva altro che spettegolare e coltivare erbacce, mentre lí pacciamava e sfalciava senza sosta, con lei sempre appresso, china sul bastone, all’ombra del grande cappello di paglia. Certe volte la vecchia sedeva sulla panchina continuando da lí a fare commenti e impartire ordini, intanto che fumava una sigaretta. In principio, osavo avventurarmi tra le siepi perfette per chiedere se lei o il suo aiutante gradivano un bicchiere d’acqua, e lei sbottava in un «Attenta alle mie aiuole» prima di dirmi di no. 
  Nessuno portava mai fiori in casa, invece. Qualche papavero l’aveva fatta franca e cresceva selvatico oltre la siepe, quasi sulla strada, perciò chiesi il permesso di raccoglierne un mazzo per rallegrare la stanza del malato. 
– Morirebbero e basta, – mi disse, evidentemente senza rendersi conto dell’infelicità del commento, date le circostanze. 
  Determinati suggerimenti o proposte le facevano tremare i muscoli della faccia sottile e piena di macchie, socchiudere gli occhi neri e muovere le labbra come se avesse in bocca un sapore cattivo. In quei casi era in grado di bloccarti sul nascere, come si estirpa una pianta di rovo. 
  I due giorni in cui andavo a lavorare non erano consecutivi. Diciamo che potevano essere il martedí e il giovedí. Il primo giorno rimasi sola con il malato e la vecchia Mrs Crozier. Il secondo, arrivò una persona di cui nessuno mi aveva parlato. Sentii l’auto sul vialetto d’ingresso, una corsetta vivace sui gradini del retro e qualcuno che entrava in cucina senza bussare. Dopodiché la sconosciuta chiamò «Dorothy», che io non sapevo fosse il nome della vecchia. La voce era quella di una donna o di una ragazza, una voce scherzosa e sfrontata al tempo stesso, da avere quasi l’impressione che ti stesse facendo il solletico. 
  Mi precipitai giú per le scale di servizio dicendo: – Credo che sia in veranda. 
– Santi numi! E tu chi sei? 
  Le spiegai chi ero e che ci facevo lí, e la giovane disse di chiamarsi Roxanne. 
– Sono la masseuse. 
  Non mi piaceva farmi sorprendere da una parola che non conoscevo. Non dissi nulla, ma lei capí come stavano le cose. 
– Ti ho presa in castagna, eh? Faccio massaggi. Mai sentito dire? 
  Intanto apriva la borsa che aveva con sé. Comparvero pezze, cuscinetti e spazzole piatte foderate di velluto. 
– Mi serve dell’acqua per scaldare questi, – disse. – Puoi mettere su il bollitore. 
  La casa era lussuosa, ma l’acqua corrente era solo fredda, come a casa mia. 
  A quanto sembrava mi aveva identificata come qualcuno disposto a prendere ordini, specie se impartiti con voce cosí suadente, magari. Aveva ragione, anche se è probabile non immaginasse che la mia prontezza aveva piú a che vedere con la mia curiosità che con il suo fascino. 
  Era già abbronzata benché fosse l’inizio dell’estate, e il taglio di capelli alla paggio mostrava riflessi ramati, roba che al giorno d’oggi si può facilmente ottenere comprando un flacone di tinta, ma che allora era invidiabile e insolita. Occhi marroni, una fossetta su una sola guancia, un’aria cosí sorridente e maliziosa che non si riusciva mai a guardarla abbastanza da stabilire se fosse davvero carina, né quanti anni avesse. 
  Il posteriore le faceva una bella curva all’infuori, anziché distribuirsi sui fianchi. 
  Scoprii subito che era nuova in paese, sposata col meccanico del distributore della Esso, e che 
aveva due figli piccoli, di quattro e tre anni. – Mi ci è voluto un bel po’ per capire come mai arrivavano, – disse con una delle sue strizzatine d’occhi ammiccanti. 
  Aveva seguito il corso per diventare masseuse a Hamilton, dove abitavano prima, scoprendo di avere un talento innato per quel lavoro. 
– Dor-thee? 
– È in veranda, – le ripetei. 
– Lo so. La stavo solo prendendo in giro. Ora tu forse non sai come funzionano le cose, ma per 
farsi fare un massaggio bisogna spogliarsi completamente. Finché si è giovani, non è un problema, ma quando si invecchia, sai, ci si può vergognare. 
  E là si sbagliava, almeno riguardo alla sottoscritta. Voglio dire, rispetto al non essere un problema spogliarsi quando si è giovani.   – Perciò forse è meglio se te ne vai. 
  Questa volta scesi dallo scalone, mentre lei armeggiava con l’acqua calda. Cosí ebbi modo di lanciare un’occhiata attraverso la porta aperta della veranda che in realtà di sole ne prendeva ben poco, avendo le vetrate sui tre lati invase dal generoso fogliame delle catalpe. 
  Vidi la vecchia Mrs Crozier distesa a pancia in giú su un divanetto con la faccia voltata dall’altra parte, completamente nuda. Una striscia sottile di carne chiara. Non sembrava vecchia come le parti di lei sempre esposte: le mani e gli avambracci cosparsi di efelidi brune e venati di scuro, le guance a macchie marroni. Questa parte di corpo invece, solitamente coperta in tutta la sua lunghezza, era di un bianco giallognolo, come legno appena scortecciato. 
  Sedetti sul gradino in cima alla scala e ascoltai i rumori del massaggio. Tonfi e grugniti. La voce di Roxanne si era fatta imperiosa adesso, gioviale ma piena di esortazioni. 
  – C’è un brutto nodo qui. Accidenti. Mi sa che dovrò andarci pesante. Scherzavo. Oh, su su, si lasci andare. Lo sa che ha proprio una bella pelle, qui? All’altezza del fondoschiena, per cosí dire. Liscia come il culetto di un bebè. Adesso devo proprio schiacciare, sentirà un po’ male. Molli la tensione. Faccia la brava bambina. 
  La vecchia Mrs Crozier emetteva qualche sommesso guaito. A metà tra il lamento e il senso di gratitudine. Andò per le lunghe, dopo un po’ mi annoiai. Tornai a sfogliare certi vecchi numeri del «Canadian Home Journal» che avevo trovato in un mobile dell’ingresso. Leggevo le ricette e guardavo i servizi di una moda sorpassata, finché udii Roxanne che diceva: – Adesso pulisco tutto quanto e andiamo di sopra come ha detto lei. 
  Di sopra. Feci riscivolare le riviste al loro posto in quel mobile che avrebbe fatto gola a mia madre ed entrai nella camera di Mr Crozier. Dormiva, o comunque teneva gli occhi chiusi. Spostai il ventilatore di qualche centimetro, gli lisciai la coperta e mi avvicinai alla finestra per armeggiare con le tapparelle. 
  Come previsto, dalle scale sul retro provenne il rumore del passo lento e minaccioso della vecchia Mrs Crozier col suo bastone, preceduto dal rapido scalpiccio di Roxanne, che diceva: – Si tenga pronto, lassú, perché adesso arriviamo a scovarla. 
  Ora Mr Crozier aveva gli occhi aperti. Oltre alla consueta espressione spossata c’era nel suo sguardo una specie di allarme. Ma prima che potesse tornare a fingersi addormentato, Roxanne fece irruzione nella stanza. 
– Ah, ecco dove si nascondeva. Stavo giusto dicendo alla sua matrigna che era ora che ci presentassero. 
  Mr Crozier disse: – Piacere di conoscerla, Roxanne. 
– Come fa a sapere come mi chiamo? 
– Le voci corrono. 
– Ma ha un ragazzino, quassú, – disse Roxanne rivolgendosi alla vecchia Mrs Crozier, che intanto faceva il proprio rumoroso ingresso nella camera. 
– Smettila di pasticciare con quella tapparella, – mi disse la vecchia. – Va’ a prendermi un po’ d’acqua fresca se non sai cosa fare. Non fredda, ho detto fresca. 
– Che disastro, – disse Roxanne a Mr Crozier. – Chi le ha fatto la barba e quando è stata l’ultima volta? 
– Ieri, – rispose lui. – Ci penso da solo, cerco di arrangiarmi. 
– Lo immaginavo, – disse Roxanne, e a me: – Mentre prendi l’acqua, puoi metterne un po’ a scaldare per me, cosí vedo di raderlo come si deve? 
  Fu cosí che Roxanne si assunse quest’altro incarico, dopo il massaggio, una volta la settimana. 
A Mr Crozier, quel primo giorno, disse che non doveva preoccuparsi. 
– Non ho intenzione di prenderla a botte come mi avrà sentito fare di sotto, con la Dorothysaura. Prima di frequentare il corso da massaggiatrice, facevo l’infermiera. Anzi, l’aiuto infermiera. Cioè, ero una di quelle che si sobbarcano tutta la fatica, prima che arrivi l’infermiera a dare ordini a destra e a manca. In ogni caso, ho imparato a far star bene la gente. 
 La Dorothysaura? Mr Crozier sorrise. Ma la cosa bizzarra fu che anche la vecchia Mrs Crozier si limitò a sorridere. 
  Roxanne lo sbarbò perfettamente. Gli lavò con la spugna faccia, collo, petto, mani e braccia. Gli tirò le lenzuola intorno, riuscendo chissà come a non disturbarlo, e gli sistemò i cuscini dopo averli sprimacciati. Senza mai smettere di fare battute e dire sciocchezze. 
– Comunque, Dorothy, lei dice bugie. Mi aveva detto che quassú c’era un ammalato, perciò io arrivo e mi chiedo, Ma dove sarebbe l’ammalato? Non vedo nessun ammalato da queste parti. Giusto? 
  Mr Crozier disse: – Lei come mi definirebbe, sentiamo. 
– Un convalescente. Ecco come la definirei. Non voglio dire che dovrebbe alzarsi e andare a 
ballare, non sono cosí stupida. Mi rendo conto che ha bisogno di riposo a letto. Ma come convalescente. Un malato grave come dovrebbe essere lei in teoria, non ha questa bella cera. 
  Ritenevo offensive simili ciance e moine. Mr Crozier aveva una cera orrenda. Quando lo aveva lavato gli si potevano contare le costole, come a un sopravvissuto a una carestia, era alto, calvo, aveva la pelle di un pollo appena spennato, e il collo cordolato come quello di un vecchio. Ogni volta che mi ero occupata di lui in qualsiasi modo, avevo evitato di guardarlo. E questo non soltanto perché era brutto e malato. Soprattutto perché stava morendo. Avrei provato in parte la stessa ritrosia anche se fosse stato di una bellezza angelica. Sentivo in casa un’atmosfera di morte che aumentava man mano che ci si avvicinava alla sua stanza, e lui ne era al centro, come l’ostia che i cattolici custodiscono in quella scatola dal nome formidabile, tabernacolo. Mr Crozier era l’essere segnato, diverso da tutti gli altri, ed ecco che se ne arrivava Roxanne a invadere il suo territorio a furia di scherzi, vanterie e trovate che secondo lei l’avrebbero distratto. 
  Si informò, per esempio, se in casa c’era un gioco chiamato dama cinese. 
  Doveva essere la seconda volta che veniva; gli chiese cosa facesse tutto il giorno. 
  – Qualche volta leggo. Dormo. 
  E di notte, come riusciva a prendere sonno? 
– Se non dormo, sto sveglio. Penso. A volte leggo. 
– Non disturba sua moglie? 
– Lei dorme nella stanza sul retro.   – Ah-nn. Lei ha bisogno di svago. 
– Pensa di cantare e ballare per me? 
  Colsi la vecchia Mrs Crozier distogliere lo sguardo, con un sorriso spontaneo. 
– Non faccia l’impertinente, – disse Roxanne. – A carte, come se la cava? 
– Detesto giocare a carte. 
– Be’, c’è una dama cinese in casa? 
  Roxanne rivolse la domanda alla vecchia Mrs Crozier la quale, dapprima disse di non averne idea, poi si chiese se potesse essercene una nel cassetto del buffet in sala da pranzo.   E mi spedirono sotto a guardare. Tornai con il tavoliere e il barattolo delle biglie.   Roxanne piazzò il tavoliere sulle gambe di Mr Crozier e tutti e tre ci mettemmo a giocare, mentre la vecchia Crozier diceva di non aver mai capito il gioco e di non essere mai riuscita a mettere a posto le biglie. (Con mio assoluto stupore, parve offrire il commento come una battuta). A Roxanne capitava di squittire quando le toccava la mossa o di brontolare se uno di noi le mangiava una delle biglie, ma faceva attenzione a non disturbare mai il paziente. Teneva il corpo fermissimo e appoggiava le biglie leggere come piume. Cercai di imparare a imitarla, perché se non lo facevo mi spalancava gli occhi in segno di ammonimento. Sempre sorridendo però, con la sua fossetta sulla guancia.  Ricordavo di avere sentito la giovane Mrs Crozier in macchina dirmi che suo marito non gradiva conversare. Lo affaticava, disse, e la stanchezza tendeva a renderlo piú irritabile. Perciò pensai che quella fosse l’occasione migliore per irritarsi. Essere costretto a giocare un gioco cretino sul proprio letto di morte, quando perfino attraverso le lenzuola si sentiva che aveva la febbre. 
  Sylvia, però, si sbagliava, a quanto pare. Mr Crozier doveva essersi fatto piú paziente e gentile di quanto lei immaginasse. Con gl’inferiori – e Roxanne certamente lo era – si mostrava piú tollerante, piú cortese. Quando doveva aver solo voglia di starsene lí sul letto a riflettere sui sentieri della vita passata e a concentrarsi sul proprio futuro. 
  Roxanne gli asciugava il sudore della fronte, dicendo: – Non si agiti tanto, non ha ancora vinto. 
– Roxanne, – fece lui. – Roxanne. Lo sa chi si chiamava cosí? 
– Hmm? – disse lei, ma io mi intromisi. Fu piú forte di me. 
– La moglie di Alessandro Magno. 
  La mia testa era come il nido di una gazza ladra, pieno di cianfrusaglie di sapere. 
– Ma va? – chiese Roxanne. – E chi diavolo era? Alessandro Magno? 
  In quell’istante, quando guardai Mr Crozier, capii una cosa triste e inaudita. 
  Gli faceva piacere che lei non lo sapesse. Ne ero sicura. Gli faceva piacere che non lo sapesse. L’ignoranza di lei risvegliava un piacere che si fondeva sopra la lingua come un avanzo di caramella al latte. 
  Il primo giorno era arrivata in pantaloncini corti, come me, ma la volta successiva, e in seguito sempre, Roxanne indossava un vestito verde chiaro di tessuto rigido e lustro. Lo si sentiva frusciare quando arrivava di corsa su per le scale. Portò a Mr Crozier un vaporoso cuscinetto di lana per evitare le piaghe da decubito. Era immancabilmente scontenta della sua biancheria da letto, che si sentiva in dovere di sistemargli. Ma per quanto borbottasse, i suoi gesti non lo irritavano mai e anzi riusciva a fargli ammettere che dopo stava meglio. 
  Non si perdeva mai d’animo. Certe volte se ne arrivava con una scorta di indovinelli. O di barzellette. Alcune erano del genere che mia madre definiva sporche e non permetteva circolassero in casa nostra, a meno che a raccontarle non fossero determinati parenti della famiglia di mio padre i quali in pratica non disponevano di altri argomenti di conversazione. 
  Le barzellette di solito cominciavano con una domanda apparentemente seria ma insulsa. 
  Avete sentito di quella suora che è entrata in un negozio per comprare un tritacarne? 
  Avete sentito che cosa ha ordinato per dolce una coppia di sposi, la prima notte di nozze?   Le risposte contenevano sempre un doppio senso di modo che chi raccontava le barzellette poteva fingersi scandalizzato e accusare gli ascoltatori di avere la testa piena di pensieri sconci.   E quando ci ebbe abituati tutti a sentirle fare questo genere di battute, Roxanne procedette allo stadio successivo, quello di barzellette di cui credo mia madre ignorasse perfino l’esistenza: facezie con frequenti allusioni a pratiche sessuali con pecore, polli o macchine da mungitura. 
  «Terrificante, no?», commentava sempre, alla fine. Aggiungeva che non sarebbe venuta a conoscenza di roba simile se suo marito non l’avesse portata a casa dall’officina. 
  Il fatto che la vecchia Mrs Crozier ridacchiasse mi sconcertava almeno quanto le battute stesse. Forse non le capisce, pensavo, e si diverte solo ad ascoltare Roxanne, qualunque cosa racconti. Se ne stava seduta con un sorriso ebete stampato in faccia, come se avesse ricevuto un regalo e sapesse, ancora prima di averlo scartato, che le sarebbe piaciuto tanto. 
  Mr Crozier non rideva, ma lui comunque non rideva mai. Alzava le sopracciglia, fingendo di non approvare, di ritenere Roxanne scurrile ma pur sempre adorabile. Forse era solo un fatto di educazione, o di riconoscenza per tutti gli sforzi di lei, di varia natura. 
Personalmente mi premuravo di ridere, perché Roxanne non mi catalogasse come piena di 
candori moralistici. 
  Faceva anche un’altra cosa, sempre per tenerci allegri: ci raccontava della sua vita. Di quando era scesa a Toronto da un paesino sperduto nel Nord dell’Ontario per andare a trovare sua sorella maggiore, di come aveva trovato lavoro da Eaton, prima come inserviente alla caffetteria e poi, d’improvviso, grazie a uno dei dirigenti che l’aveva notata perché si dava da fare ed era sempre di buonumore, come commessa al reparto guanti. (Avevo l’impressione che, a sentir lei, fosse un po’ come essere stati scoperti dalla Warner Bros.). E chi ti va a capitare in reparto, un bel giorno? Niente meno che Barbara Ann Scott, la stella del pattinaggio, venuta a comprarsi un paio di guanti in capretto bianco lunghi fino al gomito. 
  Frattanto la sorella di Roxanne aveva un tale numero di spasimanti che la sera, per decidere con quale uscire, faceva a testa o croce, e mandava Roxanne a scusarsi con gli esclusi alla porta della pensione, mentre lei e il prescelto se la svignavano dall’ingresso di servizio. Roxanne diceva che forse era stato cosí che le si era sciolta la parlantina. Senza contare che dopo un po’ qualcuno dei giovanotti conosciuti in quel modo aveva cominciato a invitare fuori lei, anziché sua sorella. Non sapevano quanti anni avesse davvero. 
  – Me la sono proprio spassata, – diceva. 
  Cominciai a capire che esistono conversatrici che la gente ama ascoltare non per quello che raccontano, ma per il piacere con cui lo fanno. Una specie di compiacimento, una luce negli occhi, la convinzione che ogni loro aneddoto sia di per sé rilevante e loro stesse, fonte intrinseca di godimento. Potevano forse esistere persone – gente come me – che non cedevano a questo genere di allegria, ma a loro unico discapito. E la gente come me, in ogni caso, non sarebbe mai stata il pubblico d’elezione di quelle conversatrici. 
  Mr Crozier sedeva appoggiato ai cuscini e in tutto e per tutto mostrava di essere contento. Contento di chiudere gli occhi e lasciarla parlare, per poi riaprirli e trovarsi di fronte Roxanne, come una sorpresa di cioccolata la mattina di Pasqua. E ancora godersi, a occhi aperti, lo spettacolo di ogni fremito delle sue labbra rosso caramella, di ogni dondolio del suo generoso fondoschiena.   La vecchia Mrs Crozier intanto ondeggiava avanti e indietro in un curioso stato di appagamento. 
  Roxanne trascorreva al piano di sopra lo stesso tempo che passava sotto, al massaggio. Mi chiedevo se la pagassero, per farlo. Se cosí non era, come poteva permettersi quel lusso? E chi poteva pagarla, se non la vecchia Crozier in persona? 
  E perché? 
  Per tenere comodo e allegro il figliastro? Poco probabile, secondo me. 
  Per farsi intrattenere in modo bizzarro? 
  Un pomeriggio, dopo che Roxanne ebbe lasciato la sua stanza, Mr Crozier disse di avere piú sete del solito. Scesi a prendergli dell’acqua dalla caraffa che stava al fresco nel frigorifero. Roxanne si preparava ad andarsene. 
– Non intendevo fare cosí tardi, – disse. – Non vorrei mai incontrare la signora maestra. 
  Per un attimo non capii. 
– Sai, no? Syl-vi-a. Anch’io non le vado tanto a genio, giusto? Ti parla mai di me, quando ti porta a casa? 
 Risposi che Sylvia non l’aveva mai neanche nominata, durante i tragitti in macchina. Ma perché avrebbe dovuto? 
– Dorothy sostiene che Sylvia non lo sa prendere. Che lo faccio di gran lunga piú contento io. 
Cosí dice Dorothy. E non mi stupirei che gliel’avesse anche detto in faccia. 
  Pensai a Sylvia che ogni giorno, tornando a casa, si precipitava di sopra nella stanza del marito, prima ancora di rivolgere la parola a me o alla suocera, con il viso acceso dall’ansia e dalla disperazione. Avrei voluto ricordare questo fatto, difenderla in qualche modo, ma non sapevo come. Le persone sicure di sé come Roxanne, del resto, sembravano avere spesso la meglio su di me, se non altro non prestandomi ascolto. 
– Sei certa che non ti dice mai niente di me? 
  Ripetei di no, mai niente. – È stanca, quando arriva a casa. 
– Sí, sí. Siamo tutti stanchi. Solo che qualcuno impara a far finta di non esserlo. 
  A quel punto in effetti mi uscí una frase, per contrastarla. – A me Sylvia piace abbastanza. 
  – Ma non mi dire, – mi canzonò lei. 
 E mi prese alla sprovvista, tirandomi scherzosamente una ciocca della frangia che di recente mi ero tagliata da sola. 
  – Dovresti proprio farti aggiustare quei capelli come si deve. 
  Cosí dice Dorothy. 
  Ammesso che Roxanne fosse per carattere a caccia di ammirazione, Dorothy, cosa cercava? Sentivo che c’era di mezzo una cattiveria, ma non sarei stata in grado di definirla. Forse era solo il desiderio di avere Roxanne, e la sua vitalità, in giro per casa il doppio del tempo. 
  Ormai era piena estate. L’acqua si fece bassa nei pozzi. L’autobotte smise di passare a spruzzare le strade e alcuni negozi incollarono alle vetrine una specie di cellophane giallo per evitare che i prodotti sbiadissero. Le foglie erano chiazzate, e l’erba secca. 
  La vecchia Mrs Crozier si ostinava a far zappare il giardino. È cosí che si deve fare nei periodi di siccità, si continua a dissodare il terreno per sfruttare ogni avanzo di umidità sottostante.   I corsi estivi del college si sarebbero conclusi dopo ferragosto, e a quel punto Sylvia Crozier sarebbe stata a casa tutti i giorni. 
  Mr Crozier era sempre contento di vedere Roxanne, ma sovente si addormentava. Gli capitava di crollare senza nemmeno buttare indietro la testa, a metà di una barzelletta o di un aneddoto. Dopo un momento si risvegliava, e domandava dov’era. 
– Sempre qui, dormiglione. E dovrebbe anche starmi a sentire. Le ci vorrebbe una sculacciata. 
Oppure, che ne dice se provo a farle il solletico? 
  Lo capiva chiunque che si andava spegnendo. Aveva le guance incavate come quelle di un vecchio e la punta delle orecchie trasparente come se fossero fatte di plastica e non di carne. (Benché al tempo nessuno di noi dicesse «plastica», bensí «celluloide»). 
  Il mio ultimo giorno di lavoro, e l’ultimo di scuola per Sylvia, cadde in una giornata di massaggio. Sylvia dovette uscire presto per una cerimonia al college e io perciò fui costretta a farmela a piedi da un capo all’altro del paese e arrivai quando Roxanne era già lí. Anche la vecchia Mrs Crozier era in cucina, e mi guardarono entrambe come se si fossero dimenticate di me e io avessi interrotto qualcosa. 
– Li ho ordinati apposta, – diceva la vecchia Crozier. 
  Doveva riferirsi alla scatola di biscotti alla mandorla che stava sul tavolo. 
– Sí, ma io gliel’ho detto, – ribatté Roxanne. – Quella roba, non posso mangiarla. Per nessunissima ragione. 
– Ho mandato apposta Hervey in panetteria a comprarli. 
  Hervey era il vicino di casa, quello che l’aiutava coi fiori. 
– E che se li mangi Hervey, allora. Non sto scherzando, mi fanno proprio malissimo. 
– Pensavo che ci potevamo concedere qualcosa di buono, di un po’ speciale, – incalzò Mrs Crozier. – Dato che è l’ultimo giorno, prima… 
– L’ultimo giorno prima che quella piazzi le chiappe in casa, lo so. Ma non servirebbe a niente che mi riempissi di chiazze come una iena ridens, no? 
  Di quali chiappe piazzate in casa si stava parlando? 
  Di quelle di Sylvia. Di Sylvia. 
La vecchia Mrs Crozier indossava uno splendido négligé di seta nera disegnato a ninfee e 
anatre. Disse: – Con lei tra i piedi, possiamo scordarci qualsiasi strappo alla regola. Vedrai.   – Allora diamoci da fare e non perdiamo altro tempo, oggi. Non se la prenda per questa roba, non ce l’ho con lei. Lo so che l’ha fatto per gentilezza. 
– Lo so che l’ha fatto per gentilezza, – le fece il verso la vecchia in un falsetto cattivo. Poi tutte e due guardarono me, e Roxanne disse: – La caraffa è al solito posto. 
  Presi dal frigo la caraffa d’acqua di Mr Crozier. Pensai che, di tutta la scatola, avrebbero potuto offrirmi almeno un biscotto alla mandorla, ma a quanto pare a loro non venne in mente.  Pensavo di trovarlo abbandonato sui cuscini a occhi chiusi, ma Mr Crozier era invece sveglissimo. 
– Aspettavo, – disse, e prese fiato. – Che tu arrivassi, – proseguí. – Voglio chiederti un favore. 
D’accordo? 
  Certo, dissi io. 
– Sai tenere un segreto? 
  Avevo avuto paura che potesse chiedermi di aiutarlo a mettersi sulla comoda che era da poco comparsa in camera sua, ma quello non avrei dovuto sicuramente tenerlo segreto. 
  Sí. 
  Mi disse di andare allo scrittoio che stava di fronte al suo letto, di aprire il cassettino sulla sinistra e vedere se ci trovavo una chiave. 
  Feci quanto richiesto. Trovai una vecchia chiave pesante. 
  Voleva che uscissi dalla stanza e chiudessi a chiave la porta. Poi che nascondessi la chiave in un posto sicuro, magari nella tasca dei pantaloncini. 
  E non dovevo dire a nessuno che cosa avevo fatto. 
  Non dovevo far sapere a nessuno che avevo la chiave, finché non tornava sua moglie, e a quel punto dovevo consegnarla a lei. Tutto chiaro? 
  D’accordo. 
  Mi ringraziò. 
  D’accordo. 
  Per tutto il tempo in cui mi parlò notai che un velo di sudore gli copriva la faccia e che aveva gli occhi lustri come se avesse la febbre. 
– Non deve entrare nessuno. 
– Non deve entrare nessuno, – ripetei. 
– Né la mia matrigna, né… Roxanne. Soltanto mia moglie. 
  Chiusi la porta dall’esterno e misi la chiave nella tasca dei pantaloncini. Poi però ebbi paura che si potesse vedere attraverso il tessuto in cotone leggero, perciò scesi nel salottino sul retro e la infilai in mezzo alle pagine dei Promessi Sposi. Sapevo che Roxanne e la vecchia Crozier non mi avrebbero sentita, perché era in corso il massaggio, e Roxanne commentava con il solito tono professionale. 
– Ho il mio bel daffare qui, oggi, a scioglierle ’sti nodi… 
  E udii la vecchia Mrs Crozier ribattere, con una contrarietà tutta nuova: 
– … e ci dai dentro a farmi male anche piú del solito, eh? 
– Be’, non posso fare diversamente. 
  Stavo per tornare di sopra, ma ebbi un ripensamento. 
  Se fosse stato lui e non io a chiudere a chiave la porta – come era evidente che Mr Crozier voleva dare a intendere –, e io fossi stata seduta come sempre in cima alle scale, lo avrei certamente sentito e dato l’allarme, avvisando chi era in casa. Perciò ridiscesi e mi andai a sedere sul gradino piú basso davanti alla porta d’ingresso, una postazione dalla quale era possibile che non avessi sentito niente. 
  Il massaggio sembrava energico e poco confidenziale quel giorno; era chiaro che nessuna aveva voglia di ridere e di scambiare battute. Di lí a poco, udii Roxanne salire di corsa le scale sul retro. 
  Si fermò. Disse: – Ehi, Bruce. 
  Bruce. 
  Girò piú volte la maniglia della porta. 
  – Bruce. 
  A quel punto, dovette accostare la bocca al buco della serratura nella speranza che la sentisse soltanto lui, e nessun altro. Non riuscivo a distinguere bene che cosa dicesse, ma capii che lo supplicava. Dapprima scherzando, poi seriamente. Di lí a poco sembrò che stesse dicendo le preghiere. 
  Quando rinunciò, si mise a battere i pugni su tutta la porta, non molto forte, ma con affanno. 
  Dopo un po’, smise di fare anche quello. 
– Andiamo, – disse con voce piú ferma. – Se ti sei alzato per chiudere la porta, puoi anche venire ad aprirla. 
  Nessuna risposta. Roxanne si sporse dal mancorrente e mi vide. 
– Hai portato l’acqua in camera a Mr Crozier? 
  Dissi di sí. 
– Perciò la porta non era chiusa, no? 
  No. 
– Ti ha detto qualcosa? 
– Ha solo detto grazie. 
– Be’, adesso si è chiuso a chiave e non riesco a farmi aprire. 
  Udii il bastone della vecchia Mrs Crozier battere in cima alle scale. 
– Cos’è tutto questo baccano? 
– Si è chiuso dentro e non riesco a farmi rispondere. 
– Cosa vuol dire, si è chiuso dentro? Si sarà incastrata la porta. L’avrà sbattuta il vento e si sarà incastrata. 
  Quel giorno il vento non c’era. 
– Ci provi lei, – disse Roxanne. – È chiusa a chiave. 
– Non sapevo neanche ci fosse, la chiave di questa porta, – disse la vecchia Mrs Crozier, come se il suo non saperlo potesse cambiare la realtà dei fatti. Dopodiché fece un tentativo pro forma con la maniglia e disse: – Be’, sembra proprio che sia chiusa a chiave. 
  Mr Crozier doveva aver calcolato tutto questo. Che nessuno avrebbe sospettato di me, e che avrebbero considerato lui responsabile. E di fatto lo era. 
– Dobbiamo entrare, – disse Roxanne. Sferrò un calcio alla porta. 
– Basta cosí, – disse la vecchia Mrs Crozier. – Vuoi sfondarla? Non ce la faresti, comunque, è in quercia massiccia. Come tutte le altre porte di questa casa. 
– Allora dobbiamo chiamare la polizia. 
  Ci fu un attimo di silenzio. 
– Possono entrare dalla finestra, – disse Roxanne. 
  La vecchia Crozier tirò un gran respiro e parlò decisa. 
– Non sai quel che dici. La polizia in questa casa non ce la voglio. Non ho intenzione che si mettano a strisciarmi sui muri come lombrichi. 
– Ma non sappiamo che cosa potrebbe fare là dentro. 
– Be’, in definitiva sono fatti suoi, no? 
  Altro silenzio. 
  Poi qualche passo – di Roxanne – che se ne andava scendendo le scale. 
– Ma sí, è meglio, – disse Mrs Crozier. – Meglio che porti fuori i tuoi stracci, prima che ti dimentichi che sei in casa d’altri. 
  Roxanne intanto scendeva. Il bastone pestò su un paio di scalini, seguendola, ma poi desistette. 
– E non metterti in testa di andare in commissariato di nascosto. Tanto non prenderanno certo 
ordini da te. Chi è che comanda qui dentro? Non tu, di sicuro. Mi senti? 
  Poco dopo, udii la porta della cucina che si chiudeva sbattendo. E l’auto di Roxanne che partiva. 
  L’idea della polizia lasciava tiepida me non meno della vecchia Crozier. In paese polizia voleva dire l’agente McClarty, quello che veniva a scuola a dirci che non dovevamo andare in slitta sulle strade d’inverno e fare il bagno nella roggia d’estate, cose che noi continuavamo a fare tranquillamente. Era ridicolo immaginarselo appeso a un muro in cima a una scala, o impegnato a convincere Mr Crozier attraverso una porta chiusa. 
  Avrebbe detto a Roxanne di farsi gli affari suoi e di lasciare che i Crozier badassero ai propri.  Tutt’altro che ridicolo invece era pensare alla vecchia Crozier che impartiva ordini, e considerai che avrebbe potuto cominciare a farlo ora che se n’era andata Roxanne, la quale sembrava non essere piú di suo gradimento. Poteva prendersela con me e pretendere di sapere se avevo qualcosa a che fare con questa vicenda. 
 Invece non provò nemmeno a girare la maniglia. Si limitò a piazzarsi davanti alla porta chiusa per dire una sola cosa. 
  – Piú forte di quel che pareva, – mormorò. 
  Dopodiché si incamminò per le scale. Accompagnata dai soliti colpi sinistri del suo martellante bastone. 
  Aspettai un poco e poi uscii, diretta in cucina. La vecchia Crozier non c’era. Non era neanche in salotto, né in sala da pranzo o in veranda. Mi feci coraggio e bussai alla porta del gabinetto, poi l’aprii, ma non era nemmeno lí. Guardai dalla finestra sopra l’acquaio in cucina e vidi il cappello di paglia avanzare piano lungo la siepe di bosso. Stava fuori in giardino, nella canicola, a misurare con passo pesante le sue aiuole fiorite. 
  Il pensiero che aveva sconvolto Roxanne non mi turbava. Non l’avevo nemmeno preso in considerazione, perché ritenevo del tutto assurdo che una persona alla quale restava cosí poco da vivere potesse suicidarsi. Non era possibile. 
 Ciononostante, ero nervosa. Mangiai due biscotti alla mandorla rimasti sul tavolo di cucina. Li mangiai sperando che il piacere mi riconsegnasse alla normalità, ma a malapena riuscii a sentirne il sapore. Ritirai la scatola dentro il frigo per evitarmi la speranza di raggiungere lo scopo, mangiandone altri. 
  La vecchia Mrs Crozier era ancora fuori, quando arrivò Sylvia. E non rientrò neanche allora.   Non appena sentii la macchina andai a recuperare la chiave tra le pagine del libro e la consegnai subito a Sylvia. Le raccontai rapidamente quanto era successo, tralasciando gran parte del trambusto. 
Non avrebbe comunque ascoltato fino alla fine. Si precipitò di sopra. 
  Restai in fondo alle scale a sentire quello che potevo. 
  Niente. Niente. 
  Poi, ecco la voce di Sylvia, sconvolta e stupita ma non disperata, e troppo flebile perché potessi 
distinguere quel che diceva. In capo a cinque minuti era di sotto, e mi diceva che era ora di riaccompagnarmi a casa. Era rossa, come se le solite chiazze si fossero sparse su tutta la faccia, e sembrava agitata, ma incapace di mascherare la gioia. 
  Poi disse: – Ah, già. Dov’è la signora? 
– In giardino, credo. 
– Be’, penso sia meglio se le parlo un momento. 
  Dopo averle parlato non sembrava piú contenta come prima. 
– Penso tu sappia, – disse mentre faceva manovra con l’auto, – penso tu possa immaginare che la mamma di Mr Crozier è sconvolta. Non ti rimprovero, intendiamoci. Sei stata molto buona e leale a fare quello che Mr Crozier ti ha chiesto. Non hai avuto paura che potesse succedere qualcosa? A Mr Crozier? No? 
  No, dissi. 
  Poi aggiunsi: – Credo che Roxanne abbia avuto paura, invece. 
– Mrs Hoy. Ah, sí? Che peccato. 
  Mentre percorrevamo quello che allora si chiamava Croziers’ Hill, disse: – Non penso che volesse spaventarle per dispetto. Sai, quando si è ammalati da tanto tempo può capitare di non apprezzare l’affetto delle persone. Di provare rancore per certa gente anche se è buona e fa del suo meglio per aiutarti. Mrs Crozier e Mrs Hoy ce la mettevano tutta senz’altro, ma Mr Crozier semplicemente non le voleva piú intorno. Ne aveva avuto abbastanza. Mi capisci? 
  Sembrava non rendersi conto di sorridere, mentre diceva queste parole. 
  Mrs Hoy. 
  Avevo mai sentito prima quel nome? 
  Pronunciato con tanto garbato rispetto e con siderale indulgenza. 
  Credevo sul serio a quello che Sylvia mi aveva detto? 
  Ero certa che fosse quanto le aveva detto lui. 
  In effetti Roxanne, la rividi, quel giorno. Proprio mentre Sylvia mi stava parlando e mi metteva a parte di quel nome nuovo. Mrs Hoy. 
  Lei – Roxanne – era in macchina, ferma al primo incrocio al fondo di Croziers’ Hill per vederci passare. Non mi voltai a guardarla, perché ero troppo frastornata, mentre Sylvia mi faceva il suo discorso. 
  Sylvia naturalmente non poteva sapere di chi fosse quella macchina. Non poteva sapere che Roxanne doveva essere tornata indietro per farsi un’idea di che cosa stesse succedendo. O che magari non avesse fatto altro che continuare a girare intorno all’isolato – possibile? – da quando era uscita da casa Crozier. 
  Roxanne invece aveva probabilmente riconosciuto l’auto di Sylvia. E notato me. Doveva aver capito che era tutto a posto, visto che Sylvia mi stava parlando con aria seria e gentile, accennando perfino un sorriso. 
  Non svoltò l’angolo per risalire il colle e tornare a casa Crozier. Oh no. Attraversò la strada – la guardai nello specchietto retrovisore – e si diresse verso la zona orientale del paese, dove avevano costruito in tempo di guerra. Abitava lí. 
  – Senti la brezza, – disse Sylvia. – Magari quelle nuvole ci portano un po’ di pioggia.  Erano nuvole alte, bianchissime, luminose, tutt’altro che da pioggia; e la brezza era solo aria che entrava dai finestrini abbassati di un’auto in corsa. 
  Comprendevo abbastanza bene il tiro alla fune che si era svolto tra Sylvia e Roxanne, ma era strano pensare all’oggetto pressoché distrutto di quel contendere, Mr Crozier, e pensare che avesse potuto trovare la volontà di prendere una decisione, perfino di imporsi delle privazioni, quando era ormai cosí avanti nella vita. Quella passione carnale – o vero amore che fosse – alle soglie della morte era qualcosa che dovevo distogliere dalla mente, perché mi dava i brividi. 
 Sylvia portò Mr Crozier in uno chalet in affitto in riva al lago, dove lui morí poco prima della caduta delle foglie. 
  La famiglia Hoy fece fortuna, come spesso succedeva a chi aveva un’officina meccanica. 
  Mia madre lottò con un male debilitante, che mise fine a tutti i suoi sogni di diventare ricca.   Dorothy Crozier ebbe un ictus, ma si riprese e divenne celebre per aver iniziato a comprare dolcetti di Halloween da consegnare ai fratelli minori di quei bambini che aveva cacciato dalla porta di casa. 
  Io sono diventata adulta, e poi vecchia.