Mia mamma diceva, quando il chiasso vociante era al massimo in casa: "ma basta insoma" in dialetto mantovano.
mercoledì 29 maggio 2024
LE PROVE A DISCARICO DELLA CO2 NEL PROCESSO CLIMATICO Franco Puglia
lunedì 27 maggio 2024
APEIROGON Colum McCann
APEIROGON
Colum McCann
Recensione
Apeirogon racconta il conflitto arabo-israeliano dal punto di vista della condivisione: ci sono due padri, due fazioni opposte, ma un unico dolore per la perdita delle rispettive figlie e un'unica necessità, la pace.
Un’uguaglianza nel dolore. E, come dice Bassam, [...] fuggiamo dal nostro dolore verso il nostro dolore. […]
Un romanzo che intreccia speculazionne, memoria, fatti e immaginazione. Non è di facile lettura perché il libro non è un racconto lineare. E’ come se l’autore desse per scontata la “storia” nel senso cronologico del termine, e poi la percorresse in modo disordinato, avanti e indietro, facendosi continuamente deviare da “storie” minori, come degli spin off della narrazione. Colum McCann rifrange quel dolore in un caleidoscopio di altre storie. La spettacolare migrazione che ogni anno porta centinaia di milioni di uccelli in quel cielo; la fionda del re Davide; Jorge Luis Borges che nei primi anni Settanta visita Gerusalemme; lo sgancio della bomba nucleare; Einstein e Freud; le ville abbandonate dai palestinesi; il dirigibile candido che si libra sopra la strada che sale a Gerusalemme; il poeta Mahmoud Darwish. etc.
Lo spessore della storia si rivela uno strato dopo l’altro – civiltà dopo civiltà, trionfi sulle rovine, acqua, fuoco, devozione.
In queste pagine si ritrova la capacità di Colum McCann di annodare trame che sfidano ogni legge della narrativa, il suo intreccio di fatti e fiction e la sua costante oscillazione fra prosa, musica, poesia, giornalismo.
APEIROGON
Nota dell’autore
I lettori che conoscono la situazione politica in Israele e Palestina si accorgeranno che gli elementi propulsori al centro di questo libro, Bassam Aramin e Rami Elhanan, sono persone reali. Con “reali” intendo che le loro storie – e quelle delle loro figlie, Abir Aramin e Smadar Elhanan – sono state ben documentate in filmati e articoli di giornale.
La trascrizione della voce di entrambi nella parte centrale del libro è tratta da una serie di interviste realizzate a Gerusalemme, New York, Gerico e Beit Jala; in altre parti del libro, tuttavia, Bassam e Rami mi hanno permesso di modellare e rimodellare le loro parole e il loro mondo.
Nonostante queste libertà, spero di essere rimasto fedele alla verità della loro esperienza condivisa. Viviamo le nostre vite, scriveva Rilke, in cerchi che si tendono sempre più ampi fino a raggiungere la vastità intera.
1
Le colline di Gerusalemme sono immerse nella nebbia. Rami percorre a memoria un tratto diritto, calcolando l’arco della prossima curva.
Sessantasette anni, chino sulla motocicletta, avvolto nel piumino, il casco ben allacciato. È una moto giapponese, 750 cc di cilindrata. Piuttosto grintosa per un uomo della sua età.
Rami la spinge al massimo, anche con il brutto tempo.
Svolta bruscamente a destra all’altezza dei giardini, dove la nebbia si solleva rivelando l’oscurità. Corpus separatum. Scala la marcia e sfreccia, superando una torretta militare. Le luci ai vapori di sodio paiono confuse. Un piccolo stormo di uccelli scurisce per un istante l’arancio.
In fondo alla collina la strada entra in un’altra curva, confusa nella nebbia. Rami scala in seconda, lascia andare la frizione, svolta morbidamente e ritorna in terza. L’Autostrada 1 corre al di sopra delle rovine di Qalunya: qui è ammassata l’intera storia.
Alla fine della rampa, rallenta, si immette nella corsia interna, supera le indicazioni per La Città Vecchia, per Giv’at Ram. L’autostrada è una confusa accozzaglia di fari.
Piega a sinistra e guizza nella corsia di sorpasso, verso le gallerie, la Barriera di Separazione, la città di Beit Jala. Due soluzioni per un unico scarto: Gilo da una parte, Betlemme dall’altra.
Qui la geografia è tutto.
2
QUESTA STRADA CONDUCE ALLA ZONA “A”
AMMINISTRATA DALL’AUTORITÀ PALESTINESE
VIETATO L’ACCESSO AI CITTADINI ISRAELIANI
È PERICOLOSO PER LA VOSTRA VITA
E VIOLA LA LEGGE DI ISRAELE
3
Ogni anno cinquecento milioni di uccelli disegnano morbidi archi nel cielo sopra Beit Jala. Procedono da antica stirpe: upupe, tordi, pigliamosche, uccelli canori, cuculi, storni, averle, piccioni dal collare, monachelle occidentali, pivieri, nettarinie, rondoni, passeri, succiacapre, gufi, gabbiani, aquile, nibbi, gru, poiane, piovanelli, pellicani, fenicotteri, cicogne, saltimpali, grifoni, ghiandaie marine, garruli arabi, meropidi, tortore, sterpazzole, cutrettole testagialla, capinere, pispole golarossa, tarabusini.
È la seconda autostrada migratoria più trafficata al mondo: una fiumana di almeno quattrocento differenti specie di uccelli, sfreccianti lungo le diverse corsie del cielo. Estese V di chiassosa determinazione. Viaggiatori solitari in volo radente sull’erba.
Ogni anno, in basso, appare un nuovo paesaggio: insediamenti israeliani, caseggiati palestinesi, giardini pensili, caserme, sbarramenti, svincoli stradali.
Alcuni uccelli migrano la notte per evitare i predatori, seguendo le loro rotte astronomiche, saettando lungo le ellissi, nutrendosi in volo dei loro stessi muscoli e intestini. Altri viaggiano il giorno per approfittare delle termiche ascensionali, l’aria calda solleva le ali in un volo senza sforzo.
A volte interi stormi nascondono il sole e stendono colori d’ombra da una parte all’altra di Beit Jala: sui campi, sulle ripide gradinate, sui boschetti di ulivi alla periferia della città.
Sdraiandosi nella vigna del monastero di Cremisan in un qualsiasi momento della giornata, è possibile vedere gli uccelli, lassù, viaggiare lungo le loro ciarliere corsie.
Atterrano su alberi, pali del telegrafo, cavi elettrici, torri idriche, perfino sull’orlo del Muro, dove a volte diventano bersaglio per i giovani lanciatori di pietre.
4
La fionda anticamente era costituita da una piccola sacca di cuoio, delle dimensioni di una benda oculare, con due forellini per far passare i lacci di pelle che la tenevano insieme.
Furono i pastori erranti a concepire le fionde, per scacciare i predatori che si avvicinavano alle loro greggi.
Il pastore reggeva la sacca con la sinistra e i lacci con la destra. Occorreva grande pratica per manovrarla con precisione. Dopo aver sistemato una pietra nella sacca, il fromboliere tendeva i lacci al massimo. La roteava più volte al di sopra della testa, poi la rilasciava. La sacca si apriva e la pietra volava. Alcuni pastori riuscivano a colpire un bersaglio grosso come l’occhio di uno sciacallo da duecento passi di distanza.
Ben presto la fionda si guadagnò un posto nell’arte della guerra: la sua capacità di arrivare a colpire la cima di un ripido pendio e le mura dei bastioni la rendevano cruciale negli assalti alle città fortificate. Venivano impiegate intere legioni di frombolieri da lunga gittata. Indossavano l’armatura su tutto il corpo e guidavano carretti carichi di pietre. Quando il territorio si faceva invalicabile – fossati, trincee, aride gole del deserto, argini scoscesi, massi disseminati sulle strade – scendevano dal carro e andavano a piedi, con sacche decorate appese a tracolla. La più capiente poteva contenere fino a duecento piccole pietre.
Durante i preparativi per la battaglia era pratica comune dipingerne almeno una. Quando il fromboliere andava alla guerra, il talismano veniva piazzato sul fondo della sacca, con la speranza di non arrivare mai a quell’ultima risorsa.
5
A margine della battaglia venivano arruolati dei bambini – otto, nove, dieci anni – per abbattere gli uccelli. Aspettavano accanto agli uidian, letti scavati nel deserto da antichi torrenti, si nascondevano fra i cespugli, lanciavano pietre dall’alto delle fortificazioni. Abbattevano tortore, quaglie, uccelli canori.
Alcuni uccelli venivano catturati vivi. Ammassati e rinchiusi in gabbie di legno con gli occhi cavati, così da illuderli che fosse perennemente notte: poi venivano ingozzati di granaglie per giorni e giorni.
Ingrassati fino al doppio delle dimensioni atte al volo, erano cotti in forni di argilla e serviti con pane, olive e spezie.
6
domenica 26 maggio 2024
LE BRACI Sandor Márai
LE BRACI
Sandor Márai
Recensione
[...] I fatti non sono la verità. I fatti ne sono soltanto una parte.[...]
La storia di un'amicizia intensa eppur dolorosa, un'amicizia che é una ferita mai sanata da decenni per il protagonista.
Quarantun anni prima - ed Henrik ha contato i giorni e atteso con la stessa costanza del Florentino Ariza di Màrquez - qualcosa é successo tra lui, l'amico d'infanzia Konrad e il misterioso personaggio il cui ritratto é stato bandito dall'illustre corridoio dei ritratti del castello. Nel corso di quella lunga serata estiva, i due vecchi amici si rincontreranno e il mistero verrà sdipanato, perché - benché Konrad affermi di conoscere già i fatti - riconosce peró di non essere comunque in possesso della verità: "I fatti non sono la verità. I fatti ne sono soltanto una parte."
Un romanzo dalla prosa elegante e intrisa di decadenza e fatalismo. Sì, perché le braci sono le macerie di un mondo - quello dell'impero austro-ungarico- andato in rovina, le braci sono quello che resta del fulgore passato: due vecchi alle prese con antichi rancori e sentimenti mai sopiti.
[...]Gli uomini contribuiscono al loro destino, a determinare certi eventi. Invocano il loro destino, lo stringono a sé e non se ne separano pur sapendo fin dall'inizio che il loro modo di agire porterà a risultati nefasti. L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull'altro. Non è vero che il destino s’introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendosi da parte per invitarlo ad entrare. Non c'è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere[...]
Ed infine uno dei passi più densi, il centro del romanzo:
"
[...]Ma chissà che, in fondo, il significato della nostra vita e di tutte le nostre azioni non sia stato il legame che ci univa a qualcuno - il legame o la passione, chiamali come vuoi. È questa la domanda? Sì, è questa. [...] Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana? Non può essere che non si rivolga affatto a una persona precisa, ma soltanto al desiderio in sé? Questa è la domanda. Oppure, nonostante tutto, si rivolge a una persona ben definita, alla stessa, misteriosa persona che può essere indifferentemente buona o cattiva, senza che l’intensità del nostro sentimento dipenda in alcun modo dalle sue azioni e dalle sue qualità? Rispondi, se ne sei capace[...]
LE BRACI
1.
In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all'alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fe-ce ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato.
"Cosa vuoi?" disse il generale, e si arrestò con aria seccata. Spinse indietro sulla fronte il cappello di paglia a tesa larga che gli ombreggiava il viso arrossato.
Da anni ormai non apriva né leggeva lettere. La corri-spondenza veniva aperta e selezionata da un impiegato nell'ufficio dell'intendente.
"L'ha portata un messo" disse il guardacaccia, e rimase fermo sull'attenti.
Il generale riconobbe la grafia, prese la lettera e se la ficcò in tasca. Entrò nel vestibolo, al fresco, e porse in silenzio il bastone e il cappello al guardacaccia. Frugò nel taschino dei sigari e ne trasse gli occhiali, si accostò alla finestra e nella semioscurità, sotto la luce che filtrava attraverso le fessure delle persiane socchiuse, cominciò a leggere la lettera.
"Aspetta! " ordinò, richiamando il guardacaccia che si allontanava per riporre il bastone e il cappello.
Accartocciò la lettera e la rimise in tasca.
"Di' a Kàlmàn che prepari la carrozza per le sei. Il landò, perché verrà a piovere. Che indossi la livrea di gala. Anche tu" disse con enfasi improvvisa, come se qualcosa lo avesse fatto infuriare. "E che tutto risplen-da. Che si mettano immediatamente a lustrare la carrozza e i finimenti. Tu ti metti in livrea. Hai capito? E siederai a cassetta accanto a Kàlmàn ".
"Ho capito, Eccellenza" assentì il guardacaccia so-stenendo lo sguardo del padrone. "Per le sei ".
"Partirete alle sei e mezzo" disse il generale, e cominciò a muovere silenziosamente le labbra, come se stesse facendo dei calcoli. " Ti presenterai all'Aquila Bianca. Dirai soltanto che ti ho mandato io e che è arrivata la carrozza per il signor capitano. Ripeti ".
Il guardacaccia ripeté le sue parole. A quel punto - come se volesse aggiungere ancora qualcosa - il generale sollevò la mano e alzò lo sguardo verso il soffitto.
Ma poi salì al piano di sopra senza dir niente. Il guardacaccia, irrigidito sull'attenti, lo seguì con espressione imbambolata, in attesa che la figura tarchiata dalle spalle possenti scomparisse dietro la balaustra di pietra, alla svolta del pianerottolo.
Il generale andò nella sua stanza, si lavò le mani e si accostò allo scrittoio alto e stretto, ricoperto di panno verde macchiato di inchiostro, dove erano allineati il calamaio, la penna e diversi quaderni sovrapposti con cura, in ordine millimetrico, con la copertina di tela cerata a quadretti, di quelli che usano gli scolari per i compiti. Al centro dello scrittoio c'era una lampada dal paralume verde: l'accese, perché la stanza era al buio. Dietro le persiane chiuse, nel giardino av-vizzito e bruciato dall'arsura, l'estate divampava con le sue ultime forze, come un incendiario che nella sua collera dissennata dia fuoco a tutto prima di fuggire in capo al mondo. Il generale tirò fuori la lettera, lisciò con cura il foglio di carta e sotto la luce forte con gli occhiali sul naso, lesse ancora una volta quelle brevi righe ben allineate, vergate con una grafia ap-puntita. Intrecciò le mani dietro la schiena e proseguì la lettura.
Sul muro c'era un calendario con cifre grandi co-me pugni. Quattordici agosto. Il generale rovesciò la testa all'indietro e si mise a contare. Quattordici agosto. Due luglio. Calcolava il tempo trascorso tra un giorno remoto e il giorno presente. Quarantun anni, disse infine a fior di labbra. Da qualche tempo parlava a voce alta nella sua stanza anche quando era solo.
Quarant'anni, disse quindi perplesso. Arrossì come uno scolaretto che non si raccapezzi tra le difficoltà di un compito imprevisto, rovesciò la testa all'indietro e chiuse gli occhi lacrimosi da vecchio. Dal colletto della giacca color granturco sbucava il collo rosso e gonfio. Due luglio milleottocentonovantanove, ecco la data della caccia, mormorò. Quindi ammutolì. Appoggiò i gomiti sulla scrivania, meditabondo come uno studente che ripassa le lezioni, e tornò a fissare gli occhi sulla lettera, su quelle poche righe vergate a mano. Quarantuno, disse infine con voce arrochita. E quarantatré giorni. Ecco quanto tempo è trascorso.
Cominciò a passeggiare su e giù, come se si fosse tranquillizzato. La stanza aveva il soffitto a volta, sor-retto al centro da una colonna. Al posto di questa sala un tempo c'erano due stanze, una camera da letto e uno spogliatoio. Molti anni prima - ormai ragionava solo in termini di decenni, non amava i numeri esatti come se ogni numero gli ricordasse qualcosa che era meglio dimenticare - aveva ordinato di demolire il muro tra le due stanze. Venne lasciata in piedi solo la colonna su cui poggiavano le volte. La casa era stata edificata duecento anni prima; l'aveva fatta costruire un fornitore dell'esercito che vendeva avena alla ca-valleria austriaca e più tardi aveva ottenuto il titolo di principe. La costruzione risaliva a quell'epoca. Il generale era nato lì, in quella stanza. All'epoca il locale sul retro, quello più buio, con la finestra che affaccia-va sul giardino e sugli edifici di servizio, era la camera di sua madre, mentre l'altro, più chiaro e arioso, era lo spogliatoio. Qualche decennio addietro, quando si era trasferito in questa ala dell'edificio e aveva fatto demolire il muro divisorio tra le due stanze, esse si erano trasformate in un vano ampio e male illuminato. C'erano diciassette passi di distanza dalla porta fi-no al letto. E diciotto passi dal muro adiacente al giardino fino alla terrazza. Li aveva contati spesso, lo sapeva con esattezza.
Viveva in quella stanza, che sembrava costruita su misura per lui, come un infermo ormai assuefatto alle dimensioni spaziali della propria malattia. Passavano anni senza che si recasse nell'altra ala del castello, do-ve c'era una fuga di saloni verdi, azzurri e rossi con lampadari dorati. Là le finestre si aprivano sul parco, sugli ippocastani che in primavera, con le loro in-fiorescenze rosate e il loro rigoglio verde cupo, si spingevano fino ai balconi. Gli alberi erano disposti pretenziosamente a semicerchio di fronte all' estre-mità dell'ala meridionale del castello, davanti alle ba-laustrate di pietra sorrette da putti grassocci. Quando usciva, il generale arrivava fino alla cantina del vigneto o nel bosco, oppure - tutte le mattine, anche d'inverno, anche quando pioveva - al ruscello delle trote.
Tornato a casa, saliva nella sua stanza passando per il vestibolo e consumava i suoi pasti lassù.
" Dunque è tornato " disse ora ad alta voce in mezzo alla stanza. " Quarantun anni. E quarantatré giorni ".
E vacillò, come se pronunciando quelle parole avesse esaurito le forze, come se solo adesso si rendesse conto dell'enorme quantità di tempo che significano quarantun anni e quarantatré giorni. Si sedette sul vecchio sedile di cuoio con la spalliera. C'era un campanello d'argento a portata di mano sul tavolino: se ne servì per suonare.
" Fai salire Nini " disse al valletto. E aggiunse educatamente: " Dille che la prego di salire ".
Non si mosse, rimase seduto così, col campanello d'argento in mano, finché non arrivò Nini.
2.
Nini, nonostante i suoi novantun anni, non si fece attendere. Era in quella stanza che aveva accudito il generale da piccolo, dopo averlo visto nascere. A quel tempo aveva sedici anni ed era molto bella. Era bassa di statura, ma muscolosa e tranquilla come se il suo corpo fosse a conoscenza di qualche segreto. Come se nascondesse qualcosa, nelle ossa, nel sangue, nella carne, il mistero del tempo e della vita, qualcosa che non si può comunicare agli altri e non si può tradurre in una lingua diversa: un segreto che le parole non sono in grado di sostenere. Era la figlia del postino del vil laggio, aveva partorito un bambino all'età di sedici an-ni e non aveva mai detto a nessuno da chi lo avesse avuto. Aveva allattato il generale perché aveva molto latte; quando suo padre l'aveva cacciata di casa, Si era trasferita al castello. Non possedeva nulla, soltanto il vestito che indossava e, in una busta, una ciocca di capelli del bambino morto. Fu così che si presentò al castello. Arrivò al momento del parto. Il generale succhiò il primo sorso di latte dal seno di Nini.
E là essa visse in silenzio per settantacinque anni.
Sorrideva sempre. Il suo nome volava attraverso le stanze come se gli abitanti del castello si lanciassero un avvertimento. Dicevano: "Nini! ". Ed era come se dicesse-ro: " E strano, al mondo esiste anche qualche altra cosa oltre all'egoismo e alla passione, oltre alla vanità. Ni-ni... ". E poiché era presente dovunque ci fosse bisogno di lei, non la notavano nemmeno. E poiché era sempre di buonumore, non le chiedevano mai come potesse esser felice dopo che l'uomo che amava l'aveva lasciata e il bambino per il quale era scaturito il suo latte era morto. Allattò il generale e lo allevò, poi trascorsero settantacinque anni. Talvolta sul castello e sulla famiglia splendeva il sole, e allora, nella contentezza generale, ci si accorgeva con stupore che anche Nini sorrideva. Poi morì la contessa, la madre del generale, e Ni-ni deterse con un panno imbevuto di aceto la fronte sudaticcia, bianca e fredda della morta. E un giorno portarono a casa in barella il padre del generale che era caduto da cavallo, ma che poi rimase in vita per al tri cinque anni. Fu Nini ad accudirlo. Leggeva per lui in francese e, dato che era una lingua che non conosceva, compitava lentamente, una dopo l'altra, le lettere di ogni parola, quanto bastava perché l'infermo ca-pisse. Passarono molti anni e il generale prese moglie.
Quando la coppia ritornò dal viaggio di nozze, Nini era lì ad aspettarla sul portone del castello. Baciò la mano alla nuova signora e le offrì delle rose. Anche al lora sorrideva; ogni tanto il generale ricordava quegli istanti. Più tardi, dodici anni dopo, la donna morì, e fu Nini a prendersi cura della tomba e del guardaroba della defunta.
Al castello non aveva né titoli né ranghi. Tutti perce-pivano semplicemente la sua forza. Il generale era il so-lo a ricordare, distrattamente, che Nini aveva già superato i novanta. Nessun altro sembrava esserne consapevole. La forza di Nini dilagava per tutta la casa attraversando le persone, i muri, gli oggetti, come la corrente elettrica che sul piccolo palcoscenico dei teatrini am-bulanti mette in moto di nascosto le marionette, il Prode Giovanni e la Morte. A volte si aveva la sensazione che la casa e gli oggetti sarebbero caduti a pezzi, se la forza di Nini non avesse tenuto insieme tutto quanto, così come i tessuti molto antichi si polverizzano e Si dissolvono se qualcuno li sfiora all'improvviso. Quando sua moglie morì il generale si mise in viaggio. Fece ritorno a casa a distanza di un anno e si trasferì immediatamente nella vecchia ala del castello, nella camera di sua madre. Fece chiudere l'ala nuova dove aveva ViSsuto insieme alla moglie, i saloni variopinti dove le tappezzerie di seta francese cominciavano ormai a sfaldar-si, l'ampio studio con il camino e i libri, la scalinata con le corna di cervo, gli urogalli impagliati e le teste di camoscio imbalsamate, la grande sala da pranzo -
dove, attraverso le finestre, lo sguardo spaziava sulla valle, sulla cittadina e sui monti lontani di un azzurro argenteo -, le stanze occupate dalla moglie e, accanto a queste, la propria camera da letto. Da trentadue an-ni, da quando la donna era morta e il generale era tornato a casa dal suo viaggio all'estero, Nini e la servitù erano gli unici a mettere piede in quelle stanze, una volta ogni due mesi, quando facevano le pulizie.
" Siediti, Nini " disse il generale.
La balia si sedette. Nel corso dell'ultimo anno era in-vecchiata. Superati i novanta, si invecchia in maniera diversa rispetto a quanto avviene dopo i cinquanta o i sessanta. Si invecchia senza risentimento. Il volto di Ni-ni era roseo e grinzoso - invecchiano così i tessuti di gran pregio, le sete vecchie di secoli, in cui un'intera famiglia ha profuso la sua abilità manuale, intessendoli di tutti i suoi sogni. Durante l'anno passato si era am-malata di cataratta a un occhio, che era diventato grigio e spento. L'altro occhio era rimasto azzurro, dell'azzurro dei laghetti d'alta montagna sotto il sole di agosto. E quest'occhio sorrideva. Nini indossava un abito scuro, sempre lo stesso: gonna di panno blu scuro e corpetto dello stesso colore. Come se non Si fosse mai fatta confezionare un altro abito nel corso dei settantacinque anni trascorsi.
" Ha scritto Konrad " disse il generale, e sollevò in al-to la lettera con gesto meccanico. " Ricordi?".
" Sì " disse Nini. Ricordava tutto.
" E' in città" disse il generale alla balia, sottovoce, co-me se stesse comunicando una notizia molto importante e riservata. " Ha preso alloggio all'Aquila Bianca Verrà qui stasera, ho mandato la carrozza a prenderlo Cenerà qui ".
"Qui, dove?" chiese tranquillamente Nini. E girò intorno lo sguardo azzurro, sorridente, del suo unico occhio vivo.
Da vent'anni non ricevevano ospiti. I visitatori che si presentavano ogni tanto verso l'ora di pranzo, i rappre-sentanti della provincia e le autorità cittadine, gli ospiti della grande battuta di caccia, venivano ricevuti dall'intendente della tenuta nel casino di caccia in mezzo al bosco, dove ogni cosa era pronta per accogliere gli ospiti in tutte le stagioni: le camere da letto, le stanze da bagno, la cucina, la grande sala da pranzo per i cacciatori, la veranda all'aperto. In queste occasioni l'intendente sedeva a capotavola e intratteneva, in rappresentanza del generale, i cacciatori o i personaggi ufficiali. Ormai nessuno si offendeva più, perché tutti sapevano che il padrone di casa era invisibile. Il parroco era l'unico a recarsi al castello una volta all'anno d'inverno, quando scriveva col gesso le iniziali dei no-mi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre sull'architrave della porta d'ingresso. Il parroco, che aveva seppellito i diversi membri della famiglia. Nessun altro, mai.
"Nell'altra ala" disse il generale. "Si può?".
"Abbiamo fatto le pulizie un mese fa" disse la balia.
" Si può ".
"Per le otto di sera. E' possibile?... " domandò eccita-to, con curiosità un po' infantile, e si sporse in avanti sulla poltrona. "Nella grande sala da pranzo. Adesso è mezzogiorno ".
"Mezzogiorno" disse la balia. "In questo caso prov-vedo subito. Farò aerare i locali fino alle sei, poi farò apparecchiare la tavola". Le sue labbra si muovevano in silenzio, come se stesse contando. Calcolava il tempo, la quantità dei compiti da eseguire. " Sì " disse infine con calma e fermezza.
Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conosce-vano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i lo-ro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell'attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre - avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva defi-nire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti.
Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscura-mente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e più profonda di quella che unisce i gemel li nell'utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell'altro.
La balia disse:
"Vuoi che tutto sia come in passato?".
"Sì" disse il generale. "Esattamente così. Come l'ultima volta " .
"Va bene " essa annuì laconica.
Si accostò al generale, si chinò e baciò quella vecchia mano inanellata, maculata, dalle vene gonfie.
" Promettimi " disse " di non agitarti ".
"Te lo prometto" rispose il generale in tono man-sueto e obbediente.
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