LOTTA O DECLINO
Noam Chomsky
Recensione
Nel libro “Lotta o declino” trovo i doppi metri classici di Chomsky, anche se non ci sono qui i casi estremi tipo le simpatie per Khmer Rossi o Hue del passato (quelli restano nei libri degli anni ’70-’80).
Qui il “nemico principale” resta il potere occidentale/capitalista USA-Europa, e questo schema porta a un’asimmetria che è il suo marchio.
Emergono i doppi metri quando Chomsky denuncia con forza le politiche USA/Europa verso il Sud del mondo (guerre, neocolonialismo economico, strumentalizzazione delle migrazioni), ma quando parla di regimi “anti-imperialisti” (Venezuela di Maduro, Nicaragua sandinista, o influenze russa/cinese), tende a contestualizzarli come reazioni difensive o a minimizzare i loro fallimenti interni/repressioni, attribuendoli quasi esclusivamente alle sanzioni o alle ingerenze occidentali.
Non è negazione, ma il metro è diverso: per gli USA non ci sono quasi mai attenuanti “contestuali”; per gli altri sì.
Così quando parla di crisi migratorie e populismi: Critica duramente come l’Occidente usa la paura dei migranti per distogliere l’attenzione dalle vere cause (guerre e povertà generate dal sistema). Giusto. Ma relativizza o sposta il discorso quando si parla di responsabilità di governi di sinistra o autoritari nel creare flussi migratori (es. Venezuela, dove la crisi umanitaria è enorme).
Oppure quando parla di Russia, Cina, ecc.: Nel periodo del libro (pre-invasione su larga scala dell’Ucraina) tende a vedere le azioni di Mosca/Pechino più come risposta all’espansionismo NATO/USA che come aggressione autonoma con propri obiettivi imperiali.
È il classico “whataboutism” chomskiano: ogni critica a un avversario dell’Occidente viene bilanciata (o superata) da una contro-critica più forte all’America.
Questo è un Chomsky “tardivo” più focalizzato sulla lotta contro i “padroni dell’umanità” (élite neoliberiste occidentali). Il doppio metro si manifesta nel silenzio relativo o nella contestualizzazione morbida sui crimini/fallimenti dei “nemici del mio nemico”.
Il libro è coerente con tutta la sua opera: potente nell’analisi del potere occidentale, meno credibile quando si tratta di applicare lo stesso rigore universale.
LOTTA O DECLINO
Prefazione
Nel Rinascimento esisteva l’«uomo universale», il polimata che eccelleva in diversi campi ed era considerato un esperto nell’arte, nelle scienze e in molte altre sfere. Leonardo da Vinci fu uno di questi, anzi uno degli ultimi, secondo alcuni. Questo tipo di pensatori era presente non soltanto in Occidente, ma anche in Oriente. Erano filosofi, matematici, medici, poeti e teologi. Difficile trovare queste personalità poliedriche, che godono di grande stima e considerazione negli ambienti più disparati, nella nostra epoca postmoderna. L’impressione è che vi sia invece un decadimento generale e che ci avviciniamo sempre di più al baratro perseguendo azioni autodistruttive, obnubilati dalla globalizzazione e dal capitalismo. Un uomo che da decenni lotta contro tutto questo è Noam Chomsky. Molti lo considerano uno dei maggiori intellettuali del mondo e forse addirittura della storia contemporanea. Se ancora può esistere un individuo che reca qualche somiglianza con l’«uomo universale» rinascimentale, questi è senza dubbio Chomsky. Già in giovane età egli ha rivoluzionato la linguistica con le sue teorie, tra cui la cosiddetta «gerarchia di Chomsky», la quale ordina e classifica le grammatiche e i linguaggi formali. L’opera scientifica di Chomsky riveste ancora oggi un ruolo importante nel campo matematico come in quello informatico. La formalizzazione matematica delle lingue è stata, tra le altre cose, uno dei fondamenti della linguistica computazionale e della traduzione automatica.
In parte è stata proprio la linguistica ad avvicinare Chomsky all’altro campo d’indagine per lui fondamentale: la politica. Linguista, saggista, attivista e filosofo, ha pubblicato oltre cento libri. Fondamentali a questo riguardo, in particolare, sono i suoi saggi sul funzionamento dei mezzi di informazione, come La fabbrica del consenso, in cui, assieme all’analista statunitense Edward S. Herman, ha elaborato le sue idee sui modelli di propaganda. Nel libro, considerato oramai un classico, Chomsky e Herman dimostrano la pervasiva manipolazione dei mezzi d’informazione americani da parte di svariati gruppi d’interesse politici ed economici. Ciò che dice Chomsky vale sia per i conservatori sia per i neoliberali, i quali del resto non amano granché le persone come lui. Ma, per quanto triste e forse un po’ macabro possa suonare, le persone come Chomsky, nel ventunesimo secolo, appartengono a una specie in via di estinzione. Molti intellettuali vicini a lui e al suo pensiero sono ormai deceduti: basti pensare allo studioso di storia americana Howard Zinn, fortemente critico verso gli Stati Uniti, o all’intellettuale pakistano Eqbal Ahmad o ancora al critico letterario Edward Said. Tuttavia, il lavoro e l’impegno politico loro e di molti altri sono portati avanti e anzi riunificati da Chomsky. L’ex professore del MIT è l’esempio paradigmatico dell’intellettuale che si oppone al sistema dominante e lo mette radicalmente in discussione. Non sorprende, dunque, che Chomsky nel corso della sua vita sia stato oggetto di violente critiche. Alcuni vedono in lui non soltanto un «antiamericano» ma anche, per via delle sue origini ebraiche e della sua feroce critica nei confronti della politica israeliana, l’esempio perfetto dell’«ebreo che odia sé stesso». Ma Chomsky non teme il confronto dialettico e sembra avere sempre la risposta giusta a portata di mano. Nella maggior parte dei casi non soltanto lascia senza parole i suoi avversari ma ne confuta le argomentazioni alla radice. Allo stesso tempo, rimane fedele al suo ruolo di intellettuale ed è ben consapevole delle responsabilità che tale ruolo comporta. Molte generazioni sono state influenzate dal suo pensiero. Quando io ho cominciato a leggere i suoi libri, Chomsky era già considerato un gigante, quasi una leggenda. Ciò che colpisce, in particolare, è la sua coerenza. Porta avanti le sue tesi, le sue argomentazioni, e non si stanca mai di esporre le sue idee. Chi lo conosce, spesso sa in anticipo cosa ha da dire su un determinato tema; eppure, non si smetterebbe mai di ascoltarlo e di leggerlo, perché sa affascinare il pubblico come nessun altro.
Chomsky ripete spesso, per esempio, che l’umanità si trova oggi nella fase più allarmante della sua storia. Le enormi disuguaglianze, la povertà, i cambiamenti climatici e la possibilità, sempre in agguato, di una guerra nucleare, fanno sì che, per la prima volta, l’annientamento della vita umana sia un pericolo molto concreto. Solo se i problemi del nostro tempo verranno adeguatamente compresi e affrontati, potremo evitare di precipitare nel baratro. Si tratta di un compito d’immensa portata, che la comunità internazionale potrà assolvere solo se sarà compatta. Alcuni Stati, tuttavia, rivestono un ruolo di particolare rilievo. Infatti, anche nell’attuale sistema statuale internazionale, vi sono alcuni paesi che sono «più uguali» di altri, nel senso orwelliano dell’espressione. Ciò riguarda principalmente gli Stati Uniti, il più grande impero della storia. Noam Chomsky non manca mai di criticare duramente la politica della sua nazione perché, da intellettuale statunitense, si sente ancor più responsabile per le azioni del suo paese e del suo governo. Eppure, nonostante le sue tante cupe previsioni, egli rimane un ottimista, profondamente convinto della bontà insita nell’essere umano e della sua capacità di risolvere i problemi da lui stesso creati.
Questo libro, che si compone di diverse interviste a Chomsky, si propone di chiarire il punto di vista di un uomo che coglie e spiega, sempre in modo chiaro, i problemi del mondo attuale. Inoltre, Chomsky ha vissuto quasi un secolo, e dalle sue osservazioni anche questo si evince chiaramente. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, c’è quanto mai bisogno di persone che con il loro pensiero e le loro parole possano stimolare un cambiamento.
EMRAN FEROZ
Capitolo primo
Tucson, Arizona
Dal 2017 Noam Chomsky vive con la moglie Valeria a Tucson, in Arizona. La città sorge nei pressi del confine con il Messico ed è considerata un baluardo progressista nel Sud del paese. Il Dipartimento di Linguistica dell’Università dell’Arizona si trova in un edificio tutto sommato modesto. Rispetto alle sontuose aule delle università prestigiose, qui si ha l’impressione che i fondi siano risicati. Le aule e gli uffici hanno un bel po’ di anni alle spalle. Vecchi libri sono stipati negli angoli, mentre i ventilatori combattono contro l’aria calda e soffocante, con una temperatura che può raggiungere all’improvviso i 45 gradi all’ombra. Entrando nell’edificio si capisce subito chi è l’«idolo» del dipartimento. «Sta cercando Noam Chomsky? Vada a sinistra» si legge su uno schermo su cui sono riportate le informazioni generali sul dipartimento. Alla fine del corridoio a sinistra, sulla porta dell’ufficio numero 234 si legge «Noam Chomsky, Laureate Professor». Anche l’organigramma del dipartimento fa una certa impressione: dopo tutti i nomi e i volti balza agli occhi quello del «fondatore della linguistica moderna», come viene chiamato qui Chomsky. Ma lui se ne sta modestamente nel suo ufficio spoglio, con gli scaffali ancora vuoti e gli scatoloni sparsi qua e là. Si capisce che il trasloco è avvenuto da poco. Uniche decorazioni dell’ufficio, due ritratti: uno di Martin Luther King e l’altro di Bertrand Russell. La terza leggenda nella stanza è lo stesso Chomsky, e tutti nell’Istituto, anzi probabilmente nell’intera città, lo sanno.
Siamo a Tucson, in Arizona. Qualcuno lo definisce «Messico occupato»; secondo altri si tratta di una terra indigena occupata. Dove ci troviamo esattamente?
All’epoca dell’invasione dell’America da parte degli europei, circa ottanta milioni di persone vivevano nell’emisfero occidentale. Contrariamente a ciò che si credeva un tempo, è stato recentemente dimostrato che in quel momento nell’America del Nord esistevano già grandi città e regioni coltivate; il sistema agricolo in Bolivia era uno dei più avanzati del mondo; c’erano vasti commerci. Tutto questo è stato scoperto negli anni Sessanta; fino a quel momento prevaleva la teoria che in quel periodo soltanto un milione di persone vivessero nell’emisfero occidentale, che è una cifra notevolmente inferiore a ottanta milioni. Era inoltre convinzione diffusa che nel continente americano sorgessero solo pochissimi grossi centri, come quelli dei Maya o degli Inca. Questa idea ha dominato dall’Illuminismo fino alla seconda metà del ventesimo secolo. L’attivismo degli anni Sessanta ha rappresentato, in un certo senso, un «secondo Illuminismo», infrangendo molti tabù e mettendo in discussione la narrazione corrente, soprattutto nel campo degli studi sui nativi americani. Le prime ricerche al riguardo furono portate avanti in ambienti non accademici. Un esempio è il lavoro di Francis Jennings, direttore di un museo sugli indigeni americani che ha scritto uno dei primi libri sull’invasione dell’America e ha contribuito a modificare radicalmente la prospettiva negli anni successivi.
Attraversando questo campus, noterà che ci sono molti monumenti che commemorano lo sterminio dei nativi americani. Ci sono inoltre corsi di lingue native e molti studenti di origini indie. Certo, non ce ne sono a sufficienza, ma almeno vi è un minimo di rispetto per le culture indigene. Quando gli spagnoli conquistarono il Messico si comportarono in modo brutale e violento, ma diversi coloni vi si insediarono stabilmente. La popolazione messicana è dunque un mix composito di persone di origini spagnole e indigene; molte sono tuttora indigene. Lo stesso vale per l’America centrale e il Sudamerica, dove si stabilirono numerosi migranti dall’Europa.
La cosiddetta «crisi migratoria» degli Stati Uniti in realtà è una crisi morale. A ben vedere, i migranti che vengono respinti e riportati in quelle situazioni di terrore e violenza di cui siamo noi i principali responsabili sono per la maggior parte di origine indigena. Non è sbagliato affermare che la repressione e l’annientamento delle popolazioni indigene del continente non abbia mai avuto fine. Chi proviene dall’America centrale fugge perlopiù da violenze e devastazioni generate dagli Stati Uniti, soprattutto durante l’era Reagan. In Europa troviamo più o meno lo stesso scenario, come ben sa chiunque conosca la storia che lega Europa e Africa.
Tornando alla domanda sulla terra nella quale ci troviamo, un tempo essa era territorio messicano, come lo erano molte aree del Sudovest fino alla California. Gli americani occuparono e conquistarono queste terre a metà del diciannovesimo secolo. È indicativo che molte città statunitensi abbiano nomi spagnoli: San Francisco, Los Angeles, San Diego ecc. Si chiamano così perché prima appartenevano al Messico. Quella fu forse la guerra più spietata nella storia degli Stati Uniti. A dirlo non sono io, ma il generale Ulysses S. Grant, eroe di guerra e più tardi presidente che prestò servizio come sottoufficiale nella Guerra civile. Gli studi moderni hanno confermato il giudizio di Grant, ed è questa la versione che ormai troviamo sulle testate più autorevoli del paese. In un importante libro sull’invasione del Messico, dal titolo A Wicked War, recensito dal «Washington Post», si cita Grant e ne viene confermata la valutazione su quella guerra. Si tratta di un cambio di prospettiva notevole. Dagli anni Sessanta il dibattito pubblico è diventato molto più civile, ma l’annientamento dei popoli indigeni è ancora considerato una delle più grandi barbarie della storia. Milioni di persone sono state sterminate nell’arco di cento anni; tutto questo è andato avanti fino al ventesimo secolo, e chi lo ha fatto sapeva benissimo cosa faceva. Non è un segreto.
Oggi, però, se ne parla molto poco. La percezione di questa guerra è cambiata nel corso della storia?
Negli Stati Uniti un tempo esisteva il Dipartimento della Guerra; eravamo ancora in un’era pre-orwelliana. Nel 1947 fu ribattezzato e d’un tratto diventò il Dipartimento della Difesa. Chiunque fosse a conoscenza dei fatti, però, sapeva bene che non aveva nulla a che fare con la difesa, bensì con l’aggressione e l’attacco. Henry Knox, il primo segretario della Guerra statunitense, raccontava di come gli statunitensi avessero annientato i popoli indigeni utilizzando mezzi assai più estremi e brutali dei conquistatori del Sudamerica. John Quincy Adams, uno dei maggiori protagonisti della storia americana ai suoi albori, scrisse a proposito di «quella sfortunata razza, i nativi americani, che noi sterminiamo con tale spietata e perfida crudeltà». Queste persone erano consapevoli di cosa facevano. In seguito, tuttavia, il racconto di quelle vicende fu edulcorato; è come se a un certo punto i popoli indigeni fossero spariti dai radar. Ma a partire dagli anni Sessanta l’interpretazione di quei fatti ha subito una trasformazione. Oramai è un fatto assodato che quello in cui ci troviamo oggi fosse un tempo territorio dei nativi americani e che appartenesse al Messico. Credo sia appropriato parlare di «Messico occupato».
Nei suoi scritti e nelle sue conferenze adotta spesso la prospettiva dell’osservatore neutrale, dell’alieno che guarda il mondo come in una sfera di cristallo. Se un extraterrestre osservasse l’umanità dallo spazio, che cosa vedrebbe e penserebbe, soprattutto riguardo al nostro agire politico?
Il mondo è un luogo complesso, tante complesse interazioni e un elevato grado di diversità. Pensiamo per esempio al cosiddetto «Occidente» e ad altre interessanti generalizzazioni.
Un alieno vedrebbe società cui da una generazione vengono imposte politiche neoliberiste che hanno fatto del mercato il fulcro sociale («business first»). Ciò ha determinato, come del resto era prevedibile, un indebolimento dei vincoli sociali e delle istituzioni pubbliche, specialmente dei sindacati, cui si accompagna la stagnazione e il declino per la maggioranza della popolazione, una fortissima concentrazione della ricchezza e il conseguente deterioramento della democrazia reale. Il risultato è che le società tendono verso la plutonomia e diventano focolai di una sempre maggiore insicurezza. Negli Stati Uniti – il paese più potente della storia e dunque l’esempio più significativo – questa tendenza ha raggiunto forme parossistiche.
Un’idea di questa situazione ce la dà uno studio degli economisti Lawrence Katz e Alan Krueger per la Princeton University in base al quale, nell’economia americana, il 94% dell’incremento occupazionale netto dal 2005 al 2015 ha riguardato i contratti atipici. Vi sono scarse ragioni di ritenere che nel frattempo queste realtà siano cambiate.
Se incrociamo i dati sui rapporti di lavoro atipici e il numero di persone fuoriuscite dal mercato del lavoro, allora il vero tasso di disoccupazione non è il tanto sbandierato 3,8% bensì addirittura l’11%. Questa discrepanza sussiste anche in altri paesi industrializzati, ma negli Stati Uniti è addirittura il triplo. Un primato mondiale. La globalizzazione neoliberista garantisce inoltre una riserva mondiale di manodopera che i padroni possono brandire come arma per minacciare la delocalizzazione se i lavoratori locali osano rivendicare i loro diritti. Pur essendo una prassi illegale, diversi studi hanno dimostrato che vi si ricorre di continuo, e con grande efficacia.
Alla luce di queste caratteristiche del neoliberismo, ecco spiegato l’ormai noto paradosso, che preoccupa tanti commentatori e analisti, per cui alla piena occupazione si accompagnano salari bassi. Collegato a questo è anche il fatto che il potere d’acquisto dei lavoratori non specializzati è del 4% inferiore rispetto agli anni Settanta, ossia poco prima dell’avvio dell’assalto neoliberista, e che la produttività è raddoppiata e i salari si sono ridotti, mentre la ricchezza confluisce sempre di più nelle tasche di pochi.1
Non sorprende che i programmi neoliberisti siano considerati una vittoria. I loro effetti sono stati per anni magnificati ai massimi livelli. Vent’anni fa l’allora presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, esaltava i grandiosi successi economici dovuti, a quanto diceva lui, alla sua gestione. All’epoca si disse che quel risultato era legato alla «maggiore insicurezza dei lavoratori», che veniva considerata salutare per l’economia. Perché? Perché una classe lavoratrice intimorita non chiede aumenti salariali o altri benefit. In questo modo si sarebbe tenuta bassa l’inflazione e gli utili elevati. Erano gli anni in cui Greenspan veniva chiamato «sant’Alan» ed elogiato come uno dei più grandi economisti della storia, prima che l’intero sistema crollasse, nel 2007-2008. Successivamente egli stesso ha ammesso candidamente di non capire come funzionano i mercati.
Quali sono le conseguenze di queste politiche, e come apparirebbe tutto questo agli occhi degli extraterrestri?
Questo tipo di politiche innesca un circolo vizioso tra meccanismi ben noti: la concentrazione della ricchezza porta a un’ulteriore concentrazione del potere politico, la quale a sua volta ingenera politiche che accrescono il divario tra le classi dominanti e il mondo del precariato e che indeboliscono ulteriormente la democrazia. Dal punto di vista della percezione popolare, questa situazione provoca rabbia, paura, la ricerca di un capro espiatorio e il disprezzo verso le istituzioni. È ciò che chiamiamo populismo e che registriamo ormai nelle elezioni di tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti.
Al contempo, però, assistiamo in molti ambiti, anche all’interno dei sistemi politici, a un’espansione significativa dell’attivismo. Negli Stati Uniti, il dato più interessante delle elezioni del 2016 non è stata l’elezione di un miliardario con un sostegno mediatico impressionante e con ingenti finanziamenti elettorali, bensì il grande successo della campagna di Bernie Sanders. Con lui si è interrotta la lunga tradizione di votazioni dai risultati prevedibili grazie alla variabile «campagna elettorale». Un fenomeno illustrato con chiarezza dal politologo Thomas Ferguson in alcuni importanti studi.
Sanders non poteva contare sui finanziamenti provenienti dai grossi capitali privati e aziendali, ed è stato ignorato o ridicolizzato dai mezzi d’informazione. Senza contare che ha addirittura utilizzato l’inquietante aggettivo «socialista» – uno spauracchio negli Stati Uniti. Eppure, avrebbe potuto vincere le primarie dei democratici, se a guidare il partito non ci fossero stati Obama e la Clinton.
Ciò che vedrebbe un extraterrestre possiamo riassumerlo con la celebre frase di Antonio Gramsci, ossia che il vecchio mondo sta morendo, mentre quello nuovo tarda a comparire. Naturalmente si tratta di un’approssimazione, ma dà un’idea del quadro generale.
E i «padroni dell’umanità»? Gli alieni riuscirebbero a riconoscerli?
Adam Smith non ebbe nessun problema a riconoscere i «padroni dell’umanità», come li chiamò lui. Ai suoi tempi erano i mercanti e gli industriali inglesi, ossia i «principali architetti della politica», i quali si premuravano che fosse prestata attenzione particolare ai loro interessi, senza preoccuparsi di quanto gravoso potesse esserne l’impatto sugli altri, tra cui lo stesso popolo d’Inghilterra. Le principali vittime della «selvaggia ingiustizia» degli inglesi, tuttavia, erano altrove: secondo Smith soprattutto i popoli delle Indie da poco conquistate. In duecentocinquanta anni sono cambiate molte cose, ma i principi di fondo sono rimasti gli stessi.
I padroni dell’umanità di oggi appartengono alla classe degli investitori internazionali e delle grandi società, sempre più concentrate e interdipendenti e con una presenza sempre maggiore della finanza, in particolare da quando, con lo smantellamento degli accordi di Bretton Woods da parte del presidente Nixon e poi con la massiccia deregolamentazione del sistema di salvataggio delle banche, essa è stata liberata da qualsiasi vincolo inaugurando così l’era neoliberista. Sono loro a orientare oggi la politica, pur non senza dissidi interni, e a premurarsi che ai loro interessi sia prestata attenzione particolare, senza preoccuparsi dell’impatto su tutti gli altri. Costoro sono riusciti pienamente nel loro intento, specie in questi ultimi anni.
Ma ci sono delle differenze tra la nostra epoca e quella di Adam Smith, o no?
All’epoca di Smith vi erano alcuni sistemi di potere in conflitto tra loro: la sua analisi anglocentrica non aveva l’ambizione di estendersi all’intero pianeta, eppure è valida ancora oggi. Dopo la Seconda guerra mondiale, la supremazia degli Stati Uniti era schiacciante ed era stimata in circa la metà della ricchezza mondiale – un potere senza precedenti nella storia. Ma nel corso dei decenni la situazione andò modificandosi. Negli anni Settanta l’economia statal-capitalistica mondiale era diventata tripolare: Nordamerica, Germania e Asia nordorientale erano allora le regioni con la crescita più dinamica. Poco tempo dopo si aggiunse la Cina, grazie al suo rapidissimo sviluppo. Nel frattempo, negli Stati Uniti, la ricchezza nazionale è calata del 20% secondo le misurazioni tradizionali, ossia circa la metà della percentuale stimata nel 1945.
Nell’era della globalizzazione neoliberista il criterio di misura convenzionale della ricchezza nazionale sulla base del PIL è ormai fuorviante. L’introduzione di complesse catene produttive integrate, subcontraenti e altri meccanismi simili ha prodotto importanti cambiamenti. La ricchezza nazionale non è più un indicatore realistico della potenza globale. Occorre invece osservare ciò che accade con le multinazionali sovvenzionate dallo Stato: è la loro ricchezza che conta, non la prosperità della popolazione. Il mondo si allontana sempre di più dal modello delle economie politiche nazionali e indipendenti. L’economista Sean Starrs afferma che in quasi tutti i settori – manifatturiero, finanza, servizi, distribuzione ecc. – le aziende statunitensi figurano tra le prime proprietarie dell’economia globale. Nel complesso tale proprietà si aggira attorno al 50% del totale. Che corrisponde all’incirca alla ricchezza complessiva degli Stati Uniti nel 1945, quando il paese raggiunse il picco della sua potenza.
Dunque, se la ricchezza nazionale è calata, i profitti delle società statunitensi nell’economia globalizzata sono letteralmente esplosi.
L’immensa portata di questo nuovo sistema globalizzato è illustrata nel World Investment Report stilato nel 2013 dall’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo). Si stima che circa l’80% del commercio mondiale avvenga all’interno delle catene produttive globali delle multinazionali con sede negli Stati Uniti, cui tuttavia fa capo solo il 20% dei posti di lavoro in tutto il mondo. Definirlo «commercio» è quantomeno discutibile, dal momento che si tratta di transazioni interne, ossia in sostanza dell’economia pianificata delle multinazionali.
Certo, sono approssimazioni, ma molto significative. Il mondo è troppo complesso per un’analisi semplicistica.
Lei afferma spesso che in quest’epoca gli intellettuali hanno una grossa responsabilità. Perché? E che tipo di responsabilità è?
Il concetto di «intellettuale» è ambiguo. Nella sua accezione moderna, il termine si è imposto a partire dall’affare Dreyfus. Quali che siano i criteri usati per attribuire questo appellativo, gli intellettuali hanno le stesse responsabilità di chiunque altro, ma d’altro canto la loro responsabilità è maggiore per via dello status privilegiato di cui godono. Tutti noi abbiamo la responsabilità di provare a rimediare alle ingiustizie, superare le incomprensioni e agire nell’interesse collettivo. Questo è ovvio. È però vero che un intellettuale è nella posizione ottimale per assumersi tali impegni, e proprio per questo ha una responsabilità maggiore rispetto al resto della popolazione.
Nel mondo contemporaneo queste sono sfide improrogabili, letteralmente. È innegabile, infatti, che questa generazione, per la prima volta nella storia dell’Homo sapiens, debba prendere decisioni che determineranno il destino della società umana organizzata e di molte altre specie viventi. Ciò ha avuto inizio dopo la Seconda guerra mondiale e ci ha portato nell’era atomica: un’epoca in cui l’intelligenza umana ha sviluppato tecnologie teoricamente in grado di annientarci tutti. Chi conosce quel capitolo buio della nostra storia sa che finora siamo riusciti a sopravvivere quasi per miracolo, nonostante i numerosi incidenti e le azioni sconsiderate dei vari governanti. Ma i miracoli non si ripetono all’infinito. Nel 1945 il mondo è entrato in una nuova era geologica, l’Antropocene, in cui le attività umane incidono in maniera tale da arrecare gravissimi danni all’ambiente.
Che cosa implica concretamente?
La World Geological Organization cominciò a occuparsi dell’Antropocene alla fine degli anni Quaranta, a causa dell’intensificarsi dei danni all’ambiente provocati dal genere umano. Siamo già entrati nella Sesta estinzione: ciò significa che si sta verificando un annientamento di massa delle specie viventi per opera dell’uomo paragonabile alla Quinta estinzione, verificatasi 65 milioni di anni fa, quando un enorme meteorite si abbatté sulla Terra mettendo fine all’era dei dinosauri. Le previsioni sul futuro dell’umanità e del pianeta sono catastrofiche. Per contrastare tutto questo bisogna intraprendere azioni decisive.
Eppure, nonostante la realtà sia questa, lo Stato più potente del mondo si rifiuta di partecipare alle iniziative internazionali per frenare la distruzione del pianeta.2 Anzi, dinanzi a questa tragedia imminente avviene esattamente il contrario: gli Stati Uniti sono lanciati in una folle corsa che ci porterà dritto alla catastrofe. Senza contare la scarsa risonanza data a questo problema. È un abominio che non ha precedenti nella storia.
Quanto sono importanti oggi gli intellettuali alla luce di questi problemi? Quale ruolo rivestono nella lotta contro i «padroni»? Sono realmente al servizio delle masse oppresse?
Come ho detto, il concetto di intellettuale nel senso moderno è comparso all’epoca dell’affare Dreyfus. Oggi onoriamo volentieri i dreyfusardi, ma in quegli anni furono duramente condannati dalle élite, tra cui gli «Immortali» dell’Académie française, perché avevano osato vilipendere il Sacro Stato e le sue istituzioni, in particolare le forze armate. È uno schema che si ripete in tutte le epoche e le cui prime testimonianze risalgono a un passato lontano. Già nei testi biblici compaiono uomini che con le loro analisi geopolitiche mettevano in guardia dalle gravi conseguenze delle decisioni dei re e invocavano la misericordia per i poveri e gli afflitti. Erano simili ai nostri «intellettuali» e venivano chiamati «profeti»: una traduzione dubbia di una misteriosa parola ebraica. Accadeva di rado che i profeti fossero trattati bene; più spesso venivano imprigionati, esiliati nel deserto o puniti severamente. La personificazione del male nella Bibbia è il re Acab, che condannò il profeta Elia in quanto «odiatore di Israele» (secondo la traduzione odierna della corrispondente espressione ebraica) perché aveva osato smascherare e criticare i misfatti del re. Fu il primo esempio storicamente documentato del cosiddetto «ebreo che odia sé stesso»: un’espressione oggi usata comunemente per etichettare gli ebrei che osano criticare i crimini israeliani. Secoli dopo, gli adulatori di corte sarebbero stati bollati come «falsi profeti», ma non in questo momento storico.
Quale debba essere l’approccio dell’intellettuale responsabile lo ha spiegato una volta Henry Kissinger, un maestro in quest’arte: costui deve diventare un «professionista» in grado di elaborare e veicolare ai massimi livelli la verità ufficiale dei potenti. In parole povere, deve diventare l’adulatore di corte. È questo lo schema che si ripropone in tutte le epoche. Il punto è che siamo bravissimi a individuarlo negli Stati ostili, di cui veneriamo e ammiriamo i dissidenti coraggiosi che si oppongono al sistema. Ma siamo disposti a usare il termine «dissidenti» solo per gli oppositori di quei paesi, di cui disprezziamo gli esecrabili uomini di governo e gli apparatčik al servizio del potere. In patria, invece, questi valori si ribaltano: consideriamo intellettuale rispettabile solo il tecnocrate che aderisce alla linea politica prevalente.
Il modo in cui vengono percepiti i dissidenti dipende dal contesto sociale. Nell’Unione Sovietica – dopo l’era staliniana – Václav Havel fu imprigionato perché si rifiutò di assoggettarsi al sistema. Nel Salvador, durante la Guerra fredda, alcuni autorevoli intellettuali gesuiti furono rapiti e giustiziati dalle forze di sicurezza del regime, addestrate e armate dagli Stati Uniti. Uomini come Václav sono giustamente venerati, mentre i loro omologhi alle nostre latitudini rimangono sconosciuti. Così come preferiamo non prestare troppa attenzione al nostro ruolo nella storia e al trattamento riservato ai dissidenti nella nostra società. Questo schema si ripete continuamente, tanto da essere ormai diventato la norma.
Gli intellettuali realmente critici vengono perlopiù emarginati o denigrati dalla loro società, oppure si fa in modo che non abbiano alcun incarico o posizione di rilievo. Queste tendenze si sono manifestate in maniera sempre più evidente nel corso della storia. La domanda è quanto sia effettivamente necessaria la voce dei «barbari», in patria, o «dissidenti», nei paesi teoricamente ostili: secondo me tante cose sono sotto gli occhi di tutti anche senza di loro.
Lei stesso è tra i più famosi intellettuali del mondo. Quando ha preso coscienza della sua responsabilità?
Lo ripeto: la responsabilità di ciascuno di noi è la stessa, anche se aumenta quando vi sono determinati privilegi e opportunità. A prescindere dal ruolo di intellettuale, come molti ho preso coscienza della mia responsabilità fin da ragazzo, e poi dopo man mano che diventavo adulto in questa realtà.
Una volta ha detto che la sua critica sarebbe rivolta in primo luogo e soprattutto agli Stati Uniti anche se fossero responsabili solo del 2% dei problemi del mondo. Perché?
Per lo stesso motivo per cui i dissidenti dell’Unione Sovietica, dell’Iran o di altri Stati considerati «ostili» concentrano, giustamente, la loro attenzione sulla cattiva condotta delle loro società. Altrimenti, nel nostro continente, il giudizio critico rimarrebbe appannaggio esclusivo dei «professionisti» di cui parla Kissinger. Un altro motivo è la responsabilità verso le politiche pubbliche, che è un indicatore importante della libertà di una società. Ma, a parte questo, è anche una questione di efficacia: è sempre giusto stigmatizzare i crimini di chicchessia, ma otteniamo ben poco unendoci al coro delle critiche verso il nemico ufficiale, specie se non possiamo incidere sulle sue azioni. Al contrario possiamo ottenere molto concentrandoci sulle storture della nostra società, soprattutto in quelle più libere.
L’intellettuale pakistano Eqbal Ahmad una volta ha detto che ciò che ammirava di più di lei era la sua pazienza e la sua disponibilità a ritornare su alcuni temi di fondamentale importanza. Secondo lui questa è una caratteristica molto importante per un intellettuale, soprattutto in un’epoca come la nostra. Perché è così importante secondo lei?
Quando un’idea è giusta e rilevante, e rientra in quello che per Gramsci era il «senso comune egemonico», andrebbe ribadita più e più volte. In caso contrario, no. Il mio amico Eqbal ed io, evidentemente, su questo eravamo d’accordo. Ma altri possono regolarsi in maniera diversa.
Non è forse vero che la riflessione, la volontà di analizzare a fondo le cose ha raggiunto i minimi storici nell’era di Trump e di Twitter?
Ciò che accade in questo periodo è inquietante. I sondaggi restituiscono un quadro sconcertante, soprattutto tra i repubblicani; e sono dati non trascurabili, dal momento che costoro controllano tutti i settori del governo e la maggior parte degli Stati. Per esempio, rispetto al riscaldamento globale, ossia il problema più grave con cui dobbiamo fare i conti oggi, soltanto la metà dei repubblicani crede che sia reale, mentre gli altri sono convinti che l’uomo non abbia alcuna responsabilità. Questa percezione, e le politiche che la alimentano, rappresentano quasi una condanna a morte per ogni forma di vita umana organizzata sulla terra. Solo il 30% degli americani, o il 20% dei repubblicani, pensa che l’essere umano sia il risultato dell’evoluzione; il 25% ritiene che si sia sviluppato per volontà divina. Un altro esempio è l’atteggiamento verso Barack Obama, che rispecchia il profondo razzismo della società statunitense. Devo aggiungere che, a mio giudizio, l’Europa non è migliore da questo punto di vista, anche se il razzismo si manifesta in forme diverse. E si potrebbe continuare ancora. Si tratta solo in parte di sviluppi recenti, per quanto è innegabile che il fenomeno Trump abbia alimentato il disprezzo per i fatti e la ragione come pure il culto della personalità – in questo caso, quella di un megalomane infantile. Tutto questo può fare danni gravissimi.
Pensa che gli intellettuali debbano guidare le masse? Dopotutto, lei stesso influenza milioni di persone con i suoi scritti e le sue conferenze.
Se gli intellettuali guidassero davvero le masse, saremmo tutti nei guai. Ne sono un chiaro esempio alcune vicende della storia recente. Nella Russia bolscevica le istituzioni socialiste furono distrutte dal partito di avanguardia degli intellettuali rivoluzionari. E gli illustri intellettuali dell’esecutivo di Kennedy non solo esacerbarono le sanguinarie guerre statunitensi in Indocina, ma furono sul punto di mettere la parola fine all’umanità, come veniamo a sapere dallo storico, nonché fidato consigliere di Kennedy, Arthur Schlesinger. Il «momento più pericoloso della storia», racconta lui, si presentò con la crisi dei missili di Cuba. Molti di noi ricorderanno certamente le rivolte di massa di quel periodo e l’invasione della Baia dei Porci nell’ottobre del 1962. Non v’è dubbio che gli intellettuali abbiano la capacità di influenzare molte persone, nel bene o nel male.
Le teorie radicali non devono prima o poi essere messe in pratica per poter determinare un cambiamento nella società?
Non è facile trovare teorie dotate di sufficiente profondità e fondamento empirico al di fuori delle scienze esatte; tuttavia, vi sono diverse intuizioni e idee degne di nota. Perché le idee sulle cose umane possano generare quel cambiamento positivo di cui vi è tanto bisogno, esse devono essere sufficientemente ancorate alle circostanze attuali da stimolare proposte per un’azione costruttiva – e in questo senso essere «pratiche». Idee siffatte certamente non mancano.
Capitolo secondo
Imperialismo, guerra e cause delle migrazioni
È noto che Noam Chomsky sia uno dei più convinti detrattori dell’imperialismo statunitense. Da decenni egli richiama l’attenzione e si oppone fermamente alla politica estera di aggressione del suo governo. Negli anni Sessanta il giovane Chomsky, assieme a numerosi altri attivisti e intellettuali, protestò con forza contro la barbarie del Vietnam. Lo stesso fece negli anni successivi, quando Washington fece precipitare nel caos diversi Stati sudamericani. Durante la Guerra fredda, infatti, furono spazzati via i governi democratici di sinistra del Cile e di altri paesi, e furono fatte salire al potere figure di estrema destra che nel giro di poco tempo instaurarono dittature brutali. Le ripercussioni di quelle politiche si fanno sentire ancora oggi negli Stati Uniti. Dal continente sudamericano le persone continuano a fuggire per spostarsi al Nord, nella «Terra delle opportunità»; ma una volta lì, vengono fermate da muri, recinzioni e spietate guardie di frontiera. Quelli che riescono, nonostante tutto, a raggiungere gli Stati Uniti vivono spesso nell’illegalità. Le loro peregrinazioni non hanno mai fine perché continuano a fuggire per evitare il rimpatrio. Chomsky non manca mai di prendere le parti di queste persone e di ricordare a tutti il contesto storico generale. È evidente, infatti, che fuggono dagli effetti delle politiche portate avanti da Washington nei loro paesi d’origine. Ciò avviene anche in altre regioni del mondo, come il Medio Oriente o l’Afghanistan. Quando Chomsky prese pubblicamente posizione contro l’invasione statunitense dell’Afghanistan e fu invitato a tenere una conferenza da alcuni attivisti del Pakistan, il governo di Islamabad, alleato di Washington, gli negò il visto. Lo stesso è accaduto con la guerra illegale in Iraq, definita da Chomsky uno dei più gravi crimini del ventunesimo secolo. La sua fama, tuttavia, è legata soprattutto alla dura critica verso Israele. Nel mondo occidentale, poche persone si sono espresse con tanta forza per i diritti dei palestinesi. Per via delle sue origini ebraiche, Chomsky mantiene un rapporto ambivalente con lo Stato israeliano. Quest’ultimo non soltanto continua a perseguire una politica di insediamento colonialista sul suolo palestinese, ma si sente anche in diritto di eliminare sistematicamente i palestinesi, mentre la comunità internazionale a guida statunitense è troppo occupata a demonizzare lo «Stato canaglia» di turno. Data la situazione politica in Israele, non sorprende che a Chomsky sia stato rifiutato il visto quando voleva recarsi in Cisgiordania per tenere una conferenza. Ai nostri giorni, egli riveste dunque più o meno lo stesso ruolo di quegli indesiderati profeti israeliti che venivano esiliati oppure demonizzati. In alcuni ambienti, anche lui viene etichettato come «l’ebreo che odia sé stesso». Ma nessuno è riuscito a ridurlo al silenzio. Chomsky continua imperterrito a contestare l’«Impero» e a fare luce su quelle realtà ignorate, spesso deliberatamente, da tanti osservatori politici.
Gli Stati Uniti sono il più grande impero non solo del presente ma di tutta la storia umana. Ma la storia ci insegna anche che tutti i regni prima o poi crollano. Assisteremo alla caduta dell’impero statunitense nel prossimo futuro?
Che tutti i regimi del passato siano crollati non significa necessariamente che ciò accadrà anche al prossimo della lista. Tuttavia, osservando la situazione globale, sarebbe ragionevole e comprensibile supporre che questa caduta si verificherà anche con il regno in questione. Ma non dobbiamo trascurare una domanda ancora più urgente: il declino di questo regime, ossia l’impero statunitense, coinciderà anche con la distruzione di qualsiasi forma di vita umana organizzata sulla terra? La risposta è tutt’altro che semplice. Anche qualora si riuscisse in un modo o nell’altro a domare il mostro nucleare, l’innalzamento del livello dei mari di qualche metro entro la fine del secolo potrebbe determinare una catastrofe inimmaginabile.
A questo proposito, non dobbiamo dimenticare un altro fatto di portata storica: la corsa verso questa indescrivibile sciagura viene accelerata dalle politiche dello Stato più potente della storia. L’amministrazione Trump non soltanto non ha affrontato questa crisi; essa ha fatto in modo, e consapevolmente, che la minaccia si aggravasse sempre di più. È fuori di dubbio che le autorità governative fossero pienamente coscienti di ciò che facevano. Ciò che interessava a Trump – e non ne ha fatto mistero – non era il riscaldamento globale, con le terribili ripercussioni che incombono su tutti noi, bensì la costruzione di un muro abbastanza alto da proteggere il suo campo da golf privato dall’innalzamento del livello del mare. Non ci sono parole per descrivere tanta follia.
Un fatto storico che continua a essere sottaciuto è che gli Stati Uniti furono edificati sullo schiavismo e il genocidio. L’impressione, quantomeno in Europa, è che mentre il primo viene ormai insegnato in quasi tutte le scuole americane, il genocidio dei popoli indigeni continui a essere un tabù. Quali sono le finalità politiche sottese a questa scelta? In Germania e in Austria l’Olocausto viene studiato approfonditamente a scuola. Senza voler paragonare l’Olocausto, che è un fatto unico nella storia, con il genocidio nell’America del Nord, rimane un mistero come mai nelle scuole statunitensi non ci sia un’elaborazione analoga.
La Germania e l’Austria uscirono sconfitte dalla guerra. Vincere sempre, come nel caso degli Stati Uniti, degrada la morale. In ogni caso, non sono d’accordo che la storia dello schiavismo sia davvero così nota. Al contrario, penso che sia insegnata in modo superficiale. In pochi sono veramente consapevoli della forma peculiare e ripugnante che assunse lo schiavismo americano, come del fatto che esso fu alla base della ricchezza e dello sviluppo degli Stati Uniti e, soprattutto, dell’Inghilterra (in termini di produzione, finanza, scambi e commercio). In ogni caso, non vi fu all’epoca un’autentica liberazione: dopo circa un decennio di libertà, lo schiavismo fu ripristinato sotto un’altra forma, e durò fino al ventesimo secolo, dando una spinta decisiva all’economia statunitense. Anche la storia delle guerre contro i nativi americani e del loro pressoché totale sterminio ed espulsione è poco conosciuta, per quanto grazie al movimento per i diritti civili degli anni Sessanta qualche passo avanti sia stato fatto. Un esempio di rimozione storica è il Secondo emendamento della Costituzione statunitense, che attualmente viene interpretato come tutela del «diritto sacro» a detenere armi; una questione che, dopo gli ultimi massacri, trova spazio regolarmente sui mezzi d’informazione nazionali. Pochi sanno, però, perché fu voluta questa modifica costituzionale in quegli anni. Il motivo è abbastanza evidente: rispondeva al desiderio sanguinario di controllare gli schiavi e ammazzare i nativi. Oltre a questo, vi era la necessità di difendersi dal tanto temuto attacco degli inglesi, non esistendo ancora un vero esercito. Queste circostanze ci fanno capire, innanzitutto, come il significato originario di quel brano della Costituzione e le relative intenzioni dei padri fondatori siano ormai superati nel mondo moderno. Tutto ciò dovrebbe essere tenuto in considerazione dagli originalisti conservatori che continuano a invocare e porre l’accento sui valori fondativi della Costituzione. Forse interesserà sapere che il provvedimento con cui il presidente di destra della Corte suprema, John Roberts, ha ampliato questo «diritto sacro» nel 2008 è stato redatto dallo stimato giurista Antonin Scalia, convinto sostenitore dell’originalismo. A tal fine Scalia ha citato ogni sorta di oscuro testo riuscendo al contempo a escludere tutte le motivazioni concrete a sostegno di una restrizione della legge. Lo stesso dicasi per l’ampio dibattito giuridico attorno al Secondo emendamento, che si sofferma sull’importanza dell’incipit: «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata». La questione controversa, dunque, è se questa modifica dia a un individuo il diritto di detenere armi o se riconosca la possibilità di formare una milizia. Dal punto di vista giuridico sarà sicuramente un tema interessante, ma la questione della fondatezza del Secondo emendamento e della sua applicabilità nel mondo contemporaneo viene completamente trascurata, soprattutto dai conservatori, che sono i più convinti assertori di una interpretazione più ampia della norma. In realtà, ciò fornisce anche un esempio eloquente di quanto i due ripugnanti «peccati originali», lo schiavismo e il genocidio, siano completamente rimossi persino tra le classi istruite e nella componente liberal dell’opinione pubblica.
La smania per le armi negli Stati Uniti sembra essere un problema grave, che riguarda la società intera.
Le origini di questo fanatico culto delle armi sono descritte, tra gli altri, in un importante libro di Pamela Haag di recente pubblicazione. La Haag spiega che la cultura delle armi fu un’invenzione dei produttori dell’età industriale, e che fu uno dei primi successi del settore delle pubbliche relazioni. Alla fine del diciannovesimo secolo i fabbricanti di armi erano preoccupati per le vendite: non esisteva quasi un mercato interno; le armi erano considerate semplici utensili, alla stregua di vanghe e forconi. A quel punto fu messa in piedi un’imponente campagna pubblicitaria che presentava i possessori di armi come eroi romantici. All’improvviso comparve il cowboy solitario che va alla conquista del West, oppure eroi fittizi come «Wild Bill Hickok» con i loro annessi e connessi, ormai noti ai più. Fu costruito il mito per cui un ragazzo diventa un vero uomo quando se ne va in giro con una colt in mano e un fucile Winchester a tracolla. Anche alle donne fu fatto credere che sarebbe stato meglio tenere un’arma sotto il cuscino. Dopotutto, c’era sempre la possibilità che gli uomini di casa fossero lontani, a combattere contro quei barbari e predoni degli indiani o altri malvagi. A tutto questo si aggiunse poi l’industria del tabacco, soprattutto con il Marlboro Man, cui seguirono altre trovate. La macchina propagandistica fu messa in piedi a regola d’arte – e ha funzionato alla grande. Oggi un’arma è considerata un bene prezioso, e il diritto di portarne una in un bar sacro e inviolabile; un diritto acquisito nel diciannovesimo secolo dai proprietari di fattorie e ranch durante la conquista del West. Che tutto questo fu ottenuto con mezzi esecrabili non viene detto.
A proposito di schiavismo e razzismo, è inevitabile interrogarsi sulla condizione degli afroamericani. È corretto affermare che con l’elezione di Barack Obama vi è stato un vero cambiamento, mentre con Donald Trump sono stati fatti enormi passi indietro? In fondo, anche durante l’era Obama la comunità afroamericana ha dovuto affrontare problemi di non poco conto. Non ci sono mai stati tanti afroamericani nelle carceri statunitensi quanto durante la presidenza Obama. Stesso discorso vale per il numero di paesi africani bombardati in quegli anni. Le guerre segrete in Somalia e altrove hanno subito un’escalation. I padri fondatori erano razzisti e possedevano schiavi. Alla base della storia e della società statunitensi non vi sono forse problemi su cui si preferisce tacere?
Il cambiamento sopraggiunto con Obama è stato in primo luogo psicologico. Per gli afroamericani è stato motivo di orgoglio vedere una famiglia di colore insediarsi alla Casa Bianca, che era stata costruita dagli schiavi. Ciononostante, dal punto di vista materiale e sociopolitico è cambiato ben poco, e quando è arrivata la recessione chi ne ha risentito di più sono stati proprio gli afroamericani. Moltissimi hanno perso la casa, che costituiva la colonna portante del loro benessere.
Il programma TARP (Troubled Asset Relief Program) del Congresso statunitense per porre rimedio alla crisi finanziaria prevedeva il salvataggio delle banche – le vere responsabili del disastro – e aiuti alle vittime che avevano perduto la casa. Non è difficile immaginare quale dei due impegni sia stato considerato prioritario e portato a compimento. Neil Barofsky, ispettore generale incaricato del programma TARP, si è espresso in modo molto critico verso l’amministrazione Obama e su come grazie a essa le grosse banche siano diventate più ricche di prima, mentre quasi nulla è stato fatto per le persone che avevano perso tutto.
Le conseguenze sono state devastanti soprattutto per i settori afroamericani della società. Di norma una famiglia di colore non può contare su risparmi consistenti. È vero che la lenta ripresa economica cominciata con Obama nel 2009, e che continua oggi con Trump, ha aumentato le opportunità di lavoro per le persone di colore; tuttavia, bisogna anche dire che mentre gli utili continuano a crescere i salari reali ristagnano. In base a un rapporto del Dipartimento del Lavoro statunitense del giugno 2018, la retribuzione oraria reale, destagionalizzata, è diminuita dello 0,1% da maggio 2017 a maggio 2018. Il calo della retribuzione oraria reale, associato all’aumento della settimana lavorativa media dello 0,6%, ha portato in questo periodo a un incremento dello 0,5% della retribuzione media settimanale. Questa è la tendenza che va avanti dall’epoca dell’assalto neoliberista di Reagan. Nel 2007, al culmine della tanto decantata Grande Moderazione, il reddito reale dei lavoratori non specializzati era più basso rispetto al 1979, prima che fosse inaugurata la fase neoliberista. Da allora la situazione è andata peggiorando. D’altra parte, non possiamo non riconoscere che la situazione è migliorata dagli anni Sessanta grazie al forte attivismo del movimento per i diritti civili. Esso ha avuto un importante effetto civilizzatore.
La situazione di molti Stati sudamericani è ancora assai problematica. In Brasile e in altri paesi della regione resiste una classe dominante bianca che sfrutta il resto della popolazione, in prevalenza persone di colore e indios. Le ripercussioni del colonialismo europeo e poi dell’imperialismo – soprattutto durante la Guerra fredda – si fanno sentire ancora oggi. Quale impatto ha la politica estera statunitense sulle condizioni della regione?
Indubbiamente la politica estera statunitense ha spinto il continente in questa direzione: il potere delle élite bianche si è rafforzato in quei paesi. E dunque sono state indirettamente incoraggiate politiche razziste ai danni delle classi inferiori. L’orientamento di fondo di questa politica non è difficile da comprendere. Alla fine della Seconda guerra mondiale gli strateghi politici statunitensi sapevano di essere nella posizione di conformare il resto del mondo ai loro interessi, e fu esattamente ciò che fecero. L’obiettivo finale era, prevedibilmente, organizzare il sistema internazionale in modo che si aprisse al modello economico e al relativo controllo politico degli Stati Uniti e che ne uscisse indebolito. Lo si evince chiaramente da alcuni documenti segreti resi pubblici successivamente. Uno di questi è il memorandum PPS n. 23 (Policy Planning Staff) redatto da George Kennan, eminente statista nonché direttore dello staff di pianificazione strategica del Dipartimento di Stato. Kennan e i suoi uomini assegnarono a ciascuna regione una funzione ben precisa all’interno dell’ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti. Il ruolo del Sudest asiatico, per esempio, sarebbe stato di fornire le materie prime alle ex potenze coloniali e agli Stati Uniti; quanto all’Africa, Kennan era dell’idea che gli Stati Uniti avessero ben pochi interessi nel continente, cosicché esso fu consegnato agli europei, in modo che potessero «sfruttarlo» – furono queste le sue esatte parole – per la ricostruzione.
Nel nuovo ordine mondiale, la funzione del Sudamerica sarebbe stata di vendere materie prime agli Stati Uniti e di assorbirne le eccedenze di capitale. Lo storico della CIA Gerald Haines, nell’elogiare l’«americanizzazione del Brasile», ha chiarito che l’intento di Washington era di «eliminare qualsivoglia concorrenza straniera» in America latina, così da fare della regione un importante mercato per le eccedenze di produzione e gli investimenti privati degli Stati Uniti. In quel contesto, ovviamente l’obiettivo era anche lo sfruttamento delle immense risorse naturali e la lotta contro il comunismo internazionale, sebbene i servizi segreti non avessero alcuna prova che il comunismo si stesse espandendo in Sudamerica. Ma non dobbiamo dimenticare che per «comunismo» si intendeva implicitamente tutto ciò che avrebbe potuto indurre i poveri a «depredare i ricchi», come andava ripetendo l’amministrazione Eisenhower, primo fra tutti il suo segretario di Stato John Foster Dulles.
Comprensibilmente, i sudamericani avevano altri piani. Erano attivamente impegnati in una causa che il governo statunitense definì con queste parole: «Una nuova forma di nazionalismo che mira a una più ampia distribuzione della ricchezza e al miglioramento delle condizioni di vita delle masse». Secondo un’altra analisi del Dipartimento di Stato, era il nazionalismo economico il comun denominatore delle nuove ambizioni di industrializzazione. Insomma, i sudamericani si erano messi in testa che i primi beneficiari dello sviluppo economico di una nazione dovessero essere innanzitutto i suoi cittadini. Gli Stati Uniti avevano progetti completamente diversi. Fin dal febbraio del 1945 fu stabilito per legge che bisognava mettere fine al nazionalismo economico «in tutte le sue forme». Il messaggio era chiaro: i primi beneficiari delle risorse di quei paesi avrebbero dovuto essere gli investitori statunitensi e i loro vassalli locali, non i cittadini.
In Brasile le clientele locali sono le stesse élite bianche che oggi si oppongono con tanta rabbia e determinazione alle politiche del «subumano» Lula da Silva, il quale si è sempre battuto per la classe lavoratrice. Da Silva non parla nemmeno un buon portoghese e spreca le risorse per favorire i poveri: questo perlomeno è il parere di quei gentiluomini.
In questo periodo la macchina militare americana sta impiegando tutte le sue risorse per seminare guerra e caos ancor più di prima. È un elemento che caratterizza il governo Trump in particolare, oppure è tipico di qualsiasi impero quando vacilla?
Gli Stati Uniti investono nel campo militare quanto le altre sette potenze messe insieme. L’incremento della spesa militare voluto da Trump è pari a circa l’80% del bilancio complessivo delle forze armate russe. Dal punto di vista tecnologico l’America è molto più avanzata di qualsiasi altro Stato. Forze statunitensi sono presenti nel 70% dei paesi mondiali e gli Stati Uniti mantengono oltre ottocento basi militari all’estero.
Come veniamo a sapere da una ricerca allarmante pubblicata di recente, alcuni esperti militari che studiano il programma di ammodernamento nucleare sono giunti alla conclusione che le «rivoluzionarie nuove tecnologie» hanno triplicato la potenza letale complessiva degli attuali sistemi di difesa missilistici statunitensi. Ciò significa che questi armamenti fanno esattamente ciò che ci si aspetta da loro, e da uno Stato dotato di armi nucleari: combattere e vincere una guerra atomica disarmando i nemici con un primo attacco a sorpresa. Ovviamente i paesi ostili lo sanno benissimo e si regolano di conseguenza. Per il resto del mondo, però, non è sicuramente una buona notizia.
Ma le persone non sembrano essere coscienti di queste minacce. La maggioranza degli americani non sa nemmeno che le loro forze armate sono operative in Niger e in altri paesi africani. Io per esempio vivo a Stoccarda, e lì ci sono diverse installazioni militari statunitensi, tra cui EUCOM e AFRICOM. È sotto gli occhi di tutti, eppure non interessa a nessuno. Com’è possibile?
Come dicevo, sono presenti ottocento basi militari statunitensi in settanta paesi, e in oltre settanta sono operativi dei comandi militari. Eppure, nonostante il lavoro di alcuni coraggiosi giornalisti, tutto questo passa quasi completamente inosservato. In ogni caso, le reazioni possono variare molto. A Stoccarda, per esempio, posso contare su persone come lei, e in altri luoghi, come a Okinawa, vi sono frequenti manifestazioni di protesta contro la presenza dei militari statunitensi.
In Germania sorge anche la Ramstein Air Base. Sappiamo che senza questa base non sarebbe possibile portare avanti la violenta guerra con i droni. Secondo lei questo significa che la Germania è diventata una specie di «colonia» degli Stati Uniti? Qualcuno in Germania direbbe che una simile affermazione è propaganda neonazista di destra.
Non mi pare una valutazione corretta. Se i poveri dell’isola di Jeju, in Corea del Sud, possono organizzare coraggiose proteste contro la militarizzazione statunitense, allora sicuramente possono farlo anche i tedeschi per porre fine a questa prassi. Per giunta, la NATO non è un’istituzione sacra: il ruolo di questa organizzazione andrebbe sottoposto a un serio esame critico, specialmente a partire dal crollo della Cortina di ferro.
Che cosa differenzia il colonialismo della Gran Bretagna e di altre potenze europee del diciottesimo e diciannovesimo secolo dalla politica estera statunitense contemporanea? Esiste una differenza sostanziale o cambiano soltanto la retorica e la cornice storica?
Vi sono molte differenze. In passato l’imperialismo esercitava la violenza diretta per assoggettare quanti più paesi possibile. Non è certo un segreto; è così che sono andate le cose. I predatori, ossia i colonialisti, ripartirono il mondo mediante trattati internazionali sempre a loro vantaggio, riservando ai popoli conquistati un trattamento brutale e razzista. Un’altra caratteristica del vecchio imperialismo fu il colonialismo insediativo, che portò al massacro o all’espulsione delle popolazioni indigene e alla loro sostituzione con il popolo prediletto, la «razza migliore». Era una specialità britannica, che fu poi adottata anche dagli americani.
L’attuale politica estera statunitense non persegue tali ambiziosi obiettivi. Prima della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non erano la prima potenza globale. A quel tempo questo primato era riservato alla Gran Bretagna e, in misura minore, alla Francia. Le cose cambiarono con la guerra, che garantì agli Stati Uniti un potere enorme, un livello di sicurezza senza precedenti e numerosi altri vantaggi. Il sistema globale emerso a quell’epoca era l’ideale per gli Stati Uniti perché rappresentava uno strumento indiretto con cui destabilizzare l’economia ed esercitare il controllo politico. Inoltre, in questo modo ci si assicurava che le grosse potenze mondiali fossero attratte nell’orbita di alleanze dominata dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo – come dimostrato dai documenti ufficiali – i «nazionalismi radicali» andavano repressi, specialmente quelli che si facevano carico delle istanze popolari, che puntavano al «miglioramento delle condizioni di vita delle masse» e che contestavano la «necessità di creare un clima politico ed economico favorevole agli investimenti privati con un congruo rimpatrio dei profitti». I metodi, si diceva, dovevano essere quanto più morbidi possibile ma, se necessario, si doveva passare alle maniere forti. George Kennan, uno dei protagonisti della pianificazione strategica del dopoguerra, così esortava nel suo memorandum segreto del 1948: «Dovremmo smetterla di discutere di vaghi e irrealistici obiettivi come i diritti umani, il miglioramento delle condizioni di vita e la democratizzazione». Secondo Kennan, insomma, bisognava attuare politiche di potenza e non lasciarsi intrappolare da slogan idealistici sull’uguaglianza dei diritti e cose simili; solo così gli Stati Uniti avrebbero mantenuto la «posizione di disparità», come la definì lui, che separava la loro esorbitante ricchezza dalla povertà degli altri.
Le direttive politiche erano dunque molto precise e in linea con le circostanze dell’epoca – e furono vincenti. Una conseguenza, spesso sottaciuta, di tutto questo è che le società con sede statunitense possiedono oggi circa la metà della ricchezza mondiale e figurano al primo posto in quasi ogni settore dell’economia internazionale. È stata questa la più grande impresa di quelli che Adam Smith chiamava i «padroni dell’umanità». Ai suoi tempi erano i mercanti e gli industriali inglesi; ai giorni nostri sono le multinazionali con complesse catene produttive globali.
Lei è stato un fermo oppositore di quel crimine mostruoso che fu la guerra in Vietnam. Oggi gli Stati Uniti si ritrovano coinvolti, in Medio Oriente, in conflitti infiniti che violano il diritto internazionale e costituiscono dei crimini contro l’umanità. Perché non si riesce a imparare nulla dalla storia?
Ho manifestato decine di volte contro la guerra dagli anni Sessanta al 1975. Le marce erano la forma di contestazione minima, ed erano il frutto dell’educazione, della formazione e della resistenza degli anni precedenti. Stiamo parlando delle forme di protesta diretta cominciate a metà degli anni Sessanta. Dobbiamo però precisare che la rivolta aperta e di massa contro l’aggressione statunitense al Vietnam, che poi si estese a tutta l’Indocina, scoppiò con estremo ritardo. E tuttavia la contestazione che ne nacque ebbe un impatto duraturo. Quando nel 1981 Reagan divenne presidente, per lanciare il suo attacco all’America centrale cercò di emulare la politica kennediana di vent’anni prima. Ma se Kennedy era riuscito nell’intento di estendere la guerra in Vietnam senza grandi dissensi o clamore, Reagan dovette fare un passo indietro per via delle proteste di massa e definire una nuova strategia del terrore, dopo che il Congresso limitò l’uso diretto della forza da parte degli Stati Uniti. A quel punto reclutò una rete terroristica di spietate milizie di destra, tra cui neonazisti argentini, agenti operativi in Israele, Taiwan e via dicendo. Lo stesso è accaduto nel caso dell’Iraq, che è stata la prima aggressione imperialista della storia ad aver scatenato imponenti contestazioni prima ancora che cominciasse ufficialmente. È vero che in tutti questi casi gli esiti sono stati spaventosi, ma sarebbero stati di gran lunga peggiori se le proteste di massa fossero arrivate in ritardo, come in Vietnam.
La lezione appresa dal Vietnam è stata che è un errore combattere una guerra sul campo con giovani soldati del proprio paese e contro un’intera nazione. Le vecchie potenze imperiali lo sapevano bene e per questo si affidavano ai mercenari, come i gurkha e i sepoy, la legione straniera francese e altre milizie armate. Alla fine, l’esercito americano in Vietnam capitolò. Dei civili con una scarsa formazione non sono all’altezza di una violenta guerra imperialistica. Con il tempo gli Stati Uniti hanno istituito un «esercito volontario»; cioè, in buona sostanza, un esercito di poveri ed emarginati.
Dobbiamo stare attenti quando tiriamo in ballo le «lezioni imparate dal Vietnam». Quella guerra viene considerata un fallimento, il che in pratica significa: gli Stati Uniti non sono riusciti a insediare nel paese un governo amico com’era accaduto nelle Filippine, la prima offensiva imperialistica condotta e vinta da Washington oltreoceano. Analizzando la prima fase della pianificazione, grazie soprattutto alla pubblicazione dei Pentagon Papers da parte della gola profonda Daniel Ellsberg, emerge un quadro diverso. Gli strateghi di Washington fecero propria la teoria per cui non si poteva tollerare il «nazionalismo radicale» perché rischiava di diventare un «virus» e di diffondere il contagio, per dirla con le parole di Kissinger, il quale si riferiva nello specifico al Cile di Allende. Nel caso del Vietnam, il timore era che un Vietnam vittorioso e indipendente propagasse il «virus» ai paesi vicini, in particolare all’Indonesia ricca di risorse o addirittura al Giappone, il «super domino», come lo ha definito lo storico John Dower. L’unica soluzione era debellare il virus e «vaccinare» chi poteva esserne contagiato. Per farlo non rimaneva che insediare al potere delle brutali dittature – una strategia vincente. Il Vietnam non fu completamente distrutto, ma fu devastato a sufficienza da scongiurare il pericolo di un corso indipendente. In ogni caso, il «vaccino» nel Sudest asiatico fu inoculato anche indipendentemente dal Vietnam. Anni dopo McGeorge Bundy, consigliere per la Sicurezza nazionale di Kennedy e Johnson, ammise che sarebbe stato più saggio ritirarsi dal Vietnam nel 1965, quando Suharto instaurò in Indonesia una feroce dittatura e ammazzò centinaia di migliaia di persone.
Gli Stati Uniti sono la prima potenza militare, con il maggior numero di basi nel mondo, ma ci sono anche altri paesi che perseguono ambizioni imperialistiche. In Siria russi e iraniani compiono crimini atroci che costringono la popolazione a fuggire, e vi combattono mercenari stranieri, per esempio dall’Afghanistan, al soldo dell’Iran e del regime di Bashar al-Assad. I bombardamenti russi hanno ammazzato decine di migliaia di siriani. Non è strano, dunque, che molti siriani percepiscano la Russia come una potenza imperialistica che occupa la loro terra.
Non c’è nulla di nuovo. L’invasione russa dell’Afghanistan, per esempio, costò la vita a oltre un milione di afgani. Lo spazio di manovra della Russia ha sempre contemplato violente invasioni, e tuttavia sono limitate rispetto a quelle statunitensi, molto più devastanti.
Alcuni osservatori la criticano per le sue opinioni sul conflitto siriano e dicono addirittura che difende il regime di Assad, nonostante lei abbia più volte affermato che ad esso è imputabile la maggior parte delle barbarie compiute nel paese. Perché la guerra in Siria divide tanto la sinistra? È per caso una forma di dogmatismo, ossia l’errata convinzione che solo gli Stati Uniti compiano questo tipo di crimini?
Buona parte di quelle critiche proviene dai settori della sinistra che non concordavano con il mio severo giudizio nei confronti di Assad e che se ne sono lamentati. Assad è un brutale assassino, colpevole di quasi tutte le atrocità perpetrate nel paese. Questo però contraddice la loro linea, la quale vuole che l’intervento statunitense in Siria sia il peggior crimine compiuto.
C’è una bella differenza tra richiamare l’attenzione sui delitti verso cui si ha una responsabilità (a causa del coinvolgimento del proprio governo) e che si vogliono ridurre o fermare, e il rifiuto di riconoscere e stigmatizzare i crimini dei nemici ufficiali, contro i quali si può fare ben poco. La prima posizione poggia su solide basi morali, mentre la seconda è inaccettabile, ancorché comprensibile in quanto malintesa forma di eticità. Ovviamente vi sono sempre diverse considerazioni da fare. Sarebbe stato infatti sbagliato, se non vergognoso, se i cittadini russi non avessero messo in discussione la posizione di Mosca. Dopotutto, il governo russo è lo stesso che ha sempre condannato gli afgani che si ribellavano all’occupazione russa, definendo «crimini» le loro azioni. Questa riflessione vale anche in altri casi.
In Siria Assad e Putin hanno fatto propria la retorica della «guerra al terrore», cosicché le vittime civili vengono puntualmente bollate come «terroristi». Gli Stati Uniti, anch’essi operativi in Siria, fanno lo stesso quando bombardano le aree dei ribelli e ammazzano i civili. Anche la Cina massacra i musulmani uiguri e li chiama «terroristi», e lo stesso vale per la Turchia quando uccide i curdi. Situazione simile si ripropone per le vittime palestinesi di Israele e per i musulmani rohingya in Myanmar. La retorica della «guerra al terrore» è dunque diventata una formula magica per torturare e opprimere le persone senza temere conseguenze?
Non è certo una novità, ed era così anche prima che Bush lanciasse la sua Guerra globale al terrorismo, resuscitando la Guerra al terrore di Reagan. Si tende a dimenticare che quando Reagan diventò presidente dichiarò che la guerra contro il terrorismo di Stato internazionale sarebbe stata una priorità della politica estera. Queste manovre politiche evolvettero presto in una vasta campagna di terrorismo internazionale finanziata dagli Stati Uniti, per la quale furono anche condannati dalla Corte internazionale di giustizia: fra le altre cose fu decretato che quei crimini dovevano finire e che dovevano essere pagati i giusti risarcimenti. Naturalmente, quella sentenza fu completamente ignorata dagli Stati Uniti. Tuttavia, nemmeno Reagan aveva inventato nulla di nuovo con la sua feroce politica. La stessa Dichiarazione d’indipendenza condannava i misfatti degli «spietati selvaggi indiani», che in realtà erano stati cacciati dalla loro terra e massacrati, mentre Hitler considerava l’invasione della Polonia un atto difensivo contro il «terrore selvaggio» dei polacchi. Con tanti esempi storici, è quasi impossibile trovare un’eccezione.
Ci sono conseguenze a livello internazionale? Dipende dalla ripartizione del potere globale. Nel caso degli Stati Uniti, come ho detto, ci sono state reprimende e condanne, ma alla fine non hanno avuto alcun effetto. Il governo americano non se n’è mai curato. In quell’occasione la stampa liberal definì la Corte internazionale un «organismo ostile» le cui decisioni non andavano rispettate. Tra l’altro, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU intimava agli Stati Uniti di rispettare la sentenza della Corte; solo gli americani vi si opposero apponendo il loro veto. L’intera vicenda è stata gettata nella spazzatura della storia. Sostanzialmente è cambiato ben poco da quando la potente Atene insegnò all’isola di Milo che il più forte fa ciò che vuole mentre il più debole subisce come deve.
Lei afferma spesso che l’Occidente non è disposto ad ammettere i propri atti terroristici, che siano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki o la guerra globale con i droni, in cui tanti innocenti vengono massacrati semplicemente premendo un pulsante. Un ex pilota di droni che ha ammazzato diverse persone in Afghanistan o in Yemen può diventare una gola profonda, essere elogiato per il suo impegno e dipinto come una «vittima» del sistema, mentre difficilmente sarebbero tributati gli stessi onori a un ex attentatore di Al Qaeda che facesse le stesse scelte e si comportasse di conseguenza. Perché?
Se fosse di colore, se non ci fossero bianchi al potere e l’Occidente fosse la vittima, probabilmente la stessa cosa varrebbe anche per lui.
Alcuni studiosi come lo storico Alfred McCoy prevedono che la Cina rimpiazzerà gli Stati Uniti e diventerà il prossimo impero dominante della storia. In diverse regioni del mondo, tra cui l’Africa e l’Asia centrale, osserviamo già gli effetti dell’imperialismo cinese. Cosa dobbiamo desumerne?
McCoy è uno storico serio, e i suoi studi sono tenuti in grande considerazione. Questa sua tesi è stata già riproposta diverse volte. Tuttavia, io nutro qualche dubbio. La potenza statunitense raggiunse il suo apice nel 1945, ma poi cominciò il declino, già con la «perdita della Cina» nel 1949, che ebbe gravi ripercussioni a livello nazionale e internazionale.
Dal dopoguerra il PIL degli Stati Uniti è andato dimezzandosi rispetto al PIL globale, per quanto non dobbiamo dimenticare che nella moderna economia globalizzata il potere privato è un metro di misura della potenza mondiale più importante rispetto agli indicatori macroeconomici tradizionali. La quota di ricchezza globale delle multinazionali statunitensi è quasi pari alla supremazia economica degli Stati Uniti nel dopoguerra. Poi, naturalmente, gli Stati Uniti conservano l’egemonia in campo militare; su questo fronte, non ci sono rivali all’orizzonte. A ciò si aggiungono altri vantaggi che altrove non esistono.
La Cina è cresciuta in modo impressionante, e ha ambiziosi piani di espansione della sua influenza nel Mar Cinese Meridionale e in Asia, come dimostrano l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e la Nuova Via della seta, che sono in via di attuazione. La Cina ha inoltre avviato progetti di estrazione e sviluppo nel Sud globale. Queste cose vanno ovviamente tenute nella dovuta considerazione. Il paese, però, ha anche gravi problemi interni di cui non si sa nulla in Occidente, come la tutela dell’ambiente, il mondo del lavoro e altre questioni. Vale inoltre la pena di ricordare che la Cina figura al novantesimo posto nell’Indice di sviluppo umano dell’ONU.
Il colonialismo e l’imperialismo hanno sempre generato migrazioni di massa. Vi assistiamo anche oggi, specialmente in Europa. Secondo lei la cosiddetta crisi dei profughi è una catastrofe naturale oppure è il risultato di decisioni politiche fatali?
Per un verso si tratta davvero di una catastrofe naturale. La terribile siccità che si è abbattuta sulla Siria e che ha flagellato una grossa fetta della popolazione è il risultato del riscaldamento globale, per quanto questo abbia ben poco di naturale. Anche le orribili carestie che affliggono l’Asia centrale sono da ricollegarsi all’attacco all’ambiente nell’era dell’Antropocene. L’industrializzazione sta distruggendo le basi stesse della vita, e continuerà a farlo, se nessuno vi porrà un freno.
Molti Stati europei non vogliono accogliere altri rifugiati. Ogni giorno vediamo persone annegare nel Mediterraneo o essere rimpatriate in zone di guerra come l’Afghanistan. La politica non sembra curarsene. Cosa ci dice questo a proposito dell’Unione europea e dei cosiddetti valori europei?
L’Unione europea ha applicato con grande efficienza il suo programma di austerità, che ha colpito gli Stati più poveri e favorito le banche del Nord; ma non è stata in grado di gestire adeguatamente una catastrofe umanitaria che è in larga misura frutto dei crimini occidentali. Tutto il peso ricade su quei pochi paesi che sono disposti, almeno per il momento, a dare una mano, come la Germania e la Svezia. Tanti hanno semplicemente chiuso le frontiere. L’Europa, con l’aiuto della Turchia, cerca di tenere lontana dai propri confini quella massa di disperati proprio come fanno gli Stati Uniti, che premono sul Messico perché impedisca a chi fugge dallo sfacelo prodotto dai crimini statunitensi in America centrale di raggiungere i loro confini. Queste manovre brutali le si vuole addirittura far passare per politiche umanitarie volte a ridurre l’«immigrazione clandestina». Che cosa ci dice questo a proposito dei valori dominanti? Difficile persino usare il termine «valori», figuriamoci esprimere un’opinione.
In Europa è opinione diffusa che sia impossibile accogliere tanti profughi e migranti. C’è del vero in questa convinzione?
La Germania è quella che ha fatto di più, assorbendo circa un milione di profughi in un paese molto ricco e con oltre ottanta milioni di abitanti. In proporzione il Libano, un paese povero con diversi problemi interni, ne ha accolti molti di più: il 25% della sua popolazione oggi è siriana, e si aggiunge ai discendenti di coloro che furono espulsi dall’ex Palestina. A differenza del Libano, la Germania ha bisogno degli immigrati per ragioni demografiche, essendo la sua popolazione in declino per via del minore tasso di natalità, che è a sua volta il risultato dell’istruzione femminile – un fenomeno riscontrabile in tutto il mondo. Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch, ha ragione quando afferma che questa «ondata di persone» è più che altro un rigagnolo se raffrontato al bacino che deve assorbirlo. Tenuto conto della ricchezza dell’Unione europea, non è verosimile che all’Europa manchino le risorse per accogliere questi nuovi arrivi. Soprattutto in quei paesi che hanno bisogno dell’immigrazione per motivi economici.
La crisi dei profughi ha spinto diversi Stati dell’UE a sospendere il Trattato di Schengen e a chiudere le frontiere.1 Secondo lei il progetto di integrazione europea è in procinto di fallire?
Non dimentichiamo che gli europei si sono massacrati per secoli, e nei modi più terribili. Aver superato le ostilità e i confini nazionali è stato un traguardo importantissimo. Sarebbe una vergogna se il Trattato di Schengen naufragasse per colpa di una minaccia percepita che potrebbe essere invece risolta in modo umano, arricchendo così la società europea sia culturalmente sia economicamente.
Noam Chomsky
Sulla crisi dei profughi
In alcuni paesi è in corso una vera crisi dei profughi. Nel Libano, per esempio, dove circa un quarto della popolazione è composto da profughi dalla Siria, oltre al flusso di rifugiati provenienti dalla Palestina e dall’Iraq. Anche altri paesi poveri e martoriati della regione hanno assorbito un numero enorme di profughi, come la Giordania e la Siria, prima che quest’ultima sprofondasse nel suicidio di massa. Questi paesi che oggi fanno fronte alla crisi migratoria non ne sono però i responsabili. Le migrazioni sono infatti generate dai ricchi e dai potenti, i quali adesso si lamentano per un esiguo flusso di vittime disperate che loro possono assorbire tranquillamente.
La sola invasione angloamericana dell’Iraq ha provocato l’esodo di quattro milioni di persone, di cui quasi la metà è fuggita nei paesi vicini. Gli iracheni continuano a scappare da una nazione che è una delle più miserabili della terra per colpa delle feroci sanzioni imposte per dieci anni dall’Occidente, seguite poi dalle aggressioni dei ricchi e potenti, che hanno devastato il paese e innescato un conflitto settario che sta facendo a pezzi l’Iraq e l’intera regione.
Che cosa hanno fatto gli europei in Africa è storia nota. Da questo continente provengono flussi ancora più consistenti di migranti che transitano oggi attraverso il varco creato dai bombardamenti franco-anglo-americani sulla Libia, distruggendola e lasciandola nelle mani di milizie in guerra tra loro. Così come sono note le azioni degli Stati Uniti nell’America centrale, che hanno seminato il terrore e la miseria da cui le persone continuano a fuggire ancora adesso; a queste si aggiungono anche le vittime messicane di quell’accordo di libero scambio che, com’era prevedibile, ha distrutto l’agricoltura del Messico, incapace di competere con le multinazionali statunitensi generosamente sussidiate dallo Stato.
La risposta dei ricchi e potenti Stati Uniti è di fare pressioni sul Messico perché tenga lontane le loro vittime dalle frontiere, e le rimandi indietro senza pietà se riescono ad aggirare i controlli. La risposta della ricca e potente Unione europea è di corrompere e fare pressioni sulla Turchia perché tenga lontani dai suoi confini i poveri sopravvissuti e di ammassare i profughi negli orrendi campi di detenzione turchi.
All’interno della società civile vi sono onorevoli eccezioni; ma la reazione degli Stati è una vergogna morale, anche non volendo prendere in considerazione le loro pesanti responsabilità nelle circostanze che costringono queste persone a fuggire.
Questa vergogna non è una novità. Pensiamo solo agli Stati Uniti, il paese più potente e privilegiato del mondo. Per gran parte della sua storia ha accolto i profughi europei, affinché si insediassero in quelle terre prese con la violenza ai popoli massacrati che vi vivevano prima. Tutto questo cambiò con l’Immigration Act del 1924, il cui primo obiettivo era di escludere gli italiani e gli ebrei. La sorte di questi ultimi è ben nota. Anche dopo la guerra, ai sopravvissuti dei campi di concentramento era vietato entrare nel paese. Oggi, i rom vengono espulsi dalla Francia e costretti a vivere in condizioni orribili nell’Europa orientale: sono i discendenti delle vittime dell’Olocausto, ma forse questo non interessa a nessuno.
È una vergogna profonda ed eterna. È dunque venuto il momento di mettere fine a tutto questo e di riportare la nostra civiltà a un livello dignitoso.
maggio 2016
Capitolo terzo
Donald Trump e il «mondo libero»
L’elezione di Donald Trump ha segnato una svolta alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti sono governati da una star da reality nonché troll di Twitter. Già durante la campagna elettorale Noam Chomsky aveva evidenziato quanto sarebbe stata pericolosa una vittoria di Trump, pronunciandosi a favore di Hillary Clinton dopo la sconfitta di Bernie Sanders alle primarie. Per questo è stato ampiamente criticato: come poteva Chomsky appoggiare la Clinton? I suoi sostenitori ne sono stati molto sorpresi, amareggiati e in qualche caso proprio infuriati. Tuttavia, queste emozioni non avrebbero certamente risolto il problema. In un’intervista ad «Al Jazeera», Chomsky ha chiarito il suo punto di vista, spiegando che, pur non essendo lui un fan di Hillary Clinton né del resto della sua famiglia o della sua linea politica, lei avrebbe sicuramente agito meglio di Trump in quasi ogni campo. Inoltre, nello specifico contesto elettorale, dove la scelta ricade tra due candidati, bisogna accettare di votare per il male minore. E tra i due il male minore era la Clinton, anche se a molti questo può non piacere.
Comprensibilmente, c’era un forte scetticismo verso la Clinton, e non soltanto negli Stati Uniti. Nei paesi arabi, così come in Afghanistan o in Pakistan, molte persone avevano mostrato di preferire Trump alla presidenza. Anche in Europa c’erano tanti, sia a destra sia a sinistra, che non volevano la Clinton alla Casa Bianca. Le ragioni sono svariate. Quelli che da decenni subiscono la politica estera statunitense hanno creduto che con Trump ci sarebbe stato un cambio di rotta decisivo, e speravano in una linea politica completamente diversa da quella di Obama. Altri semplicemente erano felici che un razzista e sessista dichiarato prendesse le redini del più potente paese del mondo e lo portasse alla rovina; in fondo, era il pensiero recondito, gli americani non meritano nulla di diverso. Altri ancora hanno pensato che Trump, a differenza della Clinton, fosse uno che si è costruito da solo il suo «American Dream» ed è distante anni luce dalle élite dominanti.
Ma tutte queste congetture si sono rivelate errate. Al contrario, aveva ragione Chomsky, il quale già prima delle elezioni metteva in guardia sul fatto che il Partito repubblicano è diventato «la più pericolosa organizzazione del mondo». Pur essendo per certi versi le azioni di Trump imprevedibili, in molti casi è chiarissimo quali passi compirà. Che Trump – un miliardario – potesse diventare il paladino del precariato era solo una pia illusione. Al contrario, come ha evidenziato Chomsky, il vero elettorato di Trump è costituito prevalentemente dai ricchi e potenti, assieme ai quali egli sembra intenzionato a mettere a ferro e fuoco il mondo intero. Questo discorso vale in particolare per i cambiamenti climatici, sui quali Chomsky non si stanca di lanciare l’allarme, mentre l’amministrazione Trump li ignora sistematicamente. Senza contare il pericolo di una guerra atomica, l’intensificarsi dei conflitti in Medio Oriente e la definitiva neoliberalizzazione dell’economia.
Quanto è pericoloso Donald Trump alla Casa Bianca?
Molto. All’inizio del suo secondo anno di mandato, gli studiosi del «Bulletin of the Atomic Scientists» hanno spostato le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a soli due minuti dalla mezzanotte, a causa delle armi atomiche e dei cambiamenti climatici. L’ultima volta che fu annunciato uno spostamento di questo genere fu durante la Guerra fredda quando, nel 1953, le due superpotenze dell’epoca – USA e URSS – testarono le loro bombe all’idrogeno. Da allora, il rischio di una guerra mondiale che ci annienterà tutti è diventato ancora più concreto. In tema di cambiamenti climatici, poi, Trump, assieme all’intera dirigenza repubblicana, è un disastro totale. Alle primarie, tutti i candidati hanno negato i cambiamenti climatici, o al limite hanno dichiarato che non bisogna fare nulla; una posizione che ha contagiato la base del partito. La metà dei repubblicani pensa che il riscaldamento globale non esista, mentre per il 70% l’essere umano non ne è responsabile, reale o meno che sia il fenomeno. Queste percentuali sarebbero scioccanti dovunque, ma non dimentichiamo che stiamo parlando di un paese avanzato in cui l’opinione pubblica ha pieno accesso a una mole enorme di informazioni.
Non ci sono parole. Non soltanto il paese più potente della storia non è interessato a contrastare questa minaccia esistenziale, ma anzi accelera la catastrofe; tutto questo solo perché altro denaro possa confluire in tasche già stracolme. Questa indifferenza per la realtà è a dir poco sconcertante. Un altro problema è la grande attenzione riservata alla personalità di Trump: mentre i mezzi d’informazione sono tutti concentrati su di lui, i suoi funzionari si adoperano per fare gli interessi del vero elettorato – i ricchi e i potenti – devastando il resto della popolazione e le generazioni future.
Il presidente non ha nemmeno remore a dividere le famiglie dei migranti.
Una politica assolutamente deprecabile. Il Dipartimento della Sicurezza interna non ha esitato a separare i bambini, anche piccolissimi, dalle madri al fine di scoraggiare tutti coloro che vogliono venire nel nostro paese. Dall’ottobre del 2017 queste misure hanno colpito centinaia di famiglie, la maggior parte delle quali fugge dai disastri creati dalle politiche statunitensi nella loro terra.1 Il grosso dei migranti proviene dall’Honduras dove, non dimentichiamolo, c’è stato un golpe militare appoggiato dagli Stati Uniti che ha deposto il presidente eletto e dove si sono svolte elezioni fasulle cui è seguito un regime terroristico.
A questo si aggiunge, naturalmente, la permanente strategia della paura di Trump a proposito dei migranti che, avendo raggiunto il Messico, hanno come destinazione finale gli Stati Uniti. Secondo quanto sostiene lui, queste persone, che sono evidentemente delle vittime, costituiscono un pericolo per la sicurezza. Ricorda un po’ il clamore che suscitò Reagan quando, con indosso gli stivali da cowboy, dichiarò che c’era un’emergenza nazionale perché i soldati nicaraguensi erano a due giorni di marcia dal Texas e avrebbero potuto attaccarci. È incredibile che questi fatti non scatenino l’indignazione generale.
Lei ha più volte affermato che le migrazioni dal Sud dipendono, tra gli altri fattori, dal NAFTA (Accordo nordamericano per il libero scambio). In che senso?
L’amministrazione liberal di Bill Clinton ha indebolito la classe lavoratrice in diversi modi. Uno strumento efficace da questo punto di vista è stato il NAFTA, che coinvolge Canada, Messico e Stati Uniti. Per motivi di pura propaganda, il NAFTA fu definito un «accordo di libero scambio», ma in realtà non ha nulla a che vedere con gli scambi commerciali. Al pari degli altri accordi di questo tipo, esso contiene forti elementi protezionistici, la maggior parte dei quali non c’entra niente con il commercio, ma serve piuttosto a tutelare i diritti degli investitori. Come nel caso degli altri accordi, il NAFTA si è rivelato dannoso per i lavoratori dei paesi aderenti, il che era prevedibile. Uno degli effetti è stato l’indebolimento delle forme organizzative dei lavoratori. Uno studio sul NAFTA ha infatti dimostrato che l’attivismo sindacale è diminuito sensibilmente, e questo in buona parte perché le organizzazioni degli industriali avevano minacciato di trasferire la produzione in Messico se qualcuno avesse osato alzare la voce. Ovviamente è una prassi illegale, ma è irrilevante fino a quando le compagnie possono contare sul sostegno del governo.
Vale lo stesso per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, «Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti»)?
Come ho detto, questi accordi non hanno nulla a che fare con il «libero scambio». Nella maggior parte dei casi non riguardano il commercio, ma servono a tutelare i diritti degli investitori. C’è un motivo preciso se le bozze di questi accordi sono tenute segrete all’opinione pubblica. Basta darvi un’occhiata per capire perché. In ogni caso, questi documenti non sono propriamente segreti: semplicemente non sono accessibili al pubblico. Al contrario, i lobbisti, gli avvocati e i rappresentanti delle multinazionali ne conoscono bene i contenuti; alcuni di loro partecipano addirittura alla stesura. È evidente, quindi, quali interessi vengano rappresentati e difesi. Non quelli del resto del mondo, e nemmeno dei vari Stati coinvolti; la priorità è soltanto la tutela e i profitti del potere privato. Le misure implementate mediante questi accordi hanno un forte impatto sull’economia e favoriscono soprattutto i grossi gruppi mediatici e farmaceutici. Inoltre, concedono a investitori e multinazionali il diritto di fare causa agli Stati. Né io né lei possiamo farlo, ma una multinazionale sì: può fare causa a un governo perché questo ha adottato provvedimenti che possono danneggiare i suoi profitti futuri. Si tratta di un’immensa lobby che ha facoltà di ricorrere agli organi giudiziali. Con il NAFTA queste cose accadono già; con il TTIP e altri accordi simili non è diverso.
Il motto di Donald Trump è sempre stato «America First». Ma che cosa ha fatto nel concreto per migliorare la situazione negli Stati Uniti?
Era più che scontato che tutte le scelte politiche avrebbero avuto come unico fine quello di avvantaggiare Trump e il suo vero bacino di consenso, così com’era evidente che il benessere e la sicurezza della società sarebbero stati secondari. E così è accaduto. Tutto ciò ci riporta alla mente le parole d’ordine della Dottrina Monroe, successivamente messa in pratica da Robert Lansing, segretario di Stato di Woodrow Wilson. Mediante la Dottrina Monroe gli Stati Uniti definirono i propri interessi e diedero la massima priorità alla loro integrità territoriale; ciò valeva anche nelle relazioni internazionali e all’interno della società.
L’«America First», dunque, non è un concetto nuovo, anche se con «America» non si intende l’intera nazione bensì gli interessi di una classe specifica e del suo bacino di consenso. Nel gergo trumpiano, «America First» significa sostanzialmente «me first»: prima io. Le possibili ripercussioni nel suo paese o nel resto del mondo non lo riguardano.
Un ottimo esempio è la riforma fiscale, una vittoria politica di cui l’amministrazione Trump va particolarmente fiera e che fa evidentemente gli interessi della ricchezza privata e del potere corporativo, ossia della sua clientela. Quest’ultima continua a trarre vantaggio dalle politiche repubblicane sin dai tempi di Reagan. Del resto, il deficit è sempre stato usato come pretesto per indebolire o tagliare i programmi sociali. La riforma fiscale, dunque, va a esclusivo beneficio di quella clientela, mentre danneggia enormemente il resto della popolazione.2
Anche nella politica estera l’«America First» diventa «me first». Le conseguenze per gli Stati Uniti e il resto del mondo non interessano a Trump. La dottrina del «prima io» ha un immediato corollario: è necessario tenersi stretti gli elettori con false promesse e una retorica infuocata, senza però allontanare la vera clientela, e intanto continuare a ribadire che si sta facendo esattamente il contrario di ciò che aveva fatto Obama. Trump viene spesso definito «imprevedibile», ma le sue azioni sono molto prevedibili se si tengono a mente queste regole basilari.
Secondo lei tra le politiche di Trump quella sul clima è stata la più devastante?
Con Trump gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Accordo di Parigi.3 Hanno mandato all’aria tutti gli sforzi e gli impegni presi per contrastare i cambiamenti climatici e la conseguente catastrofe ambientale. La minaccia persiste, ed è sempre più grave. Ma era assolutamente prevedibile, come ho detto, perché tutte le sue decisioni sono tese a fare gli interessi del suo vero elettorato; in questo caso, le compagnie energetiche, grossa parte dell’industria automobilistica e altri soggetti la cui unica priorità è il profitto immediato. Non dimentichiamo che il membro più rispettato e «moderato» dell’esecutivo Trump, l’ex amministratore delegato della ExxonMobil Rex Tillerson, è stato sbattuto fuori perché ritenuto uno dal cuore tenero. Teniamo presente anche che sono stati proprio i ricercatori della ExxonMobil i primi, negli anni Settanta, a rendersi conto dei rischi del riscaldamento globale. L’ex amministratore delegato sicuramente ne era a conoscenza, ma si è comunque adoperato perché questa minaccia fosse portata alle sue estreme conseguenze e ha appoggiato il negazionismo sui cambiamenti climatici, solo perché arrivassero ancora più soldi in tasche già colme prima di dire addio a ogni forma di vita umana organizzata, e non in un lontano futuro. Non ci sono parole per descrivere tutto questo.
Lei ha incontrato in Argentina attivisti del Sudamerica e alcuni membri di Podemos dalla Spagna e di Syriza dalla Grecia. Che impressione ne ha avuto?
Sì, era una conferenza alla quale partecipavano attivisti da tutto il mondo, soprattutto dall’America latina. Erano presenti anche membri dei partiti che ha citato e altri militanti. Fin dalle spedizioni di conquista europee, avvenute cinque secoli fa, il Sudamerica è stato dominato da potenze straniere. La struttura di governo classica è sempre stata costituita da una cerchia ristretta, ricchissima, europeizzata e a maggioranza bianca, che comandava sulle masse povere e oppresse.
I governi sudamericani sono stati tra i più sottomessi alle politiche neoliberiste della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e del Dipartimento del Tesoro statunitense. Non a caso, sono stati anche i paesi che ne hanno risentito di più. Negli ultimi dieci o quindici anni, però, si sono sottratti a questo schema e sono usciti dalla sfera d’influenza statunitense. Si tratta di un cambiamento fondamentale negli affari internazionali.
Quanto all’Europa, lo spietato programma economico cui è stata sottoposta mina gravemente la democrazia. Ed è particolarmente dannoso per i paesi più deboli e periferici. Il programma di austerità nei periodi di recessione è economicamente devastante; perfino gli esperti del Fondo monetario internazionale ammettono che queste misure non hanno alcun senso dal punto di vista economico. Ma ne hanno dalla prospettiva della guerra di classe, perché fanno gli interessi delle grandi banche e sfasciano lo stato sociale. Credo sia precisamente questo lo scopo: indebolire il welfare state socialdemocratico, ossia la maggiore conquista dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. È del tutto naturale che ci sia stata una forte resistenza contro queste manovre politiche, innanzitutto in Grecia, che è il paese ad averne sofferto di più. I greci avevano richiesto la ristrutturazione del debito, una dilazione nella restituzione dei debiti che avrebbe potuto liberare il paese da questo disastro creato ad arte; ma le banche tedesche, le prime responsabili di quella crisi, hanno reagito con violenza pur di impedire alla Grecia di intraprendere questo percorso. Un rifiuto tanto più paradossale se si considera che nel 1953 alla Germania fu concessa dagli altri paesi europei la cancellazione di grossa parte dei suoi debiti.
La Grecia è un paese piuttosto debole, ma la Spagna è più grande e con un’economia più forte. In Spagna, come in Grecia, i criminali che hanno provocato la crisi sono le banche, quelle spagnole e quelle tedesche. E anche in Spagna, vorrebbero che fossero i cittadini a pagare il conto della catastrofe. Va precisato che tutto questo non ha niente a che vedere con il capitalismo propriamente detto. In una società capitalistica se, per esempio, io le presto del denaro, applicherò un tasso d’interesse abbastanza elevato perché so che è un prestito rischioso e posso regolarmi di conseguenza. Se a un certo punto lei non potrà pagare, sarà un problema mio. Così funziona in una società capitalistica, ma non in quella in cui viviamo oggi. Oggi il mio problema diventa anche il problema dei miei vicini. Costoro non si sono assunti quel rischio, eppure sono costretti a pagare anche loro per salvare me. Ecco come opera il nostro sistema, in modo completamente anticapitalistico. È sensato dal punto di vista della guerra di classe, ma non c’entra nulla con il capitalismo o il libero mercato.
In Europa i partiti populisti di destra aizzano il popolo, e proprio per questo hanno tanto successo. Anche l’ascesa di Trump è da ricollegarsi a questi sviluppi politici. Che cosa ne pensa della Brexit e dell’ascesa dei partiti di destra?
La percezione tra gli inglesi, anche nella sinistra, è che la Brexit li libererà dalle politiche reazionarie di Bruxelles, ma è una convinzione errata. In primo luogo, perché è stato proprio il Regno Unito uno dei fautori di quelle politiche, non è stata l’UE a imporgliele. Sono stati gli inglesi a promuoverle e portarle avanti. In secondo luogo, perché quanto è accaduto nel paese, prima con Margaret Thatcher e poi con Tony Blair e David Cameron, non è stato provocato dalle politiche dell’Unione europea ma è venuto dall’interno. Di conseguenza, separarsi dall’UE e dalla burocrazia di Bruxelles non risolverà i problemi interni. Anzi, potrebbe aggravarli; potrebbe lasciare il Regno Unito, ancora più di adesso, in balia dell’influenza statunitense.4
Quanto all’ascesa dei partiti di destra in Europa, è molto preoccupante.
L’Europa è sempre stata molto più razzista degli Stati Uniti, a mio parere. Finora il razzismo non si è palesato perché i popoli erano più omogenei, ma via via che l’assetto demografico cambia, il razzismo viene allo scoperto.
L’ascesa dei partiti di destra è il risultato delle cattive scelte dei partiti centristi, compresi i socialdemocratici, i quali hanno avallato politiche economiche e sociali che si sono rivelate devastanti. Le misure di austerità imposte dalla troika sono state deleterie, e tutto lascia pensare che siano state progettate apposta per minare lo stato sociale. Come ho già detto, scopo dell’austerità non era lo sviluppo economico; al contrario, essa è nociva allo sviluppo. Il vero obiettivo era lo smantellamento dei programmi di welfare state: pensioni, condizioni di lavoro dignitose, norme sui diritti dei lavoratori e così via.
Si direbbe che lei sia preoccupato per l’Unione europea. Secondo lei che cosa accadrebbe se l’Europa prendesse le distanze dagli Stati Uniti e dal Regno Unito?
L’UE ha diversi problemi strutturali, in primo luogo la presenza di una moneta unica senza l’unione politica; un fatto di non poco conto. Ma ci sono anche spinte positive. Fioriscono proposte interessanti che puntano a salvare ciò che c’è di buono e a migliorare quello che non va. Il progetto di Gianis Varoufakis, DiEM25, per un’Europa più democratica, per esempio, sembra promettente.
Per anni il Regno Unito è stato il rappresentante degli interessi statunitensi in Europa. La Brexit potrebbe convincere l’Europa a intraprendere un corso più indipendente negli affari internazionali, il quale potrebbe essere accelerato dalle politiche trumpiane che isolano sempre di più gli Stati Uniti dal resto del mondo. Mentre Trump continua a sbraitare, infatti, la Cina potrebbe addirittura assumere la guida delle politiche energetiche mondiali e intanto estendere la sua influenza a ovest e poi anche all’Europa, grazie anche alla Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e alla Nuova Via della seta.
Sin dalla Seconda guerra mondiale gli strateghi politici statunitensi hanno temuto che l’Europa diventasse una «terza potenza» indipendente. Nel continente si è sempre dibattuto, in particolare, sulla possibilità di costruire un’Europa «gollista» dall’Atlantico agli Urali o, negli anni successivi, qualcosa di simile alla concezione di Gorbačëv di una grande Europa da Bruxelles a Vladivostok.
Quale ruolo dovrebbe avere la Germania in un’Europa affrancata dagli Stati Uniti?
Qualunque cosa accada, sicuramente la Germania manterrà una posizione dominante negli affari europei. Certo, è strano che un cancelliere tedesco, e conservatore, come Angela Merkel impartisca lezioni agli Stati Uniti sui diritti umani e si impegni in prima fila sulla questione dei rifugiati, la quale per inciso è il sintomo di una grave crisi morale dell’Europa. D’altra parte, con la sua fissazione per l’austerità, la paranoia sull’inflazione e la politica economica nazionale basata sulle esportazioni, la Germania non ha mostrato grande senso di responsabilità verso l’economia europea, in particolare dei paesi periferici. Ciononostante, la Germania potrebbe nel migliore dei casi – e non è un’ipotesi così assurda – esercitare sull’Europa un’influenza tale da farne una forza positiva nello scacchiere politico internazionale.
Tornando a Trump, il suo primo viaggio all’estero è stato in Arabia Saudita. Che cosa ci dice questo a proposito della sua figura e della sua politica mediorientale?
L’Arabia Saudita è uno di quei posti in cui Trump si sente a suo agio: una dittatura spietata i cui governanti opprimono la società nonché un grande produttore di petrolio, con fiumi di denaro a disposizione. Quel viaggio ha suggellato svariati accordi per la vendita di armi e diversi altri doni per gli ospiti. Uno degli esiti della visita è stato che gli amici sauditi hanno avuto il via libera a intensificare le loro barbarie nello Yemen e a intervenire contro il Qatar, colpevole di aver mostrato un po’ troppa autonomia rispetto ai padroni sauditi. In questo anche l’Iran gioca un ruolo importante: il Qatar condivide con gli iraniani un giacimento di gas naturale e mantiene relazioni commerciali e culturali che i sauditi non tollerano.
I leader e commentatori politici statunitensi hanno sempre considerato l’Iran una grossa minaccia, addirittura il paese più pericoloso del pianeta, ben prima di Trump.
Lei pensa che la «minaccia iraniana» sia esagerata? È pur vero che l’Iran appoggia i gruppi militanti nella regione.
Nel mondo reale, il «sostegno al terrorismo» di cui si parla è l’appoggio dato dall’Iran a Hezbollah, la cui colpa è di essere l’unico argine all’invasione israeliana del Libano, e a Hamas, che ha vinto regolarmente le elezioni nella Striscia di Gaza. Una vittoria considerata un crimine talmente grave da innescare dure sanzioni e un piano di golpe militare da parte del governo statunitense. È vero che a entrambe le organizzazioni si possono imputare azioni terroristiche, ma queste non sono nemmeno lontanamente paragonabili al terrorismo generato dal coinvolgimento saudita nella formazione e nelle attività delle reti jihadiste.
Quanto al programma nucleare iraniano, l’intelligence americana ha già confermato ciò che qualsiasi osservatore può intuire da solo: se anche esiste, rientra nella strategia di deterrenza dell’Iran. Né va trascurato un elemento di cui non si parla mai, e cioè che la paura per le armi atomiche iraniane potrebbe essere facilmente fugata se si prendesse in considerazione la richiesta avanzata dallo stesso Iran di creare una zona denuclearizzata nel Medio Oriente. Questa soluzione incontra l’approvazione degli Stati arabi e del resto del mondo, mentre è osteggiata dagli Stati Uniti al fine di tutelare l’arsenale atomico israeliano.
Poiché la tesi della minaccia iraniana si sgretola facilmente se vagliata criticamente, sta a noi individuare i veri moventi dell’animosità statunitense verso l’Iran. Mi vengono in mente alcune ipotesi. Una di queste è che Stati Uniti e Israele non possono tollerare la presenza di una forza indipendente in una regione che reputano loro di diritto. Un Iran dotato di un deterrente nucleare è inaccettabile per Stati senza scrupoli il cui obiettivo è spadroneggiare nel Medio Oriente.
Ma ci sono ragioni più profonde. Agli iraniani non viene perdonata la destituzione del dittatore insediato da Washington con il golpe militare del 1953; un golpe che aveva abbattuto, assieme al governo parlamentare, anche l’assurda pretesa dell’Iran di avere voce in capitolo sulle proprie risorse naturali. Il mondo è troppo complesso per analisi semplicistiche, ma questo mi sembra il succo della storia.
Non fa male neppure ricordare che, negli ultimi sessant’anni, quasi non è passato giorno che Washington non abbia vessato gli iraniani.
Trump si è unito al coro degli anatemi contro l’Iran lanciati dai più spietati e repressivi dittatori del mondo. Per una strana coincidenza, proprio durante il suo viaggio in Medio Oriente si sono svolte le elezioni iraniane; elezioni che, per quanto irregolari e problematiche, sarebbero inconcepibili nella terra dei sauditi, i quali si dà il caso siano la sorgente del radicalismo islamico che infiamma la regione. Tuttavia, l’animosità americana verso l’Iran va ben oltre Trump: affonda le radici nel passato e ha sempre coinvolto la dirigenza di Washington.5
Lei sostiene di non concordare con le tesi di McCoy e di altri studiosi e di ritenere invece che gli Stati Uniti continueranno a essere la prima superpotenza in campo politico, economico e militare. Può spiegare perché è giunto a questa conclusione?
La crisi finanziaria del 2007-2008 ha avuto origine negli Stati Uniti, ma alla fine sono stati i loro principali concorrenti – Europa e Giappone – a subirne i contraccolpi maggiori, mentre gli USA sono rimasti la meta preferita degli investitori alla ricerca di sicurezza. I vantaggi competitivi degli Stati Uniti sono notevoli. Innanzitutto, possono contare su enormi risorse interne. Poi, sono un paese unificato, e questo è un fattore di grande rilievo: fino alla Guerra civile degli anni Sessanta dell’Ottocento, l’espressione «Stati Uniti» era sempre intesa al plurale (come avviene tuttora nelle lingue europee); ma da quel momento in lingua inglese è stata utilizzata al singolare. Le politiche progettate a Washington sono poi applicate all’intero paese; in Europa sarebbe molto più complicato. Qualche anno dopo l’ultima crisi finanziaria mondiale, la Commissione europea è infine giunta alla conclusione che l’Europa dovrebbe cambiare da questo punto di vista, ricercando quel sistema finanziario e quell’accentramento del potere che a Washington sono già la norma. L’unità è importante e porta con sé molti vantaggi. Peraltro, gli economisti europei hanno già ampiamente illustrato gli effetti controproducenti dell’incapacità europea di adottare misure anticrisi coordinate.
Le differenze storiche tra Europa e Stati Uniti sono ben note. Dopo secoli di conflitti in Europa prevalse il sistema degli Stati-nazione. Poi l’esperienza della Seconda guerra mondiale convinse gli europei a rinunciare al loro sport preferito: massacrarsi a vicenda.
Gli Stati Uniti sono agli antipodi. Sono uno Stato edificato a partire dal colonialismo insediativo che dopo aver annientato i popoli indigeni ne confinò i sopravvissuti nelle «riserve», per poi conquistare metà del Messico ed espandersi ancora più in là. Molto più che in Europa, l’eterogeneità interna fu distrutta. La Guerra civile consolidò l’autorità centrale e l’uniformità anche in altri ambiti: lingua nazionale, modelli culturali, grandi progetti statali che portarono alla urbanizzazione e all’industrializzazione della società.
Come ho già detto, le economie emergenti dell’Asia hanno gravi problemi interni di cui si conosce ben poco in Occidente. Questa, però, è solo una parte della verità: nel diciottesimo secolo la Cina e l’India erano gli epicentri commerciali e industriali del mondo, con sofisticati sistemi di mercato e con una situazione sanitaria relativamente avanzata. Poi le conquiste imperiali e le politiche economiche, di cui hanno beneficiato prevalentemente i ricchi mentre la maggioranza della popolazione è rimasta povera e oppressa, le hanno ridotte in condizioni miserande. È indicativo che l’unico paese del Sud globale ad aver conosciuto un vero sviluppo sia stato il Giappone, ossia l’unico a non essere stato colonizzato. Non è un caso.
I rapporti tra Stati Uniti e Cina hanno attraversato diverse fasi, con numerosi alti e bassi. Come potrebbero evolvere in futuro?
Con la Cina gli Stati Uniti hanno sempre avuto un rapporto di amore e odio. Le terribili condizioni di lavoro e gli scarsi vincoli ambientali in Cina hanno convinto le compagnie statunitensi e di altri paesi occidentali a trasferire lì la produzione, oltre al settore commerciale, da cui ricavano merci a basso costo. Inoltre oggi gli Stati Uniti confidano nella Cina, oltre che nel Giappone e in altri paesi, per sorreggere la loro economia. Ma la Cina costituisce anche un problema: non si lascia intimorire facilmente. Quando gli Stati Uniti fanno la voce grossa con l’Europa e ordinano, per esempio, di non fare più affari con l’Iran, di solito funziona. Con la Cina no. I cinesi non danno peso a questi diktat, e questo preoccupa Washington. Del resto, lo spauracchio cinese ha radici antiche, e resiste ancora oggi.
La Turchia ha un peso di non poco conto negli equilibri internazionali, ed è molto attiva sia in Medio Oriente sia in Asia centrale. Con Recep Tayyip Erdoğan ha preso avvio una strategia «neo-ottomana» che a quanto pare domina la politica di Ankara. Che cosa ne pensa?
La Turchia è sempre stata un alleato importante degli Stati Uniti, tanto che durante la presidenza Clinton è diventata uno dei principali destinatari delle armi statunitensi. Clinton autorizzò esportazioni massicce di armi ad Ankara, dando così di fatto appoggio ai massacri, alle devastazioni e al terrorismo contro la minoranza curda. La Turchia è altresì un grande alleato di Israele dal 1958, e questo rientra nella più ampia alleanza di Stati non arabi, sotto l’egida americana, volta ad arginare i «nazionalismi radicali», in altre parole i popoli dei rispettivi paesi, per assicurarsi il controllo sulle principali fonti energetiche del mondo. Talvolta le relazioni turco-americane hanno conosciuto momenti di tensione, per esempio quando gli Stati Uniti decisero di invadere l’Iraq e confidarono nel sostegno della Turchia ma Ankara volle invece rispettare il volere della popolazione, che per il 95% si era pronunciata contro la guerra. Qualche tensione c’è anche oggi, ma l’alleanza resiste. La Turchia ha la possibilità di costruire migliori relazioni con l’Iran e con l’Asia centrale, ed è verosimile che voglia perseguire questa strada. A Washington questo scenario non piace affatto.
Dal tentato colpo di Stato contro Erdoğan sono state arrestate migliaia di persone, tra cui numerosi accademici, i mezzi d’informazione epurati, le scuole e le università chiuse. Le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno, i giornalisti vengono bollati come «terroristi» e mandati in galera. Soprattutto, il golpe del 2016 ha rafforzato il ruolo di Erdoğan nella politica interna. Secondo lei in che modo questo evento ha influito sulle relazioni con gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali?
Innanzitutto, suona più appropriata l’espressione «presunto golpe». Negli anni Novanta il governo turco ha compiuto atroci violazioni dei diritti umani contro i curdi: decine di migliaia di persone ammazzate, migliaia di città e villaggi distrutti, carcerazioni e torture inimmaginabili. In quel periodo l’80% delle armi proveniva da Washington, e aumentavano quanto più si intensificavano gli atti criminali. In un solo anno, nel 1997, quando i massacri raggiunsero il loro apice, Clinton inviò ad Ankara più armi di quante il paese ne avesse ricevute dal dopoguerra. I mezzi d’informazione hanno sempre taciuto su quelle vicende. Il «New York Times», che ha una redazione ad Ankara, non riportò quasi nulla. Eppure quei fatti erano noti in Turchia e altrove. Tutti gli osservatori conoscevano bene la situazione. Oggi che quei crimini sono ripresi, l’Occidente preferisce voltarsi dall’altra parte.
Tuttavia, i rapporti tra Erdoğan e l’Occidente vanno peggiorando, e nella cerchia del presidente turco serpeggia la rabbia contro gli occidentali, per l’atteggiamento verso il tentato golpe del 2016, vagamente critico ma non abbastanza per il governo, e verso il sempre maggiore autoritarismo e le dure azioni repressive, anche in questo caso vagamente critico ma eccessivo secondo il governo. È convinzione sempre più diffusa che siano stati gli Stati Uniti ad accendere la miccia del colpo di Stato. Del resto, Fethullah Gülen, accusato da Erdoğan di essere l’ideatore del tentato golpe, vive negli Stati Uniti. Washington vuole avere prove inoppugnabili prima di estradarlo, ma questa decisione è stata criticata duramente dai turchi. In effetti, l’atteggiamento statunitense è curioso: non dimentichiamo che Washington ha bombardato l’Afghanistan dopo aver richiesto l’estradizione di Osama bin Laden, pur non avendo uno straccio di prova.
Assieme a centinaia di accademici turchi lei ha firmato una petizione per denunciare le condizioni in cui versano i curdi. A seguito di ciò, Erdoğan l’ha chiamata personalmente in causa definendola un «terrorista». Ci può raccontare che cosa è accaduto e quale giudizio trarne?
Un gruppo di professori universitari turchi aveva lanciato una petizione per condannare le politiche del governo e le azioni repressive ai danni dei curdi. Io ero uno dei tanti stranieri invitati a sottoscriverla. Subito dopo il violento attentato terroristico ad Istanbul, Erdoğan si è scagliato contro i firmatari dell’appello e, in perfetto stile bushiano, ha dichiarato che chi non era dalla sua parte era dalla parte dei terroristi. Dal momento che aveva fatto il mio nome, qualcuno mi ha invitato a rispondere. Ed è ciò che ho fatto, scrivendo quanto segue:
La Turchia incolpa l’ISIS [dell’attacco], che però Erdoğan appoggia in svariati modi, così come fa con il Fronte al-Nuṣra, che non è tanto diverso dal punto di vista ideologico. Inoltre, Erdoğan si scaglia contro chi condanna i suoi crimini ai danni dei curdi, che però si dà il caso siano la forza di terra che si contrappone all’ISIS, in Siria come in Iraq. C’è bisogno di aggiungere altro?
I professori turchi che hanno firmato l’appello sono stati arrestati e minacciati, altri sono stati aggrediti fisicamente, e nel frattempo si è inasprita la repressione statale. Fortunatamente, cresce la solidarietà internazionale attorno a queste persone, anche se ancora non quanto meriterebbero, viste le circostanze.
Da diversi anni Erdoğan si adopera per consolidare il suo potere e indebolire la democrazia e la libertà in Turchia. Tutto lascia pensare che egli voglia diventare un governante autoritario e costruire una dittatura repressiva.
Viviamo in un’epoca in cui la democrazia è in pericolo. Il mondo sta diventando sempre meno democratico, e ne troviamo conferma nella situazione politica degli Stati Uniti e dell’Europa. Ciò ha forse qualcosa a che fare con il fatto che le persone sono sempre più convinte che la politica si occupi solo degli interessi di pochi?
Fin dagli anni Ottanta dai sondaggi statunitensi emerge che secondo la maggioranza il governo agisce a favore di pochi grandi gruppi d’interesse attenti solo al proprio tornaconto. La domanda importante è un’altra: le persone sono disposte ad agire in qualche maniera? Vogliono cambiare questo stato di cose? Ciò dipende da diversi fattori, ma soprattutto dalla percezione che hanno dei mezzi a loro disposizione. Compito degli attivisti seri e impegnati è costruire e mettere a disposizione questi mezzi, e motivare le persone a comprenderli e a utilizzarli.
Duecentocinquant’anni fa David Hume scriveva che la forza sta sempre dalla parte dei governati e che devono solo decidere di usarla. Egli sosteneva che è soltanto l’opinione, ossia l’indottrinamento e la propaganda, che impedisce loro di esercitare quel potere. Ma questa dinamica può essere ribaltata, come è accaduto diverse volte nella storia.
Lei fa spesso riferimento alla «mano invisibile del potere». Che cosa significa, e come si ricollega all’attuale situazione politica internazionale?
Uso questa espressione per indicare quei soggetti che avocano a sé l’egemonia, che dettano l’agenda politica e che mettono i propri interessi al di sopra del bene comune. Ve ne sono numerosi esempi, sia negli Stati Uniti sia sulla scena politica internazionale. Qualche volta le nubi si diradano grazie alla divulgazione di documenti riservati o a clamorosi eventi storici. La vera natura della Guerra fredda, per esempio, venne alla luce quando crollò l’Unione Sovietica e non fu più possibile proclamare che i russi erano alle porte. In questo modo emersero i veri moventi della pianificazione politica, celati dietro il pretesto della Guerra fredda.
Per fare un altro esempio, i documenti dell’amministrazione di Bush padre ci hanno rivelato che la presenza militare in Medio Oriente doveva essere intensificata, in teoria perché i nostri interessi ne avrebbero risentito se la regione fosse stata lasciata alla sfera d’influenza del Cremlino. In realtà il vero problema era il «nazionalismo radicale», l’espressione utilizzata abitualmente per designare le spinte indipendentiste su cui si vuole esercitare il controllo. Questo fatto fu tenuto nascosto durante la Guerra fredda, occultato dallo spauracchio del Grande Nemico.
Illuminante è anche il caso della NATO, istituita e tenuta in piedi in teoria come difesa contro le orde russe. Ma nel 1991 questo minaccioso scenario era ormai storia passata; le orde russe non c’erano più e nemmeno il Patto di Varsavia. Per giunta, Michail Gorbačëv proponeva un sistema di sicurezza allargato ma senza patti militari. Che cosa ne fu a quel punto della NATO? Fu allargata a est violando gli impegni presi con Gorbačëv dall’amministrazione Bush. È probabile che vi fu la deliberata volontà di ingannarlo per favorire l’ingresso nella NATO di una Germania unificata.
Lei, come molti altri osservatori, continua a ripetere che le armi atomiche sono la maggiore minaccia per l’umanità. Viene allora da domandarsi come mai le potenze nucleari sono tanto restie a rinunciare ai loro arsenali. L’esistenza stessa di queste armi non costituisce forse un pericolo per i «padroni del mondo» come per tutti gli altri?
È sconcertante quanto poco i leader politici temano la loro stessa estinzione. Ma non è una novità negli affari internazionali. Quelli che in passato hanno avviato le guerre, spesso ne sono stati annientati. Tuttavia oggi il problema ha raggiunto una portata completamente diversa, ed è così dagli albori dell’era atomica.
I vertici politici non fanno che spiegarci con grande premura perché è tanto importante conservare le armi nucleari. Una spiegazione la troviamo in un documento, parzialmente desegretato nell’era Clinton, dello STRATCOM (Comando strategico), l’organismo responsabile della strategia nucleare e dell’utilizzo delle armi atomiche. Nel titolo del documento compare la parola «deterrenza» che, come il termine «difesa», significa in realtà coercizione e aggressione, in perfetto stile orwelliano. Nel documento si legge che le armi atomiche costituiscono una sorta di spauracchio in una crisi o in un conflitto, e dunque devono essere sempre pronte all’uso. Se il nemico sa che le abbiamo e possiamo utilizzarle, è possibile che si tiri indietro: un’argomentazione tipica della diplomazia kissingeriana. In questo senso possiamo affermare che le armi atomiche sono usate sempre, come ha fatto notare la gola profonda Dan Ellsberg: è lo stesso principio per cui se rapino un negozio con una pistola in mano, di fatto la sto usando, anche se non sparo.
Lei ha più volte denunciato il fatto che durante la Guerra fredda e la presidenza Reagan, gli Stati Uniti hanno ampiamente sostenuto e propagato il terrorismo. Ritiene che Washington sia ancora la peggiore minaccia terroristica del mondo?
La guerra con droni degli Stati Uniti ne è un esempio emblematico. Diversi libri sulla campagna globale di assassini di Barack Obama pubblicati negli ultimi anni hanno presentato prove convincenti che quelle operazioni sono illegali: «gli attacchi con droni violano il diritto internazionale, rinfocolano il terrorismo e trasgrediscono i principi etici fondamentali». A mio giudizio, si tratta di una valutazione corretta. Qualche anno fa il «New York Times» spiegava come vengono considerate le vittime civili di attacchi con droni: come confermato da diverse fonti governative, tutti i maschi in età militare nelle vicinanze di una zona di conflitto sono da considerarsi «combattenti nemici», a meno che non sia provato il contrario… a posteriori! Nelle aree tribali del Pakistan e dello Yemen, ma anche in altri paesi, la popolazione è traumatizzata dagli attacchi con droni e vive nella paura che la morte possa arrivare dal cielo da un momento all’altro. L’antropologo Akbar Ahmed, che ha una lunga esperienza professionale in questo campo e conosce molto bene le regioni tribali, è giunto alla conclusione che questi attacchi alimentano la sete di vendetta. Non c’è da sorprendersi. Del resto, come reagiremmo noi? Credo che già solo queste operazioni, ora in capo a Trump, valgano agli Stati Uniti quel primato cui si fa riferimento nella sua domanda.
Abbiamo già menzionato la minaccia russa. Essa domina ancora oggi il mondo dell’informazione statunitense, almeno a giudicare da quanto spazio hanno avuto le notizie sull’interferenza russa nelle presidenziali del 2016 – uno scandalo dietro l’altro. Lei che cosa ne pensa?
Sono tanti i mezzi d’informazione che hanno riportato in toni preoccupanti questa vicenda; il che è una barzelletta, quantomeno agli occhi del resto del mondo. Qualsiasi cosa i russi abbiano o non abbiano fatto, non c’è paragone con quello che ha fatto per anni alla luce del sole, spudoratamente, e con appoggi sostanziosi, Israele: l’interferenza israeliana nelle elezioni statunitensi supera di gran lunga qualsiasi eventuale azione della Russia, e agisce a livelli molto più alti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu può permettersi di recarsi al Congresso per tenere un discorso senza nemmeno avvisare il presidente; mette in discussione le politiche presidenziali e viene accolto da grandi applausi, e tutto questo, lo ripeto, al Congresso degli Stati Uniti. È esattamente ciò che ha fatto Netanyahu con Obama nel 2015. Ha mai visto Putin tenere un discorso davanti all’assemblea riunita del Congresso, senza che il presidente ne fosse informato? È solo un esempio tra i tanti. Ci sono influenze fortissime, perciò chi è interessato alle interferenze straniere nelle elezioni può trovare numerosi esempi.
Uno dei principi di un’autentica democrazia è che i rappresentanti eletti rendano conto ai cittadini. Non c’è nulla di più importante di questo, eppure sappiamo che negli Stati Uniti non è così.
Esiste un’ampia letteratura nel campo delle scienze politiche in cui vengono fatti raffronti tra le opinioni degli elettori e le politiche portate avanti dai loro rappresentanti. Da queste ricerche emerge che i cittadini sono sostanzialmente privati dei loro diritti, perché i rappresentanti eletti non si curano dei loro interessi; si preoccupano solo di quell’un per cento dei voti rappresentato dai ricchi e potenti. Il brillante lavoro di Thomas Ferguson, per esempio, ha dimostrato che le elezioni statunitensi sono un sistema di compravendita in base al quale è sempre possibile prevedere chi vincerà le presidenziali o le elezioni per il Congresso: basta esaminare chi finanzia le campagne elettorali. Ma questa è solo parte della verità. Non dobbiamo dimenticare infatti i lobbisti che di fatto scrivono le bozze di legge e fanno pressioni perché siano approvate. Nel complesso va così: la concentrazione di capitale, le multinazionali e i super ricchi interferiscono in maniera soffocante nelle elezioni. Ovvio, dunque, che i principi fondamentali della democrazia ne escano indeboliti. Il punto è che il sistema è legale, e questo è indicativo di come funzioni l’intera società americana. Chi si preoccupa per le nostre elezioni e il loro funzionamento o si interroga su chi le influenza e si concentra invece sull’interferenza russa, sta guardando nella direzione sbagliata. Qualche volta la stampa si occupa di queste cose di cui ho appena detto, ma in misura trascurabile rispetto alla grande attenzione riservata alle azioni della Russia.
La stessa cosa accade rispetto ad altre questioni, persino quelle che, per qualche motivo, interessano a Trump. Egli, per esempio, ritiene che occorra migliorare le relazioni con la Russia, e a ragione. I russi, da par loro, non dovrebbero rifiutare un negoziato con Washington. È vero che gli Stati Uniti hanno compiuto il più grave crimine di questo secolo, l’invasione dell’Iraq, ben peggiore di qualsiasi azione commessa dalla Russia, e tuttavia Mosca non dovrebbe rifiutarsi di dialogare con loro. Del resto, lo stesso vale per gli Stati Uniti: non dovrebbero evitare il dialogo, indipendentemente dalle spaccature che indubbiamente sussistono. È semplicemente assurdo. Bisogna invece perseguire una strada diversa. Proprio davanti ai confini russi si consumano gravi tensioni che rischiano di aggravarsi e portare a una guerra atomica devastante. Devastante e letale per qualsiasi forma di vita sul pianeta. Uno scenario simile è molto prossimo, e dovremmo domandarci perché. Innanzitutto, dobbiamo fare passi concreti per migliorare la situazione; poi, dobbiamo chiederci perché si è arrivati a questo. Ovviamente ha a che fare con l’espansione della NATO dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A quell’epoca furono infrante le promesse fatte a Gorbačëv, prima con Bush padre e poi con Clinton, che allargò la NATO fino al confine russo. Queste manovre sono continuate con Obama. Senza contare che gli americani hanno offerto l’adesione all’Alleanza atlantica all’Ucraina, epicentro degli interessi strategici della Russia. Ecco perché, com’è ovvio, ci sono tante tensioni al confine russo. Il destino delle società umane e delle diverse specie dipende da questo. Ciononostante, quanta attenzione viene data a questi fatti? Soprattutto se paragonata all’interesse verso le eventuali menzogne di Trump. A me sembra che sia questo il più grande fallimento del mondo dell’informazione.
Com’è possibile che in una società che ha vissuto la Grande depressione e altre crisi economiche continui a prevalere la fede nel libero mercato, tanto da mettere in ombra qualsiasi alternativa?
Dal punto di vista dei responsabili, la spiegazione è semplice: tutto continua ad andare a gonfie vele per i ricchi e i potenti. Gli utili societari raggiungono livelli da record, e la ricchezza supera ogni immaginazione. Di che cosa ci si lamenta, dunque?
La crescita del capitale finanziario si associa al calo dei profitti nel settore industriale e alla possibilità di spostare la produzione in posti in cui le condizioni di lavoro sono ancora peggiori ed è più facile sfruttare la manodopera, mentre gli utili approdano laddove le tasse sono più basse. È la globalizzazione. Questo processo è alimentato dallo sviluppo tecnologico, e sarà così anche in futuro. Esso ha favorito la crescita di un settore finanziario fuori controllo che erode il sistema e l’economia produttiva dall’interno, proprio come la larva di una vespa che divora dall’interno l’«ospite» in cui è stata deposta: questa l’immagine adoperata sul «Financial Times» da Martin Wolf, forse il più stimato giornalista economico del mondo anglofono.
Una volta ha detto che, dopo la Seconda guerra mondiale, qualsiasi presidente statunitense sarebbe stato impiccato se fossero ancora applicate le leggi di Norimberga. Non è un po’ eccessivo?
È vero. Tuttavia, non dimentichiamo che Eisenhower fece cadere il governo iraniano per mezzo di un golpe militare, cui seguirono venticinque anni di una brutale dittatura che si concluse nel 1979 con la rivoluzione. Egli fece inoltre destituire il primo e ultimo governo democraticamente eletto del Guatemala, anche in questo caso con un golpe e con l’invasione. La barbarie che ne seguì continua ancora, ed è da questa che fugge oggi la popolazione. In Indonesia, sempre con Eisenhower, furono effettuate spietate operazioni clandestine e fu soppresso il processo democratico avviato in larga misura dalla popolazione povera. Situazione simile in Nicaragua e a Cuba. Questo fu solo l’inizio, e andò avanti così anche con gli altri presidenti. John F. Kennedy fu uno dei peggiori. Fu lui a invadere il Vietnam, dove Eisenhower aveva già causato abbastanza guai, provocando la morte di decine di migliaia di persone. Nella guerra del Vietnam Kennedy autorizzò l’uso del napalm e di altre armi chimiche con l’obiettivo di eliminare le persone e i loro mezzi di sussistenza. A Cuba la sua amministrazione avviò una vasta campagna di terrorismo internazionale, e la crisi dei missili cubani portò il mondo sull’orlo della distruzione. La lista è ancora lunga. Sono fatti realmente accaduti che nessuno può negare. Anche le politiche criminali di Johnson in Indocina fecero milioni di vittime. E lo stesso dicasi per la Repubblica dominicana. Ancora, il presidente Ford appoggiò l’invasione indonesiana del Timor Est, dove ebbero luogo violenze inaudite; pubblicamente l’amministrazione Ford condannò quelle azioni, ma in segreto appoggiò i massacri. Le cose non sono andate diversamente in Medio Oriente. Carter ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per gli accordi di Camp David, dove gli Stati Uniti e Israele accettarono infine la proposta del 1971. Per inciso, a Washington il processo negoziale non andava bene perché anche i palestinesi sedevano al tavolo, e negli anni precedenti gli israeliani avevano usato i cospicui aiuti statunitensi sostanzialmente per imporre e mantenere l’occupazione della Palestina. Non dobbiamo, dunque, limitarci a presidenti come Nixon e Reagan e ai loro crimini. Dopotutto, Reagan è stato il primo presidente statunitense i cui atti siano stati condannati dalla Corte internazionale di giustizia. Altrettanto noti e dibattuti sono gli abusi di Bush padre e di Bill Clinton. L’amministrazione Clinton, per esempio, bombardò una fabbrica farmaceutica in Sudan, ben sapendo che tipo di struttura fosse, solo per citare uno dei crimini meno gravi. Il risultato di quell’attacco fu la morte di decine di migliaia di persone la cui vita dipendeva dai farmaci prodotti in quella fabbrica. Se qualcuno lo avesse fatto a «noi», staremmo qui a discutere di che cosa realmente è accaduto? Tra i crimini di Bush figlio, invece, annoveriamo l’invasione dell’Iraq, finora il peggior crimine del ventunesimo secolo, come pure la guerra in Afghanistan, che si è trasformata nel più lungo conflitto nella storia degli Stati Uniti. La politica di Barack Obama in Medio Oriente è stata altrettanto devastante. La sua strategia di assassini su scala globale – con l’escalation della guerra con i droni – è un crimine su cui sono intervenuto più volte e la cui illegalità dovrebbe essere fuori discussione.
Ha fatto riferimento all’interferenza israeliana nelle elezioni statunitensi. Non è certo una novità che la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente sia più allineata agli interessi israeliani. Era così anche prima di Trump. Quanto è effettivamente profonda l’influenza della cosiddetta lobby israeliana?
Il mio amico Gilbert Achcar, uno dei massimi esperti di Medio Oriente e di politica internazionale in generale, ha definito questa ipotesi «fantasiosa». È vero: non è certo questa lobby a costringere l’industria tecnologica statunitense a incrementare i suoi investimenti in Israele, o a forzare la mano del governo statunitense perché posizioni preventivamente le sue forniture per eventuali operazioni militari e rinsaldi le relazioni militari e d’intelligence. Se gli obiettivi di questa lobby si conformano agli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti, allora essa è libera di fare ciò che vuole. Annientare i palestinesi, per esempio; una faccenda che al potere statal-industriale statunitense importa ben poco. Quando gli obiettivi divergono, come spesso accade, allora la lobby magicamente scompare, perché non è così ingenua da mettersi di traverso a una superpotenza.
Eppure molti osservatori sono dell’opinione che la lobby israeliana abbia un’influenza sufficiente a far valere i propri interessi anche quando sussistono poche convergenze economiche o politiche. Le critiche a Israele continuano a essere una linea rossa invalicabile. Lei stesso è stato ripetutamente attaccato dai sionisti di destra per le sue posizioni filopalestinesi. Il «New York Times» pubblica i commenti di fanatici di destra come Naftali Bennett. Il dibattito pubblico è ancora dominato da queste idee, o no?
È senz’altro così, anche se negli ultimi anni è un po’ scemato. Non si tratta di un vero e proprio potere sull’opinione pubblica. Dati alla mano, il sostegno maggiore alle azioni israeliane non proviene da quella lobby bensì dai fondamentalisti cristiani. Il sionismo inglese e statunitense è precedente al movimento sionista, e si basa su determinate interpretazioni delle profezie bibliche. I cittadini sono largamente a favore di una soluzione a due Stati, senza sapere che sono gli Stati Uniti a bloccarla unilateralmente. Tra i ceti istruiti, tra cui gli intellettuali ebrei, c’era scarso interesse verso Israele prima della schiacciante vittoria militare del 1967, che ha suggellato di fatto l’alleanza tra americani e israeliani; da allora è scoppiata la grande storia d’amore con Israele tra le classi colte. Le capacità militari israeliane e l’alleanza israelo-statunitense erano una tentazione troppo forte per resistervi: così si è associato il sostegno a Washington con il culto del potere e i pretesti umanitari.
In merito al conflitto israelo-palestinese, lei ha spesso affermato che il dibattito su uno o due Stati è irrilevante. Perché?
È irrilevante perché la soluzione a uno Stato non è praticabile. Anzi, non è solo irrilevante: è una distorsione della realtà. L’unica alternativa è tra la soluzione a due Stati, oppure la prosecuzione di quello che Israele già fa con il sostegno degli statunitensi. Gli israeliani tengono Gaza in uno stato d’assedio opprimente e separata dalla Cisgiordania, che viene accorpata sempre di più a Israele mediante gli insediamenti mentre intanto i palestinesi continuano a essere espulsi. Alla luce della seconda opzione, né Israele né gli Stati Uniti acconsentiranno alla proposta di uno Stato unico, che non gode nemmeno del sostegno internazionale. Fino a quando la realtà della situazione non cambierà, non ha senso parlare di un unico Stato. Che lo si riconosca o meno, è soltanto un diversivo. Ecco perché bisogna concentrarsi sulla prima soluzione e cercare di metterla in pratica. È questo il ragionamento da fare viste le circostanze.
I rapporti personali tra Trump e Putin sembrano buoni. Pensa che le relazioni tra Stati Uniti e Russia possano migliorare?
Sarebbe auspicabile un allentamento delle pericolose tensioni che montano al confine russo. Si noti, al confine russo, non quello messicano, dove la situazione è altrettanto preoccupante. Ma quella è un’altra storia. È anche possibile che l’Europa prenda le distanze dall’America di Trump, come già lasciato intendere da Angela Merkel e da altri leader europei. Questa presa di distanza dovrebbe coinvolgere anche gli inglesi, i portavoce del potere statunitense, dopo la Brexit. Gli europei potrebbero convincersi a prendere iniziative per ridurre le tensioni con la Russia.
Come abbiamo detto, si fa un gran parlare dell’interferenza russa nelle presidenziali americane, ma non dobbiamo dimenticare che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno interferito spesso nella politica degli altri paesi, anche nelle elezioni. Ce lo può riassumere?
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la storia della politica estera statunitense è stata caratterizzata da atti sovversivi e destituzioni di governi stranieri, anche di quelli parlamentari. Non di rado si è fatto ricorso alla violenza per distruggere organizzazioni popolari che avrebbero dato ai cittadini la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica. Nel dopoguerra, gli Stati Uniti fecero di tutto per restaurare il vecchio ordine conservatore. Per raggiungere questo obiettivo, fu necessario reprimere la resistenza antifascista, spesso favorendo collaborazionisti nazisti e fascisti. Furono indeboliti i sindacati e altri movimenti per scongiurare la minaccia di una democrazia radicale e delle riforme sociali, che in quel contesto storico erano un’opzione concreta di cambiamento. Questa strategia fu applicata in tutto il mondo: in Asia, per esempio nella Corea del Sud, nelle Filippine, in Tailandia, in Indocina e soprattutto in Giappone; in Europa, in paesi come la Grecia, l’Italia, la Francia e, in particolare, la Germania; in America latina, specialmente contro il «nazionalismo radicale» di Guatemala e Bolivia, che secondo la CIA era la minaccia numero uno.
In Grecia centinaia di migliaia di persone furono ammazzate, torturate, incarcerate o espulse per mano di militari anch’essi manovrati dagli Stati Uniti. Anche in questo caso lo scopo era reinsediare le élite tradizionali, tra cui figuravano collaborazionisti nazisti, e annientare le forze contadine e operaie comuniste che avevano combattuto contro i nazisti. Nelle società industriali, gli statunitensi perseguirono sostanzialmente gli stessi fini, ma con mezzi meno violenti.
Vi sono state ingerenze anche in Australia e in Italia.
Sì, ci sono prove che dimostrerebbero un coinvolgimento della CIA nel colpo di Stato che portò alla deposizione del governo di Gough Whitlam nel 1975, quando si temeva che esso intervenisse contro le installazioni militari e d’intelligence statunitensi in Australia. La fortissima ingerenza della CIA in Italia divenne di dominio pubblico da quando, nel 1976, si venne a sapere del Rapporto Pike, del Congresso statunitense, in cui si citava una cifra di oltre 65 milioni di dollari investiti per interferire nella politica italiana. Un’interferenza cominciata nel 1948 e andata avanti fino ai primi anni Settanta. Nel 1976 cadde il governo Moro quando fu rivelato che la CIA aveva speso sei milioni di dollari per appoggiare candidati anticomunisti. In quel periodo i partiti comunisti d’Europa andavano conquistando una maggiore autonomia di manovra, con orientamenti pluralistici e democratici. L’eurocomunismo non piaceva né a Washington né a Mosca. Per questo entrambe le superpotenze si opposero alla legalizzazione del Partito comunista in Spagna e alla sempre più forte influenza di quello italiano. Allo stesso tempo, entrambe influenzavano la politica interna della Francia. Henry Kissinger dichiarò che sarebbe stato un grosso problema se i partiti comunisti occidentali avessero attratto il consenso popolare e ricercato un corso indipendente, minacciando in tal modo anche la NATO.
Noam Chomsky
Sulla libertà di stampa in un mondo libero
È celebre l’affermazione di Mark Twain che «grazie alla bontà di Dio, nel nostro paese abbiamo tre cose preziose oltre ogni dire: la libertà di parola, la libertà di coscienza e la prudenza di non mettere mai in pratica nessuna delle due».
Nella sua prefazione, allora inedita, alla Fattoria degli animali, dedicata alla «censura letteraria» nella libera Inghilterra, George Orwell dava ragione di quella prudenza di cui parlava Twain: esiste, scriveva, un «tacito accordo generale per cui ‘non sta bene’ menzionare quel particolare fatto». Il tacito accordo impone una «censura occulta», fondata su una «ortodossia, un complesso di idee che si presume debbano essere accettate senza obiezioni dalle persone di giudizio», e «chiunque osa sfidare l’ortodossia dominante viene ridotto al silenzio con sorprendente efficacia», anche senza bisogno di una «messa al bando ufficiale».
Assistiamo di continuo a questo esercizio di prudenza nelle società libere. Prendiamo l’invasione angloamericana dell’Iraq, un caso da manuale di aggressione senza una scusa credibile – il «supremo crimine internazionale», com’era stato definito questo tipo di azione dal Tribunale di Norimberga. È legittimo dire che fu una «guerra stupida», un «errore strategico» o addirittura «il più grosso errore strategico nella storia recente della politica estera americana», per dirla con le parole del presidente Obama, tanto apprezzate dalla stampa liberal.
Ma «non sta bene» dire che cosa sia stata realmente quella guerra, ossia il crimine del secolo, per quanto nessuno esiterebbe a usare siffatte parole se a compiere quel crimine, o anche uno di minore entità, fosse stato qualche nemico ufficiale. Non è facile conciliare l’ortodossia dominante con le parole di una figura come il generale/presidente Ulysses S. Grant, secondo il quale non ci fu guerra tanto «malvagia» quanto quella mossa dagli Stati Uniti contro il Messico, che portò alla conquista dell’attuale regione comprendente la California e il Sudovest del paese. Grant, che combatté in quella guerra come sottoufficiale, dichiarò in seguito di provare vergogna per non aver avuto il coraggio morale di dare le dimissioni e per aver invece preso parte a quel crimine.
La subordinazione all’ortodossia dominante ha le sue conseguenze. Il messaggio non tanto tacito è che combattiamo solo guerre intelligenti, senza errori e che raggiungano i loro obiettivi, quando in realtà sono guerre «malvage», crimini orribili. Gli esempi sono troppi per enumerarli. In alcuni casi, come il crimine del secolo, questa prassi è seguita quasi senza eccezione nelle cerchie rispettabili.
Un altro aspetto tipico della subordinazione all’ortodossia è la demonizzazione del nemico ufficiale. Per fare un esempio a caso, prendiamo l’edizione del «New York Times» che ho davanti a me proprio in questo momento: uno stimato giornalista economico mette in guardia dal populismo di Hugo Chávez che, dopo la sua elezione a fine anni Novanta, «ha contrastato qualunque istituzione democratica gli si mettesse di traverso».
Ma se osserviamo la realtà dei fatti ci rendiamo conto che è stato il governo statunitense, con l’appoggio entusiastico del «New York Times», ad aver dato pieno supporto al golpe militare che ha deposto per breve tempo il governo Chávez prima di essere annullato dalla sollevazione popolare. Checché se ne pensi di Chávez, ha vinto diverse elezioni giudicate libere e regolari dagli osservatori internazionali, compresa la Carter Foundation, il cui fondatore, l’ex presidente Jimmy Carter, ha dichiarato: «Dalle novantadue elezioni da noi monitorate, direi che il processo elettorale venezuelano è il migliore del mondo». Il Venezuela sotto Chávez è sempre figurato ai primi posti nei sondaggi sul gradimento popolare verso il governo.
Naturalmente negli anni di Chávez non sono mancati i deficit di democrazia, per esempio la chiusura della rete televisiva RCTV, che ha suscitato grande indignazione. Anche io l’ho criticata, nella convinzione che una cosa del genere non possa accadere in una società libera. Tuttavia, se negli Stati Uniti un importante canale avesse appoggiato un golpe militare come ha fatto l’RCTV, non sarebbe stato chiuso qualche anno dopo, perché non sarebbe proprio esistito, e comunque i vertici sarebbero in carcere, sempre che fossero ancora vivi. Ma l’ortodossia dominante ignora i fatti più elementari.
Anche non garantire un’informazione esaustiva ha le sue conseguenze. Forse agli americani bisognerebbe dire che, secondo alcuni sondaggi condotti dalla più importante agenzia demoscopica statunitense, dieci anni dopo il crimine del secolo l’opinione pubblica mondiale considerava gli Stati Uniti la maggiore minaccia alla pace mondiale, come nessun altro paese al mondo. Di sicuro non l’Iran, che invece ottiene quel primato nel dibattito di casa nostra. Forse, invece di nascondere questo fatto, la stampa avrebbe potuto assolvere al suo dovere e spiegare ai cittadini che cosa questo significhi. Ancora una volta, non fare il proprio dovere ha delle conseguenze.
Esempi come questi abbondano e sono gravi, ma ce ne sono altri che sono ancora più eclatanti. Si prenda la campagna elettorale svoltasi nel 2016 nel paese più potente della storia. La copertura è stata impressionante, ed è istruttivo il modo in cui è stata condotta. Alcuni temi sono stati completamente tralasciati dai candidati, e quasi ignorati dai commentatori, coerentemente con il principio giornalistico per cui «obiettività» significa in realtà riferire puntualmente quello che dicono e fanno i potenti, non quello che non dicono (si veda anche alle pp. 139-140). Questo principio va rispettato anche se c’è in gioco il destino dell’umanità, come effettivamente è, sia per il rischio di una guerra atomica sia per la minaccia di una catastrofe ambientale.
Questa negligenza ha raggiunto il suo apice l’8 novembre 2016. Quel giorno Donald Trump ha portato a casa due vittorie. La meno importante, ossia la vittoria alle elezioni – pur avendo ricevuto quasi tre milioni di voti in meno rispetto alla sua avversaria, e questo grazie alle falle del sistema elettorale statunitense –, ha attirato un’attenzione straordinaria da parte della stampa. La vittoria più importante, invece, è passata praticamente inosservata: quella segnata a Marrakech, in Marocco, dove circa duecento nazioni si erano riunite per dare seguito all’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici dell’anno precedente. L’8 novembre i lavori del vertice sono stati interrotti. I paesi che sono rimasti hanno cercato di salvare il salvabile, mentre gli Stati Uniti non solo si sono tirati fuori dall’iniziativa ma si sono anche dati fare per sabotarla incrementando l’uso di carburanti fossili, smantellando il sistema di vincoli ambientali e infrangendo la promessa di aiutare i paesi in via di sviluppo a passare alle rinnovabili.
La posta in gioco di questa importante vittoria di Trump era nulla di meno che la possibilità di una vita umana dignitosa come la conosciamo oggi. Ma la copertura dei media è stata pari quasi a zero, in linea con la concezione di «obiettività» così come formulata dalla dottrina e dalla prassi del potere.
Una stampa realmente libera rifiuta la subordinazione al potere e all’autorità. Passa al vaglio critico l’ortodossia e mette in discussione le cose «accettate senza obiezioni dalle persone di giudizio». Strappa il velo della censura occulta e garantisce a tutti l’informazione e la pluralità di opinioni indispensabili per una partecipazione autentica alla vita sociale e politica. Inoltre, è compito della stampa libera dare alle persone gli strumenti concreti per partecipare al dibattito e alla discussione sui temi che le riguardano. Nella misura in cui fa questo, essa assolve alla sua funzione di pilastro di una società autenticamente libera e democratica.Capitolo quarto
Dio, la religione e lo Stato
Noam Chomsky non è credente. In effetti, da icona intellettuale di sinistra qual è, sarebbe un po’ strano. Ciononostante, la religione ha giocato un ruolo importante nella sua vita, soprattutto dal punto di vista politico. Il padre, William Chomsky, originario dell’Ucraina, era un autorevole studioso di lingua ebraica. Nell’albero genealogico di Chomsky figurano molti ebrei conservatori, mentre altri propendevano per il socialismo e il movimento operaio. Il padre insegnava ebraico a Chomsky e ai fratelli e con loro dibatteva spesso di sionismo. Nel quartiere di Filadelfia dove vivevano, a maggioranza tedesca e irlandese, c’erano poche famiglie di ebrei e gli episodi di antisemitismo erano all’ordine del giorno; un’esperienza che ha segnato la vita di Chomsky. Sicuramente è uno dei motivi per i quali si è sempre schierato con le minoranze e ha messo in guardia contro il razzismo e il fascismo, come del resto ha fatto rispetto alle politiche dello «Stato ebraico» di Israele. Per chi appoggia l’occupazione israeliana, Chomsky rimane un «odiatore di Israele», oppure un esempio dell’«ebreo che odia sé stesso», un’ingiuria comparsa in Terrasanta migliaia di anni fa, ai tempi in cui i profeti dei testi biblici venivano esiliati o addirittura ammazzati.
Sebbene Chomsky si sia sempre considerato molto distante dalla fede, il suo atteggiamento verso la religione e il sentimento religioso è improntato a grande rispetto e tolleranza. Si oppone senza mezzi termini all’islamofobia che va diffondendosi nelle società occidentali e condanna fermamente la visione caricaturale del «musulmano barbaro e selvaggio» con cui sono state spesso giustificate le spietate guerre degli ultimi anni, in particolare quelle in Iraq e in Afghanistan; ma, allo stesso tempo, non ostenta una falsa moderazione quando si tratta di criticare l’Arabia Saudita, ossia il maggiore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Nonostante negli ultimi decenni questa integralista monarchia assoluta abbia appoggiato movimenti estremisti in tutto il mondo, i sauditi continuano a essere corteggiati da Washington come da Berlino e da Londra, e inondati da una pioggia di contratti di armamenti.
A differenza di tanti intellettuali della sinistra, Chomsky non vede nell’Islam la causa del conflitto del mondo arabo. Anzi, egli è contrario ai bandi sul velo e ritiene che nessuno possa vietare, agli ebrei ortodossi come ai musulmani, di indossare un velo integrale. Le società laiche devono fare attenzione a non diventare ancor più repressive e a trasformare la stessa laicità in una religione – una visione che negli ultimi anni ha fatto molti danni.
Altrettanto ambivalente è l’approccio critico di Chomsky verso il Cristianesimo. Nel suo ufficio all’Università dell’Arizona è appeso un ritratto del fervente cristiano Martin Luther King, ed egli nutre grande simpatia per movimenti cristiani come i gesuiti del Sudamerica, con cui ha anche avuto contatti personali, e che hanno rappresentato un importante baluardo contro l’oppressione e la povertà nella regione. D’altra parte, è fortemente critico verso i cristiani evangelici che oggi hanno tanta voce in capitolo nel dettare la linea politica statunitense e la cui fanatica mania di dominio del mondo è approdata alla Casa Bianca nella persona di Donald Trump.
Il suo retroterra è ebraico. Crede in Dio o in qualche forma di spiritualità?
Personalmente no. A mio giudizio la credenza irrazionale è un fenomeno pericoloso e cerco di evitarla. D’altro canto, riconosco che è una componente importante nella vita di tante persone, con esiti di vario genere.
Qual era il rapporto con la religione nella sua famiglia?
La famiglia di mio padre era ultrareligiosa. Alcuni di loro erano molto ortodossi, soprattutto mio nonno, che proveniva dall’Europa orientale e aveva conservato i valori antiquati tipici delle comunità rurali ebraiche. Ricordo ancora quando andavamo a trovare i nonni in occasione delle festività ebraiche. Durante una di queste, la Pesach, notai che mio nonno fumava. Io sapevo che non è consentito accendere i fuochi durante lo shabbat, e nel Talmud è scritto che non c’è differenza tra le varie festività e lo shabbat, a parte il cibo. Quindi nei giorni di festa è consentito accendere fuochi solo per cucinare, e per nessun altro motivo. Mio padre mi spiegò che mio nonno aveva deciso che fumare era un po’ come mangiare. Per me era assurdo che mio nonno pensasse che Dio era talmente stupido da non accorgersene. Quando poi ci riflettei su, mi resi conto che quasi tutte le religioni si basano sul presupposto che si possa ingannare Dio e aggirare i suoi comandamenti. Se questa è la concezione che uno ha di Dio, dal punto di vista di un ragazzino di dieci anni, com’ero io allora, non vale la pena di aderirvi.
Quando ha raggiunto la convinzione che Dio non esiste?
Non l’ho mai raggiunta, perché non so nemmeno bene quale sia la domanda. Che cos’è che non esiste? Non conosco una risposta logica a questa domanda.
Lei ha detto che le piace il profeta Amos. Che cosa l’attrae di questa figura?
La parola «profeta» significa più o meno ciò che oggi intendiamo con «intellettuale». Non ha nulla a che fare con le profezie. Amos esordisce specificando di non essere un profeta e che nemmeno suo padre lo era. «Sono un semplice pastore e contadino» afferma. Dopodiché dice cose profondissime.
Viene spesso accusato di essere un «ebreo che odia sé stesso» per via delle sue posizioni su Israele.
Sono felice di essere associato a Elia, che si contrappose al re più malvagio della Bibbia.
Che cosa ne pensa del ruolo delle religioni nelle nostre società? Pensa che influenzino troppo la politica?
Il quadro generale non è certo incoraggiante. Vale tuttavia la pena di ricordare alcune eccezioni. Una di queste è ciò che accadde in America latina dopo il Concilio Vaticano II del 1962 convocato da papa Giovanni XXIII. Esso servì a far rivivere il messaggio radicalmente pacifista del Vangelo, abbandonato da quando l’imperatore Costantino, nel quarto secolo, aveva abbracciato il Cristianesimo e ne aveva fatto la dottrina ufficiale dell’Impero romano. Era stato allora che la chiesa dei perseguitati si era trasformata nella chiesa dei persecutori, come ha ben illustrato il noto teologo svizzero Hans Küng. Il messaggio del Concilio Vaticano II fu raccolto e diffuso da vescovi, sacerdoti e altri religiosi del Sudamerica. Costoro dedicarono la loro vita ad aiutare i poveri e gli oppressi e a spingerli a mobilitarsi in difesa dei loro diritti. Era quella che fu poi definita la «teologia della liberazione». Esistevano in ogni caso approcci similari in diverse correnti protestanti, tra cui l’evangelicalismo. Questi gruppi costituirono il fulcro di un interessantissimo fenomeno statunitense degli anni Ottanta, quando, per la prima volta che io sappia, una massa di persone non soltanto protestò contro gli orrendi crimini perpetrati dal governo ma si schierò dalla parte delle vittime e le aiutò a sopravvivere al massacro.
Com’erano i rapporti del governo statunitense con questi movimenti?
Negli anni Ottanta gli Stati Uniti di fatto dichiararono guerra alla Chiesa, soprattutto in America centrale. Quel decennio fu segnato da due eventi cruciali, entrambi nel Salvador: l’assassinio, nel 1980, dell’arcivescovo Óscar Romero, la «voce di chi non ha voce», e quello di sei intellettuali latinoamericani, predicatori gesuiti, nel 1989. Romero fu ammazzato qualche giorno dopo aver inviato un’accorata lettera al presidente Carter per implorarlo di non mandare aiuti alla sanguinaria giunta militare, che li avrebbe usati per annientare le organizzazioni popolari impegnate a difendere i diritti umani fondamentali, secondo le parole dello stesso arcivescovo.
Io sono musulmano. Qualcuno pensa che posso essere pericoloso per via della mia religione, e che l’Islam diffonde il terrorismo. Nel 2001 George W. Bush lanciò la sua crociata dall’Afghanistan, il mio paese d’origine. Pensa che i valori musulmani, che hanno molto in comune con quelli cristiani ed ebraici, costituiscano un pericolo?
Penso che l’Islam sia come l’Ebraismo, il Cristianesimo, il Buddismo e le altre religioni. Non esiste un’entità unica come «i valori musulmani»; esistono tanti valori musulmani diversi. Ma la vera domanda che dovremmo porci è quale sia, oggi, la fisionomia del Cristianesimo. Di questo dovremmo occuparci, perché è questo ad avere la massima priorità. Dunque, quali sono i valori cristiani? Il Cristianesimo sembra essere dovunque intorno a noi, e molti che ricoprono incarichi apicali si dicono convintamente cristiani. Costoro hanno il coraggio di dichiarare che agiscono in nome dei valori cristiani e poi devastano il mondo; non conosco nessuno nel mondo musulmano in grado di arrivare a tanto. Ovviamente non sono quelli gli unici valori cristiani, ve ne sono anche altri. Quelli di Martin Luther King, per esempio, erano ideali cristiani completamente diversi. Questo vale anche per il mondo islamico, dove possiamo trovare interpretazioni del credo molto differenti tra loro. In ogni caso, l’idea che esistano valori islamici prestabiliti che rappresentano una minaccia per il mondo è completamente sbagliata. Non ha nessun senso.
Può fare qualche esempio specifico?
Bisogna valutare caso per caso. Prendiamo per esempio l’Iran e gli Stati Uniti. I vertici politici di entrambi i paesi dicono di essere profondamente religiosi e di essere impegnati nella difesa della fede. È lecito quindi domandarsi che cosa questi due Stati intendano fare per risolvere i conflitti tra loro. Viene fuori che i vertici iraniani invocano la creazione di una zona denuclearizzata che metterebbe fine a qualsiasi minaccia nella regione. Dal canto loro gli Stati Uniti cristiani dicono grosso modo: «Ci dispiace, non possiamo farlo». Perché? Perché gli Stati Uniti devono proteggere le armi atomiche israeliane da possibili ispezioni. Dunque mi chiedo: quale problema pone la religione islamica in questo caso?
È grazie agli Stati Uniti cristiani se Gerusalemme, compresa Gerusalemme est occupata, è stata più o meno riconosciuta quale capitale ufficiale di Israele. Trump ha annunciato di volervi trasferire l’ambasciata statunitense.1 È una svolta preoccupante? E cosa mi dice a proposito della alleanza tra estremisti sionisti e fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti?
Quella che oggi viene denominata «Gerusalemme» è cinque volte più grande rispetto alla Gerusalemme storica. I villaggi palestinesi e altri territori sono stati accorpati e colonizzati da Israele. Questo non soltanto ha fatto espandere la città, ma ha anche isolato tra loro le varie porzioni della Cisgiordania. In ogni caso, ci si aspetta che i palestinesi abbandonino quelle terre una volta che il progetto denominato Grande Israele sarà portato a termine. Gli israeliani sono riusciti ad annettere Gerusalemme violando le disposizioni delle Nazioni Unite, anche se quasi tutto il resto del mondo rifiuta di riconoscerla quale capitale di Israele. In precedenza questa era la posizione anche degli Stati Uniti; ora però Trump ha preso le distanze dal mondo intero su questa come su altre questioni. Naturalmente per i palestinesi questa scelta è un duro colpo, perché mette a repentaglio la speranza di un processo di pace autentico. È probabile che Trump con il suo gesto abbia voluto ingraziarsi i cristiani evangelici, che costituiscono una grossa parte del suo elettorato. Negli anni passati, negli Stati Uniti e in altre parti del mondo il maggiore sostegno a Israele proveniva perlopiù dal campo liberal; le cose sono cambiate man mano che il governo di occupazione israeliano ha esteso il suo programma insediativo e l’intero paese si è spostato sempre più a destra. Attualmente chi si considera democratico appoggia i diritti dei palestinesi più che quelli israeliani. Si tratta di una svolta non indifferente rispetto al passato. Nel frattempo, però, è aumentato drasticamente il sostegno alle politiche israeliane da parte dei fondamentalisti cristiani, che costituiscono una fetta consistente della società statunitense nonché la frangia ultranazionalista del Partito repubblicano, anch’esso spostatosi a destra. Evoluzioni analoghe le ritroviamo in tutto il mondo.
La libertà di culto e la libertà di espressione sono due facce della stessa medaglia. Eppure, può accadere che una vignetta o una dichiarazione offendano il sentimento religioso dei credenti. Questo vale non soltanto per le caricature del profeta Maometto ma anche per le frasi offensive verso la Chiesa cattolica. Secondo lei la libertà di espressione va sempre considerata un diritto assoluto?
Non sono un assolutista. Non penso si possano assumere posizioni assolute su nessun principio etico o morale. Tuttavia credo che la libertà di espressione sia un valore altissimo da difendere. La Corte suprema statunitense ha fissato un criterio a mio parere ragionevole con la sentenza del 1969 relativa al caso Brandenburg contro lo Stato dell’Ohio: la libertà di parola va salvaguardata sempre, salvo che non sia intenzionalmente volta a provocare un’azione illegale nell’immediato.
Pubblicare vignette che ridicolizzano e offendono le persone è paragonabile a una stupida bravata da adolescenti. Ed è tanto più volgare se ad essere prese di mira sono persone che sono già oppresse. Un conto è schernire i potenti; se vuoi farlo, va più che bene. Ma farsi beffe di gente la cui situazione è già terribile, è veramente ignobile. A ben vedere, i bersagli di «Charlie Hebdo» e delle vignette su Maometto erano gente povera e oppressa, perlopiù nordafricani fuggiti da regioni martoriate proprio dalla Francia.2 Ciononostante, per quanto si tratti d’infantile volgarità, ritengo che la libertà d’espressione vada tutelata.
Qualche giorno dopo l’attentato alla redazione di «Charlie Hebdo», alcuni ebrei sono stati bersaglio di un attacco omicida in un supermercato kasher in Francia. Benjamin Netanyahu e altri membri del suo governo ne hanno approfittato per invitare gli ebrei francesi a trasferirsi in Israele. Che cosa ne pensa di quella proposta?
Sì. L’attentato al supermercato kasher è avvenuto un paio di giorni dopo quello a «Charlie Hebdo». Hanno preso degli ostaggi e ucciso quattro persone. È fuor di dubbio che in Francia vi sia l’antisemitismo; è tangibile e pericoloso. Ma non è nemmeno paragonabile al livello d’islamofobia presente nel paese, e l’idea che gli ebrei non siano al sicuro in Francia è una mistificazione. Questo vale per il terrorismo in generale. Quante persone muoiono per colpa del terrorismo negli Stati Uniti? O in Germania, dove sono molti di più quelli che muoiono a causa degli incidenti domestici che non per gli attacchi terroristici?
Il terrorismo esiste, ed è un problema serio, ma ci sono diversi modi per affrontarlo. Il primo sarebbe di smettere di praticarlo a propria volta. La guerra con i droni – la campagna di assassinii su scala globale intensificatasi soprattutto con Obama – è la più grossa operazione terroristica mai condotta finora. L’obiettivo è ammazzare persone sospettate di volerci, forse, attaccare, un giorno o l’altro, e insieme a loro chiunque si trovi nei paraggi.
Gli israeliani fanno esattamente la stessa cosa: uccidono chiunque sia sospettato di voler danneggiare Israele.
Se rinunciassimo a queste azioni, diminuirebbero drasticamente gli atti terroristici in tutto il mondo. È noto che gli attacchi con droni generano terrorismo come reazione. Era una delle questioni di cui si occupava Fred Branfman, tra l’altro. Con il suo lavoro Fred ha dimostrato che queste operazioni costituiscono un brodo di coltura del terrorismo, e che i vertici del governo statunitense ne sono pienamente consapevoli.
Gli attacchi con droni sono l’unica forma di terrorismo occidentale?
Ci sono diversi studi che possono chiarirci le idee. Molti individui si sono radicalizzati e hanno aderito al jihad dopo aver visto le torture compiute ad Abu Ghraib – le umiliazioni e le azioni repressive subite ogni giorno dai prigionieri. Questo non giustifica il terrorismo, ovviamente, ma aiuta a spiegarlo.
Un esempio di questo ce lo danno i già citati attentatori di Parigi. Due di loro erano di origini algerine. Secondo lei il passato coloniale della Francia in Nordafrica gioca un ruolo in tutto questo? Dopotutto, tra il 1954 e il 1962 i francesi hanno ammazzato più di un milione di algerini.
Naturalmente. Ciò che è accaduto è ancora vivo nel ricordo di queste persone. E gli algerini non ricordano solo questo, ma anche ciò che accadde prima, agli inizi del diciannovesimo secolo. Quando la Francia invase l’Algeria, lo scopo dichiarato era sterminare la popolazione. I francesi fecero un ottimo lavoro, non soltanto in Algeria ma anche nelle altre colonie.
L’ISIS, o Daesh, non è più attivo come prima, e tuttavia non è del tutto scomparso. Lo si ritrova in diverse regioni del mondo, dalla Libia all’Iraq fino all’Afghanistan. Ci può spiegare l’origine di questo gruppo terroristico?
Un’interessante intervista a Graham Fuller, ex agente della CIA nonché tra i maggiori esperti di intelligence e di Medio Oriente, titolava grosso modo: «Gli Stati Uniti hanno creato l’ISIS». Nell’intervista Fuller tiene a precisare di non voler dire che gli statunitensi abbiano volutamente prodotto e finanziato l’ISIS. Quello che dice, e penso che abbia ragione, è che gli Stati Uniti hanno creato le condizioni in cui si è sviluppato l’ISIS.
Lo hanno fatto in parte ricorrendo alla solita strategia del pugno di ferro: distruggere tutto ciò che non gli va a genio. Stati Uniti e Regno Unito lo hanno fatto, per esempio, quando nel 2003 hanno invaso l’Iraq – un crimine gravissimo. Ma il paese era già stato quasi completamente devastato, dapprima dalla decennale guerra contro l’Iran, in cui peraltro l’Iraq aveva dalla sua parte gli americani, poi dalle sanzioni, anche queste durate dieci anni.
Gli iracheni hanno paragonato l’attacco statunitense del 2003 all’invasione mongola di quasi mille anni prima. Esso ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone e milioni di profughi; milioni di persone sono state cacciate dalle loro case e i tesori archeologici del paese sono andati distrutti.
L’invasione ha anche inasprito le divisioni settarie. Osservando una cartina di Bagdad del 2002, ci accorgiamo che essa era una città variegata: sunniti e sciiti abitavano negli stessi quartieri, si sposavano tra loro. C’erano delle divergenze, ma non ostilità. Entrambe le parti sostenevano che non ci sarebbero mai stati conflitti tra sunniti e sciiti perché gli stili di vita erano troppo mescolati tra loro.
E invece nel 2006 nell’intera regione è scoppiata una violenta guerra settaria che ha visto contrapposti sunniti, sciiti, curdi e altri gruppi non arabi, tutti a massacrarsi tra loro. La dinamica naturale di un conflitto di questo tipo è che cominciano a prendere il sopravvento gli elementi più estremisti. Le loro radici si trovano in Arabia Saudita, grande alleato degli americani nonché lo Stato islamista più radicale del mondo. L’Arabia Saudita è dominata da una variante fondamentalista dell’Islam, ossia quella wahhabita-salafita, ed è uno Stato proselitista nel senso che impiega i suoi immensi proventi petroliferi per propagare le sue dottrine in tutta la regione, dal Pakistan al Nordafrica.
Non soltanto l’ISIS scaturisce da questo contesto ideologico, ma è anche finanziato dall’Arabia Saudita; o meglio, non dal governo ma dai ricchi uomini d’affari della regione che forniscono denaro e supporto ideologico a questi gruppi. La sua scaturigine politica, tuttavia, va individuata nei conflitti generati dalle politiche statunitensi che hanno devastato l’Iraq. Se anche gli Stati riusciranno a sconfiggere l’ISIS, emergeranno soggetti ancora più estremisti.
In diversi paesi europei si discute di imporre il divieto sul velo, l’hijab e il burkini, e in alcuni Stati questo divieto esiste già. Il dibattito è portato avanti soprattutto dai partiti populisti di destra e islamofobi. In Francia, la legislazione in materia di laicità e simboli religiosi è molto severa. Secondo lei queste leggi sono progressiste oppure no?
A mio avviso non dovrebbero esserci leggi che costringono le donne a togliere il velo o gli abiti che prediligono per fare il bagno. Una componente importante di una società laica è il rispetto per le scelte individuali, purché non danneggino gli altri. I valori laici vengono minacciati nel momento in cui il potere statale interferisce in sfere che dovrebbero riguardare le scelte personali. Se gli ebrei chassidici decidono di indossare abiti scuri, camicie bianche e cappelli neri, con i capelli acconciati alla maniera ortodossa, non è affare dello Stato. Lo stesso vale per le donne musulmane che indossano il velo o vanno al mare in burkini.
Negli ultimi anni è emerso, negli Stati Uniti e non solo, un nuovo movimento: il «neoateismo». Soprattutto dopo l’11 settembre esso si è sviluppato notevolmente, talvolta con una retorica islamofoba in linea con la politica di Washington. In cosa consiste questo movimento, e a chi si rivolge?
Non è ben chiaro a chi si rivolga o quali siano i suoi obiettivi, e i programmi possono essere molto diversi tra loro. In linea di principio vengono promosse attività per incoraggiare le persone a mettere in discussione credenze irrazionali e potenzialmente pericolose. Queste iniziative possono in qualche caso essere positive, ma devono essere sempre accompagnate da spirito critico per non sortire l’effetto opposto. Pensiamo ad esempio a George W. Bush, che ha chiamato in causa il suo credo fondamentalista cristiano per giustificare l’invasione dell’Iraq. Uno come lui, o la corrente dell’evangelicalismo a lui vicina, possono forse essere un potenziale uditorio del neoateismo? O possono esserlo i potenti rabbini che in Israele evocano periodicamente la distruzione totale dei palestinesi come «castigo divino»? O ancora i fondamentalisti islamici dell’Arabia Saudita, da anni i maggiori alleati di Washington nel Medio Oriente, che perseguono la wahhabizzazione dell’Islam sunnita? Se l’uditorio cui si rivolge il «neo-ateismo» è questo, allora l’iniziativa non è molto promettente. O vanno invece coinvolte le persone con una fede non particolarmente solida, ma che partecipano ai riti religiosi e santificano le feste per sentirsi parte di una comunità fondata sull’aiuto e la solidarietà reciproci, che condividono tradizioni e costruiscono vincoli sociali in un mondo in cui niente sembra aver più valore? O ancora la madre afflitta per il figlio morto che si consola pensando che lo rivedrà in paradiso? Non credo che qualcuno oserebbe impartire a questa donna patetici insegnamenti. Se anche il «neoateismo» può avere un pubblico di riferimento, non è ancora chiaro quale sia la sua composizione. Inoltre, perché sia serio, questo movimento deve prendere di mira anche violente religioni laiche come il culto dello Stato, spesso mascherato dietro la retorica dell’eccezionalismo e dei nobili intenti. Questa «religione» è stata fonte di tanti e tali crimini che è inutile ricordarli.
Capitolo quinto
L’ottimismo nella distopia
Leggendo o ascoltando Chomsky qualcuno potrebbe pensare che il mondo sia spacciato. Viviamo in un’epoca sempre più distopica, in cui la guerra e il terrore sono all’ordine del giorno in alcune parti del mondo mentre in altre sono percepiti solo come un rumore di fondo nel continuo flusso d’informazioni. Con l’avvento dell’era atomica, l’umanità ha sviluppato la capacità di annientare sé stessa e tutte le forme di vita. Siamo come mai prima d’ora sull’orlo del precipizio, cioè la distruzione totale del pianeta, eppure continuiamo a correre verso la catastrofe del cambiamento climatico sui nostri maledetti SUV o sui voli low cost, e anzi premiamo ancora di più sull’acceleratore. È solo una questione di tempo prima di giungere alla fase successiva di questa spirale. Chi ci garantisce che, nella guerra per le risorse e la supremazia militare, gli Stati Uniti useranno il loro arsenale atomico solo come deterrente e non come «ultima ratio»? Sicuramente non Donald Trump, il quale su Twitter ha dichiarato che i cambiamenti climatici sono una favola, ha minacciato di muovere guerra agli altri capi di Stato e ha disumanizzato i profughi. Ma il vero problema non è l’uomo Trump, bensì il sistema che ha permesso l’ascesa al potere di un individuo simile. È l’idiocrazia in cui viviamo quotidianamente.
Ciononostante, per quanto grave sia la situazione, possiamo continuare a sperare ed essere ottimisti. Forse qualcuno rimarrà sorpreso, ma Noam Chomsky è tra gli ottimisti. A Tucson, in Arizona, dove adesso risiede, egli pratica e insegna agli altri l’ottimismo. Ad animare l’Università dell’Arizona è la varietà di persone e culture. Il nome stesso della città deriva dalla lingua dei nativi americani Tohono O’odham, e per le sue strade si vedono tracce culturali di ogni genere: in questa città nel deserto disseminata di cactus, si trovano infatti moschee, sinagoghe e chiese, inframmezzate alla civiltà india e a un pizzico di selvaggio West. Per via della sua prossimità alla frontiera, lo spagnolo è diffuso quanto l’inglese. Non sono pochi gli abitanti di Tucson ad avere amici e parenti «dall’altra parte». Con l’avvento di Trump, però, la situazione è peggiorata parecchio lungo il confine. Volendo usare il lessico orwelliano, i profughi dell’America centrale e del Sudamerica sono considerati «non persone» dalle autorità statunitensi. Non soltanto li tengono lontani per mezzo di un muro e di subdoli accordi con il governo messicano, ma spesso danno loro deliberatamente la caccia per chilometri lungo il confine, fino a provocarne non di rado la morte. È esattamente questo il compito degli agenti di frontiera statunitensi che impediscono ai profughi di raggiungere la «terra promessa»: mandare a morte delle persone. Lo racconta, tra gli altri, l’ex guardia frontaliera Francisco Cantú nel suo libro Solo un fiume a separarci: dispacci dalla frontiera (2019). Lui e i suoi ex colleghi hanno condannato a morte certa tanti profughi incrociati nel deserto, magari semplicemente dando loro indicazioni sbagliate sul tragitto da seguire per la città più vicina. Veniamo inoltre a sapere che gli agenti di confine distruggono le scorte d’acqua e di cibo lasciate dagli attivisti per i fuggitivi. Per conto del governo statunitense Cantú, con i suoi colleghi, ha insomma deliberatamente minato la sopravvivenza dei migranti. Sono agenti di morte che si comportano, di fatto, come assassini a sangue freddo.
A Tucson ci sono tante persone che, non accettando questo stato di cose, hanno deciso di passare all’azione. Diversi attivisti si recano regolarmente nel deserto a piantare tende e lasciare razioni d’acqua per quanti, stremati, passeranno di lì. Debra May è una dei tucsoniani – come amano chiamarsi i residenti – che partecipano a queste iniziative. «Non possiamo restare a guardare mentre tante persone vengono ammazzate al confine. Il nostro governo ne è il principale responsabile, ed è scandaloso. Provo vergogna, ma so anche che sono in molti nella mia città a opporsi con tutti i mezzi» dice la donna. La May, che di lavoro produce vetro soffiato, vive a Tucson da decenni. L’anziana donna è felice che Chomsky viva e insegni nella sua città. Anche qui a Tucson il filosofo e linguista tiene fede al suo ruolo di «intellettuale pubblico»: organizza conferenze non solo per gli studenti ma per tutti quelli che sono interessati. «Quest’uomo si è dato come missione quella di educare le persone, e ci mette tutta la sua dedizione. Noi lo sappiamo, e lo ammiriamo molto per questo» dice la May.
Il coraggio di agire, cui esorta sempre Chomsky, qui a Tucson c’è davvero. E non soltanto al micidiale confine con il Messico, ma anche altrove. «Abbiamo diversi programmi con cui cerchiamo di integrare i profughi. Spesso si tratta di cose basilari, come cercare un lavoro e una sistemazione per loro e le loro famiglie» racconta l’attivista Nejra Sumic, che lavora sia a Tucson che nella vicina Phoenix. Come spiega la Sumic, diverse organizzazioni in tutto il paese stanno cercando di convincere il Congresso statunitense ad accogliere più migranti, il che dovrebbe essere un’azione scontata visto che molti dei conflitti dai quali fuggono quelle persone sono stati alimentati dagli Stati Uniti. La stessa Nejra ha un passato da fuggitiva. La sua famiglia è scappata dalla Bosnia negli anni Novanta, all’epoca della guerra in Jugoslavia; una lunga fuga terminata in Arizona. Avendo precedentemente vissuto in Spagna, una volta arrivata lì non ha avuto problemi a comunicare. «Lo spagnolo qui è molto diffuso, così siamo riusciti a comunicare prima ancora di imparare l’inglese» racconta Nejra, che oggi lavora con afgani, siriani e somali.
A Tucson uno si rende conto che questo paese ha mille sfaccettature di cui solo una minima parte arriva sui mezzi d’informazione europei. La nostra è una visione caricaturale di questa terra delle opportunità, una visione che non rende giustizia alle tante persone che qui si battono per un mondo migliore con impegno e creatività.
Professor Chomsky, abbiamo già parlato della cosiddetta «crisi dei profughi». Oggi le politiche migratorie statunitensi occupano i titoli dei giornali di tutto il mondo. Le autorità separano i bambini dai loro genitori, e cose spaventose accadono alla frontiera con il Messico. Fortunatamente qui a Tucson ci sono tantissimi attivisti che si adoperano per aiutare e salvare i profughi.
Non direi che ci sono «tantissimi attivisti», per quanto il loro sia un lavoro prezioso. Qui, nel sud dell’Arizona, si assiste a un fatto interessante: la politica nazionale è decisamente orientata a destra, ma a Tucson e anche altrove ci sono organizzazioni umanitarie che godono di un forte sostegno popolare. Sono persone molto coraggiose: montano tende nel deserto nei punti in cui sanno che saranno utili ai profughi; mettono in piedi ambulatori, dormitori e altri servizi fondamentali. Cercano di aiutare coloro che sono riusciti ad attraversare il confine ma fuggono dalla polizia di frontiera. Per esempio, andando nel deserto, notoriamente un luogo molto pericoloso, a nascondere razioni di cibo e di acqua per quelli che passano da lì. È molto rischioso, e qualche volta vengono arrestate. Capita spesso che gli agenti di confine vadano a fare piazza pulita di quegli aiuti. Ma gli attivisti non si danno per vinti.
Quando vivevo a Boston ho conosciuto persone che avevano ricevuto aiuto dalla gente di Tucson: sono stati proprio quegli attivisti a salvare loro la vita e ad aiutarle a proseguire il loro viaggio. Provenivano dal Guatemala, dove negli anni Ottanta le azioni di Reagan avevano provocato un vero e proprio genocidio; oggi la gente continua a fuggire dagli effetti di quella barbarie.
Qui a Tucson ho conosciuto persone che rischiano la vita per aiutare gli altri. Possiamo dunque sperare nel cambiamento?
Sicuramente è un segnale di speranza. Certo, viviamo tempi molto bui, è innegabile, ma se analizziamo gli ultimi cinquant’anni ci rendiamo conto che si sono verificati tanti cambiamenti. Come ho già detto, ciò ha riguardato soprattutto il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni; da questo punto di vista sono stati fatti enormi passi avanti. Non dimentichiamo che cosa accadeva negli Stati Uniti negli anni Sessanta, quando erano in vigore leggi razziste che vietavano il matrimonio tra i bianchi e le «persone con una sola goccia di sangue straniero».
Quando i nazisti si misero a cercare un modello cui ispirarsi per le loro leggi razziste, rimasero impressionati dalla legislazione statunitense; decisero così di rifarsi a quel modello, ma non poterono replicarlo in toto perché era troppo estremo. Ebbene sì, quelle leggi erano troppo severe finanche per i nazisti. Negli Stati Uniti anche «una sola goccia di sangue straniero» era troppo: se qualcuno aveva un trisavolo non bianco, veniva considerato di colore. Era eccessivo persino per i nazisti. Queste leggi sono rimaste in vigore fino agli anni Sessanta; dunque, non stiamo parlando di storia antica.
La situazione non era diversa nel Regno Unito. Uno dei maggiori matematici del ventesimo secolo, Alan Turing, padre dell’informatica moderna nonché eroe di guerra per il suo contributo decisivo alla decrittazione dei codici nazisti, fu ucciso dal suo stesso governo a causa della sua omosessualità. Lo scienziato fu infatti costretto a curare la sua «malattia» e questo lo devastò, tanto che alla fine si suicidò. In questa maniera andava il mondo non tanto tempo fa.
Per questo bisognerebbe sempre ripetere a sé stessi: d’accordo, i tempi non sono rosei, ma ci sono anche segnali di speranza. Dovremmo sempre tenere a mente come andavano le cose in passato e quanti passi avanti sono stati fatti. Questo progresso non è capitato e basta, non è piovuto dal cielo, ma è stato ottenuto grazie a un attivismo serio e costante, soprattutto da parte dei giovani. Ciò ci dice anche quanti obiettivi possiamo ancora raggiungere; e adesso è anche più facile rispetto al passato perché le vittorie di ieri rappresentano un punto di partenza, una base sulla quale costruire cose nuove. Oggigiorno, per esempio, i diritti delle donne, delle popolazioni indigene o di altre minoranze non sono più in discussione. Lo stesso vale per la cosiddetta mescolanza razziale: gli odiosi dibattiti di un tempo oggi sono impensabili. Questo discorso si estende a diverse questioni, tra cui per esempio l’edilizia pubblica, regolata in passato su base esplicitamente razziale, addirittura fin dall’epoca del New Deal, voluto dal governo statunitense più progressista del ventesimo secolo. Fu in quel periodo che furono istituite le comunità per soli bianchi che durarono fino agli anni Sessanta. La situazione attuale è grave, ma non quanto lo era in passato. Oggi alcune cose possiamo ottenerle se combattiamo per esse.
Pensa che gli atti individuali di disobbedienza possano avere un impatto concreto sulla società?
Un episodio simile è accaduto di recente, e ci dice quello che possiamo ottenere con azioni di questo tipo. La giovane attivista svedese Elin Ersson è rimasta in piedi su un aereo per bloccarne il decollo e impedire così la probabile morte di un profugo afgano che si trovava sullo stesso volo per essere rimpatriato. Ma con forme di disobbedienza civile su vasta scala si possono raggiungere risultati molto più significativi. A tal proposito, invito ancora una volta a prestare attenzione al quadro generale. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, perché queste persone fuggono: non certo perché non vedono l’ora di vivere nei bassifondi di New York, ma perché la vita nei loro paesi è ormai diventata insostenibile, e lo è diventata in gran parte a causa di ciò che abbiamo fatto noi. Questo ci dice anche quale deve essere la soluzione alla crisi, ossia ricostruire ciò che noi abbiamo distrutto; dobbiamo porre rimedio alla barbarie che abbiamo seminato. Solo così diminuirà il numero delle persone costrette a emigrare. Inoltre, chiunque chieda asilo deve essere accolto da noi in maniera umana e civile. Forse non raggiungeremo mai il livello di civiltà di quei paesi poveri che oggi accolgono la maggior parte dei profughi, ma non dovremmo considerarlo un obiettivo fuori dalla nostra portata.
Lei ha affermato che le migrazioni sono in gran parte dovute ai cambiamenti climatici. Che cosa possiamo fare concretamente e nell’immediato?
Bisogna abbandonare al più presto i carburanti fossili e incrementare in modo considerevole l’uso e la ricerca sulle energie rinnovabili. La conservazione dell’ambiente deve essere la priorità assoluta. Inoltre, bisogna elaborare una critica complessiva del modello capitalistico di sfruttamento delle persone e delle risorse naturali. È questo modello che rischia di dare il colpo di grazia alla nostra specie.
Questo percorso implicherebbe un ripensamento radicale dello stile di vita di molte persone, compreso l’«American Way of Life». Inoltre, la storia dell’umanità è sempre stata segnata da distruzione e massacri, e non v’è dubbio che negli esseri umani esista una parte aggressiva e violenta che va tenuta a bada. Che cosa ne pensa di questo lato oscuro della natura umana?
Dal momento che l’oppressione e la violenza esistono, esse devono necessariamente essere un riflesso della natura umana. La sua osservazione, dunque, non è sbagliata. E tuttavia l’uomo mostra anche compassione, gentilezza, solidarietà, si prende cura dei suoi simili. Autorevoli figure come Adam Smith lo sapevano ed erano convinte che questi fossero fondamentali tratti costitutivi dell’essere umano. Compito delle politiche sociali è trovare la maniera di incanalare queste facoltà nelle strutture istituzionali e culturali. Dobbiamo quindi dare spazio al nostro lato mite e benevolo e placare gli aspetti rudi e distruttivi della nostra natura.
In un futuro non lontano, milioni di persone nel Bangladesh diventeranno profughi climatici, soprattutto a causa dell’innalzamento del livello dei mari e degli eventi atmosferici estremi. Il climatologo cingalese Atiq Rahman afferma che a queste persone andrebbe accordato il diritto di trasferirsi nei paesi che producono i gas serra. In quel caso, gli Stati Uniti dovrebbero accogliere milioni di migranti. Immagino che lei sia d’accordo con lui.
Il commento di Rahman era sepolto da qualche parte in un articolo del «New York Times», e invece avrebbero dovuto dedicargli il titolo di apertura, perché mette in luce un aspetto fondamentale della cosiddetta crisi dei migranti. A dire il vero anche papa Francesco lo ha spiegato efficacemente quando ha detto che i migranti non sono la causa bensì le vittime della crisi. D’altronde, perché parliamo di crisi se ottomila persone, vittime di guerre e devastazioni, arrivano in un paese ricco e potente come l’Austria, che conta otto milioni di abitanti? Altri Stati, decisamente meno ricchi, accolgono un numero molto maggiore di rifugiati. Nel Libano circa il 40% della popolazione è costituito da profughi in fuga da orrori di vario genere, ultimamente soprattutto dall’Iraq e dalla Siria, dove sono ancora all’ordine del giorno; una parte è formata dai palestinesi che vivono lì dal 1948, ossia da quando, dopo la costituzione dello Stato di Israele, furono costretti a scappare. Stiamo parlando del Libano, cioè di un paese povero che però, da parte sua, non ha provocato migrazioni. Anche la Giordania ha accolto un numero elevatissimo di profughi. Lo stesso faceva la Siria prima che implodesse.
Al contrario i paesi ricchi, pur avendo non soltanto la capacità di assorbire i rifugiati ma anche una grossa responsabilità perché hanno generato le situazioni da cui fuggono quelle persone, si rifiutano di accoglierli. C’è un solo paese europeo ad aver dimostrato una reale disponibilità e agito in modo corretto: la Germania di Angela Merkel, che ha accolto circa un milione di profughi.
Germania a parte, analizziamo cosa fanno l’Europa e gli Stati Uniti. Entrambi corrompono altri paesi affinché trattengano i migranti. L’Europa lo fa stringendo accordi con la Turchia perché si occupi dei profughi dalla Siria, l’Iraq e l’Afghanistan. Stiamo parlando di diversi milioni di persone.
Gli Stati Uniti fanno la stessa cosa. Pretendono che il Messico impedisca l’attraversamento del confine alle persone in fuga dal Triangolo settentrionale dell’America centrale, ossia i tre paesi distrutti dall’amministrazione Reagan: El Salvador, Guatemala e Honduras. Il dato interessante è che l’unico paese della regione da cui non arrivano profughi è il Nicaragua. Perché? Perché è la sola nazione a non essere stata ridotta in rovina dal governo statunitense. Non che gli Stati Uniti non abbiano compiuto azioni terroristiche anche in Nicaragua, attaccandone addirittura il governo. La differenza è che negli altri tre paesi le forze terroristiche appoggiate dagli Stati Uniti erano il governo.
Per tornare agli effetti dei cambiamenti climatici, decine di milioni di persone dovranno abbandonare il Bangladesh, e non si sa dove andranno. Ma questo è solo l’inizio della storia dei profughi climatici. I ghiacciai himalayani – ossia la fonte di approvvigionamento idrico di India e Pakistan – si stanno sciogliendo. È stato pubblicato un rapporto in base al quale, già oggi, circa settantacinque milioni di indiani non hanno accesso all’acqua potabile. Che cosa accadrà quando questa cifra aumenterà? Uno scenario molto probabile è che s’inneschi un altro conflitto tra India e Pakistan, in questo caso per le forniture d’acqua. Entrambi i paesi, peraltro, possiedono armi atomiche, e già adesso sono quasi in guerra. Supponiamo che scoppi una guerra per l’acqua; essa potrebbe facilmente degenerare in un conflitto atomico che porterebbe a ciò su cui gli scienziati lanciano l’allarme da decenni: l’inverno atomico e la carestia mondiale. Nel qual caso, sarebbe la fine per tutti noi.
Oggi chi aiuta i migranti viene criminalizzato. In Europa la situazione è simile a quella degli attivisti che aiutano i profughi al confine con il Messico. Ci sono persone che affittano le navi e vanno nel Mediterraneo a salvare vite umane eppure, oltre a vedere ostacolata la loro attività, rischiano di essere processate perché prestano soccorso. Come giudicare tutto questo?
Io sono sempre molto critico verso gli Stati Uniti, ma in Europa è peggio, molto peggio. Questo vale anche per la Germania della Merkel, considerata una nazione liberale. La situazione è di gran lunga peggiore rispetto a qui. Lo si vede dalle reazioni europee alle migrazioni dall’Africa. Come già evidenziato, il passato dell’Europa in Africa è storia nota: gli europei hanno devastato e depredato l’Africa. Il continente ha subito la tratta degli schiavi, le invasioni europee, inaudite violenze di ogni tipo, e tutto questo non tantissimo tempo fa. Una situazione che continua anche ai giorni nostri. Da dove arrivano i minerali necessari per costruire il suo telefono cellulare? Dal Congo orientale. Come ce li procuriamo? Con l’aiuto di spietate milizie che negli ultimi anni hanno ammazzato cinque milioni di persone. I miliziani collaborano con le multinazionali per rifornirle delle materie prime che servono per i nostri iPhone. Ecco che cosa succede in questi anni, ed è ripugnante. Eppure, oggi che la gente fugge in massa dall’Africa depredata, che cosa fanno gli europei? Sappiamo bene come si comportano, e sono crimini mostruosi. Non ho parole per descriverli. Penso che per certi versi l’Europa sia più razzista degli Stati Uniti.
Come giudica il ruolo dei media in questo contesto?
Molti mezzi d’informazione sono a favore della criminalizzazione degli attivisti. La loro posizione, grosso modo, è questa: «Queste persone violano la legge, dunque vanno punite». Che dire? Non mi piace fare paragoni con i nazisti, ma in questo caso non posso fare a meno di pensare a loro: a quell’epoca, giusto per fare un esempio, i polacchi che salvavano gli ebrei dai campi di concentramento venivano criminalizzati e ammazzati. Dal punto di vista morale, ciò che accade oggi non è molto diverso.
In Germania e in altri paesi europei diversi importanti mezzi d’informazione sono ritenuti responsabili del trionfo dei partiti di destra e dell’insorgere di sentimenti razzisti all’interno della società. Che cosa ne pensa? Lei segue la stampa tedesca?
Un po’, ma non come quella statunitense. In ogni caso, mi pare vi sia un aspetto interessante a proposito dell’ascesa della destra e del ruolo dei mezzi d’informazione. Non so se sia già cosa nota; in caso contrario è un fenomeno che andrebbe affrontato con urgenza. Prendiamo a mo’ di esempio le ultime elezioni federali in Germania, dove l’AfD ha avuto molto più successo del previsto. Come mai? Uno dei motivi è stata la collaborazione tra la sede di Facebook di Berlino e una società di comunicazione del Texas.1 Questa agenzia, che lavora per Donald Trump, Marine Le Pen, Benjamin Netanyahu e altre «brave persone», ha commissionato a Facebook una dettagliata ricerca demografica sulla popolazione tedesca. Del resto, Facebook possiede una mole enorme di informazioni sui singoli individui: che cosa fanno, quali sono i loro interessi, di chi sono amici. Ebbene, queste informazioni sono state usate per raggiungere con annunci e pubblicità i potenziali elettori dell’AfD. È importante interrogarsi sull’effetto che ciò può avere avuto sulle elezioni. Nessuno ha indagato questo aspetto, ma è possibile che l’impatto sia stato molto più forte rispetto all’interferenza russa nelle elezioni statunitensi, abbondantemente riportata dai media nostrani, mentre non mi risulta che lo scenario verificatosi in Germania si sia guadagnato i titoli di apertura. Ma lei lo saprà certamente meglio di me.
Nell’ambito del dibattito generale se n’è parlato, ma solo marginalmente e presentandola come una fake news. Anche in Germania c’è una bella differenza tra quello che viene riportato dai media e ciò che accade nella realtà. Pare non esistere una via di mezzo; tutto o quasi è pura e semplice propaganda. Lei crede ancora a quello che legge sui giornali?
Non si può generalizzare. La prima cosa che faccio al mattino è leggere il «New York Times». Ci sono molte inesattezze, e qualche volta mi vengono i brividi a sfogliare quelle pagine, ma rimane pur sempre il miglior quotidiano del mondo; è quello che copre maggiormente le notizie, e vi lavorano ottimi reporter, spesso onesti e zelanti. Certo, gli articoli sono sempre organizzati in modo da rispecchiare la dottrina dominante. Prendiamo per esempio l’edizione di oggi. Nell’editoriale si parla delle sanzioni di Trump all’Iran; leggiamo che il presidente vuole applicarle perché secondo lui è il modo migliore per bloccare la produzione di armi iraniane, le rappresaglie interne e le varie azioni che destabilizzano la regione. Questo punto di vista viene riportato tal quale e dato per vero: siccome lo ha detto Trump, devono essere proprio quelle le sue intenzioni, è quella la verità. Ma cosa sappiamo della «produzione di armi iraniane»? Siamo a conoscenza di fatti concreti? È indubbio che l’Iran sia uno Stato repressivo, ma paragonato ad altri paesi appoggiati dagli Stati Uniti – in particolare l’Arabia Saudita, il maggiore alleato nella regione – appare come una nazione libera. Nella stessa edizione del «New York Times», tra l’altro, troviamo un articolo sulla repressione in Arabia Saudita, molto più dura che in Iran. Dunque, è l’Iran a mettere in pericolo la regione? Secondo quanto apprendiamo dall’ONU, l’attuale situazione nello Yemen è la peggiore crisi umanitaria del mondo. Chi ne sono i responsabili? L’Arabia Saudita, gli Emirati arabi uniti, ossia i nostri maggiori alleati, così come gli Stati Uniti e di fatto anche il Regno Unito, che fornisce le armi. Gli Stati Uniti garantiscono per esempio supporto logistico alla coalizione a guida saudita nello Yemen con consulenza, immagini satellitari ecc. Questi soggetti hanno devastato il paese e la cosa continua ancora oggi; ma intanto i mezzi d’informazione si focalizzano sulla politica di Trump verso l’Iran, che in teoria è lo Stato che destabilizza la regione.2
Leggendo il primo paragrafo di quell’articolo siamo indotti a pensare che le cose stiano davvero così. Ma a una lettura più attenta scopriremo qualcos’altro. Per una strana ironia, in questa stessa edizione del «New York Times» è presente un servizio sulla censura e su quanto sia deprecabile questa prassi. Riguarda un paese autoritario in cui è distribuito il «New York Times», dove però molte pagine sono lasciate in bianco perché diverse sezioni del giornale vengono censurate. Ovviamente la censura è una cosa terribile. Tuttavia, esistono anche altre forme di controllo, ad esempio decidere cosa debba essere oggetto di discussione e cosa no, oppure il modo in cui viene strutturato un dibattito sui media. Una volta capito questo, si scoprirà anche che il sistema di propaganda è estremamente raffinato. Chi è all’interno di questo sistema non si rende conto di avere a che fare con la propaganda. Nelle scuole di giornalismo delle università statunitensi si insegna il valore dell’obiettività. Bisogna essere imparziali, senza pregiudizi. Ma che cos’è l’obiettività? Obiettività è riferire i fatti in modo circostanziato e corretto. Peccato che, come nel caso appena citato, essa debba comprendere esclusivamente l’orbita di Washington, ossia la Casa Bianca, il Congresso e il Pentagono. È questo il punto di vista che bisogna riportare, ed è in questo senso che viene intesa l’obiettività. Tutto il resto è «opinione», «pregiudizio», «sentimentalismo». Questo è il contesto in cui operano i mezzi d’informazione, è così che funziona. Ovviamente tanti che lavorano nel mondo dell’informazione ne sono consapevoli.
Questo vale soprattutto per i corrispondenti, alcuni dei quali sono miei amici di vecchia data. Questi giornalisti sanno perfettamente che devono trasformare, in un certo senso, il loro materiale in modo da conformarsi alla dottrina dominante, all’egemonia interpretativa. Ciononostante, i loro articoli possono essere molto istruttivi. Un modo utile ed efficace per leggere i pezzi di testate come il «New York Times», infatti, è iniziare dall’ultimo paragrafo, specialmente quando si tratta di servizi lunghi che cominciano in prima pagina e proseguono all’interno. Là si troveranno cose che non sono destinate al direttore o ai titolisti, bensì ai lettori. I primi due non leggono con tale attenzione da arrivare fino a quel punto dell’articolo.
Possiamo e dobbiamo criticare la censura in Stati repressivi come la Cina, quando cancellano intere pagine o chiudono Internet. È un comportamento che giustamente suscita indignazione. Ma allo stesso tempo dobbiamo fare i conti con quei sofisticati modelli di propaganda che dominano la nostra informazione.
Di cruciale importanza, a tal proposito, è la questione del sistema educativo. Lei è stato per decenni professore al MIT. Oggi lavora all’Università dell’Arizona. Possiamo dire che l’istruzione sia la missione della sua vita. L’istruzione, del resto, è un aspetto fondamentale del processo democratico. Ma con quanto successo oggigiorno?
Non c’è una risposta semplice a questa domanda. Lo stato attuale dell’istruzione contiene elementi sia positivi sia negativi. Una cittadinanza istruita è sicuramente un requisito fondamentale di una vera democrazia. Talvolta questo obiettivo viene perseguito, talvolta viene di fatto ostacolato. Indirizzare l’istruzione nella direzione del progresso è un compito di cruciale importanza. Ciò vale soprattutto negli Stati Uniti, in parte per via della loro straordinaria potenza e in parte perché differiscono per tanti aspetti dalle altre società avanzate.
Non dobbiamo dimenticare che gli Stati Uniti, pur essendo da molto tempo il paese più ricco del mondo, fino alla Seconda guerra mondiale erano culturalmente arretrati. Chi voleva studiare scienze avanzate o matematica, o diventare uno scrittore o un artista, solitamente si recava in Europa. Le cose sono cambiate, per ovvie ragioni, con la Seconda guerra mondiale, ma solo per una parte della popolazione, e le conseguenze di questo fatto le osserviamo oggi. Prendiamo ad esempio il cambiamento climatico, la questione più importante della storia umana: il 40% dei cittadini non lo considera un problema, perché secondo loro Cristo tornerà sulla terra nel giro di qualche decennio. È uno dei tanti sintomi che rivelano i tratti premoderni della società e della cultura statunitensi.
Come molti altri segmenti della società, l’istruzione ha subito gravi danni dal neoliberismo. La fede nel mercato, nella competizione, nella privatizzazione e nel profitto si è insinuata anche nelle scuole e nelle università. Quale ruolo dovrebbe avere l’istruzione nella società e come può il sistema educativo preservare la sua autonomia?
Agli esordi del sistema educativo moderno, si contrapponevano due modelli: l’istruzione veniva concepita o come un vaso in cui versare dell’acqua, oppure come un filo rosso disteso dall’educatore, lungo il quale gli studenti potessero procedere a modo loro e sviluppare le proprie capacità individuali. Quest’ultimo modello fu divulgato da Wilhelm von Humboldt, il fondatore del sistema universitario moderno.
Il pensiero di John Dewey, Paulo Freire e di altri fautori di una pedagogia critica e progressista, costituisce a mio avviso un’ulteriore evoluzione della concezione humboldtiana, spesso prevista come materia di studio nelle università perché preziosa nell’insegnamento e nella ricerca avanzata, in particolare nel campo scientifico. È rimasta celebre la frase che un fisico del MIT diceva ai suoi studenti: non importa tanto il tema del corso quanto quello che scopriremo lungo il percorso.
Le stesse idee sono state poi applicate anche nella scuola materna, e sono valide in qualsiasi campo dell’istruzione, non soltanto in quello scientifico. Io personalmente sono stato fortunato a studiare in una scuola sperimentale deweyana fino ai tredici anni. È stata un’esperienza gratificante, molto diversa dal liceo che ho frequentato dopo, che si basava invece sul modello del vaso da riempire. Un modello oggi purtroppo molto in voga. Dobbiamo dunque incoraggiare i modelli alternativi se vogliamo che si formi una cittadinanza autenticamente istruita.
La tendenza verso un’istruzione di mercato, purtroppo, è una realtà, ed è molto dannosa; va considerata a mio giudizio come una componente del complessivo assalto neoliberista al settore pubblico. Il modello aziendale ricerca l’«efficienza», che significa in pratica imporre la «flessibilità lavorativa». A tal proposito ricordiamo le parole di Alan Greenspan e il suo compiaciuto riferimento alla «maggiore insicurezza dei lavoratori», che secondo lui sarebbe stata un bene per l’economia (prima che crollasse nel 2009). Questo modello ha portato, tra le altre cose, a scoraggiare i contratti a tempo indeterminato persino nelle università, affidandosi a impiegati precari a buon mercato e più facilmente sfruttabili. Ciò nuoce ai lavoratori, agli studenti e alla ricerca in generale, ossia a tutto ciò che dovrebbe essere prioritario nell’istruzione superiore, e gioca invece a favore della concentrazione di potere. Le élite non vogliono un’autentica democrazia; vogliono una società di persone spaventate e intimorite, in cui la principale preoccupazione sia pagare l’affitto e prevalga la passività politica.
Noam Chomsky
Come i giovani vengono indottrinati all’obbedienza
L’istruzione pubblica è sotto attacco in tutto il mondo, e negli ultimi tempi come reazione a questa aggressione sono scoppiate proteste studentesche nel Regno Unito, in Canada, in Cile, a Taiwan e in altri paesi.
Anche la California è diventata teatro di questa battaglia. Il «Los Angeles Times» riferisce sull’ennesimo episodio della campagna per distruggere quello che un tempo era il miglior sistema pubblico di istruzione superiore del mondo. Così recita il titolo: «La California State University ha annunciato il congelamento delle iscrizioni nella maggior parte delle facoltà».
Il taglio dei fondi avviene in tutto il paese. «In moltissimi Stati» si legge sul «New York Times», «sono ormai le rette universitarie, e non i sussidi pubblici, a coprire la maggior parte del bilancio», cosicché «l’era delle poco onerose università pubbliche quadriennali, fortemente sovvenzionate dallo Stato, potrebbe essere giunta al capolinea».
I community college vanno incontro allo stesso destino – i tagli si estendono dalla scuola materna fino al liceo. «Se prima il sentire comune era che l’intera nazione traesse vantaggio dall’istruzione superiore, oggi si pensa che è solo chi riceve quell’istruzione a trarne vantaggio, e dunque a doverne pagare il conto» afferma Ronald G. Ehrenberg, uno degli amministratori della State University of New York nonché direttore del Cornell Higher Education Research Institute.
A dare un quadro ancor più preciso della situazione è uno studio intitolato Failure by Design [Fallimento a tavolino], dell’Economic Policy Institute (EPI), da molti anni un’autorevole fonte di informazioni e analisi sullo stato dell’economia.
Lo studio passa in rassegna le conseguenze della transizione dell’economia, avvenuta nella scorsa generazione, dalla produzione interna alla finanziarizzazione e la delocalizzazione. Tutto questo è stato fatto «a tavolino», ma in realtà c’erano strade alternative.
La giustificazione che si è voluta dare di questo progetto deliberato è la fede cieca nell’efficienza dei mercati. Una convinzione che perdura ancora oggi, nonostante la bolla immobiliare che ha portato alla crisi attuale.
Simili proclami sono stati fatti anche riguardo ai presunti benefici dell’espansione abnorme degli enti finanziari a partire dagli anni Settanta. Martin Wolf, autorevole giornalista economico del «Financial Times», ha offerto una descrizione efficace di questo fenomeno allorché ha affermato che un settore finanziario fuori controllo sta divorando dall’interno la moderna economia di mercato, proprio come la larva di una vespa divora dall’interno l’ospite in cui è stata deposta.
Lo studio dell’EPI mette in rilievo che questo «fallimento a tavolino» in realtà tocca solo determinate classi, mentre per chi ha ideato quel sistema si tratta di un grandissimo successo. Ce ne rendiamo conto osservando l’enorme concentrazione di ricchezza nella quota di popolazione in cima alla piramide, ossia lo 0,1%, mentre per la stragrande maggioranza c’è solo stagnazione e declino.
In parole povere i «padroni dell’umanità», non appena ne hanno la possibilità, perseguono la «vile massima» di cui scriveva Adam Smith secoli fa: «Tutto per noi e niente per gli altri».
Il sistema educativo pubblico è stata una delle grandi conquiste della società statunitense, cui erano sottese motivazioni di vario genere. Una era trasformare gli agricoltori autonomi in operai salariati, che in questo modo avrebbero tollerato ciò che all’epoca consideravano una forma di schiavitù.
Questo elemento coercitivo non è passato inosservato: Ralph Waldo Emerson ha scritto una volta che i leader politici volevano l’istruzione di massa perché, nutrendo timore verso i milioni di elettori di cui si sarebbe riempito il paese, puntavano a educarli affinché non diventassero aggressivi nei loro confronti. L’educazione di cui si parla, ovviamente, deve essere quella giusta, ossia quella finalizzata a limitare la prospettiva e la capacità di comprensione, a scoraggiare il libero pensiero e soprattutto ad affinare l’obbedienza.
Il perseguimento della «vile massima» ha sempre scatenato forti resistenze, che a loro volta hanno rinfocolato le paure delle élite. Quarant’anni fa, per esempio, si temette seriamente che il popolo si sarebbe ribellato e avrebbe spezzato le catene della sottomissione e dell’obbedienza.
Gli internazionalisti liberal diedero così vita alla Commissione Trilaterale, un’organizzazione non governativa che influenzò parecchio l’amministrazione Carter. Nel 1975 questo gruppo lanciò l’allarme sull’«eccesso di democrazia» che andava diffondendosi in quegli anni, ricollegandolo tra le altre cose ai fallimenti delle istituzioni preposte all’«indottrinamento dei giovani». Anche a destra era convinzione diffusa che i radicali stessero assumendo il controllo di ogni cosa – università, mezzi d’informazione, governo – e che il mondo dell’impresa dovesse usare il suo potere economico per ribaltare quella situazione. Da allora, grandi risorse sono state impiegate per ristabilire la disciplina. Una di queste è la crociata per le privatizzazioni, ossia per consegnare il timone a mani affidabili.
Un’altra è il forte incremento delle rette universitarie, di quasi il 600% dal 1980. Questo sistema educativo genera una gerarchizzazione su base economica com’è raro trovarne in altri paesi: a dirlo è Jane Wellman, ex direttrice del Delta Cost Project, che monitora questi fenomeni. L’aumento delle tasse universitarie inchioda gli studenti a un debito a lungo termine e li costringe in questo modo a cedere al potere privato.
Per giustificare queste scelte vengono sempre addotte motivazioni economiche che però non sono per nulla convincenti. In altri paesi, sia ricchi sia poveri, compreso il vicino Messico, le tasse sono bassissime o inesistenti. Prima era così anche negli Stati Uniti, e quando erano un paese molto più povero di adesso. Dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, moltissimi studenti poterono iscriversi all’università grazie alla G.I. Bill.3 Fu uno dei fattori che determinarono la straordinaria crescita economica del paese, per non parlare del miglioramento delle condizioni di vita.
Anche l’aziendalizzazione delle università ha contribuito a questi inquietanti sviluppi, ad esempio nella riorganizzazione dello staff amministrativo, spesso reclutato dal settore privato e non dal corpo docente, come accadeva prima; ciò è da associarsi a una cultura dell’«efficienza» che ha evidentemente una radice ideologica e non soltanto economica.
Il risultato è stato che molte università pubbliche hanno deciso di eliminare corsi come quelli di infermieristica, ingegneria e scienze informatiche perché troppo costosi. Guarda caso sono anche le professioni in cui è più scarsa la domanda di lavoro, come riferito dal «New York Times».
Queste scelte danneggiano la società perché danno la precedenza ai profitti a breve termine invece che ai benefici di lungo periodo e non tengono conto delle conseguenze umane, secondo quanto prevedono i dettami della vile massima.
Particolarmente insidiosi sono gli effetti sull’insegnamento. L’ideale dell’Illuminismo era quello dell’istruzione come di un filo rosso disteso verso gli studenti, che lo seguono in maniera autonoma e indipendente, al fine di sviluppare la creatività e libertà di pensiero.
L’alternativa, di gran lunga peggiore, è quella rappresentata dall’immagine dell’acqua nel vaso; un vaso pieno di falle a giudicare dalla nostra esperienza. Secondo questo approccio, il fine dell’insegnamento rimane in sostanza quello di preparare agli esami; questa visione prevede anche altri meccanismi che spengono l’interesse degli studenti, e il suo unico scopo è quello di forgiarli per renderli più facilmente controllabili. Una realtà fin troppo familiare oggi, purtroppo.
dicembre 2014
Viene da domandarsi se sia ancora possibile costruire un mondo migliore. Pensa che si possa ancora perseguire un’utopia? Non stiamo forse precipitando verso un mondo distopico?
Penso che nessuno sia abbastanza intelligente da progettare nel dettaglio una società utopica. Si possono indicare delle linee generali o dare dei suggerimenti per migliorare le cose; si può discutere in linea di principio sugli obiettivi che ci si pone. Taluni, anche qualche mio amico, hanno provato a tratteggiare dettagliatamente modelli di società utopiche nei loro scritti, ma in base alla mia esperienza posso dire che molto lo si apprende tramite la sperimentazione sociale. A questo proposito vale la pena soffermarsi anche sulle opere di Karl Marx; in esse non si dice quasi nulla sulle società postcapitalistiche, solo qualche pensiero sparso qua e là. La sua idea era che una società più libera e aperta avrebbe potuto essere costruita dopo la liberazione della classe operaia, ossia della maggioranza della popolazione; quali caratteristiche dovesse avere, avrebbe dovuto deciderlo il popolo. Certo, anche su quello si spinse un po’ troppo oltre, ma comunque mise in evidenza solo qualche spunto. Secondo me, se riusciamo a creare istituzioni più libere e giuste all’interno del sistema attuale, abbiamo già fatto un grande passo avanti.
È indubbio che oggi vi siano situazioni negative, ma esistono pure approcci costruttivi, anche all’interno della classe lavoratrice statunitense. Sono queste le cose che costituiscono il fondamento della società futura, che peraltro sarebbero coerenti con gli obiettivi di pensatori come Marx.
Certo, diversi segnali ci indicano che ci muoviamo verso una società distopica. Una sintesi perfetta della realtà presente è la celebre frase che Gramsci scrisse dalle carceri mussoliniane: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
Parafrasando Marx, possiamo dire che il neoliberismo è diventato il nuovo oppio dei popoli?
Può darsi che il neoliberismo sia l’oppio dei popoli. Ma è anche vero che i popoli si ribellano, protestano, in tutto il mondo, sebbene forse non tutti si rendano conto che il problema è il neoliberismo. In Europa e negli Stati Uniti l’attacco neoliberista alla popolazione ha dato luogo a fenomeni patologici. Negli Stati Uniti, in particolare, il neoliberismo si è imposto come reazione alle conquiste democratiche e progressiste degli anni Sessanta, quando si contrassero i profitti di uomini d’affari e multinazionali.
Fu in quel periodo che, d’un tratto, cominciarono a comparire libri sul pericolo rappresentato dalla presunta «crisi della democrazia» – in realtà una manovra delle cerchie liberal di Europa, Stati Uniti e Giappone che non volevano perdere la loro egemonia interpretativa. Questa cosiddetta crisi della democrazia per loro era invero un «eccesso di democrazia»; non volevano che chi partecipava alle lotte e rivendicava i propri diritti diventasse protagonista della vita politica. Questi movimenti impensierivano non poco i potenti, che dunque li presentarono come una forma di delegittimazione delle istituzioni; l’idea prevalente era che queste istituzioni non assolvessero al loro compito perché concedevano troppo spazio, troppa libertà di pensiero. Tutto questo doveva finire – e l’attacco neoliberista fu la risposta. Lo scopo di queste misure era precisamente quello di porre fine a quei fermenti. Da quel momento il capitale si è concentrato sempre di più nelle mani di pochi, e ciò ha avuto come conseguenza la stagnazione e il declino economico per la maggioranza della popolazione. Il salario reale negli Stati Uniti ne è una perfetta esemplificazione: è diminuito rispetto al 1979, ossia da quando furono avviate le ricette neoliberiste. Il potere d’acquisto è calato anche durante il primo anno in carica di Trump.
Tornando agli organi di informazione, essi continuano invece a magnificare lo stato dell’economia. Qualche giorno fa il «New York Times» scriveva di quanto fosse straordinaria la crescita economica, ma al trentunesimo capoverso dell’articolo in questione si leggeva che il salario reale, in questo meraviglioso sistema, è diminuito. La gente è arrabbiata, ma questa rabbia assume spesso forme antisociali; molti non riconoscono la radice del problema, ne vedono solo gli effetti. La reazione tipica è di cercare un capro espiatorio, puntando il dito contro persone che sono ancor meno fortunate: migranti, persone di colore e altre minoranze vengono incolpate di questa precarietà. È un fenomeno odioso. E tuttavia, ci rendiamo conto che il neoliberismo non è affatto diventato l’«oppio» dei popoli nel senso marxiano: la gente prova molta rabbia, ed è evidente anche in Europa. Alle elezioni i partiti centristi tradizionali continuano a perdere consensi; i cittadini non vogliono più votare per loro.
Qualcosa di simile è accaduto negli Stati Uniti alle presidenziali del 2016. L’attenzione si è concentrata tutta sulla persona di Donald Trump, che in un certo senso è un outsider rispetto al mondo politico tradizionale. Questo discorso, tuttavia, vale solo per la sua personalità, perché la sua politica è quella tipica del classico repubblicano di destra, ossia la politica della frangia oltranzista dei repubblicani, che oggi sta trovando attuazione. Un esempio evidente è la riforma fiscale: i ricchi e i potenti vengono letteralmente sommersi di regali, mentre si dichiara guerra al resto della popolazione. Tutto questo è scandaloso.
Ciononostante, il fatto più importante delle presidenziali del 2016 è stato un altro, e cioè il successo della campagna di Bernie Sanders, che ha rotto lo schema consolidatosi in oltre un secolo di storia politica statunitense. È risaputo che le elezioni siano un sistema di compravendita, nel senso letterale del termine. È possibile prevedere chi vincerà le presidenziali e le elezioni per il Congresso semplicemente esaminando i finanziamenti delle campagne elettorali. È così che funziona, ed è solo la punta dell’iceberg, perché poi ci sono anche i tanti lobbisti che praticamente redigono le bozze di legge. In questo sistema, però, si è insinuato Sanders, un candidato semisconosciuto che non era sostenuto né dai mezzi d’informazione né dalle élite. Era passato quasi inosservato, eppure probabilmente avrebbe vinto le primarie se i vertici del Partito democratico della corrente di Obama e della Clinton non l’avessero impedito. Ha del miracoloso, ma oggi Sanders è la figura politica più popolare nel paese.
Rifacendoci di nuovo alla frase di Gramsci, questa è una fase di crisi: il vecchio ordine sta morendo, e il nuovo tarda a comparire. E tuttavia vi sono segnali e proposte interessanti che vanno nella giusta direzione.
Qualcuno potrebbe dire che il modello comunista abbia fallito perché le persone non avevano più nulla in cui credere. Che cosa ne pensa?
Il modello comunista ha fallito già nel 1917, se per comunismo intendiamo ciò di cui parlavano Marx ed Engels. Possiamo discuterne le motivazioni, ma sta di fatto che subito dopo la rivoluzione bolscevica Trockij soppresse gli organismi socialisti popolari ch’erano sorti spontaneamente. Furono smantellati i consigli di fabbrica e fu creato l’«esercito operaio» – come lo chiamò Lenin –, che doveva eseguire gli ordini delle autorità centrali. Quello che successe dopo è noto, e non ha niente a che fare con il socialismo. Un tratto fondamentale del socialismo – meno del comunismo – è che i lavoratori controllano la produzione e hanno molta voce in capitolo nella politica. In Russia è mai esistito qualcosa di simile, anche per un solo momento? In realtà, il fatto che tutto ciò che è accaduto dopo sia stato etichettato come «socialismo» è stato un puro e semplice trionfo della propaganda. I due maggiori sistemi di propaganda del mondo di quell’epoca, quello occidentale e quello, più limitato, del blocco orientale, erano agli antipodi su diversi punti, ma furono concordi nell’usare il termine «socialismo» per definire ciò che avveniva in Russia. I russi lo facevano per sfruttare l’attrattiva morale del vero socialismo, l’Occidente per screditare il socialismo. Ma a un’analisi più approfondita si scoprirà che gli Stati Uniti sono stati più socialisti della Russia, anche se non vi si è mai affermato un modello comunista. Anche in questo caso possiamo considerarla una grande vittoria della propaganda occidentale. Si parla sempre di «fallimento del socialismo» a proposito della Russia. Innanzitutto, quello non fu affatto socialismo; possiamo chiamarlo come vogliamo, ma non fu socialismo. In secondo luogo, si trattò davvero di un fallimento? Agli inizi del ventesimo secolo la Russia era un paese poverissimo, costituito perlopiù da una società contadina; rispetto all’Occidente, questa regione a partire dal quindicesimo secolo aveva accumulato una forte disparità ed era diventata sempre più debole. Poi, in quel periodo, vi fu un certo sviluppo, furono costruite ferrovie e infrastrutture e, a differenza di altri paesi del cosiddetto Terzo Mondo, fu creato un grande esercito, anche se la società continuava ad essere povera e oppressa. Durante la Prima guerra mondiale il paese fu devastato, dopodiché, nel 1918, fu invaso dagli occidentali e, durante la Seconda guerra mondiale, fu nuovamente danneggiato e distrutto. Eppure, oggi fa forse parte del Terzo Mondo? No, è un’importante nazione industrializzata. Si può dire lo stesso di quelle regioni che sono state sotto l’influenza statunitense? Nel 1940 i bulgari usavano ancora gli aratri di legno; vent’anni dopo producevano apparati elettronici ad alta tecnologia. Tutto questo si è forse verificato in Guatemala o nel Salvador? Come ho già detto, il regime sovietico fu brutale da molti punti di vista, ma per valutare un successo dobbiamo usare come pietra di paragone un successo ancora maggiore. E alle nostre latitudini non vi è stato nulla di paragonabile.
Perché è crollato allora?
La narrazione ufficiale è che sia avvenuto per merito di Reagan e delle sue pressioni politiche e militari. Ma non ha niente a che vedere con questo, semmai con ciò che fece J.F. Kennedy. Analizzando attentamente le vicende di quel periodo ce ne rendiamo conto. Quando Chruščëv salì al potere mise in chiaro che l’URSS non avrebbe potuto crescere economicamente rispetto a un Occidente tanto più ricco e potente, specialmente se avesse mantenuto una spesa militare tanto gravosa. Per questa ragione propose una riduzione reciproca delle forze militari offensive; anzi, di fatto cominciò a seguire tale percorso unilateralmente. Queste informazioni furono sottoposte al vaglio dell’amministrazione Kennedy. Per inciso, gli Stati Uniti avevano già un enorme vantaggio militare. Si ragionò sulla proposta, ma alla fine per tutta risposta gli americani avviarono un’espansione militare spropositata, forse la più grande della storia. Questa fu la reazione all’offerta di Chruščëv, che portò tra le altre cose alla crisi dei missili di Cuba. Il leader sovietico tentò di riequilibrare le cose, e in questo sforzo si diede la zappa sui piedi. Fu deposto dai vertici sovietici, i quali poi assunsero il potere. A quel punto cominciò la corsa agli armamenti e la Russia cercò di mettersi in pari con la potenza militare degli Stati Uniti; ma la conseguenza fu che l’economia russa prima entrò in una fase di stagnazione e infine collassò. Tuttavia, da quale punto di vista possiamo parlare di fallimento economico della Russia? Qual è il termine di paragone? Lo ribadisco: le condizioni erano terribili, l’oppressione odiosa, venivano compiute atrocità e crimini di vario genere contro i diritti umani, ma non fu un fallimento del socialismo o dell’economia. In questo senso dico che si è trattato di un trionfo della propaganda occidentale, per cui continuiamo a parlare di fallimento del socialismo. Ma i fatti contraddicono questa narrazione.
Molti si domandano che cosa significhi socialismo oggi, nel ventunesimo secolo.
Come altri termini del discorso politico, anche la parola «socialismo» è vaga e può avere un’accezione molto ampia. Un buon punto di partenza, adatto anche al contesto statunitense, sarebbero le raccomandazioni del più autorevole filosofo sociale del ventesimo secolo, John Dewey, il quale sollecitò la democratizzazione di tutti gli aspetti della vita politica, economica e sociale. Egli sosteneva che i lavoratori devono essere i «padroni del loro destino industriale» e che i mezzi di produzione, commercio, pubblicità, trasporti e comunicazioni devono essere sotto il controllo pubblico. Altrimenti la politica rimarrà «l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici», e le politiche sociali saranno piegate agli interessi dei padroni. Già questo sarebbe un ottimo inizio. Si tratta di idee che trovano una forte aderenza con le correnti presenti nella società statunitense e con la sua complessa storia.
Osservando la sinistra contemporanea, non si può fare a meno di notare che, non appena arriva al potere, cede alla corruzione e si sottomette al capitalismo. Sfrutta la popolazione e poi diventa corrotta. Lo abbiamo visto in Brasile, in Venezuela e persino in Grecia. Come lo spiega?
È un’evoluzione triste. Le cause sono diverse, ma gli effetti sono devastanti. In Brasile, per esempio, il Partito dei lavoratori ha avuto chance uniche, e poteva davvero diventare una forza di trasformazione del paese e poi dell’intero continente, vista la straordinaria rilevanza del Brasile. Benché qualche progresso sia stato fatto, tante occasioni sono andate sprecate perché i vertici del partito sono sprofondati, assieme alle altre caste, nel pantano della corruzione.
Lei è cresciuto negli anni Trenta. All’epoca il movimento dei lavoratori era molto dinamico. Cosa ricorda di quell’esperienza, e come si può riaccendere l’entusiasmo di quell’epoca?
Negli anni Venti il movimento operaio era stato spazzato via, non ne era rimasto più nulla. David Montgomery, autorevole storico del lavoro, ha scritto un libro su quel periodo dal titolo The Fall of the House of Labour. Negli Stati Uniti esisteva un movimento dei lavoratori vivace, attivo e piuttosto radicale, ma in quegli anni fu annientato. Avendo dalla loro parte il potere statale, le classi imprenditoriali poterono reprimerlo e distruggerlo. In seguito, però, quel movimento risorse.
Tornò alla ribalta negli anni Trenta. Scioperi nelle fabbriche furono organizzati dal Congress of Industrial Organizations. L’amministrazione Roosevelt si dimostrò solidale e fu disponibile ad accogliere alcune rivendicazioni. Tutto questo sfociò nelle leggi del New Deal, che portarono grandi benefici ai cittadini e all’economia. Il movimento dei lavoratori può rinascere ancora, come pure altri movimenti popolari. Ritengo ci siano i presupposti per essere ottimisti, grazie ai cambiamenti positivi prodotti dall’attivismo a partire dagli anni Sessanta. Per molti versi la società odierna è più progredita rispetto a quegli anni. Quando cominciai a tenere discorsi pubblici sulla guerra del Vietnam, di solito ci ritrovavamo nel soggiorno di qualche casa privata o nelle chiese, e la partecipazione era piuttosto scarsa. Nessuno di noi immaginava che pochi anni dopo si sarebbe formato un movimento pacifista così grande. Eppure è accaduto. Lo stesso è successo per altre battaglie. Molte rivendicazioni di cui negli anni Sessanta a malapena si poteva parlare oggi sono date per scontate: i diritti delle donne, quelli degli omosessuali ecc. In quegli anni, poi, non c’era sensibilità verso i temi ambientali; oggi sì, e tanta. Per me è questo il punto di partenza per riaccendere lo spirito di solidarietà, di aiuto reciproco, di impegno e dedizione.
Non possiamo ignorare che siamo in un momento unico della storia. Per la prima volta dobbiamo prendere decisioni da cui dipende la sopravvivenza della specie. Non era così in passato. Oggi lo è.
Per esempio, è fondamentale capire se riusciremo o meno a frenare lo sviluppo delle armi intelligenti. Assieme a Stephen Hawking e ad altre importanti personalità, lei ha sottoscritto un appello contro la corsa agli armamenti dotati di intelligenza artificiale. Quanto è concreta questa minaccia?
La preoccupazione si appunta innanzitutto sui sistemi militari automatizzati, che hanno un’enorme potenza distruttiva. In generale, i sistemi automatizzati possono fare cose straordinarie dal punto di vista tecnico, ma vi sono situazioni in cui occorre il raziocinio, ed essi non ce l’hanno. Anche nel caso in cui a essere automatizzati sono i sistemi missilistici e nucleari, dobbiamo aspettarci degli errori; errori che possono essere fatali se non c’è l’intervento umano. Man mano che i sistemi diventano più automatizzati, diventano anche meno controllabili.
Nell’appello si fa riferimento anche ai benefici dell’intelligenza artificiale. Quali sono?
Non sarebbe male possedere un robot che pulisce casa, cucina, guida l’auto. I robot possono fare cose utili, e talvolta utilissime: per esempio sostituire l’uomo nei lavori più pericolosi, che espongono alla radioattività o ad altro tipo di rischi, o anche in quelli ripetitivi e noiosi. Per quanto mi riguarda, tutti i sistemi che ci aiutano a vivere una vita piena e produttiva sono i benvenuti.
Vista la natura umana, e avendo ciascun individuo i suoi punti di forza e le sue debolezze, i suoi bisogni e le sue aspirazioni, è possibile o desiderabile una società egualitaria?
La natura umana contempla santi e peccatori, e ognuno di noi possiede queste facoltà. Non vedo contraddizione tra una visione egualitaria e la varietà dell’essere umano. Qualcuno potrà forse affermare che chi ha maggiori capacità e talenti è già premiato per il fatto di poterli esercitare. Quanto all’attuabilità di istituzioni sociali più giuste e libere, non possiamo conoscerla in anticipo. Si può solo provare e riprovare per allargarne sempre più i confini e fare tutto quanto in nostro potere, ma non vedo perché prevederne in anticipo il fallimento.
Però lei è preoccupato per il futuro del pianeta. Quanto siamo vicini all’orlo del precipizio?
Penso che sia in gioco la sopravvivenza della specie umana. Le prime vittime sono, come sempre, i più deboli e vulnerabili. Le prospettive sono tutt’altro che rosee. Gli storici del futuro – se mai ve ne saranno – guarderanno con sconcerto allo spettacolo odierno. Sono le cosiddette «società primitive» quelle che cercano di fare qualcosa: le Prime nazioni in Canada, i popoli indios del Sudamerica e gli altri nel resto del mondo. A guidare la corsa verso il baratro sono invece le società più ricche e potenti, detentrici di un vantaggio incommensurabile rispetto a quelle più deboli, come gli Stati Uniti e il Canada. Si comportano in modo del tutto irrazionale, o meglio, secondo la logica folle della «democrazia capitalistica reale».
Tanti sono sconcertati dal fatto che lei riesce a conservare l’ottimismo in tempi così bui. Da dove nasce questo atteggiamento?
Ho novant’anni. Nella mia infanzia ho visto la Grande depressione e il fascismo. Quando avevo dieci anni scrissi il mio primo articolo per un giornale scolastico sull’ascesa del fascismo in Europa. Questo era il mondo a quei tempi. Ricordo che ascoltavo i discorsi di Hitler alla radio: non ne capivo il senso ma la reazione delle folle era inequivocabile, ed era raggelante. Nel mio quartiere eravamo gli unici ebrei; era una zona tipicamente cattolica, piena di irlandesi e tedeschi. Non erano estremisti antisemiti, ma erano dichiaratamente a favore dei nazisti. Così andava il mondo negli anni Trenta. L’ideologia fascista e nazista non era affatto uno scherzo. Quello che accade oggi è terribile sotto tanti punti di vista, ma non è paragonabile a quegli anni. Quello che è accaduto da quel periodo in poi è una storia complessa, fatta di alti e bassi. C’è stata l’azione civilizzatrice dell’attivismo e poi il riflusso neoliberista. Ma alla luce di ciò che si è messo in moto e poi è stato conquistato grazie all’attivismo, abbiamo motivo di essere abbastanza ottimisti.
Capitolo sesto
Come insegnare ai padroni dell’umanità
ad avere paura
«Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà» scriveva Antonio Gramsci nei suoi quaderni dal carcere, e io sono d’accordo. Il pessimista deve decidere: convincersi che non ci sia nessuna speranza, e lasciare che accada il peggio; oppure rendersi conto che qualcosa si può fare per migliorare le cose e agire di conseguenza. In definitiva, rimane solo la scelta dell’azione perché tutti i problemi che sono stati qui illustrati, per quanto gravi, possono essere risolti.
Perché è giusto l’ottimismo
È innegabile che negli ultimi cinquant’anni le società moderne – le nostre società – siano diventate sempre più civilizzate e progredite in diversi campi. L’esempio più evidente è quello dei diritti delle donne, che negli ultimi decenni si sono ampliati in tutto il mondo. Ciò vale soprattutto per le società occidentali, come quella statunitense. Quando i padri fondatori combatterono per l’indipendenza dal Regno Unito, decisero di adottare la legislazione inglese, in base alla quale le donne erano proprietà più che individui. Una donna apparteneva al padre, e poi al marito. Questa condizione è cambiata nel tempo, ma molto lentamente. Solo nel 1975, cioè non tantissimo tempo fa, è stato garantito alle donne il diritto di partecipare alle nomine delle giurie nei tribunali. Quello è solo uno dei numerosi cambiamenti che si sono verificati. Un altro fronte è l’opposizione alla politica estera di aggressione. Ciò cui assistiamo e partecipiamo oggi non esisteva negli anni Sessanta. Se raffrontiamo la guerra in Vietnam con l’invasione dell’Iraq, questa differenza emerge con chiarezza. Nella storia dell’imperialismo occidentale, la guerra in Iraq è stata la prima occasione in cui vi sono state proteste di massa prima ancora che avesse inizio l’invasione. All’epoca dell’invasione statunitense del Vietnam meridionale, al contrario, non vi furono manifestazioni di rilievo. La guerra in Iraq è stata terribile, ma la resistenza popolare ha sortito qualche effetto. Bush, Blair e i loro complici non si sarebbero mai sognati di compiere i crimini che Kennedy e Johnson commisero in Vietnam senza esser mai chiamati a renderne conto. Un altro esempio sono le armi atomiche. In tutto il mondo c’è una forte resistenza all’uso e allo sviluppo di arsenali nucleari. Il pericolo di una guerra atomica, a mio giudizio, è molto più concreto di quanto si possa immaginare, ma allo stesso tempo esiste un ampio fronte di opposizione, che può continuare a crescere e ad assumere forme incisive. Lo stesso vale per il disastro ambientale, di cui ormai si parla costantemente, mentre quarant’anni fa non veniva nemmeno percepito come un problema. Oggi la percezione è completamente cambiata; oggi la maggioranza delle persone sa che i cambiamenti climatici sono una minaccia e che bisogna agire in qualche modo. Naturalmente tutto questo non basta, ma le cose possono cambiare.
Come creare il cambiamento
Le cose cambiano perché ci sono persone che si impegnano con costanza perché ciò avvenga. Lo fanno nelle loro comunità, sul luogo di lavoro o altrove. Così facendo, gettano le basi affinché nascano movimenti che con il loro attivismo generano il cambiamento. Tutte le trasformazioni della storia hanno preso avvio in questo modo, che fosse la fine dello schiavismo o le rivolte democratiche. È questo l’insegnamento che dobbiamo trarre dai libri di storia. Certamente, in questi libri troveremo anche i nomi di leader come George Washington o Martin Luther King. Non voglio dire che queste figure non siano state importanti. È indubbio che Martin Luther King abbia svolto un ruolo fondamentale nella storia. Ciononostante, il movimento per i diritti civili è stato molto di più di un singolo individuo. Il nome di Martin Luther King è entrato nei libri di storia perché tante persone i cui nomi non vengono mai menzionati o sono stati dimenticati hanno creato le condizioni per il cambiamento. Persone torturate o uccise negli Stati del Sud, che hanno costituito i pilastri del movimento per i diritti civili.
Solo quando ci sono gli attivisti, ossia persone che vogliono realizzare il cambiamento sociale e politico e si battono con costanza per questo obiettivo, possono comparire figure come me: possiamo venire alla ribalta perché qualcun altro si dà da fare e prepara il terreno. I primi destinatari del mio lavoro non sono gli intellettuali o i politici, ma la cosiddetta gente comune. Ciò che mi aspetto da queste persone, loro già lo fanno, cercando di capire il mondo e di comportarsi nel modo giusto. Solo in questo modo può esserci il cambiamento e si può costruire un mondo migliore.
Io cerco solo di fornire gli strumenti per una sorta di autodifesa intellettuale. Con questo non intendo una laurea all’università. Lì certamente non insegnano queste cose. Mi riferisco piuttosto al fatto di sviluppare un pensiero indipendente; un compito non facile quando si è isolati. E il nostro sistema dominante è bravissimo a isolare tra loro le persone. Quando ciascuno è solo, e tutti sono come criceti sulla ruota, è molto difficile sviluppare un proprio pensiero autonomo ed essere creativi. Non si può cambiare il mondo in solitudine. Chi vuole cambiare il mondo si mobilita e lavora insieme agli altri. L’autodifesa intellettuale di cui parlo io ha sempre luogo in un contesto sociopolitico, che è imprescindibile per realizzare il cambiamento.
NOAM CHOMSKY
Note
1. Tucson, Arizona
1. Si veda, tra gli altri, Robert Pollin, Misleading Unemployment Numbers and the Neoliberal Ruse of «Labor Flexibility», truthout.org, 19 settembre 2018.
2. Il neopresidente statunitense Joe Biden, a poche ore dal suo insediamento, ha firmato l’ordine esecutivo per il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi (20 gennaio 2021), dal quale l’ex presidente Trump era fuoriuscito nel 2017. Il rientro è avvenuto formalmente il 19 febbraio [N.d.C.].
2. Imperialismo, guerra e cause delle migrazioni
1. Feroz fa riferimento alla sospensione attuata negli anni scorsi da alcuni Stati – tra cui Austria, Germania, Francia, Ungheria, Svezia, Norvegia, Italia, Danimarca – per limitare l’immigrazione internazionale. Nel marzo del 2020 il Trattato di Schengen è stato temporaneamente sospeso come misura di contrasto alla diffusione della pandemia da coronavirus [N.d.C.].
3. Donald Trump e il «mondo libero»
1. Si riferisce alla durissima politica di separazione delle famiglie di migranti alla frontiera attuata a partire dal 2017 da Donald Trump. Nell’ottobre del 2020, l’associazione ACLU (American Civil Liberties Union) denunciava che negli Stati Uniti ci sono ancora 545 bambini, figli di migranti, che non sono stati mai restituiti ai genitori dopo la separazione alla frontiera [N.d.C.].
2. È il Tax Cuts and Jobs Act, promulgato nel 2017. La riduzione più corposa riguarda le imposte sulle società, tagliate dal 35% al 21%. Il taglio è stato molto meno consistente per le fasce inferiori di reddito. Sin dalla campagna elettorale, Biden si è impegnato ad abrogare la legge, o «parti di essa». Al momento della pubblicazione di questo libro in Italia, appare verosimile una abrogazione solo parziale della riforma fiscale di Trump. Un obiettivo potrebbe essere l’innalzamento dell’aliquota sull’imposta societaria al 28% e/o un aumento delle tasse per i redditi superiori ai 400.000 euro. Le maggiori entrate serviranno anche a finanziare l’ambizioso piano di stimolo da 1,9 bilioni di dollari [N.d.C.].
3. Si veda la nota 2 al primo capitolo [N.d.C.].
4. Al momento della stesura del libro, la Brexit non era ancora stata ratificata. Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito è uscito formalmente dall’Unione europea. Quello stesso giorno è cominciato il periodo di transizione, durato fino al 31 dicembre 2020. Dal 1o gennaio 2021 il Regno Unito è definitivamente fuori dall’UE. Regno Unito e Unione europea hanno sottoscritto un accordo di commercio e cooperazione (24 dicembre 2020) che regola i rapporti tra i due e prevede tra le altre cose la rimozione di dazi e tariffe su numerose merci ma l’istituzione di controlli alla dogana. Non è prevista la libertà di movimento (per beni, persone, capitali e servizi) tipica dell’acquis comunitario. Sarà necessario il passaporto, e il visto per permanenze superiori ai 90 giorni [N.d.C.].
5. Nel 2018 gli Stati Uniti di Trump si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano (Piano d’azione congiunto globale, JCPOA) raggiunto nel 2015 a partire dai negoziati tra l’Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, più la Germania) e l’Unione europea. L’amministrazione Trump ha di conseguenza ripristinato le sanzioni contro l’Iran, il quale ha deciso a sua volta di non rispettare i termini dell’accordo. L’amministrazione Biden ha manifestato la volontà di partecipare a colloqui multilaterali con l’Iran ospitati dall’UE con l’obiettivo di negoziare un ritorno di Iran e Stati Uniti nel JCPOA. Tuttavia, l’Iran chiede come gesto di buona volontà il ritiro preventivo delle sanzioni prima di sedere nuovamente al tavolo dei negoziati [N.d.C.].
4. Dio, la religione e lo Stato
1. L’ambasciata statunitense in Israele è stata effettivamente spostata a Gerusalemme il 14 maggio 2018. L’Unione europea si è dichiarata contraria a questa scelta. L’amministrazione Biden ha confermato ufficialmente il 9 febbraio 2021 di voler mantenere lì l’ambasciata [N.d.C.].
2. Il 7 gennaio 2015 due attentatori presero d’assalto la sede del settimanale satirico francese «Charlie Hebdo», dichiarandosi affiliati di Al Qaeda. Il periodico aveva pubblicato alcune strisce satiriche su Maometto. Nell’attentato morirono dodici persone e ne rimasero ferite undici. L’attacco fu rivendicato dalla filiale yemenita di Al Qaeda (Ansar al-Sharia). Pochi giorni dopo, il 9 gennaio, i due presunti attentatori, i fratelli Chérif e Said Kouachi, furono individuati e uccisi dalle forze di polizia [N.d.C.].
5. L’ottimismo nella distopia
1. Si tratta dell’agenzia di comunicazione e marketing Harris Media, con sede in Texas. Alcuni mezzi d’informazione tedeschi hanno riportato la notizia, tra cui la «Süddeutsche Zeitung»: https://www.sueddeutsche.de/politik/gezielte-grenzverletzungen-soaggressiv-macht-die-afd-wahlkampf-auf-facebook-1.3664785.
2. La guerra nello Yemen dura dal 2015. Secondo Save the Children, il conflitto e la conseguente crisi umanitaria hanno provocato finora oltre 18.500 vittime civili e hanno costretto quasi 4,5 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Il 5 febbraio 2021, il presidente Biden ha dichiarato ufficialmente che «la guerra nello Yemen deve finire», lasciando intendere una interruzione del supporto garantito dagli Stati Uniti alla coalizione a guida saudita. Il Dipartimento di Stato ha inoltre confermato che i ribelli Houthi saranno rimossi dalla lista delle organizzazioni terroristiche [N.d.C.].
3. La G.I. Bill of Rights è una legge federale del 1944 mirante a facilitare il reintegro nella vita lavorativa dei soldati statunitensi dopo la Seconda guerra mondiale. Tra le altre cose, la legge garantiva l’accesso all’università ai veterani.
