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Paul Auster
Recensione
Il libro racconta quattro versioni parallele della vita di Archibald “Archie” Ferguson, nato nel 1947 a Newark da genitori ebrei. Auster orchestra un gioco di specchi, rimandi e variazioni tra le quattro vite con grande maestria. È un esperimento ambizioso sul tema delle “vite potenziali”, del caso e del destino (simile a Sliding Doors ma molto più profondo e letterario). È un romanzo dickensiano per mole e brulichio di personaggi, con riflessioni su amore, sesso, politica, arte, identità ebraica, scrittura. Rispetto ad altri libri di Auster (come la Trilogia di New York), è più realistico e meno “postmoderno/trickster”..
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1.0
Secondo la leggenda di famiglia, il nonno di Ferguson partí a piedi da Minsk, sua città natale, con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, viaggiò a ovest fino ad Amburgo passando per Varsavia e Berlino, comprò il biglietto per una nave chiamata Empress of China che attraversò l’Atlantico in mezzo a violente tempeste invernali ed entrò nel porto di New York il primo giorno del ventesimo secolo. Mentre aspettava di essere interrogato da un funzionario dell’immigrazione a Ellis Island, il nonno di Ferguson attaccò discorso con un altro ebreo russo. Quello gli disse: Scordati il nome Reznikoff. Qui non te ne fai niente. Per la tua nuova vita in America ti serve un nome americano, uno che suona bene in americano. Poiché nel 1900 l’inglese era ancora una lingua straniera per lui, Isaac Reznikoff chiese suggerimento al piú esperto e maturo compatriota. Di’ che ti chiami Rockefeller, fece quello. Cosí vai sul sicuro. Passò un’ora, poi un’altra ora, e quando si accomodò per rispondere alle domande del funzionario, il diciannovenne Reznikoff aveva già dimenticato il nome che gli era stato suggerito da quell’uomo. Nome?, chiese il funzionario. Battendosi la fronte indispettito, lo stanco immigrato se ne uscí in yiddish, Ikh hob fargessen (Non me lo ricordo piú)! E fu cosí che Isaac Reznikoff cominciò la sua nuova vita in America come Ichabod Ferguson.
Questo gli creò parecchie difficoltà, soprattutto all’inizio, ma anche quando non fu piú l’inizio, nulla andò come aveva immaginato nel suo paese d’adozione. È vero che riuscí a trovare moglie poco dopo aver compiuto ventisei anni, ed è anche vero che sua moglie Fanny, nata Grossman, gli partorí tre maschi sani e robusti, ma la vita in America continuò a essere una lotta per il nonno di Ferguson, dal giorno in cui scese dalla nave fino alla notte del 7 marzo 1923, quando andò incontro a una morte precoce e inattesa all’età di quarantadue anni, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Chicago, durante una rapina nel magazzino di pelletteria dove lo avevano assunto come metronotte.
Di lui non sopravvive nessuna foto, ma a detta di tutti era un omone con la schiena forte e le mani enormi, senza istruzione, senza una qualifica, la quintessenza del rozzo immigrato. Nel suo primo pomeriggio a New York s’imbatté in un ambulante che vendeva le mele piú rosse, piú tonde e perfette che avesse mai visto. Incapace di resistere, ne comprò una e l’addentò con ingordigia. Al posto della dolcezza che già pregustava, sentí uno strano sapore amaro. Peggio, la mela era di una morbidezza rivoltante, e appena affondò i denti nella buccia, l’interno del frutto gli colò sul cappotto, una cascata di liquido rossastro punteggiato da una miriade di semi, simili a pallini di piombo. Fu questo il suo primo assaggio del Nuovo Mondo, il suo primo, indimenticabile incontro con un pomodoro del New Jersey.
Non un Rockefeller, dunque, ma un gagliardo lavoratore, un gigante ebreo con un nome assurdo e i piedi sempre in movimento che cercò fortuna a Manhattan e Brooklyn, a Baltimora e Charleston, a Duluth e Chicago, impiegato in varie mansioni, scaricatore di porto, marinaio semplice su una nave cisterna nei Grandi Laghi, addetto agli animali in un circo itinerante, operaio alla catena di montaggio in una fabbrica di lattine, camionista, scavatore, metronotte. Malgrado tutti i suoi sforzi, non guadagnò mai piú di qualche spicciolo, perciò l’unica cosa che il povero Ike Ferguson lasciò in eredità alla moglie e i tre figli furono le storie che raccontava sulle sue avventure vagabonde di gioventú. Alla lunga le storie forse valgono quanto i soldi, ma nell’immediato hanno le loro ovvie limitazioni.
L’azienda di pelletteria concordò una piccola cifra con Fanny per risarcirla della perdita, poi lei lasciò Chicago con i ragazzi e si trasferí a Newark, nel New Jersey, su invito dei parenti del marito, che le affittarono l’appartamento all’ultimo piano della loro casa al Central Ward, a un canone mensile simbolico. I figli avevano quattordici, dodici e nove anni. Louis, il maggiore, era da tempo diventato Lew. Aaron, il secondo, dopo averne buscate troppe nel cortile di scuola a Chicago, aveva cominciato a farsi chiamare Arnold, e Stanley, quello di nove anni, era noto come Sonny. Per sbarcare il lunario, la madre lavava e rammendava panni, ma di lí a poco anche i figli iniziarono a contribuire al bilancio domestico, ciascuno con un lavoro dopo scuola, ciascuno consegnandole ogni centesimo guadagnato. Erano tempi duri, e la minaccia della povertà riempiva le stanze dell’appartamento come una nebbia densa, accecante. Non c’era via d’uscita dalla paura, e a poco a poco tutti e tre i ragazzi assorbirono la cupa visione ontologica materna sul senso della vita. Lavorare o patire la fame. Lavorare o finire in mezzo a una strada. Lavorare o morire. Per i Ferguson, l’imbelle concetto di Tutti-per-uno-e-uno-per-tutti non esisteva. Nel loro piccolo mondo era Tutti-per-tutti, o niente.
Ferguson non aveva ancora due anni quando morí sua nonna, dunque non ne serbava nessun ricordo cosciente ma, secondo la leggenda di famiglia, Fanny era una donna difficile e umorale, soggetta a violente crisi di urla e convulse esplosioni di singhiozzi incontrollabili, che picchiava i figli con la scopa ogni volta che si comportavano male e non poteva piú mettere piede dentro alcuni negozi del circondario perché tirava sul prezzo con troppa veemenza. Nessuno sapeva dov’era nata, ma si diceva che fosse sbarcata a New York orfana quattordicenne e che avesse trascorso diversi anni a confezionare cappelli in un sottotetto del Lower East Side. Stanley, il padre di Ferguson, non parlava quasi mai dei genitori con suo figlio, concedendo alle domande del ragazzo solo brevi quanto vaghissime risposte. Le eventuali informazioni che il giovane Ferguson riuscí ad apprendere sui nonni paterni provenivano quasi esclusivamente da sua madre, Rose, per molti anni la piú giovane delle tre cognate Ferguson di seconda generazione, che a loro volta le avevano ricevute in gran parte da Millie, la moglie di Lew, una donna che aveva il gusto del pettegolezzo e che era sposata con un uomo assai meno introverso e assai piú loquace di Stanley o Arnold. Quando Ferguson aveva diciott’anni, sua madre gli riferí una delle storie di Millie, presentandogliela come una semplice diceria, un’ipotesi non accertata che poteva essere attendibile – ma anche infondata. Stando a quanto Lew aveva raccontato a Millie, o a quanto Millie diceva che lui le avesse raccontato, c’era stato un quarto figlio, una bambina nata tre o quattro anni dopo Stanley, nel periodo in cui la famiglia si era stabilita a Duluth e Ike cercava lavoro come marinaio semplice sui Grandi Laghi, una serie di mesi in cui la famiglia aveva vissuto in estrema povertà, e siccome Ike non c’era quando Fanny diede alla luce la bambina, siccome il posto era il Minnesota ed era inverno, un inverno particolarmente gelido in un posto particolarmente freddo, e siccome la casa in cui abitavano era riscaldata solo da una stufa a legna, e siccome giravano cosí pochi soldi che Fanny e i ragazzi erano ridotti a vivere con un pasto al giorno, il pensiero di dover accudire un altro figlio l’aveva talmente riempita di terrore che aveva affogato la neonata nella vasca da bagno.
Stanley parlava poco dei genitori con suo figlio, ma non parlava tanto nemmeno di se stesso. Ferguson faticò a formarsi un’immagine chiara di suo padre da bambino, o da ragazzo, o a qualunque età, se non a partire da quando suo padre sposò Rose due mesi dopo aver compiuto trent’anni. Da alcuni commenti estemporanei che a volte salivano alla bocca del padre, Ferguson riuscí a dedurre quanto segue: che Stanley era stato spesso preso in giro e maltrattato dai fratelli maggiori, che essendo il minore dei tre e quindi quello che aveva trascorso la parte piú piccola della sua infanzia con il padre ancora in vita era quello piú attaccato a Fanny, che era stato un alunno diligente, che alle superiori giocava come estremo nella squadra di football e correva i quattrocento per la squadra di atletica, che il suo talento per l’elettronica lo aveva portato ad aprire un negozietto di radioriparazioni l’estate dopo aver preso il diploma nel 1932 (giusto un bugigattolo in Academy Street, Newark centro, diceva lui, sí e no un banchetto da lustrascarpe), che a undici anni era rimasto ferito all’occhio destro durante un assalto materno a colpi di scopa (che lo aveva parzialmente reso cieco e quindi inabile al servizio militare durante la seconda guerra mondiale), che detestava il diminutivo Sonny e lo abbandonò non appena lasciata la scuola, che adorava ballare e giocare a tennis, che non aveva mai detto una parola contro i fratelli, per quanto lo trattassero stupidamente o con disprezzo, che da bambino dopo la scuola consegnava i giornali a domicilio, che aveva preso in seria considerazione l’idea di studiare legge ma ci aveva rinunciato per mancanza di fondi, che a vent’anni aveva fama di sciupafemmine e usciva con un gran numero di giovani ebree senza la minima intenzione di sposarne una, che aveva fatto diverse puntatine a Cuba negli anni Trenta, quando L’Avana era la capitale del vizio dell’emisfero occidentale, che la sua piú grande ambizione era quella di diventare un magnate, un uomo ricco come Rockefeller.
Sia Lew sia Arnold si sposarono poco piú che ventenni, decisi a evadere dalla follia domestica di Fanny piú in fretta che potevano, a fuggire dalla monarca urlatrice che aveva regnato in famiglia fin dalla morte del loro padre, nel 1923, ma Stanley, che era ancora un ragazzino quando i fratelli tolsero le tende, non ebbe altra scelta che restare. In fondo si era appena diplomato, se non che gli anni passarono, uno dopo l’altro, undici per l’esattezza, e lui continuò a rimanere, dividendo inspiegabilmente lo stesso appartamento all’ultimo piano con Fanny per tutta la Depressione e la prima parte della guerra, forse bloccato dall’inerzia o dalla pigrizia, forse motivato dal senso del dovere o di colpa nei confronti della madre, o forse spinto da tutto l’insieme, che gli rendeva impossibile immaginare di vivere in qualunque altro posto. Sia Lew sia Arnold diventarono padri, mentre Stanley sembrava contento di correre la cavallina e di investire il grosso delle energie per trasformare la sua piccola impresa in una grossa impresa, e siccome non sembrava affatto disposto a sposarsi, neanche mentre ballava dai venticinque anni fino alla soglia dei trenta, nessuno dubitava che sarebbe rimasto scapolo per tutta la vita. Poi, nell’ottobre 1943, quando la Quinta Armata statunitense aveva strappato Napoli ai tedeschi da neanche una settimana, nel pieno di quel periodo speranzoso in cui la guerra cominciava finalmente a volgere in favore degli Alleati, Stanley conobbe la ventunenne Rose Adler a un appuntamento al buio in quel di New York, e il fascino della vita da scapolo incallito andò incontro a morte rapida e definitiva.
Era cosí bella, la madre di Ferguson, cosí attraente con quegli occhi grigio-verdi e i lunghi capelli castani, cosí spontanea e vivace e pronta al sorriso, con quelle forme distribuite in maniera cosí appetitosa sul metro e sessantotto che aveva ricevuto in sorte, che Stanley, stringendole la mano per la prima volta, il freddo e normalmente distaccato Stanley, il ventinovenne che mai una volta era stato consumato dal fuoco dell’amore, si sentí disintegrare davanti a Rose, come se gli avessero risucchiato tutta l’aria dai polmoni e non fosse piú in grado di respirare.
Lei pure era figlia di immigrati, padre di Varsavia e madre di Odessa, entrambi giunti in America a neanche tre anni. La famiglia Adler era dunque piú integrata della famiglia Ferguson, e la voce dei genitori di Rose non recava la minima traccia di accento straniero. Erano cresciuti a Detroit e Hudson, New York, e l’yiddish, il polacco e il russo dei genitori avevano ceduto il passo a un inglese scorrevole, condito di espressioni idiomatiche, mentre il padre di Stanley aveva faticato a padroneggiare la sua seconda lingua finché era stato in vita, e anche in quel momento, nel 1943, a quasi mezzo secolo dai suoi natali in Europa dell’Est, la madre ancora leggeva il «Jewish Daily Forward» anziché i giornali americani, e si esprimeva con uno strano miscuglio che i figli chiamavano Yinglish, un patois quasi incomprensibile che combinava yiddish e inglese quasi in ogni frase che le usciva di bocca. Era una differenza essenziale tra i progenitori di Rose e Stanley, ma la questione piú importante, anche rispetto a chi si fosse adattato meglio o peggio alla vita americana, riguardava la fortuna. I genitori e i nonni di Rose erano riusciti a sfuggire ai crudeli rovesci della sorte che avevano colpito gli sventurati Ferguson, e nella loro storia non figurava nessun morto ammazzato durante una rapina in un magazzino, nessuno ridotto alla fame e alla disperazione, nessun neonato annegato nella vasca da bagno. Il nonno di Detroit faceva il sarto, il nonno di Hudson il barbiere, e benché tagliare vestiti e tagliare capelli non fossero mestieri che avviavano sulla strada della ricchezza e del successo mondano, entrambi portavano a casa abbastanza soldi per dar da mangiare e da vestire ai figli.
Benjamin, il padre di Rose, a volte noto come Ben altre come Benjy, lasciò Detroit nel 1911, il giorno dopo aver preso il diploma, e partí per New York, dove un lontano parente gli aveva rimediato un posto da commesso in un negozio di abbigliamento in centro, ma il giovane Adler si licenziò dopo neanche due settimane, sapendo che il destino non voleva che sprecasse la sua breve esistenza terrena vendendo calzini e mutande da uomo e, trentadue anni piú tardi, dopo varie esperienze lavorative, venditore porta a porta di prodotti per l’igiene della casa, grossista di dischi da grammofono, militare nella Grande Guerra, venditore di automobili e contitolare di una concessionaria di auto usate a Brooklyn, si guadagnava da vivere con un’agenzia immobiliare a Manhattan di cui era uno dei tre soci di minoranza, con un reddito abbastanza sostanzioso da permettergli di trasferire la famiglia da Crown Heights a Brooklyn in un nuovo stabile sulla Cinquantottesima Ovest nel 1941, sei mesi prima che l’America entrasse in guerra.
Secondo i racconti che erano giunti a Rose, i suoi genitori si erano conosciuti a un picnic domenicale a nord dello stato di New York, non lontano da casa di sua madre a Hudson, e sposati dopo neanche sei mesi (novembre 1919). Come confessò Rose in seguito a suo figlio, quel matrimonio l’aveva sempre lasciata perplessa, perché di rado aveva visto due esseri meno compatibili dei suoi genitori, e il fatto che il matrimonio durasse da oltre quarant’anni era senz’altro uno dei grandi misteri negli annali della vita coniugale. Benjy Adler era un marpione cantastorie, un intrallazzone con cento trame in tasca, un battutaro, un rampante che monopolizzava sempre l’attenzione, ed eccolo lí a quel picnic di domenica pomeriggio a nord dello stato di New York, innamorato di una timida mammola chiamata Emma Bromowitz, una tonda e prosperosa ventitreenne dalla pelle candida e la chioma fulva, cosí virginale, cosí inesperta, cosí vittoriana nei comportamenti che bastava solo guardarla per capire che le sue labbra non erano mai state sfiorate dalle labbra di un uomo. Era assurdo che si fossero sposati, ogni segno indicava che erano condannati a una vita di conflitti e incomprensioni, e invece si erano sposati, e anche se faticò a restare fedele a Emma dopo la nascita delle due figlie (Mildred nel 1920, Rose nel 1922), Benjy non la tradí mai con il cuore, ed Emma, malgrado i continui torti subiti, non riuscí mai a rivoltarsi contro il marito.
Rose adorava la sorella maggiore, ma non si può dire che fosse vero il contrario, perché la primogenita Mildred aveva accettato con naturalezza la sua inviolabile condizione di principessa della casa, e alla piccola rivale comparsa sulla scena bisognava insegnare – anche piú volte, se necessario – che c’era un solo trono nell’appartamento degli Adler in Franklin Avenue, un solo trono e una sola principessa, e qualunque tentativo di usurpare quel trono sarebbe andato incontro a una dichiarazione di guerra. Questo non per dire che Mildred fosse dichiaratamente ostile a Rose, ma le sue gentilezze si misuravano con il contagocce, non piú di tanta gentilezza al minuto o all’ora o al giorno, e sempre concessa con una punta di sufficienza, come si conveniva a una persona del suo rango. La fredda e circospetta Mildred; la cordiale e pasticciona Rose. Quando le ragazze avevano dodici e dieci anni, era già chiaro che Mildred possedeva una mente eccezionale, che i suoi successi scolastici erano frutto non solo del duro lavoro ma di doti intellettuali superiori, e Rose, pur essendo piuttosto brillante e prendendo voti assolutamente rispettabili, era poco piú di una schiappa in confronto alla sorella. Senza sapere perché lo faceva, senza deciderlo in piena coscienza né averlo pianificato una sola volta, Rose smise a poco a poco di competere sullo stesso piano di Mildred, perché l’istinto le diceva che il tentativo di emularla poteva sfociare solo in un insuccesso, perciò, se voleva essere felice, avrebbe dovuto intraprendere una strada diversa.
Trovò la soluzione nel lavoro, nel tentativo di darsi una collocazione mantenendosi da sola, e quando compí quattordici anni e fu abbastanza grande per richiedere i documenti necessari, trovò il suo primo impiego, che portò rapidamente a una serie di altri impieghi, e a sedici anni già lavorava a tempo pieno di giorno e di sera frequentava le superiori. Mildred era liberissima di chiudersi nel convento del suo cervello tappezzato di libri, di veleggiare verso il college e leggere ogni libro scritto negli ultimi duemila anni, ma quello che Rose voleva, quello che la faceva sentire a casa, era il mondo reale, il chiasso e il trambusto delle strade di New York, la sensazione di essere indipendente e farsi strada da sola. Come le eroine sveglie e coraggiose dei film che vedeva due o tre volte a settimana, l’infinita schiera di pellicole con protagoniste Claudette Colbert, Barbara Stanwyck, Ginger Rogers, Joan Blondell, Rosalind Russell e Jean Arthur, Rose interpretò il ruolo della donna in carriera, giovane e determinata, e vi si immerse come se vivesse in un film tutto suo, La storia di Rose Adler, uno spettacolo lungo e infinitamente complesso che era ancora al primo tempo ma prometteva grandi cose negli anni a venire.
Quando conobbe Stanley nell’ottobre 1943, Rose lavorava da due anni per Emanuel Schneiderman, un fotografo ritrattista che aveva lo studio sulla Ventisettesima Ovest, vicino alla Sesta Avenue. Rose aveva iniziato come segretaria-ragioniera, ma quando l’assistente di Schneiderman entrò nell’esercito nel giugno 1942, Rose prese il suo posto. Il vecchio Schneiderman, già ultrasessantacinquenne, era un ebreo immigrato tedesco venuto a New York con moglie e due figli dopo la prima guerra mondiale, un tipo lunatico dedito agli scatti di rabbia e agli epiteti ingiuriosi, che però con il tempo aveva concepito un burbero affetto per la bella Rose, e siccome sapeva con quanta attenzione lei lo osservava al lavoro già dai primi tempi allo studio, decise di assumerla come apprendista assistente e insegnarle quello che sapeva sulle macchine fotografiche, le luci e lo sviluppo della pellicola: tutti i segreti del mestiere. Per Rose, che fino ad allora non aveva ben capito dove stava andando, che aveva lavorato in vari uffici per i soldi dello stipendio e poco altro, cioè senza alcuna speranza di trovarci soddisfazione, fu come scoprire di colpo una vocazione, non l’ennesimo lavoro, ma un modo nuovo di stare al mondo: guardare i volti degli altri, ogni giorno sempre piú volti, ogni mattina e pomeriggio volti sempre diversi, ciascun volto diverso da tutti gli altri volti, e ben presto capí che adorava quel lavoro e che non avrebbe mai potuto né voluto stancarsene.
Stanley lavorava insieme ai fratelli, anche loro esonerati dal servizio militare (piedi piatti e vista debole), e, dopo vari rifacimenti e ampliamenti, la botteguccia di radioriparazioni inaugurata nel 1932 si era trasformata in un negozio piuttosto grande di mobili ed elettrodomestici in Springfield Avenue dotato di tutte le lusinghe e gli artifici della vendita al dettaglio dell’epoca: pagamenti a rate, offerte compri-due-prendi-tre, svendite totali ogni sei mesi, servizio consulenza per gli sposi novelli e offerte speciali per il Giorno della bandiera. Arnold era stato il primo a entrare in attività con lui, il fratello di mezzo, imbranato, non troppo brillante, che aveva perso vari impieghi commerciali e faticava a mantenere la moglie Joan e i tre figli, e un paio d’anni dopo si aggregò anche Lew, non perché gli interessassero i mobili o gli elettrodomestici ma perché Stanley aveva appena pagato i suoi debiti di gioco per la seconda volta in cinque anni costringendolo a entrare in società come segno di buonafede e sincero pentimento, con l’intesa che se Lew avesse creato difficoltà non avrebbe piú visto un centesimo da lui. Nacque cosí l’impresa nota come MondoCasa 3Fratelli, fondamentalmente sotto la direzione di un fratello solo, Stanley, il piú giovane e il piú ambizioso dei figli di Fanny, che, in base a chissà quale assurda ma irriducibile convinzione secondo cui la fedeltà alla famiglia batteva tutte le altre qualità umane, si era volentieri fatto carico dei fratelli buoni a nulla, che gli esprimevano gratitudine presentandosi al lavoro in ritardo, sgraffignando dalla cassa banconote da dieci o venti dollari ogni volta che avevano le tasche vuote e, nei mesi caldi, squagliandosela per andare a giocare a golf dopo pranzo. Può darsi che certi comportamenti gli dessero sui nervi, ma Stanley non si lamentava mai, perché le leggi dell’universo vietavano di lamentarsi dei fratelli, e anche se i profitti di MondoCasa erano un po’ piú bassi di quanto sarebbero stati senza gli stipendi da pagare a Lew e Arnold, il bilancio era decisamente in attivo, e finita la guerra di lí a un paio d’anni, la situazione sarebbe stata ancora piú rosea perché, con l’arrivo della tv, i fratelli sarebbero stati i primi a vendere televisori nel quartiere. No, Stanley non era ancora ricco, ma le sue entrate crescevano costantemente già da un po’, e quando conobbe Rose nell’ottobre 1943, era certo che il meglio dovesse ancora venire.
Rose, a differenza di Stanley, era già stata arsa dalle fiamme di un amore appassionato. Senza la guerra, che le aveva portato via quell’amore, non si sarebbero mai conosciuti, perché lei sarebbe già stata sposata con un altro ben prima di quella sera d’ottobre, ma il giovane con cui era fidanzata, David Raskin, il futuro medico nato a Brooklyn entrato nella sua vita quando lei aveva diciassette anni, era morto in seguito a un’esplosione accidentale durante una normale esercitazione a Fort Benning in Georgia. La notizia era giunta nell’agosto 1942, e Rose era stata in lutto per molti mesi, di volta in volta inebetita e indignata, svuotata, disperata, quasi impazzita dal dolore, malediceva la guerra mentre strillava sul cuscino di notte, incapace di accettare il fatto che David non l’avrebbe piú toccata. L’unica cosa che l’aiutò ad andare avanti in quei mesi fu il lavoro da Schneiderman, che le dava un po’ di consolazione, un po’ di piacere, un motivo per alzarsi la mattina, però non aveva piú nessuna voglia di socializzare, nessun interesse a conoscere altri uomini, e la sua vita era ridotta a una scarna routine fatta di lavoro, casa e uscite al cinema con la sua amica Nancy Fein. A poco a poco, però, soprattutto negli ultimi due o tre mesi, Rose aveva cominciato a somigliare alla ragazza che era prima, riscoprendo che il cibo aveva un sapore quando lo mettevi in bocca, per esempio, che quando la pioggia bagnava la città non bagnava solo lei, che ogni uomo, donna e bambino dovevano scavalcare le stesse pozzanghere che scavalcava lei. No, non si sarebbe mai ripresa dalla morte di David, lui sarebbe sempre stato il fantasma segreto che le camminava accanto mentre lei s’imbatteva nel futuro, ma ventun anni erano troppo pochi per voltare le spalle al mondo e capí che, se non si fosse sforzata di rientrare in quel mondo, sarebbe morta di disperazione.
Fu Nancy Fein a organizzarle l’appuntamento al buio con Stanley, la mordace, spiritosa Nancy, coi dentoni e le braccia secche, la migliore amica di Rose fin da quando erano bambine a Crown Heights. Nancy aveva conosciuto Stanley a un weekend di ballo sulle Catskills, uno di quei festoni affollati che davano al Brown’s Hotel per i giovani newyorkesi ebrei sfidanzati ma attivamente in cerca, il mercato della carne kosher, per dirla con Nancy, e pur non essendo attivamente in cerca (era fidanzata con un militare di stanza nel Pacifico che stando alle ultime notizie era ancora vivo), ci era andata per sfizio insieme a un’amica e si era ritrovata a ballare un paio di volte con uno di Newark che si chiama Stanley. Lui voleva rivederla, disse Nancy, ma quando gli spiegò che aveva già promesso la sua verginità a un altro, lui sorrise, accennò un comico e grazioso inchino, e stava per togliere il disturbo quando lei iniziò a parlargli della sua amica Rose, Rose Adler, la piú bella ragazza di qua del Danubio e la persona piú simpatica di ogni dove. Nancy lo pensava veramente di Rose, e quando Stanley capí che non stava scherzando, la informò che gli sarebbe piaciuto conoscere quella sua amica. Nancy chiese scusa a Rose di aver fatto il suo nome, ma Rose non se la prese, sapendo che Nancy aveva agito in buonafede, e poi le domandò: Be’, com’è? Stando alla descrizione di Nancy, Stanley Ferguson era sul metro e ottanta, prestante, un po’ vecchio, perché un quasi trentenne era vecchio ai suoi occhi di ventunenne, aveva un’attività in proprio e a quanto pareva se la passava bene, era affascinante, educato e ballava benissimo. Una volta assorbite queste informazioni, Rose tacque qualche istante, per capire se era in grado di affrontare un appuntamento al buio, poi di colpo, nel bel mezzo di quelle riflessioni, le venne in mente che David era morto da oltre un anno. Volente o nolente era ora di tornare in pista. Guardò Nancy e disse: Mi sa che dovrei vederlo questo Stanley Ferguson, non credi?
Anni dopo, quando raccontò al figlio com’era andata quella sera, Rose tralasciò il nome del ristorante dove lei e Stanley si erano incontrati a cena. Comunque, se la memoria non lo ingannava, doveva essere in un punto X di midtown, East Side o West Side, un posto raffinato con le tovaglie bianche e i camerieri in farfallino e spencer nero, il che significava che Stanley aveva intenzione di fare colpo, di dimostrare che certi lussi se li poteva permettere quando voleva, e sí, fisicamente Rose lo trovò attraente, fu colpita dalla sua agilità, dall’eleganza e la scioltezza del suo corpo in movimento, ma anche dalle mani, le sue mani grandi e forti, che notò all’istante, e dagli occhi placidi e mansueti che non smettevano di guardarla, castani, né grandi né piccoli, sormontati dalle folte sopracciglia nere. Ignara dell’impatto gigantesco che aveva avuto sul suo stordito commensale, della disintegrazione totale prodotta nell’intimo di Stanley dalla sua stretta di mano, rimase un po’ disorientata dalla sua scarsa parlantina durante la prima parte della cena, perciò lo prese per una persona timidissima, quando invece non era esattamente cosí. Siccome era nervosa anche lei, e siccome Stanley continuava a starsene praticamente muto, si ritrovò a parlare per tutti e due, vale a dire parlò troppo, e col passare dei minuti cominciò a spaventarsi, perché stava parlando a ruota libera come una deficiente, vantandosi della sorella, per esempio, dicendo che Mildred era una brillante studentessa, laureata con lode a giugno presso l’Hunter College e appena iscritta al corso di specializzazione alla Columbia, unica donna del Dipartimento d’inglese, una degli unici tre ebrei, immaginarsi l’orgoglio della famiglia, e non appena nominò la famiglia attaccò con zio Archie, Archie Adler, fratello minore di suo padre, tastierista del Downtown Quintet, che al momento suonava al Moe’s Hideout sulla Cinquantaduesima, e che grande esempio era avere un musicista in famiglia, un artista, un ribelle che non pensava solo a far quattrini, sí, lei adorava zio Archie, era di gran lunga il suo parente preferito, e poi, fatalmente, cominciò a parlare del lavoro da Schneiderman, elencando tutte le cose che le aveva insegnato nell’ultimo anno e mezzo, quello scorbutico sboccato di Schneiderman, che la domenica pomeriggio la portava nella Bowery a caccia di vecchi ubriaconi e morti di fame, creature a pezzi con la barba bianca e i lunghi capelli bianchi, teste magnifiche, teste da antichi profeti e re, e Schneiderman li pagava per farli venire allo studio a posare per lui, di solito in costume, li vestiva in turbante e tunica e vestaglia di velluto, come Rembrandt vestiva i disperati nel Seicento ad Amsterdam, e loro usavano proprio la stessa luce, la luce di Rembrandt, luce e buio insieme, ombra profonda, ombra totale con un vaghissimo accenno di luce, e a quel punto Schneiderman si fidava già di lei e le lasciava disporre le luci da sola, aveva realizzato decine di ritratti da sola, e poi usò la parola chiaroscuro e si rese conto che Stanley non aveva proprio idea di cosa stesse dicendo, avrebbe potuto parlare giapponese per quanto ne capiva lui, eppure continuava a guardarla, ad ascoltarla rapito, in silenzio, folgorato.
Stava facendo una figura ignobile, le sembrò, imbarazzante. Per fortuna, il monologo venne interrotto dall’arrivo della prima portata, che le diede qualche istante per riordinare le idee, e quando iniziarono a mangiare (piatti sconosciuti), era già abbastanza calma per rendersi conto che la sua insolita logorrea era stata uno schermo per non dover parlare di David, poiché quello era l’unico argomento di cui non voleva parlare, di cui si sarebbe rifiutata di parlare, e quindi era scesa a livelli ridicoli per non mettere a nudo la sua ferita. Stanley Ferguson non c’entrava niente. Sembrava una brava persona, non era colpa sua se lo avevano scartato dall’esercito, se sedeva in quel ristorante vestito in eleganti abiti borghesi invece di arrancare nel fango di un lontano campo di battaglia o esplodere in mille pezzi durante una normale esercitazione. No, non era colpa sua, e lei sarebbe stata crudele a volergliene perché era salvo, eppure come non fare il confronto, come non chiedersi perché quell’uomo era vivo e David invece era morto?
Ad ogni modo, la cena andò abbastanza bene. Quando Stanley si fu ripreso dallo shock iniziale e fu di nuovo in grado di respirare, si dimostrò affabile, non pieno di sé come erano tanti uomini, ma premuroso e ben educato, magari non era proprio uno spirito brillante ma sapeva cogliere le battute, rideva quando lei diceva qualcosa di vagamente spiritoso, e quando le parlò del suo lavoro e dei suoi progetti per il futuro, Rose capí che era una persona solida, affidabile. Peccato che fosse un imprenditore e che non gli interessasse niente di Rembrandt e della fotografia, ma almeno era a favore di Franklin Delano Roosevelt (fondamentale) e sembrava abbastanza sincero da ammettere la propria ignoranza in parecchi campi, compresa la pittura del Seicento e l’arte della fotografia. Le piaceva. Si trovava bene con lui, ma anche se quell’uomo vantava quasi tutti i requisiti del cosiddetto buon partito, Rose sapeva che non avrebbe mai potuto innamorarsene come sperava Nancy. Dopo il ristorante passeggiarono mezz’ora sui marciapiedi di midtown, si fermarono a bere qualcosa al Moe’s Hideout, dove salutarono da lontano zio Archie che premeva i tasti del pianoforte (lui rispose con un gran sorriso e l’occhiolino), poi Stanley la riaccompagnò a casa dei genitori sulla Cinquantottesima Ovest. Salí in ascensore con lei, ma Rose non lo invitò a entrare. Stringendogli la mano per augurargli la buonanotte (scongiurando abilmente la possibilità di un bacio preventivo), lo ringraziò della bella serata e si voltò, aprí la porta ed entrò nell’appartamento, quasi certa che non l’avrebbe mai piú rivisto.
Per Stanley ovviamente fu tutto diverso, era stato tutto diverso fin dal primo istante di quel primo appuntamento, e siccome non sapeva niente di David Raskin né del cuore afflitto di Rose, ritenne che avrebbe dovuto agire alla svelta, perché una come Rose non sarebbe certo rimasta libera a lungo, di sicuro le giravano intorno sciami di uomini, era irresistibile, sprizzava eleganza, bellezza, bontà da ogni cellula, e per la prima volta in vita sua Stanley decise di fare l’impossibile, di sconfiggere l’orda sempre piú numerosa dei corteggiatori di Rose e conquistarla, poiché quella era la donna che aveva deciso di sposare, e se Rose non fosse diventata sua moglie, non avrebbe sposato nessun’altra.
Nei quattro mesi successivi la chiamò spesso, non tanto da diventare assillante, ma con regolarità, assiduità, con impegno e determinazione costanti, aggirando i presunti rivali con presunta astuzia strategica, ma la verità era che non c’erano veri rivali all’orizzonte, solo altri due o tre uomini che Nancy le aveva presentato dopo la cena con Stanley in ottobre, ma Rose non li aveva trovati all’altezza, aveva rifiutato altri inviti da parte loro, e continuava ad aspettare l’occasione giusta, ragion per cui Stanley era un cavaliere lanciato alla carica in campo libero, anche se vedeva fantomatici nemici dappertutto. Rose non aveva cambiato idea su di lui, ma preferiva comunque la sua compagnia alla solitudine della propria stanza o alla radio da ascoltare insieme ai genitori dopo cena, perciò quando Stanley la invitava fuori la sera non rifiutava quasi mai, accettando di andare a pattinare sul ghiaccio, al bowling, a ballare (sí, era un ballerino stupendo), a un concerto di Beethoven alla Carnegie Hall, a due musical a Broadway, e a vedere diversi film. Imparò subito che i drammi lo lasciavano indifferente (Stanley si appisolò durante Bernadette e Per chi suona la campana), ma restava puntualmente sveglio durante le commedie, Molta brigata vita beata, per esempio, un gustoso bignè alla panna sulla penuria di alloggi a Washington durante la guerra che li fece ridere entrambi, con Joel McCrea (quant’era bello) e Jean Arthur (una delle preferite di Rose), anche se a colpirla piú di tutte fu una frase detta da un altro attore, una battuta pronunciata da Charles Coburn, nella parte di una specie di Cupido sotto le mentite spoglie di un vecchio panzone americano, che la ripeteva piú volte durante il film: è in gamba, aitante, giovane e perbene, come se fosse una formula magica che celebrava le virtú del marito desiderabile per ogni donna. Stanley Ferguson era aitante e perbene e ancora abbastanza giovane, e se in gamba significava leale, garbato e rispettoso delle leggi, lui era anche tutte queste cose, ma Rose non era affatto sicura che fossero le virtú che lei andava cercando, non dopo l’amore che aveva vissuto con l’intenso e volubile David Raskin, un amore che a volte era snervante, ma vivo e sempre imprevedibile nelle sue forme in continuo mutamento, mentre Stanley sembrava cosí mite e prevedibile, cosí affidabile, e lei non sapeva se quella fermezza di carattere alla fine fosse una virtú o un difetto.
D’altra parte lui non le metteva le mani addosso, e non pretendeva baci che lei non dava volentieri, anche se ormai era chiaro come il sole che le moriva dietro e che quando erano insieme doveva sforzarsi di non toccarla, baciarla, metterle le mani addosso.
D’altra parte, quando gli diceva che secondo lei Ingrid Bergman era bellissima, lui rideva sprezzante, la guardava negli occhi e diceva, con la piú candida delle candide certezze, che Ingrid Bergman non era degna neanche di pulirle le scarpe.
D’altra parte, c’era stato quel freddo giorno di fine novembre, quando si era presentato all’improvviso allo studio di Schneiderman e aveva chiesto di essere fotografato – da lei, non da Schneiderman.
D’altra parte, i suoi genitori lo apprezzavano, Schneiderman lo apprezzava, e perfino Mildred, la Duchessa del Castello di Snob, aveva espresso parere favorevole annunciando che Rose sarebbe potuta cascare molto peggio.
D’altra parte, aveva i suoi momenti ispirati, inspiegabili attacchi di indisciplina quando per un attimo gli si scatenava qualcosa dentro che lo trasformava in un burlone spericolato, spiritoso, come per esempio la sera in cui per darsi delle arie si era messo a fare il giocoliere con tre uova nella cucina dei genitori di Rose, tenendole sospese in un tripudio di velocità e precisione per due minuti buoni prima che una si spiaccicasse per terra, lasciando poi cadere le altre due di proposito e scusandosi per il macello con un’alzata di spalle da comico del muto e un semplice monosillabo: Ops!
Nel corso di quei quattro mesi continuarono a vedersi una o due volte a settimana, e anche se non poteva donare il suo cuore a Stanley cosí come lui lo aveva donato a lei, Rose gli era riconoscente perché l’aveva raccolta col cucchiaino e rimessa in piedi. Tutto sommato le sarebbe andato bene restare su quei binari per un po’, ma proprio mentre cominciava a trovarsi bene con lui, a godersi il gioco che facevano insieme, Stanley cambiò bruscamente le regole.
Era fine gennaio 1944. In Russia, dopo novecento giorni, si era appena concluso l’assedio di Leningrado; in Italia, gli Alleati erano bloccati dai tedeschi a Montecassino; nel Pacifico, le truppe americane stavano per lanciare un assalto alle isole Marshall; sul fronte interno, a New York, nei pressi di Central Park, Stanley stava chiedendo a Rose di sposarlo. C’era un radioso sole invernale, il cielo senza nubi era di un azzurro intenso e scintillante, l’azzurro cristallino che avvolge New York solo in certi giorni di gennaio, e in quella domenica pomeriggio piena di sole a migliaia di chilometri dai massacri e dalle carneficine dell’interminabile guerra, Stanley le stava dicendo che dovevano sposarsi o niente, che lui la venerava, che non aveva mai provato nulla di simile per nessuno, che tutto il suo futuro dipendeva da lei, e che se lei gli avesse detto di no non avrebbe piú voluto rivederla, perché il pensiero di rivederla sarebbe stato semplicemente insopportabile, perciò sarebbe scomparso dalla sua vita per sempre.
Lei gli chiese una settimana. Era tutto cosí improvviso, disse, cosí inatteso, che le serviva un po’ di tempo per pensarci. Certo, rispose Stanley, prenditi una settimana per pensarci, l’avrebbe chiamata la domenica successiva, una settimana a partire da quel giorno, e poi, al momento di separarsi, davanti all’entrata del parco sulla Cinquantanovesima, si baciarono per la prima volta, e per la prima volta da quando si erano conosciuti, Rose vide che Stanley aveva gli occhi lucidi di lacrime.
Il finale, ovviamente, era scritto da tempo. Appare non solo sull’edizione autorizzata e onnicomprensiva del Libro della vita terrestre, ma è anche rintracciabile nell’archivio municipale di Manhattan, dove il registro ci informa che Rose Adler e Stanley Ferguson si erano sposati il 6 aprile 1944, esattamente due mesi prima dello sbarco degli Alleati in Normandia. Dunque sappiamo qual era stata la decisione di Rose, ma come e perché ci fosse arrivata è una faccenda complessa. In gioco entrarono diversi fattori, ognuno operante a favore o contro gli altri, e siccome era incerta su tutti, quella settimana si rivelò molto faticosa e tormentata per la futura madre di Ferguson. Primo: Sapendo che Stanley era un uomo di parola, il pensiero di non vederlo piú la faceva inorridire. Ormai bene o male era il suo migliore amico, dopo Nancy. Secondo: Aveva già ventun anni, era ancora abbastanza giovane per essere considerata tale ma non giovane come quasi tutte le spose dell’epoca, dal momento che spesso le ragazze indossavano l’abito nuziale a diciotto o diciannove anni, e restare zitella era l’ultima cosa che voleva. Terzo: No, non amava Stanley, ma era dimostrato che non tutti i matrimoni d’amore riuscivano bene, e inoltre, stando a quanto aveva letto da qualche parte, i matrimoni combinati assai diffusi nelle culture tradizionali straniere non erano né piú felici né piú infelici dei matrimoni in Occidente. Quarto: No, non amava Stanley, ma la verità era che non poteva amare nessuno, lui non era il Grande Amore come David, dato che il Grande Amore arriva una volta sola nella vita di una persona, perciò avrebbe dovuto accettare qualcosa in meno della perfezione se non voleva restare sola finché campava. Quinto: Stanley non aveva niente che le dava fastidio o la disgustava. L’idea di andarci a letto non le ripugnava. Sesto: Stanley era innamorato pazzo di lei e la trattava con bontà e rispetto. Settimo: Durante una discussione teorica sul matrimonio due settimane prima, Stanley le aveva detto che le donne dovevano essere libere di seguire i propri interessi, che la loro vita non doveva ruotare esclusivamente intorno ai mariti. Ti riferisci al lavoro?, aveva chiesto lei. Sí, al lavoro, aveva risposto lui, ma non solo. Ragion per cui sposare Stanley non significava rinunciare a Schneiderman, quindi avrebbe potuto continuare a imparare il mestiere di fotografa. Ottavo: No, non amava Stanley. Nono: Lo ammirava per tante cose, i lati positivi superavano senz’altro quelli un po’ negativi, però come mai continuava ad addormentarsi al cinema? Era stanco perché lavorava fino a tardi al negozio, o la palpebra calante era segno di distacco dal mondo dei sentimenti? Decimo: Newark! Sarebbe riuscita a viverci? Undicesimo: Newark era proprio un problema. Dodicesimo: Era ora di staccarsi dai genitori. Ormai era troppo grande per vivere in quell’appartamento, e per quanto volesse bene al padre e alla madre, li disprezzava perché erano due ipocriti: lui perché era ancora un donnaiolo impenitente, lei perché fingeva di non saperlo. Proprio l’altro giorno, per puro caso, mentre stava andando a pranzo al distributore automatico vicino allo studio di Schneiderman, aveva visto il padre camminare sottobraccio a una sconosciuta, una con quindici o vent’anni meno di lui, e le era venuta una tale nausea, una tale rabbia, che avrebbe voluto correre a dargli un cazzotto in faccia. Tredicesimo: Se avesse sposato Stanley, avrebbe finalmente battuto Mildred in qualcosa, anche se non era sicura che Mildred ci tenesse a sposarsi. Per il momento, sua sorella sembrava felice di rimbalzare da una storiella all’altra. Contenta lei, ma Rose non ci teneva proprio a vivere cosí. Quattordicesimo: Stanley faceva soldi, e a giudicare dalla situazione, ne avrebbe fatti ancora altri con l’andare del tempo. Era un pensiero consolante, ma che le ispirava anche un po’ d’ansia. Per fare soldi, dovevi pensare sempre ai soldi. Era possibile vivere con un uomo ossessionato dal conto in banca? Quindicesimo: Stanley la riteneva la donna piú bella di New York. Lei sapeva che non era vero, ma era certa che Stanley ci credeva con tutto il cuore. Sedicesimo: Non c’era nessun altro all’orizzonte. Stanley non avrebbe mai potuto essere un altro David, ma era di gran lunga superiore alla manica di piagnoni mocciosi che le aveva rimediato Nancy. Almeno Stanley era un adulto. Almeno Stanley non si lamentava mai. Diciassettesimo: Stanley era ebreo allo stesso modo in cui era ebrea lei, un fedele membro della tribú ma per niente interessato a praticare la religione o giurare devozione a Dio, ciò significava una vita libera dai riti e dalle superstizioni, solo qualche regalo a Hanukkah, il pane azzimo e le quattro domande una volta l’anno in primavera, la circoncisione del maschio se avessero avuto un maschio, ma niente preghiere, niente sinagoga, niente far finta di credere in qualcosa in cui non credeva, in cui non credevano. Diciottesimo: No, non amava Stanley, ma Stanley amava lei. Forse bastava per cominciare, era un primo passo. Dopodiché chissà?
Trascorsero la luna di miele in un albergo sul lago negli Adirondacks, sette giorni d’iniziazione ai segreti della vita coniugale, brevi ma interminabili, perché ogni momento valeva un’ora o un giorno grazie all’assoluta novità di tutto quel che stavano vivendo, un periodo di tensione e di bizzoso adattamento, di piccole vittorie e rivelazioni intime, durante il quale Stanley le diede le prime lezioni di guida e le insegnò i rudimenti del tennis, poi tornarono a Newark e si stabilirono nell’appartamento dove avrebbero trascorso i primi anni di matrimonio, un trilocale in Van Velsor Place a Weequahic. Come dono di nozze Schneiderman le aveva offerto un mese di vacanza retribuito, e nelle tre settimane prima di tornare al lavoro Rose si dannò l’anima per imparare a cucinare da sola, contando esclusivamente sul vecchio e ponderoso manuale di scienza culinaria statunitense che la madre le aveva regalato per il compleanno, The Settlement Cook Book, il cui sottotitolo recitava The Way to a Man’s Heart ovvero «come conquistare un uomo», un tomo di seicentoventitre pagine redatto da Mrs Simon Kander, comprendente «ricette collaudate provenienti dalle cucine della scuola pubblica, dall’istituto tecnico femminile, da autorevoli dietologi e da esperte casalinghe di Milwaukee». All’inizio ci furono parecchi disastri, ma Rose era sempre stata una che imparava in fretta, e ogni volta che decideva di portare a termine qualcosa in genere finiva per riuscirci con una discreta dose di successo, eppure perfino in quei giorni di tentativi ripetuti, di carne stracotta e verdura molliccia, di torte appiccicose e purè bitorzoluti, Stanley non le fece mai un appunto. Per quanto pessimo fosse il cibo che lei gli serviva, Stanley ne introduceva un pezzetto in bocca con calma, masticava con manifesto piacere e poi, ogni sera, ogni sera che Dio mandava, alzava lo sguardo e le diceva che era squisito. A volte le veniva il dubbio che la stesse prendendo in giro o che fosse troppo distratto per badare a quello che gli metteva nel piatto, ma come per le pietanze che gli preparava, lo stesso succedeva con tutto ciò che riguardava la loro vita insieme, e quando Rose cominciò a farci caso, cioè a sommare ogni elemento di potenziale dissenso fra loro, giunse alla sorprendente e del tutto inimmaginabile conclusione che Stanley non la criticava mai. Per lui era un essere perfetto, una donna perfetta, una moglie perfetta e dunque, come in una proposizione teologica che afferma l’inevitabile esistenza di Dio, tutto quello che lei faceva, diceva e pensava era necessariamente perfetto, doveva necessariamente essere perfetto. Dopo aver diviso una stanza con Mildred per gran parte della vita, la stessa Mildred che chiudeva col lucchetto i cassetti del comò per impedire alla sorella minore di prendere in prestito i suoi vestiti, la stessa Mildred che la chiamava testa vuota perché andava sempre al cinema, adesso si trovava a dividere una stanza con un uomo che la riteneva perfetta e che, per giunta, in quella stessa stanza stava imparando alla svelta come metterle le mani addosso proprio come piaceva a lei.
Newark era un mortorio, ma l’appartamento era piú spazioso e luminoso di quello dei suoi genitori dall’altra parte del fiume, e l’arredamento era tutto nuovo (il meglio offerto da MondoCasa 3Fratelli, forse non il meglio in assoluto, ma poteva bastare, per il momento), e quando riprese a lavorare per Schneiderman, la città continuò a essere una parte fondamentale della sua vita, la cara, sporca, vorace New York, la capitale dei volti umani, la Babele orizzontale delle lingue. Gli spostamenti quotidiani iniziavano con il pulmino fino al treno, dodici minuti di viaggio da una Penn Station all’altra, e terminavano con un breve tragitto a piedi fino allo studio di Schneiderman, ma a lei non dispiaceva, con tutte quelle persone da guardare, adorava in particolare il momento in cui il treno entrava a New York e si fermava, che era sempre seguito da una breve pausa, come se il mondo aspettasse in silenzio col fiato sospeso, poi le porte si aprivano e tutti scendevano in fretta e furia, vagoni su vagoni che vomitavano passeggeri sul binario di colpo affollato, e lei si beava della velocità di quella folla che andava dritta per la propria strada, tutti alla carica nella stessa direzione, e lei ne faceva parte, ci stava dentro, mentre andava al lavoro come gli altri. Si sentiva indipendente, legata a Stanley ma allo stesso tempo da sola, ed era una sensazione nuova, una bella sensazione, e mentre saliva le scale e si univa a un’altra folla all’aria aperta, si avviava verso la Ventisettesima Ovest immaginando le varie persone che quel giorno si sarebbero presentate allo studio, le madri e i padri con i figli appena nati, i maschietti vestiti da baseball, le anziane coppie sedute vicine per la foto del quarantesimo o cinquantesimo anniversario, le ragazze sorridenti in tocco e toga, le donne dei circoli femminili, gli uomini dei circoli maschili, i poliziotti novellini in divisa, e ovviamente i soldati, sempre piú soldati, a volte con le mogli o le fidanzate o i genitori, ma piú che altro da soli, soldati solitari in licenza a New York, o a casa dal fronte, o in procinto di andare da qualche parte a uccidere o farsi uccidere, e lei pregava per tutti quanti, pregava che tornassero tutti quanti con gli arti attaccati ai corpi ancora in vita, pregava ogni mattina, mentre camminava dalla Penn Station alla Ventisettesima Ovest, che la guerra finisse presto.
Non aveva grandi rimpianti, a quel tempo, nessun colpevole ripensamento sul fatto di aver accettato di sposare Stanley, ma il matrimonio presentava alcuni inconvenienti, nessuno direttamente imputabile a Stanley, però, sposando lui aveva anche sposato la sua famiglia, e ogni volta che si ritrovava insieme a quel trio di disadattati buoni a nulla, si chiedeva come Stanley fosse riuscito a superare l’infanzia senza diventare pazzo come loro. La madre innanzitutto, l’ancora energica Fanny Ferguson, che ormai viaggiava sulla settantina, non piú alta di un metro e cinquantacinque o sessanta, una bisbetica canuta con l’espressione torva e l’anima in pena, che borbottava fra sé mentre sedeva da sola sul divano durante le riunioni di famiglia, sí, perché nessuno osava avvicinarsi, soprattutto i cinque nipoti, dai sei agli undici anni, che sembravano proprio spaventati a morte da lei, perché Fanny non ci pensava due volte a dargli uno scappellotto in testa appena sgarravano (se infrazioni quali ridere, strillare, saltare, urtare contro i mobili e ruttare forte si potevano considerare mancanze di rispetto), e quando non riusciva ad avvicinarsi per prenderli a scappellotti, urlava cosí forte da agitare i paralumi. Quando Rose la conobbe, Fanny le diede un pizzicotto sulla guancia (abbastanza forte da farle male) e dichiarò che era una bella ragazza. Poi la ignorò per il resto della visita, come avrebbe continuato a ignorarla da allora in poi, gli scambi con lei erano vuote formalità che non andavano oltre il buongiorno e buonasera, ma siccome Fanny mostrava la stessa indifferenza verso le altre due nuore, Millie e Joan, Rose non ci restò male. Fanny voleva bene solo ai figli, i figli che la mantenevano e si presentavano ubbidienti a casa sua ogni venerdí sera per cena, ma le donne che i suoi figli avevano sposato non erano altro che ombre per lei, e spesso faticava a ricordare come si chiamavano. Questo non disturbava particolarmente Rose, che aveva con Fanny rapporti saltuari, ma i fratelli di Stanley erano un altro paio di maniche, perché lavoravano per lui e lui li vedeva ogni giorno, e una volta ripresasi dalla scoperta incredibile che erano due degli uomini piú belli che avesse mai visto, divinità maschili somiglianti a Errol Flynn (Lew) e Cary Grant (Arnold), cominciò a nutrire un’intensa antipatia per entrambi. Erano superficiali e disonesti, secondo lei: il maggiore, Lew, non era stupido ma rovinato dalla passione per le scommesse sulle partite di football e baseball, mentre il minore, Arnold, era praticamente un imbecille, un porco con lo sguardo vitreo che beveva troppo e non perdeva mai occasione di toccarle le braccia e le spalle, di strizzarle le braccia e le spalle, uno che la chiamava bambola, amore e bellezza e la riempiva di disgusto sempre piú profondo. Non sopportava che Stanley li avesse presi a lavorare al negozio e non sopportava che gli ridessero dietro e addirittura in faccia, al buon Stanley, che valeva cento volte piú di loro, eppure Stanley faceva finta di niente, tollerava la loro meschinità, pigrizia e derisione senza una parola di protesta, mostrandosi cosí paziente che Rose si chiedeva se per caso non avesse sposato un santo, una di quelle anime rare che non pensavano mai male di nessuno, ma d’altronde, ragionava, forse era solo un fesso, uno che non aveva mai imparato a farsi rispettare. Senza quasi nessun aiuto da parte dei fratelli, aveva trasformato MondoCasa in un’impresa redditizia, un grande emporio illuminato dai neon con poltrone e radio, tavoli da pranzo e frigoriferi, camere da letto e frullatori Waring, un’attività commerciale che vendeva su larga scala prodotti di qualità mediocre a una clientela medio-bassa, una meravigliosa agorà del ventesimo secolo a suo modo, ma dopo diverse visite nelle settimane successive alla luna di miele, Rose non era piú andata al negozio – non solo perché aveva ripreso a lavorare, ma perché si sentiva a disagio, infelice, del tutto fuori posto tra i fratelli di Stanley.
Eppure, la sua delusione rispetto alla famiglia era stemperata dai nipoti e le cognate, i Ferguson che non erano proprio Ferguson, quelli che non avevano vissuto le sciagure abbattutesi su Ike e Fanny e la loro figliolanza, e Rose trovò subito due nuove amiche in Millie e Joan. Avevano diversi anni piú di lei (trentaquattro e trentadue), ma la accolsero nella loro tribú come un membro alla pari, riconoscendole pieno titolo il giorno delle nozze, e ciò significava, tra l’altro, che le veniva dato diritto di essere messa a parte di tutti i segreti delle cognate. Rose rimase particolarmente colpita da Millie, parlantina sciolta e sigaretta perenne, una donna cosí esile che al posto delle ossa sembrava avere dei fili metallici sottopelle, una persona sveglia e caparbia che capiva che razza d’uomo aveva sposato, ma che malgrado la lealtà verso il marito intrigante e scapestrato, produceva un flusso costante di battute ironiche alle sue spalle, divagazioni caustiche e geniali che a volte costringevano Rose a uscire dalla stanza per timore di ridere troppo forte. In confronto a Millie, Joan era una un po’ sempliciotta, ma cosí generosa e di buon cuore che non si era ancora accorta di aver sposato un somaro, e comunque era proprio una brava madre, pensava Rose, cosí tenera, paziente e premurosa, mentre Millie con la sua lingua tagliente si metteva spesso nei pasticci con i figli, che erano meno educati di quelli di Joan. I due di Millie erano Andrew, undici anni, ed Alice, nove anni, i tre di Joan erano Jack, dieci anni, Francie, otto anni, e Ruth, sei anni. A Rose piacevano tutti in modo diverso, salvo Andrew forse, che sembrava avere un lato scontroso e aggressivo, e veniva spesso rimproverato da Millie perché prendeva a pugni la sorellina, ma la preferita di Rose era Francie, si vedeva che era Francie, non poteva farci niente, quella bambina era cosí bella, cosí piena di vita, e quando si conobbero fu amore a prima vista, Francie, alta, capelli ramati, si lanciò tra le braccia di Rose dicendo, Zia Rose, la mia nuova zia Rose, come sei bella, come sei bella, sei bellissima, e adesso saremo amiche per sempre. Cominciarono cosí e cosí andarono avanti da allora in poi, prese da incantamento reciproco, e al mondo, pensava Rose, poche cose erano piú belle di quando Francie le si arrampicava sulle ginocchia mentre erano tutti seduti a tavola e Francie iniziava a raccontarle della scuola, o dell’ultimo libro che aveva letto, o dell’amichetta che le aveva detto una cattiveria, o del vestito che la madre le avrebbe comprato per il compleanno. La piccola si rilassava nella morbidezza ovattata del corpo della zia, e mentre lei parlava Rose le accarezzava la testa o la guancia o la schiena, e poco dopo Rose sentiva che stava galleggiando, che tutte e due lasciavano la stanza, la casa, la strada e galleggiavano insieme nel cielo. Sí, quelle riunioni di famiglia potevano essere raccapriccianti, ma avevano anche il loro lato bello, piccoli miracoli inattesi che avvenivano nei momenti piú improbabili, perché gli dèi sono irrazionali, decise Rose, e concedevano i loro doni quando e dove volevano.
Rose voleva diventare madre, partorire un figlio, portare in grembo un figlio, avere un altro cuore che batteva dentro di lei. Nulla contava piú di questo, nemmeno il lavoro con Schneiderman, nemmeno il progetto a lungo termine e ancora nebuloso di mettersi in proprio come fotografa, di aprire uno studio col suo nome sull’insegna all’entrata. Quelle ambizioni non significavano nulla in confronto al semplice desiderio di mettere al mondo un’altra persona, un figlio, un maschietto o una femminuccia, di essere la madre di quella persona per il resto della vita. Stanley collaborò, facendo l’amore con lei senza protezione e mettendola incinta tre volte nel primo anno e mezzo del loro matrimonio, ma Rose abortí per tre volte, tre volte al terzo mese di gravidanza, e quando festeggiarono il secondo anniversario di matrimonio nell’aprile 1946, non avevano ancora figli.
I medici dicevano che non aveva nessun problema, che era sana e alla fine avrebbe portato a termine una gravidanza, ma quelle perdite le pesavano molto, e mentre si susseguivano i bambini mai nati, mentre un fallimento sfociava in un altro fallimento, Rose cominciò a pensare che le stessero rubando la femminilità. Piangeva per giorni dopo ogni insuccesso, piangeva come non aveva mai pianto nei mesi che erano seguiti alla morte di David, e Rose l’ottimista, la Rose sempre lucida e forte, precipitava in un mare di dolore e vittimismo morbosi. Non fosse stato per Stanley, chissà quanto sarebbe sprofondata, ma lui rimaneva tetragono e composto, tranquillo davanti alle sue lacrime, e ogni volta che perdevano un bambino le ripeteva che era solo un piccolo contrattempo e che alla fine sarebbe andato tutto bene. Rose si sentiva cosí legata a lui quando le parlava in quel modo, si sentiva cosí grata per la sua gentilezza, cosí amata sopra ogni cosa. Non credeva a una sola parola, ovviamente – come poteva crederci quando i fatti dimostravano che lui si sbagliava? –, ma sentire quelle consolanti bugie la calmava. Eppure non capiva come facesse suo marito a prendere l’annuncio di ogni aborto con tanta tranquillità, come se non fosse straziato dalla violenta, cruenta espulsione dei propri figli dal corpo di Rose. Possibile, si chiedeva, che Stanley non desiderasse un figlio quanto lei? Forse non se ne rendeva nemmeno conto, ma se invece sotto sotto avesse voluto che le cose restassero com’erano per continuare ad averla tutta per sé, una moglie senza conflitti d’interesse, che non divideva il proprio affetto tra padre e figlio? Non osò mai esprimere certi pensieri a Stanley, non si sarebbe mai sognata di offenderlo con quei sospetti infondati, ma il dubbio persisteva, e si chiese se Stanley non avesse svolto troppo egregiamente il ruolo di figlio, fratello e marito, perché in tal caso, forse, non aveva piú spazio per fare il padre.
Il 5 maggio 1945, tre giorni prima che finisse la guerra in Europa, zio Archie morí improvvisamente d’infarto. Aveva quarantanove anni, un’età assurdamente giovane per morire, e a rendere la situazione ancora piú assurda, il funerale fu celebrato nel giorno della Vittoria in Europa, ragion per cui quando l’inebetita famiglia Adler lasciò il cimitero e tornò nell’appartamento di Flatbush Avenue a Brooklyn, la gente ballava per le strade del quartiere, strombazzava con i clacson e urlava contenta a squarciagola per festeggiare la fine di una metà della guerra. Il chiasso continuò per ore mentre la moglie di Archie, Pearl, e le loro gemelle diciannovenni, Betty e Charlotte, i genitori e la sorella di Rose, Rose e Stanley, i quattro componenti ancora in vita del Downtown Quintet, una decina e piú di altri amici, parenti e vicini, sedevano o stavano in piedi nel silenzioso appartamento con gli scuri abbassati. La bella notizia che aspettavano di sentire da tanto tempo sembrava una presa in giro all’orrore per la morte di Archie, e le voci che gioivano e cantavano fuori sembravano una crudele profanazione, come se tutta Brooklyn stesse ballando sulla tomba di Archie. Fu un pomeriggio che Rose non avrebbe mai dimenticato. Non solo per la propria sofferenza, che fu memorabile, ma perché Mildred fu cosí presa dalla disperazione da scolarsi sette whisky e svenire sul divano, e perché per la prima volta nella vita Rose vide suo padre scoppiare a piangere. Fu anche il pomeriggio in cui decise che se fosse stata cosí fortunata da avere un figlio, lo avrebbe chiamato Archie.
Le grandi bombe caddero su Hiroshima e Nagasaki in agosto, l’altra metà della guerra giunse al termine, e a metà del 1946, due mesi dopo il secondo anniversario di nozze di Rose, Schneiderman le comunicò che voleva andare in pensione di lí a poco e che stava cercando un acquirente per la sua attività. Visti i progressi che aveva fatto mentre lavorava con lui, le disse, visto che ormai si era già trasformata in una fotografa esperta e competente, magari le interessava prendere il suo posto. Fu il piú gran complimento che le avesse mai fatto. Per quanto lusingata, Rose capí che non era il momento giusto, perché nell’ultimo anno lei e Stanley avevano messo da parte tutti i soldi in piú per comprare una casa nei sobborghi, un’unifamiliare con giardino, alberi e garage per due automobili, e non potevano permettersi la casa e lo studio. Rispose che avrebbe dovuto parlarne col marito, cosa che fece la sera stessa dopo cena, aspettandosi che Stanley bocciasse l’idea, ma lui la prese a tradimento dicendo che toccava a lei scegliere, che se era disposta a rinunciare alla casa avrebbe potuto comprarsi lo studio se il prezzo fosse stato abbordabile. Rose restò di stucco. Sapeva che Stanley desiderava tanto comprare una casa e ora veniva a raccontarle che l’appartamento gli andava benissimo, che non gli sarebbe dispiaciuto viverci per qualche altro anno, e invece non era affatto vero, e siccome le stava mentendo senza ritegno, siccome Stanley l’adorava e voleva accontentarla in tutto, quella sera Rose sentí che era cambiato qualcosa, e capí che stava cominciando ad amare Stanley, ad amarlo davvero, e che se la vita fosse continuata ancora cosí, magari avrebbe addirittura perso la testa per lui, magari sarebbe stata addirittura folgorata da un secondo, impossibile, Grande Amore.
Non corriamo troppo, disse lei. Anch’io sogno quella casa, e passare da assistente a titolare è un gran salto. Non so se mi sento pronta. Possiamo rifletterci un altro po’?
Stanley accettò di rifletterci un altro po’. L’indomani mattina al lavoro, anche Schneiderman accettò di lasciarla riflettere un altro po’, e dieci giorni dopo aver iniziato a riflettere, Rose scoprí di essere di nuovo incinta.
Negli ultimi mesi si era rivolta a un nuovo medico, uno di cui si fidava, di nome Seymour Jacobs, un medico bravo e intelligente, secondo Rose, che la ascoltava con attenzione e non saltava alle conclusioni, il quale, a causa degli altri tre aborti spontanei, la invitò a smetterla di fare avanti e indietro da New York, a smetterla di lavorare fino al termine della gravidanza, e di chiudersi nel suo appartamento stando a riposo il piú possibile. Si rendeva conto che erano misure drastiche e un tantino sorpassate, ma era preoccupato per lei, perché quella poteva essere la sua ultima possibilità di avere un figlio. La mia ultima possibilità, si disse Rose, mentre continuava ad ascoltare quel medico di quarantadue anni col naso grosso e gli affettuosi occhi castani che le spiegava come riuscire a diventare madre. Niente piú sigarette né alcolici, aggiunse. Una dieta rigorosa, iperproteica, integrata da una dose giornaliera di vitamine e un programma di esercizi specifici. Sarebbe passato a controllarla ogni due settimane, e alla minima fitta o al primo accenno di dolore, era pregata di alzare il telefono e chiamarlo. Intesi?
Sí, intesi. E cosí ebbe fine il dilemma sull’acquisto di una casa o dello studio, che a sua volta mise fine ai suoi giorni con Schneiderman, e ovviamente interruppe il suo lavoro di fotografa e le rivoluzionò la vita.
Rose era euforica ma anche confusa. Euforica sapendo di avere ancora una possibilità; confusa su come avrebbe affrontato quelli che in sostanza erano sette mesi di arresti domiciliari. Avrebbe dovuto modificare un’infinità di abitudini, non solo lei ma anche Stanley, perché avrebbe dovuto fare la spesa e cucinare quasi sempre lui, povero Stanley, che già si spaccava la schiena e lavorava fino a tardi, poi bisognava aggiungere al bilancio una donna che facesse le pulizie e il bucato una o due volte la settimana, sarebbe mutato quasi ogni aspetto della vita quotidiana, le sue ore da sveglia avrebbero ubbidito a uno stuolo di divieti e limitazioni, vietato sollevare oggetti pesanti, vietato spostare i mobili, vietato sforzarsi di aprire una finestra bloccata durante un’ondata di caldo estivo, avrebbe dovuto sorvegliare se stessa, porre mente alle migliaia di cose grandi e piccole che aveva sempre fatto senza pensare, e ovviamente niente piú tennis (che aveva imparato ad amare) e niente piú nuoto (che amava fin dalla tenera età). In altre parole la vigorosa, atletica, dinamica Rose, che si sentiva realizzata soprattutto quando era risucchiata in un vortice di attività, avrebbe dovuto imparare a stare immobile.
Incredibile, ma fu proprio Mildred che la salvò dalla noia estrema, che intervenne e trasformò quei mesi di immobilità in ciò che in seguito Rose, parlando con suo figlio, avrebbe definito un’avventura grandiosa.
Non puoi ciondolare per casa tutto il giorno ascoltando la radio e guardando quelle stupidaggini in televisione, disse Mildred. Perché per una volta non metti in moto il cervello e recuperi un po’?
Come, scusa?, disse Rose, senza capire di cosa parlava Mildred.
Magari non te ne sei accorta, disse la sorella, ma il tuo medico ti ha fatto un regalo straordinario. Ti ha trasformato in una prigioniera, e l’unica cosa che hanno i prigionieri in confronto agli altri è il tempo, un’infinità di tempo. Leggi qualche libro, Rose. Inizia a farti una cultura. È la tua possibilità, e se vorrai un aiuto, te lo darò piú che volentieri.
L’aiuto di Mildred giunse sotto forma di una lista di libri, di svariate liste di libri nei mesi che seguirono, e con i cinema momentaneamente inaccessibili, per la prima volta in assoluto Rose soddisfò la sua fame di racconto con i romanzi, grandi romanzi, non i gialli e i best seller su cui si sarebbe normalmente orientata da sola, ma i libri consigliati da Mildred, classici, neanche a dirlo, ma scelti sempre tenendo presente Rose, libri che secondo Mildred le sarebbero piaciuti, ragion per cui Moby-Dick, Ulisse e La montagna incantata non comparvero mai su nessuna lista, visto che certi libri avrebbero messo a dura prova la scarsa preparazione di Rose, ma c’era l’imbarazzo della scelta, e col passare dei mesi mentre il bambino cresceva dentro di lei, Rose trascorse le giornate nuotando fra le pagine dei libri, e a parte qualche delusione tra le decine di quelli che aveva letto (Fiesta, per esempio, le sembrò falso e superficiale), quasi tutti gli altri la attrassero e la coinvolsero dalla prima all’ultima riga, fra gli altri Tenera è la notte, Orgoglio e pregiudizio, La casa della gioia, Moll Flanders, La fiera delle vanità, Cime tempestose, Madame Bovary, La Certosa di Parma, Primo amore, Gente di Dublino, Luce d’agosto, David Copperfield, Middlemarch, Washington Square, La lettera scarlatta, La via principale, Jane Eyre e numerosi altri, ma di tutti gli scrittori che scoprí durante la sua reclusione, quello che le parlò di piú fu Tolstoj, quel mago di Tolstoj, che aveva capito tutto della vita, secondo lei, tutto quello che c’era da sapere del cuore e della mente umana, maschile o femminile che fosse, com’era possibile, si chiedeva, che un uomo sapesse quello che Tolstoj sapeva delle donne, non aveva senso che un solo uomo potesse essere ogni uomo e ogni donna, e dunque Rose divorò tutto quello che aveva scritto Tolstoj, non solo i romanzi lunghi come Guerra e pace, Anna Karenina e Resurrezione, ma anche le opere brevi, le novelle e i racconti, e nessuno le parve piú potente di Felicità familiare, la storia in cento pagine di una giovane sposa e della sua graduale disillusione, un’opera che la toccò nell’intimo tanto che alla fine pianse, e quando Stanley tornò a casa la sera si preoccupò vedendola in quello stato, perché Rose, pur avendo finito di leggere alle tre del pomeriggio, aveva gli occhi ancora bagnati di lacrime.
La nascita era prevista per il 16 marzo 1947, ma alle dieci del mattino del 2 marzo, due ore dopo che Stanley era uscito per andare al lavoro, Rose, ancora in camicia da notte e semidistesa a letto con un cuscino dietro la schiena e Le due città appoggiato al versante settentrionale del ventre enorme, sentí una pressione improvvisa alla vescica. Pensando di dover fare pipí, si districò lentamente dal lenzuolo e dalle coperte, spostò la sua mole colossale verso il bordo del letto, abbassò i piedi sul pavimento e si alzò. Non riuscí a fare neanche un passo verso il bagno, e sentí una colata di liquido caldo fra le cosce. Rose non si mosse. Era di fronte alla finestra, e quando guardò fuori, vide che dal cielo scendeva una neve leggera, brumosa. Sembrava tutto cosí quieto in quel momento, pensò, come se al mondo si muovesse solo la neve. Si rimise seduta sul letto e chiamò MondoCasa, ma la persona che rispose al telefono le disse che Stanley era uscito a fare una commissione e sarebbe tornato solo dopo pranzo. Allora chiamò il dottor Jacobs, ma la sua segretaria la informò che era appena uscito per una visita a domicilio. Ormai un po’ nel panico, Rose disse alla segretaria di avvisare il dottore che lei stava andando all’ospedale, e poi fece il numero di Millie. Sua cognata rispose al terzo squillo, e cosí fu Millie che venne a prenderla. Durante il breve tragitto verso il reparto maternità del Beth Israel, Rose le disse che lei e Stanley avevano già scelto i nomi per il nascituro. Se era femmina, le avrebbero messo nome Esther Ann Ferguson. Se era maschio, si sarebbe chiamato Archibald Isaac Ferguson.
Millie guardò dallo specchietto retrovisore e studiò Rose, che era stravaccata sul sedile dietro. Archibald, ripeté. Siete sicuri?
Sí, siamo sicuri, rispose Rose. Per via di zio Archie. E Isaac per via del padre di Stanley.
Speriamo solo che abbia la pelle dura, disse Millie. Stava per continuare, ma non fece in tempo ad aggiungere altro perché erano arrivate all’ingresso dell’ospedale.
Millie radunò le truppe, e quando Rose diede alla luce suo figlio alle 2,07 del mattino dopo, c’erano tutti: Stanley e i genitori di Rose, Mildred e Joan, perfino la madre di Stanley. E cosí nacque Ferguson, e per diversi secondi, una volta uscito dal corpo di sua madre, fu l’essere umano piú giovane sulla faccia della terra.
1.1
Sua madre si chiamava Rose, e quando fosse stato abbastanza grande da allacciarsi le scarpe da solo e non bagnare piú il letto, l’avrebbe sposata. Ferguson sapeva che Rose era già sposata con suo padre, ma lui era un vecchio e tra un po’ sarebbe morto. A quel punto Ferguson avrebbe sposato sua madre e da quel momento in poi suo marito si sarebbe chiamato Archie, non Stanley. Alla morte di suo padre sarebbe stato triste, ma non troppo, non tanto da versare una lacrima. Le lacrime erano roba da piccoli, e lui non era piccolo. In certi momenti le lacrime gli uscivano ancora, è logico, ma solo quando cadeva e si faceva male, e quando ti fai male non conta.
Le cose piú belle al mondo erano il gelato alla vaniglia e saltare su e giú sul lettone. Le cose piú brutte al mondo erano il mal di pancia e la febbre.
Adesso sapeva che le caramelle dure erano pericolose. Anche se gli piacevano tanto, aveva capito che non doveva piú metterle in bocca. Erano troppo scivolose e lui alla fine le ingoiava, e siccome erano troppo grosse per scendere giú bene, gli si piantavano in gola e non riusciva piú a respirare. Non avrebbe mai scordato quel brutto giorno quando a momenti soffocava, ma poi sua madre arrivò di corsa, lo sollevò, lo mise a testa in giú, e mentre lo teneva per i piedi con una mano, con l’altra lo prese a pacche sulla schiena finché la caramella non gli uscí di bocca e rotolò per terra. Gli disse: Basta caramelle dure, Archie. Sono troppo pericolose. Poi gli chiese di aiutarla a portare la ciotola delle caramelle in cucina e a turno le buttarono nella pattumiera, una per una, le rosse, le gialle e le verdi. Alla fine sua madre disse: Adiós, caramelle dure. Che parola buffa: adiós.
Era successo a Newark, tanto tempo prima, quando abitavano nell’appartamento al terzo piano. Adesso abitavano in una villetta in un posto chiamato Montclair. La villetta era piú grande dell’appartamento, ma la verità era che lui l’appartamento non se lo ricordava piú tanto bene. Se non per le caramelle dure. E le veneziane in cameretta, che facevano sempre rumore quando la finestra era aperta. E il giorno in cui sua madre mise via il lettino e lui per la prima volta dormí da solo in un letto vero.
Suo padre usciva la mattina presto, spesso prima che lui si svegliasse. A volte tornava a casa per cena e a volte tornava a casa quando Ferguson era già stato messo a letto. Suo padre lavorava. Gli adulti andavano a lavorare. Uscivano di casa tutti i giorni e lavoravano, e lavorando guadagnavano soldi, e guadagnando potevano comprare le cose per mogli e figli. Fu questa la spiegazione che gli diede sua madre una mattina, mentre guardava andar via la macchina blu di suo padre. Sembrava un buon sistema, pensò Ferguson, però non capiva tanto bene la storia dei soldi. I soldi erano cosí piccoli e sporchi, e come facevi con quei pezzi di carta piccoli e sporchi a comprarti una cosa grossa come una macchina o una casa?
I suoi genitori avevano due macchine, la DeSoto blu del padre e la Chevrolet verde della madre, ma Ferguson aveva trentasei automobili e nelle brutte giornate quando pioveva troppo per uscire, le tirava fuori dalla scatola e schierava la sua flotta in miniatura sul pavimento del salotto. C’erano auto a due e a quattro porte, decappottabili e camion col cassone ribaltabile, volanti della polizia e ambulanze, taxi e autobus, autopompe e betoniere, furgoni e giardinette, Ford e Chrysler, Pontiac e Studebaker, Buick e Nash Rambler, una diversa dall’altra, neanche due che si somigliassero lontanamente, e ogni volta che Ferguson cominciava a spingerne una sul pavimento, si chinava a guardare il posto vuoto del conducente, e siccome per muoversi tutte le macchine avevano bisogno di un conducente, immaginava di essere l’uomo al volante, un omino piccolo piccolo, non piú grande della punta del suo pollice.
Sua madre fumava le sigarette, ma suo padre non fumava niente, nemmeno la pipa o i sigari. Le Old Gold. Che bel nome, pensava Ferguson, e come rideva quando sua madre gli faceva gli anelli di fumo. Qualche volta suo padre diceva, Rose, fumi troppo, e sua madre annuiva per dargli ragione, ma continuava a fumare come prima. Quando lui e sua madre montavano sulla macchina verde e uscivano a fare commissioni, si fermavano sempre a pranzo in un ristorantino che si chiamava Al’s Diner, e appena Ferguson finiva il latte al cioccolato e il toast al formaggio, sua madre gli dava un quarto di dollaro e gli chiedeva di comprarle un pacchetto di Old Gold dal distributore automatico. Con quei soldi in mano lui si sentiva grande, e forse non c’era sensazione piú bella, marciava fino in fondo al ristorante dove il distributore era addossato alla parete fra i due bagni. Poi si alzava sulle punte dei piedi per infilare la moneta nella fessura, tirava il pomello sotto la colonnina delle Old Gold e sentiva il rumore del pacchetto che rotolava fuori dalla voluminosa macchina e atterrava nella vaschetta argentata sotto i pomelli. All’epoca le sigarette costavano ventitre centesimi anziché venticinque, e dentro il cellophane c’erano sempre due penny di rame nuovi di zecca. Sua madre glieli lasciava sempre, e mentre lei fumava la sigaretta del dopopranzo e finiva il caffè, Ferguson li teneva sul palmo e studiava il profilo dell’uomo impresso sulla faccia delle due monete. Abramo Lincoln. O come diceva a volte sua madre: Abe l’Onesto.
Oltre alla famigliola composta da Ferguson e i genitori, c’erano altre due famiglie da considerare, quella paterna e quella materna, i Ferguson del New Jersey e gli Adler di New York, la grande famiglia con due zie, due zii e cinque cugini e quella piccola con i nonni e la zia Mildred, che a volte comprendeva la prozia Pearl e le cugine gemelle grandi, Betty e Charlotte. Zio Lew aveva i baffetti e portava gli occhiali con la montatura di metallo, zio Arnold fumava le Camel e aveva i capelli rossicci, zia Joan era bassa e rotondetta, zia Millie un po’ piú alta ma molto magra, e i cugini di solito lo ignoravano perché era molto piú piccolo di loro, a parte Francie, che qualche volta gli faceva da tata quando i suoi andavano al cinema o a una festa a casa di qualcuno. Francie era di gran lunga la sua preferita di tutti i parenti nel New Jersey. Gli disegnava castelli e cavalieri a cavallo complicati e meravigliosi, gli lasciava mangiare tutto il gelato alla vaniglia che voleva, raccontava barzellette divertenti ed era proprio un bel vedere, coi capelli lunghi che sembravano allo stesso tempo castani e rossi. Anche zia Mildred era bella ma aveva i capelli biondi, a differenza della madre di Ferguson che li aveva castano scuro, e anche se sua madre gli ripeteva sempre che lei e Mildred erano sorelle, a volte Ferguson se ne dimenticava perché non si somigliavano per niente. Chiamava suo nonno papa e sua nonna nana. Papa fumava le Chesterfield e aveva perso quasi tutti i capelli. Nana era cicciottella e rideva in maniera stranissima, come se avesse degli uccelli imprigionati in gola. Preferiva andare a trovare gli Adler nell’appartamento di New York anziché i Ferguson nelle case di Union e Maplewood, anche perché gli piaceva da matti attraversare l’Holland Tunnel, la strana sensazione di viaggiare sott’acqua dentro un tubo rivestito da milioni di mattonelle identiche, e ogni volta che faceva quel viaggio subacqueo si meravigliava di quelle mattonelle che combaciavano cosí bene e si chiedeva quanti uomini ci fossero voluti per portare a termine un lavoro cosí colossale. L’appartamento era piú piccolo delle case in New Jersey ma aveva il vantaggio di essere in alto, al sesto piano, e Ferguson non si stancava mai di stare alla finestra del salotto a guardare il traffico intorno a Columbus Circle, e poi, il giorno del Ringraziamento, c’era l’ulteriore vantaggio di poter guardare la parata annuale che passava davanti a quella finestra, con il palloncino gigante di Topolino che quasi gli sbatteva in faccia. Un’altra cosa bella di New York era che quando arrivava trovava sempre un regalo, scatole di caramelle dalla nonna, libri e dischi da zia Mildred e diavolerie di ogni tipo dal nonno: aeroplanini di balsa, un gioco chiamato Parcheesi (altra parola stupenda), mazzi di carte da gioco, trucchi da illusionista, un cappello da cowboy rosso e una coppia di rivoltelle a sei colpi con fondine di vera pelle. Le case del New Jersey non offrivano tutti quei tesori, perciò Ferguson decise che New York era il posto ideale. Quando chiedeva a sua madre perché non potevano abitarci per sempre, lei faceva un gran sorriso e rispondeva: Chiedilo a tuo padre. Quando lo chiedeva a suo padre, lui rispondeva: Chiedilo a tua madre. Evidentemente c’erano domande che non avevano risposta.
Avrebbe voluto un fratello, meglio se piú grande di lui, ma dato che non era piú possibile, si sarebbe accontentato di un fratello piú piccolo, e se non poteva avere un fratello, gli sarebbe andata bene anche una sorella, perfino una sorella piú piccola. Si sentiva spesso solo, senza nessuno con cui giocare o parlare, e sapeva per esperienza che tutti i bambini avevano un fratello o una sorella, o vari fratelli e sorelle, e a quanto pareva, al mondo l’unica eccezione alla regola era lui. Francie aveva Jack e Ruth, Andrew aveva Alice e viceversa, il suo amico Bobby che abitava in fondo alla strada aveva un fratello e due sorelle, e perfino i suoi genitori avevano passato l’infanzia in compagnia di altri bambini, suo padre con due fratelli e sua madre con una sorella, e non era giusto che lui fosse l’unico tra miliardi di persone sulla terra a dover passare la vita da solo. Non sapeva di preciso come nascevano i bambini, ma era abbastanza edotto per sapere che si formavano nel corpo della madre, quindi la madre era fondamentale per l’operazione, ragion per cui avrebbe dovuto parlare con sua madre della transizione da figlio unico a fratello. Il mattino seguente sollevò l’argomento chiedendole a bruciapelo la cortesia di darsi da fare per sfornargli un fratellino. Sua madre rimase ferma e zitta un paio di secondi, poi si inginocchiò, lo guardò negli occhi e gli accarezzò la testa. Strano, pensò lui, non se l’aspettava mica cosí, e per un momento sua madre sembrò triste, tanto triste che Ferguson si pentí all’istante della domanda. Oh, Archie, disse lei. Capisco che tu voglia un fratello o una sorella, e mi piacerebbe tanto accontentarti, ma a quanto pare ho finito di fare bambini, non posso piú averne. Quando il dottore me lo ha detto mi è dispiaciuto per te ma poi ho pensato, Forse in fondo non è cosí terribile. E sai perché? (Ferguson fece di no con la testa). Perché voglio un gran bene al mio piccolo Archie, e come potrei amare un altro figlio, se tutto l’amore che ho è solo per te?
Capí che non era solo un problema momentaneo, ma eterno. Nessun fratello, mai, e visto che gli pareva una situazione intollerabile, Ferguson aggirò l’ostacolo inventandosi un fratello immaginario. Un gesto disperato, forse, ma era meglio di niente, e anche se non poteva vederlo, toccarlo o annusarlo, che alternativa aveva? Chiamò il suo nuovo fratello John. Poiché le leggi della realtà non erano piú valide, John era piú grande di lui, piú grande di quattro anni, ragion per cui era piú alto, piú forte e piú intelligente di Ferguson, e a differenza di Bobby George che abitava in fondo alla strada, quel barilotto di Bobby, che respirava dalla bocca perché aveva il naso sempre umido e otturato di moccio verde, John sapeva leggere, scrivere e giocava a baseball e football come un campione. Ferguson stava attento a non parlargli mai ad alta voce in presenza di altre persone, poiché John era il suo segreto e nessuno doveva sapere di lui, nemmeno i genitori. Sbagliò una sola volta, ma andò tutto bene perché il caso volle che si trovasse con Francie quando commise quel passo falso. Quella sera era venuta a fargli da tata, e quando uscí in giardino e lo sentí dire a John che desiderava un cavallo per il prossimo compleanno, gli chiese con chi stesse parlando. Ferguson le voleva cosí bene che le confessò la verità. Pensò che forse avrebbe riso di lui, ma Francie fece solo di sí con la testa, come in segno di approvazione all’idea di un fratello immaginario, cosí Ferguson permise anche a lei di parlare con John. Da allora, per mesi, ogni volta che lo vedeva, Francie prima lo salutava con voce normale e poi si chinava, gli accostava la bocca all’orecchio e bisbigliava: Ciao, John. Ferguson non aveva ancora cinque anni ma già capiva che il mondo era composto da due regni, il visibile e l’invisibile, e che spesso le cose invisibili erano piú vere di quelle visibili.
I due posti dove preferiva andare erano l’ufficio del nonno a New York e il negozio del padre a Newark. L’ufficio era sulla Cinquantasettesima Ovest, a un centinaio di metri da casa dei nonni, ed era bello intanto perché si trovava all’undicesimo piano, ancora piú in alto dell’appartamento, quindi guardare dalla finestra era anche piú interessante in confronto alla Cinquantasettesima Ovest, perché lo sguardo poteva spingersi molto piú lontano tutto intorno e abbracciare molti piú edifici, per non parlare di quasi tutto Central Park, e le auto e i taxi giú in strada erano cosí piccoli che sembravano i modellini con cui giocava a casa. E poi l’ufficio era bello perché c’erano le grandi scrivanie con le macchine da scrivere e le calcolatrici. Certe volte il rumore delle macchine da scrivere gli ricordava la musica, soprattutto quando il campanello suonava alla fine di una riga, ma gli ricordava anche la pioggia che cadeva forte sul tetto della casa di Montclair e i sassolini quando li tiravi sul vetro di una finestra. La segretaria del nonno era una donna ossuta di nome Doris, che aveva peli neri sulle braccia e sapeva di mentine, ma a lui piaceva che lo chiamasse Signorino Ferguson e gli lasciasse usare la sua macchina da scrivere, che lei chiamava Sir Underwood, e ora che cominciava a imparare le lettere dell’alfabeto, aveva la soddisfazione di riuscire a mettere le dita sui tasti del pesante apparecchio e battere una riga di a e di y, per esempio, oppure, se Doris non aveva troppo da fare, chiederle di aiutarlo a scrivere il proprio nome. Il negozio di Newark era molto piú grande dell’ufficio di New York, e conteneva molte piú cose, non solo una macchina da scrivere e tre calcolatrici nel retrobottega, ma schiere di piccoli aggeggi e grossi elettrodomestici, piú un’intera zona al piano di sopra dedicata a letti, tavoli e sedie, un numero innumerevole di letti, tavoli e sedie. In teoria non doveva toccarli, ma alle volte quando il padre e gli zii non c’erano o gli davano le spalle, Ferguson apriva un frigo di nascosto per sentire quell’odore particolare all’interno, o si issava su un letto per provare il materasso, e anche quando lo coglievano sul fatto nessuno si arrabbiava troppo, tranne zio Arnold qualche volta, che lo agguantava ringhiando: Giú le mani dalla mercanzia, figliolo. Ferguson non gradiva essere apostrofato in quel modo, ma soprattutto non gradí lo scappellotto che lo zio gli tirò sulla nuca un sabato pomeriggio, perché gli aveva fatto cosí male che si era messo a piangere, ma ora che aveva sentito sua madre dire a suo padre che zio Arnold era uno scemo, non gliene importava piú niente. Comunque i letti e i frigoriferi non lo avvincevano mai a lungo, visto che c’erano i televisori da guardare, i Philco e gli Emerson freschi di fabbrica che imperavano su tutti gli altri articoli in esposizione: dodici o quindici modelli piazzati fianco a fianco contro la parete sinistra dell’ingresso, tutti accesi senza audio, e niente piaceva di piú a Ferguson che cambiare canale in modo che andassero in onda sette programmi diversi contemporaneamente, che girandola entusiasmante si metteva in moto, un cartone animato sul primo schermo, un western sul secondo schermo, uno sceneggiato sul terzo, una messa sul quarto, una réclame sul quinto, un notiziario sul sesto e una partita di football sul settimo. Ferguson correva su e giú da uno schermo all’altro, poi ruotava su se stesso finché non gli girava la testa, allontanandosi sempre piú dai televisori, cosí quando si fermava si trovava in un punto da cui poteva guardarli tutti insieme, e veder succedere tante cose diverse nello stesso momento lo faceva sempre ridere. Si divertiva, si divertiva un mondo, e suo padre lo lasciava fare perché anche lui si divertiva.
Suo padre di solito non era divertente. Lavorava fino a tardi sei giorni alla settimana, in particolare mercoledí e venerdí, perché il negozio chiudeva alle nove, e la domenica dormiva fino alle dieci o le dieci e mezza, e il pomeriggio giocava a tennis. Il suo ordine preferito era: Ubbidisci a tua madre. La sua domanda preferita era: Hai fatto il bravo? Ferguson cercava di fare il bravo e ubbidire a sua madre, anche se qualche volta non ci riusciva e si scordava di fare il bravo o di ubbidire, ma per fortuna suo padre sembrava non accorgersi mai di quelle mancanze. Probabilmente aveva troppo da fare, e Ferguson era contento, poiché sua madre non lo puniva quasi mai, neanche quando si scordava di ubbidire o fare il bravo, e siccome suo padre non strillava mai con lui come faceva zia Millie con i suoi bambini e non gli tirava mai gli scappellotti come faceva a volte zio Arnold con suo cugino Jack, Ferguson concluse che il suo ramo della famiglia Ferguson era il migliore, anche se era troppo piccolo. Però certe volte suo padre lo faceva ridere, e siccome quelle volte erano molto rare, Ferguson rideva anche piú di quanto avrebbe riso se fossero state frequenti. Per esempio era divertente quando lo lanciava in aria, e siccome suo padre era tanto forte e aveva i muscoli duri e gonfi, quando erano al chiuso Ferguson volava quasi fino al soffitto, e quando erano in giardino ancora piú in alto, e non gli passava mai per la testa che suo padre potesse lasciarlo cadere, ragion per cui si sentiva abbastanza al sicuro da spalancare la bocca piú che poteva e riempire l’aria di risate scroscianti. E poi era divertente guardare suo padre che faceva il giocoliere con le arance in cucina, o ancora quando faceva le puzze, non perché le puzze in sé fossero divertenti, ma perché ogni volta che suo padre faceva una puzza in sua presenza, diceva: Ops, ecco Hoppy – cioè Hopalong Cassidy, il cowboy in televisione che piaceva tanto a Ferguson. Perché suo padre dicesse cosí quando faceva le puzze era uno dei grandi misteri della terra, ma Ferguson si divertiva lo stesso, e rideva sempre quando suo padre lo diceva. Che idea strana e interessante: trasformare una puzza in un cowboy di nome Hopalong Cassidy.
Poco dopo il quinto compleanno di Ferguson, zia Mildred sposò Henry Ross, un uomo alto con pochi capelli che era professore universitario, come Mildred, che aveva completato gli studi di letteratura inglese quattro anni prima e insegnava in un college chiamato Vassar. Il nuovo zio di Ferguson fumava le Pall Mall (Ottime, e anche leggere) e sembrava parecchio nervoso, dal momento che in un pomeriggio fumava piú sigarette di sua madre in una giornata intera, ma quello che piú incuriosiva Ferguson, riguardo al marito di Mildred, era il fatto che parlava cosí in fretta e usava parole cosí lunghe e complicate che si capiva solo un’infinitesima parte di quello che diceva. Comunque sembrava una persona di buon cuore, con una risata bella sonora e una luce calda negli occhi, e si capiva benissimo che sua madre era contenta della scelta di Mildred, visto che non parlava mai di zio Henry senza usare la parola brillante, e ripeteva sempre che le ricordava un certo Rex Harrison. Ferguson sperava che gli zii si mettessero sotto a fare bambini e gli scodellassero subito un cuginetto. In fondo i fratelli immaginari arrivavano fino a un certo punto, e forse un cugino Adler poteva trasformarsi in una specie di quasi-fratello o, alle brutte, in una quasi-sorella. Attese l’annuncio per mesi e mesi, ogni mattina si aspettava che sua madre entrasse in camera e gli dicesse che zia Mildred avrebbe avuto un bambino, ma poi successe una cosa, una calamità improvvisa che mandò all’aria tutti i piani accuratamente studiati da Ferguson. Gli zii si trasferivano a Berkeley, in California. Avrebbero insegnato e abitato lí e non sarebbero piú tornati, quindi, se anche gli avessero sfornato un cugino, non sarebbe mai diventato un quasi-fratello, poiché i fratelli e i quasi-fratelli devono abitare vicini, preferibilmente nella stessa casa. Quando sua madre prese una carta degli Stati Uniti e gli mostrò dov’era la California, Ferguson si scoraggiò cosí tanto che batté il pugno su Ohio, Kansas, Utah e tutti gli altri stati fra il New Jersey e l’oceano Pacifico. Quasi cinquemila chilometri. Una distanza impossibile, cosí grande che avrebbe potuto essere un altro paese, un altro mondo.
Fu uno dei ricordi piú forti che si portò dall’infanzia: il viaggio fino all’aeroporto sulla Chevrolet verde con sua madre e zia Mildred, il giorno che la zia partí per la California. Zio Henry aveva preso l’aereo due settimane prima, perciò con loro c’era solo zia Mildred in quel giorno umido e afoso di metà agosto, Ferguson sedeva dietro in calzoni corti, la testa madida di sudore e le gambe nude appiccicate al sedile di similpelle, e anche se era la prima volta che andava all’aeroporto, la prima volta che vedeva gli aeroplani da vicino e poteva gustarsi l’immensità e la bellezza di quegli apparecchi, quella mattina gli restò dentro per via delle due donne, sua madre e la sorella, una bruna e l’altra bionda, una coi capelli lunghi e l’altra coi capelli corti, cosí diverse tra loro che bisognava studiare bene i volti per capire che venivano dagli stessi genitori, sua madre che era cosí calda e affettuosa, sempre a toccarti e abbracciarti, e Mildred che era cosí cauta e trattenuta e non ti toccava quasi mai, eppure erano insieme al gate del volo Pan Am per San Francisco, e quando gli altoparlanti annunciarono l’imbarco e venne il momento di salutarsi, a un tratto, come a un segnale segreto, convenuto, si misero a piangere, le lacrime scendevano a dirotto e cadevano a terra, allora si abbracciarono e si tennero strette, piangevano e si tenevano strette. Sua madre non aveva mai pianto di fronte a lui, e finché non lo vide con i propri occhi, non sapeva nemmeno che Mildred fosse capace di piangere, invece eccole lí a salutarsi in lacrime di fronte a lui, perché capivano che non si sarebbero viste per mesi o anni, e Ferguson assistette alla scena lí impalato vicino a loro con il suo corpo di cinquenne, guardando a testa in su la madre e la zia, stordito da quel profluvio di emozioni, e l’immagine gli entrò talmente dentro che non la dimenticò piú.
A novembre dell’anno dopo, quando Ferguson frequentava la prima elementare da due mesi, sua madre aprí uno studio fotografico nel centro di Montclair. L’insegna sopra l’ingresso diceva Roseland Foto, e all’improvviso la vita in famiglia prese un ritmo nuovo, accelerato, a partire dalle quotidiane corse mattutine per mandare lui a scuola in orario e riuscire ad arrivare al lavoro, ognuno sulla propria auto, e siccome sua madre era fuori casa cinque giorni a settimana (da martedí a sabato) c’era una certa Cassie che sbrigava le faccende, puliva, faceva i letti, la spesa, e qualche volta gli preparava anche la cena quando i suoi lavoravano fino a tardi. Ormai Ferguson vedeva sua madre molto meno, ma in effetti aveva anche meno bisogno di lei. In fondo sapeva allacciarsi le scarpe da solo, e quando pensava alla persona che voleva sposare, era indeciso fra due candidate: Cathy Gold, la tappetta con gli occhi azzurri e la lunga coda di cavallo bionda, e Margie Fitzpatrick, la stangona coi capelli rossi, talmente forte e intrepida che era capace di sollevare da terra due bambini insieme.
La prima persona che posò per un ritratto da Roseland Foto fu il figlio della proprietaria. Sua madre gli puntava l’obiettivo da quando era nato, ma quelle prime foto erano istantanee e la macchina che usava era piccola, leggera e portatile, mentre quella dello studio era molto piú grossa e bisognava montarla su un cavalletto a tre gambe detto treppiede. La parola treppiede gli piaceva, gli faceva venire in mente un’espressione che gli piaceva, tenere il piede in due scarpe, e poi lo colpí l’attenzione con cui sua madre regolava le luci prima di cominciare a scattare le foto, dava l’impressione di avere tutto sotto controllo, e vederla lavorare con tanta competenza e sicurezza era una bella sensazione per Ferguson, perché all’improvviso lei non era piú solo sua madre ma una persona che faceva cose importanti anche fuori casa. Lo aveva vestito bene per la foto, quindi si era dovuto mettere la giacca sportiva di tweed e la camicia bianca col colletto largo senza il primo bottone, e siccome gli piaceva tanto stare lí seduto mentre sua madre cercava di azzeccare la posa giusta, sorridere non fu un problema quando lei glielo chiese. Quel giorno con loro c’era Nancy Solomon, l’amica di sua madre di Brooklyn, che prima si chiamava Nancy Fein e adesso abitava a West Orange, la buffa Nancy coi denti da coniglio e i due bambini, l’amica del cuore di sua madre che Ferguson conosceva da quando era nato. Sua madre spiegò che dopo aver sviluppato le foto ne avrebbe ingrandita una di parecchi centimetri per poi trasferirla sulla tela, e Nancy l’avrebbe dipinta e trasformata in un ritratto a olio. Era uno dei servizi che Roseland Foto voleva offrire ai clienti: non solo ritratti in bianco e nero ma anche dipinti a olio. Ferguson faticava a capire come ci sarebbero riuscite, ma immaginò che Nancy fosse una pittrice bravissima per portare a termine una trasformazione cosí difficile. Due sabati dopo, lui e sua madre uscirono di casa alle otto del mattino e andarono in centro. Per strada non c’era quasi nessuno, cosí trovarono parcheggio proprio davanti allo studio, ma a venti o trenta metri dall’arrivo, sua madre gli disse di chiudere gli occhi. Ferguson voleva chiederle perché, ma proprio mentre stava per aprire bocca, lei disse: Niente domande, Archie. Allora lui chiuse gli occhi, e quando si fermarono di fronte allo studio sua madre lo aiutò a scendere dall’auto e lo portò per mano nel punto prefissato. Va bene, disse, adesso aprili pure. Ferguson aprí gli occhi e si trovò di fronte alla vetrina del nuovo studio di sua madre, e vide due grandi immagini di se stesso, ciascuna di circa sessanta centimetri per novanta, la prima era una foto in bianco e nero, la seconda una copia esatta della prima ma a colori, con i capelli biondo scuro, gli occhi grigio-verdi e la giacca marrone punteggiata di rosso molto somiglianti a com’erano dal vero. La pennellata di Nancy era cosí precisa, cosí perfetta nell’esecuzione, che Ferguson non capí se stesse guardando una foto o un dipinto. Passò qualche settimana, e con i ritratti esposti in pianta stabile, la gente cominciò a riconoscerlo e a fermarlo per strada chiedendogli se era il ragazzino nella vetrina di Roseland Foto. Era diventato il seienne piú famoso di Montclair, il manifesto dello studio di sua madre, una leggenda.
Il 29 settembre del 1954, Ferguson non andò a scuola. Aveva la febbre a 38,6 e aveva passato la notte a vomitare in una pentola d’alluminio che sua madre gli aveva lasciato per terra accanto al letto. Prima di uscire per andare al lavoro, sua madre gli disse di restare in pigiama e dormire il piú possibile. Se non ci fosse riuscito, doveva stare a letto con i suoi giornalini e ricordarsi di mettere le pantofole per andare in bagno. All’una, comunque, la febbre era diminuita a 37,2 e lui si sentiva abbastanza bene per scendere da Cassie a chiederle qualcosa da mangiare. Lei gli preparò le uova strapazzate e una fetta di pane tostato senza burro, che gli andarono giú senza dargli fastidio allo stomaco, cosí invece di tornare di sopra e rimettersi a letto, si trascinò nella stanzetta accanto alla cucina che i genitori chiamavano «lo studiolo» o «il salottino» e accese il televisore. Cassie lo seguí, si sedette sul divano vicino a lui e annunciò che stava per cominciare la prima partita delle World Series. Ferguson sapeva cosa fossero ma non aveva mai guardato una partita, e aveva visto le partite del campionato regolare solo un paio di volte, non perché non gli piacesse, anzi, lo divertiva un mondo giocare a baseball, ma soltanto perché quando c’erano le partite in diurna lui era sempre fuori con gli amici, e quando cominciavano quelle serali lo avevano già messo a letto. Riconobbe i nomi di alcuni giocatori importanti – Williams, Musial, Feller, Robinson, Berra – ma lui non tifava per nessuna squadra in particolare, non leggeva le pagine sportive del «Newark Star-Ledger» o del «Newark Evening News» né aveva idea di cosa significasse essere un tifoso. Al contrario, la trentottenne Cassie Burton era un’accanita tifosa dei Brooklyn Dodgers, soprattutto perché ci giocava Jackie Robinson, il numero 42, seconda base, che lei chiamava sempre il mio vecchio Jackie, il primo uomo di pelle scura a indossare la divisa della Major League, notizia che Ferguson aveva appreso sia da sua madre sia da Cassie, ma Cassie era piú ferrata sull’argomento perché aveva anche lei la pelle scura, aveva vissuto in Georgia i primi diciotto anni della sua vita e parlava con un forte accento del Sud, che a Ferguson pareva strano e meraviglioso, una musica cosí languida che non si stancava mai di ascoltare. Quell’anno, gli spiegò Cassie, i Dodgers non partecipavano, li avevano eliminati i Giants, ma anche i Giants erano una squadra locale, perciò sperava che vincessero le Series. Avevano qualche bravo giocatore di colore, disse (usò proprio queste parole, di colore, anche se la mamma aveva spiegato a Ferguson che bisognava dire nero quando si parlava di persone con la pelle nera o marrone, e quant’era strano, pensò lui, che una nera non dicesse nero ma di colore, a ennesima riprova che il mondo era proprio sconclusionato), ma nonostante la presenza di Willie Mays, Hank Thompson e Monte Irvin nell’organico dei Giants, li davano tutti per spacciati contro i Cleveland Indians, che avevano stabilito il primato di partite vinte da una squadra dell’American League. Vedremo, disse Cassie, che non era disposta a concedere niente agli esperti di pronostici, quindi lei e Ferguson si misero comodi a guardare la trasmissione dal Polo Grounds, che cominciò male, perché Cleveland segnò due punti all’inizio del primo inning, ma i Giants recuperarono alla fine del terzo, poi il gioco diventò una di quelle lotte tese, tutte lanci (Maglie contro Lemon) in cui nessuno conclude granché e tutto può dipendere da un singolo turno di battuta, che accresce l’importanza e la tensione di ogni lancio man mano che il gioco si trascina. Quattro inning consecutivi senza che nessuna delle due squadre attraversasse il piatto, poi, all’improvviso, all’inizio dell’ottavo, gli Indians mandarono due corridori in casa base, ed ecco farsi avanti Vic Wertz, battitore mancino di potenza, che intercettò la palla veloce del lanciatore di rilievo dei Giants, Don Liddle, e la spedí nel settore centrale del campo esterno a una profondità tale che Ferguson pensò fosse un fuoricampo sicuro, ma all’epoca era ancora un novellino e non sapeva che il Polo Grounds aveva una strana configurazione, con il centro del campo esterno piú profondo di tutto il baseball, 147 metri dal piatto della base al recinto, ragion per cui quella monumentale volata che su qualsiasi altro terreno sarebbe stata un fuoricampo, non sarebbe arrivata neppure alle gradinate, ma comunque fu un colpo strepitoso, e con tutta certezza avrebbe veleggiato sopra il settore centrale e rimbalzato fino al muro, buono per un triplo, forse anche un fuoricampo interno, che avrebbe dato agli Indians almeno altri due se non tre punti, ma poi Ferguson vide qualcosa che sfidava qualunque pronostico, una prodezza atletica che fece impallidire ogni altra impresa umana a cui aveva assistito nella sua breve vita, perché il giovane Willie Mays stava rincorrendo la palla con la schiena rivolta al diamante, correva come Ferguson non aveva mai visto correre nessuno, scattando dall’istante in cui la palla si era staccata dalla mazza di Wertz, come se il rumore della palla contro il legno gli avesse detto esattamente dove sarebbe atterrata la palla, Willie Mays che non guardava in alto né indietro quando scattò verso la palla, seguendone la traiettoria anche se non la vedeva, come se avesse avuto gli occhi sulla nuca, e poi la palla raggiunse la sommità del suo arco e cominciò a scendere verso un punto a circa 135 metri dal piatto della base, ed ecco Willie Mays che tendeva il braccio in avanti, e la palla che scendeva passando sopra la sua spalla sinistra e atterrava nel cavo del guanto aperto. Appena Mays afferrò la palla, Cassie saltò in piedi e si mise a strillare, Porco boia! Porco boia! Porco boia!, ma non fu solo questione di presa, poiché nell’istante in cui dalla base gli altri avevano visto la palla staccarsi dalla mazza di Wertz si erano messi a correre, a correre convinti che avrebbero segnato il punto, che dovevano segnarlo perché nessun estremo centro avrebbe potuto prendere una palla del genere, e cosí Mays, subito dopo aver preso la palla, si girò e la lanciò verso gli interni, un lancio di una lunghezza folle tirato cosí forte da fargli perdere il berretto, che cadde a terra dopo che la palla si staccò dalla sua mano, e non solo Wertz era out, ma il primo corridore non poté piú segnare sulla volata. La partita era ancora in parità. Sembrava inevitabile che i Giants avrebbero vinto alla fine dell’ottavo o del nono, ma non fu cosí. Si andò agli extra inning. Marv Grissom, il nuovo lanciatore di rilievo dei Giants, impedí agli Indians di segnare punti all’inizio del decimo, poi i Giants misero due uomini alla fine dell’inning, inducendo l’allenatore Leo Durocher a far entrare Dusty Rhodes come battitore di riserva. Come suonava bene quel nome, si disse Ferguson, Dusty Rhodes, somigliava a dusty roads, strade polverose: era un po’ come chiamare uno Marciapiedi Bagnati o Vie Nevose, ma quando Cassie vide l’uomo dell’Alabama con i sopracciglioni che faceva riscaldamento provando le battute, disse: Guarda quel vecchio sudista con la barbetta ispida. Se non è ubriaco, Archie, io sono la regina d’Inghilterra. Ubriaco o no, la vista gli funzionava alla grande quel giorno, e mezzo secondo dopo che Bob Lemon, col braccio stanco, ebbe tirato una palla veloce ma non troppo sopra il centro del piatto, Rhodes la intercettò e la spedí oltre il muro all’esterno destro. Fine della partita. Giants 5, Indians 2. Cassie lanciò un urlo. Ferguson lanciò un urlo. Si abbracciarono, saltarono su e giú, ballarono insieme per la stanza, e da quel giorno il baseball diventò lo sport di Ferguson.
I Giants travolsero gli Indians aggiudicandosi anche la seconda, la terza e la quarta partita, vittoria miracolosa che regalò al settenne Ferguson molta felicità, ma i risultati delle World Series del 1954 allietarono zio Lew come nessun altro. Nel corso degli anni il fratello maggiore di suo padre aveva subíto i suoi alti e bassi da scommettitore, perdendo regolarmente piú di quanto vinceva ma vincendo sempre quel tanto per restare a galla, e mentre i bene informati scommettevano su Cleveland, sarebbe stato logico seguire il gregge, ma lui teneva per i Giants, tifava per loro nel bene e nel male da piú di trent’anni, e per una volta decise di ignorare le statistiche e scommettere con il cuore anziché con la testa. Non solo puntò sugli sfavoriti, ma scommise su quattro vittorie di fila, un pronostico cosí assurdo e senza senso che il suo allibratore glielo quotò 300 a 1, vale a dire che per la modica cifra di duecento dollari l’elegante Lew Ferguson si portò a casa un bel malloppo, sessantamila verdoni, una somma enorme per l’epoca, una fortuna. Fu un bottino cosí spettacolare, dagli effetti cosí sorprendenti, che zio Lew e zia Millie invitarono tutti a una festa in casa loro, un’abbuffata celebrativa a base di champagne, aragosta e grosse bistecche di primo taglio, con visione in anteprima della nuova pelliccia di visone di Millie e giro dell’isolato sulla nuova Cadillac bianca di Lew. Quel giorno Ferguson aveva la luna un po’ storta (gli faceva male la pancia, Francie non c’era e gli altri cugini in pratica non gli rivolgevano la parola), ma immaginava che gli altri si stessero divertendo. Dopo i festeggiamenti, però, tornando insieme ai genitori sulla macchina blu, fu preso alla sprovvista quando sua madre iniziò a sparlare di zio Lew con suo padre. Non riuscí a seguire tutto quello che diceva, ma non aveva mai sentito tanta collera nella sua voce, un’invettiva acrimoniosa che sembrava dipendere dal fatto che lo zio doveva dei soldi a suo padre, e come osava Lew buttare i soldi sulle Cadillac e le pellicce di visone prima di aver pagato il debito. All’inizio suo padre la prese con calma ma poi alzò la voce, cosa che non succedeva quasi mai, e all’improvviso cominciò a sbraitare, disse che doveva smetterla, che Lew non gli doveva niente, che erano soldi di suo fratello e poteva farci quel che diamine gli pareva. Ferguson sapeva che ogni tanto i suoi litigavano (sentiva le voci dal muro della loro stanza), ma era la prima volta che si davano battaglia di fronte a lui, e siccome era la prima volta, si accorse inevitabilmente che il mondo era cambiato in qualcosa di fondamentale.
L’anno seguente, subito dopo il Ringraziamento, il magazzino di suo padre fu svaligiato di notte. Il magazzino era l’edificio basso in blocchetti di calcestruzzo che si trovava alle spalle di MondoCasa, e Ferguson negli anni ci era stato diverse volte, un vasto locale che puzzava di umidità, con file e file di scatoloni contenenti televisori, frigoriferi, lavatrici e tutte le altre cose che i fratelli vendevano sul mercato. La merce in negozio era solo in esposizione, ma quando un cliente voleva acquistare qualcosa, un certo Ed, un omone con una sirena tatuata sull’avambraccio destro che aveva prestato servizio su una portaerei durante la guerra, l’andava a prendere in magazzino. Se era una cosa piccola come un tostapane, una lampada o una caffettiera, Ed la consegnava al cliente, che poteva portarsela a casa con la propria auto, ma se era una cosa grande come una lavatrice o un frigorifero, Ed e un altro veterano muscoloso di nome Phil la caricavano sul furgone delle consegne e la portavano a casa del cliente. Cosí veniva gestita l’attività da MondoCasa, e Ferguson conosceva bene il sistema, era abbastanza grande da capire che il magazzino era il cuore dell’azienda, cosí quando sua madre lo svegliò la domenica mattina dopo il Ringraziamento e gli disse che avevano svaligiato il magazzino, lui colse immediatamente l’orrenda portata di quel crimine. Il magazzino vuoto significava niente piú affari; niente affari significava niente soldi; niente soldi significava guai: l’ospizio dei poveri! la fame! la morte! Sua madre precisò che la situazione non era cosí disperata poiché tutte le merci rubate erano assicurate, però sí, era un duro colpo, specialmente ora che stava per cominciare la stagione degli acquisti natalizi, e siccome probabilmente sarebbero passate settimane o mesi prima che la compagnia di assicurazioni sborsasse i soldi, il negozio non poteva sopravvivere senza un prestito d’emergenza dalla banca. Suo padre intanto era a Newark a parlare con la polizia, gli disse, e dal momento che ogni articolo aveva un numero di serie, forse c’era la possibilità, una piccola possibilità, di scovare e acciuffare i ladri.
Il tempo passava e i ladri non si trovavano, ma suo padre riuscí a ottenere il prestito dalla banca, ragion per cui Ferguson e la sua famiglia evitarono il disonore di doversi trasferire all’ospizio dei poveri. La vita dunque andò avanti piú o meno come negli ultimi anni, ma Ferguson avvertiva una nuova atmosfera in casa, un clima cupo, tetro e misterioso che aleggiava nell’aria. Ci mise un po’ a individuare l’origine di quella variazione barometrica, ma osservando sua madre e suo padre ogni volta che erano con lui, insieme o singolarmente, concluse che sua madre di fondo non era cambiata: continuava a raccontare un sacco di aneddoti sul suo lavoro di fotografa, a produrre la sua quota giornaliera di sorrisi e risate, a parlargli guardandolo dritto negli occhi, a scatenarsi a ping-pong nella veranda riscaldata sul retro, ad ascoltarlo attentamente ogni volta che la consultava per un problema. Era suo padre quello diverso, quel padre di norma già poco loquace adesso non apriva quasi bocca la mattina a colazione, sembrava distratto e assente, come concentrato su qualcosa di oscuro e doloroso che non intendeva confidare a nessuno. Poco dopo l’inizio del nuovo anno, quando il 1955 era diventato 1956, Ferguson trovò il coraggio di andare da sua madre a chiederle che cosa non andava, di spiegargli perché suo padre aveva l’aria cosí triste e distante. Colpa del furto al magazzino, rispose lei, il furto se lo stava mangiando vivo, e piú ci pensava, meno riusciva a pensare ad altro. Ferguson non capiva. I ladri erano entrati nel magazzino sei o sette settimane prima, l’assicurazione avrebbe pagato le merci andate perse, la banca aveva concesso il prestito e il negozio era ancora in piedi. Perché suo padre si preoccupava se non c’era nulla di cui preoccuparsi? Vide sua madre esitare, come se fosse combattuta e non sapesse se confidarsi con lui, se fosse abbastanza grande per affrontare la realtà dei fatti, il dubbio le attraversò lo sguardo solo per un attimo, eppure fu palpabile, e poi, accarezzandogli la testa e studiando il suo viso di non ancora nove anni, si decise, e si aprí con lui come mai in passato, rivelandogli il segreto che dilaniava suo padre. La polizia e la compagnia di assicurazioni stavano ancora indagando sul caso, gli disse, ed erano entrambi giunti alla conclusione che i ladri avevano un basista, cioè che il furto era stato organizzato da qualcuno che lavorava nel negozio. Ferguson, che conosceva tutto il personale di MondoCasa, dai magazzinieri Ed e Phil alla ragioniera Adelle Rosen al tecnico Charlie Sykes al custode Bob Dawkins, sentí i muscoli dello stomaco stringersi come un piccolo pugno doloroso. Non era possibile che una di quelle brave persone avesse fatto una cosa cosí brutta a suo padre, nessuno di loro era capace di un simile tradimento, perciò la polizia e l’assicurazione si sbagliavano di sicuro. No, Archie, disse sua madre, non credo che si sbaglino. Però non è stato nessuno di quelli che hai nominato.
Che cosa voleva dire?, si domandò Ferguson. Le uniche altre persone che lavoravano al negozio erano zio Lew e zio Arnold, i fratelli di suo padre, e i fratelli non si derubavano tra loro, giusto? Certe cose proprio non esistevano.
Tuo padre ha dovuto fare una scelta terribile, disse sua madre. Ritirare la denuncia e la richiesta di risarcimento, o mandare in prigione Arnold. Secondo te che cosa ha fatto?
Ha ritirato la denuncia e non ha mandato Arnold in prigione.
Ovviamente. Non si sarebbe mai sognato di farlo. Ma ora capisci perché è cosí angosciato.
Una settimana dopo questa conversazione, sua madre gli comunicò che zio Arnold e zia Joan si trasferivano a Los Angeles. Disse che Joan le sarebbe mancata, ma probabilmente era meglio cosí, perché il danno fatto era irreparabile. Due mesi dopo la partenza di Arnold e Joan per la California, zio Lew ebbe un incidente con la Cadillac bianca sulla Garden State Parkway e morí nell’ambulanza che lo stava portando in ospedale, e prima che chiunque potesse comprendere la rapidità con cui gli dèi compivano la loro opera quando non avevano di meglio da fare, il clan Ferguson si era disintegrato.
1.2
Quando Ferguson aveva sei anni sua madre gli raccontò che lo aveva quasi perso. Perso non nel senso di non sapere dove ci si trova ma perso nel senso di essere morto, abbandonare la vita terrena e volare in cielo come uno spirito incorporeo. Non aveva ancora un anno e mezzo, gli disse sua madre, e una sera gli venne la febbre, una febbriciattola che diventò subito un febbrone, piú di 41, una temperatura allarmante anche per un bambino piccolo, e cosí lei e Stanley lo infagottarono e lo portarono all’ospedale, dove gli vennero le convulsioni, che avrebbero potuto ucciderlo facilmente, poiché perfino il dottore che gli tolse le tonsille quella notte disse che era tutto un’incognita, intendendo con questo che non poteva essere certo che Ferguson sarebbe sopravvissuto, che era tutto nelle mani di Dio, e lei ebbe cosí paura, gli raccontò, una paura cosí tremenda di perdere il suo piccolino, che per poco non impazzí.
Quello fu il momento peggiore, gli disse, l’unica volta in cui aveva creduto che il mondo sarebbe finito davvero, ma c’erano state altre disavventure, un intero repertorio di traumi e infortuni imprevisti, e lí cominciò a elencare i vari incidenti che gli erano capitati da piccolo, molti dei quali avrebbero potuto ucciderlo o menomarlo, quando si stava strozzando con un boccone di bistecca non masticato, per esempio, o il vetro rotto che gli entrò sotto il piede e ci vollero quattordici punti, o la volta che inciampò e cadde su uno scoglio e si squarciò la guancia sinistra e ci vollero undici punti, o quando lo punse un’ape e aveva gli occhi chiusi per il gonfiore, o in estate, quando stava imparando a nuotare e per poco non annegava perché il cugino Andrew lo aveva spinto sott’acqua, e ogni volta che sua madre narrava uno di questi episodi, si fermava un attimo a chiedergli te lo ricordi, e in effetti lui se lo ricordava, ricordava praticamente tutto come se fosse successo solo il giorno prima.
Ebbero questa conversazione a metà giugno, tre giorni dopo che Ferguson era caduto dalla quercia in giardino e si era rotto la gamba sinistra, e quello che sua madre voleva dimostrare, recitando quella litania di piccole sciagure, era che quando si era fatto male si era sempre ripreso, il suo corpo aveva sofferto per un periodo e poi aveva smesso di soffrire, e sarebbe andata cosí anche con la gamba. Certo era un peccato dover portare l’ingessatura, ma prima o poi gliel’avrebbero tolta e sarebbe tornato come nuovo. Ferguson volle sapere quanto tempo sarebbe passato e sua madre disse un mese o giú di lí, una risposta assai vaga e insoddisfacente secondo lui, un mese equivaleva a un ciclo lunare e poteva essere sopportabile se il caldo non fosse diventato asfissiante, ma giú di lí significava piú di un mese, un periodo di tempo indefinito e dunque intollerabile. Prima che Ferguson andasse in bestia per l’ingiustizia della situazione, sua madre gli fece una domanda, una strana domanda, forse la piú strana che gli avesse mai fatto.
Sei arrabbiato con te stesso, Archie, o sei arrabbiato con l’albero?
Che cosa sconcertante da chiedere a un bambino che non aveva nemmeno finito l’asilo. Arrabbiato? Perché doveva essere arrabbiato? Perché non poteva sentirsi solo triste?
Sua madre sorrise. Era felice che non ce l’avesse con l’albero, gli disse, perché lei adorava quell’albero, lei e suo padre adoravano quell’albero, e avevano comprato la casa a West Orange soprattutto perché il giardino era grande, e la cosa migliore e piú bella del giardino era la quercia che torreggiava proprio al centro. Tre anni e mezzo prima, quando lei e il padre di Ferguson avevano deciso di lasciare l’appartamento di Newark e comprare una casa nei sobborghi, avevano cercato in vari posti, Montclair e Maplewood, Millburn e South Orange, senza trovare quello che faceva al caso loro, e si sentivano stanchi e scoraggiati a furia di guardare tante case sbagliate, ma poi arrivarono in quella lí e capirono che era la casa giusta. Era contenta che non fosse arrabbiato con l’albero, disse, perché altrimenti sarebbe stata costretta ad abbatterlo. Perché doveva abbatterlo?, chiese Ferguson, cominciando a ridere al pensiero della madre che abbatteva un albero cosí grande, la sua bellissima madre vestita da boscaiolo che si avventava contro la quercia con un’enorme scure scintillante. Perché io sono dalla tua parte, Archie, disse lei, e qualunque tuo nemico è anche mio nemico.
Il giorno dopo il padre di Ferguson tornò da MondoCasa con un condizionatore per la cameretta. Comincia a fare caldo, disse, cioè voleva che suo figlio stesse comodo mentre languiva a letto con l’ingessatura, e poi, continuò, era utile per la febbre da fieno, perché il polline non sarebbe entrato in camera, dato che il naso di Ferguson era sensibilissimo alle sostanze irritanti trasportate dall’aria che si sprigionavano da erba, polvere e fiori, e meno starnutiva durante la convalescenza, meno gli avrebbe fatto male l’osso fratturato, perché lo starnuto era una forza potente, e se era grosso poteva ripercuotersi in tutto il corpo, dalla testa che prendeva una frustata alla punta dei piedi. Il seienne Ferguson guardò suo padre installare il condizionatore alla finestra a destra della scrivania, un’operazione piú elaborata di quanto immaginava, che ebbe inizio con lo smontaggio della zanzariera e che prevedeva l’uso di un metro, una matita, un trapano, una pistola per silicone, due stecche di legno non verniciato, un cacciavite e diverse viti, e Ferguson rimase colpito dalla cura e la sveltezza con cui lavorava suo padre, come se le mani capissero cosa fare senza ricevere istruzioni dalla mente, mani autonome, per cosí dire, dotate di una loro sapienza particolare, poi arrivò il momento di issare il grande cubo metallico e montarlo alla finestra, un oggetto cosí grande da sollevare, pensò Ferguson, ma suo padre ci riuscí senza tradire alcuna fatica, e mentre ultimava il lavoro con il cacciavite e la pistola per il silicone, cominciò a canticchiare una canzone che canticchiava sempre quando aggiustava qualcosa in casa, un vecchio pezzo di Al Jolson intitolato Sonny Boy: You’ve no way of knowing | There’s no way of showing | What you mean to me Sonny. Suo padre si chinò a raccogliere una vite avanzata che era caduta a terra, e quando si raddrizzò si afferrò improvvisamente la parte bassa della schiena con la mano destra. Och un vai, disse, mi sa che mi sono preso uno strappo. Per calmare gli strappi muscolari, gli spiegò suo padre, bisognava stendersi a pancia in su per diversi minuti, meglio se sopra una superficie dura, e siccome la superficie piú dura della stanza era il pavimento, suo padre si stese subito sul pavimento accanto al letto di Ferguson. Che insolita prospettiva, guardare dall’alto suo padre sdraiato sul pavimento, e mentre Ferguson si sporgeva dal bordo del letto a studiare la smorfia sul viso del padre, decise di fargli una domanda, una domanda a cui aveva pensato diverse volte nell’ultimo mese senza mai trovare il momento giusto per farla: Cosa faceva prima di diventare il padrone di MondoCasa? Vide lo sguardo di suo padre vagare sul soffitto, come in cerca di una risposta, poi Ferguson notò che i muscoli intorno alla bocca di suo padre tiravano verso il basso, un gesto che lui conosceva bene, spia del fatto che stava sforzandosi di soffocare un sorriso, che a sua volta significava che stava per succedere qualcosa di inatteso. Mi dedicavo alla caccia grossa, disse suo padre, calmo e impassibile, senza tradire alcun segno del fatto che stava per lanciarsi nella piú immane caterva di stupidaggini che avesse mai rifilato al figlio, e per i venti o trenta minuti successivi rievocò leoni, tigri ed elefanti, il torrido caldo africano, quando si faceva largo nella giungla col machete, attraversava il Sahara a piedi, scalava il Kilimangiaro, e la volta in cui per poco non fu inghiottito intero da un serpente gigantesco, o quando lo catturarono i cannibali che stavano per gettarlo in un calderone d’acqua bollente ma all’ultimo minuto era riuscito a liberarsi dalle liane che gli legavano polsi e caviglie ed era fuggito da quei feroci assassini scomparendo nel folto della giungla, oppure il suo ultimo safari prima di tornare a casa e sposare la madre di Ferguson, quando si era perso nel cuore piú tenebroso dell’Africa, altresí nota come continente nero, e aveva vagato per un’ampia, sconfinata savana dove aveva visto un branco di dinosauri al pascolo, gli ultimi dinosauri rimasti sulla terra. Ferguson era abbastanza grande per sapere che i dinosauri si erano estinti da milioni di anni, ma le altre storie gli sembravano plausibili, non necessariamente vere, forse, ma non impossibili, e dunque degne di essere credute, forse. Poi sua madre entrò in camera, e quando vide il padre di Ferguson steso sul pavimento, gli chiese se gli faceva male la schiena. No, no, disse lui, mi stavo solo riposando, poi si alzò come se la sua schiena stesse benissimo, andò alla finestra e accese il condizionatore.
Sí, il condizionatore rinfrescava la stanza e calmava gli starnuti, e siccome faceva piú fresco l’ingessatura non gli prudeva cosí tanto, ma vivere in un ambiente refrigerato presentava anche qualche inconveniente, il rumore innanzitutto, che era un rumore strano e incomprensibile, perché a volte lo sentiva e altre no, ma quando lo sentiva gli sembrava monotono e sgradevole, ma il peggio era con le finestre, che dovevano restare chiuse per mantenere il fresco, e siccome erano perennemente chiuse e il motore era continuamente acceso, lui non poteva sentire gli uccelli che cantavano, e l’unica cosa bella mentre era recluso in quella stanza con la gamba ingessata era ascoltare gli uccelli sugli alberi proprio fuori dalla finestra, il cinguettio, il gorgheggio e la cantilena di quegli uccelli che producevano suoni che per Ferguson erano i piú meravigliosi al mondo. Dunque l’aria condizionata aveva i suoi pro e i suoi contro, i suoi vantaggi e i suoi disagi, e al pari di tante altre cose che il mondo destinò a Ferguson nel corso della vita, era, come diceva spesso sua madre, un’arma a doppio taglio.
La cosa che piú gli dava fastidio di quella caduta dall’albero era che non doveva succedere. Ferguson poteva accettare il dolore e la sofferenza quando gli parevano necessari, per esempio vomitare quando aveva la nausea o lasciare che il dottor Guston gli piantasse un ago nel braccio per fargli un’iniezione di penicillina, ma il dolore superfluo violava i principî del buonsenso, dunque era stupido e insopportabile. Fu anche tentato d’incolpare Chuckie Brower dell’incidente, ma alla fine si rese conto che era solo una debole scusa, perché cosa cambiava se Chuckie lo aveva sfidato ad arrampicarsi sull’albero? Ferguson aveva accettato la sfida, ragion per cui voleva arrampicarsi sull’albero, aveva scelto di arrampicarsi sull’albero, dunque era lui il responsabile di quello che era successo. E va bene che Chuckie aveva promesso di seguire Ferguson se Ferguson fosse salito per primo e poi si era rimangiato la promessa, raccontando che aveva paura, va bene che i rami erano troppo distanti fra loro e lui non era abbastanza alto per arrivarci, ma il fatto che Chuckie si fosse tirato indietro era irrilevante, perché anche se fosse salito, come avrebbe potuto impedire a Ferguson di cadere? E cosí Ferguson cadde, mancò la presa mentre si tendeva verso un ramo che era a piú di mezzo centimetro da dove sarebbe stato in grado di afferrarlo saldamente, mancò la presa e cadde, e adesso era sdraiato a letto con la gamba sinistra imprigionata da un’ingessatura che sarebbe stata una sua parte anatomica per un mese o giú di lí, vale a dire piú di un mese, e non poteva incolpare nessuno di quella sfortuna all’infuori di se stesso.
Si assunse la colpa, capí che l’unico responsabile della sua attuale condizione era lui, ma fra questo e dire che l’incidente non si poteva evitare ce ne correva. Stupido, ecco cosa, era stato proprio da stupidi continuare ad arrampicarsi anche se non arrivava bene all’altro ramo, ma se il ramo fosse stato solo un millimetro piú vicino, non sarebbe stato uno stupido. Se Chuckie non fosse venuto a chiamarlo quel mattino, e non gli avesse chiesto di uscire a giocare, non sarebbe stato uno stupido. Se i suoi genitori si fossero trasferiti in uno degli altri posti dove avevano cercato la casa giusta, lui non avrebbe conosciuto Chuckie Brower, non avrebbe nemmeno saputo che Chuckie Brower esisteva, e non sarebbe stato uno stupido, perché si sarebbe arrampicato su un albero di un altro giardino. Interessante, si disse Ferguson, immaginare che le cose potevano essere diverse anche se lui era lo stesso. Lo stesso bambino in una casa diversa con un albero diverso. Lo stesso bambino con genitori diversi. Lo stesso bambino con gli stessi genitori che non facevano le stesse cose di adesso. E se suo padre fosse stato ancora un cacciatore, per esempio, e avessero vissuto tutti quanti in Africa? E se sua madre fosse stata una famosa diva del cinema e avessero vissuto tutti quanti a Hollywood? E se avesse avuto un fratello o una sorella? E se il suo prozio Archie non fosse morto e lui non si fosse chiamato Archie? E se fosse caduto dallo stesso albero e si fosse rotto due gambe anziché una sola? E se fosse morto? Sí, tutto era possibile, le cose andavano in un modo ma ciò non toglieva che potessero andare in un altro. Tutto poteva essere diverso. Il mondo poteva essere lo stesso, eppure se lui non fosse caduto dall’albero, il mondo per lui sarebbe stato diverso, e se fosse caduto dall’albero e non si fosse solo rotto la gamba ma fosse morto, non solo il mondo sarebbe stato diverso, ma lui non avrebbe piú potuto vivere in nessun mondo, e come sarebbero stati tristi sua madre e suo padre mentre lo portavano al cimitero e seppellivano il suo corpo, cosí tristi che avrebbero pianto per quaranta giorni e quaranta notti, per quaranta mesi, per quattrocentoquaranta anni.
Mancava una settimana e mezza alla fine delle scuole e all’inizio delle vacanze estive, ragion per cui non avrebbe fatto troppe assenze rischiando di ripetere l’ultimo anno della scuola materna. Rallegriamoci almeno di questo, disse sua madre, e aveva assolutamente ragione, ma Ferguson non si sentiva tanto allegro in quei primi giorni da infortunato, senza amici con cui parlare all’infuori di Chuckie che passava nel tardo pomeriggio con il fratellino per guardare l’ingessatura, con suo padre assente dalla mattina alla sera perché era al lavoro, con sua madre che girava in macchina per ore in cerca di un locale da affittare per lo studio fotografico che aveva intenzione di aprire in autunno, con Wanda la governante sempre impegnata a fare il bucato e le pulizie se non quando saliva a portargli il pranzo a mezzogiorno e lo aiutava a svuotare la vescica tenendogli la bottiglia del latte dove gli toccava fare pipí invece di sbrigarsela in bagno, quante umiliazioni doveva mandar giú, tutto perché aveva fatto lo stupido errore di cadere da un albero, e ad aumentare la sua frustrazione c’era il fatto di non aver ancora imparato a leggere, che poteva essere un bel modo di passare il tempo, e con la televisione giú in salotto, inaccessibile, momentaneamente proibita, Ferguson passava le giornate arrovellandosi sugli imponderabili quesiti dell’universo, disegnando aeroplanini e cowboy, ed esercitandosi a scrivere copiando i fogli con le lettere dell’alfabeto che gli aveva preparato sua madre.
Poi arrivò una leggera schiarita. Sua cugina Francie finí la terza liceo e prima di partire per andare a fare l’educatrice in un campo estivo nelle Berkshires, venne per diversi giorni a tenergli compagnia, a volte solo per un’ora, a volte anche per tre o quattro, e il tempo che Ferguson passava con lei era sempre la parte piú piacevole della giornata, anzi l’unica parte piacevole, perché Francie era la sua cugina preferita, preferita fra tutti i parenti, e ormai era proprio diventata grande, pensava Ferguson, con il seno e le curve e il corpo simile a quello di sua madre, e proprio come sua madre, gli parlava in un modo che lo faceva sentire calmo e rilassato, come se nulla potesse andar male quand’era con lei, e a volte addirittura stava meglio con Francie che con sua madre, perché poteva dire e fare quello che gli pareva e lei non si arrabbiava mai, neanche quando lui non si controllava piú e diventava scalmanato. Fu quel genio di Francie a lanciare l’idea di decorare l’ingessatura, opera che richiese tre ore e mezza, durante le quali stese con pennellate attente una smagliante serie di blu, rossi e gialli sul gesso bianco, un disegno astratto e vorticoso che gli fece pensare di essere su una giostra velocissima, e mentre spalmava gli acrilici sulla sua nuova e detestata parte anatomica, Francie gli parlava di Gary, il suo ragazzo, quel fusto di Gary che giocava come difensore nella squadra di football del liceo, che però in quel momento era al college, il Williams College nelle Berkshires, non lontano dal campo estivo dove avrebbero lavorato insieme, non vedeva l’ora, disse Francie, e poi annunciò che aveva la spilletta, termine che Ferguson non praticava tanto a quei tempi, cosí lei gli spiegò che Gary le aveva regalato la sua spilletta della confraternita, ma anche confraternita era una parola che sfuggiva alla comprensione di Ferguson, e cosí Francie gli spiegò anche quella, poi fece un gran sorriso e gli disse lascia perdere, l’importante era che la spilletta fosse il primo passo verso la fede nuziale, perché lei e Gary avevano intenzione di annunciare il loro fidanzamento in autunno, e in estate, quando Francie avrebbe compiuto diciotto anni e preso il diploma, lei e Gary si sarebbero sposati. Disse che glielo aveva raccontato perché aveva un lavoro importante per lui, e voleva chiedergli se era disponibile. A fare cosa?, chiese Ferguson. Il paggetto al matrimonio, rispose lei. Neanche stavolta Ferguson capí di cosa stesse parlando, cosí Francie gli spiegò anche questo, e quando le sentí dire che avrebbe dovuto percorrere la navata con la fede poggiata su un cuscino di velluto azzurro e che Gary l’avrebbe presa e messa all’anulare della sua mano sinistra per concludere la cerimonia nuziale, Ferguson convenne che era un lavoro importante, forse il piú importante che gli fosse mai capitato. Con un solenne cenno di assenso, giurò che lo avrebbe fatto. Certo si sarebbe un po’ agitato a percorrere la navata sotto lo sguardo di tutta quella gente, e c’era sempre il rischio che gli tremassero le mani e la fede cadesse per terra, ma doveva farlo perché Francie glielo aveva chiesto, perché Francie era l’unica persona al mondo che non avrebbe mai potuto deludere.
Quando Francie tornò a trovarlo il pomeriggio seguente, Ferguson capí subito che aveva pianto. Naso rosso, tracce nebulose e rosate intorno all’iride destra e sinistra, fazzoletto appallottolato nel pugno: anche un seienne poteva scoprire la verità da certi indizi. Gli venne il dubbio che Francie avesse litigato con Gary, che lui gli avesse tolto la spilletta, in tal caso il matrimonio sarebbe saltato e non gli avrebbero piú chiesto di portare la fede su un cuscino di velluto. Le domandò perché aveva pianto ma lei, anziché pronunciare il nome Gary come Ferguson prevedeva, si mise a parlare di un uomo e una donna di nome Rosenberg, che erano stati giustiziati il giorno prima, arrostiti sulla sedia elettrica, disse, pronunciando quelle parole con una specie di orrore e raccapriccio, e non era giusto, non era giusto, non era giusto, continuò lei, perché probabilmente erano innocenti, avevano sempre detto di essere innocenti, a che pro lasciarsi giustiziare quando potevano salvarsi dicendo di essere colpevoli? Due figli, disse Francie, due maschietti, quali genitori avrebbero volutamente trasformato i propri figli in orfani rifiutando di dichiararsi colpevoli se erano colpevoli, ragion per cui dovevano essere innocenti ed erano morti invano. Ferguson non aveva mai sentito tanto sdegno nella voce di Francie, non aveva mai visto nessuno cosí sconvolto per un’ingiustizia commessa contro quelli che in fin dei conti erano due estranei, perché era chiaro che Francie non conosceva i Rosenberg di persona, perciò stava parlando di qualcosa di molto serio e importante, tanto serio che quelle persone erano morte arrostite per questo, che pensiero orribile, essere arrostiti come una bistecca su una griglia arroventata. Chiese a sua cugina cosa avevano mai fatto i Rosenberg per meritare quella punizione, e Francie spiegò che li avevano accusati di passare segreti ai russi, segreti fondamentali sulla costruzione delle bombe atomiche, e siccome i russi erano comunisti, cosa che li rendeva nostri nemici mortali, i Rosenberg erano stati condannati per alto tradimento, un reato tremendo che voleva dire che avevi tradito il tuo paese e andavi messo a morte, ma in questo caso il reato lo aveva commesso l’America, il governo americano aveva trucidato due innocenti e poi, citando il suo fidanzato e futuro marito, Francie disse: Gary pensa che l’America sia impazzita.
Questa conversazione lo colpí come un pugno allo stomaco, perché Ferguson si sentí perso e impaurito come quando le dita gli erano scivolate via dal ramo e aveva cominciato a cadere dall’albero, quell’orrenda sensazione d’impotenza, solo aria intorno a sé, sotto di sé, nessuna madre, nessun padre, nessun Dio, niente di niente, solo il vuoto del nulla assoluto, il suo corpo in viaggio verso il basso, nella testa soltanto la paura di quello che gli sarebbe successo una volta toccato terra. I genitori non gli parlavano mai di cose come l’esecuzione dei Rosenberg, lo proteggevano dalle bombe atomiche, i nemici mortali, le sentenze ingiuste, i bambini orfani e gli adulti arrostiti, e sentendo raccontare tutto questo da Francie in un unico grandioso scoppio di emozione e sdegno venne colto alla sprovvista, non proprio come se avesse preso un cazzotto in pancia, era piú come in quei cartoni animati che guardava alla televisione: una cassaforte di ghisa che precipitava da una finestra del decimo piano e gli piombava sulla testa. Splat. Cinque minuti di conversazione con la cugina Francie e splat, via tutto. C’era un mondo enorme lí fuori, un mondo di bombe, guerre e sedie elettriche, e lui non ne sapeva quasi niente. Era un tonto, talmente tonto e imbranato che si vergognava della persona che era, un piccolo idiota, presente ma ininfluente, un corpo che occupava spazio cosí come lo occupavano una sedia o un letto, niente piú che uno zero senza cervello, e se voleva cambiare le cose, avrebbe dovuto farlo subito. Miss Lundquist aveva detto che avrebbero imparato a leggere e scrivere in prima elementare, che non aveva senso correre troppo e che sarebbero stati tutti mentalmente pronti a cominciare l’anno dopo, ma Ferguson non poteva aspettare un altro anno, doveva cominciare subito oppure condannarsi a un’altra estate d’ignoranza, perché leggere e scrivere rappresentava il primo passo, concluse, l’unico passo che era in condizioni di fare in quanto persona ininfluente, e se c’era una giustizia al mondo, cosa sulla quale cominciava a nutrire seri dubbi, allora qualcuno sarebbe venuto a offrirgli aiuto.
Al termine di quella settimana, l’aiuto si manifestò sotto le sembianze di sua nonna, che arrivò a West Orange con il nonno la domenica e si installò nella stanza attigua per un soggiorno che si protrasse fino a luglio inoltrato. Un giorno prima che lei arrivasse, Ferguson era entrato in possesso di un paio di grucce che gli permettevano di muoversi liberamente al piano di sopra e cancellavano le umiliazioni della bottiglia del latte, ma scendere da solo al pianterreno era ancora proibito, il viaggio per le scale era ancora troppo pericoloso, cosí doveva portarcelo qualcuno, ennesima onta da subire in silenzio fremendo di rabbia, e siccome sua nonna era troppo debole e Wanda troppo minuta, il trasporto era a carico di suo padre o di sua madre, perciò bisognava scendere di mattina presto, perché suo padre usciva per andare al lavoro qualche minuto dopo le sette e sua madre era ancora in cerca del posto giusto dove aprire lo studio, comunque poco male, non ci teneva a dormire fino a tardi, sempre meglio passare le mattine e i pomeriggi sul portico verandato che languire nella gelida tomba al piano di sopra, e sebbene il clima fosse spesso umido e afoso, erano tornati in scena gli uccelli, che lo ripagavano ampiamente di ogni disagio. Il portico fu dove finalmente sconfisse i misteri dell’alfabeto, delle parole e dei segni d’interpunzione, dove lottò sotto l’egida di sua nonna per avere ragione di certe stranezze quali o e ho, te o tè, casa e cassa, compagna e compagnia, e l’angoscioso rompicapo fra a loro, alloro, all’oro. Fino a quel momento non si era mai sentito molto legato a colei che gli era toccata in sorte come nonna, la sua nebulosa nana di midtown, una persona buona e affezionata, probabilmente, ma cosí quieta e riservata che era difficile instaurare un rapporto con lei, e ogni volta che Ferguson era con i nonni, quel caciarone superdivertente del marito sembrava occupare ogni spazio, lasciandola nell’ombra, quasi del tutto in disparte. Col suo fisico tozzo e rotondetto e le gambe grosse, gli abiti trascurati, fuori moda, le scarpe anonime con i tacconi bassi, gli era sempre parsa qualcuno che apparteneva a un altro mondo, che dimorava in un altro tempo e un altro luogo, di conseguenza non poteva sentirsi a casa in questo mondo, poteva vivere il presente solo come una specie di turista, come se fosse solo di passaggio e desiderasse tornare al suo luogo d’origine. Ciò nonostante, sua nonna sapeva tutto quello che c’era da sapere sulla lettura e la scrittura, e quando Ferguson le chiese se le andava di aiutarlo, lei gli accarezzò la spalla e rispose ma certo, sarebbe un onore. Emma Adler, moglie di Benjy, madre di Mildred e Rose, si dimostrò una maestra paziente anche se un po’ pignola, e si dedicò all’istruzione del nipote senza lasciare nulla al caso, inaugurando il primo giorno con una verifica delle conoscenze di Ferguson, perché le serviva capire esattamente quanto avesse imparato fino ad allora prima di studiare un programma ad hoc. La rincuorò che lui sapesse già riconoscere le lettere dell’alfabeto, tutte e ventisei, quasi tutte le lettere minuscole e maiuscole, e siccome era cosí avanti, gli disse, le avrebbe reso il compito assai meno arduo di quanto credeva. Le lezioni che poi gli tenne erano divise in tre parti: un’ora e mezza di scrittura al mattino, seguita da una pausa pranzo, un’ora e mezza di lettura al pomeriggio e poi, dopo un’altra pausa (a base di limonata, prugne e biscotti), tre quarti d’ora di lettura ad alta voce mentre sedeva con lui sul divano in veranda e gli indicava i vocaboli che le sembravano piú difficili da capire, battendo l’indice paffuto sulla pagina sotto parole dall’ortografia ingannevole come camicie, riscuotere e accelerare, e mentre le sedeva accanto, respirando odore di crema per mani e acqua di rose, Ferguson immaginava il giorno in cui tutto questo sarebbe diventato automatico, quando sarebbe stato capace di leggere e scrivere come chiunque sulla faccia della terra. Ferguson non era un bambino agile, come aveva dimostrato la sua caduta dall’albero, per non parlare delle inciampate e i capitomboli che tormentarono i suoi primi anni di vita, e scrivere gli risultava piú difficile che leggere. Sua nonna diceva, Guarda come faccio io, Archie, e poi scriveva pian piano una lettera per sei o sette volte di fila, le B maiuscole per esempio, o le f minuscole, dopodiché Ferguson cercava di imitarla, e a volte ci azzeccava al primo tentativo, altre invece non c’era verso, e quando continuava a sbagliare anche dopo il quinto o il sesto tentativo, la nonna metteva la mano sopra la sua, l’avvolgeva fra le dita e guidava la matita sulla pagina mentre le loro due mani scrivevano la lettera nella maniera corretta. L’approccio fisico contribuí ad accelerare i progressi di Ferguson, perché tolse quell’esercizio dal regno delle forme astratte e lo rese tangibile e concreto, come se i muscoli della sua mano venissero allenati a eseguire i movimenti richiesti dai contorni di ciascuna lettera, e alla fine, ripetendo l’esercizio in continuazione, ripassando ogni giorno le lettere che aveva già imparato con l’aggiunta di altre quattro o cinque che non conosceva, diventò padrone della situazione e non fece piú errori. Per la lettura invece, le lezioni proseguivano senza intralci, dato che le matite non erano previste e lui poteva filare a passo spedito, incontrando poche barriere mentre passava dalle frasi di tre e quattro parole a quelle di dieci e quindici parole nel giro di due settimane, ed era cosí determinato a diventare un lettore a pieno titolo prima della partenza di sua nonna che era quasi come se si imponesse di capire, come se obbligasse la propria mente a essere cosí ricettiva che ogni nuovo dato, una volta appreso, restava impresso e non veniva piú dimenticato. Sua nonna gli scriveva in stampatello le frasi una alla volta e lui gliele rileggeva una alla volta, a partire da Mi chiamo Archie per poi passare a Guarda Ted che corre a Che caldo stamattina a Quando ti toglieranno l’ingessatura? a Credo che domani pioverà a Ma tu pensa, gli uccelli piccoli cantano meglio di quelli grandi a Sono vecchia e non mi ricordo quando ho imparato a leggere, ma dubito che sarò stata svelta come te, e poi fu promosso al suo primo libro, La storia di due topini cattivi, che parlava di due roditori chiusi in casa di nome Tom Pollice e Hunca Munca che sfasciano una casa di bambola perché il cibo che c’è dentro è di gesso, e Ferguson si gustava fino in fondo la loro furia distruttiva, il raptus scatenato che seguiva lo shock della loro fame delusa, insoddisfatta, e mentre leggeva il libro ad alta voce a sua nonna, incespicava giusto su alcune parole, parole difficili di cui gli sfuggiva il significato, come mussola, incerata, scalpitare e pizzicagnolo. Bella storia, disse alla nonna dopo aver finito, anche molto divertente. Sí, convenne lei, una storia proprio spassosa, e poi, mentre lo baciava sopra la testa, aggiunse: Non avrei saputo leggerla meglio.
Il giorno dopo, sua nonna lo aiutò a scrivere una lettera alla zia Mildred, che Ferguson non vedeva da quasi un anno. Ormai viveva a Chicago, dove faceva la professoressa e insegnava agli studenti del college grandi e grossi come Gary, anche se Gary era in un altro college, il Williams College nel Massachusetts, mentre il college della zia Mildred si chiamava Università di Qualcosa. Pensando a Gary, gli venne naturale pensare anche a Francie e gli sembrò un po’ strano che sua cugina già parlasse di matrimonio a diciassette anni mentre zia Mildred, che aveva due anni piú di sua madre, e quindi ne aveva molti in piú di Francie, non fosse ancora sposata. Chiese alla nonna perché zia Mildred non avesse un marito, ma evidentemente non c’era una risposta per quella domanda, perché sua nonna scosse il capo e ammise che non lo sapeva, e concluse che forse dipendeva dal fatto che Mildred era molto presa dal lavoro o che non aveva ancora trovato l’uomo giusto. Poi sua nonna gli passò una matita e un foglio a righe, spiegandogli che era la carta migliore per scrivere una lettera, ma prima di cominciare doveva pensare bene a quello che voleva dire alla zia, e in piú doveva ricordarsi di scrivere frasi brevi, non perché non fosse capace di leggere le frasi lunghe, ma scrivere era un altro paio di maniche, e siccome scrivere in stampatello era un’operazione lenta, non voleva che perdesse le energie e si fermasse prima della fine.
Cara zia Mildred, scrisse Ferguson, mentre sua nonna scandiva le parole con voce alta e ondeggiante, prolungando il suono di ogni lettera come se fosse una piccola canzone, una melodia che saliva e scendeva mentre la mano di Ferguson si faceva strada sulla pagina. Sono caduto da un albero e mi sono rotto la gamba. Nonna è qui. Mi sta insegnando a leggere e scrivere. Francie ha colorato la mia ingessatura di azzurro, rosso e giallo. È arrabbiata per le persone che sono arrostite sulla sedia. Gli uccelli cantano in giardino. Oggi ho contato undici tipi di uccelli. I miei preferiti sono i fringuelli. Ho letto La storia di due topini cattivi e Peewee the Circus Dog. Che gusto di gelato ti piace di piú, vaniglia o cioccolato? Spero che verrai a trovarci presto. Con affetto, Archie.
Ebbero qualche divergenza riguardo all’uso del vocabolo arrostite, che sua nonna riteneva troppo volgare per parlare di un fatto tragico, ma Ferguson insistette che non si poteva fare altrimenti, non poteva cambiare le parole perché era proprio cosí che Francie gli aveva descritto la situazione, e a lui quella parola piaceva proprio perché era vivida e disgustosa. E comunque era la sua lettera, no?, quindi poteva scrivere quello che voleva. Anche stavolta sua nonna scosse il capo. Non molli mai, eh, Archie? E suo nipote rispose: Perché dovrei mollare se ho ragione?
Avevano appena chiuso la lettera in una busta, quando all’improvviso la madre di Ferguson tornò a casa, discendendo la strada lemme lemme al volante della Pontiac rossa due porte che guidava da quando si erano trasferiti a West Orange tre anni prima, l’auto che Ferguson e i genitori chiamavano il pomodoro del New Jersey, e dopo averla parcheggiata in garage, percorse il prato a grandi passi in direzione del portico, a un ritmo piú veloce del normale, un’andatura accelerata che stava tra la camminata e la corsa, e quando fu abbastanza vicina e poté distinguerne i lineamenti, Ferguson vide che stava facendo un sorriso, un gran sorriso, piú grande e radioso del solito, poi lei alzò il braccio e salutò madre e figlio, un gesto caloroso, segno che era di ottimo umore, e prima ancora che lei salisse i gradini e li raggiungesse sul portico, Ferguson capí esattamente cosa stava per dire, perché era chiaro dal suo rientro anticipato e dalla sua espressione euforica che la lunga ricerca era finalmente terminata, che aveva trovato la sede del suo nuovo studio fotografico.
Era a Montclair, raccontò, a un tiro di schioppo da West Orange, e non solo era abbastanza spaziosa per ospitare tutto quello che le occorreva, si trovava proprio a metà della strada principale. Bisognava fare i lavori, logicamente, ma l’affitto partiva dal primo settembre, quindi avrebbe avuto il tempo di preparare il progetto e aprire il cantiere dal primo giorno. Meno male, esclamò, finalmente una buona notizia, però c’era ancora un problema. Doveva trovare un nome per lo studio e finora non le piaceva nessuna delle sue idee. Foto Ferguson non funzionava per via della doppia f. Montclair Foto non sapeva di niente. Ritratti di Rose, troppo pretenzioso. Rose Foto non andava perché c’erano troppe o. Ritratti Suburbani le ricordava un manuale di sociologia. Immagine Moderna non era male, ma le dava piú l’idea di una rivista di fotografia che di uno studio vero e proprio. Ritratti Ferguson. Centro Foto. F-Stop Foto. Villaggio della Camera Oscura. Il Guardiano del Faro. Rembrandt Foto. Vermeer Foto. Rubens Foto. Essex Foto. Non vanno, disse, fanno tutti schifo, le si era fuso il cervello.
Ferguson intervenne con una domanda. Come si chiamava il posto dove suo padre l’aveva portata a ballare, le chiese, era un nome con la parola rose, il posto dove erano stati prima di sposarsi? Ricordava che una volta lei gliene aveva parlato perché si erano divertiti un sacco, avevano ballato come matti.
Roseland, disse sua madre.
Allora la madre di Ferguson si voltò verso sua madre e le chiese cosa ne pensava di Roseland Foto.
Mi piace, disse sua madre.
E tu, Archie?, gli chiese sua madre. Cosa ne pensi?
Piace anche a me, disse.
A me pure, disse la madre di Ferguson. Non sarà il nome piú bello che sia mai stato inventato, ma suona bene. Dormiamoci sopra. Se ci piacerà anche domattina, magari il problema è risolto.
Quella notte, mentre Ferguson e i genitori e la nonna dormivano nei loro letti al secondo piano della villetta, MondoCasa andò a fuoco. Il telefono squillò alle cinque e un quarto di mattina, e dopo pochi minuti il padre di Ferguson stava già andando a Newark a bordo della sua Plymouth verde bottiglia a verificare i danni. Poiché il condizionatore in camera andava a tutto spiano, Ferguson continuò a dormire durante la telefonata e la concitazione della frettolosa partenza antelucana del padre, scoprendo l’accaduto solo alle sette del mattino. Sua madre sembrava agitata, confusa e stravolta come non l’aveva mai vista, non si comportava piú con la calma e la saggezza incrollabili che lui gli aveva sempre riconosciuto, ma proprio come lui, un essere fragile in preda a tristezza, lacrime e disperazione, e quando lei lo abbracciò Ferguson ebbe paura, non perché il negozio di suo padre era andato a fuoco e non avrebbero avuto piú un soldo per tirare avanti, e quindi avrebbero dovuto traslocare in un ospizio dei poveri e campare di polenta e pane rinsecchito per il resto dei loro giorni, no, questo era già abbastanza grave, ma la cosa davvero spaventosa fu accorgersi che sua madre non era piú forte di lui, che il mondo poteva ferirla con i suoi colpi come feriva lui e che, a parte l’età, non c’era nessuna differenza tra loro.
Il tuo povero padre, disse sua madre. Ha passato una vita intera a costruire quel negozio, ha lavorato, si è spaccato la schiena, e adesso non resta piú niente. Uno accende un fiammifero, va in corto il filo di un impianto, e vent’anni di duro lavoro finiscono in cenere. Dio è crudele, Archie. Dovrebbe proteggere le brave persone di questo mondo, e invece niente. Le fa soffrire come quelle cattive. Uccide David Raskin, brucia il negozio di tuo padre, lascia morire gli innocenti nei campi di sterminio, e poi dicono che è un Dio buono e misericordioso. Mi fanno ridere.
Sua madre smise di parlare. Gli occhi le brillavano di piccole lacrime, notò Ferguson, e si morsicava il labbro, come se cercasse di frenare le parole, come se capisse di essere già andata oltre, di non aver alcun diritto di esprimere tanta amarezza davanti a un figlio di sei anni.
Non ti preoccupare, gli disse. Sono solo arrabbiata. Tuo padre è assicurato contro gli incendi, e non ci succederà niente. È solo un momento sfortunato, ma durerà poco, e alla fine non avremo problemi. Lo sai, no, Archie?
Ferguson annuí, ma solo perché voleva che sua madre si calmasse. Sí, forse non avrebbero avuto problemi, pensò, ma d’altronde, se Dio era crudele come diceva lei, forse li avrebbero avuti. Nulla era certo. Per la prima volta dacché era venuto al mondo duemila e trecentoventicinque giorni prima, il futuro era un’incognita.
E poi: chi diavolo era David Raskin?
1.3
Suo cugino Andrew era morto. Abbattuto durante un’azione, cosí si espresse il padre di Ferguson, ovvero durante una ricognizione notturna sulle gelide montagne tra Corea del Nord e Corea del Sud, un solo proiettile sparato da un soldato comunista cinese, disse suo padre, che entrò nel cuore del cugino Andrew e lo uccise a diciannove anni. Era il 1952, e il cinquenne Ferguson supponeva che avrebbe dovuto sentirsi infelice come tutti gli altri presenti nella stanza, a cominciare da zia Millie e dalla cugina Alice, che non riuscivano a resistere piú di dieci minuti senza scoppiare in lacrime, e dal triste zio Lew, che fumava una sigaretta dopo l’altra e continuava a fissare il pavimento, ma Ferguson non riusciva a provare il dolore imposto da quella circostanza, c’era qualcosa di falso e innaturale a sforzarsi di essere triste quando non era vero, perché in realtà non aveva mai provato simpatia per il cugino Andrew, che lo chiamava mezzasega, sgorbio e testina di cazzo, che alle riunioni di famiglia lo comandava a bacchetta e una volta lo aveva chiuso in uno sgabuzzino per vedere se aveva le palle, e anche quando lasciava in pace Ferguson, c’erano le cose che diceva alla sorella Alice, gli epiteti velenosi come muso di porco e cervello di gallina e gambe da scheletro che facevano rabbrividire Ferguson di disgusto, per non parlare del piacere che Andrew sembrava provare a fare lo sgambetto e prendere a pugni il cugino Jack, che aveva solo un anno meno di Andrew ma era piú basso di mezza testa. Anche i genitori di Ferguson ammettevano che Andrew era un ragazzo difficile, e Ferguson ricordava di aver sempre sentito parlare delle sue bravate a scuola: rispondeva male ai professori, dava fuoco ai cestini dei rifiuti, spaccava i vetri delle finestre, saltava le lezioni, tante di quelle malefatte che alla fine il preside lo aveva sbattuto fuori a metà del terzo anno, dopodiché, quando lo sorpresero a rubare un’auto, il giudice gli diede un aut aut, il carcere o l’esercito, e cosí Andrew si arruolò, fu spedito in Corea e sei settimane dopo era morto.
Ferguson ci avrebbe messo anni a capire fino in fondo l’impatto di quella morte sulla sua famiglia, perché all’epoca era troppo piccolo e poté cogliere unicamente l’effetto definitivo che ebbe su di lui e che si manifestò solo a sette anni e mezzo, perciò i due anni tra il funerale di Andrew e l’evento che mandò in pezzi il loro piccolo mondo passarono nel tourbillon di un’infanzia coniugata al presente, tra faccende terrene come la scuola, lo sport e i giochi, amicizie, programmi televisivi, fumetti, libri di fiabe, malattie, ginocchia sbucciate e lividi, qualche scazzottata, dilemmi morali e innumerevoli domande sulla natura della realtà, e per tutto il tempo Ferguson continuò ad amare i genitori e sentirsi amato da loro, soprattutto dalla sua allegra e affettuosa madre, Rose Ferguson, che possedeva e gestiva Roseland Foto sulla via principale di Millburn, la città in cui abitavano, e in misura minore e piú precaria da suo padre, l’enigmatico Stanley Ferguson, che parlava poco e spesso sembrava quasi non accorgersi dell’esistenza del figlio, ma Ferguson capiva che suo padre aveva tante cose per la testa, che occuparsi di MondoCasa era un lavoro impegnativo a tempo pieno, e quindi suo padre non poteva che essere distratto, ma nei rari momenti in cui non era distratto e riusciva a concentrare lo sguardo sul figlio, Ferguson era sicuro che suo padre lo riconoscesse, che non l’avesse scambiato per un altro. In altre parole, Ferguson viveva tranquillo, e i suoi bisogni materiali venivano soddisfatti in maniera costante, scrupolosa: un tetto sulla testa, tre pasti al giorno, vestiti freschi di bucato, nessuna privazione fisica da sopportare, nessun tormento emotivo a bloccare il suo cammino, e in quel periodo fra i cinque anni e mezzo e i sette anni e mezzo diventò quello che gli educatori avrebbero definito un bambino sano e normale con un’intelligenza superiore alla media, un bell’esemplare di ragazzino americano anni Cinquanta. Ma era troppo immerso nel tumulto della propria vita per fare caso a quel che succedeva oltre la sfera dei suoi interessi immediati, e siccome i suoi genitori non erano tipi da confessare le loro preoccupazioni a un bambino piccolo, non c’era modo di prepararsi al disastro che avvenne il 3 novembre 1954, che lo espulse dall’Eden della sua infanzia e rivoluzionò completamente la sua vita.
Fra le tante cose che Ferguson ignorava prima di quel fatidico momento c’erano per esempio:
1) L’enorme dolore di Lew e Millie per la morte del figlio, aggravato dal fatto di considerarsi genitori falliti, avendo cresciuto quella che ritenevano una persona disturbata, un figlio delinquente senza coscienza né principî morali, uno che si prendeva gioco delle regole e dell’autorità, che si beava creando il caos ovunque potesse, un disonesto senza appello, un poco di buono, e Lew e Millie si torturavano per quel fallimento, si chiedevano se erano stati troppo duri o troppo morbidi con lui, si chiedevano in quale modo avrebbero potuto impedirgli di rubare quell’auto, con cui aveva firmato la sua condanna a morte, e come si disperavano per averlo spinto ad arruolarsi, credendo che sarebbe servito a raddrizzarlo, invece era finito in una cassa di legno due metri sottoterra, perciò si sentivano responsabili anche della sua morte, non solo della sua vita ribelle, rabbiosa, sprecata, ma anche della sua morte in cima a quella gelida montagna della desolata Corea.
2) A Lew e Millie piaceva bere. Erano una di quelle coppie che lo fanno per passatempo e per compulsione, due istrioni fascinosi, beoni spensierati ogni volta che trincavano entro i limiti delle loro capacità, alquanto notevoli, ma stranamente era quel grissino di Millie che reggeva meglio, che non barcollava o biascicava quasi mai, mentre il suo ben piú grosso marito a volte esagerava, e Ferguson ricordava di aver visto lo zio, anche prima che morisse Andrew, svenire sul divano e mettersi a russare nel bel mezzo di una rumorosa festa di famiglia, cosa che allora suscitò l’ilarità generale, ma adesso, all’indomani di quella morte, Lew aveva preso a bere ancora di piú, senza limitarsi alle feste, agli aperitivi e al bicchierino prima di andare a letto ma aggiungendoci il cicchetto di mezzogiorno e i sorsi rubati dalla fiaschetta che portava sempre nella tasca interna della giacca, che senza dubbio lo aiutavano a stordire il dolore che gli stringeva il cuore dilaniato, distrutto dal senso di colpa, ma l’alcol cominciò a condizionare il lavoro al negozio, a volte lo faceva straparlare quando illustrava ai clienti i rispettivi vantaggi delle lavatrici Whirlpool e Maytag, e quando non straparlava, alle volte era irritabile, e quando era irritabile ci provava gusto a insultare la gente, e gli affari di MondoCasa non si gestivano certo in quel modo, e cosí il padre di Ferguson doveva intervenire, allontanare Lew dal cliente sdegnato e dirgli di tornarsene a casa a dormirci sopra.
3) Un fatto risaputo di Lew era il suo pallino per le scommesse. Non fosse stato per Millie, che lavorava come addetta agli acquisti ai grandi magazzini Bamberger’s nel centro di Newark, la famiglia sarebbe finita sul lastrico anche prima, dato che buona parte di quanto guadagnava lui da MondoCasa finiva di preferenza nelle tasche del suo allibratore. Ora che non si teneva piú col bere, cominciò a non tenersi piú neanche con le scommesse improbabili, il sogno del colpaccio spettacolare che capita una volta sola nella vita, la vincita leggendaria di cui si sarebbe parlato per decenni, e piú le sue ipotesi diventavano stravaganti, piú soldi perdeva. Nell’agosto del 1954 aveva un buco di trentaseimila dollari e Ira Bernstein, l’uomo che da dodici anni gli piazzava le scommesse, cominciava a perdere la pazienza. Lew aveva bisogno di liquidi, non meno di dieci o dodicimila dollari, un bel gruzzolo per dimostrare le sue buone intenzioni, se no sarebbero passati a trovarlo i ragazzi con le mazze da baseball e i pugni di ferro, e non potendo chiedere i soldi a Stanley, sapendo che il suo fratellino non scherzava quando aveva giurato che non l’avrebbe mai piú tirato fuori dai guai, decise di rubarli, bloccando un assegno intestato alla General Electric che riforniva MondoCasa e trasferendo a se stesso l’importo del suddetto assegno. Sapeva che alla fine l’avrebbero scoperto, ma ci sarebbe voluto tempo prima che l’ammanco venisse alla luce, poiché il flusso di cassa tra il negozio e i fornitori si basava sulla fiducia reciproca e la contabilità restava indietro di mesi rispetto al passaggio di denaro vero e proprio, e quei mesi gli avrebbero dato il tempo che gli serviva per sistemare le cose. A fine settembre, lo zio di Ferguson fiutò il momento propizio. Si trattava di bloccare un altro assegno, ma se tutto filava liscio, i novemila dollari sottratti sarebbero diventati un bottino che valeva dieci volte quella cifra, piú che sufficiente per coprire i due assegni bloccati, saldare il debito con Bernstein e portarsi a casa un bel gruzzolo. Le World Series stavano per cominciare e gli Indians erano decisamente favoriti rispetto ai Giants, un risultato tanto sicuro che in pratica non valeva la pena di scommettere sulla squadra di Cleveland, se non che Lew pensò: Se gli Indians sono tanto forti, perché non dovrebbero vincere quattro volte di fila? Con una scommessa del genere, le quote erano molto piú allettanti. Dieci a uno per tutta la serie, mentre puntando su Cleveland una partita alla volta avrebbe rimediato solo pochi spiccioli. E cosí Lew si trovò un altro allibratore, uno che non si chiamava Bernstein, e puntò sugli Indians i novemiladuecento dollari che aveva rubato al fratello, scommettendo che avrebbero fatto filotto senza mai perdere una volta con i Giants. Nessuno sapeva dove lo zio di Ferguson avesse visto la prima partita, ma mentre Stanley e Arnold e gli altri dipendenti di MondoCasa si radunavano intorno ai televisori per seguire l’azione insieme a cinquanta o sessanta clienti entrati nel negozio, che non erano clienti veri ma tifosi dei Giants sprovvisti di televisore, Lew uscí di nascosto per andarsene a guardare la partita da solo, forse in un bar o da qualche altra parte, un posto ignoto dove nessuno lo vide sopportare l’orrendo spettacolo di Mays che afferrava la palla volante di Wertz all’inizio dell’ottavo inning e poi, l’ancor piú terribile e straziante distruzione di qualche minuto dopo, quando vide Rhodes battere il lancio di Lemon e mandare la palla nelle tribune oltre l’esterno destro. Uno azzecca il tiro giusto e rovina la vita a un altro.
4) A metà ottobre, il fornitore della General Electric informò Stanley che non risultava pagato un carico di congelatori, condizionatori, ventilatori e frigoriferi consegnato ai primi di agosto. Sconcertato, Stanley andò da Adelle Rosen, la ragioniera di MondoCasa, una vedova grassoccia di cinquantasei anni che teneva una matita gialla tra i capelli e credeva nelle virtú della grafia ordinata e delle colonne rigidamente allineate, e quando Stanley le ebbe esposto il problema, Mrs Rosen prese dal cassetto della scrivania il libretto degli assegni della ditta e trovò la matrice del 10 agosto, da cui risultava che il pagamento era stato effettuato per il totale dell’importo dovuto, $14 237,16. Stanley scrollò le spalle. L’assegno si era senz’altro perso con la posta, disse, poi chiese a Mrs Rosen di bloccarlo e staccarne uno nuovo per il fornitore della GE. L’indomani Mrs Rosen gli riferí, con profonda incredulità, che l’assegno era già stato bloccato, addirittura l’11 agosto. Che diamine poteva significare? Per un brevissimissimo istante, Stanley ebbe il dubbio che Mrs Rosen lo avesse tradito, che la sua dipendente un tempo fedele, che come ben noto lo amava in segreto da undici anni, fosse rea di aver falsificato i conti, ma poi la guardò negli occhi inquieti e adoranti e scacciò quel pensiero assurdo. Chiamò Arnold nell’ufficio sul retro e gli domandò se sapeva qualcosa dei quattordicimila dollari mancanti, ma Arnold, che parve scioccato e confuso da quel mistero non meno di Mrs Rosen, disse che non ne aveva la piú pallida idea, e Stanley gli credette. Poi convocò Lew. Sulle prime il membro piú anziano del clan negò tutto, ma a Stanley non piaceva il modo in cui il fratello continuava a guardare la parete alle sue spalle mentre parlavano, e cosí lo incalzò, facendogli il terzo grado sull’assegno bloccato ad agosto, insistendo che lui era l’unico che avrebbe potuto farlo, l’unico possibile colpevole, perché Mrs Rosen era pulita, come Arnold e anche lui, perciò era stato senz’altro Lew, e poi Stanley cominciò a scavare sulle ultime giocate di Lew, quanto aveva puntato di preciso, quanto aveva perso in totale, quali partite di baseball, quali di football, quali incontri di pugilato, e piú Stanley lo pressava, piú Lew sembrava debole, come se si stessero affrontando sul ring e ogni parola fosse un pugno, un colpo allo stomaco, alla testa, e un po’ alla volta Lew cominciò a barcollare, come se le ginocchia stessero per cedere, e all’improvviso si ritrovò seduto su una sedia con la testa fra le mani, a balbettare tra i singhiozzi una confessione smozzicata, udibile a stento. Stanley rimase inorridito da ciò che sentí, poiché in realtà Lew non era minimamente dispiaciuto di quanto aveva fatto, semmai, l’unica cosa che gli dispiaceva era che il suo piano non avesse funzionato, quel capolavoro del suo piano, ma gli Indians lo avevano tradito e avevano perso la prima partita delle Series, vaffanculo Willie Mays, disse, vaffanculo Dusty Rhodes, e alla fine Stanley capí che suo fratello era irrecuperabile, che se un uomo adulto puntava il dito contro un paio di giocatori di baseball, convinto che fossero loro la causa dei suoi problemi, significava che il suo cervello non era piú sviluppato di quello di un bambino, un bambino idiota, per giunta, una persona inaridita e handicappata proprio come il figlio di Lew, il morto e sepolto soldato semplice Andrew Ferguson. Stanley fu tentato di dire al fratello di uscire dal negozio e non tornare mai piú, ma non poteva, sarebbe stato troppo brutale, troppo repentino, e mentre pensava a cosa dire, sapendo di non poter dire nulla finché la rabbia non fosse un po’ sbollita, almeno quel tanto da non fargli rimpiangere le sue parole, Lew ricominciò a parlare, e disse a Stanley che c’erano tutti dentro fino al collo e che il negozio era spacciato. Il padre di Ferguson non capiva di cosa parlasse, quindi tenne un altro po’ a freno la lingua, cominciando a pensare che forse suo fratello era davvero impazzito, poi Lew si mise a parlare di Bernstein e di quanto gli doveva, ormai piú di venticinquemila, ma era solo la punta dell’iceberg, perché Bernstein aveva cominciato a caricargli gli interessi, e la cifra aumentava ogni giorno sempre di piú, e nelle ultime due settimane c’erano state cinque o sei telefonate, e la voce all’altro capo lo minacciava, paga il debito se no finisce male, e quindi forse un gruppo di uomini lo avrebbe aggredito al buio e gli avrebbe rotto tutte le ossa, o l’avrebbe accecato con l’acido, oppure avrebbe tagliato la faccia a Millie, o rapito Alice, o ucciso sia Millie sia Alice, e lui aveva paura, disse Lew al fratello, tanta paura che non dormiva piú, e dove li alzava i soldi con due ipoteche sulla casa e i ventitremila dollari che aveva già preso in prestito dal negozio? Anche le ginocchia di Stanley cominciarono a cedere, si sentiva disorientato e stordito, non piú in sé, non piú ben racchiuso nella propria pelle, e cosí si sedette di fronte a Lew dall’altra parte della scrivania, domandandosi com’era possibile che quattordicimila dollari fossero diventati di colpo ventitremila, e mentre i due fratelli si guardavano dai lati opposti della superficie in metallo grigio che li separava, Lew disse a Stanley che Bernstein aveva lanciato una proposta, e che per quanto lo riguardava era l’unica via d’uscita, l’unica soluzione possibile, e che a Stanley piacesse o no, bisognava accettarla. Che stai dicendo?, domandò Stanley, che non aveva aperto bocca negli ultimi sette minuti. Loro danno fuoco al negozio, spiegò Lew, e quando l’assicurazione paga, ci spartiamo i soldi. Stanley non disse nulla. Non disse nulla perché non aveva nulla da dire, perché in quel momento il suo unico pensiero era che avrebbe proprio voluto uccidere il fratello, e se mai avesse osato pronunciare quelle parole, raccontare a Lew che aveva una gran voglia di stringergli la gola fra le mani e strozzarlo, sua madre lo avrebbe maledetto dalla tomba e non gli avrebbe piú dato pace per il resto della vita. Finalmente Stanley si alzò e si avviò verso la porta, e dopo averla aperta si fermò sulla soglia e disse: Non ti credo. Poi uscí dalla stanza, e mentre dava le spalle al fratello sentí Lew dire: Credimi, Stanley. Bisogna farlo.
5) Il primo impulso di Stanley fu di parlarne con Rose, di confidarsi con la moglie e chiederle aiuto per fermare Lew, e provò piú volte a farsi uscire le parole di bocca ma senza mai riuscirci, all’ultimo momento ci rinunciava sempre perché non sopportava il pensiero di ascoltare ciò che lei gli avrebbe detto, che sapeva gli avrebbe detto. Non poteva rivolgersi alla polizia. Non era ancora stato commesso alcun reato, e che razza d’uomo è quello che accusa il fratello di ordire un piano criminale se non ha alcuna prova concreta per dimostrare l’esistenza di una macchinazione? D’altra parte, se Bernstein e Lew fossero andati fino in fondo, se la sarebbe sentita lui di andare alla polizia e far arrestare Lew? Suo fratello era in pericolo. Minacciavano di accecarlo, di uccidergli moglie e figlia, e se Stanley si fosse mosso, sarebbe stato responsabile di quella mutilazione, di quelle morti, e quindi era parte in causa, connivente suo malgrado, e se fosse andata storta e Bernstein e Lew fossero stati scoperti, sapeva bene che suo fratello non avrebbe esitato a tirarlo in ballo come complice. Sí, disprezzava Lew, gli faceva schifo anche solo pensare a lui, eppure quanto disprezzava se stesso per l’odio che provava, che era immorale e grottesco e non faceva che accrescere la sua impotenza, perché evitando di parlare con Rose capiva di aver preferito il passato al presente, di aver rinunciato al suo posto di marito e padre per tornare figlio e fratello, in un mondo oscuro dove non voleva piú stare ma da cui non poteva fuggire, in cui era stato risucchiato, e passò le due settimane successive fuori di sé dal terrore e dalla rabbia, isolato dal suo ostinato silenzio, ribollendo di frustrazione, domandandosi quando sarebbe esplosa la bomba che aveva nella testa.
6) Per come la vedeva lui, l’unica alternativa era stare al gioco – o almeno fingere di stare al gioco. Doveva sapere che cosa stavano tramando Bernstein e soci, tenersi aggiornato sui dettagli, e per riuscirci doveva far credere a Lew di essere dalla sua parte, e cosí il mattino seguente, solo ventiquattr’ore dopo la loro ultima conversazione, l’agghiacciante dialogo terminato con le parole Bisogna farlo, Stanley disse a Lew che aveva cambiato idea, che contro ogni buonsenso e con infinito disgusto nel cuore si era reso conto che non c’era altro modo. La recita produsse gli effetti desiderati. Credendo di aver convinto Stanley, un Lew riconoscente, tremante e pressoché fuori di senno cominciò a trattare il fratello come un prezioso alleato e un leale confidente, senza sospettare una sola volta che Stanley facesse il doppio gioco con l’unica intenzione di piantare un gran casino e scongiurare l’incendio.
7) Erano previsti due uomini, lo informò Lew, un incensurato pratico di incendi dolosi che avrebbe lavorato in tandem con un palo, e la data era fissata per il martedí successivo, la notte fra il 2 e il 3 novembre, sempre che il meteo desse tempo asciutto e niente pioggia. Lew doveva disattivare l’antifurto e fornire a quei due le chiavi del negozio. Lui avrebbe trascorso la notte a casa e suggerí a Stanley di fare lo stesso, ma Stanley aveva altri programmi per quella notte, o meglio uno solo, e cioè piazzarsi dentro il negozio a luci spente e cacciare il piromane prima che passasse all’azione. Stanley volle sapere se gli uomini sarebbero stati armati, ma Lew non ne era certo, Bernstein aveva tralasciato l’argomento con lui, ma tanto che differenza c’era, domandò, perché preoccuparsi di una cosa che non li riguardava? Perché qualcuno poteva scegliere il momento sbagliato per passare davanti al negozio, disse Stanley, un poliziotto, un uomo a spasso col cane, una donna che tornava da una festa, e lui non voleva che qualcuno si facesse male. Dare fuoco a un esercizio commerciale per i trecentomila dollari dell’assicurazione era già abbastanza grave, ma se poi sparavano e uccidevano uno che passava per caso, rischiavano di finire in galera a vita. Lew non ci aveva pensato. Forse era meglio parlarne con Bernstein, disse, ma Stanley gli disse di lasciar perdere, dato che gli uomini di Bernstein avrebbero fatto di testa loro, indipendentemente da ciò che voleva Lew. Questo mise fine alla discussione, e mentre usciva dall’ufficio e scendeva giú al negozio, Stanley si rese conto che la presenza delle armi era la grande incognita, l’unico fattore che avrebbe potuto distruggere il suo piano. Si disse che sarebbe stato logico da parte sua comprare una pistola prima di martedí, ma qualcosa in lui rifiutava l’idea, aveva sempre avuto una fobia per le armi e non aveva mai sparato un colpo, tanto meno preso una pistola in mano. Suo padre era stato ucciso da una pistola, e a cosa gli era servito avere un revolver in quel magazzino di Chicago trentun anni prima, gli avevano sparato lo stesso, l’avevano ucciso mentre teneva nella destra una trentotto rimasta inutilizzata, e chissà se non era morto proprio perché aveva cercato la pistola per primo, costringendo l’assassino a sparargli per salvarsi la vita… No, le pistole erano roba complicata, e quando puntavi un’arma contro un altro, soprattutto uno armato a sua volta, era facile che l’oggetto su cui contavi per proteggerti ti trasformasse in un cadavere. Tra l’altro, l’uomo che Bernstein aveva scovato per ridurre in cenere MondoCasa non era un sicario ma un piromane, un ex pompiere, a sentire Lew, che ironia, uno che prima si guadagnava da vivere spegnendo incendi e adesso li appiccava per sfizio e per soldi, che se ne faceva di una pistola? Il palo era un’altra storia, di sicuro uno scimmione che si sarebbe presentato al negozio armato fino ai denti, ma Stanley immaginò che avrebbe aspettato fuori mentre l’ex pompiere si dava da fare, e dal momento che lui sarebbe già stato dentro all’arrivo di quei due, Stanley concluse che la pistola non gli sarebbe servita. Non per questo sarebbe andato a mani vuote, ma una mazza da baseball bastava e avanzava, una Louisville Slugger da trentasei pollici, avrebbe spaventato l’incendiario quanto una calibro trentadue, e visto lo stato d’animo di Stanley nelle due settimane precedenti il 2 novembre, il frastuono di pensieri diabolici, balordi e ingovernabili che infuriavano nella sua testa fin dal mattino della confessione di Lew, l’idea di una mazza da baseball gli sembrò profondamente, paradossalmente comica, al punto che quando gli venne in testa scoppiò in una risata, un breve guaito che gli salí dal fondo dei polmoni ed esplose come una scarica di pallettoni che rimbalza su una parete, perché quella commedia macabra era iniziata con una mazza da baseball, la mazza usata da Dusty Rhodes al Polo Grounds il 29 settembre, e quale modo migliore per concludere quella farsa che armarsi di un’altra mazza e minacciare di spaccare la testa all’uomo che voleva incendiargli il negozio?
8) Il pomeriggio del 2, Stanley chiamò Rose per avvisarla che quella sera non sarebbe tornato a casa per cena. Disse che doveva lavorare fino a tardi con Adelle, controllare i conti in vista di un’ispezione che era in programma per venerdí, probabilmente sarebbero andati avanti fino a mezzanotte, quindi non occorreva che lo aspettasse alzata. Di martedí il negozio chiudeva alle cinque, e alle cinque e mezza, a parte Stanley, erano andati tutti via: Arnold, Mrs Rosen, Ed e Phil, Charlie Sykes, Bob Dawkins, mentre Lew, assente perché troppo spaventato per venire al lavoro quella mattina, era rimasto tutto il giorno a casa con la scusa che aveva la febbre. Gli uomini di Bernstein non sarebbero arrivati prima dell’una o le due di notte, e Stanley, con tutte quelle ore vuote davanti a sé, decise di andare a cena fuori, concedendosi il lusso di una capatina al suo ristorante preferito di Newark, Moishe, specializzato in cucina ebraica dell’Europa orientale, gli stessi piatti che gli preparava sua madre tanto tempo prima, bollito di manzo con rafano, pierogi di patate, polpettine di pesce, zuppa di pollo con polpettine di matzo, squisitezze contadine di un altro tempo, di un altro mondo, e a Stanley bastava entrare nella sala da pranzo di Moishe per ritrovarsi catapultato nella sua fanciullezza svanita, perché il ristorante stesso era una specie di regressione, un posto spoglio, inelegante, con le tovaglie plastificate da quattro soldi e le plafoniere polverose al soffitto, ma ogni tavolo era adornato da una bottiglia da seltz di vetro azzurrato o verde, e quella vista, chissà perché, gli suscitava sempre un piccolo empito di felicità, e quando sentí i camerieri burberi e maleducati parlare con la cadenza yiddish, provò pure una sorta di consolazione, anche se gli sarebbe stato difficile spiegare perché. Dunque quella sera Stanley cenò con i piatti della sua infanzia, iniziò dal bortsch con una cucchiaiata di panna acida, seguito da un piatto di aringhe in salamoia, poi passò a una bavetta di manzo (ben cotta) con contorno di cetrioli e crespelle di patate, e mentre spruzzava fiotti di seltz nel bicchiere di vetro trasparente scanalato e consumava il suo pasto, pensò ai genitori morti e ai suoi due impossibili fratelli, che tante angosce gli avevano causato negli anni, e anche alla sua bella Rose, la persona che amava di piú ma non come doveva, non come doveva, ormai lo aveva capito da un pezzo, e ammise con dolore che in lui c’era qualcosa di trattenuto, di represso, un difetto del carattere che gli impediva di darsi a lei come meritava, e poi c’era il piccolo Archie, un vero enigma, senz’altro un bambino vivace, sveglio, superiore a tanti altri bambini, ma era sempre stato il cocco della madre, tanto attaccato a lei che Stanley non era mai riuscito a inserirsi, e dopo sette anni e mezzo ancora non si capacitava di non riuscire a leggere nella testa di suo figlio, mentre Rose sembrava sempre conoscerne i pensieri, come per scienza infusa, un potere inesplicabile che albergava nelle donne raramente concesso agli uomini. Per Stanley era strano soffermarsi su certi aspetti, scavare dentro di sé e scoprire mancanze e sofferenze, i fili laceri della sua vita rabberciata, ma quello non era un momento normale per lui, e dopo due lunghe settimane di silenzio e di lotta interiore, era sfinito, non riusciva quasi ad alzarsi, e anche quando ci riuscí barcollava troppo per camminare in linea retta, e una volta pagato il conto, tornando in macchina al negozio, si domandò se il suo piano avesse senso, se si era illuso che funzionasse soltanto perché lui aveva ragione e Lew e gli altri avevano torto, a quel punto forse era meglio andarsene a casa e lasciare che le fiamme radessero al suolo MondoCasa 3Fratelli.
9) Tornò al negozio pochi minuti dopo le otto. Tutto buio, tutto immobile – il nulla notturno dei televisori muti e dei frigo sonnecchianti, un cimitero di ombre. Era sicuro che si sarebbe pentito per sempre della sua decisione, che i suoi calcoli si sarebbero rivelati sbagliati, ma non aveva piú idee, e ormai era troppo tardi per trovarne un’altra. Aveva avviato l’attività a diciotto anni, e negli ultimi ventidue anni era stata la sua vita, la sua sola e unica vita, e non poteva permettere che Lew e la sua banda di farabutti la distruggessero impunemente, perché non era solo un’attività commerciale, era la vita di un uomo, e la vita di quell’uomo era il negozio, il negozio e l’uomo erano la stessa cosa, e se avessero dato fuoco al negozio, avrebbero dato fuoco anche all’uomo. Le otto e qualche minuto. Quante ore mancavano? Almeno quattro, forse anche cinque o sei, un sacco di tempo per stare seduto lí a far niente, ad aspettare nel buio fitto di una stanza che arrivasse uno con le taniche di benzina e la bustina di fiammiferi assassini, ma c’era solo da aspettare in silenzio e sperare che la mazza da baseball fosse robusta come sembrava. Si sistemò su una poltroncina nell’ufficio sul retro, la sedia di Mrs Rosen, quella della scrivania sull’angolo in fondo, con la vista migliore dalla finestrella rettangolare sulla parete tra l’ufficio e il negozio, da dove era seduto vedeva anche l’entrata, o meglio, l’avrebbe vista se il negozio non fosse stato al buio totale, ma il tipo con la benzina si sarebbe senz’altro portato una torcia elettrica in tasca, Stanley avrebbe sentito la porta che si apriva, l’altro avrebbe acceso la torcia, sia pure per un paio di secondi, e lui lo avrebbe individuato. Subito dopo: accendere le luci in alto, saltare fuori dal retro impugnando la mazza con la mano alzata, urlare a squarciagola e ordinare all’uomo di uscire. Quello era il piano. Incrocia le dita, Stanley, si disse, e se non hai fortuna, croce sul cuore e che Dio te la mandi buona. Intanto continuò a stare seduto sulla poltroncina di Mrs Rosen, che aveva le rotelle e poteva girare da un lato all’altro e inclinarsi avanti e indietro, una normale poltroncina da ufficio, abbastanza comoda per un po’ ma non certo l’ideale per la maratona di quattro o cinque ore che ancora lo attendeva, eppure piú stava scomodo e meglio era, ragionò Stanley, perché un po’ di disagio lo avrebbe aiutato a restare vigile. Almeno cosí credeva, ma mentre era seduto alla scrivania di metallo grigio e si dondolava avanti e indietro sulla poltroncina di Mrs Rosen, dicendosi che quello era il momento peggiore della sua vita, che non si era mai sentito piú infelice o solo, che se anche avesse superato la notte tutto intero, il resto era stato distrutto, polverizzato dal tradimento di Lew, e dopo quella notte niente sarebbe piú stato lo stesso, perché stava tradendo Lew, e Bernstein sarebbe ricorso alle sue vecchie minacce, che avrebbero di nuovo messo in pericolo Lew e Millie, e se ci fossero andati di mezzo sarebbe stata colpa sua, e avrebbe dovuto portare quel peso fino alla tomba, eppure come poteva non fare ciò che stava facendo, come poteva lasciarsi coinvolgere in una truffa all’assicurazione e rischiare la galera, no, non poteva permettere che bruciassero il negozio, bisognava fermarli, e mentre si arrovellava su queste cose, le stesse su cui si arrovellava da due settimane, capí che non ne poteva piú, che era arrivato al limite, che era allo stremo, completamente esausto, cosí stanco da non sopportare piú di stare al mondo, e i suoi occhi cominciarono a chiudersi, e poco dopo smise di lottare per tenerli aperti e abbassò la testa sulle braccia conserte, appoggiate sulla scrivania di fronte a lui, e dopo due minuti si addormentò.
10) Dormí mentre forzavano la porta e versavano nel negozio dodici galloni di benzina, e siccome quello che era venuto a fare il lavoro non sapeva affatto che Stanley stava dormendo nel retrobottega, accese il fiammifero che bruciò MondoCasa con la coscienza pulita, sapendo che stava per macchiarsi di incendio doloso ma non che lo avrebbero accusato anche di omicidio preterintenzionale. Quanto al padre di Ferguson, non ebbe scampo. Quando finalmente aprí gli occhi era semicosciente, immobilizzato dalle ampie nuvole di fumo che aveva già inalato, e mentre si sforzava di sollevare la testa e incamerare un po’ di aria nei polmoni ustionati, il fuoco si era già fatto strada dalla porta del retrobottega e, una volta entrato, si avventò sulla scrivania dove sedeva Stanley, mangiandolo vivo.
Ecco le cose che Ferguson non sapeva, le cose che non avrebbe potuto sapere nei due anni intercorsi tra la morte di suo cugino nella guerra di Corea e la morte di suo padre nell’incendio di Newark. A primavera dell’anno dopo suo zio Lew era già in carcere, insieme a Eddie Schultz, l’uomo con la benzina, George Ionello, il complice che faceva da palo, e Ira Bernstein, la mente dell’operazione, ma a quel tempo Ferguson e sua madre avevano già lasciato i sobborghi del New Jersey e abitavano a New York, in un appartamento con tre camere da letto a Central Park West, fra l’Ottantatreesima e l’Ottantaquattresima. Lo studio fotografico di Millburn era stato venduto, e siccome la polizza vita di suo padre aveva fruttato a sua madre duecentomila dollari esentasse, non c’erano oneri finanziari, ragion per cui il leale, pragmatico e sempre responsabile Stanley Ferguson continuava a mantenerli.
Prima, lo shock del 3 novembre, insieme alla vista delle lacrime di sua madre, la tempesta di abbracci intensi e soffocanti, il suo corpo affannoso, tremante che gli premeva addosso, e poi, qualche ora piú tardi, l’arrivo dei nonni da New York, e l’indomani l’apparizione di zia Mildred con il marito Paul Sandler, e per tutto il tempo l’andirivieni di innumerevoli Ferguson, le due zie in lacrime, Millie e Joan, zio Arnold con la faccia impietrita, perfino l’infido zio Lew, non ancora smascherato, il caos, il rumore, la casa con troppa gente, e Ferguson seduto in un angolo a guardare, senza sapere che cosa dire o pensare, ancora troppo stordito per piangere. Era inimmaginabile che suo padre fosse morto. Il giorno prima era vivo, seduto al tavolo della colazione con una copia del «Newark Star-Ledger» in mano, aveva detto a Ferguson che era previsto freddo e di ricordarsi di mettere la sciarpa per andare a scuola, e non aveva senso che fossero quelle le ultime parole che suo padre gli aveva rivolto. Passarono i giorni. Restò fermo sotto la pioggia accanto a sua madre mentre calavano suo padre nella fossa e il rabbino intonava un canto funebre in un ebraico incomprensibile, parole dal suono cosí terribile che Ferguson avrebbe voluto tapparsi le orecchie, e due giorni dopo tornò a scuola, da quella cicciona di Mrs Costello e i suoi compagni di seconda elementare, ma sembravano tutti impauriti da lui, troppo imbarazzati per rivolgergli la parola, come se avesse una X stampata in fronte per tenerli alla larga, e anche se Mrs Costello gli propose gentilmente di saltare le lezioni di gruppo e restare seduto al banco a leggere quello che voleva, in un certo senso fu anche peggio, perché faticava a concentrarsi sui libri, che di solito gli davano piacere, dato che i suoi pensieri correvano puntualmente dalle parole sulla pagina a suo padre, non il padre che stava sottoterra ma il padre che era andato in paradiso, sempre che esistesse il paradiso, e se suo padre era davvero lí, era possibile che lo stesse guardando in quel momento, mentre era seduto al banco fingendo di leggere? Mi piacerebbe pensarlo, si disse Ferguson, ma comunque a che serviva? Suo padre sarebbe stato contento di vederlo, figuriamoci, e forse la morte gli sarebbe stata un po’ meno insopportabile, invece a lui cosa serviva essere visto se non poteva vedere la persona che lo stava guardando? Soprattutto avrebbe voluto sentire la voce di suo padre. Ecco cosa gli mancava di piú in assoluto, e anche se era stato un uomo di poche parole, maestro nell’arte delle risposte brevi alle domande lunghe, Ferguson aveva sempre amato il suono della sua voce, che era una voce melodiosa, dolce, e il pensiero che non l’avrebbe udita mai piú lo riempiva di una tristezza immensa, un dolore cosí profondo e vasto da contenere tutto l’oceano Pacifico, che era l’oceano piú grande del mondo. Oggi è previsto freddo, Archie. Ricordati di mettere la sciarpa per andare a scuola.
Il mondo non era piú reale. Tutto era una copia fasulla di quello che avrebbe dovuto essere, e tutto quello che accadeva non sarebbe dovuto accadere. Da allora, per molto tempo, Ferguson visse sotto l’effetto di questa illusione, andando avanti come un sonnambulo di giorno e faticando ad addormentarsi di notte, nauseato da un mondo in cui non credeva piú, dubitando di tutto ciò che si offriva ai suoi occhi. Mrs Costello gli chiedeva di stare attento, ma ormai non era costretto ad ascoltarla, poiché lei era solo un’attrice che cercava di impersonare la maestra, e quando il suo amico Jeff Balsoni compí di sua sponte lo straordinario sacrificio di regalargli la figurina di Ted Williams, la piú rara fra le centinaia dell’album Topps, Ferguson lo ringraziò, mise in tasca la figurina e poi a casa la strappò. Adesso poteva anche fare certe cose. Prima del 3 novembre sarebbe stato inconcepibile, ma il mondo irreale era molto piú grande del mondo reale, e c’era spazio abbondante per essere e non essere se stessi.
Secondo quanto gli raccontò poi sua madre, la partenza repentina dal New Jersey non era nei piani, ma poi era scoppiato lo scandalo, e l’unica alternativa era stata sparire. Undici giorni prima di Natale, la polizia di Newark annunciò di aver risolto il caso dell’incendio al negozio, e il mattino seguente gli sgradevoli particolari apparvero in prima pagina su tutti i giornali delle contee di Essex e di Union. Fratricidio. Arrestato boss delle scommesse. Negata cauzione a ex pompiere diventato piromane. Louis Ferguson accusato di reato plurimo. Quel giorno sua madre non lo mandò a scuola, e neanche il giorno dopo, neanche quello dopo ancora, finché la scuola non chiuse per le vacanze natalizie. È per il tuo bene, Archie, gli diceva, e visto che lui se ne infischiava di andare a scuola, non stette a domandarle perché. Molto tempo dopo, quando fu abbastanza grande da cogliere tutto l’orrore della parola fratricidio, capí che aveva tentato di proteggerlo dalle chiacchiere maligne che circolavano in città, perché ormai il suo era un nome famigerato, ed essere un Ferguson significava appartenere a una famiglia di reprobi. Ferguson, ormai prossimo agli otto anni, restava a casa con la nonna mentre la madre pensava a mettere in vendita la casa di famiglia e a cercare un fotografo che comprasse lo studio, e dato che i giornali non smettevano mai di chiamarla, chiederle, pregarla, tormentarla perché si aprisse e raccontasse la sua versione dei fatti, il moderno dramma giacobiano ora noto come l’Affare Ferguson, sua madre decise che era ora di finirla, e due giorni dopo Natale fece le valigie, le caricò nel bagagliaio della Chevy blu e se ne andarono tutti e tre a New York.
Nei due mesi successivi, lui e sua madre abitarono nell’appartamento dei nonni sulla Cinquantottesima Ovest, sua madre nella stanza che un tempo divideva con la sorella Mildred, e Ferguson si arrangiò con una brandina in salotto. La parte piú interessante di quella sistemazione momentanea era che non doveva andare a scuola, una liberazione inattesa causata dalla mancanza di una dimora fissa, e finché non avessero trovato una casa per conto loro sarebbe stato libero. Zia Mildred si oppose all’idea di non mandarlo a scuola, ma la madre di Ferguson la ignorò con calma. Tranquilla, disse. Archie è un ragazzino sveglio, e un po’ di vacanza non gli farà male. Quando sapremo dove andremo ad abitare, inizieremo a cercare una scuola. Prima le cose importanti, Mildred.
Fu un periodo particolare, dunque, avulso da tutto ciò che aveva conosciuto in passato, completamente staccato dalla situazione che avrebbe vissuto dopo il trasloco nel nuovo appartamento, uno strano interregno, per dirla con suo nonno, una breve nicchia temporale in cui passò ogni attimo con sua madre, come due commilitoni sconfitti scarpinarono per il West Side e guardarono gli appartamenti insieme, consultandosi sugli eventuali pregi e difetti, e decisero di comune accordo che quello di Central Park West era perfetto per loro, poi sua madre lo stupí dichiarando che la casa di Millburn era in vendita con i mobili, tutti quanti, e che sarebbero ripartiti da zero, solo loro due, e cosí, trovato l’appartamento, passarono le giornate a comprare mobili, a guardare letti, tavoli, lampade e tappeti, senza mai comprare nulla che non piacesse a entrambi, e un pomeriggio, mentre esaminavano sedie e divani da Macy’s, l’impiegato col papillon guardò Ferguson dall’alto in basso e disse alla madre, Come mai il bambino non è a scuola?, al che lei replicò, guardando dritto l’impiccione: Non sono affari suoi. Fu il momento migliore di quegli strani due mesi, o uno dei migliori, indimenticabile per la felicità che gli montò dentro di colpo quando sua madre pronunciò quelle parole, una felicità che non provava da settimane, e il senso di solidarietà implicito in quelle parole, loro due contro il mondo, che lottavano per risollevarsi, non sono affari suoi era il credo di quel doppio sforzo, il segno della loro dipendenza reciproca. Finito di comprare i mobili, andavano al cinema, sfuggendo alle fredde strade invernali per un paio d’ore al buio, guardando qualunque cosa passasse sullo schermo, sempre in galleria perché lassú sua madre poteva fumare, le Chesterfield, una Chesterfield dietro l’altra mentre si sorbivano i film con Alan Ladd, Marilyn Monroe, Kirk Douglas, Gary Cooper, Grace Kelly e William Holden, western, musical, fantascienza, poco importava cosa dessero quel giorno, entravano alla cieca e speravano nella fortuna, Rullo di tamburi, Vera Cruz, Follie dell’anno, 20 000 leghe sotto i mari, Giorno maledetto, I ponti di Toko-Ri o Tu sei il mio destino, e una volta, poco prima che quei due strani mesi volgessero al termine, la donna nella cabina a vetri staccò i biglietti e chiese a sua madre come mai il bambino non era a scuola, e sua madre rispose: Si faccia i cavoli suoi e mi dia il resto.
1.4
Prima l’appartamento di Newark, di cui non ricordava niente, poi la casa di Maplewood, comprata dai suoi quando aveva tre anni, e adesso, sei anni dopo, un altro trasloco, in una casa molto piú grande dall’altra parte della città. Ferguson non capiva. La casa dove vivevano era assolutamente perfetta, piú che sufficiente per una famiglia di sole tre persone, e perché i suoi genitori dovevano prendersi la briga di trasferirsi armi e bagagli a cosí poca distanza – soprattutto se non erano obbligati? Poteva avere senso se fossero andati in un’altra città o in un altro stato, come zio Lew e zia Millie quando si erano trasferiti a Los Angeles quattro anni prima, o come zio Arnold e zia Joan quando si erano trasferiti loro pure in California l’anno dopo, ma perché scomodarsi a cambiare casa se nemmeno sarebbero andati in un’altra città?
Perché se lo potevano permettere, disse sua madre. L’attività di suo padre rendeva bene, ed erano nella condizione di vivere da gran signori. Le parole gran signori gli fecero venire in mente un palazzo europeo del Settecento, una sala in marmo piena di duchi e duchesse in parrucca bianca incipriata, una ventina di dame e gentiluomini in sfarzosi abiti di seta e fazzoletti di pizzo che s’intrattenevano e ridevano alle reciproche battute. Poi, aggiungendo qualche altro tocco alla scena, Ferguson provò a immaginare i suoi genitori in mezzo a quella fauna, ma gli abiti li rendevano ridicoli, improbabili, grotteschi. Disse: Non è che bisogna comprarla solo perché ce lo possiamo permettere. La nostra casa è bella e penso che dovremmo restarci. Se abbiamo piú soldi del necessario dovremmo darli a chi ne ha piú bisogno di noi. A una persona che soffre la fame, a un vecchio storpio, a chi non ha un soldo. Non è giusto spenderli solo per noi. È da egoisti.
Non fare il difficile, Archie, ribatté sua madre. Tuo padre lavora come due persone messe insieme. I soldi che guadagna se li merita tutti, fino all’ultimo centesimo, e se vuole mettersi un po’ in mostra con una casa nuova, sono affari suoi.
Non mi piacciono quelli che si mettono in mostra. Non è un bel modo di agire.
Be’, signorino, ti piaccia o no, cambieremo casa, e sono sicura che una volta sistemati ci starai benissimo. Stanza piú grande, giardino piú grande, seminterrato abitabile. Ci mettiamo un tavolo da ping-pong, cosí vediamo se finalmente diventerai abbastanza bravo da battermi.
Ma se giochiamo già a ping-pong in giardino.
Quando non fa troppo freddo. Pensa, Archie, nella nuova casa non avremo il problema del vento.
Sapeva che parte dei soldi in casa veniva dal lavoro di sua madre, ma la quota piú sostanziosa, in pratica il totale, era frutto dell’attività di suo padre, una catena di tre negozi di elettrodomestici chiamati «Ferguson’s», uno a Union, un altro a Westfield e il terzo a Livingston. Tanto tempo prima c’era stato un negozio a Newark chiamato MondoCasa, ma ormai non esisteva piú, lo avevano venduto quando Ferguson aveva tre anni e mezzo o quattro, e senza la foto in bianco e nero in cornice sulla parete del salotto, uno scatto del 1941 che mostrava il padre sorridente in mezzo ai due zii sorridenti di fronte a MondoCasa il giorno dell’inaugurazione, tutti i ricordi di quel negozio sarebbero stati cassati dalla sua memoria per sempre. Non gli era chiaro come mai suo padre non lavorasse piú con i fratelli, e soprattutto non riusciva a capire come mai zio Lew e zio Arnold avessero lasciato il New Jersey per iniziare una nuova vita in California (parole di suo padre). Sei o sette mesi prima, preso dalla nostalgia per la cugina Francie, aveva chiesto a sua madre di spiegargli per quale motivo si fossero trasferiti cosí lontano, ma lei aveva semplicemente detto, Tuo padre ha rilevato le loro quote, che come risposta non era granché, o quantomeno lui non l’aveva capita. Ora, con la sgradevole novità di un’altra casa piú grande, Ferguson stava cominciando a cogliere un aspetto che in precedenza era sfuggito alla sua attenzione. Suo padre era ricco. Aveva tanti soldi di cui non sapeva cosa fare, e da come si prospettava la situazione, poteva solo voler dire che diventava sempre piú ricco col passare dei giorni.
Questo era un bene ma anche un danno, decise Ferguson. Un bene perché i soldi erano un male necessario, come gli aveva detto una volta sua nonna, e poiché tutti avevano bisogno di soldi per vivere, di sicuro era meglio averne troppi che troppo pochi. D’altronde, per guadagnare troppo, una persona doveva dedicare una quantità di tempo eccessiva alla ricerca del denaro, molto piú tempo di quanto fosse logico o necessario, come appunto succedeva a suo padre, che sgobbava cosí tanto per mandare avanti il suo impero di negozi di elettrodomestici da trascorrere sempre meno ore a casa con l’andare degli anni, al punto che Ferguson non lo vedeva quasi piú, perché il padre aveva preso l’abitudine di uscire di casa alle sei e mezza, cosí presto al mattino che Ferguson si svegliava quando lui se n’era già andato, e siccome ogni negozio restava aperto fino a tardi per due sere alla settimana, lunedí e giovedí a Union, martedí e venerdí a Westfield, mercoledí e sabato a Livingston, capitava molto spesso che suo padre non tornasse per cena e rincasasse alle dieci o alle dieci e mezza, quando Ferguson era già stato messo a letto da un’ora buona. Perciò l’unico giorno su cui poteva contare per vedere il padre era la domenica, ma anche le domeniche erano complicate, perché diverse ore della tarda mattinata o del primo pomeriggio erano dedicate al tennis, e ciò significava andare con i genitori nei campi cittadini e aspettare che giocassero un set insieme prima di avere la possibilità di toccare palla con sua madre mentre suo padre giocava la partita settimanale con Sam Brownstein, suo compagno di tennis dai tempi dell’infanzia. Ferguson non disprezzava il tennis, ma lo trovava noioso in confronto al baseball e al football, a suo parere gli sport piú belli, perfino il ping-pong batteva il tennis in fatto di discipline che prevedevano reti e palline rimbalzanti, quindi era sempre un po’ combattuto quando si trascinava verso i campi da tennis in primavera, estate e autunno, e il sabato sera andava sempre a dormire sperando che il mattino dopo piovesse.
Quando non pioveva, il tennis era seguito da una gita a South Orange con pranzo da Gruning, dove Ferguson faceva fuori un hamburger poco cotto e una coppetta di stracciatella alla menta, attesissimo piacere domenicale, non solo perché Gruning aveva i migliori hamburger del circondario e i gelati di produzione propria, ma anche perché in quel locale c’era un cosí buon profumo, un misto di caffè caldo, carne ai ferri e zuccherosi effluvi di svariati dolci, un profumo cosí buono che Ferguson lo inspirava a pieni polmoni sciogliendosi in una specie di appagamento estatico, poi rimontavano sulla berlina Oldsmobile bicolore (grigio e bianco) di suo padre e tornavano a casa a Maplewood a lavarsi e a cambiarsi. Dopodiché la domenica tipo poteva svolgersi in quattro modi. Restavano a casa e lavoricchiavano, come diceva sua madre, che in genere per Ferguson voleva dire seguire da una stanza all’altra il padre che riparava oggetti bisognosi di un’aggiustata, lo scarico del gabinetto, collegamenti elettrici difettosi, porte cigolanti, mentre sua madre leggeva «Life» sul divano o scendeva nel seminterrato a sviluppare foto nella camera oscura. Oppure andavano al cinema, cosa che lui e sua madre preferivano a tutti gli altri svaghi domenicali, sebbene suo padre assecondasse controvoglia la loro passione per la celluloide, visto il suo scarso interesse per il cinema, come per ogni altra espressione di quelli che lui chiamava divertimenti da seduti (commedie, concerti, musical), come se restare imprigionato su una poltrona per un paio d’ore a bersi una marea di frescacce fosse una delle peggiori torture dell’esistenza, ma sua madre di solito la spuntava minacciando di uscire senza di lui, e cosí i tre Ferguson montavano di nuovo in macchina e andavano a vedere l’ultimo western con James Stewart o l’ultimo film comico con Dean Martin e Jerry Lewis (Jerry Lewis di Newark!), e tutte le volte Ferguson si stupiva della rapidità con cui suo padre si addormentava nel buio della sala, l’oblio lo inghiottiva nel momento stesso in cui i titoli di testa cominciavano a scorrere sullo schermo, capo rovesciato indietro, labbra socchiuse, annegava in un sonno profondissimo in mezzo alle sparatorie, alla musica che montava e a centinaia di piatti che si fracassavano sul pavimento. Poiché sedeva sempre tra i genitori, quando suo padre si appisolava in quel modo, Ferguson bussava sul braccio della madre, e una volta ottenuta la sua attenzione, indicava il padre col pollice, come per dire, Guarda, ci risiamo, e sua madre, a seconda dell’umore, annuiva e sorrideva oppure scuoteva la testa e s’incupiva, a volte emettendo una risatina soffocata, altre esalando un muto mmmm. Quando Ferguson aveva dieci anni, i deliqui di suo padre al buio erano già talmente normali che sua madre cominciò a chiamare le gite domenicali al cinema la cura del riposo in due ore. Non chiedeva piú al marito se voleva andare a vedere un film. Gli diceva: Che ne dici di una pillola di sonnifero, Stanley, per recuperare un po’ di sonno? Ferguson rideva quando lei pronunciava quella battuta. Anche suo padre rideva, ma il piú delle volte no.
Quando non lavoricchiavano o non andavano al cinema, passavano la domenica pomeriggio andando a trovare altre persone o ricevendole in casa loro. Col resto dei Ferguson dall’altra parte del paese, non c’erano piú riunioni di famiglia nel New Jersey, ma c’erano diversi amici che abitavano nei dintorni, cioè amici dei genitori di Ferguson, in particolare un’amica d’infanzia di sua madre a Brooklyn, Nancy Solomon, che abitava a West Orange e faceva i ritratti a olio per Roseland Foto, e un amico d’infanzia di suo padre a Newark, Sam Brownstein, che abitava a Maplewood e giocava a tennis con lui ogni domenica mattina, e a volte la domenica pomeriggio Ferguson e i genitori andavano a trovare Brownstein e la moglie Peggy, che avevano tre figli, una femmina e due maschi, tutti piú grandi di Ferguson di almeno quattro anni, oppure i Brownstein venivano a trovarli nella loro casa, che presto non sarebbe stata piú tale, e quando non venivano i Brownstein di solito venivano i Solomon, Nancy e suo marito Max, che avevano due maschi, Stewie e Ralph, tutti e due piú piccoli di Ferguson di almeno tre anni, cosa che rendeva quel viavai di visite nel New Jersey con i Brownstein e i Solomon un po’ pesante per Ferguson, che era troppo grande per divertirsi a giocare con i figli dei Solomon e troppo piccolo per divertirsi a giocare con i figli dei Brownstein, che anzi erano troppo grandi per essere considerati ancora dei bambini, e cosí Ferguson si sentiva spesso abbandonato in quelle occasioni, incerto su dove andare o cosa fare, perché i capricci di Stewie, tre anni, e Ralph, sei anni, lo facevano spazientire subito, mentre i discorsi tra i due maschi Brownstein rispettivamente di quindici e diciassette anni erano al di sopra delle sue forze, e quindi non aveva altra scelta che passare il tempo in casa Brownstein in compagnia della tredicenne Anna Brownstein, che gli insegnava il gin rummy e un gioco da tavolo chiamato Carriere, ma Anna era già provvista di seno e aveva un’officina metallurgica agganciata ai denti, cosa che gli rendeva difficile guardarla perché aveva dei pezzetti di cibo perennemente incastrati nella rete argentea dell’apparecchio, minuscole particelle di pomodoro non masticato, croste spugnose di pane, grumi frolli di carne trita, e ogni volta che lei sorrideva, cioè spesso, Ferguson veniva colto da un improvviso, involontario senso di nausea e doveva guardare da un’altra parte.
Eppure, adesso che stavano per traslocare, cosa che gli aveva fornito nuove e importanti informazioni su suo padre (il problema dei troppi soldi, del troppo tempo passato a far soldi, cosí tanto tempo che suo padre era invisibile per lui sei giorni a settimana, cosa che obiettivamente non gli stava bene o almeno lo faceva stare male, o gli causava frustrazione o rabbia o quale che fosse la definizione che ancora doveva trovare), e con in testa la questione paterna, Ferguson ritenne che tornare col pensiero a quei noiosi pomeriggi con i Brownstein e i Solomon fosse un modo istruttivo per analizzare il maschio in azione, per confrontare il comportamento di suo padre con quello di Sam Brownstein e Max Solomon. Se la grandezza delle case in cui vivevano era la misura di quanto guadagnavano, allora suo padre era piú ricco di tutti e due, perché anche la loro casa, quella di adesso, quella che in teoria era troppo piccola e andava sostituita con qualcosa di meglio, era piú spaziosa e piú bella delle case degli altri due. Suo padre aveva una Oldsmobile del 1955 e voleva cambiarla con una Cadillac a settembre, mentre Sam Brownstein aveva una Rambler del 1952 e Max Solomon una Chevrolet del 1950. Solomon faceva il perito liquidatore per una compagnia di assicurazioni (mestiere misterioso, dato che Ferguson non aveva la minima idea di cosa facesse un perito liquidatore), mentre Brownstein possedeva un negozio di articoli sportivi in centro a Newark, non tre negozi come il padre di Ferguson ma uno solo, che comunque gli rendeva a sufficienza per mantenere moglie e tre figli, mentre con i suoi tre negozi il padre di Ferguson manteneva un figlio solo e una moglie, che tra l’altro lavorava anche lei, a differenza di Peggy Brownstein. Brownstein e Solomon, come il padre di Ferguson, andavano a lavorare ogni giorno per guadagnare soldi, ma nessuno dei due usciva di casa alle sei e mezza di mattina o lavorava di sera fino a tardi trovando i figli già a letto quando rientrava. Il quieto, imperturbabile Max Solomon, che era stato ferito quand’era militare nel Pacifico e camminava un po’ zoppo, e il logorroico, espansivo Sam Brownstein, un vulcano di battute e bonarie pacche sulle spalle, cosí diversi fra loro nel comportamento esteriore eppure, nel profondo, diversi dal padre di Ferguson in maniera straordinariamente simile, perché entrambi lavoravano per vivere, mentre suo padre sembrava che vivesse per lavorare, ragion per cui gli amici dei suoi genitori erano caratterizzati piú dai loro entusiasmi che dagli oneri e le responsabilità, Solomon dalla passione per la musica classica (vasta collezione di dischi, impianto hi-fi artigianale), Brownstein dall’amore per lo sport in tutte le sue espressioni, dalla pallacanestro all’ippica, dall’atletica leggera al pugilato, mentre l’unico interesse del padre di Ferguson a parte il lavoro era il tennis che, per Ferguson, era una sorta di magro passatempo restrittivo, e ogni volta che Brownstein metteva una partita di baseball o football in televisione durante uno dei loro pomeriggi insieme, i maschi di entrambe le famiglie si radunavano a guardarla in salotto, e nove volte su dieci, proprio come al cinema, suo padre faticava a tenere gli occhi aperti, lottava per cinque o dieci o quindici minuti, poi si arrendeva e si addormentava.
Oppure la domenica c’erano le visite di famiglia agli Adler, a New York e a Maplewood, che fornivano a Ferguson nuovi soggetti da analizzare nel suo laboratorio sul comportamento maschile, in particolare suo nonno e Donald Marx, il marito di zia Mildred, anche se forse il nonno non contava, dato che era di una generazione piú vecchia oltre che cosí diverso dal padre di Ferguson che era perfino strano mettere i loro due nomi nella stessa frase. Sessantatre anni e ancora gagliardo, ancora al lavoro e a fare soldi con l’agenzia immobiliare, ma non tanti soldi come suo padre, dato che l’appartamento sulla Cinquantottesima Ovest era piuttosto sacrificato, con una cucina minuscola e un salotto che era solo la metà di quello di Maplewood, e l’auto che aveva suo nonno, una strana Plymouth viola, coi comandi del cambio a pulsante, sembrava una vettura da circo vicino all’elegante berlina Oldsmobile di suo padre. Sí, immaginava Ferguson, Benjy Adler era un po’ un buffone, coi suoi trucchi con le carte, le strette di mano con la scossa e la risata stridula col fischio, ma il nipote lo adorava lo stesso, lo adorava perché sembrava che lui adorasse essere vivo, e quando era in uno dei suoi momenti d’affabulazione, snocciolava racconti con una sveltezza e uno stile cosí mordaci che il mondo sembrava condensarsi in un profluvio di parole, storie divertenti piú che altro, storie sugli Adler del passato e su vari parenti vicini e lontani, la cugina del nonno di sua madre, per esempio, una donna dal delizioso nome di Fagela Flegelman, che a quanto pareva era cosí brillante da conoscere a fondo nove lingue straniere a neanche vent’anni, e quando la sua famiglia lasciò la Polonia e arrivò a New York nel 1891, i funzionari di Ellis Island rimasero cosí colpiti dalle sue capacità linguistiche da assumerla seduta stante, e per i successivi trent’anni e passa Fagela Flegelman lavorò come interprete per il dipartimento immigrazione, interrogando migliaia e migliaia di futuri americani appena sbarcati finché la struttura non chiuse nel 1924. Lunga pausa, seguita da uno dei sorrisi enigmatici di suo nonno, e poi un’altra storia sui quattro mariti di Fagela Flegelman e di come li avesse seppelliti tutti, diventando una ricca vedova parigina con appartamento sugli Champs-Élysées. Possibile che quelle storie fossero vere? Era importante che lo fossero?
No, suo nonno non contava perché lui era oltre, perché era del tutto fuori dai cannoni, come avrebbe detto il vecchio con uno dei suoi tremendi giochi di parole, ma zio Don aveva solo un paio d’anni meno di suo padre, perciò era il candidato adatto a una disamina, forse anche migliore di Sam Brownstein o Max Solomon, perché anche loro come suo padre vivevano fuori città e appartenevano come suo padre alla rampante classe media, ma Don Marx era una creatura cittadina, nato e cresciuto a New York, laureato alla Columbia, e per chissà quale miracolo non aveva un lavoro, o almeno non aveva un datore di lavoro o un regolare stipendio, e passava le giornate a casa con una macchina da scrivere che sfornava libri e articoli di riviste, un uomo senza padroni, il primo che Ferguson avesse mai conosciuto. Era andato a vivere con zia Mildred tre anni prima, lasciando moglie e figlio nel suo vecchio appartamento nell’Upper West Side, un’altra novità per Ferguson, un divorziato, uno che l’anno prima si era imbarcato in un secondo matrimonio, dopo aver vissuto nel peccato con la zia di Ferguson per i primi due anni (cosa che faceva storcere il naso a suo padre e ai nonni e alla prozia Pearl ma faceva ridere sua madre), e l’appartamentino in Perry Street al Greenwich Village che Don Marx divideva con zia Mildred conteneva piú libri di quanti Ferguson ne avesse mai visti in una libreria o in una biblioteca, libri in ogni dove, sugli scaffali che tappezzavano le pareti delle tre stanze, su tavoli e sedie, sul pavimento, in cima agli armadietti, e Ferguson non solo era stregato da quel disordine fantastico, ma il semplice fatto che esistesse un appartamento cosí serviva già a dimostrare che al mondo c’erano altri modi di vivere rispetto a quello che conosceva, che il modo in cui vivevano i genitori non era l’unico e il solo. Zia Mildred era professore associato di inglese al Brooklyn College, zio Don era uno scrittore, e anche se il loro lavoro gli rendeva dei soldi, abbastanza soldi per mantenersi in ogni caso, era chiaro che non vivevano solo per quello.
Purtroppo non gli era capitato spesso di andare in quell’appartamento, finora giusto tre volte in tre anni, una a cena con i genitori e altre due da solo con la madre in visita pomeridiana. Ferguson voleva bene alla zia e al nuovo zio, ma per qualche ragione sua madre e la sorella non erano legate, e la triste ma sempre piú evidente verità era che suo padre e Don Marx non avevano niente da dirsi. Gli era sempre parso che suo padre e sua zia andassero d’accordo, e adesso che sua zia non era piú nubile, era convinto che lo stesso valesse per sua madre e suo zio. Il problema era il rapporto donna-donna e quello uomo-uomo, perché sua madre, in quanto sorella minore, aveva sempre ammirato Mildred, e Mildred, in quanto sorella maggiore, aveva sempre compatito la madre di Ferguson, mentre fra gli uomini invece c’era la totale indifferenza reciproca verso il lavoro e la visione della vita dell’altro, i dollari da una parte, le parole dall’altra, con l’aggravante forse che zio Don aveva combattuto in Europa durante la guerra e suo padre era rimasto a casa, ma probabilmente era solo un’ipotesi infondata, dal momento che anche Max Solomon aveva fatto il militare, e lui e suo padre erano sempre stati in grado di parlare, almeno nella misura in cui suo padre era in grado di parlare con qualcuno.
Però c’erano le visite a casa dei nonni per il Ringraziamento, Pasqua e le occasionali riunioni domenicali, cosí come le altre domeniche in cui zia Mildred e zio Don montavano sul sedile posteriore della Plymouth viola e accompagnavano i nonni a trovarli nel New Jersey. Perciò Ferguson aveva ampia occasione di osservare lo zio Don, e la sorprendente conclusione cui giunse fu che malgrado l’enorme diversità in fatto di cultura, istruzione, lavoro e modo di vivere, suo padre e suo zio erano piú uguali che diversi, piú simili fra loro di quanto suo padre fosse simile a Sam Brownstein o Max Solomon, poiché sia che fossero impegnati a sfornare soldi o a sfornare parole, ciascuno di loro era preso dal proprio lavoro a esclusione di tutto il resto, e questo li rendeva nervosi e distratti quando non stavano lavorando, ottusi ed egocentrici, praticamente ciechi. Indubbiamente zio Don sapeva essere piú loquace di suo padre, piú divertente di suo padre, piú interessante di suo padre, ma solo quando voleva, e ora che Ferguson lo conosceva cosí bene, si accorse che spesso guardava zia Mildred come se fosse trasparente quando lei gli parlava, come se cercasse qualcosa alle sue spalle, che non riusciva a sentirla perché stava pensando ad altro, un po’ come spesso suo padre guardava sua madre, sempre piú spesso ormai, lo sguardo vitreo di un uomo capace solo di vedere i pensieri nella propria testa, che c’era ma non c’era, che era assente.
Ecco la vera differenza, concluse Ferguson. Non stava nei soldi, troppi o pochi, né in quello che facevi o non facevi, non stava nel comprare una casa piú grande o un’auto piú costosa, ma nell’ambizione. Cosí si spiegava perché Brownstein e Solomon galleggiassero nell’esistenza con relativa serenità: non erano tormentati dal demone dell’ambizione. Suo padre e zio Don invece erano divorati dall’ambizione, che paradossalmente rimpiccioliva il loro mondo e li rendeva piú inquieti di chi non era afflitto da quel demone, poiché ambizione significava non essere mai soddisfatti, avere sempre fame di qualcos’altro, andare avanti a testa bassa, perché nessun successo poteva essere abbastanza grande da placare la sete di altri successi ancora piú grandi, la smania di trasformare un negozio in due negozi, due negozi in tre negozi, di progettare l’apertura del quarto e poi anche del quinto, cosí come un libro era solo un passo che portava a un altro libro, un libro dopo l’altro vita natural durante, cosa che richiedeva la stessa tenacia e concentrazione di cui aveva bisogno un imprenditore per diventare ricco. Alessandro Magno conquista il mondo, e poi? Costruisce un’astronave e invade Marte.
Ferguson era nei suoi primi dieci anni di vita, ragion per cui i libri che leggeva erano ancora circoscritti nell’ambito della letteratura per ragazzi, i gialli degli Hardy Boys, romanzi su giocatori di football al liceo e viaggiatori intergalattici, raccolte di racconti d’avventura, biografie semplificate di uomini e donne illustri come Abramo Lincoln e Giovanna d’Arco, ma ora che aveva intrapreso la sua indagine nei meandri dell’animo dello zio Don, gli parve una buona idea leggere qualcosa che aveva scritto lui, o provare a leggerlo, e cosí un giorno chiese a sua madre se avevano in casa qualche libro dello zio. Sí, rispose lei, li avevano tutti e due.
F: Tutti e due? Nel senso che ne ha scritti solo due?
Madre di F: Sono libri lunghi, Archie. Ci sono voluti anni per scriverli.
F: Di che parlano?
Madre di F: Sono biografie.
F: Bello. Mi piacciono le biografie. Su chi sono?
Madre di F: Persone di tanto tempo fa. Uno scrittore tedesco del primo Ottocento che si chiamava Kleist. E un filosofo e scienziato del Seicento che si chiamava Pascal.
F: Mai sentiti nominare.
Madre di F: A dire la verità, neanch’io li avevo mai sentiti.
F: Sono bei libri?
Madre di F: Credo di sí. Pare siano molto belli.
F: Nel senso che non li hai letti?
Madre di F: Li ho letti un po’ qua e un po’ là, ma non dall’inizio alla fine. Temo non siano il mio genere.
F: Ma gli altri dicono che sono belli. Significa che zio Don guadagna un sacco di soldi.
Madre di F: Veramente no. Sono libri per addetti ai lavori, e non hanno un grande pubblico. Ecco perché zio Don scrive tutti quegli articoli e recensioni. Per arrotondare un po’ mentre si documenta per i suoi libri.
F: Credo che dovrei leggerne uno.
Madre di F (sorridendo): Se vuoi, Archie. Ma poi non restarci male se non riesci ad andare avanti.
Cosí la madre gli diede i due libri, ognuno di oltre quattrocento pagine, due pesanti tomi a caratteri minuscoli e senza illustrazioni pubblicati dalla Oxford University Press, e siccome la copertina del libro su Pascal gli piaceva di piú della copertina di Kleist, con la semplice foto della maschera mortuaria del francese sospesa su uno sfondo nero totale, decise di affrontare prima quello. Dopo un paragrafo si rese conto che non solo era una fatica, ma era proprio impossibile. Non sono ancora pronto, si disse. Dovrò aspettare di essere piú grande.
Se non riusciva a leggere i libri di suo zio, poteva sempre studiare il suo comportamento con il figlio, un tema di grande interesse per Ferguson, senza dubbio fondamentale, quello che lo aveva indotto alla sua sistematica disamina del maschio americano contemporaneo, perché la crescente delusione nei confronti del padre lo aveva reso piú attento al modo in cui gli altri padri trattavano i propri figli, e lui doveva raccogliere le prove per stabilire se era un problema soltanto suo o un problema universale comune a tutti gli altri ragazzini. Con Brownstein e Solomon, era stato esposto a due diverse espressioni di condotta paterna. Brownstein era allegro e cameratesco con la prole, Solomon era tenero e solenne; Brownstein chiacchierava e riempiva di lodi, Solomon ascoltava e asciugava lacrime; Brownstein poteva perdere la pazienza e sgridare i figli davanti a tutti, Solomon teneva per sé i suoi pensieri e lasciava che fosse Nancy a punire i ragazzi. Due modi, due filosofie, due personalità, uno completamente diverso dal padre di Ferguson, l’altro con qualche somiglianza, ma con un’eccezione fondamentale: Solomon non si addormentava mai.
Zio Don non poteva addormentarsi perché non viveva piú con il figlio e lo vedeva solo ogni tanto, un fine settimana al mese, due settimane in estate, appena trentotto giorni l’anno, ma quando Ferguson fece i calcoli mentalmente, si rese conto che pur vedendo suo padre piú spesso di cosí – cinquantadue domeniche all’anno tanto per cominciare, piú le cene in famiglia nelle sere in cui suo padre non rientrava tardi dal lavoro, grossomodo metà delle sere della settimana, che in totale equivalevano a circa centocinquanta cene all’anno dal lunedí al sabato, molti piú contatti di quanto ne avesse zio Don con il figlio – c’era pur sempre un inghippo, perché il nuovo cugino acquisito di Ferguson durante quei trentotto appuntamenti annuali vedeva il padre da solo, mentre Ferguson non era mai solo con suo padre, e quando cercò fra i ricordi l’ultima volta che erano stati insieme da soli in una stanza o in macchina, gli toccò andare indietro a piú di un anno e mezzo prima, a una domenica mattina piena di pioggia, che aveva cancellato il rito settimanale del tennis con pranzo da Gruning, quando lui e suo padre avevano preso la vecchia Buick ed erano andati a comprare l’occorrente per il brunch e avevano fatto la coda da Tabachnik con il bigliettino numerato aspettando il loro turno nel negozio gremito, profumato, per rifornirsi di coregone, aringa, salmone affumicato, bagel e una vaschetta di formaggio spalmabile. Un ricordo nitido, luminoso – ma quella era stata l’ultima volta, ottobre 1954, un sesto della sua vita passata, e se sottraeva i primi tre anni di vita, di cui non aveva piú il ricordo cosciente, quasi un quarto della sua vita passata, l’equivalente di dieci anni per un uomo di quarantatre, perché a questo punto della storia Ferguson aveva nove anni.
Il bambino si chiamava Noah, e aveva tre mesi e mezzo meno di lui. Con grande dispiacere di Ferguson, li avevano tenuti separati durante gli anni di convivenza nel peccato, dato che la ex moglie di zio Don, comprensibilmente in collera per essere stata scaricata in favore di zia Mildred, non aveva voluto che il figlio restasse contaminato dal contatto con la sfasciafamiglie e i suoi parenti che, oltre agli Adler, comprendevano anche i Ferguson. Tuttavia, quando zio Don e zia Mildred avevano deciso di sposarsi, il divieto era venuto meno, perché a quel punto era tutto legale, e la ex moglie non poteva piú imporre niente all’ex marito. Ferguson e Noah Marx si incontrarono perciò al matrimonio, che ebbe luogo nel dicembre 1954, una cosa ristretta che si tenne nell’appartamento dei nonni di Ferguson con non piú di venti invitati, i componenti di entrambe le famiglie piú qualche amico intimo. Ferguson e Noah erano gli unici bambini presenti, e simpatizzarono subito, essendo tutti e due figli unici che avevano sempre desiderato un fratello o una sorella, e il fatto che fossero coetanei e che da allora in poi sarebbero stati cugini carnali, cugini acquisiti per via delle nozze, forse, ma pur sempre uniti da un vincolo di famiglia, trasformò quel primo incontro al matrimonio in una specie di matrimonio in seconda o unione cerimoniale, o iniziazione tra fratelli di sangue, perché entrambi sapevano che sarebbero rimasti legati per il resto della loro vita.
Certo si vedevano di rado, dato che uno viveva a New York e l’altro nel New Jersey, e siccome Noah in teoria era disponibile solo trentotto giorni l’anno, si erano visti solo sei o sette volte nei diciotto mesi trascorsi dal matrimonio. Ferguson avrebbe voluto che succedesse piú spesso, ma gli bastava essere giunto ad alcune conclusioni circa il rendimento di zio Don nelle funzioni di padre, che non aveva niente a che vedere con quello di suo padre, eppure era diverso da quello di Brownstein e Solomon. D’altronde Noah era un caso particolare, un birbante secco secco con i denti storti che non somigliava affatto ai figli degli altri due, e richiedeva un trattamento particolare. Noah era il primo cinico che Ferguson avesse mai conosciuto, un burlone sovversivo e un logorroico sputasentenze, sveglio, sveglissimo, sveglio e spiritoso allo stesso tempo, una mente ben piú agile e sofisticata di Ferguson all’epoca, dunque era un piacere stare con lui se eri suo amico, come ormai poteva considerarsi Ferguson, ma Noah viveva con la madre e vedeva il padre solo trentotto giorni l’anno, e metteva sempre alla prova la sua pazienza durante le ore che trascorrevano insieme, e comunque perché non doveva avercela con il padre, pensava Ferguson, visto che zio Don lo aveva praticamente abbandonato quando aveva cinque anni e mezzo? Ferguson cominciava a volere molto bene a Noah, ma sapeva anche che suo cugino poteva essere insopportabile, un rompiscatole aggressivo e irritante, e quindi il suo affetto era diviso tra padre e figlio, solidarietà verso il bambino abbandonato ma anche simpatia verso il padre bistrattato, e ben presto Ferguson capí che zio Don voleva coinvolgerlo nelle uscite padre e figlio con Noah perché fungesse da cuscinetto tra loro, da presenza moderatrice, da distrazione. Cosí se ne andavano tutti e tre a Ebbets Field a guardare i Dodgers giocare contro i Phillies, al Museo di storia naturale a guardare le ossa di dinosauro, a vedere due film dei fratelli Marx in un cinema d’essai vicino alla Carnegie Hall, e Noah inaugurava sempre il pomeriggio con una serie di frecciate velenose, sfottendo il padre che lo trascinava a Brooklyn perché era quello che facevano i bravi papà, no?, spingevano i figli in un vagone soffocante della metro e li portavano alle partite di baseball, anche se non gliene poteva fregare di meno del baseball, oppure: Lo vedi il cavernicolo in quel plastico, papà? All’inizio lo avevo scambiato per te. Oppure: I fratelli Marx! Secondo te siamo parenti? Forse dovrei scrivere a Groucho per chiedergli se è il mio vero padre. La verità era che Noah adorava il baseball, e anche se come giocatore era una schiappa, conosceva la media battuta di ogni Dodger e girava con l’autografo di Jackie Robinson (dono di suo padre) nella tasca davanti. La verità era che Noah era attratto da ogni esemplare del Museo di storia naturale e non voleva mai andarsene quando suo padre diceva che era ora di uscire. La verità era che Noah si sbellicava dall’inizio alla fine della Guerra lampo dei fratelli Marx e Quattro folli in alto mare e usciva dal cinema urlando, Che famiglia! Karl Marx! Groucho Marx! Noah Marx! I Marx sono i re del mondo!
Durante tutte quelle tempeste e scaramucce, le bonacce improvvise e gli scoppi di allegria sfrenata, le altalene tra aggressività e ilarità, il padre di Noah perseverava con una calma strana e indefessa, senza mai rispondere alle offese del figlio, né raccogliere le provocazioni, resistendo in silenzio a ogni assalto finché il vento non cambiava ancora direzione. Una forma di condotta paterna misteriosa, senza precedenti, secondo Ferguson, piú che tenere a freno i nervi sembrava permettere al figlio di punirlo per i crimini che aveva commesso, sottomettersi a quelle flagellazioni come per scontare una colpa. Erano proprio una strana coppia: un bambino ferito che urlava amore con ogni gesto di ostilità verso il padre, e un padre ferito che emanava amore evitando di zittirlo con una sberla, lasciandosi prendere a pugni. Tuttavia, quando le acque si calmavano, quando il combattimento cessava per un attimo e padre e figlio viaggiavano insieme sulla stessa barca, succedeva una cosa straordinaria che Ferguson aveva notato: zio Don parlava a Noah come se fosse un adulto. Nessuna superiorità, nessuna carezza sul capo, nessun elenco di regole. Quando il figlio parlava, il padre ascoltava. Quando il figlio faceva una domanda, il padre gli rispondeva come se fosse un collega, e mentre seguiva i loro discorsi, Ferguson non poteva fare a meno di provare un po’ d’invidia, perché mai e poi mai suo padre gli aveva parlato in quel modo, con quel rispetto, quella curiosità, con quello sguardo beato sul viso. Nel complesso, dunque, zio Don era un buon padre – un padre imperfetto, forse, perfino un padre fallito, ma pur sempre un buon padre. E il cugino Noah era un amico eccezionale, anche se a volte un po’ matto.
Un lunedí mattina di metà giugno, sua madre lo informò a colazione che si sarebbero trasferiti nella nuova casa entro fine estate. Lei e suo padre avrebbero chiuso la settimana seguente, e quando Ferguson le chiese cosa significava, lei spiegò che era il gergo degli agenti immobiliari per la compravendita di una casa, e una volta versati i soldi e firmate le carte, la nuova casa sarebbe diventata loro. Era già abbastanza dura cosí, se non che sua madre aggiunse una frase che gli sembrò scandalosa e sbagliata. Neanche a farlo apposta, continuò sua madre, abbiamo anche trovato un acquirente per la vecchia casa. Vecchia? Ma che stava dicendo? Stavano facendo colazione in quella casa proprio in quel momento, ci abitavano in quel momento, e finché non sbaraccavano per andare all’altro capo della città, lei non aveva alcun diritto di parlarne al passato.
Perché quel muso, Archie?, chiese sua madre. È una bella notizia, non una brutta notizia. Sembra che stai per andare in guerra.
Non poteva dirle che sperava che nessuno comprasse la casa, che nessuno la volesse perché lo avrebbero visto tutti che era perfetta solo per i Ferguson, e se i suoi genitori non fossero riusciti a vendere la casa, non si sarebbero potuti permettere quella nuova, e quindi sarebbero stati costretti a restare dov’erano. Non poteva dirglielo perché sua madre sembrava cosí felice, felice come non la vedeva da tanto tempo, e quasi niente era meglio che vedere sua madre felice, eppure, eppure, adesso la sua ultima speranza era svanita, ed era successo tutto alle sue spalle. Un acquirente! Chi era quel pinco pallino, da dove veniva? Nessuno lo informava di niente se non a cose fatte, decidevano sempre tutto alle sue spalle, e lui non aveva mai voce in capitolo. Voleva un voto! Era stufo di essere un bambino, di essere comandato a bacchetta. L’America era una democrazia, ma lui viveva in una dittatura, e si era proprio scocciato, ma scocciato sul serio.
Quando?, chiese.
Proprio ieri, rispose sua madre. Mentre eri a New York con zio Don e Noah. È una storia incredibile.
In che senso?
Ti ricordi il signor Schneiderman, il fotografo per cui lavoravo da giovane?
Ferguson annuí. Certo che si ricordava il signor Schneiderman, quel vecchio scorbutico che veniva a cena una volta all’anno, quello col pizzetto bianco che succhiava la minestra e una volta aveva fatto una puzza a tavola senza neanche accorgersene.
Dunque, disse sua madre, il signor Schneiderman ha due figli grandi, Daniel e Gilbert, tutti e due piú o meno coetanei di tuo padre, e ieri Daniel e la moglie sono venuti qui a pranzo e indovina un po’?
Ho già capito.
Incredibile, vero?
Credo di sí.
Hanno due figli, un maschio di tredici anni e una femmina di nove, e lei, Amy, è la bambina piú bella che io abbia mai visto. Una vera rubacuori, Archie.
Meno male per lei.
Va bene, caro il mio orso, ma che succederebbe se andasse a vivere nella tua stanza? Non saresti contento?
Non sarebbe piú la mia stanza, ma la sua, perché dovrei essere contento?
L’anno scolastico terminò, e il fine settimana seguente Ferguson fu spedito in un campo estivo nello stato di New York. Era la prima volta che andava via di casa, ma partí senza paura né rimpianti perché veniva anche Noah, e poi era stufo dei suoi in quel momento, stanco di tutto quel parlare di case che non erano vecchie e belle bambine che gli avrebbero rubato la stanza, e otto settimane in campagna lo avrebbero senz’altro distratto da quelle noie. Camp Paradise era situato nel quadrante nordorientale della contea di Columbia, non lontano dal confine con il Massachusetts e le colline pedemontane delle Berkshires, e i suoi avevano scelto di mandarcelo perché Nancy Solomon conosceva una persona che ne conosceva un’altra con i figli che ci andavano da anni e potevano parlarne soltanto bene, e una volta iscritto Ferguson, sua madre parlò con la sorella, che parlò col marito, che iscrisse anche Noah. Ferguson e il cugino partirono dalla Grand Central Station con un nutrito contingente di altri ragazzini, circa duecento maschi e femmine tra i sette e i quindici anni, e un paio di minuti prima che salissero sul treno zio Don prese da parte Ferguson e gli chiese di tenere d’occhio Noah, di fare in modo che stesse fuori dai guai e non fosse preso di mira dagli altri, e siccome zio Don aveva cosí tanta fiducia in lui, da cui si deduceva che lo considerava forte e affidabile, Ferguson promise a zio Don che ce l’avrebbe messa tutta per proteggere Noah.
Per fortuna Camp Paradise non era un posto difficile e Ferguson non ci mise molto a capire che poteva abbassare la guardia. La disciplina era fiacca, e a differenza dei campi per i boy scout o di quelli religiosi, che miravano a forgiare il carattere dei fanciulli, i direttori di Camp Paradise tenevano fede all’intento meno elevato di rendere la vita piú piacevole possibile. Durante i primi giorni di permanenza, mentre cominciava ad adattarsi al nuovo ambiente, Ferguson fece varie scoperte interessanti, per esempio che era l’unico del suo gruppo a vivere nei sobborghi. Tutti gli altri venivano da New York, ed era circondato da una moltitudine di ragazzini di città cresciuti in quartieri come Flatbush, Midwood, Boro Park, Washington Heights, Forest Hills e il Grand Concourse, ragazzini di Brooklyn, di Manhattan, del Queens, del Bronx, del ceto medio e medio-basso, figli di insegnanti, ragionieri, impiegati statali, baristi e viaggiatori di commercio. Prima di allora Ferguson pensava che i campi estivi fossero riservati solo ai rampolli dei ricchi banchieri e avvocati, ma evidentemente si sbagliava, e poi, mentre passavano i giorni e imparava i nomi di decine di maschi e femmine, nomi e cognomi, si rese conto che a Camp Paradise erano tutti ebrei, dai coniugi proprietari (Irving ed Edna Katz) al direttore (Jack Feldman) all’educatore e all’assistente educatore nel suo bungalow (Harvey Rabinowitz e Bob Greenberg) fino all’ultimo dei duecentoventiquattro ragazzi che erano lí per l’estate. La scuola statale che frequentava lui a Maplewood era popolata da un insieme di protestanti, cattolici ed ebrei, lí invece erano tutti ebrei, solo ebrei, e per la prima volta in vita sua Ferguson si ritrovò infilato dentro una enclave etnica, una specie di ghetto, in questo caso un ghetto all’aria aperta con alberi, prati e uccelli che sfrecciavano nel cielo azzurro sopra di lui, e una volta assorbita la novità della situazione, non le diede piú importanza.
Quello che contava piú di tutto era passare le giornate in una giostra di piacevoli attività, non solo quelle che già conosceva, come baseball, nuoto e ping-pong, ma primizie assortite comprendenti tiro con l’arco, pallavolo, tiro alla fune, canottaggio, salto in lungo e, soprattutto, la sensazione miracolosa di pagaiare in canoa. Era un bambino robusto, atletico, naturalmente attratto da certe attività fisiche, ma il bello di Camp Paradise era che si poteva scegliere, e per chi non si sentiva un atleta c’erano disegno, ceramica, musica e teatro al posto delle rudi competizioni con palle e bastoni. L’unica attività obbligatoria era il nuoto, mezz’ora due volte al giorno, una prima di pranzo e una prima di cena, ma rinfrescarsi in acqua piaceva a tutti, e se non eri un nuotatore provetto, potevi sguazzare nel lago dove si toccava. Perciò, mentre Ferguson prendeva palle rasoterra da una parte del campo, Noah disegnava nel laboratorio artistico dall’altra parte del campo, e quando Ferguson scivolava sull’acqua a bordo dell’amata canoa, Noah era impegnato nelle prove di una commedia. Durante la prima settimana, quello strano gnomo di Noah si era aggrappato a Ferguson, nervoso e insicuro, si aspettava senz’altro che qualcuno gli facesse lo sgambetto o lo insultasse, ma l’assalto non si materializzò mai, e poco dopo cominciò ad ambientarsi, stringendo amicizia con gli altri ragazzini, facendo sbellicare i compagni di bungalow con le sue imitazioni di Alfred E. Neuman, e riuscendo intanto perfino ad abbronzarsi (Ferguson non credeva ai propri occhi).
Logicamente c’erano liti e discussioni, ogni tanto anche qualche zuffa perché quello era Camp Paradise e non il paradiso vero e proprio, ma niente che uscisse dall’ordinario a quanto gli sembrava, e l’unica volta che stava per venire alle mani con un ragazzino, l’oggetto del contendere era cosí ridicolo che non riuscí a trovare l’entusiasmo per fare a botte. Era il 1956, uno di una lunga serie di anni in cui New York fu al centro dell’universo del baseball, con tre squadre che dominavano in quello sport da un decennio, gli Yankees, i Dodgers e i Giants, e, fatto salvo il 1948, una o spesso anche due delle suddette squadre avevano sempre disputato le World Series sin dal primo anno di vita di Ferguson. Nessuno era neutrale. Ogni uomo, donna e bambino di New York e zone limitrofe parteggiava per una squadra, in genere con intensa devozione, e i sostenitori degli Yankees, Dodgers e Giants si disprezzavano tra loro, cosa che provocava spesso inutili litigi, qualche cazzotto in faccia ogni tanto e, una volta, un morto, durante una famigerata sparatoria in un bar. Per i ragazzi e le ragazze della generazione di Ferguson il dibattito piú annoso ruotava intorno a una questione, e cioè quale squadra vantasse il miglior esterno centro, visto che erano tutti e tre giocatori superlativi, i migliori di sempre in quel ruolo, il fior fiore nella storia del baseball, e quante ore sprecavano quei ragazzi ragionando sulle virtú di Duke Snider (Dodgers), Mickey Mantle (Yankees) e Willie Mays (Giants), e i tifosi delle rispettive squadre erano cosí sfegatati da difendere ciecamente l’esterno centro del proprio club per pura, incrollabile fedeltà. Ferguson tifava per i Dodgers perché sua madre era cresciuta a Brooklyn tifando per i Dodgers e gli aveva inculcato l’amore per i perdenti e i casi disperati, dato che i Dodgers dell’infanzia di sua madre erano una squadra pasticciona, patetica, mentre invece adesso erano i numeri uno, i campioni in carica, a livello degli onnipotenti Yankees, e degli otto ragazzini che dormivano nel bungalow con Ferguson quell’estate, tre tenevano per gli Yankees, due per i Giants e tre per i Dodgers, ovvero Ferguson, Noah e un ragazzino che si chiamava Mark Dubinsky. Un pomeriggio, durante i tre quarti d’ora di riposo dopo pranzo, che di solito venivano trascorsi leggendo i fumetti di Superman, scrivendo lettere e studiando i risultati delle partite vecchi di due giorni sul «New York Post», Dubinsky, che aveva il letto a sinistra di quello di Ferguson (quello di Noah era a destra), sollevò la questione per l’ennesima volta, raccontando a Ferguson di aver sostenuto con forza la superiorità di Snider su Mantle durante una discussione con due tifosi degli Yankees quella mattina, aspettandosi che Ferguson come tifoso dei Dodgers gli desse ragione, ma Ferguson non lo fece, perché Duke Snider era il suo idolo, disse, ma Mantle era piú bravo, anzi, Mays era anche piú bravo di Mantle, giusto un pelo, forse, ma chiaramente piú bravo, quindi perché Dubinsky insisteva a raccontarsi le favole? La risposta di Ferguson fu cosí inattesa, cosí olimpica nelle sue affermazioni, cosí completa nel demolire le certezze di Dubinsky circa il potere della fede sulla ragione che Dubinsky si offese, si offese di brutto, e un attimo dopo saltò in piedi sul letto di Ferguson e cominciò a sbraitare, a chiamarlo traditore, ateo, comunista e due volte bugiardo, e forse doveva dargli un cazzotto in pancia cosí imparava la lezione. Mentre Dubinsky serrava i pugni, preparandosi a colpire Ferguson, Ferguson si tirò su e gli disse di stare calmo. Pensala come vuoi, Mark, disse, ma anch’io ho diritto alla mia opinione. Invece no, rispose Dubinsky ancora fuori di sé, se tifi per i Dodgers no. A Ferguson non interessava proprio fare a botte con Dubinsky, il quale di norma non si lasciava andare a certe scene da esaltato, eppure quel pomeriggio sembrava smanioso di menare le mani, come se Ferguson gli avesse dato sui nervi e volesse fare a pezzi la loro amicizia, e mentre Ferguson seduto sul letto cercava di capire se sarebbe riuscito a convincerlo con il dialogo o se invece sarebbe effettivamente stato costretto ad alzarsi e fare a botte, a un tratto intervenne Noah. Ragazzi, ragazzi, disse, col vocione buffo autoritario, smettetela subito con questo litigio senza senso. Sappiamo tutti chi è il miglior esterno centro, no? Ferguson e Dubinsky si voltarono a guardare Noah, che era steso sul letto col gomito sul cuscino e la testa appoggiata alla mano. D’accordo, Harpo, sentiamo: ma ti conviene rispondere bene. Ora che aveva la loro attenzione Noah fece una pausa e un sorriso, un sorriso stupido eppure straordinariamente beato che si piantò nella memoria di Ferguson e vi rimase imperituro, risvegliandosi in continuazione mentre Ferguson passava dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta, un lampo di fantasia pura e stralunata che nei suoi due secondi di durata svelò il cuore autentico nel novenne Noah Marx, il quale pose fine alla disputa dicendo: Sono io.
Nel primo mese Ferguson non pensò mai a quanto fosse felice in quel posto. Era troppo immerso in quello che stava facendo per fermarsi a riflettere su ciò che provava, troppo preso dall’immediato per poter vedere il prima o il dopo, lui viveva il presente, seguendo il consiglio del suo educatore Harvey per riuscire bene nello sport, che forse era la vera definizione di felicità, non sapere di essere felici, non pensare a nient’altro che essere vivi in quel momento, ma poi all’improvviso si profilò all’orizzonte la giornata dei genitori, la domenica che segnava la metà di quelle otto settimane, e nei giorni precedenti all’arrivo di quella domenica, Ferguson scoprí con sgomento che non era affatto impaziente di rivedere i genitori, neanche sua madre, pensava gli sarebbe mancata da morire e invece no, gli era mancata solo a sprazzi intermittenti e dolorosi, e soprattutto non suo padre, che era scomparso dai suoi pensieri durante quel mese ed era come se non contasse piú per lui. Stava meglio al campo estivo che a casa, si rese conto. La vita con gli amici era molto piú ricca e appagante della vita con i genitori, ragion per cui i genitori erano meno importanti di quanto immaginava, un’idea eretica questa, addirittura rivoluzionaria, su cui ragionò molto quella sera a letto, poi il giorno dei genitori arrivò e quando vide sua madre scendere dall’auto e venirgli incontro, si trovò improvvisamente a trattenere le lacrime. Che cosa ridicola. Che cosa imbarazzante comportarsi cosí, pensò, eppure che altro poteva fare se non correre fra le braccia della madre e lasciarsi dare un bacio?
Però c’era qualcosa di strano. Zio Don doveva venire insieme ai genitori di Ferguson, invece non c’era, e quando Ferguson chiese come mai, la madre gli rivolse uno sguardo angosciato e disse che glielo avrebbe spiegato dopo. La spiegazione arrivò circa un’ora piú tardi, quando i genitori lo portarono a pranzo oltre il confine con il Massachusetts in un Friendly’s Restaurant di Great Barrington. Come al solito fu sua madre a parlare, ma per una volta suo padre sembrava attento e interessato, seguiva il discorso da vicino come Ferguson, e considerato quello che sua madre aveva da dire, che le circostanze le imponevano di dire, Ferguson non si stupí che fosse nervosa come non era mai stata di recente, la voce le tremava mentre parlava, perché voleva risparmiare al figlio la parte peggiore ma allo stesso tempo non era in grado di attutire il colpo senza distorcere la verità, perché l’importante in quel momento era la verità, e anche se Ferguson aveva solo nove anni, era necessario che ascoltasse tutta la storia, senza alcuna omissione.
Ecco qua, Archie, accendendosi una Chesterfield senza filtro e soffiando una nuvola di fumo grigio-azzurro sul tavolo di formica. Don e Mildred si sono lasciati. Il matrimonio è finito. Vorrei poterti spiegare perché, ma Mildred non vuole dirmelo. È proprio distrutta, sono dieci giorni che non smette di piangere. Non so se Don si è innamorato di un’altra o se le cose sono andate a rotoli da sole, ma ormai Don è fuori dai giochi, ed è escluso che tornino insieme. Ci ho parlato un paio di volte, ma nemmeno lui ha voluto raccontarmi niente. Mi ha solo detto che con Mildred è finita, che era tutto sbagliato dal principio. No, non tornerà con la madre di Noah. Ha intenzione di trasferirsi a Parigi. Ha già portato via la sua roba dall’appartamento di Perry Street e partirà entro fine mese. E qui veniamo al discorso Noah. Don vuole passare un po’ di tempo con lui prima di andare via, cosí la sua ex moglie, e con questo intendo la sua prima ex moglie, Gwendolyn, è venuta qui a prendere Noah per riportarlo a New York. Esatto, Archie, Noah se ne va. Lo so che ormai siete molto legati, che siete amici, ma non posso farci niente. Ho chiamato quella donna, Gwendolyn Marx, e le ho detto che a prescindere da quello che è successo tra Don e Mildred, avrei voluto che i nostri figli restassero in contatto, sarebbe stato un peccato se ci fosse andata di mezzo la vostra amicizia, ma quella è un’insensibile, Archie, ce l’ha col mondo intero, ha il cuore di pietra, e mi ha risposto che non se ne parlava neanche. E quando suo padre partirà per Parigi, le ho chiesto, Noah tornerà a Camp Paradise? Neanche per sogno, ha risposto. Be’, almeno lasci che i ragazzi si salutino domenica, ho detto, e lei, senti che roba, mi fa: E perché? Ormai ero inviperita, non mi sono mai arrabbiata cosí tanto in vita mia e le ho urlato: Ma che domande sono? E lei ha risposto tutta tranquilla: Devo proteggere Noah dalle scene drammatiche; la sua vita è già dura cosí com’è. Non so che dire, Archie. Quella non ci sta con la testa. E poi c’è mia sorella imbottita di tranquillanti, che piange a letto come una fontana. Lei ha perso Don, tu sei rimasto senza Noah, francamente, figlio mio, è proprio un macello, vero?
Il secondo mese a Camp Paradise fu il mese del letto vuoto. Il nudo materasso sulla rete di metallo a destra di quello in cui Ferguson continuava a dormire, il letto dell’assente Noah, e ogni giorno Ferguson si chiedeva se si sarebbero mai rivisti. Cugini per un anno e mezzo, e adesso non erano piú cugini. Una zia che aveva sposato uno zio, e adesso non erano piú sposati, lo zio viveva sull’altra sponda dell’Atlantico, dove non poteva piú stare con il figlio. Il mondo è solido per un periodo, poi una mattina esce il sole e comincia a sciogliersi.
Ferguson tornò a casa a Maplewood alla fine di agosto, disse addio alla sua stanza, disse addio al tavolo da ping-pong in giardino, disse addio alla zanzariera rotta in cucina, e la settimana seguente si trasferí con i genitori nella nuova casa dall’altra parte della città. Era cominciata l’epoca della vita da gran signori.
2.1
Dacché ricordava, Ferguson aveva sempre guardato la ragazza disegnata sulla bottiglia di White Rock. Era la marca di acqua minerale che sua madre comprava nei giri bisettimanali all’A&P, ed essendo suo padre un fermo sostenitore delle virtú dell’acqua minerale, c’era sempre stata una bottiglia di White Rock in tavola a cena. Perciò Ferguson aveva studiato la ragazza centinaia di volte, tenendo accostata la bottiglia per guardare l’immagine in bianco e nero del corpo seminudo sull’etichetta, quella ragazza seducente, serenamente elegante con i piccoli seni scoperti e il panno bianco drappeggiato intorno ai fianchi che ricadeva aprendosi a svelare tutta la gamba destra, la gamba in primo piano ripiegata sotto di lei che, appoggiata sulle mani e le ginocchia, si sporgeva a guardare una pozza d’acqua dalla roccia su cui era appollaiata, la quale opportunamente recava incise le parole White Rock, ma la cosa singolare, del tutto inverosimile di quella ragazza, erano le due ali diafane che le spuntavano dalle spalle, ragion per cui era sovrumana, una dea o una sorta di creatura incantata, e siccome aveva le membra sottilissime e dava l’impressione di essere piccolissima, sembrava comunque una ragazzina anziché una donna, nonostante i seni, che erano i minuscoli seni in boccio di una dodicenne o di una tredicenne, e con quei capelli ben raccolti a scoprire la carnagione luminosa del collo e delle spalle, era proprio il tipo di ragazzina su cui un ragazzino poteva intrattenere pensieri seri, e una volta che lui fosse diventato un po’ piú grande, diciamo un dodicenne o un tredicenne, la ragazza della White Rock poteva facilmente tramutarsi in un vero e proprio richiamo erotico, l’invito a un mondo di passione carnale e desiderio ormai desto, e non appena gli accadde, Ferguson cominciò a stare attento a non farsi vedere dai genitori quando guardava la bottiglia.
C’era anche la ragazza indiana in ginocchio sulla scatola del burro Land O’Lakes, la bellezza adolescente con le lunghe trecce nere e le due piume variopinte che spuntavano dalla fascia di perline sulla fronte, ma la potenziale rivale della ninfa della White Rock aveva un problema: era completamente vestita, e questo riduceva di molto il suo fascino, senza contare il problema dei gomiti, che sporgevano rigidi dai fianchi perché reggeva una scatola di burro Land O’Lakes, identica a quella che stava di fronte a Ferguson, la stessa scatola ma piú piccola, con la stessa immagine della ragazza indiana che reggeva un’altra scatola piú piccola di burro Land O’Lakes, idea suggestiva ma sconcertante, secondo Ferguson, un infinito regresso di indianine sempre piú piccole che reggevano scatole di burro sempre piú piccole, simile all’effetto prodotto dalla scatola dell’avena Quaker, col quacchero sorridente in cappello nero che si perdeva in un punto invisibile all’occhio umano, un mondo dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo, finché il mondo non si riduceva alle dimensioni di un singolo atomo e riusciva comunque, chissà come, a diventare ancora piú piccolo. Interessante, certo, ma non tanto da ispirare sogni, perciò l’indianina del burro era sempre seconda con parecchio distacco rispetto alla principessa della White Rock. Poco dopo aver compiuto dodici anni, però, Ferguson fu messo a parte di un segreto. Era andato a trovare il suo amico Bobby George che abitava in fondo alla strada, e mentre sedevano in cucina a mangiare panini col tonno, entrò il fratello quattordicenne di Bobby, Carl, un ragazzino alto, robusto, col bernoccolo della matematica e la faccia tarlata di brufoli, che a volte era prepotente con Bobby e altre gli parlava quasi da pari a pari, fatto sta che quel piovoso sabato pomeriggio di metà marzo l’imprevedibile Carl si sentiva generoso, e mentre i ragazzi sedevano al tavolo a masticare panini e bere latte, annunciò di aver fatto una scoperta straordinaria. Senza dire di che scoperta si trattava, aprí il frigorifero e tirò fuori una scatola di burro Land O’Lakes, prese un paio di forbici e un rotolo di scotch da un cassetto vicino al lavandino e li portò tutti e tre sul tavolo. State a vedere, disse, e i due ragazzini lo guardarono tagliare la scatola a sei facce e mettere da parte le due facce piú grandi con l’immagine dell’indianina. Da una delle due immagini ritagliò le ginocchia della ragazza che spuntavano sotto l’orlo della gonna insieme a un pezzettino di pelle nuda, poi con lo scotch attaccò le ginocchia ad altezza della scatola del burro sull’altra immagine, ed ecco che le ginocchia si trasformarono in mammelle, due grosse mammelle nude, ciascuna con un puntino rosso al centro che poteva passare benissimo per un capezzolo disegnato a regola d’arte. La castigata squaw Lakota era stata trasformata in una bonona appetitosa, e mentre Carl sorrideva e Bobby si scompisciava, Ferguson continuò a guardare in assoluto silenzio. Che trovata ingegnosa, pensò. Qualche colpo di forbice, una strisciolina di nastro trasparente e la ragazza del burro era rimasta senza veli.
C’erano foto di donne nude sul «National Geographic», una rivista a cui i genitori di Bobby erano abbonati e chissà perché non buttavano mai via e ogni tanto, durante la primavera del 1959, Ferguson e Bobby tornavano a casa da scuola e andavano direttamente nel garage dei George, dove setacciavano le pile di riviste gialle in cerca di immagini di donne a seno nudo, esemplari antropologici di tribú primitive d’Africa e Sudamerica, le donne con la pelle nera e marrone di paesi caldi che andavano in giro svestite o quasi e non si vergognavano di farsi vedere cosí, esibivano il seno con la stessa indifferenza con cui una donna americana avrebbe mostrato le mani o le orecchie. Erano foto decisamente antierotiche, e a parte qualche giovane venere che faceva capolino ogni sette o dieci numeri, quasi nessuna di quelle donne era attraente agli occhi di Ferguson, ma era comunque emozionante e istruttivo guardare quelle foto che, se non altro, mostravano l’infinita varietà della figura femminile, in particolare le innumerevoli differenze riscontrabili nelle dimensioni e nella forma del seno, dal grande al piccolo e con tutte le vie di mezzo, dai seni gonfi ed esuberanti ai seni appiattiti e penduli, dai seni orgogliosi ai seni sconfitti, dai seni simmetrici ai seni mal assortiti, dai seni ridenti ai seni piangenti, dalle mammelle rinsecchite delle vecchie decrepite alle enormi protuberanze delle mamme che allattano. Bobby sogghignava un sacco durante quelle battute di caccia tra le pagine del «National Geographic», rideva per nascondere la vergogna che provava al desiderio di guardare quelle che chiamava foto sporche, ma Ferguson non pensava mai che fossero sporche e non si vergognava mai della sua voglia di guardarle. Il seno era importante perché era la caratteristica piú pronunciata e visibile che distingueva le donne dagli uomini, e ormai le donne erano un tema molto interessante per lui perché, pur essendo ancora solo un dodicenne prepubere, capiva da certi sommovimenti che la sua infanzia aveva i giorni contati.
Lo scenario era cambiato. Il furto nel magazzino del novembre 1955, seguito dall’incidente d’auto del febbraio 1956, avevano rimosso entrambi gli zii di Ferguson dalla cerchia familiare. Lo zio Arnold caduto in disgrazia viveva nella lontana California, il defunto zio Lew aveva lasciato questa terra definitivamente e MondoCasa non esisteva piú. Suo padre si era sforzato di mandare avanti l’attività per quasi un anno, ma la polizia non era riuscita a recuperare gli elettrodomestici rubati, e siccome aveva rinunciato al risarcimento dell’assicurazione rifiutando di sporgere denuncia contro il fratello, quel gesto di clemenza gli era costato perdite troppo ingenti per poterle superare. Per non indebitarsi oltre, ripagò il prestito di emergenza della banca con l’aiuto del nonno di Ferguson e mise tutto in vendita, liberandosi del negozio, del magazzino e delle merci rimaste, fuggendo dagli spettri dei fratelli e dall’impresa che era stata la sua vita per piú di vent’anni. Naturalmente il negozio era ancora lí, al solito posto su Springfield Avenue, ma ora si chiamava Mercatone Mobili Newman.
Il padre di Ferguson restituí il prestito del suocero con i proventi della vendita e aprí un negozio nuovo e assai piú piccolo, a Montclair: Stanley TV & Radio. Dal punto di vista di Ferguson, era una soluzione assai migliore rispetto a prima, perché, guarda caso, la nuova attività di suo padre si trovava a poca distanza da Roseland Foto, e questo gli permetteva di fare un salto da suo padre o da sua madre quando gli pareva. Stanley TV & Radio era un buco, certo, ma c’era una bella atmosfera intima, e a Ferguson piaceva andare a trovare il padre dopo la scuola, sedergli accanto al banco di lavoro nel retrobottega mentre lui riparava televisori, radio e tanti altri oggetti di ogni genere, smontando e rimontando tostapane, ventilatori, condizionatori, lampade, giradischi, frullatori, spremiagrumi elettrici e aspirapolvere guasti, poiché la voce che sapeva riparare qualunque cosa si era sparsa in fretta, e mentre il giovane commesso Mike Antonelli accoglieva i clienti e vendeva radio e televisori agli abitanti di Montclair, Stanley Ferguson stava quasi sempre nel retro, ad armeggiare in silenzio, a dissezionare pazientemente apparecchi rotti per farli funzionare di nuovo. Ferguson capiva che il tradimento di Arnold aveva ucciso qualcosa dentro suo padre, che quell’incarnazione in scala ridotta dell’attività precedente rappresentava una cocente sconfitta personale, eppure qualcosa in lui era cambiato anche in meglio, e i principali beneficiari del cambiamento erano moglie e figlio. I genitori di Ferguson litigavano molto meno di prima. La tensione in casa si era allentata, in realtà spesso sembrava proprio svanita, e Ferguson si sentiva piú tranquillo ora che sua madre e suo padre pranzavano insieme ogni giorno, loro due soli al tavolo d’angolo di Al’s Diner, e sua madre gli ripeteva sempre, in tanti modi diversi che però si somigliavano tutti, delle frasi che in sostanza significavano: Tuo padre è un uomo buono, Archie, l’uomo migliore che ci sia. Un uomo buono, e un uomo sempre alquanto taciturno, ma ora che il padre aveva rinunciato al vecchio sogno di diventare un altro Rockefeller, Ferguson si sentiva piú tranquillo in sua presenza. Adesso potevano parlare un po’, e Ferguson aveva quasi sempre la certezza che il padre lo ascoltasse. E anche quando non parlavano, gli piaceva stare seduto con lui al banco di lavoro dopo la scuola, a fare i compiti da un lato del tavolo mentre suo padre lavorava dall’altro, smontando e rimontando piano piano l’ennesimo apparecchio guasto.
I soldi non abbondavano come ai tempi di MondoCasa. Invece di due automobili, adesso i genitori di Ferguson ne possedevano una sola – la Pontiac azzurro polvere del 1954 di sua madre – e un furgone rosso Chevrolet per le consegne con il nome dell’impresa di suo padre stampato sulle fiancate. In passato capitava che i suoi andassero in gita nel fine settimana, quasi sempre sulle Catskills per un paio di giorni di tennis e ballo da Grossinger o al Concord, ma dopo l’apertura di Stanley TV & Radio nel 1957 avevano smesso. Nel 1958, quando Ferguson ebbe bisogno di un nuovo guantone da baseball, suo padre lo portò fino al negozio di Sam Brownstein al centro di Newark a comprarne uno a prezzo di costo invece di dargli i soldi per comprare lo stesso guanto da Gallagher, il negozio di articoli sportivi a Montclair. La differenza era di dodici dollari e mezzo, venti dollari tondi invece di trentadue e cinquanta, non cosí grande in linea di massima, ma pur sempre un notevole risparmio, da cui Ferguson capí che la vita era cambiata e che d’ora in avanti avrebbe dovuto riflettere bene prima di chiedere ai genitori qualunque cosa al di là dello stretto necessario. Di lí a poco Cassie Burton smise di lavorare per loro, e proprio come sua madre e zia Mildred avevano pianto abbracciate in aeroporto nel 1952, Cassie e sua madre piansero la mattina in cui Cassie fu avvisata che la famiglia non poteva piú permettersi di tenerla. Ieri bistecche, oggi hamburger. La famiglia era retrocessa di un paio di posizioni, ma quale persona di buonsenso perderebbe il sonno solo perché c’è da tirare un po’ la cinghia? Un libro della biblioteca pubblica era uguale a quello che compravi in libreria, il tennis era sempre tennis, che lo giocassi ai campi comunali o in un circolo privato, e bistecche e hamburger provenivano dalla stessa mucca, e anche se le bistecche in teoria rappresentavano l’apice della bella vita, la verità era che Ferguson era sempre andato matto per gli hamburger, soprattutto col ketchup – lo stesso ketchup che una volta spalmava sulle grassocce lombate poco cotte che piacevano tanto a suo padre.
La domenica era sempre il giorno piú bello della settimana, in particolare se era una domenica che non prevedeva scambi di visite, una giornata che Ferguson poteva passare da solo con i genitori, e adesso che era piú grande e piú forte ed era diventato un agile dodicenne fanatico di sport, apprezzava le partite a tennis mattutine con i suoi, le partite singole con il padre, le partite due contro uno tra madre-figlio e marito/padre, le partite di doppio che lo vedevano in coppia con suo padre contro Sam Brownstein e il figlio minore, e dopo il tennis c’era il pranzo da Al’s Diner, con l’immancabile frappè al cioccolato, e dopo il pranzo c’era il cinema, e dopo il cinema c’era la cena cinese al Green Dragon di Glen Ridge o il pollo fritto alla Little House di Millburn o i panini caldi col tacchino al Pal’s Cabin di West Orange o lo stracotto con le crespelle al formaggio al Claremont Diner di Montclair, i locali affollati ed economici dei sobborghi del New Jersey, chiassosi e alla buona, forse, ma si mangiava bene, ed era domenica sera, e loro tre erano insieme, e anche se ormai Ferguson cominciava a staccarsi dai genitori, quell’unico giorno alla settimana contribuiva a mantenere l’illusione che gli dèi sapevano essere clementi, quando volevano.
Zia Mildred e zio Henry non erano riusciti a sfornare il cugino Adler che Ferguson agognava tanto da piccolo. Le ragioni gli erano ignote, sterilità o infertilità o il rifiuto consapevole di accrescere la popolazione mondiale, ma nonostante la delusione di Ferguson, il vuoto di cugini sulla costa occidentale in fin dei conti giocò a suo favore. Magari zia Mildred non era legata a sua sorella, ma non avendo figli, e senza altri nipoti maschi o femmine all’orizzonte, riversò il suo eventuale istinto materno sul suo solo e unico Archie. Dopo il trasloco in California quando Ferguson aveva cinque anni, lei e zio Henry erano tornati a New York diverse volte per lunghi soggiorni estivi, e anche quando rientrava a Berkeley per il resto dell’anno, si teneva in contatto con il nipote scrivendogli o facendosi sentire per telefono. Ferguson capiva che sua zia era un po’ glaciale, che sapeva essere aspra, cocciuta e anche maleducata con gli altri, ma con lui, il suo unico e solo Archie, era un’altra persona, piena di complimenti e buonumore e curiosità per quello che il nipotino faceva, pensava e leggeva. Gli comprava sempre dei regali, fin da quando era piccolissimo, regali a profusione, in genere sotto forma di libri e dischi, e adesso che Ferguson era piú grande ed erano aumentate le sue capacità intellettive, era aumentato anche il numero di libri e dischi che la zia gli spediva dalla California. Forse temeva che i suoi genitori non sapessero fornirgli la giusta guida intellettuale, forse li considerava un’insignificante coppia di borghesi ignoranti, forse si riteneva in dovere di salvare Ferguson dall’ignoranza squallida in cui viveva, pensando che lei e lei soltanto potesse offrirgli l’aiuto necessario per scalare le alte vette dell’illuminazione. Era senz’altro possibile che fosse (come Ferguson aveva sentito dire dai genitori) una snob intellettuale, ma non si discuteva sul fatto che, snob o non snob, fosse una vera intellettuale, una donna di vasta erudizione che viveva del proprio lavoro di docente universitaria, e le opere che suo nipote scopriva grazie a lei erano davvero un dono del cielo.
Nessun altro ragazzo del suo giro di conoscenze aveva letto quello che aveva letto lui, e siccome zia Mildred sceglieva con cura per lui, come aveva scelto con cura per la sorella nel periodo in cui era stata costretta a letto tredici anni prima, Ferguson leggeva i libri che lei gli mandava con un’avidità che somigliava alla fame fisica, perché sua zia capiva quali libri avrebbero soddisfatto le brame di un ragazzo in rapido sviluppo, dai sei agli otto anni, dagli otto anni ai dieci, dai dieci ai dodici… e avanti, fino alla fine delle superiori. Le favole, per cominciare, i fratelli Grimm e i volumi multicolori compilati dallo scozzese Lang, poi i meravigliosi, fantastici romanzi di Lewis Carroll, George MacDonald e E. Nesbit, seguiti dai miti greci e romani narrati da Bulfinch, una versione per bambini dell’Odissea, La tela di Carlotta, una scelta di racconti dalle Mille e una notte riedita col titolo I sette viaggi di Sinbad il marinaio e poi, pochi mesi dopo, il florilegio di seicento pagine delle Mille e una notte tutto intero, e l’anno successivo Il dottor Jekyll e il signor Hyde, i racconti dell’orrore e del mistero di Poe, Il principe e il povero, Il ragazzo rapito, Canto di Natale, Tom Sawyer e Uno studio in rosso, e Ferguson reagí con tale entusiasmo al libro di Conan Doyle che per il suo undicesimo compleanno ricevette da zia Mildred un’edizione gigantesca e riccamente illustrata di Tutto Sherlock Holmes. Questo per citare alcuni libri, ma c’erano anche i dischi, che non erano meno importanti dei libri per Ferguson, soprattutto in quel momento, gli ultimi due o tre anni, a partire da quando lui ne aveva nove o dieci, e che gli arrivavano a intervalli regolari di tre-quattro mesi. Jazz, musica classica, folk, rhythm and blues e perfino un po’ di rock and roll. Anche qui, come per i libri, zia Mildred seguí un approccio strettamente pedagogico e guidò Ferguson procedendo a tappe, sapendo che Louis Armstrong doveva venire prima di Charlie Parker, che doveva venire prima di Miles Davis, che Čajkovskij, Ravel e Gershwin dovevano precedere Beethoven, Mozart e Bach, che bisognava ascoltare i Weavers prima di Lead Belly, che Ella Fitzgerald che canta Cole Porter era il primo passo necessario per essere promossi a Billie Holiday che canta Strange Fruit. Con suo grande rammarico, Ferguson aveva scoperto di non possedere un briciolo di talento per la musica. A sette anni aveva provato con il pianoforte e un anno dopo aveva smesso, per la frustrazione; a nove anni aveva provato la cornetta e aveva smesso; a dieci anni aveva provato la batteria e aveva smesso. Per qualche ragione faticava a leggere la musica, non riusciva ad assimilare bene i simboli sulla pagina, i circoletti vuoti e pieni appoggiati sulle linee o annidati nel mezzo, i bemolle e i diesis, le armature di chiave, la chiave di violino e quella di basso, le notazioni non riuscivano a entrargli in testa e diventare automaticamente riconoscibili come era successo con le lettere e i numeri, perciò era costretto a pensare a ogni nota prima di suonarla, e quindi leggeva piú lentamente le battute e le misure di qualunque brano e, in sostanza, non riusciva a suonare niente. Fu una triste sconfitta. Il suo cervello rapido ed efficiente era handicappato quando si trattava di decifrare quei segni riottosi, e invece di sbattere ostinatamente la testa contro il muro, aveva abbandonato la lotta. Una triste sconfitta, perché amava cosí tanto la musica, riusciva a sentirla cosí bene quando la suonavano gli altri, perché aveva l’orecchio sensibile, capace di cogliere le finezze della composizione e dell’esecuzione, ma come musicista era un caso disperato, un impedito totale, dunque era ormai rassegnato a essere un ascoltatore, un ascoltatore fervido e appassionato, e zia Mildred era abbastanza intelligente da sapere come nutrire quella passione, che era di certo uno dei motivi fondamentali per cui vivere.
Quell’estate, durante una delle sue visite a est con zio Henry, zia Mildred contribuí a illuminare Ferguson su un’altra questione che gli premeva molto, una cosa che non c’entrava niente con i libri o la musica ma che rivestiva per lui uguale se non maggiore importanza. Zia Mildred era venuta a Montclair per trascorrere un po’ di tempo con il suo cocco e con la sorella e il cognato, e quando il primo giorno si accomodarono a tavola per pranzo (la madre e il padre di Ferguson erano al lavoro, quindi lui e la zia erano soli in casa), lui indicò la bottiglia di acqua minerale White Rock sul tavolo e le chiese perché la ragazza aveva le ali che le spuntavano dalla schiena. Non riusciva a capirlo, disse. Non erano ali d’angelo né d’uccello, cioè quelle che ci si può aspettare di vedere su una creatura mitologica, ma fragili ali d’insetto, le ali di una libellula o di una farfalla, e questo lo lasciava profondamente perplesso.
Non sai chi è, Archie?, disse la zia.
No, rispose lui. Proprio no. Se no perché l’avrei chiesto?
Credevo avessi letto il Bulfinch che ti ho regalato un paio d’anni fa.
L’ho letto.
Tutto tutto?
Credo di sí. Avrò saltato un capitolo o due. Non mi ricordo.
Non importa. Puoi controllare piú tardi. (Sollevando la bottiglia del tavolo, battendo il dito sul disegno della ragazza). Come ritratto non è il massimo, ma dovrebbe essere Psiche. Te la ricordi, adesso?
Amore e Psiche. L’ho letto quel capitolo, ma non dice che Psiche aveva le ali. Amore aveva le ali, le ali e una faretra piena di frecce, ma Amore è un dio, Psiche invece una semplice mortale. Una ragazza bellissima, ma comunque umana, una persona come noi. No, un momento. Adesso mi ricordo. Dopo aver sposato Amore, diventa immortale anche lei. È cosí, vero? Ma continuo a non capire perché abbia quelle ali.
La parola psiche significa due cose in greco, disse la zia. Due cose molto diverse ma interessanti. Farfalla e anima. Ma se ci pensi bene, farfalla e anima non sono cosí diverse, in fin dei conti, no? All’inizio la farfalla è un bruco, una specie d’inutile verme della terra, poi un giorno il bruco si costruisce un bozzolo, e dopo un po’ il bozzolo si apre ed ecco che vien fuori la farfalla, la creatura piú bella del mondo. Lo stesso succede all’anima, Archie. Si dibatte negli abissi dell’oscurità e dell’ignoranza, soffre sventure e patimenti, e poco per volta viene purificata da quelle sofferenze, rafforzata dalle difficoltà che incontra, e un giorno, se l’anima in questione è un’anima degna, si libererà dal bozzolo e si alzerà in volo come una magnifica farfalla.
Nessun talento per la musica, dunque, nemmeno per il disegno o la pittura, orrendamente negato a cantare, ballare e recitare, ma per una cosa era portato: il gioco, il gioco fisico, lo sport in tutte le sue varietà stagionali, baseball con il caldo, football con il gelo, pallacanestro con il freddo, e a dodici anni già praticava in squadra tutti questi sport e giocava tutto l’anno senza interruzione. Fin da quel lontano pomeriggio di settembre del 1954, il pomeriggio memorabile che aveva trascorso con Cassie a guardare Mays e Rhodes sconfiggere gli Indians, il baseball era stato una monomania, e quando l’anno dopo cominciò a praticarlo seriamente, si rivelò molto bravo, bravo come i giocatori migliori che aveva intorno, forte in campo, forte alla battuta, con un innato fiuto per le sfumature di ogni situazione possibile nel corso di una partita, e quando uno scopre di saper fare bene una cosa, gli viene voglia di continuare a farla, a farla piú spesso che può. Mattine a non finire dei giorni festivi, pomeriggi a non finire dei giorni feriali, sere a non finire di tutta la settimana, a giocare partite improvvisate con gli amici nei giardini pubblici, senza contare le varie derivazioni casalinghe del gioco, coi manici di scopa, le palline di plastica, i pugni, i calci, contro il muro, per le scale, e poi a nove anni la Little League, e quindi la possibilità di entrare in una squadra organizzata e indossare un’uniforme con il numero sulla schiena, il numero 9, lui rimase sempre il numero 9 in quella squadra e in tutte le successive, 9 per i nove giocatori e i nove inning, 9 come la pura essenza numerica del gioco stesso, e sulla testa il berretto blu scuro con la G bianca cucita sulla calotta, G come Gallagher’s Sporting Goods, lo sponsor della squadra, una squadra con un allenatore volontario a tempo pieno, il signor Baldassari, che insegnava i fondamentali ai giocatori durante gli allenamenti settimanali e batteva le mani e urlava insulti, ordini e incoraggiamenti durante le partite bisettimanali, una il sabato mattina o pomeriggio e l’altra il martedí o il giovedí sera, e c’era Ferguson fermo al suo posto sul campo, nel corso dei quattro anni trascorsi in squadra, da gracile e mingherlino divenne un ragazzo robusto, seconda base e battitore numero otto a nove anni, interbase e battitore numero due a dieci anni, interbase e quarto in battuta a undici e dodici, e poi il piacere di giocare davanti a un pubblico, da cinquanta a cento persone in media, genitori, fratelli e sorelle dei giocatori, amici assortiti, cugini, nonni e spettatori casuali, urrà e buu!, strilli, applausi e rullate di piedi dalle gradinate che cominciavano col primo lancio e andavano avanti fino all’out finale, e in quei quattro anni sua madre seguí quasi tutte le partite, lui la cercava con lo sguardo mentre faceva riscaldamento coi compagni di squadra, e di colpo eccola lí che gli faceva ciao dalle gradinate, e lui, quando andava alla battuta, sentiva sempre la sua voce fendere le altre, Forza, Archie, Calma e sangue freddo, Archie, Sparala fuori di qui, Archie, e poi, dopo la cessione di MondoCasa e la nascita di Stanley TV & Radio, anche il padre cominciò a venire alle partite, e anche se non urlava come la madre di Ferguson, almeno non cosí forte da sovrastare la folla, era lui a tenere aggiornata la media battuta di Ferguson, che aumentava costantemente col passare degli anni e approdò a un mostruoso .532 nell’ultima stagione, la cui ultima partita si disputò due settimane prima che Ferguson e zia Mildred facessero la loro chiacchierata su Psiche, ma lui ormai era il giocatore migliore della squadra, uno dei due o tre migliori del campionato, e quella era la media che ci si aspettava da un giocatore dodicenne di alto livello.
I bambini piccoli non giocavano a pallacanestro negli anni Cinquanta perché erano considerati troppo bassi, troppo deboli per tirare a un canestro alto tre metri, cosí Ferguson fu iniziato alla scienza del cerchio soltanto a dodici anni, ma giocava regolarmente a football da quando ne aveva sei, football vero con i placcaggi, il casco e i paraspalle, perlopiú halfback, essendo un corridore determinato sebbene non particolarmente veloce, ma quando le sue mani furono abbastanza grandi da afferrare saldamente la palla, la sua posizione cambiò, poiché Ferguson e i suoi amici scoprirono che aveva un talento pazzesco per i passaggi, che le spirali che lanciava con la destra erano piú veloci, piú precise e andavano piú lontano di quelle di tutti gli altri, a quattordici anni facevano cinquanta, cinquantacinque yard di campo, e anche se Ferguson non amava quello sport con la stessa passione incondizionata con cui amava il baseball, adorava fare il quarterback, perché c’erano poche sensazioni piú belle che effettuare un lungo passaggio a un ricevitore correndo a tutta velocità verso la zona di meta a trenta o quaranta yard dalla linea di scrimmage, l’arcana sensazione di un collegamento invisibile attraverso lo spazio vuoto somigliava all’esperienza di andare a canestro con un tiro in sospensione da sei metri, ma in un certo senso dava ancora piú soddisfazione, perché ti collegavi a un’altra persona e non a un oggetto inanimato fatto di spago e acciaio, quindi Ferguson sopportava gli aspetti meno piacevoli di quello sport (i placcaggi duri, i blocchi feroci, gli scontri contundenti) per rivivere la sensazione sempre elettrizzante di lanciare la palla ai compagni. Poi, nel novembre del 1961, a quattordici anni e mezzo, fu placcato e atterrato da un defensive lineman di novantasette chili di nome Dennis Murphy e finí all’ospedale col braccio sinistro rotto. Voleva provare a entrare nella squadra del liceo in autunno, ma il problema del football era che per giocare ci voleva il permesso dei genitori, e quando tornò a casa dopo il primo giorno di scuola e consegnò il modulo a sua madre, lei non volle firmarlo. La supplicò, le diede addosso, la maledisse perché si comportava da madre isterica e iperprotettiva, ma Rose non cedette, e fu la fine della carriera di Ferguson nel football.
Per te sono una stupida, lo so, disse sua madre, ma un giorno mi ringrazierai, Archie. Sei un ragazzo forte, ma non sarai mai tanto forte o tanto grosso da diventare uno scimmione, e per giocare a football bisogna essere cosí: uno scimmione grande e grosso, una testa di legno che si diverte a menare le mani, una bestia. Io e tuo padre siamo stati malissimo quando ti sei rotto il braccio l’anno scorso, ma adesso capisco che quel male non è venuto per nuocere, era un avvertimento, e non lascerò che mio figlio si rompa tutte le ossa da ragazzo per poi zoppicare con le ginocchia rovinate finché campa. Tieniti il baseball, Archie. È uno sport bellissimo e tu sei cosí bravo, è cosí emozionante guardarti, e perché rischiare di perdere il baseball facendoti male per una stupida partita di football? Se vuoi continuare a fare i passaggi, gioca a touch football. Insomma, guarda i Kennedy. Loro fanno cosí, no? Tutta la famiglia lassú a Capo Cod, che si scatena sul prato a lanciare palloni di qua e di là sbellicandosi dalle risate. Per me si divertono un sacco.
I Kennedy. Anche adesso, da quindicenne indipendente, libero pensatore, alle volte ribelle, si stupiva di come sua madre continuasse a capirlo, dell’abilità con cui sapeva centrarlo al cuore quando la situazione lo richiedeva, il suo cuore sempre scombinato e indeciso, perché anche se non era disposto ad ammetterlo con lei né con nessun altro, sapeva che sul football aveva ragione sua madre, non aveva il temperamento adatto allo scontro sanguinoso sistematico, gli conveniva di piú concentrarsi sull’amato baseball, se non che lei aveva dato un altro giro di manovella e aveva tirato in ballo i Kennedy, perché sapeva che per lui erano un argomento importante, di gran lunga piú importante del dilemma passeggero football o non football, e spostando il discorso dagli sport scolastici al presidente americano, il discorso aveva preso tutta un’altra piega, e di colpo si era chiuso.
Ferguson seguiva Kennedy da oltre due anni e mezzo, a partire dall’annuncio della sua candidatura alle primarie per i democratici il 3 gennaio 1960, esattamente due mesi prima del tredicesimo compleanno di Ferguson e tre giorni dopo l’inizio del nuovo decennio, che Ferguson per qualche ragione aveva atteso con ansia come un segnale di estatico rinnovamento, avendo trascorso tutta la vita cosciente negli anni Cinquanta con un presidente vecchio, l’ex generale giocatore di golf dall’infarto facile, e Kennedy gli pareva una novità del tutto eccezionale, un uomo giovane e vigoroso pronto a cambiare il mondo, il mondo ingiusto dell’oppressione razziale, il mondo idiota della Guerra Fredda, il mondo pericoloso della corsa alle armi nucleari, il mondo compiaciuto dell’insensato materialismo americano, e in mancanza di altri candidati che affrontassero quei problemi in modo soddisfacente, Ferguson decise che Kennedy era l’uomo del futuro. A quel punto era ancora troppo piccolo per capire che la politica è sempre politica, ma era anche abbastanza grande per capire che qualcosa doveva cambiare, perché i primi giorni del 1960 si riempirono di notizie sul sit-in al bancone del ristorante organizzato da quattro studenti neri in North Carolina per protesta contro la segregazione, sulla conferenza di Ginevra per il disarmo, sull’abbattimento dell’aereo spia U-2 in territorio sovietico e l’arresto del pilota Gary Powers, che indusse Chruščëv ad abbandonare un summit a Parigi e mise fine ai negoziati di Ginevra sul disarmo senza che si facesse alcun progresso per fermare la diffusione delle armi nucleari e causò la crescente ostilità fra Castro e gli Stati Uniti, che tagliarono le importazioni di sigari cubani del novantacinque per cento, e poi, sette giorni dopo, la sera del 13 luglio, Kennedy vinse la candidatura al primo turno alla convention democratica di Los Angeles. Fu la prima di tre estati consecutive che Ferguson trascorse a casa sua in New Jersey giocando a baseball nell’American Legion con i Montclair Mudhens, per quel primo anno quattro partite alla settimana come lead off e seconda base, dato che era il giocatore piú giovane della squadra e ripartiva dal basso, unico tredicenne in una squadra di quattordicenni e quindicenni, e per tutti quei mesi afosi di luglio e agosto, mentre leggeva giornali e libri come La fattoria degli animali, 1984 e Candido, ascoltava attentamente per la prima volta la Terza, la Quinta e la Settima sinfonia di Beethoven, seguiva fedelmente ogni nuova uscita della rivista «Mad» e metteva continuamente Porgy and Bess di Miles Davis, Ferguson continuò a passare allo studio di sua madre e al negozio di suo padre, e dopo quelle brevi improvvisate andava alla sede locale del Partito democratico un centinaio di metri piú avanti e aiutava i volontari adulti a leccare francobolli e buste in cambio di una fornitura illimitata di spillette elettorali, adesivi e poster, che attaccava con lo scotch su ogni spazio libero delle quattro pareti della sua stanza, tanto che alla fine dell’estate l’aveva già trasformata in un santuario dedicato a Kennedy.
Anni dopo, quando fu abbastanza grande per non credere piú alle favole, avrebbe guardato con imbarazzo a quel periodo di infantile adorazione dell’eroe, ma nel 1960 le cose per lui stavano cosí, e come diamine avrebbe potuto non credere alle favole, se viveva a questo mondo da solo tredici anni? Cosí tifò per la vittoria di Kennedy proprio come una volta aveva parteggiato per la vittoria dei Giants nelle World Series, perché, si rese conto Ferguson, una campagna elettorale non era diversa da un avvenimento sportivo, parole al posto delle botte, forse, ma non era meno dura di un sanguinoso incontro di boxe, e quando c’era di mezzo la carica di presidente, lo scontro era di proporzioni cosí grandiose e sensazionali che in America non esisteva spettacolo migliore. L’affascinante Kennedy contro l’arcigno Nixon, Re Artú contro Gloomy Gus, il fascino contro il rancore, la speranza contro il malanimo, il giorno e la notte. I due si affrontarono per quattro volte in televisione, e per quattro volte Ferguson e i genitori seguirono il dibattito nel piccolo soggiorno, e per quattro volte si convinsero che Kennedy l’aveva spuntata su Nixon, anche se la gente diceva che Nixon lo aveva battuto alla radio, ma ormai contava solo la televisione, la televisione era ovunque e presto sarebbe stata tutto, proprio come aveva predetto il padre di Ferguson durante la guerra, e il primo presidente televisivo aveva chiaramente vinto la battaglia sullo schermo nazionale.
La vittoria dell’8 novembre, la vittoria risicata per centomila voti popolari, fra i margini piú ristretti della storia, e quella piú ragguardevole nell’assemblea dei grandi elettori per ottantaquattro voti: quando Ferguson andò a scuola il mattino dopo e festeggiò con gli amici pro-Kennedy, una parte delle cifre non era ancora nota, e già giravano voci su come mai non si era saputo niente dall’Illinois, dicevano che il sindaco Daley di Chicago avesse rubato le macchinette elettorali dai distretti repubblicani e le avesse buttate nel lago Michigan, e quando l’accusa gli giunse all’orecchio, Ferguson faticò ad accettarla, era un’idea troppo abominevole, troppo disgustosa, perché un trucchetto del genere avrebbe trasformato le elezioni in una farsa, una parodia a base di subdole menzogne e manipolazioni, se non che, proprio quando stava per dare sfogo a tutta la sua indignazione, Ferguson fece bruscamente dietrofront e si rese conto che doveva smetterla con le pose da anima bella e ammettere che tutto era possibile. I corrotti erano ovunque, e piú un uomo era potente, piú era esposto alla corruzione, ma anche se quella storia era vera, nulla indicava che Kennedy fosse coinvolto. Daley e la sua banda di imbroglioni della contea di Cook, forse sí. Ma Kennedy no, Kennedy mai.
Eppure, nonostante la fede intatta nell’uomo del futuro, Ferguson se ne andò in giro per il resto della giornata con in testa un’immagine di quelle macchinette sprofondate nel lago Michigan, e anche quando le ultime cifre dimostrarono che Kennedy avrebbe vinto le elezioni con o senza l’Illinois, Ferguson continuò a pensare a quelle macchinette, continuò a pensarci per anni.
La mattina del 20 gennaio 1961 disse ai suoi che non si sentiva bene e chiese se poteva restare a casa. Poiché era un ragazzino coscienzioso, non noto per essere uno che inventava malattie immaginarie, il suo desiderio fu accolto. Fu cosí che riuscí a seguire il discorso inaugurale di Kennedy, seduto davanti al televisore mentre i suoi erano in città a lavorare, da solo nel piccolo soggiorno adiacente alla cucina, a guardare la cerimonia svolgersi nella fredda e ventosa Washington, cosí gelida e spazzata dalle raffiche che, quando il vecchio e cisposo Robert Frost si alzò per leggere la poesia che gli avevano chiesto di scrivere per l’occasione, proprio il Robert Frost autore dell’unico verso che Ferguson sapeva a memoria, Due strade divergevano in un bosco giallo, il vento ebbe uno scatto furioso, e appena il poeta arrivò al leggio gli strappò la pagina manoscritta, soffiandola in alto nell’aria e lasciando il fragile e canuto bardo senza niente da leggere, ma lui, secondo Ferguson, si riprese con mirabile compostezza e alacrità, e mentre la sua nuova poesia sorvolava il pubblico, ne recitò a memoria una vecchia, trasformando un possibile disastro in uno strano trionfo, notevole ma per certi versi anche comico, o meglio, come disse Ferguson ai genitori quella sera, un po’ buffo e un po’ no.
Poi arrivò il presidente che aveva appena giurato, e nell’istante in cui cominciò il suo discorso, le note scaturite da quell’accordatissimo strumento retorico suonarono cosí naturali, cosí consone alle sue intime aspettative, che Ferguson si ritrovò ad ascoltarle come avrebbe ascoltato una musica. L’uomo detiene nelle proprie mani mortali. Lasciatemi dire qui e ora. Pagheremo qualsiasi prezzo, sopporteremo qualunque peso. Il potere di abolire tutte le forme di povertà umana ma anche quello di sopprimere tutte le forme di vita umana. Che ogni nazione sappia. La fiaccola è stata consegnata. Affronteremo ogni difficoltà, aiuteremo qualsiasi amico, affronteremo qualunque nemico. Una nuova generazione di americani. Quel precario equilibrio del terrore che argina lo scatenarsi dell’ultima guerra dell’umanità. Ora la campana ci chiama ancora una volta. Per portare il peso di una lunga e oscura lotta. Tuttavia, mettiamoci all’opera. Nata in questo secolo, temprata dalla guerra, disciplinata da una pace dura e amara. Esploriamo insieme le stelle. Chiedete. Non chiedete. Tuttavia, mettiamoci all’opera.
Per i venti mesi successivi, Ferguson seguí da vicino l’uomo del futuro che andava avanti a forza di inciampi, varando la sua amministrazione con la nascita dei Peace Corps e rischiando poi di distruggerla il 17 aprile con la débâcle della baia dei Porci. Tre settimane dopo, un pallone da football umano di nome Alan Shepard fu calciato dalla Nasa nello spazio e Kennedy dichiarò che entro la fine degli anni Sessanta un americano avrebbe messo piede sulla luna, cosa che Ferguson trovava difficile da credere anche se ci sperava, perché voleva che il suo uomo dimostrasse di essere nel giusto, poi Jack e Jackie andarono a Parigi a incontrare de Gaulle, poi ci furono i due giorni di colloqui a Vienna con Chruščëv e poco dopo, in un batter d’occhio, mentre Ferguson leggeva il suo primo libro di politica americana contemporanea, Come si fa il presidente, veniva innalzato il Muro di Berlino e si svolgeva il processo Eichmann a Gerusalemme, lo spettacolo penoso dell’assassino mezzo pelato, pieno di tic, seduto da solo nella cabina di vetro, che Ferguson guardava in televisione tutti i giorni dopo la scuola, oppresso dall’orrore ma con gli occhi fissi sullo schermo, incapace di staccarli, e quando finí il processo aveva già macinato tutte le 1245 pagine della Storia del Terzo Reich, l’immenso tomo di William Shirer, l’ex giornalista finito sulla lista nera, che vinse il National Book Award nel 1961, il libro piú lungo che Ferguson avesse mai letto. L’anno seguente cominciò con un’altra impresa extraterrestre: John Glenn fu catapultato oltre la troposfera e girò tre volte intorno alla terra in febbraio, Scott Carpenter fece il bis in primavera e poi, solo tre giorni dopo che James Meredith diventò il primo studente nero ammesso all’Università del Mississippi (altro spettacolo che Ferguson guardò in televisione, pregando che il poveretto non fosse lapidato a morte), Wally Schirra superò Glenn e Carpenter girando sei volte intorno al globo ai primi di ottobre. Ormai Ferguson frequentava le superiori, il suo primo anno alla Montclair High School, e siccome a settembre sua madre non aveva firmato il modulo, la stagione di football era cominciata senza di lui. Ma all’epoca del viaggio di Schirra, Ferguson aveva abbondantemente superato la delusione, scoprendo un nuovo interesse nella persona di Anne-Marie Dumartin, una coetanea arrivata in America dal Belgio due anni prima, sua compagna di corso in geometria e storia, e preso com’era dall’oggetto delle sue crescenti simpatie aveva poco tempo per pensare all’uomo del futuro, e cosí, la sera del 22 ottobre, quando Kennedy parlò al popolo americano e lo informò delle basi missilistiche russe a Cuba e del blocco navale che stava per attuare, Ferguson non era in casa a guardare la trasmissione con i suoi. Sedeva su una panchina dei giardini pubblici con Anne-Marie Dumartin, prendeva il suo corpo tra le braccia e la baciava per la prima volta. Ferguson, di norma attento a quel che succedeva, si distrasse, e si accorse della piú grande crisi internazionale dalla fine della seconda guerra mondiale, con la minaccia di un conflitto nucleare e la possibile fine dell’umanità, solo il mattino dopo, quando riprese a stare attento, ma nel giro di una settimana il suo uomo aveva superato in astuzia i russi e la crisi era terminata. Sembrava che il mondo stesse per finire, ma poi non accadde.
Al Ringraziamento, era già sicuro che fosse amore. Veniva da diverse infatuazioni, a partire dalle cotte alla scuola materna per Cathy Gold e Margie Fitzpatrick quando aveva sei anni, seguite da una girandola frenetica di incapricciamenti per Carol, Jane, Nancy, Susan, Mimi, Linda e Connie a dodici e tredici anni, le feste da ballo nel fine settimana, gli sbaciucchiamenti in giardino al chiaro di luna e negli angoli degli scantinati, i primi cauti passi verso la conoscenza sessuale, i misteri della pelle e delle lingue velate di saliva, il sapore di rossetto, l’odore di profumo, il fruscio delle calze di nylon, e poi a quattordici anni la conquista, il balzo improvviso dalla fanciullezza all’adolescenza, insieme a una nuova vita dentro un corpo alieno in perenne mutazione, erezioni spontanee, polluzioni notturne, masturbazione, desideri erotici, libidinosi drammi notturni messi in scena dalle ombre nel teatro del sesso che si era installato nella sua testa, il cataclisma somatico della gioventú, ma a parte tutti i cambiamenti e gli sconvolgimenti fisici, la ricerca fondamentale, prima e dopo l’inizio della sua nuova vita, era sempre stata spirituale, il sogno di un legame duraturo, un amore reciproco fra anime compatibili, anime dotate di corpi, certo, grazie a Dio dotate di corpi, ma l’anima era al primo posto, sarebbe sempre stata al primo posto, e malgrado le storielle con Carol, Jane, Nancy, Susan, Mimi, Linda e Connie, Ferguson presto capí che nessuna di quelle ragazze possedeva l’anima che lui cercava, e si disamorò, lasciandole svanire una dopo l’altra dal suo cuore.
Con Anne-Marie Dumartin, la storia si stava svolgendo all’incontrario. Le altre erano cominciate con un’intensa attrazione fisica, ma piú approfondiva la conoscenza, piú restava deluso, invece all’inizio non si era quasi accorto di Anne-Marie, in tutto settembre avevano scambiato sí e no due parole, ma poi la professoressa di storia europea li aveva messi a lavorare insieme su una ricerca, e quando Ferguson cominciò a conoscerla un po’, scoprí che voleva conoscerla meglio, e piú la conosceva, piú la apprezzava, e dopo tre settimane di incontri quotidiani sul declino e la caduta di Napoleone (argomento della loro tesina) l’insignificante ragazza belga dal lieve accento francese si era trasformata in una bellezza esotica, che gli riempiva il cuore, lo faceva traboccare e lui voleva tenercela il piú a lungo possibile, nel cuore. Una conquista impensata, imprevista. Un quindicenne sorpreso con la guardia abbassata: Amore aveva smarrito la strada ed era finito per caso a Montclair, New Jersey, e, prima di comprare un biglietto per tornarsene a New York o Atene o dovunque fosse diretto, il marito di Psiche scoccò una freccia solo per sfizio, e lí cominciò la tormentosa avventura del primo grande amore di Ferguson.
Piccola ma non piú di tanto, un pelo sotto il metro e sessantacinque senza scarpe, bruna, capelli di media lunghezza, viso tondo con lineamenti simmetrici e naso forte, spavaldo, labbra carnose, collo sottile, sopracciglia scure a coronare gli occhi grigio-azzurri, occhi vividi, occhi illuminati, braccia e dita affusolate, seno piú abbondante del previsto, fianchi stretti, gambe magre e caviglie aggraziate, una bellezza che non si dichiarava al primo sguardo, nemmeno al secondo, ma che emergeva con la crescente dimestichezza, si incideva nello sguardo per restare indelebile, un viso difficile da ignorare, un viso su cui sognare. Una ragazza intelligente e seria, una ragazza spesso triste, poco incline agli scoppi di ilarità, parca di sorrisi, ma quando sorrideva, tutto il suo corpo diventava un fulgido coltello, una spada luccicante. Una nuova arrivata, dunque senza amici, con poca voglia di piacere agli altri e di inserirsi, una testarda padronanza di sé che attraeva Ferguson e la rendeva diversa da tutte le altre ragazze che aveva conosciuto, le adolescenti ridanciane del New Jersey settentrionale in tutta la loro splendida frivolezza, perché Anne-Marie era decisa a rimanere un’estranea, una ragazza strappata dalla sua casa di Bruxelles e costretta a vivere nella volgare America ossessionata dai soldi, che restava fedele allo stile europeo, l’onnipresente basco nero, l’impermeabile con la cintura, lo scamiciato a quadri, la blusa bianca con la cravatta da uomo, e pur ammettendo a volte che il Belgio era un paese triste, un pezzo di terra grigio e tetro stretto fra i mangiarane e i crucchi, se provocata era anche capace di difenderlo, dichiarando che il piccolo, quasi invisibile Belgio aveva la birra migliore, la cioccolata migliore e le migliori frites del mondo. All’inizio, durante uno dei loro primi incontri, prima che il marito di Psiche capitasse a Montclair e scagliasse il suo dardo sull’ignara vittima, Ferguson sollevò la questione del Congo e della responsabilità del Belgio nel massacro di centinaia di migliaia di neri oppressi, e Anne-Marie lo guardò dritto negli occhi e annuí. Sei un ragazzo in gamba, Archie, disse. Ne sai dieci volte piú di dieci americani idioti messi insieme. Il mese scorso, quando ho iniziato la scuola qui, avevo deciso di starmene per conto mio e non fare amicizie. Ora ho capito che sbagliavo. Tutti hanno bisogno di un amico, e se vuoi tu puoi essere mio amico.
La sera del loro primo bacio, il 22 ottobre, Ferguson possedeva ben poche informazioni sulla famiglia di Anne-Marie. Sapeva che il padre faceva l’economista per la delegazione belga all’Onu, che la madre era morta quando Anne-Marie aveva undici anni, che il padre si era risposato quando lei ne aveva dodici e che i due fratelli piú grandi, Georges e Patrice, studiavano all’università di Bruxelles, ma non di piú, salvo il micro particolare che era vissuta a Londra tra i sette e i nove anni, il che spiegava la sua ottima conoscenza dell’inglese. Prima di quella sera, però, neanche una parola sulla matrigna, neanche una parola sulla causa della morte di sua madre, neanche una parola sul padre se non sul suo lavoro che aveva portato i Dumartin in America, e siccome Ferguson capiva che Anne-Marie non parlava volentieri di certi argomenti, non la forzò ad aprirsi con lui, ma a poco a poco, nelle settimane e nei mesi che seguirono, vennero fuori altre informazioni, a cominciare dall’orrenda storia del cancro di sua madre, cancro al collo dell’utero con metastasi che l’avevano condotta a un tale grado di dolore e disperazione che alla fine si era uccisa con una dose eccessiva di pillole, questo secondo la versione ufficiale, ma Anne-Marie sospettava che il padre avesse iniziato la relazione con la sua futura matrigna mesi prima di quella morte, e chi poteva sapere se la vedova Fabienne Corday, una cosiddetta vecchia amica di famiglia, da tre anni ormai seconda moglie del cieco e adorante padre di Anne-Marie, la maledetta che adesso era sua matrigna, non aveva ficcato quelle pillole mortali in gola a sua madre per accelerare la transizione da relazione clandestina a matrimonio consacrato dalla chiesa cattolica? Una calunnia assurda, sicuramente infondata, ma Anne-Marie non poteva farci niente, continuava a rodersi al pensiero che potesse essere vero, e poi anche se Fabienne era innocente, non per questo era meno meschina, meno meritevole del suo odio e del suo disprezzo. Ferguson ascoltò quelle rivelazioni con crescente simpatia per la sua amata. Il destino l’aveva ferita, e adesso era costretta in un ambiente familiare difficile, in guerra con una matrigna odiosa, delusa da un padre egoista e negligente, ancora in lutto per la madre, sperduta ed esiliata in un’America dura e inospitale, e arrabbiata, arrabbiata con tutto, ma invece di spaventare Ferguson, le proporzioni melodrammatiche di quelle difficoltà lo avvicinarono sempre piú ad Anne-Marie, perché ai suoi occhi ormai lei era una figura tragica, un personaggio nobile e afflitto, perseguitato dai colpi della sorte, e con tutto il fervore di un quindicenne inesperto, decise che la sua nuova missione nella vita era strapparla alle grinfie dell’infelicità.
Non gli passò mai per la testa che Anne-Marie stesse esagerando, che il dolore per la perdita della madre avesse distorto la sua visione delle cose, che avesse respinto la matrigna senza concederle una possibilità, trasformandola in una nemica solo perché non era sua madre e non lo sarebbe mai stata, che il padre stremato stesse facendo tutto il possibile per quella figlia rabbiosa e ostinata, che esistesse, come esiste sempre, un’altra versione della storia. L’adolescenza si nutre di drammi, è felice soprattutto quando vive in extremis, e Ferguson non era meno sensibile dei suoi coetanei al richiamo delle emozioni forti e dell’irrazionalità folle, ragion per cui il fascino di una ragazza come Anne-Marie era alimentato proprio dalla sua infelicità, e piú erano grandi le tempeste in cui lo coinvolgeva, piú lui la desiderava intensamente.
Riuscire a stare soli era difficile, dato che non avevano l’età per portare la macchina e potevano contare solo sui loro piedi per gli spostamenti, cosa che limitava per forza il loro raggio d’azione, però potevano contare sulla casa vuota di Ferguson dopo la scuola, sulle due ore prima che i genitori rientrassero dal lavoro, quando lui e Anne-Marie potevano salire nella sua stanza e chiudere la porta. Ferguson si sarebbe lanciato volentieri con lei, ma sapeva che Anne-Marie non era pronta, quindi non parlarono mai apertamente di perdere la verginità, perché cosí funzionava con certi argomenti nel 1962, almeno per i quindicenni bene educati del ceto medio e medio-alto di Montclair e Bruxelles, ma anche se nessuno dei due aveva il coraggio di sfidare le convenzioni dell’epoca, non significava che non sfruttassero il letto, che per fortuna era a due piazze, con abbondante spazio per sdraiarsi vicini e darsi a un sesso che non era proprio sesso ma aveva il sapore e il tocco dell’amore.
Fino ad allora erano stati solo baci, escursioni prolungate di lingue che vagavano dentro bocche, su labbra bagnate, nuche, dietro le orecchie, mani che stringevano facce, mani che scorrevano chiome, braccia che avvolgevano busti, spalle, fianchi, braccia che cingevano altre braccia, poi in primavera aveva provato a mettere la mano sul seno di Connie, un seno assai ben difeso in verità, riparato da camicetta e reggipetto, e lei non l’aveva spinto via né gli aveva tolto la mano, e l’educazione di Ferguson aveva fatto un altro passo avanti, e ora, con Anne-Marie, la camicetta era venuta via, e un mese dopo anche il reggiseno era venuto via, stavolta in coincidenza con la camicia di Ferguson, e quella nudità parziale era un piacere inimmaginabile che superava ogni altro piacere, e col passare delle settimane fu solo per pura forza di volontà che non le prese la mano per premersela sul rigonfiamento che aveva nei pantaloni. Pomeriggi ricordati con nettezza, non solo per ciò che facevano su quel letto ma perché tutto accadeva in pieno giorno ed era visibile, al contrario delle pomiciate a tentoni nel buio con Connie, Linda e le altre, il sole era nella stanza con loro e lui poteva vedere il suo corpo, i loro due corpi, e quindi ogni carezza era anche un’immagine di quella carezza, e poi c’era sempre la paura in sottofondo, il terrore di perdere la cognizione del tempo, che uno dei suoi genitori bussasse alla porta mentre erano ancora abbracciati, o peggio, piombasse nella stanza senza ricordarsi di bussare, e anche se non era mai successo, poteva sempre succedere, e quelle ore pomeridiane si riempivano di un senso di urgenza, di pericolo e azzardo trasgressivo.
Fu la prima persona che lasciò entrare nelle privatissime stanze del suo palazzo musicale segreto, e quando non si rotolavano sul letto e non parlavano della loro vita (soprattutto la vita di Anne-Marie), ascoltavano i dischi sul piccolo impianto a due casse che stava sul tavolo nell’angolo sud della stanza, regalo dei genitori per i suoi dodici anni. Ora, tre anni dopo, il 1962 era diventato l’anno di J. S. Bach, l’anno in cui Ferguson ascoltò Bach piú di ogni altro compositore, in particolare il Bach di Glenn Gould, per la precisione i Preludi e fughe e le Variazioni Goldberg, il Bach di Pablo Casals, comprendente infinite esecuzioni dei sei pezzi per violoncello solo, e Hermann Scherchen che dirigeva le Suite per orchestra e la Passione secondo Matteo, che Ferguson finí per giudicare il pezzo piú bello mai scritto da Bach, e dunque il pezzo piú bello mai scritto in assoluto, ma con Anne-Marie ascoltavano anche Mozart (la Messa in do minore), Schubert (le opere per pianoforte eseguite da Svjatoslav Richter), Beethoven (sinfonie, quartetti, sonate) e tanti altri, quasi tutti doni della zia di Ferguson, Mildred, per non parlare di Muddy Waters, Fats Waller, Bessie Smith e John Coltrane, e quindi di tutte le altre anime del ventesimo secolo, vive e morte, e la cosa piú bella quando ascoltava la musica con Anne-Marie era osservare il suo viso, studiare i suoi occhi e guardare la sua bocca mentre uscivano le lacrime o spuntava un sorriso, la profondità con cui avvertiva l’eco emotiva di ogni brano, perché a differenza di Ferguson era stata educata alla musica sin dalla prima infanzia e sapeva suonare bene il piano e aveva una bella voce da soprano, cosí bella da farle rompere il giuramento di non partecipare alle attività scolastiche ed entrare nel coro a metà del primo semestre, e forse era quello il loro legame piú forte, il bisogno di musica che scorreva nei loro corpi, che a quel punto della loro vita non era diverso dal bisogno di trovare un modo di stare al mondo.
C’erano tanti motivi per ammirarla, tanti motivi per amarla, ma Ferguson non si illuse mai pensando di poterla legare a sé, almeno non piú di qualche mese o settimana o giorno. Fin dal principio, fin dai primi istanti della sua nascente infatuazione, aveva intuito che lei non era altrettanto coinvolta, e per quanto sembrasse attratta da lui, per quanto gli sembrasse appagata dal suo corpo, dai suoi dischi e dal modo in cui le parlava, era destinato ad amare piú di quanto fosse amato, e pochi mesi dopo il loro primo bacio, capí che doveva seguire le regole di Anne-Marie o rischiare di non stare piú con lei. Lo esasperava soprattutto la sua incoerenza, la sua abitudine a rimangiarsi le promesse, a dimenticare le cose che lui le diceva, a disdire gli appuntamenti all’ultimo momento, raccontando che non si sentiva bene o che c’erano problemi a casa o che credeva dovessero vedersi sabato, non venerdí. A volte Ferguson si chiedeva se ci fosse un altro ragazzo, o piú di un ragazzo, o un ragazzo in Belgio, ma era impossibile capirlo in base all’osservazione, dato che la prima regola che lei gli aveva chiesto di rispettare era il divieto di qualunque manifestazione d’affetto in pubblico, nel senso che il liceo di Montclair era off-limits, che quando si incrociavano nelle aule, nei corridoi e in mensa dovevano fingere di non stare insieme, potevano farsi un cenno col capo, salutarsi e parlare come semplici conoscenti, ma in nessun caso baciarsi o tenersi per mano, che era come si comportavano normalmente tutte le altre coppie fisse della scuola, e se quello era il gioco che voleva fare con lui, chi diceva che non lo stesse facendo con un altro? Ferguson si sentiva stupido ad aver accettato un patto cosí assurdo, ma in quel momento viveva sotto una specie di folle incantesimo, e il pensiero di perderla era ben peggiore dell’umiliazione di fingersi qualcuno che non era. Comunque continuarono a frequentarsi, e i momenti passati insieme scorrevano sempre tranquilli, quando era con lei si sentiva sempre piú felice e vivo come non mai, gli screzi e le incomprensioni sembravano capitare solo per telefono, quello strano strumento che disincarnava le voci, mentre erano invisibili e le loro parole correvano sui fili tra le loro case, e spesso, se la prendeva in un brutto momento, si ritrovava nell’orecchio una persona bisbetica, cocciuta e intrattabile, tutta diversa dalla Anne-Marie che credeva di conoscere. Il piú triste, demoralizzante di questi dialoghi ebbe luogo a metà marzo. Dopo un mese di provini per la squadra di baseball del liceo, di nomi affissi settimanalmente sulla bacheca dello spogliatoio, con l’ansiosa ricerca del proprio nome sull’elenco sempre piú ristretto dei sopravvissuti all’ultima selezione, la chiamò per dirle che era uscito l’elenco definitivo e che in squadra erano entrati solo due studenti del secondo anno, e uno era lui. Un lungo silenzio all’altro capo del filo, che Ferguson ruppe dicendo: Volevo solo darti la bella notizia. Altra pausa. Poi la risposta, espressa in tono gelido, piatto: Bella notizia? Dove sarebbe la bella notizia? Odio lo sport. Soprattutto il baseball, di sicuro il gioco piú stupido mai inventato. È vuoto, infantile e noioso, e non capisco perché un tipo sveglio come te abbia voglia di perdere tempo a correre intorno a un campo con un branco di imbecilli. Cresci, Archie. Non sei piú un bambino.
Ferguson non sapeva che Anne-Marie era ubriaca quando pronunciò quelle parole, come era successo varie volte durante le loro ultime telefonate, che da qualche mese si portava le bottiglie di vodka in camera e beveva quando i genitori non c’erano, lunghe sbronze solitarie che liberavano i suoi demoni interiori e trasformavano la sua lingua in un’arma crudele. La ragazza che di giorno era sobria, educata e intelligente svaniva quando era sola in camera la sera, e dato che Ferguson non aveva mai visto l’altra persona, ci aveva solo parlato, ascoltando le sue dichiarazioni generiche e rabbiose, non immaginava quello che stava accadendo, non immaginava che il primo amore della sua vita era vicino al crollo.
L’ultima telefonata ebbe luogo un giovedí, e Ferguson era cosí seccato e sconcertato dalle sue critiche ostili che fu quasi contento quando lei l’indomani non si presentò a scuola. Gli serviva tempo per riflettere bene su tutto, si disse, e non avendola davanti quel giorno avrebbe faticato meno a riprendersi dal dolore che lei gli aveva causato. Venerdí dopo la scuola lottò contro l’impulso di telefonarle, posò i libri e uscí subito di casa per andare a trovare Bobby George, l’altro studente del secondo anno che si era guadagnato un posto in prima squadra, quel colosso dal collo taurino di Bobby, che era diventato un ricevitore di prim’ordine e il campione dei babbei, uno degli imbecilli del branco di imbecilli con cui Ferguson avrebbe presto giocato. Lui e Bobby finirono col passare la serata con un po’ di altri imbecilli del baseball, compagni di scuola entrati in seconda squadra, e quando Ferguson rincasò poco prima di mezzanotte, era troppo tardi per chiamare Anne-Marie. Resistette anche sabato e domenica, e si tenne alla larga dai telefoni per vincere la tentazione di fare il suo numero, deciso a non arrendersi, con una gran voglia di arrendersi, col desiderio disperato di sentire ancora la sua voce. Il lunedí mattina si svegliò completamente guarito, il cuore sgombro dal rancore, pronto a perdonarla per l’incomprensibile sfuriata di giovedí, se non che andò a scuola e Anne-Marie era ancora assente. Pensò che avesse il raffreddore o l’influenza, niente di grave, ma poiché si era concesso l’autorizzazione a parlare con lei, la chiamò dal telefono a gettoni vicino all’entrata della mensa. Nessuna risposta. Dieci squilli, nessuna risposta. Sperando di aver sbagliato numero, riappese la cornetta e riprovò. Venti squilli, nessuna risposta.
Continuò a chiamare per due giorni, col panico che montava a ogni tentativo fallito di mettersi in contatto con lei, sempre piú confuso da una casa che sembrava inspiegabilmente vuota, un telefono che squillava e squillava invano, che diamine stava succedendo, si chiese, dov’erano finiti tutti quanti, e cosí giovedí mattina presto, un’ora e mezza buona prima della campanella di scuola, andò a piedi fino a casa dei Dumartin dall’altra parte della città, una magione col tetto a doppia falda e un prato immenso, in una delle vie piú eleganti di Montclair, la Via delle Ville, come la chiamava Ferguson da piccolo, e sebbene Anne-Marie gli avesse ripetuto di stare alla larga perché non voleva che conoscesse i suoi genitori, non poté fare altro che andarci per risolvere il mistero del telefono muto, che a sua volta lo avrebbe aiutato a risolvere il mistero di quello che le era successo.
Suonò alla porta e attese, attese abbastanza da concludere che non c’era nessuno in casa, poi suonò di nuovo, e proprio quando stava per girarsi e andarsene, la porta si aprí. Di fronte a lui c’era un uomo, chiaramente il padre di Anne-Marie – stesso viso tondo, stessa mascella, stessi occhi grigio-azzurri –, e sebbene fossero solo le sette e venti del mattino, era già vestito di tutto punto, elegante nel completo blu scuro da diplomatico, la camicia bianca inamidata, la cravatta a strisce rosse, le guance lisce appena rasate, un sentore di acqua di colonia che gli aleggiava intorno alla testa, una testa piuttosto bella, pensò Ferguson, forse con gli occhi un po’ stanchi, o invece era lo sguardo, una specie di sguardo insofferente, distratto, malinconico, che Ferguson trovò in qualche modo commovente, no, non proprio commovente, irresistibile, di certo perché quel viso apparteneva al padre di Anne-Marie.
Sí?
Mi scusi, disse Ferguson, mi rendo conto che è molto presto, ma sono un compagno di scuola di Anne-Marie, ed è da qualche giorno che telefono per sapere se sta bene, ma non risponde mai nessuno, cosí mi sono preoccupato e sono venuto a vedere.
Il suo nome, prego?
Archie. Archie Ferguson.
È presto spiegato, signor Ferguson. Il telefono è guasto. Una tremenda seccatura per tutti noi, ma mi hanno assicurato che oggi verranno i tecnici.
E Anne-Marie?
È stata poco bene.
Niente di grave, spero.
No, sono sicuro che si sistemerà tutto, ma per ora ha bisogno di riposare.
Non è che potrei venire a trovarla?
No, mi spiace. Se mi dà il suo numero, la faccio chiamare non appena starà un po’ meglio.
Grazie. Ha già il mio numero.
Bene. Le dirò di mettersi in contatto con lei. (Breve pausa). Mi ripete il suo nome? Ho un attimo di amnesia.
Ferguson. Archie Ferguson.
Ferguson.
Esatto. E la prego, dica ad Anne-Marie che la penso.
Cosí si concluse il solo e unico incontro di Ferguson con il padre di Anne-Marie, e quando la porta si chiuse e lui si incamminò di nuovo verso la strada, si chiese se il signor Dumartin avrebbe ridimenticato il suo nome, o se avrebbe semplicemente dimenticato di dire ad Anne-Marie di chiamarlo, o se avrebbe evitato di dirle di chiamarlo, anche se ricordava il suo nome, dato che quello era il compito di tutti i padri del mondo: proteggere le figlie dai ragazzi che le pensavano.
Dopodiché, silenzio, e quattro lunghi giorni di nulla. Ferguson si sentiva come se l’avessero legato e buttato giú da una barca, e una volta toccato il fondo di un lago, che era per forza un grande lago, grande e profondo almeno come il lago Michigan, fosse rimasto in apnea sott’acqua, quattro lunghi giorni fra i cadaveri e le macchinette elettorali senza mai respirare, e arrivata la domenica sera, coi polmoni che gli scoppiavano, la testa che gli scoppiava, trovò finalmente il coraggio di alzare il telefono e fare il numero dei Dumartin, e un attimo dopo, eccola lí. Com’era felice, com’era contenta di sentirlo, disse, con un tono che sembrava sincero, spiegandogli che lo aveva chiamato tre volte quella mattina (forse era vero, visto che era andato a giocare a tennis con i suoi), e poi cominciò a raccontargli della vodka, dei mesi passati a bere di nascosto in camera, culminati con la sbronza finale di giovedí sera, l’ultima sera che si erano parlati al telefono, conclusasi con lei che perdeva i sensi sul pavimento, e quando alle undici e mezza il padre e la matrigna erano tornati dalla loro cena a New York, avevano visto che la porta della sua camera era aperta e la luce accesa, e cosí erano entrati e l’avevano trovata, e siccome non riuscivano a svegliarla, e siccome la bottiglia era vuota, avevano chiamato un’ambulanza per portarla all’ospedale, dove le avevano fatto la lavanda gastrica e aveva ripreso conoscenza, ma invece di rimandarla a casa il mattino dopo, l’avevano trasferita al reparto psichiatrico, dove l’avevano sottoposta a test e colloqui con i medici per tre giorni, e adesso che le avevano diagnosticato una psicosi maniaco-depressiva che richiedeva una psicoterapia a lungo termine, suo padre aveva deciso di farla tornare in Belgio al piú presto, proprio quello che lei aveva sempre voluto, la possibilità di sfuggire all’orrenda matrigna, di mettere fine all’esilio nell’orrenda America, che di sicuro l’aveva spinta a bere, e adesso che sarebbe stata con la sorella di sua madre a Bruxelles, l’adorata zia Christine, e che quindi sarebbe tornata dai fratelli, i cugini e i vecchi amici, era felice, felice come non le succedeva da tanto, tantissimo tempo.
Dopodiché Ferguson la vide una volta sola, per un appuntamento d’addio di mercoledí, un’uscita serale straordinaria durante la settimana di scuola che sua madre gli concesse perché sapeva che ci teneva molto, gli diede anche i soldi per il taxi (prima e unica volta), in modo che lui e la sua ragazza belga non dovessero sopportare l’umiliazione di farsi scarrozzare da uno dei genitori di Ferguson, cosa che sarebbe solo servita a sottolineare quanto era giovane, e da quando in qua uno cosí giovane poteva innamorarsi sul serio? Sí, sua madre continuava a capirlo, almeno per quasi tutte le cose importanti, e lui le era grato per questo, ma quell’ultima sera con Anne-Marie fu lo stesso triste e imbarazzante per Ferguson, un vano esercizio nel cercare di mantenere la dignità, tenere a freno il dolore per non mettersi a supplicare o piangere o dirle qualcosa di sgradevole per via dell’amarezza o della delusione, ma come non ricordare in ogni momento della serata che quella era la fine, l’ultima volta che la vedeva, e il peggio era che Anne-Marie era in gran forma quella sera, cosí calorosa, cosí enfatica nel parlare di lui, il mio meraviglioso Archie, il mio bellissimo Archie, il mio geniale Archie, era come se ogni parola gentile descrivesse una persona che non c’era, un morto, erano parole da elogio funebre, ma il peggio in assoluto era la sua insolita allegria, la gioia che Ferguson le leggeva negli occhi quando lei parlava di andarsene, senza mai fermarsi una volta a pensare che andarsene significava lasciarlo di lí a due giorni, ma a un tratto lei scoppiò a ridere e gli disse di non preoccuparsi, si sarebbero rivisti presto, poteva venire a Bruxelles a passare l’estate con lei, come se i genitori di Ferguson potessero permettersi di mandarlo in aereo in Europa, loro che non erano andati in California nemmeno una volta a trovare zia Mildred e zio Henry in tanti anni che ci abitavano, poi Anne-Marie gli disse qualcosa di ancora piú incomprensibile e offensivo, mentre sedevano sulla panchina del parco dove si erano scambiati il primo bacio a ottobre e si ribaciavano per l’ultima volta in quella sera di marzo, gli disse che forse per lui era una fortuna che lei se ne andasse, che lei era cosí scombinata e lui cosí normale, meritava di stare con una ragazza sana e normale, non una malata, una pazza come lei, e da quel momento fino a quando la lasciò davanti a casa venti minuti dopo, Ferguson si sentí triste come non si era mai sentito in tutta la sua vita disgustosamente normale.
Dopo una settimana, le scrisse una lettera di nove pagine e la spedí all’indirizzo della zia a Bruxelles. La settimana dopo, una lettera di sei pagine. Tre settimane dopo, una lettera di due pagine. Un mese dopo, una cartolina. Lei non rispose nemmeno una volta, e quando la scuola chiuse per l’estate Ferguson capí che non le avrebbe scritto mai piú.
La verità era che le ragazze sane e normali non lo interessavano. La vita nei sobborghi era già abbastanza noiosa, e il problema delle ragazze sane e normali era che gli ricordavano i sobborghi, diventati fin troppo prevedibili per i suoi gusti, e l’ultima cosa che voleva era stare con una ragazza prevedibile. Con tutti i suoi difetti, con tutte le angosce che gli aveva provocato, almeno Anne-Marie era stata piena di sorprese, almeno gli aveva fatto battere il cuore tenendolo in uno stato di suspense prolungata, e ora che se n’era andata, tutto era tornato noioso e prevedibile, ancora piú opprimente di quando ancora lei non era entrata nella sua vita. Sapeva che la colpa non era di Anne-Marie, ma non riusciva a non sentirsi tradito. Lo aveva abbandonato, e da quel momento in poi avrebbe dovuto accontentarsi degli imbecilli o vivere recluso per i due anni successivi, per poi scappare da quel posto e non tornare mai piú.
Ormai aveva sedici anni e passò l’estate a lavorare per il padre mentre di sera giocava a baseball, sempre baseball, ancora e sempre baseball, che certo era un’attività sciocca ma continuava a piacergli troppo per pensare di abbandonarla, stavolta in un campionato per giocatori liceali e universitari provenienti da tutta la contea, un campionato rigido e competitivo, ma lui era stato bravo durante il primo anno nella squadra di Montclair, cominciando come terza base e quinto in battuta, una media battuta di .312 per una buona squadra, la squadra migliore della Big Ten Conference, il campionato universitario a livello regionale, e piú Ferguson cresceva, un metro e ottanta all’ultima misurazione, settantanove chili l’ultima volta che era montato sulla bilancia, piú la sua battuta diventava potente, e cosí quell’estate giocò per tenersi in allenamento e passò le mattine e i pomeriggi a lavorare per il padre, soprattutto girando per la città col furgone a consegnare e installare condizionatori insieme a un certo Ed, e quando non c’era niente da consegnare, aiutava Mike Antonelli a servire al banco oppure lo sostituiva durante le sue numerose pause caffè all’Al’s Diner, e quando in negozio non c’erano piú clienti, andava dal padre nel retrobottega e ci restava finché non arrivava un altro cliente, da suo padre, che aveva quasi cinquant’anni, ancora magro e in forma, ancora fermo al tavolo da lavoro a riparare apparecchi rotti, suo padre, silenzioso e chiuso in un guscio, quasi sereno ormai dopo sei anni nella quiete di quel retrobottega, e anche se Ferguson si offriva continuamente di aiutarlo nei lavori di riparazione, malgrado fosse goffo e incompetente in fatto di macchine, suo padre non gli dava mai retta, dicendo che il figlio non doveva perdere tempo con i tostapane rotti, perché era in cammino verso cose ben piú grandi, e se proprio voleva rendersi utile, doveva portare da casa uno di quei suoi libri di poesia e leggere ad alta voce mentre il suo vecchio pensava ai tostapane rotti, e fu cosí che Ferguson, che nell’ultimo anno e mezzo aveva ingerito dosi ingenti di poesia, trascorse parte di quell’estate a leggere per suo padre nel retrobottega di Stanley TV & Radio: Dickinson, Hopkins, Poe, Whitman, Frost, Eliot, Cummings, Pound, Stevens, Williams e altri, ma la poesia che piacque di piú a suo padre, quella che lo colpí in particolar modo, fu Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, e Ferguson se ne stupí, e siccome non si aspettava quella reazione, capí di essersi perso qualcosa, di esserselo perso per molto tempo, ragion per cui avrebbe dovuto ripensare a tutto ciò che aveva dato per scontato riguardo a suo padre, perché quando Ferguson gli ebbe letto l’ultimo verso, Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo1, suo padre si voltò e lo guardò negli occhi, lo guardò con un’intensità che Ferguson non gli aveva mai visto in tanti anni che lo conosceva, e dopo una lunga pausa disse: Oh, Archie. Che meraviglia. Grazie. Grazie tante. Poi suo padre scrollò il capo tre volte e ripeté le ultime parole: Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.
L’ultima settimana dell’estate. 28 agosto, la marcia su Washington, i discorsi al National Mall, la folla immensa, decine di migliaia, centinaia di migliaia, e poi il discorso che in seguito gli scolari avrebbero dovuto imparare a memoria, il discorso dei discorsi, importante a quel tempo quanto lo era stato il Discorso di Gettysburg ai suoi tempi, un grande momento americano, un momento pubblico visto e ascoltato da tutti, ancor piú fondamentale delle parole pronunciate da Kennedy durante il suo insediamento trentadue mesi prima, e tutto il personale del negozio si fermò a guardare la trasmissione, Ferguson e il padre, quel panzone di Mike e quel tappo di Ed, poi arrivò anche la madre di Ferguson, oltre a cinque o sei passanti capitati per caso, ma prima del grande discorso ce ne furono molti altri, fra cui quello tenuto dal rabbino Joachim Prinz, uno del New Jersey, l’ebreo piú ammirato dalle parti di Ferguson, un eroe per i suoi genitori, e anche se non erano praticanti e non frequentavano la sinagoga, tutti e tre i Ferguson lo avevano visto e sentito parlare ai matrimoni, i funerali e i bar mitzvah nel tempio che presiedeva a Newark, il famoso Joachim Prinz, che quando era un giovane rabbino a Berlino aveva condannato pubblicamente Hitler prima ancora che i nazisti prendessero il potere nel 1933, che aveva visto il futuro con piú chiarezza di tutti e aveva esortato gli ebrei a lasciare la Germania, cosa per cui fu arrestato piú volte dalla Gestapo e poi espulso nel 1937, e ovviamente Prinz militava nel movimento americano per i diritti civili, e ovviamente quel giorno era stato scelto per rappresentare gli ebrei in virtú della sua eloquenza e del suo comprovato coraggio, e ovviamente i genitori di Ferguson erano fieri di lui, loro che gli avevano stretto la mano e parlato, proprio alla persona che in quel momento era di fronte alla telecamera e si rivolgeva alla nazione, al mondo intero, e poi sul podio salí King, e trenta o quaranta secondi dopo l’inizio del discorso, Ferguson si voltò a guardare la madre e vide che aveva gli occhi lucidi, e la cosa lo divertí molto, non perché quella reazione gli sembrasse fuori luogo ma proprio l’opposto, perché era l’ennesimo esempio del suo rapporto col mondo, della sua interpretazione eccessiva, spesso sentimentale degli avvenimenti, quei rigurgiti di emozione che la facevano scoppiare in lacrime davanti a un filmaccio hollywoodiano, l’ottimismo generoso che a volte sfociava in pensieri confusi e delusioni tremende, e poi guardò suo padre, un uomo quasi del tutto indifferente alla politica, che sembrava chiedere alla vita molto meno di quanto chiedeva sua madre, e gli vide negli occhi un misto di vaga curiosità e noia, lo stesso uomo che era rimasto tanto commosso dalla cupa rassegnazione della poesia di Eliot ora faticava a mandar giú l’idealismo fiducioso di Martin Luther King, e mentre ascoltava l’emozione crescente nella voce del pastore, la parola sogno ripetuta come un rullo di tamburo, Ferguson si chiese come avevano fatto due anime cosí diverse a sposarsi e restare sposate per tanti anni, e com’era possibile che lui fosse nato da una coppia come quella formata da Rose Adler e Stanley Ferguson, e si disse che era strano, profondamente strano essere vivi.
Per il Labor Day invitarono una ventina di persone a un barbecue di fine estate. Era raro che i suoi genitori avessero cosí tanti ospiti, ma due settimane prima sua madre aveva vinto una gara di fotografia sponsorizzata dal nuovo ente promotore delle belle arti di Trenton. Insieme al premio le diedero l’incarico di realizzare un volume di ritratti di cento cittadini illustri del New Jersey, un progetto che l’avrebbe mandata in giro per lo stato a fotografare sindaci, rettori, scienziati, imprenditori, artisti, scrittori, musicisti e atleti, e siccome era un lavoro ben pagato e i suoi genitori si sentivano ricchi per la prima volta da anni, decisero di festeggiare con una bella grigliata in giardino. C’erano i soliti – i Solomon, i Brownstein, i George che abitavano in fondo alla strada, i nonni di Ferguson e la prozia Pearl – ma arrivarono anche altre persone, tra cui una famiglia di New York, gli Schneiderman, composta da un grafico pubblicitario quarantacinquenne di nome Daniel – figlio minore di Emanuel Schneiderman, l’ex capo della madre di Ferguson che ora viveva in una casa di riposo nel Bronx –, la moglie di Daniel, Liz, e la loro figlia sedicenne, Amy. Il mattino del Labor Day, mentre tagliavano tutti e tre le verdure e preparavano la salsa piccante in cucina, sua madre gli disse che lui ed Amy si erano conosciuti da piccoli e avevano giocato insieme qualche volta, ma poi lei e gli Schneiderman si erano persi di vista, dodici anni erano volati via, finché, due settimane prima, mentre era a New York a trovare i suoi, aveva incontrato per caso Dan e Liz a Central Park South. Da lí l’invito. Da lí la prima visita in assoluto degli Schneiderman a Montclair.
Sua madre continuò: Dalla faccia che fai, Archie, direi che ti sei scordato di Amy, ma quando avevate tre e quattro anni, ti eri preso una bella cotta per lei. Una domenica che eravamo a cena a casa degli Schneiderman, tu ed Amy siete andati in camera sua, avete chiuso la porta e vi siete tolti tutti i vestiti. Non ti ricordi nemmeno questo, eh? Noi grandi eravamo ancora a tavola, ma poi vi abbiamo sentito che ridevate, schiattavate dalle risate, facevate il chiasso scatenato tipico dei bambini piccoli, e cosí ci siamo tutti alzati per vedere cos’era quella confusione. Dan ha aperto la porta ed eravate lí, tu ed Amy, tre anni e mezzo o quattro, saltavate sul letto, tutti nudi, strillando come matti. Liz era mortificata ma io mi sono divertita un mondo. Avevate l’aria cosí estasiata, Archie, la vista dei vostri corpicini che rimbalzavano su e giú, la stanza piena di gioia sfrenata, due bambini picchiatelli che si comportavano come scimpanzé… impossibile non scoppiare a ridere. Si sono messi a ridere anche tuo padre e Daniel, mi ricordo, ma Liz è entrata in camera come una furia e vi ha ordinato di vestirvi. Immediatamente. Sai, con la voce da madre arrabbiata. Immediatamente! Ma un attimo prima di rimettervi i vestiti, Amy se n’è uscita con una delle frasi piú divertenti che abbia mai sentito. Mammina, ha chiesto, tutta seria e pensierosa, indicando le tue parti intime e poi le sue, mammina, perché Archie ha tutta quella roba e io invece niente?
La madre di Ferguson rise, rise forte e a lungo al ricordo di quelle parole, ma Ferguson fece solo un sorriso, la pallida imitazione di un sorriso che svaní in un attimo, perché poche cose gli facevano meno piacere che sentir raccontare le buffonate idiote della sua prima infanzia. E alla madre che ancora rideva disse: Ti piace sfottermi, eh?
Ogni tanto, disse lei. Non spesso, Archie, ma ogni tanto proprio non resisto.
Un’ora dopo, Ferguson uscí in giardino col suo libro del momento, Viaggio al termine della notte, e si sedette su una delle poltrone di legno che lui e suo padre avevano ridipinto all’inizio dell’estate, verde scuro, anzi scurissimo, ma invece di aprire il libro per saperne di piú sulle avventure di Ferdinand nella fabbrica della Ford a Detroit, rimase seduto a pensare in attesa che arrivassero i primi ospiti, stupito dal fatto di essersi scatenato su un letto con una ragazza nuda, di essersi scatenato nudo anche lui su un letto con la ragazza nuda, e che era proprio comico non averne piú memoria, mentre ora avrebbe dato qualunque cosa per essere con una ragazza nuda, essere a letto nudo con una ragazza nuda era l’unica e massima aspirazione della sua vita solitaria e senza amore, piú di cinque mesi senza nemmeno un bacio o un abbraccio, si disse, un’intera primavera e quasi tutta l’estate a piangere per il fantasma seminudo di Anne-Marie Dumartin, e adesso stava per incontrare Amy Schneiderman, la ragazza nuda persa nel suo lontano passato, che era sicuramente diventata una ragazza normale, sana, noiosa e prevedibile come gran parte delle ragazze, come gran parte dei ragazzi, come gran parte degli uomini e delle donne, ma non poteva farci nulla, e non avendola ancora incontrata, doveva solo aspettare e vedere quel che c’era da vedere.
Quel pomeriggio vide colei che diventò la prossima, l’erede al trono dei suoi desideri, una ragazza che non era né normale né anormale ma ardente, impavida, consapevole della natura eccezionale con cui era venuta al mondo, e qualche settimana dopo il loro primo incontro, mentre l’estate sfumava nell’autunno e il mondo intorno a loro si faceva improvvisamente buio, lei divenne anche la prima, ovverosia Amy Schneiderman e Archie Ferguson non saltavano piú nudi sul letto ma erano stesi nudi sul letto, rotolavano sotto le coperte, e per anni lei avrebbe continuato a dargli le piú grandi gioie e i piú grandi tormenti della sua giovane vita, a essere la compagna indispensabile che gli era entrata nella pelle.
Ma tornando a quel lunedí pomeriggio del settembre 1963, la grigliata del Labor Day nel giardino dei Ferguson, alla prima immagine di lei che scendeva dalla Chevrolet blu dei genitori, la testa biondo scuro che emergeva dal sedile posteriore, poi la scoperta sorprendente che era alta, almeno uno e settantadue, forse anche uno e settantacinque, una ragazzona con un viso decisamente bello, né carino né stupendo ma bello, naso solido, mento deciso, occhi grandi di un colore ancora imprecisato, fisico né pesante né esile, seno piuttosto piccolo sotto la camicetta blu a maniche corte, gambe lunghe, sedere tondo fasciato da un paio di pantaloni beige attillati, e una strana camminata sgambettante, il busto un po’ proteso in avanti, come se fosse impaziente di partire alla carica, una camminata da maschiaccio, pensò lui, ma seducente e insolita, segno che era una da non sottovalutare, una ragazza diversa da gran parte delle ragazze di sedici anni perché si muoveva senza neanche un filo d’imbarazzo. La madre di Ferguson fece le presentazioni, stretta di mano con la madre di lei (un po’ tesa, un breve sorriso), stretta di mano col padre (rilassato, affabile), e prima ancora di stringere la mano a Amy, Ferguson intuí che a Liz Schneiderman non piaceva sua madre perché sospettava che il marito fosse un po’ innamorato di lei, e magari era anche vero, a giudicare dal prolungato abbraccio con cui Schneiderman salutò l’ancora stupenda quarantunenne Rose, poi Ferguson si trovò a stringere la mano a Amy, la sua mano lunga e incredibilmente affusolata, e decise che aveva gli occhi verde scuro con qualche pagliuzza marrone, e quando lei sorrise osservò che i denti erano un po’ troppo grandi rispetto alla bocca, un tantino troppo grandi e quindi stupefacenti, poi sentí la sua voce per la prima volta, Ciao, Archie, e in quel momento capí, al di là di qualsiasi dubbio, che erano destinati a diventare amici, ovviamente era una supposizione assurda, perché cosa ne poteva sapere in quel momento, fatto sta che lo sentiva, lo intuiva, era certo che stesse accadendo qualcosa di importante e che lui ed Amy Schneiderman avrebbero intrapreso un lungo viaggio insieme.
Quel giorno c’erano Bobby George e il fratello Carl, che stava per cominciare il secondo anno a Dartmouth, ma Ferguson non aveva nessuna voglia di parlare con loro, né con quella lenza di Carl né con quel broccolo buontempone di Bobby. Voleva solo stare con Amy, l’unica altra persona giovane presente alla festa, e cosí, quarantacinque secondi dopo averle stretto la mano, mise in atto una strategia per non doverla dividere con gli altri: la invitò in camera sua. Fu un gesto un po’ impetuoso, ma lei accettò con un cenno d’assenso, dicendo Bella idea, andiamo, e cosí salirono al rifugio di Ferguson al secondo piano, che non era piú un tempio dedicato a Kennedy ma un posto pieno zeppo di libri e dischi, talmente tanti libri e dischi che gli scaffali stracolmi non riuscivano piú a contenerli tutti, e la raccolta cresceva in pile addossate alla parete vicino al letto, e gli fece piacere quando Amy entrando fece un altro cenno di assenso, come a dirgli che approvava quel che vedeva, tutti quei nomi consacrati e quelle opere venerate, che cominciò a esaminare piú da vicino, ne indicava uno e diceva, Un libro bellissimo, ne indicava un altro e diceva, Non l’ho ancora letto, poi un altro ancora e diceva, Mai sentito nominare, ma poco dopo si sedette per terra ai piedi del letto, e Ferguson ne approfittò per sedersi per terra anche lui, faccia a faccia con Amy a neanche un metro di distanza, con la schiena appoggiata ai cassetti della scrivania, e parlarono per un’ora e mezza, smisero solo quando bussarono alla porta e annunciarono che in giardino era pronto da mangiare, cosa che li spinse a scendere e unirsi agli altri per un po’ e mangiare hamburger e bere birra proibita davanti ai loro genitori, nessuno dei quali batté ciglio davanti a quella trasgressione, poi Amy frugò nella borsetta, tirò fuori un pacchetto di Lucky Strike e ne accese una davanti ai suoi – che ancora una volta non batterono ciglio – spiegando che non fumava molto ma adorava il sapore del tabacco dopo mangiato, poi, terminato il pasto e la sigaretta, Ferguson ed Amy si scusarono e andarono a fare una tranquilla passeggiata per il quartiere mentre il sole cominciava a calare, e approdarono su una panchina degli stessi giardinetti dove lui aveva baciato Anne-Marie per l’ultima volta prima che lei sparisse, e poco dopo essersi dati appuntamento a New York per un sabato dello stesso mese, anche Ferguson ed Amy cominciarono a baciarsi, si lanciarono d’istinto, all’improvviso, le bocche s’incastrarono, le lingue guizzarono e i denti si urtarono in uno squisito bagno di saliva, l’eccitazione istantanea nella turbolenta regione del bassoventre dei loro corpi post-puberali, e continuarono a baciarsi con un tale abbandono che avrebbero potuto divorarsi se Amy non si fosse staccata di colpo scoppiando in una risata, una risata affannosa, sbalordita, che fece ridere anche Ferguson. Cavolo, Archie, disse. Basta, se no fra due minuti ci strappiamo i vestiti. Si alzò e gli tese il braccio destro. Avanti, testa matta, torniamo a casa.
Erano coetanei, o quasi coetanei, duecento mesi invece di centonovantotto mesi, ma dato che Amy era nata alla fine del 1946 (29 dicembre) e Ferguson all’inizio del 1947 (3 marzo), a scuola lei era avanti di un anno intero, ragion per cui stava per cominciare l’ultimo anno alla Hunter mentre lui era ancora un umile studente bloccato nelle trincee del terzo. In quel momento l’università non era che un ignoto luogo nebuloso per Ferguson, una destinazione remota ancora senza nome, mentre lei aveva studiato le mappe per buona parte dell’anno ed era quasi pronta a migrare. Disse che avrebbe fatto domanda in diverse università. L’avevano tutti consigliata di prepararsi un piano B, due o tre alternative, ma il Barnard era la sua prima scelta, anzi l’unica scelta, perché era il college migliore di New York, la gemella femminile della Columbia maschile, e l’obiettivo numero uno era restare a New York.
Ma vivi a New York da quando sei nata, disse Ferguson. Non ti piacerebbe provare un altro posto?
Sono stata in altri posti, disse lei, un sacco di altri posti, e si chiamano tutti Sbadigliopoli. Sei mai stato a Boston o a Chicago?
No.
Sbadigliopoli Uno e Sbadigliopoli Due. Los Angeles?
No.
Sbadigliopoli Tre.
D’accordo. Ma in un’università in campagna, invece? La Cornell, la Smith, posti cosí. Prati verdi e cortili che rimbombano, la ricerca del sapere in una cornice agreste.
Joseph Cornell è un genio, i fratelli Smith fanno ottime gocce per la tosse, ma quattro anni col culo al gelo nelle lande desolate non mi sembrano il massimo del divertimento. No, Archie, New York è New York. Non esistono altri posti.
Ferguson la conosceva da circa dieci minuti quando scambiarono questo dialogo, e mentre l’ascoltava difendere New York, professare amore per New York, gli venne in mente che Amy in un certo senso era un’incarnazione della sua città, non soltanto per la sua fiducia in se stessa e la prontezza di spirito ma anche e soprattutto per la voce, che era la voce delle giovani ebree in gamba di Brooklyn, Queens e dell’Upper West Side, la voce della terza generazione di ebrei newyorkesi, cioè la seconda generazione di ebrei nati in America, che aveva una musica un pochino diversa dalla voce irlandese newyorkese, per esempio, o dalla voce italiana newyorkese, ruspante, sofisticata, e sfrontata al tempo stesso, altrettanto allergica alle r dure ma piú precisa ed enfatica nella pronuncia, e piú lui si abituava a quella pronuncia, piú aveva voglia di sentirla, perché la voce Schneiderman rappresentava tutto quello che non erano i sobborghi, che non era la sua vita in quel momento, quindi una prospettiva di fuga in un futuro possibile, o almeno di un presente abitato da quel futuro possibile, e mentre sedevano in camera e poi andavano a passeggio, parlarono di un’infinità di cose, soprattutto di quell’estate movimentata iniziata con l’assassinio di Medgar Evers e finita col discorso di Martin Luther King, quel groviglio inestricabile d’orrore e speranza che sembrava definire il panorama americano, e anche dei libri e dei dischi sugli scaffali e sul pavimento della stanza di Ferguson, e ovviamente di compiti in classe, test di ammissione all’università e perfino di baseball, ma l’unica cosa che non le chiese, che non le avrebbe chiesto neanche morto, era se avesse un fidanzato, perché lui aveva già deciso di fare tutto il possibile perché lei diventasse la prossima, e non gli interessava sapere quanti rivali gli stessero fra i piedi.
Il 15 settembre, neanche due settimane dopo il barbecue del Labor Day, a sei giorni esatti dal previsto appuntamento a New York, lei lo chiamò, e siccome aveva chiamato lui e nessun altro, Ferguson comprese che non c’era di mezzo nessun fidanzato, nessun rivale di cui aver paura, e che ormai stavano insieme a tutti gli effetti. Lo capí perché Amy aveva deciso di chiamare proprio lui quando seppe della bomba in una chiesa di neri a Birmingham, Alabama, e delle quattro bambine rimaste uccise all’interno, un altro orrore americano, un’altra battaglia della guerra razziale che si stava diffondendo in tutto il Sud, come se la Marcia su Washington di due settimane e mezza prima andasse vendicata con le bombe e l’omicidio, ed Amy piangeva al telefono, si sforzava di non piangere mentre gli raccontava quello che era successo, e un po’ alla volta, mentre si riprendeva, cominciò a parlare di quello che si poteva fare, quello che secondo lei si doveva fare, non solo far approvare le leggi dai politici ma andare laggiú a combattere, un esercito di persone, e lei sarebbe stata la prima a unirsi, il giorno dopo il diploma sarebbe andata in Alabama in autostop e avrebbe lavorato per la causa, versato sangue per la causa, trasformato la causa nello scopo principale della sua vita. È il nostro paese, disse, non possiamo lasciarcelo rubare da questi bastardi.
Si incontrarono il sabato seguente e a sabati alterni per tutto l’autunno, Ferguson prendeva l’autobus dal New Jersey al Port Authority Terminal e poi il treno espresso dell’Irt fino alla Settantaduesima Ovest, dove scendeva e si faceva a piedi tre isolati a nord e due isolati a ovest fino a casa degli Schneiderman all’angolo tra Riverside Drive e la Settantacinquesima, appartamento 4B, che ormai era l’indirizzo piú importante di New York City. Uscite di vario genere, quasi sempre loro due da soli, alle volte con qualche amica di Amy, film stranieri al Thalia fra la Broadway e la Novantacinquesima, Godard, Kurosawa, Fellini, visite al Met, alla Frick, al Museum of Modern Art, i Knicks al Madison Square Garden, Bach alla Carnegie Hall, Beckett, Pinter e Ionesco nei teatrini del Village, tutto a due passi e a portata di mano, ed Amy sapeva sempre dove andare e cosa fare, la principessa guerriera di Manhattan gli stava insegnando a orientarsi nella sua città, che in poco tempo era diventata anche la città di Ferguson. Però, malgrado tutte le cose che facevano e tutte le cose che vedevano, il meglio di quei sabati era starsene a parlare nei bar, le prime battute del dialogo ininterrotto che sarebbe andato avanti per anni, conversazioni che a volte diventavano battibecchi feroci quando avevano opinioni diverse, il film bello o brutto che avevano appena visto, l’idea politica buona o cattiva che uno dei due aveva appena espresso, ma a Ferguson non dispiaceva discutere con lei, non gli interessavano le svampite, le stupidelle col broncio attente solo alle non meglio identificate formalità dell’amore, quello era amore vero, cosí complesso, profondo e duttile da reggere anche le contese appassionate, e come poteva non amare quella ragazza, il suo implacabile sguardo indagatore e la risata enorme, tonante, l’ipersensibile e intrepida Amy Schneiderman, che un giorno sarebbe stata un’inviata di guerra o una rivoluzionaria o un medico che lavorava tra i poveri. Aveva sedici anni, andava per i diciassette. Non era piú una pagina vuota, ma era ancora abbastanza giovane per sapere che poteva cancellare le parole già scritte, cancellarle e ricominciare ogni volta che aveva l’ispirazione.
I baci, naturalmente. Gli abbracci, naturalmente. Insieme alla seccatura dei genitori di Amy che di sabato non uscivano quasi mai né di pomeriggio né di sera, per cui avevano poche occasioni di stare soli e finivano per sbaciucchiarsi al freddo sulle panchine di Riverside Park, per pomiciare come matti di nascosto in camera da letto alle feste degli amici di Amy, e le due volte, le uniche due volte, le uniche due sere in cui quei due pantofolai dei genitori di lei uscirono, la possibilità di concedersi qualche ardente capriola mezzi nudi sul letto di Amy, sempre con la vecchia paura che la porta si spalancasse nel peggior momento possibile. La frustrazione di non avere il pieno controllo delle loro vite, le frenesie ormonali ripetutamente contrastate dalle circostanze, il desiderio sempre piú disperato di settimana in settimana. Poi, un martedí sera di metà novembre, Amy telefonò per dargli la bella notizia. I suoi genitori avrebbero passato il fine settimana fuori città, tre giorni interi nella lontana Chicago a trovare la madre inferma di sua madre, e siccome il fratello Jim sarebbe arrivato da Boston solo alla vigilia del Ringraziamento, avrebbe avuto la casa tutta per sé. Tutto il fine settimana, disse. Pensa, Archie. Tutto il fine settimana in casa da soli senza nessuno.
Ferguson disse ai genitori che era stato invitato con un paio di amici a casa di un altro amico sulla Jersey Shore, una bugia cosí elaborata e senza senso che ci cascarono tutti e due, e quindi non ci trovarono niente di strano quando il venerdí andò a scuola portandosi una piccola borsa da viaggio. Il piano era partire per New York appena finivano le lezioni, e se fosse riuscito a prendere il primo autobus sarebbe arrivato a casa di Amy per le quattro e mezza, cinque meno un quarto, e se avesse perso il primo autobus e preso il secondo, per le cinque e mezza o sei meno un quarto. L’ennesima giornata noiosa nei corridoi e nelle aule del liceo di Montclair, a concentrarsi sull’orologio come se potesse accelerare il tempo con la sola forza del pensiero, a contare i minuti, a contare le ore, e poi, nel primo pomeriggio, l’annuncio dagli altoparlanti della scuola che avevano sparato al presidente a Dallas, seguito piú tardi dall’annuncio che il presidente Kennedy era morto.
In pochi minuti, tutte le attività della scuola cessarono. Fazzoletti di stoffa e di carta apparvero su mille paia di mani, le guance delle ragazze in lacrime si rigarono di mascara, i ragazzi andavano su e giú scuotendo la testa o sferrando pugni in aria, le ragazze si abbracciavano, ragazzi e ragazze si abbracciavano, gli insegnanti piangevano e si abbracciavano, altri fissavano i muri e le maniglie delle porte con lo sguardo perso, e poco dopo gli studenti cominciarono a radunarsi in palestra e in mensa, nessuno sapeva cosa fare, nessuno dava direttive, faide e rancori non esistevano piú, non c’erano piú nemici, poi la voce del preside risuonò ancora dagli altoparlanti e annunciò che le lezioni erano interrotte, che potevano andare tutti a casa.
L’uomo del futuro era morto.
Città irreale.
Stavano tornando tutti a casa, ma Ferguson andò con la sua borsa da viaggio alla fermata di Montclair ad aspettare l’autobus per New York. Avrebbe chiamato i suoi piú tardi, ma a casa non ci sarebbe tornato. Aveva bisogno di stare un po’ da solo, e poi aveva bisogno di stare con Amy, e sarebbe rimasto con lei per tutto il fine settimana come deciso.
Due strade divergevano in una città irreale, e il futuro era morto.
Aspettare l’autobus, montare sull’autobus e cercare un posto, sedersi in quinta fila e poi ascoltare il cambio delle marce mentre l’autobus ripartiva per New York, attraversare il tunnel con una donna che singhiozzava nel sedile dietro e l’autista che parlava con un passeggero seduto davanti, Non ci posso credere, cazzo, non ci posso credere, ma Ferguson ci credeva, anche se si sentiva totalmente separato dal proprio corpo, fluttuava da qualche parte lí vicino, ma era presente a se stesso, completamente lucido, per nulla in vena di piangere, no, era una cosa troppo grossa, sí, la donna dietro di lui poteva anche piangere a dirotto, forse si sarebbe sentita meglio, ma lui non si sarebbe mai sentito meglio e quindi non aveva il diritto di piangere, aveva soltanto il diritto di pensare, di cercare di capire cosa stava succedendo, questa cosa enorme che non somigliava a niente che avesse mai vissuto. L’uomo che parlava con l’autista disse: Mi ricorda Pearl Harbor. Capito come, tutto calmo e tranquillo, una pigra domenica mattina, la gente che ciondola per casa in pigiama, e poi BUM, il mondo esplode e all’improvviso siamo in guerra. Non male come paragone, pensò Ferguson. Il grande evento che squarcia il cuore delle cose e cambia la vita di tutti, il momento indimenticabile in cui finisce una cosa e ne comincia un’altra. Era cosí, si chiese, come l’attimo in cui scoppia una guerra? No, non proprio. La guerra annuncia l’inizio di una nuova realtà, ma quel giorno non era iniziato niente, era finita una realtà, punto, al mondo era stato sottratto qualcosa, e adesso c’era un buco, un niente là dove prima c’era qualcosa, come se tutti gli alberi del mondo fossero spariti, come se il concetto stesso di albero o montagna o luna fosse stato cancellato dalla mente umana.
Un cielo senza luna.
Un mondo senza alberi.
L’autobus entrò alla stazione all’incrocio fra la Quarantesima e l’Ottava Avenue. Invece di prendere i sottopassaggi per la Settima Avenue come faceva di solito quando veniva a New York, Ferguson salí le scale e uscí nel crepuscolo di fine novembre, camminò a est sulla Quarantaduesima verso la fermata della metropolitana a Times Square, un altro corpo tra la folla dell’ora di punta, facce spente di gente che pensava ai casi suoi, tutto uguale, tutto diverso, poi si trovò a farsi largo tra capannelli di passanti fermi per strada, tutti a guardare le lettere luminose che scorrevano intorno all’alto edificio davanti a loro, JFK UCCISO A DALLAS – JOHNSON HA GIURATO DA PRESIDENTE, e un attimo prima di arrivare alle scale che lo avrebbero portato al binario sotterraneo dell’Irt, sentí una donna che diceva a un’altra donna, Non ci credo, Dorothy, non credo ai miei occhi.
Irreale.
Una città senza alberi. Un mondo senza alberi.
Non aveva chiamato Amy per sapere se era tornata da scuola. Magari era ancora con le amiche, travolta dalla confusione del momento, agitata, troppo scossa per ricordarsi del suo arrivo, cosí quando suonò il citofono dell’appartamento 4B, non sapeva se gli avrebbero risposto. Cinque secondi di dubbio, dieci secondi di dubbio, poi sentí la voce di Amy che gli parlava dal citofono, Archie, sei tu, Archie?, e un attimo dopo gli aprí il portone.
Guardarono per ore i servizi sull’assassinio in televisione, poi, abbracciati stretti, si trascinarono in camera di Amy, si stesero lentamente sul letto e fecero l’amore per la prima volta.
1. T. S. Eliot, Poesie, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani, Milano 1985.
2.2
Il primo numero del «Crociato di Cobble Road» uscí il 13 gennaio 1958. A. Ferguson, fondatore nonché editore del giornale appena nato, annunciò con un fondo in prima pagina che il «Crociato» avrebbe «riportato i fatti al meglio delle proprie capacità e raccontato la verità a qualsiasi costo». La stampa dell’edizione inaugurale in cinquanta copie fu a cura del direttore di produzione Rose Ferguson, che portò il menabò originale manoscritto alla tipografia Myerson di West Orange cui toccò il compito di riprodurre entrambe le facciate del foglio A1 e sfornare delle copie cartacee abbastanza sottili da poter essere piegate a metà, e in virtú di quella piega, il «Crociato» venne al mondo somigliando (quasi) a un vero e proprio organo di stampa piú che a un qualunque bollettino fatto in casa, scritto a macchina e ciclostilato. Cinque centesimi a copia. Niente foto né disegni, un po’ di respiro nella parte superiore per la stampa della testata, per il resto niente al di fuori di due grandi rettangoli riempiti da otto colonne fittissime di parole scritte a mano, nella calligrafia di un quasi undicenne che aveva sempre faticato a tracciare i caratteri con ordine, ma a parte qualche tremolio e disallineamento, il risultato era abbastanza leggibile, con un impianto che nel complesso appariva come una versione sincera sia pure alquanto demenziale di un giornale settecentesco formato lenzuolo.
I ventuno articoli spaziavano dai sommarietti di quattro righe ai pezzi su due o tre colonne, il primo dei quali era un servizio in prima pagina, il cui titolo recitava TRAGEDIA UMANA. I DODGERS E I GIANTS LASCIANO NEW YORK PER LA COSTA OCCIDENTALE, e comprendeva estratti da interviste che Ferguson aveva condotto su parenti e amici vari, e la risposta piú drammatica venne da un compagno di scuola, Tommy Fuchs: «Io mi ammazzo. Adesso restano solo gli Yankees, e io gli Yankees li odio. Che dovrei fare?» L’articolo retrostante indagava su uno scandalo in corso presso la scuola elementare di Ferguson. Per quattro volte in sei settimane, gli alunni erano andati a sbattere contro una delle due pareti in mattoni della palestra mentre giocavano a dodgeball, con conseguente epidemia di occhi neri, traumi, teste e fronti sanguinanti, e Ferguson si stava mobilitando affinché venissero montate delle imbottiture onde evitare ulteriori incidenti. Dopo aver strappato qualche dichiarazione alle vittime dell’ultima ora («Stavo inseguendo la palla, – diceva uno, – e tempo un attimo sono rimbalzato dai mattoni con la testa rotta»), Ferguson parlò con il preside, Mr Jameson, il quale convenne che la situazione era fuori controllo. «Ho parlato con il ministero dell’Istruzione, – disse, – e mi hanno promesso che faranno imbottire le pareti entro fine mese. Fino ad allora, niente dodgeball».
Squadre di baseball che svanivano e traumi cranici che si potevano prevenire, ma anche articoli su cani e gatti smarriti, pali della luce danneggiati dal temporale, incidenti d’auto, gare di cerbottana, lo Sputnik e le condizioni di salute del presidente, insieme a brevi trafiletti riguardanti le ultimissime sui clan Ferguson e Adler, come per esempio LA CICOGNA ARRIVA PUNTUALE! «Per la prima volta nella storia umana, un bambino nasce entro la data prevista. Alle 23,53 del 29 dicembre, solo sette minuti prima che l’orologio la lasciasse al palo, la signora Frances Hollander, 22 anni, di New York, ha dato alla luce il suo primogenito, un maschietto di tre chili e duecentocinquanta grammi che è stato chiamato Stephen. Congratulazioni, cugina Francie!» Oppure: GRAN BALZO IN AVANTI: «Mildred Adler è stata di recente promossa da professore associato a professore ordinario del Dipartimento d’inglese presso l’Università di Chicago. È una delle massime autorità mondiali sul romanzo vittoriano e ha pubblicato libri su George Eliot e Charles Dickens». E poi, un boxino rettangolare nel quadrante in basso a destra della facciata posteriore dal titolo Ridiamo con Adler, che Ferguson aveva intenzione di pubblicare regolarmente su tutti i numeri del «Crociato», perché non poteva certo trascurare una preziosa risorsa qual era suo nonno, il re delle barzellette stupide, che aveva raccontato a Ferguson tante di quelle barzellette stupide che il direttore in erba si sarebbe sentito in difetto a non usarne qualcuna. Il primo esempio era di questo tenore: «I coniugi Hooper sono in viaggio per le Hawaii. Poco prima che l’aereo atterri il marito chiede alla moglie se la pronuncia corretta di Hawaii sia auai oppure avai. “Non lo so, – risponde lei. – Chiediamolo a qualcuno quando arriviamo”. In aeroporto vedono passare un vecchietto in camicia hawaiana. “Mi scusi, signore, – dice il marito. – Come dite qui, auai o avai?” Il vecchio batte le ciglia stupito e risponde: “Avai”. “Grazie”, dice il marito. Al che il vecchietto risponde: “Si figuvi”».
I numeri successivi furono pubblicati ad aprile e settembre di quell’anno, e ognuno fu migliore del precedente, o cosí Ferguson si sentí dire da parenti e genitori, ma con i compagni di scuola fu tutta un’altra storia, perché dopo il successo del primo numero, che aveva spopolato in classe, vennero a galla rancori e malanimi. Il ristretto mondo della quinta elementare e della prima media era circoscritto da un rigoroso insieme di regole e gerarchie sociali, e prendendo l’iniziativa di lanciare il «Crociato», vale a dire osando creare qualcosa dal nulla, Ferguson aveva involontariamente oltrepassato certi limiti. Entro quei limiti i ragazzi potevano guadagnare prestigio in due modi: primeggiando nello sport o dimostrandosi campioni di malefatte. I bei voti a scuola contavano poco, perfino un talento eccezionale nell’arte o nella musica contava quasi zero, perché certi talenti venivano visti come doni naturali, caratteri biologici simili al colore dei capelli o alla misura di piede, quindi non del tutto collegati alla persona che li possedeva, semplici realtà innate indipendenti dalla volontà umana. Ferguson se l’era sempre cavata discretamente nello sport, cosa che gli aveva permesso di legare con i compagni e sfuggire alla temuta sorte dell’emarginato. Combinare malefatte lo annoiava ma il suo anarchico senso dell’umorismo aveva contribuito a consolidare la sua fama di tipo a posto, anche se non dava confidenza alle teste calde prepotenti che passavano il fine settimana a buttare mortaretti nelle cassette della posta, a spaccare lampioni, a fare telefonate oscene alle ragazzine piú belle che frequentavano la classe dopo la loro. In altre parole, fino a quel momento Ferguson se l’era cavata senza incontrare troppe difficoltà, i suoi bei voti non erano considerati un punto a favore né a sfavore, e il suo approccio discreto, poco aggressivo alle relazioni interpersonali lo aveva protetto dalla rabbia dei compagni, ragion per cui aveva fatto a pugni poche volte e non si era creato nemici fissi, se non che, pochi mesi prima del suo undicesimo compleanno, decise che voleva fare un bagno di popolarità, proposito che attuò sotto forma di un foglio autopubblicato, e a un tratto i suoi compagni si resero conto che Ferguson aveva altre qualità insospettabili, che in realtà era un ragazzo molto intelligente, un fuoriclasse tanto ardimentoso da mettere a segno un’impresa complicata come il «Crociato», perciò tutti e ventidue i suoi compagni di classe quinta sganciarono cinque centesimi per una copia del primo numero, facendogli i complimenti per l’ottimo lavoro, ridendo dei buffi giri di frase che condivano i suoi articoli, ma poi arrivò il fine settimana e il lunedí mattina già non ne parlava piú nessuno. Se il «Crociato» avesse chiuso dopo quel primo numero, Ferguson si sarebbe risparmiato la sofferenza che da ultimo si abbatté su di lui, ma come poteva sapere che una cosa è essere intelligenti e un’altra essere troppo intelligenti, che il secondo numero in primavera gli avrebbe messo contro una parte della classe perché avrebbe dimostrato che lui s’impegnava troppo, troppo in confronto a loro che s’impegnavano poco, nel senso che Ferguson era un tipo intraprendente, che si dava da fare mentre loro erano una manica di sfaticati buoni a nulla? Le femmine erano ancora dalla sua parte, dalla prima all’ultima, ma le femmine non erano in competizione con lui, erano i maschi che cominciavano a sentirsi oppressi dal suo attivismo, di sicuro tre o quattro, ma Ferguson era troppo gonfio di felicità per accorgersene, troppo esaltato dal trionfo per il nuovo numero che aveva completato per domandarsi come mai Ronny Krolik e la sua banda di teppisti avessero rifiutato di acquistare la nuova edizione del «Crociato» quando la portò a scuola in aprile, pensando, ammesso che ci avesse pensato, che non avessero i soldi e basta.
Ferguson considerava i giornali una delle piú grandi invenzioni dell’umanità, e li amava fin da quando aveva imparato a leggere. Al mattino di buon’ora, sette giorni su sette, una copia del «Newark Star-Ledger» compariva sui gradini di casa, atterrando con un piacevole tonfo proprio mentre lui scendeva dal letto, lanciato da una persona invisibile, senza nome, che non mancava mai il bersaglio, e a sei anni e mezzo Ferguson partecipava già al rito mattutino della lettura del giornale mentre consumava la colazione, lui che si era imposto di leggere durante l’estate della gamba rotta, che aveva lottato per uscire dal carcere della sua stupidità infantile e si era trasformato in un cittadino del mondo, abbastanza evoluto ormai da comprendere tutto, o quasi tutto salvo le astruse questioni di politica economica e l’idea che costruire piú armi nucleari assicurasse una pace piú duratura, e ogni mattina sedeva a colazione con i genitori e ognuno di loro affrontava una pagina diversa del giornale, leggendo in silenzio perché parlare di prima mattina era una fatica e poi scambiandosi le pagine già lette dentro la cucina odorosa di caffè e uova strapazzate, di pane che abbrustoliva nel tostapane, di burro che si scioglieva sulle fette bollenti. Ferguson cominciava sempre con i fumetti e lo sport, con Arturo e l’amica Zoe per cui provava una strana attrazione, con Arcibaldo e la moglie Petronilla, Blondie e Dagoberto, Beetle Bailey, seguiti dalle ultimissime su Mantle e Ford, su Conerly e Gifford, poi passava alle notizie locali, a quelle nazionali e internazionali, agli articoli di cinema e teatro, alle cosiddette storie di vita vissuta, per esempio i diciassette universitari che si stipavano in una cabina telefonica o i trentasei hot dog consumati dal vincitore della gara di abbuffata nella contea di Essex, e una volta terminato, se avanzava ancora qualche minuto prima di andare a scuola, gli annunci economici e quelli personali. Tesoro, ti amo. Ti prego, torna.
Il fascino dei giornali era del tutto diverso dal fascino dei libri. I libri erano solidi e permanenti, i giornali fragili ed effimeri, prodotti usa e getta che venivano buttati via non appena erano stati letti, per essere sostituiti la mattina dopo, ogni mattina un giornale fresco per il nuovo giorno. I libri procedevano dall’inizio alla fine in linea retta, mentre i giornali erano sempre in vari posti contemporaneamente, un guazzabuglio di simultaneità e contraddizione, storie multiple che convivevano sulla stessa pagina, ognuna specchio di una faccia diversa del mondo, ognuna espressione di un’idea o di un fatto completamente slegato da quello accanto, una guerra a destra, una corsa coi sacchi a sinistra, un edificio in fiamme in alto, un raduno di girl scout in basso, cose grandi e cose piccole mescolate fra loro, tragedie a pagina 1 e inezie a pagina 4, allagamenti invernali e indagini della polizia, scoperte scientifiche e ricette per dolci, morti e nascite, consigli ai cuori infranti e parole crociate, passaggi da touchdown e dibattiti al Congresso, cicloni e sinfonie, scioperi del sindacato e voli transatlantici in mongolfiera, il giornale del mattino contava inevitabilmente ciascuno di questi fatti tra le sue colonne di inchiostro nero sbaffato, e ogni mattina Ferguson esultava davanti a quel calderone, perché il mondo era cosí, secondo lui, ribolliva come un calderone, con dentro milioni di cose diverse che succedevano nello stesso momento.
Ecco cosa rappresentava il «Crociato» per lui: la possibilità di mettere tutto il suo mondo in un calderone che sembrasse un giornale vero. Vero fino a un certo punto, ovviamente, tutt’al piú c’era una vaga somiglianza, ma la sua giovane versione amatoriale si avvicinava abbastanza allo spirito dell’originale da conquistare i suoi amici. Ferguson aveva sperato in una reazione del genere, e ora che il suo desiderio era stato esaudito si tuffò nel secondo numero con un crescente senso di fiducia, una nuova fede nel potere del proprio genio, una fede divenuta cosí cieca che nemmeno il parziale boicottaggio ad opera di Krolik e i suoi amici gli fece vedere quello che stava succedendo. Cominciò ad aprire gli occhi soltanto il mattino dopo. Michael Timmerman era uno dei suoi amici piú cari, un bambino sveglio e benvoluto che a scuola andava anche meglio di Ferguson, una figura pressoché eroica che torreggiava su nani malefici quali Ronny Krolik come una quercia torreggia su un cespuglio d’edera velenosa, e quando Michael Timmerman ti prendeva da parte in cortile prima delle lezioni e diceva che voleva parlarti, lo ascoltavi piú che volentieri. Timmerman esordí dicendogli quanto apprezzava il «Crociato», cosa che fece un piacere enorme a Ferguson, dato che l’opinione dell’atleta e della mente migliore della classe pesava piú di tutte le altre, se non che Timmerman aggiunse che voleva lavorare con lui, che voleva entrare nella redazione del «Crociato» e firmare qualche articolo, cosí quella che era già un’ottima pubblicazione sarebbe diventata anche migliore, secondo lui, perché insomma, non s’era mai sentito di un giornale personale, un solo redattore che scriveva tutti i pezzi era una cosa un po’ stramba, da cialtroni, e se Ferguson gliene dava la possibilità e le cose funzionavano, magari la redazione si poteva allargare a quattro o cinque persone, e sborsando qualcosa a testa per le spese di stampa magari il «Crociato» poteva arrivare a quattro o otto pagine, tutte composte in tipografia senza piú dover dipendere dalla calligrafia orrenda di Ferguson, e come niente avrebbe iniziato a somigliare a un giornale vero e proprio.
Ferguson cadde dalle nuvole. Aveva sempre inteso il «Crociato» come uno spettacolo personale, il suo spettacolo, suo e di nessun altro, e l’idea di dividere la scena con un compagno, figuriamoci con una serie di compagni, lo fece ammalare di infelicità. Timmerman lo stava soffocando di critiche e suggerimenti, cercava di costringerlo a mollare il timone del suo giornaletto da cialtroni con gli orrendi caratteri scritti a mano, ma si rendeva conto Timmerman che lui aveva già pensato a queste cose, che se anche avesse saputo scrivere a macchina non lo avrebbe fatto per non dare un’immagine sbagliata, e siccome non poteva permettersi di pagare un tipografo, dal momento che aveva solo undici anni, aveva deciso di scrivere a mano, e che ne sapeva Timmerman di sua madre, che si era messa d’accordo con Myerson per fargli uno sconto sulle foto dei tre figli in cambio dell’uso delle macchine per stampare le copie, è cosí che funziona, avrebbe voluto dire a Timmerman, contrattavi per ridurre i costi e ti arrangiavi con quello che avevi, e poi, ma quale colletta per tirar fuori un cosiddetto giornale vero, cinque ragazzini non avrebbero mai alzato abbastanza soldi per permettersi quella spesa, e se Timmerman non fosse stato l’amico che lui ammirava di piú, gli avrebbe detto di farsi i cavoli suoi e fondare il suo giornale visto che aveva tutte quelle idee brillanti, ma Ferguson lo rispettava troppo per parlare chiaro, e non voleva rischiare di offendere l’amico, e cosí se la cavò da vigliacco e non si sbilanciò, dicendo Fammici pensare invece di rispondere chiaramente sí o no, sperando che col tempo la neonata passione per il giornalismo di Timmerman si smorzasse e che quella storia finisse dimenticata in un paio di giorni.
Però, come molti bambini di successo, Timmerman non era uno che mollava o dimenticava facilmente. Per tutta la settimana, ogni mattina, continuò ad avvicinare Ferguson in cortile e a chiedergli se aveva deciso, e ogni mattina Ferguson cercava di prendere tempo. Forse, diceva Ferguson, magari è una buona idea, ma adesso è primavera, e non faremmo in tempo a chiudere un altro numero entro la fine dell’anno scolastico. Siamo tutti e due impegnati con la Little League, non t’immagini neanche quanto lavoro comporta un giornale. Settimane, mesi di lavoro. Tanto di quel lavoro che neanche so bene se mi va di continuare. Lasciamo stare per il momento, magari ne riparliamo in estate.
Ma Timmerman sarebbe andato al campo estivo e voleva risolvere la questione subito. Anche se il nuovo numero sarebbe uscito solo in autunno, voleva sapere se poteva contarci, e poi perché diamine Ferguson si faceva tanti problemi? Perché tante storie?
Ferguson capí di essere con le spalle al muro. Quattro giorni filati di martellamento, e lui sapeva che Timmerman non avrebbe desistito finché non avesse ottenuto una risposta. Ma qual era la risposta giusta? Se diceva a Timmerman che non lo voleva, probabilmente avrebbe perso un amico. Se avesse accettato di farlo entrare al giornale, si sarebbe disprezzato per essersi arreso. Una parte di lui era lusingata dall’entusiasmo di Timmerman per il «Crociato», ma un’altra cominciava a detestare l’amico, che non si stava piú comportando come tale ma da ruffiano prevaricatore. Anzi no, da manipolatore piú che da prevaricatore, e siccome il manipolatore era la persona piú potente e autorevole della classe, Ferguson non se la sentiva di offenderlo, perché se Timmerman si fosse sentito trattato ingiustamente avrebbe potuto mettergli contro l’intera classe, e la vita di Ferguson sarebbe stata un continuo inferno fino alla fine dell’anno scolastico. Eppure non poteva permettere che il «Crociato» venisse distrutto solo per mantenere la pace. Comunque fossero andate le cose, avrebbe dovuto continuare a vivere nella propria pelle, quindi meglio essere emarginato piuttosto che perdere il rispetto per se stesso. D’altronde, era ancora meglio non essere emarginato se poteva evitarlo.
Non poteva rispondere né sí né no. Quello che gli serviva era un «ni», offrire un po’ di speranza senza infilarsi in un impegno a lungo termine, una tattica dilatoria camuffata da passo avanti, che in realtà era un passo indietro e una possibilità di guadagnare altro tempo. Propose a Timmerman di fare una prova per vedere se gli piaceva il lavoro, e una volta scritto l’articolo, lo avrebbe guardato insieme a Ferguson per decidere se era adatto al «Crociato». All’inizio Timmerman sembrò un po’ titubante, per niente contento all’idea di doversi sottoporre al giudizio di Ferguson, ma c’era da aspettarselo da un primo della classe che aveva assoluta fiducia nelle proprie doti intellettuali, e cosí Ferguson fu costretto a spiegare che la prova era necessaria perché il «Crociato» era suo e non di Timmerman, e se Timmerman voleva far parte di una cosa sua, doveva dimostrare che il suo lavoro rispondeva allo spirito dell’impresa, che era agile, brillante e divertente. Poteva anche essere il piú in gamba di tutti, spiegò Ferguson, ma non aveva mai scritto un articolo di giornale, non aveva nessuna esperienza, e come potevano unire le forze senza prima sapere come andavano i suoi pezzi? Mi sembra giusto, disse Timmerman. Avrebbe scritto un articolo di prova per dimostrargli quanto era bravo, fine della storia.
Allora, ecco cosa ti propongo, disse Ferguson. Qual è la tua attrice preferita, e perché? Parla con tutta la classe, maschi e femmine, fai questa domanda a ognuno di loro: Qual è la tua attrice preferita, e perché? Mi raccomando, segnati tutto quello che dicono, la risposta precisa parola per parola, poi va’ a casa e trasforma il materiale in un articolo di una colonna che faccia ridere quelli che lo leggeranno, e se non riesci a farli ridere, almeno falli sorridere. D’accordo?
D’accordo, disse Timmerman. Ma perché non anche l’attore preferito?
Perché le gare con un vincitore sono piú belle delle gare con due vincitori. Gli attori rimandiamoli al prossimo numero.
E cosí Ferguson guadagnò un po’ di tempo tenendo occupato l’amico con quel compito inutile, e per dieci giorni, mentre il giornalista pivello raccoglieva dati e si preparava a scrivere l’articolo, regnò la calma. Come prevedeva Ferguson, Marilyn Monroe ottenne la maggioranza dei voti maschili, sei su undici, e gli altri cinque andarono a Elizabeth Taylor (due), Grace Kelly (due) e Audrey Hepburn (uno), le femmine invece diedero alla Monroe solo due voti su dodici, e gli altri dieci vennero distribuiti fra la Hepburn (tre), la Taylor (tre) e uno ciascuno a Grace Kelly, Leslie Caron, Cyd Charisse e Deborah Kerr. Ferguson era indeciso fra la Taylor e la Kelly, cosí lanciò una monetina e finí per votare la Taylor, mentre Timmerman, di fronte a un dilemma analogo tra la Kelly e la Hepburn, lanciò la stessa monetina e finí per votare la Kelly. Tutte sciocchezze, è logico, che però erano anche divertenti, e Ferguson notò con quanto scrupolo Timmerman intervistava i compagni e annotava i commenti sul suo piccolo taccuino a spirale, da cronista. Dieci e lode per lo sbattimento e la buona volontà, dunque, ma quello era solo l’inizio, le fondamenta della casa, per cosí dire, e ancora non si capiva bene che genere di edificio sarebbe stato capace di costruire. Certo aveva una bella testa, ma non era detto che scrivesse bene.
Durante quei dieci giorni di osservazione e di attesa, Ferguson scivolò in uno strano stato di incertezza, diventando sempre meno sicuro della sua opinione su Timmerman, non sapeva piú se avercela con lui o mostrare un po’ di gratitudine per le sue fatiche, un minuto sperava che l’articolo gli venisse male e quello dopo sperava il contrario, si chiedeva se in fondo non fosse una buona idea dividere il lavoro con un collega, e lí si rese conto che assegnare compiti agli altri gli dava una certa soddisfazione, che fare il capo non era affatto sgradevole, perché Timmerman aveva eseguito gli ordini senza lamentarsi, e quella era una sensazione nuova, l’idea di essere al comando, e se Timmerman avesse scritto un bell’articolo, magari poteva considerare di lasciarlo entrare, non come socio, macché, per carità, mai e poi mai, come collaboratore, il primo di una eventuale serie di collaboratori, che avrebbero magari potuto consentirgli di portare il «Crociato» da due a quattro pagine. Forse. Ma invece forse no, perché Timmerman non aveva ancora consegnato l’articolo, pur avendo chiuso le interviste in cinque giorni, e dato che ormai ne erano passati altri cinque, Ferguson poté solo dedurre che era in difficoltà, e se Timmerman se la stava vedendo brutta significava che il pezzo non era il massimo, e se non era il massimo allora non era neanche accettabile. Avrebbe dovuto dirglielo in faccia. Immagina di guardare negli occhi quel campione di Timmerman, si disse, l’unico che non ha mai fallito in vita sua, e di dirgli che ha fallito. Al mattino del decimo giorno, le speranze di Ferguson per il futuro erano ridotte a un solo desiderio: che Timmerman stesse scrivendo un capolavoro.
Gira e rigira, l’articolo non era brutto. Ad ogni modo non era pessimo, però gli mancava lo slancio in cui aveva sperato Ferguson, quella punta di umorismo che avrebbe trasformato un tema banale in una lettura interessante. L’unico conforto di quella delusione venne dal fatto che neanche Timmerman sembrava contento, o cosí suppose Ferguson dalla misera alzata di spalle con cui l’autore gli porse il manoscritto definitivo quel mattino in cortile, accompagnata da parole di scusa per averci messo un sacco di tempo, ma il lavoro era stato meno facile del previsto, disse Timmerman, aveva riscritto l’articolo quattro volte, e quell’esperienza gli aveva insegnato almeno una cosa: scrivere era una faticaccia.
Bene, si disse Ferguson. Un po’ di umiltà per il Signor Perfettini. Un’ammissione di dubbio, forse perfino un’ammissione di sconfitta, dunque il temuto scontro molto probabilmente non avrebbe avuto luogo, ed era un bene, anzi una meraviglia, un sollievo, dato che Ferguson aveva trascorso i giorni precedenti paventando scariche di cazzotti in pancia e l’esilio senza appello nella terra dei reietti. Comunque, si rese conto, se voleva mantenere intatta l’amicizia con Timmerman, doveva aggirare Timmerman con cautela e stare attento a non pestargli i piedi. Erano piedi grossi, come era grosso il proprietario dei suddetti piedi che, per quanto alla mano, era anche piuttosto fumantino, come Ferguson aveva constatato diverse volte nel corso degli anni, piú di recente quando Timmerman aveva steso Tommy Fuchs che lo aveva chiamato stronzo presuntuoso, lo stesso Tommy Fuchs noto ai propri detrattori come Tommy Fucks, ovvero Tommy Fotte, e Ferguson non ci teneva minimamente a farsi fottere da Timmerman come era successo a Tommy Fotte.
Chiese a Timmerman di dargli qualche minuto, poi andò a leggere l’articolo da solo in un angolo del cortile.
«Abbiamo chiesto: Qual è la tua attrice preferita, e perché? La risposta ce l’ha data un’indagine condotta su ventitre alunni di classe quinta di Miss Van Horn: Marilyn Monroe, che ha raccolto otto voti, battendo Elizabeth Taylor, che è giunta seconda con cinque voti…»
Timmerman dava una lodevole descrizione dei fatti, ma lo stile era incolore, rigido al punto da essere quasi senza vita, inoltre si concentrava sulla parte meno interessante del tema, le cifre, che erano profondamente noiose in confronto a come gli alunni avevano motivato le loro scelte, ai commenti che Timmerman aveva riportato a Ferguson ma che poi aveva in gran parte tralasciato, e mentre cominciava a ricordare quelle dichiarazioni, Ferguson si ritrovò a riscrivere mentalmente l’articolo:
«“Da urlo”, ha dichiarato Kevin Lassiter, a cui sono bastate solo due paroline per spiegare perché Marilyn Monroe è una delle sue attrici preferite.
“Sembra una persona cosí buona e intelligente, vorrei conoscerla e diventare sua amica”, ha detto Peggy Goldstein, difendendo la sua scelta di Deborah Kerr.
“È di un’eleganza, di una bellezza… starei sempre a guardarla”, ha detto Gloria Dolan a proposito della sua numero uno, Grace Kelly.
“Che bambola, – ha detto Alex Botello, riferendosi alla sua diva preferita, Elizabeth Taylor. – Ma hai visto che carrozzeria? Con una cosí, non vedi l’ora di diventare grande”».
Impossibile chiedere a Timmerman di ricominciare da capo e scrivere l’articolo per la quinta volta. Inutile spiegargli che il suo pezzo non aveva suscitato né una risata né un sorriso e che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sul perché e non sul chi. Era troppo tardi per entrare nel merito, e l’ultima cosa che voleva Ferguson era montare in cattedra e fargli la lezione su quello che doveva o non doveva scrivere. Tornò dal Signor Piedone che lo stava aspettando e gli restituí l’articolo.
Allora?, disse Timmerman.
Non c’è male, rispose Ferguson.
Quindi non va bene.
No, non è che non va bene. Non c’è male. Cioè va abbastanza bene.
E il prossimo numero?
Non lo so. Non ci ho ancora pensato.
Però ce l’hai in programma, giusto?
Può darsi. Può darsi anche di no. È troppo presto per dirlo.
Non mollare. Sei partito con una bella impresa, Archie, e devi continuare a portarla avanti.
No, se non mi va piú. E poi a te che te ne importa? Ancora non capisco perché ci tieni tanto al mio giornale.
Perché è entusiasmante, ecco perché, e io voglio fare un’esperienza entusiasmante. Penso che mi divertirei un sacco.
D’accordo. Sai che c’è? Se decido di pubblicare un altro numero, te lo faccio sapere.
E mi darai la possibilità di scrivere qualcosa?
Certo, perché no?
Lo giuri?
Di darti una possibilità? Sí, lo giuro.
Mentre diceva queste parole, Ferguson sapeva che il suo giuramento era senza valore, perché aveva già deciso di chiudere il «Crociato» per sempre. I quattordici giorni di battaglia con Timmerman lo avevano sfinito, si sentiva scarico e senza ispirazione, disgustato da se stesso e dai suoi continui ripensamenti, demoralizzato dalla propria riluttanza a farsi valere e a lottare per quello che voleva, vale a dire un giornale personale o niente, e ora che aveva fatto il suo bagno di popolarità ed era riuscito nell’impresa, forse era meglio niente, forse era meglio uscire dalla piscina, asciugarsi e chiuderla lí. Tra l’altro era cominciato il campionato di baseball, e lui giocava per i Pirati della Camera di commercio di West Orange, e quando non giocava a baseball leggeva Il conte di Montecristo, l’immenso libro che zia Mildred gli aveva spedito il mese scorso per il suo undicesimo compleanno, che aveva finalmente iniziato dopo aver messo a nanna il secondo numero del «Crociato», e ora che ci era entrato non riusciva piú a uscirne, perché era senza dubbio il romanzo piú avvincente che gli fosse capitato per le mani, com’era bello seguire le avventure di Edmond Dantès ogni sera dopo cena invece di contare le parole dei suoi articoli per farle entrare nelle strette colonne del suo giornale, quanta fatica, quante nottate a sguerciarsi alla luce di un’unica lampadina, procedendo a oltranza nella penombra, mentre i suoi genitori credevano che dormisse, quante false partenze e correzioni, quanti muti ringraziamenti a colui che aveva inventato la gomma da cancellare, sapendo ormai che scrivere voleva dire togliere parole oltre che aggiungerle, e poi la noia di dover ripassare con l’inchiostro ogni lettera a matita per fare in modo che le parole fossero abbastanza scure da risultare leggibili anche in copia, lo esauriva, sí, era quella la parola giusta, e dopo la sua prolungata e snervante battaglia con Timmerman, era esaurito, e come gli avrebbe detto qualunque medico, l’unica cura per l’esaurimento era il riposo.
Si riposò un mese, terminò Dumas con la morte nel cuore, temendo che sarebbero passati anni prima di incontrare un altro romanzo cosí bello e poi, tre giorni dopo aver finito il libro, accaddero tre fatti che cambiarono il suo modo di pensare e lo strapparono all’isolamento. Fu semplicemente piú forte di lui. Gli saltarono in testa le parole di un nuovo titolo, e quelle parole erano cosí piacevoli, cosí sonora era la cascata di consonanti, cosí intricata la logica della loro apparente mancanza di logica, che gli venne voglia di vederle stampate, e cosí, rimangiandosi la promessa di lasciare l’attività giornalistica, cominciò a progettare il terzo numero del «Crociato», che avrebbe portato il suo titolo in prima pagina, un uno-due a caratteri cubitali: CANCAN A CARACAS.
Tutto iniziò il 13 maggio, quando Richard Nixon fu assalito da una folla di manifestanti venezuelani durante la tappa finale di una visita diplomatica in tre paesi del Sudamerica. Il vicepresidente era appena giunto in aeroporto, e mentre il suo corteo di automobili sfilava per le vie di Caracas, la gente che gremiva i marciapiedi gridava Morte a Nixon! Nixon tornatene a casa! e poco dopo l’auto fu circondata da un gran numero di persone, soprattutto giovani uomini, che cominciarono a sputare e a rompere i finestrini, e poi presero a scrollare l’auto da una parte all’altra, agitandola avanti e indietro con una tale furia che l’auto sembrò sul punto di ribaltarsi, e non fosse stato per l’improvvisa comparsa dei soldati venezuelani, che dispersero la folla e aprirono un varco all’auto di Nixon consentendogli la fuga, le cose sarebbero potute finire male, molto male per tutte le parti in causa, in particolare per Nixon e consorte che rischiarono di lasciarci la pelle.
Ferguson lo lesse sul giornale il mattino dopo, vide le immagini dell’episodio al telegiornale della sera, e l’indomani nel tardo pomeriggio la cugina Francie, il marito Gary e il loro piccolo di cinque mesi passarono a trovare lui e i genitori. Ormai vivevano a New York, dove Gary stava per terminare il primo anno di giurisprudenza alla Columbia, e fin da quando Ferguson aveva fatto il paggetto al matrimonio quattro anni prima, Gary aveva trattato il giovane cugino acquisito come una sorta di pupillo, un promettente compagno di viaggio nel mondo delle idee e dei passatempi maschili, e da lí erano nate lunghe conversazioni sui libri e lo sport, ma anche sulla politica, che era una specie di ossessione per Gary (era abbonato a «Dissent», «I. F. Stone’s Weekly» e alla «Partisan Review»), e siccome il marito di Francie era un giovanotto intelligente, di certo il miglior pensatore che Ferguson conoscesse oltre a zia Mildred, gli venne spontaneo chiedergli cosa pensava dello scontro di Nixon con la folla in Venezuela. Erano in giardino insieme, camminavano sotto la quercia da cui Ferguson era caduto quando aveva sei anni, e Gary, alto, ben piantato, fumava una Parliament mentre la madre di Ferguson e Francie sedevano in veranda con il piccolo Stephen, quel cucciolo d’uomo paffutello, giovane in rapporto a Ferguson come Ferguson lo era stato in rapporto a Francie, e mentre le due donne ridevano insieme e tenevano in braccio il bambino a turno, il sempre solenne Gary Hollander gli parlava della Guerra Fredda, della lista nera, della Paura rossa e dell’anticomunismo dissennato che guidava la politica estera americana, che aveva indotto il dipartimento di stato a sostenere le feroci dittature di destra in tutto il mondo, specialmente in America centrale e meridionale, ecco perché Nixon era stato assalito, disse, non perché era Nixon ma perché rappresentava il governo degli Stati Uniti, governo che era disprezzato da un gran numero di persone in quei paesi, giustamente disprezzato perché finanziava i tiranni che le opprimevano.
Gary si fermò ad accendersi un’altra Parliament. Poi disse: Mi segui, Archie?
Ferguson annuí. Ho capito, disse. Abbiamo talmente paura del comunismo che faremmo qualsiasi cosa per fermarlo. Anche se significa aiutare gente che è peggio dei comunisti.
Il mattino dopo, mentre leggeva le pagine sportive a colazione, Ferguson s’imbatté per la prima volta nella parola cancan. Un lanciatore di Detroit aveva tirato la palla in testa a un battitore di Chicago, il battitore aveva lasciato cadere la mazza, era corso fino alla pedana e aveva dato un cazzotto al lanciatore, dopodiché i giocatori di entrambe le squadre si erano scapicollati in campo e si erano presi a pugni per i dodici minuti successivi. Finito il cancan, scriveva il giornalista, sei giocatori sono stati espulsi dalla partita.
Ferguson si voltò verso sua madre e disse: Che significa cancan?
Una baraonda, rispose. Una gran confusione.
Infatti, proprio come pensavo, disse lui. Volevo solo essere sicuro.
Passarono i mesi. L’anno scolastico finí senza altre grane da parte di Krolik, Timmerman o altri, poi i ventitre ex alunni di Miss Van Horn si separarono per le vacanze estive. Ferguson andò a Camp Paradise per il suo secondo soggiorno di otto settimane, e anche se passava gran parte del tempo a correre sui campi da baseball o a sguazzare nel lago, durante il riposo dopo pranzo e la pausa dopo cena aveva abbastanza ore libere per scrivere gli articoli e studiare l’impianto del terzo numero del «Crociato». Terminò il lavoro a casa, durante le due settimane tra la fine del campo estivo e l’inizio della scuola, lavorando ogni mattina, pomeriggio e quasi tutte le sere per rispettare la scadenza del primo settembre da lui stesso stabilita per dare tempo alla madre di stampare le copie da Myerson e avere il giornale pronto per il primo giorno di scuola. Credeva che sarebbe stato un buon modo per cominciare l’anno, una piccola scossa per mettere subito in moto la situazione, dopodiché avrebbe deciso cosa fare, se pubblicare altri numeri del «Crociato» o chiuderla lí.
Aveva promesso a Timmerman di fargli sapere se ci sarebbe stato un altro numero, ma aveva già scritto tutti gli articoli prima di riuscire a contattarlo. Lo chiamò a casa appena tornato dal campo estivo, ma la governante gli disse che Michael era andato a pesca negli Adirondacks con i fratelli e i genitori e sarebbe tornato solo il giorno prima che riaprissero le scuole. In estate Ferguson aveva pensato di scrivere la versione divertente, da urlo, del pezzo sulle attrici, ma ci aveva rinunciato per rispettare i sentimenti di Timmerman, rendendosi conto che sarebbe stato crudele pubblicarlo, che Timmerman avrebbe sofferto molto se il suo pallido sforzo fosse stato demolito in maniera cosí brillante. Se avesse tenuto la versione di Timmerman, magari avrebbe potuto pubblicarla a titolo di cortesia, ma gliel’aveva restituita nel cortile della scuola ad aprile, e quindi non era possibile. Nel cortile e nelle aule della scuola elementare di Ferguson stava per arrivare un nuovo numero del «Crociato di Cobble Road», e Michael Timmerman non ne sapeva niente.
Quello fu il primo sbaglio.
Il secondo sbaglio fu ricordare troppo bene la conversazione in giardino con Gary.
Ormai il cancan a Caracas era una notizia vecchia, ma Ferguson non riusciva a mollare quella frase, gli frullava in testa da mesi, cosí invece di usare il titolo per la cronaca di quello che era capitato a Nixon, lo trasformò in un corsivo al centro della prima pagina: il titolo, CANCAN A CARACAS, appariva appena sopra la piega e il resto dell’articolo immediatamente sotto. Ispirato dalla chiacchierata con Gary, Ferguson sosteneva che l’America doveva smetterla di preoccuparsi cosí tanto del comunismo e ascoltare i popoli degli altri paesi. «Hanno sbagliato quando hanno cercato di ribaltare l’auto del vicepresidente, – scrisse, – ma quelli che hanno agito cosí erano arrabbiati, e ne avevano ben donde. Non amano l’America perché sentono che l’America è contro di loro. Ma non significa che sono comunisti. Significa solo che vogliono essere liberi».
Prima arrivò il pugno, il rabbioso pugno allo stomaco di Timmerman che urlava bugiardo e lo scaraventava a terra. Le ultime ventuno copie del «Crociato» volarono dalle mani di Ferguson e si sparsero per il cortile della scuola nel gagliardo vento del mattino, sfrecciando davanti agli altri bambini come un esercito di aquiloni senza filo. Ferguson si alzò e cercò di sferrare un pugno a sua volta, ma Timmerman, che sembrava cresciuto di otto o dieci centimetri in estate, lo parò con una manata e rispose con un altro cazzotto in pancia, che andò a segno con ben piú forza del primo, togliendogli anche il fiato oltre al terreno da sotto i piedi. A quel punto Krolik, Tommy Fotte e diversi compagni gli stavano addosso e ridevano di lui, lo sfottevano usando parole tipo secchio di vomito, finocchio, testa di cazzo, e quando Ferguson riuscí a rialzarsi, Timmerman lo spinse a terra per la terza volta, lo spinse forte, e Ferguson atterrò sul gomito sinistro, e il dolore orribile in punta lo immobilizzò in pochi secondi, cosa che diede tempo a Krolik e Fotte di tirargli delle pedate di terra in faccia. Ferguson chiuse gli occhi. Lontano da qualche parte c’era una bambina che urlava.
Poi arrivarono i rimproveri e le punizioni, le ore di scuola supplementari, la frase idiota Non farò piú a botte a scuola da scrivere duecento volte, la cerimoniosa stretta di mano in segno di pace con Timmerman, che si rifiutò di guardarlo negli occhi, che non lo avrebbe piú guardato negli occhi, che avrebbe continuato a odiare Ferguson per tutta la vita, e poi, proprio mentre Mr Blasi, il loro nuovo insegnante di prima media, stava per congedarli, la segretaria del preside entrò in classe e comunicò a Ferguson che era desiderato nell’ufficio di Mr Jameson al piano di sotto. Anche Michael?, chiese Mr Blasi. No, Michael no, rispose la signorina O’Hara. Solo Archie.
Ferguson trovò Mr Jameson seduto alla scrivania con in mano una copia del «Crociato di Cobble Road». Era a capo della scuola da cinque anni, e ogni anno sembrava diventare piú piccolo e tondo e con sempre meno capelli in testa. All’inizio erano castani, ricordò Ferguson, ma i quattro peli che gli restavano ormai erano grigi. Il preside non lo invitò a sedersi, e cosí Ferguson rimase in piedi.
Lo capisci che sei nei guai, vero?, disse Mr Jameson.
Come?, disse Ferguson. Mi hanno appena punito. Come posso essere nei guai?
Tu e Timmerman siete stati puniti perché vi siete picchiati. Mi riferivo a questo.
Jameson buttò il «Crociato» sulla scrivania.
Dimmi, Ferguson, continuò il preside, sei tu l’autore di ogni articolo di questo numero?
Sí, signore. Di ogni parola di ogni articolo.
Nessuno ti ha aiutato a scriverli?
Nessuno.
Tuo padre e tua madre lo hanno letto in anticipo?
Lo ha letto mia madre. Mi aiuta a stamparlo, quindi lo vede prima di tutti gli altri. Mio padre lo ha letto solo ieri.
E cosa ha detto?
Niente di che. Bravo, Archie. Continua cosí. Una cosa del genere.
Quindi mi stai dicendo che il corsivo in prima pagina è stato una tua idea.
Cancan a Caracas. Sí, l’idea è mia.
Dimmi la verità, Ferguson. Chi ti ha avvelenato il cervello con la propaganda comunista?
Cosa?
Dimmelo, altrimenti dovrò sospenderti per aver stampato queste bugie.
Non sono bugie.
Hai appena iniziato la prima media. Significa che hai undici anni, giusto?
Undici e mezzo.
E secondo te dovrei credere che un ragazzino della tua età può uscirsene con una tesi politica di questo genere? Sei troppo piccolo per essere un traditore, Ferguson. Non è proprio possibile. C’è qualche adulto che ti propina questa immondizia e immagino sia tua madre o tuo padre.
Non sono traditori, Mr Jameson. Amano il loro paese.
Allora con chi hai parlato?
Con nessuno.
Quando hai creato il tuo giornale l’anno scorso, non ho avuto niente da ridire, giusto? Mi sono addirittura lasciato intervistare per uno dei tuoi articoli. Mi sembrava stupendo, proprio quello che dovrebbe fare un ragazzino brillante. Niente polemiche, niente politica, poi in estate parti e mi ritorni comunista. Che dovrei fare, secondo te?
Se il problema è il «Crociato», Mr Jameson, non deve piú preoccuparsi. Il numero per la riapertura della scuola era solo in cinquanta copie, e metà sono volate via quando abbiamo iniziato a fare a botte. Ero indeciso se continuare, ma dopo stamattina, non ho piú dubbi. Il «Crociato di Cobble Road» è morto.
Me lo prometti, Ferguson?
Lo giuro.
Mantieni la promessa e magari proverò a dimenticare che meriti la sospensione.
No, non se lo dimentichi. Voglio essere sospeso. Ormai tutti i miei compagni sono contro di me e la scuola è l’ultimo posto in cui vorrei trovarmi. Mi dia una sospensione lunga, Mr Jameson.
Non scherzare, Ferguson.
Non sto scherzando. Mi sento fuori posto e piú sarò lontano da qui, meglio starò.
Adesso suo padre era in un altro ramo. Niente piú 3Fratelli MondoCasa, ma un enorme pallone impermeabilizzato al confine fra West Orange e South Orange che si chiamava South Mountain Tennis Center, sei campi coperti che permettevano ai patiti del tennis della zona di soddisfare la passione per questo sport dodici mesi l’anno, di giocare con la pioggia e con la neve, di giocare di notte, di giocare prima che il sole sorgesse nei mattini d’inverno, sei campi in superficie dura, verde, due spogliatoi dotati di lavandini, gabinetti e docce, e un negozio specializzato che vendeva racchette, palline, scarpe e completi bianchi per uomo e donna. L’incendio del 1953 era risultato accidentale, l’assicurazione aveva ripagato i danni per intero, e anziché ricostruire o aprire un altro negozio in una nuova sede, il padre di Ferguson aveva generosamente donato ai fratelli-dipendenti una quota del risarcimento (sessantamila dollari a testa) e aveva usato i rimanenti centottantamila per avviare il suo nuovo progetto. Lew e Millie partirono per il Sud della Florida, dove Lew diventò organizzatore di corse cinofile e partite di pelota, Arnold invece aprí un negozio a Morristown specializzato in festicciole di compleanno, e riempí gli scaffali di sacchetti di palloncini, festoni di carta crespa, candele, trombette, buffi cappellini, cartelloni per giocare all’asino senza coda, ma il New Jersey non era pronto per un concetto cosí inedito, e quando il negozio cessò l’attività due anni e mezzo dopo, Arnold chiese aiuto a Stanley che lo prese a lavorare nel negozio del circolo. Quanto al padre di Ferguson, nei due anni e mezzo che Arnold aveva impiegato per affossare il negozio, aveva trascorso ogni giorno a raccogliere fondi per accrescere il capitale investito per conto proprio, cercando e alla fine trovando un terreno, consultando architetti e costruttori, dopodiché, finalmente, aveva costruito il South Mountain Tennis Center, che aprí i battenti nel marzo 1956, quando il figlio aveva compiuto nove anni da una settimana.
Ferguson amava il pallone impermeabilizzato e l’eco misteriosa delle palline che volavano per lo spazio cavernoso, il martellante ritornello delle racchette che si scontravano con le palline durante le partite in simultanea sui vari campi, lo stridio intermittente delle suole di gomma che inchiodavano sulle superfici dure, i rantoli e i grugniti, i lunghi momenti in cui non veniva pronunciata una sola parola, l’ovattata solennità dei giocatori biancovestiti che lanciavano la palla oltre la rete bianca, un piccolo mondo chiuso, che non aveva uguali nel grande mondo fuori da quella cupola. Sentiva che suo padre aveva fatto bene a cambiare lavoro, televisori, frigoriferi e materassi a molle riescono a comunicarti qualcosa solo per un periodo, poi arriva il momento di abbandonare la nave e provare qualcos’altro, e siccome suo padre era appassionatissimo di tennis, perché non guadagnarsi il pane con lo sport che adorava? Nel 1953, nei giorni inquietanti seguiti all’incendio di MondoCasa, quando suo padre stava cominciando a formulare il piano per il South Mountain Tennis Center, sua madre lo aveva avvertito che l’impresa comportava dei rischi, era una scommessa enorme, e in effetti c’erano stati molti alti e bassi lungo il cammino, e anche quando il circolo era stato costruito, c’era voluto un po’ di tempo prima che le file dei soci si infoltissero abbastanza da garantire entrate superiori alle spese mensili di gestione di un’attività cosí grossa, ragion per cui nei tre anni e passa tra la fine del 1953 e la metà del 1957 la famiglia Ferguson aveva contato sui guadagni di Roseland Foto per restare a galla. Da allora le cose erano migliorate, il circolo e lo studio erano decisamente in attivo, producevano abbastanza reddito da consentire lussi quali una Buick nuova per il padre, la ritinteggiatura della casa, una stola di visone per la madre e due estati consecutive a Camp Paradise per Ferguson, ma anche se adesso il loro tenore di vita era migliorato, Ferguson si rendeva conto che i genitori lavoravano duramente per mantenerlo, e che il lavoro portava via molto tempo lasciandone ben poco per il resto, soprattutto a suo padre, che teneva aperto il circolo sette giorni su sette, dalle sei del mattino alle dieci di sera, e pur essendo coadiuvato da un gruppo di dipendenti, Chuck O’Shea e Bill Abramavitz, per esempio, che erano piú o meno in grado di cavarsela da soli, e John Robinson, un ex inserviente sui vagoni letto che sorvegliava i campi e gli spogliatoi, e quel fannullone dello zio Arnold, che passava l’orario di lavoro a fumare Camel e sfogliare giornali e programmi degli ippodromi, e i tre giovani commessi, Roger Nyles, Ned Fortunato e Richie Siegel, che si davano il cambio ogni sei o sette ore, piú sei liceali part-time, il padre di Ferguson prendeva pochissimi giorni liberi durante i mesi freddi, e non molti durante quelli caldi.
Siccome i suoi genitori avevano molte cose per la testa, Ferguson tendeva a tenere i problemi per sé. In caso di grave emergenza, sapeva di poter contare sull’appoggio della madre, se non che negli ultimi due anni non c’era stata nessuna emergenza, almeno non cosí terribile da dover correre a chiederle aiuto, e ora che aveva undici anni e mezzo molte situazioni che un tempo gli sembravano gravi si erano ridotte a un insieme di problemi minori che poteva risolvere da solo. Essere picchiato in cortile nel primo giorno di scuola era senza dubbio un grosso problema. Anche essere accusato dal preside di diffondere la propaganda comunista era decisamente un grosso problema. Ma erano problemi abbastanza seri da essere ritenuti gravi? Va bene che stava per mettersi a piangere nell’ufficio del preside dopo le botte che aveva preso, che aveva continuato a trattenere le lacrime per tutto il tragitto da scuola fino a casa. Era stata una giornata orrenda, forse la peggiore da quando era caduto dall’albero e si era fratturato la gamba, e aveva tutte le ragioni del mondo per aver voglia di mettersi a piangere. Preso a pugni dall’amico, insultato dagli altri amici, con l’unica prospettiva di altri pugni e altri insulti, e poi l’onta finale di sentirsi dare del traditore da quel cretino vigliacco del preside, che non aveva nemmeno avuto il coraggio di sospenderlo. Sí, Ferguson aveva il magone, Ferguson si sforzava di trattenere le lacrime, Ferguson era in un brutto momento, ma cosa avrebbe risolto parlandone con i genitori? Sua madre sarebbe stata piú che comprensiva, è logico, lo avrebbe abbracciato stretto stretto, sarebbe stata ben lieta di farlo tornare bambino, lo avrebbe tenuto sulle ginocchia mentre lui si disperava piangendo a calde lacrime, e si sarebbe arrabbiata per lui, avrebbe minacciato di chiamare il preside e dirgliene quattro, avrebbero fissato un incontro, gli adulti avrebbero discusso per causa sua, e tutti se la sarebbero presa con il sovversivo sinistrorso con i genitori sinistrorsi, e cosa avrebbe risolto, cosa poteva dire o fare sua madre per scongiurare il prossimo pugno? Suo padre sarebbe stato piú pratico. Avrebbe tirato fuori i guantoni da pugilato e gli avrebbe impartito un’altra lezione sull’arte della scazzottata, la dolce scienza, come gli piaceva chiamarla, di certo il termine piú fuorviante nella storia dell’umanità, e per venti minuti gli avrebbe mostrato come tenere la guardia e difendersi da un avversario piú alto, ma a che servivano i guantoni se in cortile combattevi a mani nude e non seguivi le regole, se non era sempre uno contro uno ma spesso due contro uno o tre contro uno o addirittura quattro contro uno? Grave. Sí, forse era grave, ma papà non aveva sempre ragione, mamma non aveva sempre ragione, e perciò avrebbe dovuto tenerselo per sé. Niente grida d’aiuto. Neanche un fiato con nessuno dei due. Doveva solo resistere, stare lontano dal cortile, e sperare di non essere morto prima di Natale.
Visse all’inferno per l’intero anno scolastico, ma la natura di quell’inferno, le leggi che governavano quell’inferno, continuavano a cambiare da un mese all’altro. Pensava che si sarebbe trattato piú che altro di pugni, di prendere e restituire pugni con tutta la forza che aveva, ma le grandi battaglie all’aria aperta non erano all’ordine del giorno, e anche se prese parecchi pugni durante le prime settimane di scuola, non ebbe mai la possibilità di contrattaccare, perché i pugni arrivavano a bruciapelo: un compagno sbucava di corsa dal nulla e lo colpiva al braccio o alla schiena o alla spalla, e poi scappava senza dargli il tempo di reagire. Pugni che facevano male, singoli colpi a tradimento quando nessuno vedeva, sempre da un compagno diverso, nove compagni diversi su undici della classe, come se si fossero consultati e avessero studiato una strategia in anticipo, e una volta ricevuti quei nove pugni da nove compagni diversi, i pugni si interruppero. Dopo ci fu la freddezza, quegli stessi nove compagni rifiutavano di parlargli, fingevano di non sentirlo quando apriva bocca per dire qualcosa, lo guardavano con espressione vuota, indifferente, si comportavano come se fosse invisibile, una goccia insignificante che si dissolveva nel vuoto. Poi arrivò il periodo degli spintoni a terra, il vecchio trucco di mettersi uno a quattro zampe dietro di lui mentre l’altro lo spingeva da davanti, un colpo al volo per fargli perdere l’equilibrio, e Ferguson ruzzolava sulla schiena del compagno accucciato, e piú di una volta batté la testa, e non solo doveva patire il disonore di farsi cogliere impreparato per l’ennesima volta, ma anche il dolore. Come si divertivano, come ridevano alle sue spalle, ed erano cosí scaltri ed efficienti che Mr Blasi non sembrava mai accorgersi di nulla. I disegni sfregiati, i compiti di matematica scarabocchiati, i cestini del pranzo spariti, l’immondizia nell’armadietto, la manica del giubbotto tagliata, la neve nelle calosce, la cacca di cane sulla scrivania. L’inverno fu il tempo degli scherzi, l’amara stagione della cattiveria al chiuso e della disperazione sempre piú profonda, poi il ghiaccio si sciolse due settimane prima del suo dodicesimo compleanno e cominciò una nuova tornata di pugni.
Non fosse stato per le femmine, Ferguson sarebbe andato in pezzi, nessuna delle dodici femmine della classe gli si rivoltò contro, e in piú ci furono due maschi che rifiutarono di prendere parte alla persecuzione, il grasso e un tantino stupido Anthony DeLucca, variamente noto come Bidone, Baciccia, Morbidone, che aveva sempre ammirato Ferguson e che in passato aveva subíto spesso le angherie di Krolik e compagni, e quello nuovo, Howard Small, un ragazzino tranquillo e intelligente che in estate si era trasferito da Manhattan a West Orange e che essendo un neofita si muoveva ancora con cautela nei territori suburbani. In effetti, la maggioranza degli alunni stava con Ferguson, e siccome non era solo, o almeno non del tutto, riuscí a tenere duro seguendo i suoi tre principî fondamentali: non farti mai vedere piangere, non ribellarti mai con rabbia o insofferenza, e non fare neanche un fiato con nessuno di quelli che rivestono l’autorità, soprattutto i genitori. Certo fu uno sforzo brutale e demoralizzante, con fiumi di lacrime versate sul cuscino di notte, sogni di vendetta feroci e sempre piú elaborati, discese prolungate nel baratro scosceso della malinconia, e una grottesca fuga mentale in cui vide se stesso buttarsi dall’ultimo piano dell’Empire State Building, mute invettive contro l’ingiustizia di quanto gli stava capitando, accompagnate a tratti da convulse raffiche di disprezzo per se stesso, la segreta convinzione che il castigo fosse meritato perché era lui la causa di quell’orrore. Ma questo accadeva in privato. In pubblico si costringeva a fare il duro, a incassare i pugni senza neanche un guaito di dolore, ignorandoli come si ignorano le formiche per terra o il meteo in Cina, uscendo da ogni umiliazione come il vincitore di una battaglia cosmica tra bene e male, soffocando ogni espressione di sofferenza o sconfitta perché sapeva che le sue compagne lo stavano guardando, e che piú sopportava con coraggio le aggressioni piú avrebbero parteggiato per lui.
Com’era tutto complicato. Ormai avevano dodici anni, o stavano per compierli, e in classe cominciavano a formarsi delle coppie, la vecchia separazione tra i sessi si era ridotta al punto che maschi e femmine in pratica si trovavano su un terreno comune, all’improvviso si parlava di fidanzati e fidanzate, di fare coppia fissa, quasi ogni fine settimana c’erano feste dove si ballava e si giocava alla bottiglia, e gli stessi maschi che l’anno prima tormentavano le femmine a furia di pizzicotti alle braccia e tirate di capelli erano favorevoli a baciarle. Timmerman, che era ancora il numero uno tra i maschi, si era unito sentimentalmente a Susie Krauss, la numero uno tra le femmine, e i due regnavano sulla classe come due sovrani, Miss e Mister Popolarità 1959. Per Ferguson fu un bene essere amico di Susie dai tempi dell’asilo e che lei fosse a capo delle forze contro i cattivi. Quando lei e Timmerman si misero insieme alla fine di marzo, l’atmosfera cominciò a cambiare un pochino, e poco dopo Ferguson si accorse che veniva aggredito sempre meno spesso e da sempre meno compagni. Nessuno disse mai niente. Ferguson sospettava che Susie avesse imposto un ultimatum al suo nuovo cavalier servente – piantala di torturare Archie o ti mollo –, e siccome ci teneva piú a corteggiare Susie che a odiare Ferguson, Timmerman fece un passo indietro. Trattava ancora Ferguson con disprezzo, ma smise di usare i pugni e non danneggiò piú le sue cose, e appena si ritirò dalla Banda dei Nove diversi altri compagni lo imitarono, perché Timmerman era il capo e loro lo seguivano in tutto, e cosí negli ultimi due mesi e mezzo di scuola lo tormentarono solo in quattro, Krolik e la sua cricca di imbecilli, e anche se non era tanto piacevole buscarle da quei quattro, era molto meglio che farsi malmenare da nove. Susie non volle dirgli se aveva parlato con Timmerman (il protocollo le imponeva di tacere per fedeltà al suo amato), ma Ferguson era quasi sicuro di sí, e fu cosí grato a Susie Krauss e al suo cuore di nobile combattente che cominciò a bramare il giorno in cui avrebbe scaricato Timmerman lasciandogli campo aperto per tentare la sorte con lei. Non pensò ad altro per tutto l’inizio della primavera, e decise che forse gli conveniva cominciare invitandola a passare un sabato pomeriggio al circolo del tennis di suo padre, dove avrebbe potuto farle da cicerone e mostrarle che conosceva a fondo i meccanismi del posto, cosa che l’avrebbe senz’altro assai colpita e messa nell’umore giusto per lasciarsi dare un bacio, o magari piú di uno, o se no a lasciarsi almeno tenere la mano. Data la natura effimera degli amori tra preadolescenti nei sobborghi del New Jersey, dove i legami duravano in media solo due o tre settimane, e due mesi in coppia equivalevano a dieci anni di matrimonio, Ferguson sperava giustamente che la sua occasione arrivasse prima che la scuola chiudesse per l’estate.
Nel frattempo aveva messo gli occhi su Gloria Dolan, che era piú bella di Susie Krauss ma meno stuzzicante come compagnia, un animo gentile, pacato in confronto alla scattante, focosa Susie, eppure Ferguson aveva messo gli occhi su Gloria perché aveva scoperto che lei faceva altrettanto, lo guardava nel vero senso della parola quando credeva che lui non la stesse guardando, e quante volte nell’ultimo mese l’aveva sorpresa a fissarlo in classe, seduta al banco, mentre Mr Blasi, spalle agli alunni, svolgeva l’ennesimo problema di matematica alla lavagna, non piú attenta alle candide cifre in gesso ma concentrata su Ferguson, come se Ferguson fosse diventato una materia per lei molto interessante, e ora che Ferguson si era accorto del suo interesse, cominciò anche lui a girarsi a guardarla, e ormai i loro sguardi si incontravano sempre piú spesso, e ogni volta che succedeva si sorridevano. A quel punto del suo cammino esistenziale, Ferguson era ancora in attesa del primo bacio, il primo bacio da una donna, un bacio vero al contrario dei baci ingannatori di madri, nonne e cugine carnali, un bacio ardente, erotico, un bacio che non era solo premere le labbra su altre labbra e che lo avrebbe spedito in volo in un territorio inesplorato. Lui era pronto per quel bacio, ci pensava da prima del suo compleanno, negli ultimi mesi lui e Howard Small avevano sviscerato il tema piú volte, e adesso che lui e Gloria Dolan si sorridevano in segreto in classe, Ferguson decise che Gloria doveva essere la prima, perché ogni segnale puntava verso quell’evento inevitabile, e cosí, un venerdí sera di fine aprile, durante una festa a casa di Peggy Goldstein in Merrywood Drive, accadde che Ferguson portasse Gloria in giardino e la baciasse, e siccome lo baciò anche lei, continuarono a baciarsi a lungo, molto piú a lungo di quanto aveva previsto, forse per dieci o dodici minuti, e quando Gloria gli infilò la lingua in bocca dopo il quarto o il quinto minuto, tutto cambiò di colpo, e Ferguson capí che stava vivendo in un nuovo mondo e che non avrebbe mai piú rimesso piede in quello passato.
Oltre ai baci epocali con Gloria Dolan, l’altra nota positiva di quell’anno orribile fu l’amicizia sempre piú profonda con il nuovo arrivato, Howard Small. Fu un bene che Howard venisse da un altro posto, che fosse entrato in scena nel primo fatidico mattino del nuovo anno scolastico senza pregiudizi né idee preconcette sugli altri, che avesse comprato il terzo numero del «Crociato di Cobble Road» pochi minuti dopo essere entrato in cortile e lo stesse leggiucchiando tutto soddisfatto quando vide Timmerman e gli altri assalire il compagno che glielo aveva appena venduto, e siccome era una persona in grado di distinguere il bene dal male, prese subito le parti di Ferguson e da quel giorno in poi rimase al suo fianco, e siccome lui pure a volte veniva assalito in quanto reo di essere amico di Ferguson, i due fraternizzarono, dato che ognuno di loro sarebbe stato del tutto solo senza l’altro. Compagni di classe emarginati: dunque amici, e dopo un mese già amici per la pelle.
Howard, non Howie, per carità. Small, piccolo di nome ma non di fatto, solo qualche centimetro in meno di Ferguson, cominciava già a mettere i muscoli, non era piú un bimbetto mingherlino ma un preadolescente sempre piú robusto, solido e forte, fisicamente intrepido, uno sportivo kamikaze che compensava le capacità mediocri con entusiasmo e impegno accaniti. Cervello e gentilezza, imparava alla svelta e rendeva bene sotto pressione, agli esami prendeva voti piú alti perfino di Timmerman, gran lettore, come Ferguson, studioso di politica in erba, come Ferguson, dotato di uno straordinario talento per il disegno. La matita che portava in tasca sfornava paesaggi, ritratti, nature morte precise quasi come fotografie, ma anche vignette e fumetti, che dovevano in gran parte il loro umorismo a improbabili freddure, parole strappate al ruolo consueto perché suonavano allo stesso modo, parole scollegate, come nel disegno intitolato Vola nell’aria con grandissima facilità, dove un bambino si proiettava nel cielo con un’enorme F maiuscola tra le braccia spalancate, mentre altri bambini sullo sfondo arrancavano con delle f minuscole, oppure il preferito di Ferguson, quello in cui Howard trasformava la parola cachi in una nuova forma di vegetazione, un disegno dal titolo Il frutteto di Pinsky, con un filare d’alberi di fico in alto, con la sua bella didascalia Fichi, un filare d’alberi di noce al centro, con la sua bella didascalia Noci, e un filare d’alberi di cachi in basso, con la sua bella didascalia Cachi. Che grande idea spassosa, pensò Ferguson, e che orecchio per il doppio senso, ma era l’occhio che contava assai piú dell’orecchio, l’occhio in combinazione con la mano, dato che il risultato non sarebbe stato cosí efficace se le tazze da gabinetto che penzolavano dagli alberi non fossero state disegnate cosí bene, perché le tazze di Howard erano addirittura sublimi, le tazze da gabinetto piú fedeli e particolareggiate che Ferguson avesse mai visto.
Il padre di Howard era un professore di matematica che aveva trasferito la famiglia in New Jersey perché gli era stato offerto un posto da preside al Montclair State Teachers College. La madre di Howard lavorava nella redazione di una rivista femminile chiamata «Hearth & Home», ragion per cui faceva la pendolare con New York cinque giorni a settimana e non tornava quasi mai a West Orange prima di sera, e siccome Howard aveva un fratello di vent’anni e una sorella di diciotto (entrambi all’università), la sua situazione somigliava parecchio a quella di Ferguson: figlio unico di fatto che al rientro da scuola trovava quasi sempre la casa deserta. Poche donne dei sobborghi avevano un lavoro nel 1959, ma Ferguson e il suo amico avevano delle madri che non erano semplici casalinghe, quindi erano diventati per forza piú indipendenti e sicuri di sé rispetto alla maggior parte dei loro compagni, e adesso che erano dodicenni e caracollavano verso le porte dell’adolescenza, il fatto di restare incustoditi per ampie fasce di tempo stava dimostrandosi un vantaggio, poiché in quella fase della vita i genitori erano le persone meno interessanti al mondo, e meno si aveva a che fare con loro meglio era. Perciò dopo la scuola potevano andare a casa di Ferguson e accendere il televisore per guardare American Bandstand o Million Dollar Movie senza timore di essere rimproverati perché sprecavano le ultime preziose ore di luce seduti al chiuso con quel pomeriggio cosí bello. In primavera erano addirittura riusciti a convincere per ben due volte Gloria Dolan e Peggy Goldstein a tornare a casa con loro per delle feste da ballo a quattro in salotto, e siccome Ferguson e Gloria erano già pratici di baci, il loro esempio ispirò Howard e Peggy a tentare l’iniziazione nella complessa arte del lingua in bocca. Negli altri pomeriggi andavano a casa degli Small, con la certezza che nessuno li avrebbe interrotti o spiati mentre aprivano il cassetto in basso della scrivania del fratello di Howard e tiravano fuori la pila di riviste per soli uomini da lui nascoste sotto l’innocuo schermo di un manuale di chimica delle superiori. Ne scaturivano lunghe disquisizioni su quale donna nuda fosse piú bella di faccia o piú attraente di corpo, si confrontavano le modelle di «Playboy» con quelle di «Gent» e «Swank», le foto a colori eleganti e ben illuminate delle ragazze quasi irreali di «Playboy» o le immagini piú rozze, piú sgranate delle riviste da quattro soldi, le giovani bellezze patinate tipicamente americane e le zozzone piú attempate, piú lascive con i loro visi duri e i capelli ossigenati, la discussione verteva sempre su chi ti faceva piú sangue o con chi ti sarebbe piaciuto di piú fare l’amore una volta maturo fisicamente per un rapporto sessuale vero e proprio, cosa che per il momento non era ancora possibile per nessuno dei due, ma ormai mancava poco, forse sei mesi, forse un anno, e finalmente una notte sarebbero andati a dormire e il mattino dopo avrebbero scoperto di essere uomini.
Ferguson aveva seguito i suoi cambiamenti fisici dall’età di dieci anni e mezzo, quando il primo segno di virilità incipiente era apparso sotto forma di un unico pelo che spuntava dall’ascella sinistra. Capí cosa voleva dire e se ne stupí, perché gli pareva un po’ prematuro, e a quel punto non era ancora pronto a dire addio al bambino che si portava dietro dalla nascita. Quel pelo gli sembrava brutto e ridicolo, un intruso mandato da una forza aliena a deturpare la sua persona priva di inestetismi, per cui lo strappò. Fatto sta che il pelo tornò in breve tempo, insieme a un gemello identico che arrivò la settimana dopo, poi entrò decisamente in azione anche l’ascella destra, e poco dopo non fu piú possibile distinguere i singoli fili, i peli si stavano trasformando in matasse, e a dodici anni erano già una realtà permanente. Ferguson assisteva con orrore e incanto alla trasformazione di altre zone del suo corpo, il biondo quasi invisibile sulle gambe e gli avambracci che diventava sempre piú scuro, grosso e abbondante, i peli pubici che affioravano sul bassoventre non piú glabro e poi, allo scoccare dei tredici anni, l’odiosa lanugine nera che prese a germogliare tra il naso e il labbro superiore, talmente schifosa e inguardabile che la tolse con il rasoio elettrico di suo padre, e quando rispuntò due settimane dopo, la tolse di nuovo. L’orrore era trovarsi in balia di quello che gli stava accadendo, sentire che il suo corpo veniva trasformato nella sede di un esperimento condotto da uno scienziato folle e burlone, e mentre i peli continuavano a moltiplicarsi su zone sempre piú estese della sua pelle, non poté fare a meno di pensare all’Uomo Lupo, il protagonista di quel film truculento che aveva visto in televisione con Howard una sera in autunno, la metamorfosi di un uomo normale in un mostro dalla faccia lanosa, che Ferguson a quel punto interpretò come una parabola del senso d’impotenza che si vive in pubertà, perché sei condannato a diventare ciò che i tuoi geni hanno deciso per te, e finché la trasformazione non è completa, non hai idea di quello che succederà l’indomani. Ecco qual era l’orrore. Ma insieme all’orrore c’era l’incanto, la consapevolezza che alla fine di quel viaggio, per lungo e difficoltoso che fosse, sarebbe approdato nel regno della beatitudine erotica.
Il problema era che Ferguson non sapeva ancora niente della natura di quella beatitudine, e per quanto si sforzasse di immaginare cosa avrebbe provato fisicamente tra i fremiti dell’orgasmo, non ci riusciva mai. I suoi primi anni a due cifre si riempirono di voci e dicerie ma nessun fatto concreto, storie misteriose, non confermate, da parte di ragazzi piú grandi, fratelli adolescenti che alludevano agli improbabili spasmi relativi al raggiungimento della beatitudine erotica, i fiotti pulsanti di fluido bianco latte che spruzzavano dal pene, per esempio, che a volte viaggiavano nell’aria per diversi centimetri, addirittura per metri, la cosiddetta eiaculazione, che sempre si accompagnava alla tanto agognata sensazione di beatitudine, che Tom, il fratello di Howard, definiva la sensazione piú bella al mondo, ma quando Ferguson gli chiedeva con insistenza di essere piú preciso e spiegare meglio, Tom diceva che non sapeva da dove cominciare, che era troppo difficile da esprimere a parole e che doveva solo aspettare di provarla in prima persona, una risposta frustrante che non alleviava affatto l’ignoranza di Ferguson, e mentre alcuni termini tecnici gli erano ormai noti, per esempio la parola sperma, ovvero la roba appiccicosa che schizzava fuori e conteneva le cellule indispensabili per procreare, ogni volta che qualcuno usava quel termine in sua presenza Ferguson pensava alla parola ciurma, e gli venivano in mente i marinai di un mercantile in uniforme bianco latte che sbarcavano e andavano nelle taverne del porto ad amoreggiare con femmine discinte e a intonare canti di lavoro insieme ai lupi di mare mentre un uomo con la maglia a strisce e una gamba sola li accompagnava pestando su una vecchia fisarmonica. Povero Ferguson. Aveva la mente confusa, e siccome ancora non riusciva a immaginare il vero significato di quelle parole, i suoi pensieri tendevano a lanciarsi in varie direzioni simultanee. Ciurma diventava cornea e un attimo dopo immaginava di essere cieco, e di entrare nella taverna aiutandosi con un bastone bianco.
Era chiaro che l’attore protagonista del dramma era il pube. O, per rifarsi alla terminologia degli antichi ebrei, i lombi. Vale a dire le parti intime, che nella letteratura medica erano comunemente denominate genitali. Dacché aveva memoria, gli era sempre piaciuto toccarsi lí sotto, giocherellare con il suo pene quando nessuno lo vedeva, a letto di notte o di mattina presto, per esempio, manipolare quell’escrescenza carnosa fino a quando non si tirava su dritta, raddoppiando o triplicando o addirittura quadruplicando di misura, e quell’inopinata mutazione si accompagnava a una sorta di piacere in embrione che cominciava a diffondersi in tutto il corpo, specie nella parte inferiore, una sensazione intensa e indefinita che non era ancora beatitudine ma dalla quale si arguiva che un giorno la beatitudine sarebbe stata raggiunta mediante analogo sfregamento. Ormai Ferguson continuava a crescere, ogni mattina il suo corpo sembrava un po’ piú grande del giorno precedente, e il pene stava al passo con il resto, non era piú il pirulino dell’infanzia glabra ma un’appendice sempre piú consistente, sembrava dotato di pensiero proprio, si allungava e si induriva alla minima provocazione, soprattutto nei pomeriggi in cui lui e Howard studiavano le riviste con le donne nude di Tom. Ormai frequentavano la scuola media, e un giorno Howard ripeté una barzelletta che aveva sentito dal fratello:
Un professore di scienze chiede agli studenti: Quale parte anatomica può crescere sei volte piú delle sue dimensioni normali? Poi indica la signorina McGillacuddy che, invece di rispondere alla domanda, diventa rossa e si copre il viso con le mani. Allora il professore indica il signor MacDonald, che subito risponde: Le pupille degli occhi. Esatto, dice il professore, poi si volta di nuovo verso l’imbarazzata signorina McGillacuddy e l’apostrofa con un’irritazione che rasenta il disprezzo. Le comunico tre cose, signorina. Uno: lei non ha studiato. Due: lei ha una mente lurida e perversa. Tre: l’aspetta una vita di amare delusioni.
Sei volte no, dunque, neanche quando fosse diventato un uomo fatto. C’erano dei limiti a quanto poteva attendersi dal futuro, ma a prescindere dalle misure, dalla proporzione tra flaccido a riposo e duro sull’attenti, la crescita sarebbe stata sufficiente fino al giorno, e la notte di quel giorno, e tutte le notti e i giorni da allora in poi.
La scuola media era senz’altro migliore della scuola primaria che lo aveva tenuto prigioniero negli ultimi sette anni, e con oltre un migliaio di alunni che correvano nei corridoi al termine di ogni lezione di cinquanta minuti, non doveva piú sorbirsi l’intimità soffocante della stanza dove era intrappolato con le stesse ventitre o ventiquattro persone dal lunedí al venerdí, dall’inizio di settembre alla fine di giugno. La Banda dei Nove apparteneva al passato, perfino Krolik e i suoi tirapiedi erano praticamente scomparsi, dato che Ferguson li incontrava di rado sul suo cammino. Timmerman era ancora presente, frequentava quattro corsi insieme a Ferguson, ma i due convivevano facendo di tutto per ignorarsi, situazione un po’ antipatica ma sopportabile. Meglio ancora, Timmerman e Susie Krauss si erano lasciati, proprio come sperava Ferguson, e siccome in estate Ferguson aveva perso i contatti con Gloria Dolan, la sua prima compagna di baci aveva messo gli occhi sul bel Mark Connelly, lasciando Ferguson deluso ma non del tutto affranto, perché gli si era aperto un varco per corteggiare Susie Krauss, la ragazza dei suoi sogni preadolescenziali, occasione che colse al volo chiamandola una sera durante la prima settimana di scuola e che sfociò in una visita al circolo del tennis di suo padre, che a sua volta sfociò nel loro primo bacio la domenica seguente e in molti altri baci nei venerdí e i sabati dei mesi successivi, dopodiché si lasciarono anche loro e Susie cadde tra le braccia del suddetto Mark Connelly, che aveva perso Gloria Dolan per colpa di un certo Rick Bassini, mentre Ferguson cominciò a struggersi per la sempre piú bella Peggy Goldstein, che aveva rotto con Howard tempo prima, ma l’amico di Ferguson si era ripreso con il cuore intatto, quello stesso cuore che adesso offriva all’allegra e spumeggiante Edie Cantor.
E continuò cosí quell’anno di cotte momentanee e girotondi sentimentali, che fu anche l’anno in cui sempre piú amici si presentavano a scuola con l’apparecchio ai denti, nonché l’anno in cui tutti cominciarono a preoccuparsi delle eruzioni cutanee. Ferguson si riteneva fortunato. Finora il suo viso era stato aggredito solo da tre o quattro modesti vulcani, che aveva strizzato alla prima occasione, e i suoi genitori avevano deciso che aveva i denti abbastanza dritti da risparmiargli i tormenti dell’ortodonzia. Ma soprattutto avevano insistito perché passasse un’altra estate a Camp Paradise. Durante le vacanze di Natale, credendo che tredici anni fossero un po’ troppi per andare al campo estivo, Ferguson aveva chiesto al padre di lavorare al circolo del tennis in luglio e agosto, ma il padre si era messo a ridere, dicendo: piú in là ne avrai di tempo per lavorare. Devi stare all’aria aperta, Archie, scorrazzare con i tuoi coetanei. Tra l’altro se non hai quattordici anni neanche ti rilasciano il certificato di lavoro, qui in New Jersey. Non vorrai mica inguaiarmi facendomi violare la legge, vero?
Ferguson era felice a Camp Paradise. Era sempre stato felice lí, ed era bello ritrovare gli amici di New York in estate, i cinque o sei ragazzi di città che continuavano a tornare ogni anno come lui. Lo divertivano l’eterno sarcasmo e l’umorismo di quei compagni dalla parlantina sciolta, che spesso gli ricordava il modo in cui i soldati discorrevano fra loro nei film sulla seconda guerra mondiale, lo sfottò scherzoso, spiritoso, il vizio di non prendere mai niente sul serio, di trasformare ogni situazione in un pretesto per l’ennesima battuta o presa in giro alle spalle. Aggredire la vita con tanta arguzia e irriverenza era senz’altro ammirevole, ma a volte poteva diventare anche stucchevole, e quando i frizzi e i lazzi dei compagni d’alloggio gli venivano a noia, Ferguson sentiva la mancanza di Howard, l’amico fraterno degli ultimi due anni, l’amico piú fraterno che avesse mai avuto, e mentre Howard era lontano in Vermont, dove passava tutte le estati nella fattoria degli zii, Ferguson cominciò a scrivergli delle lettere durante l’ora di riposo dopo pranzo, tante lettere lunghe e brevi in cui annotava tutto ciò che gli passava per la testa in quel momento, perché Howard era l’unica persona al mondo con cui poteva sfogarsi, l’unica persona su cui avrebbe messo la mano sul fuoco, il solo incontestabile amico a cui poteva confidare ogni cosa, dalle critiche al prossimo alle impressioni sui libri che aveva letto alle riflessioni sulla difficoltà di trattenere le puzze in pubblico ai pensieri su Dio.
Sedici lettere in tutto, che Howard ripose in una scatola quadrata di legno e tenne da conto anche quando diventò grande e iniziò la sua vita da adulto, perché il tredicenne Ferguson, l’amico dai denti dritti e il volto radioso, fondatore del «Crociato di Cobble Street», giornale da tempo defunto ma mai dimenticato, il bambino che si era rotto la gamba a sei anni e tagliato il piede a tre ed era quasi affogato a cinque, che aveva resistito alle incursioni della Banda dei Nove e della Banda dei Quattro, che aveva baciato Gloria Dolan, Susie Krauss e Peggy Goldstein, che contava i giorni che mancavano all’entrata nel regno della beatitudine erotica, che credeva e prevedeva e dava assolutamente per scontato di avere ancora molti anni da vivere, non arrivò alla fine dell’estate. Ecco perché Howard Small conservò quelle sedici lettere: erano l’ultima traccia della presenza di Ferguson sulla terra.
«Non credo piú in Dio, – scriveva in una lettera. – Almeno non nel Dio degli ebrei, dei cristiani e di tutte le altre religioni. La Bibbia dice che Dio ha creato l’uomo a propria immagine. Ma la Bibbia è stata scritta dagli uomini, giusto? Quindi è l’uomo che ha creato Dio a propria immagine. Quindi Dio non veglia su di noi, e di sicuro non gliene frega un accidente di quello che pensano o fanno gli uomini. Se ci tenesse a noi, non avrebbe creato un mondo pieno di cose cosí terribili. Gli uomini non farebbero le guerre, non si ammazzerebbero fra loro e non costruirebbero i campi di concentramento. Non direbbero bugie, non imbroglierebbero e non ruberebbero. Non sto dicendo che Dio non ha creato il mondo (mica è stato un uomo!), ma una volta finito il lavoro è scomparso tra gli atomi e le molecole dell’universo e ci ha lasciati a vedercela tra noi».
«Sono contento che Kennedy abbia vinto la nomination, – scriveva in un’altra lettera. – Mi piaceva piú degli altri candidati, e sono sicuro che batterà Nixon in autunno. Non so perché sono sicuro, ma è difficile immaginare che gli americani vogliano un presidente soprannominato Dick il Furbetto».
«Nel mio bungalow sono insieme ad altri sei, – scriveva in ancora un’altra lettera, – e tre sono abbastanza grandi per “farlo” adesso. La notte si sparano le seghe a letto e ci raccontano che è una goduria. Due giorni fa si sono sparati una cosiddetta sega di gruppo e ci hanno lasciato assistere, cosí finalmente ho visto com’è quella roba e dove arriva lo spruzzo. Non è bianco latte, è una specie di bianco crema, un po’ come la maionese o la brillantina. Poi uno dei tre campioni della sega, un bestione che si chiama Andy, si è ingrifato un’altra volta e ha fatto una cosa che ci ha lasciato tutti di stucco. Si è piegato in avanti e si è spompinato da solo! Non credevo che fosse possibile fare una cosa del genere. Cioè, come fai a essere cosí snodato per piegarti in quel modo? Ci ho provato anch’io ieri mattina in bagno, ma non sono mica riuscito ad avvicinare la bocca al pisello. Meglio cosí, credo. Mi sa che non mi andrebbe di andare in giro pensando che sono un pompinaro, no? Comunque è stato uno spettacolo proprio strano».
«Da quando sono qui ho letto tre libri, – scriveva nell’ultima lettera, che era del 9 agosto, – e mi sono sembrati tutti fantastici. Due me li ha mandati zia Mildred, uno piccolo di Franz Kafka che si chiama La metamorfosi e uno piú grosso di J. D. Salinger che si chiama Il giovane Holden. Il terzo, il Candido di Voltaire, me l’ha dato Gary, il marito di mia cugina Francie. Il libro di Kafka è di gran lunga il piú strambo e il piú difficile da leggere, ma mi è piaciuto un sacco. Un mattino un uomo si sveglia e scopre che è stato trasformato in un insetto enorme! Sembra fantascienza o un racconto dell’orrore, ma non è cosí. Parla dell’animo umano. Il giovane Holden parla di un ragazzo del liceo che vaga per New York. Non succede granché, ma Holden (il protagonista) si esprime in modo realistico e sincero e ti sta talmente simpatico che vorresti essere suo amico. Candido è un vecchio libro del Settecento, ma è scatenato e divertente, ridevo forte praticamente a ogni pagina. Gary lo ha definito satira politica. Io lo definirei una bomba! Devi leggerlo, anche gli altri due. Ora che li ho finiti tutti mi colpisce il fatto che sono diversissimi fra loro. Ognuno è scritto in un certo modo, e sono tutti molto belli, quindi non c’è un solo modo per scrivere un bel libro. L’anno scorso Mr Dempsey continuava a ripeterci che c’era un modo giusto e uno sbagliato. Te lo ricordi? Sarà vero per matematica e scienze, ma non per i libri. Li scrivi a modo tuo, e se trovi un bel modo, alla fine scrivi un bel libro. La cosa interessante è che non so decidere quale mi è piaciuto di piú. Sembra facile, invece no. Mi sono piaciuti tutti un sacco. Per cui mi sa che un bel modo è sempre quello giusto. Come sono felice quando penso a tutti i libri che ancora non ho letto, centinaia, migliaia di libri. Quante cose belle mi aspettano!»
L’ultimo giorno di vita di Ferguson, il 10 agosto 1960, cominciò con un breve rovescio subito dopo l’alba, ma quando la sveglia suonò alle sette e mezza, le nuvole erano volate a est e il cielo era azzurro. Ferguson e i sei compagni andarono al refettorio con Bill Kaufman, l’assistente educatore che a giugno aveva finito il secondo anno al Brooklyn College, e nei trenta o quaranta minuti che impiegarono per mangiare la pappa d’avena e le uova strapazzate, le nuvole riapparvero, e mentre i ragazzi tornavano all’alloggio per le pulizie e l’ispezione, la pioggia ricominciò a cadere, una pioggia cosí fine e insignificante che nessuno si rammaricò di non aver preso l’impermeabile o l’ombrello. Avevano le magliette coperte di umide macchioline scure, nient’altro. Una pioggerella lievissima, una quantità d’acqua cosí esigua da non bagnarli nemmeno. Tuttavia, mentre iniziavano il rituale mattutino, facendo i letti e spazzando il pavimento, il cielo continuò ad annuvolarsi, e poco dopo la pioggia cominciò a cadere a dirotto, a colpire il tetto con gocce piú grosse, sempre piú accelerate. Per uno o due minuti, seguí un piacevole ritmo controtempo, secondo Ferguson, ma poi diventò piú intensa, e l’effetto si perse. La pioggia non faceva piú musica. Si era trasformata in una massa di rumori densa, indifferenziata, una percussione sfocata. Bill spiegò che era in arrivo una nuova perturbazione da sud, e con il fronte freddo proveniente in simultanea da nord, dovevano aspettarsi un diluvio di quelli lunghi e pesanti. Mettetevi comodi, ragazzi, disse. Sarà un grosso temporale, passeremo quasi tutta la giornata qui dentro.
Il cielo diventò ancora piú nero, e dentro il bungalow non si vedeva bene. Bill accese la plafoniera, ma anche con quella luce sembrava buio lo stesso, perché la lampadina da settantacinque watt era posizionata troppo in alto sulle travi per illuminare bene. Ferguson era sul suo letto, sfogliava un arretrato di «Mad» che circolava nell’alloggio, leggendolo con l’aiuto della torcia elettrica e chiedendosi se fosse mai esistito un mattino cosí buio. La pioggia tempestava il tetto, un assalto totale, picchiava le tegole come se le gocce liquide fossero diventate di pietra, milioni di pietre che cadevano dal cielo e picchiavano a tutta forza, poi, in lontananza, Ferguson udí un rombo sordo e cavernoso, un rumore roco, congestionato, come di qualcuno che si schiarisce la gola, tuoni che dovevano essere a chilometri di distanza, da qualche parte fra le montagne, forse, e gli sembrò strano, perché secondo la sua esperienza i tuoni e i fulmini di un temporale arrivano sempre in tandem con la pioggia, ma in questo caso stava già piovendo, pioveva a catinelle, i tuoni erano ancora lontani, ragion per cui Ferguson ipotizzò che ci fossero due temporali in corso allo stesso tempo, anziché un temporale e un fronte freddo, come aveva detto Bill, due diversi temporali, uno proprio sopra di loro e l’altro in avvicinamento da nord, e se il primo non si fosse esaurito prima che arrivasse il secondo, i due temporali si sarebbero scontrati e fusi insieme, dando vita a un temporale possente, si disse Ferguson, un temporale mastodontico, il temporale supremo.
Il letto alla sua destra era occupato da un ragazzino che si chiamava Hal Krasner. Dall’inizio dell’estate mandavano avanti un tormentone in cui impersonavano George l’intelligente e Lennie lo stupido, i due vagabondi di Uomini e topi, un libro che avevano letto mesi prima e che trovavano ricco di spunti comici. Ferguson era George e Krasner era Lennie, e quasi ogni giorno passavano alcuni minuti improvvisando dialoghi demenziali tra i loro personaggi preferiti, una continua raffica di cretinate che partiva con Lennie che chiedeva a George come sarebbe stato andare in paradiso, per esempio, o con George che ricordava a Lennie di non scaccolarsi in pubblico, discorsi idioti ispirati forse piú a Stanlio e Ollio che a Steinbeck, ma per loro quei siparietti erano uno svago, e mentre erano reclusi, con tutta quell’acqua che veniva giú, Krasner fu di nuovo preso dallo schiribizzo.
Ti prego, George, disse. Falla smettere. Non ne posso piú.
Smettere che, Lennie?, chiese Ferguson.
La pioggia, George. Il rumore della pioggia. È troppo forte, sta cominciando a farmi impazzire.
Ma Lennie, tu sei sempre stato pazzo. Lo sai.
Pazzo no, George. Solo stupido.
Stupido, sí, Lennie. Ma anche pazzo.
Non posso farci niente, George. Sono nato cosí.
Nessuno dice che è colpa tua, Lennie.
Allora?
Allora che?
La fai smettere la pioggia, per favore?
Può farlo solo il capo.
Ma sei tu il capo, George. Sei sempre stato tu il capo.
Voglio dire il gran capo. L’unico e il solo.
Io non lo conosco. Conosco solo te, George.
Ci vorrebbe un miracolo.
Appunto. Tu puoi fare qualunque cosa.
Ah sí?
Sto male, George, con questo rumore. Se non lo fai morirò.
Krasner si tappò le orecchie con le mani e mugolò. Nei panni di Lennie, stava dicendo a George di essere al limite della sopportazione, e Ferguson-George lo compatí annuendo con tristezza, sapendo che nessuno poteva fermare la pioggia, che i miracoli trascendevano le capacità umane, solo che Ferguson-Ferguson faticava a stargli dietro, i lamenti da mucca malata di Krasner erano troppo esilaranti, e dopo averli ascoltati per qualche altro secondo, Ferguson scoppiò a ridere, e questo ruppe l’incantesimo della finzione, ma non per Krasner, il quale credette che Ferguson ridesse nei panni di George, perciò, sempre impersonando Lennie, Krasner si tolse le mani dalle orecchie e disse:
Non sta bene ridere cosí di una persona, George. Non sarò il piú sveglio del circondario, ma anch’io ho un’anima, come te e tutti gli altri, e se non ti levi quel ghigno dalla faccia, ti spezzo il collo, proprio come ho fatto con quei conigli.
Ora che Krasner-Lennie si era prodotto in un discorso cosí franco ed efficace, Ferguson si sentí obbligato a calarsi di nuovo nel personaggio, a ridiventare di nuovo George per amore di Krasner e degli altri ragazzi che li stavano ascoltando, ma proprio mentre stava per aprire i polmoni e ordinare alla pioggia di smettere – Chiudi le cateratte, capo! – il cielo esplose in un tuono assordante, in un rumore cosí forte e fragoroso che scosse il pavimento del bungalow e fece tremare i vetri delle finestre, che continuarono a borbottare e vibrare finché un altro tuono non li fece tremare ancora. Metà dei ragazzi sobbalzarono, scattarono in avanti, si contorsero senza volerlo in reazione a quei rumori, gli altri invece urlarono per semplice riflesso, l’aria schizzò fuori dai loro polmoni in brevi esclamazioni di stupore che sembravano parole ma erano in realtà grugniti spontanei sotto forma di parole: ehi, urca, però. La pioggia era ancora forte, sferzava le finestre e impediva quasi di vedere quello che c’era fuori: solo un buio ondoso, acquoso, illuminato da repentine saette, nero totale per dieci o venti secondi e poi uno o due attimi di bianco accecante. Ormai il temporale che Ferguson aveva immaginato, il doppio temporale gigantesco che si sarebbe fuso in uno solo quando l’aria da nord si fosse scontrata con l’aria da sud, era sopra di loro, ed era ancora piú grosso e piú bello di quanto sperava. Una tempesta grandiosa. Un’ascia rabbiosa che squarciava i cieli. Era esaltante.
Tranquillo, Lennie, disse a Krasner. Non devi avere paura. Adesso ci penso io a questo rumore.
Senza fermarsi a dire cosa aveva in mente, Ferguson saltò giú dal letto e andò di corsa alla porta, l’aprí a due mani, con uno strattone potente, e, anche se sentí Bill gridare alle sue spalle: Che cavolo fai, Archie!? Sei impazzito?, non si fermò. Capí che in effetti era da pazzi, ma il fatto era che lui voleva fare proprio una pazzia, voleva uscire sotto il temporale, sentire il sapore del temporale, fare parte del temporale, stare dentro il temporale finché il temporale non gli fosse entrato dentro.
La pioggia era splendida. Appena oltrepassò la soglia e mise piede fuori, si rese conto che una pioggia cosí forte non c’era mai stata, che le gocce di quella pioggia erano le piú fitte e veloci che avesse mai visto, grandinavano dal cielo come pallini di piombo ed erano abbastanza pesanti da fargli dei lividi e magari perfino ammaccargli la testa. Una pioggia magnifica, una pioggia onnipotente, ma per gustarsela appieno ritenne di dover correre fino al folto di querce che era a venti metri di distanza da lui, perché i rami e le fronde avrebbero protetto il suo corpo da quei proiettili, e cosí Ferguson tentò la sortita, lanciandosi verso gli alberi sul terreno zuppo e scivoloso, sprofondando nelle pozzanghere fino alle caviglie mentre i tuoni rimbombavano sopra e intorno a lui e i fulmini atterravano a pochi metri dai suoi piedi. Quando arrivò era completamente fradicio, ma era una bella sensazione, la sensazione piú bella di tutte essere fradicio in quel modo, e Ferguson si sentí felice, felice come non gli era mai successo in quell’estate o in qualunque altra estate o in qualunque altro momento della sua vita, perché quella era la cosa piú grandiosa che avesse mai fatto.
Non c’era quasi vento. Non era un uragano né un tifone, solo un violento nubifragio che lo scuoteva con i tuoni e lo abbagliava con i lampi, e Ferguson non aveva minimamente paura di quei lampi, dato che portava le scarpe da ginnastica e non aveva addosso oggetti di metallo, neanche un orologio o una cintura con la fibbia d’argento, perciò si sentiva sicuro e pieno di esultanza mentre, al riparo degli alberi, contemplava la grigia parete d’acqua che lo separava dal bungalow, e scrutava la sagoma indistinta, quasi del tutto offuscata di Bill, l’assistente educatore, che era davanti alla porta aperta e sembrava chiamarlo o maledirlo a gran voce facendogli segno di rientrare, ma con il rumore della pioggia e dei tuoni Ferguson non riuscí piú a sentire una sola parola, soprattutto quando cominciò a ululare, non piú nei panni di George in missione per salvare Lennie, ma semplicemente come Ferguson, un ragazzino di tredici anni che guaiva inebriato al pensiero di essere vivo nel mondo avuto in dono quel mattino, e anche quando un tuono colpí il ramo piú alto di una quercia, non ci badò, perché sapeva di essere al sicuro, e poi vide Bill correre verso di lui, chi diamine glielo faceva fare, si chiese Ferguson, ma non fece in tempo a darsi una risposta, perché il ramo si era spezzato e stava precipitando verso la sua testa. Ferguson avvertí il colpo, sentí il ramo abbattersi su di lui come una mazzata alla schiena, poi non sentí piú niente, niente di niente, mai piú niente, e il suo corpo giacque immobile sul terreno fradicio, la pioggia continuò a inondarlo e i tuoni continuarono a esplodere, e gli dèi, da un capo all’altro della terra, rimasero in silenzio.
2.3
Suo nonno lo definí uno strano interregno, cioè un tempo che stava fra due tempi, un tempo senza tempo in cui tutte le regole su come si dovrebbe vivere erano volate dalla finestra, e anche se il ragazzo senza padre capiva che non poteva durare per sempre, avrebbe voluto che durasse piú dei due mesi che gli erano stati dati, altri due mesi oltre i primi due, magari, o altri sei mesi, forse anche un anno. Era stato bello vivere in quel tempo senza scuola, quello strano spazio vuoto fra una vita e l’altra quando sua madre era con lui dall’istante in cui apriva gli occhi al mattino all’istante in cui li chiudeva alla sera, perché ormai sua madre era l’unica persona che gli sembrava vera, l’unica persona vera rimasta al mondo, e com’era stato bello passare quei giorni e quelle settimane con lei, quei due mesi insoliti di pranzi al ristorante e visite ad appartamenti vuoti e di tappe al cinema quasi ogni pomeriggio, tutti quei film visti insieme nel buio della galleria, dove potevano piangere ogni volta che volevano senza doversi giustificare con nessuno. Sua madre lo chiamava crogiolarsi nel fango, e Ferguson pensava si riferisse al fango della loro infelicità, ma poi scoprí che sprofondare in quella infelicità, per motivi misteriosi, poteva essere appagante, se sprofondavi il piú possibile senza tema di affogare, e siccome le lacrime continuavano a spingerli verso il passato, li proteggevano dall’obbligo di pensare al futuro, ma poi un giorno sua madre disse che era ora di cominciare a pensarci, e i pianti finirono.
Purtroppo la scuola era inevitabile. Per quanto desiderasse prolungare la sua libertà, Ferguson non aveva il potere di controllare certe cose, e una volta che lui e sua madre ebbero deciso di prendere in affitto l’appartamento di Central Park West, il passo successivo fu piazzare lui in una buona scuola privata. La scuola pubblica era fuori discussione. Zia Mildred fu categorica su questo punto, e in un raro esempio di concordia tra sorelle, la madre di Ferguson seguí il suo consiglio, sapendo che Mildred era piú edotta di lei in materia di istruzione, e perché buttare Archie sul ruvido asfalto del cortile di una scuola pubblica quando poteva permettersi la retta di una scuola privata? Desiderava soltanto il meglio per il suo bambino, e New York era diventata piú cupa, piú pericolosa della città che lei aveva lasciato nel 1944, con bande di ragazzi che vagavano per le strade dell’Upper West Side armate di coltelli a serramanico e micidiali pistole fai-da-te, soltanto un paio di chilometri a nord di dove abitavano i suoi genitori, eppure era un altro universo, un quartiere che negli ultimi anni si era trasformato sotto l’influsso degli immigrati portoricani, un posto piú sporco, piú povero, piú pittoresco che in tempo di guerra, con l’aria satura di odori e suoni sconosciuti, un’energia di tipo diverso che animava i marciapiedi di Columbus ed Amsterdam Avenue, bastava uscire di casa per avvertire un fondo di minaccia e confusione, e la madre di Ferguson, che da bambina e da ragazza si era sempre sentita a casa a New York, temeva per la sicurezza del figlio. La seconda metà dello strano interregno quindi non fu solo dedicata all’acquisto dei mobili e al cinema, si dovette anche guardare e decidere fra le cinque o sei scuole private proposte da Mildred, fare il giro delle aule e degli impianti, i colloqui con i presidi e i selezionatori, i test di intelligenza e gli esami di ammissione, e quando Ferguson fu accettato dalla scuola in cima alla lista di Mildred, la Hilliard School for Boys, la famiglia ne gioí cosí tanto, i nonni, la mamma, gli zii, e anche la prozia Pearl lo sommersero di cosí tanto calore ed entusiasmo che il piccolo orfano di padre di quasi otto anni pensò che forse la scuola non era un modo troppo brutto di passare il tempo, dopotutto. Ambientarsi non sarebbe stato facile, ovviamente, visto che era la fine di febbraio ed erano già trascorsi quasi due terzi dell’anno scolastico, né sarebbe stato divertente dover portare giacca e cravatta tutti i giorni, ma forse non sarebbe stato un problema, e forse avrebbe cominciato ad abituarsi a quella tenuta, ma anche se fosse stato un problema e lui non si fosse abituato, non sarebbe cambiato nulla, perché ormai, volente o nolente, era destinato alla Hilliard School for Boys.
Ci andò perché zia Mildred aveva convinto sua madre che la Hilliard era una delle scuole migliori della città, con una rinomata tradizione di eccellenza scolastica, ma nessuno gli aveva detto che i suoi compagni sarebbero stati i bambini piú facoltosi d’America, i rampolli della New York privilegiata, ricca da generazioni, o che lui sarebbe stato l’unico della classe a vivere nel West Side nonché uno degli undici non cristiani in una scuola che contava quasi seicento iscritti dall’asilo alla scuola secondaria. Sulle prime lo presero tutt’al piú per un presbiteriano scozzese, errore comprensibile visto il nome che era stato dato a suo nonno dopo il pastrocchio Rockefeller del 1900, ma poi uno degli insegnanti notò che Ferguson non muoveva le labbra quando avrebbe dovuto dire Gesú Cristo, nostro Signore durante la funzione del mattino, e alla fine si sparse la voce che era uno degli undici e non dei cinquecentosettantasei. Se si aggiunge che era l’ultimo arrivato a scuola, un bambino quasi sempre taciturno senza alcun legame coi compagni, si vedrà che la permanenza di Ferguson alla Hilliard era segnata fin dal principio, segnata già da prima che mettesse piede a scuola.
Non che qualcuno fosse scortese con lui o lo molestasse o lo facesse sentire sgradito. Come in tutte le altre scuole, c’erano bambini buoni e bambini neutrali e bambini cattivi, ma nemmeno il piú cattivo tormentava Ferguson perché era ebreo. La Hilliard poteva anche essere un posto polveroso e ingessato, ma predicava la tolleranza e le virtú di un signorile autocontrollo, e qualsiasi aperta manifestazione di pregiudizio sarebbe stata trattata severamente dalle autorità. Ferguson si trovò a lottare, in modo piú sottile, piú confuso, contro una sorta di ingenua ignoranza che sembrava essere stata instillata nei suoi compagni alla nascita. Perfino Doug Hayes, il sempre affabile e generoso Doug Hayes, che si era fatto un dovere di diventare suo amico dal momento in cui Ferguson arrivò alla Hilliard, che era stato il primo a invitarlo a una festa di compleanno e si era poi offerto almeno una decina di volte di ospitarlo nella residenza dei suoi sulla Settantottesima Est, riuscí comunque a chiedergli, conoscendo Ferguson da nove mesi, che cosa pensava di fare per il Ringraziamento.
Mangiare il tacchino, disse Ferguson. Come tutti gli anni. Io e mia madre andiamo a casa dei nonni e mangiamo il tacchino col ripieno e la salsa.
Oh, fece Dougie. Non lo sapevo.
Perché?, rispose Ferguson. Voi non lo fate?
Certo. Solo non sapevo che anche voi festeggiavate il Ringraziamento.
Voi chi?
Insomma, voi ebrei.
Perché non dovremmo festeggiare il Ringraziamento?
Perché è una cosa molto americana, credo. I Padri Pellegrini. Plymouth Rock. Tutti quegli inglesi con quegli strani cappelli neri arrivati sulla Mayflower.
Ferguson rimase talmente allibito dalle parole di Dougie che rimase senza parole. Fino a quel momento non l’aveva mai sfiorato il pensiero di non essere americano, o meglio, che il suo modo di essere americano fosse meno autentico del modo in cui Dougie e gli altri bambini erano americani, ma il suo amico sembrava affermare proprio questo: tra loro c’era una differenza, una qualità sfuggente e indefinibile che dipendeva dagli antenati inglesi in cappello nero e dalla quantità di tempo trascorso da questa parte dell’oceano e dai soldi per abitare in palazzi di quattro piani dell’Upper East Side che rendevano certe famiglie piú americane di altre, e alla fine la differenza era cosí grande che le famiglie meno americane non si potevano quasi considerare americane.
Sua madre aveva senz’altro scelto la scuola sbagliata, ma malgrado quello sconcertante botta e risposta sulle abitudini alimentari degli ebrei nei giorni delle festività nazionali, per non parlare di altri momenti sconcertanti sia prima sia dopo la chiacchierata con Dougie H., Ferguson non sentí mai il desiderio di lasciare la Hilliard. Anche se non riusciva a comprendere le abitudini e le convinzioni sui generis del mondo in cui era entrato, cercava di adeguarsi in tutti i modi, e non biasimò mai sua madre o zia Mildred per averlo mandato lí. Da qualche parte doveva pur stare. La legge diceva che tutti i bambini dovevano andare a scuola fino a sedici anni, e per quanto lo riguardava, la Hilliard non era né meglio né peggio di qualunque altro penitenziario per giovani. Non era colpa della scuola se lui andava cosí male. Nei foschi primi giorni seguiti alla morte di Stanley Ferguson, il giovane Ferguson credeva di vivere in un universo capovolto di concetti reversibili all’infinito (giorno = notte, speranza = disperazione, potenza = debolezza), quindi, rispetto al problema della scuola, era obbligato a fallire anziché riuscire, e visto quanto era bello infischiarsene, corteggiare il fallimento per una questione di principio e abbandonarsi al confortante abbraccio dell’umiliazione e della sconfitta, quasi certamente avrebbe fallito in maniera altrettanto gloriosa in qualunque altro posto.
Per gli insegnanti era pigro e poco partecipe, incurante dell’autorità, distratto, cocciuto, scandalosamente indisciplinato, un enigma. Il ragazzino che aveva risposto correttamente a tutte le domande dell’esame di ammissione, che aveva conquistato il selezionatore con il suo carattere dolce e le sue precoci intuizioni, il nuovo alunno giunto ad anno scolastico inoltrato che avrebbe dovuto portare a casa il massimo dei voti in tutte le materie, si guadagnò solo un Eccellente sulla prima pagella, consegnata nell’aprile della sua seconda elementare. La materia era ginnastica. Buono in lettura, scrittura e calligrafia (aveva cercato di fare peggio, ma cominciava solo allora a mascherare i suoi talenti), Discreto in musica (non riusciva a non cantare a squarciagola gli spiritual e le canzoni popolari irlandesi che Mr Bowles insegnava in classe, anche se l’intonazione non era perfetta) e Scarso in tutto il resto, cioè matematica, scienze, arte, scienze sociali, condotta, educazione civica e comportamento. La seconda e ultima pagella, consegnata a giugno, era quasi identica alla prima, unica differenza il voto in matematica, sceso da Scarso a Insufficiente (ormai aveva perfezionato l’arte di dare risposte sbagliate alle domande di aritmetica, tre su cinque in media, ma ancora non se la sentiva di sbagliare l’ortografia piú di una volta su dieci). In circostanze normali, non gli avrebbero chiesto di tornare l’anno dopo. Il suo rendimento era stato cosí spaventosamente sotto la media da far pensare a un profondo disagio psicologico, e una scuola come la Hilliard non era abituata ai pesi morti, almeno non quando il bocciato non veniva da una famiglia di ex alunni, ovvero non era un discendente di terza o quarta o quinta generazione con un padre che staccava un assegno ogni anno o sedeva in un consiglio d’amministrazione. Tuttavia erano disposti a dargli un’altra possibilità, poiché capivano che la sua situazione era tutt’altro che normale. Suo padre era morto nel bel mezzo dell’anno scolastico, una perdita improvvisa e violenta che aveva scaraventato il bambino in un inferno di lutto e disintegrazione, e di certo meritava un po’ di tempo in piú per riprendersi. Aveva capacità troppo grandi, non potevano arrendersi dopo soli tre mesi e mezzo, perciò informarono la madre di Ferguson che suo figlio avrebbe avuto un altro anno per farsi valere. Se per allora fosse riuscito a invertire la rotta, non sarebbe piú stato in prova. Altrimenti, be’, fine, e buona fortuna a lui, ovunque approdasse.
Ferguson si odiava per aver deluso sua madre, che già faceva una vita dura anche senza il cruccio del suo pessimo rendimento scolastico, ma in ballo c’erano questioni piú importanti che cercare di compiacerla o fare le capriole per impressionare la famiglia con una pagella piena di Ottimi ed Eccellenti. Sapeva che avrebbe reso la vita facile a sé e agli altri se avesse rigato dritto e fatto quel che si aspettavano da lui. Quanto sarebbe stato semplice e lineare smettere di dare le risposte sbagliate a bella posta, ricominciare ad applicarsi e rendere tutti orgogliosi di lui perché era un bambino diligente, ma Ferguson si era imbarcato in un esperimento grandioso, un’indagine segreta su questioni fondamentali riguardanti la vita e la morte, e non poteva tirarsi indietro, stava seguendo un cammino aspro e periglioso, solo fra rocce e tortuosi sentieri di montagna, con il rischio di cadere dal precipizio in qualsiasi momento, ma finché non avesse raccolto informazioni sufficienti a fornirgli risultati definitivi, avrebbe dovuto continuare a rischiare – anche se significava farsi espellere dalla Hilliard School for Boys, anche se significava diventare la vergogna della famiglia.
La questione era: Perché Dio aveva smesso di parlare con lui? E se Dio stava zitto, significava che sarebbe stato zitto per sempre, o alla fine avrebbe ricominciato a parlargli? E se Lui non gli avesse parlato piú, non poteva significare che Ferguson si era illuso e Dio in realtà non c’era mai stato?
Dacché ricordava, nella sua testa c’era sempre stata la voce che gli parlava quando era solo, una voce calma e misurata, rassicurante e imperiosa al tempo stesso, un mormorio baritonale che recava le emanazioni verbali del grande spirito invisibile che domina il mondo, e Ferguson si era sempre sentito confortato da quella voce, protetto da quella voce, quando gli diceva che sarebbe andato tutto bene finché Ferguson avesse rispettato il loro patto, e il patto era l’eterna promessa di essere buono, di trattare gli altri con bontà e generosità e di ubbidire ai comandamenti, e cioè mai mentire né rubare né cedere all’invidia, e cioè amare i genitori e impegnarsi a scuola e stare fuori dai guai, e Ferguson credeva alla voce e faceva del proprio meglio per seguire sempre quei precetti, e siccome Dio rispettava il patto mandandogli tutto per il meglio, Ferguson si sentiva amato e felice, saldo nella certezza che Dio credeva in lui tanto quanto lui credeva in Dio. Andò cosí fino ai sette anni e mezzo, poi una mattina di inizio novembre, una mattina che non sembrava diversa da tutte le altre mattine, sua madre entrò in camera e gli disse che suo padre era morto, e tutto cambiò all’improvviso. Dio gli aveva mentito. Non poteva piú fidarsi del grande spirito invisibile, e anche se Lui continuò a parlargli per diversi giorni, chiedendo un’altra possibilità di farsi valere, supplicando l’orfano di padre di non allontanarsi in quell’ora oscura di morte e cordoglio, Ferguson era cosí arrabbiato con Lui che non volle ascoltare. Poi, quattro giorni dopo il funerale, la voce tacque di colpo, e da allora non parlò piú.
In questo consisteva ormai la sfida: capire se Dio era ancora con lui nel silenzio o se era scomparso definitivamente dalla sua vita. Ferguson non aveva il coraggio di commettere un atto di deliberata crudeltà, non se la sentiva di mentire o ingannare o rubare, non aveva nessuna voglia di ferire o offendere sua madre, ma nel ristretto ambito dei misfatti di cui era capace, comprese che l’unico modo per rispondere a quella domanda era infrangere il patto ogni volta che poteva, sfidare il precetto di osservare i comandamenti e aspettare che Dio gli facesse qualcosa di brutto, qualcosa di cattivo e personale che sarebbe stato un chiaro segno di castigo premeditato: un braccio rotto, un’esplosione di brufoli in faccia, un cane rabbioso che gli staccava un pezzo di gamba. Se Dio non lo avesse punito, sarebbe stata la prova che era davvero scomparso quando la voce aveva smesso di parlare, e dato che Dio dovrebbe essere ovunque, in ogni albero e filo d’erba, in ogni alito di vento e in ogni sentimento, non aveva senso che scomparisse da un posto e continuasse a essere in tutti gli altri. Era per forza anche con Ferguson perché era in ogni luogo allo stesso tempo, e se non era dove si trovava Ferguson poteva solo significare che non era e non era mai stato in nessun luogo, che in realtà non era mai esistito e la voce che Ferguson aveva scambiato per la voce di Dio era sempre stata solo la propria voce che gli parlava in un colloquio interiore con se stesso.
Il primo gesto di ribellione era stato strappare la figurina di Ted Williams, la preziosa figurina che Jeff Balsoni gli aveva fatto scivolare in mano un paio di giorni dopo che era tornato a scuola, in segno di imperitura amicizia e compassione. Che cosa disgustosa da parte sua distruggere quel dono, che cosa vergognosa distogliere lo sguardo da Mrs Costello e fingere che lei non ci fosse, e adesso alla Hilliard, che cosa indegna portare avanti quella campagna di autosabotaggio volontario, moltiplicare gli sforzi del primo anno per stabilire un nuovo schema di alti e bassi esasperanti, strategia ben piú efficace del semplice fallimento, decise, per esempio cento per cento in due compiti di matematica consecutivi, venticinque per cento in quello dopo, quaranta per cento in quello ancora dopo, poi novanta per cento seguito da uno zero assoluto finale, li aveva mandati tutti in confusione, gli insegnanti come i compagni, per non parlare della sua povera madre e il resto della famiglia, eppure per quanto Ferguson continuasse a sputare sulle regole del comportamento responsabile, nessun cane si era avventato a mordergli la gamba, nessun masso gli era caduto sul piede, nessuna porta aveva sbattuto rompendogli il naso, sembrava che a Dio non interessasse affatto punirlo, visto che Ferguson si era dato alla delinquenza da quasi un anno ormai e non si era ancora fatto nemmeno un graffio.
Questo avrebbe dovuto tagliare la testa al toro, ma invece no. Se Dio non lo puniva, significava che non poteva punirlo, e quindi non esisteva. O almeno cosí immaginava Ferguson, ma adesso che era sul punto di perdere Dio per sempre, si chiese: E se fossi stato già punito abbastanza? E se la morte di suo padre fosse stata una punizione talmente grande, una tragedia dagli effetti cosí mostruosi e incessanti da indurre Dio a risparmiargli qualunque altra punizione futura? Poteva anche essere, non era sicuro ma poteva anche essere, però la voce taceva ancora dopo tanti mesi, e Ferguson non ebbe modo di verificare la sua intuizione. Dio gli aveva fatto un torto, e adesso cercava di rimediare trattandolo con gentilezza e misericordia divine. Se la voce non poteva piú dirgli ciò che aveva bisogno di sapere, forse Dio poteva comunicare con lui in altri modi, tramite un segno non udibile, per dimostrargli che ascoltava ancora i suoi pensieri, e cosí ebbe inizio l’ultima fase della lunga inchiesta teologica di Ferguson, i mesi di muta preghiera in cui supplicò Dio di rivelarsi, o altrimenti perdere il diritto di essere chiamato Dio. Ferguson non chiedeva una grandiosa rivelazione biblica, un tuono possente o l’improvvisa apertura delle acque, no, gli sarebbe bastata un’inezia, un miracolo infinitesimo di cui essere l’unico testimone: che il vento spingesse un foglietto vagante dall’altra parte della strada prima che scattasse il semaforo, che l’orologio si fermasse e ripartisse dopo dieci secondi, che dal cielo limpido gli cadesse sul dito una sola goccia di pioggia, che sua madre dicesse la parola misterioso entro trenta secondi, che la radio si accendesse da sola, che davanti alla finestra passassero diciassette persone entro un minuto e mezzo, che il pettirosso pescasse un verme a Central Park prima che nel cielo passasse l’aereo successivo, che tre auto suonassero il clacson contemporaneamente, che il libro gli cadesse aperto a pagina 97, che apparisse la data sbagliata in prima pagina sul giornale del mattino, che un quarto di dollaro gli spuntasse vicino al piede nel momento in cui guardava per terra, che i Dodgers segnassero tre punti alla fine del nono inning vincendo la partita, che il gatto della prozia Pearl gli facesse l’occhiolino, che tutti i presenti nella stanza sbadigliassero all’unisono, che nessuno dei presenti nella stanza aprisse bocca per i prossimi 33,333333333 secondi. Ferguson espresse il desiderio di vedere accadere tutte queste cose, queste e molte altre, e dato che in sei mesi di mute suppliche non accadde nulla di tutto questo, non espresse piú alcun desiderio e smise di pensare a Dio.
Anni dopo, sua madre gli confessò che anche per lei l’inizio era stato meno faticoso di quello che era venuto dopo. Lo strano interregno era stato quasi sopportabile, disse, con tutte quelle decisioni pratiche e urgenti, vendere la casa e il negozio in New Jersey, trovare un posto dove vivere a New York, arredarlo mentre cercava di sistemare Ferguson in una scuola adatta, l’improvviso diluvio di obblighi che le era piovuto addosso nei primi giorni di vedovanza non era stato tanto un peso quanto una gradita distrazione, un modo per non pensare all’incendio di Newark dalla mattina alla sera, e ringrazio Dio per tutti quei film, aggiunse, e il buio dei cinema in quelle fredde giornate d’inverno, la possibilità di scomparire dentro quelle stupide storie inventate, e ringrazio Dio anche per te, Archie, gli disse, il mio ometto coraggioso, la mia roccia, la mia ancora, per tanto tempo sei stata l’unica persona reale rimasta al mondo, cosa avrei fatto senza di te, Archie, per cosa avrei vissuto, come diamine sarei andata avanti?
Certo in quei mesi era una scheggia impazzita, disse, una matta che andava avanti a sigarette, caffè e continue scariche di adrenalina, ma una volta risolta la questione casa e scuola, la tempesta si era placata e poi era passata del tutto, e lei era sprofondata in un lungo periodo di pensieri e riflessioni, giorni orribili, notti orribili, una fase di torpore e indecisione in cui soppesava le varie possibilità e si sforzava di immaginare dove voleva che il futuro la portasse. Sotto questo aspetto era fortunata, disse, fortunata a poter scegliere tra varie alternative, ma il fatto era che adesso aveva i soldi, piú di quanti ne avesse mai sognati, duecentomila dollari solo dall’assicurazione sulla vita, senza contare i soldi che aveva ricavato vendendo la casa di Millburn e Roseland Foto, che comprendevano anche le somme guadagnate con la vendita dei mobili della casa e dell’attrezzatura dello studio, e anche scalando le migliaia di dollari che aveva speso per i mobili nuovi, la retta annuale della scuola privata di Ferguson e il canone d’affitto mensile dell’appartamento, ne restavano ancora abbastanza per starsene senza far niente per altri dodici o quindici anni, per continuare a vivere a spese del defunto marito finché suo figlio non si fosse laureato – e anche oltre, se si fosse trovata uno esperto in azioni e obbligazioni e avesse investito sul mercato. Aveva trentatre anni. Non aveva tutta la vita davanti, ma non si poteva certo dire che era pronta per l’ospizio, e anche se era un conforto meditare sui doni della fortuna, sapere che, volendo, avrebbe potuto vivere nell’ozio anche in età avanzata, mentre passavano i mesi e continuava a ragionare e a non far nulla, dedicando buona parte del tempo ad attraversare in autobus Central Park quattro volte al giorno per portare a scuola Ferguson all’altro capo della città e tornare a casa, andare a riprenderlo nel pomeriggio e tornare a casa, e nelle mattine in cui non le andava di riprendere l’autobus e tornare nel West Side, passava le sei ore e mezza in cui Ferguson era a scuola in giro per l’East Side, andando per negozi da sola, pranzando al ristorante da sola, andando al cinema da sola, visitando musei da sola, e dopo tre mesi e mezzo di quel tran tran, seguiti da una strana estate vuota, rintanata con il figlio in una casa in affitto sulla Jersey Shore, dove stavano quasi sempre chiusi a guardare la televisione insieme, scoprí che stava diventando impaziente, smaniosa di riprendere il lavoro. Ci aveva messo quasi un anno per arrivare a quel punto, dopodiché la Leica e la Rolleiflex erano finalmente uscite dall’armadio, e di lí a poco la madre di Ferguson tornò col vento in poppa verso il paese della fotografia.
Stavolta si mosse diversamente e si lanciò nel mondo invece di invitare il mondo a venire da lei, non le interessava piú mantenere uno studio a un indirizzo fisso, ormai le sembrava un modo antiquato di fare fotografia, inutilmente scomodo in un’epoca di rapide trasformazioni, con nuove pellicole ad alta velocità e macchine fotografiche leggere ancora piú efficienti che stavano rivoluzionando il settore, che le permettevano di ripensare le sue vecchie idee sulla luce e la composizione, di reinventarsi e superare i limiti della ritrattistica classica, e quando Ferguson cominciò il secondo anno alla Hilliard, sua madre stava già cercando lavoro e s’imbatté nel suo primo ingaggio a fine settembre quando l’uomo che doveva fare le foto al matrimonio della cugina Charlotte cadde per le scale e si ruppe una gamba, e siccome mancava solo una settimana al giorno del matrimonio, la madre di Ferguson si offrí di sostituirlo gratis. La sinagoga era dalle parti di Flatbush a Brooklyn, il vecchio quartiere del primo Archie e della prozia Pearl, e tra la cerimonia nuziale e il trasferimento degli invitati alla sala del banchetto un duecento metri piú a sud, la madre di Ferguson usò il treppiede per scattare ritratti formali in bianco e nero di tutti i membri della famiglia, a partire dagli sposi, la ventinovenne Charlotte, che dopo la morte del fidanzato nella guerra di Corea sembrava destinata a restare zitella, e il dentista vedovo trentaseienne Nathan Birnbaum, proseguendo con la prozia Pearl, i nonni di Ferguson, la sorella gemella di Charlotte, Betty, e il marito ragioniere, Seymour Graf, zia Mildred (che ora insegnava al Sarah Lawrence College) e il marito Paul Sandler (che faceva l’editor alla Random House), e infine anche Ferguson in un ritratto con i due cugini di secondo grado (i figli di Betty e Seymour), il cinquenne Eric e la treenne Judy. Iniziata la festa nella sala, la madre di Ferguson abbandonò il treppiede e per le tre ore e mezza successive vagò tra gli ospiti, scattando centinaia di foto alle novantasei persone presenti, foto spontanee, non in posa, di signori anziani che conversavano tranquilli fra loro, di giovani donne che ridevano bevendo vino e mangiando a quattro palmenti, di bambini che ballavano con gli adulti e adulti che ballavano insieme dopo il banchetto, tante facce di tanta gente catturate alla luce naturale di quella cornice spoglia e per nulla mondana, i musicisti appollaiati sul loro piccolo palco che suonavano a distesa stanche canzoni sdolcinate, la prozia Pearl che sorrideva baciando la guancia della nipote, Benjy Adler che se la spassava sulla pista da ballo con una lontana cugina ventenne venuta dal Canada, una bambina di nove anni col broncio, seduta da sola a un tavolo davanti a una fetta di torta mezza mangiata, e a un certo punto dei festeggiamenti, zio Paul si avvicinò alla cognata e le disse che dava l’impressione di divertirsi, che da quando si era trasferita a New York non l’aveva mai vista cosí allegra e contenta, e la madre di Ferguson rispose semplicemente, Devo farlo, Paul, se non mi rimetto a lavorare finirò al manicomio, al che il marito di Mildred replicò: Forse ti posso dare un aiuto, Rose.
L’aiuto fu l’incarico di andare a New Orleans a fotografare Henry Wilmot per la copertina del suo romanzo in uscita, opera attesissima dell’ultimo vincitore del premio Pulitzer, e quando il sessantaduenne Wilmot riferí al suo editor che era contentissimo del risultato, ovverosia chiamò Paul Sandler e lo informò che da allora in poi nessuno avrebbe potuto fotografarlo tranne quella bellissima donna, la Random House le affidò altri incarichi dello stesso genere, che sfociarono in altri incarichi per altri editori newyorkesi, che negli anni seguenti sfociarono a loro volta in servizi fotografici su scrittori, registi, attori di Broadway, musicisti e artisti per riviste come «Town & Country», «Vogue», «Look», «Ladies’ Home Journal», «New York Times Magazine» e altri settimanali e mensili. La madre di Ferguson fotografava sempre i soggetti nel loro ambiente, si recava nei luoghi in cui vivevano e lavoravano, portandosi dietro stativi portatili per le luci, paraventi pieghevoli e ombrelli telescopici, fotografava gli scrittori nel loro studio pieno di libri o seduti alla scrivania, i pittori fra gli schizzi e lo scompiglio del loro atelier, i pianisti seduti alla tastiera o in piedi accanto al loro lucente Steinway nero, gli attori davanti allo specchio del camerino o seduti soli sul nudo palcoscenico, e per qualche ragione i suoi ritratti in bianco e nero sembravano catturare la loro vita interiore meglio degli altri fotografi che ritraevano le stesse celebri figure, una qualità che forse non dipendeva dall’abilità tecnica ma da un certo non so che nella madre di Ferguson, che si preparava sempre per i suoi lavori leggendo i libri, ascoltando i dischi e guardando i quadri dei suoi soggetti, per avere qualcosa di cui parlare con loro durante le lunghe sedute, e siccome era una brava conversatrice, sempre molto affascinante e attraente, sempre restia a parlare di sé, quegli artisti vanitosi e complicati finivano per rilassarsi in sua presenza, avvertendo un genuino interesse per la loro persona e per quello che rappresentavano, un interesse vero o quasi, quasi sempre, e quando la seduzione riusciva e abbassavano la guardia, la maschera che portavano sul viso scivolava via un po’ alla volta e nel loro sguardo affiorava una luce diversa.
Oltre ai lavori su commissione per riviste e case editrici, la madre di Ferguson portava avanti i suoi progetti, che lei chiamava esplorazioni dell’occhio ballerino, dove il controllo meticoloso necessario a produrre ritratti di prima qualità veniva abbandonato in favore di un’apertura totale agli incontri casuali con l’imprevisto. Si era scoperta dentro questo impulso contrario al matrimonio della cugina Charlotte, quel lavoro non retribuito del 1955 che si era trasformato in un’incontenibile abbuffata fotografica di tre ore e mezza, scatti ossessivi girando vorticosamente tra la folla, libera dalle costrizioni di una preparazione laboriosa e immersa in un vortice di composizioni a raffica, una foto dopo l’altra, istanti effimeri da cogliere allora o mai piú, mezzo secondo di pausa e la foto era perduta, la concentrazione feroce imposta dalle circostanze le aveva scatenato una specie di febbre emotiva, come se le facce e i corpi di quella sala si fossero avventati in massa su di lei, come se ognuno dei presenti respirasse dentro i suoi occhi, non piú dall’altra parte dell’obiettivo ma dentro di lei, una parte inseparabile del suo essere.
Com’era prevedibile, Charlotte e il marito detestarono quelle foto. Le altre no, dissero, i ritratti dopo la cerimonia in sinagoga no, erano davvero meravigliosi, immagini che avrebbero amato per sempre, ma quella roba della festa era incomprensibile, cosí scura e grezza, erano venuti tutti cosí male, con un’aria cosí bieca e infelice, anche quelli che ridevano sembravano vagamente demoniaci, e perché le immagini erano cosí sfasate, perché era tutto cosí male illuminato? Indispettita dai rimproveri, la madre di Ferguson inviò agli sposini le copie dei ritratti con un breve messaggio di accompagnamento che diceva Lieta che queste vi siano piaciute, ne mandò un’altra serie a zia Pearl, un’altra ancora ai suoi genitori e un’ultima a Mildred e Paul. Ricevuto il pacchetto, il cognato la chiamò e le chiese perché non aveva messo anche le foto della festa. Perché fanno schifo, rispose lei. Tutti gli artisti provano disgusto per la propria opera, replicò il suo nuovo tifoso e sostenitore, e alla fine la madre di Ferguson si convinse a sviluppare trenta stampe dalle oltre cinquecento immagini che aveva scattato quel pomeriggio e le inviò all’ufficio di Paul alla Random House. Tre giorni dopo, lui la richiamò per dirle che non solo non facevano schifo, ma che gli sembravano straordinarie. Col suo permesso, le avrebbe date a Minor White della rivista «Aperture». Disse che meritavano di essere pubblicate, di essere viste da chi amava la fotografia, e dato che lui conosceva un po’ White, perché non cominciare dal gradino piú alto? La madre di Ferguson non capiva se Paul diceva sul serio o se lei gli faceva solo pena. Pensò: Uomo gentile interviene in aiuto della parente smarrita e afflitta in un momento difficile, uomo con i santi in paradiso raccomanda vedova-fotografa che ha vissuto l’inferno. Poi pensò: Pena o non pena, era stato Paul a mandarla a New Orleans, e magari aveva agito d’impulso, o per un’intuizione cieca, o per una scommessa azzardata, ma ora che quel burbero alcolizzato di Wilmot l’aveva lodata per aver fatto un lavoro dell’altro mondo, forse suo cognato credeva di aver puntato sul cavallo giusto.
Magari c’era lo zampino di Paul, ma il consiglio editoriale di «Aperture» accettò di pubblicare le foto, un portfolio di ventuno stampe che uscí sei mesi dopo col titolo Matrimonio ebraico, Brooklyn. L’esultanza, la scarica di esaltazione che la percorse quando trovò fra la posta la lettera di «Aperture», furono soffocate dalla frustrazione e poi quasi distrutte dalla rabbia, perché non poteva pubblicare le foto senza avere la liberatoria dalle persone ritratte, e la madre di Ferguson commise l’errore di contattare prima Charlotte, la quale rifiutò testardamente di autorizzare la pubblicazione di quelle immagini grottesche di lei e Nathan su «Aperture» o qualunque altra lurida rivista. Nei tre giorni successivi, la madre di Ferguson parlò con tutti gli altri invitati, fra cui la madre e la sorella gemella di Charlotte, Betty, e visto che nessun altro sollevò obiezioni, richiamò Charlotte e le chiese di ripensarci. Non se ne parla. Va’ al diavolo. Chi ti credi di essere? Zia Pearl provò a farla ragionare, il nonno di Ferguson la rimproverò per quello che definí egoistico disinteresse per gli altri, Betty le diede dell’imbecille perbenista, ma la neosignora Birnbaum non mollò. Ragion per cui le tre foto con Charlotte e Nathan furono scartate, e al loro posto ne furono scelte altre tre, e venne pubblicato un servizio fotografico su un matrimonio senza neanche l’ombra della sposa o dello sposo.
Ciò nonostante fu un inizio, un primo passo verso l’unico futuro che aveva senso per lei, e la madre di Ferguson andò avanti, la pubblicazione di quelle foto le diede il coraggio di seguire altri progetti indipendenti, lavori suoi, cosí li chiamava, che continuarono ad apparire sulle pagine di «Aperture» e a volte tra le copertine di libri o sulle pareti delle gallerie, e l’elemento piú importante di quella trasformazione fu forse la decisione da lei presa in extremis, già nella primavera del 1956, prima che uscisse Matrimonio ebraico, quando si inginocchiò davanti al letto e chiese perdono a Stanley di quello che stava per fare, ma non c’era altro modo, gli disse, altrimenti sarebbe stata costretta a vivere tra le ceneri dell’incendio di Newark e alla fine neanche di lei sarebbe rimasto piú niente, e fu cosí che da allora, e per tutti gli anni della sua vita futura, firmò i suoi lavori Rose Adler.
All’inizio Ferguson, coi suoi otto anni, aveva solo una vaga percezione di quello che stava facendo la madre. Capiva che era piú occupata del solito, in giro quasi ogni giorno a lavorare a diversi servizi fotografici, oppure tappata in quella che una volta era la camera degli ospiti, da lei trasformata in un posto per sviluppare le foto, sempre chiuso ermeticamente a causa delle esalazioni delle sostanze chimiche, e anche se era bello vederla sorridere di piú e ridere di piú rispetto alla primavera e l’estate precedenti, stavano succedendo altre cose che non andavano bene, non andavano bene per niente, per quanto lo riguardava. La camera degli ospiti era stata sua per piú di otto mesi, un rifugio personale dove mettere in ordine le figurine del baseball, buttare giú birilli di plastica con la palla da bowling di plastica, tirare sacchetti di fagioli dentro i buchi della piattaforma di legno e puntare le freccette verso il piccolo bersaglio rosso, e adesso non c’era piú, e questo non andava bene, e poi, a un certo punto verso la fine di ottobre, quando la sua luminosa camera era stata da poco trasformata in una camera oscura e inaccessibile, accadde un’altra cosa che non andava tanto bene: sua madre gli disse che non poteva piú venire a prenderlo a scuola. Avrebbe continuato a portarcelo la mattina, ma non poteva piú contare sul fatto di essere libera il pomeriggio, cosí a venirgli incontro all’uscita e a riaccompagnarlo a casa sarebbe stata la nonna. Ferguson non fu contento, lui era contrario a qualsiasi cambiamento per una questione di rigida dottrina morale, ma non era in condizioni di protestare, doveva fare come gli dicevano, e quella che prima era la parte migliore della giornata – rivedere la madre dopo sei ore e mezza di noia, di rampogne e lotte accanite con l’Onnipotente – divenne una noiosa scarpinata verso ovest con la sua grassa, ondeggiante nana, una vecchia cosí timida e introversa che non sapeva mai cosa dirgli, ragion per cui tornavano a casa quasi sempre in silenzio.
Non poteva farci niente. Sua madre era l’unica persona a cui voleva bene o con cui si sentiva a proprio agio, tutti gli altri gli urtavano i nervi. I suoi parenti, supponeva Ferguson, avevano anche dei lati positivi, dato che tutti sembravano volergli bene, ma il nonno era troppo caciarone, la nonna troppo silenziosa, zia Mildred troppo autoritaria, zio Paul troppo innamorato della propria voce, la prozia Pearl troppo soffocante nel suo affetto, la cugina Betty troppo sfacciata, la cugina Charlotte troppo stupida, il cuginetto Eric troppo scalmanato, la cuginetta Judy troppo piagnona, e l’unica parente che avrebbe tanto voluto rivedere, sua cugina Francie, faceva l’università nella lontana California. Quanto ai compagni di classe, alla Hilliard non aveva nessun amico vero, solo conoscenti, e anche Dougie Hayes, quello che frequentava piú in assoluto, rideva a sproposito e non capiva mai le barzellette. A parte sua madre, gli riusciva difficile affezionarsi alle persone che conosceva, perché quando era con loro si sentiva sempre solo, anche se essere solo insieme ad altri probabilmente era un po’ meno terribile che essere solo con se stesso, e questo sembrava puntualmente spingere i suoi pensieri verso le solite vecchie ossessioni, come quando implorava in continuazione Dio di fare un miracolo che gli avrebbe finalmente messo il cuore in pace, o come quando, in maniera ancora piú insistente, guardava sul «Newark Star-Ledger» la foto che non avrebbe dovuto guardare, studiandola per tre o quattro minuti quando sua madre usciva dalla stanza per andare a prendere un pacchetto di sigarette, la foto con la didascalia che diceva I resti carbonizzati di Stanley Ferguson, con suo padre morto nell’edificio andato a fuoco che un tempo era stato MondoCasa 3Fratelli, il corpo rigido e nero e non piú umano, come se le fiamme lo avessero trasformato in una mummia, un uomo senza volto e senza occhi, la bocca aperta come paralizzata in un grido, e quel cadavere arso, mummificato, era stato messo in una bara e sepolto sottoterra, e ormai, ogni volta che Ferguson pensava a suo padre, era quella la prima immagine che gli veniva in mente, i resti carbonizzati, il corpo nero, semi-incenerito, e con la bocca aperta che ancora gridava dalle viscere della terra.
Oggi è previsto freddo, Archie. Ricordati di mettere la sciarpa per andare a scuola.
Gli arrovellamenti morbosi figuravano tra le cose che non andavano bene e che caratterizzarono quel periodaccio alla vigilia dei suoi nove anni, ma c’erano anche cose che andavano bene, cose di ogni giorno, come il programma televisivo che andava in onda dopo la scuola, dalle sedici alle diciassette e trenta su Channel 11, novanta minuti filati (con le interruzioni pubblicitarie) di vecchi film con Stan Laurel e Oliver Hardy, che alla fine erano i film piú belli, piú divertenti, piú appaganti mai girati. Era una trasmissione nuova che avevano lanciato in autunno, e prima di scoprirla per caso un pomeriggio di ottobre, Ferguson non sapeva proprio niente di quella vecchia coppia comica, dato che nel 1955 Laurel e Hardy erano già stati praticamente dimenticati, le loro pellicole degli anni Venti e Trenta non venivano piú proiettate nelle sale, e solo grazie alla televisione stavano cominciando a tornare in auge tra i piccini della grande metropoli. Ferguson sviluppò un’adorazione per quei due idioti, quegli adulti con la testa da bambini di sei anni, pieni d’entusiasmo e buona volontà eppure erano sempre lí a litigare e darsi il tormento l’uno con l’altro, sempre a ficcarsi nelle situazioni piú improbabili e pericolose, quasi annegati, quasi disintegrati, quasi rimbambiti dalle botte in testa, eppure riuscivano sempre a sopravvivere, mariti sventurati, traffichini imbranati, perdenti fino all’ultimo, eppure, malgrado tutti i pugni, i pizzicotti e i calci che si davano, erano cosí amici, piú legati di qualunque altra coppia nel Libro della vita terrestre, metà inscindibili di un singolo organismo umano composto da due parti. Mr Laurel e Mr Hardy. A Ferguson piaceva immensamente che fossero i nomi di persone vere che interpretavano i personaggi immaginari di Laurel e Hardy nei film, perché Laurel e Hardy erano sempre Laurel e Hardy, a prescindere dalle situazioni in cui finivano: se vivevano in America o in un altro paese, se nel passato o nel presente, se erano traslocatori o pescivendoli o venditori di alberi di Natale o soldati o marinai o carcerati o falegnami o musicisti di strada o stallieri o cercatori d’oro nel Selvaggio West, e il fatto che fossero sempre gli stessi anche quando erano diversi li rendeva ancora piú veri di qualsiasi altro personaggio cinematografico, perché, ragionava Ferguson, se Laurel e Hardy erano sempre Laurel e Hardy, voleva dire per forza che erano eterni.
Furono i suoi compagni piú assidui e fidati per tutto quell’anno e anche nel successivo, Stanley e Oliver, alias Stanlio e Ollio, il secco e il ciccione, l’innocente tontolone e lo sciocco pieno di sé, che alla fine non era meno tontolone del primo, tra l’altro Laurel si chiamava come suo padre, ma anche se questo significava qualcosa per Ferguson, non significava granché, e di sicuro c’entrava assai poco con la crescente simpatia nei confronti di quei nuovi amici, che erano diventati in un lampo i suoi migliori amici, se non gli unici. Ciò che piú amava di loro erano gli elementi di fondo che restavano immutati da un film all’altro, a cominciare dalla Danza dei cucú della sigla iniziale che annunciava il ritorno dei ragazzi per un’altra avventura e Cosa si inventeranno la prossima volta?, i vezzi ben noti che non lo stancavano mai, Ollio che giocherella con la cravatta e guarda esasperato nella cinepresa, Stanlio che batte le ciglia esterrefatto e scoppia in un pianto improvviso, le gag incentrate sulle loro bombette, quella troppo grande in testa a Stanlio, quella troppo piccola in testa a Ollio, i cappelli sfondati e i cappelli che bruciano, i cappelli calcati sulle orecchie e i cappelli calpestati, la tendenza a cadere nei tombini e precipitare da pavimenti di legno sfondati, a finire in pantani fangosi e nelle pozzanghere fino al collo, la iella con le automobili, le scale, i forni a gas e le prese di corrente, le pose fanfarone di Ollio quando parla con gli estranei, Le presento il mio amico, il signor Laurel, l’assurda capacità di Stanlio di darsi fuoco ai pollici e tirare boccate da pipe inesistenti ma funzionanti, gli sfrenati attacchi di risa, la propensione a improvvisare dei balletti (com’erano aggraziati tutti e due), quando facevano fronte comune contro gli avversari dimenticando bisticci e dissapori e univano le forze per distruggere la casa o l’auto di qualcuno, ma anche le variazioni della loro personalità e le volte in cui le loro identità si sovrapponevano e addirittura si mescolavano, come quando Ollio massaggiava il piede di Stanlio credendo che fosse il suo e sospirava di piacere e sollievo, o i modi ingegnosi in cui a volte duplicavano se stessi, come quando Stanlio grande e Ollio grande si occupavano dei loro frugoletti, Stanlio piccolo e Ollio piccolo, copie in miniatura dei loro padri, visto che Laurel e Hardy interpretavano entrambi i ruoli, oppure quando Stanlio era sposato con una Ollio femmina e Ollio con una Stanlio femmina, o quando ritrovavano i loro gemelli perduti, grandi amici fra loro che neanche a dirlo si chiamavano Laurel e Hardy, o il massimo in assoluto, quando una trasfusione di sangue andava storta alla fine del film e Stanlio si ritrovava coi baffi e la voce di Ollio e Hardy col viso glabro scoppiava nel pianto tipico di Laurel.
Sí, erano sempre cosí esilaranti e inventivi, e sí, certe volte Ferguson aveva il mal di pancia a furia di sbellicarsi per le loro buffonate, ma se li trovava ridicoli, se il suo amore per loro era fiorito oltre ogni limite, non era tanto per le loro pagliacciate quanto per la loro pervicacia, per il fatto che gli ricordavano se stesso. Tolte le esagerazioni comiche e la violenza farsesca, i travagli di Laurel e Hardy non erano diversi dai suoi. Anche loro inciampavano da un piano sconsiderato all’altro, anche loro subivano innumerevoli batoste e frustrazioni, e ogni volta che le disgrazie li portavano al punto di rottura, la rabbia di Hardy diventava la sua rabbia, lo sconcerto di Laurel rispecchiava il suo sconcerto, e il bello di tutti quei pasticci era che Stanlio e Ollio erano ancora piú incompetenti di lui, piú stupidi, piú somari, piú impotenti, e questo era divertente, tanto divertente che non riusciva a smettere di ridere di loro, anche quando li compativa e li abbracciava come fratelli, spiriti affini che crollavano ogni volta sotto i colpi del mondo e ogni volta si rialzavano e ci riprovavano… architettando un altro piano balordo che li avrebbe mandati inevitabilmente di nuovo al tappeto.
Guardava quasi sempre i film da solo, seduto sul pavimento del salotto a circa un metro dal televisore, che sua madre e sua nonna ritenevano troppo vicino, perché i raggi emessi dal tubo catodico gli avrebbero rovinato gli occhi, e ogni volta che una delle due lo coglieva in quella posizione, Ferguson doveva spostarsi sul divano, che era piú distante. Nei giorni in cui sua madre era ancora al lavoro quando lui rientrava da scuola, la nonna gli faceva compagnia finché la madre non tornava dal suo dovere quotidiano (come diceva la bambinaia nella Scala musicale, lamentandosi con un poliziotto dopo che Stanlio le aveva assestato un calcio nel didietro: Mi ha dato un calcio nel pieno del mio dovere quotidiano), ma alla nonna di Ferguson non interessavano affatto Laurel e Hardy, la sua passione erano l’igiene e l’ordine domestico, e una volta data al nipote la merenda del pomeriggio, di solito due biscotti con le gocce al cioccolato e un bicchiere di latte, ogni tanto anche una prugna o un’arancia o un pacchetto di cracker che Ferguson spalmava di gelatina d’uva, lui se ne andava in salotto a vedere il suo programma e lei attaccava a strofinare i ripiani della cucina o raschiava i fornelli incrostati o puliva i lavandini e i gabinetti dei due bagni, una solerte sterminatrice dello sporco e dei germi che non brontolava mai sui difetti della figlia in campo casalingo ma sospirava spesso mentre sbrigava le faccende, senz’altro dispiaciuta dal fatto che il sangue del suo sangue non rispettasse i suoi rigorosi criteri igienici. Nei giorni in cui la madre di Ferguson era già a casa quando lui rientrava da scuola, la nonna lo lasciava e se ne andava, scambiando un bacio e due parole con la figlia senza mai trattenersi abbastanza a lungo da togliersi il cappotto e qualche volta, quando non sviluppava foto nella camera oscura o non preparava la cena in cucina, la madre di Ferguson si sedeva sul divano col figlio a guardare Laurel e Hardy e ogni tanto rideva forte quanto lui (come per la battuta sul dovere quotidiano nella Scala musicale, per esempio, che entrò nel loro lessico familiare, un’espressione che alla fine sostituí le parole usate in precedenza per definire il posteriore, un lungo elenco comprendente termini affidabili quali sedere, tuchas, didietro, deretano, fondoschiena, culetto e popò, come quando erano in due stanze diverse e sua madre gli chiedeva a voce alta, Che stai facendo, Archie?, e se lui non era in piedi o non camminava o non stava sdraiato da qualche parte, rispondeva, Sto seduto sul mio dovere quotidiano, ma’, però di solito si limitava a una risatina davanti alle burle e i capitomboli di Stanlio e Ollio, o a un sorrisetto, e quando la situazione sfuggiva di mano, fra botte, bastonate e colpi dolorosi, faceva una smorfia, oppure scuoteva la testa e diceva, Oh, Archie, è tremendo, non per dire che il film era tremendo ma che quella baraonda era troppo esagerata. Ovviamente Ferguson non la pensava cosí, ma era abbastanza grande da capire che qualcuno poteva non andare matto per Laurel e Hardy, e credeva che sua madre fosse molto generosa a sedersi lí con lui, perché sapeva che Stanlio e Ollio erano troppo stupidi e infantili per lei e che non si sarebbe mai appassionata, neanche se li avesse guardati ogni giorno per un anno intero.
Solo una persona in famiglia condivideva il suo entusiasmo, solo un adulto ebbe l’acume di riconoscere il genio dei suoi adorati imbecilli, e cioè il nonno, l’indefinibile Benjy Adler, che era sempre stato un po’ un mistero per Ferguson, un uomo che sembrava possedere due o tre personalità diverse, espansivo e generoso in certi giorni, chiuso e distratto in altri, a volte nervoso, perfino agitato e irascibile, altre calmo ed espansivo, ora premuroso ora quasi indifferente con il nipote, ma nei giorni buoni, nei giorni in cui era bello pimpante e sparava battute a raffica, era un compagno impagabile, un complice in quella che Ferguson chiamava tra sé la Guerra alla Noia (la sua versione riveduta e corretta della Guerra di Troia), che era per lui un attacco militante alla vita monotona. Alla fine di novembre, zio Paul mandò di nuovo in trasferta la madre di Ferguson, stavolta addirittura in Nuovo Messico a fotografare Millicent Cunningham, una poetessa ottantenne che stava per pubblicare i suoi Saggi per la Random House, e durante la sua assenza Ferguson si rintanò nell’appartamento dei nonni vicino a Columbus Circle. Ormai viveva nella terra di Stanlio e Ollio da piú di un mese, trincerato in quella nuova infatuazione, e quando arrivava il weekend si sentiva quasi abbandonato, perché il programma non andava in onda di sabato e domenica, ma il caso volle che la sua prima notte dai nonni sarebbe stata un lunedí, quindi lo aspettavano cinque pomeriggi filati con il Magro e il Grasso, e quando il primo giorno il nonno rincasò presto dal lavoro, spiegando che in ufficio era stata una giornata moscia, si buttò sul divano accanto a Ferguson a guardare il programma, che sembrò agire sul suo cervello sessantaduenne proprio come agiva sul cervello di otto anni di Ferguson, e poco dopo cominciò a ridere a crepapelle, tanto che a un certo punto cominciò ad ansimare e tossire e diventò paonazzo, divertendosi cosí tanto che quella settimana rincasò presto dall’ufficio ogni giorno per guardare la televisione con il nipote.
Poi arrivò la sorpresa, la visita domenicale dei nonni ai primi di dicembre, che entrarono nell’appartamento di Central Park West carichi di pacchi, alcuni tanto pesanti che Arthur, il portiere del condominio, dovette portarli dentro con un carrello, guadagnandosi una mancia di cinque dollari dal nonno di Ferguson (cinque dollari!), e un altro scatolone lunghissimo che i nonni portarono dentro insieme, reggendolo a due mani, uno da una parte e una dall’altra, e lo scatolone era cosí lungo che quasi non entrava in casa, e quando vide la nonna sorridere (sorrideva cosí poco) e udí la risata di suo nonno e sentí la mano di sua madre che gli si posava sulla spalla destra, Ferguson capí che stava per succedere qualcosa di eccezionale, ma continuò a non capire cosa potesse essere finché i pacchi non vennero scartati e scoprí di possedere un proiettore sedici millimetri, uno schermo avvolgibile con cavalletto pieghevole e dieci cortometraggi di Laurel e Hardy: Il tocco finale, Marinai a terra, Blue Boy, un cavallo per un quadro, Affari in grande, Tempo di pic-nic, La sbornia, Sotto zero, Un nuovo imbroglio, Tutto in ordine e Trainati in un buco.
Poco male se il proiettore era di seconda mano: funzionava. Poco male se le pellicole erano graffiate e il sonoro certe volte sembrava giungere dal fondo di una vasca da bagno: i film si potevano guardare. E con i film venne tutta una serie di parole nuove da conoscere: rocchetto, per esempio, molto meglio che avere in testa bruciacchiato.
Nei fine settimana in cui sua madre non era fuori città per lavoro, e non c’era troppo freddo o troppa umidità o troppo vento, passavano il sabato mattina e pomeriggio quasi sempre in giro per le strade in cerca di belle foto, e Ferguson trotterellava accanto alla madre che macinava i marciapiedi di Manhattan o saliva le scale degli edifici pubblici o si arrampicava sulle rocce e attraversava i ponti di Central Park, quando a un certo punto, per motivi a lui oscuri, si fermava di botto, puntava la macchina fotografica su qualcosa, premeva lo scatto, e clic, clic-clic, clic-clic-clic, forse non era l’attività piú avvincente del mondo ma faceva parte del piacere di stare con sua madre, di averla di nuovo tutta per sé, e come non godersi i pranzi insieme nei caffè di Broadway e sulla Sesta Avenue al Village, dove dieci volte su dieci ordinava hamburger e frappè al cioccolato, sempre la stessa cosa a metà di quelle escursioni del sabato, un hamburger, per piacere, sí, un hamburger, grazie, come se facesse parte di un sacro rituale, che quindi non poteva mai variare neppure di un’inezia, e poi i sabato sera e/o le domeniche pomeriggio quando andavano al cinema insieme, seduti in galleria dove sua madre poteva fumare le sue Chesterfield, a vedere film che non erano mai film di Laurel e Hardy ma nuove produzioni hollywoodiane come È sempre bel tempo, Gli implacabili, Picnic, Bulli e pupe, Artisti e modelle, Il giullare del re, L’invasione degli ultracorpi, Sentieri selvaggi, Il pianeta proibito, L’uomo dal vestito grigio, Our Miss Brooks, Sangue misto, Trapezio, Moby Dick la balena bianca, Una Cadillac tutta d’oro, I dieci comandamenti, Il giro del mondo in 80 giorni, Cenerentola a Parigi, Radiazioni BX: distruzione uomo, Prigioniero della paura e La parola ai giurati, i film belli e brutti del 1955, 1956 e 1957 che li traghettarono dal periodo alla Hilliard fino al primo anno nella scuola che frequentò successivamente, la Riverside Academy, su West End Avenue tra l’Ottantaquattresima e l’Ottantacinquesima, una scuola mista di tendenze cosiddette progressiste fondata ventinove anni prima, cento anni esatti dopo la fondazione della Hilliard.
Basta giacche con lo stemma e cravatte, basta messa mattutina in cappella, basta viaggi in autobus per Central Park, basta giornate rinchiuso in un edificio senza neanche una femmina, che erano tutti quanti già netti miglioramenti, ma il cambiamento piú grosso fra la terza e la quarta elementare non fu tanto il salto da una scuola all’altra quanto la fine del suo duello con Dio. Dio era stato sconfitto, smascherato come non-entità impotente che non poteva piú punire né incutere timore, e una volta uscito di scena il controllore celeste, Ferguson poté abbandonare il vecchio gioco del Fiasco Volontario, o come cominciò a chiamarlo anni dopo, il Coniglio ontologico. Era riuscito a fallire cosí bene che si era stufato del suo talento per i sotterfugi e l’autosacrificio. Alla Hilliard nessuno aveva mai sospettato quello che stava combinando, li aveva fregati tutti, non solo gli insegnanti e i compagni ma anche sua madre e zia Mildred, nessuno aveva mai capito che agiva di proposito, che il suo rendimento altamente discontinuo in terza era stato soltanto una recita, un piano escogitato con astuzia per dimostrare che niente di quanto faceva poteva avere importanza se non c’era nessuna potenza divina a vegliare su di lui. Aveva vinto la disputa con se stesso facendosi buttare fuori dalla Hilliard – non proprio espellere, visto che gli permisero di restare fino alla fine dell’anno, ma lo avevano avuto tra i piedi abbastanza da non volerne piú sapere di lui. Il preside disse a sua madre che Archie era l’enigma piú angoscioso che gli fosse capitato in tanti anni in quella scuola. Disse che era l’alunno migliore e peggiore della classe, a volte brillante e altre un autentico imbecille, e non sapevano piú cosa fare con lui. Chiese se avevano di fronte uno schizofrenico latente, o se Archie era uno dei tanti ragazzini smarriti destinati prima o poi a ritrovarsi. La madre di Ferguson, sapendo che suo figlio non era né un imbecille né un futuro malato di mente, ringraziò il preside per il disturbo e cercò un’altra scuola.
La prima pagella della Riverside Academy arrivò un venerdí di metà novembre. Dopo un anno intero di Scarso e Insufficiente alla Hilliard, la madre di Ferguson si aspettava risultati migliori nella scuola nuova, ma certo non i sette Eccellente e i due Ottimo che Ferguson portò a casa quel giorno. Sbalordita dall’enorme mutamento, entrò in salotto alle cinque e mezza, proprio mentre finiva il Laurel and Hardy Show, e si sedette sul pavimento accanto al figlio.
Bravo, Archie, disse, tenendo quel mucchio di bei voti con la destra e battendoci il dito con la sinistra. Sono molto fiera di te.
Grazie, ma’, rispose Ferguson.
Allora la scuola nuova ti piace.
Non è male, tutto considerato.
Che significa?
La scuola è la scuola, cioè non è una cosa che ti può piacere tanto. Ci vai perché ci devi andare.
Ma certe scuole sono meglio di altre, no?
Credo di sí.
Per esempio, la Riverside è meglio della Hilliard.
La Hilliard non era pessima. Cioè, per essere una scuola.
Ma tu preferisci non dover fare tanta strada ogni giorno, no? Non dover mettere la divisa. Stare con femmine e maschi anziché solo con maschi. La vita va un po’ meglio, no?
Molto meglio. Ma in sé la scuola non è tanto diversa. Lettura, scrittura, aritmetica, scienze sociali, ginnastica, arte, musica e scienze. Alla Riverside faccio le stesse cose che facevo alla Hilliard.
E gli insegnanti?
Mah, siamo lí.
Credevo fossero meno severi alla Riverside.
Veramente no. Miss Donne, la maestra di musica, qualche volta ci strilla. Invece Mr Bowles, il maestro di musica alla Hilliard, non alzava mai la voce. È il maestro migliore che abbia mai avuto, e anche il piú simpatico.
Ma alla Riverside hai piú amici. Tommy Snyder, Peter Baskin, Mike Goldman ed Alan Lewis – tutti bambini bravissimi –, e Isabel Kraft, quella carina, con sua cugina Alice Abrams, bambini belli, che avranno successo nella vita. In due mesi, ti sei fatto piú amici di quanti tu ne abbia mai avuti in New Jersey.
Con loro mi diverto. Con altri però non tanto. Billy Nathanson forse è il piú rospo e il piú cattivo che abbia mai conosciuto, molto peggio di qualunque altro della Hilliard.
Ma non avevi amici alla Hilliard, Archie. Quel tesoro di Doug Hayes, forse, ma non mi viene in mente nessun altro.
Colpa mia. Non volevo amici lí.
Ah no? E perché?
È difficile da spiegare. Non volevo e basta.
Niente amici e brutti voti in una scuola. Tanti amici e bei voti in un’altra scuola. Un motivo ci sarà pure. Sai mica qual è?
Sí.
E quindi?
Non posso dirtelo.
Non essere ridicolo, Archie.
Se te lo dico ti arrabbi.
Perché diamine dovrei arrabbiarmi? Ormai la Hilliard è acqua passata. Non fa piú nessuna differenza.
Forse no. Ma comunque ti arrabbierai con me.
E se prometto di non arrabbiarmi?
Non servirà a niente.
Ferguson guardava a terra, fingendo di scrutare un filo allentato nel tappeto per evitare lo sguardo di sua madre, perché sapeva che se avesse osato guardarla era perduto, i suoi occhi erano sempre stati troppo forti per lui, carichi di un potere capace di decifrare i suoi pensieri ed estorcergli confessioni e annientare la sua esile volontà proprio mentre lottava per resisterle, e in quel momento, orrore inevitabile, lei allungò la mano e gli sfiorò la mascella con la punta delle dita, gli sollevò il viso con una leggera pressione per farsi guardare di nuovo negli occhi, e appena sentí il contatto della sua mano sulla pelle, Ferguson capí di non avere piú speranza, gli occhi gli si riempirono di lacrime, le prime lacrime da mesi, e che umiliazione fu sentire il rubinetto invisibile riaprirsi a tradimento, nient’altro che uno stupido Stanlio piagnone, si disse, un poppante di nove anni con le tubature difettose nel cervello, e quando finalmente trovò il coraggio di guardare la madre negli occhi, due cascate gli scorrevano sulle guance, la sua bocca si muoveva, e le parole cominciarono ad accavallarsi, e venne fuori la storia della Hilliard, la battaglia con Dio e il perché dei brutti voti, la voce ammutolita e l’assassinio di suo padre, infrangere le regole per essere punito e poi odiare Dio perché non lo aveva punito, odiare Dio perché non era Dio, e Ferguson non sapeva affatto se sua madre capiva quello che le stava raccontando, aveva gli occhi afflitti, confusi e velati di lacrime, e dopo due o tre o quattro minuti che lui parlava, si chinò, lo abbracciò e gli disse di smetterla. Basta, Archie, disse, lascia stare, e poi cominciarono a piangere insieme, una maratona di singhiozzi che durò quasi dieci minuti, e fu l’ultima volta che scoppiarono a piangere l’uno in presenza dell’altra, circa due anni dopo il giorno in cui il corpo di Stanley Ferguson era stato sepolto, e quando i singhiozzi si spensero lentamente, si lavarono il viso, si infilarono il cappotto e andarono al cinema, dove si abbuffarono di hot dog in galleria invece di cenare e si divisero una grossa scatola di popcorn, che innaffiarono di Coca-Cola sgasata e acquosa. Il titolo del film che videro quella sera era: L’uomo che sapeva troppo.
Passarono gli anni. Ferguson ne compí dieci, undici e dodici, ne compí tredici e quattordici, e fra gli avvenimenti familiari di quei cinque anni, il piú importante fu senz’altro il matrimonio di sua madre con un signore di nome Gilbert Schneiderman, che avvenne quando Ferguson aveva dodici anni e mezzo. L’anno prima il clan degli Adler aveva vissuto il suo primo divorzio, l’inspiegabile rottura fra zia Mildred e zio Paul, una coppia che era sempre sembrata cosí bene assortita, due garruli topi di biblioteca che erano stati sposati per nove anni senza conflitti o tradimenti evidenti, e poi tutto era finito, zia Mildred si trasferiva in California per andare a lavorare nel Dipartimento d’inglese alla Stanford e zio Paul non era piú lo zio Paul di Ferguson. Poi scomparve il nonno – un infarto nel 1960 – e poco tempo dopo se ne andò anche la nonna – un ictus nel 1961 – e a neanche un mese dal secondo funerale, diagnosticarono un cancro terminale alla prozia Pearl. Gli Adler diminuivano. Cominciavano a sembrare una di quelle famiglie in cui nessuno riesce a diventare molto vecchio.
Schneiderman era il primogenito dell’ex capo di sua madre, l’uomo con l’accento tedesco che le aveva insegnato fotografia all’inizio della guerra, e Ferguson si rendeva conto che prima o poi sua madre si sarebbe risposata, perciò non si oppose a quella scelta, che gli parve la migliore fra tante che si erano presentate. Schneiderman aveva quarantacinque anni, otto piú della madre di Ferguson, e le loro strade si erano incrociate per la prima volta la mattina in cui lei aveva cominciato a lavorare nello studio di suo padre nel novembre del 1941, e questo bene o male era un conforto per Ferguson, sapere che sua madre aveva conosciuto il suo patrigno ancora prima di conoscere suo padre, nel 1941 anziché nel 1943, data che in precedenza segnava per lui l’inizio del mondo, ma adesso il mondo era diventato ancora piú vecchio, e lo tranquillizzava sapere che c’era già un passato acquisito tra loro e quindi sua madre non si stava buttando in quel matrimonio alla cieca, che era sempre stata la paura piú grande di Ferguson, vedere la madre perdere la testa per un buffone che la riempiva di paroline dolci e poi svegliarsi una mattina scoprendo di aver commesso l’errore della sua vita. No, Schneiderman sembrava un tipo solido, uno di cui ti potevi fidare. Sposato da diciassette anni, due figlie, poi una telefonata di un agente della polizia che lo invitava a recarsi presso l’obitorio della contea di Dutchess per identificare il corpo di una donna, il corpo della moglie, rimasta vittima di un incidente stradale, e poi quattro anni da solo, quasi lo stesso tempo che sua madre aveva passato da sola dopo la morte di suo padre. Nel settembre del 1959 i nonni erano ancora vivi, e il matrimonio venne celebrato nel loro appartamento sulla Cinquantottesima Ovest, dove Ferguson col suo metro e cinquantotto fu il testimone dello sposo. Tra gli invitati c’erano le sue nuove sorellastre, la ventunenne Margaret e la diciannovenne Ella, entrambe studentesse universitarie; quel rudere di Emanuel Schneiderman, il vecchio caprone sboccato che Ferguson aveva già incontrato tre o quattro volte e che non avrebbe mai considerato un nonno, nemmeno dopo la morte del suo vero nonno; il fratello di Gil, Daniel; sua cognata Liz; il nipote sedicenne Jim e la nipote dodicenne Amy (tutta braccia e gambe, quella ragazza, con l’apparecchio ai denti e una sfilza di brufoli sulla fronte); e Paul Sandler, l’ex zio di Ferguson, che restava il paladino di sua madre nonostante il divorzio da Mildred, il curatore dei suoi primi due libri, la versione integrale di Matrimonio ebraico e il recente Duri, novanta ritratti in bianco e nero di una gang di portoricani con le loro ragazze, ma zia Mildred non c’era, aveva scritto che era troppo occupata con le lezioni alla Stanford, e mentre Ferguson guardava l’ex zio Paul guardare sua madre, gli venne il dubbio che fosse un aspirante alla mano di sua madre sconfitto da Gil Schneiderman, ragion per cui la rottura con zia Mildred poteva dipendere dalla tardiva scoperta di essersi innamorato della sorella sbagliata. Impossibile saperlo, ma forse questo spiegava perché quel pomeriggio Mildred era in California anziché a New York, e poteva anche essere il motivo per cui non si faceva piú viva con la madre di Ferguson, visto che al ricevimento nessuno disse una parola sulla sua assenza, o almeno nulla che arrivasse all’orecchio di Ferguson, e dato che gli mancò il coraggio di chiedere all’ex zio Paul o ai nonni perché nessuno ne parlasse, le domande che gli si formarono in testa quel pomeriggio rimasero senza risposta. Ancora una storia che non sarebbe stata mai raccontata, si disse, poi prese l’anello dalla tasca e lo porse all’uomo tarchiato con la fronte alta e le orecchie grandi che stava per diventare il suo patrigno.
Sua madre lo definí un nuovo inizio, e all’inizio di quell’inizio bisognò adattarsi a tante cose, una miriade di cose grandi e piccole a un tratto erano cambiate per sempre, a cominciare dalla grossa novità di vivere in una famiglia composta da tre persone anziché due e dall’inedita presenza di quella terza persona che passava le notti nel letto di sua madre, un uomo di un metro e settantotto col petto villoso che la mattina girava in boxer fuori moda e faceva pipí a scroscio e abbracciava e baciava sua madre ogni volta che lei lo guardava, un nuovo genere di virilità con cui competere, spalle larghe ma non atletico, elegante ma in modo antiquato, distratto, completi e panciotti di tweed pesante, scarpe robuste e capelli piú lunghi della media, un po’ goffo in società, poco incline alla battuta e alle chiacchiere leggere, tè al mattino anziché caffè, grappa, cognac e un sigaro ogni sera, un approccio metodico, impermeabile, teutonico alle cose della vita, con sporadiche cadute nella scontrosità e attacchi di malumore (dono senz’altro dei geni paterni) ma perlopiú gentile, spesso troppo gentile, un patrigno che non mostrava mai nessuna ambizione di sostituirsi al vero padre e si lasciava volentieri chiamare Gil anziché papà. Per i primi sei mesi vissero tutti e tre insieme nell’appartamento di Central Park West, ma poi traslocarono in una casa piú grande su Riverside Drive tra l’Ottantottesima e l’Ottantanovesima, con una quarta camera che divenne lo studio di Gil, cambiamento gradito da Ferguson che adesso abitava piú vicino a scuola e poteva dormire un po’ di piú al mattino, e anche se gli mancava la vista su Central Park dal terzo piano della casa vecchia, adesso aveva la vista sull’Hudson dal settimo piano, che si rivelò piú stimolante grazie alla continua processione di barche e navi che andavano e venivano sul fiume, e oltre il fiume c’era la terra, c’era il New Jersey, e ogni volta che Ferguson lo guardava pensava alla sua vecchia vita e cercava di ricordare com’era da piccolo, ma ormai quel tempo era cosí lontano, quasi scomparso.
Schneiderman era il critico musicale piú importante del «New York Herald Tribune», un posto impegnativo che lo costringeva a uscire quasi tutte le sere per assistere a concerti, recital e opere, e poi le corse a scrivere la recensione e consegnarla al redattore delle pagine culturali la sera stessa, per Ferguson un’impresa quasi impossibile, giusto due ore o due ore e mezza per raccogliere le idee sull’esibizione appena vista e ascoltata e scriverci sopra qualcosa di sensato, ma Schneiderman era abituato a lavorare sotto pressione, la sera finiva quasi sempre i suoi articoli senza mai staccare le mani dalla tastiera, e quando Ferguson gli chiese come faceva a sfornare le parole cosí in fretta, lui rispose cosí al figliastro, Io sono molto pigro, Archie, e se non avessi le scadenze sul collo, non concluderei mai niente, e Ferguson fu colpito dal fatto che il patrigno sapesse prendersi in giro a quel modo, perché vedeva bene che era tutto fuorché pigro.
Schneiderman aveva storie da raccontare, a differenza del padre di Ferguson, che non aveva mai raccontato quasi niente, se non le storie inverosimili di quando cercava l’oro sulle Ande o sparava agli elefanti in Africa, queste invece erano storie vere, e mentre il periodo di adattamento si andava trasformando in qualcosa che somigliava alla vita di tutti i giorni, Ferguson cominciò a sentirsi a proprio agio tanto da chiedere al marito della madre di parlargli del suo passato, perché la mente di Ferguson non era piú soltanto la mente di un bambino, e gli piaceva sentire com’era stato crescere a Berlino, ascoltare uno che aveva trascorso i primi sette anni di vita in quella città remota, che nella fantasia di Ferguson era innanzitutto la capitale dell’Inferno di Hitler, la città piú malvagia sulla faccia della terra, ma non a quei tempi, gli spiegò Schneiderman, non per uno che l’aveva lasciata nel 1921, e anche se la sua vita era cominciata subito dopo l’inizio della prima guerra mondiale, quella che una volta chiamavano la Grande Guerra, lui non se la ricordava mica, non aveva memoria di quel cataclisma, e la prima immagine della sua vita che riusciva a rivedere con chiarezza era di se stesso seduto al tavolo della cucina nell’appartamento di famiglia a Charlottenburg con una fetta di pane davanti, la spalmava di marmellata di ribes guardando il fratellino Daniel sul seggiolone, che all’epoca aveva almeno sei o otto mesi, quindi la guerra stava per finire o era già finita, la scena forse gli era rimasta impressa perché Daniel si era spruzzato una poltiglia di latte rappreso sul bavaglino senza accorgersene, sorridendo in mezzo a tutto quel macello e battendo le mani sul tavolo, e Schneiderman si era stupito che si potesse essere cosí deficienti e buoni a nulla da vomitarsi addosso senza nemmeno rendersene conto. Niente Hitler a quei tempi, ma fu comunque un momento fatidico, perché a Versailles avevano già piantato il seme della catastrofe, gli scontri armati a Berlino quando la rivolta spartachista montò per un attimo e venne soffocata, seguiti dall’arresto di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, di cui rinvennero i corpi assassinati nel Landwehrkanal, e poi lo scoppio della guerra civile russa, i Rossi contro i Bianchi, i bolscevichi contro il mondo, e siccome la Russia era vicinissima alla Germania, l’improvvisa ondata di profughi ed emigrati che si riversò a Berlino, la Berlino instabile, traballante, cuore della sfilacciata repubblica di Weimar dove una pagnotta sarebbe arrivata a costare venti milioni di marchi. Era essenziale che Schneiderman tenesse quella rudimentale lezione di storia, cosí Ferguson avrebbe capito perché la famiglia era partita per l’America, perché il padre di Schneiderman aveva concluso che in Germania non c’erano prospettive e se n’erano andati in fretta e furia, scoprendo poi che avevano fatto appena in tempo, visto che l’America fermò l’immigrazione nel 1924 e da allora in poi chiuse i cancelli, ma in quel momento era il 1921, tarda estate, Schneiderman stava per compiere sette anni e suo fratello tre anni e un mese, e cosí s’imbarcarono con i genitori e un baule pieno di libri tedeschi, partendo da Amburgo su una nave, il piroscafo Passage to India, in rotta verso il territorio montuoso di Washington Heights, o cosí aveva creduto Schneiderman, ma allora il suo inglese era pessimo, quasi inesistente in realtà, e un bambino di sette anni non sapeva niente di niente se non quello che gli avevano raccontato i genitori. La lingua fu l’ostacolo piú grosso, disse il suo patrigno, la difficoltà di parlare inglese senza accento tedesco, da cui capivano subito che era straniero, questo scatenava gli sfottò e spesso le percosse da parte dei compagni di scuola, perché lui non era solo uno straniero ma un tedesco, la forma d’umanità piú vile e disprezzata negli anni del dopoguerra, un crucco buono a nulla o un barbaro o un mangiacrauti o kartoffeln, c’era l’imbarazzo della scelta, e anche quando la sua comprensione dell’inglese arrivò a un livello di notevole dimestichezza, anche quando il suo vocabolario si ampliò e giunse a padroneggiare le sfumature della sintassi e della grammatica, continuarono a riprenderlo per il suo accento osceno. Antiamo a fare merenta, yah Archie?, disse Schneiderman a mo’ d’esempio, e dato che Schneiderman non cercava quasi mai di fare lo spiritoso, Ferguson apprezzò quel piccolo tentativo di umorismo, che in effetti era piuttosto divertente, e rise, e un attimo dopo già ridevano insieme.
Il buffo è, disse Schneiderman, che sapere il tedesco mi ha salvato la vita.
Ferguson gli chiese di spiegare, e il suo patrigno iniziò a parlare della guerra, disse che si era arruolato nell’esercito subito dopo Pearl Harbor perché voleva tornare in Europa a uccidere i nazisti, ma siccome era un po’ piú vecchio degli altri ragazzi, e siccome era andato all’università e sapeva bene il tedesco e il francese, lo avevano tenuto lontano dalla zona di guerra e inserito in un reparto dei servizi segreti. Ergo, niente missioni in prima linea. E quindi, niente morte prematura per colpa di un proiettile o di una bomba. Ovviamente Ferguson aveva una gran voglia di sapere cosa facesse nei servizi segreti, ma come molti di quelli che erano tornati dalla guerra, Schneiderman non volle parlarne. Disse soltanto, Interrogavo i prigionieri tedeschi, esaminavo gli ufficiali nazisti, sfruttavo il mio tedesco. Quando Ferguson gli chiese di essere piú preciso, Schneiderman sorrise, diede al figliastro una pacca sulla spalla e disse, Un’altra volta, Archie.
L’unico inconveniente del nuovo regime era che Schneiderman non seguiva nessuno sport; né il baseball né il football, né il basket né il tennis, né il golf né il bowling e nemmeno il badminton. Non soltanto non ne praticava nessuno ma non degnava mai di uno sguardo le pagine sportive, ragion per cui non seguiva gli alti e bassi delle squadre professionistiche locali, per non parlare delle squadre universitarie e liceali, e ignorava le imprese di ogni velocista, lanciatore del peso, saltatore in alto, saltatore in lungo, fondista, golfista, sciatore, giocatore di bowling e tennista del mondo. Ferguson non si era opposto all’idea che sua madre si risposasse anche perché credeva che il secondo marito sarebbe stato uno sportivo, visto che a lei piacevano tanto il nuoto e il tennis e il ping-pong e perfino il bowling, e lui non vedeva l’ora che in casa ci fosse un adulto con cui condividere un’attività sportiva, lanciare una palla da baseball o da football o tirare a canestro o giocare a tennis (andava bene qualunque cosa), e se l’ipotetico patrigno non fosse stato un tipo atletico, c’erano ottime probabilità che fosse appassionato di almeno uno sport, perché quasi tutti gli uomini lo erano, come suo nonno, per esempio, che amava il baseball, e quando non parlavano di Laurel e Hardy chiedendosi se i corti non fossero meglio dei lungometraggi o viceversa, non facevano che analizzare i meriti di Mantle, Snider e Mays, sviscerare il talento di Alvin Dark nel battere la palla a centrodestra durante un hit and run, discutere su chi avesse il braccio piú forte, Furillo o Clemente, o se era vera la storia che Yogi Berra teneva una lametta da barba nel parastinchi destro per fare un taglietto sulla palla prima di rilanciarla a Whitey Ford. Dai sei ai dieci anni Ferguson era andato ogni anno a vedere almeno tre partite con il nonno, il loro giro annuale dei campi da baseball di New York, il Polo Grounds a Manhattan, lo Yankee Stadium nel Bronx e l’Ebbets Field a Brooklyn, dove assistettero insieme alla loro unica partita delle World Series nel 1955, ma tre era il minimo, e quando il padre di Ferguson morí e i Dodgers e i Giants lasciarono la città, di solito il totale per stagione era di sei o sette volte allo Yankee Stadium, the house that Ruth built1, e come se le gustava Ferguson, quelle gite nei pomeriggi afosi e assolati di luglio e agosto, gli occhi puntati sul campo col manto erboso perfetto e il terreno bruno levigato, un giardino all’italiana incastonato nella grande città di pietra, piaceri pastorali tra le urla rauche e i fischi della folla, il buu! di trentamila voci che protestano all’unisono, che boato era quello, e intanto il nonno annotava pazientemente il punteggio col suo mozzicone di matita, prevedendo se il battitore avrebbe raggiunto la base oppure no, sulla scorta di quella che chiamava la legge delle medie, vale a dire che un battitore in crisi avrebbe finalmente battuto palla perché era destinato, e anche se non ci azzeccava, il nonno non perdeva mai la fede in quella legge, la legge imperfetta delle ipotesi balzane. Tutte quelle partite col suo bizzarro, incomprensibile papa, che nei giorni piú caldi si proteggeva dal sole stendendosi un fazzoletto bianco sulla pelata perché faceva troppo caldo per il cappello, e adesso che non c’era piú, Ferguson si rese conto che nessuno avrebbe mai potuto prendere il suo posto, meno che mai Schneiderman, probabilmente l’unico di tutti e cinque i distretti di New York a non avere il cuore infranto quando i Dodgers e i Giants si erano trasferiti in California dopo la stagione del 1957.
Dunque fu un inconveniente, forse anche una delusione, essere capitato con un uomo che non si compenetrava con i drammi e le delizie dell’agonismo fisico, ma a onor del vero, l’inconveniente era reciproco, perché l’incapacità di Ferguson di suonare uno strumento doveva essere stata una delusione per il patrigno, che suonava bene sia il pianoforte sia il violino, forse non a livelli eccelsi, ma all’orecchio inesperto di Ferguson le sue interpretazioni di Bach, Mozart, Beethoven e Schubert erano assoluti prodigi di bellezza e precisione, belle quanto quelle che si potevano ascoltare sulle centinaia di lp che Schneiderman si era portato in Central Park West. Ferguson ci aveva anche provato, ma i suoi sforzi per padroneggiare i rudimenti della tastiera erano naufragati, almeno secondo la sua insegnante, quella vecchia istrice di Miss Muggeridge, che probabilmente lavorava come strega part-time quando non fiaccava lo spirito dei giovanissimi costretti a studiare pianoforte. Dopo nove mesi di lezioni quando Ferguson era in prima elementare, sua madre si sentí dire che era un impedito, cosa da cui dedusse che lo aveva fatto iniziare troppo presto (va bene, Mozart a sei, sette anni componeva sinfonie: lui non contava!), e quando consigliò al suo pianista fallito di prendersi un anno di vacanza prima di ricominciare da zero con un altro insegnante, Ferguson si sentí rinascere al pensiero che non avrebbe mai piú rivisto Miss Muggeridge. L’anno di vacanza fu ovviamente l’anno dell’incendio di Newark, e una volta trasferiti a New York e superato lo strano interregno, con lui alla Hilliard e lei in confusione, il pianoforte passò in cavalleria.
E cosí Schneiderman aveva deluso Ferguson, e Ferguson aveva deluso Schneiderman, ma dal momento che non ne parlarono mai fra loro, ognuno restò all’oscuro della delusione dell’altro. Alla fine, quando in prima liceo Ferguson divenne ala titolare della sua squadra di pallacanestro, Schneiderman cominciò a mostrare qualche interesse per lo sport, arrivando se non altro ad assistere a diverse partite con la madre di Ferguson, facendo il tifo per il figliastro dalla tribuna, invece Ferguson non imparò mai a suonare uno strumento. Tuttavia, si può tranquillamente affermare che Ferguson beneficiò della passione del patrigno per la musica piú di quanto Schneiderman beneficiò del talento del figliastro nel mandare le palle a canestro e tagliare fuori gli avversari sui rimbalzi. A dodici anni e mezzo, Ferguson non sapeva niente di nessun genere musicale a parte il rock and roll, adorato da lui e tutti i suoi amici. Aveva la testa piena delle parole e delle melodie di Chuck Berry, Buddy Holly, Del Shannon, Fats Domino e decine di altri cantanti pop, ma in fatto di musica classica era vergine, per non parlare di jazz, blues e del nascente folk revival, generi che ignorava di sana pianta, salvo qualche ballata umoristica del Kingston Trio, che stava vivendo il suo momento di gloria. Conoscere Schneiderman cambiò tutto. Per un ragazzino che aveva assistito solo a due concerti in vita sua (il Messiah di Händel alla Carnegie Hall con zia Mildred e zio Paul, e una matinée di Pierino e il lupo, insieme ai compagni delle elementari durante il primo mese alla Hilliard), uno che non possedeva neanche un disco di musica classica, con una madre che non possedeva dischi di alcun genere e ascoltava solo vecchi standard e musica delle big band alla radio, per un ragazzino cosí, senza il minimo barlume di conoscenza su quartetti per archi o sinfonie o cantate, ascoltare il patrigno suonare il piano o il violino fu già una rivelazione, come fu un’ulteriore rivelazione ascoltare la collezione di dischi del patrigno e scoprire che la musica poteva davvero riconfigurare gli atomi nel cervello di una persona, e oltre a quello che succedeva nelle case di Central Park West e Riverside Drive c’erano le escursioni con sua madre e Schneiderman alla Carnegie Hall e alla Town Hall e alla Metropolitan Opera House che cominciarono qualche settimana dopo l’inizio della loro convivenza. Schneiderman non era in missione pedagogica, non aveva programmato di impartire a madre e figlio un’educazione musicale vera e propria, voleva semplicemente esporli a opere che avrebbero smosso la loro sensibilità, ragion per cui non partí da Mahler o Schönberg o Webern ma da opere reboanti e gioiose come l’Ouverture 1812 (Ferguson restò a bocca aperta la prima volta che sentí il cannone) o pezzi istrionici come la Sinfonia fantastica o la vibrante musica a programma di Quadri da un’esposizione, ma un po’ per volta li conquistò, e di lí a poco cominciarono ad accompagnarlo alle opere di Mozart e ai concerti per violoncello di Bach, e per il dodicenne e tredicenne Ferguson, che continuava ad adorare il rock and roll che aveva sempre adorato, quelle sere nelle sale da concerto furono addirittura una rivelazione sui meccanismi del proprio cuore, perché capí che la musica era il cuore, l’espressione piú piena del cuore umano, e ora che aveva udito ciò che aveva udito, cominciava a udire meglio, e meglio udiva, piú profondamente sentiva – a volte cosí profondamente che il suo corpo tremava.
Gli Adler erano sempre meno. Uno dopo l’altro morivano presto e scomparivano dal mondo, e con l’allontanamento di zia Mildred in California e l’espulsione dell’ex zio Paul dalla famiglia, sommato al trasferimento della cugina Betty e del marito Seymour (con i due cugini di secondo grado di Ferguson, Eric e Judy) nella Florida del Sud e al fatto che Charlotte, la sorella di Betty, ancora non rivolgeva la parola alla cugina Rose a causa della Guerra delle Foto di Nozze del 1955 e 1956, Ferguson e sua madre erano gli unici Adler rimasti a New York, gli unici ancora al mondo a non essere scappati e non aver spezzato i legami con il clan. Nonostante queste perdite, comunque, le loro vite incamerarono sangue nuovo attraverso gli Schneiderman, un insieme di sorellastre, di cugini, zii e nonno acquisiti, che per sua madre si tradusse in due figliastre, un nipote e una nipote acquisiti, una cognata, un cognato e un suocero, gli Schneiderman che ora costituivano il grosso della famiglia cui appartenevano perché un impiegato comunale aveva firmato e timbrato un certificato di matrimonio che dichiarava Gil e sua madre marito e moglie legalmente sposati. Era uno strano cambiamento, come aveva detto il nonno di Ferguson in una delle loro ultime conversazioni, ed era davvero strano ritrovarsi due sorelle a causa di un matrimonio, due donne sconosciute che di colpo erano diventate le sue parenti piú strette perché un uomo anch’egli sconosciuto aveva messo la firma su un pezzo di carta. Tutto questo sarebbe stato ininfluente se Ferguson avesse provato simpatia per Margaret ed Ella Schneiderman, ma dopo diversi incontri con le nuove sorellastre, aveva concluso che quelle ciccione, brutte e spocchiose non meritavano nessuna simpatia, perché fu subito chiaro che erano gelose di sua madre che aveva sposato il loro padre ed erano disgustate dal padre che aveva tradito la memoria della loro madre, divenuta una specie di santa dopo la sua morte terribile in quello scontro sulla Taconic State Parkway. Be’, anche il padre di Ferguson aveva fatto una morte terribile, quindi in teoria erano tutti sulla stessa barca, ma le sorelle Schneiderman non calcolavano il nuovo fratellastro, sí e no si degnavano di rivolgere la parola a quel dodicenne insignificante, le grandi studentesse dell’Università di Boston non sapevano che farsene del figlio di quella cafona che gli aveva rubato il padre, e anche se il loro comportamento al matrimonio lo aveva lasciato perplesso – erano rimaste in disparte a parlare soltanto fra loro, di solito sottovoce, di solito spalle agli sposi – capí, neanche due settimane dopo, quando furono invitate a cena nella casa di New York, quanto erano antipatiche e meschine, soprattutto Margaret, la piú grande, sebbene Ella, la piú piccola e la meno odiosa, seguisse sempre l’esempio della sorella, cosa forse ancora piú grave, e cosí si ritrovarono tutti e cinque a quella cena memorabile, che era costata ore e ore di lavoro a sua madre, perché voleva mostrarsi solidale con Gil dandosi da fare per le figlie, quelle ragazze perfide e altezzose che fingevano di non sentirla quando chiedeva come si trovavano a Boston e cosa volevano fare dopo l’università, che la interrogavano con sarcasmo sulla sua cultura musicale, che ovviamente era pari a zero, come per dimostrare al padre che aveva sposato un’imbecille troglodita, e alla fine, quando Margaret domandò alla neomatrigna se le opere di Bach per tastiera preferiva ascoltarle al clavicembalo, eseguite da Wanda Landowska, per esempio, o al pianoforte da un Glenn Gould (disse proprio al pianoforte, non al piano), Gil esplose e le ordinò di stare zitta. Un palmo aperto sbatté sul tavolo facendo tremare le stoviglie e rovesciando un bicchiere, e poi silenzio, silenzio non solo di Margaret ma di tutti i presenti.
Piantala con le frecciate e i commenti subdoli, disse Schneiderman alla figlia. Non sapevo che fossi cosí maligna, Margaret, cosí crudele e meschina. Vergognati. Vergognati. Vergognati. Rose è una grande, magnifica artista, e se nella vita riuscirai a realizzare un decimo di quello che ha fatto lei, andrai oltre le mie piú rosee aspettative. Ma anche per realizzare la cosa piú piccola del mondo ci vuole un’anima, mia cara, e da come ti stai comportando stasera, comincio a chiedermi se ce l’hai.
Per la prima volta Ferguson fu testimone della collera del patrigno, una collera tonante, apoplettica, un’ira dalla forza cosí enorme e distruttiva da fargli solo augurare che non si rivolgesse mai contro di lui, però che soddisfazione vederla rivolta contro Margaret quella sera, lei sí che se la meritava quella brutale strigliata paterna, e quanto gli fece piacere apprendere che Schneiderman avrebbe difeso la sua nuova moglie anche dagli attacchi di sua figlia, una grande, magnifica artista, un buon auspicio per il futuro del matrimonio, pensò Ferguson, e quando Margaret fatalmente scoppiò a piangere ed Ella, in lacrime, protestò dicendogli che non aveva il diritto di parlare cosí a sua sorella, Ferguson udí sua madre pronunciare una frase, pronunciare per la prima volta una frase che avrebbe continuato a usare nei mesi e negli anni a venire ogni volta che Schneiderman perdeva la pazienza, Vacci piano, Gil, che in qualche modo era sia un avvertimento sia una carezza, e subito dopo aver detto quelle parole che Ferguson le aveva sentito pronunciare per la prima volta, sua madre si alzò dal suo posto e andò dal marito, un uomo con cui era sposata da sedici giorni, si fermò dietro di lui che restò seduto a capotavola, gli posò le mani sulle spalle e si chinò a dargli un bacio sulla nuca. Ferguson fu colpito dal coraggio e l’autocontrollo di sua madre, gli fece venire in mente una persona che entra nella gabbia di un leone, ma a quanto pareva lei sapeva quello che faceva, perché invece di respingerla, Schneiderman sollevò la mano destra e le prese la sua, se la portò alla bocca e la baciò. Non si erano neanche guardati, ma la furia si era placata, o quasi, perché bisognava ancora risolvere la questione delle scuse, che Schneiderman con voce severa strappò a una riottosa e piangente Margaret, la quale riuscí a malapena ad alzare gli occhi sulla matrigna, ma ubbidí, le disse Scusa, e visto che la scenata era avvenuta durante il dessert (fragole con panna!) la cena in sostanza era finita, e questo consentí alle sorelle di salvare la faccia uscendo prontamente di scena col pretesto che alle nove avevano appuntamento con dei vecchi compagni del liceo, ma Ferguson sapeva che non era vero, dal momento che le ragazze avrebbero dovuto dormire nell’appartamento, in camera sua, mentre lui si sarebbe accampato sul divano del salotto, un divano letto speciale che la madre aveva comprato proprio a quello scopo, ma non andò cosí, né quella notte né altre notti, perché tutte le altre volte che tornarono a New York, le sorelle soggiornarono dallo zio materno e da sua moglie a Riverdale, e se Schneiderman voleva vederle, doveva andare a casa da loro o incontrarle in un luogo pubblico, ma non tornarono mai piú nell’appartamento di Central Park West, e passarono anni prima che mettessero piede in quello nuovo che affacciava sul fiume.
Ferguson se ne infischiava. Non voleva avere niente a che fare con nessuna delle due, proprio come non voleva avere niente a che fare con il padre di Schneiderman, che purtroppo veniva a cena piú o meno una volta al mese, dicendo scempiaggini di ogni genere sulla politica americana, la Guerra Fredda, i netturbini di New York, la fisica quantistica e anche su Ferguson, Attenta a tuo figlio, liebchen… ha il sesso in testa e non lo sa ancora, ma Ferguson faceva il possibile per evitarlo, divorando il secondo a tempo di record per poi dire che era troppo pieno per il dolce, e a quel punto si rifugiava in camera a studiare per il test di storia dell’indomani, che in realtà si era già svolto nel pomeriggio. Il nuovo non-nonno era forse un po’ meno orribile di Margaret ed Ella, ma non tanto, non abbastanza da fargli venire voglia di stare a sentire i suoi sproloqui allucinanti sui campi di concentramento segreti di J. Edgar Hoover in Arizona o sull’alleanza fra la John Birch Society e il Partito comunista per avvelenare la rete idrica di New York, che sarebbe anche stato divertente nella sua stranezza se il vecchio non avesse urlato cosí tanto, ma venti o trenta minuti in sua compagnia erano il massimo che Ferguson riuscisse a digerire. Per cui i nuovi parenti che non poteva soffrire erano tre, tre Schneiderman di cui avrebbe volentieri fatto a meno, se non che c’erano gli altri Schneiderman, quelli che abitavano a poco piú di un chilometro di distanza sulla Settantacinquesima Ovest, e anche se faticava ad affezionarsi alla zia Liz, che gli sembrava un po’ acida, un po’ nervosa, troppo in ansia per le minuzie quotidiane per capire che la vita poteva lasciarti prima che avessi cominciato a vivere, legò subito con Daniel, il fratello di Schneiderman, e con i due rampolli Schneiderman, i suoi nuovi cugini Jim ed Amy, che lo accolsero bene fin dal principio e pensavano che lo zio Gil avesse avuto un gran culo (parole di Jim) a sposare una donna come la madre di Ferguson, che (parole di Amy) era praticamente perfetta.
Daniel era un disegnatore pubblicitario, alle volte anche illustratore di libri per bambini, un lavoratore autonomo tuttofare che passava otto o dieci ore al giorno in una stanzetta sul retro dell’appartamento di famiglia adattato a studio, un micro-atelier strettissimo e male illuminato dove sfornava disegni e dipinti per biglietti di auguri, pubblicità, calendari, opuscoli aziendali e acquerelli dell’Orso Tommy per le sue collaborazioni con lo scrittore Phil Costanza, guadagnando abbastanza per fornire vitto, alloggio e indumenti a una famiglia di quattro persone ma neanche un centesimo in piú per lussi quali una lunga vacanza estiva o la scuola privata per i figli. I suoi lavori erano pregevoli e professionali, recavano l’impronta di una mano abile e di una fantasia estrosa, e anche se non c’era niente di troppo originale, quello che faceva non era mai meno che incantevole, aggettivo spesso usato per descrivere lo stesso Daniel Schneiderman, che si rivelò una delle persone piú modeste e gioviali che Ferguson avesse mai conosciuto, uno che rideva volentieri e di conseguenza rideva molto, una creatura completamente diversa dal fratello maggiore, il piccolo che non aveva mai dovuto combattere con l’accento tedesco, quello bello, quello meno serio, quello che amava lo sport, come il cugino Jim, il lungo e magro Jim, che giocava a pallacanestro, che aveva appena iniziato il terzo anno alla Bronx High School of Science quando Gil e la madre di Ferguson si erano sposati, e appena il contingente maschile degli altri Schneiderman seppe che il nuovo nipote/cugino era forte quanto loro a pallacanestro, il duo divenne un trio, e ogni volta che Dan e Jim andavano a vedere una partita al Garden, era invitato anche Ferguson. Era il vecchio Garden, il Madison Square Garden ora demolito che una volta sorgeva sull’Ottava Avenue tra la Quarantanovesima e la Cinquantesima, e cosí Ferguson fu portato a vedere le sue prime partite di pallacanestro dal vivo durante la stagione 1959-60, le triplici dei college il sabato pomeriggio, le esibizioni degli Harlem Globetrotters e gli scadenti, mediocri Knicks di Richie Guerin, Willie Naulls e Jumping Johnny Green, ma all’epoca c’erano soltanto otto squadre nell’Nba, ragion per cui i Boston Celtics giocavano al Garden almeno sei volte a stagione, e quelle erano le partite che il trio considerava imprescindibili, dato che nessuno giocava meglio della squadra di Cousy, Heinsohn, Russell e i Jones, erano un unico cervello di cinque parti in continuo movimento, un’unica coscienza, giocatori di un altruismo assoluto che pensavano solo alla squadra e mai a se stessi, il basket giocato a mestiere, come continuava a ripetere zio Dan quando li guardava, e sí, era incredibile osservare quanto fossero piú bravi dei Knicks, che al confronto parevano mosci e imbranati, ma per quanto Ferguson ammirasse la squadra nel complesso, c’era un solo giocatore che riusciva a calamitare tutta l’attenzione, lo scattante, segaligno Bill Russell, che sembrava sempre al centro di ciò che facevano i Celtics, quello che nella testa oltre al proprio cervello sembrava avere anche il cervello degli altri quattro, o forse il suo cervello si era sparso nella testa dei compagni, perché Russell si muoveva in modo strano e non sembrava un atleta, era un giocatore limitato che quasi mai tirava a canestro o segnava punti, che addirittura non palleggiava quasi mai, eppure eccolo lí a strappare l’ennesimo rimbalzo decisivo, effettuare l’ennesimo impossibile passaggio con rimbalzo, stoppare l’ennesimo tiro, e grazie a lui i Celtics continuavano a vincere una partita dopo l’altra una stagione dopo l’altra, ogni anno campioni o in lizza per la vittoria in campionato, e quando Ferguson chiese a Jim perché Russell era tanto grande quando per molti versi non era nemmeno bravo, Jim ci pensò un momento, scosse la testa e rispose, Non lo so, Archie. Forse è solo piú intelligente di tutti, o forse vede piú degli altri e sa sempre cosa sta per succedere.
Quello spilungone di Jim fu la risposta alle antiche preghiere di Ferguson, al desiderio di avere un fratello maggiore, o almeno un cugino-amico maggiore da ammirare e da cui trarre forza, e Ferguson gioiva del loro legame, del modo in cui il sedicenne Jim accettava senza remore il cugino piú piccolo come un compagno, senza capire che Jim, con una sorella e due cugine, desiderava un fratello almeno quanto lui. In quei due anni, prima di prendere il diploma e andare al Mit, Jim si rivelò una figura fondamentale per Ferguson, che era spesso confuso e ribelle, che alla Riverside Academy se la cavava bene ma aveva sempre un problema di atteggiamento (rispondeva agli insegnanti, prendeva subito fuoco se provocato da teppisti come Billy Nathanson), e c’era Jim, tutto curiosità e buonumore, un ragazzo dal gran cuore patito di matematica e scienze che amava parlare di numeri irrazionali, buchi neri, intelligenza artificiale e dilemmi pitagorici, che non covava rabbia, mai una parola scortese o un gesto aggressivo contro qualcuno, e il suo esempio contribuí certamente a smorzare i comportamenti eccessivi di Ferguson, e c’era sempre Jim a svelargli i segreti dell’anatomia femminile e che cosa fare per il problema sempre piú persistente del sesso in testa (docce fredde, cubetti di ghiaccio sul pisello, cinque chilometri di corsa sulla pista), e soprattutto c’era Jim sul campo di pallacanestro con lui, il ragazzo del terzo anno alto un metro e ottanta che il sabato mattina lo incontrava a metà strada fra le loro case e andava a piedi con lui fino a Riverside Park, dove avrebbero trovato un campo libero e si sarebbero allenati insieme per tre ore, alle sette in punto ogni sabato, posto che gli dèi del meteo fossero dalla loro, la pioggerella era accettabile ma l’acquazzone no, una spruzzata di neve ma non il nevischio o la neve abbondante, e niente da fare se la temperatura scendeva sotto i meno tre (dita congelate) o saliva sopra i trentacinque (colpo di calore), ragion per cui uscirono quasi tutti i sabati finché Jim non fece i bagagli e partí per il college. Niente piú passeggiate trotterellando al fianco della madre o uscite fotografiche nel fine settimana per il giovane Mr Ferguson, quei giorni erano finiti per sempre, e da allora in poi fu la pallacanestro, che aveva scoperto a dodici anni quando la palla non era piú troppo grossa e pesante da controllare, che a dodici anni e mezzo era già la nuova passione della sua vita, la cosa piú bella dopo il cinema e baciare le ragazze, e che fortuna che Jim fosse entrato in scena proprio allora e che fosse disposto a sacrificare tre ore alla settimana per istruirlo nel gioco, che svolta miracolosa era stata, la persona giusta al momento giusto – quante volte capitava? –, e siccome Jim era un giocatore bravo e coscienzioso, bravo a sufficienza per entrare nella squadra del liceo se avesse deciso di provarci, era anche bravo a insegnare l’abicí, e aiutò Ferguson a eseguire, uno alla volta, tutti gli esercizi fondamentali per effettuare un buon tiro in corsa, muovere bene i piedi in difesa, realizzare un tagliafuori per catturare il rimbalzo, eseguire un passaggio con rimbalzo, fare i tiri liberi, segnare usando il tabellone, lasciar andare la palla nel momento di massima elevazione per il tiro in sospensione, un mucchio di cose da imparare, palleggiare con la mano sinistra, impostare un blocco, tenere le braccia alte in difesa, e poi le partite a O-U-T e a H-O-R-S-E2 alla fine di ogni allenamento, che al secondo anno divennero partite uno contro uno, con Ferguson che si allungava fino a uno e sessantadue, uno e sessantasette e uno e settanta, continuando a perdere con Jim, piú alto e piú esperto, ma cominciando a difendersi bene una volta compiuti i quattordici anni, piazzando a volte cinque o sei tiri in sospensione di fila nei cerchi senza retina di Riverside Park, identici a tutti i cerchi denudati che si trovavano in tutti i giardini pubblici della città, e siccome giocavano secondo la regola di New York, chi segna riprende palla, ogni volta che Ferguson infilava una serie di colpi vincenti arrivava pericolosamente vicino a non perdere. Come disse Jim dopo una delle ultime partite giocate insieme: Datti tempo un anno, Archie, cresci altri cinque o sei centimetri, e mi farai un mazzo cosí in campo. Pronunciò quelle parole con l’orgogliosa soddisfazione di un maestro che aveva insegnato bene all’allievo. Poi fu Boston e addio, e nel cuore di Ferguson si scavò un altro vuoto.
A un anno e mezzo dal matrimonio di sua madre con Gil, Ferguson aveva raccolto sugli Schneiderman informazioni sufficienti per giungere ad alcune conclusioni definitive sulla sua nuova famiglia. Nella colonna di sinistra del suo bilancio mentale aveva collocato i nomi di tre fregature e una mezza fregatura: le racchie innominabili (2), il patriarca demente (1) e la benintenzionata ma volubile e nevrotica zia Liz (½). Nella colonna di destra c’erano i nomi degli altri quattro: l’ammirevole Gil, l’amabile Dan, l’entusiasta Jim e la sempre piú attraente Amy. In totale, gli elementi negativi erano tre e mezzo contro quattro positivi, la prova matematica che aveva piú motivi di gratitudine che di lamentela, ed essendo gli Adler praticamente scomparsi dal mondo dei vivi e i Ferguson ormai del tutto assenti (zio Lew in prigione, zia Millie da qualche parte in Florida, zio Arnold e zia Joan a Los Angeles, la cugina Francie a Santa Barbara – sposata, madre di due bambini – e gli altri cugini sparsi per il paese e ormai persi di vista), alla fine non gli restavano che i quattro Schneiderman buoni, e visto che uno di questi Schneiderman era sposato con sua madre e gli altri tre abitavano a pochi minuti da lui sempre su Riverside Drive, Ferguson si affezionò a loro sempre di piú, perché i dati positivi del suo bilancio familiare erano di gran lunga piú positivi di quanto fossero negativi i negativi, e anche se per certi versi la sua vita si era ridimensionata, per altri si era molto arricchita.
Amy fu il premio degli Schneiderman, il regalo di Natale nascosto sotto un mucchio di carta appallottolata che non lo trovi finché la festa non è finita e gli ospiti sono andati tutti a casa. Colpa di Ferguson che non l’aveva calcolata granché, ma all’inizio aveva dovuto abituarsi a tante di quelle cose, e non sapeva cosa pensare di quella creatura goffa e sorridente che si agitava e si sbracciava quando parlava e sembrava incapace di stare ferma, una ragazzina tanto stramba con quell’apparecchio ai denti e quella matassa di capelli biondo scuro, ma poi l’apparecchio era sparito, i capelli erano stati tagliati a caschetto, e quando Ferguson compí tredici anni si accorse che dentro il reggipetto sportivo fino ad allora inutile di Amy stava crescendo il seno e che la cugina già tredicenne non somigliava piú alla ragazzina che era stata a dodici anni. Una settimana dopo il trasloco da Central Park West a Riverside Drive, Amy gli telefonò dopo la scuola annunciando tutta spavalda che sarebbe passata a trovarlo. Quando le chiese perché voleva vederlo, lei rispose: Perché ci conosciamo da sei mesi, e in tutto questo tempo mi avrai detto al massimo tre parole. Adesso in teoria siamo cugini, Archie, e voglio scoprire se vale la pena di diventare amici.
Quel pomeriggio non c’erano né sua madre né il suo patrigno, e dato che nella credenza non c’era niente per merenda tranne una scatola mezza vuota di biscotti ai fichi Newtons, Ferguson si sentí smarrito, indeciso su come gestire quella brusca intrusione. Amy rimise giú il telefono e tempo diciotto minuti stava già suonando il citofono di Ferguson, che intanto esaminò e scartò almeno sei idee su come intrattenerla (guardare la tv? sfogliare gli album delle foto di famiglia? mostrarle la serie completa in trentasette volumi del teatro e della poesia di Shakespeare che gli aveva regalato Gil per il compleanno?), e poi decise di prendere dal ripostiglio il proiettore e lo schermo portatile e di montarli per vedere uno dei suoi film di Laurel e Hardy, ma si rese conto che magari era uno sbaglio tremendo, visto che alle ragazze non piacevano Laurel e Hardy, perlomeno non alle ragazze che aveva conosciuto lui, a cominciare dalla bella Isabel Kraft due o tre anni prima, che aveva fatto una smorfia quando le aveva chiesto cosa ne pensava, sentimento che di recente aveva trovato eco nella sua preferita del momento, Rachel Minetta, che li aveva definiti puerili e idioti, fatto sta che in quel freddo pomeriggio di marzo del 1960 arrivò Amy, in maglione bianco, gonna grigia a pieghe, scarpe basse bicolori e calzini bianchi di cotone – gli onnipresenti calzini corti del momento –, e quando Ferguson annunciò l’intenzione di farle vedere La sbornia, un cortometraggio del 1930, lei sorrise e disse: Benissimo. Adoro Laurel e Hardy. Dopo i fratelli Marx, sono i migliori in assoluto. Altro che i tre marmittoni, altro che Gianni e Pinotto… Stanlio e Ollio sono il cacio sui maccheroni.
No, Amy non era come le altre ragazze, e guardandola ridere del film, sentendola ridere del film per quattordici minuti buoni dei ventisei che durava, Ferguson concluse che sarebbe assolutamente valsa la pena di provare a fare amicizia, perché notò che Amy non aveva la risata stridula e inconsulta da bambina, ma emetteva una serie di sghignazzi sonori dal profondo – guaiti allegri, certo, ma al contempo pensierosi, come se capisse perché stava ridendo, e questo rendeva la sua risata intelligente, una risata che rideva di se stessa proprio mentre rideva di ciò di cui stava ridendo. Peccato che andasse alla scuola pubblica e non alla Riverside Academy, quindi la possibilità di una frequentazione quotidiana era esclusa, ma nonostante gli impegni con i rispettivi amici, e nonostante le varie attività extrascolastiche (lezioni di pianoforte e di danza per Amy, lo sport per Ferguson), riuscirono a incontrarsi piú o meno ogni dieci giorni dopo l’improvvisata di lei a marzo, vale a dire tre o quattro volte al mese, senza contare le volte che si vedevano per le gite di famiglia, le cene festive, le serate alla Carnegie Hall con Gil e le occasioni speciali (il diploma di Jim, la festa per l’ottantesimo compleanno della vecchia cornacchia), ma in genere si vedevano da soli, passeggiavano a Riverside Park quando era bel tempo, se ne stavano a casa di uno dei due quando era brutto, ogni tanto andavano al cinema insieme o facevano i compiti insieme allo stesso tavolo o passavano il tempo a casa di uno dei due il venerdí sera guardando il nuovo programma per cui andavano matti (Ai confini della realtà), ma piú che altro quando erano insieme parlavano, o meglio lei parlava e lui ascoltava, perché Ferguson non conosceva nessuno che avesse cosí tante cose da dire sul mondo quanto Amy Schneiderman, sembrava che avesse un’opinione su qualsiasi argomento e ne sapesse molto piú di lui quasi su tutto. La brillante, turbolenta Amy, che prendeva in giro il padre e scherzava con il fratello e rintuzzava la madre perennemente agitata con battutacce caustiche e saccenti riuscendo chissà come a cavarsela senza essere sgridata né punita, molto probabilmente perché diceva sempre quello che pensava e aveva educato la famiglia a rispettarla per questo, e nemmeno Ferguson, che in poco tempo era diventato il suo nuovo amico del cuore, era al riparo dai suoi insulti e dalle sue critiche. Per quanto gli professasse a gran voce simpatia e ammirazione, spesso lo trovava pigro mentalmente, e restava sempre sconvolta dal suo disinteresse per la politica, dalla sua indifferenza verso la campagna presidenziale di Kennedy e il movimento per i diritti civili, ma Ferguson diceva che non aveva tempo da perdere, sperava che Kennedy vincesse, ma anche se fosse diventato presidente le cose non sarebbero cambiate in meglio, al limite non sarebbero cambiate troppo in peggio, quanto ai diritti civili, ovvio che era a favore, com’era possibile essere contro la giustizia e l’uguaglianza, ma insomma, lui aveva solo tredici anni, era solo un semplice granello di polvere, e come diavolo lo cambiava il mondo, un granello di polvere?
Niente scuse, disse Amy. Non avrai sempre tredici anni – e allora come finirai? Non puoi passare la vita pensando solo a te stesso, Archie. Devi dare spazio a qualcosa, se no diventerai una di quelle persone vuote che odi tanto… sai, uno di quei morti viventi di Zombieville, Usa.
Vinceremo noi, disse Ferguson.
No, simpatico granellino mio. Vincerai tu.
Ferguson scoprí che era strano essere cosí legato a una ragazza, soprattutto se non avevi voglia di baciarla, era una forma di amicizia inedita per lui, non meno intensa di qualunque sua amicizia maschile, eppure, essendo Amy una ragazza, le loro interazioni avevano una tonalità diversa, una vibrazione maschio-femmina appena sotto la superficie, che però non somigliava alla vibrazione che sentiva con Rachel Minetta, o Alice Abrams, o tutte le altre ragazze per cui si era preso una cotta e che aveva baciato a tredici anni, una vibrazione sonora diversa da quella soave che sentiva con Amy, visto che lei in teoria era sua cugina, una sua parente, ragion per cui non aveva alcun diritto di baciarla e neanche di pensare di baciarla, e il divieto era cosí forte che non gli passò mai per la testa di opporsi, sapendo che sarebbe stato un atto assai sconveniente, se non profondamente scandaloso, e anche se Amy cominciava a sembrargli sempre piú attraente man mano che osservava il suo corpo schiudersi al primo rigoglio della femminilità, magari non bella come Isabel Kraft, ma fuori del comune, con gli occhi vivi come nessuna, Ferguson continuava a resistere all’impulso di violare il codice d’onore della famiglia. Poi compirono quattordici anni, prima lei a dicembre, seguita da Ferguson a marzo, e lui si trovò di colpo ad abitare un corpo nuovo che non controllava piú, un corpo che produceva erezioni spontanee e parecchi respiri affannosi, la prima fase masturbatoria quando nel cranio non riusciva a entrargli nessun pensiero che non fosse un pensiero erotico, il delirio del diventare uomo senza i privilegi dell’essere un uomo, subbuglio, smarrimento, caos interiore senza tregua, e ormai, ogni volta che guardava Amy, il suo primo e unico pensiero era che aveva una gran voglia di baciarla, e sentí che anche lei cominciava a sentirsi cosí ogni volta che lo guardava. Un venerdí sera di aprile, mentre Gil e sua madre erano a una cena in centro, lui ed Amy erano soli nell’appartamento al settimo piano a discutere dell’espressione kissing cousins, cugini che si baciano, che sta a indicare i parenti stretti; Ferguson ammise che non gli era molto chiara, perché evocava l’immagine di cugini che si baciano educatamente sulle guance, e in un certo senso non era giusta, perché quel modo di baciarsi non era proprio baciarsi, quindi perché cugini che si baciano quando le persone che lui aveva in mente erano solo cugini normali, e a quel punto Amy rise e disse, No, scemo, ecco che significa cugini che si baciano, e senza aggiungere altro si sporse verso Ferguson sul divano, lo abbracciò e gli stampò un bacio sulla bocca, un bacio che presto si inoltrò nella sua bocca, e da quel momento Ferguson decise che in fondo non erano davvero cugini.
1. «La casa che Ruth costruí», sulla falsariga della popolare filastrocca The House That Jack Built, con riferimento a Babe Ruth, considerato negli Usa una leggenda del baseball.
2. Varianti del gioco del basket che si possono giocare in due.
2.4
