KOHÈLET/ECCLESIASTE
Traduzione e cura di Erri De Luca
Kohèlet/Ecclesiaste è una traduzione e cura del libro biblico del Qohelet (o Ecclesiaste) realizzata Erri De Luca, traduttore autodidatta dell’ebraico biblico,
De Luca ha curato diverse traduzioni dirette dall’originale ebraico di testi biblici, tra cui Esodo/Nomi, Giona/Ionà, Kohèlet/Ecclesiaste e Ruth. La sua versione di Kohèlet si distingue per uno stile personale, poetico e filologicamente riflessivo, con attenzione alle radici ebraiche e scelte interpretative originali.
De Luca traduce il celebre hevel havalim (tradizionalmente “vanità delle vanità”) con enfasi su termini come “spreco degli sprechi” o “fumo di fumi”, collegandolo anche al nome Abele (Hèvel). Questo sottolinea il tema dell’assurdo spreco della condizione umana sotto il sole.
È un testo breve (circa 222 versetti in 12 capitoli), presentato con un commento o note che contestano in parte l’esegesi tradizionale, evidenziando lo “scandalo” e l’originalità del libro biblico.
L’Ecclesiaste è uno dei testi più originali e provocatori dell’Antico Testamento: riflette sulla vanità (o precarietà) di tutto ciò che è sotto il sole, sul ciclo della vita, sul tempo per ogni cosa (cap. 3), sulla fatica umana e sulla ricerca di senso. De Luca lo presenta come una saggezza non filosofica ma recettiva, che parla della pena dell’uomo esposto alle leggi divine!
Per tutto c’è un momento e un tempo per ogni azione sotto il sole.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sbarbare il piantato.
C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
C’è un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
C’è un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
KOHÈLET/ECCLESIASTE
Piste
di Erri De Luca
I libri sacri dell’Antico Testamento si sono scrollati di dosso la pulce dell’identità di un artefice. Sono magnificamente anonimi. Ignorano la presunzione che si possa essere autori di qualcosa. Si è solo redattori di un pensiero già innumerevoli volte pensato, di un narrare già tutto svolto.8
Ogni attribuzione a un autore, nella lingua sacra in cui è stato scritto l’Antico Testamento, è onorifica, rientra nell’ordine delle dediche. Salomone non ha scritto Kohèlet, Proverbi, Cantico dei Cantici, ma ha ricevuto l’omaggio di un’intestazione. Il redattore ha voluto mettersi sotto la sua autorità, cancellandosi come autore. I francesi adoperano l’esatto verbo “s’effacer”, che è un cancellarsi togliendo la propria faccia. L’autore e i suoi diritti sono una superstizione moderna.
Scrivo Kohèlet con la K, suono sufficiente a rendere la “kof” ebraica. Evito la Q che da noi prevede sempre una “u” di accompagnamento e che mi ha sempre istigato a leggere: “Quohèlet”.
Kohèlet (d’ora in poi solo K.) non è un nome, ma un titolo, una carica. Viene dal verbo “kaàl”, fare assemblea, coniugato al participio presente femminile. “Cnèsset”, il parlamento israeliano, è nome costruito analogamente. K. regge verbo e sostantivi al maschile. L’ebraico che passa per essere una lingua povera si prende il lusso di distinguere dentro la desinenza il maschile dal femminile: ha detto (lui) è “amàr”, ha detto (lei) è “amrà”.
Questa è la ragione per cui sappiamo che tutti i comandamenti sono rivolti a un tu maschile. Non ammazzare (alla lettera: non ammazzerai) è “lo tirtzàḣ” (tu, uomo). Forse perché Iod, Dio, si rivolgeva a Mosè? No, non c’era niente di personale in quel decalogo tranne l’affido del compito di trasmetterlo.
Non ho trovato una risposta definitiva a questa linea maschile delle tavole di legge. La donna non era certo esentata dall’osservanza. Ho solo una coincidenza da offrire: “zacàr” in ebraico è sia maschio che forma del verbo ricordare. “Zacàr venekevà barà otàm”: maschio e femmina (fessurata) creò essi (Genesi/In principio 1,27).
Che ne cavo dalla coincidenza, che non è mai inerte in Lingua sacra? Che al maschio è affidato il ricordo, spetta a lui conservare e trasmettere Torà, ripetendola alle generazioni. Iod, Dio, sapeva forse che il genere maschile era per natura miglior custode. La femmina-fessurata procrea, genera, il maschio-ricordo trattiene. Egli è ostruito per natura. La circoncisione è la cerimonia di un’apertura. In lingua giudeo-romanesca i non circoncisi erano chiamati “i chiusi”.
Perché dedicare un libro a Salomone? Di lui si sa che voleva essere saggio. A Elohìm che in sogno gli chiede: “Cosa darò a te?” risponde: “E darai al tuo servo un cuore che ascolta per giudicare il tuo popolo e per comprendere tra bene e male” (1 Re 3,9). Salomone chiede la sapienza di stare a sentire non solo con le orecchie, ma con il centro del sangue. Chiede di poter reagire al bene e al male con accoglienza di cuore, con sdegni, commozioni, allegrie, tristezze. È saggezza lontana da ogni sistema filosofico. K. si ispira a questa disposizione all’ascolto e scrive il libro di chi ha avuto in dono una risposta dolorosa. Una pena lo incalza e lo perseguita, “hèvel, hèvel, hèvel”, il nome che san Girolamo ha abbinato al latino “vanitas”, affanna K. e lo spinge lontano da tutti i libri sacri.
Salomone in ebraico è Shelomò. Il suo valore numerico è 375, lo stesso del verbo “asà”, ha fatto, vero cardine del libro Esodo/Nomi. Cosa “ha fatto” Salomone? Ha fatto il Tempio, è toccato a lui compiere l’opera pensata da suo padre Davide.
Con K. si estingue, tanto è raro, l’uso in apertura di frase di “e” (“vav”) congiunzione più verbo, tradizionale in molti altri libri di Lingua sacra. Chi racconti una lunga storia a voce sa di come venga naturale usare la congiunzione “e” anche a inizio di discorso. Le storie a voce vengono spesso interrotte da chi ascolta con una richiesta di spiegazione, di sunto, oppure da una digressione del narratore. Allora ritornando alla storia si riparte da una “e”. La scrittura di K. non viene da un racconto a voce, non è il racconto in stesura definitiva di una tradizione orale, ma frase pensata per essere direttamente scritta. La sua grammatica rinuncia quasi del tutto all’uso di invertire i tempi dei verbi, tratto vitale degli altri scritti.
La provvidenza ha voluto che questo libro rientrasse nel canone sacro. Lo si legge in forza di questa assunzione, ma sempre un lettore si chiede cosa ci stia a fare K. nell’Antico Testamento. E si risponde, se crede: “amen”, verità.
“Hèvel” è “vanitas” da milleseicento anni. Nessuno può pretendere di correggere questa traduzione fatta da quel nonno dei traduttori che è san Girolamo. L’usanza è diventata definitiva. Dunque mi distolgo da “vanitas” non per spirito di correzione, ma per fedeltà a un’altra pista: la coincidenza di “hèvel” con Abele. Ho cercato una parola che concili l’assillo di K. con la vicenda del primo ammazzato della storia sacra. I traduttori non hanno attribuito alcun valore alla perfetta uguaglianza di Abele con “hèvel”. Non posso fare come loro, perché voglio credere che in quella lingua e in quei libri nessuna parola è libera, tutte sono serve di un pensiero sacro: che vuole essere interrogato almeno secondo la lettera per cedere frammenti di senso da un discorso infinito.
I nomi propri delle prime storie sacre venivano spesso inventati e spiegati: di Adamo, Eva, Caino, Set è detta la parola da cui provengono. Di Abele è taciuta: il suo destino di primizia degli assassinati ha nascosto, negato origine al suo nome. È successo il contrario: Abele/“hèvel” è diventato parola, ma quale? Non “vanitas”, non un’altra simile che denigri la sua vita uccisa, senz’altro movente che un’offerta da lui alzata al cielo e dal cielo gradita. Hèvel/Abele è il chiodo di K. fin dal verso due e non per caso di vocabolario. Al verso seguente c’è suo padre. Per indicare “uomo” K. sceglie Adàm, anziché “ish”, termine di gran lunga più frequente in Lingua sacra. Ribadisce che il suo “hèvel” è il frutto doloroso di Adàm, che il libro degli inizi del mondo è la sua scrittura di riferimento. Allora tento per Abele “spreco”. Spreco è il suo destino di vita abbattuta giovane, è il suo sangue versato sulla terra/“adamà”. Egli è il primo spreco di Adàm, frutto spiccato verde, sparso in terra senza discendenti. Nessuno di noi è figlio di Abele.
In margine constato che “èvel” (iniziale “alef”, anziché “he”), parola che più somiglia al nome Abele, indica: “lutto”.
Fabio Truc, un amico di Cogne esperto in particelle nucleari, mi ha seguito su questi pensieri e poi ha concluso che per lui Abele/“hèvel” è la parola “assurdo”. Non lo cambio con “spreco”, però gli sono grato di avermi accompagnato fin qui senza rinunciare al suo fiuto di lettore di K. Le mie traduzioni non vogliono essere capolinea di corsa, ma solo una fermata. Altri seguendo queste piste vanno oltre, più lontano. Assurda può ben essere la morte di Abele, assurda fin dentro il movente. Mi tengo “spreco” perché è il risultato di una contabilità generale tenuta da K. sul conto di Adàm. “Haccòl hàvel”: il tutto è spreco, grida (sì, sento che grida) K. a fine di verso due dopo aver aperto le cateratte della sua pena con un doppio “havèl havalìm”, spreco di sprechi.
K. fa i conti. Già nel verso tre c’è “ma itròn le Adàm” che le traduzioni rendono con: “quale vantaggio per l’uomo”. “Itròn” non è vantaggio, ma parola usata solo da K. e costruita sulla parola “ièter”, più. “Itròn” è un di più, un residuo contabile dello spreco appena nominato. È “avanzo” e K. nega che ce ne sia, nella sua partita.
E mai nomina il tetragramma, il solenne e impronunciabile nome di Dio, la cui prima lettera è “iod”. Nomina solo, e poco, Elohìm. Anche su questo non ho trovato istruzioni e me ne sono andato dietro una pista senza orme. K. insiste con l’espressione “tàḣat hashèmesh”, sotto il sole, ben ventotto volte. L’Adàm sta sotto il sole: sotto la più potente manifestazione di natura. È sottoposto alla pura energia del creato, alle sue leggi inesorabili e meccaniche. È il sole del sud che ha diritto a questo nome, “shèmesh”, base del nome Shimshòn, Sansone. Sotto il sole è la condizione dell’Adam esposto alle leggi fisiche senza alcun riparo, senza ombra. “Tàḣat hashèmesh”: se lo pronunci bene è sospiro d’afa e di affanno. Ecco perché dei molti nomi di Dio K. sceglie Elohìm, colui che presiede ai giorni della creazione del mondo e inaugura la natura. E l’unico nome che governi la nuda vita dell’Adàm.
Se l’ebraico usa un solo verbo per dire tutto il “fare” di Dio, se scrive solo “asà”, anche la mia traduzione obbedisce. Metto parola italiana sotto parola ebraica e se la frase intera suona storta è certo che almeno in origine è diritta nella sua lingua. Chi la vuole ben sonante in italiano ha già tutte le traduzioni. Qui la nostra lingua è di servizio.
Rispetto a Esodo/Nomi e Giona/Ionà ho progredito in estremismo della fedeltà, ma so che si può fare di più su questa via di obbedienza.
Una persona mi ha chiesto che vocabolario io adoperi per tradurre: nessuno. Mi servo della concordanza ebraica, libro in cui di ogni parola è segnato il passo in cui compare. Di ognuna cerco i suoi luoghi, i versi in cui si manifesta lungo tutti i libri. Da questo viaggio emerge, oltre al significato, anche una piccola biografia della parola, vita e opere di un utensile divino.
Ho nominato alcune piste che ho seguito per arrivare a K. Ho creduto di raggiungerlo perché ho avuto l’emozione indimostrabile di essergli coetaneo. Ognuno in qualche ora della sua avventura è K. Ognuno è stato l’orso che mette la zampa dentro il suo alveare a cavar miele in mezzo a un ronzio di dolori. Api e parole in ebraico hanno la stessa radice e solo una vocale di scarto, “devorìm, devarìm”. Io ho creduto di avere l’età in cui a un uomo sconosciuto sono uscite le frasi d’un libro chiamato K. La sua saggezza, se mai ha potuto stringerne una per poco più di un verso e di un minuto, è quella di un cuore che ascolta, del “lev shomèa” di Salomone. Ho solo orecchie come organo di udito e ho creduto di metterle sul suo petto, come il pellerossa fa chinandosi sulla prateria in ascolto di battiti lontani.
Ho tentato traduzione di tre libri sacri. In Esodo/Nomi c’era un Dio che decideva minutamente le opere dei suoi, dettando ostinato anche due volte la medesima legge. Irrompeva nelle vite con miracoli assidui. In Giona/Ionà s’apre distacco tra voce che ordina e ascolto che deve eseguire. C’è tra i due tempi un silenzio che nega perfino di avere udito, prima di essere indotto a ubbidire. In K. Dio è Elohìm delle origini, vertice del creato e delle forze incombenti su Adàm. Tra Dio e la creatura c’è il sole che schiaccia e costringe a guardare in basso, dove Adàm si specchia in “adamà”, che è suolo.
KOHÈLET/ECCLESIASTE
1.
1 Parole di Kohèlet figlio1 di Davide re in Gerusalemme.
2 Spreco2 di sprechi ha detto Kohèlet, spreco di sprechi il tutto è spreco.
3 Cosa è di avanzo3 per l’Adam4: in tutto il suo affanno5 per cui si affannerà sotto il sole?6
4 Una generazione7 va e una generazione viene e la terra per sempre8 sta ferma.
5 E è spuntato il sole e se ne è venuto9 il sole: e al suo luogo ansima,10 spunta lui là.
6 Va a sud e volge a nord: volge volgendo va il vento11 e sopra i suoi rivolgimenti torna il vento.
7 Tutti i fiumi12 vanno al mare e il mare lui non ne è pieno. A un luogo cui i fiumi vanno, là essi tornano a andare.
8 Tutte le parole stancano, non potrà un uomo parlare. Non si sazierà un occhio a vedere e non sarà riempito un orecchio dall’ascoltare.
9 Ciò che è stato quello è ciò che sarà, e ciò che è stato fatto quello è ciò che sarà fatto. E non c’è niente nuovo13 sotto il sole.
10 C’è una parola che uno dirà, vedi questo, nuovo lui è: già è stato ai mondi14 ciò che è stato prima di noi.
11 Non c’è ricordo per i primi e anche per gli ultimi15 che saranno non ci sarà per loro ricordo con quelli che saranno all’ultimo.
12 Io Kohèlet sono stato16 re su Israele in Gerusalemme.
13 E ho dato il mio cuore17 a interrogare e a esplorare18 nella saggezza su tutto ciò che è stato fatto sotto i cieli.19 Quella, un’occupazione20 cattiva ha dato Elohìm21 ai figli dell’Adàm da rispondere in essa.
14 Ho visto tutte le opere che sono state fatte sotto il sole: e ecco il tutto è spreco e compagna22 di vento.
15 Un torto23 fatto non potrà raddrizzarsi. E ciò che manca non potrà essere contato.
16 Ho parlato io con il mio cuore per dire: “Io ecco ho fatto grande e ho aggiunto saggezza su tutto ciò che è stato davanti a me24 su Gerusalemme”. E il mio cuore ha visto assai saggezza e conoscenza.
17 E ho dato il mio cuore a conoscere saggezza e conoscenza, bizzarrie25 e pazzia. Ho conosciuto che anche questo è quella compagnia26 di vento.
18 Perché in molta saggezza un molto di pena. E chi aggiunge conoscenza aggiunge dolore.
Note
1 Nell’attribuzione a Salomone manca qui il suo nome diretto, come invece si trova in apertura dei Proverbi e del Cantico dei Cantici. Se “re in Gerusalemme” è titolo di Davide (e non di K.), allora K. può ben essere uno dei tanti figli delle tante donne di quel re indomito nelle guerre e nelle alcove. Può ben essere un discendente di quel capostipite prolifico e seduttore fin nel letto di morte.
2 Esordio concentrato di Hèvel, Abele-spreco, nome di un singhiozzo che si affaccerà trentotto volte in dodici capitoli.
3 “Itròn”, avanzo: parola coniata da K. e di sua esclusiva proprietà. Viene da “ièter”, resto e dal verbo “notàr” che sono frequenti in Lingua sacra, ma assenti in K. “Itròn” è quel che resta in mano, il residuo di una contabilità tra lo sforzo, le risorse impiegate e un risultato insignificante. È un avanzo sempre governato dallo spreco. Mi distolgo perciò dalla lettura prevalente che traduce “itròn” con “vantaggio”.
4 Adàm: proprio perché K. nomina Hèvel-Abele, qui c’è al posto del più comune termine “ish”, il nome Adàm, suo padre, per indicare l’essere umano. L’“hèvel” è figlio dell’Adàm. Questi nomi propri sono evidenti in ebraico e del tutto smarriti nelle traduzioni.
5 “Amài”, affanno: parola e verbo che sono numeri nella contabilità di K. “Amàl” è la dissipazione dell’energia impiegata in un’opera, che lascia con il fiato corto.
6 Ecco il sole, non una carezza ma la più potente manifestazione della natura, sotto la quale sta l’Adàm. Il “tàḣat hashèmesh”, il “sotto il sole” di K., lo può intendere chi abbia lavorato sotto il giorno aperto di giugno, di luglio, di agosto come un bracciante: stare sotto la natura senza scampo né ombra. Il villeggiante moderno che al sole si espone con entusiasmo, fraintende il sole di un uomo di molti secoli fa, la cui terra confina col deserto. Per trentacinque volte K. metterà il sole a cardine di un mondo fisico incombente e impenetrabile.
Perché i cieli sanno essere di rame e la terra trasformarsi in ferro sotto i piedi, com’è scritto nella maledizione di Deuteronomio/Parole (28,23).
Mai però K. arriverà all’estremismo di un Leopardi che risente ostile il creato fino al punto di assolvere gli esseri umani con formula piena e accusare di tutto il male la sola Natura. “La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera dei mali dei viventi” (Zibaldone, 4428).
7 “Dor”, generazione, con un’idea circolare del succedersi. Rabbi Akivà, maestro del Talmud, qui intende che viene una generazione che è già venuta. Ci sono generazioni che si ripetono uguali, come rime segrete della storia.
8 “Leolàm” = per sempre, per la durata del mondo. “Olàm” è mondo.
9 II venirsene del sole è il tramonto, quando viene a terra.
10 C’è un verbo e un’immagine introvabile in letteratura: il soffio del sole. Il verbo è “shaàf”, fortemente animalesco: è un fiato ansioso, di desiderio.
11 “Rùaḣ”, vento, colonna sonora e rumore di fondo privo di qualunque conforto: non c’è nessuna voce portata o contenuta nel vento. È solo una forza di natura e il verso ebraico ha un sonoro che insiste sulle lettere “s” e “v”, perché l’ebraico sa imparare parole dai suoni del mondo: “sovèv, sovèv, holèc harùaḣ veàl sevivotàv shav harùaḣ”. Il vento soffierà in K. ventitré volte. “Hèvel”, “shèmesh”, “rùaḣ”, spreco, sole, vento: in pochi versi K. ha presentato i personaggi principali.
12 K. ha in mente i fiumi stagionali della sua terra che hanno piene torrenziali e poi scompaiono nella stagione secca, ma sempre tornano al loro luogo d’arrivo lungo lo stesso letto. Anche qui il suono di scorrimento delle acque ha lasciato orma nella lingua di K., piena stavolta di “l”: “col hanneḣalìm holechìm el haiàm” (tutti i fiumi vanno al mare).
13 K. sa che i grandi rivolgimenti sono impercettibili se misurati con le grandezze di tempo del creato. “Sotto il sole” è l’unità di misura di un’eternità rispetto alla quale le nostre novità sono meno che trascurabili. Noi che siamo di un tempo abbacinato dalle innovazioni, frastornato dalle agevolazioni elettroniche, non siamo ben disposti verso la solenne statica di K. In una poesia dell’ultima età (Ecclesiaste, 1,9) Borges affronta questo verso e così lo legge:
Io non posso eseguire un atto nuovo
tesso e ritorno a tessere la favola medesima
ripeto un ripetuto endecasillabo
dico quello che gli altri mi hanno detto
sento le stesse cose nella stessa
ora del giorno o dell’astratta notte.
Non è così meccanica la notizia di K., per niente rassegnato a vedersi in uno specchio mentre un antenato lo precede nei medesimi gesti. È invece un incubo letterario ben congegnato da Borges. K. non pensa a una replica del passato, pensiero che avvelena i rivoluzionari e rallegra i conservatori. È per K. invece la notizia evidente in ebraico che “ḣadàsh”, nuovo, è vincolato a “ḣòdesh”, mese lunare, e che ogni quattro settimane noi chiamiamo nuova la luna che è la stessa. Allora il nostro “nuovo” viaggia sotto un cielo antico, è iscritto in un rinnovo circolare, ma non è prescritto. Borges, poco tempo dopo questa poesia, scriverà in un’altra la più commossa confutazione di questo verso di K., quella di un innamorato:
Niente c’è di antico sotto il sole.
Tutto succede per la prima volta,
però di un modo eterno.
Chi legge le mie parole le sta inventando.
14 “Leolamìm”, ai mondi, espressione rara in Lingua sacra, indica un “per sempre” al plurale, una durata non misurata a un solo mondo, “leolàm”, ma ai mondi.
15 Perfino gli ultimi saranno dimenticati da quelli che verranno subito dopo. K. rigetta la pretesa degli uomini di essere, o almeno di sperarsi, ultimi. È l’ambizione solenne di essere contemporanei della fine. Ma dopo gli ultimi vengono sempre altri ultimi che degradano i precedenti a penultimi, a terz’ultimi e via dimenticando. K. non è neanche un poco messianico.
16 Sono stato: non risultano re dimissionari dalla carica, ma solo re spazzati via, nella storia di Israele. Qui K. dichiara il suo stato d’animo di rinuncia a ogni titolo e funzione. Mentre scrive è un ex, uno che si è dimesso da tutte le presunzioni del mondo. Non è un umile, ma un esasperato, non si è spogliato del mantello, se lo è strappato di dosso.
17 Il mio cuore: ogni passaggio di ricerca e di conoscenza coinvolge la pompa del sangue. K. non è un filosofo.
18 “Latùr”, esplorare: è il verbo con cui Mosè dal deserto manda i suoi uomini in ricognizione nella terra promessa e nient’affatto regalata. È un verbo di senso geografico e qui la saggezza è vasta e remota come un territorio, promesso ma da conquistare.
19 Sotto i cieli: variante più vasta e meno frequente (solo tre volte) di “sotto il sole”. Sotto i cieli prevede anche il tempo di ricovero della notte.
20 “Iniàn”, occupazione: parola solo di K. Occupazione cattiva è tutta questa esplorazione della saggezza.
21 Elohìm: benvenuto in K., sei l’unico nome di Dio ammesso alla tavolata. Ci sei tu perché K. si attiene all’Elohìm del creato che ha messo l’Adàm sotto il sole, che gli dato in moglie Eva-Ḣauà, nome che viene da un intensivo di “vita”, e per figli: Caino, dal verbo acquistare, e Hèvel, spreco di sangue sparso a terra, ma con un nome che ancora grida e non si lascia estinguere. “Voce dei sangui di tuo fratello gridano a me dal suolo” (Genesi/In principio 4,10): gridano ancora. K. è avvinghiato al primo libro sacro, alla origine dei primi nomi, all’Adàm padre di acquisto e spreco, all’Elohìm tradito da una disubbidienza, alla brusca scoperta della nudità e del dolore. La lingua di K. è però lontana da quella di Gen/In pr., non la scimmiotta e non ne tenta contraffazione.
22 “Reùt rùaḣ, compagna di vento: l’unica compagna del vento che io conosca è la polvere. Per K. che conosce il ”rùaḣ“ del deserto, era esperienza ovvia quella nuvola di accompagnamento del vento. È la polvere da cui Adàm è stato composto e a cui tornerà: ma il primo che sperimenterà il proprio minuto disfacimento è Hèvel-Abele, lo spreco che si affretta anzitempo verso la polvere, compagna di vento.
23 Il torto qui è giuridico, è lo stesso di cui Giobbe/Iiòv accusa Elohìm (19,6), di cui è scritto in Amos (8,5) e in Lamentazioni/Come (3,36). Giobbe/Iiòv rispondendo a Bildàd che (8,3) gli chiede se Elohìm fa torcere un giudizio, lo afferma. E si prende la controreplica di Elìhu (34,12): “Shaddài non torcerà un giudizio”. A differenza di quanto si può credere, Giobbe non è un libro di lamentazioni, ma un libro legale. In esso si svolge una continua arringa davanti a un tribunale invisibile, nel quale i quattro interlocutori dell’afflitto sono solo uscieri. Se il torto di cui scrive K. è giuridico, il verso diventa profondo: un’ingiustizia commessa non si può pesare, né misurare. Nessun risarcimento riscatta il male fatto. È distanza abissale dal pentimento e dall’assoluzione. K. sa che il torto è irrevocabile.
24 Davanti a me: è questa la formula più semplice, ma alla lettera è: “al mio volto”.
25 “Holelòt vesiclùt”, bizzarrie e pazzia: non termini clinici ma più affini a una tollerabile sregolatezza.
26 “Raiòn”, compagnia: termine sempre legato a “rùaḣ”-vento, leggermente diverso da “reùt” del verso quattordici. Ci sono delle intrusioni di aramaico nel cristallo ebraico di K., “raiòn” è una di queste. Qui K. anticipa il risultato della sua ricerca di conoscenza: è far compagnia al vento, è far polvere.
2.
1 Ho detto io nel mio cuore27: “Vieni su, ti proverò28 in allegria” e “Vedi in bene”. E ecco anche esso è spreco.
2 Al ridere ho detto fa impazzire. E a un’allegria: cosa questo fa?
3 Ho esplorato nel mio cuore, a trascinare nel vino la mia carne. E il mio cuore guida nella saggezza e per tenersi forte nell’insensatezza fino a che vedrò quale è questo bene per i figli dell’Adàm, che faranno sotto i cieli, il numero dei giorni delle loro vite.
4 Ho fatto grandi le mie opere. Ho costruito per me case, ho piantato per me vigne.
5 Ho fatto per me giardini29 e frutteti. E ho piantato in essi legno di ogni frutto.
6 Ho fatto per me bacini d’acque: per irrigare da essi una foresta che germoglia30 legni.
7 Ho acquistato31 servi e schiave e figliolanza di casa è stata32 a me. Anche acquisto di mandria e gregge assai è stato a me più di tutti quelli che sono stati davanti a me33 in Gerusalemme.
8 Ho ammassato per me anche argento e oro e proprietà di regni e delle province. Ho fatto per me cantori e cantatrici e soavità dei figli dell’Adàm, una favorita34 e delle favorite.
9 E mi sono ingrandito e ho aggiunto, più di ognuno che è stato davanti a me in Gerusalemme: ancora la mia saggezza è stata ferma per me.
10 E tutto ciò che hanno domandato i miei occhi, non ho scartato da essi. Non ho privato il mio cuore di ogni allegria,35 perché il mio cuore sia allegro via da ogni mio affanno e questa è stata la mia parte via da ogni mio affanno.
11 E mi sono volto io in tutte le mie opere che hanno fatto le mie mani e nell’affanno che mi sono affannato a fare: e ecco il tutto è spreco e compagnia di vento e non c’è avanzo36 sotto il sole.
12 E mi sono volto io a vedere saggezza e bizzarrie e insensatezza: perché cosa è l’Adàm che verrà dopo il re? Proprio colui che già lo fecero.37
19 E ho visto io che c’è un avanzo per la saggezza più che dall’insensatezza: come è avanzo38 la luce dal buio.
14 “Il saggio, i suoi occhi nella sua testa, e il pazzo nel buio va.”39 E ho conosciuto anche io che sorte40 una accadrà a tutti loro.
15 E ho detto io nel mio cuore: “Come la sorte del pazzo anche io, accadrà a me, e perché sono stato saggio io allora di più?”41 E ho parlato nel mio cuore, che anche questo è spreco.
16 Perché non c’è ricordo42 per il saggio, è con il pazzo per sempre. Giacché i giorni vengono, il tutto è dimenticato e come morirà il saggio con il pazzo?
17 E ho odiato43 la vita perché male su di me è l’opera che è stata fatta sotto il sole. Perché il tutto è spreco e compagna di vento.
18 E ho odiato io tutto il mio affanno che io affanno sotto il sole: che lo darò in lascito44 all’Adàm che sarà dopo di me.
19 Chi conosce? Saggio sarà o insensato? E governerà in tutto il mio affanno per cui ho affannato e per cui sono stato saggio sotto il sole. Anche questo è spreco.45
20 E mi sono girato io a disperare46 il mio cuore su tutto l’affanno che ho affannato sotto il sole.
21 Perché c’è un Adàm che il suo affanno è in saggezza e in conoscenza e in regola.47 E a un Adàm che non si è affannato in essa gli darà la sua parte, anche questo è spreco e male molto.
22 Perché cosa va a essere48 per l’Adàm in tutto il suo affanno e nella compagnia del suo cuore: che lui si affanna sotto il sole?
23 Perché tutti i suoi giorni sono dolore e pena è la sua occupazione, anche nella notte non ha giaciuto il suo cuore: anche questo, spreco esso è.
24 Non c’è un bene nell’Adàm, che mangi e beva e faccia vedere al suo fiato49 un bene nel suo affanno. Anche questo ho visto io che dalla mano dell’Elohìm50 esso è.
25 “Perché chi mangerà e chi si affretterà51 all’infuori di me?”
26 Perché a un Adàm che è buono al suo volto ha dato saggezza e conoscenza e allegria. E al peccatore ha dato occupazione di raccogliere e di ammassare per dare a un buono al volto di Elohìm, anche questo è spreco52 e compagna di vento.
27 Dire nel cuore: non è pensare, meditare, ma proprio dire nel cuore, pronunciargli parole dentro, tra diastole e sistole, con parole che invece di uscire fuori viaggiano nel sangue. Nessuno sa più come si fa.
28 Il verbo è “nissà”, mettere alla prova, come fa più volte Elohìm con gli Ebrei nel deserto, come ha fatto con Abramo chiedendogli di sacrificare Isacco. K. usa un verbo di sperimentazione profonda e rischiosa.
29 “Pardès”, giardino di alberi, è la radice del nome Paradiso.
30 “Tzomèah”, che germoglia: questo verbo fa spuntare sia vegetazione che capelli, sia verità e giustizia che una cicatrizzazione di ferita. È un verbo di forza naturale.
31 “Kanìti”, ho acquistato: è lo stesso verbo da cui viene Caino. Eva così dice alla sua nascita: “Ho acquistato (kanìti) un uomo presso Iod”.
32 In ebraico non c’è il verbo avere, c’è l’essere a o di.
33 “Davanti a me” vale come un “prima”, ma gli antenati, i padri per K. non sono dietro di noi ma davanti. Il passato è in faccia, noi siamo invece il retro della storia e del tempo.
34 “Shiddà veshiddòt”: rebus dei traduttori che tento di risolvere con “favorita”. Nell’elenco delle piacevolezze non dovrebbe mancare questo intrattenimento. “Shad” è mammella.
35 L’allegria è la sua piccola porzione messa in disparte da ogni affanno. È il suo gruzzolo in mezzo allo spreco.
36 Al di fuori di quel po’ d’allegria se uno si mette a considerare le proprie opere e la pena per farle, ecco che non c’è avanzo, né briciola di resto. L’“hèvel” di Abele viene a chiudere l’elenco degli acquisti, voce del verbo di Caino.
37 Prima considerazione politica sul regno: un re eredita solo un breve margine di esecuzione di ciò che gli altri hanno fatto prima di lui. Il testo forse è scassato dal tempo, ma non inseguo le possibili varianti, non faccio ipotesi di correzione. Provo a vedere un senso anche nel frammento malconcio che è arrivato fino a noi. Anche il guasto appartiene alla provvidenza che accompagna un testo sacro. L’italiano soffre un poco di più, qui sbuffa e suda come un manovale sotto un carico. Non posso alleggerirlo a spese di K.
38 Inizio di un ragionamento che viene poi smentito: ammettiamo che ci sia un po’ di avanzo, di resto a favore della luce, rispetto al buio. Solo un poeta può scrivere che la luce possiede un margine di avanzo sul buio.
39 Tengo tra virgolette una frase proverbio che viene ancora a illustrazione della precedente, ma per essere confutata. La sorte unica del pazzo e del saggio dimostra a K. che non c’è avanzo di fortuna tra i due, tra il buio e la luce:
40 Breve storia di una parola rischiosa: “mikrè”, sorte.
Nel primo libro di Samuele (6,9 e 20,26) è chiaro il senso di eventualità accidentale. Nel libro di Rut (2,3) il caso fortuito della sorte è provvidenziale, perché lei va a spigolare proprio nel campo del parente di Naomi. In K. “mikrè”-sorte insiste sette volte e non è né caso né accidente, ma destinazione finale. “Mikrè” è nome tratto dal verbo “karà”, accadere, presente nel verso che suona: “shemmikrè ehàd ikrè” (che sorte una accadrà).
41 “Iòter”, di più: base di “itròn”, l’avanzo, il margine di sopravanzo nell’opera dell’Adàm che K. demolisce voce per voce.
42 L’importanza del ricordo è decisiva per K. È l’unica prova di una differenza tra gli esseri umani, l’aver lasciato una memoria che li nomini. È l’unica sopravvivenza. La novità della resurrezione non si è affacciata nei pensieri amari di K.
43 II verbo è “sanà”, odiare, voce di forte avversione fisica: K. ha odiato la vita perché l’ha legata alle opere e le opere scadono in fretta sotto il sole, consumate anche dalla nostra indole che subito si sazia e si rivolta altrove. Odio: questa è una condotta forzata nel pensiero di K.: l’inconsistenza del frutto, del risultato, non è fredda, mentale, ma scatena furia contro la vita stessa.
44 Qui l’opera da lasciare coincide direttamente con l’affanno, che è l’eredità spettante al successore.
45 Il bisogno di consistere nelle opere fa venire pensieri cupi sul loro durare oltre se stessi: il postero se ne curerà? Spreco allora è proprio questo pensiero ansioso di durare oltre il limite di natura. K. dura in libro fino a noi perché una provvidenza l’ha acciuffato e ficcato in questa grandiosa raccolta di versi sacri. È accaduto, ma lui non l’avrebbe saputo mai.
46 Continua il forte sentimento di scempio verso se stesso, compagnia fissa dell’indagine. C’è ancora un verbo raro “iaèsh” che solo K. adopera all’attivo. Nei pochi altri casi vale “disperato”.
47 “Chishròn”, regola. Parola presente solo in K. e nel libro di Ester, proveniente dal verbo “cashàr” che diventa termine corrente dell’ebraico rabbinico per indicare cosa consentita e svolta in modo conforme alle prescrizioni: “cashèr”. Il senso originale è qualcosa di adeguato, di eseguito a regola e che ha buone probabilità di riuscita.
Cosa è qui lo spreco? È ancora il pensiero di stabilire dei meriti che dovrebbero corrispondere a dei risultati. Questo pensiero è spreco e porta un gran male: l’opera pur fatta con affanno è premio a se stessa, non regge alcun termine di paragone con una qualunque opera altrui venuta meglio, costata meno.
48 Rarissimo caso di participio presente del verbo essere. In ebraico questo verbo all’indicativo presente viene omesso. Qui, come pure nel libro di Nehemia (6,6) c’è il senso di diventare.
49 Si sforzi l’Adàm di riconoscere un bene fin dentro il fiato dell’affanno: ma anche quando riuscirà, ricordi che anche questo po’ di bene non è opera sua ma viene da Elohìm.
50 Non si spreca K. a chiamare in causa la divinità, ma quando lo fa quel nome pesa nella sua bocca. Tutto viene da lì, ogni bene e ogni recriminazione sfocia in lui per estinguersi. K. il conto lo porta a lui, lo mette a carico delle sue spalle larghe.
51 Verso corto e difficile su cui si cimentano le ipotesi di correzione dei traduttori. Lascio il verbo come lo leggo: “iahùsh” che indica l’affrettarsi, anche se non sono in grado di spiegarmelo. Così come scalo una parete senza ricorrere a prese artificiali, così vado su questa lingua senza ritoccare i passaggi. Un giorno verrà qualcuno più bravo e saprà passare su questo verso senza spostare niente. Segnalo il solo altro luogo della Lingua sacra in cui il verbo mangiare fa coppia con questo dell’affrettarsi: Abacuc/Havakkùk (1,8): “Voleranno come aquila che si affretta a mangiare”. Metto tra virgolette il verso perché dovrebbe essere voce non di K. ma di Elohìm.
52 Cos’è stavolta spreco? Il pensiero di indagare sul sistema distributivo di Elohìm e di spiegarselo.
3.
1 Per il tutto una data53: e un punto54 per ogni intento55 sotto i cieli.
2 56Punto per nascere e punto per morire. Punto per piantare57 e punto per sradicare58 una pianta.
3 Punto per uccidere e punto per sanare. Punto per rompere e punto per costruire.59
4 Punto per piangere e punto per ridere. Punto per far lutto e punto per ballare.
5 Punto per gettare60 pietre e punto per ammassare61 pietre. Punto per abbracciare62 e punto per allontanarsi dall’abbracciare.
6 Punto per cercare63 e punto per perdere.64 Punto per custodire e punto per gettare.
7 Punto per stracciare e punto per cucire. Punto per tacere65 e punto per parlare.
8 Punto per amare66 e punto per odiare.67 Punto di guerra e punto di pace.68
9 Cosa è avanzo di colui che fa in ciò che lui si affanna?
10 Ho visto l’occupazione69 che ha dato Elohìm ai figli dell’Adàm per rispondere in essa.
11 Il tutto ha fatto bello70 nel suo punto: anche il mondo71 ha dato nel loro cuore, senza che troverà l’Adàm l’opera che ha fatto l’Elohìm, da testa e fino a fine.
12 Ho conosciuto che non c’è un bene72 in loro: tranne essere allegri e fare un bene nella propria vita.
13 E anche l’ogni Adàm che mangerà e berrà e vedrà un bene in ogni suo affanno: dono di Elohìm73 esso è.
14 Ho conosciuto che tutto ciò che farà l’Elohìm esso sarà per sempre, su di esso non c’è da aggiungere74 e da esso non c’è da sottrarre. E l’Elohìm ha fatto che avranno timore via75 dal suo volto.
15 Ciò che è stato già esso è, ciò che è da essere già è stato. E l’Elohìm cercherà ciò che è stato inseguito.76
16 E ancora ho visto sotto il sole: il luogo di giudizio là è l’empio, e il luogo di giustizia là è l’empio.77
17 Ho detto io nel mio cuore il giusto e l’empio giudicherà l’Elohìm: perché punto per ogni intento e su ogni opera è là.78
18 Ho detto io nel mio cuore sulla parola79 dei figli dell’Adàm per sperimentarli l’Elohìm: e per vedere che essi sono bestia,80 essi per essi.
19 Perché sorte dei figli dell’Adàm e sorte della bestia e sorte una è per loro, come morire di questo così è morire di questo e un vento, uno, è per il tutto. E un sopravanzo81 dell’Adàm dalla bestia non c’è perché il tutto è spreco.
20 Il tutto va a un luogo, uno. Il tutto è stato dalla polvere82 e il tutto torna alla polvere.
21 Chi conosce, il vento83 dei figli dell’Adàm se ne sale lui in alto? E il vento della bestia se ne scende, lui, in basso alla terra?
22 E ho visto che non c’è un bene più che sia allegro l’Adàm nelle sue opere perché essa è la sua parte. Perché chi lo farà venire a vedere in ciò che sarà dopo di lui?84
53 “Zemàn”, data. È una parola rara e degli ultimi libri sacri. Inaugura nel libro di Ester la festa di “Purìm”, da qui il significato di ricorrenza fissa, data.
54 “Et”, punto: “et” non è genericamente “tempo”, ma l’inesorabile accadere di un avvenimento. È un luogo d’impatto, tra fiocina e pesce, tra biglietto e vincita, asteroide e pianeta, punto in cui il divenire urta con l’improvvisa emergenza dell’inevitabile. S’inaugura il passo monumentale di questo libro, una raffica di ventinove volte “et”. Forse il “momentum” latino, che viene da “movimentum”, è più vicino a “et”. In italiano “momento” ha perso ogni movimento diventando un tempo morto richiesto a chi telefona: “aspetti un momento”. Tento “punto”, un luogo grammaticale e geometrico. Sta tra due frasi e sta nell’intersezione di almeno due linee che si incontrano.
55 “Ḣèfetz”, intento: si costruisce spesso con la proposizione “in”.
56 Ecco la più grandiosa sequenza di verbi all’infinito di tutte le letterature. Quando nel nostro agire siamo sotto una forza e un’urgenza inesorabili, quando benemmale si impongono e si sovrappongono e si è nella piena del mondo, allora non c’è altro modo di nominare le nostre azioni all’infuori di un verbo all’infinito. I pronomi, l’io-tu- e compagnia, non spiegano e non reggono più nulla delle nostre azioni. Spinoza nella sua grammatica ebraica scrive che l’infinito non è un verbo ma un nome, perché assume le desinenze dei possessivi. È un’idea non accolta dai grammatici, anche perché l’infinito non porta articolo in ebraico e dunque non raddoppia la prima lettera. Però questi infiniti di K. hanno la forza di dare il loro titolo agli avvenimenti “punto”, assegnando al tempo una sigla che lo nomini e lo domini.
57 “Natà”, piantare: in Lingua sacra questo verbo pianta: tenda, giardino, legno, cieli (in Isaia meravigliosamente 51,16), e anche orecchio (il creatore ne ha piantato uno nell’uomo, Salmo 94,9).
58 “Akàr”, sradicare: piante, città, bestiame.
59 “Banà”, costruire: case, altari, città, rovine, mura, alture, Eva (costruita da Elohìm). Inoltre Sara e Rachele, sterili, danno le loro schiave ai mariti per “essere costruite” attraverso la loro fecondità.
60 “Hashlìc”, gettare: pietre, verità (a terra), sorti, cadaveri, corda, peccati in fondo al mare, amo, fardello, sale, sandalo, fiato, polvere, legge, spazzatura.
61 “Cnos”, ammassare: offerte, stranieri, oro e argento, masse d’acqua, dispersi.
62 “Ḣavòk”, abbracciare: mani, figlio, roccia, letame, il seno di una straniera, la Shulammita del Cantico dei Cantici.
63 “Bakkèsh”, cercare: amore, verità, intelligenza, grandezze, sangue, conoscenza, visione, saggezza, ragione, bene, bugia, pane, morte, riposo, riparo, pascolo, fiato (di qualcuno per ammazzarlo), povertà, volto, giustizia, male, favore, distruzione, pace, pretesto, legge, preghiera.
64 “Abbèd”, perdere: strada, ricordo, visione, giorno, cuore, rifugio, vigore, raccolto, nome, terra, gelosia, resto, seme, voce.
65 “Ḣashà”, tacere: il più bello è quello delle onde dopo una tempesta (Salmo 107,29). E poi freme il silenzio pieno di freni di Iod prima di esplodere in natura, nel bellissimo 42,14 di Isaia: “E ho taciuto da sempre mi ammutolirò mi comprimerò: come colei che figlia soffierò, sbufferò e ansimerò insieme”.
66 “Ahàv”, amare: suolo, straniero, saggezza, conoscenza, violenza, vino, olio, giorni, correzione, lite, regalo, focacce, salvezza, nome, ricco, giudizio. Nella famosa esortazione dell’amare il prossimo tuo come te stesso (“e amerai il tuo compagno come a te”, Levitico/E chiamò 19,18) il verbo “ahàv”, amare, è costruito con la preposizione “le”-a, dunque in forma dativa. L’amore non carnale è spesso meravigliosamente dativo, quello fisico è spesso accusativo, caso di un complemento oggetto. In un altro passo dello stesso libro (19,34), si esorta ad amare lo straniero, “gher”, come se stessi, perché: “stranieri siete stati in terra d’Egitto”. È una raccomandazione che dovrebbe stare alla base non dei sentimenti, ma della legislazione, come nel libro Lev./E ch. che è un compendio di leggi.
67 “Sanà”, odiare: figlio, lucro, rapina, bene, Iod, giudizio, doni, fiato, giusto, Gerusalemme, castigo.
68 Fine dei ventisei verbi all’infinito, gli ultimi due “punto” sono sostantivi, riguardano meno la responsabilità del singolo, perciò vengono per ultimi e senza lo stato assoluto del verbo.
69 Ogni occupazione “iniàn”, buona o cattiva, viene data da Elohìm. La parte che spetta all’Adàm è di rispondere di sé in quell’occupazione.
70 In ogni cosa c’è un passaggio anche breve, anche solo un punto, di bellezza. K. pensa il bello non come un ornamento, ma come una necessità, che costituisce e non sostituisce o arreda la sostanza di ogni cosa creata. Un pensiero da “Pirkè avòt”, I rotoli dei padri, breve sezione del Talmud: “Non disprezzare alcun uomo e non svalutare alcuna cosa perché non c’è nessuno che non abbia la sua ora e non c’è cosa che non abbia il suo luogo”.
71 Ha dato il mondo nel cuore dell’Adàm: anche nel povero dettaglio l’Adàm è in grado di risalire al mondo, attraverso il cuore. K. scrive cose grandissime con il tono quieto di chi mette una nota in margine.
72 Un bene non c’è, né nelle opere né in Adàm: è da fare e si può fare solo con l’allegria. È il punto di partenza del Baàl Shem Tov, che inaugurò il movimento religioso dei hasidìm, nell’Europa orientale del diciottesimo secolo. Esso voleva trascinare il cielo in terra, anziché tentare il viaggio contrario, tipico di tutti i mistici.
73 E anche questo spunto di allegria che consente di vedere il bene nel vicolo cieco del proprio sforzo: è dono di Elohìm. K. qui scrive la più netta distanza dalle filosofie. Qui entra, attraverso l’allegria del mangiare e bere, anche nel gorgoglio della digestione, sua santità la grazia: “mattàt Elohìm hu”, dono di Elohìm esso è.
74 “Lehosìf”, “ligròa”, aggiungere, togliere: sono gli stessi verbi prescritti a proposito delle parole della legge divina alle quali non si deve aggiungere o togliere nulla (Deut/Parole 4,2 e 13,41). K. li ricalca per dire che non solo la legge, ma anche tutto il creato (ciò che farà l’Elohìm) è perfetto ed esatto, da non modificare perché anch’esso è come un testo sacro.
75 Molte traduzioni qui leggono che gli uomini avranno timore davanti a Elohìm. Per me è scritto il contrario: che avranno timore via dal volto suo, dunque se si allontaneranno da lui.
76 “Nirdàf”, inseguito: Elohìm sempre cercherà ciò che è accaduto, ma K. usa questo verbo che è di fuga. Resta difficile spiegarselo: c’è una corsa di Elohìm ad acciuffare il passato e rimetterlo in corsa davanti al presente. Perché si continui a inseguire nella fuga verso il futuro la sagoma di schiena del passato, di ciò che è già accaduto. Noi cerchiamo invece di sottolineare la novità di ogni avvenimento, ansiosi di annunciarne la primizia. Crediamo così di rinnovare il mondo, di inaugurarlo di fresco. Ogni generazione si incipria di questa emozione, che coincide con la giovinezza. In quella mia età era uso corrente fornire a ogni avvenimento la qualifica di “senza precedenti”. Elohìm impasta gli eventi con la materia inerte del passato e ogni nuovo giorno parte con un fardello di cenere, come sa chiunque abbia un camino da accendere ogni giorno d’inverno.
77 Cattive notizie anche dalla magistratura dei tempi di K. È la cosa più difficile da farsi, la giustizia, l’uguaglianza, molto più della “liberté” e della “fraternité”.
78 “Sham”, là: parola chiave di questo verso, là, presso Elohìm si giudicherà ogni cosa, là e in nessun altro luogo. Questo “sham” ripara la desolazione del verso precedente che sputava a piombo sull’amministrazione della giustizia.
79 Sulla parola: vale come “a proposito”, a proposito della empietà dei luoghi di giustizia. Là Elohìm sperimenta i figli dell’Adàm, i Caino e Abele, gli acquisti e sprechi. Li sperimenta perché sa che sono uno bestia per l’altro e con le prove decide chi scarti dalla natura e sia un po’ più Adàm e un po’ meno “behemà”, bestia.
80 Trascrivo un pezzo del verso in ebraico, che se lo si legge a voce, è come pronunciare un borbottio infantile: “shehèm behemà hèmma lahèm” (che essi sono bestia, essi per essi). K. ogni tanto usa la lingua per il suo effetto acustico, a ricordare che i versi di questi libri vanno detti e non solo letti.
81 “Motàr”, sopravanzo: un altro derivato dalla base di “ièter”, resto. È parola rara usata solo qui e due volte in Proverbi, dove sta accanto al suo contrario “mahsòr”, cosa che manca, detto di un bene materiale. È ancora unità di misura della contabilità di K. attorno allo spreco.
82 “Àfar”, polvere, quella stessa polvere del suolo (“min haadamà”) che è componente base di Adàm. Ogni riferimento è puramente volontario, visto che K. ricalca la celebre espressione di Gen/In pr. (3,19): “perché polvere tu sei e a polvere tornerai”. Non si attenua la morsa di quel libro sulle parole di K.
83 K. dice vento “rùaḣ” per quel fiato di vita che scappa fuori dalle creature che muoiono. In Gen/In pr. Iod dà alle bestie un “nèfesh haià”, un fiato vivo e all’Adàm dà un “nishmàt ḣaiìm”, un alito di vita. K. travolge queste differenze e assegna a tutte le creature un vento, “rùaḣ”, impetuoso e primitivo. Il “rùaḣ Elohìm” si agita sulla faccia della terra già al secondo verso Gen/In pr., prima ancora della luce. Vento, “rùaḣ”: K. è asfissiato, assediato dal vento, compagno e colonna sonora dello spreco. Deve avere abitato per tutta la vita in un luogo esposto agli spifferi del deserto.
84 È verso che istiga a rinunciare, a non pretendere di avere parte, diritto e ricordo nel mondo futuro. Non aspirare a consegnare nulla di tuo alla generazione successiva. L’eredità, per chi la trasmette, non per chi la riceve, è una superstizione.
4.
1 E sono tornato io e ho visto tutti gli oppressi85 che sono fatti sotto il sole. E ecco lacrima degli oppressi e non c’è per loro un consolatore e dalla mano dei loro oppressori è forza e non c’è per loro un consolatore.
2 E elogio io i morti perché già sono morti: più dei vivi che essi vivono fino a ora.86
3 E buono, più di loro due, colui che finora non è stato: che non ha visto l’opera cattiva che è stata fatta sotto il sole.
4 E ho visto io ogni affanno e ogni regola dell’opera, 87 che essa è gelosia d’uomo dal suo compagno. Anche questo è spreco e compagna di vento.
5 II pazzo88 abbraccia le sue mani e mangia la propria carne.
6 Buono riempire un palmo di calma89: più di riempire i pugni di affanno e compagna di vento.
7 E sono tornato io e ho visto uno spreco sotto il sole.
8 C’è uno,90 e non due, neanche un figlio e un fratello è a lui e non c’è termine a tutto il suo affanno, anche il suo occhio non si sazia di ricchezza. E per chi io mi affanno e faccio mancare il mio fiato dal bene? Anche questo è spreco e una occupazione cattiva essa è.
9 Buoni i due più dell’uno: che c’è per loro un salario91 buono nel loro affanno.
10 Perché se cadranno l’uno farà alzare il suo amico.92 E guai a lui, l’uno che cadrà e non c’è un secondo per farlo alzare.
11 Anche se giaceranno i due e un caldo è per loro: e all’uno come sarà caldo?93
12 E se assalteranno l’uno, i due staranno fermi avanti a lui.94 E il filo a tre non in fretta sarà spezzato.
13 Buono un bambino di stenti e saggio: più di un re vecchio e pazzo che non conosce (come fare) per essere illuminato95 ancora.
14 Perché da una casa di prigionieri è uscito per regnare. Perché anche nel suo regno è nato misero.96
15 Ho visto tutti i vivi che se ne vanno sotto il sole: con il bambino, il secondo,97 che starà fermo al posto di lui.
16 Non c’è termine a tutto il popolo, a tutto ciò che è stato prima di loro, anche gli ultimi non si rallegreranno in esso. Perché anche questo è spreco98 e compagnia di vento.
17 Custodisci99 i tuoi piedi quando andrai a casa dell’Elohìm e avvicinarsi per ascoltare è più del dare dei pazzi oro: perché essi non conoscono di fare male.
85 Gli oppressi sono stati fatti, resi tali. C’è una intenzione e una costruzione dell’oppressione, per K., non un prodotto secondario d’altra opera. Nelle traduzioni di solito al posto di questi oppressi si legge oppressioni. Ma è la stessa parola “haashukìm” che nello stesso verso, poco oltre, viene tradotta “gli oppressi”. È un participio passato.
Qui non dev’essere un re a parlare, altrimenti gli oppressi ricadrebbero sotto la sua responsabilità.
86 “Pecché me dice ’sti pparole amare?” recita un verso della famosa canzone napoletana Core ’ngrato. K. dice “’sti pparole amare” perché sta sotto l’amarezza degli oppressi.
87 L’opera svolta in gelosia, in concorrenza con un altro trascina con sé il morbo dello spreco in braccio al vento. L’opera è premio a se stessa e la parte che se ne ricava è quel po’ d’allegria mentre la si fa. Mettersi in competizione danneggia l’affanno e la regola. Questa breve notizia di K., se intesa, darebbe fastidio ai moderni sistemi di produzione.
88 “Csil”, pazzo: K. e il libro dei Proverbi si dividono quasi tutta la quota di “csil” in Lingua sacra. Il verso ha l’aria di essere un proverbio che K. confuta poi al rigo seguente.
89 Metti un po’ di calma nel tuo palmo. Isaia (30,15) dice al suo popolo che sarà salvato dal ritorno/pentimento (in ebraico pentirsi è fare all’indietro la strada della colpa e dell’errore, senza scorciatoie) e da “nàḣat”, calma.
“Nàhat” nell’uso successivo, per esempio in yiddish (che legge: “nàḣes”) vuol dire “consolazione”, quella che possono dare i figli ai genitori. È bello fare al contrario il percorso di una parola e vedere che la consolazione in principio era un tempo di riposo dalla fatica. Opportunamente K. scrive che si tratta di calma in palmo di mano, dove si impugnano gli attrezzi da lavoro.
90 “Eḣàd”, uno: è buono solo in cielo, solo Iod sta bene da “ehàd”. L’“anì”, l’io, ha bisogno del due, dello “shenì”.
91 È il salario di chi condivide con un’altra persona il proprio affanno. Salario, ricompensa è il condividere anche la pena. Il termine “sacàr” è proprio quello della paga di chi lavora a giornata. Perché la ricompensa dello stare in due è quotidiana.
92 Valore del mutuo soccorso dell’essere in due, ma è più importante e viene perciò prima il valore del verso precedente.
93 Prosegue in ordine discendente il vantaggio di coppia: scaldarsi a letto.
94 Ultimo dei vantaggi è spalleggiarsi in una zuffa. Qui il gioco di coppia è più precisamente maschile. Chi abbia partecipato a qualche corpo a corpo sa il valore di uno che protegga le spalle in cambio dello stesso servizio.
95 Per regnare c’è bisogno di illuminazione interiore, un combustibile che consuma in fretta. Il verbo è “zahàr” da cui il grande libro della kabbalà, lo Zohàr.
96 Allusione a un dettaglio storico perduto.
97 K. vede la fuga del tempo già nel bambino, immagina già il successore, “il secondo”, che incalza l’ultimo nato. Il verso sfocia nel successivo, che allarga il campo di questo pensiero un po’ compresso nel breve spazio di metà verso.
98 Gli ultimi non si rallegreranno di stare al posto di quelli precedenti. Spreco è qui il credere che le generazioni successive saranno felici, si troveranno meglio di noi. K. scrive che anche per loro il termine è Abele, e accompagnamento il vento.
99 Quando vai al tempio stai attento a non farti deviare i passi nemmeno se ci sono dei pazzi che regalano oro per strada. “Shamàr règhel” è espressione che si trova solo nei Proverbi (3, 26) e riguarda il custodire i propri passi da una cattura, da una trappola.
5.
1 Non ti smarrirai100 sulla tua bocca e il tuo cuore non si affretterà a fare uscire una parola al volto dell’Elohìm: perché l’Elohìm è nei cieli e tu sulla terra, perciò saranno le tue parole poche.
2 Perché viene il sogno in molta occupazione101; e voce di un pazzo in molte parole.
3 Quando farai voto di un voto a Elohìm non tarderai a pagarlo, perché non c’è intento102 nei pazzi: ciò che farai voto, paga.
4 Bene che non farai voto103: più che farai voto e non pagherai.
5 Non darai la tua bocca a far peccare la tua carne e non dirai al volto dell’angelo: “Perché un errore104 esso è”. Perché si adirerà l’Elohìm sulla tua voce e devasterà un’opera delle tue mani?
6 Perché in molti sogni ci sono e sprechi e parole assai.105 Perché l’Elohìm temi tu.
7 Se un oppressore di misero e un rapinatore di giudizio e di giustizia vedrai nella provincia, non ti stupirai sull’intento: perché un’altezza 106 di sopra a un’altezza custodisce, e altezze sono sopra di loro.
8 E un resto107 di terra nel tutto esso è: un re a un campo asservito.
9 Chi ama argento non si sazierà di argento e chi ama in108 abbondanza niente raccolto. Anche questo è spreco.
10 Nella moltitudine di bene si sono moltiplicati quelli che lo mangiano. E quale regola è per il suo padrone, tranne una vista dei suoi occhi?
11 Dolce109 il sonno di un servo se poco e se assai mangerà. E la sazietà per il ricco quella non lo fa riposare per dormire.
12 C’è un male che affligge, ho visto sotto il sole: una ricchezza custodita al suo padrone a suo male.
13 È rovinata la ricchezza, essa, in un’occupazione cattiva. E ha fatto nascere un figlio e non c’è in mano sua alcuna cosa.
14 Come è uscito dal ventre di sua madre nudo tornerà a andare come chi è venuto. E alcuna cosa non solleverà nel suo affanno che farà andare nella sua mano.
15 E anche questo un male che affligge, tutto come è venuto così andrà. E quale è un resto per lui che si affannerà per il vento?
16 Anche tutti i suoi giorni nel buio mangerà: e pena assai e sua ferita e l’ira.
17 Ecco che ho visto io, è bene che sia bello mangiare e bere e vedere un bene in tutto il suo affanno che si affannerà sotto il sole, numero dei giorni della sua vita che ha dato a lui l’Elohìm perché quella è la sua parte.
18 Anche ogni Adàm, che ha dato a lui l’Elohìm ricchezza e possedimenti e lo ha fatto governare per mangiare da essa e sollevare la sua parte e essere allegro nel suo affanno: questo, dono di Elohìm esso è.
19 Perché non assai ricorderà i giorni della sua vita: perché l’Elohìm è risposta110 nell’allegria del suo cuore.
100 II verbo smarrire, “bahàl”, è quello dei fratelli di Giuseppe quando lui si fa conoscere a loro e quelli non riescono nemmeno a rispondergli per quanto sono confusi. K. riprende quel senso di smarrimento ma con esito opposto alla bocca: un precipizio di parole.
101 Ci sono sogni che spuntano meccanicamente in seguito a un sovraccarico di preoccupazioni. K. sa che non tutti i sogni contengono un messaggio, alcuni sono solo uno sfogo di tensioni. Perciò la voce di un pazzo e le sue molte parole non contengono niente, solo un gargarismo di suoni.
102 Un altro disturbo di comportamento nei pazzi è per K. il tracollo degli intenti, un guasto nel meccanismo delle decisioni per cui non si dà seguito a ciò che si è promesso di fare. Il nostro sistema politico soffre di questo sintomo. K. manda a dire che si tratta di pazzi.
103 Insiste col voto, anche se non è quello elettorale, ma il debito che si è contratto con Elohìm. Il voto politico è invece un debito che l’eletto contrae con gli elettori. Il verso va bene anche per lui.
104 “Shegagà”, errore: è la trasgressione involontaria, di cui ci si accorge solo dopo. È termine legale in Lev/E ch. (4, 2 e 22 e 27 ecc.). Allora non dirai che il tuo è stato un errore-“shegagà”, involontario, perché invece l’hai commesso conoscendolo.
105 Sprechi e parole assai nei sogni, da scartare, da non considerare come messaggi: K. ritorna sul pensiero del verso due. Temi l’Elohìm: qui c’è un imperativo, tu devi temere l’Elohìm. Questo ordine suggellerà il libro al penultimo verso.
106 Quando vedi qualcuno che approfitta del suo rango per opprimere, distorcere sentenze, sappi che c’è sempre un rango più elevato sopra di lui. Questo pensiero in nulla riduce il torto, ma colloca il prepotente in una graduatoria di poteri insignificanti.
107 Un re dipende dal prodotto della terra, è un resto di terra. Questo pensiero materialista abbatte al suolo anche il rango di un re.
108 In nessun luogo della Lingua sacra il verbo amare si costruisce con la preposizione “be”, in. I grammatici lo ritengono un errore di raddoppio della consonante finale della parola precedente. In gergo si chiama dittografia. Non lo correggo e conservo la difficoltà, “amare in”. Il senso è: chi è avido di abbondanze non si sazierà di un buon raccolto.
109 “Matòk”, dolce: poche dolcezze, solo dodici, in Lingua sacra: miele, frutto, luce e sonno. Nella storia di Sansone/Shimshòn (Giudici 14) il dolce esce dal forte, secondo l’indovinello proposto da lui ai Filistei. La spiegazione sta nel leone ammazzato da Sansone, nella cui carcassa le api hanno costruito un alveare.
110 Forse il più bel verso di K.: l’Elohìm è la risposta che sta in un cuore quando è allegro. Nei versi precedenti K. ha riconosciuto il dono divino di poter godere dei propri beni. Ma l’Elohìm non si trova solo in quel dono, nel riconoscerlo come mittente, si trova anche sotto forma di risposta nel cuore dell’Adàm, nel luogo in cui il dono è destinato. Si trova dunque all’arrivo, non solo in partenza, sotto forma di allegria. Dove sia mai il pessimismo di K., non riesco a trovare.
6.
1 C’è un male che ho visto sotto il sole: e molto esso è sull’Adàm.
2 Un uomo che darà a lui l’Elohìm ricchezza e possedimenti e gloria e non è che manca al suo fiato di tutto ciò che desidererà111 e non gli darà governo l’Elohìm di mangiare da essa perché un uomo estraneo la mangerà. Questo è spreco e ferita cattiva112 essa è.
3 Se farà nascere un uomo, cento e anni molti vivrà e molti che saranno i giorni dei suoi anni e il suo fiato non si sazierà del bene e anche una tomba non sarà a lui: ho detto buono più di lui l’aborto.113
4 Perché nello spreco è venuto e nel buio114 se ne andrà. E nel buio il suo nome sarà coperto.
5 Anche sole non ha visto e non ha conosciuto: una calma è a questo più di questo.115
6 E pure se è vissuto mille anni due volte e un bene non ha visto: non verso un luogo, uno, il tutto va?
7 Tutto l’affanno di Adàm è per la sua bocca: e anche il fiato116 non sarà riempito.
8 Perché cosa è di più a un saggio, più del pazzo? Cosa è per un afflitto uno che conosce l’andare117 incontro ai vivi?
9 Buona una vista d’occhi più di un andar di fiato.118 Anche questo è spreco e compagna di vento.
10 Ciò che è stato già è stato chiamato il suo nome, e è conosciuto119 che egli è Adàm: e non potrà entrare in causa con chi è più duro120 di lui.
11 Perché ci sono parole assai che moltiplicano spreco121: cosa è in più all’Adàm?
12 Perché chi conosce cosa è buono per l’Adàm nella vita, numero di giorni di vita del suo spreco e li farà122 come l’ombra? Poiché chi racconterà all’Adàm cosa sarà dopo di lui sotto il sole?
111 “Itauè”, desidererà: verbo di intenso desiderio fisico, lo stesso degli Ebrei nel deserto che vogliono mangiare carne, o di Davide quando vuol bere l’acqua di un pozzo che sta nell’accampamento nemico (I Cronache 11,17). Per lo più si tratta di desideri esaudibili ed esauditi.
112 Ferita cattiva: ne esistono di buone? Cattiva qui vuol dire che non si rimargina.
113 “Nèfel”, aborto: dal verbo “nafàl”, cadere. È ciò che cade ancora informe dal grembo, come un frutto staccatosi verde. Tre casi di questo “nèfel”: gli altri in Giobbe/Iiòv (3,16) che desidera non essere mai nato e in Salmo 58, verso 9, sotto forma di invettiva contro i giudici. In tutti e due i casi “nèfel” è collegato alla mancanza di luce.
114 Venuto in spreco di seme, si spegne in buio di ventre, neanche il suo nome ha avuto luce.
115 Termine di paragone è il ricco del verso tre. Il vero vantaggio dell’aborto sta nell’essere sfuggito alle leggi fisiche, di non stare “tàḣat hashèmesh”, sotto il sole. K. qui rasenta Giobbe, ma freddamente stavolta, soppesando la sorte dell’aborto e quella del ricco.
116 Tutti gli sforzi sono al servizio della bocca eppure non riescono nemmeno a riempire il fiato, “nèfesh”. Per me questa parola è solo “fiato” da Gen/In pr. dove è “nèfesh ḣaià”, fiato di vita per le bestie create da Elohìm. Le traduzioni estendono “nèfesh” a significare “anima”, “spirito” e altre esalazioni immateriali.
117 Che differenza fa per un afflitto uno che sappia andare incontro ai vivi e alla vita, rispetto a uno che non sappia affrontarli? Il punto di vista è quello dell’afflitto, avamposto di ogni osservatorio.
118 Non c’è da nessun’altra parte delle Scritture “halàc nèfesh”, andare di fiato. Nelle costruzioni simili del verbo “halàc” aiuta Gioele/Ioèl (4,18) dove le colline “andranno di latte”; in Michea/Micà (2,11) un uomo va a vento e falsità. Allora l’andare di fiato può essere uno straparlare, mentre la vista d’occhi è uno starsene a guardare e conservarsi in silenzio. È possibile che qui K. si rivolga di colpo a se stesso e si dia per morso sulle sue parole la chiusura del verso.
119 Variante di un pensiero già incontrato: contro i solletichi della novità, di rappresentare primizia, l’uomo sappia che il suo nome è già conosciuto ed è solo un nome di specie, non di persona. Adàm: chiunque sia, quelle sono tutte le sue generalità.
120 “Takkìf”, duro: altra intrusione aramaica nell’ebraico di K. Più duro di lui, dell’Adàm: credo sia l’Elohìm, qui affettuosamente nominato come un potente o un prepotente.
121 Spreco di parole nella contesa con il “takkìf”.
122 Fare i giorni, farli come li fa l’ombra: si sposta secondo il giro del sole. Finisce il giorno e l’ombra si dilegua. E all’Adàm nessuno può raccontare del nuovo giorno e delle nuove ombre.
7.
1 Buono è un nome più di un olio buono.123 E il giorno della morte più del giorno del suo essere nato.
2 Buono andare a una casa di lutto più di andare a una casa di banchetto, in ciò che quella è fine di tutto l’Adàm. E il vivo darà al suo cuore.124
3 Buona una pena più del ridere: perché in un male di volto starà bene un cuore.
4 Cuore di saggi in una casa di lutto e cuore di pazzi in una casa d’allegria.125
5 Buono ascoltare una minaccia di saggio: più di uomo che ascolta un canto di pazzi.
6 Perché come voce di sterpi126 sotto la pentola così il ridere di un pazzo. E anche questo è spreco.
7 Perché l’oppressore farà impazzire un saggio. E rovinerà un cuore un dono.127
8 Buona la parte ultima di una cosa più del suo principio.128 Buona una lunghezza129 di vento più di un’altezza di vento.
9 Non ti smarrirai nel tuo vento a penare: perché pena in petto di pazzi riposerà.
10 Non dirai: cosa è stato che i giorni i primi sono stati buoni più di questi: perché non da saggezza hai domandato su questo.
11 Buona una saggezza con un’eredità.130 E un di più per quelli che vedono il sole.
12 Perché nell’ombra della saggezza è nell’ombra dell’argento. E un avanzo di conoscenza della saggezza farà vivere il suo padrone. 131
13 Vedi l’opera di Elohìm: perché chi potrà raddrizzare ciò che ha torto?
14 In un giorno di bene sii in bene e in un giorno di male vedi: anche questo di fronte132 a questo ha fatto l’Elohìm su parola che non troverà l’Adàm dopo di lui alcuna cosa.
15 Il tutto ho visto nei giorni del mio spreco. C’è un giusto che rovina nella sua giustizia e c’è un empio che si prolunga nel suo male.
16 Non sarai giusto assai e non ti farai saggio di più: perché sarai desolato?
17 Non sarai empio assai e non sarai insensato. Perché morirai non nel tuo punto?133
18 Buono che terrai forte in questo134 e anche da questo non riposerai la tua mano. Perché timore di Elohìm uscirà135 a tutto.
19 La saggezza darà potenza a un saggio: più di dieci governatori136 che sono stati nella città.
20 Perché un Adàm non è un giusto sulla terra: che farà un bene e non peccherà.
21 Anche a tutte le parole che parleranno non darai il tuo cuore: che non ascolterai il tuo servo che ti maledice.137
22 Perché anche delle volte, molte, ha conosciuto il tuo cuore: che anche tu hai maledetto altri.
23 Tutto questo ho provato138 nella saggezza: ho detto sarò saggio, e quella è lontana da me.
24 Lontano è ciò che è stato. E profondo139 profondo, chi lo troverà?
25 E mi sono volto io e il mio cuore a conoscere e a esplorare e cercare saggezza e conclusione. E a conoscere malvagio, un lombo 140 e l’insensatezza, bizzarrie.
26 E trovo141 io amaro più della morte la donna, che lei è macchine d’assedio142 e reti il suo cuore, legàmi le sue mani. Un buono al volto dell’Elohìm scamperà da lei e un peccatore sarà assalito in lei.
27 Vedi, questo ho trovato, ha detto143 Kohèlet: una per una per trovare una conclusione.
28 Ciò che ancora ha cercato144 il mio fiato e non ha trovato: Adàm, uno da mille, ho trovato e una donna in tutte quelle non ho trovato.
29 Solo vedi questo ho trovato che ha fatto l’Elohìm l’Adàm retto: e essi145 hanno cercato conclusioni, molte.
123 Olio buono: se lo mettono in testa i sacerdoti (Salmo 133, 2). C’è qui una specie di scioglilingua: “Tov shem mishèmen tov” (buono è un nome più di un olio buono). Inizia qui una breve raffica di pensieri funerei e di considerazioni estremiste svolte con la calma di chi constata delle evidenze.
124 Darà al suo cuore il succo spremuto di questo pensiero.
125 Un cuore collaudato dai lutti è più esperto di uno collaudato dalle risate. I saggi di un tempo lo sapevano.
126 Chi ha sentito crepitare un fuoco di rametti, sterpi, spini, può gustare la perfetta similitudine di K.: in più il riso che scoppietta a suono di sghignazzo si estingue in fretta e dopo la fiammata non lascia calore.
127 Il dono che rovina un cuore è quello fatto a un giudice per ottenere un trattamento di favore.
128 Se non si può essere contemporanei degli inizi, si può esserlo della fine. Se non si può avere Adàm per padre, si può avere il Messia/Meshìaḣ per contemporaneo. Per gli appassionati di questo pensiero amico la trascrizione ebraica è: “Tov aḣarìt davàr mereshitò”. Ma K. non ha in mente il Messia, né qui né altrove.
129 Lunghezza di vento è immagine di chi ha il fiato lungo e sospira. Altezza di vento è di chi per boria gonfia il petto e lo innalza. Torna sempre questo vento generale che accompagna l’Adam. Qui di nuovo l’immagine è fisica, frutto di osservazione: l’uomo afflitto emette fiato lentamente e a lungo, l’arrogante invece lo aspira spingendo in alto i polmoni.
130 Eredità è “naḣalà”, fiume è “naḣàl”: l’eredità è un lascito naturale, i padri e i figli stanno in una corrente. Qui non si intendono solo i beni materiali, ma il frutto di un’appartenenza a una tradizione che, come l’acqua, discende.
131 Chi è padrone anche di un avanzo di saggezza vivrà con mezzi adeguati, perché stare all’ombra di quella è come stare all’ombra dell’argento. Contro le intemperie del sole, l’ombra è bene indispensabile.
132 Il bene e il male sono costruiti da Elohìm e stanno uno di fronte all’altro. L’espressione “leummàt” – di fronte – ricorre nei dettagli di costruzione di manufatti sacri affidati a Betzalèl da Mosè, in Esodo/Nomi. Anche qui ritorna il verbo “asà”, fare. Nella simmetria del bene e del male spetta all’Adàm il fare l’uno o l’altro, che è il secondo tempo del fare di Elohìm.
In Deut/Parole (11,26) si legge: “Vedi io do ai vostri volti oggi: benedizione e maledizione”. Iod stabilisce addirittura due monti opposti in terra di Canaan come luoghi geografici di questa equivalenza: “e darai la benedizione su monte Gherizzìm e la maledizione su monte Evàl” (11,29).
133 Rashi (Troyes, XI-XII secolo) qui spiega che se hai commesso dei torti non persistere credendo che non c’è più speranza. Non fare che si depositi su di te la posa del maledetto. Si muore anche prima del corpo, prima del punto (“et”) assegnato.
134 I due “questo” sono il bene e il male, la saggezza e l’empietà. Le terrai strette tutte e due perché sono la tua parte. K. riprende la corrispondenza frontale tra le due possibilità, come nel verso quattordici. Dal secondo termine, il male, non riposerai la tua mano: dal tenerlo lontano.
135 Ci riuscirai con il timore di Elohìm. Qui il verbo “uscire” è usato con una rara costruzione transitiva, con un complemento oggetto. In altri due casi soltanto ricorre quest’uso e riguardano un uscire “la” città. Il timore di Elohìm farà uscire da tutta la difficoltà di scelta, di orientamento. K. forse fa un riferimento a Giuseppe e al suo ruolo di capo in Egitto: uno dei due uscire “la” città riguarda un suo episodio (Gen/In pr. 44,4).
136 Governatore: “shallìt”, proprio come Giuseppe in Egitto (Gen/In pr. 42,6). Qui K. elabora un pensiero che è impastato di citazione con il primo dei libri, e che non mi risulta spiegato da alcun commento. Ammetto di ignorare il significato di questo accostamento esplicito. Lo nomino per segnalarlo a chi saprà ragionarci e spiegarlo.
137 Non dar retta alle molte parole che ti vengono riferite, possono anche essere vere ma non ti faranno ascoltare la viva voce del tuo servo che parla male di te. Le voci riferite non hanno valore.
138 II verbo è “nissà” come nel capitolo 2, verso uno, quando K. si è messo alla prova “in”, a mezzo di, allegria. Ora si sperimenta in saggezza e il risultato non è diverso dallo “spreco”.
139 “Amòk”, profondo. È aggettivo che riguarda in Lingua sacra: l’aspetto di una piaga sulla pelle, un cuore, la coppa dell’afflizione, la bocca delle donne adultere, una fossa, le acque, il labbro di certi popoli grossolani.
La saggezza è lontana come ciò che è stato, come il passato, profondo, fuori dalla possibilità del verbo “trovare”.
140 “Chèsel”, lombo: sede della propria consistenza e della falsa fiducia in se stessi. Viene buono solo quando è Iod, Dio, a mettersi nei lombi: “Iod sarà nel tuo lombo” (Proverbi 3,26).
141 Verso aspro assai, più un’invettiva che un pensiero: a contrappeso una donna può leggere in Proverbi (18,22): “Chi ha trovato (‘matzà’) una donna ha trovato un bene”. K. qui scrive “motzè anì” (trovo io). Questi due versi erano un tempo così popolari che si usava domandare a uno sposo recente: “matzà o motzè?”, per chiedere se aveva trovato (“matzà”) un bene o invece aveva trovato (“motzè”) amaro.
142 “Metzodìm”, macchine d’assedio; “illachèd”, sarà assalito: K. attribuisce alla donna una strategia militare.
143 L’ebraico ha una desinenza maschile e una femminile nel verbo: “amàr” ha detto lui; “amrà” ha detto lei. Qui il nome Kohèlet ha per la sola volta una desinenza femminile, è scritto “amrà”: “ha detto” lei. Alcuni ritengono che la lettera in più della desinenza femminile, la “he”, appartenga alla seguente parola, Kohèlet, sia il suo articolo, il Kohèlet, come si leggerà al verso 8, capitolo dodici. Non potendo correggere il testo, posso solo pensare che K. indagando sulle donne, una a una, abbia fatto parlare un suo suggeritore femminile; come nei Proverbi avviene a Lemuel (capitolo 31) che parla della donna con la voce di sua madre che lo istruisce.
144 Versi finali di scatenamento dei verbi “trovare” e “cercare”: un affanno di indagine su donne prese una per una, su uomini esaminati a migliaia e con un solo Adàm tra essi. K. qui si prende in giro, mettendoci dentro anche l’ambiguità di quella parola “elle” (quelle) che vale sia per il maschile che per il femminile e si potrebbe leggere: “uno da mille ho trovato e una donna in tutti quelli non ho trovato”.
145 Eccolo di nuovo il nostro K. che infine scrive davvero quello che ha trovato: che Elohìm ha fatto l’Adàm retto e gli uomini, “essi”, detto con un po’ di spregio, se ne vanno a trarre conclusioni a bizzeffe. Adàm qui contiene la specie intera, prima della suddivisione in sessi.
8.
1 Chi è come il saggio e chi conosce significato146 di parola? Saggezza di un Adàm farà luce147 al suo volto e indurimento di suo volto sarà cambiato.
2 148Io (dico) bocca di re custodisci: e su parola di giuramento di Elohìm.
3 Non ti smarrirai,149 via dal suo volto andrai, non starai fermo in una parola cattiva: perché tutto ciò che avrà intento, farà.
4 In ciò che parola di re è governo. E chi150 dirà a lui cosa farai?
5 Chi custodisce comandamento non ha conosciuto parola cattiva. E un punto e un giudizio151 ha conosciuto un cuore saggio.
6 Perché per ogni intento c’è un punto e un giudizio. Perché il male di Adàm è molto su152 a lui.
7 Perché non c’è chi conosca ciò che sarà. Perché come sarà, chi racconterà a lui?
8 Non c’è un Adàm governatore nel vento per terminare il vento e non c’è governo nel giorno della morte e non c’è missione153 nella guerra. E non scamperà una cattiveria il suo padrone.154
9 Tutto questo ho visto, e dare155 il mio cuore a ogni opera che è stata fatta sotto il sole: un punto che ha governato l’Adàm su Adàm per un male a lui.
10 E così ho visto empi sepolti, e sono venuti156 e da un luogo santo se ne andranno e dimenticheranno nella città, che così fecero. Anche questo è spreco.157
11 Perché non è stata fatta dichiarazione158 dell’opera di male presto. Perciò si riempie il cuore dei figli di Adàm in loro del fare un male.
12 Che un peccatore fa un male cento (volte) e si prolunga.159 Perché anche conosco io che sarà un bene per quelli che temono l’Elohìm, che temeranno via dal suo volto.
13 E un bene non sarà per l’empio e non prolungherà i giorni come l’ombra160: che lui non teme via dal volto di Elohìm.
14 C’è uno spreco161 che è fatto sulla terra, che ci sono dei giusti che tocca a loro come un’opera degli empi e ci sono empi che tocca a loro come un’opera dei giusti. Ho detto che anche questo è spreco.
15 E ho elogiato io l’allegria, che non c’è un bene per l’Adàm sotto il sole tranne mangiare e bere e rallegrarsi. E questo presterà162 a lui nel suo affanno i giorni della sua vita che ha dato a lui l’Elohìm sotto il sole.
16 Poiché ho dato il mio cuore a conoscere saggezza e a vedere la occupazione che è stata fatta sulla terra. Perché anche nel giorno e nella notte sonno nei suoi occhi163 lui non vede.
17 E ho visto tutta l’opera di Elohìm che non potrà l’Adàm trovare, l’opera che è stata fatta sotto il sole, in ciò che si affannerà l’Adam a cercare e non troverà. E anche se dirà il saggio di conoscere, non potrà trovare.164
146 “Pèsher”, significato: parola usata solo qui e solo da K. È un altro prestito dall’aramaico “peshàr” che nel libro di Daniele (scritto in gran parte in aramaico) è il significato del sogno di Nabucodonosor.
147 Un’antica interpretazione ebraica (“midràsh”) insegna che il saggio si illumina in volto quando sa rispondere a una questione che gli viene rivolta.
148 Inizio di consigli su come comportarsi di fronte al re e in genere di fronte all’arbitrio dell’autorità. La frase è difficile, “io” non ha verbo. È un invito all’obbedienza di quanto il re ordina, in nome di un giuramento fatto a Elohìm.
149 Consigli per una certa prontezza di riflessi davanti all’autorità: non smarrirsi, andarsene in buon ordine e non restare fermo lì dopo aver incassato una parola amara.
150 Esagerata espressione di sottomissione all’autorità forse anche caricaturale, perché qui K. parla di un re negli stessi termini usati da Giobbe/Iiòv per Elohìm (9,12): “Chi dirà a lui: cosa farai?”
151 Un punto e un giudizio: il punto, l’occasione propizia di un giudizio. Rashi qui spiega che un cuore saggio conosce il momento di un giudizio di Elohìm.
152 Il male di Adàm dipende da lui, è sopra di lui.
153 “Mishlàhat”, missione: parola apparsa solo qui e nel Salmo 78 (verso 49) dove si tratta degli angeli mandati contro l’Egitto. Allora se “mishlàḣat” è missione di truppe da parte di Elohìm, nella guerra che gli uomini si fanno non ci può essere “missione” divina. L’Adàm, che non governa il vento né il giorno della morte, non ha diritto di credere a una “mishlàḣat” nelle sue guerre.
154 Ci sono stati molti “baalìm”, padroni, in Lingua sacra: di donna, di pozzo, di parole, di sogni, di collera, di ali, di lingua, di un patto e d’altro ancora. K. aggiunse di suo il “baàl” di cattiveria. Nella frase la cattiveria è il soggetto e non salverà il suo padrone, neanche in guerra.
155 Costruzione di “e dare” che richiama ancora una volta un passo di Gen/In pr. (41,43): quando Faraone pone Giuseppe a capo dell’Egitto. È il culmine politico di un intervento di Dio che pone un suo eletto a protezione e amministrazione di una grande nazione. Da quel vertice in giù K. vede il male di un governo umano privo di quella grandezza di investitura e di progetto di salvezza, che fu l’impresa di Giuseppe in Egitto.
156 Sono venuti: quelli che hanno partecipato al funerale e già sulla via di ritorno hanno dimenticato le azioni commesse dagli empi appena sepolti.
157 Spreco è disperdere nel ricordo l’esperienza di quello che essi commisero.
158 “Pitgàm”, dichiarazione ufficiale di qualche autorità. In Ester è l’editto del re che priva del titolo di regina sua moglie Vashti (Ester 1,20). La mancata dichiarazione, il differimento di una sanzione istiga l’Adàm a far altro male.
159 Un peccatore ha i giorni prolungati: e allora? K. sa che la prosperità degli empi è perfino un bene per quelli che temono Elohìm, anche quando sono lontani dal suo volto: imparano a temerlo senza dipendere dalla sua giustizia, dalle sue opere, ma per attaccamento.
160 Quando il giorno finisce l’ombra si allunga: così la vita che quando è ricca d’anni ha i giorni lunghi come le ombre dell’ultima luce. È un’immagine perfetta e semplice. Ha per corollario che una vita troncata giovane fa poca ombra, come la luce del mezzogiorno.
161 Questo pensiero antico sta nel verso tra due dichiarazioni di spreco, che lo scortano. Cos’è qui spreco? Non certo il disegno di Elohìm contraddittorio solo per il nostro criterio di giudizio, piuttosto è spreco il pensiero che insegue le differenze, fa paragoni e di fatto pretende di giudicare Elohìm.
162 Prestare: l’allegria è il prestito per reggere l’affanno. Sotto il sole, nella vita puramente naturale non c’è che questa compagnia, l’allegria, a compensare l’affanno.
163 Nuova citazione di Gen/In pr. (31,40): giorno, notte e sonno dagli occhi sono nella recriminazione di Giacobbe a Labano che l’ha inseguito e perquisito per cercare i suoi idoli scomparsi, trafugati da Rachele. Qui K. paragona le fatiche di Adàm a quelle di Giacobbe presso Labano che gli cambiava le carte in tavola per trattenerlo al suo servizio.
164 Il capitolo è iniziato col saggio che conosce il significato, “pèsher”, delle parole e si chiude col saggio che dice di conoscere “ma non potrà trovare”. Non potrà trovare l’opera di Elohìm, la sua intelligenza: potrà solo starci sotto quell’opera, non trovarla. Il verbo “matzà”, trovare, ha un peso nella contabilità dello spreco. K. lo usa sedici volte.
9.
1 Perché tutto questo ho dato al mio cuore e per sperimentare tutto questo, che i giusti e i saggi e i loro servi sono in mano dell’Elohìm. Anche amore anche odio non conosce l’Adàm, il tutto è ai loro volti.165
2 II tutto è come per il tutto, sorte166 una per il giusto e per l’empio, per il buono e per il puro e per l’impuro e per chi sacrifica e per colui che non sacrifica. Come il buono, come il peccatore, colui che giura come colui che giuramento teme.
3 Questo è un male in tutto ciò che è stato fatto sotto il sole perché sorte una è per il tutto. E anche il cuore dei figli di Adàm è pieno di male167 e bizzarrie nel loro cuore, nelle loro vite, e dopo di lui verso i morti.
4 Perché chi è colui che sarà scelto?168 Per tutti i vivi c’è una fiducia169: perché per un cane esser vivo è buono più del leone che muore.
5 Perché i vivi conoscono che moriranno. E i morti essi non conoscono alcuna cosa e non c’è più per loro un salario170 perché è dimenticato il loro ricordo.
6 Anche il loro amore anche il loro odio anche la loro gelosia già è perita. E parte non è a loro più al mondo in tutto ciò che è fatto sotto il sole.
7 Vai mangia in allegria il tuo pane e bevi in cuore buono il tuo vino: perché già ha accettato l’Elohìm le tue opere.
8 In ogni punto saranno i tuoi vestiti bianchi. 171 E olio sulla tua testa non mancherà.
9 Vedi una vita con una donna che hai amato tutti i giorni di vita del tuo spreco172 che ha dato a te sotto il sole, tutti i giorni del tuo spreco. Perché quella è la tua parte nella vita e nel tuo affanno che tu affanni sotto il sole.
10 Tutto ciò che troverà la tua mano di fare in tua forza, fai. Perché non c’è opera e conclusione e conoscenza e saggezza in Sheòl,173 che tu vai là.
11 E sono tornato e a vedere sotto il sole che non ai leggeri è la corsa e non ai coraggiosi la guerra e anche non ai saggi pane e anche non agli intelligenti ricchezza e anche non a quelli che conoscono, grazia. Perché un punto e un impatto174 accadrà a tutti loro.
12 Perché anche non conoscerà l’Adàm il suo punto come pesci che sono afferrati in una nassa cattiva e come passeri afferrati nel laccio. Come essi, sono acciuffati i figli di Adàm a un punto cattivo quando cadrà sopra di loro d’improvviso.175
13 Anche questo ho visto, una saggezza sotto il sole: e grande essa verso di me.
14 Una città piccola e uomini in essa pochi. E è venuto verso di lei un re grande e ha avvolto lei e ha costruito sopra di lei mezzi d’assedio grandi.
15 E si è trovato in essa un uomo di stenti, un saggio, e ha scampato lui la città nella sua saggezza. E un Adàm non ha ricordato l’uomo di stenti, lui.
16 E ho detto io buona è saggezza più di coraggio. E la saggezza di chi è in stenti è disprezzata e le sue parole esse non sono ascoltate.
17 Parole di saggi in calma sono ascoltate: più di un grido di un potente tra i pazzi.
18 Buona è saggezza più di oggetti di combattimento. E un peccatore, uno, farà perire un bene, molto.
165 Ai loro volti: anche se ce l’ha scritto in faccia l’odio o l’amore, l’Adàm non lo conosce perché esso è tutto nella mano di Elohìm.
166 Simmetria delle sorti, pareggio degli esiti: K. lo dichiara con evidenza quieta e senza aspettative d’oltretomba. La retribuzione, il salario è in terra e subito, come riferisce un maestro del Talmud: “Salario di comandamento è il comandamento e salario di trasgressione è la trasgressione”, male e bene sono castigo e premio a se stessi. A livella, poesia di Totò sulla morte, filosofeggia invece sull’uguaglianza dell’oltrevita.
167 È rischioso il pensiero che si vada a una sorte unica, perché il cuore di Adàm è già pieno di male.
168 Verso variamente rigirato da ipotesi di correzione: lo lascio naturalmente così com’è. “Chi sarà scelto” può riferirsi all’alternativa tra il cane vivo e il leone morto.
169 La fiducia, “bittaḣòn”, parola rara che in Isaia (36,4) si riferisce alla disperata convinzione degli abitanti di Gerusalemme e del re Ezechia di essere salvati e non soccombere all’assedio delle truppe assire di Sennacherib. Qui è la fiducia dell’essere vivi che è almeno condizione per potersi correggere.
170 Qual è il salario dei morti? È il loro ricordo, è essere ricordati dai vivi.
171 I vestiti bianchi e l’olio sul capo sono segni di festa. Ma su un vestito bianco la più piccola macchia risalta di più.
172 Tra due ripetizioni di spreco K. pone a scampo l’amore di una donna, la poca parte che si può dichiarare di aver avuto in questo mondo.
173 “Sheòl” è il luogo dei morti, collocato negli abissi del sottosuolo.
174 “Fegà”, impatto: rafforza il valore di urto e di accidente della parola “et”, punto. Sta a indicare che ci accadono cose e destini che non corrispondono mai alle nostre caratteristiche e che le urgenze della vita investono a caso le persone e quasi mai le più idonee.
175 Gli eventi ci attendono a un varco e noi, con tutta la scaltrezza e l’esperienza che presumiamo, ci finiamo dentro come pesci, come uccelli a capofitto in trappola.
10.
1 Mosche176 di morte, puzzerà traboccherà177 olio di profumiere. Preziosa più di saggezza più di gloria un’insensatezza, poca.178
2 Cuore di saggio è alla sua destra179 e cuore di pazzo alla sua sinistra.
3 E anche nel cammino, come che l’insensato vada, il suo cuore manca.180 E ha detto al tutto: insensato esso è.
4 Se un vento181 del potente salirà sopra di te, il tuo luogo non farai riposare. Perché una guarigione farà riposare peccati grandi.
5 C’è un male, ho visto sotto il sole. Come un errore che esce via dal volto di un governatore.
6 È dato l’insensato in altezze molte e i ricchi nella prostrazione abiteranno.
7 Ho visto servi su cavalli. E comandanti che vanno come servi sulla terra.182
8 Chi scava un buco in esso cadrà. E chi rompe un muro,183 lo morderà un serpente.
9 Chi fa viaggiare pietre sarà ferito in esse. Chi taglia legni sarà in pericolo in essi.
10 Se è smussato184 il ferro e lui non facce ha acuminate e (pure) i valorosi incoraggerà. E un avanzo ha fatto regola di saggezza.
11 Se morderà185 il serpente senza incantesimo: e non c’è avanzo per un padrone della lingua.
12 Parole di bocca di saggio sono grazia. E labbra di pazzo l’inghiottiranno.186
13 Esordio187 di parole di sua bocca è insensatezza. E parte ultima di sua bocca è bizzarria cattiva.
14 E l’insensato moltiplicherà parole. Non conoscerà l’Adàm cosa è ciò che sarà, e ciò che sarà da dopo di lui chi racconterà188 a lui?189
15 Affanno dei pazzi lo stancherà: (come) chi non ha conosciuto l’andare190 verso una città.
16 Ahi, per te terra che il tuo re è giovane. E i tuoi comandanti nel mattino mangeranno.
17 Felice tu terra che il tuo re è figlio di illustri. E i tuoi comandanti nel punto mangeranno in incoraggiamento e non in bere.
18 Nelle due pigre191 sprofonderà il soffitto. E in prostrazione di mani si squaglierà192 la casa.
19 Per ridere fanno pane,193 e vino rallegrerà vita. E l’argento risponderà a tutto.
20 Anche nella tua riflessione194 un re non maledirai e in camere di tuo riposo non maledirai un ricco: perché un uccello dei cieli farà andare la voce e un padrone delle ali racconterà una parola.
176 “Zevùv” mosca, “baàl zvùv” (Belzebù), padrone della mosca.
177 Traboccare: di fiume, di parole. Qui è la fermentazione dovuta a cattiva chiusura.
178 Un po’ di scarto dalla saggezza ci vuole.
179 Il cuore, salvo malformazioni, sta a sinistra sia in un saggio che in un pazzo. K. lo sa, ma qui dice che il cuore appartiene alla mano maestra (di solito la destra) in un saggio e alla mano meno abile nel pazzo.
180 Mancar di cuore: espressione frequente nel libro dei Proverbi, attribuito anch’esso a Salomone. Nei Proverbi mancano di cuore: chi rende una donna adultera, un giovane che va con una prostituta, chi disprezza un compagno, chi insegue cose inutili, chi si fa garante di un altro per leggerezza, chi lascia che si rovini la sua vigna. Mancar di cuore non è essere spietati, ma essere senza un centro e un carattere.
181 Se un vento di potenza, un desiderio di potere ti assalirà restatene nel tuo luogo, perché quello sarà il rimedio per i grandi peccati dell’orgoglio. Non far riposare un luogo equivale a non andarsene. Qui per guarigione si intende convalescenza. Questo verso è di solito tradotto altrimenti.
182 Nessun rammarico in queste considerazioni, solo ancora esempi di quell’“et va fèga”, un punto e un impatto, che accade a quelli di “sotto il sole” (9,11).
183 “Gadèr”, muro, non di una casa ma di una recinzione. Chi rompe il muro di un limite, di una divisione, sarà morso dal serpente, “nàḣash”, naturalmente lo stesso animale di Eva.
184 “Keà”, verbo rarissimo, è quello del verso famoso di Ezechiele (18,2): “i padri mangiano uva acerba e i denti dei figli si smusseranno”, allapperanno. È l’effetto di smussamento del taglio dei denti. Allora una spada smussata incoraggia i valorosi, anziché abbatterli. È un di più che regola la loro saggezza e abilità. È ancora un verso difficile che cerco di spiegarmi senza spostarmi dalla lettera del verso, forse malconcio.
185 Mordere e baciare in ebraico sono parole vicine: “nashàc, nashàk”. Qui il serpente è paragonato alla lingua che può mordere se il suo padrone non usa l’incantesimo. Il Talmud (Moèd Katàn 18a) avvisa che esiste un patto che una persona fa con le sue labbra: “berìt cherutà lisfatàim”, un patto tagliato per le labbra, per evitare di trasformare la propria lingua in un serpente.
186 Le labbra inghiottiranno il pazzo. Il verbo è “balà”, inghiottire, lo stesso del sogno di Faraone (Gen/In pr. 41,7 e 24) con le spighe magre che inghiottono le grasse; lo stesso di Giona/Ionà inghiottito dal pesce grande; lo stesso di Giobbe/Iiòv (7,19) che accusa Iod di non lasciargli neanche il tempo di inghiottire lo sputo.
187 “Teḣillà”, esordio, altra parola presente nel sogno di Faraone. Dopo il verbo delle spighe “balà”, ora c’è questa parola che riguarda le vacche magre che dopo aver mangiato le grasse restano macilente, il loro aspetto è cattivo come “beteḣillà”, in esordio. Le parole dei pazzi sono come sogni di Faraone che nessuno sa interpretare, tranne Giuseppe. Giuseppe in ebraico è Io-sef, che vuol dire “colui che aggiunge”.
188 Nessuno può raccontare il seguito perché nessuno sa interpretare le parole dei pazzi.
189 Rashi interpreta il “dopo di lui” leggendo “dietro di lui”: è lettura che coinvolge anche l’ignoranza del passato, oltre che quella del futuro. L’Adàm non conosce neanche il prima.
190 L’uomo di campagna che non è pratico dell’andare in città prova un affanno che K. prende a paragone.
191 Le due pigre sono le mani.
192 La casa si squaglia secondo il raro verbo “dalàf” che fa squagliare il fiato nel cordoglio (Salmo 119,28) e l’occhio di Giobbe/Iiòv (16,20). Il verso mima il rumore di uno sgocciolamento: “vubeshiflùt iadàim idlòf habàit”: e in prostrazione di mani si squaglierà la casa.
193 Far pane per una festa. L’argento del re provvederà ai festini, sia a quelli sciagurati che iniziano al mattino presto, sia a quelli moderati: premessa di consiglio del verso seguente.
194 Neanche nella tua riflessione sul comportamento dei re, dei ricchi, ti deve scappare un giudizio di maledizione, perché sarai chiamato a risponderne.
11.
1 Manda il tuo pane sul volto delle acque: perché in195 molti giorni lo troverai.
2 Dài parte a sette e anche a otto: perché non conoscerai cosa sarà un male sulla terra.
3 Se saranno pieni i cirri, pioggia sulla terra estrarranno196 e se cadrà un legno nel sud e se nel nord: luogo che cadrà197 il legno, là saranno.
4 Chi fa il custode di vento non seminerà. E chi vede nei cirri non mieterà.
5 Così non è che tu conosca qual è una via del vento come ossa198 in ventre della piena: proprio così non conoscerai opera dell’Elohìm, che farà il tutto.
6 Nel mattino semina il tuo seme e alla sera non riposerà la tua mano. Perché non è che tu conosca quale farà regola, questa o questa? E se loro due come una sono buone.
7 E dolce199 è la luce. E buono agli occhi vedere il sole.
8 Perché se anni assai vivrà l’Adàm in tutti loro si rallegrerà. E ricorderà i giorni del buio perché assai saranno. Tutto ciò che è venuto è spreco.
9 Rallègrati adolescente nelle tue fanciullezze e sia buono il tuo cuore nei giorni della tua adolescenza e vattene nelle vie del tuo cuore e nelle viste dei tuoi occhi. E conosci che sopra tutto quello ti farà venire l’Elohìm nel giudizio.
10 E fai mancare pena dal tuo cuore e fai passare un male dalla tua carne: perché la fanciullezza e l’età d’alba200 sono spreco.201
195 Nella maggior parte delle traduzioni si legge “dopo” molti giorni lo troverai. Non è così, per me K. non trova quell’offerta, uguale e come custodita dalle acque presso una cassetta di sicurezza. K. annuncia una moltiplicazione della retribuzione: molte volte in molti giorni. Vedi racconto in appendice. K. qui sa qualcosa sulla generosità, che non è di questo mondo.
196 “Merìk”, estrarre, in Lingua sacra si usa per estrarre: benedizione, pioggia, oro, lancia, spada. La pioggia è come un giacimento sospeso in cielo.
197 Se guardi l’orientamento di caduta di un albero saprai la direzione delle nuvole.
198 Le ossa nel ventre della gravida dichiarano il sesso del nascituro, dettaglio che era utilmente ignoto fino a poc’anzi.
199 Dei dodici ritorni della parola dolce/“matòk” in Lingua sacra, due riguardano l’episodio di Sansone, citato in nota (qui 5, 11). Sansone in ebraico è Shimshòn, nome composto sulla parola “shèmesh”, sole. In italiano più assonante versione di Shimshòn sarebbe solleone. Come si sa l’eroe viene accecato. K. qui nomina il “matòk” di Sansone per dire che è dolce la luce, vedere quel sole “shèmesh” che Shimshòn ha perduto. Forse questi indizi non portano da nessuna parte, però li credo intenzionali. Li nomino perché altri possano svilupparli e rintracciare la spiegazione. Ricordo che l’altro dolce in K. (5,11) è il sonno, cioè il buio agli occhi, il contrario di questo verso.
200 “Shaḣarùt”, parola solo di K. e solo qui. La credo proveniente da “shàḣar”, alba.
201 Sono spreco: finiscono presto e di colpo, come la vita di Abele.
12.202
1 E ricorda i tuoi creatori nei giorni delle tue adolescenze. Fino a che non verranno i giorni del male e toccheranno anni che dirai: non c’è per me in essi intento.203
2 Fino a che non sarà buio il sole e la luce e la luna e le stelle.204 E torneranno i cirri dopo la pioggia.
3 Nel giorno che si curveranno i custodi della casa205 e si contorceranno gli uomini di valore.206 E fermeranno le macine207 perché sono diventati pochi e saranno buie quelle che vedono nelle fessure.208
4 E saranno chiusi i due battenti nel mercato209 in prostrazione di voce della macina. E si alzerà a voce il passero e saranno abbassate tutte le figlie del canto.210
5 Anche dall’altezza avranno timore e tremori nella via e sarà disprezzato il mandorlo211 e sarà un carico212 il grillo e sarà nullo il cappero.213 Perché va l’Adàm verso la casa del suo sempre e si volteranno nel mercato quelli che fanno lutto.
6 Fino a che non si allontanerà la fune d’argento214 e s’infrangerà l’ampolla d’oro.215 E sarà spezzata giara sopra il travaso e sarà infranta la ruota216 verso il pozzo.
7 E tornerà la polvere217 sulla terra come era. E il vento tornerà verso l’Elohìm che l’ha dato.
8 Spreco di sprechi ha detto il Kohèlet il tutto è Hàvel.218
9 E un di più che è stato Kohèlet saggio: ancora ha insegnato conoscenza al popolo e ha prestato orecchio e ha esaminato, raddrizzato219 proverbi assai.
10 Ha cercato Kohèlet di trovare parole d’intento. 220 E scritto rettamente parole di verità.
11 Parole di saggi come pungoli221 e come cavicchi piantati i padroni di raccolte. Sono dati da un pastore, uno.
12 E più di essi figlio 222 mio sii illuminato. Fare libri assai non c’è fine e studio assai una stanchezza di carne.
13 Fine di parola, il tutto è stato ascoltato. L’Elohìm temi223 e i suoi comandamenti custodisci perché questo è tutto l’Adàm.
14 Perché tutta un’opera l’Elohìm farà venire in giudizio su tutto ciò che è nascosto: se buono e se cattivo.224
202 Questo capitolo fino al verso sei incluso mostra una scrittura diversa dal resto del libro. Oltre a parole non proprie di K., c’è il deliberato uso di una fitta serie di metafore, dove parti del corpo vengono nominate sotto la specie di oggetti vari. In più c’è l’uso frequente di un procedimento grammaticale, detto “vav inversivo”, quasi del tutto trascurato dallo stile di K.
203 Anni senza intenzione: anni involontari, subìti dal corpo passivamente, in cui l’organismo vive per legge d’inerzia.
204 Sole, luce, luna, stelle: per una antica interpretazione ebraica (“midràsh”) corrispondono a: fronte, naso, anima e guance. Secondo un’altra lettura (“targum”) sono: la luce del viso, lo scintillio degli occhi, le guance e i globi oculari.
Le nuvole, i cirri, sarebbero le cateratte che velano la vista. Il sovraccarico di metafore sulla vecchiaia in questo e nei versi seguenti non somiglia a K.
205 I custodi della casa: mani e braccia; oppure i fianchi che proteggono gli organi interni (Talmud).
206 Uomini di valore: le gambe.
207 Le macine: i denti.
208 Vedono nelle fessure: gli occhi.
209 Battenti del mercato: orifizi secondo Rashi; labbra secondo Ibn Ezra.
210 Figlie del canto: le corde vocali.
211 II mandorlo: fa fiori bianchi, dunque si riferisce ai capelli dei vecchi.
212 Anche il peso di un grillo sarà un carico.
213 Il cappero: ritenuto un corroborante in amore.
214 Fune d’argento: la colonna vertebrale.
215 Ampolla d’oro: il midollo osseo, oppure il membro virile oppure il midollo spinale.
216 Giara, travaso, ruota: colonna vertebrale, cranio, stomaco. Riferisco le varie interpretazioni senza poterle condividere e con l’impressione di compilare una specie di smorfia, cui mancano solo i numeri di abbinamento.
217 Fine delle metafore: polvere e vento sono parti costituenti dell’Adàm. Alla sua morte riprendono la loro libertà di separarsi.
218 Arrivati all’ultimo “spreco” del libro lascio in omaggio la parola croce nella sua lingua. È Hàvel con la “a” perché ultima parola del verso. In quella posizione ogni parola si allunga e spesso cambia vocale.
219 “Tikkèn”, raddrizzare, verbo già usato da K. (1,15; 7,13) per raddrizzare ciò che è storto. Ci sono proverbi bisognosi di qualche piccolo restauro. Nel primo libro dei Re (5,12) si legge che i proverbi conosciuti da Salomone furono tremila.
220 Parole di intento, parole esatte: è l’unico caso di questa espressione in Lingua sacra. K. è uno scrittore che cerca la forma precisa dei suoi pensieri, la più fedele ricaduta scritta.
221 Pungoli: di ferro usati dai pastori per guidare il cammino delle mandrie.
222 Improvviso indirizzo a un figlio, a dar parvenza di pedagogia. Ma chi darebbe a un figlio un libro così addolorato di spreco, così dedicato a Hèvel?
223 II timore di Elohìm è il sentimento che fonda l’Adàm. Su questo si edifica il rispetto dei comandamenti che gli sono stati affidati. Chi arriva a temere Dio, a temperare sensi e mente su quel grado di timore, diventa poi insensibile a ogni spavento terreno. Chi teme Dio è un temerario.
224 II libro termina con la parola “rà”, cattivo. Si è soliti, nella lettura corale di K. in sinagoga, finire il libro leggendo di nuovo il penultimo verso per non terminare la lettura su una parola cattiva.
RACCONTO SU UN VERSO DI K
Kohèlet, 11,1
La Bibbia è piena di muratori, quasi tutti i trentasei libri dell’Antico Testamento ospitano il verbo “banà”, costruire. Esso è così valoroso da offrire lettere alla parola “ben”, figlio, perché in quella lingua i figli sono l’edificio dei genitori. Quando Sara, moglie di Abramo, dà al marito la propria serva Agar perché partorisca a lui il figlio che lei non riesce a dare, dice: “ibbanè”, sarò costruita, così sarò costruita anch’io. Casa è parola così amata da sostituire la parola famiglia, perciò si legge della casa di Abramo, della casa di Isacco. Insomma da muratore ho trovato in Bibbia uno strano valore per il mestiere che ho svolto più a lungo.
Leggo una pagina ogni mattina tra le cinque e trenta e le sei e trenta, ora in cui esco per cominciare la giornata lavorativa. In quel tempo quieto in cui la maggior parte delle persone sta in silenzio, cerco di approfondire qualche verso al quale mi sono affezionato. Attraverso la sua lingua madre mi succede di trovare altri possibili significati, confrontando la mia lettura con le altre traduzioni.
Una mattina ero fermo al capitolo undici del libro che noi chiamiamo Ecclesiaste e gli Ebrei chiamano Kohèlet. Ne leggevo il primo verso: “Getta il tuo pane sul volto delle acque, perché dopo molti giorni lo troverai”. È lo splendido invito a privarsi anche del necessario, il pane appunto, per compiere un’offerta. Anche se essa è puro spreco, gettarla alle acque, pure rientra in uno scambio totale con il creato e con gli altri, uno scambio regolato da una generosità celeste, perfino assurda. Un atto di pura offerta viene presto o tardi risarcito: getta dunque il tuo pane sul volto delle acque.
Non mi convinceva però la traduzione della seconda metà del verso: “dopo molti giorni lo troverai”. Mi sembrava poveramente simmetrico, di giro postale, quell’intervallo di giorni dopo i quali la parabola dell’offerta, come quella del boomerang, sarebbe ritornata intera nelle mani del lanciatore. Proprio così meccanico era lo scambio tra l’offerta e il suo ritorno? Non c’era tempo per pensarci, l’ora era scaduta, la luce pallida dei vetri avvisava che il giorno era pronto. Così uscii, andai al lavoro dimenticando il bel verso del risveglio.
Sul cantiere di solito lavoro di buona lena, non mi risparmio. Cerco di prendere nel verso giusto la parte che mi spetta e per la quale percepisco un salario. Ho imparato che se uno se la prende comoda, si ferma spesso, guarda l’orologio, allora il tempo delle otto ore non passa mai. Se invece uno ci dà dentro, si ritrova alla fine della giornata senza accorgersene. Non è buona volontà, è solo un buon sistema per affrontare il tempo salariato e l’ho imparato su di me in questi sedici anni di vita operaia.
Sul cantiere prendo un mio ritmo interiore, eseguo a tempo il lavoro col martello, con la pala o con la cazzuola. Mi ripeto a mente o a bassa voce un ritornello che ho trovato in Bibbia e che cantavano i muratori quando ricostruivano le difese di Gerusalemme. Suona così:
Càshal còaḣ hassabbàl
veafàr orbe
veanàcnu lo nucàl
livnòt baḣomà.
Vuol dire: “Manca forza al manovale, e la polvere è molta, e noi non potremo costruire il muro”. Questa filastrocca mi aiuta a tenere un ritmo, a lavorare a tempo. Qualche altro operaio, per questo stesso bisogno fisico di seguire una cadenza, attacca la strofa di una canzone e la ripete molte volte. È l’allegria meccanica del corpo che ha il suo sfogo sotto uno sforzo uguale e regolare.
Il giorno del verso 11,1 del libro di Kohèlet non ripetevo la solita cantilena, perché andavo con la testa al senso delle parole mattutine, il pane gettato che poi ritornava. Fu un errore: in cambio di quella distrazione un colpo di martello mancò lo scalpello e mi scoperchiò un po’ di carne della mano, facendo uscire più sangue del necessario. Si tratta di piccoli incidenti che mi accadono spesso. Sono unilaterale non ambidestro, perciò la mano sinistra che sempre regge lo scalpello è la parte santa del mio corpo, quella che porta su di sé gli errori commessi dalla destra. La mano sinistra è anche quella che nelle zuffe dell’età bollente si è levata per difendere, non per colpire. È l’unico resto di me che nel giorno del giudizio potrà essere salvato.
Tornando alla martellata: il sangue gocciolò sui calcinacci e io scuotendo la mano ne sparsi schizzi tutt’intorno. “Getta il tuo pane sul volto delle acque,” il verso del mattino mi tornò in mente come una battuta scherzosa, mentre agitavo la mano spargendo il mio pane-sangue sul volto delle acque-calcinacci. Quella piccola presa in giro mi fece uscire dal fastidio del colpo con uno sbuffo di sorriso. Per il resto della giornata pensai solo al lavoro, accompagnandolo con la cantilena del manovale. Poi risalii in macchina e mi rimisi sulla via del ritorno. La mano indolenzita mi rimandava ancora al verso del mattino: “dopo molti giorni lo troverai”. Continuavo lo scherzo con me stesso: la ferita mi avrebbe dato fastidio per molti giorni e non dopo molti giorni, per molti giorni e non dopo molti giorni. Me lo ripetei due, tre volte e d’improvviso capii: il verso di Kohèlet andava tradotto in un altro modo. Eccolo: “Manda il tuo pane sul volto delle acque, perché in molti giorni lo troverai”. Sì, troverai quella singola offerta spontanea, insensata, la troverai ricevendola in cambio molte volte, in molti giorni. Non ti verrà restituita secondo una semplice simmetria, secondo il ragionevole postulato della fisica per cui a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria, non ti verrà corrisposta come un prestito o un rimborso, ma la troverai moltiplicata nei giorni. Perché la grazia aggiunge di suo e largamente a ricompensa di chi offre il proprio pane alla corrente. Al generoso restituisce col soverchio. Kohèlet ha saputo che c’è una legge misteriosa di Dio che somiglia a quella di natura per la quale il seme gettato dal contadino sulla superficie della terra ritorna, nel tempo, ingigantito in pianta, in albero, in raccolto.
Arrivato a casa cercai la giustificazione grammaticale indagando l’ebraico dell’antico libro e la trovai, era lì, alla superficie delle lettere. Il verso me ne offriva conferma, esso adoperava la preposizione “in”, che era stata tradotta liberamente con “dopo”. Non c’è da stupirsi: le traduzioni della Bibbia lasciano molti margini di libertà al traduttore e chi abbia la curiosità di confrontarne anche due soltanto, si accorgerà di molte differenze.
Non devo tacere la mia felicità di quel giorno. Avevo emendato per mio conto e a mio consumo la traduzione di un piccolo verso della sconfinata storia sacra e questo era avvenuto con il concorso indispensabile del corpo, ferro, carne e smorfia di dolore. Mi venne di sorpresa un pensiero: che la verità venga in seguito a un urto, si affacci insieme al sangue.
Sull’orlo del sonno la mano sinistra mi ricordò la sua santità per poco ancora, poi il corpo si richiuse in se stesso, lontano dalla superficie.
Valencia è una città spagnola sul Mare Mediterraneo. Una volta aveva un fiume che l’attraversava, il Guadalaviar, ma ora il suo corso è stato deviato. È l’unica città al mondo, che io sappia, che si sia sbarazzata di un fiume. Ci sono stato l’anno scorso in ferie, invitato da un editore che aveva tradotto un mio libro nella bella lingua del posto, la catalana. Ho percorso la città a piedi, la sola unità di misura che possiedo per conoscere i posti altrui. Ho visto mercatini puliti e lotterie, mura romane e lavori in corso, ma cercavo il fiume che non c’era più. Infine l’ho trovato, il letto vuoto, i ponti su di lui come se ci fosse ancora.
Al posto di una corrente che già sente il mare vicino, hanno piantato palme e costruito un lungo stagno con pesci rossi. Dall’alto del ponte vedevo quel parco sotto di me, dubitando del senno dei cittadini di Valencia. Presso la riva dello stagno un uomo anziano con un cane forse ancora più anziano passeggiava. Lo vidi avvicinarsi al bordo dell’acqua e cavare dalla sacca delle pagnotte vecchie. Pezzo a pezzo le gettò ai pesci. Restai a guardarlo, affascinato dalla monotonia dei suoi gesti. Non durò poco. Solo alla fine della provvista capii che stavo guardando il verso uno del capitolo undici di Kohèlet. “Manda il tuo pane sul volto delle acque.” Un uomo anziano nell’autunno del ’93 in una città spagnola eseguiva alla lettera l’invito, dando al verso il suo unico verso.
Compiva quel gesto di offerta tra sé e i pesci da molto tempo, ma quel giorno lo compiva anche per un muratore italiano pieno di Bibbia. Lo compiva perché potessi capire: potevo ben azzardarmi a cambiare la traduzione di un verso sacro, potevo pure avere ragione di farlo e di leggere: “in molti giorni lo troverai”, anziché “dopo”, purché ricordassi che chi aveva letto quel verso altrimenti era stato ugualmente felice della sua lettura e di certo aveva offerto più pane di me. Così un uomo di una città remota, accompagnato da un cane e vicino a un fiume prosciugato, era un verso dell’Antico Testamento, lontano molte mattine, che tornava dopo molti giorni.
Per un gioco delle correnti il pane spezzettato si allontanava dal lanciatore in direzione della sponda opposta, verso il mare, seguendo un fiume che non c’era più, secondo il suo verso..
