domenica 6 giugno 2021

NON LASCIARMI Kazuo Ishiguro


 NON LASCIARMI

Kazuo Ishiguro

La storia è ambientata in un presente alternativo distopico ed è raccontata sotto forma di flashback dalla protagonista del libro, Kathy. Il titolo si riferisce ad una canzone, Never Let Me Go, della cantante Judy Bridgewater, che colpisce profondamente Kathy.

Il Time ha giudicato quest'opera come il migliore romanzo del 2005 e l'ha inserito nella lista dei cento migliori romanzi in lingua inglese pubblicati dal 1923 al 2005.

«Ciò che rendeva quella cassetta tanto speciale per me era una canzone in particolare, la numero tre, Never let me goÈ un lento, musica d'atmosfera, tipicamente americano, e c'è quel verso che si ripete quando Judy canta «Non lasciarmi... Oh, tesoro... Non lasciarmi...» Avevo undici anni allora, non avevo molta dimestichezza con la musica, ma quella canzone, be', ne rimasi affascinata. Continuavo a riavvolgere il nastro esattamente nel punto dell'inizio, in modo da poterla ascoltare ogni volta che me se ne offriva l'occasione.» 



NON LASCIARMI

Capitolo primo

 

Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un'assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre. A quel punto saranno trascorsi quasi esattamente dodici anni.

Adesso mi rendo conto che il fatto che io sia rimasta per tutto questo tempo non significa necessariamente che loro abbiano grande stima di me.

Ci sono ottime assistenti a cui è stato chiesto di abbandonare dopo appena due o tre anni. E poi me ne viene in mente almeno una che ha operato per oltre quattordici, malgrado fosse un'assoluta nullità.

Quindi non ho nessuna intenzione di darmi delle arie. Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell'insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto. I loro tempi di recupero sono stati alquanto straordinari, e quasi nessuno è stato catalogato come «soggetto problematico», almeno prima della quarta donazione. Sì, è vero, forse adesso mi sto davvero dando delle arie. Ma per me significa molto, essere in grado di svolgere bene il mio lavoro, specialmente quando si tratta di mantenere «calmi» i miei donatori. Ho sviluppato una sorta di istinto nei loro confronti. So quando è il momento di essere presente e confortarli, quando lasciarli soli con se stessi; so quando ascoltarli, qualunque cosa abbiano da dire, e quando, con un'alzata di spalle, dirgli che è arrivata l'ora di darci un taglio.

Comunque sia, non voglio prendermi tutti i meriti. Conosco altre assistenti, in servizio in questo periodo, che sono altrettanto brave e non ricevono neanche la metà dei riconoscimenti che ricevo io. Se fossi una di loro, capirei un certo risentimento nei miei confronti – il monolocale in affitto, l'auto, e soprattutto il fatto di poter scegliere di chi prendermi cura. E inoltre sono una studentessa di Hailsham – che per alcuni è da solo motivo sufficiente per mandarli su tutte le furie. Kathy H., dicono, sceglie chi vuole, e sceglie sempre quelli come lei; quelli di Hailsham, o qualcuno che proviene da qualche altro posto privilegiato. Non c'è da stupirsi che il suo stato di servizio sia ottimo. L'ho sentito ripetere talmente tante volte che dovete averlo sentito dire anche voi, e forse in tutto questo c'è qualcosa di vero. Ma io non sono certamente la prima a cui viene concesso di scegliere, e dubito di essere l'ultima. E comunque ho fatto anch'io la mia parte prendendomi cura di donatori cresciuti in ogni dove. Tenetelo a mente: quando smetterò di fare questo lavoro saranno passati dodici anni, ed è soltanto negli ultimi sei che mi hanno permesso di scegliere.

E poi per quale motivo non avrebbero dovuto? Gli assistenti non sono mica degli automi. Fai del tuo meglio per ciascun donatore, ma alla fine le forze ti abbandonano. La pazienza e l'energia non sono risorse illimitate. Così, quando hai la possibilità di scegliere, naturalmente scegli qualcuno simile a te. È ovvio. Non sarei potuta andare avanti tutto questo tempo se non fossi riuscita a condividere con i miei donatori ogni singolo attimo della loro esistenza. E comunque sia, se non avessi cominciato a scegliere, come avrei fatto a riavvicinarmi a Ruth e a Tommy dopo tutti questi anni?

 

Ma negli ultimi tempi, naturalmente, i donatori che conosco sono sempre meno, e quindi, in pratica, la mia scelta è stata piuttosto limitata.

Come vi dicevo, questo lavoro diventa molto più faticoso quando non si prova un legame profondo con il donatore, e sebbene mi mancherà non fare più l'assistente, con la fine dell'anno penso sia giunto ormai il momento di smettere.

Ruth, per inciso, è stata soltanto la terza o la quarta donatrice che ho potuto scegliere. Le era già stata assegnata un'altra assistente, e ricordo che cercare di essere affiancata a lei aveva richiesto una certa dose di sfacciataggine da parte mia. Alla fine però c'ero riuscita, e nell'istante stesso in cui la rividi, in quel centro di riabilitazione a Dover, tutte le nostre divergenze – sebbene non sparirono completamente – mi apparvero molto meno importanti: non quanto il fatto di essere cresciute insieme a Hailsham, o di sapere e ricordare cose sconosciute ad altri. Fu da quel momento, credo, che cominciai a cercare tra i donatori persone che appartenevano al mio passato, e ogniqualvolta mi fu possibile, qualcuno che proveniva da Hailsham.

Ci sono stati periodi nella mia vita in cui ho cercato di lasciarmi alle spalle Hailsham, quando mi sono detta che non dovevo più voltarmi indietro. Ma a un certo punto smisi di opporre resistenza. Avvenne con un donatore in particolare, durante il mio terzo anno come assistente; fu la sua reazione quando gli dissi che venivo da Hailsham. Era stato appena sottoposto alla sua terza donazione, non era andata bene, e doveva essere consapevole che non ce l'avrebbe fatta. Respirava a fatica, ma si era voltato verso di me e mi aveva detto: «Hailsham.

Scommetto che doveva essere bellissimo». Poi la mattina seguente, mentre chiacchieravo per cercare di distrarlo un po', gli chiesi dove fosse cresciuto lui; menzionò un certo posto nel Dorset e i tratti del suo viso, solcato da macchie e cicatrici, si piegarono in una smorfia inattesa. In quel momento mi resi conto quanto disperatamente desiderasse dimenticare. Al contrario, voleva sapere tutto di Hailsham.

Così, per i cinque o sei giorni successivi gli raccontai qualunque cosa volesse sapere, mentre lui se ne stava lì sdraiato, immobile, collegato a una macchina, un sorriso gentile a illuminargli il volto. Si informava su tutto, dalle cose più importanti a quelle minime. Dei tutori, o di come ognuno di noi conservasse sotto il letto un piccolo baule con la sua collezione di oggetti, un «baule dei ricordi», e il calcio, il softball, lo stretto sentiero che girava tutt'intorno alla casa madre, ai suoi angoli e le crepe più nascoste, il laghetto delle anatre, il cibo, la vista sui campi che si godeva dall'aula di Educazione artistica in una mattina nebbiosa. Talora mi faceva ripetere le cose più e più volte; cose che gli avevo raccontato appena il giorno prima, e a proposito delle quali mi faceva domande come se le sentisse per la prima volta. «Avevate un padiglione per lo sport?» «Qual era il tuo tutore preferito?» All'inizio pensavo fosse semplicemente l'effetto delle medicine, poi mi resi conto che la sua mente funzionava alla perfezione. Il fatto è che non soltanto voleva sentir parlare di Hailsham, voleva ricordare Hailsham, come se si trattasse della sua infanzia. Era consapevole di essere giunto alla fine del suo ciclo, ed era questo il suo desiderio: che gli parlassi di Hailsham, così che tutti quei particolari divenissero parte integrante di lui, così che durante quelle notti insonni, fatte di sedativi e di dolore e di spossatezza, la linea di confine tra i suoi e i miei ricordi si assottigliasse- FU quello il momento in cui compresi per la prima volta, fino in fondo, quanto eravamo stati fortunati – Tommy, Ruth, io, tutti noi.

Ancora oggi, mentre percorro la campagna in auto, continuo a vedere cose che mi fanno ripensare a Hailsham. Mi capita di passare accanto a un campo avvolto dalla nebbia, o di intravedere il particolare di una grande casa in lontananza mentre scendo lungo la strada, di soffermarmi persino su come i pioppi siano disposti in un certo modo sul fianco di una collina, che subito mi viene da pensare: «Forse ci siamo! L'ho trovata! Quella è davvero Hailsham!» Poi mi rendo conto che non è possibile e procedo oltre, i pensieri che vagano altrove. Soprattutto, ci sono quei padiglioni. Li scorgo ovunque, all'estremità dei campi da gioco, piccoli prefabbricati di colore bianco con una fila di finestre sistemate in alto in maniera innaturale, quasi ripiegate sotto le gronde. Penso che ne abbiano costruiti molti del genere negli anni Cinquanta e Sessanta, che è con ogni probabilità il periodo in cui è stato costruito anche il nostro. Se mi imbatto in uno di questi padiglioni mentre sto guidando, lo fisso più a lungo che posso, e un giorno o l'altro andrò a sbattere da qualche parte, ma non riesco proprio a farne a meno. Non molto tempo fa stavo attraversando una zona semideserta nel Worcestershire quando ne vidi uno vicino a un campo da cricket, talmente simile a quello di Hailsham che feci inversione e tornai indietro per andare a controllare meglio.

Amavamo il nostro padiglione per lo sport, forse perché ci faceva venire in mente quelle piccole, adorabili case di campagna che si vedono in tutti i libri illustrati quando si è bambini.

Mi ricordo quando facevamo le elementari, mentre imploravamo i tutori che ci facessero lezione nel padiglione invece che nella solita aula. E poi alle medie – quando avevamo dodici anni e stavamo per compierne tredici – quello era diventato il luogo ideale dove andare a nascondersi con l'amica del cuore ogniqualvolta si aveva voglia di allontanarsi dal resto di Hailsham.

Il padiglione era sufficientemente ampio per ospitare due gruppi separati senza che si dessero fastidio l'un l'altro – durante l'estate, poi, poteva venire ad aggiungersene un terzo sulla veranda. Idealmente, però, ognuno avrebbe desiderato il posto per sé e per i propri amici, così c'erano spesso piccoli sotterfugi e litigi. I tutori ci raccomandavano in continuazione di comportarci in modo civile al riguardo, ma in pratica il gruppo necessitava di una forte personalità, e magari più d'una, per avere una qualche probabilità di prendere possesso del padiglione durante l'intervallo o quando non eravamo impegnati. Io stessa non ero propriamente un tipo arrendevole, ma immagino che fu per merito di Ruth se riuscimmo a usarlo così spesso.

Di solito ci sistemavamo sulle sedie e sulle panche lì intorno – eravamo in cinque, sei se si univa anche Jenny B. – e ci facevamo delle lunghe chiacchierate. C'erano conversazioni che potevano avere luogo solo quando si entrava in quel padiglione; ci confidavamo quello che ci preoccupava, oppure finivamo per ridere come matte, o per litigare in maniera furibonda. Perlopiù, però, era un modo per rilassarsi un po' in compagnia delle amiche più care.

In quel pomeriggio particolare a cui mi riferisco, stavamo in piedi sugli sgabelli e le panche, pigiate contro i finestroni. Questo ci garantiva una discreta vista sul North Playing Field, dove circa una dozzina di ragazzi del nostro anno e di quello successivo si era raccolta per giocare a calcio. Era una giornata luminosa, ma doveva aver piovuto da poco perché ricordo che il sole baluginava sulla superficie fangosa dell'erba.

Una di noi osservò che avremmo dovuto mantenere un certo contegno, ma in pratica nessuna accennò ad arretrare.

Poi Ruth disse: – Non sospetta assolutamente niente Ma guardatelo! Non ha il minimo sospetto. _ Quando pronunciò queste parole, la osservai per cogliere in lei dei segnali di disapprovazione nei confronti di ciò che i ragazzi avevano intenzione di fare a Tommy. Ma un istante dopo Ruth fece una risatina ed esclamò: – Che idiota! Mi resi conto che per Ruth e per le altre, qualunque cosa i ragazzi decidessero di fare, il loro era un mondo a parte che approvassimo o meno, non aveva nessuna importanza; ci eravamo radunate attorno a quelle finestre non tanto per godere dell'ennesima umiliazione di Tommy, ma semplicemente perché avevamo sentito parlare di quest'ultimo complotto e, vagamente incuriosite, volevamo osservare cosa sarebbe successo. In quel periodo, non credo che l'interesse per ciò che facevano i ragazzi tra di loro andasse molto oltre. Per Ruth, per le altre, era qualcosa di molto distante, e ho idea che fosse così anche per me.

O forse mi ricordo male. Forse anche allora, quando vidi Tommy attraversare quel campo a perdifiato con un'espressione manifesta di felicità dipinta sul volto per il fatto di essere stato riammesso nei gruppo, pronto a prendere parte a quel gioco in cui tanto eccelleva, forse provai una leggera fitta di dolore. Ciò che davvero ricordo è che notai che Tommy indossava la polo blu leggera che aveva preso in occasione del Grande Incanto del mese prima – quella di cui era orgogliosissimo.

Rammento di aver pensato: «È veramente stupido, a giocare con quella maglia addosso Si rovinerà di sicuro, e poi chissà come si sentirà dopo.» A voce alta, e con noncuranza, dissi: – Tommy si è messo quella maglia.

La sua polo preferita.

Credo che nessuna mi udì, perché stavano tutte guardando Laura – il pagliaccio del gruppo – che stava mimando a una a una tutte le espressioni che apparivano sul volto di Tommy mentre correva, agitava le mani, urlava, imitava gli altri ragazzi che smuovevano tutt'attorno al campo in quella maniera deliberatamente languida che assumevano durante ti riscaldamento, ma Tommy, nella sua eccitazione, sembrava già lanciato a tutta velocità. Ripetei, alzando il tono di voce: – Si sentirà male se rovinerà quella maglia, Questa volta. Ruth mi udì, ma probabilmente pensò che la mia dovesse essere una specie di battuta, poiché ridacchiò con indifferenza e poi aggiunse qualche commento sarcastico.

A quel punto i ragazzi avevano smesso di palleggiare, e stavano ammassati l'uno contro l'altro con i piedi nel fango, il petto che si sollevava e si abbassava impercettibilmente mentre aspettavano che si formassero le squadre. I due capitani prescelti avevano un anno più di lui, sebbene fosse noto a tutti che Tommy era di gran lunga migliore di qualunque altro giocatore di quella classe. Gettarono in aria la monetina, poi quello che aveva vinto fissò gli altri.

- Ma guardatelo, – disse una voce dietro di me. – E assolutamente convinto di essere il primo. Guardate!

 

C'era davvero un che di comico in Tommy in quel momento, qualcosa che induceva a pensare, massì, se davvero è così stupido, allora se lo merita. Gli altri ragazzi facevano finta di ignorare questo processo di selezione, fingendo di non preoccuparsi minimamente se fosse arrivato il loro turno. Qualcuno chiacchierava tranquillamente, altri si risistemavano i lacci delle scarpe, altri ancora si limitavano a guardarsi la punta dei piedi mentre calpestavano il fango. Tommy però fissava ansioso il capitano, come se avessero già chiamato il suo nome.

Laura continuò a recitare per tutto il tempo della formazione delle squadre, mimando ogni singola espressione che appariva sul volto di Tommy: quella ansiosa ma piena di speranza dell'inizio; lo sgomento e la preoccupazione quando dopo quattro chiamate lui non era stato ancora scelto; il dolore e il panico quando cominciò a farsi strada dentro di lui la consapevolezza di ciò che stava realmente accadendo. Io però non badavo più a Laura, perché stavo osservando Tommy; ero consapevole di ciò che stava facendo, solo perché le altre continuavano a ridere e a incitarla. Poi quando Tommy fu lasciato completamente solo, e tutti i ragazzi iniziarono a ridacchiare, udii Ruth che diceva:

 

- Ci siamo. Attente. Sette secondi. Sette, sei, cinque...

Non terminò la frase. Tommy cominciò a urlare a squarciagola, e i ragazzi, che adesso sghignazzavano apertamente, presero a correre verso il South Playing Field. Tommy si lanciò al loro inseguimento – era difficile dire se il suo istinto gli imponesse di dar loro la caccia o se fosse terrorizzato all'idea di essere lasciato indietro. Ben presto però desistette e rimase lì, in piedi, lo sguardo irato fisso su di loro, il volto scarlatto. Poi prese a strillare e a gridare, un miscuglio inintelligibile di parolacce e di insulti.

Ormai eravamo abituate agli accessi d'ira di Tommy, così scendemmo dagli sgabelli e ci sparpagliammo tutt'intorno alla stanza. Cercammo di trovare un altro argomento di conversazione, ma continuavamo a sentire Tommy in sottofondo che non accennava a smettere, e sebbene all'inizio ci limitammo a roteare gli occhi tentando di ignorarlo, alla fine – probabilmente dieci minuti dopo esserci allontanate dalla nostra postazione – eccoci di nuovo alla finestra.

Gli altri ragazzi a quel punto erano completamente fuori portata, e gli epiteti di Tommy ormai non erano più rivolti a nessuno in particolare.

Stava semplicemente farneticando, agitando forsennatamente le braccia da tutte le parti, verso il cielo, contro il vento, rivolto al palo della staccionata più vicino. Laura commentò che forse stava «provando il suo spettacolo». Un'altra fece notare che ogni volta che si metteva a urlare sollevava un piede, con la gamba rivolta all'infuori, «come un cane che fa la pipì». A dire il vero, anch'io avevo notato quel movimento, ma ciò che mi aveva colpito di più era che ogni volta che pestava il piede per terra, chiazze di fango gli svolazzavano attorno agli stinchi. Ripensai alla sua preziosa maglietta, ma era troppo lontano per capire quanto fosse macchiata di fango.

- Immagino che ci sia qualcosa di crudele, – osservò Ruth,

 

- nel modo in cui lo provocano. Mala colpa è sua. Se imparasse a mantenere il controllo, lo lascerebbero in pace.

- Non smetteranno di tormentarlo, – disse Hannah. – Anche Graham K. ha un caratteraccio, ma questo li tiene a bada. Il motivo per cui si accaniscono contro Tommy è che lui è un buono a nulla.

Allora tutte ci mettemmo a parlare contemporaneamente, su come Tommy non avesse mai nemmeno tentato di essere creativo, sul fatto che non aveva prodotto assolutamente niente per la Fiera di Primavera. Immagino che la verità che a quel punto, ognuna di noi desiderava in cuor suo, era che il tutore si avvicinasse e lo portasse via. E sebbene non avevamo avuto alcun ruolo in quest'ultimo complotto con Tommy, ci eravamo sedute in prima fila per assistere allo spettacolo, è questo ci faceva sentire colpevoli. Però non arrivò nessuno, e così continuammo a scambiarci opinioni sul perché Tommy si meritasse tutto ciò che gli veniva inflitto. Poi quando Ruth guardò l'orologio e disse che, anche se non c'era alcuna fretta, sarebbe stato meglio avviarci, nessuna ebbe nulla da obiettare.

Tommy non aveva ancora smesso quando uscimmo dal padiglione. La casa madre si trovava sulla nostra sinistra e, dal momento che Tommy stava al centro del campo proprio di fronte a noi, non c'era alcun bisogno di passargli accanto. Ad ogni modo aveva la schiena voltata verso di noi, e non sembrò accorgersi affatto della nostra presenza. Tuttavia, mentre le mie amiche si avviavano lungo il bordo campo, mi diressi verso di lui.

Sapevo che le altre si sarebbero domandate perché, ma continuai ad avanzare – anche quando udii il bisbiglio insistente di Ruth che mi ingiungeva di tornare indietro.

Immagino che Tommy non fosse abituato a venire disturbato durante i suoi accessi d'ira, perché la sua prima reazione quando lo raggiunsi fu di fissarmi per una frazione di secondo, per poi proseguire esattamente come prima. Era davvero come se stesse recitando, e io avessi fatto irruzione sul palco nel bel mezzo dello spettacolo. Anche quando dissi: «Tommy, la tua bella maglia. La rovinerai», parve non udirmi.

Così tesi la mano verso di lui e gliela appoggiai sul braccio, e quello che accadde dopo, per le altre fu intenzionale, ma io sono abbastanza certa che avvenne per puro caso. Continuava ad agitarsi forsennatamente da tutte le parti, e non poteva sapere quello che stavo per fare. Comunque, mentre sollevava il braccio, mi assestò una botta sulla mano allontanandola con malgarbo e mi colpì sulla guancia. Non mi fece male, ma per un istante mi mancò il fiato, così come a quasi tutte le ragazze dietro di me.

Fu in quel preciso momento che Tommy sembrò finalmente accorgersi di me, delle altre, di se stesso, del fatto che si trovava in quel campo da gioco, che si stava comportando in quel modo, e mi fissò con un'espressione vagamente stupida.

- Tommy, – dissi con una certa severità nella voce. – La tua maglia è tutta macchiata di fango.

- E allora? – biascicò. Ma proprio mentre pronunciava queste parole, abbassò lo sguardo e notò le chiazze marroni, trattenendosi a stento dallo scoppiare in lacrime, agitatissimo. Poi vidi la sorpresa dipingersi sul suo volto all'idea che avessi potuto intuire quanto fosse importante per lui quella polo.

- Non c'è niente di cui preoccuparsi, – dissi prima che il silenzio si facesse troppo umiliante per lui. – Verrà via. Se non ci riesci, portala da Miss Jody.

Continuò a esaminarsi la maglia, poi disse acidamente:

 

- E comunque non sono affari tuoi.

Sembrò pentirsi all'istante di quella frase e mi rivolse uno sguardo imbarazzato, quasi in attesa di qualche parola di consolazione. Ma io ne avevo avuto abbastanza di lui, soprattutto mentre le altre ragazze mi stavano fissando – per non parlare di quelle che mi stavano osservando dalle finestre dell'edificio principale. Così mi voltai con un'alzata di spalle e raggiunsi le mie amiche.

Ruth mi circondò con un braccio mentre ci allontanavamo.

- Almeno l'hai costretto a darsi una calmata, – disse. – Tu stai bene? Quello è una testa matta.

 

Capitolo secondo

Questo episodio avvenne molto tempo fa, e magari potrei anche non rammentare bene qualche particolare; ma ricordo che l'essermi avvicinata a Tommy quel pomeriggio si ricollega a una fase della vita che stavo attraversando in quel periodo – qualcosa che mi costringeva a mettermi insistentemente alla prova – e personalmente avevo dimenticato quasi del tutto l'accaduto, quando Tommy mi fermò alcuni giorni dopo.

Non so quali fossero le abitudini dove siete cresciuti voi, ma a Hailsham dovevamo sottoporci a una specie di controllo medico quasi ogni settimana – di solito nell'Aula n. 18 in cima alle scale – con la severa infermiera Trisha, o meglio la Cornacchia, come l'avevamo soprannominata noi. In quella mattinata piena di sole stavamo salendo la scalinata principale per andare a farci visitare, mentre un altro gruppo che aveva appena finito si apprestava a scendere. Le scale rimbombavano di suoni e rumori che si rincorrevano, e io procedevo a testa china, lo sguardo fisso sui talloni della persona di fronte, quando una voce accanto a me esclamò: – Kath!

 

Tommy, che si trovava nella corrente opposta, si fermò di colpo con un gran sorriso stampato in faccia che mi irritò immediatamente. Alcuni anni prima, forse, se ci fossimo imbattuti in qualcuno che eravamo felici di vedere, avremmo assunto quel genere di espressione. Adesso però avevamo tredici anni, ed eravamo un ragazzo e una ragazza che si incontravano in un luogo pubblico. Avrei voluto dirgli: «Tommy, ma perché non cresci?» Tuttavia mi trattenni, e invece dissi: – Tommy, stai bloccando tutti. E anch'io.

Rivolse una rapida occhiata verso l'alto e vide che naturalmente il flusso della rampa sopra di noi stava già per arrestarsi.

Per un istante sembrò venir colto dal panico, poi si acquattò contro il muro vicino a me, in modo da permettere alle persone di passare. Allora disse:

 

- Kath, ti ho cercata dappertutto. Volevo scusarmi. Sul serio, mi dispiace davvero tanto. Non avevo nessuna intenzione di colpirti l'altro giorno. Non mi sognerei mai di colpire una ragazza, e anche se così fosse, certo non te. Mi dispiace davvero.

- Nessun problema. E stato solo un incidente -. Annuii e feci per allontanarmi. Tommy però esclamò con una certa vivacità:

 

- La maglia è a posto. Le macchie sono andate via.

- Bene.

- Non ti ho fatto male, vero? Quando ti ho colpita.

- Si che mi hai fatto male. Cranio fratturato. Commozione cerebrale e tutto il resto. Persino una come la Cornacchia se ne accorgerebbe.

Sempre che io riesca ad arrivare fin lassù.

- Dai, Kath, sul serio. Senza rancore, d'accordo? Sono terribilmente dispiaciuto. Davvero.

Allora gli rivolsi un sorriso e dissi, senza ironia: – Ascolta, Tommy, è stato un incidente ed è acqua passata. Non ho niente contro di te.

Continuava ad avere un'aria un po' incerta, ma in quel momento alcuni studenti più anziani che stavano dietro di lui presero a spingerlo, incitandolo ad andare avanti. Mi rivolse un rapido sorriso, mi diede un corpetto sulla spalla, come avrebbe fatto con un suo compagno più giovane, e si fece largo tra la folla. Poi, mentre stavo per avviarmi, lo udii urlare dal fondo delle scale: – A presto, Kath!

 

Avevo trovato l'intero episodio leggermente imbarazzante, ma non ebbe nessuna conseguenza in termini di canzonature o pettegolezzi; e, devo ammetterlo, se non fosse stato per quell'incontro sulle scale, con ogni probabilità non mi sarei interessata ai problemi di Tommy, come invece avvenne nelle settimane a seguire.

Io stessa fui testimone di alcuni di questi episodi. Nella maggior parte dei casi però ne sentivo parlare, e quando questo avveniva, continuavo a fare domande finché non ricevevo un resoconto più o meno dettagliato dell'accaduto. Ci furono altri accessi d'ira, come quando si raccontò che Tommy aveva rovesciato due banchi nell'Aula n. 14, spargendo tutto il contenuto sul pavimento, mentre il resto della classe, fuggita sul pianerottolo, barricava la porta per impedirgli di uscire. Ci fu il momento in cui Mr Christopher dovette serrargli le mani dietro la schiena per impedirgli di assalire Reggie D.

durante l'allenamento di calcio. Eravamo tutti presenti quando, mentre gli studenti della sua classe si schieravano per gareggiare nella corsa, Tommy rimase l'unico senza un compagno. Era un bravo atleta, e non gli ci volle molto a distanziare il resto del gruppo di qualche decina di metri, pensando forse che in questo modo avrebbe potuto nascondere il fatto che nessuno voleva fare coppia con lui. Poi c'erano gli scherzi che si diceva venissero perpetrati ai suoi danni quasi quotidianamente.

Molti erano i soliti – le cose più assurde infilate nel letto, un verme nella tazza dei cereali della colazione -, ma alcuni apparivano inutilmente malvagi: come quando qualcuno pulì il water con il suo spazzolino da denti, così che quando lo prese in mano era ricoperto di merda. La sua stazza e la sua forza – e immagino quel suo caratteraccio – impedivano che chiunque si permettesse di sfidarlo fisicamente, ma se ricordo bene questi incidenti si ripeterono per almeno un paio di mesi.

Pensavo che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che si erano spinti un po' troppo in là, ma la cosa sembrava non avere fine, e nessuno interveniva.

Una volta fui io a cercare di affrontare l'argomento, nella nostra camerata, dopo che si erano spente le luci. Durante le medie eravamo soltanto in sei per stanza, il nostro solito gruppetto quindi, e spesso era proprio allora, sdraiate al buio prima di addormentarci, che avevano luogo le nostre conversazioni più intime e segrete. Discutevamo di cose di cui non avremmo mai discusso da nessun'altra parte, neanche nel padiglione. Così una sera accennai a Tommy. Non dissi molto; mi limitai a riassumere ciò che gli era successo e commentai che non era molto corretto. Quando smisi di parlare, uno strano silenzio sembrò aleggiare nell'oscurità, e io capii che erano tutte in attesa della reazione di Ruth – cosa che avveniva regolarmente ogniqualvolta si verificava qualcosa di inconsueto. Continuai ad aspettare, poi udii un sospiro provenire dall'angolo in cui si trovava Ruth, e infine lei disse:

 

- Hai fatto bene a parlarne, Kathy. Non è una bella cosa. Ma se vuole che gli altri la smettano, deve cambiare il suo atteggiamento. Non ha portato niente per la Fiera di Primavera. E porterà qualcosa il mese prossimo? Ne dubito.

Forse è meglio che vi parli un po' dei Baratti che si tenevano a Hailsham. Quattro volte all'anno – in primavera, estate, autunno, inverno – organizzavamo una grande mostra-e-compravendita di tutti gli oggetti che avevamo creato negli ultimi tre mesi prima dell'ultima fiera. Dipinti, disegni, ceramiche; ogni genere di «sculture» ideate con ciò che era la mania del momento – lattine sfondate, magari, o tappi di bottiglia incollati sul cartone. Per ognuna di queste cose si veniva pagati con dei Buoni – erano i tutori a decidere quanti assegnarne per ogni singolo capolavoro. Poi il giorno del Baratto ognuno si recava con i propri buoni e «acquistava» quello che desiderava. La regola era che si potevano comprare soltanto lavori fatti dagli studenti del proprio anno, ma questo garantiva comunque un'ampia scelta, dal momento che la maggior parte di noi era in grado di produrre moltissimo in tre mesi.

A ripensarci adesso, capisco perché i Baratti fossero così importanti per noi. Prima di tutto erano l'unico modo, oltre al Grande Incanto – l'Incanto era un'altra cosa, su cui tornerò in seguito -, per costruirsi una propria personale collezione. Se, per esempio, si volevano decorare i muri accanto al letto, o se si desiderava qualcosa da mettere in cartella ed esporre in bella vista sul banco di classe in classe, allora quella dei Baratti era l'occasione più adatta. Adesso capisco anche quanto i Baratti ci influenzassero più in profondità. Se ci riflettete bene, dipendere l'uno dall'altra per produrre ciò che poi sarebbe andato a far parte del proprio personale tesoro, era destinato a influire sui rapporti personali. L'esempio di Tommy era illuminante. La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di «creatività».

Qualche anno fa Ruth e io ci ritrovavamo spesso a ricordare questi particolari, quando mi prendevo cura di lei al centro di riabilitazione di Dover.

- E uno dei motivi che contribuiva a fare di Hailsham un posto tanto speciale, – mi disse una volta. – II modo in cui ci incoraggiavano a valutare i nostri lavori reciprocamente.

- È vero, – ammisi. – Ma talvolta, quando ripenso ai Baratti, ci sono molte cose che mi appaiono un po' bizzarre. La poesia, per esempio.

Ricordo che ci permettevano di comporre poesie, al posto di un disegno o di un dipinto. E la cosa strana era che tutti noi pensavamo fosse giusto così, pensavamo che avesse un senso.

- Ma perché non avrebbe dovuto averlo? La poesia è importante.

- Sì, ma stiamo parlando di bambini di nove anni, di buffi versetti tutti sgrammaticati, riportati su quaderni di scuola. Spendevamo i nostri preziosi buoni in quei quaderni invece che in qualcosa di bello da appendere sopra il letto. E poi se ci piacevano così tanto le poesie di qualcuno, perché non farsele semplicemente prestare e ricopiarle in un qualunque pomeriggio quando non avevamo niente da studiare? Ma tu sicuramente ricorderai come andavano le cose. In occasione di uno dei Grandi Incanti eccoci lì lacerate dall'incertezza tra le poesie di Susie K. e quelle giraffe che faceva Jackie.

- Le giraffe di Jackie, – disse Ruth ridendo. – Erano così belle. Una volta ne avevo una.

Questa conversazione avveniva in una dolce sera d'estate, sedute all'aperto sul balconcino della sua camera d'ospedale. Erano trascorsi alcuni mesi dalla sua prima donazione, e adesso che il peggio era passato, regolavo le mie visite serali in modo da poter trascorrere insieme più o meno una mezz'ora così, a osservare il sole che tramontava dietro ai tetti. Si intravedevano molte antenne e parabole satellitari, e talvolta, proprio davanti a noi, una linea scintillante in lontananza, il mare. Portavo con me biscotti e acqua minerale, e stavamo là fuori a chiacchierare di qualunque cosa ci passasse per la mente. Il centro di riabilitazione in cui si trovava Ruth in quel periodo era uno dei miei preferiti, e non mi sarebbe dispiaciuto affatto se un giorno anch'io fossi stata destinata a quel luogo. Le stanze erano piccole, ma ben strutturate e confortevoli. Ogni cosa – i muri, il pavimento – era stata ricoperta di mattonelle di un bianco abbagliante; il centro le manteneva talmente pulite che quando si entrava per la prima volta si aveva l'impressione di penetrare nella casa degli specchi. È ovvio che non si vedeva la propria immagine riflessa all'infinito, ma si aveva quasi la sensazione che fosse così.

Ogniqualvolta si sollevava un braccio, o qualcuno si sedeva sul bordo del letto, si percepiva tutt'intorno, specchiato nelle piastrelle, questo movimento lieve, indistinto. E inoltre, la stanza di Ruth era dotata di grandi pannelli di vetro scorrevoli, che le permettevano di guardare fuori comodamente dal suo letto. Anche con la testa appoggiata sul cuscino riusciva a vedere un pezzo di cielo, e se faceva sufficientemente caldo, poteva godere di tutta l'aria fresca che desiderava uscendo semplicemente sul balcone. Mi piaceva moltissimo andare a trovarla in quel centro, adoravo quelle conversazioni a ruota libera, che ci accompagnarono per tutta l'estate fino all'inizio dell'autunno; noi due, sedute insieme sul terrazzino, a parlare di Hailsham, dei Cottages, di qualunque cosa.

- Ciò che voglio dire, – spiegai, – è che a quell'età, a undici anni, non eravamo per niente interessate alle poesie degli altri. Ti ricordi però una certa Christy? Christy era universalmente riconosciuta come la migliore, ed era il nostro punto di riferimento. Neanche tu, Ruth, avevi il coraggio di darle noia. E tutto perché pensavamo che lei fosse una poetessa meravigliosa. Ma noi non sapevamo assolutamente niente di poesia. Non ce ne importava nulla. Non è strano?

 

Ruth però non capi cosa intendessi dire – o forse finse deliberatamente di non capire. Forse era decisa a ricordare tutti noi come persone molto più complesse e profonde di quanto non fossimo realmente. O forse intuì dove ci avrebbe condotte il mio discorso, e non voleva inoltrarsi in quella direzione. Ad ogni modo, emise un lungo sospiro e disse:

 

- A tutte noi le poesie di Christy sembravano bellissime.

Ma mi domando cosa ne penseremmo adesso. Sarebbe bello averne qualcuna qui in questo momento, mi piacerebbe proprio sapere come ci sembrerebbero -. Poi rise e disse: – Conservo ancora delle poesie di Peter B. Ma sono state scritte molto tempo dopo, al primo anno delle superiori. Probabilmente avevo una cotta per lui. Se no per quale altro motivo avrei dovuto comprare le sue composizioni. Erano drammaticamente stupide. Si prendeva talmente sul serio. Ma Christy, lei sì che era brava, me lo ricordo bene. È strano, smise completamente di comporre poesie appena iniziò a dipingere. E certo la sua bravura in questo campo non era minimamente paragonabile.

Ma torniamo a Tommy. Ciò che Ruth disse quella volta prima di addormentarci, di quanto Tommy fosse responsabile in prima persona dei suoi problemi, probabilmente riassumeva il pensiero della maggior parte delle persone di Hailsham in quel periodo. Sdraiata nel letto, fu in quel preciso momento che mi resi conto fino in fondo che Tommy fin dalle elementari era stato universalmente considerato una nullità.

Rabbrividendo, compresi che ciò che aveva sofferto ultimamente perdurava non soltanto da settimane o mesi, ma da anni ormai.

Tommy e io affrontammo questo argomento non molto tempo fa, e la sua versione di come iniziarono i suoi guai mi confermò nella convinzione di quella notte. Secondo lui, tutto cominciò un pomeriggio durante la lezione di Educazione artistica di Miss Geraldine. Fino a quel momento, mi confidò Tommy, a lui era sempre abbastanza piaciuto dipingere. Poi quel giorno, durante la lezione di Miss Geraldine, Tommy disegnò un acquerello – un elefante ritto sulle zampe in mezzo all'erba alta – e fu da lì che la storia ebbe inizio. L'aveva disegnato, mi raccontò, quasi per scherzo. Gli rivolsi un mucchio di domande al riguardo e immagino che la verità fosse che era avvenuto come per molte delle cose che si fanno a quell'età: non ci sono ragioni particolari, si fanno e basta. Si fanno perché si pensa di riuscire a strappare una risata, o per vedere se avranno delle conseguenze. E quando in seguito ti si chiede di rendere conto del tuo comportamento, sembra che non esista nessuna spiegazione sensata.

Tutti noi abbiamo fatto cose di questo tipo. Tommy non lo ammise apertamente, ma sono certa che è ciò che avvenne.

E comunque ecco quell'elefante sul foglio, esattamente il genere di disegno che avrebbe potuto fare un bambino più piccolo di lui di tre anni. Non gli ci vollero più di venti minuti per schizzarlo e certo suscitò ilarità – su questo non c'è dubbio – ma non quella che si aspettava. Anche in questo caso forse la cosa non avrebbe avuto seguito – e proprio qui sta la vera ironia, immagino – se quel giorno l'insegnante non fosse stata Miss Geraldine.

Miss Geraldine era la nostra preferita in quel particolare periodo della nostra vita. Era gentile, affabile, sempre pronta a consolarci quando ce n'era bisogno, anche quando ci comportavamo male, o eravamo stati sgridati da un altro tutore. Se mai era costretta a riprenderci, nei giorni che seguivano ci riempiva di attenzioni supplementari, come se fosse lei a essere in difetto. Fu una sfortuna per Tommy che quel giorno ci fosse Miss Geraldine e non, per esempio, Mr Robert o la stessa Miss Emily – la direttrice – che spesso insegnava Educazione artistica. In entrambi i casi, Tommy sarebbe stato rimproverato, avrebbe fatto quel suo sorrisetto sciocco e la cosa peggiore che gli altri avrebbero potuto pensare era che il suo scherzo non era granché. Forse qualcuno avrebbe anche potuto prenderlo per un gran burlone. Ma poiché Miss Geraldine era Miss Geraldine, non andò così. Al contrario, lei fece del suo meglio per osservare quella figura con gentilezza e comprensione. E intuendo probabilmente che Tommy correva il rischio di essere preso in giro, esagerò all'opposto: escogitò dei motivi per lodare il suo disegno, sottolineandoli pubblicamente di fronte al resto della classe. Ecco come cominciò il risentimento.

- Finita la lezione, – disse Tommy, – li udii sparlare di me per la prima volta. Senza preoccuparsi minimamente che potessi sentirli.

Immagino che anche prima di dipingere quell'elefante Tommy avesse avuto sentore di non essere all'altezza – che il suo modo di disegnare, in special modo, era quello di uno studente molto più giovane della sua età -, mancanze che aveva cercato di nascondere come meglio poteva producendo deliberatamente delle immagini infantili. Dopo l'episodio dell'elefante però, la cosa era venuta allo scoperto, e ora tutti lo marcavano a vista per vedere quali sarebbero stati gli sviluppi. Sembrò impegnarsi sul serio per qualche tempo, ma non appena si applicava a qualcosa, veniva sommerso da battute di scherno e sghignazzi. E infatti, più si dava da fare, più i suoi sforzi diventavano risibili agli occhi degli altri. Così ben presto Tommy assunse nuovamente il suo atteggiamento di difesa, producendo lavori che sembravano intenzionalmente puerili, lavori che stavano a dimostrare quanto poco gli importasse. Da quel momento in poi, la situazione si fece sempre più pesante.

Per qualche tempo le sofferenze di Tommy si limitarono alle lezioni di Educazione artistica – sebbene ciò avvenisse abbastanza frequentemente, perché erano molte le ore di disegno alle elementari. Poi le cose andarono peggiorando. Veniva escluso dai giochi, i ragazzi si rifiutavano di sedersi accanto a lui a cena, o i suoi compagni di stanza fingevano di non udirlo se diceva qualcosa quando si spegnevano le luci.

All'inizio questi attacchi non erano cosi frequenti. Potevano trascorrere anche mesi senza che si verificassero incidenti, tanto da indurlo a pensare che ormai fosse acqua passata; poi succedeva qualcosa – per causa sua o di uno dei suoi nemici, Arthur H. per esempio – e tutto ricominciava esattamente come prima.

Non sono certa del momento in cui cominciarono i suoi accessi d'ira. Io stessa ricordo che Tommy era da sempre famoso per il suo cattivo carattere, persino all'asilo, ma con me sostenne la tesi che le sue collere ebbero inizio quando le molestie divennero più insistenti. In ogni caso, furono proprio quegli accessi d'ira a eccitare gli animi, in un crescendo senza fine; più o meno nel lasso di tempo in questione – durante l'estate, quando avevamo circa tredici anni – la persecuzione raggiunse il suo apice.

Poi si interruppe, certo non di punto in bianco, ma abbastanza rapidamente. Come vi dicevo, osservavo la situazione da vicino in quel momento, così fui in grado di intuire i segni di questo cambiamento molto prima di quasi tutti gli altri. Cominciò con un periodo – un mese, forse più – in cui le burle ai suoi danni si fecero molto insistenti, senza che Tommy perdesse il controllo. Talvolta vedevo che era sul punto di scoppiare, ma in qualche modo riusciva a trattenersi; altre volte si limitava a un'alzata di spalle, oppure si comportava come se non si fosse accorto di nulla. All'inizio queste sue reazioni causarono disappunto; forse qualcuno giunse al punto di serbargli rancore, come se li avesse delusi. Poi a mano a mano la gente si stufò e gli scherzi si fecero meno frequenti, finché un giorno mi resi conto che cessarono per più di una settimana.

Questo particolare di per sé avrebbe anche potuto non essere così significativo, ma notai altri segnali. Piccole cose, come Alexander J. e Peter N. che attraversavano il cortile in sua compagnia diretti verso i campi da gioco, tutti e tre intenti a chiacchierare come se niente fosse; una lieve ma sostanziale differenza nel tono di voce quando la gente pronunciava il suo nome. Poi una volta, verso la fine dell'intervallo delle lezioni del pomeriggio, noi ragazze andammo a sederci in gruppo sull'erba non lontano dal South Playing Field, dove i ragazzi di solito si allenavano a pallone. Prendevo parte alla conversazione sempre continuando a tenere d'occhio Tommy, attorno al quale si concentrava il gioco in quel momento. A un certo punto ricevette un fallo, si rialzò e sistemò il pallone a terra pronto a sferrare il calcio di punizione. Mentre i ragazzi si allineavano in difesa, vidi che Arthur H. – uno dei suoi più accaniti torturatori -, alcuni metri più indietro, cominciava a fargli il verso, scimmiottando, mani sui fianchi, la postura di Tommy. Osservai attentamente, ma nessuno diede corda ad Arthur. Dovevano averlo visto, perché tutti gli occhi erano puntati su Tommy, in attesa del suo calcio, e Arthur si trovava esattamente dietro di lui – ma nessuno ci fece caso. Tommy scaraventò il pallone attraverso il campo, la partita continuò, e Arthur H.

desistette.

Mi rallegrai di questi sviluppi, ma allo stesso tempo ero disorientata.

Non era avvenuto alcun reale cambiamento nella produzione artistica di Tommy – la sua reputazione per quanto riguardava l'«aspetto creativo» era ai minimi storici come d'abitudine. Mi resi conto che la scomparsa delle sue collere certo era stata di grande aiuto, ma l'elemento chiave dell'intera questione sembrava sfuggirmi. C'era qualcosa in Tommy – il modo in cui si comportava, il modo in cui guardava in faccia la gente e parlava in quella sua maniera aperta, allegra – che era diverso da prima, e che col tempo aveva cambiato l'atteggiamento degli altri nei suoi confronti. Ma ciò che aveva prodotto questa trasformazione non era affatto evidente.

Ero perplessa, e decisi di sondare un po' non appena avessi avuto l'opportunità di parlargli a quattrocchi. L'occasione giunse non molto tempo dopo, mentre ero in coda per il pranzo e lo scorsi nella fila, leggermente avanti a me.

Immagino che la cosa possa apparire alquanto bizzarra, ma a Hailsham la coda per il pranzo era davvero uno dei posti migliori per una conversazione privata. Dipendeva dall'acustica del salone principale; il gran chiasso e i soffitti altissimi garantivano che finché si parlava a bassa voce e si stava vicini, assicurandosi che gli altri fossero a loro volta immersi in conversazione, si avevano discrete possibilità di non venire ascoltati. E in ogni caso non c'era molta scelta. I luoghi cosiddetti «silenziosi» erano spesso i peggiori, perché era probabile che ci fosse sempre qualcuno nei paraggi. Appena si dava l'impressione di stare cercando di svignarsela in segreto, l'intero edificio sembrava accorgersene in una frazione di secondo, e non si aveva scampo.

Così, quando vidi Tommy leggermente avanti a me, gli feci un cenno con la mano – la regola era che non si poteva saltare la fila passando davanti agli altri, ma si poteva tornare indietro. Mi raggiunse con un sorriso deliziato, e rimanemmo l'uno accanto all'altra per alcuni minuti senza dire molto – non per imbarazzo, ma poiché eravamo in attesa che la curiosità generata dal suo gesto cessasse. Poi gli dissi: – Hai l'aria più felice in questo periodo, Tommy. Sembra che le cose ti vadano molto meglio.

- Tu ti accorgi sempre di tutto, vero, Kath? – Pronunciò queste parole senza alcun accenno di sarcasmo nella voce. – Si, va tutto bene. E un buon momento.

- Cos'è successo? Hai incontrato Dio o qualcosa del genere?

 

- Dio? – Tommy per un istante sembrò disorientato. Poi si mise a ridere e disse: – Massì, certo, adesso capisco. Alludi al fatto che non... che non mi arrabbio più come prima.

- Non è soltanto questo, Tommy. Sei riuscito a trasformare la situazione in tuo favore. Ti ho osservato. Ecco perché te lo chiedo.

Tommy si strinse nelle spalle. – Credo di essere cresciuto. E forse con me anche tutti gli altri. Non si può andare avanti sempre nello stesso modo. Dopo un po' ci si annoia.

Non dissi nulla, ma continuai a guardarlo dritto negli occhi, finché non scoppiò in un'altra risata e disse: – Kath, sei così curiosa. E va bene, immagino che una ragione ci sia. È successa una cosa. Se vuoi te la racconto.

- Su, avanti allora.

- Te lo dico, Kath, ma tu non devi andare a spifferarlo in giro, d'accordo? Un paio di mesi fa ho fatto una chiacchierata con Miss Lucy.

E da allora è stato tutto diverso. È difficile spiegarlo. Lei mi ha detto una cosa, e dopo mi sono sentito molto meglio.

- Ma cos'è che ti ha detto?

 

- Be', mi rendo conto che la cosa possa apparire un po' strana. Anche per me è stato così all'inizio. Mi ha detto che se non volevo essere creativo, se davvero non me la sentivo, andava bene lo stesso. Che non c'era nessun problema.

- Ti ha detto questo?

 

Tommy annuì, ma io ero già sul punto di andarmene.

- Sono solo un mare di scemenze, Tommy. Se vuoi fare il furbo con me, è meglio che mi lasci in pace.

Ero sinceramente arrabbiata perché pensavo mi stesse mentendo, proprio adesso che meritavo la sua fiducia. Scorsi una ragazza che conoscevo qualche passo dietro di me nella fila e la raggiunsi, lasciando Tommy lì da solo. Vidi che era furioso e umiliato, ma dopo tutti quei mesi trascorsi a preoccuparmi per lui mi sentivo tradita e non me ne importava nulla di come si sentisse. Mi misi a conversare il più allegramente possibile con la mia amica – mi sembra si trattasse di Matilda – e rivolsi a malapena un'occhiata nella sua direzione per tutto il tempo in cui rimasi in coda.

Ma proprio mentre mi stavo dirigendo verso il tavolo con il vassoio, Tommy mi raggiunse e mi disse in fretta: – Kath, non ti stavo prendendo in giro, se è questo che pensi. È andata davvero così. Te lo racconto se mi concedi un'altra possibilità.

- Smettila di dire cretinate, Tommy.

- Kath, ti racconterò tutto. Dopo pranzo vado al laghetto. Se mi raggiungi, ti diro tutto., da

 

Gli lanciai uno sguardo di rimprovero e mi allontanai senza una parola, ma immediatamente cominciai a contemplare la possibilità che forse, in fondo, non mi stava mentendo a proposito di Miss Lucy. E mentre mi sedevo a tavola con le mie amiche, cercai di escogitare il modo per sgattaiolare fuori e raggiungere il laghetto senza dare nell'occhio.

Capitolo terzo

 

Il laghetto si trovava sul lato sud della casa. Per raggiungerlo, bisognava uscire dalla porta sul retro, poi imboccare uno stretto sentiero tortuoso e farsi largo attraverso il felceto incolto che, all'inizio dell'autunno, continuava a crescere bloccando il passaggio.

Se non c'erano tutori nei paraggi, si poteva prendere una scorciatoia attraverso il campo di rabarbaro. Ad ogni modo, una volta giunti al laghetto, ci si trovava immersi in un'atmosfera di pace, circondati da anatre e giunchi e naiadi. Non era, tuttavia, un luogo ideale per una conversazione privata – neanche lontanamente paragonabile alla fila in attesa del pranzo. Per prima cosa si poteva essere comodamente visti dalla casa madre. E inoltre il modo in cui il suono si propagava attraverso l'acqua era difficile da prevedere; se qualcuno avesse voluto origliare, non c'era niente di più facile che percorrere il sentiero più esterno e acquattarsi fra i cespugli dall'altro lato del laghetto. Ma dal momento che ero stata io a mollarlo di punto in bianco in mezzo alla fila, immagino che toccasse a me la prima mossa. Sebbene fosse già ottobre inoltrato, quel giorno il sole splendeva e io decisi che la cosa migliore era fare finta di vagabondare senza meta da quelle parti e imbattermi casualmente in Tommy.

Forse ero talmente concentrata a comunicare questa sensazione – seppure non avessi idea se qualcuno mi stesse realmente osservando – che non accennai neanche a sedermi quando infine lo trovai accovacciato su una grossa roccia piatta non lontano dal bordo dell'acqua. Doveva essere un venerdì o un finesettimana, perché ricordo che indossavamo i nostri vestiti personali. Non rammento esattamente come fosse vestito Tommy – forse con una di quelle magliette da calcio un po' sdrucita che portava anche quando faceva freddo – ma io di certo avevo una felpa marrone rossiccio con la cerniera che avevo scovato al Grande Incanto in prima media. Gli girai intorno e rimasi in piedi accanto a lui con la schiena rivolta verso l'acqua, lo sguardo puntato sulla casa, in modo da riuscire a controllare se qualcuno si radunava vicino alle finestre. Poi per qualche minuto discorremmo del più e del meno, come se durante la pausa pranzo non fosse accaduto nulla. Non sono sicura se a beneficio di Tommy o di eventuali spettatori, continuai a mantenere quell'aria un po' provvisoria, come se mi trovassi lì per caso, e a un certo punto feci quasi per continuare la mia passeggiata. Vidi il panico attraversare il viso di Tommy, e subito mi pentii di averlo tratto in inganno, anche se non era nelle mie intenzioni. Allora dissi, come se me ne fossi ricordata in quel momento:

 

- Tra l'altro, cos'è che volevi dirmi prima? A proposito di Miss Lucy?

 

- Oh... – Tommy volse lo sguardo verso il laghetto, fingendo come me di aver dimenticato ogni cosa. – Miss Lucy. Ah, già.

Miss Lucy era la più sportiva dei tutori di Hailsham, anche se sarebbe stato difficile intuirlo dal suo aspetto. Era tarchiata, dalla corporatura quasi tozza, e dai buffi capelli corvini che, quando crescevano, si sparavano all'insù così da non arrivare mai a coprire le orecchie o il collo robusto. Ma era veramente possente e atletica, e anche quando crescemmo, la maggior parte di noi – persino i ragazzi – non riusciva a tenerle testa nella corsa. Giocava a hockey in maniera sublime, e anche nel calcio si difendeva bene, persino con i ragazzi più grandi. Mi ricordo di averla osservata quella volta che James B. aveva cercato di farle lo sgambetto mentre era in possesso di palla, ma era stato lui ad andare a gambe all'aria. Durante gli anni delle elementari non era mai stata come Miss Geraldine, una persona alla quale rivolgersi quando eravamo tristi. E a dire il vero, non parlava molto con noi quando eravamo più piccoli. Fu soltanto alle medie, in effetti, che cominciammo ad apprezzare i suoi modi un po' bruschi. – Mi stavi raccontando qualcosa, qualcosa a proposito di Miss Lucy Miss Lucy che ti diceva che anche se non eri «creativo», andava bene lo stesso.

- Si, effettivamente mi ha detto qualcosa del genere. Mi ha detto di non preoccuparmi. Di non dare retta a quello che pensano gli altri. E successo un paio di mesi fa. Forse più.

Un po' più in là, all'interno della casa, alcuni studenti delle elementari si erano radunati attorno a una delle finestre del piano di sopra e ci stavano osservando. Ma io ormai mi ero accovacciata di fronte a Tommy, e non fingevo più.

- Tommy, non è strano che abbia detto una cosa del genere? Sei sicuro di aver capito bene?

 

- Certo che ho capito bene -. D'un tratto abbassò la voce. – E non l'ha detto soltanto una volta. Ci trovavamo nella sua stanza e ne abbiamo parlato a lungo.

Quando gli aveva chiesto di passare nel suo studio dopo la verifica di Educazione artistica, mi spiegò Tommy, lui si aspettava un'altra ramanzina su quanto dovesse impegnarsi di più – il genere di cose che aveva già sentito da vari tutori, compresa la stessa Miss Emily. Ma mentre si dirigevano verso l'Orangerie – dove si trovavano gli alloggiamenti dei tutori – Tommy cominciò a intuire che quella volta sarebbe stato diverso. Dopo averlo fatto comodamente sedere sulla sua poltrona imbottita – lei era rimasta in piedi accanto alla finestra -, Miss Lucy gli aveva chiesto di raccontarle tutta la storia, e che cosa pensava su quanto gli stava succedendo. Così Tommy aveva cominciato a ripercorrere ogni dettaglio. Ma ancor prima di giungere a metà del suo racconto, all'improvviso Miss Lucy l'aveva interrotto e aveva cominciato a parlare. Si era imbattuta in un gran numero di studenti, disse, che per molto tempo avevano incontrato delle difficoltà nel diventare creativi: dipingere, disegnare, scrivere poesie, nessuna di queste attività sembrava fatta per loro. Poi, un giorno, c'era stata una svolta nella loro vita ed erano sbocciati. Era molto probabile che Tommy fosse uno di questi.

Tommy si era sentito rivolgere queste parole altre volte, ma un non so che nei modi di Miss Lucy l'aveva indotto ad ascoltare con attenzione.

- Intuivo – mi disse – che voleva dirmi qualcosa. Qualcosa di diverso.

Aveva preso a parlare di cose che per Tommy erano difficili da comprendere. Ma aveva continuato a ripeterle, finché non cominciò a essere tutto chiaro. Se Tommy si fosse sforzato veramente, disse, e non fosse riuscito a essere creativo, allora andava bene lo stesso, non c'era niente di cui preoccuparsi. Era sbagliato che chiunque, fosse un altro studente o un tutore, lo punisse per questo motivo, o gli facesse pressioni. Semplicemente, non era colpa sua. E quando Tommy aveva obiettato che Miss Lucy poteva anche pensarla così, ma che tutti gli altri ritenevano che la colpa fosse sua, lei aveva emesso un sospiro guardando fuori dalla finestra. Poi aveva detto: «Forse non ti sarà di grande aiuto. Ma ricordati di una cosa. C'è almeno una persona qui a Hailsham che la pensa diversamente. Almeno una persona che pensa che tu sia un ottimo studente, il migliore che abbia mai conosciuto, non importa quanto poco tu sia creativo».

- Non ti stava prendendo in giro, vero? – chiesi a Tommy. – Non pensi che fosse un modo intelligente per rimproverarti?

 

- No, niente del genere, ne sono certo. E comunque... – Per la prima volta sembrò preoccupato che qualcuno potesse udirlo e lanciò una rapida occhiata oltre le mie spalle, in direzione della casa. I ragazzini delle elementari che poco prima erano apparsi alla finestra avevano perso ogni interesse e si erano allontanati; alcune ragazze del nostro corso si stavano dirigendo verso il padiglione, ma erano ancora piuttosto lontane. Tommy si voltò verso di me e disse, quasi in un sussurro:

 

- E comunque, mentre mi diceva tutte queste cose, tremava.

- Tremava? Cosa intendi dire?

 

- Tremava. Di rabbia. Si vedeva. Era furiosa. Furiosa dentro, fin giù nel profondo.

- Con chi?

 

- Non ne sono certo. Non con me, e questo è l'importante! – Scoppiò a ridere, poi ridivenne subito serio. – Non so con chi fosse arrabbiata.

Ma lo era davvero.

Mi rialzai, i polpacci cominciavano a dolermi. – È piuttosto strano, Tommy.

- Il buffo è che questa chiacchierata con Miss Lucy mi ha davvero aiutato. Moltissimo. L'hai detto anche tu, le cose per me sembra vadano meglio. Dipende da questo. Perché dopo, ripensando alle sue parole, mi sono reso conto che aveva ragione, che non era colpa mia. D'accordo, la faccenda mi è sfuggita di mano. Ma in fondo, non era colpa mia. E questo che ha cambiato le cose. Ogni volta che avevo qualche dubbio, la scorgevo camminare, oppure seguivo una delle sue lezioni; lei non diceva nulla ma io la guardavo, e talvolta lei mi vedeva e mi faceva un piccolo cenno con il capo. Ed era tutto ciò di cui avevo bisogno. Prima mi hai chiesto se era successo qualcosa. Ebbene, ecco cosa è successo. Ma Kath, ascoltami bene, non dire una sola parola di quello che ti ho raccontato, promesso? Annuii, poi domandai: – E stata lei a chiedertelo?

 

- No, no, non mi ha fatto promettere niente. Ma tu non devi aprire bocca. Devi promettermelo.

- Va bene -. Le ragazze dirette verso il padiglione mi avevano scorto e adesso mi facevano dei segni con la mano, chiamandomi per nome. Risposi al loro gesto di saluto e dissi a Tommy: – È meglio che vada. Se vuoi, possiamo riparlarne in un altro momento, presto.

Tommy però ignorò queste mie ultime parole. – C'è dell'altro, – proseguì. – Qualcosa che non sono ancora riuscito a capire. Volevo discuterne con te. Mi ha detto che non ci insegnano abbastanza, o qualcosa del genere.

- Insegnano abbastanza? Vuoi dire che pensa che dovremmo studiare ancora di più? – No, non credo che intendesse questo. Ciò a cui si riferiva eravamo, lo sai no, eravamo noi. Cosa ci succederà prima o poi. Le donazioni e tutto il resto.

- Ma ci hanno già insegnato queste cose, – esclamai. – Mi domando cosa volesse dire. Pensa forse che ci sia qualcosa di cui non ci hanno ancora parlato?

 

Tommy ci rifletté su un istante, poi scosse il capo. – Non credo.

Semplicemente, pensa che non ci insegnino abbastanza. Perché ha aggiunto che aveva tutte le intenzioni di farlo lei.

- Di fare cosa esattamente?

 

- Non sono sicuro. Forse non ho capito niente, Kath, non so. Forse intendeva tutt'altro, qualcosa che ha a che fare con la mia mancanza di creatività. Non credo di riuscire a capire fino in fondo.

Tommy mi guardava come se si aspettasse che gli rivolgessi una domanda.

Riflettei per alcuni istanti, poi dissi:

 

- Tommy, pensaci bene. Hai detto che si è arrabbiata...

- Si, mi ha dato quell'impressione. Era tranquilla, ma tremava. – D'accordo, diciamo di si. Ammettiamo che fosse arrabbiata. E stato in quel momento che ha cominciato a parlare dell'altra faccenda? Del fatto che non ci insegnano abbastanza sulle donazioni e tutto il resto?

 

- Immagino di si...

- Allora, Tommy, pensaci bene. Perché ha tirato fuori questo argomento? Stava parlando di te e del fatto che non sei una persona creativa. Poi improvvisamente si mette a parlare di tutt'altro. Qual è il nesso? Perché ha accennato alle donazioni? Che cos'ha a che fare con la tua creatività?

 

- Non lo so. Ma una ragione ci deve essere, immagino. Forse una cosa le ha fatto venire in mente l'altra. Kath, adesso sei tu quella che non vuole smettere.

Scoppiai in una risata, perché aveva ragione: avevo corrugato la fronte, immersa nei miei pensieri. Il fatto era che la mia mente si muoveva in diverse direzioni contemporaneamente. E il racconto della conversazione tra Tommy e Miss Lucy mi aveva rammentato qualcosa, forse un'intera serie di cose, piccoli accadimenti del passato legati a Miss Lucy, che in quel periodo mi avevano fatto riflettere.

- E solo che... – mi interruppi ed emisi un sospiro. – Non riesco a essere chiara, neanche con me stessa. Ma tutto ciò che mi hai raccontato, in un certo senso è come se fosse collegato a molti altri episodi che non trovano spiegazione. Non faccio che pensarci. Per esempio, perché Madame arriva e si porta via i nostri disegni più belli.

A cosa servono esattamente?

 

- Per la Galleria.

- Si, ma cos'è esattamente questa sua galleria? Continua a venire da noi e si prende i nostri lavori migliori. Ormai dovrebbe averne delle pile intere. Una volta ho chiesto a Miss Geraldine quando sono cominciate le visite di Madame, e lei mi ha risposto da quando esiste Hailsham. Che cos'è questa galleria? Per quale motivo dovrebbe avere un'intera galleria piena di cose fatte da noi?

 

- Forse le vende. Là, nel mondo fuori, tutto è in vendita.

Scossi il capo. – Non può essere. Ha qualcosa a che vedere con quello che ti ha raccontato Miss Lucy. Ha a che vedere con noi, con il fatto che un giorno cominceremo a essere dei donatori. Non so perché, ma è da tempo ormai che ho questo presentimento, che sia tutto collegato, sebbene non riesca a capire in che modo. Adesso devo andare, Tommy. Non parliamone ancora con nessuno, di quello che ci siamo detti.

- No. E tu non raccontare a nessuno di Miss Lucy.

- Ma me lo dirai se c'è qualcosa di nuovo? Tommy annuì, poi si guardò di nuovo intorno con circospezione. – Come hai detto, è meglio che tu vada, Kath. Qualcuno potrebbe sentirci.

La galleria di cui Tommy e io stavamo discutendo era qualcosa che da sempre faceva parte della nostra vita. Ognuno di noi ne parlava come se esistesse veramente, anche se in realtà nessuno ne aveva la prova. Sono certa che condividevo con altri il fatto di non essere in grado di ricordare come o quando ne avevo sentito parlare per la prima volta.

Certamente non dai tutori: loro non menzionavano mai la Galleria, e vigeva una sorta di regola non detta che impediva di accennarne in loro presenza.

Immagino che era qualcosa che si tramandava di generazione in generazione a Hailsham. Rammento un episodio, dovevo avere appena cinque o sei anni; stavo seduta a un tavolino basso accanto ad Amanda C., le manine impastate di argilla da modellare. Non ricordo se ci fossero altri bambini con noi, o quale tutore fosse presente in quel momento.

Tutto ciò che ricordo è Amanda C. – che aveva un anno più di me – intenta a osservare ciò che stavo facendo e che esclamava: «E bello, bellissimo, Kathy! E così bello. Scommetto che lo metteranno nella Galleria!»

 

Dovevo già aver sentito parlare dell'esistenza della Galleria, perché mi tornano in mente l'eccitazione e l'orgoglio quando lei pronunciò queste parole – e poi il fatto di aver pensato, un istante dopo: «E ridicolo. Nessuno di noi è ancora abbastanza bravo per la Galleria».

Anche in seguito, una volta cresciuti, non smettemmo mai di parlare della Galleria. Se si voleva lodare il lavoro di qualcuno, la cosa giusta da dire era: «E perfetta per la Galleria». E quando scoprimmo l'uso dell'ironia, ogni volta che ci imbattevamo in un'opera risibilmente brutta, esclamavamo: «Ma certo! Andrà dritta nella Galleria».

Ma ci credevamo davvero, nella Galleria? Adesso non ne sono più così certa. Come vi dicevo, non ne accennavamo mai in presenza degli insegnanti, e a ripensarci bene sembra che questa fosse una regola che ci eravamo autoimposti, così come avveniva per tutto quello che decidevano i tutori. Ricordo un episodio in particolare, che risale a quando avevamo più o meno undici anni. Ci trovavamo nell'Aula n. 7, in una soleggiata mattina invernale. Avevamo appena terminato la lezione con Mr Roger, e alcune di noi si erano attardate a chiacchierare un po' con lui. Stavamo sedute sui banchi, non rammento esattamente di cosa stessimo parlando ma Mr Roger, come sempre, ci stava facendo morire dal ridere. Poi Carole H. disse, tra le risate: «Potrebbe persino essere scelto per la Galleria!» Subito si portò una mano alla bocca lasciandosi sfuggire un «oops», ma l'atmosfera continuò a essere quella scherzosa di prima; tutti però eravamo consapevoli, incluso lo stesso Mr Roger, che aveva commesso uno sbaglio. Niente di irreparabile, questo no: sarebbe stata più o meno la stessa cosa se a una di noi fosse scappata una parolaccia, o avesse usato il soprannome dato a un tutore di fronte a lui o a lei. Mr Roger aveva sorriso con indulgenza, come per dire: «Lasciamo stare, facciamo finta che non sia successo nulla», e tutto era proseguito come prima.

Se per ognuno di noi la Galleria sembrava quasi sospesa in un reame nebuloso, l'arrivo di Madame per selezionare le nostre opere migliori – in genere due, talvolta anche tre o quattro volte in un anno – era sufficientemente reale. La chiamavamo «Madame» perché era francese o belga – c'erano delle controversie in proposito – ed era così che le si rivolgevano i nostri tutori. Madame era una donna alta e sottile con i capelli corti, probabilmente ancora piuttosto giovane, anche se all'epoca non la ritenevamo tale. Indossava sempre un abito grigio metallico e, a differenza dei giardinieri, a differenza degli autisti che provvedevano ai nostri rifornimenti di cibo – a differenza in pratica di chiunque altro provenisse dal mondo fuori -, non ci rivolgeva la parola e ci teneva a debita distanza con quel suo sguardo gelido. Per anni pensammo a lei come a una donna altezzosa, poi una notte, quando avevamo più o meno otto anni, Ruth formulò un'altra teoria.

- Ha paura di noi, – sentenziò.

Eravamo sdraiate al buio nella nostra camerata. Durante le elementari dormivamo in quindici per stanza, e le lunghe, intime conversazioni tipiche degli anni delle medie erano ancora lontane. Ma la maggior parte delle ragazze che in seguito andarono a formare il nostro «gruppo» aveva i letti vicini, e avevamo già preso l'abitudine di chiacchierare nell'oscurità.

- Che cosa vuol dire, che ha paura di noi? – chiese una. – Come può avere paura di noi? Cosa potremmo mai farle?

 

- Non lo so, – rispose Ruth. – Non lo so, ma sono sicura che è così. Una volta pensavo che si desse solo delle arie, ma c'è dell'altro, adesso ne sono sicura. Madame ha paura di noi.

Ne discutemmo di tanto in tanto nei giorni successivi. La maggior parte di noi non era d'accordo con Ruth, ma questo non fece altro che renderla ancora più determinata nel dimostrare che aveva ragione. Così alla fine stabilimmo un piano per mettere alla prova la sua teoria, da attuarsi in occasione del prossimo arrivo a Hailsham di Madame.

Sebbene le visite di Madame non venissero mai annunciate, era sempre abbastanza evidente quando si avvicinava il momento. I preparativi che precedevano il suo arrivo iniziavano settimane prima, con i tutori che passavano in rassegna i nostri lavori – dipinti, bozzetti, oggetti in ceramica, saggi e poesie. Di solito il tutto si protraeva per circa due settimane, al termine delle quali quattro o cinque creazioni per ogni anno di corso delle elementari e delle medie finiva nella stanza del biliardo. La stanza del biliardo rimaneva chiusa in quel periodo, ma se ci si arrampicava sul muretto basso del terrazzo si riusciva a vedere dalla finestra l'ammasso di cose che diventava ogni giorno più imponente. Quando i tutori cominciavano a sistemare in bell'ordine le nostre opere sui tavoli e i cavalletti, quasi una versione in miniatura dei nostri Baratti, allora era segno che Madame sarebbe arrivata entro un giorno o due.

Nell'autunno in questione, divenne per noi fondamentale sapere non soltanto il giorno, ma il momento preciso in cui Madame sarebbe apparsa, poiché spesso non si tratteneva per più di un'ora o due. Così, non appena ci accorgemmo che i nostri lavori trovavano la loro sistemazione nella stanza del biliardo, decidemmo di vigilare a turno.

Il compito era reso più facile dal modo in cui Hailsham e il territorio circostante erano stati concepiti. Hailsham infatti si ergeva in una conca pianeggiante circondata tutt'intorno da campi digradanti. Ciò significava che quasi tutte le finestre delle classi situate nell'edificio principale – e persino nel padiglione – godevano di un'ottima visuale sulla strada lunga e stretta che percorreva le colline per poi giungere al cancello d'ingresso. A sua volta il cancello era situato a una certa distanza, e qualunque tipo di veicolo era obbligato a imboccare il viale d'accesso ricoperto di ghiaia che si inoltrava in mezzo ad aiuole e cespugli, prima di approdare finalmente nel cortile antistante l'ingresso. Potevano trascorrere anche giorni interi senza scorgere un solo mezzo di trasporto arrancare per quell'angusta stradina, e gli unici che lo facevano erano di solito furgoni o camion che portavano provviste, giardinieri o operai. Un'auto era un vero evento, e il suo apparire in lontananza era talvolta motivo sufficiente per creare scompiglio durante una lezione.

Il pomeriggio in cui avvistammo l'automobile di Madame era una giornata piena di vento e di sole, funestata da alcuni nuvoloni grigi che cominciavano ad addensarsi. Ci trovavamo nell'Aula n. 9 – situata al primo piano sulla tacciata dell'edificio – e quando cominciò a spargersi la voce, il povero Mr Frank, che stava tentando di insegnarci l'ortografia, non riusciva a capire il motivo della nostra irrequietezza improvvisa.

Il piano che avevamo escogitato per verificare la veridicità della teoria di Ruth era molto semplice: noi – cioè le sei ragazze coinvolte – ci saremmo nascoste da qualche parte in attesa dell'arrivo di Madame, per poi «sciamare» tutte intorno a lei, all'improvviso. Ci saremmo comportate in maniera assolutamente educata e ineccepibile, proseguendo poi per la nostra strada come se nulla fosse, ma se calcolavamo bene i tempi e fossimo riuscite a prenderla alla sprovvista, ci saremmo rese conto – insistette Ruth – che lei aveva davvero paura di noi.

Il problema principale era che per fare questo le poche ore di permanenza a Hailsham non sarebbero state sufficienti. Mentre la lezione di Mr Frank stava per terminare, però, scorgemmo Madame proprio sotto di noi nel cortile, in procinto di parcheggiare l'auto. Convocammo una rapida riunione sul pianerottolo, poi seguimmo il resto della classe lungo la scalinata e indugiammo con noncuranza nell'androne. Da lì riuscivamo ad avere una buona prospettiva sul cortile assolato, e Madame ancora seduta al volante che rovistava nella valigetta. Finalmente emerse dall'auto e avanzò nella nostra direzione; indosso, il solito abito grigio e la valigetta tenuta stretta a sé con entrambe le mani. A un segnale di Ruth uscimmo tutte fuori, dritte verso di lei senza esitazione, ma come in sogno. Solo quando lei si arrestò bruscamente mormorammo una alla volta: «Mi scusi, Miss», e ci separammo.

Non potrò mai dimenticare lo strano cambiamento che ci travolse un istante dopo. Fino a quel momento, l'intera faccenda di Madame era stata, se non propriamente uno scherzo, una questione privata che avevamo voluto sistemare di persona. Non avevamo riflettuto molto su come la stessa Madame, o chiunque altro, avrebbe reagito. Ciò che intendo dire è che, fino ad allora, si trattava di una cosa da nulla, fatta a cuor leggero, che conteneva in sé un elemento di sfida. E il comportamento di Madame non fu diverso da quanto ci aspettavamo: semplicemente, si immobilizzò di colpo e attese che ci allontanassimo.

Non gridò, non si lasciò sfuggire neanche un gemito. Eravamo concentrate a osservare la sua reazione, e questo probabilmente spiega perché essa produsse un simile effetto su ciascuna di noi. Nell'attimo stesso in cui si fermava, rivolsi una rapida occhiata all'espressione del suo viso – così come fecero le altre, ne sono certa. E come se riuscissi ancora a vederlo, quel fremito che sembrava cercare di controllare, il terrore tangibile che una di noi potesse incidentalmente toccarla. E sebbene procedemmo oltre, riuscimmo a percepirlo chiaramente; era come se fossimo passate dal calore del sole alla gelida ombra. Ruth aveva avuto ragione: Madame aveva paura di noi. Ma aveva paura di noi nello stesso modo in cui qualcuno potrebbe avere paura dei ragni. A questo non eravamo preparate. Non ci aveva mai sfiorate, l'idea di domandarci come ci saremmo sentite noi, a essere viste in quel modo, come dei ragni.

Attraversato il cortile e raggiunto il campo da gioco, il gruppo che aveva atteso con eccitazione che Madame uscisse dall'auto non era più lo stesso. Hannah era sul punto di scoppiare a piangere. Persino Ruth appariva profondamente turbata. Poi una di noi – Laura, se non ricordo male – disse: – Se non le piacciamo, perché vuole i nostri lavori? Perché non ci lascia in pace? Nessuno le chiede di venire, no?

 

Non vi fu risposta; ci avviammo verso il padiglione, senza dire una sola parola su quanto era avvenuto.

A ripensarci, mi rendo conto che stavamo vivendo proprio quell'età in cui cominciavamo ad acquisire una certa consapevolezza – su chi eravamo, su quanto fossimo diverse dai nostri tutori, dalla gente del mondo fuori – ma non avevamo ancora capito cosa significasse veramente. Sono certa che in un determinato momento nella vostra infanzia, anche voi avete avuto un'esperienza simile; se non identica nei dettagli esteriori, certamente dentro di voi, nei sentimenti. Perché non importa quanto i tutori facessero del loro meglio per cercare di prepararci: tutti gli incontri, i video, i dibattiti, gli avvertimenti, nessuna di queste cose può farti comprendere fino in fondo. Non quando si hanno otto anni, e si sta tutti insieme in un posto come Hailsham; quando si hanno dei tutori come i nostri; quando i giardinieri e i fattorini scherzano e ridono con te e ti chiamano «dolcezza».

Ma in qualche modo, qualcosa deve essere entrato dentro di te. Deve esserti penetrato dentro, perché quando vivi un momento come quello, è come se una parte di te fosse lì, in attesa. Forse da quando avevi appena cinque o sei anni, e sentivi quella specie di sussurro in fondo al cervello che diceva: «Un giorno, forse non molto lontano, imparerai come ci si sente». Così rimani in attesa, anche se non sai esattamente di cosa, in attesa del momento in cui comprenderai che sei davvero diversa da loro; che là fuori ci sono persone, come Madame, che non ti odiano o ti augurano alcun male, ma che tuttavia rabbrividiscono al solo pensiero di una come te – di come sei venuta al mondo e perché – e che sono terrorizzate all'idea che la tua mano sfiori la loro. La prima volta che cogli l'immagine di te attraverso gli occhi di una persona simile, è una sensazione tremenda. E come passare davanti a uno specchio davanti al quale sei passata ogni giorno della tua vita, e che all'improvviso riflette qualcos'altro, qualcosa di strano e inquietante.

 

 

Capitolo quarto

 

Alla fine dell'anno smetterò di fare l'assistente, e sebbene questo lavoro mi abbia dato molto, devo ammettere che sono felice di avere l'opportunità di riposarmi – di fermarmi e pensare e ricordare. Sono certa che almeno in parte ha a che fare con questo, con l'adeguarmi a un cambiamento di velocità, se ho sentito l'esigenza di riordinare i miei vecchi ricordi. Ciò che desideravo veramente, immagino, era dare un senso a tutte le cose che erano successe tra me e Tommy e Ruth dopo che eravamo cresciuti e avevamo lasciato Hailsham. Adesso mi rendo conto quanto determinante sia stato il periodo trascorso a Hailsham per ciò che è avvenuto in seguito, ed è il motivo per cui voglio innanzitutto riandare con la memoria a questi primi accadimenti molto attentamente.

Tutta quella curiosità a proposito di Madame, per esempio. A un livello più superficiale, si trattava semplicemente di una ragazzata. Ma se osservato da un altro punto di vista, come intuirete, era l'inizio di un processo che continuò a manifestarsi con sempre maggiore intensità con il passare degli anni, finché non giunse a dominare le nostre vite.

Dopo quel giorno, parlare di Madame divenne, se non proprio un tabù, abbastanza raro tra noi. Che presto si estese oltre il nostro piccolo gruppo fino a quasi tutti gli studenti del nostro corso. Eravamo, oserei dire, curiose esattamente come prima, ma sentivamo che, se avessimo continuato a investigare – su ciò che Madame faceva con i nostri lavori, se davvero esisteva una galleria -, questo ci avrebbe condotte in un luogo per il quale non ci sentivamo ancora pronte.

L'argomento della Galleria, però, affiorava ancora di tanto in tanto nelle nostre conversazioni, così, quando alcuni anni dopo, nei pressi del laghetto, Tommy cominciò a raccontarmi di quella sua strana conversazione con Miss Lucy, fu come se qualcosa cercasse di farsi largo nella mia memoria. Fu soltanto dopo, quando lo lasciai seduto sulla roccia e mi affrettai verso i campi per raggiungere le mie amiche, che mi tornò in mente.

Era qualcosa che Miss Lucy ci aveva detto una volta durante una lezione.

Me ne ricordai perché all'epoca mi aveva fatto riflettere, e anche perché era stata una delle rare occasioni in cui la Galleria era stata menzionata in maniera così intenzionale davanti a un tutore.

Ci trovavamo nel bel mezzo di ciò che in seguito definimmo la «disputa dei buoni». Tommy e io discutemmo di questa controversia alcuni anni fa, e all'inizio non ci trovammo d'accordo sulla data in cui avvenne. Io sostenevo che avevamo dieci anni; lui pensava che fosse accaduto più tardi, ma alla fine si convinse. Sono abbastanza certa di non sbagliarmi: frequentavamo l'ultimo anno delle elementari – qualche tempo dopo l'incidente con Madame, ma tre anni prima della nostra conversazione vicino al laghetto.

 

La disputa dei buoni era riconducibile, immagino, a una maggiore consapevolezza del senso della proprietà, che andava aumentando man mano che crescevamo. Per anni – credo di averlo già detto – avevamo pensato che il solo fatto che i nostri lavori venissero scelti per la stanza del biliardo, non importa se in seguito sarebbero stati portati via da Madame, costituisse di per sé un enorme successo. Ma all'età di dieci anni, i nostri sentimenti al riguardo erano più ambigui. I Baratti, con il loro sistema di buoni come moneta corrente, ci avevano dotati di un occhio attento nell'assegnare un prezzo a tutto ciò che producevamo.

Dovevamo occuparci delle T-shirt, delle decorazioni dello spazio intorno ai nostri letti, della personalizzazione dei banchi. E naturalmente, avevamo le nostre «collezioni» a cui pensare.

Non so se abbiate mai avuto delle «collezioni» nel luogo in cui siete cresciuti voi. Quando ci si imbatte in qualche vecchio studente di Hailsham, li si ritrova sempre, prima o poi, a rimpiangere le proprie collezioni. A quell'epoca, naturalmente, la consideravamo una cosa scontata. Ognuno di noi possedeva un piccolo baule di legno con il nome scritto sopra, che teneva sotto il letto e riempiva delle sue ricchezze – ciò che veniva acquisito durante il Grande Incanto o i Baratti. Ricordo uno, forse due studenti che non davano grande importanza alle loro collezioni, ma la maggior parte di noi ne aveva una cura estrema, ed era solito esporre in bella mostra i propri oggetti, serbandone altri lontano da occhi indiscreti.

Il punto è che, all'età di dieci anni, il grande privilegio di veder scelto da Madame qualcosa che ci apparteneva si scontrava con la percezione che venivamo defraudati delle nostre proprietà più commerciabili. Tutto ciò ebbe una battuta d'arresto durante la disputa dei buoni.

Cominciò con un certo numero di studenti, maschi soprattutto, che sostenevano di avere diritto a un certo numero di buoni, in cambio di ciò che prendeva Madame. Molti erano d'accordo, altri trovavano l'idea oltraggiosa. Le discussioni andarono avanti così per qualche tempo, poi un giorno Roy J. – che aveva un anno più di noi, e le cui opere erano state spesso scelte da Madame – decise di andare a parlarne con Miss Emily.

Miss Emily, la direttrice, era la più anziana dei tutori. Non era particolarmente alta, ma qualcosa nel suo incedere, con la schiena drittissima e la testa eretta, induceva a pensare che lo fosse realmente. Portava i capelli color argento legati dietro, ma qualche ciocca sfuggiva sempre al controllo e le volteggiava intorno al viso. Se fossi stata al suo posto, dei capelli simili mi avrebbero fatta impazzire, ma Miss Emily li ignorava, come se fossero sotto il suo dominio. La sera era una visione alquanto bizzarra, con quei ciuffi che andavano dappertutto e che non si preoccupava di allontanare dal volto mentre ti parlava con la sua voce tranquilla, impostata. Avevamo tutti un certo timore di lei e non la consideravamo alla stessa stregua di qualunque altro tutore. La ritenevamo però una persona onesta e rispettavamo le sue decisioni; e anche durante le elementari, probabilmente riconoscevamo che era la sua presenza, per quanto minacciosa, che ci faceva sentire così al sicuro a Hailsham.

Ci voleva del coraggio per andare a parlarle senza essere stato convocato; e andare con il genere di richiesta che Roy aveva in mente sembrava un atto suicida. Roy tuttavia non ricevette quella punizione terribile che ci aspettavamo, e nei giorni che seguirono si riferì di tutori che parlavano tra loro – discutevano addirittura – della faccenda dei buoni. Alla fine venne annunciato che avremmo ricevuto dei buoni, ma non molti perché essere scelti da Madame era un «grandissimo onore». Questa soluzione non fu bene accetta da nessuna delle due fazioni in contrasto, e non mise fine alle discussioni.

Fu in questo clima che Polly T. fece quella domanda a Miss Lucy la mattina in questione. Ci trovavamo in biblioteca, sedute attorno al grosso tavolo di quercia. Ricordo che un ceppo bruciava nel camino, e che ognuna interpretava un ruolo diverso nell'opera teatrale che stavamo leggendo. A un certo punto, un verso aveva spinto Laura a fare una battuta a proposito della disputa dei buoni, ed eravamo scoppiate tutte a ridere, compresa Miss Lucy. Poi Miss Lucy aveva detto che dal momento che a Hailsham pareva non esistessero altri argomenti di conversazione, sarebbe stato meglio interrompere la lettura e passare il resto della lezione a scambiarsi le proprie idee in proposito. Ed è esattamente quello che stavamo facendo quando Polly domandò, in maniera inaspettata: – Miss, ma perché Madame si porta via i nostri lavori?

 

Nessuno parlò. Miss Lucy non si arrabbiava facilmente, ma quando ciò avveniva, non ci si poteva sbagliare, e per un istante pensammo che Polly stesse per subire una delle sue sfuriate. Poi però ci accorgemmo che Miss Lucy non era adirata, era semplicemente assorta nei suoi pensieri. Ricordo che ero furibonda con Polly per aver infranto così stupidamente quella regola non scritta, ma nello stesso tempo mi sentivo terribilmente eccitata all'idea di ciò che avrebbe risposto Miss Lucy. E certo non ero l'unica a provare queste emozioni contrastanti: virtualmente ognuna di noi la incenerì con gli occhi, prima di rivolgerci verso Miss Lucy in trepida attesa – comportamento alquanto scorretto nei confronti della povera Polly, immagino. Dopo quella che sembrò un'eternità, Miss Lucy parlò:

 

- Tutto ciò che posso dirvi in questo momento è che è per una buona ragione. Una ragione molto importante. Ma se cercassi di spiegarvela adesso, non credo che capireste. Un giorno, spero, ogni cosa vi sarà chiarita.

Non insistemmo oltre. Attorno al tavolo era sceso un grande imbarazzo, e per quanto fossimo curiose di saperne di più, desideravamo allontanarci da quel terreno incerto. Un istante dopo, pertanto, ci sentimmo tutte sollevate all'idea di riprendere a discutere – in maniera un po' artificiosa forse – dei buoni. Le parole di Miss Lucy però mi avevano incuriosita e avevo continuato a pensarci di tanto in tanto nei giorni a venire. Ecco perché quel pomeriggio vicino al laghetto, quando Tommy mi raccontò della sua conversazione con Miss Lucy, di come lei gli avesse detto che non ci «insegnavano abbastanza», il ricordo di quel momento in biblioteca – insieme a un paio di altri episodi simili – cominciò a farsi spazio dentro di me.

Mentre parliamo dei buoni, voglio raccontarvi qualcosa dei nostri Baratti, che ho già menzionato in più di un'occasione. I Baratti per noi erano molto importanti, perché rappresentavano l'unico modo per venire in contatto con tutto ciò che proveniva dal mondo fuori. La polo di Tommy, per esempio, era stata trovata in una di queste occasioni. Era così che entravamo in possesso dei nostri vestiti, dei nostri giocattoli, di quelle cose speciali che non erano state create da un altro studente.

Una volta al mese, un grosso furgone bianco percorreva quella lunghissima strada, provocando un'agitazione che si percepiva per tutta la casa e i campi da gioco. Quando parcheggiava nel cortile, trovava ad attenderlo una folla – allievi delle elementari perlopiù, poiché raggiunti i dodici o tredici anni, quello non era il genere di cose per cui mostrare un interesse così evidente. Ma la verità era che eravamo tutti eccitatissimi.

A ripensarci adesso, è buffo pensare a tutto quell'entusiasmo, poiché i Baratti di solito erano una grande delusione. Non avremmo di certo scovato nulla di neanche lontanamente interessante, e avremmo speso i nostri buoni a risistemare cose ormai logore o fondamentalmente rotte.

Ma immagino che il punto fosse che tutti noi nel passato avevamo trovato qualcosa nei Baratti, qualcosa che era divenuto speciale: una giacca, un orologio, un paio di forbici da lavoro mai usate ma conservate orgogliosamente accanto al letto. Tutti noi avevamo trovato qualcosa di simile una volta, e per quanto ci sforzassimo di fingere il contrario, non riuscimmo mai a scrollarci di dosso quella vecchia sensazione di speranza ed eccitazione.

A dire il vero un motivo c'era, per gironzolare attorno al furgone mentre veniva scaricato. Ciò che facevi – se eri una di quelle allieve delle elementari – era seguire avanti e indietro dal camion al magazzino i due uomini con il camice che trasportavano i grossi scatoloni, chiedendo che cosa mai ci fosse dentro. «Un mucchio di cose belle, dolcezza», era la risposta abituale. Però se insistevi nel chiedere: «Ma si tratta di qualcosa di speciale'?», prima o poi sorridevano e dicevano: «Oh si, direi proprio di si, tesoro. Qualcosa di davvero speciale», accompagnando queste parole con un fremito di gioia.

Gli scatoloni erano spesso aperti in cima, tanto da consentirci di gettare una rapida occhiata a tutte le cose che contenevano, e talvolta, anche se non avrebbero dovuto, gli uomini ci permettevano di spostare alcuni oggetti per vedere meglio. Ed ecco perché, quando giungeva il momento del vero e proprio Incanto una o due settimane dopo, circolavano voci di ogni genere, a proposito di una certa tuta da ginnastica o di una cassetta, e se si verificava un po' di trambusto, era quasi sempre perché più di uno studente mirava allo stesso oggetto.

Il Grande Incanto era in assoluto contrasto con l'atmosfera ovattata dei Baratti. Si svolgeva nel Refettorio, ed era affollato e rumoroso. A dire il vero le urla e gli spintoni facevano parte del divertimento, e quasi sempre avevano qualcosa di festoso. Tranne quando, per esempio, di tanto in tanto la situazione sfuggiva al controllo, e gli studenti si strappavano le cose di mano e si spintonavano, o finivano per litigare.

Allora i banditori minacciavano di porre fine all'Incanto, e ognuno di noi doveva sorbirsi una ramanzina da parte di Miss Emily durante l'assemblea del mattino seguente.

La nostra giornata a Hailsham iniziava sempre con un'assemblea, che di solito era piuttosto breve – alcuni annunci, magari una poesia letta da uno studente ad alta voce. Miss Emily di solito non parlava molto; si sedeva sul palco con la schiena eretta, annuendo a ogni parola che veniva pronunciata, rivolgendo occasionalmente uno sguardo gelido verso chiunque osasse bisbigliare. La mattina dopo un Incanto turbolento, però, era tutto diverso. Ci ordinava di metterci a sedere sul pavimento – di solito stavamo in piedi durante le assemblee – e non c'erano annunci né recite, soltanto Miss Emily che non smetteva di parlare per venti, trenta minuti, talvolta anche più.

Raramente alzava la voce, ma in queste occasioni mostrava un tratto di assoluta inflessibilità e nessuno di noi, nemmeno gli studenti dell'ultimo anno, osava emettere un suono.

C'era la percezione concreta di avere, noi intesi come collettività, deluso Miss Emily – ma per quanto ci sforzassimo, non riuscivamo a seguire i suoi discorsi. Ciò in parte era dovuto al suo linguaggio.

«Indegni dei privilegi» e «uso scorretto delle opportunità»: queste erano due delle espressioni ricorrenti che venivano in mente a Ruth e a me nel centro di riabilitazione di Dover, mentre passavamo in rassegna i nostri ricordi. La sua tesi di base era piuttosto evidente: essendo studenti di Hailsham, eravamo tutti molto speciali, e pertanto il nostro cattivo comportamento risultava ancora più deludente. Dopo, però, l'intero discorso diventava un po' nebuloso. Talvolta le sue parole assumevano toni di grande intensità, per poi interrompersi improvvisamente con una frase come: «Cos'è? Cos'è? Cos'è mai che vi trattiene?» Poi si alzava in piedi, gli occhi chiusi, la fronte corrugata come se si stesse sforzando di cercare una risposta. E sebbene ci sentissimo inquieti e a disagio, ce ne stavamo lì seduti, augurandole di scovare dentro di lei la risposta a quella domanda, qualunque essa fosse. Alla fine tornava in sé con un lieve sospiro – segnale che stavamo per essere perdonati – oppure, con la stessa disinvoltura, esplodeva in un: «Ma io non mi piegherò! Oh, no! E neppure Hailsham!»

 

Quando rammentavamo quei lunghi discorsi, Ruth non mancava di far notare quanto fosse incomprensibile la loro imperscrutabilità, visto che Miss Emily, durante le lezioni, sapeva essere chiarissima. Quando accennai al fatto di averla vista girovagare di tanto in tanto per Hailsham come in preda a un sogno, parlando tra sé e sé, Ruth prese questa mia affermazione come un'offesa personale e proruppe:

 

- Non è mai stata così. Com'è possibile che Hailsham fosse ciò che era se la persona che la dirigeva fosse stata una mezza pazza? Miss Emily possedeva un cervello finissimo.

Non la contraddissi. Non c'è alcun dubbio che Miss Emily fosse incredibilmente perspicace. Se, per esempio, uno si trovava dove non doveva essere, fosse nella casa madre o sui campi da gioco, e sentiva sopraggiungere un tutore, poteva acquattarsi da qualche parte. Hailsham offriva molti rifugi, sia all'interno che all'esterno: armadi a muro, anfratti, cespugli, siepi. Ma se si scorgeva Miss Emily, il cuore aveva un sussulto, perché lei sapeva sempre esattamente dove chiunque di noi si stesse nascondendo. Era come se possedesse un potere extrasensoriale.

Ci si poteva infilare dentro un armadio, chiudere perfettamente l'anta e non muovere neanche un muscolo, ma si era certi che i passi di Miss Emily si sarebbero fermati proprio lì davanti e la sua voce avrebbe esclamato: «Va bene. Adesso fuori».

E ciò che accadde una volta a Sylvie C. sul pianerottolo del secondo piano; in quell'occasione Miss Lucy aveva avuto una delle sue esplosioni di collera. Non urlava mai, come urlava Miss Lucy per esempio, quando era furiosa con noi – ma quando Miss Emily si arrabbiava, faceva molta più paura. Gli occhi diventavano due fessure sottili e prendeva a bisbigliare forsennatamente tra sé e sé, come se stesse discutendo con una collega invisibile su quale fosse la punizione peggiore. In questo modo, era come se una parte di voi morisse dalla voglia di sapere, mentre l'altra anelasse a fuggire via a gambe levate. Di solito, però, le conseguenze dell'ira di Miss Emily non erano così terribili.

Raramente ci metteva in castigo, ci obbligava a fare lavori pesanti o ci privava dei privilegi. E in ogni caso, sapere di aver perduto un po' della sua stima ci rendeva estremamente infelici, e desideravamo all'istante poter fare qualcosa per rimediare.

Il fatto era che Miss Emily aveva delle reazioni imprevedibili. Sylvie quella volta fu rimproverata aspramente, ma quando Laura per esempio venne sorpresa a correre attraverso il campo di rabarbaro, Miss Emily si limitò a un brusco ma semplice: «Non dovresti stare qui, ragazzina. Sparisci», e poi si allontanò.

Arrivò il momento in cui anch'io pensai di essere nei guai con Miss Emily. Lo stretto sentiero che circondava il retro della casa madre era uno dei miei preferiti. Ne seguiva ogni anfratto, ogni sua forma; bisognava pigiarsi contro i cespugli, passare sotto due archi ricoperti d'edera e attraverso un cancello arrugginito. Si poteva sbirciare dentro le finestre, una dopo l'altra. Immagino che parte della ragione per cui mi piaceva così tanto quel sentiero era che non si era mai certi se fosse lecito accedervi. Naturalmente, quando c'era lezione, era proibito passeggiare lì intorno. Ma durante i finesettimana o la sera, la proibizione non era così chiara. La maggior parte degli studenti si teneva comunque alla larga, e forse la sensazione di essere lontana da tutti contribuiva al fascino di quel luogo.

Ad ogni modo, una sera d'estate stavo facendo una delle mie abituali passeggiate. Mi sembra di ricordare che frequentassi le medie. Come al solito stavo sbirciando dentro le aule vuote mentre camminavo, quando all'improvviso mi imbattei in una classe dove si trovava Miss Emily. Era sola e procedeva a passi lenti, parlando a bassa voce, indicando con la mano e rivolgendo commenti verso una platea invisibile. Pensai che stesse provando una lezione o forse uno dei suoi discorsi pubblici e stavo per allontanarmi in tutta fretta prima che si accorgesse di me, quando si voltò e mi guardò fissa negli occhi. Mi sentii raggelare, temendo di incappare in una delle sue sfuriate, quando mi resi conto che il suo atteggiamento non era cambiato, senonché adesso le sue parole silenziose erano indirizzate a me. Poi, con estrema naturalezza, si girò per fissare il suo sguardo su qualche altro studente immaginario in un altro lato della stanza. Mi allontanai furtivamente lungo il sentiero, e per un paio di giorni vissi con la paura di ciò che avrebbe detto Miss Emily quando mi avesse incontrata. Lei però non accennò mai all'accaduto.

Non è di questo, tuttavia, che voglio parlarvi adesso. Quello che voglio fare è raccontarvi qualcosa di Ruth, di come ci incontrammo e diventammo amiche, dei primi tempi trascorsi insieme.

Perché sempre più spesso ultimamente, mentre guido in mezzo ai campi in uno dei tanti lunghi pomeriggi che mi attendono, o sorseggio il caffè davanti alla vetrata di un autogrill, mi ritrovo a pensare a lei.

All'inizio non eravamo amiche. Ricordo che, all'età di cinque o sei anni, stavo con Hannah e con Laura, ma non con Ruth. Di lei, di quei primi anni, serbo soltanto ricordi un po' vaghi.

Sto giocando con la sabbia. Ci sono moltissimi altri bambini intorno, così tanti che cominciamo a darci noia l'un l'altra. Siamo all'aria aperta, sotto un sole caldo, con ogni probabilità si tratta dell'area giochi per i più piccoli, o forse è il tratto sabbioso che si trova all'estremità della pista del salto in lungo del North Playing Field. Fa molto caldo e ho sete e tutti quei bimbi mi danno fastidio. Poi vedo Ruth in piedi, non in mezzo alla sabbia come tutti gli altri, ma leggermente spostata. È furiosa con due delle bambine che si trovano da qualche parte alle mie spalle, a proposito di qualcosa che deve essere successo prima – lei se ne sta lì, ritta, lo sguardo fisso su di loro.

Mi sembra che a quell'epoca la conoscessi appena. Ma doveva avermi già colpita, perché ricordo che continuai a fare alacremente quello che stavo facendo, terrorizzata all'idea che potesse volgere quel suo sguardo su di me. Non dissi una parola, ma desideravo disperatamente che lei capisse che non avevo niente a che vedere con quelle bimbe, e non avevo avuto nessun ruolo in qualunque cosa fosse stata a farla infuriare.

E tutto ciò che ricordo di Ruth di quei primi tempi. Eravamo dello stesso anno e pertanto è probabile che ci capitasse di incontrarci abbastanza spesso, ma a parte quell'episodio non mi pare di aver avuto niente in comune con lei fino alle elementari, un paio d'anni dopo, quando avevamo sette anni, e stavamo per compierne otto.

Il South Playing Field era uno dei più popolari tra gli allievi delle elementari e fu là, nell'angolo accanto ai pioppi, che Ruth mi si avvicinò un giorno, all'ora di pranzo; mi squadrò dall'alto in basso e poi mi chiese:

 

- Vuoi fare un giro col mio cavallo?

 

Stavo giocando con altre due o tre mie compagne in quel momento, tuttavia era chiaro che Ruth si stava rivolgendo a me. La cosa mi riempì di gioia, ma finsi di soppesare la sua offerta prima di rispondere.

- Com'è che si chiama il tuo cavallo?

 

Ruth avanzò di un passo. – II mio cavallo migliore, – disse, – si chiama Thunder. Non posso permetterti di cavalcarlo. È troppo pericoloso. Però puoi montare Bramble, ma solo se non usi il frustino. Se vuoi, puoi scegliere uno degli altri -. Snocciolò una serie di nomi che adesso faccio fatica a ricordare. Poi mi domandò: – Tu hai qualche cavallo?

 

La guardai e riflettei a lungo prima di rispondere: – No. Non ho nessun cavallo.

- Neanche uno? -No.

- Va bene. Puoi montare Bramble, e se ti piace, puoi tenerlo. Ma non devi usare il frustino. E devi venire con me adesso.

Le mie amiche comunque ormai si erano girate da un'altra parte e avevano ripreso a fare ciò che stavano facendo prima di essere interrotte. Così scrollai le spalle e mi allontanai in compagnia di Ruth.

Il campo era affollato di bambini che giocavano, alcuni erano molto più grandi di noi, ma Ruth avanzò in mezzo a loro con fare sicuro, sempre un passo o due avanti a me. Giunte quasi al reticolato che confinava con il giardino, si voltò e disse:

 

- Va bene, è qui che cavalcheremo. Tu prendi Bramble. Accettai la briglia invisibile che mi porgeva, e poi via, cavalcando su e giù lungo la recinzione, talvolta al trotto, talvolta al galoppo. Avevo fatto bene a dire a Ruth che non possedevo nessun animale, perché dopo un po' mi permise di montare gli altri cavalli uno dopo l'altro, gridando a gran voce ogni genere di consigli su come tenere a bada le manie di ciascun animale.

- Te l'avevo detto! Devi piegarti all'indietro su Daffodil! Di più! Non le piace se non stai indietro!

 

Dovevo essere andata piuttosto bene, perché alla fine mi permise di fare un giro su Thunder, il suo cavallo preferito.

Non so quanto tempo trascorremmo con i suoi animali quel giorno: molto, mi sembra, e ho la sensazione che venimmo completamente assorbite dal gioco. Poi all'improvviso, senza nessuna ragione apparente, Ruth ne decretò la fine, sostenendo che stavo deliberatamente affaticando i suoi cavalli, e che dovevo sistemarli nelle stalle. Indicò un punto preciso della recinzione, e io cominciai a condurre i cavalli in quella direzione, mentre Ruth sembrava sempre più arrabbiata con me e mi accusava di fare tutto sbagliato. Mi chiese:

 

- Ti piace Miss Geraldine?

 

Doveva essere la prima volta che mi domandavo se mi piacesse o meno una delle nostre insegnanti. Dissi: – Certo che mi piace.

- Ma ti piace veramente? Come se fosse speciale? Come se fosse la tua preferita?

 

- Sì. E la mia preferita.

Ruth mi fissò a lungo. E alla fine disse: – Va bene. In questo caso, ti permetterò di essere una delle sue guardie segrete.

Ci incamminammo verso la casa madre e io rimasi in attesa di una spiegazione, ma lei non disse nulla. Capii cosa intendeva nei giorni che seguirono.

 

 

Capitolo quinto

 

Non sono certa per quanto tempo andò avanti quella faccenda della «guardia segreta». Quando Ruth e io ne discutemmo, mentre mi prendevo cura di lei a Dover, lei sostenne che si era trattato di due o tre settimane – ma quasi sicuramente si sbagliava. Con ogni probabilità provava un certo imbarazzo al riguardo, e pertanto era come se tutta la storia si fosse accorciata nei suoi ricordi. A me pare che sia durata nove mesi, un anno addirittura, quando avevamo sette anni, e andavamo per gli otto.

Non sono certa se sia stata la stessa Ruth a inventare la guardia segreta, ma non c'era dubbio che fosse lei il capo. Il nostro gruppo variava tra i sei e i dieci componenti, e il numero mutava a seconda che Ruth ammettesse un nuovo membro o ne espellesse un altro. Ritenevamo che Miss Geraldine fosse la migliore a Hailsham, e ci industriavamo per offrirle dei regali – su tutti, mi viene in mente un grosso foglio di carta con dei fiori secchi incollati sopra. Tuttavia lo scopo principale che giustificava la nostra esistenza era, naturalmente, quello di proteggerla.

Quando mi unii alla guardia, Ruth e le altre erano a conoscenza del complotto per rapire Miss Geraldine già da molto tempo. Non riuscimmo mai veramente a scoprire chi si celasse dietro questo complotto.

Talvolta sospettavamo alcuni ragazzi delle medie, talvolta i nostri compagni. C'era un'insegnante che non ci piaceva molto – una certa Miss Eileen – che per qualche tempo sospettammo essere il cervello del gruppo. Non sapevamo quando sarebbe avvenuto il rapimento, ma su una cosa non potevamo sbagliarci, che avrebbe avuto a che fare con il bosco.

Il bosco si trovava in cima alla collina che si ergeva dietro Hailsham House. Tutto ciò che si riusciva a vedere in realtà era una fila scura di alberi, ma certamente non ero l'unica ragazza della mia età a percepire la loro presenza giorno e notte. Nei momenti bui, era come se gettassero un'ombra su tutta Hailsham; bastava voltare il capo o avvicinarsi a una finestra, ed ecco le loro sagome stagliarsi in lontananza. La facciata della casa madre era più sicura, poiché da li non erano visibili. Anche così, comunque, non si poteva mai sfuggirgli del tutto.

Si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo. Una volta, poco prima del nostro arrivo a Hailsham, un ragazzo litigò furiosamente con i suoi amici e scappò via oltre i confini di Hailsham.

Il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo, in mezzo ai boschi, legato a un tronco con le mani e i piedi mozzati. Si diceva anche che il fantasma di una ragazza vagasse tra quegli alberi. Era stata una studentessa di Hailsham fino al giorno in cui aveva scavalcato la recinzione per andare alla scoperta del mondo fuori. Era accaduto parecchio prima di noi, quando i tutori erano molto più severi, crudeli persino, e nel momento in cui la ragazza aveva cercato di rientrare, le era stato vietato l'accesso. Aveva continuato a rimanere nei dintorni implorando di essere riammessa, ma nessuno era venuto in suo aiuto. Alla fine si era allontanata, andando non si sa dove, le era successo qualcosa ed era morta. Il suo fantasma però aveva continuato a errare per i boschi, lo sguardo fisso su Hailsham, a struggersi dal desiderio.

I tutori non facevano che ripetere che queste storie erano soltanto sciocchezze. Poi però gli studenti più anziani ci raccontarono ciò che i tutori avevano raccontato a loro quando erano piccoli, e che ben presto ci sarebbe stata rivelata la terribile verità, proprio com'era successo a loro.

Il bosco trovava posto nella nostra immaginazione soprattutto dopo il tramonto, nelle camerate mentre cercavamo di prender sonno. Ci pareva quasi di udire il vento frusciare tra i rami, e parlarne sembrava peggiorare le cose. Ricordo una notte, la notte in cui eravamo furiose con Marge K. – si era comportata in maniera davvero imperdonabile con noi quel giorno, e decidemmo di punirla trascinandola fuori dal letto, tenendole la faccia schiacciata contro la finestra per obbligarla a guardare verso il bosco. All'inizio tenne gli occhi serrati, ma le torcemmo il braccio e la costringemmo ad aprire le palpebre finché non guardò l'orizzonte lontano degli alberi illuminato dalla luce della luna, e tanto bastò per garantirle una notte di lacrime e terrore.

Non voglio dire che a quell'età non ci preoccupassimo d'altro. Io, per esempio, potevo trascorrere anche intere settimane senza pensarci, e c'erano addirittura giorni in cui un impeto di coraggio mi spingeva spavaldamente a dire: «Ma come facciamo a credere a queste scemenze?» Poi però bastava un nonnulla – qualcuno che prendeva a raccontare per l'ennesima volta una di queste storie, la lettura di un passo spaventoso, persino un'osservazione casuale – e subito sopraggiungeva un altro periodo sotto il potere di quest'ombra. Non c'era da stupirsi, pertanto, se ritenevamo che il bosco fosse essenziale nel complotto per rapire Miss Geraldine.

All'atto pratico, tuttavia, non ricordo che prendessimo delle vere e proprie precauzioni per difendere Miss Geraldine; le nostre attività consistevano nel raccogliere sempre maggiori indizi riguardo al complotto. Per qualche motivo, ritenevamo che questo bastasse a mantenere lontano qualsiasi pericolo immediato.

La maggior parte dei nostri «indizi» derivava dall'osservazione dei cospiratori al lavoro. Una mattina, per esempio, osservammo da una classe situata al secondo piano Miss Eileen e Mr Roger a colloquio con Miss Geraldine nel cortile. Dopo un po' Miss Geraldine li salutò e si avviò in direzione dell'Orangerie, ma noi non abbandonammo la nostra postazione di guardia, e constatammo che Miss Eileen e Mr Roger si avvicinarono e presero a confabulare furtivamente, lo sguardo fisso su Miss Geraldine che si allontanava.

- Mr Roger, – aveva sospirato Ruth in quell'occasione, scuotendo il capo. – Chi l'avrebbe mai detto che ci fosse dentro anche lui?

 

In questo modo stilammo una lista di persone che sapevamo far parte del complotto – tutori e studenti che dichiarammo nostri acerrimi nemici. E comunque, per tutto il tempo, immagino che ci rendessimo conto di quanto precarie fossero le basi su cui poggiavano le nostre fantasie, perché evitammo sempre ogni genere di confronto. Dopo molto discutere giungevamo alla conclusione che un certo studente fosse un cospiratore, ma poi trovavamo sempre una ragione per non sfidarlo apertamente – e di aspettare finché «non avessimo tutte le prove». Analogamente, concordavamo sul fatto che Miss Geraldine non sarebbe mai dovuta venire a conoscenza di ciò che avevamo scoperto, dal momento che si sarebbe turbata senza ragione.

Sarebbe troppo facile affermare che fu soltanto Ruth a mantenere in vita la guardia segreta anche molto tempo dopo che questa storia si era ormai esaurita naturalmente. È vero che per lei rappresentava qualcosa di importante. Sapeva del complotto da molto prima di noi, e questo le conferiva un'enorme autorità; alludere al fatto che i veri indizi si fossero manifestati in un periodo precedente all'ammissione di gente come me – e che c'erano cose che non dovevano ancora essere rivelate neppure a noi – poteva giustificare quasi tutte le decisioni che prendeva in nome del gruppo. Se riteneva che qualcuna dovesse essere espulsa, per esempio, e percepiva un'opposizione da parte nostra, si limitava a fare riferimento in modo un po' oscuro ai dettagli di cui era a conoscenza «da prima». Non c'è dubbio che Ruth desiderasse moltissimo che la guardia segreta continuasse a esistere. Ma la verità era che noi che eravamo diventate le sue più care amiche contribuivamo ognuna per proprio conto a preservare quella fantasia e ad alimentarla il più a lungo possibile. Ciò che avvenne dopo il litigio per gli scacchi è un chiaro esempio di ciò che intendo dire.

Avevo dato per scontato che Ruth fosse una specie di esperta degli scacchi e che sarebbe stata in grado di insegnarmi a giocare. L'idea non era poi così strampalata: quando passavamo accanto a studenti più grandi di noi chini sulle scacchiere, seduti vicino alla finestra o su pendii erbosi, Ruth di solito si fermava a studiare la partita. E mentre ci allontanavamo, mi parlava di una certa mossa che nessuno dei giocatori aveva intuito. «Incredibilmente ottusi», mormorava scuotendo il capo. Questo suo atteggiamento aveva contribuito alla mia fascinazione, e ben presto mi ritrovai a desiderare di perdermi in quelle pedine dalla forma elaborata. Così, quando scovai una scacchiera in uno dei Baratti e decisi di comprarla – malgrado ci volessero moltissimi buoni – contavo sull'aiuto di Ruth.

Durante i giorni successivi, tuttavia, sospirava ogniqualvolta affrontavo l'argomento, o fingeva di avere qualcosa di terribilmente urgente da fare. Quando alla fine, in un piovoso pomeriggio, la misi all'angolo e preparammo la scacchiera nella stanza del biliardo, lei mi mostrò qualcosa che non era altro che una lontana variante della dama.

La caratteristica principale del gioco degli scacchi, secondo lei, era che ogni pezzo si muoveva come a formare una L – immagino che l'avesse dedotto osservando il cavallo – invece che nel modo saltellante della dama. Non le credetti e rimasi veramente delusa, ma mi costrinsi a non dire nulla e continuai a giocare per un po'. Trascorremmo svariati minuti ad abbattere quanti più pezzi riuscivamo, continuando a far scivolare la pedina all'attacco procedendo a L. Andammo avanti così finché non cercai di darle scacco matto e lei mi disse che non era valido perché avevo fatto avanzare il mio pezzo dritto verso il suo.

A quel punto scattai in piedi, riposi la scacchiera e me ne andai. Non le dissi mai apertamente che non sapeva giocare – per quanto scontenta non osavo tanto – ma il mio brusco abbandono fu alquanto eloquente.

Accadde forse il giorno dopo, ero entrata nell'Aula n. 20 all'ultimo piano della casa madre, dove Mr George teneva le sue lezioni di poesia.

Non ricordo se fu prima o dopo la lezione, o quanti studenti fossero presenti. Ricordo che tenevo i libri in mano, e che mentre mi dirigevo verso Ruth e le altre che in quel momento erano intente a chiacchierare, vidi un abbagliante raggio di sole illuminare i banchi su cui erano sedute.

Capii, dal modo in cui facevano capannello, che stavano parlando della guardia segreta e sebbene, come vi dicevo, la lite con Ruth fosse avvenuta appena il giorno prima, per qualche motivo mi avvicinai senza esitazione. Fu solo quando mi ritrovai virtualmente a un passo da loro – forse fu quell'occhiata che si scambiarono – che all'improvviso mi resi conto di quanto stava per accadere. Fu come lo schizzo un istante prima di mettere il piede in una pozzanghera: sai che sta per succedere ma non c'è niente che possa impedirlo. Sentii una fitta di dolore ancor prima che si ammutolissero e mi fissassero, ancor prima che Ruth dicesse: «Oh, Kathy, come stai? Se non ti dispiace, avremmo qualcosa da discutere in questo momento. Solo un minuto. Scusaci».

Non ebbe quasi il tempo di terminare la frase che io mi ero già voltata e mi ero allontanata, adirata più con me stessa per essere andata da loro che con Ruth e le altre. Ero triste, questo si, anche se non ricordo se scoppiai a piangere. Nei giorni seguenti, ogni volta che mi imbattevo nella confraternita della guardia segreta che confabulava in un angolo, o mentre attraversava il campo da gioco, sentivo il sangue affiorare alle guance.

Poi, circa due giorni dopo l'umiliazione subita nell'Aula n. 20, mentre scendevo le scale della casa madre, mi accorsi che Moira B. stava proprio dietro di me. Cominciammo a chiacchierare – del più e del meno – e a passeggiare insieme in giro per casa. Doveva essere l'ora di pranzo perché quando ci affacciammo nel cortile c'erano circa venti studenti che bighellonavano lì intorno a piccoli gruppi. Guardai immediatamente in fondo al cortile dov'erano riunite Ruth e altre tre guardie segrete, la schiena rivolta verso di noi, lo sguardo fisso al South Playing Field. Stavo cercando di capire cosa fosse ad attirare la loro attenzione, quando mi accorsi che anche Moira, accanto a me, le stava osservando. Allora mi resi conto che appena un mese prima anche lei aveva fatto parte della guardia segreta ed era stata espulsa. Per alcuni istanti provai qualcosa di simile a un profondo imbarazzo, all'idea che noi due ci trovassimo lì fianco a fianco, accomunate dalle recenti mortificazioni, costrette ad ammettere apertamente di essere state rifiutate. Forse anche Moira stava sperimentando qualcosa del genere; ad ogni modo, fu lei a rompere il silenzio:

 

- E talmente stupida, tutta questa faccenda della guardia segreta. Come fanno a credere a una cosa del genere? Sembrano delle bambine dell'asilo.

Ancora oggi sono sconcertata dalla violenza dell'emozione che mi sopraffece quando la udii pronunciare quelle parole. Mi voltai verso di lei, completamente fuori di me:

 

- Che cosa ne sai tu? Tu non sai un bel niente, sei fuori dal giro da troppo tempo ormai! Se sapessi cosa abbiamo scoperto, non oseresti dire una cosa tanto idiota!

 

- Ma smettila con queste cretinate -. Moira non era una che si facesse mettere al tappeto facilmente. – È solo uno dei soliti trucchetti di Ruth, tutto qui.

- E allora com'è che l'ho sentito dire io, personalmente? Ho sentito dire che hanno intenzione di portare Miss Geraldine nei boschi con il camion del latte. Com'è che li ho sentiti io complottare? Ruth e le altre non c'entrano niente.

Moira mi guardò, cominciò a vacillare. – Tu l'hai sentito dire? Come? Dove?

 

- Li ho sentiti parlare, in maniera forte e chiara, ho sentito parola per parola, non sapevano che mi trovassi li intorno. Laggiù vicino al laghetto, non sapevano che li stessi ascoltando. Così questa è la dimostrazione che non sai un accidente!

 

La spinsi via e mentre mi facevo largo in mezzo al cortile affollato, lanciai un'occhiata dietro di me in direzione di Ruth e le altre, che continuavano a tenere lo sguardo fisso verso il South Playing Field, ignare di quanto era appena successo tra me e Moira. Capii che non ero più arrabbiata con loro; ero solo terribilmente irritata con Moira.

Ancora oggi, se mi capita di percorrere una delle tante strade, interminabili e grigie, e i miei pensieri vagano senza meta, mi ritrovo a ripensare a quell'episodio. Perché mi ero comportata in maniera tanto ostile quel giorno con Moira B., quando lei, in realtà, avrebbe dovuto essere la mia naturale alleata? Ciò che avvenne, immagino, fu che Moira mi stava suggerendo di oltrepassare una linea di confine insieme a lei, e io non ero ancora pronta. Credo di essermi resa conto che al di là di quella linea si trovasse qualcosa di più terribile e oscuro, e che non volevo in nessun modo. Non per me, per nessuna di noi.

Altre volte però penso che non sia così – che avesse a che fare soltanto con me e Ruth, con quella sorta di lealtà che lei ispirava in me in quel periodo. E forse questo spiega perché, anche se lo desiderai molte volte, non accennai mai – a quello che era accaduto tra me e Moira – per tutto il tempo in cui mi occupai di Ruth nel centro di riabilitazione di Dover.

Tutta questa faccenda a proposito di Miss Geraldine mi fa venire in mente un episodio che avvenne circa tre anni dopo, quando l'idea della guardia segreta ormai non era altro che un ricordo.

Ci trovavamo nell'Aula n. 5 a pianoterra sul retro dell'edificio, in attesa che cominciassero le lezioni. L'Aula n. 5 era la più piccola, e soprattutto in una mattina invernale come quella di cui sto parlando, quando si accendevano i grossi termosifoni e il calore appannava le finestre, si aveva la sensazione di soffocare. Forse sto un po' esagerando, ma il ricordo che ho di quell'aula è che per far entrare una classe intera ci si doveva letteralmente accatastare l'uno sopra l'altra.

Quel giorno Ruth aveva trovato posto su una sedia, mentre io stavo seduta su un banco, circondata da due o tre ragazze del nostro gruppo appollaiate li vicino. E infatti, penso che fu proprio mentre mi stringevo per fare spazio a qualcuno accanto a me, che notai per la prima volta il portapenne.

Lo vedo come se fosse davanti a me in questo momento. Era lucente, come una scarpa appena lucidata, di un intenso marrone chiaro con dei puntini rossi sparsi un po' dappertutto. Sulla cerniera c'era attaccato un pon-pon di pelo. Stavo quasi per sedermi sull'astuccio quando mi spostai e Ruth lo allontanò in tutta fretta. Ma ero riuscita a vederlo, così com'era nelle sue intenzioni, ed esclamai:

 

- Oh! Dove l'hai preso? Al Grande Incanto?

 

C'era molto chiasso nell'aula, ma le ragazze che si trovavano lì vicino avevano sentito; in men che non si dica quattro o cinque di noi stavano fissando il portapenne con ammirazione. Ruth non disse nulla per alcuni istanti mentre osservava attentamente l'espressione sui volti intorno a lei. Alla fine pronunciò queste parole, con intenzione:

 

- Diciamo di sì. Diciamo che l'ho preso al Grande Incanto -. Poi ci rivolse un sorrisetto furbo.

Sarebbe anche potuta sembrare una risposta assolutamente innocua, ma in realtà fu come se si fosse alzata di scatto per Colpirmi, e per alcuni secondi ebbi la sensazione che il mio corpo fosse pervaso allo stesso tempo da brividi gelidi e vampate di calore. Sapevo esattamente cosa intendesse con quella risposta e quel suo sorriso: che l'astuccio fosse un regalo di Miss Geraldine.

Non potevo sbagliarmi in proposito, perché erano settimane che andava avanti questa storia. Un certo sorriso, una certa inclinazione nella voce – talvolta accompagnati da un dito portato alle labbra o una mano alzata come si fa a teatro per suggerire a qualcuno sul palco – ogniqualvolta voleva alludere a qualche favoritismo che Miss Geraldine aveva mostrato nei suoi confronti: Miss Geraldine aveva permesso a Ruth di ascoltare una cassetta nella stanza del biliardo prima delle quattro in un giorno feriale; Miss Geraldine aveva ordinato di rimanere in silenzio mentre passeggiavamo in mezzo ai campi, ma quando Ruth le si era affiancata aveva cominciato a parlare con lei, permettendo quindi anche al resto del gruppo di chiacchierare. Cose come queste, e mai dichiarate apertamente, semplicemente lasciate all'immaginazione da quel suo sorriso e da quell'espressione «non aggiungiamo altro».

E chiaro che, almeno ufficialmente, i tutori non dovevano mostrare favoritismi, ma c'erano continue piccole dimostrazioni d'affetto che rientravano in certi parametri; e la maggior parte di quelle a cui faceva riferimento Ruth erano di questo tipo. E tuttavia non riuscivo a sopportare questo genere di allusioni da parte di Ruth. Non fui mai certa, naturalmente, se stesse dicendo la verità, ma dal momento che non ne parlava apertamente, si limitava ad accennarne, non fu mai possibile sfidarla. Così, ogni volta che succedeva, ero costretta a lasciar perdere, mordendomi le labbra con la speranza che passasse in fretta quel momento.

Talvolta mi rendevo conto, a seconda della piega che prendeva la conversazione, che stava per sopraggiungere uno di quei momenti, e cercavo di farmi forza. Anche allora, la cosa mi colpiva con una certa violenza, così che per svariati minuti non ero più in grado di concentrarmi su nient'altro intorno a me. Quella mattina d'inverno nell'Aula n. 5, però, mi investi senza preavviso. Anche dopo aver visto l'astuccio, l'idea che un tutore potesse fare un regalo come quello andava oltre ogni limite, e non mi accorsi che stesse per sopraggiungere. Così, una volta che Ruth ebbe pronunciato quello che aveva pronunciato, non fui in grado, come avveniva di solito, di lasciare semplicemente defluire la tempesta emozionale che sentivo dentro di me. Mi limitai a fissarla, senza fare nessuno sforzo per nascondere la mia rabbia. Ruth, forse intuendo il pericolo, mi sussurrò in fretta: «Non una parola», e sorrise di nuovo. Io però non risposi al suo sorriso e continuai a fissarla. Poi fortunatamente arrivò un tutore e cominciò la lezione.

Non sono mai stata quel genere di ragazza che rimugina per ore sulle cose. Forse mi è capitato ultimamente, ma è a causa del lavoro che faccio e delle lunghe ore di silenzio quando percorro questi campi desolati. Non sono mai stata, per così dire, come Laura, che per quanto fosse la buffona del gruppo si macerava per giorni, settimane addirittura, se qualcuno le diceva anche una minima cosa. Dopo quella mattina nell'Aula n. 5, tuttavia, me ne andai in giro per qualche tempo quasi in preda a uno stato di ipnosi. Mi allontanavo nel bel mezzo di una conversazione; intere lezioni trascorrevano senza che io sapessi di cosa si stesse parlando. Ero decisa a non fargliela passare liscia quella volta, ma per molto tempo non feci nulla di costruttivo in proposito; mi limitavo a immaginare scene fantastiche nella mia mente, nelle quali la costringevo a confessare e ad ammettere che si era inventata tutto. Arrivai persino a coltivare un sogno un po' confuso in cui la stessa Miss Geraldine veniva a sapere di questa storia e dava a Ruth una sonora lezione di fronte a tutti.

Dopo giorni interi passati in questo stato, cominciai a pensare in maniera più razionale. Se l'astuccio non le era stato dato da Miss Geraldine, da dove proveniva allora? Ruth poteva averlo ricevuto da un'altra allieva, ma era poco probabile. Se fosse appartenuto a qualcun altro prima di lei, qualcuno che aveva frequentato la scuola prima di noi, un oggetto meraviglioso come quello non sarebbe passato inosservato. Ruth non avrebbe mai corso il rischio di inventarsi una storia simile, sapendo che l'astuccio aveva già fatto il giro di Hailsham. Quasi sicuramente l'aveva scovato in occasione di un Incanto. Anche in questo caso, Ruth rischiava che qualcun altro lo individuasse prima che lei se ne appropriasse. Ma se – come avveniva talvolta, sebbene non fosse permesso – aveva sentito dire che l'astuccio stava per essere messo all'asta e se l'era fatto mettere da parte da uno dei banditori prima dell'apertura, poteva essere ragionevolmente certa che nessun altro l'avesse visto.

Sfortunatamente per Ruth, tuttavia, si tenevano i registri di ogni cosa acquistata all'Incanto, insieme all'indicazione di chi aveva comprato cosa. Sebbene questi registri non fossero facilmente consultabili – i banditori li riportavano nell'ufficio di Miss Emily dopo ogni Incanto -, non erano neanche top secret. Se avessi girato intorno a qualche banditore durante una delle aste successive, non sarebbe stato difficile dare una sbirciatina.

Avevo in mente un piano, e immagino che continuai a perfezionarlo per parecchi giorni prima di rendermi conto che non era veramente necessario eseguirlo alla lettera. Se avevo visto giusto sul fatto che l'astuccio proveniva da un Incanto, non dovevo fare altro che bluffare.

Ecco come avvenne che Ruth e io giungemmo a quella conversazione al riparo della gronda. Era una giornata di nebbia e di pioggerella leggera. Uscite dalla camerata ci stavamo dirigendo, forse, verso il padiglione, non ne sono sicura. Ad ogni modo, mentre attraversavamo il cortile, la pioggia si infittì all'improvviso e dal momento che non avevamo fretta, ci rifugiammo sotto il cornicione della casa madre, leggermente di lato rispetto all'entrata principale.

Ci riparammo lì per un po'; di tanto in tanto uno studente sbucava correndo dalla nebbia e varcava il portone, ma la pioggia non accennava a migliorare. E più stavamo lì, più aumentava il mio nervosismo perché intravedevo la possibilità che avevo tanto atteso. Anche Ruth, ne sono certa, sentiva che stava per succedere qualcosa. Alla fine decisi di andare dritta al punto.

- L'Incanto di martedì scorso, – esordii. – Stavo proprio sfogliando quel libro. Sai, il registro.

- Perché guardavi il registro? – chiese Ruth frettolosamente. – Perché hai fatto una cosa simile?

 

- Oh, così, senza nessuna ragione particolare. Christopher C. era uno dei banditori, e mi sono messa a parlare con lui. È decisamente il migliore degli studenti più anziani. E mentre parlavo sfogliavo le pagine del registro, così, tanto per fare.

Il cervello di Ruth, ne ero sicura, stava galoppando, e adesso si rendeva perfettamente conto della posta in gioco. Tuttavia disse, in tono calmo: – Che cosa noiosa.

- No, a dire il vero è stato piuttosto interessante. Vengono registrate tutte le cose che si comprano.

Pronunciai queste parole con lo sguardo fisso sulla pioggia che cadeva.

Poi rivolsi una rapida occhiata a Ruth e rimasi senza parole. Non so che cosa mi aspettassi; poiché in tutte le mie fantasie del mese precedente non avevo mai preso in considerazione cosa sarebbe accaduto realmente in una situazione come quella che si stava svolgendo in quel momento davanti ai miei occhi. Adesso mi rendevo conto di quanto Ruth fosse turbata; di quanto per una volta non riuscisse a trovare le parole, di come si fosse girata, sul punto di scoppiare in lacrime. E all'improvviso il mio comportamento mi sembrò completamente inutile.

Tutti quegli sforzi, quella pianificazione, solo per far del male alla mia migliore amica. E anche se avesse bluffato un po' riguardo a quell'astuccio? Non era forse vero che tutte noi sognavamo che questo o quel tutore infrangesse le regole e facesse qualcosa di speciale per noi? Un abbraccio spontaneo, una lettera segreta, un regalo? Ruth non aveva fatto altro che spingersi un po' più in là con quegli innocenti sogni a occhi aperti; non aveva neanche accennato a Miss Geraldine.

Mi sentivo malissimo, ero confusa. Mentre ce ne stavamo li, immobili a fissare la nebbia e la pioggia, non riuscivo a trovare il modo per riparare al danno che avevo fatto. Penso di aver detto una frase patetica del genere: «Va tutto bene, non ho visto molto», che parve rimanere sospesa stupidamente nell'aria. Poi, dopo qualche altro minuto di silenzio, Ruth si allontanò sotto la pioggia.

Capitolo sesto

 

Immagino che mi sarei sentita meglio dopo quanto era successo, se Ruth avesse dimostrato apertamente di avercela con me. Fu uno di quei momenti, però, in cui sembrò rimanere schiacciata dal peso degli eventi.

Era come se si vergognasse troppo – come se fosse troppo oppressa – per poter essere arrabbiata o per vendicarsi. Le prime volte che la incontrai dopo la nostra conversazione sotto la gronda, mi aspettavo almeno una leggera irritazione, e invece no, si era comportata in modo assolutamente civile, seppure lievemente distaccato. Mi resi conto che era terrorizzata all'idea che potessi smascherarla – l'astuccio, come si poteva immaginare, sparì – e io avrei voluto rassicurarla che non aveva nulla da temere da parte mia.

Il fatto era che, poiché nessuna delle due aveva affrontato la questione apertamente, non riuscivo a trovare il modo per dirglielo.

Feci del mio meglio, nel frattempo, per cogliere qualunque opportunità per suggerire a Ruth che lei aveva un posto speciale nel cuore di Miss Geraldine. Ci fu un momento, per esempio, in cui alcune di noi desiderarono disperatamente poter uscire per andare ad allenarsi a softball durante l'intervallo, poiché eravamo state sfidate da un altro gruppo di ragazze che avevano un anno più di noi. Il nostro problema era che stava piovendo, ed era improbabile che ci lasciassero uscire. Mi resi conto tuttavia che Miss Geraldine era una delle insegnanti di turno, così dissi:

 

- Se è Ruth a chiederglielo, allora abbiamo una possibilità di farcela.

Il mio consiglio non ebbe alcun seguito, se ricordo bene; forse nessuna mi udì, perché parlavamo tutte insieme contemporaneamente. Il punto è che quando pronunciai queste parole Ruth stava davanti a me, e intuii di averla resa felice.

Un'altra volta, mentre stavamo uscendo dalla classe in compagnia di Miss Geraldine, mi ritrovai nella fila proprio dietro di lei. Allora rallentai in modo che Ruth, che si trovava esattamente alle mie spalle, potesse passare accanto a Miss Geraldine mentre varcavano la soglia della classe. Mi comportai con noncuranza, come se fosse la cosa giusta e naturale da fare, e ciò che Miss Geraldine avrebbe voluto – così come avrei fatto se, diciamo, mi fossi ritrovata per caso tra le mie due migliori amiche. In quella circostanza, se ben ricordo, Ruth mi guardò perplessa e sorpresa per una frazione di secondo, poi annuì in fretta nella mia direzione e passò oltre.

Piccoli episodi come questi dovevano aver fatto piacere a Ruth, ma non potevano neanche lontanamente paragonarsi a quanto era veramente successo tra di noi al riparo della gronda in quella giornata nebbiosa, e la sensazione che le cose non sarebbero mai più state come prima non faceva che aumentare. C'è un momento in particolare che ricordo, di me seduta su una delle panchine fuori dal padiglione, sola, di sera, che continuo a pensare a qualche via d'uscita, mentre un pesante groviglio di rimorso e frustrazione mi costringe praticamente alle lacrime. Se le cose fossero continuate così, non sono certa di quello che sarebbe successo. Forse tutto alla fine sarebbe stato dimenticato; o forse Ruth e io avremmo preso strade diverse. E invece, senza nessun preavviso, mi venne data l'opportunità di rimettere tutto a posto.

Stavamo facendo Educazione artistica con Mr Roger, solo che per qualche ragione lui si era allontanato a metà lezione. Pertanto stavamo tutte assiepate intorno ai cavalletti, chiacchierando e sbirciando i rispettivi lavori. Poi a un certo punto una ragazza di nome Midge A. si avvicinò a noi e disse rivolta a Ruth, in tono assolutamente amichevole:

 

- Dov'è il tuo portapenne? E così delizioso.

Ruth si irrigidì e si guardò rapidamente intorno per controllare chi fosse presente in quel momento. La nostra solita banda e forse un paio di ragazze estranee al nostro gruppo che si aggiravano nei paraggi. Non avevo fatto cenno con nessuno della faccenda del registro degli Incanti, ma immagino che Ruth non ne fosse così certa. Aveva un tono più suadente del solito quando si rivolse a Midge:

 

- Non ce l'ho qui con me. Lo conservo nel mio baule dei ricordi.

- È talmente delizioso. Dove l'hai preso?

 

Midge continuava a farle domande in maniera del tutto innocente, ormai era ovvio. Ma quasi tutte noi che ci eravamo trovate nell'Aula n. 5 il giorno in cui Ruth aveva estratto l'astuccio per la prima volta, adesso eravamo presenti e la osservavamo; vidi Ruth esitare. Fu soltanto dopo, quando rivissi con la memoria quella scena, che compresi fino in fondo la perfezione di quel momento. In quell'istante non ci pensai.

Intervenni, prima che Midge o chiunque altra avesse la possibilità di rendersi conto che Ruth si trovava in un curioso imbarazzo.

- Non possiamo dirlo da dove viene.

Ruth, Midge e il resto del gruppo, tutte quante mi guardarono, forse lievemente sorprese. Io però mantenni la calma e continuai, rivolgendomi esclusivamente a Midge.

- Ci sono ottime ragioni per non dirti da dove viene. Midge si strinse nelle spalle. – E un mistero allora.

- Un grande mistero, – proseguii, poi le sorrisi per dimostrarle che non avevo nessuna intenzione di essere scortese con lei.

Le altre avevano preso ad annuire per darmi manforte, sebbene la stessa Ruth avesse assunto un'espressione un po' incerta, come se all'improvviso fosse preoccupata. Midge fece di nuovo spallucce, e se ricordo bene la cosa finì lì. Si allontanò, oppure prese a chiacchierare di qualcos'altro.

Esattamente per la stessa ragione per cui io non ero stata in grado di confessare a Ruth cosa le avevo fatto, lei naturalmente non riuscì a ringraziarmi per il modo in cui ero intervenuta con Midge. Era chiaro dal suo comportamento nei miei confronti, tuttavia, e non soltanto nei giorni, ma nelle settimane che seguirono, quanto fosse soddisfatta di me. E poiché mi ero ritrovata recentemente nella sua stessa posizione, mi era facile riconoscere in lei i segni di questo suo affannarsi alla ricerca di un'opportunità per fare qualcosa di carino per me, qualcosa di veramente speciale. Era una sensazione gradevole, e ricordo anche di aver pensato un paio di volte a come sarebbe stato bello se l'opportunità non si fosse presentata per chissà quanto tempo, così che questa bella atmosfera tra noi due potesse durare per sempre.

In realtà, essa giunse circa un mese dopo l'episodio di Midge, quando persi la mia cassetta preferita.

Conservo ancora una copia di quella cassetta e fino a poco tempo fa avevo l'abitudine di ascoltarla di tanto in tanto, mentre guidavo in aperta campagna in un giorno piovoso. Poi però il mangianastri della mia auto ha cominciato a fare talmente le bizze che non ho più osato usarlo.

E sembra non esserci mai tempo per ascoltarla, di ritorno nel mio monolocale. Ciononostante, la considero una delle cose più preziose che ho. Forse dalla fine dell'anno, quando non lavorerò più come assistente, riuscirò ad ascoltarla più spesso.

Il 33 giri si intitola Songs After Dark ed è di Judy Bridgewater. Quella che possiedo adesso non è la cassetta originale, quella che avevo ai tempi di Hailsham, quella che ho perduto. E la cassetta che Tommy e io abbiamo ritrovato anni dopo nel Norfolk – ma questa è un'altra storia, e ve la racconterò al momento giusto. Adesso voglio parlarvi di questa prima cassetta, quella che scomparve.

Prima di proseguire, forse è meglio che vi spieghi tutta la faccenda del Norfolk. È andata avanti per anni e anni – alla fine era diventata una specie di battuta scherzosa che usavamo tra di noi, immagino – e tutto ebbe inizio durante una certa lezione quando eravamo ancora abbastanza piccoli.

Fu la stessa Miss Emily a insegnarci i nomi delle diverse contee dell'Inghilterra. Appendeva una grossa cartina sopra la lavagna e, accanto a essa, sistemava un cavalletto. Così, se per esempio stava parlando dell'Oxfordshire, poggiava sul cavalletto un grande calendario con delle fotografie del luogo. Possedeva una discreta raccolta di questo genere di immagini, e la maggior parte delle contee ci furono spiegate in questo modo. Tamburellava leggermente con la bacchetta sulla cartina indicando un determinato punto, si voltava verso il cavalletto e svelava un'altra fotografia. C'erano minuscoli villaggi attraversati da corsi d'acqua, bianchi monumenti sui pendii delle colline, antiche chiese ai bordi dei campi; se ci parlava di una località di mare, ci sarebbero state spiagge affollate, scogliere con i gabbiani. Immagino che volesse che noi avessimo un'idea del mondo che ci circondava. E incredibile quanto ancora adesso, dopo tutte le miglia che ho percorso lavorando come assistente, la mia percezione delle varie contee mi derivi ancora dalle fotografie che Miss Emily ci mostrava sul cavalletto. Percorro il Derbyshire, per esempio, e mi ritrovo a cercare con lo sguardo un certo villaggio con un pub in stile finto Tudor o un monumento ai caduti – e mi rendo conto che è l'immagine che Miss Emily ci aveva mostrato la prima volta che ho sentito parlare del Derbyshire.

Ad ogni modo, il punto è che c'era un buco nella raccolta di Miss Emily: non esisteva una sola fotografia del Norfolk. Poiché le lezioni venivano ripetute più volte, mi domandavo se sarebbe riuscita a trovare un'immagine del Norfolk, ma era sempre la stessa storia. Faceva volteggiare la bacchetta sopra la cartina e diceva, quasi come se avesse un ripensamento: «E laggiù c'è il Norfolk. Incantevole».

Ricordo che, in quel preciso momento, si interrompeva e si perdeva nei suoi pensieri, forse perché non aveva previsto cosa dovesse arrivare dopo, al posto della fotografia. Infine si risvegliava dal sogno e tamburellava di nuovo sulla cartina.

- Vedete, poiché si trova laggiù, a est, su quella collinetta che si protende verso il mare, non porta da nessuna parte. La gente diretta a nord o a sud – e così dicendo spostava la bacchetta in su e in giù – passa oltre senza fermarsi. Per questa ragione il Norfolk è un angolo tranquillo dell'Inghilterra, alquanto piacevole. Ma in qualche modo è anche un angolo dimenticato.

Un angolo dimenticato. Ecco come lo definì, ed ecco come tutto ebbe inizio. Perché a Hailsham anche noi avevamo il nostro «angolo degli oggetti dimenticati», al terzo piano, dove si conservavano gli oggetti smarriti; se si perdeva o trovava qualcosa, è là che si andava. Qualcuno dopo la lezione – non ricordo chi – asserì che ciò che aveva inteso dire Miss Emily era che il Norfolk era «l'angolo degli oggetti dimenticati» dell'Inghilterra, dove finivano tutti gli oggetti smarriti del paese. In qualche modo l'idea prese piede e ben presto tutti gli studenti del nostro anno lo considerarono un fatto scontato.

Non molto tempo fa, mentre Tommy e io riandavamo con la memoria a queste cose, lui sostenne di non aver mai veramente creduto a questa storia, che era stata tutta una burla fin dall'inizio. Sono abbastanza certa, comunque, che avesse torto in proposito. E vero, a dodici o tredici anni quella faccenda del Norfolk era diventata un grosso scherzo. Ma il ricordo che conservo – e per Ruth è lo stesso – è che all'inizio credevamo nel Norfolk nel senso più letterale del termine; che proprio mentre i furgoni con le provviste di cibo e di merce di varia natura per il nostro Grande Incanto arrivavano a Hailsham, contemporaneamente un'operazione simile si svolgeva, semplicemente su più vasta scala, con camion che percorrevano l'Inghilterra in lungo e in largo, pronti a consegnare ogni genere di oggetto dimenticato nei campi e sui treni, in questo posto chiamato Norfolk. Il fatto poi che non avessimo mai visto un'immagine del luogo contribuiva ad aumentarne il fascino.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo. Inoltre, non ci preoccupammo mai di verificare la nostra teoria sul Norfolk nei dettagli. Ciò che era importante per noi, come disse Ruth una sera mentre sedevamo in quella stanza piastrellata di Dover, a guardare il tramonto, era che quando «perdevamo qualcosa di prezioso, e cercavamo e cercavamo e non riuscivamo a trovarlo, non ci sentivamo così disperati. Continuavamo a conservare un granello di speranza, pensando che un giorno, una volta cresciuti e liberi di viaggiare per il paese, saremmo sempre potuti andare nel Norfolk e ritrovarlo».

Sono sicura che Ruth avesse ragione. Il Norfolk divenne una vera fonte di consolazione per noi, probabilmente molto più di quanto riuscissimo a confessare allora, ed ecco perché continuavamo a parlarne – sebbene considerandolo una specie di scherzo – una volta cresciuti. Ed ecco perché, molti anni dopo, quel giorno in cui Tommy e io trovammo un'altra copia della cassetta che avevo perduto, in una cittadina sulla costa del Norfolk, non ci limitammo semplicemente a pensare che si trattasse di una buffa coincidenza; nel profondo, entrambi sentimmo una sorta di dolorosa nostalgia, un antico desiderio di credere di nuovo in qualcosa che un tempo ci era stato così caro.

È della mia cassetta però che volevo parlarvi, di Songs After Dark di Judy Bridgewater. Credo che originariamente si trattasse di un 33 giri – la data di registrazione risale al 1956 – ma io avevo la cassetta, e l'immagine di copertina doveva essere una versione in scala ridotta della custodia del disco. Judy Bridgewater indossa un abito di raso color porpora, uno di quei tubini che andavano molto di moda in quel periodo, e la si vede soltanto dalla vita in su perché sta seduta su uno sgabello da bar. Immagino che tutto l'insieme dovesse far pensare al Sudamerica, perché alle sue spalle sono visibili palme e camerieri dalla carnagione scura in giacca bianca. La osservi dalla stessa prospettiva del cameriere mentre le serve da bere. Judy ricambia il tuo sguardo in modo amichevole e non troppo ammiccante, come se si concedesse appena, ma tu sei uno che lei conosce ormai da troppo tempo. L'altro particolare della copertina è che Judy appoggia i gomiti sul bancone, in mano una sigaretta accesa. Fu proprio a causa di quella sigaretta che tenni la mia cassetta nascosta da tutti, fin dal momento in cui la scovai al Grande Incanto.

Non so com'era dove siete cresciuti voi, ma a Hailsham i tutori erano rigidissimi al riguardo. Sono sicura che avrebbero preferito che non scoprissimo mai neppure l'esistenza del fumo; ma dal momento che non era possibile, facevano in modo di propinarci una sorta di sermone ogni volta che capitava l'occasione. Anche quando ci mostravano la fotografia di un famoso scrittore o di un leader mondiale, e capitava che avessero una sigaretta in mano, la lezione subiva un brusco arresto. Si sparse persino la voce che alcuni classici – per esempio i libri di Sherlock Holmes – non si potevano reperire in biblioteca perché i personaggi principali fumavano troppo; quando poi ci si imbatteva nella pagina strappata di un libro illustrato o di una rivista, era perché in quel punto si trovava l'immagine di qualcuno che fumava. E infine c'erano le lezioni vere e proprie, in cui ci venivano mostrate fotografie orribili di ciò che il fumo provocava all'interno del nostro corpo. Ecco perché rimanemmo così scosse, quella volta che Marge K. rivolse a Miss Lucy la domanda fatale.

Stavamo sedute sull'erba dopo una partita di softball e Miss Lucy ci aveva appena dispensato uno dei soliti discorsi sul fumo, quando Marge all'improvviso le chiese se avesse mai provato a fumare. Miss Lucy rimase in silenzio per qualche istante. Poi disse:

 

- Vorrei poter dire di no. Ma a dire il vero, ho fumato per qualche tempo. Più o meno per due anni, quando ero più giovane.

Potete ben immaginare che shock fu per noi quella rivelazione. Prima della risposta di Miss Lucy, avevamo fissato Marge con sguardo truce, furiose con lei per aver fatto una domanda così inappropriata – per come la vedevamo noi, era come se avesse chiesto a Miss Lucy se aveva mai assalito qualcuno con una scure. E nei giorni che seguirono ricordo che rendemmo la vita di Marge un inferno; infatti, l'episodio cui accennavo prima, la notte in cui tenemmo la faccia di Marge schiacciata contro il vetro della finestra della camerata per costringerla a guardare il bosco, aveva a che fare con ciò che avvenne in seguito. Ma in quel momento, nel momento in cui Miss Lucy disse ciò che disse, eravamo troppo confuse per occuparci di Marge. Immagino che ci limitammo a fissare Miss Lucy con orrore, in attesa di ciò che avrebbe detto.

Quando finalmente parlò, Miss Lucy sembrò soppesare ogni singola parola attentamente. – Non avrei dovuto fumare. Fumare mi faceva male e così ho smesso. Ma ciò che dovete capire è che per voi, per ciascuno di voi, fumare è molto più grave di quanto lo sia mai stato per me.

Poi si interruppe e rimase in silenzio. Qualcuno più tardi raccontò che fu come se sognasse a occhi aperti, ma io ero certa, così come Ruth, che stava riflettendo intensamente su ciò che doveva dirci. Finalmente parlò:

 

- Vi è stato insegnato. Siete studenti. Voi siete... speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto non lo sia per una come me.

Si interruppe di nuovo e ci guardò in modo strano. Dopo, quando ne discutemmo insieme, alcune di noi dissero di aver avuto la certezza che Miss Lucy non aspettava altro che qualcuno le chiedesse: «Perché? Perché è così grave per noi?» Nessuno però fece quella domanda. Ho ripensato spesso a quel giorno, e ora sono sicura, alla luce di ciò che accadde in seguito, che non avremmo dovuto far altro che chiedere, e Miss Lucy ci avrebbe detto tutto. Sarebbe bastata solo un'altra domanda.

E allora perché restammo tutte in silenzio quel giorno? Immagino fosse perché persino a quell'età – avevamo nove o dieci anni – sapevamo abbastanza in materia per comportarci con prudenza. È difficile ricordare adesso di quante cose fossimo a conoscenza allora. Certamente sapevamo – anche se non coscientemente – di essere diversi dai tutori, e anche dalle persone normali del mondo fuori; forse sapevamo addirittura che c'erano le donazioni ad attenderci. Però non sapevamo che cosa questo significasse veramente. Se cercavamo a tutti i costi di evitare certi argomenti, probabilmente dipendeva dal fatto che ci imbarazzavano.

Odiavamo il modo in cui i tutori, di solito disinvolti in qualsiasi circostanza, si mostravano così a disagio ogni volta che ci inoltravamo su questo terreno. Assistere a questo cambiamento in loro ci dava sui nervi. Penso sia questa la ragione per cui non formulammo mai quella domanda, e perché punimmo Marge K. tanto crudelmente per aver sollevato la questione quel giorno dopo la partita di softball.

Ad ogni modo, ecco perché tenevo la mia cassetta così nascosta. Rivoltai persino la copertina, in modo che Judy e la sua sigaretta fossero visibili solo se si apriva la custodia di plastica. Ma la ragione per cui quella cassetta significava così tanto per me, non aveva nulla a che vedere con la faccenda delle sigarette, e neppure con lo stile di Judy Bridge-water – una cantante tipica di quegli anni, musica da piano bar, non il genere di cose che piaceva a noi di Hailsham. Ciò che rendeva quella cassetta tanto speciale per me era una canzone in particolare, la numero tre, Never Let Me Go.

È un lento, musica d'atmosfera, tipicamente americano, e c'è quel verso che si ripete quando Judy canta: «Non lasciarmi. .. Oh, tesoro... Non lasciarmi...» Avevo undici anni allora, non avevo molta dimestichezza con la musica, ma quella canzone, be', ne rimasi affascinata. Continuavo a riavvolgere il nastro esattamente nel punto dell'inizio, in modo da poterla ascoltare ogni volta che me se ne offriva l'occasione.

Di occasioni, però, non ne avevo molte, mancava ancora qualche anno prima che i walkman facessero la loro comparsa nelle nostre aste. C'era un grosso marchingegno nella stanza del biliardo, ma non lo usavo quasi mai perché era sempre troppo affollata. Anche l'aula di Educazione artistica era dotata di un mangianastri, ma era altrettanto rumorosa.

L'unico posto in cui potevo ascoltare la mia cassetta in pace era la nostra camerata.

A quell'epoca ci eravamo sistemate nei dormitori più piccoli a sei letti, che si trovavano in alloggiamenti separati, e nel nostro avevamo un mangianastri portatile che tenevamo sullo scaffale sopra il termosifone. Era lì che andavo di solito, nel momento della giornata in cui era più probabile che non ci fosse nessuno in giro, a riascoltare tutto il tempo la mia canzone.

Cos'aveva di tanto speciale quella canzone? Be', il fatto era che non avevo mai prestato molta attenzione alle parole; aspettavo precisamente il pezzo che faceva così: «Tesoro, tesoro, non lasciarmi...» E immaginavo una donna a cui era stato detto che non poteva avere figli, ma che li aveva desiderati ardentemente per tutta la vita. Poi avviene una specie di miracolo e partorisce un bambino, lo tiene stretto fra le braccia e se ne va in giro canticchiando: «Tesoro, non lasciarmi...», in parte perché prova una grandissima felicità, in parte perché teme che possa succedere qualcosa, che il bambino si ammali o che qualcuno glielo porti via. Anche allora mi rendevo conto che non poteva essere così, che questa interpretazione non c'entrava nulla con il resto delle parole. Per me però non faceva differenza. La canzone parlava di quello che pensavo io, e continuavo a riascoltarla, da sola, ogni volta che potevo.

Più o meno intorno a quel periodo avvenne uno strano episodio che vorrei raccontarvi. Mi turbò molto, e sebbene non riuscii a comprenderne la vera portata se non qualche anno dopo, penso che intuii, anche allora, un significato più profondo.

Era un pomeriggio soleggiato, e io ero andata nella nostra camerata a prendere qualcosa. Ricordo la luce forte perché le tende non erano state tirate bene: ampi raggi di sole entravano nella stanza e il pulviscolo volteggiava nell'aria. Non avevo intenzione di ascoltare la cassetta, ma dal momento che non c'era nessuno in giro, qualcosa mi spinse a prendere il nastro dal mio bauletto dei ricordi e a metterlo nel registratore.

Forse il volume era stato alzato da chiunque l'avesse usato l'ultima volta, non saprei. Però era molto più forte del solito e fu probabilmente questo il motivo per cui non mi accorsi della sua presenza. O forse ero diventata troppo indulgente con me stessa. Ad ogni modo, stavo dondolando lentamente al ritmo della canzone, stringendo al petto un bimbo immaginario. A dire il vero, a rendere il tutto ancora più imbarazzante, era una di quelle volte in cui avevo afferrato un cuscino come se fosse un bambino vero, e ballavo piano, gli occhi chiusi, canticchiando dolcemente sempre le stesse parole:

 

«Oh, tesoro, tesoro, non lasciarmi...»

 

La canzone era quasi finita quando qualcosa mi fece intuire che non ero sola, aprii gli occhi e mi ritrovai a fissare Madame che si stagliava sulla porta.

Mi sentii raggelare. Poi, in una frazione di secondo, avvertii una nuova sensazione di pericolo, perché capii che c'era qualcosa di strano in quella situazione. La porta era spalancata a metà – di regola non si potevano tenere le porte delle camerate completamente chiuse se non quando dormivamo – ma Madame non si era neppure avvicinata alla soglia.

Era in piedi nel corridoio, immobile, la testa leggermente piegata di lato per permetterle di vedere ciò che stavo facendo nella stanza. La cosa strana era che piangeva. Poteva anche essere uno dei suoi singhiozzi, quello che avevo udito mentre ascoltavo la canzone e che mi aveva risvegliato dal sogno.

Quando ripenso a quell'episodio, ho la sensazione che, anche se non era una delle nostre insegnanti, si trattava pur sempre di una persona adulta, e avrebbe dovuto dire o fare qualcosa, magari anche soltanto rimproverarmi. Così avrei saputo come comportarmi. Lei invece rimaneva li, immobile, senza smettere di piangere, continuando a fissarmi dal vano della porta con quello stesso sguardo che aveva sempre quando ci guardava, come se stesse osservando qualcosa che le faceva venire i brividi. Solo che stavolta c'era qualcos'altro, qualcosa di più in quegli occhi, che non riuscivo a decifrare.

Non sapevo cosa dire o cosa fare, o cosa aspettarmi. Forse sarebbe entrata nella stanza, urlando contro di me, mi avrebbe picchiata addirittura, non ne avevo la minima idea. Invece lei si voltò e un istante dopo udii i suoi passi che si allontanavano dagli alloggiamenti.

Mi accorsi che la cassetta era andata avanti al brano successivo, spensi il registratore e andai a sedermi sul letto più vicino. Così facendo, vidi dalla finestra di fronte a me la sua sagoma che si affrettava verso la casa madre. Non si girò, ma dal modo in cui teneva il capo infossato tra le spalle, intuii che stava ancora piangendo.

Quando raggiunsi le mie amiche alcuni minuti dopo, non accennai in nessun modo a quanto era avvenuto. Qualcuna si accorse che non mi sentivo bene e disse qualcosa, ma io mi limitai a stringermi nelle spalle e rimasi in silenzio. Non che provassi vergogna in realtà: ma era un po' come quella volta che avevamo teso una trappola a Madame nel cortile quando era scesa dall'auto. Desideravo più di ogni altra cosa che non fosse mai successo, e pensavo che se non ne avessi parlato, avrei fatto un favore a me stessa e alle altre.

Tuttavia, decisi di discuterne con Tommy un paio d'anni dopo. Accadde in quei giorni che seguirono la nostra conversazione accanto al laghetto, quando lui mi aveva confidato per la prima volta la sua storia con Miss Lucy; i giorni durante i quali – per come la vedo io – iniziò quel processo di domande e riflessioni su noi stessi che portammo avanti per anni. Quando raccontai a Tommy cosa era avvenuto con Madame nella nostra camerata, lui se ne venne fuori con una spiegazione piuttosto semplice. In quel momento, naturalmente, ero a conoscenza di una cosa che allora non potevo immaginare, e cioè che nessuno di noi avrebbe mai potuto avere bambini. E possibile che ne avessi avuto sentore quando ero più piccola, senza registrarlo appieno, ed ecco perché sentii ciò che sentii quando ascoltai quella canzone. Ma non avrei mai potuto rendermene conto fino in fondo a quell'epoca. Come vi dicevo, quando Tommy e io ne discutemmo insieme, ogni cosa ci era già stata chiarita. Nessuno di noi, peraltro, era particolarmente addolorato; infatti mi ricordo che qualcuno era felice all'idea di poter fare sesso senza doversi preoccupare del resto – sebbene il sesso fosse ancora di là da venire per la maggior parte di noi a quell'età. Ad ogni modo, quando raccontai a Tommy cos'era successo, lui mi disse: – Madame probabilmente non è una persona malvagia, anche se fa venire i brividi a guardarla. Quando ti ha vista ballare in quel modo, come se avessi un bambino in braccio, ha pensato che fosse veramente terribile, che tu non potessi avere figli. Ecco perché si è messa a piangere.

- Ma Tommy, – replicai, – come poteva sapere che la canzone avesse qualcosa a che fare con l'avere figli? Come poteva sapere che il cuscino che tenevo fra le braccia doveva essere un bambino? Stava tutto nella mia testa.

Tommy ci rifletté su un istante, poi disse scherzosamente ma non troppo: – Forse Madame può leggere nel pensiero. E un po' stramba. Forse può vedere dritto dentro di noi. Non mi sorprenderebbe.

L'idea ci fece rabbrividire, e anche se ridacchiammo, non aggiungemmo altro.

La cassetta sparì un paio di mesi dopo l'incidente con Madame. Non collegai mai i due eventi a quel tempo, e non ho motivo per farlo ora.

Mi trovavo nella nostra camerata una notte, proprio prima che si spegnessero le luci, e stavo rovistando nel mio bauletto dei ricordi per ingannare il tempo, in attesa che le altre uscissero dal bagno. E strano, ma nel momento in cui mi resi conto che la cassetta non c'era più, il mio primo pensiero fu che non dovevo dare a vedere quanto fossi sconvolta. Ricordo che mi sforzai di canticchiare con noncuranza mentre continuavo a cercare. Ci ho ripensato sovente e ancora adesso non so spiegarmelo: in quella stanza c'erano le mie migliori amiche, e tuttavia non volevo che sapessero quanto fossi turbata per la sparizione della cassetta.

Immagino che dipendesse dal fatto che nessuna era a conoscenza di quanto fosse importante per me quella cassetta. Forse ognuno di noi a Hailsham nascondeva dei piccoli segreti come quello – minuscoli rifugi fatti di niente dove rimanere soli con le nostre paure e i nostri desideri. Il solo fatto di provare simili bisogni, tuttavia, a quel tempo ci sembrava sbagliato – come se in un certo senso deludessimo le aspettative che gli altri avevano riposto in noi.

Ad ogni modo, quando fui più che sicura che la cassetta era sparita, chiesi a ognuna delle mie compagne di stanza, in maniera del tutto casuale, se l'avessero vista. Non ero ancora disperata perché c'era la possibilità che l'avessi dimenticata nella stanza del biliardo; altrimenti, la mia speranza era che qualcuno l'avesse presa in prestito e me la restituisse la mattina seguente.

Ebbene, la cassetta il giorno dopo non riapparve, e ancora non so che cosa sia successo. La verità è che, probabilmente, a Hailsham si verificavano molti più furti di quanto noi – o i tutori – volessimo ammettere. Ma la ragione per cui voglio raccontarvi tutto questo è per parlarvi di Ruth e del modo in cui reagì. Non dimenticate che persi la cassetta meno di un mese dopo quella volta che Midge fece a Ruth tutte quelle domande a proposito del portapenne durante la lezione di Educazione artistica, e io andai in suo aiuto. Da quel momento, come vi dissi, Ruth aveva cercato di ricambiare facendo qualcosa di carino per me, e la scomparsa della cassetta gliene offrì l'occasione. Si potrebbe anche dire che fu soltanto dopo quella sparizione che le cose tornarono normali tra di noi – forse per la prima volta da quella mattinata uggiosa in cui feci riferimento al registro del Grande Incanto, al riparo della gronda della casa madre.

La sera in cui mi accorsi per la prima volta che la cassetta non c'era più, mi assicurai di domandare a ognuna di loro se l'avessero vista, compresa Ruth naturalmente. Con il senno di poi, immagino che abbia capito esattamente, all'istante, cosa significasse per me quella perdita, e allo stesso tempo quanto fosse importante non darlo a vedere.

Così, quella sera mi rispose distrattamente con un'alzata di spalle, e continuò a fare ciò che stava facendo. La mattina dopo, tuttavia, mentre uscivo dal bagno, la udii chiedere a Hannah – con lo stesso tono noncurante, quasi fosse una cosa da niente – se fosse sicura di non aver visto la mia cassetta.

Poi, forse un paio di settimane dopo, quando ormai mi ero arresa all'idea di averla definitivamente perduta, Ruth venne a cercarmi durante la pausa pranzo. Era una delle prime vere giornate di primavera, e io stavo seduta sull'erba a chiacchierare con un paio di ragazze più grandi. Quando Ruth si avvicinò e mi chiese se volevo andare a fare una passeggiata con lei, era chiaro che aveva qualcosa in mente. Così salutai le altre ragazze e la seguii fino al bordo del North Playing Field, poi verso nord su per la collina, finché non raggiungemmo lo steccato di legno che si affacciava sulla distesa erbosa punteggiata da capannelli di studenti. Spirava una forte brezza in cima alla collina e ricordo di esserne rimasta sorpresa, perché non me n'ero accorta mentre stavo seduta sull'erba. Rimanemmo lì per un po', immobili, a osservare i campi sotto di noi, poi Ruth tirò fuori un sacchetto e me lo porse.

Quando lo presi, mi accorsi che dentro c'era una cassetta e il mio cuore ebbe un sobbalzo. Ruth però si affrettò ad aggiungere:

 

- Kathy, non è la tua. Quella che hai perso. Ho cercato di trovarla, ma è davvero scomparsa.

- Già, – dissi. – Se n'è andata, nel Norfolk.

Scoppiammo a ridere. Poi estrassi la cassetta dal sacchetto con aria scontenta, e non sono certa che la delusione fosse scomparsa del tutto mentre la esaminavo.

Tenevo in mano una roba dal titolo Twenty Classic Dance Tunes. Quando più tardi l'ascoltai, scoprii che si trattava di musiche d'accompagnamento per balli da sala. Naturalmente, nel momento in cui Ruth me la porse, non potevo sapere cosa fosse, ma ero certa che non avesse nulla a che vedere con Judy Bridge-water. Poi, quasi subito, mi accorsi che Ruth non se n'era resa conto – per Ruth, che non sapeva niente di musica, quella cassetta avrebbe potuto facilmente sostituire quella che avevo perso.

All'improvviso sentii la delusione dissolversi per lasciare il posto a una sensazione di vera felicità. A Hailsham non avevamo l'abitudine di abbracciarci o altro, però le strinsi una mano nelle mie quando la ringraziai. Ruth disse: – L'ho trovata nell'ultimo Incanto. Ho pensato che fosse il genere di cosa che ti piace -. E io risposi, sì, è esattamente il genere di cosa che mi piace.

La conservo ancora. Non l'ascolto spesso, perché è una musica che non mi dice niente. È un oggetto, come una spilla o un anello, e soprattutto adesso che Ruth non c'è più, è diventata una delle cose che mi sono più care.

 

Capitolo settimo

 

Adesso però voglio andare avanti e ripercorrere i nostri ultimi anni a Hailsham. Sto parlando del periodo che va dai tredici ai sedici anni, quando lasciammo quel luogo. Nella mia mente la vita a Hailsham è divisa in due tronchi distinti: quest'ultima parte, e tutto ciò che accadde prima. Gli anni dell'infanzia – quelli di cui vi ho appena parlato – tendono a confondersi l'uno con l'altro come una specie di età dell'oro, e quando ci ripenso, persino le cose che in fondo non erano poi così belle, mi appaiono come avvolte da un'aura luminosa. Questi ultimi anni tuttavia furono diversi. Non propriamente infelici – serbo molti ricordi che mi sono davvero cari – ma erano più seri, più cupi in un certo senso. Forse è un po' come se li avessi enfatizzati nella mia testa, ma ho la sensazione che il mondo intorno mutasse rapidamente a quel tempo, come dal giorno alla notte.

Quella conversazione con Tommy accanto al laghetto: penso a quell'episodio come a una sorta di demarcazione tra le due ere. Non che subito dopo avvenisse chissà che di significativo; ma per me almeno, quella conversazione rappresentò una svolta decisiva. Cominciai definitivamente a vedere le cose in maniera diversa. Prima non osavo avventurarmi in territori per me impervi, ora invece iniziavo a porre domande con sempre maggiore insistenza, e se non apertamente, almeno a me stessa.

In particolare, quella conversazione mi indusse a vedere Miss Lucy sotto una nuova luce. La osservavo attentamente ogni volta che potevo, non soltanto per curiosità, ma perché adesso la consideravo come la fonte più attendibile per ottenere informazioni decisive. Fu così che, nei due anni che seguirono, giunsi a cogliere piccoli, strani dettagli in ciò che diceva o faceva, e di cui i miei compagni non si accorsero minimamente.

Quel giorno in cui, per esempio, forse alcune settimane dopo la nostra chiacchierata al laghetto, Miss Lucy ci stava insegnando letteratura inglese. Stavamo leggendo una poesia, ma per qualche motivo l'interesse si era spostato sui soldati che erano stati fatti prigionieri durante la seconda guerra mondiale. Uno dei ragazzi aveva chiesto se la recinzione intorno ai campi fosse percorsa da una scarica elettrica, e qualcun altro aveva osservato che doveva essere ben strano vivere in un posto come quello, dove ci si poteva suicidare in qualunque momento solo sfiorando una rete. Era nata come un'osservazione molto seria, ma il resto della classe l'aveva trovata piuttosto divertente. Ridevamo e parlavamo tutti insieme contemporaneamente, poi Laura – come suo solito – salì su una sedia e fece un'imitazione esilarante di qualcuno che allungava il braccio e moriva fulminato. Per un istante la situazione sfuggì a ogni controllo, con tutti che gridavano e facevano finta di toccare i fili elettrici.

Nel frattempo io continuavo a osservare Miss Lucy e intravidi, per una frazione di secondo, un'espressione di terrore dipingersi sul suo volto, mentre guardava gli studenti di fronte a lei. Poi – io non le staccavo gli occhi di dosso – si riebbe, sorrise e disse: – Meno male che i cancelli di Hailsham non sono elettrificati. Talvolta possono verificarsi dei terribili incidenti.

Pronunciò queste parole a bassa voce, e poiché stavamo ancora urlando, furono soffocate dal rumore. «Talvolta possono verificarsi dei terribili incidenti». Quali incidenti? Dove? Nessun altro però si accorse di nulla, e tornammo a discutere della nostra poesia.

Avvennero altri episodi di poco conto come questo, e di lì a breve cominciai a pensare che Miss Lucy fosse diversa dagli altri tutori. E anche possibile che iniziai a intuire, proprio in quel momento, la natura delle sue ansie e delle sue frustrazioni. Ma forse mi sto spingendo troppo oltre; è possibile che notassi tutte queste cose senza capirne la portata. E se questi incidenti adesso mi appaiono estremamente significativi e coerenti fra di loro, probabilmente è perché li osservo alla luce di ciò che avvenne in seguito – soprattutto di ciò che accadde quel giorno al padiglione mentre cercavamo riparo dalla pioggia torrenziale.

Avevamo quindici anni allora, e frequentavamo l'ultimo anno di Hailsham.

Ci trovavamo nel padiglione e ci stavamo preparando per una partita di softball. I ragazzi stavano vivendo quella fase di «innamoramento» per il softball perché era un modo per flirtare con noi, per cui eravamo più di trenta quel pomeriggio. Il diluvio era iniziato mentre ci stavamo cambiando, e ci ritrovammo sulla veranda – che era riparata dal tetto del padiglione – in attesa che la pioggia cessasse. Ma non accennava a smettere, e quando si affacciarono anche gli ultimi, la veranda era piuttosto affollata, con tutti quanti che si accalcavano inquieti.

Ricordo che Laura mi stava dando una dimostrazione di come soffiarsi il naso in un modo particolarmente disgustoso, da usare quando si voleva scaricare un ragazzo.

Miss Lucy era l'unica insegnante presente. Stava china sul parapetto della facciata dell'edificio, e scrutava la pioggia come se cercasse di penetrarla, fino a raggiungere con lo sguardo il campo da gioco. La osservavo attentamente come sempre in quel periodo, e anche mentre ridevo di Laura, lanciavo occhiate furtive in direzione della sua schiena. Ricordo di essermi domandata se non ci fosse qualcosa di innaturale nella sua postura, nel modo in cui la testa era forse un po' troppo reclinata in avanti, tanto da farla assomigliare a un animale in agguato pronto a balzare. E poi il fatto che si sporgesse un po' troppo oltre la ringhiera comportava che gocce di pioggia che cadevano dalla gronda sovrastante arrivassero a sfiorarla – ma lei sembrava non farci caso. A dire il vero ricordo di essermi convinta che non ci fosse nulla di insolito in tutto questo – semplicemente, lei attendeva con ansia che il diluvio cessasse – e rivolsi nuovamente la mia attenzione a quello che stava dicendo Laura. Poi alcuni minuti dopo, quando ormai mi ero già dimenticata di Miss Lucy e stavo ridendo a crepapelle a proposito di non so cosa, mi accorsi all'improvviso che il rumore era sparito, e che Miss Lucy stava parlando.

Si trovava esattamente dov'era prima, ma adesso aveva il viso rivolto verso di noi; teneva la schiena appoggiata alla ringhiera, e il cielo carico di pioggia si stagliava dietro di lei.

- No, no, mi dispiace, ma devo interrompervi, – stava dicendo, e vidi che si rivolgeva a due ragazzi seduti sulle panchine proprio di fronte a lei. Il suo tono non era propriamente strano, ma parlava a voce molto alta, il genere di voce che usava di solito per fare pubblicamente un annuncio, ed ecco perché smettemmo di parlare. – No, Peter, devo fermarvi. Non posso più ascoltarvi e stare zitta.

Poi sollevò il capo per abbracciarci con lo sguardo e inspirò profondamente. – Va bene, statemi a sentire, tutti voi. È ora che qualcuno ve lo dica.

Rimanemmo in attesa, mentre lei continuava a fissarci. In seguito, qualcuno disse di aver pensato che stava per impartirci un sonoro rimprovero; altri, che stesse per comunicarci una nuova regola del gioco del softball. Ma io sapevo, ancor prima che aggiungesse una sola parola, che si trattava di qualcos'altro.

- Ragazzi, dovete scusarmi se vi stavo ascoltando. Ma eravate proprio dietro di me, e non ho potuto farne a meno. Peter, perché non racconti agli altri quello che stavi dicendo a Gordon?

 

Peter J. aveva l'aria smarrita e vidi che stava per mettere su un'espressione imbronciata da innocentino. Poi però Miss Lucy ripeté, questa volta in tono più gentile:

 

- Avanti, Peter. Per favore, ripeti agli altri quello che stavi dicendo.

Peter fece spallucce. – Stavamo solo parlando di come sarebbe stato, se fossimo diventati degli attori. Di come sarebbe stata la nostra vita.

- Sì, – lo incoraggiò Miss Lucy, – e stavi dicendo a Gordon che in America sarebbe stato più facile.

Peter J. si strinse nuovamente nelle spalle e biascicò a bassa voce: – Sì, Miss Lucy.

Miss Lucy, però, adesso era noi che guardava. – Lo so che non volevi fare niente di male. Ma ormai ci sono in giro troppi discorsi come questo. Li sento sempre, hanno permesso che accadesse, e non è giusto -.

Vidi altre gocce di pioggia cadere dalla gronda e abbattersi sulla sua spalla, ma lei sembrò non badarci. – Se nessuno parla con voi, – proseguì, – allora è compito mio.

Il fatto è, per come la vedo io, che vi hanno detto e non detto allo stesso tempo. Vi hanno detto, ma nessuno di voi ha capito realmente di cosa si trattava, e oso aggiungere che per qualcuno va benissimo così.

Ma non per me. Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, allora dovete sapere come stanno le cose, e saperle fino in fondo. Nessuno di voi andrà mai in America, o diventerà una stella del cinema. E nessuno di voi lavorerà mai in un supermercato, come ho sentito dire da qualcuno nei giorni scorsi. Le vostre vite sono già state programmate. Diventerete adulti, poi, prima di invecchiare, ancor prima di diventare persone di mezza età, comincerete a donare i vostri organi vitali. Ecco per cosa siete stati creati, ciascuno di voi. Non siete come gli attori che vedete nei film, non siete neanche come me.

Siete stati portati in questo mondo con uno scopo preciso, e il vostro futuro, il futuro di ognuno di voi, è già stato deciso. Quindi smettetela di parlare in questo modo. Tra poco lascerete Hailsham, e il giorno in cui dovrete prepararvi per la vostra prima donazione non è poi così lontano. E necessario che lo teniate a mente. Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, dovete sapere chi siete e cosa vi aspetta, ognuno di voi.

Poi rimase in silenzio, ma ebbi l'impressione che quella conversazione nella sua testa non si fosse mai interrotta, perché per qualche tempo il suo sguardo continuò a vagare, spostandosi dall'uno all'altra, come se ci stesse ancora parlando. Ci sentimmo alquanto sollevati quando si voltò di nuovo verso il campo da gioco.

- Adesso va meglio, – disse, anche se la pioggia continuava a cadere fitta come prima. – Usciamo. Magari spunta anche il sole.

Credo che questo fu tutto ciò che disse. Quando ne parlai con Ruth alcuni anni dopo, nel centro di Dover, lei sostenne che Miss Lucy aveva aggiunto ben altro, spiegandoci che prima delle donazioni tutti noi avremmo trascorso del tempo come assistenti, parlandoci dell'abituale procedura per le donazioni, dei centri di riabilitazione e così via – ma io sono abbastanza certa che non fu così. E vero, probabilmente ne aveva l'intenzione quando aveva preso a parlare. Ma credo che, una volta cominciato il discorso, di fronte a quei volti spaesati e a disagio, si fosse resa conto dell'impossibilità di portare a termine ciò che aveva iniziato.

E difficile dire quale fu l'impatto che ebbe su di noi quell'inaspettata rivelazione di Miss Lucy. La voce si sparse piuttosto in fretta, ma l'attenzione si focalizzò più su Miss Lucy che su quello che aveva cercato di comunicarci. Alcuni studenti pensarono che per un istante avesse perso la testa; altri, che fosse un ordine giunto da Miss Emily e dagli altri tutori; alcuni, che peraltro erano presenti alla scena, pensarono addirittura che Miss Lucy ci avesse sgridato perché facevamo troppo chiasso sulla veranda. Ma, come vi accennavo, si parlò incredibilmente poco del significato delle sue parole. Se capitava di affrontare l'argomento, ci si limitava a dire: «E allora? Lo sapevamo già».

Era proprio questo il punto, secondo Miss Lucy. Ci avevano detto e non detto allo stesso tempo, per come la vedeva lei. Alcuni anni dopo, quando Tommy e io ne riparlammo, e io gli ricordai quell'idea del «detto e non detto», lui formulò una teoria.

Tommy riteneva possibile che i nostri tutori avessero, durante i nostri anni trascorsi a Hailsham, calcolato molto attentamente e deliberatamente tutto ciò che ci avevano detto, in modo che fossimo sempre appena un po' troppo piccoli per comprendere fino in fondo le informazioni che ci venivano fornite in quel momento. È ovvio, tuttavia, che esse agivano su di noi a un certo livello, tanto da penetrare ben presto nelle nostre menti, senza che noi ci preoccupassimo di esaminarle con cura.

Personalmente trovavo questa teoria del complotto un po' esagerata – non credo che i nostri tutori fossero così scaltri – ma probabilmente c'era qualcosa di vero. Sicuramente, era come se avessi sempre saputo delle donazioni in una maniera un po' vaga, anche a sei o sette anni. Ed è curioso che quando, una volta cresciuti, i tutori ci misero al corrente di ciò che ci attendeva, niente ci sembrò davvero nuovo. Era come se avessimo già sentito tutto.

Un particolare che mi viene in mente ora è che quando i tutori cominciarono a impartirci delle vere e proprie lezioni sul sesso, tendevano ad abbinarle al discorso sulle donazioni. A quell'età – ancora una volta, sto parlando di quando avevamo più o meno tredici anni – eravamo tutti un po' preoccupati e allo stesso tempo eccitati all'idea del sesso, e naturalmente l'altro argomento era destinato a passare in secondo piano. In altre parole, è possibile che i tutori riuscissero a introdurre furtivamente nelle nostre menti molte delle informazioni essenziali per il nostro futuro.

A voler essere onesti, probabilmente era abbastanza naturale che i due argomenti andassero di pari passo. Se, per esempio, ci raccomandavano di stare attenti a non prenderci delle malattie quando facevamo sesso, sarebbe stato strano non menzionare quanto fosse più importante per noi, se paragonato alle persone normali che vivevano nel mondo fuori. E questo, naturalmente, ci riconduceva alle donazioni.

E poi, tutta quella faccenda di non poter avere figli. Era Miss Emily a occuparsi di gran parte delle lezioni sul sesso, e ricordo che una volta portò in classe uno scheletro a grandezza naturale, preso in prestito dall'aula di biologia, per darci una dimostrazione pratica. La osservavamo attoniti mentre sottoponeva lo scheletro a svariate contorsioni, conficcando la bacchetta di qua e di là senza il minimo imbarazzo. Snocciolava tutti i dettagli tecnici su come si faceva, di cosa entrava dove, delle diverse posizioni, come se continuasse a insegnarci geografia. Poi, all'improvviso, mentre lo scheletro si afflosciava come un ammasso osceno sulla scrivania, lei distolse lo sguardo e cominciò a dirci che dovevamo stare attenti con chi facevamo sesso. Non soltanto a causa delle malattie, ma perché, disse, «il sesso influenza le emozioni in modi che non vi aspettereste mai». Dovevamo essere particolarmente attenti con chi facevamo sesso del mondo fuori, specialmente con persone che non fossero studenti, perché là fuori il sesso aveva ben altre implicazioni. Là fuori si arrivava anche a litigare e a uccidere per stabilire chi faceva sesso con chi. E il motivo per cui era così importante – molto più, diciamo, del ballo o del ping-pong – era che le persone là fuori erano diverse da noi studenti: facendo sesso potevano generare figli. Ecco perché era così fondamentale per loro, questa decisione di chi lo faceva con chi. E anche se, come sapevamo, era assolutamente impossibile per chiunque di noi avere figli, una volta fuori da Hailsham, dovevamo comportarci come loro. Dovevamo rispettare le regole e considerare il sesso come qualcosa di veramente speciale.

Quel giorno, la lezione di Miss Emily fu un chiaro esempio di quanto vi ho detto. Ci concentravamo sul sesso, e poi il resto delle cose si insinuava dentro di noi. Immagino che facesse parte di quella tecnica del «dire e non dire».

Ritengo che alla fine assorbimmo parecchie di queste informazioni, perché ricordo che, più o meno intorno a quel periodo, avvenne un cambiamento radicale nel modo in cui affrontavamo la questione delle donazioni. Fino a quel momento, come vi dicevo, avevamo fatto di tutto per evitare l'argomento; ci ritraevamo non appena avevamo sentore di stare per addentrarci su quel terreno, e c'erano state punizioni severe per qualunque idiota – come Marge quella volta – che si comportava in maniera superficiale al riguardo. Dai tredici anni in poi, tuttavia, le cose cominciarono a cambiare. Non discutevamo delle donazioni e di ciò che questo comportava; consideravamo tutta quell'area ancora un po' perigliosa. Ma ci scherzavamo sopra, così come scherzavamo sul sesso. A ripensarci, penso che la regola che vietava di parlare apertamente delle donazioni fosse più viva che mai. Però adesso era consentito, richiesto quasi, che di tanto in tanto si facessero delle allusioni scherzose su ciò che ci attendeva.

Ciò che avvenne quando Tommy si procurò una ferita al gomito, è un ottimo esempio di quanto vi ho appena detto. Doveva essere successo nei giorni immediatamente prima della nostra conversazione vicino al laghetto; nel periodo in cui, mi sembra, Tommy attraversava ancora quella fase in cui veniva deriso e perseguitato.

Non era un brutto taglio, e sebbene fosse stato spedito dalla Cornacchia a farsi visitare, tornò quasi subito con un cerotto di forma quadrata attaccato al gomito. Nessuno sembrò prestargli molta attenzione fino a un paio di giorni dopo, quando Tommy si tolse la medicazione e ci mostrò qualcosa che stava a metà tra una sutura e una ferita ancora aperta. Si vedevano dei lembi di pelle che cominciavano a cicatrizzarsi, e soffici pezzetti di carne viva che facevano capolino. Era l'ora del pranzo, così tutti si accalcarono intorno a lui e proruppero in un «urgh!» Poi Christopher H., che aveva un anno più di noi, disse con espressione funerea: – Peccato che sia proprio il gomito. Da qualunque altra parte, non sarebbe stato così grave.

Tommy assunse un'aria preoccupata – Christopher era uno di quelli per cui provava ammirazione in quel periodo – e domandò cosa intendesse con quella frase. Christopher continuò a mangiare, poi disse con noncuranza: – Non lo sai? Se ti fai male proprio in quel punto del gomito, può aprirsi. Devi tendere il braccio più in fretta che puoi. Non soltanto lì dove ti sei ferito, tutto il gomito può aprirsi come la cerniera di una borsa. Pensavo lo sapessi.

Sentii Tommy lamentarsi del fatto che la Cornacchia non l'avesse messo in guardia, ma Christopher fece spallucce e disse: – Pensava che lo sapessi, naturalmente. Lo sanno tutti.

Molti degli studenti che si trovavano nei paraggi emisero un mormorio d'approvazione. – Devi tenere il braccio più dritto che puoi, – disse qualcuno. – Piegarlo è pericolosissimo.

Il giorno dopo vidi Tommy andarsene in giro con il braccio rigido e un'espressione preoccupata in volto. Tutti ridevano di lui, e io ero furiosa, ma dovevo ammettere che c'era un lato divertente in quella storia. Poi, nel tardo pomeriggio, mentre stavamo uscendo dall'aula di Educazione artistica, mi venne incontro nel corridoio e disse: – Kath, posso parlarti un momento?

 

Dovevano essere trascorse un paio di settimane da quando l'avevo avvicinato nel campo da gioco per metterlo in guardia sulle condizioni della sua polo, così si era sparsa la voce che in un certo senso fossimo diventati amici. Ad ogni modo, trovai piuttosto imbarazzante quella sua richiesta di parlarmi in privato e rimasi un po' sconcertata. Forse questo in parte spiega perché non fui così disponibile nei suoi confronti.

- Non sono particolarmente preoccupato o qualcosa del genere, – mi disse prendendomi in disparte. – Ma non voglio correre rischi, tutto qui. Non si dovrebbe mai scherzare con la salute.

Ho bisogno che qualcuno mi aiuti, Kath -. Era, mi spiegò, preoccupato di cosa poteva succedere durante il sonno. Avrebbe facilmente potuto piegare il gomito di notte. – Non faccio che sognare di combattere contro intere legioni di soldati romani.

Dopo avergli fatto qualche domanda, mi fu chiaro che tutti – persone che non erano presenti durante l'accaduto – l'avevano avvicinato ripetendogli l'avvertimento di Christopher. In effetti, sembrava che qualcuno avesse esagerato con lo scherzo: gli avevano raccontato di uno studente che era andato a letto con un taglio sul gomito proprio come il suo, e che si era risvegliato con le ossa del braccio superiore e della mano ben visibili, la pelle ballonzolante che ricordava uno di quei lunghi guanti alla My Fair Lady.

Ciò che Tommy mi stava chiedendo era di aiutarlo a legargli una stecca sul braccio per tenerlo fermo di notte.

- Non mi fido di nessun altro, – mi disse mostrandomi uno spesso righello che voleva usare allo scopo. – Potrebbero fare apposta a sistemarlo in modo che si sleghi.

Mi guardava con candore e io non sapevo che fare. Una parte di me moriva dalla voglia di dirgli come stavano le cose, e immagino che fossi consapevole che comportarmi diversamente significava tradire la fiducia che si era instaurata tra noi da quel giorno dell'episodio della polo.

Legargli una stecca al braccio equivaleva a diventare uno dei principali mandanti. Ancora oggi mi vergogno per non avergli detto niente. Non dovete dimenticare però che ero ancora molto giovane, e che avevo soltanto pochi secondi a disposizione per decidere. E quando qualcuno vi supplica di fare qualcosa per lui, è molto difficile dire di no.

Soprattutto, credo che non volessi deluderlo. Poiché mi rendevo conto che, malgrado l'angoscia che provava per il suo gomito, Tommy era commosso da tutto l'interesse che gli altri parevano dimostrare nei suoi confronti.

Naturalmente ero consapevole che prima o poi avrebbe scoperto la verità, ma in quel momento non riuscivo proprio a dirgliela. Il meglio che potei fare fu chiedergli: – E stata la Cornacchia a suggerirtelo?

 

- No. Ma immagino come si arrabbierebbe se mi uscisse fuori il gomito.

Sto ancora male se ci penso, ma promisi di sistemargli la stecca sul braccio – nell'Aula n. 14 mezz'ora prima del coprifuoco – e lo osservai allontanarsi con aria rincuorata e piena di gratitudine.

Avvenne però che non dovetti affrontare nulla di tutto questo, perché Tommy lo'scopri prima. Erano circa le otto di sera, e stavo scendendo lungo la scalinata principale, quando udii uno scoppio di risa risuonare su per le scale dal pianoterra. Mi sentii mancare, perché compresi immediatamente che doveva avere qualcosa a che fare con Tommy. Mi fermai sul pianerottolo del primo piano e mi sporsi dalla ringhiera giusto in tempo per vedere Tommy che lasciava la stanza del biliardo con passo furioso. Ricordo di aver pensato: «Perlomeno non urla». E infatti non urlò: si diresse verso lo spogliatoio, prese le sue cose e usci. Nel frattempo dalla stanza del biliardo continuavano a provenire risate e voci che strillavano frasi del tipo: «Se perdi le staffe, vedrai che il gomito ti salterà fuori per sempre».

Pensai di seguirlo fuori nella notte e raggiungerlo prima che arrivasse nella sua camerata, poi mi ricordai di come gli avessi promesso di sistemargli la stecca per la notte, e non mi mossi. Non facevo che ripetere a me stessa: «Almeno non si è fatto trasportare dall'ira.

Almeno ha mantenuto la calma».

Forse sto divagando un po'. La ragione per cui volevo raccontarvi questa storia era per spiegarvi che l'idea che il nostro corpo si «aprisse come una cerniera» ebbe inizio dal gomito di Tommy, per poi trasformarsi in una battuta ricorrente che ci facevamo tra noi a proposito delle donazioni. Il concetto era che quando fosse arrivato il momento, non avremmo dovuto fare altro che staccarci quel pezzo facendolo semplicemente scivolare fuori, fosse un rene o altro, e offrirlo a qualcuno. Non era un'idea che trovavamo divertente di per sé; era più che altro un modo per sdrammatizzare la situazione. Ci si toglieva il fegato, per esempio, e questo veniva servito su un piatto d'argento, quel genere di cose. Ricordo un episodio: una volta Gary B., che aveva sempre un appetito formidabile, venne a sedersi con la sua terza razione di pudding, e l'intera tavolata allora cominciò praticamente a «sfilarsi» parti del corpo, ammonticchiandole sulla sua ciotola mentre lui non smetteva di abbuffarsi senza scomporsi.

Tommy non era molto contento quando si riparlava di quella faccenda, ma a quel tempo le angherie nei suoi confronti erano finite, e nessuno collegava più quell'incidente con lui. Era tanto per ridere un po', per far venire il voltastomaco a qualcuno durante la cena – e, immagino, fosse un modo per accettare ciò che ci attendeva. Era questo che stavo cercando di dirvi dall'inizio. In quel periodo della nostra vita, non ci ritraevamo più quando si accennava alle donazioni, come avveniva fino a un paio d'anni prima; e comunque non ci badavamo troppo, o passavamo troppo tempo a discuterne. Tutta quella storia sullo «sfilarci» delle parti del corpo era un tipico esempio di come questo argomento si insinuava nelle nostre vite quando avevamo tredici anni.

Pertanto posso affermare che Miss Lucy aveva ragione quando disse, un paio d'anni dopo, che ci «era stato detto e non detto». E inoltre, quando ci ripenso, sono convinta che ciò che Miss Lucy ci raccontò quel pomeriggio produsse un cambiamento radicale nel nostro comportamento.

Dopo quel giorno, le battute sulle donazioni si fecero sempre più rare, e cominciammo a pensarci seriamente. Caso mai, le donazioni tornarono a essere un argomento proibito, ma non come quando eravamo piccoli. Questa volta non si trattava di disagio o di imbarazzo; solo di cupezza e gravità.

- È buffo, – mi disse Tommy mentre ne riparlavamo alcuni anni fa. – Nessuno di noi si fermò mai a riflettere a come si sentiva lei, Miss Lucy. Non ci preoccupammo mai di sapere se avesse passato dei guai, per averci detto ciò che ci aveva detto. Eravamo così egoisti a quel tempo.

- Però non puoi dare la colpa a noi, – risposi. – Ci avevano insegnato a occuparci l'uno dell'altra, non dei nostri insegnanti. L'idea che i tutori non fossero tutti uguali, non ci è mai passata per la testa.

- Eravamo grandi abbastanza, – continuò Tommy. – A quell'età, avremmo dovuto pensarci. Ma non fu così. Non ci curammo affatto della povera Miss Lucy. Neanche dopo quella volta, sai a cosa mi riferisco, quando la vedesti.

Capii immediatamente cosa intendesse. Pensava a quella mattina, all'inizio della nostra ultima estate a Hailsham, quando mi ero imbattuta in lei nell'Aula n. 22. Se ci ripenso, devo ammettere che Tommy aveva colto nel segno. Da quel momento in poi non potevamo più avere dubbi, neppure noi, su quanto fosse turbata Miss Lucy. Come aveva detto Tommy, tuttavia, non considerammo mai le cose dal suo punto di vista, e non ci venne mai in mente di dire o fare qualcosa per tenderle una mano.

 

Capitolo ottavo

 

Molti di noi avevano già compiuto sedici anni allora. Il sole splendeva quella mattina, ed eravamo appena scesi in cortile dopo una lezione nella casa madre, quando mi ricordai di aver lasciato qualcosa in classe. Così risalii al terzo piano, ed è lì che ebbe luogo l'incontro con Miss Lucy.

In quel periodo mi ero inventata un gioco segreto. Quando mi ritrovavo da sola, mi fermavo e cercavo uno scorcio – da una finestra, per esempio, o da una porta da cui si intravedeva una stanza -, qualunque angolatura andava bene, a patto che non ci fosse nessuno nei paraggi. Lo facevo per poter creare l'illusione, per alcuni istanti almeno, che quello non fosse un luogo brulicante di studenti, ma al contrario una dimora tranquilla e silenziosa, dove abitavo in compagnia di altre cinque o sei persone. Perché questo avvenisse, bisognava immergersi in una specie di sogno a occhi aperti, e chiudere fuori tutte le voci e i rumori esterni. Di solito occorreva essere molto pazienti: se, per esempio, guardavi da una finestra concentrandoti su un particolare angolo del campo da gioco, potevi anche aspettare ore prima di godere di quella manciata di secondi di solitudine. Ad ogni modo, è quello che stavo facendo quella mattina, dopo aver recuperato non mi ricordo cosa, e mi trovavo sul pianerottolo del terzo piano.

Stavo vicino a una finestra, immobile, a osservare il punto preciso del cortile dove mi trovavo appena pochi istanti prima. Le mie amiche se n'erano andate, e il cortile si stava svuotando a poco a poco a ritmo costante; io aspettavo che il trucchetto funzionasse, quando udii dietro di me ciò che mi parve gas o vapore che fuoriusciva con dei secchi scoppiettii.

Era un rumore sibilante che durava circa dieci secondi, pausa, poi di nuovo. Non ero veramente preoccupata, ma dal momento che sembravo essere l'unica persona in giro, pensai che fosse meglio dare un'occhiata.

Attraversai il pianerottolo in direzione del suono, percorsi il corridoio superando la classe dove ero appena stata, e poi mi diressi verso l'Aula n. 22, la seconda dal fondo. La porta era mezza aperta, e proprio mentre mi avvicinavo, quel sibilo ricominciò con maggiore intensità. Non so cosa mi aspettassi di scoprire mentre spingevo la porta con cautela, ma rimasi più che mai sorpresa di vedere Miss Lucy.

L'Aula n. 22 veniva usata raramente perché era troppo piccola per le lezioni, e persino in un giorno come quello si vedeva a malapena. I tutori qualche volta la usavano per correggere i compiti o per leggere.

Quella mattina l'aula era più buia del solito, perché le persiane erano state abbassate quasi del tutto. C'erano due tavoli accostati ma Miss Lucy stava là, sola, in fondo alla classe. Vidi molti fogli di carta scura e lucente sparsi sulla scrivania davanti a lei. Miss Lucy era china, concentrata, la fronte abbassata, le braccia appoggiate sul tavolo, intenta a scarabocchiare su una pagina linee furiose con la matita. Sotto quelle linee nere e marcate scorsi una calligrafia nitida, di colore blu. Mentre la osservavo, lei continuò a scarabocchiare con la punta della matita sul foglio, quasi come quando usavamo la tecnica della sfumatura nel corso di Educazione artistica, solo che i suoi movimenti erano più impetuosi, come se non le importasse affatto di bucare la pagina. Allora mi resi conto, in quel preciso istante, che era quella l'origine dello strano rumore che avevo udito, e che ciò che avevo scambiato per carta lucida e scura sulla scrivania, un attimo prima, non erano altro che pagine scritte con cura.

 

Era talmente assorta in quello che stava facendo che ci mise un po' ad accorgersi della mia presenza. Quando sollevò la testa di scatto, vidi che aveva il volto in fiamme, ma non v'erano tracce di lacrime. Mi fissò, poi abbassò la matita.

- Ciao, ragazzina, – disse inspirando profondamente. – Cosa posso fare per te?

 

Penso che distolsi lo sguardo, per non essere costretta a guardare lei o i fogli sulla scrivania. Non ricordo se dissi qualcosa – se accennai al rumore e al fatto che fossi preoccupata che si trattasse di una fuga di gas. Ad ogni modo, non fu una vera e propria conversazione: lei non voleva che stessi lì e anch'io avrei voluto essere da un'altra parte. Mi sembra di averle chiesto scusa e di essermi allontanata, aspettandomi forse che mi richiamasse. Ma non lo fece, e tutto ciò che ricordo ora è di essere corsa giù per le scale colma di vergogna e di risentimento. In quel momento desiderai, più di ogni altra cosa, di non aver mai assistito a ciò che avevo appena visto, e tuttavia, se mi aveste chiesto il motivo del mio turbamento, non sarei stata in grado di spiegarlo. Vergogna, come vi dicevo, e anche ira, se non propriamente nei confronti di Miss Lucy. Ero molto confusa, e forse questo spiega perché non ne parlai con le mie amiche se non molto più tardi.

Dopo quella mattina mi convinsi anche che qualcosa – di terribile forse – che aveva a che fare con Miss Lucy fosse in agguato dietro l'angolo, e tenni gli occhi e le orecchie bene aperti. Ma passarono i giorni e io non scoprii nulla. In quel momento non sapevo che era successo qualcosa di veramente significativo appena qualche giorno dopo il nostro incontro nell'Aula n. 22 – qualcosa tra Miss Lucy e Tommy, che l'aveva lasciato triste e disorientato. Fino a poco tempo prima, saremmo corsi subito l'uno dall'altra a raccontarci una simile notizia; più o meno intorno all'estate, tuttavia, si verificarono degli accadimenti che misero a repentaglio la nostra reciproca confidenza.

Ecco perché venni a saperlo soltanto mesi dopo. In seguito, mi sarei presa a calci per non aver capito, per non essere andata a scovare Tommy e averlo obbligato a parlare. Come vi dicevo, però, stavano succedendo molte cose in quel periodo, tra Tommy e Ruth e molto altro ancora, e pensavo che tutti i cambiamenti dipendessero da questo.

Probabilmente sarebbe esagerato affermare che la facciata che Tommy si era costruito andò in frantumi quell'estate, ma ci furono momenti in cui temetti seriamente che ridiventasse quella persona instabile e mutevole di molti anni prima. Una volta, per esempio, mentre io e alcune mie amiche uscivamo dal padiglione dirette verso i nostri alloggiamenti, ci ritrovammo a camminare dietro a Tommy e a un paio di altri ragazzi. Ci precedevano soltanto di qualche passo, e tutti – compreso Tommy – sembravano di ottimo umore, ridevano e si spintonavano. In effetti penso che Laura, che camminava accanto a me, prese ispirazione da quegli scherzi pesanti. Il fatto era che Tommy doveva essersi seduto per terra, perché c'era una chiazza di fango piuttosto evidente appiccicata sulla sua maglia da rugby, in basso. Naturalmente non se'n'era accorto, e neanche i suoi amici l'avevano vista, immagino, perché altrimenti l'avrebbero avvertito. Ad ogni modo, visto che Laura era Laura, si mise a urlare una frase del tipo: «Tommy! Hai della cacca sulla schiena! Che cosa hai combinato?»

 

Aveva pronunciato quelle parole in tono amichevole, e anche se qualcuna di noi si lasciò sfuggire qualche gridolino, non era niente di più di una delle solite burle tra studenti. Così rimanemmo sbalordite quando Tommy si fermò di botto, ruotò su se stesso e fissò Laura con uno sguardo fiammeggiante. Tutte noi ci immobilizzammo – i ragazzi erano attoniti quanto noi – e per una manciata di secondi pensai che Tommy stesse per andare su tutte le furie per la prima volta dopo anni. Infine si allontanò bruscamente a grandi passi, lasciandoci lì a scambiarci sguardi interrogativi e stringerci nelle spalle.

Non andò molto meglio quella volta che gli mostrai il calendario di Patricia C. Patricia aveva due anni meno di noi, ma tutti provavano un timore reverenziale per le sue capacità pittoriche, e le sue creazioni erano sempre le più ricercate durante le Aste d'Arte. Ero particolarmente felice di quel calendario, che ero riuscita ad accaparrarmi in occasione dell'ultimo Grande Incanto, visto che la voce si era diffusa già da settimane. Non aveva nulla a che vedere con i grossi calendari dalle pagine svolazzanti di Miss Emily, sulle varie contee dell'Inghilterra. Il calendario di Patricia era minuscolo e massiccio, e per ogni mese dell'anno c'era un bellissimo schizzo a matita che raffigurava una scena di vita quotidiana a Hailsham. Mi piacerebbe averlo conservato, soprattutto perché in qualcuno di questi disegni – giugno e settembre, per esempio – si riconoscono i volti di alcuni studenti e insegnanti.

E una di quelle cose che ho perso quando ho lasciato i Cottages, quando avevo la testa da un'altra parte e non badavo molto a ciò che portavo via con me – ma vi racconterò tutto al momento giusto.

Ciò che voglio sottolineare adesso è che il calendario di Patricia era stato un vero colpo di fortuna. Ne ero fiera, ed ecco perché volevo mostrarlo a Tommy.

L'avevo scorto in piedi vicino al grosso sicomoro ai bordi del South Playing Field, in un tardo pomeriggio d'estate, e dal momento che avevo il calendario nella cartella – mi ero vantata durante tutta la lezione di musica -, puntai verso di lui.

Era concentrato sulla partita di calcio che vedeva impegnati alcuni giocatori più giovani di lui nel campo limitrofo, e in quel momento sembrava di buonumore, calmo addirittura. Mi sorrise mentre mi avvicinavo, e chiacchierammo per un po' del più e del meno. Poi dissi: «Tommy, guarda cosa sono riuscita a trovare». Non cercai di nascondere una punta di orgoglio nella voce, e forse ho anche aggiunto un «dah-dah!» mentre lo estraevo dalla cartella e glielo porgevo. Quando prese il calendario sorrideva ancora, ma mentre lo sfogliava mi accorsi che era come se qualcosa si stesse richiudendo dentro di lui.

- Quella Patricia, – cominciai, ma sentivo che il mio tono non era più lo stesso. – E così brava...

Tommy però me lo stava già restituendo. Poi, senza dire una sola parola, si allontanò a passo deciso in direzione della casa padronale.

Quest'ultimo incidente avrebbe dovuto farmi capire. Se ci avessi riflettuto almeno un po', avrei intuito che i recenti cambiamenti di umore di Tommy avevano a che fare con Miss Lucy e i suoi vecchi problemi, col suo non essere una persona «creativa». Ma con tutto quello che stava succedendo in quei giorni, non li collegai. Immagino di aver pensato che se li fosse lasciati alle spalle nei primi anni dell'adolescenza, e che ormai le uniche cose che potevano preoccuparci erano le grandi problematiche legate alle donazioni che incombevano minacciose su di noi.

Ma cos'è che stava succedendo dunque? Be', tanto per incominciare, Ruth e Tommy avevano rotto. Uscivano insieme da circa sei mesi; «ufficialmente» almeno – se ne andavano in giro abbracciati, quel genere di cose. Come coppia, tutti provavano rispetto nei loro confronti, perché non si mettevano in mostra. Altri, come Sylvia B. e Roger D. per esempio, ti facevano venire il mal di stomaco, e bisognava accoglierli con un coro di rumori disgustosi per rimetterli al loro posto. Ruth e Tommy, però, non si comportarono mai in modo volgare davanti agli altri, e se talvolta si scambiavano delle tenerezze o qualche altro gesto affettuoso, si capiva che lo facevano l'uno per l'altra, non per dare spettacolo.

A ripensarci, capisco che eravamo piuttosto confusi su tutto ciò che concerneva il sesso. E facile immaginarlo, naturalmente, visto che avevamo appena sedici anni. Ma ciò che contribuiva a peggiorare la situazione – adesso me ne rendo conto più chiaramente – era il fatto che gli stessi tutori fossero alquanto incerti al riguardo. Da una parte c'erano le lezioni di Miss Emily, lei che ci diceva quanto fosse importante non provare imbarazzo verso i nostri corpi e «rispettare i nostri bisogni fisici», quanto il sesso fosse «un dono meraviglioso», se entrambe le persone lo desideravano. All'atto pratico, però, i tutori si comportavano in modo che fosse impossibile fare granché, senza dover infrangere le regole. Non potevamo entrare nella camerata dei ragazzi dopo le nove, e loro non potevano venire da noi. Le aule erano ufficialmente «fuori legge» la sera, così come le zone dietro i capanni e il padiglione. E non volevamo farlo nei campi anche quando il tempo lo consentiva, per non essere costretti a scoprire in seguito di aver avuto degli spettatori che ti osservavano dalla casa passandosi il binocolo.

In altre parole, per quanto tutto quel parlare di sesso fosse meraviglioso, avevamo la netta sensazione che avremmo passato dei guai se i tutori ci avessero colto in flagrante.

A essere sinceri, l'unico caso in cui si verificò una situazione simile, e di cui sono a conoscenza personalmente, fu quando Jenny C. e Rob D.

furono interrotti nell'Aula n. 14. Stavano facendo sesso dopo pranzo, proprio su uno dei banchi, quando Mr Jack era entrato per prendere qualcosa. Secondo Jenny, Mr Jack era diventato tutto rosso e si era precipitato fuori, ma rimaneva il fatto che erano stati distratti e interrotti. Si erano rivestiti alla meglio quando Mr Jack era tornato, come se fosse entrato lì per la prima volta, fingendo di essere sorpreso e allibito.

- So benissimo cosa avete fatto, e la cosa non è appropriata, – aveva detto loro ordinando di andare a parlare con Miss Emily. Una volta entrati nell'ufficio di Miss Emily, tuttavia, lei si era scusata, ma stava per andare a un'importante riunione, e non aveva tempo per parlare con loro.

- Però sapete bene che non dovevate fare qualunque cosa steste facendo, e mi aspetto che non capiti un'altra volta, – aveva detto prima di precipitarsi fuori dalla stanza con le sue cartelline.

Per quanto riguarda l'amore omosessuale, peraltro, eravamo ancora più confusi. Per qualche ragione, lo definivamo «sesso da ombrellino da sole». Se ti piaceva qualcuno del tuo stesso sesso, eri un ombrellino.

Non so come stavano le cose dove siete cresciuti voi, ma a Hailsham non eravamo davvero molto teneri nei confronti di coloro che mostravano qualche propensione all'omosessualità. I ragazzi in special modo erano capaci delle cose più crudeli. Secondo Ruth, questo dipendeva dal fatto che molti di loro avevano avuto certe esperienze quando erano più piccoli, prima di rendersi conto di cosa stessero facendo. Pertanto adesso erano ridicolmente tesi e nervosi al riguardo. Non so se avesse ragione, ma quello che è certo è che accusare qualcuno di «farsi un ombrellino» poteva facilmente sfociare in una rissa.

Quando parlavamo di tutte queste cose – come succedeva incessantemente a quel tempo – non riuscivamo a decidere se i tutori volessero o meno che facessimo sesso. Alcuni pensavano di si, ma sostenevano che continuavamo a scegliere sempre i momenti sbagliati. La teoria di Hannah era che fosse loro dovere farci fare questo genere di esperienze, perché altrimenti non saremmo diventati dei bravi donatori. Secondo lei, parti come i reni e il pancreas non funzionavano bene, a meno che non si continuasse a fare sesso. Qualcun altro disse che non dovevamo dimenticare che i tutori erano persone «normali». Ecco perché si comportavano in maniera tanto strana; per loro, il sesso serviva per avere figli, e anche se erano consapevoli, razionalmente, che noi eravamo sterili, si sentivano a disagio al riguardo, perché in fondo non erano poi così certi che non ci fosse l'eventualità.

Annette B. aveva un'altra teoria: che i tutori erano imbarazzati all'idea che facessimo sesso tra di noi, perché erano loro a volerlo fare con noi. Mr Chris in particolare, disse, aveva quel certo sguardo quando guardava noi ragazze. Laura obiettò che ciò che Annette intendeva veramente è che lei avrebbe voluto fare sesso con Mr Chris. Scoppiammo tutte a ridere, perché l'idea di fare sesso con Mr Chris ci sembrava assurda, e insieme assolutamente disgustosa.

Ritengo che la teoria che più si avvicinava alla verità fosse quella di Ruth. – Ci parlano del sesso perché ci sarà utile quando lasceremo Hailsham, – disse. – Vogliono che lo facciamo bene, con qualcuno che ci piace e senza correre il rischio di prenderci delle malattie. Ma vale per quando saremo fuori. Non vogliono che lo facciamo qui, perché per loro costituirebbe un problema.

La mia idea, comunque, è che non si facesse poi tutto quel sesso di cui tanto si vociferava. Molti sbaciucchiamenti e palpeggiamenti, forse; coppie che lasciavano intuire che facevano sesso sul serio. Ma se ci ripenso, mi domando quanto di quello che si diceva fosse vero. Se tutti quelli che asserivano di avere rapporti sessuali avessero detto la verità, allora non si sarebbe visto altro passeggiando per Hailsham – coppiette che facevano sesso in ogni dove.

Ricordo che tra noi vigeva una regola di discrezione, che vietava di fare troppe domande al riguardo. Se, per esempio, Hannah roteava gli occhi quando si parlava di un'altra ragazza e mormorava: «Vergine», intendendo «E ovvio che noi non lo siamo, ma lei sì, cosa vuoi aspettarti da una così?», questo non ci dava il diritto di chiederle: «Tu con chi l'hai fatto? Quando? Dove?» No, ci limitavamo ad annuire con atteggiamento complice. Era come se esistesse una specie di universo parallelo dove tutte noi sparivamo per fare sesso.

Sono sicura di aver notato che in quei racconti ci fosse qualcosa che non tornava. Ma allo stesso tempo, col sopraggiungere dell'estate, cominciai a sentirmi, sempre più, l'unica fuori posto. In un certo senso, il sesso era diventato quello che «essere creativi» rappresentava qualche anno prima. Se non avevi ancora avuto delle esperienze, dovevi sbrigarti, e in fretta. Nel mio caso, la faccenda era resa ancora più complicata dal fatto che due delle mie più care amiche avevano già avuto rapporti. Laura con Rob D., anche se non erano mai stati una coppia fissa. E Ruth con Tommy.

Per tutti questi motivi, avevo sempre rimandato, continuando a ripetermi il consiglio di Miss Emily: «Se non riuscite a trovare qualcuno con cui volete veramente condividere questa esperienza, allora scordatevelo!» Ma più o meno intorno alla primavera di quell'anno, cominciai a pensare che non mi sarebbe dispiaciuto fare sesso con un ragazzo. Non soltanto per il gusto di farlo, ma perché mi rendevo conto che dovevo abituarmi al sesso, e sarebbe stato meglio impratichirmi con qualcuno di cui non mi importava molto. Se poi, in seguito, mi fossi messa con qualcuno di veramente speciale, avrei avuto maggiori probabilità di non sbagliare.

Ciò che intendo dire è che se Miss Emily aveva ragione, e il sesso era così importante per le persone, allora non volevo che la prima volta fosse con quello giusto.

Così puntai gli occhi su Harry C. Lo scelsi per svariate ragioni. Per prima cosa, sapevo che aveva già sicuramente avuto delle esperienze, con Sharon D. Inoltre non mi piaceva molto, ma neanche lo trovavo disgustoso. Poi era un ragazzo tranquillo e perbene, ed era altamente improbabile che se ne andasse in giro a spettegolare, nel caso mi fossi rivelata un disastro assoluto. E mi aveva fatto intendere un paio di volte che gli sarebbe piaciuto fare sesso con me. E vero, molti ragazzi amavano flirtare a quell'età, ma si capiva quando si trattava di una proposta seria o di uno dei soliti giochetti tra ragazzi.

Pertanto avevo scelto Harry, e rimandai un paio di mesi perché volevo assicurarmi di essere in perfetta forma fisica. Miss Emily ci aveva detto che poteva essere doloroso e rivelarsi un vero fallimento se non eravamo sufficientemente lubrificate, e proprio in questo consisteva la mia unica preoccupazione. Non era il fatto di essere squarciate in due, cosa su cui scherzavamo spesso, ed era la paura segreta di molte ragazze. Continuavo a pensare, se mi bagno abbastanza in fretta, allora non c'è problema, così mi esercitai parecchie volte da sola per essere sicura di farcela.

Mi rendo conto che davo l'idea di essere diventata un po' ossessiva, ma ricordo che passavo anche molto tempo a rileggere brani tratti da libri dove i personaggi facevano sesso, ripercorrendo più volte lo stesso passaggio, cercando di estrapolare qualche utile indicazione. Il problema era che i libri che avevamo a Hailsham non erano di grande aiuto. C'era un mucchio di roba del diciannovesimo secolo di Thomas Hardy, e altri nomi del genere, praticamente inutili. Alcuni libri di scrittrici contemporanee come Edna ÒBrien e Margaret Drabble contenevano alcune scene di sesso, ma non era mai molto chiaro cosa stesse succedendo perché le autrici davano per scontato che uno avesse già avuto molti rapporti sessuali prima, e non ci fosse nessun bisogno di entrare nei dettagli. Pertanto i libri furono un'esperienza frustrante, e con i video non andò molto meglio. Da un paio d'anni nella stanza del biliardo tenevamo un videoregistratore, e quella primavera ormai possedevamo una discreta collezione. Molti film contenevano sesso, ma la maggior parte delle scene terminava proprio mentre il sesso iniziava., oppure si vedevano soltanto le facce e la schiena. Quando c'era un'inquadratura utile, la si vedeva solo di sfuggita perché di solito c'erano almeno altre venti persone nella stanza con te. Ci eravamo inventati questa tecnica, per cui chiedevamo a gran voce che si riavvolgesse il nastro fino alle nostre scene preferite – per esempio, il momento in cui l'Americano salta oltre il filo spinato in sella alla sua motocicletta nella Grande fuga. Si sentiva un coro di «Ancora! Ancora!» finché qualcuno non prendeva il telecomando e riguardavamo quel pezzo, talvolta anche tre o quattro volte. Ma non potevo, unica fra tutti, mettermi a urlare che mi facessero rivedere le scene di sesso.

Così continuai a posticipare settimana dopo settimana, mentre continuavo nelle mie preparazioni, finché non giunse l'estate e decisi che ero finalmente pronta. In quel momento mi sentivo abbastanza sicura di me, e cominciai a lanciare qualche segnale in direzione di Harry. Stava procedendo tutto per il meglio e secondo il mio piano, quando Ruth e Tommy si lasciarono e la situazione si fece più confusa.

 

Capitolo nono

 

Avvenne che, alcuni giorni dopo la loro separazione, mi trovavo nell'aula di Educazione artistica in compagnia di alcune altre ragazze a disegnare una natura morta. Ricordo che faceva un caldo soffocante quel giorno, anche se c'era il ventilatore acceso dietro di noi. Stavamo usando il carboncino, e poiché qualcuno aveva requisito tutti i cavalletti, eravamo costrette a lavorare con le lavagnette appoggiate in grembo. Stavo seduta vicino a Cynthia E., chiacchieravamo e ci lamentavamo del caldo. Poi non si sa come ci mettemmo a parlare di ragazzi, e lei disse, senza sollevare lo sguardo dal disegno: – Tommy. Sapevo che con Ruth non sarebbe durata. Be', a questo punto immagino che sia tu l'erede naturale.

Pronunciò queste parole con noncuranza. Cynthia era una persona perspicace, e il fatto che non appartenesse al nostro gruppo conferiva un peso maggiore alla sua osservazione. Ciò che intendo dire è che non potevo fare a meno di pensare che lei esprimesse ciò che chiunque, osservando la cosa da una certa distanza, avrebbe pensato. In fondo ero amica di Tommy da anni, prima che cominciasse tutta quella faccenda delle coppiette. Era assolutamente plausibile che per qualcuno di esterno io potessi sembrare l'«erede naturale» di Ruth. Tuttavia lasciai cadere l'argomento, e Cynthia, che non stava cercando di dimostrare niente di particolare, non aggiunse altro.

Poi, forse un paio di giorni dopo, mentre stavo uscendo dal padiglione in compagnia di Hannah, lei improvvisamente mi diede una gomitata e accennò col capo in direzione di un gruppo di ragazzi che si trovavano nel North Playing Field.

- Guarda, – disse piano. – Tommy. Seduto da solo.

Mi strinsi nelle spalle, come per dire: «E allora?» Non c'erano altri commenti da fare. Più tardi, però, mi ritrovai a ripensarci a lungo.

Forse tutto ciò che Hannah aveva inteso fare era sottolineare che Tommy, da quando aveva rotto con Ruth, sembrava un pesce fuor d'acqua. Ma non me la bevevo; conoscevo Hannah fin troppo bene. Il modo in cui mi aveva dato di gomito abbassando la voce rendeva anche troppo evidente che stava esprimendo una sua supposizione, e probabilmente stava facendo circolare la notizia che io ero la «naturale erede» di Ruth.

Tutto questo, come vi dicevo, mi gettò in uno stato confusionale, perché fino a quel momento mi ero concentrata esclusivamente su Harry. Infatti, a ripensarci, sono sicura che avrei fatto sesso con lui, se non fosse stata per quella faccenda dell'«erede naturale». Avevo pianificato ogni cosa, e mi ero preparata bene. Continuo a pensare che Harry fosse una buona scelta in quel particolare periodo della mia vita. Penso che sarebbe stato attento e gentile, e avrebbe capito cosa volevo da lui.

Ho incontrato Harry di sfuggita un paio d'anni fa al centro di riabilitazione nel Wiltshire. Era stato ricoverato lì dopo una donazione. Non ero al meglio, perché il mio donatore aveva completato il suo ciclo la sera prima. Nessuno dava la colpa a me – era stata un'operazione particolarmente complicata – ma non mi sentivo comunque granché bene. Ero rimasta sveglia quasi tutta la notte a sistemare le formalità, e mi trovavo alla reception dell'entrata pronta per uscire, quando vidi arrivare Harry. Stava su una sedia a rotelle – perché si sentiva molto debole, scoprii in seguito, non perché non potesse camminare – e non sono certa che mi riconobbe quando mi avvicinai e lo salutai. Immagino che non ci fosse ragione perché io dovessi conservare un posto speciale nel suo ricordo. Lui era un anno avanti a me e non avevamo mai avuto molte occasioni d'incontrarci, a eccezione di quell'unica volta. Per lui, nel caso si fosse ricordato di me, io non ero altro che quella ragazza impacciata che gli si era avvicinata, gli aveva chiesto se voleva fare sesso e poi si era ritratta. Doveva essere stato piuttosto maturo per la sua età, perché non se la prese e non andò mai in giro a raccontare agli altri che ero una smorfiosetta, o qualcosa del genere. Così, quando lo vidi entrare quel giorno, provai riconoscenza nei suoi confronti e desiderai prendermi cura di lui. Mi guardai attorno, ma chiunque fosse il suo assistente, non era neppure nei paraggi. Le inservienti avevano fretta di condurlo nella sua stanza, così non riuscii a parlargli molto. Mi limitai a un cenno di saluto, augurandogli di guarire subito, e lui mi sorrise stancamente. Quando accennai a Hailsham, sollevò il pollice in segno di vittoria, ma sono certa che non mi riconobbe. Forse più tardi, quando si fosse un po' riposato e fosse passato l'effetto delle medicine, forse avrebbe cercato nei suoi ricordi e si sarebbe rammentato di me.

Ad ogni modo, stavo parlando di quel periodo: di come dopo che Ruth e Tommy si lasciarono, i miei progetti si fecero più confusi. Se ci ripenso, mi dispiace un po' per Harry. Dopo tutti gli ammiccamenti della settimana prima, eccomi li a biascicare improvvisamente qualcosa per respingerlo. Immagino che avessi supposto che fosse impaziente di uscire con me, e di essere in controllo della situazione. Poiché ogni volta che lo incontravo, gli lanciavo un segnale allusivo e poi scappavo via prima che potesse ribattere qualunque cosa. A pensarci bene, fu soltanto molto tempo dopo che mi venne in mente la possibilità che lui non avesse nessuna intenzione di fare sesso con me. Per quanto ne so, magari era anche felice di dimenticare tutta la faccenda, solo che ogni volta che mi incontrava, in corridoio o sui campi da gioco, io mi avvicinavo e sussurravo una scusa per spiegargli che non volevo fare sesso con lui in quel momento. Devo essergli sembrata piuttosto scema, e se non fosse stato la persona perbene che era, in un attimo sarei diventata lo zimbello di tutti. Ad ogni modo, questo periodo durò un paio di settimane, poi giunse la richiesta di Ruth.

Quell'estate, finché durò il bel tempo, ci inventammo un modo bizzarro di ascoltare la musica, seduti sull'erba. I walkman avevano cominciato a fare la loro apparizione a Hailsham, a partire dall'Incanto dell'anno prima, e adesso ce n'erano almeno sei in circolazione. La mania del momento consisteva nel sedersi in gruppo sul prato intorno a un unico dividendosi le cuffiette. Sono d'accordo, sembra un modo un po' stupido per sentire la musica, ma contribuiva a creare una bellissima atmosfera.

Si ascoltava una canzone per circa venti secondi, ci si toglieva gli auricolari e li si passava all'altro. Dopo un po', a condizione che si mettesse sempre lo stesso nastro, e per quanto potesse sembrare incredibile, si riusciva a sentirlo quasi tutto. Come vi dicevo, era la mania dell'estate, e durante l'intervallo del pranzo si scorgevano capannelli di studenti sdraiati sul prato intorno ai walkman. Ai tutori la cosa non piaceva molto: sostenevano che facilitasse la diffusione delle infezioni all'orecchio, ma ci lasciavano fare. Non posso pensare a quell'ultima estate senza ricordare quei pomeriggi riuniti intorno ai walkman. Qualcuno si avvicinava e chiedeva: «Cosa state ascoltando?» E se la risposta lo soddisfaceva, si sedeva per terra e aspettava il suo turno. Quasi sempre si respirava una bell'aria, e non ricordo che a nessuno fu mai detto di no.

Ad ogni modo, era quello che stavo facendo in compagnia di alcune altre ragazze, quando Ruth si avvicinò e mi chiese se potevamo parlare. Capii che si trattava di qualcosa di importante, così salutai le mie amiche e ci incamminammo insieme, dirette verso la nostra camerata. Una volta entrate nella nostra stanza, andai a sedermi sul letto di Ruth, accanto alla finestra – il sole aveva riscaldato la coperta – e lei andò a sistemarsi sul mio, in fondo alla stanza. Un moscone azzurro svolazzava lì intorno, e per qualche minuto ci divertimmo a giocare a «tennis col moscone» usando le mani come racchette per sballottare la creatura demente da una all'altra. Infine l'insetto riuscì a trovare la via d'uscita verso la finestra, e allora Ruth disse: – Voglio che io e Tommy ci rimettiamo insieme. Kathy, mi vuoi aiutare? – Poi aggiunse: – Che c'è?

 

- Niente. Sono solo un po' sorpresa, dopo quello che è successo. Certo che ti aiuterò.

- Non ho detto a nessun altro che voglio tornare con Tommy. Neanche a Hannah. Tu sei l'unica di cui mi fido.

- Cosa vuoi che faccia?

 

- Che gli parli, tutto qua. Hai sempre fatto così con lui. Ti ascolterà.

E saprà che non sono stronzate, quelle che gli dirai.

Per un istante rimanemmo lì a dondolare i piedi, sedute sul letto.

- Sono davvero contenta che tu ne abbia parlato con me, – dissi infine.

- Probabilmente sono la persona più adatta. Per parlare a Tommy e tutto il resto.

- Quello che desidero più di ogni altra cosa è ricominciare da capo.

Adesso siamo pari: tutti e due abbiamo fatto cose stupide solo per il gusto di ferirci, ma adesso basta. Quella stronza di Martha H., ma dai, per favore! Forse l'ha fatto solo per farmi divertire un po'. Be', puoi andargli a dire che ci è riuscito, adesso i conti tornano. È ora che cresciamo e rifacciamo tutto dall'inizio. Sono certa che tu puoi farlo ragionare, Kathy. Te ne occuperai nel migliore dei modi. E se invece per lui non è ancora arrivato il momento per mettere la testa a posto, allora saprò che è meglio lasciar perdere.

Mi strinsi nelle spalle. – Come dici tu, io e Tommy non abbiamo mai avuto problemi a parlare.

- Già, e lui ti rispetta, davvero. Lo so perché lo diceva spesso. Che sei una tosta e che fai sempre quello che decidi di fare. Una volta mi ha confidato che nel momento del bisogno, avrebbe preferito te a qualunque altro ragazzo -. Si lasciò scappare una risatina. – Devo ammettere che questo sì che è un complimento. Quindi è destino che sia tu a venire in nostro aiuto. Io e Tommy siamo fatti l'uno per l'altra, e lui ti darà retta. Ti prenderai cura di noi, vero, Kathy?

 

Per un istante non dissi nulla. Poi chiesi: – Ruth, fai sul serio con Tommy? Voglio dire, se lo convinco e voi due tornate insieme, non gli farai di nuovo del male, vero?

 

Ruth emise un sospiro, spazientita. – Certo che sono seria. Adesso siamo degli adulti. Presto lasceremo Hailsham. Non è più un gioco.

- Va bene. Gli parlerò. Come dici tu, presto ce ne andremo da Hailsham.

Non possiamo permetterci di perdere tempo.

Ricordo che dopo rimanemmo sedute sul letto per un po', a chiacchierare.

Ruth voleva ripetere tutto dall'inizio, più e più volte: di quanto era stato stupido, che erano davvero fatti l'uno per l'altra, di come adesso le cose sarebbero andate diversamente, che gli altri non dovevano intromettersi nella loro storia, e che avrebbero scelto luoghi e momenti migliori per fare sesso. Ne discutemmo insieme e lei voleva avere la mia opinione su tutto. A un certo punto guardai fuori dalla finestra verso le colline in lontananza; trasalii quando Ruth, che improvvisamente era venuta a sedersi accanto a me, mi circondò le spalle con un braccio.

- Kathy, sapevo che potevamo contare su di te, – disse. – Tommy ha ragione. Sei la persona giusta nel momento del bisogno.

Per una ragione o per l'altra, non ebbi occasione di parlare con Tommy nei giorni successivi. Poi una volta, durante l'intervallo del pranzo, lo scorsi sui bordi del South Playing Field mentre si allenava col pallone. Poco prima aveva fatto due tiri con un paio di altri ragazzi, ma in quel momento stava palleggiando da solo. Mi avvicinai e andai a sedermi sul prato dietro di lui, appoggiata a un palo. Non doveva essere passato molto tempo da quando gli avevo mostrato il calendario di Patricia C. e lui mi aveva piantata in asso, perché ricordo che non avevo un'idea precisa di quali fossero i nostri rapporti in quel momento. Continuò a palleggiare, concentrato – ginocchio, piede, testa, piede -, mentre io me ne stavo lì seduta a strappare il trifoglio e a guardare i boschi in lontananza, quei boschi che una volta ci facevano così paura. Alla fine decisi di rompere il ghiaccio: – Tommy, parliamo. C'è una cosa che vorrei dirti. Appena pronunciai queste parole, lui fece rotolare via il pallone e venne a sedersi accanto a me. Era tipico di Tommy; quando era certo che avevo voglia di parlare, ogni traccia di malumore spariva, per lasciare il posto a una sorta di riconoscente impazienza, simile a quella che provavamo alle elementari, dopo che un tutore che ci aveva rimproverati si comportava di nuovo normalmente con noi. Ansimava un po', e sebbene sapessi che era a causa del fiatone, questo contribuiva ad aumentare la generale sensazione di attesa. In altre parole, ancor prima di parlare, avevo già voglia di alzarmi e andarmene. Gli dissi: «Tommy, si vede. Non sei tanto felice ultimamente», e lui rispose: «Cosa intendi dire? Io sono felicissimo. Davvero». E mi fece un grosso sorriso, seguito da una fragorosa risata. Fu questo a dare inizio a tutto. Anni dopo, se intravedevo di tanto in tanto un accenno di questo suo comportamento, mi limitavo a sorridere. A quel tempo, però, mi faceva veramente infuriare.

Se Tommy per caso diceva: «Sono davvero dispiaciuto», subito metteva su un'aria triste, abbacchiata, per avallare le sue parole. Non credo che fosse ironico, questo suo atteggiamento. Pensava sul serio di essere più convincente. Pertanto in quella circostanza, per dimostrarmi che era felice, eccolo lì pronto a illuminarsi di gioia. Come vi dicevo, arrivò il momento in cui questo suo modo di essere mi faceva tenerezza; ma quell'estate per me non fu altro che una dimostrazione evidente di che bambino fosse, e di quanto fosse facile approfittarsi di lui. Allora non sapevo molto del mondo che ci attendeva dopo Hailsham, ma pensavo che avremmo avuto bisogno di tutta la nostra intelligenza, e quando Tommy si comportava così, sentivo che stavo per essere assalita da una sensazione molto simile al panico. Fino a quel pomeriggio avevo sempre lasciato perdere – sembrava sempre troppo difficile riuscire a spiegargli – ma quella volta esplosi:

 

- Tommy, sembri così stupido, a ridere come stai ridendo! Se vuoi fingere di essere felice, non è così che si fa! Dammi retta, non è così che si fa! Davvero non si fa! Ascoltami, devi crescere. E rimettiti in sesto. Ti è andato tutto storto ultimamente, ed entrambi sappiamo perché.

Tommy aveva un'aria perplessa. Quando fu certo che avessi finito, disse: – Hai ragione. È andato tutto storto. Ma non so cosa intendi, Kath. Cosa vuoi dire, che lo sappiamo entrambi? Non so come potresti saperlo. Non ne ho parlato con nessuno.

- Naturalmente non conosco la storia nei dettagli. Ma tutti sappiamo che ti sei lasciato con Ruth.

Tommy continuava ad avere un'aria perplessa. Alla fine fece un'altra risatina, ma questa volta era vera. – Adesso capisco, – biascicò, poi si interruppe un istante per riflettere. – A dire il vero, Kath, – disse infine, – non è questo che mi preoccupa. È tutta un'altra cosa. Non faccio che pensarci. A Miss Lucy.

Fu così che venni a sapere cos'era successo tra Tommy e Lucy all'inizio dell'estate. In seguito, quando ci ripensai, calcolai che doveva essere avvenuto appena pochi giorni prima della mattina in cui avevo sorpreso Miss Lucy nell'Aula n. 22, a scarabocchiare sui fogli. E come vi ho detto, mi sarei presa a calci per non averlo capito.

Era successo nel pomeriggio, più o meno intorno all'«ora morta» – quando le lezioni erano finite, ma non era ancora il momento della cena. Tommy aveva visto Miss Lucy uscire dalla casa madre, le braccia cariche di blocchi di fogli e raccoglitori, e poiché sembrava avere l'aria di una che stava per perdere qualcosa da un momento all'altro, era corso da lei e le avevo offerto il suo aiuto.

- Così mi ha dato qualcosa da portare e ha detto che eravamo diretti verso il suo studio. Era troppo perfino per due persone, e io ho fatto cadere un paio di cose per strada. Poi, mentre stavamo per raggiungere l'Orangerie, si è fermata all'improvviso, e io ho pensato che avesse perso qualcos'altro. Ma lei mi stava guardando, così, dritto in faccia, con un'espressione serissima. Allora mi dice che dovevamo fare una chiacchierata, una bella chiacchierata, noi due. Rispondo va bene, superiamo l'Orangerie, entriamo nel suo studio, mettiamo giù tutto.

Quindi mi indica dove sedermi, e io finisco esattamente dov'ero l'ultima volta, sai, quel giorno di tanti anni fa. E capisco che anche lei si ricorda benissimo, perché comincia a parlarne come se fosse successo proprio il giorno prima. Nessuna spiegazione, niente, lei inizia a dire frasi del tipo: «Tommy, ho commesso un errore, quando ti ho detto quelle cose. E avrei dovuto raccontarti la verità molto prima». Allora mi dice che dovrei dimenticare tutto. Che mi aveva fatto un grave torto dicendomi che non dovevo preoccuparmi se non ero una persona creativa.

Che gli altri tutori avevano ragione fin dall'inizio, e che niente poteva giustificare che i miei lavori fossero una tale spazzatura...

- Un momento, Tommy. Davvero ha detto che i tuoi lavori erano spazzatura?

 

- Se non ha usato esattamente quel termine, ci è andata molto vicina.

Inesistenti. Poteva essere quello. O insufficienti. Ma può anche aver detto che erano spazzatura. Ha aggiunto che le dispiaceva avermi detto quello che aveva detto l'ultima volta che ci eravamo visti perché, se non l'avesse fatto, ora sarebbe stato tutto a posto.

- E tu cosa le hai detto? Come hai reagito?

 

- Non sapevo cosa dire. Alla fine, è stata lei in effetti a spingermi a parlare. Mi ha chiesto: «Tommy, a cosa stai pensando?» Allora le ho detto che non ero tanto sicuro, ma che in ogni caso non avrebbe dovuto preoccuparsi, perché io adesso stavo bene. Ma lei ha detto, no, non è vero che stai bene. I miei lavori non valevano niente, e questo in parte era colpa sua perché mi aveva detto quelle cose. E io le ho risposto, ma che importa? Adesso sto bene, nessuno ride più di me. Lei però ha continuato a scuotere la testa: «Certo che importa. Non avrei dovuto dirti quelle cose». Allora mi viene in mente che si riferisce a dopo, sai, a quando usciremo da qui. Così le dico: «Andrà tutto bene, Miss.

Fisicamente sto benissimo, so badare a me stesso. Quando arriverà il momento delle donazioni, non ci sarà nessun problema». Quando pronuncio queste parole, lei prende a scuotere la testa talmente forte che ho paura le vengano le vertigini. Alla fine mi dice: «Ascolta, Tommy, i tuoi disegni, sono importanti. E non soltanto perché costituiscono una prova. Ma per il tuo stesso bene. Ne avrai dei gran vantaggi, e sarà solo per il tuo bene».

- Aspetta un momento. Cosa voleva dire con «prova»?

 

- Non lo so. Ma ha detto esattamente questo. Ha detto che i nostri lavori erano importanti, e non soltanto perché «costituivano una prova».

Dio solo sa cosa intendesse. Le ho chiesto di essere più chiara. Le ho detto che non capivo di cosa stesse parlando: aveva forse qualcosa a che vedere con Madame e la sua galleria? Lei ha fatto un profondo sospiro e ha risposto: «La galleria di Madame, sì, è importante. Molto più di quanto pensassi. Adesso me ne rendo conto». Poi ha aggiunto: «Ci sono moltissime cose che non puoi capire, Tommy, e che non posso spiegarti.

Su Hailsham, sul posto che avrai nel vasto mondo là fuori, ogni genere di cose. Forse però un giorno ci proverai e le scoprirai da solo. Non ti spianeranno la strada, ma se tu lo vuoi, se lo desideri veramente, potresti anche riuscirci». Poi ha ripreso a scuotere il capo, anche se più lentamente, e ha detto: «Ma perché tu dovresti essere diverso? I ragazzi che lasciano Hailsham, non scoprono mai nulla. Perché dovresti essere diverso?» Non sapevo di cosa stesse parlando, così ho ripetuto: «Starò bene, Miss». Lei è rimasta in silenzio per qualche istante, poi all'improvviso è scattata in piedi, ha fatto per chinarsi su di me e mi ha abbracciato. Non in maniera sensuale. Più come facevano una volta, quando eravamo piccoli. Non mi sono mosso. Allora lei si è rialzata e ha ripetuto che le dispiaceva per quanto mi aveva detto. E che non era troppo tardi, dovevo ricominciare subito da capo, riconquistare il tempo perduto. Credo di non aver detto niente, allora lei mi ha guardato e io ho pensato che volesse di nuovo abbracciarmi. Invece ha esclamato: «Fallo per me, Tommy». L'ho rassicurata dicendole che avrei fatto del mio meglio, perché in quel momento non vedevo l'ora di allontanarmi da lì. Probabilmente dovevo essere diventato rosso fuoco, con lei che mi abbracciava e tutto il resto. Sai no, non è la stessa cosa, insomma, adesso che siamo grandi.

Ero talmente immersa nella storia di Tommy da aver dimenticato perché avevo chiesto di parlare con lui. Questo accenno al diventare «grandi», però, mi fece tornare in mente lo scopo della mia missione originale.

- Ascolta, Tommy, – cominciai, – bisogna che ne riparliamo presto.

Quello che mi hai raccontato è molto interessante, e capisco che questa storia ti abbia fatto star male. In ogni caso, devi rimetterti un po' in sesto. Dopo l'estate ce ne andremo da qui. Devi rimetterti in sesto, e c'è una cosa che puoi sistemare fin da subito. Ruth mi ha detto che è pronta a dimenticare tutto e a chiederti di rimetterti con lei. Penso che sia una buona opportunità per te. Non gettarla via.

Tommy rimase in silenzio per alcuni istanti, poi disse: – Non so, Kath.

Ci sono tutte queste altre cose a cui pensare.

- Tommy, ascoltami. Sei davvero fortunato. Di tutti quelli che ci sono, Ruth ha scelto te. Dopo che ce ne andremo da qui, se tu starai con lei, non dovrai preoccuparti di nulla. Lei è la migliore: starai bene se sarai con lei. Dice che vuole ricominciare da capo. Non buttare all'aria tutto.

Rimasi in attesa, ma Tommy non rispose, e ancora una volta sentii che venivo assalita da una sensazione simile al panico. Mi sporsi in avanti e dissi: – Ascoltami, sciocco, non ti verranno date altre possibilità. Non lo capisci, non abbiamo più molto tempo a disposizione qui.

Con mia grande sorpresa la reazione di Tommy, quando arrivò, fu calma e ponderata – un lato di Tommy che sarebbe emerso sempre di più negli anni a venire.

- Me ne rendo conto, Kath. Ed è esattamente questo il motivo per cui non posso precipitarmi tra le braccia di Ruth. Dobbiamo riflettere sulle nostre azioni future molto attentamente -. Poi sospirò e mi guardò dritto negli occhi. – È proprio come hai detto tu, Kath. Presto ce ne andremo da qui. Non è più un gioco. Dobbiamo pensarci bene.

All'improvviso non seppi più cosa dire e rimasi là seduta a strappare il trifoglio. Sentivo il suo sguardo su di me, ma non sollevai il capo.

Chissà per quanto tempo saremmo rimasti così, se non fossimo stati interrotti. Penso che i ragazzi con cui Tommy giocava a calcio fossero tornati, o forse qualche altro studente che si trovava da quelle parti venne a sedersi con noi. Ad ogni modo, quella breve parentesi di confidenze era terminata, e io mi allontanai con la sensazione di non aver portato a termine ciò che mi ero prefissa – che in un certo senso avevo deluso Ruth.

Non arrivai mai a stabilire quale effetto avesse prodotto la mia conversazione con Tommy, perché proprio il giorno dopo arrivò la notizia. Era mattina inoltrata, e stavamo nel bel mezzo dell'ora di Cultura generale. Lezioni in cui dovevamo impersonare il ruolo di figure diverse in cui ci saremmo imbattuti una volta usciti nel mondo fuori – camerieri nei bar, poliziotti ecc. Lezioni che ci entusiasmavano e turbavano allo stesso tempo, per cui eravamo piuttosto agitati. Poi, alla fine del corso, mentre stavamo uscendo dalla classe tutti in fila, Charlotte F. si precipitò nell'aula e la notizia che Miss Lucy avrebbe lasciato Hailsham si diffuse in un batter d'occhio. Mr Chris, l'insegnante presente in quel momento e che doveva già essere informato di tutto, sgattaiolò via colpevolmente, prima che potessimo rivolgergli qualunque domanda. All'inizio non fummo certi se Charlotte non stesse semplicemente riportando un pettegolezzo, ma più ne parlava, più era evidente che fosse vero. La mattina presto, un'altra classe delle medie si era recata nell'Aula n. 12 per fare Educazione musicale con Miss Lucy. Invece si era trovata davanti Miss Emily, la quale aveva spiegato che Miss Lucy non poteva essere presente, e che l'avrebbe sostituita lei. Più o meno per i venti minuti successivi, tutto si era svolto regolarmente. Poi d'un tratto – lasciando una frase a metà, apparentemente – Miss Emily aveva smesso di parlare di Beethoven e aveva annunciato che Miss Lucy aveva lasciato Hailsham e che non sarebbe più tornata. La lezione era finita molto prima – Miss Emily si era precipitata fuori con la fronte corrugata dalla preoccupazione – e non appena gli studenti erano usciti dalla classe, si era diffusa la notizia.

Mi misi subito in cerca di Tommy, perché desideravo disperatamente che venisse a saperlo da me. Quando uscii nel cortile, però, mi accorsi che era troppo tardi. Vidi Tommy in fondo, leggermente in disparte rispetto al gruppo di compagni con cui stava, annuire col capo a ciò che gli stavano raccontando. Gli altri erano agitati, eccitati addirittura, ma gli occhi di Tommy erano vuoti. Quella stessa sera, Tommy e Ruth tornarono insieme, e ricordo che Ruth venne a cercarmi alcuni giorni dopo per ringraziarmi di «aver risolto tutto così bene». Le dissi che probabilmente non ero stata di grande aiuto, ma lei non volle sentire ragioni. Ero decisamente nelle sue grazie. E fu più o meno quella l'atmosfera in cui trascorsero i nostri ultimi giorni a Hailsham.

 

PARTE SECONDA.

Capitolo decimo

 

Talvolta percorro una lunga strada tortuosa in mezzo alla palude, o magari oltrepasso filari di campi arati, il cielo enorme e grigio e sempre uguale a se stesso miglio dopo miglio, e mi ritrovo a pensare al mio saggio, l'unico che avrei dovuto scrivere allora, quando eravamo ai Cottages. I tutori avevano menzionato i saggi di tanto in tanto per tutta quell'ultima estate, cercando di aiutare ognuno di noi a scegliere un argomento che ci avrebbe completamente assorbiti per circa due anni.

In un certo senso però – forse dipendeva da qualcosa nel comportamento dei nostri tutori – nessuno credeva veramente che i saggi fossero così importanti, e raramente furono oggetto di discussione tra noi. Ricordo che quando comunicai a Miss Emily di aver scelto i romanzi vittoriani, non avevo riflettuto molto al riguardo, e mi ero resa conto che lei se n'era accorta. Si era limitata a osservarmi con uno di quei suoi sguardi inquisitori, e non aveva detto nulla.

Quando ci stabilimmo ai Cottages, tuttavia, i saggi assunsero una nuova importanza. Durante i nostri primi giorni di permanenza, e per alcuni molto più a lungo, fu come se ognuno di noi si aggrappasse al proprio saggio, l'ultimo compito assegnato a Hailsham, come se fosse stato un regalo d'addio dei nostri tutori. Col passare del tempo il pensiero di quei saggi si affievolì a poco a poco, ma per un po' ci aiutò a sopravvivere nel nuovo ambiente.

Se mi capita di ripensare al mio saggio oggi, lo esamino nei dettagli: immagino un approccio totalmente diverso, o altri libri e altri scrittori di cui avrei potuto occuparmi. Sto bevendo un caffè in un autogrill, fisso l'autostrada attraverso una grande vetrata, e il saggio mi balza in mente senza alcun motivo. Allora rimango lì seduta, felice, a ripercorrerlo dall'inizio alla fine. Ultimamente ho persino accarezzato l'idea di riprenderlo in mano e ricominciare a lavorarci, quando non sarò più un'assistente e avrò del tempo a disposizione. In fondo, però, non ci credo veramente. E soltanto un piccolo attacco di nostalgia che mi aiuta a far passare il tempo. Penso al saggio nello stesso modo in cui potrei ricordare una partita di softball a Hailsham in cui mi ero particolarmente distinta, o una discussione avvenuta tanto tempo fa, quando mi vengono in mente tutte le cose intelligenti che avrei dovuto dire. Rimane a questo livello – un sogno a occhi aperti. Ma come vi dicevo, non era così quando giungemmo ai Cottages per la prima volta.

Otto di quelli che lasciarono Hailsham quell'estate vennero mandati ai Cottages. Altri andarono nella White Mansion sulle colline del Galles, o alla Poplar Farm nel Dorset. Allora non sapevamo che tutti quei luoghi avevano soltanto un flebile legame con Hailsham. Arrivammo ai Cottages aspettandoci una versione di Hailsham per studenti più anziani, e immagino che fu così che continuammo a considerarli per qualche tempo.

Di certo non sapevamo molto delle nostre vite al di là dei confini dei Cottages, o chi li dirigeva, o che ruolo avessero nel mondo fuori.

Nessuno di noi aveva simili pensieri in quei giorni.

I Cottages erano ciò che rimaneva di una fattoria dismessa anni prima.

C'era una vecchia casa colonica, e attorno a essa granai, fabbricati, stalle, che erano stati ristrutturati per ospitarci. C'erano anche altri edifici, in genere quelli situati più all'esterno, che stavano letteralmente cadendo a pezzi e che non usavamo molto, ma verso i quali provavamo una sorta di responsabilità – soprattutto per via di Keffers.

Si trattava di un vecchio scontroso che faceva la sua comparsa due o tre volte alla settimana nel suo furgone ricoperto di fango per ispezionare il luogo. Non amava parlare con noi, e il modo in cui se ne andava in giro sospirando e scuotendo la testa con aria disgustata sottintendeva che eravamo ben lontani dal compiere il nostro dovere di mantenere in ordine il posto. Non ci fu mai chiaro, tuttavia, cos'altro volesse da noi. Al nostro arrivo ci aveva mostrato una lista di lavori da svolgere quotidianamente, e gli studenti che abitavano già «i veterani», come li chiamava Hannah – avevano da tempo stabilito dei turni ai quali ci attenevamo scrupolosamente. Non c'era molto altro da fare se non riferire di condotti che perdevano e raccogliere l'acqua in caso di necessità.

La vecchia casa colonica – il cuore dei Cottages – offriva una certa quantità di camini dove bruciavamo i ciocchi spaccati che venivano accatastati nei granai più lontani. Altrimenti dovevamo cavarcela con delle grandi stufe. Il fatto era che funzionavano con le bombole a gas, e a meno che facesse davvero freddo, Keffers non aveva nessuna intenzione di portarne molte dentro casa. Insistevamo che ce ne lasciasse qualcuna di scorta, ma lui scuoteva il capo tristemente, come se avessimo intenzione di usarle per divertirci, o magari per causare un'esplosione. Così conservo questo ricordo – che quasi sempre, finiti i mesi estivi, facesse freddo. Andavamo in giro con due, anche tre maglioni addosso, e i jeans erano freddi e rigidi. Talvolta per tutto il giorno non ci toglievamo gli stivali di gomma, e lasciavamo dietro di noi tracce di fango e umidità in tutte le stanze. Keffers, osservandoci, non faceva che scuotere la testa, ma quando gli domandavamo cos'altro avremmo dovuto fare, viste le condizioni dei pavimenti, non rispondeva.

So che sto dipingendo un quadro a tinte alquanto fosche, ma nessuno di noi prestava minimamente attenzione a questi disagi – faceva tutto parte di quell'eccitazione che provavamo nel trovarci ai Cottages. Se fossimo stati onesti, però, soprattutto all'inizio, molti di noi avrebbero ammesso di sentire la mancanza dei tutori. Alcuni di noi, almeno una volta, giunsero persino a considerare Keffers una sorta di tutore, ma lui non ne volle sapere. Se qualcuno si avvicinava per salutarlo quando arrivava col suo furgone, lui lo fissava come se avesse a che fare con un pazzo. Ci era stato ripetuto tante volte: dopo Hailsham non ci sarebbero più stati tutori, e avremmo dovuto essere noi a prenderci cura l'uno dell'altra. E in linea di massima devo ammettere che Hailsham ci preparò adeguatamente a questo compito.

La maggior parte degli studenti a cui ero più legata a Hailsham si stabilirono ai Cottages quell'estate. Cynthia E. – la ragazza che aveva affermato che io sarei stata l'«erede naturale» di Ruth durante la lezione di Educazione artistica – be', devo ammettere che non mi sarebbe dispiaciuto fosse rimasta con noi, ma andò nel Dorset con gli altri del suo gruppo. E Harry, il ragazzo con cui stavo quasi per fare sesso, sentii dire che finì nel Galles. La nostra banda però rimase unita. E se mai sentimmo la mancanza dei nostri amici, ci ripetevamo che niente poteva impedirci di andarli a trovare. Poiché, malgrado tutte le lezioni di Miss Emily e le sue cartine, non avevamo veramente cognizione delle distanze, e di quanto fosse facile o difficile raggiungere un determinato luogo. Parlavamo di farci dare un passaggio dai veterani quando andavano in gita, oppure di quando, a tempo debito, avremmo imparato a guidare e allora avremmo potuto andarli a trovare ogni volta che volevamo.

Naturalmente, in pratica, soprattutto durante i primi mesi, sconfinavamo di rado oltre i campi che circondavano i Cottages. Non passeggiavamo nella campagna circostante t nemmeno ci avventuravamo nel villaggio limitrofo. Non credo che fossimo propriamente spaventati. Sapevamo che nessuno ci avrebbe impedito di uscire, a patto che rientrassimo in giornata ed entro l'ora stabilita dal libro mastro di Keffers. L'estate in cui arrivammo, non vedevamo altro che veterani intenti a preparare borsoni e zaini, pronti a partire per due o tre giorni di seguito, con una noncuranza che ci metteva paura. Li osservavamo sbalorditi, domandandoci se l'estate seguente avremmo fatto la stessa cosa.

Ovviamente fu così che avvenne, ma in quei primi giorni ci sembrava impossibile. Dovete ricordare che fino a quel momento non ci eravamo mai spinti al di là dei confini di Hailsham, ed eravamo disorientati. Se me l'aveste raccontato un anno dopo, quando avevo preso l'abitudine di fare non soltanto lunghe passeggiate solitarie, ma stavo anche cominciando a imparare a guidare, avrei pensato che foste matti.

Persino Ruth sembrava intimidita quel giorno pieno di sole in cui il minibus ci scaricò davanti alla casa colonica, girò intorno al piccolo laghetto e scomparve su per la salita. Vedevamo le colline in lontananza che ci ricordavano quelle che scorgevamo in lontananza da Hailsham, ma ci apparivano stranamente deformate, come succede quando si fa il ritratto a un amico, ed è quasi così ma non esattamente, e il viso sul foglio ti fa venire i brividi.

Tuttavia era estate, e i Cottages erano diversi da come ci sarebbero apparsi mesi dopo, con le pozzanghere gelate in superficie e il terreno accidentato duro come pietra. Il posto era bello e accogliente, con l'erba alta che cresceva ovunque – una novità per noi. Stavamo tutti insieme in gruppo, noi otto, a guardare Keffers che entrava e usciva dalla casa colonica, in attesa che si rivolgesse a noi da un momento all'altro. Ma non lo fece, e tutto ciò che riuscimmo a percepire fu un borbottio colmo di irritazione a proposito degli studenti che abitavano già lì. All'improvviso, mentre stava andando a prendere qualcosa dal furgone, ci lanciò uno sguardo irato, poi rientrò nella casa colonica richiudendosi la porta alle spalle.

Di lì a poco, tuttavia, i veterani, che nel frattempo si erano divertiti un po' alle nostre spalle osservando quanto fossimo patetici – noi avremmo fatto lo stesso l'estate seguente -, uscirono e si presero cura di noi. Infatti, a ripensarci, mi rendo conto che si impegnarono molto per farci ambientare. Ciononostante, quelle prime settimane furono strane, e noi eravamo felici di poter contare l'uno sull'altra. Ci spostavamo in gruppo, e sembravamo trascorrere la maggior parte della giornata in piedi, fuori dalla casa colonica, in atteggiamento goffo, senza sapere cos'altro fare.

È buffo ricordare adesso come furono quei primi giorni, perché quando ripenso a quei due anni ai Cottages, quell'inizio timoroso, confuso, sembra non avere nulla a che vedere con il resto del tempo trascorso lì.

Se qualcuno accenna ai Cottages, penso a quei giorni spensierati a correre dentro e fuori le stanze l'uno dell'altra, a quando il pomeriggio, languidamente, abbracciava la sera e poi la notte. Penso alla mia pila di vecchi giornali, le pagine increspate e incerte, come se fossero appartenute al mare. Penso al modo in cui li leggevo, sdraiata a pancia in giù sul prato nei caldi pomeriggi estivi, i capelli – che stavo facendo crescere – a impedirmi la visuale. Penso alle mattine in cui mi risvegliavo nella mia stanza in cima al Black Barn, alle voci degli studenti nei campi che discutevano di poesia e filosofia; o ai lunghi inverni, le colazioni nelle cucine appannate dal vapore, a parlare intorno al tavolo di Kafka o Picasso. Erano sempre questi i discorsi, all'ora di colazione; mai con chi si era fatto sesso la notte prima, o perché Larry e Helen non si rivolgevano più la parola.

Poi, quando ci ripenso, sento che quell'immagine di noi il primo giorno, stretti in gruppo davanti alla casa colonica, non è poi così strana dopotutto. Perché forse, in un certo senso, non ci eravamo lasciati alle spalle quello che ritenevamo di aver abbandonato. Perché, sotto sotto, una parte di noi rimase sempre così: timorosa del mondo intorno e – non importa quanto ci disprezzassimo per questo – incapaci di staccarci l'uno dall'altra.

I veterani, che naturalmente non sapevano nulla della storia tra Ruth e Tommy, li trattavano come una coppia consolidata da tempo, e la cosa sembrava soddisfare enormemente Ruth. Durante le prime settimane dopo il nostro arrivo, si diede un gran daffare, abbracciando Tommy in continuazione, talvolta pomiciando in un angolo della stanza alla presenza di altre persone. Ebbene, questo genere di cose poteva avere un senso a Hailsham, ma sembrava un atteggiamento immaturo per i Cottages.

Le coppie di veterani non si lasciavano mai andare a effusioni in pubblico; si comportavano in maniera assennata, come farebbero una madre e un padre in una famiglia normale.

Peraltro, avevo notato qualcosa in queste coppie di veterani dei Cottages – qualcosa che Ruth, malgrado li studiasse da vicino, non riuscì a cogliere -, e cioè come molti dei loro manierismi fossero copiati dalla televisione. Me ne resi conto per la prima volta osservando quella coppia, Susie e Greg – probabilmente gli studenti più anziani dei Cottages, e che in genere si riteneva fossero deputati a «dirigere» il posto. C'era una cosa in particolare che Susie faceva, ogni volta che Greg cominciava uno dei suoi discorsi su Proust o chiunque altro: ci sorrideva, faceva roteare gli occhi, e mormorava in maniera enfatica, ma a malapena percepibile: «Che Diiio ci aiuti». A Hailsham c'erano delle restrizioni sull'uso della televisione, e anche ai Cottages – sebbene nulla ci impedisse di tenerla accesa tutto il giorno, nessuno pareva particolarmente interessato.

C'era tuttavia un vecchio apparecchio nella casa colonica, e un altro nel Black Barn, e di tanto in tanto la guardavamo. Fu così che mi resi conto che quel «Diiio ci aiuti» proveniva da una serie televisiva americana, una di quelle con le risate in sottofondo ogni volta che qualcuno diceva o faceva qualcosa. C'era un personaggio – una grassona vicina di casa dei protagonisti – che si comportava esattamente come Susie, così quando suo marito si lanciava in uno dei suoi discorsi da imbonitore, gli spettatori aspettavano che facesse roteare gli occhi ed esclamasse: «Diiio ci aiuti», pronti a scoppiare in una fragorosa risata. Quando me ne accorsi, cominciai a notare ogni genere di altre cose che le coppie di veterani avevano preso in prestito dai programmi televisivi: il modo in cui gesticolavano fra loro, si sedevano insieme sul divano, persino il modo in cui litigavano e si precipitavano fuori dalla stanza.

Comunque sia, il punto è che ben presto Ruth capì che il suo atteggiamento nei riguardi di Tommy era completamente sbagliato per i Cottages, e decise di cambiare il suo comportamento di fronte agli altri. C'era un gesto in particolare che Ruth aveva imparato dai veterani. A Hailsham, se una coppia si separava, anche se soltanto per pochi minuti, era una scusa per abbracciarsi e sbaciucchiarsi. Ai Cottages, invece, quando una coppia si salutava, si scambiava a malapena qualche parola, figuriamoci effusioni e baci. Invece si dava un colpetto leggero al braccio del proprio compagno vicino al gomito, con la punta delle nocche, così come si farebbe per attirare l'attenzione di qualcuno. Di solito toccava alla ragazza compiere questo movimento verso il ragazzo, proprio mentre uno dei due stava per allontanarsi. Col sopraggiungere dell'inverno quest'abitudine era già tramontata, ma quando arrivammo era molto in voga, e Ruth non ci mise molto a fare lo stesso con Tommy. Badate bene, all'inizio Tommy non aveva la più pallida idea di cosa stesse succedendo, e si girava di scatto verso Ruth per chiederle: «Cosa?», costringendola a fulminarlo con lo sguardo, come se stessero recitando in una commedia e lui avesse dimenticato la battuta. Immagino che alla fine lo prese in disparte e gli spiegò, perché dopo circa una settimana non ci furono più intoppi, ed erano quasi all'altezza delle coppie dei veterani. Di fatto non avevo visto realmente questo «corpetto al gomito» in televisione, ma ero piuttosto sicura che era da li che derivasse l'idea, così com'ero certa che Ruth non se ne fosse accorta. Ecco perché, quel pomeriggio in cui leggevo Daniel Deronda sdraiata sull'erba, e Ruth si stava comportando in un modo che mi stava facendo irritare, decisi che era arrivata l'ora che qualcuno glielo facesse notare.

L'autunno era alle porte e cominciava a fare freddo. I veterani trascorrevano più tempo in casa, e stavano ritornando alle vecchie abitudini di prima dell'estate. Quelli di noi che erano giunti da Hailsham, tuttavia, continuavano a sedersi fuori sull'erba incolta – desiderosi di perpetuare più a lungo possibile l'unica abitudine che avevamo acquisito. Nonostante questo, in quel particolare pomeriggio di cui vi sto parlando, c'erano forse soltanto tre o quattro di noi oltre a me che leggevano in mezzo al campo, e dal momento che mi ero allontanata alla ricerca di un angolo tranquillo, sono abbastanza sicura che ciò che avvenne tra me e Ruth non fu udito da altri.

Come accennavo prima, stavo sdraiata su un vecchio ritaglio di tela cerata a leggere Daniel Deronda, quando Ruth si avvicinò con noncuranza e venne a sedersi accanto a me. Osservò attentamente la copertina del libro e annuì col capo rivolta a se stessa. Poi, dopo circa un minuto, e io ero certa che sarebbe andata così, cominciò a raccontarmi la trama di Daniel Deronda. Fino a quel momento ero stata di ottimo umore e felice di vedere Ruth, ma adesso ero irritata. Era già successo un paio di volte, e l'avevo vista comportarsi così anche con altri. Per prima cosa, c'era quel suo modo di fare: assumeva un'aria indifferente ma sincera, come se si aspettasse che gli altri le fossero eternamente grati per il suo aiuto. D'accordo, anche allora ero vagamente consapevole di cosa si celasse dietro quell'atteggiamento. Durante quei primi mesi, avevamo in qualche modo elaborato la teoria che il nostro inserimento all'interno della comunità dei Cottages – quanto bravi eravamo a copiare – dipendeva da quanti libri si erano letti.

Potrà sembrare strano ma è così, quest'idea prese piede nel nostro gruppo, tra quelli che provenivano da Hailsham. Tutto l'insieme era deliberatamente un po' nebuloso

 

- e infatti aveva molti tratti in comune con il modo in cui avevamo affrontato il problema del sesso a Hailsham. Andavamo in giro con l'aria di chi aveva letto ogni genere di cose, annuendo con fare consapevole quando qualcuno menzionava per esempio Guerra e pace, sottintendendo che nessuno avrebbe sondato nel dettaglio questa affermazione. Non bisogna dimenticare che, dal momento che eravamo stati quasi sempre insieme dal nostro arrivo ai Cottages, sarebbe stato impossibile per uno di noi leggere Guerra e pace senza che gli altri se ne accorgessero. Ma esattamente come era avvenuto con il sesso a Hailsham, un tacito accordo permetteva l'esistenza di una misteriosa dimensione dove ci allontanavamo a leggere.

Era, come vi accennavo, un giochetto da nulla in cui tutti noi indulgevamo in una certa misura. Ciononostante, fu Ruth a spingersi oltre il limite più di chiunque altro. Lei era l'unica a fingere costantemente di aver già finito qualunque cosa un altro stesse affrontando; ed era l'unica a pensare che il modo per dimostrare la propria superiorità al riguardo era andarsene in giro a raccontare la trama del libro che uno stava leggendo. Ecco perché, quando iniziò a parlare di Daniel Deronda, anche se non mi piaceva molto, chiusi il libro, mi sedetti e le dissi, inaspettatamente: – Ruth, è da tanto che volevo chiedertelo. Perché dai sempre un colpetto sul braccio a Tommy quando lo saluti? Sai cosa voglio dire.

Naturalmente finse di non capire, così le spiegai pazientemente di cosa stessi parlando. Ruth mi ascoltò e poi fece spallucce.

- Non me n'ero accorta. Devo aver preso l'abitudine da poco.

Soltanto qualche mese prima forse avrei lasciato perdere – o probabilmente non ne avrei neppure accennato. Quel pomeriggio però spinsi sull'acceleratore e le dissi che si trattava di un gesto copiato da una serie televisiva. – Non vale la pena imitarli, – conclusi. – Non è così che si comportano veramente le persone nel mondo fuori, nella vita di tutti i giorni, se è quello che stavi pensando.

Vidi che Ruth era arrabbiata, ma incerta se controbattere. Distolse lo sguardo e fece di nuovo spallucce. – E allora? – esclamò. – Non è poi questa gran cosa. Molti di noi lo fanno.

- Vuoi dire che Chrissie e Rodney lo fanno.

Appena pronunciai quelle parole mi accorsi di aver commesso uno sbaglio; che fino al momento in cui non avevo fatto cenno a quei due, la tenevo stretta all'angolo, ma adesso era riuscita a liberarsi. È come quando si gioca a scacchi e non appena si solleva il dito dal pezzo ci sì accorge dell'errore, e si viene assaliti da una sensazione di panico poiché non si è certi della gravità del disastro a cui si va incontro.

Naturalmente scorsi un barlume negli occhi di Ruth, e quando parlò il tono della sua voce era mutato.

- Allora è questo, è questo che turba la povera piccola Kathy. Ruth non le dedica abbastanza attenzioni. Ruth ha dei nuovi amici più grandi e non gioca abbastanza con la sorellina più piccola...

- Dacci un taglio. E comunque non è così che si comportano le famiglie vere. Non sai niente tu.

- Oh, Kathy, la grande esperta di famiglie vere. Scusami tanto. Ma ho indovinato, vero? Hai ancora quest'idea in testa. Tutti noi di Hailsham, noi dobbiamo stare sempre insieme, un unico gruppetto, di avere nuovi amici non se ne parla.

- Non ho mai detto questo. Mi riferisco semplicemente a Chrissie e Rodney. È stupido, il modo in cui copi tutto quello che fanno.

- Però ho ragione, non è vero? – proseguì Ruth. – Sei triste perché io sono riuscita ad andare avanti, a farmi nuovi amici. Qualcuno dei veterani ricorda a malapena il tuo nome, e chi può biasimarli? Non parli mai con nessuno a meno che non sia di Hailsham. Ma non puoi pensare che io me ne stia lì tutto il tempo a tenerti per mano. Ormai siamo qui da quasi due mesi.

Non abboccai, e invece dissi: – Non badare a me, dimenticati di Hailsham. Ma non fai che mettere Tommy in difficoltà. Ti ho osservata, è capitato più volte solo in questa settimana. Lo lasci in disparte, come se fosse un soprammobile. Non è giusto. Tu e Tommy dovreste essere una coppia. Questo significa che dovresti occuparti di lui.

- Giusto, Kathy, siamo una coppia, hai detto bene. E visto che ficchi il naso, bisogna che te lo spieghi. Ne abbiamo discusso, e siamo d'accordo.

Se qualche volta lui non ha voglia di stare con Chrissie e Rodney, è una sua scelta. Non ho intenzione di costringerlo a fare niente per cui non si senta pronto. Però c'è un accordo tra di noi, lui non deve ostacolarmi. Carino da parte tua, preoccuparti -. Poi aggiunse, con una diversa modulazione di voce: – A pensarci bene, mi sembra che tu non abbia perso tutto questo tempo a fare amicizia con almeno qualcuno dei veterani.

Mi osservò attentamente, poi scoppiò a ridere, come a significare: «Siamo ancora amiche, non è vero?» Io però non trovai nulla da ridere in questa sua ultima affermazione. Raccolsi il libro e mi allontanai senza dire una parola.

 

Capitolo undicesimo

 

Forse è meglio che vi spieghi perché ci rimasi così male quando Ruth disse quelle cose. Quei primi mesi ai Cottages erano stati strani, per la nostra amicizia. Litigavamo per un nonnulla, ma allo stesso tempo ci confidavamo più che mai l'una con l'altra. Soprattutto c'erano quelle chiacchierate prima di andare a letto, noi due sole, che di solito avvenivano nella mia stanza in cima al Black Barn. Si potrebbe dire che fossero una specie di appendice delle conversazioni che ci facevamo a luci spente nella nostra camerata a Hailsham. Il punto è che, per quanto ci fossimo allontanate durante il giorno, la sera Ruth e io ci saremmo comunque ritrovate fianco a fianco sul mio materasso a sorseggiare qualcosa di caldo, e a scambiarci i nostri pensieri più profondi sulla nostra nuova vita, come se niente si fosse mai frapposto tra noi. Ciò che rendeva possibile queste confidenze – si potrebbe addirittura dire ciò che rendeva possibile la nostra amicizia in quel periodo – era la consapevolezza che qualunque cosa ci fossimo raccontate in quei momenti, sarebbe stata trattata con rispetto assoluto: che avremmo onorato la sacralità di quelle confidenze, e per quanto avessimo potuto litigare, non le avremmo mai usate l'una contro l'altra. E vero, non ce l'eravamo mai detto chiaramente, ma fino a quell'episodio di Daniel Deronda si era trattato di un tacito accordo, che nessuna delle due aveva mai accennato a mettere in discussione. Ecco perché, quando Ruth disse che non avevo perso tempo a fare amicizia con qualcuno dei veterani, non ero soltanto arrabbiata. Per me, questo equivaleva a un tradimento. Perché non ci poteva essere alcun dubbio al riguardo; si stava riferendo a qualcosa che le avevo confidato una sera su me e il sesso.

Come immaginerete, il sesso ai Cottages era molto diverso da quello che aveva rappresentato a Hailsham. Era molto più diretto – più «da adulti».

Non si andava in giro a spettegolare ridacchiando su chi l'aveva fatto con chi. Se si sapeva che due studenti avevano fatto sesso, non ci si chiedeva subito se stavano insieme. E se un giorno si vedeva una nuova coppia, non se ne parlava come se fosse un avvenimento eccezionale. Lo si accettava tranquillamente, e da quel momento in poi, quando ci si riferiva a una, si parlava anche dell'altro, come per «Chrissie e Rodney» o «Ruth e Tommy». Se qualcuno voleva fare sesso con te, anche questa richiesta era molto più esplicita. Un ragazzo si avvicinava per chiederti se avevi voglia di passare la notte con lui nella sua stanza, «tanto per fare qualcosa di diverso» o un'espressione del genere, niente di più. Talvolta perché era interessato a uscire con te; altre volte, solo per l'avventura di una notte.

L'atmosfera, come vi dicevo, era più da «adulti». Quando ci ripenso, però, il sesso ai Cottages sembrava avere un aspetto un po' funzionale.

Forse proprio perché tutti i pettegolezzi e la segretezza erano spariti.

O forse a causa del freddo.

Quando ricordo il sesso ai Cottages, mi viene in mente una stanza ghiacciata nel buio più assoluto, di solito sotto una tonnellata di coperte. E le coperte in realtà spesso non erano neppure coperte vere, ma un assortimento alquanto bizzarro – vecchie tende, persino avanzi di tappeti. Qualche volta faceva così freddo che eri costretta ad ammonticchiare sopra di te qualunque cosa ti capitasse a tiro, e se tu stavi lì sotto a fare sesso, avevi la sensazione che una montagna di biancheria ti pesasse addosso, così metà del tempo non sapevi se lo stavi facendo col ragazzo o con quell'ammasso di cose.

Il fatto è che avevo avuto alcune avventure di una notte poco dopo il mio arrivo ai Cottages. Non era così che me l'ero immaginato, il sesso.

La mia idea era di prendermi un po' di tempo, forse anche di fare coppia con qualcuno scelto con cura. Non ero mai uscita con nessuno prima, e soprattutto dopo aver osservato Ruth e Tommy, ero abbastanza curiosa di provare. Come dicevo, quello era il mio piano, e quando cominciarono ad avvenire questi incontri occasionali, mi sentii confusa. Ecco perché decisi di confidarmi con Ruth quella volta.

Per molti versi era una serata come un'altra. Avevamo preso con noi le nostre tazze di tè e stavamo sedute nella mia stanza, l'una accanto all'altra sul materasso, le teste leggermente piegate a causa degli spifferi. Stavamo chiacchierando dei vari ragazzi dei Cottages, e se mai qualcuno di questi sarebbe stato adatto a me. Ruth era in uno dei suoi momenti migliori: incoraggiante, divertente, attenta, saggia. Ecco perché avevo deciso di raccontarle dei miei incontri di una notte. Le confidai come fosse successo, senza che io lo desiderassi veramente; e come, anche se non potevamo avere figli, il sesso aveva influenzato in modo strano i miei sentimenti, proprio come ci aveva messo in guardia Miss Emily. Poi le dissi: – Ruth, volevo chiederti una cosa. Non ti capita mai di sentire il bisogno di farlo? Quasi con chiunque?

 

Ruth si strinse nelle spalle, poi disse: – Io esco con qualcuno. Quindi se voglio farlo, lo faccio con Tommy.

- Immagino che sia così. Forse sono solo io. Ci dev'essere qualcosa di sbagliato in me. Perché qualche volta ho davvero bisogno, un bisogno disperato di farlo.

- E strano, Kathy -. Mi fissò con sguardo preoccupato, che mi fece sentire ancora peggio.

- Così a te non capita mai.

Si strinse di nuovo nelle spalle. – Non tanto da farlo con chiunque.

Quello che mi stai dicendo mi sembra un po' strano, Kathy. Ma forse tutto tornerà normale tra un po'.

- A volte passano secoli. Poi all'improvviso mi assale. E andata così, la prima volta che è successo. Lui ha cominciato a sbaciucchiarmi e io volevo solo che la smettesse. Poi d'un tratto ho sentito qualcosa che si impossessava di me, inaspettatamente. Dovevo farlo e basta.

Ruth scosse il capo. – Davvero mi sembra un po' strano. Ma probabilmente passerà. Probabilmente dipende dalla diversa alimentazione.

Non era stata di grande aiuto, ma si era mostrata comprensiva nei miei confronti e dopo mi ero sentita un po' meglio. Ecco perché ero rimasta così colpita quando Ruth all'improvviso aveva fatto quel riferimento, mentre stavamo litigando quel pomeriggio. E vero, probabilmente nessuno aveva sentito, ma non aveva importanza, c'era qualcosa di sbagliato in quello che aveva fatto. In quei primi mesi ai Cottages, la nostra amicizia era rimasta intatta perché, almeno da parte mia, c'era la chiara consapevolezza che esistevano due Ruth diverse. La Ruth che cercava sempre di far colpo sui veterani, che non avrebbe esitato a ignorare me, Tommy e chiunque altro, se avesse pensato che potessimo ostacolare il suo stile di vita. Quella era la Ruth che non mi piaceva, quella che ogni giorno si dava arie e fingeva – la Ruth che faceva quel giochetto col gomito. Ma la Ruth che sedeva accanto a me nella mia stanzetta in soffitta alla fine della giornata, le gambe allungate oltre il bordo del materasso, la tazza fumante tenuta con entrambe le mani, quella era la Ruth di Hailsham, e qualunque cosa fosse successa durante il giorno, ricominciavamo da dove ci eravamo interrotte l'ultima volta che ci eravamo ritrovate così. E fino a quel pomeriggio sul prato, era stato chiaro che le due Ruth rimanessero distinte; che quella a cui confidavo i miei pensieri e i miei sentimenti prima di addormentarmi era la persona di cui potevo fidarmi ciecamente. Ecco perché quando disse quelle parole, che non avevo «perso tutto quel tempo a fare amicizia con almeno qualcuno dei veterani», ci rimasi così male. Ecco perché afferrai il libro e me ne andai.

Quando ci ripenso adesso, riesco a vedere meglio le cose dal punto di vista di Ruth. Vedo, per esempio, come deve essersi sentita lei quando ero stata io a violare per prima questo accordo, e che la sua osservazione maligna era stata soltanto una ripicca. Allora non ci pensai neppure per un istante, ma adesso la considero una possibilità, e una spiegazione per quanto accadde. Dopotutto, un attimo prima della sua osservazione, avevo parlato di quell'abitudine di dare un colpetto sul braccio. È difficile da spiegare, ma so con certezza che noi due avevamo stabilito un'intesa sul modo in cui Ruth si comportava davanti ai veterani. È vero, spesso bluffava e sottintendeva ogni genere di cose che sapevo non essere vere. Talvolta, come vi dicevo, si atteggiava in un determinato modo per fare bella figura con i veterani a nostre spese. Ma ho l'impressione che Ruth credesse, in un certo senso, che tutto questo fosse per noi. E il mio ruolo, essendo la sua migliore amica, era di garantirle il mio aiuto silenzioso, come se fossi seduta a teatro in prima fila, mentre lei stava recitando sul palco.

Ruth lottava per diventare qualcun'altra, e forse sentiva la pressione più di noi perché, come vi dicevo, era come se in qualche modo si fosse assunta la responsabilità per tutti noi. In questo caso, pertanto, il fatto di aver accennato a quel colpetto sul gomito poteva essere inteso come un tradimento, e probabilmente si era sentita giustificata a lanciarmi quella frecciata. Come dicevo, questa spiegazione mi è venuta in mente soltanto negli ultimi tempi. All'epoca non riuscivo ad avere una prospettiva più ampia, o a comprendere il ruolo che avevo avuto in quella storia. In generale, ritengo di non aver mai apprezzato il puro e semplice sforzo che Ruth stava compiendo per andare avanti, per crescere e lasciarsi Hailsham alle spalle. A ripensarci adesso, mi rammento di una cosa che mi disse una volta, mentre mi stavo prendendo cura di lei nel centro di riabilitazione di Dover. Stavamo sedute nella sua stanza a osservare il tramonto, come facevamo spesso, a gustarci i biscotti e l'acqua minerale che avevo portato, e le stavo raccontando di come possedessi ancora la maggior parte delle cose che erano appartenute alla mia vecchia collezione di Hailsham, gelosamente custodite nella cassapanca di pino nel mio monolocale. Poi – non stavo cercando di dimostrare niente di speciale, o sottolineare alcunché – mi capitò di chiederle:

 

- Non hai mai avuto una collezione dopo Hailsham, vero?

 

Ruth, che stava seduta sul letto, rimase a lungo in silenzio, mentre il tramonto scompariva oltre il muro piastrellato alle sue spalle. Infine disse: – Ti ricordi che i tutori, prima che ce ne andassimo, continuavano a dirci che avremmo potuto portare con noi le nostre collezioni. Così ho tirato fuori ogni cosa dal mio bauletto e ho messo tutto dentro la grossa sacca da viaggio. La mia idea è che avrei trovato una bella scatola di legno quando mi fossi stabilita ai Cottages. Una volta arrivata là, però, mi sono accorta che nessuno dei veterani possedeva una collezione. Eravamo gli unici ad averla, non era normale.

Probabilmente tutti noi ce ne rendevamo conto, non ero la sola, ma non ne avevamo mai parlato apertamente, vero? Così non l'ho mai cercata, quella scatola nuova. Le mie cose sono rimaste nel borsone da viaggio per mesi, finché alla fine non ho deciso di buttarle via.

La fissai. – Hai buttato la tua collezione nella spazzatura?

 

Ruth scosse il capo, e per alcuni minuti sembrò passare in rassegna col pensiero tutti i diversi oggetti della sua collezione, a uno a uno.

Infine disse: – Li ho messi in un sacco dell'immondizia, ma non riuscivo a sopportare l'idea di gettarli con gli altri rifiuti. Così una volta ho chiesto al vecchio Keffers, mentre stava per andarsene col furgone, se avrebbe potuto prendere il sacco e portarlo in un negozio. Sapevo che esistevano dei negozi per la beneficenza, l'avevo scoperto. Keffers ha rovistato un po' tra le mie cose, non sapeva cosa ci fosse dentro – perché avrebbe dovuto? -, poi ha fatto la sua solita risata e ha detto che no, che nessun negozio avrebbe preso della roba del genere. E io ho risposto, ma è roba bella, sul serio. Si è accorto che ero turbata e allora ha cambiato tono. Ha detto qualcosa del tipo: «Va bene, signorina. Lo darò a quelli di Oxfam». Poi, facendo un grosso sforzo, ha aggiunto: «Adesso che ho visto meglio, ha ragione, è davvero roba bella». Non aveva un'aria molto convincente, però. Immagino che si sia limitato a portarla via e a gettarla in qualche bidone. Almeno non l'ho mai saputo con certezza -. Poi sorrise e disse: – Eri diversa tu. Mi ricordo. Non ti saresti mai vergognata della tua collezione e l'hai conservata. Magari l'avessi fatto anch'io.

Ciò che intendo dire è che tutti noi stavamo lottando per adattarci alla nostra nuova vita, e immagino che tutti noi facessimo cose che avremmo rimpianto in seguito. Soffrii per le parole di Ruth allora, ma non ha senso tentare di giudicare lei o chiunque altro per come si comportò durante i primi tempi ai Cottages.

Col sopraggiungere dell'autunno, l'ambiente circostante divenne più familiare, e cominciai a notare particolari a cui prima non avevo fatto caso. C'era, per esempio, quella strana abitudine nei confronti degli studenti che se n'erano andati da poco. I veterani non perdevano tempo a raccontare aneddoti divertenti sui tipi che avevano incontrato in gita alla White Mansion o alla Poplar Farm, e tuttavia, raramente, accennavano agli studenti che, fino a un attimo prima del nostro arrivo, dovevano essere stati i loro amici più cari.

Un'altra cosa che mi colpì – e che, mi rendo conto, era in qualche modo collegata – era il silenzio assoluto che scendeva su certi veterani quando andavano a fare dei «corsi» – persino noi sapevamo che si trattava di corsi per diventare assistenti. Sparivano per quattro o cinque giorni, ma di loro non si parlava quasi mai; e quando tornavano, nessuno rivolgeva mai loro delle domande. Immagino che si confidassero con i loro amici in privato. Ma era inteso che non si dovesse accennare a questi viaggi pubblicamente. Ricordo una mattina mentre osservavo dalle finestre appannate della nostra cucina due veterani che partivano per un corso, e mi domandavo se la primavera o l'estate seguente se ne sarebbero andati per sempre, e noi avremmo fatto del nostro meglio per non menzionare i loro nomi.

Forse però esagero un po' nell'affermare che gli studenti che avevano lasciato i Cottages fossero un argomento proibito. Se necessario, venivano nominati. La maggior parte delle volte, si parlava di loro indirettamente, in relazione a un oggetto o a un lavoro domestico. Se per esempio bisognava riparare una gronda, si sarebbe discusso a lungo sul modo in cui «lo faceva Mike». Fuori dal Black Barn c'era il ceppo di un albero che tutti chiamavano «il ceppo di Dave» poiché per più di tre anni, fino a poche settimane prima del nostro arrivo, era li che lui si sedeva per leggere e scrivere, talvolta anche quando pioveva o faceva freddo. E poi, forse, c'era il più memorabile, Steve. Nessuno di noi scoprì mai che genere di persona era stata Steve – se non che gli piacevano le riviste pornografiche.

Di tanto in tanto ai Cottages ci si imbatteva in una di queste riviste, gettata sotto un sofà o infilata in mezzo a una pila di vecchi giornali.

Erano quelle che si definiscono normalmente «soft porno», sebbene all'epoca non conoscessimo le distinzioni. Non avevamo mai visto niente di simile, e non sapevamo cosa pensare. I veterani di solito si mettevano a ridere quando ne trovavano una e la sfogliavano in fretta con fare un po' blasé prima di metterla da parte, e noi seguivamo il loro esempio. Quando Ruth e io rammentammo questo episodio alcuni anni fa, lei sostenne che c'erano dozzine di queste riviste in giro per i Cottages. «Nessuno ammetteva che gli piacessero, – diceva. – Ma tu ti ricordi come andavano le cose. Se qualcuno entrava nella stanza, tutti fingevano di trovarla noiosissima. Se però tornavi mezz'ora dopo, era sparita».

Ad ogni modo, il punto è che ogni volta che saltava fuori uno di questi giornali, la gente sosteneva che era un avanzo della «collezione di Steve». In altre parole, Steve era responsabile della presenza di qualunque rivista pornografica. Come vi dicevo, non scoprimmo mai molto altro su di lui. Tuttavia, anche allora riuscivamo a vedere il lato divertente di quella storia, così che quando qualcuno puntava l'indice e diceva: «Ehi guarda, una delle riviste di Steve», c'era sempre una punta di ironia.

Quelle riviste, peraltro, facevano impazzire Keffers. Si diceva che fosse una persona religiosa, e nemico giurato non soltanto della pornografia ma del sesso in generale. Talvolta si riduceva in uno stato compassionevole – la sua faccia, sotto i baffi grigi, si riempiva di macchie tanto era grande la sua ira – e se ne andava, in giro con passo pesante, irrompendo nelle stanze senza bussare, determinato a requisire ogni singola «rivista di Steve». Quando capitava, facevamo del nostro meglio per trovarlo buffo, ma c'era qualcosa di veramente spaventoso in quei suoi umori. Per prima cosa, il borbottio che lo accompagnava costantemente si interrompeva, e al suo posto il silenzio gli conferiva un'aura terribile.

Ricordo in particolare quella volta che Keffers raccolse sei o sette di quelle «riviste di Steve» precipitandosi poi verso il furgone. Laura e io lo stavamo osservando dalla mia stanza, e io stavo ridendo per qualcosa che Laura aveva appena detto. Poi vidi Keffers spalancare la portiera del camioncino, e forse perché aveva bisogno di entrambe le mani per spostare qualcosa, appoggiò le riviste sopra alcuni mattoni ammonticchiati fuori dal capanno della caldaia – nel punto in cui alcuni veterani avevano cercato di costruire un barbecue qualche mese prima. La sagoma di Keffers, china in avanti, la testa e le spalle nascoste nel furgone, continuò a rovistare per un bel po', e qualcosa mi indusse a pensare che, malgrado la sua furia di un attimo prima, si fosse dimenticato delle riviste. Quello che è certo è che alcuni minuti dopo lo vidi alzarsi, salire dietro il volante, sbattere la portiera e partire di gran fretta.

Quando feci notare a Laura che Keffers aveva lasciato lì le riviste, lei disse: – Be', non ci rimarranno a lungo. Dovrà di nuovo raccoglierle dalla prima all'ultima, la prossima volta che deciderà di fare un'epurazione.

Tuttavia, quando mi ritrovai a passeggiare vicino al capanno della caldaia circa mezz'ora dopo, mi accorsi che le riviste non erano state toccate. Per un istante pensai di prenderle e di portarle in camera, poi pensai che se qualcuno le avesse trovate, mi avrebbero presa in giro per sempre; e che gli altri non avrebbero mai capito perché avevo fatto una cosa simile. Ecco perché raccolsi le riviste ed entrai nel capanno.

Il capanno della caldaia in realtà non era che un altro granaio, costruito all'estremità della casa colonica, colmo di vecchi tosaerba e forconi – roba che Keffers riteneva non avrebbe preso fuoco troppo facilmente, nel caso un giorno la caldaia avesse deciso di saltare in aria. Keffers ci teneva anche un banco da lavoro, così vi appoggiai sopra le riviste, spostai di lato dei vecchi stracci e mi issai per sedermi. La luce non era granché, ma da qualche parte dietro di me c'era una finestra fuligginosa, e quando aprii la prima rivista, mi accorsi che vedevo abbastanza bene.

C'erano molte fotografie di ragazze con le gambe aperte o il sedere all'insù. Lo ammetto, ci sono stati momenti in cui ho guardato fotografie come quelle e mi sono eccitata, sebbene non avessi mai desiderato farlo con una ragazza. Non era quello, però, ciò che cercavo quel pomeriggio.

Sfogliavo le pagine rapidamente, e non volevo essere distratta da qualsivoglia richiamo al sesso che provenisse da quelle immagini.

Infatti non facevo quasi caso a quei corpi che si contorcevano, perché ero concentrata sulle facce. Controllavo i volti di ogni modella anche nelle minuscole pubblicità dei video o qualunque cosa si celasse ai margini del foglio, prima di proseguire.

Soltanto quando arrivai quasi in fondo alla pila, mi resi conto con assoluta certezza che c'era qualcuno fuori dal granaio, proprio accanto all'ingresso. Avevo lasciato la porta aperta perché è così che si faceva di solito, e perché avevo bisogno di luce; per ben due volte avevo sollevato lo sguardo, pensando di aver udito un piccolo rumore. Ma non avevo visto nessuno, e avevo continuato a fare ciò che stavo facendo. Adesso ne ero sicura, tuttavia, e mentre abbassavo la rivista emisi un forte sospiro che sicuramente chiunque avrebbe potuto udire.

Mi aspettavo delle risatine, o magari che due o tre studenti si precipitassero nel granaio, desiderosi di sfruttare al meglio l'opportunità di avermi colta in fallo con una pila di riviste pornografiche. Tuttavia non accadde nulla. Così dissi forte, cercando di fingere una voce stanca:

 

- Felice che ti voglia unire a me. Perché così timido? Udii un risolino soffocato, poi Tommy apparve sulla soglia. – Ciao, Kath, – disse con un certo timore.

- Entra, Tommy. Vieni anche tu a divertirti.

Si avvicinò con cautela, poi si fermò ad alcuni passi da me. Allora alzò gli occhi verso la caldaia e disse: – Non sapevo che ti piacesse questo genere di cose.

- È permesso anche alle ragazze, no?

 

Continuai a sfogliare le riviste, e per alcuni istanti rimase in silenzio. Poi sentii che diceva: – Non volevo spiarti. Ma ti ho vista dalla mia stanza. Ti ho vista uscire e raccogliere quella pila che Keffers aveva dimenticato.

- Sei il benvenuto, quando avrò finito.

Rise imbarazzato. – E soltanto sesso. Immagino di averle già viste -.

Fece un'altra risata, ma quando sollevai lo sguardo, mi accorsi che mi stava osservando con espressione seria. Poi mi chiese: – Stai cercando qualcosa, Kath?

 

- Cosa vuoi dire? Guardo solo le foto porno.

- Solo per eccitarti?

 

- Immagino si possa dire così -. Misi giù una rivista e cominciai a sfogliarne un'altra.

In quel momento udii i passi di Tommy avvicinarsi, finché non mi fu quasi accanto. Quando alzai nuovamente il capo, le sue mani volteggiavano in aria con impazienza, come se io stessi eseguendo un difficile lavoro manuale, e lui non vedesse l'ora di aiutarmi.

- Kath, non... Be', se è tanto per eccitarti, allora non è così che si fa. Bisogna guardare le fotografie più attentamente. Non funziona se vai troppo in fretta.

- Com'è che sai come funziona per le ragazze? O forse le hai guardate insieme a Ruth. Scusami, l'ho detto così, tanto per dire.

- Kath, che cosa stai cercando?

 

Lo ignorai. Ero quasi arrivata al termine della pila e avevo voglia di finire. Poi disse: – Ti ho già vista un'altra volta.

Allora mi interruppi e lo guardai. – Che cosa sta succedendo, Tommy? Keffers ti ha arruolato per le sue ronde antipornografia?

 

- Non avevo intenzione di spiarti. Però ti ho vista la scorsa settimana, dopo che eravamo andati in camera di Charley. C'era in giro una di quelle riviste, e tu pensavi che fossimo usciti tutti. Ma io sono tornato per riprendermi il maglione, le porte di Claire erano aperte e da lì avevo una buona visuale. È così che ti ho vista, mentre sfogliavi quelle pagine.

- E allora? Ognuno ha il suo modo di eccitarsi.

- Non era per questo. Ne ero sicuro, così come lo sono adesso. È la tua faccia, Kath. Quella volta in camera di Charley, avevi un'espressione strana. Come se fossi triste, forse. E un po' spaventata.

Saltai giù dal banco di lavoro, raccolsi le riviste e gliele gettai in braccio. – Ecco, tienile. Dàlle a Ruth. Chissà, magari funzionano.

Gli passai accanto e uscii dal granaio. Sapevo che era addolorato perché non gli avevo detto niente, ma in quel momento io stessa non sapevo bene cosa pensare, e non ero pronta a parlarne con altri. Tuttavia non mi era dispiaciuto che mi avesse seguita nel capanno. Non mi era affatto dispiaciuto. Mi ero sentita confortata, protetta quasi. Alla fine gli raccontai ogni cosa, ma soltanto alcuni mesi dopo, quando ci recammo nel Norfolk.

 

Capitolo dodicesimo

 

Voglio raccontarvi del nostro viaggio nel Norfolk e di tutto ciò che avvenne quel giorno, ma prima devo tornare un po' indietro, per fornirvi un quadro completo e spiegarvi perché ci recammo là.

Il nostro primo inverno era ormai quasi trascorso, e noi ci sentivamo molto più a casa. Poiché, nonostante le nostre piccole baruffe, Ruth e io avevamo mantenuto l'abitudine di terminare la giornata in camera mia, a chiacchierare davanti a due tazze fumanti; fu durante uno di questi incontri, mentre stavamo scherzando a proposito di qualcosa, che lei all'improvviso disse: – Immagino che avrai sentito, quello che hanno detto Chrissie e Rodney.

Quando risposi di no, scoppiò a ridere e continuò: – Probabilmente mi stanno prendendo in giro. È uno scherzo. Dimenticati tutto.

Mi accorsi però che voleva che le strappassi a forza una confessione, così continuai a insistere finché alla fine mi rivelò, a bassa voce:

 

- Ti ricordi la settimana scorsa, quando Chrissie e Rodney erano fuori? Sono andati in una città chiamata Cromer, sulla costa nord del Norfolk.

- A fare cosa?

 

- Oh, credo che abbiano un amico che abita là, qualcuno che una volta viveva ai Cottages. Non ha importanza. Il fatto è che sostengono di aver visto quella... persona. Che lavora in un ufficio open space. E, insomma. Pensano che questa persona sia il «possibile». Il mio.

Sebbene molti di noi fossero a conoscenza della teoria dei «possibili» fin dai tempi di Hailsham, avevamo avuto la percezione che non fosse lecito parlarne, e così avevamo fatto – anche se, certamente, la cosa ci incuriosiva e inquietava allo stesso tempo. Persino ai Cottages non era un argomento di cui discorrere con leggerezza.. Intorno a esso sembrava aleggiare un timore reverenziale che non aveva paragoni, neanche, per esempio, col sesso. Allo stesso tempo, si capiva che la gente era affascinata – ossessionata, in alcuni casi – e così il concetto dei «possibili» si riproponeva in continuazione, di solito in occasione di dibattiti serissimi, lontani mille miglia dalle cose di cui parlavamo di solito, quando per esempio si discuteva di James Joyce.

L'idea fondante che stava dietro la teoria dei possibili era semplice, e non sollevava molte controversie. Funzionava così. Dal momento che ognuno di noi, a un certo punto, era stato copiato da una persona comune, per ciascuno di noi doveva esserci, da qualche parte là fuori, un modello che continuava a condurre la sua vita. Questo significava, in teoria almeno, che esisteva la possibilità di imbattersi nella persona su cui si era stati modellati. Ecco perché, quando ci trovavamo nel mondo fuori – in città, nei centri commerciali, negli autogrill -, si era sempre alla ricerca di «possibili» – persone che erano servite come modelli per noi e i nostri amici.

Al di là di questi concetti base, tuttavia, la discussione era aperta.

Tanto per cominciare, nessuno era d'accordo su cosa cercare quando si andava alla scoperta dei possibili. Alcuni studenti sostenevano che bisognava rintracciare una persona che avesse tra i venti e i trent'anni più di noi – all'incirca l'età che avrebbero potuto avere i nostri genitori. Altri al contrario ritenevano che fosse un atteggiamento troppo sentimentale. Perché avrebbe dovuto esserci un salto di generazione «naturale» tra noi e i nostri modelli? Potevano aver usato bambini, vecchi, che differenza poteva fare? Altri ancora ribattevano che venivano impiegati modelli al meglio delle loro condizioni fisiche, ed ecco spiegato perché era probabile che avessero l'età di un «genitore normale». Arrivati a questa conclusione, però, tutti noi avevamo la percezione di giungere su un terreno dove non volevamo addentrarci, così la discussione terminava in nulla.

Poi c'erano quelle domande sul perché volessimo rintracciare i nostri prototipi. Una delle idee più brillanti al riguardo era che quando trovavi il tuo modello, potevi avere una visione del futuro. Non intendo dire che pensassimo seriamente che se, per esempio, questi risultava essere un operaio delle ferrovie, era ciò che saremmo diventati.

Capivamo che non era così semplice. Tuttavia, ognuno di noi, più o meno intensamente, riteneva che quando si incontrava la persona da cui si era stati copiati, era possibile percepire qualcosa di ciò che si era veramente e, forse, intravedere qualcosa di ciò che la vita teneva in serbo per noi.

Qualcuno pensava fosse stupido dare tanta importanza ai possibili. I nostri modelli erano irrilevanti, una necessità tecnica per la nostra esistenza, niente di più. Dipendeva da ognuno di noi diventare quello che saremmo riusciti a diventare. Era su queste posizioni che Ruth si era sempre schierata, e probabilmente anch'io. Ad ogni modo, tutte le volte che sentivamo parlare di un possibile – per chiunque di noi – non potevamo fare a meno di provare curiosità.

Per come lo ricordo io, l'avvistamento dei possibili arrivava a flussi.

Potevano passare anche intere settimane senza che nessuno accennasse all'argomento, poi uno di questi faceva esplodere un'intera sequenza di fila. La maggior parte erano senza importanza: qualcuno intravisto in un'auto che passava, cose del genere. Di tanto in tanto, però, un avvistamento in particolare sembrava avere qualche rilevanza – come quello di cui mi parlò Ruth quella sera.

Secondo Ruth, Chrissie e Rodney avevano trascorso un po' di tempo a esplorare quella cittadina di mare, e poi avevano preso strade diverse.

Quando si erano ritrovati, Rodney era tutto eccitato e aveva raccontato a Chrissie di aver vagabondato per le viuzze laterali di High Street, e di essere passato accanto a un ufficio con una grande vetrata sulla facciata. Dentro c'erano molte persone, alcune sedute alla scrivania, altre che camminavano e chiacchieravano. Ed era stato proprio lì che aveva scoperto il possibile di Ruth.

- Chrissie è venuta a raccontarmelo appena sono rientrati. Ha costretto Rodney a descrivere ogni cosa, e lui ha fatto del suo meglio, ma era impossibile capirci qualcosa. Continuano a dire che devono portarmi là, ma non ne sono sicura. Non so se dovrei farlo.

Non ricordo esattamente cosa le dissi quella sera, ma in quel momento ero alquanto scettica. Infatti, a dire il vero, pensavo che Chrissie e Rodney si fossero inventati tutto. Non voglio necessariamente insinuare che Chrissie e Rodney fossero due persone malvagie – sarebbe ingiusto.

Per molti versi, in realtà, mi piacevano. Il punto era che il modo in cui consideravano noi nuovi venuti, e Ruth in particolare, era piuttosto ambiguo.

Chrissie era una ragazza di una certa statura, che esprimeva la sua bellezza quando camminava a testa alta, ma sembrava non accorgersene e passava tutto il tempo china, per essere più simile a noi. Ecco perché di solito assomigliava più alla Strega Cattiva che a una stella del cinema – un'impressione rafforzata dall'abitudine abbastanza irritante di puntarti un dito addosso un istante prima di rivolgerti la parola.

Indossava sempre gonne lunghe invece dei jeans, e degli occhialini troppo schiacciati sul naso. Era stata uno dei veterani che ci avevano veramente accolti con calore quando arrivammo quell'estate, e all'inizio ero rimasta molto affascinata e la consideravo la mia guida. Col passare delle settimane, però, cominciai a nutrire delle riserve nei suoi confronti. C'era qualcosa di strano nella maniera in cui ripeteva a ogni occasione che venivamo da Hailsham, come se questo potesse spiegare tutto ciò che riguardava noi. E inoltre c'erano continue domande su Hailsham – piccoli dettagli, così come si comportano i miei donatori adesso -, e sebbene cercasse di formularle con noncuranza, intuivo che c'era qualcosa sotto. Un altro aspetto che mi dava sui nervi era il modo in cui sembrava sempre volerci separare: prendeva in disparte uno di noi quando stavamo in gruppo, oppure invitava due persone a unirsi a lei, lasciando gli altri due da soli – insomma, quel genere di atteggiamento.

Capitava raramente di incontrare Chrissie senza il suo ragazzo, Rodney.

Lui se ne andava in giro con i capelli raccolti in una coda, come un cantante rock degli anni Settanta, e parlava molto di argomenti tipo la reincarnazione. Col tempo imparai ad apprezzarlo, ma subiva eccessivamente l'influenza di Chrissie. In qualunque discussione, si era certi che sarebbe stato dalla parte di Chrissie, e se mai lei diceva qualcosa di minimamente comico, lui ridacchiava e scuoteva il capo, come se non potesse credere a quanto fosse divertente.

È vero, forse sono un po' troppo dura con quei due. Quando ne accennai a Tommy non molto tempo fa, lui mi disse che riteneva fossero due persone perbene. Vi racconto queste cose, tuttavia, solo per spiegarvi perché ero così scettica quando dissero di aver avvistato il possibile di Ruth. Come dicevo, il mio primo istinto fu di non crederci, e di immaginare che Chrissie avesse in mente qualcosa.

C'era un altro particolare che mi fece dubitare della veridicità della descrizione fatta da Chrissie e Rodney: l'immagine di una donna che lavora in un ufficio con una vetrata che dà sulla strada. Per me, a quel tempo, una simile visione sembrava avvicinarsi troppo a quello che sapevamo essere «il sogno di Ruth».

Immagino che fossimo soprattutto noi novellini a parlare dei nostri «sogni per il futuro» quell'inverno, sebbene lo facessero anche molti veterani. Qualcuno tra i più anziani – in particolare quelli che avevano già iniziato il loro programma di addestramento – sospiravano silenziosamente e uscivano dalla stanza quando si cominciava a parlare di questi argomenti, ma per molto tempo non ce ne accorgemmo neanche.

Non sono certa di cosa ci passasse per la testa in quei momenti.

Probabilmente sapevamo che non potevano essere discorsi seri, ma ancora una volta so che non li consideravamo semplici fantasie. Forse quando ci lasciammo Hailsham alle spalle, durante quel semestre o giù di lì, fu possibile – prima di tutte quelle chiacchiere sul diventare assistenti, prima delle lezioni di guida e di tutte le altre cose -, fu possibile dimenticare anche per lunghi periodi chi eravamo veramente; dimenticare ciò che ci avevano detto i tutori; dimenticare la violenta esternazione di Miss Lucy quel pomeriggio piovoso nel padiglione, così come tutte quelle teorie che avevamo elaborato nel corso degli anni. Naturalmente non poteva durare ma, come vi dicevo, per alcuni mesi in qualche modo riuscimmo a vivere in questo piacevole stato di sospensione, nel quale immaginare le nostre esistenze oltre i soliti confini. A ripensarci, ho la sensazione che passassimo un'infinità di tempo in quella cucina con le finestre appannate dal vapore, dopo la colazione, o accoccolati attorno al caminetto ormai quasi spento a fare le ore piccole, assorti in conversazioni sui nostri piani per il futuro.

Badate bene, nessuno di noi si spinse mai troppo oltre. Non ricordo che nessuno abbia mai affermato di volersi trasformare in una stella del cinema o qualcosa del genere. Di solito si parlava di fare il postino o di lavorare in una fattoria. Parecchi studenti volevano diventare conducenti di qualche tipo, e spesso, quando la conversazione prendeva questa piega, alcuni veterani cominciavano a paragonare fra loro alcuni percorsi particolarmente panoramici, bar preferiti, rotonde impegnative, cose così. Oggi, naturalmente, sarei in grado di tenere testa a tutti loro con facilità, ma allora, però, mi limitavo ad ascoltare senza dire nulla, saziandomi delle loro parole. Talvolta, se era tardi, chiudevo gli occhi e mi accovacciavo contro il bracciolo di un divano – o di un ragazzo, se capitava durante una di quelle brevi fasi in cui stavo ufficialmente «con» qualcuno – ed entravo e uscivo dal sonno, lasciando che immagini di strade percorressero la mia mente.

Ad ogni modo, per tornare a dove eravamo rimasti, quando avevano luogo questo genere di conversazioni, spesso era Ruth a spingersi più in là di chiunque altro – specialmente quando c'erano dei veterani nei paraggi.

Dall'inizio dell'inverno non faceva che parlare di uffici, ma fu dopo quella mattina in cui ci recammo nel villaggio che questa cosa cominciò a vivere di vita propria, quando divenne il suo «sogno per il futuro».

Faceva particolarmente freddo in quel periodo, e le nostre stufe a gas ci avevano dato dei problemi. Passavamo ore a cercare di accenderle, facendo girare più volte l'interruttore dell'accensione senza alcun risultato, e a mano a mano avevamo dovuto rinunciare a molte – e con loro, anche alle stanze che avrebbero dovuto riscaldare. Keffers si rifiutava di occuparsene, sostenendo che la responsabilità era nostra, ma alla fine, quando il gelo si era fatto insostenibile, ci aveva dato una busta con dentro del denaro e un appunto con il nome di qualche tipo di combustibile che dovevamo acquistare. Così Ruth e io ci offrimmo volontarie per andare al villaggio a prenderlo, ed ecco perché percorrevamo quel sentiero in quella freddissima mattina. Avevamo raggiunto un punto in cui le siepi crescevano alte su entrambi i lati, e il terreno era ricoperto di impronte di mucca congelate, quando Ruth all'improvviso si arrestò alcuni passi dietro di me.

Impiegai un istante a rendermene conto, così quando mi voltai vidi che si stava soffiando sulle dita e guardava in basso, totalmente assorbita da qualcosa che si trovava accanto ai suoi piedi. Pensavo si trattasse di una povera creaturina morta per il freddo, ma quando la raggiunsi scorsi una rivista – non una delle «riviste di Steve», ma uno di quei periodici patinati che vengono dati in omaggio con i quotidiani. La rivista si era aperta su una pubblicità a doppia pagina su carta lucida, e sebbene il giornale fosse fradicio e sporco di fango in un angolo, era ancora piuttosto ben visibile. Si vedeva uno splendido ufficio moderno open space, con tre o quattro persone che lavoravano e scherzavano insieme. Il posto aveva un aspetto sfavillante, così come le stesse persone. Ruth fissava quell'immagine e, quando si accorse che stavo accanto a lei, esclamò: – Quello sì che sarebbe un bel posto dove lavorare.

Poi ritornò in sé – forse si arrabbiò persino per averla sorpresa in quello stato – e affrettò il passo.

Alcune sere dopo, tuttavia, mentre molti di noi stavano seduti attorno al fuoco nella casa colonica, Ruth cominciò a raccontarci del tipo d'ufficio in cui avrebbe sognato di lavorare, e io lo riconobbi all'istante. Lo descrisse nei minimi dettagli – le piante, le attrezzature luccicanti, le sedie girevoli e le rotelle -, e la descrizione era talmente vivida che andò avanti per ore senza che nessuno osasse interromperla. La osservavo da vicino, ma non parve curarsi per un solo istante della possibilità che avrei potuto collegare le due cose – forse lei stessa aveva dimenticato da dove provenisse quell'immagine. A un certo punto aggiunse perfino che le persone del suo ufficio sarebbero state «dinamiche e intraprendenti», e io ricordai chiaramente che erano le stesse parole scritte a lettere cubitali all'inizio della pubblicità: «Sei un tipo dinamico e intraprendente?» – qualcosa del genere. Naturalmente non dissi nulla.

Infatti, ascoltandola, cominciai persino a domandarmi se fosse un sogno realizzabile: se un giorno tutti noi avremmo potuto lavorare in un posto simile a quello, e vivere insieme.

Chrissie e Rodney erano presenti quella sera, ovviamente, e pendevano dalle sue labbra. In seguito, per i giorni successivi, Chrissie non fece che incitare Ruth a continuare a parlarne. Passavo accanto a loro mentre stavano sedute nell'angolo di una stanza, e sentivo Chrissie che le domandava: «Sei sicura che non litighereste, se lavoraste tutti insieme in un posto come quello?», solo per indurla a proseguire.

Il fatto era che Chrissie – e questo valeva anche per molti veterani -, malgrado l'atteggiamento un po' tirannico che aveva assunto nei nostri confronti quando arrivammo ai Cottages, provava un certo timore nei nostri confronti, all'idea che venissimo da Hailsham. Mi ci volle del tempo prima di rendermene conto. Pensate a quella storia dell'ufficio di Ruth: Chrissie non avrebbe mai immaginato di poter lavorare in un qualunque ufficio, figuriamoci in uno come quello. Ma poiché Ruth era di Hailsham, in una maniera o nell'altra tale opportunità rientrava nei confini del possibile. Era ciò che pensava Chrissie, e immagino che Ruth si lasciò sfuggire delle frasi di tanto in tanto, per suggerire l'idea che naturalmente, in qualche modo misterioso, per noi studenti di Hailsham vigevano delle leggi diverse. Non la sentii mai veramente mentire con i veterani; più che altro non negava alcune cose, ne sottintendeva altre. C'erano occasioni in cui avrei potuto smascherarla.

Se tuttavia Ruth talvolta si sentiva imbarazzata, cogliendo il mio sguardo nel bel mezzo di un racconto o altro, sembrava confidare nel fatto che non l'avrei tradita. E infatti, non la tradii mai.

Fu con queste premesse che Chrissie e Rodney sostennero di aver visto il «possibile» di Ruth, e adesso capite perché nutrivo qualche diffidenza al riguardo. Non mi piaceva l'idea che Ruth andasse con loro nel Norfolk, anche se non avrei saputo spiegarlo con esattezza. E quando fu chiaro che aveva deciso, le dissi che l'avrei accompagnata. All'inizio non sembrò molto contenta, e qualcosa mi indusse a pensare che non avrebbe permesso neanche a Tommy di partire con lei. Alla fine, comunque, ci andammo tutti: Chrissie, Rodney, Ruth, Tommy e io.

Capitolo tredicesimo

 

Rodney, che aveva la patente, aveva organizzato di prendere in prestito un'auto da alcuni lavoranti della fattoria di Metchley, che si trovava a un paio di miglia di distanza. E così che faceva di solito, ma questa volta l'accordo saltò il giorno prima della partenza. Sebbene le cose si risolsero abbastanza facilmente – Rodney andò alla fattoria e si fece promettere un'altra auto -, l'aspetto interessante fu il modo in cui Ruth reagì, durante quelle poche ore in cui sembrò che il viaggio dovesse essere cancellato.

Fino a quel momento aveva fatto intendere che tutta la faccenda fosse quasi uno scherzo, che caso mai era per compiacere Chrissie. E aveva fatto un gran parlare di quanto non avessimo goduto fino in fondo della nostra libertà da quando avevamo lasciato Hailsham; di come, ad ogni modo, lei avesse sempre desiderato andare nel Norfolk per «ritrovare tutti i nostri oggetti dimenticati». In altre parole, aveva usato ogni mezzo possibile per farci capire che lei non prendeva molto sul serio questa storia del suo «possibile».

Il giorno prima della partenza, ricordo che dopo essere uscite per una passeggiata, Ruth e io eravamo rientrate nella cucina della casa colonica dove Fiona e alcuni altri veterani stavano preparando un enorme stufato. Fu la stessa Fiona, senza sollevare lo sguardo da ciò che stava facendo, a dirci del garzone che poco prima aveva portato quel messaggio. Ruth stava proprio di fronte a me e non riuscivo a vederla in faccia, ma si immobilizzò di colpo. Poi, senza dire una parola, si voltò dandomi uno spintone e uscì. In quel momento intravidi l'espressione sul suo volto, e capii quanto fosse turbata. Fiona cominciò a dire frasi come: «Oh, no, non potevo immaginare...» Io però reagii prontamente: – Non è triste per quello.

È per qualcosa che è successo prima -. Non era granché come scusa, ma era anche quanto di meglio riuscii a fare in quel momento.

Alla fine, come vi dicevo, il problema dell'auto si risolse, e la mattina seguente, di buon'ora, mentre era ancora buio pesto, noi cinque salimmo su una Rover ammaccata ma assolutamente decorosa. Chrissie si sedette davanti accanto a Rodney, e noi tre dietro. Era sembrata una cosa naturale, e ci sistemammo così senza neanche pensarci. Dopo appena qualche minuto, tuttavia, quando Rodney ci condusse fuori dai sentieri tortuosi per immettersi su una strada vera e propria, Ruth, che stava nel mezzo, si sporse in avanti, appoggiò entrambe le mani sui sedili anteriori, e prese a chiacchierare con i due veterani. Così facendo Tommy e io, che ci trovavamo ai lati, non potevamo sentire niente di quello che stavano dicendo, e poiché lei si trovava proprio in mezzo a noi, ci impediva di parlarci o persino di vederci. Talvolta, nelle rare occasioni in cui si appoggiava allo schienale, cercavo di cominciare una conversazione fra noi tre, ma Ruth sembrava non accorgersene, e di lì a poco si chinava nuovamente in avanti, la faccia infilata in mezzo ai due sedili anteriori.

Dopo circa un'ora, allo spuntare del giorno, ci fermammo per sgranchire le gambe e far fare pipì a Rodney. Ci eravamo accostati ai margini di un grande campo vuoto, così saltammo oltre la diga e trascorremmo alcuni minuti a strofinarci le mani e a osservare il fiato freddo che saliva nell'aria. A un certo punto notai che Ruth si era allontanata dal nostro gruppo e stava guardando l'alba, lo sguardo fisso sul campo. Mi avvicinai e suggerii di scambiarci di posto, dal momento che voleva parlare soltanto'con i veterani. Così avrebbe potuto continuare a conversare con Chrissie, e Tommy e io avremmo potuto chiacchierare un po' per far passare il tempo. Avevo appena finito di dire queste parole quando Ruth mi sussurrò:

 

- Perché devi fare la difficile? Soprattutto adesso! Non capisco. Perché vuoi creare problemi? – Poi mi diede uno strattone obbligandomi a girarmi, in modo che le nostre schiene fossero rivolte verso gli altri, così che non si accorgessero che avevamo cominciato a litigare. Fu questo gesto, molto più delle sue parole, che improvvisamente mi fece vedere le cose dal suo punto di vista; mi resi conto che Ruth si stava sforzando di presentare nel modo giusto a Chrissie e Rodney non soltanto se stessa, ma tutti noi; ed eccomi lì a minacciare i suoi piani e dare inizio a una scenata imbarazzante. Vidi tutto questo, così le accarezzai la spalla e tornai dagli altri. Quando risalimmo in macchina, mi assicurai che noi tre fossimo seduti esattamente come prima. Da quel momento in poi, però, Ruth rimase quasi sempre in silenzio, la schiena appoggiata al sedile, e anche quando Chrissie o Rodney ci urlavano qualcosa, rispondeva solo con laconici monosillabi.

L'atmosfera si risollevò notevolmente, tuttavia, una volta giunti nella nostra cittadina balneare. Arrivammo più o meno all'ora di pranzo e lasciammo la Rover in un parcheggio vicino a un minigolf pieno di bandiere sventolanti. Era una giornata piena di sole, l'aria era frizzante, e ricordo che durante quella prima ora eravamo talmente eccitati di trovarci in giro per quelle strade che quasi dimenticammo il motivo che ci aveva condotti lì. A un certo punto Rodney si lasciò sfuggire un paio di «uauh», agitando le braccia mentre faceva strada lungo una via che si inerpicava in maniera regolare oltre file di case e qualche negozio occasionale; e anche soltanto osservando l'enorme cielo sovrastante, si aveva la sensazione di avvicinarsi al mare.

In realtà, quando infine lo raggiungemmo, ci rendemmo conto di trovarci su una strada scavata all'estremità di una scogliera. Al principio sembrava un unico precipizio dritto fino al mare, ma quando ci si sporgeva oltre il parapetto si vedeva un sentiero a zig-zag che seguiva l'andamento della scogliera.

Eravamo affamati, così entrammo in un piccolo bar appollaiato sulla scogliera da dove si dipartiva uno dei sentieri. Le uniche due persone all'interno erano due donne paffute con indosso un grembiule che lavoravano lì. Fumavano sigarette sedute a uno dei tavolini, ma si alzarono all'istante e sparirono in cucina, così l'intero locale fu a nostra disposizione.

Scegliemmo il tavolo in fondo sulla destra – quello più vicino alla scogliera – e quando ci sedemmo, ci sembrò di stare virtualmente sospesi sopra il mare. Non avevo metri di paragone a quel tempo, ma adesso mi rendo conto che il caffè era minuscolo, e conteneva appena tre o quattro tavolini. Avevano lasciato una finestra aperta – probabilmente per impedire che il posto si riempisse di odore di fritto – così che di tanto in tanto una raffica di vento percorreva la stanza facendo svolazzare tutti i cartelli che pubblicizzavano i menu a prezzo speciale. Sopra il bancone c'era una lavagnetta appesa fatta con quadrettini colorati; in alto qualcuno aveva scritto la parola «look» con due occhi sbarrati disegnati dentro le «o». L'ho visto fare talmente tante volte che adesso non ci bado neanche più, ma quella per me era la prima volta. Contemplavo quella parola con occhi colmi d'ammirazione quando incrociai lo sguardo di Ruth, e mi accorsi che anche lei la stava osservando sbalordita, così scoppiammo a ridere. Fu quello un breve momento di intimità, in cui sentimmo di esserci lasciate alle spalle la brutta atmosfera che si era creata tra noi in macchina. Scoprimmo ben presto, tuttavia, che fu anche l'unico di cui godemmo per il resto della giornata.

Da quando eravamo giunti in città, non avevamo fatto il minimo cenno al «possibile», e io immaginai che, dopo esserci comodamente seduti, avremmo finalmente discusso l'argomento approfonditamente. Quando cominciammo ad addentare i panini, tuttavia, Rodney iniziò a parlare del suo vecchio amico Martin, che aveva lasciato i Cottages l'anno prima e adesso viveva da qualche parte in quella cittadina. Chrissie colse al volo l'occasione e in men che non si dica i due veterani presero a raccontare aneddoti su tutte le cose divertenti che aveva fatto Martin.

Non riuscivamo veramente a seguire i loro discorsi, ma Chrissie e Rodney si divertivano moltissimo. Continuavano a scambiarsi occhiate e a ridere, e sebbene fingessero che tutto questo avvenisse per nostro uso e consumo, era chiaro che stavano ricordando per se stessi. Quando ci ripenso, mi viene in mente che il fatto che ai Cottages vigesse quasi il divieto di nominare le persone che se n'erano andate, in qualche modo doveva avergli impedito di parlarne persino tra loro, e che soltanto dopo essersi allontanati dai Cottages sentissero di potersi abbandonare a questo genere di conversazioni.

Ogni volta che ridevano, ridevo anch'io solo per educazione. Tommy sembrava capire di cosa stessero parlando anche meno di me, e si lasciava andare a qualche risatina esitante che risuonava sempre un po' in ritardo. Ruth invece non la smetteva di ridere, e annuiva senza posa a qualunque cosa venisse detta su Martin, proprio come se anche lei stesse ricordando. Poi all'improvviso, quando Chrissie fece un riferimento decisamente oscuro – disse qualcosa come: «Oh, si, quella volta che ha spento il fuoco dai jeans!» -, Ruth esplose in una risata fragorosa e fece un cenno verso di noi, quasi a voler suggerire a Chrissie: «Avanti, spiegaglielo, così possono divertirsi anche loro».

Decisi di lasciar perdere, ma quando Chrissie e Rodney cominciarono a discutere dell'opportunità di andare a fare un salto nell'appartamento di Martin, io dissi infine, forse un po' freddamente: – Cosa fa di preciso? Perché ha un appartamento?

 

Ci fu un istante di silenzio, poi Ruth si lasciò sfuggire un sospiro esasperato. Chrissie si chinò sul tavolo verso di me e disse lentamente, come se si stesse rivolgendo a un bambino: – È un assistente. Cos'altro pensi che ci faccia qui? E un assistente in piena regola adesso.

Si udì un rumore di seggiole spostate e io dissi: – E esattamente ciò che intendo dire. Non possiamo andare a fargli visita.

Chrissie sospirò. – D'accordo. Non dovremmo fare visita agli assistenti.

A rigor di termini. Certamente non ci incoraggiano a farlo.

Rodney ridacchiò e disse: – Certamente non ci incoraggiano a farlo. Che cosa cattiva, molto cattiva da parte nostra andarli a trovare.

- Molto cattiva, – disse Chrissie, accompagnando queste parole con un suono di disapprovazione.

Poi Ruth si uni alla conversazione e disse: – Kathy detesta essere cattiva. Così è meglio non andare da lui.

Tommy guardava Ruth, senza capire da che parte stava, e neanch'io lo sapevo. Mi venne in mente che lei non voleva che la spedizione venisse sviata, e con riluttanza stava prendendo le mie difese, così le sorrisi, ma lei non ebbe nessuna reazione. Poi Tommy chiese all'improvviso: – Dov'è che avevate visto il possibile di Ruth, Rodney? – Oh... – Rodney non sembrava minimamente interessato al possibile di Ruth adesso che eravamo in città, e vidi l'ansia attraversare il volto di Ruth. Infine Rodney disse: – Era a un angolo di High Street, da qualche parte in fondo alla strada. Naturalmente potrebbe essere il suo giorno libero -. Poi, visto che nessuno parlava, aggiunse: – Le persone si prendono dei giorni liberi, sapete. Non lavorano sempre.

Per una frazione di secondo, quando pronunciò queste parole, fui attraversata dalla paura che avessimo mal giudicato l'intera faccenda; per quanto ne sapevamo, i veterani spesso accennavano ai possibili usandoli come pretesto per fare delle gite, e non ci si doveva aspettare nient'altro. Ruth doveva aver pensato la stessa cosa perché adesso aveva un'aria decisamente preoccupata, ma alla fine si lasciò sfuggire una risatina, come se Rodney avesse fatto una battuta.

Poi Chrissie aggiunse, in tono diverso: – Sai, Ruth, magari tra qualche anno verremo a trovare te. Che lavori in un bell'ufficio. Credo che nessuno potrebbe impedirci di venirti a trovare.

- Va bene, – disse Ruth frettolosamente. – Tutti voi potete venire a trovarmi.

- Immagino – disse Rodney – che non ci siano leggi che regolano gli orari di visita per chi lavora in un ufficio -. Improvvisamente diede in una risata. – Non possiamo saperlo. Non ci è mai successo prima.

- Non ci sarà nessun problema, – disse Ruth. – Vi permetteranno di farlo. Tutti voi potrete venire a trovarmi. Eccetto Tommy, si intende.

Tommy era sbalordito. – Perché io no? – Perché tu starai già con me, sciocco, – esclamò Ruth. – Ti tengo con me.

Scoppiammo tutti a ridere; Tommy, ancora una volta, arrivò un po' dopo gli altri.

- Ho sentito parlare di quella ragazza nel Galles, – disse Chrissie. – Era a Hailsham, forse qualche anno prima di voi.

A quanto pare lavora in un negozio d'abbigliamento. Un negozio molto elegante.

Ci furono mormorii di approvazione, e per un po' fissammo le nuvole con aria sognante.

- Ecco cos'è Hailsham per voi, – disse Rodney infine, scuotendo il capo come se fosse stupito.

- E poi c'era quella persona, – Chrissie si era voltata verso Ruth. – Quel ragazzo di cui ci parlavi l'altro giorno. Quello che aveva due anni più di voi e che adesso fa il custode in un parcheggio.

Ruth annuiva pensierosa. Mi venne in mente che avrei dovuto lanciare a Tommy un'occhiata di avvertimento, ma quando mi voltai verso di lui aveva già cominciato a parlare.

- Chi era? – chiese perplesso.

- Sai benissimo di chi si tratta, – dissi frettolosamente. Era troppo rischioso dargli un calcio, o fare una vocetta ammiccante: Chrissie se ne sarebbe accorta immediatamente. Così parlai senza mezzi termini, con un po' di stanchezza nella voce, come se non ne potessimo più di Tommy, che si dimenticava tutto. Ma questo ebbe un'unica conseguenza, che Tommy continuò a non capire.

- Qualcuno che conoscevamo?

 

- Tommy, non parliamone più, – dissi. – Devi farti revisionare il cervello.

Alla fine sembrò che fosse scattato un clic, e Tommy si zittì.

Chrissie disse: – So bene quanto sono fortunata, a vivere ai Cottages.

Ma voi di Hailsham, voi sì che siete davvero fortunati. Sapete... – Abbassò la voce e si sporse nuovamente in avanti. -C'è una cosa di cui desideravo parlarvi. Solo che ai Cottages è impossibile. C'è sempre qualcuno che ascolta.

Guardò tutti coloro che erano seduti attorno al tavolo, poi fissò il suo sguardo su Ruth. Rodney all'improvviso si irrigidì e anche lui si chinò in avanti. Qualcosa mi disse che stavamo finalmente per scoprire quello che, per Chrissie e Rodney, era il vero motivo di questa spedizione.

- Quando Rodney e io ci trovavamo nel Galles, – esordì. – Nello stesso periodo in cui sentimmo parlare di quella ragazza del negozio. Abbiamo anche sentito qualcos'altro, qualcosa che ha a che fare con gli studenti di Hailsham. Dicevano che alcuni studenti degli anni passati, in determinate circostanze, erano riusciti a ottenere un rinvio. È possibile, se sei uno studente di Hailsham. Si può chiedere che le donazioni vengano posticipate di tre, anche di quattro anni. Non è facile, ma talvolta te lo permettono. Se si riesce a convincerli. Se si hanno tutte le qualifiche.

Chrissie si interruppe e ci guardò a uno a uno, forse per ottenere un effetto teatrale, forse per verificare le nostre reazioni. Tommy e io probabilmente avevamo un'aria sconcertata, ma Ruth aveva assunto una di quelle sue tipiche espressioni indecifrabili.

- Sostenevano – continuò Chrissie – che se c'erano un ragazzo e una ragazza che erano innamorati, veramente innamorati, e in grado di dimostrarlo, allora le persone che si occupano di Hailsham potevano risolvere la cosa. La risolvevano in modo da concedere loro alcuni anni insieme prima di iniziare le donazioni.

C'era una strana atmosfera intorno al tavolo, una sorta di trepida eccitazione.

- Quando eravamo nel Galles, – proseguì Chrissie, – sono stati gli studenti della White Mansion a raccontarcelo. Avevano sentito parlare di una coppia di Hailsham: al ragazzo mancavano soltanto poche settimane prima di diventare assistente. Andarono a fare visita a qualcuno e tutto fu posticipato di tre anni. Gli fu permesso di andare a vivere insieme, su nella White Mansion, per tre anni interi, non dovettero fare il praticantato o niente del genere. Tre anni solo per loro, perché riuscirono a dimostrare che erano davvero innamorati.

Fu a quel punto che notai Ruth annuire con grande autorevolezza. Anche Chrissie e Rodney se ne accorsero, e per alcuni istanti la osservarono come ipnotizzati. Io ebbi una specie di visione di Chrissie e Rodney, ai Cottages, nei mesi che precedettero questo momento, a scandagliare l'argomento e sollecitare la discussione tra loro. Li vidi mentre ne parlavano, quasi esitanti all'inizio, stringendosi nelle spalle, accantonandolo per poi affrontarlo ancora, mai davvero capaci di lasciarlo cadere del tutto. Li vedevo abbandonarsi piacevolmente all'idea di parlarne con noi, li vedevo definire nei minimi dettagli come avrebbero fatto, che cosa avrebbero detto esattamente. Guardai di nuovo Chrissie e Rodney di fronte a me che fissavano Ruth, e cercai di interpretare le espressioni sui loro volti.

Chrissie appariva insieme spaventata e speranzosa. Rodney sembrava sulle spine, come se non si fidasse di se stesso, come se pensasse di non riuscire a trattenere qualche parola sconsiderata che non avrebbe dovuto pronunciare.

Non era la prima volta che sentivo nominare i rinvii. Nelle ultime settimane ai Cottages, gli accenni in proposito erano stati via via più ricorrenti. Erano sempre i veterani che ne parlavano tra loro, e quando qualcuno di noi si avvicinava, sembravano a disagio e si zittivano. Io però avevo udito abbastanza per cogliere il nocciolo della questione; e sapevo che aveva a che fare, specificatamente, con gli studenti di Hailsham. Tuttavia fu solo allora, in quel caffè affacciato sul mare, che mi resi conto fino in fondo quanto quest'idea fosse diventata importante per alcuni veterani.

- Immagino – proseguì Chrissie con la voce leggermente tremula – che tutti voi ne siate a conoscenza. Le regole, quel genere di cose.

Lei e Rodney ci fissarono a turno, poi i loro sguardi si fermarono su Ruth.

Ruth sospirò e disse: – Be', si, ci hanno raccontato qualcosa, naturalmente. Ma – e fece spallucce – non sappiamo molto. Non ne abbiamo mai parlato nei dettagli. Forza, sarebbe ora di andare adesso.

- A chi bisogna rivolgersi? – chiese Rodney all'improvviso. – A chi vi hanno detto di rivolgervi nel caso voleste, diciamo, fare domanda?

 

Ruth si strinse di nuovo nelle spalle. – Ve l'ho detto. Non ne abbiamo discusso molto -. Quasi per istinto guardò me e Tommy in cerca d'aiuto, e quello probabilmente fu uno sbaglio, perché Tommy disse: – A dire il vero, non so di cosa stiate parlando. Che regole sono queste?

 

Ruth lo fulminò con lo sguardo, e io aggiunsi in fretta: – Massì, Tommy.

Tutti quei discorsi che si facevano a Hailsham.

Tommy scosse il capo. – Non mi ricordo, – disse con voce piatta. Mi resi conto – e con me anche Ruth – che questa volta non si trattava di riflessi lenti. – Non ricordo niente del genere a Hailsham.

Ruth distolse lo sguardo. – Dovete capire – proseguì rivolta a Chrissie – che anche se Tommy viveva a Hailsham, non è propriamente uno studente di Hailsham. Era sempre tenuto in disparte, e tutti lo prendevano in giro. Quindi è inutile chiedere a lui una cosa come questa. Avanti, adesso voglio andare a cercare quella persona che ha visto Rodney.

Negli occhi di Tommy era apparsa un'espressione che mi aveva fatto mancare il fiato. Una di quelle che non gli vedevo da tempo, e che apparteneva al Tommy che aveva costretto i compagni a barricarsi in classe mentre rovesciava i banchi a calci. Poi quello sguardo svanì: sollevò la testa verso il cielo ed emise un respiro profondo.

I veterani non si erano accorti di nulla perché Ruth, nello stesso istante, si era alzata in piedi e stava armeggiando col cappotto. Poi seguì un attimo di confusione mentre tutti ci alzavamo all'unisono spostando le sedie. Ero io ad avere la responsabilità dei soldi quel giorno, così andai a pagare. Gli altri uscirono in fila dietro di me, e mentre aspettavo il resto, li osservai attraverso uno dei finestroni velati trascinarsi fuori alla luce del sole, muti, lo sguardo fisso sul mare.

 

Capitolo quattordicesimo

 

Quando uscii, fu chiaro che l'eccitazione dell'arrivo era completamente svanita. Camminavamo silenziosi, Rodney in testa, attraverso viuzze secondarie che lasciavano filtrare a malapena un po' di sole, e i marciapiedi erano talmente stretti da costringerci a procedere in fila indiana. Fu un sollievo sbucare su High Street, dove il baccano circostante rendeva il nostro umore malsano meno evidente. Mentre eravamo fermi al semaforo, in attesa di raggiungere il lato più soleggiato, vidi Rodney e Chrissie che confabulavano, e mi domandai quanto la brutta atmosfera che si era creata tra noi non dipendesse dal sospetto che gli stessimo nascondendo qualcosa, oppure avesse semplicemente a che fare con la sfuriata di Ruth.

Dopo aver attraversato High Street, Chrissie annunciò che lei e Rodney avevano intenzione di andare ad acquistare delle cartoline d'auguri.

Ruth era stupefatta, ma Chrissie si limitò ad aggiungere: – Ci piace comprarne in grande quantità. Alla fin fine si risparmia. E non rimaniamo mai senza, quando qualcuno compie gli anni -, Indicò l'entrata di un grande magazzino Woolworth's. – Là si possono comprare dei bellissimi biglietti d'auguri a un prezzo più che ragionevole.

Rodney annuiva, e in quel momento mi sembrò di intravedere una punta di derisione in fondo al suo sorriso. – Naturalmente, – disse, – si finisce sempre per uscire con un mucchio di bigliettini tutti uguali, ma sopra ci puoi mettere quello che vuoi. Capite no, cosa intendo dire, si può personalizzarli.

Entrambi i veterani stavano li fermi, in piedi al centro del marciapiede, circondati da passeggini che li superavano da entrambi i lati, in attesa che li sfidassimo. Ero certa che Ruth fosse furiosa, ma senza l'aiuto di Rodney non potevamo fare molto.

Così entrammo da Woolworth's, e io mi sentii subito molto più allegra.

Anche adesso, adoro i posti come quello: grandi negozi con un mucchio di corsie che fanno sfoggio di giocattoli di plastica, biglietti d'auguri, prodotti di bellezza, a profusione, magari anche una di quelle macchinette per le fototessere. Quando sono in città e ho un po' di tempo a disposizione, scelgo un posto così, dove vagabondare a mio piacimento senza comprare assolutamente nulla, e ai commessi non dà nessun fastidio.

Ad ogni modo, entrammo per poi separarci quasi subito, per andare a curiosare tra le varie corsie. Rodney era rimasto vicino all'entrata, accanto a un grosso espositore di cartoline d'auguri; un po' più all'interno scorsi Tommy, sotto il grosso poster di un gruppo pop, che rovistava tra le cassette nel reparto dischi. Dopo circa dieci minuti, mentre mi trovavo più o meno in fondo al grande magazzino, credetti di udire la voce di Ruth e mi incamminai in quella direzione. Stavo già percorrendo la corsia – colma di animali di peluche e grandi scatole di puzzle – quando vidi Ruth e Chrissie all'altra estremità, immerse in una sorta di conversazione privata. Non sapevo cosa fare: non volevo interromperle, ma era ora di uscire e non avevo intenzione di voltarmi e andarmene. Mi fermai nel punto dove mi trovavo fingendo di interessarmi a un puzzle, in attesa che si accorgessero di me.

Fu allora che mi resi conto che erano tornate a parlare di quella chiacchiera su Hailsham. A bassa voce, Chrissie stava dicendo qualcosa come: – Con tutto il tempo che hai passato lì, mi stupisce che tu non abbia riflettuto veramente sul da farsi. A chi rivolgerti, insomma tutto quanto.

- Tu non capisci, – diceva Ruth. – Se avessi vissuto a Hailsham, allora sì che ti renderesti conto per davvero. Per noi era una cosa abbastanza normale. È come se sapessimo che, nel caso avessimo voluto approfondire l'argomento, non dovevamo fare altro che informare quelli di Hailsham...

Ruth si accorse della mia presenza e smise immediatamente di parlare.

Quando risistemai il puzzle sullo scaffale e mi voltai verso di loro, entrambe mi osservarono con sguardo irato. Allo stesso tempo, fu come se le avessi colte di sorpresa a fare qualcosa che non avrebbero dovuto, e si separarono all'istante quasi senza rendersene conto.

- E ora di andare, – dissi fingendo di non aver udito nulla. Ruth però non si fece ingannare. Mentre mi passavano accanto, mi lanciò uno sguardo assassino.

Così quando, Rodney in testa, ripartimmo in cerca dell'ufficio dove aveva avvistato il possibile di Ruth il mese precedente, l'atmosfera era ancora più tesa di prima. Il tutto era peggiorato dal fatto che Rodney continuava a sbagliare strada. Per almeno quattro volte ci fece svoltare con sicurezza su una via laterale di High Street e osservare a uno a uno uffici e negozi senza successo, per poi tornare sui nostri passi e ricominciare. Rodney ben presto assunse un atteggiamento difensivo e sembrò sul punto di gettare la spugna. Poi, finalmente, lo trovammo.

Avevamo imboccato l'ennesima strada e ci stavamo dirigendo verso High Street, quando Rodney si fermò all'improvviso. Poi, senza dire una parola, indicò un ufficio sull'altro lato della strada.

Eccolo, non ci si poteva sbagliare. Non assomigliava in tutto e per tutto a quello visto nell'annuncio pubblicitario della rivista che avevamo trovato per terra quel giorno, ma non era neppure tanto diverso.

C'era una grossa vetrata a livello della strada, così che chiunque si trovasse a passare di li poteva dare una sbirciatina dentro: uno stanzone open space con forse una dozzina di scrivanie sistemate in modo da formare una L irregolare. C'erano delle palme in vaso, luccicanti macchine da scrivere e lampade da tavolo regolabili. Alcuni impiegati andavano da una scrivania all'altra oppure erano appoggiati su un tramezzo divisorio a chiacchierare e scherzare con i colleghi, mentre altri avevano accostato le sedie girevoli e stavano sorseggiando un caffè e mangiando un panino.

- Guarda, – disse Tommy. – Sono in pausa pranzo, ma non escono. Non posso dargli torto.

Continuavamo a fissarli, e avevamo l'impressione di osservare un mondo affascinante, intimo e accogliente, un universo a sé. Gettai una rapida occhiata a Ruth e mi accorsi che i suoi occhi si spostavano ansiosamente da un viso all'altro.

- Allora, Rod, – esortò Chrissie. – Qual è il possibile? Pronunciò queste parole con una punta di sarcasmo, con la certezza quasi che tutta la faccenda non fosse altro che un grosso errore. Rodney però disse lentamente, con un brivido di eccitazione: – Là. In quell'angolo laggiù. Con il completo blu. Lei, quella che sta parlando con la donna robusta dai capelli rossi.

Non era una sensazione così immediata, ma più la osservavamo, più ci sembrava che avesse ragione. La donna poteva avere più o meno cinquant'anni, e li portava piuttosto bene. I capelli erano più scuri di quelli di Ruth – sebbene potessero essere tinti – e li aveva raccolti in una semplice coda di cavallo, come spesso faceva Ruth. Stava ridendo a proposito di qualcosa che aveva detto la sua amica col vestito rosso, e il suo viso, soprattutto mentre terminava la risata scuotendo il capo, mostrava più di un tratto che la ricordava.

Non riuscivamo a smettere di guardarla, senza dire una parola. Infine ci rendemmo conto che, in un altro lato della stanza, una coppia di donne si era accorta della nostra presenza. Una sollevò la mano e fece esitante un cenno di saluto. Questo gesto spezzò l'incanto e ci costrinse a fuggire ridacchiando, e insieme anche un po' spaventati.

Ci fermammo una seconda volta un po' più avanti, ed eccitati com'eravamo ci mettemmo a parlare tutti insieme contemporaneamente. A eccezione di Ruth, a dire il vero, che rimase in silenzio. Era difficile leggere l'espressione del suo volto: di certo non era delusa, ma neppure entusiasta. Aveva un mezzo sorriso, simile a quello che una madre potrebbe avere in una famiglia normale, mentre i figli saltano e urlano tutt'intorno pregandola di dire di sì a qualcosa, qualunque essa sia, e lei se ne sta lì a soppesare se è il caso. Così eccoci lì, prontissimi a esprimere le nostre opinioni, e io ero felice di poter affermare in tutta onestà, così come gli altri, che la donna che avevamo visto era senza dubbio quella giusta.

Il punto era che ci sentivamo tutti sollevati: quasi senza rendercene conto, ci eravamo preparati a ricevere una delusione. Adesso però potevamo fare rientro ai Cottages, Ruth avrebbe potuto trarre un po' di incoraggiamento da quello che aveva visto, e noi da parte nostra avremmo potuto infonderle coraggio. La vita d'ufficio che la donna pareva condurre era quanto di più simile si potesse sperare a quella che Ruth aveva descritto per sé. Nonostante ciò che era successo tra noi quel giorno, nel profondo nessuno desiderava che Ruth tornasse a casa triste, e in quel momento pensammo di avercela fatta. E così sarebbe stato, ne sono certa, se tutto fosse finito lì.

Poi però Ruth disse: – Andiamo a sederci laggiù, su quel muretto. Solo per qualche minuto. Dopo che si saranno dimenticati di noi, potremo dare un'altra occhiata.

Acconsentimmo, ma mentre ci dirigevamo verso il muretto basso che circondava il parcheggio indicato da Ruth, Chrissie disse, forse con un po' troppo ardore:

 

- Anche se non la vediamo mai più, comunque siamo tutti d'accordo che è un possibile. E l'ufficio non è niente male. Niente male davvero.

- Aspettiamo un po', – disse Ruth. – Poi torniamo là. Non mi sedetti sul muretto perché era umido e friabile, e perché pensavo che da un momento all'altro potesse arrivare qualcuno a rimproverarci. Ruth al contrario si sistemò con le ginocchia penzolanti da entrambi i lati, come se fosse in sella a un cavallo. Serbo ancora oggi, estremamente vivida dentro di me, l'immagine di quei dieci, forse quindici minuti in cui rimanemmo in attesa. Nessuno parla più del possibile. Fingiamo invece di essere lì per ammazzare un po' il tempo, di trovarci forse in un angolo particolarmente panoramico in occasione di una gita spensierata. Rodney sta facendo un balletto, tanto per dimostrare che bella atmosfera ci sia tra noi. Si arrampica sul muro basso, si tiene in equilibrio e poi si lascia cadere giù deliberatamente. Tommy prende in giro alcuni passanti, e anche se le sue battute non sono molto divertenti, ridiamo lo stesso. Solo Ruth, nel mezzo, a cavalluccio sul muro, è silenziosa. Continua ad avere un mezzo sorriso sulle labbra, ma si muove appena. Una brezza leggera le scompiglia i capelli, e l'abbagliante sole d'inverno la costringe a increspare gli occhi socchiudendo forte le palpebre, così non si è certi se stia sorridendo oppure, semplicemente, stia facendo delle smorfie nella luce. Sono queste le immagini che conservo dentro di me, mentre attendevamo nel parcheggio. Immagino che aspettassimo che Ruth decidesse quando fosse arrivato il momento giusto per andare. Ebbene, questo momento non giunse mai, a causa di ciò che avvenne in seguito.

Tommy, che stava facendo lo stupido con Rodney sul muretto, all'improvviso saltò giù e divenne silenzioso. Poi disse: – È lei. È la stessa.

Ognuno di noi interruppe ciò che stava facendo, e ci mettemmo a fissare la figura che sopraggiungeva dalla direzione dell'ufficio. Adesso indossava un soprabito beige, e lottava per chiudere la valigetta mentre camminava. Era la chiusura a crearle dei problemi, così continuava a rallentare per poi riprendere il passo. Continuammo a osservarla quasi in uno stato di trance, mentre ci superava dall'altro lato della strada.

Poi, mentre svoltava su High Street, Ruth balzò su e disse: – Andiamo a vedere dove va.

Uscimmo dal nostro stato di catalessi e la seguimmo. Chrissie a un certo punto dovette raccomandarci di rallentare, se non volevamo essere presi per una banda di scippatori. Le andammo dietro lungo High Street mantenendo una distanza ragionevole, ridacchiando, schivando le persone, separandoci per poi fare di nuovo gruppo. Dovevano essere più o meno le due, e il marciapiede brulicava di passanti. Talvolta la perdevamo quasi di vista ma non cedevamo, indugiando di fronte alle vetrine quando entrava in un negozio, facendoci scudo con passeggini e anziani quando usciva.

Poi la donna, lasciata High Street, si inoltrò nel dedalo di viuzze che correvano nei pressi del lungomare. Chrissie temeva che, lontano dalla folla, si sarebbe accorta di noi, ma Ruth tirò dritto e noi la seguimmo.

Alla fine sbucammo in un'angusta stradina laterale dove ogni tanto si scorgeva un negozio, ma dove sorgevano soprattutto case. Fummo di nuovo costretti a proseguire in fila indiana, e quando un furgoncino sopraggiunse dalla direzione opposta, dovemmo stringerci contro il muro per permettergli di passare. Ben presto in giro per strada non ci fummo che noi e la donna, e se si fosse voltata, non avrebbe potuto non notarci.

Lei però proseguiva spedita, più o meno una dozzina di passi avanti a noi, poi oltrepassò una porta – ed entrò nei «Portway Studios».

Sono tornata ai Portway Studios più volte da allora. Cambiò proprietario alcuni anni fa e adesso vende ogni genere di terraglie da dipingere: vasellame, piatti, animali d'argilla. A quel tempo c'erano soltanto due grandi stanzoni bianchi con dei quadri appesi alle pareti – sistemati in maniera mirabile, e ben distanziati l'uno dall'altro. L'insegna in legno sopra la porta, però, è sempre la stessa. Benché Rodney ci fece notare che la nostra presenza avrebbe potuto generare qualche sospetto, in quella stradina silenziosa, decidemmo comunque di entrare. Una volta all'interno, potevamo perlomeno fingere di guardare i quadri.

Vedemmo la donna che avevamo seguito intenta a conversare con un'altra donna dai capelli color argento, che sembrava essere la responsabile.

Stavano sedute l'una di fronte all'altra a un tavolino vicino alla porta, e a parte loro la galleria era vuota. Nessuna delle due badò a noi mentre gli sfilavamo accanto, ci separavamo e cercavamo di fingerci affascinati dai dipinti.

A dire il vero, per quanto la mia mente fosse occupata dal pensiero del possibile di Ruth, cominciai a godermi la vista dei quadri e la pace assoluta di quel luogo. Mi sembrava di essere lontana mille miglia da High Street. I muri e i soffitti erano di un colore verde menta, e qui e là si vedeva un brandello di rete da pescatori, o il rottame arrugginito di una barca appeso in alto appena sotto la cornice decorativa. Anche i quadri – perlopiù dipinti a olio di un blu profondo e di varie tonalità di verde – avevano per tema il mare. Forse fu la stanchezza che ci assalì all'improvviso – dopotutto eravamo in piedi dall'alba – ma non fui l'unica a perdersi in un sogno a occhi aperti. Ci eravamo diretti verso angoli diversi, e osservavamo i quadri uno dopo l'altro, lasciandoci sfuggire di tanto in tanto un'osservazione appena sussurrata: «Venite a vedere questo!» Per tutto il tempo, sentimmo il possibile di Ruth e la donna dai capelli d'argento che continuavano a parlare. Non a voce alta, ma in un luogo come quello le loro parole sembravano riempire l'intero spazio. Stavano discutendo di un uomo che entrambe conoscevano, che non aveva la minima idea di come si dovessero trattare i figli. Mentre le ascoltavamo, gettando un'occhiata furtiva nella loro direzione, a poco a poco qualcosa cominciò a cambiare. Certamente per me, ma mi accorsi che stava succedendo la stessa cosa anche agli altri. Se ci fossimo limitati a guardare la donna attraverso la vetrata del suo ufficio, se anche l'avessimo seguita per tutta la città per poi perderne le tracce, avremmo potuto fare ritorno ai Cottages eccitati e trionfanti. Adesso però, in quella galleria, la donna era troppo vicina, molto più vicina di quanto avessimo davvero desiderato. E più la ascoltavamo e la osservavamo, meno ci sembrava simile a Ruth. Era una percezione crescente e quasi tangibile, e io sentivo che Ruth, sebbene fosse assorta nella contemplazione di un quadro all'altro lato della stanza, non ne era immune. Ecco perché, probabilmente, continuavamo ad andare di qua e di là; non facevamo che ritardare il momento in cui ci saremmo ritrovati tutti insieme a parlarne.

Poi, all'improvviso, la donna se ne andò e noi rimanemmo lì, evitando di guardarci negli occhi. A nessuno passò per la mente di seguire la donna, e mentre i secondi scorrevano inesorabili, fu come se, senza parlare, vedessimo la situazione dalla stessa diversa angolatura.

Infine la donna dai capelli d'argento si alzò dalla scrivania e disse rivolta a Tommy, che era il più vicino a lei: – Quel quadro è particolarmente bello. È uno dei miei preferiti.

Tommy si voltò verso di lei e si lasciò sfuggire una risata. Poi, mentre mi affrettavo per andare in suo aiuto, la donna chiese: – Siete studenti di storia dell'arte?

 

- Non esattamente, – risposi, prima che Tommy potesse aprire bocca. – Siamo, come dire, degli appassionati.

La donna dai capelli d'argento si illuminò, poi cominciò a dirci quanto l'artista che stavamo ammirando fosse legato a lei, e ci raccontò tutto della sua carriera fino a quel momento. Questo ebbe l'effetto, perlomeno, di interrompere lo stato di trance in cui eravamo piombati, e ci raccogliemmo intorno a lei per ascoltare, come avremmo potuto fare a Hailsham quando un tutore cominciava a parlare. La signora dai capelli d'argento reagì entusiasticamente, e mentre noi continuavamo ad annuire e a dare in esclamazioni, lei ci raccontò dei luoghi in cui i dipinti erano stati concepiti, le ore del giorno preferite dall'artista, di come alcuni fossero stati fatti senza bisogno di uno schizzo. Poi ci fu una sorta di naturale conclusione alle sue parole, noi tutti ci lasciammo andare a un sospiro d'ammirazione, la ringraziammo e uscimmo.

La strada era talmente stretta che per un lungo tratto non potemmo neppure chiacchierare, e immagino che fu un sollievo per tutti. Mentre ci allontanavamo dalla galleria in fila indiana, vidi Rodney, che ci precedeva, allargare le braccia in modo teatrale, quasi fosse al settimo cielo, così come aveva fatto appena arrivati in città. Non era convincente, tuttavia, e quando sbucammo in una via più ampia, ci fermammo.

Ancora una volta ci trovavamo accanto all'estremità di una scogliera. E come prima, se ci si sporgeva oltre il parapetto, si vedevano i sentieri zigzagare fino al litorale, solo che questa volta, lungo la passeggiata del lungomare, si vedevano file di bancarelle.

Rimanemmo immobili per alcuni istanti a guardare, il vento che ci sferzava. Rodney continuava a fare qualche tentativo per rimanere allegro, come se avesse deciso che niente avrebbe potuto rovinare quella bella giornata. Stava indicando qualcosa a Chrissie in direzione del mare, lontano, verso l'orizzonte. Chrissie però distolse lo sguardo e disse: – Allora siamo tutti d'accordo, no? Quella non è Ruth -. Fece un sorrisino e appoggiò una mano sulla spalla di Ruth. – Mi dispiace.

Dispiace a tutti. Ma non possiamo dare la colpa a Rodney. Lui ci ha provato. Avrebbe anche potuto essere. Dovete ammetterlo, quando l'abbiamo vista dalla vetrata, sembrava proprio... – Le parole le morirono sulle labbra, poi sfiorò di nuovo Ruth sulla spalla.

Ruth non disse nulla, ma mosse appena le spalle, quasi per scrollarsi di dosso quel tocco. Teneva gli occhi socchiusi e guardava lontano, il cielo più che l'acqua. Capivo che era triste, ma qualcuno che non la conosceva bene avrebbe potuto pensare che fosse semplicemente sovrappensiero.

- Mi dispiace, Ruth, – disse Rodney, dandole anche lui una piccola pacca sulla spalla. Il sorriso sul suo volto, tuttavia, dimostrava che non si aspettava neanche lontanamente che qualcuno potesse attribuire a lui la colpa di qualcosa. Era il modo in cui ci si scusa quando si cerca di fare un favore a qualcuno, ma qualcosa va storto.

Guardando Chrissie e Rodney in quel momento, ricordo di aver pensato che sì, in fondo non erano poi così male. Erano gentili a modo loro e stavano cercando di tirarla su di morale. Allo stesso tempo, però, ricordo di aver provato – anche se erano gli unici a parlare, io e Tommy eravamo rimasti in silenzio – una sorta di risentimento nei loro confronti a nome di Ruth. Poiché per quanto si dimostrassero comprensivi, sentivo che in cuor loro erano sollevati. Erano sollevati all'idea che le cose fossero andate così; di essere nella posizione di confortare Ruth, invece che essere lasciati indietro proprio mentre tutte le speranze di Ruth stavano subendo un'accelerazione insperata.

Erano sollevati di non doversi confrontare, adesso più che mai, con la consapevolezza che esisteva tutta una serie di opportunità aperte per noi studenti di Hailsham, che a loro erano precluse. Ricordo di aver pensato quanto fossero davvero diversi, Chrissie e Rodney, da noi tre.

Poi Tommy disse: – Non capisco che differenza faccia. Ci stavamo solo divertendo un po'.

- Forse tu, Tommy, – disse Ruth freddamente, lo sguardo sempre dritto davanti a lei. – Non la penseresti così, se si trattasse del tuo possibile.

- Non credo proprio, – ribatté Tommy. – Non capisco cosa cambi. Anche se avessi trovato il tuo possibile, il prototipo su cui sei stata modellata. Anche in questo caso, non vedo che differenza potrebbe fare.

- Grazie per il tuo fondamentale contributo, Tommy, – disse ancora Ruth.

- Credo che Tommy abbia ragione, – intervenni io. – E sciocco pensare che tu possa condurre lo stesso genere di vita del tuo modello. Sono d'accordo con Tommy. E solo per divertirci un po'. Non dovremmo prendere la cosa così seriamente.

Anch'io allungai una mano verso di lei e le sfiorai la spalla.

Volevo che sentisse il contrasto con il gesto di Chrissie e Rodney, e deliberatamente scelsi lo stesso punto. Mi aspettavo una reazione da parte sua, un segnale di qualche tipo per farmi capire che accettava la comprensione mia e di Tommy, a differenza di ciò che era avvenuto con i veterani. Ma non ricevetti nulla, neppure l'alzata di spalle di cui aveva degnato Chrissie.

Da qualche parte dietro di me sentivo Rodney che camminava avanti e indietro e faceva dei rumori, per farci capire che stava congelando con quel vento gelido. – Che ne dite di fare un salto da Martin? – disse. – Il suo appartamento è proprio laggiù, dietro quelle case.

Ruth improvvisamente emise un sospiro e si voltò verso di noi. – A dire il vero, – esclamò, – ho sempre saputo che era una cosa stupida.

- Già, – disse Tommy premuroso. – Solo per divertirci un po'.

Ruth gli rivolse uno sguardo pieno d'irritazione. – Tommy, per favore chiudi quella bocca e smettila di ripetere «per divertirci un po'». Non ti dà retta nessuno -. Poi, girandosi verso Chrissie e Rodney, proseguì: – Non volevo dirvelo la prima volta che me ne avete parlato. Statemi bene a sentire, questa cosa non aveva nessun fondamento. Non usano mai, e dico mai, persone come quella donna. Pensateci. Perché una come lei dovrebbe farlo? Lo sappiamo tutti, perché allora non dirci la verità.

Non siamo modellati su quel genere di... – Ruth, – intervenni con fermezza. – Ruth, no. Ma lei proseguì: – Lo sappiamo tutti. I nostri modelli sono i rifiuti del genere umano. Reietti, prostitute, alcolizzati, vagabondi. Carcerati, forse, basta che non siano psicopatici. E da lì che veniamo. Lo sanno tutti, allora perché non dircelo? Una donna come quella? Andiamo, su. Si, hai ragione, Tommy.

Tanto per divertirci un po'. E allora divertiamoci un po' a fare finta di essere qualcun altro. L'altra donna, la sua amica, la vecchia della galleria. Studenti di storia dell'arte, pensava che fossimo. Credete forse che ci avrebbe rivolto la parola se avesse saputo che cosa siamo veramente? Cosa immaginate che avrebbe detto se le avessimo chiesto: «Mi scusi, pensa che la sua amica sia stata usata come modello per un clone?» Ci avrebbe sbattuti fuori. Lo sappiamo, e allora tanto vale ammetterlo. Se volete andare alla scoperta di possibili, allora bisogna farlo bene, e andare a cercare nelle fogne. Dentro i bidoni della spazzatura. Date un'occhiata in fondo ai cessi, capirete da dove veniamo.

- Ruth, – la voce di Rodney era ferma e aveva qualcosa di minaccioso. – Dimentichiamoci dell'intera faccenda e andiamo a trovare Martin. Oggi pomeriggio non lavora. Ti piacerà, è un tipo davvero divertente.

Chrissie circondò Ruth con un braccio. – Dai, Ruth. Facciamo quello che suggerisce Rodney. Ruth si alzò in piedi e Rodney si avviò.

- Voi andate, – dissi tranquillamente. – Io non vengo. Ruth si voltò e mi scrutò intensamente. – E adesso? Adesso chi è quella che se la prende?

 

- Non sono arrabbiata. Ma qualche volta dici un sacco di scemenze.

- Oh, ma guardate un po' chi si è offesa. Povera Kathy. A lei non piace che si dicano le cose come stanno.

- Questo non c'entra. Non voglio andare a trovare un assistente. Non dovremmo farlo e non lo conosco neanche questo ragazzo.

Ruth fece spallucce e si scambiò un'occhiata con Chrissie. – E va bene, – disse, – non siamo obbligati ad andare sempre in giro tutti insieme.

Se la signorina qui non vuole venire con noi, non è obbligata. Può stare per conto suo -. Poi si chinò verso Chrissie e le sussurrò a bassa voce, ma non abbastanza perché gli altri non sentissero: – E così che bisogna fare quando Kathy ha la luna di traverso. Lasciarla da sola e poi le passa.

- Incontriamoci alla macchina alle quattro, – mi disse Rodney. – Se no dovrai fare l'autostop -. Poi scoppiò a ridere. – Dai, Kathy, non fare il broncio. Vieni con noi.

- No, andate voi. Non me la sento.

Rodney si strinse nelle spalle e si avviò. Ruth e Chrissie lo seguirono, ma Tommy non si mosse. Solo quando Ruth lo fissò lui disse:

 

- Rimango con Kath. Se ci separiamo, allora rimango con Kath. v Ruth gli rivolse uno sguardo infuriato, poi si voltò e si allontanò.

Chrissie e Rodney guardarono Tommy imbarazzati, poi si incamminarono.

 

 

Capitolo quindicesimo

 

Tommy e io ci appoggiammo alla ringhiera e guardammo il panorama finché gli altri non sparirono dalla vista.

- Sono solo chiacchiere, – disse infine. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse: – Sono cose che si dicono quando si ha bisogno di autocommiserarsi. Ma non sono altro che chiacchiere. I tutori non ci hanno mai raccontato niente del genere.

Presi a camminare nella direzione opposta agli altri, e lasciai che Tommy si mettesse al passo con me.

- Non vale la pena prendersela, – proseguì Tommy. – In questo periodo Ruth non fa che comportarsi così. E soltanto un modo per calmarsi un po'. E comunque, come le abbiamo detto, anche se fosse vero, se anche ci fosse una sola briciola di verità, non vedo che differenza possa fare. I nostri modelli, ciò che erano, non ha niente a che vedere con noi, Kath.

Non vale la pena prendersela.

- Va bene, – e così dicendo diedi intenzionalmente un colpetto con la spalla contro la sua. – Va bene, d'accordo. Va bene.

Avevo l'impressione che ci stessimo dirigendo verso il centro, anche se non ne ero certa. Stavo cercando di pensare a un modo per cambiare argomento quando Tommy mi precedette:

 

- Sai quando eravamo da Woolworth's prima? Mentre tu stavi con gli altri? Io stavo cercando di trovare qualcosa. Qualcosa per te.

- Un regalo? – Lo guardai sorpresa. – Non sono sicura che Ruth approverebbe. A meno che tu non ne abbia preso uno più grande per lei.

- Una specie di regalo, diciamo. Ma non sono riuscito a trovarlo. Non avevo intenzione di dirtelo, però insomma, adesso ho un'altra occasione.

Solo che dovresti aiutarmi. Non sono molto bravo a fare acquisti.

- Tommy, cosa stai dicendo? Mi vuoi fare un regalo ma vuoi che ti aiuti a sceglierlo...

- No, lo so cos'è. E soltanto che... – Rise e si strinse nelle spalle. – Massì, tanto vale dirtelo. In quel negozio c'era uno scaffale pieno di dischi e cassette. Così ti ho cercato quella che avevi perso. Ti ricordi, Kath? Peccato che non mi ricordassi più il titolo.

- La mia cassetta? Non pensavo che lo sapessi, Tommy.

- Oh, si. Ruth obbligava la gente a cercarla e diceva che tu eri veramente triste per averla persa. Così ho tentato di trovarla. Non te l'ho mai detto, ma ho fatto davvero del mio meglio. Immaginavo ci fossero posti dove io avrei potuto cercare e tu no. Nella camerata dei ragazzi, posti del genere. Ricordo di averci provato per non so quanto tempo, ma non sono riuscito a trovarla.

Lo guardai e sentii che il cattivo umore stava svanendo.

- Non lo sapevo, Tommy. È stato molto bello da parte tua.

- Già, ma non è servito a molto. Io volevo trovarla a tutti i costi. E quando alla fine ho capito che non sarebbe mai saltata fuori, mi sono detto, un giorno andrò nel Norfolk e la troverò per lei.

- L'angolo degli oggetti dimenticati dell'Inghilterra, – dissi, e mi guardai intorno. – E adesso eccoci qui!

 

Anche Tommy diede un'occhiata in giro, poi ci fermammo. Ci trovavamo in un'altra viuzza laterale, anche se non angusta come quella di prima. Per un istante volgemmo lo sguardo intorno con atteggiamento teatrale, infine scoppiammo a ridere.

- Quindi non era un'idea così scema, – disse Tommy.

- Quel negozio di prima, Woolworth's, aveva tutte quelle cassette, così ho pensato che doveva esserci anche la tua. Ma credo di no.

- Come sarebbe a dire, credi di no? Oh, Tommy, vuol dire che non hai cercatocene!

 

- Sì, invece, Kath. È solo che, be', è davvero imbarazzante ma non mi ricordavo il titolo. A Hailsham non facevo altro che andare a rovistare nei bauletti e tutto il resto, e adesso non me lo ricordo più.

Era una certa Julie Bridges o qualcosa del genere...

- Judy Bridgewater. Songs After Dark.

Tommy scosse il capo con fare solenne. – Ne sono certo, non avevano niente del genere.

Scoppiai a ridere e gli diedi un pugno sul braccio. Lui fece uno sguardo smarrito, così gli spiegai: – Tommy, non troverai mai niente del genere da Woolworth's. Tengono solo le novità. Judy Bridgewater, è una cosa vecchissima. E saltata fuori durante uno dei nostri Grandi Incanti. Non può stare da Woolworth's, idiota che non sei altro!

 

- Sì, ma come ti ho detto, io non so nulla di queste cose. Però c'erano così tante cassette...

- Ne hanno alcune, Tommy. Non ha nessuna importanza. È stata un'idea carina. Sono davvero commossa. E stata un'idea fantastica. Questo è il Norfolk, dopotutto.

Riprendemmo a camminare e Tommy disse un po' esitante: – Be', ecco perché dovevo dirtelo. Volevo farti una sorpresa, ma non so come fare.

Non so dove cercare, anche se adesso ho il titolo del disco. Adesso che te l'ho detto, mi puoi aiutare tu. Possiamo cercarlo insieme.

- Tommy, ma cosa stai dicendo? – Cercai di assumere un tono burbero, ma non riuscii a trattenermi dal ridere.

- Abbiamo più di un'ora tutta per noi. È una vera occasione.

- Tommy, sei un idiota. Ci credi sul serio, non è vero? Tutta questa storia degli oggetti dimenticati.

- Non è che ci devo credere per forza. Ma potremmo semplicemente dare un'occhiata, mentre siamo qui. Voglio dire, ti piacerebbe ritrovarla, no? Che cosa abbiamo da perdere?

 

- D'accordo. Sei un idiota totale, ma va bene.

Spalancò le braccia disarmato. – Allora, Kath, dove ci dirigiamo? Come ti ho detto, non sono bravo ad andare in giro a fare compere.

- Dobbiamo cercare nei negozi di seconda mano, – dissi dopo aver riflettuto un istante. – Quei posti con un mucchio di vecchi vestiti, vecchi libri. Ogni tanto ci sono degli scatoloni pieni di dischi e cassette.

- Va bene. Ma dove si trovano questi negozi?

 

Quando ripenso a quel momento, in piedi accanto a Tommy in quella stradina, in attesa di iniziare la nostra ricerca, mi sento pervadere da un'ondata di calore. Improvvisamente ogni cosa era perfetta: un'ora a nostra disposizione che ci attendeva, e non ci sarebbe stato modo migliore per trascorrerla. Dovevo fare del mio meglio per non mettermi a ridacchiare stupidamente, o saltellare su e giù dal marciapiede come una bambina. Non molto tempo fa, mentre assistevo Tommy e gli ricordavo la nostra gita nel Norfolk, mi confidò che anche per lui era stata la stessa cosa. Il momento in cui decidemmo di andare a cercare la mia cassetta perduta: fu come se d'un tratto le nubi si fossero dileguate, e al loro posto non ci fossero altro che risa e divertimento.

All'inizio continuavamo a entrare nei luoghi sbagliati: librerie che vendevano volumi di seconda mano, o negozi straripanti di vecchie aspirapolveri, ma di musica neanche l'ombra. Dopo un po' Tommy concluse che io non ero molto più affidabile di lui, e che quindi sarebbe stato lui a scegliere dove andare. E a dire il vero, e per pura fortuna, scopri subito una strada con quattro negozi del genere che stavamo cercando, praticamente uno dietro l'altro. Le vetrine erano colme di vestiti, borsette, annuari per bambini, e una volta entrati si veniva accolti da un profumo stantio e dolciastro. C'erano pile di tascabili sgualciti, scatole polverose rigurgitanti di cartoline o ninnoli. Un negozio era specializzato in articoli hippie, mentre un altro offriva medaglie di guerra e fotografie di soldati nel deserto. Tutti, però, conservavano da qualche parte in un angolo uno o due scatoloni con LP e cassette. Andammo a rovistare in questi negozi, e in tutta onestà, dopo appena pochi minuti, mi sembra di ricordare che Judy Bridgewater non fosse più al centro dei nostri pensieri. Stavamo li, semplicemente, felici di godere di queste cose, tutte insieme; ci separavamo per poi ritrovarci di nuovo fianco a fianco, magari a disputarci la stessa scatola di cianfrusaglie, in un angolo polveroso illuminato da un raggio di sole.

Poi naturalmente la trovai. Stavo scorrendo in tutta fretta una fila di cassette, sovrappensiero, quando all'improvviso eccola, sotto le mie dita, identica a quella che avevo anni prima: Judy, la sua sigaretta, lo sguardo un po' coquette rivolto al barman, le palme sfocate in lontananza.

Non urlai di gioia, così come avevo fatto quando mi ero imbattuta in altri oggetti che avevano suscitato in me un po' di eccitazione. Rimasi immobile, lo sguardo fisso sulla custodia di plastica, incerta se essere felice oppure no. Per un istante, ebbi persino la sensazione che fosse un errore. Il nastro era stata la scusa perfetta per quei momenti di felicità, e adesso che era saltata fuori, avremmo dovuto fermarci. Forse fu quella la ragione per cui, con mia stessa sorpresa, all'inizio restai in silenzio; perché pensai di fingere di non averla vista. Adesso che stava li, proprio davanti a me, sembrava esserci qualcosa di lievemente imbarazzante in quella cassetta, come se ormai fossi troppo grande per lei. Arrivai al punto di continuare a scorrere varie cassette e lasciare che un'altra la seppellisse. Ma il dorso della cassetta non smetteva di fissarmi, e alla fine richiamai l'attenzione di Tommy.

- E davvero quella? – Sembrava autenticamente scettico, forse perché non stavo dando in escandescenze. La presi e la trattenni con entrambe le mani. Poi, all'improvviso, provai un piacere immenso – e anche qualcos'altro, qualcosa di più complicato che minacciava di farmi scoppiare in lacrime. Però trattenni l'emozione e mi limitai a dare uno strattone al braccio di Tommy.

- Sì, è lei, – dissi, e per la prima volta sorrisi al colmo dell'eccitazione. – Ci credi? L'abbiamo trovata per davvero.

- Pensi che possa essere la stessa? Voglio dire, esattamente quella.

Quella che hai perso?

 

Mentre la rigiravo fra le dita, mi riscoprii a ricordare tutti i dettagli grafici sul retro, i titoli dei brani, ogni cosa.

- Per quel che ne so io, potrebbe anche essere, – dissi. – Ma devo avvertirti, Tommy, potrebbero essercene migliaia in circolazione.

Poi toccò a me notare che Tommy non appariva trionfante quanto avrebbe dovuto.

- Tommy, non sembri molto felice per me, – dissi, anche se con un tono deliberatamente canzonatorio.

- Certo che sono felice per te, Kath. È solo che, be', avrei voluto trovarla io -. Poi accennò un sorriso e disse: – Quella volta, quando l'hai persa, nella mia testa ho ripensato un mucchio di volte a come sarebbe stato, se l'avessi trovata e te l'avessi portata. Cosa avresti detto, la tua faccia, tutto quanto.

La sua voce era più dolce del solito, e teneva lo sguardo fisso sulla custodia di plastica che avevo in mano. D'un tratto mi resi conto che eravamo le uniche due persone nel negozio, fatta eccezione per il vecchio dietro il bancone all'entrata, che era assorto nel suo lavoro d'ufficio. Ci trovavamo proprio nel retrobottega, su una piattaforma rialzata in una zona più buia e appaltata, come se il vecchio non avesse voluto prendersi cura delle cose che si trovavano li, e mentalmente le avesse cancellate. Per alcuni lunghi istanti Tommy sembrò immerso in uno stato di catalessi, e per quanto ne so stava ripensando a una di quelle sue vecchie fantasie, su come avrebbe fatto a restituirmi la cassetta perduta. Poi, all'improvviso, me la strappò di mano.

- Be', perlomeno posso comprartela io, – disse sogghignando, e prima che riuscissi a bloccarlo, era sceso e si dirigeva verso l'entrata.

Proseguii a curiosare nel retrobottega mentre il vecchio dava un'occhiata in giro per cercare il nastro corrispondente alla cassetta.

Continuavo a sentire una dolorosa stretta al cuore per averla scovata così in fretta, e fu soltanto dopo, quando rientrammo ai Cottages e io mi ritrovai sola nella mia stanza, che apprezzai fino in fondo quanto fosse importante per me avere di nuovo la cassetta – e quella canzone.

Anche allora provai soprattutto un moto di nostalgia, e adesso, se mi capita di prendere in mano quel nastro e guardarlo, ripenso a ogni istante di quel pomeriggio nel Norfolk, e ai giorni trascorsi a Hailsham.

Usciti dal negozio, non vedevo l'ora di rivivere quell'atmosfera spensierata e un po' sciocca di poco prima. Quando però iniziai a fare qualche battuta, mi accorsi che Tommy era immerso nei suoi pensieri, e non ebbe alcuna reazione.

Ci incamminammo su per un sentiero alquanto scosceso, e scorgemmo – forse un centinaio di metri avanti a noi – una specie di belvedere all'estremità della scogliera, dove si trovavano alcune panchine affacciate sul mare. Per una qualunque famiglia normale, quello sarebbe stato un luogo ideale per fermarsi e fare un picnic d'estate. A dispetto del vento gelido, ci ritrovammo a dirigerci esattamente verso quel punto, ma quando eravamo ancora abbastanza distanti Tommy rallentò il passo e mi disse:

 

- Chrissie e Rodney sono ossessionati da quest'idea. Sai, quella di poter posticipare le donazioni se si è davvero innamorati. Sono convinti che noi siamo al corrente di tutto, ma nessuno ha mai accennato a niente del genere a Hailsham. Perlomeno io non ne ho mai sentito parlare. E tu, Kath? No, è soltanto una voce che ha fatto il giro dei veterani negli ultimi tempi. E persone come Ruth l'hanno alimentata.

Lo osservai attentamente, ma era difficile capire se aveva pronunciato queste parole con affetto un po' malizioso, oppure con una sorta di disgusto. Mi accorsi tuttavia che aveva qualcos'altro in mente, nulla a che vedere con Ruth, così non aprii bocca e rimasi in attesa. Alla fine si fermò del tutto e cominciò a dare qualche colpetto col piede a un bicchiere di carta ammaccato che aveva trovato per terra.

- A dire il vero, Kath, ho riflettuto un po'. Sono sicuro che abbiamo ragione noi: nessuno ci ha mai detto niente del genere quando eravamo a Hailsham. C'erano tantissimi aspetti, però, che sembravano non avere senso allora. Ci ho pensato su: se questa voce è vera, allora si spiegherebbero molte cose. Cose che ci lasciavano perplessi.

- Che intendi dire? Che genere di cose?

 

- La Galleria, per esempio -. Tommy aveva abbassato la voce e io mi ero avvicinata, proprio come se stessimo ancora a Hailsham, a chiacchierare mentre eravamo in coda per la cena, o vicino al laghetto. – Non abbiamo mai veramente scoperto a cosa servisse la Galleria. Perché Madame portasse via i nostri lavori migliori. Adesso però penso di saperlo.

Kath, ti ricordi quella volta che si discuteva dei buoni? Se fosse lecito prenderli oppure no, in cambio di quello che portava via Madame? E che Roy J. andò a parlarne con Miss Emily? Be', c'è qualcosa che Miss Emily disse in quella circostanza, qualcosa che si lasciò sfuggire, e che mi ha fatto riflettere.

Due donne con i cani al guinzaglio ci passarono accanto, e sebbene fosse una cosa assolutamente stupida, rimanemmo in silenzio finché non si furono allontanate su per il pendio e fuori portata d'orecchio. Poi dissi:

 

- Quale cosa, Tommy? Cos'è che si lasciò sfuggire Miss Emily?

 

- Quando Roy le chiese perché Madame portasse via i nostri lavori.

Ricordi cosa ci saremmo aspettati che dicesse?

 

- Ricordo che ripeteva sempre che era un privilegio, e che avremmo dovuto essere orgogliosi...

- Già, ma non fu così -. La voce di Tommy ormai era quasi un sussurro. – Quello che disse a Roy, che si lasciò sfuggire, e che probabilmente non intendeva lasciarsi sfuggire, ti ricordi, Kath? Lei disse a Roy che cose come la pittura, la poesia e tutto il resto, disse che rivelavano ciò che eravamo dentro di noi. Disse che rivelavano la nostra anima.

Quando pronunciò queste parole, d'un tratto mi tornò in mente un disegno del suo intestino che aveva fatto Laura una volta, e mi venne da ridere.

Qualcosa, però, stava riaffiorando alla memoria.

- Hai ragione, – dissi. – Adesso mi ricordo. E quindi cosa vuoi dimostrare?

 

- Questo è ciò che penso, – proseguì Tommy lentamente. – Immagina che sia vero, quello che dicono i veterani. Immagina che esista davvero un accordo particolare per gli studenti di Hailsham. Immagina che due persone affermino di essere veramente innamorate, e che desiderino dell'altro tempo per stare insieme. Quindi, Kath, ci deve essere un modo per giudicare se dicono la verità. Che non fingano di essere innamorati soltanto per posticipare le loro donazioni. Capisci com'è difficile decidere? E se una coppia credesse davvero di amarsi, ma fosse solo una storia di sesso. O un'infatuazione. Capisci cosa voglio dire, Kath? Sarà tremendamente difficile giudicare, e con ogni probabilità è impossibile non sbagliare mai. Ma il punto è, chiunque decida, Madame o qualcun altro, hanno bisogno di qualcosa su cui basare i loro giudizi.

Annuii lentamente. – Allora ecco perché portavano via i nostri lavori...

- Potrebbe essere. Madame da qualche parte possiede una galleria piena di cose che appartengono agli studenti da quando sono piccolissimi.

Immagina che due persone saltino fuori a dire che sono innamorate. Lei può ritrovare i lavori fatti nel corso degli anni. Può rendersi conto se vanno bene insieme. Se hanno qualcosa in comune. Non dimenticartelo, Kath, ciò che lei possiede rivela le nostre anime. Potrebbe essere lei a decidere se è una coppia che funziona o se si tratta soltanto di una stupida cotta.

Ripresi a camminare piano piano, lo sguardo quasi assente. Tommy si mise al mio fianco tenendo il passo, in attesa di una risposta.

- Non sono sicura, – dissi infine. – Ciò che dici potrebbe certamente spiegare Miss Emily, quello che disse a Roy. E immagino che spieghi anche perché i tutori abbiano sempre pensato che fosse così importante per noi, essere capaci a dipingere e tutto il resto.

- Esattamente. Ed ecco perché... – Tommy emise un sospiro e proseguì non senza qualche sforzo. – Ecco perché Miss Lucy dovette ammettere che aveva fatto male, a dirmi che non aveva importanza. L'aveva detto perché era dispiaciuta per me. Ma dentro di lei sapeva che aveva importanza invece. Essere uno di Hailsham significava poter godere di questa speciale opportunità. E se i tuoi lavori non venivano scelti per la galleria di Madame, questo equivaleva a gettare via la tua occasione.

Fu dopo aver pronunciato queste parole che mi resi conto improvvisamente, con un brivido, cosa stava cercando di dimostrare. Mi fermai e mi voltai verso di lui, ma prima ancora di riuscire ad aprire bocca, Tommy si lasciò sfuggire una risata.

- Se ho ragione, be', allora sembra proprio che io abbia sprecato la mia occasione.

- Tommy, niente di tuo è mai stato scelto per la Galleria? Forse quando eri più piccolo?

 

Stava già scuotendo il capo. – Sai bene che disastro fossi. Poi ci fu quella storia con Miss Lucy. Lo so che le sue intenzioni erano buone. Era dispiaciuta per me e voleva aiutarmi. Sono sicuro che è così. Ma se la mia teoria è giusta, allora...

- E soltanto una teoria, Tommy, – dissi. – Conosciamo fin troppo bene le tue teorie.

Avrei voluto offrirgli un po' di conforto, ma non riuscii a trovare il tono giusto, e doveva essere evidente che continuavo a pensare a quello che aveva appena detto. – Forse hanno molti altri modi per giudicare, – dissi dopo un istante. – Forse quello era soltanto uno dei tanti.

Tommy scosse di nuovo il capo. – E quali per esempio? Madame non ci ha mai conosciuti. Non si ricordava di noi come individui. Inoltre, è possibile che Madame non sia l'unica a decidere. Ci sono probabilmente persone che sono più in alto di lei nella scala gerarchica, persone che non hanno mai messo piede a Hailsham. Ci ho riflettuto molto, Kath.

Tutto torna. Ecco perché la Galleria era così importante, e perché i tutori volevano che ci applicassimo con tanto impegno nell'arte e nella poesia. Kath, a cosa stai pensando?

 

Infatti mi ero distratta un po'. A dire il vero, stavo pensando a quel pomeriggio in cui mi trovavo da sola nella camerata, e ascoltavo la cassetta che avevo appena trovato; a me che danzavo stringendo al petto un cuscino, a come Madame mi aveva fissata dalla soglia, con le lacrime agli occhi. Persino questo episodio, per il quale non avevo mai trovato una spiegazione convincente, sembrava adattarsi alla teoria di Tommy.

Nella mia testa, mi ero immaginata di abbracciare un bambino, ma naturalmente era impossibile che Madame lo sapesse. Doveva aver pensato che stringessi il mio amato tra le braccia. Se la teoria di Tommy era giusta, se Madame era legata a noi all'unico scopo di posticipare le nostre donazioni quando, in seguito, ci fossimo innamorati, allora tutto questo aveva un senso – poiché, malgrado la sua usuale freddezza nei nostri confronti, doveva essersi davvero commossa quando le era capitato di imbattersi in quella scena. Questi furono i pensieri che mi attraversarono la mente in quell'istante, ed ero sul punto di rivelare ogni cosa a Tommy. Tuttavia mi trattenni, perché non volevo avvalorare la sua teoria.

- Stavo semplicemente ripensando a quello che hai detto, – spiegai. – E ora di tornare. Potremmo metterci un po' a trovare il parcheggio.

Tornammo sui nostri passi lungo la discesa, ma sapevamo di avere ancora tempo e non affrettammo il passo.

- Tommy, – gli chiesi dopo aver camminato per un po'.

- Ne hai accennato a Ruth?

 

Scosse il capo e proseguì. Alla fine disse: – II fatto è che Ruth crede a tutto, a tutto ciò che dicono i veterani. D'accordo, le piace fingere di sapere più di quello che sa veramente. Ma ci crede sul serio. E prima o poi vorrà andare fino in fondo.

- Vuoi dire che...

- Già. Vorrà fare domanda. Ma non ci ha ancora riflettuto bene. Non come abbiamo fatto noi.

- Non le hai mai parlato di questa tua teoria? Scosse di nuovo il capo, ma non disse nulla.

- Se gliene parli, – aggiunsi. – E ci crede... Be', diventerà furiosa.

Tommy sembrava pensieroso, ma continuava a rimanere in silenzio. Riprese a parlare soltanto quando raggiungemmo di nuovo le strette viuzze in fondo alla discesa, e allora la sua voce era divenuta improvvisamente timorosa.

- A dire il vero, Kath, – ammise, – qualcosa ho fatto. Così, nel caso servisse. Non ne ho parlato con nessuno, neanche con Ruth. È soltanto un inizio.

Fu così che venni a sapere per la prima volta dei suoi animali immaginari. Quando cominciò a descrivere ciò che aveva fatto – non vidi nulla se non qualche settimana più tardi

 

- non mi fu facile dimostrare entusiasmo. Infatti, devo ammetterlo, mi ricordavo di quel primo disegno dell'elefante nell'erba che aveva dato inizio a tutti i problemi di Tommy a Hailsham. L'ispirazione, mi spiegò, gli era venuta da un vecchio libro per bambini a cui mancava il retro di copertina, e che aveva scovato dietro a uno dei divani ai Cottages.

Allora aveva persuaso Keffers a dargli uno dei piccoli notes neri su cui scarabocchiava i conti e, da quel momento in poi, Tommy aveva portato a termine almeno una dozzina di quelle sue creature fantastiche. |

 

- Il punto è che sono piccolissimi. Minuscoli. Non ci ho mai pensato quando ero a Hailsham. Forse è proprio lì che ho sbagliato.

Se uno li fa piccoli piccoli, e si è obbligati perché le pagine sono solo grandi così, allora cambia tutto. E come se prendessero vita da soli. Allora bisogna disegnare anche i minimi dettagli. Bisogna pensare a come possono proteggersi e a come si procurano il cibo. Davvero, Kath, non ha nulla a che vedere con quello che facevo a Hailsham.

Cominciò a descrivere i suoi preferiti, ma non riuscivo veramente a concentrarmi; e più lui si entusiasmava raccontandomi dei suoi animali, più mi sentivo a disagio. «Tommy, – avrei voluto dirgli, – diventerai di nuovo lo zimbello di tutti. Animali immaginari? Ma cos'è che ti passa per la testa?» Però mi trattenni. Mi limitai a guardarlo attentamente e continuai a ripetere: – Sembra fantastico, Tommy.

Poi a un certo punto aggiunse: – Come ti dicevo, Kath, Ruth non sa niente degli animali -. Quando pronunciò queste parole, sembrò ricordare tutto il resto, il vero motivo che ci aveva indotti a parlare di questo argomento, e l'energia svanì dal suo viso. Poi riprendemmo a camminare in silenzio e mentre svoltavamo in High Street, dissi: – Anche se ci fosse qualcosa di vero nella tua teoria, Tommy, c'è ancora molto da scoprire. Per esempio, come si deve comportare una coppia che vuole fare domanda? Cosa ci si aspetta da loro? Non vedo molti formulari da riempire in giro.

- Me lo sono chiesto anch'io -. La sua voce era di nuovo calma e solenne. – Per come la vedo io, c'è un'unica cosa da fare. Trovare Madame.

Ci pensai su e poi dissi: – Potrebbe anche non essere così facile. Non sappiamo niente di lei. Non conosciamo neppure il suo nome. Ti ricordi che aspetto aveva? Non voleva neanche che ci avvicinassimo. Anche se la rintracciassimo, non credo che ci sarebbe di grande aiuto.

Tommy sospirò. – Lo so, – disse. – Be', probabilmente abbiamo un po' di tempo a disposizione. Nessuno di noi ha così tanta fretta.

Quando raggiungemmo il parcheggio, il pomeriggio si era rannuvolato e cominciava a fare piuttosto freddo. Gli altri non erano ancora arrivati, così Tommy e io ci appoggiammo alla nostra auto e guardammo verso il minigolf. Era deserto, e le bandiere ondeggiavano al vento. Non avevo più voglia di parlare di Madame, della Galleria e di tutto il resto, così estrassi dal sacchetto la cassetta di Judy Bridgewater e la osservai a lungo.

- Grazie per avermela comprata, – dissi.

Tommy sorrise. – Se mi fossi diretto allo scatolone delle cassette e tu verso quello degli LP, l'avrei trovata io per primo. È stata una sfortuna, per il povero vecchio Tommy.

- Non ha nessuna importanza. L'abbiamo trovata solo perché tu hai voluto cercarla. Avevo scordato ogni cosa su quella storia dell'angolo degli oggetti dimenticati. Visto come si era comportata Ruth, ero di pessimo umore. Judy Bridgewater. La mia vecchia amica. È come se fosse sempre stata con me. Mi domando chi possa averla rubata allora.

Ci voltammo per un istante verso la strada, cercando gli altri con lo sguardo.

- Sai, – continuò Tommy. – Quando Ruth prima ha detto quelle cose, ho visto come ci sei rimasta male...

- Lascia perdere, Tommy. È passata. E non ho intenzione di affrontare di nuovo l'argomento quando torna.

- No, non volevo dire questo -. Sollevò il peso dall'auto, si voltò e premette un piede contro la ruota anteriore, come se volesse controllare se era abbastanza gonfia. – Quello che intendevo dire, quello che ho capito, quando Ruth se n'è uscita con tutte quelle cose, insomma ho capito perché continuavi a sfogliare le riviste pornografiche.

D'accordo, non proprio capito. E soltanto una teoria. Un'altra delle mie teorie. Ma quando Ruth ha detto quello che ha detto prima, mi è scattato qualcosa nella testa.

Sapevo che mi stava osservando, ma continuavo a tenere gli occhi fissi davanti a me e non rispondevo.

- Però c'è ancora qualcosa che non capisco bene, Kath, – disse infine. – Anche se quello che dice Ruth fosse vero, e io non penso che lo sia, perché cerchi il tuo possibile nelle vecchie riviste pornografiche? Perché il tuo modello dovrebbe essere una di quelle ragazze?

 

Mi strinsi nelle spalle, sempre continuando a non guardarlo. – Non pretendo che abbia senso. Lo faccio e basta -.

Avevo gli occhi pieni di lacrime e cercai di nasconderle a Tommy. La mia voce però tremò un poco mentre dicevo: – Se ti dà così tanto fastidio, non lo faccio più.

Non so se Tommy vide le mie lacrime. Comunque, avevo già ripreso il controllo quando lui si avvicinò e mi strinse le spalle con un braccio.

Era già successo altre volte, non era niente di nuovo o di speciale.

Tuttavia in qualche modo mi fece sentire meglio e accennai una risata.

Allora mi lasciò andare ma ci sfioravamo quasi, stavamo l'uno accanto all'altra, le schiene appoggiate all'auto.

- Va bene, non ha alcun senso, – dissi. – Ma lo facciamo tutti, non è così? Tutti ci facciamo delle domande sui nostri modelli. In fondo, è il motivo per cui siamo venuti qui oggi. Lo facciamo tutti.

- Kath, lo sai, no, che non ne ho mai parlato con nessuno. Di quella volta nel capanno. Né con Ruth, né con nessun altro. Però non riesco a capire. Non capisco di cosa si tratti.

- Va bene, Tommy. Ti racconterò tutto. Forse dopo non sarà molto più chiaro, ma te lo dico lo stesso. E solo che qualche volta, di tanto in tanto, provo delle sensazioni molto intense quando voglio fare sesso.

Talvolta è come se mi assalissero, e per un'ora o due provo quasi paura.

Per quanto ne so, potrei finire per farlo col vecchio Keffers, figurati un po'. Ecco perché... è l'unico motivo per cui l'ho fatto con Hughie. E con Oliver. Non aveva molta importanza dentro di me. Non mi piacevano neanche tanto. Non so cos'è, e dopo, quando è passato tutto, è terribile e basta. Ecco perché ho cominciato a pensare, be', queste sensazioni devono arrivare da qualche parte. Devono avere a che fare con il modo in cui sono fatta -. Mi fermai, ma quando Tommy non replicò nulla, continuai: – Così ho pensato che se avessi trovato la sua fotografia, in una di quelle riviste, almeno avrei avuto qualche spiegazione. Non volevo trovarla o qualcosa del genere. Volevo soltanto, si insomma, cercare una risposta a perché sono come sono.

- Capita anche a me qualche volta, – disse Tommy. – Quando ne ho davvero voglia. Immagino che succeda a tutti, e dovrebbero ammetterlo con se stessi, se fossero onesti. Non penso che ci sia niente di diverso in te, Kath. Infatti, mi capita piuttosto spesso -. Si interruppe e scoppiò a ridere, ma io non lo imitai.

- Ciò di cui sto parlando è un'altra cosa, – spiegai. – Ho osservato gli altri. Anche loro provano desiderio, ma non li costringe a fare determinate cose. Non fanno cose come quelle che ho fatto io, andare con uno come Hughie per esempio...

Sarei potuta scoppiare di nuovo a piangere, perché sentivo il braccio di Tommy che stava per circondarmi le spalle. Per quanto fossi triste, ero consapevole di dove ci trovassimo, e fu come se esaminassi la situazione nella mia testa, così che se Ruth e gli altri fossero sopraggiunti in quel momento, anche se ci avessero visti, non ci sarebbe stato spazio per i malintesi. Eravamo ancora l'uno accanto all'altra, appoggiati alla macchina, ma si sarebbero resi conto che io ero dispiaciuta per qualcosa, e Tommy mi stava semplicemente consolando. Poi sentii che diceva: – Non penso che sia così grave. Quando incontrerai qualcuno con cui vuoi uscire davvero, Kath, sarà una cosa bellissima. Ti ricordi quello che ci ripetevano i tutori? Se è con la persona giusta, vi farà stare veramente bene.

Feci un movimento con la spalla per allontanare il braccio di Tommy, poi inspirai profondamente. – Lasciamo perdere. E comunque adesso riesco a controllare molto meglio queste sensazioni quando arriva il momento.

Quindi lasciamo stare.

- Ad ogni modo, Kath, è stupido guardare quelle riviste.

- D'accordo, è stupido, Tommy, lasciamo stare. Adesso va tutto bene.

Non ricordo di cos'altro parlammo prima che arrivassero gli altri. Non discutemmo più di cose serie, e se i nostri amici percepirono che c'era ancora qualcosa nell'aria, non dissero nulla. Erano di buonumore, e Ruth in particolare sembrava determinata a farsi perdonare per la scenata di prima. Si avvicinò e mi sfiorò la guancia, accennò una battuta o qualcosa del genere, e una volta saliti in macchina fece del suo meglio per mantenere quella bella atmosfera. Lei e Chrissie avevano trovato Martin buffissimo, e adesso che erano uscite dal suo appartamento si godevano l'occasione di ridere apertamente di lui. Rodney ostentava un'aria di disapprovazione, e capii che Ruth e Chrissie stavano esagerando soltanto per stuzzicarlo.

Ma eravamo piuttosto di buonumore. Tuttavia mi colpì il fatto che mentre prima Ruth avrebbe colto l'opportunità di tenere me e Tommy all'oscuro di tutte le battute e i riferimenti, durante il viaggio di ritorno continuò a girarsi verso di me, spiegandomi per filo e per segno ogni dettaglio. Infatti dopo un po' divenne alquanto faticoso, perché era come se qualunque cosa venisse pronunciata in macchina fosse detta per noi – o perlomeno per me. Io però ero felice che Ruth si stesse dando così tanto da fare. Intuii – e anche Tommy – che aveva capito di essersi comportata male prima, e quello era il suo modo per dimostrarlo. Stava seduta in mezzo a noi, così come era avvenuto nel viaggio d'andata, ma adesso passava tutto il tempo a parlare con me, voltandosi di tanto in tanto verso Tommy per dargli un pizzicotto o un bacetto al volo. C'era una bella atmosfera, e nessuno accennò più al possibile di Ruth o a qualcosa del genere. Io non feci cenno alla cassetta di Judy Bridgewater che Tommy mi aveva regalato. Sapevo che prima o poi Ruth l'avrebbe scoperto, ma non volevo che venisse a saperlo in quel momento. Mentre tornavamo a casa, e l'oscurità avvolgeva quelle lunghe strade vuote, fu come se noi tre fossimo di nuovo uniti, e temevo che qualcosa potesse rovinare quell'atmosfera.

 

Capitolo sedicesimo

 

La cosa strana della nostra gita nel Norfolk fu che, una volta tornati, ne accennammo raramente. Tanto che per qualche tempo circolarono ogni genere di voci al riguardo. Anche allora non ne parlammo quasi, finché alla fine la gente perse ogni interesse.

Ancora non capisco perché. Forse sentivamo che toccava a Ruth, che era compito suo decidere quanto si dovesse dire, e aspettavamo di cogliere qualche segnale da lei. Ruth, per una ragione o per l'altra – forse era imbarazzata per come erano andate le cose con il suo possibile, forse le piaceva conservare quell'alone di mistero -, non aveva fatto il minimo cenno in proposito. Evitavamo di parlarne persino tra di noi.

Quest'aria di segretezza mi rese più semplice non dirle che Tommy mi aveva regalato la cassetta di Judy Bridgewater. Non arrivai al punto di tenerglielo nascosto. Stava sempre lì in mezzo alla mia collezione, in una delle piccole pile vicino al battiscopa. Tuttavia feci sempre in modo di non lasciarla mai in cima. C'erano momenti in cui avrei desiderato ardentemente parlargliene, quando volevo che ricordassimo i giorni di Hailsham con la cassetta che suonava in sottofondo. Ma più passava il tempo dalla nostra gita nel Norfolk, e io non le avevo ancora detto nulla, più mi appariva come un colpevole segreto. Naturalmente alla fine si accorse della cassetta, ma ciò avvenne molto più tardi; probabilmente fu peggio per lei scoprirlo in quel momento, ma è così che talvolta gira la ruota della fortuna.

Con l'arrivo della primavera, sembrò che le partenze dei veterani per i corsi di addestramento si facessero più frequenti, e sebbene se ne andassero in punta di piedi come al solito, il numero sempre crescente rese impossibile ignorarle. Non saprei dire quali fossero i nostri sentimenti, nell'essere testimoni di queste partenze. Immagino che in un certo senso invidiassimo questi veterani. Sembrava che fossero diretti verso un mondo più vasto, più eccitante. Ma naturalmente, non c'è dubbio, le loro dipartite ci rendevano sempre più nervosi.

Poi, penso fosse intorno ad aprile, Alice F. fu la prima del nostro gruppo di Hailsham ad andarsene, e poco dopo anche Gordon C. la seguì.

Entrambi avevano chiesto di iniziare il praticantato, e si allontanarono con le facce sorridenti – dopo questo episodio, tuttavia, almeno per noi, l'atmosfera ai Cottages non fu più la stessa.

Anche molti veterani sembravano colpiti dalla raffica di partenze, e forse come conseguenza diretta di questa situazione, ci fu una nuova ondata di chiacchiere a proposito di ciò che Chrissie e Rodney avevano detto nel Norfolk. Si vociferava di studenti che, da qualche parte nel paese, godevano di rinvii perché avevano dimostrato di essere innamorati – e adesso, ma soltanto occasionalmente, la diceria era riferita a studenti che non avevano nessun legame con Hailsham. Ancora una volta noi cinque, quelli che erano stati nel Norfolk, ci astenemmo da questi argomenti: persino Chrissie e Rodney, che una volta erano stati al centro di questo genere di chiacchiere, adesso si ritraevano imbarazzati quando si cominciava a parlarne.

L'«effetto Norfolk» influenzò persino Tommy e me. Avevo dato per scontato che, una volta tornati, avremmo colto al volo le piccole occasioni che ci venivano concesse quando eravamo soli, per scambiarci qualche altra opinione sulla sua teoria in merito alla Galleria. Ma per qualche ragione – e certo la colpa fu sua quanto mia – questo non avvenne mai. Unica eccezione, immagino, quella mattina nella casa delle oche, quando mi mostrò i suoi animali immaginari.

Il granaio che chiamavamo casa delle oche si trovava all'estremità dei Cottages, e poiché entrava molta acqua dal tetto e la porta era costantemente fuori dai cardini, era usato quasi esclusivamente dalle coppiette per appartarsi nei mesi più caldi. In quel periodo avevo preso l'abitudine di fare lunghe passeggiate solitarie; stavo proprio per accingermi a una di queste piccole gite, e avevo appena superato la casa delle oche, quando udii la voce di Tommy che mi chiamava. Mi voltai e lo vidi a piedi nudi, appollaiato goffamente su un pezzetto di terreno asciutto circondato da enormi pozzanghere, una mano appoggiata al muro del granaio per mantenere l'equilibrio.

- Cos'è capitato ai tuoi stivali da pioggia, Tommy? – Fatta eccezione per i piedi nudi, era vestito con il solito maglione pesante e un paio di jeans.

- Stavo, sai com'è, disegnando... – Si mise a ridere e mi porse un piccolo notes nero simile a quello che si portava sempre appresso Keffers. Erano trascorsi più di due mesi dalla gita nel Norfolk, ma mi resi conto immediatamente di cosa si trattava., appena vidi il notes.

Tuttavia attesi che fosse lui a parlare:

 

- Se vuoi, Kath, te li mostro.

Entrò per primo nella casa delle oche saltellando sul terreno diseguale.

Mi aspettavo che dentro fosse buio, ma la luce del sole penetrava attraverso i lucernari. Accatastati contro un muro c'erano mobili di vario tipo gettati via nell'ultimo anno o giù di li – tavoli rotti, vecchi frigoriferi, quel genere di cose. Tommy sembrava aver trascinato in mezzo al pavimento un divano a due posti con l'interno che fuoriusciva dalla plastica nera, e immaginai che stesse lì seduto a disegnare quando ero passata. Accanto c'erano i suoi stivali da pioggia rovesciati a terra, i calzettoni da calcio che facevano capolino.

Tommy saltò sul divano, accarezzandosi il grosso alluce. – Mi dispiace, i miei piedi puzzano un po'. Mi sono tolto tutto senza rendermene conto.

Penso anche di essermi tagliato. Kath, li vuoi vedere? Ruth li ha visti la settimana scorsa, è da allora che ho intenzione di mostrarteli.

Nessuno li ha visti eccetto Ruth. Dagli un'occhiata, Kath.

Fu quella la prima volta che osservai gli animali di Tommy. Quando me ne aveva accennato nel Norfolk, mi ero immaginata una versione in scala ridotta del genere di disegni che facevamo quando eravamo piccoli. Cosi rimasi colpita da quanto fossero dettagliati. Infatti mi ci volle un attimo per capire che si trattava veramente di animali. La prima impressione fu quella di guardare dentro una radio: minuscoli tubicini, cavetti intrecciati, viti in miniatura e rotelle erano tutti riportati con precisione ossessiva, e solo quando si teneva la pagina a una certa distanza, si capiva che era una specie di armadillo, per esempio, oppure un uccello.

- È il mio secondo libretto, – spiegò Tommy. – II primo è assolutamente vietato! Ci ho messo un po' a ottenere questi risultati.

Adesso stava disteso sul divano, infilandosi una calza e cercando di avere un'aria disinvolta, ma ero sicura che morisse dalla voglia di sapere cosa ne pensavo. Ciononostante, per un po', non riuscii a esprimere una lode sincera. Forse perché in parte ero preoccupata che tutto ciò che riguardava l'arte potesse procurargli dei guai. E inoltre, gli animali che stavo guardando erano talmente diversi da qualunque altra cosa che i tutori ci avevano insegnato a Hailsham, che non sapevo come giudicarli. Dissi qualcosa come: – Mio Dio, Tommy, devono richiedere talmente tanta concentrazione. Mi stupisco che tu sia in grado di osservare le cose così attentamente da riprodurre questi minuscoli dettagli -. Poi, mentre sfogliavo le pagine, forse perché stavo ancora lottando alla ricerca della cosa giusta da dire, esclamai: – Mi chiedo cosa penserebbe Madame se li vedesse.

Avevo pronunciato queste parole con tono scherzoso, e Tommy mi rispose con un risolino malizioso, ma a differenza di prima, fu come se ci fosse qualcosa in sospeso, di non detto fra noi. Continuai a sfogliare le pagine del notes – era disegnato per quasi un terzo – senza sollevare lo sguardo, rimpiangendo di aver nominato Madame. Alla fine lo sentii dire: – Credo che dovrò ancora migliorare molto prima che lei possa vederli.

Non ero certa se stesse cercando di farmi abboccare per obbligarmi a dire quanto fossero belli i suoi disegni, ma ormai ero autenticamente attratta da quelle fantastiche creature che si spiegavano davanti ai miei occhi. Poiché, malgrado tutti quei dettagli complicati, metallici, c'era qualcosa di soave, di vulnerabile persino, in ognuna di esse.

Ricordai che mi aveva confessato, mentre ci trovavamo nel Norfolk, che si preoccupava, anche se le aveva create lui, di sapere come facevano a proteggersi o riuscivano a raggiungere e afferrare le cose, e mentre le osservavo, in quel momento provavo lo stesso tipo di preoccupazione.

Ciononostante, per qualche ragione non riuscivo ad articolare i miei pensieri, qualcosa seguitava a impedirmi di esprimere la mia ammirazione. Poi Tommy disse: – Comunque, non lo faccio soltanto per questo. Disegnarli mi piace. Mi stavo domandando, Kath, se devo continuare a tenerli segreti. Hannah disegna ancora i suoi acquerelli, molti veterani costruiscono cose. Non voglio andarmene in giro a mostrarli a chiunque. Però stavo pensando, be', non c'è motivo di tenerli nascosti.

Infine riuscii a guardarlo negli occhi e a dirgli con una certa convinzione: – No, Tommy, non c'è motivo, non c'è nessun motivo. Sono belli. Bellissimi. E infatti, se è quella la ragione per cui vuoi tenerli nascosti, è davvero sciocco.

Rimase in silenzio, ma sul suo volto apparve una specie di sorrisetto compiaciuto, come se si stesse raccontando una barzelletta, e io capii quanto l'avessi reso felice. Non mi sembra che parlammo molto in seguito. Credo che dopo un po' si infilò gli stivali da pioggia e uscimmo insieme dalla casa delle oche. Come vi dicevo, quella fu praticamente l'unica volta che Tommy e io affrontammo direttamente l'argomento della sua teoria quella primavera.

Poi sopraggiunse l'estate: era trascorso un anno esatto dal nostro arrivo. Un gruppo di nuovi studenti si presentò con un minibus, così come avevamo fatto noi, ma nessuno proveniva da Hailsham. In un certo senso fu un sollievo: credo che tutti temessimo che un nuovo arrivo avrebbe potuto complicare le cose. Ma almeno per me, questa mancata comparsa di nuovi studenti non faceva che aggravare la percezione che Hailsham ormai appartenesse al passato, e che i legami che tenevano insieme il nostro vecchio gruppo si stessero ormai logorando. Non dipendeva soltanto dal fatto che persone come Hannah non facevano che ripetere di voler seguire l'esempio di Alice e cominciare il praticantato; altre, come Laura, uscivano con dei ragazzi che non erano di Hailsham e non avevano quasi niente in comune con noi.

E poi c'era il modo in cui Ruth continuava a fingere di non ricordare cose che riguardavano Hailsham. È vero, si trattava di dettagli banali, ma ero sempre più arrabbiata con lei. Come quella volta, per esempio, che stavamo seduti al tavolo in cucina dopo una bella colazione, Ruth, io e alcuni veterani. Uno di questi aveva affermato che mangiare formaggio la sera gli rovinava il sonno, e io mi ero voltata verso Ruth per dire una frase come: «Ti ricordi che ce lo ripeteva sempre anche Miss Geraldine?» Non era altro che una digressione casuale, che richiedeva soltanto un sorriso o un cenno con il capo. Ruth invece si sentì in dovere di fissarmi con uno sguardo assente, come se non avesse la più pallida idea di cosa stessi dicendo. Solo quando mi rivolsi ai veterani, per cercare di spiegare: «Uno dei nostri tutori», Ruth aggrottò la fronte e annuì, come se si fosse ricordata appena in quel momento.

Quella volta lasciai andare. Ci furono altre occasioni, però, in cui non fu così, come quando stavamo sedute al riparo sotto una vecchia e malandata fermata dell'autobus. Allora mi infuriai perché un conto era fingere di fronte ai veterani; tutt'altro, quando c'eravamo soltanto noi due, e stavamo parlando seriamente. Avevo accennato, senza soffermarmi, al fatto che a Hailsham la scorciatoia per il laghetto, che tagliava attraverso il campo di rabarbaro, era vietata. Quando mi guardò con quella sua aria stupita, misi da parte per un attimo ciò che stavo per dire ed esclamai: – Ruth, non posso credere che tu l'abbia dimenticato.

Non posso crederci.

Forse se non avessi reagito tanto duramente – forse se mi fossi limitata a una battuta e avessi continuato a parlare – si sarebbe resa conto di quanto fosse assurdo e si sarebbe messa a ridere. Ma poiché l'avevo rimproverata, Ruth sostenne il mio sguardo e disse: – E comunque cosa c'entra? Cosa c'entra adesso il campo di rabarbaro? Vai avanti con quello che stavi dicendo.

Si stava facendo tardi, quella sera d'estate stava volgendo al termine, e la vecchia fermata, dopo un recente temporale, era umida e sapeva di stantio. Così non avevo voglia di spiegarle perché fosse così importante. E sebbene lasciai perdere e continuai da dove mi ero interrotta, l'atmosfera si era raggelata, e non contribuiva certo a farci affrontare meglio l'argomento di cui stavamo discutendo.

Per poter spiegare ciò di cui parlavamo quella sera, devo tornare un po' indietro. In realtà devo tornare indietro di parecchie settimane, all'inizio dell'estate. Avevo avuto una storia con uno dei veterani, un ragazzo che si chiamava Lenny, una storia, a dire il vero, soprattutto di sesso. Poi all'improvviso lui aveva deciso di iniziare il praticantato e se n'era andato. La cosa mi aveva un po' turbata, e Ruth era stata grande, prendendosi cura di me senza darlo a vedere, sempre pronta a tirarmi su se mi vedeva triste. Continuava anche a farmi piccoli favori, come prepararmi dei panini o sostituirmi in qualcuno dei turni di pulizia.

Poi, circa due settimane dopo la partenza di Lenny, stavamo sedute a chiacchierare nella mia stanza mansardata un po' dopo mezzanotte, una tazza di tè in mano, e Ruth mi aveva fatto ridere a proposito di Lenny.

Non era stata una brutta esperienza la mia storia con lui, ma quando rivelai a Ruth alcuni dei dettagli più intimi, sembrò che ogni cosa che avesse a che fare con lui fosse fonte di ilarità, e non riuscivamo a smettere di sghignazzare. Poi, a un certo punto, Ruth fece scorrere un dito lungo la pila di cassette ammonticchiate vicino al battiscopa. Era così, un gesto casuale mentre continuava a ridere, ma in seguito ci fu un periodo in cui sospettai che non fosse avvenuto per caso; che forse l'avesse notata giorni prima, che magari avesse persino esaminato la cassetta per esserne certa, e poi avesse atteso il momento giusto per «trovarla». Anni dopo ne accennai gentilmente a Ruth, ma lei sembrò non capire di cosa stessi parlando, per cui forse sono in torto. Ad ogni modo eccoci lì a ridere come matte ogni volta che aggiungevo un dettaglio sul povero Lenny, quando all'improvviso fu come se qualcuno avesse tolto la spina. Vidi Ruth, sdraiata su un fianco sul mio scendiletto, che sbirciava il dorso delle cassette in quella luce fioca, e poi la cassetta di Judy Bridgewater nelle sue mani. Dopo quella che mi sembrò un'eternità, disse: – Da quand'è che ce l'hai di nuovo?

 

Le raccontai, nel tono più asettico che potei, di come Tommy e io ci fossimo imbattuti in quella cassetta il giorno che se n'era andata con gli altri. Continuò a osservarla, poi disse: – Così è stato Tommy a trovartela.

- No. Io l'ho trovata. L'ho vista io per prima.

- Nessuno di voi due me l'ha detto -. Fece spallucce. – O almeno, se me l'avete detto, io non l'ho sentito.

- La storia del Norfolk era vera, – esclamai. – Sai, il fatto che è l'angolo degli oggetti dimenticati dell'Inghilterra.

Per un istante fui attraversata dal pensiero che Ruth avrebbe potuto fingere di non rammentare nulla, ma lei annuì pensierosa.

- Avrei dovuto ricordarmene, – disse. – Avrei potuto ritrovare la mia sciarpa rossa.

Scoppiammo a ridere e quell'atmosfera di disagio sembrò svanire.

Tuttavia c'era qualcosa nella maniera in cui Ruth ripose la cassetta al suo posto, senza aggiungere altro, che mi indusse a pensare che la cosa non sarebbe finita lì.

Non ricordo se il modo in cui la conversazione andò avanti fu in parte controllato da Ruth alla luce della sua scoperta, o se stava comunque prendendo quella piega, e che soltanto in seguito Ruth si rese conto di poter fare ciò che fece. Tornammo a discutere di Lenny, soprattutto di come gli piaceva fare sesso, e fummo colte da un altro accesso di risa.

A quel punto penso di essermi sentita sollevata all'idea che avesse finalmente trovato la cassetta e non avesse fatto una scenata, così forse non ero abbastanza sulle difensive come avrei dovuto essere.

Perché di li a poco eravamo passate da Lenny a Tommy. All'inizio sembrava essere una cosa quasi tenera, un modo per esprimere il nostro affetto verso di lui. Poi, ben presto, ci mettemmo a ridere dei suoi animali.

Come dicevo, non sono sicura se Ruth si fosse mossa deliberatamente in questa direzione. A essere onesta, non posso neppure affermare con certezza che fu lei per prima a menzionare gli animali. Quando cominciammo a parlarne, io ridevo tanto quanto lei – su come uno sembrava avesse le mutande, e un altro fosse stato ispirato da un riccio spiaccicato. Immagino che a un certo punto avrei dovuto dire che gli animali erano belli, che aveva raggiunto degli ottimi risultati. Ma non lo feci. In parte a causa della cassetta; e forse, se devo essere sincera, perché ero contenta che Ruth non prendesse gli animali seriamente, e tutto ciò che questo comportava. Penso che quando alla fine ci separammo quella sera, non ci eravamo mai sentite così unite.

Uscendo Ruth mi sfiorò la guancia e disse: – È bellissimo il modo in cui non ti arrendi mai, Kathy.

Perciò non ero affatto preparata a quanto avvenne nel cimitero parecchi giorni dopo. Ruth quell'estate aveva scoperto una vecchia chiesetta deliziosa a circa mezzo miglio dai Cottages; sul retro il terreno era sconnesso, e c'erano vecchie lapidi ricurve sull'erba. Era tutto incolto, ma regnava una grande pace e Ruth aveva preso l'abitudine di andare a leggere spesso in quel luogo, accanto alla cancellata dietro la chiesa, su una panchina sotto un grosso salice. All'inizio non ero stata molto contenta di questo cambiamento, ricordando che l'anno prima ci sedevamo tutti insieme sull'erba proprio fuori dai Cottages. Tuttavia, se ero diretta da quelle parti durante una delle mie passeggiate, e sapevo che probabilmente avrei incontrato Ruth, mi ritrovavo a oltrepassare il basso cancello di legno, lungo il sentiero pieno di erba oltre le lapidi. Quel pomeriggio faceva caldo, non si sentiva alcun rumore, e io percorrevo il viottolo con aria sognante, leggendo i nomi sulle tombe ad alta voce, quando vidi non soltanto Ruth, ma anche Tommy sulla panchina sotto il salice.

Ruth infatti stava seduta sulla panca, mentre Tommy era accanto a lei con un piede su uno dei braccioli arrugginiti, e faceva una specie di esercizio di allungamento mentre chiacchieravano. Non sembrava stessero parlando di qualcosa di serio e così non esitai a raggiungerli. Forse avrei dovuto intuire qualcosa dal modo in cui mi salutarono, ma sono certa che non fosse così facile capirlo. Morivo dalla voglia di raccontargli un pettegolezzo – qualcosa a proposito di uno dei nuovi arrivati -, quindi per un po' fui solo io a spiattellare tutto mentre loro annuivano e ogni tanto mi facevano delle domande. Mi ci volle un po' per capire che qualcosa non andava, e anche allora, quando mi fermai e chiesi: «Ho interrotto qualcosa?», lo dissi con tono scherzoso.

Poi Ruth esclamò: – Tommy mi ha raccontato di questa sua splendida teoria. Dice che ne ha già parlato con te. Tanto tempo fa. Ma adesso, bontà sua, ne mette a parte anche me.

Tommy emise un sospiro ed era sul punto di aggiungere qualcosa, quando Ruth sussurrò con aria sarcastica: – La splendida teoria di Tommy sulla Galleria.

Poi entrambi si voltarono verso di me, come se adesso io fossi responsabile di tutto e toccasse a me decidere cosa sarebbe successo dopo.

- Non è una teoria da buttare, – dissi. – Potrebbe essere giusta, non saprei. Tu cosa ne pensi, Ruth?

 

- Ho dovuto cavargliela con le pinze a questo Dolce Ragazzino qui. Non aveva nessuna voglia di dirmelo, non è vero, tesoro? E stato solo quando ho insistito a fare domande su cosa c'era dietro tutta questa produzione artistica.

- Non è soltanto per quello, – disse Tommy cupamente. Continuava a tenere il piede sul bracciolo e non smetteva di fare esercizi. – Ho soltanto detto che se avevo ragione, a proposito della Galleria, allora avrei sempre potuto tentare di far accettare i miei animali...

- Tommy, dolcezza, non renderti ridicolo di fronte alla nostra amica. Se lo fai con me, allora va bene. Ma non davanti alla nostra cara Kathy.

- Non vedo cosa ci sia tanto da ridere, – disse Tommy. – E una teoria come un'altra.

- Non è la teoria che la gente troverà ridicola, tesoro. Potrebbero anche crederci, certamente. Ma l'idea che tu possa farcela mostrando a Madame i tuoi animaletti... – Ruth sorrise e scosse il capo.

Tommy rimase in silenzio e continuò a fare stretching. Avrei voluto intervenire in sua difesa e stavo cercando di pensare alla cosa giusta da dire, qualcosa che l'avrebbe fatto sentire meglio senza far infuriare ulteriormente Ruth. Fu allora, però, che Ruth fece ciò che fece. Fu abbastanza orribile in quel momento, ma quel giorno, nel cimitero della chiesa, non avevo idea di quanto sarebbero state gravi le conseguenze.

Ciò che disse fu: – Non sono soltanto io, tesoro. Kathy qui presente trova i tuoi animali un vero spasso.

Il mio primo istinto fu di negare ogni cosa, poi di mettermi semplicemente a ridere. Tuttavia c'era un grande senso di autorità nel modo in cui aveva parlato Ruth, e noi tre sapevamo molto bene che doveva esserci qualcosa dietro le sue parole. Così alla fine rimasi in silenzio, mentre la mia memoria ripercorreva ogni cosa freneticamente e, con orrore, si fermava su quella sera nella mia stanza con le tazze di tè in mano. Poi Ruth disse: – Finché la gente pensa che disegni queste creaturine per divertirti, non c'è problema. Ma non dire che lo fai sul serio. Per favore.

Tommy interruppe i suoi esercizi di allungamento e mi guardò con aria interrogativa. D'un tratto era ridiventato bambino, un bambino indifeso, e contemporaneamente mi rendevo conto che qualcosa di cupo e inquietante si addensava dietro i suoi occhi.

- Ascolta, Tommy, devi capire, – proseguì Ruth. – Se io e Kathy ridiamo di te, non ha nessuna importanza. Perché si tratta solo di noi. Ma per favore, non parlarne con nessun altro.

Ho ripensato a quei momenti innumerevoli volte. Avrei dovuto trovare qualcosa da dire. Avrei dovuto negare, anche se Tommy probabilmente non mi avrebbe creduto. E cercare di spiegare la cosa con onestà sarebbe stato troppo complicato. Comunque sia, avrei potuto fare qualcosa. Avrei potuto sfidare Ruth, dirle che aveva travisato le cose, che anche se avevo riso, non era come aveva detto lei. Avrei anche potuto avvicinarmi a Tommy e abbracciarlo, proprio lì di fronte a Ruth. Mi capitò di ripensarci anni dopo, e probabilmente non sarebbe stata una vera alternativa in quel momento, considerando la persona che ero e la natura dei rapporti tra noi. Però avrebbe potuto funzionare, là dove le parole ci avrebbero separati ancora di più.

Tuttavia non dissi o feci nulla. In parte, immagino, perché ero annientata dal fatto che Ruth mi avesse attirato in quella trappola.

Ricordo una grande stanchezza che mi assaliva, una specie di letargo di fronte a quell'intricato disastro che si profilava davanti ai miei occhi. Era come quando si deve risolvere un problema di matematica quando si è esausti: sappiamo che da qualche parte esiste una recondita soluzione, ma non riusciamo a trovare l'energia per provarci. Qualcosa in me si spezzò.

Una voce mi disse: «D'accordo, lascia che pensi tutto il peggio possibile di te. Lascia che lo pensi, lascia che lo pensi». Credo di averlo guardato con rassegnazione, con una faccia che voleva significare: «Si, è vero, cos'altro ti aspettavi?» E ancora mi ricordo, come se fosse adesso, il volto di Tommy, la rabbia che svaniva per un istante per cedere il posto a un'espressione quasi di sorpresa, come se fossi una farfalla di una specie rara, intravista sul palo di uno steccato.

Non avevo pensato di scoppiare a piangere o arrabbiarmi o fare qualcosa del genere. Decisi semplicemente di voltarmi e sparire. Anche in seguito, quello stesso giorno, mi resi conto di aver commesso un terribile errore. L'unica cosa che posso dire è che in quel momento ciò che temevo di più era che uno dei due se ne andasse per primo, e io rimanessi sola con l'altro. Non so perché, ma sembrava non ci fosse scelta, uno soltanto poteva correre via, e volevo essere certa che quella fossi io. Così mi girai e mi allontanai da dove ero venuta, oltre le lapidi in direzione del cancelletto di legno, e per parecchi minuti mi sembrò di esserne uscita vincitrice; perché adesso che erano soli, entrambi dovevano sopportare un destino che meritavano fino in fondo.

Capitolo diciassettesimo

 

Come vi dicevo, fu soltanto molto tempo dopo – molto tempo dopo aver lasciato i Cottages – che mi resi conto quanto fosse stato importante il nostro breve scontro al cimitero. Ero molto triste, questo sì. Ma non credevo che fosse così diverso dagli altri nostri piccoli litigi. Non mi era mai passato per la mente che le nostre vite, che fino a quel momento erano rimaste tanto strettamente intrecciate fra di loro, potessero disfarsi e separarsi per una cosa come quella.

Il punto è, immagino, che a quell'epoca eravamo trascinati da correnti impetuose, e c'era soltanto bisogno di un'opportunità come quella per portare a termine il lavoro iniziato. Se allora l'avessimo capito – chissà – forse ci saremmo tenuti più stretti l'uno all'altra.

Da un lato, sempre più studenti se ne andavano per diventare assistenti, e nel nostro vecchio gruppo di Hailsham si era diffuso il sentimento crescente che quello fosse il corso naturale delle cose. Dovevamo ancora finire i nostri saggi, ma era risaputo che non era davvero obbligatorio completarli, nel caso avessimo deciso di iniziare il praticantato.

Durante i nostri primi giorni ai Cottages, l'idea di non portare a termine i nostri saggi sarebbe stata impensabile. Ma più il ricordo di Hailsham si allontanava, meno fondamentali essi apparivano. A quel tempo ritenevo – e probabilmente avevo ragione – che se l'idea che i saggi fossero importanti perdeva vigore, allora sarebbe avvenuto lo stesso per qualunque cosa tenesse uniti noi studenti di Hailsham. Ecco perché cercai per qualche tempo di mantenere vivo il nostro entusiasmo nel leggere e prendere appunti. Però, senza motivo per credere che avremmo mai rivisto i nostri tutori, e con così tanti studenti che proseguivano nella loro carriera, presto la cosa cominciò ad avere tutta l'aria di una causa persa.

Nei giorni che seguirono quella conversazione al cimitero, feci ciò che era in mio potere per lasciarcela alle spalle. Nei confronti di Tommy e di Ruth mi comportai come se non fosse successo niente di speciale, e loro fecero lo stesso. Tuttavia c'era sempre qualcosa che si frapponeva tra noi, e non soltanto tra me e loro. Sebbene continuassero a comportarsi pubblicamente come una coppia – si davano sempre quel colpetto sul braccio quando si salutavano: li conoscevo sufficientemente bene per capire che ormai erano molto distanti l'uno dall'altra.

Naturalmente ero davvero dispiaciuta per ciò che stava accadendo, e soprattutto per gli animali di Tommy. Ormai, però, non era più così semplice per me avvicinarmi a lui, dirgli che mi dispiaceva e spiegare come stavano realmente le cose. Alcuni anni prima, fino a sei mesi prima addirittura, è così che sarebbe andata probabilmente. Tommy e io ne avremmo discusso insieme e avremmo risolto tutto. Ma per qualche motivo, in quella seconda estate, la situazione era diversa. Forse a causa della mia storia con Lenny, non so. Ad ogni modo, parlare con Tommy non era più così facile. Almeno apparentemente era tutto come prima, ma non facemmo mai cenno agli animali o a ciò che era avvenuto nel cimitero.

Così stavano le cose poco prima della mia conversazione con Ruth in quella vecchia fermata dell'autobus, quando mi arrabbiai moltissimo perché fingeva di essersi dimenticata del campo di rabarbaro a Hailsham.

Come vi dicevo, probabilmente non mi sarei adirata a quel modo se non fosse accaduto in occasione di una conversazione di questo tenore. E vero, le questioni più serie erano già state affrontate a quel punto, ma anche in questo caso, anche se ci stavamo rilassando e chiacchierando liberamente, tutto contribuiva al tentativo di rimettere a posto le cose tra noi, e non c'era spazio per fingere.

Era accaduto questo. Sebbene qualcosa si fosse frapposto tra me e Tommy, con Ruth non era andata propriamente così – o almeno è quello che pensavo -, e avevo deciso che fosse giunta l'ora di parlare con lei di ciò che era avvenuto nel cimitero. Era stata una di quelle giornate di acquazzoni estivi, ed eravamo state costrette in casa malgrado l'umidità. Così, quando verso sera sembrò esserci una schiarita, accompagnata da un bellissimo tramonto dalle sfumature rosate, suggerii a Ruth di andare a prendere un po' d'aria fresca. Avevo scoperto un sentiero scosceso che correva lungo il fianco della vallata, e proprio nel punto in cui sbucava sulla strada principale c'era una vecchia fermata. Gli autobus avevano smesso di percorrere quel tragitto molto tempo prima, il cartello era stato portato via, e sul muro posteriore non era rimasto altro che la cornice di quello che una volta doveva essere un pannello di vetro con tutti gli orari. Ma la stessa fermata – che era simile a un delizioso capanno di legno aperto su un lato in direzione dei campi che digradavano lungo la vallata – stava ancora in piedi, e persino la panchina era intatta. Così era là che Ruth e io ci eravamo sedute per riposarci un po', a osservare le ragnatele sulle travi e la serata estiva. Poi dissi qualcosa come: – Sai, Ruth, dovremmo cercare di risolverlo, quello che è successo l'altro giorno.

Avevo assunto un tono di conciliazione, e Ruth reagì immediatamente.

Disse subito quanto fosse sciocco, che noi tre ci tenessimo il muso per delle cose così stupide. Parlò delle altre volte che avevamo litigato e ridemmo un po'. Io tuttavia non volevo che Ruth mettesse una pietra sopra a quanto era accaduto con tanta facilità, così aggiunsi, cercando di mantenere una voce il più possibile soave: – Ruth, sai, penso che qualche volta, quando si sta con qualcuno, è difficile vedere le cose chiaramente, come forse avviene per chi non è direttamente coinvolto. Solo qualche volta.

Lei annuì. – Probabilmente è così.

- Non intendo interferire. Ma qualche volta, ultimamente, mi sembra che Tommy sia un po' giù. Lo sai, no? Riguardo alcune cose che hai detto o fatto.

Temevo che Ruth si arrabbiasse, ma lei annuì di nuovo ed emise un sospiro. – Sai, penso che tu abbia ragione, – disse infine. – Anch'io ci ho riflettuto molto.

- Allora forse non avrei dovuto parlartene. Avrei dovuto capire che tu ti eri accorta di quello che stava succedendo. In realtà non sono fatti miei.

- Ma sì che lo sono, Kathy. Sei una di noi, e quindi riguardano anche te. Hai ragione, non è stata una bella cosa. So a cosa ti riferisci.

Quella faccenda dell'altro giorno, i suoi animali. Non è stata una bella cosa. Gli ho detto che mi dispiaceva.

- Sono felice che vi siate chiariti. Non sapevo se l'avessi fatto.

Ruth stava togliendo delle schegge di legno ammuffito sulla panchina accanto a lei, e per un istante sembrò totalmente assorbita da questo compito. Poi aggiunse: – Ascolta, Kathy, è un bene che parliamo di Tommy. Avrei voluto accennartene prima, ma non sapevo come dirtelo, o quando, credimi.

Kathy, promettimi di non arrabbiarti troppo con me.

La guardai e dissi: – Se non si tratta di nuovo di quella storia delle magliette...

No, sul serio. Promettimi che non ti arrabbierai troppo, perché devo dirtelo. Non me lo perdonerei se continuassi a tacere.

- Va bene. Allora di cosa si tratta?

 

- Kathy, ci ho pensato un po'. Non sei una sciocca, e hai capito che io e Tommy, be', potremmo non fare coppia per sempre. Non è una tragedia.

Una volta stavamo bene insieme. Se continuerà a essere così, nessuno lo sa. E adesso che ci sono in giro queste voci, poi, di coppie che possono ottenere dei rinvii se sono in grado di dimostrare che escono davvero con la persona giusta. Insomma, è questo che volevo dirti, Kathy.

Sarebbe assolutamente naturale se ci avessi pensato, sai, a cosa potrebbe succedere se io e Tommy decidessimo di non stare più insieme.

Non stiamo per separarci, non fraintendermi. Ma immagino che sarebbe assolutamente normale se tu almeno te lo fossi chiesta. Insomma, Kathy, devi capire che Tommy non ti vede sotto questa luce. Gli piaci, gli piaci veramente, pensa che tu sia fantastica. Ma io so che lui non ti vede, insomma, come una ragazza. Inoltre... – Ruth si interruppe, poi si lasciò sfuggire un sospiro. – Inoltre, sai com'è fatto Tommy. Può essere molto esigente.

La fissai. – Cosa vuoi dire?

 

- Bisogna che ti spieghi. A Tommy non piacciono le ragazze che sono state... be', lo sai, con questo e con quello. È fatto così. Mi dispiace, Kathy, ma non sarebbe stato giusto tacere.

Ci pensai su e poi dissi: – È sempre meglio sapere queste cose...

Sentii Ruth sfiorarmi il braccio. – Ero certa che l'avresti presa nel modo giusto. Quello che devi capire, comunque, è che lui ha una grandissima considerazione di te. Enorme.

Avrei voluto cambiare argomento, ma in quell'istante la mia mente era vuota. Immagino che Ruth se ne fosse accorta, perché stirò le braccia e fece una specie di sbadiglio, poi disse:

 

- Se mai imparo a guidare, vi porto in un posto eccitante. Dartmoor, per esempio. Noi tre, forse anche Laura e Hannah. Adorerei vedere le paludi e tutto il resto.

Trascorremmo i minuti seguenti a parlare di cosa avremmo fatto, se mai ci fossimo andati. Le chiesi dove avremmo dormito, e Ruth disse che avremmo potuto prendere in prestito una grossa tenda. Le feci notare che il vento soffiava veramente forte in posti come quello, e che la nostra tenda avrebbe potuto essere spazzata via con facilità durante la notte.

Non era una conversazione così seria. Ma fu proprio allora che mi venne in mente Hailsham, quando eravamo ancora alle elementari e stavamo facendo un picnic nei pressi del laghetto in compagnia di Miss Geraldine. James B. era stato mandato nella casa madre a prendere il dolce che avevamo preparato prima, ma sulla strada del ritorno una forte folata di vento aveva fatto volare via lo strato superiore di pandispagna, che era caduto in mezzo alle foglie di rabarbaro. Ruth affermò di avere soltanto un vago ricordo di quell'episodio e io dissi, per cercare di farle tornare la memoria:

 

- Il punto è che passò dei guai, perché quella era la dimostrazione che aveva preso la scorciatoia attraverso il campo di rabarbaro.

Fu allora che Ruth mi guardò ed esclamò: – Perché, cosa c'era di male?

 

Fu il tono con cui lo disse, suonava talmente falso che persino un estraneo, se fosse passato di li, se ne sarebbe accorto. Mi lasciai sfuggire un sospiro di irritazione e dissi: – Ruth, dacci un taglio. Non puoi averlo dimenticato. Sai che quel sentiero era proibito.

Forse fu un po' troppo duro, il modo in cui pronunciai quelle parole. E ad ogni modo Ruth non fece marcia indietro. Continuò a fingere di non ricordare nulla, e io ero sempre più seccata. Soprattutto quando disse:

 

- E comunque cosa c'entra? Cosa c'entra adesso il campo di rabarbaro? Vai avanti con quello che stavi dicendo.

Penso che dopo riprendemmo a conversare in maniera più o meno amichevole, e di lì a poco, nella luce digradante della sera, ripercorremmo il sentiero in direzione dei Cottages. L'atmosfera però non era più la stessa, e quando ci salutammo davanti al Black Barn, ci separammo senza le solite lievi carezze sulle braccia e le spalle.

Poco tempo dopo presi la mia decisione, e da quel momento in poi non ebbi mai nessun ripensamento. Una mattina mi svegliai e dissi a Keffers che volevo cominciare il mio praticantato per diventare assistente. Era stato incredibilmente facile. Stava attraversando il cortile con addosso gli stivali da pioggia coperti di fango, e brontolava fra sé e sé con un pezzo di tubo in mano. Lo raggiunsi e glielo dissi, e lui si limitò a guardarmi come se l'avessi disturbato chiedendogli dell'altra legna. Poi biascicò qualcosa a proposito di andare da lui più tardi nel pomeriggio per compilare dei formulari. Niente di più.

Non fu così immediato, naturalmente, ma la faccenda si era messa in moto, e improvvisamente osservavo ogni cosa, i Cottages, gli altri, sotto una luce diversa. Ero una di quelle che stavano per partire, e presto tutti l'avrebbero saputo. Forse Ruth pensava che avremmo passato ore a parlare del mio futuro; forse pensava che avrebbe avuto una grossa influenza sulla mia decisione. Io però mi tenevo a una certa distanza da lei, così come facevo con Tommy. Non ne discutemmo mai veramente ai Cottages, e prima che potessi rendermene conto, stavo già facendo il giro dei saluti.

 

 PARTE  TERZA

Capitolo diciottesimo

 

La maggior parte delle volte fare l'assistente mi piace. Si potrebbe persino affermare che abbia rivelato il mio lato migliore. Alcuni però non sono tagliati per questo mestiere, semplicemente, e ogni cosa diventa una vera fatica. Cominciano con un atteggiamento abbastanza positivo, poi arriva tutta quella quantità di tempo trascorsa a stretto contatto con il dolore e l'ansia. E presto o tardi un donatore non ce la fa, anche se, capita, si tratta soltanto della seconda donazione, e nessuno avrebbe potuto prevedere delle complicazioni. Quando un donatore completa il suo ciclo in questo modo, inaspettatamente, non fa molta differenza cosa ti dicono le infermiere dopo, e neppure la lettera in cui c'è scritto che sono sicuri che tu hai fatto quanto era in tuo potere per il paziente, e per mantenere alto il livello qualitativo del tuo operato. Per qualche tempo, almeno, si è demoralizzati. Alcuni di noi imparano piuttosto in fretta come affrontare queste situazioni.

Altri al contrario – persone come Laura, per esempio – non ci riusciranno mai.

Poi c'è la solitudine. Cresci circondata da moltissime persone, che sono sempre state il tuo mondo, e all'improvviso sei diventata un'assistente.

Passi ora dopo ora sola, in giro per l'intero paese, da un centro all'altro, da un ospedale all'altro, negli ostelli dove trascorri le notti, senza nessuno con cui condividere le tue angosce, nessuno con cui ridere. Solo di tanto in tanto incroci uno studente che conoscevi – un assistente o un donatore incontrato anni prima – ma non hai mai molto tempo a disposizione. Sei sempre di corsa, oppure sei troppo esausta per riuscire a sostenere una conversazione. Presto, le lunghe ore, i viaggi, il sonno interrotto si sono insinuati dentro di te e sono divenuti parte di te, e tutti se ne accorgono, dal tuo atteggiamento, dallo sguardo, dal modo in cui parli e ti muovi.

Non fingo di essere stata immune da tutto questo, ma ho imparato a conviverci. Per alcuni assistenti, ogni cosa è motivo di delusione.

Molti di loro, e si vede, fingono di darsi da fare, in attesa del giorno in cui gli verrà detto che possono smettere e diventare a loro volta donatori. Mi dà anche parecchio fastidio come molti sembrano «rimpicciolirsi» nel momento stesso in cui mettono piede in un ospedale.

Non sanno cosa dire ai medici, non riescono a farsi ascoltare a nome del loro donatore. Non c'è da stupirsi se finiscono per sentirsi frustrati e danno la colpa a se stessi quando qualcosa va storto. Cerco di non essere troppo ingombrante, ma faccio udire la mia voce quando è necessario. E quando le cose vanno male, è naturale che io sia triste, ma almeno sento che ho fatto tutto quello che ho potuto, e osservo la situazione in prospettiva.

Malgrado la solitudine, è un lavoro che col tempo ho imparato ad apprezzare. Con questo non intendo dire che non mi farà piacere stare un po' di più con gli altri alla fine dell'anno, quando smetterò. Però mi piace pensare di salire in macchina, sapendo che per un paio d'ore ci saranno soltanto le strade, l'enorme cielo grigio e i miei sogni a occhi aperti a tenermi compagnia. E se mi capita di avere parecchi minuti a disposizione mentre mi trovo in una città, mi diverto a vagabondare e guardare le vetrine. Nel mio monolocale ci sono quattro lampade da tavolo, ognuna di un colore diverso, ma con la stessa forma – con un braccio zigrinato che si può piegare a proprio piacimento. Così magari vado alla ricerca di un negozio che espone un'altra lampada dello stesso tipo – non per comprarla, ma per fare dei paragoni.

Talvolta sono talmente immersa in me stessa che se inaspettatamente mi imbatto in qualcuno che conosco, è come se subissi una specie di shock e ho bisogno di un po' di tempo per riprendermi. È così che avvenne la mattina in cui spirava un vento forte e io attraversavo il parcheggio della stazione di benzina; scorsi Laura seduta dietro il volante di una macchina in sosta, che osservava con sguardo assente l'autostrada. Ero ancora piuttosto distante, e per un attimo, anche se non ci eravamo più viste da quando abitavamo ai Cottages sette anni prima, fui tentata di ignorarla e tirare dritto. Una strana reazione, considerando che era stata una delle mie migliori amiche. Come vi dicevo, in un certo senso forse era dovuto al fatto che non mi piaceva venire disturbata nelle mie réveries. Ma anche perché, immagino, quando vidi Laura accasciata mollemente a quel modo, mi resi conto all'istante che era diventata una di quelle assistenti cui accennavo prima, e una parte di me non voleva scoprire più di quanto già non sapessi.

Ma naturalmente andai da lei. Mentre camminavo in direzione della sua auto, parcheggiata lontana dagli altri veicoli, ero investita da un vento gelido. Laura indossava una giacca a vento col cappuccio blu, e i capelli – che portava molto più corti di prima – le stavano appiccicati sulla fronte. Quando bussai sul finestrino, lei non trasalì, né sembrò sorpresa di vedermi dopo tutti quegli anni. Adesso che ero apparsa davanti ai suoi occhi, era come se il suo primo pensiero fosse stato: «Finalmente!», poiché vidi le sue spalle alzarsi e riabbassarsi in una specie di sospiro, poi senza ulteriori esitazioni si sporse per aprirmi la portiera.

Conversammo per circa venti minuti: approfittai di tutto il tempo che avevo a mia disposizione, fino all'ultimo minuto. Parlammo molto di lei, di quanto fosse esausta, di quanto fosse difficile uno dei suoi donatori, di quanto odiasse quell'infermiera o quel dottore. Aspettavo di scorgere un barlume della vecchia Laura, con quel suo sorrisetto maligno e la battuta sempre pronta, ma non vidi assolutamente nulla.

Parlava più in fretta di quanto fosse sua abitudine, e sebbene fosse contenta di vedermi, talvolta mi dava l'impressione che io o qualcun altro non avrebbe fatto molta differenza, l'importante era poter scambiare una parola con un'altra persona.

Forse entrambe sentimmo che c'era qualcosa di pericoloso nel rivivere i vecchi tempi, perché a lungo evitammo ogni accenno all'argomento. Alla fine, tuttavia, ci ritrovammo a parlare di Ruth, che Laura aveva incontrato in una clinica alcuni anni prima, quando Ruth era ancora un'assistente.

Cominciai a farle qualche domanda su Ruth, su come l'aveva trovata, ma lei era talmente restia che infine esclamai: – Insomma, dovete pur aver parlato di qualcosa.

Laura diede in un lungo sospiro. – Sai come vanno queste cose, – disse.

- Avevamo fretta tutt'e due -. Poi aggiunse: – Non ci eravamo lasciate nel migliore dei modi, quando eravamo ai Cottages. Quindi forse non eravamo poi così felici di vederci.

- Non sapevo che anche voi aveste litigato, – dissi.

Si strinse nelle spalle. – Niente di grave. Sai com'era Ruth in quel periodo. Se mai, dopo la tua partenza, peggiorò ancora. Non faceva che dare ordini a tutti. Così io mi tenevo alla larga, semplicemente. Nessun vero litigio o cose del genere. Quindi voi non vi siete mai più viste?

 

- No. Buffo, vero, ma non l'ho mai incontrata, neanche per un istante.

- Già, buffo. Pensavo che ci saremmo incrociate molto più spesso. Ho visto Hannah qualche volta. E anche Michael H. -. Poi aggiunse: – Ho sentito dire che la prima donazione di Ruth è andata abbastanza male. E soltanto una voce, ma piuttosto insistente.

- L'ho sentito dire anch'io.

- Povera Ruth.

Rimanemmo in silenzio per un po'. Infine Laura chiese: – E così, Kathy? Che ormai ti lasciano scegliere i donatori? Non me l'aveva domandato con il tono accusatorio che avevo sentito usare qualche volta, così annuii e dissi: – Non sempre. Ma ho fatto un buon lavoro con alcuni donatori, così sì, di tanto in tanto ho la possibilità di scegliere.

- E allora perché non diventi l'assistente di Ruth?

 

Mi strinsi nelle spalle. – Ci ho pensato. Ma non sono sicura che sia una buona idea.

Laura aveva un'aria sorpresa. – Tu e Ruth eravate molto legate.

- Si, credo di si. Ma è stata la stessa cosa anche con te. Alla fine non eravamo più così amiche.

- Oh, ma è successo allora. Non sta bene. E ho sentito dire che ha avuto problemi anche con i suoi assistenti. Hanno dovuto cambiarli molto spesso.

- Non mi sorprende, – dissi. – Ma ci pensi? Fare l'assistente di Ruth.

Laura scoppiò a ridere, e per un istante nei suoi occhi apparve uno sguardo che mi fece pensare che stesse per fare una battuta. Poi però quella luce svanì e rimase seduta dove si trovava, con un'aria affaticata.

Parlammo ancora un po' dei problemi di Laura – in particolare di una certa sorella infermiera che sembrava avercela con lei. Poi arrivò per me il momento di andarmene, aprii la portiera e le dissi che avremmo dovuto passare un po' più di tempo insieme la prossima volta che ci incontravamo. Entrambe però eravamo estremamente consapevoli che ci fosse qualcosa di non detto fra noi, e penso che sentissimo che ci fosse un che di sbagliato nel salutarci a quel modo. Infatti, e ne sono abbastanza certa, era come se le nostre menti stessero percorrendo gli stessi binari. Poi disse: – È strano. Pensare che sia tutto finito.

Mi voltai a guardarla mentre stavo ancora seduta al mio posto. – Già, è molto strano, – dissi. – Non posso credere che non ci sia più.

- È così strano, – disse Laura. – Immagino che non dovrebbe fare poi molta differenza per me. E invece in qualche modo la fa.

- So cosa vuoi dire.

Fu quello scambio, quando infine accennammo alla chiusura di Hailsham, che d'un tratto ci avvicinò, e ci abbracciammo così, spontaneamente; non tanto per darci conforto, ma per attestare l'esistenza di Hailsham, il fatto che viveva ancora nei nostri ricordi. Poi dovetti affrettarmi verso la mia auto.

Avevo sentito parlare della chiusura di Hailsham più o meno un anno prima di quell'incontro con Laura nel parcheggio. Stavo chiacchierando con un donatore o un assistente ed era stato uno dei due ad accennare alla cosa di sfuggita, come se si aspettasse che fossi già al corrente di tutto. «Tu non eri di Hailsham? Allora è vero?», qualcosa di simile.

Poi un giorno, mentre uscivo da una clinica nel Suffolk mi imbattei in Roger C., che aveva un anno meno di me, e che mi raccontò con assoluta certezza ciò che stava per accadere.

Hailsham era sul punto di chiudere e c'era l'intenzione di vendere la casa e il terreno circostante a una catena d'alberghi. Ricordo la mia prima reazione quando me lo disse. Esclamai: «Che cosa succederà a tutti gli studenti?» Roger ovviamente pensò che mi riferissi a quelli che abitavano ancora lì, i piccoli che ancora dipendevano dai loro tutori; assunse un'espressione preoccupata e rifletté sul fatto che dovessero essere trasferiti in altre residenze, anche se alcune di queste erano alquanto distanti da Hailsham. Naturalmente, non era ciò che intendevo.

Io parlavo di noi, di tutti gli studenti che erano cresciuti con me e che adesso abitavano in ogni angolo del paese, assistenti e donatori, tutti con una vita propria, ma ognuno in qualche modo legato l'uno all'altra in virtù del luogo dove eravamo cresciuti.

Quella notte, mentre cercavo di prendere sonno in un ostello, continuai a pensare a una cosa che mi era successa qualche giorno prima. Mi ero recata in una cittadina balneare nel nord del Galles. Aveva piovuto moltissimo per tutta la mattina, ma dopo pranzo la pioggia era cessata e il sole aveva fatto capolino. Stavo tornando indietro verso la mia auto e percorrevo una di quelle tipiche strade, lunghe e diritte, che fronteggiano il lungomare. La via era semideserta, così scorsi davanti a me una fila ininterrotta e bagnata di lastre di pietra. Di li a poco si accostò un furgone, forse a trenta metri da me, e ne scese un uomo vestito da clown. Apri il portellone posteriore ed estrasse un grappolo di palloncini gonfiati a elio, circa una dozzina, e per un istante li tenne con una mano, mentre si chinava e con l'altra cercava qualcosa all'interno del veicolo. Mentre mi avvicinavo, notai che i palloncini avevano delle facce disegnate e delle orecchie sporgenti, e assomigliavano a una piccola tribù; se ne stavano lì a ballonzolare in aria sopra il loro proprietario, in attesa.

Poi il clown si rialzò, chiuse il furgone e cominciò a camminare, molti passi avanti a me, tenendo una valigetta con una mano e i palloncini nell'altra. Il lungomare correva lungo e diritto, e io lo seguii per un tempo che mi sembrò un'eternità. Talvolta mi sentivo un po' a disagio, e pensai persino che il clown avrebbe potuto voltarsi e dirmi qualcosa.

Tuttavia, poiché anch'io dovevo andare in quella direzione, non avevo molta scelta. Così procedemmo senza sosta, il clown Q io, lungo il marciapiede deserto e ancora bagnato dalla pioggia mattutina, mentre i palloncini continuavano a sobbalzare e a farmi delle smorfie. Di tanto in tanto scorgevo il pugno dell'uomo, nel punto in cui convergevano tutti i fili dei palloncini, e notai che erano intrecciati l'uno dentro l'altro, e tenuti saldamente insieme. Ciononostante, continuavo a temere che uno dei fili si slegasse e un palloncino si librasse nel cielo grigio.

Quella notte, mentre giacevo insonne nel mio letto dopo ciò che Roger mi aveva raccontato, continuavo a vedere quei palloncini davanti a me.

Pensavo che Hailsham stava per essere chiusa, ed era come se qualcuno si fosse avvicinato con un paio di cesoie e avesse tagliato i fili dei palloncini proprio nel punto in cui erano allacciati insieme al di sopra del pugno chiuso dell'uomo. Dopo, era come se i palloncini non avessero più alcuna ragione per rimanere uniti. Quando mi aveva raccontato la notizia su Hailsham, Roger aveva detto che probabilmente per quelli come noi non avrebbe fatto molta differenza. In un certo senso, forse c'era qualcosa di vero nelle sue parole. Però era terribile, pensare che niente, in quella casa, sarebbe mai stato più come prima; che persone come Miss Geraldine, per esempio, non avrebbero più condotto gruppi di studenti delle elementari a correre per il North Playing Field.

Nei mesi che seguirono quella conversazione con Roger, continuai a pensarci, al fatto che Hailsham sarebbe stata chiusa, e a tutte le implicazioni che ne derivavano. E su di me cominciò ad aleggiare l'idea che molte delle cose che avevo sempre creduto di poter fare, pensando di avere tutto il tempo a mia disposizione, in realtà avrei dovuto farle in fretta, altrimenti le avrei perdute per sempre. Non fui realmente colta dal panico. Però sentii con certezza che la scomparsa di Hailsham avrebbe mutato tutto ciò che ci stava intorno. Ecco perché quando Laura quella volta accennò al fatto che sarei potuta diventare l'assistente di Ruth, il suo suggerimento ebbe un impatto così profondo su di me, anche se in quell'occasione avevo opposto resistenza. Fu come se una parte di me avesse già preso quella decisione, e le parole di Laura avessero semplicemente sollevato il velo che la nascondeva.

Mi presentai per la prima volta nel centro di riabilitazione di Ruth a Dover – quello moderno con i muri piastrellati di bianco – appena qualche settimana dopo la mia conversazione con Laura. Erano passati circa due mesi dalla prima donazione di Ruth – che, come mi aveva detto Laura, non era andata affatto bene. Quando entrai nella sua stanza, lei stava seduta in camicia da notte sul bordo del letto, e mi accolse con un grande sorriso. Si alzò per venire ad abbracciarmi, ma subito dovette rimettersi di nuovo a sedere. Mi disse che mi trovava in splendida forma, e che quel taglio di capelli mi stava benissimo. Anch'io le dissi delle cose carine, e per la mezz'ora che seguì penso che ci sentimmo davvero felici di esserci ritrovate. Parlammo di tutto – di Hailsham, dei Cottages, di cosa avevamo fatto da allora – e sembrò che potessimo andare avanti così per l'eternità. In altre parole, fu un inizio davvero incoraggiante – migliore di quanto avessi osato sperare.

Ciononostante, quella prima volta, non accennammo minimamente al modo in cui ci eravamo separate. Forse se avessimo affrontato l'argomento dall'inizio, le cose sarebbero andate diversamente, chi lo sa. Fatto sta che evitammo di parlarne, e dopo aver chiacchierato per un po', fu come se avessimo deciso di comune accordo di fingere che non fosse mai successo niente tra noi.

Come primo incontro, poteva andare bene. Ma una volta che diventai ufficialmente la sua assistente e cominciai a incontrarla con regolarità, la sensazione che ci fosse qualcosa di non risolto tra noi diventò sempre più forte. Presi l'abitudine di andare a farle visita tre o quattro volte alla settimana nel pomeriggio inoltrato, portando con me acqua minerale e un pacchetto dei suoi biscotti preferiti, e avrebbe dovuto essere bellissimo, ma all'inizio non fu affatto così.

Cominciavamo a chiacchierare di qualcosa, qualcosa di assolutamente neutro quando, per nessuna ragione evidente, eravamo costrette a interromperci. Se invece riuscivamo a mantenere viva la conversazione, più a lungo parlavamo, più lei diventava guardinga e affettata.

Poi un pomeriggio, mentre attraversavo il corridoio per andare da lei, udii qualcuno che parlava nella doccia, proprio di fronte alla porta della sua stanza. Immaginai che si trattasse di Ruth, così entrai in camera sua e rimasi in piedi ad aspettarla, ammirando il panorama che si godeva dalla sua finestra oltre i tetti delle case. Trascorsi circa cinque minuti, lei apparve tutta avvolta in un asciugamano. A dire il vero pensava che sarei arrivata soltanto un'ora dopo, e immagino che ognuno di noi si senta un po' vulnerabile dopo una doccia, con indosso soltanto un asciugamano. Ciononostante, l'espressione di paura che le attraversò il volto mi turbò moltissimo. Cercherò di spiegarmi meglio.

Naturalmente mi aspettavo una certa sorpresa da parte sua. Ma il punto è che, dopo che si fu ripresa e capì che ero io, ci fu un istante, forse più, in cui continuò a fissarmi, se non con timore, con reale diffidenza. Era come se attendesse da tempo immemorabile che io facessi qualcosa per lei, e adesso pensava che fosse arrivato il momento.

Quello sguardo svanì un attimo dopo e ci comportammo come al solito, ma quell'incidente provocò in entrambe un vero scossone. Mi fece capire che Ruth non si fidava di me, e probabilmente neanche lei se n'era resa conto fino in fondo. Ad ogni modo, dopo quel giorno, l'atmosfera peggiorò ancora. Era come se avessimo lasciato un nervo scoperto, e lungi dall'essere riuscite a chiarirci, questo ci aveva rese ancora più consapevoli di tutto ciò che era avvenuto tra noi. Arrivai al punto in cui, prima di andare a trovarla, rimanevo seduta in macchina qualche minuto per prepararmi alla prova che mi attendeva. Dopo una seduta in particolare, eseguimmo tutti i controlli necessari in un silenzio tombale; seguì un'afasia ancora più totale quando ci ritrovammo insieme sedute l'una accanto all'altra. Ero sul punto di riferire che la cosa non aveva funzionato, e che avrei dovuto dimettermi. Poi ci fu un ulteriore sconvolgimento, e avvenne a causa della barca.

Dio solo sa come vanno queste cose. Talvolta si tratta di una battuta scherzosa, talvolta di un pettegolezzo. Viaggia da un centro all'altro attraverso il paese nell'arco di pochi giorni, e all'improvviso è sulla bocca di tutti i donatori. Ebbene, in questo caso si trattava di una barca. Ne avevo sentito parlare per la prima volta da una coppia di miei donatori nel nord del Galles. Poi, alcuni giorni dopo, fu la stessa Ruth ad accennarmene. Ero sollevata all'idea che avessimo trovato un argomento di conversazione, e la incoraggiai.

- Il ragazzo del piano di sopra, – disse. – Il suo assistente è andato a vederla. Dice che non è molto distante dalla strada, così è facilmente raggiungibile. Quella barca se ne sta là, incagliata nella palude.

- Come ha fatto ad arrivare fin là?

 

- Non saprei. Forse voleva sbarazzarsene, chiunque fosse il proprietario. O forse una volta, durante una piena, è andata alla deriva e si è arenata. Chissà. Sembra che sia un vecchio peschereccio. Con una piccola cabina dove rifugiarsi in caso di tempesta.

In occasione dei nostri incontri successivi, fece sempre in modo di parlare della barca. Poi un pomeriggio, quando cominciò a raccontarmi che uno degli altri donatori del centro era stato accompagnato dal suo assistente a vederla, le dissi:

 

- Ascolta, non è proprio così vicino, lo sai. Ci vuole un'ora, forse un'ora e mezza di macchina.

- Non stavo suggerendo nulla. Lo so che hai altri donatori di cui occuparti.

- Però ti piacerebbe vederla. Ti piacerebbe vedere quella barca, vero Ruth?

 

- Credo di si. Credo che mi piacerebbe. Si passano giorni e giorni in questo posto. Si, mi piacerebbe vedere una cosa come quella.

- E immagina, – dissi gentilmente, senza nessun accenno di sarcasmo nella voce. – Se per caso andassimo fin lassù, che ne diresti di andare a trovare Tommy? Visto che il suo centro è poco distante dal luogo in cui dovrebbe essere la barca.

Il viso di Ruth rimase impassibile all'inizio. – Immagino che potremmo pensarci, – disse. Poi scoppiò a ridere e aggiunse: – Sul serio, Kathy, non era l'unica ragione per cui insistevo tanto con questa storia della barca. Mi piacerebbe molto vederla, davvero. Tutto questo tempo passato dentro e fuori dall'ospedale. Poi rinchiusa qui dentro. Cose come questa sono decisamente più importanti adesso. Però è vero, lo sapevo.

Sapevo che Tommy stava al centro di Kingsfield.

- Sei sicura di volerlo incontrare?

 

- Sì, – rispose senza esitazione, guardandomi dritto negli occhi. – Sì, lo voglio -. Poi disse a bassa voce: – Non vedo quel ragazzo da tanto tempo. Dagli anni dei Cottages.

Finalmente parlavamo di Tommy. Non entrammo nel dettaglio e non venni a sapere molto più di quanto già non sapessi. Però credo che entrambe ci sentimmo sollevate adesso che avevamo affrontato l'argomento. Ruth mi raccontò che, quando lasciò i Cottages in autunno, un anno dopo di me, lei e Tommy praticamente non stavano più insieme.

- Dal momento che andavamo in posti diversi per fare praticantato, – mi spiegò, – sembrava inutile separarsi ufficialmente. Così decidemmo di rimanere insieme fino alla mia partenza.

In quel momento non aggiungemmo molto altro.

Per quanto riguarda l'escursione alla barca, non dissi né sì né no la prima volta che ne discutemmo insieme. Nelle due settimane successive, tuttavia, Ruth continuò a parlarne, e in un certo senso i nostri piani si fecero più definiti, finché alla fine spedii un messaggio all'assistente di Tommy attraverso un contatto che avevo; gli dissi che, a meno che Tommy non fosse esplicitamente contrario, saremmo andate a fargli visita al Kingsfield la settimana seguente, in un pomeriggio già stabilito.

 

Capitolo diciannovesimo

 

Non mi ero recata molto spesso al Kingsfield negli ultimi tempi, così Ruth e io fummo costrette a consultare la cartina più volte; ciononostante, arrivammo con parecchi minuti di ritardo. Non è uno dei centri di riabilitazione più attrezzati, e se non fosse per i legami che mi uniscono a quel luogo, non avrei voglia di visitarlo. E fuori mano e difficile da raggiungere, e tuttavia una volta entrati non si prova nessuna vera sensazione di pace e di tranquillità. Si sente il rumore del traffico dello stradone che corre oltre lo steccato, e l'impressione generale è che i lavori di ristrutturazione non siano mai stati realmente completati. Non si può accedere a molte delle camere dei donatori con una sedia a rotelle, e in alternativa sono troppo soffocanti o esposte eccessivamente alle correnti d'aria. Non ci sono bagni a sufficienza, e quelli esistenti sono difficili da mantenere puliti, gelidi d'inverno e di solito troppo distanti dalle stanze dei donatori. Il centro di Kingsfield, in altre parole, non può essere minimamente paragonato a quello di Dover, con le piastrelle lucenti e le finestre coi doppi vetri che si chiudono ermeticamente con un semplice movimento della maniglia.

In seguito, quando il Kingsfield divenne il luogo prezioso e familiare che fu per me, mentre mi trovavo in uno degli edifici amministrativi mi imbattei in una foto in bianco e nero del posto prima che fosse riconvertito, quando era ancora un campeggio per famiglie normali. La fotografia probabilmente è stata scattata nella seconda metà degli anni Cinquanta o nei primi anni Sessanta, e mostra una grande piscina di forma rettangolare dove sguazzano un mucchio di persone allegre – bambini, genitori – che sembrano divertirsi moltissimo. C'è cemento tutt'attorno alla vasca, ma la gente ha sistemato delle sdraio e dei lettini, e grandi ombrelloni per ripararsi dal sole. La prima volta che la vidi, mi ci volle un po' per capire che stavo osservando ciò che i donatori chiamano «la Piazza» – il luogo dove si parcheggiano le auto all'arrivo. Naturalmente la piscina adesso è stata riempita, ma è ancora possibile intravederne la forma, e a un'estremità – esempio di quella sensazione di qualcosa di non finito cui accennavo prima – hanno lasciato la struttura metallica che serviva per il trampolino più alto. Fu soltanto quando scorsi quella fotografia che capii a cosa servisse quella struttura e adesso, ogni volta che la vedo, non posso fare a meno di immaginare un nuotatore che si tuffa dal punto più alto per andare a schiantarsi sul cemento.

Non avrei riconosciuto facilmente la Piazza in quella foto, se non fosse stato per i bianchi edifici squadrati a due piani sullo sfondo, che si ergevano su tutti e tre i lati visibili dell'area adibita a piscina. Era lì che le famiglie affittavano gli appartamenti per le vacanze, e sebbene intuissi che gli interni avevano subito una radicale trasformazione, l'esterno non sembrava molto cambiato. Per certi versi, immagino, ciò che la Piazza rappresenta adesso non è poi tanto diverso da ciò che la piscina incarnava in quel periodo. È il nucleo della vita sociale, il luogo dove vanno i donatori per godere di un po' d'aria fresca e chiacchierare. Ci sono alcune panche di legno per il picnic disseminate tutt'attorno alla Piazza, ma – soprattutto quando il sole è troppo caldo o sta piovendo – i donatori preferiscono incontrarsi sotto il tetto piatto e spiovente della sala giochi situata in fondo, dietro alla struttura del vecchio trampolino.

Il pomeriggio in cui Ruth e io facemmo la nostra entrata al Kingsfield, il cielo era coperto e faceva un po' freddo, e quando parcheggiamo nella Piazza il luogo era deserto, fatta eccezione per sei o sette sagome dai contorni indefiniti al riparo di quel tetto. Mentre parcheggiavo l'auto in un punto qualsiasi sopra la vecchia piscina – di cui naturalmente allora non conoscevo l'esistenza -, una figura si staccò dal gruppo e venne verso di noi, e vidi che si trattava di Tommy. Indossava una felpa sportiva di un colore verde sbiadito e sembrava appesantito di qualche chilo dall'ultima volta che l'avevo visto.

-accanto a me Ruth, per un istante, sembrò colta dal panico. _ Cosa facciamo? – esclamò. – Scendiamo? No, no, non scendiamo. Non ti muovere, rimani dove sei.

Non so cosa avessi intenzione di fare, ma quando Ruth pronunciò queste parole, per qualche ragione, senza neanche pensarci uscii dalla macchina. Ruth rimase dov'era, ed ecco perché, quando Tommy ci raggiunse, il suo sguardo cadde su di me e perché mi abbracciò per prima. Percepii un leggero odore di una medicazione che non conoscevo.

Poi, sebbene non avessimo ancora aperto bocca, entrambi intuimmo che Ruth ci stava osservando dall'auto e ci allontanammo.

Sul parabrezza era riflesso un ampio spicchio di cielo, così non riuscii a vederla bene. Tuttavia ebbi l'impressione che avesse uno sguardo serio, gelido quasi, come se Tommy e io fossimo due attori in una commedia di cui era spettatrice. C'era qualcosa di strano nei suoi occhi, che mi fece sentire a disagio. Poi Tommy mi oltrepassò e si diresse verso l'auto. Aprì la portiera posteriore, si sedette sul sedile e allora fu il mio turno di osservarli, all'interno della macchina, mentre si scambiavano qualche battuta e poi dei lievi baci educati sulle guance.

Dall'altro lato della Piazza, anche i donatori sotto il tetto ci fissavano, e sebbene non sentii nulla di ostile nei loro sguardi, d'un tratto mi venne voglia di allontanarmi da lì il più in fretta possibile.

Tuttavia mi attardai un po' prima di rientrare in macchina, in modo da concedere a Tommy e Ruth qualche minuto in più da soli.

Percorremmo sentieri angusti e tortuosi. Poi sbucammo in una zona di campagna ampia e senza confini e proseguimmo su una strada semideserta.

Ciò che rammento di quei momenti della nostra gita fu che per la prima volta dopo tanto tempo un debole sole fece capolino attraverso tutto quel grigio; e ogni volta che gettavo un rapido sguardo a Ruth seduta accanto a me, vedevo che sul suo volto c'era un sorriso leggero e rilassato. Per quanto riguarda la nostra conversazione, ebbene, mi pare di ricordare che ci comportammo come se ci fossimo visti spesso, e non ci fosse bisogno di parlare di niente che non fosse dettato dall'immediatezza del momento. Domandai se Tommy avesse già visto la barca, e lui rispose che no, lui no, ma molti altri donatori del centro c'erano già stati. Aveva avuto qualche occasione per andarci, ma non ne aveva mai approfittato.

- Non è che non volessi, – spiegò sporgendosi in avanti. – È solo che non ero particolarmente interessato. Una volta stavo per andare a vederla, con altri due donatori e i loro assistenti, poi ebbi una piccola emorragia e fui costretto a rimandare. È stato un secolo fa.

Adesso non mi succede più.

Poi, qualche tempo dopo, mentre procedevamo attraverso la campagna deserta, Ruth si voltò sul sedile fino a guardare Tommy dritto in faccia, senza smettere di fissarlo. Sul suo volto c'era sempre lo stesso sorriso, ma non disse una parola, e io vidi dallo specchietto retrovisore che Tommy appariva sensibilmente a disagio. Spostava lo sguardo dal finestrino a lei, poi di nuovo verso il finestrino. Dopo un po', senza distogliere gli occhi da lui, Ruth cominciò a raccontare un aneddoto senza capo né coda a proposito di una tale, una donatrice del centro, una persona di cui aveva sentito parlare, e per tutto il tempo non fece che fissare Tommy, con quel sorriso gentile che non l'abbandonò mai. Forse perché il suo racconto mi stava annoiando, forse perché volevo andare in aiuto di Tommy, dopo circa un minuto la interruppi:

 

- D'accordo, ma non c'è bisogno di sentire tutti i dettagli. Pronunciai queste parole senza cattiveria, e davvero non avevo intenzioni bellicose. Ma ancor prima che Ruth si fermasse, praticamente mentre stavo ancora parlando, Tommy se ne uscì con un suono improvviso accompagnato da una risata, una sorta di esplosione, un rumore che non gli avevo mai udito fare. Poi disse: – È proprio quello che stavo per dire. E un po' che mi sono perso.

Tenevo gli occhi fissi sulla strada, così non ero sicura se si fosse rivolto a Ruth o a me. Ad ogni modo, Ruth smise di parlare e si girò lentamente finché non si fu voltata del tutto. Non sembrava particolarmente triste, ma il sorriso era scomparso, e gli occhi guardavano lontano, fissi su qualcosa nel cielo che si stagliava di fronte a noi. Però devo essere onesta: in quel momento non pensavo a Ruth. Il mio cuore aveva avuto un sobbalzo, poiché improvvisamente, con quella risata complice, fu come se Tommy e io ci fossimo riavvicinati dopo tutti quegli anni.

Trovai la svolta che cercavamo circa venti minuti dopo che eravamo partiti dal Kingsfield. Imboccammo una strada stretta e tutta curve fiancheggiata da siepi, e parcheggiammo vicino a una macchia di sicomori. Feci strada in direzione dei boschi ma poi, dovendo scegliere fra tre diversi sentieri che si inoltravano fra gli alberi, mi fermai per consultare il foglietto con le indicazioni che avevo portato con me.

Mentre me ne stavo li in piedi cercando di decifrare la calligrafia, improvvisamente mi accorsi che Ruth e Tommy erano dietro di me, muti, in attesa di ricevere istruzioni, come dei bambini.

Entrammo nel bosco, e sebbene il sentiero non presentasse particolari difficoltà, mi accorsi che Ruth respirava sempre più a fatica. Tommy, al contrario, sembrava non avere nessun problema, anche se aveva un'andatura lievemente zoppicante. Poi giungemmo a un reticolato, che era piegato e arrugginito; lo stesso filo spinato era tutto strappato.

Quando Ruth lo vide, si fermò di colpo.

- Oh no, – esclamò ansiosamente. – Non mi avevi detto nulla. Non mi avevi detto che avremmo dovuto attraversare il filo spinato.

- Non è difficile, – dissi. – Possiamo passare sotto. Dobbiamo soltanto aiutarci a tenerlo sollevato.

Ruth però sembrava veramente triste e non si muoveva. Fu in quel momento, mentre se ne stava lì immobile, le spalle che si alzavano e abbassavano al ritmo del suo respiro, che Tommy sembrò rendersi conto per la prima volta di quanto fosse fragile. Forse l'aveva già notato prima, e non aveva voluto ammetterlo. Adesso però la fissò per qualche secondo. Poi penso che ciò che accadde dopo – sebbene naturalmente non posso affermarlo con certezza – fu che entrambi, Tommy e io, ci ricordammo di ciò che era avvenuto nella macchina, quando avevamo più o meno cospirato contro di lei. Quasi d'istinto, le andammo incontro. Io la presi per un braccio, Tommy le sostenne un gomito dall'altro lato, e la guidammo gentilmente verso il reticolato.

La lasciai andare solo per attraversare io stessa il filo spinato. Poi lo tenni sollevato più'in alto che potei, e Tommy e io l'aiutammo a passare. Alla fine non fu così difficile per lei: era più una questione di fiducia, e con noi due vicino sembrò che la sua paura fosse svanita.

D'altro canto fu lei ad aiutarmi ad alzare il filo per permettere a Tommy di passare. Lo attraversò senza problemi, e Ruth gli disse: – E solo quando devo chinarmi così. Qualche volta non ci riesco tanto.

Tommy aveva un'aria impacciata, come se fosse imbarazzato per quello che era appena successo, o si fosse di nuovo ricordato del nostro piccolo complotto. Annuì in direzione degli alberi di fronte a noi e disse: – Immagino che si debba andare di là. Ho ragione, Kath?

 

Gettai una rapida occhiata al mio foglietto e mi incamminai per prima.

Quando ci inoltrammo in mezzo agli alberi, l'oscurità si infittì e il terreno divenne sempre più paludoso.

- Speriamo di non perderci, – udii Ruth che diceva a Tommy ridendo, ma io nel frattempo scorsi una radura non molto distante. Adesso, con un po' di tempo a disposizione per pensare, capii perché ero così turbata da ciò che era successo in macchina. Non era semplicemente che avevamo complottato contro Ruth: era il modo in cui aveva reagito. Ai vecchi tempi, sarebbe stato inconcepibile per lei permettere che accadesse una cosa simile senza controbattere. Mentre realizzavo tutto questo, mi fermai per un istante, in attesa che Ruth e Tommy mi raggiungessero, poi le circondai le spalle con un braccio.

Non sembrò un gesto così sentimentale; aveva tutta l'aria di una preoccupazione da assistente, poiché adesso c'era qualcosa di incerto nel suo modo di camminare, e mi domandai se avessi sottovalutato troppo quanto fosse ancora debole. Il respiro era piuttosto sofferente, e mentre camminavamo fianco a fianco, di tanto in tanto si appoggiava a me. Infine attraversammo il bosco e giungemmo alla radura, poi vedemmo la barca.

A dire il vero, non eravamo sbucati in una radura: più che altro, la fila di esili alberi che avevamo incontrato sulla nostra strada era finita, e adesso di fronte a noi si estendeva una vasta area paludosa di cui non si intravedevano i confini. Il cielo pallido appariva gigantesco e talvolta lo si scorgeva riflesso nelle macchie acquitrinose che costellavano il terreno. Non molto tempo fa, gli alberi dovevano essere giunti fin laggiù, perché qua e là si vedevano sbucare dei tronchi morti e spettrali, perlopiù spezzati a un metro da terra.

Dietro quei tronchi morti, forse a una sessantina di metri di distanza, c'era la barca, in secco nella palude sotto quel pallido sole.

- Oh, è proprio come aveva detto la mia amica, – esclamò Ruth. – E davvero bellissima.

Eravamo circondati dal silenzio, e quando ci avviammo in direzione della barca, sentimmo il rumore del fango appiccicaticcio sotto le scarpe. Di li a poco mi accorsi che i miei piedi stavano affondando sotto i ciuffi d'erba, e gridai: – Okay, oltre non possiamo andare.

Gli altri due, che si trovavano dietro di me, non sollevarono alcuna obiezione, e quando gettai un'occhiata dietro le spalle vidi che Tommy sosteneva di nuovo Ruth con il braccio. Procedetti a grandi passi in direzione del tronco morto più vicino, dove il suolo era più duro, e mi appoggiai per mantenere l'equilibrio. Seguendo il mio esempio, Tommy e Ruth si avvicinarono a un altro tronco, cavo e più emaciato del mio, situato leggermente dietro sulla mia sinistra. Si aggrapparono a entrambi i lati dell'albero e sembrarono aver raggiunto una certa stabilità. Poi osservammo la barca in secco. Mi accorsi che la vernice si stava staccando, e che le cornici di legno della piccola cabina si stavano sgretolando. Una volta era dipinta di un blu profondo, ma adesso appariva quasi bianca sotto quel cielo.

- Mi domando come sia arrivata fin qui, – proruppi. Avevo alzato la voce perché gli altri potessero udirmi, e mi aspettavo di sentire un'eco. Il suono però era sorprendentemente vicino, come se mi trovassi in una stanza ovattata.

Poi udii Tommy che diceva alle mie spalle: – Forse anche Hailsham è così adesso. Non credete?

 

- Perché mai dovrebbe essere così? – Ruth sembrava autenticamente sorpresa. – Non si trasformerebbe in una palude solo perché la chiudono.

- Suppongo di no. Stavo solo riflettendo. Ma me la vedo sempre così. Non c'è nessuna spiegazione logica. E a dire il vero, è piuttosto simile all'immagine che ho in testa. Solo che naturalmente la barca non c'è.

Non sarebbe poi male, in fondo.

- E buffo, – disse Ruth. – Ho fatto questo sogno l'altra mattina.

Sognavo di essere nell'Aula n. 14. Sapevo che il posto era stato chiuso, ma eccomi lì, nell'Aula n. 14. Guardavo fuori dalla finestra e vedevo che era tutto allagato. Assomigliava a un lago gigantesco. Osservavo i rifiuti galleggiare sotto la mia finestra, cartoni vuoti delle bibite, ogni genere di cose. Tuttavia non provavo panico o qualcosa di simile.

C'era pace e tranquillità, proprio come adesso. Sapevo di non correre nessun pericolo, che dipendeva semplicemente dal fatto che Hailsham era stata chiusa.

- Sai, – disse Tommy, – Meg B. è stata nel tuo centro per un po'. Adesso se n'è andata, da qualche parte su al nord per la sua terza donazione.

Non ho mai più saputo nulla di lei. Qualcuno ha avuto sue notizie?

 

Scossi il capo, e quando mi accorsi che Ruth non aveva aperto bocca, mi voltai a guardarla. All'inizio pensai che stesse ancora fissando la barca, poi vidi che il suo sguardo era concentrato sulla scia di fumo di un aereo in lontananza, che prendeva quota lentamente. Poi disse: – Vi dirò qualcosa che sono venuta a sapere. Ho sentito parlare di Chrissie. Ho sentito che ha completato il suo ciclo durante la seconda donazione.

- L'ho sentito dire anch'io, – intervenne Tommy. – Dev'essere vero. Ho sentito dire esattamente la stessa cosa. Peccato. Soltanto due donazioni. Meno male che non è successo a me.

- Penso che accada più spesso di quanto non dicano, – osservò Ruth. – Prendete la mia assistente. Probabilmente sa che ho ragione. Però non dirà una parola.

- Non c'è nessuna cospirazione, – dissi girandomi verso la barca. – Capita talvolta. Quello che è successo a Chrissie è stato molto triste.

Ma non è così abituale. Stanno molto attenti ultimamente.

- Scommetto che capita molto più spesso di quanto non dicano, – ripeté Ruth. – Ecco perché continuano a trasferirci fra una donazione e l'altra.

- Una volta ho incontrato Rodney, – dissi. – Non molto tempo dopo che Chrissie aveva completato il suo ciclo. L'ho visto in quella clinica, nel nord del Galles. Stava abbastanza bene.

- Immagino che fosse distrutto a causa di Chrissie, – commentò Ruth.

Poi, rivolgendosi a Tommy, aggiunse: – Non ci raccontano neanche la metà della storia, vedi?

 

- A dire il vero, – dissi, – non l'aveva presa così male. Era triste, naturalmente. Ma se la cavava.. Non si vedevano da un paio d'anni. Disse che pensava che a Chrissie non importava molto. E immagino che lo sapesse per certo.

- Come faceva a saperlo? – sbottò Ruth. – Come faceva a sapere come si sentiva Chrissie? Che cosa desiderava? Non era lui a stare sdraiato su quel tavolo, a cercare di attaccarsi alla vita con tutte le sue forze.

Come taceva a saperlo?

 

Questa vampata di rabbia mi ricordava la vecchia Ruth, e mi costrinse di nuovo a voltarmi verso di lei. Forse fu soltanto un lampo nel suo sguardo, ma sembrò che mi guardasse con un'espressione dura, severa.

- Non è bene, – disse Tommy. – Completare il ciclo alla seconda donazione. Non è bene.

- Non posso credere che Rodney l'abbia presa così tranquillamente, – disse Ruth. – Gli hai parlato soltanto per pochi minuti. Come fai a dirlo?

 

- Già, – intervenne Tommy. – Ma se, come dice Kath, si erano già separati...

- Non fa nessuna differenza, – lo interruppe Ruth. – In un certo senso era ancora peggio.

- Ho incontrato molte persone nella posizione di Rodney, – dissi. – Vengono a patti con ciò che è successo.

- Come fai a saperlo? – disse Ruth. – Come accidenti fai a saperlo? Sei ancora un'assistente.

- Vedo molte cose nella mia posizione. Non sai quante.

- Non può saperlo, vero Tommy? Non come ci si sente veramente.

Per un istante entrambe ci voltammo verso Tommy, ma lui continuava a tenere lo sguardo fisso sulla barca. Poi disse: – C'era un ragazzo, nel mio centro. Si preoccupava sempre che non ce l'avrebbe fatta alla seconda donazione. Ripeteva che se lo sentiva nelle ossa. Ma non ci fu nessun problema. Ha appena superato la terza, e sta benissimo -. Sollevò una mano a proteggersi gli occhi. – Non ero tanto bravo a fare l'assistente. Non ho neanche mai imparato a guidare. Penso che questo spieghi perché l'avviso per la mia prima donazione mi è stato recapitato così presto. So che dovrebbe essere altrimenti, ma io credo che le cose siano andate in questo modo. Non è che mi dispiaccia poi molto. Sono un eccellente donatore, ma come assistente ero pessimo.

Rimanemmo in silenzio per un po'. Infine Ruth disse, con un tono più calmo: – Penso di essere stata un'assistente abbastanza brava. Ma cinque anni a brancolare nel nulla sono sufficienti per me. Ero come te, Tommy. Ero pronta a diventare una donatrice. Mi sembrava fosse arrivato il momento.

Dopotutto, è quello che si attendono che facciamo, no?

 

Non ero certa che si aspettasse un commento da parte mia. Non l'aveva detto per spingermi direttamente a espormi, ed è assolutamente probabile che avesse fatto un'affermazione che derivava da una consuetudine – era il genere di opinioni che si scambiavano sempre i donatori. Quando mi voltai nuovamente verso di loro, Tommy continuava a tenere la mano alzata a schermarsi gli occhi.

- Peccato che non possiamo avvicinarci di più, – disse.

- Un giorno, quando sarà un po' più asciutto, forse potremmo ritornare.

- Sono felice di essere venuta, – disse Ruth dolcemente.

- È proprio bella. Ma penso che sia ora di rientrare. Il vento è piuttosto freddo.

- Almeno l'abbiamo vista, – concluse Tommy.

Chiacchierammo molto più liberamente sulla strada del ritorno. Ruth e Tommy mettevano a confronto i loro centri, il cibo, gli asciugamani, quel genere di particolari – e io intervenivo sempre nella conversazione, perché continuavano a chiedermi degli altri centri, se questa o quella cosa fosse normale.

L'andatura di Ruth adesso era molto meno incerta, e quando raggiungemmo il reticolato e io sollevai il filo spinato, lei esitò appena.

Salimmo in macchina, Tommy si sedette di nuovo dietro, e per un po' ci fu una bella atmosfera tra noi. Forse, ripensandoci, era come se ci fosse qualcosa che aleggiava nell'aria, ma è possibile che l'impressione di oggi sia dovuta a ciò che avvenne in seguito.

Il modo in cui cominciò fu una sorta di replica di quello che era accaduto prima. Avevamo imboccato la lunga strada semideserta, e Ruth aveva fatto una considerazione su un manifesto che avevamo visto passando. Adesso non ricordo neanche di quale manifesto si trattasse, era soltanto una di quelle enormi immagini pubblicitarie che si vedono ai margini delle strade. Era un'osservazione detta quasi a se stessa, fatta ovviamente senza nessuno scopo particolare. Disse una frase come: «Oh mio Dio, guarda quello. Speravo che almeno avessero provato a inventarsi qualcosa di nuovo».

Dal sedile posteriore, Tommy disse: – A dire il vero a me piace. L'ho visto anche sui giornali. Penso che abbia qualcosa di speciale.

Forse desideravo riprovare quella sensazione, di me e Tommy di nuovo uniti. Poiché sebbene la passeggiata per vedere la barca fosse stata bella, cominciavo a sentire che dopo quel primo abbraccio e quel momento in macchina, Tommy e io non avevamo avuto molte occasioni per passare un po' di tempo insieme. Mi ritrovai a dire: – Ad essere sinceri, piace anche a me. Ci vuole molto più impegno di quanto tu non creda, a inventare questi manifesti.

- E vero, – intervenne Tommy. – Qualcuno mi ha raccontato che impiegano settimane a creare una cosa del genere. Mesi addirittura. La gente qualche volta lavora di notte, a più riprese, finché non si trova l'idea giusta.

- È troppo facile, – aggiunsi. – Criticare mentre si passa in macchina.

- La cosa più facile del mondo, – concluse Tommy. Ruth non disse nulla, e continuò a fissare la strada deserta davanti a noi. Poi dissi: – Dal momento che parliamo di manifesti. ce n'era uno che ho notato prima arrivando. Dovremmo vederlo abbastanza presto. Dovrebbe essere sul nostro lato questa volta.

- Un manifesto di cosa?

 

- Aspetta. Presto lo vedrai.

Gettai un'occhiata in direzione di Ruth, seduta accanto a me. Non c'era rabbia nei suoi occhi, soltanto una specie di spossatezza. Scorsi addirittura una sorta di speranza, pensai, che quando il manifesto fosse apparso, sarebbe stato perfettamente inoffensivo – e ci avrebbe ricordato Hailsham, qualcosa di simile. Vidi tutto questo sul suo volto, il modo in cui non si fissava in un'unica espressione, ma vagava esitante da una all'altra. Per tutto quel tempo, il suo sguardo rimase fisso davanti a sé.

Rallentai e accostai, andando a sbattere contro il ciglio della strada dove cresceva l'erba incolta.

- Perché ci fermiamo? – chiese Tommy.

- Perché da qui si vede meglio. Se ci avviciniamo di più, saremo obbligati a sollevare troppo la testa.

Sentivo Tommy muoversi dietro di noi, cercando di vedere meglio. Ruth non si mosse, e non ero neppure certa che stesse guardando il manifesto.

- D'accordo, non è proprio lo stesso, – dissi dopo un po'. – Però me l'ha ricordato. Ufficio open space, gente elegante e sorridente.

Ruth rimase in silenzio, ma Tommy disse dal sedile posteriore: – Ci sono. Vuoi dire l'ufficio che abbiamo visto quella volta.

- Non soltanto, – continuai. – È molto simile a quella pubblicità.

Quella che abbiamo trovato per terra. Ti ricordi, Ruth?

 

- Non sono sicura, – disse tranquillamente.

- Oh, avanti. Devi ricordartela. L'abbiamo trovata in una rivista per terra su un sentiero. Vicino a una pozzanghera. Tu ne sei rimasta affascinata. Non fingere di essertela dimenticata.

- Penso di ricordarmela -. La voce di Ruth adesso era quasi un sussurro.

Un camion ci passò accanto, fece ondeggiare l'auto e per qualche istante ci impedì di vedere il poster. Ruth chinò il capo, come se sperasse che il camion avesse rimosso quell'immagine per sempre, e quando fu di nuovo perfettamente visibile, non sollevò lo sguardo.

- È buffo, – dissi. – Che mi sia venuto in mente adesso. Ricordi tutto quello che dicevamo? Di come un giorno tu avresti lavorato in un ufficio simile a quello?

 

- E vero, ecco perché siamo partiti quel giorno, – disse Tommy, come se si fosse rammentato soltanto in quel momento. – Quando siamo andati nel Norfolk. Ci siamo andati per trovare il tuo possibile. Che lavorava in un ufficio.

- Non pensi qualche volta – dissi a Ruth – che avresti dovuto metterci più convinzione? Va bene, eri stata la prima. La prima fra tutti noi che avesse mai immaginato una cosa del genere. Forse però avresti potuto farcela. Non ti chiedi ogni tanto che cosa sarebbe successo se ci avessi provato? – Come avrei potuto? -La voce di Ruth si udiva a malapena. – È stato un sogno. Niente di più.

- Se però fossi andata a fondo della cosa. Come fai a saperlo? Magari te l'avrebbero permesso.

- E vero, Ruth, – disse Tommy. – Forse avresti almeno potuto provarci.

Dato che ne parlavi in continuazione. Penso che Kath abbia ragione.

- Non ne parlavo in continuazione, Tommy. Perlomeno, non ricordo di averlo fatto.

- Però Tommy ha ragione. Almeno avresti potuto provarci. Così, se ti capitava di vedere un manifesto come quello e ti tornava in mente che era ciò che una volta desideravi davvero, almeno sapevi di essere andata fino in fondo...

- Come avrei potuto? – Per la prima volta il suo tono era duro, poi emise un sospiro e abbassò di nuovo lo sguardo. Allora Tommy disse:

 

- Continuavi a ripetere che avresti ottenuto un trattamento particolare.

E per quanto ne sai, sarebbe anche potuto succedere. Avresti almeno potuto fare domanda.

- D'accordo. Dite che avrei dovuto andare più a fondo. Come? Da chi sarei dovuta andare? Non c'era modo di farlo.

- Tommy però ha ragione, – dissi. – Se credevi di essere speciale, avresti almeno potuto chiedere. Saresti dovuta andare da Madame e chiedere.

Appena dissi queste parole – appena nominai Madame – compresi di aver fatto un errore. Ruth sollevò lo sguardo verso di me e scorsi come un lampo di soddisfazione attraversarle il viso. Lo si vede nei film qualche volta, quando qualcuno punta una pistola contro un'altra persona, e quella che tiene in mano l'arma costringe l'avversario a qualunque cosa. Poi improvvisamente fa un errore, i due lottano, e la pistola passa al secondo. E la seconda persona guarda la prima persona con un bagliore negli occhi, una specie di espressione della serie non-ci-posso-credere che promette ogni genere di vendetta. Ebbene, fu quello il modo in cui Ruth mi guardò, e sebbene non accennai minimamente ai rinvii, avevo menzionato Madame, e sapevo di aver inciampato su un terreno a me totalmente sconosciuto.

Ruth si accorse del mio stato d'ansia e si voltò per guardarmi dritto in faccia. Mi preparavo al suo attacco; continuavo a dirmi che qualunque cosa avesse escogitato, la situazione adesso era diversa, non l'avrebbe avuta vinta facilmente come era avvenuto in passato. Mi ripetevo tutto questo, ed ecco perché le sue parole mi colsero totalmente alla sprovvista.

- Kathy, – disse, – non mi aspetto che tu mi abbia perdonata. Devo ammettere che non vedo perché dovresti. Ma ho intenzione di chiedertelo comunque.

Rimasi talmente stordita che non trovai nulla di meglio da dire che un esitante: – Perdonarti cosa?

 

- Perdonarmi cosa? Be', tanto per cominciare, per il modo in cui ti ho sempre mentito su quei tuoi desideri incontrollabili. Quando mi hai detto di come qualche volta ti veniva voglia di farlo praticamente con tutti.

Tommy si mosse di nuovo sul sedile posteriore, ma Ruth era piegata in avanti e mi guardava dritto negli occhi, e per un attimo fu come se Tommy non esistesse.

- Sapevo quanto la cosa ti facesse star male, – continuò. – Avrei dovuto dirtelo. Avrei dovuto dirti che per me era lo stesso, proprio come lo descrivevi tu. Adesso te ne sei resa conto, lo so. Ma è allora che avrei dovuto confessartelo. Avrei dovuto dirti che se pure uscivo con Tommy, non potevo fare a meno di stare anche con altri qualche volta. Almeno altri tre mentre eravamo ai Cottages.

Disse queste parole sempre senza guardare Tommy. Ma non era tanto per ignorarlo, quanto per cercare di farmi comprendere appieno una realtà che fino a quel momento aveva avuto dei contorni indefiniti.

- Sono stata sul punto di dirtelo qualche volta, – proseguì. – Ma non l'ho fatto. Anche allora, capivo che se un giorno ti fossi voltata indietro, te ne saresti resa conto e avresti dato a me tutta la colpa.

Però continuavo a tacere. Non c'è motivo per cui tu mi debba perdonare, ma voglio chiedertelo perché... – Si interruppe improvvisamente.

- Perché? – domandai.

Diede in una risata e disse: – Perché niente. Vorrei che mi perdonassi, ma non mi aspetto che tu lo taccia. Ad ogni modo, non è neanche la metà di quello che volevo confessarti, non è neanche una minima parte, a dire il vero. La cosa più importante è che ho tenuto Tommy e te separati -.

La sua voce si era di nuovo abbassata, un sussurro quasi. – Questa è la cosa peggiore che abbia fatto.

Si voltò leggermente, per includere Tommy nel suo sguardo per la prima volta. Poi quasi subito si girò di nuovo verso di me, ma adesso era come se stesse parlando a entrambi.

- Questa è la cosa peggiore che abbia fatto, – disse di nuovo. – Non sono nemmeno qui per chiedervi di perdonarmi. Dio, me lo sono ripetuta dentro di me non so quante volte, e ora non riesco a credere che stia capitando veramente. Non è quello che cerco in questo momento. Ciò che desidero è rimettere le cose a posto. Rimettere a posto quello che ho mandato a monte.

- Cosa intendi dire? – chiese Tommy. – Cosa intendi dire, con rimettere le cose a posto? – La sua voce era gentile, colma di una curiosità infantile, e credo che fu questo a farmi venir voglia di piangere.

- Kathy, ascolta, – disse Ruth. – Tu e Tommy, siete voi quelli che devono provare. Se si tratta di voi due, potete avere una possibilità.

Una reale possibilità.

Allungò una mano e me l'appoggiò sulla spalla, ma io me la scrollai di dosso con malgarbo e osservai Ruth attraverso un velo di lacrime.

- È troppo tardi. Troppo tardi comunque.

- Non è troppo tardi. Kathy, ascoltami, non è troppo tardi. D'accordo, Tommy ha già fatto due donazioni. Chi dice che questo cambi le cose?

 

- È troppo tardi adesso -. Ricominciai a singhiozzare. – È stupido persino pensarci. Stupido come sognare di lavorare in un ufficio come quello. Ormai non c'è più tempo.

Ruth scuoteva il capo. – Non è troppo tardi. Tommy, diglielo tu.

Ero china sul volante, così non riuscivo a vedere Tommy. Emise una specie di suono imbarazzato a bocca chiusa, ma non disse nulla.

- Ascolta, – proseguì Ruth. – Ascoltate tutti e due. Volevo che facessimo questa gita perché volevo dire ciò che ho appena detto. Ma anche perché volevo darvi qualcosa -. Aveva rovistato nelle tasche della sua giacca a vento, da cui aveva estratto un pezzetto di carta tutto spiegazzato. – Tommy, è meglio che tu lo prenda. Abbine cura. Poi, quando Kathy cambierà idea, ti tornerà utile.

Tommy si sporse in avanti in mezzo ai due sedili e prese il foglio. – Grazie, Ruth, – disse, come se gli avesse offerto una barretta di cioccolato. Poi, dopo alcuni secondi: – Cos'è? Non capisco.

- È l'indirizzo di Madame. È come mi avete appena detto voi. Dovete almeno provarci.

- Come l'hai trovato? – chiese Tommy.

- Non è stato facile. Ci ho messo un po' di tempo, e ho dovuto correre qualche rischio. Però alla fine l'ho ottenuto, e l'ho fatto per voi due.

Adesso tocca a voi trovarla e provare.

Avevo smesso di piangere, e avviai il motore. – Ne ho abbastanza, – dissi. – Dobbiamo riportare indietro Tommy. Poi anche noi dovremo rientrare.

- Ma ci rifletterete, tutti e due, non è così?

 

- Adesso voglio solo tornare, – dissi.

- Tommy, conserverai questo indirizzo al sicuro? Nel caso in cui Kathy cambiasse idea.

- Lo conserverò, – disse Tommy. Poi, con tono molto più solenne di prima, aggiunse: – Grazie, Ruth.

- Abbiamo visto la barca, – dissi. – Adesso però è ora di tornare. Potremmo anche metterci due ore per arrivare a Dover.

Rientrai nella carreggiata, e ricordo che non parlammo molto sulla strada del ritorno. C'era ancora un gruppetto di donatori rannicchiati sotto il tetto mentre parcheggiavamo nella Piazza. Feci inversione prima di far scendere Tommy. Non ci fu nessun abbraccio o uno scambio di baci fra noi tre, ma mentre si allontanava in direzione dei suoi amici donatori, si fermò e ci fece un grande sorriso salutandoci con la mano.

Potrà sembrare piuttosto strano, ma di ritorno verso il centro di Ruth, non parlammo veramente di ciò che era appena successo. In parte perché Ruth era esausta: quest'ultima conversazione sul ciglio della strada sembrava averla esaurita. Ma anche perché entrambe sentivamo che ne avevamo avuto abbastanza di conversazioni serie per quel giorno, e che se ci ostinavamo in quella direzione, le cose si sarebbero di nuovo guastate. Non sono certa di come si sentisse Ruth durante il viaggio, ma per quanto mi riguarda, una volta che le forti emozioni si erano stabilizzate, una volta che era sceso il buio e tutte le luci avevano cominciato ad accendersi nelle strade, mi sentivo meglio. Era come se qualcosa che era rimasto sospeso sopra di me fosse sparito, e anche se le cose non erano affatto risolte, provai la sensazione che almeno adesso si fosse aperto uno spiraglio verso un posto migliore. Non sto dicendo che fossi felice o qualcosa del genere. Tutto ciò che riguardava noi tre doveva essere maneggiato con cura e io ero nervosa, ma in generale non era una tensione che mi metteva a disagio.

Non accennammo neanche a Tommy, se non per sottolineare che sembrava in forma, domandandoci quanti chili avesse preso. Poi passammo la maggior parte del tempo che ci rimaneva a guardare la strada in silenzio.

Fu soltanto alcuni giorni dopo che mi accorsi degli effetti che aveva avuto quella gita. Ogni traccia di circospezione, quell'aria di sospetto tra me e Ruth era svanita, e sembrò che ricordassimo tutto ciò che avevamo rappresentato l'una per l'altra. Con l'arrivo dell'estate, cominciò quell'era in cui la salute di Ruth perlomeno si stabilizzò, e io arrivavo con i biscotti e l'acqua minerale, e ci sedevamo l'una accanto all'altra vicino alla finestra, a osservare il sole tramontare dietro ai tetti, a parlare di Hailsham, dei Cottages, di tutto quello che ci passava per la testa.

Quando ripenso a Ruth, naturalmente, mi dispiace che se ne sia andata; ma sono anche molto riconoscente per quel periodo di cui godemmo alla fine.

Ciononostante, c'era ancora un argomento di cui non avevamo mai discusso sul serio, e cioè di quello che ci aveva detto sul ciglio della strada quel giorno. Solo di tanto in tanto Ruth faceva qualche allusione. Se ne usciva fuori con una frase come: «Hai riflettuto sull'idea di diventare l'assistente di Tommy? Sai che potresti farlo, se lo volessi».

Ben presto questa proposta – di diventare l'assistente di Tommy – ritornò regolarmente nelle nostre conversazioni. Le dicevo che ci stavo pensando, che comunque non sarebbe stato così facile, neanche per me.

Poi di solito lasciavamo cadere l'argomento. Però sapevo che era sempre nei suoi pensieri, ed ecco perché, l'ultima volta che la vidi, anche se non era in grado di parlare, sapevo che era quello che voleva sentire da me.

Accadde tre giorni dopo la sua seconda donazione, quando finalmente mi permisero di andarla a trovare, nelle prime ore del mattino. Era in una stanza da sola, e sembrava che avessero fatto quanto avevano potuto per salvarla. Avevo capito, dal comportamento dei dottori, del coordinatore e delle infermiere, che pensavano non ce l'avrebbe fatta. La scorsi in quel letto d'ospedale sotto una luce fioca e riconobbi lo sguardo, quello che avevo visto sui volti dei donatori anche troppo spesso. Era come se desiderasse che i suoi occhi scrutassero dentro di lei, così da poter esaminare e separare ordinatamente ogni area diversa di dolore nel suo corpo – il modo, forse, in cui un assistente ansioso potrebbe dividersi fra tre o quattro donatori sofferenti sparsi per tutto il paese. A rigor di termini, Ruth era ancora cosciente ma inaccessibile, mentre me ne stavo li immobile, in piedi accanto al suo letto di metallo. Avvicinai comunque una sedia e le presi una mano tra le mie, stringendola ogni volta che un'ondata di dolore le faceva torcere il corpo, obbligandola a liberarsi dalla mia stretta.

Rimasi così accanto a lei per tutto il tempo che mi concessero, tre ore, forse più. E come vi dicevo, quasi sempre era come se fosse immersa dentro se stessa. Soltanto una volta, mentre si contorceva in un modo spaventosamente innaturale, e io ero sul punto di chiamare le infermiere per chiedere altri sedativi, per una manciata di secondi, niente di più, mi guardò dritto negli occhi con la netta consapevolezza di chi fossi.

Fu uno di quei barlumi di lucidità di cui godono i donatori nel mezzo delle loro tremende battaglie; Ruth mi guardò, in quell'unico istante, e sebbene non riuscisse a parlare, sapevo cosa significava quello sguardo.

Così le dissi: «Va bene, lo farò, Ruth. Diventerò l'assistente di Tommy appena possibile». Pronunciai queste parole quasi in un soffio, perché non pensavo che le avrebbe udite comunque, anche se mi fossi messa a urlare. La mia speranza però era che mentre i nostri sguardi si fissarono per quei pochi secondi, lei avesse potuto leggere la mia espressione, esattamente com'era successo a me. Poi quel breve momento svanì, e lei fu di nuovo lontana. Naturalmente non lo saprò mai con assoluta certezza, ma penso che avesse capito. E anche se non fosse così, ciò di cui mi rendo conto adesso è che probabilmente l'aveva sempre saputo fin dall'inizio, ancor prima di me, che sarei diventata l'assistente di Tommy, e che ci «avremmo provato», come aveva suggerito lei quel giorno in macchina.

 

Capitolo ventesimo

 

Diventai l'assistente di Tommy quasi un anno dopo la nostra gita alla barca. Tommy era stato appena sottoposto alla sua terza donazione, e sebbene si stesse riprendendo bene, aveva ancora molto bisogno di riposo, e come risultò in seguito, quello fu un buon modo per iniziare una nuova fase della nostra vita insieme. Di lì a poco cominciai ad abituarmi al Kingsfield, che prese addirittura a piacermi.

Alla maggior parte dei donatori del Kingsfield veniva assegnata una stanza singola dopo la terza donazione, e a Tommy capitò una delle più grandi. Qualcuno immaginò che fossi stata io a organizzare il tutto, ma in realtà non era affatto così; avvenne in maniera fortuita, e in ogni caso la camera non era poi tanto bella. Credo che ai vecchi tempi fosse un bagno, poiché l'unica finestra esistente aveva il vetro satinato ed era posizionata in alto, vicino al soffitto. Era possibile guardare fuori soltanto se si saliva su una sedia e si teneva aperta la lastra di vetro, e da lì non si vedeva altro che il fitto boschetto sottostante.

La stanza era a forma di L, e questo permetteva di sistemare, oltre al solito letto, la sedia e un armadio, anche un piccolo banco di scuola con il pianetto sollevabile – un oggetto che in seguito si rivelò utilissimo, come vi racconterò.

Non voglio darvi un'idea sbagliata di quel periodo trascorso al Kingsfield. Che al contrario fu quasi sempre molto rilassato, idilliaco quasi. Di solito arrivavo dopo pranzo, e trovavo Tommy disteso su quel lettino angusto – sempre vestito di tutto punto perché non voleva avere l'aria di un «paziente». Mi mettevo a sedere sulla sedia e gli leggevo qualcosa da un'edizione economica di libri come l'Odissea e Le mille e una notte. Altrimenti parlavamo, talvolta dei vecchi tempi, talvolta di altri argomenti. Spesso nel tardo pomeriggio si addormentava, così avevo il tempo di sedermi al banco di scuola e mettermi in pari con le relazioni che dovevo consegnare. Era davvero straordinario, il modo in cui gli anni sembravano annullarsi, e noi ci trovavamo così a nostro agio insieme.

Com'è ovvio, però, non tutto era come prima. Tanto per cominciare, Tommy e io finalmente iniziammo a fare sesso. Non so quanto ci avesse pensato prima che accadesse. Era ancora convalescente, dopotutto, e probabilmente quella non era stata la sua prima preoccupazione. Non volevo forzarlo, ma d'altro canto sapevo che se avessimo aspettato troppo, sarebbe stato ancora più difficile immaginare che diventasse una cosa naturale per noi. Inoltre ero dell'idea che, se avessimo seguito il consiglio di Ruth e avessimo chiesto un rinvio, forse il fatto di non aver mai avuto rapporti sessuali avrebbe potuto costituire un ostacolo.

Non intendo dire che fossi certa che ce l'avrebbero chiesto. E tuttavia temevo che quella mancanza di intimità risultasse evidente.

Così decisi che era giunto il momento un pomeriggio in camera sua, in un modo che non lasciava spazio ad alternative: prendere o lasciare. Stava sdraiato sul letto come al solito, a fissare il soffitto mentre leggevo.

Quando chiusi il libro, mi avvicinai, andai a sedermi sul bordo del letto e feci scivolare una mano sotto la sua maglietta. Poi scesi giù, gli toccai il pene, e sebbene ci mise un po' ad avere un'erezione, mi accorsi subito che era contento. Quella prima volta, dovemmo stare attenti a causa dei punti, e comunque, dopo tutti quegli anni in cui eravamo stati amici senza fare sesso, era come se avessimo bisogno di uno stadio intermedio prima di avere un rapporto completo. Così, dopo un po', mi limitai a farlo godere in questo modo, e lui rimase lì sdraiato nella stessa posizione, senza accennare minimamente a cercare di farmi eccitare, senza neppure emettere un suono.

Tuttavia anche quella prima volta sembrava ci fosse qualcosa tra noi, una certa sensazione, insieme alla consapevolezza che quello era un inizio, una porta che dovevamo attraversare. Per molto tempo non volli accettarlo, e anche quando questo avvenne, cercai di convincermi che sarebbe scomparsa portando con sé tutte le pene e i dolori. Ciò che intendo dire è che, fin dall'inizio, ci fu qualcosa nell'atteggiamento di Tommy che era intriso di tristezza, che sembrava significare: «Sì, lo facciamo adesso e ne sono felice. Che peccato, però, aver perso tutto questo tempo».

Nei giorni che seguirono, quando avevamo un rapporto completo e ci sentivamo molto felici, anche allora quella fastidiosa sensazione non ci abbandonava mai. Facevo di tutto per scacciarla via. Mi ci dedicavo completamente, cercando di non farmi distrarre da nulla, in modo che non ci fosse spazio per nient'altro. Se stava sopra di me, sollevavo le ginocchia per lui; in qualunque posizione, io dicevo e facevo qualunque cosa per rendere il nostro rapporto migliore, più appassionato, ma quella sensazione era sempre con noi.

Forse dipendeva dalla stanza, dal modo in cui il sole penetrava nella camera dalla finestrella di vetro satinato, tanto che anche all'inizio dell'estate sembrava una luce autunnale. O forse era a causa di quei rumori che ci giungevano alle orecchie di tanto in tanto mentre stavamo sdraiati, donatori che si accalcavano là fuori, che se ne andavano in giro da quelle parti; non si trattava di studenti seduti sull'erba, intenti a conversare di letteratura e poesia. O forse dipendeva dal fatto che qualche volta, anche se era stato bellissimo e ce ne stavamo lì abbracciati, mentre frammenti di ciò che avevamo appena condiviso ci passavano per la mente, Tommy diceva una frase come: «Una volta riuscivo a farlo due volte di seguito senza problemi. Adesso non ci riesco più».

Allora quella sensazione si presentava regolarmente e io ero costretta a mettergli una mano sulla bocca, ogni volta che diceva cose come questa, così da poter continuare a godere di quell'attimo di pace. Sono certa che anche Tommy provasse la stessa sensazione, perché ci tenevamo sempre stretti l'uno all'altra in quei momenti, come se in questo modo riuscissimo a scacciarla.

Durante le prime settimane accennammo raramente a Madame o a quella conversazione che facemmo con Ruth in macchina quel giorno. Tuttavia il fatto stesso che io fossi diventata la sua assistente ci ricordava che non ci era permesso perdere tempo. Così come, naturalmente, i disegni degli animali di Tommy.

Avevo pensato spesso agli animali di Tommy negli anni passati, e anche quando andammo a vedere la barca, ero stata tentata di chiedergli che fine avessero fatto. Continuava a disegnarli? Aveva tenuto quelli dei Cottages?

 

Poi un pomeriggio, forse circa un mese dopo il mio arrivo, salii in camera sua e lo trovai seduto al banco di scuola, immerso a disegnare, il viso che quasi sfiorava il foglio. Mi aveva invitato a entrare quando avevo bussato, ma non aveva alzato la mano in segno di saluto né aveva interrotto quello che stava facendo, e con una rapida occhiata capii che stava lavorando a una delle sue creature immaginarie. Mi fermai sulla soglia, incerta se entrare, ma finalmente alzò lo sguardo e chiuse il blocco per gli appunti – che, notai, sembrava identico a uno di quei notes neri che aveva preso in prestito da Keffers tanti anni prima.

Entrai e cominciammo a parlare di tutt'altro, e dopo un po' mise da parte il notes senza farvi cenno. Da quel momento, quando andavo a fargli visita, spesso lo vedevo appoggiato sul banco o abbandonato accanto al cuscino.

Poi un giorno, mentre stavamo in camera sua e avevamo un po' di tempo a disposizione prima di andare a fare dei controlli, notai qualcosa di strano nel suo modo di fare: c'era un che di civettuolo e di intenzionale insieme, che mi indusse a pensare che avesse voglia di fare sesso. Però disse: – Kath, voglio che tu mi dica una cosa. Onestamente.

Allora nelle sue mani apparve il blocco per gli appunti, e lui mi mostrò tre diversi schizzi di una specie di rana – che mostrava una lunga coda, come se fosse ancora un mezzo girino. Era questa l'impressione, perlomeno, quando si teneva il disegno a una certa distanza. Da vicino, ogni schizzo era un agglomerato di minuscoli dettagli, molto simile alle creature che avevo visto anni prima.

- Ho fatto questi due pensando che fossero di metallo, – mi spiegò. – Vedi, ognuno ha una superficie lucente. Ma questo, ho pensato di renderlo gommoso. Capisci? Rigonfio quasi. Adesso voglio farne una versione come si deve, una veramente bella, però non riesco a decidermi.

Kath, sii sincera, tu cosa ne pensi?

 

Non ricordo cosa risposi. Rammento però lo strano miscuglio di emozioni che mi travolse nella circostanza. Mi accorsi immediatamente che quello era un modo per gettarsi alle spalle quanto era avvenuto ai Cottages, e io provai un senso di sollievo, di gratitudine, di puro piacere.

Tuttavia ero anche consapevole del motivo per cui quegli animali avevano fatto nuovamente la loro comparsa, e di tutte le possibili implicazioni che stavano dietro la domanda apparentemente casuale di Tommy. Almeno, mi resi conto, mi stava dimostrando che non si era dimenticato, sebbene non ne avessimo quasi mai parlato apertamente; mi stava comunicando che non era soddisfatto dei suoi risultati, e che da parte sua si stava impegnando nella preparazione. Tuttavia provavo pure un'altra sensazione, mentre osservavo quelle strane ranocchie quel giorno. Eccola di nuovo, quella sensazione, anche se dapprima tenue e in lontananza, poi sempre più forte, finché divenne il mio unico pensiero. Non riuscivo a scacciarlo, mentre sfogliavo quelle pagine, il pensiero non mi abbandonava, anche se cercavo di afferrarlo e metterlo da parte. Mi resi conto che i disegni di Tommy non avevano più la stessa freschezza di un tempo. D'accordo, per molti versi queste rane erano simili a quelle che avevo visto ai Cottages. Però qualcosa era definitivamente scomparso, ed esse apparivano eccessivamente elaborate, come se fossero state copiate.

Così quella sensazione mi afferrò di nuovo, sebbene cercassi di allontanarla: la sensazione che fosse ormai troppo tardi; che c'era stato un tempo in cui tutto avrebbe avuto un senso, ma che avevamo perso l'occasione, e che ci fosse qualcosa di ridicolo, di riprovevole addirittura, nel modo in cui stavamo pensando e pianificando il futuro.

Se mi soffermo un istante, mi rendo conto che forse c'era un'altra ragione che ci impediva di discutere apertamente dei nostri progetti.

Certamente nessuno degli altri donatori del kingsfield aveva mai sentito parlare di un rinvio o di qualcosa del genere, ed è probabile che provassimo un certo imbarazzo, quasi come se condividessimo un vergognoso segreto. Forse eravamo anche terrorizzati all'idea di quello che sarebbe potuto accadere se si fosse sparsa la voce.

Come vi dicevo, però, non voglio dipingere un quadro eccessivamente cupo di quel periodo al Kingsfield. Quasi sempre, soprattutto dopo quella volta in cui mi chiese cosa ne pensassi dei suoi animali, sembrò che le ombre del passato fossero scomparse, e che ci fossimo abituati alla reciproca presenza. E sebbene non mi domandò più un consiglio sui suoi disegni, vi si dedicava senza problemi davanti a me, e spesso trascorrevamo il pomeriggio in questo modo: io sdraiata sul letto, magari a leggere ad alta voce; Tommy seduto al banco, a disegnare.

Forse non ci sarebbe dispiaciuto se le cose fossero andate avanti così ancora per molto tempo; se avessimo potuto trascorrere qualche altro pomeriggio a chiacchierare, a fare sesso, a leggere a voce alta e disegnare. Ma mentre l'estate volgeva al termine e le condizioni di Tommy miglioravano sempre più, mentre l'eventualità di una quarta donazione si faceva sempre più probabile, capimmo che non avremmo potuto attendere oltre.

Ero insolitamente molto impegnata in quel periodo, e non avevo fatto visita al Kingsfield per quasi una settimana. Quel giorno arrivai di mattina, e ricordo che stava piovendo a catinelle. La stanza di Tommy era quasi al buio, e si udiva il rumore degli spruzzi d'acqua di una gronda contro una finestra vicina. Tommy era sceso per fare colazione con i suoi compagni donatori, poi era rientrato e adesso stava seduto sul letto con lo sguardo fisso nel vuoto, senza fare nulla. Io ero esausta – da giorni non riuscivo a dormire – e mi ero schiantata sul suo letto stretto, spingendolo contro il muro. Rimasi in quella posizione per qualche istante, e credo che mi sarei addormentata facilmente se Tommy non avesse continuato a solleticarmi il ginocchio con un piede.

Finalmente mi sollevai accanto a lui e dissi: – Ieri ho visto Madame, Tommy. Non le ho parlato, niente del genere.

Però l'ho vista.

Mi guardò, ma rimase in silenzio.

- L'ho vista camminare per strada e poi entrare in casa. Ruth aveva ragione. Indirizzo esatto, porta esatta, tutto quanto.

Poi gli descrissi come, il giorno prima, dal momento che mi trovavo comunque sulla costa meridionale, mi ero recata a Littlehampton nel tardo pomeriggio, e proprio come avevo fatto le ultime due volte, avevo passeggiato sulla lunga e stretta via che costeggiava il lungomare, oltre file di case con nomi come «Cresta dell'onda» e «Miramare», finché non avevo scorto la panchina accanto alla cabina telefonica. Mi ero seduta e avevo atteso – come avevo fatto le altre volte – con gli occhi fissi sulla casa dall'altro lato della strada.

- Proprio come fanno gli investigatori. Le altre volte, rimanevo seduta per più di mezz'ora senza che succedesse nulla, assolutamente nulla.

Qualcosa mi diceva però che quella era la volta buona.

Ero talmente stanca che mi ero quasi addormentata su quella panchina. Ma quando avevo alzato la testa l'avevo vista, mentre percorreva la via venendo verso di me.

- E stato davvero inquietante, – dissi. – Perché non era assolutamente cambiata. Forse il suo viso appariva un po' invecchiato. Per il resto, era tutto uguale. Persino gli stessi vestiti. Lo stesso abito grigio elegante.

- Non poteva essere esattamente lo stesso abito.

- Non saprei. Sembrava identico.

- Non hai cercato di parlarle?

 

- Certamente no, stupido. Un passo alla volta. Non è mai stata tenera con noi, se ti ricordi.

Gli raccontai che mi era passata accanto dall'altro lato della strada, senza neanche vedermi; come per un istante avessi pensato che avrebbe varcato anche la porta che avevo fissato poco prima – temendo che Ruth avesse l'indirizzo sbagliato. Però Madame aveva svoltato bruscamente verso il cancello, superando con appena due o tre passi il minuscolo sentiero che conduceva all'entrata principale, ed era sparita all'interno.

Quando smisi di parlare, Tommy rimase in silenzio per un po'. Poi disse: – Sei sicura che non ti metterai nei guai? Ad andare sempre nei posti dove non dovresti essere?

 

- Perché pensi che sia così stanca? Ho lavorato tantissimo per riuscire a incastrare tutto. Però alla fine l'abbiamo trovata.

Fuori la pioggia continuava a cadere. Tommy si voltò su un fianco e mi appoggiò la testa sulla spalla. – Ruth ha fatto una cosa bella per noi, – disse dolcemente. – Aveva ragione.

- Sì, ha fatto una cosa bella. Ma adesso tocca a noi.

- Qual è il piano, Kath? Ne abbiamo uno?

 

- Non ci resta che andare da lei. Non ci resta che andare da lei e chiederglielo. La prossima settimana, quando ti accompagnerò a fare gli esami. Dirò che devi rimanere fuori tutto il giorno. Così potremo fermarci a Littlehampton sulla strada del ritorno.

 

Tommy emise un sospiro e affondò la testa sulla mia spalla. Se qualcuno ci avesse osservati dall'esterno avrebbe potuto pensare che non era molto felice, ma io sapevo quali erano i suoi sentimenti in quel momento. Avevamo riflettuto sui rinvii, sulla sua teoria riguardo alla Galleria, su tutto quanto, per talmente tanto tempo – e adesso ecco, all'improvviso, era arrivato il momento tanto atteso. Avevamo davvero paura.

- Se lo otteniamo, – disse infine. – Immagina che lo otteniamo. Immagina che ci conceda tre anni, diciamo, soltanto per noi. Che cosa faremo esattamente? Capisci cosa voglio dire, Kath? Dove andremo? Non possiamo restare qui, questo è un centro di riabilitazione.

- Non so, Tommy. Forse ci suggerirà di tornare ai Cottages. Ma sarebbe meglio andare da un'altra parte. Alla White Mansion, forse. Magari hanno qualche altro posto. Un posto soltanto per gente come noi. Vedremo cosa ci dirà.

Rimanemmo sdraiati in silenzio per qualche minuto, ascoltando il rumore della pioggia. A un certo punto cominciai a solleticargli il ginocchio con il piede, come aveva fatto lui prima. Alla fine si vendicò e mi spinse il piede fuori dal letto.

- Se andiamo fino in fondo, – disse, – dobbiamo decidere cosa fare degli animali. Sai cosa intendo, scegliere i migliori da portare. Forse sei o sette. Dovremmo sceglierli con cura.

- D'accordo, – dissi. Poi mi alzai in piedi e allargai le braccia. – Forse ne prenderemo degli altri. Quindici, magari anche venti. Sì, andremo da lei. Che cosa potrebbe farci? Andremo a parlarle.

 

 

Capitolo ventunesimo

 

Prima di partire, per parecchi giorni continuai a vedere nella mia testa l'immagine di noi due in piedi davanti a quella porta, cercando di trovare il coraggio per suonare il campanello, poi rimanere in attesa che l'uscio si apra, con il cuore che batte forte. Le cose però andarono in un altro modo, fummo fortunati e quella sofferenza ci fu risparmiata.

Comunque meritavamo un po' di fortuna, perché quella giornata non era andata per niente bene. L'auto aveva fatto le bizze ed eravamo arrivati con un'ora di ritardo. Poi alla clinica avevano fatto confusione, e Tommy aveva dovuto sottoporsi una seconda volta a tre esami. Per questo motivo gli girava molto la testa, e quando finalmente ci mettemmo in macchina diretti verso Littlehampton, gli venne la nausea e fummo costretti a fermarci in continuazione per fargli prendere un po' d'aria fresca.

Arrivammo poco prima delle sei. Parcheggiammo l'auto dietro il palazzo del bingo, prendemmo dal baule la sacca che conteneva i blocchi per gli appunti di Tommy, e poi ci dirigemmo verso il centro. Era stata una bella giornata, e sebbene i negozi stessero per chiudere, molte persone si attardavano fuori dai pub, a chiacchierare e a bere. Tommy cominciò a sentirsi meglio a mano a mano che camminavamo, finché finalmente si ricordò di aver saltato il pranzo a causa degli esami, e dichiarò che aveva bisogno di mangiare qualcosa prima di affrontare ciò che ci attendeva. Eravamo alla ricerca di un panino da portare via, quando all'improvviso mi afferrò un braccio, talmente forte che pensai che stesse per venirgli una specie di attacco di cuore. Poi mi sussurrò all'orecchio a bassa voce: – E lei, Kath. Guarda. Sta superando il parrucchiere.

E infatti eccola lì, che camminava sul marciapiede opposto, vestita col solito abito grigio, simile a quelli che le avevamo sempre visto addosso.

La seguimmo a ragionevole distanza, prima attraverso la zona pedonale, poi lungo una High Street semideserta.

Immagino che entrambi pensassimo a quella volta che eravamo andati dietro il possibile di Ruth in un'altra città. Questa volta però le cose si rivelarono molto più semplici, perché ben presto ci condusse alla strada che costeggiava il lungomare.

Considerando che la via era dritta e il sole al tramonto la illuminava fino in fondo, scoprimmo di avere la possibilità di farci distanziare da Madame – finché non fu altro che un puntino – senza correre il rischio di perderla. Infatti continuammo a sentire l'eco dei suoi tacchi sull'asfalto, mentre il rumore sordo e regolare della borsa di Tommy contro il ginocchio risuonava come una specie di risposta.

Proseguimmo così a lungo, oltre file di case tutte uguali. Poi gli edifici sull'altro lato del marciapiede svanirono, e al loro posto apparvero zone di prato all'inglese, e scorgemmo, oltre quell'erba, i tetti delle bancarelle allineate lungo il litorale. Il mare non si vedeva, ma si era certi della sua presenza, a causa del cielo enorme e il richiamo dei gabbiani.

Le case sul nostro lato continuavano, identiche l'una all'altra, e dopo un po' dissi a Tommy: – Non manca molto. Vedi quella panchina laggiù? È quella dove mi sono seduta. La casa è proprio di fronte.

Fino a quel momento, Tommy era stato abbastanza calmo. Adesso però sembrava che qualcosa lo spingesse, e accelerò il passo, come se volesse raggiungerla. Non c'era nessuno tra noi e Madame, e poiché Tommy continuava a colmare la distanza che ci separava, dovetti afferrarlo per un braccio per costringerlo a rallentare. Temevo che lei potesse voltarsi e vederci, ma non successe nulla, e presto lei imboccò lo stretto vialetto. Si fermò per un istante sulla porta per cercare le chiavi nella borsetta, e allora eccoci là, accanto al suo cancello, a guardarla. Non si era ancora girata, e io ebbi la sensazione che si fosse accorta della nostra presenza fin dall'inizio e ci avesse deliberatamente ignorati. Pensai anche che Tommy stesse per gridarle qualcosa, e che sarebbe stato un errore. Ecco perché la chiamai dal cancello, in fretta e senza esitazioni.

Fu soltanto un educato «Mi scusi», ma lei roteò su se stessa come se le avessi tirato qualcosa addosso. Quando il suo sguardo si posò su di noi, fui attraversata da un brivido, lo stesso che avevo provato anni prima quella volta che le avevamo teso un agguato fuori dalla casa madre. I suoi occhi erano freddi come allora, ma il suo viso era ancora più severo di quanto ricordassi. Non so se ci avesse riconosciuti; ma senza dubbio capì e decise in una frazione di secondo cosa eravamo, perché si irrigidì – come se una coppia di ragni stesse avanzando verso di lei.

Poi qualcosa cambiò nella sua espressione. Non si addolcì veramente.

Tuttavia quella repulsione venne accantonata da qualche parte, e lei ci studiò attentamente, strizzando gli occhi alla luce del sole che tramontava.

- Madame, – dissi appoggiandomi al cancello. – Non vogliamo spaventarla, niente del genere. Ma vivevamo a Hailsham. Mi chiamo Kathy H., forse si ricorda di me. E lui è Tommy D. Non siamo venuti qui per crearle problemi.

Si avvicinò di qualche passo. – Siete di Hailsham, – disse, e un leggero sorriso le attraversò il volto. – Be', questa sì che è una sorpresa. Se non siete venuti per creare problemi, allora perché siete qui? D'un tratto Tommy esclamò: – Dobbiamo parlare con lei. Ho portato con me alcune cose, – sollevò la sacca, – alcune cose che forse andranno bene per la sua galleria. Dobbiamo parlare con lei.

Madame continuava a rimanere lì, quasi immobile alla debole luce del sole, il capo leggermente piegato di lato, come se stesse ascoltando un rumore che proveniva dal mare. Poi sorrise di nuovo, sebbene quel sorriso fosse diretto non a noi, ma unicamente a se stessa.

- Benissimo allora. Entrate. Così saprò di che cosa volete parlarmi.

Mentre stavamo per entrare, notai che la porta principale era fatta di pannelli di vetri colorati, e quando Tommy la richiuse alle nostre spalle, fummo avvolti dall'oscurità. Ci trovavamo in un corridoio talmente stretto che si aveva l'impressione di toccare i muri su entrambi i lati semplicemente allargando i gomiti. Madame si era fermata, e stava in piedi immobile, la schiena rivolta verso di noi, come se ancora una volta stesse ascoltando qualcosa. Guardando attentamente oltre Madame, vidi che il corridoio, per quanto fosse angusto, si separava ulteriormente: a sinistra c'era una scala che portava al piano di sopra; a destra, un passaggio ancora più stretto che conduceva all'interno.

Seguendo l'esempio di Madame, anch'io mi misi in ascolto, ma in casa non c'era altro che silenzio. Poi, forse da qualche parte al primo piano, ci fu un lieve rumore sordo. Quel tonfo leggero sembrò significasse qualcosa per lei, perché si voltò verso di noi e indicando un punto nell'oscurità di quel cunicolo disse: – Entrate lì e aspettatemi. Torno subito.

Prese a salire i gradini, poi notando la nostra esitazione si chinò sulla ringhiera e indicò di nuovo nel buio.

- Là dentro, – disse, e sparì su per le scale.

Tommy e io avanzammo e ci ritrovammo in quella che doveva essere la camera che dava sul davanti della casa. Era come se una domestica avesse preparato la stanza per la notte, e poi non fosse più tornata: le tende erano chiuse e c'erano delle lampade da tavolo dalla luce fioca. Sentivo l'odore dei mobili antichi, probabilmente dell'epoca vittoriana. Il camino era stato sigillato con un'asse, e dove prima scoppiettava il fuoco, adesso c'era un quadro, ordito come una tappezzeria, di uno strano uccello simile a un gufo che ci fissava. Tommy mi sfiorò il braccio e mi indicò un altro quadro incorniciato, che stava appeso in un angolo sopra un tavolinetto tondo.

- È Hailsham, – bisbigliò.

Ci avvicinammo, ma in quel momento non ne fui così certa. Vidi che si trattava di un bell'acquerello, ma il paralume sbilenco era ricoperto di ragnatele, e invece di illuminare il quadro, gettava unicamente un riflesso di luce sul vetro opaco, così era difficile distinguere di cosa si trattasse.

- E la zona sul retro della casa, dietro al laghetto, – disse Tommy.

- Cosa vuoi dire? – sussurrai a mia volta. – Non c'è nessun laghetto. E solo campagna.

- No, il laghetto è dietro di te -. Tommy sembrava sorprendentemente irritato. – Devi essere in grado di ricordare. Se ti trovi sul retro con il laghetto alle tue spalle, e guardi in direzione del North Playing Field...

Ci interrompemmo, perché ci giunsero dei suoni da qualche parte dall'interno della casa. Sembrava la voce di un uomo, che forse proveniva dal piano di sopra. Poi udimmo quella che era senza alcun dubbio la voce di Madame che scendeva le scale, e diceva: «Si, hai ragione. Hai ragione».

Aspettammo che Madame entrasse nella stanza, ma i suoi passi superarono la porta fin sul retro della casa. Mi venne in mente che stesse per prepararci il tè con i pasticcini e servircelo su un carrello; poi decisi che erano tutte sciocchezze, che probabilmente si era dimenticata di noi, ma che all'improvviso se n'era ricordata, e adesso tornava a dirci di andarcene. Poi una rauca voce maschile disse qualcosa dal piano superiore, talmente smorzata che sembrava arrivare da due piani sopra.

Madame rientrò nel corridoio, poi gridò dalle scale: – Ti ho detto cosa devi fare. Fa' come che ti ho detto.

Tommy e io attendemmo ancora parecchi minuti. Poi il muro in fondo alla stanza cominciò a muoversi. Mi resi conto quasi subito che non si trattava veramente di una parete, ma di porte scorrevoli che venivano usate per separare in due zone quella che altrimenti sarebbe stata una camera lunghissima. Madame non aveva richiuso completamente i pannelli, e adesso se ne stava li in piedi a fissarci. Cercai di scrutare oltre le sue spalle, ma non vidi altro che oscurità. Pensai che forse si aspettava che fossimo noi a cominciare, e a spiegare il motivo della nostra presenza, ma alla fine fu lei a dire: – Mi avete detto che vi chiamate Kathy H. e Tommy D. Giusto? E quanti anni fa eravate a Hailsham?

 

Glielo dissi, ma non ci fu modo di capire se si ricordasse di noi. Continuò a rimanere immobile sulla soglia, come se esitasse a entrare. Poi Tommy intervenne di nuovo:

 

- Non vogliamo trattenerla. Ma c'è una cosa di cui dobbiamo parlare.

- È quanto mi dite. Avanti allora. È meglio che vi mettiate comodi.

Allungò le braccia e appoggiò entrambe le mani sugli schienali di due poltrone identiche proprio di fronte a lei. C'era qualcosa di bizzarro nei suoi modi, come se non ci avesse davvero invitati a sederci. Sentivo che se avessimo fatto come ci suggeriva e ci fossimo accomodati su quelle poltrone, lei avrebbe continuato a rimanere in piedi dietro di noi, senza neppure sollevare le mani. Quando però facemmo un passo nella sua direzione, anche lei avanzò verso di noi, e – forse lo immaginai soltanto – si strinse forte nelle spalle mentre ci passava in mezzo.

Quando ci voltammo per sederci, lei stava vicino alla finestra, di fronte ai pesanti tendoni di velluto, fissandoci con uno sguardo minaccioso, come se ci trovassimo in classe e lei fosse la nostra insegnante. Almeno quella fu la mia impressione in quel momento. Tommy, in seguito, disse che pensava che Madame stesse per mettersi a cantare, che le tende dietro di lei si aprissero, e che invece della strada e delle piatte distese erbose che conducevano al litorale avremmo visto un grande palcoscenico, simile a quelli che avevamo a Hailsham, e che sarebbe persino stata accompagnata da un coro. Fu divertente quando me lo raccontò, e io la rividi come allora, a mani giunte, i gomiti all'infuori, come se si preparasse a cantare. Dubito però che Tommy stesse realmente pensando a una cosa come questa in quel momento.

Ricordo di aver notato quanto fosse nervoso, e mi preoccupavo che se ne sarebbe uscito con qualcosa di veramente stupido. Ecco perché, quando ci chiese, con una certa gentilezza, cosa volessimo, intervenni subito.

All'inizio probabilmente fui piuttosto confusa, ma dopo un po', quando fui più sicura che mi avrebbe ascoltata fino alla fine, mi calmai e riuscii a spiegarmi meglio. Mi ero ripetuta per settimane e settimane quello che avrei dovuto dire. L'avevo ripassato durante quei lunghi viaggi in macchina, mentre sedevo a quei tavoli silenziosi delle stazioni di servizio.

Mi era sembrato difficile allora, e alla fine avevo escogitato un piano: avrei memorizzato parola per parola alcuni punti chiave, poi mi sarei disegnata una mappa mentale di come sarei passata da un punto all'altro.

Adesso però che lei si trovava di fronte, la maggior parte del discorso che mi ero preparata mi sembrava inutile o completamente sbagliata. La cosa strana era che – e Tommy fu d'accordo con me quando ne discutemmo in seguito – sebbene a Hailsham era stata un'estranea ostile che veniva dal mondo fuori, adesso che ci trovavamo nuovamente di fronte a lei, anche se non aveva detto o fatto nulla che suggerisse un po' di calore nei nostri confronti, Madame mi appariva come qualcuno che aveva con noi una certa intimità, qualcuno molto più vicino a noi di chiunque avessimo incontrato negli ultimi anni. Ecco perché d'un tratto tutte le cose che mi ero preparata nella testa sparirono, e io mi rivolsi a lei con onestà e semplicità, quasi come avrei potuto fare con un tutore tanto tempo prima. Le raccontai di quello che avevamo sentito dire, delle voci sugli studenti di Hailsham e dei rinvii; di come ci rendessimo conto che queste voci potevano non essere esatte, e che non contavamo su niente in particolare.

- E anche se fosse vero, – dissi, – sappiamo che probabilmente non ne può più, di tutte queste coppie che vengono da lei, a sostenere di essere innamorate. Tommy e io non saremmo mai venuti a disturbarla, se non ne fossimo sicuri.

- Sicuri? – Era la prima volta che apriva bocca dopo non so quanto tempo, e tutti e due facemmo un piccolo sobbalzo, sorpresi. – Dite di essere sicuri"? Sicuri di essere innamorati? Come fate a saperlo? Pensate che l'amore sia così facile? Quindi sareste innamorati.

Innamoratissimi. È questo che mi state dicendo?

 

Il tono della sua voce era quasi sarcastico, poi però vidi, e ne rimasi profondamente colpita, che stavano spuntando delle lacrime mentre il suo sguardo passava dall'uno all'altra.

- Lo credete? Credete di essere molto innamorati? E che quindi siete venuti da me per questo... questo rinvio? Perché? Perché siete venuti da me?

 

Se avesse formulato questa domanda in un certo modo, come se l'idea fosse completamente folle, allora sono certa che mi sarei sentita veramente disperata. Ma non era così. L'aveva chiesto come se fosse stato il quesito di un esame di cui conosceva già la risposta; come se, addirittura, avesse sottoposto al medesimo trattamento molte altre coppie prima. È questo che alimentava la mia speranza. Tommy però era stato colto dall'ansia, perché d'un tratto esplose:

 

- Siamo venuti da lei per la galleria. Pensiamo di sapere a cosa serve la galleria.

- La mia galleria? – Si appoggiò sul davanzale della finestra, facendo ondeggiare le tende dietro di lei, poi trasse un lento respiro. – La mia galleria. Intendete dire la mia collezione. Tutti quei dipinti, le poesie, tutte quelle cose che vi appartenevano e che ho raccolto negli anni. È stato molto impegnativo, ma ci credevo, era così per tutti a quel tempo. Per cui pensate di sapere a cosa serviva, perché lo facevamo. Be', sarebbe interessante sentirvelo dire. Perché, devo ammetterlo, è una domanda che non faccio che ripetermi -.

Improvvisamente spostò il suo sguardo da Tommy a me. – Sto esagerando?

 

Non sapevo cosa rispondere, così mi limitai a dire: – No, no.

- Sto esagerando, – disse. – Mi spiace. Esagero sempre un po', quando si tratta di questo argomento. Dimenticate quello che vi ho appena detto.

Giovanotto, stavi per parlarmi della mia galleria. Ti prego, va' avanti.

- Era un modo per decidere, – spiegò Tommy. – Qualcosa per poter giudicare. Altrimenti come avrebbe fatto a capire quando gli studenti venivano da lei a dirle che erano innamorati?

 

Lo sguardo di Madame si era di nuovo fissato su di me, ma avevo la sensazione che stesse osservando qualcosa sul mio braccio. E infatti abbassai gli occhi per controllare se non ci fosse una cacca di uccello o qualcosa sulla manica. Poi la udii dire: – Ed è questo il motivo per cui ho collezionato tutte le vostre cose. La mia galleria, come la chiamavate voi. Sono scoppiata a ridere la prima volta che sono venuta a sapere di questa definizione. Col tempo, però, anch'io mi sono abituata a chiamarla così. La mia galleria. Adesso perché, giovanotto, spiegamelo. Perché la mia galleria dovrebbe aiutarmi a capire chi di voi è veramente innamorato?

 

- Perché serve a dimostrare chi siamo realmente, – spiegò Tommy. – Perché...

- Perché naturalmente – Madame lo interruppe all'improvviso – i vostri lavori avrebbero rivelato la vostra natura più profonda! È così, non è vero? Perché i vostri lavori avrebbero svelato le vostre anime\ – Poi d'un tratto si volse di nuovo verso di me e disse: – Sto esagerando?

 

Aveva già fatto questa domanda, e ancora una volta ebbi l'impressione che stesse fissando un punto preciso sulla mia manica. Ma in quel momento un leggero sospetto che avevo avuto dalla prima volta in cui mi aveva chiesto «Sto esagerando?» cominciò a farsi strada dentro di me.

Iniziai a fissare Madame, ma lei sembrò percepire che la stavo esaminando minuziosamente e si girò di nuovo verso Tommy.

- Va bene, – disse. – Continuiamo. Cos'è che mi stavi dicendo?

 

- Il fatto è che – disse Tommy – ero un po' confuso in quel periodo.

- Stavi dicendo qualcosa a proposito dei tuoi lavori. Di come l'arte metta a nudo l'anima dell'artista.

- Allora, quello che stavo cercando di dire è che – insistette Tommy – ero talmente confuso in quel periodo, che non creavo quasi niente. Non facevo niente. Adesso so cosa avrei dovuto fare, ma ero confuso. Quindi lei non ha nulla di mio nella sua galleria. So che è colpa mia, so che probabilmente è troppo tardi, ma adesso ho portato qualcosa con me -.

Sollevò la sacca, poi cominciò ad aprire la cerniera. – Alcune di queste cose sono recenti, altre sono di tanto tempo fa. Dovrebbe già avere qualcosa di Kath. Dovrebbero esserci molti dei suoi lavori nella Galleria. Non è così, Kath?

 

Per un istante i loro sguardi si fissarono su di me. Poi Madame disse, in un sussurro appena percepibile:

 

- Povere creature. Cosa vi abbiamo fatto? Con tutti i nostri schemi e i nostri progetti? – Non terminò la frase, e a me sembrò di vederle di nuovo spuntare le lacrime agli occhi. Poi si voltò e mi chiese: – Continuiamo questa conversazione? Vuoi andare avanti?

 

Fu quando pronunciò queste parole che l'idea un po' vaga che mi era venuta prima mi sembrò cominciasse ad avere un reale fondamento. «Sto esagerando?» E adesso: «Continuiamo?» Mi resi conto, con un leggero brivido di paura, che quelle domande non erano rivolte a me, o a Tommy, ma a qualcun altro – qualcuno che era in ascolto dietro di noi nella metà della stanza avvolta dall'ombra.

Mi girai molto lentamente e scrutai nell'oscurità. Non vidi nulla, ma udii un rumore, un rumore meccanico, sorprendentemente lontano – la casa sembrava affondare nel buio molto più in profondità di quanto non pensassi. Poi riuscii a distinguere una sagoma che si muoveva verso di noi, e una voce di donna che diceva: – Sì, Marie-Claude. Andiamo avanti.

Continuavo a guardare nello stesso punto, quando sentii che Madame si lasciò sfuggire una specie di sbuffo, si mosse verso di noi e a grandi passi si immerse nell'oscurità. Poi ci fu qualche rumore meccanico, e Madame emerse spingendo una sedia a rotelle. Passò di nuovo in mezzo a noi, e per un lungo istante, poiché Madame ci impediva la vista, non riuscii a vedere la persona. Infine Madame ruotò la sedia a rotelle dritta davanti a noi e disse: – Parla con loro. È con te che sono venuti a parlare.

- Immagino di sì.

La figura sulla sedia era fragile e contorta, e fu più che altro la voce che mi aiutò a riconoscerla.

- Miss Emily, – disse Tommy molto dolcemente.

- Parla con loro, – disse Madame, come se non volesse più occuparsi di nulla. Però rimase lì in piedi dietro la sedia a rotelle, gli occhi fiammeggianti fissi su di noi.

 

 

Capitolo ventiduesimo

 

- Marie-Claude ha ragione, – disse Miss Emily. – Sono io la persona a cui dovete rivolgervi. Marie-Claude ha lavorato moltissimo per il nostro progetto. E visto il modo in cui sono andate le cose, si sente un po' disillusa. Per quanto riguarda me, malgrado la delusione, non conservo un cattivo ricordo di quanto è avvenuto. Ritengo che abbiamo raggiunto degli ottimi risultati. Prendete voi due. Siete venuti molto bene. Sono certa che avreste da raccontarmi molte cose che mi renderebbero orgogliosa di voi. Come avete detto di chiamarvi? No, no, aspettate.

Penso di ricordarmi di voi. Tu sei il ragazzo con quel brutto carattere.

Un brutto carattere, ma un cuore grande. Tommy. È così? E tu, ovvio, sei Kathy H. Sei una brava assistente. Ho sentito molto parlare di te.

Mi ricordo, vedete. Oserei dire che mi ricordo di ognuno di voi.

- Che bene può fare a te o a loro, tutto questo? – chiese Madame, poi si allontanò a grandi passi dalla sedia a rotelle, ci superò ed entrò nell'oscurità, e immagino che andò a occupare lo spazio che prima era stato di Miss Emily.

- Miss Emily, – dissi, – è bello rivederla.

- È gentile da parte tua. Ti ho riconosciuta, ma tu probabilmente no. A dire il vero, Kathy H., non tanto tempo fa, ti sono passata vicino mentre stavi seduta sulla panchina là fuori, e di certo non mi hai riconosciuto. Hai gettato una rapida occhiata a George, il grosso nigeriano che mi spingeva. Oh, si, l'hai squadrato ben bene, e lui ha guardato te. Non ho detto nulla, e tu non hai capito che ero io. Ma stasera, nel contesto in cui ci troviamo, sappiamo chi siamo. Siete rimasti sbalorditi quando mi avete vista. Non sono stata tanto bene di recente, ma spero che questo aggeggio non sia una condizione permanente. Purtroppo, miei cari, non riuscirò a farvi compagnia come vorrei, perché tra poco verranno alcuni uomini a portare via il comodino di camera mia. È un oggetto piuttosto straordinario. George l'ha avvolto con un'imbottitura protettiva, ma io ho insistito comunque ad andare con lui. Non si sa mai, con questi uomini. Magari lo trattano senza nessuna cura, lo buttano dentro il furgone come capita, e poi mi vengono a dire che è sempre stato così. È già successo prima, per cui questa volta ho voluto essere presente. È un bellissimo oggetto, che era con me a Hailsham, quindi sono determinata a spuntare un prezzo buono. Così, quando arrivano, temo che dovrò lasciarvi. Ma mi rendo conto, miei cari, che siete venuti fin qui per compiere una missione che vi sta molto a cuore. Devo ammettere che sono felice di vedervi. Persino Marie-Claude è contenta, anche se non si direbbe, guardandola in faccia.

Non è così, tesoro? Oh, fa finta, ma è vero. È commossa, che siate venuti a trovarci. Oh, tiene il broncio, ignoratela, miei cari studenti.

Allora, adesso cerchiamo di rispondere alle vostre domande nel miglior modo possibile. Ho sentito questa voce non so quante volte. Quando esisteva ancora Hailsham, venivano lì due o tre coppie all'anno, a cercare di entrare per avere un colloquio con noi. Una ci scrisse persino. Immagino che non sia così difficile trovare una proprietà grande come quella se si vogliono infrangere le regole. Quindi vedete, questa voce si è sparsa da molto tempo prima che arrivaste voi.

Si interruppe, così io riuscii a dire: – Quello che vogliamo sapere, Miss Emily, è se questa voce è vera o no.

Continuò a fissarci per un istante, poi inspirò profondamente. – A Hailsham, ogni volta che saltava fuori questa diceria, facevo in modo di reprimerla sul nascere. Ma come potevo controllare quello che gli studenti raccontavano quando se ne andavano? Alla fine, cominciai a credere – e anche Marie-Claude, non è vero, tesoro? -, cominciai a credere che questa voce non fosse l'unica. Ciò che intendo dire, è che penso si tratti di una diceria che ogni volta si ricrea da capo. Vai alla fonte, la annienti, ma non puoi impedire che rinasca da qualche altra parte. Sono giunta a questa conclusione e ho smesso di preoccuparmene. Marie-Claude non le ha mai dato molto peso. Ha sempre pensato: «Se sono così sciocchi, allora lasciamoglielo credere».

Avanti, non fare quella faccia. Quello è sempre stato il tuo punto di vista, fin dall'inizio. Dopo tutti questi anni, non la penso esattamente così. Ma ho cominciato a credere che forse non dovevo badarci troppo.

Non sono fatti miei, dopotutto. E per le poche coppie che sono rimaste deluse, le altre comunque non dovranno mai sottoporsi a questa prova.

Per loro rappresenta un sogno, una piccola fantasticheria. Che male c'è? Per voi due però, vedo che è diverso. Voi siete seri. Ci avete riflettuto attentamente. Ci avete sperato fino in fondo. Per studenti come voi, provo dispiacere. Sono dolente di dovervi deludere. Ma è così che stanno le cose.

Non volevo guardare Tommy. Mi sentivo sorprendentemente calma, e anche se le parole di Miss Emily avrebbero dovuto annientarci, era come se ci fosse ancora uno spazio aperto che sottintendeva dell'altro, qualcosa di non espresso, che suggeriva che non eravamo ancora arrivati al fondo della questione. C'era addirittura la possibilità che non ci stesse raccontando la verità. Perciò dissi: – E così dunque, i rinvii non esistono? Non c'è nulla che lei possa fare?

 

Miss Emily scosse il capo lentamente da una parte all'altra. – Questa voce è priva di fondamento. Mi dispiace. Davvero.

All'improvviso Tommy domandò: – Però una volta era vera? Prima che Hailsham chiudesse?

 

Miss Emily continuò a scuotere la testa. – Non è mai stata vera. Anche prima dello scandalo Morningdale, anche ai tempi in cui Hailsham veniva considerata una perla d'eccellenza, un esempio di come dovessimo procedere secondo dei modelli di comportamento più giusti e più umani, anche allora non è mai stata vera. È meglio essere chiari su questo punto. Una voce, che era soltanto un desiderio irrealizzabile.

Nient'altro che questo. Oh cielo, sono gli uomini che vengono a ritirare il comodino?

 

Qualcuno aveva suonato il campanello, e dei passi scesero lungo le scale per andare a rispondere. Si udirono delle voci maschili nell'entrata angusta, poi Madame sbucò fuori dall'oscurità dietro di noi, attraversò la stanza e uscì. Miss Emily si chinò in avanti nella sedia a rotelle, ascoltando attentamente. Infine disse:

 

- Non sono loro. E di nuovo quell'uomo orribile, il decoratore. Se ne occuperà Marie-Claude. Allora, miei cari, abbiamo ancora qualche minuto a disposizione. C'è qualcos'altro di cui desiderate parlarmi? E assolutamente contro le regole, certo, e Marie-Claude non avrebbe mai dovuto farvi entrare. È ovvio che avrei dovuto mettervi subito alla porta. Ma Marie-Claude non bada molto alle loro regole ultimamente, e, a dire il vero, neanch'io. Quindi, se desiderate fermarvi ancora un po', siete i benvenuti.

- Se la voce non è mai stata vera, – insistette Tommy, – allora perché portavate via tutti i nostri lavori? Non esiste neanche la Galleria?

 

- La Galleria? Ebbene, quella voce aveva qualche fondamento. C'era una galleria. E in un certo senso esiste ancora. In quest'ultimo periodo si trova qui, in questa casa. Sono stata costretta a sfrondarla, e mi dispiace. Ma non c'era abbastanza spazio per tutto. Perché portavamo via i vostri lavori. È questo che mi state chiedendo, vero?

 

- Non soltanto questo, – dissi pacatamente. – Perché dovevamo farli innanzitutto? Perché addestrarci, incoraggiarci, costringerci a produrre quelle cose? Se comunque serviamo soltanto per le donazioni e poi moriamo, perché tutte quelle lezioni? Perché tutti quei libri e quelle discussioni?

 

- Perché Hailsham allora? – Madame aveva pronunciato queste parole dall'entrata. Ci passò di nuovo accanto e rientrò nella parte oscura della stanza. – Questa è una bella domanda da fare.

Lo sguardo di Miss Emily la seguì, e per un istante rimase fisso su qualcosa dietro di noi. Avrei voluto voltarmi per vedere il loro scambio di occhiate, ma era quasi come se fossimo di nuovo a Hailsham, e noi dovessimo guardare dritto davanti a noi senza distrarci. Poi Miss Emily disse: – Già, perché Hailsham allora? A Marie-Claude piace molto fare questo genere di domande ultimamente. Però non molto tempo fa, prima dello scandalo Morningdale, non si sarebbe mai sognata di chiedere una cosa simile. Non le sarebbe mai passato per la testa. Lo sai che ho ragione, non guardarmi in quel modo! C'era soltanto una persona a quei tempi che avrebbe potuto farlo, e quella ero io. Parecchi anni prima di Morningdale, fin dall'inizio, mi ponevo quella domanda. E questo rendeva tutto più facile per gli altri, Marie-Claude, il resto dei tutori, tutti andavano avanti senza il minimo pensiero. Anche voi studenti. Ero io a preoccuparmi e a fare domande per tutti voi. E fin tanto che ho continuato, mai nessun dubbio vi ha attraversato la mente, a nessuno di voi. Però adesso veniamo alle tue domande, caro ragazzo. Rispondiamo alla più semplice, e forse ci sarà una spiegazione anche per le altre. Perché portavamo via i vostri lavori? Perché lo facevamo? Prima hai fatto un'osservazione interessante, Tommy. Mentre ne parlavi con Marie-Claude. Hai detto che avrebbero rivelato cosa eravate realmente. Dentro di voi. E questo che hai detto, non è così? Noi prendevamo i vostri lavori perché pensavamo che fossero un riflesso della vostra anima. O, per concludere il ragionamento, lo facevamo per dimostrare che voi avevate un'anima.

Si interruppe, e Tommy e io ci scambiammo un'occhiata per la prima volta da non so quanto tempo. Poi chiesi: – Perché dovevate dimostrare una cosa del genere, Miss Emily? Qualcuno metteva in dubbio che non avessimo un'anima?

 

Un leggero sorriso apparve sul suo volto. – E commovente, Kathy, vedere quanto tu sia sorpresa. Dimostra, in un certo senso, che abbiamo fatto bene il nostro lavoro. Come dici tu, perché qualcuno dovrebbe mettere in dubbio che voi abbiate un'anima? Eppure devo dirtelo, mia cara, non era così ovvio quando abbiamo cominciato molti anni fa. E sebbene si siano fatti molti progressi da allora, non è ancora così universalmente riconosciuto, neanche oggi. Voi studenti di Hailsham, anche dopo che siete stati nel mondo fuori, non sapete neanche la metà di quello che succede. In tutto il paese, in questo stesso momento, ci sono studenti allevati in condizioni deplorevoli, condizioni che voi di Hailsham non potreste neanche immaginare. E adesso che non esistiamo più, le cose non faranno che peggiorare.

Si interruppe di nuovo, e per un istante sembrò esaminarci attentamente con gli occhi sottili come fessure. Poi continuò: – Se non altro, noi almeno abbiamo fatto in modo che tutti voi che eravate affidati alle nostre cure cresceste in un ambiente meraviglioso.

E abbiamo fatto anche in modo che, dopo la vostra partenza, vi fosse risparmiato il peggiore degli orrori. Almeno in questo non abbiamo fallito. Però questo vostro sogno, il sogno di poter ottenere un rinvio.

Sarebbe andato oltre le nostre reali possibilità, persino quando eravamo all'apice del potere. Mi dispiace, vedo che per voi non è facile accettare quello che sto dicendo. Però non dovete essere delusi. Spero che possiate apprezzare quanto siamo riusciti a fare per voi.

Guardatevi! Avete una bella vita, siete colti ed educati. Mi dispiace non poter fare più di quanto non abbia già fatto, ma dovete capire che poteva toccarvi in sorte ben altro. Quando Marie-Claude e io abbiamo cominciato, non esistevano posti come Hailsham. Eravamo i primi, con Glenmorgan House. Poi qualche anno dopo si è formato il Saunders Trust.

Insieme, siamo diventati un movimento piccolo ma molto ascoltato, e abbiamo sfidato l'intero sistema del programma delle donazioni.

Soprattutto, abbiamo dimostrato al mondo che se gli studenti venivano allevati in ambienti umani e dove la cultura era un elemento importante, era possibile che crescessero sensibili e intelligenti come qualunque altro essere umano. Prima di allora, tutti i cloni – o studenti, come preferivamo chiamarvi noi – esistevano soltanto per rifornire la scienza medica. All'inizio, dopo la guerra, è ciò che rappresentavate per la maggior parte delle persone. Degli oggetti indistinti in una provetta per i test. Non sei d'accordo, Marie-Claude? E molto silenziosa. Di solito non si riesce a farla smettere, quando si tratta di questo argomento. La vostra presenza, miei cari, sembra averle legato la lingua. Molto bene. Dunque, per rispondere alla tua domanda, Tommy. Ecco perché collezionavamo i vostri lavori. Selezionavamo i migliori e allestivamo delle mostre. Nei tardi anni Settanta, all'apice della nostra influenza, organizzavamo grandi eventi in tutto il paese. Alla presenza di membri del gabinetto, vescovi, ogni genere di gente famosa.

C'erano discorsi, imponenti raccolte di fondi. «Ecco, guardate! – ripetevamo. – Guardate queste opere! Come osate dire che questi bambini non sono esseri umani esattamente come noi?» Oh, si, il nostro movimento poteva contare su molti sostenitori in quel periodo, avevamo il vento a favore. Per qualche minuto Miss Emily continuò a ricordare i diversi eventi che avevano organizzato in quel periodo, menzionando i nomi di molte persone che per noi non rappresentavano nulla. Infatti, per un istante, fu quasi come se stessimo di nuovo ascoltando uno dei suoi sermoni durante le assemblee mattutine, quando lei partiva per la tangente e nessuno riusciva più a seguirla. Sembrava contenta, però, e un sorriso gentile le illuminò gli occhi. Poi d'un tratto si risvegliò e disse con tutt'altro tono: – Ma noi non abbiamo mai perso il contatto con la realtà, non è così, Marie-Claude? Non come i nostri colleghi del Saunders Trust. Persino negli anni migliori, noi siamo sempre stati consapevoli che si trattava di una dura battaglia. Poi naturalmente scoppiò il caso Morningdale, insieme a un paio di altri incidenti, e prima che ce ne accorgessimo tutto il nostro duro lavoro era andato in fumo.

- Quello che non capisco, però, – dissi, – è perché la gente voleva che gli studenti venissero trattati così male.

- Dal tuo punto di vista, Kathy, la tua perplessità è assolutamente legittima. Però devi cercare di osservarlo da una prospettiva storica.

Dopo la guerra, agli inizi degli anni Cinquanta, quando le grandi scoperte scientifiche si susseguirono così rapidamente, non c'era tempo di soffermarsi, di fare le domande più ragionevoli. Improvvisamente avevamo a disposizione tutte quelle possibilità, tutti quei modi per curare malattie che fino a quel momento erano state considerate incurabili. Era questo ciò che il mondo vide, ciò che desiderò sopra ogni altra cosa. Per molto tempo, la gente ha preferito credere che quegli organi comparissero dal nulla, o tutt'al più che crescessero in una specie di vuoto pneumatico. È vero, ci sono stati dei dibattiti. Ma nel momento in cui la gente ha preso a interessarsi degli... studenti, nel momento in cui hanno cominciato a prendere in considerazione come erano allevati, se dovessero venire allo scoperto, ebbene allora era troppo tardi. Non c'era modo di invertire il processo. Come si può chiedere a un mondo che è arrivato a considerare il cancro come una malattia curabile, come si può chiedere a un mondo simile di accantonare la cura, di tornare nell'età infelice dell'impossibilità? Non c'era modo di invertire la rotta. Per quanto le persone si sentissero a disagio nei vostri confronti, la loro crescente preoccupazione era che i loro figli, le loro mogli, i genitori, gli amici, non morissero di cancro, di atrofia muscolare, di infarto. Così per molto tempo vi abbiamo tenuto nascosti, e la gente ha fatto del suo meglio per non pensare a voi. E se lo facevano, cercavano di convincersi che non eravate veramente come noi. Che eravate inferiori agli esseri umani, e che quindi non contavate nulla. Ed era così che stavano le cose, quando ha fatto la sua comparsa il nostro piccolo movimento. Ma capite cosa siamo stati costretti ad affrontare? Stavamo virtualmente cercando di far quadrare il cerchio.

Là c'era il mondo, che pretendeva studenti per le donazioni. Se non si fosse verificato qualche cambiamento, ci sarebbe sempre stata una barriera che impediva di considerarvi come degli esseri umani. Abbiamo combattuto quella battaglia per innumerevoli anni, e quello che siamo riusciti a ottenere per voi, perlomeno, sono stati molti miglioramenti, anche se, naturalmente, eravate soltanto un piccolo gruppo selezionato.

Poi è scoppiato lo scandalo Morningdale, poi altre cose, e prima che ce ne rendessimo conto, il clima era molto cambiato. Nessuno voleva più essere visto a sostenerci pubblicamente, e il nostro piccolo movimento, Hailsham, Glenmorgan, il Saunders Trust, tutti siamo stati spazzati via.

- Cos'è questo scandalo Morningdale che continua a nominare, Miss Emily? – chiesi. – Ci racconti, perché non ne abbiamo mai sentito parlare.

- Immagino che non ci fosse motivo perché ciò accadesse. Non è mai stato considerato un avvenimento importante per il vasto mondo. Riguardava uno scienziato di nome James Morningdale, un uomo a suo modo dotato di grande talento. Portava avanti il suo lavoro in un angolo remoto della Scozia, dove immagino pensava di attrarre meno attenzione. Ciò che desiderava era offrire alla gente la possibilità di avere figli con determinate caratteristiche espresse al massimo della loro potenzialità. Intelligenza superiore, capacità atletica superiore, quel genere di cose. Naturalmente anche altri avevano avuto queste ambizioni, ma il nostro Morningdale andò ben oltre i suoi predecessori, ben oltre i confini della legalità. Ebbene, venne scoperto, misero termine al suo operato e sembrò che la cosa finisse li.

Ovviamente non fu così, certamente non per noi. Come vi dicevo, non fu mai un grosso scandalo. Però contribuì a generare una certa atmosfera, capite. Ricordò alla gente, ricordò loro una delle paure di cui avevano sempre sofferto. Un conto è creare gli studenti, a nostra immagine e somiglianza, per il programma delle donazioni. Ma che dire di una generazione di bambini costruiti in laboratorio che avrebbero preso il nostro posto nella società? Bambini dichiaratamente superiori a noi? Oh, no. Tutta quella gente terrorizzata. Fecero marcia indietro inorriditi.

- Ma Miss Emily, – domandai, – questo cos'ha a che fare con noi? Perché Hailsham è stata costretta a chiudere per questo motivo?

 

- All'epoca anche noi non vedemmo un diretto collegamento, Kathy. Non subito. E adesso penso spesso che quella è stata la nostra colpa. Se fossimo stati più vigili, meno assorbiti da noi stessi, se ci fossimo impegnati di più nel momento in cui venimmo a sapere per la prima volta del caso Morningdale, avremmo forse potuto evitare la chiusura. Oh, Marie-Claude non è d'accordo. Pensa che sarebbe successo comunque, qualunque cosa avessimo fatto, e forse non ha tutti i torti. È poi, Morningdale non fu un caso isolato. Avvennero altri incidenti in quel periodo. Quell'orribile serie televisiva, per esempio. Tutti questi elementi contribuirono, contribuirono a far cambiare la rotta del vento.

Immagino che quando arrivò il momento, fu questa raffica a investirci.

Il nostro piccolo movimento: eravamo sempre stati troppo fragili, dipendevamo eccessivamente dai capricci dei nostri sostenitori. Fin tanto che il clima ha giocato a nostro favore, fin tanto che una corporazione o un politico hanno visto un tornaconto nel fornirci il loro supporto, siamo riusciti a tenerci a galla. Ma è sempre stata una dura lotta, e dopo Morningdale, dopo che l'atmosfera generale era cambiata, non avevamo più nessuna possibilità. Il mondo non voleva che gli venisse ricordato come funzionava veramente il programma delle donazioni. Non voleva pensare ai nostri studenti, alle condizioni in cui vivevano. In altre parole, miei cari, il mondo voleva che tornassimo nelle tenebre.

Là dove eravate prima che arrivasse gente come Marie-Claude e me. Tutte quelle persone influenti che una volta erano state così desiderose di darci una mano, naturalmente si sono dileguate tutte. Abbiamo perso i nostri sponsor, uno dopo l'altro, in poco più di un anno. Abbiamo cercato di sopravvivere più a lungo possibile, abbiamo tirato avanti per altri due anni rispetto a Glenmorgan. Alla fine però, come sapete, siamo stati costretti a chiudere, e oggi non esiste quasi più traccia del nostro lavoro. Ormai non troverete più niente di simile a Hailsham nel paese. Vedrete unicamente, come sempre, quelle enormi «case» governative, e anche se sono migliorate rispetto a prima, lasciate che ve lo dica, miei cari, non riuscireste a prendere sonno per giorni interi se vi capitasse di assistere a cosa succede in alcuni di questi posti. E per quanto riguarda Marie-Claude e me, eccoci qui, ci siamo ritirate in questa casa, e al piano di sopra abbiamo una montagna di vostri lavori. Sono loro a ricordarci quello che siamo riuscite a fare.

E anche una montagna di debiti, sebbene questi non siano propriamente i benvenuti. E poi i ricordi, immagino, di tutti voi. Insieme alla consapevolezza di avervi garantito una vita migliore di quella che altrimenti avreste avuto.

- Non cercare la loro riconoscenza, – disse la voce di Madame alle nostre spalle. – Perché poi dovrebbero ringraziarci? Sono venuti qui per ottenere ben altro. Ciò che abbiamo dato loro, tutti quegli anni, le lotte che abbiamo fatto per loro, che cosa vuoi che ne sappiano? Pensano che siano un dono del Signore. Prima di arrivare qui, non ne avevano la più pallida idea. Adesso non provano altro che delusione, perché non gli abbiamo dato tutto quello che desideravano.

Restammo in silenzio per un po'. Infine udimmo un rumore che proveniva dall'esterno e di nuovo il suono del campanello. Madame sbucò dall'oscurità e uscì nel corridoio.

- Questa volta devono essere loro, – disse Miss Emily.

- Vado a prepararmi. Ma voi potete rimanere ancora un po'. Gli uomini devono trasportare quella cosa per due piani di scale. Marie-Claude si assicurerà che non la danneggino.

Tommy e io non potevamo credere che finisse così. Nessuno dei due accennava a muoversi, e comunque non si vedeva nessuno che andasse ad aiutare Miss Emily ad alzarsi dalla sedia a rotelle. Per un attimo mi domandai se avrebbe cercato di fare da sola, ma lei rimase immobile, china in avanti come prima, in ascolto. Poi Tommy disse:

 

- Quindi non esiste niente. Nessun rinvio, niente del genere.

- Tommy, – mormorai, guardandolo. Ma Miss Emily disse gentilmente:

 

- No, Tommy. Non esiste niente del genere. La vostra vita d'ora in poi dovrà correre lungo i binari stabiliti.

- Quindi quello che mi sta dicendo, Miss, – continuò Tommy, – è che tutto quello che abbiamo fatto, tutte le lezioni, ogni cosa. Era come ci ha detto lei. Nient'altro che questo?

 

- Mi rendo conto – disse Miss Emily – che può sembrare che voi non siete stati altro che delle semplici pedine. Si può anche osservare la cosa da questa angolatura. Però pensateci bene. Siete stati delle pedine fortunate. C'era un certo clima allora e adesso non c'è più. Dovete accettare il fatto che qualche volta è così che vanno le cose in questo mondo. Le opinioni della gente, i loro sentimenti, spirano in una direzione, poi in un'altra. E capitato semplicemente che voi siate cresciuti in un particolare momento di questo processo.

- Può anche essere stata una moda passeggera, – dissi.

- Però per noi rappresenta la nostra vita.

- Si, è vero. Ma pensateci bene. Avete avuto una vita migliore di molti di quelli che vi hanno preceduto. E chissà cosa dovranno affrontare quelli che verranno dopo di voi. Mi dispiace, studenti, ma adesso devo proprio andare. George! George!

 

Dall'entrata giunse un rumore forte, e fu forse quello a impedire a George di sentire, perché non vi fu risposta. Tommy domandò all'improvviso: – E per questo motivo che Miss Lucy se ne andò?

 

Per un po' pensai che Miss Emily, la cui attenzione era catalizzata da quanto stava avvenendo nel corridoio, non l'avesse sentito. Si riappoggiò allo schienale della sedia a rotelle e cominciò ad avanzare a poco a poco verso la porta. C'erano talmente tante sedie e tavolini che sembrava non ci fosse modo di passare. Stavo per alzarmi e spostare qualcosa, quando si fermò all'improvviso.

- Lucy Wainright, – disse. – Ah, già. Ci procurò qualche guaio -. Si interruppe, poi risistemò la sedia a rotelle in modo da poter di nuovo guardare in faccia Tommy. – Sì, ci procurò qualche guaio. Avemmo una discussione. Ma per rispondere alla tua domanda, Tommy. Il litigio con Lucy Wainright non aveva niente a che vedere con quello che ti ho appena raccontato. Non direttamente, comunque. No, si trattò soprattutto, per così dire, di una questione interna.

Pensavo che non avrebbe aggiunto altro, così domandai: – Miss Emily, se per lei va bene vorremmo saperne di più, di quello che è successo a Miss Lucy.

Miss Emily sollevò le sopracciglia. – Lucy Wainright? Era importante per voi? Perdonatemi, cari studenti, la memoria mi gioca di nuovo qualche scherzo. Lucy non è stata con noi per molto tempo, quindi è soltanto una figura periferica nel nostro ricordo di Hailsham. E certo decisamente non una delle più felici. Ma posso capire, se eravate là soltanto negli ultimi anni... – Rise rivolta a se stessa e sembrò ricordare qualcosa.

Nell'entrata, Madame aveva alzato la voce e rimproverava gli uomini, ma Miss Emily ormai sembrava aver perso ogni interesse. Stava riandando col pensiero a quei ricordi con un'aria assorta. Finalmente disse: – Era una ragazza simpatica, Lucy Wainright. Però dopo qualche tempo cominciò ad avere delle strane idee. Pensava che voi studenti doveste essere maggiormente consapevoli. Di ciò che vi attendeva, di chi eravate, per cosa eravate stati creati. Riteneva che dovessimo fornirvi un quadro completo. Prendemmo in considerazione la sua opinione e decidemmo che aveva torto.

- Perché? – chiese Tommy. – Perché lo pensavate?

 

- Perché? Le sue intenzioni erano ottime, ne sono sicura. Vedo che le eravate affezionati. Aveva tutte le qualità per diventare un'ottima insegnante. Però ciò che voleva fare, era troppo teorico. Ci occupavamo di Hailsham da troppi anni, avevamo sviluppato un certo istinto per quello che sapevamo poteva funzionare, per ciò che alla distanza si sarebbe rivelato un bene per gli studenti, oltre i confini di Hailsham. Lucy Wainright era un'idealista, niente di male in questo. Ma non possedeva nessun senso pratico. Capite, eravamo in grado di darvi qualcosa, qualcosa che anche adesso nessuno potrà mai portarvi via, e siamo stati in grado di farlo soprattutto proteggendovi.

Hailsham non sarebbe mai stata Hailsham se non avessimo agito così. E vero, qualche volta questo significava dovervi tenere all'oscuro, mentire. Si, in un certo senso vi prendevamo in giro. Immagino che si possa anche metterla in questo modo. Però vi abbiamo protetto per tutti quegli anni, e vi abbiamo regalato la vostra infanzia. Le intenzioni di Lucy erano buone. Ma se avesse proseguito per la sua strada, la vostra felicità a Hailsham sarebbe andata distrutta. Guardatevi adesso! Sono così orgogliosa di voi. Avete costruito le vostre vite su quello che vi abbiamo dato. Non sareste quello che siete oggi se non vi avessimo protetto. Non vi sareste immersi nelle lezioni, non vi sareste persi nell'arte e nella scrittura. Cosa avreste fatto, se aveste saputo cosa attendeva ciascuno di voi? Ci avreste detto che era tutto inutile, e come avremmo potuto controbattere? Così Miss Lucy dovette andarsene.

Sentivamo Madame che urlava contro gli uomini. Non aveva propriamente perso le staffe, ma la sua voce era spaventosamente dura, e le voci maschili, che fino a quel momento avevano cercato di tenerle testa, si zittirono.

- Forse è meglio che sia rimasta qui con voi, – disse Miss Emily. – Marie-Claude si occupa di questo genere di cose molto meglio di me.

Non so cosa mi spinse a parlare. Forse la consapevolezza che la visita presto sarebbe giunta al termine; forse mi ero incuriosita all'idea di quali fossero i rapporti tra Miss Emily e Madame. Ad ogni modo dissi, a voce bassa e in direzione della porta:

 

- A Madame non siamo mai piaciuti. Ha sempre avuto paura di noi. Come le persone hanno paura dei ragni o di questo genere di cose.

Attesi per vedere se Miss Emily si sarebbe arrabbiata, e ormai non aveva più molta importanza. Infatti si voltò con durezza, come se le avessi tirato addosso una pallina di carta, e gli occhi le fiammeggiarono in un modo che mi fece venire in mente i tempi di Hailsham. La sua voce però era calma e controllata quando disse: – Marie-Claude ha dato tutto per voi. Non ha fatto altro che lavorare.

Non farti ingannare, bambina mia, Marie-Claude sta dalla vostra parte e lo sarà sempre. Ha paura di voi. Tutti abbiamo paura di voi. Io ho dovuto combattere contro questo terrore quasi ogni giorno quando stavo a Hailsham. C'erano momenti in cui vi osservavo dalla finestra del mio studio e provavo una tale repulsione... – Si interruppe, poi ci fu un altro lampo nel suo sguardo. – Ma ero decisa a non permettere che questi sentimenti mi impedissero di fare quello che consideravo giusto. Ho combattuto e vinto. Adesso, se poteste essere così gentili da aiutarmi a uscire di qui, George probabilmente mi starà aspettando con le stampelle.

Con noi che la sostenevamo per i gomiti, Miss Emily si diresse con cautela verso l'entrata, dove un uomo grande e grosso con l'uniforme da infermiere avanzò spaventato verso di noi, e prontamente ci porse un paio di stampelle.

La porta principale era aperta sulla strada e fui sorpresa di vedere che la luce del sole non era ancora scomparsa del tutto. La voce di Madame giungeva alle nostre orecchie dall'esterno, e si rivolgeva agli uomini con toni più calmi. Era arrivato il momento per me e Tommy di sgattaiolare via, ma George stava aiutando Miss Emily a infilarsi il cappotto, mentre lei rimaneva rigidamente in piedi tra le due stampelle; non c'era modo di passare, così aspettammo. Immagino, inoltre, che volessimo salutare Miss Emily; forse, dopotutto, volevamo ringraziarla, non ne sono sicura. Lei adesso però pensava unicamente al suo comodino.

Fece notare agli uomini nella strada qualcosa che per lei rivestiva un carattere di urgenza, poi uscì con George, senza voltarsi.

Tommy e io rimanemmo nell'entrata ancora un po' incerti. Quando infine uscimmo fuori, notai che le lampade erano accese fino in fondo a quella lunghissima strada, anche se non era ancora buio. Un furgone bianco stava avviando il motore. Proprio dietro c'era una grossa e vecchia Volvo con Miss Emily seduta dalla parte del passeggero. Madame era china accanto al finestrino, e annuiva a qualcosa che le stava dicendo Miss Emily, mentre George richiudeva il bagagliaio e si spostava sul lato del conducente. Poi il furgone bianco si mosse, e l'auto di Miss Emily lo segui.

Madame rimase a lungo a fissare i due veicoli che si allontanavano. Poi si voltò come per rientrare in casa, e quando ci vide fermi sul marciapiede, si fermò di colpo, ritraendosi quasi.

- Andiamo, – dissi. – Grazie per aver parlato con noi. Per favore saluti Miss Emily da parte nostra.

Vidi che mi osservava attentamente alla luce che si affievoliva. Poi disse: – Kathy H. Mi ricordo di te. Si, mi ricordo -. Rimase in silenzio, ma continuò a guardarmi.

- Credo di sapere a cosa sta pensando in questo momento, – dissi infine.

- Penso di poterlo indovinare.

- Molto bene -. Aveva la voce sognante e lo sguardo era un po' meno intenso. – Molto bene. Sai leggere nel pensiero. Su, dimmi.

- Una volta mi ha vista, un pomeriggio, nella camerata. Non c'era nessun altro, e io stavo ascoltando una cassetta, una musica in particolare.

Stavo ballando a occhi chiusi e lei mi ha vista.

- Splendido. Sai leggere nel pensiero. Dovresti fare degli spettacoli.

Ti ho riconosciuta proprio in questo momento. Massì, mi ricordo quell'episodio. Ci ripenso ancora di tanto in tanto.

- È buffo. Anch'io.

- Capisco.

Avremmo potuto terminare lì quella conversazione. Avremmo potuto salutarci e andarcene. Lei però si avvicinò, continuando a guardarmi dritto in faccia.

- Eri molto più giovane a quel tempo, – disse. – Però è vero, sei proprio tu.

- Non è obbligata a rispondere se non vuole, – continuai. – Ma me lo sono sempre chiesto. Posso farle una domanda?

 

- Sei tu che leggi nel pensiero. Non io.

- Insomma, lei era... triste quel giorno. Stava lì a osservarmi, e quando me ne sono accorta, e ho aperto gli occhi, lei mi stava guardando e mi sembra che stesse piangendo. In realtà, ne sono certa. Mi guardava e piangeva. Perché?

 

L'espressione di Madame non mutò e continuò a fissarmi. – Piangevo, – disse finalmente, a voce bassissima, come se temesse che i vicini potessero sentire, – perché quando sono entrata, ho sentito la musica.

Ho pensato che qualche sciocca studentessa avesse dimenticato il registratore acceso. Ma quando sono entrata nella camerata, ti ho vista, sola, una ragazzina che ballava. Come dici tu, gli occhi chiusi, lontana chissà dove, con un'espressione languida. Stavi ballando con una tale intensità di emozioni. E la musica poi, quella canzone. C'era qualcosa in quelle parole. Era piena di tristezza.

- Quella canzone, – dissi. – Si intitolava Never Let Me Go -. Poi accennai qualche verso dolcemente, sottovoce. – «Non lasciarmi. Oh, tesoro, non lasciarmi...»

 

Annuì, quasi a sottolineare che era d'accordo. – Sì, era proprio quella canzone. L'ho sentita una o due volte da allora. Alla radio, alla televisione. E mi ha fatto ripensare a quella ragazzina, che ballava da sola.

- Dice di non saper leggere nel pensiero, – continuai. – Ma forse quel giorno non è andata così. Forse ecco perché ha cominciato a piangere quando mi ha vista. Perché di qualunque cosa parlasse quella canzone, nella mia testa, mentre ballavo, io conservavo dentro di me la mia versione. Vede, immaginavo parlasse di una donna a cui era stato detto che non avrebbe potuto avere dei bambini. Poi però ne aveva partorito uno, ed era così felice che lo teneva stretto al cuore, ma nello stesso tempo aveva una gran paura che qualcosa potesse separarli, e allora cantava, tesoro, tesoro, non lasciarmi. Il tema della canzone è completamente diverso, ma c'era questo nella mia testa a quel tempo.

Forse sa leggere nel pensiero, ed ecco perché la trovava tanto triste.

Non mi sembrava così allora, ma adesso, quando ci ripenso, credo che fosse una canzone un po' triste.

Mi ero rivolta a Madame, ma sentivo Tommy muoversi accanto a me, ed ero consapevole del tessuto dei suoi abiti, di ogni cosa che lo riguardava.

Poi Madame disse: – E molto interessante. Ma io non sapevo leggere nel pensiero, oggi come allora. Stavo piangendo per una ragione completamente diversa. Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos'altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse. Ecco ciò che ho visto. Non eri veramente tu, non era quello che stavi facendo, lo so. Ma ti ho vista e ho sentito il cuore spezzarsi. E non l'ho mai dimenticato.

Poi si avvicinò finché ci separarono soltanto uno o due passi. – Le vostre storie questa sera, anche questo mi ha commosso -. Guardò Tommy, poi il suo sguardo si posò di nuovo su di me. – Povere creature. Vorrei potervi aiutare. Ma adesso siete completamente soli.

Allungò la mano, continuando a fissarmi, e me la appoggiò su una guancia. Sentii un tremito percorrerle tutto il corpo, ma non si mosse, e ancora una volta vidi delle lacrime nei suoi occhi.

- Povere creature, – disse in un sussurro. Poi si voltò e scomparve dentro casa.

Accennammo appena al nostro incontro con Miss Emily e Madame nel viaggio di ritorno. O se ne parlammo, ci limitammo alle cose meno importanti, come quanto pensavamo fossero invecchiate, oppure tutti quei mobili che tenevano in casa.

Percorrevo le strade secondarie più buie che conoscevo, dove soltanto la luce dei nostri fanali disturbava l'oscurità. Di tanto in tanto incrociavamo delle altre auto, e avevamo la sensazione che appartenessero ad altri assistenti, che guidavano da soli verso casa, o forse erano come me, con un donatore seduto accanto. Mi rendevo conto, naturalmente, che anche altre persone usavano questo tipo di strade; quella notte, però, mi sembrò che quelle cupe scorciatoie di campagna esistessero soltanto per quelli come noi, mentre le grandi autostrade luccicanti con le enormi insegne e i bellissimi autogrill fossero destinate a tutti gli altri. Non so se Tommy avesse dei pensieri simili. Forse si, perché a un certo punto esclamò: – Kath, tu conosci delle strade ben strane. Ridacchiò mentre lo diceva, poi sembrò di nuovo assorto nei propri pensieri. A un certo punto, mentre stavamo attraversando una via particolarmente buia che correva dietro a non so cosa, esclamò all'improvviso: – Penso che Miss Lucy avesse ragione. Non Miss Emily.

Non ricordo se dissi qualcosa. Se sì, di certo non fu nulla di particolarmente profondo. Quella però fu la prima volta che lo notai, qualcosa nella sua voce, o forse nei suoi modi, che fece scattare un campanello d'allarme in lontananza. Ricordo che distolsi lo sguardo dalla strada tortuosa per gettargli una rapida occhiata, ma stava semplicemente seduto al suo posto, tranquillo, e guardava fisso sulla strada di fronte a lui.

Qualche minuto dopo, disse d'un tratto: – Kath, possiamo fermarci? Mi dispiace, devo scendere un momento.

Pensando che avesse di nuovo la nausea, accostai quasi subito, andando a sbattere malamente contro una siepe. Il posto era completamente privo di illuminazione, e anche con le luci dell'auto accese temevo che un altro veicolo potesse svoltare e investirci. Ecco perché, quando Tommy uscì e sparì nell'oscurità, non lo seguii. Inoltre, qualcosa di intenzionale nel modo in cui era sceso dalla macchina mi aveva indotto a pensare che anche se si sentiva male, preferisse stare da solo. Ecco perché ero rimasta nell'auto, domandandomi se fosse il caso di salire leggermente lungo il fianco della collina, quando udii il primo urlo.

All'inizio non pensai si trattasse di lui, ma di qualche maniaco che si aggirava nei cespugli. Ero già fuori dall'auto, quando fui raggiunta da un secondo e terzo grido, e allora capii che si trattava di Tommy, sebbene questo non migliorò la situazione. Infatti, per una frazione di secondo, fui quasi colta dal panico, perché non avevo idea di dove si trovasse. Non vedevo assolutamente nulla, e quando cercai di procedere in direzione delle urla, mi trovai di fronte a un roveto impenetrabile. Poi trovai un varco, e attraverso un fosso giunsi a uno steccato. Riuscii a scavalcarlo e atterrai sul fango soffice.

Adesso potevo distinguere molto meglio l'area circostante. Mi trovavo in un campo che scendeva a picco non molto distante da me, e scorgevo le luci di un villaggio in lontananza nella vallata. Il vento soffiava forte in questo punto, e una raffica mi spinse via così violentemente che dovetti afferrare un palo dello steccato per restare in equilibrio.

Non era luna piena, ma faceva luce a sufficienza, e riuscii a intravedere a una certa distanza, nel punto in cui il campo diventava più scosceso, la sagoma di Tommy, rabbiosa, che urlava, si dimenava e tirava calci e pugni.

Tentai di correre verso di lui, ma il fango mi faceva affondare. Mi accorsi che il fango impediva anche i suoi movimenti, perché una volta, mentre stava scalciando, scivolò e scomparve alla vista nell'oscurità.

Tuttavia quell'accozzaglia di parolacce continuò ininterrotta, e lo raggiunsi proprio mentre stava per rimettersi in piedi. Vidi di sfuggita il suo volto illuminato dalla luna, imbrattato di fango e alterato dall'ira, poi gli afferrai le braccia che si dimenavano da tutte le parti e lo tenni stretto. Cercò di divincolarsi, ma io non mollai la presa, finché smise di urlare e sentii che la rabbia lo abbandonava. Poi mi resi conto che anche lui mi circondava con le braccia. Rimanemmo così, sulla sommità di quel campo, per quello che ci sembrò un tempo infinito, abbracciati senza dire una parola, mentre il vento non smetteva di soffiarci contro, e sembrava strapparci i vestiti di dosso; per un istante fu come se ci tenessimo stretti l'uno all'altra, perché quello era l'unico modo per non essere spazzati via nella notte.

Quando alla fine ci separammo, lui sussurrò: – Mi dispiace molto, Kath-.

Poi diede in una risatina un po' incerta e aggiunse: – Meno male che non c'erano delle mucche nel campo. Si sarebbero spaventate a morte.

Vidi che faceva del suo meglio per rassicurarmi che andava tutto bene, ma il petto continuava a sollevarsi, e le gambe gli tremavano. Ci incamminammo insieme verso la macchina, cercando di non scivolare.

- Puzzi di letame, – dissi infine.

- Oh, mio Dio, Kath. Come faccio a spiegarlo? Dovremo intrufolarci dal retro.

- Devi comunque firmare il registro.

- Oh, mio Dio, – ripeté ridendo di nuovo.

Trovai degli stracci nell'auto e ci togliemmo la maggior parte della schifezza che avevamo addosso. Così facendo avevo estratto dal bagagliaio la sacca che conteneva i disegni dei suoi animali, e quando ripartimmo notai che Tommy l'aveva presa con sé.

Viaggiammo per un po' senza parlare molto, lui con la borsa in grembo.

Aspettavo che dicesse qualcosa a proposito dei disegni; mi venne anche in mente che stesse per essere colto da un altro accesso di rabbia, e che avrebbe gettato la sacca dal finestrino. Tuttavia la strinse con entrambe le mani con atteggiamento protettivo, e continuò a tenere lo sguardo fisso sulla strada che si spiegava davanti a noi. Dopo un lungo momento di silenzio, disse: – Mi dispiace per quanto è successo, Kath. Mi dispiace davvero. Sono un vero idiota -. Poi aggiunse: – A cosa stai pensando, Kath?

 

- Stavo pensando – risposi – al passato, a Hailsham, quando facevi il pazzo come adesso, e non riuscivamo a capire perché. Non riuscivamo a capire come facevi a ridurti a quel modo. E io avevo quest'idea in testa, che a essere sinceri era soltanto un pensiero. Immaginavo che forse la ragione di questo tuo comportamento dipendeva dal fatto che, in un certo senso, l'avevi sempre saputo.

Tommy ci rifletté un istante, poi scosse il capo. – No, non pensarlo, Kath. No, ero semplicemente fatto così. Ero un idiota. Semplicemente -.

Poi dopo un po' ridacchiò e disse: – Però è un'idea divertente. Forse lo sapevo, in fondo in fondo. Qualcosa di cui voi non vi rendevate conto.

 

 

Capitolo ventitreesimo

 

Nella settimana che seguì il nostro viaggio, non si verificarono molti cambiamenti. Tuttavia non mi aspettavo che le cose rimanessero così, e infatti, all'inizio di ottobre, cominciai a notare alcune piccole differenze. Per prima cosa, sebbene Tommy continuasse a disegnare i suoi animali, diventò riluttante in mia presenza. Non eravamo tornati esattamente al punto in cui ci trovavamo quando ero appena diventata la sua assistente, e tutti i ricordi dei Cottages incombevano ancora su di noi. Però adesso era come se avesse riflettuto e fosse giunto a una decisione: che avrebbe continuato a farli tutte le volte che gli veniva voglia, ma se entravo, lui si interrompeva e li metteva via. Non rimasi così ferita quando me ne accorsi. Infatti, per molti versi, fu un sollievo: quegli animali che ci fissavano negli occhi quando eravamo insieme, avrebbero semplicemente reso le cose ancora più difficili.

Tuttavia avvennero altri cambiamenti, che non trovai così facile accettare. Non intendo dire che non passassimo più dei bei momenti nella sua stanza. Di tanto in tanto facevamo persino sesso. Però quello che non potevo fare a meno di notare era come, sempre più, Tommy tendesse a identificarsi con gli altri donatori del centro. Se, per esempio, ci venivano in mente i nostri vecchi compagni di Hailsham, prima o poi lui avrebbe fatto in modo che la conversazione vertesse sui suoi amici donatori, che magari avevano detto o fatto qualcosa di simile a ciò che stavamo ricordando. Ci fu un momento in particolare, quando giunsi al Kingsfield dopo un lungo viaggio e scesi dall'auto. La Piazza assomigliava un po' a quella volta in cui ero arrivata con Ruth per andare a vedere la barca. Era un nuvoloso pomeriggio autunnale, e non c'era nessuno se non un gruppetto di donatori radunato sotto il tetto spiovente dell'edificio adibito a sala giochi. Vidi Tommy con loro: stava in piedi con una spalla appoggiata contro un pilastro, e stava ascoltando quello che diceva un donatore accovacciato sui gradini dell'entrata. Mi avvicinai leggermente, poi mi fermai e attesi, allo scoperto, sotto il cielo grigio. Tommy però, anche se mi aveva vista, continuò come prima, e alla fine lui e gli altri suoi amici scoppiarono a ridere. Anche allora, ascoltava e sorrideva. In seguito mi disse di avermi fatto un piccolo cenno di avvicinarmi, ma anche se fosse stato così, non era affatto evidente. Tutto ciò che registrai non fu altro che un debole sorriso rivolto nella mia direzione, poi si girò di nuovo verso il suo amico. Va bene, era nel mezzo di una conversazione, e dopo un minuto o due si allontanò e ci avviammo verso la sua stanza. Però non era più come prima. E non dipendeva semplicemente dal fatto che mi aveva lasciato lì ad aspettare nella Piazza. Non avrebbe avuto così tanta importanza. Più che altro, per la prima volta avevo percepito una specie di risentimento da parte sua, all'idea di dover venire via con me, e una volta saliti in camera sua, l'atmosfera non fu delle migliori.

A essere onesti, forse dipendeva da me quanto da lui. Perché mentre stavo lì in piedi a guardarli ridere e parlare, inaspettatamente avevo provato una stretta al cuore; perché c'era qualcosa nel modo in cui questi donatori si erano disposti in un semicerchio irregolare, qualcosa nel loro atteggiamento, quasi intenzionalmente rilassato, non importava se erano in piedi o seduti, che sembrava voler annunciare al mondo quanto ognuno di loro amasse la compagnia dell'altro, che mi ricordava il modo in cui la nostra banda si sedeva insieme nel padiglione. Quel paragone, come vi dicevo, mi provocò una stretta al cuore, quindi forse, quando salimmo in camera sua, ero offesa tanto quanto lui.

Provavo una leggera punta di risentimento ogniqualvolta mi diceva che non capiva qualcosa, oppure perché non ero ancora diventata un donatore.

Però a parte quell'unica volta, di cui vi parlerò tra poco, non era altro che una piccola spina. Di solito mi diceva queste cose in tono semischerzoso, quasi con affetto. E anche quando c'era qualcos'altro, come quella volta che mi aveva ordinato di smetterla di portare i suoi panni sporchi in lavanderia perché ce la faceva da solo, raramente sfociava in una lite.

Quella volta gli chiesi: – Che differenza fa, chi dei due porta giù gli asciugamani? Devo comunque passare di lì.

Lui aveva scosso il capo dicendo: – Ascolta, Kath, mi occupo io delle mie cose. Se fossi un donatore, lo capiresti.

D'accordo, mi aveva dato fastidio, ma avrei potuto dimenticarmene facilmente. Però come vi dicevo, il fatto che avesse sottolineato che non ero un donatore, mi aveva dato veramente fastidio.

Accadde circa una settimana dopo aver ricevuto l'avviso per la sua quarta donazione. La aspettavamo e ne avevamo discusso a lungo. Infatti, dal nostro viaggio a Littlehampton avevamo avuto alcune delle nostre conversazioni più intime, parlando della quarta donazione. Avevo conosciuto donatori che reagivano nei modi più disparati. Alcuni desideravano affrontare l'argomento tutto il tempo e inutilmente. Altri ci scherzavano sopra, altri ancora rifiutavano di parlarne. E poi ci'era quella strana tendenza fra i donatori a considerare la quarta donazione motivo per congratularsi l'un l'altro. Un donatore «alla sua quarta», anche se era stato uno non molto ben visto fino a quel momento, veniva trattato con particolare rispetto. Persino i dottori e le infermiere contribuivano a questo clima: un donatore alla sua quarta donazione andava a fare i controlli e veniva accolto dai camici bianchi con sorrisi e strette di mano. Ebbene, Tommy e io parlavamo di tutte queste cose, talvolta scherzando, altre volte in maniera seria e accurata.

Discutevamo di tutti i modi in cui la gente cercava di affrontarla, e quali fossero i migliori. Una volta, sdraiati l'uno accanto all'altra sul letto mentre stava facendo buio, lui disse: – Sai perché, Kath, perché tutti si preoccupano così tanto della quarta? È perché non sono certi di completare il loro ciclo. Se fossero sicuri, sarebbe tutto più facile. Ma non si può mai sapere.

Mi ero domandata più volte come avrei reagito a un'osservazione come quella, nel caso in cui fosse saltata fuori.

Ma quando arrivò davvero il momento, non trovai molto da dire. Così mi limitai a commentare: – Sono solo un mucchio di sciocchezze, Tommy.

Parole, nient'altro che parole in libertà. Non vale neanche la pena pensarci.

Tommy sapeva che non avevo nulla su cui fondare le mie affermazioni. Era consapevole, inoltre, di fare delle domande a cui neppure i medici potevano opporre delle risposte certe. Dovete averne sentito parlare. Di come magari, dopo la quarta donazione, anche se tecnicamente il ciclo era stato completato, in un certo senso si era ancora coscienti; di come ci si rendesse conto che ci fossero altre donazioni, moltissime, oltre quella linea di confine; ma di come non esistessero più i centri di riabilitazione, gli assistenti, gli amici; di come non restasse altro che accettare di essere spettatori di quelle donazioni, finché non ti spegnevano. Sembra un film dell'orrore, e la maggior parte della gente non vuole neanche pensarci. Non i camici bianchi, non gli assistenti – e solitamente neanche i donatori. Di tanto in tanto però, un donatore accenna all'argomento, come fece Tommy quella sera, e adesso vorrei che ne avessimo discusso insieme. Invece, dopo che le avevo liquidate come delle sciocchezze, entrambi abbandonammo quel terreno di conversazione.

Almeno, tuttavia, adesso sapevo cosa passava per la testa di Tommy, ed ero felice che si fosse confidato con me. Ciò che voglio dire è che in generale avevo l'impressione che stessimo affrontando la quarta donazione insieme, ed ecco perché rimasi così colpita quando disse quella cosa mentre stavamo camminando per i campi.

Il Kingsfield non offre molto in questo senso. La Piazza è il naturale punto di raccolta, e i pochi appezzamenti dietro agli edifici hanno un'aria desolata. Quello più grande, che i donatori chiamano «il campo», non è altro che un rettangolo di erbacce e cardi selvatici circondato da un reticolato di filo metallico. Si è parlato spesso di trasformarlo in un vero prato per i donatori, ma non hanno ancora fatto nulla, neppure adesso. Forse anche se lo sistemassero non sarebbe un posto così tranquillo, perché lì vicino passa una strada trafficata. Ad ogni modo, quando i donatori sono inquieti e hanno bisogno di fare due passi, è lì che vanno di solito, a graffiarsi in mezzo ai rovi e alle ortiche. Quella mattina particolare di cui sto parlando, c'era molta nebbia, e sapevo che il campo sarebbe stato inzuppato, ma Tommy aveva insistito per andare a fare una passeggiata.

Naturalmente eravamo gli unici – cosa che probabilmente non dispiaceva a Tommy. Dopo aver calpestato i rovi per qualche minuto, si fermò accanto al reticolato e fissò la nebbia vacua dall'altra parte. Poi disse: – Kath, non voglio che tu te la prenda a male. Ma ci ho riflettuto molto. Kath, penso che dovrei cambiare assistente.

Nei pochi istanti che seguirono, mi resi conto che non ero affatto sorpresa; che in un certo e buffo modo me l'aspettavo. Ma ero comunque arrabbiata e non dissi nulla.

- Non è soltanto perché sto per affrontare la quarta donazione, – continuò. – Non è soltanto questo. È per quello che è successo la settimana scorsa. Quando ho avuto quel problema al rene. Cose così capiteranno molto spesso.

- E per questo che sono venuta a cercarti, – dissi. – È esattamente questo il motivo per cui sono venuta ad aiutarti. Per quello che sta per iniziare. Era quello che desiderava anche Ruth.

- Ruth desiderava un'altra cosa per noi, – disse Tommy. – Non voleva necessariamente che tu fossi la mia assistente fino all'ultimo.

- Tommy, – dissi, e suppongo che fossi furiosa a quel punto, ma continuavo a mantenere la voce tranquilla e sotto controllo. – Sono io quella che può aiutarti. Ecco perché sono venuta a cercarti di nuovo.

- Ruth voleva un'altra cosa per noi, – ripeté Tommy. – Si tratta di tutt'altro, adesso. Kath, non voglio farmi vedere così da te.

Teneva lo sguardo fisso sul terreno, un palmo stretto contro il reticolato, e per un istante fu come se ascoltasse intensamente il suono del traffico che proveniva da qualche parte al di là della nebbia. Fu allora che Tommy disse, scuotendo appena il capo: – Ruth avrebbe capito. Era un donatore, avrebbe capito. Non dico che avrebbe desiderato la stessa cosa anche per lei.

Se avesse potuto, forse ti avrebbe voluta accanto fino alla fine. Però avrebbe capito, se avessi scelto diversamente. Kath, qualche volta non te ne rendi conto. Non te ne rendi conto perché non sei un donatore.

Fu quando pronunciò queste parole che mi voltai e me ne andai. Come vi dicevo, ero preparata al fatto che non mi volesse più come sua assistente. Però ciò che mi ferì davvero, dopo tutti quei piccoli episodi che erano successi, come quella volta che mi aveva lasciata lì ad aspettare nella Piazza, furono quelle parole, il modo in cui mi aveva separata, non soltanto da tutti gli altri donatori, ma da lui e Ruth.

Non sfociò mai in una lite vera e propria. Quando mi allontanai, non mi restò molto altro da fare se non salire in camera sua; mi raggiunse parecchi minuti dopo. Mi ero calmata, e anche lui, così fummo in grado di avere una conversazione più civile. Non eravamo particolarmente a nostro agio, ma facemmo pace, e riuscimmo persino a discutere di alcuni dettagli tecnici per quanto riguardava il cambio di assistente. Poi, mentre stavamo seduti sotto una debole luce, l'uno accanto all'altra sul bordo del letto, lui mi disse: – Non voglio che litighiamo di nuovo, Kath. Ma è da tanto che volevo chiedertelo. Voglio dire, non ti stanchi mai di fare l'assistente? Tutti noi, siamo diventati donatori tanto tempo fa. Tu sei andata avanti per anni. Non desideri qualche volta, Kath, di affrettare le cose e fare domanda?

 

Mi strinsi nelle spalle. – A me non dispiace. E comunque è importante che ci siano dei bravi assistenti. E io sono una brava assistente.

- Ma è davvero così importante? D'accordo, è utile avere una brava assistente. Ma in fondo, è davvero così importante? I donatori faranno comunque le donazioni, e poi completeranno il loro ciclo.

- Certo che è importante. Un bravo assistente fa un'enorme differenza per la qualità della vita di un donatore.

- Ma tutto questo correre da una parte all'altra. Tutta quella stanchezza, e la solitudine. Ti ho osservata, Kath. Ti sta consumando.

Devi farlo, Kath, talvolta devi desiderare che ti dicano di fermarti.

Non so perché non parli con loro, e gli chiedi perché è passato così tanto tempo -. Poi, visto che rimanevo in silenzio, disse: – Era così, tanto per dire. Non litighiamo di nuovo.

Gli appoggiai la testa sulla spalla e dissi: – Già, è così. Forse non sarà comunque per molto. Ma per adesso devo continuare. Se tu non mi vuoi vicino a te, altri invece sì.

- Immagino che tu abbia ragione, Kath. Tu sei davvero una brava assistente. Saresti perfetta per me se non fossi tu -. Fece una risata e mi circondò con un braccio, mentre rimanevamo seduti l'uno accanto all'altra. Poi aggiunse: – Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l'acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell'acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita. Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre.

Quando disse queste parole, mi venne in mente il modo in cui mi teneva abbracciata quella notte nel campo spazzato dal vento mentre tornavamo da Littlehampton. Non so se anche lui stesse pensando la stessa cosa, o al fiume e alle correnti impetuose. Ad ogni modo, continuammo a rimanere seduti a lungo sul bordo del letto, immersi nei nostri pensieri. Poi alla fine gli dissi: – Mi dispiace essermi arrabbiata con te prima. Parlerò con loro.

Cercherò di fare in modo che ti assegnino qualcuno di veramente bravo.

- E un peccato, Kath, – ripeté. E penso che quella mattina non ne parlammo più.

Ricordo le poche settimane che seguirono, le ultime settimane prima che arrivasse il nuovo assistente: furono sorprendentemente tranquille.

Forse Tommy e io ci stavamo particolarmente sforzando di essere carini l'uno con l'altra, ma il tempo sembrava scivolare via senza problemi. Si sarebbe potuto pensare che, considerate le circostanze, saremmo stati avvolti da un alone di irrealtà, ma ci sembrava normale in quel momento.

Ero molto occupata con un'altra coppia di donatori nel nord del Galles, che mi costringeva lontano dal Kingsfield più di quanto non avessi desiderato, ma continuavo a fargli visita tre o quattro volte alla settimana. Faceva più freddo, ma non pioveva e spesso splendeva il sole, e noi passavamo il tempo piacevolmente in camera sua, talvolta a fare sesso, più sovente a chiacchierare, oppure Tommy mi ascoltava mentre leggevo ad alta voce.

Una o due volte, Tommy aveva persino estratto il suo blocco per gli appunti e aveva scarabocchiato alcuni nuovi animali mentre gli leggevo qualcosa dal letto.

Poi un giorno entrai e fu l'ultima volta. Arrivai subito dopo l'una in un frizzante pomeriggio di dicembre. Salii in camera sua, forse aspettandomi qualche cambiamento – non saprei. Forse pensai che aveva appeso delle decorazioni nella sua stanza, o qualcosa del genere. Ma ovviamente era tutto normale, e in generale mi sentii sollevata. Anche Tommy non sembrava diverso, ma quando iniziammo a chiacchierare, fu difficile fingere che fosse una visita come un'altra. Ne avevamo discusso così tante volte nelle settimane precedenti che era come se non ci fosse niente di particolare di cui parlare. E immagino che fossimo riluttanti a iniziare un discorso che non saremmo stati in grado di portare a termine. Ecco perché ci fu una specie di vuoto nella nostra conversazione quel giorno.

Soltanto una volta, tuttavia, dopo che avevo vagato per un po' senza meta da una parte all'altra della sua stanza, gli domandai: – Tommy, sei contento che Ruth abbia completato il suo ciclo prima di scoprire quello che abbiamo scoperto noi?

 

Stava sdraiato sul letto, e continuò a fissare il soffitto per un po' prima di replicare: – Buffo, perché stavo pensando la stessa cosa l'altro giorno. Devi tenere a mente, però, che quando si trattava di argomenti come questo, Ruth era molto diversa da noi. Tu e io, fin dall'inizio, anche quando eravamo piccoli, cercavamo sempre di scoprire come stavano le cose. Ti ricordi, Kath, delle nostre conversazioni segrete? Ruth non era come noi. Voleva sempre credere nelle cose. Era il suo modo di essere. Quindi sì, penso che in un certo senso sia stato meglio così -. Poi aggiunse: – Naturalmente, quello che abbiamo scoperto, Miss Emily, tutto quanto, non cambia nulla di quello che sentiamo nei confronti di Ruth.

In fondo desiderava il meglio per noi. Lo desiderava davvero.

Non volevo mettermi a discutere di Ruth in quel momento, così acconsentii. Adesso però che ho più tempo a disposizione per pensarci, non sono sicura dei miei sentimenti. Una parte di me, in un certo senso, continua a desiderare che avessimo condiviso con Ruth tutto quello che avevamo scoperto. E vero, forse le sarebbe dispiaciuto; l'avrebbe costretta ad accorgersi del male che ci aveva fatto, e che non poteva essere riparato facilmente come sperava. E forse, se devo essere sincera, una piccola parte di me desiderava che se ne rendesse conto prima di completare il suo ciclo. Ma alla fine penso che dipendesse da qualcos'altro, da qualcosa che andava oltre i miei sentimenti vendicativi e meschini. Perché come aveva detto Tommy, in fondo aveva desiderato il meglio per noi, e anche se quel giorno in macchina mi aveva detto che non l'avrei mai perdonata, aveva torto. Non provo più nessun risentimento nei suoi confronti. Quando dico che vorrei avesse scoperto tutta la verità, dipende dal fatto che mi dispiace che le sia toccata una sorte diversa dalla nostra. È come se esistesse una linea di confine, noi da una parte e Ruth dall'altra, e alla fine di tutto mi sento triste, e penso che anche per lei sarebbe la stessa cosa se potesse vederla.

Tommy e io non ci salutammo in nessuna maniera particolare. Quando arrivò il momento, mi accompagnò giù per le scale, cosa che non faceva quasi mai, e attraversammo la Piazza insieme fino alla mia auto. A causa della stagione, il sole stava già tramontando dietro gli edifici. Si intravedevano alcune sagome indistinte, come al solito, sotto il tetto spiovente, ma la Piazza era vuota. Tommy rimase in silenzio tutto il tempo. Poi fece una risatina e disse:

 

- Sai, Kath, quando giocavamo a calcio ai tempi di Hailsham. Avevo questo mio piccolo segreto. Quando segnavo un gol, mi giravo così – sollevò entrambe le braccia in segno di trionfo – e correvo verso i miei compagni. Non impazzivo di gioia o niente del genere, mi limitavo a correre con le braccia all'insù, in questo modo -. Si interruppe per un istante, continuando a tenere le braccia alzate. Poi le abbassò e sorrise. – Nella mia testa, Kath, mentre mi giravo e correvo indietro, immaginavo sempre di stare sguazzando nell'acqua. Nell'acqua bassa, che mi arrivava al massimo alle caviglie. Ecco cosa mi immaginavo, ogni volta. Splash, splash, splash -. Sollevò di nuovo le braccia. – Era una bellissima sensazione. Hai appena segnato, ti volti e poi splash, splash, splash -. Mi guardò e fece un'altra risatina. – Non l'ho mai detto a nessuno.

Anch'io scoppiai a ridere e dissi: – Sei matto, ragazzino.

Dopo ci baciammo – soltanto un piccolo bacio – e io salii in macchina.

Tommy continuò a rimanere lì mentre facevo inversione. Poi mi sorrise e mi fece un cenno di saluto con la mano. Lo osservai dallo specchietto retrovisore, e lui fino all'ultimo non si mosse. Fino alla fine, lo vidi sollevare di nuovo la mano con fare incerto, quindi si voltò e si diresse verso il tetto spiovente. Poi la Piazza sparì dallo specchietto.

Stavo parlando con uno dei miei donatori l'altro giorno, che si lamentava di come i ricordi, anche i più preziosi, svanissero sorprendentemente in fretta. Però io non sono d'accordo. I ricordi che mi sono più cari, mi sembra che non svaniranno mai. Ho perso Ruth, poi ho perso Tommy, ma non perderò i ricordi che serbo di loro.

Immagino di aver perduto anche Hailsham. Continuo a sentire delle storie su alcuni ex studenti di Hailsham che ancora la cercano, o meglio cercano il luogo che era una volta. E ogni tanto si sentono strane voci su quello che Hailsham è diventata – un hotel, una scuola, una rovina.

Io stessa, malgrado tutte le miglia che ho percorso, non ho mai cercato di trovarla. Non mi interessa davvero vederla, qualunque cosa sia diventata.

Attenzione: sebbene dica che non vada in giro alla ricerca di Hailsham, talvolta mentre guido all'improvviso mi sembra di scorgerla. Vedo un padiglione per lo sport in lontananza e sono certa che si tratti del nostro. Oppure una fila di pioppi all'orizzonte accanto a una grande quercia frondosa, e mi convinco per un istante che sto per vedere il South Playing Field dall'altra parte. Una volta, in una grigia mattinata, in un lungo tratto di strada nel Gloucestershire, mi imbattei in una macchina in panne nella corsia di emergenza, e fui certa che la ragazza che si trovava di fronte all'auto, con lo sguardo fisso nel vuoto verso i veicoli che si avvicinavano, fosse Susanna C., che aveva due anni più di noi ed era una delle banditrici ai Grandi Incanti. Cose come queste mi assalgono nei momenti più strani, mentre sto viaggiando, e i miei pensieri vagano da tutt'altra parte. Così, in un certo senso, io sono alla ricerca di Hailsham.

Come vi dicevo, però non vado in giro apposta per questo, e comunque alla fine dell'anno non viaggerò più come adesso. È molto probabile che non la riveda mai più, e se ci penso, sono felice che sia così. Capita lo stesso con il ricordo di Ruth e Tommy. Quando mi sarà dato di condurre una vita più tranquilla, in qualunque centro mi manderanno, porterò Hailsham con me, al sicuro dentro la mia testa, e nessuno potrà mai portarmela via.

L'unica concessione che mi regalai, un'unica volta, un paio di settimane dopo che Tommy ebbe completato il suo ciclo, fu di andare nel Norfolk, anche se non ce n'era alcun bisogno. Non stavo cercando niente di particolare, e non andai su fino alla costa. Forse avevo soltanto voglia di vedere tutti quei campi regolari e gli enormi cieli grigi. A un certo punto mi ritrovai su una strada che non conoscevo: per mezz'ora non capii dov'ero e non me ne importava nulla. Oltrepassai un campo dopo l'altro, campi privi di qualsiasi interesse e praticamente tutti uguali, se non fosse che di tanto in tanto, sentendo il rumore del motore, uno stormo di uccelli si alzava in volo sollevandosi dai solchi del terreno.

Poi alla fine scorsi alcuni alberi in lontananza, vicino al bordo della strada, così mi avvicinai, mi fermai e scesi dall'auto.

Mi ritrovai in piedi davanti ad acri di terreno coltivato. Un reticolato mi impediva di entrare nel campo, dove correvano due strisce di filo spinato, e mi accorsi che quella rete e un gruppetto di tre o quattro alberi di fronte a me erano le uniche cose a interrompere la corsa del vento fin dove l'occhio spaziava. Lungo tutto il reticolato, e in particolare in basso vicino al terreno, erano rimasti impigliati e intrappolati ogni genere di rifiuti. Erano simili ai detriti che si trovano sulla spiaggia: il vento doveva averli trasportati per miglia, prima di incontrare finalmente quegli alberi e quelle due strisce di filo spinato. Anche sulle fronde si scorgevano svolazzare laceri fogli di plastica e resti di vecchi sacchetti. Fu quella l'unica volta, mentre stavo li in piedi a osservare quegli strani rifiuti, sentendo il rumore del vento che attraversava quei campi vuoti, che mi feci trasportare da quella piccola fantasia; perché dopotutto mi trovavo nel Norfolk, ed erano passate soltanto due settimane da quando avevo perso Tommy. Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell'infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all'orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine, – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l'auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

 

FINE