TENTAZIONE
János Székely
Tentazione (titolo originale Kísértés, 1946, scritto sotto pseudonimo John Pen) di János Székely
Recensione
La grande “tentazione” è quella di vivere nonostante tutto, di cercare bellezza, amore, dignità e fortuna in un mondo ostile. È un romanzo sulla resilienza, sul male e sul bene che si mescolano nell’essere umano.
È un grande romanzo picaresco, riscoperto e celebrato negli ultimi anni come un capolavoro ingiustamente dimenticato del Novecento.
È la storia di Béla, un bambino illegittimo nato da una madre sedicenne che lo abbandona subito dopo la nascita. Cresce in condizioni di estrema povertà, prima in campagna con una “zia” crudele ed ex-prostituta, poi a Budapest tra orfanotrofi, strade, piccoli lavori, furti, amicizie improbabili, prime esperienze sessuali, umiliazioni e tenaci tentativi di riscatto.
Il romanzo segue la sua infanzia e adolescenza nell’Ungheria tra le due guerre (periodo Horthy), offrendo un affresco sociale vastissimo: ricchi e poveri, città e campagna, ipocrisia borghese e brutalità della sopravvivenza.
Miscela perfetta di realismo dickensiano (Oliver Twist, David Copperfield) con umorismo bawdy, ironia, vitalità e una vena amara ma mai cinica.
Béla è indimenticabile, vivo, pieno di contraddizioni. La galleria di figure secondarie è ricchissima.
TENTAZIONE
1
La mia vita è iniziata come un autentico romanzo d’appendice. Mi volevano assassinare. Per fortuna questo accadeva a cinque mesi dalla mia nascita, per cui non credo che la cosa mi abbia sconvolto più di tanto. Eppure, se è vero ciò che raccontano al mio villaggio, avrei avuto ottime ragioni per preoccuparmi. Per un pelo non mi ammazzarono ancor prima che fossero spuntate le cinque dita con le quali ora tengo la penna.
All’epoca mia madre aveva sedici anni, e se tutti i segni non ingannano, né il suo corpo né il suo spirito desideravano che un giorno la chiamassi «mamma». È innegabile che le sedicenni nubili, di norma, non aspirino troppo a tale onore, ma il modo in cui si comportò mia madre fu, a sentire i racconti, addirittura patologico. Si ribellò alla maternità come se fosse posseduta dal diavolo. Ricorse ai mezzi più ignobili, ma in contemporanea andava da una chiesa all’altra, s’inginocchiava, supplicava, e poi tirava giù a bestemmie tutti i santi del paradiso, era furibonda, non voleva partorirmi, no, per Dio, non lo voleva affatto.
«Ancora ancora amassi quel mascalzone di suo padre!» andava dicendo. «Ma l’ho visto una sola volta in vita mia: manco so dove caspita sia».
Era proprio così. Aveva conosciuto Mihály T. il giorno di San Pietro e Paolo: non lo aveva mai visto prima né rivisto dopo, ma il guaio capitò lo stesso. Eppure mia madre non era, come si dice, un’insaziabile mangiauomini, di quelle a cui va bene chiunque, basta che porti i pantaloni. Non voglio abbellire le cose, sto a quanto mi raccontò in seguito una donna del mio villaggio, una certa zia Rozika, di cui avremo modo di riparlare.
A suo dire, dunque, la «povera Anna» non era in alcun modo peggiore delle altre femmine del villaggio. Era una ragazza taciturna e linda, dalla pelle bianca e i capelli neri; una ragazza di rara bellezza. Io ricordo soprattutto i suoi occhi. Aveva occhi neri, piccoli e stranamente infossati, occhi guardinghi di contadina, tenuti sempre bassi, che spiavano il mondo pungenti eppure con antica, pacata malinconia. Abitava con la matrigna, il padre era morto prematuramente, la madre non l’aveva mai conosciuta. Erano povere come mendicanti, lei lavorava come serva; già a quindici anni la facevano sgobbare dall’alba al tramonto sulle terre del conte. Insomma, se lo meritava proprio quel poco di svago gratuito del giorno di San Pietro e Paolo, quando poi aveva fatto la conoscenza di Mihály T.
Questo Mihály T. era un giovanotto famoso, le ragazze tra di loro lo chiamavano solo Bel Miska. Bel Miska era nato al villaggio, ma se n’era andato già da più di dieci anni. Aveva sangue caldo e un’indole avventurosa; ancora adolescente era scappato di casa per girare il mondo come il protagonista di una fiaba che parte in cerca di fortuna, e da allora su di lui circolavano le storie più strane. Alcuni dicevano che fosse diventato capitano di nave, altri che invece facesse il pirata. Be’, capitano non era di certo diventato, e neanche pirata, ma è vero che faceva il mozzo su un piroscafo, cosa che impressionava grandemente i contadini. Bel Miska, insomma, aveva fatto ritorno al villaggio dopo dieci anni per far vedere chi fosse divenuto. Si era agghindato di tutto punto, tra i bei denti forti, bianchi come porcellana, serrava una vera pipa inglese di legno, mentre il piccolo cappello verde che portava sulle ventitré diceva di averlo comprato a Buenos Aires. Era un giovanotto impertinente, forte come un toro, spaccone e incline a menare le mani, che faceva impazzire le ragazze. Girava pavoneggiandosi per le vie del paese, e quasi tutte le sere lo si vedeva nei pressi dei covoni di paglia con una ragazza diversa.
Anna non conosceva Bel Miska, ma ne aveva sentito parlare. Quando poi lo vide per la prima volta, quella memorabile notte d’estate, be’, ne rimase piuttosto delusa.
«E questo qua sarebbe quello che vi fa impazzire?» disse con voce bella forte, in modo che tutti sentissero. «Accidenti che gusti!».
Le buone amiche ovviamente lo riferirono seduta stante a Bel Miska ma, come spesso succede, ottennero esattamente il contrario di quanto avrebbero voluto. Infatti accadde che Bel Miska si presentò di colpo davanti ad Anna, la prese per la vita senza dire né ai né bai e ci si mise a ballare la ciarda senza sosta. Che cosa successe poi durante quella ciarda non è dato saperlo con certezza. Dicono che a posteriori mia madre giurò di aver ballato con il giovane solo per sfida, perché le pettegole fossero rose dall’invidia. Fatto sta che danzò con Bel Miska fino all’alba, senza rivolgere nemmeno uno sguardo agli altri.
Era stata una bella estate ricca di messi. Correva l’anno 1912, a quei tempi il giorno di San Pietro e Paolo veniva celebrato in pompa magna. Gli abitanti del villaggio potevano riempirsi la pancia con il gulasch del conte, il vino a scrocco scorreva a fiumi, la banda di zingari attaccava ciarda dietro ciarda. Raccontano che quella notte faceva così caldo che la gente era in un bagno di sudore ancora all’alba, anche se ballavano all’aperto. Dopo mezzanotte si era alzata, sì, una lieve brezza, che però era servita solo a incendiare la carta bicolore delle lanterne, senza recare sollievo: perfino il vento era caldo come se provenisse da una fornace bollente. Pesticciarono quindi le lanterne incendiate, e così a fare luce rimasero solamente la luna e le stelle nel cielo, e tanto bastava ai giovani, anzi, a quanto pare era anche troppo, perché le coppiette, una dopo l’altra, se l’erano svignata verso lidi più tranquilli.
A un certo punto Bel Miska chiese a mia madre: «Avete una canzone preferita?».
«Certo che ce l’ho. Perché non dovrei averla?».
«Quale?».
«È una canzone vecchia, gli zingari non la suonano spesso».
«Ah, no?» rispose spavaldo Bel Miska. «Non suoneranno altro fino al mattino, vedrete!».
E detto ciò, tirò fuori una banconota da dieci pengő, ci sputò sopra e, con fare da signorotto sfrontato, l’appiccicò in fronte al primo violino. Ovvio che la banda intonò immediatamente il pezzo. La canzone di mia madre era una vecchia canzone arcinota:
Nel bosco verde sono stato,
un uccellino ho avvistato,
il nido sull’albero ha costruito.
Oh, di voi come mi sono invaghito!...
Be’, poi andò come aveva detto Bel Miska: il complesso non suonò altro fino a mattina. A dire il vero, un paio di volte il primo violino ci aveva provato, attaccando una melodia dal ritmo più veloce, ma Bel Miska gli si era materializzato davanti, avventandosi contro la banda come un cane rabbioso. Che potevano fare, i poveretti continuarono a torturare gli strumenti con quella lenta ciarda fino al chiarore dell’alba, con Bel Miska che declamava in viso a mia madre, mentre le altre ragazze schiattavano d’invidia: «Oh, di voi come mi sono invaghito!...».
Fu una notte pazza, nel villaggio non rimasero molte persone sobrie. Tutto quel vino, molte ciarde lente e forse le troppe stelle in cielo davano alla testa, quindi accadde ciò che suole accadere in simili circostanze.
Anna di colpo si rese conto di essere distesa su un covone insieme a Bel Miska. Erano passati solo un paio di minuti, raccontò la poveretta a posteriori, quasi non aveva nemmeno realizzato cosa le fosse successo, che il giovanotto improvvisamente guardò l’orologio e cacciò un grido, come se l’avessero accoltellato alle spalle: «Oh, che il diavolo mi porti, perdo il treno!».
E con ciò, oplà, via, la ragazza non si era neppure rimessa in ordine il vestito che lui era già oltre mari e monti. L’indomani la guardia ferroviaria raccontò che era saltato sull’ultima carrozza del treno in corsa: una scena notevole a vedersi.
Ecco come era successo. Non era mica amore, ma neanche per sogno. Era una pazzia, era successo, erano state commesse pazzie anche più grosse nel giorno di San Pietro e Paolo. L’indomani, racconta zia Rozika, mia madre aveva continuato a fare spallucce. Aveva mal di testa per tutto quel vino, borbottava di malumore. A Bel Miska non pensava né con rabbia né con affetto. Prese tutta la questione come si usa prendere follie del genere. Be’, era successo. Il giovanotto non le aveva poi staccato un pezzo a morsi!
Forse non si ricordava nemmeno più dei famosi begli occhi di Mihály T. quando un giorno si accorse che c’era un problema. Ovviamente corse subito da chi di dovere, ma a quel punto, ormai, era inutile che la poveretta corresse. Zia Rozika, che apparteneva lei stessa a quelle del mestiere, afferma che doveva esserci stata qualche irregolarità nelle cose di donna di mia madre, per questo se ne era accorta così tardi. E poi, chiaramente, era anche troppo giovane, non aveva esperienza in queste faccende. Basti dire che io allora avevo già più di tre mesi.
In circostanze normali le mammane di paese non si fanno troppo impressionare da una questione di tre mesi; se invece quella volta si fecero impressionare, una spiegazione c’è. Più o meno sei mesi prima la serva del farmacista era morta dissanguata presso una vecchia ciarlatana, in un comune confinante. Ne era poi scaturito uno scandalo nazionale, e i gendarmi avevano portato via dodici donne pure dal nostro villaggio; c’erano stati pianti, tensioni, udienze in tribunale, e ne furono pieni anche i giornali. Quindi da allora, con grande disperazione di Anna, la fiorente corporazione occulta delle «fabbricanti di angeli» era diventata incredibilmente circospetta. Al villaggio non ci fu neanche una che se la prese in carico.
Mia madre si agitò come un’ossessa, provò a salire su ogni carro che portasse a un comune vicino, bussò alla porta di tutte le mammane, ciarlatane, «vecchie esperte» della zona. Nemmeno quelle la aiutarono. La presero solo in giro, propinandole ogni sorta di pomata misteriosa, tisana e pillola, la riempirono di buoni consigli. Prescrissero alla poveretta bagni così caldi che per settimane il suo corpo fu pieno di vesciche. Non servirono a niente. Le signore dalla bocca mielosa non fecero che estorcere alla povera servetta i soldini raccolti con il sangue e il sudore, e poi anche loro, con aria ipocrita, tanto tanto tristi, dissero che purtroppo ormai non potevano esserle d’aiuto: «Siete venuta tardi, mio caro tesoro!».
Il «mio caro tesoro» allora prese il suo scialle, perché tutto questo succedeva ormai in prossimità dell’Avvento, e si gettò nel fiume. C’era una tormenta di neve, l’acqua trasportava pesanti blocchi di ghiaccio, ma la servetta non riuscì a morire. La ripescarono: non aveva un graffio, non si prese nemmeno un misero raffreddore.
Si vede che già come embrione ero di fibra resistente. Il fiume ghiacciato non era riuscito a congelarmi, i bagni bollenti non erano riusciti a scottarmi a morte, e neanche le varie pomate, tisane e pillole erano riuscite a procurarmi danno. Nacqui, ero vivo, sano come un pesce. Pesavo cinque chili e mezzo, al villaggio non avevano mai visto niente del genere. Dicono che con quei miei piccoli polmoni nuovi di zecca emettevo delle urla così acute che a confronto il corno del mandriano non è niente.
«Che brutto!» constatò mia madre laconica, quando le fui mostrato. Poi si girò verso il muro e non mi guardò più.
Be’, pensai a quel punto, se sono sopravvissuto al fiume ghiacciato e ai bagni bollenti, sopravviverò in qualche modo anche a questo disprezzo. E infatti sopravvissi. Crebbi, ingrossai, mi vennero i muscoli, nemmeno io so per cosa e come. A un cane randagio dedicano più cure di quante non ne dedicarono a me. Crebbi come l’erbaccia e la gramigna, e come loro ero inestirpabile, posso dirlo.
Raccontano che la prima parola che pronunciai fu «brutto». Solo ben più tardi imparai a dire «mamma». Purtroppo questo non va ricondotto alla mia indole scherzosa, quanto piuttosto al triste fatto che dovevano avermi spesso onorato con tale appellativo già da neonato e, viceversa, avevo poche opportunità di usare quell’altra, soave parolina, che invece proprio dalle nostre parti la gente riesce a pronunciare con un’inflessione particolarmente dolce: mamma.
La mia mamma, due settimane dopo la mia nascita, faceva già la balia a Budapest, e veniva a trovarmi al villaggio al massimo quattro o cinque volte l’anno. Perché venisse talmente di rado, oggi non è più possibile saperlo. Forse non le davano altri giorni liberi, forse non riusciva a sobbarcarsi le onerose spese ferroviarie, ma può essere anche che mi trovasse ancora terribilmente brutto. La cosa più probabile è che fosse per tutti e tre i motivi insieme. In breve, avevo una madre eppure era come se non ce l’avessi. E il suo buon latte gustoso, che secondo le antiche leggi della natura sarebbe spettato a me, mi fu ciucciato via dal marmocchio settimino di un grossista di stoffe di Budapest, che allevavano nella bambagia tiepida come un baco da seta ferito.
A quanto pare le leggi, perfino le antiche leggi della natura, sono fatte perché, appena possibile, i popoli le trasgrediscano.
2
Quindi io rimasi al villaggio, presso zia Rozika. Questa zia Rozika, nonostante avesse un nome così rugiadoso, era una delle vecchie più laide di tutto il villaggio. Dopo essere diventata troppo anziana per continuare la sua professione originaria, aveva preso a dedicarsi all’educazione di ragazzi di provenienza indegna come me, se quello che ci faceva passare poteva essere definito educazione.
Dicono che una volta fosse stata una ragazza di rinomata bellezza, una slovacca bionda come la canapa e con gli occhi azzurri. A quindici anni era finita a servire da dei signori, erano stati loro a farla venire dal Nord. Rozika aveva lavorato per tre anni, poi aveva dato alla luce un maschietto sano. Il padre era poco più di un bambino lui stesso: il figlio sedicenne del padrone. Appena si erano accorti che a lei si stava arrotondando la pancia, avevano immediatamente cacciato via Rozika, senza però riuscire a liberarsene. La bella slovacca aveva il cervello fino, sapeva bene cosa fare. Continuò a ciarlare, polemizzare, strillare, continuò a minacciare di mettere in mezzo l’avvocato finché il suo padrone non tirò fuori il borsello. Con quei soldi aveva poi acquistato la casa in fondo al villaggio nella quale più tardi sarei cresciuto anch’io.
Sei mesi dopo che i signori le avevano pagato la liquidazione, il figlio di Rozika morì. La sua morte fu davvero inaspettata: al villaggio ancora oggi si mormora che la madama con la falce se lo fosse portato via grazie all’intercessione personale della madre. Certo, magari è solo una diceria, ma conoscendo zia Rozika non lo ritengo affatto impossibile.
A quel tempo c’era già una specie di gentiluomo che di tanto in tanto passava da lei, arrivando sempre in carrozza da un villaggio vicino. Aveva famiglia, poteva andare solo di sabato, ma poiché, si sa, la settimana non è fatta solo di sabati, con il tempo Rozika si organizzò in modo da avere visitatori anche gli altri giorni. Alla fine ormai vendeva l’amore al dettaglio come altri il miglio perlato.
Era di natura parsimoniosa, metteva instancabilmente da parte i soldini raccolti a suon di baci. Presto fece ristrutturare la casa malandata e costruire un nuovo steccato intorno al cortile; più avanti acquistò in aggiunta anche un bel pezzo di terreno. Tanto si rimpinguava a vista d’occhio che il villaggio era roso dall’invidia.
Un bel giorno la maledizione che sempre colpisce le donne abituate a desiderare di un uomo solo il denaro si abbatté su di lei. Perse la testa per un giovanotto, che a sua volta da lei non voleva altro che il denaro.
Era un tizio dagli occhi bovini, ottuso; non riuscii mai a capire perché, tra tutti i maschi con cui aveva a che fare, avesse perso la testa proprio per questo. L’ultima volta che passai da casa sua glielo chiesi pure. Non me lo seppe spiegare più di tanto.
«Proprio belo no è mai stato, che dire,» spiegò con la sua strana parlata slovacca «eppure tutte ragazze gli sbavavano dietro che era meraviglia!».
A quanto pare, dunque, il famoso giovanotto non era nemmeno bello, perché che non fosse intelligente ne ebbi ampiamente la riprova. Inoltre, come racconta Rozika, era anche povero in canna, quando veniva al villaggio le chiappe gli facevano capolino dai pantaloni. Era un vagabondo senza arte né parte, al quale le ragazze normalmente non rivolgerebbero neppure uno sguardo.
«Mi rodeva, davero, curiosità» ammise zia Rozika «di sapere quale era il segreto di signor nessuno del genere».
Solo che i segreti «di signor nessuno del genere» rimangono segreti fino alla fine dei tempi.
Arriva un buono a nulla qualsiasi, non è né bello, né intelligente, né tantomeno ricco, però le donne gli sbavano dietro. Eppure, se è vero quel che racconta Rozika, a lui le ragazze non interessavano un granché: erano loro a corrergli appresso come pazze.
Questo giovanotto aveva una sola passione: la pesca. Aveva una bellissima canna, da lui stesso costruita, e con quella poteva passare giornate intere seduto in riva al fiume, senza spiccicare parola. Era assolutamente convinto che i pesci riconoscessero il linguaggio umano e che, se lo sentivano, giravano alla larga dall’amo. Erano quindi guai seri per chi avesse osato parlare ad alta voce mentre lui aspettava i pesci.
Rozika continuava a essere divorata dalla curiosità, finché un giorno non scese al fiume dal pescatore solitario. Gli passò accanto su e giù un paio di volte, ma:
«Quelo nemmeno alza sguardo, davero. Manco che ero trasparente».
Rozika non era certo una che si offendeva per così poco, perché continuò a scendere al fiume sino a quando il giovanotto finalmente non si impietosì. Non che quello avesse aperto bocca – come ho detto, non tollerava che si parlasse mentre pescava –, le indicò solo con un cenno della testa che poteva sedersi accanto a lui. E Rozika non si fece pregare. Non osava spiccicare parola, stava in silenzio a guardare l’acqua. Nemmeno il giovanotto diceva niente, ma con la mano sinistra, con comodo, senza che la canna nella destra avesse un fremito, le afferrò il seno. Rimasero seduti così, senza fiatare, a lungo. Ormai Rozika, per usare le sue parole, stava per avere un «colpo di calore», quando finalmente il giovanotto legò magnanimamente il bastone a una canna e rovesciò la ragazza sulla sabbia della riva.
«Ma sta’ zitta, eh!» le sussurrò all’orecchio. «Se no i pesci scappano».
Questo sembrerebbe un aneddoto inventato ma Rozika da quel giorno non mollò più il giovanotto. Lo prese nella casa in fondo al villaggio, e quello che lei scroccava agli altri uomini lo riversava su di lui.
Il giovanotto continuò a restare il tipo tranquillo che era. Niente riusciva a fargli perdere le staffe, nemmeno la professione di Rozika. Finché poteva passare le giornate a pescare in riva al fiume e le sere a bersi uno o due litri di vino per mandare giù la zuppa di pesce, lei poteva anche andarsene in giro a testa in giù. Viveva dei soldi guadagnati a suon di baci da Rozika, come una specie di pigra mantenuta. Al villaggio lo battezzarono zio Rozika; anche noi bambini lo chiamavamo così.
A quei tempi Rozika non era più tanto giovane. Avrà avuto sui trent’anni, che per una contadina era considerata già una certa età. Pian piano i visitatori più importanti iniziarono a diradarsi, Rozika fu costretta ad abbassare i prezzi, e a supplire alle perdite aumentando il giro di affari.
Zio Rozika invece seguitava ad assaporare allegramente le giovani contadinelle. Non che ne avesse poi tanta voglia, ma piuttosto per noia, mentre aspettava i pesci faceva cenno a qualcuna che poteva sedersi accanto a lui. E loro si sedevano.
Rozika questo lo sapeva, ma faceva finta di non accorgersene. Tanto non poteva certo rinfacciargli nulla, quindi sopportava e soffriva in silenzio. Talvolta restava per nottate intere a rigirarsi con gli occhi sbarrati accanto al suo uomo che russava, sentiva delle fitte all’altezza del cuore, le venivano i sudori freddi. Questa donnaccia, sgualdrina per istinto, che dall’età di quindici anni vendeva l’amore, e nemmeno sapeva che cosa fosse la fedeltà, fu colta all’improvviso dalla gelosia, quasi come da una malattia inguaribile.
Un giorno non ce la fece più, prese una decisione, mandò a chiamare il sarto e ordinò un completo per il suo uomo.
«Per fare che?» chiese zio Rozika, che era di natura per niente vanitosa.
«Come per fare che? Non puoi certo andare a matrimonio con abito vecchio».
«Al matrimonio? Chi diavolo si deve sposare?».
«Come chi? Ma io e tu, s’intende».
L’uomo tacque per un po’, perché non aveva capito bene la cosa. Quando poi finalmente ci arrivò, sorrise in silenzio.
«Si vede che sei slovacca» disse solo. «Sei proprio una bella furbina».
A ogni modo non aveva obiezioni. Matrimonio? Matrimonio! Se la signora lo desiderava, che fosse accontentata. Alla fin fine era lei a portare a casa i soldi. Per fortuna il giorno delle nozze fece brutto tempo, e quindi non sarebbe comunque potuto andare a pesca.
Rozika invece prese il matrimonio in maniera terribilmente seria. L’anello, il certificato e il discorso del prete determinarono nella sua vita un cambiamento rivoluzionario. Da quel giorno iniziò a mandare via senza pietà i visitatori.
«Mio marito no permete!» annunciava con sussiego, quando «suo marito», lo sapeva bene, se l’avesse sentita sarebbe probabilmente cascato dalla sedia dalle risate.
Due settimane dopo le nozze salì su un treno per andare al capoluogo del distretto. Disse che voleva imparare il mestiere di levatrice. Nel villaggio quasi morirono dal ridere. Dov’è persona così senza Dio, si chiedevano, da far nascere il proprio innocente pargolo con l’aiuto di una simile sgualdrina?
Ma Rozika sapeva il fatto suo. Non voleva certo far venire al mondo i bambini. Al contrario. Da quel momento si mantenne impedendone l’arrivo.
Aveva fatto bene i conti. Le fabbricanti di angeli del villaggio erano vecchiacce sozze, antiquate e ignoranti, e in caso di guai le donne andavano più volentieri da lei. E guai ce n’erano spesso, soprattutto in inverno, quando la gente aveva più tempo.
Tuttavia zia Rozika avviò un’altra impresa ancor più redditizia. Le contadinelle inguaiate che, come mia madre, non potevano più essere «aiutate», sgravavano da lei a credito e venivano rifornite di cibo e bevande finché non si rimettevano abbastanza da poter andare in città a fare le balie. Il bimbo rimaneva da Rozika, e la povera piccola servetta, che in questo modo si liberava in un sol colpo dei suoi problemi, non la finiva più di manifestarle gratitudine. Ovviamente doveva poi seguitare quasi fino alla fine dei suoi giorni a mandare alla benevola zia Rozika una parte consistente del suo misero stipendio.
Questa donna indistruttibile era come un gatto, cascava sempre in piedi. Adesso viveva degli amori altrui così come prima dei propri, anzi ne viveva addirittura meglio. La casa in fondo al villaggio conobbe una vera e propria seconda fioritura. Ora la proprietaria teneva pure maiali, mucche, polli, aveva una carrozza, un cavallo, una serva.
E appena poteva se ne andava in riva al fiume con il suo uomo a pescare. Da allora in poi non lasciò mai solo zio Rozika, lo teneva d’occhio come un tesoro, sebbene neppure lui ormai appartenesse alle schiere degli scapoli d’oro. Doveva essere coetaneo di zia Rozika, che a questo punto andava per i quaranta.
A quel tempo in casa sua crescevano otto bastardelli. Zia Rozika avrebbe potuto ritirarsi dagli affari. Al posto suo, nelle varie città dell’Ungheria, lavoravano da mattina presto a sera tardi otto servette. Lei intanto non faceva che raccogliere i propri soldini, e un bel giorno fu annoverata fra i contadini più agiati del poverissimo villaggio. Ormai non si parlava molto del suo passato, perché, insomma, quel che era stato era stato; dice la gente: il denaro può tutto.
Rozika prese a ingrassare. Le domeniche indossava un abito di seta abbottonato fino al collo e una croce grande quanto quella di un vescovo. Cambiò il suo consueto modo di parlare veloce e scherzoso, iniziò a soppesare ogni parola prima di pronunciarla. Esibiva un’accondiscendenza ipocrita nei confronti delle piccole servette in difficoltà, come una che, certo, le disprezzava, ma le perdonava in nome del Padreterno. Trattava bruscamente i poveracci, non sopportava le confidenze, rimproverava e angariava i suoi domestici tutto il giorno, e al contrario stillava miele quando di tanto in tanto un proprietario un po’ più benestante le rivolgeva la parola in piazza. Per farla breve, si comportava come si addice a una signora morigerata.
Divenne credente. Prima di allora non era mai andata in chiesa, adesso invece ci stava inginocchiata per ore, come una suora. Sopra al vecchio divano sfondato, sul quale un tempo si era rotolata con i suoi ospiti, aveva appeso un’enorme immagine della Madonna, e lì sotto teneva acceso un lumino in un bicchiere rosso dall’orlo dorato.
Un giorno chiese a zio Rozika: «Hai mai pensato a morte, Jóska?».
«E che diavolo... certo che no!».
«No impreca, parlo seriamente. Il patrimonio non può mica andare ai cani, eh?».
Zio Rozika fece spallucce. In lui l’agiatezza non aveva provocato cambiamenti, non gliene importava niente di niente finché lo lasciavano in pace e aveva la pancia piena. Non così zia Rozika. Lei mirava all’immortalità.
«Bisogna fare figlio» disse severamente.
«Ora, subito?» chiese zio Rozika, visto che la conversazione avveniva per strada.
Tuttavia non ebbe obiezioni nemmeno su questo. Figlio? Figlio! Se la signora lo desiderava, che fosse accontentata. Se lo sarebbe partorito lei. Alla fin fine era lei a portare a casa i soldi. Questo poteva davvero concederglielo. Tanto, di notte non era nemmeno possibile andare a pesca.
«Per Natale potremo già averlo» constatò zia Rozika.
Ma per Natale non venne. Non venne neppure per Pasqua, non venne proprio per niente. Questa donna, che Dio solo sa quante volte era rimasta incinta quando non lo voleva, adesso che era il suo più grande desiderio non ci riusciva. Peregrinò da un dottore all’altro. Andò al capoluogo del distretto, arrivò persino a Budapest. Fece bagni termali, mandò giù medicine, provò con rimedi casalinghi. Non le servirono a niente. Pensò che forse dipendeva dal marito. Lo tradì. Non servì neanche quello.
Per la prima volta in vita sua perse la testa. Andava e veniva come impazzita. Non sapeva, non voleva darsi pace, diventò per lei una fissazione che il patrimonio andasse ai cani.
Un giorno strappò dal muro l’immagine della Madonna e la scaraventò in un angolo insieme al lumino. Nemmeno il più furibondo dei porcari avrebbe saputo bestemmiare come bestemmiava lei. Talvolta infuriava per giornate intere, picchiava e maltrattava i bambini. Poi all’improvviso diveniva paurosamente silenziosa. Si piazzava in un cantuccio del salotto buono e stava seduta immobile per ore dietro alle persiane chiuse. A volte bofonchiava qualcosa tra sé e sé, la sua bocca si muoveva senza emettere suoni, come un meccanismo inutile che sta per rompersi.
Da un giorno all’altro prese a incanutire. Dimagrì, rinsecchì, invecchiò di colpo. Divenne una vecchia malvagia e bisbetica.
Era stata una persona cattiva per tutta la vita, ma fino allora la sua cattiveria aveva almeno avuto uno scopo. Si era trasformata in soldi, catenine d’oro, abiti di seta, un maiale in più nel porcile, una mucca in più nella stalla. Adesso la sua cattiveria diventò sterile come il suo utero, non era finalizzata a nulla. Era crudele per il gusto di esserlo. Torturare gli altri le procurava un piacere assurdo e inumano, una soddisfazione insana. Eppure a volte le capitava, cosa che prima di allora non era mai successa nemmeno per sbaglio, di essere buona. Faceva regali a destra e a manca, era gentile con chiunque, sbaciucchiava come una folle un bambino. Era una bontà spettrale, una bontà pericolosa. Le esplodeva dentro, come la rabbia in un cane, e quando l’attacco passava, era cento volte più malvagia.
3
Mi prese in odio sin dalla mia nascita.
So che suona incredibile. Può succedere che un adulto non abbia simpatia per il bambino che gli è stato affidato, o che improvvisamente abbia un accesso di ira nei suoi confronti, ma odiarlo?... Suona incredibile, eppure è la verità: mi odiava. E non si trattava di una sporadica scintilla di odio, che scaturiva dall’involontario contatto tra nervi sovreccitati per poi estinguersi subito dopo. Era un odio serio, coerente, potrei quasi dire virile. Una perenne battaglia. Nei quattordici anni che trascorsi in quella casa non ci fu nemmeno una tregua.
Quest’odio doveva avere radici spaventosamente profonde. Io ero nato proprio quando lei aveva saputo con certezza che non avrebbe potuto avere figli. Forse è per quello che mi odiava? Non lo so. È solo una supposizione. «Chi conosce i segreti dell’uomo» scrive l’apostolo Paolo ai Corinzi «se non lo spirito dell’uomo che è in lui?».
Non ero un bambino troppo simpatico: devo chiarirlo subito per amor di cronaca. Ero tremendamente chiuso, quasi inavvicinabile, diffidente, intrattabile, sempre pronto a scattare. Quella che si chiama grazia infantile in me mancava già a sette anni.
Ho una fotografia di quel tempo, una foto di gruppo, siamo otto ragazzini, l’aveva fatta fare la mamma di uno di noi. Non ho visto molti bambini che ispirassero così poca simpatia quanto me in questa foto. In tutto il mio essere c’è qualcosa di rozzo. Le mie spalle sono come se le avessi chieste in prestito a qualcuno di cinque anni più grande di me, e il mio viso è duro, scuro, malevolo. Nella foto sono decisamente brutto, eppure i miei lineamenti, se li guardo con più attenzione, non sono male. Occhi insolitamente grandi, di un grigio scuro, naso forte e diritto, bocca ben arcuata e decisa, capelli neri che ricadono sulla fronte. I miei tratti non sono cambiati granché da allora, già a quel tempo erano così formati, e il problema doveva essere proprio questo. Avevo un viso da adulto, e ciò che rende attraente il viso di un adulto normalmente imbruttisce quello di un bambino.
Raccontano che già a cinque, sei anni ero sul piede di guerra con gli adulti che mi vivevano accanto. Non aprivo bocca se non quando mi rivolgevano la parola, e se me la rivolgevano davo risposte brevi e mordaci. Stavo davanti a loro a gambe divaricate, con le mani in tasca, e il mento accostato al collo li fissavo dal basso verso l’alto, come un toro pronto a combattere.
«Ma che facia fai?» mi urlò un giorno per l’ennesima volta zia Rozika. «Pari asasino!».
Dunque, non dovevo essere proprio un bambino incantevole, ma insomma, Dio mio, come avrei potuto? La vita di un essere umano inizia prima della sua nascita. Dicono che i traumi psicologici della puerpera possono avere gravi ripercussioni sul feto. È forse un’esagerazione se talvolta sento che l’odio profondo che colmava mia madre mentre mi portava sotto al cuore ha avuto effetto su tutta la mia vita? Non lo so. Anche questa è solo una supposizione. Ma ricordo con chiarezza che già all’età di sette anni avevo ben presente la mia situazione. Sapevo che, compresa mia madre, non c’era anima viva su questa terra che si prendesse veramente cura della mia piccola miserabile sorte, che in questo mondo esistevano solo prede e cacciatori, e che il cacciatore non ero io.
Consideravo tutto ciò naturale. Ero pienamente convinto che fosse buono solo chi non aveva alternativa. Un contadinello doveva esserlo, una persona agiata no. Invidiavo zia Rozika, perché poteva essere cattiva. Chi poteva essere cattivo aveva già raggiunto un traguardo.
Mi sorprendevo sempre se qualcuno era buono con me. Non mi fidavo di un individuo simile. Perché qualcuno avrebbe dovuto essere buono con un contadinello? Cosa poteva volere?, mi chiedevo, pensando al peggio, e se capivo che non c’era sotto niente, lo guardavo come se avesse avuto due nasi o tre mani. Lo consideravo un po’ matto. Innaturale. Il cielo è azzurro, l’erba verde, l’uomo perfido. Tutti quelli che hanno del sale in zucca lo sono. Solo Vilma la matta era buona, e infatti tutto il villaggio rideva di lei.
A ripensarci, manco sapevo esattamente cosa intendessero per bontà gli adulti. La ritenevo una parola inventata per imbrogliare i bambini. Ce n’erano tante di parole così. Fede, per esempio. C’era la fede domenicale, che le persone professavano in chiesa, e la fede feriale, che praticavano al villaggio, e io non capivo che cosa le due avessero in comune. Anche zia Rozika era una fedele. Stava inginocchiata per ore davanti all’immagine della Madonna, e quando le veniva un attacco di bontà ciarlava senza sosta dell’«amore cristiano». Be’, in cosa poi consistesse questo amore cristiano io potei ampiamente sperimentarlo. Potevano rovesciarmi addosso secchiate di parole belle e untuose, io non ci credevo, né a loro, né al babau. Credevo solo a ciò che vedevo, mi sembrava di sentire saltellare dentro di me uno scoiattolino insolente che ridacchiava silenzioso quando gli adulti mi cinguettavano parole del genere. Però non battevo ciglio. Davanti a loro assumevo un’espressione ottusa quanto un vitello che rumina. Li consideravo stupidi, bugiardi e rozzi, non mi ci fermavo a discutere. Mi mettevo solamente a fissare le loro facce ipocrite, dal basso verso l’alto, il mento accostato al collo, a gambe divaricate, con le mani in tasca. E stavo zitto. Ero inavvicinabile.
Onora il padre e la madre, predicavano. Va be’, dicevo tra me e me, onorali. Lo scoiattolino faceva un balzo, tirava fuori la lingua e ridacchiava. Mio padre non l’avevo mai visto in vita mia e di mia madre sapevo soltanto che non si dava troppi pensieri per me. Quattro o cinque volte l’anno una contadina sconosciuta veniva a trovarmi, passava con me un pomeriggio, poi se ne andava. Dicevano che fosse mia madre.
In segreto ero terrorizzato dalle visite di quella donna. Quando la scorgevo mi prendeva un’angoscia penosa e opprimente; mi ricordo che avevo sempre la bocca amara, come se avessi fatto indigestione. Il motivo non saprei dirlo. Mia madre era gentile, non mi picchiava mai e nemmeno mi sgridava, anzi ogni volta mi portava cinque fillér di caramelle di zucchero di patata, e sarei morto per quelle caramelle. Un altro vantaggio delle sue visite era che in quelle occasioni ricevevo un buon pasto, e potevo mangiare quanto volevo, cosa che altrimenti non capitava mai. «Casualmente» c’erano sempre i miei piatti preferiti: gulasch alla Székely e túrós csusza, pasta con formaggio fresco e tocchetti di lardo. Ma avrei rinunciato volentieri anche al gulasch e alla túrós csusza se quella giovane contadina estranea avesse cambiato idea e se ne fosse rimasta a casa sua.
Annunciava sempre con una cartolina quando sarebbe venuta, e io ero pieno di inquietudine già con giorni di anticipo. Soleva venire di domenica, nel primo pomeriggio. In quelle occasioni sparivo dalla circolazione. Abitualmente mi rinchiudevo nel casotto di legno della latrina, dietro alla casa, e se non mi disturbavano me ne stavo seduto sull’asse sbiancata dallo strofinio delle pulizie domenicali a fissare con sguardo inebetito le mosche verdi e grasse che banchettavano nel pozzo nero con ronzio voluttuoso. A quell’ora regnava un silenzio profondo e opprimente. Zia Rozika e zio Rozika dormivano il loro sonno pomeridiano, i domestici erano in libera uscita, i bambini erano in giro. Il sole estivo bruciava il tetto del casotto di legno, l’aria era bollente e puzzolente da soffocare, il sudore mi colava di dosso, le palpebre mi si appesantivano. Stavo così, appollaiato, con la testa abbassata sul petto, appisolandomi a tratti, finché il campanello del cancelletto non scuoteva il silenzio della domenica.
«Béééla!» si sentiva la voce di mia madre. «Zia Rozika!».
Mi alzavo, tiravo un bello sputo diritto, poi, con passo lento e dignitoso, come un vecchio contadino, raggiungevo mia madre.
Da noi non usava il baciamano. Mia madre mi dava un bacio sulla guancia, che io non ricambiavo. Non so se l’abbia mai notato, certo è che non me ne fece mai parola. Era una donna dai modi spicci, non sopportava le smancerie. Le altre mamme cinguettavano attorno ai propri pargoli, tutte melense, lei invece mi sedeva accanto in silenzio, e le si leggeva in faccia quale opinione avesse di loro.
«Che c’è di nuovo, Béla?» chiedeva seria, con semplicità, come se parlasse a un adulto.
«Niente» rispondevo pensando alle caramelle di zucchero di patata.
Allora mia madre infilava la mano nella borsetta lisa e tirava fuori le caramelle.
Intanto, con un gesto volutamente teatrale, la porta della cucina si spalancava, e dalla casa usciva zia Rozika nel suo frusciante abito di seta nera, con la gran croce al collo, tutta impettita come la regina del villaggio.
«Come state, come state, diteme» cianciava già da lontano. «È tanto che no vi vedo. Come va, tezoro mio?».
«Grazie per l’interesse, zia Rozika» rispondeva mia madre umilmente. «Si tira a campare».
La vecchia dava qualche pacchetta sulla spalla di mia madre con un sorriso mieloso e gentile condiscendenza, ma intanto la esaminava da capo a piedi con occhi scrutatori e malevoli.
«Ma che bel vestitino fine che avete, tezoruccio!» constatava con un’inflessione di voce inimitabilmente malvagia, alludendo con ogni probabilità ai pagamenti arretrati senza però smettere di sorridere, sempre dolce come il miele.
«Ma se ormai ha cinque anni, cara zia Rozika» rispondeva mia madre imbarazzata, e cambiava velocemente discorso. Poveretta, tutti i suoi vestiti avevano davvero cinque anni.
Come in una recita imparata scrupolosamente a memoria, le conversazioni si ripetevano, quasi parola per parola, di visita in visita, di anno in anno. Poi seguiva il secondo atto: la mia lavata di capo.
«Questo vostro figlio, tezoruccio,» gracchiava la vecchia «è peggiore discolo del mondo!... Finisce su patibolo, ve lo dico io, tezoruccio!...».
Andava avanti così per circa mezz’ora. Snocciolava con esattezza tutti i crimini che avevo commesso nell’ultimo trimestre. Aveva una memoria formidabile. Non si dimenticava mai di niente. Quel che diceva era vero, solo che non specificava perché mi ero comportato così. Alla fin fine la causa di quasi tutte le mie bravate era che non mi dava abbastanza da mangiare.
Solo che io avevo imparato precocemente che la parola è d’argento ma il silenzio è d’oro. Non lanciavo accuse e non mi difendevo. Rimanevo in piedi, a gambe divaricate, con le mani in tasca, il mento accostato al collo, e fissavo senza parlare la bocca sdentata della vecchia che vomitava rancore.
Anche mia madre restava in silenzio. Scuoteva la testa, come se fosse furibonda, e di tanto in tanto mi lanciava un’occhiataccia rabbiosa. Quando poi la vecchia finiva, iniziava lei.
«Dovresti sprofondare per la vergogna, buono a nulla! Approfittarti così della bontà di zia Rozika!».
Diceva sempre questo, letteralmente. Bah, pensavo, per me puoi pure continuare a blaterare! Verifica tu stessa la bontà di zia Rozika. Oplà, lo scoiattolino faceva un balzo, e tirava fuori la lingua. Io invece rimanevo fermo e tacevo.
«Ora lo sistemo io questo mascalzone» assicurava minacciosa. «Vieni, vieni, vergogna di tua madre!».
La seguivo con passo lento e dignitoso... In fondo al giardino si trovava un vecchio albicocco, con sotto una panchina sbilenca, senza spalliera. Ci sedevamo lì. Non appena eravamo fuori dalla portata della vecchia, mia madre si trasformava come se l’avessero scambiata con un’altra. Invece di continuare a rimproverarmi, si guardava intorno velocemente per accertarsi che nessuno la sentisse, poi mi chiedeva a bassa voce: «Ma quella ti dà abbastanza da mangiare?».
«Col cavolo!» rispondevo. «Solo quando venite voi».
Anche questa era una scena che si ripeteva. Mia madre aggrottava la fronte, e per un pezzo guardava innanzi a sé in silenzio. Infine diceva: «Ci parlerò io».
Già all’età di cinque anni sapevo che era una bugia bella e buona. Lo scoiattolino ridacchiava silenziosamente. Come no, pensavo tra me e me, figuriamoci se ci parlerà! Oggi so che la poveretta era sempre in arretrato con i pagamenti, e che viveva nel terrore che zia Rozika mi buttasse in mezzo alla strada, o che mi spedisse da lei a Budapest. Allora ovviamente ignoravo queste cose. Di tutta la faccenda capivo solo che mia madre mi mentiva. Invece di chiedere spiegazioni alla vecchia, si prodigava in smancerie, una cosa da far rivoltare lo stomaco.
Ma non aprivo bocca. Rimanevo seduto sulla panchina sbilenca, sotto il vecchio albicocco, in silenzio. Il sole batteva sull’albero, nella sua ombra tremolavano piccole, smerlate macchie di luce gialla. Le fissavo. Anche mia madre guardava nel vuoto con quei piccoli occhi neri stranamente incavati, oppure tracciava figure nel terriccio con la punta della scarpa, a caso.
Intorno a noi il cortile era in fermento. Tutte le giovani mamme cinguettavano, vezzeggiavano i propri pargoli, o giocavano, correvano e saltellavano insieme, tanto che le loro manifestazioni di sfrenato orgoglio materno si sentivano fino in strada.
Mia madre, glielo si leggeva in faccia, non aveva idea di come comportarsi con me. Né la sua mano né la sua bocca erano fatte per le coccole, e di fare la pazzerella per lo più non aveva voglia. Quindi stava a sedere accanto a me, come accanto a un adulto al quale non avesse niente di particolare da dire.
Era anche colpa mia se non ci avvicinavamo più di tanto. Nonostante tutto, qualche rara volta a mia madre prendeva una specie di impacciata e strana tenerezza, ma io – senza che lo volessi – in qualche modo calpestavo i sentimenti che tentavano timidamente di germogliare. Mi ricordo che una volta mi chiese perché avevo sempre lo sguardo cupo. «Dài, ridi un po’, su!» disse giocosa, e mi fece il solletico.
Io soffrivo il solletico. Mi divincolai e corsi via, e lei mi venne dietro. Appena mi raggiunse, mi afferrò di colpo, mi strinse a sé e si mise a sbaciucchiarmi. Non so come mai, in quel momento mi prese una sensazione di inspiegabile imbarazzo, una specie di indescrivibile vergogna. Quasi inorridito mi ritrassi. E lei, rendendosi conto della mia reazione, mi lasciò immediatamente andare. Non disse niente, si riassettò solamente il fazzoletto in testa; poi entrò da zia Rozika «per fare i conti».
Con questi conti c’erano sempre problemi. La vecchia probabilmente insisteva sulla questione degli arretrati, perché dalla stanza arrivava la sua voce alterata, e quando mia madre tornava da me in cortile aveva sempre gli occhi rossi.
«Su, andiamo!» diceva brusca, con durezza, soffocando la rabbia. «’notte».
A mo’ di saluto diceva sempre «’notte», eppure a quell’ora il sole era ancora alto nel cielo. Il treno partiva qualche minuto dopo le sette, tuttavia alle sei eravamo già alla stazione. L’attesa fino alla partenza del treno mi pareva insopportabilmente lunga. La banchina brulicava di persone, perché da noi andare di domenica alla stazione era uno dei piaceri mondani. Erano in pochi a viaggiare, la gente per lo più ciondolava lungo il binario, vestita a festa, si raccoglieva in gruppetti, si salutava, passeggiava. La bella gioventù era sempre presente al gran completo, i giovanotti sprigionavano un contagioso buonumore, e le ragazze, nei loro abiti colorati e leggeri, ridacchiavano quasi stessero facendo loro il solletico. E noi due li stavamo a guardare, come una coppia di vecchietti, e tacevamo, come prima sotto l’albicocco. Ma era un silenzio differente. Anche se non sapevo perché gli occhi di mia madre fossero arrossati, e a ripensarci nemmeno mi interessava troppo, improvvisamente sentivo per lei una compassione profonda, che mi spezzava il cuore.
Chi saprebbe raccapezzarsi in quella giungla inesplorata che è l’anima di un bambino? Confesso, a costo di essere considerato inumano, che non ho mai provato nei confronti di mia madre quello che chiamano amore filiale. Provavo piuttosto compassione. Mi faceva talmente pena che a volte sentivo un vero dolore fisico proprio lì vicino al cuore. Per quanto fossi un ragazzino insignificante e misero, mi consideravo più forte, più intelligente e più bravo di mia madre; mi ricordo che già all’età di sei anni ero convintissimo che avrei saputo sistemare la mia vita meglio di lei. Mia madre non immaginava niente di tutto ciò. Stavo educatamente seduto accanto a lei, e mi impegnavo ad assumere l’espressione ottusa di un vitello che rumina.
Finalmente arrivava il treno. La locomotiva sbuffava impacciata, e la sonnolenta stazioncina si riempiva del profumo eccitante dei saluti, della distanza e dell’avventura. Mi sentivo sollevato quando mia madre saliva, eppure il mio cuore in qualche modo si appesantiva.
«Addio» diceva.
«Addio» dicevo.
Poi il controllore fischiava, e il treno si metteva in movimento con uno scossone. Mia madre non salutava, scompariva immediatamente dietro al finestrino.
4
Una volta, mentre guardavo il treno che si allontanava, fui sopraffatto da un’eccitazione spaventosa e malsana, una specie di incanto, che strozzava la gola e metteva i brividi, e che per anni continuai a provare non appena mi giungeva il sentore avventuroso del fumo della locomotiva.
Vorrei descriverlo con la precisione di un referto medico. Dovevo avere sui sei anni. Erano le prime ore di un’afosa sera di mezza estate, ero in piedi scalzo accanto alle rotaie, non pensavo a niente, ma stavo a fissare i fari rossi del treno che sbiadivano distanti. A un tratto, senza nessun motivo, sentii un’oppressione violenta al petto, sorda e incomprensibile, e la gola mi si strinse così spasmodicamente che riuscivo a malapena a respirare. Durò in tutto un paio di minuti, ma quel breve tempo fu così spaventoso e disperato che persi completamente la testa. Il cuore mi batteva all’impazzata e le lacrime mi colavano in bocca. Provai un desiderio tremendo, acuto, lacerante, potrei quasi dire fisico di... andare via. Via da mia madre, via da zia Rozika, via dal villaggio! Dove? Non lo sapevo. Perché? Non lo sapevo. Non avevo nessun obiettivo, desiderio o aspirazione definiti. Solo andare, andare, andare!
Ma contadinello assennato qual ero, dopo mezz’ora già mi dicevo: «Cretinate!».
Così un giorno doveva essere fuggito di casa anche mio padre, ancora adolescente. Magari anche a lui era venuta la smania di andarsene di casa, proprio nelle prime ore di un’afosa sera di mezza estate; probabilmente nemmeno lui sapeva perché e per dove, era solo partito, ed era andato, come un sonnambulo, dietro ai suoi desideri irresistibili e indefiniti.
In queste occasioni evitavo la strada principale, che nelle sere estive della domenica era molto affollata. Il contadino, se non ama andare per bettole, non sa bene come passare il tempo la domenica sera. Si è riposato, si è svagato, ormai è stufo di oziare. Se ne sta sulla porta come ad aspettare l’arrivo del lunedì con il treno della sera.
Prendevo la via verso casa facendo un lungo giro attraverso i campi. Finché non uscivo dal villaggio, stavo spasmodicamente attento al mio «decoro». Con le mani in tasca, il mento accostato al collo, andavo con passo lento e dignitoso, come un vecchio contadino. Talvolta tiravo anche un bello sputo schiumante dall’angolo della bocca, poiché ero assolutamente convinto che questo genere di atti aumentasse la considerazione di un uomo. Ma appena le ultime case mi rimanevano alle spalle, di punto in bianco mi mettevo a correre, come impazzito. Correvo a rotta di collo attraverso campi arati, pascoli, prati, finché le gambe mi reggevano. Poi, con i polmoni ansimanti, mi gettavo bocconi nell’erba e rimanevo disteso immobile. Di colpo mi sentivo trasformato. L’agitazione di tutto il giorno passava, l’assurda tensione dei nervi si allentava. Qui, nell’erba alta, sotto il cielo inverosimilmente grande, mi sentivo come uno finalmente tornato a casa da terre straniere, pericolose.
Ormai imbruniva, ma lentamente; era come quando si guarda il paesaggio attraverso una finestra, e a poco a poco un debole respiro appanna il vetro. Il prato sprigionava il calore assorbito durante il giorno, aleggiava un odore di terra calda e all’orizzonte il sole sanguinava. Il cielo era multicolore come un meraviglioso, immenso fazzoletto da contadina, e provenienti da qualche parte in lontananza, soffocati, si udivano i campanacci delle mucche che tornavano alle stalle. Ero a casa.
Camminavo poi lentamente verso il villaggio, canticchiando sottovoce. D’istinto, quando passavo accanto a un animale, fosse anche la più lurida delle vacche, il più sbilenco dei cavalli o il più rognoso dei cani, non potevo fare a meno di accarezzarlo a lungo e con grande dolcezza. Un affetto sospetto e dirompente mi spingeva verso di loro. Non volevo bene a nessuno, nemmeno alla mia stessa madre, ma si vede che l’essere umano deve pur amare qualcuno, e io amavo gli animali. Eravamo uniti da un’amicizia sincera. Non c’era al villaggio un cane feroce che non mi avesse in simpatia, perfino gli altezzosi levrieri dei signori mi scodinzolavano intorno, eppure non era certo con il cibo che potevo conquistarli.
Pochi cani avevano vita dura quanto me. Mi alzavo da tavola quasi sempre affamato. La vecchia non era a favore dell’uguaglianza, ogni bambino riceveva un trattamento commisurato a quanto sua madre pagava per lui. Tuttavia, a parte me, non c’erano grosse differenze, poiché le mamme facevano spesso visita ai loro figli, e questi confidavano loro i torti subiti. Péter si lamentava che a Pál davano pietanze più buone, mentre Pál frignava che Istvány riceveva più cibo. Le povere servette si intenerivano, in qualche maniera riuscivano sempre a raggranellare i soldini necessari, e dopo una settimana finalmente anche Péter poteva mangiare quello che mangiava Pál e Pál riceveva tanto cibo quanto Istvány. Ma chi si occupava di me?
Mia madre veniva a trovarmi al massimo quattro o cinque volte all’anno, e in quelle occasioni le toccava fare la contrita per i pagamenti arretrati. Come avrebbe quindi potuto, poveretta, anche solo accennare alla questione del trattamento? Giorno dopo giorno ero costretto a osservare come bambini della mia stessa età ricevessero di più da mangiare. C’è da stupirsi dunque se sono diventato quello che sono?
Ci sono stati momenti nella mia infanzia in cui sarei stato capace di qualsiasi cosa per un buon pasto caldo.
A volte rubavo, devo ammetterlo. Rubavo come una gazza. Inutilmente la vecchia metteva tutto sotto chiave, la necessità e l’esercizio avevano elevato la mia inclinazione al furto a perfezione artistica. Certo, erano grossi guai quando se ne accorgeva, ma non provai mai pentimento, questo me lo ricordo perfettamente. Nella vita ci sono situazioni nelle quali non rubare è contro natura: questo lo penso ancora oggi. Avrei forse dovuto compromettere la mia crescita, diventare rachitico e tubercolotico, solo perché la proprietà guadagnata in modo osceno di quella troia rinsecchita non venisse lesa? Ma neanche per sogno!
Con il tempo diventai determinato e astuto quanto una volpe a caccia nella foresta. Per esempio, capii che il desiderio di vendetta delle persone può essere messo a profitto. È risaputo che tra i bambini vige ancora la legge del più forte: ha sempre ragione chi riesce a imporsi e ovviamente ogni bambino vuole avere ragione. Io no, io avevo fame, e me ne infischiavo della giustizia platonica. La persona affamata desidera una sola giustizia: il pane. Io non mi azzuffavo per piacere dilettantistico, come gli altri bambini. Per me la rissa era un’occupazione seria al fine di procurarmi il pane. Se due ragazzini litigavano, andavo dal più debole e con voce asciutta e professionale gli domandavo: «Cosa mi dai, se carico di botte quel tanghero?».
Chiedevo dieci fillér, ma già per due ero disposto a menare chiunque. Eppure l’impresa non era del tutto senza pericoli. I bambini appartenevano quasi sempre a bande, e io talvolta me ne trovavo di fronte una al completo. Succedeva che lasciassi il campo con la testa sanguinante, ma che m’importava! In tasca le monete tintinnavano in maniera rassicurante, e io potevo andare alla bottega a comprarmi il pane.
Sándor Rózsa, il «re dei briganti», era il mio modello. Altri ragazzini avrebbero voluto diventare preti o generali dell’esercito, io invece aspiravo a essere un bandito che rubava i soldi ai ricchi per darli ai poveri. A dirla tutta, i miei soldi non li dividevo mai con nessuno, ma era anche vero che difficilmente avrei potuto trovare qualcuno più povero di me al villaggio.
5
Nell’autunno del 1919 – io allora avevo sei anni – mia madre perse il lavoro. Invece di vaglia postali, poveretta, si trovò a dover mandare alla vecchia una dopo l’altra lettere imploranti, che per l’amor di Dio aspettasse almeno fino al primo del mese successivo, che per allora sicuramente avrebbe trovato un impiego. Ma non lo trovò.
Un giorno, ignaro di tutto, mi ero sistemato tra gli altri bambini per mangiare; non appena mi vide, la vecchia si precipitò fuori dalla cucina, e mi urlò che non avrei avuto pranzo, perché mia madre non dava un soldo per me ormai da tre mesi.
«E tu no sei certo quel tezoro di bimbo che manterei per amore!».
All’inizio non capii la faccenda. Rimasi immobile, a gambe divaricate, con le mani in tasca, il mento attaccato al collo, e fissavo in silenzio la vecchia che blaterava e sventolava, fuori di sé, la lettera di mia madre, che evidentemente era appena arrivata.
«Se quella tua madre fotuta no mi doveva così tanti soldi,» sbraitava «ti mandavo già da tempo a quel paese, pendaglio da forca che no sei altro!».
Seguitai a stare zitto. Gli altri bambini si erano ormai messi a mangiare, mi venne l’acquolina in bocca a guardarli. Mi ricordo che c’erano patate alla paprica con salamino, ancora oggi sento il suo odore buono e stuzzicante. Ero tremendamente affamato. Avevo la gola strozzata dal pianto, ma non mi sarei messo a frignare per niente al mondo. Vidi che i bambini, chinati sui loro piatti, aspettavano con aria sorniona gli sviluppi, e che si calciavano sotto il tavolo. Per cui stetti spasmodicamente attento al mio «decoro».
«Ma mia madre glieli manderà sicuramente, quei pochi soldi» provai a convincerla. «Siate così buona da darmi qualcosa da mangiare, ho veramente tanta fame».
«Spiacente!» scosse la testa la vecchia. «Scrivi a quella troia di tua madre di no fare figli se poi no vuole mantenerli!».
Vidi che i ragazzi riuscivano ormai a malapena a soffocare le risate. Fui preso da un’ira tremenda, tutto il mio corpo iniziò a tremare.
«Troia è chi lo dice!» urlai furioso, e mi precipitai fuori.
La vecchia non era generosa per natura, ma appena finii di pronunciare queste parole, mi tirò dietro la zuppiera con le patate. Per fortuna mi colpì solo sul didietro, non successe niente di grave, a parte che la zuppiera si ruppe in mille pezzi. Continuai a correre, ma perfino in strada sentivo che dal fondoschiena mi stavano gocciolando le patate alla paprica belle calde.
Dentro di me ribolliva una rabbia impotente. In un primo momento avevo pensato di girare attorno alla casa e dalla finestra colpire la vecchia agli occhi con la fionda. Credo che avrei anche potuto strozzarla, senza batter ciglio, ma avevo già imparato che non ci si sazia con l’ira, e per questo iniziai a escogitare piani più pratici. Perlustrai il villaggio, per vedere dove potevo rubare qualcosa. Niente da nessuna parte. Ero perseguitato dalla sfortuna. Non riuscii a sgraffignare nemmeno un frutto. I miei amici cani, appena mi scorgevano, si mettevano ad abbaiare di gioia con una foga tale che le padrone si affacciavano immediatamente alla porta della cucina. Girovagai per ore così, a vuoto.
Per caso mi ritrovai davanti alla scuola. Era l’ora della merenda, i bambini si rincorrevano in cortile. Molti di loro avevano in mano una bella fetta di pane spalmata di strutto o di marmellata, ma non la degnavano neanche di uno sguardo, concentrati com’erano nel gioco. Scorrazzavano in su e in giù come dei matti, e solo di tanto in tanto facevano una breve sosta per dare un morsino di straforo, ansimando, in fretta e furia.
Che farebbe in una situazione simile Sándor Rózsa?, ruminavo; e all’improvviso seppi cosa dovevo fare. Tirai uno sputo schiumante dall’angolo della bocca, tanto per far vedere ai bambini con chi avevano a che fare, poi entrai nel cortile con passo lento e dignitoso.
A quell’epoca io non andavo ancora a scuola. I bambini sicuramente pensavano che stessi cercando qualcuno, e da un certo punto di vista non avevano torto. Cercavo una vittima. Non senza qualche preoccupazione, devo ammetterlo, perché i ragazzi erano più grandi di me, ma, insomma, un affamato non può fare lo schizzinoso, e così finalmente mi decisi. La mia vittima si trovava in un angolo in fondo al cortile, appoggiata a un’acacia solitaria, e con l’espressione di un vitello meditabondo si stava gustando il suo pane e marmellata. Poteva avere uno o due anni più di me, ma la sua fetta di pane era grande, lui piccoletto, e io mi dissi: o la va, o la spacca, e mi diressi verso di lui. Quando arrivai alle sue spalle, veloce come un fulmine gli strappai il pane dalle mani e, oplà, via! L’inconsapevole vittima neanche si rese conto di cosa gli stesse succedendo. Quando attaccò a strillare io ero già in strada, poteva sgolarsi quanto voleva.
Corsi a rifugiarmi nel campo, e mi misi a banchettare all’ombra di un cespuglio di biancospino. Mi piaceva il pane con la marmellata, e mi era piaciuta anche l’avventura. Adesso sì che andiamo bene!, dicevo tra me e me. Questa era un’impresa degna di Sándor Rózsa! Risi fragorosamente, soddisfatto di me stesso.
Decisi di non tornare mai più a casa. Temevo che la vecchia mi tirasse dietro un’altra zuppiera. Tuttavia, con il calare della sera, anche il mio umore lentamente si incupì. Inutile essere un discepolo e seguace di Sándor Rózsa, il buio mi faceva paura. Mi incamminai verso casa.
La casa era già immersa nel sonno. Il cane non creò problemi, bastava gli facessi un cenno che abbassava subito la cresta, come un impiegato statale di rango inferiore. Era una notte buia come la pece, senza luna, tutto era immobile. Silenziosamente scavalcai lo steccato. Per fortuna la vecchia aveva voluto aggiungere in un secondo tempo alla casa la stanza in cui dormivamo noi bambini, e per risparmiare non aveva fatto aprire una porta comunicante. L’entrata era dal cortile. Lentamente, con prudenza, abbassai la maniglia. La porta si aprì senza rumore, ero nella stanza.
I bambini dormivano profondamente. In questa stanza, che era, a dire tanto, lunga cinque metri e larga quattro, dormivamo in otto. Quando vi entravo, mi colpiva sempre un lezzo nauseabondo; vissi per ben quattordici anni da zia Rozika e nonostante ciò ogni sera ci mettevo diversi minuti ad abituarmi a quella puzza. Ancora adesso riesco a sentirla, era una mistura complessa e del tutto particolare di esalazioni di corpi, di cibo, di muri muffosi e umidi e del fetore onnipresente che proveniva dalla latrina, costruita a ridosso del muro posteriore della stanza.
Non c’erano letti. Dormivamo sulla paglia sparsa sul pavimento di terra battuta, stretti l’uno accanto all’altro. Non avevo scarpe, per cui di questo non mi dovevo preoccupare. Mi stesi così com’ero sulla paglia e mi tirai addosso la coperta per cavalli. Adesso che finalmente mi sentivo al sicuro, ricominciò a tormentarmi la fame che, evidentemente, la paura e le emozioni dei vagabondaggi serali avevano fino ad allora sopito. Non riuscivo ad addormentarmi.
A un tratto la paglia accanto a me iniziò a muoversi.
«Béla!» sussurrò una voce di bambino. «Dormi?».
Era Gergely, uno di seconda elementare.
«Che c’è?» gli chiesi.
«Niente» mormorò. «To’».
Mi mise in mano una fetta di pane e un pezzo di salamino. Il mio stomaco esultò per la gioia, ma feci in modo che Gergely non se ne accorgesse. Accettai il suo regalo come un doganiere il dazio. Non dissi nemmeno grazie. Divorai tutto senza una parola, poi mi ridistesi sulla paglia, e con voce asciutta e professionale chiesi: «Chi devo menare?».
Il pensiero che qualcuno potesse darmi una fetta di pane e salame per pura umanità, solo perché sapeva che ero affamato, non mi sfiorò nemmeno.
Questo Gergely aveva quasi due anni più di me, ma faceva comunque picchiare al sottoscritto i suoi «nemici». Tra di noi lui era il capitalista. Sua madre veniva a trovarlo ogni domenica, perché era a servizio nel villaggio vicino, e ogni volta gli dava uno o due fillér. Quindi Gergely era pieno di soldi, e poteva permettersi un aiuto extra. Era un ragazzino smilzo, biondissimo e con il viso effeminato, notoriamente bugiardo. Aveva gli occhi sempre cerchiati di nero, e io ne conoscevo il motivo.
Alla mia domanda non rispose per un bel pezzo. Si vede che l’avevo colto di sorpresa, doveva aver previsto trattative più complesse. Poi finalmente vuotò il sacco.
«L’Ádám,» brontolò «quel cane di un rosso mi ha di nuovo aggredito alle spalle».
«Come se non potesse fare diversamente» dissi, non tanto per disprezzo quanto piuttosto per calcolo commerciale. «È ben piazzato, quello».
«Sì, ma non forte».
«Non forte? Allora perché hai paura di lui, eh?».
«Be’... forte è forte, ma non tanto».
«Tanto o poco,» conclusi la discussione «non ho certo intenzione di menarlo per un morso di salamino!».
«Domani ne avrai dell’altro. E domenica riceverai anche dei soldi».
Non risposi. Ancora fuori, per i campi, avevo formulato un progetto, e ora ci stavo ripensando.
«Sai scrivere?» chiesi improvvisamente.
«E come no! Che ti serve?».
«Una lettera».
«A chi?».
«A mia madre».
«Per via della vecchia?».
«Certo, accidenti a lei!».
«Hm» borbottò Gergely. «Non è mica semplice. Scrivere una lettera è difficile».
«È forse facile menare uno di seconda?».
«Scrivere una lettera è più difficile. Menane due».
Mi accorsi che voleva ricattarmi, il mascalzone.
«Il secondo sarai tu!» dissi.
Questo lo impensierì.
«Va bene» annunciò alla fine. «Ti scrivo la lettera. Domani a mezzogiorno andrà a controllare i suoi campi».
«Chi? La vecchia?».
«Ma nooo! L’Ádám. Passa sempre per lo stesso viottolo».
«Tu aspetta pure il tuo turno con l’Ádám!» dissi. «Prima la lettera! ’notte».
Qui mi voltai dall’altra parte e, come uno che ha sistemato le proprie faccende, mi addormentai.
Il giorno dopo la lettera fu davvero scritta. Gergely aveva portato con sé un ragazzo lentigginoso di terza, e insieme, tra grandi sforzi, la stesero. Credo che io, quando sistemai «quel cane di un rosso», non sudai tanto quanto i due ragazzini a scrivere la lettera. Molti anni dopo la ritrovai tra le cose di mia madre; la poveretta ne doveva essere rimasta parecchio impressionata, se l’aveva conservata con tanta premura. La lettera diceva:
«Illustre zia Anna!
«Io sono il Gergely, sapete? di quelli che stanno da ziarozika e annuncio umilmente perché il Béla me lo ha chiesto di annunciarvi che il vostro amato filiolo il Béla ha fame. Perché la vechia a lui non gli da mangiare. Perché la vechia dice che lillustre zia Anna non manda i soldi. Per ciò illustre zia Anna siete così buona e mandate i soldi. Per favvore mandateli subito perché la vechia carogna non gli da cibo al Béla e il Béla che deve fare se non gli dano da mangiare secondo voi. Con questo finisco la letera e il vostro amato filiolo invia osequi allillustre zia Anna.
Patriotici saluti
Gergely
scol. di 2a elem.».
Insomma la lettera era pronta, ma ogni lettera ha bisogno anche del francobollo, e il francobollo costava venti fillér. Solo venti di quei fillér svalutati e inflazionati, ma io al tempo non capivo troppo le questioni più complesse dell’economia. Nel mio mondo venti fillér valevano ancora venti fillér, ed erano una somma enorme. Non sarei riuscito a procurarmeli neanche prima, figuriamoci adesso che dovevo pensare da solo al mio sostentamento. La vecchia non scherzava. Sapevo che se mi avesse visto mi avrebbe tirato addosso la prima cosa che le capitava sotto mano, e infatti non mi presentai nemmeno più ai pasti.
Il primo giorno me la cavai in qualche modo. I bambini, dopo esser stati minacciati uno per uno, mi portarono di nascosto un boccone del loro pranzo e della loro cena. Ma il giorno dopo la vecchia si accorse della furbata e le diede di santa ragione a tutti quelli nelle cui tasche trovò del cibo.
«Sporchi bastardi!» urlò come sempre quando ce l’aveva con loro, e da quel momento non si mosse più da tavola finché i ragazzi non avevano finito di mangiare.
Credo che a loro non dispiacque. Un bambino divide malvolentieri il proprio boccone con un altro, specialmente se anche a lui glielo misurano col contagocce. Non mangiavo niente da ventiquattr’ore, e quando si hanno sei anni una cosa simile rattrista parecchio.
Mi inselvatichii ancora di più. Rubavo se c’era qualcosa da rubare, ricattavo se trovavo qualcuno da ricattare, e facevo a botte se mi pagavano per farlo. Eppure non riuscivo a riempirmi la pancia, perché di zuffe ne capitavano solo di tanto in tanto, e cosa c’era da rubare in un villaggio? Del pollame non sapevo che farmene, quindi rimaneva la frutta. Solo che dalle nostre parti il contadino non lasciava certo la frutta matura a oziare sull’albero, e per questo nella maggior parte dei casi la scuotevo giù che era acerba o la raccattavo dalla polvere della strada, mezzo marcia. Ero sempre affamato come un lupo, e il denaro non si accumula mai nella tasca di un affamato. Se in qualche modo racimolavo un paio di fillér, correvo immediatamente alla bottega a comprare del pane. Mi ripromettevo continuamente che se fossi riuscito a fare dei soldi li avrei messi da parte, ma appena guadagnavo qualcosa, spendevo tutto. E la lettera, che avevo seppellito in una scatolina, rimaneva stesa sottoterra, come un defunto, e non poteva partire per il suo viaggio salvifico.
La domenica era la mia ultima speranza. Dopo lunghi negoziati mi ero accordato con i ragazzi che mi avrebbero dato i soldini scroccati alle madri, e che io in cambio li avrei ripagati lavorando, come il bracciante per le patate dell’inverno. Ma chi è perseguitato dalla sfortuna nemmeno l’angelo custode lo protegge. Domenica piovve tutto il giorno, le mamme non si fecero vedere, solo quella di Gergely venne nel tardo pomeriggio, quando il tempo si era un po’ schiarito. Gergely le spiegò a che cosa mi servivano i venti fillér, ma sua madre gliene diede solo dieci.
«Te li darei volentieri tutti e venti, per poter comprare quel benedetto francobollo,» disse «ma che ci posso fare se non li ho?».
Lo disse con tale gentilezza e calore che dovetti crederle, ma per sicurezza, dopo che se ne andò, perquisii comunque il suo piccolo Gergely, per verificare che non gli avesse dato nulla di nascosto. Purtroppo no.
I dieci fillér li misi in una scatola di fiammiferi, e per non cadere nuovamente in tentazione la seppellii accanto alla lettera. Ora dovevo raggranellarne altri dieci.
Il giorno successivo la fortuna sembrò assistermi. La vecchia era andata in carrozza nel paese vicino, e Gergely mi annunciò immediatamente la buona notizia. Mi intrufolai in casa. Sapevo che zio Rozika dopo pranzo dormiva sempre. La sua indole era tale che perfino nel periodo della mietitura, quando gli altri contadini lavoravano dall’alba al tramonto nei campi, lui, appena le campane suonavano mezzogiorno, tornava a casa con comodo, pranzava lautamente e si stendeva a letto.
Mi nascosi quindi dietro alla stalla, e aspettai. Circa mezz’ora dopo comparve Gergely.
«Oh, finalmente il vecchio russa!» sussurrò.
Il vecchio era infatti noto per il suo russare. Nel sonno strombazzava talmente forte che chiunque non fosse sordo lo poteva sentire anche da fuori.
Mi accostai di soppiatto alla finestra aperta, e con cautela sbirciai dentro. Era un bell’autunno caldo, il vecchio non indossava ancora la giacchetta ma solo il gilet, che era appeso là, invitante, sullo schienale di una delle sedie. Silenziosamente, come un gatto, entrai dalla finestra, e con il cuore che batteva all’impazzata, trasalendo a ogni minimo rumore, lo perquisii. Trovai sei fillér, me li misi in tasca e sgusciai via più veloce che potevo.
«Bene, ora mi servono solo quattro fillér!» annunciai trionfante a Gergely. «Poi la lettera può davvero partire per Budapest».
Ero decisamente ottimista. Quei pochi miseri quattrini sono ormai cosa da nulla, pensavo, e decisi che per evitare ulteriori tentazioni avrei sepolto anche i sei fillér. Aspettavo solo che Gergely se ne andasse, perché non volevo rivelare nemmeno a lui il nascondiglio. Ma Gergely era su di giri per l’avventura, e gli venne una parlantina tale che ci misi un’oretta buona a liberarmi di lui.
A quel punto erano circa le due del pomeriggio, e io non avevo mangiato niente tutto il giorno. Di colpo fui preso da una fame atavica, bestiale, tale che infischiandomi del mio buon senso mi precipitai alla bottega e spesi tutti e sei i fillér.
Ecco che dovevo ricominciare da capo.
Che ne sarà di me?, pensavo disperato. Se continuo a mangiarmi i soldi per il francobollo la lettera non partirà mai, mia madre non mi manderà mai soldi e io non avrò mai da mangiare.
«Ma porc...» iniziai a sciorinare un’infinita e sconcia serie di bestemmie, e scoppiai in un pianto disperato.
Ero talmente affamato che un giorno mi abbassai ad apostrofare, ai margini del villaggio, un ambulante ebreo.
«Signooore, per favooore,» lo implorai con voce cantilenante, come avevo sentito fare ai mendicanti professionisti «la preeego, mi dia quaaalche soooldo, ho taaaanta faaame!».
Non avrei rischiato in tal modo con uno del villaggio, ma questo era solo un cencioso ebreo, e a quei tempi già un bambino di sei anni sapeva che «quello era diverso». Il Terrore Bianco viveva il suo periodo d’oro, e un ambulante ebreo era felice se riusciva ad attraversare un villaggio senza venire pestato. Questo rimase quasi commosso che gli avessi chiesto dei soldi, invece di urlargli dietro il solito «sporco ebreo». Infatti non si fece pregare oltre, senza esitare si mise la mano in tasca, ne pescò una manciata di spiccioli, e alzando il palmo tremante innanzi agli occhi miopi – aveva occhi da cane, mosci per la vecchiaia, che lacrimavano continuamente – contò cinque fillér.
«Tempi bruuutti!» salmodiò sospirando. «Tempi bruuutti!».
Poi mi accarezzò la testa e se ne andò strascicando i piedi, come la tristezza fatta persona.
Questi cinque fillér li seppellii davvero. Ormai la fame mi aveva talmente indebolito che perfino nelle giornate fresche grondavo sudore, le palpebre mi si appesantivano continuamente, e non appena mi sedevo mi appisolavo.
Disperato com’ero mi venne un’idea rivoltante. Spiai la serva che portava al cane i resti del pranzo, poi mi avvicinai di soppiatto alla cuccia e li rubai. Il cane era un mio vecchio e fedele amico, non fece nemmeno un verso quando gli tolsi la ciotola, si limitò a guardarmi con i suoi occhi venati di sangue, come chi non capisce la situazione. Il vecchio mastino mi faceva pena, ma io mi facevo ancora più pena. Entrai nella latrina, richiusi la porta con il paletto alle mie spalle, e mangiai tutto il mangiabile dalla ciotola.
Da allora in poi vissi di cibo per cani. Avevo un buono stomaco, ma non era comunque di ferro. Una notte mi svegliai con tremendi crampi alla pancia. La diarrea mi prese talmente forte che per tre interi giorni osai a malapena uscire dalla latrina. Solo là mi sentivo al sicuro, perché in cortile avevo continuamente paura che la vecchia mi vedesse, e per strada che mi venisse un altro attacco. E così, finché non mi scovavano, me ne stavo seduto lì anche per ore, con la testa che mi ciondolava sul petto, appisolandomi a tratti. Avevo, a dir poco, una brutta cera. Solo che, come tutto nella vita, anche questa situazione aveva i suoi vantaggi; un vantaggio di dubbio valore, ma comunque un vantaggio. Non avevo più fame.
Quando passò la diarrea, mi ripromisi che mi sarei procurato i cinque fillér mancanti a qualunque costo. Fui fortunato: ricevetti l’incarico di una piccola zuffa, e l’appaltatore mi promise cinque fillér. Il soggetto da menare era un ragazzetto emaciato, non apparteneva neanche a una banda, quindi i soldi erano garantiti.
«La lettera per mia madre sta per partire, sai!» raccontai orgoglioso a Gergely avviandomi da casa per andare a menare il ragazzetto emaciato.
Ma non lo menai. Successe una cosa tremenda, incredibile! Fu lui a menare me. Prima l’avrei potuto atterrare con una sola mano, mentre adesso fu lui a conciarmi per le feste, e come! Ovviamente potevo mettere una croce sopra ai cinque fillér, e in più mi presi le botte.
La diarrea mi aveva tormentato in maniera inumana, soffrivo da cani per la fame, ma cos’era questo rispetto alla vergogna che provavo! Il mio «decoro», il francobollo, tutto svanito! Scappai fuori dal villaggio nei campi, mi gettai nell’erba e piansi come se mi fosse crollato addosso il mondo.
«Che ne sarà di me?» gemevo. «Che ne sarà di me?».
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