MIDDLEMARCH
George Eliot
Recensione
Middlemarch è uno di quei libri che più li rileggi e più li trovi moderni. È un romanzo dell’Ottocento che sembra scritto ieri riguardo alla psicologia e alle dinamiche di potere nelle relazioni. Ho goduto gli intrecci di Middlemarch: Dorothea, Brooke, sua sorella Celia, Tertius Lydgate, Rosamond, Fred, Mary Garth, Mr. Brooke, Ladislaw, Casaubon..per citare i principali. È una delle cose più belle del romanzo. George Eliot crea una vera tela di ragno umana, dove ogni personaggio è legato agli altri in modi che sembrano casuali ma sono profondamente inevitabili.
i miei preferiti per dinamiche relazionali sono:
Dorothea e Ladislaw: uno dei corteggiamenti più belli e frustranti della letteratura. Quella tensione ideale, quasi platonica, che poi diventa carnale e rivoluzionaria.
Lydgate e Rosamond: un disastro annunciato, ma così tragicamente reale. Lui che crede di sposare una donna angelicata e si ritrova intrappolato nella gabbia dorata del suo egoismo elegante.
Fred e Mary Garth: la coppia più “sana” e terrena, con quel bellissimo arco di redenzione di Fred.
Il genio di Eliot è che non c’è quasi mai un solo “cattivo”. Anzi, è proprio questo il cuore della grandezza di Middlemarch: la profonda compassione umana con cui dipinge i difetti di tutti i suoi personaggi, senza mai cadere nel cinismo o nel moralismo da quattro soldi. Nessuno è irreparabilmente malvagio, e allo stesso tempo quasi nessuno è completamente innocente. Eliot sembra dirci continuamente: “Guarda quanto è complicato essere umani”. Le vere tragedie del romanzo non nascono da un grande Male, ma dall’incontro tra debolezze personali e condizioni sociali (le aspettative di genere, il denaro, le convenzioni provinciali, le ambizioni frustrate).
MIDDLEMARCH
Proemio
Chi tra quelli a cui preme tanto conoscere la storia dell’uomo, e il modo in cui il misterioso amalgama si comporta sotto l’influsso dei mutevoli esperimenti del tempo, non si è soffermato, seppur brevemente, sulla vita di santa Teresa, non ha sorriso con una certa tenerezza al pensiero della piccola fanciulla che una mattina si mise in cammino tenendo per mano il fratello ancor più piccolo di lei, per andare a cercare il martirio nella terra dei Mori? Con passo incerto uscirono dall’austera Avila, gli occhi spalancati e l’aspetto smarrito come due cerbiatti, ma con cuori nobili, che già palpitavano verso un’idea nazionale; finché la realtà familiare non li sorprese nella persona degli zii, e li distolse dal loro grande proposito. Quel pellegrinaggio infantile fu un giusto esordio. L’indole passionale e immaginativa di Teresa esigeva una vita epica: cosa erano per lei i numerosi volumi dei libri di cavalleria e le conquiste sociali di una ragazza piena di talento? Il suo ardore consumò rapidamente quel misero alimento; e, divorato dall’interno, si librò alla ricerca di un qualche illimitato appagamento, di un obiettivo che non avrebbe mai giustificato la stanchezza, che avrebbe conciliato la disperazione personale con l’estatica consapevolezza di una vita che trascende l’individuo. Ella trovò il suo epos nella riforma di un ordine religioso.
Quella donna spagnola che visse trecento anni fa non fu certo l’ultima della sua specie. Sono venute al mondo molte Terese che per se stesse non hanno trovato nessuna vita eroica in cui ci fosse un continuo schiudersi di azioni di ampia risonanza; forse soltanto una vita di errori, frutto di una certa nobiltà spirituale che mal si conciliava con la mediocrità del quotidiano; forse un fallimento tragico che non ha trovato alcun cantore sacro ed è sprofondato senza conforto di lacrime nell’oblio. Tra fiochi bagliori d’illuminazione e intricate circostanze queste donne si sforzarono di dare forma al loro pensiero e alle loro azioni in sublime accordo; ma alla fine, agli occhi della gente comune i loro sforzi apparirono come pura incoerenza e mancanza di forma; poiché queste Terese nate in ritardo non furono aiutate da alcuna fede e ordine sociale coerente che potessero adempiere alle funzioni del sapere per quella creatura che lo desiderasse intensamente. Il loro fervore si alternava tra un vago ideale e le comuni aspettative legate alla condizione di donna; così che l’uno veniva disapprovato come bizzarria, e le altre condannate come errore.
Alcuni hanno ritenuto che queste vite incerte siano dovute all’importuna vaghezza con cui l’Ente Supremo ha plasmato la natura femminile: se esistesse un livello di incompetenza femminile così assoluto come l’abilità di contare fino a tre e non oltre, il destino sociale delle donne potrebbe essere discusso con esattezza scientifica. E invece la vaghezza permane, e i margini di variabilità sono in realtà assai più ampi di quanto chiunque potrebbe supporre giudicando dall’uniformità delle acconciature femminili e dalla preferenza accordata alle storie d’amore in prosa e in versi. Qua e là un giovane cigno viene allevato con difficoltà tra gli anatroccoli dello stagno scuro, e non trova mai il flusso vitale in compagnia degli altri palmipedi della sua stessa specie. Qua e là viene al mondo una santa Teresa, fondatrice di nulla, i cui singhiozzi e le palpitazioni per una virtù mai conseguita vibrano a distanza e vengono dispersi tra gli ostacoli, anziché concentrarsi in qualche opera riconoscibile nel tempo.
Libro primo
MISS BROOKE
I
Poiché, essendo donna, non posso fare nulla di buono,
Miro sempre a qualcosa che a ciò si avvicini
BEAUMONT e FLETCHER, La tragedia della vergine
Miss Brooke possedeva quel tipo di bellezza che sembra acquistare rilievo da un abbigliamento dimesso. Le sue mani e i polsi erano così finemente torniti che poteva indossare maniche non meno prive di garbo di quelle in cui la Vergine Beata appariva ai pittori italiani: e il suo profilo, come pure la statura e il portamento, sembrava che acquistassero tanta più dignità dai suoi abiti semplici, i quali nel contesto di uno stile di provincia le conferivano l’imponenza di una raffinata citazione dalla Bibbia – o da uno dei nostri poeti più antichi – in un paragrafo di un giornale di oggi. Di lei si diceva di solito che era notevolmente intelligente, aggiungendo però che sua sorella Celia possedeva una maggior dose di buonsenso. Celia, tuttavia, non indossava certo più ornamenti; ed era soltanto agli osservatori più acuti che la sua maniera di abbigliarsi appariva differente da quella di sua sorella, e mostrava un’ombra di civetteria negli accostamenti; perché l’abbigliamento semplice di Miss Brooke era dovuto a un insieme di ragioni, la maggior parte delle quali erano condivise da sua sorella. L’orgoglio di essere delle ladies era da porsi in relazione con esso: le amicizie dei Brooke, benché non proprio aristocratiche, erano senza dubbio “buone”: frugando nel passato per una generazione o due, non si trovava nessun antenato che fosse stato un muratore o un garzone, nessuno inferiore a un ammiraglio o un ecclesiastico; e c’era sinanche un antenato identificabile come un gentiluomo puritano che fu al servizio di Cromwell, ma in seguito fece atto di sottomissione, e procurò di venire fuori da tutti gli intrighi politici proprietario di un considerevole patrimonio di famiglia. Le giovinette di simile origine, che vivevano in una tranquilla dimora di campagna, e frequentavano una chiesa del villaggio a malapena più grande di un parlatorio, naturalmente consideravano i fronzoli adeguati all’ambizione della figlia di un merciaio. Esisteva poi un’economia dei ceti più raffinati che a quel tempo, quando ogni margine era richiesto per spese che meglio differenziassero il rango sociale, indentificava nell’abbigliamento lussuoso una delle principali voci su cui operare delle restrizioni. Tali ragioni basterebbero a spiegare l’abbigliamento semplice, per non parlare poi della devozione religiosa; ma, nel caso di Miss Brooke, la religione da sola doveva averlo determinato; e Celia aderiva docilmente a tutte le idee di sua sorella, infondendovi però quel buonsenso che consente di accettare dottrine importanti senza alcun turbamento eccentrico. Dorothea conosceva a memoria molti passi dai Pensées di Pascal e da Jeremy Taylor;1 e per lei le sorti dell’umanità, viste alla luce del cristianesimo, facevano apparire le preoccupazioni della moda femminile come un’occupazione degna di Bedlam.2 Non riusciva a conciliare le ansie di una vita spirituale che implica conseguenze eterne, con un interesse reale per trine e ostentazioni artificiose di drappeggi. La sua mente era di tipo teoretico, e per natura si angustiava per una certa nobile concezione del mondo che poteva esplicitamente includere la comunità di Tipton e le proprie norme di comportamento in quel luogo; era affascinata dalla profondità ed elevatezza delle cose, ed era pronta ad abbracciare tutto ciò che le sembrava possedesse quelle qualità; incline a cercare il martirio, a ritrattare, e poi infine a incorrere in esso in un ambito in cui non lo aveva cercato. Senza dubbio tali elementi, nel carattere di una ragazza da marito, tendevano a interferire con il suo destino, e a impedire che questo si determinasse secondo le consuetudini, attraverso la bellezza, la vanità, e un affetto simile alla fedeltà di un cane al suo padrone. Oltre a tutto ciò, lei, la maggiore delle sorelle, non aveva ancora vent’anni, ed entrambe erano state educate, fin da quando avevano circa dodici anni e avevano perso i genitori, a progetti a un tempo limitati e confusi, dapprima in una famiglia inglese e in seguito in una svizzera a Losanna, consentendo così allo zio scapolo e loro tutore di cercare di porre rimedio ai disagi della loro condizione di orfane.
Non era trascorso più di un anno dacché erano venute a vivere a Tipton Grange con lo zio, un uomo sulla sessantina di carattere docile, idee eterogenee, e incerta appartenenza politica. In gioventù aveva viaggiato, e in questa parte della contea si riteneva che avesse contratto un’attitudine mentale eccessivamente errabonda. I fini di Mr Brooke erano difficili da prevedersi quanto il tempo: si poteva soltanto affermare con certezza che avrebbe agito con intenzioni benevole, e che avrebbe speso meno denaro possibile nel perseguirli. Giacché le menti più glutinosamente indefinite includono alcuni granelli duri di abitudine; e un uomo viene considerato incurante di tutti i propri interessi eccetto quelli relativi al possesso della propria tabacchiera, a proposito della quale si mostra guardingo, sospettoso, e impaziente di afferrarla.
In Mr Brooke l’ereditaria disposizione mentale dell’ardore puritano era chiaramente sopita; ma in sua nipote Dorothea balenava attraverso difetti e virtù, trasformandosi a volte in insofferenza per la maniera di parlare dello zio e per il suo modo di “lasciar correre le cose” nella sua tenuta, e facendole tanto più desiderare il momento in cui sarebbe stata maggiorenne e avrebbe avuto una certa disponibilità di denaro per progetti generosi. Si guardava a lei come a un’ereditiera; giacché non solo ciascuna delle due sorelle aveva una rendita di settecento sterline all’anno lasciata dai genitori, ma se Dorothea si fosse sposata e avesse avuto un figlio, quel figlio avrebbe ereditato la fortuna di Mr Brooke, valutabile sulle tremila sterline all’anno – una rendita che assumeva il carattere di ricchezza per famiglie di provincia che discutevano ancora della recente condotta di Mr Peel a proposito della Questione Cattolica,3 ignare delle future miniere d’oro, e di quell’opulenta plutocrazia che ha tanto sublimato le esigenze della vita raffinata.
E perché Dorothea non avrebbe dovuto sposarsi?, una ragazza così graziosa e con un simile avvenire? Niente poteva impedirlo se non la sua passione per gli estremi, e la sua insistenza nel regolare la vita secondo principi che avrebbero potuto indurre un uomo prudente a esitare prima di rivolgerle una proposta, o persino spingere lei a rifiutare ogni proposta. Una signorina di un certo ceto e di una certa condizione economica, che all’improvviso si inginocchiava su un pavimento di mattoni accanto a un lavorante ammalato e pregava con fervore quasi credesse di vivere al tempo degli apostoli – che aveva strane bizzarrie di digiunare come un papista, e di vegliare la notte per leggere vecchi libri di teologia! Una moglie di tal fatta un bel mattino potrebbe svegliarti con un progetto nuovo, per l’impiego della sua rendita, che interferirebbe con l’economia politica e il mantenimento dei cavalli da sella: un uomo ovviamente ci penserebbe due volte prima di avventurarsi in un rapporto di quel tipo. Ci si aspettava che le donne avessero opinioni di scarso vigore; ma la grande salvaguardia della società e della vita domestica era che quelle opinioni non venivano messe in pratica. La gente equilibrata si comportava come i propri vicini, così che se c’era in giro qualche eccentrico si potesse saperlo ed evitarlo.
In campagna i giudizi sulle nuove venute, persino tra i contadini, erano generalmente a favore di Celia, così amabile e dall’aspetto innocente, mentre i grandi occhi di Miss Brooke apparivano, come la sua religione, eccessivamente inconsueti e singolari. Povera Dorothea! Al suo confronto, l’ingenua Celia era navigata ed esperta delle cose del mondo; tanto più sottile è la mente umana di quelle fibre esterne che di essa rappresentano la facciata o una sorta di blasone.
Eppure quelli che si avvicinavano a Dorothea, benché prevenuti nei suoi confronti a causa di queste allarmanti dicerie, trovavano che possedeva un fascino inspiegabilmente conciliabile con esse. Gran parte degli uomini la trovavano seducente quando era a cavallo. Amava l’aria fresca e i diversi aspetti della campagna, e quando gli occhi e le guance le risplendevano di un confuso piacere aveva ben poco l’aria di una devota. Cavalcare era uno svago che si concedeva malgrado gli scrupoli di coscienza; sentiva che le procurava piacere in modo pagano e sensuale, e sperava sempre di rinunciarvi.
Era aperta, impetuosa, e niente affatto narcisista; anzi, era bello vedere come la sua immaginazione adornava la sorella Celia di attrattive del tutto superiori alle sue, e se pareva che qualche giovanotto fosse venuto alla Grange per motivi diversi che non quello di incontrare Mr Brooke, ne deduceva che doveva essere innamorato di Celia: Sir James Chettam, per esempio, che lei prendeva sempre in considerazione dal punto di vista di Celia, intimamente combattuta se fosse bene per Celia accettarlo oppure no. Che lo si dovesse considerare un suo pretendente le sarebbe sembrato una ridicola assurdità. Dorothea, con tutta la sua impazienza di conoscere le verità della vita, serbava sul matrimonio idee molto infantili. Sentiva con certezza che avrebbe accettato il giudizioso Hooker,4 se fosse nata in tempo per salvarlo da quel disgraziato errore che commise sposandosi; oppure John Milton quando era sopraggiunta la cecità; o uno qualsiasi degli altri grandi uomini di cui si sarebbe sopportato il temperamento bizzarro per un piacevole sentimento di devozione; ma un amabile e affascinante baronetto, che aggiungeva “Certamente” alle sue osservazioni perfino quando lei esprimeva incertezza, come poteva interessarla come innamorato? Un matrimonio realmente piacevole deve essere quello in cui il marito sia per te una specie di padre, e potrebbe insegnarti perfino l’ebraico, se tu lo desiderassi.
Queste singolarità del carattere di Dorothea avevano ancora di più esposto Mr Brooke alle critiche del vicinato per non aver assicurato alle nipoti una signora di mezza età che facesse loro da guida e dama di compagnia. Ma egli stesso era talmente atterrito all’idea del tipo di donna fuori del comune, adatta e disponibile per un ruolo di tal genere, che si lasciò dissuadere dalle obiezioni di Dorothea, e fu in questo caso abbastanza coraggioso da sfidare il mondo – vale a dire Mrs Cadwallader, la moglie del rettore, e il piccolo gruppo di possidenti con cui si scambiava delle visite nella parte nordorientale del Loamshire. Così Miss Brooke regnava incontrastata nella famiglia di suo zio, e non le dispiaceva affatto la sua nuova posizione di prestigio, come pure la deferenza che a essa si accompagnava.
Sir James Chettam quel giorno sarebbe stato a pranzo alla Grange insieme a un altro signore che le ragazze non avevano mai visto, e per il quale Dorothea nutriva una certa riverente aspettativa. Si trattava del reverendo Edward Casaubon,5 noto nella contea come uomo di profonda cultura, e di cui si sapeva che da molti anni era impegnato in una grande opera sulla storia della religione; era anche noto come uomo che possedeva ricchezze sufficienti a dare lustro alla sua devozione religiosa, e che aveva punti di vista personali che sarebbero stati più chiaramente accertabili alla pubblicazione del suo libro. Il suo stesso nome implicava un prestigio difficilmente valutabile senza una conoscenza precisa della storia dell’erudizione.
Quel giorno Dorothea era tornata per tempo dall’asilo infantile che aveva fondato al villaggio, e si accingeva a prendere il solito posto nel grazioso salotto che divideva le camere da letto delle sorelle, decisa a completare un progetto per alcune costruzioni (un tipo di lavoro in cui si dilettava), quando Celia, che era rimasta a osservarla esitando nel desiderio di avanzare una proposta, disse:
«Dorothea cara, se non ti dispiace – se non hai troppo da fare – che ne diresti di guardare i gioielli della mamma oggi, e di dividerli? Sono passati esattamente sei mesi oggi dacché lo zio te li ha affidati, e tu non li hai ancora guardati.»
Sul viso di Celia c’era l’ombra di un’espressione imbronciata, mentre l’evidenza del disappunto restava celata per un consueto timore di Dorothea e per principio; due fattori collegati che potevano sprigionare una misteriosa elettricità se toccati incautamente. Con suo sollievo, gli occhi di Dorothea erano colmi d’ilarità quando questa alzò lo sguardo.
«Che meraviglioso calendarietto che sei, Celia! Sono sei mesi secondo il calendario o sei mesi lunari?»
«Siamo all’ultimo giorno di settembre ora, ed era il primo di aprile quando lo zio te li diede. Sai, disse che fino ad allora li aveva dimenticati. Credo che tu non ci abbia più pensato da quando li hai chiusi qui nell’armadietto.»
«Ebbene, cara, non dovremmo portarli mai, lo sai.» Dorothea parlò con tono molto cordiale, in parte carezzevole, e in parte esplicativo. Aveva in mano la matita, e tracciava minuscoli schizzi sul margine del foglio.
Celia arrossì, e assunse un’espressione molto seria. «Penso, cara, che manchiamo di rispetto alla memoria della mamma se li mettiamo da parte e li ignoriamo. E» aggiunse, dopo aver esitato un po’, con un leggero singhiozzo che testimoniava della sua mortificazione «le collane oggi sono cose abbastanza consuete; e Madame Poinçon, che per certe cose era persino più severa di te, era solita portare ornamenti. E i cristiani in genere – certamente ci sono donne ora in cielo che usavano ornarsi di gioielli.» Celia era consapevole di possedere un certo vigore intellettuale quando si impegnava veramente nella discussione.
«Tu vorresti portarli?» esclamò Dorothea, mentre un’aria di stupita scoperta animava l’intera persona con un tocco drammatico che aveva preso proprio da quella Madame Poinçon che si ornava di gioielli. «Ma certo, allora, tiriamoli fuori. Perché non l’hai detto prima? Ma le chiavi, le chiavi!» Si premette le mani alle tempie e sembrò disperarsi per la sua memoria.
«Sono qui» disse Celia, che aveva a lungo meditato tra sé e predisposto questa spiegazione.
«Ti prego, apri il cassetto grande dell’armadietto e prendi il portagioielli.»
In breve il cofanetto si trovò aperto dinanzi a loro, e i vari gioielli si sparsero creando sul tavolo un’aiuola luccicante. Non era una gran collezione, ma alcuni dei monili erano davvero di una bellezza eccezionale; i più belli, come fu chiaro al primo sguardo, erano una collana di ametiste porporine incastonate in una deliziosa montatura d’oro, e una croce di perle ornata da cinque brillanti. Dorothea prese subito la collana e la allacciò intorno al collo della sorella, al quale aderì come un braccialetto; ma essa si addiceva allo stile Maria Enrichetta del collo e del capo di Celia, e lei poteva ben vederlo nella specchiera di fronte.
«Ecco qui, Celia! Puoi portarla col tuo abito di mussola indiana. Questa croce invece devi portarla con gli abiti scuri.»
Celia cercava di non sorridere compiaciuta. «Oh, Dodo, questa croce devi tenerla per te.»
«No, no, cara, no» disse Dorothea, alzando la mano con incurante disapprovazione.
«Ma sì, davvero; ti starebbe bene – con l’abito nero, andiamo» insisté Celia. «Questa potresti portarla.»
«Per nulla al mondo, per nulla al mondo. Una croce è l’ultima cosa che porterei come monile.» Dorothea ebbe un lieve tremito.
«Allora penserai che sia immorale, da parte mia, portarla» disse Celia, con imbarazzo.
«No, cara, no» aggiunse Dorothea, accarezzando la guancia della sorella. «Anche le anime hanno un volto: ciò che si addice a una non si addice a un’altra.»
«Ma ti potrebbe far piacere tenerla in ricordo della mamma.»
«No, ho altre cose della mamma – il cofanetto di legno di sandalo che mi è tanto caro – un mucchio di cose. In realtà sono tutti tuoi, cara. Non c’è bisogno di discuterne ancora. Ecco – prendi ciò che ti appartiene.»
Celia si sentì un tantino ferita. C’era una forte presunzione di superiorità in questa tolleranza puritana, che alla calma umanità di una sorella poco zelante riusciva a stento meno insopportabile di una persecuzione puritana.
«Ma come faccio a portare dei monili se tu, che sei la sorella maggiore, non li porterai mai?»
«No, Celia, questo significa chiedere troppo, che dovrei ornarmi di ninnoli per non metterti in imbarazzo. Se dovessi portare una collana come questa mi sentirei come se avessi fatto delle piroette. La terra mi girerebbe intorno e non saprei camminare.»
Celia aveva slacciato la collana e se l’era tolta. «Sarebbe un po’ troppo aderente per il tuo collo; un pendente ti starebbe meglio» disse con una certa soddisfazione. Che la collana, da ogni punto di vista, non si addicesse affatto a Dorothea rendeva Celia più felice nel prenderla. Lei stava aprendo alcuni astucci per anelli che scoprirono un meraviglioso smeraldo con diamanti, e proprio allora il sole, sbucando da una nuvola, mandò sul tavolo un fulgido bagliore.
«Che splendore queste pietre!» esclamò Dorothea, repentina come il bagliore, abbandonandosi a un fluire nuovo di sensazioni. «È straordinario come i colori sembrano penetrarti in profondità, come un profumo. Forse è per questo che nell’Apocalisse di san Giovanni le pietre preziose vengono usate come emblemi spirituali. Sembrano frammenti di paradiso. Penso che lo smeraldo sia più bello di qualunque altra.»
«E c’è un braccialetto che gli s’intona» aggiunse Celia. «Prima questo non l’avevamo notato.»
«Sono deliziosi» disse Dorothea, facendosi scivolare l’anello e il braccialetto al dito e al polso finemente torniti, e sollevandoli all’altezza degli occhi in direzione della finestra. Nel frattempo il suo pensiero cercava di giustificare il piacere che lei provava nei colori immergendoli nella sua mistica gioia religiosa.
«Questi dovrebbero piacerti, Dorothea» disse Celia, con voce un po’ incerta, cominciando a pensare stupita che sua sorella mostrava una certa debolezza, e anche che gli smeraldi si sarebbero intonati alla sua carnagione perfino meglio delle ametiste color porpora. «Devi tenere quell’anello e il braccialetto, se non altro. Ma guarda, queste agate sono molto graziose – e sobrie.»
«Sì! Mi terrò questi – quest’anello e il braccialetto» disse Dorothea. Poi, lasciando ricadere la mano sul tavolo, aggiunse con tono differente: «Eppure che gente infelice trova certe cose, e le lavora, e le vende!». Fece un’altra pausa, e Celia pensò che sua sorella stesse per rinunciare ai gioielli, come per coerenza avrebbe dovuto fare.
«Sì, cara, mi terrò questi» disse Dorothea con tono deciso. «Ma prendi pure tutto il resto, e il cofanetto.»
Riprese la matita senza spostare i gioielli, e continuando a guardarli. Pensò di tenerli spesso accanto a sé, per saziare la vista a quelle piccole sorgenti di colore puro.
«Li porterai quando c’è gente?» disse Celia, che la stava osservando con vera e propria curiosità per vedere ciò che avrebbe fatto.
Dorothea lanciò una rapida occhiata alla sorella. Al di là di ogni suo immaginario apprezzamento per quelli che amava, vi inseriva di quando in quando una critica sottile, non priva di una certa qualità mordace. Se mai Miss Brooke avesse raggiunto una dolcezza assoluta, non sarebbe certamente stato per mancanza di fuoco interiore.
«Può darsi» disse con fare altezzoso. «Non so dire fino a che punto potrò scendere in basso.»
Celia arrossì e si sentì a disagio: capì di avere offeso sua sorella, e non osò dire neppure qualcosa di carino per il dono dei gioielli che rimise nel cofanetto e portò via. Dorothea pure si sentì a disagio, mentre riprendeva a disegnare il suo progetto, riconsiderando la purezza dei propri sentimenti e di ciò che aveva detto nell’episodio che si era concluso con quella piccola esplosione.
Celia sentiva in coscienza di non avere sbagliato affatto: era del tutto naturale e legittimo che lei facesse quella domanda, e si ripeteva che Dorothea mancava di coerenza: avrebbe dovuto prendersi tutta la sua parte di gioielli, oppure, dopo ciò che aveva detto, avrebbe dovuto rinunciarvi completamente.
“Sono sicura – o almeno lo spero” pensò Celia “che portare una collana non interferirà con le mie preghiere. E non vedo perché dovrei essere vincolata dalle opinioni di Dorothea ora che stiamo per fare l’ingresso in società, benché ovviamente lei sì che dovrebbe esserne vincolata. Ma non sempre Dorothea è coerente.”
Così pensava Celia, curva in silenzio sul suo arazzo, finché non si sentì chiamare da sua sorella.
«Vieni qui, Kitty, vieni a vedere il mio progetto; mi convincerò di essere un grande architetto, se non avrò problemi nel sistemare scale e caminetti.»
Appena Celia si chinò sul foglio, Dorothea sfiorò lievemente la guancia contro il braccio della sorella. Celia comprese il gesto. Dorothea si era accorta di aver sbagliato, e Celia la perdonò. Per quanto potevano ricordare, c’era stata una mescolanza di atteggiamento critico e timore reverenziale nell’attitudine mentale di Celia nei confronti della sorella maggiore. La più giovane era sempre stata sottomessa al giogo; ma esiste una creatura aggiogata che sia priva delle sue opinioni personali?
II
«Dime, no ves aquel caballero que hacia nosotros viene sobre un caballo rucio rodado, que trae puesto en la cabeza un yelmo de oro?» «Lo que veo y columbro,» respondió Sancho, «no es sino un hombre sobre un asno pardo como el mío, que trae sobre la cabeza una cosa que relumbra.» «Pues ese es el yelmo de Mambrino,» dijo Don Quijote.
CERVANTES
«Non vedi quel cavaliere che viene verso di noi su un destriero leardo pomellato, e porta sul capo un elmetto d’oro?» «Ciò che vedo» rispose Sancho «non è che un uomo su un somaro grigio come il mio, che porta sul capo qualcosa di luccicante.» «Proprio così» rispose Don Chisciotte «e quell’oggetto luccicante è l’elmetto di Mambrino.»
«Sir Humphry Davy?» disse Mr Brooke mentre mangiava la minestra, col suo fare tranquillo e sorridente, raccogliendo l’affermazione di Sir James Chettam il quale aveva asserito che stava studiando la Chimica Agraria del Davy.6 «Bene, Sir Humphry Davy, quindi: anni fa sono stato a cena con lui da Cartwright, e c’era anche Wordsworth – Wordsworth il poeta, sapete. In verità fu una cosa abbastanza singolare. Ero a Cambridge quando c’era anche Wordsworth, e non lo avevo mai incontrato – e vent’anni dopo mi trovai a cena con lui da Cartwright. A volte accadono fatti inaspettati. Ma Davy era lì: anche lui era un poeta. O, come dire, Wordsworth era il poeta numero uno, e Davy il poeta numero due. E questo era vero in ogni senso, sapete.»
Dorothea si sentì un po’ più a disagio del solito. All’inizio della cena, essendo la comitiva poco numerosa e la stanza silenziosa, queste impurità provenienti dalla mente di un magistrato risuonarono in maniera troppo evidente. Si chiedeva come avrebbe potuto, un uomo del tipo di Mr Casaubon, sopportare simili banalità. Il suo atteggiamento, pensava, era molto dignitoso; l’aspetto dei capelli grigio ferro e le occhiaie profonde lo facevano somigliare al ritratto di Locke. Aveva l’aspetto smilzo e la carnagione pallida che si addicono a uno studioso; diverso più che mai dal florido tipo inglese con le basette rosse impersonato da Sir James Chettam.
«Sto leggendo la Chimica Agraria» disse questo eminente baronetto «perché intendo occuparmi personalmente di una delle mie fattorie, per vedere se non si possa fare qualcosa per instaurare un buon modello di conduzione agricola tra i miei affittuari. Approvate quest’idea, Miss Brooke?»
«Un grosso errore, Chettam,» interferì Mr Brooke «pensare di elettrificare la vostra tenuta e cose del genere, e di trasformare la vostra stalla in un salotto. Non servirà a nulla. Anch’io un tempo ho approfondito molto questi aspetti tecnici; ma mi sono accorto che non sarebbe servito a niente. Coinvolge tutto; non può tralasciare nulla. No, no... controllate che i vostri affittuari non si vendano la paglia, e cose di questo genere; e forniteli di tegole per il drenaggio, sapete. Ma la vostra utopica conduzione agricola non servirà a nulla – come capriccio è il più costoso; tanto vale tenere un branco di segugi.»
«Certo,» disse Dorothea «è meglio spendere denaro per cercare il modo in cui gli uomini possano sfruttare al massimo la terra che li sostenta tutti, piuttosto che allevare cani e cavalli soltanto per farli scorrazzare su di essa. Non è un peccato ridursi in povertà per fare esperimenti che vanno a vantaggio di tutti.»
Si espresse con maggiore vigore di quanto ci si aspetti da una ragazza così giovane, ma Sir James si era rivolto a lei. Lo faceva abitualmente, e lei aveva spesso pensato che avrebbe potuto indurlo a molte buone azioni quando fosse diventato suo cognato.
Mr Casaubon diresse lo sguardo su Dorothea in maniera assai evidente mentre questa parlava, e sembrò che la osservasse per la prima volta.
«Le giovinette non si intendono di economia politica, sapete» disse Mr Brooke, sorridendo verso Mr Casaubon. «Ricordo quando leggevamo tutti Adam Smith. Quello sì che è un libro, ora.7 Appresi tutte le nuove idee in una volta sola... perfettibilità umana, davvero. Ma alcuni dicono che la storia procede per cicli; e di questo si può certamente discutere; ne ho discusso io stesso. Il fatto è che la ragione umana può condurti un po’ troppo lontano – oltre il limite, in realtà. Mi ha condotto ben lontano un tempo; ma mi accorsi che non sarebbe servito a nulla. Mi fermai; mi fermai in tempo. Ma senza eccessivi sforzi. Sono sempre stato a favore di una piccola teoria: dobbiamo tenere fede alla Ragione; altrimenti saremo rigettati nel Medioevo. Ma a proposito di libri, c’è La guerra peninsulare di Southey.8 Lo sto leggendo al mattino. Conoscete Southey?»
«No» disse Mr Casaubon, senza seguire l’impetuoso ragionamento di Mr Brooke, e pensando soltanto al libro. «In questo momento non ho molto tempo a disposizione per questo genere di letture. Di recente mi sono logorato la vista per decifrare dei caratteri antichi; il fatto è che avrei bisogno di un lettore, la sera; ma sono piuttosto esigente in fatto di voci, e non sopporto di ascoltare un lettore imperfetto. È una sfortuna, per certi aspetti: mi nutro troppo di risorse interiori, vivo troppo con i morti. La mia mente è in un certo senso come lo spettro di un uomo del passato, che vaga per il mondo cercando di ricostruirlo mentalmente com’era, a dispetto della sua rovina e dei suoi sconcertanti mutamenti. Ma trovo necessario usare la massima attenzione per la mia vista.»
Questa era la prima volta che Mr Casaubon pronunciava un discorso di una certa lunghezza. Si espresse con chiarezza, quasi fosse stato invitato a fare una dichiarazione ufficiale; e l’accuratezza equilibrata e monotona delle sue parole, a tratti accompagnate da un movimento del capo, traeva tanto più rilievo dal contrasto con la frammentaria sciatteria del buon Mr Brooke. Dorothea pensò tra sé che Mr Casaubon era l’uomo più interessante che avesse mai conosciuto, non escluso persino Monsieur Liret, il pastore valdese che aveva tenuto delle conferenze sulla storia dei valdesi. Ricostruire un mondo passato, senza dubbio in funzione degli scopi più eccelsi della verità: quale ammirevole impresa essere in qualche modo presente, essere d’aiuto, anche solo reggendo il lume! Questo pensiero così elevato le fece dimenticare il disappunto di essere stata biasimata per la sua ignoranza dell’economia politica, quella scienza mai ben definita che veniva lanciata come un estintore su tutte le sue certezze.
«Ma a voi piace tanto cavalcare, Miss Brooke» trovò subito modo di dire Sir James. «Forse vi piacerebbe assaporare un po’ i piaceri della caccia. Vorrei che mi permetteste di inviarvi un cavallo sauro per provare. È stato addestrato per essere cavalcato da una donna. Sabato vi ho vista andare al piccolo galoppo per la collina su un cavallo non certo degno di voi. Il mio staffiere vi porterà Corydon ogni giorno, se soltanto vorrete compiacervi di farmi sapere a che ora.»
«Vi ringrazio, siete molto gentile. Ho intenzione di smettere di cavalcare. Non andrò mai più a cavallo» disse Dorothea, spinta a questa brusca decisione da un certo disappunto per essere stata distratta da Sir James mentre lei desiderava riservare tutta la sua attenzione a Mr Casaubon.
«No, questo è troppo crudele» disse Sir James con un tono di rimprovero che lasciava trasparire un profondo interesse. «Vostra sorella è incline all’autorepressione, non vi pare?» soggiunse, volgendosi verso Celia che sedeva alla sua destra.
«Penso di sì» disse Celia, timorosa di dire qualcosa che non risultasse gradito a sua sorella, e arrossendo al di sopra della collana con quanta più grazia è possibile. «Le piace imporsi delle privazioni.»
«Se ciò fosse vero, Celia, il mio sarebbe autocompiacimento, non autorepressione. Possono esserci invece delle buone ragioni per scegliere di non fare ciò che ci procura un intenso piacere» disse Dorothea.
Mr Brooke nel frattempo continuava a parlare, ma era evidente che Mr Casaubon stava osservando Dorothea, e lei ne era consapevole.
«Certamente» disse Sir James. «Voi ve ne private per qualche ragione nobile e generosa.»
«No, davvero, non esattamente. Non parlavo di me in questi termini» rispose Dorothea arrossendo. Al contrario di Celia, lei arrossiva di rado, e soltanto per rabbia o immensa gioia. In questo momento era furiosa con l’inopportuno Sir James. Ma perché non rivolgeva le sue attenzioni a Celia, e la lasciava ascoltare Mr Casaubon? Se soltanto quell’uomo così erudito parlasse, anziché lasciarsi sopraffare dalle parole di Mr Brooke, il quale proprio allora lo stava informando che o la Riforma aveva un senso oppure non lo aveva, che egli stesso era un protestante fin nel profondo del cuore, ma che il cattolicesimo era una realtà; e quanto a rifiutare un acro della propria terra per una cappella cattolica, tutti avevano bisogno del freno della religione che, per dirla francamente, rappresentava il terrore dell’aldilà.
«Un tempo ho fatto grossi studi di teologia» disse Mr Brooke, quasi a volere spiegare i profondi pensieri appena manifestati. «Conosco un po’ di ogni scuola. Conobbi Wilberforce9 nei suoi anni migliori. Conoscete Wilberforce?»
«No» disse Mr Casaubon.
«Bene, Wilberforce forse non era proprio un pensatore; ma se andassi al Parlamento, come mi è stato chiesto di fare, mi sederei al banco degli indipendenti, come fece Wilberforce, e mi dedicherei ad attività filantropiche.»
Mr Casaubon chinò il capo, e osservò che quello era un campo enormemente vasto.
«Sì,» disse Mr Brooke sorridendo pacatamente «ma io posseggo una documentazione. Ho cominciato tanto tempo fa a raccogliere documenti. Hanno bisogno di essere messi in ordine, tuttavia quando una questione mi ha colpito ho scritto a qualcuno e ho ricevuto una risposta. Ho una documentazione alle mie spalle. Ma a proposito, in che modo tenete in ordine i vostri documenti?»
«In un casellario, in parte» disse Mr Casaubon, con un’aria di tensione piuttosto allarmata.
«Oh, i casellari non fanno al caso mio. Li ho provati, ma avviene una gran confusione nei casellari: non so mai se una carta è alla A oppure alla Z.»
«Mi piacerebbe che mi consentissi di mettere ordine tra le tue carte, zio» disse Dorothea. «Le contrassegnerei tutte con una lettera, e poi farei un elenco degli argomenti sotto ciascuna lettera.»
Mr Casaubon abbozzò compunto un sorriso di approvazione, e disse a Mr Brooke: «Avete un’eccellente segretaria a portata di mano, come vedete».
«No, no» disse Mr Brooke, scuotendo la testa; «non posso permettere che le ragazze si immischino nei miei documenti. Le ragazze sono troppo sventate.»
Dorothea si sentì ferita. Mr Casaubon avrebbe pensato che suo zio aveva particolari motivi per esprimere questo giudizio, laddove l’osservazione era adagiata nella sua mente leggera come l’ala infranta di un insetto tra tutti gli altri frammenti, e un soffio di vento occasionale l’aveva fatta posare su di lei.
Quando le due ragazze rimasero sole nel salotto, Celia disse:
«È davvero brutto Mr Casaubon!»
«Celia! È uno degli uomini più distinti che abbia mai visto. Rassomiglia notevolmente al ritratto di Locke. Ha le stesse occhiaie profonde.»
«E Locke aveva quei due nei bianchi ricoperti di peli?»
«Oh, può darsi!, quando lo guardava gente di un certo tipo» disse Dorothea, indietreggiando appena.
«Mr Casaubon è così olivastro.»
«Tanto meglio. Immagino che ti piacciano gli uomini con la carnagione di un cochon de lait.»
«Dodo!» esclamò Celia, lanciandole un’occhiata piena di stupore. «Non ti avevo mai sentita fare un paragone simile prima d’ora.»
«Perché avrei dovuto farlo prima che se ne presentasse l’occasione? È un buon paragone: l’accostamento è perfetto.»
Miss Brooke stava chiaramente perdendo il controllo di sé, e Celia se ne accorse.
«Non capisco perché ti arrabbi, Dorothea.»
«Mi fa così pena, Celia, che tu debba guardare gli esseri umani come se fossero soltanto animali agghindati, e non vedere mai l’animo nobile nel viso di un uomo.»
«E Mr Casaubon ha un animo nobile?» Celia non si mostrò priva di un tocco di ingenua malizia.
«Sì, credo proprio di sì» disse Dorothea, con tono deciso. «Tutto ciò che vedo in lui corrisponde al suo trattato sulla cosmologia biblica.»
«Parla molto poco» disse Celia.
«Non c’è nessuno a cui possa rivolgersi.»
Celia pensò tra sé: “Dorothea disprezza proprio Sir James Chettam; sono convinta che lo accetterebbe”. Celia riteneva che ciò fosse un peccato. Non si era mai ingannata quanto all’oggetto dell’interesse del baronetto. A volte, in verità, aveva riflettuto che Dodo forse non avrebbe reso felice un marito che non condividesse la sua maniera di accostarsi alla realtà; e repressa in fondo al cuore aveva la sensazione che sua sorella fosse troppo religiosa per la serenità di una famiglia. Le sue idee e i suoi scrupoli erano come aghi sparsi, che ti facevano temere di camminare, o di sederti, o perfino di mangiare.
Quando Miss Brooke fu al tavolo del tè, Sir James venne a sedersi accanto a lei, non avendo percepito nel suo modo di rispondergli niente di offensivo. Perché avrebbe dovuto? Riteneva probabile che lui piacesse a Miss Brooke, e il comportamento degli altri deve essere davvero assai ben definito prima che esso cessi di essere interpretato attraverso preconcetti come fiducioso o diffidente. Ella era decisamente incantevole ai suoi occhi, ma ovviamente lui teorizzava un poco intorno alla propria devozione. Era un uomo di eccellenti qualità umane, e possedeva il pregio non comune di sapere che le proprie qualità, perfino se avesse dato a esse libero sfogo, non avrebbero cambiato nemmeno una virgola al mondo: per questo vagheggiava la prospettiva di una moglie a cui poter dire “Cosa dobbiamo fare?” riguardo a questo o quello; una moglie che potesse opportunamente aiutare il marito a cavarsi d’impiccio, e avesse anche le possibilità economiche per farlo. Quanto all’eccessiva devozione religiosa attribuita a Miss Brooke, egli aveva un’idea abbastanza indefinita della sua reale natura, e pensava che sarebbe svanita con il matrimonio. In breve, sentiva di essere innamorato della persona giusta, ed era pronto a sopportare una buona dose di predominio che, dopotutto, un uomo poteva sempre annullare quando voleva. Sir James non pensava di voler mai annullare il predominio di questa graziosa fanciulla, la cui intelligenza tanto lo attraeva. Perché no? L’intelletto di un uomo – per scarso che sia – ha sempre il vantaggio di essere mascolino, – così come la più piccola betulla è sempre superiore alla palma più slanciata – e perfino la sua ignoranza è di tipo più sensato. Potrebbe non essere stato Sir James a elaborare questa valutazione; ma una benigna Provvidenza fornisce alla personalità meno consistente, sotto forma di tradizione, un po’ di gomma o di amido.
«Oso sperare che vorrete rinunciare a essere così risoluta per ciò che riguarda il cavallo, Miss Brooke» disse il perseverante ammiratore. «Vi assicuro, cavalcare è il più salutare degli esercizi fisici.»
«Lo so bene» disse Dorothea freddamente. «Credo che a Celia farebbe bene – se lei volesse dedicarvisi.»
«Ma voi siete una cavallerizza così perfetta.»
«Scusatemi; ho fatto ben poca pratica, e sarei facilmente disarcionata.»
«Ma questo è un buon motivo per fare più pratica. Ogni moglie dovrebbe essere una cavallerizza perfetta, in modo da poter accompagnare suo marito.»
«Vedete quanto siamo diversi, Sir James. Io ho deciso che non è necessario che diventi una cavallerizza perfetta, e quindi non corrisponderei mai al vostro ideale di moglie.» Dorothea guardò diritto innanzi a sé, e parlò con un tono brusco e gelido, del tutto simile a quello di un bel ragazzo, in divertente contrasto con il tono affabile e premuroso del suo ammiratore.
«Mi piacerebbe conoscere le ragioni di questa crudele decisione. Non è possibile che riteniate sconveniente andare a cavallo.»
«È possibilissimo che lo ritenga sconveniente per me.»
«Oh, ma perché?» disse Sir James con un tenero accento di rimostranza.
Mr Casaubon si era avvicinato al tavolo con la tazza del tè in mano e stava ascoltando.
«Non è necessario indagare con tanta curiosità sulle motivazioni» intervenne col suo fare misurato. «Miss Brooke sa bene che esse s’indeboliscono nel momento in cui vengono verbalizzate: l’aroma si mescola con l’aria più pesante. È necessario tenere i semi in germinazione lontano dalla luce.»
Dorothea si colorì in viso per la contentezza, e sollevò lo sguardo pregno di riconoscenza verso l’interlocutore. Ecco un uomo che era in grado di comprendere l’intensità della vita interiore, e con il quale avrebbe potuto esserci una certa comunione spirituale; anzi, che poteva illuminare i principi morali con la più ampia conoscenza: un uomo il cui sapere si presentava quasi come una testimonianza di tutto ciò in cui egli credeva!
Le deduzioni di Dorothea potrebbero apparire esagerate; ma in verità la vita non avrebbe mai potuto continuare in nessun tempo se non fosse stato per questa generosa concessione di giungere alle conclusioni, che ha incoraggiato il matrimonio pur tra le difficoltà del mondo civile. Ha mai nessuno fatto pressione sull’estrema fragilità della ragnatela della conoscenza prematrimoniale?
«Certo» disse il buon Sir James. «Miss Brooke non è tenuta a dare motivazioni sulle quali preferirebbe tacere. Sono sicuro che le sue ragioni tornerebbero a suo vanto.»
Non era affatto geloso dell’interesse con cui Dorothea aveva rivolto lo sguardo verso Mr Casaubon: a lui non passava mai per la mente che una ragazza alla quale pensava di rivolgere una proposta di matrimonio potesse avere interesse per un arido topo di biblioteca sulla cinquantina, se non, forse, da un punto di vista religioso, come può accadere nei confronti di un ecclesiastico di una certa distinzione.
Tuttavia, visto che Miss Brooke aveva intrapreso una conversazione sul clero valdese con Mr Casaubon, Sir James si rivolse a Celia, e chiacchierò con lei di sua sorella; parlò di una casa in città, e chiese se a Miss Brooke dispiacesse Londra. Lontana da sua sorella, Celia chiacchierava con una certa facilità, e Sir James pensò tra sé che la seconda delle Miss Brooke era indubbiamente molto simpatica e anche graziosa, sebbene non più intelligente e sensata, come taluni sostenevano, della sorella maggiore. Sentiva di avere scelto quella che era in ogni senso la migliore; a ogni uomo, naturalmente, piace mirare a ottenere il meglio. Chi fingesse di non aspettarsi ciò sarebbe un autentico Mawworm10 degli scapoli.
III
Dite, o dea, cosa avvenne quando Raffaele,
L’affabile arcangelo...
Eva
Il racconto udì intenta, ed era piena
Di ammirazione e estasi profonda nell’udire
Di cose così elevate e inconsuete.
Paradiso perduto, VII
Se a Mr Casaubon fosse davvero accaduto di pensare a Miss Brooke come a una moglie a lui adeguata, le ragioni che avrebbero potuto indurla ad accettarlo erano già ben salde nella sua mente, e alla sera del giorno successivo quelle ragioni erano germogliate e fiorite. Infatti al mattino essi avevano avuto una lunga conversazione, mentre Celia, che non amava la compagnia dei nei e del colorito olivastro di Mr Casaubon, si era rifugiata al presbiterio per giocare con i bambini trasandati ma allegri del vicario.
Dorothea nel frattempo aveva scrutato in profondità nei segreti recessi della mente di Mr Casaubon, scorgendovi riflessa, in un’estensione vagamente labirintica, ogni qualità che ella stessa vi proiettava; gli aveva svelato gran parte della propria esperienza personale, e aveva compreso dalle sue parole la portata della sua grande opera, anch’essa di una affascinante estensione labirintica. Perché egli si era mostrato sapiente come “l’affabile arcangelo” di Milton; e in maniera alquanto simile a quella di un arcangelo le aveva raccontato come aveva deciso di dimostrare (cosa che in verità era stata tentata in passato, ma non con quell’accuratezza, obiettività di comparazione, e sistematicità a cui mirava Mr Casaubon) che tutti i sistemi mitici o gli erratici frammenti mitici del mondo non erano che corruzioni di una tradizione originaria. Una volta acquisita la giusta angolatura, ed essendosi fermamente radicato in essa, il campo sconfinato delle costruzioni mitiche era diventato comprensibile, o meglio, illuminato dalla luce riflessa delle corrispondenze. Ma giungere a delle conclusioni, in questa grande raccolta di verità, non era impresa facile o veloce. Le sue annotazioni già formavano un cospicuo numero di volumi, ma il compito finale sarebbe stato quello di sintetizzare questi ingenti risultati che ancora si andavano accumulando e di ridurli, come la più antica raccolta dei libri di Ippocrate, in modo che si potessero riporre in un piccolo scaffale. Nel fornire queste spiegazioni a Dorothea, Mr Casaubon si espresse pressappoco come avrebbe fatto al cospetto di uno studioso come lui, poiché non disponeva certo di due tipi di linguaggio differenti da usare a suo piacere: è vero che quando usava un’espressione in greco o in latino forniva sempre scrupolosamente il suo corrispondente in inglese, ma probabilmente lo avrebbe fatto in ogni caso. Un ecclesiastico erudito di provincia è abituato a pensare ai suoi conoscenti come a “signori, cavalieri, e altri nobili e uomini prestigiosi che conoscono il latino, ma non troppo”.
Dorothea fu altresì affascinata dall’ampio raggio di queste conoscenze. Ecco qualcosa che superava le secche di una tradizione letteraria creata in funzione di un insegnamento per le donne: ecco un Bossuet11 vivente, la cui opera avrebbe riconciliato la conoscenza più totale con la devozione religiosa; ecco un moderno Agostino che riuniva in sé i pregi dell’erudito e quelli del santo.
La santità non appariva di certo inferiore all’erudizione, poiché quando Dorothea fu sollecitata ad aprire il suo pensiero su certe tematiche di cui non poteva parlare con nessuno che avesse in precedenza incontrato a Tipton, riguardanti in special modo l’importanza secondaria delle forme ecclesiastiche e degli articoli di fede rispetto alla religione spirituale – quell’immersione dell’io in comunione con la perfezione divina che le sembrava fosse espressa nei migliori testi del cristianesimo di epoche assai remote –, trovò in Mr Casaubon un ascoltatore che la capiva all’istante, che poteva assicurarle di condividere quell’opinione quando essa fosse opportunamente temperata da una saggia ortodossia, ed era in grado di citarle esempi storici a lei prima sconosciuti.
“Il suo pensiero corre all’unisono con il mio,” si ripeteva Dorothea “o meglio, il suo pensiero comprende un intero universo di cui il mio non è che un misero, piccolissimo riflesso. E pure i suoi sentimenti, la sua intera esperienza – che lago a confronto con il mio piccolo stagno!”
Miss Brooke non era meno pronta delle altre giovinette della sua età nel trarre conclusioni dalle parole o atteggiamenti. I segni sono piccole cose misurabili, ma le interpretazioni sono infinite, e nelle ragazze di indole dolce e passionale ogni segno riesce a fare apparire lo stupore, la speranza, la fiducia, smisurati come il cielo e colorati da una piccola quantità di materia in forma di conoscenza. Non sempre queste illusioni vengono deluse in maniera troppo grossolana; giacché lo stesso Sinbad può essere incorso per caso in una descrizione veritiera, e una maniera errata di ragionare talvolta porta i poveri mortali a conclusioni esatte: partendo da un punto abbastanza lontano dalla verità, e procedendo attraverso svolte e zigzag, di tanto in tanto arriviamo proprio dove avremmo dovuto. Se Miss Brooke era affrettata nel concedere la sua fiducia, ciò non significa che Mr Casaubon non la meritasse.
Egli si trattenne un po’ di più di quanto avesse previsto, in parte pressato dall’insistenza di Mr Brooke che non gli offriva altre attrattive se non i propri documenti sugli episodi di distruzione delle macchine e di incendio delle biche.12 Mr Casaubon fu chiamato nella biblioteca per guardare questi documenti che vi erano ammucchiati, mentre il suo ospite ne prese ora l’uno ora l’altro per leggerne dei brani ad alta voce con fare incerto e saltando alcune parti, passando da un brano non terminato a un altro con un “Sì, quindi, ma ecco!”, e infine accantonandoli tutti per aprire il diario dei suoi viaggi giovanili nel continente.
«Guardate qui – c’è tutto sulla Grecia, Rhamnus, le rovine di Rhamnus – voi siete un grande ellenista. Non so se vi siete mai dedicato allo studio della topografia. Ho impiegato un tempo interminabile per interpretare queste cose – l’Elicona, ecco. Ecco qui! – “Partimmo il mattino seguente alla volta del Parnaso, le cime gemelle del Parnaso”. Tutto questo volume è dedicato alla Grecia, sapete» concluse Mr Brooke, facendo scorrere il pollice trasversalmente lungo il bordo dei fogli e tenendo il libro in evidenza.
Mr Casaubon costituiva un pubblico dignitoso ma assai triste; si inchinava al momento giusto, e per quanto era possibile evitava di guardare i documenti, senza però mostrare impazienza o disinteresse; consapevole del fatto che questa mancanza di metodo faceva parte delle istituzioni di provincia, e che l’uomo che conduceva la sua mente attraverso questa folle corsa era non solo un ospite amabile, ma anche un proprietario terriero e un custos rotulorum. La sua capacità di sopportazione derivava forse anche dal pensiero che Mr Brooke era lo zio di Dorothea?
Di sicuro pareva sempre più risoluto a farla parlare, a indurla a fargli delle confidenze, come Celia considerava tra sé; e mentre la guardava, il suo viso spesso si illuminava di un sorriso simile al pallido sole d’inverno. La mattina seguente, prima di partire, passeggiando piacevolmente con Miss Brooke lungo la spianata ricoperta di ghiaia, le aveva rivelato che egli sentiva il peso della solitudine, il bisogno di quella gioiosa compagnia della gioventù che riesce ad alleviare e illuminare le pesanti fatiche della maturità. E aveva pronunciato questa affermazione con l’accurata precisione di un inviato diplomatico che è già sicuro del successo delle sue parole. Mr Casaubon, in verità, non si aspettava mai di dover ripetere o riesaminare le sue informazioni di ordine pratico o personale. Di solito riteneva che fosse sufficiente rievocare le preferenze deliberatamente indicate il 2 ottobre citando semplicemente quella data; giudicava col metro della sua memoria, che era un volume in cui un vide supra poteva essere sufficiente a sostituire delle ripetizioni, e non il solito blocchetto di carta assorbente più volte usata che rievoca soltanto scritture ormai dimenticate. Ma in questo caso la sicurezza di Mr Casaubon non rischiava di rimanere delusa, perché Dorothea ascoltava e assorbiva le sue parole con l’avido interesse di una giovane inesperta per la quale ogni nuova esperienza segna una tappa assai importante.
Erano le tre di una splendida giornata d’autunno, leggermente ventilata, quando Mr Casaubon ripartì per il suo rettorato di Lowick, situato ad appena cinque miglia da Tipton; e Dorothea, che aveva indossato lo scialle e il cappellino, corse lungo la siepe attraversando il parco fino al limite del bosco, dove poteva vagare liberamente senz’altra compagnia che quella di Monk, il grosso cane sanbernardo che proteggeva sempre le ragazze durante le loro passeggiate. Era balenata dinanzi ai suoi occhi la visione di un possibile futuro al quale ambiva con trepida speranza, e desiderava continuare a vagare senza posa in quel chimerico futuro. Camminava in fretta nell’aria frizzante; il colorito le salì alle guance e il suo cappellino di paglia (che la gente di oggi potrebbe guardare con curiosità mista a stupore per la sua inconsueta forma di cestino) le scivolò leggermente indietro. Forse la sua descrizione non risulterebbe completa se si omettesse di dire che portava i capelli scuri a treccia tirati sul capo e raccolti sulla nuca, tanto da porre in risalto i contorni del viso in una maniera che risultava audace per un’epoca in cui il gusto corrente esigeva che si dissimulasse la sottigliezza dei tratti naturali sotto alte barriere di riccioli e fiocchi, mai superate da nessun’altra grande razza eccetto quella dei Figiani.13 Era un segno dell’ascetismo di Miss Brooke. Ma non c’era nulla di ascetico nell’espressione dei suoi grandi occhi lucenti mentre guardava dinanzi a sé senza vedere, e assorbiva nell’intensità della sua anima lo splendore solenne del pomeriggio, con i suoi lunghi squarci di luce tra i lontani filari di tigli le cui ombre si toccavano a vicenda.
Tutti, giovani o vecchi (vale a dire, tutta la gente di quell’epoca precedente alla Riforma), l’avrebbero trovata interessante se avessero attribuito il bagliore dei suoi occhi e delle guance alle consuete immagini di un amore giovanile appena risvegliatosi: le illusioni di Cloe nei confronti di Strefone sono state consacrate a sufficienza nella poesia, così come dovrebbe esserlo la bellezza commovente di ogni fiducia spontanea. L’adorazione di Miss Pippin per il giovane Pumpkin, i suoi sogni di un lungo avvenire di vita in comune avevano dato origine a un piccolo dramma che non aveva mai stancato i nostri padri e le nostre madri, ed era stato presentato in ogni versione. Se almeno Pumpkin avesse avuto una figura così ben fatta da sopportare gli svantaggi della marsina a vita alta, ognuno avrebbe trovato non solo naturale, ma indispensabile allo sviluppo della natura femminile, che un’amabile giovinetta fosse a un tempo convinta della sua forza morale, delle sue facoltà eccezionali, e soprattutto della sua completa sincerità. Ma forse nessuno allora – e certamente nessuno nel circondario di Tipton – avrebbe condiviso i sogni di una ragazza la cui concezione del matrimonio prendeva forma esclusivamente da un entusiasmo esaltato per gli scopi della vita, un entusiasmo che era illuminato essenzialmente dal suo stesso fuoco e non includeva né le raffinatezze del trousseau, o il disegno del vasellame, e neppure gli onori e le dolci gioie della futura madre di famiglia.
Nella mente di Dorothea si era ormai insinuato il pensiero che Mr Casaubon potesse desiderare di sposarla, e l’idea che lo avrebbe fatto la riempiva di una sorta di gratitudine reverenziale. Com’era generoso da parte sua – anzi, sarebbe stato quasi come se un messaggero alato si fosse all’improvviso fermato sul suo sentiero e le avesse teso la mano! Da tempo era oppressa dall’incertezza che incombeva nella sua mente, simile a una pesante nebbia estiva, sul desiderio di rendere più utile la propria vita. Cosa poteva fare, cosa avrebbe dovuto fare? – lei, poco più di una donna in boccio, ma con una coscienza attiva e grandi esigenze intellettuali, che non potevano essere soddisfatte da un tipo di istruzione per ragazze paragonabile ai rosicchiamenti e alle opinioni di un sorcio chiacchierone. Se avesse avuto una certa dose di stupidità e di presunzione, avrebbe potuto pensare che una giovane cristiana con ampie possibilità economiche dovesse ricercare il suo ideale di vita nelle opere di carità del villaggio, nella protezione delle fasce più basse del clero, nell’attenta lettura dei Personaggi femminili delle Scritture,14 che rivela l’esperienza personale di Sara nell’Antico Testamento e quella di Dorcade nel Nuovo, e nella cura della propria anima mentre era china sul ricamo nel suo boudoir – con la prospettiva di sposare un uomo per il quale, se fosse stato meno rigoroso di lei perché impegnato in affari incomprensibili da un punto di vista religioso, si potesse pregare, e lo si potesse di tanto in tanto ammonire. Un appagamento di tal genere, per la povera Dorothea, era impensabile. L’intensità della sua inclinazione religiosa, la pressione che essa esercitava sulla sua vita, non erano che uno degli aspetti della sua natura a un tempo passionale, teoretica, e logica: e con un temperamento di tal fatta, che si dibatteva nelle strettoie di un’istruzione limitata, condizionata da una vita sociale che non sembrava altro che un labirinto di futili percorsi, un dedalo chiuso di piccoli sentieri che non portavano in nessuna direzione, non poteva che sorprendere gli altri con atteggiamenti che sarebbero stati giudicati esagerati e incoerenti. Desiderava acquisire una conoscenza perfetta di ciò che le sembrava il meglio; e non vivere in una simulata accettazione di regole che non venivano mai poste in discussione. Tutta la sua passione giovanile si era fino allora riversata in questa avidità spirituale; l’unione che la attraeva era quella che l’avrebbe liberata dalla sua sottomissione infantile alla propria ignoranza, e le avrebbe dato la libertà di obbedire volontariamente a una guida che l’avrebbe condotta lungo i sentieri più elevati.
“Quante cose imparerei allora” si diceva camminando in fretta lungo la pista che attraversava il bosco. “Dovrei fare degli studi per poterlo aiutare meglio nelle sue grandi opere. Non ci sarebbe nulla di futile nella nostra vita. Le banalità quotidiane assumerebbero per noi il valore delle cose più sublimi. Sarebbe come sposare Pascal. Imparerei a vedere la verità sotto la stessa luce in cui l’hanno contemplata i grandi uomini. E allora saprei come impiegare la mia vecchiaia: capirei com’era possibile condurre una vita nobile qui – oggi – in Inghilterra. Al momento non posseggo alcuna certezza sulla buona qualità del mio operare: in ogni mia impresa mi sembra di compiere una missione per un popolo di cui ignoro la lingua; – a meno che non si tratti di fare costruire delle case adeguate – in questo non ci può essere alcun dubbio. Oh, spero di poter procurare delle case adeguate per la gente di Lowick! Disegnerò tanti progetti finché ne avrò il tempo.”
All’improvviso Dorothea si interruppe rimproverandosi per il modo presuntuoso con cui faceva affidamento su eventi incerti, ma ogni sforzo di imprimere una direzione differente ai suoi pensieri le fu risparmiato dall’apparizione, a una svolta della strada, di un cavaliere lanciato al piccolo galoppo. Il cavallo sauro ben strigliato e i due bellissimi setter non lasciavano dubitare che il cavaliere fosse Sir James Chettam. Scorse Dorothea, smontò da cavallo in un baleno e, dopo averlo affidato al suo staffiere, avanzò verso di lei con qualcosa di bianco sul braccio che faceva abbaiare i due setter con grande eccitazione.
«Che piacere incontrarvi, Miss Brooke» disse togliendosi il cappello e mostrando i capelli biondi morbidamente ondulati. «Non speravo di avere la gioia di vedervi così presto.»
Miss Brooke si infastidì a questa interruzione. Questo amabile baronetto, un marito davvero appropriato per Celia, esagerava il bisogno di rendersi simpatico alla maggiore delle sorelle. Persino un possibile futuro cognato può rivelarsi oppressivo se presuppone sempre di intendersi con voi alla perfezione e di essere d’accordo quando lo si contraddice. Il pensiero che egli avesse commesso l’errore di farle la corte non riusciva a prendere forma: riflessioni d’altro genere le assorbivano la mente. Ma in quel momento era senza dubbio importuno, e le sue mani piene di fossette risultavano davvero sgradevoli. L’irritazione provocata in lei la fece arrossire intensamente quando con fare alquanto altezzoso ricambiò il suo sguardo.
Sir James interpretò l’accresciuto rossore nella maniera per lui più gratificante, e pensò che non aveva mai visto Miss Brooke così bella.
«Ho portato un piccolo postulante,» disse «o meglio, l’ho portato per vedere se riceverà la vostra approvazione prima che la sua petizione venga avanzata.» Mostrò l’oggetto bianco che aveva sotto il braccio, che era un grazioso cucciolo maltese, uno dei più semplici giocattoli della natura.
«Mi fa pena la vista di queste creature che vengono allevate soltanto per servire da trastullo» disse Dorothea la cui opinione (come sempre accade) si andava formando in quel preciso momento sotto la spinta dell’irritazione.
«Oh, ma perché?» disse Sir James, mentre continuavano a camminare.
«Sono convinta che tutte le moine che facciamo loro non le rendono felici. Sono troppo indifese: le loro vite sono troppo fragili. Una donnola o un topo che si procura il cibo da sé è più interessante. Mi piace pensare che gli animali che ci circondano hanno un’anima non molto differente dalla nostra, e possono provvedere a se stessi oppure farci compagnia, come Monk per esempio. Quelle creature sono dei parassiti.»
«Sono veramente lieto di sapere che non vi piacciono» disse il buon Sir James. «Non li alleverei mai per me, ma le donne di solito vanno pazze per questi cani maltesi. Tieni, John, prendi questo cane, ti dispiace?»
Il cucciolo in questione, il cui naso e gli occhi erano egualmente neri ed espressivi, fu quindi accantonato, visto che Miss Brooke decise che sarebbe stato meglio se non fosse nato. Pensò tuttavia che fosse necessario spiegarsi.
«Non dovete giudicare i sentimenti di Celia dai miei. Penso che a lei piacciono questi cuccioli. Una volta aveva un piccolo terrier a cui era molto affezionata. Mi metteva a disagio, perché avevo paura di calpestarlo. Io sono un po’ miope.»
«Avete un’opinione personale su ogni cosa, Miss Brooke, ed è sempre una buona opinione.»
Quale risposta era possibile dare a un complimento così stupido?
«Sapete, vi invidio per questo» proseguì Sir James, mentre continuavano a camminare al passo piuttosto svelto di Dorothea.
«Non capisco bene cosa intendete dire.»
«La vostra capacità di formarvi un’opinione. Io riesco a formarmi delle opinioni sulle persone. So quando la gente mi piace. Ma, vedete, per le altre questioni spesso ho difficoltà a decidere. Si sentono dire cose molto sensate da punti di vista opposti.»
«Oppure che appaiono sensate. Forse non sempre si riesce a distinguere tra cose sensate e sciocchezze.»
Dorothea si accorse di essere un po’ brusca.
«Esattamente» disse Sir James. «Ma sembra che voi abbiate la capacità di discernere.»
«Al contrario, sono spesso incapace di decidere. Ma questo deriva dall’ignoranza. La conclusione esatta è sempre lì, anche se non sono in grado di vederla.»
«Credo che ci siano poche persone in grado di vederla più prontamente. Sapete, Lovegood ieri mi diceva che possedete la miglior competenza del mondo per mettere a punto un progetto di case – davvero sorprendente per una ragazza, pensava. Per usare la sua espressione, avete un vero e proprio genus. Diceva che volevate convincere Mr Brooke a costruire un nuovo gruppo di case, ma sembrava ritenere poco probabile che vostro zio vi acconsentisse. Sapete, questa è una delle cose che desidererei fare – nella mia tenuta, voglio dire. Sarei tanto felice di realizzare quel vostro progetto, se mi permetteste di esaminarlo. Ovviamente è un investimento a fondo perduto; ecco perché la gente vi si oppone. I contadini non potranno mai pagare l’affitto per farlo fruttare. Ma, dopotutto, vale la pena farlo.»
«Vale la pena! ma certo» disse Dorothea con tono energico, dimenticando le sue piccole precedenti contrarietà. «Meriteremmo di essere cacciati via dalle nostre splendide case a colpi di frusta – tutti noi che lasciamo vivere gli affittuari in stamberghe come quelle che vediamo intorno a noi. La vita nelle case di campagna potrebbe essere più felice della nostra se esse fossero delle vere case, adatte a esseri umani dai quali ci aspettiamo doveri e devozione.»
«Volete mostrarmi il vostro progetto?»
«Sì, certo. Senza dubbio è molto carente. Ma ho esaminato tutti i progetti per le case di campagna del libro di Loudon,15 e ho scelto quelli che sembrano i migliori. Oh, come sarebbe bello applicare qui quel modello! Penso che al posto di Lazzaro alla porta dell’avaro, dovremmo metterci le stamberghe che si ergono fuori del recinto dei nostri parchi.»
Dorothea ora aveva ritrovato il suo buonumore. Sir James, suo cognato, che costruiva case modello nella sua tenuta, e poi forse, altre ne sarebbero state costruite a Lowick, e tante altre ancora altrove sulla loro scia... sarebbe come se lo spirito di Oberlin16 fosse passato su quelle parrocchie per rendere più bella la vita dei poveri!
Sir James esaminò tutti i progetti, e ne portò via uno per discuterlo con Lovegood. Se ne andò riportando anche l’impressione piacevole di avere fatto grandi progressi nella stima di Miss Brooke. Il cucciolo maltese non fu offerto a Celia; un’omissione a cui più tardi Dorothea pensò con sorpresa, e se ne attribuì la colpa. Aveva assorbito l’attenzione di Sir James. Dopotutto, era un sollievo che non ci fosse nessun cucciolo da calpestare.
Celia aveva assistito all’esame dei progetti, e aveva osservato l’illusione di Sir James. “Crede che Dodo si interessi a lui, mentre a lei interessano soltanto i suoi progetti. Eppure non sono certa che lo rifiuterebbe se fosse convinta che le lascerebbe dirigere tutto e realizzare tutte le sue idee. E come sarebbe a disagio Sir James! Io non sopporto le idee.”
Era un privilegio segreto di Celia quello di indulgere in questa avversione. Non osava confessarla apertamente a sua sorella perché avrebbe significato dimostrare di essere in conflitto, in un modo o nell’altro, con tutto ciò che c’è di buono. Ma al momento giusto aveva un modo indiretto di far pesare il suo giudizio negativo su Dorothea, e di farla retrocedere dal suo entusiasmo stravagante ricordandole che la gente la guardava ad occhi spalancati ma non la stava ad ascoltare. Celia non era impulsiva: ciò che aveva da dire poteva aspettare, e usciva sempre dalle sue labbra con la stessa tranquilla serenità di uno staccato. Quando la gente parlava con enfasi e vigore, lei osservava semplicemente i loro volti e i lineamenti. Non riusciva mai a comprendere come delle persone ben educate acconsentissero a cantare e ad aprire la bocca nella maniera ridicola richiesta da quell’esercizio vocale.
Non passarono molti giorni prima che Mr Casaubon facesse una visita mattutina, durante la quale fu invitato ancora a pranzo e a trascorrere lì la notte la settimana successiva. Così Dorothea ebbe altri tre colloqui con lui, e si convinse che le sue prime impressioni si erano rivelate giuste. Egli corrispondeva all’immagine che si era creata fin dal primo momento: quasi tutto ciò che aveva detto somigliava a un campione preso da una miniera, o all’iscrizione sulla porta di un museo che potrebbe dischiudersi sui tesori di epoche remote; e questa fiducia nella sua ricchezza intellettuale agiva con tanta più efficacia e profondità su Dorothea perché era chiaro, ora, che le sue visite venivano fatte per amor suo. Questo uomo colto accondiscendeva a occuparsi di una giovinetta e a prendersi la briga di parlarle non con dei complimenti assurdi, ma facendo appello alla sua intelligenza, e talvolta correggendola per istruirla meglio. Che compagnia deliziosa. Mr Casaubon sembrava perfino non accorgersi dell’esistenza delle cose più banali, e non praticava mai quella conversazione frivola, tipica degli uomini grossolani, che risulta gradevole quanto una vecchia torta nuziale che conserva l’odore della credenza dalla quale proviene. Parlava di ciò che gli interessava, oppure taceva e chinava il capo con mesta cortesia. Per Dorothea questa era adorabile sincerità, e religioso distacco da quell’artificiosità che logora lo spirito negli sforzi della finzione. Perché guardava all’elevatezza religiosa di Mr Casaubon, di certo superiore alla sua, con tanta reverenza quanto ne riservava al suo intelletto e alla sua erudizione. Egli approvava la devozione religiosa di Dorothea e la sua maniera di esprimerla, spesso aggiungendovi una citazione appropriata; ammetteva di essere passato anche lui attraverso qualche crisi di coscienza, in gioventù; in breve, Dorothea capiva di potere contare sulla sua comprensione e sulla sua guida. In uno – uno soltanto – dei suoi temi preferiti lei rimase delusa. Era evidente che a Mr Casaubon non importava nulla della costruzione delle case di campagna, e sviava la conversazione verso le abitazioni estremamente anguste che avevano caratterizzato le dimore degli antichi egiziani, quasi volesse porre un freno all’eccessivo miglioramento della vita dei poveri. Quando fu partito, Dorothea si soffermò a pensare con una certa inquietudine a questa indifferenza; e la sua mente si sforzò di trovare delle ragioni derivanti dalle differenti condizioni climatiche che modificano le esigenze umane, e dalla malvagità riconosciuta dei despoti pagani. Perché non avrebbe dovuto far valere queste ragioni con Mr Casaubon, al suo ritorno? Ma un’ulteriore riflessione le suggerì che era presuntuoso richiedere la sua attenzione su un argomento di tal genere; lui non avrebbe disapprovato che se ne occupasse nei suoi momenti liberi, così come altre donne si occupavano degli abiti e dei ricami – non glielo avrebbe impedito quando... Dorothea provò un po’ di vergogna nel sorprendersi in queste congetture. Ma suo zio era stato invitato a trascorrere un paio di giorni a Lowick: era credibile supporre che Mr Casaubon si compiacesse della compagnia di Mr Brooke fine a se stessa, con o senza documenti?
Nel frattempo quel lieve disappunto le aveva fatto apprezzare ancora di più la disponibilità di Sir James Chettam ad attuare quei miglioramenti che lei desiderava. Egli veniva molto più spesso di Mr Casaubon, e Dorothea cessò di trovarlo importuno, visto che mostrava di avere preso la cosa tanto a cuore; era infatti già penetrato con molto senso pratico nelle stime di Lovegood, e si era rivelato di una dolcezza affascinante. Lei propose di costruire un paio di case, e di trasferirvi due famiglie dai loro vecchi tuguri, che in seguito potevano essere demoliti per lasciare spazio alla costruzione di nuove case. Sir James disse: «Esattamente», e lei sopportò la parola senza battere ciglio.
Certo questi uomini che avevano così scarse idee personali avrebbero potuto diventare dei membri molto utili della società sotto la buona guida di una donna, se fossero stati fortunati nella scelta delle loro cognate! È difficile dire se Dorothea non si ostinava forse volontariamente nell’ignorare che c’era in ballo un altro tipo di scelta che la riguardava direttamente. Ma proprio allora la sua vita era piena di speranza e di attività: non pensava solo ai suoi progetti, ma cercava anche dei libri istruttivi nella biblioteca e si affrettava a leggere molto (così da potere essere un po’ meno ignorante nel conversare con Mr Casaubon), abbandonandosi per tutto il tempo a un esame di coscienza; si domandava se forse non esaltava oltre misura queste piccole azioni e le contemplava con quell’autocompiacimento che è l’ultimo rifugio dell’ignoranza e della stoltezza.
IV
PRIMO GENTILUOMO
Le nostre azioni sono catene che noi stessi
forgiamo.
SECONDO GENTILUOMO
Ahimè, com’è vero: ma penso che sia il mondo
A fornirne il metallo.
«Sir James sembra deciso a fare tutto ciò che desideri» disse Celia, mentre tornavano in carrozza verso casa dopo avere ispezionato la nuova zona edificabile.
«È una brava persona, e più sensata di quanto si possa immaginare» disse Dorothea, senza pensarci troppo.
«Vuoi dire che ha l’aria di uno sciocco.»
«No, no,» disse Dorothea riprendendosi e poggiando per un istante la mano su quella della sorella «ma non parla di tutti gli argomenti con la stessa competenza.»
«Direi che nessuno lo fa, a parte le persone antipatiche» disse Celia, col suo solito fare da gattina. «Dev’essere terribile vivere con loro. Solo a pensarci!, a colazione, e sempre.»
Dorothea rise. «Oh, Kitty, sei una creatura meravigliosa!» Tirò un pizzicotto al mento di Celia, disposta a trovarla, in quel momento, assai attraente e deliziosa, adatta a essere per il futuro un eterno cherubino e, se si potesse dirlo senza peccare, non molto più bisognosa di redenzione di uno scoiattolo. «Ovviamente non è necessario che le persone parlino sempre bene. È solo che si riconosce la qualità della loro intelligenza quando si sforzano di parlare bene.»
«Vuoi dire che Sir James si sforza di farlo e non vi riesce.»
«Parlavo in termini generali. Perché mi fai tante domande su Sir James? Lo scopo della sua vita non è quello di piacere a me.»
«Andiamo, Dodo, lo credi davvero?»
«Sicuro. Vede in me una futura cognata – ecco tutto.» Dorothea non aveva mai fatto queste allusioni prima d’ora, aspettando, per quella certa reticenza su tali argomenti che era reciproca tra le due sorelle, che il discorso venisse introdotto da qualche evento decisivo. Celia arrossì, ma subito rispose:
«Ti prego, non indugiare più in questo errore, Dodo. Mentre Tantripp mi spazzolava i capelli, l’altro giorno, disse che il domestico di Sir James aveva saputo dalla cameriera di Mrs Cadwallader che Sir James avrebbe sposato la maggiore delle Miss Brooke.»
«Come puoi permettere che Tantripp ti racconti simili pettegolezzi, Celia?» disse Dorothea, indignata, e tanto più contrariata perché alcuni dettagli sopiti nella sua memoria venivano ora risvegliati per confermare questa sgradita rivelazione. «Devi averle fatto delle domande. È vergognoso.»
«Non vedo proprio cosa ci sia di male nel fatto che Tantripp parli con me. È meglio sentire cosa dice la gente. Vedi in quali errori incorri per fidarti soltanto delle tue idee. Sono del tutto certa che Sir James intende chiedere la tua mano; è convinto che lo accetterai, soprattutto perché ti sei mostrata così soddisfatta dei tuoi progetti. E lo zio pure – so che se lo aspetta. A nessuno è sfuggito che Sir James è molto innamorato di te.»
La reazione prodotta nella mente di Dorothea fu così forte e dolorosa che le lacrime le riempirono gli occhi e sgorgarono copiose. Tutti i suoi amati progetti crollarono, e pensò con disgusto al fatto che Sir James immaginasse che lei lo considerava un suo pretendente. Era irritata anche nei confronti di Celia.
«Come ha potuto pensarlo?» esclamò con tutto l’impeto di cui era capace. «Non siamo mai stati della stessa opinione tranne che per le case di campagna: prima mi sono mostrata soltanto cortese con lui.»
«Ma da quel momento sei stata così gentile che ha cominciato a convincersi che lo amavi.»
«Amarlo, Celia! Come puoi usare delle espressioni così odiose?» disse Dorothea con tono irato.
«Dio mio, Dorothea, penso che sarebbe giusto amare la persona che si è scelta come marito.»
«Trovo offensivo nei miei riguardi dire che Sir James possa pensare che io l’ami. Oltretutto, non è la parola giusta per il sentimento che devo provare nei confronti dell’uomo che sposerei.»
«Bene, mi dispiace per Sir James. Ho pensato che fosse giusto dirtelo perché procedevi come fai sempre tu, senza mai guardare dove ti trovi esattamente, e percorrendo sentieri sbagliati. Vedi sempre ciò che non vede nessun altro; è impossibile convincerti; eppure non vedi mai ciò che è davvero evidente. Sei fatta così, Dodo.» Qualcosa certamente conferiva a Celia un insolito coraggio; e non risparmiava nulla alla sorella di cui talvolta aveva un gran timore. Chi può dire quali giuste critiche il Gatto Murr può fare circolare su di noi esseri superiori?
«È molto triste» disse Dorothea sentendosi colpita. «Non potrò più occuparmi delle case di campagna. Dovrò mostrarmi scortese con lui. Dovrò dirgli che non voglio avere più nulla a che fare con esse. È molto triste.» Gli occhi le si riempirono nuovamente di lacrime.
«Aspetta un po’. Riflettici. Sai che starà via un giorno o due per andare a trovare sua sorella. Non ci sarà nessuno tranne Lovegood.» Celia non poté fare a meno di intenerirsi. «Povera Dodo» continuò con la sua amabile voce da staccato. «È molto duro: è il tuo passatempo preferito quello di disegnare progetti.»
«Un passatempo! Pensi che le case dei miei simili mi importino soltanto in quella maniera infantile? Posso benissimo sbagliarmi. Come si può mai fare nulla di nobile e di cristiano, vivendo tra persone con pensieri così meschini?»
Non si dissero più nulla: Dorothea era troppo irritata per riacquistare la calma e mostrare di riconoscere il suo errore. Era piuttosto incline ad accusare l’insopportabile limitatezza e la coscienza miope della società che la circondava: e Celia non era più l’eterno cherubino, ma una spina nel cuore, una scettica bianco rosa, peggiore di ogni presenza scoraggiante nel Viaggio del pellegrino.17 Un passatempo disegnare dei progetti! Che valore aveva la vita, quale grande fede era possibile conservare quando la portata delle proprie azioni poteva essere ridotta a simili aride sciocchezze? Quando scese dalla carrozza le sue guance erano pallide e le palpebre rosse. Era l’immagine del dolore, e suo zio, che le andò incontro nel vestibolo, si sarebbe allarmato se Celia non le fosse stata accanto con un’aria così graziosa e tranquilla che all’istante egli dedusse che le lacrime di Dorothea traevano origine dalla sua eccessiva religiosità. Era tornato, durante la loro assenza, da un viaggio nel capoluogo della contea fatto per presentare una petizione di grazia in favore di un condannato.
«Bene, mie care,» disse con fare affettuoso, mentre gli si avvicinavano per baciarlo «spero che non sia accaduto nulla di spiacevole durante la mia assenza.»
«No, zio,» disse Celia «siamo state a Freshitt per vedere le case di campagna. Pensavamo che saresti rientrato per l’ora di colazione.»
«Sono passato da Lowick, dove ho fatto colazione – non sapevate che venivo da Lowick. E ho portato un paio di opuscoli per te, Dorothea – sai, nella biblioteca; sono sul tavolo della biblioteca.»
Sembrò che una corrente elettrica attraversasse Dorothea, facendola passare dalla disperazione alla speranza. Erano degli opuscoli sulla Chiesa antica. L’oppressione causata da Celia, Tantripp e Sir James scomparve, e lei si diresse subito verso la biblioteca. Celia andò su. Mr Brooke fu trattenuto da un messaggio, ma quando rientrò nella biblioteca trovò Dorothea seduta e già immersa nella lettura di uno degli opuscoli, che aveva al margine delle annotazioni manoscritte da Mr Casaubon, mentre ne assorbiva il contenuto con la stessa avidità con la quale avrebbe aspirato il profumo di un bouquet fresco dopo una passeggiata arida, faticosa e noiosa.
Si stava allontanando da Tipton e Freshitt, e dalla sua triste tendenza a percorrere sentieri sbagliati sulla strada per la Nuova Gerusalemme.
Mr Brooke si mise a sedere nella sua poltrona, allungò le gambe verso la legna accesa, che era caduta tra i due alari frammentandosi in una massa meravigliosa di dadi incandescenti, e si fregò tranquillamente le mani guardando Dorothea con grande tenerezza, ma con un’aria casuale e distaccata, come se non avesse nulla di particolare da dire. Dorothea richiuse l’opuscolo appena s’accorse della presenza di suo zio, e si alzò per andarsene. Normalmente si sarebbe interessata alla missione pietosa di suo zio in favore di un condannato, ma il suo recente turbamento l’aveva resa distratta.
«Sai, sono ritornato passando per Lowick» disse Mr Brooke senza l’intenzione di trattenerla, ma piuttosto per la sua abituale inclinazione a ripetere ciò che aveva già detto. Questo principio fondamentale del linguaggio umano era particolarmente accentuato in Mr Brooke. «Ho fatto colazione lì e ho visto la biblioteca di Mr Casaubon, e cose del genere. C’è un’aria pungente oggi, viaggiando in carrozza. Non vuoi sederti, mia cara? Sembri congelata.»
Dorothea si sentì del tutto propensa ad accettare l’invito. Talvolta, quando non diventava esasperante, la leggerezza di suo zio era piuttosto rilassante. Si tolse il mantello e il cappellino e si mise a sedere di fronte a lui, godendosi il calore del fuoco, ma sollevando le sue belle mani per farsi schermo. Non erano mani sottili, o mani piccole; bensì mani possenti, femminili, materne. Pareva che le mantenesse alzate in segno di invocazione per il suo gran desiderio di sapere e di meditare, che nell’ambiente ostile di Tipton e di Freshitt era finito in pianto e palpebre arrossate.
Si rammentò allora del condannato. «Che notizie hai portato riguardo a quel ladro di pecore, zio?»
«Cosa, il povero Bunch? Be’, pare che non possiamo salvarlo – deve essere impiccato.»
Il viso di Dorothea assunse un’espressione di biasimo e di compassione.
«Impiccato, sai» ripeté Mr Brooke con un leggero cenno del capo. «Il povero Romilly!18 Lui ci avrebbe aiutati. Io conoscevo Romilly, ma Casaubon non lo conosceva. È un po’ sepolto nei libri, sai, Casaubon.»
«Quando un uomo si dedica a grandi studi e sta scrivendo un’opera imponente, deve per forza rinunciare a vedere molto del mondo. Come potrebbe andare in giro a fare delle conoscenze?»
«Questo è vero. Ma un uomo si intristisce, sai. Anch’io sono sempre stato scapolo, ma posseggo un tipo di temperamento che mi impedisce di intristirmi; avevo l’abitudine di andare in giro dappertutto e di interessarmi a tutto. Non mi sono mai intristito: ma capisco che per Casaubon è diverso, sai. Lui ha bisogno di una compagna... una compagna, sai.»
«Sarebbe un grande onore per chiunque essere la sua compagna» disse Dorothea con vigore.
«Ti è simpatico, eh?» disse Mr Brooke, senza mostrare alcuna sorpresa o altra emozione. «Bene, allora, conosco Casaubon da dieci anni, fin da quando si è stabilito a Lowick. Ma non ho mai cavato nulla da lui... nessuna opinione, sai. Comunque, è un uomo di prim’ordine e potrà diventare vescovo – cose del genere, sai, se Peel resta in carica.19 E ha grande stima di te, mia cara.»
Dorothea non riusciva a parlare.
«La realtà è che ha davvero una grande stima di te. E si esprime straordinariamente bene... Casaubon. Si è rivolto a me, perché tu non sei ancora maggiorenne. In breve, ho promesso di parlarti, benché gli abbia detto che pensavo non ci fossero molte speranze. Dovevo dirglielo. Ho detto, mia nipote è molto giovane e cose del genere. Ma non ho ritenuto necessario entrare nei dettagli. Comunque, la conclusione è che mi ha chiesto il permesso di rivolgerti una proposta di matrimonio... di matrimonio, sai» ripeté Mr Brooke con un significativo cenno del capo. «Ho pensato fosse meglio dirtelo, mia cara.»
Nessuno avrebbe potuto ravvisare nel comportamento di Mr Brooke alcun tipo di apprensione, ma egli desiderava vivamente sapere cosa ne pensava sua nipote, così che, se ci fosse stato bisogno di qualche consiglio, avrebbe potuto darglielo in tempo. Il sentimento che lui provava, come magistrato che aveva assorbito tante idee, era un affetto senza pari. Poiché Dorothea non rispose subito, ripeté: «Ho pensato fosse meglio dirtelo, mia cara».
«Grazie, zio» disse Dorothea con tono fermo e deciso. «Sono molto grata a Mr Casaubon. Se mi farà una proposta, lo accetterò. L’ammiro e lo stimo più di ogni uomo che abbia mai incontrato.»
Mr Brooke fece una piccola pausa e poi disse con tono pacato ed esitante: «Ah?... Bene! È un buon partito per certi aspetti. Ma in fondo, Chettam è un buon partito. E la nostra proprietà confina con la sua. Non ostacolerò mai i tuoi desideri, mia cara. Ognuno dovrebbe fare a modo proprio nel matrimonio, e cose del genere – fino a un certo punto, sai. L’ho sempre detto, fino a un certo punto. Vorrei vederti maritata bene; e ho buoni motivi per credere che Chettam desideri sposarti. Lo dico incidentalmente, sai».
«È impossibile che io possa mai sposare Sir James Chettam» rispose Dorothea. «Se lui pensa di sposarmi, ha commesso un grande errore.»
«Questo è il fatto, vedi. Non si sa mai. Ma guarda, avrei pensato che Chettam fosse proprio il tipo di uomo che piace alle donne.»
«Ti prego, non accennare più a lui sotto questo aspetto, zio» disse Dorothea, sentendo riemergere un po’ della sua recente irritazione.
Mr Brooke rimase stupito e pensò che le donne erano un soggetto di studio inesauribile visto che perfino lui, alla sua età, non era in grado di avanzare previsioni scientifiche sul loro conto! Una persona come Chettam... che non aveva alcuna probabilità di piacere.
«Ebbene, ma torniamo a Casaubon. Non c’è alcuna fretta – per te, s’intende. È vero, ogni anno conta per lui. Ha più di quarantacinque anni, sai. Direi circa ventisette anni più di te. Certo, se preferisci la cultura e la posizione sociale, e cose del genere, non si può avere tutto. E la sua rendita è buona – ha una bella proprietà indipendentemente dalla Chiesa –, la sua rendita è buona. Tuttavia non è giovane, e non ti nascondo, mia cara, che penso che la sua salute non sia eccessivamente robusta. Non ho nessun altro elemento contro di lui.»
«Non desidero un marito la cui età sia molto vicina alla mia» disse Dorothea con tono fermo e deciso. «Desidero un marito che sia superiore a me per giudizio e ampiezza di conoscenza.»
Mr Brooke ripeté il suo sommesso «Ah? – Pensavo che avessi più opinioni personali della maggior parte delle ragazze. Pensavo che ci tenessi alle tue convinzioni – che ci tenessi, sai».
«Non riesco a immaginare la mia vita priva di opinioni personali, ma vorrei avere delle buone motivazioni per esse, e un uomo saggio potrebbe aiutarmi a capire quali opinioni hanno maggiore fondamento e a vivere in conformità con esse.»
«Giustissimo. Non potevi esprimerti meglio – non potevi esprimerti meglio, prima, sai. Ma ci sono degli aspetti bizzarri nelle cose» proseguì Mr Brooke, la cui coscienza si era davvero risvegliata a fare tutto il possibile per sua nipote in questa circostanza. «La vita non è forgiata in uno stampo – non è tracciata secondo regole e schemi, o cose del genere. Io non mi sono mai sposato, ed è stata la miglior cosa per te e per i tuoi. Il fatto è che non ho mai amato nessuno fino al punto di cacciarmi in una trappola. Perché è una trappola, sai. Il carattere, per esempio. C’è il carattere. E a un marito piace essere il padrone.»
«So che devo aspettarmi dei sacrifici, zio. Il matrimonio è una condizione che implica i doveri più alti. Non ho mai pensato ad esso come a un semplice benessere personale» disse la povera Dorothea.
«Sì, tu non ami il lusso, una casa sfarzosa, le feste da ballo, i pranzi, quel genere di cose. Capisco che il sistema di vita di Casaubon ti si addice meglio di quello di Chettam. E dovrai fare a modo tuo, mia cara. Non mi opporrei a Casaubon; ho detto così sul momento; perché non si sa mai come può andare a finire. Tu non hai gli stessi gusti delle altre ragazze; e un uomo del clero, uno studioso – che può diventare vescovo – quel genere di cose ... forse ti si addice meglio di Chettam. Chettam è una brava persona, una brava persona dal cuore sincero, sai; ma non penetra molto nelle idee. Io lo facevo, quando avevo la sua età. Ma d’altra parte, gli occhi di Casaubon. Credo che li abbia un po’ rovinati con le sue eccessive letture.»
«Sarei tanto più felice, zio, quanto più potessi aiutarlo» disse Dorothea con passione.
«Hai già deciso, vedo. Bene, mia cara, il fatto è che ho una lettera per te in tasca.» Mr Brooke porse la lettera a Dorothea, ma appena lei si alzò per andare via, aggiunse: «Non c’è molta fretta, mia cara. Riflettici, sai».
Quando Dorothea l’ebbe lasciato, si convinse di avere parlato con fermezza: le aveva esposto i rischi del matrimonio in maniera sorprendente. Era suo dovere farlo. Ma quanto a pretendere di essere saggio per i giovani, nessuno zio, per quanto avesse viaggiato a lungo in gioventù, avesse assorbito le nuove idee, e fosse andato a cena con celebrità ormai scomparse, potrebbe pretendere di prevedere quale tipo di matrimonio si sarebbe rivelato migliore per una ragazza che preferiva Casaubon a Chettam. Per farla breve, la donna era un problema di fronte al quale la mente di Mr Brooke si sentiva interdetta, e poteva rivelarsi a stento meno complicato delle rotazioni di un solido irregolare.
V
Gli studiosi accaniti sono comunemente afflitti da gotta, catarri, reumatismi, cachessia, dispepsia, disturbi della vista, calcoli e coliche, acidità di stomaco, oppilazioni, vertigini, flatulenza, malattie polmonari, e ogni affezione del genere che deriva dallo stare troppo a lungo seduti: essi sono perlopiù smunti, secchi, pallidi... e tutto ciò a causa di eccessive fatiche e studi sfibranti. Se ne dubitate, considerate le opere del gran Tostatus e di Tommaso d’Aquino; e ditemi se quegli uomini non patirono delle sofferenze.
BURTON, Anatomia della melanconia, I, 2
Ecco la lettera di Mr Casaubon:
Mia cara Miss Brooke, il vostro tutore mi ha permesso di rivolgermi a voi per una questione di cui niente mi sta più a cuore. Non mi sbaglio, spero, nel ravvisare una coincidenza più profonda di quella temporale nel fatto di avere preso coscienza del vuoto esistente nella mia vita nel momento stesso in cui ho avuto la possibilità di conoscervi. Perché dal primo istante in cui vi ho incontrata ho avuto la percezione della vostra eminente e forse esclusiva capacità di riempire quel vuoto (collegato, mi sia concesso dirlo, a un intenso bisogno di affetto che persino le preoccupazioni di un lavoro troppo importante per essere trascurato non potevano costantemente dissimulare); e ogni successiva occasione di osservarvi ha fornito a questa mia percezione un’ulteriore intensità, convincendomi più fermamente di quella capacità che avevo prefigurato, e precisando quindi in modo più esplicito quel bisogno di affetto a cui ho appena accennato. Le nostre conversazioni vi hanno reso, credo, sufficientemente chiaro il tenore della mia vita e delle mie aspirazioni: un tenore inadeguato, lo so bene, alle categorie di intelletto più comuni. Ma ho scorto in voi un’elevatezza di pensiero e una capacità di devozione che fino a ora credevo incompatibili con il primo fiorire della giovinezza e con quelle grazie femminili che si può dire risultino a un tempo vittoriose e conferiscono distinzione quando sono congiunte, come lo sono notevolmente in voi, con le qualità intellettuali sopraindicate. Mai più speravo, lo confesso, di imbattermi in questa rara combinazione di elementi concreti come pure attraenti, adatti a fornire aiuto nei lavori più impegnativi e ad allietare i momenti di riposo; e se non fosse stato per l’occasione fornita dalla vostra conoscenza (che, consentitemi di ripeterlo, non credo sia dovuta a una semplice coincidenza con bisogni dapprima ignorati, bensì mi sembra provvidenzialmente collegata a essi come tappa di un processo finalizzato al completamento di una vita), avrei forse proseguito fino all’ultimo senza mai tentare di alleviare la mia solitudine con un’unione matrimoniale.
Questa, mia cara Miss Brooke, è la fedele descrizione dei miei sentimenti; e confido nella vostra benevolenza osando chiedervi, ora, fino a che punto i vostri siano di natura tale da confermare il mio felice presentimento. Essere accettato come vostro marito e guardiano della vostra felicità terrena lo considererei il più importante dei doni della Provvidenza. In cambio posso almeno offrirvi un affetto finora inalterato e la fedela dedizione di una vita che, benché breve per quel che di essa resta, non contiene pagine passate su cui, se deciderete di sfogliarle, troverete testimonianze che possano a buon diritto procurarvi amarezza o vergogna. Attendo di conoscere i vostri sentimenti con un’ansia che il buonsenso mi imporrebbe di distrarre (se ciò fosse possibile) con un lavoro più assiduo del solito. Ma in quest’ordine di esperienza sono ancora giovane, e nella trepida attesa di un’eventuale risposta sfavorevole non posso fare a meno di sentire che la rassegnazione alla mia solitudine sarà più difficile dopo questa momentanea illuminazione di speranza. In ogni caso, vi prego di considerarmi sempre il vostro sinceramente devoto
EDWARD CASAUBON
Dorothea lesse questa lettera tremando; poi cadde in ginocchio, si coprì il viso, e singhiozzò. Non riuscì a pregare sotto l’impeto della solenne emozione in cui i pensieri si facevano indistinti e le immagini fluttuavano incerte; non poteva che ripiegarsi su se stessa, con la sensazione infantile di rifugiarsi nel grembo di una coscienza divina che sorreggeva la sua. Rimase in quello stato finché non giunse l’ora di vestirsi per la cena.
Come poteva pensare di esaminare quella lettera, di considerarla criticamente come una dichiarazione d’amore? L’intera sua anima era posseduta dal fatto che una vita più intensa si dischiudeva dinanzi a lei: era una neofita sul punto di penetrare a un livello più alto di iniziazione. Stava per conquistarsi uno spazio per le energie che si agitavano inquiete sotto l’offuscamento e l’oppressione della propria ignoranza e la gretta perentorietà dei costumi del mondo.
Ora sarebbe stata in grado di dedicarsi a compiti di ampia risonanza, eppure ben definiti; ora avrebbe potuto vivere continuamente alla luce di un’intelligenza che poteva considerare con riverenza. Questa speranza non era disgiunta dall’esplosione di un fiero piacere – il gaio stupore di una ragazza scelta dall’uomo che la sua stessa ammirazione aveva scelto. Tutta la passione di Dorothea proveniva da un’anima che si dibatteva per raggiungere una vita ideale; il fulgore della sua giovinezza trasfigurata si diffondeva su tutto ciò che la circondava. I piccoli incidenti di quel giorno, che avevano provocato l’insoddisfazione per le condizioni attuali della sua vita, d’impeto trasformarono la sua propensione in risolutezza.
Dopo cena, mentre Celia suonava un’“aria con variazioni”, una sorta di piccolo tintinnio che simboleggiava la parte artistica dell’educazione delle giovinette, Dorothea salì nella sua stanza per rispondere alla lettera di Mr Casaubon. Perché avrebbe dovuto differire la sua risposta? La riscrisse tre volte, non per cambiarne le parole, ma perché la sua mano era insolitamente incerta, e non poteva sopportare l’idea che Mr Casaubon trovasse la sua grafia brutta e illeggibile. Si piccò di usare una grafia in cui ogni lettera appariva riconoscibile senza lasciare spazio a congetture, e si propose di fare un ampio uso di questo accorgimento per salvaguardare la vista di Mr Casaubon. Tre volte scrisse:
Mio caro Mr Casaubon, vi sono molto grata per il fatto di amarmi e di considerarmi degna di essere vostra moglie. Non ambisco a nessun’altra felicità che non sia anche la vostra. Se dicessi di più, sarebbe soltanto la stessa cosa ripetuta più volte, poiché in questo momento non riesco a soffermarmi su nessun altro pensiero che quello di potere essere, per tutta la vita, la vostra devotissima
DOROTHEA BROOKE
Più tardi, quella sera, seguì suo zio nella biblioteca per dargli la lettera, affinché, al mattino, potesse farla recapitare. Egli restò sorpreso, ma il suo stupore si manifestò soltanto in un silenzio di qualche istante, durante il quale spostò diversi oggetti sulla scrivania, e poi si fermò con le spalle volte verso il camino, gli occhiali sul naso, guardando l’indirizzo della lettera di Dorothea.
«Ci hai riflettuto abbastanza, mia cara?» disse infine.
«Non c’era bisogno di rifletterci a lungo, zio. Non c’è nulla che possa farmi esitare. Soltanto qualcosa di importante e di assolutamente nuovo mi farebbe cambiare parere.»
«Ah! – Allora l’hai accettato? Quindi Chettam non ha alcuna speranza? Ti ha fatto qualche torto Chettam – sai, qualche torto? Cos’è che non ti piace in Chettam?»
«Non c’è nulla che mi piaccia in lui» disse Dorothea con un certo vigore.
Mr Brooke gettò il capo e le spalle all’indietro come se qualcuno gli avesse lanciato un leggero proiettile. Istantaneamente Dorothea avvertì un senso di rimorso, e aggiunse:
«Voglio dire, come marito. È molto gentile, penso – davvero molto premuroso per ciò che riguarda le case di campagna. Un uomo pieno di buone intenzioni.»
«Ma tu hai bisogno di uno studioso, qualcuno di quel genere? Be’, questa esigenza è un po’ comune nella nostra famiglia. Ce l’avevo io stesso – quel desiderio di conoscenza, di penetrare in ogni cosa... un po’ troppo, anche... mi ha portato troppo lontano; benché questo tipo di cosa non la si ritrova spesso nel ramo femminile; oppure scorre sotterranea come i fiumi della Grecia, sai – riaffiora nei figli. Figli ingegnosi, madri ingegnose. Ho riflettuto molto su questo, un tempo. Comunque, mia cara, ho sempre detto che la gente dovrebbe fare a modo proprio in queste cose, fino a un certo punto. Non potrei, come tuo tutore, acconsentire a un cattivo matrimonio. Ma Casaubon è stimato: la sua posizione è buona. Temo che Chettam si sentirà offeso, tuttavia, e Mrs Cadwallader mi disapproverà.»
Quella sera, ovviamente, Celia non seppe nulla di quanto era accaduto. Attribuì l’aria distratta di Dorothea, e l’evidenza che avesse pianto ancora dacché erano giunte a casa, alla collera causata da Sir James Chettam e dalle nuove costruzioni, e fece attenzione a non provocarle altri dispiaceri: una volta che aveva detto ciò che voleva dire, Celia non era portata a ritornare su argomenti spiacevoli. Era stata una sua caratteristica, fin da bambina, quella di non litigare con nessuno – osservava soltanto con stupore quelli che litigavano con lei, e parevano dei tacchini; dopo di che era pronta a giocare a ripiglino con loro, quando si fossero calmati. E quanto a Dorothea, era sempre stata una sua abitudine quella di trovare qualcosa di errato nelle parole della sorella, benché Celia dentro di sé protestasse di non avere fatto altro che dire come stavano le cose: del resto la sua mente non poteva, e non avrebbe mai potuto, fare altrimenti. Ma la cosa più bella, in Dodo, era che non restava in collera a lungo. Ora, benché non si fossero quasi rivolta la parola per tutta la serata, quando Celia mise da parte il lavoro apprestandosi ad andare a letto – cosa che faceva sempre per prima –, Dorothea, che era seduta su uno sgabello basso, incapace di impegnarsi in altro che nelle sue meditazioni, disse con l’intonazione musicale che nei momenti di profonda e segreta emozione rendeva la sua maniera di parlare simile a un raffinato recitativo:
«Celia, mia cara, vieni a darmi un bacio» e mentre parlava le tese le braccia aperte.
Celia si inginocchiò per raggiungere il suo livello e le dette un lieve bacio di farfalla, mentre Dorothea la cinse dolcemente con le braccia e premette le labbra con gravità prima sull’una e poi sull’altra guancia.
«Non restare ancora in piedi, Dodo, sei così pallida stasera: va’ a letto presto» disse Celia con fare tranquillo, senza ombra di pathos.
«No, cara, sono molto, molto felice» rispose Dorothea con fervore.
“Tanto meglio” pensò Celia. “Ma in che modo bizzarro Dodo passa da un estremo all’altro.”
Il giorno successivo, a pranzo, il maggiordomo, porgendo qualcosa a Mr Brooke, disse: «Jonas è tornato, signore, e ha portato questa lettera».
Mr Brooke lesse la lettera e poi, rivolgendo un cenno del capo a Dorothea, disse: «È Casaubon, mia cara: sarà qui per la cena; non ha perso tempo a rispondere – non ha perso tempo, sai».
Non poteva apparire strano, a Celia, che un ospite per la cena venisse annunciato in anticipo a sua sorella; ma il suo sguardo seguì la stessa direzione di quello dello zio, e fu colpita dall’effetto prodotto dalle sue parole su Dorothea. Pareva che qualcosa simile al riflesso di un’ala bianca illuminata dal sole avesse attraversato i suoi lineamenti, lasciandovi infine uno dei suoi rari rossori. Per la prima volta nella mente di Celia balenò il pensiero che tra Mr Casaubon e sua sorella potesse esserci qualcosa di più del suo provare diletto in conversazioni erudite e del diletto di lei nell’ascoltarle. Finora aveva classificato l’ammirazione per questo conoscente “sgradevole” e saccente alla stessa stregua dell’ammirazione per Monsieur Liret a Losanna, anche lui sgradevole e saccente. Dorothea non si era mai stancata di ascoltare il vecchio Monsieur Liret, mentre Celia, che nel frattempo aveva i piedi congelati, trovava davvero terrificante osservare la pelle della sua testa calva che si muoveva avanti e indietro. Perché quindi il suo entusiasmo per Mr Casaubon non avrebbe potuto avere le stesse caratteristiche di quello per Monsieur Liret? D’altra parte, pareva che tutti gli uomini saccenti avessero una sorta di atteggiamento didattico nei confronti dei giovani.
Ma ora Celia era davvero allarmata al sospetto che era balenato nella sua mente. Di rado veniva colta di sorpresa in questo modo, visto che la sua incredibile acutezza nell’osservare certi segni generalmente la preparava ad aspettarsi gli avvenimenti che le interessavano. Non che al momento immaginasse che Mr Casaubon fosse già un pretendente accettato: cominciava soltanto a provare disgusto di fronte alla possibilità che qualcosa, nella mente di Dorothea, potesse condurre a un simile epilogo. C’era davvero di che essere irritata con Dodo: si poteva capire che non accettasse Sir James Chettam, ma l’idea di sposare Mr Casaubon! Celia provò una sorta di vergogna mista a una sensazione di ridicolo. Ma forse Dodo, se davvero stava per commettere una simile stravaganza, poteva essere dissuasa: l’esperienza aveva spesso mostrato che era possibile influenzarla. La giornata era umida e non sarebbero uscite per la passeggiata, così entrambe salirono nel loro salottino; e lì Celia osservò che Dorothea, anziché intraprendere un lavoro con la diligenza e l’interesse consueti, poggiò semplicemente il gomito su di un libro aperto e guardò fuori dalla finestra verso il grande cedro inargentato dall’umidità. Celia cominciò a confezionare un giocattolo per i bambini del vicario, perché non voleva affrontare nessun argomento troppo bruscamente.
Dorothea in realtà stava pensando che era opportuno comunicare a Celia l’importante mutamento intervenuto nella posizione di Mr Casaubon dopo la sua ultima visita: non le sembrava giusto lasciarle ignorare ciò che avrebbe necessariamente modificato il suo atteggiamento verso di lui; ma non poteva fare a meno di esitare nel farle questa rivelazione. Dorothea si accusava di una certa debolezza in questa sua timidezza: le risultava sempre odioso avere dei piccoli timori e usare espedienti a proposito delle sue azioni, ma in quel momento cercava la maniera migliore di proteggersi dalla causticità delle parole prosaiche e mondane di Celia. Il suo meditare fu interrotto, e la difficoltà di prendere una decisione accantonata, dalla voce sottile e piuttosto gutturale di Celia che risuonò nel tono consueto, simile a quello di un’osservazione incidentale o casuale.
«Verrà nessun altro a cena, oltre a Mr Casaubon?»
«No, che io sappia.»
«Spero che ci sia qualcun altro. Così non lo sentirò mangiare la minestra in quel modo.»
«Cosa c’è di speciale nella sua maniera di mangiare la minestra?»
«Davvero, Dodo, non senti come striscia il cucchiaio? E batte sempre le ciglia prima di parlare. Non so se Locke batteva le ciglia, ma di sicuro compiango quelli che gli sedevano di fronte, se lo faceva.»
«Celia,» disse Dorothea con grande serietà «ti prego di non fare nessun’altra osservazione di questo genere.»
«Perché no? Sono del tutto vere» ribatté Celia, che aveva le sue buone ragioni per continuare, benché cominciasse a sentirsi invasa da un certo timore.
«Sono vere molte cose che soltanto le menti più ordinarie riescono a notare.»
«E allora le menti più ordinarie mi sembrano molto utili. Penso che sia un peccato che la madre di Mr Casaubon non avesse una mente più ordinaria: forse lo avrebbe educato meglio.» Dentro di sé Celia era atterrita e pronta a fuggire ora che aveva scagliato questo piccolo giavellotto.
I sentimenti di Dorothea si erano raggruppati in una valanga, e non era più possibile trattenerli.
«Mi sembra opportuno dirti, Celia, che ho promesso di sposare Mr Casaubon.»
Forse Celia, prima di allora, non era mai diventata così pallida. L’omino di carta che stava confezionando avrebbe rischiato di rompersi una gamba, se non fosse stato per la consueta attenzione che lei dedicava a qualsiasi cosa avesse in mano. Posò all’istante la fragile figura, e per qualche momento rimase immobile e in silenzio. Quando parlò, nei suoi occhi brillava una lacrima.
«Oh, Dodo, spero che sarai felice.» La sua tenerezza di sorella in quel momento riuscì a dominare ogni altro sentimento, e i suoi timori furono dettati dall’affetto.
Dorothea era ancora offesa e agitata.
«È proprio deciso, allora?» disse Celia, in tono sommesso e timoroso. «E lo zio lo sa?»
«Ho accettato la proposta di Mr Casaubon. Lo zio mi ha portato la lettera che la conteneva; ne era già al corrente.»
«Ti chiedo scusa se ho detto qualcosa che ti ha offesa, Dodo» disse Celia, con un leggero singhiozzo. Non avrebbe mai creduto di potere provare simili emozioni. C’era qualcosa di funebre in tutta la faccenda, e Mr Casaubon sembrava il sacerdote ufficiante sul quale sarebbe sconveniente fare commenti.
«Non importa, Kitty, non rattristarti. Non potremo mai ammirare le stesse persone. Anch’io risulto spesso offensiva in situazioni del genere; sono portata a esprimermi in maniera troppo violenta sulle persone che non mi piacciono.»
Malgrado questa magnanimità, Dorothea si sentiva ancora ferita: forse dal sommesso stupore di Celia, come pure dalla sua critica velata. Senza dubbio tutto il vicinato di Tipton non avrebbe approvato questo matrimonio. Dorothea non conosceva nessun altro che condividesse le sue idee sulla vita e i suoi obiettivi migliori.
Tuttavia prima che la serata volgesse al termine si sentì molto felice. Durante un tête-à-tête di un’ora con Mr Casaubon, gli parlò con maggiore disinvoltura, manifestandogli persino la sua gioia al pensiero di dedicarsi alla sua persona, e di imparare a poter meglio condividere e secondare i suoi nobili intenti. Mr Casaubon fu sfiorato da una felicità a lui ignota (quale uomo non lo sarebbe stato?) di fronte a questo ardore giovanile e senza freni: non fu sorpreso (quale innamorato lo sarebbe stato?) di esserne l’oggetto.
«Mia cara fanciulla... Miss Brooke... Dorothea!,» disse, stringendole la mano tra le sue, «mi è stata riservata una felicità più grande di quanto mai avessi immaginato. Che mai dovessi imbattermi in una intelligenza e una personalità così ricca di quelle grazie che rendono desiderabile il matrimonio, era davvero lontano dalla mia immaginazione. Voi possedete tutte – anzi, più che tutte – quelle qualità che ho sempre considerato come i pregi caratteristici della femminilità. Il grande fascino del vostro sesso risiede nella disponibilità a un amore ardente, pronto al sacrificio e alla devozione, nel quale noi ravvisiamo la capacità di completare e perfezionare la nostra esistenza. Finora non ho conosciuto altre gioie che quelle di carattere più austero: le mie soddisfazioni sono state quelle di uno studioso solitario. Sono stato poco incline a cercare dei fiori che sarebbero avvizziti nella mia mano, ma ora li coglierò premuroso per posarli sul vostro cuore.»
Nessun discorso avrebbe potuto essere più onesto nel suo intento: la fredda retorica della conclusione era sincera quanto il latrato di un cane o il gracchiare di un corvo innamorato. Non sarebbe imprudente concludere che non c’era passione dietro quei sonetti dedicati a Delia20 che ci colpiscono come la fievole musica di un mandolino?
La fede di Dorothea suppliva a tutto ciò che le parole di Mr Casaubon sembravano tacere: quale credente si accorge di un’omissione sconcertante o di qualche improprietà? Il testo, sia esso di un profeta o di un poeta, si arricchisce di tutto ciò che noi vi includiamo, e perfino il suo stile scorretto ci appare sublime.
«Sono molto ignorante... vi stupirete molto della mia ignoranza» disse Dorothea. «Ho tante idee che forse sono completamente errate; e ora potrò comunicarle tutte a voi, e chiedere il vostro giudizio. Ma,» aggiunse, figurandosi rapidamente il pensiero di Mr Casaubon «non vi darò troppa noia; soltanto quando sarete disposto ad ascoltarmi. Dovete essere spesso affaticato dalle vostre ricerche personali. Trarrò già abbastanza benefici se mi introdurrete ad esse.»
«Come potrei, ormai, percorrere alcun sentiero senza la vostra compagnia?» rispose Mr Casaubon baciandole la fronte candida, e pensando che il cielo gli aveva concesso una benedizione che rispondeva in ogni senso alle sue particolari esigenze. Subiva senz’accorgersi il fascino di una natura che era assolutamente incapace di calcoli segreti tendenti a un fine immediato oppure a scopi più remoti. Era questo che rendeva Dorothea così simile a una bambina e, secondo altri, così stupida malgrado la sua presunta intelligenza: come, per esempio, nel caso presente, mentre si gettava – parlando per metafore – ai piedi di Mr Casaubon e gli baciava i lacci delle scarpe fuori moda come se fosse un papa protestante. Non suggeriva affatto a Mr Casaubon di chiedersi se era degno di lei, ma si chiedeva con ansia soltanto se lei era degna di Mr Casaubon. Prima che egli partisse, il giorno successivo, fu deciso che il matrimonio avrebbe avuto luogo entro sei settimane. Perché no? La casa di Mr Casaubon era pronta. Non era un presbiterio, bensì una dimora considerevole con grandi terreni che la circondavano. Il presbiterio era abitato dal vicario che officiava ogni servizio tranne il sermone del mattino.
VI
La lingua della mia signora è come i fili d’erba del prato,
Che ti feriscono quando li sfiori con mano distratta.
Tagliar bene è la sua ragione d’essere: la lama del suo spirito
Divide il granello di miglio,
E risparmia soltanto di rado.
Uscendo dal cancello, la carrozza di Mr Casaubon sbarrò l’ingresso a un phaéton da pony condotto da una signora in compagnia di un servitore seduto dietro. Era improbabile che si fossero riconosciuti reciprocamente, perché Mr Casaubon guardava distratto dinanzi a sé; ma la donna aveva la vista pronta, e al momento giusto fece un cenno col capo e gli rivolse un “salve”. Nonostante il cappello trasandato e il vecchissimo scialle indiano, era evidente che la custode la considerava un personaggio importante, a giudicare dal profondo inchino che accolse l’ingresso del piccolo phaéton.
«Allora, Mrs Fitchett, come va ora la produzione di uova dei vostri polli?» disse la donna dal colorito acceso e gli occhi scuri, esprimendosi con un tono oltremodo chiaro e deciso.
«Quanto a farle, abbastanza bene, signora, ma hanno cominciato a mangiarsi le uova: non riesco a stare un momento in pace con loro.»
«Oh, questi cannibali! Meglio venderli subito a buon prezzo. Quanto volete per una coppia? Non si possono mangiare polli di indole così cattiva a un prezzo elevato.»
«Be’, signora, una mezza corona: non potrei darli via per meno.»
«Mezza corona, di questi tempi! Andiamo – per il brodo del rettore, la domenica. Ha mangiato tutti i nostri che erano rimasti. Siete in parte ripagata con il sermone, Mrs Fitchett, non dimenticatelo. Prendete in cambio una coppia di piccioni tombolieri – delle piccole meraviglie. Dovreste venire a vederli. Non avete nessun tomboliere tra i vostri piccioni.»
«Bene, signora, Mastro Fitchett verrà a vederli dopo il lavoro. Si entusiasma molto per le varietà nuove; e anche per fare un piacere a voi.»
«Un piacere a me! Sarà il miglior affare che abbia mai fatto. Una coppia di piccioni di chiesa in cambio di un paio di perfide galline spagnole che mangiano le loro uova! Non abbiate troppe pretese voi e Fitchett, ecco tutto!»
Con le ultime parole, il phaéton fu fatto avanzare lasciando Mrs Fitchett che rideva e scuoteva lentamente la testa esclamando: «Sicuro, sicuro!». Dal che si può dedurre che avrebbe trovato la campagna un tantino più monotona se la moglie del rettore fosse stata meno schietta e meno spilorcia. In verità, sia gli agricoltori sia i lavoranti delle parrocchie di Freshitt e di Tipton avrebbero avvertito una triste penuria di argomenti di conversazione senza le dicerie riguardanti ciò che diceva e faceva Mrs Cadwallader: una signora di origine assai nobile che discendeva, per così dire, da ignoti conti, oscuri quanto una folla di fantasmi eroici – che piangeva miseria, tirava sui prezzi e propinava battute nella maniera più affabile, ma con un tipo di linguaggio che lasciava intuire la sua origine. Una donna di tal genere conferiva un tono di familiarità sia al suo ceto sia alla religione, e mitigava l’amarezza per l’impermutabilità delle decime pagate.21 Un temperamento molto più esemplare, infuso di tetra dignità, non li avrebbe aiutati a capire i Trentanove Articoli, e avrebbe contribuito meno all’armonia sociale.
Mr Brooke, che vedeva i meriti di Mrs Cadwallader da un diverso punto di vista, trasalì leggermente quando il suo nome fu annunciato nella biblioteca dove era seduto da solo.
«So che avete ricevuto il nostro Cicerone di Lowick» disse mettendosi a sedere comodamente, gettando lo scialle all’indietro e scoprendo una figura magra ma ben fatta. «Ho il sospetto che stiate tramando insieme qualche losco intrigo politico, altrimenti non incontrereste tanto spesso questo brillante signore. Vi denunzierò a tutti: ricordate che siete entrambi dei personaggi sospetti da quando avete parteggiato per Peel a proposito della Questione Cattolica. Dirò a tutti che avete intenzione di presentarvi come candidato Whig a Middlemarch dopo le dimissioni del vecchio Pinkerton, e che Casaubon vi aiuterà clandestinamente: andando a corrompere gli elettori con libelli, e ad aprire le taverne per distribuirli. Avanti, confessate!»
«Niente di tutto ciò» disse Mr Brooke sorridendo e pulendosi gli occhiali, ma in realtà arrossendo leggermente a questa accusa. «Casaubon e io non parliamo molto di politica. Non si cura affatto delle questioni filantropiche, delle pene giudiziarie e cose del genere. Si occupa unicamente di questioni ecclesiastiche. Questa non è la mia linea d’azione, lo sapete.»
«Anche troppo, amico mio. Ho sentito parlare delle vostre imprese. Chi fu che vendette il suo pezzetto di terra ai papisti di Middlemarch? Sono convinta che lo compraste apposta. Siete un perfetto Guy Faux. Vedrete se non sarete bruciato in effigie il prossimo 5 di novembre.22 Humphrey non ha voluto venire a discuterne con voi, così sono venuta io.»
«Molto bene. Ero preparato a essere perseguitato per non avere perseguitato – non avere perseguitato, sapete.»
«Ci siamo! Questo è uno sproloquio che tenete pronto per le assemblee elettorali. Ebbene, non lasciatevi allettare dalle assemblee elettorali, mio caro Mr Brooke. Un uomo si rende sempre ridicolo facendo arringhe: non ha alcuna scusante se non si trova dalla parte giusta, in modo da potere invocare una benedizione quando balbetta e si inceppa nel parlare. Vi perderete, vi avverto. Farete un gran pasticcio con le opinioni di tutti i partiti, e sarete attaccato da tutti.»
«È ciò che mi aspetto, sapete» rispose Mr Brooke, non volendo far trasparire quanto poco avesse gradito questa descrizione profetica. «È ciò che mi aspetto come uomo indipendente. Quanto ai Whig, un uomo che si colloca tra i pensatori non ha alcuna probabilità di essere agganciato da nessun partito. Potrebbe seguirli fino a un certo punto, sapete. Ma questo è ciò che voi donne non capite mai.»
«Dove arriva il vostro certo punto? No. Vorrei che mi si spiegasse come un uomo possa avere un qualsiasi certo punto quando non appartiene a nessun partito – quando conduce una vita da nomade, e non fa mai sapere ai suoi amici il proprio indirizzo. “Nessuno sa dove andrà Brooke... non si può contare su Brooke...”, ecco ciò che si dice di voi, per essere proprio sinceri. Andiamo, tornate alla vostra rispettabilità. Credete vi piacerà andare alle sedute quando tutti vi guarderanno con diffidenza, e voi avrete la coscienza sporca e le tasche vuote?»
«Non pretendo di discutere di politica con una donna» disse Mr Brooke con un’aria di serena indifferenza, ma rendendosi conto in modo piuttosto sgradevole che questo attacco di Mrs Cadwallader aveva inaugurato la campagna difensiva alla quale l’avevano esposto alcune iniziative imprudenti. «Gli appartenenti al vostro sesso non sono dei pensatori, sapete – varium et mutabile semper – e cose del genere. Non conoscete Virgilio. Io ho conosciuto...» – Mr Brooke si avvide in tempo di non avere conosciuto il poeta augusteo – «intendevo dire il povero Stoddart,23 sapete. Era lui che lo diceva. Voi donne siete sempre contrarie a un atteggiamento indipendente, al fatto che un uomo non si preoccupi d’altro che della verità, e cose del genere. E non vi è altra parte della contea dove la mentalità sia più gretta di quanto lo sia qui... Non intendo scagliare pietre, sapete, ma ci vuole qualcuno che prenda una linea di condotta indipendente; e se non la prendo io, chi la prenderà?»
«Chi? Ma perbacco, un qualsiasi villano rifatto senza né posizione né rango. Le persone di una certa condizione sociale dovrebbero esaurire a casa le proprie sciocchezze sull’indipendenza, senza diffonderle in giro. E voi! Che state per dare in moglie vostra nipote, praticamente vostra figlia, a uno dei nostri uomini migliori. Sir James ne sarebbe terribilmente seccato: sarebbe troppo duro per lui se ora mutaste direzione e diventaste l’insegna dei Whig.»
Di nuovo Mr Brooke trasalì dentro di sé, poiché, non appena il fidanzamento di Dorothea era stato deciso, aveva subito pensato alle eventuali battute pungenti di Mrs Cadwallader. Sarebbe forse stato facile per un ignaro spettatore dire: “Litigate con Mrs Cadwallader”; ma dove può arrivare un gentiluomo di campagna che litiga con i suoi vicini di più vecchia data? Chi potrebbe gustare il sapore delicato del nome di Brooke se lo si elargisse a caso come un vino senza sigillo? Di sicuro un uomo può essere cosmopolita soltanto fino a un certo punto.
«Spero che io e Chettam resteremo sempre buoni amici; ma mi dispiace dirvi che non esiste alcuna possibilità che lui sposi mia nipote» disse Mr Brooke, molto rianimato per avere visto dalla finestra che Celia stava rientrando.
«Perché no?» disse Mrs Cadwallader con un tono di viva sorpresa. «Non sono passate più di due settimane dacché io e voi ne parlavamo.»
«Mia nipote ha scelto un altro pretendente – l’ha scelto lei, sapete. Io non c’entro nulla. Avrei preferito Chettam; e avrei giurato che Chettam fosse l’uomo che ogni fanciulla avrebbe scelto. Ma queste cose non si possono prevedere. Il vostro sesso è capriccioso, sapete.»
«Come, chi intendete dire che le farete sposare?» La mente di Mrs Cadwallader stava rapidamente passando in rassegna le possibilità di scelta di Dorothea.
Ma a questo punto entrò Celia, raggiante dopo una passeggiata in giardino, e il saluto scambiato con lei dispensò Mr Brooke dal rispondere immediatamente. Si alzò di scatto, e dicendo: «A proposito, devo parlare a Wright dei cavalli», se la svignò rapidamente dalla stanza.
«Mia cara figliola, cos’è questa faccenda? – questa faccenda del fidanzamento di vostra sorella?» disse Mrs Cadwallader.
«È promessa in matrimonio a Mr Casaubon» disse Celia arrivando subito al fatto, come di consueto, e felice per questa opportunità di parlare da sola con la moglie del rettore.
«È spaventoso. Quando è stato deciso?»
«Io l’ho saputo soltanto ieri. Si sposeranno tra sei settimane.»
«Bene, mia cara, mi congratulo con voi per vostro cognato.»
«Sono tanto in pena per Dorothea.»
«In pena! È ciò che voleva, suppongo.»
«Sì, dice che Mr Casaubon ha un animo nobile.»
«Me lo auguro davvero.»
«Oh, Mrs Cadwallader, non penso che possa essere piacevole sposare un uomo con un animo nobile.»
«Ebbene, mia cara, vi serva di avvertimento. Ora sapete com’è fatto; quando arriva il prossimo e vuole sposarvi, non accettatelo.»
«Sono sicura che non lo farei mai.»
«No, ne basta uno in famiglia. Così vostra sorella non ha mai avuto interesse per Sir James Chettam? Che ne avreste detto di avere lui come cognato?»
«Mi sarebbe piaciuto moltissimo. Sono sicura che sarebbe stato un buon marito. Solo che» aggiunse Celia arrossendo lievemente (talvolta pareva che arrossisse come respirava) «non penso che lui sarebbe stato adatto a Dorothea.»
«Non abbastanza ambizioso?»
«Dodo è molto severa. Riflette tanto su ogni cosa, ed è così esigente su ciò che le si dice. Sir James pareva che non la soddisfacesse mai.»
«Deve averlo incoraggiato, ne sono certa. Questo non è molto onesto.»
«Vi prego, non siate in collera con Dodo; lei non si accorge di nulla. Pensava soprattutto alle case di campagna, ed è stata scortese con Sir James, qualche volta; ma lui è così indulgente, non l’ha mai notato.»
«Bene,» disse Mrs Cadwallader rimettendosi lo scialle e alzandosi come se avesse fretta «devo andare subito da Sir James per informarlo. Ormai avrà riaccompagnato a casa sua madre, e devo fargli visita. Vostro zio non glielo dirà mai. Siamo tutti delusi, mia cara. I giovani dovrebbero pensare alle loro famiglie quando si sposano. Io ho dato un cattivo esempio – sposai un povero ecclesiastico e mi resi oggetto di compassione tra tutti i De Bracy – costretta a procurarmi la carbonella per mezzo di stratagemmi, e a chiedere al cielo l’olio per l’insalata. Comunque, Casaubon possiede denaro a sufficienza; devo riconoscergli questo. Quanto alla sua discendenza, credo che lo stemma di famiglia abbia tre seppie scure e un chiosatore rampante. A proposito, mia cara, prima di andare via devo parlare dei dolci con la vostra Mrs Carter. Voglio mandare la mia giovane cuoca a imparare da lei. La povera gente con quattro figli, come noi, sapete, non può permettersi di tenere una brava cuoca. Non dubito che Mrs Carter mi farà questo favore. La cuoca di Sir James è un vero e proprio drago.»
In meno di un’ora Mrs Cadwallader aveva circuito Mrs Carter ed era arrivata a Freshitt Hall che non distava molto dal presbiterio, giacché suo marito risiedeva a Freshitt e aveva un vicario a Tipton.
Sir James Chettam era tornato dal breve viaggio che lo aveva tenuto lontano per un paio di giorni, e si era cambiato d’abito poiché intendeva calvalcare fino a Tipton Grange. Il suo cavallo attendeva all’ingresso quando arrivò Mrs Cadwallader, ed egli stesso subito comparve, con in mano la frusta. Lady Chettam non era ancora tornata, ma il messaggio di Mrs Cadwallader non poteva essere comunicato alla presenza degli stallieri, per cui gli chiese di accompagnarla nella vicina serra per vedere le nuove piante; e dopo un’opportuna pausa disse:
«Ho una gran brutta sorpresa per voi; spero che non siate così perdutamente innamorato come volevate far credere.»
Era inutile protestare contro il modo tutto particolare di Mrs Cadwallader di esporre le cose. Ma l’espressione di Sir James mutò lievemente. Egli fu pervaso da un vago timore.
«Penso proprio che Brooke stia per farsi avanti questa volta. L’ho accusato di volersi presentare come candidato a Middlemarch per conto dei liberali, e ha assunto un’espressione sciocca e non l’ha mai negato – ha parlato della linea indipendente e delle solite sciocchezze.»
«Tutto qui?» disse Sir James, molto sollevato.
«Andiamo,» replicò Mrs Cadwallader con un tono più pungente «non intendete dire che vi piacerebbe vederlo diventare un uomo pubblico – trasformato in una sorta di venditore ambulante della politica?»
«Potrebbe esserne dissuaso, immagino. Le spese non gli piacerebbero affatto.»
«È ciò che gli ho detto. È vulnerabile a questo ragionamento – ci sono sempre alcuni granelli di buonsenso in un’oncia di avarizia. L’avarizia è una qualità preziosa nelle famiglie; è un solido punto d’appoggio per controbilanciare la follia. E ci deve essere un pizzico di follia nella famiglia Brooke, altrimenti non vedremmo ciò che ci tocca vedere.»
«Che cosa? La candidatura di Brooke a Middlemarch?»
«C’è di peggio. Mi sento davvero un po’ responsabile. Vi ho sempre detto che Miss Brooke sarebbe stata un così buon partito. Sapevo che c’era una gran dose di bizzarria in lei – un vago sentore di atteggiamento metodista. Ma queste cose poi passano nelle ragazze. Comunque, sono stata colta di sorpresa una volta tanto.»
«Che intendete dire, Mrs Cadwallader?» disse Sir James. Il timore che Miss Brooke fosse fuggita per unirsi ai Confratelli della Moravia,24 o a qualche assurda setta sconosciuta alla buona società, fu alquanto mitigato dalla consapevolezza che Mrs Cadwallader tendeva sempre a esagerare le cose. «Cosa è successo a Miss Brooke? Vi prego, parlate chiaramente.»
«Benissimo. È stata promessa in matrimonio.» Mrs Cadwallader fece una piccola pausa, osservando l’espressione profondamente addolorata dell’amico che cercava di nasconderla con un sorriso nervoso, mentre continuava a battere con la frusta sullo stivale. Ma subito lei aggiunse: «Fidanzata a Casaubon».
Sir James lasciò cadere la frusta e si chinò per raccoglierla. Forse il suo viso non aveva mai mostrato tanto profondo disgusto come quando si girò verso Mrs Cadwallader e ripeté: «Casaubon?».
«Proprio così. Conoscete il mio messaggio ora.»
«Buon Dio! È orribile! Quell’uomo non è che una mummia!» (Questo giudizio deve essere inteso come quello di un rivale esuberante e deluso.)
«Lei dice che ha un animo nobile. – Un grosso pericarpioa in cui tintinnano piselli secchi!» disse Mrs Cadwallader.
«Che diritto ha di sposarsi, un vecchio scapolo come quello?» disse Sir James. «Ha un piede nella fossa.»
«Intende ritirarlo fuori, suppongo.»
«Brooke non dovrebbe permetterlo: dovrebbe insistere per rinviare la cosa finché lei non sarà maggiorenne. Potrebbe riflettervi meglio, allora. A che serve un tutore, altrimenti?»
«Come se si potesse mai cavare una decisione da Brooke!»
«Potrebbe parlargli Cadwallader.»
«Lui no! Humphrey trova tutti affascinanti. Non potrò mai indurlo a parlare male di Casaubon. Parla bene persino del suo vescovo, benché io gli dica che non è normale per un beneficiario: cosa si può fare con un marito che si cura così poco delle convenienze? Lo nascondo come posso sparlando di tutti io stessa. Andiamo, andiamo, fatevi animo! Vi siete sbarazzato di Miss Brooke, una ragazza che vi avrebbe chiesto di vedere le stelle in pieno giorno. Detto tra noi, la piccola Celia vale il doppio di lei, e dopotutto è probabile che sia il partito migliore. Perché questo matrimonio con Casaubon equivale all’ingresso in un convento.»
«Oh, per quel che mi riguarda – è per il bene di Miss Brooke che penso che i suoi amici dovrebbero cercare di intervenire.»
«Bene, Humphrey non lo sa ancora. Ma quando glielo dirò potete contarci che esclamerà: “Perché no? Casaubon è una brava persona – e giovane – abbastanza giovane”. Queste persone indulgenti non distinguono mai l’aceto dal vino finché non l’hanno bevuto e preso una colica. Comunque, se fossi un uomo preferirei Celia, soprattutto se avessi perduto Dorothea. A dire il vero, stavate corteggiando l’una e avete conquistato l’altra. So che vi ammira quasi quanto un uomo spera di essere ammirato. Se fosse qualunque altro a parlare così, potreste ritenerla un’esagerazione. Arrivederci!»
Sir James accompagnò Mrs Cadwallader al phaéton, poi saltò sul suo cavallo. Non voleva rinunciare alla sua cavalcata a causa delle sgradevoli notizie portate dalla sua amica – ma solo cavalcare ancora più velocemente in qualche altra direzione che non fosse quella di Tipton Grange.
Ora, perché mai Mrs Cadwallader avrebbe dovuto occuparsi tanto del matrimonio di Miss Brooke; e perché, venuta meno un’unione in cui le piaceva pensare di avere messo lo zampino, avrebbe dovuto escogitare senza indugio i preparativi per un’altra? C’era qualche macchinazione ingegnosa, un gioco a nascondino che si sarebbe potuto scoprire osservando attentamente al telescopio? Niente affatto: un telescopio avrebbe potuto scorrere le parrocchie di Tipton e di Freshitt, l’intera area visitata da Mrs Cadwallader nel suo phaéton, senza scoprire nessun colloquio che potesse destare sospetto, o nessuna scena da cui lei non tornasse con lo stesso sguardo acuto e imperturbabile e lo stesso naturale colorito acceso. In verità, se quell’utile veicolo fosse esistito ai tempi dei Sette Saggi, uno di loro avrebbe indubbiamente osservato che si può sapere ben poco delle donne seguendole qua e là nei loro phaéton da pony. Anche con un microscopio diretto su una goccia d’acqua ci ritroviamo a fornire interpretazioni che si rivelano assai grossolane; poiché, se con una lente debole si può credere di vedere una creatura dalla intensa voracità e altre più piccole che rispetto a questa fanno la parte di tanti piccoli tributi viventi, una lente più forte, invece, rivela certi fili sottilissimi che imprimono a queste vittime un moto vorticoso mentre il divoratore aspetta passivamente al suo banco di riscossione. In tal modo, parlando per metafore, una forte lente, applicata all’arte di combinare matrimoni di Mrs Cadwallader, mostrerà un gioco di minuscole cause che producono quelli che potrebbero chiamarsi vortici di pensiero e di parole che le procurano il tipo di cibo di cui aveva bisogno.
La sua vita era semplice com’è quella di campagna, priva di loschi intrighi, pericolosi o per altri versi importanti, e del tutto estranea alle grandi faccende del mondo. Le faccende del gran mondo le interessavano ancora di più, quando le apprendeva dalle lettere dei parenti aristocratici: il modo in cui seducenti rampolli erano andati in rovina sposando le proprie amanti; la raffinata idiozia di antica discendenza del giovane Lord Tapir, e i furiosi capricci da gottoso del vecchio Lord Megatherium; l’incrocio esatto di genealogie che aveva portato un diadema nobiliare in un ramo nuovo e aveva ampliato i racconti dello scandalo – questi erano gli argomenti di cui ricordava i dettagli con la massima accuratezza, e li riproduceva in un eccellente pasticcio di epigrammi, in cui lei stessa provava tanto più gusto poiché credeva fermamente nell’alta e bassa estrazione così come credeva nella selvaggina e nei parassiti. Non avrebbe mai rinnegato qualcuno a causa della sua povertà: un De Bracy ridotto a consumare il pranzo in una scodella le sarebbe sembrato un esempio patetico degno di essere esaltato, e temo che i suoi vizi di aristocratico non l’avrebbero fatta inorridire. Ma nei confronti dei plebei arricchiti provava una specie di odio religioso: probabilmente avevano guadagnato tutti i loro soldi alzando i prezzi di vendita al dettaglio, e Mrs Cadwallader detestava i prezzi alti per tutto ciò che non veniva pagato in natura al rettorato: gente del genere non rientrava nel disegno di Dio quando costui aveva creato il mondo; e il loro accento era un tormento per le orecchie. Una città in cui abbondavano mostri di quel genere era poco più di una sorta di commedia popolare, di cui non si poteva tenere conto in un progetto ben concepito dell’universo. Lasciate che qualsiasi donna che sia portata a essere severa con Mrs Cadwallader indaghi nella globalità delle sue magnifiche opinioni, e si assicuri che esse offrono una sistemazione per tutte quelle vite che hanno l’onore di coesistere con la sua.
Con una mente del genere, attiva quanto il fosforo, che riduceva ogni cosa che le capitasse a tiro nella forma che le conveniva, come poteva Mrs Cadwallader credere che le Miss Brooke e le loro prospettive matrimoniali le fossero estranee? Soprattutto dal momento che era stata sua abitudine, per anni, rimproverare Mr Brooke con la più cordiale franchezza, e lasciargli intendere in confidenza che lo considerava un povero diavolo. Fin dal momento dell’arrivo delle ragazze a Tipton, aveva predisposto il matrimonio di Dorothea con Sir James, e se questo avesse avuto luogo sarebbe stata del tutto certa che era opera sua: che non dovesse avere luogo, malgrado la sua opera, le provocava un’irritazione che qualsiasi spirito riflessivo comprenderebbe. Era il diplomatico di Tipton e di Freshitt, e che qualcosa accadesse senza il suo consenso le sembrava un’irregolarità offensiva. Quanto ai capricci come questo di Miss Brooke, Mrs Cadwallader non aveva pazienza con essi, e ora si accorgeva che la sua opinione su questa ragazza era stata alquanto influenzata dalla debole indulgenza di suo marito: quelle stranezze da metodista, quell’aria di essere più devota del rettore e del vicario messi insieme, provenivano da un male più profondo e congenito di quanto fosse stata pronta a credere.
«Comunque,» disse Mrs Cadwallader, prima a se stessa e in seguito a suo marito, «l’abbandono al suo destino: c’era una possibilità, se avesse sposato Sir James, che diventasse una donna equilibrata e assennata. Lui non l’avrebbe mai contrastata, e quando una donna non viene contrastata, non ha alcun motivo di ostinarsi nelle sue assurdità. Ma ora le auguro tanta felicità con il suo cilicio.»
Ne conseguì che Mrs Cadwallader dovette scegliere un altro partito per Sir James e, avendo deciso che avrebbe dovuto essere la più giovane delle Miss Brooke, per la riuscita del suo progetto non c’era mossa più abile che quella di alludere all’impressione prodotta dal baronetto sul cuore di Celia. Poiché lui non era uno di quei gentiluomini che languivano dietro l’irraggiungibile pomo di Saffo che ride dal ramo più alto – quelle lusinghe che
Sorridono come il ciuffo di primule sulla rupe,
Che la mano cerca invano di afferrare.
Lui non scriveva sonetti, e non poteva fargli piacere di non essere il prescelto della donna per cui aveva mostrato preferenza. Già la notizia che Dorothea aveva scelto Mr Casaubon aveva incrinato il suo attaccamento e ne aveva indebolito i legami. Sebbene Sir James fosse un cacciatore, nutriva per le donne ben altri sentimenti che nei confronti del gallo cedrone e delle volpi, e non considerava la sua futura moglie come una preda desiderabile più che altro per le emozioni offerte dal suo inseguimento. Né conosceva così bene le usanze dei popoli primitivi da ritenere che un combattimento ideale, col tomahawk in mano, per così dire, fosse necessario per la continuità storica del vincolo matrimoniale. Al contrario, possedendo quell’amabile vanità che ci lega a coloro che ci amano e ci allontana dagli indifferenti, e per di più un carattere buono e riconoscente, la sola idea che una donna fosse cortese nei suoi confronti tesseva dei piccoli fili di tenerezza che univano il suo cuore a quello di lei.
Così accadde che, dopo che Sir James si era lanciato al galoppo per mezz’ora in una direzione opposta a Tipton Grange, rallentò il passo e infine imboccò una strada che lo avrebbe riportato indietro attraverso una scorciatoia. Sentimenti diversi generarono in lui la decisione, dopotutto, di recarsi alla Grange come se nulla di nuovo fosse accaduto. Non poteva fare a meno di rallegrarsi per non avere mai avanzato la proposta di matrimonio ed essere stato respinto; una pura e semplice cortesia amichevole gli imponeva di fare visita a Dorothea per le case di campagna, e ora, fortunatamente, Mrs Cadwallader l’aveva preparato a fare le sue congratulazioni, all’occorrenza, senza mostrare eccessivo imbarazzo. La cosa non gli piaceva affatto: rinunciare a Dorothea era molto penoso per lui; ma la decisione di fare subito questa visita e di frenare ogni manifestazione di risentimento, in qualche modo assumeva per lui l’effetto del morso di una lima o di un medicamento revulsivo. E senza esserne chiaramente cosciente, indubbiamente sentiva che Celia sarebbe stata lì, e che avrebbe dovuto prestarle più attenzione di quanto avesse fatto in passato.
Noi mortali, uomini e donne, divoriamo più di una delusione tra l’ora della colazione e quella del pranzo; tratteniamo le lacrime e mostriamo un certo pallore attorno alle labbra, e alle domande che ci vengon poste rispondiamo: “Oh, non è nulla!”. L’orgoglio ci aiuta; e l’orgoglio non è una cosa negativa quando ci spinge soltanto a celare le nostre ferite – e non a ferire gli altri.
a. Il termine inglese – bladder – include però anche il significato di “pallone gonfiato”.
VII
Piacer e popone
Vuol la sua stagione.a
Proverbio italiano
Mr Casaubon, come ci si può aspettare, passò gran parte del suo tempo alla Grange in queste settimane, e l’impaccio che il corteggiamento causò allo sviluppo della sua grande opera – la “Chiave di tutte le Mitologie” – ovviamente lo portò a desiderare ancora di più la felice conclusione del fidanzamento. Ma egli si era esposto deliberatamente a questo impaccio, avendo deciso che era ormai tempo di adornare la sua esistenza con le grazie della compagnia femminile, di illuminare la malinconia che la stanchezza tendeva a fare incombere sugli intervalli di un assiduo lavoro col gioco dell’immaginazione femminile, e di assicurarsi in questo, che era il culmine della sua vita, il conforto della tenerezza femminile per gli anni del declino. Per cui decise di abbandonarsi al torrente dei sentimenti, e forse si stupì nello scoprire quale ruscello così poco profondo esso fosse. Come nelle regioni aride il battesimo per immersione poteva essere celebrato soltanto simbolicamente, così Mr Casaubon si accorse che una spruzzatina era ciò che più si avvicinava all’immersione che il suo torrente gli avrebbe consentito; e ne dedusse che i poeti avevano molto esagerato la forza della passione maschile. Ciò nondimeno, notò con piacere che Miss Brooke mostrava un affetto ardente e remissivo che prometteva di realizzare le sue più gradevoli previsioni sul matrimonio. Una volta o due si era affacciata alla sua mente la possibilità che vi fosse qualche difetto, in Dorothea, che giustificava la moderazione del suo slancio; ma non riuscì a individuare questo difetto, o a raffigurarsi una donna che gli sarebbe piaciuta di più; dunque chiaramente non c’era alcun motivo a cui appigliarsi se non alle esagerazioni della tradizione umana.
«Non potrei già prepararmi a esservi più utile?» gli chiese Dorothea, una mattina, all’inizio del loro fidanzamento. «Non potrei imparare a leggervi ad alta voce il latino e il greco, come facevano le figlie di Milton col padre, senza capire ciò che leggevano?»
«Temo che sarebbe faticoso per voi,» disse Mr Casaubon sorridendo «e a dire il vero, se ricordo bene, le giovinette che avete menzionato consideravano quell’esercizio in lingue sconosciute come un motivo di ribellione nei confronti del poeta.»
«Sì, ma anzitutto erano ragazze molto impertinenti, altrimenti sarebbero state orgogliose di rendersi utili a un padre del genere; e in secondo luogo avrebbero potuto studiare in privato e imparare a capire ciò che leggevano, e allora sarebbe diventato interessante. Spero che non crediate che io sia impertinente e stupida.»
«Credo che siate tutto ciò che una squisita fanciulla può rivelarsi in ogni circostanza della vita. Indubbiamente potrebbe essere un gran vantaggio se foste in grado di copiare i caratteri greci, e a questo scopo sarebbe bene cominciare con un po’ di lettura.»
Dorothea interpretò questa risposta come un prezioso consenso. Non avrebbe chiesto subito a Mr Casaubon di insegnarle le lingue, temendo soprattutto di risultare noiosa invece che di aiuto; ma non era soltanto per devozione al suo futuro marito che desiderava imparare il latino e il greco. Quei settori del sapere maschile le sembravano un punto fermo da cui ogni verità poteva essere percepita in modo più corretto. Infatti, metteva costantemente in dubbio le proprie conclusioni perché si accorgeva di essere ignorante: come poteva essere sicura che le piccole case di campagna non esistessero per la gloria di Dio, quando uomini che conoscevano i classici sembravano conciliare l’indifferenza per le case di campagna con lo zelo per questa gloria? Forse anche l’ebraico potrebbe essere necessario – almeno l’alfabeto e qualche radice – per giungere all’essenza delle cose, e valutare con giudizio i doveri sociali del cristiano. E lei non aveva raggiunto quel grado di abnegazione in cui si sarebbe contentata di avere un marito saggio: desiderava, povera bambina, essere saggia lei stessa. Miss Brooke era indubbiamente molto ingenua, pur con tutta l’intelligenza che le si attribuiva. Celia, il cui intelletto non era mai stato ritenuto molto vigoroso, percepiva assai più prontamente la vacuità della presunzione degli altri. L’avere in genere poca sensibilità sembra essere l’unica salvaguardia contro il provare eccessive emozioni in una particolare circostanza.
Tuttavia Mr Casaubon acconsentì ad ascoltare e a insegnare per un’ora di seguito come un maestro di scuola, o piuttosto come un innamorato per il quale l’ignoranza e le difficoltà elementari di una futura sposa acquistano una proprietà commovente. A pochi sapienti non sarebbe piaciuto insegnare l’alfabeto in tali circostanze. Ma Dorothea restò lei stessa un po’ colpita e scoraggiata dalla propria ottusità, e le risposte che ricevette ad alcune sue timide domande sul valore degli accenti in greco insinuarono in lei il doloroso sospetto che in questo caso si trattava davvero di segreti inesplicabili per l’intelletto di una donna.
A questo proposito Mr Brooke non aveva alcun dubbio, e si espresse con la solita fermezza un giorno che entrò nella biblioteca durante la lezione di lettura.
«Ebbene, Casaubon, andiamo, studi così profondi, i classici, la matematica e cose del genere, sono troppo difficili per una donna – troppo difficili, sapete.»
«Dorothea sta semplicemente imparando a leggere i caratteri» disse Mr Casaubon, eludendo la domanda. «Ha avuto il pensiero assai premuroso di salvaguardare la mia vista.»
«Ah, bene, senza capire, sapete... questo può non essere male. Ma c’è una certa leggerezza nell’intelletto femminile – un tocco, qua e là, musica, belle arti, cose del genere... questo dovrebbero studiare le donne, fino a un certo punto; ma in modo superficiale, sapete. Una donna dovrebbe essere capace di sedersi e suonarvi o cantarvi una buona vecchia melodia inglese. Questo è ciò che mi piace; anche se ho ascoltato la maggior parte delle cose... sono stato all’opera di Vienna: Gluck, Mozart, ogni cosa del genere. Ma sono un tradizionalista per quanto riguarda la musica – non è come per le idee, sapete. Resto fedele alle belle melodie di un tempo.»
«Mr Casaubon non ama il pianoforte, e ne sono molto contenta» disse Dorothea, la cui scarsa considerazione per la musica domestica e per le belle arti femminili doveva esserle perdonata, considerato il modesto tintinnare e imbrattare tele in cui esse essenzialmente si risolvevano in quell’epoca oscura. Sorrise e guardò il suo promesso sposo con occhi riconoscenti. Se le avesse continuamente chiesto di suonare l’Ultima rosa d’estate, lei avrebbe avuto bisogno di molta rassegnazione. «Dice che a Lowick c’è soltanto un vecchio clavicembalo ed è coperto di libri.»
«Ah, in questo sei inferiore a Celia, mia cara. Celia suona con molta grazia, ed è sempre pronta a farlo. Comunque, poiché a Casaubon non piace, sei a posto. Ma è un peccato che non dobbiamo avere piccoli svaghi di questo genere, Casaubon: l’arco sempre teso – quel genere di cose, sapete – non basteranno.»
«Non sono mai riuscito a considerare uno svago farmi tormentare le orecchie con dei rumori cadenzati» disse Mr Casaubon. «Un motivo più volte ripetuto ha l’effetto ridicolo di far eseguire alle parole, nella mia mente, una specie di minuetto per tenere il tempo – un effetto che risulta decisamente sgradevole, penso, dopo l’adolescenza. Quanto alle forme di musica più nobili, degne di accompagnare delle cerimonie solenni, e perfino di elevare l’animo secondo l’antica concezione, non dico nulla, perché non ci interessano direttamente.»
«No, ma la musica di quel genere mi piacerebbe» disse Dorothea. «Tornando da Losanna lo zio ci portò a sentire il grande organo di Friburgo, e quello mi fece piangere a dirotto.»
«Questo non è un atteggiamento sano, mia cara» osservò Mr Brooke. «Casaubon, sarà nelle vostre mani ora: dovete insegnare a mia nipote a prendere le cose con maggiore tranquillità, vero, Dorothea?»
Terminò con un sorriso, non desiderando ferire sua nipote, ma in verità pensando che era forse meglio che sposasse presto una persona così misurata come Casaubon, giacché di Chettam non voleva saperne.
“È strano, tuttavia,” si disse scivolando fuori dalla stanza “è strano che lui le sia piaciuto. Comunque è un buon matrimonio. Avrei abusato del mio mandato se lo avessi ostacolato, malgrado ciò che ne dice Mrs Cadwallader. È quasi sicuro che diventerà vescovo, Casaubon. Quel suo libello sulla Questione Cattolica è stato davvero opportuno – almeno decano, lo nomineranno quantomeno decano.”
E a questo punto devo rivendicare un diritto alla riflessività filosofica, osservando che Mr Brooke in questa occasione non pensava affatto al discorso radicale che, in un momento successivo, avrebbe fatto sui redditi dei vescovi. Quale storico eminente si lascerebbe sfuggire un’occasione singolare per far rilevare che i suoi eroi non previdero la storia del mondo, e neppure le loro stesse azioni? Per esempio, che Enrico di Navarra,25 quando era un bambino protestante, non prevedeva affatto di diventare un monarca cattolico; o che Alfredo il Grande, quando misurava la lunghezza delle sue notti laboriose dal consumo delle candele, non aveva alcuna idea dei futuri gentiluomini che avrebbero misurato le loro giornate di ozio con gli orologi. Ecco una miniera di verità che, per quanto possa essere sfruttata intensamente, durerà più a lungo del nostro carbone.
Ma su Mr Brooke faccio un’ulteriore osservazione probabilmente meno legittima – vale a dire che se avesse conosciuto in anticipo il suo discorso, ciò non avrebbe forse fatto molta differenza. Pensare con soddisfazione che il marito di sua nipote possedeva una grossa rendita ecclesiastica era un conto – fare un discorso liberale era un altro; e solo gli spiriti gretti non riescono a esaminare una questione da vari punti di vista.
a. In italiano nel testo.
VIII
