mercoledì 6 maggio 2026

NEL MUSEO DI REIMS Estratto da "I RACCONTI" Daniele Del Giudice



 NEL MUSEO DI REIMS 

Estratto da "I RACCONTI"

Daniele Del Giudice

Sono affascinato da quei racconti che, come scrive Tiziano Scarpa: "qualcuno comunica a qualcun altro la sua passione conoscitiva; e, nel farlo, trova nell’altro una rispondenza, una condivisione; suscita una curiosità viva, sincera."

Come nel racconto:

Nel museo di Reims

È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura. Forse amare non è la parola giusta, perché nelle mie condizioni è difficile provare un sentimento verso qualcosa fuori, e poi perché le mie condizioni già non mi permettono di vedere piú bene, e dunque non posso dire con certezza che cosa amo, se i quadri che vado a cercare nei musei, o questo stesso andare e cercare, fin quando la vista non calerà del tutto. Rendetevi conto, non c’è alcun motivo per diventare ciechi alla mia età, del resto non c’è alcun motivo per diventare ciechi in assoluto. Potevo scegliere di trattenere come ultime immagini quelle dei luoghi che non ho mai visto, certe foreste dell’Amazzonia dove la vegetazione è cosí folta e fitta da creare un’oscurità appena di qualche grado inferiore al buio nel quale entrerò, certe cascate nel cuore dell’Africa, il cui bianco abbagliante avrebbe forse ritardato quell’ingresso, certe trasparenze di acque coralline, nelle quali, se fosse accaduto lí, se fossi entrato lí nella definitiva cecità forse il trapasso sarebbe stato piú lieve e dolce. Solo che la prima a cadere è stata proprio la visione da lontano, sfocata velocemente in una specie di marginatura indefinita, poi un’opacità indistinta e chiara. Questa opacità io la sentivo, la soffrivo come un sudore, come una febbre paralizzante, come se fosse non soltanto una malattia degli occhi ma di tutto il corpo; e del resto è per una malattia del corpo, malcurata, che sto diventando cieco. Ormai posso vedere da vicino, soltanto da vicino, cosí da vicino che ciò che mi resta della vista sta diventando quasi una sensazione tattile. Per questo non ho potuto decidere di conservare per me come ultime le immagini di donne e uomini, perché non tutti, non sempre, si possono guardare cosí da vicino da toccarli con gli occhi.

Barnaba, un ragazzo italiano alto e coi capelli neri ricci, era arrivato a Reims la sera prima. Aveva cenato e dormito in un albergo, e atteso che il sonno scendesse in modo naturale. Non beve, non prende pillole. Col tempo si era sforzato di accettare la sua condizione fino in fondo, compresa la difficoltà ad addormentarsi, compreso quell’attimo di blanc al risveglio, quando uno sa che deve ricordarsi qualcosa di molto doloroso, come il fatto di divenire cieco, ma per un attimo ancora non se ne ricorda. Si era alzato, si era lavato e vestito con cura, anche se i colori erano già un problema. Poi era uscito dall’albergo. Conservava un portamento teso, con certi scatti di insofferenza e punti di tenerezza; però, camminando, tendeva appena a strusciare i piedi, cercando meglio il terreno. Poiché si vergognava della sua condizione, e piú di tutto avrebbe voluto che non fosse notata dall’esterno, era riuscito a rendere naturale quella ricerca di aderenza con una specie di passo semplicemente piú allungato. Tutto questo sforzo del camminare dritto e del pudore si frantumava poi in errori clamorosi, in quelle situazioni clamorosamente ridicole in cui può trovarsi un cieco, o quasi cieco. Ma anche il ridicolo alla fine aveva imparato ad accettarlo, come la cosa piú difficile. Il museo di Reims era vicinissimo all’albergo, in rue Henri Jadart; ancora qualche metro ed entrò nel portone. Attraversò la cour d’honneur di un palazzo settecentesco, bombato in cima, e dagli ampi finestroni bianchi. Fu dentro.

Per quanto mi sforzi di guardarli tutti piano piano, ogni volta me ne resta in mente solo uno. Uno del Prado, uno della Tate Gallery, uno del Louvre, uno degli Uffizi, uno di qualche museo meno famoso e periferico, dove magari sono andato per vedere solo quello, come qui a Reims, dove in realtà è un solo quadro che vorrei vedere. Non sono un conoscitore d’arte, non lo sono mai stato. Né so bene cos’è che amo nella pittura, proprio perché non l’amo tutta. Ho visto quadri importantissimi, capolavori, ma mi sono dovuto convincere del loro valore, ho dovuto pensare che lí per la prima volta c’era un certo colore, una certa luce, una certa scena, una certa prospettiva, convincermene senza neanche avere la certezza di vederli bene. Ma del resto alla pittura sono arrivato soltanto per esclusione. Di fronte ad altri quadri invece, quadri di cui magari conoscevo il titolo per fama, ma che non sapevo fossero proprio quelli, fossero proprio cosí, l’emozione è stata piena, la commozione è stata immediata, quadri che venivano in fuori, che ti abbracciavano, che ti portavano dentro. E per un attimo io ero ciò che volevo essere: quel giocatore di dadi in una bettola, quell’ufficiale che prendeva ordini da Napoleone tra fumi di battaglia, io ero un cavallo sbudellato, o il centurione incattivito e stupefatto davanti al sangue del Cristo, oppure ero una bottiglia di vetro su uno sfondo colorato, ero una foglia di lattuga dentro una natura morta. Sono questi i quadri che cerco, sono queste le immagini che voglio trattenere. Ma se mi avvicino tanto da distinguere le figure, fino quasi a sfiorarle, perdo il senso dell’insieme, e se faccio un passo indietro, il passo che dicono sia del pittore, non distinguo piú i contorni. Con i colori poi non ne parliamo. Potrà succedere in un qualsiasi momento, so che a ogni istante posso piombare in un buio pieno e nero, e magari mentre io mi sforzo di passare la piú parte del mio tempo nei musei guardando i quadri, come i Corot che cerco di vedere adesso, lo sguardo si spegnerà del tutto in una vasca da bagno, davanti a una tazza della colazione, alla fermata di un autobus.


La vasque de la Villa Médicis, L’étang à l’arbre penché, Souvenirs des rives méditerranéennes, La liseuse sur la rive boisée sono i quadri che Barnaba passa in rassegna. Passa in rassegna perché non è per questi quadri di Corot che è venuto, lui è venuto per Marat assassiné, la morte di Marat dipinta da David; solo che ogni museo ha un suo percorso, non si possono saltare le sale, non si può arrivare subito, e poi anche questi quadri vorrebbe vederli, e si sofferma, e si piega per leggere i titoli sulle targhette d’ottone, si piega ma non troppo, per non essere visto, perché nessuno dal fondo della sala accorgendosi della sua rigidità o della sua incertezza possa bisbigliare, possa stupirsi, possa provare tenerezza. Ma sul fondo della sala passa una scolaresca, e qualche bambino in effetti guarda il giovane alto con le mani nelle tasche dell’impermeabile, lo guarda senza fare domande, in quel modo muto e terribile in cui certe volte i bambini guardano le cose; sfila la scolaresca, sfila qualche turista svagato, e sfilando tutti lasciano apparire una ragazza ferma davanti a un Géricault, una ragazza di spalle, e le sue spalle sono belle e aperte e contornate dal disegno del vestito corto, sfiorate dalle punte dei capelli biondi non troppo lunghi. Lei non vede Barnaba, né Barnaba potrebbe vederla.


Lui è alle prese coi Corot, sente che deve trattarsi di quadri molto belli, sente che lí c’è un mistero del paesaggio, ma la fontana di Villa Medici la percepisce come una massa scura, per quel che riesce a vedere potrebbe essere una barca con al centro un albero maestro trasparente, lo zampillo, e il fogliame delle due querce (ma saranno poi delle querce?) una specie di sipario aperto sulle cupole di una città d’acqua; sí, forse la fontana non è altro che una barca, come la barca del Pêcheur en barque à la rive, il quadro successivo, solo che al posto della barca Barnaba vede proprio un albero, abbattuto o stroncato, che spunta dal fondo limaccioso, e il pescatore non gli arriva come il pescatore, ma come un ramo nodoso che si sporge appena, avvolto nel fogliame della vegetazione bassa, immerso nell’umore dell’acqua stagnante.


Il tempo cosí lungo che Barnaba passa di fronte a ogni quadro, la vicinanza da cui guarda la tela, l’ostinazione con cui cerca di percepirla fanno sí che una coppia di anziani si fermi a osservare con sufficienza, che il custode si alzi dalla sedia e faccia un giro guardingo alle sue spalle, che la ragazza bionda voltandosi dal suo Géricault e vedendo il tutto resti un attimo interdetta, e poi capisca.

Forse perché ci sono dei momenti in cui le cose si fanno improvvisamente chiare, o forse perché nei quadri dove le figure sono grandi, centrali, nei quadri dove si tratta di persone e di passioni mi è piú facile distinguere, però Desdémone aux pieds de son père di Delacroix (se è proprio questo che c’è scritto sulla targhetta) lo vedo meglio, vedo il vestito scuro rigonfio, vedo l’incarnato bianco subito sopra il seno, vedo i capelli lunghi scarmigliati, vedo lei che solleva un braccio e incontra il braccio del padre; ma è il padre che mi appare confuso, forse ha le mani avanti per respingere la figlia, forse la sta maledicendo, comunque non lo distinguo bene, è troppo in ombra. Che cosa ricorderò di questo quadro? Il fatto che una donna chieda di essere tollerata e amata dal padre cosí com’è, anzi, proprio perché è cosí? La durezza di un padre che vincola l’affetto a una linea di condotta? Ricorderò il gesto di lei? Il gesto del padre, che ho potuto soltanto immaginare? Ma c’era realmente il padre? Di Desdemona so tutto ciò che la legava a Otello, so della sua remissività e impotenza, della sua menzogna finale, di come in punto di morte preferí mentire addossandosi la colpa piuttosto che accusare altri, ma del padre cosa so? E nel quadro è solo? C’erano degli altri con lui? O forse sono io che ho confuso le ombre, che ho scambiato per persone i semplici tratti di uno sfondo? È come con le nuvole, quando potevo ancora vederle, bastava un minimo appiglio per dare loro una forma: una grande nave nel cielo, un grande spazzolino da denti, un animale grande accucciato. Devo difendermi da quell’immaginazione che collega le stelle tra di loro, come i punti di una vignetta enigmistica, e fa dire «l’Orsa!» o «il Carro!», mentre tutto nella realtà è staccato, disunito, non messo lí per assomigliare a qualche cosa.


Anne, la ragazza, si avvicinò a Barnaba cosí silenziosamente che lui non se ne accorse, preso com’era dal quadro.


Lei disse piano: «Desdemona è quasi in ginocchio ai piedi del padre. Il padre ha una grande veste rosso chiaro, e la barba; guarda la donna severo, tagliente, la respinge. Da una porta sullo sfondo si affacciano altre due figure, restano bloccate sulla soglia, intimorite. La luce scende dall’alto, è tutta sul petto e sul viso di lei».


Barnaba non si è voltato subito, ha impiegato qualche attimo per controllare emozioni diverse: la sorpresa di essere stato scoperto, l’irritazione con se stesso che sempre gli veniva in questi casi, la tenerezza per il tono pacato e di complicità che c’era nella voce che aveva appena udito. E quando si è girato, gli occhi di lei erano cosí vicini che gli riuscí di coglierne perfettamente il disegno e la trasparenza, ma non la tonalità che a lui sembrava complessivamente chiara, senza poter dire a quale tipo di azzurro appartenesse. La ragazza guardò a sua volta gli occhi di Barnaba e si stupí che il margine della pupilla nera fosse cosí netto, una specie di circoletto nitido in cui si addensava il bruno scuro, e pensò che a tanta definizione dell’esterno doveva corrispondere chissà quale sfocatura e non definizione dall’interno.


«E i colori?», ha detto Barnaba tornando al quadro.


«Sono soprattutto marroni, a parte il rosso dei vestiti e il giallo della luce», ha risposto lei.


«Ma il vestito di Desdemona non è verde?»


«No non lo è», ha detto Anne sorridendo. Ha guardato Barnaba, e ha guardato il quadro. Poi ha ripreso in un tono diverso: «O forse sí. È verde».


Barnaba è rimasto ancora davanti al quadro, finché la ragazza ha detto «Andiamo», e sono passati alle sale successive.


Non so mai bene come comportarmi. Da un lato tenderei ad affidarmi in tutto a chiunque mi avvicini, dall’altro so che la mia condizione mi isola dalle altre persone. Per temperamento ero già un po’ diffidente, adesso ho quasi sempre paura. Di lei non riesco a vedere molto; ho visto gli occhi, e il viso, e ho sentito la voce, e anche l’odore. Prima che la mia fidanzata mi lasciasse (non posso rimproverarla per questo), avevamo un modo di annusarci quando ci incontravamo dopo un certo tempo; prima ancora di abbracciarci o di baciarci, magari in un caffè, ci annusavamo lungo il collo, come due animali, per riconoscere l’odore o per sapere dall’odore se nel frattempo qualcosa era cambiato. L’odore di Anne, l’odore di questa ragazza adesso, è appena profumato, e sconosciuto. Chissà perché ha avuto quell’esitazione e prima mi ha detto che il vestito di Desdemona era rosso e dopo verde. Certo non potrei dire che non lo fosse, ma in qualche modo mano a mano che perdevo la vista ho capito come cambiavano i colori, quali frequenze se ne andavano via; ho imparato a cercare di indovinare un colore dal suo contrario, o dall’intensità dei toni che perdevo.


Lei aspetta sempre che sia Barnaba a parlare, come del resto aspetta che sia lui a scegliere i quadri dove fermarsi, e quelli dove tirare dritto. E quando lui si ferma, lei si limita a leggergli il titolo del quadro e l’autore, per risparmiargli tutto quel piegarsi e avvicinarsi alle targhette, e poi resta in silenzio. Lei dice piano: «Les filles de Pélias demandant à Médée le rajeunissement de leur père, di Charles-Edouard Chaise» oppure «Nature morte à la statuette Maori, di Gauguin», o ancora «Un cardinal examinant un plan, di Richard Bonington» o «Bâteau sur le fleuve, clair de lune, di Stanislas Lépine» o «Le spectre de Banquo, di Théodore Chassériau» o anche «La lecture du rôle, di Renoir». Anne dice soltanto cosí, all’inizio; e aspetta. Barnaba non le chiede aiuto, anzi; ma se lui, a bordo del battello sul fiume, al chiaro di luna, vede anche un capitano che in realtà non c’è, e ne parla, Anne glielo descrive compiutamente nell’alone di una luce candida; e se lo spettro di Banquo gli appare in piedi e malvagio invece di starsene seduto tra gli altri commensali come se ne sta nel quadro, lei gli completa quell’immagine fin nei dettagli, in gesti che nella tela non ci sono affatto; e se Barnaba le chiede: «Cosa c’è nella mappa srotolata davanti agli occhi del cardinale?» senza rendersi conto che non è lui che non la vede, ma è la pittura stessa impressionista e solo accennata, Anne gli descrive segno per segno la pianta di una basilica che probabilmente un architetto sottopone all’approvazione del cardinale, senza che questa sia stata mai dipinta; se lui domanda: «Qui, lo sfondo della statuetta Maori com’è?», Anne non si cura del fatto che una natura morta difficilmente ha come sfondo un paesaggio, o forse proprio per questo, per lanciargli un segnale, gli descrive capanne di terra e di paglia e canneti di bambú; come del resto poi gli parlerà del viso bellissimo dell’attrice intenta ad ascoltare la lettura della sua parte, e dello strano e inquietante rapporto tra i due uomini cosí vicini a lei, quello di fronte che legge le battute, e l’altro che le sta alle spalle e ascolta.


È in questo modo che Anne completa e rifinisce le immagini sbagliate che Barnaba si fa di ciò che non può vedere, o gliele inventa dettaglio per dettaglio. Non si direbbe che lei menta per mentire, né perché la situazione le offre l’immunità da ogni riscontro; e c’è sicuramente un tempo, magari breve, in cui lei stessa è del tutto convinta di quel che dice, e lei stessa vede chiaro ciò che nei quadri non c’è, ciò che soltanto il desiderio o l’immaginazione di Barnaba producono, e lo fa suo, ed è con lui almeno in questo. Anche nel passo però: ha trovato d’istinto, fin dall’inizio, un’andatura che tiene conto di quella incerta e rinormalizzata di Barnaba. Camminano cosí, uno a fianco all’altra nel riflesso color avorio delle sale del museo, e quando si fermano e lei mente, la sua voce, per natura sottile, prende altre risonanze, piú vicina, piú intima, piú complice, appena sofferente.


C’era veramente un capitano sul battello? C’era veramente un canneto di bambú sullo sfondo della statuetta? E nella carta srotolata sotto gli occhi del cardinale c’era veramente quello che lei ha detto? A me sembra di vederli. All’inizio non ne sono sicuro, ma quando sento la sua voce, quando sento il suo sguardo che si volta dal quadro, tutto mi sembra come lei dice. Però appena smette di parlare mi ritorna la prima immagine che ho avuto, la mia, e allora mi sembra che il capitano non ci sia, nemmeno il canneto, neppure la pianta della basilica. Ma poi, alla fine, che importanza ha sapere se c’erano veramente? Che importanza può avere se questi quadri li ricorderò come sono, o come ho cercato di vederli, o come lei me li ha descritti? Chi mi assicura che quando il buio sarà perfetto buio li ricorderò uno per uno e non diventeranno invece una specie di visione confusa e unitaria, che piano piano si perderà nel passato? L’importante è adesso, l’importante è qui. Vorrei che lei parlasse ancora, vorrei che me ne descrivesse altri, vorrei capire se questa sensazione sottile che ho, tra quello che lei dice e quello che io non riesco a vedere bene, corrisponde in qualche modo al vero. Che spreco di sensazioni trascurate, non messe a fuoco, non riconosciute se non dopo, non perseguite, quando me le potevo permettere! Adesso ognuna è cosí vitale per me, cosí significativa, che non posso perderne nemmeno mezza, neppure questa, seppure incerta: che lei mi stia mentendo. Ma perché dovrebbe farlo? Per gentilezza? Per aiutarmi? Per fare in modo che non mi renda conto di quanto è già avanzata la mia malattia? Eppure non ne abbiamo parlato, non ho avuto bisogno di dirle: sto diventando cieco, lei l’ha capito subito. Se è per questo che lei mente ne sarei cosí addolorato che me ne andrei per mio conto, subito davanti al Marat assassiné, che pure deve stare qui, da qualche parte. O forse no, forse vorrei contraddirla, metterla in imbarazzo, farla sentire in colpa. Farle sentire, con una sola increspatura della fronte, l’indelicatezza di mentire a un cieco, o quasi… Ma perché poi indelicatezza? La mia malattia mi offre davvero poche cose, quasi sempre diverse e opposte a quelle che la salute e la normalità mi offrivano prima. Potrei prenderlo come un dono del mio stato. Ma sí, forse potrei prenderlo cosí, o poco meno.


«È stanco?», chiese Anne con dolcezza. «Al contrario», disse Barnaba, e spiegò che quello che faceva, ciò che poteva fare, non era molto faticoso. Del resto lí nel transetto, ai piedi dello scalone di graniglia che saliva su, c’erano pochi quadri, non impegnativi né per chi li aveva dipinti né per chi li avrebbe visti, ritratti di persone sconosciute, interni domestici ciascuno con un’azione ben precisa: il bucato, la cucina, il sonno dei vecchi, la punizione dei bambini; nelle case in cui erano stati avranno celebrato le funzioni della casa, come lari, e in una casa d’oggi sarebbero stati messi in punti di passaggio, come di passaggio era questo punto del museo. Barnaba avrebbe voluto averne almeno un’idea complessiva da vicino, ma Anne lo trattenne dicendo: «Non ne vale la pena», parlandogli d’altro, e nel parlare, con piccoli accenni o frasi laterali cercava di raggiungere la parte comica di Barnaba, la parte comica della sua condizione, e avrebbe voluto che in qualche modo ne ridesse, e Barnaba l’avrebbe anche fatto, solo che a ogni allusione anche sfumata doveva superare un attimo d’imbarazzo, che non era il suo ma quello che avrebbe provato lui, se fosse stato Anne, nel dire certe cose senza timore di ferire. Lei sorrideva anche di questo, diceva: «Però potrebbe fare degli ottimi scherzi», e se Barnaba chiedeva quali lei rispondeva: «Tutti quelli che si possono fare in una condizione a metà. Le cose a metà sono le migliori per fare degli scherzi», e poi aggiungeva in un tono appena diverso, riflessivo, come tra sé: «Anche per mentire, la condizione a metà è la migliore».


Parlando degli scherzi che Barnaba avrebbe potuto fare, sebbene lui dicesse: «È piú facile che ne facciano gli altri a me», salirono lo scalone. L’ultimo piano era stato quello delle chambres de bonne, coi vecchi muri poi abbattuti e lo spazio ristrutturato in un salone lungo, dove paretine finte e costruite apposta segnavano la fine di un percorso cominciato giú, con la biglietteria.


Barnaba cerca d’intuire dove sia il Marat assassinato, e gli sembra che possa trattarsi di quel chiarore isolato, accentuato dai faretti sul fondo della sala, solo che Anne è già ferma davanti a un quadro non molto grande, subito lí a sinistra, e legge dalla targhetta: «L’enfant distrait, di Nicolas Taunay». C’erano tre o quattro bambini in fila, almeno cosí parve a Barnaba, con le bocche spalancate e il viso in alto; cantando seguivano tutti il maestro che li dirigeva, tutti tranne l’ultimo, anche lui cantava ma guardava fuori, attraverso la vetrata della chiesa, dischiusa. «Fuori, – disse Anne piano, – c’è un altro bambino, piú piccolo. È seduto sull’erba e tiene una mano dentro l’altra, tra le due mani corre un filo che sale fino a un aquilone. Il bambino non guarda l’aquilone, guarda verso la finestra della chiesa, dove gli altri cantano. O forse non si può dire che li guardi; gli occhi sono lí, ma lui è leggermente distaccato, come in un suo pensiero o in una sua saggezza». Barnaba era sempre curioso dei vestiti dei personaggi, e quando lei gli descrisse i bambini del coro con un colletto bianco austero ed elegante, le chiese: «La sua infanzia è stata cosí?», e lei rispose: «Un po’». Poi volle sapere quale dei due bambini poteva considerarsi distratto, e Anne lo invitò a scegliere, o a considerarsi distratto anche lui, dato che un attimo prima, entrando nel salone, cercava chissà cosa, chissà dove. Allora Barnaba parlò di Marat, del motivo per cui era venuto lí, e lei non ne sembrò sorpresa.


Vuoi perché insicuro, o perché sospettoso, o perché si sforza di vedere cosa c’è davvero nel quadro, o perché cerca di capire Anne, però le domande di Barnaba adesso sono piú sottili e piú insistenti, domande soprattutto sui colori, sul blu, sul rosso o sull’arancio, molti dei quali gli arrivano soltanto come un grigio disturbato in toni. E se lei gli parla di giallo, lui cerca subito un paragone per ricordarne uno, e chiede: «Come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?», ma i paragoni con cui Anne risponde sono di tutt’altro tipo, e a voce piú bassa: «Giallo come il tradimento e l’incostanza. Giallo come l’amore legittimo, o l’adulterio che lo rompe», finché le sembra che Barnaba sia cosí attento alle sfumature della sua voce, e al fondo cosí teso, che alla richiesta di un ultimo dettaglio, non poi tanto importante, tace per un attimo, poi dice con dolcezza: «No».


«Perché no?», ha domandato Barnaba.


«Perché lei non si fida», ha risposto Anne.


«Non è proprio cosí».


«Non importa», ha concluso lei con un sorriso.


Ci fu uno scampanellio lungo, del tutto sproporzionato al silenzio della sala, tanto che Barnaba pensò di aver sfiorato il quadro mettendo in moto l’allarme. Appena si rese conto che il museo stava chiudendo disse forte: «Il Marat!» Anne lo prese quasi per mano, correndo verso la parete di fondo della sala dove stava il quadro, ma a metà furono bloccati dal custode, cosí rapido nell’allargare le braccia e nello scuotere la testa da sembrare elettricamente connesso alla campanella.


Riscesero al piano terra senza parlare, ma ciascuno dei due sentí una necessità assoluta in quello stare cosí vicini, una necessità palpabile, sebbene senza alcuna forma in cui potesse esprimersi. Furono nella cour d’honneur, furono fuori dal museo. E poi nel traffico della rue Chanzy, a pochi passi dalla Cattedrale, fermi a un passaggio per pedoni, e Barnaba si coprí gli occhi per proteggersi dalle sciabolate di luce riflessa dai parabrezza delle auto, che riceveva come colpi piú intensi e sfocati. Anne lo fece voltare e disse piano, come completando un suo ragionamento: «Ci sono delle persone che stanno tutte sul bordo dei loro occhi. Spuntano da lí. Non dipende dalle loro qualità interiori, magari altri, piú ricchi dentro, hanno uno sguardo che non arriva fino alla pupilla, si ferma prima, chissà dove, che so, al diaframma, al petto, o da qualche parte nella testa. Io non so come lei veda, ma il suo sguardo si vede cosí tanto. Lei è tutto lí, sul bordo dei suoi occhi».


Lo riaccompagnò all’Hôtel Le Vergeur, e parlarono ancora un poco, e c’era già qualche parola storpiata dal francese di Barnaba che era diventata una parola loro, e Barnaba prima di congedarsi sulla porta dell’albergo domandò, ma come fosse una questione ormai poco importante: «Non c’era in quel quadro il bambino con l’aquilone, vero?», e Anne rispose con un sorriso triste: «Avrei preferito che non me lo chiedesse. Comunque c’era. E anche se non ci fosse stato, in qualche modo non le avrei mentito». Poi lo salutò, e il modo era certamente pieno di tenerezza trattenuta dal pudore, e certamente definitivo. Barnaba, che non era in grado di vederla allontanarsi, pensò prima che la risposta non fosse giusta, poi che la sua domanda era sbagliata, poi ancora che non ci sarebbe stata mai piú occasione per fargliene un’altra.


È un peccato che per me, proprio per me, la luce si stia cambiando in ombra. Sarebbe un peccato per chiunque naturalmente, ma è difficile accettare di essere scelti per certi destini, specie quando mi sveglio cosí di colpo nel cuore della notte, e tutto diventa piú drastico e senza respiro, e perfino una faccenda come la mia che non avrebbe momenti piú drammatici essendo già sul limite ogni ora, tocca una soglia ancora piú scabra, di notte, quando tutto è fuori misura, nel buio, che anticipa il buio nel quale finirò, e in ore come questa faccio già le prove. Allora tutto mi appare dall’interno, condannato al solo interno, come durante le visite dei miei amici all’epoca dei primi disturbi, quando non potevo dirmi in compagnia nemmeno con loro: dopo un po’ se ne sarebbero andati e io sarei rimasto di nuovo per mio conto, questo sentimento del futuro guastava subito le sensazioni del presente e finivo per essere solo anche mentre loro erano lí, separato e diviso da un cristallo che rimandava me a me stesso con la scritta: «Questa malattia è tutta per te, solo per te». E in effetti se di giorno riesco a costruirmi un minimo orizzonte, di notte ho solo questo cui pensare. Per quelli del posto dove lavoravo dopo aver finito l’Accademia navale, cosí energici, cosí attivi e selettivi, era solo un caso di sofferenza, ero semplicemente entrato a far parte della schiera di coloro che non ce l’hanno fatta, di quelli che si allontanano voltando le spalle, lontano da loro lontano dal centro, e nei discorsi hanno diritto lí per lí a molte parole di comprensione poi di rimpianto poi di null’altro. All’inizio opponevo alla malattia la disciplina cui ero stato educato dalla mia famiglia, quando ancora pensavo che il destino fosse carattere, mi sforzavo di compiere ogni azione con lo stesso impegno sebbene goffa e impacciata e lenta, solo che ogni azione mi costava molto, non per la fatica ma per la nostalgia, ogni azione arrivava accompagnata da un ricordo, come stasera che ho mangiato delle ostriche in un ristorante nel centro di una città francese, e subito mi è tornato in mente quando uscivo in barca con una retina di tartufi di mare e una retina di limoni, aprivo il tartufo col coltello e cercavo di non guardare troppo il mollusco che si contraeva sotto le gocce di limone, e poi me lo mangiavo. Tutto questo si svolgeva al sole e valeva lí per lí, mentre adesso nessuna azione, pur delle poche che posso ancora compiere, si presenta da sola ma sempre in compagnia di un gemello migliore nel raffronto, perfetto nel ricordo. È in notti come queste, in ore come questa che penso alla mia famiglia, cosí protettiva e dominante, a mio padre che dice: «Hai ventotto anni, ma noi avremo sempre cura di te», a mia madre che dice: «Che peccato, non ti preoccupare», ai miei fratelli che dicono: «Adesso sei di nuovo con noi» (anche la Marina, quando venni sbarcato definitivamente, disse: «Lei non sarà mai solo»), io ero cresciuto nell’emulazione della mia famiglia, poi avevo preso una mia strada, nei miei piani prevedevo anche una famiglia nuova, la mia, mi sarei inventato la stessa cosa che si erano inventati loro, ma senza le rigidità gli eccessi le possessività, li avrei battuti su quel terreno, il loro, dato che su tutti gli altri li avevo già battuti, invece proprio lí sono stato sconfitto, come su tutto d’altronde. Quand’ero allievo ho imparato le manovre per la resa e i termini in cui ci si consegna. Non potevo fare altro, dopo una certa resistenza mi sono consegnato. Eppure sempre piú compio gesti di paternità, senza avere alcun oggetto, come un animale condizionato dalla natura… La natura, sarà quella che mi mancherà di piú, i miei compagni al primo imbarco dicevano: «Tu non ti rendi conto di come cambia la tua faccia in mare» e sorridevano, mi mancheranno certi azzurri e certi rossi a perdita d’occhio, mi mancherà la perdita d’occhio, e il senso di spazio e di sicurezza e di quiete che dà… Come farò senza i colori? In questo buio, la notte, certe volte mi concentro e viene fuori da chissà dove un arancione caldo, o un blu, colori puri senza nessuna forma, come se fossero venduti a lastre di colore puro, chissà se quando sarò completamente cieco conserverò questa capacità di inventarmi i colori che non vedo, certi turchesi tralucenti, certi gialli accecanti, certi bruni pieni di risonanze basse profonde, certi verdi cosí delicati… È come con la musica, anche per quella ci dev’essere un deposito nella mente, e quando è cosí buio se mi sforzo riesco a risentire brani interi, è una macchina difficile da mettere in moto all’inizio ma dopo non c’è modo di fermarla, comincia con il solo tema, una alla volta si aggiungono le tramature e gli accenti, entrano le armonie, la musica si gonfia, passa dalla testa alle orecchie, ma non per via interna, passa da fuori, come se davvero io la ascoltassi. È una temperatura calda, come calda è la temperatura dei colori, e in ore come questa prende alla gola e accelera il respiro… E le voci, poi. A mano a mano che la vista perdeva effetto si ampliavano gli altri sensi, come un animale preistorico perde le pinne e sviluppa le ali secondo necessità, e adesso è il tatto a dirmi la consistenza delle cose e vorrei toccare tutto, come sono toccato dalle voci. La voce di Anne ogni tanto mi sfiora, o mi prende alle spalle, ci sono dei momenti in cui spinge e fa forza, degli altri in cui tira con delicatezza, e queste prese, questi gesti della sua voce hanno qualcosa di assolutamente composto e perbene, come lei doveva essere, e qualcosa che chiede aiuto… Si può mentire per tanti motivi, per dolore o per impotenza, per agganciare un altro in un qualunque gioco, per imporgli la propria visione, o anche soltanto perché è impossibile fare diversamente. Io mentii al maggiore medico, lui fece una faccia cosí stupita quando scoprí che mentivo davanti alla cassettina delle lane di Holmgreen, la cassettina per controllare il daltonismo, c’erano tanti scomparti con dei fili di lana colorata raccolti a matassine divise per tono e sfumature, già da un po’ mi ero accorto che non li riconoscevo piú, però quella visita l’avevo passata tante volte e avevo imparato a memoria il posto di ogni colore, l’ultima volta lui disse: «Mi prenda il rosso magenta, per favore» e io lo presi, solo che non era lí, non era quello il filo, lui aveva capito e aveva cambiato di posto le matassine, disse con cortesia: «No», poi aggiunse: «Mi prenda il rosa fucsia», io non sapevo dove mettere le mani, tutte quelle lane colorate, quei fili strozzati da un nodino in alto li avevo sempre collegati a mia madre e al suo tavolino da cucito, «Allora?», disse lui, e io non dissi nulla, mi chiese altre matassine di lana, in colori sempre piú decisivi, finché disse con stupore: «Ma lei ha un problema sulla linea del rosso e del verde!» e richiuse la cassettina, la chiudeva sempre subito dopo l’esame perché la luce non virasse i colori cosí sfumati delle lane di Holmgreen, e ripeté senza guardarmi: «Accidenti, proprio sulla linea rosso-verde!»… Chissà per quale motivo ha mentito Anne, che bisogno c’era? Devono esistere delle malattie diverse dalla mia, senza danno apparente, senza menomazione, anzi contornate dalla bellezza e dalla gaiezza, malattie di cui è difficile dire dove ledono e dove fanno male, ma non per questo meno gravi, meno dirompenti. Invece di scoprire se mentiva o no avrei dovuto capire, come lei ha capito, avrei dovuto aiutarla, dovevo riuscire a essere io lei, avrei dovuto metterla di fronte a se stessa, permetterle di incontrare se stessa vivente nei gesti e nelle parole di un altro, identici ai suoi, i suoi, dovevo essere lei anche solo per un istante, per lei… Ma cosa sto pensando? Se non ho potuto nemmeno vederli i suoi gesti, che peccato che io non abbia saputo… Ci sarà una casa in questa città dove lei sta dormendo adesso, ed è tutta la sera che provo a immaginarla, ma alla fine c’è sempre qualcosa che non va, il mobilio non è quello, il colore dei tappeti nemmeno, né il portone, la facciata o le scale, ogni volta mi ritorna un dettaglio della sua voce e della sua presenza cosí concrete e forti che qualunque casa metto su non le corrisponde; ci sarà una scuola, un’università o un ufficio, dov’è cresciuta, dove lavora, se lavora, dove ha intrecciato le sue amicizie, i suoi desideri, via via diversi, posti dove si è incontrata o s’incontra con persone con cui le piace stare, a me sarebbe bastata una parola per immedesimarmi in tutto questo, ed essere là, ma lei non ne ha parlato, e io non avrei mai avuto il coraggio di chiederglielo… Ecco, in strada ci sono già i primi camion che raccolgono le immondizie, e le prime macchine lavano l’asfalto, tra poco sarà giorno e con la luce ogni cosa ritornerà piú normale, con la luce si possono fare programmi, anche programmi minimi come faccio io, tornare al museo per vedere il Marat assassinato e poi partire da Reims, però il buio in qualche modo mi aiutava, nel buio mi sento come tutti gli altri, posso illudermi di non vedere per una circostanza esterna, di non vedere come tutti gli altri non vedono. Solo la luce dà normalità mano a mano che cresce, come adesso, e rallenta il respiro, però la luce rivela le differenze, purtroppo anche la mia… Ero stato educato alla limpidezza, come farò a muovermi nell’ombra, nella torbidità, nel torpore… «Undici decimi» dicevano alle visite mediche, undici decimi… di sonno.


Barnaba aveva un suo metodo, in questo andare per musei sofferente e probabilmente di ripiego: sceglieva sui libri i quadri da vedere, quasi sempre li sceglieva per il soggetto, e prima di partire si documentava. Cosí sapeva già che cosa avrebbe cercato di vedere, cosí sapeva che il Marat assassinato sono almeno cinque, cinque Marat assassinati, uno a Bruxelles, uno a Reims, uno a Versailles, uno a Dijon, un altro altrove, i primi due dipinti interamente da David, il terzo una replica d’atelier, gli ultimi due semplici copie, almeno cosí aveva letto nei libri appassionandosi a quel quadro. In tutti e cinque la scena è la stessa, stessa posizione del morto, identici gli arredi, la vasca da bagno, i drappi, la ferita, solo un particolare distingue quello di Bruxelles da quello di Reims, ciò che c’è scritto sulla cassetta di legno in primo piano: per il Marat assassinato di Bruxelles si tratta di una dedica, affettuosa, finale: A Marat, David, per quello di Reims la frase è piú complessa: N’ayant pu me corrompre ils m’ont assassiné, quasi che il movente del delitto dovesse essere stampato nei pressi del cadavere. Era stata anche la curiosità di quella frase, oltre ad alcune convenienze del viaggio, a fargli scegliere il quadro di Reims.


Tornò al museo attraversando rue Robert e rue Carnot, piene di vetrine, brasseries, di africani in movimento dentro grandi Peugeot, e forse perché tutto questo gli arrivava solo come bagliori e traiettorie pensò che la sua condizione, e in piú il pudore con cui la nascondeva generando equivoci e fraintendimenti, impediva anche quei rapporti minimi che si possono avere entrando in un negozio di dolci o facendo una fila o chiedendo l’indicazione di una strada; c’era stato una specie di distacco, di impedimento alle cose pratiche di cui soffriva molto, e nel pagare il biglietto d’ingresso al museo di Reims ebbe la sensazione che questi suoi viaggi non sarebbero durati ancora a lungo.


Al pianterreno si è fermato solo davanti a dei volti di Cranach ritratti all’inchiostro bruno, che non aveva considerato il giorno prima. Poi ha attraversato le altre sale, ma fin dall’inizio è stato preso da un filo di nostalgia sempre piú tagliente, ogni angolo si salda a una frase di Anne, a un suo silenzio, a una tensione o a un abbandono, e un po’ alla volta si è orientato lungo il percorso non perché riconoscesse bene i posti ma perché ricordava distintamente il momento con Anne cui ciascuno di essi si legava. Salí al piano superiore, nella sala del Marat; si fermò un attimo alla piccola parete dedicata a Nicolas Taunay, non per L’enfant distrait, non avrebbe cercato il bambino e l’aquilone, non aveva alcuna voglia di controllare, gli sembrava che nel dolore di Anne al di là delle bugie e anzi proprio per quelle ci fosse un punto di verità, ed era di quel punto di verità, adesso, che piú di tutto aveva nostalgia. Guardò invece il quadro accanto, i Comédiens ambulants, e riuscí a vedere uno scenario all’aperto, forse in un parco forse in un giardino, con una piccola folla sotto, un sipario chiuso e davanti al sipario una donna che leggeva da un libro grande e altre maschere con movenze beffarde, ma erano figure troppo piccole, indistinguibili per lui; eppure dei quadri gli piaceva proprio quello, la scena, per lui i quadri appartenevano alla famiglia della messa in scena, dei sogni e del teatro, e cosí potevano esserci sogni astratti e sogni figurativi, ma sempre lo incuriosiva piú di tutto la situazione, lo incuriosiva la storia, i fili infiniti che dalla storia si dipartono lasciando immaginare il prima e il dopo, tutto quello che nel quadro non c’è. Per quello che nei quadri c’è, invece, a forza di guardarlo o di supporlo o comunque di immedesimarsi, finiva col pensare anche ai modelli, a chi erano stati i modelli, a ciò che avranno pensato loro nelle interminabili ore della posa, a cosa facevano davvero nella vita.


E arrivò al Marat assassinato.


Gli apparve piú grande. Piú alto, piú verticale di come se l’aspettava. Piú ampio. C’era sempre un primo momento, quando arrivava davanti al quadro per il quale era partito, in cui si stupiva delle differenze, e la prima emozione se ne andava in questo. Ebbe poi un senso complessivo di quiete e di tenerezza, difficile dire da quale punto del quadro gli venisse, forse dal viso riverso di Marat, che era quasi all’altezza del suo e perciò lo distingueva meglio, forse dal braccio abbandonato a terra, forse da quel tronco pallido che usciva dall’acqua della vasca da bagno. Sapeva che la fronte era fasciata con una compressa d’acqua e aceto, ma non la vedeva bene, nella sua percezione era tutt’uno col lino del lenzuolo su cui poggiava, immerso nell’acqua della vasca. Da qualche parte poi gli arrivava una specie di sorriso e un’idea di giovinezza, e un’idea di meridione, come se davanti a lui ci fosse un qualunque ragazzo di un qualunque sud del mondo, e ricordò che David aveva dipinto Marat assai piú giovane di quanto fosse.


Ogni tanto Barnaba fa un passo indietro, ogni tanto fa un passo avanti, o si sposta di lato per annullare il riverbero luminoso dei faretti sulla pellicola brillante della tela, che gli rende ancora piú difficoltosa la visione; ogni tanto avrebbe voglia di toccare questo o quel punto del quadro, oppure chiude gli occhi sforzandosi di richiamare alla mente l’immagine che ha visto sui libri, quando ancora vedeva un po’ di piú, poi li riapre: da qualche parte debbono esserci dei biglietti, quello scritto da Marat per accompagnare un assegnato a un popolano che ne aveva fatto richiesta, quello di Charlotte Corday con la supplica, ma non riuscirebbe certo a leggerne il testo, l’unica cosa che distingue, forse perché l’ha colpito cosí tanto, è una parte della scritta sulla cassetta di legno, «… ME CORROMPRE, ILS M’ONT ASSASSINÉ», e la guarda con lo stesso senso di sicurezza con cui un palombaro legge il nome incrostato di un relitto in fondo al mare e sa che è proprio quello; da qualche parte debbono esserci delle penne e un calamaio, da qualche parte un coltello insanguinato e una ferita, ma trovarli e riconoscerli per Barnaba, ricomponendo tutte le parti e i sentimenti, non è minore fatica che se dovesse staccare il quadro dalla parete, grande com’è, prenderlo tra le braccia e portarlo via. E ne prova altrettanta fatica e disorientamento.


C’è stato un fruscio leggero, piú che un fruscio una presenza alle sue spalle. Anne era già lí da qualche istante e lo guardava senza fare rumore; solo quando Barnaba ha cercato di voltarsi ha detto piano: «La ferita è sotto la clavicola, verso l’ascella. Profonda ma già prosciugata del sangue, con le labbra nette, una ferita da lama tra la prima e la seconda costola, un po’ obliqua, un colpo di quelli che passano il polmone, tagliano l’aorta e aprono il cuore con la punta».


Barnaba non ascoltò nemmeno una di queste parole, era cosí emozionato, riuscí soltanto a dire: «Non pensavo che sarebbe tornata qui», e Anne rispose: «Perché?», poi sorrise e aggiunse: «Vuole che vada avanti?» e lui fece cenno di sí. «Non potremmo sederci sulla panchetta qui di fronte?», disse Anne per sottrarlo a quell’inutile tortura dello stare cosí attaccato al quadro, o forse perché con quel quadro lei manteneva comunque un distacco e una rivalità, Barnaba doveva conoscerlo assai bene, e al posto dell’intimità nelle bugie e nell’invenzione del giorno prima, lei ne cercava un’altra. Seduti cosí sarebbero stati almeno piú vicini tra loro, piú protetti. Dopo un attimo lei riprese a parlare, disse che la vasca non si vedeva tutta, i bordi erano ingombri per metà del lenzuolo che ricadeva fuori, per l’altra metà della tavola messa per lungo e ricoperta da un panno verde che Marat usava come appoggio per scrivere, e cosí piú che una vasca sembrava uno strano letto rimboccato, un letto d’acqua; disse che Marat era immerso nella vasca fino al torace, e tra questo e la tavola si intravvedeva una striscia d’acqua, già arrossata dal sangue; il braccio sinistro era allungato sulla tavola, la mano teneva tra le dita la falsa supplica di chi l’aveva ucciso, falsa, preparata soltanto per farsi ricevere da lui, e pensando che Barnaba volesse sapere cosa c’era scritto, lei glielo lesse a bassa voce, direttamente dal quadro: «du 13 juillet 1793, Marie Anne Charlotte Corday au citoyen Marat. Il suffit que je sois bien malheureuse pour avoir droit à votre bienveillance», poi tacque un attimo, voltandosi a guardarlo.


«E il viso?», domandò Barnaba.


«Il viso è ripiegato, un po’ all’indietro un po’ verso di noi, con gli occhi chiusi e una ciocca di capelli che spunta dalla fasciatura a turbante sulle tempie».


«Sí, ma che faccia è», ha insistito Barnaba.


«Una faccia asimmetrica, il sotto diverso dal sopra, il sotto un po’ da pesce, il sopra con una sua armonia. C’è un sorriso accennato sulle labbra. È la faccia di uno svuotato di sé, liberato. Liberato dalla malattia per cui viveva nell’acqua. Liberato dalle cose che ha fatto. Liberato soprattutto da se stesso».


«E le mani? Come sono le mani?», ha chiesto ancora Barnaba.


«Gliel’ho detto, – ha risposto Anne, un po’ sorpresa. – Il braccio sinistro è disteso sulla tavola, nella mano c’è la supplica di Charlotte Corday. L’altro braccio è abbandonato a terra, e le dita serrano ancora una penna. Direi che sono dita un po’ grosse, un po’ corte, proporzionate a come doveva essere fatto lui».


C’era una strana diversità tra le domande di Barnaba e le risposte di Anne, tra come lui chiedeva particolari vivi e come lei gli rispondeva trattando il quadro semplicemente come un quadro, e in questo modo gli descrisse il coltello col manico d’avorio, e dov’era, a terra accanto alla mano con la penna, e dov’erano l’assegnato e la lettera di accompagnamento, tutti e due pronti per essere spediti accanto al calamaio, sulla cassetta in primo piano usata come tavolino, e di ogni elemento indicò a Barnaba la posizione e il colore, il verde bruno del fondale ampio, la consistenza acquatica dei toni, il bianco marmoreo della pelle, il color legno naturale della cassetta, finché Barnaba fece un cenno con la mano, come se avesse bisogno di un attimo di tempo per vedere il tutto, per vederlo nelle parti e nell’insieme, per vederlo come vedeva lui.


Poi domandò in un tono piú rassegnato: «E la luce, da dove viene?»


«Non viene da nessuna parte, – rispose Anne. – C’è, è tutta sul corpo, ma come se fosse autonoma, generata dall’ombra stessa».


Ci fu un silenzio conclusivo poi lei disse: «Proprio non vuole dirmi perché le interessa cosí tanto questo quadro? Lei è un rivoluzionario?», e il tono era sottile, divertito.


«No, – ha risposto Barnaba sorridendo, – direi proprio di no. Sono stato un ufficiale di Marina». E appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il viso tra le mani. «Mi interessa perché mi sono sempre chiesto che cosa pensa un medico nel momento in cui muore. Marat, prima di essere Marat, era un medico, e un fisico». Anne non disse nulla, si volse solo un instante verso il quadro. «E sa che malattia curava? – riprese Barnaba scuotendo la testa. – Curava la cecità, curava i ciechi. Li curava con l’elettroterapia. Con una certa dieta, delle pomate e delle piccole scariche elettriche».


Barnaba guardò Anne, senza riuscire a cogliere che un vago colore biondo dei capelli e un passaggio di tenerezza negli occhi. Disse ancora: «È cosí buffo, la prima volta che ho visto questo quadro in una riproduzione ho sentito che mi riguardava, ma non capivo come. Poi mio padre mi mise in mano una vecchia storia della medicina che aveva in biblioteca, senza dire altro; cercai nell’indice, Marat ricorreva tantissime volte, pensai che la sua malattia fosse davvero grave, che so, un herpes devastante, cosí particolare da portare magari il suo nome, “l’herpes di Marat”. Invece scoprii che si parlava di lui non come malato, ma come medico. I ciechi aveva cominciato a curarli in Inghilterra, dove si era laureato».


Una coppia di mezza età si è fermata davanti al quadro, senza trattenersi molto, quanto bastava perché Barnaba si interrompesse e chiedesse ad Anne: «Forse la annoio con tutto questo», e lei rispose: «No, affatto, – tranquilla, con la mano appoggiata sulla guancia, – la prego, continui», e Barnaba appena la coppia si fu allontanata continuò: «Piú leggevo, e leggevo parecchio, ormai ero stato sbarcato e non avevo granché da fare, faticavo a leggere, però questa storia mi riguardava, non era come per gli altri quadri, quando mi preparavo per andare a vedere, o a cercare di vedere, Velázquez o Piero della Francesca o Goya, questa storia cosí lontana e curiosa parlava per me, piú leggevo, e quando non ce la facevo chiedevo ai miei fratelli di leggere per me, piú leggevo e piú mi sembrava incredibile, il dottor Marat viveva a Soho, un quartiere elegante allora, lí era diventato molto celebre nella cura dei difetti della vista, lí aveva pubblicato un libro, s’intitolava Una singolare malattia degli occhi. Mi procurai anche questo, Marat parlava dei casi che aveva trattato, quelli piú esemplari, un negoziante di Londra malcurato da altri oculisti, colpito da oftalmia dopo un trattamento mercuriale, Marat diceva che non poteva vedere gli oggetti se non a una certa distanza, e anche allora parzialmente dato che l’immagine restava indefinita, lo curò con un’alimentazione rinfrescante, degli infusi depurativi e delle piccole applicazioni di elettricità, la mattina e la sera, agli angoli degli occhi. E poi un gentiluomo americano, anche lui mercurializzato e sul punto di diventare cieco, la piú grande alterazione della vista che abbia mai conosciuto diceva Marat, ne descriveva i sintomi uno a uno, lo guarí con l’elettroterapia, ma l’elettroterapia era soltanto il culmine di una cura piú complessa, prima una dieta rigorosa, niente cioccolato, niente caffè, niente liquori, niente sforzi, niente passioni violente, per lui le malattie degli occhi andavano collegate alla fisiologia, rilassare l’occhio, disgorgarlo, restituirgli elasticità, per questo prescriveva suffumigi antispastici, pomate emollienti sulle tempie, un piccolo impiastro di gomma tamahaca, soluzioni di millefoglie con qualche grano di nitro, e poi le applicazioni elettriche, appena qualche scintilla, qualche scarica. Cosí li curava, e pare che li curasse bene».

C’è stato un attimo di esitazione, e Barnaba ha quasi sfiorato il braccio di Anne, sorridendo, e ha detto: «Non vorrei che lei fraintendesse, io non avevo molte speranze, sapevo che per me le cose stavano diversamente, ero solo stupito che avendo scelto i quadri come ultima cosa da vedere proprio un quadro mi riportasse a tutto questo, a me stesso. Cercai di procurarmi altri libri del medico e fisico Marat, non era facile, ma se facevo un viaggio per andare in un museo straniero finivo anche in una biblioteca, sperando di trovarli lí, cosí scoprii che l’elettricità la usava con rigore e attenzione alle dosi, l’aveva studiata a lungo, scovai i suoi saggi sulla natura del fuoco, del fluido elettrico e dell’aria, io lo seguivo nei suoi esperimenti, a Parigi aveva aperto un laboratorio, le folle accorrevano per vedere quello che faceva, gli esperimenti li conduceva di notte per essere sicuro che l’atmosfera fosse depurata, in un clima secco, in un’oscurità artificiale, e poi li ripeteva di giorno per il pubblico acclamante, anche contesse e nobili andavano ad assistere. Le sembrerà stupido, io passavo le giornate sui suoi trattati d’ottica, parlava della rifrazione e della scomposizione dei colori, parlava del giallo e del blu e del rosso, tutte cose che io già vedevo poco e non avrei visto piú, forse per questo mi appassionavo cosí tanto, parlava dell’iride, dei colori del cielo al sorgere e tramontare del sole, che io conoscevo cosí bene quand’ero in mare, dell’ellitticità della luna all’orizzonte, della doppia immagine del cristallo d’Islanda e del Brasile. Piú leggevo, con la lentezza con cui potevo leggere, piú guardavo le fotografie di questo quadro, per quello che riuscivo a vederne, e piú ero presente, quella luce scomposta in raggi e essenze di colore separate e aloni era cosí simile a come stava cambiando la mia vista e mi sembrava di essere lí quando Marat fabbricava i suoi strumenti di laboratorio, storte, pappagalli, filtri a serpentina, ero lí quando inventava un elettrometro che tutti giudicavano il migliore, quando costruiva uno strumento per misurare la permeabilità del vetro al fluido elettrico, quando polemizzava con Newton sulla scomposizione della luce del sole, e Goethe gli dava ragione e lo apprezzava pubblicamente, quando realizzava un nuovo tipo di microscopio solare per cogliere le radiazioni luminose e quelle del calore. Mi creda, io ero lí. D’altronde non c’è piú alcun posto dove possa essere».


Però era seduto accanto ad Anne, in quel museo, e voltandosi fu stupito della vicinanza cosí diversa dal giorno prima; anche il vestito era diverso, anche l’atteggiamento, sebbene Barnaba non avrebbe saputo indicare come. Disse ancora: «Ogni tanto Marat prendeva delle cantonate, con esiti grotteschi, eppure lo riconosceva, litigava con tutti gli altri fisici, era un ossesso, si sentiva boicottato dall’Accademia delle Scienze, e lo era, immaginava congiure internazionali ai suoi danni, eppure venivano da tutta Europa per assistere ai suoi esperimenti, professori da Stoccolma e da Leipzig, ero lí quando arrivò Alessandro Volta molto curioso delle esperienze di Marat, e anche Marat era contento di conoscerlo, tutto sommato Volta aveva inventato la pila elettrica, all’inizio le cose andarono per il meglio, Marat gli mostrò un piccolo esperimento, ma dopo un po’ Volta fece un’obiezione, cortese, e Marat lo cacciò via a pedate. Ero con lui quando tirò fuori la spada al Louvre e cercò di infilzare il celebre fisico Charles, che abitava in quel palazzo, e lo inseguí fin nel laboratorio perché s’era permesso di criticare le sue scoperte e aveva annunciato una serie di lezioni pubbliche per dimostrarne la vanità. Un giorno però da Marat arrivò Benjamin Franklin, Franklin in persona venne a trovarlo e le sue teorie e i suoi esperimenti gli piacquero molto, ne fu cosí entusiasta che mise la sua testa calva nel foyer del microscopio solare affinché Marat potesse analizzarne le emanazioni di calore. Riesce a immaginare la scena? Franklin con la testa dentro il microscopio e Marat che la osserva, mancavano sette o otto anni alla Rivoluzione, dopo le teste sarebbero state usate in un altro modo. Devo dirle però che Marat non fu mai troppo convinto del parafulmine inventato da Franklin. E poi il parafulmine è un’altra storia», ha concluso Barnaba con un sospiro.

Anne aveva ascoltato in silenzio, spostando lo sguardo da Barnaba al quadro e viceversa, attenta, ma soprattutto a lui, al modo in cui parlava, a certe inflessioni della voce, a certe insistenze, a come, parlando, non sceglieva alcun punto dove guardare per perdersi, come se potesse perdersi ormai senza piú alcun riferimento esterno. Gli disse: «E non vuole raccontarmela?» e Barnaba voltandosi un po’ sorpreso rispose: «Certo, posso raccontargliela, ma solo perché è divertente, solo perché vorrei che lei la vedesse, anche se può vedere tutto il resto, con la stessa esclusività con cui l’ho vista io. Credo che fosse il 1780, che la città fosse Saint-Omer, il protagonista era un certo Signor di Vissery de Bois-Valé, un appassionato di scienze naturali che aveva deciso di farsi installare un parafulmine sul tetto della sua casa, sul piú alto dei camini. Appena il parafulmine fu montato, i vicini andarono a protestare con Bois-Valé, avevano paura, perché attirarsi proprio in casa le saette che altrimenti potevano cadere ovunque?, si rivolsero ai magistrati della città e quelli ordinarono che il parafulmine fosse smontato nel giro di ventiquattr’ore. Vissery si appellò contro la sentenza, e fece ricorso al Consiglio d’Artois, ad Arras, ma ad Arras c’era anche un’Accademia che si sentí subito coinvolta nella questione e si mosse per raccogliere opinioni di scienziati in favore dei parafulmini e opinioni di avvocati contro i vizi di forma nel giudizio dei magistrati di Saint-Omer, bisognava fare scalpore, bisognava arrivare alla capitale, furono pubblicate memorie scientifiche e memorie legali sui giornali di Parigi, la questione investí il centro e la provincia, tutti ne parlavano, e da Parigi arrivò un giovane avvocato, brillante ma non ancora molto conosciuto, Maximilien de Robespierre, per dibattere la causa davanti al Consiglio d’Artois e difendere le ragioni del parafulmine e del Signor di Bois-Valé. Che requisitoria!, se lei avesse potuto sentirla come l’ho sentita io, Robespierre la impostò come un fatto di progresso e di oscurantismo, citò tutte le invenzioni del secolo e la diffidenza che avevano incontrato agli inizi, citò tutte le nuove sostanze naturali medicamentose arrivate dalle Americhe, diede alla faccenda un ampio respiro geografico, spiegò ai giudici che un loro verdetto sfavorevole sul parafulmine sarebbe rimbalzato in tutta Europa suscitando ilarità, e alla fine, come ultimo argomento citò il Re, disse sapete che un parafulmine è montato sul gabinetto di fisica del Castello della Muette, dimora reale che il monarca che ci governa onora assai sovente della sua augusta presenza, ebbene se restasse ancora un dubbio sugli effetti di questa macchina non si sarebbe certo fatta la prova su una testa cosí cara e cosí sacra, questo argomento è senza replica, e io ne ricavo e ne attesto i sentimenti di tutta la Francia per un Principe che del parafulmine si delizia e si gloria, e cosí vinse la causa, non le sembra buffo?, d’altronde anche Marat era stato medico ufficiale delle guardie del Conte d’Artois, fratello del Re, il parafulmine tornò a svettare sul tetto di casa del Signor di Vissery de Bois-Valé, ma non durò a lungo, in una cantina lí vicino che prendeva luce da una grata, viveva un uomo conosciuto a Saint-Omer col nomignolo di Bobo, gobbo davanti e gobbo di dietro, vendeva insalata, era atterrito dal parafulmine e s’appellò di nuovo ai giudici del Consiglio d’Artois, quelli sapevano che Robespierre non sarebbe piú tornato e dopo un anno ordinarono che il parafulmine fosse smantellato definitivamente, e per dare alla loro decisione un conforto scientifico invocarono un Trattato di Marat, un’analisi veramente molto fine del parafulmine, complessa ed equilibrata, dove in sostanza diceva che il parafulmine era utile ma non ancora abbastanza collaudato. Vede, Marat si occupava di tutto, io ero lí quando cadeva un pallone aerostato a Boulogne-sur-Mer e morivano due aeronauti e lui subito scriveva un saggio per sostenere che non poteva essersi trattato di autocombustione dei gas e poi si distraeva e prendeva a immaginare la possibilità che i palloni aerostati venissero usati per comunicazioni tra gli eserciti, lanciati in aria con dei messaggi in codice stampati sul rivestimento del pallone. Io mi ricordavo di quand’ero in Marina, mi tornavano in mente i segnali luminosi che in plancia ci facevamo da una nave all’altra, i colpi di luce con cui parlavamo tra noi la notte. È tutto cosí lontano, non riesco a credere che ci sia stato veramente un tempo in cui ero capace di vedere un alfabeto morse parlato con la luce. Ecco, dato che lei me l’ha chiesto, è un po’ per tutto questo che ho voluto arrivare fin qui, e cercare di vedere il Marat assassiné», disse alla fine Barnaba.

Il silenzio che seguí fu abbastanza lungo, nella luce calda che scendeva dai lucernai dei vecchi abbaini nella sala, con un leggero rumore di passi e di parquet sul fondo.

Anne si è voltata verso Barnaba, ha piegato il viso, ha detto: «E le bolle di sapone?»

«Prego?», ha detto Barnaba.

«Le bolle di sapone. Marat non si era occupato anche delle bolle di sapone?» e lo guardò con profondità, e un’ironia delicata.

Lí per lí Barnaba, ancora cosí preso, pensò un attimo alle bolle di sapone, sul serio, in effetti in qualche trattato di Marat se ne parlava, come l’effetto di materie coloranti che alla fine prendevano il loro posto nella bolla, il giallo in alto, il blu in basso, il rosso al centro, il contrario esatto dell’arcobaleno, e stava quasi per dirglielo, poi si rese conto che Anne lo sapeva benissimo, come sapeva tutto il resto.

Soltanto allora tornò a pensare a come Anne gli aveva descritto i quadri il giorno prima, a come adesso invece, per il Marat assassiné, ogni dettaglio in quello che lei aveva detto era preciso e veritiero; pensò a come aveva taciuto durante tutto il suo racconto, a come si può mentire non dicendo, a come si può mentire non mentendo. Ancora una volta pensò al dolore di Anne, cosí invisibile dietro le forme accese e leggere della sua voce, pensò alla resistenza alla malattia e all’abbandono, pensò che il dolore non è poi cosí importante, ma se non lo si trascura può aprire qualche porta. Ha detto: «Non so, non saprei» e le ha sorriso.

Poi si è alzato, è andato davanti al quadro, piano, fermandosi alla distanza giusta, alla distanza da cui lo avrebbe guardato una persona normale, con le mani dietro la schiena e il viso leggermente alto, tanto anche da piú vicino non lo avrebbe visto. Dopo un attimo anche Anne si è alzata e lo ha raggiunto, alle spalle, ha detto: «Pare che ci siano piú di centocinquanta ritratti del viso di Marat, e non due che si somiglino», e Barnaba ha annuito.

Guardavano il quadro per l’ultima volta, come si guarda una casa prima di lasciarla. Poi lei ha aggiunto: «Riesce a vedere quello che c’è scritto sulla cassetta di legno?»

Dalla cassetta, a Barnaba, arrivavano parecchie lettere, confuse ma non tutte, formavano la scritta in nero e in stampatello, talmente lunga da essere dipinta su due righe, lui la pensò intensamente, N’ayant pu me corrompre ils m’ont assassiné, la pensò sillaba per sillaba, con tale forza che quasi riuscí a vederla tutta intera.

Piegò appena le spalle, disse sorridendo: «Un po’. C’è scritto solo A MARAT, DAVID».

«Sí. Soltanto due parole», disse Anne, e la sua voce aveva un colore caldo e brillante, lucido di tenerezza.