LA RUSSIA E L'OCCIDENTE
Fëdor Tjutčev
Recensione
Il libro pubblica una raccolta dei suoi scritti politici tra gli anni ’40 e ’60 dell’Ottocento.
Tjutčev sostiene che la Russia, pur essendo parte essenziale dell’Europa, è radicalmente diversa per spirito e missione storica, in quanto l'Occidente, come mondo che ha abbandonato progressivamente il cristianesimo autentico, ha ceduto al razionalismo, all’individualismo.
La visione di Tjutčev è una delle matrici profonde del pensiero russo contemporaneo dominante, insieme a Dostoevskij, Danilevskij, i slavofili classici e gli eurasianisti del Novecento.
«Non può esserci alleanza tra la Russia e l’Occidente, né per interessi né per principi. Non c’è un solo interesse, non una sola tendenza in Occidente che non cospiri contro la Russia, specialmente contro il suo futuro.»
Questa frase viene spesso citata oggi proprio perché suona profetica a molti osservatori russi (e non solo). Descrive un conflitto di civiltà più profondo di quello tra interessi geopolitici contingenti: un’antitesi tra due visioni del mondo e della storia.
Tjutčev non era ingenuo: sapeva che la Russia aveva bisogno di rapporti con l’Europa, ma riteneva che dovesse perseguire una politica di divisione tra le potenze occidentali piuttosto che cercare un’alleanza organica (che secondo lui sarebbe sempre illusoria o svantaggiosa.
La visione di Tjutčev nel pensiero russo contemporaneo è ancora molto presente, anche se in forme aggiornate, secolarizzate e adattate al contesto del XXI secolo. La Russia viene vista come civiltà distinta e incompatibile con l’Occidente. Questa idea è centrale nel discorso ufficiale russo odierno. Vladimir Putin e gran parte dell’élite intellettuale e mediatica russa parlano esplicitamente di “scontro di civiltà” o di Russia come “Stato-civiltà” (gosudarstvo-tsivilizatsiya).
La Russia non si considera un paese europeo “arretrato”, ma una realtà spirituale e geopolitica alternativa, erede di Bisanzio e del mondo ortodosso-slavo.
L’Occidente è descritto come decadente, post-cristiano, dominato dall’individualismo, dal “wokeismo”, dal materialismo e dalla volontà di imporre i propri valori (LGBT, liberalismo radicale, consumismo): da qui l'impossibilità di una vera alleanza strategica
La famosa frase di Tjutčev del 1864 («Non può esserci alleanza tra la Russia e l’Occidente...») viene ripresa esplicitamente o implicitamente. Molti intellettuali e commentatori russi sostengono che l’Occidente sia strutturalmente ostile alla Russia come potenza sovrana e civile, indipendentemente dal regime al Cremlino.
Il neoeurasianismo di Aleksandr Dugin (anche se Dugin è più radicale e sincretico): Russia come polo anti-atlantico, impero eurasiatico contrapposto alla talassocrazia anglo-americana.
Il patriarca Kirill, che parla di “mondo russo” (Russkij mir) come spazio di valori ortodossi contrapposto alla secolarizzazione occidentale.
Putin ha progressivamente spostato il discorso da un realismo di potenza verso una retorica di scontro di civiltà molto vicina a quella di Tjutčev: la Russia non può “diventare Occidente” perché è un’altra cosa, e l’Occidente non può accettarlo.
LA RUSSIA E L'OCCIDENTE
LA RUSSIA E L’OCCIDENTE
1
La situazione nel 1849
I moti di Febbraio, a rigor di logica, avrebbero dovuto scatenare una crociata di tutto l’Occidente rivoluzionato contro la Russia... Se questo non è avvenuto, è la prova che la Rivoluzione non è abbastanza forte, foss’anche soltanto per organizzare la distruzione su larga scala. In altre parole: la Rivoluzione è la malattia che divora l’Occidente, non l’anima che lo fa muovere.
Da qui la possibilità della reazione – come quella inaugurata dalle giornate di giugno dello scorso anno. È come la reazione di quelle parti d’un organismo sofferente non ancora intaccate dal progressivo diffondersi della malattia. Questa resistenza di giugno e tutto ciò che ne è seguito costituiscono un grande evento, una grande rivelazione. È ormai chiaro che la Rivoluzione non possa più sperare di diventare governo, da nessuna parte. E quand’anche s’impossessasse momentaneamente del potere, causerebbe soltanto un conflitto intestino, una guerra civile. Vale a dire: comprometterebbe e sfalderebbe la società, senza davvero poterla dominare o anche governare a nome suo. Questo è l’immenso risultato acquisito. Già, perché non si tratta soltanto dell’impotenza della Rivoluzione: mostra anche l’impotenza dell’Occidente, al quale non è permessa alcuna azione al di fuori dei propri confini – in definitiva, l’Occidente è radicalmente frammentato.
Per il momento la Rivoluzione è materialmente disarmata.
La repressione del giugno 1848 le ha paralizzato le braccia, mentre la vittoria della Russia in Ungheria le ha fatto cadere le armi di mano. Nonostante sia stata disarmata, però, la Rivoluzione non ha perso né slancio né vigore. Si ritira dal campo di battaglia, per adesso, lasciandolo alla mercé dei vincitori. Ma cosa se ne faranno questi della loro vittoria?
Tanto per cominciare, che fine hanno fatto oggi i poteri che regolano l’Occidente? Perché, per prevedere quali potranno essere in futuro i loro rapporti con la Rivoluzione, bisognerebbe determinare in partenza quali sono le condizioni morali della loro stessa esistenza. Ovvero: qual è la professione di fede che dovranno opporre a quella della Rivoluzione?
Conosciamo il credo rivoluzionario, e proprio per questo sappiamo bene da dove viene il suo irresistibile ascendente sull’Occidente – impossibile sbagliarsi, ogni malinteso in buona o in cattiva fede sarebbe anacronistico.
A volerla considerare nei suoi princìpi più essenziali e elementari, la Rivoluzione è il risultato conclusivo, la parola ultima, suprema, di quel che da tre secoli abbiamo convenuto chiamare la civiltà dell’Occidente. È il pensiero moderno, nella sua totalità e dopo la sua rottura con la Chiesa.
Questo pensiero ci dice che, in definitiva, l’uomo dipende soltanto da sé stesso, sia per la direzione della sua ragione sia per quella della sua volontà. Qualsiasi potere viene dall’uomo, e qualunque autorità che si appelli a un grado superiore è soltanto un’illusione o un inganno. È l’apoteosi dell’io umano, nel senso più letterale del termine.
Questo è, per chi non lo sapesse, il credo della scuola rivoluzionaria. Ma, parlando seriamente, possiamo dire che la società, la sua civiltà occidentale ne abbia un altro?
E come faranno ora i poteri pubblici di tale società, che da generazioni non hanno avuto altro ambiente intellettuale in cui vivere che questo, a uscirne? E qualora vi rimanessero, troverebbero quel punto d’Archimede di cui avranno bisogno per azionare la loro leva?
Guizot può anche tuonare contro la democrazia europea, additando l’idolatria di sé stessa come principio di tutti i suoi mali e i suoi misfatti.1 Eppure bisogna riconoscere che, facendo di sé l’oggetto del proprio culto, la democrazia occidentale non ha forse seguito ciecamente quegli istinti che Guizot stesso e le sue dottrine hanno contribuito più d’ogni altra cosa a sviluppare? Chi più di lui e della sua scuola, difatti, ha reclamato e rivendicato il diritto all’autonomia per la ragione dell’uomo? Chi ci ha insegnato a vedere nella riforma religiosa del sedicesimo secolo non tanto una reazione contro gli abusi e le pretese illegittime del Cattolicesimo romano, quanto piuttosto l’epoca della definitiva emancipazione della ragione umana? E chi ha salutato nella filosofia moderna la formula scientifica di questa emancipazione, glorificando con i moti rivoluzionari del 1789 l’avvento al potere – e cioè il dominio della società moderna da parte di questa ragione dell’uomo, così emancipata e ormai dipendente soltanto da sé stessa? Dopo tali insegnamenti come può pretendere che l’io umano, questa molecola costitutiva della democrazia moderna, non diventi oggetto della propria idolatria? E visto che, in fin dei conti, non è tenuta a riconoscere altra autorità se non la propria, chi dovrebbe adorare se non sé stessa? Se non lo facesse, a mio avviso sarebbe solo falsa modestia.
Quindi riconosciamolo: la Rivoluzione può manifestarsi in una moltitudine di modi e gradi, ma il suo principio è sempre uno e uno soltanto. E da questo principio, ammettiamolo, nasce l’attuale civiltà dell’Occidente.
Non nascondiamoci la portata immensa di questa confessione. Sappiamo benissimo che quanto appena affermato è ciò che imprime all’ultima catastrofe europea il sigillo d’un’epoca tragica fra tutte le epoche della storia del mondo. Con ogni probabilità stiamo assistendo alla bancarotta di un’intera civiltà...
Già, perché è da molte generazioni che vi vediamo, uomini dell’Occidente, tutti occupati – popoli e governi, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, filosofi e gente di mondo –, tutti intenti a leggere lo stesso libro, il libro della ragione umana emancipata. Quand’ecco, nel febbraio dell’anno 1848, a alcuni di voi (i più impazienti, i più avventurosi) s’avanzò un capriccio improvviso, quello di voltare l’ultima pagina e leggervi la terribile rivelazione che conoscete... Inutile ora lamentarsene, indignarsi contro i temerari. Sarebbe come volere, ahinoi, che ciò che è stato letto non sia stato letto... Si riuscirà a sigillare questa formidabile ultima pagina? Ecco il problema.
So bene che nelle società umane non tutto è dottrina o principio; e che, indipendentemente dalle une e dagli altri, vi sono interessi materiali che in tempi ordinari bastano appena o quasi a assicurarne il cammino. Certo, come in ogni organismo vivente, vi è un istinto di conservazione che può, per qualche tempo, lottare energicamente contro un’imminente distruzione. Ma l’istinto di conservazione, che non è mai riuscito a salvare un esercito sconfitto, potrà alla lunga e in maniera efficace proteggere una società in disfatta?
È vero che per questa volta la società e i poteri pubblici che la governano hanno respinto l’ultimo assalto che la Rivoluzione aveva sferrato. Ma davvero pensiamo che la civiltà moderna, la civiltà liberale dell’Occidente, si è protetta e difesa contro i suoi aggressori con le proprie forze, con le proprie armi legittime?
Perché, se v’è stato un fatto altamente significativo nella storia di questi ultimi tempi, è senza ombra di dubbio proprio questo: il giorno dopo aver proclamato il suffragio universale come arbitro supremo dei suoi destini, la società europea fu costretta, per salvare la civiltà, a appellarsi alla forza armata e alla disciplina militare. Che altro sono quest’ultime due se non una reliquia, se vogliamo un relitto, di un’epoca antica, d’un mondo da tempo sommerso? Tuttavia è stato proprio aggrappandosi a questo relitto che la società contemporanea è riuscita a salvarsi dal nuovo diluvio che a sua volta stava per inghiottirla.
La repressione militare, però, basta a assicurare il destino della società? Nel sistema stabilito è soltanto un’anomalia, un fortunato accidente, e in un dato momento ha potuto salvare la società minacciata. Ma, in poche parole, lo stato d’assedio potrà mai diventare un sistema di governo?
Ribadiamolo ancora una volta, la Rivoluzione non è soltanto un nemico in carne e ossa.
È [ill.] più che un principio. È spirito, intelligenza: e per vincerla bisognerebbe saperla scongiurare.
So perfettamente che gli ultimi avvenimenti hanno gettato in tutti gli animi immense incertezze e disillusioni, e che molti figli di questa generazione hanno messo in dubbio la sapienza rivoluzionaria dei loro padri. Si è toccata con mano l’inutilità dei risultati ottenuti. L’ultima tempesta ha spazzato via le illusioni che potremmo definire già secolari, ma queste non sono state rimpiazzate da alcuna fede... Il dubbio si è insinuato, ecco tutto. Il pensiero moderno potrà pur combattere la Rivoluzione su l’una o l’altra delle sue conseguenze – il socialismo, il comunismo, persino l’ateismo –, ma per risolverne il principio dovrebbe rinnegare sé stesso. Ecco perché la società occidentale, che è espressione di questo pensiero, vedendosi sospinta sull’orlo dell’abisso dalla catastrofe di Febbraio, ha potuto istintivamente arretrare, ma le occorrerebbero le ali per superare il precipizio, oppure un miracolo – sinora mai compiuto nella storia delle società umane – per tornare sui propri passi.
Questa è la situazione attuale del mondo. Sicuramente cristallina agli occhi della divina Provvidenza, ma opaca per quelli della ragione contemporanea.
È sotto l’influsso di tali circostanze che i poteri pubblici dell’Occidente sono chiamati a governare la società, a consolidarla, a rimetterla in sesto; e devono farlo con gli strumenti ricevuti dalla Rivoluzione e forgiati per il suo uso.
Però, indipendentemente da quest’opera di pacificazione generale, comune a tutti i governi, ciascuno dei grandi Stati dell’Occidente ha problematiche particolari che sono il prodotto e quasi il compendio della loro storia e che, essendo state per così dire messe all’ordine del giorno dalla provvidenza storica, richiedono una soluzione imminente.
Nei diversi paesi, la Rivoluzione europea ha fatto leva su questi problemi senza però sapervi scorgere altro che un campo di battaglia contro il potere e la società. Ora che è miseramente fallita in tutti i suoi sforzi e tentativi, e che invece di risolvere le problematiche non ha fatto che inasprirle, tocca ai governi tentare di lavorare alla loro soluzione, fra l’altro in presenza – e diciamo pure sotto il controllo – del nemico che hanno vinto.
Ma prima di tutto passiamo in rassegna le diverse problematiche.
2
Chi osservi da testimone intelligente, ma dal di fuori, le trasformazioni dell’Europa occidentale, non troverà nulla di più notevole e istruttivo del costante disaccordo, della manifesta e continua contraddizione tra le idee che vi hanno prevalso – ciò che bisogna pur chiamare l’opinione del secolo, l’opinione pubblica, l’opinione liberale – e la realtà dei fatti, il corso degli avvenimenti. Da un lato. Dall’altro lato stupirà il fatto che una contraddizione, un disaccordo così flagrante non abbia prodotto effetti degni di nota sulle coscienze.
Per noi che guardiamo dal di fuori è facilissimo distinguere, nell’Europa occidentale, il mondo dei fatti e delle realtà storiche da quel miraggio immenso e persistente con cui l’opinione rivoluzionaria, armata della stampa periodica, ha [ill.] come ammantato la realtà. Ed è in quel miraggio che vive e si muove da trenta o quarant’anni, come fosse nel suo elemento naturale, quella potenza al tempo stesso fantastica e reale che si chiama opinione pubblica...
Strano soggetto, dopo tutto, questa frazione della società che è il pubblico. A esser precisi si tratta della vita del popolo – il popolo eletto della Rivoluzione. È questa minoranza della società occidentale che (perlomeno sul continente), grazie alla nuova direzione, ha rotto con la vita storica delle masse e si è scrollata di dosso tutte le credenze positive... Questo popolo anonimo è lo stesso in ogni paese. È il popolo dell’individualismo, della negazione. C’è in esso un elemento, tuttavia, che per quanto negativo gli serve da collante e assume quasi il ruolo di religione. È l’odio verso l’autorità, sotto qualsiasi forma e grado: l’odio dell’autorità in quanto principio. Ma, se quando si tratta di costruire e conservare, questo elemento appare perfettamente negativo, diviene terribilmente positivo non appena si tratta di rovesciare e sovvertire. Ed è proprio questo, sia detto en passant, che spiega le sorti del governo rappresentativo sul continente. Giacché ciò che le nuove istituzioni hanno sinora chiamato rappresentanza non è, malgrado quanto si dica, la società stessa, cioè la società reale con i suoi interessi e le sue credenze; ma è qualcosa d’astratto e di rivoluzionario che si chiama il pubblico, portavoce soltanto di opinioni e di nient’altro. È così che queste istituzioni hanno avuto gioco facile nel fomentare l’opposizione, ma finora da nessuna parte hanno [ill.] fondato un governo...
Cionondimeno il mondo reale, quello della realtà storica, anche se inebriato dal miraggio non ha smesso di esser quel che è, e ha continuato il suo cammino accanto a quel mondo dell’opinione pubblica che, grazie alla generale acquiescenza, aveva persino acquisito una sorta di realtà.
3
Dopo che il partito rivoluzionario ci ha offerto lo spettacolo della propria impotenza, è arrivato ora il turno dei governi – i quali non tarderanno a provare che, seppur ancora abbastanza forti per opporsi a una distruzione completa, non lo sono abbastanza per ricostruire alcunché. Sono come quei malati che riescono a vincere la malattia, ma solo dopo che questa li ha profondamente fiaccati nella loro costituzione, e la cui vita ormai è solamente una lenta agonia. Il 1848 è stato un terremoto che non ha distrutto da cima a fondo tutti gli edifici che ha scosso; ma quelli rimasti in piedi sono stati così incrinati che il loro crollo è sempre imminente.
In Germania la guerra civile è il retroterra stesso della sua situazione politica. È più che mai la Germania della guerra dei Trent’anni: il Nord contro il Mezzogiorno, le sovranità locali contro il potere unitario, il tutto smisuratamente accresciuto e rafforzato dall’azione del principio rivoluzionario. In Italia non c’è soltanto, come un tempo, la rivalità con la Germania e con la Francia, o ancora l’odio contro il barbaro ultramontano. C’è anche la guerra a morte dichiarata dalla Rivoluzione, armata del sentimento della nazionalità italiana, contro il Cattolicesimo compromesso a causa del Papato romano. Quanto alla Francia – che non può più vivere senza rinnegare, a ogni piè sospinto, ciò che da sessant’anni è divenuto il suo principio vitale, e cioè la Rivoluzione –, è un paese logicamente e fatalmente condannato all’impotenza. È una società condannata dall’istinto di autoconservazione a servirsi di una delle sue braccia solo per incatenare l’altra.
Questa crediamo sia la situazione attuale dell’Occidente. Da una parte, la Rivoluzione come la conseguenza logica e il definitivo compendio della civiltà moderna che il razionalismo anticristiano ha conquistato sulla Chiesa romana – Rivoluzione che nei fatti è del tutto impotente nella sua organizzazione, ma allo stesso tempo dotata d’una potenza enorme come forza disgregante. Dall’altra, all’Europa rimaneva ancora qualcosa degli elementi dell’antica società, i quali erano abbastanza prosperi per respingere, all’occorrenza, l’azione materiale della Rivoluzione su questioni specifiche – ma anch’essi così profondamente penetrati, saturati e alterati dal principio rivoluzionario da essere divenuti quasi incapaci di produrre qualcosa che potesse essere accettato dalla società europea come autorità legittima. Ecco, questo è il dilemma che ci si pone, a oggi, in tutta la sua immensa gravità.
Solo su un punto l’avvenire serba una parte d’incertezza: quanto tempo ci vorrà in una situazione del genere per far emergere tutte le sue conseguenze. Quanto alla natura di queste conseguenze, impossibile prevederle se non uscendo completamente dal punto di vista occidentale e rassegnandosi a comprendere questa banale verità: l’Occidente europeo è solo la metà d’un enorme insieme organico, e le difficoltà apparentemente insolubili che lo assillano non troveranno soluzione se non nell’altra metà...
MATERIALI RELATIVI AL CAPITOLO III
1
L’Italia
Che cosa vuole l’Italia? Il vero e il falso.
Il vero: l’indipendenza, la sovranità municipale con un legame federale – l’espulsione dello straniero, del tedesco.
Il falso: l’utopia classica: l’Italia unitaria. Con a capo Roma. Restaurazione romana.
Da dove viene questa utopia? – La sua origine – il suo ruolo nel passato e fino ai nostri giorni.
Due Italie. Quella del popolo, delle masse, della realtà. – L’Italia dei letterati, dei dotti, dei rivoluzionari, da Petrarca fino a Mazzini.
Ruolo particolarissimo della tendenza dei letterati in Italia. Il suo significato: è una tradizione dell’antica Roma, della Roma pagana. – Perché questa parodia è molto più reale in Italia che altrove.
L’Italia romana era un’Italia vinta. Ecco perché l’unità d’Italia, così come questi signori l’intendono, è una questione romana e per nulla italiana.
Allora l’Italia era un affare di Roma perché Roma aveva l’Impero.
Che cos’è l’Impero. È una delega, con i diritti che essa conferisce.
Questi diritti si perdono quando la delega è revocata – li si perde con l’Impero. – È ciò che è accaduto con Roma. Ma non essendo più in Italia la sede dell’Impero, non vi è più motivo per questa falsa unità. – Essa riacquista a pieno diritto la sua indipendenza e le sue autonomie locali.
Ritiro dell’Impero da Roma e suo trasferimento in Oriente. È l’elemento cristiano che l’elemento pagano cerca di negare.
Ed ecco perché non ha contezza della reale situazione dell’Italia.
Un’Italia divenuta libera grazie ai suoi moti, eppure privata dell’Impero – un’Italia che è stata privata dell’Impero, ma che non può fare a meno dell’autorità imperiale.
L’autorità imperiale: è il legame del fascio.
Perché questa autorità non ha mai avuto tutto il posto che le spetta – il Papato l’ha paralizzata.
Lotta del Papato e dell’Impero – le sue conseguenze per l’Italia.
Papato romano e Impero germanico. Entrambi – usurpatori nei confronti dell’Oriente – dapprima complici, poi nemici. L’Italia – la preda che si contendono. – Da qui tutte le sue sventure.
Rapido colpo d’occhio su questa storia deplorevole.
Entrambi invocano lo straniero in Italia, che vi si stabilisca in modo permanente. Il Papato, benché ridimensionato, conserva sempre Roma, il centro del mondo. L’Impero, crollando, lascia in eredità all’Italia la dominazione austriaca. L’ultima lotta: l’Austria più straniera che mai. L’Italia più lacerata che mai. Il Papato si avvicina all’Austria. La causa dell’indipendenza si identifica sempre più con la causa rivoluzionaria. – Immensa gravità della situazione.
Un intervento francese, a favore della Rivoluzione, non può che aggravarla. Lacerazione. Lotta interna di tutti gli elementi fra di loro. Situazione senza via d’uscita.
La sola via d’uscita possibile: l’Impero ristabilito. Il Papato secolarizzato...
2
L’Italia
Vi sono due cose egualmente e generalmente detestate in Italia: i tedeschi e i preti.2
Ora, qual è la potenza in grado di liberare l’Italia sia dagli uni sia dagli altri, senza concedere la vittoria alla Rivoluzione e senza rovinare la Chiesa? Se esiste, tale potenza è la protettrice – nata dall’Italia.
3
Il Papa nei confronti della Riforma.
La questione romana attualmente è irrisolvibile. – Potrebbe essere risolta soltanto da un ritorno della Chiesa romana verso l’Ortodossia.
Solamente un potere temporale, istituito sulla Chiesa universale, sarebbe in grado di riformare il Papato senza demolire la Chiesa.
Questo potere non è mai esistito, né è potuto esistere in Occidente. – Ecco perché tutti i poteri temporali d’Occidente, dagli Hohenstaufen fino a Napoleone, nelle loro contese con i Papi hanno finito per accettare, come alleato, il principio anticristiano – esattamente come hanno fatto, e per lo stesso motivo, i cosiddetti riformatori.
MATERIALI RELATIVI AL CAPITOLO IV
1
L’unità tedesca
Che cos’è il parlamento di Francoforte? L’esplosione della Germania ideologica. La Germania ideologica – la sua storia.
L’idea unitaria è proprio opera sua. Non viene dalle masse, dalla storia. – Ciò che lo prova è l’utopia, la mancanza di senso della realtà, che non manca mai alle masse, ma quasi sempre ai letterati.
L’unità tedesca = supremazia europea, ma dove sono le condizioni?
Cos’era l’antico Impero germanico ai tempi dei suoi fasti? Era un Impero con anima romana e corpo slavo (conquista sugli slavi). Quanto c’era di tedesco non aveva, per così dire, la stoffa necessaria per un Impero.
Tra la Francia che poggia sul Reno e l’Europa orientale che gravita verso la Russia, v’è posto per l’indipendenza, ma non per la supremazia.
Ebbene, una condizione politica del genere, accettabile ma non egemone, richiede la federazione e rifiuta l’unità.
Perché l’unità, il sistema unitario presuppone una missione, e la Germania non ne ha più... Ma anche volendo, entro questi limiti ristretti, è possibile per la Germania l’unità organica?
Il dualismo inerente alla Germania.
L’Impero era stato la formula destinata a scongiurarlo. Questa formula si è rivelata insufficiente. L’Impero, realizzato a metà; il dualismo persistente attraverso l’Impero.
L’Impero, che ne era l’anima, spezzato dalla Riforma, la quale al contrario ha consacrato il dualismo.
La guerra dei Trent’anni l’ha organizzato. Il dualismo è divenuto la condizione normale della Germania. – Austria, Prussia.
La situazione è rimasta invariata sino ai nostri giorni. La Russia, il vero Impero, li ha riuniti sotto la sua egida placando l’antagonismo, ma senza eliminarlo.
Una volta esclusa la Russia, la guerra ricomincia.
L’unità è impossibile per principio, perché... senza l’Austria non c’è unità. Senza l’Austria non c’è Germania. La Germania non può diventare Prussia, perché la Prussia non può diventare Impero.
L’Impero presuppone legittimità. La Prussia è illegittima.
L’Impero è altrove.
Provvisoriamente ci saranno due Germanie. È la loro condizione naturale – l’unità verrà dall’esterno.
2
L’unità della Germania
L’intera questione dell’unità della Germania si riduce ora a sapere se la Germania vorrà rassegnarsi a diventare Prussia.
Ovviamente, bisognerebbe che la Germania lo volesse in maniera volontaria. Perché la Prussia non è in grado di costringerla. Per forzarla ci sono solo due modi. La Rivoluzione – impossibile per un governo regolare; la conquista – impossibile a causa dei vicini.
Del resto, il Re di Prussia non potrà mai essere l’Imperatore della Germania, vista la natura stessa delle sue origini. Perché? Per la stessa ragione per cui Lutero non sarebbe mai potuto diventare Papa.
La Prussia infatti non è altro che la negazione dell’Impero tedesco.
Una negazione riuscita.
Il principio di unità per la Germania non è più in Germania...
MATERIALI RELATIVI AL CAPITOLO V
1
L’Austria
Qual era il significato dell’Austria nel passato? Esprimeva l’egemonia di una razza sull’altra, della razza tedesca sulla razza slava. Com’è stato possibile ciò? A quale condizione? La spiegazione storica della cosa (solamente dinastica).
Il fatto della supremazia tedesca sugli slavi è confutato dalla Russia.
Abolito dagli ultimi avvenimenti.
Che cosa è ora l’Austria e cosa pretende di essere?
L’Austria, divenuta costituzionale, ha proclamato la Gleichberechtigung, l’eguaglianza di diritto per le diverse nazionalità. – Qual è il suo significato?
Si tratta di un sistema di neutralità generale? Una pura negazione?
Ma è possibile l’esistenza d’un grande Impero basato su una negazione?
La legge costituzionale è la legge della maggioranza. Ora, essendo in Austria la maggioranza slava, l’Austria dovrebbe diventare slava. – È una cosa probabile? O pure possibile? L’Austria può smettere d’essere tedesca senza smettere d’essere?
Rapporti tra queste due razze politiche e psicologiche (si veda Fallmerayer).3
L’oppressione tedesca non è soltanto un’oppressione politica, è cento volte peggio. Perché deriva dall’idea del tedesco che la sua egemonia sullo slavo sia un diritto naturale. A partire da qui, un malinteso insolubile e un odio eterno.
Di conseguenza l’impossibilità di una sincera eguaglianza di diritto. Ma il tedesco si piega di fronte al fatto compiuto – come in Russia. Così la Gleichberechtigung, proclamata dall’Austria, non è altro che un inganno.
Essa è tedesca e resterà tedesca.
Cosa ne verrà fuori? Sotto l’avallo della legalità costituzionale, una guerra civile permanente delle varie nazionalità non tedesche contro i tedeschi di Vienna, e pure una guerra fra queste stesse nazionalità.
È così che la dominazione austriaca, anziché essere garanzia d’ordine, sarà soltanto un fermento della Rivoluzione.
Popolazioni slave obbligate a diventare rivoluzionarie per mantenere la loro nazionalità contro un potere tedesco.
L’Ungheria – in un Impero slavo avrebbe accettato in maniera del tutto naturale un posto subordinato derivante dalla sua posizione. Accetterà, di fronte all’Austria, la condizione che questa pretende d’imporle?
Per la Russia tutto ciò rappresenta inconvenienti gravi, pericoli – e infine impossibilità. Detto tutto questo, l’Austria è possibile? E perché esisterebbe?
Un’ultima riflessione.
Agli occhi dell’Occidente l’Austria non ha altro valore se non quello d’essere un’idea antirussa; tuttavia non potrebbe esistere senza l’ausilio della Russia.
È una combinazione stabile?
La questione per gli slavi d’Austria si riduce a questo: o restare slavi diventando russi, o diventare tedeschi restando austriaci.
2
L’Austria – non ha più ragione d’essere. Si è detto: se l’Austria non esistesse bisognerebbe inventarla – e perché?
Per farla diventare un’arma contro la Russia, e quanto avvenuto è la prova che l’assistenza, l’amicizia, la protezione della Russia è una condizione vitale per l’Austria.
MATERIALI RELATIVI AL CAPITOLO VI
La Russia
Gli occidentali che giudicano la Russia sono un po’ come i cinesi che giudicano l’Europa o anche come i greci (greculi) che giudicano Roma. Sembra essere una legge della storia: una società, una civiltà non ha mai compreso quella che doveva succederle.
Ciò che li induce ancor più in errore è la colonia occidentale dei russi civilizzati, che propaga la loro stessa voce. – La beffa dell’eco.
L’Occidente sinora vede nella Russia soltanto una questione materiale, una forza materiale.
Per l’Occidente la Russia è un effetto senza causa.
Ovvero, in quanto idealisti, gli occidentali rinnegano l’idea.
Nelle loro panoramiche storiche, dotti e filosofi hanno cancellato tutta una metà del mondo europeo.
Tuttavia, di fronte a questa forza puramente materiale, da dove affiora in loro quel sentimento dell’awe, quel qualcosa fra il rispetto e il timore, che si ha solo per l’autorità?
Anche qui l’istinto è più intelligente della scienza. Cos’è dunque la Russia? Cosa rappresenta? Due cose: la razza slava, l’Impero ortodosso.
1. La razza
Il panslavismo, caduto nel dominio della fraseologia rivoluzionaria. – Abuso che si è fatto della nazionalità. Maschera per la Rivoluzione. Gli intellettuali panslavisti sono esattamente come tutti gli altri ideologi tedeschi.
Il panslavismo reale è nelle masse. Si manifesta nella contiguità con il soldato russo e con il primo contadino slavo, slovacco, serbo, bulgaro... persino magiaro. Sono tutti solidali di fronte al nemec.4 Il panslavismo è anche questo:
Nessuna nazionalità politica possibile per gli slavi al di fuori della Russia.
Qui viene a collocarsi la questione polacca (si veda l’articolo di St. Priest. «Revue des Deux Mondes», 1° numero).5
2. L’Impero
La questione della razza è soltanto secondaria o meglio non è un principio. È un elemento. Il principio plastico è la tradizione ortodossa.
La Russia è ortodossa ancor prima che slava. È depositaria dell’Impero in quanto ortodossa.
Che cos’è l’Impero? Dottrina dell’Impero. L’Impero non muore. Si trasmette. Realtà di questa trasmissione. I quattro Imperi passati. Il quinto quello definitivo.
Questa tradizione negata dal credo rivoluzionario così come la tradizione nella Chiesa.
È l’individualismo che nega la storia.
Eppure l’idea di Impero è stata l’anima di tutta la storia d’Occidente.
Carlo Magno. Carlo V. Luigi XIV. Napoleone. La Rivoluzione l’ha uccisa, e questo ha dato avvio alla dissoluzione dell’Occidente. Ma l’Impero, in Occidente, è sempre stato solo un’usurpazione.
È una spoglia che i Papi hanno condiviso con i Cesari di Germania (da qui le loro discordie). L’Impero legittimo è rimasto legato alla successione di Costantino. – Mostrare e dimostrare la realtà storica di tutto questo.
Cos’era l’Impero d’Oriente (convinzioni errate della scienza occidentale sull’Impero d’Oriente) trasmesso alla Russia.
È come Imperatore d’Oriente che lo zar6 è Imperatore di Russia.
«Preferiamo morire per lo Zar d’Oriente, ortodosso»7 dicevano i piccoli russi e dicono tutti gli ortodossi d’Oriente, slavi e non solo. Per quel che riguarda i turchi, hanno occupato l’Oriente ortodosso per metterlo al riparo dagli occidentali – mentre l’Impero legittimo si organizzava.
L’Impero è uno: la Chiesa ortodossa ne è l’anima, la razza slava ne è il corpo. Se la Russia non si incarnasse nell’Impero, abortirebbe. L’Impero d’Oriente: è la Russia definitiva.
MATERIALI RELATIVI AL CAPITOLO VII
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La Russia e Napoleone
Si è fatta molta retorica con Napoleone. Se ne è sminuita la realtà storica, ecco perché è mancata la Poesia.
È un centauro – metà Rivoluzione, metà... ma teneva in pugno la Rivoluzione.
La storia della sua incoronazione è il simbolo di tutta la sua storia. Con la sua persona ha provato a far consacrare la Rivoluzione. È questo che ha reso il suo regno una parodia seria. La Rivoluzione aveva ucciso Carlo Magno, egli ha voluto ridiventarlo. – Ma Carlo Magno non era più possibile dopo l’apparizione della Russia...
Da qui il conflitto inevitabile fra Napoleone e la Russia. I suoi sentimenti contraddittori nei confronti della Russia, attrazione e repulsione.
Anche se avesse voluto spartire l’Impero, non avrebbe potuto. L’Impero è un principio. Non si spartisce.
(Se la storia di Erfurt è vera, si tratta del momento più aberrante nei confronti della Russia).8
Cosa notevole: il nemico personale di Napoleone è l’Inghilterra. E tuttavia è contro la Russia che si è [ill.]. Invece era quello il suo vero avversario – la lotta tra Napoleone e l’Inghilterra era la lotta tra l’Impero legittimo e la Rivoluzione coronata.
Egli stesso, alla maniera d’altri tempi, ha profetizzato sull’Inghilterra: «La fatalità la trascina. Che i suoi destini si compiano».
«Stavi, e davanti a te stava la Russia!
E, presago, la lotta presentendo,
le fatali parole pronunciasti:
“Siano compiute le sue sorti!...”.
E non fu vano tal congiuramento:
le sorti fecer eco alla tua voce!...
Ma con un nuovo enimma nell’esilio
tu replicasti a quell’eco fatale...».9
2
Napoleone è la parodia seria di Carlo Magno... Non avendo percezione della sua legittimità, ha sempre recitato una parte, ed è proprio questo tratto mondano che sottrae ogni vera magnificenza alla sua grandezza.
Il suo tentativo di rifare Carlo Magno non era soltanto anacronistico, come lo era stato per i suoi predecessori Luigi XIV o Carlo V, era proprio uno scandaloso controsenso. Perché lo faceva in nome di un potere, la Rivoluzione, che si era dato come compito essenziale quello di spazzar via, fino all’ultima vestigia, l’opera di Carlo Magno.
MATERIALI RELATIVI AL CAPITOLO IX
1
1. Qual è il luogo comune sulla Monarchia universale? Da dove viene?
2. Nella storia, l’equilibrio politico è il corrispettivo della divisione dei poteri nel diritto pubblico. L’uno e l’altro – conseguenze, dal punto di vista rivoluzionario; negazione, dal punto di vista organico.
3. La Monarchia universale è l’Impero. Del resto, l’Impero è sempre esistito. È solamente passato di proprietà.
4. I quattro Imperi: Assiria, Persia, Macedonia, Roma. Con Costantino comincia il quinto, l’Impero definitivo, l’Impero cristiano.
5. Non si può negare l’Impero cristiano senza negare la Chiesa cristiana. L’uno e l’altra sono corrispondenti. In entrambi i casi si nega la tradizione.
6. La Chiesa, consacrando l’Impero, se l’è associato – di conseguenza l’ha reso definitivo. Da ciò deriva che tutto ciò che nega il Cristianesimo è spesso molto potente come forza distruttrice, ma sempre nullo come principio d’organizzazione – perché si tratta di una rivolta contro l’Impero.
7. Ma questo Impero, che per principio è indistruttibile, nella realtà ha potuto avere le sue debolezze, le sue discontinuità, le sue eclissi.
8. Cos’è la storia dell’Occidente che comincia con Carlo Magno e si compie sotto i nostri occhi? È la storia dell’Impero usurpato.
9. Il Papa, ribellatosi contro la Chiesa universale, ha usurpato i diritti dell’Impero che ha diviso, come una preda, con il cosiddetto Imperatore d’Occidente.
10. Da ciò deriva quanto di solito accade tra complici. La lunga lotta tra il Papato di Roma (scismatico) e l’Impero d’Occidente (usurpato) sfocia per il Papato nella Riforma – cioè nella negazione della Chiesa – e per l’Impero nella Rivoluzione – cioè nella negazione dell’Impero.
2
Ci avviciniamo alla Monarchia universale, cioè al ristabilimento dell’Impero legittimo. La Rivoluzione del 1789 è stata la dissoluzione dell’Occidente. Ha distrutto l’autonomia dell’Occidente.
La Rivoluzione ha ucciso il potere interno, autoctono dell’Occidente, e di conseguenza l’ha sottomesso a un potere straniero, esterno. Giacché nessuna società può vivere senza potere. Ecco perché ogni società che non può partorire il potere dalle proprie viscere è, per istinto di conservazione, condannata a andarselo a cercare al di fuori.
Napoleone ha rappresentato l’ultimo disperato tentativo dell’Occidente di crearsi un potere autoctono: tentativo che ha necessariamente fallito. Perché non si può trarre il potere dal principio rivoluzionario. E Napoleone non era e non poteva esser altro.
Così, a partire dal 1815, l’Impero d’Occidente non si trova più in Occidente. L’Impero si è completamente ritirato e concentrato là dove, da sempre, si situava la legittima tradizione dell’Impero. – Il 1848 ha segnato l’inaugurazione definitiva... Occorre tuttavia che si avvalga di due grandi fatti che si stanno realizzando.
Nell’ordine temporale, l’organizzazione dell’Impero greco-slavo. Nell’ordine spirituale, la riunione delle due Chiese.
Il primo di questi fatti è sicuramente cominciato il giorno in cui l’Austria, per salvare una parvenza di esistenza, ha fatto ricorso all’assistenza della Russia. Perché un’Austria salvata dalla Russia è necessariamente un’Austria assorbita dalla Russia (prima o poi).
L’assorbimento dell’Austria non è soltanto il necessario compimento della Russia come Impero slavo: comporta anche la sottomissione alla Russia della Germania e dell’Italia, i due paesi dell’Impero.
L’altro fatto, preludio alla riunione delle Chiese, è il Papa di Roma spogliato del suo potere temporale.
MATERIALI PER IL TRATTATO
«LA RUSSIA E L’OCCIDENTE»
Piano del Trattato:10
La Russia e l’Occidente
I. La situazione nel 1849
II. La questione romana
III. L’Italia
IV. L’unità tedesca
V. L’Austria
VI. La Russia
VII. La Russia e Napoleone
VIII. La Russia e la Rivoluzione
IX. Il futuro
<FRAMMENTO>
13 SETTEMBRE 1849
Al punto in cui siamo arrivati, si possono intravedere nel futuro senza troppa presunzione due grandi e provvidenziali eventi che, a un certo momento, arriveranno a porre fine per l’Occidente all’interregno rivoluzionario degli ultimi tre secoli, e a inaugurare per l’Europa una nuova èra.
I due fatti sono questi:
1. La costituzione definitiva del grande Impero ortodosso, del legittimo Impero d’Oriente – in una sola parola: della Russia futura – realizzata mediante l’annessione dell’Austria e la riconquista di Costantinopoli.
2. L’accorpamento delle due Chiese d’Oriente e d’Occidente.
A dire il vero, questi due fatti si riducono a uno soltanto, che si può riassumere così: un Imperatore ortodosso a Costantinopoli, signore e protettore dell’Italia e di Roma. Un Papa ortodosso a Roma, suddito dell’Imperatore.
LA RUSSIA E LA RIVOLUZIONE
Per capire che cosa sta succedendo in Europa con la grave crisi nella quale è appena entrata, ecco ciò che è bene sapere. Da molto tempo in Europa esistono soltanto due reali potenze, la Rivoluzione e la Russia. Queste due potenze si trovano ora faccia a faccia, e probabilmente già domani si scontreranno. Tra le due non è possibile né un trattato né un compromesso. La vita dell’una è la morte dell’altra. Dall’esito della lotta che le oppone – la più grande che il mondo abbia mai conosciuto – dipenderà per secoli l’intero avvenire politico e religioso dell’umanità.
Questo antagonismo balza oggi agli occhi di tutti; eppure l’intelligenza d’un secolo intontito sotto l’effetto della ragione è tale che, pur vivendo al cospetto di un fatto così immenso, la generazione attuale è ancora ben lungi dall’averne colto il vero carattere e dall’averne compreso le cause profonde.
Finora la spiegazione di questo conflitto è stata cercata in un novero di idee puramente politiche; si è tentato di renderne conto mediante differenze di princìpi di ordine puramente umano. No, certamente non è così: la contesa che divide la Rivoluzione e la Russia ha ragioni ben più profonde che possono esser riassunte in due sole parole.
La Russia è innanzitutto l’Impero cristiano; il popolo russo è cristiano non soltanto per l’ortodossia delle sue credenze, ma anche per qualcosa di ancor più intimo della fede: lo è per quella capacità di rinuncia e di sacrificio che costituisce il fondamento della sua natura morale. La Rivoluzione al contrario è prima di tutto anticristiana. Lo spirito anticristiano è l’anima della Rivoluzione; ne è la caratteristica distintiva e essenziale. Le forme che essa ha successivamente assunto, le parole d’ordine che di volta in volta ha adottato, tutto – sino alle sue violenze e ai suoi delitti – è stato soltanto accessorio o accidentale; ma ciò che accidentale non è, è il principio anticristiano che la anima, ed è anche questo principio (bisogna pur dirlo) che le ha conferito il suo terribile potere sul mondo. Chiunque non lo capisca, da sessant’anni assiste come un cieco allo spettacolo che il mondo gli offre.
L’io umano che non vuol dipendere da nessun altro se non da sé stesso, che non riconosce né accetta altra legge se non quella del proprio arbitrio – in poche parole, l’io umano che si sostituisce a Dio –, non è certo qualcosa di nuovo nella storia degli uomini. Ciò che invece non s’era mai visto è stato l’assolutismo dell’io umano elevato a diritto politico e sociale, che così aspira a impadronirsi della società. È questa la novità che nel 1789 prese il nome di Rivoluzione francese.
Da allora, attraverso tutte le sue metamorfosi, la Rivoluzione è rimasta coerente con la propria natura; e forse in nessun momento della sua esistenza si è sentita più sé stessa, più intimamente anticristiana di quanto non lo sia oggi, nel momento cioè in cui ha appena adottato la parola d’ordine del Cristianesimo: fraternità. È anzi proprio questo che potrebbe far credere che essa stia raggiungendo il suo apice. Infatti, a sentire tutte quelle declamazioni ingenuamente blasfeme, divenute quasi la lingua ufficiale dell’epoca, chi non crederebbe che la nuova Repubblica francese sia sorta nel mondo solamente per compiere la legge del Vangelo? Del resto è questa la missione che i poteri creati dalla Rivoluzione si sono solennemente attribuita; salvo tuttavia un emendamento che essa si è riservata d’introdurvi: ovvero che, allo spirito di umiltà e di rinuncia a sé stessi che costituisce l’essenza del Cristianesimo, essa intende sostituire lo spirito di orgoglio e di prepotenza; alla carità libera e volontaria intende rimpiazzare la carità forzata; al posto di una fraternità predicata e accolta in nome di Dio, intende instaurare una fraternità imposta dal timore del popolo-sovrano. A parte queste differenze, il suo regno promette in effetti di essere quello di Cristo.
E non facciamoci ingannare da quella sorta di benevolenza sprezzante che i nuovi poteri hanno finora dimostrato nei confronti della Chiesa cattolica e dei suoi ministri. È forse il sintomo più grave della situazione e l’indizio più lampante dell’onnipotenza che la Rivoluzione ha raggiunto. Perché mai, infatti, la Rivoluzione dovrebbe mostrarsi ostile verso un clero, verso sacerdoti cristiani che, non contenti di subirla, la accettano e l’adottano, che per scongiurarla glorificano tutte le sue violenze e che, pur senza credervi, si associano a tutte le sue menzogne? Se in un simile comportamento vi fosse soltanto calcolo, già questo calcolo sarebbe apostasia; ma se c’è persino convinzione, è ancora più grave.
Eppure è prevedibile che le persecuzioni non mancheranno; poiché il giorno in cui sarà raggiunto il limite delle concessioni, il giorno in cui la Chiesa cattolica riterrà di dover resistere, ci si accorgerà che potrà farlo solo retrocedendo fino al martirio. Ci si può fidare della Rivoluzione: si mostrerà in tutto fedele a sé stessa e, fino in fondo, coerente.
L’esplosione di Febbraio ha reso al mondo questo grande servizio: ha fatto crollare sin dalle fondamenta tutta l’impalcatura delle illusioni con cui si era mascherata la realtà. Anche i meno intelligenti devono ormai aver compreso che la storia d’Europa degli ultimi trentatré anni non è stata altro che una lunga mistificazione. Con quale luce inesorabile, infatti, tutto quel passato – così recente e già così lontano da noi – si è d’un tratto illuminato? Chi, per esempio, non capisce ora quanto fosse ridicola la pretesa di quella saggezza del secolo che si era beatamente convinta di aver domato la Rivoluzione con l’esorcismo costituzionale, di averne incatenato la terribile energia con una formula di legalità? Chi potrebbe ancora dubitare, dopo quanto è avvenuto, che dal momento in cui il principio rivoluzionario è entrato nel sangue di una società, tutti i suoi procedimenti e le sue formule di compromesso sono soltanto narcotici, capaci al più di addormentare momentaneamente il malato, ma incapaci di arrestare il corso della malattia?
Ecco perché, dopo aver divorato la Restaurazione – che detestava intimamente come residuo ultimo della legittima autorità in Francia –, la Rivoluzione non ha sopportato tanto di più quest’altro potere, nato nel suo grembo, che nel 1830 aveva ben accettato perché le serviva da complice di fronte all’Europa, ma che ha distrutto il giorno in cui, invece di servirla, questo potere ha creduto in diritto di considerarsi suo padrone.
Mi sia consentita una riflessione a questo proposito. Come mai fra tutti i sovrani d’Europa, così come fra gli uomini politici che l’hanno governata in questi ultimi tempi, solo uno ha riconosciuto e segnalato fin dall’inizio la grande illusione del 1830 e da allora, unico in Europa, forse persino contro il parere della sua corte, ha costantemente rifiutato di lasciarsene coinvolgere? Perché questa volta, fortunatamente, sul trono di Russia vi era un sovrano nel quale si incarnava il pensiero russo; e perché allo stato attuale del mondo il pensiero russo è il solo sufficientemente estraneo all’ambiente rivoluzionario da poter giudicare con lucidità i fatti che vi si verificano.
La Rivoluzione non ha mancato di realizzare punto per punto ciò che l’Imperatore aveva previsto sin dal 1830. La Rivoluzione si è impadronita di tutte le concessioni, di tutti i sacrifici dei princìpi fatti dall’Europa monarchica a favore dell’assetto di Luglio, nell’interesse di un simulacro di status quo, per utilizzarli a vantaggio del sovvertimento che meditava; e mentre i poteri legittimi conducevano una diplomazia quasi legittima e più o meno efficace, mentre gli uomini di Stato e i diplomatici di tutta Europa assistevano da spettatori curiosi e benevoli ai caroselli parlamentari di Parigi, il partito rivoluzionario, quasi senza nascondersi, lavorava incessantemente a minare il terreno sotto i loro piedi.
Si può dire che il grande compito del fronte rivoluzionario, in questi ultimi diciotto anni, sia stato quello di sovvertire radicalmente la Germania; e ora si può giudicare se questo compito sia stato ben svolto.
La Germania è sicuramente il paese sul quale più a lungo si sono coltivate le illusioni più strane. Si credeva che fosse un paese ordinato, perché tranquillo, e non si voleva vedere la spaventosa anarchia che lo aveva invaso e che ne stava devastando le menti.
Sessant’anni di filosofia distruttiva avevano completamente dissolto tutte le credenze cristiane e sviluppato, in questo vuoto d’ogni fede, il sentimento rivoluzionario per eccellenza: l’orgoglio dello spirito. Così che, oggi, forse in nessun altro luogo questa piaga del secolo è più profonda e incancrenita che in Germania. Come necessaria conseguenza, a mano a mano che la Germania si rivoluzionava, sentiva crescere l’odio verso la Russia. Sotto il peso dei benefici ricevuti, infatti, una Germania rivoluzionaria non poteva che nutrire verso la Russia un’ostilità implacabile. Al momento attuale questo parossismo d’odio sembra aver raggiunto il suo punto culminante, poiché ha trionfato non dico su qualsiasi ragione, ma persino sul suo istinto di autoconservazione.
Se un odio così triste potesse ispirare qualcosa di diverso dalla pietà, la Russia si troverebbe sufficientemente vendicata dallo spettacolo che la Germania ha appena offerto al mondo in seguito alla rivoluzione di Febbraio. È forse un fatto senza precedenti nella storia vedere un intero popolo che ne plagia un altro proprio nel momento in cui si abbandona alla violenza più sfrenata.
E non si dica, per giustificare tutti questi movimenti così evidentemente artificiosi che hanno sconvolto l’ordine politico della Germania e compromesso persino l’esistenza dell’ordine sociale, che essi siano stati ispirati da un sentimento sincero e generalmente condiviso, dal bisogno dell’unità tedesca. Questo sentimento è sincero, sia pure; questo desiderio è quello della grande maggioranza, lo concedo: ma cosa dimostra tutto ciò? È un’altra delle illusioni più folli della nostra epoca: credere che basti che una cosa sia fortemente, ardentemente desiderata dalla maggioranza perché diventi, solo per questo, necessariamente realizzabile. Del resto, bisogna ammetterlo, nella società odierna non c’è alcun desiderio o bisogno (per quanto sincero e legittimo possa essere) che la Rivoluzione, appropriandosene, non snaturi e non trasformi in menzogna. È precisamente quanto accaduto con la questione dell’unità tedesca: perché per coloro che non abbiano rinunciato alla facoltà di riconoscere l’evidenza deve essere ormai chiaro fin d’ora che la strada che la Germania ha appena intrapreso alla ricerca della soluzione del problema non porterà all’unità, ma a una spaventosa lacerazione, a una catastrofe suprema e irreparabile.
Sì, certamente non tarderemo a riconoscere che l’unica unità possibile – non per la Germania così come la descrivono i giornali, ma per la Germania reale che è il prodotto della sua storia –, l’unica possibilità di un’unità seria e concreta era indissolubilmente legata al sistema politico che ha appena distrutto.
Se negli ultimi trentatré anni, forse i più felici di tutta la sua storia, la Germania ha formato un corpo politico gerarchicamente organizzato e funzionante con regolarità, a quali condizioni è stato possibile ottenere e garantire un simile risultato? Era ovviamente necessario un sincero accordo fra le due grandi potenze che rappresentano in Germania i due princìpi che da oltre tre secoli si contendono il paese. Ma questo stesso accordo, così lento da stabilire e così difficile da mantenere, sarebbe stato possibile e avrebbe potuto durare tanto a lungo se Austria e Prussia, al termine delle grandi guerre contro la Francia, non si fossero strettamente alleate e appoggiate alla Russia? Ecco la combinazione politica che, realizzando per la Germania l’unico sistema di unità che le fosse applicabile, le ha procurato quella tregua di trentatré anni che ha appena infranto.
Né l’odio né la menzogna potranno mai prevalere contro questo fatto. In un accesso di follia, la Germania ha potuto rompere un’alleanza che, senza imporle alcun sacrificio, assicurava e proteggeva la sua indipendenza nazionale; ma così facendo si è privata per sempre di ogni base solida e durevole.
Guardate piuttosto la dimostrazione di questa verità attraverso la controprova offerta dagli eventi, in questo terribile momento in cui gli avvenimenti procedono quasi alla stessa velocità delle parole umane. Sono passati appena due mesi da quando la Rivoluzione in Germania si è messa all’opera, e già occorre renderle giustizia: il lavoro di demolizione in questo paese è più avanzato di quanto non fosse per mano di Napoleone dopo dieci delle sue folgoranti campagne.
Guardate l’Austria, più compromessa, più abbattuta, più smembrata di quanto non fosse nel 1809. Guardate la Prussia, condannata al suicidio dalla sua fatale e forzata connivenza con il partito polacco. Guardate le rive del Reno, dove, malgrado i canti e le dichiarazioni altisonanti, la Confederazione renana aspira soltanto a rinascere. L’anarchia è ovunque, l’autorità in nessun luogo; e tutto questo a causa di una Francia in cui ribolle una rivoluzione sociale che non chiede altro che di sfociare nella rivoluzione politica che sta scuotendo la Germania.
Da questo momento, per ogni uomo dotato di buon senso la questione dell’unità tedesca è una questione definita. Bisognerebbe possedere quel particolare genere di inettitudine proprio degli ideologi tedeschi per domandarsi seriamente se quel mucchio di giornalisti, avvocati e professori riuniti a Francoforte, attribuendosi la missione di rifare Carlo Magno, abbia qualche apprezzabile probabilità di riuscire nell’opera intrapresa; se, su un suolo così instabile, avranno la mano abbastanza forte e abile da risollevare la piramide rovesciata facendola reggere sulla punta.
La questione è un’altra; non si tratta più di sapere se la Germania sarà unita, ma se, da queste lacerazioni interne, probabilmente aggravate da una guerra con l’estero, riuscirà a salvare qualche brandello della sua esistenza nazionale.
Le fazioni che lacereranno questo paese cominciano ormai a delinearsi. Già in diversi punti la Repubblica ha preso piede in Germania, e si può star certi che non si ritirerà senza combattere, poiché ha dalla sua la logica e alle spalle la Francia. Agli occhi di questa fazione la questione della nazionalità non ha né senso né valore. Nell’interesse della propria causa non esiterà un istante a immolare l’indipendenza del suo paese; e arruolerebbe l’intera Germania, oggi piuttosto che domani, sotto la bandiera della Francia – fosse pure sotto la bandiera rossa. I suoi ausiliari sono dappertutto; questo partito trova aiuto e sostegno tanto negli uomini quanto nelle cose, sia negli istinti anarchici delle masse sia nelle istituzioni anarchiche che sono state seminate con tanta profusione in tutta la Germania. Ma i suoi migliori e più potenti alleati sono gli uomini che da un momento all’altro potrebbero essere chiamati a combatterlo – tanto forte è il vincolo che li lega, per comunanza di ideali, a questo partito. Ora, tutta la questione sta nel sapere se il conflitto scoppierà prima che i cosiddetti conservatori abbiano avuto il tempo di compromettere, con le loro divisioni e le loro follie, tutti gli elementi di forza e di resistenza di cui la Germania ancora dispone; se, in breve, attaccati dal partito repubblicano, decideranno di vedere in esso ciò che è in realtà – ovvero l’avanguardia dell’invasione francese – e sapranno ritrovare, nel sentimento del pericolo che minaccia la loro indipendenza nazionale, abbastanza energia per combattere la Repubblica con ogni mezzo. Oppure se, per evitarsi la battaglia, preferiranno accettare una falsa apparenza di transazione che per loro, in fondo, non sarebbe altro che una capitolazione dissimulata. Nel caso in cui quest’ultima ipotesi dovesse realizzarsi, allora (bisogna riconoscerlo) l’eventualità di una crociata contro la Russia – di quella crociata che è sempre stata il sogno prediletto della Rivoluzione e che oggi ne è divenuta il grido di battaglia – si trasformerebbe in una quasi certezza; il giorno dello scontro decisivo sarebbe quasi arrivato, e la Polonia diventerebbe il campo di battaglia. Questa, almeno, è la prospettiva che i rivoluzionari di tutti i paesi accarezzano con compiacimento; ma c’è tuttavia un elemento della questione di cui non tengono sufficientemente conto, e questa omissione potrebbe sconvolgere in maniera radicale i loro calcoli.
Il partito rivoluzionario, soprattutto in Germania, sembra essersi convinto che, poiché esso stesso sottovalutava l’elemento nazionale, sarebbe avvenuta la medesima cosa in tutti i paesi soggetti alla sua azione e che ovunque e sempre la questione di principio avrebbe prevalso su quella della nazionalità. Già gli avvenimenti della Lombardia devono aver fatto parecchio riflettere gli studenti riformatori di Vienna, i quali avevano immaginato che bastasse cacciare il principe di Metternich e proclamare la libertà di stampa per risolvere le formidabili difficoltà che gravano sulla monarchia austriaca. Gli italiani, nondimeno, continuano a considerarli soltanto tedeschi e barbari,11 come se non si fossero rigenerati nelle acque ritempranti della sommossa. Ma la Germania rivoluzionaria non tarderà a ricevere a questo proposito una lezione ancor più severa e significativa, perché le sarà impartita più da vicino. Infatti, non si pensava che distruggendo o indebolendo tutti i vecchi poteri, sconvolgendo fino in fondo l’intero ordine politico di questo paese, si sarebbe risvegliata la più temibile delle complicazioni, una questione di vita o di morte per il suo futuro: la questione delle razze. Ci si era dimenticati che nel bacino della Boemia e nei paesi slavi che la circondano, nel cuore stesso di questa Germania di cui si sogna l’unità, esistevano sei o sette milioni di uomini per i quali, di generazione in generazione e da secoli, il tedesco non ha mai smesso di essere peggio di uno straniero, sempre un nemec...12 Non si tratta qui, ovviamente, del patriottismo letterario di qualche studioso di Praga, per quanto onorevole possa essere; questi uomini hanno senza dubbio reso grandi servigi alla causa del loro paese e gliene renderanno ancora; ma la vita della Boemia non è lì. La vita di un popolo non è mai nei libri che si stampano in suo onore, a meno che non si tratti del popolo tedesco; la vita di un popolo è nei suoi istinti e nelle sue credenze, e i libri, bisogna ammetterlo, sono assai più potenti nel farli snervare e avvilirli che non nel ridestarli e farli rivivere. Tutto ciò che resta dunque alla Boemia della vera vita nazionale risiede nelle sue credenze hussite, nella protesta sempre viva della sua nazionalità slava oppressa contro l’usurpazione della Chiesa romana, così come contro il dominio tedesco. È questo il legame che la unisce a tutto il suo passato di lotte e di gloria, ed è questo anche l’anello che un giorno potrà ricongiungere il ceco13 della Boemia ai suoi fratelli d’Oriente. Non si insisterà mai abbastanza su questo punto, perché sono proprio le favorevoli reminiscenze della Chiesa d’Oriente, i ritorni alla vecchia fede – di cui l’hussitismo a suo tempo non fu altro che un’espressione imperfetta e sfigurata – a stabilire una differenza profonda tra la Polonia e la Boemia: tra la Boemia, che subisce suo malgrado il giogo della comunità occidentale, e quella Polonia artificiosamente cattolica, fanatica servitrice dell’Occidente e sempre traditrice nei confronti dei suoi simili.
So bene che, per il momento, la vera questione in Boemia non si è ancora posta e che ciò che agita e ribolle alla superficie del paese è il liberalismo più volgare mescolato al comunismo delle città e, probabilmente, a un po’ di sommosse contadine delle campagne. Ma tutta questa ebbrezza svanirà presto, e, al ritmo con cui procedono le cose, il fondo della situazione non tarderà a manifestarsi. Allora la questione per la Boemia sarà questa: una volta che l’Impero austriaco sarà dissolto dalla perdita della Lombardia e dall’emancipazione ormai completa dell’Ungheria, cosa farà la Boemia con i popoli che la circondano – moravi, slovacchi –, vale a dire sette-otto milioni di uomini della sua stessa lingua e della sua stessa razza? Aspirerà a costituirsi in modo indipendente, oppure accetterà di entrare nel ridicolo quadro della futura unità germanica, che non sarà mai altro che l’unità del caos? È poco probabile che quest’ultima soluzione la tenti davvero. Da quel momento essa si troverà inevitabilmente esposta a ogni sorta di ostilità e aggressione, e per resistervi non potrà certo contare sull’appoggio dell’Ungheria. Per sapere dunque verso quale potenza la Boemia – malgrado le idee che oggi dominano e le istituzioni che domani la governeranno – sarà fatalmente trascinata, mi basta ricordare ciò che nel 1841, a Praga, mi diceva il più nazionalista dei patrioti di questo paese. «La Boemia» mi diceva Hanka14 «non sarà libera e indipendente, non sarà davvero padrona di sé stessa se non il giorno in cui la Russia avrà ripreso possesso della Galizia». In generale è cosa degna di nota il favore costante che la Russia, il nome russo, la sua gloria e il suo avvenire hanno sempre incontrato tra i patrioti di Praga; e questo proprio nel momento in cui la nostra fedele alleata Germania si faceva, più per disinteresse che per equità, da sostituto dell’emigrazione polacca, per aizzare contro di noi l’opinione pubblica dell’Europa intera. Ogni russo che abbia visitato Praga nel corso di questi ultimi anni potrà confermare che l’unica lamentela che abbia sentito esprimere contro di noi era quella relativa alla riserva e allo scarso entusiasmo con cui, da parte nostra, venivano accolte le simpatie nazionali della Boemia. Alte e generose considerazioni ci imponevano allora questa condotta; oggi, certamente, sarebbe soltanto un controsenso: poiché i sacrifici che allora facevamo per l’ordine, potremmo ormai farli solamente a beneficio della Rivoluzione.
Ma se è vero che, nelle circostanze attuali, la Russia ha men che mai il diritto di scoraggiare le simpatie che le vengono manifestate, è giusto riconoscere d’altra parte una legge storica che finora ha provvidenzialmente governato il suo destino: sono sempre stati i suoi nemici più accaniti a contribuire con maggiore efficacia allo sviluppo della sua grandezza. Questa legge provvidenziale le ha appena generato un nuovo nemico, uno che sicuramente giocherà un ruolo importante nel suo destino futuro e che contribuirà in modo decisivo a accelerarne il compimento. Questo nemico è l’Ungheria – intendo dire l’Ungheria magiara. Di tutti i nemici della Russia, è forse quello che la odia dell’odio più furioso. Il popolo magiaro, nel quale, per la più bizzarra delle combinazioni, il fervore rivoluzionario s’è associato alla brutalità di un’orda asiatica – e di cui si potrebbe ben dire (proprio come lo si potrebbe affermare anche per i turchi) che in Europa bivacca soltanto – vive circondato da popoli slavi che gli sono tutti ugualmente odiosi. Nemico personale di questa razza, di cui per così lungo tempo ha rovinato il destino, si ritrova dopo secoli di agitazioni e di turbolenze ancora imprigionato in mezzo agli slavi. Tutti i popoli che lo circondano – serbi, croati, slovacchi, transilvani e perfino i piccoli russi dei Carpazi – sono gli anelli di una catena che il popolo magiaro credeva spezzata per sempre. E ora sente sopra di sé una mano che potrà, quando le piacerà, unire quegli anelli e stringere la catena a suo piacimento. Da qui il suo odio istintivo contro la Russia. Del resto, prestando fede alle notizie riportate dalla stampa straniera, gli attuali capipopolo del partito si sono seriamente convinti che il popolo magiaro abbia una grande missione da compiere nell’Oriente ortodosso; che spetti a lui, in poche parole, tenere in scacco i destini della Russia. Finora l’autorità moderatrice dell’Austria aveva bene o male contenuto tutta questa turbolenza e questa follia; ma ora che l’ultimo legame è stato spezzato e che il povero vecchio padre, tornato bambino, è stato messo sotto tutela, c’è da prevedere che il magiarismo completamente emancipato darà libero sfogo a tutte queste eccentricità e si avventurerà nelle peripezie più folli. Si mormora già della definitiva annessione della Transilvania. Si sente dire di far valere antichi diritti sui principati del Danubio e sulla Serbia. Si intensificherà la propaganda in tutti questi paesi per aizzarli contro la Russia; e quando si sarà seminata la confusione ovunque, un bel giorno ci si presenterà armati per rivendicare, in nome dell’Occidente leso nei suoi diritti, il possesso del delta del Danubio dicendo alla Russia con voce imperiosa: «Non andrai oltre». Ecco, con ogni probabilità questi sono alcuni punti del programma che si sta elaborando ora a Presburgo. L’anno scorso erano solo frasi da giornale; oggi da un momento all’altro possono tradursi in tentativi molto seri e molto compromettenti. Ciò che appare tuttavia più imminente è un conflitto tra l’Ungheria e i due regni slavi che ne dipendono. Infatti la Croazia e la Slavonia, prevedendo che l’indebolimento della legittima autorità a Vienna le avrebbe inevitabilmente consegnate all’arbitrio del magiarismo, sembrano aver ottenuto dal governo austriaco la promessa di un’organizzazione separata per loro, aggiungendovi la Dalmazia e il confine militare. L’atteggiamento che questi paesi così raggruppati cercano di assumere nei confronti dell’Ungheria non mancherà di esacerbare tutte le antiche controversie e non tarderà a far scoppiare una vera e propria guerra civile; e poiché l’autorità del governo austriaco potrebbe essere troppo fragile per intervenire fra i combattenti con qualche speranza di successo, gli slavi d’Ungheria, che sono i più deboli, saranno probabilmente costretti a soccombere nella lotta, qualora non si verificasse una circostanza che prima o poi verrà necessariamente in loro aiuto: il fatto che il nemico che devono combattere è prima di tutto nemico della Russia. Vi è di più: lungo tutto questo confine militare, composto per tre quarti di serbi ortodossi, non c’è una sola capanna di coloni (secondo quanto riferiscono gli stessi viaggiatori austriaci) in cui, accanto al ritratto dell’Imperatore d’Austria, non si trovi il ritratto di un altro imperatore che queste razze fedeli si ostinano a considerare come il solo legittimo. Del resto (perché nasconderlo) è improbabile che tutte queste scosse telluriche che fanno tremare l’Occidente si arrestino alle porte dei paesi d’Oriente. Come potrebbe infatti accadere che in questa guerra senza quartiere, in questa crociata d’empietà che la Rivoluzione, già padrona dei tre quarti dell’Europa occidentale, prepara contro la Russia, l’Oriente cristiano, l’Oriente slavo-ortodosso, la cui vita è indissolubilmente legata alla nostra, non venga trascinato nella lotta al nostro seguito? Forse sarà proprio a causa sua che la guerra comincerà: perché è prevedibile che tutte le propagande che già lo agitavano – propaganda cattolica, propaganda rivoluzionaria, ecc. ecc. –, tutte opposte tra loro, ma unite in un sentimento di odio comune contro la Russia, si metteranno ora all’opera con più ardore che mai. Si può essere certi che non arretreranno davanti a nulla pur di raggiungere i loro scopi... E quale sarebbe, santo cielo!, la sorte di tutte le popolazioni cristiane come noi, se, già esposte come sono a queste abominevoli influenze, venisse a mancare in un momento simile l’unica autorità che invocano nelle loro preghiere? In sostanza, in quale orribile confusione cadrebbero questi paesi d’Oriente alle prese con la Rivoluzione, se il legittimo sovrano, se l’Imperatore ortodosso d’Oriente tardasse ancora a lungo a apparire!
No, non è possibile. I presagi di mille anni non ingannano. La Russia, paese di fede, non mancherà di fede nel supremo momento. Non si spaventerà della grandezza del suo destino e non indietreggerà davanti alla propria missione.
Quando mai questa missione è stata più chiara e evidente? Si può dire che Dio l’ha vergata a caratteri di fuoco su questo cielo plumbeo e fosco di tempeste. L’Occidente sta scomparendo: tutto crolla, tutto sprofonda in una conflagrazione generale – l’Europa di Carlo Magno come l’Europa dei trattati del 1815; il Papato di Roma e tutte le monarchie dell’Occidente; il Cattolicesimo e il Protestantesimo; la fede da lungo tempo perduta e la ragione ridotta all’assurdo; l’ordine ormai impossibile, la libertà ormai irrealizzabile. E sopra tutte le rovine da essa accumulate, la civiltà si suicida con le proprie mani...
Quando sopra questo immenso naufragio vediamo, come una santa arca, galleggiare questo Impero ancor più immenso, chi potrebbe dubitare della sua missione? Dovremmo forse noi, figli suoi, mostrarci scettici e pusillanimi?
12 aprile 1848
LA RUSSIA E LA GERMANIA
LETTERA AL DOTTOR GUSTAVE KOLB,
REDATTORE DELLA «GAZZETTA UNIVERSALE»15
Signor redattore,
l’accoglienza che recentemente avete riservato a alcune osservazioni che mi sono permesso di inviarvi, così come le moderate e ragionevoli considerazioni con cui le avete accompagnate, mi hanno suggerito un’idea peregrina. Cosa accadrebbe, signore, se provassimo a intenderci sul fondo stesso della questione? Non ho l’onore di conoscervi di persona. Scrivendovi, mi rivolgo dunque alla «Gazzetta Universale» di Augsburg. Oggi in Germania la «Gazzetta» di Augsburg è, ai miei occhi, molto più che un semplice giornale. È la sua prima tribuna politica. Se la Germania avesse la fortuna di essere unita, il suo governo potrebbe sotto diversi aspetti adottare questo giornale come organo ufficiale del proprio pensiero. Ecco il motivo per il quale mi rivolgo a voi.
Sono russo, come ho già avuto l’onore di dirvi: russo nel cuore e nell’anima, profondamente devoto al mio paese, in pace con il mio governo e, inoltre, del tutto indipendente nella mia posizione. Quella che cercherò di esprimere qui è dunque un’opinione russa, ma libera e perfettamente disinteressata... Capirete bene che questa lettera si rivolge più a voi, signore, che non al pubblico dei lettori. Tuttavia, potete farne l’uso che vi piacerà. Il clamore mi è indifferente. Non ho più ragioni per evitarlo che per bramarlo... E non temete che in quanto russo mi lasci coinvolgere anch’io nella pietosa polemica che ha suscitato recentemente un pamphlet pietoso. No, signore, non sarebbe abbastanza serio.
Il libro di de Custine16 è una testimonianza ulteriore di questo disordine dello spirito, di questa demoralizzazione intellettuale – tratto caratteristico della nostra epoca, specialmente in Francia – che porta a affrontare le questioni più importanti e solenni con i nervi, anziché con la ragione; che induce a giudicare un mondo con meno serietà di quanta un tempo si mettesse nell’analisi di un vaudeville.
Quanto agli avversari di de Custine, sedicenti difensori della Russia, sono sì più sinceri, ma alquanto ingenui. Mi fanno l’effetto di chi, per eccesso di zelo, apre precipitosamente l’ombrello per proteggere la cima del Monte Bianco dall’ardore del sole. No, signore, questa lettera non sarà un’apologia della Russia. L’apologia della Russia...! Eh, buon Dio, è un maestro ben più grande di tutti noi che s’è assegnato questo compito e che, mi pare, lo ha finora svolto in modo abbastanza glorioso. Il vero apologista della Russia è la storia, che da tre secoli non si stanca di farle vincere tutte le cause nelle quali essa ha, di volta in volta, impegnato i suoi misteriosi destini.
Rivolgendomi a voi, signore, intendo parlare di voi stesso, del vostro paese e dei suoi interessi più fondamentali e indiscutibili; e se occorrerà far cenno alla Russia, sarà soltanto nei suoi rapporti immediati con le sorti della Germania.
In nessun’epoca, ne sono cosciente, in Germania gli spiriti sono stati così occupati come lo sono oggi dal grande problema dell’unità germanica. Ebbene, signore, vi sorprenderei molto – voi che siete sentinella vigile e civile – se vi dicessi che, nel bel mezzo di questa generale preoccupazione, un occhio un po’ attento potrebbe scorgere diverse tendenze che, se venissero a crescere, comprometterebbero terribilmente quell’opera di unificazione alla quale tutti sembrano lavorare? Ce n’è una, soprattutto, fatale più d’ogni altra. Non dirò nulla che non sia già nelle menti di tutti, eppure non potrei aggiungere una sola parola senza toccare questioni roventi; ma credo che, oggi come nel Medioevo, quando si hanno le mani pure e le intenzioni rette si possa toccare impunemente qualsiasi cosa.
Voi sapete, signore, quale sia la natura dei rapporti che, da trent’anni, uniscono i governi della Germania, grandi e piccoli, alla Russia. Qui non vi chiedo che cosa pensino di tali rapporti questa o quella parte, questo o quel partito: è un fatto. E il fatto è che questi rapporti non sono mai stati così benevoli e più stretti; mai un’intesa più sinceramente cordiale è esistita tra questi diversi governi e la Russia.
Per chi vive sul terreno della realtà e non nel mondo delle chiacchiere, è evidente che questa è la vera e legittima politica della Germania, la sua naturale politica; ed è chiaro che i suoi sovrani, mantenendo intatta questa grande tradizione della vostra epoca di rigenerazione, non hanno fatto altro che obbedire alle ispirazioni del patriottismo più illuminato. Ma ancora una volta, signore, non pretendo di far miracoli; non pretendo che tutti condividano quest’opinione, tanto meno coloro che provano nei suoi confronti un’avversione personale. Anche se per il momento non si tratta di una convinzione, bensì d’un fatto – e il fatto, mi pare, è abbastanza visibile e abbastanza tangibile da poter annoverare soltanto pochi scettici.
A fronte di questa direzione politica dei vostri governi, ho bisogno di dirvi, signore, quale impulso e quali tendenze si provano senza sosta a imprimere da una decina d’anni all’opinione tedesca riguardo alla Russia? Anche qui mi asterrò per il momento dal valutare esattamente i torti, le accuse d’ogni genere che si continuano a affastellare contro di essa con una perseveranza davvero sorprendente. Qui si tratta di quel che s’è ottenuto. Un risultato, ammettiamolo, che sebbene scoraggiante è pressoché completo. I suoi artefici hanno motivo d’esser soddisfatti del loro lavoro.
Quella stessa potenza che le illustri generazioni del 1813 salutavano con entusiastica riconoscenza, quella potenza la cui fedele alleanza, la cui efficace e disinteressata amicizia non è venuta meno neppure una sola volta, da trent’anni, né ai popoli né ai sovrani della Germania – si è riusciti, grazie alle cantilene con le quali s’è cullata l’infanzia della generazione attuale, si è quasi riusciti, dicevo, a trasformare quella stessa potenza in uno spauracchio per gran parte degli uomini della nostra generazione; e tante intelligenze virili della nostra epoca non hanno esitato a regredire sino alla candida imbecillità dell’infanzia pur di concedersi la soddisfazione di vedere nella Russia l’orco del diciannovesimo secolo.
Tutto questo è vero. E forse gli avversari della Russia esulteranno di fronte a tali ammissioni; ma che mi permettano di continuare.
Abbiamo dunque due tendenze decisamente opposte; il disaccordo è eclatante e s’aggrava ogni giorno di più. Da una parte avete i sovrani, i governi della Germania con la loro politica seria e ponderata, con la loro direzione ben definita; dall’altra parte avete un differente sovrano della nostra epoca – l’opinione pubblica, che va dove i venti e le onde la spingono.
Signore, permettetemi di rivolgermi al vostro patriottismo e alla vostra intelligenza: che cosa pensate di una situazione del genere? Quali conseguenze prevedete per gli interessi e per il futuro della vostra patria? Perché, intendetemi bene, non è soltanto della Germania che si tratta in questo momento...
Dio mio, se fra di voi poteste rendervi conto di quanto poco la Russia sia toccata da tutte queste violenze nei suoi confronti, forse persino i suoi nemici più ostinati avrebbero di che pensare...
È evidente che, finché durerà la pace, questo disaccordo non provocherà alcun sconvolgimento grave e manifesto; il male continuerà a scorrere sottotraccia; i vostri governi, com’è naturale, non muteranno la loro linea, non scombineranno tutta la politica estera della Germania da cima a fondo solo per accordarsi ai capricci di qualche fanatico o turbolento spirito. Questi ultimi, sollecitati e spinti dalla contraddizione, riterranno di dover procedere sempre più oltre nella direzione opposta a quella che disapprovano – e così, pur continuando a parlare dell’unità della Germania, con gli occhi costantemente rivolti alla Germania, si avvicineranno, per così dire arretrando, al pendio fatale, al declivio dell’abisso nel quale la vostra patria è già scivolata più d’una volta.
So bene, signore, che finché conserveremo la pace, il pericolo che indico sarà soltanto immaginario. Ma una volta giunta la crisi – il cui presagio grava sull’Europa – arriveranno giorni di tempesta, maturerà tutto in poche ore, tutte le tendenze saranno spinte verso le conseguenze più estreme, strappando l’ultima parola a qualsiasi opinione e a qualsiasi fazione. Ebbene, signore, cosa accadrà allora?
Sarà vero, dunque, che per le nazioni, ancor più che per gli individui, vi sia un’inesorabile e inespiabile fatalità? Dobbiamo credere che siano insediate da inclinazioni ben più forti della loro stessa volontà, della loro ragione, come malattie sistemiche che nessuna arte e nessun regime possono scongiurare? È il caso di questa terribile tendenza alla lacerazione interna che, come una fenice di sventura, si vede rinascere a ogni grande epoca della storia della vostra nobile patria?
Questa tendenza, esplosa nel Medioevo con l’empio e anticristiano duello tra il Sacerdozio e l’Impero, ha determinato la lotta parricida fra l’Imperatore e i principi; poi, fiaccata per un momento dall’indebolimento della Germania, s’è rinvigorita e ritemprata con la Riforma e, dopo averne accettato una forma definitiva quasi come una congiura legale, s’è rimessa all’opera con più zelo che mai – sotto qualsiasi bandiera, sposando qualsiasi causa, sempre la stessa ma con nomi diversi fino al momento in cui, giunta alla decisiva crisi della guerra dei Trent’anni, dapprima ha chiamato in suo soccorso lo straniero, la Svezia, poi s’è associata definitivamente al nemico, la Francia, e grazie a questa associazione di forze ha compiuto gloriosamente, in meno di due secoli, la missione di morte di cui era incaricata.
Ricordi funesti. Eppure, come mai, di fronte a tali ricordi, non vi allarmate per ogni sintomo che annunci un nascente antagonismo negli assetti del vostro paese? Perché non vi domandate, con spavento, se non sia questo il risveglio della vostra antica e terribile malattia?
I trent’anni appena trascorsi possono esser annoverati senza dubbio tra i più belli della vostra storia; dai grandi regni degli imperatori salici, mai giorni così splendidi avevano brillato sulla Germania; da molti secoli la Germania non era stata così pienamente padrona di sé, non si era sentita così unita, così sé stessa; da molti secoli non aveva assunto, dinanzi alla sua eterna rivale, un atteggiamento più forte e imponente. L’ha tenuta in scacco su tutti i punti.
Guardate voi stesso: al di là delle Alpi, i vostri più gloriosi imperatori non hanno mai esercitato un’autorità tanto reale quanto quella che vi esercita ora una potenza tedesca. Il Reno è tornato tedesco, nel cuore e nell’anima; il Belgio, che l’ultimo sconvolgimento europeo sembrava aver fatto scappare fra le braccia della Francia, s’è fermato sul pendio e ora sta chiaramente risalendo verso di voi; il Circolo borgognone si riforma; l’Olanda, prima o poi, non potrà che tornare a voi. Questo, dunque, l’esito definitivo del grande duello ingaggiato più di due secoli fa tra voi e la Francia; avete pienamente trionfato, avete avuto l’ultima parola.
Tuttavia, convenitene: per chi aveva assistito a questa lotta sin dagli inizi, per chi l’aveva seguita attraverso tutte le sue fasi e vicissitudini, fino alla vigilia del giorno supremo e decisivo, sarebbe stato difficile prevedere un esito simile. Le apparenze vi erano contro, le probabilità a vostro sfavore.
Dalla fine del Medioevo, malgrado qualche momento d’arresto, la potenza della Francia era sempre cresciuta, con concentrazione e disciplina; a partire da quell’epoca l’Impero, per effetto della scissione religiosa, è entrato nella sua ultima fase, nel periodo della sua disorganizzazione legale; perfino le vittorie che riportavate erano sterili, perché non fermavano la disorganizzazione interna, spesso anzi non facevano che accelerarla.
Con Luigi XIV, benché il grande Re fosse fallito, la Francia trionfò e la sua influenza dominò sovranamente la Germania. Poi venne la Rivoluzione che – dopo aver divelto fino all’ultima le vestigia originarie della nazionalità francese, e con esse anche le affinità germaniche, dopo aver restituito alla Francia il suo carattere esclusivamente romano – ingaggiò contro la Germania, e cioè contro il principio stesso della sua esistenza, un’ultima lotta, una lotta a morte. È proprio nel momento in cui il soldato coronato di quella Rivoluzione metteva in scena la parodia dell’Impero di Carlo Magno fondandolo sulle sue stesse rovine, con l’obbligo estremamente umiliante per i popoli della Germania di recitarvi – in quel momento supremo avvenne la peripezia, e tutto cambiò.
Come s’era compiuta questa prodigiosa peripezia? Da chi? Cosa l’aveva prodotta? Era stata generata dall’arrivo di un terzo soggetto sul campo di battaglia dell’Occidente europeo. Ma quel terzo soggetto era un mondo intero.
Qui, signore, per intenderci occorre che mi permettiate una breve digressione. Si parla molto della Russia; ai nostri giorni è l’oggetto di un’accesa e inquieta curiosità. È chiaramente diventata una delle grandi preoccupazioni del secolo; ma, a differenza di altri problemi che l’appassionano, bisogna riconoscere che sul pensiero contemporaneo è più una preoccupazione che non uno stimolo.
E non poteva essere altrimenti: il pensiero contemporaneo, figlio dell’Occidente, si sente qui al cospetto di un elemento, se non ostile, perlomeno alquanto estraneo; un elemento indipendente, e si direbbe che abbia paura di venir meno a sé stesso – quindi di mettere in discussione la propria legittimità – se accettasse come del tutto ragionevole la questione che gli viene posta, se si applicasse a comprenderla e a risolverla con serietà e con coscienza... Che cos’è la Russia? Qual è la sua ragion d’essere, la sua necessità storica? Da dove viene? Dove è diretta? Che cosa rappresenta?
Il mondo, è vero, le ha assegnato un posto al sole, ma ancora non si è degnata di assegnargliene uno la filosofia della storia. Alcune rare intelligenze – due o tre in Germania, una o due in Francia –, più libere, più progredite della maggioranza della schiera, hanno intravisto il problema e sollevato un lembo del velo; ma le loro parole, finora, sono state poco ascoltate o comprese.
A lungo il modo in cui la Russia è stata considerata in Occidente assomigliava, per certi aspetti, alle prime impressioni dei contemporanei di Colombo. Lo stesso errore, la stessa illusione ottica. Voi sapete che per molto tempo gli uomini del vecchio continente, pur applaudendo all’immortale scoperta, si erano ostinatamente rifiutati di ammettere l’esistenza di un nuovo continente: trovavano più semplice e più razionale supporre che le terre appena svelate non fossero altro che l’appendice, il prolungamento del continente già noto.
È successa la stessa cosa con le idee che a lungo si sono prodotte su quell’altro nuovo mondo, l’Europa orientale, di cui la Russia è stata da sempre l’anima, la forza motrice; a quel mondo era destinata a offrire il proprio glorioso nome, come riconoscimento per l’esistenza storica che quel mondo ha già ricevuto da lei, o che ancora aspetta di ricevere.
Per secoli, l’Occidente europeo ha creduto – e in perfetta buona fede – che non vi fosse, né potesse esservi, altra Europa all’infuori di sé. Sapeva, è vero, che al di là dei suoi confini esistevano ancora sovranità e popoli che si dicevano cristiani. Ai tempi dei suoi fasti aveva persino intaccato i bordi di quel mondo senza nome, ne aveva strappato qualche lembo incorporandolo alla meglio, snaturato e denazionalizzato. Ma che al di là di quella soglia estrema vi fosse un’altra Europa, un’Europa orientale, sorella pienamente legittima dell’Occidente cristiano, cristiana anch’essa – non feudale e non gerarchica, sì, ma proprio per questo più intimamente cristiana –, che vi fosse di là un intero Mondo, unito nel suo principio, solidale fra le sue parti, prospero di vita propria, organico, originale: ecco quel che era impossibile riconoscere, ciò che ancora oggi molti vorrebbero mettere in dubbio.
Per molto tempo l’errore è stato perdonabile. La forza motrice è rimasta sepolta nel caos per secoli: la sua azione lenta e quasi impercettibile; spesse nubi avvolgevano quella lenta elaborazione d’un mondo. Ma alla fine, quando i tempi furono compiuti, la mano di un gigante ha dissolto la nebbia, e l’Europa di Carlo Magno si è trovata faccia a faccia con l’Europa di Pietro il Grande.
Ammesso questo, tutto diventa chiaro, tutto si spiega: ora comprendiamo la vera ragione di quei rapidi progressi, di quei prodigiosi sviluppi della Russia che hanno stupito il mondo. Comprendiamo che quelle presunte conquiste e quelle presunte violenze sono state l’opera più organica e legittima che la storia abbia mai realizzato: in fondo non era altro che un’immensa restaurazione che si compiva.
Capiremo anche perché s’è visto morire e scomparire, per mano sua, tutto ciò che la Russia ha incontrato sul suo cammino come tendenze anomale, poteri e istituzioni infedeli al grande principio che essa rappresentava... perché la Polonia ha dovuto perire... non già l’originalità della stirpe polacca – Dio ce ne guardi –, ma la falsa civiltà, la falsa nazionalità che le erano state attribuite.
È anche da questo punto di vista che si apprezzerà meglio il vero significato di quella che chiamiamo la questione d’Oriente, quel problema che fingiamo di proclamare insolubile proprio perché, da molto tempo, tutti ne hanno previsto l’inevitabile soluzione. Si tratta infatti di sapere se l’Europa orientale, già costituita per i suoi tre quarti – questo vero impero d’Oriente di cui il primo, quello dei cesari di Bisanzio e degli antichi imperatori ortodossi, era stato soltanto un abbozzo gracile e approssimativo –, riceverà o meno il suo ultimo e più indispensabile complemento, e se lo otterrà per il naturale corso degli eventi, oppure se sarà costretta a ottenerlo attraverso la sorte delle armi, con il rischio di grandi calamità per il mondo. Ma torniamo al nostro argomento.
Ecco qui, signore, quale è stato il terzo elemento la cui comparsa sul palco della storia ha deciso, bruscamente, il duello secolare dell’Occidente europeo: è bastata la sola apparizione della Russia fra le vostre file per ricondurvi all’unità – e l’unità vi ha dato la vittoria.
E ora, per comprendere davvero la situazione attuale, bisogna convincersi profondamente d’una verità: da quando l’Oriente costituito è intervenuto nelle vicende dell’Occidente, tutto è mutato in Europa. Fino allora eravate in due, ora siamo in tre. Le lunghe lotte sono divenute impossibili.
Dall’attuale stato delle cose possono derivare tre combinazioni, le uniche possibili ormai. La Germania, fedele alleata della Russia, conserverà la sua egemonia al centro dell’Europa; oppure questo predominio passerà nelle mani della Francia. Ora, sapete, signore, che cosa significherebbe per voi la supremazia francese? Se non morte subitanea, sarebbe di sicuro un indebolimento della Germania. Rimane la terza combinazione, quella che piacerebbe di più a alcuni: la Germania alleata della Francia contro la Russia.
Ahimè, signore, questa combinazione è già stata tentata nel 1812 e, come sapete, ha avuto ben poco successo. D’altronde non credo che, dopo l’esito dei trent’anni appena trascorsi, la Germania sarebbe dell’umore di accettare le condizioni per una nuova Confederazione del Reno: perché ogni stretta alleanza con la Francia non potrà mai significare altro, per la Germania, che questo.
E sapete, signore, cosa ha inteso fare la Russia quando – intervenendo nella lotta tra i due princìpi, tra le due grandi nazionalità che da secoli si disputavano l’Occidente europeo – l’ha risolta a favore della Germania, a beneficio del principio germanico? Ha voluto una volta per tutte dar ragione al diritto, alla legittimità storica, contro il procedimento rivoluzionario.
E perché l’ha fatto? Perché la sua causa, la sua stessa ragione, l’obiettivo per un buon avvenire è il diritto, la legittimità storica; e reclama tutto questo per sé e per i suoi. Solo la più cieca ignoranza, quella che volutamente oscura la ragione, può ancora negare questa grande verità. Perché, in fin dei conti, non è proprio in nome di questo diritto, di questa legittimità storica che la Russia ha affrancato un’intera razza e tutto un mondo dalla decadenza, permettendogli così di vivere di vita propria, costituendolo e restituendogli la sua autonomia?
Ed è anche in nome di questo stesso diritto che essa saprà impedire ai fabbricanti di esperimenti politici di venire a strappare o sottrarre intere popolazioni dai loro centri vitali – cosa che poi permetterebbe loro di dar seguito alle loro fantasie, come ritagliare e modellare più facilmente queste popolazioni come cose morte; per dirla in breve, che non vengano a staccargli le braccia dal corpo con il pretesto di dar loro maggiore libertà di movimento...
Il sovrano che ora siede sul trono di Russia ha avuto l’onore immortale di rappresentare con intelligente inflessibilità, e in maniera più compiuta e energica di qualsiasi altro suo predecessore, il diritto e la legittimità storica. Una volta compiuta la sua scelta, l’Europa sa che la Russia vi è rimasta fedele per trent’anni.
Si può affermare, storia alla mano, che è davvero arduo trovare negli annali politici del mondo un esempio di un’alleanza tanto profondamente morale quanto quella che, da trent’anni, unisce i sovrani della Germania alla Russia. Ed è proprio questo carattere di grande moralità che l’ha fatta durare, che l’ha aiutata a risolvere mille difficoltà, a superare mille ostacoli; e ora nel bene e nel male quest’alleanza ha trionfato nell’ultima prova, la più significativa di tutte: il fervore che l’aveva costituita s’è trasmesso, senza contraccolpi né mutamenti, dai primi fondatori ai loro eredi.
Ebbene, signore, domandate ai vostri governi: in questi trent’anni, la sollecitudine della Russia per i grandi interessi politici della Germania è mai venuta meno anche solo per un istante? Domandate agli uomini che vi hanno fatto affari se, spesso e volentieri, questa sollecitudine non abbia anticipato le vostre stesse ispirazioni patriottiche.
Da qualche anno in Germania vi preoccupate tanto della grande questione dell’unità tedesca. Non è sempre stato così, lo sapete. Io, che vivo in mezzo a voi da tempo, potrei dire con precisione quando la questione ha iniziato a appassionare. Certo, non che si parlasse troppo dell’unità, almeno sulla stampa, nell’epoca in cui non esisteva un giornale liberale che non si sentisse obbligato dalla sua coscienza a cogliere ogni occasione per rivolgere all’Austria e al suo governo le stesse ingiurie che si riservano oggi alla Russia.
Si tratta dunque di una preoccupazione ammirevole, certamente legittima, però piuttosto recente. È vero che la Russia non ha mai predicato l’unità della Germania; ma da trent’anni non ha mai smesso di raccomandare alla Germania, in qualsiasi occasione e a gran voce, l’unione, la concordia, la fiducia reciproca; di mettere volontariamente gli interessi personali da parte per l’interesse generale – e la Russia non si è mai stancata di ripetere e ribadire questi consigli, questi incitamenti, con l’energica franchezza di chi si sa scrupolosamente disinteressato.
Qualche anno fa ha avuto grande risonanza in Germania un libro – erroneamente considerato come fonte ufficiale – che sembrava avvalorare tra di voi l’opinione che la Russia, a un certo momento, avrebbe pianificato di legarsi con gli Stati tedeschi di second’ordine a scapito dei due grandi Stati della Confederazione e della loro legittima influenza. Una congettura del tutto gratuita e, ammettiamolo, decisamente falsa.
Consultate a riguardo uomini competenti: vi diranno come stanno le cose; forse vi diranno che nella costante preoccupazione di assicurare prima di tutto l’indipendenza politica della Germania, la diplomazia russa si è talvolta esposta a urtare suscettibilità comprensibili, raccomandando con troppa insistenza alle piccole corti della Germania un’adesione incondizionata al sistema delle due grandi potenze. Questo sarebbe forse il momento di valutare correttamente un’altra accusa, mille volte ripetuta contro la Russia, ma non per questo vera. Quanto s’è detto per far credere che sia stata soprattutto la sua influenza a ostacolare, in Germania, lo sviluppo del regime costituzionale?
In linea di principio, è del tutto irragionevole cercare di trasformare la Russia in un avversario sistematico di questa o quella forma di governo; e per l’amor di Dio, come sarebbe potuta diventare ciò che è, come eserciterebbe sul mondo l’influenza che le spetta, se le sue idee fossero state così ristrette?
Inoltre, nel caso specifico di cui parliamo, si può affermare senza timore che la Russia si è sempre pronunciata con fermezza a favore del mantenimento leale delle istituzioni esistenti e del rispetto rigoroso degli impegni assunti. Detto questo, è anche possibile che abbia ritenuto imprudente, nell’interesse più vitale della Germania (cioè la sua unità), concedere agli Stati costituzionali della Confederazione la stessa estensione del potere parlamentare che si osserva, per esempio, in Inghilterra o in Francia. E se, anche oggi, non è sempre semplice stabilire fra gli Stati quel perfetto accordo, quell’intesa necessaria a un’azione collettiva, il problema diventerebbe semplicemente irrisolvibile in una Germania frammentata, cioè divisa tra una mezza dozzina di assemblee parlamentari sovrane. Questa è una di quelle verità che in Germania tutti gli uomini di buon senso accettano. L’unico torto della Russia sarebbe quello di averla compresa una decina d’anni prima.
Adesso, se dalle questioni interne passiamo alla situazione esterna, vi devo dire, signore, della Rivoluzione di Luglio e delle conseguenze probabili che avrebbe dovuto avere per la vostra patria e che invece non ebbe? È necessario dirvi che il principio di quell’impeto, l’anima di quella sollevazione era innanzitutto il bisogno di una rivincita eclatante contro l’Europa, e principalmente contro di voi? Devo aggiungere che era l’irresistibile bisogno di riprendere quell’egemonia in Occidente di cui la Francia aveva goduto per tanto tempo e che ora vedeva, con rammarico, saldamente nelle vostre mani da trent’anni?
Rendo certamente giustizia al Re dei Francesi, ammiro la sua abilità, auguro lunga vita a lui e al suo sistema... Ma cosa sarebbe successo, signore, se, ogni volta che il governo francese dal 1835 in poi ha tentato di volgere lo sguardo al di là dell’orizzonte della Germania, non avesse incontrato sul trono di Russia la stessa fermezza e decisione, la stessa riservatezza, la stessa freddezza e, soprattutto, la stessa fedeltà incrollabile alle alleanze stabilite e agli impegni presi?
Se avesse potuto cogliere anche per un solo istante un dubbio, un’esitazione, non pensate che quel Napoleone pacifico si sarebbe alla fine stancato di tenere sempre a freno la Francia che fremeva e le avrebbe sciolto le redini? E cosa sarebbe accaduto se egli avesse potuto contare su qualche connivenza?
Signore, mi trovavo in Germania all’epoca in cui Thiers,17 cedendo a un impulso per così dire istintivo, si preparava a fare ciò che gli sembrava la cosa più semplice e naturale del mondo, cioè vendicarsi sulla Germania dei fallimenti della sua diplomazia in Oriente. Sono stato testimone di questo sollevamento, della collera davvero nazionale che quell’ingenua insolenza aveva provocato tra di voi, e mi compiaccio di averla vista; da allora ho sempre ascoltato con grande piacere il Rheinlied.18
Ma, signore, come mai la vostra stampa politica che sa tutto – sa per esempio il numero esatto delle scazzottate che si danno, al confine della Prussia, i doganieri russi e i contrabbandieri prussiani –, come mai, dico, non sa cos’è accaduto a quell’epoca tra le corti tedesche e la Russia? Come mai non ha saputo e non vi ha informato che, alla prima dimostrazione di ostilità da parte della Francia, ottantamila uomini delle truppe russe sarebbero dovuti marciare in soccorso della vostra indipendenza minacciata, e che duecentomila uomini li avrebbero seguiti entro sei settimane?
Ebbene, signore, questa circostanza non è passata inosservata a Parigi, e forse penserete come me, a prescindere dal mio giudizio sul Rheinlied, che essa abbia contribuito non poco a indurre la vecchia Marsigliese a ritirarsi così rapidamente di fronte alla sua giovane rivale.
Ho nominato la stampa. Non crediate, signore, che io nutra pregiudizi sistematici contro la stampa tedesca, né che le serbi rancore per il suo inspiegabile malanimo nei nostri confronti. Non è affatto così, ve l’assicuro. Sono più che disposto a riconoscerle i meriti e le buone qualità che possiede, e mi piacerebbe poter attribuire, almeno in parte, le sue colpe e deviazioni al regime eccezionale sotto il quale vive. Alla vostra stampa periodica non mancano certo il talento, né le idee, nemmeno il patriottismo; sotto molti aspetti è il legittimo prodotto della vostra nobile e grande letteratura – quella letteratura che ha ridato vita al vostro sentimento di identità nazionale.
Ciò che manca alla vostra stampa, e in una misura compromettente, è il tatto politico, un’acuta e salda comprensione della realtà concreta, del contesto nella quale vive. Per questo si nota qualcosa d’imprudente, di avventato – insomma, di moralmente irresponsabile – nelle sue esternazioni e indirizzi, che forse deriva dallo stato di prolungata minorità in cui è trattenuta.
Come spiegare, in effetti, la furente ostilità, cieca e forsennata, a cui si dedica da anni nei confronti della Russia se non con la consapevolezza della propria irresponsabilità morale? Perché? Con quale scopo? A vantaggio di chi?
Ha mai dato l’impressione di aver seriamente esaminato, dal punto di vista dell’interesse politico della Germania, le possibili e probabili conseguenze di quel che faceva? Si è mai seriamente chiesta se – accanendosi come fa da anni a irritare, avvelenare e compromettere senza possibilità di smentite le disposizioni reciproche dei due paesi – non stesse lavorando a distruggere alla base il sistema di alleanze su cui si fonda la potenza relativa della Germania di fronte all’Europa? S’è chiesta se non stesse cercando con tutti i mezzi a sua disposizione di sostituire la manovra politica più favorevole che la storia abbia finora realizzato per la vostra patria, con la combinazione decisamente più nefasta?
Questa petulante imprudenza non vi ricorda, signore – con tutta la gentilezza possibile, naturalmente –, una prodezza infantile del vostro grande Goethe, così graziosamente raccontata nelle sue memorie? Vi ricordate quel giorno in cui il piccolo Wolfgang, rimasto solo nella casa paterna, ha pensato bene d’ingannare il tempo libero concessogli dall’assenza dei genitori lanciando dalla finestra, uno dopo l’altro, tutti gli utensili di casa della madre che gli capitavano sotto mano e divertendosi molto del baccano che facevano cadendo e rompendosi sul selciato? Certo, è vero: nella casa di fronte un vicino dispettoso incoraggiava il bambino a continuare con il suo ingegnoso passatempo. Ma voi, signore, non avete nemmeno la scusa di una provocazione del genere...
Se almeno in tutto questo astioso sermone contro la Russia si potesse scorgere un motivo sensato, un motivo confessabile per giustificare tanto odio!
So bene che, se fosse necessario, troverei qualche folle pronto a venirmi a dire, con la massima serietà: «Dobbiamo odiarvi; a noi tedeschi, a noi Occidentali è antipatico il vostro principio, il presupposto stesso della vostra civiltà; voi non avete avuto né feudalesimo né gerarchia pontificale; voi non avete attraversato né le guerre del Sacerdozio e dell’Impero, né le guerre di religione, e neppure l’Inquisizione; voi non avete partecipato alle Crociate, non avete conosciuto la Cavalleria; voi avete raggiunto quattro secoli fa quell’unità che noi ancora agogniamo; il vostro principio non lascia grande spazio alla libertà dell’individuo, non ammette a sufficienza la divisione, il frazionamento».
Tutto questo è vero; eppure, siate onesto, tutto ciò ci ha impedito di aiutarvi coraggiosamente e lealmente all’occorrenza, quando si è trattato di rivendicare e riconquistare la vostra indipendenza politica, la vostra nazionalità? E adesso, non è forse il minimo che possiate fare quello di perdonarci la nostra, di indipendenza?
Parliamo seriamente, perché la questione lo merita. La Russia non chiede di meglio che rispettare la vostra legittimità storica, la legittimità storica dei popoli d’Occidente. Appena trent’anni fa, si è impegnata insieme a voi a rialzarla da terra, a rimetterla in sesto. È dunque più che disposta a rispettarla non solo nel suo principio, ma anche nelle sue conseguenze più estreme, persino nei suoi smarrimenti e nelle sue debolezze. Ma anche voi, da parte vostra, imparate a rispettarci nella nostra unità e nella nostra forza.
Verranno forse a dirmi che sono le imperfezioni del nostro regime sociale, i vizi della nostra amministrazione, la condizione delle nostre classi inferiori ecc. ecc., che è tutto questo a irritare l’opinione pubblica contro la Russia. Ma davvero? E io, che poco fa credevo di dovermi lamentare di un eccesso di malanimo, mi vedrei ora costretto a protestare per un’esagerazione di simpatia?
Perché, in fondo, non siamo soli al mondo, e se voi avete davvero un’indole così prodiga di simpatia umana – che non trovate modo di riversare su voi stessi e a beneficio dei vostri concittadini – non sarebbe giusto almeno distribuirla in modo più equo tra i diversi popoli della Terra? Tutti, ahimè, hanno bisogno d’esser compresi. Guardate l’Inghilterra, per esempio: che ne dite? Osservate la sua popolazione operaia; guardate l’Irlanda, e se foste in grado di stabilire con certezza il rispettivo bilancio dei due paesi, se poteste pesare su bilance imparziali le miserie prodotte dalla barbarie russa e dalla civiltà inglese... ecco, forse trovereste più originalità che esagerazione nell’affermazione di quell’uomo che, straniero a entrambi i paesi ma profondo conoscitore di tutt’e due, sosteneva con piena convinzione: «Nel Regno Unito ci sono almeno un milione di uomini che trarrebbero grande beneficio dall’essere mandati in Siberia»...
Ah, signore, perché mai voi altri tedeschi, che per molti aspetti avete una superiorità morale incontestabile rispetto ai vostri vicini d’Oltre-Reno, perché mai non potete prendere a prestito un po’ di quel loro buon senso pratico, di quell’intelligenza vivace e sicura dei propri interessi che li contraddistingue! Anche loro hanno la stampa, i giornali che ci insultano, che ci fanno a pezzi senza remore, incessantemente, senza pudore... Guardate, per esempio, quell’idra dalle cento teste della stampa parigina, tutte a lanciare fuoco e fiamme contro di noi.
Che furore! Che fragori! Che baccano! Ebbene, se oggi stesso a Parigi si acquisisse la certezza che questo avvicinamento tanto ardentemente desiderato si sta effettivamente realizzando, che le avance così spesso ripetute sono finalmente state accolte, già da domani vedreste svanire tutto il clima d’odio, tutta la brillante pirotecnica d’insulti. E da questi crateri spenti, da queste bocche pacificate erutteranno, con un ultimo sbuffo di fumo, voci con timbri diversi ma tutte ugualmente armoniose, che faranno a gara a celebrare la nostra felice riconciliazione.
Ma questa lettera s’è fatta troppo lunga, è tempo di concludere. Permettetemi infine, signore, di riassumere in poche parole quel che penso.
Mi sono rivolto a voi senz’altro scopo se non quello che deriva dalla mia convinzione libera e personale. Non sono al soldo di nessuno, non servo alcuna causa; il mio pensiero dipende solo da sé stesso. Ma ho tutti i motivi per credere che, se il contenuto di questa lettera fosse noto in Russia, l’opinione pubblica non esiterebbe a sottoscriverlo. Sino a oggi la coscienza russa s’è turbata solo lievemente per tutto il clamore della stampa tedesca; e non perché il sentire comune della Germania gli sia indifferente, certamente no... Ma tutte le violenze verbali, tutti i colpi sparati in aria a danno della Russia non volevano esser presi davvero sul serio; al massimo vi ha scorto un passatempo di cattivo gusto.
L’opinione pubblica russa si rifiuta fermamente d’ammettere che una nazione severa, seria, leale, profondamente equa – così il mondo ha conosciuto la Germania in ogni epoca della sua storia –, che questa nazione, dico, possa spogliarsi della propria natura per rivelarne un’altra, modellata sull’immagine di qualche spirito bizzarro e turbolento, o di qualche declamatore appassionato e in malafede. E rifiuta di pensare che la Germania – rinnegando il passato, fraintendendo il presente e compromettendo il futuro – acconsenta a accogliere e a nutrire un cattivo sentimento, un sentimento indegno di sé, soltanto per il piacere di commettere una grande sciocchezza politica. No, è impossibile.
Mi sono rivolto a voi, signore, perché, come ho riconosciuto, la «Gazzetta Universale» è più d’un semplice giornale per la Germania; è un’autorità; e un’autorità che, lo dichiaro molto volentieri, coniuga in sommo grado il sentimento nazionale e l’intelligenza politica. Ed è per questa duplice autorità che mi sono rivolto a voi.
L’atteggiamento che si è creato, e che si cerca di propagandare in Germania nei confronti della Russia, non rappresenta ancora un pericolo; ma ci siamo ormai vicini... Questa disposizione d’animo non cambierà nulla nei rapporti attualmente esistenti tra i governi tedeschi e la Russia, ne sono convinto; ma tende a distorcere sempre più la coscienza pubblica su una delle questioni più importanti che possano riguardare una nazione: la questione delle sue alleanze.
Presentando sotto le tinte più menzognere la politica più genuinamente nazionale che la Germania abbia mai seguito, questo atteggiamento mira a gettar discordia fra gli animi, a spingere i più impulsivi e i più sconsiderati su sentieri irti di pericoli, su vie nelle quali la sorte della Germania si è già smarrita più d’una volta.
Che scoppi pure una crisi in Europa, che la secolare contesa – risolta trent’anni fa a vostro favore – torni a riaccendersi: la Russia, certamente, non verrà meno ai vostri sovrani, né questi verranno meno alla Russia; ma è allora, altresì, che si raccoglierà probabilmente ciò che oggi si sta seminando: la discordia degli animi avrà dato i suoi frutti, e tali frutti potrebbero essere amari per la Germania; sarebbero, temo fortemente, nuove defezioni e nuove lacerazioni. E allora, signore, avreste troppo crudelmente espiato la colpa d’essere stati, per un momento, ingiusti nei nostri confronti.
Ecco, signore, quel che avevo da dirvi. Fate delle mie parole l’uso che vi parrà più conveniente.
Vogliate gradire, ecc.
1844
LA QUESTIONE ROMANA
Se tra le questioni del giorno, o piuttosto del secolo, ve n’è una che racchiude in sé, come in un crogiolo, tutte le anomalie, tutte le contraddizioni e tutte le impossibilità che agitano l’Europa occidentale, ebbene questa è senza dubbio la questione romana.
Non poteva esser altrimenti, giacché vi è un’inesorabile logica impressa da Dio, come una giustizia occulta, negli avvenimenti del mondo. La profonda e inconciliabile frattura che da secoli lacera l’Occidente alla fine doveva manifestarsi nella sua forma suprema, insinuandosi sino alle radici. Nessuno potrà mai contestare a Roma un motivo di vanto: ancora oggi è, come sempre è stata, la radice del mondo occidentale. Rimane il dubbio, tuttavia, se ci si sia resi davvero conto di quel che significhi tale questione, nonostante la viva preoccupazione che suscita.
Ciò che contribuisce probabilmente a trarre in inganno rispetto alla natura e alla portata della questione, così come ora s’è posta, è anzitutto la falsa analogia di quanto abbiamo visto accadere a Roma con certi episodi relativi alle sue precedenti rivoluzioni; al quale si deve aggiungere la reale solidarietà che lega Roma alla rivoluzione europea. Tutte queste circostanze accessorie, che a prima vista sembrano spiegare la questione romana, in realtà servono soltanto a dissimularne la profondità.
Certo, non è una questione da poco – poiché non solo riguarda tutto l’Occidente, ma si può persino dire che si estenda ben oltre.
Non potremmo esser accusati di sostenere un paradosso o di avanzare una calunnia se affermassimo che, allo stato attuale, tutto ciò che ancora sopravvive del Cristianesimo positivo in Occidente si ricollega, sia in modo esplicito sia per affinità più o meno confessate, al Cattolicesimo romano – di cui il Papato, così come i secoli l’hanno plasmato, resta manifestamente la chiave di volta e la condizione stessa della sua esistenza.
Con le sue molteplici ramificazioni il Protestantesimo, dopo aver a stento attraversato una storia di tre secoli, sta ormai morendo di vecchiaia in tutti i paesi dove aveva sinora regnato, eccezion fatta per l’Inghilterra. O se anche manifesta ancora qualche elemento di vitalità, lo si deve all’aspirazione a ricongiungersi con Roma. Per quel che riguarda le dottrine religiose che sorgono al di fuori d’un contesto assimilabile a uno di questi due simboli, non sono altro che opinioni individuali. In una parola: il Papato – ecco l’unica colonna che in Occidente regge, con tutte le difficoltà del caso, quel lato dell’edificio cristiano rimasto in piedi dopo la grande rovina del sedicesimo secolo e i crolli che, da allora, si sono susseguiti. È proprio questa colonna che ora ci si accinge a attaccare dalla base.
Conosciamo bene tutte le banalità, tanto sulla stampa quotidiana quanto nel linguaggio ufficiale di certi governi, che abitualmente si usano per mascherare la realtà: non si vuol toccare il Papato come istituzione religiosa; ci s’inginocchia dinanzi a esso; lo si rispetta e lo si salvaguarda; al Papato non si contesta nemmeno la sua autorità temporale – unica cosa: si pretende di modificarne l’esercizio. Si chiederanno soltanto concessioni riconosciute indispensabili e s’imporranno solo riforme totalmente legittime. Ecco, in tutto ciò vi è una buona dose di malafede e un eccesso di illusioni.
Di sicuro c’è malafede, anche da parte dei più innocenti, nel far finta di credere che riforme serie e sincere, introdotte nell’attuale regime dello Stato romano, possano non sfociare a un certo punto in una sua completa secolarizzazione.
Ma la vera questione non è nemmeno questa. Si tratta di sapere a favore di chi si farebbe tale secolarizzazione, vale a dire: quale sarà la natura, quale lo spirito e quali le tendenze del potere a cui si affiderebbe l’autorità temporale dopo averla sottratta al Papato? Poiché, senz’ombra di dubbio, sarà sotto la tutela di questo nuovo potere che il Papato dovrà, da quel momento in poi, condurre la propria esistenza.
È qui che le illusioni si moltiplicano. Conosciamo bene il feticismo degli occidentali per tutto ciò che è forma, formula e meccanismo politico. Tale feticismo è diventato quasi l’ultima religione d’Occidente. Ma, a meno d’aver occhi e mente serrati, del tutto impenetrabili a qualsiasi esperienza e evidenza, come si può ancora convincersi, dopo quanto è accaduto, che allo stato attuale dell’Europa, dell’Italia, di Roma, le istituzioni liberali o semi-liberali che si vogliono imporre al Papa rimarranno poi a lungo nelle mani di quell’opinione media, moderata, temperata, così come vi piace immaginarla per sostenere la vostra tesi? Come non convincersi, invece, che ben presto quelle istituzioni saranno travolte dalla Rivoluzione e subito trasformate in macchine da guerra per abbattere non soltanto la sovranità temporale del Papa, ma la stessa istituzione religiosa? Già, perché – come Dio a Satana – potreste anche voi raccomandare al principio rivoluzionario di molestare solo il corpo del fedele Giobbe risparmiandone l’anima; ma abbiate ben presente che la Rivoluzione è meno scrupolosa dell’angelo delle tenebre e non terrebbe in nessuna considerazione i vostri moniti.
Ogni illusione, ogni equivoco a tal riguardo è impossibile per chi abbia davvero compreso ciò che costituisce il fulcro del dibattito che agita l’Occidente – ovvero ciò che da secoli ne è divenuta l’esistenza stessa; una vita anormale eppure reale, una malattia che non è comparsa ieri e che ancora continua a progredire. E se si incontrano così pochi uomini che percepiscono la situazione, ciò prova soltanto che la malattia è ormai molto avanzata.
Per quel che riguarda la questione romana, non v’è alcun dubbio che la maggior parte degli interessi che reclamano riforme e concessioni da parte del Papa siano interessi onesti, legittimi e privi di secondi fini – interessi che non possono ancora esser negati a lungo e che dovranno esser soddisfatti. Eppure, la situazione è di un’incredibile fatalità al punto che questi interessi, di natura prevalentemente locale e con un valore mediocre rispetto a altri, sono comunque dominanti e compromettono una questione immensa. Come fossero modeste e innocue abitazioni private, ma situate in maniera tale da controllare il campo di battaglia – e, purtroppo, il nemico è alle porte.
Ancora una volta la secolarizzazione dello Stato romano è l’inevitabile scopo di ogni riforma seria e sincera che si voglia introdurre – d’altra parte, nelle attuali circostanze, la secolarizzazione non sarebbe altro che la resa di fronte al nemico, una capitolazione...
Ebbene, cosa significa tutto ciò? Forse che la questione romana, posta in questi termini, è un labirinto senza uscita? Che l’istituzione papale per colpa d’un vizio nascosto è giunta, dopo qualche secolo, a quel periodo dell’esistenza in cui la vita, come si diceva, si percepisce soltanto come difficoltà dell’essere? Che Roma, che ha formato l’Occidente a propria immagine, si trova come lui con le spalle al muro di fronte a un’impossibilità? Difficile affermare il contrario...
Ed è qui che si manifesta, palese come il sole, quella logica provvidenziale che governa, come una legge interna, gli avvenimenti del mondo.
Otto secoli saranno presto trascorsi dal giorno in cui Roma sciolse l’ultima corda che la legava alla tradizione ortodossa della Chiesa universale. In quel giorno Roma, assegnandosi un destino a sé, decise anche quello dell’Occidente nei secoli a venire.
Sono generalmente note le differenze dogmatiche che separano Roma dalla Chiesa ortodossa. Dal punto di vista della ragione umana questa differenza, pur dando conto della separazione, non spiega appieno quell’abisso che si è creato non tanto tra le due Chiese – poiché la Chiesa è una e universale –, ma tra i due mondi, tra le due umanità, diciamo pure, che hanno servito due differenti bandiere.
Una differenza che non spiega in che modo la deviazione dell’epoca abbia dovuto, per forza di cose, condurre al risultato che vediamo oggi.
Gesù Cristo aveva detto: «Il mio Regno non è di questo mondo» – ebbene, si tratta di comprendere perché Roma, dopo aver abdicato all’unità, si è creduta in diritto di organizzare un Regno di Cristo come regno mondano, asserendo un interesse che riteneva fosse quello del Cristianesimo stesso.
È molto difficile, lo sappiamo bene, dare a quella frase il suo legittimo significato fra le idee dell’Occidente; si sarà sempre tentati di spiegarla non tanto in senso ortodosso quanto in quello protestante. Tra queste due interpretazioni vi è la distanza che separa quel che è divino da ciò che è umano. Ma pur essendo separata da questa incommensurabile distanza, bisogna riconoscere che la dottrina ortodossa non è affatto più vicina a quella di Roma. Ed ecco perché.
Roma, è vero, non ha agito come il Protestantesimo: non ha soppresso il centro cristiano che è la Chiesa a profitto dell’io umano – semplicemente l’ha assorbito nell’io romano. Non ha negato la tradizione, si è accontentata di requisirla a proprio vantaggio. Ma usurpare quel che è divino non significa forse anche negarlo? Ecco ciò che stabilisce quella terribile ma incontestabile solidarietà che, attraverso i tempi, collega l’origine del Protestantesimo alle usurpazioni di Roma. Poiché l’appropriazione ha questa particolarità: non solo suscita la rivolta, ma crea anche a proprio vantaggio una sembianza di diritto.
Neppure l’odierna scuola rivoluzionaria si è fatta ingannare. La Rivoluzione – che altro non è che l’apoteosi di questo stesso io umano giunto al suo massimo e pieno sviluppo – non ha mancato di annoverare fra le proprie fila tanto Lutero quanto Gregorio VII, proclamandoli come suoi due gloriosi maestri. La voce del sangue le ha parlato: ha adottato il primo nonostante le sue credenze cristiane; ha quasi canonizzato il secondo, benché fosse Papa.
Ma se l’evidente legame che unisce i tre termini di questa serie costituisce il fulcro stesso della vita storica dell’Occidente, è altrettanto incontestabile che non gli si possa assegnare nessun altro punto di partenza se non quella profonda alterazione che Roma ha inflitto al principio cristiano mediante l’organizzazione che le ha imposto.
Per secoli la Chiesa d’Occidente, sotto gli auspici di Roma, aveva quasi interamente perduto il carattere che la legge della sua origine le assegnava. Al cuore della grande società umana, aveva smesso d’essere una società di fedeli liberamente riuniti nello spirito e nella verità sotto la legge di Cristo. Era divenuta un’istituzione, una potenza politica – uno Stato nello Stato. A dire il vero, per tutta la durata del Medioevo, la Chiesa in Occidente non è stata altro che una colonia romana accampata in un paese conquistato.
Questa organizzazione, vincolando la Chiesa alla gleba degli interessi mondani, le aveva dato in un certo senso destini mortali. Facendo incarnare l’elemento divino in un corpo malaticcio e perituro, le ha fatto contrarre tutte le infermità e tutti gli appetiti della carne. Da questa organizzazione, per una fatalità della Provvidenza, è nata per la Chiesa romana la necessità della guerra, della guerra materiale – necessità che, per un’istituzione come la Chiesa, equivaleva a una condanna assoluta. Da questa organizzazione sono nati quel conflitto di pretese e quella rivalità d’interessi che dovevano di necessità sfociare in un’accanita lotta tra il Sacerdozio e l’Impero – in quel duello veramente empio e sacrilego che, protraendosi per tutto il Medioevo, ha ferito a morte il principio stesso dell’autorità in Occidente.
A partire da qui, tanti eccessi, tante violenze, tante assurdità accumulate attraverso i secoli per rafforzare quel potere materiale di cui Roma credeva di non poter fare a meno per salvaguardare l’Unità della Chiesa – ma che tuttavia hanno finito, com’era ovvio, con il ridurre a pezzi quella pretesa Unità. Del resto, difficile negarlo, l’esplosione della Riforma nel sedicesimo secolo è stata originariamente soltanto la reazione del sentimento cristiano, troppo a lungo offeso, verso l’autorità di una Chiesa che, sotto molti aspetti, era ormai tale soltanto di nome.
Ma visto che Roma s’era premurata nei secoli di frapporsi tra la Chiesa universale e l’Occidente, i capi della Riforma, anziché sottomettere i loro reclami al tribunale della legittima autorità competente, preferirono appellarsi al giudizio della coscienza individuale – ossia, si fecero giudici della propria causa.
Ecco lo scoglio su cui naufragò la riforma del sedicesimo secolo. Piaccia o meno alla saggezza dei dottori dell’Occidente, questa è la vera e unica causa che ha fatto deviare il movimento di riforma – alle sue origini cristiano – sino a cacciarsi al punto morto della negazione dell’autorità della Chiesa e, di conseguenza, del principio stesso d’ogni autorità. Il Protestantesimo ha aperto, quasi a sua insaputa, questa breccia – ed è da qui che più tardi farà irruzione nella società occidentale il principio anticristiano.
Un esito del genere era inevitabile, visto che l’io umano lasciato a sé stesso è per essenza anticristiano. La rivolta e l’usurpazione dell’io non risalgono certamente agli ultimi tre secoli; ma quel che allora era nuovo, ciò che per la prima volta si manifestava nella storia dell’umanità, era vedere questa rivoluzione, questa indebita conquista presentata con la dignità d’un principio, esercitata in quanto diritto essenzialmente connaturato alla personalità umana.
Non ci voleva la venuta al mondo del Cristianesimo per ispirare all’uomo pretese tanto alte; così come non ci voleva la presenza del legittimo sovrano per rendere completa la rivolta e flagrante l’usurpazione.
Negli ultimi tre secoli la vita storica dell’Occidente è stata – e non poteva essere altrimenti – solamente una guerra incessante, un continuo assalto a tutto ciò che vi era di cristiano nell’organizzazione dell’antica società occidentale. Questo lavoro di demolizione è stato lungo, poiché prima di poter attaccare le istituzioni occorreva distruggere quel che ne costituiva il cemento: ovvero le credenze.
Ciò che rende la prima Rivoluzione francese un momento memorabile nella storia del mondo è che in un certo senso ha dato avvio all’idea anticristiana nei governi della società politica.
Per convincersi che quest’idea sia il carattere proprio e l’anima stessa della Rivoluzione, basta esaminare il suo dogma essenziale – il nuovo dogma che ha offerto al mondo: la sovranità del popolo, chiaramente. E che cos’è la sovranità del popolo se non la sovranità dell’io umano moltiplicato (ossia sostenuto dalla forza)? Tutto ciò che non si fonda su questo principio non è più Rivoluzione, avrà quindi solo un valore puramente relativo e contingente. Ecco perché, sia detto di sfuggita, nulla è più ingenuo o perfido che attribuire alle istituzioni politiche create dalla Rivoluzione un valore diverso da questo. Sono macchine da guerra, mirabilmente adatte all’uso per il quale sono state concepite; e in una normale società non troveranno mai un impiego appropriato al di fuori di quello bellico.
Del resto, la Rivoluzione si è premurata di non lasciarci alcun dubbio sulla sua vera natura formulando così i suoi rapporti con il Cristianesimo: «Lo Stato in quanto tale non ha religione». Questo è il credo dello Stato moderno.
Ecco davvero la grande novità che la Rivoluzione ha introdotto nel mondo. Ecco la sua opera specifica e essenziale – un fatto senza precedenti nella storia delle società umane. Era la prima volta che una società politica accettava di lasciarsi reggere da uno Stato perfettamente estraneo a qualunque sanzione superiore all’uomo; uno Stato che dichiarava di non avere un’anima, o che, se pure ne aveva una, quest’anima non era religiosa.
Chi non sa che la città, lo Stato, erano prima di tutto istituzioni religiose anche nell’antichità pagana; ovvero in tutto il mondo dall’altra parte della croce, un mondo posto sotto l’impero della tradizione universale che il paganesimo ha potuto sì sfigurare, ma senza mai bloccarlo. Era come un frammento staccatosi dalla tradizione universale, che, nell’incarnarsi in una società particolare, si costituiva come centro indipendente. Era, per così dire, religione localizzata, materializzata.
Sappiamo benissimo che questa pretesa neutralità della Rivoluzione in materia religiosa non è seria. Essa stessa conosce sin troppo bene la natura del suo avversario per non sapere che, nei suoi confronti, la neutralità è impossibile: «Chi non è con me è contro di me». Infatti, per offrire la neutralità al Cristianesimo bisogna che non si sia già più cristiani. Il sofisma della dottrina moderna urta qui contro la natura onnipotente delle cose. Affinché questa presunta neutralità abbia un senso, non sia cioè una menzogna o un tranello, bisognerebbe necessariamente che lo Stato moderno acconsentisse a spogliarsi di qualsiasi carattere d’autorità morale, che si rassegnasse a essere soltanto una semplice istituzione di polizia, un puro fatto materiale incapace per natura di esprimere qualsivoglia idea morale. Si può davvero sostenere seriamente che la Rivoluzione accetti per lo Stato – ch’essa ha creato e che la rappresenta – una simile condizione, che è di sottomissione e anche impossibile? Non solo non l’accetta ma, seguendo la sua ben nota dottrina, fa derivare l’incompetenza della legge moderna in materia religiosa soltanto dalla convinzione che la morale, spogliata d’ogni sanzione soprannaturale, sia sufficiente alle sorti della società umana. Questa affermazione può essere vera o falsa, ma si ammetterà che costituisce in tutto e per tutto una dottrina – la quale, per ogni uomo di fede, equivale alla più completa negazione della verità cristiana.
Eppure, nonostante la presunta incompetenza e neutralità costituzionale in materia di religione, vediamo che lo Stato moderno, ovunque si sia stabilito, non ha mancato di rivendicare e esercitare nei confronti della Chiesa la stessa autorità e i medesimi diritti degli antichi poteri. Così in Francia, per esempio, terra per eccellenza di buon senso, la legge può anche dichiarare che lo Stato in quanto tale non ha religione; tuttavia, questo Stato nei rapporti con la Chiesa cattolica continua a considerarsi l’erede perfettamente legittimo del Re – molto cristiano, figlio primogenito di quella Chiesa.
Dunque, è bene ristabilire la verità dei fatti. Lo Stato moderno bandisce le religioni di Stato solo perché possiede la propria – e questa religione è la Rivoluzione. Ora, tornando alla questione romana, si comprenderà facilmente l’impossibile posizione che si pretende di far assumere al Papato obbligandolo a accettare, per la sua sovranità temporale, le condizioni dello Stato moderno. Il Papato sa bene qual è la natura del principio a cui è soggetto. Lo comprende d’istinto; la coscienza cristiana del sacerdote che abita nel Papa glielo indicherebbe, se ce ne fosse bisogno. Tra il Papato e questo principio non vi è alcuna transazione possibile; perché qui una transazione non sarebbe una pura concessione di potere, sarebbe semplicemente un’apostasia. Ma, si dirà, perché il Papa non potrebbe accettare le istituzioni senza il principio? Anche questa è una delle illusioni di quell’opinione pubblica cosiddetta moderata, che si crede eminentemente ragionevole e invece è solo ottusa. Come se le istituzioni potessero separarsi dal principio che le ha create e che le mantiene in vita... Come se l’aspetto materiale delle istituzioni, private della loro anima, non fosse che un congegno morto e senza utilità – un vero ingombro. D’altronde, le istituzioni politiche hanno sempre in ultima analisi il significato che attribuisce loro non tanto chi le crea, ma chi le recepisce – soprattutto quando sono imposte.
Se il Papa fosse stato soltanto sacerdote, ossia se il Papato fosse rimasto fedele alla sua origine, la Rivoluzione non avrebbe potuto fargli nulla, poiché la persecuzione non può esercitare un vero potere su di lui. Ma è l’elemento mortale e fugace con il quale s’è identificato che lo rende, ora, esposto ai colpi. Questo è il pegno che da secoli il Papato romano ha pagato, in anticipo, alla Rivoluzione.
Ed è proprio qui, abbiamo visto, che la sovrana logica dell’azione provvidenziale si è manifestata nel suo splendore. Fra tutte le istituzioni alle quali il Papato ha dato vita dopo la sua separazione dalla Chiesa ortodossa, quella che più profondamente ha segnato tale separazione, che l’ha maggiormente aggravata e consolidata, è senza dubbio la sovranità temporale del Papa. E oggi vediamo il Papato scontrarsi proprio contro questa istituzione.
Da molto tempo, certamente, il mondo non vedeva nulla di paragonabile allo spettacolo offerto dalla sventurata Italia subito prima dei suoi nuovi disastri. Da tempo nessuna situazione, nessun fatto storico aveva assunto una fisionomia così singolare. Accade talvolta che alcuni individui, alla vigilia di una grande sciagura, vengano colti all’improvviso, senza motivo apparente, da un accesso di gioia frenetica, di furiosa ilarità – ebbene, qui è un intero popolo che d’un tratto è stato preso da un simile impeto. Una febbre, un delirio che s’è conservato e propagato per mesi. Per un momento aveva contagiato – come fosse una catena di trasmissione – tutte le classi, tutti gli strati della società; e questo delirio così intenso, così universale, aveva adottato come parola d’ordine il nome d’un Papa!
Quante volte il povero sacerdote cristiano, nel fondo della sua solitudine, sarà stato percorso da un fremito al fragore di quell’orgia in cui lo si elevava a Dio! Quante volte questo vociferare d’amore, queste convulsioni d’entusiasmo avranno suscitato costernazione e dubbio nell’anima di quel cristiano, lasciato in balia d’una spaventosa popolarità!
Quel che soprattutto doveva lasciar sgomento il Papa era che non poteva ignorare come al fondo di quell’immensa popolarità, in tutta quell’esaltazione delle masse così sfrenata, ci fossero un tornaconto e un secondo fine.
Era la prima volta che si fingeva di adorare il Papa scindendolo dal Papato. Non è abbastanza dire: tutti quegli omaggi, tutte quelle adorazioni si rivolgevano all’uomo soltanto perché si sperava di trovare in lui un complice contro l’istituzione. No, si voleva festeggiare il Papa facendo un falò del Papato. E ciò che rendeva particolarmente temibile questa situazione è che quel tornaconto, quel secondo fine, non era solo appannaggio dei partiti: lo si ritrovava anche nel sentimento istintivo delle masse. E certamente nulla poteva meglio smascherare tutta la falsità e l’ipocrisia di questa situazione se non vedere l’apoteosi tributata al capo della Chiesa cattolica proprio nel momento in cui si scatenava una persecuzione più veemente che mai contro l’ordine dei gesuiti.
L’istituzione dei gesuiti resterà sempre un problema per l’Occidente. È un altro di quegli enigmi la cui chiave si trova altrove. Si può affermare a ragione che la questione dei gesuiti tocca troppo da vicino la coscienza religiosa dell’Occidente perché possa mai essere risolta in modo soddisfacente.
Parlando dei gesuiti, cercando di giudicarli equamente, occorre cominciare con lo scagionare tutti coloro (il loro nome è legione)19 per i quali la parola gesuita è soltanto una parola d’ordine, un grido di guerra. Certamente, fra tutte le difese tentate a favore di quest’ordine, non ve n’è una più eloquente e convincente dell’odio, quel furioso e implacabile odio che gli hanno tributato tutti i nemici della religione cristiana. Tuttavia, ammesso questo, non si può ignorare che molti cattolici romani tra i più sinceri e devoti alla loro Chiesa, da Pascal fino ai nostri giorni, hanno continuato di generazione in generazione a nutrire un’insormontabile antipatia dichiarata verso quest’istituzione. In una considerevole porzione del mondo cattolico tale disposizione d’animo costituisce, probabilmente, una delle situazioni davvero più impressionanti e tragiche in cui possa trovarsi l’anima umana.
In effetti cosa si potrebbe immaginare di più profondamente tragico del conflitto che deve scatenarsi nel cuore dell’uomo quando, diviso tra il sentimento di venerazione religiosa – quel sentimento di pietà più che filiale – e un’odiosa evidenza, egli si sforza di ricusare, di respingere la testimonianza della propria coscienza, piuttosto che ammettere la solidarietà reale e incontestabile che unisce l’oggetto del suo culto a quello della sua avversione? E tuttavia è proprio questa la condizione di ogni cattolico fedele che, accecato dalla sua inimicizia verso i gesuiti, cerca di nascondersi un fatto di lampante chiarezza – e cioè la profonda e intima solidarietà che unisce quest’ordine, le sue tendenze, le sue dottrine, i suoi destini, alle tendenze e alle dottrine, al destino della Chiesa romana; e insieme l’assoluta impossibilità di separarli l’uno dall’altra senza che ne derivi una lesione organica e un’evidente mutilazione.
Poiché se, liberandosi da ogni pregiudizio, da ogni considerazione di schieramento, di setta e persino di nazionalità, con lo spirito applicato alla più assoluta imparzialità e il cuore colmo di carità cristiana, ci si pone dinanzi alla storia e alla realtà e, dopo aver interrogato l’una e l’altra, ci si formula in buona fede questa domanda: cosa sono i gesuiti? Ebbene, crediamo che la risposta sarà questa: i gesuiti sono uomini pieni d’uno zelo ardente, instancabile, persino eroico a favore della causa cristiana; tuttavia si sono resi colpevoli d’un grandissimo delitto nei confronti del Cristianesimo. Ovvero, soggiogati dall’io umano non come individui ma come ordine religioso, hanno inteso la causa cristiana tanto intimamente legata alla propria che nello slancio della ricerca e nella veemenza della contesa hanno completamente dimenticato l’insegnamento del Maestro: «Sia fatta la tua volontà e non la mia!» – arrivando a cercare la vittoria di Dio a qualsiasi prezzo, salvo quello della loro personale soddisfazione.
Questo errore – che affonda le radici nell’originaria corruzione dell’uomo e che ha avuto conseguenze d’incalcolabile portata per gli interessi del Cristianesimo – non è un aspetto peculiare della Compagnia di Gesù. Questa inclinazione è così comune anche all’interno della stessa Chiesa di Roma che si potrebbe sostenere, legittimamente, che è proprio questo errore a legarle l’un l’altra, a costituire una vera affinità organica e un autentico legame di sangue. L’istituzione dei gesuiti è l’espressione condensata ma letteralmente fedele del Cattolicesimo romano proprio grazie a questa comunanza, questa coincidenza di tendenze – ciò che l’assimila, in definitiva, al Cattolicesimo romano stesso, però in stato d’azione, militante.
Ecco allora perché l’ordine dei gesuiti – «sballottato di generazione in generazione» attraverso persecuzioni e trionfi, ingiurie e apoteosi – in Occidente non ha mai trovato, e nemmeno potrebbe, né convinzioni religiose sufficientemente disinteressate alla sua causa per poterlo apprezzare, né un’autorità religiosa competente a giudicarlo. Una fetta della società occidentale, quella che ha risolutamente rotto con il principio cristiano, si accanisce contro i gesuiti solo per poter meglio assestare, dietro la loro impopolarità, i colpi scagliati al suo vero nemico. Quanto ai cattolici rimasti fedeli a Roma e diventati avversari di questo ordine, sebbene possano individualmente aver ragione come cristiani, tuttavia come cattolici romani sono inermi, poiché attaccandolo si esporrebbero sempre al pericolo di ferire la stessa Chiesa romana.
Ma non si è cercato di sfruttare la popolarità di cui era ammantato Papa Pio IX, metà artefatta e metà sincera, soltanto contro i gesuiti, questa forza viva del Cattolicesimo. Anche un altro partito ci contava, un’altra missione gli era riservata.
I sostenitori dell’indipendenza nazionale speravano che, secolarizzando interamente il Papato a vantaggio della loro causa, colui che è anzitutto sacerdote acconsentisse a farsi gonfaloniere della libertà italiana. È così che i due più vivi e imperiosi sentimenti dell’Italia contemporanea – l’antipatia per il dominio secolare del clero e il tradizionale odio per lo straniero, il barbaro, il tedesco – rivendicavano entrambi la collaborazione del Papa per raggiungere il loro scopo. Tutti lo glorificavano, lo idolatravano persino, ma a condizione che facesse il servitore di tutti, e in un senso che non era affatto quello dell’umiltà cristiana.
Fra le opinioni o influenze politiche che si contendevano il suo patrocinio offrendogli appoggio, ve n’era una che aveva già fatto un certo scalpore visto che annoverava, come interpreti e apostoli, alcuni uomini dal non comune talento letterario. A giudicare dalle dottrine ingenuamente ambiziose di questi teorici politici, l’Italia contemporanea avrebbe recuperato il primato universale e riafferrato per la terza volta lo scettro del mondo sotto gli auspici del Pontificato romano. Vale a dire che, nel momento stesso in cui l’edificio papale veniva scosso sin dalle sue fondamenta, essi proponevano seriamente al Papa di enfatizzare concezioni medievali offrendogli una sorta di califfato cristiano – naturalmente a condizione che questa nuova teocrazia operasse anzitutto nell’interesse della nazionalità italiana.
A dire il vero, non si finirebbe mai di stupirsi di fronte a questa tendenza verso il chimerico e l’impossibile, che domina le coscienze attuali e che costituisce uno dei tratti distintivi dell’epoca. Dev’esserci una reale affinità tra utopia e Rivoluzione, visto che ogni volta che quest’ultima – per un momento infedele alle proprie abitudini – pretende di creare anziché distruggere, inevitabilmente cade nell’utopia. E quella alla quale facciamo riferimento, giusto dirlo, è anche una delle più innocue.
Finalmente giunse un momento, in questa situazione, in cui, non essendo più possibile alcun equivoco, il Papato, per riappropriarsi del proprio diritto, si vide costretto a rompere apertamente con i presunti amici del Papa. Fu allora che la Rivoluzione gettò a sua volta la maschera e apparve al mondo con le sembianze della Repubblica romana.
Questo partito ormai lo conosciamo, l’abbiamo visto all’opera. È il vero e legittimo rappresentante della Rivoluzione in Italia. È il partito che considera il Papato come suo nemico personale a causa dell’elemento cristiano che vi scorge. Perciò non ne vuol sapere nulla, neppure per sfruttarlo. Vorrebbe semplicemente sopprimerlo; ed è proprio per un motivo analogo che vorrebbe altresì abolire tutto il passato dell’Italia, tutte le condizioni storiche della sua esistenza, considerate contaminate e infette di Cattolicesimo – riservandosi, tramite pura astrazione rivoluzionaria, di connettere l’esistenza del regime che pretende d’instaurare ai precedenti repubblicani dell’antica Roma.
Ebbene, ciò che vi è di singolare in questa brutale utopia è che, qualunque sia il carattere profondamente antistorico di cui è impregnata, possiede anch’essa una sua tradizione ben riconosciuta nella storia della civiltà italiana. In fondo non è altro che la classica reminiscenza dell’antico mondo pagano, della civiltà pagana – una tradizione che ha avuto una parte considerevole nella storia d’Italia, che si è perpetuata attraverso tutto il passato di questo paese, che ha avuto i suoi rappresentanti, i suoi eroi e persino i suoi martiri; e che, non contenta di dominare quasi esclusivamente le arti e la letteratura, ha tentato a più riprese di costituirsi politicamente per impadronirsi dell’intera società. E, fatto degno di nota, ogni volta che questa tradizione, questa tendenza ha cercato di rinascere, è sempre ricomparsa come un fantasma, immutabilmente legata allo stesso luogo – Roma.
Questa tradizione è giunta fino ai nostri giorni e il principio rivoluzionario non poteva certo mancare di accoglierla e di farla propria, visto il pensiero anticristiano che conteneva. Oggi questo partito è appena stato abbattuto e l’autorità del Papa appare ristabilita. Ma se qualcosa, bisogna pur riconoscerlo, poteva ancora accrescere l’insieme di fatalità racchiuso nella questione romana, era vedere il duplice risultato ottenuto mediante un intervento della Francia.
È un luogo comune dell’attuale opinione pubblica quello di vedere in questo intervento – e lo si fa abbastanza comunemente – soltanto un colpo di testa o una goffaggine del governo francese. Di vero c’è da dire che se il governo francese, intromettendosi in una questione già di per sé irrisolvibile, si fosse illuso che per lui era ancora più insolubile che per chiunque altro, ciò avrebbe soltanto provato una completa incapacità di comprendere tanto la propria posizione quanto quella della Francia... il che, d’altronde, ammettiamolo, è assai probabile.
Generalmente in Europa ci si è troppo abituati, negli ultimi tempi, a riassumere il giudizio sulle azioni – o meglio sulle velleità d’azione – della politica francese con una frase divenuta proverbiale: «La Francia non sa quel che vuole». Può esser vero, ma per essere davvero giusti bisognerebbe aggiungere: la Francia non può sapere quel che vuole. Poiché per riuscirvi occorre anzitutto possedere una sola volontà – e la Francia, da sessant’anni, è condannata a averne due.
E qui non si tratta di quel dissenso, di quella divergenza di opinioni politiche o d’altro genere che si riscontra in tutti i paesi dove la società, per fatalità delle circostanze, è in mano al governo dei partiti. Si tratta d’un fatto ben più grave: è un antagonismo permanente, essenziale e perennemente irrisolvibile, che da sessant’anni costituisce per così dire il fondamento stesso della coscienza nazionale francese. È l’anima della Francia che è divisa. Da quando si è impadronita di questo paese, la Rivoluzione l’ha potuto sconvolgere, modificare, alterare profondamente; ma non ha potuto né potrà mai interamente assimilarlo a sé. Per quanto si affanni, vi sono elementi e princìpi nella vita morale della Francia che resisteranno sempre – o almeno finché vi sarà al mondo una Francia. Questi elementi sono: la Chiesa cattolica con le sue credenze e il suo insegnamento; il matrimonio cristiano e la famiglia; persino la proprietà. Del resto è prevedibile che la Rivoluzione – entrata non soltanto nel sangue ma anche nell’anima di questa società – non si deciderà mai a mollare volontariamente la presa; e poiché nella storia del mondo non conosciamo una formula di esorcismo applicabile a un’intera nazione, c’è seriamente da temere che lo stato di lotta – una lotta intima e incessante, una scissione permanente e in un certo senso organica – sia destinato a diventare per molto tempo la condizione normale della nuova società francese.
Ecco perché in questo paese – nel quale da sessant’anni assistiamo al realizzarsi di quella combinazione d’uno Stato, per principio rivoluzionario, che trascina a rimorchio una società che è solo rivoluzionata – il governo, il potere che necessariamente deriva da entrambe le componenti senza riuscire a conciliarle, si ritrova fatalmente condannato a una posizione falsa, precaria, circondata da pericoli e segnata dall’impotenza. Abbiamo anche visto che da allora tutti i governi in Francia – tranne uno soltanto, quello della Convenzione durante il Terrore –, pur diversi per origine, dottrine e tendenze, hanno avuto in comune questo: tutti, senza eccezione, persino quello sorto all’indomani di Febbraio, hanno subito la Rivoluzione assai più di quanto l’abbiano rappresentata. E non poteva essere altrimenti. Poiché solo a condizione di lottare contro di essa, pur subendola, sono riusciti a sopravvivere. Ma è pur vero dire che, almeno fino a oggi, sono tutti morti in questo tentativo.
Come avrebbe potuto, dunque, un potere congegnato in questo modo, così poco sicuro del proprio diritto, di natura tanto indecisa, avere qualche possibilità di successo intervenendo in una questione come quella romana? Presentandosi come mediatore o come arbitro tra la Rivoluzione e il Papa, non poteva certo sperare di conciliare ciò che per natura è inconciliabile. D’altro canto, non poteva darla vinta a una delle parti avverse senza ferire sé stesso, senza cioè rinnegare in un certo senso una metà del proprio essere. Quel che poteva perciò ottenere con questo intervento – un’arma a doppio taglio, per quanto smussata fosse – era soltanto di complicare ulteriormente ciò che già era inestricabile, di aggravare la ferita infettandola. Ed è proprio quello che gli è pienamente riuscito.
Ora, qual è davvero la situazione del Papa nei confronti dei suoi sudditi? E qual è verosimilmente la sorte riservata alle nuove istituzioni che ha appena concesso loro? Qui, purtroppo, solo i pronostici più tetri hanno diritto di cittadinanza. È il dubbio, invece, a non averne alcuno.
È la stessa situazione d’un tempo, quella anteriore al regno attuale, che già allora crollava sotto il peso della propria impossibilità; ma oggi è smisuratamente aggravata da tutto ciò che è venuto in seguito. Sul piano morale, da immense delusioni e enormi tradimenti; su quello materiale, da tutte le rovine accumulate.
È ben noto il circolo vizioso in cui, da quarant’anni, vediamo agitarsi e dibattersi tanti popoli e tanti governi. I governati non accettano le concessioni fatte dal potere, se non come un misero acconto pagato di mala voglia da un debitore in cattiva fede. I governi scorgono nelle richieste che ricevono soltanto le insidie d’un nemico ipocrita. Ebbene, questa situazione, questa reciprocità di sentimenti sgradevoli – sempre e ovunque tanto detestabile quanto demoralizzante – è qui ulteriormente aggravata dal carattere oltremodo sacro del potere e dalla natura eccezionale dei suoi rapporti con i sudditi. Poiché, ancora una volta, viste le circostanze e sulla china in cui ci si trova – non soltanto per la passione degli uomini, ma per la forza stessa delle cose – ogni concessione, ogni riforma, per quanto sincera e seria, spinge inesorabilmente lo Stato romano verso una completa secolarizzazione. E nessuno dubita che la secolarizzazione sia la parola definitiva sulla situazione.
Tuttavia, il Papa – che non ha il diritto di concedere la secolarizzazione nemmeno in tempi ordinari, poiché la sovranità temporale non è di sua proprietà bensì della Chiesa di Roma – potrebbe esser ancor meno propenso a concederla ora che è certo che, se anche accordata in risposta a reali necessità, finirebbe a vantaggio dei nemici giurati, non solo del suo potere ma della Chiesa stessa. Concederla significherebbe rendersi colpevole sia di apostasia sia di tradimento. E questo per ciò che riguarda il Potere. Relativamente ai sudditi, è evidente che l’inveterata antipatia verso il dominio dei sacerdoti, che costituisce il sentire comune della popolazione romana, non si sarà certamente assottigliata a seguito dei recenti eventi.
E se da un lato una simile disposizione d’animo basta da sola a far naufragare le riforme più generose e leali, dall’altro lato il fallimento di queste riforme non può che accrescere in maniera smisurata l’irritazione generale confermando l’opinione pubblica nel suo odio verso l’autorità ristabilita e ingrossando le file del nemico.
Ecco una situazione certamente deplorevole e che presenta tutti i segni distintivi d’un castigo provvidenziale. Poiché non si può immaginare una sciagura più grande per un sacerdote cristiano: quella di vedersi fatalmente investito di un potere che non può esercitare se non a detrimento delle anime e a danno della religione! No, questa situazione è davvero troppo violenta, troppo contro natura perché possa protrarsi a lungo. Castigo o prova che sia, è impossibile che il Papato romano resti ancora a lungo rinchiuso in questo cerchio di fuoco, senza che Dio, nella sua misericordia, venga in suo aiuto e gli apra una via, un’uscita meravigliosa, fulgida, inattesa – o, per dir meglio, attesa da secoli.
Forse il Papato – e la Chiesa sottoposta alle sue leggi – è ancora lontano da molte tribolazioni e da tanti disastri; forse si trova ancora soltanto sulla soglia di questi tempi calamitosi. Poiché non sarà una piccola scintilla, non sarà un incendio fugace quello che, divorando e riducendo in cenere interi secoli di preoccupazioni mondane e di inimicizie anticristiane, alla fine farà crollare dinanzi al Papato l’ineluttabile barriera che gli nascondeva l’agognata via d’uscita.
Di fronte a ciò che accade, in presenza di questa nuova organizzazione del principio del male, la più sapiente e la più formidabile che gli uomini abbiano mai conosciuto – in presenza di questo mondo demoniaco perfettamente organizzato e armato, con la sua Chiesa dell’irreligione e il suo governo della rivolta –, come potremmo impedire ai cristiani di sperare che Dio si degnerà d’adeguare le forze della sua Chiesa a sé stesso, al nuovo compito che le assegna? E anche che alla vigilia dei combattimenti che si preparano Dio si degnerà di restituirle la pienezza delle sue forze, e che a questo scopo verrà egli stesso, quando sarà l’ora, con mano misericordiosa a guarire la piaga che la mano dell’uomo ha inferto nel fianco della sua Chiesa – quella ferita aperta che sanguina da ottocento anni!
La Chiesa ortodossa non ha mai perso la speranza di questa guarigione. La attende – ci conta – non già con semplice fiducia, ma con certezza. Come potrebbe infatti ciò che è uno per principio, ciò che è uno nell’eternità, non trionfare della disunione nel tempo? Malgrado la separazione durata molti secoli e nonostante tutti i pregiudizi umani, non ha smesso di riconoscere che il principio cristiano non è scomparso dalla Chiesa di Roma – principio che in lei è sempre stato più forte dell’errore e delle passioni degli uomini, ed ecco perché nutre l’intima convinzione che sarà più forte di tutti i suoi nemici. Sa inoltre che, oggi come da secoli, il destino cristiano dell’Occidente è ancora nelle mani della Chiesa di Roma e spera che, nel giorno della grande riunione, essa le restituirà intatto questo sacro deposito.
Ci sia lecito, a conclusione, di richiamare un episodio collegato alla visita che l’Imperatore di Russia fece a Roma nel 1846. Forse si ricorderà ancora l’emozione generale che accolse la sua apparizione nella chiesa di San Pietro – l’apparizione dell’Imperatore ortodosso ritornato a Roma dopo secoli di assenza! – e il fremito che percorse la folla allorché lo si è visto andare a pregare sul sepolcro degli Apostoli. Quell’emozione era giusta e legittima. L’Imperatore inginocchiato non era solo. Tutta la Russia era lì, prosternata con lui. Speriamo che non abbia pregato invano davanti alle sante reliquie.
