venerdì 4 settembre 2026

IL BIVIO Estratto da “Diario d’inverno” Paul Auster

 


IL BIVIO
Estratto da “Diario d’inverno”
Paul Auster

«Ogni volta che arrivi a un bivio il tuo corpo cede, perché il tuo corpo ha sempre saputo quello che la tua mente non sa, e benché scelga di cedere, sia per mononucleosi o per gastrite o per attacchi di panico, il tuo corpo ha sempre sostenuto in gran parte il peso delle tue paure e delle tue battaglie interiori, incassando i colpi a cui la tua mente non vuole o non può reggere».

Commento

La vita vista come una sequenza di bivi, e il corpo come l’unica parte di noi che non mente.

Il passo è bello proprio perché non è consolatorio. Non dice “ascolta il tuo corpo e tutto andrà bene”. Dice piuttosto: il corpo sa, e proprio per questo, quando arriva il bivio, si ammala. È una forma di fedeltà più dura di quella della mente. E Auster, rivolgendosi a se stesso con quel “tu”, invita il lettore a fare lo stesso: a riconoscere nei propri cedimenti non un fallimento, ma la traccia più onesta delle proprie paure.

Auster scrive in seconda persona, come se parlasse a se stesso da un passo di distanza. Non è un trucco stilistico: è il modo in cui riconosce che l’io pensante arriva sempre in ritardo. Al bivio — una scelta, un lutto, un amore che sta per finire, un padre che muore, una madre di cui non si è ancora elaborata la perdita — la mente può ancora raccontarsi storie, rinviare, razionalizzare. Il corpo no. Il corpo “ha sempre saputo quello che la tua mente non sa”. Perciò cede: mononucleosi, gastrite, attacchi di panico. Non sono incidenti, sono traduzioni somatiche di un conflitto che la coscienza rifiuta di affrontare.

L’elenco delle malattie non è casuale. Sono disturbi che immobilizzano, che costringono a fermarsi, che sottraggono il controllo. Il corpo, dice Auster, “incassa i colpi” che la mente non vuole o non può reggere. È una visione quasi antica: il soma come depositario di una verità più antica della ragione. Ma è anche molto contemporanea, perché Auster non la spiritualizza. Non c’è redenzione mistica, solo un inventario freddo e commosso delle cicatrici, dei piaceri e dei crolli.