venerdì 9 luglio 2021


 UN AMORE SENZA FINE

Scott Spencer

Amato e rispettato da scrittori, critici e lettori, Un amore senza fine è una potente, viscerale meditazione sulla passione che diventa l’unico motore di una vita. Tradotto in venti lingue, ha ispirato due dei film meno riusciti della storia del cinema (secondo alcuni commentatori), di cui il più noto è quello di Franco Zeffirelli.

Al centro del romanzo è la discesa negli inferi di un sentimento assoluto, la storia trascinante, furiosa, di forte ed esplicito erotismo di David Axelroad e Jade Butterfield, due ragazzi consumati dallo stupore dell’intimità e dell’attrazione reciproca. David e Jade non sembrano rendersi conto di quanto il loro rapporto, il desiderio, la sessualità, siano difficili da comprendere per chi sta loro attorno. Quando il padre di Jade allontana David dalla propria casa, il ragazzo immagina un piano per riguadagnare la fiducia dei genitori di lei. Ciò che segue è un incubo, l’immersione in un’oscurità in cui le emozioni di David sono un crimine e una malattia, un mondo di telefonate anonime, lettere folli e senza speranze, baratri e timori, alla ricerca costante, inevitabile, quasi punitiva dell’unica cosa che davvero conti per David: l’amore della sua ragazza e della sua famiglia.

Fin dalla pubblicazione nel 1979 il romanzo è diventato un classico americano, ammirato e letto da milioni di persone, indicato da molti autori come una delle opere più originali e autentiche della recente letteratura statunitense. Lo scrittore Jonathan Lethem lo inserisce «tra Il grande Gatsby e La rabbia giovane di Terrence Malick, la storia di una ossessione romantica narrata con una voce intensa, intelligente e ricca di sfumature, come nelle migliori opere di Philip Roth o Richard Yates». Celebrato per la sensibilità dello stile e l’analisi acuta della cultura contemporanea, Spencer possiede la capacità di trascrivere l’energia emotiva che si cela dietro la superficie del la normalità quotidiana. Joyce Carol Oates, una grande ammiratrice dell’opera, ha scritto: «Nessuna descrizione può rendere giustizia alla prosa di Scott Spencer, sempre profonda, brillante, sorprendente».

Scott Spencer è nato nel 1945 a Washington, ed è autore di undici romanzi. Ha collaborato con «Rolling Stone», il «New York Times», «The New Yorker», «GQ» e «Harper’s», ha insegnato scrittura alla Columbia University e al Workshop per scrittori della University of Iowa. Tra le sue opere A Ship Made of Paper(2003) e Un amore senza fine(1979) sono stati candidati al National Book Award. Da questo romanzo sono stati tratti due film, il primo diretto da Franco Zeffirelli (1981) e il secondo da Shana Feste (2014), entrambi accolti da critiche feroci.

Prima parte

1

Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo, e quando l’incorporea sostanza dell’amore si ritrasse nella paura e il mio stesso corpo finì segregato, fu difficile per gli altri credere che un’esistenza ancora così nuova potesse soffrire così irrevocabilmente. Ma gli anni sono trascorsi e la notte del 12 agosto 1967 divide ancora la mia vita.

Era una di quelle notti di Chicago dense e afose. Nessuna nube, nessuna stella, nemmeno la luna. L’erba davanti alle case sembrava nera e ancor più neri gli alberi; i fari delle automobili mi facevano pensare a quei coraggiosi lumini che i minatori si portano su e giù per le gallerie soffocanti. In quella greve, per nulla eccezionale serata di agosto appiccai fuoco alla casa in cui vivevano le persone che più adoravo al mondo, la cui dimora rispettavo più di quella dei miei genitori.

Prima di incendiare la loro casa m’ero nascosto nella grande veranda a semicerchio e sbirciavo attraverso i vetri. Avevo dentro l’agitata, ringhiosa sofferenza d’un ragazzo la cui lunga, estasiante vicenda non viene capita. I miei sentimenti erano scorticati, aperti, e osservavo i Butterfield attraverso le trame delle tendine e lacrime di sincera, impotente nostalgia. Guardavo (e amavo) quella perfetta famiglia che senza vedermi viveva la sua serata.

Era un sabato sera e se ne stavano tutti riuniti. Ann e suo marito Hugh sedevano davanti al camino vuoto, sul nudo pavimento di pino (quanto ammiravo quel loro modo di lasciare spogli i bei pavimenti di legno). Seduti fianco a fianco sfogliavano un libro d’arte, voltando ciascuna pagina con straordinaria lentezza e attenzione. Parevano estasiati l’uno dell’altro quella sera. C’erano momenti in cui il loro rapporto sembrava un corteggiamento perenne; esitante, veemente, mai soddisfatto. L’uno era per l’altro una presenza mai scontata; non avevo mai visto sposi i cui momenti di vicinanza avessero una tale aura di trionfo, di sollievo.

Keith Butterfield, stessa mia età e il maggiore dei figli, alla cui provvisoria curiosità nei miei confronti dovevo l’introduzione in casa Butterfield, sedeva anche lui sul pavimento non lontano dai genitori e lì frugava tra le interiora di un apparecchio stereo che stava costruendo. Anche Keith pareva muoversi con maggior lentezza del normale e mi chiesi se non stavo per caso guardandoli attraverso la gommosità straziante di un sogno. Keith sembrava esattamente ciò che era: l’alunno più intelligente della Hyde Park High School. Non riusciva a fare a meno d’imparare. Andava per esempio a vedere un film sovietico e nel momento stesso in cui si concentrava sui sottotitoli mandava a mente venti o trenta parole di russo. Non riusciva a toccare un orologio da polso senza provar la voglia di aprirlo; o a leggere un menù senza memorizzarlo. Pallido, con occhiali da vista rotondi e i capelli in disordine, vestito di blue jeans, maglietta nera e sandali alla beatnik, Keith passava le mani sui pezzi sparpagliati dello stereo come se desiderasse allevarlo, più che costruirlo. Poi prese un minuscolo cacciavite e attraverso il manico color mango osservò la lampada del soffitto. Strinse le labbra (a volte Keith sembrava più vecchio dei suoi genitori), si alzò e salì di sopra.

Sammy, il figlio più giovane, se ne stava stravaccato sul sofà, nudo se non per un paio di calzoncini cachi. Biondo, bronzeo, gli occhi celesti, possedeva una leggiadria quasi comica nella sua convenzionalità – tanto somigliava ai ritratti che le ragazze appiccicano agli angoli dei loro specchi. Sammy fuoriusciva alquanto dallo stampo dei Butterfield. In una famiglia che coltivava il proprio senso dell’idiosincrasia e dell’individualismo, il genio di Sammy pareva già assumere caratteristiche di assoluta regolarità. Atleta, ballerino, membro di numerose associazioni e rubacuori, era il meno introverso, il meno riservato dei Butterfield; sebbene avesse solo dodici anni, tutti noi eravamo convinti che un giorno sarebbe diventato presidente.

E c’era Jade. Rannicchiata in una poltrona, indossava un camicione vecchia maniera e un paio di poco lusinghieri calzoni al ginocchio. Aveva un’aria casta, sonnolenta, l’aspetto in disarmo tipico di una sedicenne che trascorra il sabato sera in famiglia. Quasi non osavo guardarla; temevo che avrei semplicemente finito col gettarmi attraverso i vetri per rivendicarla come mia. Da diciassette giorni ero stato esiliato dalla loro casa e cercavo di non chiedermi quali mutamenti fossero occorsi nel frattempo. Jade fissava il muro col volto cereo, vuoto; era scomparso il nervoso agitarsi del ginocchio (grazie al mio esilio?) e sedeva in un’immobilità snervante. Teneva un quaderno tra l’anca ossuta e il lato della poltrona, e in mano una di quelle grosse penne a sfera che hanno cartucce diverse, una nera, una blu e una rossa.

Sono ancora oggi convinto che lo stato mentale in cui mi trovavo quella sera io l’abbia spiegato nella sua più vera essenza quando dichiarai di avere appiccato il fuoco per costringere i Butterfield a lasciare la loro casa e a confrontarsi con me. Ma il guaio con le scuse è che divengono inevitabilmente difficili da credere dopo che sono state adoperate un paio di volte. È come quel gioco che scoprono i bambini: a ripetere una parola tante volte se ne perde il senso. Piede. Piede. Cento volte piede, finché cos’è piede? Ma sebbene la verità della mia motivazione mostri un po’ la corda (e in trasparenza ve ne scorga altre possibili) posso tuttora sostenere che il mio pensiero più chiaro nello strofinare lo zolfanello era questo: che l’accendere un fuoco sulla veranda serviva a distogliere i Butterfield dalla loro intimità serale meglio che un grido dal marciapiede o un sasso contro la finestra – meglio di qualsiasi altro segnale disperato e potenzialmente degradante che potessi fare. Già mi pareva di vederli annusare il fumo dei giornali incendiati, scambiarsi occhiate e poi uscire a indagare cosa stesse accadendo.

La mia strategia era questa: appena i giornali divampano, salto giù dalla veranda e corro in fondo alla via. Giunto a distanza di sicurezza mi fermo a prendere fiato, poi torno piano, tranquillamente, verso i Butterfield sperando che il mio arrivo coincida con la loro uscita di casa. Cosa avrei fatto dopo non lo so con certezza. Sarei balzato tra loro per aiutare a spegnere il piccolo falò oppure me ne sarei rimasto stupefatto, come sorpreso di vederli, sperando che Jade o Ann scorgendomi mi facessero un cenno di saluto invitandomi a entrare. Lo scopo era di non consentire loro un’altra giornata senza vedermi.

Non ricordo di avere mai riflettuto a fondo su questo piano d’azione. Teso, malato d’amore, mi limitai a propormelo e poco dopo accendevo un fiammifero. Mi trattenni un istante (le gambe tremanti per l’ansia di balzare via, di fuggire come un matto) per accertarmi che il fuoco avesse attecchito a dovere. Una pagina per volta la fiamma sollevava gli angoli dei giornali penetrando sempre più senza però estendersi. Avrei anche potuto spegnerla calpestandola un paio di volte e quasi lo feci, non per prudenza ma per paura. Ricordo d’aver pensato: Non funzionerà mai.

Dopo essersi intrufolata sotto qualche foglio la fiamma raggiunse finalmente il cuore del mucchio, quasi avesse trovato l’ideale ponte asciutto per precipitarvisi. Non era ancora un fuoco ragguardevole. Non sarebbe servito a cuocere una trota, e quando scappai abbandonandolo al suo nitroso destino avreste avuto il vostro bel daffare a bollire anche un semplice uovo su quella debole fiammella. Ma aveva attecchito; difficilmente ormai il primo alito di vento avrebbe potuto estinguerlo, né pareva avviato a spegnersi da solo. Era un fuoco vero, vitale, e così balzai dalla veranda giù nell’alta erba inselvatichita del praticello di casa Butterfield. Mi volsi un istante per guardare la villa goticamente eccentrica, una costruzione in legno stile New England nel bel mezzo di Chicago, poi la finestra del soggiorno appena illuminata e vuota ancora di volti curiosi, poi la pila dei giornali confusa ora dietro il primo fumo, crestata di fuoco rosso. E scappai. La casa dei Butterfield dava sulla Blackstone nel quartiere di Hyde Park. Corsi verso nord, con le gambe malferme, verso la 57aStrada. Non ricordo di essermi imbattuto in anima viva. Né alcun passante si avvicinò alla casa dei Butterfield quel tanto da notare i giornali in fiamme. Hyde Park non s’era ancora trasformato in una comunità chiusa in casa per il timore delle strade violente. Succedeva ancora d’incontrarsi per caso nella via e sebbene la University of Chicago disponesse già di una propria forza dell’ordine e di un suo servizio di autobus per portare gli studenti all’interno del quartiere, pure Hyde Park era un luogo aperto, frequentato anche di sera (Jade e io, prima che i suoi genitori accettassero il nostro amore e le sue inflessibili esigenze, passeggiavamo spesso per quelle vie anche alle due, le tre e perfino le quattro di notte, appoggiandoci alle automobili ferme a baciarci, ad abbracciarci, adagiandoci anche l’uno sull’altra a ridosso dei gradini di buie verande, e non ci sentivamo mai in pericolo – temevamo semmai solo d’essere interrotti). Ma quella sera in cui un semplice passante avrebbe potuto mutare ogni cosa, la lunga via era solo per me.

Appena raggiunsi la 57a Strada avviai la seconda fase del mio piano. Camminai avanti e indietro sull’angolo per qualcosa come un minuto, anche se conoscendo la tendenza che ho ad affrettarmi nei momenti d’incertezza è probabile che mi ci soffermassi meno. Poi, cercando d’inventarmi una rapida, plausibile scusa per la mia presenza da quelle parti qualora Jade o qualcun altro dei Butterfield m’avesse chiesto una qualche spiegazione, mi incamminai verso sud ripercorrendo lentamente il tragitto appena fatto di corsa. Il cuore mi martellava con un’intensità solitaria e folle; non posso dire che mi pentii in quei minuti d’avere acceso lo zolfanello. Non vedevo né parlavo con Jade da diciassette giorni (sebbene nell’esiliarmi dalla casa Hugh Butterfield mi avesse detto che lui e Jade avevano deciso di tenermi lontano trenta giorni, nutrivo infondati ma tenaci sospetti che avessero escogitato una separazione definitiva). Intorno a quell’esilio, a quell’improvvisa espulsione dal centro stesso della mia vita vorticava ogni mio pensiero e sentimento. Senza dubbio anche apprensioni e ripensamenti ronzavano intorno alla mia determinazione, però inutili come mosche. Ero spaventato dall’essermi spinto a un gesto così singolare come quello di dare fuoco ai vecchi giornali sulla veranda, ma non avrebbe senso definire rimpianto quel mio nervosismo, quel mio stupore di fronte a me stesso. La mia principale preoccupazione era che lo stratagemma potesse funzionare.

Davanti alla loro casa mi fermai. Il marciapiede era a una decina di metri dalla veranda e vidi benissimo che la fiamma non si era estinta. Ma nemmeno cresciuta. Dal mucchio di carta continuava a levarsi un fumo sottile e nessun Butterfield se n’era ancora accorto. Ebbi l’impulso di sgattaiolare di nuovo sulla veranda a soffiare sulla fiamma, o forse a smuovere i giornali per agevolare il fuoco. Non volevo però mostrarmi troppo esigente con la fortuna. Poiché l’incontro falsamente fortuito avrebbe dovuto basarsi sulla coincidenza, desideravo concedere un certo spazio agli imprevedibili svolazzi del destino: progettando tutto con eccessiva meticolosità rischiavo di non essere più in grado, quando fosse giunto il momento opportuno, di fingere meraviglia. Proseguii oltre la casa, questa volta fino all’angolo della 59a.

Lì c’era gente che andava e veniva, nessuno però ch’io conoscessi. Vidi una donna molto elegante, matura (secondo i parametri che usavo allora, cioè già sulla ventina) che stava facendo passeggiare un cagnone rosso e nervoso. Portava occhiali da sole, un largo cappello di paglia e fumava con un lungo bocchino nero e argento. Forse la fissai per tenermi occupata la mente, fatto sta che lei inclinò la testa, sorrise e mi salutò. La sua voce mi riscosse ed ebbi quel repentino collasso intestinale che si prova a volte a letto pensando di cadere. Resi il saluto con un militaresco cenno del capo (militare e britannica era la mia maschera quel mese, raccolta nel ripostiglio psicologico zeppo di personalità dismesse da altri) e pensai: Qui sto scombinando tutti i tempi. Perché il piano potesse funzionare con l’esattezza che volevo la mia vita avrebbe dovuto essere un film – intendevo difatti passare davanti alla casa dei Butterfield proprio mentre loro ne sarebbero usciti. Ebbi la sensazione che non ci fosse da perdere un secondo e mi riavviai di tutta fretta, prima trottando poi mettendomi a correre.

Però, correvo per salvaguardare il mio piano o perché sapevo che il fuoco stava divampando oltre ogni controllo? Sentivo forse l’odore del fumo oppure quella parte di me che sin dall’inizio aveva inteso le conseguenze delle mie azioni era riuscita ad affiorare dai meandri dell’ostinazione e della nostalgia per gridare il suo avvertimento? Correvo e il mio cuore non batteva più col funereo nervosismo dell’amante; si scagliava piuttosto contro il mio petto come un cane infuriato contro la staccionata.

Non so come funzionino i fuochi; non ho attinto a ciò che la scienza riferisce della loro astuzia e ingordigia. Una lingua di fuoco può saltellare come un gatto che cerchi il miglior boccone da divorare. Una fiamma appena nata è in balia del volere degli elementi. Ma, raggiunta l’adolescenza, un fuoco si fa ardito e abile quanto una banda partigiana, riporta agevoli vittorie qua, estende i confini del suo potere là, rafforza, attacca, accendendosi sempre più di trionfo. Quand’è al suo apice, la sua vittoria totale e ogni cosa dalle colonne doriche alle cartacce è da esso scossa, il fuoco si fa messianico – governa sui suoi domini con autorità vorace, totalitaria, come convinto che l’intero creato debba ardere. Arrivai davanti alla casa di Jade trovando il fuoco non nel pieno di un’incontrollabile maturità, ma già in un’adolescenza spericolata. La fiamma centrale, bene impiantata nel mucchio dei giornali, aveva inviato pattuglie di più piccole fiammelle a minacciare l’edificio stesso. Lingue ardenti s’erano sparpagliate lungo il lato della casa e lì garrivano simili a minuscoli vessilli arancioni. Un circolo di fuoco era stato inviato sul pavimento della veranda e pareva correre intorno ai giornali finché, reso ebbro dal mero fatto d’esistere e da un’autoindotta follia, non si lanciò in una dozzina di itinerari diversi.

Mi ritrassi. Già il calore mi accendeva il viso attraverso la pesantezza passiva dell’aria d’agosto. Mi ritrassi sino a scivolare dal marciapiede urtando l’automobile di Hugh, una Bentley vecchia di dieci anni che lui curava e amava fino all’eccesso. Mi tastai la schiena – un deficiente che cercava graffi sulla propria schiena mentre i suoi amati se ne stavano tutti in una casa già in preda al fuoco. Le fiamme dardeggianti qua e là sull’edificio erano ancora deboli, ma erano talmente tante e con una fiducia tale nella propria forza che continuavano incessantemente a suddividersi. E poi, quasi che il fuoco fosse controllato da una manopola come quelle delle cucine a gas, in un attimo le fiamme – tutte insieme – triplicarono di numero e di potenza. Proruppi in un grido e mi lanciai verso la casa.

La veranda era già metà coperta dal fuoco – piccoli falò dovunque, un giardino acceso. Aprii di colpo la porta della veranda e poi quella in legno pesante dell’entrata che di solito nessuno chiudeva a chiave (non come segno di fiducia ma per adeguarsi all’incessante viavai). Quella sera però la chiave era stata girata. Battei con i pugni e urlai – no, non «Al fuoco!» bensì «Lasciatemi entrare! Lasciatemi entrare, accidenti! Lasciatemi entrare!».

Ad aprire fu Sammy. Stava venendo fuori perché finalmente avevano sentito il fumo. «David» disse e sollevò le piccole mani come per fermarmi.

Lo tirai nella veranda e corsi dentro casa. Il piccolo ingombro spogliatoio già puzzava di fumo e quando compii la solita svolta a destra entrando nel soggiorno Hugh stava ritraendosi dalla finestra con una mano davanti agli occhi.

«Stiamo bruciando» dissi (Hugh avrebbe in seguito dichiarato che quelle parole le pronunciai in tono «discorsivo». Pare incredibile, ma non ne ho memoria).

Il soggiorno era più afoso di qualsiasi pomeriggio estivo. Non tanto il fumo sembrava precipitarsi dentro quanto l’aria trasformarsi in fumo. Il fuoco, col suo istinto tattico, aveva circondato l’infisso esterno della finestra più grande e stava quindi manovrando verso l’accesso più agevole alla casa. Correva attorno al legno tenero e semimarcio moltiplicandosi d’intensità, danzando come danzano i guerrieri che si eccitano prima d’uno scontro, finché il calore fu tanto potente da fare esplodere i vetri della finestra e un lungo braccio color arancio s’introdusse in casa infuocando le tendine.

È qui, a questo punto, quando la finestra esplose e le tendine presero fuoco che la sequenza degli avvenimenti si fa irrecuperabile. Suppongo fossimo come qualsiasi altro gruppo di persone prigioniere in una casa incendiata, che stessimo cioè arginando il nostro terrore con l’inutile supposizione che in fondo nulla di terribilmente grave stava accadendo. Soltanto Hugh, che aveva fatto la guerra ed era stato in un campo di prigionia, solo Hugh capì subito come talvolta la normalità della vita possa venire totalmente capovolta. Gli altri di noi, che pure stavamo respirando calore e fumo con polmoni che bruciavano e occhi lacrimanti e che sentivamo gli scoppiettii del legno, ci tenevamo aggrappati alla possibilità che il disastro potesse d’improvviso fermarsi, magari voltarsi e scomparire.

Mi costrinsi alla calma e andai al fianco di Jade mettendole intorno un braccio come si fa quando si prende in mano una situazione d’emergenza – ma in realtà, volevo solo toccarla.

«Come stai?» le dissi avvicinando le labbra al suo orecchio. I suoi capelli odoravano di lacca; il collo sembrava nudo e vulnerabile.

«Sto bene» disse Jade con una voce bassa e porosa. Non mi guardò. «Solo che... sto sballando. Sto sballando molto molto». Si coprì gli occhi e tossì. «E sono spaventata» aggiunse.

Forse c’era dell’altro che non mi disse, ma capii immediatamente che la famiglia non aveva fumato erba: da un paio di mesi Ann stava in contatto epistolare con suo cugino in California, per convincerlo a mandarle un po’ dell’LSD di laboratorio a cui aveva accesso, e quella sera, con grande cerimonia e gravità, l’avevano inghiottito, avevano ingerito lo spirito della nuova coscienza contenuto in un quadratino di carta assorbente trattata chimicamente, allo stesso modo in cui di tanto in tanto ingerivano lo spirito del Cristo sotto forma di particola episcopale. All’improvviso, con orrore, compresi la lentezza con cui venivano voltate le pagine del libro d’arte, i lineamenti di cera di Jade immobile nella poltrona...

In fondo alla stanza Ann era al fianco di Hugh. Lui cercava di strappar via le tende e lei aggrappata alla sua camicia diceva: «Non è una buona idea, Hugh». Sammy era rientrato. Inciampò cadendo ginocchioni; fece per rialzarsi ma lo sforzo si rivelò eccessivo (o aveva invece capito che il pavimento è il luogo più sicuro durante un incendio? Era il tipo che sa queste cose). Alzando lo sguardo verso i genitori, Sammy disse: «Dovreste vedere. Tutta la casa sta bruciando». Ann finalmente distolse Hugh dalle tendine – tanto, non esistevano quasi più, ridotte a lembi di fiamme eruttanti altre fiamme. Anche alle pareti comparve il fuoco, che un attimo dopo spuntò dal soffitto.

Appena il soffitto cominciò a bruciare Ann disse: «Io chiamo». Lo disse con fastidio, come un cittadino costretto suo malgrado a ricorrere alle autorità. Ma non compì alcun movimento verso il telefono che era in cucina, sebbene lì il fuoco non fosse ancora giunto. Restammo tutti nel punto più pericoloso della casa, come legati insieme e inchiodati dallo stupore, e mi sentivo uno di loro.

Pareva che la casa anelasse di bruciare, proprio come un cuore che possa desiderare d’essere soffocato dall’amore. Chiesi a Jade come si sentisse e un istante dopo l’intera parete fu di fuoco. Liberamente, languidamente la casa si consegnò alle fiamme e donò la propria sostanza con l’imprudente passione di chi da anni attende il corteggiatore ideale. Se a quel punto c’era tra noi chi ancora stava chiedendosi se fossimo di fronte a un semplice incidente domestico oppure a un’emergenza, dovette capire l’incongruenza di ogni dubbio e l’urgenza con cui dovevamo fare il possibile per metterci in salvo.

Sammy si rialzò. «Non possiamo uscire dalla veranda. È tutta un fuoco».

Ann scuoteva la testa. Al fastidio era subentrato il dolore – nonché una certa stanchezza che mi fece dubitare della sua volontà di salvarsi. Sentiva il fascino del fuoco così come chi si sporge da un alto balcone prova il desiderio di lanciarsi giù.

Hugh si palpava i lati del cranio come per quietarne il contenuto. «Rimanete tutti uniti» disse. «Tenetevi per mano». (Ripeté queste parole due o tre volte). «Usciamo dal retro. Tutti insieme».

Presi la mano di Jade e mi sembrò di ghiaccio semisciolto. Si rifiutava quasi di guardarmi ma mi strinse le dita con tutta la sua forza.

«A terra» dissi io. «Usciremo strisciando». Mi obbedirono, con mia sorpresa. E poi capii: pur fuori fase, ero io lì dentro il più normale.

«Ho paura, ho davvero paura» disse Jade.

«Non dobbiamo perdere la testa» feci io.

«Dio mio» disse Hugh. «Lo sapevo che non dovevamo. Non riesco a connettere». Si spinse le nocche contro gli occhi.

Sammy era sul pavimento, parlava con qualcuno che immaginava fosse lì; pareva controllare perfettamente se stesso mentre discorreva con l’apparizione.

«Okay, sto bene» disse Hugh. «Sento che mi sta passando».

Jade si premette la mia mano contro il seno. «Mi batte ancora il cuore?» domandò sussurrando.

«È incredibile» disse Ann. «Non dobbiamo far altro che uscire di qui e non ne siamo capaci...». Le sfuggì un risolino.

«Keith dov’è?» chiesi.

«Di sopra!» disse Jade.

Stavamo in mezzo alla stanza; il soggiorno era ormai pieno di fumo. Riuscivo a malapena a intravedere la scala e ci andai di corsa con l’unica speranza di trovare al primo piano un’aria meno impenetrabile. Mille altre cose dovettero balenarmi in mente ma la sola ch’io ricordi è la speranza che qualcuno – Jade – m’afferrasse una gamba impedendomi di salire in cerca di Keith.

Feci i gradini a due a due e il fumo s’impadronì dell’aria con più profonda, assoluta autorità. Percepii l’intenso calore ma non scorsi fiamme – erano all’interno dei muri e bruciavano verso di noi. Riuscii a malapena a chiamare Keith. In ginocchio sul pavimento sentivo il calore salire tangibile al punto che quasi mi sembrò in grado di sollevarmi. Tossendo, ricolmo di nausea, sputai per terra. Mi trovavo adesso al primo piano. In fondo al corridoio c’era la stanza nella quale Jade e io avevamo dormito durante gli ultimi sei mesi. All’altra estremità, la camera di Ann e di Hugh, ampia, piena di cose, aperta a tutti. In mezzo al corridoio, sulla sinistra, si apriva la stanza da bagno e di fronte c’era la cameretta di Sammy. La porta era chiusa e mentre stavo lì a guardarla esplose in fiamme.

La scala che portava al secondo piano era appena oltre la camera di Sammy e, attraverso gli strati del fumo che riflettevano il colore delle fiamme così come la nebbia si tinge coi fari delle auto, intravidi una figura che si muoveva. Gridai il nome di Keith. Non sapevo se la mia voce poteva essere udita; io stesso non riuscivo a coglierla tra il pulsare del mio sangue e il frastuono del fuoco. Mi spinsi carponi nel corridoio cercando di non soffermarmi sull’idea della morte – non avevo pensieri coraggiosi ma neppure fuggii. La figura appena intravista era scomparsa. Non sapevo se fosse stata oscurata da nuovi strati di fumo o se Keith fosse tornato sui suoi passi. Mi chiedevo se si rendesse conto che la casa stava bruciando, se sapesse che il pericolo non era un’illusione. Ero certo che fosse allucinato e nessun Butterfield era in grado di far fronte alla frantumazione della propria personalità meno di Keith: Keith il sonnambulo, Keith il mistico, Keith l’iper. Se in taluni l’intelligenza è segno della forza e della voracità della mente, in Keith il genio era il prodotto di un’estrema vulnerabilità: tutto lo toccava lasciando un’impressione. In qualsiasi altra circostanza avrei pensato che quell’escursione collettiva dei Butterfield nell’LSDera solo l’ennesima dimostrazione della loro straordinaria apertura mentale, della loro disponibilità a essere parte del loro tempo, a condividerne i rischi. Ma pensandoli ora quasi incapaci di muoversi giù nel soggiorno e cercando Keith attraverso il fumo sempre più scuro li giudicai con una durezza che mai più avrei avuto. Quasi non ricordavo che ero stato io ad appiccarlo quel fuoco.

Mi costrinsi ad andare verso la scala che saliva al secondo piano e di nuovo vidi Keith. S’era portato la camicia sul volto, tossiva e piangeva. Lo chiamai e lui barcollò venendomi incontro come se qualcuno l’avesse spinto alle spalle. Il viso mi bruciava talmente che me lo schiaffeggiai, il panico m’aveva fatto pensare che potesse essersi incendiato.

«Per piacere» gemette Keith. «Non riesco a vedere e non so cosa fare».

Gli andai vicino. Ora Keith teneva un braccio contro gli occhi e le sue lunghe gambe sottili apparivano piegate al ginocchio. L’altro suo braccio era ancora proteso verso di me – anche se non so dire se avesse capito chi fossi. Gli afferrai la mano e tentai di tirarlo giù sul pavimento; s’irrigidì come se gli avessi trasmesso una scossa elettrica.

Gridai il suo nome con quanto fiato avevo e nuovamente tirai. Si divincolò con violenza compiendo un passo indietro, simile a un fantasma che si appresti a riscomparire nell’etere.

Mi alzai con fatica e feci per toccarlo. Lui mi guardò con un lampo di chiarezza.

«Prendi la mia mano, accidenti» urlai. «Prendila!».

Keith mi fissò e fece un altro passo indietro. Avevo il terrore che da un momento all’altro divampasse come la porta di Sammy, umana nova. Mi buttai verso di lui e nell’attimo stesso in cui gli prendevo le spalle sentii la forza abbandonarlo. Le gambe gli cedettero e ricadde inerte tra le mie braccia, un peso morto che non riuscii a sostenere. Vacillai all’indietro ma Keith continuò a spingermi con il suo peso; batté la fronte contro la mia, il suo petto ossuto aderì al mio e finimmo entrambi sul pavimento fumante, lui sopra, e il mio cuore pareva impazzito, batteva a un ritmo incredibile come per colmare l’eternità che lo avrebbe poi tenuto immobile.

Udii qualcuno venir su dalle scale. Voltai la testa e scorsi Hugh precipitarsi verso noi due. Urlava il nome di Keith. La sua ferocia era spaventevole quasi quanto il fuoco; anche attraverso il fumo gli occhi gli splendevano con un’intensità paranormale. E sebbene io sapessi che era salito a salvare Keith, vedendolo aggredire lo spazio che ci separava temetti che fossi io che voleva – non per salvarmi ma per stringermi la testa tra le sue forti e grandi mani e schiacciarla. Come un folle Hugh alzò le braccia in alto, respirò a fondo attraverso i denti stretti e poi abbassò le mani sul dorso di Keith sollevandolo come fosse stato un sacco di piume.

Fu l’ultima cosa che vidi. Debolmente, con appena l’ombra di un istinto, Keith tentò di restarmi avvinto e sentendo l’ultimo suo tocco sulla camicia persi conoscenza. Il mondo cominciò a defluire via. L’ultima cosa che vidi fu Hugh che mi guardava e poi sentii la sua mano stringermi il polso. Solo quando testimoniò contro di me appresi che mi aveva caricato in spalla e portato giù (con l’altra mano aveva sostenuto Keith che piangendo gli barcollava al fianco) e poi all’aperto, dove finalmente stavano giungendo i pompieri, stridule sirene e luci rosse che filtravano tra gli alberi. Hugh mi aveva salvato la vita, fatto di cui dovette pentirsi in eterno.

Al Jackson Park Hospital confessai d’essere stato io ad appiccare il fuoco. I Butterfield venivano curati nello stesso ospedale ma era con degli sconosciuti che condividevo la stanza. Confessai alle prime persone che vidi il mattino dopo. Nell’ambulanza, al pronto soccorso e poi durante tutta la notte non avevo detto nulla. Ma quando al mattino mi svegliai e vidi i miei genitori seduti lì – Rose con le gambe accavallate e le dita che tamburellavano la borsetta, Arthur col testone chino e goccioline di sudore non più grandi d’una capocchia di spillo nella scriminatura dei capelli – mi schiarii la gola e dissi: «L’ho appiccato io l’incendio».

Alzarono entrambi lo sguardo, poi Rose si sporse stringendo le sue piccole tumide labbra e scosse la testa. «Sta’ zitto» sussurrò, proiettando un’occhiata cospiratrice ai miei compagni di stanza che dormivano. Ma non avevo alcuna intenzione di espormi agli orrori di un’indagine e da qual momento iniziò un processo di confessione, difesa e punizione che per anni avrebbe dominato la mia vita.

Mio padre è quel che si dice un «avvocato di sinistra». Nel 1967 già da quindici anni lui e Rose avevano lasciato il Partito Comunista, però era rimasto di sinistra – uno cioè che mai avrebbe difeso il ricco contro il povero e i cui onorari non erano mai esosi. Le molte ore che dedicava al lavoro l’avevano invecchiato anzitempo. Sovente restava in ufficio fino a mezzanotte e una volta – lo raccontava spesso Rose – la lampadina della scrivania si fulminò ma Arthur continuò a scrivere nel suo lungo notes giallo un’ispirata annotazione riguardante un incidente stradale che gli era stato affidato. Aveva temuto che alzandosi per accendere il lampadario avrebbe finito col perdere il ritmo. Il giorno dopo, controllando quelle note, si avvide che le tre pagine scritte alla cieca erano perfettamente leggibili nonché essenziali al caso. Non era comunque una mera, astratta dedizione al lavoro che gli faceva mettere il cuore in ciascun caso: Arthur desiderava davvero difendere i deboli dai forti. Lo desiderava più dei quattrini, più della gloria, più delle comodità. In tribunale a volte questa sua passione finiva col distruggerlo. Se sentiva scivolargli via un processo s’infuriava e la sua voce si incrinava come quella di un adolescente.

Del mio caso avrebbe voluto occuparsi lui, così come un chirurgo vorrebbe personalmente eseguire un’operazione difficile su uno dei suoi cari. Ma chiaramente era impossibile: con le accuse di incendio doloso e di tentato omicidio avvolte intorno a me come odiose vesti cerimoniali, mi serviva un difensore più plausibile di mio padre. Arthur di favori ne aveva fatti parecchi e quando divenne chiaro che tutta la complessità degli errori di quella sera avrei dovuto districarla io, due dei suoi amici si fecero avanti offrendosi di difendermi gratuitamente – Ted Bowen, che conoscevo da sempre, e Martin Samuelson, che agli occhi dei miei genitori era un trascendentale eroe d’intelligenza e coraggio, un oratore extraordinaire, un personaggio capace di citare Engels con lo stesso lirico sfolgorio con cui citava Hugo Black; come per una sedimentazione dei tempi trascorsi nel partito, i miei lo consideravano più importante di se stessi cosicché il suo interessamento al mio caso fu accolto con attonita gratitudine.

In breve fu questa la sequenza degli eventi. Venni arrestato nell’ospedale e collocato, senza neanche un’udienza, in un centro di detenzione per i giovani nel West Side. Ci furono molti e accesi dibattiti tra polizia, magistrati e i miei legali su quale fosse il mio stato: se cioè dovessi subire un processo in qualità di adulto o essere trattato come un criminale minorenne. Avevo diciassette anni, Martin Samuelson – fu questo principalmente il suo intervento; poi si stancò in fretta del caso e soprattutto di me – la spuntò e fui considerato minorenne; così, il mio destino sarebbe dipeso non da una giuria bensì da un giudice. Quando ciò fu deciso ero già uscito dall’istituto di detenzione per minorenni e sottoposto a una maratona di esami psicologici – una sorta di miscuglio di test attitudinali del tipo che facevamo a scuola e imbarazzanti domande del genere che un pervertito da quattro soldi potrebbe porre agli scolaretti che incontra per strada. Enunciai pareri su macchie d’inchiostro, addizionai colonne di numeri da tre cifre, riconobbi ritratti di Washington, Lincoln e Kennedy, e risposi vero o falso a domande tipo: «Mi sembra di dover andare al gabinetto più delle altre persone». Percorsi due volte questi procedimenti psicologici, la prima sotto le direttive di uno psicologo nominato dalla corte. Poi Ted Bowen fece in modo che venissi riesaminato da uno psicologo privato. Era un certo dottor White, un signore gentile e anziano che soffriva di congiuntivite (fu il primo medico che conobbi che non fosse anche amico intimo o politico dei miei genitori: il Partito aveva la sua quota di internisti e di dentisti ma pochi psichiatri).

Per tutto quel tempo restai affidato ai miei genitori. Era l’autunno in cui avrei dovuto iniziare l’università. Pochi mesi prima ero stato accettato dalla University of California, ma siccome Jade frequentava ancora l’high school e doveva quindi rimanere a Chicago avevo optato per la Roosevelt University, non certo il luogo ideale per studiare astronomia ma pur sempre nel centro di Chicago. Però non aveva più importanza; non sarei andato da nessuna parte. La polizia, gli psicologi, gli avvocati e i miei genitori mi ingiunsero di non tentare nemmeno di mettermi in contatto con Jade o con qualcun altro dei Butterfield. All’inizio non fu difficile obbedire. Non riuscivo neanche a immaginare cosa avrebbe potuto significare vederli dopo quegli avvenimenti. Non mi illudevo affatto che potessero nutrire compassione nei miei confronti o vedere al di là dell’azione commessa lo spirito innocente e malato d’amore che l’aveva determinata. Con ciò speravo sempre che fosse Jade a mettersi in contatto con me, ma non lo fece, anche se non sarebbe poi stato così complicato.

Un giorno mi costrinsi a passare davanti alla casa in cui avevo vissuto con tale delirio e che avevo incendiato quasi provocando la morte di cinque persone. La polizia aveva teso un cordone davanti alla facciata con un cartello che avvertiva la gente a starsene lontana. Sorprendentemente la casa era ancora in piedi e a parte le finestre rotte non sembrava cambiata – se non per il fatto che non era più marrone e bianca, ma nero fumo. La veranda era scomparsa, crollato il tettuccio a cono dell’attico, ma a parte ciò la casa dei Butterfield appariva intatta nelle strutture. Dapprima mi fu di sollievo notarlo, come se quel fatto potesse aiutarmi a colmare l’immenso vuoto che quella sera di agosto avevo provocato dentro di me. Ma il sollievo fu più auspicato che sentito, così come il desiderio di vedere un’amante che se n’è andata porta a scorgerla dietro ogni passante. In realtà, fu mille volte penoso vedere la casa ancora lì ritta, perché ci stava non come un’alternativa alla solitudine bensì come un atto d’accusa. Allora capii che ero entrato a far parte della vasta comunità dei condannati, uomini e donne: l’amore s’era contorto in me precipitandomi in un caos. Non ero migliore di quelli che fanno telefonate oscene, pubblici disturbatori, tagliatori d’orecchi, suicidi eccentrici e accusatori, fruitori di investigatori privati; non ero migliore di un qualche sovrano medievale pronto a scatenare un esercito di diecimila anime pur di guadagnarsi i favori di qualche lontana damigella – e quando i campi sono poi bruciati e i cadaveri giacciono a mucchi sotto il sole, quel re si stringerà una mano al petto esclamando: l’ho fatto per amore. Il sollievo dunque si dissolse e guardai la casa piangendo – anche se quasi non me ne resi conto, perché, dal giorno della confessione, avevo quasi unicamente pianto, al pari di qualsiasi altra persona normale.

Certo, se fossi o no normale era precisamente l’interrogativo da cui dipendeva il mio destino. Sebbene i miei legali, come anche i miei genitori, considerassero la psichiatria una sorta di astrologia esosa, la loro dedizione alla mia causa li indusse a discutere i miei comportamenti quasi che vedessero in me la vittima totale degli irrazionali meandri del mio subconscio.

Mia madre, comunque, non so se per rimorso o per rancore, voleva che la mia difesa fosse basata sul fatto che i Butterfield erano gente strana e che come tale meritava di sottostare alle cose più terribili. Secondo la sua teoria i Butterfield non potevano ritenermi responsabile di quanto era loro successo quella sera, così come un anfitrione che faccia ubriacare l’ospite non può poi colpevolizzarlo se rompe un vaso di ceramica. Insomma, secondo Rose era stato il milieu butterfieldiano a determinare la mia caduta. E nel termine milieu lei comprendeva cose quali la ricetta di Jade per l’Enovid, o il fatto che quando iniziai a trascorrere le notti in quella casa decisero che Jade non dormiva abbastanza e (in una spaventosamente democratica riunione familiare) il problema fu risolto con l’acquisizione di un letto a due piazze: un letto usato comprato all’Esercito della Salvezza e che poi disinfestammo e impregnammo di Chanel N. 5, un letto con le rotelline ai piedi, che quando facevamo l’amore si spostava da un muro all’altro. Rose avrebbe dato chissà cosa pur di provare che i Butterfield erano «drogati» la sera dell’incendio, ma io non dissi mai nulla in proposito.

Mia madre sarebbe stata pronta a chiamare come testimoni a discarico metà degli abitanti di Hyde Park perché testimoniassero contro i Butterfield. Cercai di farla desistere pigliandola in giro ma già allora, credo, mi rendevo conto di quante fossero le persone che trovavano spiacevoli Ann e Hugh. Ann stessa me lo disse. Una volta, in un tentativo di mettere ordine nella sua vita mediante la religione, si era recata alla funzione di una vicina chiesa protestante. Sebbene non conoscesse gli altri adulti della congregazione, entrando sentì i loro occhi che la frugavano e poi li udì che commentavano sussurrando. «Chiaramente» raccontò Ann. «Li udii chiaramente. Non sono il tipo che cose del genere le immagina. Non vedo cosa ne trarrei. Li udii proprio chiaramente». Io commentai che probabilmente quel giorno doveva essere un po’ fumata, oppure quella sua impressione non era stata che una reazione al protestantesimo e all’idiozia della religione in genere (ero il laico ufficiale della casa, quindi certe cose potevo permettermi di dirle). Ma è probabile che Ann avesse avuto ragione; anche se quei parrocchiani lei non li conosceva, loro conoscevano lei e la giudicavano. Erano dopo tutto i genitori di ragazzi che usavano la casa dei Butterfield come luogo di ritrovo, che magari quando scappavano dalla famiglia finivano col dormire sul divano dei Butterfield o nel loro giardino, o che proprio dai Butterfield avevano appreso a fumare o a pronunciare espressioni quali coitus interruptus.O, forse, erano quei vicini che nelle notti estive in quella casa tanto bella avevano visto splendere le luci fino all’alba – ancor oggi non mi riesce di scorgere luci elettriche addolcirsi nel giorno che nasce senza sentirmi di nuovo davanti alla casa dei Butterfield, sulla via del ritorno dopo aver fatto l’amore. E quando la signora Who-Ha venne per la colletta contro la poliomielite e vide Ann lunga distesa che ascoltava musica rituale tibetana e una grossa candela quadrata che ardeva in pieno giorno – be’, se ne parlò eccome nel quartiere. Di tante cose, si parlava. Il fatto che Hugh e Ann provenissero da scuole prestigiose e fossero come si dice «di buona famiglia» si dimostrò più importante per me, figlio di comunisti, che per gli altri. Pensavo che l’innata rispettabilità di Hugh e Ann, i loro corpi snelli e le forti ossa, i bei denti, i capelli lisci, il loro accento incurabilmente borghese potessero proteggerli dai pettegolezzi assai meglio di quanto alla fin fine fecero. In realtà, per quanto avessero pochi quattrini, l’alone aristocratico che si portavano dietro attirava su di loro assai più sguardi di quanti non siano solitamente dedicati a famiglie più «normali».

Il fatto che i suggerimenti di Rose venissero effettivamente presi in considerazione dà la misura, credo, della confusione morale dei miei «partigiani». Non so come, ma sia i miei genitori sia i legali sembravano sperare che potessi essere giudicato innocente. Ma non solo io mi rifiutai di testimoniare che i Butterfield erano la feccia libertina e senza scrupoli sostenuta da mia madre («Asini immaturi ed egocentrici – persino i figli sono immaturi»): nemmeno desideravo essere ritenuto innocente. Ero reduce da un mese di sudore e di pianto; sui lenzuoli avevo lasciato il segno dei miei morsi e avevo scritto un cassetto pieno di inspedibili lettere, e ciò nonostante volevo essere punito. Sapevo quanto accidentale fosse stato l’incendio, cioè che sarebbe dovuto esserlo molto di più, e volevo che un ente estraneo a noi tutti intervenisse e provvedesse a farmi scontare quel che era successo. Pensavo che ponendo il mio destino nelle mani della polizia e dei tribunali avrei potuto togliere un po’ di smalto all’odio che i Butterfield mi ostentavano. Se degli estranei avessero pensato a punirmi, se altri m’avessero dichiarato cattivo e immeritevole di vivere in una comunità decente, forse allora Jade e gli altri avrebbero potuto permettersi di scivolare dall’altra parte, dalla mia, e smettere di punirmi in cuor loro.

Rifiutai perciò di rivelare che quella sera i Butterfield avevano preso l’acido, né mi offrii di raccontare aneddoti sulle peculiarità del loro stile di vita. Ted Bowen, un avvocato assai simile a mio padre con quei suoi forti denti ambrati, l’alito alla menta e il lungo ininterrotto sopracciglio che gli cresceva da una tempia all’altra, volle organizzare un colloquio privato con me. Mi portò in un self-service della 53a Strada frequentato da operai e, con un lungo discorso insieme tenero e formale, mi spiegò le conseguenze di un eventuale verdetto di colpevolezza. Descrisse i riformatori e le umiliazioni che avrei potuto subirvi. «David, è gente che viene proprio dal fondo. La più semplice delle teorie sociali potrà farti capire cosa ciò significhi. Non hanno nulla, non credono in nulla, sono capaci di ucciderti per un mozzicone di sigaretta». Si sporse in avanti e con un’occhiata tipo «non ti direi queste cose se non ti sapessi in grado di capirle» soggiunse: «Non so se ti rendi conto, poi, dell’omosessualità...». Lasciò lì il discorso, con uno sguardo talmente triste e serio che sorrisi imbarazzato.

Certo, ripensando a come avevo appiccato il fuoco sulla veranda dei Butterfield mi pareva giusto (cioè né vile né evasivo) dire che dovevo essere impazzito. Ma, la radice di quella momentanea follia? Indubbiamente il mio amore per Jade – un amore incatenato e trasformato in frenesia dall’esilio impostomi. Era stato l’amore, cioè l’amore contorto, a deviarmi la mente. Non andava considerato un capriccio, quell’incendio, né odio, né un folle gesto vendicativo.

Da quando avevo appreso ad amare Jade ed ero stato attirato nel contesto di casa Butterfield, e poi anche durante l’attesa che il mio caso venisse presentato al giudice, non c’era nulla nella mia esistenza che non fosse significativo o incapace di suggerire strani e reconditi riferimenti, che non recasse in sé la parvenza di quel che per mancanza di un termine migliore chiamerò l’Infinito. Se essere innamorati vuol dire trovarsi improvvisamente uniti con la parte più disordinata e oltraggiosamente viva di sé, allora questo stato di acuta sensibilità non si assopì in me dopo un certo lasso di tempo come invece dicono che succede in altri. Se la mia mente avesse potuto emettere un suono avrebbe infranto una fila di calici di cristallo. Intravedevo coincidenze in ogni cosa; i significati dardeggiavano e danzavano come molecole surriscaldate. Tutto era spaventosamente complicato; e tutto spaventosamente semplice. Non avveniva nulla che io non notassi e tutto si portava appresso una sua drammaticità. Quest’agonia, questa delizia non si placò certo quando Hugh mi disse che sarebbe stato opportuno ch’io rimanessi lontano da Jade per un mese, né si quietò dopo l’incendio e le settimane che trascorsi come in un limbo – ignaro di cosa m’avrebbero fatto e soprattutto impossibilitato a vederla. Ma poi, alla fine, la decisione del giudice Rogers scivolò tra le attente maglie della mia troppo stimolata coscienza. Non mi resi conto che una sentenza era prossima e che tutta la faccenda stava improvvisamente lì lì («Siamo stati fortunati» commentò poi Rose) per venire decisa – un accordo tra Ted Bowen, il magistrato e Rogers.

Niente carcere. Niente riformatorio. E, qualora i miei genitori fossero disposti alla spesa, una clinica privata invece di un manicomio statale. Venni giudicato psicologicamente irresponsabile e affidato a un ospedale psichiatrico per un anno, cioè fino al mio diciottesimo compleanno, dopodiché il mio caso sarebbe stato riesaminato. Non c’era neanche convinzione vera nella sentenza; il tempo da trascorrere in manicomio era a tutti gli effetti una libertà vigilata.

L’avversione dei miei genitori nei confronti della psichiatria era talmente radicata e istintiva che reagirono quasi fossi stato condannato a una permanenza in seminario («Possiamo considerarci molto, molto fortunati» disse mia madre tra le lacrime, ma sapevo che avrebbe ben presto cominciato a pensare – se già non lo stava facendo – che per quanto micidiale potesse essere il carcere, pure sarebbe stata un’esperienza da condividere con Stalin, con Eugene Dennis, coi combattenti spagnoli e con le migliaia di altri eroi della rivoluzione, mentre invece la clinica m’avrebbe posto sullo stesso piano di qualche pagliaccio nevrotico, che so?, di un Oscar Levant, di un qualche fessacchiotto viziato innamorato della propria sensibilità). Fui comunque rasserenato dalla decisione del giudice e tutto sommato mi sembrò che m’avessero trattato equamente. Avrei potuto fantasticare un’assoluzione completa – e sovente fu così, m’immaginavo il giudice che diceva: «David non l’ha fatto apposta», chiudendo il discorso – ma era una prospettiva che in fondo temevo. Una punizione era la soluzione migliore in tutti i sensi ed ero grato che si sarebbe espletata in una clinica privata dove avrei trovato prati verdi e giovani malati provenienti da famiglie tolleranti e privilegiate. Il giudice aveva indicato che il mio caso sarebbe stato riesaminato di lì a un anno, ma ero convinto che con un po’ di fortuna e un paio di orecchi ben disposti ad ascoltare la verità dei miei sentimenti, a coglierne l’ampiezza e la stabilità, sarei uscito in capo a pochi mesi, pronto a ripigliare il filo della mia esistenza dal punto in cui l’avevo spezzato.

Il giudice formulò la sentenza dopo che un suo delegato ebbe parlato con chiunque potesse fornire alla corte il senso del mio carattere («È come uno di quegli astrusi controlli dell’FBI» disse Arthur. «L’FBI» ripeté Rose, annuendo e guardandomi con malinconica intensità – come per ricordarmi di chi realmente fossi). L’incaricato interrogò gli psicologi che mi avevano esaminato, e anche me (era giovane, giapponese, desideroso di mostrarsi amico. «Tu perché pensi di avere incendiato la loro casa, David?» mi domandò in tono suadente, come se fosse quella la prima volta che qualcuno mi poneva la domanda in termini tanto espliciti. Balbettai l’avvio d’una risposta e poi chinai il viso nelle mani e piansi – in parte per abitudine giacché in quelle settimane piangevo costantemente, per impotenza, e in uno strano e però innegabile modo anche per noia, perché quell’incendio, nonostante tutto il suo orrore e la sua devastazione, era solo una parte della mia vita, una parte dell’appassionato destino del mio cuore e mi pareva atrocemente ingiusto che sembrasse ora l’unica cosa importante).

L’incaricato parlò coi miei insegnanti della Hyde Park High School, i quali gli dissero quanto fossi un bravo studente. Parlò coi pochi miei amici e con gli amici dei miei genitori. Non so cosa potesse apprendere – che mi interessavo di astronomia, di jazz, di baseball, che leggevo, che mi piaceva far le torte o spegnere l’audio del televisore e fornire io un parlato assurdo, sconcio e multiforme. Mi domandò di elencargli i nomi di ragazze che avevo frequentato in passato e parlò con loro e con i loro genitori. Dubito moltissimo che Linda Goldman gli dicesse di come mi liberò della verginità nel seminterrato di casa sua – l’unico a essere stato trasformato in taverna in tutto Hyde Park. I Goldman erano commercianti e riservavano il loro seminterrato allo svago: un bar, due sofà, un tavolo da ping-pong e un altro ottagonale per il poker ricoperto di feltro verde e con gli incavi per le fiches. No, non credo proprio che Linda gli riferisse il nostro corpo a corpo di quel lontano pomeriggio; è probabile che nemmeno se lo ricordasse. L’unico elemento che forse contraddistinse quella volta in cui toccò a me da tutte quelle che dedicava a una così dolce autodistruzione fu la voce di suo padre che calando dai dotti del riscaldamento diceva: «Avrei giurato che nel frigo c’era una coscia di pollo. L’avrei proprio giurato». Quanto ad altri amici e amiche, erano parte del mondo che originava dai miei genitori. Sebbene mio padre non voleva che io fossi un «rampollo del partito», cioè un figlio di comunisti costretto a frequentare esclusivamente i figli di altri comunisti, le pressioni dei tempi che stavamo vivendo e la stessa insicurezza dei miei genitori mi lasciavano, per difetto, con un’ampia maggioranza di amici i cui genitori erano amici dei miei. Ovviamente, nessuno di loro riferì all’inviato del giudice cose che avrebbero potuto mettermi in una cattiva luce. I genitori, amici da decenni di Rose e di Arthur, testimoniarono probabilmente con perizia, e i figli, avendo appreso per osmosi il prudente linguaggio che sorge dalla vessazione politica, furono probabilmente chiari, solleciti e assolutamente impeccabili nel replicare alle domande.

Il giudice Rogers concesse una settimana affinché chiudessi la mia adolescenza a Chicago e mi preparassi per il Rockville Hospital, situato a circa duecento chilometri, a Wyon nel meridione dell’Illinois. Vigeva sempre il divieto di un qualsiasi mio contatto coi Butterfield, anche indiretto. Mi fu detto chiaramente che i Butterfield, e in particolare Hugh, si erano scagliati contro di me. Numerose volte Hugh aveva inviato petizioni alla corte e gli unici elementi che avrebbero potuto indurre il giudice a una minor clemenza gli erano pervenuti proprio da Hugh. Questo fatto più che meravigliarmi mi ferì e provai la nausea tremenda che si ha nel dover ammettere che chi ci attacca è nel giusto. Capii, e nel mio modo solitario, impreciso, e sentimentalmente malato abbracciai perfino le accuse che Hugh mi rivolgeva e il suo diritto di vedermi punito con schiacciante severità – ma volevo anche credere che in questo atteggiamento lui fosse solo, che Ann, e ancor più Jade non fossero schierate con lui. Quanto poi a compiere un tentativo disperato per raggiungerli, non sapevo neppure da dove cominciare. Non sapevo dove fossero, ora. In qualche albergo? S’erano divisi e abitavano in due, tre case diverse? Erano andati a stare coi genitori di Hugh a New Orleans, o con la madre di Ann nel Massachusetts?

Scrissi cento lettere che non osai spedire. A Keith, a Sammy, a Hugh. Più d’una dozzina ne scrissi ad Ann e oltre settantacinque a Jade. Scrissi domande di perdono. Scrissi spiegazioni, logiche motivazioni, requisitorie contro me stesso che probabilmente andavano oltre ogni loro più arcigno impulso. Scrissi lettere d’amore, e una la firmai col sangue di un polpastrello appositamente tagliato. Imploravo e ricordavo, giurando il mio amore col singhiozzante ardore dell’esiliato. Scrivevo all’alba, scrivevo nel bagno, mi svegliavo nella solitudine notturna e scrivevo, scrivevo. Scrivevo poesie, alcune copiandole, altre componendole. Spiegavo fermamente al mondo come ciò che Jade e io avevamo trovato l’una nell’altro era più vero d’ogni altra realtà, più vero del tempo, più vero della morte; più vero, persino, di lei e di me.

Poi, un venerdì, il giorno prima che i miei genitori mi conducessero in auto a Wyon, mi giunse una lettera astutamente camuffata in una busta del Movimento studentesco per la pace di cui ero membro e al quale i miei collegavano il periodo migliore della mia vita. Era burocraticamente indirizzata a D. Axelrod e mi arrivò insieme a un numero della «Saturday Review» il cui abbonamento mi era stato regalato per il mio diciassettesimo compleanno da amici dei miei genitori. Mia madre mi consegnò sia la rivista sia la busta del Movimento studentesco e mi sembrò che lo facesse un po’ malignamente poiché cosa avrebbe potuto contenere? L’avviso di una riunione a cui non ero libero di intervenire? Strappai la busta lì davanti ai miei genitori ed ecco, in una calligrafia talmente priva d’idiosincrasia da non sembrare vergata da mano umana, tanto meno se giovane e tremante; ecco, dunque, un messaggio di Jade: David, oh David, voglio che tu stia bene.

Non avrei più avuto una sua parola per tutta la durata del mio ricovero.

2

L’uomo che costruì il Rockville Hospital si chiamava James Marshall Nelson. Lo costruì secondo snelle linee modernistiche (moderne negli anni ’20, in senso Bauhaus), alla ricerca poi soddisfatta di un lussuoso funzionalismo: scaloni ricurvi dai quali era impossibile gettarsi; pavimenti in legno con il severo lustro di ricchezza ereditata tipico del noce: il lustro di un’immacolata efficienza. Si racconta che Nelson costruisse l’ospedale per se stesso, convinto di un’incipiente pazzia: voleva un ospedale da poter considerare casa sua. Erede di un impero bancario rurale, aveva fatto la prima guerra mondiale ed era poi rimasto in Europa dove pare avesse conosciuto Sigmund Freud, il quale non psicoanalizzò Nelson, ma quando il giovane ereditiero tornò a casa si definì comunque uno dei suoi discepoli e dedicò le proprie ricchezze e tutto se stesso a un’iniziativa denominata Wyon Mental Hygiene Foundation.

Dopo avere eretto Rockville, Nelson impiegò le proprie cospicue ricchezze per reperire alcuni psichiatri. Mi sono spesso domandato che sorta di medico potesse accondiscendere a piazzarsi a Wyon nell’Illinois. Gli agricoltori e i commercianti che vivevano entro il raggio d’azione dell’ospedale avrebbero preferito impiccarsi in un fienile piuttosto che metterci piede. Ci andavano ogni tanto i pochi alcolizzati locali, bisognosi di un luogo in cui disintossicarsi che non fosse il carcere o casa loro. E si guadagnò velocemente una certa folcloristica notorietà: le madri minacciavano di mandarci i bambini capricciosi, i mariti suggerivano alle mogli riluttanti d’andarci a trascorrere qualche tempo e ovviamente giravano persistenti resoconti di fantasmi, di orge, di generali tedeschi nascosti, di stupri e di orripilanti esperimenti.

Quando nel 1929 gli istituti bancari fallirono, chiusero anche quelli di Nelson. La Foundation si ritrovò ben presto senza un soldo e lo staff emigrò lasciando vuoti quarantanove dei cinquanta letti di cui disponeva l’ospedale. L’unico paziente rimasto era lo stesso James Marshall Nelson. Visse da solo nel Rockville, dopo essersi trasferito dalla sua stanza all’appartamento piccolo e sobrio del primario. Si curò da solo e annotò voluminosamente il progresso della sua autoanalisi; le sue note, curate dalla cugina Marie Nelson Abish, vennero pubblicate durante gli anni ’50 col titolo The Interior Pilgrim. Sembrano il prodotto di una mente mediocre, coercitivamente teorica e assolutamente impersonale; ma può essere che, sospinta da un rispetto umano particolarmente accentuato, la cugina avesse finito con l’eliminare dalle pagine il calore e la sofferenza dell’autore.

Comunque, Nelson fu per così dire vendicato. Per anni Rockville restò vuoto ma poi, non molto tempo dopo la pubblicazione di The Interior Pilgrim, venne acquistato da un gruppo di psichiatri il cui disagio con la scienza ufficiale (unito, immagino, a un sano senso degli affari) li spingeva a voler organizzare un proprio ospedale. Sebbene le campagne circostanti e le nascenti nuove zone residenziali non offrissero ancora una clientela indigena, Rockville divenne ben presto noto in tutto il Midwest come uno degli istituti per malattie mentali più umani e avanzati, un luogo dove i genitori potevano mandare il figliolo difficile non solo senza sentirsi in colpa ma anche attingendovi speranza. Era un luogo in cui guarire; lo staff, compresi gli infermieri e gli inservienti, trattava con partecipe simpatia il campionario umano che gli era affidato, secondo il motto non scritto dell’ospedale: ciò che oggi è considerato deviazione domani potrebbe essere riconosciuto espressione di pura genialità. Naturalmente coloro le cui cure si basavano su così delicati criteri non potevano non essere dei privilegiati. L’ospedale tentava di procurarsi i fondi per curare un occasionale paziente delle classi meno abbienti – processo questo che finiva con lo spremere non poco le coscienze, poiché quelli dello staff del Rockville erano onestamente convinti che mai un giovane in difficoltà avrebbe trovato altrove eguale assistenza e non era facile scegliere tra le centinaia di pazienti privi di mezzi che si candidavano per il ricovero. Ma i respinti? Era come condannarli a cure errate, persino all’abuso; era come chiudere loro in faccia le porte dell’arca di Noè.

Non fosse stato per il denaro di mio nonno non so proprio come avrei potuto andare al Rockville. Nemmeno mettendo insieme tutti i loro risparmi e i soldi messi da parte per aiutarmi all’università Rose e Arthur avrebbero potuto pagare i venticinquemila dollari l’anno che il Rockville costava. (Così almeno penso. Non ho mai saputo con certezza di quanti soldi disponessero. Di tutte le questioni volgari e poco dignitose che ero stato educato a non discutere, il denaro era la più proibita. Non mi rispondevano se chiedevo quanto costassero i miei giocattoli, le mie scarpe o anche la bistecca che avevo nel piatto. E se avessi domandato di dare un’occhiata al loro libretto di banca avrebbero certo reagito – per dirla in termini volgari ma precisi – come se chiedessi che non tirassero l’acqua del gabinetto per consentirmi di esaminare le loro feci). Però il padre di Arthur, Jack Axelrod, soldi ne aveva, e sebbene Arthur avesse rotto con lui aderendo negli anni universitari al Partito Comunista, Jack restava pur sempre mio nonno, anche se in maniera sporadica e distante – ed esprimeva la sua tenerezza con una sorta di rituale tribalismo ebraico: «Sei l’unico mio nipote. Gli altri figli miei hanno avuto femmine». Jack, che s’era ritirato dagli affari e viveva una solitaria anche se confortevole esistenza in una di quelle spiagge per pensionati della Florida, aveva appesi al muro i ritratti dei miei zii Harris, Seymour, di zia Hannah e lì dove avrebbe logicamente dovuto starci quello di Arthur c’era invece il mio.

Insofferente ma forse anche un tantino rispettoso degli inconsueti principi secondo i quali ero stato cresciuto, non sapeva mai cosa inviarmi per il mio compleanno o per la festa dell’Hannukkah, cosicché due volte l’anno mi mandava venticinque dollari – in banconote, come se gente del nostro stampo potesse non sapere come s’incassa un assegno. Mettevo quei soldi in uno speciale libretto di risparmio e un giorno, nel bel mezzo del mio sofferto tredicesimo anno, impulsivamente li ritirai per acquistare un biglietto aereo per la Florida e me ne andai di casa col costume da bagno sotto i jeans, senza dir nulla ai miei genitori. Jack mantenne me e il mio segreto per due giorni, presentandomi ai suoi amici del poker e strizzandomi l’occhio quasi a farmi capire che non erano quelle le persone che davvero gli piacevano; mi osservava nuotare nella sua piscina e a cena mi consentiva di bere mezzo bicchiere di birra importata. Gli dicevo del mio desiderio di rimanere sempre con lui, anche se non riuscivo a spiegargli perché. Non pensavo potesse capirmi. E se per caso m’avesse capito sarebbe stato come tradire i miei genitori. Non che fossero storie di abuso o di trascuratezza quelle che gli tacevo. La verità – o ciò che tale mi sembrava – stava nel fatto che m’erano venuti a noia i miei genitori e i loro teneri richiami al dovere, i loro sospiri, i loro attenti volti chiusi. M’era venuta a noia la facilità con cui si lasciavano imbrogliare, con cui riuscivo a rappacificarli mentendo, l’ostinazione che mettevano nel non dirmi mai la verità della loro vita. Erano persone la cui capitale menzogna consisteva nel ritenere che nulla fosse sbagliato, o strano, o inspiegabile o poco comune. Avrei potuto raccontar loro che ogni notte sognavo di volare in un disco volante e che poi ogni mattina mi svegliavo con un sassolino rosso nella mano, e mi avrebbero risposto: «Sta’ tranquillo, è normale alla tua età». Giudicavo assai più attraente la prospettiva di rimanermene con il nonno e coi ricordi che aveva dell’Europa e del suo rapace passato di commerciante intento a trasformare un dollaro in due, e due in venti; giudicavo esilaranti le storie che raccontava, come quella di quando licenziò un tagliatore perché lo guardava «strano» e un altro perché aveva brancicato le mammelle di un’impiegata; mi piaceva insomma l’idea di vivere con quell’uomo dal gran ventre morbido e dalle dita granitiche, lì sotto il sole mai stanco, con la fragrante schiuma della birra importata sulle mie labbra e nelle orecchie il pigro mormorio dell’Atlantico.

Dal Rockville scrissi spesso al nonno Jack, lettere ricolme di piccole e inutili notizie che cominciavano con «Caro Zadie» e finivano con «Il tuo affettuoso nipote». Le redigevo con un falso senso della strategia – conferiva spina dorsale alle mie noiose, grassocce giornate pensare che dipendesse da me fare in modo che Jack continuasse a elargirci il suo aiuto economico. Naturalmente era, il mio, un atteggiamento del tutto assurdo ma avevo bisogno di credere che la vita pretendesse da me furbe manovre e che avrei tratto un utile dallo star dietro alle minuzie. Come un paranoico solitario coi suoi cento rituali e cento intrighi, mi costruivo una batisfera di strategie nella quale vivere con un arduo scopo sotto il melenso e oppressivo mare della mia reale situazione. Ciò comprendeva non soltanto l’inutile inzuccheramento di Jack Axelrod, ma anche l’annusare il cibo, il rifiutare le aspirine o le vitamine sebbene non ci fosse alcun valido motivo per credere che i medici e gli altri dello staff volessero passarmi qualche tranquillante – droghe, isolamenti, terapie shock e le altre forme di sopruso medico erano virtualmente sconosciute al Rockville e se anche ci fossero state non ero certo io un plausibile candidato a riceverle, essendo uno dei membri più docili di quella «comunità terapeutica». Ma il rimanere vigile mi dava tono, mi faceva sentire un soldato, un prigioniero di guerra, e le amene lettere che inviavo a mio nonno facevano parte d’un mio vasto disegno diplomatico, inteso a ricercare una tregua non tra me e il resto del mondo bensì tra la parte di me che imparava a conformarsi alla vita in una clinica per malati di mente e quella che invece se ne vergognava a morte.

Mi domandavo se le lettere al nonno venissero aperte e poi lette dallo staff del Rockville, e se anche le brevi note, meticolosamente dattiloscritte, con le quali di tanto in tanto mi rispondeva venissero esaminate. Se avessi voluto inviargli un qualche messaggio di appassionata sedizione immagino che avrei potuto passarlo di nascosto ai miei genitori durante una delle loro visite bisettimanali, chiedendo che lo inoltrassero nella selvaggia, tonante libertà del Mondo Esterno. Non so cosa mai avrei potuto scrivere di pericoloso a mio nonno (ero consapevole di quanto la mia sincerità di paziente fosse in dubbio) anche se effettivamente mi pareva che le nostre due esistenze avessero qualcosa in comune: lui laggiù, nella salubre pianificata comunità a condividere con gli estranei le sue passeggiate, io che imparavo a suonare la chitarra e cantavo Michael Row the Boat Ashorecon compagni quali mai avrei conosciuto o degnato di un’occhiata in qualsiasi altra circostanza. Ma Rose e Arthur sarebbero stati complici assai improbabili qualora avessi tramato per un più ampio e rischioso contatto con Jack; guardavano con titubanza al mio rapporto con lui e il fine settimana che venne in aereo a trovarmi loro rimasero a casa.

Naturalmente le lettere che poi davvero anelavo spedire non osavo neppure imbustarle: erano le lettere a Jade. Anche se avessi saputo dove mandarle non avrei rischiato che altri le leggessero – quelle pagine e pagine e pagine di frenetica calligrafia erano il cuore stesso della mia vita segreta a Rockville e non ne accennai mai consapevolmente, nemmeno al dottor Clark, lo psichiatra incaricato del mio caso che mi stava sinceramente simpatico. Parlavo con lui cinque ore la settimana. Pregavo. In cuor mio, pregavo affinché Jade sapesse che quelle lettere gliele scrivevo. Credevo, giacché non potevo farne a meno, in ogni genere di miracoli della mente, per esempio in una minuziosa telepatia o nella capacità dei miei pensieri elettrici di farle avere un qualche vivido, innegabile segno – una costellazione a forma di cuore, un vento parlante, un bruco che la trovasse sola in qualche campo pieno d’erba alta e che le si arrampicasse lungo il braccio fermandosi al gomito, e lì voltasse i neri occhietti sporgenti per impiantarle nell’anima non solo la realtà dei miei incessanti, ossessivi pensieri ma anche il loro contenuto. Forse, se qualcuno m’avesse detto che il mio soggiorno al Rockville sarebbe durato due o cinque o anche dieci anni mi sarei scovato nell’intimo l’astuzia e il coraggio di farle giungere un mio cenno. Ma nel momento stesso in cui m’ero installato nella mia camera riponendo calzini e magliette nel cassettone di legno di pino che emanava un dolce aroma butterfieldiano, avevo cominciato ad anticipare il mio rilascio come se dovesse avvenire di lì a pochi mesi – anzi, da un giorno all’altro, in qualsiasi momento.

Non volevo far nulla che potesse destare sospetti. Come Rose, ero convinto di meritarmi più il carcere che il manicomio ed ero quindi grato d’essere finito in quest’ultimo. Il mio psichiatra accennò a come la paura dello stupro anale sia l’orrore più vivido che la gente prova pensando al carcere – più terribile della separazione dai propri cari, della perdita di tempo, del collasso della carriera e via dicendo. Non so bene a cosa il dottor Clark stesse puntando, se cioè lo considerasse un retaggio del nostro passato di babbuini o se volesse invece suggerire che la fobia altro non era se non la maschera d’un desiderio latente. Fatto sta che rabbrividivo al pensiero di venir dato in pasto a un branco di feroci carcerati. C’è qualcosa di così talmente crudele nel fottere qualcuno in culo. Certo, l’orifizio esiste ed è anche comodo, suppongo. Ma è un approfittarsi del corpo. Come far le smorfie a un cieco. So bene che si è sospetti qualsiasi cosa si dica sull’argomento. Se si afferma che metterlo in culo piace, si è un po’ strani, ma se ci si preoccupa di dire che il solo pensarci fa orrore, strani lo si è ancor di più. M’ero ritrovato a pensarci durante l’attesa della sentenza, quando ancora non ero certo se la tesi della temporanea pazzia sarebbe passata o se sarei invece stato internato al Joliet. Non mi sono mai trovato né dall’una né dall’altra parte d’uno scambio sessuale violento – anche la vecchia impresa liceale di ubriacare una ragazza per brancicarle la figa m’era sempre parsa stupida e ingiusta (anche se poi mi rendevo conto che parecchie delle ragazze ubriache non chiedevano di meglio).

Una volta che Jade e io stavamo facendo l’amore in camera sua, all’incirca nel periodo in cui acquistammo il letto a due piazze, e lo stavamo facendo da così tanto tempo che lei era bagnata come un fiume e non le riusciva quasi più di sentirmi e io quasi più non sentivo lei, e ciò nonostante avevamo motivi in fondo poco fisici per continuare a farlo, lei si voltò a pancia sotto sollevandosi poi sulle ginocchia. Pensai che volesse essere penetrata da dietro, lì dove la curva della vagina dà quell’illusione di novità e tenuta che tante volte avevamo sperimentato. Aveva il dorso madido di sudore e anche le lenzuola ne erano intrise. Io stesso ansimavo sudando e mi sentivo come scorticato, però non volevo smettere, nemmeno lei lo voleva. Lo sfregamento e il bisogno che ne sentivamo non avevano più nulla da spartire col piacere. Era assai più un tentativo di cancellare i nostri corpi esplodendone fuori sotto forma di pura materia. Nella sua cameretta aleggiava la luce soffice del pomeriggio e quando lei allargò le gambe offrendomi il sedere rimasi a fissare la parte anteriore della sua vagina coi madidi peli scuri che spuntavano arricciati. Non saprò mai capire esattamente cosa mi provocava la vista del suo corpo, voglio dire che ancor oggi mi chiedo perché avesse l’effetto che aveva; e d’altra parte era così immancabilmente potente che pensavo (e lo penserò sempre) d’essere nato proprio per poterlo guardare, per guardarle il viso, la gola, il seno, i genitali e sentire un calore e un sollievo che nessun termine del mio vocabolario potrebbe anche solo tentare di descrivere. È probabile che dopo tutto quel bagnatissimo fottere io fossi solo per tre quarti duro ma la vista del suo didietro mi riportò alla totale erezione e subito cominciai a muovermi in lei. Jade mi fermò e disse qualcosa che mi sorprese non poco, qualcosa come mettilo nell’altro, parole del genere e quindi imprecise che però capii immediatamente. Non volevo rifiutarmi ma diventai di colpo nervoso. Non l’avevamo mai fatto prima, e non volevo lasciarla sola in quella sua disponibilità a procedere verso qualcosa di nuovo. Così, le urtai maldestramente il culo con l’uccello che pareva andar tentoni nella sua rosea cecità. Come la prima volta che ci amammo fu Jade che dovette guidarmi dentro, solo che ora mi stava portando in un sentiero che il mio cuore e la mia mente rifiutavano di percorrere. Mi ritrassi. Non posso, dissi. Ti farà male, non può non farti male. Credi proprio?, disse lei. La gente lo fa continuamente, non solo le checche. Aveva letto un libro sugli indi Mochichi – mi pare del Perù. Pare fossero inculatori proverbiali tant’è vero che non solo i conquistador spagnoli ma anche gli Inca li punivano fino alla morte pur di indurli a chiavare più produttivamente, ma i Mochichi si attennero decisi alle loro preferenze (non ricordo se m’impartì questa lezione d’antropologia lì a letto o in seguito). Jade mi ritirò a sé e si premette l’uccello contro l’apertura del culo. Con la mano che aveva libera attanagliò il cuscino ed espirò con una sorta di yogica completezza come per aprirsi ancor più, però non servì, il suo ano era criptico quanto un ombelico. Ne percepivo lo stupefatto rifiuto. Hai visto?, le dissi. Ma Jade, tutta intrappolata nella logica della sua proposta, si ficcò un dito nella vagina bagnandolo e se lo mosse circolarmente attorno al buco del culo. Prova adesso, m’invitò. Oppure, perché non mi entri come al solito così ti bagni anche tu? Le risorse che aveva! Percepii avvisaglie di terrore sessuale. Perché era così decisa? Qual era la causa di quell’improvvisa ostinata voglia d’una sensazione nuova? Aveva nostalgia d’irripetibili pressioni? Oppure in qualche anfratto del nostro amore c’erano un’irreparabilità e un’onta che voleva esorcizzare? Non voglio farlo, dissi nell’attimo stesso in cui la testa del mio uccello premeva sul centro rugoso, trasformandosi da lilla a violetto. Si apriva a me lievemente. Probabile che mi addossassi a lei senza rendermene del tutto conto. L’apertura fremeva come un cucciolo, come un cuoricino spaventato e le vidi, ma appena appena, le pareti interne, un lampo di rosso traslucido spettacoloso. Perché no?, domandò lei con la voce soffocata. Stava sostenendosi tutto il corpo con la fronte. Non so, non è giornata, qualcosa del genere. Ero diffidente al punto da essere cauto. All’improvviso si voltò supina. Una scarna piuma grigia del cuscino le si era incollata tra i piccoli seni e lei la prese per il gambo facendosela girare tra le dita. Pensavo che ti sarebbe piaciuto, disse. No, non credo proprio, dissi io. Lo stomaco mi pulsava come un altro cuore. Mi allungai accanto a lei con la gamba sulle sue cosce. Non sono pronto per quello, dissi. Penso sia sbagliato farlo. Che ti farebbe male. Che non sarebbe giusto. Invece lo sarebbe, disse Jade. Perché siamo tu e io e ci vogliamo bene. Avrei voluto farlo perché era la prima volta per tutt’e due. Sarebbe stata una cosa nostra. Restammo per un po’ in silenzio. Sentivamo i soliti rumori della casa. Sammy e il suo gruppo di sotto giocavano a poker strillando ad ogni carta (mi vengono i brividi a pensare cosa avrebbero finito col farsi se avessero puntato denaro vero). Keith stava al secondo piano ad ascoltare Joan Baez col volume talmente alto che sembrava di sentir cantare un ubriaco di mezza età. «Non farmi serenate / Sveglierai mia mamma». I versi della canzone si avvolgevano attorno al nostro silenzio un tantino imbarazzato e poi mi misi a ridere e anche Jade. Solo molto tempo dopo, anche dopo Rockville, quanta ironia nascondevano quelle parole; fu quando Ann mi confessò la sua ossessione verso Jade e me, e come adoperava il calore che generavamo per accendere le sue elusive passioni.

Il dottor Clark mi consigliò di non farlo ma io appesi lo stesso un calendario alla parete della mia stanza segnando con una X ciascun giorno che passava – un minuto dopo la mezzanotte, se mi succedeva d’essere sveglio. Mi muovevo attraverso il tempo con un’ineliminabile paura. Passava troppo repentinamente, separandomi dalla mia vita; quasi nemmeno si muoveva, trattenendomi lontano dal momento del rilascio. Cosicché ogni giorno era insieme una vittoria e un’umiliazione. Comunque, una parte di me rifiutava completamente di vivere nel tempo; qualcosa mi rimaneva distaccato dagli irrequieti tu per tu coi giorni che trascorrevano: era una parte di me che reputavo la migliore e più segreta e che mai avrei coinvolto nella guerra contro il tempo che mi accingevo a perdere, così come nessuna nazione equilibrata invia i suoi migliori strateghi e i suoi poeti più lirici nel fitto della battaglia. Durante tutta la mia permanenza al Rockville, una metà di me se ne rimase rintanata nel bunker dell’eternità.

Proprio quel riporre metà del mio cuore nell’eternità contribuì alla mia sconfitta lì al Rockville. Non mi consentì infatti di farmi degli amici e mi costrinse quindi a un isolamento eccessivo, a una solitudine che andò oltre i miei stessi intendimenti – una solitudine quasi sempre opprimente. In una comunità abitata quasi soltanto da persone intuitive, la mia decisione di distogliere una parte di me stesso dalla situazione che tutti condividevamo non passò inosservata – suscitò anzi nei miei confronti scontrosità, attacchi, indifferenza e quel che è molto, molto peggio corteggiamenti, richiami, seduzioni, sfide, imbrogli. Ascoltandomi persino il mio analista rimaneva lì a guardarmi a braccia conserte, scuotendo la testa e più sovente di quanto mi piacerebbe ricordare rispondeva con un semplice «Già, già» alle nitide, attente descrizioni dei miei sentimenti. «Qual è il tuo colore preferito?» mi domandò una volta. «L’azzurro» risposi, pensando a Jade, alla sua camicia di Oxford, al colore dell’inchiostro dell’ultimo messaggio che mi aveva inviato. Il dottor Clark si sporse in avanti portando il suo volto minuto ancor più vicino al mio – una vena larga quanto il dito di un neonato gli pulsava nell’alta fronte color avorio, quasi che il cuore e il cervello gli si fossero uniti come gemelli siamesi. «L’azzurro?» chiese, e io annuii evitando il suo sguardo. «Non ti credo» disse. Batté insieme le ginocchia e si alzò. Ora teneva le mani sulle mie spalle e io mi ritrassi. «Non credo che il tuo colore preferito sia l’azzurro. Nemmeno per i colori riesci a distinguere la verità. Ma sai dirla la verità, David?».

Certo sapevo dirla. Ma la verità era che non ci riuscivo. Non ero in quel luogo alla stessa maniera degli altri. Non ero una vittima di sostanze psichedeliche o un inveterato mangione o qualcuno che è convinto che di notte il prato pianga quando lui ci cammina sopra. Nonostante tutto l’incoraggiamento che mi veniva dato affinché spaziassi liberamente tra i miei sentimenti e tornassi integro esprimendo ogni cosa che avevo dentro, restava il fatto che non m’avevano internato al Rockville perché scoprissi la mia vera personalità. Ero lì per disposizione di un tribunale; ed ero lì per cambiare. Ero anche disposto a farlo. Però sapevo che c’erano cose che non potevo dire, se volevo che Clark mi dichiarasse in grado di tornarmene a casa. Non potevo dire che scrivevo lettere segrete a Jade. Non potevo dire che per me «guarigione» significava unicamente la possibilità di rivedere Jade, di ritrovare Ann, Hugh, Sammy, Keith – ma soprattutto Jade: ritrovarla, averla di nuovo tra le braccia e far sì che capisse, come io capivo, che nulla era cambiato. Ero disposto a parlare di qualsiasi altra cosa, ma nemmeno una volta confessai che la parte di me che ero stato condannato a trasformare era più che mai viva e irragionevole.

La fede che riponevo nell’amore di Jade come in una verità più alta e intoccabile mi protesse dalla disperazione che invece mordeva i cuori di un gran numero di pazienti; ma fece anche sì che dopo un anno intero al Rockville c’ero più che mai, né si delineavano prospettive immediate d’un rilascio. Ted Bowen (il quale prestava la sua opera gratuitamente, rifiutando il denaro che i miei genitori tentavano di fargli accettare e dimenticando regolarmente di versare gli assegni che gli spedivano presso il suo studio di Oak Street) presentò una serie di ricorsi al giudice Rogers chiedendo una trasformazione della mia cosiddetta libertà vigilata, ma fu sempre chiaro (sebbene Rose e Arthur tentassero di nascondermelo) che il mio rilascio dal Rockville non veniva preso in seria considerazione.

Alcuni giorni dopo il primo anniversario del mio ricovero, Rose e Arthur comparvero per la loro visita del sabato. Si era a metà settembre. Nel cielo affioravano le prime pennellate di ardesia e, sebbene il tenero prato del Rockville fosse ancora verde, la sua essenza migliore era ormai scomparsa. Mi portavo ancora dietro una studentesca sensibilità per le stagioni – il primo giorno freddo mi faceva regolarmente riandare con la mente alla candida promessa dei quaderni nuovi, ai buoni propositi, ai nuovi insegnanti, al ritrovarsi con gli amici – e il panico e la disperazione che provavo per la mancata libertà incidevano ancor più a fondo perché era settembre. Cambiava il mondo, ma non io.

Arrivando al Rockville Rose e Arthur apparivano sempre a disagio e un po’ patetici. Ovviamente non credevano nelle cure psichiatriche. Secondo loro sarebbe stato più opportuno mandare gli adolescenti nevrotici in qualche riserva dello stato a fare un po’ di lavoro ecologico, o magari per un annetto in qualche catena di montaggio. Eppoi il costoso Rockville con l’inevitabile clientela di privilegiati pareva ideato apposta per stimolare il disprezzo dei miei genitori. Provavano anche l’egotistica, tenera insicurezza di chi ha un figlio in cura da uno psichiatra: erano certi ch’io dicessi cose tremende sul loro conto. Temevano ch’io riferissi dei loro lunghi anni nel Partito (cosa che effettivamente feci) e che li descrivessi come crudeli, sbadati (cosa che non feci). Percorrevano i corridoi del Rockville con passi inusitatamente lievi, circospetti quanto i miei al tempo in cui rincasavo alle sei del mattino dopo aver trascorso la notte da Jade. Vestivano di scuro e se nelle vicinanze c’era qualcuno sussurravano appena. Il dottor Clark badava a evitarli, il che se da un lato li scuoteva dall’altro li confortava. Avevano letto un libro scritto da lui, Adolescenza e angoscia, e ne erano rimasti turbati. Un libro colloquioso, tutto aforismi, che aveva avuto un certo successo. Al Rockville non ne esistevano copie ma in seguito potei leggerlo senza riconoscerci minimamente l’uomo severo e scettico che m’aveva avuto in cura – era scritto in tono vagamente anarchico, suggeriva per esempio ai genitori di delegare ai figli la gestione familiare un giorno la settimana. («Scrive libri?» domandai durante una delle loro visite. «Be’, allora non lo fa certo per i soldi. Qui guadagna una fortuna». Era esattamente il tipo di commento meschino di cui avevano bisogno i miei e Rose mi strinse il braccio dicendo: «Così si dice»).

Quel giorno di metà settembre, comunque, mi sembrarono più a disagio del solito. Pensai dapprima che stessero condividendo la mia disperazione per quell’anno appena trascorso, ma le loro voci soffocate, i gesti forzati, gli sguardi freddi e come colpevoli mi fecero sospettare che la loro infelicità affondasse le radici in qualcosa di più concreto della disperazione. Avevano un aspetto assolutamente distrutto. Ed ecco che in un istante gelato e non emotivo arguii che la loro infelicità non aveva nulla a che fare con me, riguardava loro due, la morte dei sentimenti che li avevano tenuti uniti. Una volta Rose era venuta a trovarmi da sola e aveva accennato a come non fosse poi del tutto vera la storia dell’influenza capitata a mio padre; e quando toccò a Arthur comparire senza Rose mi disse molto esplicitamente che in sua assenza lui e io avremmo forse potuto parlare in modo più libero e pregnante (non fu così; mi portò in città, mi offrì da mangiare; poi, in una strada secondaria e deserta che aveva «scoperto» mi lasciò guidare – tentai di spaventarlo scattando a tutta velocità verso il tramonto ma lui si lasciò andare contro lo schienale sorridendo: e mi sembrò strano). L’amore affina la coscienza con cui percepiamo il mondo, ma l’ira ce ne dà una percezione distaccata e precisa, seppur diversa. Sedetti dunque nella sedia di stile marinaro che si accompagnava allo scrittoio della mia cameretta e osservai Rose e Arthur seduti sull’orlo del letto. Arthur giocherellava con le nappe del copriletto e Rose cercava qualcosa nella borsetta; capii quanto la mia assenza li avesse privati dell’ultima scusa per restare insieme.

«Avrei un’idea» stava dicendo Arthur. «Perché non andiamo a visitare quella vecchia fattoria che abbiamo visto venendo?». Guardava Rose ma poi si rivolse a me. «L’hanno conservata bene, non è cambiato nulla dal milleottocentoventi e qualcosa. I mobili, tutto è originale. Potrebbe essere interessante».

«Sì, potrebbe essere divertente» disse Rose aggrottando la fronte come per metterci sull’avviso: anche se la vecchia fattoria si fosse dimostrata divertente, a lei l’umore non sarebbe cambiato.

«Perché uscire?» chiesi. «È sempre una menata. Impiegate mezza giornata ad arrivare fin qui e poi subito bisogna risalire in auto e andare da qualche altra parte».

«Non è necessario andarci» disse Arthur. «La giornata è bellissima, si potrebbe camminare qui intorno».

«Pensavo che ti piacesse uscirtene un po’ a vedere il mondo» disse Rose.

«Non m’importa molto. C’è qui un ragazzo che a casa ha un ottimo telescopio e la prossima settimana i suoi glielo portano. La sera la visibilità è perfetta e d’altra parte non è il tempo che mi manca, specie di notte. Le notti sono tranquille e lunghe, ceniamo alle cinque e mezzo così il tempo cresce. Neanche immaginate quanto ce ne sia».

«Non sopporto quando parli così» disse Rose.

«Così come?».

Scosse la testa.

«Così come?» ripetei.

«Non sei l’unico a essere turbato da questa situazione».

«Smettetela» disse Arthur. Di colpo la sua tattica psicologica si fece più goffa e trasparente che mai: come adorava porsi tra Rose e me, quasi che fosse solo merito suo se ci trattenevamo dall’ucciderci. Certo, infinite volte aveva sviato i nostri litigi, però non era mai riuscito a ravvicinarci e la distanza che ci consentiva di mantenere era importante quanto le tregue che otteneva. «Penso convenga prendere una boccata d’aria. Tra poco, l’inverno...». Strinse le labbra e deglutì: non era stata sua intenzione accennare con quelle parole alla nuova lunga stagione che mi si stava parando davanti.

«Figuriamoci se è possibile starcene qui tranquillamente seduti» dissi io. «A parlare e basta. È questo soprattutto che mi stupiva dei...». Feci una pausa, lasciando che i miei anticipassero il tabù che stava per venire infranto. «... dei Butterfield. Una famiglia nella quale era possibile parlare sul serio».

«Questa sì che è nuova» disse Rose.

«No che non è nuova. Tu ricordi quel che vuoi e io quel che è vero» replicai. «Dopo tutto, ne ho avute di occasioni per parlare del passato e per ricordarmelo. Con l’aiuto di professionisti, giusto? La verità è che i Butterfield erano genuinamente interessati l’uno all’altro e non c’era niente di cui non si potesse parlare. A nessuno veniva chiesto di non accennare a certe cose e se per caso capitava di dire qualcosa di non proprio carino nessuno ti diceva “Non è carino quel che hai detto”. Perdevamo sempre la nozione del tempo, parlavo io o magari Ann o uno dei ragazzi... o chiunque. Tutti parlavano e tutti ascoltavano e c’erano idee e pensieri e sentimenti che non trovavamo da nessun’altra parte perché non esisteva nessun’altra parte dove ci fosse gente altrettanto disposta a parlare o ad ascoltare».

«Già, verso di te erano proprio ben disposti» disse Rose.

«Non c’è bisogno di litigarci su» disse Arthur.

«Un branco di idioti innamorati dei propri sentimenti, ecco cos’erano» disse Rose arrossendo. «Per te non avrebbero dato due centesimi».

«Quando consentirono ch’io stessi con loro mi sembrò d’avere salva la vita» dissi.

«Può essere che tu avessi quest’impressione, ma era sbagliata». Esitò, quindi soggiunse: «Come avrai certo riscontrato».

«Okay» fece Arthur. «Finiamola».

«Meglio starmene qui che diventare quel che sarei diventato se...».

Rose annuì. «Se?».

«Se non li avessi mai incontrati. Se fossi diventato quello che tu volevi che diventassi».

«Stiamo mettendo su proprio un bello spettacolo» disse Arthur.

Abbassai violentemente le mani sulla scrivania. Alzandomi rovesciai la sedia. L’afferrai e per un istante ebbi voglia di scagliarla – contro i miei, contro la finestra, contro il muro. Loro erano rimasti muti, guardandomi con quel miscuglio di imbarazzo, di disgusto e d’invidia che si prova davanti a chi cede ai suoi sentimenti peggiori e meno ragionevoli. Lasciai cadere la sedia e mi avvicinai. Non avevo intenzioni violente, anche se un mezzo istinto a prenderli per le spalle e scuoterli affiorava.

«David» disse mio padre con marcata neutralità.

Rose piantò i minuscoli piedi contro il pavimento e si piegò all’indietro, come un ubriaco che cerchi di restarsene dritto sbagliando però inclinazione.

«Non vi ho mai chiesto nulla» dissi.

«David» ripeté Arthur lasciando che il tono della sua voce tornasse al consueto calore.

«È più di un anno che sono qua dentro e non avete fatto niente per aiutarmi».

Mi voltai repentinamente tornandomene alla scrivania. Misi a posto la sedia.

«Penso ci convenga andare finché il giorno è bello» disse Rose.

«Bene. Andatevene. Preferisco anch’io che ve ne andiate» dissi io.

«Adesso esageri» disse Rose.

«Non vogliamo affatto andarcene» disse Arthur.

«Allora è meglio che visitiate qualcun altro. Così non avrete fatto il viaggio inutilmente».

Rose e Arthur si scambiarono un’occhiata e per un istante pensai che stessero per discutere lì davanti a me. Non l’avevano mai fatto prima, ovviamente. Gestivano la nostra piccola famiglia secondo i principi del centralismo, nascondendomi le loro incertezze – comandanti d’un vascello pericolante che tentano d’evitare il panico dei passeggeri offrendo tartine e rassicurazioni di prammatica.

«Be’» fece Rose, con quello che avrebbe voluto essere un sospiro di accettazione, «hai finito di volerci fare a pezzi? Dicevo prima che non sei l’unico a risentire di questa situazione».

«Non me ne importa niente» replicai. «Nel modo più assoluto».

«Ciò che tua madre intende dire è che tutta questa faccenda pesa su di noi non meno che su di te». Arthur scosse la testa e abbassò lo sguardo: non era esattamente ciò che voleva dire.

«Fate qualcosa per me» dissi.

«Stiamo passando un momento molto triste» spiegò Rose.

«Ma fate qualcosa per me» ripetei.

«Non c’è motivo per discutere ora le nostre questioni private» disse Rose. «E mi rifiuto di starmene qui ad ascoltarti se continui a far finta d’essere l’unica persona al mondo con dei problemi».

«Lo sa benissimo che non è così» disse Arthur.

«Fate qualcosa per me» dissi di nuovo. Ebbi la tentazione di sedermi sul pavimento e di cantilenarle, quelle parole, proprio come uno degli inservienti m’aveva insegnato a cantilenare Coca-Cola finché i miei pensieri non scomparivano e la mia mente continuava a esistere sotto forma d’un mugolio atono. «Fate qualcosa per me».

«Lo desideriamo molto» disse Arthur. «Non puoi non saperlo».

«Voglio un altro avvocato» dissi. «Chi è che si occupa del mio caso? Di tirarmi fuori?».

«È nelle mani del giudice» disse Arthur. «Non c’è molto che si possa fare».

«Chi è che se ne occupa?».

«Ted» disse Rose. «Lo sai benissimo».

«Bowen?» chiesi. «Bowen è una testa di cazzo totale, capace solo di farsi le seghe. Da una vita perde processi – e secondo voi sarebbe l’avvocato che mi merito? Un avvocato comunista con un prestigio professionale paragonabile a quello d’un cane randagio?».

«Non hai alcun diritto di parlare così di Ted» disse Rose. «È un uomo che ti si è sempre dimostrato leale. Sarebbe tempo che ti rendessi conto di chi sono i tuoi veri amici».

«Lo so» dissi. «Ted Bowen m’ha visto crescere. Be’, non me ne frega niente. Non voglio più avere a che fare con lui. Ho o non ho il diritto di licenziarlo? Sono diciottenne. Se gli siete troppo amici per dirgli che ha chiuso, glielo dirò io».

«Stai commettendo uno sbaglio» disse Arthur. «Ted è un legale abilissimo».

«Ovvio che tu lo dica» replicai.

«Non sono affatto obbligato a dire cose di cui non sia convinto».

«E invece sì. Sei obbligato a dire che Ted è bravo perché è lo stesso tipo di avvocato che sei tu».

Li fissai entrambi aspettando che replicassero. Ma rimasero muti. Non sospirarono, né fecero spallucce, non mossero nemmeno un dito. Tenevano lo sguardo fisso su un punto a un metro circa dal mio viso, simili a persone contro le quali si urla in un sogno.

Alla fine Rose disse: «Che cattiveria».

«È per i soldi?» domandai.

«Sai bene che non è per questo» rispose Arthur.

«Perché se è questione di soldi, posso procurarli. A me il nonno li darebbe. Gli costerebbe meno un buon avvocato che non la retta qua dentro. Voglio il migliore. Qualcuno che sia furbo e anche duro, che finalmente abbia del prestigio, che non venga calpestato e deriso da tutti. Qualcuno capace d’infilarsi nelle maniche della gente, di fare pressioni, di stringere accordi. E queste cose non può farle Ted».

«Ha ottimi precedenti» disse Arthur.

«Però per me non sta facendo nulla».

«Credi di poter ottenere da un estraneo la stessa dedizione di Ted?» domandò Rose. «Lottava per i diritti altrui prima ancora che tu nascessi».

«Non m’interessa niente di tutto questo» dissi battendomi una mano sulla camicia in un piccolo gesto innocente ed esasperato. Una monetina di sudore mi si era formata nell’incavo del torace, intrappolata dai battiti del mio cuore e dal mio ventre. «Voglio un altro avvocato. Me lo troverei da solo, se potessi. Se farete questo per me... Insomma, dovete farlo. Dite a Bowen che ha chiuso. È fuori. La prossima volta che qualcuno patrocinerà il mio caso dovrà essere un avvocato del tutto diverso – non una mezza calzetta con le macchie di minestra sulla cravatta. Voglio il meglio che c’è sulla piazza. Voglio uscirmene di qua. Non è giusta questa situazione. Quindi, trovatemi un altro avvocato anche se dovesse trattarsi di qualcuno che detestate».


3

Finirono col trovarmelo un nuovo avvocato, proprio il tipo che detestavano con tutto il cuore; un avvocato con lo studio nel Wrigley Building e un ritratto del sindaco Daley appeso alla parete, e ciò nonostante dovettero trascorrere praticamente altri due anni prima che la corte autorizzasse il mio ritorno a casa.


4

Mi portarono a casa in un giorno di metà agosto reso assurdo da un tempo melodrammatico. Sedevo dietro, nella loro automobile, con la valigetta marrone sulle ginocchia, simile a un soldato su una tradotta troppo gremita. Ero stato avvertito dall’unico amico che m’ero fatto al Rockville, un ragazzo di nome Warren Hawkes, che per ben tre volte era entrato e uscito da posti come quello, che il modo migliore per compiere il viaggio di ritorno era di restare il più possibile inerte, cosicché mi tenevo stretta la mente come tra due mani craniali. Guidava Arthur e ogni volta che gli capitava di sbirciarmi nel retrovisore toglieva il piede dall’acceleratore e la Ford rallentava. Rose disse due cose che ricordo: «È l’ultima volta che facciamo questo viaggio» e «Non so se hai sentito dei rigurgiti antisemiti che ci sono stati ultimamente». Percorrevamo una stradina secondaria, una sorta di scorciatoia per Chicago che avevano scoperto di recente; campi pressoché maturi di granturco si assembravano ai lati della strada come spettatori in attesa di una sfilata. Su in alto il temporale borbottava e prima a ovest, poi a nord si accesero le platinate ramificazioni dei fulmini – dapprima silenziosamente e poi con gran stridio elettrico. I campi di grano allora s’accendevano, l’aria si faceva a mano a mano greve, oppressiva, quasi viola e a una mezz’ora da Rockville cominciò a piovere talmente forte che il parabrezza pareva spruzzarsi di vernice argentea.

Il maltempo dava risalto al mio silenzio immalinconendo Rose e Arthur in un giorno che consideravano speciale. Capivo di deluderli e in verità non avrei voluto. Non osavo però compiere un gesto anche solo civile, convinto com’ero che se mi fossi consentito una qualsiasi apertura avrei fatto qualcosa di vergognoso per me e di terrificante per loro. Avrei potuto gridare, o piangere, o rannicchiarmi lì sul sedile posteriore e dire con un filo di voce: «Ho paura». Molto meglio, molto più sicuro rimanermene in tutta l’immobilità che i miei sensi consentivano, e ben presto anche Arthur e Rose si spersero nella nebbia di silenzio che avevo fabbricato. Così continuammo ad andare avanti e avanti, rallentati dalla pioggia, spaventati ogni volta che poco lontano un fulmine si spezzava con un tale scoppio che pareva che fossero le nostre ossa a frantumarsi. Attraverso i paesi, oltre chiese e supermercati, oltre i rapidi agglomerati delle villette stile ranch, sempre il temporale e la sua folle melodrammaticità ci inseguivano. A un certo punto mi assopii, destandomi poi con un soprassalto a cui si accompagnò il lungo rotolare del tuono. La valigetta mi cadde dalle ginocchia rimbalzando sul fondo della macchina. Mi guardai i pantaloni: la valigia aveva lasciato un perfetto parallelogramma di sudore. «Ti sei svegliato» disse Arthur guardandomi dal retrovisore. L’auto rallentò. C’era uno sferragliare intenso sotto di noi e vidi che stavamo attraversando un ponte metallico. Passavamo sul Chicago River, ormai morto ma stranamente bello con quel suo fluire come di cera fusa.

Arrivammo a casa, nella penombra dell’appartamento dei miei sull’Ellis Avenue, una via che molti non considerano più sicura. Di tanto in tanto Rose e Arthur accennavano a un possibile trasloco ma finivano sempre col considerare reazionaria l’idea di abbandonare un quartiere solo perché stava impoverendosi. Abitavano quelle stanze dal giorno in cui si erano sposati. Il palazzo era di pietra massiccia, bianco come una lapide. A un isolato di distanza c’era un laboratorio dove era stato effettuato un certo lavoro sulla bomba atomica; di fronte c’era una delle biblioteche dell’università. Eravamo sul confine occidentale del quartiere universitario e tutt’intorno, dove prima erano sorte case, c’erano aree deserte nonché le malinconiche testimonianze di famiglie costrette a una vita grama. I professori e le loro famiglie se n’erano andati dal nostro palazzo, e quando l’automobile ci si fermò davanti (dopo un largo giro calcolato per tenerci il più possibile lontano dalla via dove avevano abitato i Butterfield) notai che i nuovi inquilini dell’appartamento al primo piano, chiunque fossero, avevano oscurato le finestre con una carta gialla e che il pesante vetro ovale del portone aveva una lunga crepa, quasi fosse stato colpito da un sasso o da una pallottola.

Salii le scale dietro i miei genitori, con in mano la valigia. Al secondo piano qualcuno stava cucinando qualcosa col curry e mentre stavamo per arrivare al terzo udii When a Man Loves a Woman cantata da Percy Sledge. Arthur era davanti e si teneva alla ringhiera di legno scuro con una mano mentre con l’altra faceva andare su e giù il mazzo delle chiavi. Rose sembrava procedere con inusitata cautela; a ogni gradino alzava più del solito i piedi e mentre io rallentavo cercando di calmarmi notai una fogliolina bagnata appiccicata alla suola d’una delle sue scarpe. I muri delle scale e dei pianerottoli erano verniciati d’un giallo crème caramel e le nostre ombre si piegavano e si gonfiavano man mano che salivamo verso il quarto piano. Cercai di rallegrarmi dicendomi «Sono a casa, sono a casa», ma la mia voce interiore mi risuonò scettica, timida e non migliorò certo le cose.

Se i miei genitori davano ogni tanto segni d’essere mutati, d’essersi spazientiti del loro lungo e imbarazzante rapporto, lo stesso non poteva dirsi dell’appartamento. Appena entrammo i battiti del mio polso calarono di metà. Il sovraccarico sensoriale del lungo viaggio era ormai alle mie spalle e smisi di colpo ogni curiosità. Mi bastò un istante per sapere che nulla era cambiato in quelle stanze. Gli odori erano gli stessi – la cera del pavimento, vecchi libri, caffè, il borotalco di Rose – e i condizionatori ronzavano col tono di sempre. Alle pareti gli stessi quadri: una stampa di Utrillo, un Guernica, e cinque ritratti di mani di lavoratori eseguiti da un litografo locale, certo Irving Segal – mani coi badili, mani ai torni, mani che stringevano funi annodate. Persino i soprammobili erano sempre ben saldi al loro posto: la scheggia di quarzo sullo scaffale dei libri accanto a Scottsboro boy, il piccolo rospo messicano di calcare accanto alle Letters of Lincoln Steffens. Il tavolino in ciliegio era sempre a settanta centimetri dal sofà marrone e sulla tavola, come sempre, c’era il vaso di ceramica azzurra.

Lasciai la valigia sul tappeto verde pallido e sedetti sul sofà. «Be’» dissi, «vedo che il vecchio gatto c’è sempre». Parole d’un vecchio scherzo di famiglia, quelle che dice il ragazzino il quale, scappato di casa, torna prima che gli altri si siano resi conto della sua bravata.

«Vuoi vedere la tua stanza?» chiese Rose. Durante la mia permanenza al Rockville si era autonominata guardiana della mia camera. Ogni tanto, per salutarmi diceva: «La tua stanza ti aspetta, David». Quando avevano deciso la riverniciatura dei muri di casa, Rose si accertò che l’azzurrino scelto fosse in tutto e per tutto identico a quello di prima. E quando poi gli imbianchini se ne andarono lei volle scattare istantanee a colori di tutto l’appartamento e tre della mia stanza, che mi spedì al Rockville. Sebbene a quelle foto non avessi mai accennato – quel suo gesto l’avevo giudicato inconsueto, troppo esplicito – esse avevano resistito all’incessante logorio delle mie cose e stavano adesso lì ai miei piedi, nella valigetta.

«Tanto vale» le risposi.

È tutto uguale. Come il ricordo d’un sogno ricorrente. Come se l’aria stessa che avevo lasciato riempisse ancora la stanzetta quadrata, come se fosse rimasta in attesa d’essere di nuovo respirata da me. Non era stata conservata, la mia camera – era stata imbalsamata. Il letto aveva tuttora il copriletto di velluto color rame, alle pareti c’erano ancora due soli disegni, strappati entrambi da libri. Uno era di Ty Cobb e mostrava la sua presa aperta, l’avevo tratto dall’Encyclopedia of Baseball, e l’altro raffigurava Eastman, il famigerato gangster ebreo, l’avevo tagliato con una lametta da The Gangs of New York. I pavimenti di legno erano verniciati e incerati e quella sera, a luci accese, avrebbero opacamente riflesso l’elettricità. C’erano il tappetino rosso e verde con le nappe intrecciate, il cassettone bianco, il lampadario a conchiglia sul soffitto, lo scrittoio a tre gambe di legno biondo, la vecchia caffettiera color prugna riempita di biro e matite. La mia libreria era ancora intatta, zeppa dei libri della mia infanzia che parlavano d’animali preistorici e di astronomia, c’erano i romanzi di John R. Tunis nonché i degni libri che i miei m’avevano donato per questa o quella festa e che non avevo letto, pur sfogliandoli una pagina alla volta affinché non sembrasse che non li avevo apprezzati.

«Dio santo» dissi con appena un sussurro, ma eravamo così muti, così imbarazzati l’uno dell’altro che le mie parole ebbero l’effetto di un grido.

«Ti ci ritrovi?» chiese Rose con un risolino nervoso. «Abbiamo voluto che fosse esattamente come la ricordavi».

«Lo è» risposi, e d’impulso le presi la mano stringendola. Era la prima volta che ci toccavamo da quando avevamo lasciato il Rockville e capii che lei ora non desiderava affatto che gliela lasciassi.

Arthur aprì l’angusto armadio a muro e fece scorrere la mano sugli attaccapanni vuoti. Mi sembrò il gesto di un albergatore.

«Lo spazio non manca» disse.

Guardai accondiscendente l’armadio. Stretti su un lato c’erano alcuni dei miei vecchi indumenti.

Rose stava osservando la stanza come se rimpiangesse all’improvviso d’averla tenuta così congelata nel tempo. E d’altra parte, come avrebbe potuto cambiarla? Che significato avrei dato alla cosa? Come li avrei giudicati se l’avessero fatto?

«Ti piace così?» mi chiese dolcemente.

«Sì. È proprio com’era. Sono sul serio tornato a casa».

«Sì, sei a casa» disse rauco Arthur.

E a quel punto, quando meno ne avevamo bisogno, scese un silenzio enorme. Sedetti sull’orlo del letto e mi concessi quel che speravo fosse un civile intervallo prima di dire: «Forse ho bisogno di dormire un po’».

I miei si scambiarono un’occhiata veloce, che però non poté evitare d’essere notata, così come certi gesti dei prestigiatori rivelano la banalità dei loro trucchi. Rimpiangevano di non aver programmato qualcosa di più specifico per il mio ritorno. Ma chi avrebbero potuto invitare? Non c’erano parenti disponibili.

«Non hai fame?» disse Arthur.

«Non riuscirei neanche a guardarlo, il cibo».

«Allora qualcosa da bere». Arthur controllò il suo orologio. Le due. Un’ora sbagliata per gli alcolici. Però era anche sabato, nonché un giorno tutto speciale.

«No. Mi ubriaco troppo facilmente».

«Non abbiamo solo liquori» disse Rose sorridendo.

«Ho voglia di riposare».

«Bene» disse lei. «Okay». La voce le si spense ma il sorriso le rimase fermamente sul viso.

«Bene» fece eco Arthur, spingendo le mani avanti e poi congiungendole come qualcuno che sia soddisfatto della scelta fatta, «allora riposati».

Uscendo Rose domandò: «Vuoi che ti svegliamo per cena?».

«Non c’è problema» risposi. «Dormirò solo un po’».

«Aperta o chiusa?» disse Arthur toccando la porta.

Finsi di pensarci. «Chiusa».

La porta fece un morbido clic; finalmente ero solo. Ascoltai i loro passi allontanarsi e subito mi alzai attraversando la stanza. Aprii il cassetto del mio vecchio scrittoio. Era pieno di lettere. Le esaminai dapprima velocemente e poi, con crescente delusione, molto adagio. Le lettere erano tutte indirizzate a me, nessuna però di quelle che volevo – queste erano auguri per compleanni trascorsi, per Natali del passato, lettere di un amico di penna sudcoreano con cui avevo mantenuto una corrispondenza finché i miei genitori non m’avevano chiesto di smettere, lettere di mio nonno.

Molto tempo prima avevo chiesto ai miei se avessero conservato le lettere che mi aveva scritto Jade. Erano state presentate alla corte durante le udienze e messe ufficialmente agli atti come prove a discarico. Avevano contribuito a evitarmi il carcere, a comprovare le eccezionali tensioni emotive a cui ero stato sottoposto. Ma poi di quelle lettere che ne era stato?

Nuovamente passai in rassegna le lettere, con una destrezza di polso e di pollice sviluppata a furia di scambiar figurine di baseball. Sarebbe stato troppo facile, troppo generoso trovarle così, subito. Chissà dove le avevano messe. Andai davanti al primo cassetto: tre paia di calze Esquire nuove e un paio di buste chiuse di slip Fruit of the Loom. Secondo cassetto: una vecchia camicia bianca fresca di lavanderia, chiusa da un pesante nastro di carta turchese. Terzo cassetto: vuoto. L’importante è di evitare conclusioni affrettate. Non anticipare il proprio pensiero. Tranquillamente, sebbene le mie mani non si controllassero poi troppo bene, chiusi i cassetti e andai alla finestra.

Sedetti sul davanzale, scostai la tendina color nocciola e simile a un ladro, a una spia, sbirciai giù nella strada. Aveva smesso di piovere. Un giovane nero passava con un grosso pettine metallico ficcato nella capigliatura a forma d’elmetto. M’ero stranamente dimenticato dei neri. Lo staff del Rockville era tutto bianco, e l’unico paziente nero durante gli anni che avevo trascorso lì era stata una ragazza di nome Sonia Frazier, il cui padre insegnava logica alla Northwestern. Sonia aveva cicatrici che cominciavano ai polsi e le risalivano a metà braccio, risultato di maldestri tentativi di suicidio. I mancati suicidi non godevano di molto prestigio tra gli altri ricoverati – erano considerati persone poco serie – ma Sonia aveva evitato l’ostacolo rifiutandosi di parlare con chiunque di qualsiasi cosa. Qualche volta suonava la chitarra e un giorno, del tutto inaspettatamente, si mise a cantare canzoni folk inglesi, lo fece per un’ora. Quando terminò quasi tutto il Rockville s’era riunito nella sala comune a udire la sua voce morbida e penetrante. Io ammiravo il suo distacco e m’immaginai che anche lei cercasse una sua solitudine per riuscire ad assaporare segreti ricordi e decisioni irrevocabili; ogni volta che ci incontravamo io la salutavo con un cenno del capo, quasi fossimo alleati in una clandestina lotta spirituale. Talora mi restituiva il cenno. Un paio di mesi dopo il suo ricovero i genitori vennero a riprenderla. Mi capitò di attraversare l’atrio principale mentre loro tre stavano andando via, ognuno con due grosse valigie a scacchi, e un’aria insieme decisa e impaurita. Le andai al fianco, e sfiorandole la spalla dissi: «Penso che come persona sei forte».

Sedevo alla finestra, ora, immerso in un terrore che non voleva recedere. Guardai l’Ellis Avenue finché non mi si annebbiò davanti agli occhi. Non riuscivo proprio a immaginare di poter uscire in strada. Passarono due signori dall’aria professorale, uno con l’ombrello chiuso, l’altro con un impermeabile buttato sulla spalla a mo’ di divo televisivo. La gente, la loro vita. La gente e l’immagine che ha di sé. Era incredibile, mi dava un senso di nausea pensarci. Come avrei mai potuto trovare posto tra di loro, come desiderarlo? Non avevo niente da dire a nessuno; tutto ciò che m’interessava era privato. Pensai d’un tratto di farmi coraggio, di uscirmene semplicemente fuori e chiedere alla prima persona che avessi incontrato – cosa? Qualsiasi cosa. Dove fosse una certa via. Come andare al Museo delle scienze e dell’industria. Ma anche nella fantasia com’erano poche le risorse. Proprio in quel museo Jade e io avevamo trascorso il nostro primo pomeriggio insieme, in quell’antro del progresso con le sale cavernose e i velivoli veri della Grande guerra che pendono dai soffitti. Mano nella mano – ma era più che altro uno sfiorarsi delle dita – avevamo preso il traballante tram e percorso la falsa miniera di carbone e poi ci eravamo scambiati poche parole, sussurrando, ognuno avendo di fronte una lastra di plexiglas scientificamente piegata e cento metri che lo separavano dall’altro. Quel nostro mormorare s’era stagliato nell’aria miracolosamente fedele e intimo: quasi come in un letto, anche se non lo sapevamo ancora. Alla fine passeggiammo attraverso un gigantesco modello del cuore umano, in compagnia di venti ragazzini con le magliette del Campo Wigwam. Camminammo lenti attraverso i ventricoli, ascoltando l’onnipresente battito che ci giungeva da un altoparlante nascosto. Toccavamo le false vene. Jade, nella cui casa si parlava in modo particolareggiato e incessante di cose mediche, mi offrì una delle arzigogolate teorie di suo padre su come conservare sano il cuore mentre io, con la bocca talmente secca che non riuscivo a parlare, mi stupivo di quel viaggio attraverso la simbolica nicchia degli affetti, al punto da provare una potente scossa di pura conoscenza – sin da quell’inizio avevo capito di amarla e che mai avrei smesso quell’amore, mai ci avrei provato, mai l’avrei voluto.

Sedevo con la fronte premuta ai vetri della finestra, una lastra sottile sosteneva tutto il mio peso. Con un sobbalzo improvviso mi tirai su – m’ero immaginato di cadere. Di nuovo guardai la via e poi abbassai la tapparella.

La stanza era quasi tutta buia, ora, e in quel buio rimasi immobile. Sapevo che di lì a poco avrei messo sottosopra l’appartamento in cerca di quelle poche lettere; ma intanto bisognava attendere. Bisognava che fossi solo. Il tempo trascorreva così lento – che bisogno c’era di fare in fretta? Per il momento potevo soltanto starmene fermo lì dov’ero, in quella stanza stupida e soffocante, sentendo le lacrime – ma quand’erano spuntate? – che mi rotolavano lungo il viso. Sperai che i miei genitori non entrassero all’improvviso, che non mi trovassero così. Non c’era modo per me di fermarle. Non avevo forza, astuzia, indifferenza per far fronte a quella più profonda ferita del mio essere. Sedetti sul letto e cercai alla cieca il cuscino. Lo strappai dalle coperte e me lo premetti contro il volto. Poi spalancai la gola al massimo della sua capacità e singhiozzai in quel cumulo soffice, nelle sue miriadi di piume.

Rose lavorava come bibliotecaria in un liceo della Southwest Side, e siccome era estate e per lei tempo di ferie, le toccò starsene a casa con me in quei primi umidi giorni del mio ritorno. Prima o poi avrei inevitabilmente dovuto mettere ordine nella mia vita. Il mio rilascio dal Rockville non era che un diverso tipo di libertà vigilata. Ero tenuto a vedere l’analista due volte la settimana, a tenermi in contatto col funzionario addetto alla mia sorveglianza, a iscrivermi all’università o a trovarmi un lavoro a tempo pieno. Non potevo lasciare Chicago senza un’autorizzazione della corte e non dovevo compiere alcun tentativo di contatto coi Butterfield. Ma intanto mi nascondevo nell’appartamento, dormendo fino a tardi, guardando la televisione, mangiando col cieco appetito cosmico d’un enorme parassita. Come soffriva Rose per quel mio languore. Credeva nella forza di volontà con la stessa fede che Galileo riponeva in quella di gravità, e il troppo cresciuto ragazzo che in pigiama fissava le repliche del Lucy Show era per lei come una mela che cade dall’albero e rimane a mezz’aria.

Il tempo era disgustoso. La temperatura sui trenta e il cielo del colore delle bende sporche. I nostri condizionatori stavano sempre accesi, gocciolando acqua grigia nelle padelle che ci mettevamo sotto. Tutto sapeva d’umido ed era lento; l’inchiostro dei giornali ti si appiccicava alle dita.

Non mi riusciva di andar fuori. Dormivo fino a tardi. Se mi svegliavo mi costringevo a ripiombare nel sonno, respingendo indietro la coscienza con la voracità d’un uomo che lecca le ultime briciole dal piatto. Poi, quando non ce la facevo più a sopportare il letto o la stanza, uscivo barcollando nel soggiorno, accendevo il televisore e mi buttavo sul sofà prendendo su un grappolo di uva oblunga e verde o divorando una scatola di crackers. Rose cercava di farmi uscire. Suggeriva un ristorante vicino; controllava i programmi dei cinema chiedendomi cosa avessi voglia di vedere. Sosteneva d’avermi fissato degli appuntamenti – con la sua amica Millecent Bell, che lavorava alla Roosevelt University, o con Harold Stern, che si era offerto di procurarmi un posto nel sindacato dei tessili. Non mi sentivo ancora pronto a uscire di casa e glielo dissi. Non ho mai notato che telefonasse per disdire quegli appuntamenti; immagino tentasse di appellarsi al mio senso dell’ordine o di farmi capire che fuori c’era gente vera, la quale aspettava di vedermi per rendere vera la mia vita. Si offrì di accompagnarmi a fare compere e quando rifiutai, andò in camera mia e tolse tutti i miei vecchi indumenti. Li portò nel soggiorno buttandoli a terra e mi costrinse a esaminarli a uno a uno affinché potessi anch’io rendermi conto che non mi andava più bene nulla – al Rockville ero cresciuto né potevo più definirmi magro. Questo fatto accadde il terzo giorno dopo il mio arrivo a casa; ammisi che i vestiti non mi andavano, le garantii che ben presto avrei acconsentito ad acquistarne altri e lei li tirò su per portarli in cantina.

«Potresti regalarli, sai?» le dissi mentre andava verso la porta. «La carità è per quelli che sono al potere» mi rispose.

«Però si può spartire!» gridai, improvvisamente percorso da un’elettricità frustrata e vergognosa.

Rimasi ad ascoltare il battito dei suoi tacchi sulle scale. Per la prima volta da quando ero tornato a casa mi trovavo veramente solo nell’appartamento. Avevo frugato nella mia stanza e non avevo rinvenuto nessuna delle vecchie lettere di Jade, e ora finalmente potevo frugare anche altrove. Corsi verso la libreria e aprii i portelli sotto: tovaglie stirate; tovagliolini multicolori acquistati in Messico; alcune vecchie copie del «National Guardian»; una scacchiera e una scatola di sigari White Owl contenente i pezzi degli scacchi: dozzine di scatolette di candeline rosa per le torte di compleanno; scatole di vecchi libretti di assegni; scatole di matite; un corredo per il cucito avvolto in pesante carta lustra rallegrata dal disegno di un elefante; buste; quaderni vuoti. Il tipo d’ingenua, caotica confusione che in un altro momento m’avrebbe fatto sorridere di piacere – il disordine nascosto dei miei genitori era assolutamente esente da ogni rimprovero. Era come aprire un diario segreto e poi trovarci solo ricette e piccoli componimenti sulla natura; come sentire qualcuno che mormora nel sonno e dice: «Bisogna che mi ricordi del compleanno di Ezra».

Chiusi le antine, accesi il televisore e mi buttai sul divano. Fremevo per l’opportunità andata a male. Rose tornò coi suoi passi decisi. Capii che l’irritazione le era passata, che non aveva più l’impulso di disfarsi dei miei vecchi indumenti, però ne rimanevano ancora e sarebbe stato troppo complicato non andare fino in fondo. Evitò i miei occhi, raccolse gli ultimi vestiti e se ne andò.

Mi precipitai nella camera da letto dei miei genitori. Anche nei giorni di maggior sole stava sempre nella penombra, ma ora pareva addirittura sott’acqua. Accesi il lampadario centrale, un cubo di nebbioso vetro intagliato. In quella stanza non c’era mai stato segno di attività. Si vestivano e spogliavano nel bagno in fondo al corridoio. Non c’era scrittoio, né telefono, e l’unica sedia era una vecchia poltroncina di legno incastonata contro il muro: per quel che ne sapevo non aveva mai dovuto sostenere peso umano. C’era la moquette e in mezzo alla stanza il letto, tra l’armadio a muro e un cassettone. Nessuno specchio alle pareti, solo due litografie di Irv Segal, mani al lavoro. Il letto poi era fatto sempre con una tale meticolosità da far sembrare indispensabile, per tirar giù le coperte la sera, l’uso di un apriscatole. Gareggiando contro il tempo e contro i miei stessi moniti, frugai quel loro cassettone laccato di giallo. Che immutabile innocenza! Primo cassetto: calze, slip, canottiere, fazzoletti, e un flacone di deodorante Arrid che, evidentemente, Arthur considerava troppo personale per riporlo nell’armadietto del bagno. Secondo cassetto: le camicie di Arthur. Terzo cassetto: calze di nylon, un paio ancora attaccato a una giarrettiera; reggiseni, mutandine, un rasoio per signora. Quarto cassetto: una scatola vuota, una cornice vuota col vetro rotto, un mucchio di buste gialle. Per alcuni frementi istanti fui sicuro d’avere trovato le mie lettere. Ma le buste non contenevano che copie di vecchi assegni, vecchie denunce dei redditi, mie istantanee di quand’ero bambino e poi più grandicello, vecchi contratti d’affitto, polizze di assicurazione, la dichiarazione di un prestito della Hyde Park Bank, una busta contrassegnata «Testamento di Arthur...».

«Cos’è questa novità?» sentii dire da Rose.

Sedevo sul pavimento con le buste in grembo. Per un istante rimasi muto, chiedendomi senza poi molto timore se sarei riuscito a escogitare qualche brillante alibi. Non ho mai avuto un particolare attaccamento per la verità, specie quando è in causa il mio personale benessere. Ma da quando avevo confessato d’avere acceso il fuoco sulla veranda dei Butterfield il mio senso d’autodifesa era comparso solo sporadicamente: era raro che avessi la sensazione di poter ricevere più danno di quanto già non ne avessi avuto. «Sto cercando le mie lettere» dissi. «Le vecchie lettere di Jade». Guardai mia madre, in attesa della sua furia – l’unica parte delle disposizioni della corte che approvava era infatti quella che prevedeva la perenne eliminazione dei Butterfield dalla mia vita. Ero pronto a sentirmi urlare addosso, a vedermi preso a schiaffi, anche a essere minacciato di un nuovo internamento al Rockville; ero pronto a veder lacrime, panico, dolore e persino compassione. Non m’importava, in fondo.

Ma Rose non sembrò udire la mia confessione, oppure non l’assorbì. Forse aveva dimenticato le lettere, o forse sapeva che erano state eliminate da tempo. Vacillò piano lì sulla porta della camera da letto. Batté le ciglia dietro gli occhiali e incrociò le braccia con quell’atteggiamento da maestra che per lei era ormai una seconda natura.

«Suppongo sia un’idea di tuo padre» disse.

«Un’idea di papà?» replicai abbrancando quel suggerimento come se potesse provarmi innocente.

«Un’idea di papà?» fece eco lei, piegando la testa con una smorfia e cercando di imitare la mia voce. Era, per tutto ciò che di lei potevo sapere, un atteggiamento assolutamente anomalo.

Mi rialzai, sempre con le buste in mano. «Davvero non so cosa...».

«Controlli il suo testamento?» mi domandò. Sorrise accennando con il mento alle carte che tenevo in mano. «Mi pareva che saresti stato curioso di vedere se c’eri ancora. E l’assicurazione? Hai controllato anche quella? Però bastava che me lo chiedessi, sai? Te l’avrei detto. Ma tuo padre t’ha certo fatto promettere di non parlarmene. E come un bravo ragazzino hai tenuto la bocca chiusa. Allora? Hai controllato bene?». Avanzò nella stanza e prese le buste – e chissà perché io opposi un attimo di resistenza. Me le strappò via con un gesto sorprendentemente violento.

«Ecco» disse scegliendo la busta con su scritto «Testamento di Arthur» e lasciando che le altre si sparpagliassero sul pavimento. «Non troverai alcun accenno alla sua nuova famiglia. Nemmeno nella polizza. Verrà dopo, quello».

«La sua nuova famiglia?».

«Non mentire, ti prego. Tuo padre m’ha detto del bel discorso che t’ha fatto. E di quanto sei felice per lui. Per tuo padre che ha finalmente trovato il suo grande amore. Potete fare coppia, adesso. “Sono felice per te, papà”. Gli hai detto così, no? Ha tutto ciò che ha sempre sognato. Una sciocca che lo riverisce e lo serve e due mocciosi ai quali non dispiacerebbe chiamarlo papà».

«Figli suoi?».

«Sai bene che non sono suoi. Ma perché ti metti con lui, contro di me? So che a lui vuoi bene e a me no, ma ti rendi conto che quando se ne andrà di casa per stare con loro per te non avrà più tempo? Non avrà tempo. Si dimenticherà di te esattamente come si è dimenticato di me. Proprio non ti rendi conto di com’è il mondo, vero? Tieni» mi disse porgendomi il testamento, «non è qui che troverai delle risposte. Né in questo mucchio di menzogne» soggiunse dando un calcio alle buste sulla moquette.

L’indomani e il giorno dopo e poi durante gli altri che seguirono Rose non accennò più all’altra famiglia di Arthur. Attesi che mi si rivolgesse un’altra volta – per scusarsi, per chiarire, per attirarmi una tacca o due dentro il suo dolore. Ma il suo viso vigile e minuto non mostrava tracce di quegli attimi furiosi nella camera da letto e finii col considerarla un po’ come quei clienti dei locali notturni che vengono attirati sul palcoscenico, ipnotizzati, fatti chiocciare come galline e uggiolare come segugi, e poi rispediti al tavolo senza riverbero di memoria. Mi sorprendeva e offendeva che riuscisse a fare delle sue rivelazioni il classico ago nel pagliaio, ma devo ammettere che di ciò ero anche grato. Cosa sarebbe stata Rose, libera dai legami del suo naturale riserbo? La temevo. Ora, trovandomi spaparanzato davanti al televisore, poteva solo commentare la stupidità degli spettacoli. Ma non sarebbe stato altrettanto ammissibile che potesse avvolgere le sue dita intorno al mio braccio dicendo: «Non hai mai rispettato le cose in cui ho creduto. Hai dato in pasto agli estranei i segreti di famiglia. Ti sei drogato. Hai dato il tuo cuore a un’altra famiglia».

Ma dovette esserci dell’altro, non solo la paura, che mi spinse ad associarmi a Rose in quella cospirazione del silenzio, giacché non provai alcuna tentazione di parlare con mio padre della sua «altra famiglia». In un certo senso non credevo che il suo nuovo focolare esistesse e quindi proteggevo Rose tenendo privati i suoi deliri. Ma se Arthur un’amante l’aveva e se stava solo attendendo il momento migliore per smantellare quella che finora era stata la sua vita toccava a lui darmene notizia. Non avevo alcuna ansia di condividere i segreti del suo cuore affamato. Arthur naturalmente non mi aveva detto mai che la sua capacità d’amore gli era rimasta dentro intoccata, rannicchiata in lui, riassorbita dal suo corpo e trasformata in pancia, che l’inusato amore gli aveva appiattito i piedi e ingrigito i capelli, ispessito la voce e gonfiato le nocche, che l’aveva trasformato in un pignolo scherzoso, in uno che sospirava, che lacrimava al cinema, in uno dei tanti, in uno dei troppi, tutto questo non me l’aveva mai detto, però ci avevo sempre creduto e sin dall’istante in cui avevo percepito le prime avvisaglie dell’amore avevo pianto la rinuncia di Arthur. Avrò avuto allora otto o nove anni e la radio stava trasmettendo una canzone di Johnny Ray: «Se il tuo amore / Ti scrive / Dicendoti addio / Non è un segreto / Che ti sentirai meglio / Se piangi». Arthur posò il giornale un istante e mi sorrise. E seppi che sebbene la canzone fosse mediocre e «commerciale», per lui aveva un significato, lo stava cogliendo di sorpresa, lo toccava con le mani umidicce. Più d’una volta, più di mille volte desiderai che mio padre onorasse gli impulsi irragionevoli del suo cuore intriso d’amore scagliandosi in chissà quale pazza avventura – corteggiando le cameriere la cui falcata studiava con istintivo anelito, scrivendo una lettera ad Ava Gardner i cui film guardava tre quattro e talora cinque volte, vivendo la vita degli amori popolani fatti di picnic accanto alle cascatelle e di lunghi, estasianti abbracci. Una volta, in un periodo che si dimostrò poi essere proprio a metà della mia storia con Jade, me ne stavo in camera mia riempiendo con fare sognante e inconcludente i moduli d’iscrizione per l’università quando Arthur entrò come per caso. Sollevai lo sguardo dallo scrittoio e vidi il suo, lo vidi riflesso nella finestra oscurata dalla notte. «Ciao» gli dissi. «Contento?» mi chiese. Non mi pareva una domanda a trabocchetto perciò annuii. Arthur scosse la testa – cioè mio padre; mio padre scosse la testa – e disse: «Ti invidio». Pensai allora ciò che mi trovai a pensare anche in seguito: Era troppo avanti nella vita perché io potessi aiutarlo? E se non era possibile aiutarlo, a cosa valeva preoccuparsene?

Sabato, sette giorni dopo il mio ritorno, ci fu una festicciola in mio onore. Era stata evidentemente un’idea di Rose. Per tutta la settimana mi aveva sollecitato a contattare la gente che m’aveva visto crescere, che mi aveva mandato gli auguri per il compleanno al Rockville e anche regali, e che ora voleva godersi il sollievo del mio ritorno. Rose, che aveva saldi principi e la lealtà dell’amicizia, sentiva di dover consentire ai suoi amici di rivedermi almeno una volta, e mi pare che avesse quel tanto di astuzia domestica da capire che una giornata trascorsa con la famiglia e gli amici di sempre avrebbe potuto positivamente influire sulla sbornia sentimentale del marito, avrebbe cioè potuto riempire l’alato cuore di Arthur con il confuso peso d’un passato vissuto insieme.

Quel giorno quando emersi dalla mia stanza – sentendomi come se potesse essere la volta in cui sarei uscito da solo a fare una passeggiata, a comperarmi un libro, sentendomi, voglio dire, più sicuro però tenendomi la precaria sicurezza nel palmo della mano come fosse il tuorlo d’un uovo rotto – Rose era già andata alla Co-Op a fare la spesa e Arthur, con indosso pantaloni nocciola e una canottiera, stava spingendo il nostro vecchio aspirapolvere siluriforme nel soggiorno e fissava bieco la moquette: «C’è la compagnia che viene a trovarci» mi disse sopra il ruggito dell’aspirapolvere. «Bel divertimento, eh?». E alzò comicamente le sopracciglia, invitandomi a condividere un’ironia che peraltro rifiutava di spiegarmi.

Quanto poi ai malinconici amici dei miei! Olga e Leo Greenbladt, Millicent Bell, Tom e Natalie Foster, Harold Stern, James Brunswick e chiunque fosse in quel momento sua moglie, Connie Faust, Irene e Alberto Nicolosi. Gente che conoscevo da una vita, meglio o comunque con più costanza dei miei insegnanti o dei miei dispersi, lontani parenti. Mi fossi sposato è tra loro che l’avrei fatto, tra gli amici del Partito, e se ne sarebbero rimasti seduti e sorridenti per tutta la durata della cerimonia civile, e se invece fossi improvvisamente morto sarebbero stati i loro occhi stanchi, un po’ spiritati che avrebbero guardato le mie ceneri spargersi al vento. Ai vecchi tempi – vecchi per me, intendo dire, perché per loro erano la parola Fine – ascoltavo le incomprensibili discussioni che correvano nelle riunioni mensili e assolvevo il ruolo di cameriere passando in giro nella stanza densa di fumo, rivestito del mio pigiamino, il vassoio col salame e il formaggio. Poi venivo spedito in camera mia con una bottiglia di Canada Dry e un piattino turchese pieno di salatini. Erano i volti che mi avevano sempre sorriso nell’alone delle candeline dei compleanni; quelle erano le scarpe graffiate e le massicce ginocchia allineate sotto il tavolo della nostra sala da pranzo dove sgattaiolavo appena appena timoroso per recuperare un cavolino di Bruxelles caduto. Erano loro le voci e gli aromi del tabacco da pipa nell’automobile durante le gite in campagna; le mani che chiamavano il conto nelle pizzerie; loro i nomi sulle incredibilmente sciocche pergamene della maturità. Eccoli dunque gli amici dei miei, i piedi a riposo, intenti a bere tazzine di caffè italiano dopo un irascibile sabato speso a sostenere le dimostrazioni dei negri davanti al Woolworth’s. Eccoli di nuovo qui, venuti a salutarmi prima della partenza per il Rockville, a stringermi la mano, a mandare a memoria i miei lineamenti, a portarmi gli inesistenti saluti dei loro figli che mai m’ero scomodato di conoscere (il modo scelto da mio padre per ritrarsi dalla realtà della sua vita consisteva nello scoraggiarmi dallo stringere amicizia coi figli dei suoi amici: «Fa’ amicizia con gente vera. Lascia perdere questi ragazzi già tinti di rosso». Non ch’io avessi molto bisogno di scoraggiamenti. Quei ragazzi, quelle ragazze non facevano per me, né io per loro: erano seri, rispettosi, non sapevano perder tempo, né divertirsi agli scherzi cattivi che mi piaceva combinare).

Per protestare contro la maligna ferita sociale che secondo me l’improvvisa festicciola m’avrebbe inflitto, mi ritirai dopo aver mangiato una lunga, appiccicaticcia colazione. Mi rinchiusi in camera mia – una stanza tre metri per sette che stava cominciando a rivelare la poco piacevole verità della mia persona fisica assai più di quanto non avrebbero potuto fare una scarpa o una vecchia camicia – dove sonnecchiai, lessi, e mi chiesi cosa mettere. La festa era stata fissata per le quindici (un’ora in cui nessuno avrebbe potuto attendersi un vero e proprio pranzo) e a mano a mano che l’ora si avvicinava cominciai seriamente a pensare a vestirmi in un modo conveniente. Rose aveva eliminato la gran parte dei miei vecchi indumenti ma un vestito blu acquistato in occasione della maturità liceale era sopravvissuto. Indossai dunque una camicia bianca, una sottile cravatta nera e il vestito. In camera non avevo specchio – l’unico della casa era quello dell’armadietto del bagno; per vedere come stavano i calzoni c’era da fare un salto in aria; comunque, controllai il mio spettrale riflesso nei vetri della finestra. Il vestito mi stava chiaramente troppo stretto – così stretto alle spalle e sul petto, così corti i pantaloni che mi sentii afferrato da un senso di disagio forse eccessivo. Quel vestito m’intrappolava nella concretezza del tempo trascorso lontano da casa.

Ormai completamente vestito mi distesi sul letto e fissai il soffitto carezzandomi la cravatta. Era assolutamente fuori moda ma dubitavo che i miei genitori o i loro amici fossero in grado di accorgersene. Sfoggiavano una cosciente indifferenza per la moda e i suoi prodotti. Mi assopii, e mentre dormivo arrivarono alcuni degli invitati; avrei potuto continuare a dormire tutto il giorno se non avesse pensato mia madre a svegliarmi.

«David?» sussurrò attraverso la porta. «Sono sveglio» dissi. «Sono arrivati?».

«Posso entrare?». Senza attendere replica entrò, infrangendo l’etichetta axelrodiana. Indossava un vestito verde pallido con la scollatura a u, scarpe verdi e bianche. In mano teneva un bicchiere di whisky allungato con l’acqua e tre tovagliolini da cocktail. «Ti sei messo il vestito» osservò chiudendosi la porta alle spalle.

«Perspicace» dissi.

«Ma fa troppo caldo, David. Ed è un misto lana. Guarda come sudi. Perché non te lo togli e non ti rinfreschi con una pezzuola bagnata?».

«No, voglio indossare proprio questo» dissi con tutta la maturità ed equanimità che mi rendevano tanto popolare lì in casa mia.

Squillò il campanello. Udii dal soggiorno lo scoppio di voci familiari. Risa. Un ululio sommesso, rapido, come un gufo dalle intonazioni di un soprano. Poi una voce maschile – quella di Harold Stern – che diceva: «No. Ancora non devi ridere. Va fatto più avanti». Seguivano altre risate, sopra le quali emerse una voce femminile che diceva: «Cosa cavolo importa se non è il punto giusto per ridere? L’importante è averne voglia, no?».

«Okay» mi disse Rose dopo aver gettato uno sguardo spaventato verso la porta, «stai benissimo. Perché non corri un attimo in bagno a buttarti un po’ d’acqua sul viso?».

Quanto alla festicciola, procedette talmente liscia e priva d’intoppi che avrebbe potuto anche non esserci. Nessuno che palesasse un pensiero inatteso o pronunciasse una parola imprevista; nessuno che si ubriacasse o mangiasse troppo; neanche un po’ di cenere cadde sbadatamente sulla moquette. Mi fu concesso di bere quanto volevo, ma non riuscii a ubriacarmi. Fui condotto verso il divano e fatto sedere accanto a Millicent Bell, che in seguito mi avrebbe aiutato a iscrivermi alla Roosevelt University. Venni anche introdotto in un dialogo con Harold Stern, che si offrì di procurarmi un impiego nel sindacato dei lavoratori tessili. Ma io non feci nulla per assicurarmi i loro favori: me li offersero solo perché ero l’unico figlio di Rose e di Arthur e perché in passato ero stato così silenzioso e adorabile durante le riunioni di Partito, quando avevo portato in giro il vassoio degli affettati, in quelli che per loro tutti erano stati i giorni più belli.

La luce del giorno si attardava alle finestre e la festa in mio onore sembrava non terminare mai. Cosa si potesse o no chiedermi della mia lunga assenza rappresentava un mistero per quei deferenti amici dei miei. Il massimo del privato in cui osavano addentrarsi era costituito da un cordiale «bentornato», che sarebbe andato altrettanto bene se fossi stato reduce non dalla clinica ma da un biennio di genetica socialista presso l’università di Leningrado. Anche quelli che mi avevano scritto e inviato doni durante il soggiorno al Rockville evitarono di sfiorare la verità della mia lunga assenza. Forse temevano ciò che dai loro sguardi sarebbe potuto trasparire se avessero menzionato la mia assenza – lacrime, o forse disprezzo? O rispettavano piuttosto l’ardente desiderio di mia madre affinché ogni cosa, ogni cosa al mondo, fosse il più possibile normale? La storia era in debito verso Rose di almeno un pomeriggio di normalità, e persino i figli di quei suoi amici parevano decisi a tenere a bada ogni cosa che potesse lontanamente ricordare il dolore. Meredith Tarnovsky, sedicenne e finalmente bella della pura sensualità animale di chi del sesso non fa ancora questione sociale ma solo ormonale, era appena tornata da alcune settimane trascorse a Cuba, dove aveva tagliato canne da zucchero e frequentato conferenze. Mi veniva spesso accanto, riferendomi di Castro, che tra l’altro mi stava simpatico anche se non con la totale disponibilità palesata da Meredith, i cui occhi scuri scintillavano, la cui pelle morbida emanava fragranze di sapone, il sole dell’Avana le aveva reso di platino la tenue peluria degli avambracci. Io bevevo gin, un sorso dietro l’altro, e mi domandavo se lo scopo della festicciola non fosse quello di convincermi a violare il mio lungo celibato e a trascinarmi Meredith in camera. «Tu sei stata a Cuba» le dissi, «e io in un piccolo manicomio di lusso. A proposito di esperienze parallele, eh?». La vidi abbassare lo sguardo e scuotere il capo. Per significare cosa? Che la mia era stata una frase sarcastica? Triste? Oppure che non dovevamo parlarne? Altro rappresentante di quel gruppuscolo di miei coetanei o quasi era Joey Greenbladt, ex moccioso che in passato eravamo stati soliti chiamare Piccolo Joey e che adesso, a ventidue anni, mi guardava dall’alto in basso. Indossava una camicia scarlatta, calzoni di velluto celeste e stivali alla cowboy. Non mi ero mai occupato di lui tanto da associarmi ai tormentatori della sua infanzia, e ciò nonostante oggi mi evitava, sbirciandomi occasionalmente con una buia ironia, quasi che la sua presenza nella casa dei miei genitori fosse un modo per pareggiare i conti. Lo si sarebbe detto un divo, nel gruppo frequentato dai miei. Meredith, certo, era stata a Cuba, ma Joe (scritto Josef nel certificato di nascita, alla russa) s’era letto tutto il Capitale, definiva il movimento dei diritti civili «la questione negra» e i suoi amici «i giovani d’oggi». Leo e Olga, i suoi genitori, avevano ricordato il mio compleanno anche durante il soggiorno al Rockville e poi ogni tanto mi avevano inviato un libro, una rivista. L’anno prima si erano recati in Unione Sovietica ed erano tornati con un minuscolo registratore, che avevano affidato ai miei perché me lo portassero. Nel registratore c’era un nastro inciso. «Ciaaaoooo, David, sono Olga che ti parla». «E io sono Leo». «David» continuava Olga, «siamo appena tornati dall’Unione Sovietica. Abbiamo avuto delle esperienze assolutamente meravigliose, troppe per potertele raccontare. C’era molto freddo ma in albergo si stava benissimo, sai? E poi la gente, David, la gente...». «Gente molto felice» diceva Leo. «Gaia e ricca di dignità». Avevo ascoltato quel nastro con le lacrime agli occhi, sopraffatto dalla tenerezza e dalla stupidità di quel messaggio. Senza accorgermene avevo posato la mano sull’apparecchio, disturbando il nastro. Le voci di Leo e di Olga si erano fatte più lente, più fievoli al punto da farle sembrare due vittime di colpi apoplettici – quel sentore della loro mortalità mi aveva trapassato come un lampo di calore.

Intorno alle sette cominciò la pioggia. Il cielo si fece verde elettrico, livido, e le gocce batterono contro le finestre e il condizionatore. Come un branco selvatico gli invitati si mossero tutti insieme, predisponendosi alla partenza, offrendosi passaggi, fissando itinerari. Pareva che la pioggia li avesse gettati nel panico, mentre immagino che non facessero che afferrarsi a una scusa per andarsene. Tom e Natalie Foster furono gli ultimi ma anche loro se ne andarono entro i primi quindici minuti di pioggia – si trattennero quel tanto da spettegolare sui Tarnovsky, gli sgargiatamente addobbati genitori di Meredith. Proprietari di una sala cinematografica della North Side, per far fronte alle spese dovevano ogni tanto noleggiare qualche film erotico. «Li avevamo avvertiti che sarebbe finita così» disse Tom Foster fingendosi rattristato e preoccupato.

Quando alla fine se ne andarono Arthur chiuse la porta e ci si appoggiò. «I primi ad arrivare e gli ultimi a partire» disse.

Rose rise a voce alta. «Che tipi». Poi fece: «Mmm-mmmm» come se accorgendosi delle parole appena dette non sapesse bene come interpretarle.

Sedetti sul divano masticando un po’ di prosciutto e un biscotto. Bevevo gin e tonic. Ero un po’ annebbiato ma non stanco al punto da dormire.

«Be’, t’è piaciuto?» mi chiese Rose cominciando a mettere ordine, a raccogliere i bicchieri, a rovesciare i posacenere.

Ritto davanti alla finestra Arthur guardava la pioggia. Mi domandai se fosse davvero sua intenzione assumere quell’aria drammatica. «Per te non è poi stata una gran festa, vero?» disse.

«Oh, m’è piaciuta» replicai.

«Erano tutti così contenti di vederti» disse Rose.

Arthur attraversò il soggiorno e si calò in quella che ancora chiamiamo la Poltrona di Arthur. Emise un sospiro glutinoso posando i suoi piccoli piedi sull’ottomana sanguigna e consunta. «Poteva andare molto peggio» disse.

«Ma è stato simpatico, davvero» dissi iniettandomi nella voce un minimo di convinzione.

«Sai» disse Rose con un’intonazione da «segreto di famiglia», «tuo padre e io siamo stati in giro a cercarti un regalo di bentornato». Mi si sedette proprio vicino, sul sofà. «Vuoi che ti dica cos’è?».

«Non c’è bisogno che mi compriate niente» dissi. «Avete già speso una fortuna per me».

«Per la festa di oggi?» chiese Arthur.

«No. Per l’avvocato nuovo. Per il Rockville».

«Be’, a qualcosa devono pur servire i quattrini, non è vero, Arthur?».

«Non necessariamente, però capisco cosa intendi dire» le rispose Arthur.

«Allora, t’interessa sapere quel che abbiamo in mente di comprarti?» mi domandò Rose.

«Certo».

«Un’automobilina».

«Un’automobilina?» ripetei, alzando il pollice e l’indice.

«Non proprio così piccola» disse Arthur sorridendo – non gli ero mai così figlio come quando scherzavo un po’, soprattutto se a spese di mia madre.

«Ma se non t’interessa...» fece Rose.

«Certo che m’interessa. Sarebbe magnifico. Ma non ho neanche la patente. La mia è scaduta».

«Che c’entra?» disse Rose. «Ti rifarai un po’ di pratica e affronterai l’esame. Eri bravissimo».

«Come no?» dissi. «A farti diventar matta».

«O a far diventare matto me» disse Arthur.

«Allora sei contento per l’automobile?» chiese Rose.

«Sì. Però non voglio che la compriate. Non ho bisogno di regali».

«È l’auto di Millicent, sai?» spiegò mia madre. «Una Plymouth verde a quattro porte. Appena le consegnano l’auto nuova, andiamo a prelevare la tua».

«C’è solo un po’ da aspettare» disse Arthur.

«Non certo un problema insormontabile» disse Rose con un sorriso coraggioso e incongruente. «Ma che ne diresti se nel frattempo ti regalassimo qualcos’altro, un altro regalo di benvenuto? Sentiamo».

«Topino topino?».

«Come?».

«Niente, voglio dire che sarebbe bellissimo».

«Cosa ti piacerebbe?» domandò Arthur.

«Non saprei. Non mi serve niente».

«Dei vestiti?» propose Rose. «Per quando comincerai l’università, o che».

«Mica male come idea» dissi.

«I vestiti non sono regali» disse Arthur. «Glieli compreremmo comunque. Qualcosa di speciale, David. Qualcosa di un po’ insolito».

Mi chiesi se non stesse tentandomi apposta. «Per esempio?» feci.

«Di’ tu» replicò Arthur.

«Be’» dissi appoggiandomi allo schienale e preparandomi al peggio. «Una cosa ci sarebbe».

«Cosa?» domandò Rose.

«E poi non costerebbe niente» continuai. «È qualcosa che già mi appartiene. Qualcosa che sto cercando e che non riesco a trovare».

I miei si scambiarono un’occhiata; pareva che sapessero già quello che stavo per chiedere.

«Comunque» dissi, «mi piacerebbe averla, quella cosa. Per me è più importante d’una qualsiasi Plymouth, credetemi».

«Ma di che stai parlando?» disse Rose.

«Di un pacco di lettere. Le lettere di Jade. Quelle che avete sottoposto al giudice». La mia voce risuonava malferma, lieve – non una voce che potesse esigere attenzione. «Credo anche ci fossero alcune lettere scritte da me. Mi piacerebbe riaverle tutte». Feci un sospiro profondo e discontinuo, poi soggiunsi: «Sono mie». Lo dissi perché era vero, perché erano completamente e irrevocabilmente mie e mi strappava l’anima doverle chiedere.

Rose e Arthur spiegarono con tutta la semplicità e la calma possibili che le lettere non c’erano più e io, per non fare la figura dello sciocco, cercai di comportarmi come se ci credessi, ma nel contempo, per impedirmi di perdere ogni speranza, mi dissi che non potevano non essere menzogne quelle che mi stavano raccontando.

Più tardi quella sera sedemmo in cucina davanti a una cena leggera. Rose e Arthur sbadigliavano di continuo per la stanchezza e la tensione. Nessuno di noi aveva fame e con l’argomento delle lettere repentinamente dichiarato tabù, non c’era altro che desiderassimo discutere.

Rose fu la prima ad alzarsi da tavola. Poi io andai nel soggiorno e accesi la TV. Venne anche Arthur che si sedette sul divano a rispettosa distanza.

«Hai parlato con come si chiama per un lavoro?» mi domandò.

Annuii. C’era una partita dei White Sox, si giocava la quindicesima ripresa con un punteggio di 6 a 6.

«Sai bene che non c’è nessuna fretta» continuò lui. «Non devi metterti a lavorare per forza. Lo sai, vero?».

«Penso invece di doverlo proprio fare. Così mi hanno detto. Occorre che dimostri d’essermi reinserito».

«Ti reinserirai. Non può succedere così di colpo. T’ho raccontato di come è stato per me dopo il congedo dal servizio militare?».

Feci segno di sì, ma lui andò avanti lo stesso.

«Ero naturalmente contento d’esserne fuori. La guerra era finita, ero vivo. Avevo voglia di vedere tanta di quella gente, tanti di quei posti. La nazione intera stava festeggiando. Io però non ci riuscivo. Tutti pensavano che tua madre e io stessimo facendo una seconda luna di miele ma la verità era che non riuscivo neanche a uscire di casa. Una cosa incredibile. Ero immobilizzato qua dentro, come un paralitico».

«Lo so, lo so» dissi. E poi, distogliendo lo sguardo dal televisore ma senza proprio posarlo su di lui, soggiunsi: «Ma c’è una grossa differenza tra il tornare a casa dalla guerra e il tornarci da un fottuto manicomio in cui t’hanno chiuso perché hai dato fuoco alla casa della tua ragazza. Non c’è nessuno che voglia vedermi».

Arthur scosse la testa. «Piantala. Da un atteggiamento del genere non puoi attenderti molto».

«Esatto. Non c’è molto ch’io mi attenda».

«Ma non capisci? Tutti sono pronti a concederti che ciò che hai alle spalle è alle spalle. Guarda quelli che c’erano qui oggi. So che non t’importa molto di loro ma non è questo il punto. Erano tutti contenti di rivederti. Quasi come se non te ne fossi mai andato».

«Già. Ho notato».

«E adesso tocca a te, David. È tempo che tu ti renda conto che ciò che è passato è passato».

«Solo che non so cosa sia il passato. Secondo me non esiste nulla del genere».

«Vuoi sapere cos’è il passato?» disse Arthur. «È ciò che già è successo. Non è possibile farlo risuccedere».

«Neanche il futuro può essere fatto succedere. Neanche il presente».

«Adesso ti mostro cos’è il passato» disse Arthur. Batté insieme le mani una volta, attese un attimo, poi le batté ancora – un rumore vuoto, sconsolato. «Il primo battito era il passato» disse con un sorriso lieve epperò trionfante. Se avessimo condiviso il genere di vita che lui auspicava per noi, questo avrebbe contenuto centinaia di conversazioni del genere.

Rose entrò con in mano l’ultimo numero del «National Guardian». Indossava una vestaglia azzurra e le sue pantofole estive; fumava la sua Newport serale. «Vado a letto» annunciò. Di solito lo diceva per ferire Arthur, per fargli sentire che desiderava evitarlo, per sottolineare il fatto che non avrebbero fatto l’amore. C’era stato infatti un tempo in cui Rose credeva di poter difendere la sua posizione all’interno del matrimonio, di poter difendere la sua privacy semplicemente (ed era semplice) non dispensando il suo amore. Ma adesso che non era più richiesto non c’erano vantaggi nel razionarlo. Ormai era chiaro che il potere da lei detenuto in passato non era vero potere: le era stato accordato, assegnato. Era dipeso soltanto dal fatto che Arthur la desiderava, dalla sua vulnerabilità alle varie sfumature del rifiuto. Ormai Rose capiva che era stato Arthur a scegliere l’arma cui lei aveva fatto ricorso. Le aveva dato una spada che solo lui poteva affilare.

Arthur controllò l’orologio. «Okay» le disse. «Buona notte». Poi a me: «Penso sia meglio abbassare la TV, così non teniamo sveglia tua madre».

Mi sporsi prontamente in avanti girando la manopola dell’audio. «Vado a lavare i piatti» dissi.

«Ce n’è un milione» disse Arthur. «Puoi farlo domattina».

«Non vedo perché non dovrebbe farlo adesso» intervenne Rose. «Sarebbe anche ora che si pensi a dare una mano in questa casa».

«Giusto».

«Il che non vuol dire doverlo fare subito» insistette Arthur.

«Ma a te che importa?» disse Rose. «Tanto, non alzi mai un dito. Sembri un rabbino lì bello seduto mentre gli altri lo servono».

Arthur lasciò andare un sospiro rumoroso che voleva essere una sorta di sarcastica risata sfuggitagli di controllo, poi scosse la testa per segnalare che la sua pazienza stava cominciando a esaurirsi.

Andai in cucina. Durante la festicciola avevamo adoperato forchette di plastica e piatti di carta, però quasi tutti i piatti normali erano stati sporcati. Di solito li avremmo messi nella lavastoviglie, ma sebbene fosse piovuto c’era molto caldo e non si poteva far funzionare contemporaneamente i condizionatori e la lavastoviglie. Mi fu di sollievo ritrovarmi solo e mi piacque anche l’idea di aver evitato una ritirata in camera mia.

Aprii il rubinetto e l’acqua sgorgò rumorosa e calda, poi fissai la finestra che si apriva sopra il lavello (dava in un condotto dell’aria, che mia madre trovava deprimente cosicché sui vetri aveva incollato una veduta di Leningrado ritagliata da «Life»). Spremetti un po’ di sapone smeraldino su una grossa spugna, presi un piattino da dolce a fiori, lo lavai e sciacquai sotto il getto dell’acqua calda. Proprio mentre l’acqua mi toccò la mano sentii sciogliermi gli occhi, e chinai la testa mettendomi a piangere. Prima, quando mi succedeva, lo facevo pensando a Jade, chiedendomi dove fosse e se mai l’avrei rivista, oppure pensavo a tutto il tempo che avevamo perduto, o a quanto mi sentivo assurdo e impacciato, fuori posto, impotente; spesso avevo pianto semplicemente ricordando la felicità trascorsa – una felicità che era stata mia e che non avevo più. Ma ora, ritto davanti al lavello e avvolto da una nube di vapore, pensavo solo a quelle lettere, raffigurandomi l’inchiostro sulla pagina, ricordandomi le affettuosità. Quelle lettere erano la sola cosa visibile che possedessi, l’unica tangibile prova che il mio cuore aveva avuto ali, che mio era stato un altro mondo. Impossibile dargli un nome. Esistono parole quali incantesimo, estasi, ma non lo esprimono, sono termini sciocchi. Nessuna parola lo esprime davvero. Non c’era nulla che potessi dire di quel mondo se non che l’avevo conosciuto, che era stato mio, che lo era tuttora. Era l’unica cosa vera, più vera del mondo vero. Piangevo a dirotto, ora, conscio però di non essere sul serio solo, cercando quindi di non far troppo rumore. Mi sentivo affondare, letteralmente cadere a pezzi. Tentai di trovarmi dentro la rabbia verso Arthur e Rose perché mi avevano separato da quelle lettere, perché le avevano distrutte in un momento di panico, o nascoste, insomma per qualsiasi cosa avessero fatto, ma la rabbia e persino l’odio erano tenui, insignificanti. Provai a rivolgere i miei pensieri verso la stessa mia impotenza, verso l’incapacità che avevo di affrontare la vita, di ricominciare. Desideravo solo ciò che già avevo. Quel tripudio, quell’amore, l’unica mia vera dimora; altrove non ero che un ospite. Tutto era successo troppo in fretta. Quanto meglio sarebbe stato, o più facile, se Jade e io avessimo scoperto l’un l’altro e appreso il significato del nostro stare insieme più avanti negli anni, quando già avessimo avuto alle spalle anni di tentativi e di delusioni; sarebbe stato assai meglio che non quel balzo subitaneo dall’adolescenza all’illuminazione. Era arduo, e anche spaventevole, accettare che la cosa più importante, la cosa che era poi la mia vita, mi fosse successa prima ancora del mio diciassettesimo anno. Mi domandai dove fosse Jade. Pensai a quelle lettere gettate forse in un bidone, in una discarica, tra le fiamme. Avevo le mani paralizzate sotto l’acqua calda e si stavano arrossando.

«Hai bisogno di aiuto?».

Era Arthur. Non osai guardarlo; provai a smettere di singhiozzare e lo sforzo mi fece tremare.

«Prendo uno strofinaccio. Tu lavi e io asciugo» disse Arthur che ora mi stava accanto. Aveva sbottonato la camicia e i lunghi peli scuri del torace gli lucevano. Mi sbirciò in fretta, poi asciugò quell’unico piattino che avevo lavato.

Disperatamente mi provai a formare una frase: non è che sia andato molto avanti coi piatti, fu ciò che riuscii a pensare, ma non a dire. Ero ormai abituato alle lacrime, eppure non seppi controllarle. Sembravano avere una propria vita. Lavai un altro piatto e lo porsi a mio padre che lo asciugò.

«David» disse. Scossi il capo e lui non soggiunse altro. Rimanemmo in silenzio per alcuni piatti, per tutti anzi, e poi cominciai con i bicchieri. Stavo riuscendo a controllarmi; il respiro era di nuovo regolare. Gettai un’occhiata a mio padre. Aveva gli occhi annebbiati e le labbra serrate al punto che parevano d’avorio, trasparenti. Dio, pensai con un lampo di fastidio, è preoccupato per me, vuole che sia io a rassicurarlo.

«Sono stanchissimo» dissi. Non era una gran scusa, però almeno era vera.

Annuì tenendo gli occhi sul bicchiere caldo che aveva in mano. Ci girò dentro più volte lo strofinaccio sino a ricavarne uno stridio secco. «Spiegami, David» disse con una voce zeppa di buchi.

Sapevo bene come evitare la curiosità altrui e anche la preoccupazione, ero bravo a farlo quanto un baro a distribuire le carte dal fondo del mazzo: un metodo elementare, rudimentale anche, e talora mi succedeva di sfoderarlo anche se non ne avevo sul serio l’intenzione. Anche ora mi osservai farlo. «Di cosa vuoi che parliamo?».

«Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa tu abbia in mente».

Scrollai le spalle. Sentii che stavo per rimettermi a piangere e non sapevo come evitarlo. Posai la spugna e un bicchiere insaponato sul lato del lavello e mi premetti le mani sul viso. Sentii le lacrime scorrermi tra le dita, calde e oleose.

«Vorrei poterti aiutare».

«Sono solo molto stanco» dissi, anche se non so quanto chiaramente. Singhiozzavo forte, adesso, e le parole affioravano annegate.

«È stata la festa?» domandò Arthur. «Ti sei sentito a disagio?».

Scossi la testa.

«Dimmi, David. Parlamene. Lascia che possa capirti». Allungò la mano chiudendo il rubinetto.

«Sono innamorato» dissi attraverso le dita e le lacrime.

Mi sfiorò la spalla. «David, lo so» disse. «Lo so». Poi – e non so proprio come spiegarlo – udii qualcosa che lui non disse, udii: «Anch’io».

«Cosa posso fare per aiutarti?» domandò mio padre. «David, ti prego. Cosa posso fare?».

Udii mia madre entrare. Attesi che dicesse qualcosa ma lei dovette sentirsi esclusa, intimidita. Mi volsi a guardarla con quei miei brutti occhi arrossati. Fece un passo indietro toccandosi il viso, a bocca aperta mi guardò, imbarazzata e vergognosa insieme. Di nuovo guardai la finestra. Sentivo la pena che mi s’irradiava dentro arrivando sempre più in fondo; s’intensificava, si faceva sempre più immensa e all’improvviso ebbi una grande paura di non riuscire a sopportarla. Mi strofinai la fronte; strinsi i denti; e improvvisamente, orribilmente, senza nemmeno il preavviso di un istante – ma forse un istante sì, un unico istante raggelante e sudaticcio – le mie interiora si contrassero e scagliarono fuori tutto il gin di quel pomeriggio. Il vomito andò a spiaccicarsi contro i lati del lavello e sprofondò nell’acqua schiumosa.

«Dio santo» disse Rose con appena un po’ di ribrezzo.

Mio padre m’afferrò il gomito per sostenermi, quasi fossi stato lì per svenire. «Premi la lingua sulla base dei denti inferiori» mi disse in fretta. Udii alle spalle un rumore. Mia madre stava scostando una sedia dal tavolo della cucina.

«Siediti qui» disse con la voce severa che certa gente sfodera quando vuol sembrare rassicurante e che mai è valsa a rassicurarmi.

«Sto bene» dissi rauco.

«Non stai affatto bene» disse Rose.

«Se dice che sta bene vuol dire che sta bene» disse Arthur stringendomi ancor più il gomito.

Aprii il rubinetto e inghiottii un po’ d’acqua, non senza impedirmi di sciacquarmi la bocca rumorosamente e di sputare nel lavello. Poi lasciai che l’acqua mi scorresse sui polsi, me ne riempii le mani a coppa e me la buttai in faccia.

«Stai male, David?» domandò mia madre.

Mi appoggiai al lavello e fissando la maleodorante acqua scura dissi: «Perché avete buttato via le mie lettere?». Attesi una risposta ma ci fu un silenzio che in qualche modo mi diede forza – non volevo una risposta facile e loro parevano fissare la mia domanda, la mia accusa. «Perché l’avete fatto?» dissi con voce sempre più ferma. «Insomma, perché? Voglio solo sapere questo. Perché».

Mi tirai su. La nausea era passata. Arthur stava osservando Rose, sembrava esigere che la risposta provenisse da lei. Seguii il suo sguardo fino al viso vigile di mia madre cosicché entrambi la fissammo.

«Abbiamo fatto quel che pensavamo meglio» disse con calma, ma con una vibrazione incerta, evasiva proprio al centro della voce.

«Meglio per chi?».

«Non le volevamo in casa» disse lei.

«Meglio per voi, allora?» dissi. «Le avete buttate via perché così era meglio per voi, giusto?».

«Perché vuoi quelle lettere?» chiese Rose stringendo lo schienale della sedia che aveva scostato dal tavolo per me. Pensai: sono io quella sedia. E guardai le dita che si imbiancavano stringendo. «Perché vuoi ripetere tutti gli sbagli che hai commesso, perché vuoi... vuoi... sguazzare in qualcosa che ti ha praticamente rovinato la vita?».

«Sguazzare?» dissi, la voce che cresceva.

«Non ho nessuna intenzione di litigare sulle parole» disse. «Sai esattamente cosa intendo dire».

«Non m’importa cosa intendi dire» feci. «Voglio che sia tu a capire cosa intendo dire io. Quelle lettere mi appartengono. Non avevo altro. Voglio solo che tu capisca molto bene che le vorrò sempre, che saprò sempre che me le avete buttate via. Nulla potrà mai farmelo scordare. Ciò che succede ora in questa stanza succede per sempre». La fissai ed erano i miei occhi a colorare l’aria. Sembrò per un attimo che Rose stesse per piangere ma serrò la bocca e cercò di pensare a una risposta.

«Non permetterti di parlarci così» proruppe alla fine.

«Cerchiamo solo di fare quel che pensiamo sia meglio» disse Arthur.

«Oh basta, basta per l’amor di Dio, siete così falsi». Sentivo la mia voce come una cosa estranea, le parole che mi si aggrappavano maldestramente alle emozioni. L’impulso più vero e consistente che avevo era di tirarli giù, di scalciarli, di provocar loro un qualche dolore fisico – sapevo che non c’era sofferenza intima analoga alla mia ch’io potessi infliggere. E sapevo, anche, che non avrei inflitto loro alcun dolore, che nemmeno li avrei sfiorati.

«Tanto, non ti è neppure consentito di vederla» disse Rose. «Se solo tu tentassi di farlo potrebbero revocarti la libertà vigilata».

«Non sarà certo perché leggo qualche vecchia lettera che lo faranno».

«Abbiamo paura per te» disse Arthur. «Ecco perché le lettere non sono qui».

Non c’era nulla che potessi dire. Non volevo litigare. Forse m’avrebbe fatto bene dare espressione alla mia furia ma m’interessava poco quel tipo di psicologia spicciola. Ero arrabbiato, ma anche stranamente stufo della mia rabbia. La vedevo connessa a una parte del mio mondo che mi stava piuttosto indifferente – non aveva nulla a che vedere con le lettere. Se non m’era possibile vivere nel centro della vita che in passato avevo conosciuto, l’unica in cui mi fosse possibile credere, allora preferivo vivere nei sogni. Cosicché, può essere che lì in cucina aggiungessi altre parole. Può essere che quel litigio sia continuato ancora per un po’, ma da un certo punto in avanti non mi importò più e non ne ricordo nulla. Me n’ero andato, altrove. Ascoltavo i battiti del mio cuore – i tuoni, anzi. Batteva più svelto di quanto avrebbe dovuto ma ne seguii il ritmo ed esso mi accolse, mi portò lontano. Il mio sguardo rimase su Arthur e su Rose ma era Jade che vedevo, camminava in quell’enorme cuore ricostruito nel Museo della scienza, la vedevo sfiorare le vene con le sue mani minuscole; la rivedevo guardarsi di qua e di là, le labbra schiuse, inciampare e poi andar oltre come se non se ne fosse accorta. Poi tornammo a casa, alla sua casa sulla Dorchester. Le presi la mano e lei accarezzò la mia con il pollice, ben sapendo che se non mi avesse rassicurato mi sarei perso d’animo, gliel’avrei lasciata. Lei disse che sperava che a casa ci fosse tutta la sua famiglia. Le domandai perché, rispose che voleva che tutti mi vedessero. Ne fui meravigliato e le chiesi come mai e lei molto delicatamente finse di non avermi sentito. Salimmo sulla grande veranda di legno che abbracciava metà della casa come un anello saturnino spezzato. Nella veranda c’erano alcune biciclette. Un divano di vimini giallo con i cuscini bianchi. Un poggiapiedi, uno scacciamosche, un libro aperto. Su un tavolino di quercia un bicchiere di caffè freddo, latteo, con i cubetti di ghiaccio che parevano tanti piccoli mattoni. Vi nuotavano alcune mosche, le ali non più grandi di virgole, cercando di tenersi vive. Jade se ne accorse – guardammo tutt’e due nel bicchiere contemporaneamente, una particolarità che sempre ci sarebbe accaduta tanto che smise d’essere una sorpresa per divenire qualcosa che ci faceva ridere – e mi pare dicesse: Oh poverini, oppure: Povere bestioline, all’intera famiglia piaceva quel termine: bestie – e buttò il caffè oltre la balaustra, giù nell’erba alta. Proprio in quel mentre uscì Ann. Era suo il caffè. L’aveva lasciato per entrare un attimo in casa a prendere una sigaretta...

Mi svegliai nel cuore della notte. Avevo sognato Jade. Sapevo sempre quando sognavo di lei. Una ruota sembrava girarmi dentro. Tentai di catturare le immagini prima che risprofondassero nell’incoscienza ma era come voler tirar su il chiaro di luna dall’acqua. Non era stato il sogno a svegliarmi, bensì qualcosa che mio padre aveva detto in cucina. «Ecco perché le lettere non sono qui» aveva detto. Mi pareva di riudirlo pronunciare quelle parole e anche di rivedere l’espressione del suo viso, lo sguardo implorante come se mi chiedesse di guardarlo attraverso, d’essere paziente e dargli la possibilità di diventare il mio salvatore. Scalciai via il lenzuolo e scesi dal letto. Non sapevo cosa avrei fatto ma con quei pensieri non sarei certo riuscito a starmene lì quieto. Le sue parole mi percorrevano come una scossa: «Ecco perché le lettere non sono qui».

Allora dove? C’era un unico luogo logico: lo studio di Arthur.

Avevo paura – di deludermi, di tradirmi. Mi vestii e mi chiesi come avrei fatto ad arrivare da casa allo studio di mio padre. Non avevo soldi. Non ero sicuro degli orari degli autobus e neanche se a quell’ora andavano ancora. La sopraelevata funzionava ventiquattr’ore su ventiquattro ma avevo paura di andarci. Mi misi alla finestra. Il vetro era più fresco; la pioggia doveva aver incrinato l’afa. Erano le due del mattino; nella via nessun segno di vita. Una luna quasi piena toccava le nuvole sfilacciate colorandole d’una luminescenza al cromo.

Uscii piano dalla stanza, nell’oscurità del corridoio. Potei udire il profondo russare di mio padre. Anche Rose stava dormendo: fosse stata sveglia avrebbe sgomitato suo marito per zittirlo. Sfiorando le pareti per tenermi in equilibrio andai lungo il corridoio, oltre la loro stanza, verso l’entrata. Arthur aveva preso l’abitudine di lasciare la sua borsa e le chiavi accanto alla porta. Questa presunta sbadatezza era una cosa nuova, ma non m’importava sapere se nascesse dall’erosione dell’età o dal delirio del suo nuovo amore. Giunsi davanti alla porta d’entrata e cercai nel buio il tavolino su cui depositava questi suoi oggetti, ma tastai solo la liscia, lievemente oleosa superficie del legno. Era domenica; non c’era bisogno che predisponesse lì le sue cose.

Rimasi immobile nel corridoio. Uno strato e poi un altro d’oscurità recedettero e potei scorgere alcune sagome. La lunga trave del soffitto, le cornici al muro, il morbido vuoto che costituiva la porta della cucina. Mi tolsi le scarpe. Avevo il cuore che sembrava un barattolo scagliato giù per le scale. Furtivo come un omicida avanzai lungo il corridoio verso la camera da letto dei miei.

Prima ancora che Rose e Arthur avessero perduto ogni controllo su di me non riuscendo più a impedirmi di trascorrere le notti dai Butterfield, ero sgattaiolato di notte in casa cento volte. Sapevo dove posare i piedi, quali punti del pavimento scricchiolavano sotto il mio peso e quanto velocemente aprire una porta per impedire ai cardini di stridere. Ora, il mio procedere non era quello silenzioso d’una volta – la porta della loro stanza, anche se semispalancata, gemette lievemente quando la spinsi e la maniglia toccò il muro con un clic –, mi ritrovai in meno di un minuto nella debole luce lunare che bagnava la stanza dei miei genitori, i piedi sull’orlo della lunga ombra del loro letto, ed ero riuscito ad arrivar lì senza disturbare minimamente il loro sonno.

Mio padre era senza la giacca del pigiama e dalla sua parte il lenzuolo era scivolato svelando il suo torace morbido e villoso e la scura voglia (la «macchia di cioccolata» della mia infanzia) sul costato. La sua grossa testa sprofondava al centro del cuscino, il mento sollevato appena. I grugniti del suo russare si scandivano regolarmente, altisonanti come quelli degli sciocchi animaloni che una volta popolavano i cartoni animati. Somigliava al finto russare a cui ero solito ricorrere per segnalare la mia noia. Accanto a lui Rose dormiva in camicia da notte, su un fianco, coi pugni semichiusi appoggiati contro le spalle di Arthur. Aveva un respiro regolare, profondo e assolutamente silenzioso; l’ossigeno le riempiva i polmoni nutrendole il sangue con una silenziosità vegetale. Il chiarore della luna, diviso dalla veneziana in dodici strisce, rabbrividiva piano sulla parete. Stavo lì davanti alle sagome immobili dei miei genitori, con il cuore che mi batteva con un terrore degno d’un parricidio.

I miei genitori erano sempre stati classici esempi d’ordine e di «buone abitudini». I giornali non destinati a essere conservati per sempre venivano estromessi da casa subito dopo letti. Il bicchiere adoperato in un qualsiasi momento della giornata per un succo d’arancia veniva sciacquato immediatamente e quindi posato sullo scolapiatti di plastica blu. Le luci non venivano mai lasciate accese nelle stanze non occupate, e nessuna scarpa fuori servizio osava mostrare più della propria punta da sotto le frange del copriletto. Cosicché, ispezionando la loro stanza alla ricerca di un portamonete che potesse pagarmi il transito fino al centro e il mazzo di chiavi che mi consentisse l’accesso allo studio di mio padre, non vidi che superfici sgombre – nessun mucchietto di spiccioli, nessun portachiavi, nessun indumento caduto o anche accuratamente piegato. Con molta, molta, molta lentezza avanzai attraverso la stanza, proiettando la mia ombra dapprima sul riquadro di luce lunare che si stagliava frantumata sul muro e poi come una spada sui volti addormentati dei miei genitori. Poi aprii il loro armadio. Odore di naftalina, oscurità infagottata. Allungai una mano, suscitando fruscii negli abiti appesi, un tintinnio di appendiabiti metallici. Cieco, tastai un vestito da uomo o da donna avvolto nella scricchiolante carta della tintoria; una camicia setosa, fresca e malinconica al tocco; la vestaglia di nylon di mia madre. Poi fu la volta del vestito di mio padre, incolore, fatto di un tessuto indefinibile ma senz’altro suo. Vi ficcai le mani: le tasche erano vuote.

Ci fu un’interruzione nel ronfare di mio padre. Mi volsi verso il letto. Rose rotolò via da Arthur, sollevò una mano semichiusa sfiorando la testiera con le nocche prima di lasciar cadere quel pugno malforme sul cuscino. Il corpo di Arthur parve virare verso lei come per seguirne la piccola migrazione notturna, ma il suo viaggio verso quel tepore continuo e familiare rimase solo un accenno. Restò supino, e tornò quel ronfare, ora più profondo, quasi provenisse da una più rassegnata parte di lui.

O madre, o padre. Starmene così nella vostra stanza. Cosciente di voi come anche voi eravate coscienti di me durante i miei sonni; a guardare il vostro procedere nel grembo del sonno, sentirmi il potere di deporre baci invisibili sui vostri volti pressoché vuoti, o di inginocchiarmi accanto a voi esercitandomi nel dolore delle vostre morti. Ricordo che protesi la mano come per toccarvi, per far più salda la vostra presa sul sonno. La mia mano vi cancellò totalmente alla mia vista e me ne meravigliai così come da bambino mi sorprendevo a notare che avevo l’unghia del pollice più grande della luna. Mi sentii riempire d’emozione, così come una stanza può riempirsi di luce.

Rivolgendo nuovamente la schiena ai miei genitori frugai l’inalterabile oscurità dell’armadio e, sebbene non rimanessi certo lì a lungo (dato che la giacca sportiva di Arthur fu l’ottavo indumento che esaminai trovandovi il suo portafogli e le chiavi), non mi sarei meravigliato voltandomi di nuovo verso la stanza di trovarla accesa coi primi spruzzi dell’alba. Tenendo il grosso, ossidato anello delle chiavi di Arthur infilato nel pollice e un biglietto da venti fresco di stampa nell’altra mano scivolai dalla stanza muovendomi così silenziosamente che ero cosciente di me stesso solo a tratti.

Chiusi la loro porta con un morbido e definitivo clic e arrivai in fondo all’atrio. Accesi una luce e aprii le Pagine gialle per trovare il numero d’un radio-taxi. Scelsi quello con la pubblicità più grande e dopo aver parlato col centralino m’intrufolai in cucina e buttai giù a garganella quel che restava nella bottiglia di gin.

Qualche minuto dopo respiravo, seduto sui gradini di casa, la libera aria notturna. Era la prima volta che mi avventuravo da solo fuori casa ma la solennità dell’occasione passò sfiorandomi appena. Erano le tre del mattino e chiunque stesse protraendo le celebrazioni del sabato sera lo stava certo facendo lontano da lì. La via era deserta. I primi fari che vidi avanzare furono quelli del tassì che avevo chiamato, un trabiccolo giallo con un fregio a scacchi intorno al tettuccio.

«Salve» dissi aprendo la portiera posteriore. Non ero tanto stupido da supporre che si salutassero a quel modo i tassisti, però lo feci. Mi ero indotto in una sorta di trance per riuscire a coprire il divario di tempo che mi separava dallo studio di mio padre e avevo bisogno di stabilire un contatto con qualcuno al di fuori di me. L’autista era un tipo piuttosto giovane. Indossava una camicia a scacchi con le maniche arrotolate e aveva i capelli raccolti a coda di cavallo. Un’enorme radio portatile sul sedile a fianco sfidava quella dalla quale la centralinista della flotta starnazzava ronzando come un’oca elettronica. Al mio salve l’autista rispose con un cenno del capo e posò la mano sulla leva del tassametro così da essere pronto ad abbassarla nell’istante stesso che la mia schiena avesse sfiorato l’imbottitura del sedile. «Dovrei andare in centro» dissi, peraltro senza ancora entrare. Temevo di farlo. La mia prima uscita da solo avrebbe logicamente dovuto limitarsi a una passeggiata nel quartiere, sotto il sole, e non risolversi in una corsa verso il centro in tassì, oltretutto nel buio afoso, con in tasca una refurtiva di quattrini e di chiavi.

Sedetti dietro, diedi al tassista l’indirizzo e cominciai a tremare. Provai a indurmi in uno stato mentale avventuroso, d’immaginarmi con un trench buttato sulle spalle e una sigaretta stretta all’angolo delle labbra – d’essere qualcuno con una missione solo contro tutti. Ma erano immagini di seconda mano che riuscivo a malapena a distinguere, non potevano sostenermi. Non sopportavo nemmeno di sbirciare dal finestrino, e ogni volta che il tassì svoltava mi sentivo le interiora stringersi. Tenevo le gambe strettamente accavallate e con le braccia mi serravo i fianchi, i gomiti piantati nelle costole e le mani avvinte ai bicipiti. Udii un gemito debole e mi ci volle un momento per capire che ero stato io a proferirlo.

Mi sembrò che giungessimo troppo presto davanti allo studio di mio padre. Era situato sulla Wabash, all’ombra della sopraelevata. Osservai dal lunotto la via deserta. I lampioni illuminavano il vuoto. Inferriate d’acciaio alle vetrine dei negozi.

«Quattro e cinquanta» annunciò il tassista senza voltarsi.

«Non ho che un biglietto da venti» dissi prendendolo dalla tasca dei pantaloni.

L’uomo borbottò qualcosa e aprì una scatola di sigari che teneva accanto alla radio portatile. Passò in rassegna un mazzetto di dollari. Accanto alla scatola c’era un randello con dei chiodi sporgenti. Cominciò a contarmi il resto.

«Le sarebbe possibile aspettarmi?» chiesi. «Farò in un attimo».

«Ho chiuso il tassametro» disse lui.

Cercai per un attimo d’interpretare quelle parole; non mi pareva avessero senso.

«Resto su una decina di minuti. Dopo devo tornarmene subito a Hyde Park. Mi sarebbe difficile a quest’ora trovare un tassì. Non potrebbe aspettare? Tenga. Tenga i venti dollari, va bene? Così può essere sicuro che torno». Gli porsi la banconota e misi l’altra mano sulla maniglia della portiera, senza aprirla. Volevo che mi dicesse che avrebbe atteso. «Okay?» dissi.

Mise i venti dollari sul cruscotto e spense motore e luci.

Ero stato nello studio di mio padre dozzine di volte. Da bambino facevo sempre finta d’essere il suo socio e mi buttavo sul telefono ogni volta che suonava, mi riempivo le tasche con le sue biro, cavalcavo la scaletta mobile della sua libreria. Era un edificio non grande, biancastro, zeppo di uffici, di piccole aziende: importatori di cianfrusaglie, orefici, la redazione di un giornale serbo-croato, un pedicure, un sarto di Hong Kong. Provai il portone nell’improbabile eventualità che fosse aperto, ma non lo era. Contai sette chiavi nel mazzo che avevo preso dalla giacca di mio padre e la prima fu quella giusta (l’intensa, quasi religiosa esaltazione che me ne derivò può dare la misura del mio stato d’animo quella notte). Appena dentro il portone mi ritrovai nella tremula luce d’un tubo al neon. Rimasi in ascolto ma non udii alcuno scalpiccio – m’ero aspettato un custode in servizio ventiquattr’ore su ventiquattro. Rimasi dunque lì più a lungo del necessario, come ipnotizzato. Qualcosa in me voleva che non mi muovessi, che non salissi la rampa fino allo studio di mio padre. Era la prima volta in tre anni che qualche autorità non sapeva dov’ero esattamente; dopo tanto attendere il mio essere solo risaltava totale e ne ebbi terrore. L’unico mio legame col mondo tangibile consisteva in quel tassì che m’aspettava fuori – o già se n’era andato. Non osai controllare e così il timore che l’autista potesse andar via intascandosi i soldi che gli avevo anticipato affiorò più palpabile d’ogni altro e corsi su per le ripide, squallide scale a tre a tre.

Al primo piano c’era un buio solido e invariabile. Barcollai avanti scalciando un secchio lasciato sul pianerottolo. Rotolò via rumorosamente e io mi premetti le orecchie dicendo «Schhhh». Attesi che il buio si ritraesse. Fissai avanti, battendo ogni tanto le palpebre, provandomi ad addomesticare il buio con tutta l’intensità del bisogno che avevo di vederci. Lentamente cominciai a distinguere alcune forme. I vetri delle porte lungo il muro. Quella dello studio di mio padre era la terza e mi ci avvicinai. Questa volta però fui molto meno fortunato con le chiavi. Le provai tutte tre volte prima di riuscire ad aprire.

Accesi il lampadario che pendeva dal soffitto e osservai lo studiolo di mio padre. Sapevo di dover fare in fretta, solo quello. Non certo dove mettere le mani. Chiusi la porta. Andai alla sua scrivania costringendomi a sedere sulla sua poltroncina girevole: avevo il corpo talmente irrigidito dalla paura che quasi non riuscivo a piegare le gambe. Poi frugai nei cassetti. Passai rapidamente in rassegna risme di carta bianca, notes gialli, moduli di contratti, altri moduli, scatolette, taccuini, scatole di matite, gomitoli di spago, buste, cartelle. A un certo punto della perquisizione staccai il telefono – sapevo l’effetto che m’avrebbe fatto qualora avesse suonato. Non frugavo con molta attenzione, la paura era troppa, però mi convinsi che le lettere non erano nella scrivania. Andai davanti allo schedario delle pratiche. Era chiuso ma la chiave, piccola e sottile, stava nel mazzo. Le varie cartellette erano tutte pigiate. Guardai sotto Axelrod, sotto Butterfield, sotto David, sotto Jade. Siccome non trovai nulla guardai anche sotto Lettere. Ma tutto lì sembrava innocente e neutro e all’improvviso mi prese una dirompente tristezza per mio padre e i suoi archivi, per il lavoro che aveva fatto, per quei teneri, deperibili dettagli della sua vita.

L’archivio era costituito da tre cassetti di metallo grigio, due dei quali contenevano le varie lettere dell’alfabeto. Aprii il terzo. C’erano vecchie cucitrici, elenchi del telefono, una lampada a pile, una sciarpa... Ma, nascosta in fondo, anche una cassetta metallica chiusa a chiave, grande quanto una grossa forma di pane. La presi dicendo a me stesso che se le mie lettere esistevano ancora non potevano non essere lì dentro. Dal foro della serratura capii che occorreva una chiave simile a quella con cui avevo aperto l’archivio, ma di chiavi del genere nel mazzo non ce n’era che una. La provai inutilmente. Non so bene cosa feci dopo. Non ero più in grado di muovermi deliberatamente. Andai davanti agli scaffali e tolsi alcuni libri a caso pensando che la piccola chiave potesse esservi nascosta dietro. Sollevai dei portacenere, guardai in ginocchio sotto le due poltrone verdi dello studio. Camminai selvaggiamente su e giù, colpendomi le cosce come un matto e parlando ad alta voce come un detenuto rinchiuso nel braccio dei violenti. A un certo punto mi fu giocoforza riordinare le idee quel tanto da indurmi a sedere di nuovo alla scrivania riesaminandone i cassetti; mi ritrovai così a frugare in quello centrale dove, in una sorta di scaffaletto interno che condivideva con due matite appuntite e un tubetto di mentine, trovai la chiave. La serrai nel pugno, chiusi il cassetto e poi crollai sul ripiano della scrivania scoppiando a piangere.

Ma non ce n’era il tempo. Sempre piangendo riattraversai la stanza e senza neanche più la forza di sperare aprii la cassettina.

Jade, erano lì le nostre lettere, piegate e chiuse in una lunga busta marrone. La tua calligrafia era stretta contro la mia e le tenevo entrambe, tenevo le parole che avevamo scritto.

Quando alla fine lasciato lo studio ridiscesi in strada, il tassì era ancora lì che aspettava. L’autista dormiva con il mento appoggiato sul petto. Stetti a guardarlo un istante e m’immaginai che sognasse di qualcuno che amava. La notte si era rinfrescata e il vento mi toccò come fosse la prima volta. Il cielo era d’ardesia, con qualche stella azzurrastra qua e là. La luna, ormai quasi piena, sovrastava un palazzo lì accanto, simile a una cupola luminosa e fredda. Guardai quella luna come tante notti prima di allora, perché i carcerati amano la luna, ma adesso non la stavo guardando da carcerato, e nemmeno solo come un sognatore, bensì da uomo libero, da pellegrino, da navigatore che si accinge a tracciare il proprio itinerario.

5

Lasciato ai miei propri mezzi non so cosa avrei fatto della mia vita. Ma mi venivano richieste tante di quelle cose: d’iscrivermi all’università, di vedere l’analista due volte la settimana, di tenere i contatti col funzionario addetto alla libertà vigilata; e dovevo inoltre cercarmi un lavoro part-time. Tutto troppo obbligatorio, troppo pressante, e difatti detestavo tutto con una profonda, impotente intensità.

Grazie all’aiuto di Millicent Bell, l’amica di mia madre, riuscii a iscrivermi alla Roosevelt University dove mi fu persino concesso di far valere un po’ del lavoro che avevo svolto al Rockville. La Roosevelt è un grosso istituto universitario di stampo urbano, con un corpo studentesco composto di lavoratori part-time, di coniugati, e di molti ultraquarantenni. Non aveva un proprio quartiere e siccome non c’era un luogo destinato agli incontri, alle conversazioni, risultava arduo stringere amicizie con le persone con cui si studiava. Nel mio caso sarebbe più giusto dire che risultò agevole non stringerle. Studiavo astronomia, per quanto la Roosevelt non fosse il posto ideale per farlo. Frequentavo i corsi di matematica, di fisica e riuscivo bene, però nessuno dei miei professori sembrava riconoscermi da una lezione all’altra. Persino i custodi del planetario dove due o tre volte la settimana andavo a fissare la cupola tempestata di lucenti puntini infuocati non mi ricordavano, non ricambiavano mai i miei cenni di saluto.

Il mio analista si chiamava dottor Ecrest, e mi stava simpatico quanto può star simpatico un medico che non si vorrebbe mai vedere. Il funzionario assegnato a vigilare sulla mia libertà era un giapponese che di nome faceva Eddie Watanabe. Eddie aveva capelli che gli arrivavano alle spalle, portava i blue jeans e intorno al collo uno di quei simboli della pace che vendono agli angoli delle strade, grande come un pompelmo e legato da una striscia di cuoio. Era sua singolare pretesa che il lavoro da lui svolto tra gli addetti alla libertà vigilata rappresentasse una vittoria per «i nostri». Mi sarebbe piaciuto moltissimo dirgli cosa pensavo dei suoi versi alla Beatles, dei suoi capelli freschi di shampoo e lievi come una nube notturna, della sua falsa fiducia nel «non prenderci per i fondelli», delle entusiastiche, assolutamente umilianti strette di bicipiti che mi costringeva a sopportare ogni volta che gli riferivo qualcosa per lui catalogabile tra le «notizie super». Ma Eddie, come tanti altri prima di lui, esercitava un grande potere su di me – quanto esattamente speravo di non doverlo verificare mai.

Harold Stern, l’amico dei miei, mi procurò un posto nel sindacato dei tessili. Harold, a cui piaceva punzecchiare i compagni asserendo che solo lui aveva un contatto reale con la classe lavoratrice (e pertanto con la realtà), m’era parso sempre ambiguo e arrogante, però mi aiutò sul serio con quell’impiego a un paio d’isolati appena dalla Roosevelt University. Venni assunto per portare un cartello nel picchettaggio di un negozio di abbigliamento, il Sidney Nagle sulla Wabash Avenue. Il proprietario vendeva un modello di scadenti pantaloni da uomo chiamato Redman Pants, e scopo del picchettaggio era d’informare i clienti che i lavoratori della Redman stavano scioperando e che era quindi giusto non acquistare i pantaloni Redman. Sarebbe stato assai più gratificante per la mia romantica concezione del sindacato se quel negozio avesse avuto una clientela agiata, ma gli acquirenti (gran parte dei quali non badavano né a me né al mio cartello) mi parevano assai più modesti dei miei genitori o di qualsiasi loro amicizia; il signore e la signora Nagle, che lavoravano nel negozio insieme a un unico commesso, avevano tutta l’aria d’essere solo un’anziana coppia intrisa di disperazione e di stenti. Ogni volta che ne avevano l’opportunità mi fissavano con sdegno e dolore e mi sorse dentro il terribile sospetto che se avessi potuto dare un’occhiata ai loro avambracci nudi li avrei trovati segnati con numeri d’un azzurro un po’ sbiadito.

Cominciai il lavoro al sindacato non più di una settimana dopo essermi introdotto nello studio di mio padre. Il fatto che fossi di nuovo nel mondo esterno e che mi comportassi come una persona normale ridusse alquanto la tensione in famiglia, sebbene i miei genitori non fossero manierati al punto da saper nascondere la loro infelicità. Per riuscire ad arrivare in tempo al lavoro mi ridussi a mettere la sveglia in anticipo sull’ora reale, e i miei per aiutarmi misero avanti anche tutti gli altri orologi di casa, compresi quello della loro stanza e l’orologio da polso di Arthur. Se in passato avevano vissuto convinti d’essere d’una generazione in anticipo sul resto del popolo e se quella certezza s’era dissolta insieme alla loro fede politica, ecco che adesso si misero a vivere palesemente con dieci minuti d’anticipo sulla storia.

Pensavo spesso che non avrei potuto trovarmi un lavoro più difficile di quello. Vedevo ogni giorno migliaia di facce. Certe volte la folla mi vibrava davanti come il calore che si leva dall’asfalto e in altri momenti ogni volto era importante e distinto, come quelli riprodotti sulle incisioni antiche, perfetti fino al minimo sconcertante particolare. Era il lavoro ideale per indurmi a pensieri ossessivi sulla deprecabilità della mia esistenza, a ricordare Jade sentendone tutta la nostalgia, ad accusare anche le più lontane stelle di quella nostra separazione. Cercavo di distrarmi: un giorno contavo i negri che passavano; quello successivo i ragazzi sotto i vent’anni; l’altro ancora le persone palesemente deformi. Facevo previsioni su quante donne nello spazio di un’ora sarebbero passate con borsette bianche, quante coppie a braccetto, quante persone in fase di sballo. Cercavo nella mia mente cose da recitare. Chiedevo ad amici, Romani e compatrioti di concedermi le loro orecchie e sostenevo d’aver veduto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia. La luce del sole filtrava dalle rotaie della sopraelevata stampandosi lungo la Wabash Avenue con soffici strisce luminose, simili ai pioli d’una scala di garza. Cercavo di convincermi che tutto ciò fosse bellissimo. Ma m’appariva troppo involontario, troppo irrilevante, troppo bisognoso d’un ingrediente che invece mancava per essere bello davvero, per essere qualcosa di pre-esistente all’occhio di chi guardava. Come se attendesse d’essere bello per qualcun altro.

Tutti coloro che conoscevo erano altrove. Sentivo in me ogni tanto come un sobbalzo ed ero certo che la faccia comparsa lì all’angolo della strada appartenesse a qualcuno con cui ero stato a scuola, a un medico del Rockville, a qualche ex abitante dell’Ellis Avenue, magari a un negoziante dal quale in passato avevo acquistato un disco di Stevie Wonder. Ma non era mai vero. Anche quando non mi nascondevo il viso restandomene riconoscibile per chiunque avesse potuto frequentarmi in passato, mai nessuno rallentò passandomi accanto. Gli unici sguardi curiosi si affiggevano al cartello che recavo.

M’ero preparato a essere regolarmente travolto da apparizioni di Jade. Non so da dove scaturisse questa premonizione – probabilmente da qualche canzone o da qualche film – fatto sta che mi ritenevo un cuore affamato in grado di suscitare miraggi. Se vedi qualcuna con la gonna grigia e la camicia azzurra... qualcuna alta uno e sessantacinque e coi seni piccoli... con pietruzze turchesi ai lobi... che cammina con lo sguardo abbassato e appena appena spostato a destra... coi capelli color biscotto però ricci come quelli di Little Lulu... E le vedevo, queste somiglianze, queste analogie, e quanto altro vedevo! Coglievo voci che potevano anche essere confuse con la sua né mancava ogni tanto qualche ragazza che pareva avviata a un ballo in maschera travestita da Jade: con i pantaloni cachi di Jade e in vita quella cintura elastica e la maglietta rossa e verde di Jade; che camminava con lo sguardo puntato lievemente alla destra dei propri piedi; che in mano teneva una sigaretta accesa e avrebbe benissimo potuto essere una Chesterfield. I suoi capelli erano molto più corti di quelli di Jade ma proprio quella discrepanza indicava una più profonda somiglianza: una verruca bruna alla base del collo appena sopra la spalla, che era pura, pura Jade. Ma non ne fui mai tentato; nemmeno per un istante confusi quelle imposture con l’oggetto vero né mi riesce proprio di capire, ora, chi sostiene di scorgere sempre e dovunque la persona amata. La gente considera questi inganni come una dimostrazione di passione, eppure a me pare che il confondere un’estranea con la propria amata altro non è che un’assurda forma di narcisismo. Com’è possibile non accorgersene? In un volo di piccioni non c’è individuo che non sappia ravvisare immediatamente la propria compagna; il pinguino e la cinciallegra non conoscono illusioni ottiche o d’altro genere. Sanno, come anch’io avrei immediatamente saputo.

La biblioteca pubblica di Chicago non era che a un paio d’isolati dal negozio di Sidney Nagle e ci trascorrevo la gran parte degli intervalli a mezzogiorno. Siccome non avevo assolutamente idea di cosa fare coi soldi che stavo guadagnando, m’ero lasciato andare alla frugalità e mi piaceva l’idea di spendere meno di mezzo dollaro per mangiare e di leggere gratis per passare il tempo.

Mi accorsi un giorno che nella biblioteca c’erano gli elenchi telefonici di quasi tutte le città degli Stati Uniti. Cercando di non dare troppo nell’occhio controllai l’elenco di New Orleans per vedere se c’era il nome di Hugh o di qualche altro Butterfield – New Orleans era la sua città natale e poteva anche darsi che avesse ricostituito la famiglia in qualche atavica dimora soffocata dai muschi. C’erano alcuni Butterfield, ma non Hugh. Un Carlton Butterfield, un E. Roy Butterfield, un Horace, una Trussie, e uno Zachariah. Mi chiesi se fossero parenti di Hugh. Era ancora vivo suo padre? Si occupava sempre di caffè, beveva ancora tutto il santo giorno ascoltando Mozart con le lacrime negli occhi azzurri e nebbiosi? Fissavo quel gruppetto di Butterfield nell’elenco telefonico di New Orleans e il cuore mi batteva forte ma lento, come opponendosi al meglio delle sue possibilità all’irruzione di adrenalina provocata appunto da quei nomi: persino una manciata di Butterfield fasulli era sufficiente a farmi sentire vicino ai miei amici più di quanto non lo fossi stato negli ultimi tre anni. Pensavo a quel Carlton, a quel E. Roy e agli altri, li vedevo che leggevano il «Times Picayune» sotto le mobili ombre d’un ventilatore, intenti a sorseggiare dai bicchieri trasparenti il loro caffè denso e nero, con indosso indumenti bianchi e l’odore di bourbon. Fissavo quei nomi e cercai di ricordare se Hugh m’avesse mai detto quello di suo padre.

Be’, andandosene da Chicago dove avrebbero potuto rivolgersi, se non a New Orleans...? Li avevo sentiti parlare di San Francisco. Poco probabile, pensai, ma chissà? Ann aveva un cugino che dirigeva una clinica psichiatrica a Berkeley: era stato lui la fonte dell’LSD che i Butterfield avevano preso la sera dell’incendio. Presi dunque l’elenco di San Francisco e cercai Butterfield. Anche questa volta il nome c’era, ma nessun Hugh, né Ann, né Keith, né Sam o Jade. Mi soffermai a ricordare il nome di quel cugino: m’ero interessato a quel loro scambio di lettere perché almeno un assaggio di LSD sarebbe toccato anche a me se solo fosse arrivato prima del mio esilio. Ramsey (il nome da ragazza di Ann). Gordon Ramsey. C’era un veterinario di nome G. Ramsey in Polk Street. Era lui? Poteva Gordon aver rinunciato alla psicofarmacologia in favore di iniezioni contro il cimurro?

Procedevo piano, a casaccio, facendo del mio meglio per non ammettere quanto la mia vita ruotasse ormai intorno a quelle ricerche; fatto sta che non passava giorno feriale senza che io mi recassi in biblioteca cercando i Butterfield negli elenchi del telefono. Ne trovai a Los Angeles, a Seattle, Portland, Denver, e a Dallas. Mi comperai un piccolo taccuino tascabile e ci scrissi gli indirizzi e i numeri telefonici di tutti quelli che mi parevano probabili. H. Butterfield di Denver, addirittura un Keith Butterfield a Boston e un altro a Milwaukee, una Ann F. Butterfield a St. Louis (quella F. era priva di senso ma presi comunque nota del numero), un’ignota ma echeggiante Jane Butterfield in quel di Washington D.C., e così via, avanti e indietro per il paese.

Poiché abitavo ancora con i miei non osavo fare telefonate interurbane, né m’era possibile ricevere lettere personali. Chiamavo sporadicamente quei numeri dalle cabine telefoniche nell’atrio della Roosevelt University, e una volta cambiai un biglietto da venti dollari in tante monete da venticinque centesimi e trascorsi perlomeno un’ora a telefonare a distantissimi estranei. «Hugh?» dicevo pur sapendo dal primo distante «Pronto?» che l’H. Butterfield per esempio di Denver non era nessuno ch’io conoscessi. Chiamai quella Jane Butterfield di Washington e dissi: «Mi scusi, cerco Jade non Jane». «Chi parla?» mi rispose la voce piccola d’una bambina.

A fine settembre traslocai dall’appartamento dei miei genitori in due stanze ammobiliate sulla 55a angolo Kimbark: un posto tetro, ma anche l’unico che potessi economicamente permettermi. Ero contento di stare per conto mio, sebbene mi sentissi più solo di quanto avessi supposto. All’università non m’ero fatto nessun amico – neanche delle semplici conoscenze – e l’operaio tessile in pensione col quale facevo il picchettaggio davanti al Sidney Nagle nei miei confronti non nutriva né simpatia né approvazione. Ero un raccomandato, quel lavoro il sindacato di solito lo dava agli iscritti anziani affinché arrotondassero la pensione. Il nome di quell’unico mio collega era Ivan Medoff e aveva l’aspetto che avrebbe avuto James Cagney se Cagney fosse stato ebreo e avesse lavorato per trentanove anni in uno stabilimento. L’unico cenno socievole che mi dedicò fu di dirmi un giorno: «Ho spiegato a mia moglie che qui lavoro insieme a un ragazzo e lei m’ha detto che forse dovrei invitarti da noi qualche volta». Non si spinse oltre e io neanche, per quanto poi aspettassi una data perché avrei accettato.

La mia solitudine era al tempo stesso vaga e totale. Non perdevo mai una lezione e ben presto mi costrinsi a rivolgere quesiti agli insegnanti, se non altro per sentirmi mentre parlavo con qualcuno. Mi piaceva l’idea delle sedute col dottor Ecrest, e quando mi domandò se per caso ero interessato a unirmi ad altri per una terapia di gruppo che stava organizzando i mercoledì sera quasi gli risposi di sì, per la possibilità che poteva esserci di farmi qualche amico. I miei genitori arrivavano ritualmente per colazione, che preparavo sul mio fornello a due fuochi e servivo su sbocconcellati piatti biancazzurri forniti dal padrone di casa. Trovavo più occasioni di quante ne avessi anticipate per arrivare a mia volta fino al loro appartamento – un golf che dovevo prendere, farmi prestare dei cucchiai, accettare spontaneamente un dizionario che si erano offerti di darmi già prima che traslocassi – e quasi sempre il mio arrivo coincideva con l’ora di pranzo. Parevano entrambi molto presi dal loro lavoro e, sebbene sapessi che stavano attraversando un momento triste e difficile, non mi sembravano più infelici di un paio di bambole relegate in soffitta. Mi comportavo senza dubbio come un maiale per quel mio rifiuto di riconoscere la loro pena, ma era anche ciò che volevano da me.

Verso la fine di ottobre mi feci mettere il telefono. E, pensai, di lì a poco sarei apparso nell’elenco telefonico di Chicago. Un’ampia, chiara prova che ero fuori dalla clinica e che abitavo sulla Kimbark. Sarebbe stato di dominio pubblico e Jade l’avrebbe saputo.

È ben noto a tutti come il telefono divenga nient’altro che un tetro mucchietto di plastica e di rame se non squilla mai. I miei il numero l’avevano e mi chiamavano spesso, ma erano i soli. Oh sì, una volta Eddie Watanabe, l’incaricato della libertà vigilata, mi chiamò per spostare di una settimana un nostro incontro, ma altrimenti il telefono se ne rimaneva altrettanto silenzioso del severo vecchio sofà e delle sedie che il padrone di casa mi aveva lasciato.

Ciò che invece il telefono rappresentò continuamente fu la tentazione di attingere all’elenco che avevo compilato dei vari Butterfield del paese. Facevo quelle chiamate con un senso di colpa assolutamente pazzesco, come se mi stessi coercitivamente impegolando con qualche droga o perdendo nella pornografia. Ogni volta che formavo un numero mi dicevo che era l’ultimo, e poi mi dicevo ancora uno e basta. Non so per quanto tempo sarei andato avanti così, se dieci giorni dopo che mi avevano istallato il telefono non avessi trovato Ann a New York.

Nell’elenco di Manhattan i Butterfield non erano numerosi. C’era tra loro un K. Butterfield, che avrebbe potuto essere Keith ma quel numero l’avevo già provato da una cabina telefonica due o tre settimane prima. Però cercai anche tra i Ramsey e ce n’erano diversi. Ann era elencata come A. Ramsey, 100 E. 22nd Street. Ricordo che quando scrissi quel numero la prima volta lo giudicai promettente, ma per un motivo o per l’altro mi ci volle parecchio tempo per arrivare a chiamarlo, quasi che avessi bisogno d’una lunga frustrazione prima di concedermi il successo.

O forse si trattò di pura e semplice paura. Le telefonai una sera. Rispose al secondo squillo e alla sua prima parola capii che avevo trovato Ann. Appena ne udii la voce interruppi la comunicazione, come un ladro che spegne la torcia elettrica. Restai seduto, gli occhi spalancati sul telefono aspettandomi quasi che suonasse, che fosse Ann a richiamarmi. Poi andai su e giù per le mie due stanze cercando di capire cosa fosse accaduto, come fossi riuscito a mutare completamente la mia vita formando il prefisso di New York City e poi sette piccoli numeri. Afferrai una giacca e corsi fuori. Camminando a caso passai davanti a un bar della 53a e mi venne voglia di entrare a bere qualcosa – dimenticandomi per un attimo che coi miei vent’anni ero troppo giovane per poter essere servito. M’inoltrai verso sud. Ben presto mi trovai sulla Dorchester, vicino alla casa in cui avevano abitato i Butterfield. Ma a mano a mano che m’avvicinavo mi svaniva il coraggio e, follemente sudato, tornai trottando alle mie stanze.

Appena entrato la chiamai, ansimante per la corsa. Questa volta non disse pronto.

«Chi parla?» disse.

«Ciao Ann». La mia voce era sottile e irrilevante.

Restò un attimo silenziosa. «Ma chi è?».

Mi schiarii la gola. Non avevo vicino alcuna sedia cosicché sedetti a gambe incrociate sul pavimento. «Sono David Axelrod».

Rimase muta. Con Ann non si capiva mai se le lunghe pause erano una dimostrazione di sorpresa oppure un mezzo, un modo per trasformare ciò che avevi appena detto in un’eco interiore. Mi ricordai di questa sua particolarità e un brivido d’emozione m’attraversò: la conoscevo.

«Ciao David» mi disse. A sentirla si sarebbe detto che avesse le sopracciglia inarcate e la testa piegata da un lato.

«Ti disturbo?» chiesi.

«Dove sei?».

«A casa mia. A Chicago. Kimbark Avenue».

«Allora t’hanno fatto uscire».

«Sì. Da agosto». Attesi che mi dicesse qualcosa, poi domandai: «Che effetto ti fa?».

«Che sei fuori?».

«Sì».

«Non so».

«È solo una libertà vigilata» dissi.

«Oh? Pensavo che fosse la clinica la libertà vigilata».

Restammo un’altra volta in silenzio; ascoltavo il brusio elettronico delle linee interurbane.

«Be’» dissi in fretta, «dimmi come stai».

«David, tutto questo è troppo strano». E riattaccò.

Per un attimo restai esterrefatto, ma poi rifeci il numero. Prese su senza dire una parola.

«Mi spiace» dissi, e scoppiai a piangere. Credevo di volerle dire che mi spiaceva per quella telefonata ma man mano che mi salivano le lacrime capii che volevo chiederle scusa ed essere perdonato per ogni cosa.

«David» disse Ann, «io non riesco a odiarti».

Tentai di smettere di piangere e di soppesare ciò che aveva appena detto, ma una volta iniziate le lacrime rifiutarono ogni controllo. Feci un profondo sospiro subito spezzato da un singhiozzo; poi mi coprii semplicemente gli occhi e piansi. Mi scostai dal telefono e quando di nuovo lo riportai al mio orecchio Ann aveva già interrotto la comunicazione.

Dieci giorni più tardi ricevetti una sua lettera. Così voluminosa che il postino non riuscì a introdurla nella mia cassetta. Mi lasciò un avviso giallo e dopo l’università passai a ritirarla alla posta. Un po’ era scritta a macchina, un po’ a mano con quattro penne diverse. Restai sveglio fin dopo l’alba a rileggerla. Le pagine erano tenute insieme da un grosso fermaglio rilucente e in cima, su un foglietto strappato, c’era questa annotazione: «Deciso alla fine che se non ti spedivo il tutto avrei continuato a scrivere per il resto dell’anno. Non so come giudicare queste cose – impetuose, imprevidenti, comunque ora ti appartengono. A.».

David, è sorprendente che tu mi abbia trovata! Qui nella East 22a, in questo appartamento gremito e costoso, sotto quello che comunemente e delicatamente viene definito il mio «nome da signorina», mi sentivo (finché non ho udito la tua voce e terrorizzata non ho buttato giù la cornetta) più o meno protetta da qualsiasi spontanea visita del mio passato di Butterfield. Protetta non soltanto da te (non sei stato granché come problema, rinchiuso com’eri) ma semplicemente e genericamente protetta.

Per il momento sono sola. I Butterfield si sono tutti sparpagliati – ed è il massimo ch’io possa dirti, per quanto se sei riuscito a trovare me immagino che avrai già spaventato almeno un altro paio di noi. Anzi, direi che devo essere stata la più difficile da trovare, dato che Hugh, Keith e Sammy sono ancor oggi dei Butterfield. Non avevo particolare bisogno di ulteriore indipendenza (ora mi servirebbe averne meno), né mi sento oppressa dal nome Butterfield, però ho avuto voglia di fare qualcosa di spregiudicato, qualcosa che distinguesse questa particolare e definitiva separazione da tutte le altre crisi e separazioni che l’hanno preceduta. Volevo che Hugh sapesse che avevo esaurito la mia possibilità di perdono, così come l’umanità sta esaurendo le proprie risorse naturali. Tutta la mia indulgenza era svanita, ed ero proprio arrivata al fondo, alla parte più arida e secca e sensibile, alla più friabile e, suppongo, anche alla più cattiva. Volevo che lui sapesse tutto questo e non sono affatto pentita di averlo spinto via. Sebbene ciò sia avvenuto solo dopo che Hugh aveva reso abbondantemente chiaro che non potevo in alcun modo interferire col suo incessante gironzolare alla ricerca del suo io più vero ed essenziale – il che nel suo caso significava correre in giro col cuore attaccato a un filo come un ragazzino intento a lanciare l’aquilone. A volte ho il sospetto che chiedere il divorzio e rinnegare il suo nome sia stata la mia maniera di conferire dignità e finalità al suo terribile comportamento, un modo singolare per dargli un’ultima occasione di mettere la testa a partito. Ma ormai a Hugh restava ben poco da aggiustare. Non reagì affatto bene quando seppe che ripiegavo sul mio cognome di Ramsey; il che m’infastidì talmente che cercai di convincere i ragazzi a cambiare anch’essi cognome. Sai che trovata. La loro reazione è esemplificata dalla risposta che mi diede Sammy: Come? Cosicché dovrei rifarmi la patente?

Non avrei dovuto essere così brusca con te al telefono. Mi sono sentita compromessa per il solo fatto di aver udito la tua voce. Gli altri non mi avrebbero mai perdonato la benché minima cordialità. E perdonerebbero ancor meno questa lettera. Mi sono sentita sempre particolarmente compresa, compenetrata, parlandoti: tu senti cose che gli altri preferiscono ignorare, o fraintendere, ed è per questo che mi piace dirtele.

Tu, poi! Nuovamente a Chicago. Io non riuscirei mai a tornarci, credo. Chicago è una casa piena di ragazzi e un prato a cui mai nessuno voleva tosare l’erba. Hugh comunque c’è tornato. Ora che viaggia spesso, proprio come un piazzista anche se naturalmente non ha nulla da vendere. Proprio nulla. Ha abbandonato la professione e lavora solo quando lui e la sua ragazza attuale si trovano senza quattrini. Fa il lavapiatti, il facchino. Qualsiasi cosa. Comunque a Chicago c’è andato con uno scopo, ed eri tu. Aveva saputo che il tuo caso sarebbe stato riesaminato. Immagino tu sappia che quando scoppiò tutto quel guaio Hugh si mise in contatto col magistrato al punto che poi sono rimasti abbastanza amici. Hugh aveva dunque appreso che c’era una certa possibilità che ti rilasciassero dalla clinica e fece del suo meglio per ravvivare le accuse nei tuoi confronti. Me ne ha accennato l’ultima volta che ci siamo parlati e giacché siamo sull’argomento posso anche dirti che era parecchio sconvolto perché si rendeva conto di aver perduto e che tu stavi per uscire. Non ti avevo avvertito che ti stavi pericolosamente inimicando Hugh? Com’è possibile che tu sia stato arrogante al punto da prendere la sua lentezza per cedevolezza? Tu pensi che l’astrologia sia uno scherzo, ma Hugh è sul serio un Toro classico. E non è niente male come chiaroveggente. L’unico motivo per cui non sono svenuta quando mi hai telefonato è che già da mesi Hugh m’ha predetto che saresti riuscito a rintracciarmi, che ti saresti messo in contatto con me, ed è davvero strano come da allora io sia rimasta in attesa.

Anche se molto povera, sono sola e quindi posso lasciarmi andare ad alcune delle mie indulgenze preferite (avrei proprio dovuto nascere cattolica; nessuno più di loro ha un senso talmente quantitativo del piacere). Ce n’è voluto del tempo perché capissi che non mi succederà mai di non essere povera – sempre che il proverbiale vecchio riccone con nel cuore un buco da ventiquattro carati non venga a inginocchiarsi qui di fronte a me. Hugh e io iniziammo la nostra storia insieme virtualmente senza quattrini, ma non ci sembrò mai un problema grave. Davamo entrambi per scontato il fatto d’essere ricchi, e nella nostra qualità di protestanti istruiti davamo anche per scontato che l’intera società (se non addirittura il cosmo) avesse l’impegno di conservarci a galla. Ci consolavamo col più classico dei trucchi semantici: non eravamo poveri, bensì al verde. Il che nel nostro caso aveva la logica di una famiglia di naufraghi che si descriva «in campeggio».

Imparai ad allontanarmi da molti lussi – e ogni bambino che arrivava mi costringeva a buttar via un’ulteriore serie di desideri costosi. Uno però non moriva mai (lo tenevo protetto come una specie animale sull’orlo dell’estinzione) ed era il mio amore per il cioccolato più costoso. Sopravvisse alla mia passione per i bei libri, per gli abbonamenti alle riviste, per le borse di coccodrillo, per le sigarette inglesi; il cioccolato sopravvisse alle turchesi e all’oro, così come ai piaceri semplici quali le prime visioni e il far lavare le camicie dalla lavanderia cinese. Ma la mia passione per il cioccolato non soltanto sopravvisse ai miei altri piaceri – li superò. Mai annusata a un libro fresco di stampa o tastata di lino irlandese mi toccò così profondamente come il liquefarsi lento e oscuro d’un bel pezzo di cioccolato svizzero sotto la lingua.

Dal momento che da te in famiglia professano tutti l’importanza di condividere le cose (che ardenti socialisti erano i tuoi!), ti traumatizzò non poco apprendere che tenevo nascosto il mio cioccolato persino ai miei familiari. Assaporavo quei miei dolci tesori, e per la verità ne finivano liquefatti e irranciditi tanti quanti ne mangiavo. Mi sentivo fremere il cuore quando passavo davanti a uno di quei miei nascondigli. Talvolta mentre parlavo con Hugh o con uno dei ragazzi, la mano appoggiata sulla scatola d’acero del cucito contenente, sotto i ditali e i rocchetti vuoti, cinque dollari di dolci austriaci, mi sentivo il rossore spandersi come una macchia sul viso e il cuore si metteva a dare dei veri e propri colpi. Pensavo allora: Dio mio, mi sto facendo scoprire. Capiranno tutto e sarò rovinata! Era come imbattersi per strada nel proprio amante e lui è con sua moglie e tu coi figlioli – altrettanto pauroso e altrettanto piacevole. I segreti consentono il conforto di un’intimità ricca di potenziale. Sono le x nella tua equazione, le compassionevoli incognite. Quelle dolci cialde nascoste, quelle risorse ancora vergini prendevano il posto di tutte le altre che fingevo fossero sempre disponibili.

Prima ancora che tu facessi tua la nostra casa, le cacce al mio cioccolato erano uno sport familiare. Talora dormivo fino a tardi, scendevo dabbasso e trovavo la casa sottosopra. La ricerca delle mie riserve di cioccolato era un rito, e come ogni altro gioco tribale nessuno in quella grande casa cadente piena di spifferi l’abbandonò mai del tutto. Persino Hugh ne fu coinvolto. Ma nessuno riusciva ad arrivare dritto ai nascondigli come sapevi fare tu. Di tutti coloro che capitavano in casa (parenti, amici dei ragazzi, la domestica a ore che assumemmo per un mese quand’ebbi quel che a Hugh piaceva chiamare il mio esaurimento nervoso e che io chiamavo semplicemente rinsavimento, e le dozzine di fuggiaschi da casa e di naufraghi che sembravano sempre finire da noi perché la nostra disponibilità e la nostra curiosità venivano inevitabilmente prese come fiacchezza) di tutte quelle dozzine con o senza nomi, con o senza scrupoli o coscienza, eri l’unico che sapesse regolarmente dissotterrare quel che io nascondevo. Facevi la corte a Jade da meno di una settimana e già esibivi le prove della mia segretezza. David, riuscivi a scoprire cioccolato di cui m’ero dimenticata persino io. Fosti tu a trovare quella tavoletta dentro la scatola dei Kleenex, poi nella libreria i cioccolatini ficcati dentro l’antiquata Britannica che nessuno consultava perché lo stile era troppo vecchiotto e i ragazzi non potevano ricopiarlo tale e quale per le loro ricerche scolastiche. Trovasti il cioccolato giù in cantina dietro la pala da neve arrugginita, avvolto negli stracci per proteggerlo dai topi, e indovinasti senza sforzo apparente quali erano i mattoni del caminetto che si potevano smuovere. Non appena gli altri ti ebbero introdotto nello spirito di quelle cacce l’unico luogo al riparo dalle tue ricerche fu la mia stanza da letto dove di tanto in tanto nascondevo qualcosa nel cassetto della mia biancheria e dove tu eri (cos’eri, David?) troppo delicato, troppo gentile e troppo accorto per andarci a frugare. Devo ammettere che le tue razzie erano da preferire. Se non altro badavi a che la gran parte del bottino tornasse poi da me. Ti piaceva offrirmi quel che io avevo nascosto. Eri come un cane con il bastoncino: fiutavi, trovavi, riportavi.

Ho avuto molto tempo per pensare a tutto questo e ho deciso che siccome partivi da zero, senza risentimenti od offese al tuo amor proprio, a te era consentito di capirmi meglio della mia stessa famiglia – loro erano troppo ansiosi di scoprire che in qualche modo ero più calda, più abile, che avevo una riserva segreta di femminilità, di maternità, di abnegazione, vedevano tutto come attraverso una foschia di aneliti. Ho sempre pensato che tu avessi una speciale istintiva capacità di capirmi – anche se ciò che chiamiamo capire assai spesso non è che apprezzamento, in pompa magna. Con te riuscivo a parlare fiduciosa che qualsiasi cosa dicessi non sarebbe stata automaticamente vivisezionata per capirci il vero significato. Con te potevo scherzare, girare intorno a ciò che intendevo dire. Potevo accennare – e che sollievo era! Loro erano così maledettamente espliciti.

E tu eri l’unico a essere genuinamente entusiasta del fatto che avevo fatto la scrittrice. Quando scopristi che m’era successo di vendere due racconti al «New Yorker» andasti quello stesso giorno alla biblioteca dell’università per leggere quel che avevo pubblicato e tornasti la sera con umide, fredde fotocopie in negativo di quei vecchi racconti. A chi stavi facendo la corte, ecco cosa vorrei sapere. Quelle novelle erano vecchie di più di diciotto anni ma ti tremavano tra le mani e parevano nuove e vive come appena uscite dalla tipografia. Le guardavi e poi guardavi me come se fossi stata ancora la persona che le aveva scritte. Volevi che ne parlassimo, mi intervistavi neanche fossi stata Rebecca West, chiedendomi cosa m’aveva ispirata e perché avessi scelto quella parola e non l’altra.

Ero la prima persona che incontravi che avesse pubblicato qualcosa e sapevo quanto il tuo entusiasmo fosse naïf, ma l’avevo caro, te lo spremevo. Quella sera feci bollire il bricco del caffè e bevemmo Tia Maria con i bicchieri da bibita che Sammy aveva rubato da un self-service. Chi eri? Voglio dire in quel momento, quella sera. L’amichetto liceale di mia figlia. L’ennesimo nuovo venuto in casa nostra. Ma parevi promettere talmente. Quei tuoi grandi occhi intensi e la trovata assolutamente geniale di rallentare i tuoi complimenti con piccoli balbettii. Dopo un po’ la famiglia, compreso Hugh e poi Jade salirono a dormire, e tu ed io restammo soli sotto la lampada della cucina, per il resto la casa era al buio. Erano quasi le undici ma eravamo lontani dall’aver esaurito la nostra conversazione. Mi piaceva da matti discorrere di quei racconti e tu, adesso lo capisco, stavi molto astutamente avanzando un diritto, accaparrandoti non solo uno spazio territoriale ma anche temporale. Quella sera stabilisti un precedente cruciale – cioè, non ci si sarebbe più aspettato che tu te ne andassi in un’ora normale, decente. Ricordo che sperai di trovare Hugh già addormentato perché avevo capito in precedenza che desiderava, come gli piaceva dire, «avermi» mentre io non ne avevo proprio voglia. Assolutamente. E ricordo anche d’essermi chiesta se per caso Jade non stesse maledicendomi perché avevo monopolizzato il suo nuovo ragazzo. Ma mi sembrava così giusto star lì a bere e a parlare con te che non riuscivo a preoccuparmi di loro. Dicevo a me stessa che se il vecchio caro Hugh mi voleva talmente poteva anche venir giù a prelevarmi, e se Jade era in preda a gelosie adolescenziali, be’, avrebbe potuto parlarmene apertamente, e che se anche tu, sotto la glassa del tuo charme, sentivi il dovere d’essere in quel momento da qualche altra parte (a casa o con Jade) allora non avevi che da alzarti e andartene. Ero talmente felice.

So bene che hai la sensazione d’essere stato ammaliato fino ad accettare i modi della nostra famiglia, fino a divenire uno di noi. Altri, suppongo, condividono questa sensazione, cioè che abbiamo avuto da te ciò che ci meritavamo giacché ti avevamo attirato in acque che hanno poi finito con il sommergerti. Immagino che l’incendio che hai appiccato a qualcuno dev’essere apparso come le fiamme di quell’inferno che tanto evidentemente meritavamo. So che la tua innocenza non venne provata (né era probabile) ma persino la sentenza (cure invece di punizioni) è parsa racchiudere una certa condanna nei nostri confronti quasi che la follia ti fosse stata iniettata dalle circostanze incontrate nella nostra casa. Ma per me non è così.

C’era qualcosa in te che intensificava ogni muta lotta, tutte le divisioni, le incomprensioni, le permalosità che sino ad allora erano rimaste come sospese tra noi, in un precario equilibrio. Non so ancora capire bene come ti sia stato possibile. La nostra casa era stata sempre aperta a qualsiasi tipo di adolescenti disturbati, ai bulli, ai giovani geni sudici, ai vincitori di concorsi per giovani scienziati e ai cantanti folk; e ogni ragazzo che passava lasciava un’impronta, certo, ma nessuno si presentò come un Prometeo, nessuno mutò davvero i sentimenti che nutrivamo l’uno per l’altro, nessuno ci costrinse a negoziare di nuovo la complessità degli accordi che ci tenevano insieme – come del resto sono tenute insieme tutte le famiglie dove non eserciti il suo potere un singolo dittatore.

Credo che fosse il modo con cui ci stavi cambiando, più di qualsiasi altra cosa, che spinse alla fine Jade ad affrontare Hugh e a dirgli: «Allora, perché non intervieni in qualche modo? Perché non ti comporti come un padre e non dici basta? Perché non mi ci tiri fuori?». Lo so che ti piace credere che la decisione di esiliarti per un mese dalla nostra casa sia stata principalmente di Hugh, magari col contributo della gelosia di Keith e della mia perversa nostalgia per le antiche norme. Ma fu Jade a volere quella decisione, Jade a cui pareva che tutto stesse scivolando via. Hugh e io eravamo in realtà troppo fumati e troppo ossessionati da quella che orgogliosamente definivamo la «nostra nuova libertà sessuale» per poter decidere qualcosa. Le nostre esistenze pendevano così bruscamente, così convulsamente che il mero fatto di restarci aggrappati era un esercizio degno di un rodeo; ci sentivamo coraggiosi, certo, e molto più avanti dei nostri coetanei – già allora non ci restava un solo buon amico che avesse la nostra età. Ma ci sentivamo anche talmente insicuri e poco abituati al nostro nuovo modo di vivere che non ci pareva di essere adulti al punto da poter redigere un codice di comportamento per Jade, o per te, o per chiunque. A quel punto, il meglio che potessimo fare era di non giudicare per non essere giudicati. Bisognò che un giorno Jade ci vacillasse in camera col pugno pieno di Thorazine appena acquistate (perfette per interrompere qualsiasi viaggio) perché ci mettessimo in azione. «Che dovrei fare?» le domandò Hugh, con quell’inettitudine che gli piaceva considerare apertura mentale. Io mi ero messa di buona lena a togliere dalla mano di Jade le Thorazine – Dio, pensavo, potrebbero penetrargli nella pelle e mandarla in shock. Verso la fine di quella serata Hugh si mosse, da quel papà che Jade anelava tanto, e affermò l’efficacia della sua paternità tenendoti lontano da casa per trenta giorni, periodo durante il quale anche a Jade sarebbe toccato di rimanere lontana da te.

Ma naturalmente era già troppo tardi. Jade stava tentando assai più che una ritirata dell’ultima ora all’ombra del padre, in mente aveva ben più che una riconquista del proprio equilibrio – legato, quest’equilibrio, al bisogno che lei aveva d’essere gestita da noi, di vivere più normalmente. C’era difatti in lei il sospetto che una ragazza della sua età non avrebbe dovuto avere un amante e comunque non avrebbe dovuto tenerselo praticamente in casa. Con te nel suo letto Jade non aveva più nessun posto in cui essere ragazzina; con indosso ogni sera le tracce dei vostri incontri non poteva dormire l’innocente roseo sonno di cui spesso le sembrava d’avere bisogno. Ciò nonostante, era solo in parte se stessa che desiderava salvare bandendoti per un mese: voleva salvare noi tutti, specialmente Hugh e me.

Tutti quelli che erano capitati nella nostra vita avevano portato un messaggio, una sfida, ci avevano insegnato qualcosa. Forse perché Hugh e io ci eravamo incontrati all’università, eravamo studenti sempre, intenti ad annotare la vita che sbirciavamo attraverso gli altri. Era il vantaggio di tenere una casa aperta; persino i fuorilegge arrivavano recando doni. Hugh e io, e in misura minore anche i ragazzi, lasciavamo che quella ricca esistenza ci scorresse intorno; trattavamo i fuggiaschi, i curiosi, gli ospiti d’una notte come altrettanti menestrelli in qualche immensa sagra medievale. Eravamo impressionabili, eravamo anzi ingenui – totalmente disposti a ritenere che gli adolescenti, persino quelli dell’età di Sammy, stessero gettando i semi d’una nuova coscienza sociale a cui noi, cioè Hugh e io, eravamo tanto fortunati da attingere direttamente. Fosti tu a coglierci di sorpresa, perché al confronto di tipi quali Alex Ahern e Hector il Matto e quel Billy Sandburg che si suonava il ventre a mo’ di tamburo e strabuzzava gli occhi al punto che restava soltanto il bianco, al confronto di certi incredibili personaggi, di certe vittime che vedevamo, tu eri per così dire relativamente normale. Mi ci vollero intere settimane per interessarmi a te, ora che ci penso.

Sapevi di dover far fronte a parecchi ostacoli e non t’era quindi sufficiente corteggiare Jade. Dovevi renderti interessante (indispensabile!) anche agli occhi degli altri. Certamente, in termini di puro charme avevi tutti i numeri per sedurci a uno a uno e per distanziare gli altri che capitavano nella nostra vita – nessun altro sarebbe stato capace di mettercela tutta come facevi tu, nessun altro aveva la tua determinazione ovvero si preoccupava altrettanto dell’immagine che proiettava. Quindi, con Keith era botanica e musica folk (nel periodo in cui ancora ti sopportava), esercitazioni di karate con Sammy, romanzieri ebrei con me; e una sorta di faunesca ossequiosità con Hugh il quale, sfortunatamente per te e per le tue strategie, non riuscì mai ad affrancarsi del tutto dal complesso di superiorità che l’aveva provocata. E per noi tutti le favole lettoni che inventavi per farci ridere e i dogmi marxisti per impressionarci con la tua erudizione e per informarci che, mentre sembrava che tu non vivessi per nessun principio che non fosse asservito al tuo piacere, eri, in effetti, guidato da vaste considerazioni storiciste. Volevi segnalarci che sotto sotto eri in qualche modo un rivoluzionario; sapevi che i tuoi ideali ci avrebbero incantato così come la loro concretezza e la promessa di una vita trascendentale che celavano. Il disprezzo dei progressisti legati al sistema era, almeno per noi, paragonabile a certe passeggiate che in pieno sballo facevamo intorno a Hyde Park: un modo cioè di stare nel mondo e nel contempo più in alto del mondo, lì dove si è immuni da ogni raffronto e giudizio.

Ma lasciamo perdere la Lettonia e la Rivoluzione Russa, lasciamo perdere Gimpel lo scemo e i tuoi ricorrenti ossequi a Hugh per il suo contributo nella seconda guerra mondiale. Ciò che ai nostri occhi ti rendeva vivido era alla fin fine proprio quello che facevi senza alcuno sforzo. Era il tuo amore per Jade. E devi sapere che fu Hugh che per primo lo riconobbe – non tanto l’amore che io consideravo inevitabile giacché non facevate che volervi l’un l’altro, ma quella forza strana, singolare che generavate e che Hugh percepì mesi e mesi prima che decidessimo di bandirti da casa.

Una cosa era concedere a nostra figlia la libertà di esprimere il suo amore (soprattutto perché faticava talmente a esprimerlo all’interno della famiglia), un’altra vedere che poi questa libertà la catapultava in un rapporto altrettanto intenso di ciò che Hugh e io definivamo «amore adulto». Eravamo d’accordo nel lasciarle la libertà sessuale, d’accordo nel consentirle di trovare la propria individualità all’esterno delle strutture familiari, però davamo anche per scontato che Jade avrebbe avviato la propria vita sessuale con qualche amorino da bambina, con qualcosa di totalmente adolescenziale, vale a dire con le classiche esperienze zeppe di dubbi, di distrazioni, con qualcosa che più distintamente esprimesse la peculiare mistura di bimba e di donna che lei a quel tempo era. Ci sentivamo come se avessimo concesso a un bambino il permesso di compiere esperimenti col gioco del piccolo chimico e poi ci fossimo accorti che sotto quelle sembianze infantili c’era un genio capace di risolvere antichi rebus d’alchimia, di legare molecole fino a quel momento incompatibili, di riempire lo scantinato di fumo luminescente. Non avevamo cioè la minima idea di cosa ci aspettasse; avevamo completamente sottovalutato l’incredibile portata emotiva di cui Jade era capace. Di lei eravamo abituati a vedere un aspetto soltanto. Una Jade sbadigliante, un po’ introversa, ordinata, abitudinaria, evasiva; una ragazza che aveva un rapporto un tantino maldestro col suo corpo a parte alcune astratte preoccupazioni riguardanti il peso o l’esiguità del seno.

Hugh sembrò impazzire, strapparsi a metà. Lo mandava assolutamente in bestia pensare alla sua preziosa figlia a letto con un ragazzo. Fossero state lasciate in pace sono certa che le sue fantasie incestuose si sarebbero atrofizzate. Ma il vedere Jade abbracciare la vita sessuale proprio mentre era al bivio tra adolescenza e maturità innescò in Hugh un desiderio profondo, conflittuale e doloroso; desiderò che tu scomparissi affinché scomparisse il desiderio. Era stato educato a ritenere giusto un atteggiamento protettivo e anche possessivo nei confronti della propria figlia: ma, poverino, era troppo in sintonia con la verità e l’ambiguità dei propri sentimenti: assai più appassionato di chiunque altro in famiglia, non riusciva a ignorare quanta gelosia pura ci fosse nella sua reazione al rapporto che univa Jade e te.

Ma d’altra parte l’effetto che avevate su Hugh voi due l’avevate su tutti gli altri o quasi. Cioè, lo spingevate a ricordare le più inarticolate, irragionevoli e romantiche speranze che mai avesse avuto. Su Hugh tutto ciò che era stato tradito e perduto, che era stato affinato e sminuito, tutta quella ruggente foresta di emozioni tornò tumultuando. Per me era diverso: vedervi innamorati mi faceva piangere per ciò che non ero mai stata, per i rischi che non avevo mai corso, per la mia vita tutta più o meno vissuta in disparte. Ma Hugh si riconobbe effettivamente in voi due. Volti veri, momenti veri, il preciso contenuto emotivo di promesse mai mantenute. Per me era meramente gelosia; ma per Hugh c’erano tutta l’estasi e il dolore della memoria.

Hugh era dunque perfettamente esposto all’astuzia dei tuoi colpi. Lo vidi barcollare e ne approfittai. Lo incoraggiai a credere che la nostra vita potesse senza rischi saltar fuori dal tracciato, che invece di invecchiare potevamo ringiovanire, che invece di appesantirci avremmo potuto catapultarci in un’ampia, più ampia libertà. La casa, il nostro precario bilancio, gli indumenti accuratamente puliti e rammendati negli armadi, le uova bollite, i cucchiai ossidati, le stampe di Klee nelle cornici fatte in casa – a nessuna di queste cose, sostenevo, dovevamo permettere di definire i limiti reali della nostra vita. Potevamo fare qualsiasi cosa.

Il resto, come si suol dire, è storia. Mi presi un amante e lui una dozzina. Fumai uno spinello e lui un chilo. Accennai alle contraddizioni del mio carattere e lui se ne uscì con torrenti di confessioni. Spargevo una lacrima e lui piangeva a dirotto. E poi quando cominciai a domandarmi se non fossimo stati un po’ troppo indulgenti, se non avessimo un po’ troppo ecceduto a toglier le briglie alle nostre responsabilità di genitori, Hugh precipitò in un panico convulso, si protese per riafferrare le redini familiari che ormai gli sfuggivano o che più non obbedivano al suo tocco. Cos’era accaduto alle nostre riunioni di famiglia? Chi badava ormai a stirargli le camicie? Diceva di sentirsi come il pilota di un caccia a cui sia stata colpita la coda – perdita d’altitudine, sbandamenti improvvisi, il sibilo acuto dell’imminente disastro.

Non fosse stato per te, chissà quale forma il disastro avrebbe assunto. Un esaurimento nervoso? Un «viaggio» andato male? (Ecco! Quasi ti vedo che cominci a dimenarti, a supporre ch’io ti stia togliendo quel peso di dosso. Solo che non il tuo senso di colpa andrebbe alleviato, bensì la tua megalomania. Com’è possibile che tu possa permetterti di pensare che tu e solo tu hai avuto la possibilità di disfare la nostra famiglia?). Eppure, in fin del conti eri il perfetto araldo per la nostra personale rovina domestica. Fu almeno parzialmente grazie a te che cominciammo a valicare i vecchi confini del nostro rapporto coniugale, si intravede una folle simmetria nel fatto che alla fine sei stato tu a trascinarci più in là di quanto avessimo inteso andare. Fummo certamente noi a voler dimostrare che le nostre esistenze non erano chiuse dai muri di casa, dagli indumenti negli armadi, dalle stampe di Klee. Ma fosti tu con un lieve colpo del polso a trasformare tutto in cenere.

ANN