C’è un altro modo per ricordare Mario Tobino
Gustavo Micheletti
12/03/2026
Lo sceneggiato televisivo dedicato a Mario Tobino riporta alla ribalta la figura dello scrittore, ma finisce per semplificarne il mondo umano e letterario. Per avvicinarsi davvero alla sua personalità conviene invece tornare ai libri, o alle pagine discrete del diario di Antonia Guarnieri, che negli ultimi anni della sua vita ne restituiscono il ritmo quotidiano, la memoria e la profonda attenzione alla fragilità umana.
Ieri sera la RAI ha riportato alla ribalta la figura di Mario Tobino. Ogni tanto anche la sua immagine riemerge, come accade a certi nomi della nostra letteratura che continuano a circolare nella memoria collettiva anche quando il tempo sembra averli lentamente allontanati.
Ma la televisione ha una sua necessità di chiarezza narrativa, di drammi visibili, di caratteri netti, di semplificazioni e, ancora più spesso, di semplicismi sostanzialmente falsificanti, potendo contare sul fatto che comunque saranno in pochi ad avvedersene.
Quest’ultimo sceneggiato non sfugge a questa regola ormai prevalente e, pur riuscendo a nobilitarla con alcune ottime interpretazioni femminili, non riesce a recare testimonianza dell’impianto narrativo del libro cui è ispirato, né del suo tessuto umano ed emotivo.
Le libere donne di Magliano è un romanzo che procede in realtà con un passo diverso, con ben altra capacità di entrare nell’umanità dolente e, a un tempo, poetica delle sue protagoniste, con un passo più lento, quasi assorto, e con uno sguardo sull’umanità che, in un certo modo, pur rimanendo quello lucido e professionale di un medico, sembra quello di un narratore sotto incantamento.
Per capire davvero chi muoveva le fila di questo narratore, per comprendere chi ne era l’autore, per percepire l’umanità avvolgente che traspariva dal suo stile, conviene allora allontanarsi dalle ricostruzioni sceneggiate semplicistiche al passo coi tempi e leggere, o rileggere, le sue opere.
Oppure, per una via assai più sommaria ma non per questo meno incisiva, cercare di scoprire tramite una biografia veritiera chi fosse questo medico e scrittore, o come furono, per esempio, i suoi ultimi anni di vita.
Conviene per questo aprire un piccolo libro che ha il pudore delle testimonianze autentiche: il diario che Antonia Guarnieri scrisse negli ultimi cinque anni trascorsi accanto allo scrittore, in veste di collaboratrice e segretaria, dal gennaio del 1987 fino alla sua morte nel dicembre del 1991.
È un libro sottile, quasi dimesso. Non ha l’ambizione della biografia, non pretende di interpretare o di spiegare.
Assomiglia piuttosto a quei quaderni che si tengono accanto alla scrivania per annotare le cose della giornata: una visita, una conversazione, una frase che improvvisamente si ricorda.
E proprio per questo, pagina dopo pagina, riesce a restituire qualcosa di raro: il ritmo vero della vita negli anni della vecchiaia.
Il Tobino che emerge da queste note quotidiane è molto diverso dall’immagine pubblica dello scrittore e del medico che per decenni aveva diretto il manicomio di Maggiano.
Non è più la figura centrale di un mondo intellettuale, non è il protagonista delle discussioni culturali che avevano attraversato l’Italia del dopoguerra.
È piuttosto un uomo che vive dentro una sorta di paesaggio interiore fatto di ricordi, di libri, di volti che tornano alla mente con la naturalezza con cui, in certe ore del pomeriggio, riaffiorano episodi lontanissimi dell’infanzia.
Al centro di questo paesaggio c’è sempre il manicomio di Maggiano, che per Tobino non era semplicemente il luogo del lavoro.
Era diventato negli anni una città segreta, quasi un microcosmo umano dentro cui si erano intrecciate centinaia di vite.
I corridoi, le stanze, i cancelli, le voci degli infermieri, le grida dei pazienti, le figure di quelle che lui chiamava le sue libere donne: tutto questo era rimasto dentro di lui come un paesaggio indelebile.
La chiusura dei manicomi, alla fine degli anni Settanta, aveva segnato una frattura dolorosa.
Non tanto per la scomparsa dell’istituzione in sé, quanto per la dissoluzione di quel mondo concreto di persone e di storie che per quarant’anni aveva costituito la sua vita quotidiana.
E anche per il timore, rivelatosi poi concreto, che molti dei malati finissero abbandonati a se stessi, fino a lasciarsi cadere, come accaduto a qualcuno di loro al termine di un lungo girovagare, in una fossa sul ciglio di una strada.
