ESTREMISMO DEL NO A TUTTO: UN EREDITÀ STRUTTURALE DELLA STORIA ITALIANA
"Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione".
Massimo L. Salvadori
La sinistra italiana — intesa come il blocco che va dal PD di Elly Schlein al M5S di Giuseppe Conte fino ad Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) di Bonelli e Fratoianni — si conferma essere l'estremismo del “No a tutto" dell'antipolitica.
Questa critica non è nuova: riprende esattamente la tesi di Massimo L. Salvadori, secondo cui in Italia, dalla nascita del Regno nel 1861, le opposizioni (e in particolare certe anime della sinistra) hanno spesso assunto un atteggiamento di delegittimazione sistematica del potere costituito, trasformandosi in forze “antisistema” o quanto meno anti-regime di turno. Salvadori vede in questo un’anomalia storica: le sinistre italiane hanno faticato a diventare forza genuinamente riformista e governativa, restando intrappolate in una logica di contrapposizione identitaria più che di proposta concreta.
Negli ultimi anni (e culminato nel referendum sulla riforma della giustizia del marzo 2026) il pattern è chiaro:
No al nucleare: posizione storica, rafforzata dai referendum del 1987 e 2011. Mentre Francia, Svezia, Finlandia e altri Paesi europei rilanciano il nucleare per decarbonizzazione e indipendenza energetica, in Italia il fronte progressista-verde lo bolla ancora come “pericoloso” e “antidemocratico”, ignorando spesso i dati sui bassi tassi di mortalità e le emissioni zero.
No alla Tav (e in passato Tap, Tap, ecc.): la storica battaglia in Val di Susa è diventata simbolo. Anche quando i costi-benefici sono stati ridiscussi e i lavori in parte avviati, una parte della sinistra continua a vedere nelle grandi infrastrutture ferroviarie un “attacco al territorio”.
No alle riforme istituzionali: il referendum 2026 sulla riforma della giustizia (separazione delle carriere, ecc.) ha visto il No vincere. PD, M5S e AVS hanno unito le forze in un “fronte del No”, presentando la riforma come attacco alla Costituzione e alla magistratura indipendente. La celebrazione post-vittoria (abbracci in piazza, cori contro Meloni) ha reso visibile l’unità su base anti-governativa più che su analisi dettagliata dei contenuti.
No generalizzato ad altre opere: dal Mose di Venezia alle Olimpiadi, passando per molte grandi infrastrutture.
Il risultato è una narrazione per cui tutto ciò che propone il centrodestra (o anche governi precedenti di centrosinistra, come nel caso della Tav con Renzi) è sospetto, ideologicamente inquinato, “neoliberista”, “autoritario” o “distruttivo dell’ambiente”.
Salvadori sottolinea che questa attitudine deriva da una lunga eredità:
Nel dopoguerra il PCI fu a lungo forza “antisistema” (filosovietica, contraria all’Atlantismo e al Patto atlantico).
La transizione verso il riformismo (Berlinguer, Occhetto, Prodi, Veltroni) è stata parziale e tormentata.
L’eredità movimentista degli anni ’70 (estremismo extra-parlamentare, No global, centri sociali) ha lasciato un’impronta culturale: il “No” come atto identitario, la piazza come luogo di legittimazione, la diffidenza verso lo “sviluppo capitalistico”.
L’incontro con il populismo grillino (M5S nasce come “anti-sistema” per eccellenza) ha radicalizzato ulteriormente questa postura, creando il “campo largo” del No.
A questo si aggiunge il meccanismo descritto da Gustave Le Bon (e applicato da Goebbels): la folla (o l’elettorato di riferimento) risponde meglio a messaggi semplici, emotivi e ripetuti («Difendiamo la Costituzione», «No al cemento», «No alle lobby») che a ragionamenti complessi su costi/benefici, tempi di realizzazione o confronti europei.
Le conseguenze principali sono:
1. Paralisi decisionale: l’Italia resta indietro su infrastrutture e energia rispetto a Francia e Germania (come avevamo visto nel confronto Macron).
2. Autolesionismo politico: È il No a tutto… anche a sé stessa. Il fronte del No vince battaglie referendarie o di piazza, ma spesso non si traduce in consenso elettorale stabile (i sondaggi post-referendum 2026 mostravano Pd e M5S in calo o stabili, non in crescita).
3. Corta memoria collettiva: si dimentica che molte infrastrutture contestate oggi (autostrade, ferrovie, dighe) furono volute anche da governi di sinistra in passato.
Dall’altra parte, la sinistra replica che il suo “No” non è ideologico ma precauzionale: difende ambiente, diritti, beni comuni contro uno “sviluppo selvaggio” o riforme che indebolirebbero la separazione dei poteri. Rimane minoritario e fortemente avversato, dall'interno, ciò che nella sinistra non è “estremismo” : ci sono distinzioni tra chi ragiona su alternative concrete e chi usa il No come bandiera identitaria.
Tuttavia, il pattern ricorrente — No al nucleare, No alle grandi opere, No alle riforme istituzionali — rafforza l’immagine di una sinistra conservatrice del “non si può fare”, più che progressista nel senso di “far avanzare il Paese”.
Ma non un è un vizio solo della sinistra attuale e, come dice Salvadori, si tratta di un’eredità più ampia dell’intera storia politica italiana fatta di delegittimazioni reciproche.
Il pattern è "storico" secondo Salvadori.
In tutti e tre gli “Stati” (Regime liberale (1861-1922, Regime fascista, Repubblica democratica) si ripete la stessa dinamica: blocchi di potere relativamente stabili (o “bloccati”) che tendono a monopolizzare la legittimità, e opposizioni che rispondono con una delegittimazione radicale, spesso trasformando il dissenso su contenuti in una guerra di identità (“noi i puri/il popolo” vs “loro il regime”).
Salvadori nota che questa cultura della delegittimazione reciproca ha impedito un’alternanza matura e un riformismo condiviso. Ha favorito:
1. La “corta memoria” (ogni generazione ripropone gli stessi schemi come se fossero nuovi).
2. La prevalenza della logica tribale (“noi contro loro”) sui contenuti normativi concreti (come dicevi tu).
3. La difficoltà a “vivere insieme” su progetti comuni (infrastrutture, energia, riforme istituzionali).
Oggi il “fronte del No” della sinistra (No nucleare, No Ponte, No Tav, No riforma giustizia, ecc.) è l’espressione più visibile di questa eredità, ma non l’unica. Anche la destra ha avuto fasi di delegittimazione sistematica (contro la “Prima Repubblica corrotta”, contro i “comunisti”, contro l’Europa “burocratica”, ecc.). Il M5S è nato proprio come forza anti-sistema per eccellenza.
E storicamente, sia le estreme di sinistra che di destra hanno contribuito a guerre civili latenti o esplicite (brigantaggio post-unitario, squadrismo, anni di piombo).
