PERFIDIA
James Ellroy
Ho trovato questa citazione da un libro di James Ellroy che ho letto tanto tempo fa: "È un'emozione potente amare qualcuno che non si dovrebbe amare"
James Ellroy l’ha scritta in Perfidia (2014), il romanzo ambientato nel 1941 tra Pearl Harbor e la paranoia della guerra. L’originale inglese suona così: «It’s very powerful to love someone that you shouldn’t».
Ellroy sa di cosa parla. I suoi personaggi vivono amori ossessivi, proibiti, autodistruttivi: poliziotti corrotti che si innamorano di donne fatali, detective tormentati da fantasmi del passato, relazioni nate nella violenza e nel tradimento. Per lui l’amore non è mai tenero o redentore; è una forza oscura, quasi criminale, che ti fa perdere il controllo proprio mentre credi di averlo. In Perfidia l’amore non redime mai. È ossessione, possesso, tradimento. Si muove tra uomini pericolosi, spinta da un romanticismo che sfocia nella follia.
L’amore qui è guerra: ti rende vivo, ma ti rovina. Esattamente come il titolo della canzone Perfidia – una melodia struggente su un amore tradito.
Perfidia è il romanzo che inaugura il Secondo Quartetto di Los Angeles di James Ellroy: una prosa telegrafica, violenta e ipnotica, ambientata tra il 6 e il 31 dicembre 1941. Inizia il giorno prima di Pearl Harbor e si chiude nell’isteria bellica immediata.
Il romanzo è ambientato esattamente mentre l’America passa dall’isolazionismo alla guerra e scatena la caccia al “giapponese” (e non solo). Ellroy confronta implicitamente la persecuzione giapponese con quella nazista degli ebrei, senza retorica ma con cruda precisione storica. Non è un libro “sul” razzismo: è un libro dentro il razzismo, scritto con lo sguardo spietato di chi sa che l’America del 1941 era anche questo.
Perfidia ci dice qualcosa di brutalmente semplice e attuale sul “adesso”, anche se Ellroy ha sempre ripetuto che lui vive nel passato e ignora il presente: le crisi non inventano il male, lo liberano. È un manuale di anatomia del potere in stato di emergenza. Ci dice che “adesso” – qualunque sia la crisi che stiamo vivendo – non stiamo assistendo a niente di nuovo: solo alla versione 2026 della stessa eterna perfidia umana. La guerra, la paura, l’ambizione e il tradimento non hanno bisogno di Pearl Harbor per manifestarsi. Basta un detonatore. E oggi ce ne sono tanti.
PERFIDIA
Non invidiare l’uomo violento e non imitare affatto la sua condotta.
Proverbi 3,31.
Venerdì 5 dicembre 1941.
L’apparato di controllo degli ebrei ha voluto questa guerra, e adesso è nostra, che la vogliamo o no. È stato detto: «Nessuna nuova, buona nuova», ma è una massima che risale a prima dell’invenzione della radio con il suo potere di diffondere tutte le notizie, buone o cattive, alla velocità di un missile. Purtroppo, stasera le notizie sono soltanto cattive, perché nazisti e giapponesi hanno scatenato tutte le loro forze, e la guerra si dirige rapidamente verso di noi, che non la meritiamo e non la volevamo.
Fatto: in estate Adolf Hitler ha rotto l’accordo con il Capo Rosso Josif Stalin, invadendo le vaste terre incolte della ripugnante Russia rossa. Al momento, gli eserciti della falce e martello stanno trasformando i leali soldati del Führer in carne da würstel alle porte di Mosca. Ma quegli elegantoni dei nazisti hanno già ridotto in briciole la Gran Bretagna, a forza di bombardamenti, e hanno sottomesso mezza Europa alla legge del nazionalismo nordico. Hitler ha ancora la forza di opporsi con successo alle truppe di terra americane, cosa che succederà in un futuro non troppo lontano della nostra grande nazione. Questo vi rende accanitamente ambivalenti, amici miei? Noi non vogliamo questa guerra, ma ormai siamo in ballo, e dobbiamo ballare.
Fatto: la campagna di Benito Mussolini in Nord Africa è messa male, ma non pensate che l’illustre duce sia fuori gioco. Gli italiani sono amanti più che guerrieri, è stato detto. Il loro è uno stile da operetta. È vero, ma questi bambinoni del bel canto rappresentano ancora una minaccia strategica nel teatro dell’Europa Meridionale. Sì, nuvole di tempesta si stanno ammassando a est. E a ovest, il nostro ovest, lo dico con tristezza, stanno per scatenarsi altre nuvole tempestose, sotto forma dei nostri presunti nemici ormai pronti alla lotta: i giapponesi.
Siete ancora così ambivalenti, amici? Come me, avete aperto le braccia all’America First, il comitato che si oppone all’entrata in guerra dell’America. Ma i calabroni pagani di Hirohito ora volano sopra gli oceani, e non mi piace nemmeno un po’.
Fatto: il Dipartimento di Stato ha appena diffuso un bollettino. I convogli giapponesi si stanno dirigendo verso il Siam, e ci si aspetta un’invasione da un momento all’altro.
Fatto: i civili fuggono da Manila, la capitale delle Filippine.
Fatto: il presidente Franklin «Doppio Gioco» Rosenfeld ha inviato un messaggio personale all’imperatore giapponese. Un messaggio che è un avvertimento, ma anche un invito: desistete dalle vostre aggressioni, altrimenti rischiate un intervento americano su vasta scala.
Lo Zio Sam si sta scaldando. Le isole Hawaii sono un nostro possedimento e la porta dell’America sul Pacifico. I nostri lussureggianti atolli tropicali ora sono bersagli nel mirino dei giapponesi. Questa guerra immeritata, immotivata e indesiderata si dirige verso di noi. Che lo vogliamo o no.
Fatto: il presidente Rosenfeld vuole sapere perché le furie di Hirohito si stanno ammassando nell’Indocina francese.
Fatto: Radio Bangkok avverte di un possibile attacco improvviso alla Thailandia da parte dei giapponesi. Inviati del Giappone in questo stesso momento sono a colloquio con il segretario di Stato Cordell Hull. I musi gialli sibilano con lingue biforcute, perché dicono di volere la pace, ma allo stesso tempo il loro ministro degli Esteri Shigenori Tōgō accusa gli Stati Uniti di non voler capire gli «ideali» giapponesi e ci striglia per le nostre proteste contro le «voci» di pogrom giapponesi in Asia Orientale e nel Pacifico.
Si, amici miei, diventa sempre più ebrevidente: questa guerra voluta dai comunisti si dirige verso di noi. Che lo vogliamo o no.
Nessun americano sano di mente desidera partecipare a una guerra straniera in nome dei giudei. Nessun americano sano di mente vuole mandare ragazzi americani a rischiare la vita. Nessun americano sano di mente nega che questa guerra arriverà anche da noi, a meno che non l’aggiriamo e non la interdiciamo su suolo straniero. Io ho ragioni da vendere, amici. Ho le guance gonfie di apostasia.
Noi non abbiamo iniziato questa guerra. Nemmeno Adolf Hitler e Hirohito l’hanno iniziata. I burocrati dell’apparato di controllo ebreo hanno cucinato questo rosso borscht e messo amici l’uno contro l’altro, in tutto il mondo. Siete accanitamente ambivalenti, miei buoni amici?
Sì, la guerra si dirige verso di noi, anche se è chiarissimo che non la vogliamo. E l’America non si sottrae mai a una sfida.
Parte prima
I giapponesi
(6-11 dicembre 1941)
6 DICEMBRE 1941
1.
Hideo Ashida
Los Angeles, sabato 6 dicembre 1941,
ore 09.08.
Ecco il Whalen’s Drugstore, tra la Sesta e Spring Street. Luogo di quattro crimini recenti. Articolo 211 del codice penale: rapina a mano armata.
Il negozio era un bersaglio designato: quattro rapine in un mese ne facevano prevedere una quinta. Probabilmente si trattava sempre dello stesso uomo. Lavorava da solo, si copriva la faccia con una bandana e portava un revolver a canna lunga. Oltre a svuotare la cassa, rubava sempre degli stupefacenti.
La squadra Rapine era sotto organico. Un idiota mascherato da Hitler aveva rapinato tre bar a Silver Lake. Aveva colpito i baristi con la canna della pistola e palpeggiato le clienti. Era un 211 più caos. L’idiota aveva anche sparato ai juke-box e alle bottiglie sugli scaffali.
La squadra Rapine non ce la faceva più. Dopo aver costruito il congegno con l’allarme azionato da un cavo, Ashida aveva scelto quel posto per testarlo. Aveva creato il prototipo al liceo. Il primo test l’aveva fatto nelle docce della Belmont High School, fotografando Bucky dopo l’allenamento di bask…
Un’auto sterzò su Spring in direzione nord. Il conducente vide Ashida. Naturalmente gridò: – Stronzo di un giappo!
Ray Pinker reagì. Naturalmente gridò: – Vaffanculo!
Ashida fissava il terreno. Il cavo attraversava la strada e si fermava al bordo del marciapiede davanti al negozio. Il rapinatore aveva parcheggiato nello stesso punto tutte e quattro le volte. Il cavo era collegato a una macchina fotografica rivestita in gomma dura.
Le ruote delle auto che parcheggiavano attivavano il flash e l’otturatore e scattavano una foto alla targa. I rullini erano contenuti in tubi rivestiti in gomma. Un solo tubo copriva un’intera giornata.
Pinker si accese una sigaretta. – È una caccia senza speranza. Noi siamo criminologi civili, non poliziotti. Sappiamo già che quell’affare funziona, quindi perché siamo qui? Nessuno ci ha detto di cambiare lavoro.
Ashida sorrise. – Sai già la risposta.
– Se la risposta è: «Non abbiamo di meglio da fare», oppure: «siamo scienziati con una vita privata che non vale un cazzo», allora hai ragione.
Passò un autobus in direzione sud. Un messicano soffiava anelli di fumo dal finestrino. Vide Ashida. Gridò: – Puto giappo!
Pinker gettò la sigaretta contro l’autobus, ma fu un tiro corto.
– Chi di voi è nato qui? Chi di voi non ha attraversato illegalmente il Rio Grande?
Ashida si raddrizzò la cravatta. – Dillo di nuovo. La prima volta che l’hai detto eri esasperato, quindi so che era una risposta sincera.
Pinker sogghignò. – Sei il mio protégé, il mio giappo, il che mi conferisce un interesse legale su di te. Sei l’unico giapponese impiegato dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles, il che ti rende ancora più unico e consente a me di darmi un tono, di avere cachet.
Ashida rise. Una DeSoto del ‘38 si fermò davanti al negozio. Le ruote toccarono il cavo, l’obiettivo e il flash scattarono. Scese un uomo alto. Aveva i capelli neri e i piccoli occhi castani di Bucky Bleichert. Ashida l’osservò entrare nel negozio.
Pinker attraversò la strada e si mise a cazzeggiare con il flash. Ashida guardò nel negozio dalla vetrina e individuò l’uomo. Il vetro ne distorceva i lineamenti. Ashida lo fece diventare Bucky. Chiuse gli occhi, li riaprì e lo trasformò. L’uomo ora emanava la grazia di Bucky. Scivolava con grazia. Sorrideva ed esibiva grandi incisivi.
Poi uscì. Pinker attraversò di nuovo la strada di corsa, bloccando la visuale di Ashida. L’auto si allontanò. Ashida batté le palpebre. Il mondo perse lo splendore istantaneo di Bucky Bleichert.
Si misero di nuovo in attesa. Pinker fumava una sigaretta dietro l’altra, appoggiato a un lampione. Ashida se ne stava immobile ad ascoltare il rumore del centro di Los Angeles.
La guerra stava arrivando. Si parlava solo di quello. Lui era un nisei, un giapponese di seconda generazione, ed era anche un secondo figlio. Suo padre lavorava come posatore di binari. Gran bevitore di idrato di terpina, era morto di fatica sulla ferrovia. Sua madre aveva un appartamento a Little Tokyo. Era favorevole alla politica dell’imperatore e parlava in giapponese solo per irritare Ashida. La famiglia possedeva una grande fattoria nella San Fernando Valley. La gestiva suo fratello Akira. Da quelle parti la terra era soprattutto dei nisei. E i messicani illegali facevano loro da braccianti. Era una pratica comune dei nisei. Vergognosa e prudente, forniva lavoro a basso costo. E assicurava l’affidabilità creditizia degli agricoltori giapponesi.
Naturalmente, implicava la collusione. La famiglia pagava bustarelle a un capitano messicano della Polizia di Stato. I pagamenti evitavano la deportazione agli immigrati clandestini. Akira accettava quella pratica e la usava senza farsi problemi morali. E così il fratello minore Hideo poteva permettersi di ignorare l’attività di famiglia e seguire la sua passione per la criminologia.
Hideo Ashida era laureato in Biologia e Chimica. La prima laurea, alla Stanford, l’aveva presa a ventidue anni. Era esperto in sierologia, balistica e scienza delle impronte digitali. Era entrato nel Dipartimento di Polizia di Los Angeles l’anno precedente. Voleva lavorare con il leggendario capo dei chimici del Dipartimento. Era un protégé in cerca di un mentore. Ray Pinker era un pedagogo in cerca di un allievo. Il loro legame era nato così. E i ruoli si erano mescolati in fretta.
Erano diventati colleghi. Pinker era ammirevolmente cieco ai problemi razziali. Paragonava Ashida al figlio numero uno di Charlie Chan. Ashida una volta gli aveva fatto notare che Charlie Chan era cinese, e Pinker aveva risposto: «Per me tutto questo è arabo».
Spring Street era costellata di alberi di Natale con la neve finta, rivestiti anche di cacche di uccelli e fuliggine. Un piccolo strillone vendeva l’«Herald» fuori dal negozio, gridando a gran voce il titolo di testa: – Ultima spiaggia: Roosevelt parla con i giapponesi!
Pinker disse: – Quel cazzo di congegno funziona.
– Lo so.
– Sei un genio, cazzo.
– Lo so.
– Lo stupratore è ancora in giro, sai? I ragazzi della Buoncostume pensano che sia uno della polizia militare. Ha violentato un’altra donna due notti fa.
Ashida annuì. – La prima vittima gli ha strappato un pezzo della fascia che portava al braccio. Indossava la camicia dell’uniforme sotto il soprabito borghese. Ho dei campioni di fibre nel mio laboratorio privato, in casa di mia madre.
Pinker guardò in modo lascivo una biondona aggrovigliata a un marinaio. Il marinaio guardò storto Ashida.
– Bucky Bleichert combatte all’Olympic domani sera. Si dice che farà ancora qualche incontro, poi entrerà nel Dipartimento.
Ashida arrossì. – L’ho conosciuto al liceo.
– Lo so. Per questo l’ho detto.
– Contro chi combatte?
– Un deficiente di nome Junior Wilkins. Elmer Jackson se l’è assicurato per quattro soldi. Insieme a un predicatore nero gestiva una truffa di quelle tipo «date a quest’uomo i soldi per tornare in Africa».
Una Ford coupé del ‘37 si fermò davanti al negozio. Zac. Le ruote pestano il cavo, l’obiettivo scatta, il flash pure.
Pinker tossì e si voltò di lato. Un uomo scese dall’auto. Portava borsalino e soprabito con il colletto rialzato. Ashida sentì un prurito alla schiena. Faceva troppo caldo per un soprabito, Pinker scatarrò e tossì, quasi piegato in due. L’uomo prese un fazzoletto e si coprì il viso.
Ashida provò un brivido.
Era tutto perfetto. Ideale. Pinker non aveva visto l’uomo. Avevano già il numero di targa. Poteva lasciar succedere la rapina, e condurre la sua indagine dall’inizio.
L’uomo entrò nel negozio.
Ashida guardò l’orologio. Erano le 09.24.
Pinker si voltò e accese una sigaretta. Ashida guardò nel negozio dalla vetrina. L’uomo percorreva la corsia dei dentifrici. Ashida controllò l’orologio di nascosto.
L’uomo scomparve alla vista, 09.25, 09.26, 09.27.
Pinker disse: – Mia moglie pensa che sia la sporcizia nell’aria, io credo sia soltanto un po’ di catarro in eccesso.
L’uomo corse fuori dal negozio. Teneva in mano una borsa di carta e una pistola visibile a metà. Fece cadere il ragazzino dei giornali, saltò in macchina e tagliò la corda.
– Porca puttana. – disse Pinker. La sigaretta gli cadde dalla bocca.
Lo strillone corse dentro il negozio. Pinker corse verso una cabina telefonica. Ashida corse al suo congegno.
Lo aprì e s’inginocchiò sul marciapiede. Studiò il negativo. La targa, un po’ confusa, era: California KFE-621.
Un’auto si fermò accanto a lui. Il conducente era un arabo con tanto di fez. Vide Ashida e fece una smorfia. Ashida si alzò e gli mostrò i pugni. L’auto si allontanò.
– Ultima spiaggia: Roosevelt parla con i giapponesi! – Il ragazzino dei giornali gridò il titolo guardando in faccia Ashida.
Ecco: una sirena della polizia, alle 09.31.
Ashida restò composto. Un’auto di pattuglia voltò l’angolo e si fermò appena fuori portata dal congegno. Ashida era vicinissimo. Riconobbe i ragazzi: Buzz Meeks e Lee Blanchard.
Scesero. Meeks lavorava nella squadra Rapine della centrale. Blanchard era un poliziotto di pattuglia, zona centro. Meeks indossava un completo ben stirato. Blanchard sembrava aver dormito con la divisa addosso.
Meeks disse: – Che succede, ragazzo? Come mai siete arrivati prima di noi?
Blanchard disse: – Come va, Hirohito?
Meeks gli strattonò la cravatta. Blanchard arrossì.
Ashida indicò il suo congegno. – Il signor Pinker e io stavamo provando questo dispositivo. Il negozio è un bersaglio designato, così lo abbiamo scelto per il test. Le ruote delle auto fanno scattare una macchina fotografica sotto quei tubi. E siamo stati fortunati, perché abbiamo la foto della targa del rapinatore. KFE-621.
Meeks gli strizzò l’occhio e si sedette sui talloni accanto al congegno. Blanchard risalì in macchina e comunicò la targa via radio. Meeks era un veterano del Dust Bowl, il periodo delle tempeste di sabbia che aveva colpito il Paese alcuni anni prima, nonché ex attore di film western. Era entrato in polizia sotto James Edgar Davis, detto «Due Pistole», che a sua volta riscuoteva tangenti per conto del sindaco Frank Shaw. Il gran giurì della contea aveva licenziato Shaw e il capo Davis. Meeks era riuscito a evitare quattordici accuse.
Blanchard era un ex peso massimo, ed era stato sfidante al titolo. Con i soldi degli incontri si era comprato una casa sopra la Sunset Strip. Aveva sventato una grossa rapina nel ‘39 e si era fatto una reputazione. Conviveva con una donna, una certa Kay qualcosa. La convivenza era verboten, sotto il capo C. B. Horrall, ma il capo aveva un debole per Lee e chiudeva un occhio. Meeks e Blanchard attiravano i pettegolezzi come calamite. E più insistente: Lee era pappa e ciccia con Ben Siegel e la mafia ebrea.
Il drugstore era in fermento. C’era un gran vociare. Ashida guardò dentro. Pinker aveva riunito i testimoni.
Meeks, togliendosi qualcosa dai denti, ammirò il congegno. Blanchard scese dall’auto senza insegne.
– La macchina è stata rubata davanti a una sala da biliardo di East Slauson. La stazione sulla Settantasettesima ha ricevuto la denuncia alle 08.16. Deve trattarsi di un negro. I bianchi non sopravvivono a sud di Jefferson Street.
Meeks guardò l’orologio. – Chiama i vigili, digli di diffondere un bollettino e di metterci un po’ di pepe. Un rapinatore solitario, armato e pericoloso. Dagli l’idea di un bestione con le palle d’acciaio.
Blanchard fece il gesto della V con una mano. Meeks si ammirò nel riflesso della vetrina. Ashida entrò nel negozio. Bene: poteva cominciare dall’inizio.
Memorizzò la pianta del locale e le facce dei testimoni. Misurò le distanze a mente. Spostò gli occhi, notò i dettagli, annusò odori corporei imbevuti di adrenalina.
Due farmacisti in camice bianco. Un direttore in giacca e cravatta. Le uniche clienti erano due vecchie signore. Il farmacista grasso aveva un foruncolo sul collo. Quello magro aveva i tremori. Una delle donne era obesa. Le vene indicavano arteriosclerosi.
I testimoni erano tutti in gruppo. Meeks fece il giro del bancone e si fermò davanti a loro. Sorrise. Un sorriso da bianco un po’ sovrappeso.
– Sono il sergente Turner Meeks. Vi ascolto.
Il direttore disse: – È entrato e si è diretto subito al banco dei farmaci. Indossava una maschera e aveva una pistola, ma non credo sia lo stesso uomo che ci ha rapinati le altre volte. Questo era più alto e più magro.
I farmacisti annuirono. Sì, capo, hai ragione.
Meeks disse: – Cos’è successo poi?
Il farmacista grasso disse: – Ci ha messi al muro e ci ha preso i portafogli. Poi ci ha condotti alla corsia delle medicine e ha rubato un flacone di fenobarbital e ha sparato un colpo al soffitto.
Ashida drizzò le orecchie. Ecco: il particolare insolito.
– Il signor Pinker e io eravamo qui di fronte, dall’altro lato della strada. Avremmo udito lo sparo.
Il farmacista grasso fece no con la testa. – La pistola aveva il silenziatore avvitato sulla canna.
Ashida andò al banco della farmacia. Notò il registratore di cassa, alcune barrette al cioccolato Hershey e un espositore con biglietti natalizi. La cassa era piena di banconote di vari tagli, da uno a venti dollari.
Istinto.
Il bandito voleva le droghe, più che i soldi. Il furto dei portafogli era stato secondario. Serviva a nascondere il vero motivo.
Anomalia.
Perché rubare solo un flacone di fenobarbital? Non quadrava con l’archetipo del tossico da barbiturici.
Ashida scavalcò il bancone con un volteggio e percorse la prima corsia. Niente bossolo. Le opzioni erano due.
Il rapinatore lo aveva raccolto, oppure l’arma era un revolver.
Ecco: il buco del proiettile nel soffitto. Schegge di metallo sul pavimento: fibre decomposte del silenziatore.
Si inginocchiò a raccoglierle per esaminarle. I bordi erano bruciati. Le fibre caddero a terra in piccole spirali.
Ashida tornò al bancone principale. Pinker aveva tirato fuori il suo kit per la raccolta delle prove. Meeks stappò una bottiglia di liquore presa da uno scaffale e la passò in giro. Blanchard assaltò l’espositore di chewing-gum. Meeks si riempì le tasche di preservativi.
La bottiglia continuava a passare di mano. Ashida rifiutò. I farmacisti bevvero lunghi sorsi. Le vecchie signore sorseggiarono ridacchiando.
Blanchard disse: – Abbiamo ricevuto un aggiornamento dai vigili urbani. L’auto è stata abbandonata a tre isolati da qui. Finora abbiamo rilevato solo impronte di guanti.
Meeks accese un sigaro. – Il rapinatore ha toccato qualcosa, dentro il negozio? Potete darmi una mano?
Il farmacista grasso tossì. – Mentre usciva ha urtato lo scaffale dei fumetti. Mi sembra che il soprabito vi sia rimasto impigliato.
Pinker fece una faccia come per dire: «Vai!» Ashida parti di corsa, oltrepassando testimoni. Lo scaffale era pieno di albi di Tarzan e Topolino. Ashida lo fece ruotare due volte. Nulla e nulla. No, un momento. Ecco.
Fili rossi attaccati a una delle punte di metallo.
Lana, tessitura fitta. Sensazione familiare.
Ashida estrasse una penna e una busta per le prove. Prelevò i fili e li sigillò nella busta, scrivendo sul risvolto: «211 CP/Whalen’s Drugstore/ore 10.09, 6/12/41».
Dal banco arrivarono altre risate. Blanchard e Meeks sembravano i Ritz Brothers. Ashida annusò la busta. Attraverso la carta sentì l’odore del tessuto. E finalmente scattarono le sinapsi.
Il sospetto violentatore della polizia militare. Le fibre della fascia che aveva al braccio. Pinker ha detto che questo tizio ha appena violentato un’altra donna. L’idiota va in giro a commettere gli stupri con la fascia d’ordinanza.
Il soprabito del rapinatore non aveva nulla di rosso. Le punte dell’espositore erano al livello della cintura. I fili forse provenivano da qualcosa che sporgeva dalle tasche del soprabito. Ashida aveva altre fibre a casa di sua madre. Poteva compararle per confermare o escludere la corrispondenza.
Ecco il fischio. Era un segnale di Pinker che significava: ho bisogno di te adesso[...]
