Totem e Tabù referendari. Divagazioni psicanalitiche su Costituzione, giustizia e laicità
Chiara Squarcione
23 Marzo 2026
Nel divagare che la noia regala in quel nonluogo che è il treno, su cui ieri, domenica 22 marzo, viaggiavo verso Torino, è emerso Sciascia in un incrocio di pensieri. Arrivavano le notizie sull’affluenza e le prime previsioni, azzardate o no, sul possibile esito del referendum. Ma io pensavo a qualcosa che vale e varrà a prescindere dal risultato del voto e che ha senso condividere "al buio", prima cioè di conoscere il responso delle urne, perché descrive un fenomeno che non è, né sarà più o meno vero a seconda che risulti vincente o perdente nella competizione elettorale.
Da qualche parte nel mezzo della Toscana è riaffiorato quel “franare incontenibile di parole, di ‘materiali di riporto’ da cui con estrema difficoltà si può disseppellire qualche coccio”: un’espressione perfetta per descrivere la campagna referendaria di questi mesi e il dibattito che ne è scaturito, ma che Sciascia usò per raccontare un orrore pubblico, quello in cui Tortora, innocente, veniva lentamente risucchiato. È un’immagine geologica, che porta con sé tutto il peso, l’odore intenso ed acre della terra che si smuove sotto il peso dei detriti dove non è più possibile orientarsi e proseguire su un terreno solido: descrive sorprendentemente bene il modo in cui il dibattito pubblico italiano tende a funzionare quando entra in gioco un oggetto simbolico forte.
Argomenti, slogan, indignazioni, purezze morali, formule rituali: tutto si accumula e poi cede insieme, come se la superficie del discorso fosse composta da strati di detriti instabili più che da roccia, e diventa difficile distinguere tra discussione politica e difesa identitaria.
È in quel momento che mi è sembrato che quello che stiamo vedendo somigli molto a qualcosa che la psicoanalisi conosce bene. Più precisamente, e seriamente per gioco, è che si tratti di una sorprendente riedizione contemporanea di ciò che Sigmund Freud descriveva in Totem e Tabù. Per estensione e per profondità di penetrazione, la campagna referendaria ha attivato una dinamica simbolica che ricorda da vicino quella delle società totemiche studiate da Freud. E come spesso accade quando un oggetto politico viene investito di una funzione simbolica così forte, il dibattito smette rapidamente di essere un confronto sul testo e diventa una disputa sull’identità.
Il Totem, in questa vicenda, è chiaramente la Costituzione. Che per una consistette parte dei progressisti, o per coloro che si ritengono tali, è “la più bella” – e la più bella del mondo se non bastasse! Questa formula, lungi dall’essere un innocente espediente retorico, coll’ulteriore difetto di avere un effetto zuccherino tale da rendere macchiettistico chiunque la pronunci, è tutt’altro che uno slogan innocente. Introduce immediatamente una dimensione estetica nel discorso politico. E il riferimento estetico non è affatto neutrale, né in politica, né in psicologia e tantomeno in filosofia: il giudizio estetico così espresso, ha funzione di legittimazione simbolica: dire che qualcosa è “il più bello” significa collocarlo in una sfera che tende a sottrarsi alla discussione razionale, quindi a sparire dal campo della riflessione etica.
La bellezza diventa così un attributo politico simbolico che fa assurgere a simbolo l’oggetto, deprivato della sua connotazione contingente e concreta e dematerializzato nell’alveo dell’intoccabile simbolico. Ed è qui che si compie un ulteriore pivot nel ragionamento: questo giudizio estetico viene deprivato della forza razionale della riflessione critica sulle norme. Cioè viene svuotato dell’etica, che è soppiantata dalla morale. La morale rimanda ai mores: usi, costumi, tradizioni condivise, reiterate, confermate dall’uso e indiscusse. Quando la morale sostituisce l’etica, il discorso smette di essere pienamente laico e diventa una forma di appartenenza.
La Costituzione, a questo punto, non ha più solo la Bellezza come attributo politico, ma le si aggiunge immediatamente il possesso: è “la nostra” Costituzione. Si badi bene: proprio perchè privo di laicità, e intriso di apparenza identitaria, quel “nostra” indica una parte sola, non è di tutti, ma solo di chi si riconosce come comunità attorno a quel totem. È infatti a questo punto - superata Firenze, per essere precisi - che la Costituzione smette di essere semplicemente un testo politico e diventa qualcos’altro: un oggetto simbolico posseduto dalla comunità che si riconosce in esso. Non qualcosa che si usa o si interpreta, ma qualcosa che si possiede, carico di valore identitario e, proprio per questo, progressivamente separato dalla sua funzione concreta nel Reale.
L’oggetto continua a esistere nel mondo delle istituzioni, ma nel discorso pubblico si trasforma in qualcos’altro: un emblema morale, appunto. Il Simbolo diventa qualcosa che la comunità non semplicemente usa, ma possiede. Quando questo accade, la relazione con l’oggetto diventa inevitabilmente ambivalente: è qui che entra in scena il Tabù, che non nasce soltanto dal rispetto, ma anche dal desiderio rimosso di violare ciò che è proibito.
Più il divieto è assoluto, più l’oggetto diventa carico di ambivalenza e aggressività. Il rispetto convive sempre con una forma di aggressività latente. Nel dibattito su una riforma costituzionale, in Italia, questa dinamica assume una forma riconoscibile: l’idea che la Costituzione non possa essere modificata, se non da coloro che ne detengono la legittimità simbolica. I custodi della purezza costituzionale diventano così una sorta di sacerdozio civile. Qualunque proposta di riforma proveniente dall’esterno — soprattutto se proveniente da un campo politico percepito come ostile — viene respinta prima ancora di essere discussa nel merito.
Ma il Tabù non serve realmente a proteggere la Costituzione. Serve piuttosto a proteggere la comunità morale che si riconosce nel Totem. La Costituzione diventa così il simbolo che tiene insieme la tribù nel momento in cui l’identità politica rischia di svuotarsi di contenuto.
C’è in gioco, soprattutto, un’idea violentissima di possesso dell’oggetto simbolico: la Costituzione assurge a Simbolo e, proprio per questa torsione, viene progressivamente svuotata della sua funzione reale. O, per dirla con Lacan, nel Reale: l’oggetto viene sequestrato nell’Immaginario, e quando questa dissociazione, questa elisione di senso e di uso viene declinata, l’Immaginario ha l’abitudine di irrompere nel Reale e farlo collassare, psicotizzandolo, sovvertendolo, dandosi nella sua natura diabolica, etimologicamente.
Ed è qui - verso Bologna, e credo gli sarebbe piaciuto come immagine di desiderio - che mi ha sorriso una delle una delle intuizioni più radicali e disturbanti di Lacan: la Legge non serve soltanto a proibire. Serve anche a produrre godimento. Il Super-Io non si limita a dire “non devi”, ma formula un comando paradossale: “Godi!”. E nelle comunità morali il godimento assume spesso una forma particolare: il piacere di applicare la Legge, di custodirla, di difenderla contro chi la mette in discussione.
Non è semplicemente “non si tocca il Totem”. È qualcosa di più sottile: si gode nel difenderlo. Nel custodire il simbolo. Nel fare il sacerdote della purezza costituzionale e nello scomunicare l’eretico che osa metterlo in discussione. Difendere il Totem, la Legge, diventa così una fonte di piacere morale: il piacere di essere dalla parte giusta mentre si brandisce la Legge come strumento di delegittimazione dell’avversario.
Questo oggetto simbolico, attinente all’immaginario e scisso dal Reale - interessante che questo punto della riflessione giunga al profilarsi della stazione di Reggio Emilia partorita dalla mente progettualistica di Calatrava - deprivato d’uso e di E(ste)tica, finisce anche con l’essere vuoto: una superficie simbolica su cui si depositano investimenti affettivi sempre più intensi. Assume alcune delle caratteristiche della struttura che Deleuze e Guattari descrivono ne L'Anti-Edipo come corpo senza organi: la Costituzione non è più un dispositivo istituzionale che organizza funzioni politiche concrete (gli organi, appunto), ma si trasforma in una pura superficie di registrazione. Su di essa non si leggono più i diritti e i doveri, ma si accumulano desideri, paure ancestrali e proiezioni di purezza morale. Il testo normativo cessa di essere una struttura operativa per farsi campo di intensità affettive, dove ogni virgola non è più legge, ma energia identitaria.
Ed è proprio qui che il dibattito politico comincia a trasformarsi. La Costituzione smette di essere un testo da interpretare e diventa un oggetto da difendere. Non si discute più. Non si modifica. Si venera. Raggiunto questo livello emerge, sulla condensa del finestrino del vagone, direi inevitabilmente, il meccanismo descritto da Girard: quello del capro espiatorio. La comunità si compatta, si riconosce e rifonda il patto totemico, individuando il violatore del Tabù. Il riformatore, o semplicemente chi propone di modificare il testo, diventa la figura su cui si concentra l’aggressività collettiva. E qui il dissenso politico esce del tutto dalla dinamica del confronto dialettico e diventa sacrilegio.
Mentre tristemente ed inesorabilmente l’Emilia diventa Lombardia, e cambia l’aria, quel sacrilegio avverto che dispiega le sue braccia come fossero argomenti - grazie al poeta Max Gazzè per questo verso - e mi aiuta a comprender meglio l’intensità emotiva di queste reazioni invitando a questo banchetto mentale il nodo della relazione infantile con la figura materna, analizzata da Winnicott e Klein.
Entrambi descrivono un passaggio fondamentale dei primi mesi di vita. All’inizio il bambino vive nella fantasia di possedere completamente l’oggetto da cui dipende. Il seno materno appare come qualcosa che risponde perfettamente al desiderio. È l’esperienza di una onnipotenza: il mondo sembra coincidere con il proprio bisogno, e il bambino vive l’illusione di un controllo totale sull’oggetto. Ma questa coincidenza non può durare. Arriva inevitabilmente la frustrazione: l’oggetto non risponde più esattamente come prima, compare una distanza tra desiderio e realtà. Ed è qui che emerge l’ambivalenza.
L’oggetto amato diventa anche oggetto di aggressività. Klein descrive questo passaggio come l’ingresso nella posizione depressiva – mentre faccio un consonante ingresso a Milano Centrale – e cioè il bambino scopre che l’oggetto da cui dipende può anche deludere. E reagisce attaccandolo. Si colpisce l’oggetto proprio perché lo si ama e perché da esso si dipende.
Portata sul piano politico, la metafora diventa sorprendentemente illuminante. La nostra democrazia vive questa dinamica infantile. La Costituzione è il "seno" simbolico da cui ci aspettiamo protezione totale. Quando la realtà politica ci frustra, reagiamo paradossalmente: attacchiamo la madre per salvare il seno. Pur di proteggere l'immagine idealizzata della Costituzione, finiamo per svilire gli strumenti democratici, come il referendum stesso, e dubitare della capacità di scelta dei cittadini. L’istituzione viene colpita per preservare la purezza del simbolo. Ed è in questa dinamica che riemerge la violenza tipica delle comunità ferite nella propria identità simbolica: l’aggressività di chi reagisce attaccando ciò che lo spaventa e ciò che non riesce a comprendere, soprattutto quando quell’oggetto mette a repentaglio una superiorità morale presunta e incrina l’immagine estetica di purezza in cui la comunità ama riconoscersi.
Si crea così un nodo gordiano in cui simbolo politico, sacralità, identità di gruppo e godimento morale si intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. E quando succede qualcosa del genere il dibattito pubblico tende inevitabilmente a scivolare fuori dal terreno della deliberazione razionale. La politica smette lentamente di essere politica e comincia ad assumere la forma di una liturgia civile.
Mi accoglie a Torino un paradosso perfettamente sincronico: proprio coloro che denunciano più spesso il pericolo delle “religioni politiche” sembrano incapaci di qualunque laicità, contribuendo con il loro repertorio sloganistico alla costruzione di una nuova forma di sacralità, in questo caso costituzionale.
Forse è proprio questo che rende il discorso pubblico italiano così instabile. Sotto la superficie delle istituzioni continua a muoversi quel franare di materiale di riporto che ogni tanto riemerge e trascina con sé tutto il resto. Liberare la Costituzione dalla teca di cristallo della "bellezza" per restituirla al terreno solido dell'uso, della critica e, se necessario, del cambiamento.
Scendo dal treno pensando a Sciascia. E a Tortora. E a quella frase incisa sulla sua tomba: "Che non sia un’illusione".
Sarebbe già molto se il dibattito pubblico riuscisse almeno a restare all’altezza di questo auspicio. È forse il modo più sobrio che conosco per dire che il compito minimo cui la politica dovrebbe assolvere è quello di restare, nel suo darsi sostanziale, laica.
