COSA LA SINISTRA HA FATTO A GIOVANNI FALCONE
Maurizio Tortorella
Vi voglio raccontare che cosa ha fatto la sinistra (quella giudiziaria e quella politica) a Giovanni Falcone da vivo, prima di trasformarlo - con un’immonda ipocrisia - in un proprio eroe dopo la strage di Capaci.
È una storia lunga (e penosa), ma istruttiva. Anche perché nessuno la racconta.
Nel gennaio 1988, quando Antonino Caponnetto lasciò la guida dell’Ufficio istruzione di Palermo, Falcone era il naturale candidato a succedergli: Falcone in quel momento era il magistrato simbolo della lotta alla mafia, l’artefice del maxi-processo, l’uomo che più di ogni altro aveva scavato dentro CosaNostra, dimostrando che era un’organizzazione strutturata e unitaria. Eppure, contro ogni logica, il Consiglio superiore della magistratura (il CSM) gli preferì un altro candidato: Antonino Meli, un magistrato più anziano, ma con nessuna esperienza nelle indagini di mafia. La votazione del 19 gennaio 1988 finì a favore di Meli per 15 voti contro 10, con 5 astensioni. Magistratura Democratica (MD), la corrente della magistratura che allora era legata al Partito comunista, votò in gran parte contro Falcone e i suoi membri furono decisivi per la sconfitta: tra loro Giuseppe Borrè e Maria Elena Paciotti, che poi sarebbe diventata presidente dell’Associazione nazionale magistrati (l’ANM).
Ancora peggio si comportò la sinistra qualche anno dopo, nel 1991, quando Falcone divenne il direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia, scelto dal Guardasigilli socialista, Claudio Martelli. In quel ruolo, Falcone propose di creare la Procura nazionale antimafia per rafforzare – con il coordinamento dell’attività delle procure - le indagini contro Cosa Nostra.
Ebbene, sapete che cosa fece l’ANM? Accusò Falcone e il governo di «voler sottoporre il pubblico ministero al potere politico» e il presidente dell'ANM, Raffaele Bertoni, si spinse addirittura ad affermare che la Superprocura sarebbe stata in magistratura “quello che la cupola è nella mafia”. A sentire la sinistra giudiziaria, il regista di questo inaccettabile attentato all’indipendenza dei magistrati - ovviamente - sarebbe stato Falcone, anzi, il «traditore» Falcone. Contro la Superprocura, il 3 dicembre 1991 l’ANM proclamò addirittura uno sciopero. E il 26 settembre 1991, in una famosa (e inquietante) puntata del Maurizio Costanzo Show, un deputato della Rete - Alfredo Galasso - intimò a Falcone di lasciare il ministero «perché l’aria di quel posto non ti fa bene», e Leoluca Orlando - che era il sindaco di Palermo e uno dei fondatopri della Rete - attaccò Falcone addirittura insinuando nascondesse informazioni sui cugini Salvo, allora indagati per mafia.
Quanto alla Superprocura, istituita nel gennaio 1992, la sua guida non fu affidata a Falcone, ma a Bruno Siclari. Dopo, la sua guida (guarda caso!) è toccata paradossalmente a una serie ininterrotta di magistrati di sinistra (gli stessi che l’avevano definita come una «cupola mafiosa»): dal 2006 al 2012 è toccato a Piero Grasso (che poi verrà eletto in Senato per il PD e ne diverrà il presidente); dal 2012 al 2017 a Franco Roberti (che poi diverrà europarlamentare del PD); dal 2017 al 2022 a Federico Cafiero De Raho, che da allora è deputato del #M5S. L’attuale procuratore nazionale antimafia si chiama Giovanni Melillo, ed è un altro di sinistra: dal 2014 al 2017 è stato il capo di gabinetto del ministro della Giustizia Andrea Orlando, guarda caso del PD...
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