Buio a Teheran
La cortina degli "esperti" e il paese reale.
Toni Baruch
Gli "esperti" occidentali di Iran formano un club sorprendentemente compatto: stesse università, stessi convegni, stesse fonti — molte delle quali, come è ormai documentato, fanno parte di una rete di influenza costruita deliberatamente dal regime di Teheran. Il risultato è una narrazione di comodo che minimizza le aspirazioni di libertà degli iraniani e ignora sistematicamente i dati che raccontano una storia molto diversa. Vale la pena, per una volta, guardare oltre.
Chiunque voglia capire cosa pensano gli iraniani si trova davanti a un paradosso apparentemente insormontabile: le fonti più accessibili sono quasi tutte contaminate, e quelle più affidabili sono quasi tutte inaccessibili. In mezzo, prosperano esperti, accademici, giornalisti che con sicurezza ci spiegano "cosa vuole davvero il popolo iraniano", forti del loro curriculum di reduci del liceino bene, occupato, democratico, che ha formato un'isola monopensante e perennemente giudicante.
Non è solo un problema di malafede, anche se la malafede non manca. È un problema strutturale: capire l'opinione pubblica di un paese dove l'autocensura è una strategia di sopravvivenza, dove le app di denuncia anonima come "Nazer" rendono ogni conversazione pericolosa, e dove il regime ha investito decenni e risorse considerevoli nel costruire una nebbia informativa permanente, è realmente difficile. Se poi hai deciso di non farlo, lo è ancora di più. Prima di parlare di cosa vogliono gli iraniani, vale la pena fare il giro dei principali produttori di nebbia, perché è solo attraverso di loro che la maggior parte degli osservatori occidentali ha imparato a "conoscere" l'Iran.
I produttori di nebbia
La diaspora e i suoi bias
Chi lascia l'Iran non è un campione casuale della popolazione iraniana. Tende a essere più istruito, più urbano, più giovane, più dissidente e tende a "votare con i piedi", abbandonando un sistema oppressivo. Come può testimoniare uno come me, a sua volta parte di una diaspora, questo non significa che chi è riparato all'estero abbia torto sulla natura del regime, ma certamente la sua esperienza non è del tutto rappresentativa di chi è rimasto, che include cluster rurali, conservatori, religiosi e soprattutto persone che hanno imparato a non avere opinioni troppo forti su nulla.
La diaspora non è solo distorta demograficamente: è anche, e specialmente nel caso iraniano, un campo di battaglia politico di rara intensità. I gruppi organizzati — monarchici nostalgici delle classi privilegiate pre-rivoluzione, sostenitori del MEK-MKO, fazioni nazionaliste di vario colore — tendono a sovrastare le voci più moderate semplicemente perché sono più abili nel networking, nella raccolta fondi e nella costruzione di narrative mediatiche. Il risultato è un'immagine della diaspora iraniana molto più compatta e radicale di quanto non sia in realtà, con "purity test" ideologici, campagne di demonizzazione reciproca e una frammentazione interna che smentisce ogni apparenza di fronte unito.
L'opposizione di comodo e il gioco delle tre carte
Il problema si complica ulteriormente per la presenza di quella che potremmo chiamare "opposizione artificiale": figure che appaiono credibili in quanto ex-collaboratori del regime, temporaneamente imprigionati quanto basta per guadagnare patente di dissidenti, e poi riutilizzati all'estero per dividere l'opposizione autentica, diffondere disinformazione e impedire la formazione di coalizioni coerenti.
La strategia centrale del regime, che si è evoluta e intensificata dopo le proteste del 2022, si articola intorno a quella che gli studiosi di disinformazione chiamano la "Grande Bugia": l'affermazione sistematica e coordinata che nessuna forza di opposizione sia capace di offrire un'alternativa credibile alla Repubblica Islamica. L'obiettivo è diffondere disperazione pubblica e castrare le aspirazioni al cambiamento. Il meccanismo è documentato: attraverso media di stato e account coordinati, il regime conduce campagne di character assassination contro dissidenti influenti — celebrità, attivisti politici, oppositori nella diaspora — con l'obiettivo dichiarato di scoraggiare qualsiasi speranza di alternativa.
Gli "esperti giornalisti" e le loro fonti avvelenate
Eccoci al nodo più delicato e controverso, più rumoroso su X ma in generale più invisibile all'esterno: i produttori di nebbia. Il giornalista o il ricercatore occidentale che vuole "capire l'Iran" si rivolge naturalmente alle sue reti abituali: think tank, università, conferenze internazionali, fonti con credenziali accademiche riconoscibili e affiliazioni istituzionali rassicuranti. Reti che sono state sistematicamente infiltrate. Un fenomeno chiaramente documentato, non un'ipotesi complottista.
Si può cominciare dal 2014, quando funzionari del Ministero degli Esteri iraniano avviano in gran segreto quello che chiamano pomposamente '"Iran Experts Initiative" (IEI): un programma per costruire una rete di analisti e accademici di seconda generazione, residenti in Occidente, con affiliazioni a think tank e istituzioni di primo piano in Europa e negli Stati Uniti. L'obiettivo esplicito, emerso nel 2023 da migliaia di email interne ottenute da Iran International e Semafor, è "promuovere i punti di vista di Teheran in Occidente", in particolare riguardo al programma nucleare, e produrre per i decisori europei e americani analisi che appaiano indipendenti ma nella realtà del tutto allineate con gli interessi del regime. Il diplomatico Saeed Khatibzadeh, mente e braccio dell'iniziativa, la descriveva come la creazione di "un gruppo di 6-10 iraniani di seconda generazione con affiliazioni ai principali think tank internazionali, principalmente in Europa e negli USA", da sostenere politicamente in cambio delle loro narrative favorevoli a Teheran. Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif partecipò di persona alla riunione inaugurale a Vienna nel maggio 2014.
Si tratta di analisti non necessariamente consapevoli di fare propaganda anche se alcuni quasi certamente lo erano. Ma la questione rilevante è che il governo iraniano selezionò, invitò, finanziò conferenze, fornì accesso e supporto politico a persone già inclini a promuovere posizioni utili a Teheran. Il risultato fu che i governi europei, secondo quanto rilevato in un'audizione al Parlamento Europeo nel gennaio 2024, si trovarono a basare le proprie politiche sull'Iran su analisi e raccomandazioni che provenivano direttamente da Teheran. Se vi siete chiesti fino a oggi come succeda che un regime mostruoso sia trattato con i guanti bianchi a livello diplomatico e informativo, la risposta è anche questa.
Il meccanismo, una volta compreso,spiega buona parte del dibattito pubblico degli ultimi dieci anni: articoli su testate rispettate che zuccherano le "ragioni" iraniane nel conflitto nucleare, interventi accademici che inquadrano le sanzioni come "provocazioni imperialiste", analisi che minimizzavano la repressione interna, o la ignorano del tutto. Una distorsione strutturale, non individuale, frutto di malafede individuale ma anche di un sistema intossicato dalla menzogna, e per questo tanto più difficile da smascherare.
A questo si aggiunge una disinformazione digitale sofisticata: non solo i bot, ma account reali coordinati dallo stato che si infiltrano nelle comunità anti-regime online fingendosi dissidenti, diffondendo notizie non verificabili progettate per attirare l'attenzione dei media di opposizione e screditarle, creando confusione e sfiducia reciproca. Durante le proteste per Mahsa Amini nel 2022, circolarono voci di funzionari che fuggivano su voli charter verso il Venezuela — una storia che rimbalzò su testate internazionali prima di rivelarsi falsa, progettata esattamente per essere smentita e così minare la credibilità dei media di opposizione.
Gli accademici e il fascino dell'ideologia post-coloniale
C'è infine una terza categoria di intermediari, la più difficile da criticare perché stupidamente sincera: la microelite dei ricercatori e dei "giornalisti esperti" occidentali formatisi in ambienti accademici intrisi di tossine ideologiche orientaliste, anti-imperialiste e post-coloniali. È un carcere mentale strutturalmente impermeabile alla critica e alla reale ricerca. È quello che si chiama groupthink, pensiero di gruppo che si forma in ambienti chiusi, intellettualmente asfittici, dove le stesse premesse vengono replicate e rinforzate di conferenza in conferenza, di peer review in peer review, di citazione in citazione. È il famoso pensiero interno o circolare di cui abbiamo parlato in questo articolo, a proposito di questioni parzialmente, ma non completamente, diverse.
In questo schema che si autoriproduce, l'Iran è quasi sempre inquadrato come vittima dell'imperialismo occidentale e israeliano; il regime islamico come attore razionale che risponde a torti storici reali (il colpo di stato del 1953, l'interferenza americana durante la guerra con l'Iraq, le sanzioni); le proteste interne come fenomeni "strumentalizzati dall'estero" o "più complessi di quanto appaia". Questa prospettiva non è sempre sbagliata nei dettagli (anche se spesso lo è) ma il buio diventa totale quando "comprendere il contesto" si trasforma sistematicamente in giustificare il regime, e quando le atrocità interne — i 7.000 morti documentati nelle proteste del "Crimson Winter" 2025-2026, le esecuzioni di massa, la repressione delle donne vengono trattate con un pudore analitico che non si applica mai alle violenze attribuibili all'Occidente o a Israele. Oppure ignorate del tutto, come i nostri media e la politica "progressista" hanno fatto durante la repressioni orribile delle proteste del 2026.
Il fascino del sushi
L'esperto di turno, accolto in televisione, rimbalzato sui social, forse prova anche a capire l'Iran (nei rari casi in cui ci prova) ma si trova spesso a citare fonti contaminate dalla IEI e a presentare come "analisi equilibrata" quello che è in realtà la prospettiva di un regime che da quarant'anni lavora per costruire esattamente questa nebbia.
La nebbia digitale: influencer, lifestyle e cyberesercito
C'è infine un livello di disinformazione più sottile e difficile da identificare perché non assomiglia alla propaganda: quella promossa da influencer iraniani all'estero attraverso contenuti lifestyle: caffè, moda, natura, uscite urbane, un'estetica cosmopolita e apparentemente innocua. Questa strategia mira a umanizzare l'immagine del regime normalizzando la vita quotidiana a Teheran, creando una "bolla alternativa" che appare tollerante e moderna, contrastando le narrative di resistenza degli esiliati senza mai citarle direttamente. Come ha rilevato l'Atlantic Council, l'Iran privilegia la "verità distorta" rispetto alla menzogna diretta: non inventa fatti, ma seleziona, enfatizza e inquadra — esattamente il repertorio münzenberghiano applicato all'era dei social.
Cosa sappiamo nonostante tutto
Attraverso questa nebbia, è possibile ricavare un quadro approssimativo ma significativo ricorrendo a metodi che privilegiano l'anonimato e i grandi numeri. Il riferimento principale è il GAMAAN — Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran — un ente di ricerca indipendente con sede nei Paesi Bassi che conduce sondaggi online anonimi attraverso la rete VPN Psiphon, raggiungendo decine di migliaia di iraniani interni con garanzie di riservatezza che i sondaggi telefonici o faccia a faccia non possono offrire. Entro il 2025, circa il 90% degli utenti internet iraniani usava VPN per accedere a piattaforme bloccate, il che ha reso possibile quella che GAMAAN chiama "VPN sampling": campioni numerosi, socialmente diversificati, raccolti in condizioni di anonimato reale.
I dati GAMAAN non sono perfetti perché tendono a sovrarappresentare utenti urbani e istruiti e le critiche metodologiche esistono e vanno prese sul serio. Va notato, però, che le critiche più veementi all'istituto provengono da ambienti vicini al MEK, la cui popolarità nei sondaggi GAMAAN risulta, con generosità, inferiore all'1%. È un'avvertenza che il lettore dovrebbe tenere a mente valutando l'attendibilità dei critici e la diffusione capillare di "informatori" che fanno capo a questa strana entità islamista-marxista e terrorista, dal possente radicamento informativo, e che ha penetrato molti ambienti occidentali (sorprendentemente soprattutto conservatori)
Il consenso su ciò che non si vuole
Il punto di maggior accordo — e quello metodologicamente più solido, perché il rifiuto è più facile da esprimere del desiderio — riguarda il regime attuale. Circa il 70% degli iraniani si oppone alla continuazione della Repubblica Islamica, con un picco dell'81% durante le proteste "Donna, Vita, Libertà" del 2022. Solo il 20% degli intervistati vuole che la Repubblica Islamica rimanga al potere, mentre il sostegno ai principi della rivoluzione del 1979 e alla Guida Suprema è sceso all'11%, dal 18% del 2022. Il regime militare è rifiutato da oltre il 70%; la governance basata sulla legge religiosa da due terzi della popolazione.
Il regime è oggi indebolito su tre fronti simultaneamente: militarmente, dalla guerra dei 12 giorni con Israele nel 2025 e dalla sua continuazione in corso: molti comandanti senior sono stati uccisi e la propaganda sull'invincibilità del regime profondamente scossa; culturalmente, come dimostra il fatto che il regime non riesce più a far rispettare l'hijab obbligatorio; e infine economicamente, con una valuta in crollo libero che non compra più nulla. I sondaggi post-conflitto mostrano un'ulteriore crescita del sostegno al regime change come precondizione per qualsiasi cambiamento reale.
Il consenso su ciò che si vuole
L'89% degli iraniani dichiara di volere un sistema democratico. Le ideologie più popolari privilegiano libertà individuali e diritti umani (37%), giustizia sociale e diritti dei lavoratori (33%), orgoglio nazionale e nazionalismo iraniano (26%). Solo il 5% sostiene partiti che prioritizzano valori tradizionali e religiosi. Il 67% desidera relazioni normali con USA e Israele, un dato che fa dell'Iran il paese più pro-occidentale del Medio Oriente (in un momento in cui c'è qualche dubbio che molto dell'Occidente lo sia ancora).
Reza Pahlavi: la realtà dei numeri contro la narrativa degli esperti
Ed è qui che la distanza tra la realtà dei dati e la vulgata degli "esperti" diventa più clamorosa e più istruttiva. Nella narrazione accademica progressista dominante, quella che si legge sulle riviste specializzate, si sente alle conferenze, si ritrova negli articoli dei giornali europei, il ricordo dello Scià è uniformemente negativo, la monarchia è un capitolo chiuso della storia iraniana, e Reza Pahlavi è una figura marginale che parla a un pubblico di esiliati nostalgici e benestanti, senza radicamento reale nella società iraniana contemporanea. Questa lettura è smentita dai dati in modo imbarazzante.
Nel sondaggio GAMAAN del settembre 2025, condotto dopo la guerra dei 12 giorni e su oltre 30.000 rispondenti interni, alla domanda specifica "Qual è la tua opinione riguardo a Reza Pahlavi che si dichiara leader del periodo di transizione?", il 49% degli intervistati si è dichiarato favorevole (35% fortemente, 13% in parte). Circa il 35% si è dichiarato contrario. Il 16% non ha espresso opinione. È una quota che, secondo i ricercatori GAMAAN, tende a orientarsi in base all'umore generale, e che durante le recenti proteste ha mostrato ulteriori segnali di avvicinamento alla posizione di Pahlavi.
Nella classifica delle figure politiche dell'opposizione, Pahlavi è al primo posto con un margine che non ha paragoni: 31% come prima scelta tra tutti i candidati a un ipotetico "consiglio di solidarietà" dell'opposizione iraniana, contro il 6% di Toomaj Salehi, secondo classificato, e il 5% di Narges Mohammadi, terza. Come ha scritto l'Atlantic Council, "sarebbe il primo o secondo candidato per oltre il 30% della popolazione in una ipotetica elezione libera — superando di gran lunga la popolarità di qualsiasi altro contendente." Axios ha sintetizzato il dato con la sua consueta concisione: la sua popolarità supera quella di qualsiasi altra figura dell'opposizione iraniana.
Questo non è nostalgia per lo Scià suo padre, figura che gli iraniani stessi giudicano con tutta la complessità che merita. È un fenomeno completamente diverso, che la degnazione occidentale si rifiuta di comprendere. Pahlavi si è posizionato con coerenza come guida di un periodo di transizione verso la democrazia secolare, e non come restauratore della monarchia. Ha ripetuto in ogni sede disponibile che si sottometterebbe al risultato di elezioni libere e di un referendum sulla forma di governo. Ha promesso processi giusti, tutele per le minoranze, diritti uguali indipendentemente da religione ed etnia. Ha rifiutato pubblicamente l'idea di una transizione imposta dall'esterno. Nel luglio 2025 ha presieduto a Monaco la "Convention of National Cooperation to Save Iran", che ha riunito oltre settecento rappresentanti dell'opposizione da tutto lo spettro politico; ha lanciato una campagna per le defezioni delle forze di sicurezza che ha superato cinquantamila adesioni; ha coordinato le prime proteste interne pianificate del gennaio 2025, che hanno portato oltre un milione di persone in piazza in trentuno province.
Chiamarlo figura marginale, a questo punto, richiede uno sforzo creativo considerevole, oppure un pregiudizio da liceino rosso, oppure l'assenza deliberata di attenzione alla realtà, sempre meno affascinante dei propri fumi ideologici.
Il sostegno a Pahlavi non è comunque omogeneo: più basso nelle province a forte concentrazione di minoranze etniche come curdi, azeri e baluci, che storicamente diffidano del nazionalismo persiano centralista. Se vogliamo cercarla, questa (e non il "cattivo ricordo dello Scià") è la sua principale debolezza strutturale, e lui ne è consapevole: i tentativi di costruire una coalizione più ampia, includendo esplicitamente minoranze etniche e religiose, attivisti LGBTQ e rappresentanti di ogni regione, vanno letti in questo contesto.
La narrativa degli "esperti" che lo liquida come anacronismo reazionario è smentita dai numeri ed è funzionale alla strategia della Grande Bugia del regime, che da anni lavora per convincere il mondo, e gli iraniani stessi, che non esiste alternativa possibile alla Repubblica Islamica.
Le divisioni su come arrivarci
Pahlavi a parte, il panorama dell'opposizione è frammentato in modi che riflettono la reale diversità della società iraniana. Circa il 26% degli intervistati preferisce una repubblica secolare, il 21% la monarchia, il 15% un sistema federale, e il 22% dichiara di non avere ancora informazioni sufficienti per scegliere. Nessuna di queste forze è in grado, da sola, di rappresentare la piena diversità del paese, e questo è il vero vuoto che il regime sfrutta, non la mancanza di una figura di riferimento.
Leggere l'Iran oltre il buio degli "esperti"
Capire cosa vogliono gli iraniani è possibile, ma richiede di fare a meno di buona parte degli intermediari abituali. Occorre buttare le analisi che arrivano già confezionate in pastoni ideologici rassicuranti, come il frame anti-imperialista. Va lasciata da parte tutta una generazione di pifferai che sifola la narrazione che Teheran ha fabbricato sistematicamente per i propri scopi. È possibile, almeno in parte, farlo privilegiando l'anonimato, la scala e la triangolazione: sondaggi come quelli di GAMAAN, integrati con l'osservazione empirica delle proteste, degli slogan, dei comportamenti collettivi documentati in centinaia di città.
Quello che emergerà, dissolta la nebbia, è abbastanza chiaro. Gli iraniani vogliono libertà: libertà religiosa, libertà di espressione, libertà dal velo obbligatorio, libertà di eleggere chi governa e di mandarlo a casa quando non funziona. Vogliono un paese normale, con relazioni normali con il resto del mondo, inclusi USA e Israele. Non vogliono una teocrazia, non vogliono un esercito al potere, e la figura che gode del più ampio sostegno nell'opposizione, dati alla mano, è quella di Reza Pahlavi come guida di una transizione democratica.
Spiace per gli "esperti", ma è così. Mettete giù il vostro ditino, o cacciatevelo dove credete meglio.
