giovedì 6 agosto 2020

IL SOGNO DI OBLOMOV

 

"Il sogno di Oblomov": un idillio che non muore


L’opera di Ivan Gončarov si pone nell’ambito del realismo e la sua fama è legata al romanzo Oblomov, la sua opera principale. Nel 1849 Gončarov aveva pubblicato un racconto di intonazione idillica intitolato Il sogno di Oblomov, che sarebbe diventato in seguito il nucleo del romanzo Oblomov. A differenza di I. Turgenev e altri scrittori contemporanei, Gončarov era uno scrittore lento. In una lettera indirizzata a Turgenev scrisse: “Io servo l’arte come una bestia da soma, mentre Lei vuole prendere dei premi come a una course au clocher”. In tutta la sua vita scriverà solo tre romanzi ma il suo capolavoro è, come già detto, Oblomov, romanzo che rappresenta il conflitto tra due epoche della storia russa, il passaggio da una Russia pre-moderna a una nuova. Nel capitolo IX, intitolato per l’appunto Il sogno di Oblomov, l’idillio si materializza come la visione onirica di un bambino di sette anni e costituisce il nucleo significativo di tutto il romanzo. La campagna russa è il soggetto principale del romanzo: la natura e la felicità dell’uomo, l’età dell’oro, si contrappongono all’industrializzazione del “secolo del ferro”. Gončarov descrive il cantuccio pacifico e solitario in cui aveva trascorso l’infanzia il protagonista, caratterizzato dallo scorrere lento e regolare delle stagioni con la natura che fa da sfondo. In quel piccolo mondo bucolico c’erano solo un paio di piccoli villaggi sparpagliati e regnava un silenzio quasi tombale. Oblomov era un bambino allegro, grassottello e paffuto. A prendersi cura di lui c’erano la madre e la njanja, due donne che lo riempivano di coccole e attenzioni fino a soffocarlo. La madre proibì alla njanja di lasciar andare il piccolo Oblomov al burrone, il luogo più pericoloso e inquietante del villaggio. Dal punto di vista interpretativo, il burrone rappresenta l’ignoto, il pericolo che comporta l’uscita dal mondo idillico, visto come una sorta di paradiso terrestre: “[…] nel burrone venivano gettate le carogne; nel burrone si riteneva che si nascondessero ladroni e lupi e altri esseri strani, i quali o non si trovavano in quella regione o non esistevano per nulla al mondo”.


La vita nel villaggio ruota intorno alla preparazione delle pietanze. Gončarov descrive nei dettagli ciò che veniva preparato nella usad’ba di Oblomovka: conserve dolci, cibi salati e soprattutto le torte e le focacce erano la base dell’alimentazione del villaggio.
“Il culto del cibo risulta talmente iperbolico da assumere a sua volta le caratteristiche della fatica, del lavoro, che nella fase preparatoria implica solo preoccupazioni e come esito non può che sfociare in una lunga, spossata sonnolenza”. Vita umana e natura sono fuse in una dimensione spazio-temporale in cui tempo e spazio sono scanditi solo da una successione di vicende quotidiane. Il cibo, quindi, diventa una sorta di rito, è il centro della vita sociale idillica.

Il tema del silenzio e del sonno sono centrali all’interno dell’idillio di Oblomovka, un silenzio quasi mortale che avvolge tutti gli abitanti del villaggio. Anche la casa di Iljà Il’ič è una sorta di rifugio in cui regna il silenzio ed è oggetto di numerose attenzioni da parte dei proprietari. L’interno della casa è anch’esso un mondo idillico pieno di oggetti d’arredamento, casse, cofanetti e quadri appesi alle pareti. Tuttavia, è anche un mondo trascurato, molti oggetti sono rotti e su alcune pareti mancano i quadri considerati un bene di lusso inutile. Dopo il pranzo, nel piccolo cantuccio idillico tutti gli abitanti si abbandonano a un sonno profondo; qualcuno russa mentre altri afferrano la bottiglia di kvas come se fosse un oggetto prezioso. Il lettore viene informato solo sul consumo abbondante dei pasti e i pasti non apportano un beneficio agli abitanti del villaggio ma sono causa di fatica e sonnolenza. Se nella proprietà dei Possidenti d’antico stampo regnava la pace, la felicità e l’armonia, il mondo bucolico di Oblomovka appare meno appagante. Ciò che governa questo idillio è una noia mortale, il silenzio, il sonno e l’inerzia degli abitanti che si rifiutano persino di apprendere notizie dall’esterno. Il confine fra sonno e morte è molto labile, si può affermare che il sonno coincida quasi con la morte. L’esistenza tranquilla e pacifica degli abitanti di quel “cantuccio” veniva di tanto in tanto turbata dalle malattie e dal lavoro. Ad Oblomovka tutto era immobile, la vita stessa era lenta e ripetitiva, gli avvenimenti più importanti erano la nascita, il matrimonio e le feste. Le logiche della società urbana erano estranee al mondo idilliaco.

In seguito il sogno presentò ad Oblomov un’altra immagine, l’inizio di una nuova stagione. In un paese lontano, non si sa di preciso dove, scorrono fiumi di miele e di latte e tutti i bravi ragazzi come Il'ja Il'ič si dedicano al piacere della vita. Gončarov fa riferimento a una visione mitologica che esprime il desidero dell’autore di ritornare all’ Età dell’oro. Oblomov non vuole ridursi a essere un rappresentante dell’età del ferro simboleggiata dall’Ottocento, il secolo della tecnica, del commercio e della finanza. Egli sa bene che nella realtà non esistono fiumi di miele e di latte: “la favola per lui s’è confusa con la vita ed egli, senza rendersene conto, rimpiange che la fiaba non sia la realtà e che la realtà non sia la fiaba”. Il vero cuore favolistico del sogno è rappresentato dalla njanja, colei che tramanda i miti e la tradizione favolistica orale. La njanja racconta ad Oblomov favole il cui fascino si diffonde in tutto il romanzo. Nella sua figura si riscontra la singolarità del mondo fiabesco di Gončarov, era la nutrice, allattava e cresceva i bambini. Narrando fiabe di magia aveva col tempo instillato nella immaginazione di Oblomov una sorta di Iliade della vita russa. Tuttavia l’autore sostiene che gli uomini russi sono troppo legati alle favole dell’antichità, vivono in un mondo irreale di fantasie oziose.

Al di fuori del capitolo IX, e quindi al di fuori di Oblomovka, e ormai nella Pietroburgo di Oblomov adulto, Štol’c, personaggio di origine tedesca, rappresenta il suo opposto. Troviamo in lui la diligenza e l’impegno, era molto orgoglioso ma anche sensibile. Il suo obiettivo principale era quello di aiutare Oblomov a uscire dal suo cantuccio, inserirlo nella società e farlo innamorare. Il risveglio sembra arrivare il giorno in cui Oblomov a San Pietroburgo sente cantare Ol’ga Ilinskaja. Era stato un incontro studiato a tavolino per far conoscere al protagonista la società pietroburghese. Nel frattempo iniziano a circolare voci su un probabile matrimonio di Oblomov con O’lga, ma egli non riesce a sopportare l’idea del cambiamento che ciò avrebbe comportato nella sua vita. Sposandosi con un’altra donna, Agaf’ja Matveevna, che non sarà tanto moglie, quanto madre e njanja, Oblomov recupererà la dimensione idillica perduta.