martedì 18 agosto 2020

IL VIZIO DELLA SINISTRA

 Il vizio della sinistra? La presunzione di essere l'unica in grado di guarire i mali del mondo

 Celestino Ferraro


Se c'è qualcosa che dà fastidio di questo mondo della sinistra, è la presunzione che tutti i nobili sentori del filantropismo politico appartengano ad una ben determinata classe di cittadini che si definiscono, politicamente, di sinistra. Il che, in fin dei conti, voleva soltanto significare che nell'Assemblea rivoluzionaria di Parigi i giacobini sedevano alla sinistra del presidente dell'Assemblea.
Questa collocazione "topografica" ha così assunto, nel tempo, tutto un significato presuntuoso per far credere che la nobiltà della politica fosse soltanto a sinistra. I partiti di sinistra hanno espropriato al cittadino della polis il diritto d'essere e di fare il filantropo, il diritto di militare in una compagine politica senza sentirsi accusare di essere, forse, nemico del popolo: popolo che, nel suo collettivo, non poteva essere tutelato che dalla sinistra.
A questo punto, stabilito che a sinistra risiedeva tutto il meglio del filantropismo socio-politico, essendosi ridotti gli spazi filantropici (chi mai potrebbe candidamente ammettere di essere nemico del popolo?), nasce a sinistra la guerra delle poltrone, cioè di quei posti di potere dai quali, i sinistri che li avevano conquistati, assumono atteggiamenti paternalistici (se non autoritari) "suggerendo" alla società il meglio per la conduzione dello Stato. Nasce la questione del potere: vengo anch'io, no, tu no!
Diciamo che il frazionamento della sinistra in correnti e sottocorrenti non trova spiegazioni (anima social-statalista e anima social-liberista) se non in quest'ambizione soggettiva che ciascun politico di sinistra crede legittimo interpretare per il bene del popolo e del cittadino dello Stato. Ricompare, ove non fosse mai scomparso, lo Stato come ultimo depositario del bene. In questa lotta di filantropi, che hanno come impegno la "felicità" del cittadino, "molti i chiamati, pochi gli eletti".
Nei pochi eletti (pochi come spazio operativo) s'inserisce l'ulteriore frazionamento della sinistra italiana che, caso anomalo per partiti di sinistra, si fa parossistico solo là dove la sinistra avrebbe conquistato (la libertà) il diritto di dissentire dalla maggioranza "monolitica" del partito: essendo uso consunto negli originali partiti di sinistra, di eliminare i dissidenti qualora il dissenso "nuocesse" alla linea socio-politica del partito che guida lo Stato.
Di là di queste ovvie considerazioni sul perché la sinistra sia così litigiosa e fratricida, resta il fatto fastidiosissimo che tutti i mali della società, le cui colpe eventuali possono essere condivise "legittimamente" fra tutti i componenti della società (sinistra-destra-centro-affini-collaterali-subcollaterali ed extra), al momento dell'esplosione del "casus belli", c'è sempre una certa sinistra (no global, agnolettica, assisiana, dalemiana, salviana, cossuttiana, bertinottiana, rutelliana, ecc.) che si assume il diritto di blaterare contro il mondo intero (l'Amerika), per non aver provveduto "umanitariamente" ai bisogni della società reietta: mentre l'altra parte (dalemiana, rutelliana;) soffre dolorosamente per ammettere che l'Amerika (sempre Amerika rimane) ha ragioni da vendere.
Se si va a curiosare in queste società derelitte, si trova sempre che il potere era responsabilità di quella sinistra che ha costretto l'uomo alle brutture più orripilanti. Guardiamoci nel frattempo la società afghana, oppressa da quei talebani che a sinistra, teocratica, (lo Stato dogma) attingono la loro cultura del potere. Andiamoci a guardare ciò che in Iugoslavia il socialista Milosevic aveva saputo realizzare di filantropico; andiamo in Laos, fresco di notizie carcerarie per chi osa il dissenso; andiamo in Cina dove la parola democrazia risuona peggio di una bestemmia; in Iraq dove il rais è uomo di sinistra. Non aggiungiamo altro, per non essere pleonastici: ne va della nostra serietà.
Oggi, a Pesaro, Fassino si fa portavoce di un trasformismo socialista che dovrebbe essere rinnovatore del mondo: "O si cambia o si muore". Quasi alla De Gaulle, che durante un comizio, a chi gli gridava "a morte gli imbecilli", rispose: «Vaste programme
».