QUANDO LE GRU VOLANO A SUD
Liza Ridzén
Recensione:
"Quando le gru volano a sud" è il romanzo d'esordio della scrittrice svedese Lisa Ridzén. Ispirato agli appunti lasciati dagli assistenti domiciliari del nonno dell'autrice, il libro esplora temi profondi come la vecchiaia, la solitudine, la perdita e i rapporti familiari, mescolando ricordi del passato con il presente quotidiano del protagonista.
Questo libro è un piccolo capolavoro di introspezione, scritto con una prosa semplice e lineare che nasconde una profondità emotiva straordinaria. Ridzén riesce a rendere universale l'esperienza della vecchiaia, descrivendo con tenerezza le frustrazioni quotidiane – come l'incapacità di aprire un barattolo o la dipendenza dagli altri – senza mai scadere nel pietismo. Il protagonista Bo è un "eroe tenero" con una forza interiore ammirevole: la sua onestà intellettuale e la riserva d'amore lo portano a ripensare ai rimpianti, come il rapporto complicato con il padre e il figlio, e a riconoscere l'importanza dei legami affettivi, inclusi quelli con gli animali. La narrazione, strutturata come un diario interiore rivolto alla moglie assente, mescola flashback e momenti presenti in modo fluido, creando un vortice di emozioni che "scava e piaga" il lettore, strappandogli l'anima. Temi come la demenza, la solitudine e l'accettazione della morte sono trattati con sensibilità.
QUANDO LE GRU VOLANO A SUD
Giovedì 18 maggio
Sto pensando di diseredarlo, di non lasciargli niente.
Lui sostiene che se vuole portarmi via Sixten è anche per il mio bene, oltre che per il suo. Dice che i vecchi come me non dovrebbero andare in giro nei boschi e che i cani come lui hanno bisogno di passeggiate più lunghe del tratto fino alla provinciale e ritorno.
Guardo Sixten, steso accanto a me sulla panca imbottita della cucina. Spalanca la bocca in un enorme sbadiglio e si sistema meglio con la testa sulla mia pancia. Io gli affondo nel pelo le dita gonfie e scuoto la testa. Cosa ne sa quello stronzo, in realtà? Non otterrà quello che vuole, per la miseria.
Seduta al tavolo, Ingrid sospira.
«Non posso prometterti niente, Bo, ma farò quello che posso. Perché così non va» dice, e continua ad annotare qualcosa sul registro dell’assistenza domiciliare.
Annuisco e accenno un sorriso. Se c’è qualcuno in grado di aiutarmi con Sixten, quella è Ingrid.
Il fuoco crepita. È difficile distogliere lo sguardo dalle fiamme che danzano intorno ai ciocchi di betulla. I pensieri corrono alla telefonata di stamattina con Hans e mi imbestialisco di nuovo. Chi si crede di essere nostro figlio? Non sta a lui decidere dove deve vivere Sixten.
Chiudo gli occhi per qualche istante. La collera mi stanca. Ascolto i movimenti di Ingrid e il respiro si fa più profondo. Lentamente, l’arrabbiatura si stempera.
Sulla scia del risentimento arriva la sensazione molesta che mi è capitato di avvertire negli ultimi tempi. Un raschiare che va e viene nel torace. Il dubbio di dover fare le cose in modo diverso.
«Mamma mia, quanto rimugini» ha detto Ture al telefono l’altro giorno, quando ho cercato di spiegargli.
E probabilmente ha ragione, penso ora sdraiato con Sixten sulla panca imbottita ad ascoltare Ingrid.
Perché nel vuoto che hai lasciato, Fredrika, ho cominciato a riflettere su cose che prima non degnavo di un solo pensiero. Non sono mai stato uno che avesse dubbi: sapevo cosa volevo ed ero in grado di distinguere tra giusto e sbagliato. Lo sono ancora, ma ho iniziato a farmi delle domande.
Ho iniziato a chiedermi perché è andata com’è andata. Rifletto su mia madre e sul vecchio come non ho mai fatto prima. Più di tutto rifletto su Hans, però. Non voglio che tra noi finisca come tra me e il vecchio.
Poi però lui ha cominciato a menarla su Sixten e quando salta fuori questa storia mi imbestialisco al punto che non so più dove girarmi. Perché se mi porta via Sixten non posso rimettere le cose a posto, per la miseria.
«Gli faccio fare io una passeggiatina all’ora di pranzo» dice Ingrid, e chiude decisa il registro.
Un guizzo negli occhi. Ha un cane anche lei e il solo pensiero che Sixten mi venga portato via la indigna. Si passa una mano nei corti capelli grigi e prende il dosapillole. Controlla che le medicine siano giuste. Per il cuore e per tutto il resto.
«Grazie» dico, e bevo un sorso di tè.
Se avessimo avuto una figlia, avrei voluto che fosse Ingrid. È coetanea di Hans, anche se a scuola erano in sezioni diverse, e il suo nonno materno lavorava alla segheria giù a Ranviken negli stessi anni del vecchio.
Oggi indossa solo una felpa di pile blu con il logo dell’assistenza domiciliare sul petto. Mi chiedo come faccia a non avere freddo. Quand’è arrivata non aveva nemmeno la giacca. Ultimamente mi sorprendo di queste cose, del fatto che la gente non sembri sentire il freddo. In passato giravo senza calze per metà dell’anno e cominciavo a mettere i pantaloni corti già all’inizio di maggio. Adesso ho sempre freddo e anche se fuori comincia a fare più caldo continuo ad accendere il fuoco. È così, dicono loro, i medici e gli assistenti domiciliari. È normale.
Sei freddolosa anche tu, Fredrika. Quando veniamo a trovarti, di solito ti hanno messo uno dei tuoi vecchi golf lavorati ai ferri.
Ingrid aggrotta le sopracciglia. Mi sembra di sentirla borbottare qualcosa a proposito dei dispenser preconfezionati in farmacia. Anche lei, prima o poi, avrà freddo come una capra smagrita in primavera.
Controlla di nuovo il dosapillole e poi tira fuori il cellulare per vedere se ha chiamato qualcuno. Mi rendo conto di non sapere se ha famiglia. Oppure me ne sono solo dimenticato? Mi accorgo dal modo in cui mi rispondono le persone che mi capita di scordarmi le cose. Hans si spazientisce.
«Me l’hai appena chiesto» dice.
Ingrid non mi fa mai sentire ridicolo allo stesso modo.
Sdraiato su una delle tue vecchie coperte a riquadri, cambio posizione con le gambe e la osservo. Avrà senz’altro dei bravi figli, educati e gentili.
Prendo il bicchiere di nyponsoppa che mi ha messo sul tavolo. La bevanda densa e fresca mi riempie la bocca. Il gusto dei frutti di rosa canina è uno dei pochi che mi piace ancora. Sono tanti i piatti che hanno cambiato sapore. Non riesco più a mangiare i pasticcini alla panna montata. Sanno di muffa. Eppure Hans si ostina a comprare la torta alla panna, di tanto in tanto.
«Sei troppo magro» dice. Come se fosse colpa mia se i muscoli avvizziscono. Come se fossi stato io a inventarmi questo inservibile corpo che invecchia.
Rimetto il bicchiere sul tavolo e con la lingua raccolgo il liquido rimasto sui baffi e sul labbro inferiore.
Ingrid va al camino e aggiunge un paio di ciocchi. È abituata. Insieme a suo fratello possiede una macchina taglia-spaccalegna che fa tutto. Pesa dodici tonnellate. Non conoscevo i suoi, ma sapevo chi erano. Sono morti giovani tutti e due e Ingrid ha rilevato la fattoria.
Alcuni assistenti domiciliari non sanno accendere il fuoco. Sistemano la corteccia di betulla sul fondo invece di metterla in verticale e di appiccare la fiamma da sopra. All’inizio glielo dicevo ma con il tempo mi sono stancato. Soprattutto i più giovani sembrano del tutto persi. Sul vecchio c’è parecchio da ridire, ma ad accendere il fuoco come si deve me l’ha insegnato, questo non si può negare. Oggi i giovani vivono un giorno alla volta, si fanno servire e non sono capaci di fare cose che noi abbiamo imparato da mocciosetti. Come farebbero se succedesse qualcosa di grosso? Se sparisse l’elettricità, o smettesse di funzionare l’acquedotto comunale? Si ritroverebbero in braghe di tela, tutti quanti.
Tengo lo sguardo sul fuoco. Io me la caverei per un pezzo, con l’acqua attinta dal Renäsbäck, la stufa a legna e il cibo che ho in cantina. Le fiammelle danno qualche morso maldestro alla corteccia per poi trasformarsi in un attimo in violente vampate. Quel danzare giallo mi fa pensare a Hans e a quando, da piccolo, stava incantato davanti al camino. Quando mi ammirava ancora e rizzava le orecchie a ogni parola che dicevo.
«Hans vuole farmi smettere di accendere il fuoco. Non vuole portarmi via solo Sixten, pure la legna» ridacchio, anche se mentre parlo sento quel raschio nel petto. «Secondo lui devo alzare la temperatura dei caloriferi, invece. Posso permettermelo, dice».
«Lo so» risponde Ingrid sciacquando il piatto. «Ma è per premura nei tuoi confronti, lo sai. Ha paura che ti dimentichi del tiraggio, o che tu cada quando vai a prendere la legna o esci con Sixten».
Oppure è perché è un egoista e uno stramaledetto idiota, vorrei dire, ma mi mordo il labbro.
«Lascia perdere la legna, Bo. Siamo qui così spesso che se ti dimentichi di qualcosa ce ne accorgiamo subito».
Mi infilo le dita nella barba e borbotto qualcosa a proposito del fatto che Hans se ne frega, ma Ingrid non sembra aver sentito.
«Stasera c’è Eva-Lena» dice dopo un po’.
Mi irrito e annuisco senza aprire gli occhi, ma so che presto il sonno mi accoglierà nel suo abbraccio tranquillizzante.
Eva-Lena ha cominciato a venire quando Ingrid si è rotta un piede prendendosi una storta con i primi freddi ed è rimasta via per diverse settimane. E a me è toccato sopportare quell’arpia, che oltretutto viene da Frösön.
Passano da me quattro volte al giorno, gli assistenti domiciliari. La prima volta che Hans ha accennato al discorso, sei mesi circa dopo che tu eri stata trasferita, l’ho trovato ridicolo. Gli ho riso in faccia, e dopo me ne sono un po’ vergognato. Lui era solo animato da buone intenzioni.
Era l’epoca in cui avevo ancora potere sulla mia vita.
Meno male che ho Ture. Lui ha avuto l’assistenza domiciliare molto prima di me. È caduto e ha dovuto andare all’ambulatorio pubblico, dove un giovane medico gli ha assegnato immediatamente l’assistenza. Un ragazzino che si è preoccupato venendo a sapere che Ture viveva da solo e non c’era nessuno che potesse aiutarlo con la presentazione della domanda.
Anche se viveva solo da sempre, si è abituato presto ad avere della gente per casa a tutte le ore.
La doccia però non gli piace. A me non importa più di tanto se mi vedono nudo, ma lui è a disagio. Gli dispiace che siano costretti ad avere sotto gli occhi il suo vecchio corpo ripugnante, dice.
A mettermi più in difficoltà è il mio pessimo equilibrio. Se non fosse per quello, portare Sixten a fare lunghe passeggiate sarebbe una cosa da nulla. E in questo caso il discorso non sarebbe nemmeno iniziato e non avrei dovuto arrabbiarmi con Hans.
Dopo Ingrid, la mia preferita è Johanna. Viene da Bölviken e ha l’età di Ellinor. È grande, grossa e chiacchierona, esattamente come sua madre. Può uscirle di bocca qualsiasi cosa e mi fa ridere, anche se ormai nella mia vita non è rimasto molto di cui ridere. Da Ture vanno dei sostituti ogni due per tre. Se capitasse a me, chiamerei subito il dirigente del comune. Devi pur conoscere chi entra ed esce da casa tua, per la miseria.
«Aggiungo un paio di ciocchi prima di uscire, così se vuoi puoi fare un sonnellino» dice Ingrid alzandosi dalla sedia. Neanche mi sono accorto di quando si è seduta.
Prende dalla tavola il piattino e le posate che ha usato per tagliare a pezzetti la fetta di pane e burro. Nell’arcata inferiore mi rimangono solo due denti e se lei non la taglia ci metto un sacco di tempo a finirla. Hans mi sta addosso perché vuole che mi faccia mettere un ponte, ma secondo me non ne vale la pena. Soldi buttati via, per un periodo così breve. E il formaggio spalmabile non è poi così male. Forse non buono come quello stagionato, ma non si può avere tutto.
Sixten si preme contro la mia gamba e sento una fitta al petto. Mi prende una voglia improvvisa di parlare con te, anche se non eravamo i tipi da parlare tanto. Diresti che è naturale che posso andare a prendere la legna e portare fuori Sixten. Che basta scendere al ciglio del bosco e fargli fare la pipì.
Sono passati più di tre anni da quando ti hanno portata via. Dal giorno in cui mi hai lanciato quell’occhiata perplessa vedendo nostro figlio che era venuto a prenderti. Ha detto che era ora di muoversi e che dove saresti andata saresti stata meglio.
Mi sono accorto che non gli credevi, che avresti preferito fermarti qui con me, dov’era tutto familiare. Ho lasciato che tenessi lo sguardo nel mio per qualche attimo. E non desideravo altro che ti fermassi. Invece ti ho preso la mano, l’ho stretta piano e ho detto: «Ha ragione Hans, là starai molto meglio».
Anche se tutto il mio essere si ribellava, sapevo che non ero in grado di prendermi cura di te.
Lancio un’occhiata al barattolo sul tavolo e poi a Ingrid. Non riesco ad aprirlo da solo: le mani sono troppo deboli e rigide per afferrare bene il tappo. Anche se sono ancora grandi come badili, la forza se n’è andata e non riesco a piegare le articolazioni.
«Le dita a salsicciotto sono normali per una persona della sua età e con la sua storia clinica» mi ha spiegato il medico l’ultima volta che ci sono andato.
Ingrid ha provato a cercare un barattolo più facile da aprire ma abbastanza sigillato da non far uscire l’odore, solo che non riuscivo ad aprire nemmeno quello.
«Vuoi una mano con il barattolo?» chiede dandomi le spalle.
Abbasso subito lo sguardo. Sebbene non sia certo la prima volta che mi aiuta, mi vergogno. Conservare in un barattolo uno scialle della propria moglie affetta da demenza per ricordare il suo odore è patetico, in fin dei conti. Per questo solo Ingrid ne è a conoscenza. Mi vergognerei anche davanti a te. Non eravamo i tipi da dirci a vicenda parole affettuose. Non ne avevamo bisogno.
Ingrid apre il barattolo e me lo tende. Poi si gira di nuovo e continua a pulire il piano della cucina.
Inspiro attraverso le fibre dello scialle. Chiudo gli occhi e abbasso le palpebre per fermare il bruciore. Nessuno ha detto niente sul fatto che è normale se con l’età gli occhi si inumidiscono. Se le lacrime sembrano trovare una ragion d’essere in quasi tutti i ricordi.
Avevi comprato lo scialle a una fiera primaverile in città quando Hans era ancora troppo piccolo per camminare da solo. Stava nel passeggino che avevamo ereditato dai vicini al lato opposto della provinciale. Mi ricordo che aveva delle ruote molto grandi, secondo te adatte alle nostre strade sterrate. In origine lo scialle era rosso scuro, ma negli anni l’avevi aggiustato con piccole toppe di colori diversi. Se faceva freddo te lo avvolgevi più volte intorno al collo, se faceva più caldo te lo legavi sulle spalle.
«Questo non lo prendi?» ti ho chiesto quando stavi uscendo dalla nostra porta d’ingresso per l’ultima volta, dopo che Hans ti aveva aiutata a preparare la valigia per Brunkullagården.
Ti sei girata e per un attimo ho creduto che fossi con me, che dicessi grazie e sorridessi come facevi quando ti ricordavo qualcosa che avevi dimenticato, ma quello che mi hai rivolto era uno sguardo interrogativo. Come se avessi in mano un oggetto estraneo.
Non oso tenerlo fuori dal barattolo troppo a lungo, perché voglio che l’odore duri il più possibile. Adesso tu sai di tutt’altro. Ti hanno cambiato i saponi e le creme. La demenza non ti ha modificato solo il cervello.
Appallottolo lo scialle e riesco a riavvitare il tappo: è più facile che aprirlo. Metto il barattolo sul tavolo perché Ingrid possa chiuderlo più forte e appoggio la testa sul cuscino.
Il rumore di Ingrid che lava i piatti è come una ninnananna. Mi perdo nel fuoco e quasi non mi accorgo che dice ciao e si chiude la porta d’ingresso alle spalle.
Sebbene le notti estive comincino a fare le loro intrusioni luminose, in cucina è buio. Ci sono solo due finestre piccole e il soffitto marrone assorbe la luce che riesce a entrare.
Il fuoco crepita e Sixten ha il respiro profondo. Lo gratto dietro le orecchie e sul collo, dove il pelo è morbido e lanuginoso come su tutto il corpo all’epoca in cui era piccolo. Quando Fredriksson di Fåker ci ha chiesto se volevamo un altro cucciolo, tu eri scettica. Sixten è il settimo cane che ci hanno dato. Avranno allevato almeno cento esemplari di jämthund che hanno partecipato alla caccia all’alce qui intorno. Secondo te eravamo troppo vecchi per prenderne un altro. Hans era d’accordo con te. Per me eravate ridicoli e vi ho dato dei pessimisti.
Una sera, a cena, sono sbottato e ho chiesto che cavolo di senso aveva stare qui ad aspettare la morte e basta, se ero troppo vecchio per un cane. Qualche giorno dopo Hans mi ha dato un passaggio fino a Fåker. Quando ho preso Sixten dal sedile davanti e te l’ho messo in braccio hai cambiato idea anche tu. E sei scesa dai Larsson a procurarti un pezzo di fegato da essiccare, perché così avremmo avuto qualcosa con cui addestrare il cucciolo. All’incirca un anno dopo, ti sono venuti i primi sintomi.
Gli prendo piano un orecchio e lui emette un piccolo grugnito. Quel gesto mi fa pensare a quanto sono rigide le mie dita. Quando ho cominciato con le pillole per il cuore ho dovuto smettere di assumere i farmaci contro i reumatismi. Se non altro, non mi fanno troppo male.
«Non sarà mica così difficile scegliere tra il cuore e le articolazioni, se è obbligato, no?» ha sorriso il medico a gettone.
Morire d’infarto forse non sarebbe male, ho avuto il tempo di pensare prima che lui interrompesse le mie riflessioni.
«Se non ha domande, per stavolta abbiamo finito» ha detto lui, e si è girato verso lo schermo.
Dalla frenesia con cui batteva sui tasti si capiva che aveva fretta e che doveva andare da qualche altra parte. I capelli radi e grigi gli avvolgevano la testa tonda come una brutta cuffia da piscina. Doveva essere vicino all’età della pensione. Ho sentito dire che i medici a gettone guadagnano in un mese quello che guadagnavo io in un anno alla segheria. Quando ho chiesto dov’era il mio medico di base mi ha informato che sua madre era originaria dello Jämtland. Come se me ne importasse qualcosa.
Volevo alzarmi, battere il bastone sulla scrivania e chiedere come diavolo può essere normale avere delle mani che non sono neanche capaci di aprire il coperchio del barattolo delle aringhe. Com’è possibile dover scegliere tra quello e cadere morto stecchito. Ma le parole che cercavo si erano dileguate e non le trovavo più.
Desideravo che Hans balzasse in piedi e dicesse no, questo non lo accettiamo. Che mi prendesse sotto il braccio e sistemasse tutto, come avevo fatto io quando il figlio dei vicini gli lanciava addosso le pigne giù alla fermata dell’autobus. Lo avevo preso per la maglietta e lo avevo spinto nel fosso. Invece Hans si è limitato a tendermi la giacca e alzarsi. E siamo tornati a casa.
Sixten grugnisce di nuovo nel sonno e io ricomincio a strofinargli l’orecchio. Riesco ancora a far presa abbastanza bene tra il pollice e le altre dita. Ingrid sostiene che ho le mani più forti della maggior parte degli ottantanovenni. Le tue però sono ancora più forti, Fredrika. Me l’hanno detto gli addetti di Brunkullagården. Forse dovrei vergognarmi, ma sono contento quando sento che le stringi sui vestiti al punto da farti sbiancare le nocche.
Ore 13.10
Bo vuole lo sformato di pesce per pranzo, e il caffè con molto zucchero.
Soffia nella bottiglia per far staccare il catarro dalla gola e parla di Sixten.
Vuole che scriva che lo fa arrabbiare che secondo qualcuno Sixten dovrebbe andare a stare da un’altra parte. Fuoco ok.
Ingrid
Sabato 20 maggio
Vengo svegliato dal calore che si diffonde all’inguine. Ho sognato che andavo in bagno, come faceva Hans da piccolo. Non ne è uscita tanta, ma abbastanza da farmi sentire a disagio.
Lancio un’occhiata all’orologio a parete: tra non molto arriverà l’assistente domiciliare per preparare il pranzo. Spero di fare in tempo ad andare in bagno e cambiare mutande e pantaloni. Secondo loro dovrei tenere sempre il pannolone, e invece io me lo tolgo appena se ne vanno. Pensano che lo faccia perché mi dimentico, ma preferisco farmela sotto e cambiarmi che tenermi addosso quella roba.
Inspiro e mi alzo a sedere sulla panca imbottita. Sul tavolo c’è una tazza di tè ormai freddo. Una di quelle che abbiamo comprato durante un viaggio sulla Höga Kusten. Le trovavi belle, e anche se avevi detto che non ci servivano te le avevo prese perché avevamo appena avuto un aumento ed ero ricco.
Era l’estate in cui Hans aveva organizzato una festa mentre eravamo via ed era stato così poco furbo da fare un sacco di rumore. L’avevano sentito fino da Marita e Nejla, che naturalmente ce l’avevano detto. Che urlata gli avevo fatto, per la miseria, ma figuriamoci se mi aveva chiesto scusa.
Aveva iniziato il liceo e frequentava certi ragazzi di città che gli avevano messo un sacco di grilli in testa, soprattutto quel tipo di Frösön. Hans aveva cominciato a fare il bastian contrario e a tirare fuori un sacco di domande sulla politica. Aveva da ridire su quello che facevamo e sulle decisioni che avevamo preso. Metteva in discussione anche le cose più normali e ovvie.
«I giovani sono fatti così» hai detto una volta, dopo che era andato in camera sua sbattendo la porta.
«Ma è obbligatorio diventare insopportabili solo per questo?» ho risposto io, pulendomi la bocca con la carta da cucina che mi avevi messo accanto al piatto.
Pochi mesi prima, sempre quella primavera, avevamo litigato per una vacanza studio, come la chiamava lui. Voleva passare l’estate in Inghilterra per imparare l’inglese e avrei dovuto pagare io. Il tipo di Frösön ci sarebbe andato e Hans voleva iscriversi. Gli avevo detto le cose come stavano, che non potevamo permettercelo.
«Il padre di Robert può permetterselo» aveva detto sprezzante, con uno sguardo da moccioso che peggio non si poteva.
Mi ero così incazzato che ci avevo visto rosso. Quello che avevo tirato su non era un ragazzino viziato che pretendeva di farsi pagare un viaggio di piacere in Inghilterra. Così gli avevo detto il fatto suo. Che non avrei sprecato i miei soldi per quei capricci da snob.
Tu avevi sparecchiato, raccogliendo i piatti in silenzio e portandoli nel lavello.
«Forse potresti provare a non urlare così, anche tu» avevi detto dopo un po’, e avevi messo in tavola una fetta di pandispagna del giorno prima. «Magari diventerebbe meno insopportabile».
Ti avevo guardata storto. Mi aspettavo che prendessi le mie parti. Adesso mi rendo conto che avevi ragione tu, ma mi faceva troppo incazzare. Diceva esattamente le cose che sapeva mi avrebbero mandato in bestia. Faceva di tutto pur di mettermi di malumore.
Mi sbottono i jeans sbuffando e li lascio cadere sul pavimento del bagno. Osservo l’uomo segaligno nello specchio. Dato che mi bruciano gli occhi e fatico a vedere i dettagli, la figura davanti a me somiglia a un quadro a olio dipinto a larghe pennellate, ma la barba e i capelli lunghi risaltano.
Il riflesso nello specchio mi fa venire in mente il vecchio. La mia faccia somiglia alla sua, anche se lui si è rasato fino all’ultimo giorno e non perdeva occasione per fare osservazioni su come tenevo la barba.
«Che aria trasandata che hai» mi disse una sera d’estate subito prima che ci sedessimo a tavola. Avevo appena iniziato le ferie ed eravamo tornati per qualche giorno da Hissmofors per dare una mano nella fattoria. Mia madre aveva preparato le aringhe e le patate novelle bollite con l’aneto dell’orto.
Un paio di settimane prima, in pausa pranzo, Åkesson aveva annunciato che durante le ferie si sarebbe lasciato crescere la barba.
«Una cassetta di birra a quello che ce l’ha più lunga quando si riprende» aveva detto mettendo un braccio sulle spalle a me e Per-Gunnar e dandoci una pacca sulla schiena.
«Ci sto» aveva risposto Per-Gunnar con un gran sorriso. «L’avete visto il mio vecchio, no?»
Io avevo sputato per terra e detto che l’avevo vista, sì, la barba da folletto di suo padre.
«Ci sto anch’io» avevo aggiunto poi, pensando che sicuramente ti saresti lamentata del fatto che pungeva.
Scostai dal tavolo la sedia da giardino e mi sedetti, guardando il vecchio senza una parola. Il mio sguardo incrociò il tuo al lato opposto del tavolo, come se lo aspettassi. I tuoi occhi mi trattennero per qualche istante e la presa del vecchio si allentò un pochino.
Mia madre gli servì le patate mentre tu spiegavi la scommessa con i miei colleghi. Per tutta risposta lui borbottò qualcosa di incomprensibile e bevve un sorso di birra mentre tu ti rivolgevi a mia madre e le facevi i complimenti per la cena.
Era stata solo una ridicola osservazione sulla barba, ma le sue parole mi erano rimaste scolpite dentro, come hanno sempre fatto. Restammo in silenzio, il vecchio e io, mangiando quello che aveva preparato mia madre con gli occhi puntati sul piatto. Ascoltammo te che le facevi domande sulle coltivazioni e sulle bestie. La facilità con cui conversavi mi affascinava: non sembravi dover nemmeno pensare a cosa dire. Bevvi un po’ di birra e sbirciai verso il vecchio, ma i miei occhi non facevano presa sul suo corpaccione, come se fosse scivoloso. Anche se ci provavo, non riuscivo a guardarlo. Mi detestavo per non avere il coraggio di rispondere a tono.
Quando lascio cadere anche le mutande, l’odore di urina mi si insinua nelle narici, pungente. Gli assistenti domiciliari hanno cominciato ad appendere mutande e pantaloni asciutti sullo stenditoio nell’angolo.
Sono contento di non dover andare in camera a prendere le mutande pulite nell’armadio. Non dormo più lì da quando sei andata via.
Mi allungo verso un paio di mutande azzurre e mi siedo sul coperchio del water. Lentamente mi chino e infilo in uno dei due fori il piede sinistro. Ha le dita storte e il colore varia dal blu al viola. Il destro è ancora più rigido, ma al terzo tentativo ce la faccio. Poi prendo un paio di pantaloni e ricomincio. Quelli della tuta sono più facili da infilare dei jeans, più morbidi. Hans deve averne comprate almeno dieci paia da Intersport, in città.
Mi lavo le mani. Ho appena chiuso il rubinetto quando dall’altra parte della casa si apre la porta d’ingresso. Trovo in cucina Kalle, che ha già tirato fuori dal freezer un piatto pronto. Sentendomi arrivare si gira. Indossa vestiti troppo stretti e ogni volta che si muove gli spunta fuori la pancia. Dietro di lui si vede il foglietto che Hans ha attaccato sopra il lavello. Ricordati di mangiare! Io mangio quando ho fame.
«Allora, come va?» chiede Kalle bucando la plastica che copre la vaschetta. Anche se nel freezer ho molta più roba di quanta ne possa consumare, ogni settimana Hans aggiunge provviste.
«Ma sì, grazie, si tira avanti» rispondo, e mi chiedo se fa la stessa domanda a tutti gli anziani che vede. Sembra quasi un mantra.
«Pensavo di prepararti qualcosa per pranzo. Hai fame?»
Io alzo le spalle e vado a sedermi vicino a Sixten sulla panca imbottita. Gli faccio una carezza sulla testa.
Poi mi viene in mente che oggi doveva succedere qualcosa di particolare. Mi alzo di nuovo e vado al calendario che Hans ha appeso alla parete. Un post-it giallo con la scritta oggi è attaccato su uno dei riquadri per ricordarmi che giorno è. Non mi sbagliavo: sotto c’è scritto che stasera Hans passerà a trovarmi. E domani telefonerò a Ture.
Mi bruciano gli occhi e lo sguardo è più appannato del solito, tanto che dalla panca imbottita vedo male anche Kalle. Batto le palpebre più volte, ma non serve. Voglio parlare con lui di Sixten. Se gli spiego che idea cretina è portarmelo via, si schiererà con me.
Di nuovo sento espandersi il calore nei pantaloni. Mi sfugge un sospiro.
«Che c’è?» chiede Kalle mettendo il piatto pronto nel microonde.
Io sospiro di nuovo ma non riesco a dire niente. Le parole pipì addosso hanno ancora un sapore cattivo, anche se capita sempre più spesso.
«È successo qualcosa?» chiede di nuovo Kalle, girandosi.
Stavolta ne è venuta giù parecchia e la macchia sui pantaloni non passa inosservata.
«Ah, vabbè, non è niente, adesso sistemiamo tutto» dice lui, e chiude il microonde senza accenderlo. «Vieni, andiamo a mettere un pannolone e troviamo un paio di pantaloni puliti».
Lo guardo negli occhi e sento che non voglio più saperne. Voglio alzarmi e andarmene via. Invece resto seduto e annuisco lentamente.
Ore 17.30
Quando arrivo, Bo dorme. Preparo il purè e le polpettine, e un bicchiere di birra. Mi siedo a fare due chiacchiere. Bo dice che l’aria è gelida e che oggi si sta bene solo fuori al sole. Niente estate, per ora. Gli ricordo che più tardi passerà Hans. Bo l’aveva dimenticato.
Johanna
Salti sulla bici con una certa agilità, nonostante le tue dimensioni. Nel cestino ci sono kanelbullar e sciroppo di frutta. Il vestito te l’ha prestato la tua sorella minore e sembra un lenzuolo piegato in due. Faccio fatica a vedere altro che la tua pancia: lo sguardo torna continuamente lì. Mentre scendiamo lungo la strada sterrata mi racconti che tua sorella ha messo via dei vestitini anche per il nostro piccolino. Ormai può succedere da un momento all’altro, dicono quasi tutti quelli che incrociamo. Ci penso ogni mattina, andando alla segheria: magari quando tornerò a casa sarò diventato padre.
Arriviamo alla fattoria della tua sorella maggiore. Come al solito vai dai cavalli e fai loro una carezza sul manto folto. Mi piace vedervi insieme. Siete sempre stati affiatati. Ti muovi con naturalezza intorno a loro. Immagino che per te siano come i cani per me.
A me fanno paura, i cavalli. Mi convinco che sentano il mio timore appena entro pedalando nella corte. Si comportano in modo diverso che con te. Tu ci sei cresciuta e sai come parlarci, mentre uno come me non ne ha proprio idea.
Abbasso il cavalletto della bici e rimango a guardarti per un po’. Quando di notte comincio a rimuginare, è il pensiero di te che mi tranquillizza. Ci saprai fare, con il bambino, ti verrà naturale. Hai quello che manca a me. Ti sei occupata dei tuoi fratelli minori e dei nipotini.
«Prendi tu i kanelbullar, per favore?» mi gridi, avviandoti verso la casa.
Inforni sempre qualche dolce da portare alle tue sorelle e ai tuoi genitori. Ti vengono buonissimi, più che a mia madre. Stamattina ti sei alzata presto per fare in tempo prima di uscire.
Nello stesso istante in cui mi giro verso il sacchetto nel cestino della bici, l’aria viene lacerata da uno squillo. Uno squillo acuto e penetrante.
Confuso, mi guardo intorno. È tutto indistinto e faccio fatica a vedere, ma dopo un attimo mi accorgo di essere steso sulla panca imbottita.
Altro squillo, ad alto volume. Cerco tastoni sul tavolo della cucina e alla fine trovo il cellulare. Sullo schermo si legge HANS a grandi lettere. Premo la cornetta verde.
«Pronto? Parla Bo Andersson» dico, cercando di mandare giù il catarro che ho in gola. Dopo che ho dormito se ne raccoglie sempre parecchio.
«Ciao, papà. Stavi facendo un sonnellino?»
Mi tiro su faticosamente in posizione seduta, tossisco e sputo nella tazza sul tavolo. Silenzio sulla linea.
«Mi sa di sì» rispondo, con l’immagine di te negli ultimi giorni di gravidanza fresca nella memoria.
«Senti, ho avuto un piccolo contrattempo, quindi stasera non ce la faccio a passare».
Nonostante sia molto impegnato con l’azienda, viene qui diverse volte alla settimana. Vuole controllare che l’assistenza domiciliare funzioni a dovere, che in frigo ci sia da mangiare e che il bidone dei rifiuti sia stato portato fino alla strada. A volte lo mette fuori anche se è pieno solo a metà. A me sembra uno spreco, dato che ogni svuotamento costa settantacinque corone, ma secondo lui ne vale la pena.
«Pensavo di poter uscire un po’ prima, oggi, ma c’è parecchia gente in ferie e quindi rimane più da fare a me» continua prima che io abbia il tempo di dire qualcosa.
Dalla voce sembra sotto pressione. Quand’è così, non so mai cosa dire. Questa cosa dello stress, del burnout o quel che è, non la capisco. Qualche anno fa ha avuto un esaurimento, come dicevi tu. Per settimane è rimasto chiuso in casa con le tende tirate. Tu prendevi la chiave di scorta, andavi là, facevi da mangiare e pulivi. A volte ti accompagnavo e cercavo di parlare con lui, ma sì e no riuscivo a cavargli qualche parola di bocca. Non sapevo cosa fare.
Perché non lavora di meno e basta, se i ritmi sono frenetici? Dice che molti, nell’azienda, prima o poi vanno in burnout. Nei miei quarantasette anni in segheria non è mai successo a nessuno, eppure si lavorava duro, quindi non capisco cosa sbagliano, adesso. Perché non impostate gli orari in modo diverso? vorrei chiedere. Solo che lui se la prende e basta, quindi me lo tengo per me.
«Be’, verrai un altro giorno» dico, e mi passo la mano sulla faccia.
«Già» risponde. «Dobbiamo anche parlare di Sixten».
Non riesco a rispondergli. Ho la mano sulla schiena del mio cane, che si solleva e si abbassa mentre dorme sereno.
«Okay, facciamo così allora» dice Hans alla fine.
«Sì, facciamo così».
«Ciao».
«Ciao» dico io, e sento lo scatto della comunicazione che si chiude.
Appoggio il telefono sul tavolo. Sono arrabbiatissimo per quello che vuole fare a Sixten, per quello che vuole infliggerci, ma accanto alla rabbia rimane la sensazione di aver commesso degli errori. Nonostante tutto, vorrei essere capace di dire qualcosa che gli renda la vita più facile, che gli faccia capire che può smettere di stressarsi. Forse se riuscisse a prendersela più calma lascerebbe perdere la questione di Sixten. Solo che non so cosa fare per metterlo sulla strada giusta.
«Prima non ti facevi tutti questi problemi» ha detto Ture l’ultima volta che abbiamo parlato al telefono e gli ho chiesto se secondo lui avevo qualcosa a che vedere con questa faccenda dello stress. Se era colpa mia. Alla radio hanno detto che a quanto pare l’infanzia può segnare nel profondo le persone.
«Sai, il cervello è fatto così, va in tilt per le cose più strane. Sale di giri e non riesce più a fermarsi».
Ho annuito. Lui ne sa parecchio. Ha fatto lavori in cui a quanto pare succede.
«Però non è certo colpa tua, non devi pensarlo» ha continuato Ture sorbendo rumorosamente un sorso di caffè.
Le sue parole mi hanno fatto sentire bene, perché dal modo in cui le ha pronunciate si capiva che era come diceva lui.
«Tu sei fatto in tutt’altro modo» ha constatato. «È un genere di stress che non riguarda quelli come te».
Non ho fatto altre domande e siamo passati a parlare d’altro, ma adesso mi chiedo cosa intendesse. Quelli come me. Perché, come sono io?
È proprio da lui fare così, analizzare le persone o come lo si vuole chiamare. Ha una fantasia che a volte parte per la tangente ed è capace di inventarsi di tutto senza sapere davvero come stanno le cose.
A me però non disturba. Anzi, probabilmente è per questo che siamo diventati amici.
Quando Ture venne assunto, per coprire uno dei nuovi posti da ingegnere, lavoravo alla segheria di Hissmofors da nove anni. Ben presto si capì che non era come gli altri che stavano in ufficio al piano superiore. Già alla prima pausa pranzo venne a mangiare con noi, scendendo la scala a chiocciola a passi pesanti.
«Ciao, mi chiamo Ture e oggi è il mio primo giorno» disse alzando la mano per salutare e girando con lo sguardo per tutto il locale.
Un paio di quelli seduti più lontano sembravano incuriositi, ma nessuno aprì bocca. Lui non se ne ebbe a male. Si sedette e continuò.
Non avevo mai visto un uomo parlare così tanto in tutta la mia vita. Mi avevano detto che era di qui, ma dall’accento sembrava venire dal Sud. C’era un che di allegro nel suo modo di chiacchierare, e andava anche molto veloce.
«È impossibile che gli esseri umani siano fatti per vivere in climi così freddi. Praticamente non abbiamo peli» disse a nessuno in particolare.
Scosse la testa e allo stesso tempo affondò i denti nel suo panino.
Io non potei trattenermi e scoppiai a ridere. L’uomo che aveva di fronte aveva un’espressione così sorpresa che l’intera situazione era diventata comica.
Ture si sporse in avanti e spostò lo sguardo lungo il tavolo fino a me.
«Chi è il buontempone laggiù?» chiese a voce un po’ più alta per sovrastare il brusio.
Non riuscivo a smettere di ridere. Che razza di pagliaccio era quello? Anche Åkesson, davanti a me, si fece una risata. Ture sorrise. Dopo un po’ mi ricomposi e sollevai una mano.
«Ciao, Ture. Sono Bo».
Lui annuì senza dire niente. Åkesson rise di nuovo e poi prese il mio portavivande per vedere cosa mi ero portato per pranzo. Io mi allungai sul tavolo e guardai quello che gli aveva preparato sua moglie. Si lamentava spesso, ma a me non pareva affatto male. Fagioli e pancetta. Poi mi girai di nuovo verso Ture. Stava ascoltando attentamente qualcosa che gli diceva il vicino di tavolo.
A fine giornata, quando con le braccia stanche andai alla bicicletta, qualcuno mi mise una mano sulla spalla.
«Bo, giusto?»
Mi girai ed ecco lì Ture che mi sorrideva. Aveva dei bei denti e i baffi così corti che quasi non si notavano: una linea sottile, tipo gli attori americani.
«Sì» dissi annuendo piano. Non sapevo cos’altro aggiungere.
«È un pezzo che non sto più qui. Sai, sono cresciuto a Hissmofors ma poi ho vissuto a Göteborg e ho girato un po’ il mondo» continuò lui allacciandosi il primo bottone del cappotto. «Quindi adesso sono in cerca di amici. Hai voglia di venire a trovarmi in città?»
Mi aveva preso così alla sprovvista che rimasi lì a guardarlo e basta. Non ero mai stato invitato a casa di nessuno, se non da te.
«Ah, capisco…» riuscii a dire dopo qualche attimo.
«Facciamo domenica pomeriggio?»
«Okay» mormorai.
Ture se ne andò, veloce com’era arrivato.
Più in là, al lato opposto dello spiazzo, si accese un motore e lo vidi partire a bordo di una Volvo Amazon nuova. Seguii la macchina con lo sguardo mentre imboccava a gran velocità la strada sterrata, sollevando un nuvolone di polvere. In che diavolo di guaio ero andato a cacciarmi?
La domenica aprii il mio armadio vuoto e rimasi lì a guardare, ricordando il cappotto che indossava Ture. Sicuramente costava molto più di quanto avrei mai pagato io per un capo di vestiario. Alla fine scelsi la camicia che sapevo avrebbe indicato mia madre.
Ture mi aveva detto di salire le scale fino all’ultimo piano. Feci appena in tempo a bussare forte due volte che la porta con la targa lustra TURE LINDMAN si spalancò.
«Bo! Benvenuto!»
Sorridendo, mi invitò a entrare con un gesto della mano. La prima cosa che mi colpì fu quanto era lindo e pulito. I capelli scuri erano lucenti. Mi tolsi il cappello con la visiera e oltrepassai la soglia.
Lo seguii mentre mi mostrava l’appartamento, che era più grande dell’intera casa dei miei. Tre stufe di maiolica, gabinetto e fornello a gas. Meno male che parlava tanto lui, perché io faticavo a trovare qualcosa da dire.
«E con questo basta, andiamo a sederci nel salone» disse alla fine, indicando la direzione con la mano. «Ho comprato da Wedemark i mazariner. Accomodati, arrivo subito».
Mi raggiunse con un vassoio e versò il caffè in due tazze di ceramica bianca.
«Be’, tu l’hai mai visto il mostro?»
«Il mostro?» chiesi insicuro. Forse quell’uomo era matto sul serio.
«Ma sì, il mostro dello Storsjön, no?» spiegò Ture addentando il dolcetto. «Mi affascina tantissimo, da sempre, fin dalla festa di mezz’estate in cui, da ragazzino, l’ho avvistato dal vaporetto».
Mi avvicinò alla tazza il piattino con il mazarin per me.
«Non fare il timido, dai. Sono favolosi».
«Grazie» risposi prendendolo in mano. «Non credo di aver mai pensato particolarmente al mostro».
Assaggiai il dolcetto e rimasi sorpreso di quanto fosse buono.
«Non capisco cos’è saltato in mente a quelli che hanno cercato di catturarlo» continuò Ture con un’aria sinceramente perplessa e un filo contrariata. «Perché volergli male, dato che non ci ha mai fatto niente?»
Parlò di altre occasioni in cui gli era sembrato di vedere il mostro e mi resi conto che era un po’ come quando ero piccolo e mia madre mi raccontava le storie sui troll della foresta. Provai una sensazione piacevole allo stomaco e per qualche minuto dimenticai dov’ero.
Ture non somigliava a nessuno degli amici che avevo alla segheria. Qualcosa, nei suoi modi, faceva sì che dimenticassi di darmi un tono, più o meno come non avevo avuto bisogno di fingermi diverso da quello che ero con te, fin dall’inizio.
Sixten mugola. La mia mano si insinua nei suoi sogni e gli accarezza la testa screziata di grigio. Lui si sveglia e si stira. Con un gran sbadiglio, apre gli occhi e mi guarda. Non so quand’è stata l’ultima volta che siamo usciti, ma mi accorgo che ha bisogno di fare pipì.
Raggiungo barcollando l’ingresso con lui alle calcagna. Gli infilo il collare e raddrizzo la targhetta metallica con il nome e i recapiti che tu e Hans avete ordinato in rete quando era cucciolo.
«Nel caso scappi nel bosco» avevi detto, e io ero d’accordo.
Apro la porta in modo che possa uscire e come al solito lui aspetta che sia fuori anch’io prima di correre verso il bosco. Non fa né la pipì né la cacca, se non vado con lui.
Quando infilo i piedi negli stivali ho la sensazione che oggi ci sia qualcosa di particolare. Torno in cucina e controllo il calendario. Ah, giusto, Hans passerà dopo il lavoro. E domani telefonerò a Ture.
Ore 21.35
Cioccolata calda e pane e burro per Bo, che è già andato a letto. Buonanotte.
Johanna
Lunedì 22 maggio
Ore 9.00
Bo alzato, ma quando sono arrivata dormiva in poltrona. Vuole la trota per colazione. Gli riscaldo un barattolo di polpettine di pesce. Gli do le medicine e gli metto il collirio. Gli ricordo che più tardi passerà Hans.
Ingrid
Mentre torno alla panca imbottita in cucina mi fermo davanti alla parete su cui avevi messo tutte le foto, quella di fianco alla vecchia camera di Hans in cui anch’io dormivo da bambino. Ne stacco una di Hans quando aveva una decina d’anni, in cui mostra orgoglioso un grosso pesce persico. Avevamo passato ore sul lago. Era rimasto felice per diversi giorni e io mi sentivo il miglior padre del mondo. La stessa settimana aveva tenuto una presentazione sulla pesca a scuola, vantandosi di me e di quanto era bravo a pescare il suo papà.
Tu avevi acceso l’affumicatore appena eravamo rientrati. E io avevo ascoltato Hans raccontarti quanto pensava fosse grande il pesce quando aveva tirato la canna, e poi invece era ancora più grande.
Passando il dito sulla foto mi torna in mente la forza delle emozioni che avevo provato. Mi stupiva che un giro a pesca e una semplice cena a base di pesce persico potessero dare sensazioni così belle.
La foto me la porto in cucina. Voglio mostrarla a Hans e chiedergli se si ricorda. Quando la appoggio sul tavolo, Sixten salta giù dalla panca e viene da me. Mi preme la testa contro la gamba. Lo guardo, esito un secondo ma poi prendo la cornice e vado a riappenderla al chiodo.
Ore 12.10
Quando arrivo, Bo sta dormendo sulla panca. Riscaldo dei pannkakor con la confettura e la panna e lo sveglio. Biascica un po’ ed è difficile capire cosa dice. Lo avverto che è pronto il pranzo e gli lascio il piatto sul tavolo. Vuole che accenda il fuoco, ma non oso, considerando il rischio di incendio.
Marie
Mi sveglia il silenzio. Lo sguardo vaga per la cucina e si ferma sulla luce che penetra dalla finestra. Il fuoco si è spento e l’orologio si è fermato. Riesco ad alzarmi a sedere sulla panca e carico la molla. Dà un senso di sicurezza pensare che sia mia madre che i suoi genitori facevano il pisolino pomeridiano accompagnati dallo stesso ticchettio.
Tu lo trovavi brutto, pacchiano e di cattivo gusto ma mi lasciavi fare, così come io ti lasciavo fare con i tuoi tappeti di stracci tessuti al telaio.
A quanto pare mi sono addormentato senza mangiare. I pannkakor si sono raffreddati nel piatto. Apro il registro degli assistenti domiciliari per vedere chi ha scaldato il pranzo. Marie, una sostituta. Ecco perché mi sono dimenticato che è venuta lei: le facce nuove difficilmente mi restano impresse. Ne prendo un boccone ma poco dopo lo risputo. La consistenza è viscida, come i resti di un lombrico.
Il fuoco è ridotto a poche braci. Si è dimenticata di aggiungere legna prima di andare. Mi alzo per cercare di attizzarlo. Mi viene un capogiro e resto immobile per un po’, tenendomi al bordo del tavolo e guardando Sixten, che alza la testa. Sembra dubbioso.
Vado alla stufa e mi rendo conto che è finita la legna. Mi giro di nuovo verso Sixten. Mi chiedo se è il caso di scaldare i pannkakor, ma decido di uscire a prendere la legna, invece.
Nel portichetto davanti a casa mi fermo a inspirare l’aria frizzante di maggio. Le ultime tracce di neve si sono sciolte solo pochi giorni fa. Forse l’ultima neve della mia vita. Forse niente più temperature sotto zero per me.
Il deambulatore è parcheggiato davanti alla porta d’ingresso. Per un attimo considero l’idea di usarlo per andare alla legnaia, ma nell’ultimo tratto il terreno è così irregolare che si fa meno fatica a tenersi alla parete.
Il canile è infestato dall’erba alta. È passato un sacco di tempo da quando ci tenevo un cane. Sul fondo sterrato c’è un sottile strato di cameneri appassiti e presto cominceranno a ricrescere nuovi fiori lilla. Dietro, gli alberi erano più radi in modo che i cani potessero guardare verso la ceppaia.
Un fruscio su un pino poco lontano fa rizzare le orecchie a Sixten. Uno scoiattolo corre lungo un ramo e lui lo insegue, ma non riesce a raggiungerlo prima che sia risalito su un tronco vicino.
Non ho mai avuto paura che potesse fare del male a qualche animale selvatico. È troppo lento e non arriva mai in tempo. La cosa non lo turba, in ogni caso: è la caccia in sé a piacergli.
Sixten non ha mai dovuto stare nel canile. Non lo lasciavamo solo per troppe ore, perché quando lo abbiamo preso ero già in pensione. A differenza di quasi tutti qui intorno, ho sempre permesso ai miei jämthund di entrare in casa. Li tenevo nel canile soltanto quando andavo a lavorare. Stare lì ad abbaiare come matti non fa bene a nessuno.
Scendo di qualche metro lungo il vialetto d’accesso e lancio un’occhiata all’orto davanti a casa. Nelle giornate estive il sole tocca la maggior parte delle aiuole. La distribuzione era stata calcolata con cura da mia madre. La prima volta che te l’ho mostrato eri entusiasta, e la cosa mi aveva fatto piacere. Speravo che ti saresti trovata bene qui, quando fosse venuto il momento. Proprio come lei, praticavi la rotazione delle colture. Ogni quattro anni i cavoli prendevano il posto dei fagioli che prendevano quello delle patate che prendevano quello delle barbabietole rosse.
Si alza un filo d’aria e io tiro su la cerniera del golf di lana.
«Che fortuna avere il bosco proprio qui» dicevi sempre quando fischiava il vento.
A differenza della parte meridionale del paese, circondata da campi aperti e pascoli, da noi dietro le case c’è un muro protettivo di abeti e pini.
Mi gratto la barba e scuoto la testa. Sixten annusa qualcosa. Non si nota più nemmeno un briciolo di tutto il lavoro che hai dedicato all’orto, ormai invaso e conquistato da piante estranee. Sono rimasti solo dei piccoli rialzi del terreno.
Fin da maggio trapiantavi le tue piantine di cavolo che seguivi con cura da settimane. Le piccole, le chiamavi, e dal modo in cui lo facevi capivo che dovevano essere particolarmente preziose, non come una normale barbabietola che interravi direttamente.
Sento una pressione sul petto e chiudo gli occhi per un attimo.
«Non migliorerà» ha detto Hans spazientito quando mi ha trovato nell’orto, una sera tardi, la prima estate dopo che ti eri trasferita a Brunkullagården.
Chino per terra, strappavo foglie di tarassaco a caso.
«Fanculo!» ho ruggito, e ho gettato i guanti per terra, anche se sapevo che aveva ragione.
E sapevo anche che gli faceva male che tu fossi peggiorata così, perché eravate uniti, tu e lui, eppure non sono riuscito a dirglielo. A dirgli che capivo che anche lui era triste.
Proseguo per un tratto del vialetto per scorgere un angolo della casa dei vicini. Non ho più visto nessuno dei due, da quando si sono separati. Anche se non hanno nemmeno avuto il tempo di crescere, i loro cespugli di ribes sono molto più rigogliosi dei nostri, che pendono pesanti verso terra.
Quando arrivo al tagliatronchi e allo spaccalegna sistemo lo spesso telo cerato che copre le due macchine, perché a volte il vento lo solleva. Sono anni che non vengono più usate. Stringo meglio la corda che tiene al suo posto il telo. È un peccato che macchine così belle siano inutilizzate. Hans mi ha vietato di accenderle, dice che è troppo pericoloso. Invece ordina per me grossi carichi di legna già tagliata e spaccata.
«È così e basta» ha detto, come se non avessi lavorato con macchine come quelle per mezzo secolo.
So che secondo lui il tagliatronchi è poco maneggevole, che la lama fa paura. Fino all’adolescenza mi aiutava a spaccare i ciocchi e accatastarli, ma non voleva sfiorare il tagliatronchi e tu mi avevi detto che non dovevo insistere.
Mi giro e mi avvio verso la legnaia, stando attento ai lastroni di ghiaccio rimasti. La vecchia della fattoria oltre la curva è venuta a pulire lo spiazzo con lo sgombraneve dopo ogni nevicata, per tutto l’inverno. Sono sicuro che Hans la paga, anche se si rifiuta di dirmi quanto. Sa che la ritengo avida, con le sue richieste di soldi per questo e per quello. Tu andavi a trovare e ad aiutare sua madre tutte le settimane, per la miseria, e mica le hai mai chiesto niente per farlo.
Passo davanti al sentiero in discesa che imboccavo di corsa con Buster quando il vecchio perdeva le staffe. Come quella volta dei topi. Avrò avuto non più di otto o nove anni. La maggior parte delle trappole che avevamo faceva fuori il topo direttamente. Erano trappole tradizionali che spezzavano la colonna vertebrale. In un paio, però, si metteva un boccone di cibo in una gabbietta. Quando il topo entrava e se lo mangiava, una botola si chiudeva e lo imprigionava.
«Avanti, vai» mi disse il vecchio mettendomi in mano il badile. Mi spinse via. Voleva che lo facessi fuori.
Solo che, quando il topolino si mise a correre in giro nella gabbia, non ci riuscii. Qualcosa, in quelle zampette, faceva rivoltare tutto me stesso. Gettai il badile sul mucchio di terra e aprii la botola, lasciando uscire il topo. L’avevo fatto altre volte e provai la stessa bella sensazione. Le zampette corsero via velocissime verso la discesa e il bosco. Immaginai una famiglia che lo aspettava, o magari degli amici.
Poi sbam, dal nulla, e vidi tutto nero.
«Che diavolo ti credi di fare?» disse mio padre, stringendomi ancora più forte il colletto della maglia con il pugno.
Battei gli occhi per tornare a vedere.
«Scusa» balbettai.
Mio padre mollò la presa spingendomi via nello stesso movimento. Io persi l’equilibrio e finii con il sedere per terra. Mi faceva male la guancia e le lacrime premevano per uscire, ma strinsi i denti più che potevo, perché se cedevo al pianto i suoi occhi diventavano di fuoco.
Tirò su la gabbia vuota.
«Che senso ha catturarli se poi tu li lasci liberi, eh?» urlò così forte da spruzzare saliva dalla bocca.
Corsi via come facevo sempre quando si imbestialiva, anche se lui non mi rincorreva. La cupezza del suo sguardo mi dava l’energia per correre forte e a lungo. Prendevo Buster e mi precipitavo giù per la discesa, attraversavo il prato e non mi fermavo finché non arrivavo alla vecchia strada per Vråkäng. Lì rallentavo e cominciavo a saltare tra le zolle al centro dello sterrato, fingendo che i solchi delle ruote fossero acqua.
Scuoto la testa ed entro nella legnaia. Non riempio tutto il sacchetto di carta della Coop: non più di dieci ciocchi. Quando faccio dietrofront e torno in casa sto bene attento a dove metto i piedi. Knut, quello che sta sopra l’emporio, a Bölviken, l’altr’anno ha fatto un volo e si è rotto l’anca come un pollo. Quasi non è stata una caduta, eppure l’intera struttura ha ceduto e Ingrid dice che fa ancora fatica a camminare.
«Ma insomma, papà!»
Giro la testa. Hans mi viene incontro dalla casa e Sixten corre a fargli le feste. Quando lui gli si accovaccia davanti, abbassa le orecchie e scodinzola.
Se solo sapessi cosa vuole farti, Sixten, penso io.
Hans mi guarda e il suo viso è così simile al tuo che quasi trasalisco. Un senso di malessere mi si diffonde nel corpo. Tu non mi verrai mai più incontro, qui.
La sua nuova auto elettrica è così silenziosa che neanche mi sono accorto che ha svoltato nel vialetto d’accesso. Ed è anche pulita. Come abbiamo fatto ad avere un figlio che porta la macchina all’autolavaggio automatico? Lui gratta Sixten dietro l’orecchio, si alza e mi raggiunge.
«Te l’ho detto di non uscire a prendere la legna da solo. Me ne occupo io» dice, e quasi mi strappa il sacchetto di mano.
«Sì, però era finita» rispondo secco, accennando alla legna.
Il muco mi risale in gola e io sputo una grossa scatarrata. Mi sembra di vedere Hans alzare gli occhi al cielo, ma non ne sono sicuro.
«E cosa succederebbe se cadessi e ti rompessi una gamba? Potresti restare lì disteso per due ore senza nessuno che venga ad aiutarti».
«Sì, cosa succederebbe?» ripeto io in tono scocciato, e per qualche attimo mi soffermo a pensarci. Mi chiedo per quanto tempo sentirei male. Magari alla mia età si sviene abbastanza in fretta, con quel tipo di dolore.
«Uffa, come sei infantile, papà. Lo capisci, no, che fai preoccupare le persone? Perché devi essere così ostinato?»
Senti chi parla, ma non ho la forza di ribattere. Non ne vale la pena, quand’è di quest’umore. Bisogna dargli tempo.
«Prenditela calma» dice Hans.
Scuoto la testa e mi viene quasi da ridere. Chi è che deve prendersela calma, tra noi due?
Restiamo in silenzio per un po’, guardando ciascuno dalla sua parte. Se ci fossi stata tu avresti parlato, colmato il vuoto che si allarga tra noi.
Hans va alla legnaia e riempie il sacchetto fino all’orlo. Negli ultimi anni è ingrassato. Forse dovrei chiedergli se si allena ancora. Una volta andava a judo. Potrei fare qualche domanda, con tatto, come facevi tu.
«Porto dentro questo» dice sollevando il sacchetto. Mi sembra di cogliergli un guizzo di rimorso nello sguardo, prima che si giri. «Aspettami qui che tra un attimo ti aiuto a entrare».
Anche se riuscirei a fare senza problemi quei dieci metri da solo, resto dove sono come un bambino ubbidiente. Seguo con lo sguardo la sua schiena. È grassa persino quella.
Davanti a me ci sono mucchi di sassolini e sabbia, rimasti da quest’inverno. Hans si è ostinato a spargerne più del necessario. Sollevo una gamba per assestare un calcio a uno dei mucchi perché voglio che sappia che sono arrabbiato, ma vacillo e rimetto giù il piede.
Tu rimanevi sempre calma, indipendentemente da quanto perdeva le staffe lui.
«La rabbia non serve a insegnare la morale» dicevi quando sostenevo che dovevi essere più autoritaria con lui, che dovevi urlargli il fatto suo quando da ragazzino sbatteva la porta. Mi mandava in bestia che non ci rispettasse e si comportasse come se non gliene fregasse niente di tutto quello che avevamo fatto per lui.
«La morale» borbottavo io, ricordandomi di quanto sbraitava il vecchio, e mi veniva voglia di dire che non mi aveva mica fatto male.
Adesso che nostro figlio viene verso di me, però, mi rendo conto che forse avevi ragione. Non è contro di te che ha continuato a urlare nel corso degli anni, ma contro di me. Solo che non sono capace di fermarla, questa rabbia. Mi risale da dentro come un’onda.
Quando si placa, mi pento di aver voluto prendere a calci i sassolini e fare il muso, prima. Ho deciso di non arrabbiarmi, di essere più conciliante.
«Uno di questi sabati vado dalla mamma. Che ne dici di venire?» chiede con lo stesso sguardo di quando avevamo scoperto che aveva rubato una barretta di Snickers all’emporio.
Non rispondo, perché questa cosa non mi va giù. Non capisco perché deve ostinarsi ad andare a trovarti. Non sei tu, solo un guscio. Una svitata travestita con i tuoi lineamenti.
Mi prende sottobraccio e andiamo verso la porta. Resto colpito da quanto è grande e mi sembra incomprensibile che sia potuto diventare sia più alto che più largo di me. Alla nascita pesava solo 2724 grammi. Adesso sarebbe in grado di sollevarmi.
«Ho incrociato Marita, mentre venivo qui. Era fuori con il trattore. Ha detto di salutarti».
Annuisco e mi immagino Marita sul trattore rosso, quello più vecchio. Il calore che proviene dal corpo di Hans mi tranquillizza. Ce l’ho ancora con lui perché vuole decidere della mia vita, ma allo stesso tempo desidero che non mi lasci mai andare.
«Certo che possiamo andare dalla mamma» mormoro, e gli stringo più forte il braccio.
Mi parcheggia in poltrona. Ormai la gente mi parcheggia in luoghi diversi, come se fossi allacciato con la cintura a un sedile del passeggero.
Stacca il guinzaglio di Sixten ma gli lascia il collare e lui rimane nell’ingresso, confuso. Rizza le orecchie e mi guarda.
«Vado solo un attimo in garage a prendere una cosa» dice Hans e mi mette in mano il giornale locale. «Intanto leggi questo, era nella cassetta delle lettere».
Prima che abbia il tempo di chiedergli gli occhiali, la porta d’ingresso si richiude. Nemmeno i titoli riesco a decifrare, se non li metto.
Ho voglia di dormire, così invece di andare a prenderli chiudo gli occhi. Nel sonno riesco quasi sempre a rifugiarmi. Lì le cose sono ancora a posto, lì ho ancora qualcosa da dire.
«Guarda cos’ho trovato!»
Trasalisco e batto le palpebre. Hans tiene in mano la scatola con le vecchie esche artificiali. Sulle labbra gli si disegna un largo sorriso.
«Ho tantissimi ricordi di questa scatola» dice scuotendo lentamente la testa. «È incredibile quanto uscivamo spesso. In estate, tutto il tempo. Scendevamo ai ponti vicino all’attracco del traghetto per l’isola, ti ricordi?»
Certo che mi ricordo. Sbarrava gli occhi ogni volta che gli spiegavo come si faceva qualcosa. I tipi di pesce che poteva prendere con i diversi cucchiaini.
«Attento, sono taglienti» dicevo. «Ci si può far male».
Il suo corpicino era così attaccato al mio che sentivo il suo alito. Seguiva attento con lo sguardo quello che facevo.
Alzo gli occhi su nostro figlio. Certo che mi ricordo di quanto eri fiero ogni volta che abboccava un pesce, vorrei dirgli adesso. Vorrei raccontargli di come rischiava di scoppiare d’orgoglio, in macchina, mentre tornavamo a casa. Di come correva lungo il vialetto d’accesso e apriva di scatto la porta per dirti quanti pesci aveva preso.
Non posso fare a meno di sorridere, e Hans risponde al sorriso.
Ma ricordo anche quando ho cominciato ad andare a pescare da solo. Quando diceva che non aveva tempo e le gite ai ponti si erano diradate.
Hans mette la scatola sul tavolo della cucina.
«Sono anni che non pesco. Perché?» chiede senza guardarmi.
Scosta la sedia e si siede. Apre la scatola sul tavolo, estrae gli scomparti e ispeziona le esche colorate.
Mi lancia un’occhiata e io ho una gran paura che rovini questo momento, che dica qualcosa di Sixten. Invece lui torna alle esche. Ci passa sopra un dito, una per una.
Attento, vorrei dirgli, ma mi trattengo. Vorrei potergli mettere la mano sulla testa e scompigliargli i capelli radi.
Ore 18.10
Frattaglie, purè e birra. Io e Bo facciamo una piacevole chiacchierata sui tempi andati. Tra le altre cose, vengo a sapere di più su Buster. Bo si appisola prima che io esca. Lascio la radio accesa. Metto nel garage una scatola di esche da pesca.
Ingrid
Mi sveglio sentendo Sixten che si stira. Preme così forte le zampe contro lo schienale della panca imbottita che scivolo un po’ verso il bordo. Se fosse stata più stretta sarei finito giù, ma la panca viene dalla casa dei miei nonni materni ed è bella profonda. C’è spazio per mettere via parecchia roba sotto il coperchio della seduta.
Faccio scorrere lo sguardo sulle larghe tavole del soffitto. Il legno ha cambiato colore, negli anni, annerendosi a causa della fuliggine del camino. I chiodi sotto la vernice verdina delle pareti si distinguono come puntolini neri. Qualche anno fa Hans ha pagato Ellinor per farle pulire le pareti della cucina. Secondo me era superfluo ma non ho detto niente perché lei era tutta contenta di guadagnare un po’ di soldi.
«La ventilazione in questa stanza fa pena» aveva detto Hans, scuotendo la testa. «Guarda qui che roba».
Non avevo fatto obiezioni, perché aveva ragione. A volte è addirittura difficile far avviare il fuoco nella stufa alla mattina, ma basta aprire la porta d’ingresso per un pochino. Se solo si crea un minimo di corrente, poi brucia bene.
Le tavole del soffitto sono larghe e lunghe, di ottima qualità. Il vecchio le aveva comprate da una famiglia che stava qualche chilometro più su.
Chissà se Hans farà riverniciare il soffitto, dopo che sarò morto, o se venderanno la casa così com’è. Perché tanto Ellinor mica vorrà abitarci.
Le tavole larghe ormai un po’ imbarcate e i nodi del legno mi fanno correre il pensiero ai primi tempi alla segheria giù a Ranviken. Non a Hissmofors, prima: quando a dodici anni ho accompagnato il vecchio per la prima volta.
Ero rimasto fuori ad aspettarlo, pronto con la bici, per un pezzo. Avevo atteso con ansia quel giorno, quando finalmente avrei potuto andare con lui. Smettere di frequentare la scuola e cominciare la vita vera. Certo, ci ero già stato durante le vacanze, per fare le cataste dei ritagli scartati, ma ora era diverso. Con la scuola avevo chiuso ed ero pronto a cominciare a lavorare sul serio, come il vecchio e gli altri.
Sentivo l’agitazione nella pancia e nelle gambe che non stavano ferme. Non desideravo altro che saltare sul sellino e partire. Le betulle avevano appena messo le foglie, così verdi da far male agli occhi. Il lago era immobile. Il campanile svettava dal bosco di abeti oltre la segheria.
Finalmente il vecchio uscì. Si fermò sul portichetto davanti a casa e fissò per un po’ verso il bosco, come se aspettasse qualcosa, per poi chiudere la porta d’ingresso alle proprie spalle.
«Si parte» disse, lanciando la gamba oltre la canna della bicicletta e cominciando a pedalare verso la provinciale.
In discesa si filava veloci e mi distanziò. Ce la misi tutta per raggiungerlo. Quando la strada si fece piana lo affiancai, sbirciando cauto verso di lui per capire di che umore era.
Volevo chiedergli che cosa pensava che mi avrebbero fatto fare quel giorno. Se avrei dovuto marcare il legname, spaccare ciocchi o fare le carriole di segatura. Ma era stanco, come spesso a quell’ora, così mi trattenni. Non volevo dare a vedere che ero agitato: dovevo dimostrargli che ero abbastanza adulto da svolgere qualsiasi compito mi venisse affidato.
Quando ci sedemmo a cena, quella sera, mia madre mi teneva d’occhio più del solito. Si vedeva che voleva sentirmi raccontare della giornata. Dovetti mordermi il labbro, perché avrei davvero desiderato farlo: parlare di quello che avevo fatto, del caposquadra, del vecchio e della pausa pranzo, ma volevo che fosse lui a dire la prima parola.
«Allora?» chiese mia madre dopo un po’.
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo.
«Ma scusa, il bambino! Come gli è andata oggi?» disse lei guardandomi.
Il bambino, sbuffai tra me, spiluccando il mio pezzo di carne. Non ero più un bambino.
Lui bevve un sorso di birra, girò lo sguardo verso di me ma non disse nulla. Rimase in silenzio per quella che mi sembrò un’eternità.
Poi sollevò il bicchiere.
«Salute a Bosse, che oggi ci ha dato dentro».
Provai un fremito alle labbra e non potei fare a meno di sorridere. E mi parve che lui sorridesse a sua volta.
«Ehi, ciao, Bosse» aveva detto uno degli operai alla segheria, la mattina, mentre parcheggiavamo le bici. Poi mi aveva stretto la mano con tanta forza da farmi quasi male. «Grande giornata, oggi, eh?»
Anche qualcuno dei miei compagni mi chiamava Bosse, ma nessuno in famiglia.
«Se ti ho battezzato Bo, una ragione ci sarà» diceva mia madre ogni volta che qualcuno si rivolgeva a me con il vezzeggiativo.
E mi ero sempre adeguato. Stavolta però rise e basta, guardando il vecchio con un guizzo di calore negli occhi.
Qualcosa cambiò, nella stanza, e diventò piacevole essere a tavola con lui e mia madre. Mi doleva tutto il corpo, ma non in modo sgradevole. Di colpo capii in cosa consisteva la vita, capii come affrontarla.
La finestra della cucina era aperta e il verso strombettante di una gru arrivò fino a noi, seduti a tavola.
«Sarà il piccolo che prova le ali» disse mia madre bevendo un sorso d’acqua.
Annuii, guardandola. Lasciai che il sorriso si allargasse. Lei ricambiò il sorriso e raddrizzò le spalle. Poi si sporse a mettermi nel piatto un altro po’ di barbabietole.
Vigilia di Pentecoste

