mercoledì 3 aprile 2024

VITTIME Benny Morris

 


VITTIME

Benny Morris 

Presentazione

Il conflitto israelo-palestinese è senza dubbio il più intricato e spinoso groviglio della politica mondiale, e anno dopo anno assistiamo a sempre nuovi e purtroppo infruttuosi tentativi di escogitare soluzioni più o meno rapide ed efficaci da parte dei potenti della terra. I quali, forse, con troppa facilità si scordano che la questione mediorientale affonda le sue radici in un passato molto più lontano e complesso della proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 per rimontare addirittura al movimento sionista di Theodor Herzl nato negli ultimi decenni dell’Ottocento. E che solo analizzandone le cause profonde e i presupposti ideologici si può arrivare a capire in tutta la sua c omplessità la storia di questa regione.

È ciò che si propone Benny Morris in questo saggio in cui, al di là di ogni mito e retorica di parte, il problema viene ricostruito nelle sue varie fasi e nei suoi vari aspetti vagliando fonti di ogni tipo e facendo parlare i fatti. È la storia delle profonde differenze religiose e culturali tra gli immigrati ebrei e la popolazione araba, dei conflitti militari con gli Stati confinanti fino all’attuale Intifada palestinese, e di personaggi del calibro di David Ben-Gurion, Anwar Sadat, Menachem Begin, Yasser Arafat e Ariel Sharon.

Un’opera fondamentale, un testo essenziale per comprendere un conflitto cruciale che da decenni continua a dividere la politica e l’opinione pubblica mondiale.


VITTIME

Prefazione

IL CONFLITTO TRA ARABI E SIONISTI dura ormai da oltre un secolo. Quasi dal primo momento, è stato trattato con manifesta partigianeria da commentatori e storici di entrambi gli schieramenti, oltre che dagli osservatori stranieri.


Migliaia di libri sono stati scritti su vari aspetti e periodi del conflitto; quest’opera tenta di presentarlo in modo organico coprendo le vicende d’Israele, palestinesi e Stati arabi dagli anni ’80 del XIX secolo al presente. Mi auguro che contribuisca alla generale comprensione di cosa sia realmente accaduto, e perché.


Il libro si concentra su quelli che mi sembrano i principali aspetti dello scontro sul piano politico e militare. Non ho dedicato la stessa attenzione ad altri aspetti – per esempio, quelli economici e culturali. So che in alcune fasi anch’essi hanno avuto un ruolo importante, ma in un’opera di carattere generale ho ritenuto indispensabile dare la precedenza agli eventi, ai processi e alle questioni essenziali.


Ho anche riservato uno spazio relativamente modesto alla politica interna delle società mediorientali, salvo quando sia stata importante per lo svolgimento del conflitto arabo-sionista. Il mio approccio è quindi basato sul rifiuto dell’aforisma «non c’è alcuna politica estera, solo politica interna». Se mi sia riuscito di non essere né dispersivo né troppo selettivo, è un giudizio che spetta al lettore.


Quest’opera attinge ampiamente a fonti secondarie, offrendosi anche come compendio di molti studi sul lungo arco di tempo preso in esame. Sospetto che la ricostruzione di un periodo così esteso e complesso, basata in primo luogo su fonti primarie, sia più di quanto le forze e il tempo concedano a un singolo studioso: troppi sarebbero gli archivi, i dossier e i documenti da consultare. Tuttavia alcune parti del libro – quelle sulla guerra del 1948 e sul decennio seguente, nonché su alcuni episodi degli anni ’30 e del conflitto libanese del 1982-85 – si basano in larga misura su fonti primarie. Per il resto ho utilizzato quelle che considero le opere più complete e solide sulle vicende e i momenti compresi nella mia ricostruzione.


La storiografia accademica necessita di un’ampia gamma di riscontri contemporanei agli eventi studiati. Dall’inizio e per un buon tratto il mio libro verte, naturalmente, su periodi per i quali questo tipo di materiale è in gran parte disponibile; ma si spinge fino agli anni ’70, ’80 e ’90 del XX secolo. Spesso, i documenti corrispondenti sono ancora coperti da segreto. In relazione a queste tre decadi ho quindi dovuto colmare la lacuna con fonti secondarie: interviste, articoli di stampa e memorie. Per un’esauriente descrizione storico-accademica dei decenni più recenti si dovrà attendere l’apertura delle necessarie fonti di archivio.


La trattazione del conflitto da parte degli studiosi è viziata da un intrinseco squilibrio, e quest’opera non fa eccezione: la parte sionista tende a essere illuminata in modo più completo e particolareggiato rispetto a quella araba, tanto sul piano politico quanto su quello militare. In parte ciò dipende dal fatto che gli archivi sionisti e israeliani, civili e militari, locali e nazionali sono relativamente ben organizzati e aperti agli studiosi da molti anni. In linea di massima i testi di questi archivi sono stati scritti da sionisti, in un contesto e da una prospettiva anch’essi sionisti. Ciò ha influenzato, com’era pressoché inevitabile, la storiografia che li ha utilizzati.


Sul versante arabo l’uso dei documenti non è stato di entità paragonabile. Non esistono archivi palestinesi che reggano il confronto con quelli ebraici, e quanto è custodito negli archivi degli Stati arabi è rimasto celato agli studiosi tranne che in casi sporadici, e relativamente a questioni quasi sempre secondarie. È perciò accaduto, molto più del contrario, che la parte araba sia stata scandagliata alla luce della documentazione israeliano-sionista e occidentale.


In secondo luogo la storiografia, almeno nell’accezione moderna, è molto più sviluppata nell’ambito ebraico-sionista che in quello arabo. Solo in anni recenti storici arabi – di solito residenti in Occidente – hanno cominciato a pubblicare indagini serie sul conflitto arabo-sionista. Purtroppo, il lavoro della maggior parte degli storici arabi è gravato ancor oggi dalle severe limitazioni politico-ideologiche delle società non democratiche. Lo stesso tipo di censura e autocensura ha influenzato gli scritti della memorialistica araba. Anche se i funzionari, i generali e i politici israeliani sono stati spesso interessati e soggettivi nelle testimonianze che hanno pubblicato, e le passate generazioni di storici israelianosionisti sono state men che obiettive, queste fonti appaiono sostanzialmente più accurate e ricche di informazioni delle corrispondenti fonti arabe.


Infine, è esistito tra i due schieramenti un marcato divario quantitativo. Semplicemente, gli arabi hanno prodotto molta meno storiografia, e relativo materiale a stampa (autobiografie, raccolte di documenti e simili) di quanto abbiano fatto gli ebrei.


A questo squilibrio mi sono sforzato di rimediare servendomi di materiale di parte araba nella misura in cui era disponibile, e cercando di ricostruire il «punto di vista» arabo dalle carte degli archivi israeliano-sionisti e occidentali (per esempio, valorizzando documenti dell’intelligence sulle valutazioni e le attività della parte araba), nonché dagli scritti provenienti dalla stessa fonte. Naturalmente, mi sono sforzato di affrontare ogni argomento con tutta l’obiettività di cui ero capace, e d’improntare a buon senso ed equilibrio la mia ricostruzione del passato. Giudichi il lettore se, e in che misura, ci sono riuscito.

CAPITOLO 1

La vigilia

Palestina, i luoghi e la popolazione

Tra le regioni atte a fungere da cupo scenario, credo che la Palestina non abbia rivali… Le colline sono sterili… le valli desertiche e inospitali, orlate da una vegetazione stenta che accentua il senso di tristezza e abbandono… È una contrada deprimente, monotona, derelitta… La Palestina siede col capo cosparso di cenere… Pesa su di lei una maledizione che ne ha inaridito i campi e spento la vitalità… Nazaret è dimenticata… Gerico… detestabile… Gerusalemme… un misero villaggio… La Palestina è desolata e priva di attrattive.


COSÌ SCRIVEVA MARK TWAIN NEL 1867.1 Nella sua prosa può esserci esagerazione, ma di sicuro a metà del XIX secolo la Palestina non era il paese «di latte e miele» della promessa biblica. Nell’accezione odierna, la Terrasanta – Erez Yisrael o Terra d’Israele per gli ebrei, Falastin o Palestina per gli arabi – fu definita negli anni dell’amministrazione britannica (1918-1948) come la regione delimitata a settentrione dalle colline a sud del fiume Litani, in Libano; a oriente dal fiume Giordano, dal Mar Morto e dalla valle di Arava (uadi Arava); a occidente dal Mediterraneo e dalla penisola del Sinai; e a meridione dal golfo di Eilat (o di Aqaba). In tutto, occupa circa 26.320 chilometri quadrati, poco più della superficie della Lombardia (23.857 kmq).


Di questa estensione il 50-60% circa – il Negev e la valle di Arava – è un deserto interrotto da una manciata di oasi, in gran parte inabitabile e inadatto all’agricoltura; ugualmente inospitale è il cosiddetto deserto di Giudea, tra la «spina dorsale» collinosa della Giudea (da Ramallah a Hebron passando per Gerusalemme) e il Giordano.


La Palestina è complessivamente arida, con un solo, modesto fiume – il Giordano – che oltretutto non l’attraversa ma la separa dalla Siria e, più a sud, dalla Giordania. Tolto il Giordano solo due corsi d’acqua sono perenni; gli altri sono torrenti stagionali, asciutti nella stagione calda. In compenso sorgenti naturali e pozzi abbondano nel nord del paese, mentre sono piuttosto rari nel sud. Il nord, naturalmente abitabile, è caratterizzato da precipitazioni consistenti nel periodo da ottobre ad aprile; i mesi restanti ne sono pressoché privi, con temperature massime di 30-35°. Nel Negev, invece, le piogge sono quasi assenti per tutto l’anno, e presso il suo confine meridionale si toccano in estate punte di 40-45°.


La popolazione ha avuto la tendenza a concentrarsi, nell’antichità come in epoca moderna, nell’entroterra collinoso della Giudea, della Samaria e della Galilea, nonché nella pianura costiera, che è coltivabile, e nella valle che se ne stacca tra Haifa e il Giordano con asse est-ovest, nota come valle di Yezreel o pianura di Esdrelon. Un’altra zona fertile è la parte settentrionale della valle del Giordano, che si estende con asse nord-sud da Bet Shean (Beisan) al mare di Galilea (o lago di Tiberiade) e alla pianura che lo circonda, fino al lago di Hula e alle sorgenti del Giordano, nelle colline alla base del massiccio dell’Hermon.


Nell’Antichità si stima che la Palestina ospitasse tra 750.000 e 6.000.000 di abitanti, essendo indicato il numero di 2.500.000 per il 50 d. C. dalla maggior parte degli esperti.2 Nel II millennio a. C. era abitata da un insieme di popoli, o tribù, pagani (cananei, gebusei e altri) perennemente in lotta per il controllo di questa o quell’area. Verso la fine del millennio gli ebrei, o giudei, invasero la regione e vi si stabilirono; per gran parte dei mille anni seguenti essi costituirono la maggioranza della popolazione e governarono quasi tutto il paese. Il nocciolo dello Stato ebraico (a un certo punto ci furono due regni ebraici separati) era il già citato entroterra collinoso di Giudea, Samaria e Galilea. Per gran parte di quel periodo esso comprese una minoranza di filistei, e in seguito di pagani ellenistici o romanizzati concentrati nella pianura costiera in città come Cesarea, Giaffa, Ascalona e Gaza. Il periodo dell’indipendenza ebraica ebbe fine con l’invasione romana e la repressione di due ribellioni (la prima e seconda guerra giudaica) nel 66-73 e nel 132-135 d.C., conclusesi con l’esilio di quasi tutti gli ebrei. Dopo una serie di altre invasioni da parte di persiani, arabi, turchi, crociati, mongoli, mamelucchi e (di nuovo) turchi, il paese – all’inizio del XIX secolo, sotto il dominio imperiale ottomano – contava tra 275.000 e 300.000 abitanti, per il 90% arabi musulmani, cui si aggiungevano da 7.000 a 10.000 ebrei e da 20 a 30.000 arabi cristiani. Nel 1881, alla vigilia dell’immigrazione ebraico-sionista, la popolazione palestinese era di circa 457.000 persone: 400.000 arabi musulmani, 13.000-20.000 ebrei e 42.000 cristiani (in gran parte greco-ortodossi).3 Qualche altro migliaio di ebrei risiedeva stabilmente in Palestina senza possedere la cittadinanza ottomana.


La piccola minoranza ebraico-palestinese presionista – il cosiddetto «Vecchio yishuv (insediamento)» – era tutt’altro che benestante. Molti, se non tutti, i suoi membri dipendevano dagli aiuti degli israeliti della Diaspora. Tanto gli aschenaziti (gli oriundi dell’Europa centrale e orientale) quanto i sefarditi (gli oriundi spagnoli, nordafricani e mediorientali) erano in gran parte ortodossi e risiedevano, in propri quartieri, in una delle quattro città sante dell’ebraismo: Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. Quasi tutti erano sudditi ottomani, quanto mai rispettosi delle autorità turche e delle grandi collettività musulmane tra le quali vivevano. Molti trascorrevano le giornate immersi nello studio della Torah e del Talmud. I commercianti all’ingrosso e al dettaglio erano una minoranza; più numerosi gli artigiani. Nell’insieme, gli ebrei del Vecchio yishuv formavano una porzione numericamente trascurabile della popolazione palestinese, ch’era in grande maggioranza araba e per il 70% rurale. Essa era dispersa in 700-800 frazioni e villaggi, di dimensioni comprese tra meno di cento anime e mille scarse. I villaggi erano per lo più nell’entroterra collinoso, l’ubicazione essendo legata all’esistenza di sorgenti o pozzi, o alla migliore difendibilità delle sommità delle colline e delle zone protette da rilievi. Molti erano stati fondati da invasori beduini, divenuti poi sedentari. La pianura costiera e le valli di Yezreel e del Giordano erano poco abitate, sia per il pericolo rappresentato dalle incursioni beduine sia perché in parte paludose, quindi malsane e scarsamente fertili.


Molti villaggi combattevano una guerra senza fine, fatta di scaramucce e imboscate, contro i beduini che provenendo dai deserti della Transgiordania, del Negev e del Sinai compivano scorrerie nelle regioni più popolate. Comuni erano anche le interminabili dispute sull’uso e la proprietà di terreni e fonti idriche, sia tra i villaggi sia tra i clan di uno stesso villaggio. Faide e rivalità dello stesso tipo, tra eminenti famiglie urbane e tra città (per esempio tra Gerusalemme e Hebron) avrebbero rappresentato anche in seguito un grave elemento di divisione e debolezza della società arabo-palestinese.


L’agricoltura era primitiva, con poca irrigazione. Nella prima metà del XIX secolo la terra apparteneva in genere agli abitanti dei villaggi, in maniera individuale o collettiva. La seconda metà del secolo vide il progressivo impoverimento dei villaggi, in gran parte per l’accresciuta efficienza del fisco ottomano, e una grande quantità di terreni agricoli fu acquistata dai notabili di città (a‘yan in arabo), che avevano accumulato denaro in veste di funzionari e rappresentanti del potere ottomano (specialmente tramite l’appalto della riscossione delle imposte) e grazie ai commerci con l’Occidente. All’inizio del xx secolo, in dozzine di località gli abitanti dei villaggi non possedevano più i campi, ma continuavano a coltivarli come fittavoli.


A quel punto i grandi proprietari terrieri (effendi) erano per lo più facoltosi cittadini che spesso non risiedevano nemmeno in Palestina ma a Beirut, Amman, Damasco e Parigi. Nell’ultimo quarto del XIX secolo gli acquisti di terreni degli effendi da parte dei sionisti ingrossò le fila dei contadini arabi che non possedevano la terra che lavoravano e in cui abitavano. La seconda metà del secolo vide inoltre il rapido sviluppo della coltivazione degli agrumi, soprattutto nell’umida pianura costiera, i prodotti essendo destinati alla sempre più conveniente esportazione in Europa. I terreni agricoli diventarono un investimento attraente, e il conseguente aumento dei prezzi un ulteriore incentivo alla vendita da parte dei fellahin.


Nel 1881 un buon terzo della popolazione palestinese era urbana – contro il 22% del 1800. Ebrei e cristiani vivevano soprattutto in città, il che rendeva la loro influenza in quell’ambiente molto maggiore che nell’insieme del paese. Nel 1880 gli abitanti di Gerusalemme erano circa 30.000, metà dei quali appartenenti alla minoranza ebraica; Gaza aveva 19.000 abitanti, Giaffa 10.000 e Haifa 6.000. I notabili dei centri urbani dovevano la loro prosperità all’impero ottomano, che affidava loro le cariche amministrative locali e la riscossione delle imposte. A partire dal 1917-18, il ruolo di dispensatrici di favori passò alle autorità britanniche. Dalle famiglie dell’élite arabo-palestinese – i Khalidi, gli Husayni e i Nashashibi a Gerusalemme; i Ja‘bri e i Tamimi a Hebron; i Nabulsi, i Masri e gli Shak‘a a Nablus, e altre – provenivano i dignitari, i giudici, gli ufficiali di polizia, i capi religiosi e i funzionari della pubblica amministrazione. Era naturale che, dati la ricchezza, il potere locale e i legami con gli ambienti di governo musulmani, gli a‘yan emergessero come la leadership arabo-palestinese su scala regionale e successivamente nazionale. Un profondo divario – di istruzione e di status sociale, economico e politico – separava gli a‘yan dalle masse in gran parte analfabete.


La seconda metà del XIX secolo vide una graduale modernizzazione del paese, accompagnata da un crescente inurbamento. Anche se la maggior parte dei villaggi era collegata da piste più che da strade pavimentate, e uomini e merci si spostavano ancora a piedi, a cavallo, in cammello o a dorso di mulo piuttosto che su ruote, una rotabile tra Gerusalemme e Giaffa – la prima in Palestina – fu costruita nel 1869.


La prima ferrovia fu realizzata nel 1892 (tra le stesse due città); un prolungamento fino a Haifa e Der‘a attraverso la valle di Yezreel fu realizzato nel 1903-5.


Il trascorrere del secolo vide anche un lento progresso dell’alfabetizzazione. Si è calcolato che intorno al 1800 solo il 3% dei palestinesi non ebrei fosse in grado di leggere e scrivere (in gran parte, si trattava dei primogeniti degli a‘yan). Con l’avanzare del secolo, un sistema di istruzione pubblica prese forma più per merito dei missionari europei che della volontà ottomana o araba locale.


Nella prima metà del XIX secolo l’illuminazione era affidata alle candele e ai lumi a olio di oliva. Negli anni ’60 fu introdotta la nafta, mentre l’elettricità prodotta da appositi generatori si diffuse in Palestina nel primo decennio del xx secolo. Nel corso dell’Ottocento la salute della popolazione era minacciata da malattie quali la malaria, il tracoma, la dissenteria, il colera e le febbri tifoidee. L’acqua scarseggiava, ed era spesso inquinata. La prima farmacia entrò in funzione nel 1842 e il primo ospedale di tipo europeo nel 1843, a Gerusalemme; ma entro la fine del secolo la città disponeva di quindici ospedali, ed era diventata un centro di medicina moderna senza rivali in Palestina e non solo.


L’amministrazione turca

L’IMPERO OTTOMANO, che governò la Palestina dal 1517 al 1917-18, era cosciente dell’importanza del paese in quanto culla dell’ebraismo e del cristianesimo, ma non ne fece mai un distinto, autonomo distretto amministrativo. Negli anni ’70 dell’Ottocento la Palestina era compresa nella provincia (vilayet) di Siria, retta da un governatore (wali) residente a Damasco. La provincia era suddivisa in distretti (sancak), sangiaccati, tre dei quali rientravano nell’odierna Palestina: Acri, che comprendeva Haifa, l’area dell’odierna Hadera, le valli di Yezreel e del Giordano, il mare di Galilea, Safed e Tiberiade; Nablus, che comprendeva Bet Shean, Jenin e Qualquilya; e Gerusalemme, che comprendeva Gerico, Giaffa, Gaza, Beersheba, Hebron e Betlemme. A loro volta i sancak erano divisi in sottodistretti, o circoscrizioni, retti da funzionari locali chiamati kaymakam.


Nel 1887 il sancak di Gerusalemme fu retto da un mutasarrif (governatore), venendo così a dipendere, più che da Damasco, direttamente da Costantinopoli. L’anno dopo i sancak di Nablus e Acri furono separati dal vilayet di Sam (Siria) per essere posti sotto la giurisdizione del neonato vilayet di Beirut. La nuova provincia, che includeva gran parte dell’odierno Libano, incorporò in tal modo anche la metà settentrionale della Palestina.


Nel decennio di dominio egiziano sulla Palestina (1831-40) si realizzò una forma di governo più centralizzata. Il potente esercito egiziano di Ibrahim Pascià spazzò via i maggiorenti locali, che si erano ritagliati feudi de facto in diverse aree del paese. Esso riuscì anche a contrastare efficacemente le scorrerie dei beduini dei deserti orientali e meridionali, che tanto avevano contribuito all’arretratezza e insicurezza della Palestina.


Tornati in possesso della regione, i turchi vararono una serie di ambiziose riforme (tanzimat) economiche, amministrative, giuridiche, militari e politiche, con risultati contrastanti. I nuovi sistemi di riscossione delle imposte, più efficaci e centralizzati, causarono un sensibile impoverimento della popolazione rurale, il quale a sua volta determinò il progressivo spopolamento dei villaggi e il trasferimento degli abitanti nei centri urbani. Analoghi effetti ebbero gli sforzi per spingere i giovani contadini ad arruolarsi, il ritorno del brigantaggio che rendeva insicure le strade, e la ripresa delle incursioni beduine. I capi dei villaggi, o sceicchi, che fino alla conquista egiziana avevano una considerevole autorità, ne persero molta quando la riscossione delle imposte fu affidata ai funzionari ottomani e ai notabili di città.


D’altra parte, il benessere e la legalità conobbero un sensibile miglioramento nelle città. I commerci con l’Occidente decollarono, e i notabili urbani si arricchirono e comprarono altri terreni. Le riforme turche dei governi locali, sia in Palestina sia in Siria, compresa l’introduzione di consigli municipali, accrebbero inoltre il potere degli a‘yan e dei capi religiosi (gli ‘ulama) a spese dei govenatori e subgovernatori ottomani. Queste riforme dovevano rivelarsi pietre miliari verso l’emergere di un «nazionalismo» arabo centrifugo. In altre parole anche i tanzimat, che miravano all’unità e alla centralizzazione, contribuirono all’allontanamento delle province arabe dall’impero. L’impoverimento della campagna e la crescente prosperità dei centri urbani scavò un fossato tra gente di città e fellahin, o contadini.4 E i firman (decreti) della Sublime Porta del 1839 e, in modo più decisivo, del 1856, attribuendo il medesimo status a sudditi ottomani e non, causò a breve termine un drammatico allontanamento delle comunità musulmana e cristiana. La prima si risentì profondamente della perdita dell’antica superiorità, e si vendicò con ripetute, sanguinose aggressioni nei confronti di quella cristiana – ad Aleppo nel 1850, a Nablus nel 1856, e a Damasco e in Libano nel 1860. È da collocare tra le conseguenze a lungo termine di questi dissidi la nascita di un Libano a predominio cristiano tra gli anni ’20 e ’40 del XX secolo, e la reciproca diffidenza tra arabi palestinesi di fede cristiana e musulmana allorché, dopo la Prima guerra mondiale, si accinsero a reagire all’immigrazione sionista.


L’Islam e gli ebrei

L’ISLAM IN GENERE, E L’IMPERO OTTOMANO in particolare, trattarono quasi sempre i membri delle rispettive minoranze ebraiche come cittadini di seconda categoria. Nel pieno medioevo islamico, all’incirca tra l’850 e il 1250 d.C., gli ebrei e il giudaismo conobbero una grande fioritura, tanto che quel periodo fu poi considerato una delle «età auree» della storia ebraica. Gli israeliti raggiunsero posizioni di grande prestigio nella politica, nella finanza, nell’arte e nelle scienze in diversi regni e imperi islamici; uno o due di loro furono ciambellani e ministri di re e principi. Mosheh Maimonide, medico personale di un sultano, fu uno dei più grandi filosofi medievali. In seguito, però, la condizione degli ebrei nell’Islam si deteriorò, di pari passo col ristagno che a poco a poco s’impadronì di quel mondo. Dovunque essi soffrirono discriminazioni, umiliazioni e un continuo senso d’insicurezza, ed episodicamente furono oggetto di violenze e autentiche persecuzioni.


Un eminente storico israeliano, David Vital, ha mestamente descritto il «ruolo irrimediabilmente inferiore riservato agli ebrei nella cosmologia musulmana».5 L’Islam – come i cristiani e gli stessi ebrei, del resto – ha sempre diviso il mondo in «noi» e «loro», in credenti (Dar al-Islam, la «casa dell’Islam») e infedeli (Dar al-Harb, la «casa della guerra», coloro che potevano o dovevano ricadere sotto la legge della spada). Il principio dell’uguaglianza – tra credenti e infedeli non meno che tra uomini e donne – è estraneo all’Islam, e il mondo musulmano, continuamente in conflitto con Dar al-Harb in questa o quella parte del mondo, ha sempre mostrato una forte vena xenofoba.


Fin dall’inizio l’Islam soffrì di una comprensibile gelosia «da fratello minore» verso le religioni monoteistiche dalle quali era nato, l’ebraismo e il cristianesimo. Inoltre, l’atteggiamento dei musulmani non ha cessato, nel corso dei secoli, di risentire dei rapporti tra Muhammad, il fondatore dell’Islam, e gli ebrei di Arabia al tempo della nascita della nuova religione, nel VII secolo, nonché del modo in cui quei rapporti furono descritti e codificati nei libri sacri dell’Islam, il Corano e gli Hadith, la tradizione scritta sui detti e le gesta del Profeta.


Tre tribù ebree della città-oasi di Medina e dintorni, dove Muhammad giunse nel 622 dalla Mecca, opposero resistenza al Profeta e dovettero essere assoggettate con la forza. Due delle tribù, quelle dei Bann Qaynuqa/’/ e dei Banu Nadir, furono cacciate, con la perdita dei terreni e di gran parte dei loro beni. Due anni dopo i Nadir furono travolti dai musulmani a Khaybar, un’oasi a est di Medina dove si erano trasferiti. Con la terza tribù, quella dei Qurayzah, si andò ancor più per le spicce: i 600-900 maschi adulti che ne facevano parte (tranne due o tre che accettarono di convertirsi all’Islam) furono pubblicamente decapitati; donne e bambini furono ridotti in schiavitù e distribuiti da Muhammad ai suoi seguaci.6 Una quarta tribù che abitava Khaybar si arrese, e le fu concesso di restare pagando un tributo annuale. Le tribù ebree e cristiane dello Yemen, del Nejid e del Bahrein furono soggiogate in modo simile.


Influenzato dal ricordo di questi scontri, il Corano pullula di giudizi e allusioni negativi sugli ebrei, come: «E li colpì l’abiezione e la miseria e incorsero nell’ira di Allah, e questo perché essi rifiutarono i segni di Allah e uccidevano i profeti ingiustamente».7 Finalmente i rapporti di Muhammad con gli ebrei e i successivi atteggiamenti coranici furono recepiti dal trattato di sottomissione all’autorità dell’Islam, o «mandato di protezione», meglio noto come dhimma o «Patto di ‘Umar»,8 perfezionato dal successore di Muhammad, il secondo califfo ‘Umar ’ibn al-Khattab (634-44). Il mandato disciplinava il comportamento dei musulmani verso ebrei e cristiani, la «gente del Libro» nella terminologia islamica. I dhimmi, i giudei e i cristiani sottomessi (cui poi si aggiunsero i seguaci persiani del mazdeismo) dovevano pagare una tassa collettiva, la jizya, oltre al kharaj, una tassa speciale imposta dai conquistatori musulmani ai non credenti i cui terreni erano stati confiscati. Grazie a questa tassa i dhimmi potevano continuare a vivere e coltivare la terra sotto la protezione musulmana, anche se una clausola apparentemente tardiva autorizzava i protettori a ripudiare unilateralmente l’accordo e a espellere le comunità sotto tutela. In base a questo principio, ‘Umar espulse gli ultimi ebrei dallo Heigiaz, la parte di Arabia occidentale che comprende La Mecca e Medina.


Ai dhimmi era proibito contrastare un musulmano, portare armi, cavalcare, costruire nuovi luoghi di culto e riparare quelli vecchi; inoltre, dovevano indossare abiti che li distinguessero dai musulmani. La «tolleranza sprezzante», come la definì lo storico Elie Kedourie, diventò l’atteggiamento degli Stati islamici verso le comunità ebraiche al loro interno. Quest’atteggiamento era di solito frammisto a una misura variabile di ostilità, specialmente nei periodi di crisi politica. Allora, l’intolleranza poteva prendere il posto della tolleranza, talvolta trasformandosi in vera e propria violenza. In ogni caso, i dhimmi – e gli ebrei, forse, più degli altri – erano trattati come impuri.


Ciò nonostante, e nell’insieme, sotto l’Islam gli ebrei sembrano aver avuto miglior sorte dei cristiani – se non altro perché i primi, di solito poveri, spesso sottomessi, sempre senza potere, non erano una minaccia per nessuno. I secondi, maggioranza in diverse regioni e con saldi legami religiosi, culturali, commerciali e talvolta politici coi vicini Stati e imperi cristiani, rappresentavano invece una minaccia reale e importante. La possibilità che una quinta colonna cristiana facesse causa comune con potenze ostili non poteva mai essere trascurata.


Questa situazione, che portò per esempio alla completa estinzione del cristianesimo nel Maghreb – il Nordafrica musulmano – nel corso del medioevo, mutò in parte nel XIX secolo a causa della crescente debolezza dell’Islam e della politica più decisa degli Stati europei. A poco a poco le minoranze cristiane di Dar al-Islam passarono sotto l’egida delle potenze europee, e spesso furono protette dall’ostilità musulmana per intervento delle autorità ottomane, timorose di rappresaglie e bisognose del sostegno politico e finanziario degli Stati cristiani. Gli ebrei, privi di questi appoggi, pagarono invece un prezzo crescente all’ostilità del popolo minuto. Il padre dell’ebraico moderno, Eliezer Ben-Yehuda, così si esprimeva al riguardo: «Gli arabi musulmani hanno in antipatia [gli ebrei] forse meno degli altri non musulmani, ma li disprezzano più di qualunque altra creatura… al mondo».9 Nel XIX secolo e all’inizio del xx gli arabi di Palestina spesso chiamavano gli ebrei awlat al-mawt (figli della morte). Il rapporto dhimmi-musulmano, non paritetico per definizione, era anche ingiusto. Tuttavia, la misura di disuguaglianza e ingiustizia subite dal primo era variabile, dipendendo dalla situazione complessiva propria, in diverse fasi dell’Islam, di un certo Stato o impero.


Alcune limitazioni alle quali i dhimmi erano soggetti ebbero senz’altro origine da reali problemi di sicurezza, ma esse furono recepite dalla legge islamica, e furono poi invocate e applicate senza tener conto del mutare delle circostanze. Agli ebrei era proibito portare armi. Non potevano montare su un cavallo o un cammello, solo su un asino; e non potevano starvi a cavalcioni, ma seduti di fianco, con le gambe dalla stessa parte. Infine, dovevano vestire in modo particolare. Altre limitazioni niente avevano a che fare con la sicurezza, e tutto con la discriminazione economica e religiosa. In effetti, la povertà degli ebrei in gran parte dei territori ottomani nel XIX secolo e all’inizio del xx era, almeno in parte, la conseguenza di pratiche discriminatorie.


La violenza di massa contro gli ebrei, il pogrom tipico del basso medioevo in Europa occidentale, e del XIX e XX secolo in Europa orientale, erano rari nel mondo musulmano. Tuttavia si verificavano, di solito, quando un ebreo che aveva raggiunto un’importante posizione di governo cadeva in disgrazia, moriva, o attirava l’ostilità di musulmani invidiosi.10 Nel 1066 quasi tremila ebrei furono massacrati in Spagna, a Granada. In Marocco, a Fez, circa seimila ebrei furono uccisi nel 1033,11 e stragi ebbero luogo di nuovo nel 1276 e nel 1465.12 Massacri si verificarono in Marocco, a Tetuán, ancora nel 1790; a Mashhad e Barfurush, in Persia, rispettivamente nel 1839 e nel 1867; e a Baghdad nel 1828. Il quartiere ebraico di Fez fu quasi interamente distrutto nel 1912 da una folla di musulmani inferociti; e masse filonaziste assassinarono dozzine di ebrei a Baghdad nel 1941. Più volte, in varie parti del mondo islamico, le comunità ebraiche – in violazione della dhimma – dovettero scegliere tra conversione e morte.13 Il più delle volte, ma non sempre, gli episodi di violenza di massa si verificavano ai margini vulnerabili del mondo musulmano, anziché nel suo nocciolo sicuro di sé. Ma l’atteggiamento di fondo – che gli ebrei fossero miscredenti, nemici dell’Islam e sgraditi ad Allah – fu prevalente in tutto quel mondo, nelle sue diverse parti e in tutte le epoche.


Nel XII secolo, Maimonide constatava accorato che «Dio ci ha gettato in mezzo a genti, la nazione di Ismaele, che ci perseguitano gravemente, e trovano sempre il modo di nuocerci e umiliarci…».14 Nell’insieme, comunque, i maltrattamenti consistevano non tanto in violenze fisiche, ma in piccole ingiustizie e umiliazioni unite a un generale senso d’insicurezza.


Almeno all’inizio è possibile che la concentrazione degli ebrei, nel basso medioevo, in mellah (ghetti) urbane mirasse alla loro stessa protezione.15


Nei secoli XV e XVI gli ebrei dell’Islam ottomano erano prosperi in confronto ai correligionari europei. Ma nei secoli seguenti, con l’ascesa delle potenze europee e l’indebolirsi dell’impero turco, la tolleranza in quest’ultimo diminuì e la posizione degli israeliti diventò sempre più umile e precaria. Un viaggiatore occidentale parlò degli ebrei come «della… più misera delle comunità turche di non credenti… la loro pusillanimità è così eccessiva, che fuggono davanti alla mano alzata di un bambino… una dimostrazione quantomai eloquente degli effetti dell’oppressione».16


Una misura e un simbolo della condizione degradata degli ebrei era la diffusa abitudine – una vera e propria consuetudine in certe zone, come lo Yemen e il Marocco – di prendere a sassate gli ebrei da parte dei bambini musulmani.17 Un viaggiatore occidentale del XIX secolo ha scritto in proposito: «Ho visto un bambinetto sui sei anni, a capo di una banda di grassocci compari di tre o quattr’anni ancora incerti sulle gambe, insegnar loro a tirar sassi agli ebrei; uno di quei teppistelli addirittura si avvicinò a un adulto, e con assoluta freddezza sputò – alla lettera – sul suo ebraico gabardine. In simili casi l’israelita è costretto a sottostare; la sua vita vale troppo poco perché possa reagire a un maomettano».18


Negli ultimi decenni dell’impero, un’ondata di accuse infamanti si abbatté sugli ebrei. Il caso più famoso si ebbe a Damasco nel 1840: un cappuccino di origine sarda scomparve, insieme al suo servitore musulmano. La comunità cristiana della città, istigata dal console francese conte Ratti-Menton, accusò gli ebrei di aver ucciso il monaco e aver usato il suo sangue a scopo rituale. Il governatore Sharif Pascià fece arrestare e torturare sette anziani della comunità ebraica; due morirono, uno si convertì per salvarsi la vita. Furono imprigionati 63 bambini e distrutte alcune case, durante la ricerca dei corpi dei due scomparsi. Passarono sei mesi prima che pressioni britanniche sulle autorità turche, e in particolare sul governatore nominale ottomano d’Egitto, Muhammad ‘Alì Pascià, ch’era semindipendente da Costantinopoli, conducessero al rilascio dei restanti prigionieri. Poco dopo Costantinopoli riprese il pieno controllo della Siria e della Palestina (non, però, dell’Egitto), e la Sublime Porta emise un editto ribadendo la propria protezione degli ebrei e denunciando la falsità delle accuse sui riti di sangue.19 Ciò nonostante, analoghe calunnie continuarono a circolare nell’impero per decenni.


Ci fu senza dubbio, nell’impero turco, un incremento dell’antisemitismo cristiano – veicolato da diplomatici, commercianti e religiosi – durante la seconda metà del secolo XIX. Partendo dagli ambienti arabo-cristiani, esso contagiò anche una parte degli arabo-musulmani che vivevano a contatto coi primi. Non era solo un problema ideologico: man mano che si emancipavano come i compatrioti dhimmi cristiani, gli ebrei diventavano, o si temeva che diventassero, concorrenti dei professionisti e mercanti cristiani. Un antisemitismo di tipo europeo raggiunse il Levante. Traduzioni arabe della letteratura antisemita proliferata in Francia nel clima dell’affare Dreyfus comparvero dopo qualche tempo in Siria, Libano ed Egitto. Un’edizione araba dei Protocolli dei savi di Sion, per esempio, fu pubblicata al Cairo nel 1927.


Comunque, nonostante la perdurante discriminazione e gli occasionali atti di violenza, da parte della burocrazia ottomana come da parte dei musulmani, singoli o in gruppo, il XIX secolo vide un complessivo miglioramento dello status degli ebrei. Sia l’impero sia gli Stati musulmani alla sua periferia risentivano dei venti di emancipazione e uguaglianza che spiravano dall’Europa.


La penetrazione degli influssi occidentali nei territori ottomani seguì anche una via più diretta. I consolati della Gran Bretagna, della Prussia e della Francia entrarono in funzione rispettivamente nel 1839, 1842 e 1843.20 A poco a poco le grandi potenze europee presero sotto la propria protezione i cristiani dell’impero e, in seguito, un notevole numero di ebrei. Molti ebrei finirono con l’avere un passaporto europeo. Grazie a una serie di trattati bilaterali con la Sublime Porta noti come «capitolazioni», le potenze europee ottennero diritti extraterritoriali entro l’impero, soprattutto in Palestina. Per esempio, persone residenti o in visita con nazionalità europea sospettate di un reato non potevano essere trattenute né processate dalle autorità ottomane senza l’esplicita autorizzazione del console del loro paese, il quale non l’accordava quasi mai.


Un cambiamento formale dello status dei dhimmi avvenne poco più tardi. Nel febbraio 1856 la Sublime Porta promulgò il firman (decreto) riformatore del Khatt-i Humayun,21 in base al quale tutti i sudditi ottomani erano uguali indipendentemente dal credo religioso, ed erano abolite le precedenti discriminazioni. Quasi due decenni prima, nel 1839, un altro firman (il Khatt-i Sherif) si era ispirato all’ugualitarismo della dichiarazione francese dei Diritti dell’Uomo, ma era rimasto pressoché inapplicato in tutte le province, soprattutto a causa dell’opposizione musulmana. Resistenze analoghe all’emancipazione degli ebrei, soprattutto da parte cristiana, accolsero il firman del 1856, ma questa volta la posizione dei dhimmi migliorò sostanzialmente, almeno in campo giuridico e riguardo alle autorizzazioni governative.


Ciò nonostante, i dhimmi restarono di fatto cittadini di seconda categoria fino al collasso dell’impero, alla fine della Prima guerra mondiale. Nel quadro della reazione alla crescente influenza europea, le autorità ottomane – in un tentativo di «islamizzazione» – trasferirono decine di migliaia di musulmani dalla periferia settentrionale e balcanica dell’impero (Buchara, Caucaso, Albania e Bosnia) al suo nucleo levantino, Libano, Siria e Palestina compresi. Questo accrebbe la percentuale di musulmani nella popolazione del nucleo, e forse anche la sua «coscienza» islamica.22 La storia e la tradizione dell’atteggiamento e dei comportamenti musulmani verso gli ebrei avrebbe influenzato profondamente l’evoluzione delle relazioni turco-sioniste e arabo-sioniste in Palestina. Lo stereotipo dell’ebreo sottomesso e privo d’iniziativa fu una delle cause sia della debole e irrisoluta risposta di turchi e arabi all’incipiente «invasione» sionista (perché preoccuparsene, se gli ebrei erano dei pusillanimi?), sia delle episodiche reazioni violente, dai vandalismi agli assassinii (gli ebrei erano dei piantagrane invisi a Dio stesso; perciò non si era tenuti a rispettare i loro beni né, al limite, la loro vita). Questa concezione degli israeliti come spregevoli e incapaci avrebbe alimentato odio e risentimento per molti decenni, e reso ancor meno sopportabili le frustrazioni che nel xx secolo essi avrebbero inflitto agli arabi del Levante; le più gravi toccarono agli arabi di Palestina, trasformati a poco a poco in minoranza impotente nel loro stesso paese. Ma tali frustrazioni sarebbero apparse intollerabili anche al mondo musulmano nel suo insieme; l’inerzia araba era quindi destinata a finire.


L’atteggiamento dei musulmani influenzò in una certa misura gli stessi coloni ebrei in Palestina. Almeno nei primi decenni del sionismo, esso contribuì a eccessi di autoaffermazione, talvolta arrivando fino alla prepotenza, che rappresentarono anche una forma di negazione dell’antica e umiliante immagine degli ebrei. Più tardi il disprezzo musulmano, sempre manifestato dagli Stati arabi nei confronti delle minoranze ebree, si ritorse contro gli arabi quando quelle minoranze emigrarono in Palestina, e ancor più copiosamente in Israele, portando con sé sentimenti di irriducibile ostilità verso gli arabi in generale.


L’ascesa del sionismo

IL SIONISMO – IL MOVIMENTO MIRANTE a riportare gli ebrei in Erez Yisrael e a conferire loro la sovranità sul paese – affondava le radici in antichi aneliti millenaristici della tradizione religiosa ebraica, nonché nella fioritura di ideologie nazionaliste tipica dell’Europa dell’Ottocento. Il suo emergere come forza politica di massa fu d’altra parte innescato dalle esplosioni di antisemitismo che in queste ideologie trovarono un terreno fertile. Il medio e tardo XIX secolo videro la rapida secolarizzazione del millenarismo sionista in una popolazione ebraica anch’essa sempre più secolarizzata.


Il ritorno a Sion era inteso come un atto sociale e politico che avrebbe messo fine all’innaturale condizione di minoranza oppressa degli ebrei della Diaspora. Ma fin dalle prime fasi dell’esilio, all’inizio del primo millennio d.C., l’idea, o visione, del ritorno alla terra dei padri si era mescolata nella mentalità ebraica a un tema cosmico-messianico di redenzione e salvezza collettive. Il fervore religioso accumulatosi per secoli in quest’idea si tramutò nei decenni dell’impresa sionista in energia politica capace di superare ogni ostacolo, e di far sorgere uno Stato dove, stando al freddo ragionamento, nessuna stabile realtà politica ebraica avrebbe mai potuto affermarsi. Nessuna comprensione del comportamento degli israeliti in Palestina, o del conflitto arabo-sionista, potrà mai prescindere dalle radici messianiche, ma anche dal retroterra e dalle energie tipicamente europee, dai quali il sionismo prese le mosse.


Nel sionismo l’ideologia precedette ampiamente la realtà. I suoi antesignani presero la parola quasi una generazione prima dell’inizio dei pogrom in Europa orientale, che avviarono il movimento vero e proprio. Ma non parlavano a vuoto, né ispirati da mere fantasticherie. La realtà quotidiana degli ebrei – quando nel mondo la maggior parte di loro viveva nella Russia europea nella cosiddetta «Regione degli insediamenti», tra Memel (oggi Klaipeda, porto lituano sul Baltico) a settentrione, e la Crimea a meridione – era una realtà di discriminazioni e continua insicurezza, interrotta da gravi episodi di sopruso e violenza. Lo storico Elie Kedourie parlò una volta della «profonda oltraggiosità della vita della Diaspora». Le libertà fondamentali – viaggiare, scegliere dove risiedere, che mestiere fare e quale religione professare, esprimersi nella lingua dei progenitori – erano conculcate e soggette a ogni sorta d’ingerenze statali. Le discriminazioni – compresa la proibizione di possedere terreni – impedivano a gran parte degli ebrei della «Regione degli insediamenti» di sfuggire all’indigenza ed elevarsi socialmente. A metà del secolo XIX gli ebrei furono assoggettati a un brutale obbligo di leva venticinquennale, che a volte comportava il quasi rapimento di bambini di 12 anni o addirittura di nove, oltre al tentativo di convertirli al cristianesimo in speciali collegi militari. Perfino una commissione governativa russa definì nel 1888 la condizione degli ebrei come contraddistinta da «repressione, emarginazione politica, discriminazione e persecuzione».23 L’impulso sionista nacque in questo clima.


I tre fondatori-profeti del sionismo politico, rabbi Yehuda Alkalai (1798-1878), rabbi Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874), e Moshes Hess (1812-1875), precedettero di un’intera generazione l’effettivo emergere del movimento di massa, e le loro opere visionarie ebbero una risonanza modesta nel loro ambiente. Furono necessari, alla fine dell’Ottocento, i traumi successivi dei pogrom russi del 1881-84 e dell’affare Dreyfus in Francia per preparare il terreno alla diffusione del sionismo.


Alkalai, Kalischer e Hess furono tutti influenzati sia dalla triste situazione degli ebrei sia dal risveglio nazionalista in molte regioni europee. Entrambi i rabbini, Alkalai in Serbia e Kalischer in Polonia, videro il ritorno alla Terra d’Israele come una tappa necessaria del riscatto del popolo ebraico. Hess, d’altra parte, fu un moderno pensatore socialista e un collaboratore di Karl Marx, prima del suo drammatico ritorno nelle file israelite negli anni ’50 dell’Ottocento e della pubblicazione, nel 1862, della sua più importante opera sionista: Roma e Gerusalemme: l’ultima questione nazionale. Egli presentì che il sorgere dell’antisemitismo moderno avrebbe impedito agli ebrei di inserirsi pienamente nelle contemporanee società cristiane, e che il Medio Oriente stava per essere sconvolto da un’ondata di movimenti di liberazione nazionale in conflitto con l’impero ottomano. Nella sua visione uno Stato ebraico nel cuore del Medio Oriente avrebbe favorito gli interessi imperiali europei, e nel contempo contribuito a diffondere la civiltà occidentale nell’arretrato Levante.


Alkalai, Kalischer e Hess erano morti quando il movimento sionista cominciò a fare proseliti. Il 13 marzo 1881 un manipolo di giovani rivoluzionari russi assassinò lo zar Alessandro II, inaugurando un periodo di torbidi. Gli antisemiti diffusero la voce che gli assassini fossero ebrei (in realtà, solo uno di loro lo era). Un’ondata di pogrom spazzò l’impero, specialmente in Ucraina, dove folle inferocite assalirono i quartieri ebraici dandosi al saccheggio e aggredendo gli abitanti, molti dei quali furono picchiati, stuprati o uccisi. Mosheh Leib Lilienblum (1843-1910) che sarebbe diventato uno dei principali ideologi sionisti, passò il maggio 1881 insieme alla famiglia in una cantina di Odessa. Gli appunti del suo diario possono dare un’idea del terrore che allora si diffuse tra milioni di ebrei della «Regione degli insediamenti»:


5 maggio: «La situazione è spaventosa, terribile! Siamo letteralmente sotto assedio. I cortili sono sbarrati, e spiamo dalle fessure per vedere se la folla prepara altri assalti… Dormiamo vestiti, senza lenzuola né coperte… per poter andar via subito coi più piccoli, se dovessero ancora aggredirci. Ma ci lascerebbero andar via? Avrebbero compassione almeno dei bambini? O Dio d’Israele, quanto durerà?».


7 maggio: «I rivoltosi si sono avvicinati alla casa in cui ci nascondiamo. Gridando e piangendo, le donne si sono strette al petto i bambini, non sapendo più cosa fare. Anche gli uomini erano come imbambolati, storditi. Ecco, abbiamo pensato, ancora un momento e per tutti noi sarà la fine».24


Ma Lilienblum fu fortunato: a Odessa l’intervento delle truppe riportò l’ordine e impedì ulteriori violenze.


I pogrom furono seguiti da una serie di leggi e decreti che istituzionalizzarono la discriminazione degli ebrei, dal numerus clausus che ostacolava il loro accesso alle scuole superiori, alle università e alle professioni, alle norme che limitavano la loro libertà di movimento e di residenza. Nel 1891-92 circa ventimila ebrei furono espulsi da Mosca. L’effetto cumulativo dei vandalismi e della legislazione discriminatoria fu l’ulteriore impoverimento delle comunità ebraiche nell’impero zarista, già prima in condizioni men che floride.25


Gran parte degli israeliti, compresi i capi delle comunità cittadine (non c’erano, in Russia, organizzazioni ebraiche su scala nazionale), dapprima cercarono di rincuorarsi dicendosi che tutto si sarebbe acquietato. Il pogrom era un’aberrazione passeggera; la piena emancipazione sarebbe arrivata nonostante tutto. D’altra parte diversi ebrei istruiti, che avevano guardato con speranza alla lenta penetrazione in Russia delle idee occidentali e creduto in una graduale liberalizzazione del regime zarista, diventarono pessimisti. A loro avviso la situazione era destinata, semmai, a peggiorare. C’erano infine gli ebrei che si erano avvicinati ai movimenti rivoluzionari, pensando che la caduta del sempre più impopolare ancien régime avrebbe portato con sé la vera emancipazione. Gli eventi del 1881-82 furono una doccia fredda tanto per i liberali quanto per i rivoluzionari.


Non dimostravano forse che la soluzione andava cercata altrove? Gli ebrei che avevano puntato sull’assimilazione, convinti che l’Occidente e la modernità fossero la via maestra verso la piena uguaglianza e integrazione, dovettero infine riconoscere che la storia non procedeva necessariamente in quel senso e che l’avanzata del moderno nazionalismo riportava, o rischiava di riportare, interi Stati nelle oscure foreste del tribalismo e della reazione, nonché del risorgente antisemitismo.


All’indomani dei pogrom Leo Pinsker (1821-1891), medico, ebreo e rispettabile suddito dello zar, pubblicò un libro destinato alla celebrità: Autoemancipazione: un avvertimento alla sua gente da parte di un ebreo russo (uscito anonimo in Germania nel settembre 1882). Pinsker era stato un assimilazionista moderato, e aveva considerato il diffondersi del russo tra gli israeliti un mezzo di «russificazione» e graduale integrazione sociale. Poi erano venuti i pogrom. Profondamente scosso, l’autore non consigliava in fondo niente di meno che l’emigrazione en masse. A suo avviso, nella Diaspora gli ebrei erano, e sarebbero rimasti, degli stranieri mai graditi e spesso osteggiati. Dovevano quindi lasciare l’Europa e muovere verso una «Terra promessa»: era l’unica strada verso il riscatto personale e la rinascita nazionale. Pinsker era spinto soprattutto da un forte senso di vergogna. I pogrom avevano messo a nudo l’impotenza degli ebrei, la natura umiliante della loro situazione. «Insultati, derubati, malmenati e disonorati non osiamo difenderci, e quel ch’è peggio, tutto questo è accettato quasi come naturale… Potete dimostrare il vostro patriottismo mille volte… [Lo stesso] un bel mattino scoprirete di esserne considerati stranieri, e una folla inferocita vi ricorderà che alla fine non siete altro che dei vagabondi e dei parassiti, ai quali la legge non estende la sua protezione.»26


Gli ebrei, «[ospiti] ovunque, padroni di casa in nessun luogo», nella Diaspora sarebbero sempre stati esposti a un «disturbo mentale… per cui non c’è terapia»: l’antisemitismo. Secondo Pinsker, l’avversione per gli ebrei non era un irrazionale residuo del medioevo cristiano; era sempre esistito e sempre sarebbe esistito, nella misura in cui la stessa situazione degli ebrei era anormale e innaturale: senza un territorio, essi erano in certo modo senza sostanza «come [persone] prive di ombra», fantasmi in cui gli altri avrebbero sempre trovato qualcosa di inquietante e ripugnante. Nel mondo moderno quest’avversione istintiva era ricapitolata dalla paura che il popolo del ghetto si riversasse all’esterno, minacciando lo status economico e professionale dei cristiani.


Ne discendeva che gli ebrei non potevano salvarsi individualmente, ma collettivamente. Nient’altro poteva riscattarli – né i gentili né Dio stesso. La salvezza poteva venire solo dall’esodo e dalla riunione in una patria, da uno sforzo coordinato di volontà – appunto dall’«autoemancipazione», dalla rinascita della nazione, dal vivere sulla propria terra e nel proprio paese. La terra andava comprata e colonizzata a poco a poco; alla fine gli ebrei avrebbero ottenuto lo status di nazione, riconosciuto dai gentili. Solo così essi avrebbero raggiunto l’eguaglianza coi gentili e l’indipendenza.


Pinsker non indicò la Palestina come luogo indispensabile, o preferibile, per quell’impresa. Si direbbe anzi che la considerasse non adatta alla colonizzazione. Pensava semmai, in modo piuttosto vago, a qualche porzione del Nord America che potesse trasformarsi in un focolare nazionale ebraico.


Chibbat Zion e i biluim

I POGROM EBBERO UN EFFETTO DRAMMATICO, decisivo, sugli ebrei dell’Europa orientale, prima ancora che Pinsker spiegasse il loro profondo significato storico e proponesse una soluzione. Molti, prima come un rivoletto, poi come un fiume, reagirono malamente. Senza organizzazione, senza direttive, gli ebrei della «Regione degli insediamenti» cominciarono a emigrare. Fu una risposta istintiva, di singoli e piccoli gruppi, non solo all’oppressione e alle violenze passate, ma a quelle che ci si aspettava in futuro. Una risposta organizzata e collettiva non ci fu, né c’era modo di prepararla. Ma molti, se non tutti, sembrarono comprendere quel che la storia mandava loro a dire: per gli ebrei, vivere in Russia non era più possibile.


Gli ebrei russi si volsero in primo luogo verso gli Stati Uniti. Entro il 1914, gli emigranti verso quella meta raggiunsero i due milioni e mezzo. Decine di migliaia emigrarono in Sud America e nei dominions britannici – soprattutto in Canada, in Sud Africa e in Australia. Altre centinaia di migliaia si trasferirono nelle città grandi e piccole dell’Europa centrale e occidentale. Un numero infinitamente minore, più o meno simultaneamente e, all’inizio, senza coordinamento, reagì dando vita, nelle città e paesi della Polonia e della «Regione degli insediamenti», alle società clandestine degli Chovevei Zion (Coloro che amano Sion), per emigrare in Palestina o sostenere quanti intendevano farlo. Solo un’infima minoranza degli ebrei dell’Europa orientale aderì al sionismo, e di questi solo una frazione partì davvero per la Palestina; tale situazione doveva protrarsi per vari decenni. Le dozzine di gruppi di Chovevei Zion si confederarono lassamente in quello che nel 1887 fu definito «movimento Chibbat Zion» (Amore per Sion). L’’Autoemancipazione fu per gli aderenti a Chibbat Zion una sorta di manifesto ideologico. Pinsker stesso fu rapidamente sospinto al vertice del movimento. Quest’ultimo, peraltro, non era affatto unanime. Quasi tutti i leader locali erano contrari all’immediato trasferimento in Palestina, e pochi tra gli ebrei facoltosi erano disposti a finanziare quella che consideravano una folle avventura. I fondi raccolti da Chibbat Zion per la colonizzazione della Palestina furono praticamente insignificanti. Solo da 10.000 a 30.000 ebrei entrarono nelle sue associazioni, e tutti insieme raccolsero circa 50.000 rubli (circa 5.000 sterline) all’anno – una somma bastante, al più, all’insediamento in Palestina di una quindicina di famiglie. Ma invece di fornire tutto il necessario all’esodo a, poniamo, una dozzina di nuclei familiari, le associazioni preferirono servire una specie di pronto soccorso finanziario per quanti si erano stabiliti nella regione negli ultimi due decenni dell’Ottocento, aiutandoli ora a comprare una vacca, ora a riparare un tetto, ora ad acquistare un piccolo appezzamento. Tra il 1883 e il 1889 le associazioni Chibbat Zion – alcune centinaia, tra «Regione degli insediamenti», Polonia ed Europa occidentale – riuscirono a raccogliere circa 87.000 sterline; per avere un’idea della modestia della somma rispetto alle necessità, si pensi che nello stesso periodo il magnate francese barone Edmond James de Rothschild (1845-1934) donò a iniziative e società di beneficenza sioniste un totale di 1,6 milioni di sterline.27


Una delle associazioni di Chibbat Zion, fondata da studenti di San Pietroburgo, proclamava che «qualunque figlio d’Israele che riconosca non esserci salvezza per Israele, a meno ch’esso crei un suo governo nella Terra d’Israele, può essere accettato [nell’associazione]». Un gruppo di Kharkov chiamato Bilu (iniziali di Bet Ya‘akov Lekw ve-Nelkah: «Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo», Is 2,5), destinato a esercitare una grande influenza sull’impresa sionista nel mezzo secolo successivo, affermava nel suo programma: «[gli ebrei] hanno dormito, immersi nel sogno menzognero dell’assimilazione… Ora, grazie a Dio, si sono svegliati… I pogrom vi hanno destati… Vogliamo… una dimora nel paese che ci appartiene… perché registrato come nostro negli archivi della storia…». Il programma suggeriva anche in modo generico che i coloni ebrei avrebbero potuto «aiutare il fratello Ismaele (gli arabi) in caso di necessità», aggiungendo che i biluim intendevano fondare in Palestina «uno Stato nell’ambito del più ampio Stato ottomano». Un successivo statuto dell’associazione, del 1884, menzionava la necessità per tutti i maschi aderenti al Bilu di apprendere l’uso delle armi da fuoco («indispensabili a chi vive nel Levante»).28 Quattordici biluim si misero in viaggio il 30 giugno 1882, decisi a raggiungere l’«autoriscatto» e la rinascita nazionale con l’emigrazione nella Terra d’Israele e il duro lavoro. Anche se solo 50-60 biluim raggiunsero la Palestina entro la fine del 1884, la loro importanza consisté nel fare da avanguardia. Di più: essi fecero sì che nel cuore del sionismo s’installasse quella che uno storico ha chiamato «la mistica del pioniere».29 Nel luglio 1882 i primi coloni cominciarono a lavorare il suolo palestinese da semplici braccianti. Nel 1884 fondarono il primo insediamento: Gedera, presso il villaggio arabo di Qatra (spesso gli insediamenti sionisti presero il nome da un’approssimazione di un toponimo arabo, così come molti toponimi arabi derivavano da precedenti nomi geografici biblico-ebraici).


Gruppi di Chovevei Zion cominciarono ad arrivare in Palestina e a colonizzarla nella primavera del 1882. Quell’anno il loro movimento fondò alcuni insediamenti agricoli, compreso Rishon le-Zion, Rosh Pinah e Zikkaron Ya‘aqov; fu inoltre ricostruito Petach Tikvah, costruito da ebrei gerosolimitani che l’avevano poi abbandonato. Una seconda ondata di insediamenti si ebbe nel 1890. Nel 1891 gli otto insediamenti «Nuovo yishuv» avevano una popolazione complessiva non superiore alle 2500 persone.30 L’attività degli Chovevei Zion fu soprannominata «sionismo pratico», nel senso di tentativo di perseguire l’ideale sionista concretamente, giorno per giorno e dunam per dunam,31 piuttosto che sul piano teorico o politico-diplomatico.


I pionieri dovettero dar prova di coraggio ed energia, e affrontare momenti di grave sconforto. Uno degli ‘olim («quelli che salgono», gli emigranti ebrei in Palestina) nel 1885 così descrisse le disavventure dei coloni:


Niente li spaventava, niente li fermava, né l’aridità del paese né la selvatichezza degli arabi… né la propria ignoranza della lingua e degli usi locali. Nessuno sa quanti ostacoli, malattie e sofferenze hanno dovuto sopportare. Chi ha osservato le cose da lontano non può sapere cosa significa restare senza una goccia d’acqua per giorni, coricarsi per mesi in misere tende visitate da ogni sorta di rettili, o cosa rischiassero le nostre spose, le nostre madri e i nostri figli ogni volta che gli arabi ci attaccavano… Guardando un palazzo ultimato non si vedono i sacrifici di quelli che l’hanno costruito.32


Complessivamente, tra il 1881 e il 1903, il movimento riuscì a inviare a Sion, nella cosiddetta prima ‘aliyah («salita», o ondata di emigrazione in Palestina) da 20.000 a 30.000 persone a seconda delle stime, molte delle quali alla fine tornarono in Russia o proseguirono verso occidente. Gli insediamenti creati furono circa due dozzine e con l’aiuto di importanti filantropi ebrei occidentali si poterono acquistare, fino al 1890, circa 100.000 dunam di terra palestinese, che diventarono 200.000 nel 1900.33


Molti insediamenti furono ben presto in difficoltà sul piano finanziario. Per loro fortuna il barone Rothschild, un sionista convinto, fu persuaso a venir loro in aiuto; egli fornì il necessario sostegno economico a tutti i nuovi insediamenti creati negli ultimi due decenni dell’Ottocento (Gedera esclusa) finché furono autosufficienti o in grado di accedere ad altre fonti di capitale.


Tuttavia, anche se diedero inizio al trasferimento in Palestina gli Chovevei Zion non riuscirono a «mobilitare» una frazione significativa degli ebrei della Diaspora, o almeno degli ebrei dell’Europa orientale; tanto meno a sospingerli in massa verso le coste della Terra d’Israele. A metà degli anni ’90 le molte associazioni di Chibbat Zion erano in declino. La maggior parte finì con l’aderire all’Organizzazione sionista fondata da Theodor Herzl verso la fine del decennio.


Il sionismo politico (o diplomatico)

ALL’INIZIO DEGLI ANNI ’90 dell’Ottocento il sionismo era un’ideologia in attesa di un leader. Fondare una manciata d’insediamenti in remoti angoli di Palestina poteva essere nobile e romantico; ma avrebbe innescato l’emigrazione in massa, e gettato le basi di uno Stato nazionale? E soprattutto, avrebbe risolto la «questione ebraica» in Europa?


In realtà, il sionismo in quanto movimento politico e attore sulla scena internazionale fu inventato da Theodor Herzl (1860-1904).34 Da molti punti di vista, Herzl sarebbe parso inadatto al ruolo che la storia gli affidò. Prima d’indossare i panni del liberatore, sapeva poco o niente della vita e delle tribolazioni degli ebrei dell’Europa orientale. Membro di una emancipata e benestante famiglia di Budapest, parlava con naturalezza il tedesco e il francese mentre ignorava l’ebraico, l’yiddish e il russo. Herzl era un intellettuale laico e cosmopolita, dottore in legge e drammaturgo minore. La sua attività principale era quella di corrispondente da Parigi di un noto quotidiano austriaco, la «Neue Freie Presse». Eppure proprio a quest’uomo di mentalità moderna e occidentale molti israeliti dell’Europa orientale, credenti e tradizionalisti, avrebbero affidato il loro destino.


La conversione di Herzl al sionismo fu catalizzata dall’affare Dreyfus. Com’è noto nel 1894-95 Alfred Dreyfus, ebreo e ufficiale dell’esercito francese, fu erroneamente giudicato colpevole di spionaggio per conto della Germania, e condannato ai lavori forzati a vita nell’Isola del Diavolo. La sentenza sollevò in Francia, culla e bastione europeo della democrazia e dei diritti individuali, feroci polemiche e un’ondata di antisemitismo. Da quel momento la necessità di risolvere la questione ebraica diventò quasi un’ossessione per Herzl, che giunse a trastullarsi con l’idea di essere il Messia e a contrapporsi – nelle pagine del suo diario – a Shabbatay Zevi, il falso messia del XVII secolo.35 Egli riassunse il suo punto di vista in un pamphlet profetico-programmatico di 30.000 parole: Der Judenstaat (Lo Stato ebraico), pubblicato nel 1896 col sottotitolo Un moderno tentativo di soluzione della questione ebraica. Se la Francia – la patria dell’emancipazione, del progresso e del socialismo universalista – poteva essere investita dalla bufera antisemita, e Parigi essere percorsa da folle che urlavano «À mort les Juifs», dove avrebbero mai potuto sentirsi sicuri gli ebrei, se non in un paese che appartenesse a loro? L’assimilazione non avrebbe risolto il problema perché i gentili non l’avrebbero permessa, come l’affare Dreyfus aveva chiaramente dimostrato. Esso rappresentò uno spartiacque per molti ebrei dell’Europa occidentale e centrale, come i pogrom del 1881-82 lo erano stati per gli ebrei dell’Europa orientale.


Herzl considerava inevitabile il trionfo del sionismo, non solo perché la vita nel Vecchio continente stava diventando impossibile per molti israeliti, ma anche perché liberarsi di questi ultimi, e con loro dell’antisemitismo, faceva comodo agli stessi europei: alla fine, il potere politico europeo si sarebbe lasciato persuadere ad appoggiare il sionismo. In breve, Herzl si convinse che lo stesso antisemitismo poteva essere messo al servizio del suo progetto.


Un’altra sua convinzione era che il ritorno in Palestina e la fondazione di uno Stato avrebbe fatto nascere un «nuovo ebreo» – «un nuovo, stupefacente genere d’israelita… Risorgeranno i Maccabei».36 In effetti, una delle principali aspirazioni dell’ideologia sionista era che gli ebrei recuperassero l’onore e il rispetto, scrollandosi di dosso la vergogna e il disprezzo ch’erano stati i marchi della Diaspora, specialmente nell’impero zarista. A sua volta, ciò richiedeva che l’ebreo del vecchio tipo si trasformasse, acquistando alcune caratteristiche dei gentili: la fermezza, la fierezza, perfino l’aggressività. L’«ebraismo muscoloso», per usare un’espressione di Max Nordau (1849-1923), in seguito vice di Herzl al vertice del movimento sionista, diventò mezzo e fine a un tempo. Gli ebrei, con «muscoli intellettuali» ben sviluppati ma sovente gracili e di bassa statura, dovevano rinforzarsi fisicamente. In Europa centrale e orientale le comunità cominciarono a investire risorse nelle attrezzature sportive. A Berlino, nel 1900, un gruppo d’israeliti fondò l’associazione sportiva «Bar Kochba», dal nome del capo della seconda rivolta contro Roma del 132-35 d.C.37 Il tema del «nuovo ebreo» duro ed energico avrebbe riecheggiato nella letteratura sionista di fine secolo, influenzando l’atteggiamento dei coloni che raggiunsero la Terra Promessa.


In pubblico Herzl non parlò mai esplicitamente della sorte della popolazione palestinese indigena di etnia araba, ma era consapevole della sua esistenza e del problema che rappresentava per il suo progetto. Nel 1899 scrisse al notabile arabo Yusuf Zya al-Khalidi, di Gerusalemme, che gli arabi di Palestina non correvano il rischio di essere spodestati dai sionisti; al contrario l’arrivo di questi ultimi – preparati, laboriosi e capaci di attirare finanziamenti – avrebbe comportato benefici anche per loro.38 La stessa concezione traspare dal suo racconto Altneuland (L’antica e nuova terra), pubblicato nel 1902 e ambientato in una immaginaria Palestina del 1923. Nel racconto gli ebrei portano agli indigeni solo progresso e prosperità, gettando le basi per l’amicizia e la collaborazione dei due popoli. In quest’ottica, gli arabi sarebbero stati cittadini di pari dignità all’interno di un commonwealth ebraico. E nel 1903 Herzl si oppose ripetutamente all’acquisto dei terreni di Fula, nella valle di Yezreel, dalla famiglia Sursuq di Beirut, sostenendo che «I poveri contadini arabi [affittuari] non debbono esser cacciati dai loro campi».39


Tuttavia, in privato Herzl si esprimeva in tutt’altri termini: alla fine molti arabi avrebbero dovuto andarsene, sia pure venendo pienamente risarciti. Nel 1895, egli scriveva nel suo diario: «Dobbiamo espropriare con gentilezza… Indurre chi è privo di mezzi a passare la frontiera procurandogli un impiego nei paesi limitrofi, evitando nel contempo di dargliene nel nostro… Tanto l’esproprio quanto il trasferimento dei privi di mezzi devono essere compiuti con prudenza e discrezione».40


Nel 1901, in una bozza di statuto per una «società ebraico-ottomana di gestione del territorio», Herzl propose che lo Stato avesse l’autorità di spostare la popolazione locale da un luogo a un altro. Ma non parlò mai apertamente della necessità di trasferire gli arabi palestinesi per far posto ai sionisti. Da buon liberale, immaginava che gli arabi benestanti avrebbero appoggiato lo Stato ebraico, e avrebbero continuato a vivere in Palestina sotto una legislazione di esemplare tolleranza.41


Per trasformare un sogno in realtà occorrono i capitali. Perciò, prima ancora di creare un’organizzazione Herzl s’indaffarò a cercare dei finanziatori. A metà del 1895 tentò di guadagnare alla causa dello Stato ebraico uno dei più importanti banchieri ebrei, il barone Maurice de Hirsch; poi si rivolse ai Rothschild. Fallì con entrambi, come con quasi tutti i capi delle principali comunità ebraiche dell’Europa occidentale – nonostante uno dei Rothschild si prodigasse, nel medesimo tempo, per la fondazione di alcuni insediamenti in Palestina. Forse il barone Rothschild temeva che il diffondersi di un combattivo movimento nazionalista ebraico avrebbe nuociuto alla posizione degli ebrei in Francia; a Herzl, tuttavia, egli motivò diversamente le sue scelte, adducendo un motivo strettamente «palestinese»: «Un’emigrazione in massa di ebrei desterebbe l’aggressività dei beduini, la diffidenza delle autorità turche, la rivalità delle colonie e dei pellegrini cristiani, e significherebbe senz’altro la fine per gli insediamenti già costruiti».42


I capi delle comunità britanniche e francesi temevano che rendendo pubbliche le aspirazioni nazionaliste degli israeliti, Herzl avrebbe minato il prestigio delle loro comunità, e aggravato l’ostilità ottomana verso l’impresa sionista su piccola scala già operante in Palestina. Almeno all’inizio, anche i simpatizzanti e i capi degli Chovevei Zion assunsero in Europa orientale un atteggiamento assai guardingo verso il teorico dello Stato ebraico. Alzare il volume della propaganda sionista poteva essere controproducente; inoltre Herzl si comportava, se non come un avversario, come un altezzoso nuovo arrivato, e sembrava non dare alcuna importanza a quello che gli Chovevei Zion avevano già realizzato in Palestina. Egli rifiutava la loro strategia dei piccoli passi, e sembrava destinato ad assumere la guida del sionismo internazionale scalzandone i capi degli Chovevei.


Tuttavia, alla fine le associazioni dell’«Amore per Sion» si convinsero che non c’erano alternative credibili o programmi preferibili a quello di Herzl, né leader più convincenti del giornalista di Budapest. Benché riluttanti, stettero al gioco: a differenza degli esponenti delle comunità occidentali, influenti ebrei dell’Europa orientale accettarono di partecipare al primo Congresso sionista, il foro scelto da Herzl per lanciare il movimento verso i suoi ambiziosi obiettivi dopo l’insuccesso delle trattative coi magnati ebrei occidentali.


L’Organizzazione sionista, che doveva fungere da nocciolo e motore del movimento, fu fondata – come previsto dal copione di Herzl – al Congresso di Basilea, il 29 agosto 1897. Vi parteciparono da 200 a 250 delegati di 24 paesi, avendo un ruolo predominante i rappresentanti delle associazioni degli Chovevei Zion. Ci furono discorsi, dibattiti e polemiche, rabbia ed esultanza, prima che la definizione «casa» (o «dimora», Heimstätte) ebraica in Palestina fosse scelta quale obiettivo del sionismo. La formula finale scaturì da un aspro dibattito. Alla fine i delegati, sotto la guida di Herzl, decisero di evitare l’espressione «Stato ebraico» per non urtare la suscettibilità di turchi, russi e altri gentili.


Subito dopo il congresso, il 3 settembre 1897, egli scrisse nel diario: «Se dovessi riassumere in una frase il Congresso di Basilea… direi: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico… Forse entro cinque anni, senza dubbio entro cinquanta, questo fatto sarà evidente a chiunque».43 Non era lontano dalla verità: occorsero cinquantuno anni esatti perché il suo sogno si avverasse.


Molte idee su cui Herzl basò il suo «sionismo politico» e l’Organizzazione sionista si trovavano negli scritti di precursori semisconosciuti – in primo luogo Kalischer, Alkalai e Hess – più che nella mentalità e nella prassi degli Chovevei Zion. Come loro Herzl voleva creare una grande fondazione «filantropica», il «Fondo nazionale ebraico», per l’acquisto di terreni (che sarebbero poi passati allo Stato) e il trasferimento dei sionisti in Palestina; e come loro si proponeva di realizzare sia la creazione di insediamenti in Terra d’Israele, sia la nascita di un’entità statale ebraica tramite l’alleanza con una o più grandi potenze – Turchia e Germania in primo luogo – e una «Carta» con cui quelle potenze «dessero in uso» la Palestina agli ebrei. Era sua opinione che, essendo la realtà internazionale quella che era, solo in questo modo uno Stato ebraico avrebbe potuto vedere la luce. Uno Stato siffatto avrebbe potuto essere utile alle grandi potenze sia in quanto «avamposto della civiltà contro la barbarie», sia in quanto avrebbe risolto il problema della convivenza tra ebrei e gentili; nello stesso tempo avrebbe rappresentato un modo, utile a tutti, di far fruttare le energie (attuali e potenziali), la ricchezza e le risorse umane degli ebrei.


Il punto di vista di Herzl riecheggiò in alcune affermazioni di capi di Stato europei. Il Kaiser Guglielmo n scrisse nel 1898 che forse «la tribù di Sem si sarebbe dedicata [una volta presa la via del sionismo] a scopi più apprezzabili dello sfruttamento dei cristiani». Certo, gli ebrei avevano «ucciso il nostro Salvatore». Ma visto «il tremendo potere rappresentato dal capitale ebraico internazionale in tutta la sua pericolosità», non sarebbe stato un male se i semiti avessero guardato alla Germania come a un protettore del sionismo.44


Con l’immigrazione sporadica e senza l’appoggio delle grandi potenze gli ebrei non sarebbero mai riusciti a esercitare sulle autorità ottomane la pressione necessaria a dar vita a uno Stato. Le iniziative non autorizzate, che irritavano gli ottomani, potevano anzi rivelarsi controproducenti. «Cosa si conclude trapiantando qualche migliaio di ebrei in un altro paese? O non riusciranno ad ambientarsi oppure, se lo faranno, il loro benessere alimenterà l’antisemitismo… Non può che finir male», scrisse Herzl a questo riguardo45 – anche se approvò con scarso entusiasmo l’emigrazione in Palestina di quei sionisti ai quali il suolo russo bruciava sotto i piedi, e che non potevano permettersi il lusso di aspettare un accordo internazionale.


Con un seguito di persone né ricche né influenti, e fondi irrisori, Herzl cominciò a bussare alle porte di presidenti e re sollecitando appoggio per la sospirata «Carta». L’obiettivo iniziale e principale della sua offensiva diplomatica fu il potere che materialmente controllava la Palestina. Bisognava persuadere Costantinopoli che un’entità statale ebraica sarebbe stata utile anche a lei; che l’arrivo «del popolo ebreo, diligente e con grandi risorse finanziarie» sarebbe stato fonte di «enorme benessere» per l’impero, e che i «milioni destinati a riempire le tasche turche» avrebbero risanato il «malato d’Europa». Questi gli argomenti dei sionisti, secondo una colorita lettera del Kaiser Guglielmo II a un parente.46


In alternativa, se Costantinopoli non si fosse lasciata convincere a concedere la «Carta» agli ebrei, si sarebbe forse potuto indurre una o più potenze occidentali – la Germania, la Gran Bretagna – a premere sul recalcitrante sultano, o a porre il futuro Stato ebraico sotto la propria protezione. Questa sarebbe stata la strategia politico-diplomatica di Herzl nel decennio seguente, durante il quale egli incontrò, tra gli altri, il re d’Italia, papa Pio X, il Kaiser Guglielmo (due volte nel 1898) e il sultano dei turchi Abdülhamid II (nel 1901). Ma tutti i contatti, i viaggi, gli incontri avvenuti e quelli progettati coi potenti della terra non portarono a nulla: i turchi non mutarono atteggiamento. A Costantinopoli – che Herzl giunse a definire il «covo di Alì Babà e i quaranta ladroni» –47 egli incontrò solo ostilità, frustrazioni, rinvìi e bugie. Almeno all’inizio qualche incoraggiamento venne dal Kaiser. Ma Guglielmo, che voleva i turchi come alleati, era restio a qualunque iniziativa capace d’irritare la Sublime Porta. Né furono più fruttuosi i contatti col pontefice, con diversi francesi e con gli italiani.


Herzl rivolse allora l’attenzione alla Gran Bretagna: «La potente Gran Bretagna, la libera Gran Bretagna, Regina dei mari, capirà… i nostri sforzi». E in effetti alla fine fu Londra, nell’agosto 1903, a offrire qualcosa di concreto: un piccolo tratto di Africa orientale (la «proposta ugandese»), negando però nel contempo la porzione di penisola del Sinai intorno ad al-‘Arish nettamente preferita dai sionisti, per via dalla vicinanza alla Palestina.48 La proposta ugandese suscitò un serrato dibattito nel movimento, che finì col dividersi in due fazioni: una minoranza «territorialista», favorevole (tenendo anche conto dei nuovi pogrom verificatisi in Russia) a qualunque soluzione che permettesse agli ebrei di sottrarsi alle persecuzioni e fondare un’entità statale; e la maggioranza dei «sionisti di Sion», indisponibili a qualunque ipotesi diversa dalla Palestina. Decisiva fu la posizione dei «russi», che capitanati dal giovane Chaim Weizmann respinsero 1’«Uganda». Herzl, che dapprima tentennò e poi si schierò coi «sionisti di Sion», morì in piena controversia il 3 luglio 1904 e fu sepolto a Vienna. (Le sue spoglie furono simbolicamente risotterrate a Gerusalemme nell’agosto 1949, un anno dopo la fondazione dello Stato israeliano). Nel luglio 1905 il settimo Congresso sionista respinse ufficialmente la proposta ugandese, e molti territorialisti lasciarono il movimento. Da quel momento la Palestina, e solo la Palestina, fu l’obiettivo. Di lì a poco la proposta africana della Gran Bretagna fu ritirata per non ricomparire più.


Il movimento sionista, che crebbe rapidamente negli anni dopo Basilea, ricevette un forte impulso nel 1903-6 da una seconda ondata di pogrom russi, molto più gravi di quelli degli anni ’80 del secolo precedente. Essi furono anche un effetto collaterale del malessere legato alla rivoluzione del 1905, perché il regime zarista tentò di indebolire i rivoluzionari incanalando verso gli ebrei il malcontento popolare nei confronti della monarchia. Una scossa particolarmente violenta fu impartita dal tristemente noto pogrom di Kišinev, durante la Pasqua ebraica (19-20 aprile) del 1903, in cui 49 persone furono trucidate, centinaia furono ferite o mutilate e circa 1500 abitazioni e negozi di ebrei furono distrutti.49 Le persecuzioni s’intensificarono nel 1905, sullo sfondo della guerra russo-giapponese e delle accuse agli ebrei di fomentare la rivoluzione. Gli episodi più gravi – in parte organizzati da pubblici funzionari e dalla polizia segreta – si verificarono in novembre dopo la promessa dello zar di introdurre le libertà civili e un parlamento (o duma). Ci furono centinaia di pogrom in Ucraina, Polonia, Lituania, con circa 800 morti tra gli ebrei; nel più grave, a Odessa, 300 ebrei furono uccisi e migliaia feriti. (Una terza ondata di pogrom, nel 1917-21, contemporanea alla rivoluzione russa e alla guerra civile e fomentata per lo più dai «bianchi», costò almeno 60.000 vite.)


I pogrom del 1903-6 contribuirono molto alla seconda ‘aliyah, od ondata di emigrazione in Palestina. Il primo pogrom rappresentò una svolta: se fino a quel momento gli ebrei sembravano accogliere con fatalismo la possibilità di essere maltrattati e perfino uccisi, dopo Kišinev si ribellarono. Assassini, pestaggi, stupri e vandalismi non sarebbero più stati sopportati in silenzio. In una minoranza agguerrita e numericamente in crescita esplose una rabbia accumulatasi da decenni, per non dire da secoli. L’inerzia doveva far posto all’azione. Gli ebrei non si sarebbero più fidati delle promesse del sovrano, dell’aristocrazia locale e della polizia. Tutti quei poteri avevano dimostrato senza eccezione la loro ostilità o la loro indifferenza; impossibile continuare a far finta di nulla. Gli ebrei si sarebbero difesi da soli. Ormai non c’erano alternative, fuorché raccogliere la sfida e battersi per sé e per il proprio onore.


Il più efficace portavoce della rabbia ebraica, l’uomo che persuase l’intelligentjia della necessità di agire, fu il poeta Hayyim Nahman Bialik. Nel poema epico Nella città della strage egli descrisse Kišinev dopo il pogrom, l’indifferenza di Dio, gli ebrei avviati come pecore al macello. Con mesto sarcasmo, definì le vittime «discendenti dei Maccabei».


La nuova ondata di immigrazione in Palestina, più ancora della precedente, fu un’espressione di rivolta contro l’umiliazione e l’impotenza della vita nella Diaspora. Alcuni dei partecipanti alla seconda ’aliyah erano veterani dei gruppi di autodifesa formatisi in Russia all’indomani di Kišinev, e l’autodifesa sarebbe stata uno dei pilastri della loro ideologia in Palestina. Molti dei nuovi ‘olim tradussero all’istante le loro esperienze russe nell’idioma palestinese: gli arabi erano i nuovi gentili, i loro più o meno gravi atti di ostilità i nuovi pogrom, le loro dispute con gli ebrei sui terreni o su altre questioni una forma di antisemitismo. Nel nuovo ambiente essi credettero di scorgere dietro ogni cespuglio e sotto ogni albero il persecutore russo che speravano di essersi lasciati alle spalle, come se non riuscissero a liberarsi dai fantasmi del passato. Alla fine gli arabi – e loro stessi – avrebbero dovuto saldare il conto.


La nascita del nazionalismo arabo e arabo-palestinese

I precursori

IL SIONISMO SORSE CIRCA UN QUARTO di secolo prima del nazionalismo arabo: un vantaggio iniziale in termini di consapevolezza politica e organizzazione che si sarebbe rivelato cruciale per i successi ebraici e gli insuccessi arabi negli scontri dei decenni seguenti. Nel XIX secolo ci furono, nelle province arabe dell’impero ottomano, focolai d’insofferenza nei confronti del potere centrale. Ma gli arabi vantavano una stupefacente, millenaria fedeltà all’ideale di un impero che abbracciasse i popoli musulmani, rinforzata dalla vaga consapevolezza che se Costantinopoli avesse vacillato, i primi e forse i soli a trarne vantaggio sarebbero stati gli europei.


Nondimeno, negli anni ’70 dell’Ottocento un piccolo numero di arabi era favorevole a una parziale autonomia. In precedenza, gruppi di opinione erano sorti a Damasco e a Beirut con l’obiettivo, paradossalmente suggerito da correnti di pensiero europee e missionari americani, di promuovere la cultura araba. La Società delle arti e delle scienze fu fondata nel 1847, e la Società scientifica siriana nel 1857. Spiccano in quest’àmbito lo scrittore ed educatore libanese cristiano Nasif Yaziji (1800-71), e Butros al-Bustani (1819-83). Impulsi separatisti e delusione verso le autorità centrali erano particolarmente pronunciati tra i libanesi cristiani, e crebbero dopo un massacro di maroniti sul monte Libano e a Damasco da parte di musulmani drusi, nel 1860.


Bustani propugnava una consapevolezza e un patriottismo siriani svincolati dalle appartenenze etnico-religiose. Egli considerava il Libano e la Siria del suo tempo parti di un solo paese (bilad Suriyya), e scrisse: «La Siria è la nostra patria (watan), e la sua popolazione, indipendentemente dal credo, dalla comunità, dalla razza e dal gruppo di origine, è figlia della nostra patria».50 Spinte separatiste esistevano anche nella Siria propriamente detta. Nel 1858 il console britannico ad Aleppo, J. H. Skene, riferì che «la popolazione musulmana nella Siria settentrionale spera nella separazione dall’impero ottomano, e nella formazione di un nuovo Stato arabo sotto la sovranità degli sceriffi della Mecca».51


Gli anni tra il 1876 e il 1878 videro una grave crisi dell’impero. Tre sultani ascesero al trono in 18 mesi; l’ultimo, Abdülhamid II (1842-1918), che regnò fino al 1909, alla fine del 1876 promulgò una nuova Costituzione. Il primo parlamento si riunì nel marzo 1877. Tra i delegati, dozzine di arabi che assaporavano per la prima volta la politica su scala nazionale. Il mese seguente la Russia dichiarava guerra a Costantinopoli. Migliaia di coscritti arabi provenienti dalla Siria, dal Libano e dalla Palestina perirono nel conflitto, che si concluse con la sconfitta dell’esercito ottomano nel marzo 1878, un mese dopo lo scioglimento del parlamento e la sospensione della nuova Costituzione da parte di Abdülhamid II. I caduti rafforzarono l’ostilità araba verso il potere centrale. Quello stesso anno leader musulmani, maroniti e drusi di Siria e Libano incontrarono il ribelle algerino ‘abd al-Qadir al-Jaza‘iri, esiliato a Damasco, e soppesarono la possibilità di proclamare una Repubblica araba indipendente da lui presieduta.52 Ma al-Jaza‘iri si espresse contro la piena indipendenza e le autorità ottomane riconquistarono l’iniziativa, esiliando alcuni leader e limitando la libertà di altri.53


Tra il 1878 e il 1881 sorsero alcune inconcludenti associazioni nazionaliste segrete o mimetizzate. Di tanto in tanto manifesti apparivano sui muri di Beirut, Sidone, Tripoli e Damasco; vi si denunciavano l’oppressione ottomana e l’abolizione della Costituzione, e s’invocavano la ribellione degli arabi, l’unione di Siria e Libano e la loro autonomia.54 Ma la campagna a base di manifesti si esaurì rapidamente e fu seguita da un silenzio durato una generazione, anche se forme più nascoste di scontento proseguirono. Nel 1883 un viaggiatore occidentale, Denis de Rivoyère, riferì: «Il risentimento verso i turchi è ovunque. Sullo sfondo, prende forma un nuovo movimento politico arabo; e una razza fin qui sottomessa sta per chiedere voce in capitolo sul destino del mondo islamico».55


Ma la causa del nazionalismo arabo – che mai fu più di un trastullo di pochi intellettuali – si dissolse in acquiescenza quando, passata la crisi dell’inizio del regno di Abdülhamid, fu sciolto il parlamento e la repressione si abbatté sulla stampa dissenziente e su tutta l’opposizione. La fase finale del suo dominio fu anche caratterizzata dal ritorno all’ortodossia islamica e da notevoli sovvenzioni alle istituzioni religiose, che contribuirono a mitigare l’ostilità dei notabili arabi.56


Il nazionalismo arabo si ridestò nel primo decennio del 1900. I suoi principali portavoce, ‘Abd al-Rahman al-Kawakibi (1854-1902), Rashid Rida (1865-1935) e Najib Azouri (1873?-1916) sembrano ignorare le tensioni del 1877-81 e non le menzionano mai nei loro scritti. Kawakibi, un intellettuale di Aleppo, è oggi considerato il principale araldo del panarabismo moderno, laico. I suoi due libri, Umm al-Qura (La madre dei villaggi, cioè La Mecca), c. 1903; e Tabi‘Al Istibdad (La natura della tirannia), c. 1901, si scagliavano contro il dispotismo ottomano e auspicavano l’unità e rinascita panislamica. L’autore si doleva inoltre della debolezza del mondo islamico ed enumerava ottantasei ragioni della sua vulnerabilità, tra le quali il fatalismo, i dissidi religiosi, l’intolleranza, l’assenza di libertà di espressione, l’ingiustizia e la disuguaglianza, l’accettazione acritica della parola scritta, l’ostilità verso la scienza, l’uso inefficiente del tempo e il disinteresse per l’istruzione femminile.57 Pur portando l’Arabia a esempio di un arabismo incontaminato da valori ottomani, il messaggio di Kawakibi non è nazionalista nell’accezione europeo-ottocentesca.58 Rida, nato vicino a Tripoli del Libano, passò gran parte della vita in Egitto dove nel 1898 fondò e diresse «al-Manar», un quotidiano favorevole al panislamismo e alla rinascita islamica, e più tardi al nazionalismo arabo. Nel 1907 fu tra i fondatori della Società del Consiglio ottomano, che cercò di riformare l’impero, di rinforzare i legami tra le popolazioni che lo formavano e di trasformare il dispotismo di Abdülhamid in un governo costituzionale.59 Ma di fronte alla politica di «turchificazione» dei Giovani turchi, Rida finì con l’abbracciare il puro e semplice nazionalismo arabo, e fondò l’Associazione araba, mirante a unire le province arabe e a combattere il Comitato di unione e progresso (CUP) dei Giovani turchi, da lui considerato «nemico degli arabi e dell’Islam». Egli svolse un ruolo importante prima della grande guerra, nell’autonomista Partito arabo del decentramento, e nel 1915, dal Cairo, aiutò i britannici a collegarsi con gli Hascimiti del Higiaz.60 Nel 1920 presiedette il primo Congresso arabo-siriano a Damasco.


Azouri, un cristiano maronita, fu assistente del governatore del distretto di Gerusalemme tra il 1898 e il 1904, quando incorse nelle ire dei superiori e dovette rifugiarsi al Cairo. Dopo la pubblicazione di alcuni articoli contro la corruzione del potere ottomano, fu condannato a morte in contumacia da un tribunale di Costantinopoli e riparò a Parigi, dove fondò la Ligue de la Patrie Arabe (Lega della Patria araba). Nel dicembre 1904 e nel gennaio 1905 la Ligue pubblicò due manifesti che denunciavano l’oppressione ottomana e auspicavano la nascita di uno Stato arabo indipendente dall’Eufrate al Canale di Suez.61 Più tardi, sempre nel 1905, Azouri pubblicò Le Réveil de la Nation Arabe dans l’Asie Turque (Il risveglio della Nazione araba nell’Asia turca). Primo difensore pubblico di un nazionalismo arabo laico, egli scrisse tra l’altro:


Un grande cambiamento pacifico sta per verificarsi in Turchia. Gli arabi, che i turchi hanno oppresso, stanno prendendo coscienza della loro omogeneità nazionale, storica e razziale e vogliono staccarsi dall’ormai decrepito edificio turco-ottomano per costituirsi in Stato indipendente. Il nuovo impero arabo si estenderà fino alle sue frontiere naturali, dalla valle del Tigri e dell’Eufrate all’Istmo di Suez, dal Mediterraneo al mare di Oman.62


Azouri sperava che la Francia (e forse la Gran Bretagna) avrebbe appoggiato una rivolta araba e la creazione di uno Stato nazionale, e probabilmente in qualche occasione ricevette finanziamenti segreti dal governo francese. Nel 1908 il chargé d’affaires francese al Cairo (dov’egli era tornato nel frattempo) riferì che Azouri stesso si era «messo a disposizione di varie delegazioni diplomatiche, e [aveva] tentato molto abilmente di sfruttare i rapporti con ciascuna per tessere i suoi intrighi». A più riprese tra il 1912 e il 1914 chiese a italiani e francesi di fornirgli denaro, 100.000 fucili e 200 pallottole a fucile per iniziare una ribellione,63 ma non ne venne niente di concreto.


La rivoluzione dei Giovani turchi e la nascita del nazionalismo arabo

IL NAZIONALISMO ARABO È APPARSO sul palcoscenico della storia – anche se in posizione marginale, fino agli anni ’20 e ’30 del Novecento – all’indomani della rivoluzione dei Giovani turchi del luglio 1908, che ristabilì la Costituzione del 1876, la libertà di stampa e il parlamento ottomano. Secondo un cittadino britannico residente in Siria, nel mondo arabo ci fu «universale soddisfazione. Si son visti musulmani abbracciare cristiani ed ebrei, e invitarsi a vicenda a feste e ricevimenti. L’esultanza della popolazione si è espressa dappertutto in “evviva!” gridati per strada. La Siria non aveva mai visto una simile gioia collettiva. Come se una nuova Età dell’oro fosse imminente».64 Ci furono raduni nei giorni festivi e grandi manifestazioni a Beirut, Damasco, Haifa e Gerusalemme, anche se in Palestina gli a‘yan – tradizionalmente legati ai privilegi finanziari del regime hamidiano – furono tutt’altro che entusiasti.65


Alcuni nazionalisti temevano inoltre che la «rivoluzione» del CUP, e la svolta liberale invocata dai suoi esponenti, avrebbero tolto incentivi ed energie alla causa della liberazione e della indipendenza arabe.66 Ma l’attesa Età dell’oro non arrivò. Certo, il parlamento si riunì a Costantinopoli in dicembre, come previsto; era composto di 260 rappresentanti, tra i quali 60 arabi e 140 turchi, sebbene gli arabi si considerassero più numerosi, nell’impero, secondo un rapporto di circa tre a due.67 (Le stime del rapporto turchi-arabi variano radicalmente, da 7,5 contro 10,5 milioni, a 12,5 contro 5,3 milioni.) Furono eletti complessivamente 214 musulmani, 42 cristiani e 4 ebrei. Ma le attese arabe di uguaglianza e autonomia furono ben presto deluse. I Giovani turchi si dimostrarono non meno decisi di Abdülhamid a salvaguardare l’integrità dell’impero e il predominio della loro etnia. Fu iniziato un processo di «turchificazione»; molti funzionari arabi furono sostituiti da turchi; e il turco, promosso a unica lingua del governo e dei tribunali, fu reso obbligatorio nelle scuole.68 Un clima antiarabo si diffuse nelle stanze del potere. Nella corrispondenza privata, importanti membri del CUP si riferivano agli arabi con espressioni offensive (tra le quali, «cani della nazione turca»).69 La rivoluzione a Costantinopoli provocò un’ondata di nazionalismo arabo reattivo, agevolandone nel contempo l’espressione sul piano della politica organizzata con l’introduzione della libertà di stampa e di associazione politica. Il governatore di Gerusalemme, ‘Ali Akram Bey, avvertì che i notabili locali avrebbero potuto mettere le nuove libertà al servizio di umori antiottomani: «La ratifica della Costituzione e la sua concreta applicazione hanno lentamente risvegliato sentimenti di indipendenza tra gli arabi. Anche se per il momento essi restano celati e inespressi, a giudicare da quel che accade qui, sulla stampa e altrove, si ha l’impressione che nella Grande Siria la gente stia orientandosi in questa direzione».70


Tra i più importanti partiti arabo-nazionalisti, o autonomisti, emersi dopo la rivoluzione dei Giovani turchi vi furono il Partito ottomano per il decentramento amministrativo, costituito al Cairo alla fine del 1912 e noto come Partito del decentramento; e la Società della Giovane nazione araba (clandestina), fondata a Parigi il 14 novembre 1909 e nota come al-Fatat.71 Il primo, creato da esuli siriani, libanesi e palestinesi sia musulmani sia cristiani dopo le sconfitte ottomane nelle guerre balcaniche e la perdita della Libia a vantaggio dell’Italia, creò succursali segrete a Damasco, Beirut, Nablus e Giaffa, mirando alla suddivisione dell’impero in entità autonome ricalcate sulle divisioni etnico-nazionaliste. In parte, la sua strategia era una reazione alla crescente debolezza di Costantinopoli, e al timore che le province arabe finissero nella sfera d’influenza delle potenze europee. La piattaforma politica del partito s’ispirava al principio che: «Il miglior regime politico è quello costituzionale; e il miglior regime costituzionale è quello decentrato». All’inizio della Prima guerra mondiale il partito tentò con poca convinzione e ancor meno successo di fomentare rivolte antiottomane in Libano e nel Golfo Persico.72


La nascita di al-Fatat fu turbata da un incidente in una strada di Istanbul, quattro giorni dopo la promulgazione della nuova Costituzione da parte dei Giovani turchi. Due studenti arabi, Ahmad Qadri di Damasco e ‘Awni ‘Abd al-Hadi di Nablus, udirono un ufficiale turco denunciare i «traditori arabi» che avevano appoggiato l’ancien régime. Perché non denunciava anche i tanti turchi che avevano sostenuto Abdülhamid?, chiesero i due studenti. Seguì un battibecco, e gli studenti si convinsero che se volevano ottenere pari dignità nell’impero, gli arabi dovevano ricorrere a un’associazione segreta simile a quella dei Giovani turchi. Nacque così la Società della Giovane nazione araba.73 Due dei suoi fondatori, ‘Abd al-Hadi e Rafiq al-Tamimi (anch’essi di Nablus) avrebbero avuto un ruolo importante nel movimento nazionalista arabo-palestinese. Inoltre, tutti i fondatori erano musulmani della Grande Siria. All’inizio, al-Fatat mirava a difendere i «diritti naturali» degli arabi più che a promuoverne l’indipendenza; in altre parole non era interessata alla secessione, ma alla pari dignità di arabi e turchi nell’impero. Tuttavia, dal 1913 i suoi dirigenti inserirono nel suo programma «la liberazione della nazione araba».74


Nel giugno 1913 le associazioni riformiste organizzarono a Parigi il primo Congresso arabo, nell’intento di far conoscere in Occidente le aspirazioni degli arabi, e premere indirettamente sui turchi perché concedessero i cambiamenti desiderati. 23 delegati – 11 musulmani, 11 cristiani e un ebreo – e circa 150 osservatori si riunirono nella sala delle conferenze della Società geografica francese invocando non la secessione ma «diritti politici» per gli arabi; un’«amministrazione decentrata» delle province arabe; «consiglieri stranieri [non ottomani]» per un Libano autonomo; e l’uso dell’arabo – accanto al turco – nel parlamento ottomano e come lingua ufficiale delle province arabe.


Il congresso colse i turchi in un momento particolarmente difficile; l’impero aveva dovuto cedere la Libia all’Italia (1912), aveva perso la prima guerra balcanica contro la coalizione greco-bulgaro-serbo-montenegrina (Trattato di Londra, 30 maggio 1913) e si accingeva a un’altra prova di forza nei Balcani (la seconda guerra balcanica sarebbe scoppiata il 29 giugno). Inoltre, il gran visir Mahmud Shawkat era stato assassinato una settimana prima dell’inizio del congresso. Dapprima Costantinopoli premette sulla Francia perché ne impedisse lo svolgimento; poi, non essendo stata accontentata, organizzò un’infelice campagna di propaganda e intimidazione contro i probabili delegati, cercando nel contempo di gettare acqua sul fuoco aprendosi al dialogo.75 Alti funzionari ottomani arrivarono a Parigi in luglio e raggiunsero un compromesso con i delegati: «riconoscimento» dei diritti arabi e della necessità di riforme; servizio di leva vicino ai paesi di origine per i giovani arabi; arabo come lingua d’insegnamento nelle scuole dei distretti arabi; e più spazio agli arabi negli alti ranghi della burocrazia della capitale. Ma nessuno di questi punti fu applicato,76 e «un mucchio d’inutili sottigliezze» fu il giudizio del primo storico del risveglio nazionale arabo sulle concessioni fatte in quell’occasione da Costantinopoli.77


Quello che restava della porzione europea dell’impero ottomano andò perduto nel 1912-13. La Prima guerra mondiale l’avrebbe privato delle province arabe e di ogni altro dominio, riducendolo al suo nucleo esclusivamente turco. Spinti dall’ostilità nei confronti della Russia, e dalla convinzione che la Germania avrebbe vinto la guerra – o forse dalla previsione che in caso di vittoria gli Alleati si sarebbero comunque spartiti i resti dell’impero, nel novembre 1914 i Giovani turchi entrarono in guerra a fianco degli imperi centrali. Gran parte dei sudditi arabi restarono leali. Al-Fatat, che un anno prima predicava poco meno della secessione, serrò i ranghi nel nome della solidarietà musulmana. Aspirava sempre alla «libertà e indipendenza» delle province arabe, ma il Comitato supremo di Damasco decretò: «… qualora i propositi europei fossero sul punto di concretizzarsi, sarà dovere della Società combattere al fianco della Turchia per respingere qualunque genere o forma di penetrazione straniera».78


Una sparuta minoranza araba, in gran parte cristiana, lavorò in segreto per la vittoria alleata. A Beirut i notabili maroniti si misero in contatto con i consoli generali britannico e francese, chiedendo truppe e denaro per un’ipotetica sollevazione locale. Ma britannici e francesi, già impegnati nelle Fiandre e a malapena in grado di aiutare se stessi, sconsigliarono iniziative affrettate.79 Altrove, però, i britannici fecero qualche tentativo di promuovere ribellioni nelle retrovie ottomane; e non puntarono sul Libano, ma sull’Higiaz, nella Penisola arabica. Prima ancora dello scoppio della guerra, rappresentanti di Londra avevano intavolato trattative segrete con Husajni, sceriffo della Mecca, e con suo figlio, l’emiro ‘Ab-dallah. Gli sceriffiani, dal canto loro, avevano stabilito contatti clandestini con nazionalisti di Damasco e Beirut. Nei due anni seguenti le trattative avevano fatto progressi, avendo gli arabi chiesto, e i britannici accettato, il principio dell’indipendenza araba in almeno una parte del traballante impero. Il 10 giugno 1916 la rivolta scoppiò alla Mecca, col sostegno di armi, finanziamenti e consiglieri francesi e, soprattutto, britannici (tra i quali T. E. Lawrence, passato alla storia come «Lawrence d’Arabia»). Dal punto di vista di Londra la ribellione doveva infliggere un colpo mortale agli sforzi ottomani di presentare la guerra al fianco della Germania come una jihad (la «guerra santa» islamica), ed essere complementare all’offensiva militare alleata dall’Egitto verso la Turchia lungo la costa orientale del Mediterraneo.


Fin dall’inizio del conflitto la Sublime Porta temette rivolte e attività di quinta colonna da parte dei nazionalisti arabi di Damasco e Beirut. Dapprima tentò la conquista dell’Egitto; fallito quel tentativo, si limitò a cercare di arginare la controffensiva britannica verso la Palestina e la Siria. Nel 1915-16 Jamal Pascià, comandante della Quarta armata ottomana e governatore militare della regione della Grande Siria, istituì un regno del terrore in cui dozzine di nazionalisti arabi furono pubblicamente impiccati a Damasco e Beirut, e centinaia furono arrestati. Altre migliaia di arabi palestinesi (e di ebrei) furono deportati nell’entroterra, lontano dai centri di sovversione e dalle previste direttrici di invasione alleate (tutto ciò in assenza di qualsiasi concreto tentativo di insurrezione). Altre migliaia persero la vita a causa di malattie e denutrizione, dovute tra l’altro alle requisizioni di generi alimentari da parte delle forze armate. Ovviamente questi episodi rafforzarono i sentimenti separatisti e nazionalisti della popolazione araba. A poco a poco i turchi furono percepiti come un nemico insieme debole e spietato.


I due filoni del malcontento arabo, quello attivo alimentato in Arabia dalla Gran Bretagna, e quello che covava sotto la cenere in Siria e in Libano, in qualche modo confluirono nel settembre-ottobre 1918 quando i ribelli arabi, fungendo da ala destra nell’avanzata in Palestina del generale britannico Edmund Allenby, piegarono a nord attraverso la Transgiordania e occuparono Damasco. Là, insieme ai «padroni di casa» nazionalisti, costituirono uno Stato arabo di Siria retto dall’emiro Faysal, figlio dello sceriffo Husajni, con una coorte di consiglieri siriani, libanesi, palestinesi e iracheni.


Gerusalemme si arrese ad Allenby nel dicembre 1917; Beirut l’8 ottobre 1918 – una settimana dopo l’ingresso delle forze arabe a Damasco. L’impero ottomano non esisteva più; nelle regioni a sud dell’Anatolia sarebbero emersi con gli anni, sotto la tutela francese e britannica, gli Stati della Penisola arabica, la Siria, il Libano, la Transgiordania (Giordania dal 1948) e l’Iraq. E poi c’era la Palestina, dove sotto l’ombrello del mandato britannico due movimenti nazionali, l’arabo e l’ebraico, cercavano di assumere il controllo del paese e, se possibile, di creare uno Stato indipendente.


Il breve governo di Faysal a Damasco fu caratterizzato da un’attività politica convulsa, che segnò l’effettivo emergere del moderno nazionalismo arabo. Nel 1919 i seguaci di Faysal fondarono il Partito arabo dell’indipendenza, al-Istiqlal, che mirava all’unità delle genti arabe e alla loro indipendenza dalle potenze non arabe. Una serie di vaste assemblee nazionaliste, note come Congressi arabo-siriani, si riunì a Damasco quell’anno e nel 1920. Esse appoggiarono le rivendicazioni territoriali di Faysal e invocarono la sua autonomina a re della Grande Siria, un’entità politica che avrebbe dovuto comprendere Siria, Libano, Giordania e Palestina. Nel frattempo, per precedere Damasco e frustrare i suoi progetti di egemonia, i «nazionalisti» iracheni proposero ad ‘Abdallah, fratello di Faysal, di diventare re dell’Iraq. In Libano ambienti cristiani invocavano la dignità di nazione anche per quella regione. E la situazione politica in Transgiordania e Palestina fece rapidamente tramontare il sogno dell’unità politica araba. L’idea di un grande Stato unitario o di una federazione svanì come un miraggio del deserto, anche se nei decenni seguenti il tema dell’unità araba, o «panarabismo», avrebbe periodicamente agitato le acque della politica araba – peraltro senza che ne scaturisse alcun risultato durevole.


Sovrapponendosi alla spinta centrifuga delle tendenze nazionaliste, e spesso scavalcandole, Francia e Gran Bretagna avrebbero in larga misura determinato le caratteristiche geopolitiche e il futuro del Medio Oriente nei due o tre decenni seguenti. L’Accordo Sykes-Picot, un’intesa segreta anglo-francese del 1916, aveva suddiviso i territori arabi dell’impero ottomano, ormai considerato bottino di guerra, in base alle tradizionali sfere d’influenza e alle ambizioni prebelliche di Francia e Gran Bretagna in campo politico, economico, militare e culturale. L’Iraq e, alla fine, la Palestina, furono assegnati alla Gran Bretagna; la Transgiordania, esclusa dal mandato palestinese, fu definita entità separata e affidata ad ‘Abdallah sotto la tutela britannica. Nel 1920 i francesi rimossero Faysal da Damasco ed egli fu posto sul trono a Baghdad, di nuovo sotto la tutela britannica. La Francia assunse il mandato su Siria e Libano, che quasi dal primo momento furono amministrativamente separati. Movimenti e identità nazionali ben presto cristallizzarono in ogni territorio sotto Mandato, ciascuno premendo per la nascita di uno Stato corrispondente alla propria area, nonostante gli innumerevoli legami reciproci sul piano linguistico, storico e culturale.


È difficile catalogare in base a definizioni occidentali le associazioni e i raggruppamenti politici arabi emersi prima della grande guerra. Erano nazionalisti? Della ventina di gruppi descritti e analizzati dallo storico israeliano Eliezer Tauber, solo cinque includevano il concetto di «arabo» nei loro nomi ufficiali.80 Molti non aspiravano alla secessione, all’indipendenza o alla creazione di uno Stato. Volevano pari diritti – culturali, economici, sociali e, talvolta, politici – e, forse, l’autonomia. Perfino il primo Congresso arabo del 1913 non mirava alla secessione o alla nascita di uno Stato. Ma se il nazionalismo non sembra aver influenzato queste prime organizzazioni, in alcune forme di «patriottismo locale» di matrice libanese, siriana o irachena quest’influenza ci fu. Libano a parte, la strada della ribellione e della secessione fu imboccata solo dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, quando la natura catastrofica del conflitto generò attese altrettanto estreme. All’inizio del 1915, quando al-Fatat si unì al gruppo al-‘Ahd costituito nel 1913 da ufficiali arabi dell’esercito ottomano, fu avanzata per la prima volta (nel «Protocollo di Damasco») una richiesta d’indipendenza. Tauber raggruppa in modo generico i cenacoli, le associazioni e i movimenti di quel periodo sotto etichette come «arabismo», «libanismo», «sirianismo» e «irachismo», ma non impiega per nessuno il concetto di «nazionalismo». A suo avviso, per un nazionalismo pienamente sviluppato bisogna aspettare la Prima guerra mondiale e le sue immediate conseguenze. Tuttavia furono i membri di quelle associazioni prebelliche, e specialmente di al-‘Ahd e al-Fatat, a emergere dopo il conflitto come leader dei nazionalismi separati, particolaristici, di Libano, Siria e Iraq.81


In quello stesso periodo cominciò anche a emergere un protonazionalismo, o patriottismo, palestinese. Questa tendenza od orientamento – per il quale la definizione di movimento sembra prematura – maturò a poco a poco, in larga misura come reazione alla crescente presenza sionista. In parte, tuttavia, esso fu anche il prodotto di fattori e sviluppi politici, economici, religiosi e sociali che risalivano alla metà del secolo precedente. Nei secoli di dominio ottomano la Palestina non era mai stata un’unità amministrativa singola o separata. Ma negli anni ’80, come si è visto, le province del Levante furono riorganizzate e gran parte della Palestina meridionale – comprese Gerusalemme, Giaffa, Lydda, Gaza, Beersheba, Hebron, Betlemme e Gerico – furono trasformate in un governatorato separato che rispondeva direttamente a Costantinopoli anziché ai governatori provinciali in Siria o a Beirut. In altre parole il cuore della Terrasanta diventò un’entità amministrativa, e in qualche modo politica, a sé stante. Nel 1910 gli ottomani istituirono una corte d’appello a Gerusalemme, competente sia per il governatorato di Gerusalemme che per il sancak di Nablus (grosso modo, la Samaria) a settentrione. Anche in campo militare c’era una stretta cooperazione, se non un’unità di comando, tra le due entità amministrative.


Forse ancor più importante per lo sviluppo di una distinta identità «palestinese» fu l’esistenza di organizzazioni religiose, riti e festività comuni, sia in ambito cristiano sia musulmano. Per i cristiani la Palestina era una singola entità concettuale: la Terrasanta. Non per caso il patriarcato greco-ortodosso, il patriarcato latino e il vescovato anglicano di Gerusalemme erano responsabili per l’intera Palestina (e Transgiordania). Tra i musulmani la festa di Nabi Musa, risalente all’epoca del Saladino, nel XII secolo, in cui si celebrava la nascita di Mosé, vedeva migliaia di pellegrini da ogni parte della Palestina convergere nel luogo presso Gerico tradizionalmente considerato la sua tomba.82 La crescente sensazione di far parte di una comunità separata fu rinforzata dalla comparsa a Giaffa, nel 1911, di un quotidiano chiamato «Filastin». E nel decennio precedente la Prima guerra mondiale il termine «Palestina» – che nei secoli precedenti mai era stato usato nell’impero ottomano in senso politico o amministrativo – diventò di uso comune tra gli arabi palestinesi colti. I due decenni seguenti furono testimoni della nascita di un movimento nazionalista arabo-palestinese pienamente sviluppato.83


Le prime organizzazioni nazionaliste palestinesi quasi politiche risalgono agli ultimi mesi della grande guerra. Nel novembre 1918 alcuni veterani appartenenti a importanti famiglie di Giaffa diedero vita a un’«Associazione musulmano-cristiana» (AMC) di carattere locale. Analoghe AMC, che in seguito si coordinarono debolmente, nacquero nei mesi seguenti in varie città, spesso con l’appoggio occulto di ufficiali britannici. Pur non essendo e non considerandosi dei partiti, le AMC davano forma politica a sentimenti e aspirazioni di carattere locale; in generale erano autonomiste e antisioniste, e si esprimevano con manifesti e petizioni all’amministrazione britannica. I cristiani erano rappresentati in misura sproporzionata, forse perché più istruiti e politicamente maturi, oppure perché maggiormente indotti dalle circostanze a collaborare gli uni con gli altri.84 (Nel 1931 l’alfabetizzazione era del 14% tra i musulmani, del 58% tra i cristiani.)85


Alla fine della guerra mondiale, un passo importante verso la nascita dell’identità politica palestinese fu la creazione, da parte di giovani a‘yan, di due associazioni: al-Muntada al-‘Adabi (il cenacolo letterario), e al-Nadi al-Arabi (il club arabo). Al-Muntada era animato da Jamil al-Husayni, Fakhri al-Nashashibi, Mahmud ‘Aziz al-Khalidi e Hasan Sidqi al-Dajjani. Influenzato soprattutto dalla famiglia Nashashibi, esso intendeva promuovere la lingua e la cultura arabe e i valori musulmani; era inoltre permeato da sentimenti panarabi, e propugnava una Siria e una Palestina unite e indipendenti. Al-Nadi, fondato alla fine della guerra a Damasco come una propaggine di al-Fatat, aveva i medesimi obiettivi. Era dominato dal clan Husayni (soprattutto da Hajj Muhammad Hasan al-Husayni) e da alcuni giovani di Nablus, tra i quali il dottor Hafiz Kan’an. Al-Nadi pubblicava un quotidiano nato a Gerusalemme nel settembre 1919 e intitolato non per caso «Suriyya al-Janubiyya» («Siria meridionale»); era diretto da Muhammad Hasan al-Budayri e ‘Arif al-‘Arif. L’antisionismo di al-Nadi è rispecchiato in qualche misura da un dramma messo in scena nel gennaio 1920 dalla sua succursale di Nablus. In La rovina della Palestina una giovane sionista seduce due arabi e li deruba del denaro e della terra. Il dramma si conclude col suicidio dei due uomini, che si congedano dal mondo proclamando: «Il paese è rovinato! Gli ebrei ci hanno tolto la terra e l’onore».86 Al-Muntada e al-Nadi sembrano aver avuto branche clandestine – chiamate Jam‘iyat al-Ikha’ wa l-‘Afaf (Associazione della fratellanza e purezza) e al-Fida‘iyya (Coloro che sono pronti a sacrificarsi) che progettarono atti di violenza contro gli ebrei e gli arabi che vendevano loro i terreni; non sembra, comunque, che detti propositi siano mai stati attuati.87


Una piccola minoranza di nazionalisti palestinesi sembra essere stata sempre immune all’ideale pansiriano, preferendo un’entità nazionale separata. Ma fino al 1920 l’obiettivo principale fu probabilmente la Grande Siria indipendente, della quale la Palestina avrebbe formato l’estremità sudoccidentale. In effetti, per molti palestinesi l’idea di sovranità araba e sovranità siriana erano intercambiabili. Ma gli eventi in Palestina e Siria dell’aprile-luglio 1920 mutarono d’un tratto tale stato di cose, tanto da permettere di affermare che proprio allora il nazionalismo arabo-palestinese fu per la prima volta un movimento distinto, benché ancora patrimonio di un’élite molto ristretta.


Gli eventi che sfociarono in questo cambiamento ebbero inizio quando il disagio della popolazione arabo-palestinese prese la forma da un lato dell’antisionismo, dall’altro del proposito di abbattere il dominio britannico e unirsi alla Siria di Faysal. Ai primi di marzo una banda di arabi collegati con ambienti damasceni attaccò l’insediamento ebraico di Tel Hai, all’estremo nord della Palestina. Un secondo attacco, il 24 aprile, da parte di alcune migliaia di beduini siriani e della valle di Beisan contro un campo britannico a Samakh, sulla riva meridionale del mare di Galilea, fu attivamente organizzato da Damasco forse allo scopo d’innescare una più ampia rivolta. L’insuccesso di quell’attacco, e in generale la repressione dei disordini da parte dei britannici, sancì la completa separazione politica della Palestina dalla Siria. Il collasso del regime di Faysal in luglio, e il rimpatrio dei contingenti «nazionali» (soprattutto palestinesi e iracheni) che avevano contribuito a sostenere gli Hascimiti a Damasco convinse gli arabi palestinesi dell’astrattezza dell’opzione «siriana», e indusse gli a‘yan a porsi alla ricerca di una propria strada per l’indipendenza. Infatti, quale aiuto potevano ormai aspettarsi dall’esiliato Faysal, o da una Siria occupata dai francesi?


Questo drastico cambiamento può essere ricostruito con notevole precisione grazie a una serie di congressi palestinesi postbellici. Il primo, tenuto a Gerusalemme nel gennaio 1919, si era pronunciato per l’unione con la Siria. «Consideriamo la Palestina una parte della Siria araba», recitava una risoluzione, «[ed essa non dovrebbe] esser separata dal governo indipendente arabo-siriano.»88 Un cosiddetto secondo Congresso in realtà non ebbe luogo. Il terzo, svoltosi a Haifa nel dicembre 1920, invitò i britannici a insediare un «governo indigeno» e un’assemblea rappresentativa. Non menzionò alcuna «Siria meridionale» e lasciò cadere la richiesta di unità per Palestina e Siria.89 Il quarto Congresso, che si riunì a Gerusalemme nel maggio 1921, parlò del «popolo arabo di Palestina» senza menzionare la Siria meridionale90 – anche se congressi successivi pagarono un tributo meramente verbale all’ideale dell’unità araba.91


Alla fine del 1920 «la divisione regionale tra Siria e Palestina era completa. L’idea di una nazione araba unitaria cedette il passo a nuove divisioni politiche lungo direttrici palestinesi e siriane, oltre che irachene».92 Oltre a quelli siriano, iracheno ed egiziano, stava emergendo un popolo palestinese. Nel 1923 Zeev Jabotinsky, che due anni dopo avrebbe dato vita all’ala destra «revisionista» del sionismo, scrisse a questo proposito:


[I palestinesi] guardano la Palestina con lo stesso istintivo amore e la stessa sincera dedizione con cui ogni azteco guardava il Messico e ogni sioux la prateria. Per i palestinesi, la Palestina sarà sempre non una [qualunque] regione di confine, ma la terra dove sono nati, fulcro e fondamento della loro esistenza nazionale.93


CAPITOLO 2

L’inizio del conflitto: ebrei e arabi in Palestina, 1881-1914

«CHI PUÒ CONTESTARE I DIRITTI degli ebrei in Palestina? Buon Dio, in senso storico è davvero il vostro paese», scrisse il dignitario islamico gerosolimitano Jusuf Diya al-Khalidi a Zadok Khan, rabbino capo di Francia, il 1° marzo 1899. In teoria l’idea sionista era «del tutto naturale, buona e giusta». Ma in pratica bisognava tener conto della realtà – in primo luogo del carattere sacro della Terrasanta per centinaia di milioni di cristiani e musulmani. La Palestina sarebbe potuta andare agli ebrei solo al prezzo di una guerra. «È perciò necessario, per la pace degli ebrei [nell’impero ottomano] che il movimento sionista… si fermi… Buon Dio, il mondo è grande abbastanza, ci sono ancora regioni disabitate in cui sistemare milioni di poveri ebrei che lì forse potranno trovarsi bene e un giorno costituire una nazione… Nel nome di Dio, lasciamo in pace la Palestina.»


La lettera fu passata a Herzl, che rispose il 19 marzo. Egli sorvolò sulla previsione di Khalidi che il sionismo avrebbe suscitato l’opposizione degli arabi, e assicurò che gli ebrei, lungi dal cacciare la locale popolazione araba, non avrebbero arrecato alla Palestina nient’altro che vantaggi materiali.1


Khalidi aveva davanti agli occhi l’espropriazione strisciante cominciata quando i primi coloni ebrei, grazie a benefattori stranieri, avevano comprato terreni dopo terreni. In certe zone si trattava di aree disabitate e incolte; in altri la vendita da parte dei proprietari arabi aveva causato l’immediata espulsione dei fittavoli, arabi anch’essi, che spesso erano ex proprietari. Il timore dell’esproprio e della cacciata dalla terra avita sarebbe stato il fattore principale dell’ostilità araba verso il sionismo almeno fino al 1948 (e, in parte, fin dopo il 1967).


Nel 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale, c’erano probabilmente circa 60.000 ebrei nel paese,2 sebbene la storiografia sionista ufficiale dia stime più alte: 50.000 nel 18973, 85.000 nel 1914.4


Gli acquisti di terreni e gli insediamenti sionisti del 1880-1900 si concentrarono sulla pianura costiera tra Giaffa e Haifa, e sulle valli di Yezreel e del Giordano. Queste aree, spesso semidesertiche, erano in gran parte non coltivate e prive di abitanti. Nella seconda metà dell’Ottocento e all’inizio del Novecento esse avevano cominciato ad attirare famiglie arabe non in grado di sostentarsi nella sovrappopolata «spina dorsale» collinosa del paese (Galilea, Samaria, Giudea). Fu in questa riserva di territorio in gran parte disabitata – le pianure e le valli – che i sionisti soppiantarono una parte dei pochi arabi ivi residenti e impedirono ad altri di installarsi. In questa contesa demografica locale, gli arabi si trovarono irrimediabilmente in svantaggio.


Quando poterono, i sionisti acquistarono terreni anche in aree più popolate, come l’«unghia» della Galilea e la Bassa Galilea intorno a Sejera. Ma i proprietari delle terre in collina, che di solito erano anche coltivatori, erano restii a vendere; quelli che vendevano volentieri, purché il prezzo fosse buono, erano gli effendi con vaste proprietà nelle terre basse. Né costoro né gli acquirenti ebrei si preoccupavano della sorte dei fittavoli.


Tra il 1878 e il 1908 gli ebrei acquistarono circa 400.000 dunam, su un territorio totale di 27.000.000 di dunam.5 A vendere furono le più importanti famiglie palestinesi – i Nashashibi, gli Husayni e gli al‘Alami di Gerusalemme, i Dajjani di Giaffa, gli ‘Abd al-Hadi di Nablus e Jenin, gli Shawa di Gaza. Il maggior incentivo erano i prezzi in rapido aumento, dovuti in gran parte alla domanda da parte dei sionisti. Il valore dei terreni crebbe in Palestina, tra il 1910 e il 1944, di qualcosa come il 5.000%.


L’acquisto dei terreni era la chiave di volta del sionismo. Come disse Menachem Ussishkin (1863-1941) nel 1904: «Senza la proprietà della terra, Erez Yisrael non sarà mai ebreo». L’acquisto era definito, nel gergo sionista, «riscatto» o, in modo significativo, «conquista» di una parte di territorio. «La terra si ottiene, nel mondo moderno, in tre modi», scrisse Ussishkin, un dirigente di Chovevei Zion: «Con la forza, ovvero con la conquista militare – in altre parole, rubandola al legittimo proprietario;… con l’esproprio basato sull’autorità di un governo; o tramite una compravendita». Il movimento sionista, Ussishkin teneva a precisare, si sarebbe limitato al terzo sistema «finché, a un certo punto, saremo noi a governare».6


Negli anni ’80 i sionisti crearono in Palestina 10 insediamenti: sei nel sud (Rishon le-Zion, Ness Ziona, Ekron, Gedera, Be‘er Tuviya e il ricostruito Petach Tiqvah), quattro nel nord (Zikkaron Ya‘aqov, Rosh-Pinah, Yesod HaMa‘alah e Bat Shlomo); negli anni ’90 se ne aggiunsero sette nel nord (Hadera, Shfeya, ‘Ayn Zeitim, Sejera, Metulla, Mishmar Ha-Yarden e Mahanayim) e tre nel sud (Rechevot, Motza e Hartuv). Nel 1908 c’erano circa 6.000 ebrei a Giaffa e 2.000 a Haifa, entrambe esclusivamente arabe fino a quel momento,7 e circa 10.000 nei 26 insediamenti agricoli.


Questi ebrei non erano coloni nel senso usuale di figli ed emissari di una patria imperiale, che proietta la sua potenza oltremare per sfruttare le risorse naturali di zone meno sviluppate del mondo. D’altronde gli insediamenti della prima ‘aliyah erano coloniali in un altro senso, in quanto costituiti da bianchi europei che vivevano in una popolazione autoctona molto più numerosa, alla quale attingevano per la manodopera. Le cose cambiarono sensibilmente con la seconda ‘aliyah. Molti nuovi arrivati portarono con sé un mélange di ideali socialisti e nazionalisti, finendo col dar vita a un’economia ebraica separata, basata esclusivamente su manodopera ebraica. Ma gli insediamenti collettivi della seconda ‘aliyah, i kibbutzim (il primo kibbutz, Degania, fu fondato nel 1909) nacquero a fianco delle fiorenti moshavot della prima ‘aliyah, basate sulla proprietà privata e lo sfruttamento di manodopera indigena a buon mercato. La gente degli insediamenti, specialmente nelle moshavot, e i nativi svilupparono presto «normali» rapporti colonialistici, basati su immagini e comportamenti stereotipati, sfruttamento e dipendenza reciproca, disprezzo, razzismo, odio e paura.


L’impero ottomano e il movimento sionista

IL SIONISMO MISE RADICI IN UNA TERRA governata da un impero ostile alla sua impresa, e che per fede e valori era vicino alla maggioranza della popolazione locale, non ai coloni. L’Islam proibiva la restituzione della terra conquistata dai musulmani, un principio che passò automaticamente in Dar al-Islam, il cui fondamento era teologico. Inoltre la rivendicazione del califfato (cioè della successione di Muhammad) da parte della Sublime Porta implicava la difesa dei luoghi sacri dell’Islam. Più volte il sultano avrebbe affermato che «mai avrebbe potuto rinunciare a Gerusalemme».8 Per di più c’era qualcosa di innaturale, per non dire blasfemo, nell’idea che un ebreo – un dhimmi, un inferiore – avesse, e cercasse di realizzare, delle ambizioni politiche, e per di più in terra musulmana.


I funzionari ottomani trovavano estranei e incomprensibili i coloni ebrei, i cui modi e il cui linguaggio suonavano sovversivi. Il fatto che molti di loro fossero russi non li rendeva certo più graditi, l’impero zarista essendo considerato da decenni l’arcinemico della Turchia. Gli ebrei erano quindi anche visti come agenti reali o potenziali dell’infiltrazione ed espansione straniera, protetti dalle odiate «capitolazioni» e pretesto per l’ampliamento di queste ultime. E cosa c’era di più sovversivo delle capitolazioni, che concedevano agli europei diritti di extraterritorialità nell’impero minando l’autorità ottomana? La Porta temeva, non senza fondamento, che gli europei mirassero a smembrare l’impero e spartirselo, e il sionismo era considerato uno dei loro strumenti.9


Fin dall’inizio si assistette al gioco del gatto col topo tra i funzionari imperiali, che tentavano di fermare l’immigrazione e lo sviluppo degli insediamenti, e gli ebrei che ingannando, pagando, aggirando o semplicemente ignorando le leggi e i divieti della Porta continuavano ad arrivare e a mettere radici. I secoli di oppressione e discriminazioni della Diaspora avevano reso esperti gli israeliti in quelle discutibili arti, decisive per la sopravvivenza tra genti ostili; ed esse furono tra i più preziosi «effetti personali» che gli emigranti portarono con sé in Palestina.10


Le autorità ottomane sorvegliavano attentamente le attività dei sionisti sia nell’impero sia in Europa, in special modo in Russia. Il 28 aprile 1882, quando i primi biluim non erano ancora salpati da Odessa per la Terra d’Israele, il console generale turco fece affiggere un avviso in cui si dichiarava che nessuno di loro sarebbe stato autorizzato a rimanere in Palestina.11 Lo stesso giorno in cui il primo gruppo di 14 biluim s’imbarcò per Giaffa a Costantinopoli, cioè il 29 giugno 1882, il governatore della capitale ebbe l’ordine di impedire a qualsiasi ebreo russo, rumeno e bulgaro di sbarcare a Giaffa o Haifa. L’anno seguente gli fu ordinato di fermare la vendita di terre imperiali agli ebrei, anche se cittadini ottomani.12


Una pletora di divieti – contro il turismo, l’immigrazione, l’acquisto di terreni e l’edificazione in Palestina da parte di ebrei – fu emanata da Costantinopoli nei tre decenni seguenti. Spesso le proibizioni erano ripetitive o contraddittorie; altre erano rese inapplicabili dall’inefficienza e mancanza di coordinamento dell’amministrazione ottomana. D’altronde, la linea politica che li ispirava era chiara. Come Abdülhamid II affermò nel giugno 1891, essendo stato informato della rinnovata pressione ebraica sugli accessi alla Palestina: «Perché dovremmo accogliere coloro che i tanto civili europei non vogliono nei propri paesi?».


Inoltre, il governo centrale era periodicamente oggetto di pressioni antisioniste da parte dei funzionari palestinesi (molti dei quali erano arabi) e della popolazione locale. Presto si creò una dinamica in cui le proteste arabe inducevano Costantinopoli a giri di vite contro gli ebrei, e i divieti risultanti incoraggiavano l’intransigenza e l’aggressività arabe. Alcuni funzionari locali ottomani giunsero ad aizzare la popolazione contro i sionisti; fu questo il caso del kaymakam di Nazareth durante una disputa fondiaria a Fula, nel 1910-11, e del kaymakam di Tiberiade, che nel 1910 avrebbe detto ai capi arabi del luogo: «Gli ebrei sono traditori, e ogni atto di violenza contro di loro è un atto di patriottismo».13


Tra la primavera del 1909 e quella del 1911, sei ebrei furono uccisi da arabi nella zona di Tiberiade senza che alcuno fosse condannato (mentre quando nel 1910 alcuni arabi assassinarono un cristiano, un colono tedesco di Haifa, entro un mese uno dei responsabili fu giustiziato e altri furono incarcerati). Gli arabi mangiarono la foglia. Quando bande locali saccheggiarono due insediamenti ebrei dopo l’uccisione di un arabo da parte delle guardie di Merhavia, durante un’aggressione, le autorità stettero a guardare mentre la guardia e 10 ebrei estranei ai fatti furono arrestati. Sette di loro passarono 11 mesi in carcere senza processo.14


Ma la gente degli insediamenti non si scoraggiava facilmente. Né le autorità ottomane né gli arabi avevano il pieno controllo della situazione. Le restrizioni incontravano l’opposizione, a volte energica, dei diplomatici delle grandi potenze a Costantinopoli e in Palestina. Il motivo poteva essere l’indignazione per il trattamento riservato agli ebrei; più spesso, era il timore che l’antisionismo sfociasse nella messa in discussione dei privilegi degli europei, e in primo luogo delle «capitolazioni». Per esempio, a un certo punto furono emanate norme che proibivano agli ebrei russi l’ingresso in Palestina, sebbene le capitolazioni sancissero il diritto di ogni cittadino russo a spostarsi liberamente nell’impero ottomano, eccezion fatta per la sola Arabia. In alcune occasioni l’intervento delle grandi potenze portò alla revoca delle norme restrittive – per esempio, di quella che limitava la vendita di terreni palestinesi ai cittadini ottomani; più spesso, la protezione consolare fu semplicemente estesa a specifici immigrati, impedendone l’espulsione.


Quanto ai sionisti, se erano ben lieti degli interventi delle grandi potenze, e anzi spesso li sollecitavano, cercavano anche di guadagnarsi la simpatia delle autorità ottomane. Nel 1896 Herzl visitò Costantinopoli e fece vaghe promesse d’ingenti aiuti finanziari in cambio di una patria ebraica in Palestina. Per non essere indotto in tentazione, Abdülhamid II non lo ricevette nemmeno. Tramite un intermediario, fece sapere a Herzl che «La mia gente ha conquistato un impero combattendo, e l’ha reso fertile col suo sangue. Lo bagneremo ancora col nostro sangue prima di permettere ad altri di sottrarcelo… Gli ebrei si tengano pure i loro miliardi».15


Nel maggio 1901 Herzl riuscì a incontrare il sultano, ma non ne sortì niente di buono per il sionismo. In effetti una nuova serie di limitazioni all’acquisto di terreni e alla creazione di insediamenti, sia pure un po’ meno rigida delle precedenti, fu decretata nel 1900-1. Le nuove norme permettevano agli ebrei con cittadinanza ottomana, e agli stranieri residenti da molto tempo, di comprare terreni, e autorizzavano gli ebrei a entrare nell’impero come pellegrini.


È indubbio che negli ultimi tre decenni dell’impero ottomano le misure prese da Costantinopoli ostacolarono l’acquisto di terreni e la loro edificazione da parte dei sionisti. Molti immigrati potenziali si lasciarono scoraggiare, ma un rivoletto continuò ad affluire in Palestina grazie all’inefficienza ottomana, alla pressione delle grandi potenze e soprattutto alla corruzione (baksheesh). Quasi tutti i funzionari ottomani avevano un prezzo; quasi tutto si poteva ottenere pagando, dai permessi di residenza, alle concessioni per l’edificazione, agli atti di proprietà. Perfino l’udienza del 1901 fu ottenuta da Herzl grazie a una «bustarella» da 50.000 franchi.16 Un funzionario britannico scrisse nel 1900: «Teoricamente gli ebrei non dovrebbero potere insediarsi [in Palestina], ma quelli intenzionati a farlo giungono da tutta Europa a Haifa, dove sembrano esistere eccellenti possibilità d’ingresso legate alla corruzione dei funzionari locali».17


Gran parte dei coloni della prima e seconda ‘alyhah vissero, almeno per qualche tempo, come immigrati irregolari. Giunti come turisti o pellegrini si fermarono dopo la scadenza del permesso; oppure entrarono nel paese illegalmente. Alla fine la permanenza illegale era sanata in residenza de facto, o, spesso, in residenza legale; di solito, era solo una questione di denaro. I permessi di pellegrinaggio e turistici duravano di solito due o tre mesi; eppure, nei tre decenni precedenti la grande guerra, nessun ebreo fu espulso per essere rimasto più a lungo.18 Così, la consistenza numerica dello yishuv più che raddoppiò tra il 1882 e il 1914, nonostante le misure contro l’immigrazione.


Gli ebrei degli insediamenti e gli arabi

NEL 1910 I FUNZIONARI SIONISTI erano ormai giunti alla conclusione che riguardo alla Palestina il problema non erano i turchi, ma la popolazione locale araba. Il secondo presidente dell’Organizzazione sionista, David Wolffsohn (1855-1914) osservò nel settembre 1908: «Si deve rivolgere particolare attenzione agli arabi più eminenti che sono, dopo tutto, i padroni del paese». In altre parole, i sionisti dovevano cercare di non inimicarseli.19


Molti emigranti della prima ‘aliyah immaginavano di recarsi in un paese selvatico e semideserto, e trovarsi tra tanti arabi era per loro una sorpresa. Dopo tutto, tornavano nella Terra Promessa; chi aveva mai parlato di altri popoli che potessero considerarla casa propria? Un personaggio di un’opera di Yosef Chaim Brenner, il più importante scrittore della seconda ‘alyhah, dichiara: «Prima di venire in Palestina il paese, per qualche ragione, appariva nella mia immaginazione come una città abitata da ebrei non osservanti, circondata da campi, campi e ancora campi, tutti disabitati, in attesa di gente che li coltivasse».20


«Una terra senza popolo per un popolo senza terra» era lo slogan ufficiale del sionismo – coniato, particolare curioso, non da Herzl o dai suoi predecessori, ma da Lord Shaftesbury nel 1854 scrivendo le sue memorie, e riutilizzato nel 1901 in un articolo dallo scrittore sionista Israel Zangwill.21 Achad Ha-‘am, il noto saggista ebreo europeo orientale, aprì gli occhi di molti altri ebrei scrivendo nel 1891, dopo un viaggio di tre mesi in Palestina: «Noi israeliti lontani dalla Palestina siamo soliti immaginare Erez Yisrael in stato di quasi completo abbandono, un deserto che nessuno si cura di coltivare… In realtà, non è questa la situazione. In tutto il paese è difficile trovare terreni incolti… Solo le dune e le colline sassose non sono coltivate».22


Mosheh Smilansky, uno dei fondatori di Rechovot, scrisse anni dopo: «Dalla nascita dell’idea sionista, la propaganda sionista ha descritto il paese a cui eravamo diretti come una terra spoglia e in gran parte abbandonata, in ansiosa attesa di qualcuno che se ne prendesse cura».23


Ma gli emigranti politicamente più maturi, come i biluim, erano coscienti della presenza araba e dei suoi pericoli. In una bozza delle norme dell’associazione – verosimilmente dell’estate 1883, un anno dopo l’arrivo a destinazione dei primi biluim – si raccomandava di «trovare persone che parlino la lingua locale», per aprire un dialogo con la gente del posto ed evitare che reagisse alla presenza dei nuovi arrivati «con rabbia». Nelle scuole dei biluim si sarebbe insegnato l’arabo, e anche gli usi e i costumi arabi sarebbero stati spiegati ai bambini, perché potessero imparare «non a scontrarsi, ma a convivere con loro». Nel contempo il documento escludeva l’uso di manodopera araba nelle terre dei biluim.24


Non tutti gli emigranti coscienti del problema pensavano agli arabi in termini di animosità. Alcuni li consideravano abitanti del deserto rudi ma sostanzialmente innocui, pittoreschi e generosi, che non si sarebbero adirati per la crescente presenza sionista. Nelle crude parole di Achad Ha-‘am: «All’estero ci figuravamo gli arabi come rozze genti delle zone aride, non troppo diverse dai muli, che poco o niente avrebbero visto e capito di quanto accadeva intorno a loro».25 Molti sionisti europei, perfino dopo l’inizio delle ’aliyot, presumevano che arabi ed ebrei avrebbero convissuto in santa pace nel futuro Stato ebraico. Nel 1884 una «piattaforma» degli Chovevei Zion affermava: «Non è vero che… gli abitanti del paese sono ostili; è impossibile, semmai, che siano più incolti e malvagi dei contadini russi [antisemiti]… [I racconti] di aggressioni [a ebrei] da parte di predoni beduini non sono che dicerie».26 Almeno fino alla Prima guerra mondiale, molti ideologi sionisti pensavano che gli abitanti della Palestina avrebbero capito che l’arrivo degli israeliti, con le loro capacità e i loro capitali, sarebbe stato un bene anche per loro.


Ciò nondimeno, in generale gli ‘olim consideravano gli arabi primitivi, disonesti, fatalisti, pigri e ignoranti – cioè, più o meno come i coloni europei consideravano le popolazioni autoctone di gran parte dell’Asia e dell’Africa. Gli arabi – raccontavano gli ‘olim – bestemmiano spesso e fanno gesti osceni; ed essi temevano che qualunque arabo preso a servizio potesse attaccare quei vizi ai loro figli. Inoltre, i coloni erano colpiti dalla scarsità di sviluppo economico e igiene, dalla diffusione di gravi malattie, in special modo oculari, e dal basso livello di vita che caratterizzavano i villaggi e i quartieri arabi; e tutto ciò generava disprezzo. Gli abitanti degli insediamenti consideravano i lavoratori indigeni «quasi sempre degli umili servitori, che possono essere sfruttati… e che accettano di buon grado le manifestazioni di potere e superiorità del datore di lavoro», per citare un membro dello yishuv, il pedagogo Josef Vitkin.27 E secondo Chaim Hissin, uno dei biluim, la gente degli insediamenti «guardava dall’alto in basso» quei «barbari». Tre anni dopo, nel 1886, Hissin scrisse che gli arabi erano «del tutto privi di patriottismo… È gente in via di degenerazione».28 Avshalom Feinberg, nato a Gedera (1889-1917) da genitori biluim e futura spia britannica della grande guerra, disse degli arabi: «Non c’è razza più codarda, ipocrita e falsa di questa».29 Nemmeno l’attivista sionista e leader degli agricoltori ebrei Mosheh Smilansky, che nel 1914 era, in tema di rapporti tra arabi ed ebrei, moderato e pragmatico, dava giudizi più lusinghieri:


Non dobbiamo dimenticare di aver a che fare, qui, con gente semiselvaggia, le cui idee sono estremamente primitive. E questa è la loro natura: se sentono che avete in pugno la situazione, sono sottomessi e nascondono il loro rancore; se invece gli sembrate deboli, vi sopraffanno… Inoltre… i molti turisti e cristiani delle città hanno diffuso tra gli arabi certe bassezze che non sono comuni in altri popoli arretrati… menzogna, imbroglio, diffidenza, mitomania… e un segreto odio per gli ebrei. Questi semiti sono… antisemiti.30


D’altra parte, alcuni ebrei degli insediamenti rispettavano le presunte doti di combattenti degli arabi, la loro apparente dimestichezza con l’ambiente, l’ospitalità e perfino il loro carattere rozzo e selvatico. Per alcuni, tra i quali lo stesso Smilansky, gli arabi erano una testimonianza vivente su come, verosimilmente, dovessero essere i loro remoti antenati, gli ebrei della Giudea biblica.31 Al vertice di quell’ambivalenza si trovava il beduino (o, talvolta, il druso). Diversamente dai più o meno europeizzati arabi di città e dagl’incolti e miseri fellahin che coltivavano le terre degli effendi, il beduino era spesso considerato il paradigma del «vero arabo» – valoroso, indomabile e sempre a cavallo. L’ammirazione era mista a timore, per via del coraggio e del valore guerriero attribuiti al nomade del deserto. Paradossalmente quest’immagine romantica del beduino, molto simile a quella degli arabofili britannici, fu soprattutto tipica degli ‘olim della seconda ‘aliyah, cioè di quegli immigrati ebrei che, come vedremo, avrebbero acuito e approfondito l’antagonismo tra la loro gente e gli arabi. Diventò quasi di moda, negli insediamenti della seconda ‘aliyah, imitare i beduini coprendosi il capo con la keffiah, e dimostrando destrezza nel cavalcare e nel tirare col fucile.


La forza e rudezza degli arabi di origine contadina era sperimentata molto presto dalla maggior parte degli immigrati: a Giaffa, erano condotti a riva da facchini arabi. Il «nuovo ebreo» giunto in Palestina per riaffermare, o ritrovare, la perduta virilità era considerato incapace di raggiungere da solo la terraferma da un indigeno nerboruto e analfabeta. L’arabo di città, d’altra parte, era di solito giudicato in modo piuttosto diverso. Eliezer Ben-Yehuda avrebbe scritto che il suo primo incontro «col cugino Ismaele» non era stato «felice. Un deprimente senso di orrore… mi ha riempito l’anima». Reuven Paicovich – un Chovevei Zion russo giunto in Palestina nel 1882 (e padre del generale israeliano Yigal Allon) – fu spaventato dall’ostilità degli arabi di Giaffa, e in fretta e furia fabbricò dei rudimentali sfollagente per sé e suo fratello. Il romanziere Brenner ricorda che subito dopo lo sbarco a Haifa fu preso a spintoni da un gruppo di arabi al grido di Iehud, iehud («Ebreo, ebreo»). Il suo primo impulso era stato quello di venire alle mani, ma i suoi compagni lo avevano avvertito che gli abitanti erano quasi tutti arabi, e bisognava usare prudenza. Era ben triste constatare che anche lì, come in Europa, «i maltrattamenti dei gentili andavano sopportati in silenzio».32 Nel 1913 Brenner scrisse dell’odio che divideva ebrei e arabi – e «così è e sarà inevitabilmente». Si doveva dunque «esser preparati alle conseguenze dell’odio… [e] soprattutto, occorre che guardiamo in faccia la realtà, senza sentimentalismi o idealismi di sorta».33


Tuttavia, non in tutti gli ‘olim il primo contatto con gli arabi suscitava impressioni così negative. David Ben-Gurion li incontrò per la prima volta durante il viaggio per Giaffa, nel 1906. «Mi hanno fatto un’ottima impressione», scrisse poi al padre. «Sono quasi sempre di buon cuore, ed è facile farseli amici. Un po’ anime di bambini in corpi di adulti.» Ma nel suo ottimismo non tardò a insinuarsi una certa ansia. Quando la nave giunse a Giaffa, «d’un tratto il porto si riempì di piccole imbarcazioni, e alcuni arabi si arrampicarono sulle fiancate e salirono a bordo dando spintoni e facendo un baccano d’inferno». Alcuni facchini accompagnarono Ben-Gurion su una barca, che si limitò ad accostarsi alla riva; così, anche uno dei futuri padri della patria ebraica giunse in Palestina letteralmente in groppa a un arabo.34


Giaffa gli sembrò «non bella… Come in tutte le città dell’Oriente, le strade sono strette e tortuose. Una polvere insopportabile infesta la piazza del mercato, che è priva di pavimentazione». Molti arabi se ne stavano accovacciati dove capitava a fumare il narghilè. Anni dopo Ben-Gurion avrebbe scritto: «Mi sono sentito più esule a Giaffa che a Plonsk,» la sua città natale in Polonia. Dopo appena sette ore la lasciò, trasferendosi in una colonia dell’entroterra.35


L’atteggiamento degli arabi verso gli ‘olim

GLI EBREI DEL VECCHIO YISHUV erano disprezzati dagli arabi di Palestina. I nuovi ‘olim, d’altro canto, non volevano solo risuscitare nella regione un’antica entità politica, ma rimodellare il modo di essere e apparire dell’ebreo: non più vittima disprezzata, sensale, piccolo commerciante, impuro cambiavalute, intellettuale anemico e déraciné, ma rude e schietto agricoltore non disposto a farsi pestare i piedi da alcuno. Incontrando gli ‘olim, gli arabi di Palestina si trovarono faccia a faccia col «nuovo ebreo» e ne furono disorientati e non di rado spaventati.


Come i loro dominatori turchi, gli arabi non amavano gli stranieri in generale. Ai loro occhi erano simboli dell’invadenza delle grandi potenze, e rappresentanti di culture estranee e religioni ostili. I vantaggi che le Capitolazioni concedevano agli europei li irritavano; e nutrivano – fossero musulmani o cristiani – pregiudizi verso gli israeliti che alimentavano con passi del Corano e del Nuovo Testamento. Inoltre i cristiani, goccia in un mare islamico, tendevano ad accentuare il loro antisionismo per mettere in risalto i tratti che li accomunavano ai musulmani.


Pochi arabi ebbero contatti diretti e prolungati con gli ebrei degli insediamenti negli anni ’80 e ’90 del XIX secolo. A quel tempo gli ebrei erano pochi, e concentrati solo in alcune zone del paese. Forse, all’inizio gli immigrati furono più che altro motivo di curiosità e divertimento: a Rishon le-Zion, per esempio, essi tentarono inutilmente di usare i cammelli come animali da traino.36 Ma gli insediamenti crescevano, si diffondevano, e a poco a poco diventarono motivo di preoccupazione. In generale i coloni non parlavano l’arabo (tra gli immigrati della seconda ‘aliyah quasi nessuno leggeva e scriveva l’arabo, anche se una minoranza aveva una certa dimestichezza con l’arabo parlato);37 quanto agli usi e’ costumi della gente del posto, non se ne curavano e non ne sapevano niente. «La causa di molti dei recenti incidenti [tra arabi ed ebrei] risiede in apparenza nell’ignoranza su come comportarci coi nostri vicini», scriveva nel 1911 Chaim Cohen di Petach Tiqvah.38 Molti immigrati russi della seconda ‘aliyah erano socialisti, anarchici, atei e liberi pensatori. In patria avevano rifiutato o contestato tanto l’autocrazia zarista quanto la tradizione ebraica e la fede in Dio. Perché avrebbero dovuto mostrare maggior rispetto per il potere ottomano e la religiosità araba? Giunti in Palestina, essi non rinnegarono il loro temperamento ribelle, e talvolta lo mettevano in mostra. Si sentivano rivoluzionari in cammino verso cieli e mondi nuovi, e la loro visione della realtà era agli antipodi di quella araba. Secondo un pamphlet arabo del 1914, la seconda ‘aliyah consisteva in «rivoluzionari tedeschi, nichilisti russi e vagabondi di altre nazioni».39


Un notabile di Giaffa si dilungò maggiormente: «[Gli Chovevei Zion]… fanno tutto quel che gli salta in mente come se non sapessero che c’è un governo [in Palestina], o che esistono delle leggi». I coloni costruivano case e piantavano vigne senza autorizzazione.40 Spesso violavano le consuetudini in un modo che gli arabi trovavano insultante, come quando negavano con la forza ai pastori l’uso di pascoli considerati da tempo comuni. Gli abitanti degli insediamenti vestivano, pregavano (quando pregavano) e si comportavano in modo completamente diverso. I loro valori erano estranei e in contrasto con quelli arabi. In breve, tutto in loro appariva agli arabi anormale e vagamente provocatorio.


Già negli anni ’80 c’erano arabi che capivano che il pericolo sionista non era una mera questione locale, o un effetto collaterale della diversità culturale. «Gli indigeni ci sono ostili, dicono che siamo venuti a cacciarli dal paese», annotava un ebreo degli insediamenti.41 Dopo la visita del 1891, Achad Ha-‘am scrisse sulla nave che lo riportava a Odessa che gli arabi intuivano i propositi degli ebrei degli insediamenti, e avevano «una mente acuta, molto perspicace».


I rapporti tra ‘olim e arabi e le cause dell’antagonismo arabo-ebraico

I NUOVI COLONIZZATORI erano quotidianamente a contatto col milieu arabo che li circondava, perché dipendevano dai villaggi circostanti per cibo e concime, per la manodopera stagionale e la sorveglianza, nonché per il trasporto e lo smercio dei loro prodotti. I coloni di Hadera, Mishmar Ha-Yarden e Metulla ricevettero inoltre una certo addestramento agricolo dai vicini e dai dipendenti arabi. Alcuni insediamenti dipendevano dai villaggi circostanti perfino per l’acqua, come Gedera da Qatra a metà degli anni ’80 del XIX secolo. Donne arabe portavano l’acqua a Gedera su giare che tenevano in equilibrio sul capo. La contiguità di molti terreni ebrei e arabi implicava contatti quasi quotidiani coi fellahin, alcuni dei quali, talvolta, prendevano in affitto dai coloni campi da coltivare.


Gli ebrei degli insediamenti cercavano di basare le relazioni coi vicini sul rispetto reciproco, ma la situazione generale andava nella direzione opposta. Da un lato essi avevano comprato terre arabe di cui disponevano a piacimento, a volte cacciando i fittavoli e le loro famiglie; dall’altro dipendevano dagli arabi per i rifornimenti e la manodopera, ed erano vittime di furti e perfino di saccheggi. E se si mostravano concilianti, il loro atteggiamento era spesso interpretato come debolezza.


In questa difficile situazione la violenza era a volte scatenata da imprevisti o semplice sfortuna. Nel dicembre 1882 una guardia di Rosh-Pinah, in Galilea, sparò involontariamente a un bracciante arabo di Safed, che restò ucciso. Circa 200 arabi reagirono assalendo l’insediamento, lanciando pietre e compiendo vandalismi. Fatto inconsueto, gli arabi del vicino villaggio di Ja’una intervennero in difesa di Rosh-Pinah; tra l’altro, Rosh-Pinah e Ja’una condividevano alcune sorgenti, ed erano interessati a impedirne l’uso da parte di estranei. La guardia fu detenuta per otto mesi, processata e dichiarata innocente, ma dovette lasciare il paese per timore di ritorsioni. Alla famiglia dell’ucciso, Rosh-Pinah pagò 300 sterline – una somma piuttosto alta a quel tempo.42


Nei primi anni degli insediamenti la tensione era spesso causata dalla reciproca ignoranza di lingua e usanze da parte di arabi ed ebrei. Alcuni leader sionisti spingevano la gente degli insediamenti a informarsi sugli usi locali, e ad adottare in parte i costumi degli arabi. Lo statuto dei biluim sottolineava l’importanza di imparare l’arabo, e alcune moshavot lo includevano nei loro programmi scolastici. Dove gli immigrati si attenevano agli usi agricoli arabi, come a Mishmar Ha-Yarden, nella valle del Giordano, avevano buoni rapporti coi vicini. Altrove gli attriti erano frequenti, anche se alla fine, benché riluttanti, gli arabi si adattavano alla nuova situazione. Così a Rechovot, dove gli ebrei proibirono di pascolare le pecore sui loro terreni dopo la mietitura. Quando i pastori della vicina Zarnuqa volevano condurre le greggi sulle terre di Rechovot, dovevano chiedere il permesso al consiglio dell’insediamento; ma le bande di beduini ignorarono il nuovo regolamento e continuarono a violare i confini della proprietà.43


Pur essendo ancora una sparuta minoranza, gli abitanti degli insediamenti impararono presto a comportarsi da signori e padroni, pronti in certi casi a ricorrere alla forza di fronte alla minima provocazione. Questa fu una causa importante del risentimento arabo. Secondo alcuni osservatori sionisti, simili eccessi erano uno dei modi in cui i «nuovi ebrei» ipercompensavano la passività con cui per secoli avevano dovuto subire la violenza dei gentili. Ma per gli arabi l’offesa e la sorpresa erano tanto maggiori, in quanto gli ebrei erano tradizionalmente considerati inferiori sul piano sociale, e servili, dipendenti e pavidi su quello personale. Riferendo di un incidente verificatosi a Giaffa nel marzo 1908, Edward Blech, console britannico a Gerusalemme, sostenne che alcuni immigrati erano «turbolenti e aggressivi, e imbevuti di idee socialiste». Secondo David Levontin, più volte ebrei armati si erano aggirati in città in modo provocatorio.44


Nel 1891 Achad Ha-‘am aveva consigliato agli abitanti dei nuovi insediamenti di comportarsi «cautamente… [e] usare cortesia e rispetto» nei rapporti con gli arabi. Ma a parer suo, giunti in un paese dove avevano una «quasi completa libertà d’azione» per via del lassismo e dell’inefficienza ottomani, essi cominciavano a manifestare una chiara «tendenza al dispotismo, come suole accadere ogni volta che il servo diventa padrone».45 Due anni dopo egli scriveva che «verso i fittavoli e le loro famiglie i coloni hanno un atteggiamento non diverso da quello verso gli animali di loro proprietà». Sembra che negli insediamenti i braccianti fossero comunemente chiamati «muli», un paragone forse basato su quello tra i somari e gli schiavi cananei nel Talmud.46


Dalle parole ai fatti. Achad Ha-am giunse ad affermare, forse con un pizzico di esagerazione, che i coloni sionisti «si comportano con gli arabi con cattiveria e insensibilità, danno in escandescenze senza motivo, li battono senza ritegno né buone ragioni e se ne vantano».47 Rechovot – un’eccezione tra le colonie – dovette vietare a più riprese che si ricorresse alle botte nei rapporti coi lavoratori arabi. Nel 1898 un ebreo dell’insediamento fu multato di 39 kurus (100 kurus valevano una lira ottomana, che a sua volta valeva poco meno di una lira sterlina), cioè circa una settimana di paga di un bracciante, per aver malmenato un arabo che aveva attraversato la sua vigna con un carretto per ordine di un altro ebreo dell’insediamento. L’anno seguente un membro dell’insediamento fu multato di 4 lire turche per aver «crudelmente picchiato» un altro arabo. Tre quarti della multa andarono alla vittima; siccome questa ebbe bisogno di cure ospedaliere, anche le relative spese furono addebitate all’aggressore.48 Il consiglio giudiziario di Rechovot si guadagnò una fama di tale equità presso gli arabi, che questi gli chiesero di dirimere vari contrasti tra arabi ed ebrei dell’insediamento, e perfino una disputa tra musulmani.49


Nella maggior parte delle moshavot, però, gli arabi erano trattati come gli indigeni in altri luoghi colonizzati dagli europei. Quando Smilansky lo riferì ad Achad Ha-am, questi scrisse: «[Se] ora [ci comportiamo] così, come ci comporteremo con tutti gli altri se davvero diventeremo i padroni di Erez Yisrael?».50 In aggiunta agli occasionali maltrattamenti, alcuni ebrei degli insediamenti si diedero anche a una pratica che spesso, in passato, aveva alimentato l’antisemitismo: l’usura. Secondo Smilansky, alcuni di loro prestavano denaro agli arabi «a interessi tra il 30 e il 40%». A Rechovot, il consiglio vietò esplicitamente quella pratica.51


L’ostilità araba verso i nuovi ebrei

NATURALMENTE, C’ERA L’ALTRA FACCIA della moneta, Ugualmente importante. Gli ebrei degli insediamenti vivevano nel continuo timore di aggressioni, sia dentro le moshavot, da parte dei lavoratori arabi, sia fuori, da parte della popolazione musulmana.52 Come tutti i colonizzatori bianchi, si sentivano continuamente minacciati dalla maggioranza della popolazione; anche loro sfruttavano la manodopera locale, e occasionalmente la cacciavano dai luoghi in cui era sempre vissuta. Inoltre in generale, benché non sempre, gli arabi potevano contare sulla simpatia delle autorità locali e della polizia ottomane. Potevano portare armi e sapevano usarle meglio della maggior parte degli ebrei degli insediamenti. Oltretutto questi ultimi, pur considerando gli arabi impulsivi, violenti e poco rispettosi della legge, esitavano ad armarsi per timore di far precipitare la situazione e rendere impossibile qualunque compromesso con l’indispensabile manodopera araba.


Ma la principale causa di tensione e violenza nel periodo tra il 1882 e il 1914 non furono gli incidenti, i fraintendimenti o gli atteggiamenti e i comportamenti dell’una o dell’altra parte, ma la situazione storica oggettiva e il conflitto d’interessi e di propositi delle due popolazioni. Istintivamente, gli arabi cercavano di preservare il carattere arabo e musulmano della regione, e il loro ruolo di suoi abitanti legittimi. I sionisti, al contrario, volevano mutare radicalmente lo status quo acquistando tutta la terra che potevano e stabilendovisi, col fine ultimo di trasformare un paese abitato da arabi nella loro patria.


Per decenni i sionisti, che temevano le reazioni degli arabi e delle autorità ottomane, tentarono di celare il loro obiettivo a lungo termine. Ma sull’obiettivo in sé, e sui mezzi per conseguirlo, non avevano dubbi. La corrispondenza interna degli ‘olim sin dall’inizio dell’impresa sionista dà poco spazio alle ipotesi. Vladimir (Zeev) Dubnow, uno dei biluim, così scriveva a suo fratello, lo storico Simon Dubnow, nell’ottobre 1882: «l’obiettivo ultimo… è, col tempo, assumere il controllo della Terra d’Israele e ristabilire l’indipendenza politica degli ebrei, della quale sono privi da duemila anni… Allora gli ebrei si alzeranno, e armi alla mano (se necessario) si proclameranno padroni della loro antica patria». (Dubnow, peraltro, tornò in Russia poco tempo dopo).53


Ben-Yehuda, che si stabilì a Gerusalemme nel settembre 1881, nel luglio 1882 scrisse a Perez Smolenskin, a Vienna: «Quel che dobbiamo fare ora è rafforzarci il più possibile, conquistare il paese, di nascosto, a poco a poco… Possiamo riuscirci solo di soppiatto, senza rumore… Non creeremo comitati, perché gli arabi capirebbero subito le nostre intenzioni, ma, silenziosi come spie, compreremo, compreremo, compreremo».54


Nell’ottobre 1882 Ben-Yehuda e Yehiel Michal Pines, giunti in Palestina nel 1878, scrissero a Rashi Pin, a Vilnius:


Abbiamo fatto una regola del non parlar troppo, se non a quelli… di cui ci fidiamo… Lo scopo è risuscitare la nostra nazione nella sua terra… se solo riusciremo ad accrescere il nostro numero qui fino a essere la maggioranza [enfasi nell’originale]… Ora come ora, ci sono solo circa cinquecento[mila] arabi, non particolarmente temibili, e ai quali sottrarremo facilmente il controllo del paese giocando d’astuzia [e] senza attirarci la loro ostilità prima di esser diventati i più forti e i più numerosi.55


In realtà gli arabi, in città come nelle campagne, a poco a poco cominciarono ad allarmarsi. Gli ebrei più perspicaci non mancarono di notarlo. Achad Ha-am, dopo il viaggio del 1891, scrisse profeticamente: «Se verrà il momento in cui la nostra gente in Palestina sarà tanto cresciuta da spingere la popolazione indigena, in misura più o meno grande, ad andarsene, questa non si lascerà cacciare facilmente».


All’inizio, l’opposizione all’arrivo dei «nuovi ebrei» aveva assunto forme relativamente primitive e benigne: furti e vandalismi agli insediamenti più isolati, con i coloni che tendevano ad attribuire gli incidenti a cause e contese specifiche, locali, e in genere scartavano l’ipotesi di piani o schemi «nazionali» e perfino regionali. Ma nell’arco di un decennio il risentimento arabo cominciò a esprimersi in modo organizzato e «nazionale», o protonazionalista.


Incidenti locali

LA PAURA DEI CONTADINI ARABI di essere espropriati fu in principio personale, legata al livello di vita o, per meglio dire, alla sopravvivenza. Col tempo, però, assunse un carattere patriottico-locale (gli ebrei «stanno prendendosi tutto il distretto»). Gradualmente, con l’avanzare del xx secolo, sentimenti nazionalisti, insieme al timore di essere cacciati dal paese, sostituirono il patriottismo locale.


All’inizio, la violenza fu spesso innescata dall’imprecisione dei confini dei terreni. Un ebreo degli insediamenti attribuì a questa causa tutti gli attriti tra Petach Tiqvah e i suoi vicini.56 Spesso nei contratti i confini erano indicati in modo approssimativo («una linea retta dall’albero alto alla grossa roccia…»). A volte gli arabi cercavano di sradicare gli alberi e colmare i fossi, i più comuni punti di riferimento per delimitare le proprietà. Per anni boicottarono i progetti di un fossato che doveva cingere i terreni di Rechovot. Di solito essi sapevano bene dove passavano i confini, ma erano riluttanti a fare a meno di terreni che avevano abitato e coltivato per generazioni. Che i coloni, spesso a corto di braccia, affittassero parte delle terre acquistate o permettessero ai fittavoli di restare incassando l’affitto non bastava a placare la rabbia degli arabi quando, anni dopo, dovevano andarsene. Alcuni coloni affittavano dei lotti agli arabi dei villaggi o ai vecchi fittavoli per l’impossibilità di farli sloggiare; ma più a lungo gli si permetteva di restare, più diventava difficile mandarli via.57 D’altra parte, dove i fittavoli erano stati cacciati c’erano continui attriti e sconfinamenti, e anche dopo l’indennizzo i contadini insistevano nelle rivendicazioni e tentavano di salvare il precedente modo di vita.


Un’altra importante causa di antagonismo erano le controversie lavorative. Il nocciolo duro dei socialisti della seconda ‘aliyah, che sarebbero diventati i leader dello yishuv negli anni ’20 e ’30 del xx secolo, ritenevano che l’economia degli insediamenti non dovesse dipendere dallo sfruttamento della manodopera araba. Il lavoro manuale ebraico era strettamente legato all’etica socialista dei sionisti, decisi a trasformare il sensale, il bottegaio e l’intellettuale della Diaspora in un contadino capace di produrre non solo idee e denaro, ma anche beni materiali. Inoltre, per quest’etica chi non coltivava la terra aveva su di essa diritti molto più deboli. Il «nuovo ebreo» contestava la mentalità e la prassi colonia-liste delle moshavot, e si verificò un curioso capovolgimento ideologico. I socialisti di due partiti politici, il Ha-Poel ha-Zair (fondato nel 1905) e il Po‘alei Zion (fondato nel 1906) erano per l’esclusione degli arabi dall’economia degli immigrati ebrei. Il Po‘alei Zion, che fondeva l’internazionalismo marxista col nazionalismo ebraico, in teoria era per un fronte comune dei lavoratori di tutte le nazioni contro i capitalisti. Ma in Palestina, in parte per la competizione nel mercato del lavoro in parte per assicurare un’occupazione a ogni ebreo, i suoi seguaci, guidati da Ben-Gurion, invocavano la completa separazione della società e dell’economia ebraica da quella araba.58 Al contrario, gli imprenditori agricoli delle moshavot erano per l’impiego della manodopera araba, meno cara e più esperta di quella ebraica. Scriveva nel 1914 Yizchaq Ben-Zvi, ideologo del Po‘alei Zion e futuro secondo presidente israeliano: «In teoria la borghesia ebraica avrebbe dovuto essere sciovinista e impiegare solo lavoratori ebrei, mentre noi, i socialisti… in quanto internazionalisti… avremmo dovuto esigere che i dipendenti fossero assunti senza discriminazioni basate sulla nazionalità e la religione. In realtà accadde l’esatto contrario».59


La contraddizione non sfuggì agli oppositori politici dei socialisti, i portavoce delle moshavot: «Com’è possibile che gli ebrei, che chiedono l’emancipazione in Russia, una volta giunti in Erez Yisrael si comportino da egoisti e neghino i diritti degli altri lavoratori?» chiese nel 1909 Meir Dizengoff, futuro sindaco di Tel Aviv.60 Aaron Aaronsohn di Zikkaron Ya‘aqov si scagliò contro la politica della «conquista del lavoro» (kibbush haavodah) definendola «fanatica… ingiusta e non-ebraica».61 Sebbene radicalizzasse l’antisionismo arabo, i socialisti consideravano la battaglia per il lavoro agli ebrei una battaglia per la sopravvivenza, così mescolando nazionalismo e lotta di classe.62 Ma forse, più che parlare di mescolanza bisognerebbe dire che in questo caso l’etica nazionalista si era insinuata in quella socialista, finendo col sopraffarla.


Altri fattori erano all’origine della «conquista del lavoro». I socialisti della seconda ‘aliyah usavano questa espressione per significare tre obiettivi: superare la tradizionale esclusione degli ebrei dal lavoro dei campi, contribuendo alla costruzione del «nuovo ebreo»; appoggiare le lotte dei lavoratori per migliori condizioni economiche e di vita; e sostituire gli ebrei agli arabi nelle attività manuali. Continuare a impiegare manodopera araba significava rischiare che «valori arabi» fossero trasmessi alla gioventù sionista, e incoraggiare la tendenza dei coloni a sfruttare i dipendenti e a trattarli con scarso rispetto. Inoltre gli arabi che vivevano nei pressi delle colonie erano sospettati di commettere furti e passare informazioni ai nemici degli ebrei nei villaggi e tra i funzionari ottomani. Sionisti lungimiranti come Ussishkin sostenevano che senza la separazione delle economie e delle società, gli arabi impoveriti e sfruttati avrebbero finito con l’aprire gli occhi, e constatato «che la prosperità dei coloni viene dal sudore della loro fronte. E presenteranno il conto». In effetti i lavoratori arabi della colonia di Zikkaron Ya‘aqov cominciarono a protestare anche prima del previsto.63


Lo statuto dei biluim del 1883 dichiarava che i terreni di nuova acquisizione sarebbero stati coltivati «senza l’aiuto della popolazione araba indigena». Ussishkin aveva raccomandato l’uso di «manodopera ebraica» e la sostituzione dei lavoratori arabi con altri di origine israelita già nel 1890, in anticipo di oltre un decennio sulla seconda ‘aliyah. Ma i primi ‘olim, relativamente poco numerosi, avevano bisogno di aiuto. In agricoltura erano in gran parte dei neofiti, e le loro fattorie si basavano principalmente sui frutteti, i vigneti e l’arboricoltura, che richiedono molte braccia specie in occasione del raccolto. Quando i villaggi vicini erano insufficienti, arabi di località più distanti giungevano negli insediamenti con le famiglie, ed erano alloggiati in costruzioni di fortuna all’interno delle colonie. Essi si accontentavano di salari modesti, sia perché altrettanto parco era il loro stile di vita, sia perché ricavavano il grosso delle entrate da appezzamenti di terreno che coltivavano come fittavoli o piccoli proprietari. Il salario dei coloni era per molti di loro solo un extra.


Gli arabi erano robusti, e il più delle volte anche ubbidienti. I braccianti ebrei erano più cari, meno esperti, meno forti e talvolta insubordinati; perciò, nonostante le promesse dei leader e di alcuni statuti, nei primi decenni degli insediamenti gran parte dei lavoratori delle moshavot furono di etnia araba. La realtà obbligava la società coloniale ebraica a rifuggire dal «lavoro (manuale) ebraico» se non in rare località. E alla realtà, in una certa misura, si adeguò l’atteggiamento ufficiale dei vertici sionisti. Il dottor Arthur Ruppin (1876-1943), capo dell’Ufficio palestinese dell’Organizzazione sionista, scrisse: «Anche se ovviamente dobbiamo preoccuparci in primo luogo di dare pane e lavoro ai nostri fratelli più poveri, è nostro dovere evitare qualunque atto che sembri volto a emarginare gli arabi».64 Portare alle estreme conseguenze il principio del «lavoro ebraico» avrebbe significato elevare troppo le retribuzioni e inimicarsi gli arabi, che avrebbero «reagito in modo violento».65 Ruppin, un pragmatico, pensava che gli ebrei dovessero vivere in pace «e possibilmente in amicizia» coi loro vicini.66


Non ci sono resoconti di prima mano sulle reazioni degli arabi alla controversia in seno allo yishuv. Tuttavia, i documenti di questo periodo contengono chiari echi della loro reazione alla più generale tendenza della minoranza ebraica a chiudersi in se stessa, della quale la controversia sul «lavoro ebraico» era solo un aspetto. Il notabile siriano Haqqi Bey al-Azm, del Partito del decentramento, affermò: «Vediamo gli ebrei separarsi sempre più dagli arabi nella lingua, nell’istruzione, nel commercio, negli usi e costumi, nell’intera vita economica… [Per questo] la popolazione [araba] li considera una razza straniera».67


La controversia sul «lavoro ebraico» in agricoltura non sfociò spesso nella violenza. Ma violenze relativamente gravi e persistenti si verificarono in un ambito collegato, quello dell’autodifesa delle colonie. Il regime ottomano era caratterizzato da una grave carenza di legge e ordine. Bande beduine vandalizzavano e rubavano, compiendo scorrerie tanto negli insediamenti ebraici quanto nei villaggi arabi, e gli arabi delle campagne aggredivano sia i loro vicini sia i viaggiatori di passaggio. Quasi dal primo momento, le moshavot assunsero arabi come guardie private. Infatti i coloni, che lavoravano duramente di giorno, non potevano fare le sentinelle di notte; inoltre, la maggior parte di loro aveva poca dimestichezza con le armi. Infine, se una guardia araba avesse ferito o ucciso un malfattore gli ebrei non sarebbero stati coinvolti in una eventuale faida. Di solito era un legittimo interesse delle guardie proteggere i datori di lavoro ebrei, e ogni tanto nascevano rapporti di amicizia. Ma era più comune che le guardie stesse rubassero, o permettessero di rubare agli arabi dei villaggi dietro pagamento di una tariffa. Accadde perfino che partecipassero ad aggressioni contro gli insediamenti, anche se gli arabi solevano non attaccarli quando i sorveglianti erano della loro etnia.


Nel settembre 1907 alcuni attivisti del Po‘alei Zion capeggiati da Israel Shohat (che aveva contribuito a organizzare l’autodifesa ebraica nella «Regione degl’insediamenti»), Israel Gil‘adi e Alexander Zeid fondarono Bar-Gyora, una società segreta votata al «lavoro ebraico» e alla sorveglianza degli insediamenti da parte dei soli israeliti. Essa prendeva il nome da Shimon Bar-Gyora, un eroe della ribellione ebraica contro Roma del I secolo d.C. Per reazione all’accresciuta aggressività araba dopo la ribellione dei Giovani turchi del luglio 1908, i suoi membri fondarono HaShomer (Il guardiano), un’organizzazione semiclandestina armata col solo obiettivo della sorveglianza degli insediamenti. Il motto di Bar-Gyora e HaShomer era: «Tra fuoco e sangue cadde la Giudea; tra fuoco e sangue risorgerà», da una poesia in onore dei ribelli antiromani.


In quattro anni, HaShomer ottenne contratti per la sorveglianza di Mescha (Kefar Tavor), Hadera, Rishon le-Zion e Rechovot. Anche se all’inizio l’organizzazione si limitò a difendere i perimetri degli insediamenti, in seguito estese la protezione agli agricoltori ebrei che si recavano nei campi, venendo inevitabilmente in contatto con gli arabi che sconfinavano e trasformandosi, per così dire, nella prima linea sionista in Palestina. Dall’acquisto dei terreni e la loro coltivazione si passava così alla loro difesa e all’apprendimento dell’uso delle armi: l’ebreo degli insediamenti tendeva a militarizzarsi. Nel 1910 l’Ufficio palestinese di Giaffa impiegava i miliziani di HaShomer per occupare e rendere adatti all’uso agricolo i terreni appena acquistati, prima dell’arrivo degli abitanti definitivi; le squadre di HaShomer erano chiamate «gruppi di conquista».68


I membri di HaShomer, mai più di 100 (ma l’organizzazione poteva impiegare fino a 300 non affiliati, che percepivano uno stipendio) imparavano la lingua e le usanze arabe per meglio svolgere il loro compito. Inoltre si vestivano spesso da arabi, e la prodezza in battaglia dei beduini era da loro idealizzata. Sostenevano di aver a cuore l’onore ebraico, e di non voler provocare gli arabi né ucciderli, a meno di essere costretti; nondimeno il loro comportamento era spesso giudicato aggressivo e provocatorio dai responsabili delle moshavot. A Rechovot, nel 1913, le guardie di HaShomer appoggiarono la richiesta dei lavoratori della seconda ‘aliyah di licenziare i dipendenti arabi e sostituirli con ebrei, in seguito a incidenti durante i quali due guardiani e un arabo erano rimasti uccisi. HaShomer minacciò di abbandonare la moshava se gli arabi non fossero stati cacciati. Irritati dall’atteggiamento degli uomini di HaShomer, i responsabili di Rechovot decisero di non rinnovare il contratto. Uno di loro, Shmuel Tolkovsky, dichiarò che il comportamento delle guardie ebree «ha messo a repentaglio il prestigio della nostra moshavah», aggiungendo che «noi ebrei siamo stati maltrattati e perseguitati per millenni… ci si aspetterebbe quindi che usassimo un po’ di umanità nell’affrontare i problemi e non pigliassimo a frustate, in modo del tutto arbitrario, della gente disarmata e innocente».


Tolkovsky era d’accordo con HaShomer sulla necessità di imporre agli arabi un atteggiamento rispettoso e disciplinato nei rapporti con gli insediamenti, ma pensava che ciò non richiedesse «brutalità… [e] insensibilità». Temeva che Rechovot dovesse un giorno rispondere delle «inutili provocazioni» di HaShomer.69 I sorveglianti del «Guardiano» furono licenziati da Rechovot dopo le ripetute lamentele di alcuni capovillaggio arabi, secondo i quali essi «rubano e provocano continuamente gli abitanti del villaggio dando loro degli assassini».70 A Hadera, HaShomer cessò il servizio quando l’insediamento tentò di reintrodurre le guardie arabe.


Ma i problemi del lavoro ebraico e della difesa degli insediamenti erano, in fondo, secondari. La vera radice dell’animosità e della violenza tra ebrei e arabi era nelle dispute sulla proprietà e i confini dei terreni, sul loro uso e sugli sconfinamenti, nonché negli espropri e negli esodi forzati.


Petach Tiqvah, la prima colonia sionista, fu fondata da ebrei di Gerusalemme nel 1878, abbandonata e rifondata da ‘olim della prima ‘aliyah nel 1882. Il sito originario, di 14.200 dunam, era stato venduto da due arabi cristiani di Giaffa, che a loro volta l’avevano acquistato dalle autorità ottomane dopo il pignoramento dei proprietari precedenti – alcuni abitanti dei villaggi di Yahudiya e Um Labes che non avevano pagato alcune imposte. Dopo l’arrivo degli ebrei, i contadini avevano continuato a coltivare i campi che erano loro affittati dall’insediamento. Essi rivendicavano anche un’area di 2.600 dunam che secondo loro non era mai appartenuta agli effendi di Giaffa, e che era attraversata da una strada che loro stessi avevano realizzato. Nel 1886 l’insediamento chiese che i fittavoli abbandonassero l’area contesa. Il 28 marzo un ebreo dell’insediamento che percorreva a cavallo la strada arata fu aggredito e derubato del cavallo dagli arabi di Yahudiya e gli ebrei confiscarono nove muli trovati a brucare nei loro campi. Non è chiaro quale incidente accadde per primo, e quale fu invece una ritorsione. Gli abitanti dell’insediamento rifiutarono di restituire i muli – una decisione che alcuni funzionari sionisti, come El‘azar Rokah, considerarono un’avventata provocazione. Il giorno dopo, mentre molti ebrei erano assenti, 50-60 arabi attaccarono Petach Tiqvah danneggiando campi e abitazioni e rubando quasi tutto il bestiame. Quattro ebrei dell’insediamento furono feriti e un quinto, una donna anziana con problemi cardiaci, morì quattro giorni dopo. Pressioni da parte di consolati europei indussero le autorità ad arrestare trentun arabi, che vennero poi rilasciati senza processo nel quadro di un accordo tra le comunità.71


L’attacco a Petach Tiqvah avvenne solo quattro anni dopo i tragici pogrom russi del 1881-2. Tuttavia, osservatori come Yehoshua Oussovitzky respinsero subito l’accostamento, l’incidente palestinese non essendo stato scatenato «da fanatismo religioso od ostilità nazionalista», ma da una banale contesa tra villaggi confinanti.72 Episodi analoghi, sempre causati da dispute di confine, si verificarono a Rechovot nel 1892 e 1893.73 Nel frattempo gli ebrei degli insediamenti dovettero affrontare un dilemma: che fare in simili casi? Assumere un atteggiamento distensivo, che poteva essere scambiato per debolezza e incoraggiare prepotenti e teste calde, o mostrarsi intransigenti e rischiare di aggravare l’ostilità araba? Si concluse che la prima strada era il male minore, la seconda potendo sfociare in faide sanguinose.


Nel 1887 si deteriorarono i rapporti tra Gedera, in gravi difficoltà economiche fin dai primi anni, e i vicini arabi di Qatra. Gedera era sorta su terre in precedenza possedute o prese in affitto dai fellahin di Qatra, che il cambio di proprietà aveva privato di gran parte delle entrate. All’inizio di aprile, contadini arabi che coltivavano illegalmente alcuni terreni appartenenti a Gedera aggredirono un ebreo. Un gruppo di abitanti dell’insediamento muniti di fruste andò allora nei terreni contesi con l’intenzione di causare una zuffa e l’intervento delle autorità ottomane. In effetti gli ebrei, meno numerosi, furono presto cacciati dai terreni ma le forze dell’ordine dovettero intervenire e arrestarono nove arabi.


Il risentimento reciproco di Gedera e Qatra si acuì l’anno seguente, quando gli arabi del villaggio rubarono un cavallo. Ebrei dell’insediamento rintracciarono i responsabili, recuperarono il cavallo e presero uno dei ladri. Quella notte (era il 17 ottobre 1888) gli arabi del villaggio assaltarono Gedera per liberare il prigioniero. Si sparò in aria e si lanciarono pietre, ma nessuna delle due parti voleva spargimenti di sangue e gli arabi furono respinti. Il giorno dopo, rinforzi giunsero a Gedera da due vicine colonie, Ekron e Rishon le-Zion, e solo l’intervento dei soldati turchi evitò uno scontro in grande stile. Le autorità arrestarono quattro arabi di Qatra, e portarono via l’arabo catturato dagli ebrei. La polemica scese di tono, e le due comunità si rappacificarono. In seguito, Qatra parve rassegnarsi alla presenza dell’insediamento.74


Nei primi decenni, questo schema si ripeté in gran parte delle moshavot e dintorni. Risolte le dispute iniziali sui terreni e rassegnatisi gli arabi alla loro perdita, l’ostilità scemava. E come sostenuto da alcuni ideologi del sionismo, le moshavot diventarono una fonte di prosperità per i vicini: gli arabi dei villaggi, assunti come braccianti e guardie private, guadagnavano discretamente, e gli ebrei degli insediamenti compravano dagli arabi prodotti agricoli e concime. Ciò è provato dal fatto che le moshavot tendevano ad attirare intere famiglie arabe, che si stabilivano nei dintorni. Alcuni abitanti dei villaggi, avuta la notizia che coloni ebrei si sarebbero installati nelle vicinanze, se ne rallegravano.75 Per esempio, risulta che dopo la nascita di una colonia in quell’area l’antico abitato arabo di Sarafand, presso Ramla, «un tempo in completa rovina… è diventato un centro in rapida espansione; infatti, molti di quelli che l’avevano abbandonato vi hanno fatto ritorno, dato che ora c’è lavoro per tutti».76


Anche se in genere l’ostilità lasciava il posto a rapporti quotidiani ragionevolmente buoni tra gli insediamenti e i vicini arabi, non c’è dubbio che molti abitanti dei villaggi provavano un risentimento sordo e radicato verso i nuovi venuti.


Nel 1895 il principale rappresentante del barone Rothschild in Galilea comprò 12.800 dunam da un cristiano libanese di Sidone. La vasta proprietà, situata nei dintorni di Metulla, era abitata e coltivata da oltre 600 fittavoli drusi. Dopo il pagamento di un indennizzo irrisorio, essi furono sfrattati nella primavera del 1896. La moshavah di Metulla fu inaugurata in giugno, ma per anni le famiglie sfrattate molestarono i nuovi venuti; un uomo fu ucciso nel sonno, furono rubati capi di bestiame e cereali, sparati colpi d’arma da fuoco in piena notte. Solo nel 1904 la questione fu risolta in modo definitivo, quando gli ebrei dell’insediamento pagarono ai drusi altri 60.000 franchi (3.000 lire turche) di risarcimento.77


Il 13 marzo 1908, crescendo l’opposizione all’afflusso di ebrei a Giaffa, il centro del Nuovo yishuv, un gruppo di arabi aggredì un’ebrea e picchiò suo marito, che aveva cercato di difenderla. Un gruppo di giovani ebrei della seconda ‘aliyah, con bastoni e coltelli, si prepararò a contrattaccare. Non è chiaro chi abbia causato lo scontro successivo. Il 16 marzo, alla vigilia della festa ebraica del Purim, un gruppo di ebrei (per la maggior parte russi) inseguì alcuni arabi fino a un negozio, lo devastò e lasciò uno degli inseguiti al suolo con 14 ferite da coltello. Poi si rifugiarono in due alberghi. Ottenuto il permesso dal viceconsole russo la polizia, seguita da arabi con pistole e coltelli, fece irruzione nell’albergo Spector (di proprietà di un cittadino russo). Tredici ebrei rimasero feriti, alcuni gravemente, e cinque furono arrestati. In seguito, dopo strenui pressioni della lobby sionista, il kaymakam di Giaffa dovette dimettersi.


Secondo alcuni testimoni ebrei e osservatori europei, gli ebrei non erano senza colpa: gli ‘olim erano soliti passeggiare per Giaffa, prevalentemente araba, con modi spesso «chiassosi e aggressivi».78 Ben-Gurion, allora un giovane colono di Sejera, in Galilea, fece due osservazioni sull’incidente: da un lato esso confermava che «gli arabi della città… ci hanno in odio»; ma non si doveva dimenticare che essi si comportavano così anche «tra… loro, tra una tribù e l’altra e tra un villaggio e l’altro», e con frequenza perfino maggiore. Dunque, non era solo questione di «arabi contro ebrei».79


Il responsabile dell’Ufficio palestinese, Arthur Ruppin, condivideva questo punto di vista moderatamente ottimista. L’incidente di Giaffa a suo avviso non era affatto equiparabile a un pogrom, come sostenuto da qualche giornale; esso aveva semmai le caratteristiche di «una rissa occasionale», come ne capitano ovunque gruppi diversi per religione e cultura siano continuamente a stretto contatto. «Invece di meravigliarsi dell’episodio di Giaffa, ci si dovrebbe stupire che qui in Palestina le relazioni tra ebrei e arabi siano di solito così pacifiche, nonostante le molte differenze.»80 In seguito, però, anche Ruppin avrebbe mutato registro.


L’emergere del problema «nazionale»

NELL’ULTIMO DECENNIO DELL’OTTOCENTO apparvero chiari segni di un sottofondo «nazionalista» che legava, e in una certa misura unificava, gli antagonismi locali. La prima protesta «nazionale» contro l’immigrazione ebraica ebbe luogo, a quanto risulta, nel 1891. I giornali avevano riferito che un gran numero di ebrei russi stava per imbarcarsi per la Palestina. Il 24 giugno un gruppo di notabili di Gerusalemme inviò un telegramma al gran visir, a Costantinopoli, chiedendo al governo di fermare l’immigrazione degli ebrei russi e impedire agli altri di acquistare terreni. A loro avviso: «Gli ebrei stanno sottraendo ai musulmani la terra coltivabile, si stanno impadronendo del commercio e introducono armi nel paese».81 Nel 1899 Taher al-Husayni, muftì (capo religioso) di Gerusalemme, propose che gli ebrei arrivati dopo il 1891 fossero indotti ad andarsene o espulsi.82


Le reazioni arabe all’impresa sionista crebbero molto in frequenza e animosità alla svolta del secolo, col graduale destarsi di un nazionalismo a tinte spesso anche antiturche. Il profeta della reazione araba al sionismo fu Najib Azouri, il transfuga e funzionario ottomano. Nel suo libro del 1905 Le réveil de la nation arabe (Il risveglio della nazione araba), egli invocava il distacco degli arabi dall’impero ottomano. L’opera ha evidenti venature antisemite oltre che antisioniste, forse dovute anche alla vicenda personale dell’autore, studente a Parigi al tempo dell’affare Dreyfus. Scriveva tra l’altro Azouri: «Due importanti fenomeni, della stessa natura ma opposti, stanno attualmente delineandosi nella Turchia asiatica: il risveglio della nazione araba, e il latente tentativo degli ebrei di ricostituire su scala molto ampia l’antico regno d’Israele. Questi movimenti sono destinati a combattersi fino alla vittoria di uno dei due».


Secondo Azouri, i sionisti volevano fondare uno Stato esteso dal monte Hermon al Deserto arabico al Canale di Suez.83 Benché pubblicato in Francia, il libro ebbe notevole risonanza in Palestina. Di lì a qualche anno Ben-Gurion avrebbe parlato dell’opera, e dei «discepoli di Azouri», come intenti «a seminare odio contro gli ebrei a ogni livello della società araba».84


Ci sono poche altre fonti primarie sull’origine dell’ostilità arabo-nazionalista all’impresa sionista. Tuttavia il suo emergere può essere dedotto dagli scritti e dai discorsi dei sionisti, specialmente della prima decade del xx secolo. A Basilea, nel luglio 1905, Max Nordau dichiarò che il «movimento [nazionalista]» aveva «messo radici nella gran parte delle genti arabe».85 Un altro oratore, Meir Isser Pines, parlò esplicitamente del «movimento nazionalista arabo».86 In una riunione a parte, sempre a Basilea, l’ebreo palestinese Yzchaq Epstein (1862-1943) tenne una conferenza sulla «questione araba» criticando i vertici sionisti che a suo giudizio non ne tenevano conto. Lo sfratto dei fittavoli drusi a Metulla, nel 1896, lo aveva profondamente impressionato. Per il momento, egli disse, «non c’è in Palestina un movimento arabo in senso nazionale o politico», ma è chiaro che egli ne prevedeva la nascita in un futuro non lontano: «Tra le difficoltà legate all’idea della rinascita del nostro popolo nella sua terra ce n’è una non meno importante delle altre: la questione dei nostri rapporti con gli arabi… Abbiamo dimenticato un piccolo particolare. Nel nostro amato paese c’è un’intera nazione che vi ha vissuto per secoli e mai s’è sognata di abbandonarlo».87


Epstein criticò duramente il fatto di comprare i terreni dagli effendi e cacciarne gli affittuari poveri, e asserì provocatoriamente che la Palestina apparteneva a entrambi i popoli. «Stiamo commettendo un enorme sbaglio psicologico nei confronti di un popolo grande, determinato e possessivo. Mentre amiamo profondamente la terra dei nostri padri, dimentichiamo che anche la nazione che oggi la abita ha un cuore che batte e un’anima che si affeziona. Come gli altri uomini, l’arabo è legato al paese natio da un vincolo tenace.»88


Secondo Epstein, i sionisti avevano bisogno del consenso arabo, e il loro progetto poteva giovare a entrambi i popoli. Propose che gli arabi avessero diritto di accesso agli ospedali, alle scuole e alle biblioteche degli ebrei. La conferenza di Epstein, pubblicata due anni dopo col titolo The Unknown Question (La questione sconosciuta) fu probabilmente la prima seria analisi di parte ebraica sull’antagonismo arabo-sionista, e offrì lo spunto al primo importante dibattito pubblico sionista sul problema arabo. Come per rispondere a Epstein, Ussishkin scrisse: «Gli arabi vivono con gli ebrei in una pace e amicizia senza precedenti, e riconoscono senza riserve i diritti storici [degli ebrei] sulla Palestina». Ma un altro leader sionista, Hillel Zeitlin, sostenne che l’impresa era disperata, la Palestina essendo già densamente abitata e i sionisti non potendo espellere gli arabi. Zeitlin propose che gli ebrei accettassero, per la loro rinascita nazionale, una sede meno problematica.89


Una replica esplicita venne a Epstein da Mosheh Smilansky, in Ha-Poel ha-Zair (Il giovane lavoratore), nella primavera del 1908: «O la Terra d’Israele appartiene in senso nazionale agli arabi che vi hanno preso dimora in tempi recenti; e allora per noi non c’è posto, e dobbiamo dire chiaramente: la terra dei [nostri] padri ci è preclusa. [Oppure] la Terra d’Israele appartiene a noi, il popolo ebraico, e in tal caso il nostro interesse nazionale ha la precedenza su tutto il resto… Un solo paese non può servire da patria a due popoli».


Secondo Smilansky era un’ingenuità pensare che gli arabi fossero favorevoli all’arrivo degli ebrei perché speravano di migliorare il loro tenore di vita. Egli concedeva che i sionisti dovessero conoscere meglio gli arabi, ma solo per difendersi più efficacemente. Nel contempo Smilansky mise in guardia dal trattare gli arabi come i colonialisti europei trattavano gli indigeni.90


Altre personalità sioniste minori andarono più lontano dello stesso Epstein nell’invocare la cooperazione arabo-ebraica. Il dottor Nissim Malul, un intellettuale di Safed che lavorava nell’Ufficio palestinese di Giaffa dal 1911, pensava che i sionisti dovessero imparare l’arabo e «fondersi con gli arabi» sulla base di un comune «nazionalismo semita».91 Ber Borochov, il teorico del «sionismo marxista», tentò di dare un fondamento storico a quell’opzione: gli arabi della Terra d’Israele erano discendenti della popolazione rurale giudea e cananea convertitasi all’Islam al tempo della conquista musulmana. Perciò erano «vicini» agli ebrei «nel sangue e nello spirito».92


Ma il montare del nazionalismo arabo e la crescente ostilità araba verso l’impresa sionista rinforzava anche il separatismo degli ebrei degli insediamenti. Al contrario di Malul ed Epstein, i «separatisti» non credevano all’integrazione e alla cooperazione, e pensavano che un conflitto fosse inevitabile. Quindi, finché gli ebrei non fossero stati abbastanza forti da assumere il controllo della Palestina, dovevano svilupparsi politicamente, socialmente ed economicamente in modo autonomo rispetto al loro ambiente.


Alcuni sionisti, tra i quali Joseph Klausner, uno storico, consideravano primitivi gli arabi e arretrata la loro cultura. Per Klausner, l’obiettivo era chiaro: «La nostra speranza è tutta qui: che a tempo debito diventeremo i padroni del paese».93 Autori come Mosheh Smilansky e suo fratello Zeev mettevano in guardia dal mescolarsi agli arabi, cosa che a loro avviso poteva diffondere tra gli ebrei la debolezza morale dei fellahin. Nel 1908 Smilansky scrisse che il sionismo doveva lottare perché gli ebrei diventassero maggioranza in Palestina, e che quanti vi si opponevano commettevano un «peccato contro la nazione». Zeev Smilansky negava che gli arabi potessero far valere sulla Palestina dei diritti di tipo nazionale, non essendo essi stessi una nazione, ma un insieme di tribù o clan rivali.94


Nel 1914 Mosheh Smilansky sarebbe diventato un moderato che invitava i sionisti a trovare coi palestinesi un modus vivendi; a imparare la lingua e i costumi degli arabi; ad astenersi dal comprare terreni comprendenti villaggi, o luoghi sacri, o dai quali fossero state sfrattate comunità di fittavoli; e ad aprire anche agli arabi i servizi medici e perfino educativi delle comunità ebraiche.95


Il maturare del conflitto arabo-sionista dopo la rivoluzione dei Giovani turchi

L’EMERGERE NELLO YISHUV DI UN’ETICA militante precedette la rivoluzione dei Giovani turchi a Costantinopoli; nondimeno il 1908 fu uno spartiacque. Fino ad allora la resistenza araba al progetto sionista era prevalentemente locale e specifica; in seguito, comparve una resistenza nazionalista, o almeno protonazionalista. Nei 27 anni precedenti, 13 ebrei erano stati uccisi da arabi – e solo quattro per motivi riconducibili al nazionalismo; gli altri omicidi erano connessi a furti e altri reati comuni.96 Ma nel quinquennio 1909-13, 12 guardiani ebrei degli insediamenti morirono per mano di arabi. Inoltre, i coloni ebrei parlavano ormai quasi sempre di «odio» e «nazionalismo» arabi, anziché di «banditismo», come causa di fondo dei sempre più frequenti reati contro le loro proprietà. Non stupisce che proprio al 1909 risalga il primo tentativo organizzato degli insediamenti di procurarsi armi da fuoco – da cinque a 20 fucili per moshavah a seconda della grandezza, suggerì Ruppin. E Wolffsohn approvò uno stanziamento di 5000 franchi per l’acquisto di armi da fuoco.97


Negli anni ’80 e ’90 i commentatori sionisti non parlavano di «arabi», ma di «indigeni», «abitanti», o in modo più selettivo, di «fellahin», «cittadini», «beduini», «cristiani» e così via.98 Ma a un certo punto, intorno al 1908, «arabi» diventa predominante.


Due sviluppi storici decisivi per l’antagonismo in questione si verificarono in questo periodo. Uno fu l’istituzione da parte dell’Organizzazione sionista, nel dicembre 1907, dell’Ufficio palestinese a Giaffa, la cui direzione fu affidata di lì a qualche mese al dottor Ruppin (assistito dal dottor Jacob Thon [1880-1950]). L’iniziativa segnò il parziale abbandono dell’impostazione tutto-o-nulla di Herzl, e della sua idea di una Carta. Pur continuando a cercare l’appoggio delle grandi potenze, da quel momento i sionisti si preoccuparono anche di mettere radici nel paese e di irrobustirle. Inoltre, per la prima volta la spinta alla creazione degli insediamenti fu guidata da un’unica mano. Le iniziative disparate delle associazioni per l’emigrazione, delle colonie assai distanti dalle prime, e dei filantropi ebrei sparsi per il mondo furono da allora coordinate «dall’Ufficio», che dedicò gran parte delle energie all’acquisto dei terreni e alla costruzione degli insediamenti.


Il secondo sviluppo fu più drammatico. La rivoluzione che inaugurò la fase conclusiva dell’impero ottomano scoppiò il 24 luglio 1908. I Giovani turchi reintrodussero la Costituzione che Abdülhamid II aveva sospeso nel 1878. La censura fu tolta, e molti alti funzionari persero gli incarichi. I popoli dell’impero sperarono che una nuova èra di progresso e apertura, se non di piena libertà, fosse a portata di mano. Ma la rivoluzione era stata fatta da turchi e per i turchi; l’obiettivo del CUP era salvare l’impero, sia pure in una forma moderatamente aggiornata.


Le speranze di cambiamento dei sionisti furono presto deluse. Il CUP considerava il sionismo sia secessionista di per sé, sia un possibile catalizzatore del secessionismo arabo. Ciò nondimeno il cambiamento di regime comportò un temporaneo allentamento dei lacci dell’autocrazia, e ravvivò i fermenti nazionalisti nel Levante. In Palestina ciò si tradusse in un considerevole aumento degli attacchi arabi agli insediamenti ebraici. A fare da parafulmine fu Sejera, una fattoria pilota della seconda ‘alyah a ovest di Tiberiade. L’acquisto del relativo terreno di 18.000 dunam nel 1899 aveva suscitato dispute di confine, e nel 1904 un ebreo era stato ucciso. Nel 1907 i membri dell’insediamento avevano tolto agli arabi il lavoro di sorveglianza, causando malcontento. Nel 1909 alcuni arabi del villaggio di Shajara, forse istigati da sostenitori del CUP a Tiberiade, cominciarono a provocare gli ebrei dell’insediamento. Un incidente finì con un arabo ucciso da un colono; in aprile un fotografo ebreo diretto a Sejera fu aggredito e derubato da quattro fellahin. Egli ferì uno degli assalitori, che morì dopo qualche giorno. La settimana seguente, uomini di Shajara e Kafr Kanna, gli uni e gli altri in prevalenza cristiani, attaccarono Sejera, rubando bestiame, distruggendo coltivazioni, ferendo gravemente due ebrei e uccidendo una sentinella. Quando alcuni membri dell’insediamento (tra i quali Ben-Gurion, armato di rivoltella) si diedero all’inseguimento caddero in un’imboscata, e uno di loro fu raggiunto da colpi di arma da fuoco. Alla fine la polizia ottomana riportò la calma nella zona.”


Ma gli incidenti non erano finiti. Mentre si recava a piedi da Sejera alla vicina colonia di Yavniel, Ben-Gurion fu aggredito da un uomo armato di coltello, che lo ferì leggermente e lo derubò. Anni dopo egli avrebbe scritto che l’incidente gli fece capire per la prima volta «la gravità del “problema arabo” e dei suoi rischi». In una conferenza e in un articolo di giornale dell’ottobre 1910, Ben-Gurion collegò l’incidente alla rivoluzione dei Giovani turchi, che aveva suscitato speranze tra i sionisti ma spianato la strada anche ad altri nazionalismi. «Un’aspra lotta e un’intensa rivalità» sarebbe sorta tra le nazionalità dell’impero, che avrebbero tentato di aumentare a discapito delle altre la propria influenza politica, e di consolidare il proprio sviluppo economico. Egli citò il Réveil di Azouri, che aveva contrapposto «il pericolo ebraico in Palestina» alla «creazione di un grande impero arabo». «È chiaro», proseguiva, «che i nostri vicini arabi ci odiano.» Non era solo una questione di ignoranza e insensibilità di ciascuna popolazione per i costumi dell’altra. L’odio «nasce quando gli arabi lavorano in un insediamento ebraico. Come qualunque lavoratore, l’arabo prova risentimento verso chi lo sfrutta e gli dà ordini. Ma siccome al conflitto di classe si sovrappone una differenza di nazionalità tra padroni delle fattorie e lavoratori, il risentimento si tinge di nazionalismo. In effetti, nella mente delle masse arabe l’aspetto nazionale sopraffà quello legato alla classe, e le riempie di antipatia per gli ebrei».100


Ben-Gurion non fu il solo ad accorgersi dell’esistenza di un attivismo antisionista. Il 6 febbraio 1911, rappresentanti delle moshavot si riunirono a Giaffa per discutere del «risorgere di un movimento antiebraico».101 Ma i dirigenti sionisti continuarono a discutere degli attacchi agli insediamenti o in quanto dimostrazioni della presunta propensione degli arabi, e in particolare dei beduini, alla violenza e al saccheggio a danno di chiunque avesse beni di valore, oppure in quanto risultato dell’istigazione da parte di persone «non rappresentative»: giornalisti, pubblici funzionari ostili, e arabi cristiani che non condividevano il presunto atteggiamento privo di pregiudizi, per non dire benevolo, degli arabi musulmani verso i sionisti.102 Con ogni probabilità il fondamento di queste interpretazioni era psicologico: molti sionisti tendevano decisamente a negare la profondità e l’ampiezza dell’ostilità araba.


Ma nel 1913 anche leader come Ruppin furono costretti a riconoscere che il problema esisteva – che la causa degli incidenti non erano sempre i cristiani, gli effendi o i banditi, ma i sentimenti di gran parte della popolazione palestinese.103 Secondo Ruppin, all’inizio gli ebrei semplicemente non si erano accorti della diffidenza e della stessa presenza degli arabi. Ora, però, la loro inimicizia era un dato di fatto. E gli arabi, diversamente dai turchi, sarebbero stati i vicini di casa dei sionisti anche in futuro. Perciò era necessario che gli insediamenti trovassero un modus vivendi con loro. Occorreva più tatto nell’acquisto dei terreni, e la leadership ebraica doveva stabilire contatti amichevoli con l’élite politica araba, per convincerla che il sionismo non le avrebbe portato rovina ma vantaggi.104


Alcuni intellettuali ebrei, come Achad Ha-am, cercarono di promuovere una vera e propria amicizia tra sionisti e arabi. La maggior parte – tra i quali lo stesso Ruppin – si accontentò più pragmaticamente di cercare un compromesso in grado di reggere almeno finché la presenza sionista fosse diventata irreversibile. E di lì a poco la maggioranza della leadership sionista, in Palestina se non in Europa, comprese che i due embrioni di movimenti nazionalisti erano in competizione, e prima o poi si sarebbero scontrati. Era una gara col tempo: «Se la consapevolezza nazionale araba si rafforza, incontreremo una resistenza che forse non potrà essere neutralizzata solo col denaro. Se gli arabi giungeranno al punto di considerare un tradimento e una sciagura nazionale la vendita di terreni agli ebrei, la nostra situazione diventerà molto difficile», riferì l’Ufficio palestinese nel febbraio 1913.105 «Gli arabi», scrisse un funzionario sionista, «sono e rimarranno i nostri avversari naturali… l’ebreo è per loro un concorrente, che mina il loro predominio in Palestina.»106 Alla fine, la colonizzazione ebraica significava essere espropriati e soppiantati. Come Ruppin scrisse in seguito (anche se le sue parole sono altrettanto adatte al periodo precedente il 1914): «La terra è la materia prima più indispensabile per mettere radici in Palestina. Poiché la terra incolta adatta all’agricoltura è poca… ogni volta [che acquisteremo dei terreni] saremo costretti… ad allontanare quelli che la coltivavano».107


Si poteva parlare quanto si voleva dei vantaggi che l’arrivo degli ebrei avrebbe recato a tutti i palestinesi, delle affinità etniche tra i due popoli semitici, e del fatto che i raccolti li avrebbero sfamati entrambi. Restava da vedere se gli arabi – l’élite urbana come i contadini – avrebbero giudicato che le affermazioni astratte avevano riscontro nei fatti.


Una grave controversia fu accesa nel 1910-11 da tentativi sionisti di acquistare un vasto appezzamento nella valle di Yezreel (intorno al villaggio di Fula) dalla famiglia beirutina dei Sursuq. Notabili di Haifa inviarono una protesta a Costantinopoli, sostenendo che «circa 100.000 immigrati ebrei» erano giunti recentemente nel paese (una grossolana esagerazione) e che «i sionisti si stanno impadronendo delle nostre fattorie e dei nostri campi». A Nazareth, un gruppo di arabi si lamentò dell’immigrazione ebraica, che a loro dire era «causa di gravi danni politici ed economici. I sionisti si propongono di espropriarci, la qual cosa è per noi una questione di vita o morte».108


La protesta contro la vendita del terreno a Fula ebbe il deciso appoggio del damasceno Shukri al-Asali, che era anche kaymakam di Nazareth. Egli pubblicò una serie di articoli firmandoli «Salah al-Din al-Ayubi» – Saladino, il condottiero egiziano-musulmano di origine curda che sconfisse i crociati e rese Gerusalemme all’Islam. Tra l’altro, a Fula esisteva un castello crociato conquistato appunto da Saladino nel 1187. Questo sembra essere stato il primo accostamento polemico-propagandistico del sionismo alle Crociate da parte degli arabi di Palestina. Da allora, esso fu riproposto in continuazione dagli storici e dai giornalisti arabi, spesso con l’aggiunta della profezia che i sionisti avrebbero fatto la fine dei crociati.


Nel marzo 1911, 150 notabili palestinesi inviarono al parlamento turco telegrammi di protesta per la vendita di terreni agli ebrei.109 Il governatore di Gerusalemme, Azmi Bey, rispose: «Non siamo xenofobi; da noi gli stranieri sono i benvenuti. Non siamo antisemiti, e apprezziamo l’abilità economica degli ebrei. Ma nessuna nazione, nessun governo potrebbe aprire le braccia a gruppi… intenzionati a impadronirsi della Palestina, che ci appartiene».


Le autorità cominciarono quindi a ostacolare l’acquisto di terre palestinesi da parte di chi non era cittadino ottomano. Ma il tentativo, per esempio, d’impedire quello di un vasto appezzamento nella valle di Yezreel riuscì solo in parte.110 Sorse così a Fula, nel gennaio 1911, l’insediamento di Merhavia. I contadini che l’occupavano furono indennizzati e se ne andarono qualche settimana prima dell’arrivo degli ebrei; poi, però, cominciarono a molestarli. In maggio un arabo restò ucciso in scontri tra le guardie di HaShomer e gli ex fittavoli. L’intervento delle autorità pro arabe sfociò nel saccheggio degli edifici e dei campi di Merhavia. Tre abitanti dell’insediamento furono incarcerati per circa un anno, e il loro rilascio non fu ottenuto per via legale bensì comprato. Ma a poco a poco, e forse anche grazie alla prova di forza di HaShomer, gli arabi della valle di Yezreel si rassegnarono alla presenza degli ebrei.


Lo storico Neville Mandel ha collocato nella seconda metà del 1911 il momento della «svolta» con cui la violenza, già endemica nel nord, si estese al centro e al sud della Palestina. Tre ebrei furono uccisi nel 1912, due nell’estate del 1913, e nell’aprile 1914 il console britannico a Gerusalemme riferì: «Le aggressioni agli israeliti sono sempre più frequenti nei distretti periferici».111


L’opposizione al sionismo, rinfocolata dalla rivoluzione dei Giovani turchi, non era limitata alle campagne. Alcuni dei deputati arabi al parlamento erano stati eletti nelle città della Palestina, e si fecero interpreti dell’umore antisionista in esse diffuso. Nel giugno 1909 un deputato di Giaffa, Hafiz Bey al-Sa‘id, chiese al parlamento se il sionismo fosse compatibile con l’esistenza dell’impero, e lo sollecitò a vietare l’immigrazione ebraica.112 In novembre altri due deputati, Ruhi Bey al-Khalidi e Sa’id Bey al-Husayni, di Gerusalemme, furono intervistati dal quotidiano di Ele‘azan Ben-Yehuda «HaZvi». Dopo aver reso il consueto omaggio verbale alle «molte e importanti virtù» degli ebrei, essi affermarono che «non c’era spazio» per altri immigrati e che decine di migliaia di nuovi arrivi non sarebbero stati che di danno al paese e agli stessi ebrei. Khalidi osservò anche che questi, e «in special modo gli aschenaziti», non facevano alcuno sforzo per «avvicinarsi» agli arabi. E poi gli ebrei, avendo più denaro, tendevano «a espropriare gli arabi».113


In seguito, quello stesso mese, Husayni sostenne in parlamento che la Palestina semplicemente non poteva reggere un flusso migratorio rilevante. (Il problema della «capacità di assorbimento» del paese sarebbe riemerso continuamente nei tre decenni successivi.) Khalidi puntò invece sul patriottismo: se non contrastati, gli ebrei sarebbero riusciti «ad acquistare molti terreni, e a espropriare i contadini arabi delle loro terre e dell’eredità dei padri». La sua critica coincide con un mutamento di accento. Le precedenti proteste arabe tendevano a concentrarsi sull’immigrazione ebraica; quella di Khalidi, sulla colonizzazione sionista. Nuove colonie erano sorte di recente: la Scuola Ben Shemen nel 1906; Hulda nel 1907; Be’er Ya‘aqov nel 1907; ‘Ain Gannim e Kinneret nel 1908; Degania nel 1909; e Tel Aviv era stata fondata in un periodo precedente dello stesso anno, poco a nord di Giaffa.114 Husayni sostenne che i sionisti volevano creare uno Stato ebraico esteso dalla Palestina a «Siria e Iraq».115 La futura geografia sionista da lui delineata non era campata in aria. Portavoce del movimento sionista avevano dichiarato o fatto capire che obiettivo del sionismo era uno Stato ebraico esteso verso oriente fino all’Eufrate (citato nella Bibbia quale limite orientale della Terra Promessa). Nordau, per esempio, aveva affermato che i sionisti tornavano nella Terra d’Israele «per estendere i confini morali d’Europa fino all’Eufrate».116


Le pressioni della lobby arabo-palestinese continuarono. Nell’aprile 1911 Khalil Bey, il ministro ottomano degli Interni, dichiarò: «seguire il cammino del sionismo è… andar contro gli interessi ottomani». E l’élite politica palestinese suonò l’allarme dai giornali, sorti ovunque dopo l’abolizione della censura da parte dei Giovani turchi. «Al-Asma‘i», fondato da un uomo d’affari di Giaffa, Hanna ‘Abdallah al-‘Isa, accusò gli ebrei di concorrenza sleale a danno dei commercianti e degli artigiani arabi, perché avendo la cittadinanza straniera essi erano esentati da alcune imposte; inoltre, la loro cultura e le loro relazioni europee davano loro altri vantaggi.117 L’«al-Karmil» di Haifa fu fondato verso la fine del 1908. Nel marzo 1909 un protestante nato a Tiberiade ma di origine greco-ortodossa, Najib al-Khuri Nassar, lo rilevò e lo diresse fino al 1914, quando i turchi ne sospesero la pubblicazione. In precedenza Nassar aveva lavorato come agente-acquirente di terreni per l’Associazione ebraica di colonizzazione, e aveva aiutato gli ebrei ad acquistare la terra su cui era sorto il moshauah di Yavniel, nel 1901. Egli diventò una dimostrazione vivente del fatto che non c’è più acceso nazionalista di un collaborazionista pentito. Ma mentre attaccava con veemenza i cristiani suoi correligionari che vendevano terreni agli ebrei, egli era prudente nel criticare i musulmani a questo proposito, forse per timore di attizzare l’ostilità islamica verso i cristiani.118


Nassar fu un deciso sostenitore del CUP. Il suo antisionismo dipendeva dalla minaccia all’integrità dell’impero che il sionismo rappresentava, oltre che dai danni che arrecava agli arabi. Gli sforzi degli ebrei di zittire «al-Karmil» con proteste presso le autorità ottomane diedero scarsi risultati. Nel 1911 Nassar pubblicò al-Sihyuniyya (Sionismo), primo libro in arabo sull’argomento, affermando che scopo del movimento era impadronirsi della Palestina e forse di tutto l’impero – obiettivi a suo giudizio non al di fuori della sua portata, viste le ingenti ricchezze degli ebrei. Inoltre il sionismo aveva l’appoggio delle grandi potenze, che lo consideravano un mezzo per liberarsi delle minoranze ebraiche al loro interno.119


Il foglio «Filastin», fortemente antisionista, fondato a Giaffa nel 1911 da due fratelli greco-ortodossi, ‘Isa Da’ud al-‘Isa e Yusuf al-‘Isa, era ispirato da patriottismo locale più che da simpatie ottomane. Una lettera pubblicata in maggio su «Filastin» descriveva profeticamente il sionismo come «un presagio di futuro esilio dalla terra natia e perdita delle nostre case e proprietà». Nel 1913 ‘Arif al-‘Arif pubblicò sul quotidiano un articolo che criticava le autorità ottomane per il loro lassismo nel permettere le compravendite di terreni, mezzo dei sionisti per «impadronirsi del nostro paese, un villaggio dopo l’altro, una città dopo l’altra; domani si venderà tutta Gerusalemme, poi la Palestina intera».120 Giornali di Beirut e Damasco si unirono al coro. Alcuni autori, come Shukri al-Asali, affermavano che il vecchio regime di Abdülhamid aveva respinto gli assalti sionisti con una certa efficacia, mentre sotto quello più liberale dei Giovani turchi erano cadute anche le ultime barriere. Nel 1911, al-Asali pronosticò: «Se il governo non pone un limite a quest’afflusso torrenziale, tra poco si dovrà constatare che la Palestina è diventata proprietà dell’Organizzazione sionista e dei suoi accoliti».121


Gli attivisti fecero qualche sforzo per dar vita ad associazioni politiche volte a contrastare l’impresa sionista. Alla fine del 1910 Nassar, il direttore di «al-Karmil», ne fondò una a Haifa specificamente rivolta a combattere la vendita di terreni agli ebrei. Un gruppo analogo, il Partito patriottico ottomano, fu costituito a Giaffa l’anno seguente.122 Nel marzo 1911 cinquanta notabili palestinesi protestarono presso il parlamento per gli acquisti di terreni effettuati da ebrei usando cittadini ottomani come prestanome. Entro il 1914 l’opposizione si era consolidata. Tuttavia, alcuni arabi erano consapevoli del divario tra la coscienza politica della loro gente e quella degli ebrei. Il risveglio della prima era avvenuto con sensibile ritardo. Hakki Bey al-Azm, un esponente siriano del Partito del decentramento, scrisse: «Finora, gli arabi non hanno fatto un passo lungo la strada della rinascita nazionale… per questo la loro stessa esistenza è minacciata dagli ebrei… [Ma] l’idea di unirsi e combattere il movimento sionista già ispira la gioventù palestinese».123


Si udivano anche voci diverse. Il graduale disfacimento dell’impero, accelerato dalla guerra balcanica del 1912-13, diede nuovo impeto al nazionalismo arabo. Molti arabi capirono di aver bisogno di alleati per disfarsi del giogo turco, e di assistenza straniera per sviluppare la regione. Alcuni, allettati dalle presunte ricchezze e relazioni internazionali degli ebrei, proposero che i due popoli assoggettati facessero causa comune contro la Porta, o come scrisse all’inizio del 1913 il direttore del quotidiano cairota «al-Ahram», Da’ud Barakat: «È assolutamente necessaria un’intesa tra sionisti e arabi, perché questa guerra verbale non può fare che danni. I sionisti sono necessari al paese; i capitali che porteranno, il loro sapere e la loro intelligenza, l’industriosità che li caratterizza, non potranno che essere utili alla rinascita del paese».124


Barakat non fu una voce isolata. Nella primavera del 1913 alcuni leader sia del Partito del decentramento sia del Comitato riformatore beirutino, che si batteva per l’autonomia del vilayet di Beirut, cercò di avviare il dialogo lasciando capire di mirare a un compromesso con i sionisti. Proposte analoghe furono avanzate da delegati del primo Congresso arabo, svoltosi in giugno a Parigi. Il presidente, ‘Abd al-Hamid al-Zahrawi, un siriano, parlò in privato con un emissario sionista di un accordo che autorizzasse l’ulteriore immigrazione ebraica in Palestina purché gli ebrei diventassero cittadini ottomani e si impegnassero a non spodestare gli arabi. La buona fede di queste proposte segrete resta non chiara; può darsi che fossero manovre tattiche volte a influenzare i negoziati arabo-ottomani intorno all’autonomia araba.125 E comunque, non portarono a nulla.


Gli arabi non furono i soli a bussare alla porta dei sionisti. La fine del 1913 e l’inizio del 1914 vide un timido cambiamento dell’atteggiamento ottomano. Costantinopoli aveva un disperato bisogno di sostegno politico e finanziario, e sondò la disponibilità sionista a un’alleanza in cambio dello scongelamento di terreni dello Stato, che questi avrebbero potuto acquistare, e dell’abolizione dei limiti d’immigrazione. Ciò causò grande preoccupazione tra gli arabi, le cui iniziative antisioniste si moltiplicarono. Nel luglio 1913 uno scontro nelle terre di Rechovot costò la vita a un ebreo e a un arabo. Mukhtar locali protestarono presso il governo sostenendo che gli immigrati «uccidono, saccheggiano, e violentano donne e ragazzine musulmane». Un eminente palestinese, lo sceicco Sulayman al-Taji, pubblicò in novembre su «Filastin» una poesia, in cui si leggeva:


Ebrei, figli dell’oro sonante, cessate l’inganno;


Non c’indurrete a barattare la patria!


… Gli ebrei, il più debole e infimo tra tutti i popoli,


mercanteggiano con noi per la nostra terra;


Come possiamo dormire?


Un pamphlet anonimo dichiarava: «Prima di dilagare in Palestina, i sionisti dovranno passare sul cadavere della nostra nazione».126 Toni altrettanto drammatici caratterizzavano un appello anonimo intitolato: Chiamata generale ai palestinesi, pubblicato e distribuito nel giugno 1914: «Compatrioti! Vi convochiamo nel nome della patria in lutto… Nel nome dell’Arabia, nel nome della Siria, nel nome della nostra patria, la Palestina, su cui incombe un infausto destino». Dopo aver invitato a difendere la Palestina «con le unghie e coi denti», l’appello così proseguiva: «Abbiate pietà della vostra terra e non vendetela come mercanzia… Fate almeno che i vostri figli ereditino il paese come voi l’avete ereditato dai vostri padri… Uomini! Volete… finire schiavi e servi di un popolo famigerato nel mondo e nella storia? Essere schiavi dei sionisti, venuti… a espellerci dal nostro paese, sostenendo che appartiene a loro?». Il moltiplicarsi delle pressioni arabe a livello locale convinse Costantinopoli a tornare sui propri passi e a ripristinare le limitazioni nei confronti degli ebrei.127


La primavera del 1914 assisté al rinnovarsi dei contatti segreti arabo-sionisti, complice la delusione araba di fronte alle non mantenute promesse turche di autogoverno. L’idea della collaborazione dei due popoli semitici suscitò un vivo interesse nella dirigenza sionista. In un’intervista al quotidiano cairota «al-Muqattam» del 10 aprile 1914, Nahum Sokolow dichiarò che gli arabi dovevano considerare gli ebrei colleghi semiti che «tornavano a casa» e che i sionisti, con le loro capacità e i loro capitali, avrebbero contribuito a risollevare la popolazione locale. I due popoli avrebbero prosperato insieme.128


Due seminari arabo-sionisti erano in programma per l’estate fuori Beirut, ma lo scoppio della guerra mondiale portò alla loro cancellazione. È improbabile, d’altronde, che avrebbero prodotto risultati concreti, visto che nessuna importante personalità palestinese aveva accettato d’intervenire.

CAPITOLO 3

La grande guerra, la Dichiarazione Balfour e il mandato britannico

Preludi

ALLINIZIO DI AGOSTO DEL 1914 il mondo era ormai precipitato in una guerra generalizzata, con la Gran Bretagna, la Francia e la Russia coalizzate contro gli imperi centrali (Germania e impero austro-ungarico). L’impero ottomano entrò nel conflitto in novembre, a fianco degli imperi centrali. I nazionalisti arabi videro in quel passo una possibilità di separare le loro province da Costantinopoli e creare una vasta, indipendente realtà politica. Il Partito arabo del decentramento pronosticò il 20 agosto 1914: «Se l’impero [ottomano] entrerà nella mischia… non ne uscirà indenne. È anzi molto probabile che questa guerra si concluda con la sua fine».1 In novembre, i sionisti e i loro sostenitori avevano cominciato a vedere nella stessa luce lo scontro tra le grandi potenze: «Chi impedirà agli ebrei di prendersi la Palestina e ricreare una vera Giudea?», si chiese H. G. Wells.2

L’impero ottomano era in declino dal XVIII secolo. Gran parte dei Balcani e del Nord Africa, Egitto incluso, si erano sottratti al giogo turco nel XIX secolo. La Penisola arabica, comprendente gli odierni Stati di Arabia Saudita, Yemen, Oman ed Emirati Arabi Uniti, godeva di una relativa autonomia. Fino agli anni ’80 del XIX secolo la Gran Bretagna, principale attore europeo in quell’area, aveva difeso lo status quo. Londra era interessata non a ulteriori guadagni territoriali, ma a impedire che le altre potenze imperiali – Francia, Russia, Germania e Austria-Ungheria – si espandessero a spese degli ottomani. Ma a poco a poco l’influenza e la protezione britanniche furono sostituite da quelle della Germania, che nel 1914 controllava, addestrava, consigliava e armava significative porzioni delle forze armate di Costantinopoli, numericamente forti ma solo parzialmente efficienti.

All’inizio della guerra mondiale, la Gran Bretagna temette per i suoi possedimenti – soprattutto il Canale di Suez – e per la sicurezza delle comunicazioni con l’India e i dominions. Whitehall si aspettava che prima o poi l’esercito ottomano avrebbe marciato sul Canale e l’Egitto, e il suo atteggiamento verso il «grande malato d’Europa» mutò sensibilmente. La Turchia, «infettata dal virus del militarismo tedesco» non avrebbe potuto, dopo la guerra, riprendere il «controllo di un paese [la Palestina] che è la porta per il Canale di Suez e l’Egitto… centro nevralgico dell’impero britannico», spiegò Lord George Curzon, ministro degli Esteri di Sua Maestà.3 Altre personalità britanniche avevano differenti preoccupazioni. Lord Horatio Kitchener, che diventò ministro della Guerra nell’agosto 1914, sosteneva che la politica estera russa era stata, nei secoli, chiara e costante: sostituirsi alla Gran Bretagna in Asia sudorientale.

Secondo Kitchener gli assetti postbellici dovevano includere una «fascia di sicurezza» settentrionale, estesa dalla Turchia agli odierni Iraq e Persia, in grado di neutralizzare la pressione russa verso sud. Inoltre, per dare maggiore stabilità a detta fascia, le province arabe del sud ottomano avrebbero dovuto passare sotto il controllo di Londra, e l’Islam mobilitarsi prima contro Costantinopoli e poi contro la Russia. I vecchi gruppi dirigenti britannici in Medio Oriente, in contatto con esuli e ambienti politici arabi del Cairo, non dubitavano della collaborazione degli arabi: da tempo essi erano scontenti del dominio ottomano, e l’assistenza britannica sarebbe stata ben accolta.4 Nacque così l’idea di una ribellione araba nelle retrovie turche che coadiuvasse l’assalto frontale al vacillante impero. D’altra parte, Francia e Russia ambivano a impadronirsi di alcune regioni per il momento ancora ottomane. La Gran Bretagna doveva quindi tentare di assicurarsi quanto desiderava, tenendo a bada le ambizioni territoriali degli alleati. Le riunioni a Whitehall nel 1915-16 sul destino della Turchia assomigliavano, nelle parole del primo ministro Herbert Asquith, agli incontri «di una banda di bucanieri».5

La politica estera britannica passò quindi dal sostegno all’integrità dell’impero ottomano ai progetti per accelerarne la dissoluzione; una figura chiave di questa svolta fu Sir Mark Sykes, parlamentare tory e rappresentante personale di Kitchener nelle stanze del potere britannico. Sykes era per l’indipendenza araba dalla Turchia, e a medio termine per la nascita di un’entità politica araba semiautonoma sotto la tutela della Gran Bretagna; nello stesso tempo egli scartava come «assurda» l’idea di un nazionalismo arabo.6 Questo punto di vista coesisteva tranquillamente con l’opinione che gli arabi di città fossero «codardi», «insolenti e insieme spregevoli», «tanto viziosi quanto lo consentiva la loro gracile costituzione», e i beduini «avidi… animali da preda». Sykes era altresì affetto da una cronica ebreofobia, anche se era pronto a concedere che «anche negli ebrei c’è qualcosa di buono». Nondimeno, durante la guerra diventò filosionista.7 Aaron Aaronsohn incontrò Sykes a Londra tra ottobre e novembre del 1916, e forse ne fu influenzato. Nel 1916 parlava di codominio anglo-francese in Palestina, ma dal gennaio-febbraio 1917 cominciò a ragionare in termini di tutela esclusivamente britannica, e di un sionismo destinato a prosperare all’ombra dell’Union Jack.8

Il riallineamento della Gran Bretagna con gli arabi e la rivolta di questi ultimi evolse in un paio di anni. Dapprima, nell’autunno 1914, Kitchener – in corrispondenza segreta con Husayn ibn ‘Ali, l’inquieto e insieme prudente sceriffo ed emiro della Mecca, poi re dell’Higiaz, convenne che gli arabi dovevano aspettare e non far niente contro gli ottomani, né ostacolare l’impegno bellico britannico. In cambio Kitchener lanciò al principe della Mecca l’esca del califfato – la signoria sull’intero Islam. Ma nell’estate del 1915 Husayn chiese il sostegno della Gran Bretagna al progetto di un regno indipendente che unisse tutte le province arabo-ottomane. In cambio egli promise di far propaganda tra gli arabi della penisola e della Grande Siria e di lì a qualche mese indurli alla rivolta. Sembra che la presa di posizione pro britannica del dignitario arabo sia dipesa da voci secondo le quali Costantinopoli si preparava a deporlo.

Nella seconda metà del 1915 il Medio Oriente britannico si convertì gradualmente all’idea della ribellione araba. All’inizio, tuttavia, l’Alto Commissario per l’Egitto, Sir Henry McMahon, esitò di fronte al prezzo richiesto. Da un lato egli non poteva respingere le vaste pretese territoriali di Husayn senza mettere a repentaglio la potenziale rivolta. Dall’altro non poteva neanche accettarle; erano in gioco sia gli interessi strategici della Gran Bretagna sia le ambizioni francesi in Siria-Libano e in altre zone. Il 24 ottobre 1915, dopo essersi consultato con Londra, McMahon prese il toro per le corna e rispose: «I distretti di Mersin e Alessandretta, e le porzioni della Siria a ovest dei distretti o vilayet di Damasco, Homs, Hama e Aleppo, non possono essere definiti semplicemente arabi, e per questa ragione vanno esclusi dalla delimitazione proposta». McMahon aggiunse che gli arabi dovevano riconoscere «gli interessi e la consolidata posizione della Gran Bretagna» nei vilayet di Baghdad e Bassora, e che in queste aree era necessario stipulare uno «speciale accordo amministrativo [britannico]».

In sostanza, la Gran Bretagna lasciava intendere che la costa della Siria, Libano compreso, non avrebbe fatto parte della futura entità araba, ma della zona d’influenza anglo-francese. Lo stesso valeva per l’Iraq. La Siria e la Giordania attuali, d’altra parte, cioè il vilayet ottomano di Siria, erano compresi insieme alla Penisola arabica nella futura regione araba «indipendente».9

Restava la Palestina, mai menzionata esplicitamente cionondimeno nient’affatto trascurabile perché, come fece notare Arthur Hirtzel, funzionario dell’India Office, «Gerusalemme occupa il terzo posto tra i luoghi santi dell’Islam, e gli arabi le attribuiranno una grande importanza. Ma dobbiamo consegnargli i nostri stessi luoghi santi senza condizioni?».10 Sulla portata e il vero significato degli impegni presi da McMahon si sarebbe discusso per decenni. I britannici, compreso McMahon, e i sionisti sostenevano ch’egli aveva implicitamente incluso la Palestina nelle zone «a ovest» di Damasco escluse dal futuro predominio arabo, anche se secondo una minoranza di funzionari britannici (tra i quali, per non fare che un nome, il dottor Arnold Toynbee del Dipartimento informativo politico del ministero degli Esteri) in realtà McMahon aveva implicitamente assegnato la Palestina al futuro Stato arabo.11

Secondo gli arabi, poiché la Palestina non era a ovest ma a sudovest di Damasco, e non era stata esclusa esplicitamente, doveva far parte del futuro Stato arabo. Tutto sommato, la ragione sembra dalla loro parte: McMahon aveva specificamente stralciato il Libano e la costa siriana nordoccidentale, riservandole alla zona d’influenza «non-araba»; ma per timore della suscettibilità francese, aveva evitato di menzionare esplicitamente la Palestina, e nella sua corrispondenza non traspare mai alcun interesse per le rivendicazioni sioniste o ebraiche in generale. È possibile, comunque, ch’egli avesse frainteso l’orientamento del Foreign Office, essendo evidente che in quel periodo esso cercava di escludere la Palestina dalla futura entità araba indipendente.12

La risposta di McMahon a Husayn prometteva il riconoscimento dell’«indipendenza degli arabi» dopo la guerra, ma sosteneva che il loro governo avrebbe avuto bisogno dei consigli e dell’assistenza britannici; in altre parole, prospettava una forma di autonomia sotto la tutela della Gran Bretagna.13 Con «indipendenza», i britannici intendevano l’indipendenza dalla Turchia, non la nascita di uno o più Stati sovrani arabi, di cui non volevano affatto farsi garanti. Reginald Wingate, governatore generale del Sudan e uno dei più importanti alti funzionari britannici in Medio Oriente, così si esprimeva nel 1915: «Non ritengo impossibile che in un futuro imprecisato possa esistere, sotto la guida e con l’aiuto dell’Europa, una federazione di Stati arabi semindipendenti, legati da affinità razziali e linguistiche, facenti capo a un’unica suprema autorità spirituale e che guardino alla Gran Bretagna come loro guida e protettore [politico]».14 Le promesse di McMahon erano legate alla speranza di una ribellione araba contro i turchi – una ribellione alla quale molti funzionari britannici davano poco credito. Husayn era considerato un interlocutore sfuggente, e inaffidabili gli arabi in generale. A Whitehall il giudizio d’insieme era che la Gran Bretagna aveva barattato garanzie in gran parte vuote con promesse altrettanto vuote da parte di Husayn, le cui milizie arabe erano insufficienti e il cui seguito personale in Siria e Mesopotamia era trascurabile. Secondo il generale di brigata Gilbert F. Clayton, comandante dei servizi segreti britannici al Cairo, gli inglesi erano «stati bene attenti a non prendere impegni di alcun genere».15

Nel contempo i britannici dovevano tener conto del punto di vista e dei desideri degli Alleati. (E più tardi, durante il 1917, ebbe il suo peso la sensibilità degli Stati Uniti, e in particolare il principio wilsoniano dell’autodeterminazione.) Concluso il vago patto con Husayn, Londra invitò la Francia a una serie di colloqui che iniziarono verso la fine di novembre del 1915. Il rappresentante di Parigi era François-Georges Picot, primo segretario dell’ambasciata di Londra, quello britannico fu principalmente Sir Mark Sykes. Picot chiese la regione da lui chiamata «Siria» come protettorato, se non come dominio sotto la sovranità francese.

Nessun governo francese, egli dichiarò, avrebbe rinunciato a rivendicare la Siria, che nella sua definizione comprendeva pressappoco Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania, Iraq settentrionale e una parte della Turchia attuali. La Gran Bretagna tentò di riservarsi la Palestina, la Giordania e gran parte della Mesopotamia come zone di controllo diretto o di influenza.

Alla fine il cosiddetto «accordo Sykes-Picot», concluso il 3 gennaio 1916, attribuì ai due paesi più o meno quello su cui ciascuno aveva maggiormente insistito: alla Francia la promessa del controllo diretto del Grande Libano e della costa siriana nordoccidentale, alla Gran Bretagna il dominio delle province mesopotamiche di Baghdad e Bassora. Il rimanente, compreso in gran parte tra detti estremi geografici, fu teoricamente riservato a una «confederazione di Stati arabi» ma in realtà diviso a sua volta in due, essendo la parte superiore – con la congiungente Aleppo-Damasco e l’area a est di questa fino a Mosul – destinata (forse come protettorato) alla sfera d’influenza francese e l’inferiore – con il Negev, la Transgiordania e gran parte dell’odierno Iraq, compresi Kirkuk e il deserto a ovest dell’Eufrate – spettando con uno status analogo alla Gran Bretagna. La Palestina da Acri a Gaza e a est fino al Giordano sarebbe diventata un codominio franco-britannico, eccezion fatta per una piccola enclave esclusivamente britannica nella zona costiera di Haifa-Acri, che una ferrovia avrebbe collegato alla Transgiordania.16 L’accordo Sykes-Picot, nel commento del direttore dei servizi segreti militari britannici, generale Sir George MacDonough, faceva pensare a «quei cacciatori che si dividono la pelle dell’orso prima di averlo preso».17 Ma in fondo alla cattura mancava solo un anno.

La politica britannica in Medio Oriente acquistò all’improvviso ben altra importanza con la nomina a primo ministro di David Lloyd George, il 7 dicembre 1916. Herberth Asquith, il suo predecessore, aveva sempre considerato il Levante un teatro di operazioni di scarsa importanza; a suo parere l’esito della guerra si sarebbe deciso in Europa, lungo il fronte occidentale, e le province ottomane potevano fungere tutt’al più da diversivo. Ma il perdurante stallo nelle Fiandre convinse Lloyd George che niente si sarebbe ottenuto su quel fronte se non ulteriori carneficine. Il Levante era invece il «ventre molle» degli imperi centrali; da lì la Germania avrebbe potuto essere attaccata e sconfitta con relativa facilità. Prima, però, si doveva battere l’impero ottomano e colpire alle spalle quello austro-ungarico. Vinti i due alleati, la resa degli Hohenzollern sarebbe stata solo questione di tempo.

Il piano di Lloyd George era anche figlio dell’ostilità per la Porta tipica dei governi liberali del secolo precedente, testimoni impotenti delle stragi di cristiani perpetrate nei Balcani dai turchi. E infatti per il nuovo primo ministro britannico l’obiettivo alleato era anche «la liberazione dei popoli oppressi dalla sanguinaria tirannia turca e l’espulsione dall’Europa dell’impero ottomano, dimostratosi del tutto estraneo alla civiltà occidentale». Infine, Lloyd George era anche un imperialista britannico, e la fine della potenza ottomana doveva anche garantire la sicurezza delle comunicazioni con l’India e della relativa vena giugulare, il Canale di Suez.18 Se il sionismo aveva la sua simpatia, era perché s’inseriva agevolmente nella sua visione imperiale, oltre ad appagare quel tanto di «poeta e sognatore» che vi era in lui.19 Gli ebrei in Sion erano stati uno dei capisaldi della sua educazione non conformista gallese. E nelle circostanze del 1916-18 il sostegno al sionismo poteva essere presentato come adesione al principio wilsoniano dell’autodeterminazione. Come dichiarò Lord Robert Cecil, sottosegretario parlamentare agli Esteri, la Gran Bretagna non era impegnata in una «guerra di conquista» ma in una lotta per «la liberazione dei popoli dalla tirannide».20 Ma senza dubbio Lloyd George pensava anche che una colonia, o un commonwealth, ebraico in Palestina rientrasse negli interessi della Corona perché avrebbe protetto gli accessi orientali al Canale di Suez. Nella politica estera dell’esponente liberale, il sionismo era uno strumento con cui promuovere e insieme mimetizzare le ambizioni imperiali.

Lo scoppio del conflitto, e in special modo l’entrata in guerra di Costantinopoli a fianco degli imperi centrali, mise in gioco forze pro sioniste in precedenza latenti. Il primo a prendere posizione fu Sir Erberth Samuel, un ebreo che ricopriva nel governo Asquith la carica di ministro delle Poste. A partire dal novembre 1914 egli fece pressione sui colleghi perché la nascita di uno Stato ebraico in Palestina diventasse un obiettivo strategico. Il nuovo Stato sarebbe divenuto il «centro di una nuova cultura… una fonte di pensiero illuminato», e un atout strategico per l’impero britannico.21 Nel gennaio 1915 egli inviò ad Asquith un memorandum proponendo insediamenti ebraici su larga scala in Palestina, e, in prospettiva, la trasformazione di quest’ultima in protettorato britannico. Due mesi dopo sottopose al governo una proposta formale. Questa ebbe subito l’appoggio di Lloyd George, allora preoccupato soprattutto di escludere i francesi dalla Terrasanta. Per Samuel l’immediata nascita di un’entità statale ebraica era da evitare: uno Stato in cui «tra 90.000 e 100.000 ebrei» tentassero di egemonizzare «400.000 o 500.000 musulmani di razza araba» rischiava di dissolversi in una lunga e triste serie di lotte intestine. Proponeva invece un’immigrazione graduale ma costante; in tal modo gli ebrei avrebbero finito con l’essere maggioranza, e la nascita di uno Stato sarebbe venuta quasi da sé. L’arco temporale da lui immaginato era di almeno «un secolo».22 Ma Kitchener, che attribuiva alla Palestina un’importanza strategica assai modesta, bocciò la proposta.23

Nel 1915-16 un terremoto al vertice politico della Gran Bretagna portò a una costellazione eccezionalmente ben disposta verso il sionismo. Kitchener morì nel Mare del Nord nel naufragio della sua nave, silurata da un sottomarino tedesco, Lloyd George sostituì Asquith come primo ministro e Arthur James Balfour, anch’egli pro sionista, ottenne il ministero degli Esteri. Balfour spiegò in seguito che egli e Lloyd George erano motivati «dal desiderio di dare agli ebrei il meritato posto nel mondo; una grande nazione senza una patria non è una buona cosa».24 Quanto a Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, nel 1908 aveva dichiarato ufficialmente: «L’insediarsi di un forte, libero Stato ebraico in corrispondenza del ponte tra Europa e Africa, e a fianco delle vie di terra per l’Oriente, non sarebbe solo un immenso vantaggio per l’impero britannico, ma un passo significativo verso una più armoniosa distribuzione del mondo tra i popoli che lo abitano».25

Inoltre, l’inizio del 1916 vide tre uomini energici, ostinati e influenti nel ruolo di segretari assistenti del sempre più influente Consiglio di guerra britannico. Secondo uno storico, essi rappresentavano «la forza motrice dietro la politica [medio] orientale di Lloyd George… e potevano influenzarne il corso, collettivamente o individualmente».26 Tutti e tre – il già menzionato Sir Mark Sykes e i membri del parlamento William Ormsby-Gore e Leopold S. Amery – diventarono in breve tempo filosionisti. Amery premeva fin dal 1915 per la costituzione di una unità militare ebraica che combattesse a fianco degli Alleati contro i turchi; dal Cairo, Ormsby-Gore aveva diretto una rete spionistica composta da ebrei, che aveva fornito agli Alleati informazioni preziose sullo schieramento ottomano.

Anche al ministero degli Esteri i filosionisti vennero a occupare posizioni importanti; e uomini che non lo erano diventarono filosionisti negli ultimi due anni del conflitto, come Lord Robert Cecil e Sir Ronald Graham, che avrebbe svolto un ruolo decisivo nella stesura della Dichiarazione Balfour. Infine un certo numero di pro sionisti dei dominions occuparono posizioni delicate a Whitehall durante la guerra, in particolare il generale sudafricano Jan Smuts. Come altri boeri era stato educato in base all’Antico Testamento, e aveva sempre pensato che «Israele avrebbe fatto ritorno nella sua terra».27 Va detto che questi ministri e alti funzionari non vedevano contraddizione alcuna nell’ergersi a paladini delle aspirazioni sia dei sionisti sia degli arabi. Gli ebrei – pensavano – riceveranno una parte assai modesta delle ex province ottomane: la Palestina; perché mai dovrebbero dispiacersene gli arabi ai quali andranno territori ben più ampi, dall’Arabia alla Grande Siria (compresa una parte della Mesopotamia)? Ma a Washington, dove molti avevano preso atto del deciso filosionismo della nuova politica estera britannica, non tutti erano così ottimisti. «È tutto sbagliato e l’ho detto a Balfour. [In Medio Oriente] stanno ponendo le premesse della prossima guerra»,28 scrisse per esempio il colonnello Edward Mandell House, consigliere del presidente americano, riferendosi allo scarso rispetto del principio wilsoniano dell’autodeterminazione da parte dei costruttori e distruttori di Stati di scuola europea.

La Dichiarazione Balfour

LA DIFFICILE SITUAZIONE DEGLI ALLEATI nel 1917, i cui eserciti erano impantanati sul fronte occidentale, fu il motivo principale che indusse la Gran Bretagna a sottoscrivere quello che sarebbe diventato il più importante riconoscimento internazionale del sionismo, la Dichiarazione Balfour. Il timore che Mosca stesse per concludere una pace separata, e la speranza d’indurre gli Stati Uniti a un più deciso impegno a favore degli Alleati persuasero Londra a fare quello che Parigi aveva già fatto – senza fanfare – cinque mesi prima. In effetti la Dichiarazione mirava anche a contrastare le rivendicazioni francesi in Palestina – perché appoggiando il sionismo, e candidandosi a garante dell’autodeterminazione ebraica, essa legittimava la propria presenza nella regione.

I funzionari britannici temevano anche che gli ambienti ebraici internazionali osteggiassero la Russia per via del suo antisemitismo, e intendessero ostacolarne la vittoria ed espansione territoriale; sospettavano inoltre che gli ebrei americani, spesso di origine tedesca o austro-ungarica, parteggiassero per gli imperi centrali. Inoltre, essi sopravvalutavano la potenza, l’influenza e l’unità d’intenti e di opinioni degli ebrei – compreso il loro sostegno al sionismo – non solo negli Stati Uniti, ma in generale. L’ambasciatore britannico a Costantinopoli, Sir Gerard Lowther, chiamava il partito al potere in quel periodo (il CUP) «Comitato ebraico per l’unione e il progresso». A suo parere gli ebrei, «esperti nella manipolazione delle forze occulte», tenevano in pugno l’impero ottomano.29 Alcuni britannici giunsero a imputare la stessa grande guerra a un «cartello di ebrei, finanzieri e faccendieri di oscuro lignaggio».30

In quest’ottica, Gran Bretagna e Francia si convinsero che guadagnare alla loro causa gli ebrei americani avrebbe facilitato l’entrata in guerra degli Stati Uniti al loro fianco, e rinforzato la posizione della Russia. Nel marzo 1916 Lord Robert Crewe, ministro degli Esteri supplente, telegrafò agli ambasciatori britannici a Parigi e a Mosca: «È evidente che l’idea sionista possiede implicazioni politiche di vasta portata… Possiamo sperare di usarla per attirare dalla nostra parte gruppi di pressione ebraici in America, nel Levante e altrove che attualmente ci sono ostili in misura significativa, se non determinante».31

Nel consiglio dei ministri del 31 ottobre 1917, in cui la Dichiarazione fu infine approvata, Lord Balfour fu ancora più esplicito: «La grande maggioranza degli ebrei in Russia e in America, come nel mondo in generale, sembra al momento a favore del sionismo. Se potessimo emettere un comunicato di appoggio a quell’ideale, avremmo l’occasione di organizzare sia in Russia sia in America una campagna propagandistica di estrema utilità».32

Ma occorreva agire rapidamente. L’Organizzazione sionista, ufficialmente neutrale, aveva succursali sia in territorio alleato sia negli imperi centrali; di qui il timore che Berlino potesse battere sul tempo gli anglo-francesi con un’analoga iniziativa. Una visita a Parigi del sionista russo Nahum Sokolov contribuì a convincere il Quai d’Orsay che era il momento di prendere pubblicamente posizione. In cambio, Sokolov garantì il sostegno degli ebrei al proseguimento della partecipazione russa al conflitto. Il 4 giugno 1917 il direttore generale del ministero degli Esteri francese, Jules Cambon, emise un comunicato che sarebbe servito da base e precedente della più nota Dichiarazione Balfour:

Voi [Sokolov]… ritenete che, circostanze permettendo e fatta salva l’indipendenza dei Luoghi Santi… sarebbe opera di giustizia e riparazione assistere, con la protezione delle Potenze Alleate, alla rinascita della nazione ebraica nella terra da cui il Popolo d’Israele fu esiliato molti secoli fa.

Il Governo francese, entrato in questa guerra per difendere un popolo [i belgi] ingiustamente aggredito, e tuttora impegnato a far prevalere il diritto sulla forza, non può non provare simpatia per la vostra causa il cui trionfo è legato a quello degli Alleati.33

Paradossalmente, la dichiarazione francese spianò la strada a quella britannica, che contribuì all’esclusione della Francia dalla Terrasanta.

Cecil e Graham suggerirono subito che Balfour diffondesse un analogo comunicato. Sospettando che ai britannici stesse a cuore una «Palestina britannica» più che il destino dell’impresa sionista, Washington consigliò di rimandare.34 Contrario si dichiarò anche Lord Curzon, sul quale il sionismo non aveva mai fatto presa; nella riunione del consiglio dei ministri del 4 ottobre 1917 egli dichiarò che la Palestina era in gran parte «arida e desolata… difficile immaginare una dimora meno adatta per la futura nazione ebraica». A suo avviso il sionismo era «una fantasticheria sentimentale impossibile da tradurre in pratica». Come potevano illudersi gli ebrei di spodestare gli arabi, di gran lunga più numerosi e più agguerriti?35 Ma Balfour, persuaso da Graham dell’imminenza di una dichiarazione tedesca che rischiava di «gettare i sionisti tra le braccia della Germania» forzò i tempi.

Il 31 ottobre il governo lo autorizzò a emettere un comunicato di cauto appoggio al sionismo: «È un maschietto», comunicò scherzosamente Sykes a Chaim Weizmann; i due uomini avevano svolto insieme, in una serie di riunioni, buona parte del lavoro preparatorio. Il presidente Wilson, al quale su richiesta di Balfour era stata mostrata una bozza, la approvò privatamente.36

La Dichiarazione Balfour prese la forma di una lettera datata 2 novembre 1917, dal ministro degli Esteri a Lord Lionel Walter Rothschild, leader della Federazione sionista britannica.

Sono molto lieto di trasmetterle, a nome del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia verso le aspirazioni ebraiche sioniste, che è stata sottoposta al Governo e da esso approvata: «Il Governo di Sua Maestà guarda con favore l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di quest’obiettivo, fermo restando che non sarà compiuto alcun passo in grado di nuocere ai diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebree in Palestina, o ai diritti e allo status politico goduti dagli ebrei in qualunque altro paese».

La Dichiarazione fu subito considerata dai sionisti la più importante presa di posizione internazionale a loro favore fino a quel momento. L’espressione chiave «focolare nazionale» [national home] era palesemente un eufemismo per «commonwealth» o «state», cioè «Stato». Tutti gli architetti della Dichiarazione pensavano che uno Stato ebraico sarebbe sorto quando gli ebrei avessero costituito, in Palestina, la maggioranza della popolazione. Nella corrispondenza interna i funzionari sionisti esprimevano a quel tempo la speranza in «uno Stato ebraico in Palestina».37 Rappresentanti dello yishuv al primo convegno ufficiale post Dichiarazione del dicembre 1918, la cosiddetta «Conferenza Erez-Yisrael», approvarono con una maggioranza di 55 a 1 la formula secondo la quale il movimento sionista intendeva dar vita non a un «focolare nazionale» ma a una «medina ivrit» («Stato ebraico»).

Al momento si preferì non definire i confini del futuro Stato, ma nel 1918 David Ben-Gurion e Yizchaq Ben-Zvi pubblicarono (in yiddish, negli Stati Uniti) un libro dal titolo La Terra d’Israele, passato e presente, in cui la «loro terra» era compresa tra il fiume Litani, nel Libano meridionale, le colline ai piedi del monte Hermon e A’waj (appena a sud di Damasco) a settentrione, e il golfo di Eilat (o di Aqaba) a sud. Verso ovest la «Terra d’Israele» sarebbe giunta fino ad al-‘Arish nel Sinai, verso est fino a una linea immaginaria tesa tra Aqaba e Amman.38

Durante un banchetto con esponenti ebrei, il 7 febbraio 1918, Balfour stesso dichiarò: «Il mio auspicio personale è che gli ebrei abbiano successo in Palestina e alla fine possano fondare uno Stato ebraico. Ora, tutto dipende da loro; gli abbiamo dato la grande opportunità».39 E il 17 novembre 1919 ribadì: «Il sionismo, giusto o sbagliato, buono o cattivo, affonda le radici in tradizioni millenarie, in necessità attuali e in future speranze la cui importanza è ben più profonda dei desideri e pregiudizi dei settecentomila arabi che ora vivono in quell’antico paese».40 In questo, per l’appunto, sarebbe consistita la tragedia degli arabi di Palestina: esser visti al tempo stesso come arretrati «indigeni» e usurpatori, mentre gli immigrati ebrei – più «europei» di loro – furono considerati i legittimi proprietari della regione.

Le autorità britanniche non consultarono i leader arabi prima di emettere la Dichiarazione Balfour, e non si aspettavano da loro alcuna seria opposizione. Un importante storico arabo ha scritto che nel Levante la Dichiarazione suscitò «stupore e sgomento»,41 ma pochi dati confermano quest’affermazione. Passarono più di due mesi prima che il tenente colonnello David Hogarth, dell’Ufficio arabo del Cairo, fosse inviato a Gedda dove assicurò a Husayn che «gli insediamenti ebraici in Palestina saranno consentiti solo finché compatibili con la libertà politica ed economica della popolazione araba». Husayn replicò che la sovranità sulla Palestina non sarebbe stata concessa dagli arabi né agli ebrei né ai britannici. D’altra parte, dalle colonne di «al-Qibla», organo ufficiale della Mecca, Husayn esortò gli arabi di Palestina a dare il benvenuto agli immigrati ebrei, che con le loro «energie» e la loro «operosità» avrebbero «contribuito allo sviluppo del paese e al benessere dei suoi abitanti».42

In Palestina le reazioni furono tutt’altro che appariscenti. Solo un anno dopo, nel novembre 1918, un centinaio di dignitari arabi e rappresentanti di associazioni politico-culturali inviarono una petizione alle autorità britanniche denunciando la Dichiarazione. Il documento, straordinariamente conciliante con gli israeliti per gli standard degli arabi palestinesi, affermava che questi ultimi avevano «sempre provato profonda simpatia per gli ebrei perseguitati e le loro disavventure in vari paesi… [ma che c’era] una profonda differenza tra la simpatia e l’accettare che quella nazione… ci governi e amministri i nostri affari».43

La conquista della Palestina

ALL’INIZIO DI GIUGNO DEL 1916, dopo quasi un anno di contatti clandestini anglo-arabi, Husayn diede inizio alla rivolta. Tuttavia, questa non si trasformò mai nella vasta insurrezione indipendentista da lui promessa ai britannici. Nessun contingente importante dell’esercito ottomano si unì ai rivoltosi, e il Levante non fu messo a soqquadro dalle manifestazioni e dagli atti di sabotaggio. Tutto si limitò alle iniziative di qualche migliaio di partigiani appartenenti alle tribù dello Higiaz, aiutati da cannoniere britanniche lungo le coste del Mar Rosso, da consiglieri militari e da oro in quantità (Londra spese in tutto, per finanziare la rivolta, 11 milioni di sterline: circa 500 milioni di dollari attuali). Nel primo anno Husayn riuscì a catturare La Mecca, Medina e Taif, quest’ultima con l’aiuto di truppe musulmane dell’esercito egiziano comandate dai britannici. Seguirono solo operazioni di guerriglia di quasi nessuna importanza strategica. Nelle altre parti del mondo arabo, l’appello di Husayn alla rivolta fu completamente ignorato.

Nel 1917 Lloyd George collocò il Medio Oriente al vertice degli obiettivi strategici della Gran Bretagna. Si è già detto della grandiosa manovra di aggiramento della Germania da sudest che, nelle speranze del primo ministro, avrebbe dovuto dispensare gli Alleati da altri sperperi di vite umane sul fronte occidentale. La presa di Baghdad da parte dell’armata anglo-indiana nel marzo 1917 rientrava in questa strategia. Così l’invasione britannica della Palestina ebbe un inizio non proprio brillante con il Corpo di spedizione (britannico-) egiziano al comando del generale Archibald Murray respinto nei pressi di Gaza il 26 marzo 1917 e, di nuovo, il 29 aprile. In giugno fu nominato un nuovo comandante – il generale Edmund Allenby – che Lloyd George incaricò di conquistare Gerusalemme entro Natale.

In autunno, mentre le milizie ribelli dello sceriffo della Mecca – ora col colonnello Lawrence per consigliere e i forzieri colmi di altro oro britannico – avanzavano lentamente verso nord lungo la costa arabica del Mar Rosso, Allenby sferrò la sua offensiva. Egli adottò un approccio indiretto, piegando a est verso Beersheba e sfondando il 31 ottobre il centro della linea di difesa turca, che andava da Gaza alla costa del Mar Morto (una strategia forse suggerita dalla spia Aaronsohn, accortasi della debolezza delle difese ottomane nei dintorni della cittadina).44 Fatto ciò, Allenby puntò direttamente verso Gerusalemme ed entrò in città l’11 dicembre senza incontrare ulteriore resistenza.

A causa della scarsa consistenza numerica del corpo di spedizione, Allenby riprese l’offensiva solo il 18 settembre 1918, cogliendo di nuovo alla sprovvista i tedeschi e i turchi. La sua ala sinistra prese Nazareth, il centro mise in rotta l’esercito turco nella valle di Yezreel, in quella che da allora è nota come «battaglia di Megiddo» (l’Armagheddon della Scrittura) mentre l’ala destra (comprendente i tre battaglioni della Legione ebraica, composta di volontari sionisti di origine palestinese, britannica e statunitense) s’inoltrò nella valle del Giordano da Gerico, conquistando As Salt in Transgiordania nonostante le difficoltà logistiche e il clima estremamente avverso. La temperatura superava a volte i 48° e «la polvere sulle colline era peggiore del fumo nella valle», avrebbe ricordato Jabotinsky, uno dei fondatori e combattenti della Legione.45 Amman cadde il 25 settembre, come Samakh (Tzemah), la città nodo stradale all’estremità inferiore del mare di Galilea.

A est delle forze di Allenby, l’esercito arabo di Husayn al comando del figlio Faysal e di Lawrence avanzò lungo la ferrovia dello Higiaz e prese Derai, ultimo crocevia importante sulla via per Damasco, il 27 settembre. Al-Qunaytra fu conquistata lo stesso giorno dalle truppe di Allenby, ma questi decise che dovessero essere le truppe di Faysal a entrare per prime a Damasco – per evitare che l’occupazione «cristiana» adirasse la popolazione musulmana. In realtà i turchi si ritirarono il 30 settembre e la bandiera nazionalista fu innalzata da arabi del posto in un gesto simbolico di autoliberazione.46 Il giorno dopo, diversamente da quanto era nei piani, una brigata di cavalleria australiana dell’armata di Allenby entrò a Damasco e l’attraversò diretta a Homs. Fu poi la volta di Lawrence e di un’avanguardia delle truppe di Husayn, mentre il grosso delle forze dello sceriffo, al comando di Faysal, entrò trionfalmente in città il 3 ottobre. Due giorni dopo le truppe di Faysal occuparono Beirut, e anche lì ssarono la bandiera araba. Truppe francesi sopraggiunsero il 6 ottobre e assunsero il controllo della città. I turchi compresero che era finita, e il 30 ottobre firmarono un armistizio ch’era in effetti una resa, mettendo ufficialmente fine alla guerra in Medio Oriente.

In base all’accordo Sykes-Picot, alla Francia sarebbe spettato il controllo sulla Siria-Libano, Damasco compresa, ma nel frattempo l’atteggiamento britannico verso il colonialismo era completamente cambiato. Inoltre la conquista militare del Medio Oriente ottomano era stata opera di Londra, non di Parigi, e la Russia, in preda alla rivoluzione e alla guerra civile, era completamente uscita di scena. In Medio Oriente i britannici non avevano più bisogno dell’alleato francese, e Londra tentò di recedere dall’accordo. Lloyd George lo definì «una soluzione fatua da ogni e qualunque punto di vista… inapplicabile… e… non auspicabile».47 Maurice Hankey, segretario del Consiglio di guerra, annotò che il primo ministro avrebbe affermato di volersi liberare dell’intesa Sykes-Picot «perché [ormai] possiamo tenerci la Palestina, estendere l’influenza britannica fino a Mosul e perfino escludere i francesi dalla Siria».48

Whitehall aveva deciso unilateralmente di tenersi la Palestina, e come se non bastasse di insediare Faysal, un proprio protetto, a Damasco. Una serie di manovre volte a neutralizzare le macchinazioni francesi e le rivendicazioni arabe portarono all’insediamento di un’amministrazione hascimita nella capitale siriana, con l’appoggio di funzionari palestinesi sia autoctoni sia d’importazione. Sarebbero passati quasi due anni prima che i francesi riuscissero a far valere i loro «diritti» in Siria. Nell’estate del 1920 le loro truppe invasero il paese, sbaragliarono le forze hascimite e cacciarono Faysal, che finì col riparare a Baghdad. La Siria diventò un territorio sotto mandato francese, governato da un Alto Commissario nominato da Parigi.

Quanto alla Palestina, la Francia non era mai stata veramente in corsa; le decisioni in merito spettavano alla Gran Bretagna. Finché l’impero ottomano era esistito, e la nascita di un’entità politica araba indipendente era solo nel novero delle possibilità, i capiclan hascimiti avevano preferito lasciare sullo sfondo il problema palestinese. Ma era chiaro che il sostegno britannico al sionismo comportava «il rischio di inimicarsi gli arabi», per usare le parole di Clayton.49 La maggior parte dei funzionari britannici pensava che gli arabi potessero esser persuasi a convivere col sionismo. Come affermò Lawrence: «Riconciliare sionisti e arabi in Palestina e in Siria non dovrebbe essere troppo difficile, purché l’amministrazione della Palestina resti in mani britanniche».50 In altre parole, se in Siria e altrove gli arabi avessero avuto garanzie circa la loro indipendenza, si sarebbe potuto convincerli ad accettare il predominio sionista nella piccola parte di Levante chiamata «Palestina».

Tra i sionisti non c’era altrettanto ottimismo. Pur avendo sempre cercato di placarla, essi si scontravano da due decenni con una tenace, benché ancora prevalentemente locale, opposizione araba. E il nazionalismo arabo su larga scala che la sconfitta della Turchia aveva risvegliato non era di buon auspicio. Nel dicembre 1918 Jabotinsky si espresse senza perifrasi (benché ancora con un margine di dubbio):

Il problema non è… la contrapposizione di popolo ebreo e arabi di Palestina, ma la contrapposizione di popolo ebreo e popolo arabo. Quest’ultimo, che consiste in 35 milioni di persone, occupa [un territorio esteso come] metà dell’Europa mentre gli ebrei, una decina di milioni sparsi nel mondo, per ora non possiedono neanche un sassolino… Gli arabi manterranno un atteggiamento negativo? Faranno resistenza? [Insisteranno] che… loro… devono avere [tutto] per l’eternità, e che chi non ha niente deve restare senza niente per sempre?.51

All’inizio del 1918, con solo metà Palestina sotto il suo controllo, Londra compì passi volti a dare concreta attuazione alla Dichiarazione Balfour. Una «Commissione sionista» di nove membri, capeggiata da Weizmann e sotto la supervisione di Ormsby-Gore dal Cairo, fu inviata nel paese a cartografare la situazione. Appena arrivato, Weizmann – passando per il Canale di Suez e Aqaba, in barca e a dorso di cammello – cercò d’incontrare Faysal, le cui milizie erano accampate al wadi Waheida, presso Ma’an, nella Transgiordania meridionale. D’altra parte il leader sionista non fece alcun tentativo d’incontrare i notabili arabo-palestinesi, che considerava nell’insieme «disonesti, incolti, avidi e privi di patriottismo».52 Gli hascimiti erano un’altra cosa.

Weizmann e Faysal ebbero un vis-à-vis il 4 giugno. I britannici avevano raccomandato a Faysal di accordarsi con i sionisti. Poiché lui, a sua volta, aveva bisogno dei britannici per proteggersi dalle mire francesi in Siria, per il momento approvò un’intesa bilaterale con Weizmann che sei mesi dopo si sarebbe tradotta in un accordo formale. In seguito, però, rivelatasi vana la protezione britannica e avendolo i francesi cacciato da Damasco, Faysal avrebbe dato libero corso al proprio antisionismo. Secondo lo storico Bernard Wasserstein, «l’eniente sionista-sceriffiana fu… un vicolo cieco più che un’occasione perduta della storia della Palestina».53 Ma almeno per qualche tempo, tratto in inganno forse dalla retorica e dal teatro dell’interlocutore, forse dal suo stesso desiderio di scambiare le apparenze con la realtà, Weizmann – che si mise la keffiah e si fece fotografare accanto a Faysal – si convinse di aver addomesticato, o almeno ingentilito, la «belva araba» (come già aveva fatto con innumerevoli funzionari britannici). «È il primo autentico nazionalista arabo che abbia incontrato», scrisse Weizmann di Faysal a sua moglie Vera: «Ed è un capo! Molto acuto e onesto, e bello come un dipinto! Non gli importa della Palestina, ma tiene molto a Damasco e al nord della Siria. Parla con grande risentimento dei francesi… Dalla collaborazione con gli ebrei si aspetta moltissimo… Disprezza gli arabi di Palestina, che non considera nemmeno veri arabi».

Da allora e per anni i sionisti avrebbero insistito che un commonwealth ebraico in Palestina avrebbe avuto necessariamente «un forte effetto rinvigorente sulla nazione araba circostante».54 E Weizmann disse chiaramente a Faysal che una «Palestina ebraica» avrebbe facilitato lo sviluppo di un regno arabo, al quale gli ebrei non avrebbero fatto mancare il loro sostegno. Nel frattempo, essi speravano di sviluppare la Palestina «sotto la guida della Gran Bretagna». Un osservatore, il colonnello P. C. Joyce, distaccato presso i ribelli arabi a Ma’an, pensava che «Faysal credesse sinceramente nella cooperazione con gli ebrei».55

I risultati ottenuti da Weizmann con Faysal sembravano molto promettenti, ma la loro intesa si rivelò effimera come il profilo delle dune in una tempesta di sabbia; sopravvisse, e in modo stentato, solo qualche mese. I due leader s’incontrarono una seconda volta l’11 dicembre all’hotel Carlton di Londra, dopo che il principe hascimita si era installato a Damasco e un mese prima dell’inizio della Conferenza di pace di Parigi. Un’alleanza temporanea dei due nazionalismi che si contendevano il sostegno postbellico dell’Occidente poteva essere utile a entrambi. Il colonnello Lawrence fece da interprete. Faysal assicurò ai suoi ospiti che «lui e i suoi seguaci erano in grado di spiegare agli arabi che l’arrivo degli ebrei in Palestina era un bene per la regione, e che i legittimi interessi dei contadini arabi non sarebbero stati lesi in alcun modo». Secondo Weizmann, Faysal pensava che ci fosse terra a sufficienza per arabi ed ebrei.

Weizmann si aspettava da Faysal e dalla Conferenza di pace che «riconoscessero i diritti nazionali e storici degli ebrei sulla Palestina»; e che altri terreni fossero messi a disposizione dei coloni, in modo che «quattro o cinque milioni di ebrei» potessero insediarsi «senza ledere i diritti di proprietà degli agricoltori arabi»; in cambio gli ebrei di Palestina avrebbero aiutato Faysal a realizzare i suoi progetti nazionalisti. Questi assicurò a Weizmann che «avrebbe dato tutto il sostegno possibile alle richieste ebraiche, e dichiarato alla Conferenza di pace che sionismo e movimento arabo erano movimenti fratelli… [e in] armonia».56

Il 3 gennaio 1919, Weizmann e Faysal firmarono un accordo ufficiale. Tenuto conto dell’«affinità razziale e degli antichi legami» tra ebrei e arabi, nonché del fatto che Palestina e nascente «Stato arabo» erano entità distinte, l’intesa affermava:

Nella fondazione della Costituzione e dell’Amministrazione di Palestina si adotteranno tutte le misure capaci di dare le migliori garanzie di applicazione della dichiarazione del Governo britannico del 2 novembre 1917 [cioè la Dichiarazione Balfour]. Saranno prese inoltre tutte le misure atte a incoraggiare e stimolare l’immigrazione su larga scala degli ebrei in Palestina e a far sì che gli immigrati ebrei possano insediarsi nel paese il più presto possibile… nel prendere tali misure, i contadini e i fittavoli arabi saranno protetti nei loro diritti, e assistiti nello sviluppo economico.57

(È il caso di sottolineare che mentre i difensori del sionismo, prima e dopo l’accordo Weizmann-Faysal, continuavano a battere il tasto dei benefici che la colonizzazione ebraica avrebbe comportato per gli arabi di Palestina, quasi niente era cambiato per questi ultimi tra il 1882 e il 1920. Come Leonard Stein, consulente legale dell’Organizzazione sionista, scriveva nel 1920, «pochi capitali ebraici sono entrati nel paese e… la vita economica non ha subìto alcuna apprezzabile accelerazione. Il denaro affluito nelle tasche arabe in virtù delle attività sioniste non è stato sufficiente a mutare il modo di pensare della popolazione locale».)58

Faysal aggiunse una precisazione formulata in modo ambiguo, che collegava l’attuazione dell’accordo all’effettiva nascita di uno Stato arabo.59 Non c’è dubbio che Faysal abbia firmato l’accordo (con la benedizione di Husayn) nella speranza di poter contare, per l’attuazione del suo programma politico, sull’appoggio sionista. Nello stesso tempo l’accordo sembra indicare che egli fosse poco interessato al futuro della Palestina, e avesse poco o niente in contrario alla sua colonizzazione da parte dei sionisti e alla nascita di uno Stato ebraico.

Nel frattempo, comunque, il destino del Levante non fu deciso né dagli ebrei né dagli arabi, ma dalle grandi potenze. Nel dicembre 1918, un mese prima dell’inizio della Conferenza di pace, Lloyd George e Georges Clemenceau (nominato primo ministro nel novembre 1917) convennero sull’esclusione di Mosul e della Palestina dai territori sotto mandato britannico.60 Il 6 febbraio 1919, sempre alla Conferenza, Faysal (con Lawrence al suo fianco) perorò la causa dell’indipendenza araba escludendo esplicitamente la Palestina dai territori da lui rivendicati.61 Weizmann e Sokolov intervennero a nome dei sionisti il 27 febbraio. (Sir Mark Sykes morì prematuramente tra queste due sessioni, e Harold Nicolson, allora un giovane diplomatico britannico presente alla Conferenza, annotò: «Si deve alle sue incessanti pressioni e alla sua perseveranza, al suo entusiasmo e alla sua fede, se il nazionalismo arabo e il sionismo sono diventate due delle cause belliche da noi perseguite con maggior successo. Per farle accettare, egli ha dovuto combattere con l’ignoranza del F. O. [Foreign Office], la diffidenza dell’ I. O. [India Office], l’avarizia del Tesoro, l’opposizione del W. O. [War Office], l’idiozia dell’Ammiragliato». Per Sokolov, «Sykes è caduto da eroe al nostro fianco».)62

Sokolov esortò la conferenza a riconoscere «il titolo storico del popolo ebraico alla Palestina e il diritto degli ebrei di ricostituire in Palestina il loro focolare nazionale», riecheggiando e rafforzando la Dichiarazione Balfour. Chiese inoltre che la regione fosse posta sotto il mandato della Gran Bretagna, con la supervisione della Società delle Nazioni. Il «focolare» (home) si sarebbe evoluto gradualmente in un’«entità statale autonoma», senza pregiudizio per i diritti dei preesistenti abitanti non ebrei. Un governo ebraico si sarebbe insediato quando, in seguito a una costante immigrazione su larga scala, gli ebrei fossero stati la maggioranza.63

In un momento imprecisato tra il 6 febbraio e il 1° marzo, Faysal cominciò a esprimere pubbliche riserve sulle sue precedenti prese di posizione circa la Palestina. Forse gli arabi di Terrasanta avevano aperto trattative con lui; forse Husayn, suo padre, si era lamentato della sua intesa con Weizmann. È certo, comunque, che il 1° marzo il quotidiano francese «Le matin» uscì con un’intervista a Faysal, citando la sua affermazione che gli ebrei sarebbero stati i benvenuti come rifugiati in una Palestina governata dai musulmani o dai cristiani, ma che se avessero reclamato «diritti di sovranità sul paese, prevedo e temo pericoli di conflitto molto seri tra loro e le altre razze». Allarmati, i sionisti incaricarono il giurista statunitense Felix Frankfurter di mettersi in contatto con lui. Frankfurter fu rassicurato e il nocciolo della posizione di Faysal fu riassunto (da Lawrence) in una lettera del principe a Frankfurter. Questa comparve sul «New York Times» del 5 marzo 1919: «Noi arabi, specialmente i più colti, guardiamo con la più grande simpatia al movimento sionista. Consideriamo [la proposta sionista esposta a Parigi] moderata e appropriata. Faremo del nostro meglio… perché abbia successo; e daremo il benvenuto con tutto il cuore agli ebrei che tornano a casa».64

Ma l’incostanza era destinata a caratterizzare i rapporti di Faysal col sionismo. Nel maggio 1920 il nuovo «re» di Damasco si appellò alla Gran Bretagna perché la Palestina fosse data ai suoi abitanti arabi.65 Nel gennaio 1921, dopo che i francesi l’ebbero cacciato da Damasco, egli dichiarò a funzionari del Foreign Office che in realtà, nella corrispondenza McMahon-Husayn, la Palestina era stata inclusa nel futuro Stato arabo: «Gli arabi hanno sempre ritenuto che la Palestina e l’interno della Siria rientrassero in quegli impegni», dichiarò.66

Alla Conferenza di pace, nella memorabile frase di Balfour, «tre uomini onnipotenti e completamente disinformati [Lloyd George, Clemenceau e Wilson] ridisegnavano i continenti seduti intorno a un tavolo, con un ragazzetto (l’allora quarantunenne Maurice Hankey) come unica guida». Quando si parlò di Palestina Lloyd George, designandola con l’espressione biblica «da Dan a Beersheba», insisté che fosse data alla Gran Bretagna. Tutto fa pensare che avesse idee molto vaghe sull’ubicazione di «Dan». Solo mesi più tardi Allenby gli comunicò che i resti della Dan biblica erano stati localizzati (vicino a Metulla, nell’«unghia» della Galilea) sensibilmente più a sud di dove Lloyd George intendeva tracciare il confine tra Palestina, Libano e Siria.67

Nondimeno, nel Trattato di Versailles i britannici ottennero pressappoco quel che volevano. Lloyd George confidò a un altro partecipante: «Wilson torna a casa con un rotolo di assignat [la carta moneta senza valore della Francia rivoluzionaria]. Io con le tasche piene di “sovrane” sotto forma di ex colonie tedesche, di Mesopotamia, e così via. A ciascuno secondo i suoi gusti». Ma – stando a Lloyd George – non solo la Gran Bretagna usciva dalla guerra con un ricco bottino. Anche il bilancio degli arabi era straordinariamente positivo, visto tra l’altro da che parte si erano schierati in grande maggioranza. «Nessuna razza ha tanto guadagnato dalla scrupolosità alleata nel tener fede agli impegni… Grazie ai tremendi sacrifici delle nazioni alleate… gli arabi hanno già ottenuto l’indipendenza dell’Iraq, dell’Arabia, della Siria e della Transgiordania, sebbene la maggior parte delle razze arabe abbiano combattuto l’intero conflitto a fianco degli oppressori turchi… [In particolare,] gli arabi di Palestina si sono battuti per la sopravvivenza del potere ottomano.»68

La Palestina durante la Prima guerra mondiale

NEL CORSO DELLA GRANDE GUERRA la Palestina fu un territorio dapprima sfruttato da una potenza senza scrupoli, e poi attraversato da una serie di eserciti. Le truppe ottomane, mal equipaggiate e spesso indisciplinate, confiscavano carri e animali da traino a più non posso; molta vegetazione spontanea – già scarsa per natura – fu usata come combustibile e materiale da costruzione; e frequenti furono le requisizioni di mandrie e raccolti interi, e i saccheggi di magazzini e mulini.69 Nel 1915 e 1916 le riserve alimentari si ridussero gravemente a causa delle locuste.70 Infine, la guerra ridusse la popolazione locale in modo significativo. Secondo varie stime, nel 1914 essa consisteva in 675.000 musulmani (compresi 7.000 drusi), 81.000 cristiani e 60.000 ebrei; nel 1918 restavano 618.000 musulmani, 70.000 cristiani e circa 59.000 ebrei.71 Il calo demografico si spiega sia con le privazioni sia con le espulsioni punitive. «Per la maggior parte degli arabi dell’impero ottomano la Prima guerra mondiale fu un periodo molto duro, con disagi di ogni genere. E per gli arabi di Palestina, essa fu doppiamente disastrosa», ha scritto lo storico Samir M. Seikaly.72

Poche settimane dopo la conquista di Gerusalemme, nel gennaio 1918, il governatore britannico fresco di nomina, Ronald Storrs, constatò una «carenza di generi alimentari prossima alla carestia». Una folla di arabe col velo, alcune seminude per mostrare la propria scheletrica magrezza, si raccolsero sotto le finestre del suo ufficio inscenando una rumorosa protesta. Negli ospedali, Storrs vide bambini con «gli arti gonfi» per la denutrizione.73 La carenza di igiene, di strutture sanitarie, di personale medico e di medicinali rendevano gli arabi più vulnerabili degli ebrei alle malattie. Epidemie di tifo, colera e vaiolo ne uccisero migliaia nel 1915-16.74 Delle migliaia di arabi reclutati in Palestina dalle forze armate ottomane,75 diverse centinaia morirono per le ferite o le malattie; durante la guerra e subito dopo, in molti villaggi restavano solo i vecchi, le donne e i bambini, con gravi conseguenze per l’economia della regione.76 Anche in questo campo gli ebrei ebbero miglior sorte: molti stranieri e studenti ultraortodossi furono esentati dal servizio militare, altri lo evitarono per mezzo della corruzione. Comunque, alcune dozzine di giovani furono arruolati nei reparti combattenti o in speciali battaglioni di lavoro.77

Le autorità, consapevoli dei sentimenti antiottomani dei nazionalisti arabi e dei sionisti, impiegarono misure brutali per combattere l’insubordinazione. La tortura era diffusa, le punture d’ago, le bastonate alle piante dei piedi e le uova bollenti sotto le ascelle erano i tormenti più comuni.78 Jamal Pascià, governatore militare della Siria-Palestina, «inflisse a molti [arabi] palestinesi l’oltraggio dell’arresto arbitrario, di selvagge torture e dell’esilio sommario per crimini politici mai commessi».79 Dozzine di arabi considerati sovversivi, tra i quali almeno due palestinesi – ‘Ali ‘Umar al-Nashashibi di Gerusalemme, e Muhammad al-Santi (o Shanti) di Giaffa – furono impiccati a Damasco e a Beirut nel 1915-16.80 Un certo numero di arabi furono giustiziati in Palestina, compreso il muftì di Gaza, Ahmad ‘Arif al-Husayni e suo figlio Mustafà,81 e Salim Ahmad ‘Abd al-Hadi, di Nablus. Nel solo 1916, 120 arabi furono deportati dalla Grande Siria in Anatolia, la maggior parte dopo l’inizio della rivolta sceriffiana.82 In seguito alle proteste dei paesi neutrali, Jamal Pascià fu richiamato all’ordine da Costantinopoli e si assisté a un generale abbassamento del livello di repressione in Palestina.83 Quando lasciò il Levante all’inizio del 1917, il governatore militare si era guadagnato una lunga serie di soprannomi: «Jamal il sanguinario», «Jamal il demonio», «Jamal il tiranno», «Jamal l’affamatore del paese».84

D’altra parte, la repressione era limitata al sottile strato delle classi superiori, politicamente attive, e non spinse la grande maggioranza della popolazione tra le braccia degli Alleati. Né lo fecero le notizie della rivolta in Arabia, nella primavera del 1916.85 Le stesse classi superiori restarono in gran parte filottomane, per ragioni di sopravvivenza e sicurezza personale, di convenienza economica e sociale, di solidarietà islamica, di antieuropeismo xenofobo, o di pura e semplice inerzia. Molti arabi, soprattutto dopo la Dichiarazione Balfour, capirono che una vittoria alleata avrebbe giovato alla causa sionista.86 Comunque, man mano che le conseguenze della politica di sfruttamento dei turchi si aggravavano e le possibilità di successo degli Alleati crescevano, una piccola minoranza di arabi palestinesi sposò la causa della rivolta araba e della vittoria anglo-francese, soprattutto come mezzo per ottenere l’indipendenza.

Anche gran parte dello yishuv ostentava sentimenti filoturchi, castigando chi prendeva posizione per gli Alleati. Si sosteneva, non senza ragione, che parole o atti contro il regime di Costantinopoli equivalevano a provocazioni, e mettevano in pericolo la comunità ebraica nel suo complesso. Al sionismo, la guerra pose un problema spinoso. Molti dei suoi quadri e dei potenziali immigrati vivevano nell’impero russo; migliaia d’israeliti prestavano il servizio militare nelle forze armate dello zar. Ma ovunque, tra gli ebrei, era diffuso l’odio per la Russia. Inoltre la Palestina, con le sue colonie ancora recenti e una popolazione ebraica numericamente scarsa, era ancora in mani ottomane. Infine, le potenti comunità ebraiche tedesche (dopotutto la Germania era il tradizionale centro organizzativo del sionismo) e austro-ungariche erano animate da un vivo patriottismo, come del resto quelle britanniche e francesi. Migliaia di ebrei tedeschi e austro-ungarici, nonché britannici, francesi, americani e italiani, vestivano le divise dei rispettivi eserciti. Perciò, saggiamente, allo scoppio della guerra l’Organizzazione sionista si era dichiarata neutrale, mentre i suoi leader locali in generale espressero il loro sostegno allo sforzo bellico della nazione di appartenenza.

I turchi guardavano le colonie in gran parte russo-sioniste di Giaffa-Tel Aviv, la «capitale» del Nuovo yishuv, con sospetto e ostilità, convinti com’erano che i coloni sperassero in una vittoria alleata. L’inizio delle ostilità mise lo yishuv in una posizione straordinariamente difficile. La maggior parte di esso – sia Vecchio che Nuovo – dipendeva dai contributi economici degli ebrei europei, e guardava alla Russia per gli incrementi di manodopera ebraica. Di colpo, i legami con l’Europa occidentale e la Russia furono troncati, e l’afflusso di contributi e immigrati s’interruppe. I servizi postali esteri, che avevano posseduto uffici in Palestina e si erano dimostrati molto più affidabili degli omologhi ottomani, furono chiusi, e tutta la corrispondenza fu sottoposta a una rigida censura. Cessò l’esportazione di agrumi da parte degli agricoltori sia arabi sia ebrei, cruciale per l’economia. Le banche chiusero, e la gente si diede all’accaparramento di alimenti e altri generi di prima necessità. I negozi, privi di merce, abbassarono le saracinesche; prezzi e disoccupazione cominciarono ad aumentare.

Le comunità ebraiche inviarono appelli urgenti agli Stati Uniti. In quanto neutrale, Washington ebbe accesso alle autorità ottomane e palestinesi fino all’aprile 1917. L’ambasciatore americano presso la Sublime Porta, l’ebreo non sionista Henry Morgenthau, organizzò rapidamente l’invio di 50.000 dollari in moneta aurea, raccolti tra gli ebrei americani e trasportati a Giaffa dalla nave da guerra North Carolina nell’ottobre 1914. Complessivamente, durante la guerra lo yishuv ricevette aiuti di provenienza statunitense per circa 1,25 milioni di dollari.87 Il flusso di aiuti fu convogliato tramite il vertice sionista, consolidando la leadership di quest’ultimo tra gli ebrei. Denaro e alimenti giunsero allo yishuv anche dagli israeliti di Germania.88

Nel settembre 1914, approfittando dello scoppio delle ostilità, Costantinopoli abolì le Capitolazioni; i consoli stranieri persero i loro poteri extraterritoriali, e quelli degli Alleati furono presto espulsi. Decine di migliaia di ebrei persero i diritti speciali diventando stranieri potenzialmente ostili. Gli arabi, da tempo risentiti dei privilegi degli ebrei «stranieri», ne furono entusiasti.89 Ma nonostante l’acuirsi delle manifestazioni di antisionismo, non ci fu violenza.

La Turchia entrò in guerra in novembre e impose la legge marziale a tutto il Levante ottomano. Jamal Pascià ordinò agli insediamenti di consegnare le armi, e organizzò perquisizioni e controlli. (Né i villaggi arabi né le tribù beduine furono disarmati.) Fu vietato alle colonie di fare sorvegliare il loro perimetro da guardie armate ebree; alcune, tuttavia, nascosero fucili e pistole e li conservarono per tutto il periodo della legge marziale. Periodicamente, Jamal stroncò specifiche manifestazioni di sionismo, come sventolare la bandiera bianco-blu, e vessò gli insediamenti in altri modi (anche se, essendo filofrancese, di tanto in tanto riservò un trattamento di favore a colonie legate alla Francia come Rishon le-Zion).90 La sua politica antisionista sembra essere stata motivata anche dal desiderio di controbilanciare le attività arabo-nazionaliste.

Il 17 dicembre, Costantinopoli ordinò la deportazione dalla Palestina di tutte le nazionalità ostili – compresa pressappoco la metà della comunità ebraica.91 Baha al-Din, governatore di Giaffa – descritto da testimoni ebrei come «un beduino… veloce come un daino nonostante le gambe storte, furbo come un gatto, brutale come una tigre… incolto e fanatico [in campo religioso]»92 ordinò immediatamente un rastrellamento. Frettoloso, disorganizzato e violento, questo si concluse con uomini separati da mogli e bambini e costretti a imbarcarsi su un bastimento italiano ormeggiato nel porto. Cammin facendo, alcuni prigionieri furono picchiati e derubati. Centinaia di altri ebrei russi, temendo una sorte uguale o peggiore, si recarono al porto e s’imbarcarono prima di subire un analogo trattamento. Nell’insieme circa 700 persone furono spedite quel giorno ad Alessandria. Lo yishuv protestò vigorosamente, e Morgenthau e l’ambasciatore tedesco a Costantinopoli intervennero presso la Porta. I rastrellamenti cessarono subito, e Balia al-Din fu rimosso dall’incarico (anche se ricomparve, in veste di consigliere speciale, tra gli stretti collaboratori di Jamal).93

Da quel momento gli stranieri poterono scegliere se diventare cittadini ottomani o lasciare il paese. Anche se all’inizio la naturalizzazione era costosa – due sterline turche a persona, una tassa abolita nel maggio 1915 – e comportava l’estensione al richiedente degli obblighi di leva, tutti si precipitarono negli uffici per «ottomanizzarsi», spinti dalle voci sul rastrellamento di Giaffa. I leader ebrei, compresi i socialisti del Nuovo yishuv come Ben-Gurion e Ben-Zvi, presero posizione per lo sforzo bellico turco e per l’ottomanizzazione, sostenendo che solo così la comunità ebraica di Palestina avrebbe potuto sopravvivere. Gli ebrei di Giaffa organizzarono dimostrazioni patriottiche e pubblicarono manifesti filottomani.94 Un pugno di attivisti sionisti, tra i quali Mosheh Shertok (poi Sharett), futuro secondo premier dello Stato d’Israele, e Dov Hoz, in seguito uno dei leader della Haganah, si arruolarono nell’esercito ottomano. Tuttavia, solo pochi ebrei riuscirono a ottenere l’atto di cittadinanza. I funzionari ottomani erano lenti già in condizioni normali; avere a che fare con pratiche ebraiche può averne resi alcuni deliberatamente letargici.

Per gli ebrei che preferivano lasciare la Turchia, gli Stati Uniti inviarono la nave da guerra Tennessee col compito di portarli da Giaffa all’Egitto. Molti si fermarono ad Alessandria, dove alla fine del 1915 si contavano 12.300 esuli israeliti dalla Palestina.95 Secondo storiografi sionisti,96 i caduti, gli esodi volontari e le espulsioni ridussero la popolazione dello yishuv dalle 85.000 anime di prima della guerra alle 50.000-57.000 del 1918.97 Il principale demografo della Palestina ottomana e del Mandato, Justin McCarthy, sostiene che i britannici e alcuni sionisti esagerarono le vessazioni e le espulsioni ottomane, sommando agli esuli dalla Palestina gli ebrei e i membri di altre minoranze giunti ad Alessandria dall’Anatolia, dalla Siria-Libano e dall’Africa settentrionale. La sua conclusione è che solo da 3000 a 4000 ebrei furono deportati o emigrarono in Egitto, e che la maggioranza di loro tornò in Palestina all’indomani della conquista britannica.98

Comunque, le attività dei sionisti furono indubbiamente contrastate, e gli attivisti furono oggetto di repressione. Nel febbraio 1915 diversi attivisti sionisti, tra i quali Manya e Yisrael Shohat, Yehoshua Hankin, Ben-Gurion e Ben-Zvi, erano in prigione; pochi altri erano stati esiliati.99 Le vendite di terreni ai sionisti vennero proibite. I tribunali ebraici e altre istituzioni comunitarie furono esautorati. Ci furono arresti di massa e interrogatori di attivisti e leader. Manya Shohat e Hankin, i maggiori acquirenti di terreni per conto degli ebrei, alla fine furono entrambi esiliati in Anatolia, Ben-Gurion e Ben-Zvi furono deportati ad Alessandria. Arthur Ruppin fu deportato a Costantinopoli, come l’eminente pedagogo sionista David Yiellin.

Nel 1917 i 9000 abitanti ebrei di Giaffa e Tel Aviv furono evacuati insieme agli arabi di Giaffa. Diversamente dagli arabi, gli ebrei non ebbero il permesso di accamparsi nei dintorni della città; una parte rimase, per il tempo necessario, a Petach Tiqvah e Kefar Sava, relativamente vicine; molti altri raggiunsero le moshavot della Galilea. Numerose abitazioni furono saccheggiate. «Centinaia di donne beduine, e di arabi su muli, cammelli e simili, calarono come stormi di uccelli e furono visti portar via quanto sembrava loro di valore: mobili e altri oggetti.» Circolò anche la voce che due ebrei fossero stati impiccati, come monito per chi avesse avuto in animo di opporsi al saccheggio.100 Anche da Gerusalemme furono cacciati circa 300 ebrei.101 Dopo qualche mese, gli israeliti esiliati da Giaffa e Tel Aviv furono autorizzati a tornare alle loro case.

Nelle parole di uno storico eminente, gli ebrei di Palestina «soffrirono meno di ogni altra minoranza quanto a persecuzioni, caduti in combattimento ed esecuzioni» durante la guerra, in larga misura grazie agli interventi diplomatici di Stati Uniti e Germania.102 Ma almeno un gruppo di ebrei fu coinvolto in attività sovversive, e punito con durezza. Nella primavera del 1915 Aaron Aaronsohn e Avshalom Feinberg organizzarono una rete spionistica basata sulla famiglia Aaronsohn e su amici dell’insediamento di Zikkaron Ya‘aqov. La chiamarono Nili (acronimo di Neqzah Yisrael Lo Yeshaer, «il Dio d’Israele non è menzognero», in ebraico). Aaronsohn temeva che le misure antiebree dei turchi facessero presagire un’oppressione ancora peggiore.103 Nel 1915-17 la rete fornì ai servizi segreti britannici informazioni sullo schieramento, le basi, l’armamento e la logistica della Quarta armata ottomana. Le attività del Nili furono ben presto note alla dirigenza sionista, che le osteggiava, temendo che gli ottomani avrebbero punito collettivamente l’intero yishuv, forse fino a sradicarlo completamente dalla Palestina. Ma i membri del Nili furono irremovibili.

Feinberg stabilì il primo contatto con l’intelligence britannico al Cairo nel settembre 1915. Aaronsohn, che nel 1915-16 fu supervisore della lotta contro il flagello delle locuste ed era in buoni rapporti con Jamal, era ben collocato per raccogliere informazioni. Alla fine del 1916 lasciò la Palestina e nel 1917 lavorò al quartier generale britannico, in realtà gestendo il Nili dal Cairo. La rete arrivò a contare da 40 a 50 membri.104 Feinberg fu ucciso dai beduini vicino ad al-‘Arish nel gennaio 1917, mentre cercava di raggiungere le linee britanniche. Il 4 settembre un piccione viaggiatore diretto in Egitto con un messaggio fu catturato dai turchi a Cesarea. Più tardi quello stesso mese i turchi presero il membro della rete Na’aman Belkind in procinto di raggiungere le linee britanniche nel sud. Sotto interrogatorio, Belkind fece alcuni nomi. Il 1° ottobre Zikkaron Ya‘aqov fu circondato da truppe turche. La maggior parte delle spie del Nili fu catturata. La sorella di Aaronsohn, Sarah, si suicidò sotto tortura. Belkind e Aaron Lishansky, anch’egli del Nili, furono impiccati a Damasco il 16 dicembre.

Nonostante la sua tragica fine, la rete spionistica giovò allo yishuv in due modi: nella prima metà del 1917 consentì di far affluire fondi britannici, e di distribuirli agli insediamenti che ne avevano necessità; inoltre contribuì a far circolare in Occidente molte informazioni (nonché voci e false informazioni) sulle persecuzioni ottomane. Le proteste che seguirono costrinsero Costantinopoli a rinunciare ai provvedimenti meno presentabili.105 Tuttavia, quando la rete fu scoperta i leader sionisti dovettero disapprovarla recisamente, e in un caso o due convinsero gli insediamenti a negare asilo a suoi membri braccati dagli ottomani. Più tardi il Nili e la dirigenza dello yishuv si riconciliarono; Aaronsohn perì il 15 maggio 1919, in un incidente aereo sulla Manica.

La situazione postbellica e le prime difficoltà in Palestina, 1918-1921

L’INCHIOSTRO DEI DOCUMENTI FIRMATI a Versailles non era ancora asciutto, quando i relativi accordi cominciarono a mostrarsi inadeguati. In tutto il Medio Oriente, i confini spesso innaturali e le forme più o meno scoperte di dominio coloniale cominciarono a essere contestate o violate. La Siria – nominalmente governata da Faysal, il principe hascimita che aveva guidato la rivolta araba – attrasse molti nazionalisti, in gran parte palestinesi e iracheni. Il 6 giugno 1919 Faysal convocò il Congresso arabo siriano, che il mese successivo invocò la «piena e completa indipendenza politica» della Grande Siria. Inoltre esso respinse «la richiesta sionista di dar vita a un’entità statale ebraica… in… Palestina» e, implicitamente, l’accordo tra Faysal e Weizmann.106

Gran Bretagna e Francia respinsero a loro volta le risoluzioni del Congresso, e nell’aprile 1920, alla Conferenza di San Remo, le potenze alleate si fecero ufficialmente garanti dei mandati della Francia sulla Siria-Libano e della Gran Bretagna sulla Palestina e l’Iraq. Gli arabi denunciarono questo passo in quanto tradimento delle promesse di indipendenza avute a suo tempo, e in Libano i seguaci di Faysal iniziarono la guerriglia contro i francesi. Ignorando la resa incondizionata annunciata all’ultimo momento dal principe, i francesi presero Damasco il 26 luglio. Faysal fu prima esiliato poi fatto re dell’Iraq, paese che governò sotto l’egida della Gran Bretagna fino alla morte, nel 1933.

Il controllo britannico della Palestina non fu ben accolto da Parigi; nel 1920 esso comprendeva la Transgiordania, dalla quale i partigiani di Faysal molestavano continuamente i francesi. A sud della Manica non ci si era mai completamente rassegnati al tramonto dell’accordo Sykes-Picot, che prevedeva la partecipazione francese al governo della Palestina. Nondimeno, Londra riuscì a escludere completamente gli Alleati dalla regione. Nell’aprile 1918 Allenby varò l’Occupied Enemy Territory Administration (Amministrazione del territorio nemico occupato, abbreviato in OETA), sotto la responsabilità del generale di divisione Sir Arthur Money, col generale di brigata G. F. Clayton come principale political officer. Pur essendo stata istituita anche sotto la spinta della Dichiarazione Balfour, l’OETA si dissociò fin dall’inizio dalla politica di «sionizzazione» della Palestina teoricamente adottata da Londra. Molti degli alti ufficiali da cui era formata non nutrivano alcuna simpatia per il sionismo, e intuivano che appoggiarlo avrebbe significato entrare in conflitto con gli arabi. Questo avrebbe reso ancor più duro il già ingrato compito di governare un paese difficile e impoverito dalla guerra. Secondo alcuni, promuovere il sionismo rischiava di causare «una rivolta araba» che «non avrebbe tenuto alcun conto degli ebrei».107 Infine numerosi ufficiali, consci delle origini russe di molti pionieri del sionismo, tendevano ad accostare, se non a confondere, sionismo e bolscevismo.108

Una vena più o meno pronunciata di antisemitismo era anche presente nella maggioranza degli alti ufficiali dell’OETA. Money, per esempio, pensava che gli ebrei di Gerusalemme stessero «educando la presente generazione, nelle loro scuole, a vivere da sporchi, pigri perdigiorno… Tra i loro uomini ci sono più fannulloni, e tra le loro donne più prostitute, che in tutto il resto della popolazione». Considerava gli ebrei «come categoria, moralmente e intellettualmente inferiori al grosso degli abitanti musulmani e cristiani del paese».109 Gran parte degli ufficiali britannici provava una forte antipatia per i palestinesi di ceppo arabo. T. E. Lawrence trovava i contadini palestinesi «stupidi… materialisti e privi d’ideali».110 Clayton scrisse: «I cosiddetti arabi di Palestina non si possono paragonare ai veri arabi del deserto, né con quelli di altri distretti civili di Siria e Mesopotamia». Ciò nonostante essi ritenevano di dover proteggere gli interessi arabi dall’intrusione sionista, e contrastare «una politica di oppressione della popolazione locale a vantaggio della minoranza ebraica»;111 né erano disposti a inimicarsi il vasto mare musulmano dal quale la Palestina era circondata. Ma anche a prescindere da tutto ciò, gli impegni presi da Londra col sionismo durante la guerra male si conciliavano con quelli, più vaghi e generali, atti a garantire l’indipendenza araba (le lettere di McMahon). Nell’aprile 1919 Money scrisse a Lord Curzon: «In realtà, i palestinesi vogliono la Palestina per loro stessi: e non intendono permettere che il loro paese sia aperto a orde di ebrei dell’Europa orientale e centrale». Far applicare la Dichiarazione Balfour avrebbe costretto Londra a impiegare la forza contro «la volontà della maggioranza della popolazione».112

L’OETA frenò drasticamente l’immigrazione ebraica, tanto che solo quattro o cinque migliaia d’israeliti raggiunsero le coste della Palestina nei due anni del suo governo.113 Ma non fu solo una questione di ostacoli posti dai britannici: i leader sionisti faticavano a raccogliere i fondi necessari all’immigrazione su larga scala e alla creazione d’insediamenti. Il sommarsi delle resistenze britanniche, delle difficoltà finanziarie sioniste e della crescente opposizione araba seminò lo sconforto tra i sionisti. «Ovunque un senso di frustrazione, di speranze rinviate, di promesse non mantenute», riferì Storrs.114 A metà del 1919 l’euforia seguita alla Dichiarazione Balfour aveva ceduto il passo a un più o meno profondo pessimismo.115

Nel marzo 1918 la Commissione sionista – organizzata a Whitehall e diretta da Weizmann – giunse in Palestina «per compiere, sotto l’autorità del generale Allenby, i passi necessari ad attuare la dichiarazione del governo sulla creazione in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico». Di lì a qualche mese essa si fuse col preesistente Ufficio palestinese dell’Organizzazione sionista, e rappresentò gli interessi sionisti in Palestina fino al 1921, quando il Congresso sionista di Karlsbad istituì l’Esecutivo sionista palestinese (ESP), riconosciuto dai britannici come l’«Ente ebraico (Jewish Agency)» previsto dall’articolo 4 del Mandato.

Qualche mese dopo la Dichiarazione Balfour, l’élite arabo-palestinese cominciò a esprimere la sua opposizione dando vita ad associazioni cristiano-musulmane e a cenacoli nazionalisti a Gerusalemme, Giaffa e Ramla. Ma poiché nel nord del paese i combattimenti erano ancora in corso (terminarono solo nel settembre 1918), l’attività politica era sottoposta alle limitazioni tipiche delle retrovie in tempo di guerra.

La pace aprì le porte a un rinnovato attivismo antisionista arabo, rinforzato dal mutamento di status e comportamento della comunità ebraica. La consistenza di questa era ancora modesta (66.000 persone, secondo un rapporto di Clayton del dicembre 1918),116 ma da minoranza malvista e maltrattata gli ebrei si erano trasformati in futuri padroni della regione, ben inseriti nell’apparato amministrativo britannico. Dopo i festeggiamenti della Giornata di Balfour del 2 novembre 1918 nei quartieri ebraici di Gerusalemme, più di 100 notabili musulmani e cristiani guidati da Musa Qasim al-Husayni, sindaco di Gerusalemme, consegnarono a Storrs una petizione che recitava: «Abbiamo visto ieri una gran folla di ebrei riempire le strade e sventolare bandiere, urlando parole che urtano i sentimenti e feriscono l’anima. Essi dichiarano scopertamente che la Palestina, la Terrasanta dei nostri padri e il luogo di sepoltura dei nostri antenati, da molto tempo abitata dagli arabi che l’hanno amata e sono morti per difenderla, è adesso un focolare nazionale a essi destinato».117

Un’analoga petizione fu consegnata dalla società musulmano-cristiana di Giaffa. Cominciarono a formarsi anche società segrete pronte a ricorrere alla violenza. Nel febbraio 1919 un’organizzazione chiamata «la Mano nera» fu fondata a Giaffa. Essa si proponeva di «schiacciare la lumaca» sionista «prima che sia cresciuta».118 Nuove associazioni musulmano-cristiane sorsero altrove. Federate di lì a poco a livello «nazionale», nel gennaio-febbraio 1919 esse tennero il primo Congresso nazionale palestinese, favorevole all’incorporazione della Palestina nella Siria, che secondo i partecipanti sarebbe presto emersa come uno Stato arabo indipendente. In seguito le associazioni bombardarono le autorità con petizioni e proteste antisioniste, e l’amministrazione bandì temporaneamente l’immigrazione, bloccò le compravendite di terreni e proibì perfino l’esecuzione in pubblico di HaTiqvah, l’inno nazionale ebraico.119

Secondo i leader sionisti l’ostilità araba era «artificiale», fomentata da minoranze interessate come i cristiani e gli effendi piuttosto che vera espressione dei sentimenti della maggioranza.120 Essi pensavano inoltre che il comportamento dei britannici tendesse ad aggravare l’ostilità araba verso il sionismo. «La linea ufficiale è scusarsi con gli arabi del lapsus del signor Balfour», scrisse Jabotinsky nel novembre 1918.121 I funzionari britannici, d’altronde, pensavano – con ragione – che proteste e petizioni rispecchiassero fedelmente «la fondamentale avversione al sionismo di molti arabi politicamente coscienti».122

L’attivismo antisionista non sconfinò nella violenza, anche se tafferugli tra arabi ed ebrei si verificarono a Gerusalemme dopo la sfilata della Giornata di Balfour. All’inizio di aprile del 1919 l’antisionismo ricomparve rumorosamente durante le celebrazioni annuali di Nabi Musa. La violenza fu evitata in larga misura grazie alle rigorose precauzioni delle forze armate britanniche. Il risentimento arabo si manifestò in modo ancor più accentuato durante la visita della Commissione King-Crane, in giugno. La commissione, in rappresentanza della Conferenza di pace di Parigi, fu inviata in Medio Oriente per accertare la volontà della popolazione indigena riguardo al futuro governo. Era formata da due americani – Henry King, presidente dell’Oberlin College, e Charles Crane, uomo d’affari e finanziatore del Partito democratico. ‘Aref Pascià Dajjani, notabile di Gerusalemme, disse loro che il trionfo del sionismo avrebbe significato la riduzione in schiavitù degli arabi. «Per noi è impossibile giungere a un’intesa con loro [gli ebrei], e perfino averli come vicini. La loro storia e tutto il loro passato dimostrano che la convivenza con loro è impossibile. In tutti i luoghi in cui risiedono, sono invisi al resto della popolazione… Perché finiscono sempre col depredarla… Se la Società delle Nazioni non ascolterà gli appelli degli arabi, il paese diventerà un fiume di sangue.»

Rappresentanti dell’associazione musulmano-cristiana di Giaffa si espressero nei crudi termini di un gioco a somma zero: «Ributteremo in mare i sionisti – o saranno loro a ricacciarci nel deserto».123 Alcuni dei sionisti che comparvero di fronte alla commissione, come Chaim Margaliut Kalvaryski, cercarono di minimizzare la profondità e l’ampiezza dell’ostilità araba. Ma negli incontri a porte chiuse della dirigenza sionista ci furono, in quel periodo, casi di inusuale schiettezza. «Tutti sono d’accordo sul fatto che i rapporti tra arabi ed ebrei sono un problema», dichiarò Ben-Gurion ai membri del Va‘ad Zmani (il Comitato temporaneo, principale autorità di autogoverno dello yishuv) nel giugno 1919; «ma non tutti capiscono che è un problema senza soluzione. Senza soluzione! C’è un braccio di mare [tra i due popoli], e nessun ponte in grado di superarlo… Non conosco nessun arabo pronto a confermare che la Palestina appartiene agli ebrei… Noi, in quanto nazione, vogliamo che questo paese sia nostro; gli arabi, in quanto nazione, vogliono che sia loro124

Shertok, braccio destro di Ben-Gurion negli anni precedenti la nascita dello Stato israeliano e suo futuro primo titolare degli Esteri, cinque anni prima si era espresso in modo analogo:

Abbiamo dimenticato che non siamo giunti in una landa disabitata a far valere un diritto di eredità; siamo venuti per conquistare un paese con propri abitanti, che lo governano avendo in comune una lingua e una cultura, per quanto primitiva… Recentemente, molto si è scritto sui nostri giornali circa la «reciproca incomprensione» tra noi e gli arabi, i nostri «interessi comuni» [e] la «possibilità di unità e pace tra i due popoli fratelli». [Ma] guai se ci culleremo in simili illusioni… se cesseremo di preoccuparci della Terra d’Israele in quanto nostra e nostra soltanto, e vi accoglieremo un altro popolo come socio a pari diritti, tutto il contenuto e il senso della nostra impresa andranno perduti.125

Nel loro rapporto i membri della Commissione parlarono della profonda ostilità degli arabi di Palestina verso il sionismo, e si espressero in modo sprezzante sul movimento nazionalista ebraico. King e Crane ritennero di dover raccomandare l’incorporazione della Palestina nella Siria in quanto unico territorio sotto mandato, ma il loro suggerimento cadde nel vuoto.

Nel frattempo, gli arabi cominciarono a passare dalle parole ai fatti. Alla fine del 1919 l’ostilità verso gli insediamenti sionisti si concentrò sulle terre a nord del lago Hula, la cosiddetta «unghia» della Galilea. Quest’area, insieme a una parte del Libano meridionale, fu sgomberata dalle forze di occupazione britanniche diventando in pratica una terra di nessuno tra le zone di occupazione britannica e francese. Un agglomerato di quattro insediamenti ebraici era sorto all’estremità settentrionale dell’«unghia», e lo yishuv premeva perché il controllo britannico fosse esteso a quella zona. I francesi non riuscivano a farvi valere la loro sovranità, e tribù beduine ribelli parzialmente legate al regime damasceno di Faysal, sempre più antifrancese, sembravano intenzionate a impadronirsene. Ne derivò una fiacca guerriglia, in cui il tradizionale brigantaggio e le ambizioni di tipo feudale si mescolavano con aspirazioni protonazionaliste. I beduini – armati da Faysal e forse aiutati in segreto e in modesta misura dai britannici – assalivano i viaggiatori e attaccavano i villaggi cristiani della zona, ritenuti filofrancesi. Il 12 dicembre 1919 organizzarono un assalto in grande stile al villaggio di Abil al-Qamh, uccidendo e saccheggiando. Lo stesso giorno aprirono il fuoco anche contro l’insediamento ebraico di Tel Hai, uccidendo un uomo.

I beduini dichiararono di non aver niente contro gli ebrei, solo contro i francesi, e cercarono ripetutamente di convincere gli insediamenti a unirsi alla rivolta, ma i coloni optarono per la neutralità; non volevano inimicarsi la Francia, anche se naturalmente avrebbero preferito essere inclusi nella Palestina controllata dai britannici, futura sede del focolare nazionale ebraico. Colonne mobili francesi di tanto in tanto si accampavano in due degli insediamenti, Metulla e Kefar Gil‘adi, irritando i ribelli. Inoltre la logica della situazione – «chi non è con noi è contro di noi» – e la naturale diffidenza verso i coloni sionisti di origine straniera persuasero gli arabi a trattare i quattro insediamenti come nemici.

Gli ebrei che li abitavano si sentivano via via più isolati. Nel gennaio 1920 gli abitanti di Metulla decisero l’evacuazione finché il futuro politico e la sicurezza dell’area non fossero stabiliti. Lo stesso fece la gente di Hamara, nel sudest. Ma i socialisti dei vicini Tel Hai e Kefar Gil‘adi, con un pugno di volontari di rinforzo (tra i quali Yosef Trumpeldor, l’eroe senza un braccio della guerra russo-giapponese e della campagna di Gallipoli) scelsero di restare. Pensavano – come una parte dei sionisti dell’entroterra – di dover dimostrare che anche 1’«unghia» faceva parte del focolare nazionale. Inoltre, come scrisse il leader socialista sionista Berl Katznelson, «una ritirata sarebbe la dimostrazione decisiva della nostra debolezza… la sola prova dei nostri diritti su queste terre consiste in una tenacia disperata, invincibile, senza ripensamenti». Ben-Gurion si espresse in modo analogo: «Se fuggiamo davanti ai briganti, dovremo abbandonare non solo la Galilea settentrionale ma l’intera Terra d’Israele». «Gli arabi rispettano solo la forza», confermò Ussishkin. Il 29 febbraio, questi scrisse a Weizmann: «Se terremo duro e ci batteremo per ogni centimetro di Galilea settentrionale, dimostreremo ai governi francese e britannico che la regione è nostra e tale dovrà rimanere». Paradossalmente fu il battagliero Jabotinsky a consigliare l’abbandono dei due avamposti, giudicandoli del tutto indifendibili.126

I sionisti presero in considerazione l’invio di una colonna di rinforzi, ma rinunciarono a causa delle difficoltà pratiche e della perdurante incertezza sul destino politico dell’«unghia». Comunque, gruppi di volontari s’infiltrarono attraverso le zone arabe e raggiunsero gli insediamenti accerchiati. All’inizio di gennaio del 1920, un agente sionista a Damasco di nome Kalvaryski ottenne da alcuni luogotenenti di Faysal – principalmente da Mahmud alFa‘ur, un capotribù della Galilea settentrionale – la promessa che gli insediamenti sarebbero stati lasciati in pace. Gli ebrei rimasti in questi ultimi ripresero il lavoro dei campi; ma all’inizio di febbraio un uomo di Tel Hai fu ucciso dai predoni.

Il 1° marzo gli arabi attaccarono in forze. A difendere Tel Hai, Kefar Gil‘adi e la rioccupata Metulla c’erano 30-35 armati per località, con fucili, pistole, qualche granata e munizioni in numero insufficiente. Le circostanti forze arabe, compresi gli abitanti del vicino villaggio di al-Khalisa e alcuni beduini, contavano qualche centinaio di unità. Un gruppo di arabi riuscì a introdursi nel complesso fortificato di Tel Hai dicendo di voler controllare se truppe francesi vi si fossero acquartierate. A un tratto divampò un violento scontro a fuoco, forse innescato da uno dei guardiani ebrei, che avrebbe sparato un colpo involontariamente. Gli «ispettori» furono respinti, ma con l’aiuto degli altri arabi diedero più volte l’assalto ai muri intorno a Tel Hai; gli attacchi costarono loro 12 morti e feriti in maggior numero. Gli ebrei persero sei difensori, alcuni morti subito, altri in seguito alle ferite. Tra essi, Trumpeldor e due donne. Ebbero inoltre alcuni feriti leggeri. Trumpeldor spirò mentre veniva trasportato da Tel Hai a Kefar Gil‘adi, e si racconta che le sue ultime parole siano state: «È bello morire per la nostra patria» – una frase entrata nella «mitologia» sionista con l’intero episodio di Tel Hai.

Gli attaccanti non erano riusciti a espugnare Tel Hai, ma i difensori, calati di numero e con munizioni ancor più scarse, giudicarono che la località fosse ormai indifendibile. Una colonna di soccorso la raggiunse durante la notte, e scortò gli occupanti a Kefar Gil‘adi dopo averla data alle fiamme. Il 3 marzo i restanti difensori di Metulla e Kefar Gil‘adi, tra 80 e 90 in tutto, avendo notato che beduini e arabi dei villaggi circostanti stavano concentrandosi per un ultimo assalto, abbandonarono i due insediamenti e ripiegarono. Pur essendosi conclusa con una ritirata, la battaglia di Tel Hai entrò nella storia del sionismo come un episodio epico, una prova di coraggio e determinazione.

Gli abitanti di Kefar Gil‘adi, Tel Hai e Metulla tornarono nella zona solo nell’ottobre 1920, dopo che i francesi ebbero occupato Damasco e disperso le bande di ribelli arabi. In dicembre Francia e Gran Bretagna stabilirono a San Remo che l’«unghia» tornasse sotto il controllo britannico, e i francesi si ritirarono. I tre insediamenti entrarono a far parte della Palestina sotto mandato britannico, e del futuro focolare nazionale ebraico.127

Se nella Galilea settentrionale le aggressioni antisioniste furono un aspetto marginale della più ampia contesa arabo-franco-britannica, nel sud la violenza araba assunse connotati chiaramente antisionisti, anche se il vento xenofobo e nazionalista che spirava dalla Siria fu senza dubbio una concausa e un fattore di aggravamento.

A sua volta, la sconfitta ebraica nella Galilea settentrionale rinforzò quel vento; per esempio, nei quartieri arabi di Gerusalemme si sparse la voce che negli scontri nel nord fossero periti 1600 ebrei.128 In febbraio e in marzo alcuni saccheggi furono perpetrati da arabi dei villaggi e bande beduine presso il confine siro-palestinese a sud del lago di Hula. Predoni ben armati attraversavano regolarmente il confine, passando dal Golan alla valle del Giordano; i lavoratori agricoli ebrei subivano imboscate, capi di bestiame erano uccisi o rubati, si appiccava il fuoco agli insediamenti (Rosh-Pinah e Yesod HaMaalah). Un violento attacco fu portato il 27 aprile ad Ayelet HaShahr. Un centinaio di arabi delle vicine tribù ‘Arab al-Heib e ‘Arab al-Kirad nonché dal Golan circondarono la colonia, in cui gli adulti armati erano una trentina, e aprirono il fuoco. Gli arabi si ritirarono dopo tre ore, lasciando un morto sul terreno. Nessuno dei coloni ebrei fu colpito. Quasi due mesi dopo, il 10 giugno, i predoni uccisero un agricoltore di Yesod HaMaalah, nonostante la presenza di un plotone britannico armato nella moshavah.129

Ma nel 1920 il punto focale della violenza araba contro gli ebrei fu Gerusalemme. Il 27 febbraio, dopo pressioni sioniste, il principale funzionario amministrativo dell’OETA, generale di divisione Louis Bols, dichiarò in un’intervista al quotidiano in lingua araba «Marat al-Sharq» che la Gran Bretagna intendeva applicare la Dichiarazione Balfour. L’annuncio coincise col secondo Congresso arabo siriano di Damasco, dove i delegati palestinesi chiesero il rinnovo della lotta contro l’immigrazione ebraica. In patria l’intervista causò una serie di dimostrazioni, chiusure di negozi per protesta, petizioni e il diffondersi di distintivi con slogan come «Abbasso il sionismo» e «A morte gli ebrei». Una seconda ondata di proteste in gran parte delle città palestinesi, con aggressioni a numerosi ebrei, si verificò l’8 marzo. La notizia dell’evacuazione nella Galilea settentrionale fu accolta con entusiasmo e cori quali: «La Palestina è la nostra terra e gli ebrei sono i nostri cani» e «A morte gli ebrei» (Itbah al-Yahud).130

La risoluzione approvata dal Congresso di Damasco il 7 marzo, che dichiarava Faysal re di Siria e Palestina, insieme alle speranze arabe che la Palestina fosse davvero incorporata nel suo regno, soffiarono sul fuoco e contribuirono al generale peggioramento di clima del mese successivo. Pur andando in direzione contraria rispetto alla politica di Whitehall, l’incoronazione di Faysal quale re di Siria e Palestina era stata caldeggiata da funzionari OETA come il colonnello Bertie Harry Waters-Taylor, capo di stato maggiore, che il 20 gennaio aveva incoraggiato Faysal a insistere su una Siria «indivisa» della quale la Gran Bretagna l’avrebbe riconosciuto «signore» (overlord). E l’8 marzo, subito dopo l’incoronazione di Faysal, l’amministratore-capo Bols chiamò Whitehall insistendo per il riconoscimento del nuovo sovrano. Bols aveva l’appoggio di Allenby, ma la risposta di Londra fu negativa. «Come mettere d’accordo il riconoscimento di Faysal quale re [di Siria e Palestina] con le rivendicazioni sioniste?», obiettò Curzon.131

Le opinioni di questi ufficiali erano note ai capi arabo-palestinesi (e all’entourage di Faysal a Damasco); il 1° aprile Hajj Amin al-Husayni, tornando in Palestina dalla capitale siriana, disse ai colleghi che l’amministrazione britannica era favorevole alla signoria del principe hascimita su Siria e Palestina.132 Quest’opinione, che poteva solo rinforzare l’antisionismo degli arabi palestinesi, era completata da voci di un’imminente sollevazione araba nel paese. Ciò che si preparava sembra esser stato chiaro a tutti fuorché ai britannici. Il 12 marzo Jabotinsky scrisse a Weizmann da Gerusalemme: «Il pogrom può esplodere da un giorno all’altro».133

All’inizio di aprile arabi della campagna circostante affluirono alla Città Vecchia di Gerusalemme per la settimana di celebrazioni di Nabi Musa e della Pasqua (Pésach), che coincidevano con la Pasqua ebraica. Il mattino del 4 aprile una processione di quasi seicento pellegrini da Hebron, città nota per l’ortodossia islamica degli abitanti, entrò a Gerusalemme. Risuonarono gli «evviva» per re Faysal e l’indipendenza araba; il sindaco di Gerusalemme Musa Qasim al-Husayni fece giurare alla folla di esser pronta a versare il suo sangue per la Palestina. ‘Arif al-‘Arif, direttore di «Suriyya al-Janubiyya», dichiarò: «Se non ricorriamo alla forza contro sionisti ed ebrei, non ci libereremo mai di loro». E la folla intonò «Nashrab dam al-Yahud» – «Berremo il sangue degli ebrei».134

Dal punto di vista confessionale la manifestazione era decisamente musulmano-cristiana. Su un distintivo si leggeva: «Restituiremo il paese a coloro che hanno crocifisso il nostro Signore Gesù?». Quando la celebrazione volgeva alla fine, il capo dei pellegrini di Hebron gridò «Itbah al-Yahud», e la violenza ruppe gli argini. Una folla inferocita si diresse verso i quartieri occidentali; in via Giaffa passanti ebrei furono presi a sassate, e le botteghe d’israeliti furono saccheggiate. Un testimone oculare – Khalil al-Sakakini, pedagogo e diarista arabo – ci ha lasciato una descrizione di quei momenti.

È scoppiata una rivolta, la folla correva qua e là e prendeva a sassate gli ebrei. I negozianti hanno chiuso gli esercizi, e ho udito delle urla… Ho scorto un soldato sionista [cioè ebreo-britannico] insanguinato e impolverato… Più tardi ho visto un ebronita avvicinarsi a un ragazzino ebreo, un lustrascarpe, che si era nascosto dietro un sacco in un angolo tra i muri [della Città Vecchia] vicino alla Porta di Giaffa, prendergli la cassetta e picchiarlo sulla testa. Il ragazzino è corso via gridando, con la testa che sanguinava; l’ebronita l’ha lasciato perdere ed è tornato tra i manifestanti… La rivolta ha raggiunto il culmine. Tutti urlavano: «La religione di Muhammad è nata con la spada!»… Appena possibile, mi sono rifugiato nei giardini municipali… Ho l’anima piena d’infelicità e disgusto per la follia dell’umanità.135

Gran parte delle violenze si verificarono a ovest delle mura della Città Vecchia, lungo la via Giaffa. Nella folla c’erano poliziotti arabi che, secondo Sakakini, cercarono di pugnalare un poliziotto britannico. Un pilota militare britannico presente per caso, che si era opposto agli atti di violenza, fu bastonato a morte. A un certo punto i dimostranti tornarono sui loro passi, da via Giaffa alla Città Vecchia, e pellegrini in preda a una furia fanatica si gettarono sui passanti e i negozi ebraici con bastoni, coltelli e sassi. Il contingente di polizia arabo responsabile di quella parte di Gerusalemme assisté passivamente e in certi casi diede man forte ai rivoltosi.

L’organizzazione ebraica di autodifesa da poco costituita a Gerusalemme, la Haganah, aveva inviato gruppi di militanti, qualcuno anche armato, nelle zone all’esterno delle mura, ma non era riuscita a installare un contingente nel quartiere ebraico della Città Vecchia. Dopo l’inizio delle violenze due gruppi armati di bastoni e sbarre metaniche ricevettero l’ordine di raggiungere la Città Vecchia, ma furono fermati dalle truppe britanniche. In ritardo, i britannici inviarono contingenti di truppe indiane a proteggere il quartiere ebraico e a disperdere i manifestanti, ma inspiegabilmente quella stessa notte il governatore Storrs ordino agli indiani di lasciare la Città Vecchia. Il mattino seguente (5 aprile) i disordini ricominciarono. Ancora una volta i soldati britannici di guardia alle porte della città impedirono agli ebrei di inviare soccorsi, anche se un pugno di militanti travestiti da medici e infermieri, a bordo di alcune ambulanze, riuscirono a superare lo sbarramento. Fu proclamata la legge marziale, le truppe rientrarono nella Città Vecchia e disarmarono sia gli arabi sia gli ebrei. Le violenze continuarono anche il giorno successivo, sia pure con minore intensità. La Haganah riuscì a far sfollare dalla Città Vecchia circa 300 ebrei che vivevano in abitazioni isolate, al di fuori del quartiere ebraico. Solo il 7 aprile l’ordine fu completamente ristabilito.

Le associazioni politiche palestinesi e le succursali dei gruppi nazionalisti con base a Damasco, come al-Nadi al-‘Arabi, sembrano aver avuto un ruolo nell’organizzazione del grave episodio.136 La somiglianza tra i tre giorni di rivolta e un tipico pogrom è innegabile; niente di simile si era visto in Palestina nei secoli di dominio ottomano. Le folle arabe, fiutando l’atmosfera prevalente alla Casa del governo, avevano gridato tra l’altro «Al-Dawla ma‘ana» («Il governo è con noi»). In diversi casi gli ebrei furono protetti dagli arabi loro vicini, ma sei di loro furono uccisi, i feriti furono più di 200, e ci furono stupri e distruzioni di locali ed edifici di loro proprietà, comprese alcune sinagoghe.137 Anche tra gli arabi ci furono alcuni morti e qualche dozzina di feriti in seguito a scontri con la polizia e le truppe britanniche, nonché con militanti ebrei delle associazioni di autodifesa.138 Le indagini sulle cause dell’episodio disposte dall’amministrazione britannica, riassunte nel Rapporto Palin, conclusero che «tutti i dati indicano che le aggressioni furono di natura vile e proditoria, in gran parte contro vecchi, donne e bambini – spesso attaccati alle spalle».139

Tuttavia, in un memorandum consegnato a Bols da notabili musulmani e cristiani il 6 aprile la responsabilità degli incidenti era attribuita senza mezzi termini agli ebrei. «Giovani ebrei» manovrati dall’«Organizzazione sionista» avevano «insultato e bestemmiato» le autorità religiose musulmane, mentre «l’episodio si era concluso», secondo i notabili, «col ferimento di musulmani e cristiani, compresi donne e bambini». Tra le principali richieste degli arabi c’erano lo scioglimento della Legione ebraica, i cui membri in alcuni casi avevano contribuito a respingere i rivoltosi, e della Haganah, nonché l’espulsione della Commissione sionista.140

Nessun ebreo era stato ferito nella parte ebraica di Gerusalemme Ovest, pattugliata dalla Haganah. Jabotinsky aveva avuto un ruolo decisivo nell’organizzare questo nuovo gruppo. Nell’estate e nell’autunno 1919 alcuni attivisti, capeggiati da due veterani di HaShomer, Rachel Yana’it e Zvi Nadav, avevano cominciato ad addestrarsi e ad acquistare armi. Nell’inverno 1919-20 si erano uniti a loro soldati smobilitati del battaglione americano della Legione ebraica, con armi da fuoco e munizioni. In settembre Jabotinsky era stato congedato dalla Legione per «agitazione politica», e aveva aderito all’associazione di autodifesa insieme ad alcuni membri dell’associazione sportiva dei «Maccabei». Nel marzo 1920 il gruppo si era consolidato, anche per effetto della crescente inquietudine araba. A Gerusalemme nacque un «Consiglio cittadino di difesa» capeggiato da Jabotinsky. Le sue attività, compreso l’addestramento (in gran parte senza uso di armi) erano alla luce del sole. Jabotinsky credeva e sperava che la Gran Bretagna le avrebbe approvate. All’inizio di aprile la Haganah (Difesa), come ora veniva chiamata, poteva schierare circa 200 uomini, con una cinquantina di fucili e una manciata di pistole e granate.141

Il 7 aprile, come atto «distensivo» verso gli arabi, i britannici arrestarono Jabotinsky e lo condannarono a 15 anni di lavori forzati. Più di una dozzina di altri membri della Haganah furono condannati a tre anni di lavori forzati. La maggior parte degli arabi arrestati per aver partecipato ai disordini subirono invece lievi condanne. Commentatori ebrei paragonarono il comportamento britannico verso responsabili e vittime dei disordini a quello delle autorità russe durante e dopo i pogrom.

La politica distensiva dell’OETA verso gli arabi non si limitò a questo. Appena i disordini ebbero inizio, l’amministrazione militare bloccò l’immigrazione ebraica e organizzò perquisizioni alla ricerca di depositi di armi negli uffici e nelle abitazioni degli ebrei (Weizmann compreso). Il segretario della Commissione sionista fu arrestato, come dozzine di aderenti alla Haganah. Fu imposta una stretta censura a tutte le notizie provenienti dalla Palestina. Solo il 13 aprile la «versione ebraica» degli eventi fu diffusa in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Alcuni mesi più tardi, il rapporto della commissione d’inchiesta Palin confermò la tesi ebraica circa le responsabilità arabe e (implicitamente) l’accusa di collusione arabo-britannica. La decisione dell’OETA di ritirare i contingenti britannici da Gerusalemme il 5 aprile fu giudicata senza perifrasi un grave errore. Tuttavia, il rapporto non fu mai pubblicato. Una delle testimonianze decisive per la commissione fu quella del colonnello Richard Meinertzhagen, il successore di Clayton in veste di principale political officer dell’OETA. Egli riferì che durante i disordini gli ufficiali britannici si erano schierati con gli arabi. Inoltre, il 14 aprile 1920 egli riferì direttamente al Foreign Office che Allenby non si atteneva alla linea politica ufficiale della Gran Bretagna. In effetti egli accusò Bols e i militari suoi collaboratori di aver causato i disordini. Più tardi annotò nel diario: «Sono il solo qui, tra i gentili, a prender le difese del sionismo… E il buffo della situazione è che io stesso sono imbevuto di pregiudizi antisemiti».142 Meinertzhagen fu silurato poco dopo l’invio del dispaccio al Foreign Office.143

Il 26 aprile 1920 la Conferenza di San Remo approvò la Dichiarazione Balfour e il mandato britannico, e il 28 aprile Bols emise un comunicato ufficiale, ribadendo in sostanza che in Palestina la politica inglese era quella indicata nella dichiarazione. In giugno l’esponente liberale (di origine ebraica) Herbert Samuel fu posto al vertice della nuova amministrazione civile palestinese, dove sarebbe rimasto col titolo di Alto Commissario fino al 1925.

Samuel, un sionista convinto, nel gennaio-febbraio 1920 effettuò una visita preparatoria. Le realizzazioni degli ebrei degli insediamenti lo colpirono in modo favorevole; ma tornando in Gran Bretagna, egli portò con sé anche il ricordo della profonda ostilità degli arabi. A Nablus i notabili lo avvertirono della «terribile rivoluzione» che rischiava di scoppiare, se l’immigrazione fosse continuata. Samuel concluse che «i sionisti non hanno compreso la forza… del nazionalismo arabo». Perciò, il suo compito di Alto Commissario sarebbe consistito nel consentire, e favorire, la rinascita di uno Stato ebraico; ma anche nel proteggere i legittimi interessi degli arabi, e far sì che i cambiamenti fossero vantaggiosi anche per loro. Come vice egli scelse il generale di brigata Wyndham Deeds, un sionista di fede cristiana già capo del servizio informazioni sotto Allenby. «D’ora in poi», scrisse Deeds a Weizmann nel maggio 1920, «tutte le forze e capacità ch’è piaciuto a Dio di donarmi saranno dedicate senza riserve alla realizzazione del vostro ideale.»144 Tuttavia, per le nomine Samuel non attinse soltanto ai sionisti. Il generale Clayton, chief secretary dal 1923 al 1925, scrisse: «Stiamo conficcando un corpo estraneo e detestato nel cuore stesso dell’Islam».145

Samuel assunse i poteri il 1° luglio, e diede subito pratica attuazione a una politica volta a «creare le condizioni politiche, legali ed… economiche che permettano ai sionisti di realizzare i loro progetti», agevolando, più che incoraggiando, l’immigrazione e la creazione di insediamenti.146 Egli optò per una «cauta colonizzazione» più che per la nascita di uno Stato ebraico in tempi brevi, e si astenne dal finanziare i sionisti. (A lungo termine, questo contribuì a rendere «lo yishuv autonomo e autosufficiente»,147 così come la mancata protezione degli ebrei da parte dei britannici contribuì alla crescita della Haganah.) Samuel fece subito rilasciare gli attivisti ebrei incarcerati dopo i disordini di aprile, riaprì i registri immobiliari,148 e spalancò le porte della Palestina – per la prima volta – a un’immigrazione ebraica relativamente libera. Egli garantì fino a un migliaio di visti d’ingresso al mese anche se solo una piccola parte fu utilizzata, sia per la carenza di alloggi e posti di lavoro, sia per la carenza di fondi dell’Organizzazione sionista.

Nel contempo Samuel tentò di placare i timori arabi circa le intenzioni dei sionisti e promosse attivamente il benessere (welfare) nella comunità arabo-palestinese, «proprio come l’amministrazione britannica ritiene proprio dovere promuovere il benessere delle popolazioni locali in ogni parte dell’impero. Le misure volte a migliorare il livello di vita degli arabi debbono essere le stesse che prenderemmo se non esistesse alcuna questione sionista, e non fosse stata fatta alcuna Dichiarazione Balfour».149

L’8 luglio fu decretata un’amnistia generale, e furono rilasciati tutti gli arabi coinvolti nei disordini di aprile. Hajj Amin al-Husayni e ‘Arif al-‘Arif, che avevano avuto un ruolo decisivo nei disordini e si erano poi dati alla fuga, poterono rimpatriare. Non solo; di lì a poco, entrambi trovarono impiego nell’amministrazione britannica, ‘Arif al-‘Arif come funzionario di grado elevato, Husayni come principale autorità religiosa del paese. Samuel garantì una certa misura di riconoscimento de facto all’Esecutivo arabo palestinese (EAP), istituito dal terzo Congresso palestinese di Haifa nel dicembre 1920 e presieduto da Musa Kazim al-Husayni, e affermò che la Dichiarazione Balfour consisteva in due parti di uguale importanza: la promozione di una national home ebraica, e la salvaguardia e il miglioramento delle condizioni di vita degli arabi della Palestina.150 La dirigenza sionista prese atto con preoccupazione dell’iniziale imparzialità dell’amministrazione Samuel, e parve disorientata se non diffidente. Il rafforzamento in dicembre della Haganah e il suo passaggio sotto l’ala protettrice della neonata organizzazione sindacale, l’Histadrut, rispecchiavano questo stato d’animo.151

L’inizio di aprile del 1920 aveva coinciso col culmine della popolare fiducia araba in una Palestina inserita in una Grande Siria indipendente. Alla fine di aprile l’élite politica palestinese cominciò ad accettare l’idea del destino separato del paese (già da gennaio alcuni funzionari sionisti parlavano di un autonomo «movimento arabo-nazionalista palestinese»).152 Entro luglio, il mutamento di rotta ideologico da parte degli arabi era completo. La rivolta antibritannica di cui si era parlato, ma che non si era materializzata; la fuga di Amin al-Husayni; l’appoggio al mandato britannico espresso a San Remo dalle grandi potenze; l’insediamento in luglio di un’amministrazione civile, in parte a causa della rivolta; e il rovesciamento di Faysal e del suo regime damasceno da parte dei francesi, tutto contribuì a questo risultato.153 In agosto Kazim, rimosso dai britannici dalla carica di sindaco di Gerusalemme per il coinvolgimento nei disordini di aprile, disse ai suoi colleghi nazionalisti: «Ora, dopo i recenti fatti di Damasco, dobbiamo modificare radicalmente i nostri piani. [L’idea della Palestina come] Siria meridionale non esiste più. Dobbiamo difendere la Palestina [in quanto tale]».154

Samuel beneficiò di una calda accoglienza, e i suoi primi mesi in carica furono relativamente felici e senza problemi. «Il paese è così tranquillo che si sentirebbe cadere uno spillo», scrisse a Weizmann. Ma in Palestina i guai erano solo all’inizio. In dicembre il terzo Congresso palestinese denunciò la Dichiarazione Balfour come «contraria alle leggi di Dio e a quelle degli uomini».155 Nel marzo 1921, durante la visita in Palestina di Winston Churchill, segretario alle Colonie, questi incontrò una delegazione araba capeggiata da Kazim, che attaccò il sionismo, la Dichiarazione e lo stesso Samuel: «Gli ebrei sono stati tra i più attivi promotori della rovina di molti paesi… È risaputo che la disintegrazione della Russia è stata principalmente, o totalmente, provocata dagli ebrei, e una parte considerevole della sconfitta di Germania e Austria va parimenti a loro addebitata».

Churchill, sionista da sempre, respinse tali argomenti e assicurò agli arabi che gli ebrei non li avrebbero spodestati. «È palesemente giusto che gli ebrei sparsi per il mondo abbiano un centro nazionale (national center) e un focolare comune in cui riunirsi, e quale potrebbe essere se non la Palestina, alla quale per tremila anni sono stati profondamente legati? Pensiamo che ciò sarà un bene per il mondo, per gli ebrei, per l’impero britannico, ma anche per gli arabi che dimorano in Palestina… Essi parteciperanno ai benefici e ai progressi apportati dal sionismo.»156

Alla delegazione, Churchill disse inoltre: «Mi chiedete di ripudiare la Dichiarazione Balfour e fermare l’immigrazione. Questo non ho né l’autorità né il desiderio di farlo».157

Churchill incontrò anche una delegazione sionista, e la invitò a tener conto del «grande allarme» diffuso tra gli arabi. ‘Abdallah, emiro di Transgiordania, chiese a Churchill se la Gran Bretagna intendesse creare un regno ebraico e spodestare gli arabi. La Gran Bretagna, aveva detto ‘Abdallah, «sembrava pensare che gli uomini si possano sradicare e ripiantare come si fa con gli alberi». Churchill gli assicurò che Londra non pensava a un’immigrazione in massa; ci si aspettava invece un «processo molto lento». «Davvero, gli arabi non hanno di che preoccuparsi», egli dichiarò in giugno alla Camera dei Comuni.158 E due mesi dopo disse a un’altra delegazione palestinese, capeggiata da Kazim al-Husayni: gli ebrei non «si approprieranno delle terre di alcuno. Non possono spogliare nessuno dei suoi diritti né delle sue proprietà… C’è posto per tutti».159

Churchill arrivava in Palestina fresco degli incontri con i principali esperti britannici sul Medio Oriente, una serie di riunioni nota da allora come «Conferenza del Cairo». In essa si era deciso per una «soluzione hascimita» per la Mesopotamia (l’odierno Iraq) che fu offerta a Faysal; il fratello di questi, ‘Abdallah, si vide assegnare la Transgiordania come emirato. Si sperava che ciò avrebbe in parte soddisfatto gli arabi, secondo i quali la Palestina era stata inclusa dalla Gran Bretagna nella zona della futura sovranità araba. Per territorio, la Transgiordania rappresentava quattro quinti abbondanti dell’originario mandato sulla Palestina; questo avrebbe forse convinto gli arabi a dar prova di elasticità circa il restante quinto.160

I dirigenti sionisti, benché insoddisfatti di dover escludere la Transgiordania dal territorio suscettibile di rientrare nel futuro focolare nazionale, non potevano modificare la decisione di Churchill. In ogni caso, pensarono – e avrebbero continuato a pensare fino alla fine degli anni ’30 – si trattava di una soluzione temporanea; niente impediva che in futuro la Transgiordania fosse riaperta agli insediamenti e alla «conquista». (L’estrema destra del movimento, i «revisionisti», continuarono a sognare d’incorporare la Transgiordania fino agli anni ’50 e ’60 del xx secolo, taluni anche più tardi; il loro motto rimase: «Il Giordano ha due sponde, una nostra e l’altra anche».)

Nell’aprile-maggio 1921 Samuel compì un importante gesto distensivo verso gli arabi: l’«elezione» di Hajj Amin al-Husayni (1895/6-1974) a Gran Muftì di Gerusalemme, cioè, in realtà, a capo spirituale della comunità musulmana della Palestina. Hajj Amin aveva studiato all’Università islamica al-Azhar del Cairo prima di diventare ufficiale dell’esercito ottomano. Nel 1917 aveva disertato per unirsi alle milizie dello sceriffo della Mecca. Una fonte lo descriveva «decisamente filobritannico»; un’altra come un «informatore» o spia britannica infiltrata tra i seguaci dello sceriffo.161 Nel 1919 aveva lavorato per il regime di Faysal a Damasco, ed era tornato in Palestina all’inizio del 1920. Era stato membro per breve tempo della succursale di Gerusalemme dell’associazione nazionalista al-Nadi al-‘Arabi. Nel luglio 1920 era stato condannato in contumacia a dieci anni di prigione per la parte avuta nei disordini di aprile. Si decise comunque di non tener conto del passato, e benché nella votazione per la carica (da parte di un gruppo di notabili scelti dal governo) egli fosse risultato quarto, Samuel lo nominò ugualmente Gran Muftì l’8 maggio 1921.162

La settimana precedente – dando sfogo alle risoluzioni antisioniste del terzo Congresso palestinese – gli arabi si erano abbandonati a violenze assai più gravi di quelle della primavera 1920. Non si era trattato di «atti premeditati, ma… dell’improvviso esito di molti mesi d’incubazione e paura».163 Si gridò di nuovo al pogrom. Ben-Gurion accusò almeno una parte dell’amministrazione britannica di aver incoraggiato e perfino aiutato i responsabili dei disordini.164 Non c’è dubbio che i militari continuassero a parteggiare per gli arabi. Come il generale Sir Walter Congreve (1862-1927), comandante in capo delle forze britanniche in Medio Oriente, dichiarò nell’ottobre 1921: «Per quanto riguarda la Palestina [le simpatie delle forze armate] ovviamente vanno agli arabi… vittime di una politica ingiusta, loro imposta dal governo britannico». Congreve criticò Samuel, che a suo avviso tentava «di applicare una politica odiosa alla maggioranza – una maggioranza che… ha il diritto dalla propria parte».165

Questa volta Giaffa (e in minor misura l’area di Hadera-Tulkarm) fu il fulcro delle violenze. Giaffa era allora una città con una popolazione mista di circa 26.000 arabi e 16.000 ebrei; la limitrofa Tel Aviv, a nord, era abitata da 3.600 ebrei.166 La violenza fu innescata da uno scontro alla periferia sud di Tel Aviv tra due manifestazioni del Primo maggio, una comunista l’altra socialista. La polizia spinse i comunisti nelle dune tra Tel Aviv e Giaffa. Gli arabi del quartiere settentrionale di Manshiya si armarono di bastoni e si diressero verso la zona dei disordini, ma furono bloccati dalla polizia. Allora tornarono a Manshiya, dove aggredirono passanti ebrei e assaltarono botteghe d’israeliti. In seguito, portavoce arabi affermarono che le violenze dipendevano dal timore della «penetrazione bolscevica» a Giaffa.

L’evento più grave della giornata fu l’assalto della folla, con la partecipazione di poliziotti arabi, all’ostello per immigrati del quartiere Ajami di Giaffa, dove 13 ebrei furono uccisi e 26 feriti; furono usate armi da fuoco, coltelli e bastoni.167 L’attacco si verificò quasi contemporaneamente all’episodio di Manshiya, particolare che convinse i leader sionisti dell’esistenza di un piano premeditato. Le truppe britanniche comparvero solo nel tardo pomeriggio. Saccheggi e violenze da parte degli arabi proseguirono quella notte e il giorno successivo nelle parti più remote della città. Solo il 3 maggio il governo impose la legge marziale.

Il 2 maggio, nel sobborgo Abu Kabir di Giaffa, i rivoltosi uccisero sei ebrei in un aranceto. Una delle vittime fu Yosef Chaim Brenner. Nei giorni seguenti gli attacchi si diffusero, incoraggiati dalla debole reazione del governo e dalle prestazioni deludenti dei gruppi di autodifesa ebraici. A Petach Tiqvah, a est di Tel Aviv, un assalto ben organizzato di abitanti dei villaggi e beduini ebbe luogo il 5 maggio simultaneamente da nord e da sud. I difensori, con pochi fucili e munizioni insufficienti, riuscirono a tenere a bada per qualche ora gli attaccanti – 2000 o 3000, ma quasi tutti senza armi da fuoco – fino all’arrivo di una colonna di soccorsi britannica, che sparò colpi di mitragliatrice verso il fronte nord degli attaccanti. Un solo aereo della RAF bombardò gli arabi che avanzavano da sud, e gli attaccanti si dispersero. Con ogni probabilità, l’intervento britannico evitò un massacro; comunque, i morti furono 32: quattro tra gli ebrei di Petach Tiqvah, 28 tra gli arabi.

Il giorno dopo – il 6 maggio – centinaia di arabi di Tulkarm e dei villaggi circostanti attaccarono la moshavah di Hadera. Il governatore britannico del distretto fece distribuire fucili agli, abitanti dell’insediamento e chiese rinforzi. Gli attaccanti, che avanzavano da sudest, riuscirono a dar fuoco a due abitazioni prima di esser dispersi dall’intervento britannico (da parte di due aerei che sganciarono bombe e mitragliarono a bassa quota, e di un autoblindo).

Un altro attacco da parte di alcune migliaia di abitanti di Ramla che gridavano «Itbah al-Yahud» fu lanciato quel giorno contro Rechovot. Anch’esso fu respinto senza perdite da parte ebraica – in quel caso senza l’aiuto delle truppe britanniche.

Le autorità britanniche multarono pesantemente alcuni villaggi arabi. Per lo più, i responsabili delle violenze non furono identificati né processati. Quelli che lo furono, compresi gli assalitori dell’ostello di Giaffa, vennero rilasciati per ordine dei tribunali. Solo tre arabi ebbero condanne pesanti – un capoclan che aveva sparato contro le truppe britanniche, un poliziotto che aveva tentato di violentare un’ebrea, un uomo che aveva ucciso un anziano ebreo in una via di Giaffa. Anche alcuni ebrei furono detenuti per breve tempo, compreso Avraham Shapira, responsabile dell’autodifesa di Petach Tiqvah, ma nessuno fu incriminato.

Gli assalti, che proseguirono il 7 maggio, erano stati almeno in parte preparati, soprattutto quello a Petach Tiqvah. Al timone c’erano alcuni dei più giovani e militanti leader palestinesi, e agenti di polizia arabi. La leadership tradizionale delle associazioni musulmano-cristiane, e l’esecutivo arabo palestinese si erano in gran parte pronunciati contro gli assalti.168 E il quarto Congresso palestinese, svoltosi a Gerusalemme alla fine di maggio, aveva deciso di combattere la sua battaglia nazionalista solo con mezzi legali.169 Complessivamente, l’ondata di violenze costò la vita a 47 ebrei e 48 arabi, mentre i feriti furono 146 tra gli ebrei, 73 tra gli arabi.170 Gli scontri di novembre, durante la celebrazione del quarto anniversario della Dichiarazione Balfour, causarono cinque morti tra gli ebrei e tre tra gli arabi.171

Le massicce violenze del 1921 lasciarono un’impronta indelebile nei sionisti, che forse per la prima volta apprezzarono tutta la difficoltà della loro impresa. Scriveva nel 1922 Itamar Ben-Avi, un importante giornalista: «Il procelloso mare islamico finirà col rompere gli argini, e se non erigiamo una diga sotto forma di patto… la loro ira ci sommergerà… Tel Aviv in tutto il suo splendore, la nostra magnifica costa, saranno spazzate via».172

I disordini di maggio scioccarono anche Samuel, che si affrettò a convocare gli arabi. Durante la settimana alcune navi cariche di immigranti in fuga dai pogrom russi furono respinte. E il 14 maggio l’Alto Commissario sospese ufficialmente l’immigrazione. Il 3 giugno annunciò che l’immigrazione poteva riprendere, ma nella misura consentita dalla capacità di assorbimento dell’economia del paese e «dagli interessi della popolazione attuale». Queste decisioni erano implicite concessioni ai rivoltosi. «Il governo britannico», aggiunse Samuel, «non avrebbe mai imposto alla popolazione una politica ch’essa abbia ragione di sentire contraria ai propri interessi religiosi, politici ed economici.»173 Anche la nomina di Husayni a Gran Muftì va letta in questa chiave. In seguito, fino alla ribellione del 1936-39, il governo del Mandato scommise su Husayni e lo sostenne come mezzo per «evitare che la popolazione diventi troppo eccitata e troppo violenta», nelle parole di Samuel,174 anche se egli si oppose spesso alle decisioni del governo e fu tra gli istigatori, se non tra gli organizzatori, delle violenze antisioniste e antibritanniche.

Inoltre, dopo i disordini di maggio l’amministrazione agevolò la nascita di realtà politiche arabe comparabili alle istituzioni sioniste. Il Consiglio supremo musulmano, costituito nel gennaio 1922, ebbe il controllo di casse, fondi (awqaf) e tribunali (shari‘a). Il governo organizzò l’elezione di Husayni a presidente del Consiglio supremo, facendo di lui il capo indiscusso dei musulmani di Palestina. Egli esercitò da quel momento un vasto e incontrollato potere di patrocinio – dalla nomina dei qadi (i giudici religiosi), a quella dei muftì, e dei funzionari di awqaf e sari‘a. Nel 1924 il Consiglio impiegava 1.193 persone e aveva un bilancio – finanziato dallo Stato – di 60.000 sterline non soggetto a revisione contabile da parte britannica.175 Le concessioni agli arabi e i limiti all’immigrazione compromisero in larga misura i rapporti di Samuel coi sionisti, e tra questi ultimi si parlò di organizzare arrivi clandestini di ebrei (anche se questa strada fu imboccata solo un decennio più tardi).

Il 30 giugno 1922, dopo la nomina a primo ministro di Andrew Bonar-Law al posto di Lloyd George (che aveva criticato Samuel definendolo «troppo debole»),176 Whitehall preparò un libro bianco che ridefiniva la politica britannica in Palestina; il linguaggio usato era assai più equidistante di quello della Dichiarazione Balfour. Anche se la Gran Bretagna continuava a sostenere il sionismo e ad auspicare la nascita di un focolare nazionale ebraico in Palestina, si assicurava al mondo islamico che il governo di Sua Maestà non aveva

in nessun momento preso in considerazione, come sembra che si tema, l’ipotesi della scomparsa o subordinazione della popolazione, della lingua e della cultura araba in Palestina… La Dichiarazione [Balfour]… non implica che la Palestina nella sua interezza si trasformi in un focolare nazionale ebraico, ma che un siffatto focolare sia da fondare in Palestina… [Inoltre] la Commissione sionista in Palestina [trasformatasi nell’Esecutivo sionista palestinese, o ESP]… non ha… alcuna voce in capitolo nell’amministrazione generale del paese.

Il documento escludeva formalmente la Transgiordania dalla Palestina sotto Mandato, e parlava di un processo destinato a concludersi con l’istituzione non di uno Stato ebraico, ma di «un centro per il quale il popolo ebraico… possa provare… attaccamento e fierezza» [a center in which the Jewish people… may take… an interest and a pride].177 Dopo la pubblicazione del libro bianco, il consiglio della Società delle Nazioni, riunitosi a Londra il 24 luglio 1922, approvò il mandato britannico in Palestina, che fu ratificato il 28 settembre 1923 nell’ambito del Trattato di Losanna.

I portavoce sionisti sostennero, come dopo il primo ciclo di violenze, che i disordini di maggio erano opera di pochi agitatori e non rispecchiavano le opinioni della maggioranza degli arabi. Il motivo: se le violenze erano tacitamente approvate dalla maggioranza, il sionismo era in un vicolo cieco. Era quindi necessario dipingerle come l’opera di un piccolo numero d’irresponsabili, mentre gli ebrei – i cui «interessi erano identici» a quelli degli arabi – cercavano «la pace con la nazione araba».178 Tutto ciò, naturalmente, era incompatibile con la verità e con le conclusioni della commissione d’inchiesta britannica presieduta dal presidente della Corte suprema palestinese, Thomas Haycraft. La violenza, secondo la commissione, affondava le radici in cause politiche ed economiche legate all’immigrazione ebraica e agli scopi del sionismo, e non nell’invidia degli effendi, come sostenevano gli ebrei. «L’ostilità nei confronti degli ebrei era… [troppo] genuina… diffusa e… intensa per ammettere una spiegazione così superficiale.»179

I funzionari sionisti conoscevano la verità, anche se in pubblico fingevano d’ignorarla. Come dichiarò Kalvaryski nel maggio 1921: «È inutile pensare che questo sia solo un problema di effendi… Può essere una buona tattica, ma tra noi è meglio dire con chiarezza che abbiamo a che fare con un movimento nazionalista arabo. Noi stessi, col nostro [movimento], affrettiamo la maturazione di un movimento nazionalista arabo».180

Ma la strategia di Kalvaryski – che mirava a tenere sotto controllo gli arabi con la corruzione, in particolare comprando direttori di giornali e sindacalisti – non convinceva molti suoi colleghi. Essi temevano che a lungo termine l’ostilità araba non avrebbe potuto essere né comprata né placata. «La firma di qualche fabbricante di petizioni o la temporanea benevolenza di un giornalista venale non possono mutare la sostanza della situazione», dichiarò Leonard Stein, segretario dell’ESP.181

In fondo, la corruzione di effendi e giornalisti era solo un microcosmo. La stessa impresa sionista era una gigantesca operazione di compravendita delle coscienze – o almeno, così i suoi leader continuavano a descriverla ad arabi e altri gentili. Il ritornello ripetuto all’infinito era che se gli arabi avessero permesso al sionismo di prosperare, la popolazione locale ne avrebbe ricavato enormi vantaggi materiali. Ma gli arabi erano sempre meno disposti a tollerare gli obiettivi del sionismo, indipendentemente dagli eventuali guadagni. Ovvero, per citare lo storico Bernard Wasserstein:

Per quanto ingente fosse l’afflusso di capitali, per quanto verdi i campi strappati al deserto, per quanto chiara la luce della civiltà occidentale, il sionismo non poteva non suscitare la più viva opposizione in quasi tutti gli strati della popolazione araba indigena… In realtà non erano gli effendi, o, come sospettavano certi funzionari sionisti, l’antisemitismo di una parte della burocrazia britannica, a reclutare militanti per conto del nazionalismo arabo-palestinese; i veri reclutatori erano i sionisti stessi.182

Mentre rinforzava le sue capacità difensive, lo yishuv reagì agli eventi del 1920-21 tentando di riaprire il dialogo con gli arabi. Negli anni ’20 e ’30 i funzionari sionisti avevano occasionalmente tentato di creare dei canali di comunicazione, o almeno di definire le basi di un possibile accordo. Nel 1919 Kalvaryski aveva cercato di organizzare una delegazione mista arabo-ebraica che incontrasse la Commissione King-Crane, e promosso cenacoli misti arabo-ebraici a Safed e Haifa, che ebbero breve vita. Ma simili tentativi non avevano l’appoggio della maggior parte dei leader sionisti. Le loro preferenze andavano all’ideologia esclusivista, separatista, che fin dall’inizio aveva guidato la loro impresa; inoltre, dal punto di vista tattico essi pensavano che i gesti distensivi sarebbero stati interpretati dagli arabi come segni di debolezza. Semmai, le relazioni con gli arabi sarebbero migliorate quando lo yishuv fosse diventato così forte ch’essi avrebbero riconosciuto di non poterlo sopraffare. Prima di quel momento, i gesti concilianti sarebbero stati uno spreco di tempo ed energie.183

Dopo gli incidenti del 1920-21 ebbero luogo un certo numero di incontri ad alto livello tra i capi delle due comunità. Nel novembre 1921, su insistenza dei britannici, Weizmann incontrò una delegazione araba guidata da Kazim al-Husayni. Gli arabi chiesero il ritiro della Dichiarazione Balfour e la fine dell’immigrazione ebraica, e l’incontro si concluse in un clima di aspra polemica. Un testimone britannico definì «infelice» il tono di Weizmann, che paragonò a quello di «un conquistatore che detta ai vinti le condizioni per la pace».184

I contatti intermittenti proseguirono. Alla fine del 1922 Kalvaryski incontrò Kazim al-Husayni a Losanna, e fu concluso un accordo segreto in base al quale Kazim avrebbe ricevuto somme di denaro dall’Ufficio centrale sionista, impegnandosi in cambio a predicare «la moderazione» agli altri arabi. Le somme furono versate come stabilito, ma nell’atteggiamento di Kazim non ci furono cambiamenti di rilievo.185 Verso la fine del 1924 Kalvaryski incontrò Jamal al-Husayni, cugino di Hajj Amin e Kazim, per discutere di un possibile compromesso in vista di un consiglio legislativo palestinese, ma l’iniziativa fu abbandonata dopo che la dirigenza dello yishuv ebbe drasticamente respinto l’intero progetto.186

Guardando alla base più che al vertice della società, il tenace Kalvaryski proseguì gli sforzi di conciliazione, con più aiuto che in precedenza da parte dell’Esecutivo sionista. Piccoli stanziamenti furono concessi ai suoi progetti, tra i quali una scuola arabo-ebraica a Rosh-Pinah, associazioni miste di vario genere, e «compensi» a giornalisti e commentatori affinché pubblicassero sulla stampa araba articoli favorevoli al sionismo. Nel 1921 egli promosse un’Associazione nazionale musulmana (ANM), con succursali in varie città, sperando che facesse da contrappeso alle associazioni antisioniste cristiano-musulmane. In queste iniziative egli investì anche denaro proprio in abbondanza, contraendo debiti che alla fine riuscì a far saldare dall’Esecutivo sionista. Il guaio era che pochi arabi furono disponibili a collaborare, e più per approfittare dei sussidi ebraici che per sincera convinzione. Finiti i sussidi, anche costoro si dileguarono.187 Alla fine del 1925, Kalvaryski scrisse in tono accorato: «Ci allontaniamo gli uni dagli altri… Cessano i contatti; [arabi ed ebrei sono sempre più] due mondi separati, ognuno con la sua vita e ostile all’altro».188

Il fallimento di tutti i tentativi di dialogo e di distensione aveva diverse cause. Uno dei problemi era che i funzionari sionisti coinvolti li vivevano in modo ambiguo, considerando i rapporti con gli arabi sia un metodo di riconciliazione sia un pretesto per carpire informazioni; così, i tentativi di riavvicinamento finivano col sembrare in malafede. Kalvaryski era la personificazione di quell’ambivalenza: paladino del dialogo e del compromesso, era anche uno dei principali agenti segreti dello yishuv. Tra il 1922 e il 1927 fu a capo, successivamente, del Segretariato arabo del Consiglio nazionale dello yishuv e dell’Ufficio arabo dell’Esecutivo sionista palestinese.189 (In anni successivi l’attività della divisione araba del Dipartimento politico dell’Agenzia ebraica sarebbe stata caratterizzata da un’analoga ambivalenza. I suoi funzionari – Ya‘aqov Shimoni, Reuven Zaslani [Shiloah], Ezra Danin e Eliahu Elath – lavorarono tutti alla costruzione di ponti politici tra ebrei e arabi, a livello sia locale sia nazionale; e nel contempo usarono o tentarono di usare gli interlocutori arabi come fonti di informazioni. Non per caso Zaslani fu tra i fondatori del servizio segreto estero dello Stato israeliano, il Mossad.)

Un altro importante ostacolo alla rappacificazione fu la mancanza di sostegno a questa strategia da parte della leadership sionista. Molti dei suoi membri pensavano che tempo e risorse andassero utilizzati per scopi più urgenti: organizzare l’immigrazione, costruire gli insediamenti, acquistare i terreni. Tuttavia l’ostacolo più importante fu senza dubbio la riluttanza dei gruppi dirigenti arabi a partecipare non solo a uno schietto dialogo pubblico, ma anche a trattative riservate. Durante gli anni ’20 nessun contatto di pace sembra essere stato promosso dagli arabi. A tutti, o quasi tutti, gli arabi non importava affatto che i rapporti con lo yishuv fossero buoni o cattivi; quello che sognavano, era di cancellarlo. I rari arabi che si tenevano in contatto con gli ebrei erano stati quasi tutti comprati. E i pochi che avrebbero gradito il dialogo, per via di una certa simpatia per gli ebrei o, più spesso, perché un movimento sionista spalleggiato da Whitehall sembrava loro imbattibile, erano zittiti dai fautori della linea dura.

1921-1929

TRA L’ESTATE DEL 1921 E QUELLA DEL 1929 la Gran Bretagna tentò di trasformare la Palestina in un’entità politica omogenea e funzionante. Le comunità ebraica e araba erano sempre più numerose e sempre più distanti, ma ci furono anche anni di tranquillità politica. Scrisse Chaim Weizmann: «Almeno in superficie, [i rapporti] non sono del tutto insoddisfacenti».190 In assenza di «problemi», lo yishuv poteva limitarsi a ignorare gli arabi e il pericolo che rappresentavano. Fu un periodo caratterizzato da prosperità e sviluppo, grazie all’aumento delle infrastrutture, all’efficienza dell’amministrazione, all’inserimento della Palestina nell’economia dell’impero britannico e alla tregua di fatto tra le due comunità principali. Ebrei e arabi rinforzarono le rispettive strutture sociali, economiche e politiche, l’amministrazione britannica diventando sempre meno rilevante per le dinamiche interne di ciascuna comunità – un processo che contribuì, alla fine, al ritiro dei britannici e alla spartizione del paese tra ebrei e arabi.

Lo yishuv crebbe in consistenza numerica, economica, sociale e politica molto più rapidamente degli arabi. Nel 1918 c’erano circa 60.000 ebrei e quasi 700.000 arabi (611.000 musulmani, 70.000 cristiani e 7.000 drusi).191 Nel 1922, secondo il primo censimento britannico, gli ebrei erano da 85 a 90.000, gli arabi 730.000. L’abnorme incremento degli ebrei era dovuto all’immigrazione: 1.800 immigrati nel 1919, e più di 8.000 all’anno nel 1920-1922, per un totale di 27.000 nel triennio.192 L’immigrazione fu massima a metà degli anni ’20 – circa 8.000 persone nel 1923, 14.000 nel 1924, 34.000 nel 1925, 14.000 nel 1926 – per poi precipitare a causa del drastico cambiamento della congiuntura economica. Gli immigrati furono solo 2.000 nel 1928, 5.000 nel 1929.193 Ci fu anche una limitata immigrazione araba, pari secondo gli statistici a circa 900 persone all’anno dopo il 1931,194 con una media annua verosimilmente inferiore nel decennio precedente. Nel 1931 – l’anno del secondo (assi più preciso) censimento britannico in Palestina – gli ebrei erano circa 175.000, gli arabi 880.000 (775.000 musulmani e 93.000 cristiani).195 Dunque gli ebrei, che nel 1919 rappresentavano circa il 10% della popolazione, nel 1931 erano saliti a un quinto; e il loro peso demografico sarebbe cresciuto in modo ancora più drammatico nel decennio seguente.

L’euforia successiva al 1918 aveva indotto i leader sionisti a sperare in un afflusso molto più sollecito e massiccio, di 70.000-80.000 persone all’anno;196 ma in realtà molti emigranti dall’Europa orientale optarono per gli Stati Uniti. Ciò nonostante, tra la Dichiarazione Balfour e la metà del 1926 gli ebrei giunti in Palestina furono all’incirca 100.000.197 Il principale freno all’immigrazione non furono gli ostacoli frapposti dalle autorità del Mandato, ma le carenze organizzative e finanziarie dei sionisti e le preferenze individuali. (Tanto che nel novembre 1920 Samuel si lamentò con Weizmann che lui e i suoi colleghi non facevano affluire abbastanza ebrei in Palestina.)198 Anche se le proprietà fondiarie ebraiche quasi raddoppiarono nella prima decade di governo britannico, da 650.000 dunam nel 1920 a 1.163.000 nel 1929,199 anche gli acquisti di terreni dipesero per lo più dalla mancanza di fondi e di iniziative, e non da ostacoli di tipo legale.200 Nei tardi anni ’20, la grave crisi economica causò in Palestina una pesante disoccupazione, una drastica riduzione dell’immigrazione e l’esodo di alcuni abitanti. Al punto che nel 1927, tra gli ebrei, gli emigranti superarono gli immigrati di 2.000 unità; fu il solo anno in cui, durante il Mandato, si verificò una simile circostanza.201 Nell’insieme, comunque, il focolare nazionale si era sensibilmente sviluppato. Quasi 40 milioni di sterline affluirono dagli ebrei all’estero negli anni 1917-29, e gli insediamenti agricoli raggiunsero il numero di 110. L’Università ebraica, la prima del paese, fu inaugurata a Gerusalemme nel 1925.202

Nel movimento sionista, i partiti social-sionisti continuavano a occupare il centro dell’arena politica, ma nuovi germogli spuntarono alla loro destra e alla loro sinistra. Il più importante fu il Movimento revisionista, una formazione di destra (che dopo il 1948 si trasformò nel partito Cherut, che a sua volta generò il blocco del Likud), capeggiato e orientato ideologicamente da Zeev Jabotinsky. Brillante oratore, Jabotinsky si era battuto per la costituzione delle unità di combattimento ebraiche negli eserciti alleati durante la Prima guerra mondiale, ed era stato tra i fondatori della Haganah. Nel 1925 aveva dato vita al Partito revisionista (così chiamato perché mirava alla revisione del Mandato per la Palestina, e in particolare all’inclusione della Transgiordania nei territori amministrati dalla Gran Bretagna). Organizzò inoltre il movimento giovanile del partito, il Betar [dal nome della fortezza dove il capo della ribellione ebraica contro Roma del 131 d.C. tentò l’ultima resistenza. (N.d.T.)], caratterizzato da abbigliamento (uniformi brune) attività (parate, addestramento all’uso delle armi), slogan e ideologia («da ferro e sangue rinascerà la Giudea»), e struttura (rigida gerarchia) di tipo militarista, o, secondo alcuni, schiettamente fascista. Jabotinsky ammirava Mussolini, e il suo movimento cercò ripetutamente di allearsi a Roma e ottenere il suo appoggio. Il suo sionismo era senza sfumature, combattivo e intransigente. Disse una volta: «Non ci sono giustizia, né legge, né Dio in cielo, ma una sola legge che tutto sovrasta e decide – la colonizzazione».203

Non sembra che Jabotinsky fosse fanaticamente antiarabo; al contrario, giudicava i cugini semiti con «cavalleresca equanimità».204 Comprendeva, come scrisse nel 1926, che «la tragedia consiste nel fatto che siamo qui di fronte a uno scontro tra due verità… Ma c’è più giustizia nella nostra posizione».205 Quel che si stava dispiegando era l’urto tra due nazionalismi. «L’arabo», secondo Jabotinsky, «è arretrato dal punto di vista culturale, ma il suo patriottismo istintivo è puro e nobile quanto il nostro; comprarlo è impossibile, cederà solo per… force majeure206 Diversamente dai sionisti di sinistra, Jabotinsky ammetteva senza difficoltà che il nazionalismo ebraico aveva un avversario legittimo nel nazionalismo arabo-palestinese. Agli ebrei non restava perciò che tentare di estendere la colonizzazione a tutta la Palestina e infine assumere il controllo del paese con la forza. Lo scontro con gli arabi era inevitabile. Fu anche a causa dell’impopolarità di quel messaggio (gran parte degli uomini e donne dello yishuv preferiva pensare che gli arabi non rappresentassero un problema, o almeno che questo sarebbe stato superato a poco a poco, in modo relativamente indolore) che i revisionisti rimasero una piccola, impopolare minoranza almeno fino alla metà degli anni ’30.207

A sinistra uno sviluppo interessante, ma irrilevante nel lungo periodo, fu la nascita nel 1925 di Berit Shalom (Alleanza per la pace) per opera di un gruppo d’intellettuali intenzionati a sostituire i tradizionali obiettivi sionisti (la graduale presa del potere degli israeliti e la creazione di uno Stato ebraico in Palestina) con una soluzione binazionale: uno Stato unitario arabo-ebraico. L’Alleanza era per il proseguimento dell’immigrazione, ma la sognava pacifica e realizzata col consenso della maggioranza araba. I suoi esponenti collocavano l’etica al centro della loro visione politica chiedendosi, con Arthur Ruppin: «Il sionismo è forse destinato a scadere in cieco sciovinismo? Non c’è modo di trovare in Palestina una zona da riservare a un numero crescente di ebrei, senza spossessare gli arabi?».208 Ma gran parte dello yishuv giudicò Berit Shalom ingenuo e non realistico. Gli stessi dirigenti arabi – almeno in pubblico – parlavano degli ebrei come intenzionati a privarli di terre e diritti senza distinguere tra socialisti, revisionisti e Berit Shalom.209

Dopo i disordini del maggio 1921, Samuel cercò di colmare almeno in parte il fossato creatosi tra arabi ed ebrei varando un minimo di legislatura ad hoc. Uno dei compiti della potenza mandataria era preparare i popoli dell’area all’autodeterminazione, e per far passi in quel senso occorreva che le due comunità principali imparassero a cooperare nella vita quotidiana e nelle attività produttive. Gli arabi, però, esigevano leggi che tenessero conto della loro preponderanza numerica (mentre gli ebrei insistevano per la parità di diritti tra le due comunità) e che dessero loro un potere effettivo (mentre le autorità del Mandato volevano conservare il diritto di veto e l’ultima parola su qualunque decisione). Guidati dall’Esecutivo arabo palestinese, gli arabi boicottarono in larga misura le elezioni legislative del febbraio 1923. La corruzione da parte degli ebrei e le lusinghe da parte dei britannici ebbero effetti trascurabili sulla partecipazione al voto.

Ma il problema di una rappresentanza politica degli arabi doveva essere affrontato. All’inizio del 1921 Samuel aveva concesso un parziale riconoscimento all’EAP, presieduto da Musa Qasim al-Husayni. Esso sarebbe rimasto il principale organismo rappresentativo della comunità araba fino alla metà degli anni ’30, ma era esterno al governo del Mandato e privo di poteri effettivi; anche le sue fondamenta istituzionali erano precarie.210 Oltre a creare il Consiglio supremo musulmano (CSM), nell’ottobre 1923 Samuel cercò di dar vita a un’Agenzia araba per controbilanciare l’Agenzia ebraica. Gli arabi, tuttavia, respinsero quell’opportunità, in parte perché l’Alto Commissario si era riservato la nomina dei membri.211 Non sarebbe stato l’unico atto di autolesionismo politico da parte degli arabi del Mandato, il cui comportamento spinse Ormsby-Gore, sottosegretario di Stato britannico alle Colonie, a concludere che «la Palestina è abitata in gran parte da gente irragionevole».212

Fin dal 1918 i sionisti disponevano della semiufficiale Commissione sionista, poi divenuta Esecutivo sionista palestinese (ESP) e infine Esecutivo dell’Agenzia ebraica (EAE), quale ente interno consultivo-esecutivo. In quanto rappresentante dello yishuv, un secondo ente, il Assefat HaNuvarim (Assemblea rappresentativa) – dotato a sua volta di un proprio esecutivo, il Va‘ad Leumi (Consiglio nazionale) servì come organo legislativo. Alla fine degli anni ’20 l’Agenzia ebraica, la cui creazione era stata autorizzata dal governo britannico in carica nel 1920, era ormai un vero e proprio «esecutivo dello yishuv». Quest’organismo aveva vari dipartimenti: politico, economico, dell’immigrazione, degli insediamenti e così via. Il suo vertice, l’EAE, avrebbe agito da governo sia dell’Organizzazione sionista sia dello yishuv fino all’aprile 1948. Lo yishuv disponeva inoltre di un sistema scolastico e di esazione fiscale autonomi, retaggio del periodo ottomano. Altre importanti istituzioni «nazionali» degli ebrei di Palestina erano il Fondo nazionale ebraico (FNE), responsabile dell’acquisto, della tutela legale e della forestazione dei terreni; il Qeren HaYesod, un ente di raccolta di fondi; il sindacato Histadrut, che gestiva le associazioni per la tutela dei lavoratori, un servizio sanitario, un’organizzazione sportiva e varie imprese industriali e agricole; e l’Irgun HaHaganah, l’organizzazione di autodifesa legata al sindacato di solito chiamata semplicemente «Haganah».

La quiete della metà degli anni ’20 fu brevemente interrotta dalle dimissioni di Samuel e della nomina a suo successore del feldmaresciallo Lord Plumer, già governatore di Malta. Non-sionista, Plumer «si attenne rigidamente allo status quo»213, e fu ricordato da arabi ed ebrei per la correttezza, fatta eccezione per un piccolo screzio verso la fine dell’incarico. In occasione di una manifestazione sportiva a Tel Aviv, Plumer, con la figlia al suo fianco, si alzò al Dio salvi la Regina restando in piedi anche quando la banda passò all’HaTiqvah, l’inno nazionale sionista (e poi israeliano). Una delegazione araba protestò, ma quando egli chiese «Tra parentesi, avete un inno nazionale?» calò un silenzio imbarazzato. «In tal caso», concluse pacatamente Plumer, «credo che dovreste sceglierne uno il più presto possibile.»214

La sola importante iniziativa di Plumer fu nominare una commissione, presieduta dal procuratore generale di Palestina Norman Bentwich, per migliorare la legislazione a tutela dei fittavoli. Il problema della loro sorte aveva accompagnato l’impresa sionista fin dagli anni ’80 del secolo XIX. Durante il Mandato le autorità britanniche vietarono ripetutamente lo sfratto dei contadini affittuari e cercarono d’impedire le compravendite che potevano provocarlo. Tra il 1928 e il 1936 fu emanata una gran quantità di norme in proposito, ciascuna delle quali tentava di colmare le lacune delle precedenti.215 Anche se la propaganda araba fece uso e abuso di questo argomento, è difficile dire se l’espulsione dei fittavoli fu o no un fenomeno grave e diffuso. La tenacia degli sforzi legislativi è comunque un indizio della sua persistenza. In generale, compratori e venditori riuscirono sempre ad aggirare il problema convincendo i fittavoli, tramite indennizzi, a lasciare i terreni prima della transazione formale. Quindi, apparentemente i sionisti acquistarono quasi sempre terreni liberi. Pare che uno studio britannico abbia concluso che solo 664 fittavoli arabi furono sfrattati da campi comprati dagli ebrei tra il 1919 e il 1931 – quando passarono di mano qualcosa come 500.000 dunam di terre palestinesi216 – e che 899 famiglie arabe (circa 5.000 persone) dovettero traslocare tra il 1931 e il 1939.217 È probabile che il numero di fittavoli arabi rimasti senza terra da coltivare a causa dei debiti contratti, o per non aver fatto valere titoli di proprietà o d’altra natura, sia stato molto più alto. Inoltre, i criteri britannici per l’individuazione dei contadini spossessati a causa dell’acquisto di terreni da parte di ebrei erano assai restrittivi, e devono aver prodotto stime molto inferiori alla realtà.

Un gran numero di agiate famiglie palestinesi arabo-nazionaliste vendevano terreni agli ebrei, e il senso di colpa può aver contribuito all’antisionismo verbale di alcuni dirigenti arabi. Gli uomini politici e i mezzi d’informazione arabi criticavano violentemente simili vendite, sostenendo che «chi vende i terreni vende le ossa e il sangue degli avi», e che i venditori si lasciavano «abbagliare dall’oro degli ebrei».218 Su 29 membri dell’EAP tra il 1920 e il giugno 1928, almeno un quarto aveva ceduto terreni agli ebrei, o aveva tratto e traeva benefici dalle vendite, compresi il presidente dell’EAP tra il 1920 e il 1934, Musa Qasim al-Husayni, e il sindaco di Gerusalemme nello stesso periodo, Raghib al-Nashashibi. L’acquisto di terreni da parte dei sionisti non fu mai ostacolato dalla riluttanza araba a vendere; l’unico vero limite fu la mancanza di denaro dei potenziali compratori. Secondo lo storico Kenneth Stein, «l’offerta araba di terreni eccedette sempre la domanda da parte degli ebrei».219 La sua conclusione fu che «la vendita araba di terreni indicava l’assenza di una vera adesione al nazionalismo palestinese… Le priorità individuali avevano la precedenza sull’emergere del movimento nazionalista… La sopravvivenza economica era [la] motivazione di gran lunga più importante».220

I problemi del 1929

SE I DIRIGENTI SIONISTI non erano entusiasti del ritmo di crescita dello yishuv, visti dal versante opposto i mutamenti in Palestina – demografici, politici, economici, geografici – apparivano molto minacciosi. Nel 1929 gli arabi avevano ormai compreso che l’abnorme espansione dello yishuv, nutrita e sostenuta dalle misure del governo del Mandato,221 rischiava di ridurli a minoranza nella loro stessa terra. La protesta politica non violenta si stava dimostrando inefficace, ma il ricorso alla violenza significava scontrarsi con la Gran Bretagna e mettere a repentaglio la simpatia per gli arabi ch’essa aveva dimostrato fino a quel momento. Inoltre, alla fine degli anni ’20 i musulmani di Palestina compresero di stare assistendo allo sviluppo economico separato, discriminatorio, della comunità ebraica. Secondo lo storico dell’economia Barbara Smith, «le basi istituzionali e ideologiche del separatismo si erano cristallizzate… La divisione economica della Palestina precedeva quella politica, ed era già in fase avanzata».222

L’evoluzione politica separata delle due comunità ebbe conseguenze nefaste anche per gli arabi. Essi non riuscirono a produrre leader e istituzioni rappresentative di tipo unitario, e gli anni ’20 videro l’emergere di un instabile equilibrio «a due clan», in cui i predominanti Husayni erano insidiati dai tradizionali rivali, i Nashashibi. Gli Husayni, che controllavano l’Esecutivo arabo palestinese e il Consiglio supremo musulmano, alzarono subito una prima barriera trasformando i Nashashibi, e i notabili e clan alleati, nell’«Opposizione» (mu‘arida). In generale, l’Opposizione si mostrava più disposta a collaborare col governo, e talvolta lasciava intendere di essere pronta al compromesso con gli ebrei. Per anni, ricevette sovvenzioni occulte dall’Agenzia ebraica. D’altra parte gli Husayni, che si opponevano alle autorità del Mandato, paradossalmente godevano del sostegno britannico.223 La competizione tra i due gruppi di clan, e il predominio dell’Opposizione nel 1927-28, furono in parte responsabili della campagna antiebraica di Amin al-Husayni, e delle violenze dell’agosto 1929. Egli sperava di riportare nel proprio campo la maggioranza degli arabi del Mandato, facendo leva sulle passioni religiose.224

Il 23-24 settembre 1928, alla vigilia dello Yom Kippur – il Giorno dell’espiazione, il più sacro dell’anno per gli ebrei – il CSM denunciò l’innalzamento di una barriera per separare uomini e donne al Muro occidentale (o Muro del pianto) della Città Vecchia di Gerusalemme. Quel luogo, il più sacro per gli israeliti, era la sola parte sopravvissuta dei muri di contenimento del Monte del Tempio, sulla cui spianata nel primo millennio a. C. erano sorti il Primo e il Secondo Tempio. (Altre sezioni delle mura sono state dissotterrate dopo il 1967.) La barriera violava il principio dello status quo, che governava il sito dal tempo degli ottomani. Non essendo riuscita a persuadere gli ebrei a toglierla, la polizia rimosse la barriera con la forza. Con grandi squilli di tromba il CSM accusò gli ebrei di «rapaci ambizioni» nei confronti dei Luoghi Santi (oltre che di volersi appropriare di tutte le terre arabe tra il Nilo e l’Eufrate).

Il Monte del Tempio, chiamato dagli arabi al-Haram al-Sharif (il Recinto dello sceriffo) è terzo per importanza tra i Luoghi Santi dell’Islam. Su di esso i primi califfi costruirono due edifici, la Cupola della Roccia (che coprirebbe, secondo la tradizione sia ebraica sia araba, la roccia su cui Abramo – comune progenitore delle due stirpi – si preparò a sacrificare il figlio Isacco) e la moschea di al-Aqsa. Il Muro occidentale è chiamato al-Buraq dai musulmani dal nome del cavallo del Profeta, che questi avrebbe legato in quel punto prima di ascendere al Cielo. La tesi che gli ebrei volessero impadronirsi del Recinto e ricostruire il Tempio era da tempo un tema della propaganda araba. Per esempio, la delegazione palestinese alla Mecca durante l’hajj, o pellegrinaggio, del 1922, aveva dichiarato:

La Nazione islamica palestinese, da 1300 anni a guardia della moschea al-Aqsa e della Santa Roccia, dichiara al mondo musulmano che i Luoghi Santi sono in grande pericolo a causa delle orribili aggressioni sioniste… Il Comitato sionista, che cerca di porre la Palestina sotto il dominio ebraico e di derubare i musulmani di al-Aqsa col pretesto che [fu] costruita sulle rovine del Tempio di Salomone, intende fare della Palestina la base dell’influenza ebraica sulla Penisola [arabica] e l’intero Oriente.225

Nel 1928 i musulmani chiesero ai britannici di confermare i loro tradizionali diritti sul Muro; dopo tutto era loro, come l’adiacente passaggio dove pregavano gli ebrei.226 La campagna lanciata da Hajj Amin in ottobre comprendeva un congresso internazionale musulmano a Gerusalemme e nuove costruzioni accanto e sopra il muro, nel Haram. Di tanto in tanto un mattone cadeva, rischiando di colpire i sottostanti ebrei in preghiera; il passaggio era utilizzato anche dai muli, che talvolta vi depositavano escrementi. E i muezzin del Monte del Tempio cominciarono ad alzare il volume dei loro richiami ai fedeli arabi.227 Il governo non intervenne, e i sionisti fecero del caso una questione d’onore nazionale, proprio come per i musulmani la polemica sul Muro era diventata l’emblema dell’opposizione al sionismo; alcuni sionisti giunsero a invocare pubblicamente la ricostruzione del Tempio, gettando benzina sul fuoco dei timori arabi.228 La crisi covò fino all’estate del 1929, quando Sir John Chancellor, antisionista e Alto Commissario al posto di Plumer dal luglio 1928, tornò temporaneamente in Gran Bretagna con diversi funzionari di polizia.229

Il 14 agosto 1929, 6000 ebrei sfilarono a Tel Aviv scandendo lo slogan «Il Muro è nostro»; quella sera, in 3000 si radunarono presso il Muro a pregare. Il giorno dopo centinaia di ebrei – compresi alcuni militanti del Betar, armati di bastoni – manifestarono nei pressi. Voci – forse diffuse ad arte – che gli ebrei intendevano marciare sul Haram o aggredire gli arabi si diffusero nella popolazione. Manifestini, apparentemente stampati prima del 14 agosto, furono distribuiti da attivisti di Husayni nelle cittadine e nei villaggi arabi più vicini. I musulmani erano esortati ad attaccare gli ebrei e «salvare» i Luoghi Santi di Gerusalemme. Un volantino firmato dal «Comitato dei combattenti della Guerra Santa in Palestina» affermava che gli ebrei avevano infangato l’onore dell’Islam, e aggiungeva: «C’è tumulto nei cuori a causa di questi barbari progetti, e il popolo ha cominciato a gridare: “guerra, jihad… ribellione”… O nazione araba, gli occhi dei vostri fratelli in Palestina sono su di voi… e risvegliano sentimenti religiosi e impegno nazionalista, affinché insorgiate contro il nemico che ha violato l’onore dell’Islam, violentato donne e ucciso vedove e bambini».230

Venerdì 16 agosto una massa di dimostranti organizzati dal CSM sfilò all’esterno del Haram dopo un infuocato sermone presso il Muro occidentale, dove furono bruciati libri liturgici e biglietti di supplica infilati nelle crepe della costruzione.231 In risposta alle proteste di parte ebraica, l’Alto Commissario ad interim, il primo segretario Harry Luke, dichiarò che «nessun libro liturgico era stato dato alle fiamme, solo pagine di libri liturgici».232 Il giorno dopo, incidenti nel quartiere Bukharan costarono la vita a un ebreo. I funerali, il 20 agosto, si trasformarono in una dimostrazione di massa in cui furono scanditi slogan vendicativi. La sera del 22 agosto gli arabi dei villaggi circostanti, molti dei quali con bastoni e coltelli, cominciarono a riversarsi nel Haram.233 All’ultimo momento, i funzionari britannici organizzarono un incontro tra ebrei e arabi, ma ormai era tardi. Finite le preghiere islamiche del mattino, subito dopo mezzogiorno di venerdì 23 agosto, qualche migliaio di arabi uscì dal Recinto, passanti ebrei furono aggrediti e negozi di ebrei dati alle fiamme. La rivolta si diffuse in tutta la città, poi al resto del paese; molti poliziotti arabi si unirono ai rivoltosi.

Le autorità britanniche persero il controllo degli eventi. In tutta la Palestina disponevano di appena 292 poliziotti234 e di neanche 100 soldati, con sei autoblindo e cinque o sei aerei funzionanti.235 Cinquanta uomini arrivarono in aereo dall’Egitto la sera del 24 agosto, altri 600 in treno il giorno dopo. Qualche altro battaglione fu inviato dalla Gran Bretagna via mare.236 Il giorno dopo l’inizio dei disordini, su richiesta del governo del mandato vari leader musulmani, tra i quali Hajj Amin, Musa Qasim al-Husayni e Raghib Nashashibi, lanciarono un appello ai correligionari affinché evitassero «spargimenti di sangue» e si armassero di «misericordia, saggezza e pazienza». Si assicurava che i dirigenti arabi stavano «facendo ogni sforzo per realizzare le vostre… aspirazioni nazionali con metodi pacifici».237 Ma gli ebrei sospettavano che Hajj Amin, mentre in apparenza invitava alla calma, di nascosto istigasse i rivoltosi.

I giorni più difficili furono il 23 e il 24. Diversi ebrei furono uccisi presso la Porta di Giaffa mentre i poliziotti britannici effettuavano tentativi poco convinti di prestare soccorso (non fu sparato un solo colpo di arma da fuoco). La folla percorse la via Giaffa aggredendo passanti e bruciando negozi. A est, in Mea She‘arim, uomini della Haganah spararono mettendo in fuga gli aggressori. Alcuni ebrei si rifugiarono presso arabi cristiani. Anche dalla folla partirono colpi d’arma da fuoco, da più punti e con tale simultaneità da far sospettare, almeno agli israeliti, l’esistenza di un piano unico e preordinato.238 Uomini e donne furono uccisi e abitazioni furono saccheggiate per giorni, durante i quali le pattuglie britanniche comparivano di tanto in tanto, scambiavano qualche colpo coi cecchini e si volatilizzavano. Il giorno 24, tra gli ebrei di Gerusalemme e dintorni si contavano 17 morti.239

Altrove, stragi selvagge ebbero luogo in due delle città più devote all’Islam, Hebron e Safed, che ospitavano piccole comunità ebraiche ortodosse (e disarmate). Il 20 agosto funzionari della Haganah avevano proposto l’invio di una squadra di miliziani per difendere i 600 ebrei di Hebron, o evacuarli. Questi respinsero entrambe le soluzioni, dichiarando di aver piena fiducia nella protezione dell’a‘yan della città.240 Venerdì 23 agosto i rivoltosi penetrarono nella yeshivah [Aerachemia talmudica (N.d.T.)] di Hebron e uccisero il solo studente che vi trovarono. Il giorno dopo la folla diede l’assalto alle abitazioni ebraiche, i cui abitanti tentarono di difendersi con bastoni e coltelli. Il capo del contingente di polizia britannico, Raymond Cafferata, e un poliziotto ebreo aprirono il fuoco sulla folla uccidendo otto aggressori, ma i poliziotti arabi si limitarono a sparare in aria. Centinaia di ebrei furono salvati da vicini di casa arabi (e più tardi, quando Cafferata riuscì di nuovo a imporre l’obbedienza, dai poliziotti arabi). I morti tra gli ebrei furono 64 (66 secondo altre fonti). Cafferata testimoniò in seguito:

Avendo udito degli urli venire da una stanza mi precipitai in una specie di galleria, e vidi un arabo armato di spada sul punto di decapitare un bambino. L’aveva già ferito e si preparava a colpirlo di nuovo; mi vide e vibrò un colpo nella mia direzione, ma il fendente andò a vuoto. Finì contro la bocca del mio fucile, e gli sparai all’inguine. Dietro di lui scorsi un’ebrea sporca di sangue alla mercé di un agente arabo di Giaffa di nome Issa Sherif. Era sulla donna, con un coltello in mano. Mi vide, corse in una stanza accanto e cercò di chiudermi fuori, urlando in arabo: «Sul mio onore, sono un poliziotto!» … Entrai e gli sparai.241

I rinforzi britannici arrivarono subito dopo mezzogiorno. I cadaveri degli ebrei furono portati in fosse comuni scavate dai prigionieri arabi, che accompagnarono la sepoltura con canti irriverenti. Due giorni dopo gli ebrei sopravvissuti furono evacuati con un convoglio di camion e autobus sotto scorta britannica, mentre gli arabi della città osservavano in silenzio.242

IL POMERIGGIO DEL 29 AGOSTO i disordini si estesero a Safed, che gli israeliti consideravano una delle loro quattro «città sante», con Gerusalemme, Hebron e Tiberiade. Gli abitanti erano circa 13.000: 10.000 arabi e 3000 ebrei. Una folla musulmana invase il quartiere ebraico, ammazzando e incendiando. L’assalto durò solo una ventina di minuti, durante i quali il comandante della polizia britannica fu costretto a uccidere due rivoltosi. Tra gli ebrei ci furono 18 morti e 80 feriti. Altri due morti e numerosi feriti furono causati accidentalmente dalle forze dell’ordine britanniche un paio di giorni dopo. Aggressioni e incendi proseguirono in quella località per un paio di giorni, finché rinforzi britannici ripristinarono la legalità. Infine, tre ebrei furono uccisi nel vicino insediamento di ‘Aain Zeitim.243

A Tel Aviv-Giaffa gli arabi attaccarono il 25 agosto. Qui gli a‘yan, coscienti della forza e dell’organizzazione degli ebrei, misero in guardia dal provocare disordini; un notabile che aveva invitato alla calma fu aggredito da estremisti musulmani. Circa 2000 giovani arabi diedero l’assalto ai sobborghi meridionali di Tel Aviv. Poliziotti britannici spararono facendo sei morti e dozzine di feriti, prima che la folla si disperdesse. Unità della Haganah schierate lungo il confine meridionale di Tel Aviv scambiarono colpi di arma da fuoco con cecchini arabi. In uno scontro la Haganah ebbe quattro morti e cinque feriti; per rappresaglia, un’unità dell’organizzazione attaccò una casa araba, uccidendo quattro persone.244

Incidenti analoghi scoppiarono la sera del 25 agosto a Haifa, raggiungendo la massima gravità il giorno seguente. In quasi tutti i casi squadre della Haganah respinsero gli attaccanti, ma diversi miliziani furono arrestati per porto d’armi abusivo. Una folla araba proveniente da Tira, un villaggio del sud, stava per unirsi ai rivoltosi ma fu sorvolata da un aereo che sparò colpi di avvertimento, e si disperse. Il 27 agosto fu attaccato un gruppo di abitazioni di ebrei. Quattrocento marinai britannici si schierarono lungo il confine tra le comunità e gli attacchi cessarono, ma alcuni incendi erano già stati appiccati, e diverse abitazioni di ebrei andarono distrutte.245

Furono presi di mira anche gli insediamenti agricoli. A Motza, a ovest di Gerusalemme, fu massacrata gran parte della famiglia Makleff, la cui casa era ai bordi dell’insediamento (anche se un figlio, Mordechai, sopravvisse e diventò, 23 anni dopo, il terzo capo di stato maggiore dell’esercito israeliano). Altre case furono distrutte dopo che gli abitanti si erano dati alla fuga. Quattro piccoli insediamenti sulle colline della Giudea – Emeq Arazim, adiacente a Motza, Migdal-Eder, Kefar Uriah e Har-Tuv – furono anch’essi abbandonati, Har-Tuv dopo uno scontro; gli abitanti degli altri tre trovarono rifugio presso amici arabi, ma le abitazioni bruciarono completamente.246

Nell’Ovest, il kibbutz Khulda si difese coraggiosamente da un attacco di alcune migliaia di arabi, ma alla fine gli abitanti dovettero essere evacuati da un convoglio britannico e le abitazioni furono date alle fiamme. Gli arabi ebbero 40 morti. Anche Be’er Tuviya fu abbandonato. Gedera fu salvato dal tempestivo intervento delle truppe britanniche, quando centinaia di arabi con intenzioni bellicose si erano già radunate nei dintorni.247 Insediamenti delle valli di Yezreel, del Giordano e di Beisan subirono assalti analoghi. Funzionari di polizia arabi protessero gli ebrei ad Acri, Lydda e Gaza, convincendo i musulmani a non dare ascolto ai facinorosi e a lasciare in pace gli insediamenti dei dintorni.248

Complessivamente, in una settimana di tumulti persero la vita 133 ebrei e 116 arabi, mentre i feriti furono almeno 339 e 232 rispettivamente.249 Per lo yishuv fu un grave trauma. La difesa su cui contava di più, il governo britannico, per un lungo momento aveva perso il controllo della situazione; gli arabi avevano mostrato la loro pericolosità e i loro veri sentimenti. «Non si può costruire una casa solida, capace di ospitare tutto un popolo, in cima a un vulcano», scrisse Mosheh Beilinson. Nelle pubblicazioni sioniste gli arabi furono definiti «briganti», «selvaggi orientali», «assassini», e i loro capi «banda di gangster»;250 molti temevano che volessero distruggere l’intero yishuv. Ben-Gurion e i suoi colleghi capivano che se gli immigrati (e il governo del Mandato) si fossero persi d’animo, l’intero progetto sionista avrebbe rischiato il fallimento. Perciò le voci che tradivano insicurezza, o sostenevano l’implacabilità dell’odio arabo e l’impotenza delle autorità britanniche, furono subito messe a tacere. Tornarono a prevalere un atteggiamento di cauto ottimismo e il pregiudizio che i sediziosi, benché appariscenti, fossero un’infima minoranza nell’insieme della popolazione araba. Come, infatti, avrebbe potuto prosperare lo yishuv senza la fiducia nel proprio futuro?251

Se lo scopo dei capi della rivolta era indebolire la volontà britannica di tener fede alla Dichiarazione Balfour, almeno a breve termine esso fu raggiunto. Il 1° settembre Sir John Chancellor condannò le «atrocità commesse da bande di sanguinari fuorilegge [e gli]… assassinii di membri inermi della popolazione ebraica… accompagnati, come a Hebron, da atti d’indescrivibile brutalità».252 Ma di lì a qualche ora egli convinse Whitehall a ridimensionare, se non a rinnegare, il suo appoggio al sionismo. La Dichiarazione Balfour, egli scrisse, era stato «un errore madornale».253

Il governo nominò una commissione d’inchiesta presieduta da Sir Walter Shaw, già procuratore generale degli insediamenti degli Stretti. Nel suo rapporto del marzo 1930, pur imputando le violenze unicamente agli arabi egli aggiunse che gli attacchi erano stati «non premeditati», e le loro cause principali erano il «risentimento e l’ostilità degli arabi verso gli ebrei, in seguito alla frustrazione delle loro aspirazioni politiche e nazionali e ai timori economici per il futuro».254

I sionisti sostennero che Hajj Amin – emerso quale leader incontestato degli arabi di Palestina – aveva istigato la sua gente alla violenza, ma la commissione concluse che «il muftì di Gerusalemme» andasse «assolto dall’accusa di complicità con i rivoltosi e incitamento alla violenza», anche se lo criticò per non aver cercato di calmare i suoi seguaci. Nella testimonianza resa alla commissione, questi accusò a sua volta gli ebrei di aggressività nei confronti degli arabi, e citò i Protocolli dei savi di Sion a sostegno delle sue affermazioni.255 Il segretario dell’EAP, Alfred Rock, giudicò il rapporto «favorevole agli arabi al 70%».256 La Commissione raccomandò di fermare l’«eccessiva» immigrazione ebraica e lo sfratto dei fittavoli arabi; consigliò inoltre al governo di riesaminare i problemi dell’immigrazione, della vendita di terreni agli ebrei e delle norme di comportamento nei pressi del Muro occidentale. Secondo la Commissione, gli sfratti di contadini avevano prodotto una «classe sociale di espropriati e di scontenti».257

Ma le reazioni britanniche alle violenze non si limitarono alla Commissione Shaw. Circa 860 persone, tra le quali 700 arabi, furono rinviate a giudizio. Cinquantacinque arabi furono giudicati colpevoli di omicidio, e 25 furono condannati a morte. Tuttavia, massi<?>cce pressioni da parte araba persuasero i magistrati dei gradi successivi a mitigare le sanzioni; alla fine, per le stragi di Hebron e Safed furono eseguite solo tre condanne a morte. Le impiccagioni ebbero luogo il 17 giugno 1930. Per l’EAP i condannati erano solo «pionieri della libertà e dell’indipendenza che hanno incontrato il Signore in pace senza paura né dolore… Vittime dell’altrui rapacità imperialista».258 Due ebrei furono giudicati colpevoli di omicidio e condannati alla pena capitale, poi mutata in periodi di carcerazione.259

Un ex alto funzionario alle Colonie ormai in pensione, Sir John Hope-Simpson, fu incaricato di studiare la questione dell’immigrazione, degli insediamenti ebraici e delle compravendite di terreni. Nella lettera d’accompagnamento alla relazione finale, egli scrisse: «Tutti i funzionari britannici tendono a diventare filoarabi, o per meglio dire, antiebrei… Personalmente, capisco benissimo quest’inclinazione. Quello che li colpisce è la disperazione dei fellahin. Al contrario, la spudorata prepotenza dell’immigrato ebreo suscita ripugnanza».260 Il suo rapporto, pubblicato nell’ottobre 1930, asseriva (erroneamente) che non c’era spazio per altri insediamenti ebraici finché l’agricoltura araba non fosse stata più sviluppata, e invitava a fermare l’immigrazione ebraica e la conseguente nascita di altri insediamenti.

Il 21 ottobre 1930 il governo britannico diffuse il libro bianco Passfield, riducendo sensibilmente il proprio impegno ad applicare la Dichiarazione Balfour. Il ministro delle Colonie Sydney Webb, il nuovo Lord Passfield, era antisionista. Nel 1929 aveva dichiarato recisamente che «in Palestina non c’è più posto neanche per un gatto».261 Il libro bianco sottolineava che l’immigrazione doveva essere proporzionata alla «capacità economica di assorbimento» della regione, e prometteva agli arabi un consiglio legislativo in cui la loro preponderanza numerica sarebbe stata fedelmente rispecchiata. Nello yishuv esso fu accolto con estremo disagio, e Chaim Weizmann lo definì «incompatibile coi princìpi del Mandato».262

Ma a lungo termine la rivolta non compromise l’impresa sionista. «Quello che avevamo già costruito era troppo solido [per essere spazzato via]», scrisse Weizmann.263 E il parziale cambiamento di rotta britannico fu di breve durata. All’inizio del 1931 una ben orchestrata campagna di stampa e le pressioni della lobby ebraica londinese cominciarono a riportare il timone nella posizione precedente. Le restrizioni all’immigrazione e all’acquisto dei terreni erano di dubbia legalità, visti i termini del Mandato, e l’Organizzazione sionista minacciò di portarle davanti alla Corte dell’Aia. Infine Weizmann fece capire che avrebbe potuto dimettersi, favorendo l’ascesa di un leader meno moderato (e meno anglofilo) al vertice del movimento sionista.

Il 14 febbraio il primo ministro Ramsay MacDonald scrisse a Weizmann ribadendo la tradizionale politica britannica e sconfessando implicitamente le raccomandazioni del libro bianco. Il messaggio fu soprannominato dagli arabi «la lettera nera». Weizmann avrebbe scritto in seguito che «fu all’ombra della lettera inviatami da MacDonald che si verificarono i cambiamenti nell’atteggiamento del governo e dell’amministrazione palestinese, ai quali dovemmo i grandi progressi degli anni seguenti».264

D’altra parte l’incapacità britannica di proteggere efficacemente lo yishuv nel 1929 fu un eccellente tonico mentale per gli ebrei; la Haganah, per esempio, fu radicalmente riorganizzata, e compì un deciso passo avanti nella trasformazione in vera e propria forza armata. Nei primi anni ’20, essa era nata dalle minuscole organizzazioni di autodifesa sorte nel quindicennio precedente. La sua filosofia si riassumeva nella frase del leader sindacale Yosef Sprinzak: «Non possiamo attraversare la storia sotto scorta britannica».265 E per Jabotinsky il sionismo doveva svilupparsi dietro una «cortina di ferro», una barriera protettiva militare.266

HaShomer, costituito nel 1907-9 e sciolto nel 1920, fu il primo modello della Haganah. Durante la Prima guerra mondiale un gruppo di ebrei palestinesi capeggiato da Yosef Trumpeldor e composto soprattutto di esuli egiziani decise di contribuire allo sforzo bellico alleato costituendosi in unità combattente autonoma. I britannici preferirono formare un’unità d’appoggio di 650 effettivi, il Zion Mule Corps. Essa servì da unità di trasporto nella campagna di Gallipoli (dove ebbe otto morti e cinquantacinque feriti), e fu smobilitata nel 1916. In seguito si dovette soprattutto a Jabotinsky la creazione di tre «battaglioni ebraici» (HaGedudim Ha’Ivriim, ovvero la Legione ebraica) ossia, nella denominazione ufficiale, il 38°, 39° e 40° battaglione di Regi fucilieri, reclutati tra ebrei russi stabilitisi in Inghilterra, ebrei palestinesi in esilio (tra i quali David Ben-Gurion e Yizchaq Ben-Zvi), ebrei americani ed ebrei della Palestina meridionale, che parteciparono alla campagna del generale Allenby. Il 38° e il 39° battaglione presero parte all’offensiva al di là del Giordano del settembre 1918. Membri della Legione parteciparono inoltre alla difesa dello yishuv durante i disordini del 1920; in seguito, pressioni arabe portarono allo scioglimento dei tre reparti.

Gli ebrei della Palestina erano sempre più convinti della necessità di un’organizzazione di difesa indipendente dalla Gran Bretagna. Nel gennaio-marzo 1920 alcuni attivisti, soprattutto a Gerusalemme e Tel Aviv, organizzarono comitati locali di difesa, acquistarono armi leggere e reclutarono e addestrarono volontari. La caduta di Tel Hai fu uno stimolo importante. Il comitato di Gerusalemme, capeggiato da Jabotinsky e Pinchas Rutenberg, poteva schierare circa 200 miliziani e tendeva a imporsi su tutti gli altri. In aprile, durante i disordini della Pasqua ebraica, la Haganah di Gerusalemme respinse gli attacchi degli arabi, ma molti suoi miliziani furono arrestati e disarmati. In maggio HaShomer si sciolse ufficialmente e in giugno, al congresso tenuto al kibbutz Kinneret, Achdut HaAvodah, il principale partito socialista sionista (sorto nel 1919 dalla fusione del partito Po‘alei Zion e della Federazione degli agricoltori) varò la Haganah. La sua supervisione fu affidata a un comitato nazionale di difesa creato ad hoc e formato da tre veterani di HaShomer e da due ex membri della Legione ebraica.

L’evoluzione della Haganah non fu un processo indolore. Il nuovo governo Samuel sembrava poter garantire la sicurezza dello yishuv; era davvero necessaria una milizia clandestina? Ci furono attriti tra veterani di HaShomer e della Legione ebraica: era meglio una milizia popolare o un gruppo ristretto e coeso di combattenti professionisti? Ogni gruppo locale di difesa aveva le sue priorità, ed era riluttante a rinunciarvi nel nome di una struttura «nazionale». I dissidi interni ostacolarono lo sviluppo dell’organizzazione. Nel dicembre 1920 la Haganah passò sotto l’autorità della Histadrut, la federazione sindacale, la cui rappresentatività era ben più ampia; ma quando nel maggio 1921 la rivolta araba la mise duramente alla prova, la «Difesa» rivelò gravi carenze: organizzative, di armamento e di addestramento – tanto che i suoi interventi risultarono quasi irrilevanti. A Tel Aviv-Giaffa a respingere gli arabi furono 30 soldati britannici già della Legione ebraica; e le truppe di Sua Maestà furono decisive anche a Hadera e Petach Tiqvah. Solo a Rechovot lo spiegamento di miliziani della Haganah – in gran parte veterani della Legione ebraica – ebbe una certa efficacia.

Verso la fine del 1921 e nel 1922 si creò una frattura tra i vertici della Haganah e la dirigenza politica dello yishuv, che mirava a legalizzare la milizia e a metterla a disposizione delle autorità britanniche. Tra l’altro, ciò comportò l’interruzione dei finanziamenti alla Haganah da parte dell’Organizzazione sionista. Nel 1923 esplosero i contrasti tra HaShomer e i veterani della Legione ebraica, conclusisi con la fuoriuscita dei «duri» della prima organizzazione. Tutto questo, insieme alla tranquillità del periodo 1922-29, ostacolò l’evoluzione della Haganah. Nonostante la supervisione del Comitato esecutivo della Histadrut e l’esistenza di una «centrale» di comando (formata da due sole persone), la Haganah era estremamente decentrata, ciascun vertice gestendo in modo autonomo i suoi depositi di armi, i reparti e la pianificazione. Il nocciolo della Haganah consisteva comunque nei tre contingenti più forti: quelli di Gerusalemme, di Tel Aviv e di Haifa. Il contingente di Tel Aviv contava 350 membri nel 1926. I comandanti delle tre città formavano una sorta di stato maggiore ufficioso, ed erano nominati dalla «centrale». Nel 1924 l’organizzazione disponeva complessivamente di 27 mitragliatrici, 750 fucili, 1050 pistole e 750 bombe a mano, in gran parte sparse tra gli insediamenti.267

I disordini dell’agosto 1929 colsero di sorpresa lo yishuv; eppure, gli incidenti del settembre 1928 presso il Muro occidentale avrebbero dovuto fungere da campanello d’allarme. La quasi ridicola inadeguatezza dell’apparato repressivo britannico fece sì che la protezione dello yishuv dipendesse quasi esclusivamente dalla Haganah. Nel 1929, questa si dimostrò generalmente efficace nelle città, molto meno in ambito rurale; diversi insediamenti dovettero essere abbandonati agli arabi, che li rasero al suolo. Le unità di autodifesa degli insediamenti, per lo più prive di coordinamento, difficilmente ricevevano rinforzi. Ma dall’inizio dei disordini, la «centrale» fu in grado di mobilitare circa 300 miliziani delle città per un mese, disperdendoli negli insediamenti della Galilea.268

A Gerusalemme piccole squadre della Haganah con pistole e bombe a mano respinsero la folla, e manipoli locali difesero con successo i quartieri settentrionali e occidentali. Ma a sud Ramat-Rachel e Mekor-Chayym furono abbandonati dietro sollecitazione britannica dopo che le squadre della Haganah ebbero esaurito le munizioni. A Tel Aviv l’organizzazione di difesa era efficiente, anche se quasi non fu messa alla prova. A Haifa la Haganah ebbe successo, e un attacco a un autobus carico di arabi con intenzioni bellicose si dimostrò particolarmente efficace.

Uno degli effetti principali della sommossa del 1929 fu convincere i sionisti della necessità di un’autonoma forza ebraica di autodifesa. Nei due anni seguenti la Histadrut perse il controllo esclusivo della Haganah, che fu posto anche sotto la supervisione dell’Organizzazione sionista e delle autorità civili dello yishuv. Un nuovo comitato esecutivo fu nominato e insediato a questo scopo.

La sommossa ebbe un’altra conseguenza importante: nel 1930-31 un gruppo di ufficiali della Haganah creò una propria organizzazione chiamata Irgun Bet. A loro avviso la Haganah doveva abbandonare la sua strategia difensiva e adottarne una molto più incisiva, se necessario ricorrendo anche alla rappresaglia. Di lì a qualche mese l’organizzazione assunse una decisa connotazione di destra e nell’aprile 1937 fu ribattezzata Irgun Zevai Le‘umi (Organizzazione nazionale militare, o IZL o semplicemente Irgun), legandosi strettamente al movimento revisionista e diventando in effetti il suo braccio armato.269

CAPITOLO 4

La ribellione araba

Gli inizi, 1930-35

DOPO I DISORDINI DEL 1929 che Amin al-Husayni e altri avrebbero poi chiamato «rivolta»1 – la Palestina beneficiò di alcuni anni di calma apparente. Ma il conflitto arabo-ebraico si stava cronicizzando e radicalizzando, a causa delle rivalità intrarabe, del crescente peso politico di Husayni e dei cambiamenti nella comunità ebraica, sempre più numerosa e influente. Gli arabi si sentivano sempre più minacciati,2 mentre lo yishuv si andava convincendo che alla fine l’assetto politico ed etnico della Palestina sarebbe stato deciso dalla forza. La resa dei conti coincise con la rivolta del 1936-39, con cui gli arabi cercarono di liberarsi del dominio britannico, o almeno di scuoterlo quanto bastava per cambiare l’atteggiamento di Londra verso lo yishuv. Anche se per qualche tempo il secondo scopo fu raggiunto, la rivolta in realtà fu controproducente. La sua repressione indebolì molto gli arabi di Palestina mentre si avvicinava il momento dello scontro decisivo con lo yishuv, che ebbe luogo nel 1948.

I disordini del 1929 scossero profondamente l’amministrazione del mandato, e convinsero l’Alto Commissario che la Gran Bretagna avesse puntato sul cavallo sbagliato. Egli riesumò quindi la proposta di concedere l’autogoverno agli abitanti della regione sotto forma di un’assemblea legislativa locale. Nel marzo 1930 una delegazione guidata dal presidente dell’EAP, Musa Qasim al-Husayni, e comprendente Raghib Nashashibi e Hajj Amin al-Husayni, partì per Londra per discutere tale possibilità. Sbilanciata in senso moderato (Musa Qazim, sentendosi minacciato dalla crescente influenza di suo cugino Hajj Amin, si era infatti schierato con l’Opposizione), la delegazione non chiese la piena indipendenza, ma una forma di autogoverno della maggioranza sotto l’egida della Gran Bretagna. A sua volta, Whitehall insistette sul mantenimento dei poteri legati al Mandato e, almeno in parte, delle promesse fatte ai sionisti. Così, la delegazione tornò in Palestina a mani vuote.3

Nell’ottobre 1930 le speranze arabe erano state riaccese dal libro bianco Passfield e dal rapporto Hope-Simpson, ma la lettera di MacDonald del febbraio 1931 aveva molto ridimensionato l’importanza di entrambi. Il 18 febbraio l’EAP rilasciò una «Dichiarazione alla nobile Nazione araba», affermando: «Dobbiamo rinunciare a delegare al governo britannico la tutela della nostra esistenza nazionale ed economica, perché quel governo è debole di fronte alle forze dell’ebraismo mondiale… Cerchiamo aiuto in noi stessi e nel mondo islamico… Il nuovo documento MacDonald ha distrutto il residuo rispetto che un arabo poteva provare per il governo della Gran Bretagna».4

A partire dall’estate del 1931 il radicalismo salì dalle folle all’élite arabo-palestinese, aiutato da un aumento dell’immigrazione ebraica frutto a sua volta dell’ondata antisemita in Europa orientale e centrale, e del drastico calo dell’accoglienza di immigrati ebrei da parte degli Stati Uniti.5 Nel 1929-31 erano giunti in Palestina da 4000 a 5000 ebrei all’anno; nel 1932 gli arrivi erano stati 9.500; nel 1933, 30.000; nel 1934, 42.000; e nel 1935, 62.000. (In seguito gli immigrati si stabilizzarono su un livello un po’ più basso: 30.000 nel 1936, 10.000 nel 1937, 15.000 nel 1938 e 31.000 nel 1939.)6 I timori degli arabi erano aggravati dal nuovo fenomeno dell’immigrazione illegale: secondo voci peraltro inesatte, essa sarebbe stata perfino più ingente di quella legale.7

Per gli arabi, le ripercussioni economiche furono gravi. Si doveva trovare un impiego a un numero sempre più grande di ebrei, la qual cosa spinse il segretario della federazione sindacale di Giaffa a dichiarare nel 1937: «L’obiettivo fondamentale della Histadrut è la “conquista del lavoro”… Non importa quanti arabi siano senza lavoro, essi non hanno diritto a nessun impiego che potrebbe esser svolto da un ebreo. Nessun arabo può vantare diritti sui posti di lavoro nelle imprese ebraiche. Se poi gli arabi possono essere sloggiati anche da altri impieghi, tanto meglio».8

Anche i cambiamenti nella società arabo-palestinese negli anni ’30 – urbanizzazione, industrializzazione su piccola scala e disoccupazione – contribuirono al crescente radicalismo; le tradizionali élite moderate erano insidiate, talvolta emarginate, da leader più giovani ed estremisti, spesso di origine ben più modesta.9

L’Agenzia ebraica, che nel 1929 aveva esteso la sua competenza agli ebrei non sionisti della Diaspora, disponeva di fondi molto maggiori per finanziare l’emigrazione in Palestina.10 Nel 1939 la regione era abitata da 1.070.000 arabi (tra i quali 950.000 musulmani) e da 460.000 ebrei. Gli arabi erano dunque passati dall’82% della popolazione nel 1931 a meno del 70% nel 1939.11 Il timore che gli israeliti diventassero prima o poi maggioranza non poteva che crescere in proporzione. Come Ben-Gurion cominciava a dichiarare apertamente: «C’è un contrasto fondamentale. Noi e loro vogliamo la stessa cosa. Vogliamo entrambi la Palestina». E spiegò, per una volta guardando le cose anche dal punto di vista dell’altra parte: «Se fossi arabo… insorgerei contro un’immigrazione che prima o poi finirà col mettere il paese… nelle mani degli ebrei. Com’è possibile che non facciano un po’ di conti, e non vedano che un tasso d’immigrazione di 60.000 persone all’anno significa uno Stato ebraico grande quanto la Palestina?».12

Il periodo tra le guerre mondiali vide un netto incremento dei terreni di proprietà degli ebrei. Negli anni ’20 lo yishuv acquistò circa 533.000 dunam, negli anni ’30, altri 300.000 dunam.13 Negli anni ’20 gli acquisti riguardavano proprietà ampie, in gran parte disabitate e incolte, vendute dagli effendi assenteisti. Negli anni ’30, d’altro canto, cominciarono a cambiare padrone appezzamenti più piccoli, abitati da coloro che ne traevano il sostentamento.14 Forse anche per questo nel suddetto decennio quella delle compravendite di terreni e dell’espulsione dei fittavoli fu definita dagli arabi una questione non meno vitale dell’immigrazione ebraica. La domanda fece lievitare i prezzi, tentando i proprietari. Il prezzo medio per dunam balzò da 5,3 sterline palestinesi nel 1929 a 23,3 nel 1935. (Il valore della sterlina palestinese era uguale a quello della sterlina britannica.)15 È stato calcolato che i prezzi dei terreni nel 1944 erano pari a 50 volte quelli del 1910.16 Il console tedesco a Gerusalemme, dottor Heinrich Wolff, osservò mestamente che i nazionalisti arabi «di giorno protestano contro l’immigrazione ebraica e di notte vendono terreni agli ebrei».17

Il danno arrecato dalle vendite alla società palestinese era materiale, psicologico e politico. Un rapporto britannico si sofferma sui metodi usati dagli ebrei e dai loro agenti arabi: «[I contadini arabi]… della zona di Samakh-Beisan… sanno che le persone semplici come Yusuf al-Irsan del [Bani] Saqr ricevono mensilmente sussidi [dagli ebrei] e sono intrattenuti con vino e donne a Tiberiade e Haifa (lo stesso Irsan soffre ora di una malattia venerea contratta approfittando di detta ospitalità)… gli agenti ebrei e gli arabi che si lasciano allettare… manipolano i contadini con la corruzione e l’intimidazione, sempre col fine ultimo dell’acquisto dei loro terreni».18

Ha scritto lo storico Yehoshua Porath: «È impossibile sopravvalutare gli effetti devastanti di queste vendite sul movimento nazionale arabo-palestinese».19 I cambiamenti di proprietà causarono l’espulsione dalla campagna di migliaia di famiglie e il loro trasferimento nelle periferie delle città oppure, in altre zone, la loro discesa nella piramide sociale dal livello dei piccoli proprietari a quello dei fittavoli e dei lavoratori stagionali.20 Gli espulsi si aggiunsero alle migliaia che nel periodo 1880-1920 si erano trasferiti da zone rurali a città o altri villaggi a causa di debiti, di frazionamenti di eredità, di carestie e di altre cause indipendenti dall’immigrazione ebraica. Tuttavia, a urtare la sensibilità collettiva dei palestinesi era soprattutto la perdita di proprietà riconducibile al sionismo. Molti passavano direttamente dall’esperienza dell’esproprio alla militanza arabo-nazionalista.21 Gli storiografi hanno concluso che solo «alcune migliaia di famiglie» furono spodestate a causa della vendita di terreni agli ebrei tra gli anni ’80 del XIX secolo e gli anni ’30 del secolo successivo.22 Ma agli arabi sembrò di essere travolti da cambiamenti rapidi, minacciosi e incontrollabili. Gli effetti si aggravarono nei tardi anni ’20 e primi anni ’30, essendo cresciuti la consapevolezza politica e il livello d’istruzione degli arabi, nonché la consistenza numerica dello yishuv.

La radicalizzazione dell’atteggiamento arabo ebbe un risvolto religioso. Sempre di più, gli attriti con gli ebrei vertevano, o sembravano vertere, su simboli e valori legati al culto. Appollaiato sul suo scranno al Consiglio supremo musulmano, Husayni sapeva bene come mettere la religione al servizio della politica. Alla fine del 1931 lui e Shawkat ‘Ali, un eminente musulmano indiano, organizzarono a Gerusalemme una Conferenza islamica mondiale, con 130 delegati in rappresentanza della maggior parte dei paesi musulmani. Essa ribadì la santità del Muro occidentale per l’Islam, condannò il sionismo e la vendita di terreni agli ebrei, ed elesse un comitato esecutivo presieduto da Hajj Amin. In effetti il pubblico evento fu un’efficace dimostrazione del sostegno panislamico agli arabi di Palestina, e rafforzò la diffidenza dei funzionari britannici nei confronti del sionismo. Le segreterie di Stato dell’India, una colonia con un’importante minoranza islamica, da quel momento assunsero quasi automaticamente un atteggiamento antisionista.23

Gli anni tra il 1930 e il 1935 furono contrassegnati dalla rivalità tra l’Opposizione e la famiglia Husayni. Nel 1934 l’Opposizione vinse le elezioni municipali a Giaffa e Gaza; a Gerusalemme, invece, vinse il candidato di Husayni, il dottor Husayni Fakhri al-Khalidi (paradossalmente, anche col sostegno degli ebrei, sia per le sue doti personali sia perché il candidato dell’Opposizione e sindaco in carica, Raghib Nashashibi, aveva fatto parte della delegazione antisionista recatasi a Londra nel 1930). Inoltre, dal 1930 la giunta comunale era priva di rappresentanti ebraici.24

L’Opposizione – fin lì una debole coalizione di clan e gruppi d’interesse – fondò, verso la fine del 1934, il Partito di difesa nazionale. I suoi obiettivi ufficiali a lungo termine assomigliavano a quelli di Husayni, ma nello stesso tempo (diversamente dagli Husayni) il partito affermava di voler «collaborare» col governo. In privato, i suoi dirigenti erano molto più moderati: incontravano i sionisti, respingevano gli appelli dei radicali a boicottare lo yishuv e non escludevano compromessi che recepissero almeno una parte degli obiettivi a breve termine dei sionisti (proseguimento, ancorché limitato, dell’immigrazione, e così via). In breve, la facciata del partito era antisionista ma dietro le quinte i leader riconoscevano che essa era necessaria alla ricerca del consenso nel quadro della competizione con gli Husayni, e accettavano occasionali sovvenzioni da parte dell’Agenzia ebraica per finanziare articoli di stampa e iniziative propagandistiche. Un secondo partito legato all’Opposizione, il Partito riformista, fu fondato dalle famiglie gerosolimitane dei Khalidi e dei Budeiri nel maggiogiugno 1935.25

Gli Husayni risposero ad alcune mosse dell’Opposizione fondando, nel marzo 1935, il Partito arabo palestinese, nel cui programma rientrava il proposito d’impedire la nascita nella regione del previsto focolare nazionale ebraico. La sua organizzazione giovanile, detta al-Futuwwa (da una confraternita medievale di cavalieri arabi) presentava evidenti affinità con la Gioventù hitleriana, tanto che la denominazione di «scoutismo nazista» le fu attribuita anche ufficialmente.26 All’inaugurazione, l’11 febbraio 1936, Jamal al-Husayni – uno dei più stretti collaboratori di Hajj Amin – dichiarò che Hitler aveva cominciato con sei seguaci e ne aveva ormai 60 milioni.27 I primi 70 iscritti di al-Futuwwa pronunciarono il seguente giuramento: «La vita – il mio diritto; l’indipendenza – la mia aspirazione; l’arabismo – il mio principio; la Palestina – il mio paese, e in esso non c’è posto che per gli arabi. In questo io credo, e Allah mi è testimone».28

Il legame Husayni-nazismo sarebbe affiorato più volte negli anni ’30 e primi anni ’40, durante la lotta dei palestinesi contro il sionismo. Già il 31 marzo 1933, due mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, Amin al-Husayni aveva dichiarato al console tedesco a Gerusalemme che «i musulmani dentro e fuori la Palestina danno il benvenuto al nuovo regime tedesco, e si augurano che il sistema di governo fascista e antidemocratico si affermi in altri paesi». A nome degli arabi, Husayni manifestò il desiderio di partecipare al boicottaggio nazista degli ebrei.29

Anche l’affermarsi di una élite araba più colta e politicamente consapevole contribuì alla radicalizzazione della comunità. Il subentrare della Gran Bretagna e del Mandato al tradizionale potere ottomano mutò il clima politico dal dispotismo a un colonialismo piuttosto tollerante, e determinò un netto miglioramento del sistema scolastico. La stampa araba conquistò decine di migliaia di giovani lettori, la comunità altrettanti potenziali attivisti. Mentre convinceva della propria moderazione una serie di Alti Commissari – procurandosi così il loro sostegno politico e finanziario – Amin al-Husayni soffiava di nascosto sul fuoco della protesta nazionalista (anche tramite il suo giornale «al-Jam‘iat al-‘Arabyya»). Egli era cosciente del fatto che il movimento non era ancora abbastanza forte per sfidare apertamente il potere britannico con una ribellione armata. Ma i quadri più giovani, che qualche volta creavano organizzazioni autonome (come l’Associazione giovanile araba e l’Associazione patriottica araba di Nablus) premevano perché si compissero passi più radicali.30

La principale espressione politica di questa tendenza fu la costituzione, nell’agosto 1932, del partito Istiqlal (dell’indipendenza), indipendentista, panarabo (auspicava l’inclusione della Palestina in una Grande Siria) e ostile alla Dichiarazione Balfour.31 Per circa un anno, l’Istiqlal fu l’espressione più eloquente dell’orientamento politico dei giovani radicali; poi la sua influenza cominciò a diminuire. Il primo Congresso nazionale della gioventù araba, svoltosi a Giaffa nel gennaio 1932, adottò una piattaforma «indipendentista». Membri del partito pattugliavano le spiagge per impedire l’immigrazione illegale, e obbligavano i negozianti ad aderire agli scioperi politici.32

Nel 1930-31 i due Husayni, Amin e Musa Qasim, crearono un «Fondo nazionale» a somiglianza del Fondo nazionale ebraico, per raccogliere fondi da destinare ad attività nazionaliste; ma la maggior parte dei palestinesi si rifiutò di contribuire.33 Il fallimento dipese in parte dalla mentalità dei possidenti, vicini all’Opposizione, e forse in parte anche da quella degli arabi palestinesi in generale. Infatti il loro senso di appartenenza era rivolto in primo luogo alla famiglia, al clan e al villaggio. Un fondo «nazionale» per impedire agli ebrei di acquistare terreni in qualche remoto angolo di Palestina oltrepassava l’orizzonte dei più.

Tuttavia, non più tardi del 1933 l’inarrestabile espansione delle proprietà fondiarie ebraiche era la prima preoccupazione dell’EAP. Circa 500 notabili urbani e sceicchi di villaggio si riunirono a Giaffa il 20 marzo, e criticarono energicamente sia l’acquiescenza britannica nei confronti dell’immigrazione sionista, sia la vendita di terreni agli immigrati da parte degli arabi. Questi ultimi furono minacciati di boicottaggio, e qualche oratore accusò i membri dell’élite musulmana (soprattutto i Nashashibi) di essere tra i venditori. Il 13 ottobre l’EAP organizzò uno sciopero generale di 24 ore e una manifestazione a Gerusalemme che fu dispersa con durezza, ma senza morti né feriti gravi, dalle forze di sicurezza britanniche presso la Porta nuova della Città Vecchia. Ma una seconda dimostrazione, il 27 ottobre a Giaffa, organizzata dall’Istiqlal senza la benedizione dell’EAP, finì con 26 morti tra i dimostranti e uno tra gli agenti di polizia. Furibondo, l’EAP rispose con uno sciopero generale di una settimana e ulteriori dimostrazioni, mentre gli arrivi di ebrei continuavano ad aumentare.34 La morte di Musa Qasim, il 26 marzo 1934, indebolì ulteriormente l’EAP e i moderati. Le correnti in cui era diviso non riuscirono ad accordarsi sul successore, e l’esecutivo perse anche il poco potere che aveva. Gli arabi si ritrovarono senza timoniere, e divisi tra gli Husayni e l’Opposizione.

Il radicalismo arabo degli anni ’30 si espresse anche in violenze clandestine. Furono costituite varie jihaddiyya, o associazioni segrete di lotta. Nella zona di Gerusalemme la Jihad al-Muqaddas (Società della guerra santa) era capeggiata da ‘Abd al-Qadir al-Husayni (1907-1948), figlio di Musa Qasim. Basata su cellule di cinque membri, cominciò a raccogliere fondi e armi nel 1934. Furono acquistati un centinaio tra fucili e pistole, e addestrate altrettante reclute. Nel 1935 Amin al-Husayni assunse personalmente il controllo della società.35 Non è chiaro quando essa cominciò a colpire obiettivi britannici.

Il più importante gruppo clandestino si formò dopo i disordini del 1929 a Haifa e in Bassa Galilea intorno alla personalità carismatica di un predicatore ed ecclesiastico, siriano di nascita ed egiziano di formazione: lo sceicco ‘Izz al-Din al-Qassam (1882-1935). Nel 1920 egli era fuggito in Palestina dalla Siria, dov’era stato condannato a morte in contumacia per attività sovversive antifrancesi. Stabilitosi a Haifa, predicava un islamismo fondamentalista e la jihad sia contro le autorità del Mandato che contro lo yishuv, attirando numerosi seguaci.36 I britannici lo consideravano «uno sceicco fanatico, un estremista religioso dei più temibili».37 Fu tra i fondatori della succursale di Haifa dell’Associazione giovanile musulmana, della quale fu il presidente nel 1934. Nel contempo, egli organizzò la rete clandestina della «Mano nera». In un sermone alla moschea Istiqlal di Haifa, dichiarò: «Siete un popolo di conigli, che teme la morte e il patibolo e perde il suo tempo in chiacchiere. Sappiate che niente potrà salvarci se non le nostre braccia».38

Molti dei seguaci di al-Qassam erano contadini poveri e ignoranti; alcuni avevano perso la terra o il lavoro a causa degli ebrei. Nel 1931-32 essi organizzarono sporadiche aggressioni a insediamenti e singoli lavoratori ebrei. Il 5 aprile 1931, durante le celebrazioni di Nabi Musa, essi assassinarono tre membri del kibbutz Yagur mentre tornavano dai campi, e ne ferirono quattro. L’anno seguente furono uccisi due abitanti d’insediamenti, uno di Balfouriya, l’altro di Kefar Chassidim. Il 23 dicembre 1932 una squadra penetrò nel moshav Nahalal, al limite occidentale della valle di Yezreel, e lanciò una bomba in una casa facendo due morti – padre e figlio. I colpevoli furono catturati e confessarono, cosicché l’organizzazione di al-Qassam venne per la prima volta alla luce, anche se il nome dello sceicco non fu rivelato da alcuno. Per quasi tre anni egli tenne un basso profilo e non ordinò nessun atto terroristico.

La tregua della «Mano nera» durò fino al novembre 1935 quando, probabilmente, essa fu all’origine dell’«incidente del cemento»: il 16 ottobre un carico «di cemento» giunto via mare al porto di Giaffa e destinato a un importatore ebreo risultò consistere in 800 fucili e 400.000 proiettili.39 Non avendo ottenuto l’appoggio di Hajj Amin né per atti terroristici né per un’aperta ribellione, al-Qassam si trasferì nella zona di Jenin per reclutare e iniziare le operazioni. Il 6 novembre il suo gruppo uccise un sergente di polizia ebreo nella zona di Gelboe, scatenando una massiccia caccia all’uomo. Il 21 al-Qassam fu circondato da truppe britanniche presso Ya’bad, e fu ucciso con tre seguaci. David Ben-Gurion chiamava a volte l’episodio «la loro Tel Hai».40 Il funerale di al-Qassam a Balad al-Shaykh, un villaggio a sudest di Haifa (dov’è tuttora la sua tomba) si trasformò in un’imponente manifestazione arabo-nazionalista. Le sue imprese e la sua morte catturarono la fantasia di una generazione di palestinesi, e contribuirono a innescare la ribellione araba esplosa sei mesi dopo. (Alla fine degli anni ’80, durante l’insurrezione chiamata «Intifada», il movimento integralista islamico Hamas chiamò la sua ala militare-terrorista «Battaglione ‘Izz al-Din al-Qassam».) I rapporti tra il gruppo di al-Qassam e gli Husayni non sono chiari. Quasi certamente lo sceicco aderì al partito Istiqlal, ed è possibile che in seguito abbia aderito al Partito arabo-palestinese degli Husayni.41

Anche tra gli ebrei la rivolta del 1929 rafforzò il radicalismo. I revisionisti la considerarono la conferma della tesi che il sionismo poteva vincere solo con la forza delle armi. Al contrario, i teorici delle «due nazioni» videro in essa la prova che la riconciliazione andava affrettata, prima che la maggioranza araba travolgesse lo yishuv. Il socialismo, maggioritario nel movimento sionista e in quel momento rappresentato dal Mapai (Mifleget Po‘alei Erez Yisrael – Partito dei lavoratori della Terra d’Israele, esito della fusione di Achdut Ha‘Avodah e Ha-Poel ha-Zair), dovette infine riconoscere che lo yishuv non doveva fronteggiare pochi fanatici sanguinari, o delle bande di teppisti, ma un vero movimento nazionalista arabo-palestinese.42 L’ovvia conseguenza fu la crescente consapevolezza, di cui si fece portavoce Chaim Arlosoroff, direttore del dipartimento politico dell’Agenzia ebraica dal 1931 al 1933, che per raggiungere i suoi obiettivi il sionismo avrebbe dovuto usare la forza.43 Morto Arlosoroff, ucciso da ignoti a Tel Aviv nel 1933, Ben-Gurion incontrò più volte Musa al-‘Alami, membro dell’EAP, sostenendo che il sionismo avrebbe promosso lo sviluppo del paese e il benessere sia degli arabi sia degli ebrei. Al-‘Alami rispose che preferiva che il paese restasse arretrato per altri cent’anni, se il prezzo del progresso era il trionfo del sionismo.44 In generale i contatti non portarono a nulla, preparando lo scoppio della ribellione araba.

Tra i fattori che precipitarono la crisi va menzionata l’incapacità britannica di impedire la conquista dell’Abissinia da parte di Mussolini nel 1935-36, e la rimilitarizzazione della Renania da parte di Hitler nel 1936: simili segni di debolezza militare e irrisolutezza politica non possono essere sfuggiti a chi meditava di sfidare Londra. Un altro fattore fu la crisi economica in Palestina. Dapprima l’ondata immigratoria, accompagnata da afflusso di capitali, aveva causato una sensibile espansione economica. Gli anni tra il 1932 e il 1935 conobbero una prosperità senza precedenti, sia per gli ebrei sia per gli arabi. Ma quando la Società delle Nazioni approvò le sanzioni contro l’Italia, i clienti delle banche corsero a ritirare i depositi, molte imprese dovettero chiudere e la disoccupazione dilagò. Lo yishuv cercò di limitare i danni, e il «lavoro ebraico» diventò la sua prima preoccupazione. Gli arabi venivano licenziati, o non riuscivano a trovare il primo impiego. Il risentimento cresceva, esacerbato dall’incessante propaganda antibritannica della Libia, divenuta colonia italiana.45 Come se non bastasse, tra il 1931 e il 1934 una prolungata siccità colpì la Palestina; nel 1932 la produzione agricola del distretto settentrionale si ridusse nei casi migliori al 70% del normale, nei peggiori al 35%; a Gerusalemme e nel sud si assestò sul 45%.46 Gli anni precedenti la rivolta videro il progressivo impoverimento dei villaggi e delle cittadine dell’entroterra collinoso e una forte emigrazione interna verso Haifa e Giaffa, intorno alle quali proliferarono le baraccopoli.47

Nel frattempo il successo delle attività antimperialiste in Stati vicini incoraggiava i palestinesi a scendere in piazza. La rivolta del novembre 1935 al Cairo fruttò agli egiziani un vantaggioso accordo coi britannici, e in Siria all’inizio del 1936 uno sciopero generale di 50 giorni persuase i francesi a firmare un trattato con la popolazione locale.48

Dopo l’«incidente del cemento» si diffuse la voce che le armi fossero destinate a un «massacro», o almeno a una «guerra» contro gli arabi. Fu indetto uno sciopero generale di 24 ore; un altro ebbe luogo il mese successivo. Il 25 novembre i cinque partiti politici arabi inviarono una protesta congiunta all’Alto Commissario, chiedendo ancora una volta il blocco dell’immigrazione e della vendita di terreni agli ebrei, e l’insediamento di un governo democratico espressione della maggioranza araba. Gli sforzi britannici di dar vita a un Consiglio legislativo in cui Londra conservasse l’ultima parola non ottennero il consenso né degli arabi né dei sionisti, e furono definitivamente abbandonati dopo il parere negativo della Camera dei Comuni, che li giudicò in contrasto con lo spirito del Mandato. Successivi, sterili negoziati furono interrotti nell’aprile 1936, all’inizio dello sciopero generale che accompagnò la prima fase della rivolta.

La rivolta, 1936-39

La prima fase

LA SERA DEL 15 APRILE 1936 una banda di arabi armati organizzò un posto di blocco su una strada tra le colline a est di Tulkarm. Agli altri arabi che la percorrevano essi estorcevano «contributi» per armi e munizioni, ma tre ebrei furono raggiunti da colpi d’arma da fuoco. Uno morì all’istante, il secondo dopo cinque giorni, il terzo sopravvisse.49 Sarebbero poi stati considerati le prime tre vittime della rivolta araba. Tre giorni dopo, la rappresaglia dell’Irgun Bet: membri dell’organizzazione penetrarono in una baracca vicino a Petach Tiqvah e uccisero due arabi.

A Tel Aviv i funerali di uno dei due ebrei sfociarono in una violenta dimostrazione antiaraba e antibritannica. La storia ufficiale della Haganah ne incolpa alcuni «ebrei orientali [sefarditi] impulsivi e disorganizzati».50 Un passante arabo e un poliziotto intervenuto in sua difesa furono malmenati. Il giorno dopo furono aggrediti alcuni lustrascarpe e venditori ambulanti arabi. Reparti britannici affluirono a Tel Aviv, ma era troppo tardi. Il 19 aprile folle di braccianti disoccupati e di pendolari siriani sparsero la voce che una donna araba e tre lavoratori siriani fossero stati uccisi a Tel Aviv; poi si riversarono a Giaffa, uccisero nove ebrei e ne ferirono una sessantina. Secondo alcune fonti, furono incitati da giovani leader a‘yan, tra i quali Fakhri Nashashibi, nipote e braccio destro del capo dell’Opposizione, Raghib Nashashibi. Alcuni passanti ebrei furono salvati da civili arabi, e un ufficiale di polizia britannico uccise due rivoltosi. Migliaia di ebrei residenti a Giaffa fuggirono a Tel Aviv.51 Ebrei e arabi dei dintorni di Giaffa-Tel Aviv si scontrarono per due giorni, saccheggiando e bruciando botteghe e abitazioni. Altri otto ebrei e sei arabi persero la vita, i secondi per opera della polizia.

I disordini si estesero rapidamente. Quasi dal principio, gli arabi li chiamarono la «rivolta» (thawra), o la «Grande ribellione araba». Il pedagogo e diarista di Gerusalemme Khalil al-Sakakini la chiamò «lotta per la vita o la morte» e la «rivolta» nel suo diario, in data 21 aprile.52 Ebrei e britannici, con l’intenzione di essere più obiettivi, parlarono rispettivamente di «eventi» e di «disordini». In realtà le definizioni arabe sono più esatte. Si trattava degli esordi della più lunga ed estesa ribellione al dominio britannico verificatasi in Medio Oriente, e della più significativa mobilitazione della recente storia palestinese prima dell’Intifada antisraeliana di mezzo secolo dopo. Inoltre, almeno in questa fase si trattò di una rivolta popolare. Scrisse Ben-Gurion: «Gli arabi lottano contro gli espropri… combattono una guerra che non si può ignorare. Scioperano, vengono uccisi, sono pronti a grandi sacrifici».53 Ma la rivolta mise anche in evidenza le profonde divisioni della società palestinese, che finirono col renderla dispersiva e inefficace: tra le famiglie degli a‘yan, tra abitanti dei villaggi e cittadini, tra poveri e ricchi, tra musulmani e cristiani, tra gli abitanti di differenti distretti.54

Furono i giovani nazionalisti, gli shabab, a prendere le redini della rivolta – un’altra delle molte somiglianze con l’Intifada. Gli anziani esitavano e il Gran Muftì Amin al-Husayni sembra aver cercato, fino alla fine di giugno, di distogliere la comunità da uno scontro frontale col governo del Mandato.55 I leader tradizionali furono risucchiati dagli eventi,56 mentre un’organizzazione da loro indipendente si delineò fin dai primi giorni. Il 19 aprile fu costituito a Nablus un Comitato nazionale; realtà analoghe, con rappresentanti delle principali fazioni, si formarono in altre città. Chiusure di negozi e scioperi si verificarono in numerose località. Era come se la legna fosse secca da tempo, e solo in attesa del fiammifero che avrebbe acceso il fuoco.

Non è chiaro quanto lavoro preparatorio avessero alle spalle i Comitati nazionali e gli scioperi; ma entrambi comparvero molto presto e quasi contemporaneamente in più luoghi diversi. Non sempre gli appelli allo sciopero furono ben accolti. A Giaffa scaricatori e bottegai si opposero, ma furono intimiditi dagli attivisti nazionalisti.57 Nelle città con popolazione mista, i militanti cercarono d’impedire il commercio tra i settori arabi ed ebraici. Nella notte del 19-20 aprile rappresentanti di livello nazionale delle fazioni arabe s’incontrarono a Nablus e decisero, ispirati dal leader locale dell’Istiqlal, Akram Zu‘aytir, d’indire uno sciopero generale di quattro giorni.

Il 25 aprile rappresentanti di varie fazioni s’incontrarono a Gerusalemme e istituirono un direttivo super partes di otto membri, l’Alto Comitato arabo, che diventò l’erede del EAP58 e guidò la lotta degli arabi palestinesi nel 1936-39 e nel 1946-48.59 Amin al-Husayni, eletto presidente dell’Alto Comitato, emerse quale leader della rivolta. Alla fine di aprile l’Alto Comitato dichiarò che lo sciopero sarebbe finito solo quando il governo avesse fermato l’immigrazione e le compravendite di terreni collegate al sionismo, e permesso la formazione di un’assemblea legislativa eletta dal popolo; se le richieste non fossero state accettate entro il 15 maggio, la comunità arabo-palestinese avrebbe dato inizio alla resistenza attiva, senza escludere il ricorso alla lotta armata.60 Lo sciopero ebbe un’efficacia limitata – servizi cruciali come il porto di Haifa e le ferrovie continuarono a funzionare, i contadini continuarono a seminare e mietere, gli arabi in posti di responsabilità continuarono a svolgere i loro compiti.61 Ciò nonostante, la sua risonanza politica fu enorme: si trattò della più significativa dimostrazione di nazionalismo arabo-palestinese sino a quel momento, e durò fino a metà ottobre.

Paradossalmente, pur provocando carenza di prodotti agricoli e ritardi nell’edilizia, lo sciopero aiutò l’economia sionista a realizzare l’obiettivo del «lavoro ebraico» perché in molti casi gli scioperanti furono rimpiazzati da lavoratori ebrei. La porzione ebraica dell’economia palestinese fu spinta verso l’autarchia; per esempio, la chiusura del porto di Giaffa portò in breve tempo alla nascita del porto «ebraico» di Tel Aviv. Come osservò Ben-Gurion, «la prima e principale lezione dei disordini… è che dobbiamo liberarci da ogni dipendenza economica nei confronti degli arabi… Non dobbiamo dare ai nostri nemici la possibilità di ridurci alla fame, bloccare i nostri accessi al mare, privarci di ghiaia e pietre da costruzione».62

Le autorità del Mandato misero in allerta truppe egiziane di rinforzo e organizzarono posti di blocco, coprifuoco e pattugliamenti. Ma compirono anche atti distensivi, annunciando il 18 maggio l’introduzione di un tetto all’immigrazione ebraica pari a 4.500 persone nel semestre seguente. Tuttavia l’Alto Comitato arabo, che mirava al blocco completo dell’immigrazione, reagì estendendo lo sciopero e dando inizio al terrorismo urbano e alla rivolta armata nelle campagne. Ordigni furono fatti esplodere presso postazioni e uffici britannici e, in minor misura, vicino a obiettivi ebraici. Nella sola Giaffa, in maggio, esplosero 41 bombe, e 35 a Haifa. Il 16 maggio un arabo sparò agli ebrei che uscivano da un cinematografo, uccidendone tre e ferendone due. Furono esplosi colpi contro posti di polizia britannici. A Giaffa, col suo intrico di viuzze, gli insorti ebbero per qualche tempo campo libero, specialmente di notte. I britannici reagirono distruggendo metodicamente con gli esplosivi varie parti della Città Vecchia.63 Complessivamente, furono distrutte 220 abitazioni.64 Le forze del Mandato ripresero anche il controllo di Nablus,65 ma gli ebrei di Hebron, tornati nella città all’inizio degli anni ’30, dovettero essere evacuati.66

L’ALTO COMITATO E I COMITATI NAZIONALI locali cominciarono a incitare le campagne alla ribellione. Le modalità della mobilitazione sono accennate in un rapporto spionistico della Haganah su una manifestazione svoltasi a Masmiya al-Kibra il 1° giugno, con la partecipazione di delegazioni di 14 villaggi vicini. Dichiarò un delegato:

Gli abitanti di Bayt Dajan si sono già ribellati al governo e agli ebrei e si sono sacrificati per la patria… Perché dovrei vedere i giovani di questo distretto che continuano a dormire, come se temessero morte e prigione? Se si continua a non far nulla, la Palestina diventerà casa e patria per gli ebrei… [Dovete] combattere i vostri nemici, i nemici della vostra religione, che vogliono distruggere le moschee e cacciarvi dalla terra che vi appartiene.67

Senza volerlo le autorità facilitarono l’incitamento alla rivolta mandando al confino gli attivisti urbani, che cominciarono a sobillare i contadini. In più, dall’11 maggio i membri dell’Alto Comitato iniziarono a loro volta a battere le campagne – nonostante l’ammonimento del governo a non lasciare le città – e a incitare alla ribellione.68 Il governo reagì arrestando ed esiliando alcuni dei giovani nazionalisti più in vista, compresi Akram Zu’aytir e Fakhri Nashashibi.69

Dal 1930 la Gran Bretagna schierava in Palestina una forza armata permanente di due battaglioni di fanteria e di un reparto di autoblindo della RAF. Ma essa non aveva tenuto il passo con l’aumento complessivo della popolazione, nemmeno tenendo conto del rafforzamento della polizia.70 Così, nelle prime settimane della ribellione essa fu sopraffatta.

All’inizio vi fu un’attività sporadica di cecchini contro i veicoli e gli insediamenti degli ebrei ma, fatta eccezione per Giaffa, nessun attacco in grande stile. Gli ebrei cominciarono a spostarsi in convogli e a blindare in modo artigianale camion e pullman. Furono numerose anche le distruzioni di orti e frutteti, una tattica che risaliva alle faide tra villaggi arabi. Si calcola che durante la ribellione siano stati abbattuti 200.000 alberi «ebrei».71 Vi furono anche isolate aggressioni con esito letale: per esempio, il 17 agosto furono uccise due infermiere ebree dell’ospedale governativo di Giaffa.72

L’iniziale reazione britannica ai disordini fu limitata. Le autorità speravano ch’essa si sarebbe esaurita spontaneamente, senza ricorrere a misure che rischiavano di compromettere in modo definitivo i rapporti anglo-arabi. Solo il 7 settembre Whitehall proclamò la legge marziale, e dichiarò di esser pronta a varare misure drastiche per ripristinare l’ordine e la legalità.73 Nel primo semestre di rivolta, durante il quale persero la vita circa 200 arabi, 80 ebrei e 28 britannici,74 nessuna condanna a morte fu inflitta dai tribunali.75

Ventimila uomini giunsero in Palestina via mare dalla Gran Bretagna e dall’Egitto, 2.700 poliziotti ebrei in soprannumero furono reclutati e armati, e armi furono distribuite agli insediamenti ebraici isolati. Con il coprifuoco, le pattuglie, le perquisizioni e le imboscate i britannici costrinsero i terroristi a lasciare le città. Nella Città Vecchia di Giaffa, i britannici fecero esplodere dozzine di abitazioni per espellere i ribelli. Perciò molti militanti si trasferirono, e presero a operare, nelle campagne. Soprattutto nelle colline, bande di ribelli cominciarono a tendere imboscate e ad attaccare basi militari e insediamenti ebraici. ‘Abd al-Qadir al-Husayni lasciò Gerusalemme, e passando di villaggio in villaggio, reclutò contadini per il suo gruppo Jihad al-Muqaddas. Jamal al-Husayni ordinò a un leader di Tulkarm di «organizzare bande in grado di uccidere, bruciare case e sradicare alberi. Se si perde quest’occasione, la sorte degli arabi sarà segnata».76

Dalla metà di maggio del 1936, «il settore rurale diventò il baricentro della rivolta».77 In giugno bande armate compirono scorrerie nelle regioni collinari di Giudea, Samaria e Galilea, nei monti di Gelboe e nella valle di Yezreel. Secondo un dispaccio britannico, l’area di maggiore illegalità era la Samaria… con Nablus al centro.78 Tra i capi e gli organizzatori primeggiavano i veterani di ‘Izz al-Din al-Qassam.79

Nelle campagne il reclutamento dei ribelli non ebbe un successo né immediato né uniforme. I contadini erano riluttanti ad affrontare i britannici, che nonostante la debolezza dimostrata in Abissinia e in Renania erano ancora militarmente temibili. Inoltre, il precedente quindicennio di dominio britannico aveva avuto i suoi aspetti positivi: le tasse erano diminuite, il governo aveva varato norme antiesproprio e – in alcuni casi – concesso incentivi economici, mentre miglioramenti palpabili si erano verificati nella sicurezza, nella sanità e nella pubblica amministrazione.

Ma la siccità dei primi anni ’30, particolarmente sentita nei villaggi di collina, provocò un massiccio esodo dalle campagne alle città. Ciò indebolì molto il tradizionale tessuto sociale, basato su figure di autorità stabili e ben definite; i giovani più esagitati si sottrassero al controllo dei capifamiglia e degli sceicchi.80 Questi sviluppi socio-economici spiegano in parte la comparsa delle bande rurali, anche se secondo il principale storico della ribellione, non furono affatto il motivo principale della mobilitazione contadina.81

Il maturare delle messi nella primavera-estate 1936 ritardò la partecipazione dei contadini alla rivolta. Solo dopo il raccolto, tra maggio e giugno inoltrato, l’insurrezione fece presa sui lavoratori agricoli. Inoltre, nelle prime settimane di disordini questi ultimi erano privi di rappresentanza sia nell’Alto Comitato che nei Comitati nazionali (di carattere locale).82 La guida del movimento fu assunta dagli attivisti urbani, coi contadini – politicamente più arretrati – nel ruolo di massa di manovra; del resto, gli abitanti dei villaggi erano abituati a ubbidire e chiedere consiglio agli smaliziati a‘yan urbani.

Al termine dell’estate del 1936 gran parte delle campagne era in rivolta. Alla fine, le motivazioni politiche dei fellahin non differivano da quelle dei ribelli urbani – insofferenza della dominazione straniera, odio per gli infedeli, avversione e paura nei confronti degli ebrei. Anche le tradizionali rivalità tra i clan ebbero un ruolo: nessun clan voleva apparire meno patriottico dei suoi rivali.83 In agosto le bande ribelli compivano regolari atti di sabotaggio, interrompendo linee telefoniche, danneggiando ponti stradali e ferroviari, attaccando con la tecnica del mordi-e-fuggi insediamenti ebraici e stazioni di polizia. All’inizio, portata a termine una missione tornavano al lavoro dei campi, ma a poco a poco si formarono unità di guerriglia a tempo pieno da 50-100 effettivi. Funzionari e poliziotti arabi fornivano loro informazioni riservate. Tra luglio e agosto le unità cominciarono a coordinarsi.

Fin dall’inizio l’Alto Comitato negò ogni collegamento tanto con la «ribellione» rurale quanto col terrorismo urbano. È chiaro però che l’Alto Comitato, e i Comitati nazionali che ne dipendevano, ebbero un ruolo sia nell’organizzazione, nel finanziamento e nell’approvvigionamento delle bande rurali, sia nell’organizzazione di almeno una parte del terrorismo urbano. I luogotenenti di Amin al-Husayni sostennero in seguito ch’egli aveva segretamente guidato la rivolta nei primi due mesi. Ma il suo CSM si guardò bene dall’approvare pubblicamente i disordini o di dar loro una giustificazione religiosa. Anzi, in quella fase il muftì si dichiarò «contrario alla violenza, perché la violenza non servirebbe a nessuno scopo utile».84 È probabile che stesse facendo ancora una volta il doppio gioco, come sostenuto da un osservatore inglese.85 In agosto, però, il CSM approvò esplicitamente la rivolta. Il quotidiano degli Husayni, «al-Liwa», incitò i ribelli a battersi «finché Dio abbia pronunciato la sua sentenza». Armi furono depositate nell’Haram al-Sharif, e Husayni cominciò a raccogliere denaro e impartire direttive.86

Tuttavia, soprattutto a causa della rivalità tra gli Husayni e i Nashashibi, l’Alto Comitato non riuscì mai a imporsi alla maggioranza delle formazioni guerrigliere.87 Il denaro raccolto a sostegno degli scioperanti fu dirottato da Amin al-Husayni ai gruppi armati. Accadeva anche che ricchi palestinesi aggirassero l’Alto Comitato e fondassero e sovvenzionassero in modo autonomo bande locali (come nella zona di Nablus). Inoltre molte bande si autofinanziavano, estorcendo contributi con la forza e le minacce. Armi e munizioni affluivano in abbondanza dalla Siria e dalla Transgiordania, il più delle volte contrabbandate dai beduini, sfuggendo al controllo dell’Alto Comitato.

È probabile che le bande – e, in questa fase, l’Alto Comitato – abbiano ricevuto denaro anche dall’Italia, ai ferri corti con Londra sull’Abissinia e desiderosa di crearle problemi nelle retrovie. Nel giugno 1936 il ministro degli Esteri Anthony Eden scrisse che «i disordini… sono stati alimentati in qualche misura da denaro e intrighi italiani». Nel settembre 1940 il ministro degli Esteri italiano, conte Galeazzo Ciano, parlò di «milioni» versati al muftì.88 Il servizio segreto della Haganah trovò indizi del fatto che anche i tedeschi inviavano armi e capitali ai ribelli.89 La propaganda italiana e tedesca approvava la ribellione e attaccava violentemente il Mandato. A loro volta gli arabi, nelle parole di un commentatore, «danneggiati dalle pressioni e dalle manovre degli ebrei, simpatizzavano con nazisti e fascisti, anch’essi alle prese con gravi problemi creati dalle trame ebraiche e dalle ingerenze della finanza internazionale».90

Verso la fine dell’estate un gruppo di 200 volontari provenienti dall’Iraq, dalla Siria e dalla Transgiordania penetrò nel nord della Samaria. Erano guidati da Fawzi al-Qawuqji, un ex ufficiale ottomano che aveva avuto un ruolo di primo piano nella guerriglia antifrancese del regime damasceno di Faysal ed era stato consigliere militare di Ibn Sa‘ud. Col blando sostegno di Siria e Iraq egli fu riconosciuto quasi subito dai capi di alcune importanti bande d’insorti quale «comandante in capo della rivolta in Palestina» (o «Siria meridionale», come talvolta egli la chiamava).91 Qawuqji era in buoni rapporti coi Nashashibi, cosa che ben presto gli guastò quelli con gli Husayni. Inoltre fece di tutto per tenere a distanza l’Alto Comitato, e nemmeno la sua «usurpazione» del ruolo di capo della guerriglia dovette piacere agli Husayni.92

L’Alto Comitato organizzò imponenti campagne di propaganda e raccolte di fondi in Egitto, Siria e Iraq, e Whitehall cominciò a temere che la situazione danneggiasse sia le relazioni anglo-arabe in genere, sia specifici interessi imperiali (come il controllo della zona del Canale). Scioperi e dimostrazioni a sostegno della rivolta arabo-palestinese in Transgiordania, Libano, Iraq e Siria furono seguiti da mediazioni dell’emiro ‘Abdallah di Transgiordania e del ministro degli Esteri Nuri Sa‘id tra l’Alto Comitato, la Gran Bretagna e lo yishuv. L’obiettivo di ‘Abdallah era «tenere un piede in Palestina»; quello di Sa‘id, far progredire la causa di una federazione hascimita comprendente Iraq, Transgiordania e Palestina. La démarche di ‘Abdallah ebbe l’appoggio dei Nashashibi.93

L’asse Nashashibi-‘Abdallah non fu affatto gradito dagli Husayni, mentre l’Alto Comitato era riluttante a fare concessioni ai britannici, nonostante le correzioni «cosmetiche» proposte a suo beneficio dai mediatori arabi. Gli Husayni radicalizzarono la loro intransigenza fino a fare eliminare alcuni esponenti dell’Opposizione inclini al compromesso. Nel luglio 1937 il tentativo di assassinare Fakhri Nashashibi compiuto, a quanto pare, da seguaci degli Husayni causò l’abbandono dall’Alto Comitato da parte dei Nashashibi.94 Dalla metà di settembre del 1936 la realtà politica e militare impose una pausa alla ribellione. Il 16 settembre il quotidiano di Giaffa «Filastin» chiese la fine dello sciopero, in atto ormai da cinque mesi: Giaffa era il centro della coltivazione di agrumi, e i frutti erano quasi maturi.95 Per gli arabi, il costo economico delle agitazioni era stato elevato; ora, essi avevano un assoluto bisogno di tornare a lavorare e a riscuotere gli stipendi. Inoltre in settembre, in seguito all’arrivo dei volontari di Qawuqji e al deterioramento dell’ordine pubblico nelle campagne, il governo britannico era passato dal contenimento della rivolta alla vera e propria controinsurrezione, scatenando una controffensiva nell’entroterra collinoso. Abitazioni contadine erano fatte esplodere a scopo punitivo e di deterrenza, mentre un’intera divisione s’imbarcava per la Palestina. L’aumento dell’impegno militare di Londra comportava per i guerriglieri il rischio della disfatta, e contribuì a far pendere la bilancia verso la pace.

L’Alto Comitato aprì con Londra un complesso negoziato, che prevedeva un «appello» ai palestinesi da parte dei sovrani di Arabia, Yemen e Iraq e dell’emiro di Transgiordania, affinché interrompessero lo sciopero. Finalmente l’appello, che avrebbe permesso all’Alto Comitato di revocare lo sciopero senza perdere la faccia (e, forse, di ottenere qualche concessione dai britannici) fu diffuso il 10 ottobre. I sovrani e l’emiro esortarono i «figli, gli arabi di Palestina», a cessare ogni spargimento di sangue e a confidare «nella buona volontà dell’amica Gran Bretagna, che ha dichiarato di voler fare giustizia». Il giorno dopo l’Alto Comitato rispose con un pubblico appello alla «nobile nazione araba in Palestina, a placare la sua collera e a mettere fine allo sciopero e ai disordini».96

In segreto, l’Alto Comitato emise anche un proclama ai capi delle bande guerrigliere, dichiarando:

Nobili fratelli! Eroi!… La nostra povera favella non può esprimere la forza dell’affetto, l’ammirazione e l’esultanza che celiamo nel cuore di fronte al vostro spirito di sacrificio e alla vostra pia guerra in difesa della fede, della patria e di tutto ciò che è arabo. State certi che la vostra lotta è scolpita a lettere di fuoco nella cronaca della nazione. E ora… noi… vi chiediamo di fermare ogni attività fino a nuovo ordine. Risparmiate i proiettili e abbiatene cura. Comincia un periodo di speranza e attesa. Se la Regia commissione sarà convocata, giudicherà secondo giustizia e riconoscerà i nostri diritti, tanto meglio. In caso contrario il campo di battaglia ci aspetta… Esigiamo… autocontrollo e rispetto dell’armistizio fino a nuovo ordine.97

I britannici non avevano concesso il blocco dell’immigrazione ebraica, ma avevano lasciato intendere che la Regia commissione (promessa già in maggio) avrebbe esaminato le rimostranze degli arabi appena le violenze fossero cessate. Le truppe del Mandato, che si credevano sul punto di sbaragliare i ribelli, accolsero la svolta con scarso entusiasmo. I membri delle bande ebbero una settimana per disperdersi e tornare ai villaggi di origine – cosa che fecero, con la sola eccezione degli uomini di Qawuqji. Alla fine questi ultimi furono circondati, ma i britannici diedero loro la possibilità di attraversare il Giordano e proseguire verso l’Iraq.98

Ai primi di novembre la Commissione Peel, incaricata d’indagare sulle cause dei «disordini», s’imbarcò per la Palestina. Così si concluse la prima fase della ribellione. In seguito, i funzionari britannici sarebbero stati rimproverati per la «debolezza» dimostrata in questi frangenti e per non aver schiacciato la serpe della violenza quando era nell’uovo.”

La reazione ebraica

LO SCOPPIO DELLA RIVOLTA SCIOCCÒ lo yishuv, abituatosi a una relativa tranquillità. L’atteggiamento pubblico dei leader sionisti è riassunto da Chaim Weizmann: «Da un lato si sono destate le forze della distruzione, le forze del deserto, dall’altro stanno ben salde le forze civili e costruttive. È la vecchia guerra del deserto contro la civiltà, ma non permetteremo che il nostro cammino sia fermato».100 Retorica a parte, gli ebrei capirono che ormai erano seduti su un vulcano, e che la crescita dello yishuv non sarebbe stata più tollerata dalla popolazione locale. «Non c’è scelta» (eyn bererah) affiorò come un surreale grido di guerra; da quel momento, gli ebrei avrebbero dovuto vivere con la pistola sotto il guanciale.101

Alcuni sionisti sembravano sorpresi. Erano venuti in Palestina con spirito pacifico; perché gli arabi reagivano in questo modo? Come si leggeva su un volantino del 1° maggio 1936 del Mapai (a oltre una settimana dall’inizio della rivolta): «Solo un meschino sciovinismo reazionario può ignorare i benefici che la nostra impresa ha già apportato, e continuerà ad apportare, agli arabi e al paese». Ancora una volta i disordini furono attribuiti a una minoranza di «sobillatori». Ancora una volta i mapainik cercarono di distinguere tra arabi «buoni» e «cattivi».102 Ancora una volta, gli ebrei si sforzarono coscientemente di minimizzare quel che accadeva, o stava per accadere, e si parlò di pogrom – un termine che semplificava il problema, demonizzava gli arabi e paradossalmente confortava gli ebrei, occultando il fatto ch’essi non avevano a che fare con bande di cosacchi del deserto e teppisti di strada, ma con un movimento nazionalista rivale. I commentatori che osavano parlare di «rivolta» badavano a scrivere il termine tra virgolette, facendo capire che il suo uso era tutt’al più una discutibile metafora. Infine, quando ammettevano l’esistenza di un movimento nazionalista arabo le fonti ebraiche tendevano a delegittimarlo, definendolo immorale e terroristico103 o equiparandolo al fascismo e al nazismo. Scriveva per esempio Said Yizchaq Tabenkin, un ideologo del movimento dei kibbutzim: «La svastica, agitata nella Germania di Hitler, e la bandiera verde, lo stendardo “nazionale” arabo, sono una sola bandiera: quella dell’odio nazionalista».104

Alcuni sionisti, pur esprimendosi in modo analogo a beneficio del grosso pubblico e degli Stati esteri, sapevano che la verità era ben diversa. Ben-Gurion e Sharett non dubitavano della realtà della rivolta, né del fatto che i timori e le denunce del movimento arabo-nazionalista fossero comprensibili e talvolta legittimi. «Gli arabi temono che il nostro potere si consolidi», affermò Ben-Gurion il 19 maggio 1936, «Rispetto a noi, percepiscono la situazione in modo rovesciato. Il punto non è se quello che vedono sia esatto o no… Essi vedono un’immigrazione su larga scala… gli ebrei rafforzarsi economicamente… e le terre migliori finire in mano nostra. [E] vedono l’Inghilterra identificarsi con la causa sionista.»105

Gli arabi, secondo Ben-Gurion, erano convinti di «lottare contro l’esproprio… Quello che li spaventa non è [la possibilità di] perdere questo o quell’appezzamento, ma una terra che è la dimora degli arabi e che altri vogliono trasformare nella dimora degli ebrei».106 Britannici e yishuv erano di fronte a una «ribellione», forse a «un conflitto sanguinoso». «C’è un conflitto di fondo. Noi e loro vogliamo la stessa cosa. Vogliamo entrambi la Palestina… I nostri progressi, la nostra semplice presenza qui, ha nutrito il movimento [nazionalista] arabo.»107 Sharett, successore di Arlosoroff al vertice del dipartimento politico dell’Agenzia ebraica, si esprimeva in modo molto simile: «La paura è il fattore principale della politica araba in Palestina… Non c’è arabo che non sia allarmato dall’arrivo degli ebrei nel paese».108

I leader dello yishuv capivano ch’era nel loro interesse mantenere un basso profilo e lasciare agli inglesi il compito di sconfiggere gli arabi. Fare di testa propria significava rischiare che i britannici reagissero con un «vadano pure al diavolo entrambi». La politica della havlagah («rinuncia ad agire») fu presto adottata dai principali leader sionisti, e per molti mesi fu seguita anche dai revisionisti.109 Fin dall’inizio, era stata la linea di Ben-Gurion:

Coloro che oggi hanno ucciso alcuni dei nostri in un’imboscata non intendevano solo eliminare degli ebrei… volevano anche provocarci… Da una svolta di questo tipo, gli arabi avrebbero tutto da guadagnare. Vorrebbero che il paese vivesse in un pogrom perpetuo… Ulteriori spargimenti di sangue sarebbero utili agli arabi, dannosi a noi… La nostra forza sta nel [limitarci a] reagire… e questa forza ci darà la vittoria sul piano politico, se l’Inghilterra e il mondo sapranno che non stiamo attaccando ma difendendoci.110

Ma di lì a qualche mese la havlagah si trasformò da pura e semplice difesa in rudi pattugliamenti e imboscate fuori dagli insediamenti, anche se gli obiettivi restavano i «malfattori» e non gli innocui passanti arabi.111 Quanto ai musulmani, all’inizio si limitarono agli incendi dolosi e al cecchinaggio nelle città, mentre nelle campagne tentavano di bruciare le messi e danneggiare gli alberi da frutta. Vennero poi gli attacchi agli agricoltori ebrei nei campi e ai loro veicoli in transito. Furono allora organizzati convogli, con soldati britannici e autoblindo di scorta ai veicoli civili; i contadini ebrei andavano e tornavano dal lavoro dei campi sempre in gruppo. Nelle città, gli arabi cominciarono a lanciare bombe e granate contro le case e gli automezzi degli israeliti.

La Haganah impiegava le sue forze soprattutto per pattugliare il perimetro dei quartieri ebraici delle città miste, e il confine tra Tel Aviv e Giaffa. La Haganah e l’Irgun Bet (vicino ai revisionisti) non avevano raggiunto un accordo ufficiale, cosicché i comandanti regionali strinsero patti di collaborazione sul piano locale. Così, per mesi l’Irgun Bet si attenne alla havlagah mentre la stampa revisionista si scagliava contro la Haganah perché faceva lo stesso. Solo a metà agosto, dopo l’assassinio di due infermiere a Giaffa, di quattro persone nei boschi del monte Carmelo e di un bambino a Tel Aviv (tutti ebrei) la «Difesa» rinunciò temporaneamente alla resistenza passiva. Alcune squadre varcarono la terra di nessuno, tirarono bombe e spararono colpi di fucile alle case arabe del perimetro settentrionale di Giaffa, facendo alcuni morti; un plotone della Haganah attaccò un accampamento beduino a Jamasin, a nord di Tel Aviv; e gruppi di miliziani di Haifa attaccarono alcuni passanti a Tira, al confine sud della città, uccidendo una donna e ferendo due uomini. Il 17 agosto l’Irgun Bet tese un’imboscata al treno per Giaffa, uccidendo un passeggero armeno e ferendo cinque arabi. Il giorno dopo, membri dell’organizzazione uccisero due arabi presso Petach Tiqvah. All’indomani di questi attacchi il comando della Haganah, dopo un infuocato dibattito, ribadì la politica esclusivamente difensiva e nessuna rappresaglia fu attuata nel 1936.112 Ma nelle campagne la Haganah tentò d’intercettare gli attaccanti prima che raggiungessero le case e i campi. Nel corridoio di Gerusalemme e altrove Yizchak Sadeh, un veterano dell’Armata Rossa, organizzò pattuglie (nodedot) per rendere sicuri i tratti di campagna tra gli insediamenti.113

La Commissione Peel

NEI DODICI MESI TRA LA FINE dello sciopero generale, nell’ottobre 1936, e l’inizio della seconda fase della rivolta, nel settembre 1937, le due comunità si organizzarono per la ripresa delle ostilità attendendo nel frattempo i risultati della Regia Commissione Peel, nominata «per accertare le… cause dei disordini… accertare se… tanto gli arabi quanto gli ebrei abbiano legittime ragioni di malcontento… e dare consigli sulla loro rimozione».114

La Commissione, presieduta da Lord William Robert Peel, già segretario di Stato per l’India, giunse in Palestina l’11 novembre 1936. L’Alto Comitato arabo decise di boicottarla a meno che i britannici accettassero di bloccare l’immigrazione. Questi abbassarono il limite annuale da 4.500 a 1.800 persone, ma l’Alto Comitato non fece sconti. Tuttavia, come tante altre volte, gli arabi non si accorsero di segare il ramo su cui sedevano. Sir George Rendei, capo del dipartimento orientale del Foreign Office, così riassunse la situazione: «Gli ebrei hanno giocato le loro carte nel modo migliore», mentre gli arabi «hanno commesso errori così madornali che a volte mi chiedo se agenti ebrei non si siano infiltrati nel loro campo».115 In dicembre, pressioni arabe esterne alla Palestina e l’opposizione interna dei Nashashibi costrinsero l’Alto Comitato ad accettare di fornire dati precisi alla Commissione, e nel gennaio 1937 lo stesso Hajj Amin al-Husayni fu ascoltato come testimone.

I commissari, riunitisi prima a Gerusalemme poi a Londra, subirono le pressioni di entrambe le lobby, e come di consueto gli ebrei furono più persuasivi.116 Weizmann e Ben-Gurion premevano per la divisione del paese. Secondo Weizmann: «Gli ebrei sarebbero pazzi a non accettarla, anche se la loro parte fosse grande come una tovaglia».117 Entrambe le comunità consideravano la divisione solo un punto di partenza per l’ulteriore espansione e la conquista finale dell’intera Palestina. Secondo alcuni, Ben-Gurion avrebbe affermato che «nessun sionista può rinunciare alla più piccola parte della Terra d’Israele»; e di certo egli scrisse al figlio Amos: «[Uno] Stato ebraico in una parte [della Palestina] non è il punto d’arrivo, ma di partenza… Una zona in nostro possesso sarebbe importante non solo di per sé… essa ci renderebbe più forti, e quello che ci rafforza è destinato a facilitare la conquista di tutto il paese.118 Fondare un [piccolo] Stato… fornirà una leva al nostro tentativo storico di riscattare l’intera regione».119

Non meno decisa era l’opposizione degli arabi a che una parte della Palestina, di cui si sentivano i legittimi proprietari e che consideravano sacra come tutto il suolo musulmano, fosse consegnata agli ebrei. Inoltre, essi temevano proprio quello che Ben-Gurion si augurava: che un piccolo Stato ebraico sarebbe stato il punto di partenza di future, ampie conquiste. Come disse Sa‘id ‘Awni ‘Abd al-Hadi: «Combatteremo. Lotteremo contro la divisione del paese e l’immigrazione ebraica. Non ci sono vie di mezzo».120

Il rapporto di 404 pagine della Commissione, pubblicato il 7 luglio 1937, si basava sulla premessa che il conflitto fosse «insopprimibile» e insolubile nell’ambito di un solo Stato, e che il Mandato fosse inapplicabile. La principale raccomandazione era quindi la divisione del territorio. Agli ebrei ne sarebbe stato assegnato meno di un quinto: buona parte della Galilea, la valle di Yezreel e la pianura costiera fino a un limite meridionale corrispondente all’odierna Ashdod (in tutto, circa 5000 chilometri quadrati). La parte araba, comprendente il Negev, la pianura costiera meridionale, la striscia di Gaza e l’attuale Cisgiordania, avrebbe formato con la Transgiordania un vasto e indipendente Stato arabo. Una piccola enclave comprendente Gerusalemme, Betlemme e un «corridoio» verso il mare che attraverso Ramla e Lydda avrebbe raggiunto Giaffa, sarebbe rimasta sotto il controllo britannico (come pure una striscia lungo il lato nordoccidentale del golfo di Aqaba e, forse, Nazareth e il mare di Galilea con le sue sponde). La Gran Bretagna avrebbe anche conservato temporaneamente il controllo delle città miste di Haifa, Tiberiade, Acri e Safed.121

Peel rivolse un seconda raccomandazione, come corollario della divisione: uno «scambio di popolazione» che avrebbe coinvolto 225.000 arabi e 1.250 ebrei. In caso contrario, lo Stato ebraico avrebbe avuto una popolazione araba numerosa quasi quanto quella ebrea. La Commissione pensava che lo scambio si potesse realizzare in modo consensuale, indennizzando quanti avrebbero dovuto trasferirsi. Ma se gli arabi si fossero opposti il trasferimento avrebbe dovuto essere effettuato in modo coatto «come estrema misura».122

In una lettera al figlio, Ben-Gurion sosteneva che l’assenso alla divisione del paese da parte degli ebrei – cioè, l’accettazione del 20% circa della Terra Promessa – giustificava il trasferimento: «Non abbiamo mai voluto espropriare gli arabi. Ma dal momento che l’Inghilterra si accinge a destinare a uno Stato arabo parte del territorio che ci aveva promesso, è sacrosanto che gli arabi del nostro Stato siano trasferiti nella zona araba».123 La contraddizione tra questo ragionamento, e quello nel quale la nascita di uno Stato ebraico in una frazione della Palestina andava considerata solo una fase della conquista dell’intero paese, non sembra averlo turbato.

L’idea del trasferimento non era della Commissione Peel; risaliva ai padri del moderno sionismo, e benché quasi mai divulgata prima del 1937, era stata una delle principali componenti dell’ideologia sionista fin dalla nascita del movimento. I suoi ispiratori erano coscienti del fatto che uno Stato ebraico non avrebbe potuto esistere senza una maggioranza ebraica; in teoria quest’obiettivo si sarebbe potuto conseguire con una massiccia immigrazione, ma anche in tale caso gli arabi sarebbero rimasti una forte, minacciosa minoranza.

Perciò molti sionisti, compreso Herzl, consideravano il trasferimento l’unica soluzione realistica. Tra il 1880 e il 1920 alcuni coltivarono la speranza che arabi ed ebrei potessero coesistere pacificamente. Ma dopo il 1920, e più ancora dopo il 1929, la maggioranza degli ebrei si convinse che una soluzione drammatica e radicale del conflitto era inevitabile. E dopo i fatti del 1936, nessun leader importante prese più in considerazione soluzioni che non implicassero una netta separazione fisica dei due popoli – che si poteva ottenere solo con trasferimenti ed espulsioni. In pubblico, tutti continuavano a parlare di coesistenza e ad attribuire le violenze a piccole minoranze di estremisti e agitatori. Ma era solo un atteggiamento a uso e consumo della pubblica opinione, destinato a placare l’angoscia della popolazione civile e dei sempre più preoccupati britannici. Parlare ad alta voce di spargimenti di sangue ed espulsioni avrebbe privato gli ebrei di una parte del sostegno interno e della simpatia internazionale.

Il trasferimento era inoltre considerato moralmente accettabile. I dirigenti sionisti pensavano che il diritto degli ebrei a una terra capace di assorbire i futuri immigrati fosse più importante del diritto degli arabi del luogo – strettamente affini agli arabi residenti a est del Giordano e a nord del Litani, e quindi in grado di ambientarsi in queste zone se fossero stati adeguatamente indennizzati e il trasferimento fosse stato ben organizzato. Inoltre, gli Stati arabi – in primo luogo la Transgiordania, la Siria e l’Iraq – possedevano vaste regioni poco o punto abitate, e gli immigrati arabo-palestinesi sarebbero stati utili al loro sviluppo economico. In ogni caso la separazione era preferibile alla commistione, e soprattutto al bagno di sangue che questa rischiava di provocare.

Il trasferimento avrebbe dovuto essere «volontario», ma gli arabi della Palestina non desideravano lasciare la terra dei padri e l’avevano affermato innumerevoli volte. Inoltre né i turchi né i britannici capivano perché mai avrebbero dovuto trasferire gli arabi per far posto agli ebrei. Infine, il problema aveva implicazioni etiche che suscitavano dubbi e divisioni nello yishuv e rinforzavano l’opposizione al sionismo. Eppure il trasferimento, per quanto moralmente discutibile e forse crudele, rappresentava una via d’uscita dal dilemma demografico; perciò era quasi impossibile non tornare, di tanto in tanto, a prenderlo in considerazione. Israel Zangwill aveva dichiarato nell’aprile 1905: «Dobbiamo esser pronti a cacciare con la spada le tribù in possesso [del territorio] come fecero i nostri progenitori, o ad affrontare il problema di un’ingente popolazione estranea». E 14 anni dopo, scrisse: «Non possiamo permettere agli arabi di fermare un così prezioso processo di rinascita storica… Dobbiamo perciò persuaderli con le buone a “mettersi in marcia”. Dopo tutto hanno a disposizione l’Arabia intera, coi suoi milioni di chilometri quadrati… Non c’è nessuna particolare ragione per cui debbano intestardirsi su pochi chilometri quadrati [di Palestina]. “Levare le tende e partire in silenzio” è un loro costume proverbiale: facciamo in modo che ce ne diano ora un esempio».124

Nel maggio 1911 Arthur Ruppin propose all’Esecutivo sionista un «trasferimento limitato della popolazione»: un certo numero di contadini arabo-palestinesi avrebbe dovuto stabilirsi in Siria. Leon Motzkin, uno dei fondatori dell’Organizzazione sionista, dichiarò in un discorso del luglio 1912: «Il fatto è che intorno alla Palestina ci sono ampie zone [abitabili]. Non dovrebbe esser difficile per gli arabi andarvi a vivere, con l’aiuto economico che gli ebrei possono dare loro».125 Il problema del trasferimento affiorò nella conferenza dei dirigenti sionisti del dicembre 1918. Yitzhak Avigdor Wilansky, agronomo e consulente dell’Ufficio palestinese di Giaffa, pensava che per ragioni pratiche fosse

impossibile cacciare i fellahin, anche se lo volessimo. Ma se fosse possibile, si commetterebbe un’ingiustizia nei confronti degli arabi. Alcuni di noi sono quindi contrari per motivi di giustizia e superiore moralità… [Ma] quando ci si stabilisce nel cuore della nazione araba e le s’impedisce di unirsi, anche così le si toglie la vita… Perché i moralisti non riflettono su questo punto? Dobbiamo essere vegetariani, oppure carnivori; non vegetariani a metà, per un terzo o per un quarto.126

Echi di questo dibattito giunsero fino agli arabi. All’incontro di Parigi tra Faysal e rappresentanti dello yishuv, il 15 aprile 1919, l’emiro parlò di un progetto di Zangwill per la rimozione della «popolazione araba palestinese con un massiccio esodo a dorso di cammello». Gli ebrei assicurarono all’emiro che Zangwill era «del tutto estraneo al movimento [sionista]». A quanto pare, Faysal tenne per buona tale assicurazione.127

Ma l’idea del trasferimento restava nella mente di molti sionisti. Nel marzo 1930, Weizmann disse al dottor Drummond Shiels, sottosegretario parlamentare britannico alle Colonie, che l’idea del trasferimento era «un tentativo coraggioso, da statisti, di risolvere un problema che fin qui è stato affrontato in modo fiacco… Una parte [degli arabi palestinesi] potrebbe emigrare nei paesi confinanti, e questo quasi-scambio di popolazione potrebbe essere assistito e incoraggiato». Weizmann propose di costituire una «società per lo sviluppo» che acquistasse terreni in Transgiordania, in cui gli arabi della Palestina potessero stabilirsi.128 Menachem Ussishkin, uno dei padri fondatori del sionismo e presidente del Fondo nazionale ebraico, il 28 aprile 1930 disse senza perifrasi ai giornalisti: «[Altri] abitanti… devono essere trasferiti. La regione deve diventare nostra. La nostra meta è più grande e nobile del semplice rispetto [dei diritti] di qualche centinaio di migliaia di fellahin arabi».129 Nel marzo 1936 Mosheh Beilinson, un seguace del Mapai, propose di consultare la Gran Bretagna sui «massicci aiuti legati a un grande progetto di sviluppo, che permetterebbe l’evacuazione di un’ampia porzione di territorio in vista della colonizzazione da parte nostra, tramite un accordo con i fellahin».130

Con la pubblicazione del Rapporto Peel, l’idea acquistò in «legittimità» e, apparentemente, in «fattibilità». Restò un tema delicato, ma finalmente fu discusso in modo approfondito ai più alti livelli del sionismo: il ventesimo Congresso sionista e l’esecutivo dell’Agenzia ebraica. Ma già in ottobre e all’inizio di novembre del 1936, in vista dell’arrivo in Palestina della Commissione Peel, l’esecutivo dell’Agenzia discusse il problema dei contadini arabi con e senza terreni di loro proprietà, raggiungendo il quasi consenso sul loro trasferimento oltre il Giordano. Osservò Ben-Gurion:

Perché non potremmo acquistare là dei terreni per gli arabi che desiderino trasferirsi in Transgiordania? Se si può spostare un arabo dalla Galilea alla Giudea, perché non si dovrebbe fare lo stesso da Hebron alla Transgiordania, che è molto più vicina?… In quella zona c’è terra in abbondanza, mentre qui [in Palestina] c’è sovrappopolazione… Attualmente, è nostra intenzione creare [in Palestina] aree ad alta concentrazione di insediamenti, e spostando in Transgiordania gli arabi che vendono i loro terreni, possiamo risolvere il problema della concentrazione.

[Domanda del dirigente del partito Mizrahi e membro dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica] rabbino Yehuda Leib Fishman [Maimon]: Perché non trasferirli anche in Iraq?

Ben-Gurion: L’Iraq non è nel Mandato. Se re Ghazi [ibn Faysal dell’Iraq] è d’accordo, neanch’io ho nulla da obiettare… Perfino l’Alto Commissario accetta il trasferimento, purché noi forniamo ai contadini la terra e il denaro necessari… Se la Commissione Peel e il governo di Londra approveranno [questa soluzione], il problema della terra potrà essere cancellato dalla nostra agenda».131

È ragionevole presumere che i vertici sionisti abbiano contribuito a persuadere la Commissione Peel ad adottare la soluzione del trasferimento; non per caso accolsero con entusiasmo il sostegno ch’essa finì col dare a quest’opzione. Ma tale atteggiamento non era mostrato in pubblico, perché avrebbe suscitato una forte opposizione tra gli arabi e, forse, nella stessa Gran Bretagna. Il 12 luglio 1937 Ben-Gurion confidò al suo diario: «Il trasferimento obbligatorio degli arabi dalle valli del futuro Stato ebraico ci darebbe qualcosa che non abbiamo mai avuto, neppure quando stavamo per conto nostro all’epoca del Primo e Secondo Tempio… Ci è data un’occasione che non avremmo mai immaginato, nemmeno nei sogni più arditi. Qualcosa che è più di uno Stato, di un governo, di una sovranità: il sorgere di una nazione in una patria libera».132

Ben-Gurion intuiva che probabilmente si sarebbe dovuto ricorrere alla forza. E se non ci avessero pensato i britannici, avrebbero dovuto provvedere gli ebrei. Nella sua mente, espansionismo sionista e trasferimento erano collegati. Egli non intendeva accontentarsi dello Stato in miniatura delineato da Peel. Anche il Negev e la Transgiordania sarebbero diventati ebraici,

perché non potremo rassegnarci all’idea che grandi aree disabitate, in grado di accogliere decine di migliaia di ebrei, restino inutilizzate… E se dovremo usare la forza, la useremo senza esitazione – purché non ci siano alternative. Non vogliamo cacciare gli arabi e prendere il loro posto, e non ne abbiamo bisogno. Tutte le nostre aspirazioni si basano sull’ipotesi – sempre confermata dall’esperienza sul posto – che nel paese ci sia spazio sia per noi che per gli arabi, e se dovremo usare la forza – non per spogliare gli arabi di Negev e Transgiordania, ma per far valere il nostro diritto di stabilirci anche in quelle zone – allora la useremo.133

In queste righe Ben-Gurion sembra dire una cosa e il suo contrario – ma è indubbio ch’egli fosse favorevole sia all’espansionismo sionista sia al trasferimento degli arabi. Nello stesso tempo, lo stile involuto del brano può essere indizio della sua difficoltà a venire a capo dei dilemmi morali legati a entrambe le opzioni.

La divisione della Palestina e lo spostamento di una parte dei suoi abitanti furono lungamente discussi al ventesimo Congresso sionista di Zurigo, dell’agosto 1937. Una forte minoranza era per l’indivisibilità della Terra d’Israele e contro le raccomandazioni del Rapporto Peel. I delegati favorevoli a divisione e trasferimento erano però la maggioranza. Molti avvertivano l’urgenza di creare un rifugio in cui gli ebrei d’Europa potessero recarsi senza intralci di quote e limitazioni. La votazione finale vide 299 favorevoli al «pacchetto» Peel contro 160. E almeno in parte, fu la prospettiva del trasferimento a rendere accettabile quella della divisione. Il 7 agosto, Ben-Gurion disse ai delegati:

Dobbiamo esaminare con cura la questione se il trasferimento sia possibile, necessario, moralmente accettabile e utile. Non vogliamo espropriare nessuno, ma trasferimenti di popolazioni sono già stati effettuati, nella valle [di Yezreel], nel Sharon [la pianura costiera] e in altri luoghi. Siete senza dubbio al corrente delle attività del Fondo nazionale ebraico in questo campo. Ora si dovrà effettuare un trasferimento di ben altra portata. In molte parti del paese la creazione di nuovi insediamenti non sarà possibile senza spostare i fellahin arabi… è importante che questo piano venga dalla Commissione, e non da noi…

Il trasferimento… permetterà di realizzare un grande programma d’insediamenti. Fortunatamente il popolo arabo dispone di ampi spazi liberi. Anche la forza degli ebrei, che continua a crescere, aumenterà le possibilità di realizzare un trasferimento su larga scala. Non dimenticate che questa scelta risponde a un importante ideale umano e sionista: permettere il parziale ritorno di un popolo nella sua patria e far fruttare le terre incolte. Inoltre, è nostra convinzione ch’essa avvicinerà anche un accordo con gli arabi.134

Ben-Gurion sospettava che i britannici non avrebbero attuato il trasferimento; ed è evidente che a suo avviso in tal caso l’iniziativa sarebbe passata agli ebrei. Le sessioni plenarie del Congresso si svolgevano a porte chiuse, e l’intero passo appena citato del discorso di Ben-Gurion fu espunto dalle trascrizioni ufficiali. Lo stesso accadde al passo del discorso di Weizmann in cui egli (tornando alla sua idea del 1930) proponeva di creare un grande fondo per l’acquisto di terreni in Transgiordania, in cui gli arabo-palestinesi da trasferire potessero stabilirsi. Weizmann pensava a un esodo graduale della popolazione araba, al ritmo di una decina di migliaia di persone all’anno.135

Nei mesi seguenti Whitehall prese gradualmente le distanze dal Rapporto Peel, ma l’EAE discusse più volte l’idea del trasferimento nel giugno 1938. In una dichiarazione Ben-Gurion, presidente dell’EAE, propose alcune linee-guida politiche, tra le quali: «Lo Stato ebraico discuterà con gli Stati arabi confinanti la questione del trasferimento volontario di fittavoli, braccianti e fellahin arabi dallo Stato ebraico agli Stati confinanti».136

Vari leader presero energicamente posizione per il trasferimento. Ussishkin affermò: «Non possiamo fondare uno Stato ebraico in cui… metà della popolazione è araba… uno Stato simile non durerebbe mezz’ora». Non vedeva niente d’immorale nel trasferire 60.000 famiglie arabe: «È assolutamente morale… sono pronto a difendere [quest’idea]… di fronte all’Onnipotente». E Ruppin: «Non credo al trasferimento dei singoli; credo nel trasferimento d’interi villaggi». Berl Katznelson, uno dei due dirigenti del Mapai con Ben-Gurion, sosteneva che il trasferimento andava concordato con la Gran Bretagna e gli Stati arabi. «Ma attenendosi al principio che vi sia un massiccio trasferimento.» Riassunse Ben-Gurion: «Col trasferimento obbligatorio avremmo a disposizione una vasta area [per gli insediamenti]… Io sono per il trasferimento obbligatorio. Non ci trovo niente d’immorale».137

Mentre l’esecutivo deliberava, un Comitato per il trasferimento formato da esperti affrontava gli aspetti pratici. Era presieduto da Jacob Thon, un veterano dell’acquisto di terre arabe e specialista in sfratti di fittavoli arabi, allora al vertice della Compagnia di sviluppo immobiliare palestinese.

Il Comitato per il trasferimento si sciolse nel giugno 1938 senza stilare un rapporto conclusivo. I membri non si erano messi d’accordo sulle questioni principali – quanti arabi, appartenenti a quali categorie, e in che luoghi, dovessero essere trasferiti.138 Ma giunta l’estate del 1938, la discussione era diventata sterile perché Whitehall aveva respinto le raccomandazioni del Rapporto Peel, e la possibilità che il trasferimento fosse effettuato dai britannici era tramontata.

La seconda fase

NEL LUGLIO 1937 L’ALTO COMITATO arabo respinse il Rapporto Peel e, nel modo più fermo, l’idea della divisione.139 Gli arabi della Galilea furono particolarmente drastici, giudicando parimenti insopportabile sia restare subendo il predominio ebraico, sia trasferirsi. Il commissario distrettuale britannico riferì quanto segue: «Che la popolazione araba della Galilea possa esser convinta ad accettare un simile schema è, in tutta evidenza, più di quanto si possa sperare… Cristiani, musulmani, fellahin e proprietari terrieri sono più uniti nel respingere questa proposta di quanto siano mai stati in passato. Il loro comune sentimento… è di esser stati traditi; pensano di esser destinati a lasciare la loro terra e a perire in qualche ignoto deserto».140 L’Opposizione dei Nashashibi, che all’inizio aveva approvato la divisione, fu costretta al voltafaccia da una fortissima pressione popolare, e condannò con forza il Rapporto. Secondo i palestinesi lo schema di divisione assegnava agli ebrei le terre migliori e sette ottavi degli agrumeti arabi; inoltre quando il settore ebraico fosse diventato sovrappopolato a causa dell’immigrazione senza limitazioni, avrebbe cercato di espandersi a spese di quello arabo.141

In settembre la ribellione divampò con nuovo vigore. I notabili contrari alla ripresa dello sciopero e delle violenze furono completamente emarginati; alcuni – come Khalil Taha, un coltivatore di agrumi di Haifa che considerava una nuova rivolta economicamente dannosa per gli arabi – furono assassinati.142 L’infrastruttura della ribellione era sostanzialmente integra, perché i britannici non erano riusciti a disarmare le bande rurali durante la prima fase mentre altre armi e munizioni erano state contrabbandate nel paese durante la tregua.

Non è chiaro se la decisione formale di riprendere la lotta sia stata presa dall’Alto Comitato o da un altro organo dirigente arabo-palestinese. Probabilmente, non occorreva altro che una scintilla, e questa scoccò il 26 settembre quando Lewis Andrews, commissionario distrettuale provvisorio della Galilea, fu assassinato a Nazareth da sicari arabi.143 Ancora una volta l’Alto Comitato fece sfoggio di moderazione condannando esplicitamente l’attentato,144 mentre il muftì lanciava dal Haram al-Sharif un pubblico appello all’autocontrollo e alla non violenza.145 Ma il 1° ottobre il governo del Mandato dichiarò illegali l’Alto Comitato e i Comitati nazionali regionali. Furono emessi ordini di arresto nei confronti di tutti i membri dell’Alto Comitato, e Amin al-Husayni fu destituito dalla presidenza del CSM. Quasi 200 personalità palestinesi furono incarcerate, e una piccola minoranza fu confinata alle Seychelles. La notte del 12 ottobre al-Husayni, travestito da beduino (o, secondo altri, da donna) si calò da un muro del Monte del Tempio, raggiunse la costa e riparò in Libano via mare.146 È possibile che poco prima di darsi alla fuga abbia riunito un gruppo di capi guerriglieri e impartito istruzioni per la campagna di terrore ch’ebbe inizio il 14 ottobre.147

Da quel momento i disordini proseguirono senza un comando unificato. I capi regionali e quelli delle singole bande stringevano alleanze locali e si comportavano come credevano. La seconda e principale fase della rivolta fu decisamente rurale; la grande maggioranza degli attacchi si verificò in aperta campagna o lungo le strade tra le città, con occasionali sortite in queste ultime. Quasi tutti i capitani ribelli erano abitanti dei villaggi o beduini.148 Il numero di attivi partecipanti alla ribellione passò, secondo stime attendibili, da 1.000-3.000 nel 1936 e inizio del 1937 a 2.500-7.500 nel 1938, ai quali si devono aggiungere dai 6.000 ai 15.000 guerriglieri «a mezza giornata».149 Nel 1938 le bande erano «centinaia», in gran parte piccole (da otto a 15 membri) e formate da guerriglieri «a mezza giornata».150 D’altra parte molti arabi dei villaggi, specialmente nelle zone costiere e meridionali, non erano entusiasti della ripresa della ribellione e rifiutarono di prendervi parte, soprattutto per ragioni economiche.151 Nel tardo 1938 alcuni leader ribelli arrivarono ad ammettere, di fronte a funzionari ebrei, che «la maggior parte degli arabi palestinesi non vuole fastidi».152

Complessivamente, nel 1937 i ribelli lanciarono 438 attacchi – 109 contro la polizia e le truppe britanniche, 143 contro gli insediamenti ebraici, e 109 contro «abitazioni arabe». I morti furono 97, i feriti 149.153 I combattimenti s’intensificarono nel 1938, ebbero strascichi fino all’aprile-maggio 1939, per spegnersi completamente in settembre. Il culmine fu toccato nell’estate e nell’autunno del 1938, quando ampie porzioni di territorio e diverse città furono per qualche tempo in mano ai ribelli. Ma più durava la lotta, più evidenti diventavano i suoi limiti, sia sul piano organizzativo sia su quello della mentalità. Le bande «erano indebolite [in misura crescente] da contrasti politici, familiari e regionali, [oltre che da] rivalità personali. Questi problemi si aggravavano col passare dei mesi e l’aumentare della pressione militare britannica. I servizi d’informazione britannici (e in qualche misura quelli della Haganah) approfittarono della scarsa compattezza della società arabo-palestinese diffondendo false informazioni e aggravando dissensi e conflitti tra i ribelli, tra ribelli e villaggi, e tra villaggi e città.154 I casi di fellahin che informavano le autorità sugli spostamenti dei ribelli diventarono così comuni che un quotidiano, l’«al-Jama‘a al-Islamiyya», li definì «uomini di aspetto ma bestie nei sentimenti, che si vendono l’anima come le meretrici vendono il corpo, rettili nocivi e serpenti velenosi».155

Nelle città i Nashashibi, che avevano rotto i legami con l’Alto Comitato e gli Husayni nel luglio 1937, non parteciparono alla rivolta provocando un’ondata di attentati ai propri danni da parte degli Husayni, e una lotta di potere senza esclusione di colpi – quasi una guerra civile strisciante nel campo arabo-palestinese – con la quale gli Husayni tentarono di assumere il controllo dell’intera comunità. La reazione dei Nashashibi e dei loro alleati consistette nell’avvicinarsi decisamente alla Gran Bretagna, mentre più fughe di notizie sui movimenti delle bande ribelli significavano più terrorismo contro i Nashashibi. «Ora una striscia di sangue divide le due fazioni», scrisse nell’aprile 1939 Elias Sasson, un alto funzionario del dipartimento politico dell’Agenzia ebraica.156

I sostenitori dell’Opposizione erano minacciati e malmenati; i moderati, coloro che vendevano terreni agli ebrei, gli informatori e i seguaci dei Nashashibi – tutti costoro diventarono bersagli dei sicari degli Husayni. Alcuni sospetti furono gettati in pozzi pieni di serpenti e scorpioni; altri furono fustigati. Spesso i morti restavano insepolti per giorni, famiglie ed ecclesiastici non osando partecipare ai funerali.157

I membri dell’Alto Comitato sfuggiti alla retata britannica e stabilitisi all’estero, come Amin e Jamal al-Husayni, cercarono di riprendere il controllo della rivolta, ma con scarso successo. Tramite un «Comitato centrale della Jihad nazionale in Palestina» con base a Damasco, essi tentarono più volte di nominare un «comandante in capo» della ribellione, ma i dirigenti locali non riconobbero né l’autorità né gli ordini del Comitato. Verso la fine dei disordini, quando le estorsioni e le violenze degli insorti contro gli abitanti delle città e dei villaggi erano diventate frequenti, il Comitato della Jihad provò a imporre la disciplina nelle bande e tra le bande, che spesso si combattevano reciprocamente. Ma i ripetuti ordini di cessare la riscossione d’«imposte» e l’esecuzione di sospetti «miscredenti» furono ignorati,158 mentre i dissensi tra i comandanti ribelli resero vano ogni sforzo di creare un unico centro di comando.159

Verso la metà del 1938 il Comitato della Jihad organizzò una sorta di rappresentanza dei principali comandanti ribelli, chiamata «Ufficio della ribellione araba in Palestina», cui sarebbe spettata la supervisione di tutte le attività insurrezionali. Ma ancora una volta la diversità di retroterra e di opinioni tra i membri dell’Ufficio, e tra questo e i comandanti più indipendenti, lasciò la rivolta priva di un efficace centro di comando.160

D’altra parte, nonostante la disorganizzazione, l’indisciplina e le faide interne i disordini infersero un duro colpo al dominio britannico in Palestina. È probabile che in alcuni momenti, soprattutto nel 1938, Whitehall abbia temuto di perdere il controllo dell’intero paese. All’inizio dell’anno l’Alto Commissario J. Arthur Wauchope, considerato fin dal 1936 un esponente delle «colombe» riguardo al modo di contrastare i disordini, fu costretto a dimettersi. In sua vece fu nominato Sir Harold MacMichael, arabista ed ex governatore del Tanganika, il cui incarico diventò effettivo il 3 marzo 1938. Ma le forze del Mandato ebbero un comandante in capo solo in ottobre, dopo che Monaco ebbe momentaneamente allontanato lo spettro di un conflitto in Europa, e Londra si sentì libera di inviare rinforzi in Palestina e raccomandare una linea più dura.

Frattanto i problemi dei britannici si erano aggravati per la comparsa del terrorismo ebraico. Fino alla metà del 1937 gli ebrei si erano rigidamente attenuti alla non-violenza, ma il risorgere del terrorismo arabo nel 1937 era stato accompagnato da un’ondata di atti dinamitardi dell’Irgun contro luoghi affollati e mezzi di trasporto arabi,161 che aveva innalzato di colpo il livello di conflittualità tra le due comunità. In precedenza era accaduto che gli arabi (e più raramente gli ebrei, di solito per ritorsione)162 sparassero colpi di fucile contro un passante o un automezzo; nei casi più gravi si era giunti al lancio di una bomba a mano, col ferimento o l’uccisione di un numero molto limitato di persone per strada, o su un automezzo, o in un’abitazione. Ora invece potenti ordigni furono collocati in zone affollate, causando la morte o la mutilazione di dozzine di persone, e per la prima volta gli arabi subirono perdite comparabili alle vittime ebree dei pogrom e delle rivolte del 1929 e del 1936. Il «salto di qualità» dell’Irgun trovò subito imitatori nel campo avverso, originando una sorta di sinistra «tradizione» mediorientale; nei decenni seguenti i mercati, le stazioni degli autobus, i cinematografi e altri luoghi pubblici palestinesi (e poi israeliani) diventarono obiettivi tipici, impartendo al conflitto tra ebrei e arabi un carattere particolarmente brutale.

Le bombe dell’Irgun del 1937-38 seminarono il terrore nella popolazione araba e accrebbero pesantemente il suo bilancio di morti e feriti. Fino al 1937 questi erano stati causati in gran parte dalle forze di sicurezza di Londra (compresi i riservisti ebrei a disposizione dei britannici), e consistevano quasi esclusivamente in ribelli; in seguito, una parte significativa consistette in civili uccisi a casaccio da ebrei. Non sembra, comunque, che quegli attentati abbiano in qualche modo frenato il terrorismo arabo; semmai essi contribuirono a persuadere anche i moderati della necessità di mobilitarsi contro il sionismo e appoggiare la ribellione.

Il primo attentato dell’Irgun ebbe luogo l’11 novembre 1937, in un’autostazione vicino a via Giaffa, a Gerusalemme, e causò la morte di due arabi e il ferimento di cinque. Tre giorni dopo, il 14 novembre, alcuni arabi furono uccisi in una serie di attentati simultanei nelle campagne – una data che l’Irgun avrebbe in seguito commemorato come il «Giorno della fine dell’astensione [dalla violenza] (havlagah)».163 Il 6 luglio 1938 un militante dell’Irgun travestito da arabo collocò due grossi contenitori per il latte pieni di tritolo e shrapnel nel mercato arabo, al centro di Haifa. Le esplosioni fecero 21 morti e 52 feriti.164 Il 15 luglio una bomba uccise 10 arabi e ne ferì più di 30 nella via Davide, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Il 25 luglio 1938 un’altra bomba al mercato di Haifa – questa volta camuffata da grosso cesto pieno di cocomeri acerbi – uccise almeno 39 arabi e ne ferì almeno 70.165 Il 26 agosto una bomba al mercato ortofrutticolo di Giaffa uccise 24 arabi e ne ferì 39.166 Gli attentati furono condannati dall’Agenzia ebraica, dai partiti di centro e di sinistra dello yishuv e dagli organi di stampa a essi vicini; all’inizio tutti, in quegli ambienti, si rifiutarono di credere che i responsabili di simili atti potessero essere ebrei.167

Ma la principale reazione ebraica alla ripresa della rivolta consistette in un cambiamento di strategia e nella creazione di nuove unità della Haganah, sviluppi destinati ad avere importanti conseguenze per il conflitto tra le due comunità almeno fino al 1948. La «pura difesa» fu giudicata ormai inadeguata alla protezione degli insediamenti e dei contadini ebrei nei campi. Il comando della Haganah dispose quindi la creazione di «compagnie rurali» la cui principale caratteristica era la mobilità, e i cui compiti specifici erano il rapido soccorso degli insediamenti attaccati e il pattugliamento dei campi e delle strade tra gli insediamenti. Yizchak Sadeh fu la forza propulsiva di queste unità, che dal punto di vista dottrinale derivavano dai suoi nodedot. Le compagnie furono addestrate in fretta, ed entrarono in funzione nella primavera del 1938 agli ordini dei comandanti distrettuali della Haganah anziché delle autorità degli insediamenti; pattugliamento e appostamenti erano eseguiti da singole squadre.168

All’inizio del 1939, per ordine di Ben-Gurion, Sadeh creò tre unità top secret note come Pu˝ (pe‘luot meyuchadot, «operazioni speciali»), per le rappresaglie contro i villaggi e i terroristi arabi, gli attacchi alle istallazioni britanniche e l’eliminazione degli informatori. Queste unità furono usate più volte negli ultimi mesi della rivolta araba e in quelli successivi. Ben-Gurion controllava direttamente le Pu˝m, aggirando il quartier generale della Haganah.169

Un ruolo importante nel passaggio della Haganah alla dottrina della «difesa aggressiva» fu svolto dal capitano Charles Orde Wingate, un giovane ufficiale scozzese dell’intelligence inquadrato nella Quinta divisione britannica. I funzionari sionisti lo chiamavano – sia in codice che affettuosamente – «l’Amico» (haYedid). Cristiano mistico e filosionista che s’immaginava un giorno al comando di un esercito ebraico «apocalittico», persuase i suoi superiori ad autorizzare la creazione di una forza mista di miliziani ebrei e NCO britannici, posta ai suoi ordini e incaricata di proteggere da eventuali attentati arabi l’oleodotto che dall’Iraq raggiungeva Haifa attraverso la valle di Yezreel. Circa 60 soldati britannici e un centinaio di ebrei, in gran parte poliziotti di riserva e membri della Haganah, entrarono nella forza mista. Le pattuglie, chiamate Special Night Squads (Squadre speciali notturne, abbreviato in SNS) entrarono in azione in Galilea e nella valle di Yezreel da tre kibbutz-base nel giugno 1938. Risulta che una volta Wingate abbia detto ai suoi uomini: «Gli arabi pensano che la notte è loro [perché] di notte truppe e polizia britanniche si chiudono in caserma, ma noi, gli ebrei [sic], gli mostreremo che possiamo mandare a monte i loro piani. Non desisteremo finché non avranno paura della notte come ora l’hanno del giorno».170

Nel primo mese di attività le SNS intercettarono e uccisero una sessantina di arabi, in qualche caso compiendo rappresaglie contro i villaggi usati come basi operative dalle bande ribelli. Wingate, che fu ferito in una di quelle incursioni, era instancabile: addestrava, preparava piani, comandava le operazioni. Alla fine di quel periodo, Sharett lo descrisse così: «Lo trovai esausto, con gli zigomi sporgenti e gli occhi di chi non dorme da giorni, ma la fiamma interiore di quell’uomo straordinario ardeva con la forza di sempre».171 Le SNS furono sciolte l’estate seguente.

(In seguito Wingate raggiunse il grado di generale di divisione e perì in un incidente aereo in Birmania, dove aveva guidato la locale guerriglia Chindit contro i giapponesi.)

Sia tra i britannici sia tra gli ebrei c’era chi temeva che le operazioni delle SNS avrebbero peggiorato ulteriormente le relazioni con gli arabi e distrutto ogni rapporto di buon vicinato, ed è possibile che la tattica di Wingate abbia dato un contributo, ancorché marginale, alla crescita dell’antagonismo arabo-ebraico. Ma senz’altro più importante fu l’effetto delle sue operazioni sull’evoluzione dottrinale della Haganah. A metà del 1939, per esempio, una squadra della Haganah sequestrò e passò per le armi cinque arabi del villaggio di Balad al-Shaykh, a sudest di Haifa, dopo l’assassinio di un macchinista ebreo. In un secondo attacco una settimana più tardi (il 20 giugno) le Pu”m, per vendicare l’assassinio di un membro del kibbutz Afikim, attaccarono una casa del vicino villaggio di Lubiya uccidendo tre persone e ferendone altre tre.172 Questa strategia della rappresaglia avrebbe caratterizzato la Haganah fino ai primi mesi del conflitto del 1948, e le forze armate israeliane nei decenni seguenti.

Risale alla ribellione araba un altro importante cambiamento, riguardante i servizi d’informazione. I principali quartieri generali della Haganah (Tel Aviv e Haifa) avevano entrambi creato dei minuscoli «servizi informazioni» locali (a metà degli anni ’30, quello di Haifa consisteva in un uomo soltanto), affidando quasi tutta la raccolta di notizie riservate al dipartimento politico dell’Agenzia ebraica, in special modo alla divisione araba. Ora il fulcro doveva spostarsi dall’intelligence politico a quello militare. Bisognava individuare gli autori degli attentati e ricostruire la catena di comando. C’era anche bisogno di soffiate sui prossimi attentati e di dati sul flusso di uomini e armi attraverso i confini.

Mentre la Commissione Peel stilava le sue conclusioni, la divisione araba provvide a creare una rete di controllori ebrei e agenti arabi in tutto il paese. Furono reclutati mercanti, agricoltori, postini, corrieri, idraulici, camerieri, pastori, poliziotti e mercanti di bestiame – persone naturalmente in contatto con paesani e cittadini; a loro volta costoro reclutavano altri agenti arabi, di solito con promesse di denaro ma talvolta sfruttando le rivalità tra i clan e le debolezze personali. Gli organizzatori chiave furono Ezra Danin e Reuven Zaslani. Dopo la ribellione, nel 1940-41, la Haganah e la divisione araba riorganizzarono la rete d’informatori su scala nazionale. Nacque così il Servizio informazioni (Sherut Yedi‘ot, o Shai). Il dipartimento arabo dello Shai si occupava degli arabi della Palestina, mentre il dipartimento interno sorvegliava i dissidenti ebrei, in particolare quelli legati all’Irgun, a Lehi (o «banda Stern») e ai comunisti; infine, il dipartimento politico si occupava dei britannici e dell’intelligence politico.173

Dopo la fuga di Husayni nell’ottobre 1937, il baricentro della seconda fase della rivolta si spostò in Bassa Galilea e in Samaria occidentale – cioè nelle zone maggiormente abitate da ebrei, o dove era stata attiva l’organizzazione di ‘Izz al-Din al-Qassam.174 Alcune bande ribelli furono sbaragliate, ma nell’agosto 1938 gli arabi controllavano ancora gran parte della regione collinosa e alcune città. Le bande disponevano di basi a Gerusalemme e a Giaffa, e compivano periodiche incursioni nelle altre città. Secondo un rapporto britannico, in settembre «la situazione» era «tale che l’amministrazione civile e il controllo del paese sono, dal punto di vista pratico, inesistenti».175

Alcune bande prendevano di mira gli ebrei molto più che i britannici. Il 2 ottobre i ribelli attaccarono il quartiere di Kiryat Shmuel a Tiberiade, uccidendo 19 ebrei (tra i quali 11 bambini), bruciando la sinagoga e assassinandone l’addetto.176 Dopo qualche settimana, il 27 ottobre, alcuni arabi uccisero Zaki Alhadif, sindaco ebreo di Tiberiade.177

Il 15 ottobre miliziani arabi penetrarono a Gerusalemme e occuparono l’intera Città Vecchia, alzando le loro bandiere sulle mura. Le truppe regolari ripresero il controllo della zona entro il 20 ottobre, usando arabi del luogo come scudi umani.

All’inizio del mese, come si è detto, Whitehall aveva deciso di domare la rivolta a ogni costo. Fu inviata un’intera brigata di rinforzo, portando il contingente britannico in Palestina a 17 battaglioni. Fu inoltre introdotta una serie di misure molto severe, talvolta fino alla brutalità. I villaggi sospettati di proteggere i ribelli erano multati e puniti in vari modi; le case in cui i ribelli erano stati ospitati venivano distrutte,178 così come gli agrumeti e i vigneti, se ce n’erano. Complessivamente, più di 100 arabi furono impiccati nel 1937-39.179 (La stessa sorte toccò a un giovane ebreo che aveva sparato a un autobus arabo, benché non avesse colpito nessuno.)181 In qualche caso, persone vicine ai rivoltosi furono legate alle locomotiva per proteggere i treni dagli attentati. La popolazione araba fu costretta a portare contrassegni di identificazione, ogni spostamento era controllato e le esportazioni di agrumi furono limitate.

Furono anche prese misure di carattere specificamente militare, come l’apertura di nuove strade nelle zone collinose di Samaria e Giudea (per consentire alle unità meccanizzate di raggiungere anche i villaggi più remoti) e di percorsi di pattugliamento lungo il confine palestinese-libanese. All’inizio l’esercito costrinse i fellahin a lavorare gratuitamente alla costruzione di queste strutture.182 Una barriera di filo spinato (il «Muro di Tegart») fu innalzata al confine tra Siria e Libano per ostacolare le incursioni e il contrabbando di armi.

La crescente pressione militare britannica finì con l’ottenere risultati significativi, anche se gli ebrei continuarono a giudicarla insufficiente. Nelle città le truppe regolari ripresero i quartieri caduti in mano ai ribelli. Nelle campagne la popolazione voltò gradualmente le spalle agli insorti, il suo malcontento essendo aggravato da cause naturali. Un periodo di siccità nell’inverno 1937-38 fu seguito da piogge eccessive all’inizio della primavera, con conseguenze drammatiche per l’agricoltura. La produzione cerealicola, pari a 76.000 tonnellate nel 1936 e a 127.000 tonellate nel 1937, cadde a 50.000 tonnellate nel 1938. Anche la produzione di frutta e verdura si ridusse in modo considerevole.183

Nella seconda metà del 1938 i britannici ricevettero un aiuto significativo dal servizio segreto della Haganah, che passava loro informazioni sulle bande ribelli e i loro fiancheggiatori. Quell’anno si contarono 986 attacchi a obiettivi britannici, militari e di polizia; 651 attacchi a obiettivi ebraici; e 720 attacchi alle linee telegrafiche e telefoniche. I morti furono 77 tra i britannici, 255 tra gli ebrei. Gli arabi persero un migliaio di uomini negli scontri coi britannici e gli ebrei; altri 2.500 arabi furono internati.

La fine della rivolta

ALL’INIZIO DEL 1939, alcune bande ribelli erano state sbaragliate; alcune avevano perso i comandanti, o si erano rifugiate a est del Giordano, dove l’esercito locale – la Legione araba – le aveva sbaragliate o catturate. Fra gli stessi ribelli l’insurrezione era degenerata in lotta disordinata dove ognuno, o quasi, decideva per sé. Tra gli arabi vi furono più morti per mano dei «fratelli» palestinesi che dei britannici e degli ebrei. Nelle campagne i gruppi d’insorti si scontravano tra loro per il territorio e il bottino, mentre gli abitanti dei villaggi e delle città si opponevano sempre più spesso alla «riscossione di contributi» e ad altre forme di coercizione economica. La controinsurrezione britannica e la controcontroinsurrezione dei ribelli crescevano in spietatezza, impoverendo ulteriormente le già misere comunità rurali. Si fece ampio ricorso anche alla guerra psicologica. Aerei britannici sganciarono sui villaggi migliaia di manifestini, tentando di convincere i fellahin ch’essi pagavano alla rivolta il prezzo più alto e minacciando l’aumento delle tasse. Non di rado, le forze del Mandato varcarono i limiti dell’etica militare.

Molti abitanti dei villaggi si rifiutavano di nascondere i ribelli, di rifornirli e di sovvenzionarli, e alcuni violavano il boicottaggio vendendo prodotti agli ebrei. Il mukhtar di ‘Amma fu ucciso perché si era rifiutato di versare 50 sterline palestinesi alla banda locale. Altri furono picchiati per non aver voluto unirsi ai ribelli, e alcuni si trasferirono nelle città per sottrarsi alle intimidazioni.184 Ad Aliar, a ovest di Gerusalemme, gli abitanti dei villaggi spararono a un comandante ribelle in visita. Nel gennaio 1938 un comandante della Samaria, ‘Abdallah al-Khader, denunciò quanto segue: «Quando i combattenti raggiunsero il villaggio [di Bala‘a], furono accolti dagli abitanti con ogni sorta di parole ostili e volgari… Gli abitanti… volevano… derubarli delle armi… ma poi decisero ch’era meglio cacciarli. [Gli abitanti] dissero che se [al-Khader] fosse tornato al villaggio si sarebbero rivolti all’esercito e gli avrebbero ordinato [sic] di distruggere tutti i ribelli».185

. Gran parte della rabbia degli abitanti dei villaggi era la conseguenza di precedenti maltrattamenti. Secondo un rapporto della Haganah, nel novembre 1938 il più importante capitano della zona di Gerusalemme, ‘Abd al-Qadir al-Husayni, umiliò gli anziani di Walaja, ‘Ein Karim e Khirbet al-Lauz: «[Egli] ordinò ai fellahin di picchiarli davanti a tutti. Li schiaffeggiò… [e] ordinò a Isma‘il al-Khatib, avvocato e notabile di ‘Ein Karim, di sfilare tra gli abitanti tenendo le scarpe tra i denti».186

Nel 1939 le intimidazioni erano diventate insopportabili. Ahmad Mahmoud Hasan («Abu Bakr»), un comandante ribelle della zona di Nablus, descrisse la situazione in maggio in una lettera al Comitato centrale della Jihad, a Damasco:

Ci sembra che lo spirito della rivolta stia svanendo. Il comportamento dei combattenti verso gli abitanti dei villaggi è quanto-mai dispotico, talvolta disgustoso: pure e semplici razzie, esecuzioni senza indagini preventive, violenze disordinate e senza motivo o, al contrario, inerzia assoluta; gli abitanti dei villaggi chiedono aiuto a Dio contro simili comportamenti… La gente di campagna è esasperata… Nelle città c’è profonda sfiducia… Ci sono spie ovunque e chi è ancora leale [alla ribellione] non sa come regolarsi.187

Qualche mese prima, nel gennaio 1939, una lettera del comandante ribelle ‘Abd al-Halim al-Jaulani era stata pubblicata dal londinese «The Times». Vi si leggeva tra l’altro: «Sono giunte proteste dai villaggi della zona di Gerusalemme riguardo a rapine, estorsioni, torture e assassinii commessi da alcune persone con le uniformi della Jihad… Furti di denaro e bestiame, stupri, appropriazione di oggetti di valore; che cosa possono aver fatto quei poveretti per meritare un simile trattamento? La nostra ribellione non è più contro il governo o gli ebrei; è diventata una ribellione contro i villaggi».188

A Giaffa le bande rurali penetravano regolarmente in città per riscuotere esosi «contributi» – tanto esosi, ed estorti con tali sistemi, da costringere il Comitato della Jihad a intervenire. Il 26 dicembre 1938 il suo rappresentante a Nablus, Mamduh al-Sukhun, ricevette dal Comitato una lettera che esprimeva «sbigottimento» per la «tassa» da 60.000 sterline palestinesi riscossa a Giaffa.189 Il fatto che i moniti del Comitato furono reiterati indica chiaramente che le estorsioni continuarono. È anche indubbio che dietro almeno a una parte degli attriti si nascondesse il tradizionale antagonismo tra cittadini e abitanti dei villaggi, esacerbato dalla situazione di quegli anni.190

Alcune bande e qualche criminale isolato usarono la ribellione come «copertura» per commettere furti, rapine ed estorsioni. Il Comitato della Jihad scrisse a uno dei comandanti più in vista, probabilmente ‘Abd al-Rahim al-Hajj Muhammad («Abu Kamal»), lodandolo per aver diffuso un volantino di messa in guardia dall’abuso «del nome della ribellione a scopo di truffa ed estorsione, soprattutto a Giaffa».191

Il Comitato e i suoi rappresentanti in Palestina tentarono anche, a intervalli regolari, di assumere il controllo delle bande ribelli e imporre un minimo di disciplina. Di tanto in tanto l’«Alta corte di giustizia della ribellione in Palestina» processò e condannò i responsabili di gravi reati. Ma molte sentenze – specie se comportavano la pena capitale – non furono mai eseguite. Per esempio Faris al-Azuni, un leader ribelle delle pendici occidentali dei monti di Samaria, fu processato e condannato alla fucilazione «per aver disubbidito agli ordini dell’Alto Comando; per aver minacciato gli abitanti, trasformandoli in nemici della ribellione, e aver moltiplicato il numero delle spie nelle campagne; per l’assassinio di molti innocenti… [e] per aver usato le armi della nazione per scopi privati». Ma la sentenza non fu mai eseguita. Conclusa la ribellione al-Azuni fu catturato in Siria, estradato in Palestina, processato, giudicato colpevole e impiccato dalle autorità del Mandato.192

Ma i fattori più importanti per il fallimento della ribellione furono da un lato il rafforzamento del dispositivo militare britannico e le sue vigorose operazioni di controinsurrezione, che in molti casi sbaragliarono le bande ribelli e prosciugarono gli approvvigionamenti; dall’altro il già descritto atteggiamento della popolazione rurale. Importanti furono anche i profondi dissensi nel campo arabo, con l’Opposizione che in misura crescente reagiva al terrorismo e alle rapine degli Husayni compiendo rappresaglie e collaborando coi britannici (e con lo yishuv). Già nell’inverno del 1938 H. H. Wilson, un inglese che insegnava al Collegio Bir Zeit vicino a Ramallah, aveva scritto: «La ribellione sembra sul punto di trasformarsi in uno scontro tra due partiti politici: la fazione del muftì… e i Nashashibi, desiderosi di minare il potere dei primi aprendo ai britannici».193 Alla fine della rivolta, nella primavera del 1939, la faida era così feroce che Raghib Nashashibi commentò: «C’è da aspettarsi che per mezzo secolo gli arabi si uccideranno a vicenda per vendicarsi di quanto è accaduto durante i disordini». (E in effetti suo nipote Fakhri Nashashibi fu assassinato a Baghdad nel 1941 mentre un altro capo dell’Opposizione, Fakhri ‘Abd al-Hadi, fu eliminato ad Araba di Galilea nel 1943.194

Fu appunto per sfuggire alla faida e alle estorsioni che gran parte dell’élite palestinese lasciò il paese durante la ribellione.195 Si calcola che circa 30.000 arabi siano partiti nel 1936-39 (anche se la maggior parte rimpatriò durante la Seconda guerra mondiale). In quel periodo, i caffè di Beirut erano pieni di «arabi dell’Opposizione in fuga dai terroristi, e di terroristi in fuga dalla polizia».196

L’esodo riguardò soprattutto i membri della classe superiore urbana. La gente dei villaggi, che non aveva i mezzi per espatriare, resistette ai ribelli dapprima in modo passivo, poi anche attivo. Villaggi singoli e gruppi di villaggi, all’apparenza in modo indipendente dalla faida Husayni-Nashashibi, crearono proprie milizie. Queste «bande della pace», come furono soprannominate, fecero la loro comparsa nella zona di Nablus, sul monte Carmelo (una roccaforte dei drusi che, nell’insieme, nel 1937 avversava la ribellione)197 e intorno a Nazareth.198

Ci furono anche forme di resistenza nascosta, casi in cui vittime del terrorismo o loro parenti informarono i britannici di concentrazioni di forze e manovre dei ribelli, per vendetta personale o familiare.199 Per esempio, Farhan al-Sa‘di, capo ribelle e uno dei vecchi seguaci di Qassam, fu catturato e impiccato nel novembre 1937 dopo essere stato tradito dalla famiglia Irshayid, uno dei cui membri aveva fatto l’informatore e in quanto tale era stato ucciso dagli insorti. Gli Irshayid fornirono anche le informazioni che il 26 marzo 1939, a Sanur in Samaria, costarono la vita ad ‘Abd al-Rahim al-Hajj Muhammad, comandante in capo (in teoria) della rivolta. Un atto di tradimento di analoga natura portò al quasi annientamento della banda di ‘Abd al-Qadir al-Husayni vicino a Hebron, nel novembre 1938. In quell’occasione lo stesso al-Husayni fu ferito gravemente.200

Dal dicembre 1937 in poi importanti personalità dell’Opposizione si misero in contatto con l’Agenzia ebraica, sollecitando finanziamenti e altri aiuti per combattere gli Husayni.201 Fondi neri dell’Agenzia sembrano essere pervenuti ai Nashashibi dall’inizio del 1938, in special modo per iniziative contro la ribellione. In marzo, per esempio, Raghib Nashashibi sollecitò un «prestito» di 5.000 sterline palestinesi, metà delle quali per «combattere il terrorismo e rappacificare il paese».202 Nel luglio 1938 i Nashashibi cominciarono a collaborare con gli abitanti dei villaggi della zona di Gerusalemme e Ramallah. Il reclutamento di «bande della pace» da parte di Fakhri Nashashibi ebbe particolare successo nelle colline intorno a Hebron. Una manifestazione a Yata, nel dicembre 1938, vide la partecipazione di circa 3000 arabi dei villaggi (oltre che del comandante britannico del distretto di Gerusalemme, generale Richard Nugent O’Connor).203

Alcune «bande della pace» nacquero per iniziativa dei britannici e dei sionisti, e furono in parte finanziate dalle autorità del Mandato. Di tanto in tanto le loro attività erano coordinate con le autorità militari britanniche. Ufficialmente, Whitehall e Gerusalemme furono caute nel dare il loro appoggio, forse per timore di rendere ancor più difficile il raggiungimento di un compromesso con i ribelli. Ma sul piano locale i militari britannici e alcuni alti funzionari (come Alec Kirkbride, governatore del distretto della Galilea) fornirono ogni aiuto possibile.204

Gli scontri tra le bande non erano solo una questione di autodifesa contadina dalla prepotenza dei ribelli, o un aspetto del tradizionale antagonismo politico tra gli Husayni e i Nashashibi. Anche vecchie faide regionali tra i clan ebbero il loro peso. Bir Zeit, scrisse Wilson, «era poco più che un groviglio di antiche faide familiari, rinfocolate dalla speranza di trarre vantaggio dall’alleanza con questa o quella fazione ribelle».205 La rivolta sembrò anche riaccendere, in certe zone, l’antica rivalità tra musulmani e cristiani. Pochissimi cristiani vi parteciparono (su 282 «ufficiali» ribelli identificati, solo quattro erano cristiani),206 mentre una larga maggioranza sembra esserle stata contraria, in pectore se non attivamente. I ribelli lo sapevano, e reagirono estorcendo «contributi» particolarmente esosi ai villaggi cristiani e ai singoli cristiani delle città, mentre lo stupro di ragazze cristiane sembra aver avuto in alcuni casi un carattere punitivo.207 Secondo un rapporto del servizio segreto ebraico, a Giaffa i cristiani di sesso maschile furono obbligati a vestirsi alla tradizionale maniera araba, quelli di sesso femminile a velare il volto, mentre i commercianti cristiani furono obbligati a chiudere le botteghe di venerdì oltre che di domenica.

Nel maggio 1939 la rivolta era ormai conclusa. Decimati i «soldati semplici», cessati gli approvvigionamenti, svanito il sostegno popolare, morti, in prigione o in esilio i dirigenti, la ribellione non aveva di che sostentarsi. Anche le «bande della pace», ormai inutili, furono sciolte dalle autorità che confiscarono le loro armi.

Le conseguenze politiche

NEL NOVEMBRE 1938 I BRITANNICI annunciarono un profondo riesame della loro politica in Palestina. La rinuncia alla divisione del paese era in gestazione da almeno un anno. Il riaccendersi della rivolta nell’autunno 1937 accelerò il parto; un altro elemento importante fu che dalla metà degli anni ’30 l’impero era gravemente minacciato da Giappone, Italia e Germania. S’intravedeva ormai la possibilità che queste minacce sommassero i loro effetti, scatenando un nuovo conflitto mondiale.

Il Medio Oriente, a cavallo delle rotte per l’India e l’Estremo Oriente, ricco di risorse petrolifere e sede di importanti basi militari britanniche, era un’area strategicamente cruciale e si doveva fare ogni sforzo per acquietarlo, mentre la Palestina era un grave elemento d’inquietudine; essa rischiava di costare a Londra l’inimicizia di decine di milioni di arabi e di centinaia di milioni di musulmani. Sul piano economico e militare, gli arabi contavano molto di più dello yishuv e dei suoi alleati internazionali. Inoltre per gli ebrei l’appoggio alla Gran Bretagna contro il Terzo Reich e i suoi alleati era una strada senza alternative mentre gli arabi, col loro antimperialismo di vecchia data e il loro disinteresse per i meriti della democrazia occidentale, avrebbero potuto schierarsi con Hitler e Mussolini. Di qui la necessità di blandirli. Il sottocomitato per il Medio Oriente del Comitato imperiale di difesa osservò nel suo rapporto del gennaio 1939: «Ci pare necessario sottolineare in primo luogo… la forte risposta emotiva che in tutti gli Stati arabi è collegata con la politica britannica in Palestina… Presumiamo che, subito dopo lo scoppio della guerra, vadano prese le misure necessarie… a tranquillizzare il più possibile l’opinione pubblica araba in Palestina e nei paesi confinanti».208

Fin dall’inizio il Foreign Office era giunto alla conclusione che la divisione fosse irrealizzabile e che, nelle parole del ministro degli Esteri Eden, avrebbe «posto la Gran Bretagna in rotta di collisione con gli arabi, e pregiudicato gli interessi britannici». La spartizione della Palestina era insomma una grave minaccia per le relazioni anglo-arabe.

L’8 dicembre 1937 il governo Chamberlain aveva di fatto deciso a sfavore di Peel e della divisione. Nel marzo 1938 fu nominato un «comitato tecnico» presieduto da Sir John Woodhead all’esplicito scopo di «accertare i fatti ed… esaminare in dettaglio le possibilità pratiche di uno schema di divisione del paese». Ma le definizioni ufficiali erano solo uno specchietto per i sionisti; lo scopo vero era seppellire la divisione. Nel dicembre 1937, Chamberlain fece di tutto per render noto che il suo governo non aveva accolto la raccomandazione della Commissione Peel circa il trasferimento.209 Nel frattempo il ministro alle Colonie Ormsby-Gore, un tempo filosionista, aveva mutato atteggiamento. Stanco e deluso, lasciò l’incarico nel maggio 1938 e in seguito scrisse: «Gli arabi sono traditori e imbroglioni, gli ebrei avidi e, se non perseguitati, aggressivi… Impossibile fidarsi sia degli arabi per governare gli ebrei, sia degli ebrei per governare gli arabi».210

La Commissione Woodhead arrivò in Palestina il 27 aprile 1938, e ripartì il 3 agosto dopo aver ascoltato rappresentanti sionisti e funzionari britannici. Gli arabi la boicottarono completamente. Ma quali raccomandazioni ci si aspettasse da essa era chiaro a chiunque avesse occhi per vedere e orecchi per intendere (anche se alcuni leader sionisti continuarono a sperare contro ogni evidenza che l’esito non fosse prestabilito). Piuttosto ingenuamente il commissario Thomas Reid disse a un certo punto a un membro dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica che «il sionismo non era un movimento che per gli ebrei fosse saggio appoggiare. Era lo stesso tipo di nazionalismo che deprecavamo in Hitler. La soluzione del problema ebraico era semmai quella adottata dai bolscevichi: l’assimilazione».211

Le opinioni di Reid erano in piena sintonia con quelle dei mandarini del Foreign Office: gli ebrei «hanno aspettato duemila anni per avere di nuovo una “casa”… possono forse aspettare ancora un po’, finché non saremo in grado di aiutarli a servirsi l’ultimo boccone».212

La Commissione pubblicò il suo rapporto il 9 novembre, insieme a un libro bianco governativo che scartava la divisione.213 Formalmente, la Commissione propose un nuovo schema di spartizione: la Galilea, una zona centrale comprendente Gerusalemme, Betlemme e Giaffa, e il Negev sarebbero rimasti sotto il controllo britannico. Il rimanente sarebbe stato diviso tra un minuscolo Stato ebraico (esteso lungo la costa mediterranea da Tel Aviv a Zikkaron Ya‘aqov) e uno Stato arabo (circa sei volte più grande e comprendente gran parte della regione collinosa della Samaria e della Giudea, oltre alla striscia di Gaza). Si sosteneva nel rapporto che lo schema Peel era inapplicabile perché uno «Stato» ebraico con una forte minoranza araba avrebbe creato problemi insolubili, il trasferimento coatto degli arabi era improponibile mentre il «trasferimento spontaneo» era «un’ipotesi che non dà alcun affidamento».214 Il rapporto – come i suoi estensori ben sapevano – sarebbe restato lettera morta, perché per i sionisti il micro Stato ebraico era inaccettabile non solo di per sé ma anche come punto di partenza per un negoziato. E infatti il libro bianco di accompagnamento era il puro e semplice rigetto delle proposte della Commissione. L’esame dello schema Woodhead, dichiarava il governo, aveva «rivelato che le difficoltà politiche, amministrative e finanziarie implicite nella proposta di creare in Palestina due Stati indipendenti, uno arabo l’altro ebraico, sono così grandi che questa soluzione del problema è impraticabile».

D’altra parte in Terrasanta Whitehall era di fronte a un’aperta rivolta, e un’ammissione d’impotenza poteva invogliare altre popolazioni a ribellarsi, e le dittature ad alzare la posta in Europa e in Estremo Oriente. In altre parole, una via di mezzo era necessaria alla credibilità della Gran Bretagna. Il governo decise quindi di stroncare la rivolta il più presto possibile e di placare gli arabi con concessioni politiche per neutralizzare le cause che l’avevano provocata. Rappresentanti delle due comunità palestinesi e degli Stati arabi confinanti furono invitati a Londra, alla conferenza che avrebbe dovuto definire i princìpi del futuro modus vivendi. La partecipazione del muftì fu esclusa a priori. Come dissero i britannici: «Il suo pluriennale curriculum lo rende del tutto inaccettabile».215 Essi chiarirono anche che se le altre parti non avessero raggiunto un accordo, Whitehall si sarebbe considerata libera di formulare una nuova politica per conto proprio.216 I britannici speravano che la presenza di delegati di altri paesi arabi avrebbe «temperato» le richieste palestinesi. In modo un po’ vago, immaginavano un futuro con una minoranza ebraica stabile e tutelata; un graduale aumento dell’autodeterminazione, fino alla costituzione di «cantoni» autonomi; e una Palestina destinata a essere assorbita da una più ampia struttura araba federale. In questa visione non c’era posto per uno Stato palestinese indipendente, né ebraico né arabo.

I dirigenti sionisti criticarono il fatto che si fosse sollecitata la partecipazione di alcuni Stati arabi, e la conseguente impossibilità di discutere direttamente coi soli palestinesi. Gli arabi, d’altra parte, si sentivano vincitori anche se diversi leader palestinesi erano stati esclusi dalla conferenza; la violenza sembrava stare pagando.217 La Conferenza di Londra (di St. James) si riunì il 7 febbraio 1939, all’ombra di una rivolta boccheggiante ma ancora sanguinosa. (Nel 1939 gli attacchi dei ribelli costarono la vita a 37 britannici, 94 ebrei e 414 arabi.) Furono invitati l’Egitto, l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Iraq e la Transgiordania (ma non la Siria né il Libano, in quanto mandati francesi). Tra gli arabi palestinesi ci furono feroci polemiche su chi dovesse partecipare. Gli Husayni misero il veto a Fakhri Nashashibi. I britannici rilasciarono alcuni detenuti dell’Alto Comitato arabo, e alla fine fu formata una delegazione comprendente rappresentanti sia dell’Alto Comitato che dell’Opposizione, con Jamal Husayni come presidente.

La Conferenza consistette in realtà in colloqui separati angloarabi e anglo-ebraici, gli arabi essendosi rifiutati di negoziare direttamente, e il suo fallimento era prevedibile. Le posizioni di partenza erano troppo distanti, e sia gli arabi sia gli ebrei non avevano alcuna fiducia nei britannici. Gli arabi volevano la fine dell’immigrazione e dell’acquisto di terreni da parte degli ebrei, e uno Stato indipendente. Gli Stati confinanti erano pronti ad appoggiare qualunque soluzione che avesse il gradimento dei palestinesi. Gli ebrei, guidati da Ben-Gurion, furono irremovibili quanto al proseguimento dell’immigrazione, ed erano contrari all’indipendenza finché gli arabi erano maggioranza in Palestina.218

I britannici all’inizio insistettero sul proseguimento della loro presenza, e accettarono di limitare l’immigrazione ebraica a 80.000-100.000 persone nei 10 anni seguenti. Ma dopo qualche settimana, Londra concesse un limite all’immigrazione di 75.000 nei cinque anni seguenti, e il principio di uno Stato palestinese indipendente benché senza scadenze precise. Gli arabi respinsero la proposta e la conferenza si concluse il 17 marzo. Qualche giorno prima la Germania aveva annesso la Cecoslovacchia; l’Italia conquistò l’Albania il mese successivo. Il Medio Oriente fu risucchiato nel conflitto globale, anche perché Hitler sfruttò la repressione della rivolta a scopo propagandistico. La Palestina, dichiarò in aprile, «vede calpestata la sua libertà dal più brutale ricorso alla forza, è derubata dell’indipendenza ed è crudelmente maltrattata a beneficio degli usurpatori ebrei».219

Il bisogno britannico d’ingraziarsi gli arabi sembrava crescere giorno dopo giorno. «Siamo ora costretti a valutare il problema palestinese soprattutto dal punto di vista dei suoi effetti sulla situazione internazionale… Se proprio dobbiamo ferire qualcuno, meglio gli ebrei degli arabi» fu la rotta decisa da Whitehall, come enunciata da Chamberlain il 20 aprile 1939.220 In un ulteriore documento politico, il libro bianco del 17 maggio 1939,221 la Gran Bretagna propose un tetto di 75.000 unità per l’immigrazione ebraica nei cinque anni seguenti, dopo i quali il proseguimento dell’immigrazione e la sua entità sarebbero dipesi dal consenso arabo. Il libro bianco limitava fortemente l’acquisto di terreni da parte degli ebrei, ch’era completamente vietato in molti distretti, e proponeva uno Stato palestinese indipendente entro un decennio, governato in base al principio di maggioranza, relazioni arabo-ebraiche permettendo.

A questo punto i palestinesi commisero un errore madornale («non hanno mai perso l’occasione di perdere un’occasione», commentò in seguito Abba Eban). Nonostante il sostanziale fallimento della rivolta, gli arabi stavano ottenendo concessioni di grande importanza. Ma sotto la pressione dei ribelli, il cui motto restava: «Gli inglesi in mare e gli ebrei nella fossa», l’Alto Comitato respinse in blocco le proposte di Londra e sbatté la porta del negoziato.222 I principali motivi d’insoddisfazione dell’Alto Comitato erano che il libro bianco non si pronunciava per la fine immediata dell’immigrazione, che l’indipendenza era rimandata, e che sarebbe stata concessa solo quando arabi ed ebrei avessero dimostrato di saper convivere in modo relativamente pacifico. L’Opposizione, e in particolare i Nashashibi, approvarono il documento (da essi giudicato «di buon auspicio»), ma gli Husayni ottennero l’appoggio dell’Alto Comitato con una maggioranza di sei a quattro. Gli Stati arabi, con l’eccezione della Transgiordania, serrarono i ranghi attorno all’Alto Comitato,223 sebbene un’ampia maggioranza di arabi palestinesi sembrasse gradire il libro bianco. «L’arabo medio col quale capitava di parlare era entusiasta; considerava il libro bianco una serie di concessioni conquistate con le armi in pugno», scrisse Wilson.224 In effetti il documento fu la più importante conseguenza della rivolta. In seguito Husayni si diede un gran daffare per giustificare la sua bocciatura. Philip Mattar, il suo generalmente benevolo biografo arabo, scrisse in seguito che la decisione del muftì «indicava chiaramente che considerazioni personali e ideali ebbero in lui la precedenza sulla politica di carattere pratico».225

Anche se l’abbandono della Dichiarazione Balfour e dello spirito del Mandato da parte di Whitehall era in gestazione da anni, il libro bianco fu un trauma per gli ebrei. La Gran Bretagna voltava le spalle alla prospettiva del focolare nazionale, e cedeva alle violenze e alle minacce degli arabi proprio quando gli ebrei d’Europa erano oggetto di gravi vessazioni. «Il popolo ebreo non ha mai avuto così bisogno di una casa», commentò l’Agenzia ebraica, «e negargliela in questi frangenti è un atto di particolare durezza». Il libro bianco fu tacciato d’«illegalità», essendo in contrasto coi termini del Mandato, che non poteva essere modificato senza il consenso della Società delle Nazioni. Lo yishuv dichiarò che non avrebbe mai accettato la nuova politica britannica.226 L’Organizzazione sionista, e in special modo la sua potente branca americana, giurò di combatterla. In Gran Bretagna, sebbene i conservatori avessero una forte maggioranza in parlamento, il governo fu messo in difficoltà. Due ministri (Leslie Hore-Belisha e Walter Elliot) e 110 parlamentari conservatori si astennero, mentre tutti i laburisti votarono contro. Il voto contrario fu espresso anche da un gruppo di conservatori dissidenti tra cui Churchill, che definì il libro bianco un’altra Monaco e «una resa alla violenza araba». Per completare il quadro, la Commissione mandati permanenti del Consiglio della Società delle Nazioni respinse il documento perché in contrasto coi termini del Mandato.227

Mentre guastò i rapporti con lo yishuv il libro bianco si dimostrò incapace, negli anni seguenti, di impedirne il rafforzamento. Molti dubitavano che si potesse ancora contare su Londra per realizzare il sogno di uno Stato ebraico; era ritenuto molto probabile che nell’eventualità di una prova di forza, essa avrebbe finito con l’appoggiare gli arabi. In realtà, le conseguenze del documento furono modeste. Gli arabi palestinesi restarono una comunità ferita a morte, e lo yishuv continuò a crescere rapidamente. L’immigrazione proseguì, influenzata più dagli eventi sul continente che dalle limitazioni britanniche; l’economia ebraica fioriva, e la Haganah cresceva e accumulava preziose esperienze. Perfino l’acquisto di terreni da parte degli ebrei non cessò completamente, nonostante il libro bianco. Un certo numero d’insediamenti fu fondato negli anni del conflitto mondiale, quasi tutti in zone vietate dai britannici.

Se il 1939 ebbe per gli ebrei l’amaro sapore del libro bianco, quell’anno gli arabi dovettero fare i conti con l’eredità della rivolta fallita. Gran parte della loro leadership era in prigione o in esilio, o aveva rinunciato alle cariche ufficiali e alla vita pubblica per disgusto della politica. Spentasi la ribellione, molti arabi – probabilmente la grande maggioranza – in segreto tirarono un sospiro di sollievo; si poteva tornare alla vita normale, e tentare di rimediare almeno ai danni puramente materiali.228 Ma le faide tra famiglie favorevoli e contrarie alla lotta armata avrebbero continuato a lacerare e insanguinare la società palestinese ancora per anni.229 L’odio tra i sostenitori degli Husayni e dei Nashashibi era ormai così profondo da escludere qualunque cooperazione, e la politica arabo-palestinese ne fu paralizzata fino al 1946 e oltre. I palestinesi finirono col dipendere dagli Stati arabi, la cui leadership prese in larga misura il posto di quella autoctona nel periodo 1939-1948, con gravi conseguenze per gli eventi che portarono al conflitto del 1948. In buona sostanza, essi diventarono pedine degli Stati arabi, e tali rimasero fino al 1976, quando la «Palestina» fu ammessa nella Lega araba.230

Si stima che la rivolta sia costata agli arabi tra i 3.000 e i 6.000 morti. Secondo uno storico israeliano, almeno 4.500 arabi furono vittime di altri arabi.231 Alla fine dei disordini, altri 6.000 arabo-palestinesi erano in prigione.232 Tra i morti, i detenuti e gli esiliati c’erano molti potenziali dirigenti; la loro perdita rappresentò un decisivo fattore di debolezza nel 1948, così come le armi andate perdute durante la ribellione. Centinaia di abitazioni arabe – forse un paio di migliaia –233 furono distrutte durante i disordini, o dai britannici come misura controinsurrezionale. Anche sul piano strettamente economico il costo della rivolta fu altissimo. Alle perdite dello sciopero generale del 1936 si devono aggiungere i campi e i raccolti devastati, gli orti rovinati, i frutteti, i vigneti e i filari d’alberi di ogni tipo sradicati, specie vicino alle strade.234 Il boicottaggio economico dello yishuv, decretato verso la fine del 1936 e proseguito per l’intera durata della rivolta (benché non da tutti rispettato) ebbe anch’esso un costo elevato per gli arabi, sotto forma di beni non venduti, lavori non eseguiti e aumento della disoccupazione.235

Al contrario i danni inflitti agli ebrei furono, dal punto di vista storico, trascurabili: le vittime delle violenze furono alcune centinaia, e numerose proprietà subirono vandalismi più o meno rilevanti; ma nessun insediamento fu distrutto, mentre ne nacquero di nuovi: circa tre dozzine proprio durante la rivolta. Nello stesso periodo gli immigrati ebrei furono circa 50.000, e lo sviluppo dell’economia e delle infrastrutture accelerò il passo; in particolare proseguì il potenziamento del porto di Tel Aviv, nacquero officine specializzate nella blindatura dei veicoli, sorsero i primi impianti per la produzione di mine e granate (17.500 di queste ultime furono fabbricate in modo autonomo dagli ebrei durante la rivolta). Entro il 1940 le officine belliche della Haganah furono in grado di fabbricare mortai da due e da tre pollici, e i relativi proiettili. Anche i mezzi di trasporto dello yishuv furono potenziati per supplire ai camion e agli autobus arabi non più utilizzabili. La disoccupazione fu drasticamente ridotta dal reclutamento di nuovi agenti di polizia, dal programma di lavori pubblici della Histadrut, e dallo sviluppo delle infrastrutture.236

CAPITOLO 5

La Seconda guerra mondiale e la prima guerra arabo-israeliana: 1939-49

La Seconda guerra mondiale

COME I POGROM RUSSI DEGLI ANNI ’80 del XIX Secolo originarono il moderno sionismo, così il più smisurato dei pogrom, l’Olocausto, orientò immediatamente il movimento verso la creazione di uno Stato indipendente. E come dalla Prima guerra mondiale scaturì il primo appoggio internazionale all’idea di un «focolare nazionale» ebraico, così all’indomani della Seconda guerra mondiale fu concessa quella decisiva garanzia internazionale – la Risoluzione delle Nazioni Unite sulla divisione del paese, del 29 novembre 1947 – sotto la cui egida sarebbe sorto lo Stato d’Israele.

L’inizio delle ostilità fu accolto dai vertici sionisti con inequivoche dichiarazioni di solidarietà con la Gran Bretagna. Il 3 settembre, giorno della dichiarazione di guerra britannica alla Germania, l’esecutivo dell’Agenzia ebraica annunciò:

In questo momento fatale, la comunità ebraica ha una triplice preoccupazione: la difesa della patria ebraica, il benessere del popolo ebreo [e] la vittoria dell’impero britannico… La guerra in cui la Gran Bretagna è stata trascinata dalla Germania nazista è anche la nostra guerra, e tutta l’assistenza che ci sarà chiesta e potremo dare alle forze armate e al popolo della Gran Bretagna, la daremo con tutto il cuore.1

Perfino i revisionisti, che avevano lanciato un’offensiva antibritannica dopo la pubblicazione del libro bianco, offrirono una tregua – e di lì a poco avrebbero fornito un aiuto militare attivo. Solo il minuscolo Lohamei Herut Israel (Lehi, LHI o «Banda Stern»), allora composto di fuoriusciti dal revisionista Irgun, si attenne a una linea rigidamente antibritannica.

I sionisti speravano che la lealtà e l’aiuto alla Gran Bretagna in armi sarebbero stati ricompensati con la sconfessione del libro bianco e il sostegno al progetto di uno Stato ebraico. Per gli arabi, la scelta era più difficile. Le loro tradizioni non comportavano alcuna naturale simpatia per, o affinità con, la democrazia e i valori dell’Occidente; inoltre, si doveva tener conto della situazione oggettiva. La Gran Bretagna controllava materialmente il Medio Oriente, e aveva forti contingenti armati in Egitto, Palestina e Iraq; perciò, un atteggiamento decisamente antibritannico rischiava di essere autolesionista. Ma dal punto di vista utilitaristico conveniva schierarsi col probabile vincitore, e fino alla metà del 1942 sembrò che la Germania avrebbe dettato le proprie condizioni in Europa e, forse, in gran parte del Medio Oriente. Quindi, sul piano pratico entrambe le opzioni comportavano pericoli e opportunità.

Anche altri fattori erano molto sentiti. Per gli arabi, la Gran Bretagna era la protettrice del sionismo, e l’amaro ricordo della dura repressione della rivolta del 1936-39 era ancora fresco. Perciò, sul piano emotivo l’appoggio all’Asse sembrava naturale, tanto più che la propaganda italiana e tedesca prometteva agli arabi l’indipendenza una volta sconfitta la Gran Bretagna. Molti egiziani, iracheni, siriani e libanesi erano ansiosi quanto gli arabo-palestinesi di affrancarsi dall’imperialismo occidentale. La dottrina e le iniziative razziste della Germania possono aver offeso la sensibilità di alcuni arabi, ma la Germania era lontana mentre i detestati britannici e francesi erano in mezzo a loro. Il cataclisma di una guerra mondiale poteva sembrare una buona occasione per conseguire la piena indipendenza.

È quindi probabile che Khalil Sakakini rispecchiasse un orientamento più generale, quando annotò nel diario, a metà del 1941, che gli arabi della Palestina «hanno gioito quando il bastione britannico di Tobruk si è arreso ai tedeschi». E «non hanno gioito solo i palestinesi… ma l’intero mondo arabo, in Egitto come in Palestina, Iraq, Siria e Libano, e non perché ami i tedeschi, ma perché non sopporta gli inglesi… a causa… della loro politica palestinese».2

La guerra mondiale congelò temporaneamente lo scontro triangolare per la Palestina. Dei tre punti principali del libro bianco, solo il blocco dell’acquisto di terreni da parte degli ebrei fu in larga misura realizzato. I limiti all’immigrazione – 15.000 persone all’anno per cinque anni a partire dal maggio 1939 – si dimostrarono più difficili da far rispettare. Dal 1934 immigrati giungevano nel paese illegalmente, soprattutto via mare. Man mano che il cappio si stringeva intorno al collo degli ebrei d’Europa, i dirigenti sionisti erano presi dalla disperazione. Ancora non temevano l’annientamento degli ebrei; semmai li preoccupava che l’esodo dall’Europa prosciugasse i tradizionali serbatoi di ‘olim, impedendo il raggiungimento della «massa critica» necessaria alla fondazione di uno Stato ebraico.

Osservò Ben-Gurion nel dicembre 1938 (un mese dopo la Kristallnacht ma due anni prima dell’inizio dell’Olocausto): «Se sapessi di poter salvare tutti i bambini [ebrei] tedeschi trasferendoli in Inghilterra, o solo la metà di loro spostandoli in Erez Yisrael, sceglierei di salvarne la metà perché il calcolo non può limitarsi a quei bambini, ma deve includere la sorte storica dell’intero popolo ebraico».3 In generale, Ben-Gurion vide l’Olocausto principalmente attraverso il prisma dei suoi effetti sullo yishuv. «La catastrofe degli ebrei europei non è una questione che mi riguardi in modo diretto», dichiarò nel dicembre 1942.4 E ancora: «La distruzione degli ebrei europei è la campana a morto del sionismo.» Come disse una volta Yizchak Grünbaum, membro dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica, «il sionismo è al di sopra di tutto».5

A metà del 1941, dopo l’inizio dello sterminio degli israeliti da parte dei tedeschi, ma prima che ciò fosse noto, o creduto possibile, in Palestina, Ben-Gurion parlò della necessità di trasferire nella regione tre milioni di ebrei nel decennio seguente. Il ministero delle Colonie parlò di un analogo numero di prevedibili esuli postbellici – ma non desiderava che si stabilissero in Palestina.6

Gli ultimi mesi di pace e i primi mesi di guerra videro salpare dai porti dei Balcani, dirette alla Terra d’Israele, vecchie carrette del mare cariche di profughi sotto la supervisione della Haganah – anche se uomini come Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, erano contrari all’operazione; a loro avviso l’immigrazione illegale rischiava di essere più nociva che utile (perché osteggiata dalla Gran Bretagna). Comunque, a causa degli scarsi mezzi dei sionisti, della difficoltà degli spostamenti in Europa e dell’interferenza britannica, i risultati dell’operazione furono modesti – uno dei principali essendo forse l’imbarazzo politico causato a Whitehall, che la ostacolò. Nel periodo 1934-38 circa 40.000 ebrei erano entrati in Palestina illegalmente, più altri 9.000 fino al settembre 1939. Ma meno di 16.000 giunsero nei sei anni seguenti, quando il bisogno di un «santuario» era più acuto.7

I britannici consideravano l’immigrazione illegale una sfida al libro bianco e alla loro politica in Palestina, e perciò, implicitamente, una minaccia per il loro ruolo in Medio Oriente. Poiché la guerra mondiale l’aveva costretta a dar fondo a ogni sua risorsa, non stupisce che per combatterla Londra sia ricorsa a misure drastiche, al limite dell’inumanità. Dapprima tentò di riportare le persone catturate nei paesi di origine. Ciò si rivelò in breve tempo impossibile (nel 1939 solo 34 ebrei furono rimpatriati in tal modo; nel 1940, 72).8 Una sola volta, nel 1939-40, i britannici decisero di sospendere l’immigrazione legale finché non fosse cessata quella illegale. Poi cominciarono a sottrarre il totale noto degli ingressi illegali dal «tetto» legale di 15.000 immigrati ebrei all’anno. Furono anche esercitate pressioni sugli Stati balcanici, in particolare sulla Romania e la Turchia, perché impedissero alle navi cariche di ebrei di salpare.

Alla fine Whitehall decise di catturare e trasferire en masse gli emigranti illegali in campi d’internamento nelle isole Mauritius ed eventualmente a Cipro. Nel novembre 1940 la Haganah tentò di costringere Londra a cambiare politica facendo esplodere il Patria, un vecchio bastimento fermo nel porto di Haifa. A bordo c’erano più di 1.700 immigrati illegali in attesa di essere trasferiti nelle Mauritius. Disgraziatamente i genieri della Haganah calcolarono male l’esplosivo necessario, uccidendo 252 rifugiati.

Il mese seguente, in segno di protesta contro la politica britannica in Palestina l’LHI collocò una bomba nell’Ufficio immigrazione di Haifa. Ma migliaia di rifugiati ebrei sarebbero rimasti, fino alla fine della guerra e oltre, nei campi d’internamento di Cipro; in Palestina sarebbero tornati solo dopo la nascita dello Stato d’Israele. Date le circostanze del conflitto mondiale e la rigida censura, la Gran Bretagna uscì indenne dalle rare tragedie e dai numerosi episodi imbarazzanti. Così quando lo Struma, un malconcio bastimento partito da Costanza in Romania con 769 emigranti ebrei a bordo, fu silurato e affondato nel Mar Nero il 25 febbraio 1942, probabilmente da un sottomarino sovietico, le conseguenze furono modeste; eppure ci fu un solo superstite, e la tragedia dipese anche dal veto britannico al trasbordo dei profughi su una nave diretta in Palestina, oltre che dalle pressioni di Londra su Ankara. A Whitehall il solo cambiamento fu l’abbandono ufficiale della politica del rimpatrio dei clandestini.9

Dal punto di vista sionista, l’operazione immigrazione illegale fu allo stesso tempo un fallimento e un vantaggio. Fino al 30 settembre 1941, la metà esatta del quinquennio previsto dal libro bianco, erano arrivati in Palestina legalmente o illegalmente circa 35.000 ebrei, meno della metà dei 75.000 previsti. Il 31 marzo 1944, gli arrivi erano ancora 20.000 unità al di sotto del limite.10

Ben pochi sfuggirono ai campi di sterminio per accrescere la consistenza numerica dello yishuv, ma Londra si trovò in una posizione difficile, potendo essere accusata di scarso rispetto per la persona umana mentre la necessità di un rifugio per gli ebrei perseguitati apparve più che mai convincente, specialmente negli Stati Uniti. La flotta britannica e le forze di sicurezza in Palestina erano riuscite ad arginare l’immigrazione ebraica e a tenere gli arabi sotto controllo, ma il sempre più grave imbarazzo politico creato da questa strategia fu uno dei fattori che spinsero la Gran Bretagna, dopo la guerra, a districarsi dalla regione. Si racconta che allo scoppio della guerra Ben-Gurion avesse affermato: «Combatteremo il libro bianco come se non fossimo in guerra, e la guerra come se il libro bianco non esistesse». In realtà la lotta contro la Gran Bretagna fu limitata dallo yishuv all’àmbito dell’immigrazione illegale. In tutto il resto esso (con l’eccezione del LHI) mise da parte bombe e recriminazioni e partecipò alla battaglia contro il nazismo. Come spiegò Weizmann: «Al di sopra dei rimproveri e dell’amarezza [nei confronti della Gran Bretagna] ci sono interessi più alti… Quello per cui si battono i paesi democratici è il minimo… indispensabile per la vita degli ebrei. La loro angoscia è la nostra angoscia, la loro guerra è la nostra guerra».11

I cambiamenti costituzionali previsti dal libro bianco, che avrebbero portato in Palestina all’autogoverno e al predominio della comunità araba, furono archiviati da Londra per una serie di ragioni: le divisioni tra gli arabi palestinesi, l’opposizione sionista, il risentimento di Whitehall per l’atteggiamento pro Asse di molti musulmani, l’esistenza di problemi più urgenti e il fatto che il filosionista Churchill fosse al timone del governo. Inoltre la Gran Bretagna era restìa a prendere iniziative sgradite agli ebrei americani e, indirettamente, a Washington. Così non si decise mai ad affidare a personalità arabe i dipartimenti del governo del Mandato, indispensabile primo passo verso l’autodeterminazione, e rimandò più volte la costituzione di un Consiglio esecutivo (il discusso organo consultivo a predominio arabo destinato ad affiancare l’Alto Commissario).

Le sconfitte alleate del 1939-40 e le conquiste territoriali dell’Asse in Nord Africa ebbero un duplice effetto. Da un lato rinforzarono la tendenza britannica a fare concessioni agli arabi per non complicare la situazione in Palestina e in tutto il Medio Oriente; dall’altro spinsero gli arabi ancor più verso la Germania, suscitando nei funzionari britannici avversione per loro e le loro aspirazioni politiche. Secondo alcuni, nel maggio-giugno 1940 l’ex muftì in esilio Amin al-Husayni inviò agenti in Palestina a valutare le possibilità di una nuova rivolta.12 Ma la regione, retrovia dell’ottava armata britannica, brulicava di truppe alleate e gli abitanti stavano conoscendo una prosperità senza precedenti.13

Altrove in Medio Oriente le circostanze erano più propizie ai piani di Amin. A Baghdad, nell’aprile 1941, militari capeggiati dal deposto primo ministro Rashid ‘Ali al-Kilani diedero vita a una rivolta pro Asse. Fu il nadir degli Alleati; dalla Libia, l’Afrika Korps del generale Erwin Rommel minacciava la valle del Nilo. Il ritorno al potere di Rashid ’Ali significò l’abbandono della politica filobritannica degli hascimiti e l’offerta a Berlino di basi aeree e altri appoggi. Ma il Terzo Reich, immerso nei preparativi per l’invasione dell’Unione Sovietica, non inviò che una squadriglia di caccia.

I ribelli furono assistiti da centinaia di esuli palestinesi, compreso al-Husayni, che pare aver ricevuto finanziamenti sia dal governo iracheno sia dai tedeschi. Caduta Baghdad in mano ai ribelli, egli emanò una fatwa (decreto religioso) esortando per radio tutti i musulmani allo jihad contro la Gran Bretagna, ma tranne per qualche disordine in Siria non riuscì a estendere l’incendio al resto del Levante.14 La reazione britannica fu rapida: erano in gioco vitali rifornimenti di carburante. Il 18 aprile truppe di Londra sbarcarono a Bassora e marciarono sulla capitale. Nel contempo una forza mista di effettivi della Legione araba e dell’esercito britannico varcò il confine con la Transgiordania. Il 29 maggio era tutto finito, fatta eccezione per i saccheggi e per un pogrom a Baghdad, l’1-2 giugno, che fece ben 120 morti.

Husayni fuggì a Berlino, dove un portavoce del ministero degli Esteri lo definì «un grande paladino della liberazione araba e il più forte avversario della Gran Bretagna e degli ebrei».15 Egli era ormai col Terzo Reich (e chissà se sapeva che in un’occasione Hitler aveva definito gli arabi «scimmie per metà»).16 Generosamente finanziato, fu ospitato a Berlino e diventò uno dei direttori di un nuovo Ufficio arabo, incaricato di far propaganda e sollecitare il sostegno dei musulmani all’Asse. Si recò anche in Iugoslavia e in Albania a reclutare prigionieri di guerra per una «Legione araba» che avrebbe dovuto battersi nel Levante contro gli Alleati. Qualche volta diede istruzioni ad arabi in procinto di esser paracadutati come sabotatori.17 In seguito, avrebbe fornito la sua versione del motivo per cui i tedeschi presero in odio gli ebrei:

In cambio della Dichiarazione [Balfour]… gli ebrei svolsero un ruolo decisivo negli atti di sabotaggio e propaganda distruttiva all’interno della Germania [durante la Prima guerra mondiale]… Per causarne la rovina, ricorsero a tutti i sistemi. Fu questa la ragione principale della guerra che Hitler dichiarò agli ebrei, e del suo odio per loro. Essi causarono la catastrofe della Germania, sebbene essa stesse vincendo militarmente. La vendetta della Germania sugli ebrei fu terribile: durante la Seconda guerra mondiale li falciò a milioni.18

Il 28 novembre 1941 al-Husayni incontrò Hitler e promise di organizzare una nuova rivolta panaraba sulla falsariga di quella che lo sceriffo della Mecca aveva organizzato contro i turchi nel precedente conflitto mondiale; e come i britannici in quel conflitto, Hitler promise agli arabi l’indipendenza dopo la vittoria (oltre all’accantonamento di qualunque progetto di focolare nazionale ebraico in Palestina). A quanto pare Hitler apprezzò ciò che vide e sentì, compresi gli occhi azzurri di Husayni, che fu accreditato di «più di un ariano tra i suoi antenati, forse discendenti dal miglior ceppo romano».19

Nel 1943-44 Husayni scrisse a leader dell’Europa orientale chiedendo loro d’impedire l’emigrazione in Palestina di centinaia di ebrei, adulti e bambini. In una lettera al ministro degli Esteri ungherese suggerì che i secondi fossero trasferiti in Polonia sotto la supervisione dei tedeschi.20 Fosse o non fosse al corrente dell’Olocausto, d’accordo coi suoi scopi e pronto a contribuire al loro raggiungimento, è indubbio che «collaborò col più barbaro regime dei tempi moderni», per usare la formula fin troppo misurata del suo biografo arabo, a lui tutt’altro che ostile.21

Negli anni seguenti i comportamenti di Husayni non furono certo d’aiuto ai palestinesi. Churchill, primo ministro al posto di Chamberlain dal 10 maggio 1940, non aveva mai avuto particolare simpatia per gli arabi, e più volte si scagliò contro la «proditoria» ribellione irachena e l’aiuto ch’ebbe dai palestinesi. Egli si convinse quindi che alla fine della guerra, quando si sarebbe deciso l’assetto del Medio Oriente, la Gran Bretagna non avrebbe dovuto nulla agli arabi. Considerava il libro bianco un umiliante tentativo d’ingraziarseli, e un atto politicamente controproducente. Nell’aprile 1943 dichiarò: «Non condivido la tesi che il libro bianco rappresenti “la consolidata linea politica” dell’attuale amministrazione. Al contrario, mi è sembrato fin dall’inizio che con esso il governo Chamberlain si sia rimangiato impegni ch’erano stati assunti con la mia stessa partecipazione».22

L’atmosfera antiaraba a Whitehall fu rafforzata dalla disponibilità degli ebrei a contribuire alla vittoria di Londra. Nel 1940-41, con gli italiani e Rommel a un passo dalla conquista dell’Egitto, migliaia di ebrei palestinesi si presentarono ai centri di reclutamento. La loro voglia di battersi fu arginata solo dalla riluttanza britannica a lasciarglielo fare. (Alla fine, da 25.000 a 28.000 prestarono servizio nell’esercito britannico, e altre migliaia come poliziotti ausiliari speciali.) Esploratori ebrei palestinesi assistettero l’avanzata alleata nella Siria e nel Libano controllati dalla Francia di Vichy nel 1941 (tra loro il giovane Moshe Dayan, che vi perse l’occhio poi coperto dalla famosa benda) mentre una squadra dell’IZL, compreso il comandante David Raziel, partecipò alla marcia su Baghdad della primavera di quell’anno; Raziel perse poi la vita in quella campagna, falciato da un aereo tedesco che mitragliava a bassa quota. Comunque i funzionari britannici non persero mai di vista la necessità di non compromettere i rapporti con le decine di milioni di arabi del Medio Oriente, una regione d’importanza vitale tanto per i collegamenti terrestri e marittimi con l’Asia quanto per le sue risorse petrolifere.

In questo contesto, nel primo anno di guerra si fecero progetti per una «federazione» araba comprendente una Palestina divisa in ministati, o cantoni, arabi ed ebraici, da istituire a guerra finita. Ma il progetto non piacque alla grande maggioranza degli arabi,23 e i funzionari britannici riconobbero l’incompatibilità della federazione mediorientale col sostegno di Londra alle aspirazioni nazionali degli ebrei.

I vertici arabo-palestinesi, in gran parte in esilio, accolsero col silenzio, quando non le respinsero apertamente, le proposte sia di mutamenti costituzionali nel Mandato sia di una «federazione» araba regionale. Ancor più significativa fu l’opposizione dello stesso Alto Commissario. Scrisse Sir Harold MacMichael al Foreign Office: «Credo s’inganni chi immagina che concedere ai palestinesi una manciata di capi dipartimento abbia buone probabilità di trasformare in nostri alleati i politici egiziani, siriani e iracheni, o di farci apparire altrimenti che come prossimi a darcela a gambe. Il solo modo di ottenere l’effetto da noi desiderato è conseguire la vittoria sul campo».24

In effetti MacMichael sostenne anche che nonostante il momento difficile per gli Alleati, la Palestina era sostanzialmente tranquilla; le concessioni avrebbero solo risvegliato le aspirazioni panarabe, e forse causato nuovi disordini.25 Provvidero poi i successi militari britannici a ridurre drasticamente, entro l’ottobre 1942, l’urgenza delle concessioni.

Dall’inizio della guerra i sionisti premevano sulla Gran Bretagna perché organizzasse e addestrasse un «esercito» ebraico – una richiesta che, almeno sulla carta, aveva l’appoggio di Churchill. Nell’ottobre 1939 questi aveva proposto di reclutare qualche migliaio di ebrei palestinesi per mantenere l’ordine nella regione, e di trasferire in Europa gran parte della guarnigione britannica.26 Entrambe le parti sapevano che l’offerta ebraica era motivata anche dal desiderio dello yishuv di disporre di combattenti ben addestrati, con cui proteggersi dagli arabi dopo la fine della guerra. E sapevano altrettanto bene che, come disse chiaro e tondo il ministro alle Colonie Lord George Lloyd nel 1940: «La trasformazione della Palestina in uno Stato ebraico come ricompensa per l’assistenza militare ebraica è l’obiettivo di fondo».27 Ma per ovvi motivi gli arabi erano contrari alla creazione di un esercito ebraico, ragion per cui Londra valutò l’ipotesi con molta prudenza. MacMichael giunse a obiettare che un esercito ebraico avrebbe potuto, dopo la guerra, essere usato contro il governo del Mandato.28

Nel 1940 i sionisti ottennero un primo, modesto successo; la Gran Bretagna autorizzò l’arruolamento in Palestina di due battaglioni – uno ebraico, l’altro arabo – da schierare a scopo difensivo intorno ad alcune importanti installazioni. Tuttavia, solo nel settembre 1944 Churchill fece inghiottire a Whitehall l’amara pillola di una Brigata ebraica, con una propria bandiera bianco-azzurra. Essa ebbe il battesimo del fuoco in Italia, negli ultimi mesi della guerra mondiale.29

Il Programma Biltmore

NELL’OTTOBRE 1941, CHURCHILL scrisse in un memorandum governativo segreto: «Posso subito dire che se la Gran Bretagna e gli Stati Uniti usciranno vincitori dalla guerra, la creazione di un grande Stato ebraico in Palestina, abitato da milioni di ebrei, sarà uno dei punti principali da discutere alla Conferenza di pace».30

Due anni dopo, fu riferito che Churchill si era di nuovo impegnato a battersi per la nascita di uno Stato ebraico.31 Nelle tragiche circostanze dell’Olocausto, i sionisti sentivano ormai questa possibilità come una questione di vita o di morte. Nel luglio 1942 il governo polacco in esilio a Londra riferì che 700.000 ebrei di quel paese erano già stati soppressi; in dicembre, Eden parlò ai Comuni di «centinaia di migliaia» di vittime.32

L’8 settembre 1939, Ben-Gurion disse ai comandanti della Haganah: «La Prima guerra mondiale… ci ha dato la Dichiarazione Balfour. Questa volta, la nostra meta dev’essere la nascita dello Stato ebraico».33 Una meta che sarebbe stata da allora in cima ai suoi pensieri. Ben presto egli fu affiancato da Weizmann, ancora formalmente a capo del movimento sionista. Nel gennaio 1942, in un articolo per «Foreign Affairs», questi chiese esplicitamente la costituzione di uno Stato ebraico nella regione a ovest del Giordano.34

Nel maggio 1942, a New York, una conferenza straordinaria sionista con la partecipazione di dirigenti americani ed europei nonché di tre membri dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica palestinese, votò a favore del cosiddetto «Programma Biltmore», dal nome dell’hotel in cui si riunirono i delegati. Il documento era stato preparato da Meyer Weisgal, braccio destro di Weizmann, ma in seguito il suo contenuto fu attribuito soprattutto a Ben-Gurion. Si auspicava che «la Palestina si costituisca in Stato [commonwealth] ebraico nel contesto del nuovo ordine internazionale democratico…»; la possibilità che lo Stato in questione comprendesse solo una parte della Palestina non era scartata in modo esplicito. Il controllo dell’immigrazione e dello sviluppo nazionale sarebbero spettati all’Agenzia ebraica.35 Ben-Gurion pensava di fare affluire subito due milioni di ebrei, un’ipotesi giudicata irrealizzabile da Weizmann.36

Nei mesi precedenti la conferenza, sia Weizmann sia Ben-Gurion si erano espressi a favore del trasferimento degli arabi – possibilmente volontario, ma in mancanza di alternative anche coatto. Il 30 gennaio 1941 Weizmann incontrò l’ambasciatore sovietico a Londra, Ivan Maiskij. Nella trascrizione dell’incontro di fonte sionista si legge tra l’altro: «Il dottor Weizmann sostiene che se si potesse trasferire mezzo milione di arabi, due milioni di ebrei potrebbero prenderne il posto. Naturalmente, questo era solo il primo passo; cosa potesse accadere in seguito, l’avrebbe detto la storia… Weizmann ha aggiunto che… gli arabi sarebbero trasferiti solo in Iraq e Transgiordania… Le condizioni in Transgiordania non sono molto diverse da quelle della zona collinosa della Palestina».37

Nell’ottobre 1941 Ben-Gurion mise per iscritto il suo punto di vista sul trasferimento in un memorandum intitolato Compendio di politica sionista. Egli esordì con l’omaggio di rito ai presunti vantaggi del sionismo per entrambe le comunità; sostenne che il trasferimento si poteva evitare e che in caso contrario i paesi arabi confinanti avrebbero potuto assorbire facilmente quanti avessero deciso di trasferirsi. Per poi aggiungere: «Un trasferimento massiccio in assenza di pressioni – e piuttosto energiche – è difficile da immaginare». Alcuni – circassi, drusi, beduini, sciiti, fittavoli e braccianti senza terreni – potevano esser persuasi a emigrare. Ma «non c’è da aspettarsi che la maggior parte degli arabi sia disposta a partire di sua volontà nel breve arco di tempo concesso alla soluzione del nostro problema». La conclusione di BenGurion fu che gli ebrei non dovevano «dissuadere altri popoli propensi al trasferimento, [in primo luogo] britannici e statunitensi, dal proporre questa soluzione, ma è bene escluderla dal nostro programma, in qualsiasi forma». Quanto agli arabi che fossero rimasti entro i confini del futuro Stato ebraico, si doveva trattarli da eguali, anche se «per il nostro paese… la presenza di un’ingente popolazione incolta e di mentalità retrograda sarà un impaccio, perfino nelle relazioni coi vicini paesi arabi».38

Col sostegno dei sionisti americani, Ben-Gurion fece approvare il Programma Biltmore dal Consiglio generale sionista interno nell’agosto 1942 a Gerusalemme, trasformandolo così nella politica ufficiale dello yishuv. L’obiettivo ultimo del sionismo – uno Stato ebraico in Palestina – era finalmente chiaro anche all’opinione pubblica. Sharett può aver giudicato il programma «piuttosto utopistico»;39 ma esso sarebbe rimasto la bussola che guidò il movimento in una navigazione irta di difficoltà, fino all’approdo della fondazione d’Israele nel 1947-48.

Tuttavia, come il rapporto della Commissione Peel nel 1937 anche il Programma Biltmore suscitò forti polemiche nel movimento sionista. Il gruppo chiamato Fazione B (Si‘ah Bet, presto diventato HaTenu‘ah LeAchdut Ha‘Avodah, cioè Movimento per l’unità dei lavoratori) ruppe con la maggioranza del Mapai di Ben-Gurion non essendo disposto ad accettare il compromesso implicito nel Programma Biltmore: che il futuro Stato ebraico poteva non includere l’intera Palestina. Altri invece, compreso Weizmann, avrebbero preferito un approccio ancor più sfumato alla questione dello Stato ebraico. Nell’ottobre 1943 Ben-Gurion offrì le dimissioni da presidente dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica per costringere Weizmann ad allinearsi o rinunciare a sua volta alla presidenza dell’Organizzazione sionista mondiale.40 Nel marzo 1944 un «riluttante» Ben-Gurion accettò di tornare al vertice dell’Agenzia e nell’agosto 1944, in due tornate elettorali interne (per l’Assemblea elettiva e l’esecutivo dell’Histadrut), egli prevalse definitivamente: i suoi sostenitori ebbero dal 58 al 66% dei voti.41

Ma l’eclisse di Weizmann in realtà non dipese dal Programma Biltmore. Dalla sua nascita alla metà degli anni ’30, l’Europa era stata la base principale del sionismo, e Weizmann era la quintessenza del sionista europeo. La catastrofe dell’ebraismo in Europa lo trasformò in un generale senza esercito. I gangli vitali del sionismo erano ormai in Palestina e, in minor misura, negli Stati Uniti. Era quindi naturale che Ben-Gurion, politico consumato, capo dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica dal 1935 e punto di riferimento della corrente di maggioranza del sionismo palestinese, finisse con l’egemonizzare l’intero movimento.

Alla radice del persistente dissenso tra i due uomini c’erano la tenace fiducia di Weizmann nella forza della diplomazia e, in particolare, nella buona volontà della Gran Bretagna – soprattutto da quando Churchill ne fu al timone – e la sfiducia di Ben-Gurion in alcuni degli stessi fattori. Questi, politicamente maturato sull’aspro suolo della Palestina, preferiva l’azione alla fiducia, i fatti alle trattative.42 La tensione tra Weizmann e Ben-Gurion cessò infine con la completa vittoria del secondo nel 1946. In un certo senso fu Whitehall a dare il colpo di grazia a Weizmann, respingendo la prospettiva di uno Stato ebraico indipendente. Al congresso sionista del gennaio 1946 egli fu rimosso dalla presidenza dell’Organizzazione sionista mondiale da Ben-Gurion e dai suoi seguaci. Non pago della vittoria, il vendicativo Ben-Gurion l’avrebbe osteggiato fino alla morte nel 1952. È vero che il suo anziano avversario ottenne la prestigiosa (e politicamente neutrale) carica di capo dello Stato israeliano; ma si evitò con cura che potesse esercitare qualunque influenza, e gli fu perfino impedito di recitare la Dichiarazione d’indipendenza della nuova nazione.43

La vittoria britannica in Africa settentrionale dell’ottobre 1942 e quelle sovietiche a Stalingrado e nel Caucaso durante l’inverno comportarono l’esclusione dei tedeschi dal teatro bellico mediorientale, ma la Gran Bretagna continuò a corteggiare gli arabi dei suoi domini, sia per non rovesciare la barca prima di aver attraversato il fiume, sia, più a lungo termine, per non veder messa in discussione la sua egemonia in quell’area a vantaggio di statunitensi e sovietici.44 La guerra aveva rivelato l’enorme importanza strategica del Medio Oriente, ed era chiaro che le riserve petrolifere e il controllo delle vie di comunicazione sarebbero rimasti cruciali anche nel dopoguerra. Infine, si cominciava ad apprezzare anche l’importanza di quel mercato per i manufatti occidentali.

Tuttavia anche la simpatia per gli ebrei era in aumento, man mano che si diffondevano le notizie sul tentativo di genocidio di cui erano vittime dalla metà del 1941, e soprattutto dopo l’annuncio alleato, nel dicembre 1942, che Hitler si era reso responsabile di sistematiche stragi d’israeliti. L’Olocausto sembrò rendere inconfutabile la necessità per gli ebrei di un «santuario» palestinese. Inoltre i sionisti americani stavano spingendo una riluttante amministrazione democratica ad appoggiare la causa di uno Stato ebraico, uno sviluppo di cui Whitehall doveva tener conto. Finita la guerra, il problema delle displaced persons (DP, esuli) aggravò ulteriormente la situazione. Centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti si rifiutavano di rimanere in luoghi che associavano mentalmente ai campi di sterminio; i paesi occidentali e gli Stati Uniti non erano disposti ad accoglierli tutti, mentre i sionisti li sollecitavano a immigrare in Palestina.

Nel 1943-45 Washington continuò a considerare la Palestina un problema britannico, mentre a Whitehall il peso delle scelte passate e la lobby dei burocrati pro arabi impedivano l’accantonamento del libro bianco. Ma a metà del 1943 Churchill riuscì a formare uno speciale comitato governativo a netta maggioranza filosionista, col compito di prefigurare gli assetti postbellici. Esso riesumò la divisione del paese caldeggiata dalla Commissione Peel, che l’intero governo approvò nel gennaio 1944 senza però definirne i dettagli geografici.45

La divisione avrebbe dovuto «essere realizzata appena si potranno prendere i provvedimenti necessari», ma a Whitehall gli ambienti contrari a questa soluzione riuscirono a impedire i passi successivi. Il Comitato degli stati maggiori osservò che gli Stati arabi si sarebbero opposti, e il Foreign Office obiettò che «la soluzione della questione palestinese… [non] dovrebbe essere decisa solo sotto la spinta da un lato della simpatia internazionale per gli ebrei perseguitati, e dall’altro del presunto mancato contributo arabo allo sforzo bellico [alleato]».46 Inoltre, per il Foreign Office, il nuovo schema non era immune da disonestà: «Nel 1939, volendo acquietare [la Palestina], abbiamo preparato il libro bianco; poi, dopo la guerra, quando ci è sembrato che le difficoltà internazionali fossero superate, abbiamo deciso di voltare le spalle agli arabi e alle loro aspirazioni».47

Fu in questo clima che Lord Moyne, il ministro britannico residente in Medio Oriente, fu assassinato al Cairo il 6 novembre 1944 da membri della Banda Stern, o LHI.48 Moyne era stato intimo di Churchill, che considerò l’attentato anche un affronto personale e tuonò ai Comuni: «Se il sionismo che sognavamo svanirà insieme al fumo di pistole assassine, e i nostri sforzi per assicurargli un futuro produrranno solo un nuovo assortimento di banditi degni della Germania nazista, molti saranno indotti come me a riesaminare un atteggiamento mantenuto finora con grande coerenza».49

Lo statista britannico intervenne personalmente presso il governo egiziano perché giustiziasse i terroristi, che furono impiccati il marzo seguente,50 e tolse il proprio appoggio al progetto di divisione. Il 27 luglio 1945 Churchill e i conservatori passarono all’opposizione; le redini del governo furono assunte da Clement Attlee e dal Partito laburista. La situazione complessiva mutò sensibilmente, e i sionisti le si dovettero adattare. Anche se il programma dei laburisti includeva uno Stato ebraico e perfino il trasferimento, le iniziative concrete erano in mano al governo, ai militari e soprattutto al nuovo ministro degli Esteri Ernest Bevin – che non amava i sionisti, faceva occasionali osservazioni di sapore antisemita e pensava che gli interessi vitali della nazione richiedessero l’appoggio di Londra agli Stati arabi.

Ma nei due anni e mezzo tra la fine della guerra mondiale e l’inizio delle ostilità tra arabi ed ebrei alla fine del 1947, gli sviluppi politici negli Stati Uniti, in Palestina e nell’Europa continentale furono più importanti dell’orientamento di Whitehall. A Washington la battaglia per il sostegno americano fu vinta nettamente dai sionisti grazie all’impatto emotivo dell’Olocausto, a un’efficace propaganda e al peso elettorale e finanziario dei cinque milioni di ebrei statunitensi. Fino al 1944 l’amministrazione Roosevelt era riuscita a evitare qualunque presa di posizione, eccezion fatta per qualche generica espressione di simpatia per il sionismo. L’impatto emotivo delle persecuzioni antisemite era stato molto forte anche in America; ma gli interessi globali del paese, e in primo luogo quelli petroliferi, andavano chiaramente in tutt’altra direzione. Nel maggio 1943 Roosevelt aveva assicurato a re Ibn Sa‘ud che prima di qualunque decisione sul futuro della Palestina, si sarebbero sentite le ragioni tanto degli arabi quanto degli ebrei.

Ma a partire dal marzo 1944 l’atteggiamento americano cominciò a cambiare. La Casa Bianca, sottoposta a pressioni dai funzionari filoarabi, convinse il Congresso a ritirare una risoluzione comune che esortava la Gran Bretagna ad accantonare il libro bianco e ad appoggiare la nascita di uno Stato ebraico. Nel contempo, Roosevelt assicurò agli ebrei che «piena giustizia sarà resa [dopo la guerra] a coloro che lottano per un focolare nazionale ebraico; per loro questo governo e il popolo americano hanno sempre avuto la più profonda simpatia, e oggi più che mai vista la tragica situazione di centinaia di migliaia di ebrei profughi e senza dimora».51

A Jalta, nel febbraio 1945, Roosevelt dichiarò a Stalin di sentirsi lui stesso «sionista» (cosa che fece anche il dittatore sovietico, sia pur precisando di considerare gli ebrei «mezzani, profittatori e parassiti»).52 Il mese seguente Roosevelt assicurò a Ibn Sa‘ud che non avrebbe approvato «nessuna iniziativa… che possa rivelarsi nociva al popolo arabo»,53 ma il crescente orientamento filosionista dell’opinione pubblica e delle autorità statunitensi finì col prevalere su ogni altro fattore. Morto Roosevelt in aprile, il lievemente più filosionista Harry S. Truman nell’incontro al vertice di agosto a Potsdam appoggiò il trasferimento dei profughi ebrei europei in Palestina,54 e chiese a Churchill di abolire i limiti all’immigrazione (così suscitando la dura reazione del nuovo segretario generale della Lega araba, ‘Abd al-Rahman ‘Azzam, per il quale il provvedimento rischiava di scatenare un nuovo conflitto tra cristianesimo e Islam).55

Agli arabi palestinesi la guerra portò pochi cambiamenti. La loro situazione economica migliorò in modo sensibile grazie alle spese e agli investimenti degli Alleati,56 ma quella militare e politica restò immutata. Pochi – forse 5000 o 6000 – si unirono ai reparti anglo-americani e acquistarono un’esperienza militare; ma i rapporti di forza locali con gli ebrei non si alterarono, e il loro vertice politico (e militare) battuto e disperso nel 1938-39 restò in esilio, neutralizzato e hors de combat.

A metà del 1943 era ormai chiaro che gli Alleati avrebbero vinto. Per ottenere qualche concessione, gli arabo-palestinesi avevano bisogno di leadership e organizzazione. Gli ex dirigenti del partito Istiqlal iniziarono una campagna per unire i nazionalisti, e in novembre la quindicesima conferenza della Camera di commercio arabo-palestinese si riunì a Gerusalemme e avviò il procedimento per l’elezione di una nuova rappresentanza nazionale.57 L’operazione andò a rilento per l’opposizione degli Husayni; intanto, anche questi si andavano riorganizzando. I loro principali dirigenti erano in esilio – Hajj Amin a Berlino al servizio dei nazionalsocialisti, e Jamal al-Husayni internato nella Rhodesia meridionale. Ma nell’aprile 1944 quanto restava della leadership locale rilanciò formalmente il Partito arabo-palestinese; entro settembre gli Husayni erano di nuovo la fazione più attiva e influente,58 come dimostra il ruolo da protagonisti ch’ebbero nella protesta nazionale del 2 novembre, anniversario della Dichiarazione Balfour.

La «ripoliticizzazione» della comunità arabo-palestinese coincise con iniziative per l’unità araba appoggiate dalla Gran Bretagna. Dal 25 settembre al 7 ottobre i delegati di sette paesi si riunirono ad Alessandria per fondare la Lega araba, e il 22 marzo 1945 gli atti costitutivi furono firmati al Cairo.59 Ad Alessandria, i palestinesi inviarono il notabile di Gerico Musa al-‘Alami. Dapprima egli fu considerato un «osservatore», ma alla fine gli fu riconosciuto lo status di «delegato», la comunità arabo-palestinese essendo posta in tal modo sullo stesso piano – almeno formalmente – degli altri Stati arabi.

Una sezione dei «Protocolli di Alessandria», esito della conferenza, recitava: «Qualunque lesione dei diritti degli arabi [della Palestina] pregiudicherebbe la stabilità e la pace nell’intero mondo arabo». Gli Stati arabi dichiararono di non essere «secondi a nessuno nel biasimare le sofferenze inflitte agli ebrei europei… Ma il problema di quegli ebrei non dovrebbe esser confuso col sionismo, perché non potrebbe esserci ingiustizia e violenza peggiore che risolvere il problema degli ebrei europei… commettendo un’ingiustizia verso gli arabi della Palestina».60

All’inizio del 1945 l’Egitto, la Siria, il Libano e l’Arabia Saudita dichiararono guerra all’Asse, assicurandosi un seggio alle nascenti Nazioni Unite e voce in capitolo negli accordi di pace.

Gli Stati della Lega araba appoggiarono collettivamente le richieste principali degli arabi palestinesi, ma si riservarono il diritto di decidere chi li avrebbe rappresentati alle riunioni della Lega, finché non fossero stati indipendenti. Questo fatto, insieme allo stallo della politica palestinese, fece sì che «le iniziative politiche degli arabo-palestinesi… dovessero passare attraverso i vertici dei paesi arabi» e che «da allora le principali decisioni politiche sulla resistenza araba al sionismo sarebbero state prese non a Gerusalemme, ma al Cairo».61

Fu infatti per iniziativa della Lega araba che nel novembre 1945 l’Alto Comitato arabo tornò a essere il più alto organo esecutivo della comunità palestinese. Fu inoltre nominato un direttivo di 12 membri: cinque «pro Husayni», due indipendenti e cinque personalità provenienti dalle formazioni politiche del periodo prebellico, rispolverate per l’occasione.62 Ma il ritorno di Jamal al-Husayni innescò nuove polemiche e lo scioglimento del comitato nel marzo 1946. L’Opposizione formò un proprio Supremo fronte arabo (SFA) e Jamal ricostituì l’Alto Comitato arabo attingendo alla famiglia Husayni e ai clan alleati. In giugno i ministri degli Esteri della Lega araba imposero ai palestinesi un nuovo organo supremo, l’Alto esecutivo arabo, con l’assente Amin al-Husayni alla presidenza e Jamal al-Husayni alla vicepresidenza. Così, gli Husayni erano di nuovo ben in sella, questa volta con l’approvazione della Lega araba. Hajj Amin tornò in Medio Oriente e cominciò a dirigere le attività dei musulmani palestinesi dal Cairo.63 Nel gennaio 1947 portò l’Alto esecutivo – ora nuovamente chiamato Alto Comitato – a nove membri, tutti Husayni o loro seguaci.64 Gli arabi della Palestina avevano di nuovo dei dirigenti, benché rappresentativi di una fazione più che dell’intera società.

Insorge lo yishuv

GLI SVILUPPI NEL CAMPO SIONISTA ebbero implicazioni di più ampia portata. L’avvicinarsi della pace rendeva meno necessaria la solidarietà con la Gran Bretagna. Bisognava inoltre dare una casa ai superstiti dell’Olocausto, ma tra questi e le coste della Terra Promessa c’erano il governo di Londra, la flotta britannica del Mediterraneo e le forze di sicurezza in Palestina. Il 27 settembre 1945 il vertice sionista dichiarò che il blocco dell’immigrazione «equivaleva a una condanna a morte per… quegli ebrei liberati… che ancora languono nei campi d’internamento in Germania».65

Una rivolta ebraica evitata per sei anni era sul punto di esplodere. Nel maggio 1943 il generale Harold Alexander, comandante in capo delle forze britanniche in Medio Oriente, aveva avvisato i superiori della «probabilità» di una ribellione alla fine della guerra: «[Gli] ebrei ci creeranno problemi, e sono armati e addestrati».66 A metà del 1942 l’MI6, il servizio segreto estero della Gran Bretagna, aveva stimato con notevole accuratezza che la Haganah poteva contare su circa 30.000 uomini, dei quali il 50-70% era armato. L’IZL poteva schierare almeno altri 1.000 combattenti, assistiti da qualche altro migliaio di fiancheggiatori e ausiliari.67 La stima ebraica della forza della Haganah era, nel 1944, di 36.000 uomini con circa 14.000 armi leggere, compreso un certo numero di mortai da due e tre pollici e di mitragliatrici.68

Lo yishuv non aveva sprecato gli anni della guerra. Decine di migliaia di ebrei si erano arruolati negli eserciti alleati (soprattutto in quello britannico) e acquisito dimestichezza con le armi e le tattiche di combattimento. Materiale bellico era stato acquistato illegalmente o trafugato dalla Haganah dai ricchi arsenali britannici in Palestina e in Egitto. E soprattutto, nel maggio-giugno 1941 la Haganah – con l’assistenza della Gran Bretagna – aveva costituito le Palmah (abbreviazione di plugot machaz, «compagnie d’assalto») una forza di élite completamente mobile agli ordini di Yizchak Sadeh, un veterano dell’Armata Rossa e capo di un commando della Haganah. Gli ebrei consideravano le Palmah un corpo scelto utile per bloccare eventuali attacchi arabi, oltre che un’unità di élite da usare contro i nazisti; i britannici il nucleo di un esercito partigiano che sarebbe entrato in azione qualora Rommel fosse riuscito a conquistare la Palestina. Nel 1945 le Palmah consistevano in un paio di migliaia di soldati e soldatesse, i suoi plotoni dispersi tra alcune dozzine di kibbutzim e due o tre città. Come copertura, i suoi membri lavoravano nei campi per due settimane al mese. Il tempo rimanente era riservato all’addestramento.

Sia la Haganah sia le Palmah avrebbero partecipato al conflitto strisciante contro la Gran Bretagna, ma solo dopo la fine della guerra mondiale. Le basi di detto conflitto erano state gettate qualche anno prima dall’LHI – inizialmente capeggiato da Avraham («Yahir») Stern, che considerava Londra complice dei crimini di Hitler e il principale ostacolo sulla via del sionismo, ma paradossalmente cercò di stringere con la Germania un’alleanza in chiave antiinglese.69 Tuttavia, a causa delle sue scarse risorse umane e materiali, della quasi unanime contrarietà dello yishuv a ogni forma di terrorismo antiinglese e alle efficaci contromisure britanniche (a volte aiutate da soffiate della Haganah e dell’IZL), tra il 1941 e il 1943 solo eccezionalmente l’LHI poté tradurre in pratica la sua bizzarra linea politica.

Il 1° febbraio 1944, alcuni giorni dopo l’ascesa di Menachem Begin al vertice dell’IZL, questi annunciò la ripresa della lotta contro la Gran Bretagna. L’Irgun riteneva che la guerra contro la Germania fosse vinta, e che ormai per gli ebrei il vero problema fosse Londra. Cominciò quindi a organizzare attentati e attacchi, soprattutto contro gli uffici preposti all’immigrazione e contro le stazioni di polizia.70 Anche l’LHI compì alcune azioni spettacolari: l’8 agosto tentò perfino di assassinare l’Alto Commissario britannico MacMichael.71

Entrambi i gruppi furono drasticamente disapprovati da quasi tutti i dirigenti e gli organi di stampa sionisti. I membri dell’IZL furono definiti «terroristi sbandati», «giovani fanatici che le sofferenze del loro popolo hanno privato del raziocinio, e s’illudono di curare il proprio dolore con la distruzione».72 Ma i richiami all’ordine dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica e della Haganah non fecero presa sugli estremisti. Dopo l’attentato a MacMichael e l’assassinio di Lord Moyne, l’LHI accettò di congelare le attività contro la Gran Bretagna fino alla fine della guerra mondiale, mentre l’IZL sfidò l’esecutivo dell’Agenzia ebraica e il Comitato nazionale reiterando gli attacchi. La Haganah dichiarò l’«apertura della stagione» (la Saison della storiografia sionista, nel senso di «stagione di caccia») contro l’IZL, e il servizio segreto della Haganah e le Palmah si misero sulle tracce dei membri dell’Irgun, confiscarono le loro armi, li interrogarono (talvolta a suon di botte) e in alcuni casi li consegnarono alla polizia britannica.

La Saison durò dal novembre 1944 al marzo 1945.73 Ma il mutamento della situazione internazionale e il crescente malcontento nella stessa Haganah finirono col causare un radicale mutamento d’indirizzo. La fine imminente del conflitto in Europa preannunciava la ripresa della lotta per l’indipendenza. Un memorandum di Weizmann a Churchill fu il preludio alla campagna della Haganah: Whitehall doveva decidersi a compiere passi concreti verso la trasformazione della Palestina in uno Stato ebraico e affidare la responsabilità per l’immigrazione all’Agenzia ebraica. In giugno un memorandum dell’Agenzia chiese che la Gran Bretagna autorizzasse subito l’ingresso in Palestina di 100.000 nuovi immigrati.74 Nelle parole di Ben-Gurion, non si potevano lasciare i profughi ebrei a languire «tra i milioni di tombe dei loro fratelli assassinati»; la loro salvezza dipendeva da una rapida risistemazione della Terra Promessa.75

Ma in Gran Bretagna le elezioni provocarono la caduta di Churchill e del suo governo. Il nuovo ministro degli Esteri, Ernest Bevin, propose che l’immigrazione in Palestina proseguisse, anche dopo il raggiungimento della quota 75.000 prevista dal libro bianco, al ritmo di 1.500 persone al mese. Weizmann rifiutò immediatamente la proposta, e Truman implicitamente gli diede ragione. Il presidente degli Stati Uniti era stato persuaso da Earl G. Harrison, suo rappresentante nel Comitato intergovernativo per i rifugiati, che la Palestina era il miglior approdo per gli ebrei europei superstiti, e anche quello che essi preferivano. Harrison menzionò specificamente la necessità di altri 100.000 certificati d’ingresso. Truman passò il rapporto al primo ministro Attlee, con la sua personale raccomandazione che «il maggior numero possibile di ebrei non rimpatriabili che lo desiderano» potessero trasferirsi in Palestina. Attlee e Bevin persuasero Truman ad astenersi temporaneamente dall’approvare pubblicamente la proposta, ma a metà ottobre l’atteggiamento di Truman diventò di pubblico dominio.76

Lo yishuv riprese la lotta. Le attività dell’IZL si erano notevolmente ridotte alla fine del 1944 a causa delle contromisure britanniche e della Saison, ma nel maggio 1945 il gruppo compì attentati dinamitardi contro vari obiettivi, comprese stazioni di polizia, linee telefoniche, e l’oleodotto dell’IPC (Iraq Petroleum Company) che attraversava la valle di Yezreel per giungere a Haifa.77 In luglio anche l’LHI mise fine alla tregua: in seguito a un accordo con l’IZL, un commando misto fece esplodere un ponte presso Yavneh.78 Le due organizzazioni presero poi di mira obiettivi ebraici legati al sindacato, sottraendo denaro ed esplosivi a banche e succursali dell’Histadrut.79

La Haganah aspettò ancora qualche mese per scendere in campo, avendo deciso di aspettare i risultati delle elezioni generali in Gran Bretagna, e poi l’insediamento dell’esecutivo laburista. Bevin lasciò intendere quasi subito di voler adottare una linea filoaraba, e all’inizio di ottobre la Haganah, l’IZL e l’LHI strinsero un patto di collaborazione operativa e lanciarono il Movimento della ribellione ebraica (Tenu‘at Hameri Ha‘ivri).80 Le Palmah entrarono in azione prima ancora della firma. La notte del 9 ottobre attaccarono il campo d’internamento di Atlit liberando 208 immigrati illegali.81 In novembre, genieri delle Palmah sabotarono le linee ferroviarie palestinesi in 153 diverse località;82 fu affondato un guardacoste britannico e attentati dinamitardi furono compiuti contro stazioni della guardia costiera in seguito alla cattura di una nave con immigrati illegali da parte della Royal Navy.83

I britannici reagirono penetrando in alcuni insediamenti in riva al mare, sospettati di ospitare miliziani della Haganah e immigrati illegali. Presi dal panico i soldati di Londra aprirono il fuoco uccidendo nove civili e ferendone 63. Tra i sionisti, l’ostilità nei confronti della Gran Bretagna toccò il culmine.84 Nei mesi seguenti, la Haganah, l’IZL e l’LHI colpirono vari obiettivi britannici. L’azione più spettacolare fu compiuta da squadre delle Palmah la notte del 17 giugno 1946, quando 11 ponti che collegavano la Palestina alla Transgiordania, alla Siria, al Libano e al Sinai furono fatti esplodere contemporaneamente.85

Frattanto riprese la campagna d’immigrazione clandestina. Delle dozzine di natanti che vi parteciparono, tutti tranne uno erano organizzati e posti sotto il comando della sezione per l’immigrazione illegale della Haganah, il Mossad Le‘Aliya Bet.86 Molte imbarcazioni furono intercettate dalla Royal Navy, e i passeggeri furono internati; ma altri riuscirono a sbarcare. Tra l’agosto 1945 e il 14 maggio 1948, circa 70.700 immigrati illegali raggiunsero le coste della Terra Promessa.87

Nello stesso tempo, i britannici subivano la pressione degli arabi. Il 2 novembre 1945, anniversario della Dichiarazione Balfour, dimostrazioni antisioniste si svolsero in Siria, Egitto, Libano e Iraq. Ad Alessandria la folla assaltò negozi, abitazioni e luoghi di culto ebraici. In Libia, paese governato dai britannici, un centinaio di ebrei fu massacrato durante disordini antisionisti.88 Londra era di fronte a un dilemma spinoso: respingere la proposta di Truman significava mettere a repentaglio la chiave di volta della politica estera britannica, l’alleanza con gli Stati Uniti, mentre autorizzare 100.000 ebrei a stabilirsi in Palestina significava provocare gli arabi e rischiare rivolte lì e altrove in Medio Oriente.

Whitehall scelse quello che sembrava il percorso meno impervio: un’altra commissione d’inchiesta sulla sorte dei profughi ebrei, questa volta con la partecipazione di rappresentanti degli Stati Uniti. La nomina della commissione, il 13 novembre, interruppe momentaneamente le attività della Haganah. Sembrò che Bevin fosse riuscito a coinvolgere gli Stati Uniti nella ricerca di una soluzione del rompicapo palestinese. Washington avrebbe contribuito alla ricerca di una via d’uscita, e forse anche alle spese.

La commissione d’inchiesta anglo-americana

SCOPO DELLA COMMISSIONE era stabilire quanti, tra i superstiti ebrei europei, potessero essere ricondotti nei paesi di origine, e quanti avrebbero preferito emigrare. Quanto al numero di superstiti che la Palestina era in grado di assorbire, sarebbero state consultate le comunità locali araba ed ebraica.

Furono scelti 12 membri – prontamente soprannominati «i 12 apostoli»: sei britannici e sei americani.89 Varando la commissione, Bevin annunciò pubblicamente le grandi linee della sua politica palestinese: Londra avrebbe rinunciato al Mandato, e la Palestina sarebbe diventata una trusteeship (amministrazione fiduciaria) internazionale; dopo un certo tempo, sarebbe nato uno Stato indipendente «palestinese, non ebraico». Egli si aspettava che la commissione avrebbe approvato, con modifiche di poco conto, quest’impostazione; e ammonì gli ebrei di non cercare di «saltare la fila» suscitando reazioni antisemite. Nel frattempo, gli immigrati avrebbero potuto contare su 1.500 visti d’ingresso mensili. L’Agenzia ebraica denunciò il tentativo di Bevin di «ipotecare» le conclusioni della commissione, e giustificò ufficialmente l’immigrazione illegale.90

Nel febbraio-marzo 1946 la commissione studiò il problema dei profughi ebrei, visitò il Medio Oriente, ascoltò portavoce arabi e sionisti e funzionari britannici, e ricevette ed esaminò rapporti da enti e movimenti palestinesi e da osservatori esterni. L’agenzia di propaganda arabo-palestinese, l’Ufficio arabo di Musa al-‘Alami, consegnò un rapporto in tre volumi intitolato La questione palestinese. Esso metteva soprattutto in guardia i commissari dall’equiparare «la colonizzazione ebraica della Palestina, e la resistenza araba alla stessa, alla colonizzazione del Nord America e dell’Australia e alla resistenza delle popolazioni indigene». E avvertiva che il presunto benessere portato dal sionismo non avrebbe indotto gli arabi ad accettare un movimento volto ad espropriarli.91 L’Agenzia ebraica sottopose alla commissione un volume di mille pagine, Le ragioni degli ebrei esposte alla AAC [Anglo-American Commission, Commissione anglo-americana], d’inchiesta sulla Palestina, che contrapponeva il sionismo quale portatore di cultura e progresso all’arretratezza araba, con ampio uso di statistiche e grafici.

Particolarmente efficace fu il mese che la commissione passò visitando i centri profughi ebraici, specialmente in Polonia. La Haganah e l’Agenzia ebraica «istruirono» i profughi e riuscirono a fare sì che i commissari incontrassero solo ebrei favorevoli alla soluzione sionista.92 La commissione trovò che gli ebrei polacchi vivevano «in un clima di terrore», in cui «i pogrom sono… una realtà quotidiana».93 (Dopo la fine della guerra i polacchi assassinarono più di 1000 ebrei.) La testimonianza di pubblici ufficiali americani e britannici che si trovavano sul posto confermò la gravità degli episodi di antisemitismo, e la maggioranza dei membri della commissione si convinse della necessità dell’emigrazione dei profughi in Palestina.

Prima di tornare in Palestina, la commissione si suddivise e visitò alcune capitali arabe. A Riyad, re ‘Abd al-‘Aziz ibn Sa‘ud disse ai visitatori: «Gli ebrei sono dappertutto i nostri nemici. Dovunque si trovano tessono intrighi e complottano contro di noi… Con la forza della spada abbiamo cacciato i Romani dalla Palestina. Dopo tanti sacrifici, come potrebbero dei mercanti [gli ebrei] strapparcela dalle mani col denaro?».

Poi regalò a ogni commissario un pugnale d’oro, un abito e un copricapo arabo, mostrò loro il suo harem e al giudice Sir John Singleton, presidente dell’AAC, propose di trovargli una moglie.94

Durante le audizioni di marzo in Palestina, i leader ebrei patrocinarono efficacemente la loro causa con dati e statistiche. Ben-Gurion impedì di testimoniare a chiunque tranne gli esponenti della corrente di maggioranza (anche se sfidando i propri capi il rettore dell’Università ebraica, Yehuda Leib Magnes, si espresse a favore di una soluzione binazionale). Secondo un osservatore americano, gli arabi preferirono impressionare la commissione con «un sontuoso banchetto da Katy Antonius o una visita ufficiale a una grande azienda agricola, che tentare di rendere convincente il loro punto di vista con fatti e numeri».95

Ma più importanti di tutte le testimonianze furono probabilmente le ispezioni della commissione a varie località palestinesi. Le profonde differenze tra città e campagna fecero un’impressione durevole. Scrisse in seguito un membro americano, Frank Aydelotte: «Quando lasciai Washington, ero un antisionista piuttosto deciso… Ma dopo aver visto coi miei occhi quello che gli ebrei hanno realizzato in Palestina… il più grande sforzo creativo del mondo moderno. Gli arabi non ci si avvicinano neppure, e manderebbero in rovina anche quanto è stato fatto dagli ebrei… Non possiamo permettere una cosa del genere».

Un altro membro americano della commissione, Frank Buxton, annotò: «Mio padre, che è del Vermont… si sarebbe meravigliato di fronte alle imprese degli ebrei palestinesi… Sono tornato da quelle fattorie meno altezzoso, e meno sicuro che dopo tutto i pionieri americani non abbiano dei successori».96 In seguito Buxton avrebbe paragonato la Haganah all’esercito rivoluzionario americano, «un popolo in armi nel senso positivo dell’espressione».97

Al contrario, un membro inglese della commissione, R. H. S. Crossman, rammentò in seguito di essere stato nel «più maleodorante villaggio arabo» che gli fosse capitato di visitare.98 Le conclusioni principali del rapporto, che la commissione consegnò il 1° maggio, furono che la grande maggioranza dei profughi ebrei europei desiderava stabilirsi in Palestina, e che conveniva rilasciare i visti e dare libero corso all’immigrazione «con la massima celerità permessa dalle circostanze». La divisione del paese era scartata perché irrealizzabile; l’indipendenza, quando fosse stata concessa, avrebbe riguardato un’entità statale unica e binazionale. Ma per il momento essa era prematura, e il Mandato doveva continuare sotto forma di amministrazione fiduciaria sotto l’egida delle Nazioni Unite. Se Bevin aveva sperato che la commissione ponesse le basi di una politica comune anglo-americana in Palestina, la sua delusione dovette essere cocente. Truman si espresse per l’ingresso di 100.000 profughi ebrei nella regione e l’abolizione dei limiti alla compravendita di terreni previsti dal libro bianco, considerati dai commissari una forma di discriminazione. Attlee escluse l’immigrazione in massa finché le milizie ebraiche clandestine non fossero state sciolte, e lo yishuv non fosse stato disarmato.”

Il rapporto della commissione ebbe la tiepida approvazione dello yishuv, almeno riguardo all’immigrazione, mentre gli arabi lo respinsero in blocco. Disordini e dimostrazioni ebbero luogo a Baghdad e in Palestina, mentre a Beirut il Centro informazioni delle Nazioni Unite fu dato alle fiamme. Il rapporto fu ufficialmente condannato dal consiglio della Lega araba, che però respinse la proposta di prendere severe misure contro Gran Bretagna e Stati Uniti se le sue raccomandazioni fossero state applicate.100

La pubblicazione del rapporto non ebbe alcun effetto sugli attacchi ebraici a obiettivi britannici, che culminarono nella «notte dei ponti» del 17 giugno a opera delle Palmah. La Gran Bretagna reagì con l’«Operazione Agatha», che mirava a ridurre drasticamente la forza delle milizie sioniste.101 Ma la Haganah fu avvertita in anticipo, e quasi tutti i suoi comandanti sfuggirono alla retata. Così «Agatha», con le sue centinaia di arrestati tra i quali quattro membri dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica, mentre non giovò alla popolarità britannica negli Stati Uniti ebbe solo effetti marginali sull’efficienza della Haganah. D’altra parte, sul piano strettamente politico essa paralizzò il processo decisionale dello yishuv e persuase l’EAE (che si riunì a Parigi nell’agosto 1946) ad abbandonare la strada della lotta armata contro la Gran Bretagna.102

Ma l’operazione suscitò anche propositi di vendetta, tanto che perfino l’Irgun decise di difendere a spada tratta la «nemica» Haganah; così il 22 luglio, peraltro senza consultare quest’ultima, gli artificieri dell’IZL collocarono nei sotterranei dell’Hotel King David di Gerusalemme – che ospitava il quartier generale militare e amministrativo della Gran Bretagna – contenitori di latte pieni di esplosivo. La terribile esplosione, che demolì un’ala dell’edificio e uccise 91 persone – britannici, arabi ed ebrei – fu l’attentato più grave della storia dell’organizzazione. In seguito l’IZL sostenne di avere avvertito gli occupanti con largo anticipo, e che ciò nonostante l’albergo non era stato sgomberato; i britannici affermarono con altrettanta fermezza di non aver ricevuto nessun avvertimento. Il comandante delle truppe di Sua Maestà in Palestina, generale di corpo d’armata Sir Evelyn Barker, reagì tra l’altro emanando una disposizione di «non fraternizzazione», che in sostanza equiparava tutti gli ebrei del paese a complici potenziali dei terroristi. Di conseguenza, essa proibiva al personale britannico di frequentare gli ebrei sia per lavoro sia nel tempo libero, e di «avere qualunque rapporto sociale con qualsiasi ebreo», per punire «gli israeliti in un punto nel quale la loro razza è particolarmente sensibile: il portafogli». In seguito Attlee rimproverò a Barker il tono di queste misura, ma lasciandolo al suo posto.103

La Haganah, da sempre contraria al terrorismo (che distingueva dalla guerriglia antimperialista, considerata legittima), condannò l’attentato, sciolse il movimento ebraico di resistenza e interruppe ogni forma di lotta armata contro le forze britanniche. Ancora una volta, ciascuna delle tre principali organizzazioni ebraiche clandestine andò per la propria strada.

Il risultato dei colloqui anglo-americani dell’estate del 1946, e della violenza in Palestina, fu il varo del piano Morrison-Grady, o di autonomia provinciale, l’ultimo tentativo di Londra di trovare una soluzione di compromesso. Esso lasciava alla Gran Bretagna – o all’«amministrazione fiduciaria internazionale» – la difesa, la politica estera e gran parte delle decisioni economiche; arabi ed ebrei, suddivisi in quattro «province» o cantoni, avrebbero goduto di un certo grado di autonomia locale per quanto riguardava l’amministrazione di città e villaggi, l’agricoltura, la pubblica istruzione e simili. Si davano garanzie circa l’immediato trasferimento di 100.000 profughi e, in prospettiva, per l’indipendenza della Palestina come Stato unitario (o binazionale).

In settembre funzionari britannici e rappresentanti degli Stati arabi s’incontrarono a Londra per discutere il piano. Non c’erano rappresentanti palestinesi, né arabi né ebrei; insistendo per determinare la composizione delle due delegazioni, Londra aveva provocato un duplice boicottaggio. Come i predecessori, il piano Morrison-Grady fu respinto sia dai sionisti (irremovibili sulla questione dello «Stato ebraico») sia dagli arabi (che esigevano l’«immediata indipendenza araba»), oltre che dagli Stati Uniti. E il 4 ottobre 1946, al termine di un’ininterrotta evoluzione iniziata nel 1945, il presidente Truman comunicò formalmente il sostegno degli Stati Uniti alla divisione del paese e alla nascita di uno Stato ebraico, chiedendo l’inizio immediato di una «consistente» immigrazione.104 L’annuncio, fortemente condizionato dall’importanza del voto degli ebrei americani nell’imminenza delle «elezioni di metà mandato», fu un duro colpo per Attlee. «Sono stupefatto che non abbiate atteso di esservi familiarizzato con le ragioni» del piano britannico, telegrafò a Truman. Di lì a qualche settimana il suo governo avrebbe rinunciato al Mandato. Senza l’appoggio degli Stati Uniti la posizione britannica in Palestina era insostenibile – e per il momento, tale appoggio non era all’orizzonte.

Il 27 gennaio 1947 la Conferenza di Londra fu riconvocata. Questa volta l’Alto Comitato arabo era presente, ma l’Agenzia ebraica continuò il boicottaggio e gli Stati Uniti rifiutarono di mandare un osservatore. I britannici negoziarono ufficialmente coi palestinesi e altri rappresentanti arabi, mentre dietro le quinte incontravano funzionari sionisti. Ma mancavano i presupposti di una soluzione di compromesso. Per l’Agenzia ebraica la divisione del paese era un punto di partenza irrinunciabile; lo stesso valore aveva per gli arabi palestinesi l’indipendenza dell’intera Palestina, e un governo basato sul principio di maggioranza.

UNSCOP

IL 14 FEBBRAIO 1947 il governo britannico decise, in effetti, di districarsi dalla Palestina e lasciare alle Nazioni Unite il compito di sbrogliare la matassa. «Gli schemi proposti sia dagli arabi sia dagli ebrei non ci paiono accettabili, né siamo in grado d’imporre una nostra soluzione», dichiarò Bevin ai Comuni il 18 febbraio.105 Gli arabi non erano contrari all’eventualità che la questione fosse discussa all’ONU, che a loro giudizio non si sarebbe espressa a loro sfavore; per la stessa ragione, i sionisti guardavano con diffidenza a una «soluzione targata Nazioni Unite». Queste circostanze possono aver avuto un peso nella decisione di Bevin.

Alcuni storici hanno suggerito che mettendo entrambe le parti davanti all’ignoto e all’imprevedibile, la Gran Bretagna mirava forse a far loro accettare la sua ultima proposta, o un prolungamento del Mandato. Altri ritengono semplicemente ch’essa non avesse più né gli uomini né le risorse per mantenere l’ordine in Palestina. I seguaci dell’IZL e dell’LHI sostennero che i loro continui attacchi avevano costretto i britannici a battere in ritirata. Anche le operazioni della Haganah nel 1945-46 possono aver fatto temere uno scontro con la principale milizia sionista che Whitehall preferiva evitare, mentre la lotta all’immigrazione illegale era un incessante mal di capo per le autorità del Mandato. Infine la maggior parte degli storici ritiene che nel contesto della guerra fredda, in cui la collaborazione tra Washington e Londra era della massima importanza, la seconda aveva deciso di non irritare la Casa Bianca su una questione assai delicata sul piano morale, ma non attinente agli interessi vitali della Gran Bretagna.

Gli sviluppi politici del 1947 ebbero luogo su uno sfondo di violenza ebraica e rappresaglie più volte sul punto di sfuggire a ogni controllo. I tentativi di impedire e punire l’immigrazione illegale assunsero una dimensione nuova e cruenta, anche se nell’insieme nel contrastare il terrorismo i britannici diedero prova di autocontrollo e umanità.106 Negli ultimi mesi prima dell’evacuazione, però, essi apparvero non più in grado di governare la Palestina, né determinati a farlo. D’altra parte la loro decisione di ritirarsi galvanizzò i terroristi. Londra schierava ormai nel paese 100.000 uomini, cinque volte quelli impiegati per domare la rivolta araba del 1936-39 (e un indizio, verosimilmente, della maggiore efficienza e pericolosità della guerriglia ebraica rispetto a quella dell’altra comunità), ma le misure antiterroristiche ch’essi potevano adottare urtavano contro limiti precisi.

Il 1° marzo 1947, gruppi di fuoco dell’Irgun uccisero più di 20 soldati britannici, 12 dei quali in un attacco con bombe a mano al loro circolo ufficiali di Tel Aviv, e ne ferirono 30. Il 31 marzo la Banda Stern sabotò una raffineria di petrolio a Haifa; per spegnere l’incendio occorsero tre settimane. E il 4 maggio l’Irgun penetrò in una prigione britannica ad Acri liberando due dozzine di propri militanti (nonché, involontariamente, circa duecento detenuti arabi), ma al prezzo di nove morti e otto prigionieri tra i suoi miliziani. Questi furono poi processati, e l’8 luglio la condanna alla pena capitale fu confermata per tre di loro.

Il 12 luglio l’IZL sequestrò due sergenti britannici, Clifford Martin (ebreo, a quanto sembra), e Mervyn Paice, e li impiccò dopo l’esecuzione di tre suoi militanti il 29 luglio. I corpi degli impiccati erano collegati a congegni esplosivi, e nel recuperarli un capitano britannico rimase ferito.107 «La bestialità nazista non avrebbe saputo far meglio», commentò il «Times» di Londra.108 Ma il monopolio della bestialità non fu lasciato ai terroristi ebrei. Il 30 luglio soldati e poliziotti britannici compirono a Tel Aviv un’operazione dal sapore di rappresaglia, distruggendo negozi e picchiando numerosi israeliti. In una zona alcuni membri delle forze di sicurezza, perso il controllo dei nervi, mitragliarono a casaccio passanti e negozi uccidendo cinque persone e ferendone 10.

Il 12 agosto il parlamento britannico in sessione speciale decise di abbandonare la Palestina senza ulteriori indugi. Restarvi, secondo Churchill, non serviva a tutelare «nessun interesse britannico». Secondo gli storici che hanno maggiore familiarità con gli archivi della Gran Bretagna, «i metodi draconiani dell’IZL, per quanto moralmente discutibili, furono decisivi per trasformare l’opzione di evacuazione del febbraio 1947 nella ferma decisione di disfarsi degli oneri del Mandato».109

Il problema passò alle Nazioni Unite, la cui Assemblea generale si riunì a New York in sessione speciale nell’aprile-maggio 1947 e nominò l’ennesima commissione ad hoc. In seguito a obiezioni arabe, il Comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina (UNSCOP) ebbe competenza anche sul problema dei profughi ebrei, e fu incaricato di dare indicazioni sul loro trasferimento. Fu chiesto a Olanda, Svezia, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Canada, Australia, India, Iran, Perù, Guatemala e Uruguay d’inviare propri rappresentanti. Gli Stati arabi non si dispiacquero, aspettandosi una facile vittoria alle Nazioni Unite.

Sotto la presidenza di un giurista svedese, Emil Sandstrom, quell’estate l’UNSCOP passò cinque settimane in Palestina ascoltando funzionari sia ebrei sia britannici. Ben-Gurion parlò dapprima di uno Stato ebraico comprendente l’intera Palestina, poi accettò la divisione del paese. Weizmann invece si mostrò incline alla divisione fin dal principio. In questa circostanza, gli ebrei godettero di un vantaggio illegale: avevano collocato dei microfoni nelle stanze del Comitato, che li informarono sull’orientamento dei membri e sulle dichiarazioni dei testimoni.110

Il Comitato visitò il paese, e ancora una volta gli incontri vis-à-vis con la popolazione locale negli insediamenti e nei villaggi si dimostrarono particolarmente persuasivi. I membri furono accolti in modo ospitale dagli ebrei, e l’Agenzia ebraica fece in modo che trovassero sempre alcuni coloni che parlavano la loro lingua. Al contrario gli arabi furono ovunque scortesi, diffidenti o aggressivi. Il Comitato fu anche colpito dalla pulizia e dallo sviluppo economico delle zone ebraiche, e dalle cattive condizioni igieniche e dalla complessiva arretratezza delle città e dei villaggi arabi. In poche parole la comunità ebraica, e solo essa, fu giudicata «europea, moderna, dinamica… uno Stato in gestazione».111

Anche se ufficialmente l’Alto Comitato arabo boicottò l’UNSCOP, le posizioni arabe non restarono del tutto prive di rappresentanza. «Di propria iniziativa», Musa al-‘Alami e Cecil Hourani, segretario dell’Ufficio arabo di Washington, consegnarono un memorandum che illustrava il punto di vista della loro comunità.112 L’UNSCOP ascoltò anche rappresentanti degli Stati arabi contrari alla divisione della Palestina; essi perorarono la causa di uno Stato unitario e democratico dal quale gli immigrati illegali sarebbero stati espulsi, e in cui i rimanenti ebrei non avrebbero goduto dei diritti politici.113

Un fattore che molto influenzò l’UNSCOP fu l’affare dell’Exodus.114 Dall’agosto 1946 i britannici inviavano gli immigrati illegali in campi di detenzione a Cipro; ma raggiunti i 12.000 detenuti, sull’isola non ci fu più posto. Nella primavera del 1947, duramente colpiti dal terrorismo dell’IZL e dalla campagna d’immigrazione illegale della Haganah, essi decisero un giro di vite. Il MI6 diede inizio a una campagna di sabotaggio contro le navi della Haganah nei porti europei. La Vrisi fu affondata a Genova l’11 luglio; la Pan Crescent fu danneggiata e fatta arenare presso Venezia la notte del 30-31 agosto.115 Whitehall diede anche disposizioni affinché gli immigrati illegali fossero ricondotti in Europa.

Il 12 luglio, la Exodus 1947 salpò dalla Francia meridionale con 4.500 profughi a bordo. Il 18 luglio fu intercettata e abbordata dalla fanteria di marina britannica a 30 chilometri dalle coste della Palestina, al largo di Gaza. Seguì uno scontro durato tutta la notte, che la Haganah decise di sfruttare per dimostrare quanto gli ebrei fossero infelici e indifesi, e i britannici duri e senza cuore. Tre ebrei morirono e 28 furono gravemente feriti, ma la disperata situazione dei profughi era venuta alla ribalta e la loro sorte era stata collegata a quella della Palestina. Come per far sì che tutti i destinatari ricevessero il patetico messaggio, i britannici rimorchiarono la nave nel porto di Haifa, trasportarono a terra morti e feriti, trasferirono il grosso dei profughi superstiti su tre navi in grado di tenere il mare – sotto l’attenta supervisione del presidente dell’UNSCOP, Sandstrom – e li rispedirono in Francia. Il rifiuto francese di cooperare accrebbe l’imbarazzo britannico; «L’Humanité», quotidiano del Partito comunista francese, definì la nave «un’Auschwitz galleggiante». Quasi tutti i passeggeri si rifiutarono di sbarcare e i militari di Londra, finiti in un vicolo cieco creato da loro stessi, fecero rotta su Amburgo dove l’8 settembre il carico umano fu costretto a scendere a terra. Gli ebrei erano daccapo nel paese della loro più terribile persecuzione, e la responsabilità era tutta di Londra. La vicenda dell’Exodus assurse a simbolo dell’infelicità degli ebrei e dell’insensibilità degli inglesi. Una miglior propaganda a favore del sionismo, in quella fase cruciale, era difficile da immaginare.116 Quasi nello stesso momento furono giustiziati i tre militanti dell’IZL e uccisi per rappresaglia i due sergenti britannici; ma ciò sembra aver avuto, in confronto, un impatto modesto sui membri dell’UNSCOP – anche se, indirettamente, il caso Exodus fece luce sul terreno che aveva permesso all’IZL e alle sue attività di mettere radici.117

Il Comitato si trasferì in Europa verso la fine di luglio per intervistare i profughi ebrei e i funzionari competenti. Come già alla commissione anglo-americana, i profughi dichiararono all’unisono di voler emigrare in Palestina.118 Il rapporto dell’UNSCOP, consegnato all’Assemblea generale il 1° settembre, fu unanime nel raccomandare la fine del Mandato. Una maggioranza di otto membri propose la divisione della Palestina in due Stati, uno ebraico l’altro arabo, con un’amministrazione fiduciaria internazionale per Gerusalemme e Betlemme. I due Stati avrebbero formato un’unione economica, e la Gran Bretagna avrebbe continuato ad amministrare il paese per due anni, durante i quali l’immigrazione sarebbe stata consentita a 150.000 ebrei. Il rapporto di minoranza – preparato dai rappresentanti iugoslavo, indiano e iraniano – proponeva l’indipendenza della Palestina come «Stato federale»; di fatto, si sarebbe trattato di uno Stato unitario egemonizzato dalla comunità araba.

La reazione immediata del governo britannico consistette dapprima nella decisione segreta, presa il 20 settembre, di evacuare completamente la Palestina.119 Se l’ONU fosse riuscito a organizzare un ordinato trasferimento del potere, tanto meglio; altrimenti arabi ed ebrei avrebbero risolto il problema per conto loro, verosimilmente armi alla mano. In ogni caso, la responsabilità non sarebbe più stata della Gran Bretagna.

La divisione della Palestina in base alla Risoluzione delle Nazioni Unite, 29 novembre 1947

SIONISTI ORGANIZZARONO negli Stati Uniti una forte campagna di opinione, premendo sul presidente Truman perché appoggiasse il rapporto di maggioranza dell’UNSCOP. Del resto, difficilmente egli avrebbe potuto fare altrimenti, avendo già approvato la divisione del paese nell’ottobre 1946 e avendo recentemente assunto un atteggiamento pro divisione anche i sovietici;120 ma dovette vincere le tenaci riserve del Dipartimento di Stato. Due settimane dopo l’annuncio dell’evacuazione da parte della Gran Bretagna,121 sia gli Stati Uniti (l’11 ottobre) sia l’Unione Sovietica (il 13 ottobre) ribadirono pubblicamente il loro appoggio alla divisione. Il 13 novembre Londra annunciò che avrebbe completamente ritirato le sue truppe dalla Palestina entro il 1° agosto 1948.

Piano di ripartizione dell’ONU, Novembre 1947

Piano di ripartizione dell’ONU, Novembre 1947

Prima del voto dell’Assemblea generale del 29 novembre 1947, il Dipartimento di Stato compì disperati tentativi di attribuire agli arabi il Negev – che la maggioranza dell’UNSCOP aveva riservato agli ebrei. Solo l’intervento di Weizmann presso Truman salvò la destinazione ebraica di gran parte della regione.122 In cambio l’Agenzia ebraica accettò a malincuore di concedere agli arabi Beersheba e una striscia di territorio al limite tra Sinai e Negev – destinata agli ebrei secondo il rapporto UNSCOP di maggioranza. Giaffa sarebbe stata un’enclave araba nello Stato ebraico, e gli ebrei avrebbero ricevuto qualcosa in cambio in Galilea.123 Con queste modifiche, il futuro Stato ebraico avrebbe occupato il 55% della Palestina, con una popolazione israelita di circa 500.000 persone e una minoranza araba vicina alle 400.000 persone. (Altri 100.000 israeliti risiedevano a Gerusalemme.)

La Carta delle Nazioni Unite richiedeva che la Risoluzione fosse approvata con una maggioranza di due terzi. Nonostante la maggioranza nell’UNSCOP, e l’appoggio di Stati Uniti e Unione Sovietica, all’inizio i sionisti erano tutt’altro che ottimisti sulla votazione. Il 26 novembre tre nazioni incerte – Haiti, Grecia e Filippine – annunciarono il voto contrario. Disperati, i sionisti si rivolsero a Washington, capendo che in mancanza di pressioni americane sugli Stati-clienti la battaglia alle Nazioni Unite rischiava di essere perduta. Il lobbismo sionista fu duro ed efficace – come l’opera di «convincimento» che gli americani effettuarono con una dozzina di staterelli. Le originarie istruzioni di Truman del 24 novembre – «[non] fare uso di minacce o improprie pressioni di alcun genere con le altre delegazioni per indurle a votare il rapporto di maggioranza» –124 furono accantonate. Si minacciarono alla Grecia la cessazione degli aiuti economici, alla Liberia l’embargo sulla gomma.

Il 28 novembre, nelle ore precedenti la cruciale votazione, gli arabi riuscirono a ottenere una breve proroga. Ma solo una seria proposta di compromesso poteva evitare il voto a favore della divisione, ed essi non riuscirono a formularla. I rappresentanti dell’Alto Comitato furono scarsamente presenti alle trattative dietro le quinte, così come il delegato pachistano Zufferallah Khan, il più abile dei portavoce arabi.

La votazione fu trasmessa in diretta via radio in tutto il mondo, e in nessun luogo fu ascoltata con più trepidazione che in Palestina. Alla fine i voti a favore furono 33, quelli contrari 13, gli astenuti 10. La divisione era passata, ma con un margine piuttosto ristretto (tre «no» al posto di tre «sì» avrebbero comportato la bocciatura). Il voto contrario era stato espresso dai paesi arabi, da quelli musulmani, da Cuba e dall’India; quello favorevole dagli Stati Uniti, dai paesi del Commonwealth, da quelli dell’Europa occidentale, da quelli del blocco sovietico e da molti paesi latinoamericani; tra gli astenuti, Gran Bretagna, Argentina, Messico, Cile e Cina.

Sionisti e alleati furono soddisfatti; gli arabi lasciarono la sala sostenendo che la risoluzione era senza valore. Non capivano, come scrisse in seguito uno storico palestinese, perché il 37% della popolazione avesse ottenuto il 55% del territorio (del quale aveva posseduto fino a quel momento solo il 7%). In altre parole, «i palestinesi non capivano perché si facesse pagare a loro il conto dell’Olocausto… non capivano perché fosse ingiusto che gli ebrei restassero minoranza in uno Stato palestinese unitario, e invece fosse giusto che quasi metà degli arabi palestinesi – la popolazione autoctona, che abitava il paese da secoli – diventasse dalla sera alla mattina una minoranza soggetta a un potere straniero».125 I delegati arabi dichiararono che qualunque tentativo di applicare la Risoluzione avrebbe scatenato una guerra. Ben-Gurion sapeva che la guerra sarebbe scoppiata, ma disse ugualmente: «Non sono al corrente di alcuna impresa del popolo ebraico… nella sua lunga storia, maggiore di questa, da quando esiste come popolo».126

La Risoluzione 181 fu in qualche modo «un gesto riparatorio della civiltà occidentale per l’Olocausto… il pagamento di un debito da parte di nazioni consapevoli che avrebbero dovuto impedire, o almeno limitare la portata, della tragedia degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale».127

I sionisti avevano sfruttato abilmente la situazione, inconsueta e transitoria, di concordia tra statunitensi e sovietici sul problema palestinese. Molto aiutati dal senso di colpa collettivo legato all’Olocausto, essi erano riusciti a ottenere una garanzia internazionale per un piccolo territorio riservato agli ebrei. Ai quali spettava ora di trasformare l’astratta garanzia in possesso concreto dando vita a uno Stato funzionante, quasi certamente dopo una guerra. Quanto ai palestinesi, avrebbero pagato il prezzo dell’operazione.

La minaccia dei delegati arabi, nel lasciare l’Assemblea generale, che il tentativo di dividere la Palestina avrebbe causato una guerra non era vuota retorica. Nel giugno 1946 la Lega araba aveva segretamente promesso fondi, armi e volontari ai palestinesi.128 Il 16 settembre 1947 essa decise di costituire un Esercito di liberazione arabo, formato da volontari palestinesi provenienti dagli Stati arabi. In novembre i siriani avevano cominciato ad arruolare volontari e aprire campi di addestramento. Fawzi al-Qawuqji, che aveva trascorso gli anni del conflitto mondiale in Germania come conduttore di trasmissioni propagandistiche per il mondo arabo, fu nominato comandante.129 Amin al-Husayni si oppose decisamente alla nomina; fin dai tempi della rivolta araba considerava Qawuqji un rivale, e il reciproco risentimento avrebbe minato lo sforzo militare palestinese del 1948. Le forze degli Husayni avrebbero agito senza coordinamento con TELA, spesso addirittura intralciando le sue operazioni.130

Già prima del voto alle Nazioni Unite, la Lega araba aveva creato un Comitato militare presieduto dal generale Ismail Safwat, già capo di stato maggiore dell’esercito iracheno, col compito di assistere i palestinesi. Per premere sulla Gran Bretagna e l’ONU, esso decise di schierare alcuni reparti lungo le frontiere palestinesi. Così Damasco trasferì alcuni battaglioni, allarmando i britannici e mettendo in allerta lo yishuv. In effetti il 20 ottobre 1947 una piccola forza armata siriana varcò la frontiera a Tel al-Qadi, forse per errore, forse per saggiare la reazione dei britannici, che la respinsero immediatamente.131

In un mesto rapporto alla Lega, il generale Safwat comunicò che i sionisti possedevano «istituzioni e organizzazioni politiche, militari e amministrative caratterizzate da un livello molto alto di efficienza». Potevano schierare almeno 20.000 uomini, con un numero doppio di riservisti, le loro comunicazioni erano buone, e gli insediamenti ben difesi. I palestinesi non avevano niente di tutto ciò. È chiaro ch’egli intendeva dire che i paesi arabi dovevano mobilitarsi e aiutare i palestinesi, che altrimenti sarebbero stati senz’altro sconfitti.132 Ma gli altri membri della Lega non erano disposti a farsi coinvolgere nel conflitto. Gli iracheni, che «esalavano zolfo a uso e consumo dei compatrioti», restarono quindi i più militanti.133 E poi, in quanto più lontani dalla prima linea, si sentivano ancor più liberi d’inebriarsi della loro stessa retorica. Pochi giorni dopo il sì dell’ONU alla divisione e l’inizio degli scontri in Palestina, l’Iraq propose che truppe regolari degli Stati arabi intervenissero per «salvare» il paese, senza aspettare la partenza dei britannici e l’annuncio dell’indipendenza da parte degli ebrei. La proposta fu respinta e la Lega optò per un intervento minimo e indiretto, consistente nell’invio di 10.000 fucili134 e di 3000 «volontari».135

Husayni, che regolarmente si presentava non invitato ai vertici della Lega araba, altrettanto regolarmente vedeva bocciare tutte le sue proposte.136 L’ipotesi d’intervento del generale Safwat non gli era affatto piaciuta; temeva che potessero approfittarne la Giordania, la Siria o l’Egitto per guadagni territoriali a spese dei palestinesi.137 Nell’insieme, le conferenze erano caratterizzate da diversità di vedute, diffidenza e rivalità. Molti dirigenti arabi erano ostili a Husayni, che consideravano un incorreggibile intrigante, cosa che rendeva quasi impossibile un efficace processo decisionale. I moderati, come ‘Abdallah di Giordania, si lasciavano spingere a prese di posizione estremiste per non essere accusati di scarso patriottismo panarabo. I rituali appelli all’unità araba e all’indipendenza della Palestina erano ripetuti a ogni riunione, ma mancavano idee precise su come tradurli in pratica. Molti capi arabi sapevano che i loro eserciti erano in cattive condizioni e non in grado di affrontare un nemico agguerrito, tanto meno coi britannici ancora in Palestina,138 ma si sentivano obbligati a fare qualcosa. Spesso erano incalzati dall’opposizione, e soprattutto i monarchi erano deboli sia sul piano della popolarità che su quello della legittimità. Il non-intervento in Palestina poteva essere fatale ai loro traballanti regimi. Così, la pubblica millanteria; il timore dei popoli da parte dei governi, che quegli stessi popoli avevano eccitato con eccessi di retorica; e le pressioni reciproche, spingevano tutti nella stessa direzione – che non era quella della pace.

Ben-Gurion capiva che la battaglia decisiva per la nascita dello Stato ebraico non sarebbe stata contro la Gran Bretagna, né si sarebbe limitata alla diplomazia. Tra il 1936 e il 1945 la Haganah si era costantemente rafforzata, sia pure a ritmo discontinuo, migliorando strutture di comando e addestramento, creando nuovi reparti (in particolare le Palmah), ampliando gli arsenali e la propria rudimentale «industria bellica». Nel 1945 i suoi emissari negli Stati Uniti erano riusciti a procurarsi attrezzature per la produzione di armi che la fine della guerra aveva reso sovrabbondanti, e a introdurle in Palestina. Alla fine del 1947 le officine della Haganah sfornavano mortai da due e tre pollici, mitragliatori Sten, bombe a mano e molte munizioni. I preparativi si estesero all’aviazione. Negli anni ’30 la Haganah aveva acquistato degli aeroplani e, mimetizzandoli come aerei civili, aveva cominciato ad addestrare piloti. Nel novembre 1947 fu costituita la Forza aerea, composta da alcuni velivoli civili leggeri con l’aggiunta di un rudimentale armamento.

Nel maggio 1946 lo stato maggiore della Haganah aveva messo a punto il Piano C, una strategia difensiva contro attacchi da parte di truppe regolari completata da linee-guida per eventuali rappresaglie. Il Piano B, elaborato nel 1945, delineava la difesa dello yishuv da una nuova rivolta araba, con la Haganah in funzione ausiliaria rispetto alle truppe britanniche. Nell’ottobre e nel dicembre 1946 due aggiunte al Piano C contenevano istruzioni ai comandanti regionali circa le rappresaglie contro le truppe britanniche, qualora fossero venute in aiuto agli arabi. Da organizzazione propensa a considerarsi una mera appendice dell’esercito britannico, destinata a cooperare col governo del Mandato, la Haganah andava trasformandosi in forza armata pienamente responsabile della difesa dello yishuv, se necessario contro la stessa Gran Bretagna.139

In dicembre la leadership sionista nominò Ben-Gurion responsabile della Difesa oltre che presidente dell’Agenzia ebraica – in effetti, primo ministro di uno Stato nello Stato. Dalla primavera del 1947 egli dedicò molto tempo ed energie alla preparazione militare dello yishuv, affidando la battaglia politico-diplomatica a Moshe Sharett, Abba Hillel Silver negli Stati Uniti, e altri. Passava ore intere con gli ufficiali della Haganah e delle Palmah e coi veterani della Brigata ebraica, a studiare i problemi strategici e le necessità difensive dello yishuv.

In questo periodo gli alti gradi della Haganah-Palmah entrarono in competizione coi veterani che avevano combattuto negli eserciti regolari (per lo più, in quello britannico), tornati alla Haganah dopo il 1945 o in attesa di incarichi. Era una questione sia personale sia di filosofia militare: quale concezione (e, quindi, quale gruppo) avrebbe plasmato le nascenti forze armate ebraiche? Quella di tipo partigiano, basata sulle piccole squadre, il mordi-e-fuggi e l’autonomia decisionale, o quella di tipo tradizionale, basata sui reparti tradizionali, la disciplina e le manovre coordinate? Entrambe le scuole cercarono di attirare Ben-Gurion dalla loro parte.

Diversamente da molti suoi colleghi, egli pensava che:

Fino a tempi recenti, la nostra sola preoccupazione è stata difendere lo yishuv dagli arabi palestinesi… Ma ora siamo di fronte a una situazione del tutto diversa. La Terra d’Israele è circondata da Stati arabi indipendenti… che hanno il diritto di acquistare e produrre armi, mantenere eserciti e addestrarli… Gli attacchi degli arabi palestinesi non sono un pericolo per lo yishuv, ma c’è un altro pericolo: che gli Stati arabi confinanti attacchino lo yishuv coi loro eserciti regolari, tentando di distruggerlo.140

Così, i preparativi della Haganah nel 1947 furono in vista di una guerra convenzionale contro una coalizione di Stati arabi, anziché in vista di una guerriglia da parte dei palestinesi. Ben-Gurion sembra aver sottovalutato la Haganah, e dubitato che fosse in grado di trasformarsi in tempo in qualcosa di simile a un esercito convenzionale. Si circondò di consiglieri militari scelti in gran parte tra i veterani degli eserciti regolari, per controbilanciare il preesistente vertice della Haganah.141 Ciò nonostante, a parte la nomina a posti di comando di un piccolo numero di veterani di eserciti regolari, e l’adozione di alcune norme tipiche di questi ultimi per quanto riguardava la logistica, il coordinamento e la raccolta d’informazioni, fu la Haganah a espandersi e a trasformarsi, a metà del 1948, nelle Forze di difesa israeliane (Israel Defense ForcesO IDF).

La trasformazione avvenne molto tardi, in larga misura perché la Palestina restò a lungo sotto il controllo britannico, e perché la Haganah era per natura un’organizzazione clandestina, illegale. Solo nel novembre 1947 Ben-Gurion e il comando della Haganah assunsero un atteggiamento attivo e iniziarono i preparativi per la guerra. Anche se ancora nell’aprile 1948 Ben-Gurion pensava che i britannici intendessero manipolare gli eventi per restare in Palestina, la riorganizzazione della Haganah si basava sul presupposto che in realtà essi l’avrebbero abbandonata, e che l’avversario da fronteggiare sarebbe consistito nei paesi arabi confinanti.

L’inizio della guerra

ANCHE SE NELL’YISHUV tutti pensavano che prima o poi una guerra sarebbe scoppiata, e gli scontri cominciarono il 30 novembre, poche ore dopo il voto dell’Assemblea generale, nessuno era certo che quello fosse l’inizio di una guerra vera e propria. In principio, tutto era molto simile ai disordini spontanei e scarsamente coordinati del 1920-21 e del 1929 – cioè a una tempesta passeggera. Anche nel servizio segreto della Haganah (Shai) fino al 29 novembre era opinione generale che gli Stati arabi fossero disuniti, e che gli arabi palestinesi, impreparati a una guerra, non avrebbero reagito con le armi al voto ONU a favore della divisione.142 Ma David Shaltiel, il responsabile dello Shai, era più cauto: «Nessuno di noi sa con certezza cosa può succedere domani, oppure oggi, se è per questo», scrisse la sera del 29 novembre.143

Nelle città e negli insediamenti dello yishuv la notte trascorse in rumorosi festeggiamenti. Quasi tutti erano rimasti accanto a una radio durante la cronaca della votazione, e un gigantesco, collettivo grido di esultanza segnò il raggiungimento della maggioranza di due terzi. I giovani si riversarono nelle strade e danzarono di gioia intorno a improvvisati falò. Nel cortile dei National Institutions Buildings a Gerusalemme Golda Myerson (Meir), direttrice ad interim del dipartimento politico dell’Agenzia ebraica (essendo Sharett a New York) parlò alla folla sottostante: «Per duemila anni abbiamo atteso il momento del riscatto. Ora che è giunto, è così grande e meraviglioso che non ci sono parole per descriverlo. Ebrei, mazel tov, buona fortuna!».144

Ma alcuni, come Yosef Nahmani, veterano di HaShomer, consigliere comunale a Tiberiade e direttore del locale ufficio del JNF, erano meno euforici. Era stato portato in trionfo da altri ebrei per le strade della sua cittadina lacustre, ma «nel mio cuore», come scrisse nel diario, «c’erano insieme gioia e tristezza. Gioia perché le altre nazioni avevano infine riconosciuto che eravamo una nazione e uno Stato, tristezza perché dovevamo rinunciare a metà del paese, Giudea e Samaria, e perché avremmo avuto 400.000 arabi [nel nostro Stato]».145 E in seguito, Ben-Gurion avrebbe ricordato: «Non potei ballare né cantare quella notte. Guardavo gli altri che danzavano per la felicità, e non riuscivo a non pensare che la guerra era già lì ad aspettarli».146

Vicino a ogni folla di ebrei in festa c’era un villaggio o un quartiere arabo in preda a rabbia e sconforto. Il peggior timore dei palestinesi si era infine avverato. Le reazioni iniziali furono spontanee, esplosive, apparentemente non organizzate. Il mattino del 30 novembre un gruppo di arabi tese un’imboscata a un autobus vicino a Kefar Syrkin, uccise cinque ebrei e ne ferì altri. Dopo 25 minuti lo stesso gruppo assalì un altro autobus, uccidendo altre due persone. Non è chiaro se l’episodio sia stato scatenato dall’esito della votazione alle Nazioni Unite, o fosse la risposta a una precedente incursione dell’LHI, costata la vita a cinque arabi. Un altro ebreo fu ucciso il 30 novembre da alcuni arabi al confine tra Giaffa e Tel Aviv. Furono, in realtà, le prime vittime della prima guerra arabo-israeliana.147

Sotto la guida di Husayni, ch’era al Cairo, il 1° dicembre l’Alto Comitato proclamò uno sciopero generale di tre giorni della comunità arabo-palestinese, a partire dal giorno seguente. Il 2 dicembre una grande folla araba con bastoni e coltelli si riversò dalle porte della Città Vecchia e attaccò negozi e passanti ebrei; poco dopo raggiunse il municipio. Ci furono molti feriti, uno dei quali grave, e scoppiarono alcuni incendi. Il servizio segreto della Haganah identificò alcuni funzionari dell’AHC tra coloro che incitavano i rivoltosi.148 Unità della Haganah spararono talvolta in aria, in altri casi ad altezza d’uomo. In generale le truppe e la polizia britanniche assistettero agli scontri senza intervenire. Qualche poliziotto partecipò agli atti vandalici e ai saccheggi, ma vi furono casi in cui agenti di polizia collaborarono all’evacuazione degli ebrei feriti – una gamma di comportamenti che avrebbero continuato a caratterizzare le forze di sicurezza del Mandato nei sei mesi seguenti.149 Alla fine, la folla ritornò sui suoi passi e si disperse. Ma le ostilità erano iniziate.

La guerra civile: novembre 1947-14 maggio 1948

LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA avrebbe avuto due fasi distinte: la guerra civile, dalla fine di novembre del 1947 alla metà di maggio del 1948, consistente in larga misura in episodi di guerriglia tra lo yishuv e la comunità arabo-palestinese; e la guerra convenzionale, dal 15 maggio 1948 all’inizio del 1949, tra il nuovo Stato israeliano e gli eserciti di Siria, Giordania, Egitto, Libano e Iraq, ai quali si aggiunse un piccolo corpo di spedizione con effettivi di altri paesi arabi, tra i quali Yemen e Arabia Saudita.

Durante la guerra civile, la maggior parte degli scontri si verificò nelle zone attribuite al futuro Stato ebraico, dove gli ebrei erano numericamente prevalenti: Gerusalemme, Giaffa-Tel Aviv, Tiberiade, la Galilea orientale, la valle di Yezreel e la pianura costiera. Nella Palestina occidentale e in varie parti della Galilea le due comunità erano mescolate in modo inestricabile. Nei centri più importanti – Haifa, Giaffa-Tel Aviv, Gerusalemme, Safed, Tiberiade – la popolazione era mista, ciascuna comunità essendo ben visibile all’altra; non di rado, le case degli ebrei e quelle degli arabi si fronteggiavano lungo i due lati di una strada. Tanto nelle città quanto nelle campagne, le zone arabe e quelle ebraiche erano in grado di isolarsi a vicenda, bloccando le vie di comunicazione che attraversavano le une e le altre.

Teoricamente Londra governava ancora la Palestina, e le sue truppe erano distribuite sul territorio del paese. Sia gli arabi sia gli ebrei dovevano tener conto di questo fattore, ed entrambi sospettavano i britannici di favorire il nemico. Non c’è dubbio che fino alla fine di marzo del 1948 le forze britanniche furono un serio intralcio per la Haganah, che dovette operare sapendo che suoi attacchi in grande stile sarebbero stati ostacolati o repressi. Nello stesso tempo la presenza delle truppe di Londra impedì l’intervento degli eserciti arabi, e rappresentò una protezione per i convogli e a volte per gli insediamenti ebraici.

La forza relativa dei due campi

ALL’INIZIO DELLA GUERRA, WHITEHALL pensava che gli arabi avrebbero prevalso. «A lungo termine, gli ebrei non possono tener testa [al nemico]… e saranno espulsi dalla Palestina, se non accetteranno un compromesso» fu il meditato parere dello stato maggiore imperiale.150 In effetti, almeno sulla carta lo scontro sembrava alquanto impari. Dal punto di vista della popolazione, il rapporto di forza era di circa due a uno in favore degli arabi (da 1,2 a 1,3 milioni contro 650.000 ebrei). Inoltre, gli arabi avevano il vantaggio di un vasto retroterra di popoli affini dal punto di vista etnico e religioso, al quale attingere per rifornimenti di uomini e materiali, ed eventualmente in cui rifugiarsi. Il «retroterra» ebraico (la Diaspora) era troppo lontano e discontinuo per avere un valore strategico, e i rifornimenti ch’esso poteva fornire dovevano superare lo sbarramento costituito dalla Royal Navy e dalla Royal Air Force.

Ma lo yishuv era nettamente in vantaggio da ogni altro punto di vista: organizzazione bellica di tipo «nazionale», addestramento, armamento, capacità di produrre armi in proprio, morale, motivazione e, soprattutto, comando e controllo. Lo yishuv godeva perfino di una superiorità demografica quanto a maschi atti alle armi,151 derivante dalla politica prebellica di favorire, nei limiti del possibile, l’immigrazione dei giovani di sesso maschile. In fondo, lo squilibrio di forza militare tra i due campi rispecchiava le caratteristiche delle corrispondenti comunità, e alcune circostanze storiche. Nel 1947-48 si fronteggiavano una società molto motivata, con un alto grado d’istruzione, ben organizzata e semindustriale, e una società arretrata, in larga misura analfabeta, poco organizzata e tipicamente contadina. Per l’abitante medio del villaggio arabo, «indipendenza» e «nazione» erano concetti vaghi e astratti; la sua lealtà era rivolta alla famiglia, al clan, al villaggio e, qualche volta, alla regione di appartenenza. Inoltre, decenni di rivalità avevano reso ancora più fragile la società palestinese. Particolarmente grave, in quest’ambito, era la rivalità politica tra gli Husayni e i Nashashibi, le cui deleterie conseguenze si facevano sentire in tutti i campi.

Inoltre, la ribellione del 1936-39 aveva decapitato la comunità araba sia politicamente sia militarmente. Alcuni dirigenti erano rimasti uccisi o gravemente feriti, altri erano in esilio, altri ancora avevano gettato la spugna. Verso la lotta armata, il sentimento generale era di stanchezza e sfiducia. Gli anni della Seconda guerra mondiale avevano permesso ad alcune ferite di rimarginarsi, ma nell’insieme la società arabo-palestinese non si era ancora ripresa dai guasti delle divisioni interne e della repressione della rivolta, né aveva sviluppato valide strutture di autogoverno. Il suo solo organo amministrativo autonomo era il Consiglio supremo musulmano, la cui competenza era, in senso stretto, religiosa. L’Alto Comitato arabo era scarsamente rappresentativo, e non controllava nessuna struttura amministrativa. Negli anni ’30 e ’40 la classe dirigente palestinese aveva reclamato spesso, e in tono perentorio, l’«indipendenza», ma non aveva compiuto che in misura minima i pazienti, umili preparativi necessari all’autogoverno. Dopo secoli di dominio ottomano l’élite araba era egoista, corrotta e relativamente inesperta nel campo della pubblica amministrazione. Durante il Mandato le più eminenti famiglie «nazionaliste» avevano venduto terreni ai sionisti e accettato mance e «finanziamenti» dall’Agenzia ebraica. Pochi arabi avevano acquisito un’esperienza amministrativa o militare nel periodo in questione. E come si è accennato, negli anni tra il 1936 e il 1947 i palestinesi avevano sviluppato la tendenza a contare in misura eccessiva sull’aiuto degli Stati arabi confinanti.

Il contrasto col sionismo era stridente. Non vi era forse al mondo, in quel momento, un movimento più motivato e più convinto delle proprie buone ragioni, l’Olocausto avendo dimostrato che per sopravvivere gli ebrei non potevano contare fino in fondo che su loro stessi, e che la sconfitta militare poteva essere il preludio di un’altra carneficina d’israeliti. Nei tardi anni ’40 lo yishuv era quindi, in assoluto, una delle comunità politicamente più coscienti, pugnaci e organizzate. Le infrastrutture del suo «Stato nello Stato» erano cresciute senza sosta nei decenni del dominio britannico, che nell’insieme aveva tenuto nei suoi confronti un atteggiamento benevolo. Oltre alla Haganah, lo yishuv disponeva di un quasi-governo (l’Agenzia ebraica), con un vertice collegiale (l’esecutivo), un «ministero degli Esteri» (il dipartimento politico) e un ministero economico (il dipartimento finanziario), e di molte altre quasi istituzioni di tipo statale, tra le quali: un sistema scolastico autonomo e ben funzionante, un sistema fiscale, enti per la gestione del territorio e la creazione degli insediamenti, un potente sindacato (la Histadrut). Inoltre, diversamente dagli arabi lo yishuv aveva un’élite desiderosa di dedicarsi alla pubblica amministrazione, con molti elementi ben preparati in campi quali la diplomazia, l’economia e la difesa.

Lo yishuv poteva infine contare sull’appoggio di un’efficiente Organizzazione sionista mondiale, con importanti succursali negli Stati Uniti e in Gran Bretagna in grado, in momenti decisivi, di inviare ingenti risorse ai fratelli in Terra d’Israele. Tra il gennaio e il marzo del 1948, durante un viaggio negli Stati Uniti, Golda Meir raccolse 50 milioni di dollari per la Haganah – il doppio della somma chiestale da Ben-Gurion. Una seconda, rapida visita in maggio-giugno fruttò altri 50 milioni. Fu così possibile pagare alcune forniture militari cecoslovacche, di enorme importanza per l’esito del primo conflitto arabo-israeliano.152

In teoria, gli arabi della Palestina avrebbero potuto contare sull’aiuto dei fratelli degli Stati confinanti; ma la comunità araba mediorientale, infinitamente meno unita e generosa della comunità ebraica internazionale, nel momento del bisogno concesse poco, sia in armi sia in denaro. I volontari giunti dai paesi arabi, non più di 5000, furono ben poca cosa, per numero e preparazione, rispetto a quelli – ebrei e gentili – che accorsero in sostegno dello yishuv.

Alla vigilia della guerra la Haganah disponeva complessivamente di 35.000 combattenti. Tra questi, le unità di élite delle Palmah consistevano, nel novembre 1947, in 2.100 uomini e 1.000 riservisti, che furono subito richiamati. L’Irgun disponeva di 2000-3000 combattenti, l’LHI di 300-500. Durante la fase della guerra civile, nessuna di queste organizzazioni si scontrò con le altre o le intralciò. Semmai, le sue ultime fasi videro un crescente coordinamento tra la Haganah e l’Irgun. In breve lo yishuv poteva contare su un unico dispositivo militare nazionale, qualcosa di cui gli arabi palestinesi mancavano completamente. Inoltre, lo stato maggiore e le altre strutture di comando della Haganah garantivano che gli uomini in armi potessero essere trasferiti e schierati in ogni momento dov’era più importante disporre della superiorità di numero e potenza di fuoco rispetto al nemico.

Alla fine del novembre 1947 la Haganah aveva circa 16.000 armi leggere – fucili normali, fucili mitragliatori e pistole, un migliaio di mitragliatrici, 750 mortai leggeri – mentre la polizia ebraica degli insediamenti, dipendente dalle autorità britanniche ma di fatto leale alla Haganah, possedeva legalmente altri 6.800 fucili e 48 mitragliatrici. Gran parte degli oltre 300 insediamenti ebraici allo scoppio della guerra era munito di solide difese: trincee, bunker e altri rifugi, e barriere perimetrali spesso rinforzate con filo spinato e campi minati. Si trattava, in sostanza, di fortezze in miniatura.

Peraltro, neanche la Haganah era priva di punti deboli. Non disponeva di artiglieria né di carri armati, le sue forze corazzate consistendo in poche autoblindo «artigianali» (veicoli civili dotati di rozze blindature e di armamento leggero in apposite officine). Aveva inoltre una flottiglia di aerei civili, ma nessun velivolo da combattimento. Infine, le sue riserve di munizioni erano molto limitate.

Gli sforzi degli arabi palestinesi, negli anni ’30 e nella prima metà degli anni ’40, di dotarsi di strutture militari «nazionali», produssero magri risultati consistenti in due piccoli eserciti male armati, male addestrati e poco organizzati: il Najada, capeggiato dal giurista di Nazareth Muhammad Nimr al-Hawari, e il Futuwa, dominato dagli Husayni e comandato dall’ex ufficiale di polizia Kamal Arikat. Pressioni e intimidazioni da parte degli Husayni portarono alla fusione delle due milizie nell’Organizzazione giovanile araba, e alla fuga in Giordania di Hawari. Ma l’OGA non decollò mai, e i palestinesi entrarono in guerra senza un dispositivo militare unitario.153

Nelle prime settimane del conflitto, in particolare nel dicembre 1947-gennaio 1948, entrarono in azione un certo numero di grandi bande arabe. Le due principali furono quella di ‘Abd al-Qadir al-Husayni, che agì nelle colline intorno a Ramallah e Gerusalemme, e quella di Hasan Salame, nell’area di Lydda. Ogni banda possedeva un nucleo stabile di 300-500 combattenti, e si spostava nelle campagne accampandosi nei pressi di questo o quel villaggio. A volte, il villaggio prescelto si rifiutava di ospitarla, temendo la vendetta degli ebrei. Le bande disponevano di armi leggere, compresi qualche mitragliatrice e qualche mortaio da due o tre pollici. L’importanza strategica delle bande era considerata scarsa sia dalla Haganah sia da Qawuqji, che a quanto pare le giudicava «brutali, inaffidabili, e refrattarie alla disciplina, quindi pressoché inutili in un conflitto convenzionale».154

Il più grande e meglio organizzato esercito arabo della Palestina prima dell’invasione del maggio 1948 fu l’ELA di Qawuqji, composto soprattutto di volontari della Lega araba affluiti in Siria. Al suo apogeo consisteva in 5.000-6.000 uomini, ai quali si aggiungevano centinaia di volontari locali in ciascun teatro di operazioni. L’ELA era dotato di vari tipi di armi leggere, alcuni mortai di medio calibro e qualche cannone da 75 e 105 mm, ma scarseggiava di munizioni. Lasciata la Palestina nel maggio 1948, si riorganizzò in Siria e tornò in campo con un arsenale leggermente migliorato.155 Nell’ottobre 1948 consisteva sulla carta in otto battaglioni; in realtà non poté mai schierare più di tre o quattro battaglioni standard, e ogni battaglione operava per conto proprio. I reparti entrarono in Palestina alla spicciolata nel gennaio 1948 attraverso i confini con la Siria e la Giordania, per concentrarsi in Samaria e in Galilea. Furono ripetutamente battuti in campo aperto dalla Haganah, e definitivamente cacciati dalla Palestina dall’IDF alla fine di ottobre.

Nell’insieme, il dispositivo militare palestinese consisteva soprattutto nelle milizie autonome di circa 800 tra città e villaggi, dei quali solo 450 parteciparono al conflitto. Gli altri, quasi tutti nel territorio poi chiamato Cisgiordania (la West Bank o Sponda occidentale degli anglosassoni) contribuirono allo sforzo bellico in misura trascurabile. Ogni città e villaggio aveva un proprio «presidio», composto da 10-100 uomini armati di pistole e fucili, con una piccola scorta di munizioni. Le milizie locali non dipendevano da nessuna struttura «nazionale»; al massimo si coordinavano a livello regionale, di solito in occasione di un attacco a un obiettivo nemico. Poteva accadere per esempio che i presìdi di un gruppo di villaggi tendessero insieme un’imboscata a un convoglio ebraico in avvicinamento. Terminato il combattimento, si disperdevano fino alla successiva fazza (attacco in comune), uno o due mesi più tardi. Di tanto in tanto un fazza della durata di qualche giorno prendeva di mira un insediamento o un gruppo di insediamenti, come accadde nel maggio 1948 al Blocco Ezion. Nelle situazioni difensive ciascun centro abitato arabo era lasciato quasi sempre a se stesso, cosicché i reparti ebraici erano liberi di attaccarli uno per volta. Dietro questa mancanza di collaborazione si celavano spesso discordie territoriali o tra clan.156

Alcuni villaggi e alcuni clan preferirono aiutare gli ebrei – con informazioni e a volte perfino in combattimento – a causa di vecchi rancori, o perché pensavano che gli ebrei avrebbero vinto e contavano di salire sul carro del vincitore. Nel 1948 molti villaggi drusi della Galilea si schierarono con gli ebrei; alcuni parteciparono a operazioni della Haganah o dell’IDF contro i loro vicini, e un reparto druso fu infine incorporato nell’IDF.157

Tutte le forze palestinesi soffrirono di gravi problemi di approvvigionamento, specialmente i villaggi. Molti non ricevettero rifornimenti di alcun genere per l’intera durata della guerra. L’ELA e le bande più grandi non avevano eccedenze da spartire, e quando i paesi arabi o il Comitato militare inviavano armi e munizioni, queste finivano sempre nelle mani delle unità più grandi, e qualche volta delle milizie urbane di Giaffa, Haifa e Gerusalemme. Quando una milizia di villaggio restava senz’armi o munizioni, semplicemente cessava ogni tipo di operazione.

L’ELA, le bande più grandi e le milizie urbane dipendevano per gli approvvigionamenti dai paesi arabi confinanti; ma quegli Stati erano poveri, corrotti e male organizzati, e il Comitato militare della Lega araba a Damasco, cui in teoria spettava la supervisione dello sforzo bellico in Palestina, nonché i leader dell’Alto Comitato in esilio, si dimostrarono incapaci di raccogliere i fondi necessari e procurare e inviare in tempo utile il materiale. I rapporti del servizio segreto dello yishuv pullulano d’intercettazioni di messaggi delle formazioni principali, o delle milizie locali, a questo o quel paese arabo, al Comitato militare, o all’Alto Comitato, con disperate richieste di armi e munizioni. La risposta era sempre «Al più presto, se Dio vorrà».

Secondo un rapporto,158 il 23 marzo gli Stati arabi avevano fornito al Comitato militare 9.800 fucili e quasi quattro milioni di pallottole, ma quasi tutto andò all’ELA; le milizie urbane ebbero qualcosa, i villaggi pressoché niente. Inoltre le armi erano spesso male assortite, e una parte dei fucili era guasta (particolarmente scadente il materiale di provenienza saudita). Solo TELA sembra aver posseduto infrastrutture logistiche degne del nome, e armi e munizioni relativamente standardizzate. Per complicare le cose, i convogli dei rifornimenti erano illegali e dovevano evitare le pattuglie e i check points britannici, nonché, qualche volta, le unità della Haganah.

Ancora più critico di quello dei rifornimenti era il problema del comando e controllo. Le unità arabe erano troppo numerose (soltanto a Giaffa c’erano tre o quattro milizie separate), e troppi centri di comando ne muovevano contemporaneamente i fili da lontano. Il Comitato militare si dimostrò incapace di coordinare questi centri separati e spesso in competizione, e dovette a sua volta guardarsi dalle intromissioni dell’Alto Comitato, mentre questo e i singoli paesi arabi cercavano di manipolare le milizie a proprio vantaggio. All’incontro di Damasco del 5 febbraio 1948, i membri del Comitato militare, Amin al-Husayni, ‘Abd al-Qadir al-Husayni e Hasan Salame decisero in sostanza di ufficializzare la situazione esistente: la Palestina fu divisa in quattro zone, con la Galilea e la Samaria sotto Qawuqji e il suo ELA, il distretto di Gerusalemme sotto ‘Abd al-Qadir, la zona di Lydda sotto Salame, e il comando delle operazioni nel sud affidato a un egiziano. Safwat fu nominato comandante in capo, e Taha al-Hashimi «ispettore generale», delle forze arabe in Palestina. Nessun teatro importante fu affidato a Hajj Amin al-Husayni.159

In pratica, il tentativo di sovrapporre un’autorità centrale e un coordinamento operativo ai vari comandi si rivelò un pio desiderio. Inoltre, le milizie delle città principali non accettarono l’autorità dei comandanti, e non coordinarono con essi le loro iniziative. La morte di ‘Abd al-Qadir all’inizio di aprile lasciò senza comando unificato le cruciali colline di Gerusalemme nelle restanti sei settimane di scontri. L’assenza di coordinamento fu probabilmente il singolo fattore più importante della sconfitta finale dei palestinesi, e della relativa facilità con cui la Haganah raggiunse i propri obiettivi.

Il primo periodo della guerra civile

LA PRIMA FASE DELLA GUERRA CIVILE può a sua volta essere divisa approssimativamente in due. Dal dicembre 1947 al marzo 1948 gli arabi ebbero l’iniziativa e la Haganah adottò una strategia difensiva. Poi, da aprile la Haganah contrattaccò, battendo definitivamente la resistenza palestinese a metà maggio. Nel primo periodo, gli arabi ottennero successi importanti, in particolare nel controllo delle vie di comunicazione, degli accessi a Gerusalemme Ovest (la zona ebraica), e contro alcuni gruppi d’insediamenti isolati. Non fu una campagna coordinata; gli attacchi contro i mezzi di trasporto, i quartieri e gli insediamenti ebraici furono lanciati da varie bande armate in modo autonomo. La Haganah, intenta a organizzarsi e guardinga nei confronti dei britannici, adottò un atteggiamento difensivo; gli attacchi che organizzò contro villaggi e obiettivi urbani arabi ebbero quasi sempre il carattere di rappresaglie.

Già da metà dicembre, la semplice difesa era stata sostituita dalla difesa «attiva», o «aggressiva»; la difesa pura (havlagah), praticata nel 1936-39, questa volta non costituì l’opzione strategica della Haganah. Non solo ci furono rappresaglie, ma esse appaiono spesso esagerate. Questa strategia tendeva a estendere i combattimenti ad aree rimaste pacifiche fino a quel momento. Fin dall’inizio, l’Irgun e LLHI, e in misura minore la Haganah, ricorsero ad attacchi terroristici contro obiettivi civili e basi delle milizie arabe. Gli arabi reagirono collocando grosse bombe in zone abitate da civili ebrei, in particolare a Gerusalemme.

Fin dall’inizio gli arabi compresero che i centri abitati e gli insediamenti ebraici, anche i più fuori mano, erano obiettivi quasi inattaccabili per le loro forze male armate e disorganizzate, mentre le vie di comunicazione erano obiettivi assai più «soffici». Nel marzo 1948 il tentativo delle bande armate di bloccare le comunicazioni, sebbene gli ebrei viaggiassero quasi esclusivamente in convogli, sembrava riuscito in larga misura; gli insediamenti isolati e Gerusalemme Ovest, coi suoi 100.000 abitanti, rischiavano lo strangolamento. Fu soprattutto questo, insieme alla crescente consapevolezza che i britannici erano interessati soprattutto alla sicurezza del proprio ritiro e non avrebbero interferito, a spingere la Haganah a passare all’offensiva all’inizio di aprile, ponendo le basi della seconda fase della guerra civile.

Nei primi mesi molti scontri si erano verificati all’interno e nei dintorni delle città a popolazione mista – Gerusalemme, Tel Aviv-Giaffa e Haifa – quasi sempre per iniziativa degli arabi. Ma l’Irgun e 1’LHI, ricorrendo al terrorismo contro i civili, contribuirono fortemente a trasformare disordini e aggressioni armate piuttosto sporadici in una guerra aspra e generalizzata. Il primo assalto armato organizzato a un abitato ebraico avvenne l’8 dicembre contro il quartiere Hatikvah di Tel Aviv. Il 4 dicembre gli arabi avevano aperto il fuoco contro il quartiere e cercato di conquistare alcune case; i militanti della Haganah avevano risposto al fuoco, uccidendo alcuni arabi; infine erano intervenuti i britannici, uccidendo due militanti ebrei e ferendone altri. Il 7 dicembre la Haganah effettuò una rappresaglia, facendo esplodere una casa alla periferia del vicino villaggio di Salame.

Il giorno dopo centinaia d’irregolari arabi, al comando di Hasan Salame, attaccarono frontalmente tentando di conquistare Hatikvah. Alcune case periferiche del quartiere furono prese, sotto lo sguardo impassibile dei soldati britannici. Gli arabi cominciarono a saccheggiare e a bruciare le case. Giunsero rinforzi della Haganah e una squadra di poliziotti ebrei, che s’infiltrarono tra i soldati britannici e contrattaccarono, respingendo gli arabi fino a Salame. Una sessantina di arabi e due ebrei persero la vita, e dopo la battaglia un ufficiale britannico riportò a casa un bambino che gli arabi avevano rapito. I britannici sospettavano che l’attacco fosse stato ordinato da Husayni.160

Con i britannici ancora schierati in forze a Gerusalemme, la capitale del Mandato, gli attacchi in grande stile ai quartieri ebraici rischiavano di provocare interventi e contrattacchi altrettanto decisi. Ciò nonostante, il 10 febbraio 1948 150 arabi provenienti dalla Città Vecchia attaccarono il quartiere occidentale di Yemin Moshe, oltre la valle di Hinnom; furono respinti dalla Haganah con l’aiuto delle truppe britanniche.161 (Quella settimana, sempre a Gerusalemme, i britannici assunsero l’atteggiamento opposto quando una loro squadra disarmò quattro uomini della Haganah, e li consegnò a una folla araba che si affrettò a linciarli. In seguito, si disse che i soldati intendessero vendicarsi dell’uccisione di alcuni camerati, un paio di mesi prima, da parte di uomini dell’LHI o dell’Irgun.)162

Risalivano ai primi di dicembre del 1947 anche gli attacchi arabi agli insediamenti rurali ebraici, che talvolta furono soccorsi dai britannici. L’incursione più massiccia ebbe luogo il 9 gennaio 1948, quando più di 300 arabi, in gran parte beduini siriani, attaccarono il kibbutz di frontiera di Kefar Szold, probabilmente per ritorsione a un raid delle Palmah del 18 dicembre contro la vicina Khisas (come descritto più avanti). Il comandante del locale battaglione britannico inviò otto autoblindo a protezione del kibbutz, e gli arabi si ritirarono. La Haganah ebbe un morto e quattro feriti; gli arabi 24 morti e 67 feriti.163

C’era poi il terrorismo ebraico. A Tel Aviv, Giaffa, Haifa e Gerusalemme, in dicembre e all’inizio di gennaio del 1948 centinaia di civili arabi furono uccisi o feriti dall’Irgun. Solo a Gerusalemme, tra gli arabi ci furono 37 feriti e 80 morti in due attentati, il 13 e il 29 dicembre.164 Un’altra operazione del genere innescò una delle più gravi dinamiche aggressione-rappresaglia di quel periodo. Il 30 dicembre una squadra dell’IZL lanciò diverse bombe a mano contro una piccola folla in attesa dell’autobus, all’esterno della raffineria di Haifa, uccidendo sei persone e ferendone dozzine. La reazione degli operai arabi fu tanto violenta quanto non premeditata: si gettarono contro i colleghi di lavoro ebrei con martelli, chiavi inglesi, tubi e armi improprie di ogni sorta massacrandone 39 e ferendone 50, prima che i britannici ristabilissero l’ordine.165

Lo stato maggiore della Haganah decise che l’uccisione degli operai ebrei andava punita indipendentemente dalle circostanze, e la notte del 31 dicembre i villaggi suburbani di Balad al-Shaykh e Hawassa, a sudest di Haifa, dove vivevano molti operai della raffineria, furono attaccati da unità delle Palmah e della Haganah. A Balad al-Shaykh l’ordine fu di «uccidere il maggior numero di maschi adulti, distruggere gli arredi delle abitazioni ecc.», ma di risparmiare donne e bambini. Le squadre setacciarono una casa dopo l’altra, trascinando fuori gli uomini e passandoli per le armi, ma in qualche caso si limitarono a gettare all’interno una granata o a sparare a raffica nelle stanze. Gli abitanti del villaggio ebbero 60 morti, tra i quali anche donne e bambini. A Hawassa 16 uomini furono uccisi e 10 feriti.166

Anche l’LHI diede il suo contributo alle stragi. Il 4 gennaio 1948 fece saltare in aria un camion pieno di esplosivo davanti al municipio di Giaffa, che ospitava gli uffici locali del Comitato nazionale arabo; l’edificio fu demolito, 26 persone morirono e molte altre furono ferite. L’attentato colpì profondamente il morale della popolazione araba e dei difensori di Giaffa.167

Neppure la Haganah fu del tutto estranea alla campagna terroristica, anche se almeno nelle intenzioni essa sceglieva obiettivi militari anziché civili. La notte del 5 gennaio un’unità della Haganah distrusse parte dell’Hotel Semiramis a Gerusalemme, ritenendo che ospitasse una base d’irregolari arabi. Le vittime civili furono 26.168 Il 28 febbraio un’autobomba collocata dalle Palmah nell’autorimessa Abu Sham, nel centro della Haifa araba, uccise una trentina di arabi e ne ferì una settantina. L’autorimessa era sospettata di servire alla preparazione di autobombe da impiegare contro gli ebrei.169

La strategia della rappresaglia adottata dalla Haganah contribuì alla diffusione e intensificazione del conflitto. L’organizzazione era scesa in campo con una mentalità già orientata alla rappresaglia: agli attacchi arabi bisognava rispondere con forza ancora maggiore, se possibile prendendo di mira gli autori, altrimenti colpendo un rilevante bersaglio collettivo – il villaggio degli attaccanti, il traffico di una strada adiacente, e così via. Un certo numero di operazioni punitive fu compiuto in Palestina l’11 dicembre, dopo un’imboscata araba in cui cinque ebrei erano rimasti uccisi.170

Un violento attacco ebbe luogo il 18 dicembre contro il villaggio di Khisas, in Alta Galilea. Una guardia ebrea aveva sparato a un arabo del villaggio, freddandolo. L’ebreo fu arrestato dai britannici, mentre cecchini di Khisas presero di mira ebrei al lavoro nei campi. Poi gli arabi tesero un’imboscata a un ebreo che guidava un carro agricolo e lo uccisero, vicino al kibbutz Ma‘ayan Baruch. Quella notte le Palmah attaccarono Khisas e una grande residenza nei pressi (il «Palazzo»), appartenente all’emiro Fa‘ur, principale latifondista della zona. A Khisas i palmahnik fecero saltare in aria una casa uccidendo tre uomini, una donna e quattro bambini; altri quattro uomini rimasero uccisi al «Palazzo». In seguito, alcuni politici dello yishuv ed esperti di cose arabe criticarono l’incursione, sostenendo che aveva esteso il conflitto a un’area fino a quel momento pacifica.171

Le imboscate ai mezzi di trasporto ebraici furono uno degli aspetti della prima fase della guerra. All’inizio di dicembre gli ebrei cominciarono a spostarsi solo in convogli protetti dalla Haganah, a volte con la scorta di autoblindo britanniche. La Haganah iniziò a blindare autocarri e furgoni, ma gli assalti nemici crescevano in numero e pericolosità. L’11 dicembre un convoglio in viaggio da Gerusalemme agli insediamenti isolati del Blocco Ezion, a sud di Betlemme, fu vittima di una fazza di arabi dei villaggi; 10 ebrei restarono uccisi. Il 14 dicembre un altro convoglio fu attaccato presso Ben Shemen. La maggior parte dei 14 morti ebrei fu finita da membri della Legione araba assegnati alle forze britanniche in Palestina.172 Gli israeliti risposero tendendo a loro volta imboscate. Il 12 dicembre, vicino a Safed, unità delle Palmah attaccarono un autobus arabo sospettato di trasportare soprattutto miliziani, uccidendo sei occupanti e ferendone 30. Il 16 dicembre la Brigata Alexandroni tese imboscate lungo le strade nei pressi di Beit Naballah, nella zona costiera centrale, uccidendo o ferendo numerosi arabi.173

Qualche settimana dopo l’inizio delle ostilità, volontari arabi cominciarono ad affluire dalla Siria e dal Libano. Un certo numero di siriani e iracheni avevano seguito sia ‘Abd al-Qadir al-Husayni sia Hasan Salame, esuli dal 1939, al loro rientro in Palestina all’inizio di dicembre del 1947, formando bande armate. Circa 600 volontari entrati in Palestina da Siria e Libano alla fine di dicembre furono distribuiti nelle milizie locali di Giaffa, Haifa, Gaza, Safed, Acri e Gerusalemme.174

Nella prima metà di gennaio del 1948 le avanguardie dell’ELA – completato un superficiale addestramento a Qatana – varcarono il confine palestinese. Il secondo battaglione Yarmukh, con più di 300 uomini in maggioranza siriani, scese dal Libano; e il primo battaglione Yarmukh, con circa 600 effettivi, attraversò il Giordano. I britannici non reagirono agli sconfinamenti, limitandosi a ottenere da uno dei comandanti la vana promessa che i battaglioni non avrebbero attaccato gli ebrei prima della partenza di tutti i soldati di Londra. Un terzo battaglione arabo, l’Ittin, formato quasi esclusivamente da volontari iracheni, giunse in Palestina alla fine di gennaio sempre da oltre il Giordano, e si congiunse al primo battaglione presso Nablus.175

Il 20 gennaio il secondo battaglione Yarmukh attaccò il kibbutz Yehiam, in Galilea occidentale, cogliendo di sorpresa le forze della Haganah, ma le difese ressero e il battaglione si ritirò dopo cinque ore.176 Il primo Yarmukh entrò in azione il 16 febbraio dando l’assalto al kibbutz Tirat-Zvi, nella valle di Bet Shean (Beisan).177 Nella notte del 15 febbraio il servizio segreto della Haganah aveva intercettato comunicazioni telefoniche in codice da Jenin a Nablus e alla cittadina araba di Beisan. «Lo sceicco sta arrivando. Tutto è pronto», e «Stanotte una pioggia bollente cadrà vicino a Beisan».178 Il kibbutz fu quindi rinforzato, e quella notte un’unità delle Palmah fece esplodere il ponte Sceicco Husayni sul Giordano, per isolare i reparti dell’ELA dalle basi in Siria. Quando cominciò l’attacco la Haganah era pronto: il nutrito fuoco dei difensori, le nuove barriere di filo spinato, la pioggia scrosciante e il fango si rivelarono insormontabili per gli attaccanti. Dapprima questi, pur cessando le operazioni, restarono nei pressi; sopraggiunse poi una colonna corazzata britannica che ingiunse al comandante arabo, Muhammad Safa, di andarsene con tutti i suoi. Safa chiese di portare via mortai e mitragliatrici, per poter dimostrare di aver desistito dall’attacco solo di fronte alla superiorità delle forze britanniche. La condizione fu accettata ed egli si ritirò, lasciando i morti sul terreno. Ben presto, la demoralizzante notizia del suo insuccesso si diffuse in tutta la Palestina araba.179

L’incapacità degli irregolari arabi di conquistare i quartieri ebraici, e le rappresaglie degli ebrei, convinsero Husayni e i suoi seguaci a spostare il fulcro delle operazioni dalle città alle campagne. Inoltre, delegazioni di notabili arabi di Haifa, Gerusalemme e Giaffa si erano recate in Egitto pregandolo di risparmiare i grandi centri abitati. (E nel dicembre 1947, ebrei di Tel Aviv e arabi di Giaffa avevano siglato un accordo di non aggressione, anche per permettere a entrambe le parti di esportare il raccolto di agrumi.) Il cambiamento di strategia diede risultati disuguali, con successi negli attacchi ai mezzi di trasporto, e insuccessi in quelli contro gli insediamenti fortificati. Nel gennaio-marzo 1948 gli irregolari, e in una certa misura anche l’ELA, si concentrarono sulle vie di comunicazione, il settore in cui gli ebrei erano più vulnerabili. Qui gli arabi avevano spesso un vantaggio decisivo quanto a iniziativa, sorpresa, numero e potenza di fuoco. E i risultati delle imboscate erano, se non risolutivi, di ampia portata. Se i rifornimenti s’interrompevano, specialmente a Gerusalemme Ovest, il morale e l’efficienza bellica dello yishuv potevano crollare. Il graduale ritiro dei britannici da una serie di aree – tra le quali Tel Aviv, sgomberata nel dicembre 1947 – significava che sempre più strade potevano essere attaccate senza interferenze. Il 31 dicembre lo Shai riferì: «È intenzione degli arabi, nei prossimi giorni, paralizzare il traffico ebraico lungo tutte le strade». All’inizio di febbraio del 1948 lo Shai apprese che ‘Abd al-Qadir intendeva fermare completamente il traffico ebraico sulla strada principale Tel Aviv-Gerusalemme.180

In aggiunta alla battaglia per il controllo delle strade, gli irregolari di Husayni si diedero al terrorismo urbano, nonostante la crescente difficoltà a penetrare i quartieri ebraici a causa delle pattuglie più frequenti, dei check points e delle barriere di filo spinato che sempre più spesso separavano i quartieri arabi e quelli degli israeliti. Gli arabi avevano constatato l’effetto devastante di poche bombe ben collocate dagli ebrei a Gerusalemme, Giaffa e Haifa; e tra gennaio e marzo si verificò una serie di gravi atti terroristici urbani, probabilmente con la personale benedizione di Husayni.

È senz’altro possibile che ad attirare l’attenzione degli arabi sull’efficacia degli attentati siano stati gli ebrei, come scrisse in seguito ‘Abdallah Tal, ufficiale della Legione araba.181 Ma il miglior artificiere di Husayni, Fawzi al-Kutub, aveva appreso il mestiere frequentando un corso delle ss in Germania.182 La notte del 1° febbraio due disertori britannici e un arabo usarono un autocarro dell’esercito di Sua Maestà, riempito di esplosivo da Kutub, per distruggere la sede delle poste palestinesi nel centro di Gerusalemme. (I veicoli britannici potevano ancora spostarsi liberamente in tutta la città.) Un ebreo perse la vita, e 20 rimasero feriti.183

L’attentato seguente ebbe effetti molto più gravi. Informazioni in proposito erano giunte alla Haganah con largo anticipo: in particolare, ch’esso sarebbe stato attuato da disertori britannici utilizzando automezzi dell’esercito regolare, che avrebbero formato un convoglio nel villaggio di Immwas presso Latrun; ma non fu presa nessuna contromisura. Kutub usò tre camion rubati e un autoblindo, con la complicità di almeno sei disertori e poliziotti britannici. Il mattino del 22 febbraio il convoglio percorse la via Ben-Yehuda, nel cuore della Gerusalemme ebraica. I britannici innescarono le bombe, freddarono un guardiano ebreo che si era insospettito e si allontanarono con l’autoblindo. Dopo qualche istante i camion esplosero radendo al suolo quattro edifici. Il massacro, coi suoi 58 morti e 32 feriti gravi, lasciò la Gerusalemme ebraica traumatizzata e infuriata. Squadre dell’Irgun e dell’LHI percorsero le strade in cerca di vendetta, uccidendo 16 tra soldati e poliziotti britannici. Il 29 febbraio una bomba collocata dall’LHI vicino a Rechovot fece deragliare un treno britannico pieno di militari in viaggio dal Cairo a Haifa, uccidendone 27.184

Il terzo attentato arabo della serie fu il più audace. L’11 marzo un agente di Husayni guidò un’automobile del consolato americano imbottita di esplosivo nel cortile degli edifici delle istituzioni nazionali dello yishuv, tra le quali il quartier generale dell’Agenzia ebraica, la Haganah di Gerusalemme e il Fondo nazionale ebraico. L’esplosione uccise 12 persone e ne ferì 10, ma l’impatto sul morale degli ebrei fu durissimo, soprattutto per la natura dell’obiettivo.185

Tuttavia, per quanto cruenti e traumatizzanti gli attentati erano poco più di un diversivo; sul piano strategico, la campagna contro le vie di comunicazione fu molto più importante. In gennaio e febbraio, il costo pagato dallo yishuv fu molto elevato. Rifornire gli avamposti isolati – il kibbutz Manara e il kibbutz Yehiam in Galilea, o il Blocco Ezion nelle colline della Giudea, o i 100.000 ebrei di Gerusalemme – diventò estremamente rischioso, tanto che per la scorta dei convogli si dovette ricorrere perfino alle Palmah. Ma come gli ebrei affinavano a poco a poco le tattiche e i mezzi, così facevano gli autori delle imboscate. Per sua natura, era una lotta impari: come potevano pochi combattenti della Haganah su mezzi di trasporto male armati, blindati in modo artigianale, surriscaldati e sovraffollati, difendersi efficacemente da guerriglieri arabi molto più numerosi, appostati lungo le strade di solito in posizione elevata e con la protezione di massi e rocce? Le strade strette e tortuose toglievano ai difensori ogni possibilità di manovra. Spesso i veicoli perdevano i contatti tra loro; quelli del convoglio coi comandi della Haganah erano assenti o precari per la modesta qualità delle ricetrasmittenti. Anche le possibilità di ritirata erano scarse o nulle: non di rado gli insediamenti erano distanti, e tutt’intorno non c’erano che villaggi arabi potenzialmente ostili.

All’inizio, truppe britanniche scortavano quasi tutti i convogli e rispondevano al fuoco arabo;186 ma in marzo questa protezione venne meno, via via che le unità si ritiravano nell’enclave di Haifa in attesa di tornare in Gran Bretagna. Inoltre, la motivazione a proteggere gli ebrei fu minata dagli attentati antibritannici dell’Irgun e dell’LHI.187 Comunque, la sicurezza dei propri soldati durante il ritiro diventò la principale preoccupazione di Whitehall – mentre è probabile che al secondo posto ci fosse quella di mantenere buoni rapporti con gli arabi, per salvaguardare il ruolo di Londra nella regione anche dopo il ritiro. Anche gli ebrei tentarono di ostacolare gli spostamenti degli arabi, e in certe zone – tra cui Haifa – demografia e topografia diedero loro una mano. Ma alla fine lo yishuv risultò più vulnerabile, perché mentre molti arabi vivevano in villaggi in larga misura autosufficienti, la maggior parte degli ebrei viveva in città più o meno grandi che dovevano essere rifornite.

Verso la fine di marzo la Haganah subì sulle strade una serie di rovesci tali da far temere una sconfitta generalizzata, a meno di abbandonare la strategia fin lì adottata ed elaborarne una che consentisse di riprendere l’iniziativa e trasferire uomini e mezzi dalla difesa dei convogli alla neutralizzazione delle basi nemiche. In due drammatiche settimane, la Haganah perse gran parte dei veicoli blindati, e centinaia di membri dei reparti di élite.

Per primi vennero tre insuccessi nella zona di Gerusalemme, in cui la Haganah perse 26 uomini (senza contare i feriti) e 18 veicoli.188 Poi, il 27 marzo, un grosso convoglio (tre dozzine di autocarri destinati ai rifornimenti, cinque pullman per le truppe e sette «autoblindo») partì da Gerusalemme per il Blocco Ezion. Gli arabi decisero di attaccarlo al ritorno. Kamal ‘Arikat, braccio destro di ‘Abd al-Qadir, mobilitò migliaia di miliziani dei villaggi e delle città, comprese Hebron, Betlemme e Gerusalemme; sarebbe stata la più grande imboscata stradale di tutta la guerra. I britannici avvisarono la Haganah che non sarebbero intervenuti, e consigliarono di rimandare il ritorno del convoglio. Ma soldati e rifornimenti erano attesi con ansia a Gerusalemme, e la colonna partì ugualmente.

Un aereo spia della Haganah avvertì che lungo la strada c’erano almeno una dozzina di blocchi e molti appostamenti di arabi armati, ma i comandanti del convoglio ritennero di disporre di una sufficiente potenza di fuoco, e proseguirono. Un colonnello britannico su un autoblindo raggiunse gli ebrei da nord superando i blocchi stradali, e ancora una volta consigliò di aspettare; non fu ascoltato. Subito a sud di Betlemme, un gruppo di arabi aprì il fuoco. Un veicolo sgombracarreggiata riuscì grazie alla parte anteriore rinforzata a rimuovere sei blocchi, ma s’impantanò contro il settimo. Dalle colline gli arabi presero a martellare il convoglio ormai fermo. Una colonna di soccorso di quattro blindati partita dal kibbutz Ramat Rachel, a sud di Gerusalemme, si ritirò con perdite dopo essere caduta a sua volta in un’imboscata. Le richieste di aiuto della Haganah ai britannici furono respinte.

Gran parte dei soldati della «Difesa», 186 tra uomini e donne, lasciarono gli autobus trasformatisi in trappole mortali e si rifugiarono in una casa abbandonata con i muri di pietra, poco lontana dalla strada, intorno alla quale presero posizione alcuni «blindati» e un autocarro. Altri sei mezzi, compreso quello del comandante del convoglio, riuscirono a invertire la marcia e disimpegnarsi. Nelle successive 30 ore gli ebrei furono assediati da alcune migliaia di arabi. Ogni tanto un aereo civetta mitragliava gli attaccanti o sganciava qualche bomba rudimentale, mentre a Gerusalemme la Haganah tentava senza successo di organizzare una più forte colonna di soccorso e di convincere i britannici a intervenire.189

Infine il mattino del 28 marzo una colonna di autoblindo britannica partì da Gerusalemme. I blocchi stradali arabi ne rallentarono più volte la marcia; la colonna si fermò a un paio di chilometri dagli assediati ed ebbe inizio una complessa trattativa triangolare. Alla fine la Haganah s’impegnò a interrompere gli attacchi dei suoi aeroplani e a ordinare agli assediati di consegnare le armi prima di ritirarsi con i britannici. Si fece così, e i britannici consegnarono le armi degli ebrei alle forze arabe.

Le perdite della Haganah ammontarono a 15 morti e 73 feriti, oltre a numerosi veicoli. Secondo lo Shai, gli arabi persero una sessantina di combattenti, mentre i loro feriti furono circa 200. L’episodio ebbe anche strascichi sgradevoli nella Haganah. Il comandante dei soldati ebrei rifugiatisi nella casa in pietra, Arye Tepper (Amit), scrisse poi a Ben-Gurion e ad altri dirigenti della Haganah, rimproverandoli implicitamente del fiasco e proponendo che gli avamposti ebraici isolati intorno a Gerusalemme – compreso il Blocco Ezion – fossero evacuati; il costo in uomini e mezzi della loro difesa rischiava di essere proibitivo.190

Le perdite ebraiche furono ancora più elevate nell’attacco, sempre il 27 marzo, a un altro convoglio della Haganah sulla strada per Yehiam, un insediamento isolato e circondato in Galilea occidentale. Sette veicoli caddero in un’imboscata tesa da miliziani dei villaggi circostanti e da unità del secondo battaglione Yarmukh. Lo Shai aveva avvertito il comandante del convoglio che gli arabi si stavano concentrando, ma questi, vista la grave situazione di Yehiam, decise di proseguire. Il grosso della colonna fu annientato, ma circa tre dozzine di uomini riuscirono, col favore dalle tenebre, ad abbandonare le carcasse dei veicoli e ad attraversare le linee arabe. Solo il mattino seguente soldati britannici e miliziani della Haganah raggiunsero il luogo dello scontro e recuperarono i cadaveri degli ebrei, spesso mutilati. Le perdite della Haganah consistettero in 47 morti e sette feriti; quelle arabe in tre-sei morti e un pugno di feriti.191

Alla fine di marzo la situazione alimentare nella parte ebraica di Gerusalemme era grave: «C’è panico in città circa i rifornimenti… Il rischio che scoppino disordini è reale», scriveva Yizchaq Levy, responsabile dello Shai nella città, al suo superiore Isser Be‘eri. Il comando della Haganah considerava Gerusalemme ebraica sull’orlo del collasso.192 Il 31 marzo un grosso convoglio di rifornimenti fu attaccato vicino al kibbutz Khulda. La zona era stata abbastanza tranquilla per settimane, anche grazie a un patto tra arabi ed ebrei per non attaccare i convogli di entrambe le comunità; ma la notte precedente truppe della Haganah avevano fatto esplodere una casa e ucciso una quindicina di arabi in un villaggio poco lontano, come rappresaglia per l’uccisione di una sentinella ebrea. Inoltre, proprio il mattino del 31 marzo truppe della Haganah, disobbedendo agli ordini del quartier generale delle Palmah, avevano aperto il fuoco contro un autobus arabo presso Khulda uccidendo il guidatore e alcuni passeggeri.

Gli arabi della zona e un assortimento di milizie irregolari si accordarono per una fazza ai danni della colonna ebraica. Le dozzine di autocarri e veicoli blindati, scortati da due compagnie di palmahnik, si fermarono vicino a Khulda dopo che alcuni autocarri si erano rovesciati. Dalle colline circostanti, cecchini arabi aprirono il fuoco contro i veicoli; poco dopo, alcune autoblindo diedero loro manforte. Ne nacque una vera e propria battaglia, e la maggior parte del convoglio si ritirò a Khulda. Anche i palmahnik riuscirono a disimpegnarsi e, durante la notte, a rifugiarsi nel kibbutz; nondimeno, la Haganah ebbe 22 morti e 16 feriti, e l’equipaggio di un blindato delle Palmah, abbandonato dai comandanti del convoglio, si fecero saltare in aria per non essere catturati dagli arabi – gli ebrei fatti prigionieri nelle imboscate ai convogli erano quasi sempre uccisi e non di rado seviziati. Gli arabi ebbero otto morti. Fu la prima volta in cui un convoglio di rifornimento a Gerusalemme non riuscì a raggiungere la città.193

La seconda fase della guerra civile

IL PROBLEMA DEI CONVOGLI produsse un mutamento decisivo nella strategia della Haganah. Se le bande armate arabe non potevano essere sconfitte nell’occasione delle imboscate, bisognava colpirle nelle loro basi attaccando e conquistando villaggi e territori arabi. Solo così la pressione sugli insediamenti e i quartieri ebraici più esposti sarebbe diminuita in modo permanente. Inoltre, avvicinandosi il momento della partenza dei britannici le vie di comunicazione e le aree di confine del futuro Stato ebraico dovevano essere rese sicure, in vista di una possibile guerra convenzionale coi paesi vicini. In altre parole le sparse forze militari arabe entro il futuro Stato dovevano essere neutralizzate, in modo che la Haganah potesse concentrarsi sulla difesa dei confini.

L’adozione della strategia offensiva all’inizio di aprile ebbe anche cause politiche. A metà marzo nella comunità internazionale stavano manifestandosi ripensamenti circa la Risoluzione del novembre 1947 sulla divisione della Palestina. Il 19 marzo la delegazione degli Stati Uniti all’ONU presentò una mozione per rinviare la spartizione e istituire un’amministrazione fiduciaria internazionale, che mise Truman alquanto in imbarazzo. Solo il giorno prima egli aveva solennemente assicurato a Weizmann che gli Stati Uniti appoggiavano ancora la divisione. Il 25 marzo, sotto la pressione della lobby ebraica, il presidente ribadì il sostegno alla Risoluzione dell’ONU, ma la posizione di Washington si era rivelata malsicura. Una vittoria della Haganah sembrava necessaria anche per dimostrare al mondo che gli ebrei avevano non solo l’intenzione, ma la capacità, di fondare uno Stato nonostante l’opposizione arabo-palestinese.194

Da quel momento il graduale ritiro britannico cominciò a fare il gioco dello yishuv. All’inizio di aprile, la Haganah era ragionevolmente sicura che le truppe di Londra non avrebbero intralciato la progettata offensiva. E viste le pesanti perdite causate dalle imboscate stradali arabe, non sembravano esserci alternative: attaccare, o rischiare di perdere Gerusalemme Ovest e forse la guerra.

Un altro motivo del cambiamento di strategia fu che esso era ormai possibile. Fino all’inizio di aprile, la Haganah era stata impegnata nella propria trasformazione da milizia clandestina in esercito regolare; era impossibile, in tale frangente, preparare una grande offensiva. Le sue brigate erano carenti di armi e uomini ben addestrati, e non si erano ancora assestate entro unità di maggiori dimensioni. Le Palmah, impegnate senza tregua in Galilea orientale, nel corridoio di Gerusalemme e nel Negev, erano state lo scudo dietro il quale il grosso della Haganah aveva potuto riorganizzarsi. E alla fine di marzo, molti reparti erano pronti.

Infine, al principio di aprile un’importante fornitura di armi (4.700 fucili, 240 mitragliatrici e cinque milioni di pallottole)195 giunse alla Haganah dalla Cecoslovacchia: una fornitura sufficiente per pianificare la concentrazione, in singole zone, della potenza di fuoco necessaria a veri attacchi in grande stile, senza sguarnire altri obiettivi in modo pericoloso. Come in seguito commentò Ben-Gurion: «Una volta assorbito parte dell’aiuto cecoslovacco, la situazione mutò radicalmente a nostro vantaggio».196 Quasi da un giorno all’altro la Haganah si trasformò da «milizia» in «esercito di dilettanti», capace di diventare «esercito di professionisti» nell’arco di qualche mese.197

Le forze arabe erano state all’altezza delle operazioni tipiche dei primi mesi di guerra: scontri di piccole dimensioni, localizzati e indipendenti gli uni dagli altri. Ma dal momento in cui la Haganah prese l’iniziativa con operazioni su scala relativamente ampia, di una certa durata e progettate con cura, i loro punti deboli emersero con chiarezza e il loro dispositivo militare cominciò a disgregarsi. All’inizio, però, i dirigenti dello yishuv non ebbero una percezione chiara della vulnerabilità del nemico; lo consideravano ancora molto pericoloso e furono sorpresi, perfino disorientati, dalla rapidità dal suo crollo.

Il mutamento di strategia fu deciso in modo progressivo durante la prima settimana di aprile. Ogni passo sembrò dapprima la risposta a un problema specifico, locale. Ma alla fine fu chiaro che si era verificato un cambiamento profondo, e che lo yishuv combatteva ormai una guerra non solo di sopravvivenza, ma di conquista. Ciò era prefigurato nel Piano D, preparato dal capo delle operazioni, Yigael Yadin e dai suoi aiutanti, e sottoposto allo stato maggiore il precedente 10 marzo. Il piano avrebbe dovuto essere attuato in maggio, contemporaneamente al ritiro delle ultime unità britanniche. Lo scopo era assumere il controllo di una serie di aree strategiche, città e vie di comunicazione interne sgomberate dalle forze del Mandato, e rinforzare i confini del futuro Stato in vista del possibile intervento dei paesi arabi confinanti. In effetti, l’attuazione del piano implicava la distruzione della capacità bellica degli arabi palestinesi e la conquista delle loro roccaforti urbane e rurali entro i confini del futuro Stato ebraico. Le zone già controllate dalla Haganah avrebbero dovuto formare un continuum geografico-politico-militare tramite la conquista di quelle interposte. Anche i gruppi d’insediamenti fuori dal perimetro dello Stato, come il Blocco Ezion e Nahariya, avrebbero dovuto essergli collegati ed essere resi sicuri. I comandanti dei battaglioni e delle brigate erano autorizzati a spianare, o svuotare e minare, i villaggi arabi attivamente o potenzialmente ostili.

In realtà, il Piano D non fu realizzato. La notte del 31 marzo Ben-Gurion incontrò a Tel Aviv il vertice della Haganah, e prese decisioni strategiche d’importanza fondamentale. Il problema più urgente era la parte ebraica di Gerusalemme, ch’egli giudicò da conservare a ogni costo. La perdita della città, la cui importanza simbolica era incalcolabile e in cui viveva un sesto dello yishuv, avrebbe rappresentato a suo avviso un colpo mortale per la causa sionista. Fu quindi deciso di impiegare la forza di una brigata con 1.500 effettivi e penetrare a Gerusalemme con uno o più grossi convogli, neutralizzando le principali basi arabe (ossia villaggi) lungo il cammino.198

L’Operazione Nahshon, come fu chiamata, iniziò la notte del 2 aprile con la conquista da parte di una compagnia delle Palmah del villaggio di al-Kastal, situato su una collina cinque chilometri a est di Gerusalemme, che dominava la strada principale per la città; in una seconda azione chiave, la notte del 4 aprile, vicino a Ramla, una compagnia della Brigata Giv‘ati distrusse il quartier generale di Hasan Salame, comandante degli irregolari arabi di quell’area. Anche se Salame in persona ne uscì illeso, almeno 17 dei suoi uomini restarono uccisi e il morale degli arabi ne risentì profondamente.199 Nel frattempo l’Operazione Nahshon procedeva senza intoppi. Il convoglio di soccorso partito da Khulda – 25 autocarri di rifornimenti, cinque autobus blindati e 18 blindati – raggiunse Gerusalemme quasi senza colpo ferire.

La battaglia di al-Kastal si rivelò decisiva, anche se al momento la Haganah non se ne rese conto. L’unità delle Palmah che aveva catturato il villaggio fu ritirata, e sostituita da un’unità di seconda linea della Brigata Ezioni (di Gerusalemme). ‘Abd al-Qadir al-Husayni comprese l’importanza della località: chi controllava al-Kastal controllava l’accesso occidentale a Gerusalemme. Egli tentò quindi un contrattacco, che però non ebbe successo. All’alba dell’8 aprile ‘Abd al-Qadir, credendo a quanto pare che il villaggio fosse stato ripreso dagli arabi, scalò la collina e fu freddato da una sentinella ebrea. La morte del più noto capo militare arabo, comandante in capo delle milizie della zona dei colli di Giudea e di Gerusalemme, fu la svolta della guerra civile.

La voce che Husayni era disperso si diffuse rapidamente, e migliaia di arabi armati affluirono nella zona. Volevano riprendersi Husayni, vivo o morto che fosse. Verso mezzogiorno dell’8 aprile assalirono la collina, finendo col riconquistarla. Trovato il corpo di Husayni lo portarono a Gerusalemme, dove, sul Monte del Tempio, fu sepolto al termine di un funerale di massa accanto al padre Musa Qasim, già sindaco della città. Molti dei combattenti che avevano ripreso al-Kastal accompagnarono la salma a Gerusalemme o abbandonarono la posizione per partecipare al funerale, e nelle prime ore del 9 aprile una unità delle Palmah trovò il villaggio semideserto conquistandolo per la seconda volta. Gli ordini operativi originari del 2 aprile non imponevano la distruzione del centro abitato, ma quelli dell’8 lo fecero – un altro indizio del mutato orientamento strategico della Haganah.200

A lungo termine l’episodio più importante dell’Operazione Nahshon fu probabilmente la conquista da parte di Irgun e LHI, con l’assistenza della Haganah, del villaggio di Deir Yassin, circa a metà strada tra Gerusalemme e al-Kastal, con il massacro di gran parte degli abitanti. Nel primo mese di guerra il villaggio aveva avuto relazioni abbastanza buone con gli abitanti dei vicini quartieri ebraici di Gerusalemme. In marzo essi avevano dissuaso gli uomini di Husayni dall’attaccare Giv‘at Shaul, e in seguito si erano rifiutati di ospitare membri dell’ELA o delle bande irregolari. È possibile che – come spesso asserito dagli storici israeliani – un gruppo di arabi armati si trovasse nel villaggio e abbia partecipato alla battaglia, ma le prove sono tutt’altro che indiscutibili.201

Il comando della Haganah a Gerusalemme, in buoni rapporti con l’Irgun locale, cercò di persuadere i suoi comandanti a partecipare alla battaglia di al-Kastal. I militanti dell’IZL risposero in modo negativo, dicendosi interessati a una loro operazione separata, e come obiettivo scelsero appunto Deir Yassin. Negli incontri preparatori degli ufficiali di IZL e LHI, si decise di espellere gli abitanti. Gli uomini dell’LHI proposero di uccidere quanti non avessero abbandonato le loro case, per terrorizzare gli arabo-palestinesi. La maggioranza degli ufficiali dell’IZL e dell’LHI erano propensi all’uccisione dei prigionieri maschi adulti, ma il comando dello Irgun respinse la proposta.202 Secondo un ufficiale dell’IZL, l’ordine alle truppe fu di non uccidere né le donne né i bambini né i prigionieri.203

L’attacco, la mattina del 9 aprile, avvenne con l’approvazione del comando Haganah di Gerusalemme, e poi in stretta collaborazione con esso. Parteciparono circa 130 uomini dell’IZL e dell’LHI. Durante la battaglia le mitragliatrici della Haganah fornirono il fuoco di copertura, e due squadre delle Palmah con alcuni blindati parteciparono alla battaglia vera e propria. Le Palmah contribuirono anche all’evacuazione dei feriti mentre la Haganah aiutò i combattenti rifornendoli di munizioni.

L’avanzata nel villaggio si dimostrò molto più ardua del previsto. Alla fine, IZL e LHI ebbero cinque morti e più di trenta feriti – oltre un quarto delle truppe attaccanti. Gli uomini strisciavano ventre a terra per sfuggire ai cecchini, gettando granate nelle case dalle finestre e minando un edificio dopo l’altro. La maggior parte degli abitanti, compresi molti maschi abili, si diede alla fuga.204 Poco dopo l’inizio della battaglia un blindato dell’IZL munito di altoparlanti cominciò a invitare gli abitanti a deporre le armi e a fuggire, ma s’impantanò in un fossato a una trentina di metri dall’abitato, e a quanto pare quasi nessuno sentì gli avvisi.

Deir Yassin è ricordata assai meno in quanto operazione militare, che per le atrocità commesse dalle truppe dell’IZL e dell’LHI durante e subito dopo la battaglia: intere famiglie crivellate di colpi e frammenti di granate, e sepolte sotto le macerie delle loro case,205 uomini, donne e bambini falciati mentre fuggivano dalle abitazioni,206 prigionieri passati per le armi.207 E dopo la battaglia gruppi di vecchi, donne e bambini trasportati su autocarri scoperti per le vie di Gerusalemme Ovest in una sorta di «trionfo» nello stile dell’antica Roma, prima di essere «scaricati» nella parte orientale (araba) della città.

Secondo il comandante dello Shai di Gerusalemme, Levy (in un rapporto del 12 aprile), «la conquista del villaggio è stata compiuta con estrema spietatezza. Intere famiglie – donne, vecchi, bambini – annientate, e pile di cadaveri [un po’ dappertutto]. Alcuni prigionieri, compresi donne e bambini, [sono stati] trasferiti in luoghi di detenzione e lì brutalmente eliminati dai loro catturatori». In un rapporto del giorno dopo, Levy aggiunse: «Esponenti dell’LHI hanno riferito di atti di barbarie [hitnahagut barbarti] [di militanti] dell’IZL verso i prigionieri e i morti, citando il caso di ragazze arabe violentate da uomini dell’IZL e poi uccise (ma non abbiamo potuto controllare la veridicità di queste testimonianze)». Mordechai Gichon, l’agente dello Shai che visitò il campo di battaglia qualche ora dopo gli eventi, riferì il 10 aprile: «Il loro [dell’IZL?] comandante sostiene che l’ordine era: catturare i maschi adulti e inviare donne e bambini a Motza. Il pomeriggio [del 9 aprile] l’ordine era diventato quello di eliminare tutti i prigionieri… I maschi adulti sono stati portati in città su alcuni camion, fatti sfilare per le strade, riportati al punto di partenza e falciati con mitragliatrici e fucili mitragliatori. Prima di caricarli sui camion gli uomini dell’IZL e dell’LHI hanno frugato donne, uomini e bambini [e] preso denaro e gioielli. Il trattamento riservato a costoro è stato particolarmente barbaro, [con] calci, pressioni con le canne dei fucili, sputi e insulti (alcuni abitanti di Giv‘at Shaul [un quartiere di Gerusalemme Ovest] hanno partecipato alle sevizie)».208

L’Agenzia ebraica e il vertice della Haganah condannarono subito il massacro. Deir Yassin diventò la singola atrocità di parte ebraica di cui si poteva scrivere e che si poteva condannare. La Haganah fece grandi sforzi per coprire la sua parte nell’operazione, e nei decenni seguenti il Cherut, il partito di Menachem Begin, e il suo erede Likud furono continuamente collegati a Deir Yassin nella polemica politica interna israeliana. Inoltre, nel corso degli anni la propaganda araba sfruttò l’episodio per danneggiare la reputazione dell’intero yishuv.

Nei tre giorni successivi varie persone estranee agli eventi – medici ebrei, ufficiali della Haganah e un rappresentante della Croce Rossa di nome Jacques de Reynier – visitarono il villaggio per ricostruire l’accaduto. I corpi crivellati di colpi e a volte martoriati di uomini, donne e bambini arabi furono visti da tutti loro. Nel 1948, soldati che avevano partecipato all’attacco, osservatori e giornalisti scrissero che almeno 254 abitanti del villaggio erano stati uccisi quel giorno. Quasi tutti avevano interesse a sottolineare la gravità delle perdite civili arabe: la Haganah per screditare l’Irgun e l’LHI, gli arabi e i britannici a scopo di propaganda antisionista, e l’Irgun e l’LHI per terrorizzare gli arabi palestinesi e spingerli a lasciare il paese. Tuttavia, recenti studi storici arabi ed ebraici corroborati da interviste suggeriscono che le vittime furono probabilmente da 100 a 110.209

Deir Yassin ebbe profonde ripercussioni politiche e demografiche. Nonostante una lettera ufficiale di scuse e spiegazioni dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica a re ‘Abdallah,210 l’incidente sembrava spingere la Giordania tra le braccia di chi premeva per un intervento dei paesi arabi, e minare l’accordo segreto yishuv-‘Abdallah (descritto più avanti). Può avere anche contribuito alla decisione dei leader di altre nazioni – prima fra tutte l’Egitto – di scontrarsi col nascente Stato ebraico. Naturalmente la notizia infiammò i combattenti arabi, e «Deir Yassin!» diventò un grido di guerra e di vendetta.

Ma nel contempo la notizia della strage – diffusa e drammatizzata per settimane dai media arabi – causò profonda demoralizzazione tra i palestinesi, e fu un fattore decisivo del massiccio esodo delle settimane e dei mesi seguenti. Il servizio informazioni dell’IDF definì Deir Yassin «un fattore decisivo di accelerazione» della fuga in massa.211

Il caso ebbe uno strascico immediato e brutale. Il 13 aprile miliziani arabi di Gerusalemme e dei villaggi vicini attaccarono un convoglio di 10 veicoli che trasportava in gran parte insegnanti, infermiere e medici diretti all’ospedale Hadassah-campus dell’Università ebraica di monte Scopus. (Il convoglio trasportava anche due miliziani dell’Irgun rimasti feriti a Deir Yassin). Quattro veicoli, compresi due autobus affollati, caddero nell’imboscata. Per ore i britannici evitarono d’intervenire e ingiunsero alla Haganah di non farlo. Tre autoblindo delle Palmah arrivarono sul luogo dell’imboscata ma furono sopraffatte. Lo scontro a fuoco durò più di sei ore; alla fine gli arabi innaffiarono di benzina gli autobus e appiccarono il fuoco. Quando infine i britannici sopraggiunsero più di 70 ebrei erano morti. Deir Yassin e la morte di ‘Abd al-Qadir erano vendicate.212

L’Operazione Nahshon era stata solo un successo parziale: tre grandi convogli avevano raggiunto Gerusalemme e alcune località arabe erano state prese e tenute, oppure rase al suolo. Ma lungo la strada tra Gerusalemme e Tel Aviv restavano altri villaggi, altre basi potenziali delle milizie arabe, e la percorribilità dell’arteria rimase precaria. La Haganah lanciò altre operazioni per rompere o alleviare l’assedio, ma senza risultati strategicamente rilevanti.

Mentre la Haganah cercava di sbaragliare le forze arabe nel corridoio di Gerusalemme, nel nord del paese ci furono due battaglie. Entrambe furono causate dagli arabi, ma si conclusero con vittorie della Haganah e la fuga in massa della popolazione locale.

La battaglia del kibbutz Mishmar Ha’Emeq tra l’ELA di Qawuqji e i difensori dell’insediamento, infine soccorso da alcune compagnie della «Difesa», durò dal 4 al 15 aprile. Il kibbntz sorgeva vicino alla strada principale tra Jenin e Haifa ed era circondato da villaggi arabi, i cui presìdi aiutarono le truppe di Qawuqji. L’artiglieria dell’ELA ridusse in macerie molti edifici ma gli abitanti del kibbutz resistettero, respingendo l’assalto della fanteria nemica. L’8 aprile iniziò la controffensiva della Haganah, che in sei giorni conquistò e rase al suolo i 10 villaggi arabi dei dintorni. I loro abitanti fuggirono o furono espulsi. Il piano della Haganah era stato approvato in linea di principio da Ben-Gurion 1’8 o il 9 aprile.213 Il 15 aprile l’area intorno a Mishmar Ha‘Emeq era priva di arabi, e l’ELA si era ritirato nelle colline a est del kibbutz.

Nella battaglia intorno al kibbutz Ramat Yochanan truppe della Haganah, dopo aver respinto il 12 aprile l’assalto dell’unità drusa dell’ELA, contrattaccarono e il 16 aprile presero i villaggi di Khirbet Kasayir e Hosha. Gli abitanti fuggirono. Nove tentativi drusi di riconquistare i villaggi – essi attaccavano «al chiaro di luna, con dei coltellacci tra i denti» –214 furono respinti, e i villaggi furono rasi al suolo. I drusi si ritirarono, uscirono dall’ELA e siglarono un accordo di pace con la Haganah gettando le basi di un’alleanza druso-israeliana destinata a durare fino agli anni ’90 del XX secolo.215

Più tardi, quello stesso mese, forze ebraiche conquistarono zone urbane arabe d’importanza cruciale, infliggendo un colpo mortale alla potenza militare e alle aspirazioni politiche arabo-palestinesi. Nell’arco di due settimane Tiberiade, Haifa, e i settori di Manshiya a Giaffa e Qatamon a Gerusalemme furono catturati in rapida successione.

I quartieri arabi di Tiberiade dominavano la strada che collegava gli insediamenti ebraici in Alta Galilea e nelle valli del Giordano e di Yezreel. Nel marzo 1948, in larga misura in seguito a provocazioni della Haganah,216 i rapporti arabo-ebraici a Tiberiade si deteriorarono rapidamente, e lo stato maggiore ebraico decise di risolvere il problema della città una volta per tutte. Il 12 aprile unità della Haganah effettuarono un’incursione nel villaggio arabo di Khirbet Nasir al-Din, in cima a una collina che dominava i settori ebraici di Tiberiade. A quanto pare furono commesse atrocità, e gli abitanti fuggirono nella Tiberiade araba seminando il panico.217 La notte del 16 aprile la Haganah attaccò la parte araba dell’abitato con i mortai, e conquistò alcune abitazioni dopo duri combattimenti casa per casa. I britannici si rifiutarono d’intervenire, e altre richieste di aiuto a forze esterne da parte degli arabi caddero nel vuoto. Entro 24 ore le difese arabe cedettero, e dopo che la Haganah ebbe rifiutato una proposta di tregua i notabili decisero l’evacuazione. Un cessate il fuoco fu imposto dai britannici, e la popolazione araba fu trasportata a Nazareth e in Giordania su autocarri. Il quartiere abbandonato fu poi saccheggiato dagli ebrei.218

Fu poi il turno di Haifa. Verso la fine del 1947 vivevano a Haifa circa 70.000 ebrei e un numero pressappoco uguale di arabi, che ne facevano, con Giaffa, il più grande centro arabo della Palestina. Per decenni ebrei e arabi erano vissuti in città relativamente in pace. Ma i rapporti avevano cominciato a deteriorarsi nei primi mesi di guerra, con scambi di colpi d’arma da fuoco lungo il confine tra le comunità, e in qualche caso con la collocazione di ordigni esplosivi. L’offensiva della Haganah, conformemente al Piano D, iniziò il 21 aprile; l’isolamento e la disorganizzazione araba e la sensazione che gli ebrei fossero complessivamente più forti, più determinati e più aggressivi, decise l’esito dello scontro in appena ventiquattr’ore.

La notte del 20-21 aprile le unità britanniche interposte tra le zone araba ed ebraica furono improvvisamente allontanate, e i miliziani ebrei e arabi cominciarono a contendersi i punti chiave. Gli arabi disponevano di 500-1000 miliziani; la Brigata Carmeli della Haganah ne aveva su per giù altrettanti, ma con un comando e controllo molto più efficienti e armi migliori. La resistenza araba si spense gradualmente, e il morale dei civili crollò; gran parte della popolazione si diede alla fuga. Ripetute richieste di rinforzi da fuori città rivolte ai leader arabi non ebbero risposta. A un certo punto le truppe britanniche tentarono di rimandare a Haifa una propria colonna attraverso il villaggio di Tira, situato a sud. Un certo numero di comandanti arabi lasciò la città poco prima e durante la battaglia, apparentemente per cercare aiuto. Durante l’intera battaglia la Haganah ebbe il vantaggio dell’iniziativa e della topografia (dominando le alture). Nondimeno, ancora una volta la rapidità del collasso nemico prese alla sprovvista i comandanti della Carmeli.

Tentativi arabi di ottenere una tregua il giorno 22 furono vanificati dalla Haganah, che pretese poco meno di una resa incondizionata. I leader arabi, non volendo arrendersi, annunciarono che la loro comunità intendeva evacuare Haifa, nonostante l’appello a restare loro rivolto dal sindaco ebreo. La settimana seguente tutti gli arabi tranne 3000 o 4000 partirono, e Haifa passò completamente sotto il controllo ebraico (fatta eccezione per una piccola enclave destinata a restare britannica fino alla partenza delle ultime truppe del Regno Unito all’inizio di luglio).219

Nel sud, l’Irgun – dopo aver radunato all’incirca sei compagnie nell’area della Grande Tel Aviv – il 25 aprile lanciò un’offensiva non coordinata con la Haganah contro il quartiere di Manshiya, nella parte settentrionale di Giaffa, per minare il morale degli abitanti e indurli all’esodo in massa. Per 72 ore gli artiglieri dell’IZL martellarono il centro con mortai da tre pollici. Il bombardamento servì da copertura all’attacco terrestre dell’IZL verso il mare attraverso la parte meridionale di Manshiya. Gli uomini dell’Irgun, male addestrati, male armati e mal comandati, furono spesso in grave difficoltà nei combattimenti casa per casa. Comunque, al prezzo di una quarantina di morti e di un numero circa doppio di feriti, il 27 aprile raggiunsero il mare. Durante l’avanzata gli abitanti fuggirono a sud, verso il centro, aumentando il panico già causato dal bombardamento.

Portavoce arabi, palestinesi e no, criticarono Whitehall per la caduta di Haifa musulmana e l’esodo successivo, che a loro avviso minava il prestigio britannico in Medio Oriente. Dopo l’offensiva dell’Irgun a Giaffa, Bevin e i vertici militari di Londra diedero disposizioni alle forze armate per l’adozione della linea dura. Il 28 aprile l’Alto Commissario, generale Sir Alan Cunningham, ordinò all’IZL di abbandonare Manshiya, e truppe britanniche protette dal fuoco di sbarramento dei mortai e da Spitfire in volo a bassa quota penetrarono in città, mentre unità della Royal Navy si tenevano a portata di cannone. L’IZL si ritirò dopo aver fatto esplodere il fortino della polizia distrettuale.

Ma la dimostrazione di forza non fermò la fuga degli arabi; anzi, l’offensiva della Haganah del 27 e 28 aprile, che portò alla conquista di una serie di villaggi a est di Giaffa, ne accelerò l’esodo. Il comportamento dei miliziani arabi di Giaffa diede una mano: saccheggiavano le case abbandonate, e talvolta derubavano e maltrattavano gli abitanti rimasti. Inoltre gli arabi di Giaffa sapevano che, indipendentemente dai motivi dell’aiuto loro prestato dai britannici, gli ultimi soldati di Londra sarebbero partiti entro due settimane. Perciò il drammatico intervento di Bevin poté poco o nulla contro l’ondata di profughi. Quando gli ultimi notabili si arresero alla Haganah, il 13 maggio, solo 4000 o 5000 degli originari 80.000 abitanti arabi erano ancora a Giaffa. Il 18 maggio, dopo aver visitato la città conquistata, Ben-Gurion scrisse nel diario: «Non riuscivo a capire. Perché gli abitanti… se n’erano andati?».220

La conquista di Tiberiade e Haifa fu presto seguita da due importanti offensive della Haganah nelle campagne, anch’esse sulla falsariga del Piano D: l’occupazione dei villaggi arabi della Galilea orientale e dei quartieri arabi di Safed (l’Operazione Yiftah) e la conquista della Galilea occidentale (l’Operazione Ben-Ami).

L’Operazione Yiftah, cominciata il 15 aprile, «ingranò» a partire dal 1° maggio, quando unità delle Palmah presero i villaggi di Biriya e ‘Ain al-Zaitun (subito a nord di Safed). Nei due giorni seguenti gli artificieri distrussero i due villaggi sotto gli occhi degli arabi di Safed. Il 4 maggio il primo battaglione delle Palmah avanzò verso sudest da Rosh-Pinah e «ripulì» l’intera area fino alla costa settentrionale del mare di Galilea dalla popolazione beduina, che fuggì a est rifugiandosi in Siria.

Secondo Yigal Allon, il comandante delle Palmah che diresse l’Operazione Yiftah, questa suboperazione – il cui nome in codice era «Ramazza» – ebbe un pesante impatto psicologico sugli arabi di Safed e della valle di Hula.221

Coi suoi 10-12.000 abitanti arabi e 1500 ebrei, Safed era il fulcro politico e commerciale della Galilea orientale. I britannici l’avevano evacuata il 16 aprile, e i quartieri arabi erano difesi da alcune centinaia di soldati dell’ELA e da qualche centinaio di miliziani locali; la Haganah disponeva di 200-300 uomini, oltre a un plotone delle Palmah con 35 uomini. Ma all’inizio della battaglia, il 6 maggio, la popolazione araba era già demoralizzata. Quando il terzo battaglione delle Palmah tentò di catturare le fortificazioni arabe, fu respinto; ciò nondimeno i difensori chiesero una tregua. Allon respinse le loro proposte, e i paesi arabi confinanti non inviarono aiuti. A partire dal 2 maggio gli arabi cominciarono a lasciare la città alla spicciolata.222 Le Palmah rinnovarono l’attacco la sera del 10 maggio, iniziando con un intenso fuoco di sbarramento dei mortai.

Il morale degli irregolari arabi crollò, ed essi si diedero alla fuga. Così, nelle prime ore del 12 maggio la città era ormai in gran parte conquistata e semideserta, quasi tutti gli abitanti essendo fuggiti al di là del Giordano.

La caduta di Safed e la fuga dei suoi abitanti traumatizzarono i villaggi arabi della valle di Hula, nel nord. Allon lanciò quindi una campagna di guerra psicologica («Se non fuggite subito sarete massacrati, le vostre figlie saranno violentate», e così via), e quasi tutti gli abitanti si rifugiarono in Libano e in Siria.223

A completamento dell’Operazione Yiftah, la Brigata Golani «ripulì» i villaggi arabi delle valli del Giordano e di Bet Shean, nonché la città di Beisan, che cadde il 13 maggio; quasi tutti gli abitanti fuggirono o furono condotti con la forza oltre il fiume, in Transgiordania. Uno o due giorni prima dell’invasione panaraba, tutta la Galilea orientale era in mano agli ebrei.

La battaglia per la Galilea occidentale fu iniziata dalla Brigata Carmeli il 13 maggio. Fu un tentativo dell’ultimo momento di incorporare con la forza nello Stato ebraico un’area che la Risoluzione dell’ONU aveva assegnato ai palestinesi di etnia araba. Le rare enclave ebraiche – i kibbutzim Hanita, Eilon e Yehiam, e la città di Nahariya – erano rimaste prive di rinforzi e rifornimenti per settimane, e guardavano con rassegnazione a un futuro sotto il dominio arabo. In un ultimo tentativo di evitarlo, orchestrarono una campagna di pressioni sugli alti gradi della Haganah e l’esecutivo dell’Agenzia ebraica, il cui risultato fu l’Operazione Ben-Ami. Apparentemente questa mirava solo a far giungere rinforzi e rifornimenti agli avamposti isolati; in realtà il risultato fu la fuga degli arabi e l’annessione allo Stato ebraico anche delle zone circostanti.

All’inizio fu vinto un gruppo di villaggi. Poi, il 18 e 19 maggio, Acri fu conquistata da unità della Brigata Carmeli e buona parte della popolazione fuggì, anche se 5000-6000 abitanti restarono.224 Il 21 e 22 maggio le truppe presero ad avanzare dalla costa verso est, catturando una fila di villaggi arabi sulle colline. Fu così preparata l’incorporazione nello Stato ebraico della Galilea occidentale, dal mare verso l’interno per una profondità di 10-13 chilometri.225

Le ultime settimane del Mandato videro dunque la conquista di molti centri abitati e la distruzione della forza militare degli arabi della Palestina, il cui peso nella parte restante del conflitto fu trascurabile. Altrettanto importante per gli ebrei fu aver preso il controllo di zone di confine d’importanza strategica e aver assicurato la continuità territoriale delle zone da essi abitate; in questo modo, le probabili vie d’invasione da parte di forze arabe non palestinesi erano completamente o parzialmente bloccate.

Tuttavia, gli ultimi giorni del Mandato furono anche caratterizzati da offensive da parte di forze arabe esterne. A sud, irregolari della Fratellanza musulmana sostenuti dall’Egitto attaccarono alcuni avamposti nel Negev; i 45 difensori del kibbutz Kefar Darom respinsero centinaia di «fratelli», per lo più egiziani.226

Nella Palestina centrale, unità della Legione araba con l’appoggio di centinaia di abitanti dei villaggi riuscirono a sopraffare e conquistare l’isolato Blocco Ezion (quattro insediamenti ebraici a nord di Hebron). Sotto assedio in modo intermittente fin da gennaio, il Blocco era difeso da circa 400 uomini e 200 donne (i bambini essendo stati evacuati). Il comando della Haganah si era opposto all’evacuazione completa per ragioni di principio («Nessun avamposto ebraico dev’essere abbandonato»). Inoltre, gli ebrei del Blocco compivano azioni di disturbo contro il traffico arabo lungo la strada Hebron-Gerusalemme e tenevano impegnate forze e attenzione arabe, alleviando la pressione sulla Gerusalemme ebraica. Miliziani locali e legionari arabi – che in teoria erano inquadrati nelle forze del Mandato ma in pratica, nelle ultime fasi del dominio britannico, si comportavano come un esercito arabo autonomo – si coalizzarono contro il Blocco. Il 4 maggio, dopo un’imboscata di miliziani del Blocco contro il traffico arabo, una colonna corazzata della Legione appoggiata da centinaia di arabi dei villaggi locali attaccò gli insediamenti, uccidendo o ferendo una quarantina di difensori.227

Il 12 maggio l’attacco si ripeté. Unità del sesto battaglione della Legione e migliaia di arabi dei villaggi, tutti armati, si radunarono per il colpo di grazia. Di fronte ai blindati e ai pezzi di artiglieria della Legione, le risorse dei difensori erano inadeguate. Il giorno dopo i legionari aprirono una breccia nel perimetro difensivo dell’insediamento principale, Kefar Ezion. Gli irregolari dei villaggi si riversarono nel kibbutz gridando «Deir Yassin, Deir Yassin!». I difensori rimasti deposero le armi e, a braccia alzate, si radunarono al centro del complesso dove, secondo uno dei pochi superstiti, furono falciati dagli irregolari (e forse da alcuni legionari).228

In tutto, 120 difensori (tra i quali 21 donne) morirono quel giorno. Dei quattro sopravvissuti, tre furono salvati da arabi. Gli altri tre kibbutzim resistettero fino al mattino del 14 maggio, ma la loro situazione era disperata. Lo stato maggiore della Haganah li autorizzò ad arrendersi, e tutti i difensori e i coloni, tranne quattro uccisi da quelli che li avevano catturati, furono trasportati su autocarri in un campo di prigionia della Legione araba presso Mafraq, in Giordania. Tra i prigionieri, circa 350 difensori del Blocco.229

Nonostante la caduta del Blocco Ezion, il bilancio di cinque mesi e mezzo di combattimenti fu ampiamente favorevole agli ebrei. Alla società e alla forza militare degli arabi della Palestina erano stati assestati colpi mortali. Aree importanti assegnate dalla Risoluzione dell’ONU agli arabo-palestinesi o al controllo internazionale – tra le quali Giaffa e parte di Gerusalemme Ovest – caddero sotto il controllo sionista, mentre centinaia di migliaia di arabi fuggirono o furono allontanati con la forza dai luoghi di residenza. La Haganah consolidò il controllo di una striscia di territorio continua che andava dalla pianura costiera alla valle di Yezreel e a quella del Giordano, che avrebbe poi dimostrato di poter difendere dalle offensive sia interne sia esterne, e di saper usare per annettere altre porzioni di territorio originariamente destinate ai palestinesi. La vittoria diede alla Haganah l’esperienza e la fiducia in sé necessarie a sconfiggere le forze d’intervento arabe, e allo Stato d’Israele la credibilità necessaria per ottenere il riconoscimento internazionale.

La seconda metà della guerra: Israele contro gli Stati arabi 15 maggio 1948 – primavera 1949

I rapporti di forza

IL POMERIGGIO DEL 14 MAGGIO i dirigenti dello yishuv si riunirono al Museo di Tel Aviv, e ascoltarono Ben-Gurion leggere la Dichiarazione d’indipendenza e annunciare la nascita dello Stato d’Israele. Alla fine dei 32 minuti dell’incontro, Ben-Gurion annunciò semplicemente: «Lo Stato d’Israele è sorto! La riunione è conclusa». Nel suo diario, egli annotò: «Nel paese si festeggia, la gioia è profonda – e ancora una volta io solo sono triste tra tanta gente allegra, come il 29 novembre 1947».230 Il problema era l’imminente invasione da parte degli Stati arabi, che avrebbe costretto lo yishuv a combattere la prima guerra convenzionale della sua storia. Due giorni prima, i vertici della Haganah gli avevano comunicato che a loro parere le probabilità di successo erano intorno al 50%.231


La guerra civile era terminata con la Haganah in possesso di due grandi «strisce» di territorio palestinese, orientate secondo i meridiani: una consisteva nell’«unghia» della Galilea, con le valli del Giordano e di Bet Shean; l’altra correva lungo la costa del Mediterraneo, dal confine col Libano attraverso la Galilea occidentale, Haifa e Tel Aviv-Giaffa fino alla pianura costiera intorno a Rechovot. Il collegamento delle due strisce era costituito dalla valle di Yezreel, ch’era sotto il controllo ebraico. C’era inoltre un piccolo corridoio che attraversava Gerusalemme Ovest, e a sud gli insediamenti settentrionali del Negev erano collegati alla costa da una sottile striscia di territorio intorno a Negba.


Gli arabi controllavano la Galilea centrale, compresa Nazareth, la parte meridionale della pianura costiera, e una «Cisgiordania» ampliata (Giudea e Samaria) che si protendeva a ovest fino a Lydda e Ramla, e a sud fino a Beersheba, nonché la maggior parte del Negev. Era in loro possesso anche una piccola enclave subito a sud di Haifa, comprendente quattro villaggi.


Le aree ebraiche erano difese da nove brigate della Haganah. Altre tre sarebbero state organizzate nelle settimane seguenti. Il 15 maggio, la Haganah disponeva di 30.000-35.000 uomini; l’Irgun e l’LHI, insieme, di altri 3000 circa.232 Seimila combattenti della Haganah appartenevano alle tre brigate delle Palmah. In giugno, l’Israel Defense Forces poteva contare su 42.000 combattenti tra uomini e donne.233 Grossi carichi di armi leggere erano giunti in maggio, e nel mese successivo, secondo Ben-Gurion, l’IDF «aveva un surplus» di materiale.234 L’industria bellica dello yishuv aveva già prodotto in proprio 7000 Sten, saliti a 16.000 in ottobre. Alla fine di maggio gli ebrei erano autosufficienti nella produzione di fucili mitragliatori e delle relative munizioni, di mortai di piccolo e medio calibro, di razzi anticarro, di bombe a mano, mine e granate.235


Invasione araba della Palestina, Maggio 1948


Invasione araba della Palestina, Maggio 1948


Il principale handicap della Haganah nelle prime due settimane dell’invasione araba era nel campo delle armi pesanti. Essa era riuscita a sottrarre o comprare ai britannici in partenza tre carri armati, 12 autoblindo (quattro delle quali con cannoncino), tre semicingolati e tre guardacoste.236 Alla fine di maggio erano stati consegnati altri 10 carri armati e una dozzina di semicingolati acquistati all’estero. Inoltre, dal 15 maggio furono disponibili quattro o cinque pezzi di artiglieria da campagna di piccolo calibro (45 alla fine del mese), 24 cannoni antiaerei anticarro, 75 bazooka PIAT (projectors, infantry, antitank) e un centinaio di autocarri blindati (per lo più in modo artigianale) per il trasporto di uomini e materiali. La Haganah disponeva anche di 700 mortai da due pollici e di 100 mortai da tre pollici, più pochi mortai pesanti prodotti in loco (i cosiddetti «Davidka»), che nell’insieme compensarono in una certa misura l’iniziale carenza di artiglieria vera e propria.


Per quanto riguarda l’aviazione, la Haganah aveva 28 aerei leggeri da ricognizione e trasporto ma nessun caccia (anche se alcuni erano dotati di mitragliatrici, e furono usati per sganciare piccole bombe). Ma entro il 29 maggio Israele aveva ricevuto, montato e inviato in missione quattro caccia cecoslovacchi Messerschmitt Avia 199.237


Entrambe le parti tendevano a sopravvalutare la forza dell’avversario; la strategia dello yishuv è incomprensibile se non si tiene conto del suo sincero timore di essere sconfitto e annientato, che cominciò a dissolversi solo dopo la constatazione che gli eserciti arabi erano molto più piccoli e disorganizzati del previsto. A metà del 1947, Ben-Gurion credeva che la Legione araba della Transgiordania consistesse in non meno di 15.000-18.000 uomini con 400 carri armati,238 mentre in realtà essa non aveva alcun carro armato e i suoi soldati erano in quel momento non più di 6.000. Gli eserciti arabi erano molto meno temibili di quanto Ben-Gurion pensasse, e per di più non impegnarono mai la loro intera forza in Palestina.239 Solo il regime transgiordano si considerò abbastanza solido da gettare nella mischia quasi tutto il suo esercito.


Le forze arabe in Palestina consistevano (fino alla fine di maggio) in non più di 28.000 uomini: circa 5.500 egiziani, tra 6.000 e 9.000 legionari arabi, 6.000 siriani, 4.500 iracheni, un pugno di libanesi; gli altri erano irregolari e volontari stranieri.240 Sulla carta, secondo stime della Haganah, la coalizione degli eserciti arabi disponeva di 75 aerei da guerra, 40 carri armati, 500 blindati, 140 cannoni da campagna e 220 cannoni antiaerei anticarro. In pratica il loro equipaggiamento era ben più modesto e in parte inutilizzabile (specialmente gli aerei), mentre un’altra parte non non varcò mai i confini palestinesi.


Dopo l’invasione entrambi gli schieramenti potenziarono sensibilmente le loro forze armate, ma la corsa alla mobilitazione fu vinta dagli ebrei con ampio margine. A metà luglio l’IDF schierava quasi 65.000 uomini, che salirono a 115.000 nella primavera del 1949. I paesi arabi probabilmente disponevano in Palestina e nel Sinai di circa 40.000 uomini a metà luglio e di 55.000 in ottobre,241 con un ulteriore, modesto incremento entro la primavera del 1949.242


Ci fu quindi un declino relativo della forza araba nel corso del conflitto, sfociato nel settembre-ottobre 1948 in una chiara, benché non soverchiante, superiorità israeliana. Ciò dipese dalla «vittoria» ebraica nella lotta contro l’embargo internazionale sugli armamenti, imposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU ai belligeranti dal 29 maggio 1948 all’11 agosto 1949. Ancora prima, il 14 dicembre 1947, gli Stati Uniti avevano dichiarato un embargo unilaterale. All’inizio di febbraio del 1948 la Gran Bretagna – unico fornitore di materiale bellico a Iraq, Egitto e Transgiordania – cominciò a ridurre le consegne in tutto il Medio Oriente.243 L’embargo fu applicato con grande rigore da Stati Uniti e Gran Bretagna oltre che dalla Francia, tradizionale fornitore di armi a Siria e Libano. Oggi è possibile affermare che esso danneggiò gli arabi molto più dello yishuv.


Gli Stati arabi non avevano fornitori alternativi, e da luglio in poi i loro eserciti soffrirono di una grave carenza di armi, munizioni e pezzi di ricambio. Teoricamente nell’ottobre 1948 l’aviazione egiziana possedeva 36 caccia e 16 bombardieri; ma non poterono mai alzarsi in volo più di una dozzina di caccia e di tre o quattro bombardieri, con poche munizioni ed equipaggi male addestrati.244 La Haganah, d’altra parte, aveva creato un’ampia rete segreta di approvvigionamento in Europa e nelle Americhe. Circa 129 milioni di dollari, in liquidi o variamente garantiti, furono raccolti tra gli ebrei all’estero; di questi, 78,3 milioni furono spesi per l’acquisto di materiale bellico tra l’ottobre 1947 e il marzo 1949.245 All’inizio della guerra, trattative andarono a buon fine con la Cecoslovacchia, bisognosa di valuta pregiata, e con società private in Europa occidentale e negli Stati Uniti; invii di armi relativamente ingenti si ebbero il 30 marzo 1948, e soprattutto dopo la proclamazione dello Stato d’Israele il 14 maggio. Né i cecoslovacchi né le società private si curarono dell’embargo delle Nazioni Unite, ma gli Stati arabi non disponevano né delle risorse economiche né dei contatti necessari ad accedere a quei potenziali fornitori.


Migliaia di ebrei ben addestrati e molti volontari gentili – più di 300, spesso reduci della Seconda guerra mondiale e in gran parte statunitensi e canadesi – prestarono servizio nell’aviazione israeliana nel 1948; 198 come equipaggi d’aeroplano.246 Quindi l’IAF [Israeli Air Force, l’aviazione israeliana] aveva più personale addestrato del necessario, gli arabi molto meno del necessario; ciò spiega perché, nell’ottobre 1948, con appena una dozzina di caccia l’IAF conquistò la superiorità aerea sugli egiziani. L’abbondanza di personale addestrato, di munizioni e di pezzi di ricambio fu decisiva.


Il piano (o non-piano) arabo d’invasione della Palestina

ALLA VIGILIA DELL’INVASIONE PANARABA, ‘Abd al-Rahman Azzam Pascià, segretario generale della Lega araba, che per mesi aveva espresso dubbi sulla possibile invasione per timore della forza militare ebraica e della scarsa unità e competenza arabe, cambiò tono dichiarando: «Sarà una guerra di sterminio, un terribile massacro, paragonabile alle stragi mongole e alle Crociate». Ahmed Shukeiry, uno degli aiutanti di campo di Hajj Amin al-Husayni, descrisse lo scopo dell’invasione come «l’eliminazione dello Stato ebraico».247 Ma i toni bellicosi nascondevano dubbi, fratture e dissensi nello schieramento arabo. Non c’erano né consenso politico sugli obiettivi della guerra, né un comando militare unificato, né obiettivi comuni e uniformità di procedure e calendari. In poche parole, il coordinamento mancava tanto sul piano politico quanto su quello bellico.


Il generale Ismail Safwat, che soprintendeva al coinvolgimento panarabo in Palestina fin dall’autunno 1947, fu dapprima nominato comandante supremo delle forze d’invasione, ma rimpiazzato all’ultimo momento dal politicamente più accettabile generale Nur al-Din Mahmud, anch’egli iracheno. Nel suo quartier generale di Damasco il generale Safwat aveva speso settimane cercando di preparare un piano dettagliato d’invasione per il 15 maggio: «Ufficiali siriani e iracheni ronzavano intorno all’edificio, apparentemente più padroni della scienza dell’intrigo politico che di quella militare. La distribuzione dei fondi, dei reparti, dei gradi, delle zone di operazioni, delle armi e dei materiali erano oggetto di contrattazioni non meno accese di quelle di un qualsiasi suq».248


Con l’eccezione della Legione araba, nessuno degli eserciti arabi era davvero pronto alla guerra. Tutti avevano dato per scontato che un giorno simile non sarebbe mai venuto, o sarebbe stato una passeggiata, o che l’ONU sarebbe intervenuta prima che la situazione precipitasse. Nessuna di queste eventualità richiedeva preparativi degni del nome. Di più: nessuno di quegli eserciti – con l’eccezione, di nuovo, della Legione araba – aveva mai partecipato a un conflitto. Negli ultimi giorni prima dell’invasione, i leader politici e militari oscillavano tra eccessi di ottimistico disprezzo degli ebrei e un pessimismo fatalista. «A Tel Aviv in due settimane», «una parata senza alcun rischio» era il modo in cui il ceto militare arabo dipingeva l’impresa ai suoi capi politici – nonostante solo qualche settimana prima si fosse opposto con decisione all’intervento in Palestina parlando di carenze di addestramento, armamento, munizioni e così via. «Non prenderemo nemmeno in considerazione l’idea di una guerra convenzionale. Non siamo matti…», aveva dichiarato a un giornalista il ministro della Difesa egiziano generale Muhammad Haidar. E il generale ‘Ali Ahmed al-Mawawi, comandante designato della forza d’invasione egiziana, aveva comunicato a Haidar che le sue truppe non erano «pronte al combattimento».249


‘Azzam Pascià, incontrando ad Amman un rappresentante britannico una settimana prima dell’invasione, aveva affermato: «Non importa quanti siano [gli ebrei]. Li ributteremo in mare».250 Ma il principe Talal, figlio di ‘Abdallah, non ebbe timore di preannunciare la disfatta araba.251 E all’ultimo momento alcuni leader, compreso il monarca saudita e lo stesso ‘Azzam Pascià, rivolsero un appello alla Gran Bretagna perché prolungasse la permanenza in Palestina.252 In realtà i pessimisti avevano ragioni da vendere. Gli arabi non avevano effettuato alcun lavoro di pianificazione e raccolta d’informazioni, erano in grave ritardo nella logistica, armamenti e munizioni erano pietosamente insufficienti. Ufficiali e soldati erano parimenti impreparati a ciò che li aspettava: un nemico tenace, ben difeso, superiore per numero e organizzazione, e prossimo a esserlo anche per equipaggiamento.


Tuttavia, all’inizio di maggio i leader arabi non avevano altra opzione che la guerra. «Le leve del potere non erano in mano ai militari, ma ai politici, ai demagoghi, alla stampa e alla folla. Gli ammonimenti restarono inascoltati. Chi dubitava era tacciato di tradimento», ricordò il comandante britannico della Legione araba, generale John Bagot Glubb.253 I leader s’impantanarono nella retorica guerrafondaia da essi stessi sparsa a piene mani. A metà maggio, non far nulla sembrava più pericoloso che sfidare gli ebrei sul campo di battaglia, quale che fosse l’esito finale.


Ancor oggi non è chiaro se all’inizio dell’invasione gli eserciti arabi avessero un piano strategico comune, sia pure del tipo più generale.254 Di sicuro, non avevano nessun piano che si possa definire «dettagliato». Sembra che almeno uno schema a grandi linee fosse stato approntato dal capitano Wasfi Tal, un giovane ufficiale della Legione araba ch’era stato capo delle operazioni sotto il generale Safwat. Prevedeva una campagna di 11 giorni: l’esercito libanese sarebbe sceso da nord lungo la costa, da Ra‘s al-Naqurah ad Acri; l’esercito siriano, in due colonne, doveva avanzare da Bint Jabail, nel Libano meridionale, verso sud, e dalla zona del mare di Galilea verso ovest in direzione di Afula; unità dell’esercito iracheno avrebbero attraversato il Giordano a Beisan e avanzato verso nordovest, anch’esse in direzione di Afula; e unità della Legione araba, attraversato il Giordano, avrebbero proceduto verso Afula da Jenin. La tenaglia intorno ad Afula si sarebbe poi trasformata in una potente offensiva combinata verso Haifa. Nel contempo altre unità della Legione araba sarebbero avanzate verso ovest in Giudea e Samaria, in direzione di Lydda e Ramla e possibilmente fino alla costa mediterranea. Quanto agli egiziani, avrebbero dovuto avanzare verso nord lungo la costa in direzione di Giaffa-Tel Aviv attraverso Majdal. Il piano Tal sembra essere stato concepito per forze ben più ingenti di quelle che in realtà gli Stati arabi gettarono nella mischia.


Il Comitato politico della Lega araba approvò il piano il 12 maggio.255 Subito prima della riunione, ‘Azzam Pascià si recò ad Amman e tentò di persuadere ‘Abdallah e Glubb ad assumere il comando supremo delle forze d’invasione. Glubb rifiutò, a quanto pare considerando ‘Azzam (e forse anche il piano) «ingenuo e irrealizzabile».256 Uno o due giorni più tardi esso fu modificato e limitato dal Comitato militare della Lega. A nord l’obiettivo strategico diventò isolare la Galilea orientale sotto il controllo ebraico (l’area da Beisan a Metulla) da Haifa. A questo punto l’obiettivo prioritario non era più Haifa ma Afula.257


Nel contempo ‘Abdallah non era particolarmente interessato né a Haifa né al nord in generale; semmai, egli ambiva alla Palestina orientale. Così il 13 maggio modificò unilateralmente il piano di attacco e spiegò a Glubb (e forse all’alleato iracheno, il cui corpo di spedizione era sul suo territorio) che la Cisgiordania era il vero obiettivo: la Legione avrebbe dovuto prendere le colline della Samaria e della Giudea, aprirsi a ventaglio e occupare tutta la sponda occidentale, comprese Gerico, Ramallah, Nablus, Hebron e parte dei dintorni di Gerusalemme.258 ‘Abdallah e Glubb erano invece restii ad attaccare Gerusalemme, per ragioni politiche oltre che militari. Gli iracheni intendevano compiere un’offensiva di modeste proporzioni nella zona di Beisan, verso il kibbutz Gesher, e ricevettero poi l’ordine di subentrare alla Legione araba in Samaria settentrionale (il triangolo Jenin-Tulkarm-Nablus).


Ciò poneva gli egiziani di fronte a un serio problema politico. Era chiaro che i loro rivali, gli Hascimiti, volevano conquistare il più possibile della Palestina araba; ed essi reagirono trasformando a loro volta la loro parte del piano «unitario» – l’offensiva lungo la costa verso Tel Aviv – in un’offensiva in due direzioni: verso le città costiere arabe di Majdal e Isdud (ed eventualmente, più tardi, verso Tel Aviv), e verso est, in direzione di Beersheba, e poi verso nordest, alla volta di Hebron e Gerusalemme. L’Egitto voleva in tal modo assicurarsi una porzione di Cisgiordania (e magari di Gerusalemme).259 Così il piano arabo d’invasione mutò completamente per natura e obiettivi, da sforzo coordinato mirante a rimpicciolire e possibilmente annientare il nascente Stato ebraico, ad assalto simultaneo ma semiautonomo di smembramento e conquista delle sue parti «arabe». In nessuna delle due impostazioni ci si curò di assegnare qualsiasi compito ai palestinesi, o di tener conto delle loro aspirazioni politiche. È in questa logica che l’ELA ricevette dai giordani l’ordine di lasciare la Cisgiordania e spostarsi in Galilea – cioè, di sgomberare la zona ch’essi stessi intendevano occupare.260


La chiave per comprendere quel che stava accadendo, e la mancanza di coesione araba, era ad Amman. Per due anni ‘Abdallah aveva condotto negoziati intermittenti e segreti con l’Agenzia ebraica per annettere la Palestina orientale. Anch’egli, insomma, era per la spartizione, ma con gli ebrei anziché contro di loro. Avrebbe preferito una soluzione federale in cui gli israeliti sarebbero stati padroni di un’enclave autonoma nel contesto del regno hascimita; ma questi erano stati inflessibili sulla piena indipendenza, alla quale dalla fine del 1947 si era rassegnato anche lui.


Durante un incontro segreto con Golda Meir, il 17 novembre 1947, ‘Abdallah aveva espresso il suo assenso a uno Stato ebraico indipendente, e chiesto l’opinione degli ebrei circa l’annessione giordana della parte araba della Palestina. La Meir aveva risposto favorevolmente, e riferito in seguito che ‘Abdallah aveva affermato di non desiderare la guerra, ma una soluzione di compromesso. L’hascimita «non avrebbe permesso alle sue forze di assalirci, o di cooperare con altre forze a noi ostili». Il suo intento era assumere il controllo delle zone arabe per riportare legge e ordine ed emarginare il muftì. A sua volta la Meir diede un sostanziale assenso, a nome degli israeliani, all’annessione della Cisgiordania. Ne era derivato un tacito accordo di non aggressione reciproca.261 La notte del 10 maggio 1948 la Meir – camuffata da arabo in un informe vestito nero – giunse ad Amman per il secondo incontro con ‘Abdallah. Il re rinnovò la proposta di una provincia ebraica autonoma nell’ambito di uno Stato arabo hascimita. Spiegò che la situazione era cambiata: c’era stato Deir Yassin, e ora egli non era più libero, ma membro di una coalizione di cinque capi di Stato dai propositi bellicosi. «Partecipa a questi piani [di guerra] senza entusiasmo né ottimismo, ma come una persona in trappola che non vede una via d’uscita», spiegò in seguito la dirigente israeliana ai colleghi. ‘Abdallah aveva rifiutato di confermare la validità degli accordi del novembre 1947. Ciò nonostante, egli sembra aver lasciato intendere che uno Stato ebraico sarebbe comunque sorto, e che dopo la guerra egli avrebbe stipulato con esso un accordo di pace.262


Dopo l’incontro i funzionari dello yishuv non sapevano se la Legione avrebbe attaccato o no il territorio ebraico – ma in realtà non lo fece. ‘Abdallah era tutt’altro che sicuro di una futura vittoria araba, e come vicino preferiva uno Stato ebraico a uno governato dall’ex muftì. «Gli ebrei sono troppo forti – muovergli guerra è un errore», disse a Glubb subito prima dell’invasione,263 «… anche se certamente molti dei suoi soldati credevano di far parte di una crociata per la distruzione dello yishuv e la liberazione dell’intera Palestina».264


Un aspetto dei piani arabi che merita di essere sottolineato è la completa emarginazione dei palestinesi. Le superstiti milizie locali erano ignorate o considerate meramente ausiliarie rispetto agli eserciti regolari. Ciò rispecchiava la realtà politica: le sconfitte militari di aprile-maggio le avevano rese insignificanti. Per tutta la prima metà del 1948, la Lega araba aveva respinto gli appelli di Husayni a costituire un governo in esilio. Ma l’invasione del 15 maggio, e l’occupazione giordana di gran parte della Palestina orientale, avrebbero cambiato la situazione. Sotto forte pressione dell’Egitto, che temeva il completo controllo hascimita dei palestinesi, il Comitato politico della Lega autorizzò a metà settembre la formazione di un «governo» palestinese. Il 22 settembre l’Alto Comitato arabo proclamò la nascita a Gaza, città sotto il controllo egiziano, del «governo panpalestinese», e il 30 settembre fu convocata un’assemblea costituente con un’ottantina di delegati, il «Consiglio nazionale palestinese». Sottraendosi ai suoi patroni egiziani Husayni riuscì a raggiungere Gaza il 27 settembre, e fu nominato presidente del Consiglio nazionale.


Ma finì in farsa: il 30 settembre re ‘Abdallah organizzò ad Amman il rivale «Primo congresso palestinese» che si affrettò a misconoscere il «governo» di Gaza mentre gli egiziani si affrettarono a «recuperare» Husayni, che ospitarono al Cairo. Né il governo né il Consiglio di Gaza sopravvissero a lungo dopo la sua partenza. Anche se quasi tutti i governi arabi si affrettarono a riconoscerle, le istituzioni frettolosamente create a Gaza non rispecchiavano alcuna autentica sovranità; sotto la rigida amministrazione militare egiziana, non ebbero un vero potere né fondi da utilizzare. Inoltre quasi tutto il territorio a esse teoricamente affidato (cioè la piccola parte di Palestina controllata dall’esercito egiziano) a metà ottobre fu conquistato dall’IDF. Nel frattempo la Legione araba disarmò i pochi miliziani cisgiordani che avrebbero potuto essere leali a quelle istituzioni. Il «governo panpalestinese» conservò un’esistenza virtuale come sottosezione della Lega araba fino al 1959, quando fu sciolto definitivamente dal colonnello Jamal ‘Abd al-Nasir (Nasser).265


ALLA VIGILIA DELL’INVASIONE DEL 1948 entrambe le parti presentavano vantaggi e svantaggi ugualmente accentuati. Gli arabi avevano l’iniziativa e potevano contare su un certo grado di sorpresa strategica e tattica: avrebbero colpito per primi, dove e come fosse loro piaciuto, e goduto di una superiorità locale in uomini e mezzi, anche se presumibilmente solo transitoria. Inoltre all’inizio era in mani arabe gran parte dei terreni elevati in Galilea, Samaria e Giudea. Infatti, le zone saldamente in possesso degli ebrei in sostanza erano limitate alla pianura costiera e alle valli di Yezreel e del Giordano. Gli arabi erano anche numericamente molto superiori nelle armi pesanti – artiglieria, mezzi corazzati, aeroplani.


La Haganah era invece in vantaggio nel numero e nella qualità delle truppe, nel loro comando e nelle vie di comunicazione, che con la loro brevità permettevano di rifornire e spostare i reparti con maggiore efficienza. Nell’insieme, la Haganah aveva comandanti più addestrati e più capaci – anche se gli alti gradi della Legione araba, in gran parte britannici, erano altrettanto capaci, se non di più. Inizialmente sulla difensiva, la Haganah ebbe quasi sempre il vantaggio di «giocare in casa»: maggiore familiarità col terreno e l’incentivo psicologico di difendere le proprie case, i propri familiari e la propria terra (alla lettera, in molti casi). Inoltre, come durante la fase iniziale, «civile», della guerra, gli ebrei temevano che la sconfitta potesse preludere a un altro tentativo di genocidio. Con la ferita morale dell’Olocausto non ancora rimarginata, i combattenti della Haganah disponevano di motivazione e spirito di sacrificio in quantità pressoché illimitata. I soldati e gli ufficiali degli eserciti arabi erano assai meno motivati. Benché desiderosi di sconfiggere gli ebrei in quanto miscredenti e usurpatori, e di vendicare i torti subiti dai palestinesi, la loro patria, le loro case e le loro famiglie non erano in gioco. I soldati arabi erano e restavano invasori, chiamati a combattere lontano dai paesi di origine per una causa in gran parte astratta.


La Haganah aveva inoltre il vantaggio non quantificabile, ma molto concreto, di avere appena vinto la «guerra civile». Aveva distrutto la forza militare palestinese e conquistato la fiducia in se stesso che possiede solo chi ha messo alla prova con successo le proprie capacità.


Il fronte giordano

IL NEMICO CHE LO YISHUV TEMEVA maggiormente era la Legione araba; gli ebrei avevano imparato a rispettarla nei mesi in cui era stata inquadrata nell’esercito britannico in Palestina. Aveva anche partecipato alle campagne britanniche in Iraq e in Siria nel 1941. Snella, efficiente e professionale, nel maggio 1948 era composta da 8.000 uomini.266 Era altamente meccanizzata, con valide unità ausiliarie e di servizio, ed era comandata da 50-75 ufficiali e sottufficiali britannici fino al livello del capo di stato maggiore, generale John Glubb.267 La Legione – di lì a poco ribattezzata «Regio esercito giordano» – non aveva aviazione né carri armati, ma disponeva in compenso di circa 120 autoblindo, una settantina dei quali con cannoni da due libbre, e di un’artiglieria altamente professionale.


Tra l’ottobre 1947 e il maggio 1948 la Legione fu sostanzialmente riorganizzata, col potenziamento sia degli effettivi sia del materiale bellico, in vista del ritiro britannico dalla Palestina. A metà maggio consisteva in tre brigate da due battaglioni ciascuna (chiamati «reggimenti»). A guerra già iniziata Glubb organizzò una massiccia campagna di reclutamento e addestramento, e nel 1949 aveva ai suoi ordini 14.000 soldati.268


La Legione soffriva però di una grave carenza di munizioni, specialmente per l’artiglieria, e fu molto danneggiata dall’embargo internazionale decretato poco dopo l’inizio delle ostilità.269 Si preparò all’invasione avendo proiettili d’artiglieria per soli 10 giorni, e munizioni da armi leggere per 30 giorni.270 Inoltre, non presagendo l’embargo gli ufficiali impiegarono con generosità i proiettili di ogni calibro, tanto che il 30 maggio, a Latrun, il quarto battaglione restò senza munizioni.271


Quando la Legione attraversò il confine palestinese, poco prima dell’alba del 15 maggio, «le truppe erano in festa… Molti veicoli erano decorati con fronde e fiori di oleandro rosa che cresceva lungo la strada. La colonna sembrava pronta più per una sfilata di carnevale che per andare in guerra», avrebbe poi raccontato il comandante.272 Ma almeno alcuni soldati partivano anche con animo amareggiato. Il capitano Mahmud al-Ghussan, un ufficiale del comando del quarto battaglione, ricordò in seguito che gli abitanti di Amman avevano praticamente ignorato le truppe che attraversavano la città per andare a «salvare [la Palestina] dai sionisti e dall’Occidente».273


La I Brigata della Legione si diresse a nordovest, verso Nablus; la III Brigata dritto a ovest, e occupò Ramallah, Latrun, Lydda e Ramla. L’obiettivo era conquistare le località della sponda occidentale abitate dagli arabi e porle sotto la protezione della Giordania. Non ci fu resistenza; in molte località le truppe di Amman furono accolte con lanci di riso dalla festante popolazione palestinese. Il piano originario prevedeva che Gerusalemme fosse aggirata, sia per non mettere in difficoltà la Gran Bretagna – che in segreto appoggiava l’annessione della West Bank da parte di Amman – sia per evitare scontri cruenti in aree molto popolate. Ma i disperati appelli degli abitanti e dei presìdi arabi a non esser lasciati in balìa della Haganah – che dal 13 al 18 maggio, con alcune agili manovre, si impadronì di importanti posizioni lasciate dai britannici – il 17 del mese costrinsero ‘Abdallah a ordinare di puntare sulla capitale.274 Glubb sapeva bene che la città, al di là del suo significato politico e religioso, era la chiave strategica della Cisgiordania. Se gli ebrei avessero conquistato Gerusalemme Est e la strada per Gerico avrebbero isolato la Legione dalle sue basi in Transgiordania, con conseguenze catastrofiche.275


Il 18 maggio, col «re… in preda all’angoscia all’idea che gli ebrei entrassero nella Città Vecchia e nel Recinto, con le grandi moschee. [Infatti] suo padre, il defunto re Husayni… era sepolto proprio nel Recinto»,276 Glubb inviò una compagnia di fanteria nella Città Vecchia a dar man forte alle milizie arabe locali; una seconda compagnia li raggiunse il giorno dopo.


Quel mattino (19 maggio) una unità corazzata della Legione discese la strada principale da Ramallah al quartiere Sceicco Jarrah, parzialmente occupato il 14 maggio da truppe dell’Irgun e dalle Palmah. I legionari riconquistarono il quartiere e inviarono avanguardie a occidente a difendere e ampliare l’asse di avanzata; la manovra allarmò la Haganah, che la scambiò per il preludio di un’offensiva vera e propria, e in seguito indusse gli storici sionisti a parlare a sproposito di un tentativo di conquista di Gerusalemme Ovest. Negli scontri che seguirono gli ebrei, carenti di artiglieria, respinsero i legionari martellando i primi autoblindo con razzi anticarro e mitragliatrici. Ma il grosso della colonna riuscì a entrare nella Città Vecchia.


Frattanto, alla periferia sud di Gerusalemme, alcuni plotoni della Legione di stanza presso Hebron (si trattava di truppe che non avevano mai lasciato la Palestina, al pari di altri reparti inquadrati nell’esercito britannico fino al 15 maggio) si unirono a una banda d’irregolari per attaccare il kibbutz Ramat Rachel. Unità egiziane dei Fratelli musulmani, giunte il 22-23, parteciparono agli scontri successivi. La battaglia dall’esito incerto, che vide l’insediamento passare di mano tre volte, terminò la sera del 25 allorché la Haganah sloggiò definitivamente i legionari.277


Ma gli scontri principali ebbero luogo nel centro della città. Il 21-22 maggio i giordani lanciarono il terzo battaglione all’attacco del grande ospizio di Notre-Dame de France, che dominava le mura settentrionali della Città Vecchia e la Porta di Damasco. L’edificio di 500 stanze, ultimato nel 1888, era stato occupato dalla Haganah la notte del 17-18 maggio. Per tre giorni, dal 22 al 24 maggio, difensori e legionari si contesero camere e corridoi mitragliando e lanciando bombe a mano, finché i legionari si ritirarono. Poco o nulla avevano potuto i mortai e i cannoni giordani da sei libbre contro gli spessi muri di pietra di Notre-Dame: «La Santa Chiesa cattolica sembrava davvero aver costruito per l’eternità», scrisse Glubb.278 Ma il terzo battaglione si era collegato alle unità già nella Città Vecchia, e legionari e irregolari attaccarono il quartiere ebraico. Anche gli ebrei avevano riportato qualche insuccesso. Tra il 14 e il 16 maggio le comunità di ‘Atarot e Neveh Ya‘aqov, subito a nord di Gerusalemme, ripetutamente attaccate da gruppi di irregolari e da unità della Legione, erano state abbandonate. E il 17-20 maggio anche gli insediamenti indifendibili di Kalia e Beit Ha‘Aravah, all’estremità settentrionale del Mar Morto e appena a sud di Gerico, avevano dovuto essere evacuati.


Ma la sconfitta più grave gli ebrei l’avrebbero subita proprio nella Città Vecchia. I 1.500 abitanti del quartiere ebraico – quasi tutti ultra-ortodossi – avevano subìto attacchi intermittenti fin da marzo, ma erano stati protetti dai britannici fino al 13 maggio, data del loro ritiro dalla Città Vecchia, e poi dalla Haganah. Il 15 maggio un assalto era stato effettuato da centinaia d’irregolari arabi. Tra il 16 e il 18 maggio la Haganah aveva fatto alcuni tentativi di rifornire il quartiere, potenziarne le difese e creare un corridoio permanente fino a Gerusalemme Ovest attraverso la Porta Zion, ma tenere aperto il corridoio dopo l’arrivo della Legione nella Città Vecchia si dimostrò impossibile. Per 10 giorni i legionari, agli ordini di ‘Abdallah Tal, incalzarono i difensori una casa dopo l’altra, restringendo progressivamente l’area sotto il controllo ebraico. Infine, il 28 maggio, «due anziani rabbini, le schiene curve per l’età, comparvero in uno stretto vicolo con una bandiera bianca ciascuno». Il quartiere era caduto. A quasi tutti i civili, e ai combattenti con ferite gravi, fu consentito attraversare le linee arabe e raggiungere la Gerusalemme ebraica; gli altri difensori – quasi 300 – furono fatti prigionieri.279


Nel progetto di divisione della Palestina, Gerusalemme aveva lo status di zona internazionale; perciò non era compresa nel tacito accordo di non aggressione tra Golda Meir e ‘Abdallah. Era ambita da molti, e la forza di ciascuno ne avrebbe deciso la sorte. Legione e Haganah lottarono accanitamente per varie aree a cavallo tra il settore occidentale e quello orientale. Ma quando il polverone si fu posato, si dovette constatare che i contendenti avevano press’a poco conservato la rispettiva porzione della città.


La battaglia per Latrun, benché strettamente legata a quella di Gerusalemme, fu tutt’altra cosa. La collinetta, sormontata da un ampio fortino della polizia, e i cinque villaggi arabi circostanti, erano a cavallo dell’incrocio delle grandi strade Tel Aviv-Gerusalemme e Ramallah-Majdal. L’occupazione dell’area da parte della Legione, il 17 maggio, equivaleva per gli ebrei alla chiusura dell’arteria tra Tel Aviv e Gerusalemme. Per Ben-Gurion, senza rifornimenti e rinforzi la Gerusalemme ebraica rischiava di cadere. Bisognava quindi conquistare Latrun, anche se nel progetto di divisione della Palestina essa era assegnata agli arabi; e anche se ciò significava attaccare la Legione e violare l’intesa di non aggressione con ‘Abdallah. Nelle tre settimane seguenti gli israeliani attaccarono tre volte – e tre volte furono respinti con gravi perdite. Gli attacchi furono male organizzati, mentre la professionalità dell’artiglieria e dei mortai della Legione fu decisiva.


Le prime due battaglie di Latrun, del 25 e 30 maggio, sarebbero entrate nella mitologia militare israeliana come tipici esempi di attacchi mal pianificati e di sprechi di uomini e materiali. In realtà, i morti nelle due battaglie – 74 e 44, rispettivamente – furono tradizionalmente molto esagerati.280 Inoltre, in generale si è creduto, e rimproverato, che i caduti fossero in gran parte nuovi immigrati, spediti in battaglia benché quasi privi di addestramento. In realtà la maggior parte dei caduti erano «sabra» (ebrei nati in Terra d’Israele), o immigrati di vecchia data.281


Le Palmah compirono un altro vano tentativo di prendere Latrun l’8-9 giugno. Il giorno dopo la Legione effettuò un contrattacco a sorpresa, catturando l’insediamento di Gezer e 30 difensori. Ma quella sera, ritiratisi i legionari, le Palmah contrattaccarono a loro volta e ripresero il semidistrutto kibbutz agli irregolari lasciati a difendere la posizione.282


La prima tregua promossa dalle Nazioni Unite entrò in vigore l’11 giugno, mettendo fine ai tentativi dell’IDF di sloggiare la Legione da Latrun. La strada per Gerusalemme restava chiusa, ma quasi per caso emerse un’alternativa. Una squadra delle Palmah a piedi scoprì fra tre villaggi arabi tracce di veicoli che suggerivano l’esistenza di un percorso adatto agli automezzi. Alcune jeep lo misero alla prova, e qualche giorno dopo genieri con macchine per movimento terra approntarono la nuova «strada birmana» (dal nome della pista di rifornimento dalla Birmania alla Cina usata dai britannici nella Seconda guerra mondiale). Il saliente di Latrun fu aggirato, e convogli di jeep, muli, cammelli e, dall’11 giugno, camion che viaggiavano di notte a fare spenti, cominciarono a fare la spola tra Khulda e Gerusalemme.283 A poco a poco, i rifornimenti raggiunsero la città; l’assedio era finito.


All’inizio della prima tregua, entrambi gli schieramenti erano abbastanza soddisfatti. ‘Abdallah aveva assunto il controllo di quasi tutta la parte di Palestina orientale riservata agli arabi, da Gerico a Lydda-Ramla e Tulkarm verso occidente, e da Jenin a nord a Betlemme-Hebron a sud. Era anche riuscito a difendere Gerusalemme Est, che restava araba, a conquistare il quartiere ebraico della Città Vecchia, e a infliggere allo yishuv alcune sconfitte che ne avevano scosso la sicurezza. L’IDF, a sua volta, era riuscito a impedire alla Legione di metter piede a Gerusalemme Ovest, e nonostante la mancata riconquista di Latrun, a garantire il rifornimento della città. Inoltre, aveva degnamente fronteggiato un valente esercito professionale guidato da ufficiali britannici. Infine i contendenti, pur battendosi con convinzione, avevano evitato d’imbarbarire il conflitto trasformandolo in una lotta senza esclusione di colpi.


Ma la Legione aveva subìto un grave salasso (a Gerusalemme, alcune compagnie avevano perso fino a un quinto degli effettivi), e le sue riserve di munizioni si erano pericolosamente ridotte. Per il resto della guerra i vertici della Legione, e i suoi protettori a Londra, avrebbero continuamente temuto l’accerchiamento da parte dell’IDF e il crollo del principale bastione della dinastia hascimita, oltre che del solo vero ostacolo alla conquista israeliana di tutta la Cisgiordania.284 L’IDF – diverse volte più numeroso della Legione e costantemente rifornito di armi dalla Cecoslovacchia – poté più che compensare le sue perdite. Nell’arco di qualche settimana, fu più forte di quanto fosse alla vigilia dell’intervento giordano.


L’invasione egiziana e il suo contenimento

L’INVASIONE DELL’ESERCITO EGIZIANO, un’impresa scarsamente organizzata,285 seguì due assi con un gruppo di brigate per ciascuno. La forza d’invasione contava un po’ più di 6.000 uomini, saliti a 14.000 in ottobre.286 Alla fine di aprile il generale Ahmed ‘i al-Mawawi fu nominato comandante del corpo di spedizione; il colonnello Muhammad Najib era il suo vice. Il contingente che penetrò in territorio israeliano il 15 e il 16 maggio e avanzò verso nord nell’area poi nota come «striscia di Gaza», lungo la strada costiera, consisteva in tre battaglioni di fanteria; un battaglione di appoggio con mortai da tre pollici e mitragliatrici; un battaglione di artiglieria con pezzi da 24 e 25 libbre; e un battaglione di 24 autoblindo con alcune unità di appoggio. Per tutta l’offensiva Mawawi sacrificò la velocità alla cautela. Temendo che gli insediamenti lungo la via tentassero d’isolare le unità avanzate, impiegò notevoli risorse per la loro conquista.


La II Brigata, al comando del colonnello Ahmad ‘Abd al-‘Aziz, comprendeva alcuni battaglioni d’irregolari, in gran parte volontari della Fratellanza musulmana, rinforzati da alcune unità dell’esercito egiziano. Essa piegò verso est in direzione di Beersheba, poi verso nord attraverso le colline di Hebron e Betlemme, fino a partecipare il 22-23 maggio all’attacco a Ramat Rachel.287


Sulla carta il corpo di spedizione poteva contare su cinque squadriglie di caccia, due delle quali composte da Spitfire, e su due squadriglie di bombardieri (per l’esattezza, DC-3 modificati). Ma l’aviazione egiziana scarseggiava di piloti ben addestrati, personale di terra preparato e pezzi di ricambio. Dopo le prime tre settimane di combattimenti, durante le quali perse 19 aerei, essa fu costretta a cessare le missioni quasi completamente.288


La Haganah difendeva l’enclave di insediamenti nel Negev settentrionale e le relative vie di accesso con due brigate forti di 4000-5000 uomini, alcune dozzine di mezzi blindati e mortai da due e tre pollici; ma nei primi giorni dell’offensiva egiziana era priva di artiglieria e mezzi corazzati veri e propri.


L’invasione fu annunciata all’alba del 15 maggio da 14 tra cacciabombardieri e bombardieri che colpirono alcuni obiettivi a Tel Aviv, tra i quali l’aeroporto Sdeh Dov e la centrale elettrica di Reading. Un aereo fu abbattuto dalla contraerea israeliana. Poi, le forze terrestri assalirono gli insediamenti di Nirim, al limite occidentale dell’enclave, e Kefar Darom, nella striscia di Gaza a cavallo della strada Rafa-Gaza. I due kibbutzim e alcuni insediamenti vicini erano la prima linea di difesa dello yishuv, e si sarebbero dimostrati assai indigesti per le successive ondate di truppe egiziane, che in corrispondenza di ciascun avamposto subirono gravi perdite di tempo, uomini e materiale. Quando Yizchak Sadeh, consigliere militare di Ben-Gurion, propose di abbandonare alcuni degli insediamenti meridionali più isolati (che alla fine, in effetti, si rivelarono indifendibili), il secondo rispose: «Non c’è fretta. Prendere tempo è importante».289 Risultò che aveva ragione. L’avanzata egiziana perse vigore e la Haganah ebbe il tempo di ridisporre le sue forze e fare intervenire quel poco di armi pesanti – caccia, mezzi corazzati e cannoni – che gli ebrei erano riusciti a introdurre nel paese prima della fine del mandato.


A Nirim, il sesto battaglione egiziano (il cui capo delle operazioni era il maggiore Nasser) – da 500 a 600 fanti, sei autoblindo con cannoncini da due e sei libbre, 20 semoventi con cannoncini Bren, una batteria di pezzi da 25 libbre e una batteria di mortai da tre pollici – affrontò 45 difensori ben trincerati ma in possesso solo di armi leggere (il pezzo di maggior calibro era un mortaio da due pollici). Tuttavia il perimetro dell’insediamento era minato e protetto da barriere efficaci; al termine di uno scontro breve ma violento gli attaccanti furono respinti. Restarono nei pressi ancora un po’, bombardando l’insediamento per nove ore, poi si ritirarono a Rafa (dove si tenne una «festa della vittoria» mentre Radio Cairo annunciava la presa dell’insediamento). Un comandante delle Palmah, Chaim Bar-Lev, dichiarò in seguito che a lui l’esito della prima guerra arabo-israeliana era apparso evidente proprio a partire dalla «battaglia di Nirim»: se 45 ebrei con armi leggere potevano resistere a un battaglione egiziano con artiglieria e mezzi corazzati, allora lo yishuv poteva mettere in fuga l’intera forza d’invasione araba.290 L’attacco a Kefar Darom del primo battaglione egiziano, il 15 maggio, finì allo stesso modo.


Gli egiziani passarono i giorni successivi a riorganizzarsi e il 19 ripresero l’avanzata verso nord, trovandosi quasi subito sotto il fuoco del kibbutz Yad Mordechai; e non potevano limitarsi ad aggirarlo, perché dominava la strada costiera. La sera del 18 maggio una piccola colonna corazzata israeliana era riuscita a raggiungere il kibbutz e a evacuare i bambini; erano rimasti 110 adulti e due squadre di palmahnik con armi leggere, una mitragliatrice di medio calibro e un bazooka. Gli egiziani attaccarono il 19, subito dopo l’alba. Cacciabombardieri tentarono di colpire il kibbutz, mentre batterie da 25 libbre e mortai aprivano un pesante fuoco di sbarramento. Ma l’assalto della fanteria fu respinto con dozzine di caduti arabi. Di nuovo, Radio Cairo annunciò la conquista dell’insediamento.291


Il mattino dopo, giorno 20, gli egiziani rinnovarono l’attacco, questa volta con l’appoggio di un carro armato e alcuni autoblindo. In disperati corpo a corpo lungo il perimetro difensivo, col kibbutz ormai in fiamme dietro di loro, gli israeliani respinsero sette attacchi. Quella notte le Palmah infiltrarono nel kibbutz un plotone di rinforzo (compresi sei disertori inglesi che avevano deciso di passare con gli ebrei) con un altro bazooka. Gli egiziani attaccarono di nuovo il 23 maggio, questa volta con due battaglioni di fanteria, artiglieria e alcuni mezzi corazzati. Al calar della notte Yad Mordechai aveva patito in tutto 23 morti e 40 feriti. Dopo l’evacuazione dei feriti i superstiti decisero che la situazione era senza speranza e abbandonarono la posizione; due di loro, con un ferito su una barella, furono intercettati e uccisi da soldati egiziani.


Yad Mordechai fu preso il 24, dopo che gli attaccanti ebbero bombardato per ore le sue strutture ormai deserte. La sua cattura era costata agli egiziani quasi 400 uomini, e soprattutto giorni preziosi durante i quali la Brigata Giv‘ati, cui spettava la difesa dell’area tra la striscia di Gaza e Tel Aviv, poté prepararsi a fronteggiare la colonna nemica.292


Sforzi altrettanto energici furono compiuti dagli egiziani per prendere il kibbutz Negba, a cavallo della strada da Majdal a Beit Jibrin e Hebron, e il kibbutz Nitzanim, che dominava la strada verso il nord. A Negba non riuscirono nell’intento, mentre il 7 giugno ebbero successo a Nitzanim. Ma la vittoria venne tardi: ormai i generali del Cairo avevano rinunciato a ogni speranza di un’ulteriore avanzata verso nord. La tenace resistenza dei kibbutzim aveva dimostrato che il corpo di spedizione non era in grado di spingersi oltre Isdud – per non parlare di raggiungere Tel Aviv. È anche possibile che Mawawi abbia ricevuto l’ordine di fermarsi una volta raggiunto il limite della zona costiera assegnata dall’ONU agli arabi. Alla fine di maggio egli decise di trincerarsi subito a nord di Isdud – una trentina di chilometri a sud di Tel Aviv – almeno finché non avesse ricevuto cospicui rinforzi.293 Così i battaglioni egiziani furono diluiti, distribuiti lungo le vie di comunicazione, oberati da compiti difensivi e momentaneamente impossibilitati a proseguire l’avanzata.294


Il comando israeliano, però, non lo seppe e continuò a temere una spallata in direzione di Tel Aviv. Il 2-3 giugno l’IDF lanciò la Mizva Pleshet (Operazione Philistia). Quattro giorni prima, il 29 maggio, aveva sferrato il primo attacco aereo della guerra, condotto da quattro ME109 contro la colonna egiziana a Isdud. Anche se fece pochi danni, e un aereo fu abbattuto, esso mise in allarme gli egiziani, che non si sentirono più padroni dello spazio aereo palestinese.


L’operazione, che mirava a fermare un’avanzata egiziana arrestatasi giorni prima, finì nel caos. Nella battaglia di Isdud – erroneamente dipinta dalla tradizionale storiografia militare israeliana come l’evento decisivo che bloccò l’offensiva nemica verso Tel Aviv – circa 2000 soldati israeliani, in gran parte della Brigata Giv‘ati, affrontarono 2500 egiziani del primo, secondo e nono battaglione. Ma gli israeliani disposero le loro forze in modo così infelice da risultare in netto svantaggio numerico nella maggior parte delle zone dei combattimenti.


Le perdite dell’IDF consistettero in 50 morti e dispersi e 50 feriti; quelle egiziane non sono conosciute. Ma il contrattacco causò vivo allarme, per non dire panico, nel comando egiziano, che temette che le forze a nord di Majdal fossero isolate dal resto del corpo di spedizione. Un diarista militare egiziano annotò: «Il comandante del fronte di Isdud [Najib] riferisce che le sue forze sono state bombardate dall’aria, nonché con pezzi di artiglieria e mortai, e che gli ebrei hanno sferrato un attacco che a malapena si è potuto contenere. Il quartier generale ha subìto gravi danni e i collegamenti telefonici sono stati interrotti».295


Così, per Israele perfino l’Operazione Philistia ebbe conseguenze positive. Un cronista arabo, Kamal Isma‘il al-Sharif, concluse: «L’offensiva ebraica… ha rappresentato una svolta… Da quel momento il comando egiziano ha dovuto cambiare strategia: invece di continuare a dare la caccia alle bande sioniste ha deciso di limitarsi a separare il Negev dal resto del paese».296


L’idea di avanzare fino a Tel Aviv era stata definitivamente accantonata, e i fronti restarono immutati fino all’11 giugno, data d’inizio della tregua.


L’invasione nel nord

Gli iracheni

NELLA PRIMAVERA DEL 1948 l’esercito iracheno consisteva in due mal equipaggiate «divisioni» di fanteria e in una «brigata» corazzata, con circa 120 carri armati. L’aviazione irachena disponeva in teoria di 62 aerei, ma solo tre erano moderni caccia «Furie»; gli altri velivoli erano malconci e di vecchio modello.297


In maggio gli iracheni inviarono in Palestina un gruppo di tre brigate, per un totale di circa 5000 uomini. Tra giugno e luglio, durante la prima tregua, furono raggiunti da altre due brigate, e in settembre il corpo di spedizione, coi suoi 18.000 uomini,298 era ormai il più numeroso esercito arabo in Palestina.299 Le truppe irachene avrebbero dovuto essere il «socio di minoranza» della Legione araba, e la sua ala destra. In realtà, aveva progetti autonomi. Oltre che a contribuire alla distruzione dello Stato ebraico, gli iracheni sembravano interessati a raggiungere Haifa assumendo il controllo delle estremità dell’oleodotto IPC. Quest’ultimo infatti, attraversando la Bassa Galilea, trasportava il petrolio di Mosula alla locale raffineria.300


Il mattino del 15 maggio unità del secondo gruppo di brigate guadarono il Giordano in corrispondenza dell’oleodotto, e il giorno dopo attaccarono il kibbutz Gesher e l’adiacente fortino della polizia, entrambi in mano alla Haganah. Furono respinti due volte con gravi perdite, ma poi assediarono l’insediamento per cinque giorni. Sparpagliate a ovest del Giordano, le forze di Baghdad erano scarsamente efficaci e, a lungo andare, strategicamente vulnerabili. Perciò, Glubb ordinò loro di convergere su Nablus, sostituendo un battaglione della Legione la cui presenza era richiesta a Gerusalemme. Il 22 maggio gli iracheni si ritirarono a est del Giordano senza aver conquistato Gesher né creato una solida testa di ponte al di qua del fiume. Rinforzati da un’ulteriore brigata e altri blindati, il 22-23 maggio si ridisposero in Samaria nel «triangolo» arabo Nablus-Tulkarm-Jenin301 e organizzarono una piccola offensiva locale contro l’insediamento di Geulim, finendo con l’essere respinti ancora una volta. Il 30 maggio una colonna irachena fu presa di mira, con risultati significativi, dai due superstiti ME109 israeliani, probabilmente perdendo un comandante della brigata.302 È probabile che l’attacco dell’IAF abbia indotto il resto dello stato maggiore a rinunciare alle ultime ambizioni di conquista.


D’altra parte i vertici della Haganah continuavano a temere un’offensiva nemica verso la costa, che in caso di successo avrebbe diviso in due la striscia di territorio controllata dagli israeliani – una mossa strategicamente sensata – e optarono per un attacco preventivo verso Jenin. Un obiettivo secondario della Haganah era rimuovere la minaccia potenziale rappresentata dagli iracheni per gli insediamenti della valle di Yezreel. Il 1° giugno il generale Mosheh Carmel, responsabile del fronte settentrionale, impartì l’ordine di attacco alle brigate Carmeli e Golani. Gli israeliani s’impadronirono facilmente di quattro villaggi arabi posti lungo la direzione di avanzata, e all’alba del giorno 3 puntarono su Jenin avanzando in tre colonne. Una colonna occupò tre colline che dominavano la città da ovest, ma le altre mancarono una parte degli obiettivi. I soldati, provati dal caldo eccessivo, non riuscirono a trincerarsi su quelle alture aride e sassose. I difensori di Jenin – alcune compagnie irachene coadiuvate dalle milizie locali – resistettero tenacemente fino all’arrivo da Nablus di un battaglione fresco con una unità di artiglieria. Seguì una mischia sanguinosa e disordinata, con continui mutamenti di fortuna. Alcune incursioni aeree irachene e l’arrivo della fanteria di rinforzo minarono il morale di un battaglione israeliano; in particolare, voci circa un ordine di ritirata si diffusero dopo che l’artiglieria irachena ebbe casualmente centrato il comando dell’unità, uccidendo o ferendo diversi ufficiali. Alla fine le compagnie israeliane abbandonarono disordinatamente le alture occidentali, subendo gravi perdite e compromettendo il morale delle altre unità.


Nel frattempo, gettando nella mischia le riserve Carmel era riuscito a infiltrare truppe fresche a Jenin. Così al tramonto gli ebrei presero il centro della città, ma restando pericolosamente esposti. Carmel avvertì quindi lo stato maggiore israeliano che a meno di un attacco a Tulkarm per allentare la pressione su Jenin, egli non avrebbe potuto mantenere le posizioni. Lo stato maggiore rispose che l’attacco non era fattibile, e il generale ordinò la ritirata fino a una linea a settentrione della città. Complessivamente, l’offensiva contro Jenin era costata all’IDF 34 morti e un centinaio di feriti e, presumibilmente, intorno ai 200 morti e altrettanti feriti agli iracheni e alle milizie locali. Ma il bilancio era più negativo di quanto suggerito da queste cifre: gli ebrei avevano avuto un’eccellente occasione di dare agli iracheni il colpo di grazia;303 invece forze israeliane numericamente superiori erano state respinte da un numero limitato d’iracheni e irregolari arabi. D’altra parte capita a volte che in guerra una sconfitta abbia utili effetti collaterali. La violenta battaglia intorno a Jenin persuase gli iracheni – un po’ com’era accaduto agli egiziani dopo Isdud – a non avventurarsi oltre il «triangolo arabo» puntando verso Haifa o qualche altro punto della costa mediterranea.


I siriani

SULLA CARTA L’ESERCITO SIRIANO disponeva di circa 15.000 uomini,304 ma la scarsezza di armi, munizioni e personale addestrato lo rendeva ancor meno temibile di quanto suggerito dal puro dato numerico. Il 14 maggio solo una brigata era più o meno pronta – e all’inizio fu essa a costituire il corpo di spedizione siriano. I suoi due battaglioni di fanteria erano in gran parte equipaggiati con vecchi fucili francesi; le truppe di Damasco avevano inoltre una compagnia di carri leggeri Renault 35 e 39 (con cannoni da 37 mm), e un battaglione di artiglieria con pezzi da 75 e 105. L’aviazione possedeva una ventina di aerei da addestramento Harvard modificati come caccia o bombardieri e alcuni aerei leggeri. Ma in realtà parecchi velivoli e numerosi piloti non erano in grado di staccarsi da terra.305


Il mattino del 16 maggio, avendo perso il giorno precedente per trasferirsi dal Libano meridionale alle alture del Golan, i siriani attraversarono il confine ad al-Hama, al limite meridionale del mare di Galilea. Dopo qualche minuto la loro artiglieria cominciò a bombardare il kibbutz ‘Ain Gev, sulla riva orientale del lago. Avevano di fronte un battaglione della Brigata Golani ed effettivi delle milizie territoriali, sparsi nei kibbutzim dei dintorni. Una compagnia delle Palmah e alcuni plotoni territoriali da località più distanti accorsero nei giorni seguenti. Donne e bambini erano stati evacuati dagli insediamenti della valle del Giordano, mentre gli ebrei di Tiberiade cominciarono a costruire barricate e fortificazioni a sud della città.


Il 18 i siriani conquistarono la base e il fortino della polizia di Samakh, già britannici, e attaccarono più volte il villaggio arabo in quel momento in mano agli israeliani. I difensori si ritirarono disordinatamente, abbandonando feriti e moribondi. Nel contempo anche i presìdi dei vicini kibbutzim di Sha‘ar HaGolan e Masada abbandonarono gli insediamenti (senza il permesso del quartier generale della Haganah). Il tenente colonnello Moshe Dayan, responsabile delle forze della Haganah nella zona, quella notte lanciò al contrattacco una compagnia delle Palmah che fu respinta con perdite.


Nei due giorni seguenti i siriani diedero l’assalto a due kibbutzim gemelli situati a occidente: Degania Alef (luogo di nascita dello stesso Dayan) e Degania Bet. Scongiurato dai kibbutzim a inviare rinforzi, la Haganah poté offrire solo una batteria di cannoni da 65 mm per 24 ore. Fu ordinato ai difensori dei due Degania di tenere le posizioni, e con le case letteralmente pochi metri dietro di loro essi contrastarono i carri armati e le autoblindo nemici con bazooka e bottiglie molotov. Il 20 maggio la batteria di pezzi da 65 mm aprì il fuoco dalle alture di Alumot. Per i siriani fu l’ultima goccia: la battaglia dei kibbutzim gemelli era stata cruenta e frustrante, ed era stato loro assicurato che gli ebrei non avevano artiglieria. Si ritirarono precipitosamente, abbandonando Samakh, Masada e Sha‘ar HaGolan.


Due settimane più tardi le forze di Damasco lanciarono un nuovo attacco in Galilea, subito a sud del lago Hula, intorno all’insediamento di Mishmar HaYarden che dominava il ponte Bnot Ya‘aqov sul Giordano. Questa volta l’obiettivo non era penetrare in profondità in Galilea e contribuire alla cancellazione dello Stato ebraico, ma più modestamente conquistare qualche spicchio di territorio per non trovarsi a mani vuote all’inizio della tregua dell’ONU, ormai data per scontata. Un primo tentativo fallì il 5 giugno; il 10 giugno i siriani riprovarono e Mishmar HaYarden, difeso solo da alcune dozzine dei suoi abitanti, cadde dopo un aspro combattimento. La testa di ponte a ovest del Giordano era finalmente conquistata, e con essa la possibilità per Damasco di riprendere le operazioni in Galilea e di presentarsi ai futuri negoziati sui confini con qualche carta da giocare.


Il fronte libanese

L’«UNGHIA» DELLA GALILEA, che confinava a ovest e a nord con il Libano e a est con la Siria, era difesa dalla Brigata Yiftah delle Palmah. Questa fronteggiava un esercito libanese che consisteva in tutto in quattro battaglioni. Due, con l’appoggio di autoblindo e di due batterie di pezzi da 75 mm, erano in Libano meridionale in vista dell’invasione306 ma non risulta che abbiano mai varcato il confine.


Il 15 maggio un’unità delle Palmah nel villaggio arabo abbandonato di al-Malikiya, sulle alture a ovest della valle di Hula, fu sloggiata da una colonna di arabi provenienti dal Libano, che occupò anche il villaggio di Qadas. Ma avendo subìto gravi perdite ad al-Malikiya, la colonna rinunciò ad avanzare ulteriormente.


Sembra che l’attacco sia stato sferrato da irregolari – libanesi, palestinesi e siriani – con l’appoggio logistico e di artiglieria (alcune batterie di mortai) delle truppe regolari. Il piano arabo originario prevedeva la partecipazione diretta di almeno un battaglione dell’esercito libanese. Ma secondo il servizio segreto della Haganah, rappresentanti americani e francesi a Beirut avevano consigliato di non prender parte all’invasione;307 inoltre la più forte comunità del paese, quella dei cristiani maroniti, era già orientata in questo senso, considerando anzi gli israeliani dei possibili alleati in funzione antimusulmana.


Sembra che all’ultimo momento il capo di stato maggiore libanese, generale Fu‘ad Shihab, e il colonnello Adel Shihab, comandante dell’unità incaricata di passare il confine, abbiano resistito alle lusinghe dei politici filoarabi e rifiutato di avanzare. Ma per dar prova di «entusiasmo panarabo», o almeno di solidarietà, essi avrebbero organizzato o lasciato organizzare il gruppo di volontari dei villaggi di confine e di combattenti di Qawuqji che varcarono la frontiera e raggiunsero al-Malikiya. È probabile, inoltre, che il fuoco di copertura sia stato fornito dall’artiglieria regolare.


In seguito la radio libanese annunciò più volte che «l’esercito del Libano» aveva invaso la Palestina. Gli annunci miravano senza dubbio a evitare le critiche che la mancata partecipazione all’invasione rischiava di provocare. In seguito, alcuni agenti del servizio segreto della Haganah sostennero, con sfumature diverse, che «l’esercito libanese… non ha partecipato all’invasione in quanto il grosso delle sue forze è rimasto tra Tiro e Ra‘s al-Naqura»308, e che il generale Shihab si era «rifiutato di invadere [la Palestina] sostenendo che il suo esercito è puramente difensivo e inadatto a operazioni offensive, ma ha aperto contro [il kibbutz di] Hanita un fuoco di sbarramento coi mortai per dimostrare che anche i libanesi prendevano parte alla guerra».309 Tuttavia, alcuni rapporti del servizio segreto della Haganah, che risalgono allo stesso periodo, implicano invece che unità dell’esercito libanese intervennero nella battaglia di al-Malikiya.310


La Brigata Yiftah riprese poi al-Malikiya la notte del 28 maggio,311 e il 6 giugno gli arabi – probabilmente ancora irregolari con l’appoggio logistico e di artiglieria delle truppe regolari libanesi – la riconquistarono a loro volta. Gli israeliani vi sarebbero ritornati, questa volta definitivamente, solo alla fine di ottobre.


La guerra aerea e navale fino all’11 giugno 1948

LE OPERAZIONI AEREE E NAVALI durante la guerra civile e la prima fase – l’invasione panaraba – della guerra convenzionale furono assai modeste e senza conseguenze rilevanti, per la semplice ragione che in questi campi entrambe le parti disponevano di mezzi pressoché insignificanti. Comunque la Haganah aveva una mezza dozzina di piloti ben addestrati (britannici e americani), ai quali ben presto si aggiunsero dozzine di piloti nordamericani ed europei occidentali. Essi avrebbero costituito la spina dorsale della nuova aviazione da guerra israeliana, che crebbe a passi da gigante. All’inizio questa consisteva solo in piccoli aerei civili adattati all’uso militare. Il primo vero caccia (un Messerschmitt 109 smontato) arrivò il 20 maggio dalla Cecoslovacchia. Il 29 maggio ne erano stati assemblati quattro. L’11 giugno erano operativi 11 Messerschmitt; il 12 agosto, 25.312 Alcuni aerei dell’IAF bombardarono Amman la notte del 1° giugno, e un Dakota israeliano sganciò due tonnellate di bombe su Damasco la notte del 10 giugno. I danni furono lievi, ma gli arabi furono colti di sorpresa e il loro morale probabilmente ne risentì.313


Utilizzando bombardieri e Spitfire, l’aviazione egiziana, effettuò diverse missioni contro aeroporti, forze di terra, insediamenti rurali e città israeliani. Le perdite umane e materiali furono modeste, e gli attacchi scemarono man mano che l’aviazione israeliana si rafforzava e l’intercettazione diventava più efficace. A Tel Aviv, colpita più volte, restarono uccisi oltre 42 civili, la maggior parte il 18 maggio, quando fu bombardata l’autostazione principale.


In mare la sola operazione significativa si ebbe il 4 giugno, quando una squadra egiziana di tre imbarcazioni (una corvetta, un mezzo da sbarco e una nave per trasporto truppe dotata di pezzi di artiglieria) cercarono di raggiungere Tel Aviv per bombardare la città o effettuare un’incursione anfibia. Un tentativo d’intercettazione da parte della sola nave israeliana con pezzi di artiglieria – una piccola fregata – fallì, perché il maggior calibro dei loro cannoni permise agli egiziani di tenerla a distanza. Tre aerei leggeri israeliani intervennero quando la squadra nemica fu al largo di Giaffa, mitragliandola e bombardandola. Un’unità fu colpita e gli egiziani fecero rotta verso Porto Said, rinunciando all’attacco. Gli israeliani persero uno degli aeroplani.


La tregua

IL 20 MAGGIO IL CONSIGLIO DI SICUREZZA delle Nazioni Unite nominò mediatore speciale per la Palestina lo svedese conte Folke Bernadotte, che durante la guerra mondiale aveva aiutato molti ebrei perseguitati. Egli era autorizzato a puntare alla rapida cessazione dei combattimenti e a una soluzione del conflitto articolata e durevole. Il secondo obiettivo si dimostrò al di là della sua portata. Quanto al primo, prima una parte poi l’altra si mostrarono riluttanti, essendo interessate a ottenere sul terreno i maggiori guadagni possibili; ma le settimane dell’invasione erano costate a tutti molte vite e danni significativi, e gli sforzi di Bernadotte finirono con l’avere successo. La «prima tregua», come fu chiamata, entrò in vigore l’11 giugno e le armi tacquero in tutti i fronti, ogni esercito dedicandosi a consolidare le posizioni. La tregua resse quasi un mese; poi, l’8 luglio, i combattimenti ricominciarono.


Il bilancio di quattro settimane di scontri era stato largamente favorevole agli ebrei. Il 27 giugno il servizio segreto israeliano calcolò che nel periodo dell’invasione (15 maggio-11 giugno) la Siria avesse avuto 300 morti e 400 feriti, l’Iraq 200 morti e 500 feriti, la Giordania 300 morti e 400 feriti, l’Egitto 600 morti e 800 feriti. Il rapporto non quantificava le perdite libanesi – dando implicitamente per scarsa o nulla la partecipazione di Beirut all’invasione.314


Anche le perdite israeliane erano state elevate, ma avevano fermato le offensive di quattro eserciti nemici. Gli arabi avevano conquistato ben poco territorio, e non avevano messo fuori combattimento nessuna unità militare importante dell’IDF; ogni loro avanzata era bloccata tempestivamente. Gli ebrei avevano conservato quasi tutte le zone della Palestina loro assegnate dalle Nazioni Unite (tranne il Negev), e in certe zone dopo le iniziali battaglie di contenimento avevano contrattaccato, respingendo il nemico e costringendolo a cedere terreno a sua volta. Anche nei contrattacchi più ambiziosi, quantitativamente al livello di brigata – contro gli iracheni a Jenin, contro la Legione araba a Latrun, contro l’esercito egiziano intorno a Isdud – gli israeliani, benché respinti, avevano inflitto perdite rilevanti al nemico, intimorendolo quanto bastava per fargli abbandonare gli originari piani di conquista. L’iniziativa passò così agli israeliani, che l’avrebbero mantenuta fino alla fine del conflitto. Ma come gli arabi, anche gli ebrei accolsero con favore la lunga pausa nei combattimenti. «È stata come rugiada scesa dal cielo», si racconta che un comandante israeliano abbia detto della prima tregua.315


Durante l’invasione e la tregua la Haganah portò rapidamente a termine la trasformazione da milizia semiclandestina a vero e proprio esercito: l’IDF nacque ufficialmente, ereditando compiti e strutture della «Difesa», il 31 maggio 1948; e all’inizio della tregua era molto più forte, per strutture di comando, effettivi e armamenti, di quanto fosse il 15 maggio. Grazie all’arrivo di nuovi immigrati e volontari, al ritorno di alcuni ebrei palestinesi e all’adozione di sistemi di mobilitazione più efficienti, il suo bacino di reclutamento aumentò quasi del 100% tra il 15 maggio e il 9 luglio, e gli israeliani sotto le armi salirono da circa 35.000 a 65.000. Alcune migliaia di reclute – forse 4.000 – erano veterani degli eserciti alleati (britannici, americani, canadesi, cecoslovacchi) della Seconda guerra mondiale, accorsi nello Stato ebraico per aiutarlo a respingere l’invasione. Tra loro, molti specialisti: marinai, medici, esperti di logistica e comunicazioni. La maggior parte dei piloti IAF durante il primo conflitto arabo-israeliano faceva parte di questo gruppo, e molti di loro non erano ebrei.


Sfruttando le lacune dell’embargo dell’ONU, l’IDF riuscì inoltre a importare in Israele armi in quantità, compresi artiglieria, mezzi corazzati e aerei da guerra.316 In giugno, molte brigate furono rinforzate; compagnie e battaglioni raggiunsero la normale consistenza numerica, e furono costituite due nuove brigate. Così, l’esercito cui gli arabi si trovarono di fronte l’8 luglio era sensibilmente diverso, e più forte, rispetto a quello che avevano sfidato il 15 maggio.


Lo scioglimento delle organizzazioni dissidenti

IL 1° GIUGNO ISRAEL GALILI, stretto collaboratore di BenGurion, e Menachem Begin, comandante dell’Irgun, firmarono un accordo per lo scioglimento di questa organizzazione e il passaggio delle sue milizie sotto il controllo dell’IDF, nel quale avrebbero costituito alcuni battaglioni separati entro le brigate Alexandroni e Giv‘ati. D’altra parte le unità dell’Irgun (e dell’LHI) a Gerusalemme mantennero un’esistenza separata e indipendente, Gerusalemme non appartenendo ufficialmente allo Stato d’Israele.


Ma il 19-20 giugno si verificò quella che Ben-Gurion e i suoi ministri considerarono – o dissero di considerare – una ribellione. Una nave dell’Irgun, l’Altalena, carica di armi e di circa 900 emigranti e membri dell’organizzazione, raggiunse la costa israeliana dalla Francia. L’IZL chiese che le armi fossero distribuite ai «suoi» battaglioni e alle unità indipendenti di Gerusalemme; il governo si oppose. Secondo Ben-Gurion, il paese poteva avere soltanto un esercito: l’IDF. A quel punto forze dell’IZL «occuparono» una spiaggia presso Kefar Vitkin, a nord di Netanya, e cominciarono a scaricare la nave. Truppe governative circondarono la zona e ci furono scambi di colpi d’arma da fuoco. Il 21 giugno le truppe dell’IZL si arresero, ma l’Altalena raggiunse Tel Aviv dove, per ordine di Ben-Gurion, fu bersagliata dall’artiglieria dell’IDF. Nello stesso tempo i palmahnik fecero irruzione nel quartier generale dell’Irgun, al centro di Tel Aviv, e arrestarono e disarmarono i dissidenti. Colpita e in fiamme l’Altalena affondò poco dopo con gran parte del carico d’armi. Complessivamente gli scontri costarono 18 morti, in gran parte militanti dell’Irgun.


Dopo questi fatti le truppe dell’IZL furono incorporate da varie unità dell’IDF, e non si parlò più di «battaglioni dell’Irgun». Le unità dell’IZL e dell’LHI a Gerusalemme restarono indipendenti dall’IDF fino a metà settembre, quando furono sciolte in seguito all’assassinio del conte Bernadotte per opera della Banda Stern.


I «dieci giorni» (8-18 luglio 1948)

ALLA FINE DI GIUGNO BERNADOTTE propose che la Palestina, Transgiordania compresa, fosse suddivisa in due Stati: quello ebraico, comprendente quasi tutte le aree assegnate agli ebrei nel 1947 (senza il Negev ma con gran parte della Galilea occidentale), e quello arabo, comprendente le zone arabe della Palestina e la Transgiordania. I due Stati avrebbero formato un’unione di tipo federale. Dopo i primi due anni l’immigrazione ebraica sarebbe passata sotto il controllo delle Nazioni Unite, e i profughi arabi avrebbero potuto tornare nelle zone di origine «senza restrizioni». L’aeroporto di Lydda e la città di Haifa sarebbero diventati «porti franchi» internazionali mentre Gerusalemme avrebbe fatto parte della zona araba, i quartieri ebraici conservando l’«autonomia municipale».317 Il piano fu respinto sia dagli arabi sia dagli ebrei: da quelli perché secondo loro si limitava a ribadire la spartizione, che avevano sempre avversato; da questi perché a loro avviso i confini e l’assetto politico sarebbero dipesi dall’esito dei combattimenti.318 Comunque, Israele accettò il prolungamento della tregua di altri 30 giorni. Ma gli arabi, valutando male i rapporti di forza, si opposero al prolungamento e i combattimenti ripresero l’8 luglio. Le ostilità da allora al 18 luglio sono note alla storiografia israeliana come i «dieci giorni».319


Il sud

DURANTE LA TREGUA L’IDF aveva progettato un’importante offensiva contro gli egiziani, che controllavano un modesto cuneo di territorio a cavallo della strada Majdal-Faluja-Beit Jibrin separando la Brigata Giv‘ati a nord (nell’area Negba-Yavneh) dalle due dozzine circa di kibbutzim del Negev settentrionale difesi dalla Brigata Negev.


Lo scopo dell’offensiva, il cui nome in codice era An-Far (anti-Faruq) era collegare le due brigate isolando le basi avanzate egiziane lungo la costa dall’ala destra, distesa da Faluja alle colline di Hebron ai sobborghi meridionali di Gerusalemme.


Ma gli egiziani, avendo approfittato della tregua per portare le loro forze al livello di quattro brigate (compresi due piccoli contingenti uno arabo-saudita, l’altro sudanese) anticiparono l’IDF attaccando all’alba dell’8 luglio, prima della scadenza ufficiale della tregua. Nelle sue memorie, Nasser accennò a una certa «lassezza» e «mancanza di convinzione» dei preparativi egiziani.320 Ciò nonostante l’offensiva principale, partita da Majdal, ebbe un parziale successo. Il suo obiettivo principale era ampliare il cuneo nello schieramento nemico e garantire che le Brigate Giv‘ati e Negev restassero separate, aumentando la pressione sugli, e l’isolamento degli, insediamenti a sud della strada.


Quando, quella notte (l’8-9 luglio) l’IDF contrattaccò con l’Operazione An-Far, le unità della Brigata Negev non riuscirono a prendere il grosso fortino della polizia a Suweidan, a sudest di Negba, tenuto dagli iracheni.321 Il 12 luglio gli egiziani sferrarono il loro attacco più deciso usando la IV Brigata agli ordini di Muhammad Najib. Il grosso delle forze egiziane investì Negba, cardine della linea israeliana. Il kibbutz era difeso da un centinaio di abitanti e da truppe regolari israeliane della Giv‘ati. Dall’alba al tramonto una serie di assalti di fanteria con l’appoggio di artiglieria e mezzi corazzati non riuscirono ad aprire un varco nel perimetro difensivo, e al calare della sera gli egiziani si ritirarono lasciando sul terreno dozzine di morti. Avevano rovesciato sul kibbutz quasi 4000 proiettili d’artiglieria e di mortaio, ma le fortificazioni avevano tenuto. I difensori ebbero cinque morti e 16 feriti; le perdite egiziane furono di 200-300 uomini tra morti e feriti. La battaglia segnò la svolta dei «dieci giorni» nel sud della Palestina.322


Da allora e fino all’inizio della seconda tregua, il 18 luglio, l’iniziativa fu dell’IDF. Con l’Operazione Morte agli invasori (Mivza Mavet LaPolshim) la Brigata Giv‘ati ampliò l’area sotto il proprio controllo e indebolì gli egiziani.323 Alle sette pomeridiane del 18 luglio entrò in vigore la seconda tregua, ordinata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nel sud i «dieci giorni» non erano stati risolutivi, anche se l’IDF aveva un poco migliorato le sue posizioni. In particolare il corridoio di accesso agli insediamenti settentrionali del Negev non era stato creato, mentre i collegamenti tra le due direttrici di avanzata egiziane non erano stati interrotti. D’altra parte gli egiziani non avevano fatto ulteriori progressi (fatta eccezione per la caduta del kibbutz Kefar Darom la cui situazione, in quanto avamposto isolato posto sulla direttrice di avanzata egiziana, era diventata insostenibile; gli israeliani lo abbandonarono la notte dell’8 luglio impedendo al nemico di fare prigionieri).


Il nord

NEI TEATRI DI OPERAZIONI settentrionale e centrale l’IDF ebbe l’iniziativa fin dalla ripresa dei combattimenti. La principale offensiva nel nord fu Mivza Dekel (Operazione Palma), volta ad ampliare verso i rilievi orientali la striscia di costa sotto il controllo israeliano in Galilea occidentale e a catturare Nazareth e l’area circostante, in cui era concentrato gran parte dell’ELA. Due brigate sottodimensionate furono impiegate contro una forza assai più debole consistente in un battaglione, probabilmente un migliaio di uomini in tutto, con l’aggiunta di un piccolo numero d’irregolari di villaggi e cittadine dei dintorni. La defezione dei drusi aveva ulteriormente indebolito gli arabi; i drusi avevano deciso di schierarsi con la parte più forte e concluso accordi segreti con l’IDF, permettendo la «conquista» di alcuni dei propri villaggi senza spargimento di sangue.324


Una serie di villaggi arabi fu catturata dopo bombardamenti il 9-10 luglio. I successi iniziali persuasero gli israeliani a preparare un’offensiva più in profondità nel territorio dell’ELA325 e a tentare la cattura del quartier generale di Qawuqji, a Nazareth. Unità dell’IDF circondarono la città da tre lati ed essa cadde il 16 luglio quasi senza combattere, dopo la distruzione di una colonna di autoblindo dell’ELA intercettata a nord della città. Qawuqji e il suo stato maggiore, con la maggior parte della guarnigione ELA della città, riuscirono ad allontanarsi la sera stessa.326


L’avanzata IDF fu facilitata dall’intempestivo spostamento di gran parte della potenza di fuoco dell’ELA contro Ilaniya (Sejera, dove HaShomer era stata fondata durante la seconda ‘aliyah), a ovest del mare di Galilea, un cuneo ebraico che penetrava in profondità nel territorio dell’ELA. Come negli attacchi contro Yehiam, Tirat Zvi e Mishmar Ha‘Emeq in gennaio e aprile Qawuqji sembra essere stato spinto dal desiderio di conquistare almeno un insediamento. Ma ancora una volta non fu accontentato. Una serie di attacchi dall’11 al 16 luglio s’infransero contro la tenacia dei difensori.327 La caduta di Nazareth portò in dote all’IDF una serie di villaggi arabi nei dintorni della città.


A nord, il 9 luglio l’esercito israeliano lanciò un’offensiva della forza di una brigata (Mivza Brosh, ovvero Operazione Cipresso) allo scopo di distruggere la testa di ponte siriana intorno a Mishmar HaYarden. A protezione dell’enclave (una decina di chilometri da nord a sud, e circa la metà in larghezza) i siriani avevano schierato oltre 3000 uomini. Gli israeliani riuscirono a ridurne la grandezza più o meno della metà, ma non a eliminarla. Ben trincerati, i siriani si dimostrarono coriacei e la battaglia diventò un logorante braccio di ferro che si trascinò per 10 giorni con alterne fortune. L’area sarebbe rimasta in mano agli arabi fino alla ritirata siriana nel quadro degli accordi armistiziali del luglio 1949. L’IDF ebbe 95 morti e circa 200 feriti; i siriani, secondo stime israeliane, intorno a 200 morti e 400 feriti.328


Il fronte centrale

IL PRINCIPALE SFORZO BELLICO israeliano durante i «dieci giorni» fu Mivza Dani (Operazione Dani), destinata a «ripulire» i tratti in mano agli arabi della strada Tel Aviv-Gerusalemme e la serie di colline settentrionali che si susseguivano da Latrun a Ramallah – il che significava affrontare la Legione araba. Nonostante la «strada birmana», la situazione di Gerusalemme ebraica era ancora giudicata precaria. Inoltre l’occupazione da metà maggio delle città di Lydda e Ramla da parte dei legionari era considerata un’ulteriore, grave minaccia, le due città essendo appena una quindicina di chilometri a sudest di Tel Aviv. L’IDF non si era accorto di quanto sottili fossero le linee giordane (il 26 giugno, gli israeliani stimarono che nell’area Lydda-Ramla ci fossero 1.400-1.500 legionari, mentre in realtà ce n’erano 150!),329 e temeva che da un momento all’altro Glubb potesse sferrare un attacco verso Tel Aviv.


Sotto il comando del generale Yigal Allon, l’IDF avrebbe conseguito una massiccia superiorità numerica e di potenza di fuoco, realizzando la massima concentrazione di forze raggiunta fino a quel momento: due brigate delle Palmah, l’Harel e l’Yiftah (per un totale di cinque battaglioni), l’VIII Brigata (corazzata) e diversi battaglioni delle brigate di fanteria Kiryati e Alexandroni, con l’appoggio di una trentina di pezzi di artiglieria.330 La fase iniziale, una tenaglia di due brigate per circondare l’area Lydda-Ramla e le aree rurali subito a est, cominciò la notte del 9 luglio e continuò senza interruzione fino al 13 luglio. Le truppe dell’IDF avevano di fronte: contingenti disparati e non coordinati d’irregolari, rinforzati da alcune centinaia di beduini male armati venuti dalla Transgiordania; due compagnie della Legione araba; e il (sovradimensionato) primo battaglione, la riserva strategica della Legione, che fu impiegato per un contrattacco il 10 luglio.331


Nelle prime ore del mattino del 10 luglio gli israeliani occuparono una serie di villaggi arabi e l’aeroporto internazionale di Lydda incontrando solo una debole resistenza. Le difficoltà vennero nel pomeriggio col sopraggiungere del primo battaglione, che affrontò l’VIII Brigata israeliana. Ma nonostante un iniziale successo il battaglione non tentò di avanzare fino a Lydda e Ramla: Glubb non voleva rischiare nessun reparto per salvare le due città, che considerava indifendibili. (Per la verità, la compagnia di legionari di Lydda si ritirò solo la notte dell’11 luglio.)


Il mattino dell’11 luglio truppe della Brigata Yiftah tentarono di prendere Lydda, ma non riuscirono a superare le difese della città. Allon gettò allora nella mischia l’ottantanovesimo battaglione del tenente colonnello Dayan. Le sue autoblindo e jeep munite di mitragliatrice entrarono a Lydda sparando a più non posso prima di ritirarsi. A quanto pare l’incursione e la constatazione che la Legione non li avrebbe difesi minarono il morale degli irregolari, la cui volontà di resistere evaporò quasi completamente. Quella notte la città si arrese all’IDF dopo qualche scaramuccia. Il mattino dopo, per bocca dei notabili, Ramla si arrese senza combattere.


Ma la battaglia di Lydda non era finita del tutto. Il 12 luglio verso mezzogiorno tre autoblindo della Legione entrarono in città in missione esplorativa, e la trovarono occupata dagli israeliani. Alcuni elementi locali intervennero nel risultante scontro a fuoco, appostandosi e sparando ai soldati dell’IDF. Sorpresi e spaventati, gli israeliani reagirono male, massacrando alcuni giovani prigionieri arabi in una moschea e sparando indiscriminatamente nelle case. Tra i civili della città i morti furono «almeno 250», secondo resoconti delle Palmah. Subito dopo, con l’autorizzazione di Ben-Gurion, le truppe dell’IDF espulsero gli abitanti di Lydda e Ramla costringendoli a fuggire a est, verso le linee della Legione. Le due città furono completamente sgomberate entro la sera del 13 luglio (anche se diverse centinaia di arabi vi tornarono alla spicciolata nei mesi seguenti; infatti l’una e l’altra hanno oggi una consistente minoranza araba).


Ma apparentemente le avanzate del 9-13 luglio consumarono tutto il potenziale offensivo dell’Operazione Dani. Un tentativo, la notte del 15 luglio, di conquistare le colline a est di Latrun non ebbe successo, al pari di un attacco frontale dell’ultimo momento al fortino della polizia della cittadina, un’ora o due prima dell’inizio della seconda tregua.


Frattanto, con una serie di attacchi limitati e paralleli la Brigata Hareli ampliò il terreno sotto controllo israeliano nel corridoio di Gerusalemme, a sud della strada principale Tel Aviv-Gerusalemme, conquistando una serie di villaggi tra il 13 e il 18 luglio. All’estremità orientale del corridoio, cioè alla periferia occidentale di Gerusalemme, unità dell’Irgun e della Brigata Ezioni (Gerusalemme) conquistarono i villaggi di Beit Safafa, ‘Ain Karim e al-Maliha. Fu così disponibile un nuovo, meno vulnerabile accesso alla città, parallelo alla «strada birmana» e a sud di questa.


Alla fine dell’Operazione Dani, l’IDF ebbe al suo attivo notevoli guadagni territoriali ma non la conquista di Latrun, suo obiettivo strategico principale. D’altra parte il fortino e i villaggi satelliti, pur essendo ancora ben difesi dagli arabi, erano in una situazione precaria, costituendo solo una sottile lingua di terra in una zona in mano agli israeliani.332


L’operazione aerea più spettacolare dei «dieci giorni» fu il bombardamento del Cairo da parte di un isolato B-17 dell’IAF. Tre B-17 acquistati dalla Haganah negli Stati Uniti erano stati trasferiti in Cecoslovacchia per essere revisionati e armati. Il 15 luglio decollarono alla volta d’Israele, con l’ordine di colpire obiettivi egiziani durante il volo. Uno si diresse verso Il Cairo, dove mancò il bersaglio – il palazzo di re Faruq – ma causò lievi danni nelle vicinanze.333 Gli altri due bombardarono Rafa prima di atterrare in Israele.334 Nei giorni seguenti i B-17 bombardarono al-‘Arish e posizioni siriane intorno a Mishmar HaYarden, e l’aeroporto al-Maza fuori Damasco. Il 17 luglio due Dakota dell’IAF bombardarono Damasco. Quanto agli arabi, le sole missioni aeree efficaci furono effettuate dai siriani, che bombardarono le truppe dell’IDF intorno a Mishmar HaYarden.


La seconda tregua, 19 luglio-15 ottobre 1948

ANCORA UNA VALTA, GLI ISRAELIANI utilizzarono assai meglio dei loro nemici i tre mesi d’interruzione dei combattimenti della seconda tregua. A metà di ottobre gli effettivi dell’IDF erano ormai ben 88.000, contro i 65.000 complessivamente schierati in Palestina dagli arabi.335


Sempre dal 15 ottobre gli israeliani, con dodici brigate, disponevano di 300 tra autoblindo e semicingolati, di 15 carri armati, di quasi 150 pezzi di artiglieria, di 57 mortai pesanti, di 109 cannoni anticarro e antiaerei, di più di una dozzina di caccia (i primi Spitfire di un gruppo di 50 acquistati dalla Cecoslovacchia cominciarono ad arrivare in settembre) e di 16 bombardieri. E ancora, di una cinquantina di aerei leggeri e da trasporto, di cinque navi da guerra e di 10 guardacoste. Sulla carta, l’insieme degli eserciti arabi aveva forse il doppio del materiale bellico israeliano, ma una porzione significativa di questo – in particolare gli aerei – era inutilizzabile. Gli arabi erano a corto anche di munizioni e pezzi di ricambio. Quanto al numero di pezzi di artiglieria, gli arabi potevano essere alla pari o in lieve vantaggio, ma l’IDF aveva molte più munizioni.336 Inoltre, dopo il 18 luglio gli eserciti siriano, giordano e iracheno non parteciparono più a quasi nessun combattimento. L’esercito israeliano fu quindi libero di concentrare le forze contro gli egiziani e l’ELA. Truppe relativamente esigue furono accantonate per fronteggiare eventuali iniziative degli altri eserciti arabi. Tutto questo spiega perché l’IDF godette di una schiacciante superiorità in uomini e spesso anche in mezzi nelle battaglie successive alla seconda tregua.


Alla fine di settembre sembrava che al termine della tregua gli israeliani avrebbero rivolto l’attenzione alla Giordania piuttosto che all’Egitto. Da Latrun, i giordani interrompevano a piacimento il flusso dell’acqua dalle sorgenti di Ra‘s al-Ayin a Gerusalemme Ovest; e il 22 settembre truppe della Legione tesero un’imboscata a un convoglio disarmato e sotto scorta ONU diretto a Gerusalemme. (Una delle condizioni della seconda tregua era che il traffico israeliano potesse oltrepassare Latrun lungo la vecchia strada Gerusalemme-Tel Aviv.) Le vittime furono quattro (un americano, un olandese e due ufficiali israeliani). Due giorni dopo, il 24 settembre, alcuni legionari appoggiati da irregolari arabi attaccarono una postazione dell’IDF a nord di Latrun. 23 israeliani furono uccisi, anche se l’IDF riuscì poi a riconquistarla.


Il 26 settembre Ben-Gurion propose al governo che l’IDF attaccasse e conquistasse immediatamente Hebron e la Giudea (comprese Latrun, Ramallah, Gerusalemme Est, Betlemme e Gerico). Ma i ministri respinsero la proposta 7 a 6 (o, secondo un altro resoconto, 7 a 5), suggerendo implicitamente che quando le ostilità fossero riprese, l’avversario principale sarebbe stato l’Egitto anziché la Giordania.337 Alla base della decisione del governo c’erano i seguenti calcoli: attaccare Gerusalemme e la West Bank a) comportava rischi di confronto militare con la Gran Bretagna (legata a Giordania e Iraq da trattati difensivi); b) avrebbe significato la ripresa delle ostilità con la Giordania (e l’Iraq), una prospettiva avversata da molti – infatti, una parte dei vertici israeliani riteneva ancora raggiungibile una pace stabile con ‘Abdallah; c) avrebbe introdotto in Israele, se la regione fosse stata conquistata, un altro mezzo milione di arabi (la normale popolazione della Cisgiordania, più qualche centinaio di migliaia di rifugiati); e d) poteva costare la simpatia del mondo cristiano, a causa dei danni che i combattimenti potevano arrecare a luoghi come Gerusalemme e Betlemme, nonché dell’idea stessa del dominio di quei luoghi da parte degli ebrei.


Le ragioni per concentrarsi sull’Egitto erano: ch’esso possedeva l’esercito arabo più numeroso e rappresentava una minaccia potenziale per l’area di Tel Aviv; la precaria situazione della Brigata Negev, circondata dagli egiziani, e delle due dozzine d’insediamenti ebraici nel Negev settentrionale; la minaccia costituita dall’Egitto per il possesso del Negev, una regione potenzialmente in grado di assorbire milioni d’immigrati ebraici (almeno, così si pensava).


In seguito, Ben-Gurion avrebbe più volte incolpato quel voto (discolpando implicitamente se stesso) della «perdita» di Gerusalemme, uno smacco di cui intere generazioni si sarebbero rammaricate.338


Il 6 ottobre il governo votò di nuovo sull’ordine all’IDF di spezzare l’assedio agli insediamenti del Negev. Gli accordi di tregua erano stati ripetutamente violati dagli egiziani, che avevano impedito a Israele di rifornire l’enclave nel Negev settentrionale. La proposta di Bernadotte che l’intera regione fosse data agli arabi nel quadro di un accordo di pace era un altro motivo per agire sollecitamente.


La proposta di Bernadotte, che a parte il nuovo appello all’internazionalizzazione di Gerusalemme ricordava da vicino il suo piano della fine di giugno, fu resa pubblica due giorni dopo il suo assassinio da parte di terroristi della Banda Stern, il 17 settembre. Così, la proposta fu considerata dalla comunità internazionale il «testamento» del diplomatico-martire, aumentando molto la sua autorità morale. Il governo israeliano, che la respinse, ritenne quindi di doverla neutralizzare non solo a parole, aprendo un corridoio fino al Negev settentrionale e sconfiggendo l’esercito egiziano.


L’Operazione Yoav (dieci piaghe), ottobre-novembre 1948

ALLA VIGILIA DELL’OPERAZIONE YOAV, le forze egiziane in Palestina consistevano nell’equivalente di quattro brigate, con circa 15.000 uomini schierati soprattutto da al-‘Arish, nel Sinai, lungo la costa fino a Isdud, e in modo meno massiccio nella striscia ricurva di territorio estesa a nordest da ‘Auja al-Khafir sulla frontiera Negev-Sinai, attraverso Beersheba, alle colline di Hebron e a Betlemme.339 Le principali formazioni egiziane lungo la costa avevano l’appoggio di mezzi blindati e artiglieria, ma erano gravemente carenti di munizioni, e alcuni proiettili e bombe da mortaio erano residuati del primo conflitto mondiale.340


L’IDF entrò in azione il 15 ottobre. Un convoglio di rifornimenti fu inviato verso le linee egiziane a est di Negba; come previsto i soldati del Cairo aprirono il fuoco e l’IDF, che aveva concentrato in loco quattro brigate al comando di Yigal Allon, iniziò l’offensiva. L’azione più impegnativa fu l’assalto frontale della Brigata Giv‘ati, tra la notte del 16 ottobre e il 20 ottobre, da Julis-Negba verso sud attraverso le principali posizioni egiziane. Alla fine fu aperto un corridoio fino agli insediamenti del Negev settentrionale attraverso il cuneo egiziano, separando così le unità egiziane orientali da quelle della pianura costiera. Le forze israeliane avanzarono verso sud conquistando Beersheba la notte del 20-21 ottobre. I difensori – un battaglione dell’esercito regolare e alcuni miliziani locali – imbastirono una resistenza meramente simbolica.341


Con un’azione secondaria, altre unità «ripulirono» i villaggi arabi della zona e aprirono un secondo corridoio nord-sud nell’enclave del Negev settentrionale, causando un’altra interruzione della strada Majdal-Betlemme controllata dagli egiziani. Nel mezzo, intorno al fortino della polizia di Iraq Suweidan e ai villaggi di Faluja e Iraq al-Manshiya, una brigata egiziana di 4000 uomini fu circondata in un’area nota come «sacca di Faluja».342


La situazione del corpo di spedizione egiziano divenne precaria. A partire dalla notte del 15 ottobre unità delle brigate Negev e Yiftah – la seconda era stata infiltrata nell’enclave del Negev durante la seconda tregua – minacciarono seriamente la principale strada da nord a sud, che collegava Rafa a Isdud. Temendo che il grosso delle loro truppe fosse tagliato fuori, il 19 ottobre gli egiziani arretrarono i quartier generali di divisione da Majdal a Gaza; lo stesso fecero nei giorni seguenti con gran parte delle unità del nord. Il 4 novembre truppe dell’IDF entrarono in varie località abbandonate: kibbutz Nitzanim, Isdud (oggi Ashdod), Majdal (Ascalona) e Yad Mordechai. Agli egiziani rimase solo il controllo della zona costiera oggi nota come striscia di Gaza.


Il fortino della polizia di Iraq Suweidan, soprannominato «il mostro sulla collina» dalle truppe israeliane che per sette volte gli avevano dato inutilmente l’assalto, cadde infine – senza perdite per gli attaccanti – il 9 novembre, la battaglia essendo stata decisa da un bombardamento di artiglieria di inaudita violenza da parte dell’IDF, seguito da un attacco di mezzi blindati. La «sacca di Faluja» sarebbe rimasta circondata fino all’entrata in vigore dell’accordo di armistizio, alla fine di febbraio del 1949.343 Le forze egiziane avevano cominciato a ritirarsi anche da Betlemme-Hebron, e il 22 ottobre Glubb costituì all’ultimo momento una forza meccanizzata e la inviò a sud a protezione di Gerusalemme Est, Betlemme e Hebron.344 Durante l’intera operazione, i giordani avevano osservato la disgregazione delle linee egiziane sotto i colpi dell’IDF.


Nell’Operazione Yoav, l’IAF ebbe il controllo dell’aria. Anche se entrambe le aviazioni possedevano una quindicina di caccia e bombardieri, gli israeliani godevano di un netto vantaggio quanto a equipaggi e personale di terra; poterono così effettuare circa 240 missioni contro le 30-50 missioni degli egiziani. Come si è accennato, questi erano anche carenti di munizioni e pezzi di ricambio.345


In appendice all’Operazione Yoav, il 23-25 novembre la Brigata Negev avanzò da Beersheba fino a Sodoma sul Mar Morto (Operazione Lot) senza incontrare resistenza, e fino ad ‘Ain Husub e Bir Maliha nel ‘Arava. Sodoma era stata tenuta per tutto il conflitto da truppe ebraiche, ma dal 20 maggio era isolata e rifornita solo dall’aviazione. Il ricongiungimento della località al resto dei territori israeliani significò anche l’allargamento di questi fino al sud del Mar Morto, attraverso il Negev settentrionale.346


Durante l’intera operazione, piccole squadre della marina israeliana pattugliarono il tratto di costa tra Majdal e Gaza, bombardando più volte gli egiziani dal mare. Il 22 ottobre un commando navale, con motoscafi veloci appena acquistati e carichi di esplosivo, attaccò l’ammiraglia egiziana Emiro Faruq e un dragamine di scorta al largo di Gaza. La Emiro Faruq fu affondata, l’unità di scorta danneggiata.


Nel nord l’ELA di Qawuqji fornì all’IDF una buona ragione per organizzare un’offensiva in grande stile nella Galilea centrosettentrionale, ancora in mano agli arabi. Il 22 ottobre, cogliendo di sorpresa la Brigata Carmeli, le truppe di Qawuqji avevano conquistato una serie di posizioni nell’«unghia» della Galilea, a nord e a sud del kibbutz Manara. La notte del 28 ottobre l’IDF attaccò contemporaneamente da ovest e da est l’enclave dell’ELA, presidiata da 3.000 irregolari di Qawuqji con l’appoggio di due compagnie di fanteria siriana. L’offensiva da quattro brigate fu chiamata Operazione Hiram, dal re di Tiro che 3000 anni prima era stato l’alleato «libanese» di re Salomone. Il 30 ottobre cadde al-Malikiya, sola conquista delle forze ELA e libanesi durante il conflitto. Il 31 ottobre la Brigata Carmeli varcò il confine col Libano in più colonne e prese una quindicina di villaggi intorno all’«unghia» raggiungendo il fiume Litani. L’Operazione Hiram ebbe per risultato l’occupazione di tutta la Palestina settentrionale fino al confine internazionale da parte dell’IDF, la conquista di una stretta fascia di territorio in Libano meridionale, e l’annientamento dell’ELA, che cessò di esistere in quanto forza militare organizzata. Gli eserciti siriano e libanese non intervennero nei combattimenti in misura significativa, lasciando il solo Qawuqji a subire l’offensiva israeliana. Durante l’Operazione Hiram le truppe israeliane si macchiarono di almeno nove stragi di civili palestinesi e prigionieri di guerra (a Eilaboun, Saliha, Safsaf, Jish, Hule, Majd al-Kurum, Bi’-na, Dier al-Assad e Arab al-Mawassa).347


L’Operazione Horev

LE OPERAZIONI YOAV E HIRAM furono seguite da una pausa nei combattimenti, e i fronti restarono calmi nella seconda metà di novembre e quasi tutto dicembre. Ma gli egiziani controllavano ancora porzioni significative di territorio palestinese: la striscia di Gaza, la «sacca di Faluja» e gran parte del Negev occidentale, molte delle quali assegnate allo Stato ebraico dalla Risoluzione dell’ONU sulla divisione della Palestina. Inoltre, poiché le ostilità potevano ricominciare in qualsiasi momento l’IDF doveva restare il più forte possibile. Un settimo della popolazione ebraica – più della metà degli adulti abili – restarono sotto le armi, lontani dalle famiglie e dal lavoro.


Il 19 dicembre il governo decise di riprendere l’attività militare nel sud allo scopo di espellere gli egiziani e, se possibile, distruggere il loro esercito. In tal caso, si giudicava probabile che avrebbero accettato un armistizio e che gli altri Stati arabi avrebbero imboccato la stessa strada.348 Il piano dell’IDF era semplice: un massiccio diversivo sarebbe stato attuato nella striscia di Gaza minacciando la strada principale Rafa-Gaza, mentre il grosso dell’esercito israeliano, partendo da Beersheba, avrebbe compiuto una vasta manovra aggirante verso sudovest investendo dapprima le posizioni nemiche nel Negev, proseguendo verso ovest nel Sinai per concludere l’avanzata a nord di al-‘Arish, sulla costa del Mediterraneo. Se avesse avuto successo, il piano si sarebbe concluso con la distruzione della brigata egiziana nel sud del paese e con l’accerchiamento di quasi tutto il corpo di spedizione del Cairo nella regione costiera tra al-‘Arish e Gaza.


All’offensiva principale, l’Operazione Horev («Horev» essendo un altro nome del monte Sinai), l’IDF destinò quattro brigate al comando di Allon. La notte del 22 dicembre ebbe inizio il diversivo e gli egiziani, che respinsero l’attacco, si persuasero che l’IDF volesse attaccare frontalmente il grosso del loro corpo di spedizione nella striscia di Gaza.349 Invece l’attacco principale, diretto a sud e affidato all’VIII Brigata e alla Brigata Negev, entrambe completamente meccanizzate e in gran parte corazzate, si svolse come una tipica operazione di guerra nel deserto. A fronteggiarlo due brigate egiziane al riparo di una serie di fortificazioni sulla cima delle colline. Fu uno scontro di carri armati e semicingolati contro fanteria trincerata, artiglieria e armi anticarro; movimento contro immobilità. Vista la debolezza dell’artiglieria egiziana l’esito della lotta era scontato: i difensori furono travolti.350


Riordinatasi e pronta a sfruttare il successo, il 28 dicembre la forza israeliana varcò il confine e penetrò nel Sinai. Travolte in più punti, le linee egiziane tendevano ormai a sgretolarsi. Comando e controllo, preparazione degli ufficiali, copertura aerea, munizioni e motivazione erano, più ancora del consueto, pericolosi punti deboli degli egiziani. Unità ebraiche procedettero verso al-‘Arish pronte a completare l’accerchiamento raggiungendo il Mediterraneo.


Ma l’offensiva in Sinai avrebbe incontrato barriere ben più insormontabili delle truppe del Cairo: una frontiera internazionale era stata violata, e la situazione rappresentava una sia pur vaga minaccia per gli interessi delle grandi potenze. La Gran Bretagna era legata all’Egitto da un trattato difensivo risalente al 1936. Se non fossero stati fermati, gli israeliani avrebbero potuto raggiungere il Canale di Suez e comprometterne la sicurezza.


Londra avvertì gli Stati Uniti della possibilità di un proprio intervento, e il presidente Truman espresse la sua «profonda» preoccupazione per i possibili sviluppi, che a suo avviso tendevano a «provare» quanto sostenuto dal Dipartimento di Stato circa 1’«aggressività d’Israele» e la sua «assoluta noncuranza delle [decisioni delle] Nazioni Unite».351 Il 31 dicembre James McDonald, rappresentante speciale degli Stati Uniti (e di lì a poco ambasciatore) in Israele, consegnò al ministro degli Esteri Sharett una protesta ufficiale e un monito di Truman. I britannici minacciarono anche di togliere l’embargo sugli armamenti e di rifornire gli eserciti arabi. McDonald insistette per consegnare personalmente il messaggio anche a Ben-Gurion, in vacanza a Tiberiade.


Ben-Gurion assicurò a McDonald che l’IDF aveva varcato il confine solo «per manovrare», e che l’ordine di rientrare in Israele era già stato impartito (una bugia). Il primo ministro aggiunse: «La durezza del tono mi sorprende. Che bisogno c’è che una potenza amica si rivolga a una nazione piccola e debole con un tono come questo?».352 Per placare l’ira americana Ben-Gurion e Sharett chiesero a Weizmann d’intercedere personalmente presso Truman. In una lettera al presidente degli Stati Uniti, Weizmann sostenne che forze israeliane avevano «superato accidentalmente la frontiera egiziana» (un’altra bugia), e che «non avevano nessuna intenzione di distruggere il Regno d’Egitto».353


Il 29 dicembre, circa 24 ore prima della démarche anglo-americana presso lo Stato ebraico, Yadin aveva ordinato ad Allon di fermare l’avanzata dei mezzi corazzati verso al-‘Arish, implicando ch’essa non aveva l’approvazione ufficiale dello stato maggiore dell’IDF. Allon andò in aereo a Tel Aviv e tentò di persuadere Ben-Gurion a dargli via libera. Questi adottò una soluzione di compromesso: Allon si sarebbe ritirato dall’interno del Sinai, ma avrebbe lanciato una nuova offensiva a nord appena a ovest (cioè dal lato egiziano) del confine internazionale, verso Rafa, in modo da concludere la manovra di accerchiamento sul confine internazionale invece che ad al-‘Arish. Le unità israeliane furono ridisposte di conseguenza,354 e una nuova offensiva verso nord fu lanciata la notte del 3 gennaio 1949. Dopo una serie di attacchi e contrattacchi, il quarto battaglione della Brigata Harel la notte del 6 gennaio avanzò non visto tra le dune e interruppe la vitale strada costiera al-‘Arish-Rafa a Shaykh Zuweid. Il grosso del corpo di spedizione egiziano in Palestina, ancorché trincerato lungo la striscia di Gaza, era ormai accerchiato e isolato dalle retrovie.355


Le potenze occidentali protestarono di nuovo perché l’IDF aveva operato oltre i confini internazionali. Il 5 gennaio il governo egiziano, temendo che il suo esercito rischiasse l’annientamento e premuto da Londra, annunciò di esser pronto a negoziare un armistizio se Israele avesse fermato l’offensiva. Il 6 gennaio il rappresentante israeliano a Washington, Eliahu Elath, telegrafò a Sharett: «Opinione pubblica e ufficiale a Washington pericolosamente tesa, quasi ostile… Minacce circa il futuro sostegno [finanziario americano a Israele]».356


Tel Aviv cedette. Il giorno dopo acconsentì a un immediato cessate il fuoco e all’apertura di trattative in vista di un armistizio, e L’IDF sgomberò l’area intorno Rafa a occidente della frontiera internazionale – non prima, peraltro, che commando dell’IDF avessero creato ampi campi minati che la notte del 7 gennaio fecero esplodere un treno con centinaia di soldati feriti diretto da Rafa in territorio egiziano.357 Ma il cappio intorno alle forze egiziane nella striscia di Gaza era stato rimosso.


L’accettazione israeliana della fine dei combattimenti e del ritiro da Rafa fu seguita il 7 gennaio da una serie di incidenti sul Sinai orientale tra aerei israeliani e britannici, questi ultimi inviati da basi presso il Canale a scopo di ricognizione dei campi di battaglia. Gli Spitfire israeliani abbatterono cinque aerei inglesi (quattro Spitfire e un Tempest), tutti, o quasi, disarmati. Ma le perlustrazioni britanniche avevano accertato che unità dell’IDF erano ancora in Egitto (smentendo le esplicite assicurazioni di Ben-Gurion).358 La Gran Bretagna protestò energicamente per l’abbattimento dei suoi aerei e minacciò «azioni» non meglio specificate; inoltre sbarcò ad Aqaba una piccola forza corazzata – un implicito monito a Tel Aviv a tenere a freno l’IDF.359


L’Operazione Horev ebbe due epiloghi. Con Mivza Uvda (Operazione Fatto), ultimo episodio del primo conflitto arabo-israeliano, dal 7 al 10 marzo 1949, l’IDF occupò il Negev centrale e meridionale fino a Umm Rashrash (poi Eilat) sulla riva settentrionale del golfo di Aqaba. A mezzanotte del 10 marzo «la nostra bandiera è stata alzata sulle acque del Mar Rosso… È forse il più grande evento degli ultimi mesi, se non dell’intera guerra d’indipendenza e conquista. E senza spargere una sola goccia di sangue!», annotò Ben-Gurion nel diario (con qualche esagerazione).360 Il giorno dopo, 11 marzo, rappresentanti israeliani e giordani firmarono una bozza di cessate il fuoco.361 E il 7-9 marzo, truppe di una compagnia della Brigata Alexandroni avanzarono da Beersheba, attraverso Kurnub e ‘Ain Hazeva, a Sodoma e poi in battello a nord fino a ‘Ain Gedi, occupando le locali sorgenti nonché Masada (simbolo dell’estrema resistenza ai Romani durante la ribellione conclusasi nel 73 d.C.). Così il Negev centrale e meridionale fino al golfo di Eilat (o Aqaba), e gran parte della riva occidentale del Mar Morto – aree assegnate dalle Nazioni Unite allo Stato ebraico (motivo per cui né la Gran Bretagna né la Giordania si opposero alle due avanzate) – furono occupate dagli israeliani senza sparare un colpo.


LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA si era conclusa con una lampante vittoria israeliana e un’umiliante sconfitta araba. Lo yishuv aveva avuto circa 6.000 morti e il doppio di feriti; le perdite palestinesi, in civili e irregolari, furono press’a poco uguali, forse un po’ più alte. Negli anni ’50, al-Husayni affermò che «intorno» a 12.000 palestinesi erano morti durante la guerra.362 Le perdite egiziane, secondo un annuncio ufficiale del giugno 1950, ammontarono a circa 1.400 morti e 3.731 «invalidi permanenti».363 Gli eserciti giordano, iracheno e siriano avevano avuto qualche centinaio di morti ciascuno, quello libanese qualche dozzina.


Degli eserciti arabi, solo la Legione si era battuta bene, mostrandosi più o meno all’altezza degli israeliani. I giordani avevano guadagnato (e si sarebbero poi annessi) il cuore della Palestina araba: la Cisgiordania. Ma questa si sarebbe rivelata un’ambigua benedizione: la demografia del paese subì un mutamento improvviso, da una maggioranza beduina in gran parte leale alle istituzioni a una palestinese sospettosa se non ostile e sempre tentata di indebolire il controllo hascimita del territorio, che dopo il 1967 avrebbe abbandonato ogni residua lealtà verso la Casa reale. Anche l’Egitto uscì dal conflitto con un piccolo guadagno territoriale – la striscia di Gaza. E anche questa si rivelò una fortuna e una sfortuna al medesimo tempo. Per vent’anni, Il Cairo dovette amministrare, e spesso reprimere, l’impoverita ed esasperata popolazione palestinese della striscia.


Al prezzo di perdite non irrilevanti gli ebrei erano invece riusciti a difendere il nuovo Stato e ad ampliarne i confini, a sbaragliare i palestinesi e a sconfiggere gli eserciti invasori. L’esito del conflitto generò onde d’urto in tutto il mondo arabo le cui conseguenze durarono decenni, minando regimi e traumatizzando popolazioni. Lo Stato ebraico nel cuore del mondo arabo e musulmano era ormai un fait accompli, e modificarlo si sarebbe dimostrato un’impresa via via più rischiosa.


Sul piano economico le conseguenze negative erano state, per Israele, modeste, sotto forma di danni a case e campi, impacci alle attività produttive e così via. Inoltre esse furono ampiamente compensate dagli aiuti economici degli ebrei all’estero, e in seguito da prestiti e sovvenzioni da parte di vari Stati occidentali. Si era inoltre alla vigilia di una rivoluzione demografica e agraria che in pochi anni avrebbe raddoppiato il numero degli insediamenti ebraici, con le implicazioni facili da immaginare quanto a produzione agricola e consistenza e diffusione della popolazione israelita. Anche in campo industriale, la guerra finì col rappresentare uno stimolo assai più che un ostacolo.


Al contrario, gli Stati arabi non avevano ricevuto dalla guerra altro che svantaggi. Le loro già deboli economie furono gravate da un più alto debito estero, e dopo il 1948 essi dovettero provvedere a un numero, diverso da caso a caso, di rifugiati palestinesi. Tuttavia anche per gli arabi l’intervento di fattori esterni fu decisivo: dal 1950 l’entrata in scena dell’UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (Agenzia di soccorso e intervento delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi nel Vicino Oriente, UNRWA) – che si occupava dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria e in genere del benessere dei rifugiati – oltre a uno stabile afflusso di aiuti finanziari occidentali compensarono ampiamente gli svantaggi economici iniziali. I danni economici più gravi alla fine furono sopportati da quei palestinesi le cui proprietà furono incamerate dai vincitori.


Gli accordi armistiziali

L’OPERAZIONE UVDA ebbe luogo a metà dell’interludio tra la firma degli accordi armistiziali israeliano-egiziani e israeliano-giordani. In effetti fu facilitata dalla conclusione di quel patto, che escludeva il pericolo di un intervento egiziano durante la marcia verso Um Rashrash; e in parte i suoi tempi furono scelti dagli israeliani per precedere l’armistizio con la Giordania. Ben-Gurion mirava al fatto compiuto dell’occupazione israeliana – e del ritiro giordano – dal Negev centro-meridionale prima del cessate il fuoco e dell’entrata nel vivo dei negoziati di armistizio. (Una compagnia era stata schierata nel Negev meridionale a scopo di sorveglianza dalla Giordania fin dal novembre 1948.)


I colloqui israeliano-egiziani iniziarono nell’isola greca di Rodi il 13 gennaio 1949, e durarono quattro settimane. Alla presidenza un mediatore ad interim delle Nazioni Unite e successore di Bernadotte, il dottor Ralph Bunche, statunitense. Il compromesso finalmente raggiunto e siglato il 24 febbraio, in larga misura per merito dello stesso Bunche, prevedeva il proseguimento dell’occupazione militare egiziana della striscia di Gaza dove l’IDF avrebbe abbandonato le posizioni raggiunte fino a quel momento. L’area di ‘Auja sarebbe stata smilitarizzata mentre reparti armati di qualche consistenza avrebbero potuto stazionare nella zona del Sinai appena al di là del confine. Gli egiziani si sarebbero invece ritirati dalla «sacca di Faluja» con tutto l’equipaggiamento.


I colloqui israeliano-libanesi organizzati vicino a Rosh HaNiqra (Ra’s al-Naqura) iniziarono il 1° marzo, i libanesi avendo tenuto in stallo i colloqui preparatori fin dopo la firma degli accordi israeliano-egiziani. La mediazione fu di Henri Vigier, uno degli assistenti di Bunche. L’accordo di armistizio, firmato il 23 maggio, prevedeva il ritiro israeliano dai villaggi libanesi occupati dall’IDF alla fine dell’Operazione Hiram e il riconoscimento della vecchia frontiera libanese-palestinese quale confine tra lo Stato libanese e lo Stato israeliano. In un accordo separato con le Nazioni Unite i libanesi accettarono la partenza delle truppe siriane schierate nel sud del paese.


Il fronte giordano creò le maggiori difficoltà quando, il 26 dicembre 1948, i negoziatori israeliani e hascimiti cominciarono a parlare di armistizio. Le linee di confine lunghe, tortuose e innaturali, la numerosa popolazione di molte zone di frontiera, accresciuta dai rifugiati, e la presenza di truppe irachene in Samaria e di residue forze egiziane a Betlemme, erano ostacoli non facili da superare. I giordani miravano a un armistizio basato sul progetto di divisione territoriale del 1947, gli israeliani volevano un accordo che garantisse lo status quo militare e territoriale. Le richieste giordane comprendevano una parte del Negev meridionale, Lydda e Ramla (o almeno il rimpatrio dei profughi delle due città), uno status speciale di enclave per la parte araba di Giaffa e piccoli scambi territoriali intorno e dentro Gerusalemme. Israele d’altra parte chiedeva l’ampliamento della propria parte di pianura costiera in corrispondenza della «strozzatura», e il ritiro degli arabi dal saliente di Latrun.


I colloqui di armistizio ufficiali israeliano-giordani iniziarono a Rodi il 4 marzo 1949, con la mediazione di Bunche. Contemporaneamente si tennero negoziati segreti e diretti tra re ‘Abdallah e i suoi consiglieri da un lato, e rappresentanti israeliani dall’altro. Su entrambi i tavoli negoziali era sospesa la spada di Damocle di una ripresa dell’attività militare da parte israeliana, per alterare unilateralmente i confini esistenti. In effetti, come descritto, il 7-10 marzo Israele occupò il Negev centro-meridionale fino al golfo di Aqaba, frustrando le speranze della Giordania di veder riconosciuta la sua sovranità sul Negev meridionale. A metà marzo Israele minacciò apertamente di conquistare parte delle alture nordoccidentali e occidentali della Samaria se Amman non avesse accettato di cederle. A un certo punto la minaccia assunse perfino la forma di un ultimatum di 24 ore, al quale ‘Abdallah cedette il 23 marzo. Egli temeva che se l’IDF avesse rinnovato le ostilità, avrebbe potuto prendersi l’intera Cisgiordania invece di una striscia di territorio alla sua periferia. E i tentativi hascimiti dell’ultimo momento di ottenere l’appoggio di Stati Uniti e Gran Bretagna erano falliti. Nessuna delle due potenze fu disposta a farsi garante delle linee esistenti al momento quali frontiere internazionali, o del controllo giordano dell’intera West Bank.364


Negli accordi finali, firmati il 3 aprile, la Giordania accettò di cedere a Israele una striscia continua di territorio di un’ampiezza compresa tra i quattro-cinque e i sette-otto chilometri, da un punto appena a sudest di Qalqilya in direzione nordovest fino a Wadi ‘Ara, e da lì verso est fino a un punto appena a nord di Jenin. Israele accettò di cedere ad ‘Abdallah una porzione assai più modesta di suolo palestinese – anche se ciò permise al sovrano di parlare di un mero «scambio» territoriale – a sudest di Dhahiriya (ovvero a sudest di Hebron). Nell’area ceduta dai giordani (soprannominata nella successiva storiografia israeliana «il piccolo triangolo») si trovavano circa 15 villaggi, che accrebbero di 20.000 unità la consistenza della minoranza araba all’interno dello Stato ebraico. La Giordania si fece anche garante del ritiro delle truppe irachene dalla Samaria (non ci fu nessun negoziato diretto israeliano-iracheno, né fu mai firmato alcun armistizio separato).


I negoziati israeliano-siriani cominciarono il 5 aprile sul confine dell’enclave siriana di Mishmar HaYarden. La mediazione era di Vigier, ma sulle questioni di sostanza (e talvolta anche sui dettagli di scarsa importanza) egli si rimetteva al parere di Bunche, ch’era a New York. Israele chiedeva che i siriani si ritirassero sulla vecchia frontiera internazionale siriano-palestinese, cioè che lasciassero l’enclave, la striscia di Tel al-Qasir a est del mare di Galilea, e la stretta striscia di territorio tra il kibbutz Dan e il villaggio di Banias, al limite settentrionale dell’«unghia» della Galilea. Secondo i siriani – che in questo avevano fatta propria la posizione israeliana nelle trattative con Egitto e Giordania – i confini dovevano riflettere lo status quo post bellum.


I negoziati si trascinarono per più di un mese, finché Bunche propose che la Siria si ritirasse dalle aree a ovest della vecchia frontiera internazionale, in cambio della loro smilitarizzazione e della rinuncia sia di Israele sia della Siria alla sovranità diretta sulle medesime. Seguirono mercanteggiamenti sulle precise caratteristiche delle zone smilitarizzate (demilitarized zones, DMZ), e l’accordo di armistizio fu firmato dai due paesi il 20 luglio. La Siria accettò di ritirare le sue forze dietro il vecchio confine internazionale. Una piccola area tra il kibbutz Dan e Banias, un’area più grande intorno a Mishmar HaYarden e l’intera striscia di territorio a est del mare di Galilea da Nuqeib ad al-Hamma attraverso ‘Ein Gev furono definite DMZ. Non vi poterono entrare truppe né israeliane né siriane; funzionari e polizia israeliani avrebbero amministrato le aree abitate da ebrei, i loro omologhi siriani le aree abitate da arabi. In realtà poiché col denaro o le minacce gli arabi erano stati in gran parte sloggiati dall’area meridionale, la regione – con le eccezioni di Nuqeib e al-Hamma – passò sotto la sovranità di fatto israeliana, come gran parte della DMZ centrale. I siriani assunsero invece il controllo di quasi tutta la DMZ settentrionale, assai più piccola. Entrambe le parti convennero di limitare le forze militari schierate in prossimità dal confine.365


La firma degli accordi di armistizio rappresentò la fine ufficiale della prima guerra arabo-israeliana: lo stato di guerra fu sostituito da uno stato de jure di non belligeranza. In seguito la comunità internazionale e, un po’ meno, gli stessi combattenti, si sarebbero abituati a considerare le linee di armistizio frontiere internazionali di fatto. Gli accordi prevedevano anche la creazione di quattro commissioni armistiziali miste sotto la supervisione delle Nazioni Unite (Mixed Armistice Commissions, o MAC), per il controllo del loro rispetto.


Gli accordi armistiziali non erano trattati di pace e mancavano di molte delle caratteristiche che normalmente governano i rapporti pacifici tra Stati confinanti, come gli accordi diplomatici e commerciali. Negli anni seguenti i leader arabi palesarono a tutti la loro comune opinione che gli accordi armistiziali non fossero niente più che elaborati cessate il fuoco, qualitativamente diversi da, e infinitamente meno impegnativi di, un vero trattato di pace.


In Israele prevalse un modo più variegato di considerare gli accordi, con alcuni leader – tra i quali Ben-Gurion – propensi a reputarli trattati di pace de facto, quindi poco interessati a trattati di pace tradizionali; e altri leader più prossimi alla posizione araba, secondo i quali gli accordi avrebbero dovuto essere sostituiti da patti più solidi e di ampio respiro, o la situazione sarebbe sfociata in un’altra guerra appena una delle parti si fosse convinta di potersene avvantaggiare. Comunque, negli anni seguenti gli accordi armistiziali influenzarono profondamente le relazioni arabo-israeliane – per via di ciò che stabilivano ma anche di ciò che mancavano di stabilire – anche se spesso il loro rispetto fu più apparente che reale.


La nascita del problema dei profughi palestinesi

OLTRE ALLA FONDAZIONE dello Stato d’Israele, l’altro importante risultato della guerra del 1948 fu la distruzione della società palestinese e la nascita del problema dei profughi.


Circa 700.000 arabi – il dato stesso fu tra i principali oggetti di polemica, gli israeliani parlando ufficialmente di 520.000 esuli, i palestinesi di 900.000-1.000.000 – fuggirono o furono espulsi dal territorio del nascente Stato ebraico, e si stabilirono soprattutto in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, oltre che in Transgiordania, Siria e Libano, cui erano da aggiungere le più ridotte comunità di esuli in Egitto, in Iraq e in vari Stati della Penisola arabica. Alla fine della guerra meno della metà della popolazione palestinese si trovava ancora nella terra avita: meno di 150.000 arabi in Israele, circa 400.000 nella West Bank, 60.000 nella striscia di Gaza.


Come, esattamente, 700.000 persone si siano trasformate in profughi è un problema sul quale si è polemizzato accanitamente, tra Israele e i suoi alleati e gli Stati arabi e i loro alleati. I portavoce israeliani – compresi gli storiografi e gli autori di testi scolastici – hanno sostenuto che gli arabi avevano lasciato i luoghi di residenza «volontariamente», o perché i dirigenti palestinesi e degli Stati arabi avevano ordinato loro di andarsene oppure perché li avevano costretti, per spianare la strada all’invasione del 15 maggio e sostenere a scopo propagandistico che gli arabi palestinesi erano stati cacciati dalle loro case con la violenza. I portavoce arabi hanno replicato che i profughi erano stati espulsi da Israele in modo sistematico e premeditato. La documentazione emersa negli anni ’80 in Israele e negli archivi occidentali ha rivelato che nessuna delle due tesi rispecchia i fatti in modo fedele ed esauriente.


Che prima o poi ci sarebbe stato un problema di profughi era pressoché inevitabile, vista la mescolanza geografica delle due popolazioni, il progressivo aggravarsi dell’antagonismo tra ebrei e arabi palestinesi fin dal 1917, il rifiuto di una soluzione binazionale da parte sia degli ebrei sia degli arabi, e la profondità del risentimento degli arabi, unita al timore di essere relegati in un ruolo subalterno.


La debolezza strutturale della società arabo-palestinese alla vigilia del conflitto aumentava il rischio del collasso e della fuga in massa. Si trattava di una società poco organizzata, e socialmente e politicamente poco coesa. Profonde incomprensioni dividevano cittadini e contadini, musulmani e cristiani, clan da altri clan, con l’aggravante della completa assenza di leader rappresentativi e di istituzioni nazionali efficienti.


In seguito a processi economici e sociali iniziati a metà del XIX secolo, negli anni ’40 gran parte della popolazione rurale arabo-palestinese non era più proprietaria dei terreni agricoli. Essa aveva quindi manifestato una tendenza di lungo periodo a emigrare nelle misere periferie delle città. In una certa misura ciò aveva comportato il divorzio fisico e psicologico dalla campagna. Inoltre, il 70-80% della popolazione era analfabeta. Almeno in parte si può far risalire a questa circostanza la scarsa consapevolezza e partecipazione politica della comunità araba. Il «nazionalismo» delle élite urbane era poco sentito (se lo era) dai contadini e dai poveri delle città. Infine, l’economia araba in Palestina non era riuscita a compiere il salto di qualità da un’agricoltura di tipo primitivo alla moderna produzione industriale – un salto che, invece, lo yishuv aveva effettuato. Altrettanto importante era il fatto che nelle città solo un piccolo numero di lavoratori arabi era iscritto ai sindacati. Nessuno, tranne i pochi impiegati dell’amministrazione britannica, aveva diritto a sussidi di disoccupazione. Non potendo soddisfare – per ragioni sulle quali a suo tempo ci siamo soffermati – la domanda di manodopera delle imprese agricole, commerciali e industriali ebraiche, la chiusura di quelle arabe significava per questi lavoratori venire a mancare dei mezzi di sostentamento. In tali frangenti l’esilio può essere apparso a molti il male minore, almeno finché la situazione in Palestina non si fosse calmata.


Un altro decisivo passo verso la nascita del problema dei profughi palestinesi fu la propensione dei leader dello yishuv a considerare il trasferimento una soluzione accettabile della «questione araba». Documenti sionisti resi pubblici di recente dimostrano che emerse un sostanziale consenso nella leadership del movimento, subito dopo le raccomandazioni della Commissione Peel nel luglio 1937, a favore del trasferimento di almeno qualche centinaio di migliaia di arabi palestinesi – se non di tutti – dai territori del futuro Stato ebraico. Lo stesso Ben-Gurion si dichiarò «per il trasferimento obbligatorio», in cui non vedeva «niente d’immorale».366


A questo riguardo l’opinione di Ben-Gurion non cambiò – anche se egli capiva la necessità, per fini tattici, di usare discrezione. Nel 1944, a una riunione dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica sull’atteggiamento da assumere circa la decisione del Partito laburista britannico di raccomandare il trasferimento dei palestinesi, egli dichiarò:


Quando l’ho saputo… ho dovuto riflettere a lungo e in modo approfondito… [ma] ho concluso che la cosa migliore è che la questione resti [nel programma dei laburisti britannici]… Se mi chiedessero quale dovrebbe essere il nostro programma, non mi sognerei di parlare di trasferimento… perché sollevare la questione potrebbe danneggiar[ci]… di fronte all’opinione pubblica internazionale, suggerendo che non vi sia posto [per noi] nella Terra d’Israele a meno di cacciarne gli arabi… [inoltre] ciò allarmerebbe gli arabi, e accrescerebbe la loro ostilità.…


E aggiunse: «Il trasferimento degli arabi sarebbe la cosa più semplice. Siamo circondati da Stati arabi… Ed è chiaro che se gli arabi [della Palestina] si trasferissero, ciò sarebbe per loro un vantaggio, non il contrario».


Nessuno dei membri dell’esecutivo contestò le affermazioni di Ben-Gurion; molti le approvarono. Moshe Sharett, direttore del dipartimento politico dell’Agenzia, dichiarò: «Il trasferimento può essere il coronamento, la fase conclusiva della [nostra] politica, non certo il suo punto di partenza. In caso contrario susciteremmo contro di esso forze importanti, pregiudicandolo». E aggiunse: «Quando nascerà lo Stato israeliano, è possibilissimo che il risultato sarà un trasferimento di arabi».367 Il 7 febbraio 1948, tre mesi dopo l’inizio della guerra, Ben-Gurion comunicò al Comitato centrale del Mapai che nei quartieri occidentali di Gerusalemme, dai quali gli arabi erano fuggiti o erano stati espulsi, egli non aveva visto


stranieri [cioè, arabi]. Dal tempo della distruzione da parte dei Romani, Gerusalemme non è mai stata tanto ebraica… non credo che ci saranno cambiamenti in questo senso… E quello che è accaduto a Gerusalemme, può accadere in gran parte del paese… Se teniamo duro, è possibile che nei prossimi sei o otto o dieci mesi ci saranno grandi cambiamenti… Certamente ci saranno grandi cambiamenti nella composizione della popolazione del paese.368


I «grandi cambiamenti» passarono per quattro fasi. La prima tra il dicembre 1947 e il marzo 1948, quando lo yishuv era sulla difensiva e gli arabi delle classi medie e superiori – probabilmente non meno di 75.000 persone – fuggirono, per lo più dalle città a popolazione mista, o inviarono la servitù fidata in Cisgiordania, Libano, Egitto, Siria e Transgiordania. In questo contesto non si possono esagerare gli effetti deleteri sul morale arabo delle campagne di attentati dinamitardi nelle città principali varate dall’Irgun e dall’LHI.


Queste famiglie avevano il necessario per ristabilirsi confortevolmente al Cairo, Nablus, Amman o Beirut, e comunque in molti casi consideravano temporaneo il loro esilio. Come nell’esodo del 1936-39, si aspettavano di tornare una volta concluse le ostilità. Molti notabili temevano e mal sopportavano il predominio degli Husayni, e l’idea di una Palestina in mano a questi può non esser loro piaciuta più di quella di una Palestina in mano agli ebrei. Fu in quel periodo che molti leader palestinesi e le loro famiglie lasciarono il paese – compresi molti membri dell’Alto Comitato e del Comitato nazionale di Haifa. Le ostilità arabo-ebraiche furono solo un aspetto del collasso di legge e ordine in Palestina dopo l’approvazione della Risoluzione dell’ONU sulla divisione del territorio. Ci fu anche un progressivo scadimento della pubblica amministrazione e dell’autorità della Gran Bretagna, e l’infiltrazione nei distretti sia urbani sia rurali di milizie più o meno indisciplinate, che estorcevano denaro ai benestanti e talvolta vessavano anche la gente comune.


Gli arabi abbandonarono inoltre alcuni villaggi assegnati allo Stato ebraico e situati in zone a maggioranza ebraica, come la pianura costiera. Nei villaggi ai margini di centri urbani ebraici, una combinazione di paura degli ebrei e intimidazioni reali, per lo più da parte dell’Irgun e dell’LHI, fu una causa di emigrazione. In almeno un caso si può parlare di vera e propria espulsione per opera della Haganah (il 20 febbraio a Cesarea, a metà strada tra Tel Aviv e Haifa).


La fuga delle classi medie e superiori arabe implicò la chiusura di scuole, cliniche, ospedali, imprese e uffici, generando a sua volta disoccupazione e impoverimento. Fu questo lo sfondo della seconda fase, la fuga in massa dai quartieri urbani e dalle zone rurali conquistate dalle forze ebraiche nella primavera del 1948. La precedente fuga dell’élite aveva minato il morale degli altri arabi palestinesi, e fornito un esempio da emulare.


La ragione principale del massiccio esodo di aprile-giugno furono gli attacchi militari israeliani, o il timore di quegli attacchi. Quasi ogni caso concreto – l’esodo da Haifa tra il 21 aprile e il 1° maggio; da Giaffa, tra la fine di aprile e i primi di maggio; da Tiberiade il 17-18 aprile; da Safed il 10 maggio – fu il risultato diretto e immediato dell’attacco e della conquista di quartieri e città arabi. In nessuna occasione la popolazione abbandonò le case prima di un attacco; quasi in tutti i casi la fuga ebbe luogo il giorno stesso dell’attacco, e in quelli immediatamente successivi. E le fughe si dimostrarono contagiose. Inoltre, aggiungendosi alla caduta delle grandi città – soprattutto Haifa e Giaffa – esse sparsero pessimismo e disperazione nei villaggi dei dintorni. In campagna la partenza di un clan provocava quella dei clan vicini, lo spopolamento di un villaggio quello dei villaggi vicini.


I documenti della Haganah descrivono una «psicosi della fuga» diffusasi in quel periodo nella popolazione palestinese. L’eco del massacro degli abitanti di Deir Yassin, accresciuta dalle atrocità vere e immaginarie che la propaganda araba collegò all’episodio, fu il simbolo e insieme una delle cause del fenomeno. La paura di subire un trattamento analogo spinse molti abitanti dei villaggi a partire, e il «fattore atrocità» fu periodicamente rinforzato, nei mesi di guerra, da altri massacri compiuti da ebrei, specialmente in ottobre. Gli abitanti di un numero limitato di villaggi – poco più di una dozzina – furono espulsi prima dell’inizio della prima tregua (11 giugno) dalle truppe israeliane; e alcuni furono spaventati da voci sparse ad arte dalla Haganah. Nella maggior parte delle zone non fu necessario ricorrere all’espulsione diretta: gli arabi delle città e delle campagne ormai abbandonavano case e terreni al primo crepitio di mitragliatrice.


In alcune aree i comandanti arabi ordinarono l’evacuazione dei villaggi per preparare il terreno a operazioni militari, o evitare la resa della popolazione. Più di mezza dozzina di villaggi – subito a nord di Gerusalemme e in Bassa Galilea – furono abbandonati nei mesi in questione a causa di ordini di questo tipo. Altrove, a Gerusalemme Est e in villaggi un po’ ovunque nel paese, i comandanti militari ordinarono il trasferimento di donne, vecchi e bambini per allontanarli dalla zona dei combattimenti.369 In effetti la preparazione psicologica per l’allontanamento delle persone non autosufficienti dai campi di battaglia era cominciata nel 1946-47, quando l’Alto Comitato e la Legione araba avevano contemplato a più riprese tale mossa discutendo di un’eventuale guerra in Palestina. Complessivamente, tra 200.000 e 300.000 arabi lasciarono i luoghi di residenza nella seconda fase dell’esodo.


Nella prima fase, non si può parlare di una politica sionista volta a espellere gli arabi, o a creare un clima di paura che li inducesse a partire, anche se per molti ebrei – compreso Ben-Gurion – più arabi facevano le valigie, meglio era. E senza dubbio la politica delle rappresaglie adottata sia dalla Haganah sia dall’Irgun, e gli attentati terroristici dell’Irgun e dell’LHI, furono fattori precipitanti. E non ci fu una politica araba rivolta a fermare l’emorragia di membri delle classi superiori e medie, se si eccettua qualche sporadico tentativo dell’Alto Comitato.


Nella seconda fase, anche se non ci fu nessuna politica sistematica di espulsione, il Piano D della Haganah ebbe senza dubbio per conseguenza un nuovo esodo di massa. I comandanti militari furono autorizzati a svuotare degli abitanti molti villaggi e quartieri arabi, e a spianare le abitazioni, se pensavano che le operazioni militari lo richiedessero. Inoltre molti comandanti fecero proprio l’obiettivo di far nascere uno Stato ebraico con una minoranza araba la più limitata possibile. Il minimo che si possa dire è che alcuni generali – come Allon – si comportarono come se fossero guidati anche da questo obiettivo.


Nel campo arabo in questo periodo regnava la confusione riguardo a ogni aspetto dell’esodo. Sembra che i governi semplicemente non si siano resi ben conto di quanto accadeva e, dapprima, non abbiano affatto tentato di fermarlo. Si sa inoltre che a Haifa, dopo l’inizio della fuga, emissari dell’Alto Comitato arabo sollecitarono la popolazione a continuarla. I dati attuali non confermano, invece, la tesi poi sostenuta da portavoce ebraici che la fuga sia stata promossa ab initio dall’Alto Comitato. È plausibile, d’altra parte, che la cosa non sia spiaciuta ai dirigenti arabo-palestinesi e dei paesi vicini, in quanto offriva loro una buona ragione per intervenire dopo la partenza dei britannici. All’inizio di maggio, però, alcuni Stati arabi e l’Alto Comitato cominciarono ad adottare contromisure. La Transgiordania, l’Alto Comitato e l’ELA esortarono ripetutamente la popolazione a restare dov’era e quanti erano fuggiti a tornare ai luoghi di provenienza – inutilmente. A sua volta la Haganah, come minimo dalla metà di maggio, adottò una politica volta a impedire quel ritorno, se necessario con la forza delle armi.


L’invasione panaraba del 15 maggio accrebbe la durezza dell’atteggiamento israeliano verso i civili arabo-palestinesi, per buone ragioni militari e politiche. Il 16 giugno il governo, senza un voto formale, decise d’impedire il ritorno dei profughi. Lo stato maggiore dell’IDF ordinò alle sue unità di contrastare con la forza il ritorno degli arabi. Nel contempo l’esercito, gli insediamenti e il dipartimento territoriale del Fondo nazionale ebraico presero una serie di iniziative aventi lo stesso obiettivo. I villaggi abbandonati furono spianati o minati oppure, dopo qualche tempo, riempiti di nuovi abitanti ebrei, come gli ex quartieri arabi delle città. I campi furono bruciati e i proprietari arabi rimasti furono costretti a vendere i terreni e ad andarsene; nuovi insediamenti furono creati in aree rurali ex arabe, e coloni ebrei cominciarono a coltivare i campi abbandonati.


Nella terza e nella quarta fase dell’esodo, nel giugno e nell’ottobre-novembre del 1948, circa 300.000 altri arabi accrebbero la schiera dei profughi, tra i quali i 60.000 abitanti di Lydda e Ramla espulsi dalle truppe dell’IDF. D’altra parte molti arabi di Nazareth poterono restare, forse per il timore di reazioni negative da parte degli Stati occidentali cristiani.


La propensione israeliana a cacciare gli arabi fu in parte compensata dall’inedita volontà dei palestinesi di non farsi cacciare. In ottobre gli abitanti dei villaggi della Galilea erano ormai al corrente della misera condizione economica e abitativa di gran parte dei profughi, e del fatto che il loro ritorno a casa era tutt’altro che imminente. Così, nella seconda metà della guerra le fughe «spontanee» furono assai meno comuni. In questo periodo l’esodo dipese in gran parte da cause chiare e dirette, dalla brutale espulsione ai maltrattamenti deliberati.


È chiaro che Ben-Gurion voleva nel nuovo Stato ebraico il minor numero possibile di arabi. Eppure, ancora non sarebbe esatto parlare di una sistematica politica di espulsione. Per quanto se ne sa, una politica siffatta non fu mai discussa, o decisa, negli incontri del governo o dello stato maggiore dell’IDF. Nondimeno le truppe israeliane, sia nei «dieci giorni» di luglio sia nelle operazioni Yoav e Hiram in ottobre-novembre, furono molto più inclini a espellere i palestinesi di quanto fossero state nella prima metà della guerra. Nell’Operazione Yoav, Allon ebbe cura di non lasciare praticamente nessuna comunità araba lungo la sua linea di avanzata. Nell’Operazione Hiram, nel nord, in cui le forze israeliane erano al comando di Mosheh Carmel, ci furono confusione e ambiguità. Nonostante la direttiva di Carmel del 31 ottobre di «favorire la partenza degli arabi»,370 alcune unità espulsero gli abitanti dei villaggi, altre li lasciarono rimanere. E anche se in generale si usò maggior durezza con gli arabi, vi furono casi di espulsioni e stragi in villaggi cristiani mentre molti abitanti arabi, come a Majd al-Kurum, poterono restare. D’altronde in novembre, quando per ragioni di sicurezza l’IDF «ripulì» una striscia di territorio di 10-15 chilometri di profondità lungo il confine col Libano, cristiani e arabi vennero trasferiti entrambi.


Ma anche dove le offensive delle forze armate e le espulsioni manu militari furono la causa immediata dell’esodo, è più giusto intendere quest’ultimo come il prodotto di un insieme di fattori e di un processo cumulativo. Il mercante di Haifa non partiva solo a causa degli attentati e dei cecchini, né solo perché gli affari andavano male, né perché «contagiato» dall’angoscia e dal bisogno di sicurezza di chi era già partito, né solo per sfuggire alle prepotenze delle bande di irregolari; non solo per il collasso di legge e ordine legato alla partenza dei britannici, né a causa degli attacchi della Haganah, né perché non sopportava l’idea di essere governato dagli ebrei. In realtà egli partiva quando l’effetto cumulativo di questi fattori superava la soglia critica. Anche nelle campagne le cause furono molteplici: l’isolamento in mezzo a gruppi d’insediamenti ebraici; la difficoltà di raggiungere i centri abitati arabi; l’insicurezza dovuta all’assenza di una vera leadership arabo-palestinese; lo scoraggiamento dovuto al disinteresse degli Stati arabi; le notizie, a volte fondate e a volte gonfiate o inventate dalla propaganda, di distruzioni e atrocità commesse dagli ebrei.


Dall’aprile 1948 in poi, lo yishuv fu oggetto di pressioni perché permettesse il ritorno dei profughi. Leader arabi e portavoce di vari gruppi (abitanti di Giaffa, maroniti della Galilea e così via) chiedevano il rimpatrio, così come varie personalità internazionali, compresi il conte Bernadotte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.


Le pressioni internazionali produssero due offerte israeliane di rimpatrio parziale nel quadro di un accordo di pace complessivo. Nel luglio 1949 Israele si disse pronto ad accogliere «100.000» profughi (65.000, tolti i già ritornati e quanti erano già in cammino), se gli Stati arabi fossero stati disposti ad accogliere gli altri e a concludere un accordo di pace. In alternativa, Israele era disposto a incorporare la striscia di Gaza e assorbire i 60.000 abitanti originari della striscia e altri 200.000 profughi. Così Israele avrebbe fatto, secondo i suoi rappresentanti, anche più del dovuto per risolvere un problema che – come i suoi portavoce non si stancavano di ripetere – non aveva causato. (Come Ben-Gurion amava dire ai suoi interlocutori occidentali, «Israele non ha espulso un solo arabo».)371


La proposta fu considerata dagli arabi di gran lunga insufficiente, e gran parte degli Stati vicini chiesero agli israeliani di riprendersi tutti i rifugiati. L’Egitto non era disposto a cedere la striscia di Gaza, suo unico guadagno territoriale nella guerra appena conclusa, anche se questo avrebbe liberato Il Cairo dal peso di una popolazione numerosa, ridotta in miseria e potenzialmente sovversiva. Negli anni seguenti gli stessi profughi respinsero i progetti miranti a trasferirli in paesi diversi. Essi volevano «tornare a casa», e gli Stati arabi – tranne la Giordania, che diede loro la cittadinanza – fecero poco per assorbirli, considerando essi e il loro dramma un’arma preziosa contro Israele. Questo a sua volta non li voleva, sia perché le case e i terreni da loro abbandonati erano serviti, o potevano servire, per accogliere altri ebrei, sia perché ne temeva il potenziale destabilizzante. Così, il problema restò una ferita aperta per il Medio Oriente e, in una certa misura, per il mondo intero.372

CAPITOLO 6

1949-1956

La pace mancata e la crisi di Suez

LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA Si era conclusa col consolidamento dello Stato israeliano, con l’umiliante sconfitta della coalizione araba, coi regimi degli Stati arabi scossi in modo più o meno grave e con il completo collasso della società arabo-palestinese.

Il nuovo Stato possedeva confini più o meno accettati sul piano internazionale, e verso i quali lo stesso mondo arabo era acquiescente. Ma in larga misura, soprattutto in corrispondenza della Cisgiordania e della striscia di Gaza, essi non seguivano nessuna struttura topografica naturale. E spesso separavano bruscamente gli arabi dalle zone di origine e dai familiari. Alcuni villaggi erano addirittura divisi in due da quei confini, una parte in Israele l’altra in Cisgiordania.

Israele era inoltre un incubo strategico: circondato da paesi ostili, le sue città erano entro il raggio di azione delle artiglierie nemiche e il suo territorio presentava una strozzatura larga una quindicina di chilometri tra la Cisgiordania e il mare. In teoria una ben condotta offensiva di mezzi corazzati poteva spezzare in due il paese (con una superficie di soli 20.000 chilometri quadrati) in meno di un’ora, e la popolazione israeliana considerava la sua patria altamente vulnerabile. La minoranza araba – 150.000 persone su una popolazione di 850.000-900.000 – era considerata, con buone ragioni, un’incognita nel migliore dei casi, una possibile quinta colonna nel peggiore. I paesi arabi conducevano una guerra incessante contro la nuova nazione sul piano economico, diplomatico e propagandistico. Gli egiziani proibirono il transito nel Canale di Suez alle navi israeliane, ponendo le premesse del successivo blocco di Eilat. Ogni tanto si verificavano incidenti di confine, anche se nell’insieme gli Stati arabi li evitarono, non foss’altro che per timore di rappresaglie israeliane.

L’attenzione del governo era concentrata sul consolidamento economico e l’assorbimento, nel minor tempo possibile, del maggior numero di immigrati ebrei. Ben-Gurion riteneva che il raggiungimento di una certa consistenza demografica fosse indispensabile alla sopravvivenza del paese, e un massiccio afflusso nei tre anni successivi al conflitto portò al raddoppio della popolazione ebraica. Con l’aiuto degli ebrei americani, i 650.000 ebrei israeliani riuscirono ad alloggiare, nutrire, addestrare e assumere altri 700.000 connazionali. Erano quasi tutti privi di mezzi, e spesso psicologicamente traumatizzati. Molti degli immigrati dal mondo musulmano erano analfabeti e privi delle risorse personali necessarie a integrarsi in un paese moderno dallo stile di vita quasi europeo. I nuovi arrivati si stabilirono nei quartieri abbandonati dagli arabi, o fondarono insediamenti in regioni poco popolate presso i confini e nell’entroterra. Nel 1949-50, gran parte dei campi, dei vigneti e dei frutteti già arabi furono curati e coltivati dagli abitanti dell’ultima generazione di kibbutzim e insediamenti.

Nell’estate del 1948, i profughi arabi – spinti dalla miseria, dalla nostalgia e dallo spirito di rivalsa – cominciarono a sconfinare in gran numero in Israele. Molti agricoltori cisgiordani provenienti da circa 80 villaggi che avevano terreni dalla parte israeliana della nuova «frontiera» la attraversavano per coltivare «i loro campi», anche se questi erano utilizzati in misura crescente da coloni israeliani. Problemi analoghi sorsero con l’istituzione delle DMZ dal lato israeliano del confine con l’Egitto e la Siria, sulle quali nessun paese vantava una sovranità riconosciuta. Gli anni ’50 furono caratterizzati da scontri frequenti per il controllo di queste zone.

Ma fu soprattutto la ferita aperta dei profughi palestinesi a tenere in vita il risentimento arabo. La loro massiccia presenza era un promemoria dell’umiliazione araba e della presunta ingiustizia degli ebrei, e lo spunto per sempre nuove iniziative anti-israeliane. Dei circa 700.000 rifugiati, più o meno la metà era in Giordania, per lo più nella sponda occidentale; 200.000 affollavano la striscia di Gaza; 100.000 erano in Libano, e più di 60.000 in Siria. Circa metà di loro avevano trovato sistemazione nelle città e nei villaggi, gli altri nello squallore dei campi profughi.

Gli esuli dalla Palestina erano un fattore di destabilizzazione. Diventarono un punto di riferimento per lo scontento sociale e politico, e in qualche caso i tessitori di trame rivoluzionarie contro i regimi arabi. Palestinesi come George Habash e Wad‘a Haddad, entrambi marxisti, nel 1949-50 a Beirut furono tra i fondatori del movimento Kawmuyun al-‘Arab, radicale e panarabo. In Libano l’indebolimento dei vecchi equilibri politici causato dall’ondata di profughi sarebbe sfociato, a partire dal 1975, nella guerra civile.

La minaccia allo status quo fu grave e prolungata anche in Giordania, dove i profughi erano in assoluto più numerosi. Dopo la conquista e l’annessione hascimita della sponda occidentale, i palestinesi – profughi e no – costituirono il 70% della popolazione del regno. La Giordania trattò i palestinesi più generosamente di qualunque altro Stato arabo, concedendo loro la cittadinanza (mentre quasi tutti gli abitanti dei campi siriani, libanesi e della striscia di Gaza restarono apolidi, e così i loro discendenti). Ma i palestinesi della Giordania diventarono una maggioranza frustrata. Essi furono in gran parte esclusi dall’arruolamento nelle unità combattenti della Legione araba e dai livelli elevati della burocrazia civile. Il loro risentimento verso gli hascimiti condusse infine, il 20 luglio 1951 nella moschea gerosolimitana di al-Aqsa, all’assassinio di ‘Abdallah da parte di seguaci di Husayni.

La guerra e le sue conseguenze furono traumatiche anche per gli altri paesi arabi. In Egitto, in un periodo di inquietudine, un gruppo di giovani ufficiali delle forze armate – in gran parte veterani della guerra in Palestina – il 22 luglio 1952 effettuò un colpo di Stato, cacciando re Faruq e la sua corte e istituendo un regime repubblicano rivoluzionario. In Siria l’esercito rovesciò il primo ministro Khalid al-‘Azm e assunse il potere nel marzo 1949. Il colpo di Stato fu solo l’inizio di un lungo periodo di dominio militare e instabilità; i pronunciamenti si susseguirono per due decenni a ritmo quasi annuale.1

I leader e i media arabi parlavano, ora esplicitamente ora in modo velato, della possibilità di una «rivincita», o di «cancellare le conseguenze dell’aggressione sionista», o di «raddrizzare i torti commessi in Palestina». Fino al 1955 non fecero nessun preparativo evidente, ma molti israeliani temevano che i piani fossero in gestazione, e alcuni ritenevano che si sarebbe dovuto colpire per primi, quando gli arabi erano ancora impreparati. Personalità chiave quali David Ben-Gurion, primo ministro del nuovo Stato, e Moshe Dayan, uno dei più influenti generali dell‘IDF almeno dal 1949, pensavano che la guerra del ’48 avrebbe dovuto concludersi con l’occupazione israeliana dell’intero paese dal Giordano al Mediterraneo, e che si era persa una grande occasione di far risorgere Israele entro i suoi confini naturali. Settori importanti della società, in primo luogo i partiti Achdut Ha‘Avodah (socialista) e Cherut (revisionista), non avevano rinunciato al sogno del dominio ebraico sull’intera Terra Promessa; mentre molti militari pensavano che ciò fosse necessario per dare al paese frontiere realmente difendibili.2 Numerosi politici e generali, Dayan incluso, non nascondevano di sperare che l’esercito avesse prima o poi l’occasione di completare la sua missione storica, correggendo i confini (ed espellendo quanto restava della problematica minoranza araba). In effetti, essi cercarono più volte di porre le premesse di un «secondo round», e infine nel 1955-56 riuscirono nell’intento.

Ma tra il 1949 e il 1956 non tutto, in Medio Oriente, congiurava per un nuovo conflitto. Quello del 1948 aveva avuto un costo elevato per entrambe le parti, e né la popolazione araba né quella ebraica erano ansiose di spargere altro sangue. Inoltre nel mondo arabo il trauma della sconfitta, seguito in alcuni casi dal crollo del vecchio ordine sociale, inaugurò una fase socialmente e politicamente fluida che poteva fare il gioco della pace; la situazione postbellica non si era ancora solidificata nel duro stampo dell’intransigenza e bellicosità permanenti.

Agli occhi degli arabi Israele appariva una potenza sui generis, che godeva della simpatia delle superpotenze e dell’ebraismo mondiale (di solito da essi immaginato come un’entità molto più unanime e potente di quanto fosse in realtà). Forse, ammonivano alcuni, l’idea di cancellare lo Stato ebraico era irrealizzabile; forse bisognava trovare con esso una forma di convivenza. E forse – aggiungevano altri, compreso il monarca giordano – la situazione presente era sempre meglio delle alternative: una Palestina in mano agli Husayni o agli egiziani.

Durante la primavera e l’estate del 1949, sotto gli auspici della Commissione per la riconciliazione in Palestina (Palestine Conciliation CommissionPCC), rappresentanti degli Stati arabi e di Israele si riunirono a Losanna e iniziarono trattative indirette tramite mediatori della PCC. Ma il divario tra le rispettive posizioni si dimostrò troppo ampio. L’opinione pubblica israeliana – «ebbra di vittoria», nella definizione di Ben-Gurion alla riunione di Gabinetto del 19 dicembre 1948 –3 non era disposta né a restituire i territori conquistati a caro prezzo né a permettere il ritorno dei profughi, le due richieste fondamentali della parte araba. La proposta di accogliere tra 65.000 e 100.000 rifugiati fu – come previsto a Tel Aviv – nettamente respinta, e la conferenza si concluse in settembre con un totale fallimento.4

Gli israeliani – e la PCC – si erano accorti di una tendenza dei delegati arabi, nelle riunioni multilaterali, a convergere sulle posizioni più intransigenti espresse nell’ambito della loro delegazione. Per lo meno a Tel Aviv si era quindi concluso che negoziati bilaterali e riservati fossero più propizi a un compromesso.

Israele e Giordania, 1948-1951

TRA I LEADER ARABI RE ‘ABDALLAH era stato un’eccezione nell’adottare in modo coerente un atteggiamento conciliante. In effetti, negli anni ’20 e ’30 egli aveva ricevuto dall’Agenzia ebraica finanziamenti generosi quanto discreti,5 e nel 1946-48 aveva accettato, sia pure con qualche ambiguità, di limitare le operazioni della Legione araba in Palestina alle aree abitate da arabi e di evitare un conflitto giordano-israeliano. Nondimeno la Giordania era l’unico Stato arabo uscito dalla guerra non solo senza l’onta della sconfitta, ma con significativi guadagni territoriali. Ora ‘Abdallah e gli ebrei ripresero il loro dialogo segreto, questa volta avendo per obiettivo un vero trattato di pace.

I leader israeliani, il primo ministro Ben-Gurion e il ministro degli Esteri Sharett, riconobbero che Amman voleva davvero la pace. Ma non altrettanto potevano dire di se stessi, perché la pace aveva un prezzo. Come osservò Sharett nel rapporto sul suo incontro col sovrano hascimita, il 5 maggio 1949: «La Transgiordania ha detto: siamo pronti per una pace immediata. Abbiamo risposto: anche noi vogliamo la pace, ma non possiamo correre, dobbiamo camminare».6

All’inizio ‘Abdallah chiese il ritorno di Giaffa, Lydda e Ramla (tutte destinate alla sovranità arabo-palestinese in base alla Risoluzione ONU del 1947) sotto il controllo arabo. Gli israeliani rifiutarono, e chiesero a loro volta il saliente di Latrun, controllato dalla Legione araba, e alcune aree intorno a Gerusalemme. Alla fine del 1949 ‘Abdallah aveva ridotto le proprie richieste principali a un tratto di territorio largo un paio di chilometri dalle colline di Hebron al Mediterraneo, all’altezza di Gaza o di Ascalona. Gli israeliani controproposero di dare alla Giordania uno sbocco sul Mediterraneo, ma senza sovranità sul corridoio. Passarono i mesi e infine gli israeliani concessero un corridoio di 50-100 metri di larghezza. Ma era troppo tardi; lo spazio di manovra politico di ‘Abdallah si era ridotto, ed egli non era più in grado di superare l’opposizione dei suoi ministri a un trattato che comportava, da parte di Israele, concessioni pressoché irrilevanti.

Nel febbraio 1950 la Giordania propose, in luogo di un vero trattato di pace, un patto quinquennale di non belligeranza, e una bozza cominciò a essere stesa da rappresentanti delle due parti. Ma ‘Abdallah appariva poco convinto, e finì col sospendere i negoziati. C’era troppa opposizione ad Amman, e forse un simile accordo gli sembrava impresentabile tanto ai suoi sudditi (ormai in gran parte palestinesi) quanto agli altri leader arabi. Anche Israele, d’altra parte, stava riesaminando la sua utilità. Forse sarebbe stato meglio far pace innanzitutto con l’Egitto; e forse conveniva sconfiggere la Giordania e spartire il suo territorio coi paesi arabi vicini, anziché puntellare l’«innaturale» regno di ‘Abdallah con un trattato di pace.7 ‘Abdallah morì nel luglio 1951 – e con lui ogni speranza di una sollecita pace con la Giordania.8 La rigidità negoziale d’Israele dopo il conflitto del ’48 dipese in parte dal suo successo nello stringere gli accordi armistiziali. Il fantasma della guerra era stato spinto lontano, oltre l’orizzonte dei problemi urgenti; perché andare in cerca di un trattato che avrebbe implicato concessioni importanti? A un giornalista americano in visita, Ben-Gurion dichiarò nel luglio 1949: «Non c’è fretta, potrei aspettare dieci anni. Al momento, non siamo sotto pressione».9

Per gli israeliani, le preoccupazioni e gli interessi più urgenti erano altri: assorbire e alloggiare i nuovi immigrati, creare e consolidare le infrastrutture dello Stato, espandere l’economia.10 I territori rivendicati da ‘Abdallah e dagli altri leader arabi erano proprio quelli che servivano per gli immigrati. Nell’aprile 1949, prima ancora della firma degli accordi armistiziali, Ben-Gurion aveva dichiarato: «La prima cosa è l’assorbimento degli immigrati… per molti anni, finché… [nel mondo arabo] non ci sarà un regime che non rappresenti una minaccia per la nostra esistenza… La sorte dello Stato dipenderà dall’‘aliyah… Sarà l’‘aliyah a determinare la nostra posizione nei negoziati». La priorità di Ben-Gurion non era la pace, ma l’incremento della popolazione israeliana. Della pace gli importava soprattutto se, e in quanto, utile a quell’incremento, che a sua volta avrebbe aumentato la sicurezza e la forza del paese.11

Se Israele non era disposto a pagare un prezzo per la pace, «minimo o massimo», nelle parole del suo negoziatore a Losanna, Elias Sasson,12 i leader arabi si dimostrarono incapaci di resistere alla pressione combinata dei colleghi «falchi», delle élite politiche nazionaliste e dell’opinione pubblica. Tanto meno potevano farlo senza ricevere contropartite – e non ce n’era alcuna in vista. «Potrei fare accettare la pace elencando le concessioni da parte degli ebrei. Ma senza concessioni, sarebbe una battaglia persa in partenza», dichiarò ‘Abdallah tre settimane prima di venire assassinato.13

La proposta di pace di Za‘im, primavera 1949

IL 30 MARZO 1949 IL COLONNELLO Husni Za‘im, capo di stato maggiore dell’esercito siriano, prese il potere a Damasco con un colpo di Stato incruento. Il 14 agosto fu a sua volta spodestato – e giustiziato – da un altro gruppo di militari. Durante il suo breve regime, Za‘im propose a Israele un accordo di pace separato.

A metà aprile, poco dopo l’inizio dei colloqui armistiziali tra Siria e Israele, Za‘im chiese un incontro con Ben-Gurion per negoziare un accordo di pace. «Vogliono firmare immediatamente la pace, non un semplice armistizio, e procedere subito allo scambio degli ambasciatori», comunicò Yigael Yadin durante una riunione di autorità israeliane, il 19 aprile.14 Za‘im era pronto a dare e ottenere, purché – come spiegò a un diplomatico americano – «non… gli si chiedesse di concedere tutto mentre l’altra parte conservava tutto ciò che aveva». In particolare, propose di assorbire tra 250.000 e 500.000 profughi palestinesi, purché l’Occidente coprisse le spese per la loro sistemazione e per i relativi progetti di sviluppo. In cambio Israele avrebbe dovuto accettare che il confine tra i due Stati passasse a metà del Giordano e del mare di Galilea invece di seguire la vecchia frontiera siriano-palestinese, che passava lungo la sponda orientale del Giordano e poco a est del mare di Galilea lasciando l’uno e l’altro completamente all’interno della Palestina-Israele. La Siria si sarebbe ritirata dal saliente di Mishmar HaYarden, a ovest del fiume, e avrebbe ricevuto la sponda orientale del mare di Galilea (la «striscia ‘Ain Gev-HaOn») e metà delle sue acque, come metà delle acque del Giordano.

Ben-Gurion si rifiutò d’incontrare Za‘im (come in precedenza si era rifiutato d’incontrare ‘Abdallah) ed escluse qualunque concessione territoriale e di risorse idriche. La Siria, sostenne, doveva riconoscere la frontiera esistente, ritirarsi dal saliente e firmare un accordo di armistizio; in seguito, israeliani e siriani avrebbero potuto parlare di pace. In un irritato telegramma a Washington, l’ambasciatore americano a Damasco concluse:

A meno di far capire a Israele che non può avere la botte piena (i confini della Risoluzione ONU sulla divisione) e la moglie ubriaca (le aree conquistate in violazione della tregua, Gerusalemme, e la sistemazione dei profughi fuori dal suo territorio), esso rischia di scoprire di aver vinto la guerra di Pal[estina] e perso la pace. Dovrebbe essere chiaro che la continua insistenza dello Stato ebraico per avere più di quanto gli spetti indurrà lentamente (e forse inesorabilmente) i paesi arabi a prepararsi a una lunga prova di forza (sul piano politico ed economico, benché non ancora su quello militare).15

La risposta di Ben-Gurion segnò la sorte dell’iniziativa di Za‘im.16 L’accordo di armistizio, che accoglieva molte delle richieste territoriali israeliane compreso il ritiro siriano dal saliente, fu firmato il 20 luglio. Un tentativo israeliano di riallacciare i contatti non ebbe successo e due settimane più tardi Za‘im era morto.

È possibile, d’altra parte, che i leader israeliani abbiano visto nella sua proposta solo un espediente per guadagnare territorio e risorse idriche. L’ufficiale siriano non godeva di buona reputazione né in patria né all’estero. In esilio a Parigi prima della guerra ebbe ripetuti contatti con funzionari sionisti e americani – e a quanto pare era considerato da entrambi una sorta d’informatore. Nell’assumere la presidenza si promosse maresciallo, vantaggi economici inclusi, e pare che avesse assicurato alla moglie: «Un giorno sarai regina».17 Ben-Gurion non nutriva per lui né stima né simpatia, e pare che lo avesse definito «un piccolo Mussolini».18 Non gli era sfuggito, peraltro, il fatto che «per qualche ragione… vuole avere buone relazioni con noi».19 Ma era infastidito (o fingeva di esserlo) proprio da quei tratti del suo carattere – il pragmatismo e la mancanza di forti convinzioni – che lo spinsero ad «aprire» a Israele.

Ovviamente, la sincerità e serietà di Za‘im non erano il punto principale. La leadership israeliana non era disposta a discutere la cessione di territorio e risorse idriche per scongiurare una nuova guerra. Come nelle trattative con ‘Abdallah, essa dimostrò una singolare rigidità di pensiero, certa che gli arabi avrebbero finito col firmare trattati di pace anche in assenza di concessioni da parte dello Stato ebraico, e che fino a quel momento gli accordi armistiziali sarebbero stati sufficienti.

Inoltre, Ben-Gurion aveva preso praticamente da solo le decisioni cruciali. Tranne Sharett nessun ministro aveva saputo della proposta di Za‘im, e l’opinione pubblica fu lasciata totalmente all’oscuro.20

Israele ed Egitto, 1948-1952

IN QUESTO PERIODO ci furono anche segreti e intermittenti contatti israeliano-egiziani per delineare la cornice di un possibile accordo di pace. Dapprima i rappresentanti di re Faruq chiesero che Israele rinunciasse a tutto il Negev o a gran parte di esso (una condizione che mirava implicitamente al ripristino della continuità territoriale del mondo arabo). La risposta israeliana fu negativa, la posizione di Ben-Gurion essendo già quella da lui illustrata qualche anno dopo in un telegramma a Sharett: «Israele non discuterà alcun accordo di pace che comporti concessioni territoriali. Gli Stati confinanti non meritano alcuna porzione della Terra d’Israele… Lo scambio al quale siamo pronti è quello di pace contro pace».21

Altri sondaggi furono compiuti dall’Egitto nel settembre-ottobre 1948, durante la seconda tregua. Il 21 settembre Kamal Riyad, un funzionario della corte di Faruq, s’incontrò a Parigi con Elias Sasson, del ministero degli Esteri israeliano, e sondò la disponibilità di Tel Aviv alla firma di una pace separata. Sasson preparò una bozza di trattato in 14 punti e la inviò a Riyad, che la trasmise al Cairo. Gli egiziani fecero capire che avrebbero voluto il Negev, ma Ben-Gurion chiuse lo spiraglio con questioni di dettaglio – e intanto fece approvare dal governo, il 6 ottobre, la ripresa dell’offensiva contro gli egiziani (l’Operazione Yoav). Può darsi che l’iniziativa egiziana gli sia parsa insincera, e volta solo a ritardare l’attesa offensiva dell’IDF. In ogni caso, ancora una volta tenne la questione per sé anziché renderne partecipe il governo.22

All’inizio di novembre, con l’Operazione Yoav quasi ultimata, Il Cairo rinnovò l’apertura diplomatica, manifestando interesse per trattative di armistizio a condizione di poter conservare la striscia di Gaza e il Negev, o almeno una sua parte significativa. Questa volta la questione fu sottoposta al governo, ma Ben-Gurion, e a quanto pare la maggioranza dei ministri, furono contrari all’ipotesi che l’Egitto conservasse una parte della Palestina e i negoziati furono sospesi. Nel dicembre 1948-gennaio 1949 l’IDF lanciò l’Operazione Horev, costringendo gli egiziani a lasciare l’intera Palestina, con l’eccezione della striscia di Gaza.23

Dopo che Israele e l’Egitto ebbero firmato l’accordo generale di armistizio, il 24 febbraio, funzionari dei due paesi s’incontrarono periodicamente in segreto, spesso a Parigi. Gli egiziani rinnovarono con insistenza la richiesta del Negev in cambio della pace.24 Nei due anni seguenti, fino alla rivoluzione del luglio 1952, i loro negoziatori, sia pure con cortesia, si rifiutarono sempre di affrontare la questione di un trattato di pace, sostenendo che la delicata posizione dell’Egitto nel mondo arabo non permetteva un così drastico cambiamento di rotta nei confronti dello Stato ebraico.25 Ma l’immobilismo egiziano dipendeva anche dalla consapevolezza che Israele non intendeva recedere dalla nota posizione del «nessuna concessione territoriale», espressa con fermezza già durante i contatti del 1949-50.

La situazione cambiò, o sembrò cambiare, profondamente con la detronizzazione di Faruq e l’insediamento della giunta del Movimento dei liberi ufficiali. Il Consiglio del comando rivoluzionario (CCR), presieduto dal generale Muhammad Najib, fu presto dominato dal colonnello Nasser, futuro primo ministro e poi presidente della Repubblica.

Era possibile che i Liberi ufficiali, che si dicevano modernizzatori, progressisti e socialisti, si spingessero dove i predecessori non avevano osato? Un filone del pensiero politico israeliano riteneva impossibile una pace stabile tra Israele e i regimi arabi più conservatori; solo regimi più aperti, appoggiati dalla popolazione e perciò preoccupati del suo benessere, avrebbero cercato la coesistenza pacifica col nuovo Stato mediorientale.

Nell’agosto 1952 Ben-Gurion, parlando alla Knesset, salutò con favore la deposizione di Faruq ed estese ufficialmente al nuovo regime la proposta di aprire trattative di pace, sostenendo che tra l’Egitto e Israele non esisteva alcun inevitabile conflitto d’interessi. Nel contempo furono avviati colloqui riservati con rappresentanti egiziani a Parigi. In un memorandum interno del ministero degli Esteri israeliano si legge: «Non consideriamo ostile il regime di Najib… Il rovesciamento di Faruq ha allontanato dall’arena uno dei principali fautori della rivincita nei confronti d’Israele… Non si deve dare per scontato che il nuovo regime… punti a una ripresa delle ostilità contro Israele per avere una seconda chance [di vittoria]».26

Nei primi due anni della sua esistenza, il CCR dimostrò scarso interesse per lo Stato ebraico. Nei discorsi ufficiali, i membri della giunta si attennero alla posizione di rifiuto tipica di quasi tutto il mondo arabo, ma lungo il perimetro della striscia di Gaza ci fu un’apprezzabile riduzione degli incidenti. I sondaggi di pace israeliani furono ignorati, ancorché con buone maniere. All’inizio del 1953 l’Egitto informò in segreto il proprio vicino ebraico che per il momento si preferiva attenersi allo status quo di «né pace né guerra»; l’emissario egiziano, ‘Abd al-Rahman Sadiq, disse che il CCR era diviso sull’argomento: Nasser e il generale ‘Abd al-Hakim ‘Amir erano per il dialogo, ma altri, come Anwar Sadat e Salah Salem, si opponevano a qualunque iniziativa di pace. Perciò la situazione era immobile, anche se l’appoggio israeliano avrebbe aiutato Il Cairo a ottenere il ritiro britannico dalla zona del Canale e l’assistenza economica degli Stati Uniti. D’altra parte Israele pose importanti condizioni per l’avvio di negoziati ufficiali: garanzie circa il libero transito nel Canale delle navi israeliane e delle merci dirette in Israele, la fine del boicottaggio economico e un più puntuale rispetto degli accordi armistiziali.

Nel 1953-54 il primo ministro Sharett (Ben-Gurion essendosi temporaneamente ritirato a vita privata) e Nasser si scambiarono messaggi riservati (quello di Nasser giunse non firmato) in cui si esprimeva il desiderio di giungere a una «soluzione pacifica». Ma non ne scaturì alcun progresso in quella direzione, tanto meno un dialogo pubblico e ufficiale. L’atteggiamento di Nasser era ambiguo. Come molti arabi, si era sentito personalmente umiliato dalla sconfitta del 1948 (tra l’altro era stato intrappolato dall’IDF nella «sacca di Faluja»); e lo infastidiva che nel cuore del mondo arabo fosse nato uno Stato ebraico che ne interrompeva la continuità territoriale. La Palestina, scrisse nel 1953, era «una dimora sottratta illegalmente ai proprietari», e Israele un «frutto dell’imperialismo».27 Ma rispettava la forza d’Israele e capiva che era in Medio Oriente per restarci, almeno nel breve periodo. Nel gennaio 1955 pubblicò un saggio sull’argomento in «Foreign Affairs», affermando tra l’altro: «La politica d’Israele è aggressiva ed espansionista… Comunque, non vogliamo scatenare alcun conflitto. Non c’è posto per la guerra nella politica costruttiva da noi intrapresa per migliorare la condizione del nostro popolo. Molti compiti ci attendono in Egitto… Una guerra ci farebbe perdere… gran parte di quello che vogliamo conseguire».28

Nella seconda metà del 1954 e all’inizio del 1955, l’atteggiamento di Nasser verso Israele s’irrigidì sensibilmente – così come l’atteggiamento di Ben-Gurion verso l’Egitto – fino alla vera e propria ostilità. Nel corso del 1955 i contatti diretti – benché molto riservati – tra israeliani ed egiziani furono sostituiti dalla mediazione di terzi, sotto forma di una serie di funzionari, uomini d’affari e personalità religiose. La tensione tra i due paesi, dovuta in parte a incidenti di confine, in parte a provocazioni israeliane come l’affare Bat Galim e l’affare del sabotaggio Eseq bish (vedere più avanti), impedì contatti diretti o almeno produttivi.29

La più ampia, prolungata e determinata mediazione fu il Progetto Alfa, un’iniziativa anglo-americana del 1955. L’obiettivo era un accordo di pace israeliano-egiziano (o qualcosa che gli si avvicinasse il più possibile), in cui Israele avrebbe dovuto cedere tutto il Negev meridionale, o la maggioranza di esso, assorbire una parte dei profughi, e indennizzare gli altri. Le potenze mediatrici avrebbero garantito il rispetto degli accordi e, per rendere più allettante la prospettiva, fornito assistenza economica e militare all’Egitto.

La risposta di Nasser consisté nel chiedere tutto il Negev, quella d’Israele nell’escludere sia cessioni di territorio sia il rimpatrio di un numero significativo di profughi. Le potenze mediatrici suggerirono allora un compromesso basato sulla cessione da parte di Israele di due triangoli «combacianti» nel Negev meridionale, tali da collegare Egitto e Giordania senza precludere a Israele l’accesso a Eilat e al golfo di Aqaba (eventualmente tramite una galleria o un ponte). Egitto e Israele respinsero l’ipotesi (anche se a un certo punto il primo, sia pure ufficiosamente, rinunciò alla condizione del rimpatrio dei profughi). Da quel momento Alfa languì e finì con l’essere accantonato. Entrambe le potenze mediatrici avevano sottovalutato quanto fosse profonda l’avversione israeliana a qualunque concessione territoriale.30 Alla fine del 1955 un nuovo urto tra Egitto e Israele sembrava ormai quasi inevitabile; la crisi di Suez del 1956 ne fu la conferma.

I documenti israeliani e occidentali indicano che una finestra di opportunità per una pace tra Israele e alcuni Stati vicini esistette certamente tra la fine del 1948 e il luglio 1952. Ma essa non fu sfruttata, o lo fu in misura molto ridotta, perché da un lato Israele non fu disponibile a concessioni significative, dall’altra i leader arabi erano troppo condizionati dalle nazioni vicine e dalle loro opinioni pubbliche per puntare decisamente sulla pace a dispetto della rigidità della parte ebraica.

I documenti indicano con chiarezza che ‘Abdallah era sinceramente interessato alla pace e che i leader israeliani l’avevano compreso. La Siria di Za‘im era un interlocutore meno affidabile, ma anche Za‘im, benché meno convinto di ‘Abdallah, era pronto a raggiungere un accordo. L’atteggiamento egiziano fu il più ambiguo. Dopo il 1948 re Faruq fu tiepido nel migliore dei casi, mentre alcuni membri della corte e alcune autorità dello Stato incontrarono in segreto emissari israeliani per discutere questioni di comune interesse, e alcune possibilità di trattato o accordo di coesistenza. Ma nell’insieme, l’impressione è che né il regime di Faruq né quello del CCR fossero davvero pronti alla pace.

È difficile dire se i leader arabi avrebbero approfittato di una maggiore disponibilità israeliana o si sarebbero tirati indietro all’ultimo momento; e poi, quanto sarebbero durati gli accordi di pace se fossero stati firmati? La sola certezza è che nel periodo in discussione si delinearono un certo numero di ipotesi di accordo, ma poiché gli arabi erano solo disposti a scambiare impegni di pace con concessioni territoriali e no, e gli israeliani solo gli impegni di pace con altri impegni di pace, alla fine lo stato di belligeranza tra Israele e i suoi vicini restò intatto.

I regimi arabi – tutti di tipo dittatoriale o, nei casi migliori, paternalistico – tennero i cittadini all’oscuro delle ipotesi anzidette. E nessun archivio arabo si rese accessibile agli storici. In Israele, retto da istituzioni democratiche, la situazione era diversa: per decenni Ben-Gurion e i governi successivi mentirono all’opinione pubblica israeliana sulle ouvertures del dopo ’48 e sulla disponibilità degli arabi alla trattativa. I leader arabi (tranne forse il solo ‘Abdallah) furono dipinti, singolarmente e nell’insieme, come irrazionali guerrafondai pronti a tutto per distruggere Israele. Ma dagli archivi israeliani aperti di recente scaturisce un quadro molto più complesso.

Un post scriptum vagamente surreale (a leggerlo oggi) fu aggiunto da Ben-Gurion al problema della pace «mancata» in un discorso alla Knesset dell’agosto 1952:

Per tutta la vita e fino a oggi, in quanto sionista e in quanto ebreo, ho considerato la pace e l’intesa con gli arabi un bene fondamentale e primario… Considererei una colpa grave non solo contro questa, ma contro le future generazioni, non fare tutto il possibile per giungere alla comprensione reciproca coi nostri vicini arabi, e dare motivo ai nostri discendenti di biasimare il governo israeliano per non aver sfruttato anche la più piccola occasione di pace… Non vorrei essere la persona che i nostri nipoti e bisnipoti accuseranno di avere negletto, in un momento qualsiasi, una possibilità di pace tra arabi e israeliani.31

Il problema degli sconfinamenti

D’ALTRONDE LA PARTE PIÙ SOSTANZIOSA delle relazioni arabo-israeliane nel ’49-56 non consistette in questi gracili tentativi di giungere a una pace stabile, ma in una conflittualità incessante anche se generalmente «a bassa intensità». I leader e i media di entrambe le parti diffondevano propaganda e annunci minacciosi, e il mondo arabo serrò i ranghi per sferrare una massiccia offensiva politica volta a dipingere Israele come uno Stato-paria e a indurre il resto del mondo a trattarlo di conseguenza. Gli arabi negavano lo Stato ebraico nella sua esistenza di fatto e di diritto; capi politici e scrittori non usavano la parola «Israele»; le carte topografiche non riproducevano la regione corrispondente o la chiamavano «Palestina». Le frontiere erano chiuse a tutto il traffico da e per Israele e a chiunque avesse visti israeliani sul passaporto. Gli Stati arabi votavano in blocco contro Israele in tutte le sedi internazionali, e rifiutavano ogni coinvolgimento con esso nelle iniziative culturali e sportive. Iniziarono inoltre un rigido boicottaggio economico, compresa la chiusura da parte dell’Egitto del Canale di Suez e degli stretti di Tiran sia alle navi israeliane sia a quelle di paesi terzi con specifici prodotti (tra i quali il petrolio) destinati a Israele, e decretarono la messa al bando delle società che commerciavano con Israele.32

La più pericolosa ed evidente espressione di animosità erano gli scontri di confine. Gran parte della tensione alle frontiere era causata da clandestini arabi. Gli sconfinamenti, le sparatorie, l’occasionale morto israeliano e le conseguenti rappresaglie risvegliavano e aumentavano l’ostilità tra i due campi, in un crescendo che sfociò nel conflitto del 1956.

Lungo il confine israeliano-libanese gli sconfinamenti erano rari, e quasi inesistenti lungo quello israeliano-siriano. Lungo la linea Negev-Sinai, dove gli insediamenti erano pochi, i beduini sconfinavano in entrambi i sensi per esigenze stagionali di pascolo o in seguito a furti di bestiame e altri contrasti tribali; ma lungo i confini con la striscia di Gaza e la Cisgiordania massicce violazioni della frontiera si verificarono fin dal 1948, durante la prima tregua. Nel 1949-54 si contarono da 10.000 a 15.000 incidenti all’anno, ridottisi a 6.000-7.000 all’anno nel 1955-56. Nel 1948-49 molti clandestini andavano a mietere campi passati sotto il controllo israeliano, o riprendevano a coltivare gli appezzamenti da cui erano fuggiti, o tentavano di recuperare beni di loro proprietà. Molti altri varcarono il confine nella speranza di tornare nei vecchi villaggi, o per stabilirsi altrove in Israele, o per far visita ai parenti, o per dare un’occhiata alle case e ai campi che avevano abbandonato.

Negli anni seguenti la grande maggioranza penetrava in Israele per rubare cereali, materiali per l’irrigazione, animali da cortile e altri beni dei coloni ebrei, o per pascolare le greggi. Alcuni introducevano nel paese posta o beni di consumo – alcune merci, per esempio i capi di abbigliamento beduini, erano spesso introvabili in Israele, mentre tra questo e gli Stati confinanti non funzionava recapito della corrispondenza. Alcuni attraversavano il territorio israeliano solo per recarsi da un territorio arabo a un altro (per esempio dalla striscia di Gaza alla Cisgiordania o viceversa).

Per lo più i clandestini erano disarmati, anche se il numero degli armati crebbe costantemente dopo il 1950, in larga misura per reazione alle maniere forti dell’IDF. Molte vittime israeliane degli sconfinamenti erano uccise accidentalmente durante incursioni a scopo di furto o contrabbando. Della trentina di israeliani uccisi dai clandestini nel 1952, 17 erano guardie private, due agenti di polizia.33

Solo una piccola minoranza di clandestini, senza dubbio inferiore al 10%, mirava a colpire civili o a sabotare obiettivi israeliani. Tra costoro, alcuni erano spinti da sete di vendetta personale, altri erano seguaci dell’ex muftì in esilio, Hajj Amin al-Husayni, e i loro atti di violenza avevano un fine politico (per esempio provocare un nuovo conflitto tra Israele e Giordania). Tuttavia, nel 1954-56 l’ufficio di Gaza del servizio segreto militare egiziano inviò clandestini detti fedayin («coloro che si sacrificano») come rappresaglia per le incursioni israeliane nella striscia. Ufficiali giordani sembrano aver cominciato a reclutare i fedayin nel 1956. Inoltre, dal 1949 al 1956 gli eserciti arabi inviarono esploratori in Israele per raccogliere informazioni sulla sua difesa; qualche volta, questi attaccavano obiettivi israeliani.

Fino al 1955, ufficialmente gli Stati arabi condannavano gli sconfinamenti, e in generale tentarono di contrastarli. Ma le frontiere erano lunghe e innaturali, e le autorità arabe operavano con poca decisione e pochi mezzi. Non di rado gli infiltrati avevano l’appoggio di qualche autorità locale, civile o militare. Poteva accadere che l’appoggio fosse comprato, in particolare nel caso della Guardia nazionale giordana, una milizia di frontiera costituita nel 1950. Inoltre, funzionari e poliziotti arabi non trovavano nulla d’intrinsecamente sbagliato nel fatto che i palestinesi seminassero e mietessero in Israele, o derubassero gli israeliani o li danneggiassero in altre maniere: ai loro occhi Israele stesso era uno Stato immorale e fuorilegge, creato cacciando gli arabi dalla loro terra e occupando le loro case. E in ogni modo impedire gli sconfinamenti e punire i responsabili era impopolare in Giordania come a Gaza.

Le autorità israeliane capivano la posizione di quelle arabe. Come Dayan osservò nel 1955:

Non è facile per un governo arabo e per le sue forze [armate e di polizia] combattere gli sconfinamenti. La maggior parte degli arabi non considera una colpa derubare gli stranieri, e quanto a Israele, dopo la guerra d’indipendenza si sono aggiunti il risentimento e lo spirito di rivalsa… Per il poliziotto arabo non è facile replicare quando, accingendosi ad arrestare un arabo di Qalqilya tornato da Israele con una mucca, si sente chiedere: «Che t’importa se ho preso una mucca al kibbutz Ramat-HaKovesh?».34

Nondimeno, sia la Legione giordana che l’esercito egiziano cercarono d’impedire gli sconfinamenti. Più volte Glubb impose limitazioni ai contadini e ai villaggi delle zone di confine, e spesso i magistrati giordani punirono i responsabili degli sconfinamenti, anche se non con la severità auspicata dagli israeliani. Tra il dicembre 1950 e il febbraio 1952, secondo le statistiche giordane, furono processati e condannati 2.575 autori di sconfinamenti, le pene consistendo in ammende e brevi periodi di detenzione.35 Nel 1950-53 furono in vigore tra Israele e Giordania «accordi tra i comandi» di cooperazione militare locale nella repressione degli sconfinamenti. Nel 1949-50, lungo il confine israeliano-egiziano, i due paesi organizzarono una sorveglianza militare coordinata per contrastare il fenomeno.

Le principali rappresaglie dell’IDF in questo periodo furono spesso seguite da iniziative arabe contro lo sconfinamento. Dopo un’incursione dell’IDF contro il villaggio di frontiera di Qibya, in Cisgiordania, effettuata nell’ottobre 1953, la Legione schierò alcune unità lungo il confine per contrastare non solo le rappresaglie dell’IDF ma anche il transito illegale di arabi. D’altra parte la maggiore presenza dell’IDF e della Legione lungo il confine ebbe come quasi inevitabile corollario un maggior numero di scontri a fuoco. Quanto all’Egitto, le forze impiegate contro lo sconfinamento furono troppo scarse per dare risultati. «La politica [ufficiale] egiziana [contro gli sconfinamenti] non è applicata», comunicò il servizio segreto dell’IDF nel 1952.36 I funzionari locali e i reparti militari e paramilitari di frontiera erano quasi tutti palestinesi. Scriveva nel luglio 1954 il responsabile per la striscia di Gaza dei servizi segreti militari egiziani: «L’obiettivo principale della presenza militare lungo la linea di armistizio è impedire gli sconfinamenti, ma le truppe palestinesi incoraggiano chi li compie, e compiono esse stesse incursioni lungo la linea».37

Le accuse israeliane a Giordania ed Egitto di non reprimere gli sconfinamenti, ma di incoraggiarli e dirigerli, diventarono ordinaria amministrazione. Personalità israeliane, tra le quali Ben-Gurion, accusavano pubblicamente gli Stati arabi di usare gli sconfinamenti come forma di «guerriglia» contro Israele. Nelle parole di un rapporto interno israeliano, essi «disturbano la tranquillità; creano un’atmosfera da guerra in corso; [e] danneggiano [la nostra] economia, sia direttamente che indirettamente, a causa delle imponenti misure di sicurezza che rendono necessarie».38

Tra il 1948 e il 1956, circa 200 civili e varie decine di militari israeliani furono uccisi dai clandestini. Altre dozzine di soldati israeliani caddero durante le rappresaglie scatenate dalle incursioni arabe. Ogni anno i clandestini compivano furti o vandalismi per un valore medio di diverse centinaia di migliaia di lire israeliane, che lo Stato doveva rimborsare. L’insediamento cooperativo di Beit Arif, a est di Tel Aviv, così riassumeva i danni da sconfinamento nel giugno-novembre 1950: «La stagione agricola autunnale è stata compromessa… i raccolti di patate e cereali [sono stati] scadenti… [sono scomparse] tre mucche per un valore di 600 IL, un cavallo del valore di 100 IL, due capre per un valore di 50 IL, biancheria per 10 IL, condotti [per l’irrigazione] per 1.610 IL». Secondo i rapporti di polizia, nel 1952 i clandestini rubarono o danneggiarono beni di proprietà per 517.000 lire israeliane.39 (A scopo di confronto, si tenga presente che nell’anno fiscale 1952-3 il bilancio statale fu di 300 milioni di lire israeliane, pari a circa 200 milioni di dollari.)

Gli sconfinamenti provocavano anche gravi danni economici indiretti accrescendo le spese per la sicurezza (per esempio, gli stipendi delle numerosissime guardie private). A metà degli anni ’50, la spesa annuale del Tesoro israeliano e dell’Agenzia ebraica per le guardie private fu di circa un milione e mezzo di lire israeliane. Molto ingenti erano anche le spese per muri e reticolati, impianti di illuminazione e altre strutture difensive. Inoltre i coloni erano spesso costretti a contribuire alla sorveglianza, cosa che abbassava la loro produttività nei lavori agricoli o d’altro genere. E talvolta il timore degli sconfinamenti li induceva a lasciare a maggese i campi più distanti o a vendere bestiame che rischiava di essere rubato.

Per qualche tempo, nel 1950-53, gli sconfinamenti misero in forse l’intero programma di colonizzazione delle zone di frontiera. In alcune di queste, la popolazione viveva nella paura. Del moshav Mishmar Ayalon, a ovest di Gerusalemme, fu riferito nel dicembre 1951: «La sera le donne hanno paura di restare nelle case e si radunano coi bambini in alcuni edifici al centro dell’insediamento». (Nei giorni feriali molti coloni abitavano fuori dall’insediamento, passando in famiglia solo il fine settimana.) Un anno e mezzo dopo, gli abitanti di Mishmar Ayalon di notte lasciavano ancora le loro case «per riunirsi con quattro o cinque [altre] famiglie in una sola stanza, per sentirsi più sicuri».40

Il disagio a volte era così grave e continuo da causare l’abbandono degli insediamenti di confine. Una mezza dozzina di moshavim, popolati di immigrati recenti per lo più dai paesi musulmani, si svuotarono completamente e più di una dozzina persero buona parte degli abitanti. In larga misura ciò dipese dai furti a opera dei clandestini. Naturalmente la partenza di alcune famiglie rendeva più gravosa la sorveglianza da parte dei maschi adulti di quelle che restavano, riducendo la produttività e la possibilità di sopravvivenza dell’intero insediamento.

Per qualche tempo, al Dipartimento insediamenti dell’Agenzia ebraica si sfiorò il panico. «A causa delle traversie, delle crisi d’identità e della passività, i nuovi immigrati sono come foglie al vento spinte qua e là a ogni temporale… Giorno e notte ci preoccupiamo di quello che potrebbe loro capitare», scrisse Levi Eshkol (Shkolnik), direttore del Dipartimento, all’inizio degli anni ’50, avvertendo della possibilità di una «catastrofe».41 Ma assistita dalle forze dell’ordine, l’Agenzia prese energiche contromisure per bloccare la fuga in massa. Gli aspiranti fuggitivi venivano trattati con durezza, e chi si trasferiva dalle zone di frontiera al centro del paese era multato. Fu aumentata anche la sorveglianza da parte di pattuglie dell’IDF e guardie private. Alla fine, la maggior parte dei coloni restò, non foss’altro che per mancanza di valide alternative: alloggi e posti di lavoro erano quasi introvabili nelle sovraffollate zone centrali d’Israele.

Le contromisure israeliane

NELLA SECONDA METÀ DEL 1948, nel 1949 e all’inizio degli anni ’50, i villaggi e i quartieri arabi abbandonati erano occupati dagli immigrati ebrei oppure spianati, per impedire il ritorno dei profughi ed evitare che fungessero da nascondiglio e asilo temporaneo dei clandestini. Spesso, sui villaggi spianati sorgevano nuovi insediamenti.

Ma la principale risposta agli sconfinamenti fu militare. La politica adottata dall’IDF durante la prima tregua (11 giugno-8 luglio 1948) consistette nel far fuoco su ogni arabo che tentava di attraversare le linee israeliane. Per lo più questi non era né un soldato nemico né un terrorista, ma un profugo intenzionato a tornare alla propria casa e al proprio campo; un pastore o un agricoltore. A questa politica di estrema durezza l’IDF – per ordine delle autorità civili – si attenne negli anni successivi agli accordi armistiziali. Si trattava sia di sottolineare l’inviolabilità delle linee di armistizio, sia di prevenire il ritorno dei profughi e le violenze dei clandestini. Non si voleva cedere un solo acro di un paese già piccolo e conquistato a caro prezzo. Se i coltivatori arabi fossero riusciti a tornare nelle regioni israeliane di confine, queste sarebbero ben presto tornate sotto la sovranità araba de facto; nel contempo sarebbe cresciuta la minoranza araba in Israele – un’eventualità altrettanto indesiderabile, dal punto di vista degli ebrei. Dalla metà del 1949 gli ordini delle unità di frontiera dell’IDF erano: di notte, sparare a qualunque potenziale intruso; di giorno, sparare a qualsiasi maschio adulto. Ma le truppe erano autorizzate ad aprire il fuoco da qualche centinaio di metri, una distanza che spesso rendeva impossibile discernere l’età e il sesso dell’obiettivo. Di giorno si doveva anche gridare l’«alt!» e sparare solo se il «potenziale intruso» non si fermava. In pratica, comunque, molti clandestini preferivano darsi alla fuga, forse perché pensavano che i soldati avevano poche probabilità di colpirli, o perché avevano sentito dire che i prigionieri dell’IDF erano imprigionati, picchiati, espulsi, e perfino torturati e uccisi.

L’intento della politica dell’IDF risulta chiaramente, per esempio, dagli ordini della v Brigata (Giv‘ati) a uno dei suoi battaglioni lungo la linea di armistizio nel 1953: «La battaglia contro gli sconfinamenti nelle zone di frontiera a tutte le ore del giorno e della notte sarà combattuta principalmente aprendo il fuoco, senza preavviso, su ogni individuo o gruppo che le nostre truppe non riconoscano a distanza come israeliano, e che al momento dell’individuazione stia [penetrando] in territorio israeliano».42 Ma alla fine il comportamento dei soldati era alla discrezione dei comandanti locali; così, alcuni reparti si limitavano a sparare alto sopra la testa per mettere in fuga i clandestini.

Alcuni governi arabi – in particolare quello giordano – protestarono ripetutamente per l’ordine di sparare a vista, sostenendo che aveva causato la morte o il ferimento di civili in buona fede; inoltre, non era raro che gli israeliani aprissero il fuoco su agricoltori nella terra di nessuno, e perfino in territorio giordano. Secondo la legazione britannica ad Amman le truppe israeliane, tra il febbraio e il luglio 1950 avevano ucciso 26 arabi in territorio israeliano vicino alla linea di armistizio, 11 nella terra di nessuno e 23 in territorio giordano.43

Molti intrusi incappavano in mine e congegni esplosivi. Centinaia di mine erano collocate ogni notte lungo le presunte vie di sconfinamento e intorno agli obiettivi dei ladri, come le condutture e le pompe per l’irrigazione. Il registro ufficiale del kibbutz Erez, sul confine di Gaza, dà un’idea dell’efficacia di simili misure: «8 gennaio: cinque arabi uccisi da una mina shrapnel collocata da Aharonik [un abitante del kibbutz]… 8 aprile: imboscata riuscita, uccisi due arabi… 10 aprile: un arabo e un asino uccisi da una mina… 11 aprile: un arabo ucciso da una mina… 13 aprile: un arabo ucciso da una mina… 12 giugno: due arabi uccisi da una mina… 14 giugno: un arabo ucciso da una mina».44 A volte si collocavano ordigni per colpire chi fosse venuto a recuperare il morto o i morti del giorno prima. Nel kibbutz Yad Mordechai, anch’esso sul confine di Gaza, nel maggio 1953 i coloni collegarono a un congegno esplosivo una pompa per l’acqua che si sapeva che i clandestini sarebbero venuti a prendere, uccidendone una dozzina e più.45 Le misure difensive degli israeliani ebbero per conseguenza la morte di 2.700-5.000 clandestini, in gran parte disarmati, nel periodo 1949-56, quasi tutti nei primi quattro o cinque anni.46

Un altro tipo di misura antisconfinamento era l’espulsione. Nel febbraio-marzo 1949, durante i negoziati di armistizio israeliano-giordani, truppe israeliane espulsero dalla Cisgiordania, con l’accusa di sconfinamento, un gran numero di profughi che vivevano vicino alle linee del fronte, specialmente nella zona di Beit Jibrin (Beit Govrin). Nel giugno-ottobre 1950 l’IDF trasferì nella striscia di Gaza circa 2.500 abitanti arabi di Ascalona, molti dei quali erano sospettati di essersi introdotti clandestinamente in Israele dopo averlo abbandonato durante i combattimenti.

Dal 1948 l’IDF setacciò regolarmente i rimanenti villaggi arabi, per lo più in Galilea e nel «piccolo triangolo», in cerca di sospetti clandestini. Questi erano prontamente cacciati oltre il confine, di solito in Cisgiordania ma qualche volta in Libano o al di là del confine di Arava. Charles Freeman, un quacchero americano che si dedicava all’assistenza dei profughi, visitando Kefar Yasif in Galilea all’inizio di marzo del 1949, constatò che 239 persone che il mese prima abitavano nel villaggio erano scomparse: «In ciascun caso erano state allontanate intere famiglie… Ad alcune era stato permesso portar via tutte le suppellettili e gli indumenti che erano in grado di trasportare, ma altri avevano avuto solo pochi minuti di preavviso». Gli scomparsi erano stati portati al confine con la Cisgiordania a bordo di autocarri, e poi scortati in territorio giordano.47

Nel maggio 1950 l’abitante di un kibbutz assistette al passaggio di uno di questi convogli diretti al confine:

Aspettavamo un mezzo di trasporto vicino a uno dei grandi campi militari [del sud d’Israele]… All’improvviso comparvero due grossi autocarri carichi di arabi con gli occhi bendati, (uomini, donne e bambini). Alcuni dei soldati che li sorvegliavano scesero a bere e a fare uno spuntino mentre gli altri montavano la guardia. «Chi sono quegli arabi?», domandammo. «Clandestini», ci fu risposto, «diretti al confine». Sugli autocarri gli arabi erano pigiati in modo disumano. Poi un soldato chiamò un suo amico, «specialista» in materia, a mettere ordine. Quelli tra noi ch’erano vicino al camion non avevano notato alcun atto aggressivo da parte degli arabi, che stavano seduti pieni di paura, quasi gli uni sopra gli altri. Scoprimmo subito cosa quei militari intendessero per «mettere ordine». L’«esperto» saltò su un autocarro e cominciò a picchiare gli arabi sugli occhi bendati; quand’ebbe finito, gli camminò sopra e concluse il tutto con una sonora risata, soddisfatto del suo atto di eroismo. Quello spettacolo vergognoso fu un trauma per tutti noi.48

Forse la più brutale delle espulsioni in massa ebbe luogo alla fine di maggio del 1950, quando più di 100 sospetti clandestini furono cacciati al di là della frontiera giordana, nell’Arava. La maggior parte finì col salvarsi ma una trentina morì di sfinimento e disidratazione, sollevando un’ondata di critiche a Israele sulla stampa internazionale, e al governo e all’IDF da parte del Mapai e del Mapam. Rispondendo alle critiche del ministro degli Esteri Sharett, il responsabile del Comando meridionale dell’IDF, generale Dayan, si dilungò sull’intera politica antisconfinamenti:

Prendendo per buoni i «paletti» morali menzionati [dal ministro Sharett], devo chiedere: è giusto che apriamo il fuoco sugli arabi che sconfinano per mietere quello che hanno seminato sul nostro territorio? Su di loro, le loro donne e i loro bambini? È eticamente accettabile? Tra 200.000 arabi affamati, spariamo a quelli che s’introducono [in Israele per portare al pascolo gli animali]. È eticamente accettabile? Ci sono arabi che passano il confine per recuperare il grano rimasto nei villaggi che hanno dovuto abbandonare; noi miniamo i sentieri, e loro tornano a casa senza una gamba o un braccio… [Immagino che nemmeno questo] sia eticamente accettabile, ma non conosco nessun altro sistema che consenta di difendere i confini. Se permettiamo ai pastori e ai contadini arabi di attraversarli, in capo a qualche giorno lo Stato israeliano non avrà più una frontiera.49

Tra gli espulsi in Giordania e nel Sinai nel 1949 e all’inizio del 1950 c’erano alcune tribù e famiglie beduine che si pensava fossero penetrate nel Negev dopo il 1948, o si comportavano in modo aggressivo. È probabile che nel 1949-56 Israele abbia espulso più di 10.000 presunti clandestini. Nel solo 1952 il numero fu di 3.181.50

La mentalità per cui «clandestino» equivaleva a «terrorista», e la durezza delle contromisure adottate, contribuirono al verificarsi, nel 1949-53, di una serie di atrocità. Molte sfuggiranno a ogni accertamento: i morti non parlano e ovviamente gli assassini hanno interesse a tacere. Ma qualche volta furono trovati degli indizi, oppure, più raramente, ci furono sopravvissuti e testimoni. Più comuni erano i casi in cui i clandestini erano picchiati e rispediti al di là del confine. Accadde anche che gli autori degli sconfinamenti, feriti da una mina, fossero finiti da quelli che li avevano catturati.51

Oltre alle contromisure descritte fin qui, dalla fine del 1948 gli israeliani adottarono la politica delle rappresaglie oltre confine. Questa politica aveva tre scopi: evitare contraccolpi politici interni («Lo sdegno [dell’opinione pubblica] deve avere una valvola di sicurezza», dichiarò Sharett nel 1955);52 punire i colpevoli; dissuadere i loro complici. Come illustrato da Dayan,

Il solo metodo che si è dimostrato efficace – non giustificato o moralmente corretto, ma efficace – quando gli arabi collocano mine nel nostro territorio [è la rappresaglia]. Tentare di scoprire i responsabili è quasi sempre impossibile. Ma se colpiamo il villaggio [arabo] più vicino… la popolazione locale se la prende [con i clandestini]… e il governo egiziano, o quello transgiordano, sono costretti a prevenire simili incidenti, perché il loro prestigio è [intaccato] in quanto gli ebrei li hanno attaccati ed essi sono impreparati alla guerra… Fin ora, il sistema della punizione collettiva si è dimostrato efficace.53

In realtà, negli anni tra il 1950 e il 1956 si constatò che le incursioni punitive non erano così efficaci com’egli affermava. Di solito, la cessazione delle intrusioni terroristiche non durava a lungo, ma Dayan e altre autorità israeliane replicavano che senza gli attacchi la situazione sarebbe stata molto peggiore – una tesi impossibile da smentire. Si affermava che i leader arabi dovevano esser motivati a contrastare le intrusioni e che le rappresaglie, umiliando i paesi bersaglio, fornivano la motivazione voluta, oltre ad avere un valore di deterrenza strategica. Esse dimostravano nel più evidente dei modi che l’IDF era di gran lunga più forte ed efficiente di qualunque esercito arabo, allontanando il momento – e il rischio – di una «rivincita». In realtà nel 1955-56 (e forse già dal 1954) gli attacchi punitivi furono lanciati dall’IDF per trascinare gli Stati arabi in una guerra prematura.

Le rappresaglie servirono anche a sollevare il morale israeliano e a temprare e preparare l’IDF, fisicamente e moralmente, a una ripresa delle ostilità. Ma c’era anche un’importante considerazione politica: in mancanza di rappresaglie si temeva negli ambienti di governo che l’opinione pubblica abbandonasse il Mapai per il Cherut, l’aggressivo movimento politico erede dell’Irgun, o per il partito «attivista» Achdut Ha‘Avodah.54

Occasionalmente, nel 1949 e nei primi anni ’50, l’IDF usò mortai e aerei per bombardare e mitragliare i villaggi e gli accampamenti da cui erano partiti i clandestini. Ma il tipo più comune di rappresaglia era un’incursione notturna al di là del confine di un piccolo numero di soldati di fanteria. Col favore delle tenebre essi collocavano mine, attaccavano un accampamento beduino, o un villaggio, o un mezzo di trasporto, o una postazione militare per poi rientrare in Israele. Dalla fine del 1953 gli attacchi punitivi diventarono operazioni più complesse, di solito con l’impiego di battaglioni e intere brigate e con installazioni militari arabe per obiettivo. Il cruciale mutamento di politica dagli obiettivi civili a quelli militari fu la conseguenza di un’incursione dell’IDF contro il villaggio cisgiordano di Qibya, del massacro di 60 civili e delle sue ripercussioni politico-diplomatiche.

Uno dei primi attacchi di questo tipo avvenne contro il villaggio di Sharafat, subito a sud di Gerusalemme, il 6 febbraio 1951. Due case, tra le quali quella del mukhtar (capo) del villaggio, furono fatte esplodere per vendicare un omicidio e uno stupro a Manahat (al-Maliha), a sudovest di Gerusalemme. I morti arabi furono una dozzina, in gran parte donne e bambini. Molte delle vittime erano apparentate alla banda Mansi, responsabile delle violenze di Manahat. Per la politica giordana l’incursione fu come una scossa di terremoto, e convinse almeno temporaneamente il re ‘Abdallah e i suoi ministri che la linea conciliante con Israele non solo non avvicinasse la pace, ma avesse l’effetto contrario.55

Gli anni tra il 1951 e il 1953 furono contrassegnati dal continuo aumento di intrusioni e rappresaglie lungo il confine israeliano-giordano. Attacchi terroristici e reazioni israeliane si verificarono anche lungo la frontiera tra lo Stato ebraico e la striscia di Gaza.

Lo stupro e l’assassinio di una giovane donna a Gerusalemme fece scattare un’incursione, la notte del 6 gennaio 1952, nel villaggio di Beit Jala presso Betlemme. L’obiettivo erano alcune case del clan Mansi, allontanato nel 1948 dal villaggio di Walaja nel «corridoio» di Gerusalemme. I servizi segreti israeliani attribuivano al clan sia l’omicidio di Gerusalemme sia alcune aggressioni precedenti. Un plotone dell’IDF fece esplodere due case e ne danneggiò gravemente una terza, uccidendo sei persone tra le quali due donne e due bambine e ferendone tre. Lasciò inoltre un volantino anonimo, in cui l’azione era descritta come la vendetta per un «crimine imperdonabile». Ufficialmente Israele si dichiarò estraneo e all’oscuro di tutto. Per qualche tempo le autorità giordane contrastarono energicamente gli sconfinamenti nell’area in questione.56

La gravità e frequenza degli attacchi punitivi salì un altro gradino nel 1953. In una serie di operazioni stranamente mal condotte nel mese di gennaio, una manciata di arabi fu uccisa o ferita mentre i soldati israeliani subirono perdite e non riuscirono a ultimare le missioni. Ci furono anche ripercussioni diplomatiche e militari. La Giordania si appellò al trattato difensivo con la Gran Bretagna – ma Whitehall se la cavò con assicurazioni verbali e rifiutò di attivare il trattato. Washington fece le sue rimostranze, e la Legione araba schierò lungo la frontiera due battaglioni in zone sorvegliate in precedenza solo dalla Guardia nazionale dei villaggi lungo il confine.

Le rappresaglie fallimentari e i loro strascichi diplomatici provocarono un esame di coscienza nell’IDF (sull’efficienza dei reparti) e nel ministero degli Esteri (sull’utilità degli attacchi punitivi). Gli osservatori credettero di cogliere una divisione tra gli «attivisti» (i fautori di una difesa attiva, o meglio aggressiva) del ministero della Difesa e delle forze armate, e i «moderati» del ministero degli Esteri, che consideravano le rappresaglie poco efficaci, talvolta controproducenti e sempre moralmente discutibili.

I mesi di febbraio, marzo e aprile del 1953 videro una serie di spasmodici attacchi dei clandestini, con sequestri di persona e omicidi. Incidenti a Gerusalemme e dintorni causarono una reazione dell’IDF di un’intensità senza precedenti. All’alba del 22 aprile una compagnia di tiratori scelti prese di mira alcuni punti di Gerusalemme araba, facendo sei morti e 14 feriti, e nei mesi seguenti rappresaglie contro villaggi cisgiordani causarono la morte o il ferimento di più di una dozzina di arabi, compresi donne e bambini. Anche questi attacchi furono caratterizzati da irrisolutezza e scarsa competenza. Il maggiore Ariel («Arik») Sharon, l’ufficiale israeliano che sarebbe diventato il simbolo della politica della rappresaglia, scrisse: «Le unità militari si sono dimostrate incapaci di localizzare gli obiettivi di notte, e hanno vagato nell’oscurità. Quando sono riuscite a localizzare gli obiettivi, hanno scambiato qualche colpo di arma da fuoco con le sentinelle arabe e si sono ritirate. Nel migliore dei casi hanno occupato qualche edificio ai margini delle installazioni, e l’hanno fatto esplodere prima di ritirarsi».57

Per risolvere il problema, nell’agosto 1953 lo stato maggiore generale creò una speciale unità d’incursori, chiamata Unità 101 e comandata da Sharon, che operò fino al gennaio 1954. Era caratterizzata da un addestramento scrupoloso, comprese periodiche infiltrazioni in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, e da un modus operandi efficiente e spietato.

La notte del 12 ottobre 1953 una granata fu gettata in una casa dell’insediamento di Yehud, a est di Tel Aviv; una donna e due bambini israeliani restarono uccisi. Per rappresaglia l’IDF inviò l’Unità 101 e una compagnia di paracadutisti nel villaggio di confine di Qibya la notte del 14 ottobre. Furono uccisi una sessantina di abitanti, oltre a un piccolo numero di legionari caduti in un’imboscata mentre tentavano di raggiungere il villaggio. L’IDF non subì perdite. Sharett annotò nel diario, il 15 ottobre: «Una rappresaglia di questa entità… non era mai stata effettuata in passato. Ho passeggiato avanti e indietro nella stanza disorientato e profondamente depresso, con un senso d’impotenza».58 In effetti Sharett aveva cercato, con scarsa energia, di fermare l’operazione. Ma se avesse saputo fin da allora, scrisse in seguito, che ci sarebbero state «uccisioni in tal numero avrei gridato così forte da farmi sentire anche in Cielo».59

In seguito, Sharon e l’IDF sostennero che i civili si erano nascosti in cantine e seminterrati e che i soldati, spostandosi da una casa all’altra e facendola saltare in aria, non se n’erano accorti. In realtà i soldati, procedendo da casa a casa, avevano sparato dentro le porte e le finestre, e i patologi giordani dichiararono che la maggior parte dei cadaveri presentavano lesioni da arma da fuoco e shrapnel, e non da macerie. In ogni caso gli ordini operativi, dal Comando generale a quelli delle singole unità, parlavano testualmente di «distruzione tale da causare perdite il più possibile ingenti». Per questo nessuno criticò Sharon e le sue truppe – e gli interrogativi riguardarono il modo in cui le disposizioni originarie dello stato maggiore: «Fare esplodere un certo numero di case… e colpire gli abitanti», finirono col prescrivere, all’altra estremità della catena di comando, le perdite più gravi che si potessero causare.60

L’episodio scatenò una serie di aspre condanne internazionali. Whitehall minacciò velatamente di attivare il trattato difensivo con la Giordania; Washington sospese gli aiuti economici a Israele (collegando ufficialmente la sospensione a una disputa sulle zone smilitarizzate israeliano-siriane). Perfino gli ebrei americani, di solito solleciti nel prendere le difese d’Israele, avesse torto o ragione, presero le distanze dalla rappresaglia. In Giordania l’indignazione fu enorme, e investì anche Londra – considerata un «alleato» d’Israele – e la Legione araba, che non era riuscita a proteggere Qibya.

L’opinione pubblica israeliana fu in gran parte tenuta all’oscuro grazie alla rigida censura sulla stampa e al controllo governativo delle trasmissioni radio. Il governo reagì alle critiche internazionali incaricando i propri diplomatici di sottolineare la gravità degli atti che avevano provocato la rappresaglia, e chiedendo colloqui ad alto livello coi giordani per affrontare seriamente i problemi di confine. Se questi avessero risposto negativamente – come finirono col fare – si sarebbe potuto incolparli di tutto. Il 19 ottobre Ben-Gurion andò in onda con una versione degli eventi affatto inventata. In linea con le passate dichiarazioni dell’IDF, che negava ogni coinvolgimento, egli annunciò che dopo l’attacco alle famiglie di Yehud gli insediamenti di frontiera avevano perso la pazienza e deciso di farsi giustizia da soli, attaccando Qibya. «Nessuno deplora più del governo israeliano lo … spargimento di sangue innocente… Il governo israeliano respinge come priva di ogni fondamento l’accusa che 600 uomini dell’IDF abbiano preso parte all’operazione… Dopo indagini accurate, è certo al di là di ogni dubbio che nessun reparto israeliano era assente dalla base la notte dell’attacco a Qibya.»61 In realtà, tra i bene informati nessuno dubitava della responsabilità dell’IDF e del fatto che l’operazione fosse stata autorizzata dal governo. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condannò Israele «nel modo più reciso» il 24 novembre.

Dopo l’operazione, altri battaglioni della Legione araba furono schierati lungo la linea armistiziale israeliano-giordana per impedire ulteriori intrusioni (e attacchi dell’IDF). Nelle immediate vicinanze di Qibya ci fu un netto calo degli sconfinamenti; un analogo calo riguardò l’intera frontiera, ma per breve tempo. D’altra parte, la maggiore presenza della Legione comportò un maggior numero di incidenti con gli israeliani, che furono 145 nel 1954, contro 47 dell’anno precedente.

Dopo Qibya l’IDF passò dagli obiettivi civili a quelli militari. I caduti civili arabi calarono nettamente, attenuando le critiche occidentali alle rappresaglie «indiscriminate» degli israeliani. Ma le sortite crebbero in truppe impiegate e potenza di fuoco: la conquista di un campo militare ben difeso o di uh fortino della polizia, richiedevano molti più soldati e artiglieria di un raid in un villaggio; e le perdite dell’IDF aumentarono in modo drammatico. Se a Qibya non ci furono caduti israeliani, la conquista del fortino della polizia di al-Qalqilya, nell’ottobre 1956, costò all’IDF 18 morti e più di 50 feriti. Inoltre, questa strategia implicava una sfida più grave agli Stati arabi: a essere colpiti non erano più i profughi ma le forze armate regolari, pilastro dei regimi nasseriano e hascimita.

Verso la fine del 1953, Ben-Gurion si concesse una «licenza»; in dicembre rassegnò le dimissioni e si stabilì nel kibbutz Sde Boker, nel Negev. Il 26 gennaio 1954 Sharett prestò giuramento come primo ministro (conservando la carica di ministro degli Esteri). Il portafoglio della Difesa andò a Pinchas Lavon, che l’avrebbe mantenuto fino al febbraio 1955, quando Ben-Gurion tornò al governo.

Un solco profondo si stava aprendo tra gli «attivisti» di Ben-Gurion, appoggiati dalle forze armate e dai servizi segreti, e i moderati di Sharett, che godeva di solidi appoggi solo al ministero degli Esteri. I fautori della linea dura avevano anche il consenso dell’opinione pubblica, sebbene Sharett racimolasse di tanto in tanto nel governo una maggioranza sufficiente a respingere questo o quel piano d’azione.

Nel 1957, Sharett avrebbe definito le due impostazioni in questo modo:

Gli attivisti ritengono che gli arabi comprendano solo il linguaggio della forza… [Perciò, secondo loro] lo Stato d’Israele deve di tanto in tanto dimostrare in modo evidente di essere forte e di esser pronto a usare la forza in modo molto efficace, perfino devastante. Se non lo facesse rischierebbe di essere fagocitato, forse cancellato dalla faccia della terra. Quanto alla pace – sostiene questa impostazione – essa è sempre precaria e molto remota. Se la pace verrà, verrà quando [gli arabi] si saranno convinti che questo paese non può essere sconfitto militarmente… Se le operazioni [di rappresaglia]… rinfocolano l’odio poco importa, perché esso finirebbe per riaccendersi in ogni caso… Secondo l’altra impostazione la questione della pace non deve mai scomparire dai nostri calcoli, neanche per un momento. Non è solo una valutazione politica; a lungo termine, è [anche] un ragionamento cruciale concernente la sicurezza… Le nostre reazioni [agli attacchi arabi] devono essere limitate. E una questione resta aperta: è davvero dimostrato che le rappresaglie risolvono il problema della sicurezza?.

Secondo Sharett la posizione «attivista» mancava di comprensione per gli arabi, in senso emotivo e intellettuale, ed era totalmente ebreo-israelocentrica.62 Sebbene i diplomatici di Tel Aviv si fossero accorti del dissenso tra Ben-Gurion e Sharett e ne riferissero periodicamente alle rispettive capitali, l’opinione pubblica israeliana fu all’oscuro di tutto fino alla crisi di Suez del 1956. Raramente quel dissenso trovava spazio sulle pagine dei quotidiani israeliani o nelle dichiarazioni dei leader politici. Ma questi ne erano sempre coscienti, e i loro rapporti ne soffrivano. Nell’agosto 1953, Ben-Gurion annotò nel diario: «Al contrario di quel che pensa Moshe [Sharett]… le rappresaglie sono indispensabili. Non c’è da fare affidamento, per la nostra sicurezza, sugli osservatori dell’ONU e i paesi stranieri. Se non mettiamo fine adesso ai crimini [dei clandestini arabi] la situazione non potrà che peggiorare».63

Attivisti come Dayan (responsabile del Comando Sud nel 1949-52, capo dipartimento dello stato maggiore nel 1953, e capo di stato maggiore generale dal dicembre 1953 al gennaio 1958) accarezzavano periodicamente l’idea di estendere i confini d’Israele – specialmente a est, verso la Giordania – per avere più spazio di manovra e dare al paese frontiere più logiche e difendibili. In diversi momenti nel 1954-56 Ben-Gurion, Dayan e Lavon proposero anche la conquista delle alture del Golan, del Libano meridionale e della striscia di Gaza, o di parte del Sinai.

La strategia attivista dominò la politica israeliana nel 1949-56. Nell’interregno di Sharett ci fu un mutamento di accento, più che di sostanza. Sharett stesso riconosceva che una certa misura di difesa aggressiva riduceva le intrusioni terroristiche, almeno temporaneamente e in aree limitate. Ma soprattutto capiva che il peso di scelte ormai consolidate, il potere dei militari, le opinioni di molti colleghi del Mapai e l’umore vendicativo dell’opinione pubblica riducevano il suo spazio di manovra. Nel marzo-aprile 1954 Sharett riuscì a persuadere il governo a ricorrere a misure diplomatiche, anziché militari, dopo il più grave atto terroristico arabo di quel periodo. Il 16 marzo alcuni infiltrati tesero un’imboscata al pullman Eilat-Tel Aviv al Passo degli scorpioni, nel Negev, uccidendo 11 passeggeri. (Israele sostenne che i terroristi venivano dalla Giordania, ma questo punto restò controverso. La presunta provenienza giordana fu tra gli elementi che evitarono la rappresaglia israeliana; in seguito, apparve più probabile che si trattasse di beduini del Sinai.)64 Invece di compiere la solita azione militare, Tel Aviv denunciò l’episodio alle Nazioni Unite.

Ma altri attacchi terroristici non restarono senza risposta. Quale primo ministro, Sharett ritenne di dover dare la precedenza all’opinione dei cittadini israeliani e delle forze armate, e di reagire all’uccisione sia di civili sia di militari. Tuttavia, bloccò specifiche operazioni militari o ne ridusse la portata. Ma paradossalmente, finché fu primo ministro le rappresaglie crebbero in ampiezza e in perdite inflitte agli arabi. Ciò dipese dal passaggio dagli obiettivi civili a quelli militari, e dal ripetersi di atti di terrorismo (a volte istigati da Stati esteri) a partire dalla striscia di Gaza.

Nel 1949-53 le infiltrazioni dalla striscia erano state massicce, ma solo raramente di natura terroristica. In quest’ultimo caso, di solito erano seguite da incursioni dell’IDF. (Le statistiche israeliane sulla mortalità indicano che tra il 1951 e il 1954 da sette a otto ebrei all’anno furono uccisi da clandestini provenienti dal confine con Gaza, con un salto a 48 uccisi nel 1955. Sul confine giordano, 11 israeliani furono uccisi da clandestini nel 1949, 18 nel 1950, 44 nel 1951, 46 nel 1952, 57 nel 1953, 34 nel 1954 e 11 nel 1955.)65 La situazione cominciò a deteriorarsi nel 1954. Il regime rivoluzionario egiziano, compiuti i due anni, verso la metà di quell’anno aveva consolidato il suo potere. Jamal ‘Abd al-Nasser, diventato il suo capo supremo, mirava alla leadership non solo del mondo arabo ma anche di quello musulmano e dei paesi non allineati.

Le ambizioni di Nasser traevano alimento dal raggiungimento, da parte dell’Egitto, dei suoi principali obiettivi di politica estera: la fine dell’egemonia britannica nel paese e in Medio Oriente. Negli anni tra il 1952 e il 1954, egli aveva promosso un’impressionante campagna politica e di guerriglia contro la presenza delle truppe britanniche. Il 19 ottobre 1954 i governi del Cairo e di Londra avevano firmato un accordo che prevedeva tra l’altro il ritiro britannico dalle sue grandi basi militari nella zona del Canale entro il giugno 1956.

Naturalmente gli strateghi israeliani temevano che una volta evacuate le basi britanniche, che intralciavano un eventuale attacco a Israele, una delle prime voci sull’agenda di Nasser sarebbe stata la «questione palestinese». Lo Stato ebraico varò quindi due iniziative volte a ritardare il ritiro. La prima fu una campagna di sabotaggio al Cairo e ad Alessandria contro obiettivi occidentali e specialmente britannici, nella speranza di creare una forte tensione tra il paese nordafricano, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti; la seconda, l’invio di un mercantile israeliano nel Canale, dove – si presumeva – gli egiziani l’avrebbero intercettato e sequestrato in flagrante violazione delle norme internazionali, sottolineando i rischi impliciti nel ritiro britannico.

All’inizio di luglio del 1954 l’Unità 131, un dipartimento di guerra psicologica del servizio segreto militare, attivò una rete di ebrei egiziani da tempo in letargo per compiere attentati dinamitardi al Cairo e ad Alessandria contro centri culturali americani e britannici e di altri obiettivi occidentali «sensibili». Per sfortuna degli israeliani uno dei sabotatori fu catturato il 23 luglio, quando la bomba che teneva in tasca cominciò a emettere fumo. Torturato, rivelò alcuni nomi e indirizzi e in quarantott’ore l’intera rete fu in mano agli egiziani. Israele si dichiarò estraneo alla vicenda, ma non fu creduto. Uno dei sabotatori fu torturato a morte e un agente israeliano, catturato coi membri della rete, si suicidò. Nel gennaio 1955 la maggior parte dei sabotatori fu condannata a pesanti pene detentive, due furono assolti e due condannati a morte – e giustiziati quasi immediatamente, nonostante le assicurazioni di Nasser (secondo intermediari occidentali) che nessuna condanna alla massima pena sarebbe stata eseguita.

Quello che fu soprannominato in Israele Eseq bish, («il brutto affare») o l’«affare Lavon» ebbe immediate e gravi ripercussioni negli ambienti della Difesa. Minò irrimediabilmente la posizione del ministro Lavon e del direttore del servizio segreto militare, colonnello Binyamin Givli – che si accusarono a vicenda di aver dato il via agli attentati e furono entrambi sospettati di occultare le proprie responsabilità. Uscirono ambedue di scena entro il febbraio 1955, e Ben-Gurion, raggiunto nel suo luogo di ritiro, fu invitato a sostituire Lavon alla Difesa.

Gli israeliani s’infuriarono per le torture inflitte ai loro agenti e la morte di quattro di loro; dopo tutto, gli egiziani non avevano subito perdite. Ma anche questi ultimi erano furiosi, perché l’operazione avrebbe potuto trascinarli in un conflitto con le potenze occidentali.

Con qualche giustificazione in meno, gli egiziani reagirono in modo simile all’affare Bat Galim. La nave, partita da Mombasa, in Kenya, raggiunse il Canale nel settembre 1954 e fu prontamente confiscata; l’equipaggio subì pestaggi e torture. Di nuovo gli egiziani interpretarono l’episodio come una provocazione volta a danneggiare le loro relazioni con la Gran Bretagna; e gli israeliani si adirarono per il trattamento inflitto a marinai intenzionati a usare una via d’acqua internazionale, illegalmente chiusa dagli egiziani.

Nella striscia di Gaza Il Cairo dovette fare i conti con la crescente aggressività israeliana, in parte ispirata dal nuovo ministro della Difesa, il «falco» Moshe Dayan. A loro volta gli israeliani notarono una maggiore propensione egiziana ad approfittare di ogni occasione per provocarli. Nell’aprile 1954, per la prima volta, le autorità militari egiziane inviarono una squadra di intrusi «regolari» oltre confine – una risposta a una sortita israeliana di qualche giorno prima. In luglio e di nuovo in settembre altri commando penetrarono in Israele a scopo di vendetta e terroristico. Ogni incursione causò un numero molto ridotto di morti e feriti, dovuti a imboscate o alla sistemazione di mine sui percorsi di pattugliamento dell’IDF. Queste operazioni erano dirette dal comandante del servizio segreto militare egiziano nella striscia, maggiore Mustafa Hafiz, e probabilmente furono autorizzate dal Cairo come ritorsioni per le provocazioni dell’affare Lavon e dell’affare Bat Galim.

Nel febbraio 1955 la situazione era matura per una conflagrazione generale. Al Cairo cresceva il timore (sorvegliato dall’intelligence dell’IDF)66 delle intenzioni aggressive di Tel Aviv; mentre a Gerusalemme c’erano sospetto e antipatia – sia autentici sia simulati – per il dittatore egiziano. Le sentenze capitali del Cairo, con l’aggravante dalla presunta doppiezza di Nasser, e il ritorno di Ben-Gurion al ministero della Difesa indebolirono la linea moderata di Sharett, e furono due importanti concause di quanto stava per accadere. Peraltro, come di consueto, fu la parte araba ad accendere la miccia. L’ultima settimana di febbraio una squadra di esploratori del servizio segreto egiziano penetrò in profondità in Israele, individuò una serie di importanti istallazioni difensive, e il 25 febbraio sparò gratuitamente a un ciclista israeliano su una strada vicino a Rechovot, uccidendolo.

La risposta giunse la notte del 28 febbraio con l’Operazione Freccia nera. Due compagnie di paracadutisti dell’IDF attaccarono un campo militare egiziano presso Gaza e una vicina stazione ferroviaria, tendendo poi una imboscata a una colonna di soccorso. Gli egiziani ebbero una quarantina di morti, l’IDF otto morti e 13 feriti. Al Cairo, il trauma e il senso di umiliazione furono profondi. L’esercito egiziano non subiva un simile colpo dalla guerra del 1948.

Da quel momento, per mesi, Nasser avrebbe dichiarato a quasi tutti i rappresentanti dei paesi occidentali e dell’ONU da lui incontrati che l’incursione di Gaza lo aveva indotto a riesaminare l’insieme delle relazioni con Israele che, a suo avviso, non voleva la pace ma l’espansionismo. In parte era propaganda per giustificare le mosse successive, in parte l’espressione di uno shock autentico. Un alto funzionario del Foreign Office, Anthony Nutting, giudicò a quel tempo che una dittatura militare come quella di Nasser non poteva minimizzare un incidente di tale gravità.67 In futuro, dichiarò Nasser, la regola sarebbe stata «occhio per occhio».

La terza settimana di marzo Nasser iniziò una campagna di continui, quotidiani attacchi a bassa intensità contro le pattuglie e i posti di osservazione israeliani con armi di piccolo calibro, imboscate oltre confine e collocazione di mine. Una squadra egiziana attaccò una festa di matrimonio israeliana al moshav Patish, uccidendo una persona e ferendone 22. Nel frattempo la piccola unità di esploratori di Hafiz fu rinforzata fino a raggiungere, nel 1956, la consistenza di un battaglione, e addestrata ad attacchi terroristici prolungati e in profondità. Più o meno al medesimo scopo squadre di fedayin furono reclutate e armate da agenti egiziani in Giordania e Libano, e allenate alle incursioni oltre confine.

Dopo Patish, Ben-Gurion aveva proposto che Israele conquistasse la striscia di Gaza ma Sharett aveva mobilitato la maggioranza del governo contro la proposta. E quando Israele reagì alle provocazioni lungo i confini attaccando, conquistando e occupando per breve tempo le posizioni di frontiera egiziane il 18 maggio e il 22 agosto, gli egiziani replicarono con una campagna terroristica su larga scala contro il sud d’Israele. Quattro squadre passarono il confine la notte del 25 agosto; altre si aggiunsero le notti seguenti. I raid durarono una settimana con collocazione di mine, imboscate a veicoli civili e militari e attacchi a insediamenti, con più di 12 morti tra gli israeliani. I raid cessarono solo quando un battaglione di parà dell’IDF, la notte del 31 agosto, prese e distrusse il posto di polizia di Khan Yunis nella striscia di Gaza.68

Il 12 settembre l’Egitto rafforzò il blocco degli stretti di Tiran e chiuse ai velivoli israeliani lo spazio aereo sopra il golfo di Aqaba, costringendo Israele a sospendere i voli civili da e per il Sud Africa. Nelle settimane seguenti, fedayin controllati dall’Egitto attaccarono alcuni insediamenti israeliani e il traffico attraverso i confini israeliano-libanesi e israeliano-giordani. Il 27 settembre Nasser annunciò che l’Egitto aveva concluso un accordo con la Cecoslovacchia (in realtà con l’Unione Sovietica) per l’acquisto di materiale bellico che prometteva di mutare radicalmente i rapporti di forza militari. Il Cairo spiegò di dover rinforzare il proprio esercito per poter fronteggiare le incursioni israeliane, e di essersi rivolto al blocco sovietico perché gli occidentali si erano rifiutati di fornire in tempo utile gli armamenti necessari.

Le armi sarebbero state consegnate nei 12 mesi successivi, e secondo gli analisti israeliani la loro «assimilazione» da parte dell’esercito egiziano sarebbe stata portata a termine entro l’autunno del 1956. Per Israele l’alternativa era tra l’acquisto di un’equivalente quantità di armi e una guerra preventiva mentre l’esercito egiziano era ancora relativamente debole. In effetti esso scelse entrambe le opzioni, progettando e avviando il potenziamento delle forze armate e cercando di provocare un conflitto con l’Egitto alla fine di ottobre del 1955. Fu chiesto agli Stati Uniti di controbilanciare con proprie vendite di armi quelle dell’URSS al Cairo, e di fornire a Tel Aviv garanzie sulla sua sicurezza. Ma gli americani, decisi a non inimicarsi il mondo arabo e a riportare l’Egitto nel campo occidentale, presero tempo. La politica di Washington fu in quel caso evasiva e disonesta. «Il problema, per il governo americano, non era come fornire le armi a Israele ma come nascondergli la decisione di non fornirle», come scrisse in seguito uno storiografo.69 Solo alla fine di marzo del 1956 il segretario di Stato John Foster Dulles informò Abba Eban, l’ambasciatore israeliano a Washington, che non ci sarebbe stata nessuna fornitura di armi americane.

I leader israeliani nutrivano già dei dubbi sulle intenzioni degli Stati Uniti. Da mesi Ben-Gurion e il direttore generale del ministero della Difesa, Shimon Peres, concentravano i loro sforzi sulla Francia. E nel novembre 1955, col ritorno al potere di Ben-Gurion, Parigi e Tel Aviv firmarono il primo importante contratto imperniato sulla fornitura di 100 carri leggeri francesi AMX-13 e Sherman M-3 con cannoni potenziati. Seguirono acquisti ancora più importanti di dozzine di caccia Mystère IV e centinaia di carri armati. Dietro le vendite di armi c’era il crescente riconoscimento di una comunanza d’interessi. Nasser, principale protettore e fornitore di armi dei ribelli algerini del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), era diventato un nemico comune. Con la nazionalizzazione del Canale di Suez, già britannico e francese, nel luglio 1956, il dado fu tratto. La Francia puntò attivamente sull’alleanza con Israele, e gli fornì il necessario per raggiungere una netta superiorità strategica sull’Egitto. In cambio l’IDF, con l’appoggio dell’aeronautica di Parigi, fornì l’ala sinistra della forza d’invasione anglo-francese che discese sul Canale nel novembre 1956.

Ma all’invasione dell’Egitto – la crisi di Suez – mancava ancora un anno. Alla fine di settembre del 1955 il futuro, visto da Israele, era tutt’altro che roseo, e una guerra preventiva sembrava meno rischiosa che aspettare l’aiuto dell’Occidente.

Per provocare l’Egitto, Tel Aviv aveva pretesti pronti all’uso legati alle DMZ nel Negev occidentale, al confine con la Siria e lungo il Giordano e il mare di Galilea. Tutti i paesi coinvolti dovevano astenersi dall’introdurvi proprie truppe – anche se lo facevano, Israele in continuazione e la Siria di tanto in tanto. Fin dal 1949 ciascuno di essi lottava per assicurarsi dei vantaggi di posizione.

Fino al 1953 la competizione tra Israele ed Egitto sulla DMZ intorno ad ‘Auja (Nitzana per gli israeliani) era stata a bassa intensità, anche se incursioni al suo interno (che a volte proseguivano fin dentro Israele) da parte di tribù beduine (senza dubbio incoraggiate dall’Egitto, almeno in alcuni casi) avevano causato controincursioni dell’IDF volte a ricacciare gli intrusi nel Sinai. Ma nel settembre 1953 Israele creò un campo militare permanente nella DMZ, sotto forma di un avamposto Nahal.70 Le truppe pattugliavano la zona e tendevano imboscate ai beduini ma Tel Aviv sosteneva che l’avamposto, chiamato Giv‘at Rachel, non era una base militare. (Alla fine fu ribattezzato Qezi‘ot e trasformato in un insediamento civile.) Salendo la tensione, verso la fine del 1954 gli egiziani crearono tre check points lungo il perimetro occidentale della DMZ (a loro dire per combattere il «contrabbando»). E in dicembre istallarono un altro check point, questa volta in piena DMZ. Nel luglio 1955 Israele cominciò unilateralmente a contrassegnare come confine internazionale il bordo occidentale della DMZ; il mese successivo gli egiziani distrussero 21 contrassegni, verosimilmente per ritorsione a un attacco israeliano del 22 agosto contro una postazione egiziana sul confine di Gaza. Gli eventi nella DMZ cominciarono a intrecciarsi con quelli lungo il perimetro della striscia di Gaza.

Il 20 settembre unità dell’IDF s’impadronirono del campo della Commissione armistiziale mista ad ‘Auja, che era sotto l’egida delle Nazioni Unite, ferendo due guardie egiziane. Scavarono trincee e collocarono mine, dichiarando che avrebbero lasciato la DMZ solo quando gli egiziani avessero smantellato i loro check points; secondo gli israeliani, almeno due di questi erano all’interno della DMZ. Con la mediazione dell’ONU fu raggiunto un accordo in base al quale gli egiziani rimossero i check points e gli israeliani ritirarono la maggior parte dei soldati. Tuttavia il 26 ottobre gli egiziani attaccarono un avamposto della «polizia» israeliana (in realtà dell’IDF) nella DMZ, uccidendo un militare, ferendone quattro e facendo due prigionieri. L’attaccò seguì alla cattura, il 23 ottobre, di cinque soldati siriani vicino al fiume Giordano; quattro giorni prima Egitto e Siria avevano firmato un accordo di difesa reciproca, e probabilmente Nasser ritenne di doversi mostrare solidale.

Era l’occasione attesa dagli israeliani. Il 23 ottobre, sollecitato da Dayan, Ben-Gurion aveva autorizzato una politica di rappresaglia massiccia dopo incidenti di frontiera anche minori. Se a loro volta gli egiziani avessero reagito duramente avrebbero fornito un pretesto per attaccare e mettere fuori combattimento il loro esercito prima che, assimilate le nuove armi sovietiche, diventasse un avversario temibile.

La notte del 27 ottobre un’unità di paracadutisti dell’IDF agli ordini di Sharon (diventato tenente colonnello) assaltò un fortino della polizia egiziana a Kuntilla, circa tre chilometri all’interno del Sinai e a metà strada tra ‘Auja ed Eilat. I parà israeliani, che ebbero due soli morti, uccisero 12 egiziani e ne catturarono 29 (da scambiare con i due «poliziotti» presi dagli egiziani nella DMZ). Le istruzioni di Ben-Gurion erano che in caso di reazione egiziana l’IDF alzasse la posta attaccando installazioni militari egiziane nella striscia di Gaza; e che se Il Cairo avesse usato l’aviazione, si colpissero le sue basi aeree presso il Canale.71 Ma la reazione egiziana fu troppo lieve per giustificare una escalation. Il 28 ottobre, commando egiziani attaccarono un avamposto dell’IDF nei pressi di Gaza, ma di fronte alla reazione israeliana si ritirarono senza causare perdite.

Occorreva un altro incidente. La notte del 2 novembre una brigata israeliana attaccò una serie di obiettivi egiziani nella DMZ e dalla parte egiziana della frontiera, ad al-Sabha e Wadi Siram. Le perdite dei difensori furono di 81 morti e 55 prigionieri; quelle degli attaccanti, cinque morti. Dayan avrebbe voluto tenere le posizioni conquistate per ventiquattr’ore, nella speranza che gli egiziani contrattaccassero innescando l’escalation; ma Ben-Gurion, incerto sulle conseguenze, negò l’autorizzazione. Così l’IDF si ritirò e solo a ritiro ultimato, il 3 novembre, l’esercito egiziano lanciò un massiccio «contrattacco» riprendendo le posizioni ormai deserte.

Dayan rivolse l’attenzione a nord. Forse un’azione al confine siriano, attivando l’accordo difensivo siriano-egiziano del 19 ottobre, poteva fornire il casus belli. Ma le DMZ israeliano-siriane erano relativamente tranquille dal tempo degli scontri del 1951 nella DMZ centrale, subito a nord del mare di Galilea. Da allora i siriani avevano aperto il fuoco, in rare occasioni, contro soldati e agricoltori presso il confine e contro pescatori sul mare di Galilea, e permesso a propri pescatori di solcare lo specchio d’acqua presso l’estremità nordorientale, sebbene esso rientrasse completamente nella sovranità israeliana.

Il 10 dicembre 1955 gli israeliani inviarono un motoscafo della loro polizia in prossimità della riva nordorientale, affinché i siriani aprissero il fuoco. Questi abboccarono e la notte dell’11 dicembre una brigata dell’IDF lanciò l’Operazione Foglie di ulivo. Gli incursori, che ebbero solo sei morti, travolsero una serie di posizioni siriane lungo la riva del lago, dall’estuario del Giordano a Nuqeib, subito a nord del kibbutz ‘Ain Gev, uccidendo 54 siriani (tra cui sei civili) e facendo 30 prigionieri.

Nonostante la durezza del colpo né la Siria né l’Egitto reagirono. Dal Cairo, solo minacce; entrambi i paesi avevano ben chiara la superiorità militare israeliana. Ancora una volta Ben-Gurion e Dayan si vedevano negare la guerra, anche se l’Operazione Foglie di ulivo ebbe un importante effetto collaterale: meno di un anno dopo, durante la crisi di Suez, la Siria restò alla finestra.

Ma la principale zona d’incidenti di frontiera dalla primavera del 1955, cioè la striscia di Gaza, continuava a ribollire. Tra il dicembre 1955 e il febbraio 1956 l’Egitto riuscì a fermare le intrusioni di civili, ma i suoi soldati aprivano il fuoco quasi quotidianamente contro le pattuglie israeliane al di là delle linee di armistizio. In marzo e ai primi di aprile furono collocate mine e tese imboscate lungo le strade di pattugliamento degli israeliani; il 4 aprile una pattuglia si trovò sotto il fuoco incrociato, e tre soldati morirono.

Il giorno dopo Dayan era pronto. Resta incerto chi sparò il primo colpo; comunque, a mezzogiorno il crepitio delle armi leggere echeggiava lungo tutta la linea. Nel primo pomeriggio si cominciarono a udire colpi di mortaio e di cannone. In parte, il fuoco egiziano era diretto contro i kibbutzim di confine, e gli israeliani reagirono prendendo di mira il centro di Gaza. Di lì a un’ora si contavano 58 morti egiziani e civili palestinesi, tra i quali 33 donne e 13 bambini, e un centinaio di feriti. Morirono anche quattro soldati egiziani. In seguito, Sharett avrebbe definito l’attacco «un crimine».72

Questa volta l’incidente era troppo grave perché Nasser potesse non reagire. Ma intendeva attenersi all’«occhio per occhio», non scatenare una guerra – almeno, così dichiarò all’ambasciatore statunitense al Cairo, Henry Byroade.73 La notte del 6 aprile un paio di centinaia di fedayin furono inviate oltre confine in piccole squadre. L’IDF fu posto nella massima allerta, e per un giorno o due il Medio Oriente fu sull’orlo della guerra. L’11 aprile alcuni fedayin penetrarono nel moshav Shafrir e attaccarono la locale yeshiva-sinagoga, uccidendo cinque tra bambini e insegnanti e ferendone 20.74 Il 12 aprile, conclusa l’operazione, gli israeliani contarono nove morti civili e due militari e una cinquantina di feriti tra civili e soldati. I fedayin ebbero 16 morti, due dispersi e cinque prigionieri. Ma gli egiziani, come Radio Cairo annunciò in modo un po’ iperbolico il 10 aprile, erano riusciti «a metter fine alla tranquillità d’Israele… l’intero Negev è in uno stato di tensione, allerta e paura».75

Il 13 aprile Ben-Gurion propose un’incursione contro una base fedayin a Gaza, che probabilmente in altre circostanze avrebbe provocato uno scontro di grandi proporzioni. Ma il governo subordinò l’approvazione a una ripresa degli attacchi dei fedayin. Benché depresso, Sharett l’aveva spuntata ancora una volta. Con Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’ONU, sul posto in veste di mediatore, gli egiziani non inviarono altre squadre palestinesi e fu raggiunta un’altra tregua; così si concluse la crisi di aprile.

Il mese era destinato a finire tristemente per gli insediamenti israeliani di confine. Il 29 aprile un’imboscata egiziana preparata con cura falciò il capo della sicurezza del kibbutz Nahal-‘Oz, Ro‘i Rothberg. In quell’occasione, Dayan inviò un necrologio che è una delle testimonianze israeliane più candide e rivelatrici sull’essenza del rapporto coi palestinesi:

Ieri all’alba Ro‘i è stato assassinato. La quiete del mattino di primavera l’ha accecato, ed egli non si è accorto di coloro che, appostati, stavano per rubargli la vita. Non biasimiamo, oggi, i suoi assassini. Cosa possiamo obiettare al loro implacabile odio nei nostri confronti? Ormai da otto anni vivono nei campi profughi di Gaza, e ci guardano fare nostri le terre e i villaggi in cui vivevano al pari dei loro progenitori. Non sugli arabi di Gaza, ma su noi stessi dobbiamo cercare le macchie del sangue di Ro‘i. Perché abbiamo chiuso gli occhi e cercato di non guardare in faccia la nostra sorte, riconoscendo il destino della nostra generazione in tutta la sua brutalità? Possiamo dimenticare che questo gruppo di giovani riunito a Nahal-‘Oz porta sulle spalle i pesanti cancelli di Gaza?

Oltre il confine rumoreggia un mare d’odio e sete di vendetta; una vendetta in attesa del giorno in cui la quiete ottunderà la nostra vigilanza, in cui daremo ascolto agli inviati di un’ipocrisia malevola [allusione a Dag Hammarskjöld, considerato ostile a Israele dalla classe dirigente del paese], che ci chiedono di deporre le armi… Siamo la generazione degli insediamenti, e senza elmetto sul capo e fucile a portata di mano non potremo piantare un albero né costruire una casa. Non dobbiamo aver paura di guardare in faccia l’odio che consuma e riempie la vita degli… arabi da cui siamo circondati… È il destino della nostra generazione. Dobbiamo scegliere: essere vigilanti e armati, forti e duri – o permettere che la spada ci cada di mano e le nostre vite siano mietute.76

L’epilogo della campagna fedayin di aprile fu l’assassinio l’11 luglio, a Gaza, da parte del servizio segreto dell’IDF, del comandante delle operazioni fedayin: il tenente colonnello Mustafa Hafiz, capo dei servizi segreti militari egiziani nella striscia di Gaza; nonché, il 14 luglio, del suo rappresentante ad Amman, tenente colonnello Mahmud Mustafa. Entrambi furono eliminati con sofisticati pacchi-bomba (il secondo nascosto in un volume di memorie di Gerd von Rundstedt, il generale tedesco della Seconda guerra mondiale esperto di mezzi corazzati).

Aprile era passato senza guerra, e con una sorta di cessate il fuoco in vigore lungo il confine israeliano-egiziano. Ma sotto la cenere covavano le braci, nonostante gli sforzi di pace dell’ONU e degli Stati Uniti. Tra gennaio e marzo Washington aveva incaricato Robert Anderson, ex viceministro della Difesa e amico personale del presidente Eisenhower, di fare la spola in segreto tra Gerusalemme e Il Cairo.77 Le armi del contratto cecoslovacco affluivano con regolarità in Egitto; Israele, per parte sua, aveva concluso accordi non meno importanti con la Francia, e i servizi segreti dei due paesi avevano cominciato a collaborare nella guerra occulta contro il comune nemico algerino-egiziano.78

Le armi francesi avrebbero controbilanciato quelle sovietiche inviate a Nasser; in teoria, il raggiungimento di un nuovo equilibrio avrebbe dovuto rendere superflua la guerra preventiva. In realtà la preparazione alla guerra voluta dalla leadership israeliana aveva in parte acquistato vita propria, a causa delle continue provocazioni ai confini, dell’umore bellicoso dell’opinione pubblica, della mentalità degli alti gradi militari, dei sogni di rivincita dei paesi arabi e, infine, dell’atteggiamento della Francia. Così nell’estate del 1956 la domanda non era «ci sarà la guerra?», ma «quando inizierà?», e «con quali obiettivi?». Le vere possibilità erano un paio. L’Egitto, che nel 1948 aveva schierato l’armata araba più consistente restava, soprattutto dopo il «contratto cecoslovacco», la più grave minaccia alla sopravvivenza d’Israele. Ma il guadagno territoriale più ambito dai leader israeliani era la West Bank fino al Giordano, per una serie di ragioni strategiche e storiche.

Nell’autunno del 1956 sembrò a molti in Occidente che Israele avesse scelto l’«opzione giordana»: la conquista della West Bank, o Cisgiordania. Da qualche tempo la Giordania si era manifestamente avvicinata allo schieramento arabo radicale e nasseriano. In marzo re Hussein aveva licenziato il generale Glubb, l’anziano e capace comandante britannico della Legione araba, insieme a quasi tutti gli ufficiali di origine britannica, «arabizzando» di colpo le sue forze armate (come Nasser e i radicali giordani chiedevano da tempo). Inoltre la Legione araba aveva cominciato a reclutare le proprie unità fedayin e a ospitare quelle provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania dopo aver compiuto missioni in Israele.

In settembre e ottobre l’IDF lanciò quattro massicci attacchi a installazioni militari e di polizia giordane,79 uno dei quali dopo l’aggressione a un gruppo di archeologi e funzionari israeliani (costato quattro morti e sedici feriti) a Ramat Rachel, a sud di Gerusalemme. Deliberatamente, lo Stato ebraico diede l’impressione di prepararsi a infliggere il colpo di grazia alla Giordania per sviare i sospetti americani (e forse sovietici), ma aveva già deciso che il vero obiettivo era l’Egitto (anche se alcuni, tra i quali Dayan, speravano che Amman si sarebbe lasciata coinvolgere, permettendo la conquista della Cisgiordania). In una serie d’incontri segreti tra giugno e ottobre del 1956, Header israeliani e francesi avevano raggiunto un accordo per un attacco coordinato mirante al rovesciamento di Nasser e alla distruzione dell’esercito egiziano. La sovversione egiziana dei regimi mediorientali filoccidentali, quelli giordano e iracheno in primo luogo, insieme al «contratto cecoslovacco», alimentavano i sospetti occidentali che Nasser avesse deciso di schierarsi col blocco sovietico. L’antipatia francese e britannica per il regime del Cairo era aumentata nell’ultima settimana di luglio, quando Nasser aveva nazionalizzato unilateralmente il Canale di Suez spogliando le due potenze europee del settantennale controllo della vitale via d’acqua.

All’incontro segreto di Sèvres, il 22-24 ottobre in una villa fuori Parigi, Ben-Gurion e il premier francese Guy Mollet, poi raggiunti dal ministro degli Esteri britannico Selwyn Lloyd, concordarono un triplice attacco all’Egitto. Francia e Gran Bretagna avrebbero conquistato il Canale e ripreso il suo controllo, riattivando le basi militari occidentali abbandonate da Londra quattro mesi prima. Israele avrebbe annientato le forze egiziane nel Sinai e le basi fedayin nella striscia di Gaza, finendo con l’annettersi tutto il Sinai o almeno il suo terzo orientale, a est di una linea ideale da al-‘Arish a Sharm al-Shaykh. La capacità dell’Egitto di promuovere attacchi terroristici contro Israele stava forse per finire.

A Sèvres i tre alleati – superate le riserve britanniche sulla partecipazione israeliana – prepararono un piano operativo. Dapprima Ben-Gurion presentò un grandioso schema di riordino dell’intero Medio Oriente. La Giordania sarebbe sparita in seguito all’annessione della Transgiordania da parte dell’Iraq e della Cisgiordania da parte d’Israele. Il Libano si sarebbe disfatto di alcune delle province con maggiore presenza musulmana, a sud e a est, ricostituendosi come repubblica a netta maggioranza cristiana alleata di Israele; quest’ultimo avrebbe annesso il Libano meridionale fino al fiume Litani e conservato almeno una striscia di territorio nel Sinai orientale, fino a Sharm al-Shaykh compresa.80 Gentilmente, i francesi riportarono Ben-Gurion sulla terra consigliando di concentrarsi sull’Egitto. Promisero anche navi per la protezione delle coste d’Israele e velivoli per la difesa del suo spazio aereo, per dissipare il timore di bombardamenti. (Ben-Gurion era a Londra durante l’offensiva della Luftwaffe, e conosceva le terribili conseguenze dei bombardamenti su zone densamente popolate.)

I britannici proposero un attacco in più fasi, in cui Israele avrebbe colpito per primo minacciando la zona del Canale con un lancio di paracadutisti. Contemporaneamente alcune colonne corazzate israeliane sarebbero penetrate nel Sinai per congiungersi coi parà, distruggendo le unità egiziane incontrate lungo il cammino. Solo in un secondo tempo britannici e francesi sarebbero intervenuti per «separare» i combattenti e proteggere il Canale. Parigi e Londra avrebbero trasmesso un comunicato invitando i contendenti a ritirarsi dal Canale; con ogni probabilità gli egiziani non avrebbero ottemperato permettendo a Francia e Gran Bretagna d’impadronirsi della via d’acqua in veste non di aggressori ma di difensori, ancorché rudi, della pace e della legalità internazionali.

All’inizio gli israeliani si opposero a una messa in scena in cui avrebbero figurato da briganti perché gli europei potessero travestirsi da poliziotti. Per di più, il piano anglo-francese li vedeva affrontare gli egiziani senza alcun aiuto per 36 ore, durante le quali le loro città sarebbero state vulnerabili.81 Ma i francesi, assicurando che avrebbero vegliato su coste e spazio aereo dell’alleato, nonché i fidati consiglieri Dayan e Shimon Peres, persuasero Ben-Gurion della buona fede britannica e della fattibilità del piano.

Nel pacchetto di accordi, approvato e firmato dalle tre parti a Sèvres il 24 ottobre, Israele s’impegnava a non attaccare la Giordania e la Gran Bretagna a non appoggiare la Giordania se avesse aggredito Israele. (Durante l’incontro di Sèvres, con gran rammarico della Gran Bretagna, la Giordania annunciò l’«unione» delle sue forze armate con quelle di Egitto e Siria, col capo di stato maggiore egiziano, generale ‘Abd al-Hakim ‘Amir, quale comandante supremo.)82

Raggiunto l’accordo Francia e Gran Bretagna cominciarono subito a concentrare uomini e mezzi non lontano dall’Egitto, in modo da avere le sue spiagge e i suoi aeroporti entro il proprio raggio d’azione. Armi in quantità furono anche fornite a Israele (200 importantissimi autocarri a sei ruote motrici giunsero a Haifa il 27 ottobre, circa 48 ore prima dell’«ora H»), e i promessi mezzi aerei e navali francesi presero posizione negli aeroporti e al largo delle coste d’Israele. Quest’ultimo effettuò la mobilitazione generale delle riserve; il messaggio era chiaro: si temeva il trasferimento di truppe irachene in Giordania, e un conflitto con Amman e Baghdad era considerato nel novero delle possibilità.

Il mattino del 28 ottobre Ben-Gurion mise il governo di fronte al fait accompli – l’alleanza con Francia e Gran Bretagna e un dettagliato piano di guerra. Disse che se possibile Israele avrebbe continuato a occupare il Sinai «fino alla fine dei tempi», e che esso aveva l’autorizzazione di Francia e Gran Bretagna all’occupazione permanente di Tiran e Sanafir, le due isole all’entrata del golfo di Aqaba. In mancanza del capofila dei moderati (Sharett era stato silurato da Ben-Gurion in giugno) il governo approvò il progetto.83

Le forze che si fronteggiavano lungo il confine Sinai-Negev erano impari, anche a non tener conto della superiorità di armamento, addestramento e organizzazione dell’IDF, e dell’appoggio aeronavale francese. Sulla carta gli egiziani, con cinque «divisioni», schieravano l’esercito più forte; in realtà gli israeliani erano largamente superiori in uomini ed equipaggiamento. Durante l’estate i servizi segreti egiziani erano giunti alla conclusione che il rischio di un attacco israeliano su larga scala fosse diminuito, essendo invece aumentato quello di un’offensiva britannica o anglo-francese nella zona del Canale e della valle del Nilo. Così, una delle tre divisioni schierate nel Sinai era stata ritirata insieme ad alcune unità corazzate.84 La difesa della striscia di Gaza era affidata a una divisione di fanteria palestinese.85

La metà israeliana del conflitto funzionò come un cronometro, e anche grazie all’effetto sorpresa è considerata un classico della guerra nel deserto. L’alto comando egiziano non aveva previsto l’attacco israeliano nel Sinai (né quello successivo dei franco-britannici nella zona del Canale). Evidentemente le mosse israeliane contro la Giordania e la disponibilità anglo-francese a riprendere i colloqui con gli egiziani a Ginevra il 29 ottobre avevano tratto in inganno i vertici politici e militari del Cairo; tanto che il 25 ottobre una delegazione egiziana guidata dal generale ‘Amir in persona iniziò una visita in Giordania e Siria.86

In effetti la guerra cominciò con una poco nota operazione israeliana legata a quella visita. Il 28 ottobre il servizio segreto dell’IDF ricostruì la rotta di un aereo da trasporto militare Ilyushin 14 in volo dalla Siria all’Egitto sul Mediterraneo; un caccia Meteor decollò per intercettarlo e lo abbatté. Gli israeliani speravano di aver ucciso ‘Amir. In realtà l’abbattimento dell’Ilyushin aveva causato la morte di 18 ufficiali dello stato maggiore, mentre il generale era tornato in patria con un volo successivo. Ciò nondimeno, per l’esercito egiziano il colpo era stato duro. «La prima metà della guerra è finita. Brindiamo alla seconda», si racconta che abbia detto Dayan al rinfresco per festeggiare il pilota del Meteor.87 Un’altra operazione precedette l’inizio dell’attacco vero e proprio: il pomeriggio del 29 ottobre una squadriglia di Mustang dell’IAF sorvolò il Sinai e con le eliche tranciò una serie di linee telefoniche, gettando lo scompiglio nelle comunicazioni egiziane via cavo.

Il piano israeliano era semplice, e in larga misura imposto dalla topografia e da esigenze politiche. La prima mossa era militarmente assurda, e difatti non aveva alcuno scopo strategico: il 29 ottobre furono lanciati 400 paracadutisti, che si trincerarono senza incidenti in corrispondenza dell’accesso orientale del passo di Mitla, in pieno Sinai e a distanza utile dal Canale. Il loro compito era semplicemente fornire a francesi e britannici un pretesto per lanciare l’ultimatum. Il resto della brigata di parà, al comando di Sharon, più una compagnia di carri leggeri e artiglieria, passò il confine su semicingolati da trasporto truppe e autocarri e avanzò verso ovest, ricongiungendosi al contingente di Mitla la notte seguente.

Le principali offensive dell’IDF furono lanciate al centro e a nord in successione, lungo i due principali assi di avanzata est-ovest che attraversano il Sinai; lì si decideva la battaglia per il controllo della penisola. Lungo l’asse centrale, che collegava Nitzana (‘Auja) e Ismailia, una divisione dell’IDF che aveva varcato il confine la notte del 29 ottobre incontrò una fortissima resistenza egiziana subendo gravi perdite. Ma il 1° novembre quanto restava delle forze egiziane nell’area Umm Qatif-Abu Agheila, che avevano resistito in modo ammirevole, ricevette l’ordine di ripiegare sul Canale.88 Probabilmente l’ordine rientrava nel piano generale di ritirata dal Sinai dell’alto comando egiziano, in vista dell’offensiva anglo-francese ormai data per scontata (la sua fase aeronautica essendo cominciata il giorno prima). L’IDF occupò il complesso difensivo il mattino seguente, 2 novembre, senza incontrare resistenza anche se un combattimento ci fu lo stesso: in un violento scontro a fuoco tra due unità corazzate dell’IDF, ciascuna convinta che l’altra fosse egiziana, furono messi fuori uso una dozzina di veicoli.

A settentrione, la notte del 31 ottobre, una divisione dell’IDF superò il confine subito a sud di Rafa, all’estremità meridionale della striscia di Gaza, imbattendosi in campi minati e in un intenso fuoco di artiglieria. Di nuovo, gli egiziani sembravano decisi a battersi con determinazione,89 ma il 1° novembre di buon’ora tutte le loro truppe ancora a Rafa ebbero l’ordine di ritirarsi.

Gli egiziani si difesero, e infine ripiegarono, di fronte a ciascuna offensiva dell’IDF senza mai contrattaccare o tentare di prendere l’iniziativa. Ogni schieramento difensivo, a livello di battaglione o brigata, combatté sostanzialmente da solo, senza rinforzi né copertura aerea e con scarso appoggio dell’artiglieria. I soldati sparavano da trincee e casematte finché gli israeliani non riuscivano ad aggirarli e a sopraffarli grazie alla loro maggiore mobilità e potenza di fuoco. Un commentatore egiziano accusò ‘Amir di mancanza d’iniziativa: questi aveva più volte ordinato ai comandanti locali di non agire mai motu proprio, ma solo con la sua esplicita approvazione.90

La campagna del Sinai, 1956

La campagna del Sinai, 1956

Il mattino del 30 ottobre l’alto comando del Cairo aveva ormai compreso ciò che stava accadendo nel Sinai, e quel giorno e il successivo inviò tre brigate oltre il Canale. In teoria il loro compito era rinforzare le guarnigioni egiziane che ancora resistevano a oriente e respingere l’IDF. Ma la rapidità dell’avanzata israeliana per terra, e il completo controllo del cielo del Sinai da parte dell’IAF a partire dal 1° novembre (anche grazie ai Mystère francesi con basi in Israele) resero impossibile la loro missione, e sfociarono nella distruzione delle colonne egiziane da parte delle squadriglie ebraiche e francesi.

Una colonna blindata egiziana aveva avuto l’ordine di avanzare verso est dal Canale e districare la VI Brigata da Umm Qatif. Ma la notte del 31 ottobre, dopo una serie di attacchi dei caccia dell’IAF il suo comandante ingiunse di tornare verso il Canale, nonostante i ripetuti ordini di continuare l’avanzata. Un ordine in questo senso pervenne ancora il 1° novembre, ma la brigata proseguì in direzione ovest e la notte del 2 novembre raggiunse in gran parte la sponda occidentale della via d’acqua.91

È impossibile comprendere la confusa e inefficace reazione egiziana all’offensiva israeliana senza tener conto delle iniziative anglo-francesi. L’ultimatum di Londra e Parigi fu consegnato il pomeriggio del 30 ottobre.92 Sembra che all’inizio Nasser ne abbia frainteso il significato. Non poteva credere che gli europei stessero per usare la forza; sospettò invece che volessero inchiodare le forze egiziane nella zona del Canale, per impedire che soccorressero le unità attaccate nel Sinai.93 Come previsto, gli egiziani respinsero l’ultimatum e il 31 ottobre – dopo forti pressioni israeliane – le aviazioni francese e britannica attaccarono quella egiziana, che fu annientata in 48 ore. Tra 100 e 200 velivoli furono distrutti a terra e dozzine furono inviati all’ultimo momento in aeroporti libici e sudanesi, per sottrarli allo stesso destino.

Quella notte lo stato maggiore egiziano concluse che la patria era aggredita da tre paesi, non solo dagli israeliani nel Sinai, e che l’offensiva aerea anglo-francese era il preludio di un attacco terrestre nella zona del Canale. Questo, importante di per sé e vicino alle più popolose città egiziane – Il Cairo e Alessandria – fu giudicato assai più importante delle sabbie del Sinai. Inoltre, la sua conquista da parte degli occidentali avrebbe segnato in ogni caso la sorte delle truppe nella penisola, che sarebbero rimaste senza rinforzi e vie di ritirata. Perciò il buon senso consigliava il ritiro delle truppe dal Sinai al Canale, sia per evitare la loro distruzione da parte dell’IDF (ormai scontata, essendo venuta a mancare ogni copertura aerea), sia nella speranza che aiutassero a respingere l’atteso attacco anglo-francese. ‘Amir ordinò quindi alle truppe nel Sinai orientale e a Sharm al-Shaykh di ritirarsi a occidente. Senza dubbio quest’ordine influenzò negativamente anche il morale dei reparti che non lo ricevettero. Ma non sembra che sia stata data alcuna disposizione di abbandonare l’intera penisola.94 Si dice che Nasser fosse propenso a emanarla, ma che ‘Amir si sia opposto.95 A quanto pare gli israeliani non sapevano che molte unità nemiche avevano avuto l’ordine di ritirarsi: il 1° novembre ripresero l’avanzata come se li attendesse una dura lotta.

Lo scontro più cruento del conflitto ebbe luogo prima della ritirata egiziana verso occidente. Sharon, che comandava i paracadutisti dell’IDF, ansioso di menare le mani e senza curarsi delle istruzioni del Comando sud nelle prime ore del 31 ottobre lanciò una forza d’attacco pari a un battaglione verso il passo di Mitla. (I superiori avevano autorizzato solo una sortita a puro scopo esplorativo.) Ma a sua insaputa un battaglione di fanteria egiziano, appoggiato da unità dotate di mortai da 120 mm, cannoni anticarro e cannoni senza rinculo, si era trincerata da entrambi i lati del passo. Quando la forza d’attacco entrò nella gola gli egiziani aprirono il fuoco da ambo i lati mentre i loro aerei mitragliavano e bombardavano la colonna. Sharon inviò rinforzi, e al prezzo di feroci combattimenti a breve distanza che durarono tutta la notte, i paracadutisti israeliani conquistarono una posizione egiziana dopo l’altra. Il mattino seguente il passo era in mano agli israeliani, ma l’IDF lamentava 38 morti e 120 feriti. I morti egiziani furono più di 200.96

Altrove le colonne dell’IDF avanzarono senza problemi, coi jet israeliani e francesi che spianavano la strada. Il 2 novembre la XXVII Brigata prese al-‘Arish (che gli egiziani avevano già evacuato) e proseguirono lungo la strada costiera incalzando gli egiziani in ritirata. Dando prova di eccellente mobilità, la XXVII coprì 120 chilometri in otto ore, fermandosi il giorno dopo col Canale a portata di artiglieria. Più a sud la VII Brigata corazzata era avanzata senza incontrare apprezzabile resistenza lungo la rotta centrale est-ovest, fermandosi poco lontano dal Canale di fronte a Ismailia.

La striscia di Gaza – tranne Rafa, caduta l’1-2 novembre – fu conquistata il 2-3 novembre. L’VIII Divisione palestinese, che la difendeva, era una formazione messa insieme alla bell’e meglio.97 I soldati erano palestinesi, gli ufficiali egiziani, l’organico sottodimensionato, ed essa oppose una resistenza sporadica e poco organizzata. La notizia che dal 2 novembre la striscia di Gaza era isolata dal resto del Sinai, e l’esercito egiziano era in piena ritirata dopo aver subito pesanti perdite, provocò un crollo del morale. Nessun ufficiale superiore riteneva che, in simili condizioni, l’VIII Divisione potesse resistere più di qualche ora. L’alto comando egiziano le aveva ordinato di tener duro il più possibile per ritardare l’avanzata israeliana – pur avendo ordinato già il 1° novembre alla maggior parte delle forze nel Sinai orientale di arretrare fino a ovest del Canale. (Forse il principale compito della divisione consistette proprio nel facilitare quella ritirata.) Ma centinaia di soldati della divisione misero al sicuro anche se stessi dirigendosi, con molti fedayin, verso la Cisgiordania attraverso la strozzatura settentrionale del Negev.

L’avanzata israeliana e i giorni seguenti furono caratterizzati da molto inutile spargimento di sangue, specialmente di soldati egiziani prigionieri o in ritirata. Inoltre le truppe israeliane trucidarono circa 500 civili palestinesi durante e dopo la conquista della striscia di Gaza. Circa 200 furono uccisi a Khan Yunis (il 3 novembre) e a Rafa (il 12 novembre). Alcune dozzine di sospetti fedayin catturati dagli israeliani furono giustiziati sommariamente. Durante e dopo la conquista della Striscia ci furono anche molti saccheggi. Per questa ragione almeno un ufficiale superiore, il colonnello Uri Ben-Ari, comandante della VII Brigata, fu processato e rimosso dal comando. (Ma in quanto esperto comandante di mezzi corazzati fu richiamato in servizio attivo nel giugno 1967 e di nuovo nell’ottobre 1973, venendo congedato col grado di generale di brigata.)98

Un’altra atrocità macchiò i successi israeliani nella guerra del 1956. Il 29 ottobre, unità della polizia di confine massacrarono 49 arabi israeliani dentro e intorno al villaggio di Kefar Qasim, nel «piccolo triangolo». Tornando dal lavoro, gli abitanti del villaggio avevano violato un coprifuoco di cui non erano stati informati.

Un’ultima conquista restava da compiere: quella di Sharm al-Shaykh e degli stretti di Tiran, il cui blocco da parte dell’Egitto era tra gli eventi che avevano precipitato la crisi. L’area era difesa da circa due battaglioni egiziani. La brigata dell’IDF che si era diretta a sudovest lungo la costa orientale del Sinai aveva attraversato dune e wadi quasi insuperabili, raggiungendo i sobborghi di Sharm il 4 novembre; il mattino dopo il quartier generale egiziano, il porto e l’aeroporto avevano capitolato.99 Nella campagna del Sinai le operazioni aeree furono di estrema importanza, e caratterizzate dalla superiorità israeliana, nonché da operazioni di rifornimento su larga scala delle truppe di terra tramite aerei durante le avanzate. I tentativi dell’aeronautica del Cairo di intervenire nei combattimenti terrestri e distruggere i velivoli dell’IDF furono in gran parte senza esito. Spettando agli alleati di colpire gli aeroporti egiziani e proteggere città e basi aeree d’Israele, l’IDF poté assegnare alla sua intera forza aerea un ruolo di supporto ai reparti di terra. Oltre a coprire le truppe israeliane – in particolare la brigata di paracadutisti sul più meridionale degli assi di avanzata – l’IAF, rinforzata dal 1° novembre da due delle tre squadriglie di cacciabombardieri francesi con base in Israele, attaccò ripetutamente le colonne egiziane nel Sinai orientale e occidentale. I danni inflitti al nemico in ritirata furono notevoli, ma questo riuscì in gran parte a rifugiarsi a ovest del Canale con la maggior parte delle armi pesanti.100

Durante la campagna del Sinai ebbe luogo una sola operazione navale di rilievo. Il cacciatorpediniere egiziano Ibrahim al-Awwal aprì il fuoco contro Haifa all’alba del 31 ottobre (senza conseguenze per persone e installazioni), ma fu inseguito e catturato dalla marina israeliana assistita dall’aviazione, dopo esser stato colpito e mandato in avaria. Col nome di Haifa, il cacciatorpediniere entrò poi a far parte della marina israeliana.

Il bilancio della campagna del Sinai fu di 190 morti, 800 feriti e 20 prigionieri per l’IDF, alcune migliaia di morti, circa 4.000 prigionieri e ingenti perdite di materiali per l’esercito egiziano.

IL PIANO ANGLO-FRANCESE per la conquista del Canale di Suez aveva un difetto di fondo che ne compromise la realizzazione. Il difetto dipendeva dalla necessità di simulare che Francia e Gran Bretagna intervenissero per separare due Stati in guerra, anziché in quanto belligeranti a fianco di Israele. In realtà, le due potenze avevano cominciato a progettare l’intervento fin dalla nazionalizzazione del Canale da parte di Nasser, il 26 luglio 1956, per riprendere il controllo della via d’acqua e sbarazzarsi del dittatore egiziano. Il primo ministro britannico Anthony Eden lo considerava quasi un Hitler redivivo le cui aggressioni andavano fermate.101

In agosto reparti militari francesi e britannici cominciarono a prepararsi a Malta e a Cipro. Nell’insieme furono coinvolti 50.000 soldati britannici e 30.000 francesi, oltre a centinaia di aerei e più di 100 navi (comprese sette portaerei). Ma a causa della messinscena politica, con l’Operazione Moschettiere destinata a iniziare solo dopo il rigetto dell’ultimatum anglo-francese da parte del Cairo, la forza d’invasione non poteva agire fin dal 29 ottobre. Infatti, si mosse da Malta dopo il rigetto dell’ultimatum, e quando la campagna del Sinai era già in corso da qualche giorno. Questo fattore, aggiunto a carenze di coordinamento e mobilità e a una sopravvalutazione delle forze armate egiziane che fece adottare ogni sorta di macchinose precauzioni, sfociò in uno iato di sei giorni tra l’inizio delle operazioni aeree e l’attacco di terra all’estremità settentrionale del Canale. Un ritardo che sarebbe stato fatale all’impresa, sul terreno politico come su quello militare.

L’offensiva aerea iniziò il 31 ottobre e durò tre giorni. L’invasione vera e propria il 5 novembre, con lanci di paracadutisti su Porto Sa‘id, all’imbocco settentrionale del Canale, e su Porto Fu‘ad, appena al di là di esso. Il 6 novembre unità anfibie britanniche e francesi sbarcarono e travolsero Porto Sa‘id incontrando una resistenza solo debole e sporadica. Ma più che la resistenza egiziana, ad averla vinta furono le mosse diplomatiche e le minacce più o meno scoperte di Stati Uniti e Unione Sovietica. L’avanzata verso sud lungo il Canale s’interruppe in seguito a un pressante invito al cessate il fuoco da parte delle Nazioni Unite, alle due antimeridiane del 7 novembre, quando al raggiungimento della città di Suez mancavano ancora oltre 150 chilometri. La fase anglo-francese del conflitto era finita.

Il 5 novembre israeliani ed egiziani avevano accettato la proposta di cessate il fuoco delle Nazioni Unite, compromettendo l’invasione anglo-francese ancor prima che cominciasse. Il giorno dopo Nikolaj Bulganin, primo ministro dell’Unione Sovietica, inviò messaggi dal tono minaccioso a Eden, Mollet, Ben-Gurion ed Eisenhower. Il contenuto della lettera a Ben-Gurion era particolarmente concitato: l’aggressione all’Egitto stava «diffondendo un odio per lo Stato israeliano tra i popoli dell’Oriente che non potrà restare senza conseguenze per il futuro d’Israele, e mette a repentaglio la sua stessa sopravvivenza in quanto Stato».

Gli israeliani ne furono allo stesso tempo indignati e spaventati. Ben-Gurion scrisse sul diario: «Quel messaggio di Bulganin avrebbe potuto stilarlo Hitler in persona. Il pandemonio di carri armati russi sguinzagliati in Ungheria [dove le truppe sovietiche stavano stroncando la ribellione anticomunista] dimostra di cosa sono capaci questi nazi-comunisti. Quello che mi preoccupa è che armamenti sovietici stanno affluendo in Siria, ed è verosimile che siano accompagnati da “volontari”».102

Ma furono soprattutto gli americani a convincere i britannici, e sulla loro scia i francesi, a desistere. La guerra era ritenuta responsabile della fuga dalla sterlina, e Washington fece capire che non sarebbe intervenuta in suo sostegno; la stessa «relazione privilegiata» con Londra sembrava in pericolo. Eden e i vertici francesi persero il sangue freddo. Oltretutto, l’accettazione dell’ipotesi di cessate il fuoco da parte di Egitto e Israele toglieva ogni giustificazione all’intervento, e così in Gran Bretagna come in Francia esso era oggetto di una crescente opposizione «trasversale».

Sul terreno, il 7 novembre la situazione era assai imbarazzante sia per Londra sia per Parigi. La forza d’invasione aveva mancato l’obiettivo di conquistare l’intero Canale, insieme a una fascia di sicurezza di una quindicina di chilometri lungo ciascuna delle sue sponde; tanto meno era riuscita a disarcionare Nasser. Controllava solo l’estremità nord della via d’acqua, mentre buona parte degli uomini e dei mezzi erano ancora al largo, sulle navi. Militarmente la situazione era precaria, la testa di ponte essendo vulnerabile sia a un attacco aereo sia ad azioni di guerriglia. E il Canale era chiuso, gli egiziani avendo affondato navi e fatto crollare ponti ogni manciata di chilometri. Solo una complessa operazione di bonifica avrebbe potuto renderlo di nuovo navigabile.103

Paradossalmente, dopo che i britannici ebbero accettato il cessate il fuoco il segretario di Stato americano John Foster Dulles, dal suo letto di ammalato (era affetto da un tumore incurabile) li biasimò privatamente per aver lasciato a metà l’avanzata. «Perché non siete andati fino in fondo e non avete fatto cadere Nasser?», domandò al ministro degli Esteri britannico Lloyd venuto a fargli visita.104

Francia e Gran Bretagna avevano accettato subito di ritirarsi dal Canale – in effetti, prima ancora di aver terminato di sbarcare le truppe – ma a condizione che fosse schierata una forza dell’ONU in grado di garantire gli interessi anglo-francesi, per salvare almeno le apparenze. La forza in questione fu istituita dall’Assemblea generale il 7 novembre, e i primi contingenti (scandinavi) giunsero a Porto Sa‘id il 21 novembre. Il 3 dicembre fu annunciato l’imminente ritiro, e il 22 e 23 le forze anglo-francesi lasciarono l’Egitto sotto scorta dell’UNEF. Il giorno dopo la statua di Ferdinand de Lesseps a Porto Sa‘id fu fatta esplodere da artificieri egiziani; due settimane più tardi, Eden rassegnò le dimissioni.

La crisi di Suez aveva danneggiato il prestigio britannico e francese in Medio Oriente in modo irreparabile. Per decenni Londra e Parigi furono sospettate di (velleitarie) ambizioni neoimperialiste, mentre il ruolo di garante degli interessi occidentali fu assunto dagli Stati Uniti. L’Unione Sovietica, a sua volta, ebbe buon gioco nell’ergersi a protettrice degli Stati arabi «progressisti», ai quali inviò in misura crescente denaro, armi e consiglieri.

Il ritiro israeliano non fu rapido come quello di britannici e francesi, i cui leader avevano solo finto di considerare Nasser pericoloso come un nuovo Hitler. L’ostilità israeliana era più sincera e motivata. L’esercito egiziano aveva invaso la Palestina nel maggio 1948, spingendosi a breve distanza da Tel Aviv. In seguito Il Cairo aveva varato un intenso programma di riarmo (e avrebbe rappresentato la minaccia più seria per l’IDF tanto nel ’67 quanto nel 73). Dopo il 1956 Nasser avrebbe parlato spesso della necessità di distruggere Israele. Perciò non c’era nulla di fittizio nella convinzione dei vertici israeliani che l’ostilità degli Stati arabi – e dell’Egitto in primo luogo – mettesse in pericolo la sopravvivenza del paese.

Il 7 novembre Ben-Gurion dichiarò che l’accordo armistiziale con l’Egitto del 1949 era decaduto, e che Israele non avrebbe permesso a nessuna forza delle Nazioni Unite di schierarsi sul suo territorio o nella parte del Sinai e della striscia di Gaza che aveva occupato. Parlò anche di diritti storici di Israele sull’isola di Tiran, da lui identificata con Yodfat, dove un regno ebraico era esistito nel VI secolo d.C. Il senso delle sue parole era chiaro: lo Stato ebraico non aveva nessuna intenzione di ritirarsi dal Sinai.

Poche ore dopo l’Assemblea generale dell’ONU approvò una Risoluzione che chiedeva l’immediato ritiro dei tre eserciti invasori dall’Egitto. La maggioranza fu di 65 a 1 (di Israele il solo voto contrario; Gran Bretagna e Francia si astennero). Herbert Hoover jr., segretario di Stato americano ad interim, minacciò di bloccare tutti gli aiuti economici a Israele, pubblici e privati; l’ONU avrebbe approvato sanzioni, e Israele sarebbe stato espulso dall’Organizzazione.105 Eisenhower, essendo appena stato rieletto, poteva ignorare le pressioni della lobby ebraica. Abba Eban era estremamente preoccupato, e Ben-Gurion se ne accorse. I suoi telegrammi a Gerusalemme dagli Stati Uniti «diffondevano paura e costernazione… Un giorno da incubo», commentò il leader israeliano.106

Lo Stato ebraico non resse alle pressioni; l’8 novembre Eban annunciò l’accettazione in via di principio della Risoluzione ONU, purché il ritiro fosse graduale e soggetto a precise condizioni circa compiti e schieramento del corpo di spedizione dell’ONU. Col passare delle settimane, pensava Ben-Gurion, il mondo si sarebbe abituato all’occupazione israeliana della striscia di Gaza e di Sharm al-Shaykh. In effetti l’11 novembre il suo governo decise ufficialmente che pur ritirandosi da quasi tutto il Sinai, Israele avrebbe conservato gli stretti di Tiran e una striscia di territorio lungo la costa fino al porto di Eilat. Inoltre nessuna forza armata egiziana avrebbe dovuto stazionare nel Sinai, e l’UNEF sarebbe rimasta nella zona del Canale come cuscinetto.107

Comunque, restando pressoché immutata la pressione degli Stati Uniti e della comunità internazionale, l’IDF cominciò a ritirarsi dal Sinai l’ultima settimana di novembre, facendo alle sue spalle terra bruciata come raccomandato da Ben-Gurion. Tutte le installazioni militari furono distrutte, le linee ferroviarie smantellate e il materiale portato in Israele; le strade furono rese impercorribili e alcune zone furono minate. Il 15 gennaio 1957 l’IDF era di nuovo al di qua del vecchio confine internazionale, fatta eccezione per Sharm al-Shaykh e la striscia di Gaza.

Il governo israeliano accettò in via di principio l’evacuazione di Sharm al-Shaykh, alla condizione che il diritto di navigazione negli stretti fosse efficacemente garantito dalla comunità internazionale. Ma Israele non avrebbe abbandonato la striscia di Gaza «nemmeno se gli Stati Uniti avessero imposto sanzioni», dichiarò Ben-Gurion. La Striscia – la cui estremità settentrionale distava meno di una cinquantina di chilometri da Tel Aviv – tra il 1949 e il 1956 era stata teatro d’innumerevoli incidenti di confine, e rappresentava un’evidente minaccia strategica per Israele. Ma vi risiedevano più di 300.000 arabi – un fardello che lo Stato ebraico non era ansioso di accollarsi.

La documentazione disponibile non dà adito a dubbi sul fatto che Ben-Gurion avrebbe preferito tenere sia Sharm al-Shaykh sia la striscia di Gaza, anche senza garanzie internazionali e nonostante le masse di arabi stipate in miserabili campi profughi. Ma Washington fu irremovibile sulla necessità di un ritiro completo. Un atteggiamento che Ben-Gurion trovava incomprensibile: «Abbiamo un presidente [Eisenhower] che… passa gran parte del tempo giocando a bridge e a golf. Ogni mattina legge un foglietto… su quello che succede nel mondo – e tra tanti problemi, ecco che proprio questo finisce in cima ai suoi pensieri».

Ben-Gurion non capiva che all’indomani dello smacco anglo-francese gli Stati Uniti sentivano di essere rimasti soli a rappresentare gli interessi dell’Occidente e a controbilanciare l’influenza dell’Unione Sovietica; e per non perdere l’intero mondo arabo dovevano mostrarsi più rigidi che in passato con Israele.108

I primi due mesi del 1957 videro gli ultimi, tenaci sforzi israeliani di ottenere da Washington e dalle Nazioni Unite le più ampie garanzie prima di ritirarsi. Le riserve di tenacia si esaurirono verso la metà di febbraio, e il 10 marzo il ministro degli Esteri Golda Meir annunciò la disponibilità israeliana a ritirarsi. In cambio gli Stati Uniti avevano indirettamente promesso di garantire il diritto di navigazione negli stretti di Tiran, e riconosciuto a Israele il diritto di reagire se l’Egitto li avesse chiusi di nuovo. Quanto a Gaza, gli Stati Uniti si erano impegnati – in modo un po’ vago – a insediare un’amministrazione delle Nazioni Unite e a impedire il ritorno della zona sotto la sovranità egiziana. Lungo il confine sarebbe stata schierata una forza d’interposizione dell’ONU, sul territorio egiziano o precedentemente controllato dall’Egitto.

L’IDF evacuò Gaza il 6 marzo e Sharm al-Shaykh due giorni dopo. Il contingente dell’ONU cercò d’imporre la sua autorità sulla Striscia ma agitatori egiziani provocarono subito disordini e lanci di pietre. Il 14 marzo i rappresentanti dell’ONU furono sostituiti da funzionari egiziani, ma la presenza della forza d’interposizione e il timore di Nasser di una nuova offensiva israeliana evitarono la riattivazione dei fedayin, e lo schieramento di forze ostili a Israele nel Sinai orientale.

Le conseguenze dell’insuccesso anglo-francese furono profonde. Grazie al controllo dei media, Nasser persuase il suo popolo, e molti altri arabi, che l’Egitto avesse vinto. Il Canale era più egiziano di prima, e il suo regime bene in sella, con un forte sostegno popolare che andava ben oltre i suoi confini. L’Unione Sovietica lo sosteneva militarmente, politicamente ed economicamente, mentre alla fine Israele era stato costretto a evacuare tutto il Sinai e la striscia di Gaza. Quanto alla forza d’interposizione dell’ONU, i termini del suo dispiego davano al Cairo il diritto di licenziarla a piacimento. In breve, l’Egitto era diventato il paese-leader indiscusso del mondo arabo.

La collusione di Gran Bretagna e Francia col nemico sionista contro l’Egitto, e la tentata invasione imperialista del suolo arabo sollevarono un’ondata di radicalismo e nasserismo in tutti i paesi arabi. Tornò a circolare l’idea di uno Stato arabo unificato, questa volta sotto la guida di Nasser. Di lì a due anni, la popolarità del dittatore egiziano sfociò in una (effimera) unione politica di Egitto e Siria: la Repubblica Araba Unita (RAU).

Più gravi conseguenze sarebbero sopraggiunte a danno dei paesi filoccidentali della regione, Iraq, Giordania e Libano, dove la sovversione egiziana si mescolava alla sfiducia della popolazione nelle locali classi dirigenti. In Iraq, il 14 luglio 1958 le forze armate presero il potere; il re Faysal e il primo ministro Nuri Said furono assassinati. Ma effettuato il Putsch i capi della rivolta, il generale di brigata ‘Abd al-Karim Qassam e il colonnello ‘Abd al-Salam ‘Arif, resistettero alle spinte panarabe e respinsero le avances egiziane. L’Iraq conservò la propria autonomia.

Nel marzo 1957 la Giordania abrogò il trattato di alleanza con la Gran Bretagna dopo che Egitto, Siria e Arabia Saudita ebbero accettato di corrispondere un finanziamento annuale di 12,5 milioni di sterline in sostituzione degli aiuti britannici. Ciò non impedì ai sostenitori dell’Egitto e dell’unità araba di ordire complotti contro re Hussein. Nell’aprile 1957 il sovrano riuscì a sventare un progetto di colpo di Stato appoggiato, se non organizzato, dal Cairo. E nel luglio 1958, su richiesta di Hussein, paracadutisti britannici giunsero ad Amman mentre il regime tremava sotto l’onda d’urto del pronunciamento di Baghdad. Dopo qualche mese la situazione si stabilizzò e le truppe inglesi poterono essere ritirate. Negli anni seguenti Nasser rinnovò senza successo il tentativo di rovesciare la superstite monarchia hascimita.109

Anche in Libano – un tradizionale cliente della Francia – si avvertirono i contraccolpi della crisi di Suez. Il varo della RAU fece da catalizzatore – da sempre il Paese dei cedri risentiva dei cambiamenti nella vicina Damasco – mentre il finanziamento delle forze libanesi radicali da parte dell’Egitto fornì una parte dei reagenti. I leader musulmani e di sinistra chiesero l’integrazione del paese in quella che sembrava una nascente federazione panaraba, incontrando l’opposizione dei cristiani. Gli scontri tra i due campi si aggravarono fino a trasformarsi, nel maggio 1958, in guerra civile strisciante. Il governo libanese, dominato dai cristiani, accusò la RAU di fomentare i disordini. In luglio, col Putsch di Baghdad sullo sfondo, il presidente libanese Camille Chamoun chiese aiuto a Washington e marines americani sbarcarono a Beirut per puntellare il regime. Furono rimpatriati in ottobre, quando l’acme della crisi sembrava superato; e dopo le elezioni, la presidenza fu assunta dal generale Fu‘ad Shihab e fu formato un governo in cui nasseriani ed esponenti della destra erano rappresentati in modo pressappoco paritetico. Tuttavia, da quel momento la politica estera libanese si attenne più o meno strettamente alle posizioni egiziane.

Tra le conseguenze della guerra del 1956 va menzionata la significativa riduzione degli incidenti di confine egiziano-israeliani e giordano-israeliani. L’Egitto evitò di riattivare i fedayin, e le forze di sicurezza egiziane e giordane fecero grandi sforzi per limitare le intrusioni. Appresa la lezione del Sinai, gli eserciti arabi erano ben decisi a non svegliare la tigre israeliana. Inoltre, lungo il confine tra Egitto e Israele era schierata la forza d’interposizione delle Nazioni Unite.

Ciò nonostante, la principale eredità politica della crisi di Suez consistette in una forte radicalizzazione dell’antagonismo arabo-israeliano. Nasser e altri leader arabi cominciarono a parlare apertamente della necessità di un «terzo round», destinato a concludersi con la fine dello Stato ebraico. In una lettera a Hussein del 13 marzo 1961, Nasser scrisse: «Quanto… a Israele, crediamo che questo morbo introdotto nel cuore del mondo arabo debba essere sradicato».110

Se fino alla crisi di Suez la distruzione d’Israele non fu la politica degli Stati arabi, lo diventò a partire dal 1956. Così, paradossalmente, mentre gli scontri di confine e le intrusioni di terroristi furono rari tra il 1957 e il 1962, la spinta politica alla belligeranza s’intensificò in tutto il mondo arabo dopo la collusione israeliana con le due potenze ex imperialiste e la campagna militare contro l’Egitto. Agli occhi di molti, quello che i politici arabi più antisraeliani affermavano da tempo – che Israele era il «braccio armato» dell’imperialismo in Medio Oriente – era ormai un dato di fatto.

CAPITOLO 7

La guerra dei sei giorni, 1967

Verso la guerra

IL MATTINO DEL 14 MAGGIO 1967 le più alte autorità israeliane affollavano la terrazza dell’ufficio del primo ministro Levi Eshkol, con vista sullo stadio dove stava per cominciare la sfilata del Giorno dell’indipendenza. A un tratto il generale di corpo d’armata Yizchaq Rabin, capo di stato maggiore generale dell’IDF, prese da parte Eshkol (succeduto a Ben-Gurion nel 1963) per riferirgli gli insoliti movimenti di alcuni reparti egiziani che, attraversato il Canale, erano giunti nel Sinai.

Era solo l’inizio. Di lì a tre settimane l’equivalente di sette divisioni (circa 100.000 uomini, 900 carri armati e 700 pezzi di artiglieria) si sarebbero schierati in assetto difensivo lungo il confine con Israele. Fino a quel momento Il Cairo aveva schierato nella penisola meno di una divisione. Dal 1956 il confine e Sharm al-Shaykh erano pattugliati dall’UNEF, la forza d’interposizione delle Nazioni Unite. Il nuovo schieramento delle forze egiziane alterava un equilibrio che aveva assicurato un decennio di tranquillità. Esso costituiva una minaccia strategica e una sfida alla deterrenza israeliana; ma costringendo lo Stato ebraico a mobilitare gran parte della riserva per un tempo indefinito, poteva danneggiare la sua economia in modo grave e prolungato.

L’iniziativa egiziana e le successive risposte israeliane, che sarebbero sfociate il 5 giugno nella guerra detta «dei sei giorni», furono in larga misura il risultato di errori e fraintendimenti di entrambe le parti. Rabin ipotizzò, probabilmente a ragione, che l’iniziativa egiziana fosse una forma di pressione politica, un ammonimento a Israele a non attaccare la Siria e una prova al resto del mondo arabo della solidarietà, forza e determinazione dell’Egitto. Solo qualche settimana prima il servizio segreto dell’IDF era giunto alla conclusione, nel suo «esame della situazione strategica nazionale», che un conflitto nell’immediato futuro era altamente improbabile. Una parte consistente delle forze armate egiziane era invischiata nella guerra civile dello Yemen, dove combatteva con i repubblicani contro i monarchici appoggiati dall’Arabia Saudita. Non era quindi nell’interesse dell’Egitto iniziare una guerra contro Israele; ed era ancora più improbabile che gli altri Stati arabi lo facessero senza l’Egitto. (D’altra parte il primo ministro Eshkol, che pur non avendo un retroterra militare era prudente per natura, in febbraio aveva comunicato a un gruppo di ufficiali che una guerra avrebbe potuto scoppiare «presto».)1

Ma retrospettivamente appare chiaro che uno slittamento verso la belligeranza era percepibile da mesi, se non da anni. I palestinesi, inattivi da tempo, nel maggio 1964 erano tornati in campo fondando l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), con l’obiettivo statutario di rimediare alle ingiustizie subite dal loro popolo e cancellare l’«entità sionista». La principale componente dell’OLP sarebbe stata al-Fatah, fondata da un gruppo di esuli palestinesi verso la fine degli anni ’50. Il 2 gennaio 1965 Fatah compì la prima operazione militare, sabotando una parte del condotto idrico nazionale (un canale in gran parte a cielo aperto che convogliava acqua dal mare di Galilea alle regioni centrale e meridionale del paese). Tra il gennaio 1965 e il giugno 1967 gruppi della guerriglia palestinese, per lo più collegati a Fatah, effettuarono 122 incursioni in gran parte abortite.

Per lo più le incursioni partivano da Giordania e Libano ma Fatah, almeno a partire dal febbraio 1966, era armato, addestrato e consigliato soprattutto dallo stato maggiore siriano. Questo preferiva appunto che le intrusioni partissero da altri paesi, per diminuire il pericolo di rappresaglie contro il proprio.2 La Giordania e in minor misura il Libano, tentavano con scarso successo di ostacolare le incursioni. A sua volta Israele compiva rappresaglie per spingere re Hussein ad agire con più decisione.

Una delle rappresaglie più dure ebbe luogo il 13 novembre 1966, due giorni dopo la morte di tre paracadutisti israeliani uccisi da una mina al confine della Cisgiordania, a sud di Hebron. Diversamente dal solito la rappresaglia avvenne in pieno giorno e con largo impiego di mezzi: carri armati, semicingolati pieni di parà, artiglieria semovente e copertura aerea. L’obiettivo principale era il villaggio collinare di As Samu’; in più, un’unità dell’IDF tese un’imboscata a una colonna della Legione araba diretta alla zona dell’attacco.3 A quanto pare, gli artefici del piano non si curarono di eventuali conseguenze politiche. Ma l’attacco provocò violente dimostrazioni antihascimite in Cisgiordania, scuotendo la stessa monarchia. Nel contempo i media giordani, per lo più sotto il controllo dello Stato, tentarono di scaricare una parte della responsabilità sull’Egitto accusando Nasser di non aver mantenuto le promesse di aiuto alla Giordania e di «nascondersi sotto le gonne dell’UNEF».

Un’altra e più grave causa di aumento della tensione in Medio Oriente fu una serie di scontri tra Israele e Siria, dovuti a disaccordi sull’uso delle acque del Giordano e su alcune attività agricole israeliane in prossimità del confine. I dissensi furono aggravati dall’ascesa al potere, a Damasco, del regime «socialista» ba‘thista [Ba‘th, in arabo «rinascita» ma anche «missione». Partito siro-iracheno dalla forte impronta nazionalista. Fondato in Siria nel 1940. (N.d.T.)]. I suoi esponenti erano soliti parlare di «guerra di liberazione» in Palestina, contribuendo a dare pericolose implicazioni politiche a una contesa meramente utilitaristica.

Quando Israele cominciò a pompare acqua dal mare di Galilea nel condotto idrico nazionale, il 5 giugno 1964, la Siria reagì con un progetto per deviare nel proprio territorio l’acqua delle sorgenti del Giordano. A sua volta Israele intensificò i pattugliamenti in zone adiacenti alle sorgenti, intorno al kibbutz Dan. In novembre, postazioni di artiglieria siriane aprirono il fuoco contro le pattuglie provocando la risposta dell’IDF, dapprima con l’artiglieria, poi con mezzi corazzati, infine con l’aviazione che ridusse al silenzio le postazioni siriane. Nel 1965 ci furono tre incidenti gravi in cui carri armati e artiglieria dell’IDF distrussero carri armati e bulldozer di Damasco dopo che i siriani avevano aperto il fuoco contro pattuglie o agricoltori israeliani. Il tentativo di deviare il corso dell’acqua cessò nel luglio 1966, quando l’aviazione israeliana bombardò una concentrazione di bulldozer e abbatté un MIG 21 che aveva tentato d’interferire.4

In agosto i siriani aprirono il fuoco contro un battello della guardia costiera israeliana incagliatosi all’estremità nordorientale del mare di Galilea, e dal gennaio 1967 attaccarono sporadicamente pattuglie e agricoltori nella DMZ a oriente del lago. Il 7 aprile lo scontro salì un gradino: entrambe le parti impiegarono i carri armati. L’IAF bombardò e mitragliò 17 postazioni siriane, e furono abbattuti sei MIG 21, due dei quali su Damasco.5 Particolarmente umiliante fu per i siriani l’incapacità della loro aviazione d’impedire all’IAF di sorvolare la capitale. Qualche settimana dopo i loro servizi segreti inviarono un agente con passaporto britannico in Israele, a compiere attentati dinamitardi durante la celebrazione del Giorno dell’indipendenza; fu individuato e arrestato prima che potesse far danni.6

Con questo crescendo di ostilità sullo sfondo, Rabin dichiarò a metà maggio: «Le reazioni adottate nei confronti di Giordania e Libano sono applicabili solo agli Stati che non hanno agevolato gli atti di sabotaggio partiti dal loro territorio… Il caso della Siria è diverso, perché il suo governo è il mandante degli atti di sabotaggio. Per questo è diverso anche lo scopo delle nostre iniziative in Siria».7

Alcuni osservatori interpretarono le parole di Rabin come se esprimessero l’intenzione di destabilizzare il regime ba‘thista. Lo stesso Eshkol rimproverò a Rabin quella dichiarazione, che molti ministri giudicarono inopportuna. Ma è chiaro ch’essa rispecchiava il pensiero del governo. In un’intervista dell’11 maggio, Eshkol aveva dichiarato: «Visto che soltanto il mese scorso si sono verificati 14 incidenti [di confine], è possibile che dovremo adottare misure non meno drastiche di quelle del 7 aprile» (giorno dell’abbattimento dei sei MIG).8 E il 12 maggio l’United Press riferì che: «Una fonte israeliana di alto livello ha affermato che Israele effettuerebbe un intervento militare limitato volto a rovesciare il regime militare di Damasco, se i terroristi siriani continueranno a compiere sabotaggi in Israele. Il governo siriano verrebbe colpito con tutta la forza necessaria». La fonte, che secondo un’altra versione avrebbe parlato di un’«operazione militare di grande ampiezza e potenza», era il direttore del servizio segreto militare, generale Aharon Yariv, che così si era espresso durante una conferenza stampa per i corrispondenti esteri.9

Fu dunque il rovente confine israeliano-siriano ad accendere la miccia della guerra dei sei giorni. Avvertimenti che Israele stava concentrando truppe alla frontiera in vista di un attacco alle alture del Golan erano venuti ripetutamente da Damasco nelle settimane successive agli scontri del 7 aprile. All’inizio essi furono sottovalutati, e attribuiti al comprensibile nervosismo della Siria. Ma sembra che il 12 maggio un ufficiale dei servizi segreti sovietici al Cairo abbia confermato ad alcuni alti ufficiali egiziani le vaghe affermazioni siriane. E il 13 maggio i sovietici informarono ufficialmente l’Egitto – sia per mezzo di propri rappresentanti al Cairo, sia tramite una delegazione egiziana guidata da Anwar Sadat, portavoce dell’Assemblea nazionale, in quel momento a Mosca – che Israele ammassava truppe in vista dell’invasione della Siria. I sovietici parlarono di 10-12 brigate, e del 17 maggio quale probabile data dell’attacco.10

Lo stesso giorno il ministro della Difesa siriano, Hafiz al-Asud, chiese all’Egitto di prendere nei confronti d’Israele misure con valore di deterrente. Il capo di stato maggiore egiziano, Muhammad Fawzi, volò a Damasco per consultazioni. I siriani sembravano sinceramente spaventati, ma a parte i toni bellicosi di alcuni leader israeliani in realtà l’IDF non stava ammassando truppe al confine, non aveva mobilitato i riservisti, e non stava trasferendo truppe e mezzi corazzati se non per ragioni di routine. Ciò fu confermato da Fawzi, che in seguito ricordò: «Non trovai nessun dato concreto a sostegno delle informazioni ricevute. Al contrario, le fotografie aeree scattate dai ricognitori siriani non rivelavano alcuno spostamento dei reparti [israeliani] dalla disposizione normale».11

Sembra che il 14 (o il 15) maggio Fawzi abbia informato anche Il Cairo, aggiungendo che le forze armate siriane non erano in allerta. Tornato al Cairo il 15, Fawzi comunicò personalmente le sue conclusioni al ministro della Guerra ‘Amir.12

Perché il Cremlino abbia confermato qualcosa che non stava accadendo potrà forse essere chiarito quando si potrà accedere ai relativi documenti. È possibile che alcuni dirigenti sovietici credessero in buona fede che Israele stesse per colpire, e che la diffusione della notizia servisse da deterrente; ma è più probabile che intendessero innalzare la tensione tra arabi e israeliani, forse per costringere l’Egitto a prendere le difese di Damasco. Probabilmente Mosca non immaginava che la sua mossa avrebbe causato reazioni inconsulte da parte egiziana, tantomeno una nuova guerra. Il suo ambasciatore, Leonid Čuvakin, declinò l’invito di Eshkol a ispezionare il lato israeliano del confine. Il 15 maggio il responsabile dell’Organizzazione dell’ONU per la supervisione della tregua, il generale norvegese Odd Bull, dichiarò di non aver ricevuto «nessun rapporto su ammassamenti di truppe» dagli osservatori lungo il confine. Non è chiaro nemmeno perché gli egiziani abbiano reagito come fecero. Secondo le memorie di Fawzi, ‘Amir non rispose il 15 maggio al suo rapporto sull’infondatezza delle notizie circa i preparativi israeliani. «Perciò, mi convinsi che dal suo punto di vista le voci sull’ammassamento di truppe non fossero la ragione principale della mobilitazione e dei trasferimenti di reparti che aveva chiesto così urgentemente.»13

Il sottinteso, esplicitato da un ufficiale dello stato maggiore egiziano, il generale ‘Abd al-Ghani al-Jamasi, era che ‘Amir (forse col beneplacito di Nasser) avesse deciso di approfittare dell’occasione per annullare i guadagni israeliani della guerra del 1956, rimilitarizzando il Sinai, assicurandosi il ritiro dell’UNEF e chiudendo ancora una volta il golfo di Eilat alle navi israeliane.14

Così le divisioni egiziane dilagarono nel Sinai. L’iniziale interpretazione israeliana fu che Nasser stesse solo mostrando i muscoli a fini di deterrenza contro un attacco alla Siria; una scelta sulla quale potevano avere pesato le pungenti critiche arabe alla sua inerzia dopo l’incursione dell’IDF a Samu’ e il combattimento aereo su Damasco. Ma tra il 16 e il 18 maggio l’Egitto trasformò di colpo un’ostentazione di forza in una drammatica crisi politico-militare, chiedendo l’allontanamento dal Sinai e da Gaza dei 3.400 uomini della forza di interposizione dell’ONU.

E il segretario generale U-Thant riconobbe senza riserve il diritto del Cairo di ottenerlo. Tra il 20 e il 21 maggio i soldati dell’UNEF abbandonarono Sharm al-Shaykh, che fu subito occupata dalle truppe egiziane. La remissività delle Nazioni Unite colse indubbiamente di sorpresa gli israeliani. Non è da escludere che abbia colto impreparato lo stesso Nasser. Egli aveva forse calcolato che della questione sarebbero stati investiti il Consiglio di sicurezza o l’Assemblea generale, che avrebbero espresso parere negativo. Così egli avrebbe sfidato Israele rioccupando il Sinai, ma con la forza d’interposizione ancora al proprio posto. Alla notizia che U-Thant aveva acconsentito al ritiro, il servizio segreto dell’IDF cominciò a mutare registro. Un memorandum del 17 maggio affermava: «In caso di ritirata delle forze dell’ONU… potrebbe crearsi una nuova situazione, che darebbe [alla manovra] egiziana caratteristiche di tipo… offensivo». Tuttavia, il 18 maggio quella della guerra era ancora giudicata «un’eventualità remota».15

A questo punto sembra che Nasser sia stato vittima della forza degli eventi provocati da lui stesso (o da ‘Amir). Può aver creduto di essere a un passo da un’importante vittoria politica pressoché priva di costi. Avendo già spostato nel Sinai sei divisioni, e ritirato due brigate dallo Yemen, il 21 maggio ordinò la mobilitazione generale. Sembra che fosse convinto (o si fosse fatto convincere da ‘Amir) che le forze armate egiziane potessero sconfiggere l’IDF, o almeno tenerlo a bada; è anche possibile che la bellicosità delle folle del Cairo, che in vario grado aveva contagiato le altre capitali arabe, avesse annebbiato il suo raziocinio.

I servizi segreti israeliani pensavano ancora che sull’orlo del precipizio egli si sarebbe fermato, e il mattino del 22 maggio pronosticarono che «difficilmente» avrebbe annunciato la chiusura degli stretti di Tiran alle navi israeliane.16 Ma verso mezzogiorno Nasser visitò la base aerea di Bir Gafgafa, in Sinai, e dichiarò che l’Egitto stava per fare proprio questo, provocando di nuovo una situazione da sempre citata da Israele quale potenziale casus belli. ‘Amir ordinò la chiusura del golfo di Eilat, da mezzogiorno del 23 maggio, a tutte le navi battenti bandiera israeliana e a tutte le petroliere dirette a Eilat.17 L’annuncio ufficiale fu diramato quella notte, subito dopo le 24.00.

Retrospettivamente, si può dire che quella fu la mossa decisiva che rese inevitabile il conflitto, anche se non sembra che Nasser se ne sia reso conto.18 In seguito egli avrebbe lasciato capire – nel discorso del 26 maggio ai capi dei sindacati arabi – che le iniziative culminate nella chiusura degli stretti rientravano in un piano volto a causare la guerra con Israele, al fine ultimo di «liberare la Palestina».

Il problema non erano gli stretti di Tiran, ribadì Nasser il 29 maggio, ma l’«esistenza» dello Stato ebraico.19 È chiaro che la situazione stava cambiando in modo drammatico. Alla riunione dello stato maggiore dell’IDF del 23 maggio mattina, Yariv affermò: «Il dopocrisi di Suez è finito. Non è solo una questione di libertà di navigazione. Se Israele non reagisce alla chiusura degli stretti perderà ogni credibilità, e l’IDF ogni potere di deterrenza; gli Stati arabi vedranno nella debolezza d’Israele un’occasione per mettere in forse la sua sicurezza e la sua stessa sopravvivenza». Rabin ed Ezer Weizman, vicecapo di stato maggiore, furono d’accordo.

Alla fine di maggio la mobilitazione delle forze armate israeliane era quasi ultimata. I militari erano per dar battaglia al più presto, ma Eshkol esitava. Gli Stati Uniti, pur avendo condannato energicamente la chiusura degli stretti in quanto «illegale» e «potenzialmente disastrosa per la pace»,20 avevano comunicato a Israele fin dal 15 maggio la loro ferma opposizione a qualunque sua iniziativa unilaterale. Washington propose invece di formare una flottiglia internazionale (la «regata del Mar Rosso», come fu soprannominata) per forzare il blocco egiziano. Quanto a Eshkol, avrebbe preferito dare alle superpotenze il tempo di risolvere la crisi senza guerre.

La crescente tensione di quella settimana ebbe un’altra conseguenza (allora segreta): Rabin soffrì di una specie di esaurimento nervoso, da lui descritto più tardi come un’«intossicazione da nicotina» e «uno stato di spossatezza mentale e fisica»,21 che lo incapacitò per 48 ore dal 22 al 24 maggio.22 Il collasso nervoso ebbe forse per causa immediata una riunione del giorno 22 con Ben-Gurion, ormai in pensione e avanti negli anni, secondo il quale l’«errata» mobilitazione delle riserve da parte di Rabin aveva aggravato la crisi «mettendo il paese in una pericolosa situazione» d’isolamento e guerra imminente.23

Il 24 e 25 maggio l’alto comando egiziano prese brevemente in considerazione, e pianificò, un attacco aereo preventivo contro obiettivi israeliani – compreso l’impianto atomico di Dimona, costruito nei tardi anni ’50 e primi anni ’60 con l’aiuto francese. I governi occidentali sospettavano (o sapevano) che si trattava di un impianto militare. Sembra che ‘Amir abbia impartito ordini, il 25 maggio, per un massiccio attacco all’installazione il giorno 27. L’IDF ne fu informato,24 e il 26 Nasser annullò le disposizioni del generale, intimorito dai moniti americani (e, forse, sovietici).25 Sempre il 25, pare che gli egiziani abbiano discusso l’eventualità di lanciare un’offensiva dal Sinai al confine giordano attraverso il Negev meridionale, isolando il porto di Eilat. Ma Nasser obiettò che Israele avrebbe potuto reagire conquistando la striscia di Gaza, dove le forze del Cairo erano vulnerabili.26

Dall’inizio alla fine della crisi i dirigenti israeliani temettero un attacco all’impianto di Dimona. Nel 1965 un intimo di Nasser, il giornalista Muhammad Husayn Haykal, aveva scritto che secondo esperti arabi Israele sarebbe entrato in possesso della bomba atomica in tre anni al massimo, e il mondo arabo doveva adottare contromisure. Nel 1966 lo stesso Nasser aveva dichiarato che se Israele avesse prodotto armi atomiche, la reazione egiziana sarebbe stata una «guerra preventiva» innanzitutto contro le relative strutture industriali.27 Il 21 maggio Eshkol aveva informato il Comitato governativo di difesa che l’Egitto intendeva chiudere gli stretti e «bombardare il reattore di Dimona».28

È molto probabile che due ordigni rudimentali siano stati realizzati dagli israeliani nell’«interludio» di maggio-inizio giugno. Munya Mardor, direttore di Rafael, l’ente di sviluppo degli armamenti, ha pubblicato il seguente, allusivo brano del suo diario relativo al 28 maggio:

Raggiunto il sito trovai il dottor Jenka… supervisore del gruppo di lavoro assegnato al suo progetto. Il gruppo era impegnato a montare e controllare i congegni bellici il cui sviluppo e la cui produzione esso riuscì a ultimare prima dell’inizio delle ostilità. Era mezzanotte passata. Ingegneri e tecnici, per lo più giovani, erano concentrati sul lavoro. Avevano l’espressione seria e chiusa di chi è conscio della grande – forse terribile – importanza delle armi che è riuscito a portare a livello operativo.29

Il ministro delle Comunicazioni Shimon Peres era stato incaricato fin dall’inizio della supervisione del programma atomico, e può essere considerato il «padre dell’opzione atomica israeliana». A quanto pare, nel maggio 1967 egli aveva proposto a un gruppo ristretto di ministri che Israele prendesse una certa misura drammatica come avvertimento ai paesi arabi, ma i ministri avevano espresso parere contrario.30

Lo spazio aereo sopra e intorno all’impianto fu chiuso a tutti i velivoli, tanto che il 5 giugno, primo giorno della guerra dei sei giorni, la batteria di missili antiaerei di guardia all’impianto abbatté un caccia israeliano danneggiato dal nemico che aveva sorvolato Dimona per errore al ritorno da una missione in Giordania. Il pilota israeliano, probabilmente già ferito, restò ucciso.31 Ciò spiega lo shock di Gerusalemme quando, il 26 maggio, due MIG 21 dell’aeronautica egiziana sorvolarono il reattore (a 15.000 metri) in missione di ricognizione fotografica senza essere abbattuti dagli intercettori e dai missili dell’IAF. La missione fu collegata a un possibile attacco preventivo all’impianto. Alcuni generali, tra i quali Weizman, sospettando che l’Egitto intendesse bombardare il reattore quel giorno o il successivo, chiesero di attaccare immediatamente, ma Eshkol respinse la proposta.32

Per più di una settimana i diplomatici fecero inutilmente la spola tra Gerusalemme, New York, Washington e Il Cairo. Washington, pur continuando a premere su Israele perché non ricorresse alle armi («Israele non sarà mai solo a meno che decida di far da solo», dichiarò in modo significativo il segretario di Stato Dean Rusk), non aveva trovato consensi significativi all’idea della «regata del Mar Rosso».33 Alla fine solo Olanda e Australia accettarono; allo scoppio della guerra, Gran Bretagna e Canada erano ancora indecisi.34

Con la mobilitazione, in Israele l’economia subì un rallentamento. I generali temevano che gli arabi sfruttassero il tempo loro concesso per rinforzare le difese, ma Eshkol insisté per aspettare. 35 Il morale cominciò a calare. Terreni incolti furono consacrati per fungere da cimiteri di emergenza; erano previste decine di migliaia di morti. Nella popolazione civile – ma non nelle forze armate – molti temevano un «secondo Olocausto». Sui giornali, Nasser era paragonato a Hitler. «HaArez», il quotidiano più diffuso, arrivò a stampare la dichiarazione di Nasser del 26 maggio accanto a quella del dittatore tedesco, rilasciata il 30 gennaio 1939: «Se Israele vuole la guerra, ebbene, Israele sarà distrutto», la prima; «Se gli ebrei trascineranno il mondo in una guerra, ebbene, gli ebrei del mondo intero saranno distrutti», la seconda.36 Il nadir dell’umore collettivo fu raggiunto il 28 maggio, con la trasmissione di un discorso del primo ministro alla nazione dal tono preoccupato e titubante, che finì con l’essere soprannominato «il discorso dei balbettii».

Quel mattino il governo aveva deciso di rimandare ogni iniziativa militare per «due o tre settimane» a causa dei ripetuti avvertimenti di Washington, che aveva offerto a Gerusalemme vaghe assicurazioni su una soluzione diplomatica o multinazionale della crisi. L’11 febbraio 1957 gli Stati Uniti si erano impegnati a tutelare la libertà di navigazione negli stretti di Tiran in un promemoria del segretario di Stato John Foster Dulles all’ambasciatore israeliano Abba Eban. Dulles aveva anche garantito l’appoggio americano ad atti di forza israeliani volti a ripristinare la navigabilità, se fossero stati necessari. Ma nel maggio 1967 né la Casa Bianca né il Dipartimento di Stato erano di umore adatto per confermare quegli impegni.

Terminata la trasmissione del discorso, Eshkol incontrò lo stato maggiore dell’IDF e ascoltò i generali esprimersi con inconsueta franchezza. Il governo – e il primo ministro – furono accusati di debolezza e indecisione. Accuse analoghe erano rivolte con crescente energia dai partiti di opposizione: innanzitutto il Cherut di Menachem Begin, ma anche il partito «attivista» Rafi, nuova «casa» politica di Ben-Gurion. Ben presto la commozione del paese si espresse all’unisono: Eshkol non era adatto a guidare il paese in una situazione di guerra, e doveva almeno cedere il ministero della Difesa a una personalità che godesse della fiducia dell’opinione pubblica.

Quest’ultima, i capi dell’opposizione e la maggior parte dei vertici dell’IDF erano per Moshe Dayan, dirigente del Rari ed ex capo di stato maggiore vittorioso della guerra del 1956. Ormai il premier era oggetto di scherno. Secondo Rabin, i leader del Rafi «ridevano di lui, si burlavano del suo carattere, divulgavano le sue debolezze, raccontavano aneddoti sul suo conto e sostenevano che in realtà “la patria, nell’ora della disperazione, è senza ministro della Difesa”». Il capo del governo era provato. Sommate, la difficoltà del momento e la campagna denigratoria avevano minato la sua posizione.37 Il 1° giugno un Eshkol assai riluttante finì col cedere, nominando Dayan ministro della Difesa e due personalità dell’opposizione di destra (una delle quali era Begin) ministri senza portafoglio. Alcuni commentatori definirono l’accaduto «un Putsch».38

Anche nel mondo arabo la situazione era in movimento. Il 30 maggio re Hussein andò al Cairo in aereo e firmò un trattato di difesa reciproca col presidente Nasser.39 Un generale egiziano, ‘Abd al-Mun‘im Riad, fu nominato – almeno sulla carta – comandante supremo dell’esercito giordano. Il 3 giugno due battaglioni egiziani di commando furono trasferiti in Giordania per via aerea, e il mattino seguente una brigata meccanizzata irachena entrò in Giordania e cominciò a spostarsi verso la Cisgiordania. Anche l’Egitto e l’Iraq, tradizionalmente nemici, firmarono un patto di difesa reciproca. La crisi aveva prodotto l’apparente realizzazione dell’antico sogno dell’unità araba. Un’unità costruita intorno al nuovo leader, il presidente egiziano. Perfino la cronica inimicizia tra Hussein e il presidente dell’OLP, Ahmad al-Shuqayri, sembrò stemperarsi durante la visita di questi ad Amman.

Frattanto le masse erano state indotte in uno stato di isteria militarista e prematura esultanza dagli uomini politici e dai media. In Israele, dove la gente non poteva restare indifferente alle cronache radiotrasmesse dell’estrema bellicosità araba e alle profezie sulla fine imminente dello Stato ebraico, andava diffondendosi la sensazione che un cappio si stesse stringendo intorno agli ebrei del Medio Oriente – una sensazione particolarmente forte tra i sopravvissuti dell’Olocausto. Il 23 maggio Radio Damasco trasmise il seguente proclama: «Masse arabe, questo è il vostro giorno. Accorrete al campo di battaglia… Fate loro sapere che impiccheremo l’ultimo soldato imperialista con le viscere dell’ultimo sionista». Il direttore della «Voce degli arabi» (un’emittente del Cairo), Ahmad Sa‘id, era sulla stessa lunghezza d’onda: «La baracca sionista in Palestina sta per crollare ed essere spazzata via… Ogni… arabo ha vissuto gli ultimi 19 anni con una sola speranza… vedere il giorno in cui Israele sarebbe stato cancellato».40 Il primo ministro iracheno parlò di un «appuntamento a Tel Aviv coi nostri fratelli arabi», e Shuqayri dichiarò: «Tra gli ebrei praticamente non ci saranno sopravvissuti».41

Nei primi giorni di giugno il senso di claustrofobia aumentò, insieme al timore che un attacco arabo fosse questione di giorni. Era particolarmente temuta un’offensiva limitata egiziano-giordana contro Eilat.42 I vertici militari avevano l’impressione che ogni giorno che passava rafforzasse gli arabi e indebolisse Israele. Le truppe accampate nel deserto di fronte a quelle egiziane, sottoposte a un’attesa snervante, tendevano a demoralizzarsi.

In Israele il massimo della tensione fu raggiunto il 2 giugno, quando una riunione congiunta del governo e dello stato maggiore generale optò per la guerra, ma senza fissare alcuna data precisa. «Ogni giorno che passa riduce sensibilmente le probabilità israeliane di conseguire la superiorità aerea», fu l’avvertimento di Yariv ai ministri. «Cosa aspettiamo?», chiese il generale del Commissariato Mattiyahu Peled (che dopo la smobilitazione diventò una delle più importanti «colombe»).

Eshkol tenne a bada i mastini della guerra ancora un paio di giorni; ma il 4 giugno il governo autorizzò le forze armate ad attaccare appena pronte. Alla fine, il premier si era lasciato persuadere dal direttore del Mossad, Meir Amit, che di ritorno da una visita di qualche giorno a Washington si diceva sicuro che gli Stati Uniti avrebbero «benedetto un’operazione militare, se riusciremo a disarcionare Nasser». In modo indipendente, il ministro degli Esteri Abba Eban era giunto alla stessa conclusione.43 I servizi segreti americani avevano previsto accuratamente che Israele avrebbe sconfitto qualunque coalizione araba in qualche giorno, o al più in una settimana, e dall’inizio di giugno Washington era convinta che la guerra fosse ormai inevitabile. Si fece quindi capire a Gerusalemme che poteva procedere. Il mutamento di parere del presidente Lyndon Johnson sembra essersi verificato durante il lungo fine settimana del Memorial Day (dal 27 al 31 maggio), che egli passò nel suo ranch texano con alcuni amici e consiglieri di origine ebraica. Gli sforzi di dar vita a un’iniziativa multinazionale o forzare il blocco navale egiziano in modo pacifico non erano mai decollati. Sembra inoltre che Johnson fosse rimasto scioccato dalla decisione di Hussein di schierarsi senza riserve con l’Egitto.44

Ma la strada verso la guerra era stata spianata anche dagli insuccessi dei servizi segreti israeliani. Il 13 giugno, essi furono rimproverati da Dayan per errori di valutazione relativi ad almeno due questioni: le ripercussioni in Egitto di due importanti operazioni dell’IDF: quella contro la Giordania a Samu’ nel 1966, e quella contro la Siria dell’aprile 1967; e il significato degli spostamenti di truppe egiziane in Sinai. E inoltre, per non aver previsto la richiesta di Nasser all’ONU di ritirare la forza d’interposizione.

La guerra

Gli schieramenti

TUTTI GLI ESERCITI DEL MEDIO ORIENTE avevano più di un punto debole. Per l’intera loro storia gli israeliani si erano sentiti svantaggiati, con un esercito meno numeroso e peggio armato di quello dei nemici. Ma nel 1967, come tante altre volte, la realtà era ben diversa.

Innanzitutto, c’era un’indiscutibile differenza di motivazione. I soldati egiziani, siriani e giordani potevano odiare lo Stato ebraico, o almeno covare un forte risentimento nei suoi confronti; ma la guerra contro Gerusalemme non era, per i loro paesi, una questione di vita o di morte. Invece il soldato israeliano combatteva non solo per la sua sopravvivenza, ma per quella della sua famiglia e di tutto ciò che gli era caro. A ciò si aggiungeva un’angoscia per la sopravvivenza della propria gente legata alle particolari vicissitudini del popolo ebraico. Come disse dopo la guerra un parlamentare del Cherut, Arye Ben-Eliezer: «Non eravamo pochi come si pensa. Dalla nostra parte combattevano altri sei milioni, che ci sussurravano l’undicesimo comandamento: non farti uccidere! Il comandamento dimenticato sul monte Sinai, e riscoperto nella recente campagna del Sinai».45

L’IDF, con circa 250.000 uomini, era formato per tre quarti di riservisti e per un quarto di coscritti. Gli uomini tra i 18 e i 21 anni di solito prestavano servizio per due anni e mezzo, le donne per due. In seguito gli uomini restavano riservisti fino alla cinquantina, venendo richiamati per un mese all’anno per riaddestrarsi o svolgere altre mansioni. L’esercito, con una spina dorsale di alcune migliaia di professionisti, era interamente meccanizzato, con una prevalenza di mezzi corazzati anche per il trasporto delle truppe. L’aviazione – l’arma più forte dello Stato ebraico – e la marina erano composte soprattutto da coscritti e militari di carriera. Nel maggio 1967 l’IDF disponeva di 192 caccia e cacciabombardieri in piena efficienza (più una quarantina di aerei da addestramento utilizzabili per l’attacco al suolo). La media dei piloti per velivolo era di circa tre, assistiti da personale di terra e di controllo altamente preparato e da un efficiente sistema di comando.

Le forze di terra disponevano di 400 pezzi d’artiglieria e mortai pesanti, e di 1.100 carri armati distribuiti tra 12-13 brigate d’artiglieria e sei brigate corazzate, con l’aggiunta di sei o sette battaglioni corazzati indipendenti; le brigate di fanteria erano 11 (in buona parte unità territoriali di seconda o terza linea); c’erano poi due brigate di paracadutisti e l’equivalente di due o tre battaglioni indipendenti di parà, le forze speciali e tre brigate di fanteria meccanizzata. La mobilità della fanteria era assicurata da 2.500-3.000 semicingolati della Seconda guerra mondiale, rimodernati.

Gli eserciti arabi erano in gran parte professionali, ma con un modesto livello di addestramento e di meccanizzazione. L’esercito egiziano aveva una debolezza di fondo legata alla politicizzazione degli alti gradi, e consistente nella nomina di un certo numero di ufficiali superiori incompetenti o inesperti, nonché debolezze strutturali che si sarebbero rivelate fatali in combattimento. Il 15 maggio ‘Amir effettuò una serie di nomine ad alto livello, tra le quali quella del generale ‘Abd al-Muhsen Kamal Murtaji (da tempo al comando del corpo di spedizione egiziano in Yemen, ma senza alcuna particolare dimestichezza con i piani di difesa del Sinai e con le unità e i comandi incaricati di eseguirli) a capo del Comando del fronte del Sinai – una nuova unità di comando. Così, con una sola mossa, ‘Amir gettò lo scompiglio nell’intera gerarchia militare egiziana nella penisola.

Gli effetti dei cambiamenti di personale all’ultimo momento furono aggravati dai mutamenti di schieramento nel Sinai ordinati da Nasser e ‘Amir, anch’essi all’ultimo momento. Nei giorni precedenti il conflitto, e durante quest’ultimo, ‘Amir scavalcò più volte vari quartieri generali, impartendo direttamente gli ordini ai comandanti di divisione.46

Nel 1965 (e tra quell’anno e il 1967 ci furono pochi cambiamenti) le forze armate egiziane avevano da 150.000 a 180.000 effettivi.47 Il loro rapido incremento nel decennio precedente (dagli 80.000 effettivi del 1955) aveva causato una relativa scarsità di ufficiali esperti. Un certo numero di militari aveva gradi, e svolgeva funzioni, che avrebbero richiesto più addestramento e più abilità. ‘Amir stesso era passato in due anni (dal 1952 al 1954) dal grado di maggiore a quello di generale di divisione, ed era di fatto il capo supremo delle forze armate dal 1953. La sua forte propensione alle promozioni «politiche» aveva molto nuociuto alla professionalità dell’esercito egiziano.48

Gli egiziani avevano schierato nel Sinai e lungo il Canale di Suez quasi tutte le loro unità combattenti: 18 brigate di fanteria, una brigata di paracadutisti e quattro o cinque battaglioni autonomi di forze speciali; sei brigate corazzate e 17 battaglioni autonomi corazzati o semicorazzati; e due brigate meccanizzate. Disponevano inoltre di circa 900 carri armati e 800 pezzi di artiglieria. La loro aviazione schierava 242 caccia, molti dei quali in condizioni relativamente scadenti, e di un rapporto piloti-velivoli inferiore all’unità. Inoltre il sistema radar egiziano non era in grado di individuare gli aerei in volo a bassa quota.49 Infine i servizi segreti del Cairo erano incompetenti e preoccupati più di sorvegliare il dissenso interno che di spiare gli israeliani.50

L’esercito giordano, con 56.000 effettivi, aveva nove brigate di fanteria, due brigate corazzate e una brigata meccanizzata. Esso poteva inoltre contare su una brigata di rinforzo irachena, su due battaglioni di commando egiziani e su un battaglione iracheno-palestinese. Per quanto riguarda le armi pesanti, i giordani disponevano di 264 carri armati propri, di 30 carri armati iracheni, di 160 pezzi di artiglieria e mortai pesanti propri e di 34 cannoni iracheni. L’aeronautica militare giordana consisteva in 24 caccia a reazione Hawker Hunter.

Le forze armate siriane schieravano 70.000 uomini, quasi tutti presso la frontiera, divisi in sei brigate di fanteria; due battaglioni di paracadutisti e forze speciali; due brigate corazzate (più un battaglione corazzato autonomo); una brigata meccanizzata; e 265 tra cannoni e mortai pesanti. Le forze corazzate consistevano in circa 300 carri armati, l’aviazione in 92 caccia e due bombardieri.

Il piano e la sua esecuzione

LA GUERRA DEI SEI GIORNI fu in sostanza un esercizio di efficienza e superiorità tecnica realizzato dall’IDF ai danni di tre eserciti arabi relativamente passivi e incoordinati, tanto che l’offensiva israeliana procedette ancor più rapidamente di quanto previsto dagli autori del piano. L’iniziativa fu sempre degli israeliani; in alcuni casi gli arabi abbozzarono una «reazione» a un’iniziativa israeliana, ma per lo più incassarono i colpi come pugili lenti e disorientati.

Il principale e iniziale obiettivo dell’IDF fu la distruzione delle forze egiziane nel Sinai. Fin dall’inizio si tenne conto dei gravi limiti di tempo imposti al suo raggiungimento dal probabile intervento delle superpotenze. Prima del 5 giugno, il ministro degli Esteri Eban pensava che l’IDF avrebbe avuto non più di 24-72 ore.51 Le legazioni di Gerusalemme, in particolare quelle di Washington e delle Nazioni Unite, ebbero istruzione di fare di tutto per prender tempo. In realtà, il Consiglio di sicurezza chiese un cessate il fuoco il 7 giugno (ora israeliana); Egitto e Giordania acconsentirono il giorno seguente, ma la Siria diede il suo benestare solo il 10 giugno, e fu appunto il pomeriggio di quel giorno che la tregua entrò in vigore. Ma a quel punto i combattimenti erano quasi tutti già cessati.

Gli obiettivi strategici

NEL SUO MESSAGGIO ALLE TRUPPE, trasmesso il mattino del 5 giugno poco dopo l’inizio dei combattimenti, Dayan dichiarò: «Il generale egiziano Murtaji, al comando delle forze arabe in Sinai, ha esortato le truppe… a conquistare… “la saccheggiata terra di Palestina”. Soldati dell’IDF, noi non abbiamo obiettivi da conquistare. Il nostro scopo è sventare il tentativo degli eserciti arabi di impadronirsi del paese e spezzare l’anello di isolamento e ostilità che ci circonda».52

In seguito, durante una riunione con Eshkol e altre autorità nelle prime ore del 7 giugno, egli riassunse gli scopi della guerra in modo un po’ diverso: «Distruggere l’esercito egiziano e aprire gli stretti alle navi israeliane». La tesi ufficiale ebraica fu che l’Egitto avesse attaccato il Negev, ma documenti egiziani dimostrano che in realtà l’esercito del Cairo adottò subito una strategia difensiva, volta ad assorbire l’urto dell’IDF ed eventualmente a contrattaccare.

Gli obiettivi strategici espliciti di Israele si limitavano all’Egitto. La documentazione fin qui disponibile concernente il 2-5 giugno, oltre alle caratteristiche dello schieramento dell’IDF, suggeriscono che all’inizio non ci fosse alcuna intenzione di conquistare la Cisgiordania o una parte del territorio siriano.53 In generale, le valutazioni ebraiche circa risultati e conseguenze del conflitto sembrano essere state piuttosto approssimative. Si direbbe che durante gli ultimi giorni di pace e i primi di guerra tutti siano stati assorbiti dall’hic et nunc: la preparazione e la gestione dello scontro con gli eserciti arabi, gli sforzi di ritardare l’entrata in vigore del cessate il fuoco, la paura di un intervento sovietico. Nessuna analisi metodica fu dedicata al dopoguerra, né fu chiaro, se non quasi al termine del conflitto, quali porzioni di territorio sarebbero rimaste sotto il controllo dell’IDF. Verso la fine del primo giorno si cominciò a capire che Gerusalemme Est e parte della Cisgiordania sarebbero state conquistate (anche se il mattino del 5 giugno, prima che i giordani avessero sparato un colpo, uno speciale Comando della sponda occidentale fu costituito sotto il comando del generale (della riserva) Chaim Herzog, col compito di amministrare la regione nell’eventualità di una conquista israeliana.54 Che le truppe israeliane sarebbero avanzate fino al Canale non si capì prima della fine del terzo giorno; e solo alla fine del quarto fu manifesta l’intenzione dell’IDF di conquistare una parte delle alture del Golan.

Tra i dirigenti israeliani sembra che solo Dayan pensasse ancora prima dell’inizio delle ostilità a una conquista della Cisgiordania: nel corso degli anni egli si era più volte rammaricato che l’obiettivo non fosse stato raggiunto già nel 1948, e soprattutto tra il 1949 e il 1956 aveva espresso più o meno chiaramente l’auspicio che la regione fosse annessa da Israele. Nel corso degli eventi che portarono alla guerra dei sei giorni, Dayan sembra essere stato tra i pochi che videro nello scontro imminente anche un’opportunità di realizzare quell’obiettivo. Fu forse per questo che il 4 giugno egli si oppose alla proposta di Yadin, consigliere militare speciale del primo ministro ed ex capo di stato maggiore generale, di indirizzare un forte ammonimento alla Giordania a non farsi coinvolgere nel conflitto (ammonimento che poi in realtà fu inviato).55 Fino al 30 maggio, quando re Hussein si recò al Cairo per firmare il patto con Nasser, i leader israeliani non sapevano se il sovrano avrebbe partecipato al conflitto. Gerusalemme non desiderava attaccare la Giordania; e se aggredita intendeva reagire in modo ponderato. In effetti, le forze che poi conquistarono la Cisgiordania erano state schierate solo a scopo difensivo, e per molti versi erano inadeguate al ruolo che fu loro addossato dall’evolversi della situazione militare.56

Un atteggiamento sostanzialmente simile dominò le considerazioni sul fronte siriano: nessun’offensiva dell’IDF, a meno che la Siria stessa l’avesse provocata. In questo caso, però, la propensione dei vertici israeliani a infliggere una dura lezione era maggiore. Dopo tutto, proprio la Siria aveva innescato la crisi; sarebbe stato illogico concludere la guerra senza cercare di risolvere il nodo siriano. La partecipazione di Damasco al conflitto era data per scontata; come non approfittarne per tentare di metter fine alla sua bellicosità e alle sue provocazioni – o a ciò che, visto da Gerusalemme, sembrava tale?57

L’offensiva aerea

PROPRIO COME IL PIANO D’ATTACCO giapponese del 1941 contro Pearl Harbor, il piano di battaglia dell’IDF s’imperniava su un micidiale attacco aereo iniziale – in questo caso volto ad annientare non la flotta ma l’aviazione nemica, tale da lasciare esposte le truppe di terra a un incessante martellamento dal cielo nei combattimenti successivi. Il piano, preparato da Ezer Weizman (prima di lasciare l’incarico di comandante in capo dell’aviazione per quello di responsabile di settore dello stato maggiore generale)58 tra l’inizio e la metà degli anni ’60, mirava a distruggere a terra la quasi totalità dell’aviazione egiziana. Se altri paesi arabi fossero entrati nella mischia, le loro aeronautiche militari avrebbero ricevuto analogo trattamento.

Le conquiste di Israele nella guerra del 1967

Le conquiste di Israele nella guerra del 1967

Nella concezione originale il piano dell’IDF comportava la sorpresa in senso classico, cioè il carattere complessivamente imprevisto dell’attacco, ma nelle circostanze della fine di maggio-inizio giugno del 1967 essa era irrealizzabile. Gli arabi si aspettavano l’offensiva israeliana, e sia Nasser sia Hussein prevedevano che sarebbe cominciata con un massiccio attacco dell’ IAF alle loro basi aeree.59 Nondimeno, due forme di sorpresa poterono essere realizzate e si dimostrarono più che sufficienti: l’ora dell’attacco e la provenienza degli aerei israeliani. L’IAF non avrebbe colpito all’alba, il momento «classico» per questo tipo di operazioni, ma due o tre ore più tardi – una volta concluse le ricognizioni egiziane del mattino senza nessuna segnalazione anormale, e quando l’allerta generale avesse lasciato il posto a un certo rilassamento. A quell’ora molti piloti consumavano la prima colazione e molti ufficiali superiori erano in viaggio dagli alloggi alle basi.60 La prima ondata doveva colpire le piste, trasformando gli aerei al suolo in immobili bersagli e rendendo difficile o impossibile l’atterraggio di quelli in volo.

Quanto alla direzione di arrivo, nell’insieme la rete radar egiziana «guardava» a oriente, verso il territorio israeliano. Ma mentre le basi aeree egiziane nel Sinai (più piccole e meno difese) furono attaccate da nordest, quelle a ovest del Canale (le più grandi e meglio difese) furono raggiunte da nord e perfino da occidente, cioè dal mare aperto. (La rotta di quest’ondata di jet dell’IAF fu all’origine dell’infondata accusa egiziana agli Stati Uniti di aver partecipato all’attacco con aerei della Sesta Flotta decollati da Creta.)

Tutti gli aerei dell’IAF dovevano partecipare all’operazione tranne 12 intercettori, lasciati a difendere lo spazio aereo israeliano. In un certo senso il blitz fu una colossale scommessa: lo spazio aereo, le città e le basi militari dello Stato ebraico sarebbero rimasti scoperti dall’inizio dell’attacco fino al rientro, al rifornimento e al riarmo della quasi totalità dei velivoli dell’IAF. Per questo Rabin esitò per settimane prima di dare il via libera.61 Era inoltre richiesto un alto grado di coordinamento nell’azione di molte squadriglie e molti tipi di velivoli militari, che partiti da una mezza dozzina di basi dovevano colpire contemporaneamente aeroporti nemici in luoghi disparati. Il tutto, complicato dall’alto grado di segretezza. Solo il 4 giugno i comandanti delle basi dell’IAF illustrarono il piano ai vice e ai capisquadriglia; e solo il mattino del D-Day, il 5 giugno, a una manciata di ore dal decollo, i particolari delle rispettive missioni furono comunicati ai singoli piloti.62

Ma la chiave del successo fu soprattutto la ricostruzione ampia e meticolosa delle norme operative del nemico, delle sue basi, della disposizione e delle caratteristiche dei suoi velivoli, dello spessore e delle proprietà dei rivestimenti delle sue piste, delle sue difese antiaeree e radar, e così via. Come riferì il comandante in capo dell’IAF, generale Mordechai («Motti») Hod alla riunione di Gabinetto del 2 giugno: «L’IAF sa esattamente dove si trova ogni aereo egiziano, che compiti ha e quali sono le sue prestazioni».63 O come osservò in seguito re Hussein, «I loro piloti conoscevano a menadito quello che avevano di fronte… disponevano di elenchi completi dei più minuti particolari di ciascuna delle 32 basi aeree arabe, sapevano dove colpire, cosa e come. Nessuno di noi possedeva niente di simile».64

Il mattino del 5 giugno l’IAF ricevette l’«aiuto» inatteso del comando dell’antiaerea egiziana, che aveva ordinato di non sparare ad aerei in sorvolo perché il feldmaresciallo ‘Amir e il comandante in capo dell’aeronautica militare, generale Mohammed Sidki, avrebbero effettuato voli d’ispezione sulle posizioni egiziane in Sinai.65

Hod, successore di Weizman al vertice dell’IAF nel 1966, scrisse sull’ordine del giorno precedente l’inizio del conflitto: «Volate, calate sul nemico… disperdetelo in ogni direzione così che il popolo d’Israele possa vivere serenamente nella propria terra».

Nello stesso spirito il comandante di una squadriglia di cacciabombardieri, il maggiore Yosef Salant, disse prima del decollo ai suoi piloti: «Siede con voi in cabina di pilotaggio il popolo d’Israele, intere generazioni di ebrei, ognuno dei quali confida che farete del vostro meglio».66

Ed essi lo fecero. Tra le 7.14 e le 7.30 antimeridiane 183 aerei si alzarono in volo. La prima ondata era un 95% abbondante dell’aeronautica israeliana di prima linea. Molti jet si diressero a ovest, in pieno Mediterraneo, e dopo 18 minuti di volo virarono a sud, verso il Sinai e il delta del Nilo. Volarono il più basso possibile, sulle onde e le dune, sempre al di sotto dell’orizzonte radar egiziano e in completo silenzio radio. Il vertice delle forze armate israeliane – Dayan, Rabin, Weizman, Yadin e Hod – era riunito nel bunker dello stato maggiore dell’aeronautica, detto «il Buco» (HaBor).67

A breve distanza dagli obiettivi gli aerei israeliani si alzarono fino alla quota da bombardamento. Le prime squadriglie raggiunsero e attaccarono gli obiettivi, 11 basi in tutto, esattamente alle 7.45. Le bombe più pesanti furono sganciate innanzitutto sulle piste, a uno e due terzi della loro lunghezza, rendendole inutilizzabili. Fu poi il turno dei MIG allineati lungo le piste o chiusi negli hangar, delle batterie contraeree e dei radar, che furono colpiti con bombe, razzi e mitragliatrici. Ciò fatto i jet iniziarono il viaggio di ritorno.

L’effetto sorpresa fu quasi completo, e il fuoco della contraerea scarso e impreciso. Alla base aerea di Fayid i Mystère israeliani lasciarono 16 MIG in fiamme sull’asfalto ma mancarono di poco un grosso aereo da trasporto appena atterrato, usato da ‘Amir e da gran parte del suo stato maggiore per tornare da Bir Gafgafa.68

Alle 9.00 antimeridiane il quadro era chiaro. L’IAF aveva riportato un successo di proporzioni storiche, distruggendo 197 velivoli nemici (189 a terra, otto in scontri aerei) e distruggendo o danneggiando otto stazioni radar. Le sei basi aeree avanzate degli egiziani – nel Sinai e lungo il Canale di Suez – erano completamente fuori combattimento. Avute le prime notizie Hod restò impassibile e silenzioso. «Il suo volto era come roccia… Non muoveva un muscolo», ricordò Rabin.69

Grazie all’abilità del personale di terra, la rimessa in efficienza dei jet israeliani (rifornimento, riarmo e piccole riparazioni) fu rapida. La seconda ondata di 164 aerei partì circa un’ora dopo il rientro della prima. Furono colpite 14 basi aeree egiziane, e distrutti altri 107 aerei. Al termine delle due ondate l’IAF aveva demolito 304 dei 419 aerei da guerra egiziani perdendone 15 – nove abbattuti, sei danneggiati. Quanto ai piloti dell’IAF, il bilancio dell’operazione fu di sei morti, due prigionieri e tre feriti.70 Verso le 10.00, qualche minuto dopo l’arrivo della seconda ondata sugli obiettivi, Weizman telefonò alla moglie e le disse: «Abbiamo vinto la guerra».71 Poco dopo le 11.00 finalmente Hod ruppe il suo teso silenzio e annunciò a Rabin: «L’aeronautica militare egiziana non esiste più».72

A partire dalle 12.45 la terza ondata colpì Siria, Iraq e Giordania, i cui aerei avevano cominciato ad attaccare obiettivi israeliani una cinquantina di minuti prima. L’intera aviazione da guerra giordana (28 aeroplani) fu distrutta, insieme a metà di quella siriana (53 aeroplani). Quel che restava della seconda, Damasco si affrettò a trasferirlo in basi fuori dalla portata dell’IAF. In Iraq gli israeliani colpirono 10 aerei nemici.

Un solo giorno di operazioni aeree diede a Israele una superiorità schiacciante nei teatri del Sinai, della Cisgiordania e delle alture del Golan, lasciando libera l’IAF di impiegare la quasi totalità delle forze contro le unità arabe di terra. Le linee e le colonne corazzate arabe potevano essere colpite in qualunque momento con bombe normali e al napalm, razzi aria-terra e mitragliatrici; i soli limiti erano la stanchezza dei piloti, la manutenzione dei velivoli e il rischio di commettere errori di identificazione, attaccando bersagli amici. Gli attacchi dell’IAF, non contrastati dalla pressoché inesistente aeronautica militare araba, furono la causa decisiva della demoralizzazione e del collasso finale degli eserciti egiziano, giordano e siriano.

Alla fine della guerra, gli israeliani avevano distrutto circa 450 aerei nemici, una settantina in volo gli altri a terra, perdendo una ventina di piloti e una quarantina di jet (quasi tutti a opera della contraerea). Il conflitto costò quindi all’IAF circa un jet ogni cinque.73

L’offensiva terrestre nel Sinai

TERRA LA STRATEGIA DELL’IDF prevedeva una massiccia offensiva contro le forze egiziane in Sinai, lasciando relativamente sguarniti i fronti siriano e giordano. L’obiettivo era distruggere il grosso dell’esercito egiziano e in seguito, se necessario – e se il tempo e le unità rimaste l’avessero consentito – affrontare siriani e giordani. Il piano dell’offensiva nel Sinai, modificato dopo il 1° giugno dal nuovo ministro della Difesa (Dayan) consisteva in un attacco da est a ovest lungo tre assi di avanzata nel Sinai settentrionale, aggirando subito la striscia di Gaza. (Durante una riunione ristretta svoltasi il 2 giugno nell’ufficio di Eshkol, presenti Dayan, il ministro del Lavoro Yigal Allon, ed Eban, Allon propose il trasferimento in Egitto, nel quadro dell’offensiva terrestre, delle centinaia di migliaia di profughi della Striscia. Ma Dayan si oppose: gli egiziani non avrebbero collaborato, e Israele avrebbe dovuto effettuare «un’espulsione [di massa] senza precedenti per disumanità e barbarie».)74

L’iniziale avanzata verso ovest avrebbe poi piegato a sud, intrappolando gran parte delle forze egiziane in Sinai. Queste sarebbero state distrutte in seguito da altre unità israeliane.75 Di Sharm al-Shaykh e Gaza ci si sarebbe occupati in un secondo momento.76 Dayan era anche intenzionato ad arrestare l’offensiva ben al di qua del Canale di Suez, probabilmente per timore di un intervento sovietico qualora il cuore dell’Egitto fosse stato minacciato.77

L’assalto cominciò alle 8.00 antimeridiane del 5 giugno, quando la prima ondata dell’offensiva aerea si stava esaurendo e nessuno ne conosceva ancora i risultati. Tre task force al livello di divisione, formate dalle migliori unità corazzate e di coscritti, varcarono il confine quasi simultaneamente. Le linee egiziane furono sfondate a sud di Rafa e ad Abu Agheila in netto anticipo sul calendario dell’offensiva, che si lasciò alle spalle molte unità corazzate e meccanizzate del Cairo nel Sinai centro-orientale, impossibilitate o impreparate a intervenire nei combattimenti. I comandanti egiziani non avevano una chiara percezione della situazione né ordini sul da farsi – avanzare, intercettare il nemico o ritirarsi – anche se col passare delle ore intuivano che rischiavano di essere aggirati e attaccati da nord o da ovest. Di lì a poco l’IAF cominciò a martellarli, ed essi compresero che nessun aiuto sarebbe giunto dalla loro aeronautica.78 Il 6 e il 7 giugno alcune unità egiziane riuscirono a raggiungere il Canale (senza l’equipaggiamento pesante), distanziando le colonne dell’IDF che avanzavano da nordest nell’intento di tagliare loro le vie di ritirata.

Ma per la maggioranza delle unità egiziane, la penisola diventò un’enorme trappola. I carristi e gli artiglieri israeliani sfruttarono lo sfondamento iniziale nei limiti consentiti dalla resistenza fisica, passando tre giorni quasi senza dormire. Avanzando senza sosta, se non per rifornirsi di munizioni e carburante, incalzarono il nemico in ritirata. Molti egiziani, gettate le armi, cercarono rifugio tra le dune. Le unità dell’IDF, che non volevano essere rallentate dai prigionieri, spesso li lasciarono andare anche se vi furono casi in cui soldati nemici in fuga o pronti ad arrendersi furono falciati.

Sentendo avvicinarsi la catastrofe, e apparentemente con l’autorizzazione di Nasser, la sera del 6 giugno (solo 36 ore dopo l’inizio dei combattimenti) lo stato maggiore egiziano emanò un ordine generale alle forze del Cairo nella penisola di ritirarsi fino ai passi di Mitla e Jidi nel Sinai occidentale, una trentina di chilometri a oriente del Canale, e se necessario, di portarsi al riparo di quest’ultimo.79 Fawzi rammentò che quel pomeriggio ‘Amir «era psicologicamente esausto e sembrava vicino a un collasso nervoso». ‘Amir affermò che la ritirata generale aveva l’approvazione di Nasser, ma l’ordine fu accolto con sgomento dai suoi sottoposti.80 Le implicazioni della vittoria aerea israeliana del primo giorno avevano richiesto circa ventiquattr’ore per essere assimilate dall’alto comando egiziano; da quel momento, a quanto pare, fu il panico. A meno che i generali del Cairo si siano davvero illusi di poter raggruppare le divisioni e fermare l’IDF ai passi del Sinai occidentale.

In realtà l’ordine di ritirarsi demoralizzò e disorientò ulteriormente le truppe. Nei combattimenti statici, difensivi, esse avevano sempre dimostrato un certo valore; data una posizione o una serie di posizioni da tenere, ci davano dentro con mortai e cannoni e nell’insieme sapevano come regolarsi. Invece si pretese da reparti sparsi in tutto il Sinai di ritirarsi ordinatamente dietro la fragile barriera delle retroguardie e di resistere senza copertura aerea ed efficaci difese anticarro alle incursioni delle forze corazzate e dei jet israeliani. La mancanza d’informazioni era totale: né l’alto comando del Cairo, né i comandi di fronte e di divisione, né gli ufficiali di livello inferiore avevano un’idea precisa della posizione del nemico e delle sue intenzioni; per lo più, a causa della velocità della sua avanzata, avevano un’idea vaga perfino di dove si trovasse. Il disturbo delle comunicazioni radio da parte degli israeliani accresceva il caos. In effetti, invece di arretrare combattendo e in modo disciplinato i reparti egiziani si ritirarono in disordine e alla cieca.81

Intuendo il problema, il giorno 7 l’alto comando revocò l’ordine di ritirata generale. Ad alcune unità fu comunicato di tenere le posizioni all’altezza dei passi, ad altre di ritirarsi a ovest del Canale. Questo non fece che aggravare confusione e scoraggiamento.82 Molte unità erano ormai in fuga e ad alcune – per esempio, alla VI Divisione – era stato ordinato di abbandonare l’equipaggiamento pesante per affrettare la ritirata. Martellati dall’aria, minacciati ai lati e col continuo timore di vedersi tagliare la strada della ritirata, alcuni comandanti persero la testa: chi abbandonò posizioni già preparate per ripiegare verso il Canale; chi improvvisò contrattacchi che la confusione generale condannava al fallimento. Il controllo dello spazio aereo, oltre a permettere all’IAF di colpire indisturbata le forze di terra nemiche, assicurava ai comandi israeliani informazioni aggiornate sulla posizione del nemico e le negava a quelli egiziani.

Molte delle unità che tentarono di raggiungere il Canale furono intercettate e distrutte una dopo l’altra dalle brigate corazzate dell’IDF. Quasi sempre esse furono superate, aggirate e colte di sorpresa a causa della velocità degli israeliani e delle difficoltà di comunicazione egiziane sia tra i singoli reparti sia tra i reparti e i comandi, aggravata dalla tendenza a diffondere notizie non verificate e spesso erronee.

Il 7 giugno l’ordine di tenere le posizioni all’ingresso dei passi di Jidi e Mitla e, più a nord, a Bir Gafgafa, sfociò il giorno seguente in una serie di azioni di retroguardia presto abortite, che ritardarono la conclusione della battaglia del Sinai ma non ne capovolsero l’esito – né avrebbero potuto farlo. Gli egiziani gettarono nella mischia due brigate e mezzo che nelle fasi iniziali della guerra erano rimaste presso il Canale. Ma neanche queste poterono reggere a lungo il martellamento dal cielo che coadiuvava gli assalti dei tank con la stella di Davide. Dopo che l’IAF ebbe colpito le sue batterie antiaeree, scrisse nelle proprie memorie un generale egiziano, i suoi soldati si ridussero a sparare ai jet nemici «con fucili e pistole».83 I giornalisti che visitarono i campi di battaglia dopo la guerra contemplarono attoniti le chilometriche colonne di mezzi blindati bruciati o abbandonati nella sabbia da entrambi i lati dei passi di Jidi e Mitla.

Entro il 7 giugno l’IDF aveva conquistato la striscia di Gaza, e il giorno dopo i primi suoi reparti raggiunsero il Canale di Suez. Gli egiziani non erano solo stati sconfitti: non erano neanche riusciti a opporre una resistenza degna del nome. Mal comandate, sballottate di qua e di là in modo inconcludente, aggredite da ogni lato e soprattutto dall’aria, molte loro unità non avevano avuto alcuna possibilità di farsi valere.84

L’intervento della Giordania

IL MATTINO DEL 5 GIUGNO, i vertici israeliani speravano di limitare la guerra all’Egitto. I piani strategici erano stati elaborati in questa prospettiva, a cominciare dalla destinazione al fronte meridionale dell’intera IAF. Tuttavia, l’eventualità di un intervento giordano e siriano non era stata trascurata. In questo caso l’IAF avrebbe tentato di mettere fuori combattimento le aviazioni nemiche, mentre le forze di terra sarebbero rimaste sulla difensiva finché l’esercito egiziano non fosse stato sconfitto. Solo in seguito, se le circostanze lo avessero permesso, l’IDF avrebbe distolto parte delle sue forze dal fronte meridionale per attaccare a est e a nord, eventualmente conquistando porzioni di territorio in queste direzioni.

Ma gli eventi presero un’altra piega: gli israeliani furono impegnati dai giordani quasi dall’inizio, e le operazioni a sud procedettero così favorevolmente da permettere d’imbastire una controffensiva sul fronte giordano fin dal primo giorno.

L’impeto delle passioni popolari nel mondo arabo da un lato rese inevitabile l’entrata in guerra di Amman; in tali condizioni – questo, probabilmente, il ragionamento di Hussein – non partecipare al conflitto era per la corona ancora più pericoloso che farlo. In effetti, il drammatico volo al Cairo e il patto difensivo frettolosamente stipulato il 30 maggio avevano gettato le basi della futura belligeranza.

Gli israeliani intuivano le difficoltà di Hussein; ma vi era chi premeva per «sfruttare fino in fondo» qualunque mossa precipitosa da parte del sovrano.85 Dopo tutto, fin dal 1949 Ben-Gurion sosteneva che la mancata conquista di Gerusalemme Est, e implicitamente dell’intera Cisgiordania, sarebbe stata causa di «rammarico per intere generazioni», una frase spesso citata dai politici del Cherut e dell’Achdut Ha‘Avodah tra il 1949 e il 1967. In un articolo pubblicato poco dopo lo scoppio della guerra, Allon aveva scritto: «In… una nuova guerra, dovremo evitare lo storico errore della guerra d’indipendenza [del 1948]… e non smettere di combattere prima di aver conseguito la piena vittoria, e il completamento geografico della Terra d’Israele».86

Già prima del 5 giugno l’IDF aveva previsto che Hussein avrebbe compiuto il passo fatale. Nella riunione in cui furono prese le ultime decisioni sul conflitto, la sera del 4 giugno, il ministro della Difesa Moshe Dayan si era «opposto energicamente» a una proposta di Yadin, consigliere del primo ministro Eshkol, volta a prevenire il coinvolgimento giordano per mezzo di un «monito» al governo di Amman. Un altro stretto collaboratore di Eshkol per le questioni militari, il generale Yisrael Lior, rifletté in seguito sul fatto che Dayan, prima che fosse stato sparato un solo colpo, «già soppesava l’apertura di un secondo fronte al confine israeliano-giordano, per conquistare la Città Vecchia [di Gerusalemme]».87

Nondimeno, l’ammonimento fu inoltrato – e ignorato dal destinatario. In seguito, l’IDF avanzò in Cisgiordania senza un piano preciso di conquista territoriale,88 e lo occupò a pelle di leopardo reagendo – almeno all’inizio – ad attacchi reali o potenziali delle forze arabe. Naturalmente una delle ragioni di questo comportamento «passivo» fu la relativa debolezza delle unità israeliane assegnate al fronte giordano.

Il mattino del 5 giugno, la Legione araba disponeva in Cisgiordania e a Gerusalemme Est dell’equivalente di sei o sette brigate di fanteria, di due brigate corazzate e di due battaglioni indipendenti di carri armati (per un totale di 255 carri armati); altre tre brigate di fanteria erano rimaste in Transgiordania. Le forze giordane sulla sponda occidentale disponevano di 144 pezzi di artiglieria. Due giorni prima, erano state raggiunte da due battaglioni di commando egiziani, e il 5 giugno il corpo di spedizione iracheno composto da due brigate, una corazzata l’altra meccanizzata, aveva cominciato a spostarsi verso la Giordania orientale. (Alla fine, una sola brigata irachena partecipò ai combattimenti: fu bombardata e mitragliata dall’IAF appena si accinse ad attraversare il Giordano. Anche i sauditi vennero in aiuto ad Amman con una brigata, ma nemmeno quest’unità raggiunse la Cisgiordania.)

Quel mattino, il dispositivo dell’IDF che fronteggiava le forze arabe era assai più modesto: tre brigate e mezzo di fanteria di seconda linea, o territoriali, e una brigata corazzata, più un battaglione corazzato autonomo. Complessivamente i carri armati erano 128, in gran parte vecchi super Sherman, e i cannoni 177, per lo più mortai da 120 mm. Tra la fine del primo giorno e l’inizio del secondo queste forze furono raggiunte da tre altre brigate. Ma l’inferiorità delle forze di terra fu più che controbilanciata, dopo il mattino del primo giorno, dal pressoché totale controllo dell’aria da parte dell’IAF.

Le ostilità furono aperte dalla Legione araba il 5 giugno di buon’ora. Il ministero degli Esteri israeliano aveva convocato il responsabile dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la supervisione della tregua, generale Bull, alle 8.30 antimeridiane – neanche 60 minuti dopo l’inizio dell’offensiva aerea contro l’Egitto, ma prima di qualunque scontro a fuoco lungo il confine israeliano-giordano. Gli fu consegnato un messaggio urgente per Hussein; in esso si consigliava vivamente al sovrano di non farsi coinvolgere nel conflitto, e si garantiva che in tal caso nessuna iniziativa contro la Giordania sarebbe venuta da Israele. Bull lo trasmise immediatamente ad Amman, ma a quanto pare Hussein in persona non ne venne a conoscenza prima delle 11.00. Comunque, quando lo ebbe respinse il suggerimento, facendo capire che i suoi jet erano già in volo verso obiettivi israeliani.

Cecchini e mitraglieri giordani spararono alcuni colpi verso le 10.15, e sporadici scontri a fuoco continuarono per un’ora.89 A quel punto il quartier generale della Legione ordinò di aprire il fuoco appena pronti, e alle 11.4590 i mortai pesanti iniziarono il bombardamento sistematico di alcuni bersagli in Gerusalemme Ovest, mentre l’artiglieria prese di mira vari punti a est di Tel Aviv e nel sud della valle di Yezreel. Sembra che l’attacco giordano sia stato provocato ad arte per mezzo di disinformazione e bugie deliberate. Hussein sarebbe stato convinto da rapporti menzogneri su successi egiziani, pesanti perdite aeree israeliane e raid dell’aviazione del Cairo su Tel Aviv e basi dell’IAF.91

L’IDF rispose al fuoco, ma nel contempo inviò ai giordani un ultimo appello tramite le Nazioni Unite e l’ambasciata americana a cessare gli attacchi o subire le conseguenze. L’appello fu ignorato.92 Alle 13.30 la fanteria giordana occupò il complesso strategico – nella terra di nessuno tra i territori israeliano e giordano – del palazzo del governo, sede dell’alto commissariato britannico al tempo del Mandato e in quel momento sede del quartier generale ONU in Medio Oriente, nella parte sudorientale di Gerusalemme. Le truppe israeliane si concentrarono rapidamente in vista di un contrattacco, che iniziò meno di due ore dopo. Prima di sera il palazzo del governo e alcune posizioni giordane subito a sud erano cadute a tutti gli effetti tagliando la strada tra Gerusalemme Est da un lato, e Betlemme e Hebron dall’altro.

Poco dopo i giordani iniziarono un bombardamento di artiglieria. Dayan aveva proposto di conquistare due o tre porzioni limitate della Cisgiordania per ragioni tattiche e difensive, ma entro la sera del 5 giugno il generale Lior aveva compreso che la proposta non mirava solo alla salvaguardia del territorio israeliano. Il governo cominciava a propendere per una decisione dalle enormi implicazioni politiche: «liberare» Gerusalemme.93 Appena i vertici del paese ebbero assimilato la notizia della disfatta egiziana, l’approccio alle questioni della Cisgiordania e di Gerusalemme, fin lì difensivo, cominciò a diventare offensivo.

Gran parte delle discussioni del Gabinetto, quella sera, furono dedicate alla possibilità di conquistare la Cisgiordania e Gerusalemme Est «senza preparativi, senza documenti di lavoro, e senza l’ombra di piani strategici e politici degni del nome». Allon e Begin proposero la conquista della Città Vecchia come risposta al cannoneggiamento giordano. Begin parlò di «occasione storica». Eshkol tentennava,94 e il Gabinetto restò in una situazione di stallo.

In nottata Dayan propose un nuovo tentativo di aprire il dialogo con la Giordania. Nel contempo, prevedendo che il tentativo sarebbe fallito, propose che l’IDF conquistasse «la Città Vecchia ed eventualmente la Cisgiordania».95 Eshkol si riservò di decidere. Dayan tirò dritto e ordinò di conquistare la zona di Jenin e un corridoio da Gerusalemme Ovest all’enclave ebraica di monte Scopus, descrivendo le relative operazioni come «misure precauzionali». Colonne di carri armati, semicingolati e camion si affrettarono a varcare il confine della Cisgiordania settentrionale puntando su Jenin.

Entro mezzogiorno del 6 giugno la x Brigata corazzata aveva interrotto la strada Gerusalemme-Ramallah, e le colline subito a nord di Gerusalemme erano in mano agli israeliani, con monte Scopus solo a qualche centinaio di metri di distanza. Nel frattempo una brigata di paracadutisti, la cinquantacinquesima, era avanzata direttamente nella parte nordorientale di Gerusalemme, proprio per aprire un corridoio per monte Scopus. Le battaglie di questa brigata all’Ammunition Hill e a Shaykh Jarrah furono tra le più difficili e cruente della guerra.

Un’altra brigata ebbe l’ordine di prendere il saliente di Latrun, dominato dal fortino della polizia che nel 1948 aveva resistito a tre sanguinosi assalti, e attraversò il confine nelle prime ore del giorno seguente. I giordani l’avevano lasciato relativamente sguarnito, ed esso cadde presto, permettendo agli israeliani di proseguire verso est e ricongiungersi nel pomeriggio alla brigata che aveva interrotto la strada per Ramallah. Verso sera le due brigate entrarono a Ramallah quasi senza sparare un colpo.

Il pomeriggio del giorno 6, nella riunione del governo presieduta da Eshkol fu decisa la conquista della Città Vecchia, senza l’approvazione esplicita di un voto del Gabinetto. I ministri furono d’accordo sull’accerchiamento della città (per metà già effettuato) e autorizzarono Dayan a inviare truppe al suo interno, purché la situazione militare lo richiedesse. Autorizzarono inoltre l’IDF a conquistare la «spina dorsale» collinosa della Cisgiordania, densamente popolata dagli arabi, con le città di Hebron, Betlemme, Ramallah e Nablus.96

A quanto pare il direttore del Mossad, generale Amit, fu l’unico che si rese conto delle enormi implicazioni di quella decisione; peraltro le sue domande («Dobbiamo aver chiaro cosa vogliamo fare della Cisgiordania. Intendiamo restarci? Annetterla a Israele? O qualcuno ha altri suggerimenti?») ricevettero risposte assai vaghe. Lo stesso Eshkol il giorno prima aveva osservato: «Anche se conquistassimo Gerusalemme Est e tutta la Cisgiordania, alla fine le dovremmo sgomberare».97 Ma in quel momento simili questioni non sembravano urgenti quasi a nessun membro del governo, civile o militare.

Un appello delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco sul fronte giordano persuase il Gabinetto, sollecitato da Dayan, che bisognava far presto. All’alba del 7 giugno il ministro della Difesa ordinò la conquista della Città Vecchia. I parà entrarono dalla Porta del Leone, subito seguiti da un battaglione di fanteria che attraversò la Porta Dung. In pochi minuti (contrastate quasi esclusivamente dai cecchini) le truppe risalirono i vicoli, raggiunsero il Monte del Tempio e conquistarono il Muro occidentale. Il governatore giordano della città, Anwar al-Khatib, si affrettò a firmare la resa, e verso mezzogiorno cessò ogni resistenza.

La sola battaglia di carri armati del confronto israeliano-giordano ebbe luogo nella valle di Dotan, a sud di Jenin, conquistata dall’IDF nelle prime ore del 6 giugno. Dopo uno scontro duro con molte vittime, gli israeliani ebbero il sopravvento e i malconci difensori si ritirarono, lasciando aperta la via per Nablus, principale centro della Cisgiordania. Le unità che raggiunsero i suoi sobborghi la mattina del 7 giugno furono accolti da una popolazione in festa: erano state scambiate per rinforzi iracheni.98

Tra il 7 e l’8 giugno furono conquistate dall’IDF Nablus, Betlemme, Hebron e Gerico. Solo a Nablus la Legione tentò di contrastare l’avanzata israeliana. Il mattino seguente artificieri israeliani fecero esplodere i ponti ‘Abdallah e Hussein sul Giordano. Da quel momento la sponda occidentale e quella orientale erano separate, simbolicamente e fisicamente.

La conquista del Golan

FIN DALL’INIZIO DELLA CRISI, a metà maggio, il responsabile del Comando settentrionale, generale David Elazar, sosteneva che il conflitto avrebbe inevitabilmente coinvolto la Siria e che sarebbe stato necessario conquistare le alture del Golan. Dayan non ne era convinto.99 A suo avviso un’offensiva verso le alture avrebbe causato un intervento sovietico, e comportato per l’IDF perdite proibitive. Ma eliminati i pericoli da sud e da est, egli cambiò idea. Elazar ebbe il via libera il 9 giugno.

Le alture del Golan, che si estendono dai 2.800 metri del monte Hermon a nord al fiume Yarmuk e al confine giordano a sud, formano un altopiano di una trentina di chilometri di larghezza all’estremità sudoccidentale della Siria, attraversato da una serie di rilievi vulcanici e disseminato di macigni e affioramenti basaltici. La metà settentrionale delle alture sale gradualmente dal bacino del Giordano, trasformandosi in altopiano alcuni chilometri a oriente di Quneitra. A sud il terreno sale bruscamente a partire dalla stretta pianura intorno al mare di Galilea. Il margine occidentale delle alture era stato trasformato dall’esercito siriano in una serie di fortificazioni protette da artiglieria e batterie antiaeree. Le fortificazioni, rivestite di cemento e rinforzate con basalto, erano disposte in qualche modo a gradinata, in modo che le più interne sovrastavano e proteggevano le più esterne per una profondità di quattro-cinque chilometri dal confine. La salita era dominata in vari punti dalle torrette di carri armati semiaffondati nel terreno.

Nonostante le precedenti obiezioni, fu proprio Dayan – senza consultare i colleghi di governo – che il mattino del 9 giugno ordinò l’offensiva nelle alture. Quando ne fu informato Eshkol fu stupito e contrariato, tanto da definire «inqualificabile» il comportamento del ministro della Difesa – sia perché aveva scavalcato il primo ministro e i colleghi, sia perché avrebbe riscosso tutti i dividendi politici dell’impresa, se fosse riuscita. D’altra parte, i motivi del radicale mutamento di opinione di Dayan non sono del tutto chiari. Dapprima affermò di avere ricevuto, l’8 giugno, rapporti sullo sgretolamento del morale e dell’efficienza dei siriani, tali che per l’IDF sarebbe stato imperdonabile non approfittare dell’occasione. In seguito sostenne che i servizi segreti israeliani avevano intercettato un messaggio di Nasser, che avvertiva Damasco dell’intenzione israeliana di attaccare il Golan e consigliava l’immediata accettazione del cessate il fuoco. Ciò avrebbe indotto Dayan ad agire prima che la diplomazia facesse sfumare l’occasione tanto attesa d’impartire una lezione alla Siria.100 Né si conosce di più circa il motivo per cui i timori di un intervento sovietico furono accantonati.

Il 5 giugno, prima della distruzione della loro aeronautica, i siriani avevano effettuato missioni di modeste proporzioni e scarsa efficacia contro obiettivi israeliani, e il 6 giugno un certo numero di posizioni dell’IDF e di insediamenti ai piedi delle alture erano stati cannoneggiati in modo discontinuo. Ma la decisione israeliana di attaccare ebbe poco a che fare con questi incidenti, e molto a che fare coi continui attacchi subiti dagli insediamenti di confine nei cinque anni precedenti, oltre che dal desiderio degli stessi insediamenti di espandersi verso il Golan. L’andamento estremamente favorevole delle prime fasi della guerra dei sei giorni offrì quindi l’occasione di regolare conti di vecchia data.

La sera del 6 giugno, Elazar chiese il permesso di iniziare «Macbeth nord», un piano per la conquista delle alture del Golan.101 L’autorizzazione fu negata, in parte perché le truppe a disposizione di Elazar erano insufficienti e nessuno voleva rischiare un insuccesso. Ma una volta decise le campagne a sud e a est, l’IDF poté trasferire a nord gli uomini e i mezzi necessari, approfittando della brevità delle vie di comunicazione interne israeliane.

Di fronte al relativamente modesto schieramento israeliano – circa cinque brigate – messo insieme il 9 giugno c’erano sette brigate di fanteria siriane, per lo più ben trincerate nelle fortificazioni dei pendii occidentali del Golan. Ma nei giorni precedenti le loro postazioni erano state martellate dall’artiglieria e, soprattutto, dai cacciabombardieri; i quali avevano anche efficacemente contrastato i tentativi di Damasco di rinforzarle e rifornirle. Inoltre, ormai i soldati siriani sapevano delle sconfitte egiziana e giordana, e di essere soli di fronte agli israeliani. Erano quindi demoralizzati, e con poche eccezioni opposero solo una resistenza debole e temporanea.

L’assalto terrestre fu preceduto da due ore di bombardamenti aerei. Sotto un pesante fuoco di artiglieria, le brigate VIII meccanizzata e Golani effettuarono la penosa salita lungo il pendio meridionale del monte Hermon, caratterizzata da una serie di scontri a breve distanza con postazioni siriane rinforzate da carri armati sepolti fino alla torretta e batterie anticarro. I carri israeliani, in gran parte vecchi super Sherman, avanzavano con difficoltà sul terreno ingombro di massi; ma la fanteria riuscì a conquistare una serie di fortificazioni.

Alla fine della giornata, reparti delle quattro brigate israeliane avevano conquistato il pendio fino a metà altezza, o, a nord, completamente, con i siriani indeboliti o in ritirata. All’alba del 10 giugno, con l’IDF sotto pressione per l’imminente entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ONU, le unità già sul pendio e alcune brigate appena arrivate compirono un’ultima, frettolosa avanzata fino a una linea di difesa situata il più possibile a est.

Numerose postazioni occupate quel mattino erano deserte: lo stato maggiore siriano aveva ordinato la ritirata generale, e molte unità avevano cominciato a ritirarsi ancora prima. Radio Damasco annunciò prematuramente la caduta di Quneitra, la «capitale» del Golan, diffondendo il panico tra i soldati in ritirata, che temettero che la via del ritorno fosse in mano agli israeliani. In effetti Quneitra cadde, ma solo circa quattro ore dopo; i siriani temettero che l’IDF volesse marciare su Damasco, e trasmisero notizie inesatte per indurre il Consiglio di sicurezza a imporre il cessate il fuoco il più presto possibile.102

L’avanzata si arrestò il pomeriggio del 10 giugno, alla proclamazione del cessate il fuoco, ma la conquista del Golan fu completata solo il 12, quando truppe dell’IDF furono trasportate in elicottero al villaggio druso di montagna di Majdal Shams, e su una delle cime del monte.

La guerra per mare

LA GUERRA DEI SEI GIORNI vide un’intensa attività delle marine militari israeliana ed egiziana. Entrambe si dimostrarono scarsamente efficienti, ma gli israeliani raggiunsero l’obiettivo strategico di impedire alle unità nemiche, molto più numerose, di raggiungere le coste israeliane e di limitare la guerra navale alle vicinanze delle coste arabe. Torpediniere israeliane occuparono il porto deserto di Sharm al-Shaykh dopo aver superato le batterie costiere egiziane di Ra‘s Nasrani, abbandonate dagli artiglieri.

Nel Mediterraneo unità navali di Gerusalemme intercettarono tre sottomarini egiziani diretti verso le coste israeliane, costringendoli a invertire la rotta. Ma fatta eccezione per l’affondamento di una unità lanciamissili egiziana al largo di Porto Sa‘id, il 6 giugno, da parte del cacciatorpediniere Yaffo, anche le iniziative israeliane abortirono. Incursori della marina israeliana raggiunsero Porto Sa‘id e Alessandria ma non riuscirono ad affondare nessuna nave da guerra egiziana; ad Alessandria i sei sommozzatori dell’IDF furono fatti prigionieri e barbaramente torturati.103

Un grave incidente si verificò l’8 giugno, al largo di al-‘Arish, quando torpediniere e jet israeliani attaccarono e danneggiarono gravemente la nave spia americana Liberty, credendo a quanto pare che fosse egiziana. L’equipaggio americano ebbe 34 morti e 75 feriti.104

Perdite

ALLA VIGILIA DEL CONFLITTO, gli israeliani avevano preventivato gravi perdite.105 In realtà, queste furono relativamente modeste. La battaglia del Sinai costò all’IDF 338 morti e circa 1.400 feriti. Completamente diverso il bilancio egiziano: tra 10.000 e 15.000 morti e 5.000 prigionieri.106

Sul fronte giordano, Israele ebbe circa 300 morti, 183 nella battaglia di Gerusalemme. Tra i giordani, i morti furono circa 800, i prigionieri 636. Una ventina di iracheni perì in seguito agli attacchi aerei dell’IAF. Durante la conquista delle alture del Golan persero la vita 141 israeliani. I siriani, secondo stime israeliane, ebbero 500 morti e 2.500 feriti; i prigionieri furono 578.107

In generale, la guerra non provocò gravi distruzioni. Fu molto breve, e gli scontri nelle zone edificate molto limitati. Gli israeliani badarono a fare poco uso dell’aviazione nelle aree densamente popolate, ma in alcune località le abitazioni degli arabi furono distrutte deliberatamente dopo la fine dei combattimenti. Un certo numero di comandanti dell’IDF, a quanto pare senza l’autorizzazione del governo ma verosimilmente col consenso di Dayan, riesumò la tattica del 1948 – costringere i palestinesi all’esilio trasformandoli in senzatetto. Complessivamente, tra 200.000 e 300.000 arabi fuggirono o furono cacciati dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza. La maggior parte si rifugiò a oriente del Giordano durante la guerra e nelle settimane successive; altri 80.000-90.000 civili lasciarono le alture del Golan.

Nella città di Qalquilya, in un certo numero di villaggi della Cisgiordania meridionale, e in misura minore a Tulkarm, le case arabe furono sistematicamente distrutte dai soldati dell’IDF. Inoltre, quattro villaggi del saliente di Latrun – Imwas, Yalu, Beit Nuba e Deir Aiyub – furono spianati e gli abitanti esiliati, come minimo con l’autorizzazione post factum del governo. Dayan spiegò in seguito che l’aeroporto internazionale israeliano di Lydda era stato cannoneggiato dal saliente, e che non si poteva permettere agli arabi di tornare in quell’area. Ma può esserci stato anche un desiderio di rivincita rispetto al 1948.108 (Così come forse si calcolò che la distruzione delle abitazioni avrebbe facilitato la ratifica del possesso israeliano del saliente nei successivi accordi di pace.) Sembra certo, invece, il carattere di rivincita sul 1948 della distruzione del villaggio di An Nabi Samwil, a nord di Gerusalemme.109

A Gerusalemme, le autorità israeliane approfittarono del trauma e delle conquiste belliche per distruggere il cosiddetto quartiere Mughrabi, un gruppo di case abitate da musulmani vicino al Muro occidentale della Città Vecchia, con un’operazione cominciata il 10 giugno e finita il 14 ottobre. Il risultato fu una grande piazza che avrebbe permesso agli ebrei di radunarsi di fronte al luogo più sacro del giudaismo.110

In tre villaggi a sudest di Gerusalemme e a Qalquilya, le case furono distrutte «non in battaglia, ma per punizione… e per allontanare gli abitanti… – in contrasto con la politica… del governo», come scrisse Dayan nelle sue memorie. A Qalquilya circa un terzo delle case fu spianato e circa 12.000 abitanti furono espulsi; molti di loro, però, non fuggirono ma si accamparono nei dintorni.111 In entrambe le aree i senzatetto poterono restare, e in seguito ottennero materiali e attrezzature edili dal governo israeliano per ricostruire una parte dei loro alloggi.112

Ma decine di migliaia di altri palestinesi si misero in marcia. Circa 70.000, per lo più dalla zona di Gerico, fuggirono durante i combattimenti; altri 10.000 li imitarono nei mesi seguenti. Complessivamente, circa un quarto della popolazione della Cisgiordania (da 200.000 a 250.000 persone) andò in esilio.113 Molti di loro erano profughi, o figli dei profughi, del 1948, fin lì vissuti nei campi per rifugiati intorno a Gerico. Spesso raggiunsero il Giordano a piedi, portando con loro l’indispensabile, e sempre a piedi si addentrarono in Transgiordania una volta passato il fiume. Non è chiaro quanti furono minacciati dai soldati israeliani e quanti invece se ne andarono spontaneamente o per timore dei combattimenti. Alcuni indizi suggeriscono che soldati israeliani muniti di megafono abbiano ingiunto agli arabi di lasciare la Cisgiordania.114 Alcuni si trasferirono perché avevano parenti o beni dall’altra parte del fiume, e temevano di restarne tagliati fuori in permanenza.

Migliaia di arabi furono portati in corriera da Gerusalemme al ponte di Allenby, ma non sembrano esserci indizi di coercizione. Il trasporto gratuito organizzato dagli israeliani, iniziato l’11 giugno 1967, continuò per un mese circa. Al ponte gli arabi dovevano firmare un testo già preparato, assicurando di aver lasciato Israele per loro libera scelta.115 Altri 70.000 emigrarono dalla striscia di Gaza in Egitto o in altre parti del mondo arabo.116

Solo il 2 luglio il governo israeliano annunciò che avrebbe permesso di tornare a quei profughi del 1967 che volevano farlo, ma solo fino al 10 agosto – scadenza poi prorogata al 13 settembre. È probabile che le autorità giordane abbiano premuto su molti profughi perché rimpatriassero, visto l’enorme problema sociale e politico da essi rappresentato. Ma sui 120.000 che lo chiesero, solo 14.000 poterono rientrare in Cisgiordania; in seguito, l’autorizzazione fu concessa a un rivoletto di «casi speciali», forse 3.000 in tutto.117

Il dopoguerra

Israele e i territori conquistati: il Movimento degli insediamenti

«ERA COME SE STESSIMO SOGNANDO», dichiarò il consigliere militare di Eshkol, generale Lior, descrivendo l’umore degli israeliani quando le armi tacquero. Un’ondata di espansionismo a tinte messianiche spazzò il paese. I credenti parlarono di «miracolo», e di «salvataggio»; la Terra d’Israele era stata resa ai suoi antichi abitanti. Ma anche i laici erano profondamente emozionati. L’8 giugno l’editoriale di «HaArez», autorevole quotidiano israeliano di orientamento liberale, affermava tra l’altro: «La gloria dei tempi antichi non è più una visione remota; d’ora in poi farà parte del nuovo Stato [d’Israele], e il suo splendore illuminerà le imprese e i successi della società ebraica, elemento di continuità della lunga storia del popolo di questo paese… Tutta Gerusalemme è nostra. Gioite e festeggiate, abitanti di Sion!».

La guerra fece miracoli per lo status internazionale dello Stato ebraico, trasformatosi d’un tratto da piccolo paese mediorientale a uno dei centri dell’attenzione mondiale. L’Occidente, e Washington in primo luogo, cominciò a considerarlo una potenza regionale e un prezioso alleato, in una parte del mondo colma di regimi deboli e inaffidabili. La crisi di maggio e la guerra accrebbero molto anche il senso di unità e fiducia in se stessi degli ebrei della Diaspora, e fu all’origine di un modesto afflusso d’immigrati dalle comunità ebraiche occidentali.

Ma le conseguenze più importanti riguardarono gli equilibri mediorientali. Il cessate il fuoco vide l’IDF schierato lungo il Canale di Suez, il Giordano e sul Golan lungo la «linea dei tel», quasi 25 chilometri a est del vecchio confine. Tutto il Sinai (61.000 kmq), la striscia di Gaza (363 kmq) e la Cisgiordania con Gerusalemme Est (5.700 kmq) erano in mano agli israeliani. L’IDF aveva conquistato un’area tre volte e mezzo più grande d’Israele stesso, abitata da oltre un milione di palestinesi.

In sei giorni l’equilibrio geopolitico della regione era stato radicalmente alterato – ma soprattutto si era aggravato il preesistente squilibrio dei rapporti di forza. Tre Stati sovrani avevano subito una sconfitta umiliante,118 e il governo israeliano era di fronte al difficile compito di trasformare il trionfo militare in successo politico: dopo guadagni territoriali così estesi, l’idea di scambiare terra contro pace assumeva un nuovo significato. Probabilmente va letta in questa chiave la frase: «Sono in attesa di una telefonata da re Hussein», che Dayan avrebbe pronunciato poco dopo il cessate il fuoco. La riunione di Gabinetto del 19 giugno decise che i vecchi confini internazionali tra Israele, Egitto e Siria sarebbero stati la base per la definizione di una frontiera permanente: Israele si sarebbe ritirata dal Sinai e dal Golan in cambio della pace. Tale decisione non fu mai resa pubblica, ma fu comunicata agli Stati Uniti perché ne informassero Il Cairo e Damasco.119 Di lì a qualche giorno entrambe le capitali arabe risposero negativamente.120

La risoluzione del governo israeliano non menzionava la striscia di Gaza, affermando implicitamente la volontà israeliana di annetterla, e rinviava ogni decisione circa la Cisgiordania, sulla quale i ministri erano in disaccordo. Si era d’accordo sul non tornare al confine precedente il ’67, chiamato perfino da un’«arcicolomba» come il ministro degli Esteri Eban «i confini di Auschwitz».121 Ma mentre alcuni ministri, tra cui Begin e i rappresentanti del Partito nazionale religioso (PNR) volevano l’annessione di tutta la Cisgiordania in quanto parte (al pari della striscia di Gaza) della Terra d’Israele storica, altri erano disposti a cederne in cambio della pace una porzione più o meno estesa. Dayan era incerto, ora sembrando favorevole all’annessione ora esprimendosi come se fosse sconsigliabile.

Alla fine, una maggioranza si formò intorno al piano proposto da Yigal Allon alla fine di luglio del 1967: una spartizione della Cisgiordania tra Israele e Giordania – ovvero un «compromesso territoriale», come sarebbe stato definito nelle piattaforme del Partito laburista.122 Israele sarebbe rimasto in possesso di una striscia di una decina di chilometri di larghezza (una «fascia di sicurezza»), e il resto del territorio, tranne alcune aree specifiche e limitate come il saliente di Latrun, sarebbero tornate alla Giordania. Il cosiddetto «Piano Allon», proposto al Gabinetto il 26 luglio,123 non fu mai adottato ufficialmente come politica del governo (o del Partito laburista); ma sarebbe rimasto la piattaforma non scritta dei governi laburisti israeliani in tema di pace fino al 1977, e in seguito del Partito laburista all’opposizione.

Nei mesi seguenti, in parte a causa della rinnovata bellicosità araba, l’atteggiamento israeliano diventò più rigido. In ottobre il governo decise in segreto di correggere la decisione del 19 giugno: nessun ritorno ai confini prebellici, richiesta di frontiere internazionali che tenessero conto del diritto israeliano alla «sicurezza», e conservazione di Sharm al-Shaykh e del tratto di costa tra questo ed Eilat.124

Ciò nonostante, la guerra aveva spianato la strada a una possibile soluzione: alla fine, gli israeliani avevano qualcosa da cedere in cambio della pace, e gli arabi prima o poi l’avrebbero compreso. Nello stesso tempo, la vittoria rinvigorì in Israele movimenti di opinione fortemente contrari alla cessione dei «territori». L’espansionismo, alimentato da un estremismo a tinte messianiche e dalla brama nazionalista di conquiste, attecchì in una minoranza sia religiosa sia laica la cui consistenza numerica era in crescita, trovò orecchi sensibili negli ambienti del governo e finì coll’attrarre nella propria orbita alcuni suoi membri.

«Niente è più terribile di una grande vittoria, tranne, naturalmente, una grande sconfitta», ha scritto lo storico Walter Laqueur.125 In effetti gli insediamenti ebraici in Cisgiordania ebbero inizio, a Gerusalemme e dintorni, fin dai primi giorni dopo la fine dei combattimenti. Il 14 giugno Allon propose al governo che Israele cominciasse subito a ricostruire e ripopolare il quartiere ebraico della Città Vecchia, e a circondare Gerusalemme Est – la Gerusalemme araba – di un anello di nuovi sobborghi ebraici. Lo scopo ultimo era trasformare tutta Gerusalemme in una parte inalienabile dello Stato ebraico. «Se non cominciamo entro un giorno o due, non cominceremo mai», dichiarò.

In realtà, il quartiere ebraico era abitato da famiglie arabe che vi si erano trasferite dopo l’espulsione degli ebrei nel 1948. Allon propose di allontanare gli arabi; ebbe l’appoggio di Dayan, il governo approvò, e circa 300 famiglie furono cacciate.126 L’allontanamento, avrebbe scritto Lior, «avvenne senza violenze e con modi relativamente civili». Egli intendeva dire che il trauma della guerra e la paura degli ebrei erano tali che gli abitanti si lasciarono trattare come pacchi, e appena fu loro ordinato di sgomberare, sgomberarono.127

Tra il 25 e il 27 giugno, Gerusalemme Est e le zone della Cisgiordania subito a nord e a sud furono annesse ufficialmente e dichiarate parte della municipalità allargata di Gerusalemme.128 Di lì a qualche giorno, l’unificazione della città fu completata con la demolizione dei muri di cemento – costruiti in gran parte tra il 1949 e il 1967 come protezione dai cecchini – nella terra di nessuno che aveva diviso la città. Ben-Gurion, allora parlamentare del Rafi alla Knesset, propose di abbattere anche le mura cinquecentesche della Città Vecchia, in modo che l’abitato non fosse «mai più diviso» – proposta respinta, per fortuna, dal governo.129 (Ma l’episodio è indicativo dell’atteggiamento di gran parte dei nuovi conquistatori, quasi ossessivamente interessati alle testimonianze del passato ebraico e poco sensibili alle antichità non ebree.)

I precedenti creati a Gerusalemme dal governo furono presto seguiti, e disseminati, dall’ondata di fervore nazionalista che spazzò la Cisgiordania. Uno dei primi sviluppi fu la costituzione, in settembre, del Movimento della Terra di Israele, il cui manifesto (pubblicato da «HaArez» il 22 settembre) invocava il mantenimento dei confini raggiunti dall’IDF il 10 giugno. I 72 firmatari, molto conosciuti in Israele, includevano vecchi massimalisti territoriali della destra ma anche qualche personalità di provata fede laburista.

Ma questo gruppo in gran parte laico fu quasi immediatamente messo in ombra dai nazionalisti religiosi, secondo i quali le «miracolose» conquiste erano l’inizio della redenzione divina, e insediamenti e annessioni il frutto di disposizioni dell’Onnipotente, in modo conforme agli insegnamenti dello storico «saggio» del loro movimento, rabbi Avraham Yizchaq Hacohen Kook (il rabbino capo aschenazita degli anni ’20), come interpretati da suo figlio rabbi Zvi Yehuda Hacohen Kook. La yeshivah [accademia talmudica] gerosolimitana di Zvi, Mercaz HaRav, diventò il punto di riferimento del nuovo messianismo politico e formò buona parte dei suoi quadri.

Fino al 1967, il PNR era stato un alleato abbastanza placido, borghese, pragmatico e ubbidiente del Partito laburista. Ma la guerra dei sei giorni iniettò nei suoi militanti – compresi il movimento giovanile Bnei Akiva e gli studenti delle yeshivot, riconoscibili dagli zucchetti dai colori vivaci (gli ultraortodossi portano zucchetti e cappelli neri) – dosi massicce di sciovinismo. Il 14 maggio, in un sermone, Zvi Kook si era scagliato contro la divisione della Palestina definendola intollerabile. E il 7 giugno, qualche minuto dopo la conquista della Città Vecchia, un gruppo di suoi protégés portò a gran velocità l’anziano rabbino, a bordo di una jeep, al Muro occidentale, dove egli dichiarò solennemente: «Annunciamo al popolo d’Israele e al mondo intero che per comando divino siamo finalmente tornati a casa… Non la lasceremo più».130

I rabbini del PNR, ispirati da Kook, salutarono le conquiste dell’IDF come il primo segnale della redenzione imminente, e i giovani del partito, innestando la religione sulla storia, si prepararono a sottrarre ai laburisti, alle loro organizzazioni giovanili e ai loro kibbutzim il ruolo di portafiaccola del sionismo. Si sentivano i nuovi pionieri, e le terre appena conquistate sarebbero state la loro Frontiera. Il mélange di messianismo e nazionalismo da essi approntato si dimostrò potente e inebriante. Gettando al vento prudenza e pragmatismo, legioni di devoti in copricapo tradizionale guidate da energici e barbuti rabbini sciamarono per le valli e le colline di Giudea e Samaria in cerca di luoghi da colonizzare. Aggirando disposizioni governative e blocchi stradali, si apprestarono a disegnare la mappa della nuova «Grande Israele». Località dopo località, il governo si rassegnò al loro entusiasmo colonizzatore e autorizzò la nascita di gruppi d’insediamenti volti a rendere sicuri i nuovi territori e a sancirne l’appartenenza allo Stato ebraico. Nel marzo 1974 i quadri e la loro ideologia trovarono stabile espressione in un movimento extraparlamentare, il Gush Emunim (Blocco dei fedeli), vagamente affiliato al PNR. I suoi leader avrebbero fissato tono e contenuti dell’attivismo di destra riguardo ai territori e costretto sulla difensiva il laburismo, per via dei suoi stretti e antichi legami con le componenti espansioniste della colonizzazione sionista.131

Tanto i promotori quanto gli avversari di questo progetto capirono subito ciò che stava accadendo: i coloni erano l’espressione della volontà di rendere definitive le conquiste del ’67. E in quanto tali sarebbero stati un ostacolo sulla via della pace, come molti politici israeliani, arabi e americani avrebbero constatato negli anni ’80 e ’90.

Gli insediamenti ebraici procedettero, in senso geografico e concettuale, dal «facile» al «difficile», ossia dalle zone già abitate da ebrei in passato, come il Blocco Ezion, o scarsamente abitate, a quelle demograficamente e tradizionalmente arabe. Il fenomeno si dispiegò gradualmente e quasi da sé, senza ubbidire a un piano prestabilito. Retrospettivamente alcuni ministri si stupirono di come esso li avesse ignorati, incurante dell’assenza di ogni ufficiale volontà di appropriazione (eccezion fatta per Gerusalemme) fino alla legge sul Golan del 1981, che sancì l’annessione delle alture.

Un anno dopo la guerra dei sei giorni, sul Golan c’erano sei insediamenti israeliani. Nel giugno del 1967 l’IDF – come altre volte, senza l’autorizzazione del governo – aveva cominciato a spianare i villaggi deserti, e quell’autunno il ministero della Difesa decise di distruggere sistematicamente i restanti.132 All’inizio di luglio il Gabinetto approvò la creazione di «due o tre campi di lavoro» temporanei nelle ex DMZ di cui la Siria aveva preso il controllo negli anni ’50, ma che ufficialmente non erano territorio siriano.133

Il 19 luglio il primo gruppo di coloni si trasferì in un bosco vicino al villaggio abbandonato di ‘Aleika; l’IDF fornì guardie ed equipaggiamento. Il 27 agosto il governo approvò la coltivazione di campi sulle alture da parte di israeliani. Qualche settimana dopo Dayan, Allon e il ministro dell’Agricoltura Haim Giv‘ati – senza una discussione approfondita dell’esecutivo e senza la sua autorizzazione – decisero la creazione di una serie di avamposti Nahal, o insediamenti temporanei abitati da militari, che quasi sempre dopo qualche tempo diventarono civili e permanenti; il primo, Nahal Snir, sorse in settembre vicino a Banias.134

La colonizzazione della Cisgiordania si giovò di più espliciti aiuti dall’alto. Singoli ministri fecero proposte specifiche, e il governo o il suo Comitato per gli insediamenti le approvarono o le respinsero (spesso a cose fatte). Nel settembre 1967 Eshkol informò i ministri che un insediamento stava sorgendo nel Blocco Ezion – tra Betlemme e Hebron, più o meno dove si trovava Kefar Ezion nel 1948 prima di essere travolta dalla Legione araba – annunciando di averne dato autorizzazione. La ricolonizzazione del Blocco fu coadiuvata da pressioni del PNR, e il 30 settembre il comitato approvò la costituzione di un «centro regionale-rurale».135

Nel gennaio 1968 il governo approvò ufficialmente la creazione di due avamposti Nahal nella fossa del Giordano (la parte meridionale della valle del Giordano).136 Negli anni seguenti altre colonie comparvero in varie parti del Golan, nella striscia di Gaza e nella fossa del Giordano. Rispondevano a esigenze di sicurezza – «sorvegliavano» il confine, dominavano punti di transito strategici, e simili – ma erano anche il frutto dell’impulso colonizzatore. Di fronte a incertezza ed esitazione, i suoi militanti si ritenevano liberi di agire, sicuri che il governo non avrebbe osato sfidarli e che molti ministri, in pectore, erano dalla loro parte.

In effetti l’atteggiamento dell’esecutivo fu, in principio, ambiguo. Alcune «colombe» – come il titolare delle Finanze, Pinchas Sapir – furono sempre contrari alla colonizzazione; altri – Begin in primo luogo – l’appoggiavano senza riserve. Allon e Dayan furono ambigui, il secondo manifestando più spesso disponibilità a scambiare terra con pace, anche in Cisgiordania, ma in altre occasioni sembrando contrario ad abbandonare un solo centimetro della Terra d’Israele biblica. L’8 giugno, subito dopo la conquista di Betlemme e Hebron da parte dell’IDF, Dayan aveva dichiarato a un collega che «Gerusalemme e le colline di Hebron rimarranno nostri per sempre».137

Molti ministri furono solo «vittime consenzienti» del movimento colonizzatore. Veterani dell’Achdut Ha’Avodah come Allon e Galili, legati fin dalla gioventù all’idea dell’«intera Terra d’Israele», condividevano silenziosamente gli illegali propositi dei coloni. In una certa misura, l’immagine che questi ultimi avevano di sé – quella di eredi dei primi pionieri che avevano creato il nocciolo della patria sionista conquistando dunam dopo dunam – era accettata dai politici in questione. L’atteggiamento più o meno favorevole ai coloni ben presto s’intrecciò con le rivalità interne del Partito laburista, in particolare tra Dayan e Allon.

La prima impresa organizzata del Movimento fu prefigurata dalla proposta di Allon al governo, il 14 gennaio 1948, di «incoraggiare la nascita di una zona residenziale ebraica vicino a Hebron».138 In aprile un gruppo di militanti capeggiati dal rabbino Moshes Levinger prese alloggio all’albergo Nahar al-Khalid, poi ribattezzato Hotel del Parco, nei sobborghi di Hebron, per la tradizionale cena dell’inizio della Pasqua ebraica. Avevano un permesso valido una notte, loro concesso dal capo del Comando centrale, generale Uzi Narkiss, in cambio della promessa di tornare in Israele il giorno seguente. Ma al momento opportuno i militanti innalzarono una bandiera israeliana e si dissero intenzionati a restare.

L’iniziativa di Levinger fu aiutata da due circostanze che in quei giorni cruciali indebolirono l’amministrazione militare: Dayan era in ospedale, dopo essere quasi rimasto sepolto vivo in uno scavo archeologico; e il colonnello Shlomo Gazit, coordinatore delle attività nei territori, era in licenza per partecipare al funerale del padre.139

L’incidente di Hebron creò due precedenti. In primo luogo i coloni e il loro primo protettore nell’apparato della Difesa, il tenente colonnello Yehoshua Varbin (che nel 1950 aveva organizzato il trasferimento a Gaza della comunità araba di Ascalona, e diretto fino al 1966 il Dipartimento dell’amministrazione militare dell’IDF) avevano deliberatamente ingannato Narkiss. Questo schema si sarebbe ripetuto nel decennio seguente, quando il Movimento aggirava e ingannava impunemente le autorità. In secondo luogo il governo non espulse immediatamente i coloni, un atto di debolezza che dipese in larga misura dalla presenza nella coalizione di ministri del PNR e del Cherut, ma anche dall’atteggiamento di laburisti come Dayan e Allon. (Nel caso specifico di Hebron, Allon si schierò decisamente coi coloni, Dayan si collocò a metà strada.) Inoltre, nell’insieme le autorità erano riluttanti ad autorizzare l’uso della forza per sloggiare degli ebrei – e poiché i coloni erano molto motivati e convinti di essere nel giusto, era impossibile allontanarli senza ricorrere alla coercizione.

Il compromesso che infine fu raggiunto a Hebron – permettere ai coloni di trasferirsi nel locale fortino della polizia – è emblematico della sorta di mercanteggiamenti tra governo e Movimento degli insediamenti da allora ripetutosi innumerevoli volte.140 Di lì a qualche mese quella testa di ponte si trasformò in un accordo per la costruzione di un ampio insediamento ebraico nei sobborghi di Hebron – l’attuale Kiryat Arba – e qualche anno più tardi, dopo dimostrazioni e occupazioni da parte di aderenti al Movimento, sfociò nel trasferimento di molti altri ebrei nel cuore della città araba, sia in edifici occupati da ebrei prima del massacro del 1929, sia in nuove costruzioni.

Quasi senza eccezione, il governo fornì ai coloni – a chi era dotato di autorizzazione statale come agli abusivi – l’indispensabile per avere successo. Simili aiuti erano spesso decisivi nei primi giorni: soldati per proteggere i coloni dai palestinesi, autobotti o condutture di emergenza per la fornitura dell’acqua potabile, generatori a gasolio per la produzione di elettricità. Ancora più eloquente fu la politica del governo in tema di terreni. Alcuni appezzamenti sparsi acquistati da ebrei prima del 1948 furono subito destinati alla costruzione di insediamenti; ma gran parte dei territori conquistati erano suolo pubblico, che le autorità israeliane si affrettarono a confiscare; in Cisgiordania, il provvedimento riguardò più del 50% della superficie della regione. Da quel momento, la maggior parte della popolazione indigena della Cisgiordania e della striscia di Gaza perse gran parte del potenziale di crescita spontanea e di espansione fisica.

Inoltre le autorità, e in seguito le associazioni dei coloni, cominciarono sia ad acquistare terreni da possidenti locali, sia a impossessarsi arbitrariamente di appezzamenti non coltivati, in diversi casi confinanti con villaggi arabi e rivendicati dai loro abitanti. Era anche frequente che terreni requisiti per «ragioni di sicurezza» fossero poi destinati alla costruzione di insediamenti. I tentativi degli attivisti pacifisti israeliani d’impedire gli espropri con appelli all’Alta corte di giustizia fallirono quasi sempre.

In due o tre anni, si mise in moto un vasto e complesso processo di colonizzazione. Uno dei primi stratagemmi fu la creazione di avamposti Nahal. I coloni-soldati montavano la guardia, uscivano in pattuglia e, in alcune località, coltivavano la terra. Nell’arco di qualche anno molte di queste postazioni «militari», specialmente in Cisgiordania, si trasformarono in insediamenti civili in piena regola.

Nello stesso tempo, per lo più separatamente, centinaia e poi migliaia di ebrei motivati dall’ideologia (il «Grande Israele») o da incentivi economici (terra gratuita o a basso costo, prestiti ingenti e a basso interesse o a fondo perduto) cominciarono a trasferirsi nei territori conquistati nel ’67. Verso la fine degli anni 70, aree mai abitate dagli ebrei in epoca moderna erano ormai demograficamente ebraiche. Alla fine del 1973 Israele aveva creato 17 insediamenti in Cisgiordania (soprattutto nella valle del Giordano), e nel maggio 1977, quando il partito Likud (già Cherut), nazionalista di destra, ascese al potere sotto la guida di Menachem Begin, se ne contavano 36. Fino al 1973 sette insediamenti erano sorti in Cisgiordania e all’estremità nordoccidentale del Sinai (la zona di Rafa); nel 1977 ce n’erano 16. Nel Sinai vero e proprio gli insediamenti passarono da tre nel 1973 a sette nel 1977. Nel Golan, nel 1973, gli insediamenti erano 19; nel 1977, 27; sempre nel 1977, gli abitanti israeliani nei territori erano circa 11.000.

L’impresa degli insediamenti fu rivoluzionata dalla vittoria del Likud nelle elezioni parlamentari del 1977. Ingenti somme di denaro furono stanziate per il trasferimento d’israeliani nei territori, e a metà degli anni ’90 il numero degli insediamenti nella sola Cisgiordania superava il centinaio, mentre la popolazione ebraica dei territori, comprese le città-satellite di Gerusalemme, superava le 150.000 unità.

I palestinesi sotto l’occupazione israeliana

LA CONQUISTA ISRAELIANA della Cisgiordania e della striscia di Gaza ripropose il problema palestinese, in gran parte assopito dal 1949. Nell’insieme gli arabi della Palestina avevano sopportato tranquillamente i primi due decenni di esilio, «vivendo chi del tutto chi in parte» dei sussidi dell’UNRWA in questo o quello Stato confinante, sperando in un futuro riscatto per opera delle armate musulmane.

Prima del giugno 1967 circa metà dei palestinesi – quasi un milione e mezzo – risiedevano in Giordania, dove avevano ottenuto la cittadinanza e a poco a poco si erano inseriti nel tessuto socio-politico. Meno di metà si era sistemato a oriente del Giordano, il resto – forse 800.000 – era rimasto in Cisgiordania. Circa 600.000 o 700.000 erano profughi o figli di profughi, il 40% dei quali viveva in campi per rifugiati. Da 350.000 a 400.000 altri palestinesi, per tre quarti profughi, vivevano nella striscia di Gaza. Infine, circa 300.000 palestinesi si erano stabiliti in Siria e in Libano, per lo più in campi per rifugiati.

La guerra dei sei giorni trasformò Israele nel paese con la più numerosa minoranza palestinese. Circa 400.000 palestinesi vivevano entro i confini precedenti il ’67 (e formavano la minoranza araba israeliana propriamente detta), mentre un altro milione e centomila viveva nei territori occupati durante la guerra dei sei giorni (600.000 in Cisgiordania, 200.000 essendo fuggiti al di là del Giordano durante o subito dopo il conflitto; 70.000 a Gerusalemme Est, e 350.000 nella striscia di Gaza). Dei palestinesi della Cisgiordania, solo 60.000 vivevano ancora in campi per rifugiati, mentre nella striscia di Gaza 210.000 persone erano ufficialmente considerate profughi, 170.000 dei quali risiedeva in campi per rifugiati.

La demolizione traumatica dello status quo risvegliò il senso di identità dei palestinesi e le loro aspirazioni nazionali, nei territori conquistati come negli Stati arabi. L’odiato nemico che li aveva cacciati dalle case nel 1948 era adesso padrone delle loro vite, delle loro terre e proprietà. La loro impotenza e subalternità era di nuovo messa a nudo. «Io stesso ero in lacrime», ricordò Khalil al-Wazir (Abu Jihad), uno dei luogotenenti di Yasser Arafat in Fatah, il principale gruppo della resistenza. «Alcuni parlavano di rinunciare alla lotta e rifarsi una vita fuori dal mondo arabo.»141 Quelli che nel maggio del 1967 avevano entusiasticamente approvato la politica nasseriana del rischio calcolato, sperato nella vittoria e nel recupero delle terre perse nel 1948, avevano visto le loro illusioni andare in frantumi.

Prima che i palestinesi conquistati avessero il tempo di riprendersi, Israele aveva imposto un governo militare e creato l’infrastruttura repressiva di occupazione e controllo tipica di simili situazioni. Lo stato maggiore dell’IDF aveva cominciato a elaborare piani per la conquista della Cisgiordania fin dal 1963, quando una grave crisi aveva scosso il regno hascimita e un conflitto era parso una possibilità concreta. Era stato costituito un apposito gruppo di lavoro, col generale Herzog, già direttore del servizio segreto militare, in veste di governatore. In pieno conflitto, il 7 giugno, Herzog e collaboratori si erano trasferiti all’Hotel Ambassador di Gerusalemme Est e avevano aperto bottega.

Il compito di determinare la natura del regime che nelle settimane e nei mesi seguenti prese forma nei territori occupati fu subito assunto dal ministro della Difesa Dayan, all’inizio senza l’approvazione del governo. L’esecutivo preferiva non essere coinvolto, cosicché Dayan emerse come l’architetto e l’arbitro della politica israeliana nei territori. Alcune sue decisioni sfociarono in faits accomplis destinati a limitare gravemente le opzioni dei futuri governi e il destino della regione. A causa di limitazioni politiche interne e circostanze esterne, una serie di esecutivi laburisti si rivelò incapace di decidere cosa fare delle conquiste del ’67. In mancanza d’indirizzi generali, Dayan dovette regolarsi su ogni questione senza sapere se la zona interessata sarebbe stata annessa o restituita, e quanto sarebbe durata l’amministrazione militare. Per la routine quotidiana, egli istituì un «comitato di coordinamento» interdipartimentale, presieduto da un coordinatore delle attività nei territori amministrati; il primo coordinatore fu il colonnello Gazit, del servizio segreto militare.

Per orientare il comportamento dell’IDF, Dayan fissò alcuni princìpi (in parte contraddittori); il pragmatismo che li ispirava era, in effetti, un aspetto del suo carattere. Un principio era quello della non interferenza: permettere agli abitanti, nei limiti del possibile, di gestire la propria esistenza in modo autonomo, e assicurare una relativa normalità anche riguardo ai contatti col mondo arabo. I traumi economici e familiari andavano minimizzati. Dall’agosto 1967 Dayan insistette sulla politica dei «ponti aperti», cioè della possibilità, per la Cisgiordania, di mantenere i legami economici e commerciali con la Transgiordania. Dopo aver visitato un guado vicino ai resti del ponte di Allenby, e visto i camion carichi di prodotti agricoli della sponda occidentale procedere faticosamente verso quella orientale, egli propose che Israele o la Giordania ricostruissero il ponte e garantissero la libertà di movimento su di esso in entrambe le direzioni. La decisione fu presa sotto l’effetto di impressioni e considerazioni momentanee, senza pianificazione o lavoro di équipe.

Le scuole della Cisgiordania e di Gerusalemme Est tornarono ai programmi di studio giordani, quelle della striscia di Gaza ai programmi egiziani. Tuttavia, i libri di testo arabi furono esaminati, e i testi antisraeliani o antisemiti furono espunti.

I Luoghi Santi di Gerusalemme sarebbero stati governati in base agli accordi pre 1967, ma con libertà di accesso per tutti. Appena raggiunto, il 7 giugno, il Sacro recinto (il Haram al-Sharif) Dayan ordinò ai paracadutisti di togliere una bandiera frettolosamente issata sulla Cupola della Roccia. L’amministrazione e la sicurezza del sito fu lasciata in sostanza al WAKF, il fondo religioso musulmano, anche se l’IDF ebbe il controllo di una Porta per vegliare sul viavai civile e turistico nell’Haram. Alla Tomba dei patriarchi (la moschea Ibrahimiyya) di Hebron, Dayan trovò un compromesso che permetteva il culto sia ai musulmani sia agli ebrei. (Tra il 1948 e il 1967, la Giordania aveva impedito agli ebrei di accedere al Monte del Tempio, al Muro occidentale e alla Tomba dei patriarchi.)

All’inizio dell’estate del 1967 Dayan aveva respinto l’ipotesi dell’autonomia – proposta da notabili della Cisgiordania – per gli abitanti dei territori, temendo che diventasse la premessa di uno Stato palestinese indipendente. A un simile Stato lui, come gli altri dirigenti laburisti, era fermamente contrario, pensando che rappresentasse un pericolo mortale per l’esistenza d’Israele.

Nonostante questa vena pragmatica – e il desiderio di non aggiungere alla popolazione israeliana più di un milione di arabi – Dayan era anche annessionista. Fu tra i principali artefici dell’annessione di Gerusalemme Est e della sua «unificazione» con Gerusalemme Ovest, il 27 giugno 1967. Per profonde convinzioni sia storiche sia strategiche, pensava che Israele dovesse mantenere il controllo della Cisgiordania. Non perdeva occasione di sottolineare la necessità dell’integrazione dell’economia e delle infrastrutture dei territori in quelle d’Israele – una politica che le trasformò, col tempo, in propaggini dello Stato ebraico. (Più tardi, i suoi critici avrebbero definito «annessionismo strisciante» la sua politica.) Le economie della Cisgiordania e di Gaza si fusero rapidamente con quella israeliana secondo un modello di tipo coloniale. Decine di migliaia di palestinesi, destinati a diventare qualcosa come 100-150.000 (il 40% della forza lavoro dei due territori) a metà degli anni ’80, fornivano manodopera a buon mercato – e per ironia della sorte alcuni di loro, come operai edili, parteciparono alla costruzione di diversi insediamenti.

Oltre all’«annessionismo strisciante», la politica di Dayan nei territori fu fin dall’inizio anche una politica di «trasferimento strisciante». Nel corso della guerra, lui e l’IDF in una certa misura spinsero 200.000-300.000 arabi dei territori palestinesi, di solito membri di famiglie esuli già dal 1948, a trasferirsi in Transgiordania. Il 7 giugno 1967, avendo appreso che gli abitanti di Tulkarm fuggivano a est, «il ministro reagì positivamente. Disse che le strade dovevano essere lasciate aperte, e l’avanzata della e XVL Brigata venire rallentata… Così, egli pensava, la popolazione della Cisgiordania sarebbe stata ridotta, e Israele sollevato da grandi problemi».142

Subito dopo la guerra e negli anni seguenti, il ministro della Difesa e il personale dell’amministrazione militare fecero il possibile per facilitare l’emigrazione del maggior numero di abitanti dei territori occupati. Il governo negò sempre che una simile politica esistesse, o che sforzi in questo senso fossero stati compiuti, ma di recente sono emersi dati che suggeriscono il contrario. Nel settembre 1967 Dayan, a una riunione degli alti gradi dell’IDF, comunicò che circa 200.000 arabi avevano lasciato i territori occupati; e aggiunse: «… dobbiamo capire le ragioni di questa continua emigrazione araba, sia dalla striscia di Gaza sia dalla Cisgiordania, e non eliminarne le cause, nemmeno se si tratta di insicurezza e disoccupazione, perché dopo tutto quel che vogliamo è una nuova mappa [del Medio Oriente]».143 E in novembre avrebbe dichiarato: «Vogliamo l’emigrazione, vogliamo una vita normale, vogliamo incoraggiare l’emigrazione in base a un programma selettivo».144 Il 14 luglio 1968, durante una riunione nel suo ufficio, dichiarò: «La politica che è stata suggerita [di migliorare i servizi pubblici nei territori] può scontrarsi con l’intento d’incoraggiare l’emigrazione tanto dalla Striscia quanto dalla Giudea e dalla Samaria. Chiunque abbia idee pratiche o proposte per incoraggiare l’emigrazione, le esponga. Nessuna idea e nessuna proposta sarà respinta a priori».145

Il modo di pensare di Dayan era condiviso dai suoi subalterni. Una riunione dei governatori dell’IDF in Cisgiordania del 22 novembre 1967 si concluse con la decisione di «trovare modi di aumentare l’emigrazione araba dalla Cisgiordania… non è quindi opportuno fare di tutto per soddisfare ogni richiesta che ci giunga da quella parte [cioè dagli arabi della Cisgiordania]».146 È citata una frase del generale Narkiss, che visitando Betlemme avrebbe affermato: «Stiamo parlando di emigrazione araba. Bisogna far di tutto – perfino pagare – per indurli a partire».147

La filosofia israeliana si basava in parte sull’opinione che gli arabi dei territori, lesinando loro la terra e alcune risorse (l’acqua innanzitutto), e ostacolando la loro industrializzazione, sarebbero emigrati a poco a poco. Benché mai dichiarato apertamente, questo fu l’obiettivo del governo – soprattutto dopo il 1977. E in effetti, in qualche decennio un certo numero di arabi ha lasciato la Cisgiordania e Gaza, per cercare all’estero migliori condizioni di vita. Gli economisti stimano che l’eccesso di emigranti rispetto agli immigranti arabi sia stato in media di 20.000 all’anno. Molti si sono stabiliti nei ricchi Stati del Golfo, e le loro rimesse sono diventate un caposaldo dell’economia della Cisgiordania e di Gaza.148

Varie misure economiche furono adottate per rendere difficile la vita alla popolazione locale. Queste misure avevano anche un altro obiettivo. Dayan e il governo militare scoraggiarono costantemente l’industrializzazione dei territori, affinché non facessero concorrenza all’industria israeliana. La politica protezionista trasformò gli abitanti dei territori in consumatori dei prodotti israeliani, fossero convenienti o no. Negli anni ’80 essi erano ormai il maggior mercato di esportazione dell’economia israeliana (dopo gli Stati Uniti). In campo agricolo, gli esperti israeliani diedero consigli ai produttori locali su come migliorare la produttività, ma l’amministrazione militare badò che non facessero concorrenza a Israele né sul mercato interno né su quelli esteri. Le reti dei servizi – elettricità, telefono, trasporti e acqua – erano integrate a quelle israeliane. Ancora una volta Dayan prevalse sulle «colombe» che, come Sapir, facevano notare che una simile integrazione era destinata a trasformarsi in annessione.

In teoria, Dayan era propenso a concedere ai palestinesi la completa libertà di espressione, a meno che risultasse contigua a forme di opposizione violenta. In pratica le libertà politiche furono severamente limitate, ogni partito e gruppo essendo considerato un potenziale paravento per la resistenza all’occupazione.149 Fu imposta una rigida censura a libri e periodici, e fu proibita la pubblicazione di ogni tesi e notizia sediziosa. Molti testi proibiti erano in lingua araba, e il loro contenuto era più o meno antisraeliano o filopalestinese; ma vi furono episodi grotteschi, come la messa al bando del Mercante di Venezia di Shakespeare in quanto antisemita, o delle opere di Yigal Allon sulla nascita dell’IDF. Fatto sta che centinaia di opere reperibili in Israele (e nella Gerusalemme araba) scomparvero dai territori.

Dopo la conquista della Cisgiordania, molti notabili e membri della classe media sperarono in un rapido ritorno sotto la sovranità giordana. Negli anni ’50 e ’60 avevano stabilito saldi legami con la monarchia hascimita e la sua burocrazia; e della Giordania avevano la cittadinanza. In una certa misura essi avevano represso la loro identità palestinese, e consideravano l’alternativa al dominio giordano – uno Stato palestinese in miniatura – «artificiale» ed «economicamente senza prospettive».150 Ma gli israeliani frustrarono ogni velleità di ritorno alla situazione precedente, minacciando e in qualche caso effettuando arresti e deportazioni. Come tanti conquistatori, ricorsero inoltre alla tattica del dividi et impera, aizzando i nazionalisti e i repubblicani contro i filohascimiti.

Verso la fine del 1967 alcune autorità israeliane compreso, a quanto pare, lo stesso primo ministro Eshkol, coltivarono l’idea di un’entità politica autonoma della Cisgiordania sotto la tutela israeliana. Ma essa incontrò una forte opposizione da parte della burocrazia, specialmente nelle forze armate, per il consueto timore che una simile entità, per quanto sorvegliata, evolvesse in Stato. Minacce e violenze da parte di nazionalisti palestinesi contro altri arabi causarono la definitiva bocciatura dell’ipotesi.151 Fu pensando a questo tipo di «terza possibilità» che i governi israeliani della metà degli anni ’70 crearono e finanziarono le «Leghe paesane», associazioni rurali di famiglie della Cisgiordania che accettavano tacitamente il dominio israeliano, di tanto in tanto inscenavano manifestazioni filogiordane e combattevano i nazionalisti. Ma i membri delle leghe furono presto considerati traditori e collaborazionisti dalla maggior parte dei palestinesi, e nei primi anni ’80, dopo che alcuni dei loro esponenti più in vista furono colpiti dai terroristi, esse uscirono di scena.

La stragrande maggioranza degli arabi della Cisgiordania e di Gaza ebbe in odio l’occupazione dal primo momento. I primi segni di resistenza si manifestarono circa un mese dopo la guerra, all’inizio di luglio del 1967, quando l’annessione israeliana di Gerusalemme Est causò una serie di piccole dimostrazioni e scritte sui muri. Alla fine del mese una ventina di notabili arabi capeggiati da Anwar al-Khatib, ex governatore giordano di Gerusalemme, inviò una petizione alle autorità protestando contro l’annessione. Le autorità reagirono con provvedimenti di espulsione temporanea nei confronti di quattro firmatari. In agosto e settembre ci furono manifestazioni più imponenti, con scioperi dei trasporti e della vendita al dettaglio. Dimostranti armati di sassi si scontrarono con soldati israeliani muniti di manganelli.

L’ondata iniziale di proteste in Cisgiordania, piuttosto diffusa benché tutt’altro che universale, culminò in un appello allo sciopero generale, da effettuare il 19 settembre. Il fallimento dello sciopero non impedì agli israeliani di reagire con durezza. Il 25 settembre ‘Abd al-Hamid al-Seih, principale giudice religioso musulmano della Cisgiordania e uno degli organizzatori dello sciopero, fu espulso a tempo indeterminato. E Nablus, unica città della Cisgiordania dove l’adesione fosse stata massiccia, incorse in una serie di punizioni collettive. Tra queste un lunghissimo coprifuoco (dalle 17.00 alle 7.00) di durata indefinita, che creò enormi problemi a chi lavorava fuori città; la sospensione dei trasporti pubblici; la chiusura arbitraria di 20 negozi che avevano abbassato le saracinesche; provvedimenti di coprifuoco diurno in alcuni quartieri, ufficialmente per facilitare le perquisizioni (ma in realtà, come poi ammesso anche dalle autorità, a scopo intimidatorio);152 la revoca delle licenze ad alcuni negozianti; e la chiusura della principale uscita della città verso il Giordano: il ponte Damiyeh (Adam).

In questi eventi c’era una chiara lezione per gli abitanti dei territori e i membri della Diaspora palestinese: Israele intendeva restare in Cisgiordania, e non avrebbe permesso alla disobbedienza civile e alle proteste di massa, che aveva facilmente represso, di mettere in crisi il suo dominio. La scelta era tra la rassegnazione e la lotta armata.

Israele amava credere, e far credere al mondo, che la sua occupazione fosse «illuminata», «benevola», qualitativamente diversa da quelle esistite in precedenza. Così non era. Come tutte le occupazioni, quella israeliana si basava sulla forza, sulla repressione e la paura, il collaborazionismo e la delazione, i pestaggi e le torture in stanze chiuse, l’intimidazione, l’umiliazione e la disinformazione quotidiane.

Vero è che per molti anni il basso livello di resistenza e disobbedienza civile permise a Israele di presentare una normalità di facciata e mantenere l’ordine con una forza limitata: un pugno di battaglioni dell’IDF, qualche dozzina di ufficiali di polizia (i semplici agenti erano reclutati tra i palestinesi), nonché un centinaio di membri del GSS (General Security Service, Servizio di sicurezza generale) tra funzionari e investigatori.

Ma le unità di occupazione «attive» si giovavano del sostegno passivo di forze ben più ingenti di stanza nell’area dopo il giugno 1967, quando molte basi dell’IDF erano state trasferite in Cisgiordania; ovviamente le truppe ivi acquartierate erano disponibili a vari usi legati all’occupazione (dall’imposizione del coprifuoco alle perquisizioni a tappeto). Inoltre, la vicinanza ai territori di molte altre basi dell’IDF, della polizia di frontiera e del GSS significava che le forze di occupazione potevano in ogni momento ricevere consistenti rinforzi da oltre la «linea verde» (come fu soprannominato il confine tra i territori e Israele in senso stretto).

L’amministrazione militare, immune alle consuetudini in tema di diritti civili vigenti in Israele, disponeva di un vasto arsenale di misure con cui soffocare dissenso e proteste. Esso includeva il coprifuoco; gli arresti domiciliari – spesso, con la conseguente perdita dello stipendio; il rinvio a giudizio, che il più delle volte si concludeva con la condanna a una pena pecuniaria o detentiva – il modus operandi dei tribunali militari nei territori, e della Corte Suprema che li spalleggiò, rappresentano senza dubbio una delle peggiori pagine della storia giudiziaria israeliana – oppure con l’espulsione; l’incarcerazione «amministrativa», cioè senza processo, della durata massima di sei mesi, e rinnovabile; e la chiusura di scuole e negozi, di solito adoperata contro gli scioperi dei negozianti e le manifestazioni studentesche. Fin qui, il bastone; quanto alla carota, gli israeliani potevano concedere a chi collaborava lasciapassare, licenze commerciali ed edilizie, permessi per ricongiungersi ai familiari, permessi di lavoro. Queste misure, di solito individuali, qualche volta furono impiegate collettivamente: così, intere città si videro negare il permesso di ricevere visitatori dagli Stati arabi, come Ramallah nell’estate del 1968.153

Alla fine del 1969, Israele aveva espulso a tempo indefinito 71 abitanti di Gaza e della Cisgiordania, per lo più notabili che avevano organizzato scioperi e dimostrazioni. Tra loro qualche insegnante, e qualche genitore di studenti che avevano partecipato a dimostrazioni. In un caso, quello del banchiere e senatore giordano Anton ‘Atallah, di Gerusalemme, l’ordine di espulsione era stato emanato perché mentre era in Giordania a organizzare la riapertura di un istituto di credito arabo in Cisgiordania, era stato costretto dalle autorità a giurare fedeltà al regime hascimita.154

Dopo la repressione del dissenso e della disubbidienza civile nel settembre 1967, una parte dell’opposizione al dominio israeliano nei territori passò alla lotta armata, con lanci di bombe a mano contro le pattuglie e attentati dinamitardi nelle città. La reazione israeliana fu pronta e brutale: retate e arresti; pestaggi, privazione sensoriale e tortura per estorcere informazioni e confessioni; un sistema di tribunali militari che niente aveva in comune coi sistemi giudiziari delle democrazie occidentali (nonché d’Israele propriamente detto); l’uso di demolire o murare le case dei sospettati; la detenzione senza processo anche per lunghi periodi; e l’espulsione. Tutte queste misure furono utilizzate in modo sistematico; alcune erano state introdotte dai britannici durante la ribellione araba del 1936-39 ed erano ancora nei repertori normativi sotto forma di «provvedimenti di emergenza».

Per la demolizione degli edifici in cui i sospettati di terrorismo erano vissuti, di solito non si aspettava nemmeno la sentenza. Per esempio, il 21 e il 25 ottobre 1969, artificieri dell’IDF fecero esplodere 18 case nella cittadina di Halul dopo l’uccisione di un ufficiale israeliano.155 Mancano dati precisi, ma secondo l’organizzazione palestinese per i diritti civili al-Haqq, 1.265 abitazioni furono distrutte o sigillate nel 1967-81, 72 nel 1981-84, 143 nel 1985-87. E secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Be’tselem, l’IDF ha distrutto 434 abitazioni e ne ha sigillate 314 tra il dicembre 1987 e il dicembre 1993, quando le demolizioni punitive sono praticamente cessate.

I controlli civili e militari – carte d’identità, permessi di viaggio e spostamento, perquisizioni e blocchi stradali dell’IDF e della polizia di frontiera, furono sufficienti a tenere a bada la maggior parte della popolazione. Ma dietro le forze di occupazione visibili, c’era l’apparato del GSS. Fino al 1967 era stato un servizio segreto di piccole dimensioni – 200 o 300 funzionari in tutto, ma subito dopo la guerra dei sei giorni esso raddoppiò e triplicò il suo organico, e una rete di funzionari e informatori reclutati per mezzo di denaro, favori, ricatti e intimidazioni coprì i territori. Il GSS infiltrò abilmente le articolazioni della società palestinese, penetrando quasi tutti i villaggi e i clan. In particolare sfruttò abilmente le rivalità tra villaggi e clan, quelle religiose e quelle generazionali, nonché le sacche d’illegalità: ladri, prostitute e protettori, drogati e spacciatori. (I palestinesi si dimostrarono relativamente facili da manipolare, intimidire o comprare – rafforzando il già notevole disprezzo del servizio di sicurezza israeliano per la popolazione occupata.) Con una spesa relativamente modesta, il GSS riuscì a corrompere ampi settori della società e a creare un’atmosfera di rancore, sospetto e paura. Inevitabilmente, la corruzione contagiò in una certa misura anche gli occupanti. Comportamenti dell’IDF e del personale della sicurezza inimmaginabili prima del giugno ’67 diventarono comuni. Ufficiali del GSS che avevano impiegato la tortura mentirono sistematicamente in tribunale su come avevano ottenuto varie confessioni; e funzionari di alto livello mentirono sia in tribunale sia alle autorità politiche per coprire i subordinati. Si diffuse anche la richiesta di bustarelle da parte dei pubblici ufficiali preposti ai lasciapassare e alle licenze edilizie e commerciali.

Le critiche di intellettuali come il teologo e scienziato Yishayahu Leibowits, e di scrittori come Amos Oz e Yizhaq Smilansky (S. Yizhaq) non furono ascoltate. Golda Meir, un primo ministro mai in difetto di fiducia in se stesso, dichiarò durante una riunione del Mapai: «Sono esterrefatta. Tutto dentro di me si rivolta contro Oz, Smilansky e i professori e intellettuali che hanno sollevato la questione morale. Per me non c’è niente di più morale del diritto di esistere del popolo ebraico. Senza questo, non ci sarebbe moralità in questo mondo».156

La guerra e le sue conseguenze, l’occupazione, la repressione e l’espansionismo israeliano attizzarono il fuoco del nazionalismo palestinese, spingendo migliaia di giovani, specialmente tra i disperati dei campi profughi della Transgiordania, della Siria e del Libano, tra le braccia delle nascenti organizzazioni della resistenza. E come il successo dell’impresa sionista era stato all’origine del primo nazionalismo palestinese, così i contatti e gli attriti quotidiani con le autorità israeliane dei territori furono la causa principale della sua rinascita.

Ripercussioni internazionali

FIND AL 1948 L’ANTAGONISMO arabo-ebraico in Palestina era stato in larga misura un problema locale, un conflitto etnico o, se si preferisce, nazionale, tra due comunità governate prima dai funzionari ottomani, poi da quelli britannici. Dopo il 1948 esso si trasformò nella lotta tra il nuovo Stato ebraico e i paesi arabi. I palestinesi, battuti e spesso esiliati, erano stati temporaneamente relegati nel ruolo di comparse. La guerra dei sei giorni pose oltre un milione di palestinesi sotto il dominio israeliano, ridestando la loro coscienza nazionale. Rappresentati dall’OLP e da leader locali dei territori occupati, essi tornarono rapidamente al centro del palcoscenico, dal punto di vista militare come da quello diplomatico. In relazione al conflitto, essi raggiunsero presto uno status paragonabile a quello degli Stati arabi, col diritto di veto a ogni intesa tra questi e Israele. E nella lotta armata contro lo Stato ebraico, furono da allora in prima linea. Gli eserciti arabi, sbaragliati dall’IDF, per il momento non rappresentavano un serio pericolo per gli ebrei; forse, un movimento guerrigliero avrebbe saputo far meglio. Sorse così il movimento di resistenza palestinese, che avrebbe impegnato Israele lungo il confine giordano, e in seguito anche a nord, lungo quello col Libano.

La guerra del ’67 costò cara ai palestinesi, ma, forse, altrettanto fece loro guadagnare. L’Egitto pagò certamente il prezzo più alto: il suo esercito pressoché distrutto; il Canale di Suez, fonte di cospicue entrate, chiuso a tempo indeterminato; il petrolio del Sinai, altra importante risorsa economica, in mani israeliane; il turismo in sensibile calo. Ma soprattutto il paese – e il suo presidente Jamal ‘Abd al-Nasser – accusò un’enorme perdita di prestigio. In quanto principale potenza araba, e causa immediata della crisi, esso aveva subito l’umiliazione più grave.

Il materiale bellico perduto fu rimpiazzato quasi subito dall’Unione Sovietica, che fu prodiga anche di aiuti economici. In tre mesi, per evitare carenze di generi alimentari, inviò 300.000 tonnellate di grano. In cambio, come previsto da un accordo segreto dell’aprile 1968, la flotta sovietica poté installare «strutture di manutenzione» nei porti egiziani. I sovietici furono anche autorizzati a schierare una squadriglia di aerei spia in basi aeree egiziane, con cui sorvegliare le unità della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo orientale.157 Anche i regimi arabi più conservatori, come l’Arabia Saudita, il Kuwait e la Libia, soccorsero Il Cairo sul piano economico concedendo aiuti per 266 milioni di dollari all’anno.158

La crescente influenza sovietica era solo l’altra faccia della debolezza militare e politica degli Stati arabi e della fragilità dei loro regimi. Armi e aiuti erano una potente leva politica; e Mosca approfittò dell’appoggio americano a Israele per agevolare la propria penetrazione nei paesi arabi. In parte per sottolineare il suo nuovo status di nume tutelare del mondo arabo, il 10 giugno 1967 l’URSS ruppe le relazioni diplomatiche con Israele. L’esempio di Mosca fu presto seguito da tutto il blocco orientale, compresa la Iugoslavia ed esclusa la Romania.

Nel Sinai, il regime di Nasser era stato quasi colpito a morte. Non poteva più atteggiarsi a salvatore del mondo arabo; era semmai evidente, lo si ammettesse o no, che l’aveva trascinato sull’orlo dell’abisso. (A quanto pare, il dittatore egiziano risentì della disfatta anche sul piano della salute: in pochi giorni perse una decina di chili, il suo diabete peggiorò e comparvero disturbi cardiaci e circolatori.)159 Gli enormi problemi della società egiziana, e di quelle arabe in generale, erano ormai evidenti a chiunque. Se della reciproca sovversione dei regimi arabi, e dell’intervento militare «fraterno» in Yemen, era stato possibile diffondere versioni edulcorate – al prezzo, ovviamente, di deformare ampiamente i fatti – niente di simile poteva essere fatto nel caso della guerra dei sei giorni. Le immagini delle file di tank egiziani anneriti e dei MIG distrutti al suolo, diffuse dai media di tutto il mondo, erano di un’eloquenza che non ammetteva repliche. La retorica non avrebbe ingannato nessuno – tranne, forse, i più ingenui.

E le masse arabe, manipolate con abilità dai mezzi d’informazione di Stato, dimostrarono di rientrare in questa categoria. Il pomeriggio del 9 giugno Radio Cairo annunciò le dimissioni dei due uomini al vertice delle forze armate, il feldmaresciallo ‘Amir e il ministro della Guerra Shams al-Din Badran; seguì l’annuncio delle dimissioni dello stesso Nasser, presentate quel mattino quando ‘Amir, Badran e altri ufficiali di grado elevato avevano incontrato il «Rais» e gli avevano consigliato di seguire il loro esempio.160 Ma nelle strade del Cairo si riversò una folla che inneggiava a Nasser e lo scongiurava di restare al potere. Apparentemente, la sua baraka (benedizione divina) non l’aveva abbandonato. Per la gente, era ancora il salvatore. Come constatò un testimone: «Era uno spettacolo straordinario, quelle persone che affluivano da tutte le direzioni, gridando, piangendo, chi in pigiama, chi scalzo, donne in camicia da notte, bambini, tutti in preda a un dolore incontenibile, tutti a implorare “Nasser, abbiamo bisogno di te…” Le donne si buttavano a terra, gli uomini singhiozzavano».161

Alcuni dati recenti indicano che in parte le dimostrazioni e gli episodi d’isteria collettiva furono orchestrati da collaboratori del Rais. Comunque, il giorno dopo egli annunciò di averci ripensato. All’inizio di settembre ‘Amir e Badran furono arrestati e accusati di cospirazione; il 15 settembre fu annunciato il suicidio del feldmaresciallo. Le forze armate vennero purgate, centinaia di ufficiali di alto grado furono radiati.162

In Siria la dittatura ba‘thista esercitava un ferreo controllo soprattutto sui media e gli ambienti militari. Ma la sconfitta essendo stata grave e umiliante, alcune ripercussioni erano inevitabili. Tra l’ottobre 1969 e il novembre 1970, con un Putsch in due fasi, il ministro della Difesa Hafiz al-Assad – uno dei diretti responsabili della sconfitta – diventò primo ministro, e nel 1971 fu eletto presidente col 99,2% dei voti – un plebiscito. Il suo regime, tuttora al potere, assegnò la priorità al potenziamento delle forze armate per il giorno della «resa dei conti».

Sebbene il significato di quei sei giorni di giugno fosse molto chiaro (o forse proprio per questo) il mondo arabo non lo comprese. Come all’indomani della sconfitta del 1948, la ricerca di un capro espiatorio fu un riflesso quasi automatico. Sulla scia dei leader politici, gli intellettuali, i capi religiosi e i giornalisti accusarono gli Stati Uniti. Avere «aizzato» Israele contro gli arabi e partecipato alle incursioni del 5 giugno con aerei della Sesta Flotta furono le accuse più frequenti. Si trattava di una comoda via d’uscita; essere sbaragliati dal minuscolo Israele era inconcepibile, mentre non c’era nulla di insopportabile nell’essere sconfitti da una superpotenza.

Così, la disfatta non comportò alcun riesame dei presupposti dell’aggressività araba, né profondi cambiamenti nei governi e nelle società. Ben pochi analisti arabi erano disposti (e mai in pubblico) a riconoscere con franchezza le debolezze dei loro paesi e l’incompetenza dei vertici politici e militari.163 In modo analogo, le grandi linee della politica araba uscirono indenni dal disastro militare. Semmai ci guadagnò la testardaggine, la tendenza a irrigidirsi ulteriormente. Al summit di Khartum, nell’agosto-settembre del 1967, i leader presenti approvarono una piattaforma di sfida e indisponibilità al dialogo che per decenni avrebbe impedito ogni progresso verso la pace nella regione. Il 2 settembre il summit deliberò che il mondo arabo si sarebbe unito per «spazzare via le conseguenze dell’aggressione» e «assicurare il ritiro delle forze di aggressione israeliane dalle terre arabe conquistate con l’attacco del 5 giugno». Inoltre, i partecipanti dichiararono di volersi attenere a una serie di princìpi: «nessuna pace con Israele», «nessun riconoscimento di Israele» e «nessun accordo con Israele in vista di negoziati», nonché «diritto del popolo palestinese a un proprio Stato». In parte, il loro atteggiamento fu una reazione all’incapacità o al rifiuto israeliano di prendere in considerazione il ritiro dalla Cisgiordania e da Gaza nel contesto di un accordo di pace.

I cosiddetti «tre no di Khartum» (in realtà, tre no e un sì) contribuirono alla cristallizzazione della controproposta israeliana: «negoziati diretti» con gli Stati arabi e «confini difendibili» – un eufemismo per il rifiuto di tornare ai confini precedenti il ’67. Il rifiuto arabo del dialogo fu in parte responsabile del graduale emergere in Israele di un analogo rifiuto e dell’espansionismo. L’atteggiamento arabo contribuì inoltre alla parziale revoca della decisione presa dal Gabinetto israeliano il 19 giugno, in cui l’idea di «concessioni territoriali in cambio della pace» era implicitamente affermata; il suo posto fu preso dal concetto dei «confini difendibili» e dalla prassi dell’«annessionismo strisciante».

La risposta dell’Occidente fu la Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvata il 22 novembre 1967, che sarebbe stata la pietra angolare di tutti gli sforzi per la pace in Medio Oriente fino ai tardi anni ’90. L’Unione Sovietica aveva puntato a una netta condanna d’Israele, e alla richiesta ch’esso ritirasse unilateralmente le truppe fino ai confini del 4 giugno; ma l’opposizione israeliana e occidentale aveva portato al compromesso della 242 che, mentre sottolineava «l’impossibilità dell’acquisizione di territori per mezzo della guerra», chiedeva una «pace giusta e duratura» in Medio Oriente, basata su concessioni territoriali in cambio della pace. Israele doveva ritirarsi «da territori» (o «dai territori», nella versione francese del documento preferita dagli arabi) occupati nel giugno 1967,164 ma gli arabi dovevano rinunciare alla belligeranza e «riconoscere… la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni Stato della regione, e il suo diritto a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti». La 242 affermava anche «la libertà di navigazione attraverso le acque internazionali nell’area», mentre il Consiglio di sicurezza sottolineò la necessità di risolvere il problema dei «profughi» (non «la questione nazionale palestinese») e autorizzò il segretario generale a nominare un rappresentante speciale che assistesse i suoi sforzi di ricerca di una soluzione pacifica.