martedì 5 agosto 2014


Nel conflitto di Israele contro Hamas e in Ucraina l’occidente non riesce a schierarsi. E’ un problema di valori

di Leon Aron | 05 Agosto 2014 
Leon Aron è Direttore del dipartimento di Russian Studies all’American Enterprise Institute
Copyright American Enterprise Institute
Due guerre – una a Gaza e una nell’est dell’Ucraina – stanno avendo luogo simultaneamente. Le due guerre non hanno niente in comune eccetto una cosa: su entrambe non ci dovrebbero essere dubbi su quale parte è nel giusto e quale nel torto. In secondo luogo, entrambe probabilmente finiranno (sul lungo termine) con una sconfitta per la parte nel giusto a causa dell’attitudine che definisce l’atteggiamento dell’occidente nei confronti di entrambe. I fatti non sono in discussione. In Ucraina, il governo di Kiev sta cercando di ripristinare la sovranità ucraina sul suo territorio, di cui la Russia si è praticamente impadronita grazie a una guerra per procura fatta con truppe speciali professionali, funzionari di intelligence e mercenari (“kontraktniki”) che addestrano bande di guerriglieri definiti nel loro insieme “ribelli” o “separatisti”, armati e riforniti dalla Russia. A Gaza, Israele sta combattendo contro una organizzazione terroristica fondamentalista che ha come scopo quello di uccidere gli ebrei, i cristiani e i gay e opprimere le donne. Come in Ucraina, Hamas ha attaccato per prima, lanciando centinaia di razzi alle città e ai paesi di Israele.

Tuttavia in nessuno dei due casi la giustezza della guerra ha spinto l’occidente a sperare nella vittoria della parte “giusta”, piuttosto che per una “tregua” o per un “cessate il fuoco” che, come tutti sanno, la parte “sbagliata” violerà non appena sarà in grado di riprendersi, riorganizzarsi e rifornirsi. Per quale ragione? Due motivazioni nel canone postmoderno possono fornire una spiegazione. Primo, mentre la vittoria di qualcuno implica la sconfitta di qualcun altro, la “pace” – non importa quanto falsa o di breve durata – a livello superficiale non ha sconfitti, e per questa ragione è di gran lunga preferibile. Secondo, le nozioni di “giusto” e “sbagliato”, di “giustizia” e “ingiustizia”, di “bene e male” sono intrinsecamente sospetti perché i valori in sé sono diventati sospetti. Gli opinion maker occidentali sembrano aver imparato dalle élite universitarie che i “valori” sono “individuali” e “soggettivi”. Di conseguenza, devono essere tirati fuori dal discorso pubblico e dal processo decisionale. Anche la copertura dei grandi media occidentali mostra entrambe le guerre come “conflitti” in cui la parola “giusto” o suoi sinonimi non appaiono nemmeno una volta, in cui entrambe le parti condividono la stessa porzione di colpa, e pertanto la vittoria di una parte non è più auspicabile moralmente dell’altra. Questi imperativi ideologici sono così forti che nemmeno una tragedia può modificarli. Né l’abbattimento del volo Mh17, quasi sicuramente provocato da un missile terra-aria fornito ai separatisti dalla Russia, né l’assassinio di tre ragazzi israeliani né la ripugnanza del sacrificio deliberato di civili da parte di Hamas può introdurre un elemento di moralità in queste guerre e rendere la vittoria sul male preferibile alla pace.
La morte delle guerre giuste non è solo la conseguenza della mentalità prevalente in occidente. Quando una tragedia non è riconosciuta come un fenomeno morale, che attribuisce una colpa e che provoca la punizione del colpevole, seguono altre tragedie e altre morti. Nelle due guerre che ho menzionato, le conseguenze “operative” di questo spirito del tempo sono ovvie. Quando l’Ucraina riprenderà la sua offensiva vittoriosa contro i separatisti, che aveva sospeso unilateralmente dopo l’abbattimento dell’Mh17 per facilitare l’accesso al sito del disastro, e che ha sospeso ancora per un giorno la scorsa settimana per le stesse ragioni, il Cremlino – che per ragioni dipolitica interna non può permettersi una sconfitta in Ucraina – inizierà a gridare contro la “guerra civile fratricida”. A quel punto chiederà un cessate il fuoco immediato (che ovviamente lascia le forze sotto il suo controllo con quello che hanno conquistato finora) e potrebbe minacciare di muovere le sue truppe regolari oltre i confini per “proteggere le vite di civili innocenti”. Per evitare una aggressione diretta della Russia (e dunque la necessità di imporre nuove sanzioni che potrebbero essere politicamente difficili da affrontare per i paesi membri dell’Unione europea) l’occidente dovrà mettere pressione sull’Ucraina che, come è già avvenuto, annuncerà un cessate il fuoco unilaterale. Potrebbero perfino seguire negoziati diretti tra un governo eletto democraticamente di un grande paese europeo e bande di mercenari violenti. Questo fino a che i “ribelli” non attaccheranno di nuovo un obiettivo di alto valore simbolico – come hanno fatto con l’aeroporto di Donetsk – e il “ciclo della violenza” (un termine sterile, libero da accezioni di valore) inizierà di nuovo.

A Gerusalemme, come a Kiev, Israele sarà costretto dalla diplomazia statunitense ad accettare un cessate il fuoco, che di fatto mette sullo stesso piano una grande democrazia e una dittatura teocratica di terroristi fanatici. Hamas ricostruirà i tunnel, riempirà di nuovo gli arsenali di missili, e ricomincerà a rapire o assassinare altri civili e soldati israeliani e a sparare missili sui cittadini di Israele.