sabato 16 marzo 2024



RICORDI. Sul Po fino a 15 anni. (2) "As pesca ben" 

Ma la soddisfazione era, d'estate, la pesca, a volte sul Po, ma più spesso sui canali bonifica (in dialetto la "bunefica", vicino a casa ce n'erano due, la vecia e quela neuva) , o in "fuseta" (stava per fossetta, cioè piccolo fosso, che era la derivazione dei canali di bonifica maggiori, e servivano per il prelievo a scopo di irrigazione). Pescavamo il pesce gatto, le tinche, i "gobbi" (così nella nostra lingua erano e sono chiamate dalle mie parti le carpe comuni) e qualche volta anche le carpe a specchio. Non riuscivamo a pescare le anguille e neanche il luccio. Quella del luccio è un'altra storia. Una volta Rico (Enrico, il fratello maggiore) tornando a casa vide nella fuseta dietro casa un bellissimo luccio che si godeva il sole rigido e dritto come un bastone. Corse a casa, preso il fucile lo catturò con una fucilata. Ma non divaghiamo. Il pomeriggio d'estate, quando, io e mio fratello, non eravamo "comandati" a sorvegliare il trattore che pompava l'acqua di irrigazione, si organizzava, la pesca, che doveva essere solo fino all 16, perchè oltre si dovevamo essere a disposizione per i lavori in campagna. Guai a sgarrare, con Rico, che a quell'ors si svegliava dalla pennichella pomeridiana, necessaria per ritemprarsi e per evitare le ore troppo calde sotto il sole cocente. Si incominciava alla mattina tra un lavoretto e l'altro a preparare le lenze e le esche. Si andava a pesca rigorosamente privi di licenza, perchè non serviva a far abboccare i pesci. Una volta, ci ha "beccato" il guardia pesca e ci ha fatto la multa con la concessione di condono nel caso ci fossimo procurata la licenza (La mia non so in quale cassetto sia mentre il più preciso e ordinato fratello me ne ha inviata foto, che troverete qui di seguito). Con mio fratello ci dicevamo che la gioia della pesca era soprattutto la preparazione e la scelta del posto dove pescare: la scelta del punto doveva soddisfarci per poter dire: "ché as pesca ben" (traduzione: qui si pesca bene). La preparazione era laboriosa perchè dovevamo scavare dove ci potevano essere i vermi da terra (mai comprata un esca). Bisognava cercarli dove c'era umido (l'estate seccava il terreno e i vermi sparivano. Forse sapevano che li volevamo catturare?). Allora si alzavano i mattoni (tutti) dal lato nord della stalla, perchè rimaneva di più all'ombra, si scavava intorno alla "massa" che era il cumulo dello stallatico, e non sempre si aveva successo. I vermi erano per il pesce gatto e le tinche, i pesci col muso nel fango del fondo. Se non li trovavamo si andava a " rapinare" le pannocchie nel campo di granturco e ci si rassegnava a pescare i gobbi, che davano poca soddisfazioni perchè abboccavano con grande lentezza. E poi il gobbo/carpa ha meno sapore ed è pieno di lische Finito in fretta di mangiare verso le 13 ( il pranzo era sempre a partire da 12.15/12.30, perchè quando il campanile della chiesa rintoccava le 12, si smetteva di lavorare; il tempo di tornare dai campi e lavarsi le mani e si era a tavola) con canne e esche si partiva per la bonifica. Non importava prendere molte prede, ma ci piaceva passare tre ore seduti sulla riva, vicino alle canne che nella brezza sussurravano parole silenziose, e scambiare qualche racconto o più spesso guardare l'acqua che scorreva, i salti dei pesci nella corrente, l'agitarsi dei girini vicino a riva, o semplicemente appisolarsi, alla faccia dei galleggianti troppo spesso senza segno di "beccate" dei pesci. Se poi prendevamo qualcosa sapevamo che nostra madre se ne guardava bene dal pulirli e friggerli. Mi ha ricordato mio fratello che la frase di accoglimento al ritorno era “a n’avrì mia ciapà?” Il più delle volte la risposta, no, consolava le donne di casa. Quando c'era qualcosa nella sacca, dovevamo provvedere noi pescatori. Allora iniziava un altra storia. In genere a tavola quando erano fritti c'era il commento dominante: " cal pes che al sa ad tera" (questo pesce sa di fango).