sabato 16 marzo 2024

GRANDI SPERANZE Charles Dickens



GRANDI SPERANZE 

Charles Dickens 

Recensione

Io trovo che  la  scrittura di Dickens. particolarmente in questo romanzo, sia vivace e densa; egli sa rendere con una forza straordinaria le immagini e le scene che vuole rappresentare fino a  quasi portarci a vedere e a partecipare a queste scene grazie alla potenza di questa narrazione. Ogni volta che lo rileggo sono sempre affascinato nel seguire le avventure di Pip. Una lettura ogni volta davvero piacevole, commovente ed avvincente. 

Pip, spinto come ogni uomo a cercare quello che non ha per amore di una donna crudele, insegue le sue grandi speranze abbandonando le sole cose che avrebbero potuto renderlo felice per davvero. Eppure l'essere umano non fa altro che questo, cercare quello che non ha seppure quel che già possiede sia tutto quel che desidera realmente. L'abbandonerà, e lo rimpiangerà soltanto quando sara troppo tardi per averlo indietro.

Vi è un cinismo brutale in tutto questo, e la cosa peggiore è che esso è così spaventosamente reale…

Pip non è affatto un eroe, seppure di buon cuore, i suoi errori di giudizio e le sue azioni "sbagliate" avranno un effetto devastante sulla sua vita, alle cui basi ha messo soltanto le sue speranze, per le quali ha sacrificato delle solidissime fondamenta di granito, nella speranza di costruire una casa ornata d'oro.

Anche nel buio più totale però, vi è un sottile barlume di speranza, che tuttavia non potrà mai portare a un pieno lieto fine; perché siamo sinceri, questo esiste solo nelle favole e la vita non lo è, almeno non del tutto.

«Fu quella una data memorabile per me, poiché portò a molti mutamenti in me stesso. Avviene la medesima cosa in ogni esistenza. Immaginate un dato giorno distaccato da tutti gli altri, e pensate come avrebbe potuto esserne differente tutto il corso. Fermati, tu che leggi, e rifletti per un istante sulla lunga catena di ferro od oro, di spini o fiori, che non ti avrebbe mai avvinto, se non si fosse formato il primo anello in quell’unica memorabile giornata.»

Il protagonista è diverso da tutti i personaggi Dickensiani difatti non é il solito bimbo eroe anzi dove esso è portatore unicamente di virtù in un mondo di vizi; qui invece il protagonista all'inizio è portatore di virtù ma con l'andare avanti della trama esse vengono sostituite con vizi quali il desiderio di arrichirsi, il desiderio di ribalta sociale...

Altro aspetto è l'assenza del cattivo, infatti all'inizio il cattivo potrà sembrare Magwitch ma poi si scoprirà l'animo nobile che esso era, poi potrà sembrare il sign. Pumblechook ma esso a mio modo di vedere è solo lo specchio della società in cui vive, é il simbolo dell ipocrisia e dell'opportunismo. Infine la cattiva potrà sembrare la sig. Havisham ma essa compie le sue malefatte solo perché il mondo le aveva tolto molto e come per uno scambio equivalente essa voleva dare al mondo ciò che esso ha dato a lei. Alla fine comunque compierà un atto di redenzione,che magari non cancellerà il male causato ma la fa ricordare come un personaggio capace di ammettere i propri errori e capace in qualche modo di rimediare..... questa mancanza del cattivo fa vedere come il libro sia molto umano infatti ogni personaggio in sè ha un pò di luce e un pò di ombra.....

INTRODUZIONE.

Di Marisa Sestito

«Grandi speranze»

Una storia lineare

Ridotta ai suoi termini essenziali, la vicenda di questo splendido romanzo è la storia di un’illusione che segna irreparabilmente la vita. È una storia in certo modo semplice, riconducibile a un tracciato lineare: il percorso dall’infanzia alla maturità di Pip, abbagliato dalle «grandi speranze» che vi sono in serbo per lui, vittima di un equivoco sull’identità del suo benefattore. Tra i due eventi fondamentali dell’infanzia – l’incontro nella palude con un evaso, isolato nel tempo (24 ore); la conoscenza di una signora eccentrica e ricca, protratta nel tempo (anni) – Pip naturalmente carica di fausti presagi il secondo, rimuove dal ricordo il primo e la vergogna che gliene deriva.

L’aspettativa e l’attesa (le «expectations» del titolo: che il benefattore si sveli; che la promessa si compia) segna la tappa successiva della vita, gli anni londinesi che occupano la sezione centrale del romanzo, dopo l’abbandono del villaggio natio. Il ritorno dell’evaso, artefice occulto del suo destino, segna l’inizio dell’ultimo “apprendistato” di Pip (dopo quello da fabbro, dopo quello da gentleman), l’apprendistato al vero, che gli impone un ripensamento di sé e della propria vita, l’individuazione di una nuova scala di “valori”, in cui l’evaso sale ad occupare il posto più alto, scacciandone la donna amata. A Estella Pip dedica un capitolo di commiato (il trentottesimo), prima di permettere a Magwitch di imporsi come asse portante dei diciannove capitoli seguenti. È qui che la grande speranza cambia di segno: all’indefinita trepidazione dell’attesa si sostituisce la disillusione tragica, iscritta nitidamente sulle rovine e sulla morte.


L’infanzia

Allargando il terreno di indagine e ponendosi di fronte all’intrico di eventi che il romanzo narra, ne emerge un grafico preciso: si manifesta cioè una scrittura sapiente che controlla un vasto materiale (centinaia di pagine fitte di eventi e di personaggi). Istituendo simmetrie, opposizioni, parallelismi, il narratore edifica una solida struttura e contemporaneamente guida il lettore, lo aiuta a orientarsi, a riconoscere le variazioni sul tema, le analogie, gli echi. Variazioni sul tema, dunque, o meglio sui temi: primo fra tutti quello dell’infanzia, età inerme, soggetta all’aggressione e alla violenza, come immediatamente indica quel pigolio (pip) col quale il protagonista si autobattezza dando l’avvio al romanzo. La situazione d’apertura – Pip davanti alla tomba dei genitori, intento a decifrarne la lapide – è, per cosi dire, la prima “matrice” che il lettore incontra, una sorta di marchio che si riproduce nel testo. Perché in Great Expectations (e in tutto Dickens), padri e madri sono quasi dovunque assenti: perché morti o brutali o indifferenti o sostituiti da vicari altrettanto inetti o aggressivi. L’assenza crea il vuoto intorno ai bambini, imprime loro una particolare qualità di orfani, privati, appunto, di un legame col passato in cui riconoscersi e trovare il senso della propria identità.

“Orfani” di vario grado popolano il romanzo, segnati da una condizione che accomuna “buoni e cattivi” (Pip come Orlick), che non distingue tra fasce di età. Sono giovani che vivono quella condizione (Pip, Estella, Herbert, Clara, Biddy, Orlick); sono meno giovani e adulti che ricordano o di cui si ricorda l’infanzia (Joe, la sorella di Pip, la madre di Herbert, Miss Havisham, Magwitch, Jaggers); sono personaggi che esistono solo in quanto raccontati da altri, che pure su quell’età si soffermano (Arthur Havisham); sono figure doppiamente “fittizie” – attori di rappresentazioni narrate – attraverso le quali si riproduce il rapporto conflittuale tra padri e figli: sia che lo spettro di Amleto padre incomba sulla vita del figlio, sia che il fornaio della pantomima aggressivamente contrasti le scelte della figlia. E a ben guardare, anche il motivo lontano che innesca il meccanismo romanzesco, le false speranze nate dall’equivoco, si lega a una carenza originaria di cui padri e madri sono variamente responsabili (perché creano disparità affettive tra i figli nel caso Havisham; perché li abbandonano, nel caso di Molly).

Dalla condizione disastrosa dell’origine mancante, discendono solitudine e paura: sono i due nodi della scoperta di sé e del mondo nel primo capitolo; lo sono ancora, nei capitoli successivi, attraverso la continua imposizione di violenza fisica, attraverso le inquietanti evocazioni del cannibalismo (storia del giovane che mangia cuore e fegato ai bambini; esplicita analogia tra Pip e la carne di maiale durante il pranzo natalizio; Estella “divorata” da Miss Havisham). E non solo per il protagonista solitudine e paura segnano l’inizio del percorso conoscitivo, ma anche per Estella, per Joe, per Magwitch. Dove, sporadicamente, padri benevoli esistano, fungono da demarcazione di diversità rispetto ai protagonisti; segnalano, per i loro discendenti, epiloghi lieti. È il caso di Wemmick, figlio amorevole di un padre amorevole; è il caso del secondo Pip, figlio di Joe, presumibilmente destinato a una vita molto diversa da quella del primo.


La prigione

Contigua all’infanzia sin dall’inizio, è la prigione, secondo fondamentale motivo ordinatore del romanzo: innanzitutto sul piano dell’intreccio, dato che è proprio l’esistenza dell’evaso a far sì che Pip abbia una storia (e senza di lui non si darebbe romanzo); in secondo luogo, su un piano più mediato, attraverso l’ossessiva presenza del tema che sempre riaffiora, lasciando immuni ben pochi luoghi. È ovviamente determinante nei cinque capitoli d’apertura (legati all’incontro con Magwitch) e nella sezione finale (suo ritorno in patria: capp. 39-57), ma ricorre con frequenza significativa anche nella zona intermedia; e non solo nelle situazioni in cui l’esistenza dell’evaso viene richiamata in causa dalla comparsa dei suoi emissari (il “messaggero”, i due forzati della diligenza) e dei suoi nemici (Compeyson, Orlick). Più complessa è una sorta di irradiazione contaminante del tema, che agisce a vari livelli. E dunque compaiono luoghi che non “servono” a far progredire la vicenda di Magwitch, ma sembrano invece tracciare i confini (spaziali e metaforici) della “formazione” di Pip: l’esterno e l’interno di Newgate; la Porta dei condannati a morte; l’ufficio dell’avvocato, assediato da postulanti variamente compromessi con la legge; la nave-prigione, non più “dimora” del forzato, ma parte costitutiva del paesaggio della palude. E a più riprese compaiono oggetti, nella “realtà” e negli incubi, quasi animati di vita propria: l’anello di ferro, la lima, i calchi degli impiccati, la forca. Ma a un altro livello ancora si insinua l’influsso della prigione: in case apparentemente integre e rispettabili (Casa Satis, sbarrata da inferriate, da cancelli, da finestre murate che escludono il sole), in dimore spazialmente e ideologicamente tenute distinte dal crimine (il “Castello” di Wemmick, dove pure fluttuano le ragnatele di Newgate). Si insinua nell’esilarante sfera del comico, quando, per esempio, Pip viene preso per malfattore nel giorno d’inizio dell’apprendistato, o quando l’attore dilettante Wopsle interpreta per lui il dramma dell’apprendista assassino. Dove cioè il forzato è assente – perché deportato in Australia, perché rimosso dal ricordo – la disseminazione del tema ne evoca prepotentemente la presenza: sono segnali, avvertimenti rivolti alla coscienza di Pip, perché riaffiori la memoria dell’incontro e consenta l’interpretazione corretta del destino. È procedimento ironico perché ovviamente il protagonista rimane sordo ai richiami, cieco agli eventi; ignaro, subisce un assedio sempre più stretto, sinché i “segni” scompaiono, facendo posto alla fonte che li ha emanati. Il ritorno di Magwitch satura gli spazi, sconquassa le certezze, impone la discesa negli strati più profondi dell’essere, a confronto di una verità che fa male, di un antico senso di colpa. Il nuovo percorso conoscitivo di Pip prevede l’abbandono di rispettabilità e pudore, la totale esposizione di sé, la caduta in basso, dove disperazione, vergogna e terrore sono in agguato. Solo dopo aver smesso i panni del visitatore curioso ed esser passato, soffrendo, attraverso i luoghi del crimine (il carcere; il tribunale), a Pip sarà dato di “vedere”, di scoprire i segni celati dietro l’apparenza, di riconoscere i nessi che anche agli occhi più acuti sfuggono (emblematica, la scoperta della vera identità di Estella).


Il tempo


Non solo i “temi”, ma anche le categorie dello spazio e del tempo servono a Dickens per riordinare la sua vasta materia. L’idea di tempo è implicita nella forma autobiografica attraverso cui il narratore mette in sequenza i ricordi, muovendo in avanti nelle età della vita (infanzia, giovinezza, maturità), avvicinandosi progressivamente al presente della scrittura. E significativo come siano gli eventi, nella loro rilevanza o insignificanza, a decidere la scansione temporale, a imporre pause e accelerazioni. Più che altrove il procedimento risulta evidente nello scarto tra le prime due sezioni e la terza; tra una “regolarità”, cioè, e un “disordine” – che ripropone su un altro piano il sovvertimento provocato a livello tematico dal ritorno dell’evaso. Nelle prime due parti, le strategie adottate creano un effetto di lentezza, di andamento tutto sommato regolare. Nello spazio dedicato a infanzia e adolescenza, l’effetto si ottiene sia attraverso l’indeterminatezza, il senso vago del tempo della coscienza infantile, sia attraverso l’uso di episodi specifici (visite a Casa Satis, apprendistato ecc.) che fungono da “esempi” di una serie protratta per anni. Nella seconda fase, quella della giovinezza, è la “durata” dell’attesa, lunga nelle previsioni e nei fatti, che crea l’impressione di un tempo che scorre lentamente, scandito dai ritorni al paese, dai viaggi in diligenza, dall’avvicendarsi delle stagioni. Quando l’evento si compie e Magwitch irrompe (shakespearianamente, attraverso “portenti” che sconvolgono la natura), il tempo “risponde” al turbamento di Pip, imponendo la fine di una fase della vita (i 23 anni su cui si chiude la seconda sezione); negando, di qui in poi, qualsiasi possibilità di scansione regolare. Il ritmo si spezza, il tempo pulsa all’unisono con la coscienza, mimando la frenesia della tensione, l’ansiosa attesa di un altro evento (espatrio di Magwitch). I ritorni al paese si fanno affannosi, disperati (l’addio a Estella; l’incendio; l’agguato); l’unica regolarità è affidata ai colpi dei remi, all’andirivieni sul fiume, che preparano l’evento. È una fuga in avanti, attraverso un tempo ridotto a giorni mattine notti ore, che scorrono verso l’attimo fatale in cui il destino si compie. Alla fine della giovinezza è assegnato sulla pagina il massimo di contrazione (undici anni in Oriente contro pochi paragrafi); giustamente, poiché il tempo dell’inserimento e del successo economico è irrilevante, non “segna” la coscienza. E giustamente viene privilegiato un altro tempo, quello dell’ultimo ritorno in cui, tra le macerie della vecchia casa, Pip dilata l’attimo (incontro con Estella), su cui si chiude il romanzo.


Lo spazio

E accanto al tempo vi è lo spazio. Uno spazio esplorato capillarmente, che permette una minuziosa ricostruzione dello “scenario” dei ricordi. Non è ricostruzione generica, basata sull’accumulo di dati descrittivi: è specifica e funzionale perché, nello spazio, Pip cerca sempre un orientamento, un modo di individuarsi rispetto al resto (e fornisce al lettore una mappa dettagliata per addentrarsi nel romanzo). Dovunque vengono forniti punti di riferimento: nella palude, delimitata all’orizzonte dal mare, suddivisa dalla posizione della nave-prigione, della boa, della forca, della Batteria, della fornace; nella cittadina, attraversata dalla via principale, segmentata a sua volta dalla posizione degli edifici, dalle diramazioni dei vicoli. Quando lo spazio si allarga e ingloba Londra, di nuovo, minuziosamente, Pip descrive i propri percorsi, nomina i luoghi e le vie che vi conducono; permettendo anche qui di orientarsi, contraddicendo il tracciato del labirinto su cui in altri romanzi si edifica la città (Bleak House o Oliver Twist). Precisa è la descrizione del territorio del Tamigi, della popolazione fluviale, dell’orientamento fornito da ponti e approdi, della direzione imposta dalle maree. Non solo gli esterni sono scandagliati con cura; anche gli interni vengono resi familiari al lettore attraverso l’indicazione costante di coordinate che li attraversano, in orizzontale, in verticale. Di continuo viene ricostruita sulla pagina Casa Satis, dall’esterno: casa, birreria, cortile, dépendance, giardino; dall’interno: corridoio, scala, stanza della toeletta, sala da pranzo. E anche quando la casa sarà demolita e rimarrà solo il giardino, il tracciato sul terreno ancora permetterà a Pip di collocare nello spazio i luoghi che non esistono più. Viene accuratamente ricostruita la casa di Joe, quella di Jaggers, di Wemmick, e quella di tutti gli altri; vengono definiti con precisione arredi e oggetti.


L’interpretazione difficile

La salda strutturazione che il romanzo esibisce a tutti i livelli sembrerebbe comportare una altrettanto salda definizione della realtà esplorata: quasi che il romanzo si assumesse il compito di scandagliare il reale fin negli interstizi e interpretarlo per il lettore. Ma non è così. Se da un lato, infatti, il reale si “ingabbia” attraverso il controllo esercitato dalla forma dall’altro sotterraneamente vi è una ruga di materiale magmatico, refrattario a lasciarsi dire e interpretare univocamente. Ancora compaiono “matrici”, temi che percorrono il testo, metafore che connettono zone lontane: ma a questo livello, lungi dal chiarire, complicano, intricano ciò che pare lineare e trasparente. Il percorso conoscitivo avviene per altre vie, oscure e difficili, queste sì, tracciate sul labirinto (espressamente citato a p. 256). È questo il luogo rivelatore di sogni, visioni, incubi, che emergono da abissi inesplorati, alla ricerca di una decodificazione; che parlano il linguaggio della morte e della cancellazione dell’io. Qui si istituiscono paurose analogie (tra le mani dell’assassina, le mani sferruzzanti di Estella, strana Moira, gli aghi della sorella di Pip); associazioni perturbanti scavano oltre l’apparenza (la “visione” di Havisham impiccata rimanda alla forca e questa a Magwitch). Si disseminano i segni di una conoscenza difficile, si intessono ambigui legami; è infido il terreno su cui si muove Pip, minacciato all’esterno da ombre, spettri che gli stanno alle spalle (il forzato in diligenza, Compeyson a teatro), all’interno, da incertezza e turbamento.


I nomi

Segni solo apparentemente decifrabili sono i nomi. A essi sempre Dickens dedica estrema attenzione, mettendo in atto giochi sottili – «alphabet games», li chiama Steven Marcus – sul suono, sul senso, sulla sequenza delle lettere che li compongono; sono enigmi disseminati sul percorso del lettore, che solo a volte ne trova la chiave. Raffinati enigmi lo sfidano in Great Expectations (e chiedo scusa se la mia scrittura si spezzetterà componendo il puzzle), basati su nomi che si “assomigliano” c creano sorprendenti associazioni; per prima, quella tra il forzato e la signora – i due cardini dell’esperienza di Pip – definiti entrambi da nomi che dicono e contemporaneamente negano. I bisillabi Satis (casa Havisham) e Provis (pseudonimo di Magwitch) si assomigliano nel suono rimato, nell’origine (esplicitamente e presumibilmente latina), nel senso: in entrambi i casi infatti, viene suggerita una qualità positiva (abbondanza/ provvidenza, volontà di favorire). Ma in entrambi i casi, il vero nome dei personaggi la smentisce. Non solo l’inglese Havisham (have-sham ‘avere fittizio’) contraddice il concetto antico dell’abbondanza, ma Miss, divenuto una sorta di nome di battesimo (rimane ignoto quello vero), conferma il senso di perdita (to miss ‘mancare’). Un’analoga relazione conf1ittuale si istituisce tra nome (Abel Magwitch) e pseudonimo del forzato: attraverso Abel si conferma la “bontà” di Provis, attraverso witch (strega) si smentisce – sarebbe troppo lungo esplorare le intricate implicazioni di mag ‘chiacchierio’ o ‘mezzo penny’ o ‘magnete’. L’associazione istituita tra i due personaggi è sorprendente per virtuosismo e insieme profondamente veritiera: poiché uomo e donna, pur animati da buone intenzioni, mutilano con la stessa violenza la vita dei loro protetti (Estella, Pip). Vi sono poi nomi appartenenti a un passato non più antico, ma vecchio soltanto (e in questo contesto, sempre più inerme è quel «Pip» senza storia): old, l’aggettivo che insistentemente definisce persone, luoghi, oggetti legati all’infanzia, diviene talora Old, elevato alla dignità di nome proprio. In alcuni casi, la maiuscola rafforza l’idea di vecchiezza: delle persone (Old Barley, il padre di Clara), della tradizione (Old Clem, il patrono dei fabbri), dell’istituzione (Old Bailey, il tribunale penale). Ma il caso dell’assassino è più complesso, perché l’aggettivo non definisce uno stato. Non solo Orlick non è vecchio e dunque assume arbitrariamente il “nome”; ma ancor più arbitrariamente vi affianca un nome di battesimo palesemente inventato e assurdo (Dolge, p. 124): atto di autonominazione che lo lega saldamente a Pip (altro nome che il protagonista inventa per sé). Di nuovo infido è il terreno su cui Pip viene attratto poiché Orlick, già associato a Caino, manifesta un’ulteriore, minacciosa contiguità, col demonio stavolta: non solo perché per spaventare il piccolo Pip dice di conoscerlo, ma perché quella conoscenza si sostanzia per altre vie. L’altro nome del diavolo infatti – che Orlick non cita – è Old Nick, che con Old Orlick coincide (Old) e rima (-ick).. Ma Old Orlick che parla di sé in terza persona, “narrandosi”, rimanda anche a un’altra figura che inventa finzioni e il cui nome inizia per D: è la D di Dickens, di Dolge, la grande enigmatica D, anch’essa vecchia («a large, old English D», p. 83) che Pip bambino copia, esercitandosi a scrivere.


La scrittura

Il “gioco” della scrittura mi sembra quello a cui con più passione Dickens si dedica, riproponendolo di continuo all’interno del testo dove tutti, prima o poi, scrivono. L’atto del narratore – Pip che compone l’autobiografia –, dell’artista – Dickens che scrive il romanzo – viene costantemente miniaturizzato: reso comico in mano agli inetti, tragico in mano ai perdenti.

I “documenti” scritti proliferano nel testo, lapidi, lettere, biglietti, messaggi, componimenti di vario tipo: dalla sgrammaticata accozzaglia di Pip (p. 51), al monosillabo tracciato sulla porta da Joe (p. 110); dalle composizioni “letterarie” della famiglia Pocket (p. 207, p. 300), a quelle di Pumblechook (p. 255); dai testamenti falsi (p. 220), ai memoriali dei condannati a morte (p. 230). “Testi” variamente comici, affiancati da altri, strani, ambigui o anche tragici: come l’alfabeto muto delle dita di Estella che “scrive” la disperazione di Pip (p. 398); il “messaggio” che Miss Havisham affida alle tavolette d’avorio (p. 443); l’elenco che il banditore d’asta compila sulla sedia a rotelle divenuta scrittoio (p. 529).


Tutti scrivono, dunque, e molti narrano, ulteriore proiezione dell’atto dell’artista. Perché se Pip ordinatamente percorre il tempo della sua vita, anche altri personaggi, nel linguaggio che è loro proprio, compiono lo stesso percorso, dall’infanzia alla maturità; non attraverso frammenti di storie; informazioni “parziali” su momenti particolari (come quelle di Herbert, o Wemmick, o Jaggers, o Havisham), ma attraverso “autobiografie” in miniatura.


A Pip, che spesso si chiama in causa in qualità di artefice, riordinando il materiale “a vista” (emblematiche, le pagine 302-303), si affiancano altri due “narratori”. Per primo Joe (cap. VII), che nella lingua sgrammaticata dell’analfabeta, muove dal passato brutale dell’infanzia e attraversa le tappe della sua formazione (apprendistato, matrimonio).


Ancor più rilevante Magwitch (cap. XLII), che, di nuovo da un “basso” privo di cultura, racconta la sua storia, immergendosi nel «libro dei ricordi», inizia dalla prima lontana percezione di sé, piccolo e infreddolito (come Pip nel cimitero), e percorre le fasi salienti di una Bildung rovesciata: l’apprendistato al crimine, il “lavoro” criminoso, il compimento del destino (deportazione). Pur nella povertà della sua lingua, Magwitch esibisce raffinatezze stilistiche: nel ritmo che impone al racconto (ripetizioni, crescendo); nella capacità di riferire discorsi “colti” (l’avvocato al processo). E proprio qui, nell’incongruente finezza retorica del personaggio, si trova la sua chiave di lettura più stimolante; perché, se Pip (e Dickens) pecca palesemente di incoerenza nel consentire a Magwitch una parola forbita, non lo fa per disattenzione ma in nome, credo, di un’altra verità. Consentendogli cioè di interpretare il ruolo del narratore, ne indica l’affinità più sottile col Narratore, suggerendo forse la motivazione profonda di quell’accettazione che spinge Pip, dopo il disgusto, all’amore e all’abnegazione.


Il teatro


Un ultimo accenno merita il teatro, immesso massicciamente nel romanzo sin da quel primo atto (play ‘giocare/recitare’), che Pip è chiamato a compiere a Casa Satis; presente in situazioni, metafore e metodi, “raccontato” a più riprese. Soprattutto grazie a un personaggio (Wopsle), che nella passione teatrale trova la motivazione della sua esistenza nel romanzo, e che su di essa edifica le sue grandi speranze: agli inizi della “carriera”, maldisposto chierico, trasformando in copione qualsiasi testo si trovi tra le mani (salmi, Odi, articoli di giornale); dopo il “salto”, approdato anche lui a Londra, su palcoscenici del lungofiume, fornendo il pretesto per ricostruire sulla pagina le sue godibilissime e ambiziose messe in scena. Pantomime, polpettoni melodrammatici e, naturalmente, Shakespeare.


Mettendo in scena l’Amleto, Wopsle dà corpo (un corpo comico, malconcio e sbeffeggiato) a una presenza percepibile ovunque, esplicitamente citata a più riprese, implicitamente allusa nella vendetta che Havisham persegue.


Ma vi è di più. Nel romanzo, infatti, è all’opera una teatralità meno esibita, un livello sotterraneo sul quale Shakespeare agisce ben oltre la citazione diretta o l’allusione abbastanza agevolmente identificabile. Il modello lontano e amato cui Dickens guarda, è l’inclusività di un teatro dove comico e tragico esistono affiancati; è un linguaggio che costruisce e individua i personaggi attraverso la lingua che partano (e Great Expectations è Babele); è uno strumento di verità, che permette di scavare oltre l’apparenza e mettere a nudo la menzogna.


Il potere rivelatore del teatro ancora saldamente intreccia i due cardini della vita di Pip, scoprendo la loro oscura verità, facendosi strumento di conoscenza, in un contesto teatrale Pip arriva al fondo del suo rapporto con Magwitch e con sé stesso: la posizione che assume al processo, di fianco a Magwitch alla sbarra, suona come atto di autoaccusa, dolorosa ammissione di coinvolgimento, ricerca di espiazione. E “teatrale” è lo svelamento, esposizione dell’io di fronte a occhi che guardano e giudicano: l’aula del tribunale si trasforma in teatro, il processo in “recita”, accusatori e imputati in attori. Il testo puntualmente ne indica i “costumi”, ne registra battute, monologhi, movimenti, mimica; li inserisce in un complesso apparato scenico, interpreti di uno spettacolo seguito con attenzione da un folto pubblico (cap. LVI).


Lo stesso potere rivelatore agisce su Miss Havisham, il più “teatrale” dei personaggi del romanzo, in cui recita e vita coincidono: in una scena fissa e immutabile che esclude la luce del sole, in un tempo artificiale di orologi fermi, reagisce ossessivamente il punto di non ritorno dell’esistenza, dove l’amore diviene fiele. Nel suo “costume” consunto, la sposa avvizzita (vecchia, logora Ofelia) rappresenta il suo dolore, in una recita che è per lei l’unica vita possibile: e quando il riconoscimento della sua disperazione nello specchio che è Pip, le impone l’uscita dalla parte, non può non uscire anche dalla vita (passando attraverso una sorta di strano, metamorfico bozzolo, pp. 448-449).


Ma l’attimo del “riconoscimento” è ugualmente cruciale per Pip, perché la recita ossessiva di Miss Havisham diviene a sua volta specchio del proprio dolore. Dalla coincidenza della pena, oscuramente si fa strada l’intuizione sull’“amore”, quasi che l’unico modo a esso possibile scaturisca da quell’intima somiglianza del dolore. E significativamente, nella casa avvengono perturbanti atti d’amore: quando Pip a terra sopra Miss Havisham furiosamente l’abbraccia cercando di salvarla dalle fiamme; quando la bacia sulla bocca, e le labbra di lei non si fermano al contatto ma continuano a chiedergli perdono (ed è l’ultima immagine di lei, ridotta a un frammento del corpo, a una voce delirante che ripete le stesse parole). Avvengono nella casa, non nel giardino. L’ultima scena con Estella, in un malinconico Eden notturno cinto da macerie (il “lieto fine” con cui Dickens sostituisce il finale originario), non fornisce risposte: «non vidi l’ombra di un altro distacco»: perché l’ombra non c’è o perché c’è, ma Pip non la vede?


GRANDI SPERANZE 

I

Pirrip era il cognome di mio padre e Philip il mio nome di battesimo, ma la mia lingua infantile non riuscì a cavarne nulla di più lungo o più esplicito di Pip. Sicché cominciai a chiamare me stesso Pip e Pip mi chiamarono gli altri.


In quanto al cognome Pirrip, mi baso sull’autorità della tomba di mio padre e su mia sorella – la moglie di Joe Gargery, il fabbro. Non avendo mai visto mio padre o mia madre e neppure una loro immagine (a quei tempi l’era della fotografia era ancora lontana), le mie prime fantasie sul loro aspetto derivarono, assurdamente, dalle pietre tombali. La forma delle lettere su quella di mio padre, suscitò in me la strana idea che fosse un uomo quadrato, robusto, scuro, con capelli neri e ricci. I caratteri e il tenore dell’epitaffio ANCHE GEORGIANA MOGLIE DEL SUDDETTO, mi portarono ingenuamente a concludere che mia madre fosse lentigginosa e malaticcia. A cinque piccole losanghe di pietra, lunghe circa due palmi, ordinatamente disposte in fila accanto alla tomba e consacrate alla memoria dei miei cinque fratellini – che smisero ben presto di arrabattarsi e lottare per sopravvivere – sono debitore di una certezza in cui credevo fervidamente, e cioè che fossero nati supini con le mani in tasca, e che ve le avessero tenute sinché erano rimasti su questa terra.


Avevamo la palude, giù in basso lungo il fiume, a non più di venti miglia dal mare – nel tratto in cui si formava l’ansa. Credo di aver avuto la prima percezione, estremamente vivida e netta, dell’identità delle cose, in un rigido memorabile pomeriggio, all’imbrunire. Fu allora che scoprii con certezza che quel luogo desolato coperto di ortiche era il cimitero; e che Philip Pirrip, defunto di questa parrocchia, e anche Georgiana moglie del suddetto, erano morti e sepolti; e che Alexander, Bartholomew, Abraham, Tobias e Roger, bambini del sunnominato, erano anch’essi morti e sepolti; e che la piatta distesa fosca al di là del cimitero, intersecata da canali, argini e barriere, su cui pascolava sparso il bestiame, era la palude; e che la bassa linea livida più giù era il fiume; e che la tana remota e selvaggia da cui si scatenava il vento, era il mare; e che il mucchietto di brividi che sentiva crescere la paura di ogni cosa e si metteva a piangere, era Pip.


«Silenzio!» gridò una voce tremenda mentre un uomo sbucava tra le tombe, di fianco al portico della chiesa. «Sta zitto, piccolo demonio, se non vuoi che ti taglio la gola!»


Un uomo spaventoso, vestito di ruvido panno grigio, con un grosso cerchio di ferro alla gamba. Un uomo senza cappello, con le scarpe rotte e un vecchio straccio legato intorno alla testa. Rimasto a macerare nell’acqua, a soffocare nel fango, azzoppato da pietre, ferito da sassi, punto da ortiche, graffiato da rovi; un uomo zoppo e tremante, truce e torvo, che batteva i denti afferrandomi per il mento.


«Non mi tagliate la gola, signore», supplicai terrorizzato. «Vi prego, non me la tagliate, signore».


«Dicci il tuo nome!» disse. «Forza!»


«Pip, signore».


«Di nuovo», disse fissandomi. «Più forte!»


«Pip. Pip, signore».


«Facci vedere dove stai», disse. «Col dito!»


Puntai l’indice sulla landa piatta, verso il punto in cui sorgeva il villaggio, circondato da ontani e alberi cimati, a un miglio o poco più dalla chiesa.


Dopo avermi guardato per un attimo, mi mise a testa in giù e mi svuotò le tasche. Non contenevano altro che un pezzo di pane. Quando la chiesa si rimise a posto – poiché era stato talmente repentino e robusto da mandarmela a gambe levate davanti agli occhi, e il campanile me l’ero visto sotto i piedi – quando la chiesa si rimise a posto, dico, mi ritrovai seduto e tremante su un’alta pietra tombale, mentre lui divorava il mio pane.


«Ehi, cucciolo», disse leccandosi le labbra, «sai che hai due belle guance grasse?»


Credo che lo fossero, anche se allora ero piccolo per la mia età e nient’affatto robusto.


«Che mi venga un colpo se non me le mangerei», disse scuotendo minacciosamente la testa, «e se quasi non ho la voglia di farlo!»


Espressi la fervida speranza che non lo facesse e mi aggrappai più fermamente alla pietra, sia per tenermi in equilibrio, sia per trattenermi dal piangere.


«Allora sta a sentire!» disse. «Dov’è tua madre?»


«Lì, signore!» dissi.


Sobbalzò, si slanciò in una breve corsa, si fermò e si guardò alle spalle.


«Lì, signore!» spiegai timidamente. «Anche Georgiana. È lei mia madre».


«Oh!» disse tornando indietro. «E tuo padre è quello che sta con tua madre?»


«Sì, signore, proprio lui, defunto di questa parrocchia».


«Ah!» borbottò riflettendo. «E allora tu con chi vivi – ammesso che generosamente sei lasciato in vita, la qualcosa che non ho ancora deciso».


«Con mia sorella, signore, la moglie di Joe Gargery il fabbro, signore».


«Il fabbro, eh?» disse guardandosi la gamba.


Dopo aver lanciato parecchie occhiate torve a me e ad essa, si avvicinò alla mia pietra tombale, mi afferrò per le braccia e mi inclinò più indietro che poté, di modo che i suoi occhi mi guardavano imperiosi dall’alto e i miei lo guardavano del tutto inermi dal basso.


«Allora, sta a sentire», disse, «il punto è se ti lascio vivere o no. Sai cos’è una lima?»


«Sì, signore».


«E viveri?»


«Sì, signore».


A ogni domanda mi inclinava un po’ più indietro, per accrescere il mio senso di impotenza e pericolo.


«Tu trovami una lima». Mi inclinò più indietro. «E viveri». Mi inclinò più indietro. «E me li porti». Mi inclinò più indietro. «Se no ti strappo il cuore e il fegato». Mi inclinò più indietro.


Ero terrorizzato e mi girava talmente la testa, che mi aggrappai a lui con tutt’e due le mani e dissi: «Se siete tanto gentile da rimettermi dritto, per favore signore, forse mi passa la nausea e riesco a stare più attento».


Mi fece fare un tremendo tuffo con volteggio e la chiesa piroettò sulla ventarola. Poi, tenendomi per le braccia, mi fece star ritto in cima alla pietra e disse queste orrende parole:


«Lima e viveri me li porti domattina presto. Me li porti laggiù a quella vecchia Batteria.1 Te vedi di farlo, e bene attento che non ti scappa moto o parola che hai visto un tipo come me o anche un tipo qualsiasi, e hai salva la pelle. Sgarri o fai di testa tua anche nel più piccolo particolare e sta pur sicuro che cuore e fegato ti vengono strappati, arrostiti e mangiati. E guarda che non sono solo, come forse pensi te. C’è un tizio giovane nascosto qua intorno, che io in confronto sono un angelo. E proprio adesso sta sentendo ogni parola. È un tizio che ha un sistema tutto suo, segreto, di acchiappare un ragazzino e strappargli cuore e fegato. Un ragazzino non cià scampo con un tipo come lui. Anche se chiude a chiave la porta di casa e se ne sta al calduccio nel letto e si rimbocca le coperte e se le tira sopra la testa e si sente sano e salvo, quel tizio lì strisciando striscia pian piano fino a lui e lo squarta. E proprio adesso faccio una gran fatica a impedirgli di acchiapparti. È difficilissimo tenerlo lontano dai tuoi budelli. Allora, che mi dici?».


Gli dissi che avrei procurato la lima e tutti i bocconi di cibo che fossi riuscito a racimolare, e che lo avrei raggiunto alla Batteria la mattina presto.


«Dì che Dio ti fulmini se non lo fai!» disse.


Ubbidii e lui mi mise a terra.


«Allora ricordati della promessa, ricordati anche di quell’altro tizio e vattene a casa!»


«Buo-buonanotte, signore», balbettai.


«Proprio buona!» disse guardando intorno a sé la landa fradicia e fredda. «Vorrei essere una rana. O un’anguilla!»


Mentre parlava, si strinse il corpo percorso da brividi tra le braccia – abbracciandosi, come per tenersi insieme – e zoppicò verso il basso muro della chiesa. Lo guardavo, mentre si allontanava aprendosi una strada tra le ortiche e i rovi che cingevano i tumuli coperti d’erba, e ai miei occhi di bambino pareva che sfuggisse alle mani dei morti che si protendevano caute dalle tombe, per avvinghiarne le caviglie e tirarlo dentro.


Arrivato al basso muro della chiesa, lo superò come se avesse le gambe intorpidite e rigide, e poi si voltò a guardare dov’ero. Quando vidi che si girava, rivolsi il viso verso casa e usai al meglio le gambe. Ma quasi subito mi guardai indietro e vidi che aveva ripreso a camminare verso il fiume, ancora tenendosi stretto con tutt’e due le braccia e procedendo con i piedi doloranti tra le grosse pietre sparse nella palude, che servivano da guado quando pioveva forte o saliva la marea.


Quando mi fermai a guardarlo, la palude era solo una linea orizzontale lunga e nera; e anche il fiume era solo una linea orizzontale, molto più stretta, ancora non così buia; e il cielo era solo un insieme di lunghe, irate linee rosse frammiste a spesse linee nere. In riva al fiume riuscivo a malapena a distinguere le uniche due cose nere che parevano ergersi sul paesaggio piatto. Una era la boa che serviva da segnale ai marinai – simile a una botte senza cerchi in cima a un palo – una brutta cosa, a vederla da vicino; l’altra era una forca, da cui pendevano delle catene che un tempo avevano avvinto un pirata. L’uomo zoppicando vi si avvicinava, quasi fosse il pirata tornato in vita, disceso dalla forca e intenzionato a risalirvi per impiccarsi un’altra volta. Nel pensarlo, trasalii dal terrore; e vedendo che le bestie al pascolo alzavano la testa per guardarlo passare, mi chiesi se lo pensavano anch’esse. Mi guardai tutt’intorno alla ricerca dell’orrendo giovane senza scoprirne traccia. Ma a quel punto ero di nuovo pieno di paura e scappai a casa senza fermarmi.

II

Mia sorella, la moglie di Joe Gargery, più vecchia di me di oltre vent’anni, godeva di grande stima nella propria e nell’altrui opinione per avermi allevato «con le sue mani». Dovendo a quel tempo scoprire da me il senso di quell’espressione e sapendo quanto fossero rudi e pesanti le sue mani e quanto fosse radicata in lei l’abitudine di metterle addosso al marito e a me, credevo che con le sue mani ci stesse allevando entrambi.


Non era per niente attraente, mia sorella, e avevo la vaga impressione che anche a farsi sposare ci fosse riuscita con le sue mani. Joe aveva la carnagione chiara, riccioli d’un biondo pallido che gli incorniciavano il viso liscio, occhi di un celeste così incerto che parevano essersi stinti a contatto del bianco. Era una cara persona, mite, buona, gentile, placida, ingenua. Una specie di Ercole quanto a forza e anche quanto a debolezza.


Mia sorella aveva occhi e capelli neri, e una pelle talmente arrossata, che mi chiedevo talvolta se per lavarsi usasse una grattugia da spezie al posto del sapone. Era alta e ossuta e indossava quasi sempre un ruvido grembiule annodato dietro con un doppio laccio, provvisto sul davanti di una pettorina quadrata e inespugnabile, letteralmente ricoperta di aghi e spilli. Il fatto di portare quell’indumento tanto spesso, le forniva l’occasione per lodare altamente se stessa e biasimare pesantemente Joe; anche se in effetti non riesco a trovare una ragione perché ogni giorno se lo mettesse o perché, pur mettendolo, non se lo dovesse poi togliere.


La fucina di Joe confinava con la casa, costruita in legno come molte abitazioni dalle nostre parti – quasi tutte, a quel tempo. Quando tornai correndo dal cimitero, la fucina era chiusa e Joe se ne stava seduto da solo in cucina. In quanto compagni di sventura, ci scambiavamo abitualmente le nostre confidenze e Joe me ne fece una non appena sollevai il saliscendi e sbirciai verso l’angolo del camino dove stava seduto.


«Tua sorella è uscita a cercarti una dozzina di volte, Pip, e anche adesso è fuori e così fa tredici».


«Davvero?»


«Sì, e il peggio è che si è portata dietro Titillo».


A questa lugubre notizia, afferrai l’unico bottone del mio panciotto e mi misi a rigirarlo guardando tristemente il fuoco. Titillo era una canna con uno spago incerato legato in punta, perfettamente levigato a forza di collidere con la mia titillata persona.


«Si siede, si alza, lo acchiappa, e schizza fuori come una furia. È così che ha fatto», disse Joe, attizzando lentamente il fuoco tra le grate e restando a fissarlo, «come una furia, Pip».


«È tanto che è uscita, Joe?» Lo trattavo sempre come un mio pari, considerandolo semplicemente un bambino di una specie più grossa.


«Be’», disse Joe con un’occhiata all’orologio tedesco, «l’ultima furia l’è presa che saranno cinque minuti. Eccola che torna! Svelto, dietro la porta, riparati col canovaccio».


Seguii il suo consiglio. Mia sorella, spalancando la porta e trovando un impedimento, ne comprese al volo la ragione e ricorse a Titillo per ulteriori indagini. Concluse scaraventandomi – servivo spesso da proiettile coniugale – addosso a Joe, il quale, felice di tenermi tra le braccia comunque, mi trasferì nell’angolo del camino, e senza parere mi mise al riparo della sua grande gamba.


«Dove sei stato scimmiotto?» chiese mia sorella pestando il piede. «Cos’è che hai combinato per mettermi in croce e darmi il tormento? Sbrigati a dirlo, se no ti tiro fuori da lì, ce ne fossero anche cinquanta di Pip e cinquecento di Gargery».


«Sono solo andato al cimitero», piagnucolai dal mio sgabello, strofinandomi.


«Al cimitero!» ripeté mia sorella. «Se non era per me, al cimitero ci andavi da un pezzo e ci restavi, anche. Chi è che ti ha tirato su con le sue mani?»


«Tu sei stata», dissi.


«E potrei sapere perché l’ho fatto?» esclamò mia sorella.


«Io non lo so», mugolai.


«Io non lo so!» disse, «ma so che non lo rifarei mai più! Giuro che da quando sei nato, questo grembiule ce l’ho sempre addosso. Non mi bastava essere la moglie di un fabbro (e di un Gargery, poi), mi toccava anche esser tua madre».


Mentre guardavo sconsolato il fuoco, i miei pensieri vagarono in un’altra direzione. Il fuggiasco nella palude coi ferri alla gamba, il misterioso giovane, la lima, il cibo, l’impegno tremendo che mi ero preso di rubare in quella casa accogliente, presero forma tra le braci avide di vendetta.


«Ah!» riprese, rimettendo Titillo al suo posto. «Sì, al cimitero! Venite a parlarmi di cimitero, voi due!» Uno dei due, sia detto per inciso, non ne aveva parlato affatto. «Tra tutt’e due, a me mi ci mandate al cimitero uno di questi giorni! Proprio due bei campioni sareste senza di me! ».


Mentre si metteva ad apparecchiare, Joe sbirciò verso di me oltre la gamba, come se stesse mentalmente soppesando e valutando che tipo di coppia saremmo stati io e lui, nella penosa eventualità prospettata. Poi, come faceva abitualmente se c’era aria di burrasca, se ne rimase seduto a tastarsi la fedina destra e i riccioli chiari seguendo con gli occhi i movimenti della moglie.


Mia sorella aveva un suo modo invariato e incisivo di prepararci il pane imburrato. Per prima cosa afferrava la pagnotta con la mano sinistra e se la schiacciava contro la pettorina – infilzandoci ora uno spillo, ora un ago, che poi ci ritrovavamo in bocca. Passava poi a spalmare il burro (non troppo) sul pane, con l’accuratezza di uno speziale che stesse preparando un impiastro, usando entrambi i lati del coltello con destrezza e vigore, rifilando e rimodellando il burro accumulato intorno alla crosta. Dava infine una bella pulita alla lama sul bordo dell’impiastro e recideva una grossa fetta tonda: prima di staccarla definitivamente dalla pagnotta, la trinciava in due parti uguali, di cui una toccava a Joe, l’altra a me.


Pur avendo fame, in quell’occasione non osai mangiare la mia parte. Sentivo di dover fare un po’ di scorta per il mio spaventoso conoscente e per il suo giovane complice, anche più terrificante di lui. Conoscevo l’estrema parsimonia di mia sorella e sapevo che le mie ricerche truffaldine nella credenza potevano rivelarsi del tutto infruttuose. Decisi così di infilarmi il pezzo di pane e burro nella gamba dei pantaloni.


Per attuare quel proposito, mi ci volle un tremendo sforzo di volontà. Era come trovarmi a decidere di saltare dal tetto di una casa altissima, o di tuffarmi in acque molto profonde. E l’ignaro Joe non faceva che accrescere le mie difficoltà. Eravamo massoni, come ho già detto, uniti da comune sventura, e il suo atteggiamento nei miei confronti era di solidale cameratismo; sicché avevamo preso l’abitudine, la sera, di confrontare silenziosamente la dimensione dei nostri bocconi, offrendo a più riprese le fette di pane alla nostra reciproca ammirazione – il che ci spronava a rinnovare gli sforzi. Quella sera Joe continuò a invitarmi a partecipare alla solita gara amichevole, mostrandomi la fetta che si riduceva a vista d’occhio; ma io ero sempre lì con la mia gialla tazza del tè su un ginocchio e il pane intatto sull’altro. Infine conclusi disperatamente che il mio piano andava eseguito e anche nel modo meno improbabile consentito dalle circostanze. Approfittai di un istante in cui Joe aveva appena distolto lo sguardo da me e mi infilai pane e burro lungo la gamba.


Joe era palesemente inquieto per la mia supposta mancanza di appetito; diede un morso pensieroso al pane, evidentemente senza gustarlo. Lo rigirò in bocca molto più a lungo del solito, rimuginandoci sopra per un bel po’ e infine lo mandò giù come fosse una pillola. Stava per dare un altro morso, con la testa girata di fianco per staccare un bel boccone, quando lo sguardo gli cadde su di me e vide che il mio pane e burro era sparito.


La meraviglia, lo sgomento che lo arrestarono a occhi sgranati sulla soglia del morso, erano troppo evidenti perché mia sorella non se ne accorgesse.


«Cosa c’è adesso?» chiese acida, poggiando la tazza.


«Ma dico, insomma!» borbottò Joe, scuotendo la testa con un’aria di grave rimprovero. «Pip, vecchio mio! Guarda che ti prendi un accidente. Ti si ficca da qualche parte. Mica puoi averlo masticato!»


«Cosa c’è adesso?» ripeté mia sorella più aspramente di prima.


«Se ce la fai a buttar fuori anche una briciola con un colpo di tosse, ti raccomando di farlo, Pip», disse Joe preoccupatissimo. «La creanza è creanza, ma anche la salute è salute».


A quel punto mia sorella era già su tutte le furie e si avventò su Joe, lo afferrò per le fedine, gli sbatté per qualche tempo la testa contro il muro mentre io dal mio angolo, in colpa, me ne stavo a guardare.


«E adesso forse ti decidi a dire cosa c’è», disse mia sorella ansimando, «razza di grosso maiale inebetito!»


Joe le rivolse uno sguardo impotente, diede un morso impotente al pane e poi di nuovo mi fissò gli occhi addosso.


«Vedi Pip», disse solennemente, con l’ultimo boccone in bocca e un tono confidenziale, come se fossimo soli, «io e te si è sempre stati amici e sarei proprio l’ultimo a venirti a dire cose brutte, ma una...», spostò la sedia, fissò gli occhi sul pavimento in mezzo a noi, poi di nuovo su di me, «ma un’ingozzata del genere!»


«Se l’è ingoiato senza masticare, eh?» urlò mia sorella.


«Sai, Pip», disse Joe guardando me e non lei, col boccone ancora in bocca, «anch’io alla tua età mi ingozzavo, mica poche volte, e quanti ce n’era di ingozzatori quand’ero ragazzo! Ma fino adesso uno come te non l’ho mai visto. È un miracolo che non ti ci sei strozzato».


Mia sorella si tuffò verso di me, mi ripescò per i capelli e disse solo queste orrende parole: «Adesso vieni con me e la prendi».


Una qualche bestia di medico aveva riscoperto da poco l’uso della catramina come medicinale prodigioso e mia sorella ne teneva sempre una scorta nella credenza, convinta che la sua efficacia fosse proporzionale al suo sapore disgustoso. Nel migliore dei casi, l’elisir mi veniva somministrato come ricostituente di prim’ordine in quantità tali, da darmi la sensazione di andare in giro puzzando come uno steccato nuovo. In quella situazione particolare l’urgenza del mio caso esigeva un’intera pinta dell’intruglio che, per facilitarmi il compito, mia sorella mi rovesciò in gola tenendomi ferma la testa sotto il braccio, come uno stivale tenuto fermo da un cavastivali. Joe se la cavò con mezza pinta, che fu costretto a ingoiare (con suo gran fastidio mentre se ne stava accanto al fuoco ruminando e meditando), «perché uno scossone se l’era preso anche lui». Giudicando in base alla mia esperienza, direi che sicuramente lo scossone l’ebbe dopo, anche se non se l’era preso prima.


È un peso tremendo, per un uomo o un bambino, essere accusato dalla propria coscienza; ma se, nel caso di un bambino, quel segreto fardello si aggrava in presenza di un altro fardello segreto lungo la gamba dei pantaloni, è davvero (e ne sono testimone) un grande castigo. La colpevole consapevolezza di esser sul punto di derubare mia sorella – non pensavo a Joe poiché non avevo mai considerato di sua appartenenza alcuna proprietà domestica – sommata alla necessità di tenere una mano sul pane e burro, seduto che fossi oppure spedito in giro per la cucina per qualche piccola incombenza, quasi mi fece impazzire. Quando poi all’improvviso il fuoco avvampò, destato dal vento della palude, mi parve di sentire là fuori la voce dell’uomo coi ferri alla gamba cui avevo giurato segretezza, che gridava di non potere né volere sopportare la fame sino all’indomani, e di dover essere nutrito all’istante. Vi erano momenti in cui pensavo: e se il giovane faticosamente trattenuto dall’affondarmi dentro le mani, cedesse a una sua naturale propensione all’impazienza, o sbagliasse giorno sentendosi autorizzato al possesso del mio cuore e del mio fegato oggi e non domani! Se mai capelli si rizzarono per il terrore, i miei sicuramente lo fecero allora. Ma che sia poi davvero accaduto a qualcuno?


Era la vigilia di Natale e dovevo rimestare il budino per l’indomani con un mestolo di rame, dalle sette alle otto sull’orologio tedesco. Ci provai con quell’ingombro sulla gamba (il che mi riportò all’uomo e all’ingombro sulla sua gamba), ma mi accorsi che quel movimento rendeva incontrollabile il pane e burro che tendeva a sgusciare verso la caviglia. Fortunatamente sgattaiolai fuori dalla cucina e depositai quella parte di coscienza nella mia stanza in soffitta.


«Senti!» dissi, quand’ebbi finito di mescolare, seduto nell’angolo del camino a prendermi l’ultimo caldo prima d’esser mandato a letto, «Joe, è il cannone?»


«Ah! Un altro forzato se l’è filata», rispose.


«Cosa vuol dire?» chiesi.


Mia sorella, che si assumeva regolarmente il compito di fornire qualunque risposta, disse stizzosamente: «Scappato. Scappato», somministrando la definizione come fosse catramina.


Mentre era china sul cucito, col solo moto delle labbra chiesi a Joe: «Cos’è un forzato?». Il movimento delle sue labbra mise insieme una risposta talmente elaborata, che non mi riuscì di ricavarne altro che la parola «Pip».


«Un forzato se l’è filata ieri dopo il cannone del tramonto», disse a voce alta, «e hanno sparato per dare l’allarme. Ne sarà scappato un altro, se sparano di nuovo».


«Chi spara?»


«Accidenti a te!» s’intromise mia sorella guardandomi arcigna da sopra il lavoro, «sempre a far domande. Non chiedere e non ti sarà mentito».


Non mi parve gentile, nei confronti di se stessa, sottintendere che, pur trovandomi io a fare delle domande, lei mi avrebbe risposto con delle menzogne. Ma gentile non lo era mai, a meno che non vi fossero degli ospiti.


A quel punto Joe mi fece incuriosire ancor di più, sforzandosi di spalancare la bocca a più non posso per dar forma a una parola, che mi parve «megera». Mi sembrò quindi naturale indicare mia sorella, formando la parola «lei?» Ma Joe non ne volle sapere e spalancando di nuovo la bocca, ne scrollò fuori la forma di una parola altamente enfatica, che comunque non riuscii a capire. L’ultima risorsa fu di rivolgermi a mia sorella.


«Scusa tanto, potresti dirmi per favore da dove sparano?»


«Dio ti benedica!» esclamò come non intendesse dir quello, ma piuttosto il contrario. «Dalla Galera!»


«Oh!» dissi guardando Joe, «Galera!»


Tossicchiò seccato, come per dire «Be’, te l’avevo detto».


«Per piacere cos’è Galera?»


«Ecco come va a finire!» disse puntandomi addosso ago e filo e scuotendo la testa. «Dagli una risposta e ne vuole cento. Le galere sono navi prigione dall’altra parte dell’acquamorta». Dalle nostre parti usavamo sempre quel nome per indicare la palude.


«Mi chiedo chi ci mettono e perché», dissi, restando sul vago, con quieta disperazione.


Fu troppo per mia sorella che si alzò di scatto. «Sentimi bene ragazzino, non ti ho tirato su con le mie mani perché tu metta in croce la gente. Biasimo ne avrei, altro che merito! Nella Galera ci finiscono quelli che ammazzano, rubano, imbrogliano e ne combinano di tutti i colori; comunque cominciano sempre facendo domande. E adesso fila a letto!»


Non mi era mai consentito farmi luce con una candela, e mentre salivo le scale al buio con un ronzio in testa – ci aveva suonato il tamburello col ditale, come accompagnamento alle sue ultime parole – mi sentii paurosamente consapevole del vantaggio che la vicinanza della Galera mi offriva. Era lì che sarei finito. Avevo iniziato facendo domande, avrei proseguito derubando mia sorella.


Da allora, e di tempo ne è passato parecchio, ho pensato spesso che sono in pochi a sapere quale senso del segreto abbia un bambino in preda al terrore. Poco importa che esso sia assurdo, conta solo il fatto che esista. Avevo un terrore mortale del giovane avido del mio cuore e del mio fegato; avevo un terrore mortale del mio interlocutore coi ferri alla gamba; avevo un terrore mortale di me stesso e della spaventosa promessa che mi era stata estorta. Non vi era speranza di salvezza nella mia onnipotente sorella che non perdeva occasione per respingermi; tremo pensando a quanto sarei stato disposto a fare, nel segreto impostomi dal terrore.


Se mai mi assopii quella notte, fu solo per vedermi scivolare sul fiume, trascinato da una forte marea di plenilunio verso la Galera; mentre passavo davanti alla forca, un pirata spettrale urlava da un portavoce di tornare a riva per farmi impiccare all’istante, senza aspettare dell’altro tempo. Avevo paura di addormentarmi, ammesso pure che ne sentissi l’inclinazione, sapendo che avrei dovuto saccheggiare la dispensa al primo fioco chiarore dell’alba. Non potevo agire di notte, essendo impossibile a quel tempo procurarsi una luce con una semplice strofinata; per vederci, avrei dovuto battere l’acciarino sulla pietra focaia, facendo non meno rumore del pirata che scuoteva le sue catene.


Non appena il grande manto di velluto nero fuori dalla mia finestrella si striò di grigio, mi alzai e scesi dabbasso, mentre ogni tavola su cui poggiavo i piedi, e ogni fessura di ogni tavola mi gridava: «Fermati, ladro!». «Svegliati, moglie di Joe!» Nella dispensa, molto più rifornita del solito in quella stagione dell’anno, fui messo in grande agitazione da una lepre appesa per le zampe che mi parve di sorprendere, mentre passavo, a farmi l’occhiolino. Non ebbi tempo di verificare, né di vagliare, né di fare qualsiasi altra cosa, perché non avevo tempo da perdere. Rubai del pane, qualche crosta di formaggio, un mezzo vaso di frutta secca (che legai nel fazzoletto insieme al pane imburrato della sera precedente), un po’ di acquavite (che travasai dall’orcio in una bottiglia di vetro, già usata di nascosto nella mia stanza per preparare quella bibita inebriante che è l’acqua di liquirizia; diluendo poi l’acquavite rimasta col liquido di una brocca che stava nella credenza in cucina), un osso mezzo spolpato e un pasticcio di maiale bello tondo e compatto. Me ne stavo quasi andando senza il pasticcio, quando ebbi la tentazione di arrampicarmi su uno scaffale per vedere cosa fosse quella pietanza riposta con tanta cura nell’angolo in un recipiente di terracotta ben coperto, e scoprii che era il pasticcio, e me ne appropriai nella speranza che non servisse a un uso immediato e che per qualche tempo non se ne notasse la mancanza.


Una porta metteva in comunicazione la cucina con la bottega; girai la chiave, tolsi il catenaccio e presi una lima dagli utensili di Joe. Poi rimisi chiave e catenaccio al loro posto, aprii la porta da cui ero entrato dopo la corsa della sera precedente, la richiusi e mi precipitai verso la palude nebbiosa.


III

Era una mattina gelida e umidissima. Avevo visto l’umidità stesa sulla mia finestrella, come se un folletto fosse rimasto là fuori per tutta la notte a piangere, usando il vetro come un fazzoletto. Ora la vedevo stendersi sulle siepi spoglie, sull’erba stenta, come fosse una ragnatela dal filo più grezzo, appesa da un rametto all’altro, da uno stelo all’altro. La guazza rendeva viscidi steccati e cancelli, la nebbia di palude era talmente fitta da rendere invisibile, sino a quando non mi ci trovai sotto, il dito di legno sul palo che indirizzava la gente al villaggio – un’indicazione inavvertita da tutti, visto che nessuno ci veniva mai. Poi, alzato lo sguardo, mentre se ne stava lì a sgocciolare, apparve alla mia coscienza pesante come uno spettro che mi destinava alla Galera.


La nebbia s’era ancora più infittita quando raggiunsi la palude ed era come se non fossi io a correre incontro alle cose, ma loro incontro a me. Il che risultava molto increscioso a un animo colpevole. Nella nebbia, barriere, canali e argini mi si avventavano contro all’improvviso e sembrava che gridassero con assoluta chiarezza: «Un bambino con il pasticcio di maiale di Qualcunaltro! Fermatelo!». Con la stessa subitaneità mi aggrediva il bestiame, buttando fuori dagli occhi fissi, dalle narici fumanti: «Ehi, ladruncolo!». Un bue nero, incravattato di bianco – e un’aria persino clericale, agli occhi della mia coscienza risvegliata – mi fissò con tanta ostinazione e girò la testa tozza, mentre gli giravo intorno, in modo talmente accusatorio, che piagnucolai in risposta: «Non ho potuto farne a meno, signore! Non è per me che l’ho preso!». Al che abbassò la testa, soffiò una nube di fumo dal naso e sparì scalciando e dimenando la coda.


Avevo continuato ad avanzare verso il fiume; per quanto camminassi in fretta, non riuscivo a scaldarmi i piedi, su cui l’umidità gelida pareva incatenata, come il ferro sulla gamba dell’uomo che correvo a incontrare. Conoscevo abbastanza bene la strada della Batteria per esserci stato una domenica con Joe, e lui, seduto su un vecchio cannone, mi aveva detto che quando fossi stato apprendista fabbro, che goduria sarebbe stata andarcene laggiù! Tuttavia, confuso dalla nebbia, mi ritrovai infine troppo spostato a destra e dovetti perciò tornare indietro lungo il fiume, sull’argine di pietre ammonticchiate affioranti dal fango e tra i pali che segnavano l’alta marea. Procedendo in gran fretta, avevo appena superato un fossato – molto vicino, come sapevo, alla Batteria – ed ero appena risalito sul terrapieno dall’altra parte, quando vidi l’uomo seduto davanti a me. Era voltato di spalle, con le braccia conserte e la testa ciondolante, greve di sonno.


Pensai che sarebbe stato più contento se gli fossi capitato accanto all’improvviso con la colazione, sicché avanzai senza far rumore e lo toccai sulla spalla. Scattò in piedi, ma non era il mio uomo, era un altro!


Eppure anche lui era vestito di ruvido panno grigio, e aveva i ferri alla gamba, ed era zoppo, roco e infreddolito, ed era tutto ciò che l’altro era; di diverso aveva solo il viso e un piatto cappello di feltro, a tesa larga e cocuzzolo basso. Tutto questo lo vidi in un attimo, poiché non ebbi più di un attimo per vederlo: mi bestemmiò contro, mi tirò un pugno – un colpo debole, circolare, che mancò me e, facendolo inciampare, quasi ribaltò lui – e poi scappò nella nebbia inciampando altre due volte, e non lo vidi più.


«È il giovane!» pensai, sentendo una fitta al cuore mentre lo identificavo. Posso dire che avrei provato anche uno spasimo al fegato, se avessi saputo dov’era.


Dopo quel fatto, ci misi poco a raggiungere la Batteria, dove c’era l’uomo giusto ad attendermi – tenendosi abbracciato e zoppicando avanti e indietro, come se non avesse fatto altro per tutta la notte. Doveva essere intirizzito e quasi mi aspettai di vedermelo stramazzare ai piedi, morto assiderato. Il suo sguardo, quando gli porsi la lima e lui la poggiò sull’erba, era talmente famelico da farmi pensare che avrebbe provato a mangiarla, se non avesse visto il mio fagotto. Non mi mise a testa in giù, stavolta, per prendersi ciò che avevo, mi lasciò invece dalla parte giusta, a testa in su, mentre aprivo l’involto e mi svuotavo le tasche.


«Cosa c’è nella bottiglia, ragazzo?»


«Acquavite».


Già si infilava in gola manciate di frutta secca nel modo più strano – più che mangiarla, sembrava la stesse riponendo in fretta e furia da qualche parte – ma si fermò per bere un po’ di alcol. Continuava a rabbrividire con tale violenza, da riuscire a stento a trattenere il collo della bottiglia tra i denti senza staccarlo con un morso.


«Credo che vi siete preso le febbri».


«La penso come te, ragazzo».


«È brutto, qui intorno, e voi ci avete passato la notte nella palude e qui non ci vuole niente a prendersi le febbri malariche. E anche reumatiche».


«Prima di restarci secco mi mangio la colazione. Me la mangerei anche se subito dopo finissi appeso a quella forca che ci sta là davanti. Per adesso me la vedo io coi brividi, ci puoi scommettere».


Trangugiava frutta secca, carne attaccata all’osso, pane, formaggio, pasticcio di maiale, tutto insieme; e intanto volgeva gli occhi diffidenti sulla nebbia tutt’intorno a noi, immobilizzandosi spesso – immobilizzando persino le mascelle – per stare in ascolto. Un suono reale o immaginario, un tintinnio sul fiume o il respiro di un animale nella palude, lo fece improvvisamente trasalire:


«Non è che sei un piccolo demonio traditore? Non ti sei portato dietro nessuno?».


«No, signore! No!»


«E non è che hai fatto la spiata e ti seguono?»


«No!»


«Be’, ti credo. Saresti proprio un cane arrabbiato se alla tua età aiutassi a dar la caccia a un disgraziato, alla povera bestia braccata e mezza morta che sono!»


Qualcosa gli scattò in gola, come se dentro avesse il meccanismo di un orologio e stesse per suonare. Si passò la sudicia, ruvida manica lacera sugli occhi.


Provai pena per il suo abbandono e vedendolo sempre più concentrato sul pasticcio, mi feci coraggio e dissi: «Sono contento che vi piace».


«Hai detto qualcosa?»


«Ho detto che ero contento che vi piaceva».


«Grazie, ragazzo mio. Mi piace».


Avevo spesso osservato un nostro grosso cane mentre mangiava e notai ora una spiccata somiglianza tra il cane e l’uomo, che azzannava il cibo allo stesso modo, con morsi netti e improvvisi. Ingoiava, o meglio divorava, un boccone dietro l’altro con troppa foga e troppa fretta, lanciando sguardi obliqui tutt’intorno, come timoroso che potesse sbucare qualcuno a portargli via il pasticcio. Era un pensiero che lo rendeva troppo inquieto per godersi il cibo, riflettei, o per poter mangiare insieme a qualcun altro senza tentare di azzannarlo. Tutti particolari che lo rendevano simile al cane.


«Ho paura che a lui non ne lascerete neanche un po’», dissi timidamente dopo essermi chiesto, in una pausa di silenzio, se un’osservazione del genere fosse educata. «Dove l’ho preso non ce n’è più». Era stata proprio quella certezza a spingermi a parlare.


«Lasciarne a lui? E chi è lui?» chiese il mio amico smettendo per un attimo di sgranocchiare la crosta.


«Il giovane. Quello che dicevate. Quello nascosto con voi».


«Ah già!» rispose con una specie di burbera risata. «Lui? Sì, sì, non gliene serve di viveri a lui».


«A me pareva di sì».


Smise di mangiare e mi scrutò con estrema attenzione e sorpresa.


«Ti pareva? Quando?»


«Un momento fa».


«Dove?»


«Laggiù», dissi puntando il dito; «è giù di là che l’ho visto, mezzo addormentato e credevo che eravate voi».


Mi afferrò per il colletto e mi fissò gli occhi addosso con tale intensità da farmi pensare che gli fosse tornata l’idea di sgozzarmi.


«Vestito proprio come voi, sapete, solo che aveva il cappello», spiegai tremando; «e... e» – quel punto ero ansioso di esporlo con delicatezza – «e con... la stessa vostra ragione per aver bisogno di una lima. Ieri sera non l’avete sentito, il cannone?»


«Ma allora era il cannone!» mormorò fra sé.


«È strano che non eravate sicuro; noi l’abbiamo sentito da casa, che è più lontana di qua, con tutta la porta chiusa».


«Sta a sentire! Se uno è da solo in una piana come questa, con la testa vuota e la pancia anche, mezzo morto di freddo e di fame, puoi star sicuro che per tutta la notte non sente altro che cannoni che sparano e voci che chiamano. Sente? Vede i soldati, con le uniformi rosse illuminate dalle torce, che lo chiudono da tutte le parti. Sente chiamare il suo numero, sente gridare l’alt, sente il rumore dei fucili, i comandi, “Pronti! Puntate! Stategli addosso, soldati!” sente mani che lo afferrano – e non c’è niente! Metti che l’altra notte ne vedevo una, di pattuglia d’inseguitori – in ranghi serrati, Dio li stramaledica, che marciano, marciano – e a me mi parevano cento. E gli spari! Sì, anche a giorno fatto ho visto la nebbia squassata dai colpi di cannone. Ma quest’uomo», aveva parlato sino a quel momento come se avesse dimenticato che ero lì, «ti ha colpito per qualcosa?»


«Aveva la faccia conciata male», dissi rammentando ciò che quasi non sapevo di sapere.


«Qui?» chiese colpendosi violentemente la guancia sinistra col palmo della mano.


«Sì, proprio lì!»


«Dov’è?» Si cacciò gli avanzi di cibo nella giubba grigia. «Mostrami da che parte è andato. Lo stano io, come un segugio. Schifoso di un ferro che mi piaga la gamba! Dacci la lima, ragazzo».


Indicai in che direzione la nebbia avesse avvolto l’uomo e per un attimo alzò gli occhi e guardò. Stava seduto sull’erba bagnata e marcia, e limava il ferro come un pazzo, indifferente a me e alla sua gamba sanguinante per una piaga di vecchia data; la maneggiava invece rudemente, come se avesse la stessa insensibilità della lima. Mi faceva di nuovo una gran paura, in preda a quella furia frenetica, e mi faceva anche una gran paura trattenermi lontano da casa più a lungo. Dissi che dovevo andare, ma non ne prese nota, sicché pensai che la cosa migliore fosse di sgusciar via. Quando lo guardai per l’ultima volta, aveva la testa china sopra il ginocchio, intento al faticoso lavoro, maledicendo il ferro e la gamba con impazienti brontolii. L’ultimo suono, della lima che raschiava, mi giunse nella nebbia, quando mi fermai ad ascoltare.

 IV

Ero assolutamente convinto di trovare in cucina un poliziotto in attesa di arrestarmi. Non solo non c’era, ma nemmeno era stato scoperto il furto. Mia sorella era straordinariamente affaccendata in casa, nei preparativi della festività, e Joe era stato collocato sul gradino della soglia per tenerlo lontano dalla pattumiera – un articolo dentro il quale era destinato prima o poi a finire, quando mia sorella spazzava con vigore i pavimenti della sua magione.


«E tu da dove diavolo spunti?» fu il suo saluto natalizio quando comparimmo, io e la mia coscienza.


Dissi che ero stato a sentire i Canti. «Ah, bene! Avresti potuto far di peggio». Nessun dubbio su questo, pensai.


«Se non ero la moglie di un fabbro e (che è la stessa cosa) una schiava col grembiule sempre addosso, ci sarei andata io, a sentirli. Mi piacciono i Canti pure a me, e naturalmente questa è un’ottima ragione per non sentirli mai».


Joe, avventuratosi in cucina dietro a me dopo che, al nostro avanzare, la pattumiera fu ritirata, con aria conciliante si passò il dorso della mano sul naso quando la moglie lo fulminò con un’occhiata; e quando distolse gli occhi, incrociò gli indici di nascosto e me li mostrò – segno convenuto tra noi per indicare l’umor nero di mia sorella. Uno stato per lei talmente abituale, che spesso per intere settimane le nostre dita si trovavano nella stessa posizione delle gambe delle effigi dei crociati.2


Ci aspettava un pranzo prelibato, cosciotto di maiale in salamoia con verdure e arrosto di due polli farciti. Un bel dolce era stato preparato la mattina precedente (e perciò la mancanza della frutta secca non era stata notata) e il budino era già sul fuoco. I laboriosi preparativi causarono un taglio drastico della colazione; «Perché non ci penso proprio a farvi strafogare serviti e riveriti! E poi a lavare i piatti, potete star sicuri, con tutto quello che mi aspetta!»


Sicché ci furono distribuite le nostre fette di pane come fossimo duemila soldati in marcia forzata, e non un uomo e un bambino in casa propria; e con facce contrite trangugiammo sorsate di latte e acqua dalla brocca sulla credenza. Nel frattempo mia sorella mise delle bianche tendine pulite alle finestre, levò dalla cornice del camino la mantovana vecchia e ne attaccò una nuova a fiori, scoprì – unica occasione in cui ciò avveniva – i mobili del salottino buono in fondo al corridoio, avvolti per il resto dell’anno in una fresca nube di carta argentata che si estendeva sino alla mensola del camino, a coprire i quattro barboncini di maiolica bianca, l’uno identico all’altro, col naso nero e un cestino di fiori in bocca. Era una donna di casa che teneva moltissimo alla pulizia, ma era un’artista nel renderla più scomoda e inaccettabile persino della sporcizia. La pulizia è accostabile alla devozione, e la religiosità di certa gente ottiene lo stesso risultato.


Dato che mia sorella aveva tanto da fare, andava in chiesa per procura; vale a dire che ci andavamo io e Joe. Nei suoi abiti da lavoro, Joe era un fabbro dall’aspetto vigoroso e caratteristico; nel vestito della festa assomigliava, più che a qualsiasi altra cosa, a uno spaventapasseri in buone condizioni. Allora, niente di ciò che aveva indosso pareva adattarglisi o appartenergli; allora, tutto ciò che aveva indosso lo scorticava. In quella particolare occasione, mentre le campane suonavano a festa, emerse dalla sua stanza, ritratto parlante dell’infelicità, addobbato da capo a piedi nei panni penitenziali della domenica. Quanto a me, mia sorella doveva essere a suo modo convinta che fossi un giovane criminale raccolto alla nascita e consegnato a lei da un poliziotto ostetrico per avere il trattamento prescritto dalla violata maestà della legge. Venivo trattato come se mi fossi intestardito a venire al mondo, sordo ai dettami di ragione religione e moralità, e anche alle argomentazioni dissuasive dei miei migliori amici. Persino di fronte all’acquisto di un completo nuovo, il sarto aveva l’ordine di farne una specie di strumento di detenzione, e di non lasciarmi in nessun caso il libero uso degli arti.


Joe ed io diretti in chiesa, dovevamo quindi essere uno spettacolo commovente per animi pietosi. Eppure, ciò che pativo nel corpo, era nulla in confronto alla sofferenza dell’animo. Il mio terrore, ogni volta che mia sorella s’era avvicinata alla dispensa o era uscita dalla stanza, era paragonabile solo al rimorso che pativa la mia coscienza, indugiando sull’operato delle mie mani. Schiacciato dal peso del perverso segreto, mi domandai se la Chiesa, nel caso l’avessi messa al corrente dei fatti, sarebbe stata abbastanza potente da proteggermi contro la vendetta del tremendo giovane. Mi figurai che il momento giusto per alzarmi e proporre un colloquio privato in sagrestia, fosse dopo la lettura delle pubblicazioni di matrimonio, alle parole del prete: «Dovete dichiararlo adesso!». Non sono affatto sicuro che non sarei ricorso a quell’espediente estremo, sbalordendo la nostra piccola congregazione, se non per il fatto che era Natale e non domenica.


Erano invitati a pranzo il chierico Wopsle, il carraio Hubble e signora, e lo zio Pumblechook (zio di Joe, ma mia sorella se n’era appropriata), un facoltoso mercante di grano della città vicina, che viaggiava su un calesse di sua proprietà. Il pranzo era fissato per l’una e mezza. Quando tornai a casa con Joe, la tavola era apparecchiata, mia sorella abbigliata, il desinare quasi pronto, la porta sul davanti – altrimenti sempre chiusa a chiave – aperta per far entrare gli ospiti, e ogni cosa nel suo massimo splendore. E ancora, non una sola parola sul furto.


Venne l’ora stabilita senza portar con sé sollievo alcuno alla mia apprensione, e vennero gli ospiti. Wopsle, oltre a un naso aquilino e a una fronte larga, calva e lucida, aveva una voce profonda di cui era oltremodo orgoglioso; in effetti era sottinteso tra i suoi conoscenti che se solo avesse potuto fare di testa sua ed esibirsi nelle letture sacre, avrebbe provocato una crisi di nervi al prete; e lui stesso ammetteva che se la Chiesa si fosse «spalancata» – alla competizione, intendeva – non avrebbe disperato di lasciarvi un’impronta. Dato che «spalancata» non era, faceva, come ho detto, il chierico. Ma tremendo era il modo in cui castigava gli Amen, e quando annunciava il salmo – citandone sempre tutto il versetto – prima di aprir bocca percorreva con lo sguardo l’intera congregazione, come per dire: «L’avete sentito, il nostro amico sul pulpito; favoritemi adesso un’opinione su questo stile!».


Aprii la porta agli ospiti – dando a vedere che era quella la porta che aprivamo di solito – e feci entrare per primo Wopsle, poi i coniugi Hubble e per ultimo lo zio Pumblechook. N.B. A me era vietato chiamarlo zio, pena l’applicazione di castighi tremendi.


«Signora», disse zio Pumblechook: un uomo di mezza età, lento e grosso, col respiro pesante, la bocca da pesce, occhi sporgenti e ottusi, capelli rossicci dritti in testa, tanto che pareva si fosse appena ripreso dopo esser stato sul punto di soffocare. «Vi ho portato come regalo di Natale – vi ho portato, Ma’, una bottiglia di sherry – e vi ho portato, Ma’, una bottiglia di porto».


Ogni Natale compariva, come fosse un’assoluta novità, dicendo esattamente le stesse parole e portando le sue due bottiglie come fossero batacchi. Ogni Natale mia sorella rispondeva, esattamente come in quel momento: «Oh, zi-o Pum-ble-chook! Che pensiero gentile!». Ogni Natale lui replicava, esattamente come in quel momento: «È quello che vi meritate. Allora, siete tutti belli vispi, e Unsoldo-di-cacio come sta?», riferendosi a me.


In simili occasioni pranzavamo in cucina e ci trasferivamo in salotto per mangiare noci, arance e mele: un cambiamento analogo al passaggio di Joe dalla tenuta da lavoro al vestito della festa. Quel giorno mia sorella era insolitamente vivace; del resto era in genere più cortese in compagnia della signora Hubble che insieme ad altra gente. Ricordo la signora Hubble come una personcina ricciuta e spigolosa vestita di azzurro cielo, che tradizionalmente ricopriva un ruolo giovanile poiché quando s’era sposata – non so in quale epoca remota – era molto più giovane del marito. Ricordo Hubble come un vecchio tenace, che odorava di segatura, con la testa incassata tra le spalle curve, e le gambe incredibilmente storte: tanto che là in mezzo, dal basso dei miei anni, vedevo miglia di aperta campagna, quando mi veniva incontro nel viottolo.


In così piacevole compagnia, mi sarei sentito in una posizione falsa anche se non avessi saccheggiato la dispensa. Non perché mi trovassi schiacciato a forza in un angolo acuto della tovaglia, col bordo del tavolo premuto contro il petto e il gomito pumblechookiano ficcato in un occhio; o perché mi fosse vietato aprir bocca (non ne avevo affatto voglia); o perché mi fossero elargite le estremità coriacee del pollo e quei cantucci oscuri del maiale di cui il porco da vivo aveva ben poco da vantarsi. No, a tutto questo non avrei fatto caso, se solo mi avessero lasciato in pace. Ma in pace non mi volevano lasciare. Pareva che la ritenessero un’occasione perduta, se di tanto in tanto non mi puntavano contro la conversazione per poi infilzarmici. Sarei potuto essere uno sfortunato torello in un’arena spagnola, tanto erano pungenti le stoccate di quei pungoli morali.


Cominciavano appena seduti a tavola. Wopsle declamava teatralmente il ringraziamento – una sorta di religioso incrocio tra lo spettro di Amleto e Riccardo III, potrei dire oggi – che si chiudeva molto opportunamente sull’aspirazione alla nostra sincera gratitudine. Al che mia sorella mi guardava fisso e diceva a voce bassa, carica di rimprovero, «Hai sentito? Grato, devi essere».


«E soprattutto, ragazzo», diceva Pumblechook, «sii grato a chi ti ha allevato con le sue mani».


La signora Hubble scuoteva la testa e, contemplandomi tristemente con uno sguardo pieno di presagi sul mio fosco futuro, chiedeva: «Ma perché i giovani non sono mai grati?». Quell’enigma morale sembrava fuori della portata di tutti, sinché Hubble non lo risolveva lapidariamente: «Bacati ci nasciono». «Vero!» mormoravano tutti, guardandomi in modo particolarmente sgradevole e ostile.


In presenza di ospiti, la posizione e l’influenza di Joe erano un po’ più deboli (se possibile) di quando eravamo soli. Ma non appena poteva, mi offriva aiuto e conforto in un qualche suo modo, che a pranzo consisteva sempre nel darmi della salsa, se ce n’era. Essendovene in abbondanza quel giorno, giunti a quel punto del pranzo, me ne versò a cucchiaiate una mezza pinta sul piatto.


Un po’ dopo, Wopsle recensì il sermone con una certa severità e lasciò capire, nella solita ipotetica eventualità di uno «spalancamento» della Chiesa, che tipo di sermone avrebbe predicato lui. Gratificatili con alcuni capoversi della sua predica, disse di considerare l’argomento dell’omelia di quel giorno una scelta sbagliata; il che era ancor più ingiustificabile, aggiunse, vista la quantità di argomenti «in giro».


«Vero anche questo,» disse zio Pumblechook. «Avete fatto centro, signore! Un mucchio di argomenti in giro, a disposizione di chi gli sa mettere il sale sulla coda. Ecco cosa ci vuole. Non c’è bisogno di andar lontani per cercare un argomento, se si ha pronto il barattolo del sale». Dopo una breve pausa di riflessione aggiunse: «Prendete il maiale, per esempio. Che argomento! Se vi serve un argomento, prendete il maiale!».


«Giusto, signore. Che morale per i giovani», rispose Wopsle, e prima ancora di sentirglielo dire, sapevo che mi avrebbe tirato in ballo, «si potrebbe ricavare da quel testo».


(«E tu sta a sentire», disse mia sorella in una severa parentesi.)


Joe mi versò dell’altra salsa.


«Porco», proseguì Wopsle con la sua voce più profonda, puntando la forchetta sui miei rossori, come se mi stesse chiamando per nome. «Porci erano i compagni del prodigo. L’ingordigia del porco ci è presentata come esempio per i giovani (parole appropriate in bocca sua, pensai, dopo aver magnificato la carne grassa e succulenta del maiale). «Ciò che è riprovevole in un porco, lo è molto di più in un ragazzo».


«O una ragazza», suggerì Hubble.


«Naturalmente, o una ragazza», assentì Wopsle con una certa irritazione, «ma qui, di ragazze, non ne vedo».


«E poi», disse Pumblechook, girandosi bruscamente verso di me, «pensa ai motivi che hai di esser grato. Se fossi nato urlando come un porcello...».


«Se mai bambino l’ha fatto, quello è stato lui», disse mia sorella con grande enfasi.


Joe mi versò dell’altra salsa.


«Sì, ma io dicevo uno a quattro zampe», disse Pumblechook. «Se fossi nato porcello, saresti qui adesso? Certo che no».


«Tranne che in quella forma», disse Wopsle, accennando con la testa al piatto.


«Ma io non dicevo in quella forma, signore», ribatté Pumblechook, che si infastidiva per le interruzioni; «dicevo, divertendosi in compagnia dei grandi, e imparando dalla loro conversazione, e sguazzando in grembo all’abbondanza. Tutto questo, l’avrebbe avuto? No, che non l’avrebbe avuto. E cosa ti sarebbe toccato?» rivolgendosi di nuovo a me. «Saresti stato venduto a un tanto al chilo, a seconda del prezzo di mercato, e il macellaio Dunstable ti si sarebbe avvicinato mentre stavi steso sulla paglia, t’avrebbe tenuto fermo sotto il braccio sinistro, mentre col destro si sarebbe tirato su il grembiule per prendere un coltellino dalla tasca del panciotto, e t’avrebbe cavato il sangue e t’avrebbe preso la vita. Altro che essere allevato con le sue mani! Neanche l’ombra!»

Joe mi offrì dell’altra salsa, ma non osai prenderla.

«Vi è costato un mondo di fatica, signora», disse la signora Hubble commiserando mia sorella.

«Fatica?» le fece eco, «fatica?» e diede l’avvio a uno spaventoso catalogo di tutte le malattie di cui mi ero reso colpevole, e di tutti gli atti insonni di cui mi ero macchiato, di tutti i luoghi da cui ero ruzzolato giù e di quelli in cui ero ruzzolato dentro, di tutti i malanni che mi ero procurato, e di tutte le volte che m’avrebbe voluto vedere nella tomba e m’ero ostinatamente rifiutato d’andarci.

Penso che i Romani, con quei loro nasi aquilini, dovessero irritarsi enormemente l’uno con l’altro; e forse fu per questo che diventarono il popolo irrequieto che sappiamo. In ogni caso, il naso di Wopsle irritò talmente me durante l’enumerazione dei miei misfatti, che avrei voluto tirarglielo fino a farlo ululare. Ma tutte le pene patite sino ad allora erano niente in confronto alla tremenda apprensione che si impossessò di me, quando si spezzò la pausa seguita all’elencazione di mia sorella, durante la quale tutti mi avevano fissato (ne ero penosamente consapevole) con indignazione e disgusto.

«Comunque», disse Pumblechook riconducendo gentilmente la compagnia al tema da cui aveva deviato, «il maiale – quello cotto, dico – è anche buono, no?»

«Un po’ di acquavite, zio?» disse mia sorella.

O Dio, c’eravamo! Gli sarebbe sembrata troppo leggera, l’avrebbe detto, e io ero perduto! Sotto la tovaglia, mi aggrappai con tutt’e due le mani alla gamba del tavolo e aspettai la mia sorte.

Mia sorella andò a prendere l’orcio, lo portò in tavola e gli versò da bere; nessun altro ne volle. Il disgraziato giocherellò col bicchiere – lo alzò, lo guardò controluce, lo rimise giù – prolungando la mia tortura. Intanto Joe e mia sorella si sbrigavano a sparecchiare per portare in tavola dolce e budino.

Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Sempre stretto al tavolo con mani e piedi, vidi la misera creatura tastare il bicchiere con fare scherzoso, alzarlo, sorridere, rovesciare indietro la testa e bere d’un fiato. La compagnia fu colpita all’istante da costernazione inenarrabile, vedendolo scattare in piedi, girare più volte su se stesso in una spaventosa e spasmodica danza della tosse, e schizzare fuori dalla porta; divenne poi visibile dalla finestra, che si piegava violentemente in avanti e sputava, facendo orrende smorfie, apparentemente fuori di senno.8

Rimasi aggrappato al tavolo mentre Joe e mia sorella si precipitavano da lui. Ero sicuro di averlo assassinato, anche se non sapevo come. Nello stato tremendo in cui mi trovavo, fu un sollievo quando lo riportarono dentro; scrutando i presenti come se sullo stomaco gli fossero rimasti loro, si abbandonò sulla seggiola con un unico significativo rantolo, «Catrame!»

Avevo usato la brocca di catramina per riempire l’orcio. Sapevo che tra non molto si sarebbe sentito peggio. Smossi il tavolo con la forza esercitata dalle mie mani nascoste, come un medium dei nostri giorni.

«Catrame!» gridò stupefatta mia sorella. «Ma come è mai possibile che ci sia finito del catrame, lì dentro?»

Ma zio Pumblechook, signore assoluto di quella cucina, non volle sentir menzionare la parola né discutere l’argomento; imperiosamente spazzò via tutto con un gesto della mano, e chiese del gin caldo con acqua. Mia sorella, che era caduta in un’allarmante meditazione, dovette darsi da fare per preparare e mischiare gin, acqua calda, zucchero, scorza di limone. Ero salvo, almeno per il momento. Ero ancora aggrappato alla gamba del tavolo, ma la stringevo a quel punto col fervore della gratitudine.

Gradualmente mi sentii calmo abbastanza da mollare la presa e mangiare il budino. Ne prese anche zio Pumblechook e ne presero anche gli altri. Il budino finì e Pumblechook aveva cominciato a illuminarsi sotto il generoso influsso del gin. Già cominciavo a pensare che per quel giorno me la sarei cavata, quando mia sorella disse a Joe: «Piatti puliti – freddi».

Riafferrai immediatamente il tavolo e me lo strinsi al petto come fosse il compagno della mia giovinezza, l’amico più caro. Presagivo gli eventi futuri e sentii che a quel punto ero davvero perduto.

«Dovete assaggiare», disse mia sorella rivolgendosi agli ospiti coi suoi modi più affabili, «per finire, dovete assaggiare una prelibatezza, uno squisito regalo di zio Pumblechook!»

Dovevano! Che non ci sperassero, di assaggiarlo!

«Dovete sapere», disse mia sorella alzandosi, «che è un pasticcio; un gustoso pasticcio di maiale».

Vi furono mormorii di plauso. Zio Pumblechook, conscio di essersi reso meritevole agli occhi del prossimo, disse – tutto sommato, con una certa vivacità: «Vuol dire, signora, che faremo del nostro meglio; proviamo un po’ a tagliarlo, questo pasticcio». Mia sorella andò a prenderlo. Sentii i passi che si avvicinavano alla dispensa. Vidi Pumblechook che faceva oscillare il coltello. Vidi ridestarsi l’appetito nelle narici aquiline di Wopsle. Sentii Hubble osservare che «non importa cos’hai mangiato, ma un buon boccone di pasticcio di maiale ci sta sempre bene, sopra, e non fa mai male», e sentii Joe dire: «Ne mangerai anche tu, Pip». Non ho mai saputo con certezza se il mio urlo di terrore fosse puramente immaginario oppure se raggiungesse realmente le orecchie dei presenti. Sentii di non farcela più e di dover scappare. Mollai il tavolo e mi misi in salvo a gambe levate.

Non riuscii però a oltrepassare la porta d’ingresso, dove precipitai addosso a un drappello di soldati armati di moschetto; uno di loro tendeva verso di me un paio di manette dicendo: «Oh, eccoti! Svelto! Vieni qua!».

V