giovedì 25 giugno 2026

LA TOLLERANZA REPRESSIVA Herbert Marcuse



LA TOLLERANZA REPRESSIVA

 Herbert Marcuse

Recensione

Lo rileggo adesso ma con una mentalità molto diversa da quando è uscito. 

La fine degli anni Sessanta era un periodo particolare: fermento culturale, contestazione dell’autorità, guerra in Vietnam, decolonizzazione, e un marxismo che sembrava ancora carico di promesse utopiche per molti intellettuali e studenti occidentali. Marcuse, con la sua miscela di freudismo, hegelismo e critica della società dei consumi, appariva come una voce sofisticata e “rivoluzionaria” rispetto al marxismo più ortodosso o dogmatico del PCI o dell’URSS.
Gli anni successivi hanno mostrato i limiti (e i fallimenti tragici) dei tentativi di ingegneria sociale radicale. Dalla Cambogia dei Khmer Rossi alla stagnazione sovietica, fino alle derive autoritarie di certi regimi “progressisti”. Anche senza arrivare agli estremi, l’evoluzione delle società occidentali ha rivelato che, quello che Marcuse ha denominato la “tolleranza liberatrice”,  rischia facilmente di diventare semplice intolleranza selettiva gestita dalle nuove élite culturali. 
Il saggio  di Herbert Marcuse “Repressive Tolerance” (1965) è una delle giustificazioni più influenti per la coercizione ideologica nel pensiero occidentale moderno.
Marcuse sosteneva che la tolleranza liberale classica non era neutrale, ma serviva a perpetuare l’oppressione. Consentendo alle opinioni conservatrici e tradizionali di circolare liberamente, sosteneva, le società liberali proteggevano l’ordine esistente. Il suo rimedio proposto era la “tolleranza liberatrice”: la soppressione deliberata delle idee “regressive” combinata con una libertà quasi illimitata per quelle progressiste e rivoluzionarie. In sostanza, invocava una discriminazione istituzionalizzata contro le opinioni dissenzienti sotto la maschera dell’emancipazione.
Questo quadro ha invertito il principio della libertà di espressione. Invece di difendere diritti uguali all’espressione, Marcuse trattava il discorso come una forma di potere che deve essere ridistribuito. Una volta ridefinita la tolleranza come selettiva e direzionale, la distinzione tra persuasione e coercizione collassa. Le istituzioni possono allora essere giustificate nel restringere, marginalizzare e punire idee ritenute dannose per la trasformazione sociale desiderata.
L’idea di Marcuse ha trovato molti seguaci e le conseguenze del suo ragionamento sono oggi visibili nelle università, nelle corporations e nelle istituzioni pubbliche. Le politiche che limitano il discorso, impongono la conformità ideologica e puniscono le deviazioni vengono spesso difese su basi che riecheggiano la distinzione di Marcuse tra opinioni “regressive” e “progressiste”. Ciò che si presenta come tolleranza ampliata funziona spesso come meccanismo per imporre una nuova ortodossia.
Sostituendo l’idea di libertà uguale con la pretesa che alcune idee meritino protezione mentre altre devono essere soppresse, ha fornito il progetto intellettuale per la gestione coercitiva del discorso e del pensiero che oggi vediamo in azione in tante nostre istituzioni – presentato come liberazione ma in realtà un raffinato razionale per il controllo ideologico.

LA TOLLERANZA REPRESSIVA

Questo saggio esamina l’idea di tolleranza nella nostra società industriale avanzata. La conclusione raggiunta è che la realizzazione dell’obiettivo della tolleranza richiederebbe l’intolleranza verso le politiche, gli atteggiamenti, le opinioni dominanti e l’estensione della tolleranza alle politiche, agli atteggiamenti e alle opinioni che sono banditi o soppressi. In altre parole, oggi la tolleranza appare di nuovo ciò che era all’origine, all’inizio dell’età moderna: un obiettivo di parte, un’idea e una pratica sovversiva e liberante. Viceversa, ciò che oggi si proclama e si pratica come tolleranza è in molte delle sue più effettive manifestazioni al servizio della causa dell’oppressione.


L’autore è pienamente consapevole che, attualmente, non esiste alcun potere, alcuna autorità, alcun governo che voglia tradurre in pratica la tolleranza liberante, ma egli crede che sia compito e dovere dell’intellettuale richiamare e preservare le possibilità storiche che sembrano esser divenute possibilità utopistiche - che sia suo compito spezzare la concretezza dell’oppressione al fine di aprire lo spazio mentale in cui questa società può esser riconosciuta per ciò che è e fa.


 


 


La tolleranza è un fine in sé. L’eliminazione della violenza e la riduzione della soppressione al grado richiesto per proteggere uomini e animali dalla crudeltà e dall’aggressione sono condizioni preliminari per la creazione di una società umana. Una tale società non esiste ancora; il progresso verso di essa forse più di prima è arrestato dalla violenza e dalla repressione su scala mondiale. Come dissuasori contro la guerra nucleare, come azione di polizia contro la sovversione, come aiuto tecnico nella lotta contro l’imperialismo e il comunismo, come metodi di pacificazione nei massacri neocoloniali, la violenza e la repressione sono diffusi, praticati e difesi dai governi democratici allo stesso grado di quelli autoritari, e gli individui sottoposti a questi governi sono educati a sostenere simili pratiche come necessarie per il mantenimento dello status quo. La tolleranza è estesa alle politiche, alle condizioni e ai modi di comportamento che non dovrebbero esser tollerati perché impediscono, se non distruggono, le probabilità di creare un’esistenza senza paura e sofferenza.


Questo tipo di tolleranza rinforza la tirannia della maggioranza contro ciò che affermavano gli autentici liberali. Il luogo politico della tolleranza è cambiato: mentre si è più o meno tranquillamente e costituzionalmente ritirato dall’opposizione, esso è diventato comportamento obbligatorio nei confronti delle politiche istituite. La tolleranza è passata da uno stato attivo ad uno passivo, dalla pratica alla non-pratica laissez faire le autorità costituite. È la gente che tollera il governo il quale a sua volta tollera l’opposizione entro la struttura determinata dalle autorità costituite.


La tolleranza verso ciò che è radicalmente un male ora appare come un bene perché serve alla coesione del tutto sulla strada dell’abbondanza o della maggiore abbondanza. Il tollerare l’incretinimento sistematico dei bambini come degli adulti, prodotto dalla pubblicità e dalla propaganda, lo sfogo della distruttività realizzato nella guida aggressiva, il reclutamento e l’istruzione di truppe speciali, l’imponente e benevola tolleranza verso l’inganno completo nel commercio, nello spreco e nell’inutilizzazione pianificata, non sono distorsioni e aberrazioni, sono l’essenza di un sistema che coltiva la tolleranza come un mezzo per perpetuare la lotta per l’esistenza sopprimendone le alternative. Le autorità nei campi dell’educazione, della morale e della psicologia sbraitano contro l’aumento della delinquenza giovanile; sbraitano di meno contro la presentazione superba, a parole e a fatti e al cinema, di missili, razzi, bombe sempre più potenti - la delinquenza matura di un’intera civiltà.


Secondo una proposizione dialettica è il tutto che determina la verità - non nel senso che il tutto è precedente o superiore alle sue parti, ma nel senso che la sua struttura e la sua funzione determinano ogni particolare condizione e relazione. Così, all’interno d’una società repressiva, anche i movimenti progressivi minacciano di volgersi nel loro opposto nella misura in cui essi accettano le regole del gioco. Per prendere un caso assai controverso: l’esercizio dei diritti politici (come votare, scrivere lettere alla stampa, ai Senatori, ecc., far dimostrazioni di protesta con la rinuncia a priori della controviolenza) in una società di totale amministrazione serve a rafforzare questa amministrazione col testimoniare dell’esistenza di libertà democratiche le quali, in realtà, hanno cambiato il loro contenuto e perso la loro efficacia. In un caso simile, la libertà (di opinioni, di riunione, di parola) diventa uno strumento per assolvere la schiavitù. E ancora (e soltanto qui la proposizione dialettica mostra tutto il suo scopo) l’esistenza e la pratica di questa libertà rimane una condizione preliminare per la restaurazione della loro originaria funzione di opposizione, a condizione che lo sforzo di trascendere le loro (spesso autoimposte) limitazioni sia intensificato. Generalmente la funzione e il valore della tolleranza dipendono dall’eguaglianza che prevale nella società in cui la tolleranza è praticata. La tolleranza stessa è soggetta a criteri superiori: la sua portata e i suoi limiti non possono esser definiti nei termini della società rispettiva. In altre parole, la tolleranza è un fine in sé soltanto quando è davvero universale, praticata dai governanti come dai governati, dai signori come dai contadini, dagli sceriffi come dalle loro vittime. E una tale tolleranza universale è possibile soltanto quando nessun reale o presunto nemico richiede nell’interesse nazionale l’educazione e l’assuefazione degli individui alla violenza militare e alla distruzione. Fintantoché queste condizioni non prevalgono, le condizioni della tolleranza sono « adulterate »: sono determinate e definite dalla disuguaglianza istituzionalizzata (che è certamente compatibile con l’eguaglianza costituzionale), cioè dalla struttura di classe della società. In una simile società, la tolleranza è de facto limitata sul duplice terreno della violenza e della repressione legalizzate (polizia, forze armate, guardie d’ogni tipo) e dalla posizione privilegiata posseduta dagli interessi predominanti e dalle loro « connessioni ».


Queste limitazioni di fondo della tolleranza vengono normalmente prima delle limitazioni esplicite e giudiziarie quali le definiscono le corti, i costumi, i governi, ecc. (ad esempio, « il pericolo chiaro ed attuale», la minaccia alla sicurezza nazionale, l’eresia). Entro la struttura di una società così conformata, la tolleranza può essere praticata e proclamata senza pericolo. Essa è di due tipi: 1) la tolleranza passiva degli atteggiamenti e delle idee consolidatesi e stabilite anche se è evidente il loro effetto dannoso sull’uomo e la natura; e 2) l’attiva, ufficiale tolleranza garantita alla destra come alla sinistra, ai movimenti di aggressione come ai movimenti di pace, al partito dell’odio come a quello dell’umanità. Io definisco questa tolleranza non-partigiana « astratta » o « pura » in quanto essa trattiene dal prender posizione - ma nel far così attualmente protegge il meccanismo già stabilito della discriminazione.


La tolleranza che ingrandì la portata e il contenuto della libertà fu sempre partigiana - intollerante verso i protagonisti dello status quo repressivo. Il risultato fu soltanto il grado e il limite dell’intolleranza. Nelle società liberali solidamente stabilite dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, la libertà di parola e di riunione era garantita anche ai nemici radicali della società, a condizione che non passassero dalle parole ai fatti, dal discorso all’azione.


Facendo affidamento sulle effettive limitazioni di fondo imposte dalla sua struttura di classe, la società sembrava praticare la tolleranza generale. Ma la teoria liberista aveva già posto un’importante condizione alla tolleranza: era quella di « applicarsi soltanto agli esseri umani nella maturità delle loro facoltà». John Stuart Mill non parla soltanto dei bambini e dei minorenni; egli ragiona: « La libertà, come un principio, non ha applicazione ad alcuno stato di cose anteriore al tempo in cui l’umanità è diventata capace di migliorarsi con la discussione libera ed eguale». Prima di allora, gli uomini potevano essere ancora dei barbari, e « il dispotismo è un modo di governo legittimo trattando con dei barbari, purché il fine sia il loro miglioramento e i mezzi siano giustificati dall’effettuare realmente quel fine». Le parole di Mill spesso citate hanno un’implicazione meno familiare da cui dipende il loro significato: la connessione interna tra libertà e verità. C’è un senso in cui la verità è il fine della libertà, e la libertà dev’essere definita e limitata dalla verità. Ora in che senso può essere la libertà funzione della verità? Libertà è autodeterminazione, autonomia - questa è quasi una tautologia che risulta da un’intera serie di giudizi sintetici. Essa stabilisce l’abilità di ognuno nel determinare la propria vita: esser in grado di determinare cosa fare e cosa non fare, cosa tollerare e cosa no. Ma il soggetto di questa autonomia non è mai l’individuo contingente, privato, per ciò che realmente è o gli accade di essere; è piuttosto l’individuo come essere umano che è capace di vivere libero con gli altri. E il problema di rendere possibile una tale armonia tra la libertà di ogni individuo con l’altro non è quello di trovare un compromesso tra i competitori, o tra la libertà e la legge, tra gli interessi generali e quelli individuali, il benessere comune e quello privato in una società stabilita, ma quello di creare la società in cui l’uomo non è più schiavo delle istituzioni che viziano l’autodeterminazione fin dagli inizi. In altre parole, la libertà deve ancora essere creata anche per la più libera delle società esistenti. E la direzione in cui dev’essere cercata, e i mutamenti istituzionali e culturali che possono aiutare a conseguire la meta sono, almeno nelle civiltà sviluppate, comprensibili, cioè a dire, essi possono essere identificati e progettati, sulle basi dell’esperienza, dalla ragione umana.


Nell’azione reciproca di teoria e pratica, le soluzioni vere e quelle false diventano distinguibili - non coll’evidenza della necessità, né come il positivo, soltanto con la certezza di una possibilità ragionata e ragionevole, e con la forza persuasiva del negativo. Poiché il vero positivo è la società del futuro e perciò oltre la definizione e la determinazione, mentre il positivo esistente è ciò che dev’essere superato. Ma l’esperienza e la comprensione della società esistente possono ben essere capaci di identificare ciò che non tende ad una società libera e razionale, ciò che impedisce e deforma le possibilità della sua creazione. La libertà è liberazione, uno specifico processo storico nella teoria e nella pratica e come tale esso ha le sue parti giuste e quelle sbagliate, la sua verità e la sua falsità.


L’incertezza della possibilità in questa distinzione non toglie l’obiettività storica, ma sono necessarie libertà di pensiero e di espressione come condizioni preliminari per trovare la via verso la libertà - è necessaria la tolleranza. Comunque, questa tolleranza non può essere indiscriminata ed eguale nei confronti dei contenuti dell’espressione, né nelle parole né nei fatti; non può proteggere le parole false e i fatti sbagliati che dimostrano che essi contraddicono e vanno contro alle possibilità di liberazione. Tale tolleranza indiscriminata è giustificata nei dibattiti innocui, nella conversazione, nella discussione accademica; è indispensabile in un’impresa scientifica, nella religione privata. Ma la società non può esser priva di discriminazioni dove la pacificazione dell’esistenza, la libertà e la felicità stesse sono in pericolo: qui, alcune cose non possono venir dette, alcune idee non possono venire espresse, alcune politiche non possono esser proposte, alcuni comportamenti non possono esser permessi senza fare della tolleranza uno strumento per la continuazione della schiavitù.


Il pericolo della « tolleranza distruttiva » (Baudelaire), della « benevola neutralità » verso l’arte è stato riconosciuto: il mercato, che assorbe ugualmente bene (forse con frequenti fluttuazioni del tutto improvvise) l’arte, l’anti-arte e la non-arte, tutti i possibili contrastanti stili, scuole, forme, fornisce un « compiaciuto ricettacolo, un amichevole abisso » (Edgar Wind, Art and Anarchy, Knopf, New York 1964, p. 101) in cui l’urto radicale dell’arte, la protesta dell’arte contro la realtà stabilita è inghiottita. Comunque, la censura dell’arte e della letteratura è regressiva sotto tutte le circostanze. L’autentica oeuvre non è e non può essere una propaganda dell’oppressione, e la pseudoarte (che può essere una tale propaganda) non è arte. L’arte è contro la storia, si oppone alla storia che è stata la storia dell’oppressione, perché l’arte assoggetta la realtà a leggi diverse da quelle stabilite: le leggi della Forma che crea una realtà differente - la negazione di quella stabilita anche quando l’arte dipinge la realtà stabilita. Ma nella sua lotta con la storia, l’arte si sottomette alla storia: la storia inizia la definizione dell’arte e inizia la distinzione tra arte e pseudoarte. Così accade che ciò che una volta era arte diventa pseudoarte. Le forme, gli stili e le qualità precedenti, i precedenti modi di protesta e di rifiuto non possono venir ripresi entro oppure contro una società differente. Ci sono casi in cui un’autentica oeuvre porta un messaggio politico regressivo - Dostoevskij è un caso simile. Ma allora, il messaggio è annullato dalla stessa oeuvre: il contenuto politico regressivo è assorbito, aufgehoben nella forma artistica: nell’opera come letteratura.


La tolleranza della libertà di parola è il modo di migliorare, di progredire nella liberazione, non perché non esiste una verità obiettiva, e il miglioramento deve necessariamente essere un compromesso tra una varietà d’opinioni, ma perché c’è una verità obiettiva che può essere scoperta, accertata soltanto nell’imparare e nel comprendere ciò che è e ciò che potrebbe essere e dovrebbe esser fatto al fine di migliorare la sorte dell’umanità. Questo comune e storico «dovrebbe» [ought] non è immediatamente evidente, a portata di mano: esso dev’essere scoperto dal «taglio da parte a parte» [cutting through], dal «fendente» [splitting], dal «fare a pezzi (dis-cutio) il materiale dato - separando il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, il corretto dallo scorretto. Il soggetto il cui « miglioramento » dipende da una progressiva prassi storica è ogni uomo come uomo, e questa universalità è riflessa in quella della discussione, che a priori non esclude alcun gruppo od individuo. Ma anche il carattere di onnicomprensione della tolleranza liberale era, almeno in teoria, basato sull’asserzione che gli uomini fossero individui (potenzialmente) che possono imparare ad udire a vedere e a sentire da se stessi, a sviluppare i propri pensieri, a tentar di conseguire i loro veri interessi, diritti e capacità, anche contro l’autorità e l’opinione stabilite. Questa era la ragione fondamentale della libertà di parola e di riunione.


La tolleranza universale diventa discutibile quando la sua ragione fondamentale non prevale più, quando la tolleranza è amministrata per manipolare e indottrinare degli individui che ripetano pappagallescamente, come fossero le proprie, le opinioni dei loro capi, per i quali l’eteronomia è diventata l’autonomia.


Il telos della tolleranza è la verità. È chiaro dal ricordo storico che gli autentici portavoce della tolleranza avevano in mente una verità maggiore e diversa da quella della logica teoretica e della teoria accademica. John Stuart Mill parla della verità che è perseguitata nella storia e che non trionfa sulla persecuzione in virtù del suo « potere innato », che infatti non ha potere innato « contro la prigione ed il rogo». Ed egli enumera le «verità» che furono crudelmente e successivamente liquidate nelle prigioni e sul rogo: quella di Arnaldo da Brescia, di fra Dolcino, di Savonarola, degli albigesi, dei valdesi, dei lollardi e degli ussiti. La tolleranza è la prima e principale cosa per causa degli eretici - il cammino storico verso la humanitas appare come eresia: bersaglio della persecuzione da parte dei poteri costituiti. L’eresia di per sé, comunque, non è un dato della verità.


Il criterio di progresso nella libertà secondo cui Mill giudica questi movimenti è la Riforma. La valutazione è ex post, e la sua lista include gli opposti (anche Savonarola avrebbe bruciato fra Dolcino). Anche la valutazione ex post è contestabile come la sua verità: la storia corregge il giudizio - troppo tardi. La correzione non aiuta le vittime e non assolve i loro esecutori. Comunque, la lezione è chiara: l’intolleranza ha rimandato il progresso e ha prolungato il massacro e la tortura degli innocenti per centinaia d’anni. Ciò conferma la condizione per la tolleranza indiscriminata, « pura »? Ci sono condizioni storiche in cui tale tolleranza impedisce la liberazione e moltiplica le vittime che vengono sacrificate allo status quo? La garanzia indiscriminata di diritti e libertà politici può essere repressiva? Tale tolleranza può servire a contenere il cambio sociale qualitativo?


Discuterò questo problema solo in riferimento ai movimenti politici, agli atteggiamenti, alle scuole di pensiero, alle filosofie che sono « politiche » nel senso più vasto - toccando la società come un tutto, trascendendo dimostrabilmente la sfera privata. Inoltre, opererò uno spostamento nel fuoco della discussione: essa avrà a che fare non soltanto, e non principalmente, con la tolleranza verso gli estremi radicali, le minoranze, i sovversivi, ecc., ma piuttosto con la tolleranza verso le maggioranze, verso l’opinione ufficiale e pubblica, verso i protettori stabiliti della libertà. In questo caso, la discussione può avere come forma di riferimento soltanto la società democratica, in cui il popolo, come individui e come membri dell’organizzazione politica e di altre organizzazioni, partecipa nel fare, nel sostenere e nel cambiare le politiche. In un sistema autoritario, il popolo non tollera - sopporta le politiche stabilite.


In un sistema di diritti civili e libertà costituzionalmente garantiti e (generalmente e senza troppe evidenti eccezioni) messi in pratica, l’opposizione e il dissenso sono tollerati a meno che essi non sfocino nella violenza e/o nell’esortazione e nell’organizzazione della sovversione violenta. La supposizione sottesa è che la società stabilita è libera e che ogni miglioramento, anche un cambio nella struttura e nei valori sociali, accadrebbe nel normale corso degli eventi, preparato, definito e collaudato nella discussione libera ed eguale, sull’aperta piazza del mercato delle idee e dei beni 1. Ora nel richiamare il passo di John Stuart Mill, ho attirato l’attenzione sulla premessa nascosta in questa supposizione: la discussione libera ed eguale può eseguire la funzione attribuitale soltanto se essa è razionale - espressione e sviluppo di pensiero indipendente, libero dall’indottrinamento, dalla manipolazione, dall’autorità esterna. La nozione di pluralismo e di poteri equivalentisi non sostituisce questa esigenza. Uno potrebbe in teoria costruire uno stato in cui una moltitudine di differenti pressioni, interessi e autorità si bilancino l’uno coll’altro e risultino davvero nell’interesse generale e razionale. Comunque, una tale costruzione mal si adatta ad una società in cui i poteri sono e rimangono disuguali e anzi aumentano il loro peso disuguale quando seguono il proprio corso. Vi si adatta ancor peggio quando la varietà delle pressioni si unifica e si coagula in un tutto opprimente, integrando i particolari poteri equivalenti in virtù di un crescente standard di vita e di una crescente concentrazione di potere. Allora, il lavoratore, i cui interessi reali sono in conflitto con quelli dell’amministrazione, il consumatore comune i cui interessi reali sono in conflitto con quelli del produttore, l’intellettuale la cui vocazione è in conflitto con quella del suo datore di lavoro si trovano sottomessi ad un sistema contro il quale essi sono impotenti e che appare irragionevole. Le idee di alternative valide evaporano in una dimensione assolutamente utopistica che è loro propria, perché una società libera è forse irrealisticamente e indefinibilmente differente da quelle esistenti. In queste circostanze, qualunque miglioramento possa succedere « nel normale corso degli eventi » e senza sovversione è probabile che sia un miglioramento nella direzione determinata dagli interessi particolari che controllano il tutto.


A conferma di ciò, quelle minoranze che lottano per un mutamento del tutto stesso, nelle condizioni più favorevoli che di rado prevalgono, saranno lasciate libere di deliberare e di discutere, di parlare e di riunirsi - e saranno rese inoffensive e impotenti nei confronti della maggioranza opprimente, che milita contro il mutamento sociale qualitativo. Questa maggioranza è stabilmente basata sulla crescente soddisfazione delle necessità e sulla coordinazione tecnologico-mentale, che testimonia della generale impotenza dei gruppi radicali in un sistema sociale ben funzionante.


Entro la democrazia affluente, prevale la discussione affluente, ed entro la struttura stabilita, essa è tollerante in larga misura. Tutti i punti di vista possono essere ascoltati: i comunisti e i fascisti, la sinistra e la destra, il bianco e il negro, i crociati dell’armamento e quelli del disarmo. Inoltre, in dibattiti al di sopra della media strascicati senza fine, l’opinione stupida è trattata con lo stesso rispetto di quella intelligente, la mal informata può parlare quanto quella informata e la propaganda cavalca al passo con l’educazione, il vero col falso. Questa tolleranza « pura » dell’assennatezza e della stupidità è giustificata dall’argomento democratico che nessuno, sia gruppo od individuo, è in possesso della verità e capace di definire cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è bene e cos’è male. Perciò, tutte le opinioni in lotta devono sottomettersi alla « gente » [the people] che decida e faccia la sua scelta. Ma ho già accennato al fatto che l’argomento democratico implica una condizione necessaria, cioè che la gente debba esser capace di decidere e di scegliere sulla base delle sue conoscenze, che essa debba avere accesso alle fonti autentiche d’informazione, e che, in base a ciò, la loro valutazione debba essere il risultato d’un pensare autonomo.


Nell’età contemporanea, l’argomento democratico in favore della tolleranza astratta tende ad esser invalidato dall’invalidarsi dello stesso processo democratico. La forza liberatrice della democrazia era la possibilità che essa dava al dissenso effettivo, sia su scala individuale sia su scala sociale, la sua apertura verso le forme qualitativamente differenti di governo, cultura, educazione, lavoro - dell’esistenza umana in generale. Si tollerava la libera discussione e l’uguaglianza di diritti degli opposti ai fini di definire e chiarificare le differenti forme di dissenso: la loro direzione, il loro contenuto, le loro prospettive. Ma con la concentrazione del potere politico ed economico e l’integrazione degli opposti in una società che usa la tecnologia come strumento di dominio, il dissenso effettivo è bloccato là dove potrebbe liberamente emergere: nella formazione dell’opinione, nell’informazione e nella comunicazione, nei discorsi e nelle riunioni. Sotto la guida dei mezzi monopolistici - essi stessi meri strumenti del potere economico e politico - viene creata una mentalità per la quale giusto e sbagliato, vero e falso sono predefiniti ovunque concernino gli interessi vitali della società. Questa è, prima d’ogni espressione e comunicazione, una materia della semantica: l’arresto del dissenso effettivo, del riconoscimento di ciò che non fa parte dell’establishment che comincia nel linguaggio che viene pubblicizzato e amministrato. Il significato delle parole è rigidamente stabilito. La persuasione razionale, la persuasione del contrario è tutto fuor che preclusa. Sono chiuse le vie d’entrata ai significati di parole e idee diversi da quelli stabiliti - stabiliti dalla pubblicità dei poteri costituiti e verificati nelle loro pratiche. Parole diverse possono esser dette ed ascoltate, ma, sulla scala di massa della maggioranza conservatrice (esterne ad essa le enclaves dell’intelligentia), esse vengono immediatamente « valutate » (cioè automaticamente comprese) nei termini del linguaggio pubblico -un linguaggio che determina « a priori » la direzione in cui si muove il ragionamento logico. Così il processo della riflessione termina dove era iniziato: nelle condizioni e nelle relazioni date. Autoconvalidandosi, l’argomento della discussione respinge la contraddizione perché l’antitesi è ridefinita nei termini della tesi. Ad esempio, tesi: lavoriamo per la pace; antitesi: ci prepariamo per la guerra (o anche: dichiariamo guerra); unificazione degli opposti: prepararsi per la guerra è lavorare per la pace. La pace è ridefinita quasi di necessità, nella situazione predominante, includendo la preparazione per la guerra (o la guerra vera e propria) e in questa forma orwelliana, il significato della parola «pace» viene stabilizzato. Così, il vocabolario di base del linguaggio orwelliano opera come delle categorie a priori della comprensione: preformando ogni contenuto. Queste condizioni invalidano la logica della tolleranza che implica lo sviluppo razionale del significato e preclude la chiusura del significato. Conseguentemente, la persuasione attraverso la discussione e l’eguale presentazione degli opposti (anche quando sono realmente eguali) facilmente perdono la loro forza liberatrice come fattori di comprensione e di conoscenza; essi finiscono più probabilmente col rafforzare le tesi stabilite e col respingere le alternative.


L’imparzialità fino all’estremo limite, il trattamento eguale delle esigenze in competizione e in contrasto è forse una necessità basilare per prendere delle decisioni [decision-making] nel processo democratico - è una necessità ugualmente basilare per definire i limiti della tolleranza. Ma in una democrazia con organizzazione totalitaria, l’obiettività può svolgere una funzione del tutto differente, cioè, incoraggiare un’attitudine mentale che tenda a scordare la differenza tra vero e falso, informazione e indottrinamento, giusto e sbagliato. Infatti, la decisione fra le opinioni opposte è stata presa prima che la presentazione e la discussione fossero iniziate - presa non da una cospirazione o da una ditta che finanzia la pubblicità [sponsor] o da un editore, né da alcuna dittatura, ma piuttosto dal « normale corso degli eventi », che è il corso degli eventi amministrati, e dalla mentalità che in questo corso si è formata. Qui, anche, è il tutto che determina la verità. Allora la decisione afferma se stessa, senza alcuna aperta violazione dell’obiettività, in cose come l’impaginazione di un giornale (con lo spezzare l’informazione vitale in pezzettini sparsi qua e là in mezzo a materiale estraneo, articoli irrilevanti, e il relegare qualche notizia radicalmente negativa in un posto oscuro), nella giustapposizione di vistosi annunci con orrori non attenuati, nell’introduzione e nell’interruzione della trasmissione dei fatti da parte della pubblicità travolgente. Il risultato è una neutralizzazione degli opposti, una neutralizzazione, comunque, che prende posto sul solido terreno della limitazione strutturale della tolleranza ed entro una mentalità preformata. Quando un giornale pubblica fianco a fianco una notizia negativa ed una positiva sull’fbi, esso onestamente ottempera alle necessità dell’obiettività: comunque, le probabilità sono che quella positiva vinca perché l’immagine della istituzione è profondamente incisa nella mente della gente. Oppure, se uno strillone riferisce la tortura e l’assassinio di lavoratori provvisti di diritti civili nello stesso tono privo d’emozione che usa per descrivere l’andamento delle azioni di borsa o il tempo che fa, o colla stessa grande emozione che mette nel dire gli annunci pubblicitari, allora una simile obiettività è illegittima - peggio, va contro l’umanità e la verità perché si sta calmi quando ci si dovrebbe infuriare, perché ci si trattiene dal lanciare accuse quando l’accusa è nei fatti stessi. La tolleranza espressa in una imparzialità di questo genere serve a minimizzare o anche ad assolvere l’intolleranza e la repressione predominanti. Se l’obiettività non ha nulla a che fare con la verità, e se la verità è qualcosa di più d’una materia della logica e della scienza, allora questo tipo di obiettività è falso, questa ingannevole imparzialità dovrebbe essere abbandonata. Gli individui esposti a questa imparzialità non sono delle tabulae rasae, sono indottrinati dalle condizioni in cui vivono e pensano e che non trascendono. Metterli in grado di divenire autonomi, di trovare da sé cos’è vero e cos’è falso per l’uomo nella società esistente, il doverli liberare dall’indottrinamento predominante (che non è più riconosciuto per indottrinamento). Ma ciò significa che la tendenza dovrebbe esser capovolta: dovrebbero prender informazioni deviando nell’opposta direzione. Perché i fatti non sono mai dati immediatamente e non sono mai accessibili immediatamente; essi sono stabiliti, « mediati » da quelli che li compiono; la verità, « la verità integrale » oltrepassa questi fatti e cerca di spezzare la loro apparenza. Questa rottura - condizione preliminare e contrassegno di ogni libertà di pensiero e di parola - non può compiersi entro la struttura stabilita della tolleranza astratta e dell’obiettività falsa perché sono proprio questi i fattori che precondizionano la mente contro la rottura.


 


 


Le barriere reali che la democrazia totalitaria erige contro l’efficacia del dissenso qualitativo sono leggere e abbastanza piacevoli paragonate alle pratiche della dittatura che asserisce di educare il popolo nella verità. Con tutte le sue limitazioni e le sue distorsioni, la tolleranza democratica è in ogni circostanza più umana che un’intolleranza istituzionalizzata che sacrifica i diritti e le libertà delle generazioni viventi a vantaggio delle generazioni future. Il problema è se questa è la sola alternativa. Cercherò ora di indicare la direzione in cui si può cercare una soluzione. In ogni caso, il contrasto non è tra la democrazia in astratto e la dittatura in astratto.


La democrazia è una forma di governo che si adatta a tipi di società assai differenti (ciò vale anche per una democrazia con suffragio universale ed eguaglianza davanti alla legge), e i costi umani di una democrazia sono sempre e ovunque quelli pretesi dalla società governata da essa. La loro sfera si estende a tutte le attività dal normale sfruttamento, dalla povertà, dall’insicurezza, alle vittime della guerra, alle azioni di polizia, agli aiuti militari, ecc., in cui la società è impegnata - e non soltanto alle vittime entro le proprie frontiere. Queste considerazioni non possono mai giustificare che si esigano sacrifici numerosi e numerose vittime per conto di una società migliore del futuro, ma permettono di valutare i costi che implica la perpetuazione di una società esistente contro il rischio di promuovere delle alternative che offrano una possibilità ragionevole di pacificazione e liberazione. Certamente, non ci si può aspettare che nessun governo allevi la propria sovversione, ma in una democrazia tale diritto è conferito al popolo (cioè alla maggioranza del popolo). Ciò significa che le strade per cui potrebbe svilupparsi una maggioranza sovversiva non devono essere bloccate, e se sono bloccate dalla repressione organizzata e dall’indottrinamento, la loro riapertura può richiedere manifestamente dei mezzi non democratici. Essi includerebbero il ritiro della tolleranza di parola e di riunione ai gruppi e ai movimenti che promuovono politiche aggressive, armamenti, sciovinismo, discriminazione sul terreno della razza e della religione, o che si oppongono all’estensione dei servizi pubblici, della sicurezza sociale, delle cure mediche, ecc. Inoltre, la restaurazione della libertà di pensiero può aver necessità di nuove e rigide restrizioni nell’insegnamento e nelle istituzioni dell’educazione che, coi loro propri metodi e concetti, servono a chiudere la mente entro l’universo stabilito del discorso e del comportamento - in conseguenza di ciò precludendo a priori una valutazione razionale delle alternative. E al grado in cui la libertà di pensiero implica la lotta contro l’inumanità, la restaurazione di tale libertà implicherebbe anche l’intolleranza verso la ricerca scientifica nell’interesse di « deterrenti » mortali, dell’anormale sopportazione umana in condizioni inumane, ecc. Discuterò ora il problema di a chi spetti decidere sulla distinzione tra liberazione e repressione, insegnamenti e metodi umani e inumani; ho già detto che questa distinzione non è argomento di preferenze di valore ma di criteri razionali.


Mentre il rovesciamento della tendenza della politica scolastica potrebbe, in teoria almeno, esser imposto dagli studenti e dagli insegnanti medesimi, ed esser così autoimposto, il ritiro sistematico della tolleranza nei confronti delle opinioni e dei movimenti regressivi e repressivi potrebbe soltanto esser considerato come il risultato di una pressione su larga scala che risulterebbe un sollevamento. In altre parole, presupporrebbe ciò che ancora dev’essere compiuto: il rovesciamento della tendenza. Comunque, la resistenza in occasioni particolari, il boicottaggio, la nonpartecipazione a livello locale e del piccolo gruppo possono forse preparare il terreno. Il carattere sovversivo della restaurazione della libertà appare assai chiaramente in quella dimensione della società dove la falsa tolleranza e la libera impresa fanno forse il danno più serio e durevole, cioè, negli affari e nella pubblicità. Contro l’insistenza enfatica del portavoce delle ragioni del lavoro, sostengo che il guasto pianificato, la collusione tra il comando dei sindacati e gli imprenditori, la pubblicità deformata non sono semplicemente imposte dall’alto alla gran massa impotente, ma sono tollerate da essa - e dal consumatore al dettaglio. Comunque, sarebbe ridicolo parlare di un possibile ritiro della tolleranza nei confronti di queste pratiche e delle ideologie promosse da esse. Perché esse si riferiscono alla base su cui la società affluente repressiva si fonda e riproduce se stessa e le sue difese vitali - la loro rimozione sarebbe quella rivoluzione totale che questa società di fatto avversa.


Discutere della tolleranza in tale società significa riesaminare le conseguenze della violenza e la distinzione tradizionale tra azione violenta e azione non-violenta. La discussione non dovrebbe, fin dall’inizio, esser oscurata da ideologie che servono a perpetuare la violenza. Anche nei centri avanzati di civiltà, la violenza prevale attualmente: è praticata dalla polizia, nelle prigioni e negli istituti per malati di mente, nella lotta contro le minoranze razziali; è portata, dai difensori della libertà metropolitana, fino nei paesi arretrati. Questa violenza in realtà genera violenza. Ma trattenersi dalla violenza di fronte alla violenza immensamente superiore è una cosa, rinunciare a priori a rispondere colla violenza alla violenza, nel campo etico o in quello psicologico (perché può agire contro i simpatizzanti) è un’altra. La non-violenza normalmente non viene soltanto predicata ai deboli ma pretesa da essi - è una necessità piuttosto che una virtù, e normalmente non danneggia seriamente la condizione dei forti. (Il caso dell’India è una eccezione? Là, la resistenza passiva fu portata a buon fine su scala di massa, e spaccò o minacciò di spaccare la vita economica del paese. La quantità si trasforma in qualità: su tale scala, la resistenza passiva non è più passiva - cessa di essere non-violenta. Lo stesso vale per lo sciopero generale). La distinzione di Robespierre tra il terrore della libertà e il terrore del dispotismo, e la sua glorificazione morale del primo appartiene alle aberrazioni più convincentemente condannate, anche se il terrore bianco fu assai più sanguinoso del terrore rosso. La valutazione comparativa in termini del numero delle vittime è l’approccio quantificante che rivela l’orrore prodotto dall’uomo durante tutta la storia che fece della violenza una necessità. In termini di funzione storica, c’è una differenza tra violenza rivoluzionaria e violenza reazionaria, tra violenza messa in pratica dagli oppressi e violenza messa in pratica dagli oppressori. In termini di etica, ambedue le forme di violenza sono inumane e dannose - ma da quando in qua la storia è fatta in accordo alle norme etiche? Cominciare ad applicarle là dove i ribelli oppressi lottano contro gli oppressori, quelli che non hanno niente contro i possidenti è servire la causa della violenza reale indebolendo la protesta contro di essa.


Capite finalmente questo: se la violenza è cominciata stasera, se lo sfruttamento o l’oppressione non sono mai esistiti in terra, forse la nonviolenza ostentata può placare il dissidio. Ma se il regime per intero e fin i vostri nonviolenti pensieri sono condizionati da un’oppressione millenaria, la passività vostra non serve che a schierarvi dal lato degli oppressori (J.-P. Sartre, Prefazione a Frantz Fanon, I dannati della terra, ed. it., Einaudi, Torino 1962, p. 20).


La vera nozione di falsa tolleranza, e la distinzione tra limitazioni giuste e sbagliate alla tolleranza, tra indottrinamento progressivo e regressivo, violenza rivoluzionaria e reazionaria richiedono la determinazione dei suoi criteri di validità. Queste regole devono esser precedenti a qualsiasi criterio costituzionale e legale che sia istituito e applicato in una società esistente (come ad esempio il «pericolo chiaro ed attuale » e altre definizioni stabilite dei diritti e delle libertà civili), perché queste stesse definizioni presuppongono degli standard di libertà e di repressione come applicabili o non applicabili nella società rispettiva: sono specificazioni dei concetti più generali. Da chi e secondo quali standard, può esser fatta la distinzione tra vero e falso, progressivo e regressivo (perché in questa sfera, queste coppie sono equivalenti) e può esser giustificata la loro validità? Al principio, propongo che alla domanda non si risponda nei termini dell’alternativa tra democrazia e dittatura, secondo cui, nella seconda, un individuo o un gruppo senza alcun controllo esterno, si arroga la facoltà di decidere. Storicamente, anche nelle democrazie più democratiche, le decisioni concernenti la società come un tutto sono state prese, costituzionalmente o di fatto, da uno o da più gruppi senza il controllo effettivo da parte del popolo stesso. La domanda ironica: chi educa gli educatori (cioè i leader politici) si applica anche alla democrazia. La sola autentica alternativa e negazione della dittatura (con riferimento a questa domanda) sarebbe una società in cui « il popolo » [the people] è diventato un insieme di individui autonomi, liberi dalle necessità repressive di una lotta per la vita negli interessi del dominio, e come tali gli esseri umani scegliessero il loro governo e determinassero la loro vita. Una società siffatta non esiste ancora in alcun posto. Nel frattempo, la questione dev’essere trattata in abstracto — astraendo non dalle possibilità storiche ma dalla realtà delle società prevalenti.


Ho detto che la distinzione tra la tolleranza vera e la falsa, tra progresso e regressione possono esser fatte razionalmente sul suolo empirico. Le reali possibilità della libertà umana sono in rapporto col livello di civiltà raggiunto. Dipendono dalle risorse materiali e intellettuali valide allo stadio rispettivo e sono quantificabili e calcolabili ad un alto grado. Lo sono, nello stadio della società industriale avanzata, i modi più razionali di usare queste risorse e di distribuire il prodotto sociale dando la priorità alla soddisfazione delle necessità vitali e con un minimo di fatica e di ingiustizia. In altre parole, è possibile definire la direzione verso cui le istituzioni prevalenti, le politiche, le opinioni dovrebbero esser cambiate al fine di migliorare la probabilità di una pace che non sia identica alla guerra fredda e alla piccola guerra calda, e di una soddisfazione dei bisogni che non si nutra della povertà, dell’oppressione, e dello sfruttamento. Di conseguenza, è anche possibile identificare quelle politiche, opinioni, movimenti che promuoverebbero questo cambio, e quelle che farebbero il contrario. La soppressione del regresso è un preliminare per il rafforzamento del progresso.


L’interrogativo, chi è qualificato per fare tutte queste distinzioni, definizioni, identificazioni per la società come un tutto, ha ora una risposta logica, cioè, ognuno « nella maturità delle sue facoltà » in quanto essere umano, chiunque abbia imparato a pensare razionalmente ed autonomamente. La risposta alla educazione dittatoriale di Platone è l’educazione dittatorialmente democratica di uomini liberi. La concezione della res publica di John Stuart Mill non è opposta a quella di Platone: anche il liberale richiede l’autorità della Ragione non soltanto come un potere intellettuale ma anche come un potere politico. In Platone, la razionalità è limitata al piccolo numero di refilosofi; in Mill, ogni essere umano razionale partecipa alla discussione e alla decisione - ma soltanto come un essere razionale. Dove la società è entrata nella fase di amministrazione e indottrinamento totali, questo sarebbe davvero un piccolo numero, e non necessariamente quello delle rappresentanze elette del popolo. Il problema non è quello di una dittatura nell’educazione, ma quello di spezzare la tirannia dell’opinione pubblica e dei suoi formatori nella società chiusa.


Comunque, garantita la razionalità empirica della distinzione tra progresso e regressione, e garantito che essa può giustificare una tolleranza fortemente discriminatoria sul terreno politico (l’eliminazione del credo liberale di una libera ed eguale discussione), un’altra impossibile conseguenza ne deriverebbe. Ho detto che, in virtù della sua logica interna, il ritiro della tolleranza verso i movimenti regressivi e la tolleranza discriminatoria in favore delle tendenze progressive equivarrebbero alla promozione « ufficiale » della sovversione. Il calcolo storico del progresso (che è attualmente il calcolo delle prospettive di ridurre la crudeltà, la miseria, la repressione) sembra implicare la scelta calcolata fra due forme di violenza politica: quella dalla parte dei poteri legalmente costituiti (dalla loro azione legittimata o dal loro tacito consenso o dalla loro impotenza a prevenire la violenza), e quella dalla parte dei movimenti potenzialmente sovversivi. Inoltre, nei confronti della seconda, una politica di trattamento diseguale proteggerebbe il radicalismo della sinistra contro quello della destra. Può il calcolo storico venir esteso ragionevolmente alla giustificazione di una forma di violenza contro un’altra? O meglio (giacché «giustificazione» porta con sé una connotazione morale), c’è un’evidenza storica del fatto che l’origine sociale e l’impeto di violenza (delle classi dominate o di quelle dominanti, dei possidenti o di quelli che non hanno niente, della sinistra o della destra) stanno in una relazione dimostrabile col progresso (come sopra definito)?


Con tutti i requisiti di un’ipotesi basata su di un passato storico «aperto», sembra che la violenza che emana dalla ribellione delle classi oppresse abbia rotto il continuum storico dell’ingiustizia, della crudeltà, e del silenzio per un breve momento, breve ma sufficientemente esplosivo da conseguire un aumento nel perseguimento della libertà e giustizia, e una migliore e più equa distribuzione della miseria e dell’oppressione in un nuovo sistema sociale - in una parola: il progresso nella civiltà. Le guerre civili inglesi, la Rivoluzione francese, le Rivoluzioni cinese e cubana possono illustrare l’ipotesi. Per contro, il solo mutamento storico da un sistema sociale ad un altro, che segna l’inizio di un nuovo periodo della civiltà, che non fu acceso e condotto da un effettivo movimento « dal basso », cioè, la caduta dell’Impero romano d’Occidente, causò un lungo periodo di regressione di molti secoli, fino ad un nuovo, più alto periodo di civiltà che nacque dolorosamente nella violenza delle rivolte degli eretici del tredicesimo secolo e nelle rivolte di contadini e lavoratori del quattordicesimo secolo 2.


Riguardo alla violenza storica emanante dalle classi dominanti, sembra che non si possa ottenere una tale relazione col progresso. La lunga serie di guerre dinastiche e imperialistiche, la liquidazione di Spartaco in Germania nel 1919, il fascismo e il nazismo non spezzarono ma piuttosto tesero e diedero forma aerodinamica al continuum della repressione. Ho detto emanante « dalle classi dominanti» [from among ruling classes]: a dire il vero non esiste alcuna violenza organizzata dall’alto che non mobiliti e non attivi l’appoggio della massa dal basso; il problema decisivo è, da parte e nell’interesse di quali gruppi e istituzioni una tale violenza viene prodotta? E la risposta non è necessariamente ex post: negli esempi storici or ora menzionati, si poteva prevedere e si prevedette infatti se il movimento avrebbe servito il ricostituirsi del vecchio ordinamento o l’emergere del nuovo.


La tolleranza liberatrice, allora, significherebbe l’intolleranza contro i movimenti di destra e la tolleranza dei movimenti di sinistra. Cosi per le prospettive di questa tolleranza e di questa intolleranza:... si estenderebbe allo stadio dell’azione come a quello della discussione e della propaganda, dei fatti come delle parole. Il criterio tradizionale di pericolo chiaro e attuale non sembra più adeguato ad uno stadio in cui l’intera società si trova nella situazione del pubblico d’un teatro quando qualcuno grida « al fuoco ». È una situazione in cui la catastrofe totale potrebbe scoppiare in ogni istante, non soltanto per un errore tecnico, ma anche per un razionale calcolo sbagliato dei rischi, o per un discorso avventato di uno dei leaders. In circostanze passate e differenti, i discorsi dei leaders fascisti e nazisti furono il prologo immediato del massacro. La distanza tra la propaganda e l’azione, tra l’organizzazione e i suoi effetti sulla gente si è fatta troppo corta. Ma la diffusione della parola avrebbe potuto esser arrestata prima che fosse troppo tardi: se la tolleranza democratica fosse stata ritirata quando i futuri capi cominciarono la loro campagna, l’umanità avrebbe avuto la possibilità di evitare Auschwitz e una guerra mondiale.


Tutta l’età postfascista è un’età di chiaro e presente pericolo. Di conseguenza, la vera pacificazione richiede il ritiro della tolleranza prima dei fatti, allo stadio della comunicazione verbale, di quella tramite la stampa e il cinema. Una tale interruzione del diritto di libertà di parola e di riunione è in realtà giustificata soltanto se l’intera società è in estremo pericolo. Sostengo che la nostra società si trova in una situazione d’emergenza siffatta e che tale situazione è divenuta il normale andamento delle cose. Opinioni e « filosofie » differenti non possono più a lungo competere pacificamente nel procurarsi adesioni e nel persuadere con strumenti razionali: il « mercato delle idee » è organizzato e delimitato da coloro che determinano gli interessi nazionali e quelli individuali. In questa società, per la quale gli ideologi hanno proclamato la « fine dell’ideologia », la falsa coscienza è diventata la coscienza generale - dal governo sino ai suoi ultimi oggetti. Le minoranze piccole ed impotenti che lottano contro la falsa coscienza e i suoi beneficiari devono essere aiutate: il continuamento della loro esistenza è più importante della conservazione dei diritti e delle libertà abusate che garantiscono poteri costituzionali a quelli che opprimono queste minoranze. Dovrebbe esser evidente fin d’ora che l’esercizio dei diritti civili da parte di coloro che ne sono privi presuppone il ritiro dei diritti civili a quelli che impediscono loro di esercitarli, e che la liberazione dei dannati della terra presuppone la repressione non soltanto dei vecchi ma anche dei loro nuovi padroni.


Il ritiro della tolleranza verso i movimenti regressivi prima che possano divenire attivi; l’intolleranza anche verso il pensiero, le opinioni, e la parola e in ultimo, l’intolleranza nella direzione opposta, cioè, verso i conservatoti autodesignatisi, la destra politica - queste idee antidemocratiche corrispondono allo sviluppo attuale della società democratica che ha distrutto le basi per la tolleranza universale. Le condizioni nelle quali la tolleranza può nuovamente diventare una forza liberatrice e umanizzante devono ancora esser create. Quando la tolleranza serve principalmente a proteggere e a conservare una società repressiva, quando serve a neutralizzare l’opposizione ed a render gli uomini immuni contro forme di vita diverse e migliori, allora la tolleranza è stata corrotta. E quando questa corruzione inizia nella mente dell’individuo, nella sua coscienza, nei suoi bisogni, quando interessi eteronomi lo occupano prima che possa sperimentare la sua schiavitù, allora gli sforzi per contrastare la suadisumanizzazione devono aver inizio al posto d’entrata, là dove la falsa coscienza prende forma (o piuttosto: viene formata sistematicamente) - deve cominciare col fermare le parole e le immagini che nutrono questa coscienza. A dire il vero, questa è la censura, anzi la censura preventiva, ma diretta apertamente contro la censura più o meno nascosta che permea i mezzi liberi. Ove la falsa coscienza abbia prevalso nel comportamento nazionale e popolare, essa si trasferisce quasi immediatamente nella pratica: la distanza di sicurezza tra ideologia e realtà, pensiero repressivo e azione repressiva, tra la parola della distruzione e i fatti della distruzione si è pericolosamente accorciata. Così lo spezzare completamente la falsa coscienza può fornire il punto d’appoggio archimedeo per una più larga emancipazione, in un punto infinitamente piccolo, a dire il vero, ma è dall’allargamento di simili piccoli punti che dipende la possibilità del mutamento.


Le forze dell’emancipazione non si possono identificare con nessuna classe sociale che, in virtù delle sue condizioni materiali, sia libera dalla falsa coscienza. Oggi, esse sono senza speranza disperse qua e là nella società, e le minoranze in lotta e i gruppi isolati spesso sono in contrasto coi loro stessi capi. Nella società in generale, lo spazio mentale per il rifiuto e per la riflessione deve esser ri-creato. Respinto dalla concretezza della società amministrata, lo sforzo di emancipazione diventa « astratto»; esso si è ridotto a facilitare il riconoscimento di ciò che va accadendo, a liberare il linguaggio della tirannia della sintassi e della logica orwelliana. a sviluppare i concetti che comprendono la realtà. Più che mai appare vera la proposizione che il progresso nella libertà esige il progresso nella coscienza della libertà. Dove la mente è stata resa un soggetto-oggetto dei politicanti e delle politiche, l’autonomia intellettuale, il regno del pensiero « puro » è divenuto una materia di educazione politica (o piuttosto: controeducazione).


Ciò significa che gli aspetti formali dell’apprendimento e dell’insegnamento precedentemente neutrali, privi di valore, ora diventano, sul loro proprio terreno e nel loro proprio diritto, politici: imparare a conoscere i fatti, la verità per intero, e a comprendere, in ciò consiste la critica completamente radicale, la sovversione intellettuale. In un mondo in cui le capacità e i bisogni umani sono arrestati o corrotti, il pensiero autonomo piomba in un «mondo corrotto»: la contraddizione e l’immagine contraria del mondo stabilito della repressione. E questa contraddizione non è semplicemente stipulata, non è il semplice prodotto di un pensare confuso o d’una fantasia, ma lo sviluppo logico del mondo dato, del mondo esistente. Secondo il grado in cui questo sviluppo è attualmente impedito dal peso a piombo di una società repressiva e secondo la necessità di viverci, la repressione invade la stessa impresa accademica, anche prima di tutte le restrizioni alla libertà accademica. Lo svuotamento a priori della mente vizia l’imparzialità e l’obiettività: salvo che lo studente non impari a pensare nella direzione opposta, egli sarà incline a porre i fatti nella struttura predominante dei valori. La cultura, cioè l’acquisizione e la comunicazione della conoscenza, impedisce la purificazione e l’isolamento dei fatti dal contesto dell’intera verità. Una parte essenziale di quest’ultima è il riconoscere il grado spaventoso al quale la storia fu fatta e scritta dai e per i vincitori, cioè il grado al quale la storia è stata lo sviluppo dell’oppressione. E quest’oppressione è nei fatti stessi che stabilisce; allora essi stessi recano un valore negativo come parte ed aspetto della loro effettività. Trattare le grandi crociate contro l’umanità (come quella contro gli albigesi) colla stessa imparzialità delle lotte disperate per l’umanità significa annullare la loro diversa funzione storica, riconciliando i boia con le loro vittime, distorcendo il passato. Tale falsa neutralità serve a riprodurre l’accettazione del dominio dei vincitori nella coscienza dell’uomo. Qui, anche, nell’educazione di quelli che non sono ancora perfettamente integrati, nella mente della gioventù, il terreno per la tolleranza liberatrice deve ancora essere creato.


L’educazione offre ancora un altro esempio di tolleranza falsa, astratta sotto l’apparenza di concretezza e di verità: esso è riassunto nel concetto dell’autorealizzazione. Dalla permissibilità di ogni sorta di eccessi al bambino, al costante interesse psicologico per i problemi personali dello studente, è in cammino un movimento su larga scala contro i danni della repressione e la necessità di essere se stessi. Frequentemente ignorata è la questione di cosa debba esser represso prima che uno possa diventare un individuo [self], un se stesso [oneself]. L’individuo potenzialmente è dapprima un qualcosa di negativo, una porzione delle potenzialità della sua società: di aggressione, senso di colpa, ignoranza, risentimento, crudeltà che viziano i suoi istinti vitali. Se l’identità del self dev’essere qualcosa di più dell’immediata realizzazione di queste potenzialità (non desiderabili per l’individuo in quanto essere umano), allora richiede la repressione e la sublimazione, la trasformazione cosciente. Questo processo implica ad ogni stadio (per usare i termini messi in ridicolo che qui rivelano la loro concisa concretezza) la negazione della negazione, la mediazione dell’immediato, se l’identità è né più né meno questo processo. La « alienazione » è l’elemento costante ed essenziale dell’identità, il dato oggettivo del soggetto, e non, come oggi si vuol far apparire, una malattia, una condizione psicologica. Freud conosceva bene la differenza tra repressione progressiva e regressiva, repressione liberatrice e distruttiva. La pubblicità dell’autorealizzazione promuove la rimozione dell’una e dell’altra, promuove l’esistenza in questa immediatezza che, in una società repressiva, è (per usare un altro termine hegeliano) cattiva immediatezza (schlechte Unmittelbarkeit). Essa isola l’individuo dall’unica dimensione in cui potrebbe « trovare se stesso »: dalla sua esistenza politica, che sta nel cuore di tutta la sua esistenza. Invece essa incoraggia il nonconformismo e il lasciar fare in modi che lasciano interamente intatti i motori reali della repressione nella società, che anzi rafforzano questi motori sostituendo le soddisfazioni della ribellione privata e personale per un’opposizione più che privata e personale e perciò più autentica. La desublimazione implicata in questo tipo di autorealizzazione è essa stessa repressiva in quanto indebolisce la necessità e il potere dell’intelletto, la forza catalizzatrice di quella coscienza infelice che non trova piacere nella liberazione personale dalla frustrazione - la risurrezione senza speranze dell’Io che presto o tardi soccomberà alla razionalità onnipresente del mondo amministrato - ma che riconosce l’orrore del tutto fin nella più privata frustrazione e realizza se stessa in questo riconoscere.


Ho cercato di mostrare come i mutamenti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico, hanno anche alterato la funzione liberale della tolleranza. La tolleranza che fu la grande meta dell’era liberale viene ancora professata e (con dure restrizioni) praticata, mentre il processo economico e politico è soggetto ad un’amministrazione onnipresente e effettiva in accordo con gli interessi predominanti. Il risultato è una contraddizione oggettiva tra la struttura economica e quella politica da un lato, e tra la teoria e la pratica dall’altro. La struttura sociale alterata tende a indebolire l’effettività della tolleranza verso i movimenti dissenzienti e all’opposizione e a rafforzare le forze conservatrici e reazionarie. L’eguaglianza della tolleranza diventa astratta, falsa. Coll’attuale declino delle forze dissenzienti nella società, l’opposizione è isolata in piccoli gruppi di frequente in antagonismo i quali, anche dove siano tollerati entro gli stretti limiti fissati dalla struttura gerarchica della società, sono impotenti sinché rimangono entro questi limiti. Ma la tolleranza mostrata nei loro confronti è ingannevole e promuove la coordinazione. E sulle solide fondamenta di una società coordinata tutt’altro che chiusa contro il cambio qualitativo, la tolleranza stessa serve per contenere un tale cambio piuttosto che per promuoverlo.


Queste stesse condizioni rendono astratta ed accademica la critica di una tolleranza siffatta, e l’asserzione che la bilancia tra la tolleranza verso la destra e quella verso la sinistra dovrebbe essere radicalmente raddrizzata ai fini di restaurare la funzione liberatrice della tolleranza diventa soltanto una speculazione irrealistica. In realtà, un tale raddrizzamento sembra essere equivalente allo stabilire un « diritto della resistenza » per il punto di sovversione. Non c’è, non può esserci alcun diritto simile per nessun gruppo od individuo che sia contro il governo costituzionale sostenuto dalla maggioranza della popolazione. Ma credo che ci sia un «diritto naturale» della resistenza per le minoranze oppresse e dominate di usare mezzi extralegali se quelli legali hanno mostrato d’essere inadeguati. La legge e l’ordine sono sempre e dovunque la legge e l’ordine che proteggono la gerarchia stabilita; è insensato invocare l’autorità assoluta di questa legge e di quest’ordine contro quelli che soffrono a causa sua e lottano contro di esso, non per ottenere vantaggi personali e per desiderio di vendetta, ma per la loro parte di umanità. Non c’è altro giudice sopra di essi all’infuori delle autorità costituite, della polizia, e della loro propria coscienza. Se usano violenza, non dànno inizio ad una catena di violenze ma cercano di spezzare quella stabilita. Da quando verranno puniti conosceranno il rischio, e quando lo corrono volontariamente, nessuna terza persona, e ultimi di tutti l’educatore e l’intellettuale, ha il diritto di predicar loro che se ne astengano.


 


 


1 Desidero ribadire, al fine della discussione che segue, che de facto la tolleranza non è indiscriminata e «pura» neppure nella società più democratica. Le «limitazioni dell’ambiente» rilevate a p. 82 circoscrivono la tolleranza prima che incominci ad agire. La struttura antagonistica della società fissa le regole del gioco. Coloro che si oppongono al sistema costituito sono a priori in svantaggio, svantaggio che non viene annullato dal fatto che si tollerino le loro idee, discorsi e giornali.


2 Nei tempi moderni, il fascismo è stata la conseguenza del passaggio alla società industriale senza una rivoluzione. Cfr. il libro in preparazione di BARRINGTON MOORE jr, Social Origins of Dictatorship and Democracy.