ODISSEO TRA QUIETE E DESTINO: PAVESE E DANTE A CONFRONTO
di P.B.
Rileggiamo il dialogo tra Odisseo e Calipso in “L’isola” da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (edizione originale 1947),
Calipso — Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
Odisseo — Una vita immortale.
Calipso — Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce piú un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
Odisseo — Io credevo immortale chi non teme la morte.
Calipso — Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto. Perché i discorsi che da solo vai facendo tra gli scogli?
Odisseo — Se domani io partissi tu saresti infelice?
Calipso — Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
Odisseo — Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?
Calipso — Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto perché anche noi cerchiamo il sonno? Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora? perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni? E chi son io, chi è Calipso?
Il passaggio: "...Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre...."
Esiste una tensione profonda nel dialogo di Pavese: Odisseo non vuole fermarsi.
Calipso gli offre l’immortalità, la pace, l’accettazione dell’istante e dell’orizzonte chiuso dell’isola. Ma Odisseo è irrequieto, portatore di un destino di ricerca e di ritorno. Lui deve andare, anche se sa che il ritorno sarà amaro, che nulla sarà più come prima.
Pavese fa dire a Calipso, con grande lucidità:
«Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola. E non sfuggi al rimpianto.»
E Odisseo, in fondo, sa che il suo destino è proprio quello: non accettare l’orizzonte, continuare a cercare, anche a costo di soffrire.
È uno dei dialoghi più belli di Pavese proprio perché contrappone due modi di stare al mondo:
Calipso → l’accettazione, il riposo, l’istante eterno (quasi una forma di morte serena).
Odisseo → la smania, il viaggio, il ricordo, il desiderio di casa (la vita mortale, inquieta ma piena).
Ecco i passi di Dante
Ulisse racconta il suo ultimo viaggio:
«[...] né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de’ vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.»
Poi, arrivato alle Colonne d’Ercole (il limite estremo oltre il quale l’uomo non deve andare), Ulisse sprona i compagni a non fermarsi:
«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.»
E conclude con il viaggio oltre l’orizzonte:
«Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
[...]
Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.»
Dante Alighieri, vede Ulisse raccontare come, attraverso la sua orazione, abbia reso i compagni impazienti di affrontare il "folle volo" verso l'ignoto, descrivendo l'ardore dei marinai con il termine "aguti". Dopo aver pronunciato la famosa orazione, il viaggio ha inizio, culminando nel naufragio. Il naufragio non è un semplice incidente marittimo, ma una punizione divina. Ulisse ha superato i limiti della conoscenza umana stabiliti da Dio (le Colonne d'Ercole) affidandosi solo alla ragione umana, senza la guida della fede. Per questo, il suo viaggio viene definito un "folle volo".
Due storie a confronto
In Pavese → Calipso offre la pace dell’isola, l’accettazione dell’istante e dell’orizzonte limitato. Odisseo rifiuta perché ha «smania» e «ricordi».
In Dante → Ulisse rifiuta la dolcezza della casa (Penelope, Telemaco, il padre) e spinge i compagni oltre i limiti consentiti dall’uomo («folle volo») per inseguire conoscenza e virtù.
Entrambi i testi mostrano un Odisseo che non sa fermarsi, che sceglie il viaggio (e il rischio) rispetto alla quiete.
Pavese (1947) legge Odisseo in chiave esistenziale e moderna: l’uomo contemporaneo è condannato alla ricerca inquieta, al “non poter fermarsi”. L’isola di Calipso diventa simbolo di una tentazione di rassegnazione o morte serena. Odisseo incarna la fedeltà al proprio destino doloroso ma autentico.
Dante (1300-1310 circa) legge Ulisse in chiave epica e morale: l’eroe è grande nella sua audacia intellettuale, ma colpevole di hybris (superbia) perché ha superato i limiti posti da Dio. Il «folle volo» è tragico e punito
In entrambi gli autori Odisseo è l’uomo che non sa accettare l’orizzonte che gli viene offerto.
Pavese lo rende più intimo e psicologico («posare la testa e tacere»); Dante lo rende eroico e dannato («de’ remi facemmo ali al folle volo»).
