domenica 15 ottobre 2023

ISRAELE IN UNA TRAPPOLA DI TUCIDIDE @HSkelsen



ISRAELE IN UNA TRAPPOLA DI TUCIDIDE 

@HSkelsen 

[...] E se l'obiettivo fosse proprio quello di trascinare Israele in una situazione tale da rendere intollerabile il livello della sua risposta?[...]

Si sottostima la gravità della situazione. Le guerre, come noto, talvolta iniziano in modo prevedibile ma sfuggono al controllo nel loro epilogo. Israele non ha ancora dispiegato tutta la sua potenza, non è ancora giunto al cuore delle rappresaglie. Quando ciò accadrà, a seconda dell'evolversi delle operazioni militari, le perdite tra i palestinesi di Gaza potrebbero essere innumerevoli. Con il 40% della popolazione molto giovane, i bambini potrebbero costituire una parte estremamente significativa di tali perdite.

Cosa potrebbe accadere allora? Come reagirà il mondo arabo e islamico? Quanto a lungo rimarranno impresse nella memoria delle persone le terribili immagini dei kibbutz e dei bambini carbonizzati?

Con un'operazione così ben preparata ed efficace, verrebbe da pensare che Hamas abbia considerato le possibili reazioni israeliane e che questa sia una trappola, una sorta di inganno alla Tucidide.

Un'operazione così ben preparata verosimilmente ha avuto il sostegno materiale dell'Iran, di Hezbollah e possibilmente anche di Russia e Siria. E se l'obiettivo fosse proprio quello di trascinare Israele in una situazione tale da rendere intollerabile il livello della sua risposta? Se non intollerabile - gente abituata a usare i civili come scudi umani non ha questa sensibilità - quantomeno abbastanza eclatante da "giustificare" un intervento di altri attori?

E se questa fosse solo la punta dell'iceberg? E se lo scopo di questa operazione, preparata sicuramente a lungo, fosse annientare Israele? Se così fosse e Israele non agisse con cautela, le conseguenze potrebbero essere potenzialmente disastrose. Se si venisse a configurare uno scenario simile, l'Occidente, di certo, non resterebbe a guardare, per la gioia di Putin oltretutto.

Israele deve agire con molta cautela e ho l'impressione che ci sia un grandissimo fermento diplomatico affinché ciò avvenga, e che gli americani abbiano ben chiaro il rischio concreto di uno scontro con l'Iran. È singolare che nonostante un membro di Hamas esiliato in Libano abbia raccontato in modo particolareggiato l'operazione a RT, ammettendo di aver ricevuto armi da Teheran, gli americani sostengano che non ci siano ancora prove di un coinvolgimento diretto del regime teocratico.

Israele deve agire con l'intelligenza che lo contraddistingue. Deve farlo per evitare di cadere in un tranello, ma anche per evitare di inficiare ulteriormente il supporto delle opinioni pubbliche, che già non è unanime. Infatti, Israele è già oggetto di molte critiche per l'assedio a Gaza, per l’imposizione dell’evacuazione e per i civili colpiti dai bombardamenti. Ben presto, le immagini di donne e bambini palestinesi uccisi sostituiranno completamente quelle del massacro degli israeliani il 7 ottobre nella mente delle persone. E, se serve un esempio recente, l'Ucraina ha insegnato quanto sia importante la percezione di un'azione come giusta nelle opinioni pubbliche.

Le perdite tra i civili nella ritorsione israeliana rappresentano un motivo di concitazione per le popolazioni del mondo arabo, islamico, dall'Egitto alla Malesia, ma anche tra quelle occidentali. Numerose sono state le manifestazioni, o i tentativi di protestare, anche in Europa e negli USA.

Questo è anche un aspetto che apre a scenari altrettanto pericolosi perfino oltre ai confini di Israele. L'assedio ai civili, assieme alle immagini che arrivano da Gaza abbinate all'incitamento di Hamas e Jihad Islamica, potrebbe produrre una nuova ondata di radicalizzazione e di attacchi terroristici, anche di lupi solitari, singoli emulatori, anche in Occidente.

Un primo assaggio, di questa che è una possibilità evidentemente concreta, ci è stato offerto con l'attentato in Francia. Inoltre, una postura dell'Occidente non abbastanza critica sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele servirà ad esacerbare gli animi.

Un aspetto che sembra non suscitare altrettanta indignazione nelle opinioni pubbliche occidentali però, al di fuori delle cancellerie e dei gabinetti di governo, è la questione degli ostaggi provenienti da più paesi. L'attacco terroristico indiscriminato di Hamas non ha colpito solo i civili israeliani, ma anche europei ed americani.

Dunque, in mezzo a numerose critiche in patria (ma non solo) al governo Netanyahu, Israele deve affrontare una sfida complessa. Unico obiettivo chiaro e condivisibile sembra essere la distruzione di Hamas. Molto meno chiara, a mio avviso, è la roadmap.

I capi di Hamas non si trovano a Gaza. Sono in Qatar, in Libano, in Siria. Con un'invasione della Striscia, Israele può colpire i militanti e, come "danno collaterale", i civili. Non si eradicano Hamas invadendo Gaza. Anzi, il rischio è che l'azione di Israele radicalizzi un numero di persone che servirà da bacino di reclutamento per quei capi in esilio oltreconfine. Già, perché l'obiettivo di Hamas non è proteggere i civili, ma far sì che ci sia il maggior numero di vittime tra essi per poter colpevolizzare Israele.

Senza addentrarci in un'analisi storica, che non è l'oggetto di questa riflessione, né nelle eventuali colpe, bisogna tenere presente che cos'è Hamas. Non è Fatah, non è l'ANP, laica, di sinistra socialista. È un'organizzazione terroristica di estrema destra che non mira alla creazione di due stati e due popoli, bensì ha nel suo statuto la distruzione dello Stato ebraico e la creazione di un regime teocratico sul modello iraniano. Non è un'organizzazione democratica che, governando, garantisce le libertà civili, i diritti delle donne e dei fanciulli. Li tiene ostaggi, anche loro, e li usa come scudi umani, utilizzando i finanziamenti destinati agli aiuti militari per l'acquisto di armi.

Questo è un aspetto, tornando alla questione delle proteste, che sembra ignorato da chi manifesta in questi giorni. L'attacco a Israele non è una lotta per la liberazione della Palestina, ma parte di un piano per distruggere Israele e sottomettere ulteriormente i palestinesi. Un popolo che non sappiamo se e quanto appoggi Hamas, poiché questa organizzazione non permette nemmeno che si esprimano in tal senso da quasi 20 anni. Un popolo che sta fuggendo in mezzo milione, cercando disperatamente di dirigersi verso il sud della Striscia. Un esodo che sicuramente degenererà in catastrofe umanitaria per la gioia di Hamas.

Civili la cui evacuazione viene ostacolata dal mondo arabo. Viene ostacolata, ma non aiutata fattivamente, come nel caso dell'Egitto, ad esempio. Anche Al Sisi, che non vuole avere nulla a che fare con i Fratelli Musulmani, pone davanti le questioni politiche interne rispetto all'incolumità dei palestinesi.

È difficile dire a qualcuno che ha subito un attacco del genere cosa dovrebbe fare. Penso, però, che provarci sia un dovere di chi ha a cuore Israele, i civili, il diritto internazionale. Il primo passo deve essere compiuto dall'interno, con un rimpasto di governo che escluda gli estremisti di destra e che includa l'ingresso di Lapid. È un paese che necessita di pacificazione a partire dalla sua società profondamente spaccata. Il secondo è ponderare ulteriormente sulle operazioni da compiere, rafforzando il controllo su tutto il confine con la Striscia e compiendo solo i bombardamenti necessari sulle postazioni che rappresentano un reale pericolo, ad esempio. Il terzo è rubare il piano ad Hamas e fare leva sulle atrocità commesse contro i civili israeliani e stranieri sui tavoli internazionali. Pretendere e ottenere lo strangolamento finanziario dell'organizzazione terroristica e dei suoi leader. Infine, decapitare l'organizzazione.

Laddove non si riesce ad arrivare con la diplomazia, ci può arrivare il Mossad. L'azione di Putin contro Prighozin può insegnare molto in questo caso. Una risposta ritardata ma plateale non sarebbe un segnale di debolezza, bensì di astuzia, e servirebbe ugualmente da deterrente.

In conclusione, per evitare che Hamas raggiunga il suo obiettivo e che la risposta si ritorca contro Israele come un boomerang, lo Stato ebraico deve agire con una certa magnanimità, salvaguardando i civili e differenziandosi da Hamas. E, una volta che tutto ciò sarà finito e la questione Hamas sarà risolta, anche Netanyahu dovrà capire che l'unico interlocutore possibile è l'ANP (depurata da tutta la corruzione che la infesta) e che l'unica soluzione che potrà portare a una pace duratura e definitiva è la nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele.

Se Israele dimostrerà la forza di una democrazia vibrante e piena di intelligenza, quale è, forse riuscirà a recuperare anche quegli accordi con l'Arabia Saudita che stanno già saltando. Solo con il sangue freddo Israele riuscirà a distruggere Hamas e i suoi piani definitivamente.