martedì 19 novembre 2019


LA SOCIETÀ SIGNORILE DI MASSA
Luca Ricolfi
La società centrata sul lavoro è morta, ma non sappiamo come seppellirla.
Ralf Dahrendorf, 1985

Introduzione 
Se un marziano sbarcasse in Italia e dovesse informarsi ascoltando i notiziari, guardando le inchieste televisive, sfogliando i quotidiani, o leggendo libri di economia e sociologia, il quadro della nostra società che ne trarrebbe sarebbe più o meno di questo tipo: – nell’ultimo ventennio, in Italia, come nel resto del pianeta Terra, le diseguaglianze fra gli umani sono cresciute “in modo esponenziale”; – l’Italia è fondamentalmente un paese povero, in cui una massa di disoccupati cerca invano un lavoro che le permetta di condurre una vita dignitosa; – milioni di persone sono privi dei più elementari diritti, come quello a una casa, alla salute, al cibo; li vediamo nelle città, fare la coda al “banco alimentare”, dove migliaia di volontari si sforzano di lenire le ferite più dolorose di un’umanità sofferente; – 13 milioni di pensionati vivono con un assegno inferiore a 1000 euro al mese; – i giovani sono esclusi dal mercato del lavoro regolare, e ingrossano le file dei disoccupati e sottoccupati; – nei campi gli immigrati vengono impiegati in lavori defatiganti, per pochi euro al giorno e in condizioni di vita disumane; – in edilizia i lavoratori stranieri sono addetti ai compiti più gravosi e pericolosi, con salari bassissimi, spesso in nero. Adesso però proviamo a cambiare le fonti di informazione. Supponete che il nostro marziano, anziché guardare la TV e leggere libri, decidesse di farsi un giretto nella penisola. Con suo grande stupore la vedrebbe piena di gente che non lavora, oppure lavora e trascorre degli splendidi fine settimana in luoghi di villeggiatura. Grandi città con le piazze piene di giovani che “apericenano”, spiagge invase dai bagnanti, luoghi d’arte presi d’assalto dai visitatori, eventi culturali e musicali che registrano il tutto esaurito. Famiglie che hanno due case di proprietà, o un televisore per stanza, o una barca ormeggiata in qualche porto turistico. Ristoranti pieni, cui si può accedere solo mediante prenotazione. Single che dedicano diverse ore la settimana alla cura del proprio corpo in palestre, spa, centrimassaggi. Persone di tutte le età che ricorrono a ogni sorta di esperti o presunti tali per gestire i propri dubbi esistenziali. C’è qualcosa che non torna, penserebbe fra sé e sé il nostro marziano. A chi devo credere? Al racconto martellante e sostanzialmente uniforme di studiosi e mass media, o a quel che ho visto con i miei occhi? Probabilmente a questo punto il marziano, finita la gita, se ne tornerebbe a casa sua archiviando l’enigma Italia come un caso confuso, anche se molto interessante. E lasciamo che il marziano se ne torni serenamente su Marte. Il problema resta a noi. A chi credere? Al racconto o ai nostri occhi? Perché, in fondo, marziani lo siamo un po’ tutti: quando giriamo per le nostre città e piccoli borghi anche noi “vediamo” qualcosa che sembrerebbe contraddire la narrazione ufficiale, quella degli studiosi e dei mass media. Col lasciarci portare dagli occhi finiremmo dunque con la famosa battuta di Berlusconi, di una decina di anni fa, che già allora ai più parve piuttosto superficiale ed estemporanea, e che suonava più o meno così: ci sarà anche la crisi, ma io vedo i ristoranti sempre pieni. Oppure finiremmo con l’aggregarci allo stuolo di amici, colleghi, vicini di casa, sconcertati dalle piazze affollate alle tre di notte, dove centinaia di giovani sostano ai tavolini dei bar o ciondolano davanti ai locali con una birra in mano. Col dar retta alla narrazione dominante, invece, dovremmo convincerci che viviamo nel peggiore dei mondi possibili, dove un numero crescente di famiglie è sotto la soglia di povertà, milioni di individui non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, nessuno trova più lavoro e chi lavora viene pagato quasi niente. Due mondi contrapposti e paralleli? Due modi diversi di interpretare la stessa realtà? O la solita favola del “Re nudo”, per cui il marziano-bambino è l’unico a vedere le cose come stanno, e tutti gli altri ipocritamente fingono? O, ancora e semplicemente, la regola consueta per cui ognuno vede quel che vuole vedere, e la verità è irraggiungibile per definizione? L’occhio, per chi fa un mestiere come il mio, non è certo uno strumento affidabile. E il racconto (o la “narrazione”, come da qualche tempo si preferisce dire), oggi più che mai, è parziale e fazioso. Chi racconta, infatti, sono perlopiù tre categorie di persone: i politici, che per prendere più voti e giustificare la propria esistenza amplificano e generalizzano i problemi che toccano gli strati più svantaggiati della popolazione; gli operatori dei media (giornali, radio, TV) che, rivolgendosi al grande pubblico, tendono a selezionare gli aspetti della realtà che possano riscuotere maggiore audience; gli intellettuali che, più o meno accecati da un’ideologia, enfatizzano i temi che più confermano e surriscaldano quella medesima ideologia. Il risultato è che, in generale, si è innescata una gigantesca macchina retorica intorno a tutto ciò che ha più possibilità di suscitare sentimenti di pietà e indignazione, dipingendo un quadro quasi apocalittico dove imperano povertà, disoccupazione, sottoccupazione, omettendo però di specificare che si sta parlando di una minoranza della popolazione. Mentre l’esperienza diretta finisce inevitabilmente per mostrare quel che succede alla maggioranza, e che è tutt’altro che drammatico. Il bello è che questo dualismo, questa oscillazione fra la denuncia di immani problemi sociali e l’adozione di un’immagine tutto sommato rassicurante della società in cui viviamo, la ritroviamo pari pari all’interno delle scienze sociali. Se guardiamo alle grandi indagini empiriche, quasi sempre il focus è su qualche patologia sociale: la devianza, la disoccupazione, la povertà, il precariato, i conflitti etnici, i profughi, il disagio giovanile, il lavoro nero, la criminalità comune, la mafia, il bullismo, la droga, la violenza sulle donne, un elenco che non avrei difficoltà a continuare per diverse pagine. Se invece guardiamo ai grandi tentativi di cogliere l’essenziale del nostro tempo, ovvero ciò che rende la nostra società diversa da tutte quelle del passato, il quadro è quasi sempre ottimistico: se si eccettua un manipolo di definizioni pessimistiche, neutre o ambivalenti,1 il grosso degli “affreschi” tentati da sociologi, economisti, politologi, psicologi ha un accento essenzialmente ottimistico. C’è chi sottolinea il progresso rispetto al passato, e parla di società postmoderna, postindustriale, postcapitalista. C’è chi sottolinea il benessere conquistato, e parla di società dei consumi, società opulenta (o “affluente”). C’è chi sottolinea il ruolo del sapere, e parla di società dell’informazione, della conoscenza, o dell’apprendimento. C’è, infine, chi sottolinea la dimensione relazionale, e parla di società della comunicazione, società della conversazione, società relazionale, o network society (per un quadro storico delle varie definizioni e dei vari autori vedi box a fianco). È come se, nella definizione sintetica della società in cui viviamo, quando si cerca di condensare in un aggettivo o in un singolo termine il suo tratto essenziale, non riuscissimo a resistere alla tentazione di connotare il nostro oggetto, dipingendolo o come sostanzialmente positivo (il più delle volte), o sostanzialmente negativo (assai più raramente). Che fare, dunque? Come raccontare il tipo di società in cui siamo gettati? Forse, il marziano saggio che è in noi dovrebbe limitarsi a non adottare acriticamente uno dei due punti di vista, posto che, in fondo, c’è del vero in entrambi i resoconti, ossia tanto nel racconto dominante, quanto nell’esperienza diretta. E dovrebbe concludere, in modo salomonico, che l’Italia è un paese ricco e felice, in cui tuttavia permangono sacche di povertà e diseguaglianza, che alcuni enfatizzano e altri preferiscono ignorare. Definizioni della società del nostro tempo Questa soluzione non mi convince. L’Italia di oggi a me non pare una società del benessere con una più o meno piccola anomalia al suo interno, che il tempo e riforme illuminate potrebbero incaricarsi di correggere. A me le due facce – opposte e speculari – che si presentano al marziano sembrano strettamente connesse: come cercherò di spiegare più avanti, l’esistenza di alcuni ben precisi strati inferiori della piramide sociale (i “poveri”, nel racconto dominante) è strettamente necessaria al modo di vivere degli strati che del benessere sono i principali beneficiari. Da questo punto di vista, anche la suggestiva figura della “società dei due terzi”, introdotta da Peter Glotz nel 1987, in un’epoca in cui i flussi migratori verso l’Europa erano ancora decisamente modesti, appare quantomeno inattuale, per non dire fuorviante. Il discorso sulla società dei due terzi (o dei tre quarti, come altri preferiranno dire), caro soprattutto alla sinistra liberale,2 tende a riformulare il conflitto fra sinistra e destra come un mero problema di inclusione, con la sinistra impegnata a includere, e la destra a escludere.3 Il che suggerisce che lo strato inferiore della piramide sociale sia essenzialmente una realtà “non ancora” inclusa, piuttosto che un ingranaggio fondamentale del funzionamento del sistema sociale. La tesi che vorrei difendere in questo libro è che l’Italia non è una società del benessere afflitta da alcune imperfezioni, in via di più o meno rapido riassorbimento, ma è un tipo nuovo, forse unico, di configurazione sociale. La chiamerò “società signorile di massa” perché essa è il prodotto dell’innesto, sul suo corpo principale, che resta capitalistico, di elementi tipici delle società signorili del passato, feudale e precapitalistico. Per società signorile di massa intendo una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano. Con questo, sia ben chiaro, non intendo esprimere alcun giudizio di valore, come perlopiù hanno fatto quanti hanno provato a condensare in una singola espressione quel che ci distingue dalle società del passato. La società signorile di massa è un tutto unico, internamente coerente, che va innanzitutto compreso nelle sue strutture e nel suo funzionamento, al di là di ogni giudizio politico o morale, che inevitabilmente dipende dalle preferenze e inclinazioni di ciascuno. Devo subito dire, a questo punto, che l’uso dell’aggettivo “signorile” per qualificare il tratto distintivo dell’Italia di oggi deve molto a quel che, da giovane, mi è accaduto di recepire dell’insegnamento di Claudio Napoleoni, un maestro di cui ho avuto la fortuna di essere allievo,4 e che ha segnato profondamente il mio modo di vedere l’Italia. I concetti di “società signorile” e di “consumo signorile”, negli anni in cui ebbi l’occasione di frequentare i suoi corsi, erano centrali nel suo pensiero. Il punto su cui non cessò mai di insistere è che l’essenza della società signorile è l’esistenza di un gruppo sociale, in passato costituito dai nobili, dai guerrieri e dal clero, che ha il privilegio di consumare il sovraprodotto, o surplus,5 senza contribuire in alcun modo alla sua formazione. Per Napoleoni era il “consumo signorile” dei ceti parassitari, e non lo sfruttamento del lavoro operaio da parte dei capitalisti, il vero male della società italiana. Perché in realtà gli imprenditori o capitalisti, con il loro lavoro, partecipano attivamente alla produzione del surplus, mentre lo sfruttamento – nella sua essenza – è un rapporto fra chi accede al surplus senza aver contribuito alla sua formazione e chi il surplus lo produce senza potervi accedere. Il vero sfruttatore è il signore che non lavora e consuma il surplus, non l’imprenditore-capitalista che contribuisce a produrlo.
Non so quanto esatta filologicamente sia questa ricostruzione, in parte basata su ricordi personali di lezioni e interventi in seminari, ma sta di fatto che, da allora, la componente parassitaria della società italiana, fatta di rendite, privilegi, mercati protetti, sprechi, ipertrofia dell’apparato pubblico, ha sempre attirato la mia attenzione,6 fin dalla metà degli anni settanta, quando l’allarme per la deriva assistenziale del nostro paese improvvisamente si diffuse fra gli studiosi.7 Ciononostante, fino a pochissimi anni fa,8 mi sono sempre trattenuto dall’usare l’aggettivo “signorile” per qualificare la società italiana. A trattenermi, almeno negli anni settanta e ottanta, erano soprattutto due circostanze: la prima è che la diffusione dei consumi più opulenti era ancora incompleta e imperfetta; la seconda è che l’economia italiana, a dispetto di tutti i suoi squilibri e le sue storture, continuava a crescere a un ritmo sostenuto, superiore alla media degli altri paesi europei. L’Italia, in breve, era sì una società ricca, ma non era ancora una società “arrivata”, stabilizzata in una condizione di opulenza. È il caso di ricordare che, oltre che per l’esistenza di un consumo cospicuo cui non corrisponde alcun lavoro, le società signorili del passato si caratterizzavano per la loro staticità. Come tutte le società del passato erano, per usare l’efficace distinzione di Lévi-Strauss, società “fredde”, senza crescita o con una crescita lentissima, diversamente dalle società capitalistiche, “calde” perché soggette al moto permanente loro impresso dal capitale. Insomma, per parlare di società signorile senza allontanarci troppo dal suo archetipo, occorre che il consumo signorile sia in qualche modo stabilizzato. Una società signorile è, anche, una società in stagnazione. Ora, queste ultime due condizioni, consumo opulento + fine della crescita, in Italia si sono realizzate compiutamente solo nell’ultimo decennio, ovvero con la lunga crisi9 seguita al fallimento di Lehman Brothers (settembre 2008). E lo hanno fatto in un modo che lascia interdetti: ora la condizione signorile, ovvero accedere al surplus senza lavorare, non è, come nelle società signorili vere e proprie, nonché nella stessa società italiana del passato, un privilegio riservato a una minoranza, ma una condizione altamente ambivalente che tocca più della metà dei cittadini. Ciò accade non solo perché sono tantissimi coloro che non lavorano, ma perché – come vedremo in dettaglio nel capitolo 3 sulla condizione signorile – sono i redditi stessi a provenire sempre più da fonti diverse dal lavoro, come le rendite e i trasferimenti assistenziali. Ecco perché, nel qualificare la società italiana come signorile, occorre aggiungere “di massa”. Oggi, per la prima volta nella storia del nostro paese, ricorrono insieme tutte e tre le condizioni che permettono di parlare di una società signorile di massa: (1) il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano; (2) la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa; (3) il sovraprodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita. La prima condizione (più inoccupati che occupati), piuttosto sorprendentemente, era già stata raggiunta a metà degli anni sessanta; allora i consumi non erano ancora opulenti, ma il numero di occupati era già sceso a livelli preoccupanti, senza paragoni in Occidente. La seconda condizione (consumi opulenti in assenza di lavoro) si perfeziona nel corso degli anni novanta, dopo quella che possiamo definire la “seconda transizione consumistica”, che estende e completa la grande trasformazione del miracolo economico. La terza condizione (ingresso in stagnazione) si instaura poco per volta fra la metà degli anni novanta, in cui l’Italia comincia a crescere meno degli altri paesi europei, e la lunga crisi iniziata nel 2008, al cui termine l’Italia risulta l’unico paese europeo a crescita zero. Piano del lavoro Nel primo capitolo fornisco una definizione analitica precisa di società signorile di massa. Nel secondo descrivo i pilastri economici e sociali della società signorile di massa, con speciale attenzione alla sua infrastruttura paraschiavistica. Nel terzo illustro la fenomenologia del consumo signorile, e i processi che lo hanno reso di massa. Nel quarto mi soffermo sulla forma mentis della società signorile di massa, con particolare riguardo al suo tratto più problematico, ovvero il “doppio legame” che si viene a instaurare fra i produttori e quanti si trovano nella condizione signorile. Nell’ultimo capitolo mi interrogo sull’unicità o meno del caso italiano, nonché sulle prospettive future della società signorile di massa. L’Appendice statistica fornisce le informazioni essenziali sulle fonti dei dati e sulle principali elaborazioni effettuate. Ringraziamenti Questo libro non sarebbe stato possibile senza il supporto della Fondazione David Hume, che ha predisposto buona parte della base statistica. Un ringraziamento particolare va alle ricercatrici della Fondazione, Rossana Cima e Caterina Guidoni, che hanno condotto molte delle analisi ed elaborazioni. Fra quanti hanno letto il manoscritto e contribuito con osservazioni e commenti vorrei ringraziare Paolo Campana, Rosaria Carpinelli, Raffaella Castellani, Nino D’Introna, Massimo Fortuzzi, Nicola Grigoletto, Mimmo Rafele, Lidia Ravera. Un ringraziamento speciale va a Elisabetta Sgarbi e Eugenio Lio, non solo per la precisione chirurgica dei loro suggerimenti, ma per l’entusiasmo con cui hanno accolto questo libro. Credo che a nessuno possa venire in mente che i difetti e i limiti sicuramente presenti in questo lavoro siano colpa dei miei amici. 1. Che cos’è la società signorile di massa 1. Verso una definizione analitica Per formulare una definizione precisa di società signorile di massa, occorre partire da una distinzione importante. Nelle società occidentali odierne i cittadini, dotati del diritto di voto e più in generale di tutti i diritti di cittadinanza, sono solo una parte della popolazione residente (la parte restante è costituita dagli stranieri immigrati). Questa porzione della società, costituita dai cittadini (“nativi” o acquisiti10), a sua volta è costituita in minima parte da persone che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta, e in massima parte da persone che possono essere più o meno ricche, ma comunque non sono povere. Tradotto in termini marxisti: stiamo parlando di quanti, nella misura in cui vivono al di sopra del livello di sussistenza, partecipano alla suddivisione del surplus prodotto dal sistema economico. In una società come quella italiana, che ha 5 milioni di non-cittadini (gli immigrati) e circa 3 milioni di poveri di nazionalità italiana, i cittadini non-poveri sono più o meno 52 milioni di individui (su 55), e ovviamente si distribuiscono su un amplissimo spettro di condizioni economiche e sociali, dall’operaio che guadagna poco più dello stretto necessario per vivere, al manager che guadagna parecchi milioni di euro l’anno. Ebbene, per definire la società signorile di massa è innanzitutto ai cittadini non-poveri che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. È infatti la speciale condizione dei cittadini italiani che vivono al di sopra della soglia di povertà (l’87% dei residenti, ma ben il 94% di quanti hanno la cittadinanza italiana11) che mi induce a parlare di società signorile di massa. Se la nostra società è diventata “signorile di massa” è precisamente per come è cambiata la condizione dei suoi membri italiani e non-poveri, ovvero dei suoi cittadini forti. O, se preferite, per come i cittadini forti hanno scelto di comportarsi e di vivere. Certo, il nucleo economico della società signorile di massa è semplicemente il binomio opulenza + stagnazione. Ma il suo nucleo sociale, quello che le conferisce il suo marchio e la sua allure, è la frattura – tutta interna al mondo dei cittadini italiani non-poveri – fra una minoranza di produttori, che lavora e genera il surplus,12 e una maggioranza di inoccupati, che al surplus può accedere senza contribuire a produrlo. Fatto 100 il numero di residenti di almeno quindici anni, nella società italiana convivono tre segmenti fondamentali. Fig. 1. I tre segmenti della società italiana (2018). Fonte: ISTAT. I primi due segmenti sono costituiti dall’insieme dei cittadini italiani, la stragrande maggioranza dei quali (94%) non si trova in condizione di povertà assoluta. Quel che distingue fra loro i due segmenti è che il segmento minore (L) è formato da lavoratori, di cui circa l’81% a tempo pieno o più che pieno (straordinari e doppio lavoro), mentre quello maggiore (N) è costituito da non-lavoratori, perlopiù in relazione di parentela con i primi. Come si vede dal diagramma, il peso dei non-lavoratori (52.2%) è nettamente superiore al peso dei lavoratori (39.9%). Il terzo segmento (S) è costituito dai lavoratori stranieri, di cui ben 1 su 3 è in condizione di povertà assoluta. Per quanto elementare, questa tripartizione ci restituisce l’essenziale della struttura profonda della società signorile di massa. Da una parte la dialettica fra cittadini italiani, quasi mai poveri, e ospiti stranieri, molto spesso in condizione di povertà assoluta: l’incidenza della povertà fra gli stranieri è oltre cinque volte quella fra i cittadini italiani. Dall’altra la dialettica, essenzialmente interna alle famiglie italiane, fra la maggioranza che consuma senza lavorare, e la minoranza che sostiene il consumo di tutti. Il processo che ha condotto, in Italia, alla formazione di una società signorile di massa non si è compiuto nel giro di poco tempo, ma ha richiesto circa mezzo secolo, perché le tre condizioni che definiscono la società signorile di massa si sono sviluppate in tempi diversi, finendo per stratificarsi l’una sull’altra. Queste tre condizioni, lo abbiamo visto, sono il crollo del tasso di occupazione, il consumo opulento, la fine della crescita. Si tratta ora di darne una caratterizzazione precisa. 2. Il non-lavoro dei più Condizione 1: il numero di cittadini italiani che non lavorano supera il numero di cittadini che lavorano. Fig. 2. Cittadini italiani occupati e inoccupati: 1951-2018. Fonte: elaborazioni FDH (Fondazione David Hume) su dati ISTAT. Una formulazione statistica precisa della condizione 1 è la seguente: fra i cittadini italiani ultraquattordicenni la percentuale di quanti non svolgono alcun lavoro supera il 50%. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, questo passaggio cruciale non avviene in tempi recenti ma risale addirittura al 1964, l’anno della “congiuntura”, ovvero della prima recessione dell’economia italiana dopo la fine della seconda guerra mondiale. In quell’anno, nel sistema economico italiano si producono due mutazioni cruciali. La prima è che gli occupati a tempo pieno, che erano cresciuti senza sosta dall’inizio degli anni cinquanta, interrompono bruscamente la loro corsa, ed entrano in una traiettoria di declino che, fra qualche oscillazione, perdura fino ai giorni nostri. La seconda mutazione è che il numero di cittadini italiani del tutto inoccupati, che non hanno né un lavoro a tempo pieno né un lavoro a tempo parziale, diventano più numerosi dei cittadini occupati.13 Una svolta, quella del 1964, che animerà un decennio di dibattiti sul mercato del lavoro fra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta. A partire dal 1964, infatti, accade qualcosa di singolare, che colpisce profondamente gli studiosi del mercato del lavoro: l’occupazione diminuisce, perché le imprese riducono drasticamente il ricorso alle fasce deboli della forza-lavoro (giovani, donne, anziani), ma la disoccupazione non aumenta, o aumenta molto meno di quanto si riducano i posti di lavoro. Di qui due interpretazioni: da una parte la maggior parte degli studiosi, sostenitori della teoria del “lavoratore scoraggiato”, secondo cui è la debolezza della domanda di lavoro che disincentiva la ricerca attiva di un lavoro. Dall’altra un manipolo di studiosi, primo fra tutti il presidente dell’ISTAT De Meo, secondo cui il ritiro di giovani, donne e anziani dal mercato del lavoro, è dovuto essenzialmente al benessere che il miracolo economico ha improvvisamente e repentinamente regalato agli italiani.14 Quale che sia la lettura più corretta della storia di quegli anni, resta il fatto che la prima condizione che definisce la società signorile di massa – più inoccupati che occupati – viene raggiunta già a metà degli anni sessanta, ovvero più di mezzo secolo fa. È importante precisare che l’idea implicita in questa condizione non è che, in una società normale (cioè non signorile di massa), tutti debbano lavorare a tutte le età, ma semplicemente che coloro che – in quanto invalidi, studenti, pensionati, o coniugi di partner che lavora – sono esentati dal lavoro costituiscano una minoranza, magari ampia ma comunque inferiore al 50%. Il che, in effetti, è quanto succede in quasi tutti i paesi avanzati.15 Ancora oggi, a dispetto della straordinaria crescita del benessere avvenuta negli ultimi cinquant’anni, nella stragrande maggioranza dei paesi avanzati il numero di persone che lavorano è superiore al numero di persone del tutto inoccupate.16 Come si vede dal diagramma a p. 34, oltre all’Italia, solo la Grecia17 ha un tasso di occupazione totale inferiore al 50%. Nel leggere questi dati bisogna tenere presente che essi si riferiscono al tasso di occupazione totale, ossia dei nativi e degli stranieri considerati congiuntamente (una scelta dettata dal fatto che per diverse società avanzate18 non si dispone della disaggregazione fra nativi e stranieri). Se avessimo considerato il tasso di occupazione dei nativi, avremmo osservato che anche in Spagna e in Lussemburgo i cittadini che lavorano sono meno del 50%. Fig. 3. Tasso di occupazione totale nelle società avanzate (2018). Fonte: OECD. Quanto all’Italia, la sua posizione sarebbe risultata ancora più vicina a quella della Grecia: in nessuna società avanzata lo scarto fra il tasso di occupazione degli stranieri e quello dei nativi è ampio come in Italia, dove lavora il 59.8% degli stranieri e solo il 43.3% dei cittadini italiani. Un altro indizio dell’importanza che, nella società signorile, svolge la presenza di un’ampia infrastruttura paraschiavistica, di cui la popolazione straniera è quasi sempre una componente essenziale. 3. Surplus e consumo opulento Condizione 2: la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, diventa di massa. Più complessa, e certamente più arbitraria, è la specificazione della seconda condizione. Essa tuttavia è cruciale. Per parlare di consumo signorile occorre infatti non solo che il surplus consumato senza erogare alcun lavoro riguardi almeno metà della popolazione, ma che per una parte non trascurabile tale consumo sia cospicuo, ovvero capace di soddisfare esigenze che, tipicamente, in passato solo i “signori” potevano permettersi. Se fossimo ancora negli anni sessanta, ne segnalerei almeno una quindicina: le cure mediche, l’istruzione, un’alimentazione completa (non solo la domenica), la luce elettrica, l’acqua potabile, i servizi igienici in casa, il telefono, gli elettrodomestici, l’abitazione di proprietà, l’automobile, la villeggiatura, i viaggi di piacere, il cinema, la fruizione della cultura.19 Si tratta di conquiste che ora ci appaiono naturali o scontate ma che in Italia, anche solo una cinquantina di anni fa, all’apice del miracolo economico (1963), non lo erano affatto, perché coinvolgevano solo una minoranza della popolazione, l’élite dei borghesi e – appunto – dei “signori”. Ancora nel 1961, anno del secondo censimento dopo la fine della guerra e in pieno boom economico, le famiglie che vivono in abitazioni dotate di elettricità, acqua corrente e bagno sono appena il 28%. Quelle che sono proprietarie della casa in cui abitano sono meno del 50%, e così quelle che hanno un televisore in casa. Quelle che possono permettersi un breve periodo di ferie sono appena il 15%. Quanto all’automobile, sono meno del 7% gli italiani che ne posseggono una. Ora però non siamo negli anni sessanta del Novecento. Che cos’è qualificabile come cospicuo oggi? Quali sono i consumi che possiamo definire opulenti ora che quasi tutti hanno la TV, gli elettrodomestici, il bagno in casa? Qual è la soglia che permette di affermare che il livello, e il grado di diffusione, del benessere di una società autorizza a qualificarla come opulenta? Una possibile risposta è che la soglia è quella che fa sì che diversi e significativi beni voluttuari, o decisamente di lusso, siano posseduti o fruiti da oltre la metà dei cittadini italiani. Questo passaggio fondamentale non avviene con il miracolo economico (1958-1963), che si limita a sancire l’uscita delle masse popolari dalla povertà, grazie all’accesso a beni e servizi per così dire “basici” (dal cibo all’acqua potabile in casa), e la conquista da parte di una minoranza degli italiani dei primi segni tangibili del benessere, come elettrodomestici, automobile, vacanze. La transizione verso una società opulenta avviene solo tra gli anni ottanta e i primi anni duemila, coinvolge essenzialmente i ceti medi, e riguarda beni che, visti con gli occhi di chi era adulto ai tempi dell’austerità20 (quella degli anni settanta) sono beni voluttuari, o di lusso, talora persino frivoli, segnali inequivocabili di una società arrivata. Come sociologo, la descriverei così. Non l’auto, ma la seconda auto, magari personalizzata con una serie di optional. Non la casa, ma la seconda casa, possibilmente al mare o in montagna. Non la bici o il pallone, sport popolari ed economici, ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze di agosto presso i parenti, ma weekend lunghi e ripetuti (d’inverno ai monti, d’estate al mare) e, per le ferie (non solo quelle di agosto), pacchetti all-inclusive, per isole e paradisi più o meno esotici. Non la vecchia TV pubblica in bianco e nero, ma il variopinto mondo delle TV a colori, commerciali e non, satellitari e digitali terrestri, con i loro abbonamenti al calcio, ai film e alle serie TV. E ancora. Non la scuola sotto casa per i figli, ma i corsi di lingue e judo, l’ora di sport, le lezioni private, gli infiniti scarrozzamenti dei pargoli fra un’attività e l’altra, in un turbine di baby-sitter, colf, pedagoghi domestici. Non i vecchi cibi di sempre, magari un po’ più abbondanti, ma il multiforme mondo dei cibi alternativi, macrobiotici, vegetariani, new age, vegani, biologici, esotici, etnici, equi e solidali. Non la banale serata in pizzeria, ma i lunghi apericena preparatori di vagabondaggi notturni. Non il medico per le ordinarie malattie del corpo, ma lo sterminato esercito dei medici alternativi, o dell’anima: psicanalisti, psicoterapeuti, guide spirituali, guru, santoni, massaggiatori, osteopati, chiropratici, e infine – ultima moda – il business degli allenatori personali, coach e personal trainer. Per non parlare dell’irrompere, a partire dagli anni novanta, dei consumi tecnologici: TV satellitare, impianti HI-FI, telecamere digitali, registratori portatili, agende elettroniche, iPod, iPad, computer di ogni genere e foggia, telefonini, videofonini, megaschermi ultrapiatti, insomma un vero e proprio arsenale di cui pare non si possa proprio fare a meno per “stare al passo con i tempi”.21 Ma la fenomenologia di questa “seconda transizione” consumistica,22 che completa e amplia la prima (quella del miracolo economico), non è ancora una definizione statistica. Non basta a individuare in termini precisi la seconda condizione che autorizza a parlare di società signorile di massa, ossia l’accesso della maggior parte dei cittadini italiani a consumi opulenti. Per specificare tale condizione dobbiamo fissare un livello-soglia dei consumi non necessari. Ed ecco allora una possibile definizione statistica: nella popolazione nativa il surplus, ossia il consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza. Ovvero: il consumo medio supera il quadruplo del linvello di sussistenza.23 Dove, precisazione importante, per livello di sussistenza non intendiamo un lilivello fisso o assoluto, bensì quello che storicamente si è affermato nelle varie epoche, e che è cresciuto costantemente dal 1951 a oggi (oggi il livello di sussistenza per una famiglia di due persone è di circa 12.000 euro l’anno,24 oltre il doppio di quanto era nel 1951). Perché proprio questa soglia? La ragione è relativamente semplice: un’analisi empirica della storia economica del nostro paese mostra che questo, di fatto, è il livello superato il quale la fenomenologia descritta sopra, che abbiamo chiamato seconda transizione consumistica, si completa e si generalizza, e alcuni beni e consumi pregiati, fino a pochi decenni prima riservati a un’élite, risultano tutti goduti da più di metà dei cittadini italiani. Ma quali beni pregiati? Lasciando perdere i beni a larghissima diffusione, quali bagno in casa, elettrodomestici, televisore, tutti beni che erano ancora di élite durante il miracolo economico, ma già dieci anni dopo sarebbero stati percepiti come irrinunciabili, e lasciando pure da parte i beni che in passato semplicemente non esistevano, come i beni ipertecnologici, mi sembra che una lista minimale possa includere: la casa di proprietà, l’automobile, le vacanze lunghe. In tutti e tre i casi si tratta di beni ambiti, il cui costo supera – largamente o molto largamente – l’importo di uno stipendio mensile, e che proprio per questo sono stati a lungo privilegio dei “signori”. Ebbene, se ci chiediamo qual è il rapporto fra surplus e consumo di sussistenza oltrepassato il quale i nostri tre beni pregiati sono divenuti tutti e tre accessibili a più di metà dei cittadini italiani, la risposta è: intorno a 3. Ossia: è solo quando il surplus appropriato dai cittadini italiani ha superato il triplo del reddito di sussistenza che l’accesso ai nostri tre beni pregiati è diventato maggioritario. Più esattamente, perché si generalizzasse la proprietà della casa è stato necessario superare il livello 2, per quella dell’automobile il livello 2.5, per le vacanze lunghe, infine, il livello 3. Fra i cittadini italiani, la casa di proprietà è diventata un bene di massa nei primi anni settanta, l’automobile alla fine degli anni ottanta, le vacanze (brevi e lunghe) nei primi anni duemila. Oggi casa di proprietà e automobile, fra le famiglie italiane, hanno un livello di diffusione prossimo all’80%, mentre le vacanze si collocano nei pressi del 65%. È ragionevole ipotizzare che ad accedere a tutti e tre questi beni – casa di proprietà, automobile, vacanze lunghe – sia più della metà delle famiglie di cittadini italiani.25

domenica 17 novembre 2019


MADRE NOTTE
Kurt Vonnegut


 Questo è l'unico dei miei racconti di cui conosca la morale. Non è una morale meravigliosa, non credo; si dà soltanto il caso ch'io sappia di quale morale si tratti: noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere.
La mia esperienza personale con i traffici e gli imbrogli dei nazisti è stata molto limitata. A Indianapolis, la mia città natale, c'era,negli anni trenta, qualche spregevole e chiassoso fascista d'origine americana; mi ricordo che qualcuno mi passò sottobanco una copia di The Protocols of the Elders of Zion[1]che avrebbe dovuto essere il piano segreto degli ebrei per la conquista del mondo. E mi ricordo di aver riso alle spalle di una mia zia che per sposare un tedesco della Germania dovette scrivere a Indianapolis per ottenere testimonianza che nelle sue vene non scorreva sangue ebraico. Il sindaco di Indianapolis la conosceva fin dai tempi del liceo e della scuola di ballo e si divertì a riempire di nastri e di sigilli ufficiali i documenti richiesti dai tedeschi, tanto che finirono per sembrare dei trattati di pace del diciottesimo secolo.
Dopo un po' venne la guerra e io mi ci trovai dentro; fui preso prigioniero ed ebbi modo di vedere un po' di Germania, dall'interno; intanto la guerra continuava. Ero soldato semplice, esploratore di battaglione,e secondo la convenzione di Ginevra dovevo lavorare per il mantenimento, il che fu un bene, non un male. Non dovetti starmene sempre chiuso in qualche prigione isolata in mezzo alla campagna. Potei andare in una città, Dresda, e vedere la gente e quel che faceva.
Nella mia squadra di lavoro eravamo circa un centinaio di persone; fummo destinati a una fabbrica che produceva uno sciroppo di malto arricchito di vitamine, per donne incinte. Sapeva di miele diluito mischiato al fumo del noce americano. Era buono. Vorrei averne un po' adesso. La città era graziosa, tutta ricamata, come Parigi, e la guerra non l'aveva neppures fiorata. Si trattava probabilmente di una città "aperta", che non poteva essere attaccata, visto che non ospitava né centri di raccolta delle truppe, né industrie militari.
Tuttavia la notte del 13 febbraio 1945, circa ventunanni fa, potenti esplosivi furono sganciati su Dresda da apparecchi inglesi e americani. Non c'erano obiettivi particolari per le bombe. La speranza era di appiccare il fuoco un po' dappertutto e di costringere i pompieri a starsene rintanati sottoterra.
Poi sui fuochi avviati furono rovesciate centinaia dimigliaia di piccole bombe incendiarie, come semi su di una zolla appena rivoltata. Altre bombe furono sganciate per trattenere i pompieri nelle loro tane, e i fuochi poterono ingrandirsi e unirsi l'uno all'altro, e diventare una sola apocalittica fiammata. E in un attimo: tempesta di fuoco. Tra parentesi, fu il più colossale massacro di tutta la storia d'Europa. Ah sì, e allora?
Noi non riuscimmo a vedere il fuoco. Eravamo in un fresco deposito di carne, sotto il mattatoio, insieme con i nostri sei custodie file e file di mucche, maiali, cavalli, pecore, macellati e squartati. Sentivamo le bombe che saltavano qua e là sopra di noi. Di tanto in tanto cadeva una lieve pioggerella di calcina. Se fossimo saliti a dare un'occhiata, ci saremmo trasformati in altrettanti oggetti caratteristici degli incendi; pezzi accartocciati di legna da ardere lunghi settanta, ottanta centimetri... esseri umani assurdamente piccoli, o, se preferite, colossali cavallettearrostite.
La fabbrica di sciroppo di malto era sparita. Tutto era sparito, tranne le cantine dove centotrentacinquemila Hansel e Gretel erano stati cotti al forno come altrettanti omini di pan di zenzero. Sicché fummo messi a lavorare come minatori di cadaveri; sfondavamo i rifugi e ne tiravamo fuori i corpi. Ebbi occasione di vedere tedeschi di tutte le età, così come la morte li aveva trovati, di solito con in grembo gli oggetti preziosi. A volte i parenti venivano a vederci scavare. Anche loro erano interessanti.
Questo per ciò che riguarda i miei rapporti con i nazisti.
Suppongo che se fossi nato in Germania, sarei stato nazista, e avrei massacrato ebrei, zingari e polacchi, lasciando sporgere i loro stivali dai cumuli di neve, riscaldandomi all'idea della mia segreta virtù. Così è la vita.
C’è un'altra morale, evidente, in fondo a questo racconto, ora che ci penso: quando sei morto, sei morto.
E ancora un'altra me ne viene in mente adesso: fai all'amore quando puoi. Ti fa bene.
Iowa City, 1966


Nel preparare l'edizione americana delle confessionidi Howard W. Campbell, jr., mi sono accorto di maneggiare scritti che non sonointesi soltanto a informare, o a ingannare, a seconda dei casi. Campbell erauno scrittore, oltre che una persona accusata di crimini estremamente gravi,un ex commediografo che godeva di una certa stima. Dire che era uno scrittoreequivale a sostenere che le esigenze della sua arte sarebbero bastate, da sole,a fare di lui un bugiardo, cioè a farlo mentire senza vedere, in questapratica, alcunché di male. Dicendo poi che era un commediografo siamo sicuri didare al lettore un ammonimento anche più decisivo, perché nessuno può esserepiù impostore di un uomo che deformi la vita e i suoi sentimenti, le suepassioni, in qualcosa di così grottescamente artificioso come il teatro.
Detto questo sul mentire, affermerò che le bugieraccontate per ottenere effetti artistici - a teatro, per esempio, o nelleconfessioni di Campbell, forse - possono essere, a un livello più alto, la piùseducente forma di verità.
Non m'importa di dimostrare questo assunto. Il miocompito come curatore dell'opera esclude ogni spirito polemico. Devo soltantotrasmettere ad altri, e nel modo più soddisfacente, le confessioni di Campbell.
Di libertà, per quanto riguarda il testo, me ne sonoconcesse molto poche. Ho corretto alcune grafie e ho tolto qualche puntoesclamativo. I corsivi però sono tutti miei.
In parecchi casi ho mutato i nomi, per risparmiareimbarazzi, o cose anche peggiori, a persone innocenti che ancora vivono. Inomi Bernard B. O'Hare, Harold J. Sparrow, e dottor Abraham Epstein, peresempio, sono inventati, almeno per quanto riguarda questa storia. Sono ancheinventati il numero della piastrina di Sparrow e il nome che ho dato, neltesto, a una sezione dell'Associazione ex combattenti: a Brookline non c'ènessuna sezione dell'Associazione suddetta intitolata a Francis X. Donovan.
C’è un punto in cui, più che di quella di Howard Campbell,jr., si potrebbe dubitare della mia precisione. Questo punto è il capitoloventiduesimo, laddove Campbell cita tre sue poesie, scritte in tedesco. Questepoesie, trascritte da Campbell a memoria, sono così confuse e farcite di variantiche, più spesso che no, non si riesce a leggerle. Campbell era orgoglioso dipotersi considerare uno scrittore di lingua tedesca, mentre di esser bravo ininglese non gli importava gran che. Nel tentativo di giustificare questo suoorgoglio, continuò fino all'ultimo a rivedere le sue poesie, ma, a quantopare, non riuscì mai ad attingere una forma che lo soddisfacesse pienamente.
Cosicché, in questa edizione, per poter dare un'ideadi quel che dovevano essere le poesie in tedesco, ho dovuto affidare aqualcuno il delicato compito di restaurarle. La persona che ha eseguito questolavoro, che, per così dire, ha ricomposto dei vasi da dei semplici cocci, è lasignora Bowley, di Cotuit, Massachusetts, sensibile linguista e poetessa piùche rispettabile lei stessa.
Solo in due posti ho fatto dei tagli di qualcheconsistenza. Uno al capitolo trentanovesimo, perché così ha insistitol'avvocato del mio editore. Nella stesura originale di quel capitolo, Campbellpresenta una delle Guardie di ferro dei figli bianchi della costituzioneamericana[2] che urla a un G-man: "Io sono un americanomigliore di te! Mio padre ha
ideato la 'giornata del cittadino americano'". Itestimoni sono d'accordo nell'affermare che tale rivendicazione fueffettivamente fatta, ma sostengono che fosse senza alcun fondamento, campatain aria. L'avvocato è del parere che riprodurre la rivendicazione nel testosarebbe come calunniare quelle persone che effettivamente idearono la"giornata del cittadino americano".
Tra parentesi: stando alle testimonianze Campbell, nelriprodurre i discorsi altrui, tocca un vertice di fedeltà proprio in questocapitolo.
L'unico altro taglio che mi sono permesso riguarda ilcapitolo ventitreesimo che, nell'originale, era decisamente pornografico. Io,dico la verità, non mi sarei sentito affatto disonorato a pubblicareintegralmente il capitolo, ma è stato Campbell stesso, nel corso dellanarrazione, a formulare la richiesta che qualche curatore operasse questaevirazione.
Il titolo del libro è di Campbell. L'ha preso da undiscorso di Mefistofele nel Faustdi Goethe.

[...] io sono una parte della parte che inprincipio era tutto, una parte delle tenebre che generarono la luce,l'orgogliosa luce che ora contende alla madre notte l'antico rango e lo spazio.Eppure non le riesce perché essa, per quanto tenda e operi, resta imprigionataentro i corpi. Dai corpi emana essa e li fa belli ed ogni corpo ne intercettail passare. Così, lo spero, non durerà a lungo e se ne andrà, coi corpi, inrovina[3].
Anche la dedica del libro è di Campbell. In uncapitolo che in seguito eliminò, Campbell scriveva di questa dedica quel chesegue:
Prima di capire che tipo di libro sarebbevenuto fuori, scrissi la dedica Mata Hari. Che si prostituì per servire la causa dellospionaggio. Come me.
Adesso che il libro comincia a prender forma,vorrei dedicarlo a qualcuno di meno esotico, meno fantastico, più vicino anoi... Qualcuno che non fosse così scopertamente una creatura del film muto.
Preferireidedicarlo a qualcuno dall'aria più familiare, maschio o femmina, qualcuno notoa tutti come una persona che faceva del male dicendo tra sé: "Un'animabuona, la mia vera natura, un altro me stesso fabbricato in paradiso, ènascosto nelle mie viscere".
Mivengono in mente un mucchio di esempi, potrei snocciolarvene quanti ne volete,come nelle canzonette di Gilbert e Sullivan[4]. Ma unnome singolo a cui ragionevolmente dedicare questo libro non riesco atrovarlo... a parte il mio stesso nome. Concedetemi quindi che mi tributiquest'onore: Questo libro è ridedicato a Howard W. Campbell, jr., un uomo cheservì troppo scopertamente il male, e troppo segretamente il bene, il criminedel suo tempo.
 KurtVonnegut, jr.


[1] Letteralmente: Protocolli degli anziani di Sion. Raccolta di scritti apocrifi compilati da un gruppo di reazionari russi nel 1903 e messi in circolazione da propagandisti antisemiti come i verbali di certe riunioni tenute a Basilea nel 1897 in cui ebrei e massoni - si diceva - avevano formulato un piano per la distruzione della civiltà cristiana.
[2] Il nome di questa organizzazione è modellato, con evidente ironia, su quello di certe associazioni veramente esistenti tra cui la più famosa è quella delle Figlie della rivoluzione americana, di cui fa parte soltanto una stretta oligarchia femminile che può vantare ascendenti americani fin dai tempi della guerra d'indipendenza.
[3] Traduzione di Giovanni V. Amoretti, Feltrinelli, Milano 1965, p. 69.
[4] Due celebri autori di commedie musicali della seconda metà del diciannovesimo secolo.

 LE CONFESSIONI DI HOWARD W.CAMPBELL, JR
Esiste un uomo, dall'anima tanto ottenebrata che non abbia mai detto a se stesso "Questa è la mia terra, la terra natia!", il cui cuore non abbia mai palpitato al momento di volgere le sue orme verso la patria dopo aver errato per contrade straniere?
SIR WALTER SCOTT

Mi chiamo Howard W. Campbell, jr.
Ho fama di nazista, sono americano di nascita e apolideper inclinazione naturale. L'anno in cui scrivo è il 1961.
Voglio dedicare questo mio libro al signor Tuvia Friedmann,direttore dell'Istituto per la documentazione dei crimini di guerra, di Haifa,e a chiunque altro possa interessare.
Perché al signor Friedmann dovrebbe importargliqualcosa di questo libro?
Perché sull'uomo che lo sta scrivendo grava il sospettoche sia stato un criminale di guerra. Il signor Friedmann è uno specialista diquesti casi. E ha manifestato più che un desiderio, l'impaziente ardore diavere qualsiasi scritto con cui volessi prendermi la briga di arricchire il suoarchivio di barbarie naziste. La sua smania di averlo è tale che mi mette adisposizione una macchina per scrivere, un servizio gratuito di assistenzastenografica e la collaborazione di assistenti che rintracceranno qualunquecosa mi occorra per far sì che il racconto riesca completo e senza inesattezze.
Mi trovo al fresco.
Dietro le sbarre di una graziosa e nuovissima prigionedella vecchia Gerusalemme.
Sono in attesa di essere processato dalla Repubblicadi Israele per i miei crimini di guerra.
È curiosa la macchina per scrivere che mi ha dato ilsignor Friedmann... proprio adatta al mio caso. È chiaro che fu fabbricata inGermania durante la Seconda guerra mondiale. Come faccio a saperlo?Semplicissimo: ti fa trovare sotto i polpastrelli delle dita un tasto chenessuna macchina per scrivere ha mai avuto prima del terzo Reich, e che dopo dilui non si troverà più su nessun'altra macchina.
Imprime sulla carta una coppia di fulmini, il simbolodelle temutissime ss,la Schutzstaffel, l'ala piùfanatica del nazismo.
In Germania ho adoperato una macchina per scriverecome questa per tutta la durata della guerra. Tutte le volte che mi capitava diparlare della Schutzstaffel, il che facevo spesso e con entusiasmo, nonl'abbreviavo mai in ss, ma battevo sul tasto ben più terribile e magico dellacoppia di fulmini.
Storia antica.
Sono circondato dalla storia antica. Benché la cellain cui marcisco sia nuova, mi dicono che alcune delle pietre che la compongonofurono tagliate ai tempi di re Salomone.
E a volte, quando guardo fuori dalla finestra dellamia cella e vedo l'allegra e chiassosa gioventù di questa Repubblica d'Israeleappena nata, mi pare che anche i miei crimini di guerra siano antichi come levecchie pietre grigie di Salomone.
Quanto tempo è passato da quella Seconda guerra mondiale!Quanto tempo dai crimini che ho commesso!
Parrebbe quasi tutto dimenticato, persino dagliebrei... i giovani, voglio dire.
Uno degli ebrei che mi sorveglia non sa nulla diquella guerra. Non gliene importa. Si chiama Arnold Marx. Ha i capelli rossirossi. Ha solo diciott'anni, il che vuol dire che, quando Hitler morì, ne avevatre e che non era nemmeno venuto al mondo quando cominciò la mia carriera dicriminale di guerra.
Monta la guardia dalle sei di mattina fino amezzogiorno.
Arnold è nato in Israele. E non ne è mai uscito.
Sua madre e suo padre abbandonarono la Germania pocodopo il 1930. Suo nonno, mi ha detto Arnold, si guadagnò una croce di ferronella Prima guerra mondiale.
Arnold studia legge. Ma il suo hobby, e quello di suopadre, un armaiolo, è l'archeologia. Padre e figlio passano la maggior partedel tempo libero a scavare le rovine di Hazor. Ciò avviene sotto la direzionedi Ygael Yadin, che fu capo di stato maggiore dell'esercito israeliano durantela guerra contro gli stati arabi.
Hazor, mi ha detto Arnold, era una città canaanitadella Palestina settentrionale che esisteva già almeno millenovecento anniprima di Cristo. Circa millequattrocento anni prima di Cristo, mi ha dettoArnold, un esercito israelita si impadronì di Hazor, ammazzò tutti i quarantamilaabitanti e appiccò il fuoco alla città radendola al suolo.
"Salomone la ricostruì," aggiunse Arnold,"ma nel 732 a.C. Tiglatpileser III la incendiò di nuovo."
"Chi?" chiesi io.
"Tiglatpileser III," rispose Arnold."L'assiro," puntualizzò dando un colpetto d'intesa alla mia memoria.
"Ah," dissi io. "Quel Tiglatpileserlì."
"Sembrerebbe quasi che non l'abbia mai sentitonominare," disse Arnold.
"Infatti," dissi. E mi strinsi umilmentenelle spalle. "Immagino che sia piuttosto grave."
"Be'..." disse Arnold, aggrottando lesopracciglia come un maestro di scuola, "direi proprio che si tratta diqualcuno che tutti dovrebbero conoscere. Con ogni probabilità è l'uomo piùimportante che gli Assiri abbiano mai prodotto."
"Ah," dissi.
"Le porterò un libro su di lui, se leinteressa," disse lui.
"Molto gentile da parte sua," risposi."Forse, più avanti, avrò tempo di pensare agli Assiri importanti. Adessoho già la mente piena di tedeschi importanti."
"Chi, per esempio?" chiese lui.
"Be', di questi tempi ho pensato molto al miovecchio capo, Paul Joseph Goebbels."
Arnold mi guardò senza espressione. "Chi?"
Mi sembrò che la polvere della Terra Santa, penetrandoda ogni fessura, avanzasse per seppellirmi, e sentii quanto sarebbe statapesante la coperta di polvere e macerie che un giorno mi sarei trovato addosso.Era come se sopra di me ci fossero dieci o dodici metri di città distrutte; esotto, qualche mucchio d'ossa e di ciottoli, un tempio o due... e poi...
Tiglatpileser III.

La guardia che dà il cambio ad Arnold Marx a mezzogiornoha pressappoco la mia stessa età, cioè quarantotto anni. Lui la guerra se laricorda, eccome, anche se non gli piace ripensarci.
Si chiama Andor Gutman. Andor è un ebreo estone, sempremezzo addormentato e non molto intelligente. È stato due anni al campo disterminio di Auschwitz. Stando a quel che dice, ma ne parla sempre controvoglia, c’è mancato un pelo che nonfinisse dentro il fumaiolo di un crematorio: "M'avevano appena assegnatoal Sonderkommando," mi ha detto, "quando arrivò l'ordine di Himmlerdi chiudere i forni".
Sonderkommando vuol dire battaglione speciale. AdAuschwitz poi era speciale davvero... era composto di prigionieri il cuicompito era quello di guidare i condannati alle camere a gas, e poi di estrarnei cadaveri. Quando il lavoro era terminato, i componenti del Sonderkommando venivanouccisi a loro volta. Il primo compito dei loro successori consisteva nellosbarazzarsi delle loro spoglie.
Gutman mi confidò che molti si offrivano spontaneamentedi far parte del Sonderkommando.
"Perché?" gli chiesi.
"Se ci scrivesse su un libro," disse,"e riuscisse a trovare la risposta a questa domanda, questo 'perché'...allora sì che potrebbe dire di aver scritto un gran libro."
"E lei la conosce la risposta?" dissi.
"No," disse. "Proprio per questopagherei non so che cosa per un libro che me la desse."
"Nessuna idea?"
"No," disse guardandomi dritto negli occhi,"benché sia anch'io uno di quelli che si offrirono volontari."
Si allontanò per un poco, dopo questa confessione. Epensò ad Auschwitz, la cosa cui meno gli piaceva pensare. Poi tornò e mi disse:"C'erano altoparlanti dappertutto e non tacevano mai a lungo.Trasmettevano sempre un sacco di musica. Quelli che se ne intendevano,dicevano che era quasi sempre molto buona... a volte la migliore".
"Interessante," dissi.
"Ma niente musica scritta da ebrei," disse."Quella era proibita."
"Naturalmente," dissi.
"E la musica si fermava sempre a metà,"disse, "e allora trasmettevano qualche comunicato. Tutto il giorno, musicae comunicati, musica e comunicati."
"Molto moderno," dissi.
Chiuse gli occhi, si sforzò di ricordare. "Unodei comunicati era come una cantilena, una filastrocca. Veniva trasmesso nonso quante volte al giorno. Era la chiamata del Sonderkommando."
"Ovverosia?" dissi io.
"Leichenträger zur Wache, "cantilenò, con gli occhi sempre chiusi.
Traduzione: "Portacadaveri al corpo diguardia". In un istituto il cui scopo era di sterminare milioni di esseriumani, doveva essere un richiamo piuttosto comune, ragionevolmenteaccettabile.
"Dopo due anni che uno sentiva lo stessocomunicato trasmesso tra due brani di musica," mi disse Gutman, "fareil portacadaveri sembrò tutto a un tratto un lavoro magnifico."
"Me lo immagino," dissi.
"Davvero?" disse. Scosse la testa. "Ionon ci riesco," disse. "Me ne vergognerò sempre. Offrirmi volontarioper il Sonderkommando... c'è veramente da vergognarsene."
"Non credo," dissi.
"Io invece credo di sì," disse. "Vergognoso,"disse. "Non voglio riparlarne mai più."




Arpad Kovacs è la guardia che ogni sera alle sei dà ilcambio ad Andor Gutman. Arpad è una specie di candela romana, un tipo chiassosoe allegro.
Ieri sera quando montò di guardia mi chiese che gli facessivedere quel che avevo scritto. Gli passai le poche pagine che avevo e Arpadcominciò a camminare su e giù per il corridoio, agitando i fogli e facendostravaganti elogi al loro contenuto.
Non li aveva neanche letti. Li lodava per quel cheimmaginava contenessero.
"Dagli addosso a quei bastardi sempre disposti asottomettersi," mi disse ieri sera. "Cantagliele a quelle mattonellepresuntuose!"
Per mattonelle lui intende tutti quelli che non hannofatto nulla per salvare la propria o l'altrui pelle quando i nazistis'impadronirono del potere, quelli che accettarono senza ribellarsi di andarea finire nelle camere a gas, visto e considerato che quello era il posto dove inazisti volevano che andassero. Una mattonella, naturalmente, è un bloccorettangolare di polvere di carbone compressa, il non plus ultra dellacomodità, quando si presenta il problema del trasporto, dell'immagazzinaggio edella stessa combustione.
Arpad, dovendo risolvere la sua situazione di ebreo nell'Ungheriaoccupata dai nazisti, non diventò una mattonella. Al contrario, si procurò deifalsi documenti e si arruolò nelle ss ungheresi.
Questo fatto spiega in qualche modo la simpatia cheprova per me. "Vedi un po' che cosa non è capace di fare un uomo, persalvare la pelle! Cosa c'è di tanto nobile nel fare la mattonella?" mi hadetto ieri sera.
"Hai mai sentito qualcuna delle mietrasmissioni?" gli ho chiesto. Il mezzo di cui mi sono servito per i mieicrimini di guerra sono state le trasmissioni radiofoniche. Ero uno che facevapropaganda alla radio, un astuto e odioso antisemita.
"No," ha risposto.
Allora gli ho fatto vedere il testo di unatrasmissione, testo fornitomi dall'Istituto di Haifa. "Leggilo," gliho detto.
"Non ce n’èbisogno," ha risposto. "A quei tempi non si faceva che ripetere tuttiquanti le stesse cose, migliaia e migliaia di volte."
"Leggilo lo stesso... per favore," gli hodetto.
Allora lo lesse, e la sua faccia diventava sempre piùaspra, man mano che procedeva. Me lo restituì. "Mi hai deluso,"disse.
"Oh?" dissi.
"È così debole!" disse. "Non ha nerbo,non ha pepe, è sciapo! Credevo che fossi un maestro dell'invettivarazzista!" "Non lo sono?"
"Se qualcuno del mio plotone di ss avesse parlato degli ebrei in termini così cordiali,avrei dovuto fucilarlo per tradimento! Goebbels avrebbe dovuto licenziarti eassumere me come sferza radiofonica contro gli ebrei. Io avrei riempito divesciche la pelle del mondo!"
"Tu hai fatto la tua parte con quel tuo plotonedi ss,"dissi.
Ricordando i giorni in cui era stato una ss, Arpad diventò raggiante. "Io sì che ero unariano!" disse.
"Nessuno ha mai avuto dei sospetti?" chiesi.
"Come avrebbero potuto?" disse. "Ero unariano così puro e terribile che mi hanno messo addirittura in un distaccamentospeciale. Dovevamo scoprire come facevano gli ebrei a sapere sempre inanticipo quel che avrebbero fatto le ss. C'era una falla da qualche parte. E noi dovevamotamponarla." Sembrava che il ricordo lo amareggiasse, lo offendesseaddirittura, quasi che fosse stato lui stesso quella falla.
"E il distaccamento riuscì a compiere la propriamissione?" dissi.
"Sono felice di poter affermare," disseArpad, "che quattordici ss furono fucilate dietro nostro suggerimento.Adolf Eichmann in persona venne a congratularsi con noi."
"Allora tu l'hai incontrato?" dissi.
"Sì..." disseArpad, "e mi dispiace che a quell'epoca non sapevo quanto fosseimportante." "Perché?"

"L'avrei ucciso," disse Arpad.



Anche Bernard Mengel, un ebreo polacco che monta laguardia da mezzanotte alle sei di mattina, è un uomo della mia età. Una volta,durante la Seconda guerra mondiale, riuscì a salvare la pelle fingendo cosìbene di essere morto che un soldato tedesco gli strappò tre denti senza neppursospettare che Mengel non fosse un cadavere.
Il soldato voleva le sue tre capsule d'oro.
Le ebbe.
Mengel mi dice che soffio e mi agito e parlo tutta lanotte.
"Lei, che io sappia, è l'unica persona," miha detto Mengel stamattina, "a cui morda la coscienza per quel che ha fattodurante la guerra. Tutti gli altri, non importa da che parte stessero, enemmeno quel che hanno fatto, sono convinti che chiunque al posto loro nonavrebbe agito diversamente."
"Cosa le fa pensare che io abbia la coscienzasporca?" ho detto.
"Il modo come dorme... il modo come sogna,"ha detto. "Nemmeno Höss dormiva così. Anzi lui ha continuato a dormirecome un santo fino alla fine."
Mengel si riferiva a Rudolf Franz Höss, il comandantedel campo di sterminio di Auschwitz. Affidati alle sue tenere cure, sono statiasfissiati milioni (alla lettera) di ebrei. Mengel sa qualcosa di Höss. Primadi emigrare in Israele nel 1947, Mengel dette una mano a impiccare Höss.
Lo fece senza tante cerimonie. Gli bastarono le suegrosse mani pesanti.
"Quando Höss fu impiccato," mi ha detto,"la cinghia che aveva intorno alle caviglie... sono stato io a metterglielae a stringerla."
"È rimasto molto soddisfatto?" ho detto.
"No," ha detto. "Anch'io, più o meno,ero come tutti gli altri scampati alla guerra."
"Che vuol dire?" ho chiesto.
"Che ero diventato insensibile a tutto," hadetto Mengel: "Il lavoro era lavoro e basta, e non ce n'era neanche unoche fosse meglio o peggio di qualche altro."
"Quando finimmo di impiccare Höss," haproseguito Mengel, "riposi gli abiti per andarmene a casa. La molla della valigia era rotta, e così la chiusi con una grossa cinghia di cuoio. In un'ora,due volte lo stesso lavoro... una volta su Höss e una volta sulla mia valigia.E tutte e due le volte provai su per giù la stessa emozione."


Colmata l'ultima misura…


Conoscevo anch'io Rudolf Höss, comandante di Auschwitz.
L'avevo incontrato a una festa dell'ultimo dell'anno a Varsavia, durante la
guerra... all'inizio del 1944.
Höss aveva sentito dire che ero uno scrittore e, alla
festa, mi prese da parte per dirmi che anche a lui sarebbe piaciuto saper
scrivere.
"Quanto invidio quelli che sanno creare..."
mi disse. "La facoltà di creare è un dono degli dei."
Höss mi disse che aveva da raccontare delle storie
meravigliose. Mi disse anche che erano tutte vere, ma così straordinarie che
la gente non ci avrebbe creduto.
Höss non poteva raccontarmele, finché non avessimo
vinto la guerra. Dopo la guerra, disse, avremmo potuto collaborare.
"A raccontare riesco," disse, "a
scrivere no." E mi guardò con gli occhi di chi cerca comprensione.
"Quando mi metto al tavolino per scrivere," disse, "mi
irrigidisco."
Come mai ero a Varsavia?
C'ero andato per ordine del mio capo, il Reichsleiter dottor
Paul Joseph Goebbels, ministro di Germania per la Cultura popolare e la
Propaganda. Avevo una discreta dose di ingegno come drammaturgo e il dottor
Goebbels voleva che la mettessi in pratica. Il dottor Goebbels voleva che scrivessi
una specie di sacra rappresentazione per onorare i soldati tedeschi che
avevano colmato la loro ultima misura di devozione - in altre parole, che erano
morti - nel reprimere l'insurrezione degli ebrei nel ghetto di Varsavia.
Il dottor Goebbels sognava di metterla in scena ogni
anno, dopo la guerra, e di utilizzare come scenario, invariabile, le rovine
stesse del ghetto.
"Dovranno esserci degli ebrei nella
rappresentazione?" gli chiesi.
"Certamente," disse. "A migliaia."
"Posso chiederle, signore," dissi io,
"dove pensa di trovare degli ebrei, dopo la guerra?"
Intuì lo spirito della mia battuta. "Domanda più
che giusta," disse ridacchiando. "La gireremo a Höss," disse.
"A chi?" dissi. Non ero ancora stato a
Varsavia, non avevo ancora incontrato Fratello Höss.
"Lui dirige una piccola casa di cura per ebrei,
in Polonia," disse Goebbels. "Dobbiamo chiedergli a tutti i costi di
salvarcene qualcuno."
Devo aggiungere anche questa orrenda rappresentazione
ai miei crimini di guerra? No, grazie a Dio. Non riuscii mai a spingermi oltre il titolo provvisorio: Colmata l'ultima misura.
Sono comunque disposto ad ammettere che l'avrei
probabilmente scritta, se solo avessi avuto abbastanza tempo, se cioè i miei
capi mi avessero sollecitato di più.
Oggi come oggi, sono disposto ad ammettere qualsiasi
cosa.
A proposito di questa rappresentazione: un risultato
ci fu, molto particolare. Goebbels e poi lo stesso Hitler si interessarono al discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln[5].
Goebbels mi domandò dove avessi pescato il titolo, e io gli tradussi tutto il discorso di Gettysburg, che lo contiene.
Lo lesse, senza smettere un attimo di muovere le labbra.
"Sa una cosa," mi disse, "questo è un ottimo esempio di
propaganda. Non si è mai abbastanza moderni, mai così avanti sul passato, come
ci illudiamo di essere."
"Dalle mie parti è un discorso molto

famoso," dissi.

A proposito del mio purgatorio a New York: ci restaiper quindici anni.
Scomparvi dalla Germania alla fine della Seconda guerramondiale. E spuntai fuori, senza che nessuno mi riconoscesse, al GreenwichVillage. Affittai un deprimente appartamento all'ultimo piano pieno di topiche squittivano e girovagavano nei muri. Continuai ad abitare in quell'appartamentofino a un mese fa, quando mi portarono in Israele per processarmi.
Una cosa piacevole di quell'appartamento infestato daitopi: la finestra che dava sul retro dominava un piccolo parco privato, unpiccolo Eden formato da cortili congiunti. Quel parco, quell'Eden era completamenteisolato da un giro di case che lo proteggevano come una muraglia.
Era abbastanza grande perché i bambini ci giocassero anascondersi.
Da quel cortile si alzava spesso un grido, il grido diun bambino che mi costringeva a smettere quel che stavo facendo e adascoltare. Era il grido dolcemente triste che indicava la fine del gioco anascondersi; quelli che ancora se ne stavano acquattati potevano venir fuori,era tempo di andare a casa.
Il grido era questo: "Fuori tutti!".
E io che mi nascondevo a molte persone che forse volevanofarmi del male o uccidermi, sentivo spesso un gran desiderio che qualcunolanciasse quel grido per me, che ponesse fine al mio continuo giocare anascondermi con un dolce e triste...
"Fuori tutti!"

Io, Howard W. Campbell, jr, nacqui a Schenectady, nellostato di New York, il 16 febbraio 1912. Mio padre, che era figlio di un pastorebattista ed era cresciuto nel Tennessee, era ingegnere e lavorava nel Repartoassistenza tecnica della General Electric.
Il lavoro svolto dal Reparto assistenza tecnicaconsisteva nell'istallare, mantenere in ordine e riparare gli impianti perl'industria pesante venduti dalla General Electric in tutto il mondo. Miopadre, che da principio viaggiava solo negli Stati Uniti, non era quasi mai acasa. Il suo lavoro richiedeva un tale multiforme impiego di abilità tecnica,che non gli restava tempo né fantasia per nessun'altra attività. L'uomo era illavoro e il lavoro era l'uomo.
L'unico libro non tecnico che gli abbia mai visto perle mani è una storia illustrata della Prima guerra mondiale: un grosso volumecon delle fotografie alte un buon trenta centimetri e larghe anche mezzo metro.Sembrava che mio padre non si stancasse mai di guardare quel libro, benché in guerra lui non ci fosse stato.
Non mi confidò mai che significato avesse, per lui,quel libro, né io glielo chiesi. In proposito mi disse solo che non era unlibro per ragazzi e che non dovevo guardarlo.
Sicché, logicamente, lo guardavo tutte le volte che mitrovavo a casa da solo. C'erano fotografie di uomini infilzati sul filospinato, donne mutilate, corpi accatastati come assi di legno... Tutto ilsolito repertorio delle guerre mondiali.
Mia madre, da signorina, si chiamava Virginia Crockered era figlia di un fotografo ritrattista di Indianapolis. Donna di casa evioloncellista per diletto. Suonava il violoncello nella Schenectady SymphonyOrchestra e sognava che diventassi anch'io un violoncellista.
La mia carriera come violoncellista si risolse subitoin un disastro perché, come mio padre, non ho orecchio.
Non avevo né fratelli né sorelle, e mio padre a casalo si vedeva pochissimo. Così per parecchi anni fui quasi l'unico compagno dimia madre. Era una bella donna, piena di talento, ma d'istinti morbosi. Credoche fosse quasi sempre ubriaca. Mi ricordo che una volta sparse su un piattinoun miscuglio di alcol denaturato e sale da cucina. Mise il piattino sul tavolodella cucina, spense tutte le luci, e mi fece sedere davanti a lei, dall'altraparte del tavolo.
E poi intinse un fiammifero acceso nella mistura. Sisprigionò una fiamma d'un giallo quasi puro, una fiamma di sodio; attraverso diessa mia madre mi apparve come un cadavere e anch'io dovetti apparire a leicome tale.
"Ecco..." disse. "Questo sarà il nostroaspetto dopo morti."
Questo bizzarro esperimento spaventò non soltanto me,ma anche lei. Mia madre si spaventò della sua stessa bizzarria, e da quelmomento io cessai di essere suo compagno. Da quel momento in poi non mi rivolsequasi più la parola... mi escluse completamente, per paura, sono certo, di fareo di dire qualcosa di ancora più pazzo.
Tutto ciò accadde a Schenectady, prima che compissi idieci anni.
Nel 1923, avevo allora undici anni, la GeneralElectric trasferì mio padre a Berlino. Da allora in poi, la mia educazione, imiei amici, la mia lingua principale furono tedeschi.
Col passare del tempo divenni un drammaturgo di linguatedesca, e presi in moglie una tedesca, l'attrice Helga Noth. Helga Noth era lamaggiore delle due figlie di Werner Noth, capo della polizia di Berlino.
Mio padre e mia madre lasciarono la Germania nel 1939,quando scoppiò la guerra.
Mia moglie e io restammo.
Fino alla fine della guerra nel 1945 mi guadagnai davivere come scrittore e facendo trasmissioni in lingua inglese di propagandanazista. Ero l'esperto di problemi americani presso il ministero della Culturapopolare e della Propaganda.
Verso la fine delle ostilità, mi trovai tra i priminella lista dei criminali di guerra, grazie soprattutto al fatto che le mieoffese erano così oscenamente pubbliche.
Fui preso prigioniero vicino a Hersfeld da un certo tenenteBernard B. O'Hare della terza armata, il 12 aprile 1945. Stavo in sella a unamotocicletta e non ero armato. Benché autorizzato a vestire l'uniforme - me nespettava una blu e oro - in quel momento non ne indossavo alcuna. Ero inborghese: un abito di saia blu e un pastrano mangiato dalle tarme, con ilcollo di pelliccia.
Era successo che due giorni prima la terza armata avevaoccupato Ohrdruf, il primo campo di sterminio che capitò sotto gli occhi degliamericani. Io fui portato lì e costretto a guardarlo da cima a fondo... lefosse comuni, le forche, la pedana di flagellazione... e i mucchi di morti sbudellati,scabbiosi, deformi.
L'intenzione era quella di mostrarmi le conseguenze diquel che avevo fatto.
Le forche di Ohrdruf potevano impiccare anche seipersone alla volta. Quando le vidi io, a ognuno dei cappi era appeso ilcadavere di una guardia del campo.
Era logico pensare che anch'io vi sarei stato appesomolto presto.
E io, logicamente, lo pensavo, per cui cercai ditrovare attraente la pace delle sei guardie appese alle corde. Erano morti allasvelta.
Mi fecero una fotografia mentre contemplavo le forche.Il tenente O'Hare stava in piedi dietro di me, magro come un cucciolo di lupo epieno di odio come un serpente a sonagli.
La fotografia finì sulla copertina di "Life"e ci mancò poco che vincesse un premio Pulitzer.