martedì 19 novembre 2019


LA SOCIETÀ SIGNORILE DI MASSA
Luca Ricolfi
La società centrata sul lavoro è morta, ma non sappiamo come seppellirla.
Ralf Dahrendorf, 1985

Introduzione 
Se un marziano sbarcasse in Italia e dovesse informarsi ascoltando i notiziari, guardando le inchieste televisive, sfogliando i quotidiani, o leggendo libri di economia e sociologia, il quadro della nostra società che ne trarrebbe sarebbe più o meno di questo tipo: – nell’ultimo ventennio, in Italia, come nel resto del pianeta Terra, le diseguaglianze fra gli umani sono cresciute “in modo esponenziale”; – l’Italia è fondamentalmente un paese povero, in cui una massa di disoccupati cerca invano un lavoro che le permetta di condurre una vita dignitosa; – milioni di persone sono privi dei più elementari diritti, come quello a una casa, alla salute, al cibo; li vediamo nelle città, fare la coda al “banco alimentare”, dove migliaia di volontari si sforzano di lenire le ferite più dolorose di un’umanità sofferente; – 13 milioni di pensionati vivono con un assegno inferiore a 1000 euro al mese; – i giovani sono esclusi dal mercato del lavoro regolare, e ingrossano le file dei disoccupati e sottoccupati; – nei campi gli immigrati vengono impiegati in lavori defatiganti, per pochi euro al giorno e in condizioni di vita disumane; – in edilizia i lavoratori stranieri sono addetti ai compiti più gravosi e pericolosi, con salari bassissimi, spesso in nero. Adesso però proviamo a cambiare le fonti di informazione. Supponete che il nostro marziano, anziché guardare la TV e leggere libri, decidesse di farsi un giretto nella penisola. Con suo grande stupore la vedrebbe piena di gente che non lavora, oppure lavora e trascorre degli splendidi fine settimana in luoghi di villeggiatura. Grandi città con le piazze piene di giovani che “apericenano”, spiagge invase dai bagnanti, luoghi d’arte presi d’assalto dai visitatori, eventi culturali e musicali che registrano il tutto esaurito. Famiglie che hanno due case di proprietà, o un televisore per stanza, o una barca ormeggiata in qualche porto turistico. Ristoranti pieni, cui si può accedere solo mediante prenotazione. Single che dedicano diverse ore la settimana alla cura del proprio corpo in palestre, spa, centrimassaggi. Persone di tutte le età che ricorrono a ogni sorta di esperti o presunti tali per gestire i propri dubbi esistenziali. C’è qualcosa che non torna, penserebbe fra sé e sé il nostro marziano. A chi devo credere? Al racconto martellante e sostanzialmente uniforme di studiosi e mass media, o a quel che ho visto con i miei occhi? Probabilmente a questo punto il marziano, finita la gita, se ne tornerebbe a casa sua archiviando l’enigma Italia come un caso confuso, anche se molto interessante. E lasciamo che il marziano se ne torni serenamente su Marte. Il problema resta a noi. A chi credere? Al racconto o ai nostri occhi? Perché, in fondo, marziani lo siamo un po’ tutti: quando giriamo per le nostre città e piccoli borghi anche noi “vediamo” qualcosa che sembrerebbe contraddire la narrazione ufficiale, quella degli studiosi e dei mass media. Col lasciarci portare dagli occhi finiremmo dunque con la famosa battuta di Berlusconi, di una decina di anni fa, che già allora ai più parve piuttosto superficiale ed estemporanea, e che suonava più o meno così: ci sarà anche la crisi, ma io vedo i ristoranti sempre pieni. Oppure finiremmo con l’aggregarci allo stuolo di amici, colleghi, vicini di casa, sconcertati dalle piazze affollate alle tre di notte, dove centinaia di giovani sostano ai tavolini dei bar o ciondolano davanti ai locali con una birra in mano. Col dar retta alla narrazione dominante, invece, dovremmo convincerci che viviamo nel peggiore dei mondi possibili, dove un numero crescente di famiglie è sotto la soglia di povertà, milioni di individui non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, nessuno trova più lavoro e chi lavora viene pagato quasi niente. Due mondi contrapposti e paralleli? Due modi diversi di interpretare la stessa realtà? O la solita favola del “Re nudo”, per cui il marziano-bambino è l’unico a vedere le cose come stanno, e tutti gli altri ipocritamente fingono? O, ancora e semplicemente, la regola consueta per cui ognuno vede quel che vuole vedere, e la verità è irraggiungibile per definizione? L’occhio, per chi fa un mestiere come il mio, non è certo uno strumento affidabile. E il racconto (o la “narrazione”, come da qualche tempo si preferisce dire), oggi più che mai, è parziale e fazioso. Chi racconta, infatti, sono perlopiù tre categorie di persone: i politici, che per prendere più voti e giustificare la propria esistenza amplificano e generalizzano i problemi che toccano gli strati più svantaggiati della popolazione; gli operatori dei media (giornali, radio, TV) che, rivolgendosi al grande pubblico, tendono a selezionare gli aspetti della realtà che possano riscuotere maggiore audience; gli intellettuali che, più o meno accecati da un’ideologia, enfatizzano i temi che più confermano e surriscaldano quella medesima ideologia. Il risultato è che, in generale, si è innescata una gigantesca macchina retorica intorno a tutto ciò che ha più possibilità di suscitare sentimenti di pietà e indignazione, dipingendo un quadro quasi apocalittico dove imperano povertà, disoccupazione, sottoccupazione, omettendo però di specificare che si sta parlando di una minoranza della popolazione. Mentre l’esperienza diretta finisce inevitabilmente per mostrare quel che succede alla maggioranza, e che è tutt’altro che drammatico. Il bello è che questo dualismo, questa oscillazione fra la denuncia di immani problemi sociali e l’adozione di un’immagine tutto sommato rassicurante della società in cui viviamo, la ritroviamo pari pari all’interno delle scienze sociali. Se guardiamo alle grandi indagini empiriche, quasi sempre il focus è su qualche patologia sociale: la devianza, la disoccupazione, la povertà, il precariato, i conflitti etnici, i profughi, il disagio giovanile, il lavoro nero, la criminalità comune, la mafia, il bullismo, la droga, la violenza sulle donne, un elenco che non avrei difficoltà a continuare per diverse pagine. Se invece guardiamo ai grandi tentativi di cogliere l’essenziale del nostro tempo, ovvero ciò che rende la nostra società diversa da tutte quelle del passato, il quadro è quasi sempre ottimistico: se si eccettua un manipolo di definizioni pessimistiche, neutre o ambivalenti,1 il grosso degli “affreschi” tentati da sociologi, economisti, politologi, psicologi ha un accento essenzialmente ottimistico. C’è chi sottolinea il progresso rispetto al passato, e parla di società postmoderna, postindustriale, postcapitalista. C’è chi sottolinea il benessere conquistato, e parla di società dei consumi, società opulenta (o “affluente”). C’è chi sottolinea il ruolo del sapere, e parla di società dell’informazione, della conoscenza, o dell’apprendimento. C’è, infine, chi sottolinea la dimensione relazionale, e parla di società della comunicazione, società della conversazione, società relazionale, o network society (per un quadro storico delle varie definizioni e dei vari autori vedi box a fianco). È come se, nella definizione sintetica della società in cui viviamo, quando si cerca di condensare in un aggettivo o in un singolo termine il suo tratto essenziale, non riuscissimo a resistere alla tentazione di connotare il nostro oggetto, dipingendolo o come sostanzialmente positivo (il più delle volte), o sostanzialmente negativo (assai più raramente). Che fare, dunque? Come raccontare il tipo di società in cui siamo gettati? Forse, il marziano saggio che è in noi dovrebbe limitarsi a non adottare acriticamente uno dei due punti di vista, posto che, in fondo, c’è del vero in entrambi i resoconti, ossia tanto nel racconto dominante, quanto nell’esperienza diretta. E dovrebbe concludere, in modo salomonico, che l’Italia è un paese ricco e felice, in cui tuttavia permangono sacche di povertà e diseguaglianza, che alcuni enfatizzano e altri preferiscono ignorare. Definizioni della società del nostro tempo Questa soluzione non mi convince. L’Italia di oggi a me non pare una società del benessere con una più o meno piccola anomalia al suo interno, che il tempo e riforme illuminate potrebbero incaricarsi di correggere. A me le due facce – opposte e speculari – che si presentano al marziano sembrano strettamente connesse: come cercherò di spiegare più avanti, l’esistenza di alcuni ben precisi strati inferiori della piramide sociale (i “poveri”, nel racconto dominante) è strettamente necessaria al modo di vivere degli strati che del benessere sono i principali beneficiari. Da questo punto di vista, anche la suggestiva figura della “società dei due terzi”, introdotta da Peter Glotz nel 1987, in un’epoca in cui i flussi migratori verso l’Europa erano ancora decisamente modesti, appare quantomeno inattuale, per non dire fuorviante. Il discorso sulla società dei due terzi (o dei tre quarti, come altri preferiranno dire), caro soprattutto alla sinistra liberale,2 tende a riformulare il conflitto fra sinistra e destra come un mero problema di inclusione, con la sinistra impegnata a includere, e la destra a escludere.3 Il che suggerisce che lo strato inferiore della piramide sociale sia essenzialmente una realtà “non ancora” inclusa, piuttosto che un ingranaggio fondamentale del funzionamento del sistema sociale. La tesi che vorrei difendere in questo libro è che l’Italia non è una società del benessere afflitta da alcune imperfezioni, in via di più o meno rapido riassorbimento, ma è un tipo nuovo, forse unico, di configurazione sociale. La chiamerò “società signorile di massa” perché essa è il prodotto dell’innesto, sul suo corpo principale, che resta capitalistico, di elementi tipici delle società signorili del passato, feudale e precapitalistico. Per società signorile di massa intendo una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano. Con questo, sia ben chiaro, non intendo esprimere alcun giudizio di valore, come perlopiù hanno fatto quanti hanno provato a condensare in una singola espressione quel che ci distingue dalle società del passato. La società signorile di massa è un tutto unico, internamente coerente, che va innanzitutto compreso nelle sue strutture e nel suo funzionamento, al di là di ogni giudizio politico o morale, che inevitabilmente dipende dalle preferenze e inclinazioni di ciascuno. Devo subito dire, a questo punto, che l’uso dell’aggettivo “signorile” per qualificare il tratto distintivo dell’Italia di oggi deve molto a quel che, da giovane, mi è accaduto di recepire dell’insegnamento di Claudio Napoleoni, un maestro di cui ho avuto la fortuna di essere allievo,4 e che ha segnato profondamente il mio modo di vedere l’Italia. I concetti di “società signorile” e di “consumo signorile”, negli anni in cui ebbi l’occasione di frequentare i suoi corsi, erano centrali nel suo pensiero. Il punto su cui non cessò mai di insistere è che l’essenza della società signorile è l’esistenza di un gruppo sociale, in passato costituito dai nobili, dai guerrieri e dal clero, che ha il privilegio di consumare il sovraprodotto, o surplus,5 senza contribuire in alcun modo alla sua formazione. Per Napoleoni era il “consumo signorile” dei ceti parassitari, e non lo sfruttamento del lavoro operaio da parte dei capitalisti, il vero male della società italiana. Perché in realtà gli imprenditori o capitalisti, con il loro lavoro, partecipano attivamente alla produzione del surplus, mentre lo sfruttamento – nella sua essenza – è un rapporto fra chi accede al surplus senza aver contribuito alla sua formazione e chi il surplus lo produce senza potervi accedere. Il vero sfruttatore è il signore che non lavora e consuma il surplus, non l’imprenditore-capitalista che contribuisce a produrlo.
Non so quanto esatta filologicamente sia questa ricostruzione, in parte basata su ricordi personali di lezioni e interventi in seminari, ma sta di fatto che, da allora, la componente parassitaria della società italiana, fatta di rendite, privilegi, mercati protetti, sprechi, ipertrofia dell’apparato pubblico, ha sempre attirato la mia attenzione,6 fin dalla metà degli anni settanta, quando l’allarme per la deriva assistenziale del nostro paese improvvisamente si diffuse fra gli studiosi.7 Ciononostante, fino a pochissimi anni fa,8 mi sono sempre trattenuto dall’usare l’aggettivo “signorile” per qualificare la società italiana. A trattenermi, almeno negli anni settanta e ottanta, erano soprattutto due circostanze: la prima è che la diffusione dei consumi più opulenti era ancora incompleta e imperfetta; la seconda è che l’economia italiana, a dispetto di tutti i suoi squilibri e le sue storture, continuava a crescere a un ritmo sostenuto, superiore alla media degli altri paesi europei. L’Italia, in breve, era sì una società ricca, ma non era ancora una società “arrivata”, stabilizzata in una condizione di opulenza. È il caso di ricordare che, oltre che per l’esistenza di un consumo cospicuo cui non corrisponde alcun lavoro, le società signorili del passato si caratterizzavano per la loro staticità. Come tutte le società del passato erano, per usare l’efficace distinzione di Lévi-Strauss, società “fredde”, senza crescita o con una crescita lentissima, diversamente dalle società capitalistiche, “calde” perché soggette al moto permanente loro impresso dal capitale. Insomma, per parlare di società signorile senza allontanarci troppo dal suo archetipo, occorre che il consumo signorile sia in qualche modo stabilizzato. Una società signorile è, anche, una società in stagnazione. Ora, queste ultime due condizioni, consumo opulento + fine della crescita, in Italia si sono realizzate compiutamente solo nell’ultimo decennio, ovvero con la lunga crisi9 seguita al fallimento di Lehman Brothers (settembre 2008). E lo hanno fatto in un modo che lascia interdetti: ora la condizione signorile, ovvero accedere al surplus senza lavorare, non è, come nelle società signorili vere e proprie, nonché nella stessa società italiana del passato, un privilegio riservato a una minoranza, ma una condizione altamente ambivalente che tocca più della metà dei cittadini. Ciò accade non solo perché sono tantissimi coloro che non lavorano, ma perché – come vedremo in dettaglio nel capitolo 3 sulla condizione signorile – sono i redditi stessi a provenire sempre più da fonti diverse dal lavoro, come le rendite e i trasferimenti assistenziali. Ecco perché, nel qualificare la società italiana come signorile, occorre aggiungere “di massa”. Oggi, per la prima volta nella storia del nostro paese, ricorrono insieme tutte e tre le condizioni che permettono di parlare di una società signorile di massa: (1) il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano; (2) la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa; (3) il sovraprodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita. La prima condizione (più inoccupati che occupati), piuttosto sorprendentemente, era già stata raggiunta a metà degli anni sessanta; allora i consumi non erano ancora opulenti, ma il numero di occupati era già sceso a livelli preoccupanti, senza paragoni in Occidente. La seconda condizione (consumi opulenti in assenza di lavoro) si perfeziona nel corso degli anni novanta, dopo quella che possiamo definire la “seconda transizione consumistica”, che estende e completa la grande trasformazione del miracolo economico. La terza condizione (ingresso in stagnazione) si instaura poco per volta fra la metà degli anni novanta, in cui l’Italia comincia a crescere meno degli altri paesi europei, e la lunga crisi iniziata nel 2008, al cui termine l’Italia risulta l’unico paese europeo a crescita zero. Piano del lavoro Nel primo capitolo fornisco una definizione analitica precisa di società signorile di massa. Nel secondo descrivo i pilastri economici e sociali della società signorile di massa, con speciale attenzione alla sua infrastruttura paraschiavistica. Nel terzo illustro la fenomenologia del consumo signorile, e i processi che lo hanno reso di massa. Nel quarto mi soffermo sulla forma mentis della società signorile di massa, con particolare riguardo al suo tratto più problematico, ovvero il “doppio legame” che si viene a instaurare fra i produttori e quanti si trovano nella condizione signorile. Nell’ultimo capitolo mi interrogo sull’unicità o meno del caso italiano, nonché sulle prospettive future della società signorile di massa. L’Appendice statistica fornisce le informazioni essenziali sulle fonti dei dati e sulle principali elaborazioni effettuate. Ringraziamenti Questo libro non sarebbe stato possibile senza il supporto della Fondazione David Hume, che ha predisposto buona parte della base statistica. Un ringraziamento particolare va alle ricercatrici della Fondazione, Rossana Cima e Caterina Guidoni, che hanno condotto molte delle analisi ed elaborazioni. Fra quanti hanno letto il manoscritto e contribuito con osservazioni e commenti vorrei ringraziare Paolo Campana, Rosaria Carpinelli, Raffaella Castellani, Nino D’Introna, Massimo Fortuzzi, Nicola Grigoletto, Mimmo Rafele, Lidia Ravera. Un ringraziamento speciale va a Elisabetta Sgarbi e Eugenio Lio, non solo per la precisione chirurgica dei loro suggerimenti, ma per l’entusiasmo con cui hanno accolto questo libro. Credo che a nessuno possa venire in mente che i difetti e i limiti sicuramente presenti in questo lavoro siano colpa dei miei amici. 1. Che cos’è la società signorile di massa 1. Verso una definizione analitica Per formulare una definizione precisa di società signorile di massa, occorre partire da una distinzione importante. Nelle società occidentali odierne i cittadini, dotati del diritto di voto e più in generale di tutti i diritti di cittadinanza, sono solo una parte della popolazione residente (la parte restante è costituita dagli stranieri immigrati). Questa porzione della società, costituita dai cittadini (“nativi” o acquisiti10), a sua volta è costituita in minima parte da persone che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta, e in massima parte da persone che possono essere più o meno ricche, ma comunque non sono povere. Tradotto in termini marxisti: stiamo parlando di quanti, nella misura in cui vivono al di sopra del livello di sussistenza, partecipano alla suddivisione del surplus prodotto dal sistema economico. In una società come quella italiana, che ha 5 milioni di non-cittadini (gli immigrati) e circa 3 milioni di poveri di nazionalità italiana, i cittadini non-poveri sono più o meno 52 milioni di individui (su 55), e ovviamente si distribuiscono su un amplissimo spettro di condizioni economiche e sociali, dall’operaio che guadagna poco più dello stretto necessario per vivere, al manager che guadagna parecchi milioni di euro l’anno. Ebbene, per definire la società signorile di massa è innanzitutto ai cittadini non-poveri che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. È infatti la speciale condizione dei cittadini italiani che vivono al di sopra della soglia di povertà (l’87% dei residenti, ma ben il 94% di quanti hanno la cittadinanza italiana11) che mi induce a parlare di società signorile di massa. Se la nostra società è diventata “signorile di massa” è precisamente per come è cambiata la condizione dei suoi membri italiani e non-poveri, ovvero dei suoi cittadini forti. O, se preferite, per come i cittadini forti hanno scelto di comportarsi e di vivere. Certo, il nucleo economico della società signorile di massa è semplicemente il binomio opulenza + stagnazione. Ma il suo nucleo sociale, quello che le conferisce il suo marchio e la sua allure, è la frattura – tutta interna al mondo dei cittadini italiani non-poveri – fra una minoranza di produttori, che lavora e genera il surplus,12 e una maggioranza di inoccupati, che al surplus può accedere senza contribuire a produrlo. Fatto 100 il numero di residenti di almeno quindici anni, nella società italiana convivono tre segmenti fondamentali. Fig. 1. I tre segmenti della società italiana (2018). Fonte: ISTAT. I primi due segmenti sono costituiti dall’insieme dei cittadini italiani, la stragrande maggioranza dei quali (94%) non si trova in condizione di povertà assoluta. Quel che distingue fra loro i due segmenti è che il segmento minore (L) è formato da lavoratori, di cui circa l’81% a tempo pieno o più che pieno (straordinari e doppio lavoro), mentre quello maggiore (N) è costituito da non-lavoratori, perlopiù in relazione di parentela con i primi. Come si vede dal diagramma, il peso dei non-lavoratori (52.2%) è nettamente superiore al peso dei lavoratori (39.9%). Il terzo segmento (S) è costituito dai lavoratori stranieri, di cui ben 1 su 3 è in condizione di povertà assoluta. Per quanto elementare, questa tripartizione ci restituisce l’essenziale della struttura profonda della società signorile di massa. Da una parte la dialettica fra cittadini italiani, quasi mai poveri, e ospiti stranieri, molto spesso in condizione di povertà assoluta: l’incidenza della povertà fra gli stranieri è oltre cinque volte quella fra i cittadini italiani. Dall’altra la dialettica, essenzialmente interna alle famiglie italiane, fra la maggioranza che consuma senza lavorare, e la minoranza che sostiene il consumo di tutti. Il processo che ha condotto, in Italia, alla formazione di una società signorile di massa non si è compiuto nel giro di poco tempo, ma ha richiesto circa mezzo secolo, perché le tre condizioni che definiscono la società signorile di massa si sono sviluppate in tempi diversi, finendo per stratificarsi l’una sull’altra. Queste tre condizioni, lo abbiamo visto, sono il crollo del tasso di occupazione, il consumo opulento, la fine della crescita. Si tratta ora di darne una caratterizzazione precisa. 2. Il non-lavoro dei più Condizione 1: il numero di cittadini italiani che non lavorano supera il numero di cittadini che lavorano. Fig. 2. Cittadini italiani occupati e inoccupati: 1951-2018. Fonte: elaborazioni FDH (Fondazione David Hume) su dati ISTAT. Una formulazione statistica precisa della condizione 1 è la seguente: fra i cittadini italiani ultraquattordicenni la percentuale di quanti non svolgono alcun lavoro supera il 50%. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, questo passaggio cruciale non avviene in tempi recenti ma risale addirittura al 1964, l’anno della “congiuntura”, ovvero della prima recessione dell’economia italiana dopo la fine della seconda guerra mondiale. In quell’anno, nel sistema economico italiano si producono due mutazioni cruciali. La prima è che gli occupati a tempo pieno, che erano cresciuti senza sosta dall’inizio degli anni cinquanta, interrompono bruscamente la loro corsa, ed entrano in una traiettoria di declino che, fra qualche oscillazione, perdura fino ai giorni nostri. La seconda mutazione è che il numero di cittadini italiani del tutto inoccupati, che non hanno né un lavoro a tempo pieno né un lavoro a tempo parziale, diventano più numerosi dei cittadini occupati.13 Una svolta, quella del 1964, che animerà un decennio di dibattiti sul mercato del lavoro fra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta. A partire dal 1964, infatti, accade qualcosa di singolare, che colpisce profondamente gli studiosi del mercato del lavoro: l’occupazione diminuisce, perché le imprese riducono drasticamente il ricorso alle fasce deboli della forza-lavoro (giovani, donne, anziani), ma la disoccupazione non aumenta, o aumenta molto meno di quanto si riducano i posti di lavoro. Di qui due interpretazioni: da una parte la maggior parte degli studiosi, sostenitori della teoria del “lavoratore scoraggiato”, secondo cui è la debolezza della domanda di lavoro che disincentiva la ricerca attiva di un lavoro. Dall’altra un manipolo di studiosi, primo fra tutti il presidente dell’ISTAT De Meo, secondo cui il ritiro di giovani, donne e anziani dal mercato del lavoro, è dovuto essenzialmente al benessere che il miracolo economico ha improvvisamente e repentinamente regalato agli italiani.14 Quale che sia la lettura più corretta della storia di quegli anni, resta il fatto che la prima condizione che definisce la società signorile di massa – più inoccupati che occupati – viene raggiunta già a metà degli anni sessanta, ovvero più di mezzo secolo fa. È importante precisare che l’idea implicita in questa condizione non è che, in una società normale (cioè non signorile di massa), tutti debbano lavorare a tutte le età, ma semplicemente che coloro che – in quanto invalidi, studenti, pensionati, o coniugi di partner che lavora – sono esentati dal lavoro costituiscano una minoranza, magari ampia ma comunque inferiore al 50%. Il che, in effetti, è quanto succede in quasi tutti i paesi avanzati.15 Ancora oggi, a dispetto della straordinaria crescita del benessere avvenuta negli ultimi cinquant’anni, nella stragrande maggioranza dei paesi avanzati il numero di persone che lavorano è superiore al numero di persone del tutto inoccupate.16 Come si vede dal diagramma a p. 34, oltre all’Italia, solo la Grecia17 ha un tasso di occupazione totale inferiore al 50%. Nel leggere questi dati bisogna tenere presente che essi si riferiscono al tasso di occupazione totale, ossia dei nativi e degli stranieri considerati congiuntamente (una scelta dettata dal fatto che per diverse società avanzate18 non si dispone della disaggregazione fra nativi e stranieri). Se avessimo considerato il tasso di occupazione dei nativi, avremmo osservato che anche in Spagna e in Lussemburgo i cittadini che lavorano sono meno del 50%. Fig. 3. Tasso di occupazione totale nelle società avanzate (2018). Fonte: OECD. Quanto all’Italia, la sua posizione sarebbe risultata ancora più vicina a quella della Grecia: in nessuna società avanzata lo scarto fra il tasso di occupazione degli stranieri e quello dei nativi è ampio come in Italia, dove lavora il 59.8% degli stranieri e solo il 43.3% dei cittadini italiani. Un altro indizio dell’importanza che, nella società signorile, svolge la presenza di un’ampia infrastruttura paraschiavistica, di cui la popolazione straniera è quasi sempre una componente essenziale. 3. Surplus e consumo opulento Condizione 2: la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, diventa di massa. Più complessa, e certamente più arbitraria, è la specificazione della seconda condizione. Essa tuttavia è cruciale. Per parlare di consumo signorile occorre infatti non solo che il surplus consumato senza erogare alcun lavoro riguardi almeno metà della popolazione, ma che per una parte non trascurabile tale consumo sia cospicuo, ovvero capace di soddisfare esigenze che, tipicamente, in passato solo i “signori” potevano permettersi. Se fossimo ancora negli anni sessanta, ne segnalerei almeno una quindicina: le cure mediche, l’istruzione, un’alimentazione completa (non solo la domenica), la luce elettrica, l’acqua potabile, i servizi igienici in casa, il telefono, gli elettrodomestici, l’abitazione di proprietà, l’automobile, la villeggiatura, i viaggi di piacere, il cinema, la fruizione della cultura.19 Si tratta di conquiste che ora ci appaiono naturali o scontate ma che in Italia, anche solo una cinquantina di anni fa, all’apice del miracolo economico (1963), non lo erano affatto, perché coinvolgevano solo una minoranza della popolazione, l’élite dei borghesi e – appunto – dei “signori”. Ancora nel 1961, anno del secondo censimento dopo la fine della guerra e in pieno boom economico, le famiglie che vivono in abitazioni dotate di elettricità, acqua corrente e bagno sono appena il 28%. Quelle che sono proprietarie della casa in cui abitano sono meno del 50%, e così quelle che hanno un televisore in casa. Quelle che possono permettersi un breve periodo di ferie sono appena il 15%. Quanto all’automobile, sono meno del 7% gli italiani che ne posseggono una. Ora però non siamo negli anni sessanta del Novecento. Che cos’è qualificabile come cospicuo oggi? Quali sono i consumi che possiamo definire opulenti ora che quasi tutti hanno la TV, gli elettrodomestici, il bagno in casa? Qual è la soglia che permette di affermare che il livello, e il grado di diffusione, del benessere di una società autorizza a qualificarla come opulenta? Una possibile risposta è che la soglia è quella che fa sì che diversi e significativi beni voluttuari, o decisamente di lusso, siano posseduti o fruiti da oltre la metà dei cittadini italiani. Questo passaggio fondamentale non avviene con il miracolo economico (1958-1963), che si limita a sancire l’uscita delle masse popolari dalla povertà, grazie all’accesso a beni e servizi per così dire “basici” (dal cibo all’acqua potabile in casa), e la conquista da parte di una minoranza degli italiani dei primi segni tangibili del benessere, come elettrodomestici, automobile, vacanze. La transizione verso una società opulenta avviene solo tra gli anni ottanta e i primi anni duemila, coinvolge essenzialmente i ceti medi, e riguarda beni che, visti con gli occhi di chi era adulto ai tempi dell’austerità20 (quella degli anni settanta) sono beni voluttuari, o di lusso, talora persino frivoli, segnali inequivocabili di una società arrivata. Come sociologo, la descriverei così. Non l’auto, ma la seconda auto, magari personalizzata con una serie di optional. Non la casa, ma la seconda casa, possibilmente al mare o in montagna. Non la bici o il pallone, sport popolari ed economici, ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze di agosto presso i parenti, ma weekend lunghi e ripetuti (d’inverno ai monti, d’estate al mare) e, per le ferie (non solo quelle di agosto), pacchetti all-inclusive, per isole e paradisi più o meno esotici. Non la vecchia TV pubblica in bianco e nero, ma il variopinto mondo delle TV a colori, commerciali e non, satellitari e digitali terrestri, con i loro abbonamenti al calcio, ai film e alle serie TV. E ancora. Non la scuola sotto casa per i figli, ma i corsi di lingue e judo, l’ora di sport, le lezioni private, gli infiniti scarrozzamenti dei pargoli fra un’attività e l’altra, in un turbine di baby-sitter, colf, pedagoghi domestici. Non i vecchi cibi di sempre, magari un po’ più abbondanti, ma il multiforme mondo dei cibi alternativi, macrobiotici, vegetariani, new age, vegani, biologici, esotici, etnici, equi e solidali. Non la banale serata in pizzeria, ma i lunghi apericena preparatori di vagabondaggi notturni. Non il medico per le ordinarie malattie del corpo, ma lo sterminato esercito dei medici alternativi, o dell’anima: psicanalisti, psicoterapeuti, guide spirituali, guru, santoni, massaggiatori, osteopati, chiropratici, e infine – ultima moda – il business degli allenatori personali, coach e personal trainer. Per non parlare dell’irrompere, a partire dagli anni novanta, dei consumi tecnologici: TV satellitare, impianti HI-FI, telecamere digitali, registratori portatili, agende elettroniche, iPod, iPad, computer di ogni genere e foggia, telefonini, videofonini, megaschermi ultrapiatti, insomma un vero e proprio arsenale di cui pare non si possa proprio fare a meno per “stare al passo con i tempi”.21 Ma la fenomenologia di questa “seconda transizione” consumistica,22 che completa e amplia la prima (quella del miracolo economico), non è ancora una definizione statistica. Non basta a individuare in termini precisi la seconda condizione che autorizza a parlare di società signorile di massa, ossia l’accesso della maggior parte dei cittadini italiani a consumi opulenti. Per specificare tale condizione dobbiamo fissare un livello-soglia dei consumi non necessari. Ed ecco allora una possibile definizione statistica: nella popolazione nativa il surplus, ossia il consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza. Ovvero: il consumo medio supera il quadruplo del linvello di sussistenza.23 Dove, precisazione importante, per livello di sussistenza non intendiamo un lilivello fisso o assoluto, bensì quello che storicamente si è affermato nelle varie epoche, e che è cresciuto costantemente dal 1951 a oggi (oggi il livello di sussistenza per una famiglia di due persone è di circa 12.000 euro l’anno,24 oltre il doppio di quanto era nel 1951). Perché proprio questa soglia? La ragione è relativamente semplice: un’analisi empirica della storia economica del nostro paese mostra che questo, di fatto, è il livello superato il quale la fenomenologia descritta sopra, che abbiamo chiamato seconda transizione consumistica, si completa e si generalizza, e alcuni beni e consumi pregiati, fino a pochi decenni prima riservati a un’élite, risultano tutti goduti da più di metà dei cittadini italiani. Ma quali beni pregiati? Lasciando perdere i beni a larghissima diffusione, quali bagno in casa, elettrodomestici, televisore, tutti beni che erano ancora di élite durante il miracolo economico, ma già dieci anni dopo sarebbero stati percepiti come irrinunciabili, e lasciando pure da parte i beni che in passato semplicemente non esistevano, come i beni ipertecnologici, mi sembra che una lista minimale possa includere: la casa di proprietà, l’automobile, le vacanze lunghe. In tutti e tre i casi si tratta di beni ambiti, il cui costo supera – largamente o molto largamente – l’importo di uno stipendio mensile, e che proprio per questo sono stati a lungo privilegio dei “signori”. Ebbene, se ci chiediamo qual è il rapporto fra surplus e consumo di sussistenza oltrepassato il quale i nostri tre beni pregiati sono divenuti tutti e tre accessibili a più di metà dei cittadini italiani, la risposta è: intorno a 3. Ossia: è solo quando il surplus appropriato dai cittadini italiani ha superato il triplo del reddito di sussistenza che l’accesso ai nostri tre beni pregiati è diventato maggioritario. Più esattamente, perché si generalizzasse la proprietà della casa è stato necessario superare il livello 2, per quella dell’automobile il livello 2.5, per le vacanze lunghe, infine, il livello 3. Fra i cittadini italiani, la casa di proprietà è diventata un bene di massa nei primi anni settanta, l’automobile alla fine degli anni ottanta, le vacanze (brevi e lunghe) nei primi anni duemila. Oggi casa di proprietà e automobile, fra le famiglie italiane, hanno un livello di diffusione prossimo all’80%, mentre le vacanze si collocano nei pressi del 65%. È ragionevole ipotizzare che ad accedere a tutti e tre questi beni – casa di proprietà, automobile, vacanze lunghe – sia più della metà delle famiglie di cittadini italiani.25