domenica 8 novembre 2020



 IL FRATELLO

Jo Nesbø

Prologo 

Era il giorno in cui morí Dog. Io avevo sedici anni, Carl quindici. Qualche giorno prima papà ci aveva mostrato il coltello da caccia con cui poi lo avrei ucciso. La lama larga brillava al sole e aveva una serie di solchi lungo i lati. Papà aveva spiegato che i solchi servivano a far defluire il sangue quando si squartava la preda. Già a quelle parole Carl era impallidito e papà gli aveva chiesto se avesse intenzione di farsi venire di nuovo il mal d’auto. Credo fosse questo il motivo per cui Carl giurò che avrebbe sparato a un animale, uno a caso in effetti, e lo avrebbe squartato, fatto a pezzettini, se era questo che ci voleva, cazzo. –E poi lo cucinerò e lo mangeremo, –disse mentre stavamo davanti al fienile, io con la testa sprofondata nel motore della Cadillac de Ville di papà. –Lui, mamma, tu e io. D’accordo? –D’accordo, –risposi manovrando lo spinterogeno alla ricerca del punto in cui scoccava la scintilla. –E anche Dog, –aggiunse. –Ce ne sarà per tutti. –Certo, –dissi. Papà sosteneva di aver chiamato Dog cosí perché sul momento non gli era venuto in mente nient’altro. Ma secondo me quel nome gli piaceva proprio tanto. Era come lui. Non diceva piú del minimo indispensabile ed era talmente americano che doveva essere norvegese. E adorava quell’animale. Ho il sospetto che apprezzasse di piú la sua compagnia di quella di qualsiasi essere umano. Il nostro podere montano non sarà granché, ma ha un bel panorama e distese di campi incolti, quanto basta perché papà lo chiamasse il suo regno. E dalla mia posizione fissa curva sopra la Cadillac, giorno dopo giorno vedevo Carl avviarsi strascicando i piedi con il cane di papà, il fucile di papà e il coltello di papà. Li vedevo ridursi a due puntini sulla montagna brulla. Ma non udivo mai uno sparo. E quando rientravano al podere, Carl diceva sempre che non aveva visto nessun uccello, e io tenevo la bocca chiusa anche se invece avevo avvistato uno stormo di pernici dopo l’altro levarsi in volo dal fianco della montagna rivelando pressappoco il punto dove si trovavano Carl e Dog. Poi venne il giorno in cui finalmente si udí il fragore. Trasalii tanto che sbattei la testa contro l’interno del cofano. Mi tolsi l’olio dalle dita e guardai verso il pendio ammantato di erica mentre il boato riecheggiava, come un tuono, sopra il paese giú in riva al lago di Budal. Dieci minuti dopo Carl arrivò correndo verso il podere, e rallentò nel rendersi conto che mamma o papà avrebbero potuto vederlo dall’abitazione. Dog non era con lui. E non aveva neanche il fucile. A quel punto intuii cosa era accaduto e gli andai incontro. Appena mi vide girò sui tacchi e si riavviò a passo lento nella direzione da cui era venuto. Quando lo raggiunsi notai che aveva le guance bagnate di lacrime. –Ci ho provato, –singhiozzò. –Si sono alzati in volo davanti a noi, erano tantissimi e ho preso la mira, ma poi non ce l’ho proprio fatta. E allora volevo farvi sentire che almeno ci avevo provato, e ho abbassato il fucile e ho fatto partire un colpo. E appena gli uccelli si sono allontanati e ho guardato giú, ho visto Dog disteso in terra. –Morto? –domandai. –No, –rispose Carl cedendo a un pianto disperato. –Però…sta morendo. Gli esce il sangue dalla bocca e ha gli occhi distrutti. È lí a terra che geme e trema. –Corri, –dissi. Ci mettemmo a correre e qualche minuto dopo notai un movimento tra l’erica. Era una coda. La coda di Dog, aveva fiutato il nostro arrivo. Ci fermammo accanto a lui. I suoi occhi sembravano due tuorli d’uovo spappolati. –È spacciato, –dissi. Non perché sia un veterinario esperto come hanno l’aria di essere tutti i cowboy dei film western, bensí perché se per miracolo Dog ce l’avesse fatta, una vita da cane da caccia cieco non era degna di essere vissuta. –Gli devi sparare. –Io? –sbottò Carl, quasi non si capacitasse che avessi anche solo potuto suggerire che lui, Carl, dovesse uccidere un essere vivente. Lo guardai. Il mio fratellino. –Dammi il coltello, –gli dissi. Mi porse il coltello da caccia di papà. Posai una mano sulla testa di Dog e lui mi leccò l’avambraccio. Lo afferrai per la collottola e con l’altra mano gli tagliai la gola. Ma ero stato troppo delicato, non accadde nulla, Dog si limitò a sussultare. Solo al terzo tentativo riuscii ad affondare la lama, e fu come quando fai un buco troppo in basso nel brick del succo di frutta: il sangue uscí con un fiotto, come se non avesse aspettato altro. –Ecco fatto, –dissi lasciando cadere il coltello sull’erica. Vidi il sangue nelle scanalature e mi chiesi se mi fosse spruzzato in faccia, perché mi sentivo colare un liquido caldo lungo la guancia. –Stai piangendo, –disse Carl. –Non dirlo a papà. –Che hai pianto? –Che non ce l’hai fatta a sopprimere…a sopprimerlo. Gli diciamo che io ho deciso che bisognava farlo, ma che ci hai pensato tu. Okay? Carl annuí: –Okay. Mi caricai la carcassa di cane sulla spalla. Era piú pesante di quanto avessi immaginato e scivolava avanti e indietro. Carl si offrí di portarlo, ma quando rifiutai vidi il sollievo nel suo sguardo. Posai Dog davanti alla rampa del fienile, entrai in casa e chiamai papà. Mentre tornavo insieme a lui gli diedi la spiegazione concordata. Papà non aprí bocca, si limitò ad accovacciarsi accanto al suo cane e annuí, come se in qualche modo lo avesse previsto, come se quasi fosse colpa sua. Poi si alzò, prese il fucile dalle mani di Carl e si infilò la carcassa di Dog sotto il braccio. –Venite, –disse salendo la rampa del fienile. Adagiò Dog su un giaciglio di fieno e questa volta si inginocchiò, chinò il capo e mormorò delle parole che sembravano i versi di uno degli inni americani che conosceva. Guardai mio padre, un uomo che avevo visto per tutta la mia breve vita, ma mai in quello stato. A pezzi. Quando si voltò verso di noi era ancora pallido, ma non gli tremavano piú le labbra e i suoi occhi avevano ritrovato l’espressione di calma risoluta. –Ed eccoci qua, –disse. E la cosa si chiuse lí. Anche se papà non aveva mai picchiato nessuno di noi due, Carl parve accucciarsi accanto a me. Papà lisciò la canna del fucile. –Chi di voi due ha…–cercò le parole mentre lisciava ininterrottamente la canna, –sgozzato il mio cane? Carl batté le palpebre all’infinito come se fosse terrorizzato. Aprí la bocca. –Carl, –risposi. –Ma sono stato io a dire che bisognava farlo, e che doveva farlo lui da solo. –Ah sí? –Papà vagò con lo sguardo da me a Carl per poi riportarlo indietro. –Sapete, il mio cuore piange. Piange, e ho un’unica consolazione. E sapete qual è? Restammo in silenzio, perché quando papà faceva quel genere di domande non dovevamo rispondere. –Il fatto di avere due figli che oggi hanno dimostrato di essere uomini. Che si sono assunti una responsabilità e hanno preso delle decisioni. Il tormento della scelta, sapete cos’è? È quando a soffocarti è l’atto di dover scegliere, e non la scelta in sé. Quando sai che qualunque sarà la tua scelta passerai le notti sveglio a tormentarti chiedendoti se sia stata quella giusta. Avreste potuto sottrarvi a questa decisione, ma avete sfidato la scelta sbagliata. Tra lasciare Dog vivere e soffrire, oppure farlo morire diventando il suo assassino. Ci vuole coraggio per non sottrarsi quando all’improvviso si viene messi davanti a una scelta simile –. Tese le sue grosse mani, una davanti a sé che posò sulla mia spalla, l’altra un po’piú in alto, su quella di Carl. E nella sua voce si insinuò un vibrato degno del predicatore Armand quando riprese: –Allora è la capacità di non scegliere la via della resistenza minore, ma quella della moralità piú alta, a distinguere gli uomini dagli animali –. Gli vennero di nuovo le lacrime agli occhi. –Ora come ora sono un uomo distrutto, però sono molto, molto fiero di voi due, ragazzi. Non solo era la dichiarazione piú vigorosa, ma probabilmente anche la piú lunga e coerente che avessi mai udito pronunciare da mio padre. Carl scoppiò a piangere e, quanto a me, cazzo, avevo un enorme groppo in gola. –E adesso andiamo a dirlo alla mamma. Eravamo preoccupati. Ogni volta che papà doveva macellare una capra, mamma andava sempre a fare una lunga passeggiata e tornava con gli occhi rossi. Mentre ci avviavamo verso casa papà mi trattenne in modo che Carl ci distanziasse. –Prima che lei ascolti questa versione, è il caso che ti lavi meglio le mani, –mi disse. Levai lo sguardo, preparato ad affrontare il seguito. Ma nel suo viso lessi solo mitezza e una rassegnazione stanca. E poi lui mi carezzò la nuca. A quanto ricordassi non lo aveva mai fatto prima. Né lo fece in seguito. –Tu e io siamo uguali, Roy. Siamo piú duri dei tipi come mamma e Carl. E perciò dobbiamo proteggerli. Sempre. Mi hai capito? –Sí. –Siamo una famiglia. E dobbiamo restare uniti perché non abbiamo nessun altro. Amici, fidanzate, vicini, compaesani, lo Stato. Non sono che un’illusione e non valgono un cazzo il giorno in cui ti ritrovi veramente nel bisogno. Allora saremo noi contro loro, Roy. Noi contro tutti quanti gli altri. Okay? –Okay. Parte prima 1. Lo udii prima di vederlo. Carl era tornato. Non so perché mi venne in mente Dog, erano passati quasi vent’anni, ma forse avevo il sospetto che quel ritorno improvviso fosse dettato dallo stesso motivo di allora. Di sempre. Dal fatto che aveva bisogno del fratello maggiore. Mi trovavo fuori nell’aia, guardai l’ora. Le due e mezzo. Mi aveva mandato un messaggio, e nient’altro, avvisandomi che sarebbero arrivati entro le due. Ma il mio fratellino è sempre stato un ottimista, ha sempre promesso un po’piú di quanto fosse in grado di mantenere. Guardai il paesaggio. Quel poco che spuntava dalle nuvole giú in basso. Il fianco della collina sul versante opposto della valle sembrava galleggiare su un mare grigio. Quassú in alto la vegetazione cominciava già a essere spruzzata di rosso dall’autunno. Sopra di me il cielo era azzurro e limpido come lo sguardo innocente di una ragazzina. L’aria era buona e fredda e pungeva i polmoni se la inspiravo troppo forte. Avevo la sensazione di essere completamente solo, di avere tutto il mondo per me. E va bene, forse non tutto il mondo, ma solo un monte Ararat con un podere sulla cima. A volte dei turisti risalivano la strada tortuosa dal paese per guardare il panorama, e allora prima o poi finivano qui, in quest’aia. E spesso mi chiedevano se portassi ancora avanti la piccola azienda agricola. Probabilmente quegli idioti la definivano piccola perché erano convinti che un podere degno di questo nome dovesse essere come quelli nel bassopiano, con terreni estesi, fienili fuori misura e abitazioni enormi e sfarzose. Non avevano visto che cosa una tempesta in montagna era capace di fare a un tetto un po’troppo grande, né avevano provato ad accendere il riscaldamento in una stanza un po’troppo grande quando un vento forte trapassava i muri con meno trenta. Non conoscevano la differenza tra campi interni e campi esterni, cioè tra campi coltivati e incolti, non sapevano che un podere di montagna è un pascolo per il bestiame e può essere un regno desolato ma molto, molto piú grande del presuntuoso paesaggio culturale giallo grano del contadino del bassopiano. Da quindici anni abitavo qui da solo, ma d’ora in poi non sarebbe piú stato cosí. Da qualche parte sotto la coltre di nubi un V8 ruggiva e ringhiava. Dall’intensità sembrava abbastanza vicino da aver superato la curva del Giappone a metà della salita. Il guidatore accelerò, rilasciò il pedale, percorse uno dei tornanti, accelerò di nuovo. Sempre piú vicino. Si sentiva che aveva già affrontato quelle curve. E adesso che riuscivo a distinguere le sfumature del ronzio del motore, i profondi sospiri di quando cambiava marcia, il profondo basso che solo le Cadillac in prima o seconda hanno, capii che era una de Ville. Lo stesso pesante veicolo che aveva avuto papà. Ovvio. Ed ecco che le aggressive fauci della griglia della de Ville sbucarono dalla curva delle Capre. Nera. Ma un modello piú recente, su per giú dell’85, tirai a indovinare. Però l’accompagnamento era lo stesso. L’auto mi affiancò e il finestrino dalla parte della guida fu abbassato. Speravo che non si vedesse, ma il mio cuore batteva come un pistone. Quante lettere, quanti sms e quante mail e telefonate ci eravamo scambiati in tutti quegli anni? Ben pochi. Eppure, era trascorso un solo giorno senza che avessi pensato a Carl? Difficile. Però era meglio sentire la sua mancanza che dovermi occupare dei suoi guai. Per prima cosa notai che era invecchiato. –Mi scusi, gentile signore, siamo davvero arrivati al podere dei famosi fratelli Opgard? E poi mi sorrise a tutti denti. Mi rivolse quel caldo, affabile, irresistibile sorriso, e fu come se il tempo venisse cancellato sia dalla sua faccia sia dal calendario, secondo il quale erano trascorsi quindici anni dall’ultima volta che ci eravamo visti. Ma nel suo sguardo c’era anche un che di indagatore, come se controllasse la temperatura dell’acqua prima di immergersi. Non avevo voglia di ridere. Non ancora. Ma non riuscii a trattenermi. La portiera si aprí. Lui spalancò le braccia e io mi lasciai stringere. Qualcosa mi dice che avrebbe dovuto essere il contrario. Che avrei dovuto essere io –il fratello maggiore –ad abbracciare lui che tornava a casa. Ma a un certo punto la distribuzione dei ruoli fra me e Carl si era fatta un po’confusa. Lui era diventato piú grande di me, sia fisicamente sia come persona e –almeno quando eravamo in compagnia di altri –era lui a dare il La. Chiusi gli occhi, rabbrividii e feci un respiro tremolante, inspirando l’odore d’autunno, di Cadillac e del mio fratellino. Usava un imprecisato profumo da uomo, come li chiamano. Lo sportello del passeggero si era aperto. Carl sciolse l’abbraccio e mi fece fare il giro dell’imponente muso dell’auto fino alla donna, che si era voltata verso la valle. –È veramente bello qui, –disse lei. La corporatura era minuta ed esile, ma la voce profonda. Parlava con un forte accento e aveva sbagliato la cadenza, però era senza dubbio in norvegese. Mi chiesi se fosse una frase su cui si era esercitata strada facendo, una cosa che avesse deciso di dire comunque, convinta o meno. Un’osservazione che mi inducesse a rendermela simpatica, volente o nolente. Poi si girò verso di me e sorrise. La prima cosa che vidi fu il viso bianco. Non pallido, ma bianco come la neve che riflette la luce, quasi impedendomi di distinguerne i contorni. La seconda fu una palpebra calata a mezz’asta, come una tenda avvolgibile, come se metà di lei avesse un gran sonno. L’altra metà, invece, sembrava sveglia. Un vivace occhio bruno che mi guardava da sotto una corta frangia rosso fiamma. Indossava un sobrio cappotto nero di taglio dritto, e neanche sotto si intuiva qualche forma, solo un dolcevita nero spuntava dallo scollo. In effetti, la prima impressione fu di un ragazzino esilissimo fotografato in bianco e nero, ma i cui capelli erano stati colorati dopo lo scatto. Carl aveva sempre attirato le donne, perciò, in tutta sincerità, ero un po’sorpreso. Non che non fosse carina, anzi, immagino, ma non aveva niente a che vedere con un pezzo di figa, come dicono da queste parti. Lei continuò a sorridere e, siccome i denti quasi si confondevano con la carnagione, capii che erano bianchi pure quelli. Anche Carl aveva i denti bianchi, li aveva sempre avuti, al contrario di me. Scherzando diceva che i suoi venivano sbiancati dalla luce del sole perché sorrideva molto piú di me. Forse era stato proprio questo ad averli fatti innamorare l’uno dell’altra: i denti bianchi. L’immagine riflessa. Perché anche se Carl era alto e robusto, biondo e con gli occhi azzurri, scorsi subito l’affinità. Un che di brioso, come si dice. Un che di ottimistico pronto a vedere il lato migliore nelle persone. In sé stessi e negli altri. Sí, certo, ancora non conoscevo la ragazza. –Ti presento…–esordí Carl. –Shannon Alleyne, –lo interruppe lei con la sua voce di contralto, tendendo una mano cosí piccola che ebbi l’impressione di stringere la zampa di una gallina. –…Opgard, –aggiunse Carl fiero. –Scombussolati dal jet lag? –domandai pentendomene subito, sentendomi un idiota per averlo chiesto. Non perché non avessi idea di che cosa fosse il jet lag, bensí perché Carl sapeva che non avevo attraversato neanche un fuso orario e quindi la risposta avrebbe avuto comunque un significato limitato per me. Carl scosse il capo: –Siamo atterrati due giorni fa. Abbiamo dovuto aspettare la macchina, che è arrivata via nave. Annuii, guardai la targa. MC. Monaco. Esotica, ma non abbastanza per chiedere se la potevo avere nel caso si fosse dovuta rifare l’immatricolazione. Nell’ufficio della stazione di servizio tenevo appese targhe scadute dell’Africa equatoriale francese, della Birmania, del Basutoland, dell’Honduras britannico e del sultanato di Johor. Una collezione di tutto rispetto. Shannon vagò con lo sguardo da Carl a me e poi lo riportò indietro. Sorrise. Non so perché, forse era semplicemente contenta di vedere Carl e il fratello maggiore –il suo unico familiare –ridere insieme. E di vedere allentarsi la lieve tensione che c’era stata. Che lui –che loro –erano i benvenuti. –Mostri la casa a Shannon mentre io porto dentro le valigie? –mi domandò Carl aprendo il trunk, come lo chiamava papà. –Dovremmo impiegarci piú o meno lo stesso tempo, –mormorai a Shannon, che mi seguí. Facemmo il giro della casa fino al lato nord, dove c’è la porta principale. A essere sincero, non so perché papà non l’avesse installata direttamente sull’aia e sulla strada. Forse perché ogni giorno quando usciva gli piaceva vedere tutti i nostri possedimenti. O perché era piú importante che il sole scaldasse la cucina invece dell’ingresso. Varcammo la soglia e aprii una delle tre porte del corridoio. –La cucina, –dissi notando l’odore di grasso rancido. C’era sempre stato? –Che bella, –mentí lei. Certo, avevo riordinato e fatto le pulizie, ma bella non lo era di certo. Con gli occhi sgranati –e forse una punta di preoccupazione –lei seguí il tubo che dalla stufa a legna passava per un buco segato nel solaio. Piú largo, in modo da evitare che il legno prendesse fuoco, e cosí perfettamente circolare che papà lo chiamava un’opera di alta falegnameria. In tal caso –insieme ai due buchi altrettanto tondi del gabinetto esterno –era l’unica del genere al podere. Feci scattare l’interruttore per mostrarle che almeno l’energia elettrica ce l’avevamo. –Caffè? –le domandai aprendo il rubinetto. –Grazie, magari piú tardi. Se non altro, aveva imparato le frasi di circostanza. –Carl lo prende, –dissi aprendo l’armadietto. Rovistai rumorosamente finché trovai la caffettiera. Avevo addirittura comprato del caffè buono dopo…tanto tempo. Da parecchio mi arrangiavo con quello liofilizzato. E nel momento in cui misi la caffettiera sotto il rubinetto mi accorsi che per forza d’abitudine avevo aperto l’acqua calda. Mi resi conto che anche la temperatura delle mie orecchie era aumentata un po’. Ma chi lo ha stabilito che il caffè istantaneo nell’acqua calda del rubinetto debba per forza essere triste? Il caffè è caffè, e l’acqua è acqua. Sistemai il bollitore sulla piastra, l’accesi e feci i due passi che mi separavano dalla porta che dava su una delle due stanze ai lati della cucina. La sala da pranzo, esposta a ovest, d’inverno era chiusa perché fungeva da respingente contro il maltempo che proveniva da quella direzione, e mangiavamo sempre in cucina. Sul lato est c’era il soggiorno con le librerie, la tv e un’altra stufa a legna. Sul lato sud papà aveva concesso l’unica eccentricità della casa, una veranda a vetri che lui chiamava il porch e mamma «il giardino d’inverno», anche se ovviamente in quella stagione era barricata con cura dietro tavole di legno. Ma d’estate papà andava a sedersi lí a succhiare il suo snus della Berry e a bere una Budweiser o due –pure queste delle eccentricità. Doveva andare fino in città per procurarsi la pallida birra americana, mentre le scatole argentate di snus porzionato se le faceva mandare da oltreoceano da un parente. Papà mi aveva spiegato molto presto che, a differenza della porcheria svedese, lo snus americano subisce un processo di lievitazione, che si sente dal sapore. «Come il bourbon», era solito dire, sostenendo che i norvegesi consumavano la porcheria svedese solo perché ne ignoravano l’esistenza. Ebbene, io non ne ignoravo l’esistenza, e quando cominciai a fare uso di snus, scelsi il Berry. Carl e io contavamo sempre le bottiglie vuote che papà sistemava sul davanzale. Sapevamo che se ne beveva piú di quattro c’era la possibilità che si mettesse a piangere, e nessuno vuole veder piangere il proprio padre. E, ripensandoci, forse è per questo che di rado bevevo piú di una birra o due. Non volevo piangere. Carl aveva sempre la sbronza allegra, perciò probabilmente sentiva meno il bisogno di porsi limiti del genere. Insomma, tutte queste cose le pensai, ma non aprii bocca mentre salivamo le scale e mostravo a Shannon la camera da letto piú grande, che papà chiamava the master bedroom, la camera da letto padronale. –Stupenda, –commentò lei. Le feci vedere il bagno nuovo, che ormai non era piú nuovo, ma comunque la stanza piú nuova della casa. Con tutta probabilità non mi avrebbe creduto se le avessi detto che eravamo cresciuti senza. Che ci lavavamo giú in cucina, con l’acqua scaldata sulla stufa. Che il bagno era stato installato dopo l’uscita di strada. Se era vero quello che mi aveva scritto Carl, che era originaria di Barbados e veniva da una famiglia che si era potuta permettere di mandarla a studiare in un college in Canada, ovviamente aveva difficoltà a immaginare di dover condividere con tuo fratello l’acqua sporca quando, d’inverno, vi piegavate infreddoliti sopra il catino. Mentre, fatto paradossale, papà teneva una Cadillac de Ville parcheggiata fuori nell’aia, perché una macchina decente dovevamo averla, questo era poco ma sicuro. Evidentemente la porta della nostra cameretta si era storta, perciò dovetti scuotere la maniglia per riuscire ad aprirla. Una zaffata di aria stantia e di ricordi ci avvolse, come uscendo da un armadio pieno di vecchi indumenti che avevi dimenticato di possedere. Addossata a una parete longitudinale c’era una scrivania con due sedie vicine. All’altra un letto a castello di misura standard. Ai suoi piedi, dal buco nel pavimento, saliva il tubo della stufa della cucina. –Qui dormivamo io e Carl, –dissi. Shannon indicò il letto a castello con un cenno del capo: –Chi dormiva sopra? –Io, –risposi. –Il grande –. Passai un dito sullo strato di polvere che copriva la spalliera di una sedia. –Da oggi mi trasferisco qui. E voi prendete la camera padronale. Lei mi guardò spaventata: –Ma Roy caro, non vogliamo…Mi concentrai per puntare lo sguardo  sul suo occhio aperto. Non è un po’ strano avere gli occhi bruni se sei rossa di capelli e di carnagione bianca come la neve? –Voi siete in due, io uno e none non c’è problema. Okay? Lei abbracciò di nuovo la cameretta con lo sguardo. –Grazie, –disse. La precedetti nella stanza di mamma e papà. Avevo arieggiato a fondo. Anche se profuma, non mi piace sentire l’odore della gente. Eccezion fatta per Carl. Carl sa –se non di buono –di giusto. Sa di me. Di noi. D’inverno, quando Carl si ammalava –e capitava spesso –scendevo e mi infilavo nel letto con lui. E il suo odore era come doveva essere, anche se aveva la pelle coperta dal sudore rappreso della febbre o l’alito puzzolente di vomito. Inspiravo Carl e tremante di freddo mi stringevo al suo corpo arroventato, sfruttavo il calore che lui perdeva per scaldare le mie ossa. La febbre di uno, la stufa dell’altro. A vivere quassú si acquista senso pratico. Shannon raggiunse la finestra e guardò fuori. Aveva tenuto il cappotto abbottonato. Sicuramente per lei la casa era fredda. In settembre. Non prometteva bene per l’inverno. Udii Carl rumoreggiare con le valigie sulle scale strette. –Carl mi ha detto che non siete ricchi, –disse lei. –Ma che tutto quello che si vede da qui appartiene a voi due. –Esatto. Ma non sono che campi esterni, tutti quanti. –Campi esterni? –Campi incolti, –spiegò Carl che si era fermato nel vano della porta, affannato e sorridente. –Pascoli per pecore e capre. Non si può coltivare granché in un podere di montagna. Come vedi, scarseggiano perfino gli alberi. Ma modificheremo questa skyline. Eh, Roy? Annuii lentamente. Lentamente come avevo visto fare ai contadini adulti quando ero ragazzino, convinto che dietro quelle fronti aggrottate fervesse un’attività cosí intensa e complessa che ci sarebbe voluto troppo tempo e forse sarebbe stato impossibile esprimere tutto quanto nel nostro scarno dialetto di paese. E poi sembravano comprendersi a vicenda tacitamente, quegli uomini adulti che annuivano: al lento cenno del capo di uno rispondeva spesso quello dell’altro. E ormai avevo preso anch’io l’abitudine di annuire lentamente. Senza però capirci molto di piú rispetto ad allora. Certo, avrei potuto chiederlo a Carl, ma con tutta probabilità non mi avrebbe dato la risposta. Risposte, sí, tante, ma non la risposta. E forse non ne avevo neanche bisogno, ero solo contento che fosse tornato e non intendevo tormentarlo con quella domanda adesso. Perché diamine era tornato? –Roy è stato gentilissimo, –disse Shannon. –Ci ha ceduto questa stanza. –Ho pensato che non saresti tornato per dormire nella cameretta, –dissi. Carl annuí. Lentamente. –Allora questo non è granché come contraccambio, –disse porgendomi un cartone pesante. Capii subito cos’era. Berry. –Cazzo, che bello rivederti, fratello, –proseguí Carl con la voce velata. Mi raggiunse e mi abbracciò di nuovo. Stringendomi forte, questa volta. Gli restituii la stretta. Notai che il suo corpo era diventato piú morbido, aveva messo su ciccia. Con la pelle della mascella contro la mia, un po’piú flaccida, sentii il pizzicore della barba anche se era rasato di fresco. La lana della giacca era piacevole al tatto, la trama fitta. E la camicia…prima non le portava mai. Aveva perfino cambiato modo di esprimersi, parlava quel dialetto della capitale che di tanto in tanto avevamo usato per imitare mamma. Ma fu piacevole. Aveva lo stesso odore di sempre. Aveva l’odore di Carl. Mi allontanò da sé, mi guardò. I suoi occhi effeminati erano pieni di lacrime. Cazzo, sicuramente anche i miei erano lucidi. –Il caffè bolle, –dissi con una voce solo un po’incrinata e mi avviai verso le scale. Quella sera, quando mi coricai, rimasi disteso ad ascoltare i rumori. Per sentire se la casa avesse un suono diverso adesso che era di nuovo popolata. No, non l’aveva. Scricchiolava, gemeva e fischiava come al solito. Tesi l’orecchio cercando di cogliere i rumori provenienti dalla camera padronale. Si sente tutto, e anche se fra le due stanze c’è il bagno, riuscivo a udire le loro voci indistinte. Stavano parlando di me? Shannon chiedeva a Carl se suo fratello fosse stato sempre cosí taciturno? Se secondo lui gli era piaciuto il chili con carne che lei aveva preparato? Se a quel fratello taciturno fosse piaciuto davvero il regalo che gli aveva portato e si era data tanto da fare per procurare tramite dei parenti, una targa usata di Barbados? Era forse antipatica al fratello? E Carl le rispondeva che Roy era cosí con chiunque, che doveva solo dargli tempo. E lei diceva che forse Roy era geloso, sicuramente pensava che gli avesse portato via il fratello, che dopo tutto non aveva nessun altro al mondo. E Carl scoppiava a ridere, le carezzava una guancia dicendole di non farsi tanti problemi già il primo giorno, che le cose si sarebbero aggiustate. E adagiando la testa nell’incavo della sua spalla, Shannon gli diceva che senza dubbio aveva ragione, ma a ogni modo era contenta che lui non fosse come il fratello. Che era strano che in un paese quasi privo di delinquenza la gente andasse in giro con lo sguardo torvo come se avesse costantemente paura di essere ripulita. O magari stavano trombando. Nel letto di mamma e papà. «Chi stava sopra?» avrei chiesto a colazione l’indomani mattina. «Il grande?» e avrei guardato le loro facce perplesse. Uscire nell’aria pungente del mattino, montare in macchina, rilasciare il freno a mano, sentire il bloccasterzo, vedere avvicinarsi la curva delle Capre. Fuori risuonò una nota lunga, bellissima e triste. Piviere dorato. L’uccello solitario della montagna, esile e serio. Un uccello che ti segue quando vai a fare una camminata, ti protegge, ma sempre a distanza di sicurezza. Quasi abbia troppa paura di farsi un amico, eppure ha bisogno di qualcuno che lo ascolti quando canta la sua solitudine. 2. Arrivai alla stazione di servizio alle cinque e mezzo, mezz’ora prima del solito per un lunedí. Egil, dietro il banco, aveva l’aria stanca. –’Giorno, capo, –disse con voce atona. Egil era come il piviere, aveva un’unica nota. –Buongiorno. Notte movimentata? –No, –rispose lui con l’aria di non aver capito che la mia era una domanda retorica, come si dice. Che sapevo che la domenica sera non c’era mai molto da fare dopo che il traffico del rientro in città dalle baite era finito, che chiedevo perché non avesse fatto ordine e lavato nell’area pompe. Nelle altre stazioni aperte h24 in cui una sola persona copre il turno di notte vige la regola che questa non lasci l’edificio, ma io odio il disordine, e grazie alla banda dei verri che usa la stazione come una combinazione di chiosco dei würstel, zona fumatori e luogo di cova, ci sono molte cartacce, cicche e addirittura qualche preservativo usato. Ma considerato che tanto i würstel quanto le sigarette e i gommini vengono acquistati alla stazione di servizio non ho intenzione di cacciare i miei clienti verri, li lascio rimanere seduti nelle loro macchine a guardare il mondo passare. Invece, ho dato ordine a chi fa il turno di notte di pulire non appena si presenta l’occasione. Avevo affisso un cartello nel gabinetto del personale in modo che ce lo avessero proprio davanti al muso quando erano seduti sulla tavoletta: «Fa’quel che va fatto. Tutto dipende te. Fallo subito». Anche se probabilmente Egil credeva che il messaggio volesse dire che doveva sbrigarsi a cacare, avevo accennato un numero sufficiente di volte alle pulizie e al prendersi la responsabilità: si sarebbe pensato che avesse colto la battuta sulla notte movimentata. Ma Egil non era solo stanco, era anche un ragazzo semplice di vent’anni che era stato ingannato cosí spesso nella vita che non gliene importava piú niente. Ed è chiaro che se vuoi faticare il meno possibile non è una tattica scema fingere di capire un po’meno di quello che capisci. Quindi, forse Egil non era tanto scemo. –Sei in anticipo, capo. Un po’troppo in anticipo per darti il tempo di ripulire l’area pompe e farmi credere che sia stata in perfetto ordine tutta la notte, pensai. –Non riuscivo a dormire, –risposi. Andai alla cassa e pigiai «cassa + shift + menu». Era la chiusura delle ventiquattro ore e udii la stampante di là in ufficio cominciare a macinare. –Va’a casa e fatti una dormita. –Grazie. Andai nell’ufficio e lessi il conteggio incassi mentre la carta continuava a uscire. Niente male. Un’altra domenica movimentata. La nostra statale non sarà la piú trafficata del Paese, ma con trentacinque chilometri alla stazione successiva in entrambe le direzioni, eravamo diventati un’oasi per automobilisti, soprattutto per le famiglie con bambini sulla via del rientro dalla baita. Avevo sistemato dei tavoli e della panche giú vicino alle betulle con vista sul lago di Budal, dove consumavano hamburger, panini e bibite in quantità industriali, come si dice. Il giorno prima avevamo venduto quasi trecento panini. Avevo meno sensi di colpa per le emissioni di Co2 che per l’intolleranza al grano che infliggevo al mondo. Feci correre lo sguardo lungo il foglio e mi accorsi che Egil ci aveva dato dentro con i würstel. Benissimo, ma erano –come al solito –un po’troppi in confronto a quelli venduti. Lui si era cambiato e si stava dirigendo verso la porta. –Egil? Si irrigidí e si bloccò: –Sí? –A quanto pare qualcuno si è divertito a spargere salviette asciugamani intorno alla due. –Ci penso io, capo –. Mi sorrise e uscí. Feci un sospiro. È difficile trovare mano d’opera qualificata in un paesino cosí piccolo. Gli intelligenti se ne vanno a Oslo o a Bergen per studiare, e gli intraprendenti a Notodden, a Skien o a Kongsberg per guadagnare. E per quelli che restano, come Egil, non ci sono molti posti di lavoro tra cui scegliere. Se lo avessi licenziato sarebbe finito dritto dritto a carico dei servizi sociali. E non per questo avrebbe mangiato meno würstel: si sarebbe semplicemente ritrovato dalla parte opposta del banco e li avrebbe pagati. Dicono che l’obesità sia soprattutto un problema delle zone rurali. Ed è facile consolarti con il cibo se lavori in una stazione di servizio e vedi che i clienti di passaggio sono diretti in altri posti, migliori nella tua immaginazione, a bordo di auto che non ti potrai mai permettere, in compagnia di ragazze alle quali non avresti neanche il coraggio di rivolgere la parola, a meno che non fosse al ballo del paese e tu non fossi ubriaco fradicio. Però dovevo decidermi a fare quattro chiacchiere con Egil. Alla sede centrale non si curavano dei tipi come lui, ma dell’utile netto. Nulla da eccepire. Nel 1969, in Norvegia c’erano settecentomila automobili e oltre quattromila stazioni di servizio. Quarantacinque anni dopo il numero delle auto era quasi quadruplicato, mentre quello delle stazioni di servizio era piú che dimezzato. Era dura per loro e per noi. E io, che leggevo le statistiche del settore, vedevo che in Svezia e in Danimarca oltre la metà delle stazioni sopravvissute erano già automatizzate e senza personale addetto alle pompe. Se in Norvegia siamo giunti a questo punto è per via della bassa densità di popolazione, ma è chiaro che anche qui gli addetti sono una razza in via di estinzione. Be’, tutto sommato, siamo già estinti: quando è stata l’ultima volta che avete visto uno di noi mettere benzina? Siamo troppo occupati a spacciare würstel, coca, palloni da spiaggia, carbone per grill, detergenti per parabrezza e acqua in bottiglia che non è migliore di quella del rubinetto, ma arriva via aereo e costa piú dei video che abbiamo in offerta. Non mi lamento. Quando la catena di stazioni di servizio aveva manifestato il suo interesse per l’officina che avevo rilevato a vent’anni, il motivo non erano le due pompe che avevo fuori né che fosse ben avviata, bensí l’ubicazione. Si dissero colpiti dal fatto che avessi resistito cosí a lungo, dato che ormai le autofficine locali non esistevano piú da parecchio, e mi offrirono un posto di direttore dellastazione e pochi spiccioli per l’edificio. Probabilmente avrei potuto ottenere qualcosa in piú, ma noi Opgard non mercanteggiamo. Non avevo ancora compiuto trent’anni e già mi sentivo collocato a riposo. Spesi gli spiccioli per installare un bagno nel podere e potermici trasferire dall’alloggio da scapolo che avevo ricavato nell’officina. Il terreno circostante era abbastanza grande, e la catena installò una stazione di servizio accanto all’officina, che lasciò in piedi, e trasformò il vecchio autolavaggio a mano in uno moderno self-service. La porta sbatté dietro a Egil e mi ricordai che la sede centrale aveva accettato la mia richiesta di far montare delle porte scorrevoli automatiche. Arrivarono una settimana dopo. La sede centrale comunicò di essere soddisfatta di noi. Il direttore vendite che passava ogni quindici giorni era tutto sorrisi e battute infelici, e di quando in quando mi posava una mano sulla spalla dicendo, quasi fosse una confidenza, che erano soddisfatti. Erano soddisfatti, sí. Guardavano all’utile netto. E alla coraggiosa e proficua battaglia che combattevano contro l’estinzione. Anche se non sempre l’area pompe durante i turni di Egil era linda e pinta. Le sei meno un quarto. Spennellai i panini che avevano riposato e lievitato durante la notte, e mi ritornarono in mente i begli anni in cui me ne stavo nella fossa di ispezione a ingrassare motori. Vidi un trattore avvicinarsi al lavaggio. Sapevo che appena il contadino avesse finito di lavare e sciacquare il veicolo con il tubo, sarebbe arrivato il mio turno di lavare e sciacquare con il tubo il pavimento. Nella mia veste di direttore ero responsabile delle assunzioni, della contabilità, dei colloqui con i dipendenti, della sicurezza e compagnia bella, ma indovinate a cosa dedica piú tempo un bravo direttore di una stazione di servizio? A lavare. E la cottura dei panini si piazza a pieno diritto al secondo posto. Ascoltai il silenzio. O meglio, non c’è mai silenzio, bensí una regolare, fissa sinfonia di suoni che cessa solo alla fine del weekend, quando i forestieri delle baite sono tornati a casa e riprendiamo a chiudere il negozio di notte. Sono le macchine del caffè, le griglie meccaniche dei würstel, i frigoriferi delle bibite, i congelatori. Fanno tutti rumori diversi, ma quello che si contraddistingue è lo scaldapane in cui mettiamo i panini degli hamburger. Gracchia con una nota piú calda, quasi come un motore ben ingrassato, se chiudi gli occhi e torni indietro nel tempo con la fantasia. L’ultima volta che è passato, il direttore vendite ha suggerito di mettere della musica a basso volume nel negozio. Come ha detto, studi hanno dimostrato che le melodie giuste stimolano sia l’inclinazione a fare acquisti sia la fame. Per tutta risposta ho annuito lentamente. Preferisco che il locale rimanga silenzioso. Di lí a poco la porta si sarebbe aperta. Probabilmente un artigiano, di solito sono loro che devono fare benzina o prendere un caffè prima delle sette. Vidi che il contadino stava mettendo al trattore il gasolio per camion, quello senza accise. Sapevo che un goccio sarebbe finito nel serbatoio della sua auto privata non appena fosse tornato a casa, ma la questione non mi interessava, se la sarebbe dovuta sbrogliare con la polizia. Vagai con lo sguardo oltre le pompe, dall’altra parte della via, della ciclabile e del sentiero pedonale, fino a una delle case in legno tipiche del paese, tre piani costruiti nel dopoguerra, una veranda affacciata sul lago, le finestre sporche di polvere della strada, un grande manifesto fissato al muro che pubblicizzava tagli di capelli e solarium, dando probabilmente l’impressione ai passanti che il taglio di capelli e la seduta nel lettino solare avessero luogo in contemporanea, come si dice. Eseguiti nelle stanze degli abitanti della casa. Avevo sempre visto solo gente del posto entrare da quella porta, e in paese tutti sapevano dove stava Grete, quindi non è ben chiaro quale fosse lo scopo del manifesto. A quel punto scorsi Grete in piedi sul ciglio della strada che, infreddolita in Crocs e t-shirt, si guardava attentamente a destra e a sinistra prima di attraversare per venire da noi. Erano trascorsi appena sei mesi da quando un autista di Oslo che sosteneva di non aver visto il limite di cinquanta aveva falciato la nostra insegnante di norvegese in un punto piú giú lungo la strada. Una stazione di servizio in un centro abitato ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. I vantaggi sono che gli abitanti del paese vengono a comprare beni di consumo e che il limite di velocità ai cinquanta permette agli automobilisti forestieri di fermarsi spontaneamente nella stazione di servizio. Quando avevo l’officina contribuivamo anche alla vita economica locale perché i clienti che venivano da fuori e avevano bisogno di riparazioni piú impegnative a volte si fermavano a mangiare al ristorantino e pernottavano in uno dei bungalow del campeggio in riva al lago. Lo svantaggio è che è solo questione di tempo e perderai il traffico. Gli automobilisti vogliono rettilinei con limiti di novanta all’ora invece di dover procedere a rilento attraverso ogni maledetto centro abitato per arrivare a destinazione. I progetti di una nuova statale che passasse al di fuori di Os erano pronti da parecchio tempo, ma finora la geografia ci aveva salvati: scavare tunnel attraverso le nostre montagne era troppo costoso per gli enti preposti alla viabilità. Ma il tunnel sarà realizzato. È certo come il fatto che il sole manderà in frantumi il nostro sistema solare tra due miliardi di anni, e impiegherà molto meno tempo. Finire in un impasse del genere ovviamente comporterebbe la chiusura immediata per tutti noi che viviamo del traffico di passaggio, e anche per il resto del paese le ripercussioni risulterebbero simili a quelle del sole che si ritira. I contadini continuerebbero a mungere le loro vacche e a coltivare quel poco che cresce quassú, ma gli altri che cosa farebbero senza la statale? Si taglierebbero i capelli a vicenda e farebbero la lampada fino ad abbrustolirsi? La porta si aprí. Quando eravamo ragazzi, Grete era di un pallore grigiognolo e aveva capelli dritti e smorti. Adesso era di un pallore grigiognolo e aveva una permanente che le conferiva un’aria decisamente sinistra, se lo chiedete a me. Certo, la bellezza non è un diritto dell’umanità, ma il Creatore era stato davvero meschino nei suoi riguardi. La schiena, il collo, le ginocchia, ogni sua parte era come ricurva, perfino l’enorme naso adunco sembrava un corpo estraneo, un elemento inserito a viva forza nel viso affilato. Ma se il Creatore aveva scialato con il naso, di converso era stato avaro con il resto. Le sopracciglia, le ciglia, il seno, i fianchi, le guance, il mento: in effetti, Grete non aveva niente di tutto questo. Le sue labbra erano sottili e parevano due lombrichi. Da giovane aveva coperto i lombrichi color carne con uno spesso strato di rossetto vermiglio, che in effetti le donava. Ma poi di colpo aveva smesso di truccarsi, doveva essere stato pressappoco quando Carl aveva lasciato il paese. Okay, forse gli altri non vedevano Grete come la vedevo io, forse a suo modo era attraente, e il mio giudizio sul suo aspetto esteriore era influenzato dall’opinione che avevo del suo essere interiore. E con questo non intendo sostenere che Grete Smitt fosse cattiva, sono sicuro che esista una qualche diagnosi psichiatrica piú lusinghiera, come si dice. –Pizzica, oggi, –disse Grete. Immagino alludesse al vento del Nord, che quando spazzava la valle portava sempre con sé l’odore di ghiacciaio e il memento della fugacità dell’estate. Grete era cresciuta in paese, ma forse quel modo di esprimersi lo aveva preso dai genitori: erano arrivati qui dalla Norvegia settentrionale e avevano gestito il campeggio fino a quando era andato fallito e avevano cominciato a percepire il sussidio sociale dopo aver ricevuto entrambi la diagnosi di una rara forma di neuropatia periferica provocata dal diabete che, a quanto pare, dà la sensazione di camminare sui vetri. La vicina di Grete mi aveva detto che questa neuropatia non è affatto contagiosa, che doveva trattarsi di un miracolo statistico. Ma i miracoli statistici accadono in continuazione, e ora i genitori vivevano al secondo piano, proprio sopra il cartello di «Parrucchiera e solarium Grete» e si facevano vedere di rado. –E cosí, Carl è tornato? –Sí, –risposi, anche se sapevo che la sua non era una domanda che richiedeva un monosillabo per risposta. Era un’affermazione accompagnata da un punto interrogativo che incoraggiava all’approfondimento. Io non ne avevo nessuna intenzione. Grete aveva unrapporto malsano con Carl. –Che cosa vuoi? –Credevo che se la passasse benissimo in Canada. –Capita che alla gente venga voglia di tornare a casa, nonostante se la passi bene. –A quanto pare là il mercato immobiliare è imprevedibile. –Già, o si sale molto in fretta oppure si sale un po’piú piano. Caffè? Una girella alla crema? –Chissà che cosa spinge un pezzo da novanta di Toronto a tornare al nostro paesello. –La gente, –dissi. Grete scrutò la mia espressione impassibile. –Può darsi, –disse lei. –Però, a quanto a sentito, si è portato appresso una cubana? Sarebbe stato facile compatire Grete. I genitori invalidi civili, un naso che sembrava un meteorite, senza clienti, senza ciglia, senza un marito, senza Carl e apparentemente senza il desiderio di trovarsi qualcun altro. Ma poi c’era quello scoglio sommerso di cattiveria di cui ti accorgevi solo dopo aver visto altri ritrovarsi con la chiglia sfondata. Forse era per quella legge di Newton secondo la quale a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, se tutta la sofferenza che le era stata inflitta doveva infliggerla agli altri. Se Carl da ragazzo non se la fosse fatta in preda a una sbronza contro un albero durante una festa di paese, forse non sarebbe diventata cosí. O forse lo sarebbe diventata lo stesso. –Una cubana, –dissi pulendo il banco. –Sembra quasi un sigaro. –Già, vero? –disse lei sporgendosi sopra il banco come se condividessimo delle idee politiche vietate. –Bruna, grandi succhiate e…e…Facilmente infiammabile, mi venne mio malgrado in soccorso il cervello, anche se avevo piú che altro voglia di ficcarle una girella alla crema in bocca per porre fine alle porcherie. –…puzzolente, –se ne uscí infine. Le labbra a lombrico sorrisero, sembrava soddisfatta dell’analogia, o come si chiama. –Solo che non è originaria di Cuba, –precisai, –ma di Barbados. –Sí, sí, –disse Grete. –Thailandese, russa, sicuramente è sottomessa. Avevo perso, non riuscivo piú a nascondere che mi sentivo provocato. –Cosa hai detto? –Che sicuramente è una gran bellezza, –ridacchiò Grete. Spostai il peso del corpo da una gamba all’altra. –Cosa vuoi, Grete? Grete scrutò il ripiano alle mie spalle. –Mia madre ha bisogno di batterie nuove per il telecomando. Non le credetti perché la madre era passata a comprare le batterie due giorni prima, scalpitando con i piedi doloranti sul pavimento quasi fosse lava incandescente. Porsi le batterie a Grete e registrai l’importo. –Shannon, –disse Grete perdendo tempo a infilare la carta nel pos. –Ho visto delle foto su Instagram. Ha qualcosa che non va? –Non che io abbia notato, –risposi. –E dài, non puoi essere cosí bianca se sei originaria di Barbados. E all’occhio, cos’ha? –Adesso il telecomando andrà come una scheggia. Grete estrasse la carta e la rimise nel portafogli. –Ci vediamo, Roy. Annuii lentamente. Certo che ci sarebbe capitato di vederci, vale per tutto e tutti in questo paesino. Però lei cercava di dirmi qualcos’altro, perciò annuii come se avessi capito, nella speranza che cosí facendo avrei evitato di sentire il resto. La porta sbatté alle sue spalle, ma non si richiuse bene anche se avevo stretto le molle. Era proprio ora di sostituirla con una nuova automatica a due battenti. Alle nove aveva preso servizio un altro dipendente e io ebbi il tempo di andare fuori a pulire la sporcizia lasciata dal trattore. Come avevo immaginato, sul pavimento trovai delle grosse zolle di terra e di argilla. Avevo del detergente professionale Fritz già miscelato che toglie il peggio, sciacquai con il tubo di gomma ripensando ai tempi in cui eravamo ragazzi e credevamo che la nostra vita potesse essere capovolta ogni singolo giorno, e veniva davvero capovolta ogni singolo giorno, quando sentii un formicolio tra le scapole. Come il calore di uno di quei puntini rossi di quando l’unità Swat ti ha centrato nel mirino. Perciò trasalii udendo un sommesso raschio alle mie spalle. Mi voltai. –C’è stato un incontro di mud wrestling? –domandò il poliziotto locale con la sigaretta che faceva su e giú fra le labbra sottili. –Un trattore, –risposi. Lui annuí. –E cosí, tuo fratello è tornato? L’agente rurale Kurt Olsen era magro, aveva le guance scavate e i baffi da camionista, jeans stretti, stivali di pelle di serpente che un tempo portava il padre. Nell’insieme, Kurt somigliava sempre di piú a Sigmund Olsen, il suo predecessore, che a sua volta aveva i capelli biondi e lunghi e mi ricordava Dennis Hopper in Easy Rider. Kurt Olsen aveva le gambe arcuate come un certo tipo di calciatori. Aveva due anni meno di me e in passato era stato capitano della squadra locale di quarta divisione. Una tecnica solida, una mente tattica, era capace di correre senza pause per novanta minuti anche se fumava come due ciminiere. Tutti dicevano che Kurt Olsen meritava di giocare in una divisione piú alta. Ma in questo caso avrebbe dovuto trasferirsi in una città piú grande rischiando di finire in panchina. Perché scambiare il suo status di eroe locale con quella prospettiva? –Carl è arrivato ieri, –confermai. –Come lo hai saputo? –Da questo, –rispose srotolando una locandina e mostrandomela. Chiusi l’acqua. Partecipa anche tu alla grande avventura! era il titolo. E, sotto: «Hotel-spa d’alta quota Os». Continuai a leggere. L’agente rurale non mi mise fretta. Avevamo pressappoco la stessa età e forse sapeva che ero, stando alla definizione dell’insegnante di riferimento, «leggermente dislessico». Dopo che l’insegnante di riferimento della mia classe aveva informato i miei genitori e si era lasciata sfuggire che la dislessia era molto spesso ereditaria, mio padre si era inalberato chiedendole se stesse insinuando che il ragazzino fosse un bastardo. Ma poi mamma gli aveva rammentato che Olav, un cugino di papà di Oslo, era dislessico e se l’era cavata piuttosto male. Appena aveva saputo del colloquio, Carl si era offerto di farmi da «allenatore di lettura», come lo chiamò. E so che parlava sul serio, che avrebbe dedicato con piacere tempo e lavoro al progetto. Ma io rifiutai. Chi vuole avere per maestro il proprio fratello minore? La locandina era un invito a partecipare a un’assemblea di investitori nel centro civico di Årtun. Tutti erano i benvenuti, c’era scritto. La presenza non comportava nessun impegno, e sarebbero stati offerti caffè e cialde. Prima ancora di arrivare al nome e alla firma in fondo alla locandina capii. Eccolo, il motivo per cui Carl era tornato a casa. Il nome, Carl Abel Opgard, era seguito dal titolo. Master of Business. Nientepopodimeno. Non sapevo bene cosa pensare di quella storia, solo che già puzzava di guai. –Sono affisse copie a tutte le fermate della corriera e ai pali dei lampioni lungo la statale, –mi spiegò l’agente rurale. Evidentemente anche Carl si era alzato presto. Il poliziotto riavvolse la locandina. –E senza aver chiesto l’autorizzazione si contravviene al paragrafo 33 del codice della strada. Gli potresti dire di togliere le locandine? –Perché non lo fai tu? –Non ho il suo numero di telefono e…–si ficcò la locandina sotto il braccio, i pollici nella cintura dei Levi’s stretti, e indicò verso nord con un cenno del capo. –Mi risparmio volentieri quel tragitto in macchina. Ci pensi tu? Annuii lentamente mentre levavo lo sguardo verso il luogo che l’agente rurale avrebbe fatto volentieri a meno di raggiungere. Dalla stazione di servizio Opgard non si vedeva, si coglieva solo uno scorcio della curva delle Capre e di un tratto grigio in cima al precipizio. L’edificio, situato piú in alto e all’interno, dove diventava pianeggiante, era nascosto. Quel giorno, però, vi scorsi qualcosa. Qualcosa di rosso. E poi capii di che si trattava. Una bandiera norvegese. Per la miseria, Carl aveva issato la bandiera in un normalissimo lunedí. Non era cosí che faceva il re al castello per far sapere che era in casa? Mi venne da ridere, cazzo. –Può chiedere l’autorizzazione, –dissel’agente rurale guardando l’ora. –E vediamo che cosa si può fare. –Sí, certo. –Certo –. L’agente si portò due dita al cappello da cowboy che non portava. Sapevamo entrambi che sarebbe trascorso un giorno prima che le locandine fossero tirate giú, e allora avrebbero già assolto al loro compito. Chi non aveva visto l’invito ne sarebbe stato informato. Mi voltai. Riaprii l’acqua. Ma era ancora lí. Il senso di calore tra le scapole. Come c’era sempre stato in tutti quegli anni. Il sospetto di Kurt Olsen che lentamente, ma inesorabilmente, penetrava come una fiamma i vestiti, la pelle, la carne. Ma poi si fermava contro le ossa dure. Contro la volontà e la tenacia. Contro la mancanza di prove e di fatti. –Cos’è? –risuonò la voce di Kurt Olsen. Mi girai, finsi di essere sorpreso di trovarlo ancora lí. Con un cenno del capo indicò la griglia di metallo nel pavimento in cui defluiva l’acqua. Sui pezzetti che non si erano dissolti e giacevano lí. –Mah, –risposi. L’agente rurale si accovacciò. –Sanguinano, –disse. –È carne. –Sicuramente. Levò lo sguardo verso di me. La sigaretta era ridotta a un mozzicone rovente. –Alce, –aggiunsi. –Investito. Si attacca alla mascherina. Poi vengono qui per lavar via la porcheria. –Sbaglio, o avevi detto che era un trattore, Roy? –Immagino che l’abbia lasciata una macchina stanotte, –risposi. –Posso chiedere a Egil, se vuoi…–l’agente rurale fece un balzo indietro quando puntai il getto d’acqua sul pezzetto di carne, che si staccò dalla griglia e avanzò sulla pavimentazione di cemento, –indagare. Gli occhi di Kurt Olsen scoccarono scintille mentre si passava le mani sul davanti dei pantaloni anche se era asciutto. Non so se ci stesse pensando, che all’epoca aveva usato proprio quella parola. Indagare. Che bisognava indagare sulla questione. Non che Kurt Olsen non mi piacesse, immagino fosse un tipo simpatico che faceva solo il suo lavoro. Ma decisamente non mi era piaciuta la sua indagine. E non so se si sarebbe presentato con quelle locandine se al posto di Opgard ci fosse stato scritto un altro nome. Quando rientrai nella stazione di servizio ci trovai due ragazzine. Una era Julie, che aveva dato il cambio a Egil dietro il banco. L’altra, la cliente, mi dava le spalle. Teneva il capo chino, in attesa, e non accennò a girarsi nonostante la porta si fosse aperta. Però mi parve di riconoscere la piccola Moe, la figlia dell’idraulico. Natalie. Di tanto in tanto la vedevo fuori insieme alla banda dei verri. Mentre Julie era un tipo socievole, chiassoso e schietto, come si dice, Natalie Moe aveva un viso sensibile ma chiuso, vacuo, come se qualunque sentimento avesse espresso fosse destinato a venir calpestato o messo in ridicolo. Era l’età. Però, ormai doveva frequentare le superiori, o no? Comunque, avevo colto la situazione, notato la vergogna, e ne ricevetti conferma da Julie che mentre mi salutava con la mano indicò con un cenno del capo il ripiano con la pillola dei cinque giorni dopo. Il fatto era che siccome aveva soltanto diciassette anni Julie non poteva vendere né tabacchi né farmaci. Passai dietro il banco deciso a ridurre al minimo il tormento della piccola Moe. –EllaOne? –domandai e le misi davanti la scatolina bianca. –Eh? –fece Natalie Moe. –La tua pillola dei cinque giorni dopo, –disse Julie spietata. Registrai l’acquisto con la mia carta per far risultare che fosse stata una persona adulta e presumibilmente responsabile ad aver effettuato la vendita. La piccola Moe si precipitò fuori. –Va a letto con Trond Bertil, –disse Julie facendo schioccare la gomma americana. –Ha piú di trent’anni, e tanto di moglie e figli. –Troppo giovane, –commentai. –Troppo giovane, in che senso? –Julie mi guardò. Strano, non era grande di statura, ma era come se ogni sua parte lo fosse. La chioma riccia, le mani, i seni pesanti sotto le spalle larghe. La bocca quasi volgare. E gli occhi, due enormi palle azzurre, che fissavano impavidi i miei: –Per andare a letto con uno che ne ha piú di trenta? –Troppo giovane per prendere sempre decisioni sagge, –risposi. –Forse imparerà. Julie sbuffò. –La pillola dei cinque giorni dopo non ti dà nessuna lezione. E il fatto che una ragazza sia giovane non significa che non sappia cosa vuole. –Forse non hai tutti i torti. –Ma quando facciamo la faccetta innocente come quella lí, voialtri uomini pensate, povera ragazzina. Esattamente quello che vogliamo –. Rise. –Quanto siete ingenui. Mi infilai i guanti di gomma e cominciai a ungere le baguette. –Avete una società segreta? –le domandai. –Eh? –Voi donne che pensate di sapere come sono tutte le donne. Vi raccontate a vicenda come siete fatte, in modo da avere, per cosí dire, il pieno controllo interno? Perché, per quanto riguarda gli uomini, io so soltanto che non so un cazzo. Che c’è di tutto. Che al massimo è vero il quaranta per cento di quello che credo di sapere su un uomo –. Misi salame e fettine di uovo, che ci venivano consegnati a domicilio già tagliati. –E quindi noi dovremmo essere degli ingenui. Perciò non mi resta che congratularmi con voi che avete centrato al cento per cento l’altra metà del genere umano. Julie non rispose. La vidi deglutire. Doveva essere colpa della carenza di sonno della notte se usavo degli argomenti cosí pesanti contro un’adolescente che aveva abbandonato la scuola. Il tipo di ragazzina che prova troppo presto le cose sbagliate e ancora non prova quelle giuste. Ma bisognava darle tempo. Aveva un’attitude, come diceva papà, era strafottente, però aveva comunque piú bisogno di essere incoraggiata che contraddetta. L’una e l’altra cosa, certo, ma di piú la prima. –Stai diventando brava a cambiare le gomme, –le dissi. Nonostante fosse settembre, su alle baite in cima alla montagna il weekend prima era nevicato. E anche se non vendevamo pneumatici né offrivamo il servizio di cambio gomme, capitava che gente di città arrivasse con i Suv implorandoci di farlo. Uomini e donne. Non hanno la piú pallida idea di come sbrigare le attività pratiche piú semplici. Moriranno entro una settimana il giorno in cui una tempesta solare metterà fuori gioco tutti gli apparecchi che vanno a elettricità. Julie sorrise. Aveva quasi un’aria troppo contenta. Il tempo era variabile, là dentro. –Secondo quei cittadini adesso il fondo stradale è scivoloso, –disse Julie. –Figurati quando arriverà il freddo vero: meno venti, trenta. –Allora sarà meno scivoloso. Lei mi guardò con aria interrogativa. –Il ghiaccio è piú scivoloso quando è vicino al punto di fusione, –spiegai. –Piú scivoloso in assoluto quando la sua temperatura è di meno sette gradi. Per questo si cerca di mantenerlo a questa temperatura nei campi di hockey. E il fondo su cui slittiamo non è uno strato sottile e invisibile di acqua, a causa della pressione e della frizione, come si credeva un tempo, bensí un gas che si forma da molecole libere a quelle temperature. Lei mi rivolse uno sguardo di immotivata ammirazione: –Come fai a sapere tutte queste cose, Roy? Ovviamente, quella domanda mi fece sentire come uno di quegli idioti che io stesso non posso soffrire, che fanno sfoggio di nozioni acquisite per caso e in modo superficiale. –C’è scritto in quello che vendiamo, –risposi indicando i ripiani delle riviste, dove «La scienza illustrata» aveva trovato posto accanto a periodici di automobili, barche, caccia e pesca, a «True Crime» e, su pressione del direttore vendite, un paio di riviste di moda. Ma Julie non mi permise di saltare giú dal piedistallo tanto facilmente. –Trenta non sono poi cosí tanti, secondo me. Sempre meglio di certi ventenni infantili che si credono adulti perché hanno la patente. –Io ho piú di trent’anni, Julie. –Davvero? E allora, quanti ne ha tuo fratello? –Trentacinque. –Ieri ha fatto benzina qui, –disse lei. –Tu non eri di turno. –Ero qua fuori con delle amiche nella macchina di Knerten. È stato lui a dire che era tuo fratello. E sai che cosa hanno detto le mie amiche? Hanno detto che tuo fratello è un Dilf. Non commentai. –Ma sai cosa? Secondo me tu sei ancora piú Dilf di lui, ecco. Le lanciai un’occhiata d’avvertimento. Lei si limitò a sogghignare. Si raddrizzò quasi impercettibilmente e spinse indietro le spalle larghe. –Dilf significa…–Grazie, Julie, ma credo di sapere cosa significa. Vai ad accogliere la Asko? Un camion con merce da consegnare si era fermato davanti alla stazione. Acqua minerale e prodotti dolciari. Julie mi lanciò l’occhiata «mi annoio a morte», che ormai padroneggiava alla perfezione. Con la gomma soffiò un palloncino, che scoppiò. Dondolò la testa e uscí.