martedì 7 giugno 2022

L'AMORE PER NESSUNO Fabrizio Patriarca

La testa di Riccardo Sala ondeggiava fra una bottiglia vuota di Aperol e un tetrapak agli sgoccioli: avrebbe voluto rispondere col dovuto entusiasmo al sorriso vitaminico del pompelmo sulla confezione, ma il respiro era ingolfato da una congiura di colesteroli (transitoria, dai, momentanea – speriamo). La lampada Ikea dello studio proiettava un piano di luce piuttosto debole. Nel cono di quel bagliore smorto Riccardo si piegò per sistemare una scarpa. Alluce dolorante. Vestiva ancora come ai tempi dell’università, jeans perenni e sneakers a lunga conservazione. Vecchie chester di cotone, camicie da ex bellimbusto leggermente più spampanate della media dei bellimbusti: Scotch & Soda, Diesel, reperti di cataloghi annosi, sei o sette stagioni fa – in termini di moda, roba al limite dell’archeologia. La pena dell’adulto consacrato alla vita solitaria, l’affanno dei chilometri macinati dietro le linee nemiche, il tutto riassunto dai polimeri sbriciolati di mutande decennali. Eppure, a quarantaquattro anni, sotto una luce favorevole, era ancora un bel tipo. Scampato allo sterminio tricologico che aveva decimato la maggior parte dei suoi conoscenti barra coetanei, trasudava orgoglio per un ciuffo biondastro antigravitazionale: cementandogli le rughe poteva sembrare un surfista, o il George Michael di «Faith». Mara, quando stavano ancora insieme – cos’era? il Devoniano, il Cretacico – lo stressava perché tagliasse i capelli: a lei piacevano corti e spazzolosi, al contrario dei discorsi, che preferiva lunghi e inanellati, maledetta Sherazad.

Con una fitta languorosa dedicata all’ideale della Femmina Laconica, Riccardo si cullò per una manciata di secondi in quel quando stavano insieme, anche se gli avrebbe preferito un quand’erano sposati. Per fortuna no, non stavano più insieme, e purtroppo sì, erano ancora sposati. Fissò il volto della Franzoni. Erano le 00.57 e lui aveva appena concepito un’idea abbastanza sciocca, una di quelle rivelazioni insulse che non puoi lasciarti sfuggire, perché allentare le briglie dell’idiozia è l’ultima risorsa delle persone intelligenti ridotte allo stremo (gli aforismi di Riccardo, volume secondo).

Decise di riguardarsi tutto il video. C’era un passaggio superbo, quando la Franzoni buttava una lacrima dall’occhio sinistro, la raccoglieva con un’estroflessione della lingua e se la mangiava – o se la beveva, e insomma la faceva sparire in bocca, quella bocca che tra un singhiozzo e l’altro non la finiva di articolare spiegazioni: orari, minuti, coincidenze, porte, ciabatte, pigiami, fazzoletti, scuolabus... figli. Fu quella lacrima risucchiata da un gesto sospeso tra fame e noncuranza a fargli balenare il Germe: adesso stava seriamente valutando se inseguirlo fino alle estreme conseguenze. Fino a quel momento certe fantasie cocciute erano state più o meno la sua rovina, ma stavolta riuscì a convincersi che sarebbe andata diversamente – ah! non sai quanto, vecchio mio... se solo fosse riuscito ad accorgersi in tempo, se solo fosse riuscito a mettere in fila le domande giuste. Ma esistono, poi, le domande giuste? Forse non esistono che domande retoriche.

Chisonodadovevengodovevado.

Le Grandi Incognite.

Alle quali rispondiamo con una breve presentazione di Riccardo Sala, o curriculum formato PowerPoint: dodici anni nell’ambiente delle produzioni televisive, spesi più che altro a mendicare l’attenzione di un prossimo generalmente distratto, a far viaggiare scartafacci da un ufficio all’altro, da un cestino all’altro, dodici anni impigliati nella falce di un punto interrogativo. Che razza di mestiere faccio? Sul lavoro non era mai stato un fulmine di guerra. Mara, che ci teneva a illuminare di sentenze le zone nevralgiche del ménage coniugale, insisteva nell’imputare i suoi fallimenti a una lampante condizione di fondo: lui era uno stronzo, del genere carismatico, con saltuarie sterzate verso il coglione, e un coglione munito di carisma è un coglione al cubo, un fesso afflitto dalla determinazione, un designato procuratore di catastrofi. Di solito partoriva i suoi progetti in un’effusione di arguzie che avrebbero dovuto lasciare gli Altri stupefatti – in genere si trattava di complicati pachidermi che gli Altri, chissà perché, rinunciavano sempre molto volentieri a decifrare. Dodici anni di gregariato (puoi darci una mano con questo soggetto...), massimizzazione delle perdite (quando lo capirai che roba del genere proprio non la facciamo?), masochistica elusione delle opportunità (ho chiesto a Sala di scrivermi la scena del risveglio, ma sai come è fatto: ha messo giù un pippone incredibile in cui vedi destarsi uno dopo l’altro gli organi interni del protagonista). Finché non ti inciampa in un vecchio spezzone del Costanzo Show. Sono botte di culo fisiologiche, quando passi la notte a ciondolare sul web. Schiarite provvidenziali nel buio variabile di una meteorologia sfigata. Il satori dei buddisti – con meno Siddhartha e tinte più mentali e riccardesche:

IL DRAMMA È GIÀ NEL PERSONAGGIO

CHE PREESISTE ALLA SCENA DEL DRAMMA

Bella frase, poteva attribuirla in maniera del tutto apocrifa a Péter Szondi o a Gilles Deleuze, o a un altro di questi intellettuali col buco nero del suicidio stampigliato sui cromosomi. Il fatto è che Riccardo non ragionava troppo diversamente dall’individuo che dopotutto era: un uomo di televisione, sbracato ecosistema di nevrosi affetto da un discutibile gusto del calembour. Uno di quei «creativi» (qui corre l’obbligo di virgolettare) capaci di concepire una genialata come il doppione greco di Miss Italia, tradurlo in un ansiolitico peplum show, mettere a capo del carrozzone due guitti addobbati da divinità dell’Olimpo (Apollo e Afrodite, per la cronaca), e intitolarlo con disinvoltura L’empireo del Pireo. Cazzate, giusto? Ma era questo che faceva la gente come lui. Non scriveva romanzi e nemmeno racconti (letteratura, sì, vaffanculo). No, sul serio: lui inventava contesti, immaginava come sistemare telecamere e luci artificiali, teneva conto del budget, poi buttava dentro una manciata di persone, forniva un verso e un arredamento a cose che già esistevano per i fatti loro, e quando gli andava bene, quando l’apparato messo in piedi girava a dovere, compresi i dialoghi, saltavano fuori altre cose autosufficienti, tipo stupidità e bellezza.

E dove sarebbe la fatale presa di coscienza? L’agognato risveglio interiore?

Ci sta che un disperato sviluppi un senso morale quantomeno vacillante. Riccardo si alzò per una pisciatina, la sua faccia bluastra assorbiva i bagliori di un iMac dall’ora di pranzo, ottocento minuti di esposizione, porca mignotta. Entrando in bagno evitò con cura lo specchio.

Mentre il vampiro pisciava, la sua mente planò sulle ipotesi.

Un varietà con la Franzoni sulla falsariga di Ciao Darwin (tema della puntata: infanticidio vs selezione naturale della specie). Riccardo annotò in una zona franca del cervello la gradazione vermiglia del rivoletto che tracciava una vena passeggera sulla ceramica del water (bilirubina, transaminasi alte, sicuramente era implicato il fegato) e nel frattempo immaginò un gioco a premi affidato a casualità beffarde, un Affari tuoi declinazione splatter, col sangue del pubblico che raggiungeva temperature artiche quando lei chiamava il pacco della Valle D’Aosta.

Chiuse con la sgrullata di prassi – penoso plic plic – assaporando un lieve ma insindacabile bruciore. Tiggì satirico? Al limite un bel cooking show. Il mestolo di Cogne.

La notte precedente aveva sognato catastrofi, omicidi senza contesto, e Mara: organizzata in mezzo ai cadaveri come una mestatrice di sventure. Era tutto così bianco. Al mattino si era alzato alle 8.02, glissando sul cicalino della sveglia (nel mentre pronunciava bestemmie mentali: leziose, efferate). Controllò l’orologio a parete: 1.14. Il tempo appeso ai muri ha sempre un effetto stringente. Fu assalito dalla congiura dei deltoidi, dolore iniquo, ci voleva un massaggio – si era masturbato subito dopo cena (bustone di alette di pollo) scegliendo il primo match di XVideos, un brano di nuru da antologia con la thailandese mignon che sbigottiva davanti all’attrezzo di un divo da sette pollici, mascella anni Trenta, giovane prototipo ariano, innalzatore di stendardi o scagliatore di martelli nei poster nazisti di Leni Riefenstahl. Riccardo sceglieva sempre il primo match, era una forma di allenamento, devi essere capace di godere con qualsiasi cosa ti capita a tiro. Dopo mangiato aveva risposto a una decina di mail, pagato bollette punitive con l’home banking, zappato fra canali di youtuber finché non aveva intercettato la Franzoni.

Tecnicamente era già martedì, in giornata doveva fare un salto alla Diadema per la riunione col capo dei progetti televisivi. Considerò l’idea di andarsene a dormire e lasciò lo studio, ma sul più bello si ritrovò a piegare d’istinto verso la cucina. Il frigo lo raggiunse a memoria, quattro passi nel buio (ma lui pensava a Tre passi nel delirio di Vadim-Malle-Fellini), lo spalancò e prelevò una seconda bottiglia di Aperol, un cartone di succo di pompelmo, un bicchiere da long drink del vecchio servizio di nozze, qualche cubetto di ghiaccio dal freezer. Tornò alla postazione invocando gli Anunnaki, un wormhole o un’altra entità di queste che maneggiavano il Tempo come uno spinner tra le grinfie di un ragazzino. Riportami indietro, ma non a sabato sera (c’era stata la telefonata minatoria di Mara, sul piede di guerra: ti scriverà il mio avvocato, ma tanto qui ormai scrivevano tutti), riportami al dolce sonno domenicale, a una mezza mattina infestata da docili torpori. Niente, una Marlboro, serviva una Marlboro: si rendeva necessaria. Riccardo si esibì in una fumata vorace che raschiava in gola, si schiacciò con soddisfazione un paio di brufoli sulla spalla e sorvolò sui bruciori diffusi, giustificando l’ittero sospetto con la notifica cubitale sulla busta delle alette (SUPER-HOT-SPICY), poi riattaccò con l’iMac. In alto a destra lo schermo recitava: 1.20, tanto per dire.

Su Safari c’erano almeno una dozzina di pannelli aperti, decise di chiudere tutti quelli d’indirizzo pornografico, evitando di soffermarsi sul contenuto: sapeva bene che un solo fotogramma di Lupe Fuentes aka Zuleidy che ammanniva un pompino a volo rovesciato sullo sfondo rosa pastello di una cameretta da teenager avrebbe sciolto il suo cuore di panna. Alla fine restarono aperte la pagina principale di YouTube, il pannello col video della Franzoni e Corriere.it.

Aveva trascurato il ghiaccio, che scricchiolò monitorio nel cristallo. Pensava di preparare una miscela fifty/fifty con l’Aperol e il succo, ma intanto si attaccò al cartone e mandò giù qualche sorso di pompelmo in purezza. Domattina alla riunione sarebbe giunto sotto forma di ectoplasma. Dalla strada saliva un mormorio felino, lui non si scompose: erano i padroni del quartiere, ossuti figli di puttana, presidiavano i bidoni della raccolta differenziata, ultimamente si erano spinti a qualche agguato lacunoso ai danni dei clienti di McDonald’s o del Carrefour notturno – mancavano di organizzazione, sarebbero migliorati. Così va il mondo, i dominatori tramontano, emergono specie più attrezzate. Ci bevve sopra: la riunione poteva rivelarsi una mattanza, e lui si sarebbe presentato con una quanto mai opportuna espressione da tonno, a meno che non fosse riuscito a procurarsi entro l’alba un paio di elementi utili a un bel rilancio di carriera – tipo un asso, e una manica da cui tirarlo fuori. Gli uffici della Diadema s.r.l., la società che finora aveva tollerato la sua collaborazione da freelance, erano al quinto piano di un edificio che fronteggiava la Chiesa del Gesù, negli ultimi anni lo aveva frequentato con la leggerezza un po’ imbarazzata dell’apolide: al primo piano e al secondo appartamenti in locazione, coppie inglesi senza figli, spilungoni dal tratto equino malamente assortiti, sembravano sempre fratello e sorella, aria di romantica fuga incestuosa nella Capitale dei Sacramenti, al terzo c’era una radio storica, prima era di sinistra, poi la mutazione renziana, adesso-non-era-chiaro, al quarto i ministeri di una loggia massonica. L’ascensore richiedeva una chiavetta d’avvio che Riccardo ufficialmente non possedeva, però si era fatto la copia di nascosto il giorno che aveva accompagnato certi ospiti in una trattoria di via della Pigna. Il che aumentava i suoi livelli d’ansia quando gli capitava di approfittare del trasporto, che a tutti gli effetti era poco più di un montacarichi posticcio, installato dentro una guida in acciaio e vetroresina. S’infilava come un ladro nel loculo verticale, incollava l’indice al numero cinque per staccarlo soltanto quando l’ascensore si fermava a destinazione. Aveva scoperto che tenendo schiacciato il pulsante la macchina manifestava una certa tendenza a ignorare le chiamate dei piani successivi. Circonvenzione del mezzo meccanico, una delle sue specialità (i talenti di Riccardo, episodio pilota).

Partì il salvaschermo, gli algoritmi di uno spermatozoo fluorescente titillarono l’iMac per tutta l’estensione dei suoi ventisette pollici, Riccardo strusciò il mouse, si guardò la punta delle Stan Smith Vulc bordeaux che gli davano qualche noia al tallone e si trovò costretto a riassumere la sua avventura terrena come una catena di elaborazioni complesse tese a scongiurare problemi elementari. Scaricò nuovamente la posta: di notte arrivava prevalentemente spazzatura, proponevano investimenti immobiliari in Uzbekistan, investimenti sessuali in Bielorussia, investimenti sentimentali in articoli di tecnologia e design, corsi di trading senza frontiere morali. Lo colpì la pubblicità di certe botteghe per il commercio equo e solidale che sembrava una puntata di Ok! Il prezzo è giusto declinata al ribasso. Tirò fuori dalla tasca dei jeans un vecchio portafogli di pelle nera Montblanc (Mara, gusti d’alta cartoleria), ne sfilò un pezzo da cinquanta euro, due pezzi da venti, la microsim mandata in pensione dalla nanosim e un mazzetto di biglietti da visita raccattati durante presunti abboccamenti di lavoro, dopodiché schiaffò il portafogli nel secchiello dei rifiuti e si compiacque della mossa, imitando con un filo di voce il boato di uno stadio di calcio:

MA-RA MA-RA VAF-FAN-CU-LO!

MA-RA MA-RA VAF-FAN-CU-LO!

Sulla parete alle sue spalle stava appeso il clone a stampa di un dipinto milionario di Mark Rothko che lì nello studio faceva l’effetto di una bandiera africana vergata da un teppista con lo spray. Fuori lampeggiò. Negli ultimi cinque minuti Riccardo aveva setacciato il Tubo in preda a un riflusso di malinconia, adesso si crogiolò amarcordistico dentro il ritaglio di una puntata di Doppio slalom: c’era Nicola, vintage-nerd in maglioncino di filo azzurro che nel tempo libero giocava a pallacanestro ed era clarinetto nella banda di Iseo. Il conduttore, Corrado Tedeschi, nella posa uniforme in cui abbracciava sé stesso e ruotava il busto come un ballerino di robot dance, commentò: «È un periodo che abbiamo tutti ragazzi che suonano nella banda del loro paese, è una cosa bellissima», poi si concesse un misurato gesto di riepilogo con la mano. Nicola rispose a una domanda sulle posate, dissolvenza, il filmato staccò inclemente sulla sua uscita di scena (volevo salutare Alessandra Colette Sergio Patrizia tutti quelli che mi conoscono). Riccardo annuì, sadico. Bisogna recuperarlo ’sto Nicola, adolescente-pinguino del 1988: inventiamoci un teletrasporto, una cazzutissima macchina del tempo. Voglio vederlo sbattuto dentro un talent, circondato dai coetanei neuropatici che si ritroverebbe oggi, assaltato da questi mostri d’indifferenza, voglio contare i secondi che ci mettono a crocifiggerlo. Me lo ricordo bene il 1988, nella memoria si staglia esplicito come la prima strofe di «Need You Tonight» degli INXS, come la soluzione di Maniac Mansion. Tutto il gonfiore dubbioso dei quattordici anni: lunghi palpiti stilnovisti per Patsy Kensit e un’ammirazione al limite dell’omoerotico per Steven Seagal, che ai tempi passava incomprensibilmente per un figo. Pacchi di seghe su Amber Lynn e Tracey Adams. Porn in the Usa.

Una pioggia batterica rigava i vetri della finestra, nell’aria sbiadita dalla guazza il bagliore dell’insegna di McDonald’s diffondeva vapori giallognoli. Riccardo, soccombendo al volgare incantesimo dello scrutatore, contemplò il paesaggio subacqueo di via Tuscolana, la vita amniotica che traluceva davanti ai suoi occhi. Sfocature, distorsioni, insistenza di forme romboidali. Mezzo secondo prima due scooter erano sgusciati nel buio accelerando a telegrafo, lui aveva alzato un dito, puntato con cura e fatto fuoco.

Aprì una nuova finestra del browser, ridimensionandola e collocandola all’altezza di quella con dentro il fermo immagine di Annamaria Franzoni. Fece una veloce ricerca, selezionò il filmato che gli interessava e lo lanciò – carrellata con titoli, scene di inaudita opulenza alimentare, l’affresco sociale di un tempo ridotto in macerie.

«Se solo questo maledetto paese potesse somigliare per dieci minuti alla sigla del Pranzo è servito», esclamò, ed era sinceramente contrito, talmente contrito che tornò sulla faccia della Franzoni. La pancia mormorava le avvisaglie di un dolore remoto, ma Riccardo non si era pentito della brama di pollo piccante. Il suo corpo astrale si materializzò semisdraiato sotto un portico a Louisville, col genius loci Muhammad Ali e la gnocca archetipica Jennifer Lawrence: sgranocchiava chicken wings e conversava amabilmente di Abramo Lincoln e altre personalità del Pollaminoso Stato del Kentucky, ma sul più bello il suo unbridled spirit venne frustrato dalla testuggine di pixel che si accampavano sullo schermo a formare lo spot di una fantomatica Pranovision, con l’illusione ottica dell’anatra-coniglio di Joseph Jastrow:

PERCHÉ NON BASTA VEDERCI CHIARO

L’aveva già notato da qualche parte, il cervello l’aveva registrato.

Settimana scorsa era seduto su un taxi diretto a piazza del Gesù, il solito mal di testa mattutino e un paio di soggetti nuovi che gemevano sul fondo dello zaino. Il tassista, barbuto clone di un hipster di Echo Park, gli raccontava i cazzi suoi: «Ieri ho tirato su Rocco Siffredi, che voglio dire: è un segno potente, converrai, un colosso dell’immaginario. Lo vuoi sapere? Era depresso. Mi spiega che l’hanno fregato con le patatine. Quelli della pubblicità. Lui pensava a una siffredizzazione della patata, invece sono riusciti a patatizzare Rocco. No, dico: non ti pare uno schifo alla Baudrillard?»

«È uno schifo, sì».

«Invece è peggio, è uno schifo alla Debord».

«Già. Molto peggio. Scusa, quant’è che fai il tassista?»

«Cinque anni a dicembre».

«E prima?»

«Prima cosa? Non c’è nessun prima».

La Freemont bianco-arrogante puntava il centro di Roma tra un buco di carburazione e l’altro. Alterno motteggiare del tassista, delusione, filamenti di rabbia in elevazione catartica. Era apparsa la basilica di San Giovanni, scendevano e risalivano via Merulana – una teoria di negozi sbarrati, locazioni alle stelle, molti vecchi borsuti in transumanza da un bar fino al market cinese e viceversa, Riccardo pensava di vivere all’epoca del Grande Sogno Infranto, nel Trionfo Metastorico del Discount. Costeggiarono Santa Maria Maggiore, Upim, Sma, arredamento a prezzi stracciati, cabrata stretta su via dell’Esquilino, «prendi via Cavour per favore», sguardo d’intesa non privo di una sottolineatura d’ovvietà, duecento metri e svolta secca, via Panisperna, partiva l’irto vicolume romano che fa innamorare i turisti all-over-the-world e stramazzare bocconi i residenti over-sixty: saracinesche a graffiti, la Freemont dimostrava un certo feeling coi sampietrini viminali, «Queste le fanno in Messico», dichiarò il tassista e batteva col palmo della mano sul volante, come se il Messico fosse un topos dell’affidabilità. Alludeva alla derivazione di quasi tutta la macchina dalla Dodge Journey della Chrysler, ma Riccardo lo ignorava, e si coccolava l’iPhone silenziato scorrendo la cronologia di WhatsApp fino a San Lorenzo in Formosa. Lungo via Milano le ombre dei platani stampavano origami sul tetto della Fiat assemblata dai peones, filtrava poca luce, sensazione di galleria, resa più angusta dall’ingombro della crossover su traiettoria radente al parcheggio a spina – il tassista sparò una rosata di improperi casuali agli attraversatori suicidi, poi sculò un bel verde istantaneo al semaforo di via Nazionale e girò sgommando: precipizio monumentale, eleganza iperbarica, coppia di poster Pranovision alla prima fermata dell’autobus.

Riccardo trasalì dentro un tunnel d’indizi subliminali: era stato un episodio di preveggenza? Pranovision. Tornò alla scrivania e raccolse l’iPhone. PERCHé NON BASTA VEDERCI CHIARO. La chat di WhatsApp era congelata, impossibile inviare, la rotella di caricamento turbinava in un vuoto spastico, la connessione aveva ceduto di schianto.

Forse Skynet era diventato cosciente. Forse era arrivato il Judgement Day.

Mara, mio Terminator. Mara, maledetta stronza.

Almeno una volta nella vita gli sarebbe piaciuto entrare alla Diadema con lo spirito sanguinario del giovane Charlie Sheen nel primo tempo di Wall Street, ma di solito appena digitava il codice per lo sblocco della porta a vetri e s’immergeva nell’ovattata reception, col desk in piuma di noce presidiato da un colossale pezzo di fica (d’ora in poi pdf), capiva di appartenere a quel contesto più o meno quanto il pischello delle pizze: perfino gli scagnozzi della SDA o della DHL si dimostravano molto più confidential di lui, in particolare con l’accogliente deputata all’accoglienza. Quando Riccardo entrava il pdf era quasi sempre al suo posto, mezzobusto ingemmato dentro golfini di lana crespa di un bianco apodittico, che assieme al biondume normanno conferivano al viso una particolare lucentezza molto ancient goddess, tra Atena Parthenos e Lady Isabel dei Cavalieri dello Zodiaco. Pronunciava frasi aziendali come «Buongiorno», o anche «Buongiorno Sala», o anche «Buongiorno Sala, come mai così presto? La riunione con Gabriella è alle undici». Il pdf era stato assunto da non più di due mesi e chiamava tutti per nome tranne lui: «Gabriella» era Gabriella Mari, il boss, cioè la stessa persona che in ufficio caldeggiava un’atmosfera di piacevole informalità, perché la trovava cool, e questo era interessante, secondo Riccardo, dato che l’aggettivo perdeva l’appeal non appena iniziava a usarlo un soggetto come Gabriella.

Prima che il pdf potesse incidergli le palle con la prossima domanda aveva imparato a inviarle un telepatico fatti i cazzi tuoi che quella stranamente sembrava recepire, perché chiudeva la bocca, faceva un brusco giro del desk come per sparpagliare nell’atmosfera le spore del disappunto e si eclissava in direzione toilette – cosa che dava a Riccardo l’occasione di radiografarle il culo fasciato da una bella gonna a tubino e archiviarlo tra i memoranda della giornata.

Il mese prima Stefano Vittori dell’amministrazione, vedendolo fissare il pdf da una poltroncina in sala d’attesa, lo aveva raggiunto alle spalle e con una voce di merda arrotolata sotto la lingua gli aveva confessato: «Non credevo che ti piacesse il genere segretaria». E no, in effetti no, a lui piaceva il genere promiscua, che tuttavia in una classificazione strettamente linneana non era un genere ma una famiglia, o forse addirittura una classe.

Ogni volta che il pdf sgombrava il campo Riccardo rimaneva solo, sotto la calda plafoniera che dal soffitto consacrava l’atrio con un ovale di luce, e si metteva a scansionare l’ambiente. Dietro il desk c’era una fotocopiatrice di taglio dipartimentale che comunicava efficienza e produttività, avrebbe potuto saltarci sopra e fotocopiarsi le chiappe alla velocità di quaranta pagine/minuto, ma qualcosa lo tratteneva. Piuttosto era incuriosito dalla mole di un fax sul ripiano alto della consolle – perché chi cazzo lo usava più il fax? Il vasetto dei fiori di plastica, un elefante di Thun con la proboscide drizzata a procacciare scampoli di buona sorte, il drastico parallelepipedo dei kleenex. Nel corridoio luminosissimo cornici con foto di scena, produzioni eccellenti, Gabriella Mari e Carlo Verdone in trattoria: lei maneggiava un pacchetto di Rothmans Slim, lui la scatolina per le pillole, forse una Zeller.

Scoccarono le 2.00, e per una storpia simmetria dovuta all’inazione lo schermo dell’iMac entrò in pausa, tenebre che prendevano possesso della griglia di led – una flemmatica sepsi. Riccardo recepì il presagio e stabilì che il giorno seguente non sarebbe andato alla riunione. L’importante non è vincere: è posticipare. Le buone idee vanno coltivate, bisogna lasciare che si aprano lentamente, faticosamente, finché non riesci a distinguere ogni screziatura dell’ultimo dettaglio. Un serial tv? Sul genere tragica ovvietà (o spiazzante riscrittura). Una Medea, cos’altro? Medea la prima ammazzafigli. Una Medea con la Franzoni. Che azzardo. Meglio dormirci sopra, affidarsi a una morale da proverbio. Meditare finché l’idea non fosse levigata come un sasso di fiume. Non facevano così i Grandi Caratteri? A pensarci bene facevano così anche i paranoici, i maniaci ossessivi e in genere gli inconcludenti. Ad ogni modo l’indomani avrebbe dormito fino a tardi, per poi alzarsi e osservare con interesse il ghiaccio liquefatto nel bicchiere del vecchio servizio di nozze, quindi perlustrare l’appartamento in cerca di un paio di scarpe comode. Avrebbe telefonato alla Diadema per raccontare di un pernicioso indolenzimento lombare versando catene bugiarde di parole sdrucciole. Voltaren. Muscoril. Alle dodici in palestra per una sessione di spalle – sudore, sofferenza, mente sgombra. Pranzo con un frullato: acqua e banana, una busta di proteine di siero del latte. Nel pomeriggio appuntamento all’università per lo spoglio settimanale di manoscritti deliranti: Riccardo e un altro tizio messo peggio di lui che vivisezionavano autobiografie romanzate di teorici del complotto e storiacce della periferia romana alla ricerca del diamante grezzo. Hai visto mai.

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Nairobi, l’uomo raccolto ai confini del tavolo alla nostra sinistra, l’uomo appartato in una posa da museo delle cere contro il metallo di una seggiola che si ruba quasi tutta l’inquadratura. Nairobi era inquieto. Colpa del sonno e della belva amorosa. Quattro giorni prima, nell’intervallo tra un blando monologo d’addio e la chiusura di un trolley formato dimissioni, la sua ragazza gli aveva piantato un’unghia nell’occhio destro – Flora, diavolo di una baldracca Shaolin! – e si era data alla macchia con l’insegnante di SMM: Mr. Bondiroli (Jacopo), un coglione spettrale, una carcassa romeriana che si fregiava del titolo di social-media-manager, social-media-editor, social-media-qualche-strano-cazzo. Nel corso della lite erano emersi alcuni punti a favore delle pomate emollienti, delle ricariche per spillatrice da diecimila e del sesso interrazziale, assieme alle istanze più sfumate di una vaga metafisica scopereccio-femminista. Niente che Nairobi potesse archiviare a cuor leggero – non era nemmeno il caso – ma in definitiva, corrugata sotto la matassa solubile della depressione e del rimpianto, lui aveva riscosso la sua porzione di sollievo.

E adesso?, rimuginò (era il tipo che rimugina). Non era propriamente una domanda. Le domande, propriamente, sono altre. Questa era rassegnazione seguita da un punto interrogativo. Un circondario appetibile per il dramma in attesa di deflagrazione: di quei drammi duri ed ermetici, tutti ricusazione & intimità, tutti masturbazione & ripensamenti tardivi. E dunque Nairobi abbassò le palpebre sul tavolo, ancora un po’, le abbassò sullo skyline di bevande alcaloidi e strumentazione informatica – datata ma non priva di un certo fascino ante trascendenza, il fascino liso della tecnologia pre-wifi – preparando lo spirito alla celebrazione dei Tempi Morti: il tradimento ha a che vedere col content marketing? Ho fatto tutto quanto era in mio potere per tenermela stretta? Ho fatto fino in fondo il mio dovere?

In quella condizione sarebbe stato difficile lavorare. Dovette riconoscerlo sbriciolando un biscotto gluten free dentro la tazza del caffè all’americana, mentre sentiva il cuore liquefarsi in un’ode alle relazioni durevoli, al tepore delle relazioni salde, e in piccola parte al clamore delle percosse che incombono sulle relazioni infrante. Al momento se ne stava seduto con un accenno di letargia al bar dell’università, il che, considerando il numero di consumazioni che andavano a sommarsi alle sue trentanove primavere, equivaleva a sdraiarsi fiducioso sui binari del Frecciarossa. Pertanto rimase lì a girare frammenti per celiaci col cucchiaino di plastica, sbuffando dal naso e distillando la certezza che d’ora in poi la vita sarebbe andata avanti al ritmo di una partita a Street Fighter. Il vecchio Ryu, karateka a corto di combo. Il vecchio Honda, quel grassone impettito. Il vecchio Blanka coi deltoidi tropicalizzati e una chioma di liquami industriali. Tutti insieme nella psichedelia coin-op, tutti insieme a darsele di santa ragione.

Infettate dal crepuscolo le nuvole sopra l’Urbe trascorrevano come piaghe di luce capillare, lampade a fibra ottica appese a un orizzonte africano. Un cielo esantematico, arroccato dentro glabre illusioni di convessità. L’azzurro di Magritte, che si spiaccicava sui corrimano di metallo e precipitava sugli scalini. L’azzurro ossessivo di Mallarmé e Peppa Pig. Di fronte a Nairobi si ergeva una mastaba funeraria di manoscritti stampati su carta riciclata, da valutare entro la prossima settimana. Committenza privata: ci viveva, ma faticava a conviverci. Gli editori gli affidavano soprattutto ghostwriting. Gli aspiranti scrittori (gente irresponsabile, come del resto gli ispirati e i pubblicati: cambiava solo il colore, e la quantità, della bava alla bocca): quelli erano il suo business – lo pagavano per farsi leggere, farsi sistemare, farsi una chiacchierata. Alcuni quando scoprivano che il loro editor a pagamento era un negro lo mollavano all’istante: dubitavano che possedesse il genio della lingua. Irritante, perché nella maggior parte dei casi il suo lavoro consisteva nel rendere abitabili certe architetture di parole che facevano sembrare l’italiano una stamberga – Nairobi amava la metafora edilizia. Ogni tanto beccava uno bravo.

Adagiati sulle sforacchiature del tavolo in formica, i manoscritti gli causarono una modesta repulsione. La sua faccia, che fino a pochi istanti prima era concentrata sul grigio puntinato degli scartafacci, si distese a partire dalla fronte, preparandosi alla guerriglia dei titoli. Super Milingo si rivelò un compendio di aneddoti zozzi in cui la parrocchia era la location prediletta. In più era affollato di minuziosi e sottilmente teologici riferimenti alle tette. Undici soltanto nell’incipit. Cioè circa undici più del necessario. Nairobi prese un appunto istintivo a margine del testo: TROPPE TETTE, in maiuscolo, poi riguardò il paragrafo, ci pensò e corresse in TROPPI SINONIMI. Il seno aveva un’intensa vocazione al surreale: passò in rassegna le decine di scrittori esordienti che aveva visto soccombere a quella vocazione. Il tipo se li mangiava tutti. Il tipo era un maniaco di razza. Come si chiamava? Stava per andare a rileggersi il nome sulla prima pagina del manoscritto ma venne assalito dal pensiero di Flora che si distendeva nuda fra gomitoli di cavi ethernet, mentre la schiena luccicante di Jacopo Bondiroli, come in un homemade amateur a telecamera fissa, piombava fuori fuoco a occludere il fotogramma. Raccolse un altro pezzo di biscotto e lo frantumò coi denti, alla ricerca di una tregua nello zenzero – non la trovò, le sue dita cominciarono a smuovere a casaccio l’inquietante tumulo di inediti.

Il bar dell’università era un posto tranquillo, passabilmente scalcagnato ma non lurido, traspirava l’umore stronzo-Bohème dell’istituzione letteraria: un’umanità alcalina in Adidas sovradimensionate andava a spiaggiarsi là dentro, coi libri degli esami negli zainetti acrilici e toni di voce da Neolitico. Attorno: sacche di umanità minore, lievemente prostrata nelle camicie slim fit, dedita al consumo di frullati e oziose bevande fruttesche. In lontananza: bolle di disimpegno, corrispondenti più o meno alle panchine del piazzale – umanità languente, intrisa di una pigrizia post-traumatica, post-erotica, pre-omicida.

Accentuando un moto di distrazione Nairobi estrasse dalla pila un manoscritto che era stato preparato come un libro con tutti i cazzo di crismi: rilegatura artigianale, cartonato di qualità, pure la sovraccoperta – di un pretenzioso biancore einaudiano. Cinquanta modi per reincarnarsi in un gatto. Sottotitolo: E altre tecniche affidabili di metempsicosi felina. Partì il ronzio di un cellulare, nei pressi. Nairobi strinse le possenti narici fra le dita, reprimendo la bestemmia automatica. A dire il vero una zona più profonda e operosa del suo cervello era al lavoro su questioni scatenate dalle contingenze recenti: ma dove si impara il social media management? E dove si impara a insegnarlo? Ruotò la testa verso l’alto, sintonizzandosi sui messaggi sprezzanti delle contratture muscolari. Nel corso di una mai sbocciata carriera di docente universitario gli era capitato di comprare (e leggere) un paio di libri sui gatti nell’esoterismo egizio, trafugare (e leggiucchiare) alcuni libri sui gatti nella metaforica dell’arte occidentale – aveva poi osservato di traverso (e non letto) una miriade di libri sui gatti-in-quanto-gatti. Che dire. La poesia italiana alloggiava fra le sue spire un folto comparto gattesco. Per le strade la mitologia gattara sembrava in fase di riarmo. Recentemente aveva adocchiato in libreria una specie di dizionario uomo-felino (immaginando un circolo di siamesi di Harvard intenti a sfogliarne le pagine con miagolato sussiego).

Superò la copertina e si addentrò nel primo capitolo.

Dieci minuti più tardi la sua cultura in materia gattesca non registrava progressi, ma in compenso si sentiva autorizzato alla disperazione. Cinquanta modi per reincarnarsi, almeno nei propositi dell’autore, era o si sforzava di essere, o supponeva di essere, o ambiva ferocemente a essere, un romanzo.

Fra i drammi che insidiano il quarantenne contemporaneo c’è naturalmente – accanto all’ansia di successo, all’inatteso indurimento del mondo femminile e alle foto del profilo Instagram – la questione dell’orologio biologico con le derive comportamentali a essa ascrivibili, o legalmente imputabili. La sintomatologia, piuttosto arida, puoi leggerla come una fiaba disgraziata: si parte con depressione e laconismo, si attraversa la palude del lutto, si approda a un miserando vitalismo da ultima spiaggia. Nostalgie ormonali, fantasmi di sesso compulsivo, tutto un Rinascimento dell’Igiene Intima. È il periodo di una smodata fame di gioventù. Forse per questo a quarantaquattro anni, dovunque andasse, Riccardo Sala si trascinava dietro teenager di buona famiglia con epidermidi da cyborg, la patente appena rilasciata e un’aria inspiegabilmente adorante.

Ostentando un arcaico ribrezzo percorse da un lato all’altro il piazzale della Macroarea di Lettere e Filosofia.

Appena mezz’ora prima, in un angolo del parcheggio, sotto quattro pini spelacchiati in formazione a rombo, la neopatentata di buona famiglia che adesso camminava al suo fianco gli aveva offerto un pompino, da lui rifiutato con disappunto. Quarantaquattrenni della sua levatura non accettavano compromessi. Una volta aveva scritto per una rivista di ermeneutica un saggio sul bellettrismo dei rapporti orali, per cui (nonostante il circostanziato rifiuto della redazione) riteneva di avere le idee molto chiare. Ne era conseguita una discussione sulle opportunità logistiche di farsi una pelle nella macchina di lei, quel bijoux di Smart cabrio. Opportunità in merito alle quali Riccardo non voleva sentire ragioni. Intorno al parcheggio correvano strade deserte intitolate a illustri atenei, via Oxford, via Columbia, via Cambridge, un pomposo reticolo mentale sovrapposto alle campagne della periferia di Roma. Lunghe macchie di sterrato sfuggite alla riqualificazione sbiancavano al sole, sottolineando l’ambizioso trompe-l’œil. Riccardo non si era lasciato impressionare dai toni magniloquenti della toponomastica del campus. Dal canto suo, la Smart si era rivelata più simile a una vergine di Norimberga che a un’alcova multicomfort. E tuttavia, incurante della frattura dell’anca scampata per un pelo e dei ripetuti allarmi da stiramento che esalavano dal massiccio dei muscoli dorsali, alla fine era riuscito a combinare qualcosa, qualcosa sul genere «sciatto & avvilente».

Da qualche tempo il genere «sciatto & avvilente» era diventato la sua specialità. Man mano che perdeva e recuperava a fatica il timbro rassicurante dell’erezione aveva accusato gli spasmi di un meccanismo slabbrato, col bonus di un viscido senso di putrefazione. A quel punto non poteva fare altro che liquidare come immagine latente il lampo di nausea intravisto negli occhi della ragazza, rovesciati contro il finestrino, nonché maledire in silenzio la cintura di sicurezza a cui per un istante si era aggrappato e che aveva ceduto, rischiando di fargli spappolare la faccia contro il policarbonato dello sportello. Ma è una forza motrice dell’esistenza a far sì che le cose, senz’altro riguardo per la bontà delle intenzioni, attendano un loro compimento. Le cose arrivano a un capolinea, magari come vecchi tram scassati, ma ci arrivano. La ragazza aveva conservato la sua aria inspiegabilmente adorante (e una fossetta consolatrice sotto lo stiacciato degli zigomi) anche quando Riccardo aveva espulso un penoso rigagnolo di sperma sul tappetino del lato passeggero.

Adesso erano in piedi davanti al bar, impegolati in un fotogramma di dubbio, come due manichini sbattuti in castigo. L’aria dell’università trasudava umori balsamici che declinavano in un sentore cimiteriale. Scrutarono l’insegna: KALENDE, un ragionevole tributo all’improbabile. L’ingresso vero e proprio era separato dal piazzale da un diaframma di plexiglas che schiudeva un cortile arredato. Nairobi stava là, seminascosto dietro una muraglia di carte: la penna a sfera sospesa tra le falangi suggeriva vibrazioni da siringa ipodermica, evocava la pausa di un debole rituale tossico. Riccardo sarebbe stato in grado di raggiungerlo con un balzo imperioso, invece s’incamminò al rallentatore con la ragazza sottobraccio.

Eppure tutto il suo corpo era assuefatto all’integrazione proteica.

Eppure i suoi muscoli erano sorretti da un ciclo bimestrale di oxandrolone.

In effetti avrebbe potuto stilare una lunga lista degli eppureeppure gli aminoacidi ramificati. Eppure il Deca Durabolin. Eppure le fiale di Sustanon...

Nairobi alzò gli occhi dalla pagina 22 di una cosa intitolata Le vergini insepolte, inviò un moderato cenno di riconoscimento e chiuse il manoscritto. Era chiaro che avrebbe voluto trovarsi in qualsiasi posto tranne che lì, stretto d’assedio da una pila di aspiranti romanzieri e dal ghigno telescopico di Riccardo Sala.

Un perentorio «Jambo!» lo raggiunse in linea retta.

Nella disciplina dei saluti Riccardo metteva un tono falso-allegro che faceva pensare con disprezzo all’enfasi delle recite scolastiche. L’aria gli scricchiolò attorno con un effetto di rasoio consumato.

«Jambo una sega, ti aspetto da quaranta minuti».

Sbuffo di Riccardo a grana fine: «Te li ricordi i bei tempi prima dell’orologio? Quando ti baciavano le mani soltanto perché eri venuto all’appuntamento?»

«Lui invece passa il suo tempo a baciare il culo ai direttori di produzione».

La frase era vagamente rivolta alla ragazza: Nairobi la chiuse con una punta di deferenza, perché a dispetto dello straripante palmarès di lauree, specializzazioni, master e dottorati di ricerca conquistati a furia di sbattere la testa fra biblioteche stagnanti e aule universitarie desertizzate, l’idea che da qualche parte esistessero sul serio e operassero le loro oscure manovre dei direttori di produzione lo metteva a disagio.

Riccardo si spostò platealmente di lato, e fu così che il suo volto finì per accendersi nella luce verminale filtrata dal plexiglass. La ragazza gli strinse il braccio ammiccando.

«Ebbene, Alexandra questo è Nairobi. Lo chiamiamo Nairobi perché come puoi vedere è negro. Nairobi questa è Alexandra, ma puoi chiamarla Chun-li, perché come puoi vedere è cinese. Che altro posso aggiungere? Voi due siete una lode vivente alle seconde generazioni».

Crollò a sedere e si mise a sparecchiare con cura i fascicoli. Nairobi fissò Alexandra senza troppa solidarietà, però riconobbe all’istante la fattispecie antropologica che poteva arrapare un soggetto come Riccardo Sala. Vide l’intelligenza appena intaccata dalle spore dell’autostima, e nella mandorla oculare indovinò tutto un futuro di intership e MBA in paesi ad alto tasso di industrializzazione. Riccardo andava pazzo per le ragazze con un avvenire. Le spacciava prima che spiccassero il volo. Entrava a far parte del loro cursus honorum: il punto zero del curriculum, l’incentivo dogmatico alla conoscenza pratica.

«Nairobi si occupa di narrativa».

Pronunciò l’ultimo termine come se fosse il nome scientifico di un insetto repellente. Le mani andarono ai fascicoli, comprensibilmente nervose. «Ogni tanto mi rifila un po’ di pattume. Roba che possiamo adattare per la televisione. Senti, lo prendiamo un caffè? Ma ordiniamo da qui o entriamo?», fece una pausa per accumulare dissenso. «Non capisco perché insisti a fissare le riunioni in questo cesso di università».

«È un posto tranquillo».

«Stronzate. Anche il mio buco del culo è un posto tranquillo, non per questo vieni a farci merenda. È che non hai mai tagliato il cordone. Sei un negro sentimentale».

«Non capisco tanta ostilità».

«Perché sei l’uomo della nostalgia! Quando ti sei laureato? Nel Duemilaquanto? Benvenuto nell’Antropocene. Guardati intorno. Dico: guarda questo posto. I succhiacazzi che vent’anni fa ti hanno insegnato filologia e metrica sono ancora in giro. Insegnano filologia e metrica, e continuano a succhiare cazzi. Il resto è crollato. Non è rimasto niente. Niente. Ci siete solo tu e i succhiacazzi».

«Lo so».

Nairobi dilatò le pupille come se dovesse prepararle a raccogliere una valanga, una dose XXL di tristezza, ma poi non accadde niente di speciale.

«Ci vado io a prendere i caffè».

La voce di Alexandra, una gentilezza binaria che si faceva largo tra segmenti di puntiglioso, di tempestivo, di frigido. Si sollevò con calma, testimonial dell’Invulnerabile, senza concedere altro spazio per assensi o contestazioni. Emanava un certo volume di freschezza, leggings floreali e una camiciola svolazzante, la massa dei boccoli mesciati – artificio di piastre e curling machine. Di prettamente cinese aveva la pelle, che alle carezze perissodattili di Riccardo rispondeva come tela cerata, e un piglio decisionista frondato di noncuranza.

«Ma sì, vai, vai a rimediare un po’ di quella merda», sghignazzò Riccardo sottovoce, mentre spargeva in ogni direzione occhiate sovraccariche d’astio.

Prima che si smaterializzasse in una giuncaia di grossolane ombre studentesche, Nairobi sparò un commento sul culo di Alexandra. Riccardo scoprì la fila dei denti superiori a modulare un’approvazione di facciata. Nel profondo si stava rammaricando come uno stronzo per non averla scopata meglio.

«Hai visto cosa hanno messo in cima alla fontana?»

«Quell’affare, sì. Che dovrebbe essere?»

«L’ennesima allegoria della conoscenza, credo».

Entrambi ritagliarono l’Istante Informe di un Tempo Inutile per considerare la scultura di bronzo che torreggiava dall’altra parte del piazzale.

«Matrioska con katana fra le chiappe», sentenziò Riccardo, mentre stirava la magliettina all’altezza della pancia controllandosi istintivamente i pettorali. Niente male, l’Anavar faceva il suo porco mestiere. Anche a riposo si sentiva addosso un discreto gonfiore, le vene in evidenza: per qualche tempo aveva sospeso il Kre-Alkalin e dichiarato guerra totale a grassi e carboidrati, salvo uno strappo ogni tanto – sempre al vezzeggiativo: fritturine, alette di pollo – giusto per tenere all’erta il metabolismo. A quarantaquattro anni era tirato come l’attrezzo di un pornodivo. Da un punto di vista spirituale la cosa sembrava averlo elevato di qualche spanna. L’estate scorsa si era convertito alla depilazione total body. Benvenuti nell’Antropocene, siete pregati di dirigervi verso gli assistenti alla solitudine. Con sua moglie Mara era in rotta da tempo, da quando i peli ce li aveva ancora. Dopo l’abbandono della scena domestica («vattene, pezzo di merda», «okèy, vado») aveva profuso una mole di encomiabili energie nel simulare interesse per le macerie di quella che un tempo era la sua famiglia, in nome di una presunta irrecidibilità della missione paterna. L’esistenza di due figlie piccole – questo il mantra – mi spronerà a dare il meglio di me.

L’ingovernabile potenza decimatoria degli sguardi delle bambine.

La ragguardevole potenza consonantica del verbo spronare.

Aveva retto un paio di mesi, giorno più giorno meno («il meglio di me»). Lo sforzo (titanico è un aggettivo ad alto tasso di sputtanamento) gli aveva tolto gli ultimi dubbi sul fatto di non essere tagliato per le apparenze. L’imbarazzo che ammantava le sue visite settimanali alle figlie si era loscamente trasformato in disagio. Il disagio suppurava in una specie di insofferenza periodica, che a sua volta miscelava rivoli di rancore. Il fatto è che sua moglie lo detestava e la figlia maggiore (Vanessa, sei anni) lo compativa. Quella minore (Fiammetta, quattro anni) si limitava a relazionarsi a lui come a un elemento secondario del paesaggio. Un giorno non troppo remoto nel futuro l’una o l’altra figlia (magari l’una e l’altra) gli avrebbero rivolto ingiunzioni del tipo «paga, pezzo di merda», e lui avrebbe risposto con un collaudato okèy, pago, con un patetico okèy, dammi altre due settimane. A volte gli sembrava di vivere in un mondo in cui tutto era diventato cronico, stagnante, il mondo delle Emozioni Terminali. In questo genere di frangenti nemmeno la disponibilità di un nutrito gineceo barely legal riusciva a consolarlo.

Sindrome da cane rabbioso.

La rassicurante azione veterinaria del tiopentale sodico.

La commovente dolcezza del verbo abbattere.

«Sai che ha detto quella deficiente di Flora?», sbottò all’improvviso Nairobi, dopodiché condusse la voce a una pausa di invereconda perplessità.

«Che il suo amico ha il pisello peristaltico», spiegò.

Da sopra la maglietta targata Branch Warren (con l’aforisma che intimava un inappellabile TRAIN INSANE!) Riccardo provò a mettere insieme un’espressione grave e dignitosa, a cui Nairobi nemmeno fece caso.

«Ora, a parte l’idiozia di tutta la faccenda, io dico: ma che razza di troia psicotica va a spulciarsi un aggettivo... santiddio, ma nemmeno... questa cià le turbe!»

«Le che?»

«Le turbe. Mentali».

Un miraggio a basso consumo con la scritta

TURBE DI FALLOPPIO

– PRIVÉ –

(SOLO CAZZI PERISTALTICI)

prese corpo tremolando nel cono visivo di Riccardo, che per il momento evitò di conclamare l’apparizione.

«Le mie figlie guardano uno strano cartone animato», glissò, rigandosi le gengive con un’unghia, «pieno di demoni e fate-zoccole con gli stivali. Ce n’è una che si chiama Flora».

«Flora è un nome poetico. Nonostante tutto».

L’intonazione di Nairobi era quella di chi ribadisce una cazzata qualsiasi. Riccardo comprese. Noi dovremmo comprendere con lui. La belva amorosa è fatta così, non la smette di sobillare cazzate qualsiasi.

«Questa Flora del cartone animato spara polline dalle mani, magari è una metafora».

«Può darsi».

Mestamente Nairobi affondò con le mani sulla pancia.

Silenzio abulico di entrambi, un aereo solcò il cielo, abbassandosi pigro in direzione Ciampino. Nessuno ci badava, eppure era un miracolo compiuto: il volo.

Nell’aria condensava il ponderoso smog delle cazzate qualsiasi. Riccardo decise di prendere la parola e scongiurare potenziali risvolti drammatici.

«Certo, però, un pisello... ha detto proprio peristaltico?»

«Non fare lo stronzo».

Nei diciannove anni di Alexandra, in quel promettente meccanismo di tornite lussurie verticali su stivaletti da sfracello (non arrivava al metro e sessanta) erano stipate una sottile grazia di buone intenzioni frustrate, una curiosità sempre meno genuina e un certo numero di letture edificanti – molli e sensuali verseggiatori moderni, favolisti irriverenti di due secoli fa, biechi contemporanei col pallino dei rapporti anali. Nella misura in cui la ragazza non faticava a trovarsi accerchiata da coetanei con la bava alla bocca, e al netto delle strane tentazioni (vedi Riccardo Sala) che fertilizzavano l’apparato dei suoi desideri, si può dire che fosse riuscita a installare sé stessa in un punto equidistante dai compromessi tipici della teen age. In particolare per ciò che riguardava il sesso.

Tornò col caffè: in pubblico ostentava una superiorità di radici patrimoniali, suo padre era un solido industriale di Shenzhen, uno di quei nani bilingui e tripingui ricchi sfondati, i capelli con la riga imperialista alla Xi Jinping, produceva oggetti malinconici come le batterie dei cellulari e i chip dei decoder, duecento dipendenti o giù di lì, dai suoi milioni di yuan Alexandra aveva ereditato la statura ridotta e una specie di noia risentita – perché il mondo non gira come dico io?! – simpatica, tutto sommato, tollerabile perché era di poche parole, no rotture, no telefonate, però a letto usciva fuori una carenza partecipativa, un frigidume di ritorno, non biasimava, non deplorava, soprattutto non rifiutava niente, sarà che i cinesi non hanno il peccato originale, bello, solo che una volta aperte le gambe rovesciava gli occhi e spariva chissà dove. «Te l’ho fatto macchiare», notificò, slacciando e riallacciando un bottone della camicia. Riccardo pensò alla macchia dentro di lei, a un organo interno nero e viscoso – doveva essere lo stesso organo che risucchiava la sua soddisfazione durante l’impegnativo sesso alberghiero (orrore dei banchi d’accoglienza, trauma delle mani dei receptionist che scansionavano accigliati la carta d’identità, perché Alexandra aveva un faccino da quindicenne nemica degli zuccheri) – pensò chi sono io per affondare impunemente nel lago d’inerzia di questa ragazzina, pensò cose del genere. Le solite arguzie riccardesche che qualcuno avrebbe potuto scambiare per un caglio di profondissimi sensi, e invece era una stratigrafia di parole casuali, di nonsensi articolati con mestiere, e «grazie» buttò lì, un grazie folcloristico, di quelli che scoccano pastosi negli sceneggiati a sfondo teologico (ah, la Grazia, la Grazia disvelata, la tonaca di Terence Hill) quando il reietto si redime o il beneficato s’introduce nello spazio aurale del benefattore – poi agganciò le labbra alla tazzina.

Per un po’ fecero finta di parlare di lavoro, discutevano di Houellebecq e delle figlie di Riccardo, dell’ultimo libro di DeLillo. «Riccardo non l’ha capito», spiegò generosamente Nairobi, «lui ha una forma di Alzheimer sentimentale». Alexandra poggiò da qualche parte uno sguardo astratto, come se stesse contemplando la parabola che avrebbe condotto Riccardo Sala a festeggiare i cinquant’anni dentro i loculi di un call center, mendicando al telefono abbonamenti a Sky Cinema – quell’uomo sarcastico, che certe volte sembrava un blocco di disprezzo, l’uomo che si era rifiutato di pulire i detriti dei figli che aveva messo al mondo – e all’improvviso lo trovò repellente, ma un attimo dopo lo aveva perdonato, perché lui stava sguainando una sentenza forse intelligentissima sull’ultimo DeLillo, «la paura è l’emozione dei ritardatari», e lei era precisamente da questa intelligenza sconclusionata, già, da questo splendore a intermittenza proveniente da un nodo di simulazioni, lei era da questa cosa qui, che voleva farsi scopare.

«Allora, Alexandra, ti interessi di televisione?»

Pazientemente Nairobi si sforzava di mettere al mondo frasi prive di sottintesi, erano gli orli di un carattere votato alla diplomazia. Stavolta aveva bucato di brutto, è il rischio delle domande partorite dal giudizio interiore. Senza rendersene conto, e nella massima economia di parole, era riuscito a classificare gli individui dall’altra parte del tavolo come la Giovane Utilitarista e il Vecchio Trampolino.

«Veramente pensavo a una carriera nella diplomazia, per questo studio lingue».

Sospendiamo la risposta piccata di Alexandra. Circoscriviamo invece l’umore di Nairobi, proviamoci. Lasciamoci guidare dalle similitudini. Che so, saltellare sull’orlo dell’abisso confidando nei ricordi catafratti di un seminario su Nietzsche. Sedersi ubriachi alle quattro del mattino sulla tazza del cesso e ritrovarsi a spiccare dalle labbra frasi come io qui ci muoio, cazzo. Non è facile tenersi a modo, attraversare i contesti senza flettersi – il cervello serrato a tenaglia e un bel paio di palle fumanti sempre a portata di sfodero. Nairobi faceva un sacco di lavori sporchi per le case editrici, eppure in genere riusciva a mantenersi nel grembo di un ideale immacolato. Ci riusciva a prezzo di un sacrificio: gli era bastato rinunciare a scrivere. Nel senso che di suo, di autentico, non metteva insieme mezzo rigo. Era un contractor in zona di guerra. Lo assoldavano: due settimane di lavoro per l’editing di un esordiente senza speranze, due mesi per il ghost del romanzo di un cantante o la biografia di uno youtuber. Sfornava il testo e riscuoteva la paga – alé, sotto un altro. Il suo idealismo era l’involucro di un cinismo localizzato, altamente specializzato. Ovviamente all’origine di tutto questo c’era un trauma. Il culo di Nairobi, accademicamente parlando, era stato nuclearizzato un paio di anni prima, quando aveva presentato le carte per l’Abilitazione Nazionale, solo per ritrovarsi nel mezzo di un disastro interuniversitario sinistramente simile alla bufera che apre il Mago di Oz. Lui si sentiva tagliato a pennello per la parte di Judy Garland, il troiesco trattenuto della piccola Dorothy Gale del Kansas, invece era finito schiantato da una tonnellata di calcestruzzo, come la crudele Strega dell’Est. In dettaglio: tra i cinque referee della commissione che doveva giudicare le sue attitudini alla docenza (illustrare cose eroticamente inerti come la poesia del Duecento a cose drammaticamente inerti come i ventenni) c’erano tre professori del suo Dipartimento, tali Caraffa, Santarno e Modesti. Che avevano votato opportunamente a suo sfavore. Gente che Nairobi conosceva da una vita (Caraffa lo spregevole, Santarno l’ipocrita, Modesti il doppiogiochista), e al cui servizio aveva posto ogni fibra sinaptica nelle ultime due decadi. Pertanto adesso si ritrovava con due decadi di frustrazione alle spalle e qualche milione di fibre sinaptiche irrimediabilmente ustionate. Per Caraffa aveva compilato decine di voci in enciclopedie prestigiose, contributi antologici, atti di convegno: il vecchio caprone firmava tutto con disinvoltura. Manco una menzione in nota. Evidentemente Nairobi era un ghostwriter predestinato. Invece Caraffa, quando si era trovato a stilare una valutazione in favore di Nairobi, doveva aver accusato il tipico blocco dello scrittore – quale ironia. Santarno e Modesti. Per quei due aveva svolto ricerche in ogni campo immaginabile, senza alcuna preclusione al ridicolo: l’utilizzo della sineddoche nella descrizione di cetacei in Ariosto, rilievi di onomastica normanna nella narrativa fra Otto e Novecento. E poi le montagne di esami, sessione dopo sessione, anno accademico dopo anno accademico. Non gli era passata davanti una trentenne raccomandata. Non gli era stato preferito il candidato imposto da una Santa Alleanza più potente e belligerante. Solo: tutto il culo che si era fatto nel Dipartimento ancora non bastava. Nessuno dei tre arconti riteneva che Nairobi potesse vantare un qualche credito. Nairobi, l’inflessibile cultore del Ripiego che non riusciva a rassegnarsi all’evidenza: l’Antropocene è un gran bel periodo di merda, ha ragione Riccardo Sala, e questo posto non ti vuole, un trio di succhiacazzi te l’ha messo nel culo, ma il tuo nuovo mestiere – al servizio di cialtroni diversi – vieni comunque a esercitarlo qui. Non hai fatto altro che spostarti di un cinquanta metri, da dentro a fuori, dalle cattedre ai trespoli del bar.

Se l’aria indispettita di Alexandra poteva promuovere reazioni superficiali – mettere una toppa, saldare lo sbrego – Nairobi non sembrava risentirne. Spalancò i lobi temporali a una truppa di visioni Medjugorje-style: free climber in arrampicata su parete di specchi, picador disarcionato da toro Miura, sindaco in flagranza di parcheggio abusivo, quindi offrì alla ragazza un sorriso concepito per depistare – in effetti sarebbe stato il momento di mettersi a lavorare sul serio. Strofinò le mani e concluse facendo scrocchiare le dita. Sparpagliò alcuni manoscritti trascinandoli dal vertice della pila come il dealer di un giro di blackjack, il dovere chiamava a raccolta lo Spirito – sono belli questi momenti, affiorano i turgori psichici, la faccia tradisce (o trasgredisce) i rilievi mentali, e insomma Nairobi sapeva bene che di fronte a lui c’era uno che aveva mollato da un pezzo la venerazione per Dostoevskij & Co., che aveva tolto Proust dalla nicchia sacra per schiaffarci Stephen J. Cannell e Donald P. Bellisario e più di una volta aveva pensato seriamente di aggiornarsi il nome in Riccardo K. Sala in ossequio ai capostipiti del Serial Americano.

Dal canto suo Riccardo aveva la faccia di un redattore nervoso in attesa del pitch. In verità ’ste cazzate di riunioni in cui sgranavano il Regesto degli Scarti erano una perdita di tempo, le sfruttava più che altro per torchiare Nairobi e gettare sale sulla ferita accademica, perché la devozione di un negro che avrebbe avuto i titoli per insegnare alla Columbia e invece continuava a ronzare attorno ai ruderi di un ateneo periferico proprio non la capiva.

«Questo qui fa gli anagrammi», sussurrò Nairobi, poggiando due dita sul bordo di un manoscritto. A Riccardo partì un porcatroia! di stomaco che s’infranse sul portatovaglioli.

«Ha scritto un romanzo in anagrammi?»

«Be’, no. Un’antologia».

«Sentiamone uno».

«“Conversione in Sicilia”, una parodia di Vittorini».

«Che razza di buffone».

Nairobi lesse il testo incriminato:

NELLA RINOMATA TAORMINA

HO MARINATO LA ROMANITÀ

PER FARMI MARONITA.

«Sarebbe la storia di un tizio che cambia confessione religiosa».

«A Taormina, già».

Riccardo non moderò il disgusto. Dalla parete esterna del bar stava venendo giù un pezzo d’intonaco. L’università era un luogo di piccole frane localizzate. «È forte con gli anagrammi, però», intervenne Alexandra.

«Non ammirarlo», fece Riccardo, «questi sono i peggiori, danno tutto sul breve, poveri stronzi neoterici, non hanno fiato. Media intelligenza, quanto basta a compiacersi. La narrativa non la reggono. Che ci vuoi fare, si sentono così svegli. Ai romanzi serve stupidità. La stupidità fa sembrare tutto più naturale. Andiamo avanti».

Nairobi pescò dal tavolo i Cinquanta modi per reincarnarsi in un gatto, batté una mano sulla costola del dattiloscritto e lo fece volteggiare, squadernandolo ampiamente davanti al naso di Riccardo, come se soltanto adesso che le pagine frullavano armoniose nell’aria lui riuscisse a considerarlo in tutta la sua idiozia.

«Questo è una roba patetica. All’inizio ho pensato che fosse un manuale. Invece si tratta, udite udite, di un plagio di Shakespeare, pure brutto: Amleto, suppergiù, ambientato nei bassifondi di Catania. Solo che i protagonisti sono gatti».

«Allora è un plagio del Re leone! Mi piace, lo propongo per una serie animata. Devi lasciarmi il numero dell’autore».

Raggiunto, ma non ancora sovrastato dallo sconcerto, Nairobi avrebbe accolto con favore un’insurrezione dai tavoli a portata d’orecchio, ma niente, lo sperato ringhio che segnala il culmine della tolleranza non arrivò: intorno c’erano solo studenti che sorseggiavano indifferenti bevande simili alla sua, studenti che sottolineavano fotocopie illegali, studenti che si alzavano e se ne andavano da qualche parte – probabilmente a casa, per buttarsi sul divano o davanti a una console inchiodata su Call of Duty o Battlefront. Nessuno di loro sospettava che là si stavano decidendo le sorti dei prossimi palinsesti. Trionferanno i gatti? Prenderanno il largo dello share? Un tempo le bestie stavano al posto loro, adesso fanno milioni di clic su YouTube. Si capisce perché un tipo come Riccardo abbia una così ondeggiante opinione di sé. Alexandra rollò una sigaretta con del tabacco Chesterfield ma non l’accese. Scosse la testa come facevano le ragazze del nuoto sincronizzato: scatto di qua, scatto di là, sorriso – solo che lei non sorrideva nemmeno a pagarla, il suo sport era lo sprezzo sincronizzato, alla fine allungò una mano sul quadricipite di Riccardo.

«Ma tu riesci a vendere questa merda? Sul serio?»

«La merda si vende tutti i giorni, il problema è farla arrivare in produzione. Quando va bene comprano i soggetti e finisce lì, non se ne fa più nulla. Spariscono, puf», disse Riccardo, e si fermò un istante a immaginare sua moglie Mara che faceva puf come un soggetto balordo, poi vide in sequenza le figlie che facevano puf e ripuf e si ricordò il prezzo amaro della libertà. «Quando invece va male», proseguì, «ti rivoltano come un calzino. Qualche mese fa è arrivata un proposta dalla Rai. Volevano una serie antologica “alla True Detective”. Capirai, in Diadema siamo impazziti», buttò un occhio a Nairobi, «un team di quattro sceneggiatori al lavoro, gli abbiamo mandato due puntate, cento pagine coi controcazzi, quelli hanno risposto con un giro di purga. Da True Detective a Un medico in famiglia in quattro colpi di pennarello». Taceva il fatto che lui nel team non figurava: era la sua Regola dell’Agire, riportava faccende riportate (infervorandosi di brutto) senza provare un briciolo di senso di colpa o un minimo di autocommiserazione, ormai aveva fatto il callo a un’esistenza di seconda mano, assumeva con nonchalance le vicende di terzi, come se in tasca avesse una Licenza sui Cazzi Altrui, tant’è: ci sguazzava.

Mentre seguiva il discorso smantellando dal campo visivo ogni dettaglio non appartenente alla faccia di Riccardo Sala, Nairobi provò a raffigurarsi questi ambienti della Televisione di Stato: corridoi fitti di ostilità, demiurghi della programmazione che decidevano vita e morte di uno stralcio di idee, burocrazia pletorica – una truppa di vicedirettori e sottodirettori, assistenti dei direttori collaterali, controdirettori privi di assistenti ma padroni delle informazioni strategiche, e su tutto: l’occhio di Sauron della politica, pesi e porzioni, lottizzazioni, tette stipendiate & tetti agli stipendi (ah! provare per una volta l’ineffabile sensazione di uno stipendio a cui qualcuno sente il dovere di assicurare un tegumento! – quella sì che sarebbe civiltà). Notò che il sole si era abbassato: nel manto di arancio incandescente il bar con la sua fauna avventizia diventava una metafora dell’università – qui si conducono battaglie silenziose, abbiamo immolato ricerche e carriere in nome di un vantaggio tattico che non verrà mai speso, e lo abbiamo fatto senza clamore, qui noi ci scanniamo col sorriso, cari trogloditi del mondo di fuori, e mettici pure che siamo longevi, sappiamo aspettare (possiamo), abbiamo mille anni di storia alle spalle, quanto istituzione di lungo corso ci batte soltanto la Chiesa Cattolica. Il sapere è accogliente, rifletté Nairobi. Il sapere è comodo, basta che ti accomodi e non rompi i coglioni. E fu con una certa serenità d’animo che ricordò di essersi accomodato, vent’anni prima, e di aver rinunciato istantaneamente a rompere i coglioni, ammesso che ne avesse mai avuto il talento.

Perché c’è un talento per tutto, è l’ordine delle cose.

Microtalenti che abbelliscono la lotta per la sopravvivenza. Macrotalenti come la Discrezione, l’Assenza, l’Interruzione. Soprattutto ci interessa quest’ultima. Per una serie di faccende che ognuno avrà avuto modo di verificare, la Vita Quotidiana è uno spettacolo interrotto. Lo Spot è sempre in agguato dietro l’angolo. La gente parla, ride, gioca a tennis, si lascia investire in una sala buia da un kolossal zeppo di effetti speciali, finché non succede qualcosa. Arriva lo Spot, cioè gli altri, che sono il maledetto spot di sé stessi. Riccardo era lì che si godeva una barretta alla nocciola (NO CARBO, MAXIMUM FAT 0,1%, 33 GRAMMI DI PROTEINE) quando comparve uno studente.

Odiava interagire con gli studenti, la parte incomprensibile e biologicamente attiva di quel laboratorio in disarmo – l’università. Ad eccezione di Alexandra, forse, che pure era attiva e incomprensibile al pari di tutti gli altri (e però biologicamente rappresentava uno scarto: era più figa, tanto per dire). L’apparizione avrebbe dovuto metterlo in allarme, decise istintivamente di lasciar rispondere Nairobi, qualsiasi cosa il tipo fosse venuto a rappresentare. Il tipo, bisogna dirlo, aveva l’aria di accostare il loro tavolo come un’ultima spiaggia. L’aria del nevrastenico che preferiva bazzicare gourmet ma, solo per fame, si era appena rassegnato a consumare un hamburger. Era il dramma implicito dei ventenni, l’epoca delle Prime Scelte, dove di solito ti bruciavi tutta la Prima Scelta. Se solo qualcuno fosse riuscito a spiegarglielo.

O GIOVANI, EVITATE IL ROGO DELLA PRIMA SCELTA!

Si potevano accantonare bastevoli quantità di fica per alleviare i dolori dell’età senile. Rimuovere alla radice tonnellate e tonnellate di ostilità. Affinare il microtalento con pazienza. Nessuno riusciva a spiegarglielo. Sicuramente, pensò Riccardo, era impossibile spiegarlo a questo imbecille – che aveva appena puntato un paio d’occhi da piccione verso Nairobi e gli stava domandando se per caso lui-e-il-suo-amico non volessero unirsi a lui-e-il-suo-amico per una partita a bigliardino.

Riccardo (con la mano di Alexandra in orbita geostazionaria sulla coscia) sorvolò sul sessismo implicito alla richiesta: non che gliene fregasse niente, ma queste cose tendeva a notarle. Contemplò i suoi propostiti di cautela e li dissolse con un clic delle palpebre. Come aveva detto lo studente?

«Scusa, non è che tu e il tuo amico volete giocare a calcio balilla?»

«No, guarda, non sei credibile», protestò. Le domande impostate al negativo lo sfinivano, come del resto i soggetti che le emettevano.

«Eh?»

«Dico, quanti anni hai?»

«Ventuno, embè?»

«Ecco, ventuno significa che di bigliardino, o calcio balilla, come dici tu, non puoi sapere un cazzo».

Lo studente fece una risata ortopanoramica che metteva a nudo un bel complesso di reati alimentari, morso inverso con tendenze al bruxismo notturno, ma quando la risata cominciò a sfumare e il baratro labiale si riassottigliò eccolo ripiegare sull’ovvietà di un confronto intergenerazione: «Nonno, ho capito, vi pesa il culo. Magari un altro giorno».

Giravolta sulle punte e sbuffo insofferente. Riccardo lo osservò. Quel suo corpo galvanico – che ancora produceva in maniera autonoma l’ormone della crescita, quanto spreco! – somigliava a un astuccio tubolare, a una confezione di Pringles. L’amico, laggiù al bigliardino (lo chiameremo Studente n. 2) sgonfiò le spalle, probabilmente capitolando all’evidenza dell’inspiegabile nichilismo ludico che aveva preso potere sul pomeriggio.

Dove esiste prontezza muscolare (e a maggior ragione se costruita mediante bombardamento chimico) non può esserci educazione a un qualche primato morale. Voglio dire: raramente convivono. Allo stesso modo l’uomo superiore, l’uomo pacificato (quello che le donne nei loro momenti di confidenze muliebri, nei loro spontanei gruppi d’ascolto, definiscono risolto, lamentandone l’estinzione con un sospiro), difficilmente si mette a cazzeggiare alle spalle dei più deboli, pertanto Riccardo apostrofò secco Studente n. 1.

«Ragazzino».

«Che c’è?»

«Quel giorno è adesso. Facciamo un bel due contro uno».

Si alzò in piedi come la star di un porno chiamata a girare l’ennesima uggiosa scena di doggy-style. Studente n. 2, elettrizzato dal fatto che alla fine si giocava, aveva già impugnato le manopole della difesa. Riccardo raggiunse il bigliardino col passo scocciato di un Avenger. Scansionò i suoi avversari. L’ultima volta che aveva visto due facce così tirate era stato in un documentario sulla crociata contro i Catari: la giostra di invasati in panni monocromi che armeggiavano con mantici e forconi davanti a una pira di eretiche biancovestite, legate al palo. Zelo agonistico, una fattispecie dell’odio e della concentrazione. Si lisciò il petto sotto la maglietta, diede una bella squadrata a Studente n. 2.

«Ma come le tieni quelle stecche? Pari spastico. Il portiere si regge con la mano a rovescio. Come faccio io, su! Parallelo, devi stare parallelo». Gli scappò un sospiro: «Manco la postura, checcazzo».

«Gioca, nonno», scandì Studente n. 1. Sulla fronte gli si era materializzata una vena che pulsava con un ritmo da insetto, traduzione cutanea dell’imperativo – tipo un lombrico, una larva subepiteliale. Rapidi flash di un notissimo film di Ridley Scott nella testa di Riccardo.

«Aspetta. Finisco la barretta».

I due studenti con la secrezione di GH ancora attiva erano là che interrogavano spompati le linee geometriche del campo di battaglia – quel fottuto traditore – riproiettandosi mentalmente la partita e chiedendosi com’era possibile che fosse andato tutto così storto. Riccardo aveva recuperato tavolo, posto e mano di Alexandra sulla coscia. Lei mandò un’occhiata di simpatia al pacco di lui, che reagì con un guizzo introspettivo. Un paio di formiche arrancarono impazzite attorno ai manoscritti, i cucchiaini impastati di zucchero pesavano su di loro come catapulte per un mondo sconosciuto. «Hai vinto?», chiese lei. A lui per un attimo provocò un piacere inatteso quella smorfia di sincera curiosità. Se anche fosse stata una simulazione, l’avrebbe apprezzata comunque. Pensò a una complessa equazione spazio-tempo in cui i pompini mancati risorgevano dall’oblio e venivano a portare equilibrio nel Caos delle scopate insoddisfacenti.

«Nove a due».

Nairobi spostò la tazza del caffè e sistemò la penna nel taschino della giacca: davanti al granitico bancomat dell’ansia, i gesti mimetici della calma erano la sua Mastercard – anche se gli incontri con Riccardo stressavano duramente il plafond mensile.

«Ti hanno fatto due goal».

«Giocavo con l’handicap. Glieli ho dati di vantaggio».

Alexandra: «Non mi avevi detto che sei un campione di bigliardino».

«Non l’ho detto, infatti. Io non sono campione di niente. Sono loro che sono pippe».

«E come facevi a saperlo?»

«Statistica, tesoro. Maschi italiani ventenni. Universitari. La maggior parte dei quali iscritti a Scienze della comunicazione. L’incapacità (la pippaggine) per questi è condizione ontologica. Il bigliardino poi richiede un’intensa specializzazione estiva. Oggi come oggi è più facile trovare l’uno su un milione che sa inventare molecole o riparare una tomaia. Voglio dire: giochicchiano, sì...»

«Ma la vecchia guardia è un’altra cosa», fece Nairobi.

Ogni volta che sentiva concetti come la vecchia guardia, i nostri tempi, o anche solo se incappava in un quando proferito con eccessiva nostalgia, Riccardo precipitava in un limbo di intolleranza anonima condita di immagini variamente nosocomiali: ablazione dei reni, legatura delle emorroidi, eco-sclerosi emodinamica conservativa. Era la sua mente-ambulatorio che tentava il ripristino delle funzioni primarie. Perché detestava l’incertezza dell’analessi, quelle nebule improduttive vaganti ai confini della memoria. No, per Riccardo Sala il passato era tutto un enorme IERI. Tutto pronto a risorgere. Tutto pronto a rimettersi in moto.

«Ve lo ripeto, semplice raccolta e analisi dei dati. Vuoi dirmi che sanno studiare?»

«Be’, no», ammise Nairobi.

«Vuoi dirmi che sanno scopare?»

Alla domanda diretta Alexandra alzò brevemente gli occhi, un’espressione che forse proveniva dal mondo dei calamari, delle triglie. Silenzio-assenso.

«Caso chiuso, non sanno fare niente».

«A parte raggiungere la fama sui social».

Nairobi: lui conosceva l’argomento per esperienza diretta, era materia sua. Aveva fatto il ghost di un paio di queste meteore con fantastilioni di follower. Libri che non vendevano mille copie, tonfi clamorosi perlopiù, ma gli editori insistevano. Ci credevano. Non capivano che mettere un like su Instagram non era precisamente come alzare le chiappe dalla poltrona, imbracciare un ombrello e sfidare le intemperie fino ad arrivare in libreria, depositare quindici stoici euro alla cassa e poi riguadagnare eroicamente casa per mettersi a leggere – leggere! – duecento pagine di quello strano oggetto con la foto dell’idolo sorridente che smagliava in quarta di copertina. Tacendo di Amazon, Ibs e il delirio di carte di credito e PayPal. Date le VISA anche ai ragazzini! Se i like costassero un centesimo sapremmo che la chiave contemporanea dell’interesse è automatismo e narcosi.

«I quarantenni non diventano star del web. A meno che non siano già famosi per conto loro».

Impalcature di perfidia che vibravano sotto l’osservazione di Alexandra. Riccardo non si scompose, la perfidia lo rilassò: nelle strettoie delle espressioni infami lui provava una specie di agio sartoriale.

«Un quarantenne può fare un milione di follower quando vuole: gli serve solo un figlio di due anni con un rabdomiosarcoma e una pagina Facebook dove postare la sua agonia, un tanto a settimana».

«Certe volte sei davvero una merda», disse Nairobi.

«Mi occupo di quello che piace alle persone», e giù un sorriso fasullo. «Nel caotico dipartimento dell’entertainment io sono il braccio escrementizio della Necessità. Pensa che ieri notte mi è venuto in mente di fare un serial con la Franzoni: un reboot di Medea».

«Tu sei scemo», disse Nairobi.

«Chi è la Franzoni?», disse Alexandra.

«Una donna che ha ammazzato suo figlio», rispose Nairobi. «Gli ha sfondato la testa con un mestolo, pare – perché poi il mestolo non l’hanno trovato. A Cogne, un paesino in Valle d’Aosta, parecchi anni fa. Un processo complicato, indagini fatte a cazzo di cane. La televisione...», fece un colpo di tosse verso Riccardo, «la televisione si era messa in mezzo: i programmi del pomeriggio si schieravano, i telegiornali tutte le sere aprivano con lei. Fu un caso mediatico».

«Lei non l’ha mai ammesso di aver fatto fuori il figlio. Non è mai crollata. E comunque fu il caso mediatico», precisò Riccardo. Si concesse uno schiocco salivoso con l’angolo delle labbra.

«Sì, l’omicidio del piccolo... oddio, come si chiamava il bambino?»

Riccardo avrebbe voluto rispondere, si rese conto che non poteva.

«Ma lo sai che... cristo, Nairobi! Come si chiamava il bambino?»

Già. Come si chiamava il bambino?

2
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Per uno che come Nairobi ama infinitamente gli infiniti amori schematici, cioè gli eterni amori ritualizzati/stratificati/calcificati (e quando diciamo eterni può essere anche una faccenda di pochi mesi: il punto è l’impostazione) le donne come Flora Nardi sono l’equivalente di uno strale divino. Quello che, al pari di ogni intervento punitivo deciso nelle sfere soprannaturali, non sei mai sicuro di esserti meritato. Flora Nardi. Quattro sillabe che partono liquide e chiudono drastiche. Un nome che evoca tutto un sottosuolo di inquiline bellicose e manici di scopa alzati in rappresaglia contro il soffitto. Floranardi, il suono che sembra individuare una collettività isterica, come un gruppo di addetti alla Rivoluzione Francese accampati dentro al Palazzo delle Tuileries.

Va detto che Nairobi non la considera minimamente all’altezza delle donne (due) che ha frequentato negli ultimi dieci anni: la Sportiva, la Genialoide. Non arriva alla loro bellezza, e meno che mai alla grazia priva di ombre consustanziale alla dote (sportività, genialoidità). Non si trova in Flora Nardi un briciolo di splendore, fosse anche il sospetto di uno splendore riposto, in attesa dentro i recessi dell’Inesplorato. Più simile, se proprio vogliamo chiarire, al tipo niente-di-speciale proustiano, che te ne innamori perché ti fissi. In effetti Nairobi l’ha inseguita (e continua a inseguirla) con testardaggine da critico letterario. Esaltato dalla banalità, perché è troppo facile provare interesse per soggetti interessanti. C’è in lui l’esigenza della scoperta di una percentuale di fascino in un soggetto che apparentemente ne è privo – e che diventa ipso facto l’oggetto di un desiderio. Nairobi è un animo delicato. È patriottico, sentimentale, vuole bene alla mamma adottiva, vota a sinistra, ma nelle questioni amorose l’inveterata sterilità accademica prende il sopravvento. Si appassiona alle donne nel modo in cui gli hanno insegnato ad appassionarsi alla poesia. Dimostrami che i sonetti di questo petrarchista del Quattrocento non sono soporiferi esercizi di stile. Spiegami perché varrebbe la pena leggersi le cagate balbuzienti del tardo Montale.

Con la Sportiva erano stati patti chiari e relazione semplice: ruotava tutto attorno alla mitologia dell’uomo di colore. Con la Genialoide avevano spartito, almeno all’inizio, un istinto a differenziarsi, poi trasceso in un piacere della differenza addomesticata – salvo i momenti in cui faceva capolino, infrasettimanale, la mitologia dell’uomo di colore. La Sportiva, progredendo nello sport, era riuscita a superare quella mitologia. La Genialoide, affinando con pazienza i suoi strumenti critici, l’aveva decostruita. Questi due fatti, decostruzione e superamento, sarebbero potuti tornare molto utili a Nairobi nel caso avesse voluto impiegare parte del suo know how sentimentale nella pianificazione di una strategia di sopravvivenza – per esempio nel sopravvivere all’università. Ma Nairobi non era mai stato in grado di volerlo.

«Oh ciccio, qualche pillola per dimagrire?»

La voce dell’uomo che gli sbarrò la strada aveva un accento patetico, indizio di energie folli e spropositate che assistevano impotenti alla propria dissipazione, letteralmente: sillaba dopo sillaba. Lo spacciatore di pillole dimagranti presidiava il sentiero davanti al parcheggio dell’università, col suo zaino sdrucito e uno spolverino di cuoio, gli anfibi apaticamente slacciati – la testa mostrava una sua deformità peculiare, colpo d’incudine o errore di forcipe, chi poteva saperlo, sensazione accentuata dalla tundra del cranio, che in direzione del collo si apriva con parsimonia a un’efflorescenza di licheni piliferi, come se gli avessero abbassato lo scalpo con uno strattone lungo la pelle della schiena. Dev’essere questo il cranio dei sopravvissuti agli olocausti nucleari, già, la fisionomia subpolare dell’uomo-del-futuro. Fino alla settimana scorsa non s’era mai visto, l’affabilità rugginosa attestava lo status precario della new entry.

«No, grazie», fece Nairobi, fiacco e gentile come chi assente fra sé e sé al ricordo ancora vivido di una perfezione fisica ormai distante un paio di decenni, «ma tu lavori per il parcheggiatore? Chi sei, il sottoposto? Il vicesostituto?»

«Ah no, io sono la concorrenza».

Il parcheggiatore in questione – lasciamolo sullo sfondo, nella rada di utilitarie – era un abusivo incancrenito che pattugliava il piazzale da quando Nairobi era ancora una matricola (Nairobi non riuscì a sventare una riflessione fulminea sull’abusivismo, un tritume insopportabile di segmenti sociali, precariato, macchie di leopardo) e che nonostante gli indubitabili segnacoli dell’indigenza gestiva l’attività infilato in un cappotto sorprendentemente dignitoso con attaccata sul bavero la spilla di Herbalife. La domanda in nero che puntava dritta al reame dei trigliceridi: VUOI PERDERE PESO? La risposta in rosso che spalancava tutta una metafisica di opportunità nutrizionali: CHIEDIMI COME! Lo spacciatore di pillole doveva essersi messo nella sua scia, differenziando l’offerta e ritagliandosi un miserabile spazio di vantaggio. Il parassita di un parassita, grazioso esempio di commensalismo. VUOI PERDERE PESO? CHIEDIMI PERCHÉ. La storia dell’umanità è diretta nei suoi gangli generazionali da rapporti incalcolabili di metabiosi: è morto nonno, bene, mentre soffro mi prendo le sue pantofole. Sta per finire un’epoca, bene, prepariamoci a intascare le colpe. Il resto avrà il sapore, e magari il colore, di un bibitone multifibre. Per ora, concluse Nairobi, si fottano le pillole dimagranti, e tirò dritto.

Era l’estremità collosa del pomeriggio, barlumi serali, l’ateneo accendeva i lampioni, o almeno ci provava, perché la metà risultavano guasti – dai gusci occhiuti a tre metri d’altezza flippava una luce convulsa, utile più che altro a drenare le risorse del sistema nervoso. Roma oltre l’orizzonte campestre di un blu infeltrito diramava come la crosta di un rubinetto: Nairobi si allontanò di spalle meditando sulle acquisizioni della giornata. Notizie di un certo calibro, più o meno le stesse di ogni santa settimana, soprattutto conferme: Riccardo Sala era uno stronzo senza speranza, Riccardo Sala era uno stronzo irredimibile. Avrebbe voluto telefonare a Flora, ma la paura di sorprenderla in un momento delicato lo fulminò. Ciò che nella sua testa si sviluppava in uno scabro fotogramma dell’intimità. Ma cosa sarà mai un momento del genere? Su internet è facile, esiste la categoria specifica: passionate sexpassionate analpassionate blow job. Non c’è dubbio, internet sa indicizzare la passione. Ma Nairobi googlava poco, Nairobi apparteneva al mondo-di-carta. Questo faceva di lui un caso universale. Tutti gli uomini, prima o poi, arrivano a formulare una domanda particolarmente speciosa, il beta test della concupiscenza: quando inizia l’intimità? Com’è che prende forma? Faccende che non vedi l’ora di affrontare quando la tua combutta con l’altro sesso è appena cominciata, quando perdi mezz’ora per articolare un messaggio divertente su WhatsApp e altre cazzate così. Poi la grammatica sentimentale vira al passato prossimo, e un bel giorno sei lì che ti chiedi: quando è iniziata l’intimità? Te lo chiedi in un misto di indulgente rammarico e sgomento umor nero. Quando cazzo è iniziata l’intimità?

Continua a chiedertelo.

Continua finché non sarai pronto per l’autoassoluzione.

Raggiunse la fermata dell’autobus, una pensilina solitaria alle cui spalle svettava la curva grigio futuristico dell’Agenzia Spaziale Italiana, ispirata a criteri direzional-teatrali che ricordavano i prequel cazzari di Alien: un genere di architettura che, piantata nel vasto nulla campestre affacciato sui toponimi turriti di avamposti periferici, erogava più che altro desolate sensazioni aeroportuali. La pensilina era composta da tre facciate buie che incorniciavano dei poster pubblicitari: trattamenti estetici completi a 540€, Pranovision, voli low cost da Roma agli Usa, con l’Empire State Building che siringava senza pietà le nuvole newyorkesi, dorate come in un sogno di redenzione. Nairobi si piazzò a sedere e inquadrò l’università. All’epoca dei suoi diciannove anni era entrato là dentro con la nomina del ragazzo prodigio – se la portava dietro dal liceo, dall’esame di maturità, quando una presidente di commissione di ingiustificata ferocia aveva provato a metterlo sulla graticola. La donna era una specie di ircocervo prodotto in laboratorio, un ibrido saccente tra Margaret Thatcher e un herpes genitale. Lui aveva rintuzzato senza battere ciglio ogni singola domanda di quella bastarda.

«Vedo che avete fatto qualche lettura dal Decadentismo».

«Sì».

«Lei ha letto Il piacere

«Sì».

«Tutto?»

«Sì».

«Ebbene, come si chiama il cavallo di Andrea Sperelli?»

Il membro interno era saltato sulla sedia, ma Nairobi aveva risposto con una voce volutamente atona e scandita: «Miching Mallecho».

C’era stato un lampo di stizza e incredulità. Per contenerlo la presidente aveva inforcato gli occhiali e sfoderato una risata criptide da Bestia del Gévaudan.

«Mh. Mh-mh. Vediamo un po’. Conosce altre opere di Pirandello a parte quelle segnate nel programma?»

«Ho letto I vecchi e i giovani e Giustino Roncella nato Boggiòlo».

«Ah davvero!», come se non fosse già abbastanza sbalordita dal fatto che il negro di fronte a lei sapesse addirittura leggere. «Allora mi dica: qual è il nome del cavallo di Capitan Sciaralla in I vecchi e i giovani

E Nairobi senza battere ciglio: «Titina».

A questo punto era intervenuto il membro interno: «Bene, direi che con gli equini ci siamo, vogliamo procedere a commentare il tema?»

Tanto per dire che a diciannove anni Nairobi era felicemente assorbito dalle sue passioni. L’incidente dell’esame di maturità, sventato con maestria, non lo aveva per niente inorgoglito. Piuttosto gli aveva insegnato a sgusciare tra le grinfie dei molestatori. Il mondo letteralmente rigurgitava di persone come La Signora Dei Cavalli – bello, sembrava il titolo di un porno d’avanguardia. Il mondo era affollato di gente che non vedeva l’ora di spaccarti le palle con l’esibizione della sua invidiabile interiorità. E lui doveva imparare a difendersi.

Prima di rincoglionire dietro a Flora Nardi, Nairobi era un maestro d’evasione. Non tanto nel senso dell’intrattenimento. Nel contatto con gli scrittori, soprattutto nell’evitare il contatto con gli aspiranti tali. Quando pratichi un certo ambiente, e possiedi una credenziale accademica – minima, ridicola, generalmente entrambe – prima o poi finisci per essere avvicinato dal tizio con una mole di fogli sotto il braccio, rilegati o spillati, raccolti come pronostici di Sibilla dentro una cartellina triste. È il manoscrittaro allo sbaraglio. Se poeta, di solito è un lirico amante dell’ellissi e ritiene che una serrata distribuzione degli a capo sia il cuore di tutta la faccenda. Se narratore, predilige angusti pipponi autobiografici o sgangherati romanzi storici ambientati dentro Wikipedia. Non hai fatto in tempo ad accorgerti di lui. Stai uscendo da un convegno, poniamo. Stai entrando in un punto di ristoro durante una fiera o nelle grazie di una hostess durante la medesima fiera. Stai crogiolandoti nei beati fatti tuoi, quando il manoscrittaro si fa sotto. Potevi dribblarlo, ma ti è sfuggito. Forse è un campione di mimetismo, forse ha avuto quel tanto di culo che basta, ma insomma adesso è qui di fronte a te. In simili frangenti Nairobi riusciva a non cadere vittima dell’oscuro senso di minaccia sprigionato dalla vicinanza del manoscrittaro. Si metteva a fissare con insistenza un punto morto tra i suoi occhi spiritati. Sapeva di dover evitare di guardargli le labbra (lo avrebbe preso come un segnale d’interesse). E lo ascoltava, compassato. In verità i suoi sensi formicolavano. Perché presto sarebbe venuto il momento di sfoderare una exit strategy.

#1

MANOSCRITTARO: Avevo in mente questo grande romanzo storico... una metafora della società contemporanea. Carlo v e Berlusconi.

NAIROBI: Ci hai messo i colloqui di Ratisbona?

MANOSCRITTARO: Cosa?

NAIROBI: I colloqui. Di Ratisbona.

MANOSCRITTARO: ...no.

NAIROBI (pensoso, concedeva all’interlocutore un mugugno faunesco): Sembra che Contarini abbia avuto mal di denti per tutto il tempo, per questo fu così duro sulla transustanziazione. Ma dimmi ancora della metafora.

MANOSCRITTARO: Insomma, la corruzione...

NAIROBI: Certo, la corruzione, ma quella riguarda Carlo I.

MANOSCRITTARO: Chi?

NAIROBI: Carlo V d’Asburgo era Carlo I di Spagna, prima di comprarsi l’elezione a Imperatore. Si parla di ottocento-e-rotti-mila fiorini sborsati ai vari Elettori. Soldi dei Fugger, in gran parte.

MANOSCRITTARO: Ah.

NAIROBI: Ma dicevi?

MANOSCRITTARO: No, niente. Sto scrivendo questo romanzo.

NAIROBI: Una grande metafora della società contemporanea.

MANOSCRITTARO: Già.

Nairobi lo guardava prendere il largo. Questa era la tecnica del TI ROMPO IL CULO SUL TUO TERRITORIO.

#2

NAIROBI: Allora, che c’è di nuovo?

MANOSCRITTARO: Mah, niente, sto scrivendo una roba, una cosetta...

NAIROBI: Tipo?

MANOSCRITTARO: Un romanzo...

NAIROBI: Autobiografico?

MANOSCRITTARO: No, un romanzo...

NAIROBI: Fantasy?

MANOSCRITTARO: No, aspetta, un romanzo...

NAIROBI: Gotico?

MANOSCRITTARO: Storico. Sto scrivendo un romanzo storico ambientato...

NAIROBI: Durante il nazismo! Ti sei scelto un bel tema originale.

MANOSCRITTARO: Ma no. È ambientato...

NAIROBI: Alla corte del Re Sole.

MANOSCRITTARO: No! Nel XVI...

NAIROBI: Arrondissement!

MANOSCRITTARO: No, cazzo! Nel XVI...

NAIROBI: Del Purgatorio! Sì come cieco va dietro a sua guida / per non smarrirsi e per non dar di cozzo / in cosa che ’l molesti o forse ancida.

Tecnica dell’INTERRUZIONE PERPETUA.

#3

MANOSCRITTARO: Ho qui un romanzo storico...

NAIROBI: Fa’ vedere.

MANOSCRITTARO: Ecco.

NAIROBI: Mh. È ambientato ai tempi di Carlo V.

MANOSCRITTARO: Sì.

NAIROBI: Perché?

MANOSCRITTARO: Come... perché?

NAIROBI: Perché?

MANOSCRITTARO: Per... sviluppare tutta una metafora che conduca il lettore alla critica della società contemporanea.

NAIROBI: E perché?

MANOSCRITTARO: Non capisco.

NAIROBI: Voglio dire: perché non vai a spaccare un McDonald’s invece di scrivere un romanzo storico ambientato nel XVI secolo?

MANOSCRITTARO: Credo che la metafora sia più efficace.

NAIROBI: Ah, credi?

MANOSCRITTARO: Sì.

NAIROBI: E perché?

E questa era la tecnica del BAMBINO IN TILT.

#4

MANOSCRITTARO: Ho scritto un romanzo storico ambientato nel XVI secolo.

NAIROBI (secco, con una smorfia diabolica): Anch’io.

Tecnica anche detta SPECCHIO DELLE MIE TRAME.

#5

MANOSCRITTARO: Ci tenevo a farti sapere che ho scritto un grande romanzo storico ambientato nel XVI secolo.

NAIROBI: Interessante. Appena finisco questo ciclo di chemio me lo leggo.

MANOSCRITTARO (dopo e nonostante una pausa disperata): Ci conto.

Tecnica teoricamente INFALLIBILE. Teoricamente.

Nairobi guardò desolato gli edifici dell’università immergersi nella sera, allacciati come i comparti di una nave che colava a picco. C’era stato un tempo in cui era appena un ragazzo e i suoi genitori adottivi lo portavano a passeggio sul lungomare di Ostia: erano i giorni luminosi prima dell’infatuazione, era l’epoca precedente alla collera. Entrambe sopraggiunte con la scoperta dei maledetti libri. Quel tempo oggi sembrava così diverso. Sorprendere, per esempio, non era il verbo angoscioso di adesso. C’era sua madre adottiva che gesticolava in ampiezza, allegra, un po’ svampita, lo stecco di un cremino appiccicato fra il pollice e l’indice, mentre suo padre adottivo mormorava serafiche maledizioni contro i pattinatori della banchina. La sabbia ferrosa strepitava sotto le rotelle HD80 come lavagna grattata. Nairobi propagava uno sguardo orizzontale sul Tirreno, quel mare adottivo, riferendogli aggettivi che non ricorda con precisione ma che avevano un suono clemente e pacifico. Allora non aveva bisogno di autoassolversi. In piscina, durante il corso di nuoto che seguiva d’inverno, al momento della doccia sapeva di poter contare su un pisello che gli guadagnava il rispetto dell’intera Sezione Agonisti – quello sì, quello sembrava in grado di poter scongiurare tutto. E invece, venticinque anni più tardi, le precauzioni hanno mancato l’appuntamento con la minaccia, la genetica conservativa è sul punto di cedere il passo alla retorica dell’imprevisto, perfino il Grande Cazzo Apotropaico ha fallito. Nairobi tirò fuori il cellulare – apotropaicamente? – per digitare all’indirizzo di Flora Nardi un amareggiato sms che concedeva qualche byte alla recriminazione, e che lui per il momento non inviò.

Quando ci comportiamo da stronzi tendiamo a considerare la cosa come un piccolo dono delizioso, un frizzante ornamento della personalità. La stronzaggine altrui invece la misuriamo a spanne – nel logorio, nel duro travaglio della sopportazione: perché a me? Perché proprio a me?

All’ombra della statua-matrioska Riccardo aveva quasi barcollato. Con uno sforzo sovrumano che gli incendiava i cluster della memoria a lungo termine era riuscito a ricordarsi il nome del bambino, e adesso nonostante gli scoppiasse la testa appariva implacabilmente concentrato su sé stesso, pertanto verosimilmente più stronzo del solito. Alexandra era lì che gravitava nella bulimia del fastidio. Il suo viso ricordò a Riccardo una spiaggia battuta da venti caldi. I polsi affusolati, la piega dolente delle labbra. Da quella bolla immemore promulgò la domanda che lui ormai si aspettava: «Perché vuoi fare un programma con quella donna?»

«Te l’ho detto, è quello che faccio. È il mio lavoro».

Non mentiva quando pronunciava banalità insignificanti. Era come se una parte di lui vivesse in uno strato materiale al di sotto della grammatica, al di qua della logica, in uno spazio delle fasi eccentrico e distratto: sentiva questi vincoli intorno a sé, sopra di sé, il piano apparentemente piatto di un involucro senza dimensione – una realtà laminata, rigida e scivolosa, il parquet flottante della sua anima.

«È un lavoro stupido».

La guardò, sporgendosi dall’altana dei suoi quarantaquattro anni, e dovette constatare che, insomma... Alexandra: innegabilmente viva e diciannovenne. Il suo corpo era un diamante, un metallo temperato, raccontava l’imperturbabile sicurezza dell’Oggi. Non spettava a lui dettare le condizioni. Riccardo Sala: il portatore sano di asimmetria. A volte metti mano a cose ignobili. A volte sei tu, la cosa ignobile. Avessi la tua età, sarebbe una favola – mia principessa. Ma non può essere una favola. Ho vissuto la fase verde, sono stato giovane, che vuoi che ti dica, era un’epoca di disastri, altro che favole: le principesse morivano schiantate in Mercedes nei tunnel parigini, il volto aristocratico estruso dalle lamiere, la cena del Ritz ancora calda nello stomaco. E tu che pretendi di saperne? La guardò ancora una volta. Immaginò di abbandonarla davanti alle spoglie dell’ateneo (sembrava il set di quei film sulla redenzione dei vecchi con cui Mediaset ti bombardava sotto Natale) e fregarsene allegramente, tanto anche Alexandra non poteva sapere niente, non avrebbe mai potuto sapere niente.

Un contingente di professori, borse di pelle e cipiglio standard, sciamò con rodata disciplina verso l’ingresso posteriore del Kalende, annuivano gli uni agli altri come gli ospiti di un programma di approfondimento prima della consueta deflagrazione. Da qualche parte si affacciò la vecchia equivalenza talk show/postribolo, secondo il sistema di notazione berlusconiano. Ci sono, eccoli, pensò Riccardo: corpi che fanno tutt’uno con la bestialità del Tempo. Corpi che raccontano il Domani. Un giorno finirà la luce, allora avremo il nostro bel daffare coi sensi impoveriti, ci sposteremo a tastoni come i ciechi, ma nel frattempo, mentre questa storia dei fotoni va avanti, lasciatemi godere la vista di un fenomeno come Alexandra.

PERCHÉ NON BASTA VEDERCI CHIARO

Non basta no. Quando andavano a letto insieme a lui sembrava di scandagliare i contorni di un’entità incorruttibile: era come incularsi una distratta imitazione cinese di Wolverine, e in ogni caso era sempre e comunque una lotta contro l’estinzione. Entrambi soccombevano alla potenza diversiva del sesso: godere della felicità che prendi, godere della felicità che dai. Refrain poco convincente, per quanto è logoro. L’asse maschile del desiderio, l’asse femminile, ognuno per la propria fazione: il desiderio vuole disparità. Alexandra sedette su un muretto e dalla borsa fece comparire uno stick colorato, il bel gonfiore lucente dei suoi capelli stava perdendo un po’ di verve. Quando passava il rossetto sulle labbra si capiva come fosse più di un gesto rutiniero – il che significava una specie di sintomo nevrotico. Riccardo le scivolò accanto. Gli stava venendo duro, e quella di notificarlo ad Alexandra non gli sembrò una cattiva idea, quindi apertamente notificò: «Mi sta venendo duro».

Lei scosse la testa, azione che permetteva a Riccardo di rilevare il naso microscopico attraverso l’onda dei boccoli fasulli.

«Anche tu hai studiato qui, vero?»

«Un milione di anni fa, sì».

«E hai conosciuto Nairobi».

«Io uscivo dal dottorato di ricerca, lui entrava».

«Hai pure un dottorato!»

«Ce l’hanno tutti quelli che conosco, più o meno. E conosco un sacco di gente. Nairobi ha scritto una tesi di un migliaio di pagine sulle varianti del Bruto minore di Leopardi. Lo dico, se possibile, con genuina invidia accademica».

«E tu? Su cosa hai scritto la tesi?»

«L’utilizzo della simmetria in The Departed di Martin Scorsese», rispose, con una piccola rottura di voce fra utilizzo e simmetria, dove – si rese conto – c’era posto per un aggettivo tipo demente.

«Capisco».

«Che fai stasera?»

«Ieri è arrivata mia madre da Hong Kong, mi porta a cena da Zuma».

«E dopo?»

«Mi vedo col mio fidanzato».

Riccardo si infilò le mani in tasca. Qui tutti vivevano affrancandosi o ricollegandosi ai propri legami. Be’, era giusto. Il mondo è una ragnatela.

«E più tardi? Vuoi passare da me? Ti mostro la mia collezione di modellini di Guerre stellari».

«Meglio evitare, sarò depressa per il manzo di Kobe e innervosita per il seguito».

«Ho la replica in scala 1/72 del Millennium Falcon».

«E che roba è?»

«È la nave che ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec!»

Che una ragazza come Alexandra se ne sbattesse i coglioni di Guerre stellari e non avesse la minima cognizione di parallassi trigonometriche era un fatto piuttosto spiacevole ma normale: alla fine non vogliamo le persone, vogliamo che vogliano ciò che vogliamo. Non succede mai. Se potesse succedere, Riccardo in questo momento sarebbe a casa con Mara e le bambine a friggersi il cervello con l’epica disneyana. Coglierebbe bevande gassate dal frigo per un aperitivo improvvisato (il romanticismo matrimoniale specula in maniera pesante sugli aperitivi improvvisati, a tutto beneficio dei produttori di olive e di salmone in scatola), oppure lo vedremmo che scartabella i quaderni di prima elementare di Vanessa gongolando davanti al florilegio di BRAVISSIMA a penna rossa apposti da una delegata all’istruzione. Questo non faceva che diminuire i suoi tagliandi-punto sulla barra motivazionale, ma in fondo – pensò – sticazzi delle trame del desiderio e sticazzi delle celebrate sliding doors, sticazzi, così: liquidatorio, tanto nessuno sarebbe mai stato all’altezza di nessuno, e poi lui aveva la sua arma segreta, il suo asso nella manica, doveva solo capire come impacchettare le idee senza che lo prendessero per un giullare strafatto di acidi. Il problema non era inventare un congegno televisivo che potesse contenere la Franzoni, il problema era come comunicare la cosa alle persone giuste.

La presentazione.

Non aveva granché da ribattere alle accuse di Alexandra, e cominciò a impastarsi nervosamente le mani. Il tempismo con cui il sex appeal della ragazza – quell’algida lussuria – gli aveva movimentato le ultime settimane era sorprendente, ma la giustezza delle sue osservazioni lo sconcertava, perché chiamava in causa il Riccardo-bambino, o quantomeno il Riccardo-adolescente-postumo che lui riteneva indispensabile a un fruttuoso svolgimento del proprio mestiere. Alexandra era onestamente bellissima, con le gambe minute e muscolose allungate sul muretto, gli occhi quasi un taglio scuro senza cornea, come un lascito del crepuscolo – lui non sarebbe mai riuscito a ridurla in una delle sue sceneggiature, tantomeno dentro una pagina di prosa sconclusionata Sala-style: avrebbe dovuto rassegnarsi a non tentare di immaginarla, avrebbe dovuto rinunciare a inventarsela. Rilevò la piega contrariata delle sue labbra, una crepa nella porcellana, la fronte e le guance irrorate di sangue caldo sotto il morso dei lampioni: si stava muovendo verso un territorio di fastidio e insofferenza, e lui sentì ancora una volta la frattura tra sé e il presente – un giorno avrebbe dovuto scrivere qualcosa in merito, per esempio un saggio intitolato Introduzione al disastro, o la sceneggiatura di un western nello spazio: Gli staccati, oppure Ombre rotte. Si guardò intorno ignorando la vampa mefitica – un putrido di fumo e caffè – che gli serrava la trachea, l’infido formicolio alle tempie. Nel mondo, d’un tratto, non c’erano più argomenti.

Dove sono le stelle cadenti quando servono? Dove sono le meteore sterminatrici, gli Eventi Estintivi di Massa? Lo squillo standard dell’iPhone perforò la tasca dei pantaloni di Riccardo, permettendo ad Alexandra di esibire la più illustre espressione scocciata da due mesi a questa parte – più o meno l’arco di tempo in cui era maturata la loro relazione – lui prese il telefono e alzò il dito indice a garanzia di una conversazione breve, lei alzò sé stessa dal muretto e si avviò al parcheggio. Il display proclamava ROBBIE, come se all’origine del torrente di dati ci fosse il membro di una boy band anni Novanta o un automator preposto alla segnalazione di mine antiuomo. Riccardo avvertì una familiare sensazione di pericolo, tuttavia s’incamminò dietro Alexandra strisciando il dito sullo schermo per rispondere. Solo a questo punto si rese conto (angoscia millimetrica) che la chiamata era FaceTime. Nel suo limo mentale affiorò l’espressione colpevole ritardo, ma l’uomo dall’altra parte della connessione era già in pieno flusso narrativo.

«Senti, ho appena parlato con una mia amica spagnola che sta a Dubai, dice che fanno quaranta gradi, è lì col marito, uno che progetta condotte, lei grande fica, che te lo dico a fare, non capisco perché i pezzi di gnocca vanno sempre a finire negli Emirati, comunque le ho chiesto di comprarmi quel profumo che piace tanto a Silvana, hai presente?, la tipa del negozio di giocattoli, Rose nacrée du désert – cazzo di nome – comunque Guerlain, perché qui non lo vendono e sul web francese non riesco a trovare un maledetto store che sia in grado di spedirmelo, ma ti rendi conto?, cioè i francesi adesso producono profumi che io dall’Italia non posso ordinare con un clic, siamo al trionfo della Retrocrazia, Silvana dice che l’anno scorso in Marocco ne ha provato un campione e che si adatta alla sua pelle come un guanto, come un guanto, ha detto così, credo che fosse un’allusione bella e buona, non ti pare?, che poi no, non era manco il Marocco, forse era in Egitto, in ogni caso ’sta cazzo di rosa nacrée costa un paio di cento euro e il sottoscritto dovrà farsela prendere a Dubai, nientemeno. Tu come stai?»

Alexandra era montata sulla Smart, aveva messo in moto ed era sparita, inghiottita dai vialoni del campus, con perfetta aderenza al suo personaggio: avvinta alle potenze elastiche dell’agenda. Adesso a Riccardo sarebbe toccato aspettare un autobus, come un coglione qualunque, o trovare un taxi disposto a spingersi di sera oltre la safe zone.

«Sto bene, papà».

«Sei impegnato?»

«Dovrei finire una roba».

«Stronzate, è quasi ora di cena, sei il frutto dei miei lombi, prenoto al Bessa».

Riccardo ci pensò su. Al Bessa ci lavorava un tipo strano, un cameriere che sapeva tutto di Philip Roth e distribuiva citazioni dai suoi romanzi, e giustamente lo chiamavano Portnoy: era celebre perché ogni tanto si fermava al tavolo a pontificare di questa New York immaginaria in cui problematiche spie del Mossad raccontavano storielle yiddish sotto le insegne di un barber shop, soprattutto ti infliggeva la cronaca dettagliata del suo incontro con «Philip» giù da Barney Greengrass, un alimentari ebraico nel West Side, però lo vedevi innervosirsi quando un cliente di vedute troppo larghe per i suoi gusti gli faceva presente l’esistenza di Malamud e incazzarsi sul serio – nel senso che tornava in cucina e maltrattava il personale – se qualcuno chiamava in causa Saul Bellow, sicché Robbie, che non poteva soffrire gli idolatri, passava praticamente la vita a stuzzicarlo. Siamo tutti al corrente delle tentazioni autocentriche fondate sulla singolarità. Ogni essere umano prima o poi sviluppa la convinzione che la propria esistenza sia poco meno di un calendario di strani soggetti, una galleria di fenomeni che rendono la mortalità degna di essere attraversata, e in casi fin troppo diffusi: raccontata al prossimo. Riccardo non faceva eccezione. Nella sua galleria personale c’era Portnoy. C’era il sordomuto del Pakistan che vent’anni prima sedeva indecifrabile dietro allo sportello Orientamento e Informazioni della facoltà di Lettere e Filosofia. Soprattutto, c’era l’impiegato della Circoscrizione che a suo tempo gli aveva rilasciato la carta d’identità. Estate di uno sbiadito Ottantanove in un municipio di periferia. Riccardo era entrato nell’ufficio deputato coi moduli in mano, numeretto 143, per ritrovarsi faccia a faccia con un burocrate magrobaffuto che gli faceva cenno di accomodarsi. Si era seduto su una poltroncina scorticata e quello gli aveva chiesto a bruciapelo: «Aho’, te li conosci i ninja?»

«Come, prego?»

«I ninja. Daje, li conosci i ninja?»

«Ho sentito qualcosa...»

«No, perché io so’ un ninja».

Parole emesse in un sibilo di orgoglioso complottismo, manco stesse rivelando l’ultimo mistero di Fatima, dopodiché si era abbassato sotto la scrivania e ne era riemerso con una katana in pugno. Visione che aveva subito intriso la voce di Riccardo di un giustificabile tremolio. La stanza era priva di lampadario, priva di finestre, priva di un qualsiasi elemento che potesse infondere una non-circoscrizionale sensazione di comfort. Soprattutto era drammaticamente priva di vie di fuga.

«Bella... s-spada».

«Aspetta, guarda qua».

L’impiegato, che le circostanze della mania e le meccaniche della professione avevano disgraziatamente reso poco o per niente idoneo a cogliere la repentina pietrificazione del quattordicenne di fronte a sé, aveva deposto la katana, si era drizzato in piedi e con una mossa voluttuosa che mandava in tilt i campanelli della pedofilia aveva sollevato la sua circoscrizionale camicia hawaiana. Sotto la macchia brada dei peli ventrali e poi lungo le ipertrofiche maniglie dell’amore, guidata dai passanti dei pantaloni color oliva-tumefatta correva una cintura chiusa da una borchia quadrata, piuttosto appariscente, e la borchia di metallo alloggiava a sua volta un oggetto trilobato dalle forme sinistramente aguzze. Premendo un pulsante a molla su un lato della fibbia l’oggetto gli era balzato tra le mani.

«Ecco, questa se chiama shuriken, la stella assassina der ninja».

«E certo, assassina, mi sembrava infatti...»

Senza perdere altro tempo il sedicente ninja aveva preso la mira e lanciato con entusiasmo la stella contro la porta della stanza, dove puntualmente, da assassina degna del suo epiteto, si era conficcata con uno scrocchio mortale. In seguito, quando l’uomo era andato a recuperare l’arma, Riccardo aveva messo a fuoco la porta, appurando come fosse tempestata di centinaia di piccole incisioni. Chissà perché, nonostante la situazione invocasse con autorità il vertice conclamato del cinema di genere (Alexander Lou che sbracava quattro teppisti armati di nunchaku in The Super Ninja, truculeggiante capolavoro del 1984 con amplissime e tuttavia inspiegabili sequenze boschive), a lui era venuta in mente l’immagine di sette minuscole tacche sull’imene di Biancaneve. Prove tecniche di sfondamento. Ma il tizio non era uno psicopatico: con la sua bisaccia di euforia marziale e l’aggravante delle stramberie ninjutsu seguiva il modello comportamentale a cui più o meno ci affidiamo tutti quando siamo chiamati a relazionarci con l’Altro. Gli stava semplicemente mostrando il repertorio.

Attualmente il repertorio di Riccardo prevedeva una telefonata di scazzo e/o ritorsione e/o chiarimento e/o promessa di pompino riparatore con Alexandra, ma nel frattempo gli era venuta fame, e la fame aumenta l’autostima, perché risveglia l’istinto di sopravvivenza. La connessione 4G doveva aver risentito degli ultimi spostamenti, la faccia di Robbie si deformò come se subisse fisicamente la pressione laterale delle dita di Riccardo, che sollevò lo sguardo per osservare un trionfante volo di gabbiani a pochi metri sopra la sua testa: andavano in battaglia contro sorci e felini attorno a un sacco della spazzatura, attorno a un bidone scoperchiato, andavano anche loro a procacciarsi la cena. O forse andavano a rappresentare qualche legatura sotterranea, a stringere un accordo tra fazioni reiette, per debellare l’uomo. Il tridente al potere, sorci gabbiani e gatti – mica male: un regno della sporcizia, senza falsi pudori, senza mimesi buonista & pietà cristiana. A questo capolavoro di viale universitario manca qualcosa, rifletté. Tipo una fila di tigli. Già, perché non avevano pensato a mettere i tigli? Robbie stava gracchiando ancora qualcosa nell’iPhone, ma quello che diceva venne coperto dallo strillo di un’ambulanza laggiù, su via Casilina. Riccardo non distingueva più i suoni peculiari delle sirene, ce n’erano troppe, scannavano il disarmato buio romano, ognuna col suo monito al mondo delle cause, ognuna col suo memorandum per il mondo degli effetti.

Gli effetti occorre guadagnarseli, vecchio mio.

A volte devi guadagnarti anche le cause.

«Il Bessa andrà benissimo, ma ci metterò un po’, sono coi mezzi», disse. Toccò il bottone rosso e ammirò nello schermo la faccia di suo padre che anneriva simultanea a un lamentoso, squillante BLUB.

3
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Al Bessa i tavoli erano tutti prenotati ma Robbie – come si faceva chiamare da qualche anno – era un cliente abituale, pertanto gli avevano riconosciuto il diritto a uno strapuntino affacciato sui Castelli Romani, momentaneamente distesi nella notte come una corona di presepi o la mandibola di un rettile preistorico dopo un passaggio col luminol. Mentre veniva in autobus Riccardo aveva ceduto a una botta di sonno, qualcuno lo svegliò alla stazione di Frascati, e adesso ricordava con sbalorditiva profondità di dettaglio il sogno in cui gli era apparsa Annamaria Franzoni che spadellava gioconda davanti al terzetto canonico dei giudici di Masterchef.

C’era Carlo Cracco che la guardava di traverso, perché in fondo lui era una guida morale del paese e lei una condannata in Cassazione, poi la telecamera zoomava su Joe Bastianich e Bruno Barbieri, impilandoli nella prospettiva come le piastre del domino. Bastianich, americano americanante con frenulo a rischio d’inceppo during translation (poteva somigliare a Bart Simpson, se Bart Simpson fosse stato un filo più giallo), Barbieri polpettaro griffatissimo, papilla arpionata, pupilla gustativa, ma sudato in maniera scarsamente telegenica, come un maratoneta-lingua-penzoloni. Traspirazione da stress. Il set era lo stesso di sempre, con la dominante metallica, le cassette di legno e l’ordine rigoroso delle postazioni per gli aspiranti cuochi, ma l’atmosfera invasa da un preoccupante ronzio di sottofondo – minipimer impazzito? Migrazione di locuste? Forse il ruvido cicaleccio dello share. I fornelli a induzione crepitavano melodrammi all’insegna della bollitura. Le corti d’Appello non fanno il Pressure Test. Lasciate che il Fenomeno venga giudicato dai Fenomeni. D’un tratto Antonino Cannavacciuolo, il Braccio Esecutivo dello Spirito Nazionale, spuntava fuori ciclopeggiando dalle quinte e si avvicinava alla Franzoni con una curiosità il cui tasso di letizia era surclassato soltanto dal ghigno di condiscendenza rivolto ai tegami – brava, brava! – dopodiché le assestava a tradimento una mostruosa manata sulla schiena: «Ninnì, e allora! Si’ stata tu o no?»

Robbie aveva settantacinque anni e un iPhone di ultima generazione dotato di una custodia marziana sopra la quale il suo nomignolo si contorceva glitterato in oro-stampatello. Nel 2014 aveva scoperto le e-postcard e da allora non passava un Natale, una Pasqua o un Ferragosto senza che gli indirizzi mail dei suoi conoscenti venissero inondati da cartoline multicolori dentro cui campeggiavano, tra un cuore fucsia definitivamente posticcio e cascatelle di coriandoli arcobaleno, certi ridenti primi piani delle nipoti che speravano di indurre il destinatario a un congruo ragionamento sulle gradazioni della felicità. Riccardo considerava queste foto alla stregua di panoramiche sulla cristallizzazione mandibolare: le figlie arricciavano i muscoli della faccia in un sorriso più pronunciato del dovuto, come se fuori dall’inquadratura qualcuno le stesse pungolando con uno spillone. Vanessa, in particolare, non era mai stata una bambina capace di sorridere a comando: in quegli occhi strizzati che comprimevano il passaggio di un lampo di dolore, nell’acromegalia della mascella (distorsione imputabile all’obiettivo: Robbie avvicinava troppo il cellulare ai volti, maldestro), Riccardo non riusciva più a identificarla, era un’estranea. La Figlia di Sua Madre, tutta localizzata nell’eredità mitocondriale di Mara. Evidenze, queste, che naturalmente lo avevano condotto al disgusto automatico per i garruli jpeg paterni fiancheggiati da decorazioni tortili o esplosioni di stelline. Le cartoline più kitsch incorniciavano Vanessa e Fiammetta in quello che si poteva credere l’altare funebre di una popstar indonesiana. Di regola Riccardo cestinava subito, propenso ad archiviare la faccenda come un omaggio indesiderato al Perturbante freudiano – poi si metteva a immaginare il cumulo di ore e di manovre farraginose impiegate da suo padre nella composizione di quei ritratti strazianti, lo vedeva curvo sulla tastiera mentre disegnava pacchiani rettangoli attorno ai connotati del sangue del suo sangue e gli prendeva un senso di mestizia irrimediabile, perché il suo spirito maoista-nichilista era costretto a domandarsi quando sarebbe avvenuto il Grande Balzo in Avanti nell’Oblio, quale sarebbe stata la prima generazione di Sala a non ricordarsi più di lui, forse già la prossima, quella generazione di deportati, deportati da Mara lontano dal suo affetto, maledizione. Dalla memoria, maledizione. Deportati lontano da me.

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Nella lingua madre del Commodore 64 era l’istruzione per il reset software della macchina, non ardua come lo spegnimento ma di fatto più brutale di un semplice NEW. Riccardo conosceva questo genere di informazioni, se ne vergognava aspramente in palestra o al lavoro, perché rappresentavano gli estremi del suo peccato originale: nerdismo, nerdgasmo. I linguaggi di cui si era nutrita l’infanzia. Il vecchio manuale di Assembler, utile a fronteggiare il temuto Ritorno del Rimosso.

A separarlo da Robbie e dal suo incarnato benevolo formato didascalia c’era, per il momento, solo un sottile vaso di design che conteneva un’efflorescenza di grissini artigianali dal profilo di sterpaglia. Il ristorante era affollato, pertanto il servizio sfoggiava un passo da moviola. Avvistarono Portnoy, ma né Robbie né Riccardo riuscirono a richiamare la sua attenzione, il che non era poi gravissimo, per una serie di ragioni controverse, non ultima il fatto che quella di Portnoy fosse la classica faccia indisponente che se la incontri per strada ti strappa subito un cazzo guardi?, un cazzo vuoi?, un cazzo respiri?, e dunque nessuno aveva mai veramente voglia di interloquire con lui. Riccardo osservò le strisce del volto paterno al di là della barriera di grissini e si rovesciò un fiotto d’acqua naturale nel bicchiere. Da quando Robbie era rimasto vedovo, sei anni prima, avevano vissuto una transizione faticosa verso un nuovo ordine dei rapporti, nel senso che adesso, incontrando i caldi, vagamente guardinghi occhi celesti di suo padre, Riccardo sentiva le proprie idee innalzarsi alla consistenza dello stato gassoso.

«Sai, devo mantenermi allegro, altrimenti mi riprende la depressione. Questo lo capisci, no?»

«Ti stai scusando per qualcosa, papà?»

«Ma no, e di cosa? Solo che... sai quanto è stata dura venirne fuori. Prima ho perso tua madre, con tutto quello che è seguito. E adesso», fece il gesto del prestigiatore che sottolineava la sparizione della colomba, «adesso ho perso anche Jessica!»

«Fermo. Chi cazzo è Jessica?»

«La mia cavia peruviana».

«Tu hai una cavia peruviana?»

«Avevo. È morta la settimana scorsa».

«E si può sapere quando l’hai comprata?»

«Saranno due mesi. Quindi a occhio e croce sono due mesi che non ci sentiamo».

«Vabbè, ho avuto problemi sul lavoro. Tu piuttosto, che allevi le bestie! Che credi di essere, un pastore delle Ande?»

«Non vuoi sapere come è morta?»

«Oh cristo!»

«Mi sono scordato di farla mangiare. È morta di fame. Mi alzo una mattina e la trovo stecchita. Povera Jessica». Pausa di cordoglio. «Pensi che sia un atto mancato?»

«A me pare riuscitissimo».

Traspirando la lugubre sicumera del chilometrico Lurch, maggiordomo in casa Addams, la sagoma nero-allampanata di Portnoy scivolò dietro le spalle di Sala Sr. e senza dire una parola depositò sul tavolo due menu stilizzati freschi di tipografia, lanciando furtivamente un’occhiata sospettosa a Robbie, poi lo videro ritirarsi come un’ombra colpevole nei madidi recessi delle cucine. Riccardo prese il menu per scorrere i nomi dei piatti dall’alto verso il basso, tre, quattro volte, pedantemente sicuro di poterci leggere un’equivalenza rigorosa fra gastronomia e tortura: l’istinto analogico alla base del suo mestiere evocò scene di solenne truculenza alimentare pescando con disinvoltura nella memoria cinematografica – Vatel, Ferreri... alla fine decise che avrebbe ordinato insalatina di farro e un affidabile pollo alla piastra. Il Bessa non era un locale di lungo corso, stava sul corridoio della sprovincializzazione: molto recensito su Tripadvisor, ci teneva ad accogliere i suoi clienti dimostrando con schiettezza la vocazione antituristica che doveva distinguerlo dallo sterminio di trattorie/pizzerie dei Castelli. Pretenzioso quanto basta, dunque, per ospitare le numerose cene tra Robbie e l’accolita di milf ingioiellate che frequentava negli ultimi tempi, pensò Riccardo – estinguendo momentaneamente il dono della vista dentro la scollatura di una bionda a due tavoli di distanza. L’arredo in stile urban si compiaceva di un’intermittenza di confuse citazioni dal passato: manufatti che dichiaravano parentele devozionali con l’art nègre, mappe cartografiche cinquecentesche, nella toilette avevano installato una colonnina per bere risalente all’anno XIV dell’Era Fascista, come attestava la sagoma indubitabile di un fascio littorio sulla scanalatura laterale. Dal muro di foggia industriale – mattoncini grigio-antracite – incombeva su Robbie un ovale di pietra che Riccardo interpretò come versione primitiva del laconismo modiglianesco, o alternativamente come tempestivo Scudo-di-Damocle che minacciava di cadere e fracassare la testa di suo padre.

Robbie aveva estratto un fazzoletto cifrato e si stava asciugando il sudore dalla fronte: di solito apriva queste cene con un paio di prosecchi e le chiudeva con equipollenti porzioni di sambuca, ma stasera Riccardo era arrivato in ritardo e lo aveva sorpreso nell’atto di smerigliare con le labbra il terzo fluttino di Foss Marai – Robbie aveva subito cercato di riempirne un altro paio per brindare, a lui era venuta voglia di prenderlo per il collo e strapazzarlo come un’anatra.

«Senti, non per farmi i fatti tuoi, ma... voglio dire: tutto questo», Riccardo tracciò nell’aria un gesto circolare, «insomma, sono felice di essere tuo ospite, però...»

«Sei preoccupato per i soldi?»

«Devo esserlo? Quanto hai sul conto?»

«Uh, diciannovemila, più o meno».

Lo Scudo di Damocle era sempre lì, congelato nella sua ieratica simmetria. Riccardo ci appuntò sopra lo sguardo vacillante e provò a mettere a fuoco la cifra. Diciannovemila. Niente male per un pensionato da tre pezzi al mese, considerando che quasi la metà era assorbita dall’affitto di un avveniristico settantametriquadri con garage nel pieno centro di Frascati – nel quale Robbie poteva aver cenato una dozzina di volte, perché il viveur mangia fuori, o al limite digiuna. Il problema erano i cinquecentododicimila euro che Riccardo gli aveva girato sul conto dopo che avevano venduto la casa di mamma.

«Bene. Almeno so perché non devo preoccuparmi per i soldi. Li hai finiti, cazzo. Tra pensione ed eredità stai spendendo centomila euro l’anno, te ne rendi conto?»

«Le tasse...»

«Ma quali tasse! Quelle di casa le ho pagate io, tre rate, dal 2014».

«Ah, giusto. E non ti ho dato niente per quello?»

«Stronzo io che mi sono fidato. Dovevo tenermi la mia parte».

«Ti spettava. Ma pensi che li avresti gestiti meglio? Hai fatto quello che voleva tua madre».

«Sì, certo. Lasciare il patrimonio in mani capaci».

Era il momento perfetto per l’irruzione di Portnoy, che prontamente irruppe. L’espressione di stagionato dispetto che il cameriere rivolse a Robbie era niente paragonata a quella propriamente assassina di Riccardo, che da qualche secondo stava vagando tra panorami sconvolgenti in cui suo padre finanziava – munifico babbeo – i mega retailer di articoli tecnologici e le attività commerciali delle signore che si portava a letto. Silvana, la smandrappata del negozio di giocattoli. Vuoi vedere che il negozio gliel’aveva avviato lui? Sicuro, la cosa sarebbe stata del tutto in linea con la follia post-depressiva che lo aveva trasformato in un personaggio da operetta. Non c’era dubbio, doveva entrarci quella donna. Silvana, che pretendeva il profumo da Dubai. D’altronde, come negarglielo? Si adattava alla sua pelle come un guanto. La rosa perlacea de sticojoni.

Suo padre urtò il tavolo col gomito mentre proferiva quella che Portnoy accolse come l’ennesima frecciatina, e che dopotutto lo era. Riccardo assistette allo scambio di battute covando un brucebanneresco desiderio di distruzione, le loro parole gli arrivarono nella testa come il clangore attutito di battaglie remote.

«E adesso che il tuo Philip non c’è più?», ridacchiò Robbie. «Che pensi di fare?»

«Ho smesso di leggerlo», rispose Portnoy, «e ho cominciato a rileggerlo», chiarì, offrendo l’idea epico-introspettiva di lui che fronteggiava daccapo l’opera omnia di Roth insieme a un’increspatura delle labbra dove si concentravano tutte le astuzie della falsa cordialità.

«Ah, che sarebbe il fanatismo senza la sua provvista di eccessi!»

«Forse. Ma come dice Philip nel Teatro di Sabbath: il lato sconosciuto di ogni eccesso è quanto sia eccessivo».

Robbie fece un gesto sconsolato col palmo della mano.

«Che noia. A proposito di eccessi. Prenderò una bistecca, almeno un chilo, molto al sangue, mi raccomando», sospensione estatica in cui fluttuavano costate di diplodoco e fiorentine di brontosauro, «ecco, per dire: Philip Roth non sarà mai una bistecca al sangue».

A Riccardo ci volle un po’ per riprendersi, cincischiando col telefono fino all’arrivo delle pietanze, dopo due visite molto ravvicinate alla toilette – il raffinato talento elusivo dei Sala. Robbie era alle prese con la carne. L’odore del grasso sfrigolante penetrò selvaggiamente le narici di Riccardo mentre suo padre affettava lunghi bocconi con un coltello che fuori dal Bessa sarebbe stato considerato alla stregua di un’arma da caccia. Due chiazze rosa-ematico si allargarono nel piatto. Il petto di pollo di Riccardo, cotto sulla griglia, di un bianco perfettamente sovralimentato, esprimeva l’asciutto reticolo bruno della reazione di Maillard. Perché la gente ama il sangue del manzo? Perché la gente non sopporta il sangue del pollo? E cosa vogliamo dire del sangue umano? Patto di sangue. Il sangue non è acqua. Sangue di Giuda. Sangue sangue salute degli ultrà. L’indimenticabile Gozzano dell’«Analfabeta», un guru, per Riccardo, fin dai tempi del liceo:

CHI TROPPO STUDIA E POI MATTO DIVENTA!

GIOVA IL SAPERE AL CORPO CHE TI LANGUE?

VALE BEN MEGLIO UN’ONCIA DI BUON SANGUE

CHE TUTTA LA SAGGEZZA SONNOLENTA.

Suo padre era stato per quasi settant’anni un caso esemplare di saggezza sonnolenta. Poi era rimasto vedovo. Dalla crisalide della depressione (il Triennio della Tetraggine, lo chiamavano adesso scherzando) era sbucato fuori un essere al limite del molesto, appetiti gargantueschi, liberalità sfrenate – Riccardo non osava interrogarsi sugli esiti della probabile, concomitante rivoluzione sessuale, anche se qualcosa doveva immaginare, visto il numero di amicizie femminili (imbarazzanti sia il numero sia le amicizie) che Robbie coltivava da qualche anno a questa parte. Certo, meglio questo del Triennio della Tetraggine – ma quanto gli sarebbe costato? L’entropia si era impossessata della vita di Robbie: con disarmante efficienza senile suo padre sarebbe precipitato (mentre mangiava, libava dai lieti calici e trombava) dritto nelle braccia del Caos. Soprattutto, si disse Riccardo, spendeva pacchi di soldi, il che proiettò tutta la faccenda contro l’inappuntabile dilemma dell’autodistruzione.

«Basta, non ce la faccio».

Dopo l’ultimo attacco di forchetta Robbie sentì la carne della bistecca farsi tiepida e ripugnante, ora nel piatto non vedeva altro che una carcassa stomachevole, ne aveva mangiata sì e no un terzo, il resto era lì che languiva in una posa mutila, somigliante a una carta geografica del Sudamerica – l’osso che correva come una dorsale andina – a cui avessero asportato un grosso lembo di Brasile amazzonico. La faccia di Robbie tradiva la vulnerabilità, e nondimeno l’arroganza, degli ecosistemi saturi. Il celeste degli occhi virato a un grigio metallico, la vampa dell’abbuffata gli imporporava le rughe. È per questo che esistono gli appetiti carnivori. Dacci oggi il nostro manzo quotidiano. Il precipitato chimico del carattere italico: alieno al computo, fiero del suo romanticismo preda & molla. Entropia, passione dello spreco, vertigine del superfluo. Sarebbe stato utile ricondurre l’attuale disgusto di Robbie a una moralità fuori sesto, ma sarebbe stato fin troppo consolante.

«Fammi capire: la tua è una specie di eutanasia lunga, una roba autoinflitta? Che cos’è? Il tuo contro-calvario? Forza-venite-gente anneghiamo nei piaceri?»

«Non sforzarti di comprendere chi ti ha messo al mondo», disse Robbie, e sembrava offeso. «Non farlo. Credo sia semplicemente una reazione al dolore. Dopotutto discendiamo da uno stoico di Galilea che ha scalato un monte trascinandosi nell’irrisione. E alla fine si è arrampicato su una croce».

«A parte il fatto che discendiamo dallo scheletro di una scimmia etiope vissuta tre milioni di anni fa, mi sfugge il senso di questo tuo... vogliamo chiamarlo cristianesimo dell’opulenza?»

«Chiamalo come ti pare». Così predicò, avvicinando al bicchiere la bottiglia di Foss Marai. «Piuttosto, non parliamo mai di te, del tuo lavoro. Su! Dammi qualche notizia».

Il server sottoposto all’intrusione di un hacker che fruga tra i varchi blindati: se esisteva un equivalente umano di quell’ansia digitale era ciò che affliggeva Riccardo quando lo Sperperatore Pansessualista provava a calarsi nei panni del genitore scrupoloso. Poteva avercela con Robbie per un’infinità di motivi, diciamolo. Mi hai fornito d’intelligenza, quanto al resto te ne sei sempre fregato. Non mi hai trasmesso una passione politica, una fede calcistica. Ti sei guardato bene dal tramandarmi un sapere specialistico (e ce l’avevi, brutto figlio di puttana). Mi hai solamente incastrato con la tua dialettica, temo corrompendo per sempre il mio modo di pensare. Ma li vedi i danni che hai fatto?! Mentre concentrava il suo risentimento su Robbie, che aveva ripreso un’aria piuttosto gioviale, luminose, estemporanee scintille di saggezza si affacciarono nel paesaggio frastagliato della mente di Riccardo: ragiono col cazzo, desidero con lo sperma, e quello che mi serve lo acquisto con la moneta comune europea, perché lui non dovrebbe fare altrettanto? Giusto. Però che succede quando lo sperma finisce? E quando finiscono i soldi?

«Ma che ti devo dire? Faccio le solite cose. La televisione non è interessante come sembra».

Menzogna smisurata. Da che aveva memoria, c’era sempre stata la televisione nei momenti topici della sua vita. Quando aveva nove anni e un drappello di pretori d’assalto oscurò i canali di Berlusconi lui continuò a fissare per tutto il giorno il nevischio rettangolare dove fino alla sera prima Gabriella Golia – oggetto di una devozione piuttosto idealizzante, preludio a future attività masturbatorie – annunciava Simon & Simon e L’uomo di Singapore. Era così che aveva imparato la virtù segreta della televisione, quel fondo di attesa ipnotica nella tormenta che stravolge il palinsesto: il segnale tornerà in tempo per la sigla di Wonder Woman? La televisione mi ha infettato la vita, lo riconosco. Ma era un’invasione balsamica. La gioia di ungulare un telecomando. L’euforia roulettistica dello zapping. Quel bagliore materno dei pomeriggi con Candy Candy. È stata la mia nutrice: caldo, corroborante latte catodico. Mi teneva al sicuro dalle insidie del mondo. Hanno provato a vaccinarmi per il vaiolo da piccolo, niente da fare, non mi prendeva. Quelli della mia età hanno tutti il circoletto sul braccio, io no. Ebbene? Mai accusati sintomi. Loro avevano uno schermo, io avevo lo Schermo.

«Che mi dici delle bambine? Come va? Le vedi spesso?»

E qui le menzogne partirono a raffica. Meno vaghe, più articolate – non erano ancora menzogne in grande stile ma senz’altro avevano l’aspetto di narrazioni decorose (le stronzate di Riccardo, editing in corso). Tra una cazzata e la seguente finì di trangugiare il pollo. Fu più o meno a questo punto che avvenne la trasfigurazione di Robbie. C’era la ruga caratteristica dei Sala che gli solcava la fronte: la ruga della serietà – e delle pessime premonizioni. Per un istante Robbie sembrò tornare quello pre-mascherata-gaudente, pre-Triennio della Tetraggine.

«E Mara?»

Il boccone di pollo si piantò in qualche oscuro cunicolo del corpo di Riccardo, più o meno dietro lo sterno, e da lì iniziò a proclamare una sorta di sediziosa incommestibilità. Riccardo sospettò che fosse il contrappasso per un’alimentazione monoanimale (pollame, vecchia fissa dei palestrati di ogni latitudine), non gli passò nemmeno per la testa di collegare l’incidente all’evocazione di sua moglie: riguardo a Mara si sentiva piuttosto consapevole, il lucido distacco del sopravvissuto, considerava di occupare stabilmente la sponda emotiva del dopo-catarsi, la coda dell’occhio registrò l’immagine di Portnoy che riforniva la bionda scollata di un liquorino color miele: forzò la deglutizione con uno spasmo doloroso, sfortunatamente inefficace, riprovò, e stavolta gli riuscì di avvertire uno spostamento, un clic verso il basso – Datemi un piloro magnetico, Numi Esofagei! – il bolo cominciava a muoversi a fatica, graffiava i condotti, urtava sul molle – sarebbe bastato un goccio d’acqua ma qui era in gioco la temperanza, e quella roba lui voleva spingerla negli inferi (ora dobbiamo registrare un certo gusto di Riccardo per l’epica del microscopico, o una teatralizzazione della trasparenza: quando si dice guardarsi dentro). In fondo non aveva tutti i torti, lui abitava nel Secondo Tempo del film, aveva già superato il collasso di Mickey (Rocky III) e la decapitazione di Ramirez (Highlander), gli spartiacque drammatici erano alle spalle, lui viveva la discesa. Non era stata una separazione facile, ammesso che ne esistessero. Non era stata una separazione rapida – eppure c’era gente capace di attraversare il matrimonio alla stessa velocità che impiegava per entrare e uscire da un bagno pubblico. L’intuizione, invece: quella sì che era rapida. La storia fra Riccardo e Mara, a raccontarla dal punto di vista dell’intuizione, obbediva all’algoritmo beffardo di un racconto alla Robert Sheckley: quando le propose di sposarlo (erano a letto) Riccardo, come tutti gli spiriti ferventi, non riusciva nemmeno a concepire l’esistenza di parole adatte a descrivere il suo sentimento per quella donna. Ma il giorno in cui lei lo scrutò con gli occhi colmi di una dolcezza ultraterrena pronunciando il fatidico sì (erano in chiesa), quelle parole arrivarono magicamente a lui, ed esprimevano nient’altro che la Verità. Adesso non le ricordava più, ma grosso modo enunciavano tiepido affetto, simpatica riconoscenza per un buon numero di scopate appaganti, vantaggioso affiatamento domestico.

Il linguaggio dell’amore, praticato con assoluta onestà, restringe gli orizzonti romantici. La precisione lessicale dovrebbe governare il sesso, ma tenetela lontana dal sentimento, pena sgradevolissimi effetti di realtà. Riccardo assaporò per un attimo la felicità impagabile del pollo in caduta libera verso lo stomaco, poi schioccò le dita come per sottolineare l’apparizione di un’Idea.

«Ho capito che la nostra non è stata una separazione».

«Ah no?»

«Una secessione, direi. Tra un nord laborioso e revanscista...»

«Che sarebbe lei».

«E un sud fancazzista e stereotipato».

«Che ovviamente saresti tu. Prendiamo il dolce?»

«Fai pure. Io sono a posto».

«Ascolta, voglio chiederti una cosa».

«Avanti».

«Di che parli con le donne? Ci parli?»

«Che razza di domanda».

«Non infastidirti, è importante. Io ho smesso di parlarci... sul serio, da tanto tempo. E sai una cosa? È peggio di quanto sembri».

«Forse è peggio alla tua età». Si passò fugacemente una mano sulle labbra. «Voglio dire: nella tua condizione. Tu e mamma parlavate un sacco. Insomma, a modo vostro. Ma se insisti. Proverò a parlare con Mara, come dici tu – magari trovo il modo tutto nostro».

«Lo vedi? Non hai capito un cazzo. Smetti di fraintendere», disse Robbie, come se potesse ordinare a qualcuno un aumento istantaneo della perspicacia. Senza dubbio era convinto di poterlo ordinare a suo figlio. «Tu lo sai che non sono mai stato un grande sostenitore della saggezza popolare. Però. Quando senti che i morti bisognerebbe lasciarli in pace...»

«Papà, non cominciare».

«No, ascolta: io credo che le persone come te dovrebbero lasciare in pace anche i vivi. Insomma, è questo che credo».

A chi si riferiva? Mara? Ovvio. Alexandra? Sarebbe stata una bella divinazione. A volte sei nel giusto anche se non sai di cosa parli.

...Annamaria? A quanto pare Robbie era una maledetta Pizia delfica. Quando gli aveva dato di volta il cervello... in cambio doveva aver ricevuto il dono oracolare. L’attuale fastidio di Riccardo non derivava dal tono sibillino. A Riccardo non dava alcuna noia che suo padre scegliesse un tono per lui. Nemmeno se sibillino. Per quanto gli importava adesso, Robbie poteva adottare il tono che preferiva. Con diciannovemila euro in banca e il baratro laggiù all’orizzonte, poteva fare quello che voleva. Dal mantello del carnevale si sgrulla solo cenere, funziona così. Avrebbe dovuto restringere la sua esistenza alle misure consentite dal regime pensionistico. Oppure sarebbe scoppiato. Ad ogni modo la pagliacciata avrebbe avuto fine. Ormai Riccardo leggeva la vita di suo padre con una chiarezza da coetaneo, poteva sceneggiarla a mente, perfino nelle pieghe sconosciute, come la pagina di un romanzo. Già, la pagina di un romanzo. Qualche anno prima, sorpreso dalla resurrezione di Robbie, si era fiduciosamente convinto di poterne scriverne uno – il suo Romanzo Abortito, che nasceva e moriva nel giro di un paio di cartelle, nonostante operosi tentativi di fecondazione assistita (Nairobi):

Avvicinò la mano agli astici nella cassetta di polistirolo, con le chele assicurate da una fascetta verde e l’aria vagamente consapevole del prossimo olocausto. Ne scelse uno con cura, indicandolo al ragazzo col grembiule. Non badava al peso, inseguiva qualcosa come un’impressione atletica. La bestia più in forma, quella che scoppiava di salute. In ogni caso si rese conto di essere di fronte a un campionario di vittime designate, notazione che di fatto alleggeriva poeticamente i suoi gesti. Tornò al tavolo, dove lo aspettavano una bottiglia di Foss Marai in un cestello di ghiaccio, un posacenere lustro che sarebbe stato una vera gioia imbrattare con le ceneri della prima sigaretta dopo tre anni, un cameriere in giacca bordeaux in attesa che venissero nominati i primi antipasti. Da un punto di vista formale il rito dell’ordine non doveva essere troppo diverso da come se lo ricordava: poteva raccogliere il menu dalle mani del cameriere per poggiarlo in un angolo sopra la tovaglia, gli piaceva elencare le sue preferenze direttamente a memoria, come il più consumato degli habitué. La bocca iniziò a srotolare una cantilena in cui volteggiavano catalane di gamberi, seppie con carciofi, polpettine di tonno – giusto un paio, non esageriamo. Decise che poteva concedersi un antipasto fuori menu. Consultò il cameriere: telline in guazzetto piccante. Fingendo quel tanto di distrazione richiesta dalla domanda retorica s’informò se in cucina preparassero ancora le bavette ai semi di papavero con gli scampi, e si scoprì sollevato, consolato, nel ricevere lo squillante ma certo! dell’uomo in giacca bordeaux che continuava a stazionargli davanti, adesso con un ridicolo accento di solennità. Annunciò che ne avrebbe assaggiata una mezza porzione – perché subito dopo intendeva godersi l’astice che qualcuno, nella cavea sacrificale delle cucine, stava diligentemente ammazzando per lui.

L’ospite non aveva ancora aperto bocca, se non per emanare una ronda di sorrisi cautelari, di una pallida gioia ragionieristica, accettando ogni piatto da venticinque euro come un pegno da riscattare. Era una signora over-cinquanta, con una storia abbastanza complicata di divorzi alle spalle e un futuro presumibilmente più rognoso che radioso: destava comunque un certo appetito – copiosa nel tratto quanto rachitica nel resto, sembrava puntare tutto sulla fragranza e sulla prosperità diffuse da un insieme di volumi siliconoidi. Il genere di femmina ruspante che lui aveva schifato per una vita, negozianti del settore abbigliamento, passite operatrici di centro estetico, titolari di agenzie turistiche in aree particolarmente depresse della città. Compilatrici compulsive di sms, piene di «amici» con cui andavano a ballare in discoteche sensibili e indulgenti con le vecchie glorie. Le tipe da vibratore nel comodino. A volte sul comodino.

E questo, più o meno, potrebbe essere stato l’inizio-di-tutto: dopo circa tre anni dalla morte di sua moglie, quando ormai era riuscito a convincere il mondo intero che la Depressione e il Pianto lo avrebbero accompagnato inesorabili per quel poco che gli restava da vivere, il padre di Riccardo, come se niente fosse, si era infilato il completo di lino grigio ed era andato a pranzo con una troia.

Tremando dell’orrore circostanziato di chi resuscita un ricordo senza saperne stimare il grado di autenticità – ma di cos’altro si tratta, se non della nostra intrinseca debolezza di fronte al sogno? – Riccardo si domandò dove, e anzi precisamente quando si fosse svolta la vita di Robbie. Era il Triennio della Tetraggine? Erano i placidi anni del Prima? O gli esagerati anni del Dopo? Risolto il problema della conformità del pollo del Bessa al suo apparato digerente, adesso si profilava monolitico il quesito circa l’identità del Padre. Non ne poteva più. Voleva solo tornarsene a casa, lasciarsi assorbire dall’amalgama del letto e incollare al soffitto due occhi arrendevoli, mentre ripercorreva la fisionomia della Franzoni. Pensarla fino alle lacrime, sì. Un bel pianto flogistico, lavacro dello stress. Nel frattempo Robbie, dopo aver ordinato un piccolo monumento di panna cotta rimasto intonso, digitava con alacrità sul suo iPhone modaiolo. Riccardo notò la contrazione involontaria agli angoli della bocca: lo stigma sornione del ciarlatano che l’aveva fatta franca. Intuì che stava twittando una frase ben tornita per i suoi cinquantanove follower.

«Papà, per caso prendi il Viagra?»

«No».

«Giura».

«No».

«Okèy».

«Okèy».

«...prendi il Cialis?»

«No».

«Okèy».

«Okèy».

«Papà!»

«Okèy, prendo lo Spedra».

Detto questo, Robbie immerse il cucchiaio nella panna cotta, oltraggiosamente, come se il gesto, nella sua purezza incisiva, gli conferisse il potere della rivendicazione.

«Mai sentito nominare», disse Riccardo, sulla sua fronte si mescolarono ombre di delusione e diffidenza.

«Tecnicamente è un inibitore delle fosfodiesterasi PDE5. Facilita l’afflusso di sangue nei corpi cavernosi».

Riccardo concedette un applauso interiore a sé stesso: bravo, adesso per un mese non penserai altro che alla battaglia fra la Spectre e i fosfocazzosichiamano nell’uccello di tuo padre. Devi smetterla di rimestare dentro le storie della gente. Strinse un voto inconfessabile nel profondo del cuore, come i fioretti dei bambini della scuola cattolica: prometto che sarò superficiale, sguazzerò nel menefreghismo, produrrò soltanto documentari sui coleotteri e quiz musicali per idiot savant. Ma prima devo chiudere la faccenda Franzoni. Il che significava, a quel punto, che doveva innanzitutto aprirla.

«E dimmi, così, per interesse puramente accademico... funziona?»

Si aspettava una risposta come a) sì; b) no; c) non sempre; d) dipende. Invece Robbie lo disarmò con un lapidario e) tre volte su cinque che denunciava un tale livello di Consuetudine da alimentare addirittura una Statistica. Aveva un’espressione afflitta, con un dito allontanò il piattino del dolce: «Che poi, questo lo devi sapere, non ho particolari problemi erettili».

Lo aveva detto davvero. Aveva appena detto problemi erettili, come una fonoguida dell’assistenza sanitaria.

«Per favore, papà...»

Ma ormai Robbie stava switchando in modalità congresso-di-andrologia.

«È tutto una dramma della tempistica. Non mi coincidono i momenti. Certe mattine mi sveglio con questa bella tumescenza, e non so cosa farmene. Poi la sera sono lì a rimpiangerla».

«Perlomeno due sere su cinque».

«Già».

A una certa età le erezioni diventano come i poliziotti: affollano i tempi morti, le pause cappuccino, poi quando te ne serve uno... Riccardo ne aveva abbastanza. Questa bella tumescenza. Supplicò Robbie di accompagnarlo a casa, e Robbie accettò di buon grado, ma non prima di aver pagato il conto con una American Express Platino che estrasse dal portafogli come da un tomo di mitologia classica: accesso alle Vip Lounge in ogni scalo del mondo frequentabile (non metteva piede su un aereo da una decina d’anni), Membership Rewards (la scritta Reward l’avrebbero dovuta stampare sul suo identikit a carboncino, in ossequio alla tradizione più scalcinata del western), Personal Assistant, tutto il serraglio di bonus aristocratici e miglia convertibili. Riccardo dedicò un pensiero di tiepido rancore a quella paternità a fondo perduto mentre le fauci aghiformi del POS srotolavano fuori una lingua di carta, che Robbie scarabocchiò e consegnò a Portnoy. Uscirono e si diressero alla Mini Cooper S parcheggiata là vicino.

La Mini non doveva perdonargliela, sulla Mini non faceva questioni. Il Volcanic Orange della carrozzeria – colore quanto mai magmatico e primigenio – risvegliava un entusiasmo arcano tale da nullificare il suo sdegno: Riccardo non aveva mai chiesto di guidarla, per non tradire la compromettente empatia in cui lo sciacallo emotivo che era diventato suo padre avrebbe senz’altro scavato la strada maestra per farsi prosciogliere da ulteriori – più gravi – accuse di avventatezza o scarso senso della realtà. Dal ristorante alla macchina era una passeggiata tonificante, fatto salvo il senso di disastro imminente che impregnava la falcata di Riccardo. In giro i locali straripavano: i prezzi ridotti, la qualità del cibo commisurata alla riduzione – da quelle parti i pretesi intenditori consumavano un rosso molto fruttato prodotto da un’azienda locale: tracannare, osannare, poi tracannare di nuovo. Notò che le ragazze sedute all’aperto avevano queste sopracciglia dipinte come maschere cinesi, l’effetto era che i volti finivano per somigliarsi un po’ tutti, una serializzazione dei connotati che doveva afferire all’Ideale – o verosimilmente a un Surrogato dell’Ideale più accessibile al vasto pubblico. Alexandra per fortuna possedeva fantastiche sopracciglia originali, folte ma aggraziate come curve algebriche, pensò Riccardo. Originali cinesi, pensò, con un sorrisetto in cui soffocava il paradosso, poi montò in macchina.

Via Tuscolana discendeva da Frascati a Roma, ma per rendere onore a qualcosa di più della semplice topografia bisogna avvertire che il tragitto, prima fragrante e boschivo, quindi atrocemente palazzinaro, era una traversata dantesca alla volta della città di Dite: si oltrepassava l’Acheronte, che gli autoctoni chiamano Grande Raccordo Anulare, si varcava l’esangue Stige della Palmiro Togliatti. Riccardo abitava da queste parti, poi iniziavano i cerchi brutti – i peccati di malizia. Robbie aveva guidato senza mai superare i sessanta all’ora, come un vecchietto giudizioso (o un dannato non troppo entusiasta della destinazione): lo scaricò sotto casa poco prima di mezzanotte. Dall’altra parte della Tuscolana due albanesi enormi in Nike e canottiera – che Riccardo identificò subito perché ogni tanto gli capitava di farci colazione assieme o sollevare bilancieri alternandosi alla panca piana – stavano pestando con metodo impeccabile un piccolo egiziano, sbattendolo ripetutamente contro il cofano di una Ford Tiguan. Il tutto sotto lo sguardo apatico di un cane malaticcio che ogni tanto leccava pillole d’acqua da una pozza color mercurio. L’albanese più grosso si accorse di Riccardo nel momento esatto in cui partiva l’allarme della Tiguan, richiamò un pugno praticamente già scoccato e prese ad agitare il braccio (in cui Riccardo riconobbe con sicurezza un efficiente strumento di morte) come la bandierina di una cheerleader.

«Ohi, Jimbo!», strillò.

«Ohi».

«Ci vediamo a palestra, sì?»

Riccardo fece il gesto multiculturale del pollice alzato – l’intramontabile stile Fonzarelli – si volse al finestrino della Mini per congedare Robbie con un’occhiata densa di sottintesi, talmente densa di sottintesi da non significare praticamente un cazzo, dopodiché rientrò a casa.

4
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Atteso dalle trombe del Giudizio – l’appuntamento alla Diadema s.r.l. – aveva più che opportunamente dimenticato di mettere la sveglia. La telefonata di Mara lo raggiunse alle 7.45 del mercoledì, spegnendo definitivamente il barlume d’entusiasmo in cui si crogiola il corpo al mattino, quando scopre che nonostante la miriade di giustificati timori nessun evento catastrofico, nessun arresto inspiegabile degli organi vitali... insomma niente: nessun angelo della morte è passato in visita di cortesia.

Il modellino del Millennium Falcon anche quella notte aveva deciso di non decollare per Alderaan, la sua mole addossata a una mensola sopra il letto, colpita dai raggi infingardi del sole, proiettava sul muro un catafratto fantasma circolare. Sui mobili, ovunque, l’inestirpabile alone di polvere conservava impronte archeologiche di insetti più o meno longevi. Ascoltando la moglie che lo arringava sulle consuete inadempienze, per vere o presunte che fossero (okèy, più vere che presunte), Riccardo non poté fare a meno di riconoscerle il largo anticipo sugli Ineluttabili, una spiccata familiarità coi Novissimi: Mara era un’Apocalisse in formato tascabile, un Armageddon Bignami, fittissimo vademecum di sensi di colpa e istinto di persecuzione. Il suo timbro vocale recapitava ai sensi intorpiditi di Riccardo l’immagine di un moribondo insonne che si rotola sulle trapunte dell’iracondia. Dove diavolo era andata a finire la vivace, spensierata libidine di una dozzina di anni fa? Rammentò lo sguardo mieloso di madonna provenzale che lo inchiodava a un’indifferibile lussuria – quel modo di avanzare scalza e nuda, di spalle, tra i panni sparsi in terra, l’odore di corpi in confidenza che aleggiava su di loro. Il senso di dissacrazione in cui morivano le ultime scintille dell’infanzia mentre osservava sua moglie sciacquarsi la fica nel bidet. Le mani leste come artropodi. La responsabilità, di quella vertigine sensuale. All’epoca, non ancora trentenne, Mara era stata assorbita nel comparto dei docenti-di-ruolo al servizio dello Stato: s’infiltrava ogni giorno nella tundra scolastica agitata da spettri riformisti, nelle plaghe in cui vagavano branchi di diciottenni arrapati pronti a farsi cavare un litro di sangue solo per un suo sguardo condiscendente – che lei concedeva con studiata trascuratezza. Riccardo si arrapava pensando ai diciottenni arrapati – filibusta di pippaioli stregati dal divario generazionale, riproduzioni piuttosto apprezzabili di un sé stesso più giovane – e in cuor suo, scopandola, sentiva di essere chiamato a gustare, lui solo, le dolcezze riservate agli Eletti.

«Mia madre ha comprato lo zainetto nuovo a Vanessa».

Non si capiva se il tono fosse celebrativo o requisitorio. Probabilmente era un celebrativo/requisitorio. Mentre spartiva l’informazione Mara usava il tono del rapinatore che ti ferma con una scusa, l’arma nascosta dietro la schiena. Insegnava latino, la sua eloquenza era tutta uno spingere gli interlocutori in trappola e disintegrarli a colpi di evidenze. Ogni tanto indulgeva alla solennità di chi custodisce nel palmo i fondamenti di una lingua giurisprudenziale. Come cazzo gli era venuto in mente di sposare una professoressa di latino?

«Lo zainetto per la scuola?»

«No, quello per l’Interrail. Certo che è per la scuola, non cadere dalle nuvole».

Mai stato così vicino a toccare le nuvole, pensò Riccardo, avvertendo la tipica depressurizzazione da disastro aereo. Lost, quel vecchio telefilm intriso di filosofia pre-mortem. Un cumulo di potenziali sincretisti vomitati dal cielo in braccio a un’isola del Pacifico. Non aveva capito di essere dentro Top GunABBIAMO UN MIG DI CODA, ICEMAN!

Mara era agganciata al bersaglio, luce verde, fece fuoco.

«Il punto non è la scuola».

«Con te il punto è sempre un altro, lo so. Ammetterai che questo rende impossibile cogliere il punto».

«Il punto è che è una cosa da padre! Una cosa del genere dovrebbe farla un padre».

Tra l’insistita parola padre e quel vischioso una cosa del genere Riccardo sistemò mentalmente l’acquisto dello zainetto: era lì che sentiva sobbollire la genesi del dramma odierno. Il punto. Un mondo di fatuità lo sovrastò: ne avvertì il peso, la violenza interdisciplinare. Immaginò le labbra di Mara incollate al telefono – un tempo sillabavano entità che subito diventavano implacabilmente reali: solidi come il pancarré, la piastra per i capelli, la penna stilografica. Entità con la lettera P. Le nominava, e quelle si materializzavano. Nelle grandi giornate dava alla luce profilattici o pompini. Adesso parlava per istituire un’assenza. Adesso era solo vuota, precaria urgenza di un padre.

«Potevi chiedere a tua madre di aspettare, no? Potevi chiedere. Magari avevo intenzione di comprarlo io».

«Quando?»

«E che ne so. In settimana».

«La scuola inizia dopodomani, stronzo! Non è che siamo ai tuoi comodi. Siamo stufi di aspettarti».

Siamo? E chi sarebbe questo noi? Dietro l’uso del pronome collettivo Riccardo sospettava l’urto di un’intera famiglia, il Mara-clan, armata fino ai denti contro di lui. Pesanti congiure di consanguinei. Il fardello degli antenati, una vicenda costituzionale che la gente riscopre in tarda età – l’età dei Maggiori Danni Possibili. La lista era lunga, poteva riassumerne gli estremi. Cattolicesimo low class. Un guazzabuglio di fanatismo ereditario, superstizione fraudolenta, ipocrisie della messa domenicale. L’entusiasmo di maniera per gli ultimi tre pontificati e lo scudo di preghiere con cui quella gente apriva ogni maledetto pranzo: la famiglia di Mara era un presepe infetto, lo aveva sempre saputo. La madre di Mara – Angela, nome lusinghiero e beffardo – da ragazza si era vista negare la confessione da Padre Pio: questa l’informazione che premetteva a sé stessa nelle occasioni sociali, il suo biglietto da visita. Dopo che il frate (ma che scorbutico) l’aveva scacciata in malo modo, Angela doveva aver trascorso un certo numero di anni a lavorare sull’episodio: rovesciare il senso dell’accaduto, mettere postille nelle pieghe di un ricordo bruciante finché non era riuscita a raccontarsi la rogna di quel faccia a faccia come un apologo agrodolce sulle imperscrutabili strategie dell’Altissimo. Adesso era responsabile diocesano dell’Azione Cattolica. Il livore, inesauribile propellente nella vita degli attivisti: organizzava arcigni gruppi di preghiera e contrite testimonianze sul matrimonio per ignari nubendi che Riccardo immaginava uscire pressoché distrutti dai suoi sermoni – distrutti o definitivamente compromessi: molti avrebbero ripudiato il partner per convertirsi a una pacificata dissoluzione o a un puttanesimo di risarcimento.

Un uomo diverso sarebbe riuscito a convivere con tutto questo. Famiglia compresa, perché no? Soprattutto la famiglia. Un uomo diverso – non dico per forza migliore – avrebbe saputo contenere il conflitto e lasciarlo sfumare... dove? In un luogo presumibilmente al sicuro da crisi di nervi e lussureggianti tentazioni omicide. Prendersi a braccetto verso una luminosa vecchiaia, già, nella salute e nella malattia. Dedicarsi ai nipoti, laggiù, in quel futuro remoto di pranzi con preghiera. Sopportare un eventuale Alzheimer, o infliggerle progressivamente il tuo. Mara snocciolò senza tregua un catalogo di appuntamenti mancati e frangenti lacrimevoli che attendevano soltanto la tempestiva epifania di un padre. Lo stava accusando di essere un Creatore Latente. Per tutta risposta Riccardo affondò in una specie di catarsi telesimbolica – l’ansia gli raffigurò una stalagmite che emergeva tumida dalla penombra di un ricaglio geologico: dietro c’era appostato Alberto Angela in tenuta da speleologo e stava spiegando al pubblico le tappe salienti della sua spatrizzazione.

«Perché non vai in terapia?», disse Mara, badando che gli echi della Saggezza risuonassero a dovere tra le falde del concetto e dunque suggerissero preoccupazione, affetto disinteressato, «Ti farebbe un gran bene».

Niente. Venuta al mondo dentro un inespugnabile baraccone di farisei, quella donna aveva il proverbiale culo in faccia. Come se Riccardo non avesse mai dato una sbirciata agli scheletri che lei custodiva nel proverbiale armadio. Il fratello maggiore di Mara, tanto per sfuggire all’aria di catechismo non-stop che si respirava in famiglia, aveva pensato bene di chiudersi dentro una Certosa, dove almeno, contro le pretese illuminazioni di un padre pallosissimo che amava rappresentarsi come il fine teologo di casa (responsabile diocesano anche lui, con delega irrevocabile al Salmo Responsoriale), poteva godersi gli impareggiabili silenzi di un’Illuminazione Certificata. Il monachesimo, quello raccontato dai sussidiari di scuola media. Terapia di gruppo senza il logorio della dialettica, senza il vaniloquio dei Casi Analoghi di cui faresti volentieri a meno. E al modico costo di sonni interrotti & canti gregoriani. Cibi frugali, aria pulita. Dai, ci può stare.

Nemmeno per sogno. Alla scomparsa del fratello dall’orizzonte domestico era seguita una reazione depressiva corale, perché ognuno imputava al Reprobo la fuga dal nido paterno, ma lui ormai si era fatto intoccabile come il Padre Frank Junior della Febbre del sabato sera, cioè pareva che avesse deciso di rinnegare il blocco di fole autoindulgenti che era la religione praticata in famiglia e avesse scelto sul serio Nostro Signore. Col risentimento traboccante da ogni parte, il Mara-clan si sentiva obbligato a celebrarlo come un santo. E giusto in mezzo a quel mare d’astio fioriva il capolavoro psicologico. La trasformazione, o come avrebbe detto Riccardo: il twist. Ebbene, il retroterra prima o poi ti presenta il conto, nonostante gli sforzi massacranti e la tenace volontà di costruirti un’esistenza passabilmente corrotta, cosicché oggi Mara – col ticchettio dell’orologio biologico che immetteva linfa nel suo ritrovato Millenarismo – aveva preso atteggiamenti da virtuosa, modello Pronta Beatitudine. Sappiamo che ogni religione in mano ai superbi diventa un vantaggioso fai da te. Lego-cattolicesimo. Modellando le sue giornate sulla fisionomia del buon praticante appresa dai responsabili diocesani, a quarant’anni Mara sentiva di aver opzionato il paradiso. Potendo, avrebbe cambiato le parole del Confiteor, adattandole alla visione in excelsis di sé stessa: ho un pochino peccato in pensieri, parole, opere e omissioni. Saltuariamente, sì, mi è capitato di peccare in pensieri, parole, opere e omissioni. A rigor di logica sarà pure successo, di quando in quando, che abbia peccato in pensieri, parole, opere e omissioni.

Il risultato di questo riposizionamento dell’ego nell’anticamera della gloria celeste era che da qualche tempo Mara si destreggiava come una burocrate in carriera – Primo Collaboratore del Dirigente Scolastico (il volgo la chiamava vicepreside, un acre sussurro fra i corridoi) – i diciottenni arrapati erano diventati anime da salvare e le figlie di Riccardo erano state iscritte a scuola dalle suore, con immediata suorizzazione della figlia maggiore, che essendo la più sensibile delle due risultava anche la più permeabile, e infatti all’inizio dell’anno scorso Vanessa pronunciava frasette sgomente e un po’ tristi come Mia nonna paterna è morta qualche anno fa, ma già intorno a Pasqua recitava un enfatico, astronautico Mia nonna paterna è andata in cielo, e adesso ribadiva ovunque con deliziato orgoglio che sua nonna paterna era «con Gesù».

A Riccardo balenò l’immagine automatica della nonna paterna di Vanessa seduta alla destra del Padre: in un moto di filiale dissenso ricordò che la posizione esatta al cimitero era invece sdraiata alla sinistra della zia. Mara lo investì con un nuovo fiotto di recriminazioni. Lo accusava di misfatti (ovviamente imputabili alla sua latenza) che riguardavano il comportamento generale delle bambine: non abbastanza adulto. Lui diede avvio a una prolungata sequela di gemiti, aspettando che Mara si stancasse di cazziarlo e decidesse di consacrare le proprie sterminate energie a qualcos’altro (l’esplorazione di un altopiano in Siria, per esempio), d’altronde cosa poteva fare? L’irruenza di costei mi lascia imperturbato, si ripeté: viviamo in tempi fuori fase, ho abbandonato, per forza o per dolo, l’epoca della Sincronia. Non poteva aspettare le nove e quarantacinque per spaccarmi le palle con ’ste faccende? Le dieci e quarantacinque? Le mai e quarantacinque? Ma c’era un velo di rimpianto, perfino nell’egoismo multipower di un Riccardo Sala. Quando Mara chiuse la comunicazione – dopo un discorsetto piuttosto agile che chiamava in causa, oltre alla sua Perplessità di Madre, il circolo di conseguenze nefaste (fra terrene e ultraterrene) destinate ad abbattersi su di lui – Riccardo riuscì a malapena ad accasciarsi sul letto. Quella che provò doveva essere la sensazione inerme-flessuosa del cadavere vilipeso. Strizzò gli occhi, per rintanarsi come un feto nella memoria. Qui vide Mara in compagnia di una proiezione olografica di sé stesso, effetto time machine.

Un intrepido pomeriggio cinecultura di qualche anno prima.

Il divano angolare di Poltronesofà – potenzialmente sordido, e tuttavia ancora immacolato, li accoglieva tra le sue spire antimicotiche. Avevano noleggiato Sans Soleil di Chris Marker su consiglio di un’amica di Riccardo che lavorava in una casa editrice: vedrai, una ri-ve-la-zione, io adoro il cinema di quell’uomo – e poi... poi lo avevano guardato.

Alla fine del film, entrambi stremati e semimmersi nel trauma, erano rimasti immobili per qualche minuto aspettando una riattivazione spontanea dei cicli biologici che tardava a innescarsi, finché Riccardo non era crollato sull’omero di lei, le pupille come due globi morti spalancati sulla ri-ve-la-zione: «Imploro il tuo perdono. Questa roba è la corazzata Potëmkin degli anni Ottanta, fantozzianamente parlando».

«Sì, mi ci vorrà una due-giorni di Dirty Dancing per riprendermi».

«Ci facciamo una scopata?»

«Grazie a dio. Te lo stavo per chiedere».

«Dammi un secondo, recupero i coglioni dal pavimento».

E questo, all’incirca, era il genere di felicità in cui viaggiavano le anime sincronizzate. Ma la Sincronia è una vestale del Tempo – la più sfuggente, e quello di Riccardo Sala era tempo trafitto da un altro tempo, non alterno: semplicemente peggiore. Nel corso di quel rivitalizzante amplesso avevano concepito Vanessa. Poi il tempo era stato trafitto da altro tempo: un tempo calendaristico, prono come l’attesa. Fino al piccolo missile bianco del test per la gravidanza, che proclamava il suo verdetto da uno schermino a cristalli liquidi. Era stato allora che Riccardo aveva pensato per la prima volta all’infanticidio – quando la Lieta Notizia aveva squarciato il presente. Forse gli uomini sono tutti infanticidi, se non altro nel momento in cui apprendono la Lieta Notizia. A denti stretti, con un’emorragia di orrore mentre paurosamente gli scorrono davanti agli occhi i capitoli del futuro prossimo. Fra loro, per non sentirsi completamente delle merde, lo chiamano disagio. L’istante della Lieta Notizia. Il contrario di ciò che sostengono i paranoici scampati a un incidente mortale, (lo conosciamo bene) il tremulo refrain dei vivi per miracolo: ho visto tutta la vita passarmi davanti – già, mentre lo ripetono con la loro esaltazione febbrile, la loro codarda spavalderia di revenant. Tutta la vita. Che poi sarebbe tutto il passato. Ma il futuro, quand’è che ti scorre davanti tutto il futuro? Dev’essere quel momento, sì, quando lei ti piomba addosso con la veemenza di un autotreno, la Lieta Notizia.

Scendendo dal taxi in piazza del Gesù Riccardo annaspò brevemente nella psicosi da Centro: l’aria aveva un calore semi-benigno, gli scarichi delle macchine in coda su corso Vittorio esalavano pulviscoli toto-maligni e lui accusò la vertigine compatta del manzo in gelatina di brodo ristretto – da emissario della periferia sapeva bene di non appartenere a quel luogo, la Roma del suo patrimonio personale era un’ariosa propaggine di derive cementizie che contendevano metri verdesporco alle campagne subcastellane, Tusculum, Lago Regillo, sicché Riccardo era un paria dei cieli, come nei racconti di Asimov, un lercio zonard des etoiles: il borgataro delle stelle. Viveva ogni spostamento centripeto come il trapianto momentaneo di un Organo di Cittadinanza. Per questo lo vediamo sfilare davanti alla chiesa fingendo una sprezzatura che non gli appartiene. C’era un odore rivoltante di gasolio. Una masnada di donne pie si trascinò intorno all’edicola, sotto il rombo di una camionetta militare che illividiva l’atmosfera con la sua aura fumogena – tre soldati in basco, stivali e mimetica alzarono impercettibilmente il tiro delle armi da guerra, le canne dei fucili in polimeri come bocche istupidite. Riccardo oltrepassò un melmoso corteo di ispanici con foulard e cappellini monocolore, ebbe un tuffo al cuore mettendo a fuoco i sampietrini del sagrato trasformati in un fritzlanghiano parcheggio irregolare. Il mondo aderisce alle abitudini più scalcagnate, indipendentemente dalla particola in esame. Roma, la sua colla millenaria, questo piatto di frattaglie medievali e leggende di rione che impolverano palati estinti... il resto è più o meno l’insipido global invaghito del terrore che puoi trovare ovunque – Roma, Europa: la faccia, l’ossido corporeo, dei suoi maratoneti scarnificati. Nel cuore della piazza Riccardo si fermò e ripensò al motto di un suo conoscente che faceva il pubblicitario: perché non possiamo non dirci gesuiti. Si chiamava Marco Sanna, gran figlio di buona donna, uno attrezzato dalla nascita per mangiarsi il mondo. Adesso viveva a Bali con un’indigena petulante, un’appassita reginetta di bellezza che gli aveva sfornato un marmocchio l’anno fino alla dolorosa ma inevitabile opzione della vasectomia. Sono sempre i migliori nuotatori ad affogare. Questo toglieva qualcosa alla sua intelligenza? Dieci piccoli Sanna che sfilavano a dorso nelle pozzanghere di Seminyak, futuri pirati della Sonda, camerieri in resort di lusso butterati dai vacuoli delle piscine a sfioro, afflitti consultatori delle opere di William Somerset Maugham. L’eredità di un uomo è in quello che fa? O in quello che spera? Laggiù, nell’angolo della piazza che andava a morire dentro via Celsa, Riccardo poté osservare una coppia simil-adolescente seduta dentro una caricatura di bistrot, tavolini in simil-legno, le mani intrecciate sopra i rettangoli di carta dove verosimilmente era stampato un menu a prezzo fisso: la vita del mio organismo oggi, cosa metterò dentro lo stomaco, cosa trasformerò in energia e cosa invece escrementerò. I due si scambiavano occhiate piuttosto vacue di mutuo sostegno, come avvolti dalla precognizione di un simil-disastro in arrivo.

L’eredità di un uomo: l’ambiente in cui maturano conseguenze impreviste.

Decise di fumare prima dell’ascesa alla Diadema s.r.l. – la somma algebrica dei suoi istinti attuali era un numero negativo. Mentre la voglia di lavorare scendeva sotto lo zero gli piaceva pensare che poteva decidere, di più: aspirava a decidere. Mara non perdeva occasione per immortalare gli atti (le prove, le prove) della sua incapacità di decidere. Se avesse guardato dietro di sé non avrebbe visto altro che una catena di decisioni scaturite dall’impotenza decisionale. Mara non comprendeva gli innumerevoli incidenti della catena decisionale, perché lei pensava di essere la catena decisionale: il primo e l’ultimo anello, ogni maledetto ingranaggio, quei panciuti alfa & omega del cazzo. Solo Riccardo sapeva sbirciare indietro, dove l’incollatura cede, negli schianti della determinazione: l’affranta goduria del voyeur. Ecco che risuonava la notifica WhatsApp – sempre quando hai una mano impegnata in qualcos’altro (qualcosa di cosmico o profondamente intimo, come il fumo, qualcosa di urgente e indeclinabile, come una telefonata in corso). Era Alexandra, era lei.

Alexandra, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi...

A STRONZO CHE FAI?

Riccardo esitò (vale a dire: un inconcludente temporeggiare contro sé stesso) nel frasario dell’uomo impegnato. Sono fruttuosamente immerso in. Mi stavo giusto accingendo a. Tra poco ho un’importante riunione con. Ma anche: potrei liberarmi per. Rimanderei volentieri se. Intanto lei continuava a messaggiarlo.

IO SONO QUI ALL’UNIV COL TUO AMICO

Impiegò qualche secondo a collocare realisticamente Alexandra e Nairobi nel coagulo juvenile del Kalende, comparse di una soap opera in forma di via crucis – prima tappa: ascolto delle lamentazioni del povero cornuto; seconda tappa: conforto & consigli; terza tappa: ammissione di un’insospettabile affinità. Riccardo chiamò a raccolta ogni residuo di buon senso in modo da scacciare via dalla testa le immagini successive. Intanto formulava pensieri altisonanti, per quanto canonici: se solo prova a scoparsela gli stacco la prostata con queste mani. Digitò una risposta – non che ci fossero alternative – e aspettò per controllare se Alexandra visualizzava. Passò un minuto e lei non aveva ancora visualizzato. Che stavano facendo? Riccardo vagliò la lista delle attività sessuali o parasessuali praticabili in un minuto: nessuna. Allora affrontò la lista delle attività sessuali o parasessuali restringibili a un minuto: praticamente tutte. La spunta blu di WhatsApp si accese, di minuti ne erano passati tre, il tempo di un kamasutra-mignon, un intervallo che permetteva a due individui particolarmente inclini alla miniaturizzazione di deflorare l’indeflorabile. Fraziona il tempo quanto vuoi: anche un solo secondo di sesso è roba grandiosa – forse Nairobi le aveva strusciato una banalissima mano sul culo, il pisello lungo una gamba, il gomito contro un seno: le traiettorie involontarie della tangenza contengono già il seme glorioso dell’aderenza. E sono vasti i penetrali dell’impensato. La sensibilità sternocleidomastoidea dei quarantenni, l’ardore implume dei tibiali femminili appena sopra la riga dell’adolescenza. Le narici, benedette cavità, coi loro innumerevoli aghi magnetici. E i ripostigli sudoripari. E l’efficiente ludoteca delle nocche.

PASSO A TROVARTI IN PALESTRA STASERA, CHE DICI?

Seguiva florilegio di emoticon cuori & baci. Prima di spegnere i neuroni specchio Riccardo fece in tempo a raffigurarsi il corpo di Alexandra sottoposto all’ispezione di Nairobi: la severa paratassi dei preliminari (stile attico: chiaro e leggibile), le subordinate convulse della scopata vera e propria... si coprì gli occhi con un gesto quasi solenne, resistendo all’impulso di stropicciarli. Se le basi grammaticali dell’accoppiamento sono note alla maggior parte delle persone è perché sorgono dai vincoli del corpo a corpo (la gravità è un parametro fondamentale, per dire). Nairobi conosceva una sintassi superiore, o almeno c’era da aspettarselo: una retorica ben equipaggiata – tropi, figure di parola e di pensiero – forse con un leggero debole per l’allegoria (Flora Nardi, allegoria della Vendetta). Nairobi senz’altro possedeva quel genere di educazione. Alexandra invece aveva appena iniziato a coltivarsi. Ignorando le norme, le era preclusa la vanità o la voluttà dello scarto. Era qui che si raccoglieva l’entusiasmo di Riccardo, probabilmente. A quarantaquattro anni ne hai fin sopra i capelli, perché il tempo è tiranno e l’impegno sovrumano: vuoi soltanto infierire. Vuoi qualcuno che ti conceda tutti gli agi del caso. Alexandra era pura disposizione – il combustibile dei relitti, l’inerte afrodisiaco della mezza età.

La prospettiva di un post-workout con la sua maneggevole amante esotica avrebbe dovuto ripristinare la fiducia nel resto della giornata: sentiva già lo scricchiolio delle doghe del letto dove un tempo ci dava dentro con Mara, luci basse e panorami fertili, quando lei ancora riusciva a farlo sentire come il padrone del ranch, un colpo di sperone e via a briglia sciolta nello sterminio della pianura. John Chisum, lanciato lungo le sponde siccitose del Pecos. A volte, mentre le godeva dentro, gli sembrava di percepire le note di Bonanza che risuonavano nei padiglioni. Chissà cosa percepiva lei, si domandò. Carmina Burana? Quei cazzo di Londonbeat? I’ve been thinking about you? Di Alexandra adorava i piedini smaltati di rosso sempiterno e la pelle di una tonalità artificiale apparentemente tetragona alle impurità. C’era un che di poetico in tutto questo – il fatto che certi uomini non chiedevano altro che potersi sottomettere a una Musa, alla fine non importava quale. Dopotutto Riccardo aveva imparato a convivere con la miseria delle sue aspirazioni: vieni ragazza, benvenuta a Salapolis, eccoti un corpaccione invidiabile, puoi farne quel che vuoi, però intanto lasciami imperversare, perché le Muse sono Scuse, non te l’ha spiegato nessuno?

Stava per dare l’okèy al rendez-vous quando si ricordò che il mercoledì lui allenava le gambe. Farandola di imprecazioni che gli nascevano e morivano in gola al ritmo del time lapse, come i fiori di cactus in quei documentari del National Geographic. Scopare dopo una sessione di quadricipiti poteva risultargli fatale. Per non parlare dei bicipiti femorali. Quello delle gambe è un giorno di ordinaria follia. Leg press, leg extension, leg curl – tutta la gamma del leg – stacchi, calf, e sua maestà lo squat: il Signore del Reame Anabolico. A fine allenamento i muscoli di Riccardo galleggiavano in una terra di mezzo tra Assoluta Prostrazione e Dolore Cosmico. In genere vomitava dopo lo squat (una volta anche durante) e piangeva all’ultima serie di stacchi, azzerato da visioni escatologiche. Per dire della serietà con cui affrontava la scultura dell’involucro. Era tutta lì: nella sofferenza che infliggeva alle fibre rosse. Gli allenatori la auspicavano: la prima devi soffrì, la seconda devi morì. E questo è il punto. È la morte stessa a legittimare la sofferenza del bodybuilder. Tutto il resto è solo banale ansia del Nulla. I culturisti dovrebbero leggere Seneca: se un culturista leggesse Seneca – pensò Riccardo, trovandosi molto profondo – comprenderebbe la reale grandezza di Schwarzenegger e Ronnie Coleman. Se tutti i culturisti leggessero Seneca la gente normale sarebbe spacciata.

OK TI ASPETTO

Mentre digitava tra mille preoccupazioni l’ultimo messaggio provò una fulminea, lancinante avvisaglia del Possibile: Alexandra nuda e lacrimante, nuda lacrimante e curva su di lui, sulla sua armonica architettura muscolare, ahimè schiantata dal prevedibile arresto cardiocircolatorio – un fantasma a cui pian piano si stava abituando: erano almeno quattro anni che Mara non smetteva di infastidirlo (non smetteva di intimidirlo) con la necessità di analisi mediche approfondite, perché alla tua età... Riccardo rammentava alla perfezione l’ultimo check-up a cui si era sottoposto: ambulatorio di viale Giulio Cesare, elettrocardiogramma, prelievi del sangue, pressione, spirometria, gli avevano fatto anche una serie di test psicologici. Tutto a spese dell’Esercito, più di un quarto di secolo prima.

L’amore, ha scritto Céline, è l’infinito abbassato al livello dei barboncini. Pertanto la gente si sforza all’infinito di amare qualcosa, qualsiasi cosa (indipendentemente dal livello), e quando non ci riesce la butta via – fosse anche la propria vita. Guarda Robbie, per esempio, e il Triennio della Tetraggine. Una coincidenza quasi millimetrica con l’età di Vanessa: dalla nascita al secondo compleanno era stato come se la nipote per lui non esistesse, se non come oggetto di un dovere faticoso: quello di restare al mondo per dimostrarsi ancora capace di amare qualcuno. Robbie generalmente evitava di posarle gli occhi addosso – fagottino rosa-trillante che avrebbe ammansito un velociraptor – e se per sbaglio lo faceva, ecco salire impetuose le lacrime di un dolore egoistico, pietà autoriferita, desiderio di affogare nella macchia dell’istante. Quando la bambina aveva due mesi, ricevendola (non prendendola) in braccio da Riccardo l’aveva fatta cadere per terra. Non scivolare. Non sopra un cuscinoCadere per terra, nell’automatico terrore degli astanti (volgarissima vigilia di Natale in casa di Mara con aringhe in agrodolce e salmone al forno, qualcuno aveva cacciato un urlo dalle retrovie, dove torreggiavano vassoi di frittelle di mela) – causandole un odioso ematoma al gomito: e fortuna che il corpicino era protetto come un guscio da una sacca-coperta della signorina Minnie Mouse. Scusa, mi trema tutto, scusa. Suo padre non sembrava mortificato. Assorbito, piuttosto. Guardava in basso il mosaico delle piastrelle, le linee di giuntura che diramavano intorno al corpo della piccola, come se il perdono lo dovesse implorare al pavimento. Immobile – estraneo? – mentre Riccardo e Mara si precipitavano a raccogliere Vanessa. La moglie di Riccardo per la prima volta in vita sua non sapeva decidere in che direzione scoccare la proverbiale occhiata laser – se contro l’imprudenza atavica di suo marito o contro quell’incapace del suocero. Che se ne stava lì, le braccia ancora piegate in una specie di ellissi, non si sa bene a rappresentare cosa, se la forma stilizzata di una culla o il vuoto contundente dell’atto mancato. E tutti quei brividi e singhiozzi. La spirale abbacinante dell’idiozia conclamata, aveva commentato Riccardo fra sé, mentre moriva di vergogna per lui. I versi di Robbie sovrastavano gli strilli della bambina: si vedeva che era disperato, già, infinitamente disperato per sé stesso. Il Triennio della Tetraggine si stava spalancando. Per il momento Robbie era arrivato a capo di un Bimestre della Tetraggine. La bimba-fagotto, le trepide braccia avulse come due arti occasionali: il Momento della Tetraggine. Spazi traballanti, sempre più laschi e indifferenti a tutto il resto.

Era successo questo alla Franzoni? – si chiese incidentalmente Riccardo. Era caduta nel suo Momento della Tetraggine? Quel tremito che ti stacca dai luoghi e ti trasporta chissà dove – era forse lì che aveva origine tutto? Diede una sistemata al ciuffo prima di attraversare quello che sembrava il portone di un castello di Warcraft, tonnellate di ferro e legno a prova di ariete – rimasugli di una Roma colossale, agghindata di vestigia e di un pazzesco complesso d’inferiorità. Un vento bastardo scombussolava la piazza, le facciate settecentesche, fino alla vasca del Plebiscito: anche i vecchi più acciaccati, per strada, avevano l’aspetto di assassini, esperti e irredimibili – cristo, se ’sta città fosse un’isola recintata, un penitenziario globale, alla John Carpenter:

[Voce fuori campo di Bob Hauk] C’è stato un incidente circa un’ora fa, un piccolo jet è precipitato nel centro storico, c’era a bordo la Sindaca.

[Voce fuori campo di Jena Plissken] Sindaca di che?

Era ancora alla ricerca di un barlume di determinazione quando iniziò a percorrere la corte interna del palazzo. S’incistò nel vano dell’ascensore con la solita loscaggine: un giorno sarebbe stato bello portare Alexandra in quel luogo, mostrarle col dito le finestre del quinto piano, mostrarle col dito la pulsantiera che governava l’ascesa, poi l’ingresso, le foto di scena avvolte dai bagliori delle spotlight, la stanza in cui lui co-workava insieme ad altri sfigati del suo calibro. Non ce l’avrebbe portata mai.

Davanti alla porta a vetri della Diadema s.r.l. si accorse di non ricordare più il codice per lo sblocco. Banale vuoto di memoria. O forse l’indizio di un tumore al cervello, perché alla tua età... Al desk, Stefano Vittori era impegnato in una conversazione apparentemente molto feconda col pdf: ridacchiavano, le loro teste oscillavano una verso l’altra, riducendo la distanza con una progressione che raccontava il calore elettrico dei flirt stagionali. Stefano aveva poggiato sul banco un gomito audace e un po’ bullesco, che il pdf non mancava di picchiettare distrattamente con le dita, mentre le sue lunghissime ciglia si orientavano come parabole sulle frequenze dei messaggi testosteronici – sembravano Julie e Doc Bricker in un fotogramma di Love Boat: altri due stronzi predestinati che sarebbero finiti a rotolarsi su qualche pagliericcio tra Acapulco e Puerto Vallarta. Quando si accorsero della presenza di Riccardo il ridacchiamento si intensificò. La voce del pdf poteva provenire, chi lo sa, da un mondo assoggettato alla tirannia del metallo, un deprimente universo di serrature inchiavardate, di lucchetti che scattavano, di brugole che serravano capocchie di viti, la voce di una donna che si era integrata meccanizzandosi. Riccardo pensò a quel filmaccio di Sordi, Io e Caterina, poi al robot-clone di Maria in Metropolis, infine a Grandeur nature di Berlanga. Nei secondi successivi si pentì di non aver studiato seriamente cinema e di non aver mai letto l’Olympia di Hoffmann.

Tra uno sghignazzo e l’altro Stefano infilò un cameratesco: «Ciao Sala, come va la schiena?»

Apri ’sta porta, pensò Riccardo. Vittori non era il tipo che suscitava odio, non a quell’ora del mattino e senza il giusto casus belli. Ma, anche ammesso che ce l’avessi, il casus belli, riuscirei a odiarlo come si deve? Un odio tipo quello dei pugili, limitato e concentrato in uno spazio quadrangolare, in un tempo misurabile in round. Sarei capace di odiare fino in fondo? E smettere allo scadere di ogni terzo minuto? Chi fa carriera deve saper odiare. Ma direi che sa odiare piuttosto bene anche chi carriera non la fa. È un sentimento dal colore diverso, più livido, ma è sempre il buon vecchio diversivo dei frustrati. Poi c’era il fatto che a Stefano Vittori lui piaceva. Sentiva di piacergli, come verificato in mille occasioni diverse. Ecco: questo forse avrebbe potuto farglielo odiare. Perché quell’uomo, senza alcuna ragione apparente, lo adorava. Sempre in maniche di camicia, per dare un tocco smart all’inaudita vocazione per la sterilità dei contabili – i bei capelli a onda phonati e docilissimi, gli occhi da divo di una sitcom col giusto grado ostensivo di stereotipi omosessuali, la cravatta che lambiva ad altezza perfetta la cintura. Lungo e secco, una complessione che rendeva piuttosto bene se infilata dentro una giacca. E quando parlavano... Riccardo percepiva addosso le carezze della sua ammirazione. Cosa diavolo ci fosse da ammirare rimaneva un mistero. Avvicinandosi più del previsto alla verità ipotizzò che Stefano Vittori doveva essersi costruito un’immagine di lui deformata da letture traditrici – Bret Easton Ellis, soprattutto: Stefano aveva sempre l’aria di volergli rivolgere domande come allora, amico, quante corpoduro hai messo in fila questa settimana? Forse era per via della palestra. Probabilmente quello s’immaginava la vita di Riccardo fuori dalla Diadema s.r.l. come un’incessante carrellata di runner quarantenni coi muscoli in catabolia e la fica prosciugata da diete infernali; trentenni superstaminiche con un culo di marmo e adduttori in fibra di carbonio; ventenni che avrebbero dovuto trovarsi ovunque tranne che in una sala pesi, perché irradiate con pienezza dal miracolo dell’età – e Riccardo che inesorabilmente le trafiggeva a campione, a schiere di quattro per volta. Niente di tutto ciò, naturalmente. Eppure fino a oggi gliel’aveva lasciato credere. Siamo forse i custodi dei pensieri altrui? La porta a vetri si aprì con esagerata clemenza e Riccardo raggiunse il desk: era in lieve anticipo sull’appuntamento fissato con Gabriella Mari. Strinse la mano di Stefano Vittori. Non salutò il pdf, che ricambiò con un silenzio sprezzante. Oggi indossava una blusa bianca a svolazzi che sparò Riccardo dritto dentro una scena di Bolero Extasy. In effetti la somiglianza con la giovane Bo Derek era straordinaria. Lui frenò l’impulso di saltare al di là del banco e abbracciarla dichiarandosi eternamente suo schiavo.

«Credo che Gabriella sia pronta per riceverti», disse il pdf, mescolando alle parole un gesto acuminato della mano, che indicava grosso modo: per di là. Continuava a trattarlo come un pivello. Riccardo si buttò nel corridoio, lo zainetto sulle spalle all’improvviso gli sembrava pesantissimo, quei fardelli in groppa agli astronauti che galleggiavano nel nulla, appesi solamente alla parodia di un cordone ombelicale. Riccardo sapeva di non avere la minima possibilità, un giorno, di agganciarsi a quel genere di supporto, di accingersi – spiritualmente e fisicamente – a imprese formidabili. I ganci cosparsi nel capannone della sua vita raccontavano più che altro desolanti scene da mattatoio, il gelo perentorio delle celle frigorifere. Era arrivato fin lì con la solita disposizione d’animo: preparato, ma non pronto. Dovrò essere scaltro, si disse, elevarmi al bifido, sgusciare da un estremo all’altro con criminale disinvoltura. Gli venne in mente il disegnino dell’anatra-coniglio di Joseph Jastrow nelle pubblicità della Pranovision. Sono io, l’anatra-coniglio, ripeté a sé stesso, come un mantra – e subito un dubbio insopprimibile s’impossessò di lui: come cazzo la cucinavi, quella bestia ancipite? Anatra-coniglio all’arancia: da voltastomaco. Anatra-coniglio alla cacciatora: ricetta buona per il coniglio, decisamente umiliante per l’anatra. Niente, la bestia ancipite era irriducibile. E io devo essere come lei. Irriducibile, per l’appunto – e sfuggente, soprattutto sfuggente.

Trapassò nell’ufficio di Gabriella Mari e la prima cosa che gli venne di notare fu una variazione nella risposta delle narici all’ambiente circostante. Gabriella aveva cambiato profumo. Gabriella era una fanatica dell’aggiornamento. L’impressione seguente fu una roba psico-spaziale: Gabriella gli appariva come l’unico elemento disorganizzato in un luogo perfettamente consacrato all’organizzazione. L’ufficio poteva essere quello di un ministro della propaganda in uno stato totalitario vecchio stile: viscosa uniformità dei messaggi, direzione precisa dei colori, linee spezzate che, guidandolo, sottomettevano lo sguardo. In fondo alla stanza, Gabriella se ne stava seduta dietro una scrivania di cristallo: sulla sua destra c’era un laptop aperto col simbolo della mela morsicata, sulla sinistra era poggiata una borsa rossastra un po’ floscia che sembrava il polmone di un grande mammifero. Aveva un blazer grigio-tiepido che metteva in risalto le spalle e la vita stretta, celebrando le sue fattezze di donna dal radioso presente – sotto la scrivania teneva le gambe unite e diagonali dal ginocchio in giù, una caviglia dietro l’altra. Riccardo colse il blu discreto dei jeans e la rotondità di un paio di stivaletti: avrebbe pensato a un mezzobusto parlamentare del genere intercambiabile alla Forza Italia, non fosse che Gabriella aveva questo collo aristocratico, i capelli corti sulla fronte e appena più liberi e fluenti sopra le orecchie, di paglia sciacquata, praticamente il viso di Cersei Lannister post-espiazione, compreso il bonus delle labbra imperative e le sopracciglia da ufficiale vulcaniano. Durante i primi due anni di Riccardo alla Diadema avevano scopato con continuità e reciproca soddisfazione – lui era fresco di matrimonio, lei si era appena insediata al comando e necessitava di un uomo di fiducia, disponibile a puntellare i vertici con, diciamo, tutto sé stesso. Riccardo aveva fama di essere un talento, a lei non dispiaceva imbrigliare gli individui talentuosi. Una sera lo aveva convocato in sala riunioni e si era fatta trovare in ginocchio su una poltrona, i gomiti saldi sul tavolo e il culo en plein air: i suoi glutei si strofinavano l’uno contro l’altro sotto la gonna del tailleur, come bestiole infreddolite. La superficie del tavolo era tappezzata di fogli, le bozze di un programma sui migranti, il proiettore ancora acceso sull’ultima slide raffigurante miserie e splendori dei centri di accoglienza. Riccardo aveva chiuso la porta della sala riunioni e si era avvicinato a Gabriella interrompendo con la sua sagoma la mappa coccodrillesca di Lampedusa proiettata sullo schermo a muro. Lei non aveva aperto bocca mentre lui le accarezzava con glorioso stupore l’arco delle chiappe: ne aveva stretto il soffice raccordo insistendo col pollice sull’osso sacro – l’equinozio della brama. Lei aveva piegato la testa per mordersi un braccio. Abbassando pantaloni e mutande con un unico gesto da fuoriclasse della sveltina Riccardo si era perso l’immagine inquietante dell’ombra del suo cazzo dritto sovrapposta per un istante sublime all’indicazione topografica di Cala Uccello: aveva tirato via la poltrona con un calcio e Gabriella, piuttosto atletica e padrona di sé per una che sembrava già mezza incamminata sulla via dell’estasi, aveva fatto il resto, raggiungendo una perfetta posizione a squadra. Riccardo era stupito della sorprendente sincronia tra il corpo di quella donna e l’ordine ascendente delle sue voglie. Sembravano assecondarsi per un accordo di intuizioni reciproche. Non doveva chiedere. Non doveva implorare. Non doveva spiegare.

«Dai, chiudi quella porta e mettiti seduto». La sua voce era fresca, accogliente, intrisa di amichevole preoccupazione. Una pietra azzurra le scintillò nel centro del collo.

Riccardo mosse un numero apparentemente infinito di passi verso la scrivania di cristallo e prese posto di fronte a Gabriella Mari, il boss. Negli anni il loro sodalizio aveva raggiunto temperature stabili, nel senso di prevalentemente tiepide: lui non si proponeva mai, concubino fiaccato dall’usura (la sua parabola da stallone a confidente, da situazione eccitante a casualità sollazzevole), soprattutto intuiva che in questi casi la simpatia era l’anticamera della rottamazione, dovevano essere trascorsi sei mesi dall’ultima volta che Gabriella gli era passata vicino sussurrando un’informazione non pleonastica come ho voglia di succhiartelo. Riccardo allora si era messo in fila, quieto e diligente, una spunta in fondo al daily planner – per farselo succhiare. Lei aveva condotto tutta la faccenda con una sorta di nostalgica fermezza, o risoluta indulgenza.

Ora la osservò, senza nascondere una punta di delusione. Più o meno erano coetanei, il che significava che Gabriella era una donna matura. Maturità è la storia dei nostri vizi: cosa ci hanno fatto, dove ci hanno portato. A Riccardo cominciò nuovamente a bruciare il pisello, al mattino non aveva nemmeno pisciato – colpa di Mara, e dello zainetto. No, doveva smetterla di addossare colpe. Quello era il mestiere di sua moglie. Non aveva pisciato, punto e basta. E adesso si teneva il bruciore – col pesante corollario di domande clinico-esistenziali. Gli occhi di Gabriella scrutavano caparbi un punto dall’altra parte della stanza, dietro di lui. Riccardo provò a contare i battiti delle sue ciglia.

«Compriamo una rete televisiva. Ho bisogno di una squadra per mettere su il palinsesto. Sto scegliendo elementi affidabili».

«Mh. Perché ho la sensazione di non rientrare in questo eletto collegio?»

«Se fossi venuto ieri lo sapresti».

«Senti Gabriella, lo so che la deferenza non è il mio forte, ma che ne dici di andartene subito affanculo?»

Lei intrecciò le mani portandole davanti alle labbra, parodia di un’orazione sommessa (o del confessore che professionalmente soppesava i peccati), poi le abbassò di nuovo sulla scrivania.

«Ma come siamo aggressivi», rise, «che vuoi fare, saltarmi addosso?»

«Dipende. Se ti salto addosso chiami aiuto?»

«Perché, ti serve aiuto?»

Riccardo accusò il colpo. La vampa genitale si manifestava sotto forma di sfrigolio insopportabile, là sotto qualcosa brulicò, invocando il sollievo di una frizione – ma lui era inchiodato al suo scranno di design. Sono Paul Atreides, proclamò a sé stesso, e questo è il mio Gom Jabbar, l’ordalia della Strega. Non è che poteva rasparsi impunemente la cappella davanti al capo, nonostante una long story di intimità. Cercò una distrazione nel vetro affacciato sulle Botteghe Oscure. Sopra i tetti i piccioni in assetto di guerra sembravano rimbalzare dentro una cornice luminosa, appositamente per lui: la disciplina dei volatili, il cameratismo delle specie infestanti. Gabriella spostò una stilografica da un punto a un altro sulla scrivania, gesto che all’improvviso conferì un peso alla penna: le cose trovano la loro identità nel movimento, le relazioni – quelle – sono lo spessore del mondo.

«Quindi sono fuori».

«No. Ti vorrei a coordinare il lavoro tra Diadema e il nuovo canale satellitare».

«Ovvero?»

«Assicurarti che il flusso di informazioni fra i due soggetti sia sempre chiaro, costante... aggiornato».

«Vuoi mettermi a fare il passacarte?»

Gabriella fece una risata beffarda che parve staccarsi dalla sua faccia come una farfalla e volarsene via per i fatti suoi. La risata che potevi aspettarti da una persona stupidamente felice, o da un depresso bipolare.

Forse non era... cattiva. Era che la photoshoppavano così. Negli ultimi dodici anni ti ho portato il meglio di me. Dico, il meglio del meglio. Riccardo avvertiva tutti i segnali dello scisma interiore: stava mentendo, e lo sapeva. Il meglio di cosa? La sua carriera era iniziata da un’idea abbastanza divertente sugli sfaccendati che mollavano l’università – l’aveva realizzata qualche anno dopo averla concepita, e non per la Diadema. Com’era intraprendente, allora! Aveva buttato giù lo script in un paio di nottate furibonde, per la parte tecnica si era rivolto a un vecchio amico d’infanzia – sfaccendato e mollatore di università – che si chiamava Reginaldo, ma che nei titoli aveva voluto comparire goliardicamente come Jerry. Avevano girato e montato in quattro e quattr’otto: una docufiction smilza ma non priva di spontaneità. Si vedeva che mancavano un sacco di pezzi, ogni tanto perdeva corpo, ma sentivi quanto fosse urgente. Su YouTube aveva riscosso un successo virale (cos’altro ti aspetti da internet?) ed effimero (cos’altro ti aspetti dal successo?). Gabriella non ci aveva creduto, non tanto da metterci i soldi, però gli aveva detto: vediamo che altro ti sai inventare. La vecchia questione della Tempra. Quell’improvvisa apertura di credito lo aveva come paralizzato, pertanto Riccardo aveva subito smesso di inventarsi alcunché. Invece si era dato da fare con smontaggio e assemblaggio. L’uomo dei compitini. Talk show postprandiali. Sceneggiature vagamente ispirate a. Format tipo quello. La professione uccide l’ingegno? La storia dei falliti è difficile da scrivere, perché non riesci a individuare l’incognita originaria. Coi vincenti è tutta un’altra musica. Sin dalla più tenera età dimostrava... In più occasioni aveva dato prova...

«Senti, prima di sbattermi giù a remare con gli altri schiavi...»

«Sì?»

Gabriella, suo malgrado, allungò innaturalmente la i.

«Ci sarebbe quest’idea, volevo parlartene ieri, ma poi la schiena...»

«Certo, la schiena. Di che si tratta?»

«Una fiction ispirata alla Medea».

«Medea», ripeté Gabriella, accarezzando ogni mitologica vocale di quel nome, come a scandire il ponderoso universo di imbecillità che si era appena spalancato davanti a lei. «Medea, come no. Euripide è quello che ci vuole. Strano che a Netflix ancora non ci abbiano pensato. Alla concorrenza verrà un collasso. Gomorre, Suburre, Pontefici Avvenenti, Tangentopoli, e noi invece? Quel cazzo di Euripide. Davvero: è geniale. Medea. E tu saresti Pasolini, suppongo».

«Dai, non prendere per il culo. Immagina un serial, ambientato ai giorni nostri. Protagonista: Annamaria Franzoni».

Fortuna che si era riproposto di essere sfuggente.

Con notevole aplomb Gabriella ingoiò quel nome senza scomporsi più di tanto, si fermò un paio di secondi giusto per riprendere aria. Non boccheggiava perché donne come lei conoscevano la lezione: oltre una certa soglia di esistenza l’idiozia non era più un dato imprevedibile, diventava imprescindibile. Quando vedi che la gente con l’idiozia non si risparmia è il segno che il mondo gira ancora per il verso giusto, cioè le cose si deteriorano, anche quelle impalpabili, come l’intelligenza o il giudizio. Le pretendevate eterne? Avete sbagliato pianeta. Avete sbagliato l’intera bolla inflazionistica. La Fisica vi darà sempre torto. La caratteristica del sistema è che decade.

«Okèy, ti sei bevuto il cervello. Capita anche ai migliori. In effetti capita spesso ai migliori».

«Se mi ascolti un secondo...»

«No, guarda. Credo di aver capito. Sono vent’anni che faccio ’sto mestiere. Mio padre l’ha fatto per quaranta, prima di passare la mano. Tu magari ti senti speciale, ma ne ho visti a mazzetti di casi come il tuo. L’hai perduta, tutto qui».

«Cosa avrei perduto?»

Lei si appoggiò stancamente allo schienale della poltrona: «La serietà».

Gabriella a diciott’anni doveva essere una preppy vestita e rifinita, fiocchi sbarazzini tra i capelli (allora postadolescenzialmente lunghissimi) e valigetta di Naj-Oleari. La sua morale si era formata sulle drastiche antitesi di un’annata cinematografica decisiva, il 1989. L’attimo fuggente contro Mery per sempre, per dire. Dieci anni dopo, sul limite di un ciclo di studi più farraginoso del previsto, suo padre – meditando di affidarle la Diadema quando avesse fatto un po’ di gavetta – doveva averle suggerito che forse era il caso di dare almeno un’occhiata a Palombella rossa. Sicché adesso era un’esperta di serietà.

«Invece ti assicuro che non sono mai stato così serio in vita mia».

Riccardo sottolineò la frase con una doppia, liberatoria strizzata alla punta del pisello, sperando che passasse per una citazione, o un atto di nostalgia. Gabriella accusò il gesto e girò gli occhi sulla borsa-polmone – che diavolo stava succedendo a quell’uomo? Aveva esaurito le scorte? C’è un punto in cui l’età adulta si ferma: quello che sei diventato rimani, al netto di aberrazioni fisiologiche e tragedie della terza età. Tornò a guardarlo e fu come studiare un’impalcatura, o una lastra sbiadita: le travi pericolanti, le macchie scure sospette.

«Ed è precisamente questo che mi preoccupa», rispose. «Non vedi l’abnormità. Invece dovresti saperla riconoscere. Ci sono dei limiti, su!»

«E chi li decide? Non li decidiamo forse noi?»

«Vaffanculo Ricca’. Non puoi prendere quella donna e schiaffarla dentro una fiction. Intanto perché dovresti convincerla. E anche ammesso che si lasciasse convincere, lo sai, ti farebbero a pezzi. Già solo per averla pensata, una cazzata del genere», si fermò, poi commentò, amara: «Annamaria Callas».

«All’inizio avevo in mente un reality».

«Mi fa piacere che ti confessi così candidamente. Tale e quale a un bambino».

L’essenza del comando sta innanzitutto in un vantaggio di opinione. Gabriella parlando dondolava il capo, impercettibilmente, quanto bastava a spargere attorno a sé un destabilizzante profumo di shampoo alla pesca – ciò che scopriva il fragrante sottostrato delle abitudini mattutine: la cura della persona distingue il behaver dal believer, il convinto dal credente. L’abitudine e la fede come due epoche nella storia degli unguenti.

Riccardo la guardò, la loro era una separazione chimica, precisamente. Distillazione, decantazione. Cromatografia. Scissione dei miscugli. Qualche anno prima sarebbe bastato annuire a un ufficio sgombro, allungare l’occhio al crepuscolo morale dietro una porta socchiusa e liquidare in gloria la giornata. Disperatamente, ispezionò ancora una volta la stanza, da un angolo all’altro. Nonostante lo schema ordinato e l’arredo incisivo gli sembrò... appannata. Una particella lanciata nel cosmo, triliardi, fantastiliardi di notizie, segnali elettromagnetici, atti indelebili, e commedie di ogni sorta, i drammi e i loro interpreti: era attorno a lui, la televisione – l’unica vera astronave che il genere umano avesse mai costruito. Ma lo spazio... lo spazio era freddo e inospitale. Abbracciò lo stereotipo. Lo spazio era una vuota sciagura.

«Il pubblico se l’aspetta, la Franzoni: è la prossima tappa. Dopo il Grande Fratello VIP c’è questo».

«Il gieffe almeno è roba di Orwell», disse lei.

Orwell, rimuginò Riccardo: scrittore che a giusto titolo riposava nell’olimpo di quelli più citati dalle masse dei loro non-lettori, o mancati lettori. Lui si considerava un lettore improbabile, al più un lettore smemorato. Un addetto alla dimenticanza – un incallito ex lettore.

«Di orwelliano nel gieffe c’è la tirannia di un partito, e quel partito è la produzione, cioè noi. Abbiamo i reality coi casi umani. Perché non possiamo fare i serial coi casi giudiziari?»

«Ma perché proprio Annamaria Franzoni?»

D’istinto avrebbe risposto che il nome era terribilmente-anche-vantaggiosamente italiano – perché Riccardo nutriva una visione grandiosa, quello che si dice uno sguardo internazionale. All’estero l’avrebbero recepito come la firma svolazzante di una stilista, un brillante pittogramma modaiolo. Le truci Medee nella storia recente del pargolicidio possedevano nomi carsici e zannuti – Gertrude Baniszewski, Waneta Hoyt – come un morso di animale. Nomi lesti e assertivi come Ka Yang (figlia nel microonde) e Andrea Yates (cinque bambini annegati nella vasca da bagno). Franzoni era cantabile, parossitona ed esportabile: Annamaria Franzoni, come là ci darem la mano. Alla fine rispose: «Non lo so. C’è qualcosa in lei. È diversa».

Gabriella rilevò l’espressione di Riccardo: più che assorta – come se al fondo del letamaio in cui si stava spingendo languisse un ricciolo di tenebrosa sensualità, una dolce escrescenza. Un sogno, forse. Un sogno che lei era in grado di comprendere, ma che non le apparteneva – capire senza ultimare il quadro, ritrarsi, attingere per un istante all’immagine di sciagure instabili come l’artrosi, o la demenza: quanto più esatta si fa la rappresentazione, tanto più ti repelle.

«Tu vuoi dare alla gente la verità e la finzione: insieme», disse.

«E allora?»

«Non puoi. C’è abbastanza verità nella vita delle persone, per questo vanno al cinema o prendono in mano un telecomando. Chiedilo a chi ha una vita di merda, quanto è nauseante tutta questa verità. È ovvio che non produrrò la tua Medea. Vedrai che non la produrrà nessuno. Vuoi fare una docufiction sui grandi delitti italiani? La leggerò con piacere. Scrivimi un real movie sulle tue amate periferie, un talent per tossici in comunità di recupero. Un gioco a premi per barboni (ma che siano presentabili). Leggerò tutto. Però adesso sforzati di comprendere i miei dubbi. Ti presenti con questa faccia gialla e provi a raccontarmi la tua Magnifica Idea. Bene. I punti forti della tua Magnifica Idea sono un testo di Euripide e Annamaria Franzoni. Scusa, no... ma la scrittura dov’è? Sai cosa mi dico alla fine di questa conversazione (perché ti annuncio che è finita)? Mi dico: ma Riccardo Sala è ancora capace di scrivere?»

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