martedì 4 febbraio 2020


TRANSITI
Rachel Cusk

Un’astrologa mi ha scritto una mail dicendo di avere notizie importanti sul mio immediato futuro. Vedeva cose che io non ero in grado di vedere: era entrata in possesso dei miei dati personali, che le avevano consentito di studiare i pianeti e ricavarne informazioni. Desiderava farmi sapere che nel mio cielo si sarebbe presto verificato un transito importante. La entusiasmava pensare ai cambiamenti che tale informazione poteva comportare. Per una cifra modesta l’avrebbe condivisa con me, affinché potessi usarla a mio vantaggio. Intuiva – continuava la mail – che avevo perso la bussola, che stentavo a dare un significato alla mia situazione attuale e a nutrire speranza per il futuro; sentiva un forte legame personale tra noi, una sensazione che non sapeva spiegare, e comunque era convinta che alcune cose potrebbero restare inspiegate. Molte persone sbarravano la mente al significato del cielo che le sovrastava, ed era comprensibile, ma riteneva che io non fossi tra quelle. Non avevo infatti quella cieca fiducia nella realtà che induceva altri a esigere spiegazioni concrete. Sapeva che avevo sofferto abbastanza per cominciare a pormi certe domande, per le quali ancora non avevo una risposta. Ma i movimenti dei pianeti rappresentavano una zona di infinito riverbero del destino umano: forse era solo che alcune persone non si consideravano abbastanza importanti per immaginarsi lassú. La cosa triste, scriveva, è che in quest’epoca di scienza e incredulità abbiamo smarrito il senso del nostro significato. Siamo diventati crudeli, con noi stessi e con gli altri, perché in ultima analisi pensiamo di non contare nulla. Ciò che i pianeti ci offrono, scriveva, altro non è che l’occasione per recuperare fiducia nella grandiosità dell’umano: quanto piú rispetto e stima, quanta gentilezza e responsabilità e riguardo metteremmo nelle relazioni con gli altri se fossimo convinti che ognuno e ognuna di noi ha un peso nel cosmo? Sentiva che ero la persona giusta per comprendere quanto ciò potesse influire sulla pace e la prosperità del mondo, per non dire della rivoluzione che un concetto piú elevato di destino poteva comportare nella vita personale. Sperava che l’avrei scusata per avermi contattata a quel modo e per aver parlato cosí apertamente. Come aveva già scritto, sentiva tra noi un forte legame personale che l’aveva incoraggiata ad aprirmi il suo cuore. Era lecito supporre che gli algoritmi che avevano generato quella mail avessero generato anche l’astrologa: le sue frasi erano troppo caratterizzate, e il dato di carattere ripetuto troppo spesso; era senza dubbio basata su un tipo umano, ma lo era troppo per essere umana a sua volta. Come risultato, la sua comprensione e sollecitudine erano piuttosto sinistre ma anche, per le stesse ragioni, apparentemente imparziali. Un mio amico, depresso dopo il divorzio, di recente mi aveva confessato che gli capitava di commuoversi fino alle lacrime di fronte alla preoccupazione per la sua salute e il suo benessere espressa dal lessico degli slogan pubblicitari e delle confezioni alimentari, o dalle voci automatiche su treni e bus, cosí ansiose di ricordargli la sua fermata; al momento provava qualcosa di assai simile all’amore per la voce femminile che, quando era al volante, lo guidava con molta piú dedizione di quanto avesse mai fatto sua moglie. Si è attinto a piene mani, mi ha detto, dal linguaggio e dalle informazioni della vita, e chissà che il finto-umano non sia ormai piú reale e comunicativo dell’originale, che si possa ricevere piú tenerezza da una macchina che da un nostro simile. Dopo tutto, l’interfaccia meccanizzata era il distillato non di uno ma di molteplici esseri umani. In altre parole, c’erano voluti molti astrologi per mettere a punto quello specifico esemplare. Era rassicurante, a suo avviso, che quel vasto coro non corrispondesse a una singola persona, e provenisse invece da ogni luogo e da nessun luogo: certo, un sacco di gente avrebbe trovato assurda una simile idea, ma ai suoi occhi l’erosione di individualità comportava anche l’erosione del potere di far soffrire. Era stato quello stesso amico – uno scrittore – a dirmi, la primavera precedente, che se mi fossi trasferita a Londra con mezzi limitati, sarebbe stato meglio comprare una casa malandata in una buona strada piuttosto che una bella casa in un quartiere degradato. Solo i molto fortunati e i molto sfortunati hanno un destino chiaro: tutti gli altri sono costretti a scegliere. L’agente immobiliare si è stupito che avessi fatto mia quella briciola di saggezza, se di saggezza si trattava. Nella sua esperienza, ha detto, per le persone creative la luce e lo spazio erano piú importanti della posizione. Tendevano infatti a cercare le potenzialità delle cose, mentre gran parte delle persone cercavano la sicurezza di ciò che è conforme, di ciò che è già stato pienamente realizzato, immobili la cui attrattiva altro non era che la somma di possibilità esaurite, a cui non si poteva aggiungere nulla. Ironia vuole, ha detto, che quella gente, pur timorosa di essere originale, sia anche ossessionata dall’originalità. I suoi clienti andavano in estasi per ogni minimo dettaglio di architetture del passato: be’, spostatevi un po’ dal centro e ne troverete in abbondanza a molto meno. Per lui restava un mistero che la gente continuasse a comprare in zone inflazionate della città quando si potevano fare ottimi affari in quartieri che si stavano trasformando. Probabile che fosse dovuto a scarsa immaginazione. Le quotazioni del mercato immobiliare avevano raggiunto il massimo, ma ciò sembrava eccitare gli acquirenti, anziché scoraggiarli. Quasi ogni giorno gli capitava di assistere a scene folli, con il suo ufficio assediato da gente che sgomitava per pagare troppo per troppo poco, come se fosse questione di vita o di morte. Aveva accompagnato visite durante le quali erano scoppiate liti, presieduto vendite all’asta di inaudita aggressività, si era addirittura visto offrire mazzette in cambio di un trattamento di favore; e tutto ciò per immobili che, alla fredda luce del giorno, non avevano nulla di speciale. Ciò che colpiva era la genuina disperazione di quei clienti, in preda agli spasmi del desiderio: gli telefonavano ogni ora per essere aggiornati o passavano in ufficio senza alcun motivo; supplicavano, talvolta addirittura piangevano; furiosi un momento prima e pentiti un attimo dopo, spesso lo intrattenevano con lunghe confessioni private. Li avrebbe compatiti se, appena completata la pratica d’acquisto, non avessero rimosso ogni traccia del dramma scordandosi non solo della propria condotta ma anche delle persone che avevano dovuto sopportarla. Gli erano capitati clienti che per una settimana avevano condiviso con lui le piú raccapriccianti intimità e la settimana dopo gli passavano accanto per strada senza dare alcun segno di riconoscerlo; aveva visto coppie sprofondare nella disperazione davanti ai suoi occhi, e che ora si facevano allegramente i fatti loro nel quartiere. Soltanto in quell’assoluto oblio scorgeva talvolta un briciolo di imbarazzo. Agli inizi della carriera quegli incidenti lo turbavano, ma grazie al cielo l’esperienza gli aveva insegnato a non prendersela troppo. Si rendeva conto di essere per loro una figura che sbucava dalla bruma rossa dei desideri, un oggetto, per cosí dire, di transfert. Eppure quel desiderio continuava a sconcertarlo. A volte pensava che la gente volesse solo ciò che non era sicura di poter avere; altre volte gli sembrava piú complicato. Spesso i suoi clienti ammettevano di provare sollievo dopo che il loro desiderio era stato frustrato: le stesse persone che avevano fatto il diavolo a quattro e pianto come bambini delusi vedendosi negare un certo immobile, qualche giorno dopo sedevano calme e tranquille nel suo ufficio, esprimendogli gratitudine per non averlo ottenuto. Si erano rese conto che sarebbe stato un acquisto del tutto sbagliato e volevano sapere cos’altro aveva da offrire. Per la maggior parte delle persone, a suo avviso, trovare una casa e ottenerla imponeva di rendersi molto attivi, il che comportava una qualche cecità, la cecità della fissazione. Solo quando la volontà si è esaurita, la maggioranza delle persone riconosce il verdetto del destino. Questa conversazione si svolgeva nel suo ufficio. Fuori, il traffico si muoveva pigro nella grigia, sudicia strada londinese. Ho obiettato dicendo che la frenesia da lui descritta, piú che indurmi a competere, spegneva ogni mio entusiasmo per la ricerca della casa e mi faceva venir voglia di andarmene. Tanto piú che non avevo i soldi per impegnarmi in eventuali aste. Mi rendevo conto che nelle condizioni di mercato da lui descritte era improbabile che trovassi un qualche posto in cui vivere. Ma nello stesso tempo mi ribellavo all’idea che le persone creative, come lui le aveva chiamate, dovessero accettare di essere emarginate dai loro valori, quelli che lui aveva garbatamente definito superiori. Aveva usato, mi pareva, la parola «immaginazione»: la scelta peggiore per quel tipo di persone era abbandonare il centro come gesto di autoprotezione rifugiandosi in una realtà estetica dalla quale il mondo esterno non veniva trasfigurato. Non intendevo competere, e meno che mai stabilire nuove regole su cosa fosse una vittoria e cosa no. Volevo ciò che volevano tutti, anche se non potevo ottenerlo. L’agente immobiliare pareva un po’ sorpreso dal mio commento. Non intendeva, ha detto, che dovessi essere emarginata, pensava solo che col denaro di cui disponevo avrei potuto trovare di meglio, e ottenerlo con facilità, in un quartiere meno ambito. Si rendeva conto che ero in una posizione vulnerabile e che un fatalismo come il mio era raro nel mondo in cui lui operava. Ma se ero decisa a correre nel mucchio, bene, aveva qualcosa da mostrarmi. Aveva i dettagli a portata di mano: una casa rimessa sul mercato proprio quella mattina, essendo andata buca la vendita precedente. Era un immobile di proprietà del comune e, come il prezzo lasciava intendere, volevano trovare al piú presto un altro acquirente. Come potevo vedere, ha detto, era in pessime condizioni – di fatto, virtualmente inabitabile. Gran parte dei suoi clienti, per quanto bramosi fossero, non l’avrebbero mai preso in considerazione. Se gli consentivo di usare il termine, era al di là dell’«immaginazione» di gran parte della gente; sebbene fosse in una zona senz’altro invidiabile. Tuttavia non se la sentiva di incoraggiarmi. Era un’occasione per un immobiliarista o un impresario edile, qualcuno capace di valutarla in modo impersonale; il problema era che i margini di guadagno erano troppo ridotti per interessare a quel tipo di persone. Per la prima volta mi ha guardata negli occhi. Inutile aggiungere, ha detto, che non è il posto dove far vivere dei bambini. Parecchie settimane dopo, a transazione conclusa, l’ho incrociato per strada. Era solo, e camminava con un fascio di carte stretto al petto e un mazzo di chiavi che gli tintinnavano fra le dita. Ricordando ciò che mi aveva detto, mi sono premurata di salutarlo, ma lui non ha dato segno di riconoscermi. Ciò accadeva nei primi giorni dell’estate, adesso eravamo all’inizio dell’autunno. Sono state le riflessioni dell’astrologa sulla crudeltà a ricordarmi quell’episodio che sul momento mi era sembrato la conferma che, qualunque cosa vogliamo pensare di noi stessi, non siamo che il risultato di come gli altri ci hanno trattato. Nella mail dell’astrologa c’era un link al tema natale che aveva stilato per me. Ho provveduto a pagare e ho letto ciò che diceva. Ho riconosciuto subito Gerard: pedalava nel traffico sotto il sole e mi è passato accanto senza vedermi. Aveva un’espressione esaltata che mi ha rammentato un lato drammatico del suo temperamento e una sera di quindici anni fa, quando, seduto nudo sul davanzale del nostro appartamento all’ultimo piano con le gambe ciondoloni nel buio, mi aveva detto che pensava che non lo amassi. L’unica differenza visibile erano i capelli, che aveva lasciato crescere in una stupefacente criniera di ricci neri. L’ho rivisto qualche giorno dopo: era mattino presto e stavolta camminava accanto alla sua bicicletta tenendo per mano una bimbetta in uniforme scolastica. In passato avevo vissuto insieme a Gerard per parecchi mesi, nell’appartamento di cui era proprietario e dove, per quanto ne sapevo, viveva tuttora. Alla fine di quel periodo l’avevo lasciato, senza tante formalità o spiegazioni, per qualcun altro e me n’ero andata da Londra. In seguito, per alcuni anni, mi chiamava nella casa in campagna in cui vivevo, e la sua voce era cosí flebile e remota che sembrava chiamasse da un luogo di esilio. Poi un giorno avevo ricevuto una sua lunga lettera, parecchie pagine scritte a mano in cui sembrava spiegarmi perché aveva trovato il mio comportamento incomprensibile e moralmente scorretto. Era arrivata subito dopo la nascita del mio primogenito, e in quei giorni spossanti non ero riuscita a leggerla fino in fondo, ascrivendo la mancata risposta alla lista dei miei peccati. Dopo esserci salutati, manifestando uno stupore che da parte mia era simulato dal momento che l’avevo già visto qualche giorno prima, Gerard mi ha presentato la ragazzina come sua figlia. – Clara, – ha detto con voce ferma, trillante, quando le ho chiesto il suo nome. Gerard mi ha chiesto che età avevano i miei figli adesso, come se la genitorialità potesse essere attenuata se vi ero implicata anch’io. Poi ha detto di aver visto una mia intervista da qualche parte, dovevano essere anni, a dire il vero, e la descrizione della mia casa nel Sussex lo aveva reso alquanto invidioso. I Downs meridionali erano una delle regioni del paese che preferiva. Era stupito, ha detto, di rivedermi in città. – Una volta Clara e io siamo andati a camminarci, – ha detto. – Vero Clara? – Sí, – ha detto lei. – Ho spesso pensato che sarebbe stato il posto giusto in cui andare se avessimo lasciato Londra, – ha detto Gerard. – Diane mi lascia leggere gli annunci porno degli agenti immobiliari, purché mi limiti a quello. – Diane è la mamma, – ha spiegato Clara compunta. La strada in cui ci trovavamo era uno dei grandi viali alberati di belle case vittoriane che sembravano fungere da garanti della rispettabilità del quartiere. Ogni volta che ci passavo davanti, le siepi ben potate e le lucide, ampie finestre suscitavano in me ingiustificati sentimenti di insicurezza e di totale esclusione. L’appartamento che avevo condiviso con Gerard era nelle vicinanze, in una strada dove si potevano cogliere i primi labili abbassamenti di tono via via che si transitava verso i distretti fatiscenti e intasati di traffico piú a est: le case, sebbene ancora belle, mostravano qualche imperfezione, le siepi erano un po’ piú incolte. L’appartamento di allora era un vasto labirinto di stanze ai piani alti di una villa edoardiana, con scorci spettacolari che illustravano la discesa dal salubre allo squallido, una dicotomia che Gerard, all’epoca, sembrava padroneggiare o subire. Dietro si godeva della vista palladiana a ovest, prati ben tenuti, alberi frondosi e scorci discreti su altre belle case. Davanti c’era il deprimente panorama di desolazione urbana sul quale, dal momento che l’edificio sorgeva su un’altura, si aveva una vista oltremodo estesa. Una volta Gerard mi aveva indicato un fabbricato lungo e basso in lontananza dicendomi che era un carcere femminile: ne avevamo una visione cosí nitida che la sera, nel corridoio su cui si aprivano le celle, distinguevamo i puntini arancioni delle sigarette accese delle recluse. I rumori dietro l’alto muro al nostro lato stavano aumentando. Gerard ha posato una mano sulla spalla di Clara e si è chinato per dirle qualcosa all’orecchio. Era evidente che la stava rimproverando, e io ho ripensato alla lettera con il catalogo delle mie manchevolezze. Era una bambina graziosa, minuscola, fragile, ma l’espressione da martire assunta dal suo viso da elfo mentre lui le parlava induceva a pensare che avesse ereditato qualcosa del temperamento melodrammatico del padre. Ne ascoltava la reprimenda con gli arguti occhi scuri fissi al fondo della strada. Ha risposto all’ultima domanda paterna con un cenno impercettibile del capo, gli ha girato le spalle e con grande dignità ha varcato il cancello insieme agli altri bambini. Ho chiesto a Gerard quanti anni aveva. – Otto, – ha detto. – Va per i nove. Mi stupiva che Gerard avesse una figlia. All’epoca in cui lo frequentavo sembrava cosí lontano dall’aver risolto i problemi della propria infanzia che stentavo a credere che fosse diventato padre. Tale stranezza era accentuata dal fatto che sotto ogni altro punto di vista non era cambiato: la sua faccia olivastra, con lunghe ciglia e occhi un po’ infantili non era invecchiata; sulla gamba sinistra, i calzoni erano tenuti fermi con una molletta, come sempre; la custodia del violino assicurata alla schiena con una cinghia era sempre stata un tratto cosí caratteristico del suo aspetto che non ho neppure pensato di chiedergli perché ce l’avesse. Quando Clara è scomparsa alla vista, Gerard ha detto: – Avevo sentito dire che saresti tornata a vivere qui. Non sapevo se crederci. Mi ha chiesto se avevo comprato casa e dove abitavo e mi ha ascoltata scuotendo il capo con vigore. – Io non ho nemmeno cambiato casa, – ha detto. – È buffo, – ha detto, – tu hai sempre cambiato tutto e io niente eppure siamo finiti entrambi nello stesso posto. Qualche anno prima, ha proseguito, era stato per un breve periodo in Canada, ma a parte ciò le cose erano rimaste quelle che erano sempre state. Soleva domandarsi, ha detto, come ci si senta a partire, ad andare lontano da quello che si conosce e stabilirsi altrove. Per un po’, dopo che me n’ero andata, ogni mattina uscendo di casa per recarsi al lavoro lui guardava l’albero di magnolia a lato del cancello, e il pensiero che non vedessi piú quell’albero lo annichiliva, tanto gli pareva strano. C’era ancora un quadro che avevamo comprato insieme – appeso nello stesso posto tra le due grandi finestre che davano sul giardino posteriore – e lui si sedeva a guardarlo chiedendosi come potessi sopportare di averlo lasciato lí. All’inizio guardava quelle cose, l’albero di magnolia, il quadro, i libri e altri oggetti che non avevo portato con me, come vittime dell’abbandono, ma col passare del tempo quello era cambiato. Per un po’ aveva pensato che avrei sofferto nel rivedere quelle cose. Poi, tempo dopo, aveva cominciato a pensare che forse sarei stata felice di rivederle. Aveva conservato tutto, tra l’altro, e l’albero di magnolia – sebbene fra i residenti si fosse parlato di abbatterlo – era sempre lí. Una folla di genitori e ragazzini in uniforme si stava ammassando ai cancelli ed era sempre piú difficile sovrastare il rumore. Gerard era costretto a spostare di continuo la bicicletta, che reggeva con leggerezza per il manubrio. Gran parte degli altri genitori erano donne: donne con cani al guinzaglio e donne con passeggini, donne eleganti con ventiquattrore e donne che portavano le cartelle, il cestino del pranzo e gli strumenti musicali dei figli. Nella calca, il brusio delle loro voci aumentava, contrastando il rumore che proveniva da dietro le mura via via che i bambini affollavano il cortile. C’era la sensazione di un inesorabile crescendo, quasi di isteria, che si è interrotta di colpo quando è suonata la campanella. Di tanto in tanto una donna gridava un saluto a Gerard e io l’osservavo rispondere con l’entusiasmo che era sempre stato il suo modo di mascherare la diffidenza sociale. Ha tolto la bicicletta dalla mischia e abbiamo attraversato la strada, dove le prime foglie rossicce cominciavano a cadere intorno alle auto parcheggiate. Era una mattina afosa, grigia, senza vento: in contrasto con la scena chiassosa cui avevamo appena assistito, lí il mondo sembrava cosí smorzato e immobile che era come se il tempo si fosse fermato. Gerard ha ammesso di sentirsi tuttora piuttosto a disagio davanti alla scuola, sebbene fossero ormai vari anni che ci accompagnava Clara. Diane non aveva orari, e in ogni caso era perfino piú insofferente di lui all’atmosfera scolastica: se non altro a Gerard il fatto di essere un uomo garantiva un certo grado di dissimulazione. Quando Clara era piú piccola, era lui a sobbarcarsi il giro dei gruppi di gioco e le riunioni mattutine. Aveva imparato parecchio, non sulla genitorialità ma sugli altri. Si era stupito scoprendo che nei gruppi dei piú piccoli le donne gli erano ostili, sebbene non si fosse mai considerato particolarmente virile. Aveva sempre avuto intense amicizie femminili, la sua migliore amica negli anni dell’adolescenza era Miranda – forse mi ricordavo di lei – ed erano stati in un certo senso intercambiabili, spesso condividendo il letto e spogliandosi l’uno davanti all’altra senza imbarazzo. Ma nel mondo delle madri ecco che la sua mascolinità diventava uno stigma: gli riservavano di volta in volta risentimento o disprezzo, come se non potesse farcela né con la presenza né con l’assenza. Era spesso solo a occuparsi di Clara, nei primi tempi, e veniva sopraffatto di frequente dalle nuove prospettive sulla propria infanzia che avere una figlia gli apriva. Diane era tornata a lavorare a tempo pieno, e se qualche volta la sua mancanza di sentimentalismo rispetto alla maternità e la sua avversione per i doveri materni lo stupivano, a poco a poco era arrivato a capire che quella competenza – l’alimentazione e ciò che ne consegue – a lei non interessava. Non ne sentiva il bisogno. Sull’essere donna sapeva quanto le bastava, era lui quello che doveva imparare; lui quello che aveva bisogno di scoprire come ci si prende cura di un altro, come essere responsabile, come costruire e rafforzare una relazione, e Diane gliel’aveva lasciato fare. Gli aveva affidato Clara senza riserve, era certo che la maggior parte delle donne non sarebbero state capaci di fare altrettanto; per lui era stato difficile, ma ce l’aveva fatta. – Adesso sono il loro marito casalingo prediletto, – ha detto, rivolgendo cenni di saluto alle donne con cani e passeggini che si stavano a poco a poco disperdendo. Ci siamo allontanati dalla scuola risalendo adagio la strada che portava alla stazione della metropolitana. Nella scelta del percorso c’era stato qualcosa di automatico: io non intendevo prendere la metro, e nemmeno Gerard, che era in bici, ma la problematicità del nostro incontro, dopo tanto tempo, sembrava aver prodotto il tacito accordo di restare su un terreno neutrale e muoverci attenendoci alla segnaletica stradale. Avevo dimenticato, gli ho detto, quanto poteva essere piacevole l’anonimato della vita in città. Qui la gente non si sentiva sempre in dovere di spiegare se stessa: la città era un’interfaccia decifrabile, una sorta di lessico del comportamento umano che svolgeva metà del compito di decodificazione del mistero di sé, cosí che si poteva comunicare in modo efficace con una sorta di stenografia. In campagna, dove avevo vissuto fino a poco tempo prima, ogni individuo costituiva l’unica e spesso illeggibile rappresentazione dei propri gesti e scopi. Si perdeva o si fraintendeva cosí tanto, ho detto, nel processo di autospiegazione; si facevano cosí tante supposizioni infondate; si sfilacciava il significato integrale di cosí tante parole. – Quand’è che te ne sei andata da Londra? – ha chiesto Gerard. – Saranno… almeno quindici anni? C’era qualcosa di artificioso nella sua vaghezza: dava l’impressione, presumibilmente al contrario di ciò che avrebbe voluto, di saperla lunga sui fatti che faceva mostra di non conoscere, e ho provato un’ignominiosa fitta di colpa per come l’avevo trattato. Mi sono di nuovo stupita di quanto poco fosse cambiato da allora, salvo che sembrava un po’ piú in carne. A quell’epoca era un abbozzo, un contorno; io avrei voluto che fosse piú di ciò che era, pur non sapendo da dove potesse venire l’extra. Ma il tempo gli aveva dato densità, come quando un artista riempie di colore la forma abbozzata. Si passava spesso le dita tra le chiome ribelli; sembrava in ottima salute e abbronzato, e indossava un’ampia camicia di flanella a quadretti rossi e blu, molto simile a quelle che gli piacevano da giovane, molto sbottonata per mostrare il collo scuro. I colori erano cosí sbiaditi dal tempo e dai lavaggi che mi sono chiesta se non fosse in effetti la stessa camicia che gli ricordavo addosso tanti anni prima. Era sempre stato parsimonioso al punto che qualunque spreco o eccesso gli procurava un sincero turbamento, inducendolo a giudicare gli altri pur senza volerlo; una volta però aveva ammesso che talora fantasticava di concedersi gli stessi gesti stravaganti e distruttivi che condannava. Ho detto che avevo l’impressione che lí ben poco fosse cambiato durante la mia assenza: avevo notato che i miei vicini, quando la mattina uscivano di casa impeccabilmente vestiti per recarsi al lavoro, spesso sostavano a guardarsi intorno, con un lieve sorriso, come se si fossero appena ricordati di qualcosa di piacevole. Gerard si è messo a ridere. – Difficile non autocompiacersi, – ha detto, – quando si è circondati dall’autocompiacimento. Uno dei vantaggi di andar via, adesso lo capiva, era che facilitava il cambiamento, ovvero ciò che lui aveva sempre temuto: ritrovarsi altrove e accorgersi di avere nel frattempo perduto se stessi. Diane, ha continuato, era canadese, e il fatto di vivere in un continente diverso da quello in cui era cresciuta non le creava alcun problema. Al contrario, riteneva di essersi risparmiata la pena di affrontare varie questioni emotive paralizzanti – sua madre innanzitutto – semplicemente trasferendosi dall’altra parte del mondo. Ma c’era qualcosa di inesorabile, ha ammesso Gerard, nel modo in cui lui abitava Londra e nel destino che glien’era venuto: gran parte delle persone, ormai l’aveva capito, non erano intralciate quanto lui dalle proprie origini. Aveva vissuto due anni a Toronto con Diane, e sebbene là sentisse di essersi liberato – sbarazzato, ad essere sincero, di quello che sentiva come un peso schiacciante – provava un fortissimo senso di colpa. E quando era nata Clara, il dilemma si era aggravato: trovava inverosimile che Clara avesse un’infanzia come la sua, ma trovava ancora piú inverosimile che non ce l’avesse, che potesse vivere tutta la vita ignorando ciò che per Gerard costituiva la realtà. Gli ho chiesto perché avesse usato la parola «colpa» per dire di ciò che chiunque altro avrebbe definito nostalgia, e che in ogni caso era solo l’assenza del suo ambiente famigliare. – Sembrava sbagliato scegliere, – ha detto Gerard. – Sembrava sbagliato che un’intera vita dipendesse da una scelta. Aveva incontrato Diane per caso, facendo la coda al cinema. Era andato a Toronto per sei mesi, con una borsa di studio che gli aveva assegnato un dipartimento di cinema canadese. Aveva fatto domanda con l’assoluta certezza di non ottenerla e invece no, eccolo lí, lontano da casa a venti gradi sotto zero e in coda per vedere un vecchio film cult, La notte dei morti viventi. A quanto pareva anche Diane era una patita degli horror. Lavorava per la Cbc, la tv pubblica, un lavoro senza orari. Si vedevano saltuariamente da qualche settimana quando la persona assunta da Diane per portar fuori il cane – una vigorosa femmina di barbone gigante che rispondeva al nome di Trixie – aveva lasciato la città. Già prima il cane era una fonte di preoccupazione per Diane: in quel periodo era impegnata in un progetto di lavoro molto complesso, usciva di casa la mattina presto e rientrava la sera tardi, e l’ora in cui Trixie veniva portata fuori non era comunque abbastanza. Diane adorava i cani e prendeva molto sul serio la crudele situazione di Trixie. Adesso avrebbe dovuto trovare qualcun altro a cui affidarla, e nel caso di Diane, ha detto Gerard, era come chiederle di affidare un figlio a una persona nuova. Pur non conoscendo molto bene Diane – e non sapendo nulla di cani – Gerard si era offerto di aiutarla. Insegnava in un corso serale del college, ma durante il giorno poteva disporre del proprio tempo come meglio credeva. Progettava di tornare a Londra alla fine del semestre, ma per il momento era disposto ad andare ogni giorno a casa di Diane, agganciare il guinzaglio al collare di Trixie e portarla a correre e saltare nel parco. All’inizio Trixie lo innervosiva – era cosí grossa, caparbia e taciturna – ma in breve tempo aveva preso gusto a quelle passeggiate, che lo conducevano in zone di Toronto dove non era mai stato e perdipiú avevano il pregio di sgombrare da ogni problema di scelta la sua vita quotidiana, anche se di tanto in tanto si domandava cosa diavolo ci facesse a spasso con un enorme cane in una città straniera. Dopo circa una settimana gli era parso che tra lui e Trixie si fosse stabilita una sorta di routine, o quantomeno gli appariva meno allarmante quando entrava nell’appartamento e lei si drizzava sulle zampe ringhiando. Usciva con lui abbastanza volentieri, trottava orgogliosa al suo fianco, con la testa eretta, e a lui sembrava che anche la propria andatura fosse piú orgogliosa, con quell’animale taciturno che gli trottava al fianco. Lui e Diane non si vedevano quasi mai, ma lui sentiva una crescente intimità con Trixie, e un giorno aveva pensato che in realtà non c’era motivo di tenerla al guinzaglio – era anzi un po’ offensivo per lei – visto che gli stava appresso con tanta disciplina e autocontrollo. Senza rifletterci neppure un istante si era chinato e aveva sganciato il guinzaglio, e in un attimo Trixie se n’era andata. Era fermo a un incrocio affollato su Richmond Avenue. L’aveva intravista guizzare come una saetta bruna nel traffico verso nord, poi era scomparsa. Era strano, ha detto, ma su quel marciapiede, con i vasti abissi grigi delle vie di Toronto che si dipartivano a destra e a sinistra e il guinzaglio che gli penzolava dalla mano, si era sentito per la prima volta a suo agio: la sensazione di avere involontariamente provocato un cambiamento irreversibile, di aver commesso un errore vitale e benefico, era, l’aveva capito in quell’istante, la cosa piú intima e familiare che lui conoscesse. Commettere un errore provocava una perdita, e la perdita era la soglia della libertà: una soglia ingrata e scomoda, ma l’unica che in vita sua era stato capace di varcare; di solito, ha detto, perché veniva spinto oltre dagli eventi che l’avevano condotto fin lí. Era tornato nell’appartamento di Diane ed era rimasto ad aspettarla mentre nelle stanze si faceva buio, sempre con il guinzaglio in mano, finché era tornata. Diane aveva capito all’istante quel che era successo e a quel punto, per quanto strano possa sembrare, ha detto Gerard, era iniziato il loro rapporto. Lui aveva distrutto ciò che lei amava di piú; lei, a sua volta, lo aveva esposto al fallimento caricandolo di aspettative che lui non era in grado di soddisfare. Senza volere, si erano reciprocamente svelati le loro piú intime fragilità: erano giunti, con quell’orribile scorciatoia, al punto in cui di solito una relazione finiva, e da lí erano partiti. – Diane racconta questa storia molto meglio di me, – ha detto Gerard con un sorriso. Eravamo entrati nel piccolo parco che costituiva la via piú breve per raggiungere la stazione della metro evitando la falange di strade residenziali. A quell’ora del mattino era pressoché deserto. C’erano solo alcune donne con bambini in età prescolare nell’area giochi recintata, li guardavano arrampicarsi sulle attrezzature o fissavano il proprio cellulare. Erano rimasti a Toronto altri diciotto mesi, ha proseguito Gerard, durante i quali era nata Clara. A Toronto non potevano permettersi di comprare neppure un minuscolo alloggio ammobiliato, a Londra invece appartamenti come quello che Gerard aveva comprato per una somma modesta molti anni prima, e di cui era tuttora proprietario, valevano centinaia di migliaia di sterline. E poi, Clara aveva bisogno di parenti: secondo Diane non era il caso di tirar su un bambino del tutto integro. – La famiglia di Diane è parecchio disfunzionale, – ha detto. – La mia, al confronto, è solo un buon esercizio per il sistema immunitario. Si erano trasferiti a Londra quando Clara aveva tre mesi: non avrebbe conservato alcun ricordo della pallida, arida città in cui era nata, nessun ricordo del lago capriccioso sulle cui sponde battute dal vento Gerard camminava stringendosela al petto dentro un marsupio, nessun ricordo dell’eccentrica casa rivestita di assi di legno vicino alle rotaie del tram che Gerard e Diane avevano condiviso con una mutevole comunità di artisti, musicisti e scrittori. In origine la casa era un negozio e la grande vetrata anteriore era stata mantenuta: era parte integrante dell’ampio soggiorno, cosí che gli abitanti potevano essere visti da fuori mentre si facevano la loro vita. Molte volte, tornando a casa – soprattutto la sera, quando le luci all’interno erano accese e la vetrina diventava un grande palcoscenico illuminato – era stato colpito dal quadro umano che vedeva, le scene d’amore e i litigi, le scene di solitudine, laboriosità, amicizia, qualche volta di noia e dissociazione. Conosceva tutti gli attori – appena entrava diventava uno di loro – ma spesso indugiava a guardare da fuori, ipnotizzato. In un certo senso era tutta una posa artistica, e ne era consapevole, ma per lui riassumeva qualcosa di Toronto e della sua vita in quella città, una qualche essenziale distinzione che riconosceva pur non riuscendo ad afferrarla, anche se la parola che sempre gli veniva alle labbra per descriverla era «innocenza». – Pensavo che a Londra, tra le persone che conoscevo, – ha detto, – non sarebbe stato possibile vivere in quel modo. C’è troppa ironia, qui, è impossibile posare, ogni cosa è già un’imitazione di se stessa. Comunque lui e Diane avevano lasciato il Canada, e se l’atmosfera di arguti sottintesi era talvolta soffocante – perfino il pub è ironico, ha detto mentre ci avvicinavamo a quell’edificio un tempo sordido diventato col restauro un’allusione alla propria storia inesistente – la forza della continuità agiva al momento come un vento favorevole. La loro vita era improntata a una grande stabilità, e ciò aveva del miracoloso, ha detto, pensando a ciò di cui entrambi erano capaci. In apparenza, almeno per lui, la vita non era cambiata dall’epoca in cui lo avevo conosciuto: viveva nello stesso appartamento, aveva gli stessi amici, frequentava gli stessi posti negli stessi giorni di sempre; addirittura indossava molti dei suoi vecchi vestiti. L’unica differenza era che con lui c’erano Diane e Clara: costituivano una specie di pubblico; non sapeva come avrebbe potuto tirare avanti altrimenti. Sempre piú, ha proseguito, vedeva il soggiorno a Toronto come il momento fondativo di tale continuità, un’incursione all’estero in cui aveva trovato le risorse che gli avrebbero consentito di cementare la sua esistenza qui. Era un’ipotesi interessante, che la stabilità potesse essere un prodotto del rischio; forse il declino iniziava quando la gente cercava di mantenere immutate le cose. – In un certo senso è come se vivessimo tuttora in una vetrina, – ha detto. – È una messa in scena, ma nello stesso tempo è reale. Gli ho detto che quando mi ero trasferita a Londra coi miei figli, quell’estate, era tutto cosí poco familiare che al piú grande sembrava di recitare una parte in uno spettacolo teatrale: gli altri dicevano le loro battute e lui diceva le sue, e qualunque cosa succedesse e dovunque andasse si sentiva in qualche misura irreale, come se gli accadimenti fossero quelli previsti da una sceneggiatura su un palcoscenico. Avevano iniziato a frequentare una nuova scuola, dove dovevano essere molto piú indipendenti: nella vecchia vita dipendevano da me per ogni cosa, ma qui entrambi erano diventati subito meno indolenti, cominciando a organizzarsi in modi di cui non sapevo nulla. Parlavamo molto poco della vecchia vita, perciò anche quella si era fatta sempre piú irreale. Nei primi tempi, ho detto a Gerard, qualche volta la sera facevamo delle passeggiate nel quartiere, guardandoci intorno come turisti. Dapprincipio i miei figli mi stringevano furtivamente una mano, camminando, ma poi avevano smesso e tenevano le mani in tasca. Dopo un po’ le passeggiate serali erano cessate perché i ragazzi dicevano di avere troppi compiti. Cenavano in fretta e poi tornavano nelle loro camere. Uscivano prestissimo nel grigiore mattutino, percorrendo a lunghi passi i marciapiedi ingombri di rifiuti, con i pesanti zaini che gli ballonzolavano sulla schiena. I nostri amici, ho detto, plaudivano a quei cambiamenti, che ai loro occhi apparivano dettati dalla necessità. Mi sentivo ripetere cosí spesso che era un piacere vedermi di nuovo sulle mie gambe che avevo cominciato a chiedermi se non rappresentassi qualcosa di piú di un oggetto di compassione; se per le persone che mi conoscevano non fossi arrivata ad incarnare un particolare tipo di paura o timore, qualcosa di cui preferivano dimenticarsi.

lunedì 3 febbraio 2020

Resoconto

Rachel Cusk

Resoconto è un piccolo gioiello che parla dell'amore e di ciò che gli sopravvive, del valore dei ricordi e della capacità di ascoltare. Un trionfo di stile. Con formidabile immediatezza e profondità, Cusk compone un affresco di personaggi indimenticabili. In una calda estate greca, una scrittrice inglese arriva ad Atene per tenere un seminario. Il suo sarà un soggiorno denso di incontri e lunghe conversazioni: con il ricco imprenditore conosciuto sull'aereo che la invita in barca; con l'amico che ha scoperto a proprie spese come realizzare i sogni possa trasformarsi in una condanna; con una donna per la quale la bellezza ha finito col diventare un ostacolo in amore. Digressioni, piccoli camei, dialoghi che aprono altrettanti squarci sulla vita della protagonista senza quasi parlare di lei. 
RESOCONTO
1. 
Prima del volo ero invitata a pranzo in un club londinese da un miliardario di idee progressiste, o cosí mi avevano assicurato. Con la camicia aperta sul collo, mi ha parlato del nuovo software che stava sviluppando, in grado di aiutare le aziende a individuare i dipendenti piú propensi a derubarle e tradirle in futuro. Avremmo dovuto discutere di una rivista letteraria che aveva intenzione di fondare: purtroppo me ne sono dovuta andare prima che si arrivasse a toccare l’argomento. Ha insistito per pagarmi un taxi per l’aeroporto, cosa senz’altro opportuna visto che ero in ritardo e avevo un bagaglio pesante. Il miliardario si era preso la briga di farmi un resoconto della sua vita, che iniziava in sordina e finiva – ovviamente – con l’uomo disinvolto e pieno di soldi seduto a tavola di fronte a me. Io mi chiedevo se non volesse piuttosto diventare uno scrittore, con la rivista letteraria come entratura. Sono in tanti a voler fare lo scrittore: nulla vieta di pensare che ci si possa comprare un biglietto d’ingresso nel mestiere. Quell’uomo si era comprato ingressi, e uscite, da un gran numero di cose. Accennò a un programma a cui stava lavorando, per eliminare gli avvocati dalla vita privata della gente. Stava anche sviluppando un progetto di centrale eolica galleggiante grande abbastanza per accogliere l’intera comunità di persone necessaria a farla funzionare: la gigantesca piattaforma poteva essere collocata in mare aperto, cosí da rimuovere le antiestetiche turbine dalla fascia costiera dove sperava di concretizzare la sua proposta e dove, guarda caso, aveva una proprietà. La domenica suonava la batteria in un gruppo rock, solo per divertirsi. Aspettava l’undicesimo figlio, cosa meno tremenda di quanto sembri dal momento che lui e la moglie tempo addietro avevano adottato quattro gemelli in Guatemala. Stentavo ad assimilare tutto ciò che mi veniva raccontato. Le cameriere continuavano a servirci, ostriche, salse, vini pregiati. Lui si distraeva facilmente, come un bambino che ha ricevuto troppi regali di Natale. Ma quando mi ha messa sul taxi ha detto, si diverta ad Atene, sebbene io non ricordassi di avergli detto che era là che stavo andando. Sulla pista di Heathrow l’aereo al completo attendeva silenziosamente di essere condotto nell’aria. Una hostess, in piedi nel corridoio, mimava le sue indicazioni seguendo la voce registrata. Noi ce ne stavamo ai nostri posti con le cinture allacciate, una distesa di estranei, in un silenzio simile al silenzio di una congregazione durante il rito liturgico. Lei ci ha mostrato il giubbotto salvagente gonfiabile, le uscite di emergenza, la maschera di ossigeno che penzolava da una spanna di tubo trasparente. Ci ha illustrato le possibilità di morte o catastrofe allo stesso modo in cui il prete illustra ai fedeli i dettagli di purgatorio e inferno; e nessuno ha tagliato la corda finché era in tempo. Al contrario, tutti ascoltavamo, magari con un orecchio solo, pensando ad altro, come se con quell’insieme di formalità e funesti presagi fosse calato su di noi uno strano torpore. Quando la voce registrata è passata alla parte relativa alle maschere di ossigeno, il silenzio non si è interrotto: nessuno ha protestato o espresso il proprio disaccordo con la disposizione di occuparsi degli altri solo dopo essersi occupati di sé. E della cui fondatezza io dubitavo. Alla mia sinistra era stravaccato un ragazzo bruno i cui grassi pollici correvano sullo schermo di una console per videogiochi. Dall’altro lato sedeva un uomo piccolo con un completo di lino chiaro, molto abbronzato, con sottili chiome argentee. Fuori, il turgido pomeriggio estivo incombeva sulla pista; piccoli veicoli da aeroporto si destreggiavano sulle superfici piatte, correndo svoltando e girando in cerchio come giocattoli, e in lontananza il nastro argenteo dell’autostrada si srotolava e scintillava come un ruscello spezzando la monotonia dei campi. L’aereo ha cominciato a muoversi, avanzando con tale pesantezza che il paesaggio pareva scongelarsi e scorrere al di là dei finestrini, dapprima lentamente e poi piú in fretta, finché ci fu la sensazione di un sollevarsi faticoso, un po’ esitante, mentre il velivolo si staccava da terra. C’è stato un momento in cui pareva impossibile che potesse farcela. Ma infine ce l’ha fatta. L’uomo alla mia destra si è girato e mi ha chiesto per quale ragione andavo ad Atene. Ho risposto che andavo per lavoro. – Spero che starà vicino al mare. Ad Atene farà molto caldo. Ho detto che probabilmente non sarebbe stato cosí e lui ha alzato le sopracciglia, che erano argentee e gli crescevano inaspettatamente folte e selvagge sulla fronte, come erbe tra le rocce. Proprio quella stranezza mi aveva indotto a rispondergli. A volte ciò che è inaspettato appare come un segno del destino. – Il caldo è cominciato presto quest’anno, – ha detto. – Di solito in questa stagione si sta bene. Può essere molto sgradevole se non si è abituati. Nella cabina sussultante le luci si accendevano a intermittenza; si udivano i tonfi di porte aperte e richiuse, e un tremendo sferragliare, e gente che si stiracchiava, parlava, si alzava in piedi. Una voce maschile parlava in modo incomprensibile all’interfono; c’era odore di caffè e cibo; le hostess si muovevano con efficienza lungo lo stretto corridoio moquettato e al loro passaggio si udiva il fruscio delle calze di nylon. Il mio vicino ha detto che faceva quel viaggio un paio di volte al mese. In passato aveva un appartamento a Londra, a Mayfair, – Ma adesso, – ha detto con una smorfia pratica delle labbra, – preferisco stare al Dorchester. Parlava un inglese raffinato e formale che sembrava piuttosto artificioso, come se a un certo punto gli fosse stato accuratamente applicato addosso con un pennello, una sorta di vernice. Gli ho chiesto quale fosse la sua nazionalità. – Mi hanno mandato in una scuola inglese a sette anni. Si potrebbe dire che ho i manierismi di un inglese ma il cuore di un greco. A quanto sento, – ha aggiunto, – sarebbe molto peggio il contrario. I suoi genitori erano entrambi greci, ha continuato, ma a un certo punto avevano trasferito l’intera famiglia – loro due, quattro figli, i loro genitori e un assortimento di zii e zie – a Londra e avevano adottato lo stile di vita delle classi alte inglesi, mettendo in collegio i quattro ragazzi e organizzando una casa che era diventata la sede di vantaggiosi contatti sociali, la cui soglia veniva varcata da un flusso inesauribile di aristocratici, politici e uomini d’affari. Alla mia domanda su come si fossero guadagnati l’accesso a quell’ambiente straniero, ha scrollato le spalle. – Il denaro è un paese a sé, – ha detto. – I miei erano armatori; l’azienda di famiglia era un’impresa internazionale, sebbene fino a quel momento avessimo vissuto sulla piccola isola dove entrambi erano nati, un’isola di cui senza dubbio non ha mai sentito parlare, malgrado la sua prolissità ad alcune ben note località turistiche. – Prossimità, – ho detto io. – Immagino intendesse prossimità. – Mi perdoni, – ha detto lui. – Intendevo, ovviamente, prossimità. Ma come tutte le persone ricche, ha ripreso, i suoi genitori avevano da lungo tempo travalicato le proprie origini passando in una sfera priva di confini tra altre persone ricche e importanti. Avevano conservato, naturalmente, una grande casa sull’isola, che era rimasta la dimora famigliare finché i figli erano piccoli, ma al momento di mandarli a scuola si erano trasferiti in Inghilterra, dove avevano molti contatti, tra cui alcuni, ha detto con un certo orgoglio, che li portavano perlomeno nelle vicinanze di Buckingham Palace. Erano sempre stati la famiglia piú illustre dell’isola: il matrimonio dei genitori aveva unito due rami dell’aristocrazia locale e, ciò che piú contava, consolidato due dinastie di armatori. Ma la cultura del luogo era insolita in quanto era matriarcale. Erano le donne, non gli uomini, a detenere il potere, il patrimonio non passava dal padre al figlio bensí dalla madre alla figlia. Il che, ha detto il mio vicino, creava tensioni famigliari opposte a quelle che lui aveva incontrato arrivando in Inghilterra. Nell’universo della sua infanzia, un figlio maschio costituiva di per sé una delusione, e lui, ultimo in un susseguirsi di tali delusioni, era stato cresciuto con una particolare ambivalenza in quanto sua madre amava pensare che fosse una bambina. Gli pettinavano i capelli in lunghi boccoli, gli mettevano gonnelline e lo chiamavano con il nome femminile che i genitori avevano scelto per lui nella speranza di avere finalmente una erede. Quell’insolita situazione, ha detto il mio vicino, aveva ragioni antiche. Fin dai primordi della sua storia, l’economia dell’isola aveva ruotato intorno all’estrazione delle spugne dai fondali marini, e i giovani uomini della comunità avevano imparato a immergersi in profondità in mare aperto. Ma era un mestiere pericoloso, e perciò con un’aspettativa di vita molto bassa. In tale situazione, a causa della frequente perdita dei mariti, le donne avevano assunto il controllo dei loro affari e, quel che piú conta, lo avevano trasmesso alle figlie. – È difficile, – ha continuato, – immaginare il mondo nell’epoca d’oro dei miei genitori, per certi versi cosí piacevole e per altri cosí impietosa. Ad esempio, i miei ebbero un quinto figlio, maschio anche lui, che subí una lesione cerebrale alla nascita, e quando decisero di trasferirsi lo lasciarono semplicemente sull’isola, affidandolo a una serie di bambinaie le cui credenziali, all’epoca e da quella distanza, nessuno si preoccupava di accertare, temo. Ci viveva tuttora, un uomo che invecchiava con la mente di un bambino, incapace, come ovvio, di dire la sua su quella storia. Nel frattempo il mio vicino e gli altri suoi fratelli entravano nelle gelide acque delle scuole private inglesi, imparando a pensare e a parlare come ragazzi inglesi. I boccoli del mio vicino erano stati tagliati, con suo grande sollievo, e per la prima volta nella vita aveva sperimentato la crudeltà, e con essa alcune forme sconosciute di infelicità: la solitudine, la nostalgia di casa, la mancanza della madre e del padre. Ha frugato nel taschino della giacca e ha tirato fuori un morbido portafogli di cuoio da cui ha estratto una gualcita fotografia in bianco e nero dei genitori: un uomo rigido e impettito in un’attillata redingote abbottonata fino al collo, con i capelli divisi nel mezzo, folti sopraccigli diritti e mustacchi a manubrio talmente neri da conferirgli un’espressione di straordinaria ferocia; e accanto a lui una donna con un viso austero, tondo, duro e imperscrutabile come una moneta. La fotografia era stata scattata alla fine degli anni Trenta, ha detto il mio vicino, prima della sua nascita. Un matrimonio già allora infelice: la ferocia del padre e l’intransigenza della madre non erano soltanto di facciata. Vigeva tra loro uno spaventoso conflitto di volontà, e nessuno era mai riuscito a separare i contendenti; tranne, per un breve periodo, quando erano morti. Ma quella storia, ha detto con un sorriso vago, gliel’avrebbe raccontata un’altra volta. Nel frattempo la hostess era avanzata a passo lento lungo il corridoio, spingendo un carrello metallico dal quale distribuiva vassoi di plastica con cibo e bevande. Adesso aveva raggiunto la nostra fila, cosí ho passato un vassoio al ragazzo alla mia sinistra, che senza aprir bocca ha sollevato la console con entrambe le mani in modo che potessi posarlo sul tavolino abbassato davanti a lui. Io e il mio vicino di destra abbiamo tolto i coperchi dei nostri vassoi, in modo che il tè potesse essere versato nelle tazze di plastica bianca. Lui si è messo a farmi domande, come se gli avessero insegnato a ricordarsi di farlo, e io mi sono chiesta chi o cosa gli avesse impartito tale lezione, che alcune persone non imparano mai. Gli ho detto che vivevo a Londra, essendomi trasferita di recente dalla casa in campagna dove avevo vissuto tre anni sola con i miei figli, e dove nei sette anni precedenti avevamo vissuto insieme con il loro padre. Era stata, in altre parole, la casa della nostra famiglia, e io ero rimasta lí a guardare mentre diventava la tomba di qualcosa che non sapevo piú se definire realtà o illusione. È seguita una pausa durante la quale abbiamo bevuto il tè e mangiato i pasticcini morbidi serviti insieme. Fuori dai finestrini pendeva una semioscurità purpurea. I motori rombavano con ritmo regolare. Anche l’interno del velivolo si era fatto piú buio, solcato dai raggi delle lampade a soffitto. Era difficile studiare la faccia del mio vicino dal sedile adiacente, ma nell’oscurità modulata dalla luce era diventato un paesaggio di picchi e crepacci, al cui centro si levava lo straordinario uncino del naso disegnando ai lati gravine d’ombra cosí profonde che stentavo a vedere gli occhi. Le labbra erano sottili, la bocca grande e socchiusa, la zona fra il naso e il labbro superiore lunga e carnosa, e lui la toccava spesso, cosí anche quando sorrideva i denti rimanevano nascosti. Non potevo spiegargli, ho detto in risposta alla sua domanda, per quali ragioni il mio matrimonio era finito: tra le altre cose un matrimonio è un sistema di fiducia, una storia, e sebbene si manifesti in cose abbastanza reali, l’impulso che lo guida rimane fondamentalmente misterioso. Di reale, alla fine, c’era la perdita della casa, diventata l’ubicazione geografica di cose ormai mancanti e che simboleggiava, probabilmente, la speranza che prima o poi potessero tornare. Cambiare casa significa ammettere, in un certo senso, che si è smesso di aspettare; che non si è piú reperibili al solito numero, al solito indirizzo. Il mio figlio piú piccolo, gli ho detto, ha la fastidiosissima abitudine di andarsene subito dal posto in cui gli hai dato appuntamento, se non sei lí quando lui arriva. Si mette a cercarti, sempre piú frustrato e smarrito. Non ti trovavo! grida poi, immancabilmente risentito. Ma l’unica speranza di trovare chicchessia è restare dove sei, nel luogo stabilito. È solo questione di saper aspettare. – Spesso ho l’impressione che il mio primo matrimonio, – ha risposto il mio vicino dopo un momento, – sia finito per ragioni stupidissime. Da ragazzo mi piaceva guardare i carri di fieno al ritorno dai campi, tanto carichi che sembrava un miracolo che non si rovesciassero. Sobbalzavano e ondeggiavano in modo spaventoso, su e giú, a destra e a sinistra, ma per quanto incredibile non si ribaltavano mai. E poi un giorno l’ho visto, un carro capovolto, il fieno sparso dappertutto, e la gente che ci correva intorno urlando. Ho chiesto cosa fosse accaduto e l’uomo mi ha detto che avevano sbattuto in un dosso della strada. Non l’ho mai dimenticato, sembrava inevitabile e tuttavia molto stupido. E con la mia prima moglie è stato lo stesso, abbiamo sbattuto in un dosso della strada, e siamo andati a ribaltoni. Era stato, se ne rendeva conto adesso, un rapporto felice, il piú armonioso della sua vita. Lui e la moglie si erano conosciuti e fidanzati giovanissimi; non avevano mai litigato, fino al litigio in cui tutto tra loro era andato in pezzi. Avevano due figli, e avevano accumulato una ricchezza considerevole: possedevano una villa fuori Atene, un appartamento a Londra, una casa a Ginevra; si godevano vacanze a cavallo e sugli sci e un cabinato di dodici metri ancorato nelle acque dell’Egeo. Erano ancora entrambi abbastanza giovani per credere che quel principio di crescita fosse esponenziale; che la vita non potesse che espandersi, abbattendo i molteplici muri tra i quali si cerca di imbrigliarla. Dopo il litigio, restio ad andarsene definitivamente di casa, il mio vicino si era trasferito nel suo cabinato. Era estate ed era una magnifica imbarcazione, poteva nuotare, pescare e ricevere amici. Per qualche settimana aveva vissuto in uno stato di pura illusione che in realtà era stordimento, simile allo stordimento dopo un infortunio, prima che il dolore ti aggredisca, facendosi strada a poco a poco ma inesorabilmente nella fitta nebbia analgesica. Il tempo era cambiato, la barca era diventata fredda e scomoda. Il padre di sua moglie lo aveva convocato e gli aveva chiesto di rinunciare a qualunque pretesa sul loro patrimonio comune, e lui aveva accettato. Riteneva di potersi permettere di essere generoso, che avrebbe riavuto tutto. Aveva trentasei anni e sentiva ancora nelle vene la forza di una crescita esponenziale, della vita che lotta per abbattere i muri tra i quali è stata imbrigliata. Poteva riavere tutto, con la differenza che stavolta avrebbe voluto ciò che già aveva. – Ma ho scoperto, – ha detto, pizzicandosi il carnoso labbro superiore, – che è piú difficile di quanto sembri. Le cose, naturalmente, non erano andate come lui aveva immaginato. Il dosso non aveva solo scombussolato il suo matrimonio, l’aveva costretto a svoltare su un’altra strada, rivelatasi una deviazione lunga e senza meta, una strada sulla quale in realtà non era accaduto nulla di importante e che a volte gli sembrava di stare percorrendo tuttora. Come quando un punto allentato fa sfilacciare l’intero indumento, era difficile ricucire tale catena di eventi al flusso originario. Eventi che peraltro avevano occupato gran parte della sua vita adulta. Il suo primo matrimonio era finito da quasi trent’anni, e piú quella vita si allontanava nel tempo, piú gli sembrava reale. Anzi no, non propriamente reale, ha precisato, ciò che era accaduto da allora era stato abbastanza reale. La parola che stava cercando era autentico: nella sua vita successiva nulla era stato autentico quanto il suo primo matrimonio. E piú invecchiava, piú lo vedeva come una specie di casa, un luogo al quale desiderava tornare. Anche se quando ci pensava con onestà, e ancor piú quando parlava con la prima moglie – cosa che ormai accadeva di rado –, sperimentava di nuovo l’antico senso di costrizione. Ciononostante, adesso gli sembrava di aver vissuto quella vita in modo quasi inconsapevole, di essercisi smarrito, immerso, come capita di immergersi in un libro, credendo in quanto vi accade e vivendo interamente attraverso e in compagnia dei suoi personaggi. Da allora non era piú stato capace di immergersi, di credere a quel modo. Chissà, forse proprio l’aver perduto la capacità di credere alimentava il desiderio per la vecchia vita. Qualunque cosa fosse, lui e sua moglie avevano costruito cose che erano prosperate, insieme avevano accresciuto la somma di ciò che erano e di ciò che possedevano; la vita aveva sorriso loro, li aveva trattati con generosità, e proprio quello, adesso lo capiva, l’aveva indotto a distruggere tutto, a distruggere con una leggerezza che adesso gli pareva incredibile, era convinto infatti che avrebbe avuto di piú. Piú cosa? ho chiesto io. – Piú vita, – ha detto, aprendo le mani a coppa. – E piú affetto, – ha aggiunto dopo un istante. – Volevo piú affetto. Ha rimesso nel portafogli la foto dei genitori. Adesso era buio fuori dai finestrini. I passeggeri leggevano, dormivano, chiacchieravano. Un uomo con lunghi calzoncini sformati andava su e giú nel corridoio cullandosi un bebè sulla spalla. L’aereo sembrava fermo, quasi immobile; c’era cosí poca interfaccia fra interno ed esterno, cosí poco attrito, che risultava difficile credere di essere in viaggio. La luce elettrica, sullo sfondo dell’assoluta tenebra esterna, rendeva le persone molto materiali e concrete, i dettagli immediati, impersonali, infiniti. Ogni volta che l’uomo col bambino in braccio passava, vedevo il reticolo di gualciture dei calzoncini, le braccia lentigginose coperte di una rude peluria fulva, i pallidi rotoli di pelle in vita dove la maglietta si sollevava e i teneri piedi grinzosi del bimbo contro la sua spalla, la piccola schiena inarcata, la testolina morbida con il primo germogliare di capelli. Il mio vicino si è girato di nuovo verso di me e mi ha chiesto quale lavoro mi portava ad Atene. Per la seconda volta ho percepito il consapevole sforzo della sua indagine, come se si fosse allenato al recupero di oggetti che sfuggivano alla sua presa. Ho ripensato al modo in cui entrambi i miei figli, da piccoli, buttavano deliberatamente gli oggetti dal seggiolone allo scopo di osservarli mentre cadevano sul pavimento, un’attività tanto piú piacevole ai loro occhi quanto piú impreviste erano le conseguenze. Fissavano l’oggetto caduto – un biscotto sbocconcellato, o una pallina di plastica – e si agitavano sempre di piú vedendo che non riusciva a tornare. Alla fine si mettevano a strillare, di solito ottenendo che l’oggetto caduto gli venisse riportato. Io mi stupivo ogni volta che la loro reazione a tale catena di eventi fosse quella di ripeterli: appena rientravano in possesso dell’oggetto lo buttavano di nuovo, allungando il collo per osservarlo cadere. Non diminuivano né il piacere iniziale, né la disperazione successiva. Mi aspettavo che a un certo punto capissero che non era il caso di disperarsi e se lo risparmiassero, invece no. La memoria della sofferenza non incideva su ciò che sceglievano di fare: al contrario, li obbligava a reiterarla, perché la sofferenza era l’incantesimo che faceva tornare l’oggetto e consentiva di rivivere il piacere di lanciarlo di nuovo. Se fin dalla prima volta avessi fatto a meno di riportarglielo, immagino che avrebbero imparato qualcosa di molto diverso, anche se non so cosa. Gli ho detto che ero una scrittrice e stavo andando ad Atene un paio di giorni per tenere un corso in una scuola estiva. Il corso s’intitolava Come scrivere, e dal momento che tra i docenti c’erano vari scrittori e non c’è un solo modo di scrivere, con ogni probabilità avremmo dato agli studenti indicazioni contraddittorie. Mi avevano detto che erano perlopiú greci, anche se per le finalità di quel corso avrebbero dovuto scrivere in inglese. Qualcuno era scettico in proposito, ma io non vedevo cosa ci fosse di sbagliato. Potevano scrivere nella lingua che volevano, per me non faceva differenza. A volte, ho detto, quel che si perde in transizione lo si guadagna in naturalezza. Insegnare era un modo per guadagnarsi da vivere, ho continuato. Ma avevo un paio di amici ad Atene, e forse li avrei visti. Una scrittrice, ha detto il mio vicino, inclinando il capo in un gesto che poteva indicare rispetto per la professione quanto un’assoluta ignoranza in merito. Avevo notato, quando mi ero seduta accanto a lui, che stava leggendo un Wilbur Smith logoro: quello, ha tenuto a dirmi, non era rappresentativo dei suoi gusti in fatto di libri, anche se riconosceva di avere scarso discernimento in campo letterario. Gli interessavano i libri d’informazione, sui fatti e sull’interpretazione dei fatti, e in quel campo riteneva di non essere uno sprovveduto. Era in grado di riconoscere una bella prosa; uno dei suoi autori preferiti, ad esempio, era John Julius Norwich. Ma di letteratura, doveva ammetterlo, non se ne intendeva. Ha preso il Wilbur Smith dalla tasca del sedile, dove tuttora si trovava, e l’ha ficcato nella ventiquattrore ai suoi piedi in modo da sottrarlo alla vista, come se volesse disconoscerlo, o forse pensando che me ne sarei dimenticata. Io in realtà non avevo piú alcun interesse per la letteratura come forma di snobismo o addirittura di autodefinizione; non avevo alcun desiderio di dimostrare che un libro era migliore di un altro, anzi, ero sempre piú restia a parlare dei libri che mi capitava di apprezzare. Ciò che per esperienza personale sapevo essere vero mi sembrava ormai avulso dal processo di persuasione degli altri. Non volevo, non piú, persuadere nessuno di niente. – La mia seconda moglie, – ha detto il mio vicino, – non aveva mai letto un libro in vita sua. Era di un’ignoranza assoluta, ha continuato, priva perfino dei piú elementari rudimenti di storia e geografia, e diceva cose terribilmente imbarazzanti in pubblico senza alcuna vergogna. Invece si arrabbiava se qualcuno parlava di cose che lei non conosceva: quando era venuto a trovarli un amico dal Venezuela, per esempio, si era rifiutata di credere che tale paese esistesse perché non ne aveva mai sentito parlare. Era inglese, e cosí squisitamente bella che non si poteva fare a meno di attribuirle una qualche finezza interiore; ma se pure la sua natura riservava qualche sorpresa, non era molto piacevole. Lui ne invitava spesso i genitori, come se osservarli potesse aiutarlo a decifrare il mistero della figlia. Loro venivano sull’isola, dove lui conservava la dimora ancestrale, e ogni volta si trattenevano per settimane. Non aveva mai conosciuto persone altrettanto apatiche e noiose: per quanto si desse da fare per stimolarli, restavano inerti come due poltrone. Eppure si era affezionato a loro, come ci si può affezionare a due poltrone; soprattutto al padre, la cui infinita reticenza era cosí estrema che a poco a poco il mio vicino si era reso conto che soffriva di un qualche disturbo psichico. Una persona cosí menomata dall’esistenza lo commuoveva. In gioventú quasi certamente non l’avrebbe notato, e men che mai avrebbe riflettuto sulle cause del suo silenzio; e cosí, riconoscendo la sofferenza del suocero, aveva cominciato a riconoscere la propria. Sembra banale, ma in un certo senso grazie a tale riconoscimento aveva sentito la vita ruotare sul proprio asse: d’un tratto la storia della sua ostinazione gli appariva, grazie a un semplice mutamento di prospettiva, un viaggio morale. Si era girato, come uno scalatore si gira e guarda giú lungo il fianco della montagna, considerando il sentiero percorso, non piú concentrato sull’ascensione. Molto tempo prima, cosí tanto da aver dimenticato il nome dell’autore, aveva letto alcune righe memorabili, in un racconto su un uomo che sta cercando di tradurre una storia, di uno scrittore molto piú famoso. In quelle righe – che, ha detto il mio vicino, gli erano rimaste impresse – il traduttore dice che le frasi vengono al mondo né buone né cattive, e che riconoscerne il carattere è questione di sottilissimi aggiustamenti, un processo di intuizione a cui ogni eccesso o forzatura è fatale. Quelle righe concernevano l’arte di scrivere, ma guardandosi intorno sulla soglia della mezz’età si era reso conto che si potevano applicare altrettanto bene all’arte di vivere. Dovunque guardasse vedeva persone distrutte dalla durezza delle loro esperienze, e i suoi nuovi suoceri ne erano un perfetto esempio. Quel ch’era chiaro, comunque, era che la figlia l’aveva preso per un uomo di gran lunga piú ricco: quel maledetto cabinato, che era stato il suo rifugio durante la crisi coniugale e che era l’unico bene che gli restava di quel periodo, l’aveva irretita. Aveva bisogno di grande lusso, cosí lui si era messo a lavorare come non aveva mai fatto prima, ciecamente e freneticamente, passando tutto il suo tempo in riunioni e sugli aerei, negoziando e facendo affari, assumendosi rischi sempre maggiori allo scopo di garantirle quella ricchezza che lei dava per scontata. Stava, di fatto, fabbricando un’illusione: per quanto si desse da fare, il divario fra illusione e realtà restava incolmabile. A poco a poco, ha detto, quel divario, quella distanza tra come le cose erano e come io volevo che fossero, ha cominciato a logorarmi. Mi sentivo sempre piú svuotato, come se fino ad allora avessi vissuto delle ricchezze che avevo accumulato nel corso degli anni e che si erano gradualmente ridotte. A quel punto la correttezza della sua prima moglie, la solida prosperità della loro vita famigliare e il calore del loro passato condiviso, avevano cominciato a tormentarlo. La prima moglie, superato un periodo di infelicità, si era risposata: dopo il divorzio si era fissata con lo sci, e andava nel Nord Europa e in montagna ogni volta che poteva, e di lí a poco gli aveva comunicato di essersi sposata con un maestro di sci di Lech che le aveva restituito, erano parole sue, la fiducia in se stessa. Un matrimonio, ha ammesso il mio vicino, che durava tuttora. Ma proprio in quel periodo lui aveva cominciato a rendersi conto di aver commesso un errore, e per quanto incerto sulle proprie intenzioni aveva cercato di riprendere i contatti con la ex moglie. I loro due figli, un maschio e una femmina, erano ancora molto piccoli: era abbastanza ragionevole, dopotutto, restare in contatto. Ricordava vagamente che, nel periodo successivo alla separazione, era sempre lei a cercarlo; e ricordava anche di aver evitato le sue chiamate, preso com’era dal corteggiamento della donna che adesso era la sua seconda moglie. Non si sentiva disponibile, viveva in un universo nuovo in cui la prima moglie quasi non esisteva, era una specie di ridicola figura di cartapesta le cui azioni – aveva convinto se stesso e gli altri – erano le azioni di una pazza. Adesso però era lei a non farsi trovare: si lanciava lungo i candidi pendii innevati dell’Arlberg, dove lui non esisteva per lei piú di quanto lei non fosse esistita per lui. Non rispondeva alle sue chiamate, o tagliava corto, distrattamente, dicendo che aveva da fare. Inutile pregarla di riconoscerlo, ed era quella la cosa piú sconcertante, perché lo faceva sentire del tutto irreale. In fondo aveva forgiato la propria personalità insieme a lei: se lei non lo riconosceva piú, allora chi era? La cosa strana, ha detto, è che perfino adesso che quegli eventi appartengono al passato e lui e la prima moglie comunicano piú regolarmente, basta che lei parli poco piú di un minuto per innervosirlo. E non dubita che se fosse tornata di corsa dalla montagna, all’epoca in cui gli era sembrato di cogliere un cambiamento nei propri sentimenti, non avrebbe mancato di innervosirlo al punto che si sarebbe subito riproposta la consueta dinamica dei loro rapporti. Invece sono invecchiati a distanza: quando parla con lei immagina benissimo la vita che avrebbero vissuto, la vita che ora condividerebbero. È come passare accanto a una casa dove un tempo abitavi: il fatto che sia ancora lí, cosí concreta, rende in qualche misura inconsistente tutto ciò che è accaduto dopo. Senza strutture, gli eventi sono irreali: la realtà di sua moglie, come la realtà della casa, era strutturale, determinante. Aveva dei limiti, che sperimenta quando le parla al telefono. Eppure la vita senza quei limiti era stata estenuante, una storia ininterrotta di sprechi materiali ed emotivi, come vivere trent’anni passando da un albergo all’altro. È la sensazione di precarietà, di instabilità, che gli è pesata. Non ha fatto che spendere per liberarsi di quella sensazione, per avere un tetto sulla testa. E intanto continuava a vedere a distanza la sua casa – sua moglie – sostanzialmente uguali, ma di qualcun altro, ormai. Gli ho detto che il modo in cui aveva raccontato la storia mi lasciava perplessa, che non riuscivo a immaginare la seconda moglie con nemmeno metà della chiarezza con cui immaginavo la prima. A dire il vero, non mi convinceva del tutto. Veniva presentata come una malvagia a tutto tondo, ma in realtà cos’aveva fatto di male? Non si era mai spacciata per un’intellettuale, mentre lui si era spacciato per ricco, e dal momento che la si valutava esclusivamente per la sua bellezza, era naturale – per non dire sensato – che lei vi attribuisse un prezzo. Quanto al Venezuela, chi era lui per stabilire che cosa una doveva o non doveva sapere? C’erano senz’altro molte cose che lui non sapeva, e ciò che non sapeva per lui non esisteva, non piú di quanto esistesse il Venezuela per la sua bella moglie. Il mio vicino si è accigliato al punto che gli si sono disegnati ai lati del mento due solchi clowneschi. – Riconosco, – ha detto dopo una lunga pausa, – che sulla questione mi si può in parte biasimare.


PLEBISCITARISMO POPULISTA
Il plebiscitarismo scivola  spesso verso la negazione del pluralismo e conduce sovente a regimi autoritari o totalitari. Secondo il modello ideale populista, il popolo ha la prima e l’ultima parola su ogni questione, sottopone i rappresentanti al suo controllo costante e delega il capo ad esprimere la sua volontà tra un referendum e l’altro. Il leader carismatico, che si rivolge direttamente ad esso, salta tutte le forme di mediazione tipiche della democrazia rappresentativa, tende alla semplificazione del messaggio, dal punto di vista del contenuto e del linguaggio, aiutato negli ultimi decenni dai media. Le sue proposte devono essere semplici,drastiche, definitive e talvolta irresponsabili, sempre refrattarie alle procedure della democrazia formale.
L’elemento più comune della critica populista è l’antiparlamentarismo, e il rifiuto della intermediazione, intesi come reazione all’autoreferenzialità della classe politica dominante. Ma proprio questa volontà semplificatoria non fa che perpetuare la stessa incapacità di rappresentare il pluralismo nella società che si imputa come colpa al sistema vigente. Non è, credo, che la demonizzazione delle istituzioni rappresentative e dei partiti sia la soluzione a fronte della complessità dei bisogno delle forze sociali emergenti. Il "ricorso al popolo" diventa uno strumento di dominio da parte dei nuovi padroni e non un passo avanti della nostra democrazia e rischia solo di produrre nuove frustrazioni con grave danno per l’equilibrio politico e sociale.

Reality Is Not What It Seems – and Neither Are You!

“What is the question that you asked as a child, and are still asking today?”

Dr. Humberto Maturana, the legendary Chilean biologist, asked me this when we met a few days ago in the leafy suburb of Providencia, in Santiago de Chile. Maturana is now 90 years old but is still sprightly and sharp as nails. After some thinking, I replied: “Who am I?”
I think this is a question we all ask ourselves at some point – probably beginning when we are still young. Some people find answers in religion, others in their roles in society or in their family, others in their passion for sport or some other activity, and still others put the question aside, at some point, as life presents them with other things to worry about. But questions like this never really go away.
What does it mean to be “me”? I want to give you a sense of how I’ve come to think about this from the perspective of a neuroscientist (someone who studies the brain), and what lessons we can all take from this “story of the self.” But we start not with the self itself. We start with the world around us.
***
Open your eyes and a world appears. This is the most natural thing ever, no conscious effort required. Whenever we are awake, we have vivid experiences of being in a world full of things, things with colors and shapes, with textures, and perhaps with smells, too. When I opened my own eyes just now, I saw a table in front of me, with a computer and a few empty mugs of different colors. It seems as though my eyes, all my senses, are windows onto an external “real world” which contains all these objects – and that these objects really have the properties they seem to have. It seems-as-though the mug nearest to me is actually red, and is actually round.
But how things seem is quite often a poor guide to how they actually are. The cats and coffee cups and dogs and donuts that make up our conscious perceptions are better thought of as things the brain “makes up” in order to best account for the stream of sensory signals in which it is continually immersed. The world we perceive comes as much from the inside-out, as from the outside-in.
To see this, imagine being a brain. There you are, locked inside the bony vault of the skull, trying to figure out what’s out there in the world. There’s no light in the skull; there’s no sound either. It’s completely dark and it’s utterly silent. Your eyes and your ears just deliver streams of electrical signals to the brain. These signals don’t come with labels attached – “I’m from a cat! I’m from a coffee cup!” – they are just electrical signals, signals which do not themselves have any shape, color, or sound. Therefore, in order to figure out what’s out there in the world, the brain has to combine these ambiguous sensory signals with some prior “expectations” or “predictions” about the way the world is. And that’s what we perceive – the brain’s “best guess” of the causes of its sensory signals.
Here's a very simple example, a visual illusion called “Adelson’s checkerboard.” In the left-hand image, the patches A and B look like they are different shades of grey. But they are in fact exactly the same shade of grey. The image on the right proves this by joining up A and B with a rectangle that has a uniformly grey colour.
What’s happening here is that the brain is using its knowledge that things in shadow appear darker than they actually are, so we end up seeing B as lighter than it really is. This “knowledge” is not something you are aware that your brain has, but it certainly has it. This is what I mean by the brain having “predictions” or “expectations” that are needed to transform raw sensory signals into vivid conscious perceptions.
If we take this example and run with it, our common sense way of thinking about perception gets turned on its head. It’s natural to think that what we perceive depends on “reading out” sensory signals that come from the outside world. In fact, the world we perceive depends on the brain’s predictions – its “best guesses” – which are continually created and recreated by the complex circuitry inside your head. Sensory signals just keep these best guesses in check, so that what we perceive doesn’t deviate too far from what’s actually there. The reality that we experience – the way things seem – is not a direct reflection of what’s actually out there, it’s a clever construction by the brain, for the brain.
***
Now, the next trick is to realize that this process also applies to the experience of “being you” – to the self. The brain, remember, just sends and receives electrical signals. It is almost as isolated from the body as it is from the outside world. So, perceptions of “what it is to be me” must also depend on combinations of sensory signals and brain-based predictions. Only this time, these sensory signals and predictions have to do with the “self” and not so much with the world outside. This turns our common sense view upside down once again. The “self” is not the thing that does the perceiving. The self itself is perception, another kind of brain-based “best guess,” though one of a very special kind.
When we think of the self this way, it becomes clear that there is no single thing that is “me.” Instead, the experience of being me is composed of a whole different range of self-related perceptions – from what is and what is not my body, to experiences of making choices and seeing the world from a particular point of view, to recalling memories and making plans for the future. Nowhere behind any of this is a fixed “self.” You are the sum of your self-related perceptions, nothing more and nothing less.
***
This is how I’ve come to think about the question “who am I” – and it’s a picture that I find oddly reassuring. When we realize that “what-it-is-to-be-me” is just a special kind of perception, I think it makes it easier to deal with the anxieties and worries that may challenge us at various times in our lives. These emotions, too, are just perceptions, and while we shouldn’t ignore their causes, there’s also no need to identify ourselves with them, convinced that things will never change. Just as the world changes, we, too, are always changing. This is the nature of perception, and it is to be welcomed, not feared.
Having said all this, I’ve also learned to be very modest about the conclusions we scientists reach, whether from theories or from experiments. As much as I like the story I’ve told you, it’s surely only a step along the way to a full understanding of the self, and it may turn out to be completely wrong. Science too is a story, a story that corrects itself against the evidence of nature. Nobody will ever be completely “right,” and each one of us can only strive to be less wrong than those who came before us. The beauty of science is only rarely in the answers it provides; it’s usually in the journey of discovery along the way.
***
Let me end by asking you about your life question – what is the question that you can always remember asking and which has not gone away? If you can hang on to this, and keep seeking answers to it in whatever way you can (science is not the only way!), then you’ll have kept alive one of the most wonderful things about being human: the ability to be curious.
UN FALSO PASOLINIANO
https://videotecapasolini.blogspot.com/2016/09/il-valore-della-sconfitta-un-falso.html?m=1
Il falso pasoliniano prende spunto da una citazione di Pasolini. Questa citazione, estrapolata da un suo intervento del  28 ottobre del 1961 su Vie Nuove, rivista per la quale ha collaborato da giugno  1960 a settembre 1965 su invito di   Maria Antonietta Macciocchi:

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Per effetto di non si sa quale alchimia virtuale, si è trasformata in questo:


“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…” 

L'intero scritto appena citato, viene condiviso in rete attribuito interamente a Pier Paolo Pasolini ( pare che le considerazioni aggiunte alle parole realmente scritte da Pasolini, siano di una maestra - Rosaria Gasparro ). 
Riporto sotto l'articolo completo apparso su Vie Nuove e oggi raccolto in Saggi sulla politica e sulla società di Pier Paolo Pasolini, Editore Mondadori, collana I Meridiani, da dove è tratta la vera citazione di Pasolini: 



POESIA, CINEMA, POLITICA


Caro signor Pasolini, ho capito quanto lei dice su D'Annunzio e, in linea di massima, condivido le sue opinioni. Tutta quella caterva di parole sia pure infilate con un certo virtuosismo, mi è stata ostica sempre e pesante. Magnifico è quanto lei dice: «fascismo e poesia non possono mai coincidere>>. Perché la poesia è amore fra gli umani. Nel fascismo invece, tale nobile sentimento è sconosciuto. Mi dica: le piace il Pascoli? A me, sì. Un po' troppo rassegnato ma dignitoso, umano. Sul ((Paese», poi, ho letto la recensione delle sue ultime poesie. Le hanno fatto l'appunto di ((decadente». Io non ho letto le sue poesie (coi quattro soldi della pensione riesce sempre più difficile comperarsi qualche libro), ma dai brani riportati su «Vie Nuove», l'accusa non mi pare giusta. Ho visto La giornata balorda e l'ho apprezzato. Il problema però è un altro: le cose che quel film dice le sanno anche coloro che fingono di ignorarle. Passo all'ultimo argomento. Lei una volta, mi ba dato un dispiacere, criticando Stalin. Io non mi sono mai creata dei feticcio so che Sta/in era soltanto un uomo e, come tale, poté sbagliare. Anzi, avrà certamente sbagliato ma ciò che di positivo ha fatto quell'uomo ha avuto un peso rilevante nella storia contemporanea. Credo che mi presterà fede se le dico che sono disinteressata e sincera e che le ho parlato a cuore aperto per la stima che ho di lei.
A. Stecchini- Viareggio

Cara amica, la sua lettera è una vera e propria conversazione, piena di argomenti accennati, accavallati. Vorrei risponderle con altrettanta foga, perché lei è molto simpatica. Ma la sede in cui le rispondo mi costringe a un certo ordine, a un certo dominio «semplificante» delle cose da dire. Le rispondo perciò per argomenti: D'Annunzio. Ormai, su D'Annunzio, o scrivo un saggio di cento pagine, o non apro più bocca. Lei è d'accordo con me: e quindi mi esime dal tornarci sopra. Pascoli. Su Pascoli mi sono laureato. Su Pascoli ho scritto forse il mio migliore (o almeno più utile agli altri) saggio critico. È stampato sul primo numero della rivista «Officina», una rivista bolognese che ormai ha cessato le pubblicazioni, ed è, credo, difficilmente reperibile.
Però, quel saggio, se le importa, lo può trovare ripubblicato sul mio volume di critica Passione e ideologia (Garzanti). Non lo amo molto, Pascoli: ma è l'unico della famosa triade, che stimo veramente poeta, se non altro poeta dell'invenzione linguistica. Egli era un uomo arido, inibito, infecondo, ma a questo sopperiva con una vasta ispirazione, appunto, linguistica. Tutte le esperienze innovative del nostro secolo, buone e cattive, hanno avuto in qualche modo origine in lui: da Montale, agli orfici, ai dialettali. Perciò egli è importante culturalmente.
E, noti bene, tutte le tendenze stilistiche, che si sono sviluppate dai suoi esperimenti - spesso rozzi e provinciali, sia pure - sono state tipiche dell'antifascismo culturale del Novecento. Un antifascismo puramente passivo, è vero, borghese: ma è già molto, non le pare? La giornata balorda. Spesso i comunisti rimproverano ai loro compagni o amici che fanno del cinema di non essere abbastanza comunisti. Anche i critici, competenti in ogni senso, che sanno benissimo come stanno le cose.
Lei, pur col suo carattere gentile e schietto, commette un po' lo stesso errore. Lo sa che La giornata balorda è stata sequestrata- coi soliti argomenti pretestuali, ma in realtà, come è stato confidato al produttore, in camera charitatis, perché considerato «il film più comunista di questi anni»? Si figuri un po' ... Se soltanto avessimo accennato nel film a quello che si dovrebbe fare per risolvere la disoccupazione noi, poveri autori, saremmo stati a dir poco linciati.
È disumano, dunque, e disonesto, chiedere agli scrittori e ai registi impegnati>> di fare quello che non possono fare. Grazie tante, saprei io che sceneggiatura o che film fare, se fossi libero. D'altra parte sarebbe forse meno disumano o meno disonesto se voi ci chiedeste di non fare film, di non esprimerci, di tacere, visto che non · possiamo farlo con la più completa libertà?
Io penso che anche film come La giornata balorda possano avere il loro peso, la loro carica polemica, pur se ideologicamente deboli e mutilati. E già molto che coloro che «sanno queste cose, ma fingono di non saperle

» siano costretti a prenderle in considerazione, se non altro ricorrendo ai loro sbirri per impedire l'uscita delle opere che denunciano l'esistenza di «quelle cose>>.



L'integralismo ideologico ha tutte le mie simpatie. lo sono per l'integralismo ideologico, per l'assoluta coerenza, per una moralità di pensiero intatta e incapace di compromessi. Ma l'integralismo ideologico non è mica un catechismo! Una cosa è non scendere a compromessi e una cosa è non storicizzare e umanizzare il giudizio!


Lei su La giornata balorda non deve portare, implacabile, il suo giudizio di comunista incorrotta; ma deve prendere La giornata balorda per quello che è: un film prodotto in Italia, sotto gli occhi dei censori romani e milanesi, e che, pur essendo tale, è, secondo quei censori, il massimo che si può fare in fatto di denuncia contro la borghesia del benessere: e poi, è il film di un regista, Bolognini, che non è affatto comunista, ma semplicemente un borghese, di fondo cattolico, ora laico e libero.



È assurdo, antistorico, e schematicamente ideologico, chiedere a La giornata balorda altro da quello che ha dato. Stalin. Probabilmente non sono tanto più giovane di lei da non aver vissuto le sue stesse esperienze fondamentali. Anch'io, durante la guerra, e subito dopo, ho amato con tutto il cuore quell'uomo, misterioso e simbolico. Con centinaia di migliaia di cittadini, vedevo in lui il liberatore vero, ingenuamente. Ero molto giovane e quasi infante in politica. Ora, quel mito, per quel che mi riguarda, è totalmente esausto: resta, di mitico la grandezza militare di Stalin, e il suo «pugno di ferro» indubbiamente necessario in un lungo e terribile periodo di emergenza.


Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù ... 

Stalin non amava, è certo, gli eroi di Dostoewskij. Non posso perdonare a Stalin le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento. Il comunismo è perfettamente inutile se non considera sacro il rispetto per la persona umana. Il capitalismo, e non solo nelle sue punte estreme - fascismo e nazismo - è odioso appunto perché non prova questo fondamentale rispetto: e, in nome dei suoi supremi interessi - che si ammantano sempre di    pseudo-ragioni idealistiche - umilia la persona umana.


Il popolo russo che con la Rivoluzione d'Ottobre si è affacciato alla storia - a parte le aristocrazie operaie che l'hanno guidato - era un popolo di contadini, con immense masse sottoproletarie. Era fatale dunque, che la rivoluzione, applicandosi su questo corpo immenso, potente, vitale ma storicamente acerbo, subisse delle attrazioni dal passato: un passato di pura vitalità, di immatura violenza. Stalin è stato il simbolo vivente, dipinto, di questa forza per certi aspetti regressiva imposta al ciclo storico della rivoluzione. Almeno così mi sembra. La mia non è l'opinione di un politico competente, ma di un uomo sensibile ai problemi politici. Ora quel tanto di cieco, di irrazionale, di fanatico, di arcaico, di infantile che le enormi masse russe hanno apportato 'alla forza rivoluzionaria, proprio per il fatale avanzare della rivoluzione, è andato esaurendosi: e Stalin appare veramente come un uomo di altri tempi, completamente esaurito.

Forse egli è stato necessario. Ora non lo è certamente più. Ed è inutile rimpiangerlo, o farne nostalgiche palinodie.


Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961.


MIO PADRE
Marianna Saraceno
Il 02/02/1922 , nasce l'uomo più gentile, sensibile e intelligente che il destino abbia  messo sulla mia strada: mio padre! Il groviglio di sentimenti che mi lega a lui è fatto di poche forti parole e di milioni di piccoli e grandi gesti, piccole grandi azioni che hanno reso leggendaria la sua lunga vita: la sua infanzia tutta campagna e adorato studio, la giovinezza , le  lotte sociali, l'amore per  l'arte locale della farsa, i gesti generosi e poi la guerra, la fuga attraverso l'Italia, il ritorno a casa e la militanza politica presto delusa , il matrimonio con mia madre e l'emigrazione che lo rese punto di riferimento per tanti giovani come lui senza riferimenti e spesso in contesti ostili. Il ricongiungimento e la conoscenza mia di quest'uomo buono e comprensivo, e poi lavoro, lavoro e lavoro...Il nostro rapporto è  iniziato tardi, la nostra conoscenza è  stata piena di attenzione e di delicatezza da parte sua, dalla mia un amore immenso dopo un'iniziale mia diffidenza, perché ero cresciuta in un mondo di donne. Buon compleanno padre: così mi viene di chiamarti , per l'immenso patrimonio di saggezza , per l'amore per la vita che ti permette ancora di ridere e gioire della compagnia di chi ti incontra e perchè ogni settimana quando vai al mercato compri  qualcosa che sai che mi piace, perchè le prime ciliegie  di stagione me le offri sempre tu , perchè tu non dimentichi mai che le adoro. Tu sai tanto di me, ti riconosci in me, come io mi riconosco in te. Tu mi ami come io amo te e non riesco neanche ad immaginare un mondo senza la tua presenza! 

venerdì 31 gennaio 2020



POZZO SENZA FONDO
Loredana Canderle

Tutti abbiamo bisogno di un "rifugio", parola che deriva dal latino "refugere" rifugiarsi, fuggire da qualcosa o da qualcuno.
Soprattutto nel periodo dell"adolescenza c'è questo bisogno di rifugiarsi in qualcosa che ci dia conforto e consolazione.
In alcuni anni della mia adolescenza il mio rifugio fu il cibo. Non ricordo come accadde e in quanto tempo, fatto sta che accadde. Ogni volta che il mondo attorno non mi accoglieva, io mi nascondevo e mangiavo fino a sentirmi male.
Il cibo diventò la mia ossessione, mi occupava pensieri, cuore e corpo, avevo i miei nascondigli: dietro le poltrone del salotto, sotto il letto, dappertutto avevo le mie scorte per le grandi abbuffate. Lo facevo sempre da sola con una vergogna e una disperazione che mi laceravano l'anima e mi facevano ingrassare.
Ricordo che allora imperversava Twiggy, la top model "ramoscello" ed io ragazzone alta e cicciona, mi sentivo sempre fuori posto.
Ma non era la mia ciccia a tormentarmi, bensì la mia ossessione disperata per il cibo. Era la mia droga.
Conservo ancora le mie lunghe liste di tutto quello che ero in grado di ingurgitare, sentendo che il buco che avevo nell'anima non si riempiva mai.
Le mie abbuffate erano compensate da lunghe camminate in montagna, anche mentre   nevicava, da giri in bicicletta per smaltire tutte le calorie che mi tenevano compagnia.
Il grasso era la mia corazza, era ciò che mi proteggeva da un mondo che non mi piaceva.
Avevo paura delle delusioni, dell'amore tiepido che avvertivo attorno a me, avevo paura del maschio, portatore di peccato e di piacere, io con il cibo mi consolavo e mi fustigavo.
Con l'arrivo dell'estate, portatrice di nuove amicizie e forse di qualche amore, passavo all'anoressia, per mesi mangiavo pochissimo fino a perdere 20 kg in poco tempo... D'estate pesavo 65 kg, d'inverno arrivavo a 90 kg.
Sì sa che bulimia e anoressia sono due facce della stessa medaglia.
Per fortuna non ho mai vomitato per liberarmi di tutto il cibo che divoravo, però facevo uso di molti purganti rovinandomi l'apparato digerente.
Allora non si parlava ancora di disturbi alimentari.
Andavo dal mio medico e lo supplicavo di ordinarmi qualcosa che mi aiutasse a strapparmi dal cervello quell'ossessione, lui mi rispondeva che ero bella, così giunonica e che non dovevo intervenire.
Decisi di informarmi, comperai tutti i libri di psicologia che parlavano di questa malattia e così seppi darle un nome: BULIMIA.
Questo mi aiutò solo a diventarne consapevole, ma non a guarirmi.
Ero, per carattere, una compagnona e riscuotevo molta simpatia, per cui alternavo i miei momenti di isolamento con bagni di amicizie e di socievolezza, puntando tutto sul mio gusto di approfondire, diventando così, ricercata per confidenze da parte di amici, quando si sentivano soli e depressi... era il mio ruolo.
Furono anni di sofferenza vissuta tutta in solitudine.
Mia madre era disorientata con questa figlia che le procurava solo preoccupazione, mio padre mi fu di molto aiuto, mi capiva, mi accoglieva, mi dava consigli, mi era vicino, credo che mi abbia salvato la vita.
Non so che cosa mi portò alla guarigione, forse tante cose insieme: l'amore del mio moroso che poi diventò il mio primo marito, le prime esperienze sessuali, la nascita di mio figlio e la separazione... tutto è il contrario di tutto.
Sicuramente queste malattie hanno una radice comune: bisogno disperato di amore.
Jung dice che, se un bambino non viene sfiorato dallo sguardo innamorato della madre, avrà un vuoto che non riuscirà a colmare per tutta la vita..
Ecco, non lo so, so che ora sono una donna con tante contraddizioni, con molte ombre e poche luci, il cibo per me è un piacere, ma sono una che assaggia, sono quella delle mezze porzioni, forse sono gli strascichi di quella ossessione.
Ora il mio rifugio è l'amore in tutte le sue sfumature.