mercoledì 28 gennaio 2026

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI D’ORO Piero Citati

 


LA RAGAZZA DAGLI OCCHI D’ORO

Piero Citati

«LA RAGAZZA DAGLI OCCHI D’ORO» DI BALZAC 

Nessuno, tanto meno Sainte-Beuve, possiede le qualità critiche di Charles Baudelaire: la cultura, l’ispirazione di Poe, la prodigiosa intelligenza analogica, sottigliezza, immensa profondità, sovrana attenzione. Per Baudelaire, Balzac era una «prodigiosa meteora che copre il nostro paese come una nuvola di gloria, come un oriente bizzarro ed eccezionale, come un’aurora polare che inondi il deserto ghiacciato con le sue luci favolose». Fu preda e vittima della propria creazione: guarito, anima e corpo, dalla Comédie humaine. Venne risucchiato dentro di lei: si inebriò di lei; e la abitò come l’ultimo ed il più devoto degli inquilini – grazie ad una ipnosi sonnambolica. Ricordava Poe quando diceva: «l’uomo sotto la pressione di sentimenti giunti al punto della monomania a causa della propria intensità, si trova sovente nella situazione in cui lo immergono l’oppio, l’hashish, e il protossido di azoto. Allora appaiono gli spettri, i fantasmi, allora i sogni prendono corpo, le cose distrutte rivivono nelle loro condizioni passate». Conosceva l’allucinazione creatrice. Nelle prime ore del mattino immaginava le sue trame e i suoi personaggi, e parlava con loro, e ascoltava i loro discorsi incomprensibili.

In quel tenebroso palazzo sotterraneo che era La comédie humaine, accadevano straordinari processi di dilatazione: o addirittura violente esplosioni. Chiuso nella sua opera, Balzac dava una parte di sé a tutti i suoi personaggi, anche i più infimi e lontani da lui. Aveva idee a cui teneva moltissimo; e queste idee riapparivano, identiche, sulla bocca di un idiota, di un assassino, o di un’oca mondana. Egli li parodizzava e insieme parodizzava grandiosamente sé stesso. «In letteratura ogni idea ha il suo rovescio... tutto è bilaterale...». Egli condivideva tutti i punti di vista e si identificava con loro: era presente ovunque e dappertutto e da nessuna parte. Quale vertiginosa ubiquità. Quale proteiforme onnipresenza. In realtà, non sappiamo mai quello che Balzac pensava: sappiamo soltanto quello che il suo libro pensava. Solo in Dostoevskij, abbiamo un senso più angoscioso della fatale ambiguità di ogni narrazione.

Quale slancio infinito di passione abita la Comédie humaine. Una grande passione assorbe tutte le sensazioni e i sentimenti che le fanno corona, e ne eredita la forza. In essa si concentra l’universo. Talvolta egli crea l’universo, suscitandolo dal nulla; e intorno a lui lascia irradiare una fibrillazione indistinta. «Nessuno conosce» dice un personaggio della Comédie humaine «tutta la potenza nervosa che si cela nell’uomo sovreccitata dalla passione». Ma Balzac non è mai soddisfatto di ciò che crea. Il diapason di ogni desiderio non può essere che la follia: il culmine di una sovrumana follia, che esplode nel delitto.

Tutte le passioni sono vibrazioni fisiche, irradiazioni elettriche. La chiave di Balzac è la frase del prologo del Vangelo di Giovanni: «Et verbum caro factum est»; la parola è carne, diventata carne; anche se in un momento di quasi follia tutta la realtà che Balzac immaginò poteva ritrasformarsi nel verbo di Dio. Niente sta fermo. Il verbo-carne è mobilissimo. «Tutto è movimento. Il pensiero è un movimento. La morte è un movimento che conosciamo poco». Il movimento è contrasto: ogni cosa è sopraffatta da una forza opposta. C’era, in Balzac, un potentissimo istinto di concentrazione, nel quale egli scorgeva il cuore del suo genio. Tutto è folto, stipato, gremito: massa compatta, chiusa, abolizione di ogni spazio libero e corrente d’aria. «Il vuoto non esiste». «Il nostro globo è pieno e tutto è collegato». «La natura è una e compatta». Non c’è mai respiro o battito d’ali. Il mondo è un carcere: la Comédie humaine è una prigione. Nemmeno Dostoevskij portò all’estremo questo senso della concentrazione e della condensazione. Non c’è mai un’omissione: Balzac si sente obbligato a trascrivere il minimo oggetto. Il commento non lascia mai libera la realtà, che Balzac vuole ingoiare. Non è felice se non ha descritto tutte le condizioni e le situazioni sociali: se non ha rappresentato gli alberghi di Parigi, i nomi dei sarti, le vecchie e nuove tipografie, il codice commerciale, le cambiali, i brevetti. Da Tolstoj a Kafka il romanzo moderno, che ama l’omissione, non è che una cosciente, grandiosa ribellione contro Balzac.

La Comédie humaine è un Uno-Tutto, un magma ardente e infuocato, concepito nel più profondo degli inferni moderni, piuttosto che una cattedrale, come dirà Proust della Recherche. Ogni cosa sta per esplodere: ogni cosa può condurre – diceva Dickens – a «qualche combustione istantanea». Mentre leggiamo, viviamo sempre un attimo prima o un attimo dopo la deflagrazione del libro.

Dopo il 1832 Balzac pubblicò l’Histoire des Treize, che nel 1834 cambiò titolo diventando la Femme aux yeux rouges, ma il titolo definitivo del suo capolavoro – il testo più folle, più abissale e incantevole che abbia mai scritto – è La fille aux yeux d’or: «una passione terribile davanti alla quale ha indietreggiato la nostra letteratura, che tuttavia non ha paura di niente». È la immensa tradizione erotico-libertina francese che nessun altro paese europeo possiede. Niente di erotico ed osceno resta escluso da questa esplosione criminale. Tutto è delitto, vastità, allucinazione, molteplicità, male assoluto – perché il male assoluto non può essere che Eros.

C’è la passione fisica, la molteplicità dei punti di vista, il fuoco del magma, il mistero e l’infamia di Parigi, l’oro e il piacere, lo zolfo e il gas, l’eccesso – è una specie di terrore, di vero terrore di ciò che Balzac sta scrivendo. Tenta di superare qualsiasi limite, e vuole superarlo e lo supera. Si perde non sappiamo dove; e a volte non riesce più a ritrovarsi. Tutto è bianco e rosso: i colori del male. Ecco Parigi: «questo popolo orribile da vedere, cavo, giallo, infossato»: e i visi contorti, le maschere più terribili, i cortei funerari: Parigi – fuoco: la lascivia di ogni istante, la bellezza depravata, il gas, la fine dello spazio, il logorio del tempo, l’ebbrezza segreta, il «desiderio e la ricerca del Tutto» come diceva il Baron Corvo, la «bellezza fiammeggiante» dei visi, la gioia fabbricata, l’oppio di Poe e di Baudelaire, i terribili colori bianco e rosso, il piacere che non arriva mai, oro e oro e oro, tutti i singhiozzi e le grida della grande orchestra, la scrittura a strati, la donna fulva, nella quale Eros è installato, la stretta di mano elettrica di Paquita Valdés, la vendetta più feroce.

La fine del grande racconto è terribile. La ragazza dagli occhi d’oro spirava annegata nel sangue. Tutte le fiaccole accese, il profumo delicato che si faceva sentire, un certo disordine dove un uomo doveva riconoscere delle follie connesse a tutte le passioni annunciava che la Marchesa aveva sapientemente interrogato la colpevole. Questo bianco appartamento dove il sangue appariva così chiaramente, tradiva una lunga battaglia. Le mani di Paquita avevano lasciato il segno sui cuscini. Dappertutto si era attaccata alla vita, dappertutto si era difesa, e dappertutto era stata colpita. Pezzi interi della tenda erano stati strappati dalle sue mani insanguinate, che avevano lottato a lungo. «Paquita doveva aver cercato di scalare il soffitto. I suoi piedi nudi avevano lasciato un’orma lungo la spalla del divano, sul quale, certo, aveva corso. Il suo corpo, straziato a colpi di pugnale dall’assassino, diceva con quale accanimento aveva disputato una vita che il nemico, Henri, le rendeva così preziosa. Giaceva a terra e morendo, aveva morso i muscoli del tallone di Madame de Saint-Réal che teneva in mano il pugnale bagnato di sangue. La Marchesa aveva i capelli strappati, era coperta di morsi e il suo vestito lacerato la lasciava vedere mezza nuda, coi seni graffiati. Così era sublime.

«La sua testa avida e furiosa, che respirava l’odore del sangue, restava semi-aperta. E le sue narici non bastavano al suo respiro.... Non vide Henri. Era troppo sola per temere testimoni: poi era troppo imbevuta di sangue caldo, troppo animata dalla lotta, troppo esaltata per scorgere Parigi intera, se Parigi avesse fornito un circo attorno a lei. ... Non aveva nemmeno sentito l’ultimo respiro di Paquita e credeva di poter essere ancora ascoltata e capita dalla morta».

Il racconto di Balzac è stupendo. Mai egli era penetrato così profondamente nel regno illimitato del delitto. 

CHIARA Antonella Lattanzi


 CHIARA 


Antonella Lattanzi


Recensione

 Diletta Cecchin 

La felicità è un lavoro. Va coltivata ogni giorno, ogni minuto, va difesa. Va amata, anche quando fa male. A Chiara e Marianna la felicità sembra qualcosa di estremo e distante. Qualcosa che si riesce a raggiungere solo per qualche frazione di secondo e poi scompare rapidamente. È un obiettivo a cui tendere, che si sposta ogni volta sempre un po’ più in là. Un’unica certezza: se la felicità esiste ed è raggiungibile, ci arriveranno insieme.


Marianna e Chiara sono le giovani protagoniste del nuovo romanzo di Antonella Lattanzi, intitolato Chiara, edito da Einaudi. Un libro atteso, ricco di aspettative, dopo il successo dei precedenti Questo giorno che incombe e Cose che non si raccontano. Anche in questo caso, a mio giudizio, Lattanzi ha fatto centro grazie a una storia che travolge il lettore, portandolo in una spirale narrativa. E grazie al suo stile di scrittura unico, ruvido e poetico, riconoscibile anche senza leggere il nome dell’autrice stampato sulla copertina.


Conosciamo Marianna e Chiara prima bambine e poi adolescenti. Vivono a pochi passi di distanza, nella Bari popolare di inizio anni Novanta. Si incontrano, per la prima volta, fra i banchi della scuola elementare e si riconoscono immediatamente. Entrambe provengono da famiglie che sembrano agli antipodi, ma che in realtà sono accomunate dalla stessa fragilità.


Chiara ha un padre violento, che picchia lei, le sorelle e la madre. Anche Marianna ha un padre violento, ma che rivolge la propria aggressività contro se stesso, con una forma estrema e feroce di autolesionismo. Fra le due ragazze nasce subito un legame assoluto e unico, che le porta a costruirsi un mondo solo loro. Cercano in tutti i modi di fuggire, anche solo con la testa, dalla violenza che le circonda.


Come spesso accade a quell’età, il confine tra amicizia e amore è davvero labile e molto delicato. Tanto che, grazie ai capitoli che si alternano tra presente e passato, sappiamo che oggi Chiara e Marianna non sono più amiche. La vita adulta le ha portate ad allontanarsi. Eppure una volta si erano fatte una promessa, di esserci sempre l’una per l’altra. Sapranno mantenerla?


Chiara non è una semplice storia d’amicizia. Il nucleo più profondo di questo romanzo è il rapporto padri-figlie. Lattanzi scrive: «Il padre era un dio, un dio cattivo ma era un dio, e con il dio non si scherza, tu lo ami, tu lo servi, e tu lo preghi la notte prima di dormire». Ma mentre Chiara cerca solo di salvarsi da questa realtà di violenza, anche scendendo a patti col terrore, Marianna coltiva dentro di sé una rabbia profonda, vuole spaccare tutto, sperimentare tutto, inventarsi di sana pianta come non fosse mai nata da nessuno.


Un romanzo con due protagoniste, ben distinte, mai sovrapponibili. Da un lato abbiamo Marianna, la voce narrante, con uno sguardo soggettivo e personale: vediamo tutto attraverso i suoi occhi, sentiamo tutto attraverso la sua pelle. Al contrario, Chiara è l’oggetto dello sguardo di Marianna, colei che dà il titolo al romanzo e che viene vista dalla voce narrante. In realtà il lettore non conoscerà mai veramente Chiara, la leggerà sempre e solo attraverso il filtro dello sguardo di Marianna. Al contrario Marianna si staglia in tutta la sua essenza e sincerità..

Chiara è un libro oscuro e incalzante, che vi porterà nel vortice di due famiglie sull’orlo dell’abisso e nei meandri di un’amicizia assoluta.


Chiara


Chiara apre la gabbia del canarino per pulirla.


Abbiamo dieci anni, ma a me nel ricordo sembriamo due adulte. La cucina è sui toni del marrone chiaro e del giallo. Lei tira fuori il canarino mentre le due sorelle piccole, gemelle, saltellano eccitate per la stanza.


– Vuoi tenerlo? – mi dice.


Io allungo le mani ma il canarino si mette a battere le ali fortissimo, un rumore insostenibile. Mi faccio indietro. – Fa schifo.


Lei ride. – Dài, prendilo! – mi porge il canarino che batte le ali convulso ma non vola.


Scuoto la testa.


– Prendilo!


– Manco morta, – mi rabbuio. Poi ho un’idea: – E se lo lasciassimo libero per casa?


Chiara ride: – Sei pazza. Tu sei sempre pazza.


– Dài! – dico, e ormai ho deciso. La convincerò a tutti i costi. – Dài! Vediamo cosa fa! – Chiara dice no, no, no.


Abbiamo dieci anni ma sappiamo già che, per motivi diversi, io e lei non siamo come i nostri compagni di classe, non siamo come i nostri coetanei, non siamo come gli altri. Lo sappiamo in modo definitivo. Le nostre famiglie sono diverse dalle altre. I nostri genitori sono diversi dagli altri. Per questo so perfettamente che non dovrei insistere. Chiara e io sappiamo in modo molto piú netto di tanti nostri coetanei cosa vuol dire la parola «conseguenze». Lo stesso dico: – Eddai! – ancora una volta.


Lei adesso tituba. Poi, alla fine, cede; come ogni volta. Diventa serissima, dice: – Siamo morte.


Però lancia in aria il canarino e quello vola, e le sue sorelle ridono. E pure io rido, ma di meno perché voglio semplicemente godermi il suo sorriso, soprattutto se è merito mio. Guardo Chiara a cui adesso si accendono gli occhi mentre guarda volare il canarino.


– Vola! Vola! – dice, e lo segue felice nella stanza muovendo le mani sotto l’uccellino, come per far galleggiare un palloncino in aria. In tutto quel gioco, ci accorgiamo troppo tardi delle chiavi nella toppa.


– Non aver paura, – le dico, il cuore mi batte cosí forte che non sento niente, – ci sono io con te.


– Ho paura, – mi dice, – ma ci sei tu con me.


Ci prendiamo le mani, come due supereroi pronti alla lotta. Solo che poi perdiamo sempre.


Oppure no.


Il panino con la frittata non l’avevo mai mangiato.


Chiara aveva nove anni, i capelli neri, lunghi, lisci, le sopracciglia folte con una leggera peluria che le univa al centro, un’ombra scura anche sulle labbra, gli occhi marroni e la pelle olivastra quasi che qualcuno avesse deciso a tavolino «come la facciamo una bambina del Sud?», un grembiule bianco abbottonato fino al collo, appena stirato, lindo, e mi stava tendendo una metà del panino.


Poco prima, lo aveva diviso a metà leccandosi le labbra per la concentrazione, attentissima a non sporcarsi il grembiule. Io ci stavo mettendo una vita a decidere se prenderlo.


Frequentavamo la stessa classe dal primo giorno di scuola, adesso facevamo la quinta elementare ma non ci eravamo mai parlate davvero. O meglio, io non le avevo mai parlato. A lei, e in linea di massima a nessuno. Quindi mentre Chiara mi tendeva il panino io la guardavo, ponderavo se prenderlo o meno e nello stesso momento riflettevo sul suo essere cosí dichiaratamente una «bambina del Sud».


Chiara, avrei scoperto, non era nemmeno del Sud, la sua famiglia veniva dall’Albania. Erano arrivati a Bari ai tempi del nonno o del bisnonno; suo padre era barese fino al midollo, non sapeva una parola di albanese, sua madre era bionda, di stirpe normanna, aveva la pelle chiara chiara e si prendeva le botte zitta e buona in perfetto stile del Sud. Aveva una voce finissima. Anche quando suo marito se la mangiava, lei era come fosse tutta concentrata a cercare di intonare una nota troppo alta, a cui non arrivava: «No, ti prego Raffaele». Non le davi davvero peso, perché non sentivi la paura, ma questo impegno totale nel bel canto. Oppure, sempre calma, con la nota alta: «Dài Raffaele, non davanti alle bambine». Ma tanto pure le bambine le prendevano.


Per tanto tempo io e Chiara avremmo pensato che non gliene importasse niente, a sua madre, delle botte; e quindi delle figlie. Piú avanti, avremmo capito che dietro il comportamento di sua madre c’era un insegnamento fondamentale: la paura non la devi mai mostrare, altrimenti ti attacca e ti dilania. Non indietreggiare quando ti colpiscono, ma non attaccare nemmeno; solo chi non ha mai avuto davvero ragione di aver paura pensa che la difesa migliore sia l’attacco. Se attacchi, puoi morire. Se sfidi, puoi morire. Il segreto è rimanere immobili. Quando ti attaccano, tu resisti e basta. Si stancheranno di non essere supplicati di smetterla.


Ma queste sono solo parole. A volte funzionano, a volte no. Chiara e io avremmo capito presto che massime, nella vita, non ce ne sono. A seconda di cosa succede, devi fare tu.


Si cresce e si impara che la paura ha infinite abilità. Sono strabilianti, le abilità della paura. Una piú spaventosa dell’altra. Solo che noi a quel tempo eravamo piccole e mangiavamo il panino con la frittata lei, il Kinder Brioss io. Piú che di provare a capire, a imparare, cercavamo di stare in campana.


Alla fine però ho ceduto. Ho allungato le mani verso le sue e c’è stata questa specie di contatto. Allora ho visto che Chiara aveva una leggera peluria anche sulle mani. Io odiavo e avrei sempre odiato i peli ma quella sua peluria mi ha fatto pensare subito: che mani carine. Dio, che mani carinissime. Ho preso il panino con la frittata ma mi sembrava una cosa molto da meridionali, e allora siccome volevo distinguermi, e infatti avevo il Kinder Brioss, le ho detto: – P-però è una m-merenda da mia nonna –. Mi sono girata un attimo fingendo di fare stretching e mi sono infilata il panino in tasca, convinta che non mi avrebbe vista. Invece naturalmente mi ha sgamato subito ma non ha detto niente. Solo: – Ma cosa vuol dire da tua nonna, – piegando un po’ la testa.


Qualunque cosa significasse quella serie di azioni – sgamarmi ma non dire niente –, io non lo sapevo ancora ma era molto da Chiara. Parte di quell’enigma, tutto mio, che si chiama Chiara.


A quei tempi una delle ossessioni che coltivavo era cercare di non essere meridionale. Mi veniva dalla mia famiglia. A volte in Puglia finiva l’acqua, perché pure i muri lo sanno che il Tavoliere soffre di sete. Ci dicevano: quelli del Sud non vogliono lavorare e rubano i soldi a quelli del Nord. Noi ci sentivamo un po’ sfigati ma pure un po’ orgogliosi. Per esempio, pensavamo di avere una fortuna che quelli del Nord non avrebbero mai avuto: il mare.


Non dico il mare splendido delle nostre pittoresche città del Sud in cui la gente parla solo in dialetto e staziona dalla mattina alla sera su una sdraio con una birra in mano a prendere il sole, perché al Sud c’è sempre il sole, e poi quando il sole tramonta la gente si alza, si stiracchia, e va a rubare i soldi a quelli del Nord (che poi è sempre un lavoro). Non intendo il mare davanti al quale gli uomini del Sud rubano agli uomini del Nord le loro donne nordiche palesemente inconsapevoli, se le mettono sul groppone e le stordiscono fino a quando queste non li sposano. Non parlo del mare bellissimo ma solcato solo da malavitosi che in aquascooter contrabbandano organi, armi, droga e pesce. Non dico il mare del Sud inquadrato da un sole che è un faro gigantesco tanto che certo che hai sempre freddo, tu, sei freddolosa perché sei del Sud.


Non intendo dire che avevamo il mare nelle nostre città dove i pescatori uccidevano i polpi con un morso in testa e poi li arricciavano sul molo. O il mare del capitone di natale che quando lo ammazzi con un calcio fa un gemito. Dico proprio dentro. Nel corpo. Installato come un pacemaker, dicevamo per tutta la vita che senza mare non potevamo stare. Saremmo morti.


Invece poi si impara che puoi stare senza tutto. Stai senza tutto e hai le mani vuote e alzi gli occhi al cielo perché ti viene istintivo alzare gli occhi al cielo e, mostrando al cielo le mani vuote, un po’ arrabbiato ma anche un po’ fiducioso (te la aspetti una ricompensa, cazzo) dici cristo, e adesso, che si fa?


I cani, quando fai finta di tirargli una pallina in alto, in aria, verso le nuvole, contro il cielo, col sole in faccia, e invece non gli hai tirato niente, rimangono a muso in su contro il cielo, col sole in faccia, ad aspettare fiduciosi, anzi non fiduciosi, certi, che la pallina stia per scendere. Aspetterebbero per ore. Smettono solo perché a un certo punto si dimenticano cosa stavano aspettando. Non rimangono delusi. Semplicemente si dedicano ad altro. Ma quando sono lí, col muso in su come un siluro pronto al lancio, con quel nasino che gli sgocciola, stanno tranquilli ad aspettare che torni giú. Devono prenderla al volo. Non hanno paura che la pallina che non hanno visto librarsi nell’aria non torni indietro. Non hanno paura di non prenderla al volo. Hanno solo una voglia pazzesca di prenderla al volo.


Cosí, con le mani vuote, gli occhi verso il cielo, e il diritto, che senti cristallino anche se non ne sei conscio, a una ricompensa, ma anche soltanto a una soluzione, cosí anche tu.


Avrei fatto qualunque cosa perché Chiara e io non restassimo col muso in su e le mani vuote. Soprattutto avrei fatto qualunque cosa perché Chiara non lo facesse. L’ho capito quasi subito.


– In che senso da tua nonna, – Chiara teneva la testa piegata su un lato e masticava il suo pezzo di panino con la frittata, la bocca un poco aperta.


– N-no, niente, – ho detto io, e le ho offerto mezzo Kinder Brioss. Lei, veloce, ha incassato la testa tra le spalle come una tartaruga e si è guardata intorno. Gli occhi grossi le si sono fatti sottilissimi. Eravamo in uno spazio al quarto piano della nostra scuola elementare dove si faceva ricreazione. Dietro di lei, la vetrata che portava alle scale. Ho guardato la vetrata e ho visto il riflesso di Chiara da dietro, tutta incassata, era sempre molto carina ma ora sembrava una vecchietta. – Va bene, – ha detto sottovoce ficcandosi l’ultimo pezzo di frittata in bocca, e con la bocca piena ha allungato verso di me una mano minuscola da vecchia, piena di vene e con la pelle sottilissima.


Io al tempo non sapevo niente di lei, di sua madre, di suo padre, delle due sorelle piccole, gemelle. Sapevo quello che si sa a scuola di tutti i compagni di classe, il minimo, sapevo che il suo cognome era albanese, il che mi sembrava affascinante, che aveva un accento barese piú forte del mio, che era molto brava a scuola, che a volte le scappava qualche parola in dialetto e del dialetto io non capivo nulla. Pure io ero molto brava, ma solo nelle cose che mi piacevano e in cui mi impegnavo (o forse le materie in cui ero brava me le facevo piacere). Per esempio nei disegni prendevo quasi sempre il voto «pasticciona» perché non ero proprio in grado di colorare dentro i margini e spesso coloravo cosí forte, per la fretta, dato che mi annoiavo da morire, che si strappava il foglio. E con il punteruolo, poi, bucavo a caso. Quando io e Chiara saremmo diventate amiche, avrei continuato a bucare a caso ma avrei, in aggiunta, fatto finta di bucare anche lei, che si sarebbe molto imbarazzata. Io invece avrei riso molto, mi sarebbe sembrato uno scherzo stupendo. Nella vita, da un certo punto in poi, uno dei miei pensieri fissi sarebbe stato come riuscire a far ridere Chiara.


Chiara era brava in tutte le materie. Si sforzava tantissimo, si vedeva, si sforzava e studiava fino a quando capiva tutto. Era seria. Sorrideva poco. Veniva a scuola, seguiva la lezione, stava un minimo con i nostri colleghi e quando era il momento il padre se la portava via (era mio padre a dire che in classe avevo dei colleghi, come li aveva la mamma, e a me faceva molto ridere).


Chiara non piaceva tanto ai nostri compagni. La chiamavano la Baffuta, anche se non gliel’ho mai detto. A volte, in compagnia dei miei colleghi, senza di lei, devo averla chiamata la Baffuta pure io. No, è inutile che dica «devo averla»: so benissimo di averla chiamata anch’io cosí con gli altri. E l’ho fatto quando era già mia amica.


Ma anche quando non sapevo ancora niente di lei, quello sguardo sottile che deve vedere e prevedere tutto io lo conoscevo benissimo, perché era pure il mio. Non si addice ai bambini. Lo impari cosí presto solo se sei costretto, se hai sbagliato tanto prima di impararlo. Con quello sguardo là, per forza poi sembra che hai le mani da vecchia. Invece erano normalissime mani da bambina, solo un po’ pelose.


– V-vuoi v-v-venire a casa mia dopo la scuola? – ho detto. Ho balbettato pochissimo e sono stata molto fiera. – Si mangia, – mi sono sentita in dovere di specificare. Era la prima volta che dicevo tutte queste parole a qualcuno che non fosse mio padre o mia madre o, quando ero in buona, alla suora (andavamo a scuola dalle suore, il che cozzava con molte cose della mia famiglia, ma c’erano delle ragioni che mi annoio a scrivere). – Mio padre spesso fa la p-pasta col sugo o il s-sugo con le cozze –. Poi ho pensato che fosse importante aggiungere: – Se non ti piacciono le cozze, le puoi t-t-togliere –. Ho balbettato solo sul finale e mi sono stupita.


Ridevano tutti, in classe, quando toccava a me parlare, e spesso ridevo pure io. Ovviamente Chiara non aveva mai riso e mai l’avrebbe fatto, per tutto il tempo che mi fosse stato dato di conoscerla.


Lei ha detto: – Devo chiedere a mio padre.


– Okkei, – ho risposto un po’ strafottente. Come a dire: si deve anche permettere di dirci di no.


Ho detto «dirci» perché è successo questo: dal panino con la frittata, qualunque cosa sia successa dopo, non siamo piú state io e lei ma noi. Anche adesso, dopo che è successo tutto.


– Ti devo dire p-però, – ho detto come se fossi annoiata, – che mio p-padre non è proprio come tutti i p-padri –. Il tono annoiato non viene benissimo quando balbetti, perché è palese che ti stai impegnando per parlare, ma io ci ho provato lo stesso. Avrei voluto dire questa frase in un soffio e non pensarci piú.


– Nemmeno il mio, – e ha suonato la campanella, e siamo tornate in classe, e avevo ancora la mia parte di panino con la frittata nella tasca del grembiule, me lo aveva unto, ho pensato di buttarlo ma poi, ormai, e ho aspettato che finissero le lezioni. Per essere mia amica, o mio amico, dovevi avere il coraggio di affrontare mio padre.


Nell’aprile del 2025, una donna sui quaranta non riesce piú a capire come si apre la porta del bagno di un treno. Non riesce neanche piú a capire come ci si alza dal proprio posto e si percorre il corridoio e si arriva in bagno. Non riesce a chiamare un taxi. Nemmeno a viaggiarci. Quando le danno una stanza d’albergo cosí grande che dentro c’è una scala che porta alla zona notte, quella donna guarda la scala pensando ma come si fa, a salire una scala. Ci vorrebbe, un padre sul cui petto poter poggiare la testa, e riposare. Ci vorrebbe, un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono.


Il padre di Chiara ha detto sí. Era un uomo brutto, sguaiato, curvo su sé stesso come un avvoltoio e non aveva nessuna qualità. Non ho detto «avvoltoio» per offendere gli avvoltoi. È il padre di Chiara che voglio offendere. Sono passati tanti anni, e lui non è nemmeno la persona piú cattiva che io abbia mai incontrato. Ma è la mia persona. Ci sono le tue persone cioè quelle che ami per sempre. E poi ci sono le tue persone cioè quelle che odi per sempre.


Prima che il padre di Chiara dicesse di sí, però, il mio, di padre, aveva già capito tutto. Alla fine delle lezioni mi aveva visto scendere le scale vicino a Chiara, non troppo vicina però, bisogna conquistarseli gli amici e loro devono conquistare te, me l’aveva insegnato sempre lui, mio padre. Mi aveva sorriso con quel suo sorriso di una dolcezza che ti spezzava il cuore già a nove anni, figurarsi ora, nel ricordo, quando gli ero corsa incontro per abbracciarlo forte mi aveva preso con leggerezza lo zaino, se l’era messo sulle spalle, aveva detto: – La invitiamo a pranzo? – senza neanche indicarla. Sapeva tutto, mio padre.


Avevo fatto di sí con la testa. Con mio padre di solito non balbettavo. – E che le prepariamo? – avevo detto.


– Adesso le chiediamo cosa le piace.


Non mi ero chiesta come avesse fatto a capire che volevo invitare Chiara a pranzo. Mio padre aveva questa benedizione di prevedere i desideri delle persone che amava, il che è una maledizione. Mio padre, a volte mi sembrava, amava solo me.


Ma da bambina mica ci pensi alla maledizione, da bambina se sei me o Chiara testa bassa e vai avanti.


Intanto, oltre mio padre, alle sue spalle, Chiara stava chiedendo il permesso al suo di venire a pranzo da me. Quello si ingrugniva tutto, non sentivo cosa diceva, mi batteva fortissimo il sangue nella testa per la rabbia in caso avesse detto no, poi Chiara lo pregava con le mani giunte e la testa tutta rivolta in su, alla sua divinità, sembrava una di quelle sante bambine pastorelle a cui appare la madonna in mezzo al gregge e l’erba e il solito cagnetto nero e la luce di dio tutto intorno e le montagne sullo sfondo, una spruzzata di neve sulla cima (dalle suore non si faceva che guardare queste immagini), e quello acconsentiva, che gli fregava, risparmiava un pasto e lui mangiava doppio.


Chiara ha aspettato tutta contratta che il padre girasse sui tacchi e se ne andasse e poi è risorta. Libera, è venuta da me saltellando, poi ha visto mio padre e si è fatta seria: – Buongiorno signore, – ha detto, – mi chiamo Chiara Ramaj, molto piacere di conoscerla. – Io sono Luca, – ha detto mio padre, – dammi del tu –. Io ero orgogliosa, perché al Sud in quegli anni nessun adulto ti diceva di dargli del tu. Poi mio padre si è girato verso l’uscita e ci ha detto: – Andiamo, signorine? – non prima di aver sfilato con nonchalance anche lo zaino di Chiara dalle sue spalle, come un ladro.


Quella volta è andato tutto liscio.


Mio padre ha insistito per andare al supermercato a comprare il pesto che era il cibo preferito di Chiara, ne ha prese dieci confezioni, mio padre faceva cosí, non c’era da stare a sindacare, e mentre lui faceva la spesa noi dietro giocavamo a indovinare a occhi chiusi quale prodotto l’altra aveva in mano, un gioco scemo come un altro, ma io lo tenevo d’occhio, mio padre, mica mi fregate piú, lo tenevo sempre d’occhio, tutto il tempo, tutta la mia vita, e con l’altro occhio giocavo con Chiara.


Quando, qualche ora dopo, Chiara era sul pianerottolo di casa mia e aspettava l’ascensore per andarsene – quel giorno è rimasta solo per il pranzo – e io ero sulla porta con una mano sulla testa del mio labrador e l’altra che voleva trattenerla lí ma se ne stava in tasca, mi ha guardato con risentimento e ha detto: – I tuoi genitori sono i migliori del mondo. Tuo padre soprattutto. È cosí tenero.


– Lo so, – ho risposto, e poi mi è venuta questa frase: – Ma non è t-tutto o-oro q-quello c-che l-l-luccica.


È sempre stata la mia dannazione. La parola «tenerezza». I tuoi genitori sono cosí teneri. Tuo padre soprattutto. E io avevo tentato per tutti gli anni che avevo vissuto fino a quel momento di rispondere com’era davvero la vita con lui, ma nessuno l’aveva mai capito.


Nessuna parola calza davvero con mio padre. Del resto è il mio maleficio: è una vita che cerco di spiegare.


Quando ho detto la frase sull’oro che luccica, Chiara si è arrabbiata ma non ha detto nulla. Solo, è venuta verso di me e io pensavo volesse abbracciarmi ed ero pronta, invece voleva rimettere un passo in casa, e indicare il salotto con le pareti tutte occupate dalle librerie. Io ho spiegato: – Sono librerie, – non mi è venuto nulla di piú intelligente. Mi dispiace ancora oggi, quello sguardo umiliato che ha fatto Chiara, troppo deluso e doloroso per l’età che aveva, eravamo due bambine. – Non hai capito, – ho detto, – v-v-v-v-volevo d-dire_


Il labrador si è seduto, comprendendo che la situazione si faceva difficile.


– Marianna! – ha detto mia madre dalla cucina.


– Sto salutando Chiara!


– Grazie di tutto, signora!


Poi si è girata, ha provato ad aprire l’ascensore ma l’avevano richiamato, è stato ancora piú umiliante, il labrador ha detto: – Bau, – lei si è buttata giú per le scale e semplicemente se n’è andata perché le persone se ne vanno, oppure te ne vai tu, le persone se ne vanno e non tornano mai piú, oppure non torni mai piú tu.


Per carnevale i miei hanno dato una festa.


Davano sempre queste feste.


Non una festa per adulti, loro non avevano piú amici. Ne avevano avuti tantissimi, soprattutto mia madre. C’erano questi album di foto mezzo nascosti nel mobile nero in salotto, con lo sportello a scorrimento. Dentro quegli album, mia madre giovanissima sorrideva insieme ad altre giovani donne, le sue piú care amiche: erano sempre le stesse cinque o sei e avevano i capelli lunghi ed erano a Parigi, in Toscana, in Portogallo, e persino a Cuba. In un paio di foto erano tutte incinte, tutte insieme, come succede spesso alle amiche.


Mio padre, invece, da ragazzo non viaggiava, ma andava sempre a vedere le corse dei cavalli. Giocava a poker con gli amici. Il cinema, il teatro, e naturalmente la fotografia.


Era bella la vita dei miei genitori, sia prima di conoscersi che quando si erano conosciuti e messi insieme.


Era bella la vita dei miei fino a quando, mi dicevano sempre, ero nata io.


Non fare mai figli, mi dicevano. Ti rovinano la vita.


Io mi incupivo e quando ero molto piccola piangevo.


Allora loro sorridevano e si mettevano a ridere: vedrai quando avrai figli, mi dicevano.


Cosa vedrò?, chiedevo preoccupata. I miei ridevano e non mi rispondevano. Quando ero piccola, spesso a quel punto mi abbracciavano e mi davano dei baci. Mio padre di piú. Tantissimi baci.


Cosa vedrò quando avrò figli, chiedevo di nuovo, perché anche se ridevano mi sembrava una minaccia. Non ricevevo mai la risposta. Poi, una sera, quando ero ormai adolescente ed ero tornata a casa molto triste, e avevo paura di essere tornata a casa, ed ero stanca di aver paura di essere tornata a casa, quando i miei – lui, lei, non lo so – sono venuti fuori con questa solita frase, vedrai quando avrai figli, io non ho riflettuto e ho detto: – Sarebbe stato bello avere un padre e una madre come si deve.


«Come si deve», poi, non è nemmeno un’espressione da me. Mia madre è sbiancata, io mi sono subito pentita e mio padre non ha mosso un muscolo del viso, sapevo che gli avevo fatto molto male e non sapevo perché avevo voluto fargli cosí male, perché l’avevo detto, sei un’ingrata, mi ha sibilato una voce della testa, mio padre si è girato su sé stesso come fosse un robottino, è andato al pianoforte, ha preso la statua di padre Pio che gli avevo portato dalla gita con le suore a Pietrelcina, in terza elementare, la statua piú brutta mai vista sulla terra ma era un mio regalo e lui lo conservava da tanti anni, con amore, sopra il pianoforte, mio padre mi voleva il bene piú grande del mondo, e il bene è una cosa pesante, mio padre ha poggiato con cura la mano aperta sul pianoforte chiuso, ha sollevato la statua, che era grossa e pesante e aveva quegli occhi di padre Pio che facevano paura, e poi ha fatto quello che doveva fare.


Quella sera, come quasi ogni sera da qualche anno a quella parte, ho scritto a Chiara una lettera destinata a non essere letta da lei, né da nessun altro. Nemmeno da me, dopo averla finita. Le ho scritto tutto quello che era successo, come sempre. Fino al giorno dopo mi sono sentita perdonata.

Ma il giorno della festa di carnevale la statua era ancora al suo posto. Io, quando gliel’avevo portata, mentre lui la scartava, mi ero subito pentita di avergliela regalata, perché era davvero troppo grossa, troppo pesante, e sapevo che queste cose a mio padre facevano gola, a un certo punto sarebbe successo, e infatti poi era successo. Ma insomma per la festa i miei avevano comprato un milione di festoni, io avevo un vestito da Pippi Calzelunghe che costava tanto, Chiara è venuta vestita da dottore, un camice, uno stetoscopio. – È brutto, – si è tirata il camice con le mani. – Che v-vestito avresti voluto? – In effetti era molto brutto. Sua madre, poi, sapeva cucire benissimo. – Boh, da odalisca, – ha detto. – Ma o-o-o-dalisca è per le elementari. – Siamo alle elementari, – ha detto. – Fra d-due mesi le finiamo, pe-pe-pènsati alle medie, – ho detto. – Veramente febbraio-giugno sono quattro mesi –. Si sentivano i miei indaffarati in cucina, perché mio padre aveva comprato di tutto per questa festa. Qualunque cosa una persona potesse immaginare. – T-ti ha c-c-comprato altri d-d-d-dieci vasetti di p-pesto, – ho balbettato un sacco. – M-m-mi d-d-d-dispiace, – ho abbassato gli occhi. Non sapete quanto fiato ci vuole per parlare, quando parli cosí. Come un atleta. E lei – dato che nel frattempo il mostro l’aveva visto – mi ha messo una mano sulla spalla e ha detto: – Uau! Non vedevo l’ora! È da quando sono nata che sogno qualcuno che chiede a proposito di me: causa della morte? Pasta al pesto –. E di colpo abbiamo riso.


Poi c’è stato il rumore di una pentola che cadeva, in cucina, e io dal salotto ho sentito chiaramente l’energia di mio padre che si tendeva come un elastico sottilissimo, trasparente, si tendeva e prometteva di tendersi di piú, sempre di piú, perché i figli la sentono, l’energia dei genitori, mentre i genitori non la sentono, l’energia dei figli, o almeno questa è la mia esperienza, ho guardato verso la cucina ed è caduto qualcos’altro, io ho detto: – Non ce la faremo mai –. E Chiara mi ha girato, spalle alla cucina, e ha detto: – Guarda quanti palloncini. – Li ha gonfiati a uno a uno, con il fiato, m-mio padre, non voleva la p-pompa, era diventato bordeaux, stava per s-s-s-venire e io gli stavo vicino con la pompa e… – Stop, – ha detto lei chiudendo il palmo a pugno come un direttore d’orchestra quando deve far finire la musica, ha socchiuso gli occhi come davvero fosse piena di piacere. – A ’sto punto giochiamo a pallavolo –. Si è chinata e mi ha lanciato contro un palloncino blu. È arrivato di corsa il nostro labrador slittando sul pavimento su cui mia madre aveva passato la cera e si è buttato sui palloncini e uno gli è scoppiato in faccia. Lui ci è rimasto malissimo. Io gli ho dato un bacio sul muso ma inutilmente perché ai cani non piacciono i baci, gli fanno il solletico ai baffi. Non gli piace neanche essere abbracciati, si sentono costretti. Io e Chiara abbiamo riso ancora e per nessuna ragione al mondo una di noi due avrebbe varcato la porta della cucina. L’elastico teso di mio padre era trasparente, sicuro ci inciampavi e lo rompevi, e poi vabbè si capisce.


– Marianna non scoppiare tutti i palloncini prima che arrivino gli ospiti! – ha gridato mia madre.


– Normale, – ha detto Chiara.


– Normale, – ho detto io.


Quando, da grande, alle cene le persone avrebbero assaggiato i vini prima di accettare la bottiglia – annusi, fai un sorsetto, poi aspetti un secondo e dici: «Buono / Cattivo» (io dico ancora «Buono / Brutto», invece di «Buono / Cattivo», perché a Bari si dice cosí e io non mi risolvo a pensare a un cibo cattivo, un pollo ai peperoni arrabbiatissimo che vuole ucciderti, una pasta alle vongole con gli occhi di ghiaccio che ti giudicano) – io mi sarei sempre ricordata di questo nostro saggiare, mio e di Chiara, e dire: «Normale / Ahia».


Se era «normale» tutto bene, se era «ahia» c’erano diverse alternative non bellissime. Ma perché pensarci adesso. Adesso era:


– Normale.


– Normale.


Molto soddisfatte.


Perché noi dovevamo stare attente a valutare i mutamenti dell’energia, l’andamento delle voci dei nostri genitori.


Io, Chiara e il labrador abbiamo giocato a lanciarci addosso i palloncini e in poco tempo li abbiamo scoppiati quasi tutti. Perché poi, alla fine, tanto vale giocare.

Mi rendo conto che dovrei raccontare quando e come, tra il momento in cui aveva chiesto alla suora di venire a sedersi vicino a me e la festa di carnevale, Chiara ha incontrato il mostro.


Mi rendo conto che dovrei dire perché ha deciso di chiedere alla suora di sedersi accanto a me. Perché mi ha dato metà del suo panino. Ci sarà un motivo.


Quando, nell’aprile 2025, la donna sui quaranta, alla fine, ha salito le scale della camera d’albergo perché nessuno mai viene in tuo aiuto, ha scoperto che con la capacità di agire aveva perso anche dei pezzi di memoria. Non sempre perdere dei pezzi di memoria è un male.


Io però, a differenza di quella donna, ricordo molto bene tutto ciò che ha a che fare con Chiara.


No. È una bugia. Scusate, è che a volte mi scappano di bocca delle bugie senza neanche accorgermene. È che sono cresciuta cosí: omettere, mentire, sopravvivere.


Il maglione di lana della mia vita con Chiara, di tanto in tanto, si è bucato. Il foro di una sigaretta che brucia la lana, un gancio che si attacca al maglione e lo sfila, il foro di un proiettile, il foro di un dolore, o di un chiarore.

martedì 27 gennaio 2026

LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA Stefan Zweig


LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA

Stefan Zweig 

Recensione 

"Lettera di una sconosciuta" (titolo originale Brief einer Unbekannten, pubblicato nel 1922) è una delle opere più celebri e intense di Stefan Zweig, uno scrittore austriaco maestro nel sondare le profondità dell'animo umano. In questo breve romanzo epistolare – poco più di 80 pagine – Zweig ci immerge in una storia di amore ossessivo e non corrisposto, raccontata attraverso una lettera anonima inviata a un famoso scrittore viennese nel giorno del suo compleanno. La narratrice, una donna morente, rivela una vita intera dedicata a lui in silenzio, senza mai essere riconosciuta o ricordata.

La trama è semplice ma devastante: la sconosciuta descrive il suo incontro da bambina con lo scrittore, il colpo di fulmine che la segna per sempre, gli incontri fugaci da adulta – durante i quali concepiscono un figlio che lui ignora – e il suo sacrificio costante per stargli vicino senza farsi notare. Zweig eccelle nel dipingere l'amore come una forza distruttiva, un'ossessione che consuma la protagonista, rendendola invisibile agli occhi dell'amato, un uomo superficiale e dimentico. È un racconto struggente che esplora temi come la passione unilaterale, l'anonimato e la fragilità delle relazioni umane, con implicazioni psicologiche profonde che emergono dietro un'apparente semplicità narrativa.

Lo stile di Zweig è impeccabile: preciso, scorrevole e magnetico, capace di catturare il lettore in poche pagine con una prosa elegante e priva di retorica superflua. La costruzione epistolare amplifica l'intensità emotiva, creando un contrasto tra la devozione assoluta della donna e l'indifferenza dell'uomo, che riceve la lettera come un enigma. Non è solo una storia d'amore, ma una riflessione sull'egoismo maschile e sulla condizione femminile in una società borghese del primo Novecento. Emozioni contrastanti emergono: tenerezza per la protagonista sensibile, ma anche un senso di inquietudine per la sua ossessione quasi patologica.

Nonostante la brevità, il libro lascia un impatto duraturo, tanto da aver ispirato adattamenti cinematografici (come il film del 1948 di Max Ophüls) e teatrali recenti, che ne sottolineano come sia senza tempo.


LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA

Quando di primo mattino il famoso romanziere R. fece ritorno a Vienna da una ritemprante vacanza di tre giorni in montagna e alla stazione comprò un giornale, subito si sovvenne, dando appena una scorsa alla data, che quello era il giorno del suo compleanno. Quarantun anni, se ne rammentò immediatamente, e la constatazione non gli fece né bene né male. Sfogliò alla svelta le pagine fruscianti del quotidiano e tornò a casa con una vettura di piazza. Il domestico riferì che in sua assenza c’erano state due visite nonché alcune telefonate, e gli portò su un vassoio la posta di quei giorni. Lo scrittore le diede un’occhiata neghittosa e aprì, strappandole, un paio di buste che lo interessavano per via del mittente; sul momento mise invece da parte una lettera, la cui grafia non conosceva, e che gli sembrava troppo voluminosa. Intanto gli era stato servito il tè, lui si appoggiò comodamente alla spalliera della poltrona, sfogliò ancora una volta il giornale e alcuni stampati; poi si accese un sigaro e, infine, prese la lettera che aveva scartato.


Saranno state una ventina di pagine, vergate alla svelta in una grafia femminile affannosa e sconosciuta, un manoscritto piuttosto che una lettera. Meccanicamente palpò ancora una volta la busta per accertarsi che, all’interno, non fosse rimasto un biglietto di accompagnamento. Ma la busta era vuota e priva, come i fogli, dell’indirizzo del mittente e della firma. Che stranezza, pensò, e riprese in mano lo scritto. «A te, che mai mi hai conosciuta» si leggeva in alto a mo’ di apostrofe, di intestazione. S’interruppe stupito: era rivolta a lui o a un personaggio di fantasia? Di colpo la sua curiosità fu desta. Ed egli si mise a leggere:


 


Ieri il mio bambino è morto – per tre giorni e tre notti ho cercato di strappare alla morte la sua piccola, tenera vita, per quaranta ore sono rimasta al suo capezzale mentre l’influenza scuoteva quel corpicino che bruciava di febbre. Gli ho posato pezzuole fresche sulla fronte ardente, giorno e notte ho tenuto fra le mie le sue piccole mani irrequiete. La terza sera sono crollata. I miei occhi non ne potevano più, si chiudevano senza che io me ne rendessi conto. Per tre o quattro ore ho ceduto al sonno su quella seggiola rigida, e nel frattempo la morte se l’è portato via. Adesso è lì disteso, povera amorevole creatura, nel suo lettuccio di bambino, proprio come quando è spirato; gli hanno solo chiuso gli occhi, i suoi occhi scuri e intelligenti, gli hanno congiunto le mani sulla camicia bianca, e quattro candele ardono ai quattro angoli del letto. Non ho il coraggio di guardare, non ho il coraggio di muovermi, perché quando la fiamma delle candele vacilla, sul suo volto e sulla sua bocca serrata si rincorrono le ombre, ed è come se i suoi lineamenti si animassero, e mi verrebbe quasi da pensare che non è morto, che può risvegliarsi e dirmi qualcosa di puerilmente affettuoso con la sua voce argentina. Ma io lo so, è morto, non voglio più guardare da quella parte, per non lasciarmi prendere ancora una volta dalla speranza, per non ritrovarmi ancora una volta delusa. Lo so, lo so, ieri il mio bambino è morto – e adesso mi sei rimasto solo tu al mondo, solo tu che di me nulla sai, che in questo momento stai magari giocando ignaro o ti stai divertendo con cose e persone. Mi sei rimasto solo tu, tu che mai mi hai conosciuta e che io ho sempre amato.


Ho preso la quinta candela e l’ho posata qui sul tavolo, da dove ora ti sto scrivendo. Perché non posso restare sola accanto al mio bambino morto senza dar sfogo a ciò che mi preme sul cuore, e a chi dovrei rivolgermi in quest’ora terribile, se non a te, a te che per me eri e sei tutto? Forse non so farmi comprendere appieno, forse tu non mi comprendi... la mia testa è talmente annebbiata, le tempie pulsano e martellano, le ossa mi fanno così male. Credo di avere la febbre, forse ho anch’io l’influenza, che in questi giorni si insinua di casa in casa, e sarebbe un bene, perché così me ne andrei con il mio bambino e non sarei costretta a infierire su di me. A tratti mi si offusca la vista, magari non riuscirò nemmeno a terminare questa lettera..., ma voglio raccogliere tutte le forze per potermi finalmente rivolgere a te, per rivolgermi quest’unica volta a te, amore mio, a te che mai mi hai conosciuta.


A te solo voglio parlare, per la prima volta ti dirò tutto: dovrai conoscere tutta la mia vita, che è sempre stata la tua e di cui tu non hai mai saputo nulla. Ma conoscerai il mio segreto solo quando io sarò morta e tu non dovrai più darmi risposte, quando questo gelo e questo ardore che mi scuotono le membra saranno veramente la fine. Se dovessi sopravvivere, strapperò questa lettera e continuerò a tacere come sempre ho taciuto. Ma se ora la tieni in mano, sappi che lì tra quelle righe una morta ti sta raccontando la sua vita, quella vita che fu tua, dalla prima all’ultima sua ora consapevole. Non aver paura delle mie parole: una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto. Solo una cosa ti chiedo, di credere a tutto ciò che il mio dolore, rifugiatosi presso di te, ti confiderà. Credi a tutto, solo di questo io ti prego: non si mente nell’ora della morte di un figlio, del proprio unico figlio.


Voglio raccontarti l’intera mia vita, questa vita che cominciò davvero soltanto il giorno in cui ti conobbi. Prima c’era solo qualcosa di opaco e confuso, in cui la mia memoria non si sarebbe mai più immersa, una specie di cantina piena di oggetti e individui coperti di polvere, ragnatele e muffa, dei quali il mio cuore non ricorda più nulla. Quando tu sei arrivato, io avevo tredici anni e abitavo nella stessa casa in cui tu abiti ancora, nella stessa casa in cui tu adesso stai tenendo in mano questa lettera, il mio ultimo alito di vita; abitavo allo stesso piano, proprio dirimpetto alla porta del tuo appartamento. Di sicuro non ti ricordi più di noi, della povera vedova (sempre vestita a lutto) di un funzionario delle Finanze e della ragazzina magra, già adolescente – d’altronde vivevamo molto ritirate, come immerse nella nostra ristrettezza piccoloborghese; e neanche il nostro nome avrai mai sentito, perché non avevamo la targhetta sulla porta di casa, e a trovarci non veniva mai nessuno, nessuno chiedeva di noi. Senza contare che da allora è già passato tanto tempo, quindici o sedici anni, tu di certo non te ne rammenti più, amore mio, mentre io, io ricordo con passione ogni dettaglio; ricordo ancora, come fosse oggi, il giorno, anzi l’ora in cui per la prima volta sentii parlare di te, in cui per la prima volta ti vidi, e non potrebbe essere altrimenti giacché fu in quel momento che per me il mondo ebbe inizio. Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto dal principio; ti prego, non stancarti di dovermi ascoltare per un quarto d’ora, di ascoltare chi per una vita intera non si è mai stancata di amarti. Prima che ti ci trasferissi tu, nel tuo alloggio abitava brutta gente, gente cattiva e litigiosa. Poveri com’erano, detestavano soprattutto la povertà dei vicini, la nostra, perché noi non volevamo avere nulla in comune con la loro rozzezza plebea, con il loro degrado. L’uomo era un beone e picchiava la moglie: spesso ci svegliavamo la notte al fracasso delle sedie rovesciate e dei piatti andati in frantumi; lei una volta, battuta a sangue, corse fin sulle scale con i capelli scarmigliati, e alle sue spalle l’ubriaco che sbraitava, finché la gente non uscì sul pianerottolo minacciandolo di chiamare la polizia. Sin dall’inizio mia madre aveva evitato ogni rapporto con loro e mi aveva proibito di parlare con i bambini, che in cambio non perdevano occasione di vendicarsi su di me. Quando ci incontravamo per strada, mi urlavano dietro parole volgari, e una volta mi colpirono con palle di neve così dure da farmi sanguinare la fronte. L’intero palazzo aveva istintivamente in odio quella gente, e quando all’improvviso accadde il fattaccio – credo che il marito fosse stato messo dentro per furto –, e la famiglia dovette far fagotto, tirammo tutti un sospiro di sollievo. Per qualche giorno il cartello «Affittasi» restò appeso al portone di casa, poi fu staccato, e dal portinaio si venne presto a sapere che uno scrittore, un signore tranquillo che viveva solo, aveva preso l’appartamento. Fu allora che udii per la prima volta il tuo nome.


Dopo pochi giorni soltanto arrivarono decoratori, imbianchini, stuccatori, tappezzieri, per rimettere all’onor del mondo l’appartamento, liberato dai suoi sordidi occupanti; sentivamo i martelli picchiare, e poi battere, stuccare, scrostare, ma la mamma non era per nulla infastidita: adesso, diceva, avrà finalmente termine quella gazzarra indecente. Non riuscii ancora a vedere te, invece, nemmeno durante il trasloco: a tutti quei lavori sovrintendeva il tuo domestico, quel domestico da casa signorile, piccolo, serio e grigio di capelli, che dirigeva ogni cosa dall’alto della sua posizione con modi sobri e ovattati. Fece colpo su di noi, in primo luogo perché nel nostro palazzo fuori porta un simile domestico era qualcosa di assolutamente inedito, e poi perché quell’uomo era con tutti di una gentilezza estrema, senza per questo mettersi sullo stesso piano della servitù e lasciarsi coinvolgere in conversazioni confidenziali. Fin dal primo giorno salutò mia madre con grande rispetto, quasi fosse una dama, e persino con una mocciosetta come me era sempre affabile e serio.


Quando pronunciava il tuo nome, lo faceva immancabilmente con una certa deferenza, con un particolare rispetto – si capiva subito che ti era affezionato, molto più di quanto non lo sia in genere il personale di servizio. E come l’ho amato per questo, il buon vecchio Johann, anche se lo invidiavo perché poteva starti sempre attorno e servirti.


Ti racconto tutto ciò, amore mio, tutte queste piccole cose, quasi ridicole, per farti capire come, sin dall’inizio, tu fossi riuscito a esercitare un tale ascendente sulla ragazzina timida e schiva che ero allora. Ancor prima che tu fossi entrato nella mia vita, eri già avvolto in un nimbo, in un’aura di ricchezza, originalità e mistero: noi tutti nel piccolo palazzo fuori porta – le persone che hanno una vita angusta, d’altronde, sono sempre curiose di qualsiasi novità di là dall’uscio – attendevamo con impazienza il tuo arrivo. E la curiosità che tu mi ispiravi, come s’accrebbe dentro di me quando un pomeriggio, rientrando da scuola, trovai il furgone dei traslochi davanti a casa! La maggior parte dei mobili, i pezzi pesanti, erano già stati portati su dai facchini, adesso stavano trasportando, uno alla volta, gli oggetti più piccoli; rimasi sulla porta per poter ammirare ogni cosa, giacché i tuoi arredi erano così stranamente diversi da tutto quello che avevo veduto sino allora! C’erano idoli indù, sculture italiane, grandi dipinti dai colori vivacissimi, e alla fine arrivarono i libri, così numerosi e così belli come mai lo avrei ritenuto possibile. Furono tutti accatastati vicino alla porta, da dove il domestico li prendeva in mano, uno alla volta, per batterli con una canna e spolverarli con il piumino. Giravo incuriosita attorno alla pila che cresceva sempre più; il domestico non mi mandò via, ma nemmeno mi incoraggiò: non osai quindi toccare nulla, anche se mi sarebbe piaciuto sentire sotto le dita il cuoio morbido di alcuni fra quei volumi. Timorosa, lessi solo i titoli dalla costola: ce n’erano di francesi e di inglesi, e altri in lingue a me ignote. Credo che avrei potuto trascorrere ore e ore a contemplarli; ma in quel momento mia madre mi chiamò in casa.


Per tutta la sera non potei fare a meno di pensare a te; e prima ancora di averti conosciuto. Io, personalmente, possedevo appena una dozzina di libri a buon mercato, dalla legatura di cartone ormai logoro, libri che amavo sopra ogni cosa e rileggevo di continuo. E adesso fremevo dalla voglia di sapere quale aspetto avesse mai la persona che possedeva e aveva letto tutti quegli splendidi libri, che conosceva tutte quelle lingue, che era al tempo stesso così ricca e così colta. Una sorta di reverenza sovrannaturale si unì in me all’idea di quella moltitudine di libri. Cercavo di farmi un’immagine di te. Eri un uomo anziano con gli occhiali e una lunga barba bianca, come il nostro professore di geografia, ma molto più bonario, più bello e più indulgente. Non so perché, già allora ero certa che tu fossi bello, anche se pensavo a te come a un uomo avanti con gli anni. E quella notte, quando ancora non ti conoscevo, ti ho sognato per la prima volta.


L’indomani ti trasferisti, ma nonostante fossi stata di guardia tutto il tempo non riuscii a vederti, e questo accrebbe ancora la mia curiosità. Infine, il terzo giorno ti vidi, e quale sconvolgente sorpresa fu il constatare che eri così diverso, senza alcun rapporto con quella mia immagine infantile del Padreterno. Avevo fantasticato di un vecchio bonario con gli occhiali, e invece arrivasti tu, tu, esattamente come sei ancora oggi, un essere che non cambia mai, al quale gli anni scivolano via di dosso, indolenti! Portavi un delizioso completo sportivo, marrone chiaro, e salivi le scale di corsa con la tua incomparabile falcata leggera, da ragazzo, sempre due gradini alla volta. Tenevi il cappello in mano, e fu così che, presa da indescrivibile stupore, vidi il tuo volto luminoso, vivace, e i tuoi capelli folti: davvero trasalii sbalordita nel vederti così giovane, così attraente, così agile, slanciato ed elegante. E non è strano? Fin da quel primo momento percepii assai nettamente ciò che, di unico, io e gli altri avremmo sempre e di nuovo constatato in te con un moto di sorpresa: che tu sei per così dire bifronte, sei un giovanotto ardente e spensierato, tutto dedito al gioco e all’avventura, ma anche, nell’esercizio della tua arte, un uomo colto, di sterminate letture, ligio al dovere e di una serietà inflessibile. In modo inconscio sentivo ciò che tutti avvertono in te dopo averti conosciuto: che tu conduci una doppia vita, una vita con due facce, una in chiaro, apertamente rivolta al mondo, e un’altra tutta in ombra, che tu solo conosci. E questa intrinseca dualità, il segreto della tua esistenza, io ragazzina di tredici anni la avvertii, ammaliata, al primo sguardo.


Capisci dunque, amore mio, che apparizione miracolosa, che enigma allettante dovevi essere allora tu per me, per quella bambina! Una persona che incuteva rispetto perché scriveva libri, perché era celebre nel gran mondo a noi precluso, e tutto d’un tratto scoprire che era un uomo giovane, sui venticinque anni, elegante e spensierato come un ragazzo. Ed è forse necessario dirti che da quel giorno nel nostro palazzo, nel mio povero mondo infantile, nient’altro più mi interessò all’infuori di te, e che io con tutta la cocciutaggine, con tutta l’implacabile ostinazione di una tredicenne, da allora non mi occupai d’altro se non della tua vita, della tua esistenza? Ti osservavo, osservavo le tue abitudini, osservavo le persone che venivano a trovarti, e questo, lungi dal diminuirla, accresceva la mia curiosità verso di te, perché in quegli ospiti così diversi fra loro si manifestava l’intera ambivalenza del tuo essere. Venivano persone giovani, tuoi colleghi, con i quali ridevi ed eri spavaldo, oppure studenti male in arnese, ma anche signore che arrivavano in automobile, una volta giunse il direttore dell’Opera, il grande direttore d’orchestra che io, presa da somma reverenza, avevo visto solo da lontano sul podio; e poi ragazzine, che frequentavano ancora la scuola commerciale e sgusciavano imbarazzate dietro la porta, in genere molte, moltissime donne. Non pensavo a nulla di speciale quando mi imbattevo in loro, nemmeno quella mattina in cui, andando a scuola, vidi uscire da casa tua una signora tutta velata – avevo solo tredici anni, d’altronde, e la bambina in me ancora non sapeva che l’appassionata curiosità con cui io ti spiavo, con cui ti facevo la posta, già fosse amore.


Ma ricordo ancora esattamente, amore mio, il giorno e l’ora in cui mi persi in te, del tutto e per sempre. Avevo fatto una passeggiata con una compagna di scuola, stavamo chiacchierando davanti al portone. In quel momento arrivò un’automobile, si fermò, e tu, con i tuoi movimenti elastici, impazienti, che ancor oggi mi affascinano, saltasti giù dal predellino e ti dirigesti verso casa. Non so quale impulso mi spinse ad aprirti la porta, ma così ti intralciai il passo al punto che quasi ci scontrammo. Mi avvolgesti nel tuo sguardo caldo e morbido, che sembrava una carezza e, sorridendomi affettuosamente – sì, non saprei trovare altro termine –, mi dicesti a voce molto bassa e in tono quasi confidenziale: «Mille grazie, signorina».


Questo fu tutto, amore mio; ma da quell’istante, da quando avvertii su di me quello sguardo morbido e affettuoso, io fui interamente tua. In seguito, e anche molto presto, avrei constatato che, di quello sguardo avvolgente e attraente, di quello sguardo capace di avviluppare e al tempo stesso di spogliare – lo sguardo del seduttore nato –, tu fai dono a ogni donna che ti sfiora, a ogni commessa che ti vende qualcosa, a ogni cameriera che ti apre la porta; uno sguardo di cui tu non sei consapevole come di una tua volontà o di una tua inclinazione, ma che la tua tenerezza verso le donne rende, a tua totale insaputa, morbido e caldo quando tu lo posi su di loro. Io con i miei tredici anni, però, non lo immaginavo: ero come immersa nel fuoco. Credetti che quella tenerezza fosse solo per me, per me sola, e in quell’istante la donna che era in me, nell’adolescente di allora, si destò e divenne tua per sempre.


«Chi era quello?» chiese la mia amica. Non riuscii a risponderle subito. Fare il tuo nome mi risultava impossibile: fin da quell’istante, da quell’unico istante mi era divenuto sacro, era divenuto il mio segreto. «Ah, un signore che abita qui, nella casa» farfugliai a disagio. «Ma allora perché sei diventata così rossa quando lui ti ha guardata?» mi canzonò la mia amica con tutta la malizia di una ragazzina curiosa. E proprio perché, da quel tono canzonatorio, intuivo che lei stava scoprendo il mio segreto, avvampai ancora di più. L’imbarazzo mi rese sgarbata. «Brutta scema» esclamai furiosa: avrei voluto strozzarla. Ma lei si mise a ridere ancora più forte e ancora più beffarda, finché sentii che mi stavano venendo le lacrime agli occhi per quella collera impotente. La lasciai lì e corsi su, a casa.


Da quell’istante ti ho amato. Lo so, le donne l’hanno usata spesso questa parola con te, con quell’uomo viziato che sei. Ma credimi, nessuno ti ha amato con tutta l’abnegazione di una schiava, di un cane, come lo fece quell’essere che io ero allora e quale per te son sempre rimasta, perché nulla a questo mondo può eguagliare l’amore di una bambina che, di nascosto, si sprigiona dall’oscurità: esso infatti è così disperato, umile, sottomesso, attento e colmo di passione, come mai potrà esserlo quello di una donna adulta, che è pur sempre un amore mosso da bramosia e inconsciamente volto a chiedere qualcosa. Solo i bambini solitari possono tenersi stretta, tutta intera, la loro passione: gli altri disperdono il sentimento nelle chiacchiere, lo logorano con le confidenze; dell’amore hanno tanto sentito parlare, tanto ne hanno letto e sanno che è un destino comune. Con esso si trastullano quasi fosse un giocattolo, se ne fanno vanto, come i ragazzini con la loro prima sigaretta. Ma io, io non avevo nessuno con cui confidarmi, nessuno mi aveva insegnato nulla né messo in guardia, ero inesperta e ignara: precipitai nel mio destino come in un abisso. Tutto ciò che nel mio essere cresceva e sbocciava aveva fatto di te solo, del suo sogno di te, il suo amico del cuore: mio padre era morto da tempo, con la mamma oppressa da un’eterna cupezza e nella sua ansia di pensionata non avevo confidenza, per le compagne di scuola già sulla cattiva strada provavo disgusto perché giocavano spensierate con quella che per me era la passione suprema. Proiettai così su di te tutto ciò che altrimenti si disperde e si dissipa, su di te proiettai l’intero mio animo che, pur compresso, tornava sempre a espandersi, impaziente. Tu eri per me – come dirtelo?, qualsiasi paragone sarebbe riduttivo –, tu eri tutto, eri l’intera vita mia. Ogni cosa esisteva solo in quanto aveva un rapporto con te, ogni cosa nella mia esistenza aveva senso solo se era legata a te. Tu trasformasti, tutta intera, la mia vita. Fino allora apatica e mediocre a scuola, divenni d’un tratto la prima della classe, leggevo un’infinità di libri sino a notte fonda perché sapevo che tu amavi i libri; di punto in bianco – lasciando stupefatta mia madre – cominciai a esercitarmi al pianoforte con perseveranza, quasi con caparbietà, perché credevo che tu amassi la musica. Tenevo in ordine i miei vestiti solo per comparirti davanti con un aspetto piacevole e lindo, e sapere che il mio vecchio grembiule di scuola (ricavato da un vestito da casa di mia madre) aveva sulla sinistra una toppa quadrata mi procurava grande imbarazzo. Temevo che tu potessi notarla e disprezzarmi; perciò, nel salire le scale, le premevo sempre contro la cartella, tremando per la paura che tu te ne accorgessi. Che pensiero sciocco: da quella volta tu non mi hai mai, quasi mai più guardata. Eppure in fondo non facevo altro, per tutto il giorno, che aspettarti e sorvegliarti. Sul nostro battente c’era un piccolo spioncino di ottone, e attraverso quel pertugio rotondo si riusciva a vedere la tua porta. Quello spioncino – no, non sorridere, amore mio, ancor oggi non mi vergogno di quelle ore! –, quello spioncino era il mio occhio verso il mondo; là, nell’anticamera gelida, nel timore di destare i sospetti di mia madre, rimasi seduta in quei mesi e in quegli anni con un libro in mano, trascorrendo interi pomeriggi appostata, tesa come la corda di un violino e come questa vibrante, quando la tua presenza mi sfiorava. Ero sempre concentrata su di te, sempre in tensione e in movimento; ma tu non potevi sentirlo, così come non senti la tensione nella molla dell’orologio che porti nel taschino e che, nel buio, conta e misura pazientemente le tue ore, accompagna i tuoi passi con il suo impercettibile battito e sul quale il tuo sguardo cade frettoloso per uno appena fra i milioni di tictac, fra i milioni di secondi. Di te sapevo ogni cosa, conoscevo tutte le tue abitudini, le tue cravatte, i tuoi vestiti, e imparai presto a distinguere ciascuno dei tuoi conoscenti, che suddivisi in due categorie, quelli che mi piacevano e quelli che mi erano antipatici. Dai tredici ai sedici anni ho vissuto ogni mia ora per te. Ah, quante sciocchezze ho commesso! Baciavo la maniglia della porta che la tua mano aveva toccato, mi impossessavo furtiva del mozzicone di sigaretta che tu avevi gettato via prima di entrare nel palazzo e che per me era sacro perché vi si erano posate le tue labbra. Centinaia di volte, accampando qualche pretesto, ero scesa in strada la sera, per vedere in quale delle tue stanze fosse accesa la luce, e poter sentire così più concretamente la tua presenza, la tua invisibile presenza. E nelle settimane in cui eri via – l’angoscia mi serrava il cuore quando vedevo il buon Johann portare giù la tua borsa da viaggio gialla –, in quelle settimane la mia vita era spenta e senza senso. Me ne andavo in giro di malumore, annoiata, indispettita, e dovevo stare sempre attenta che, dagli occhi gonfi di pianto, la mamma non indovinasse la mia disperazione.


Lo so, quelle che ora ti racconto sono solo grottesche esaltazioni, puerili follie. Dovrei vergognarmene, ma non me ne vergogno perché mai il mio amore per te fu così puro e così appassionato come in quegli eccessi infantili. Per ore, per giorni interi potrei raccontarti come ho vissuto con te allora, con te che a malapena mi conoscevi di vista perché, se ti incontravo per le scale e non potevo evitarti, intimorita dal tuo sguardo ardente ti passavo davanti di corsa a testa bassa, come uno che si getta in acqua per sfuggire al fuoco. Per ore, per giorni interi potrei raccontarti di quegli anni, che tu da tempo hai dimenticato, potrei srotolare l’intero calendario della tua vita; ma non voglio tediarti, non voglio tormentarti. Solo il momento più bello della mia infanzia voglio ancora confidarti, e ti prego di non canzonarmi, anche se lo giudicherai insignificante perché per me, per la bambina di allora, fu l’incontro con l’infinito. Dev’essere stato di domenica. Tu eri in viaggio, e il tuo domestico trascinava, attraverso la porta dischiusa dell’appartamento, i pesanti tappeti che aveva appena battuto. Faceva fatica il brav’uomo, e io, in un impeto di audacia, mi avvicinai a lui e mi offrii di aiutarlo. Era sorpreso, ma mi lasciò fare e fu così che vidi – se solo potessi dirti con quanta reverente, devota adorazione! – l’interno del tuo appartamento, il tuo mondo, la scrivania dove solitamente sedevi e sulla quale c’erano dei fiori in un vaso di cristallo azzurro. I tuoi armadi, i tuoi quadri, i tuoi libri. Fu solo uno sguardo fugace e furtivo nella tua vita, perché il fedele Johann mi avrebbe certamente impedito di osservare le cose più a fondo, ma con quell’unico sguardo io assorbii tutta l’atmosfera e ne trassi nutrimento per quei sogni senza fine che facevo di te, nella veglia e nel sonno.


Quel breve momento fu il più felice della mia infanzia. Ho voluto raccontartelo affinché tu – tu che non mi conosci – possa finalmente farti un’idea di quella vita che da te dipendeva e per te si struggeva. Ho voluto raccontartelo, così come voglio raccontarti di quell’altro momento, l’ora più terribile, che fu purtroppo così vicino al precedente. Per causa tua – te l’ho già detto – io avevo dimenticato tutto, non facevo caso a mia madre e non mi curavo di nessuno. Non mi accorsi così che un signore di una certa età, un commerciante di Innsbruck, lontano parente d’acquisto della mamma, veniva da noi sempre più spesso e si fermava sempre più a lungo; ne prendevo solo atto con piacere, perché talvolta quel signore portava la mamma a teatro, e io potevo restare sola, e pensare a te, farti la posta, dedicarmi insomma a quella che era la mia suprema, la mia unica felicità. Ebbene, un giorno mia madre, con modi un po’ cerimoniosi, mi chiamò in camera sua: doveva parlarmi seriamente, disse. Impallidii e sentii che all’improvviso il mio cuore si era messo a battere forte: aveva forse intuito qualcosa, aveva indovinato? Il mio primo pensiero fosti tu, il segreto che mi univa al mondo. Ma anche la mamma era imbarazzata, mi baciò affettuosamente (cosa che non faceva mai) una volta, due volte, mi trasse a sé sul divano e cominciò, esitante e pudibonda, a raccontare che il suo parente, il quale era vedovo, le aveva fatto una proposta di matrimonio, e che lei, soprattutto per il mio bene, aveva deciso di accettare. Il cuore mi si serrò in gola: un pensiero soltanto rispondeva dentro di me, il pensiero di te. «Ma resteremo qui, vero?» riuscii appena a balbettare. «No, ci trasferiamo a Innsbruck, Ferdinand ha una bella villa laggiù». Non udii altro. La vista mi si oscurò. Più tardi seppi che ero svenuta. Sentii mia madre riferire con voce sommessa al patrigno, rimasto dietro la porta ad aspettare, che di colpo avevo fatto qualche passo indietro tendendo le mani e poi ero crollata a terra come un peso morto. Ciò che accadde nei giorni successivi, come io nella mia impotenza infantile mi ribellassi alla loro volontà superiore, tutto ciò non riesco a raccontartelo: ancora adesso, se solo ci penso, mi trema la mano mentre vado scrivendo. Non potevo rivelare il mio vero segreto, e così la mia resistenza sembrava pura cocciutaggine, cattiveria e sfida. Nessuno più mi parlava, tutto si svolgeva alle mie spalle. Approfittavano delle ore in cui ero a scuola per mandare avanti il trasloco: al mio rientro, mancava ogni volta qualcosa, sgomberato o venduto. Vedevo l’appartamento sfaldarsi e, con esso, la mia vita; e infine un giorno, quando rientrai per pranzo, i facchini erano già stati lì e avevano portato via tutto. Nelle stanze vuote c’erano le valigie pronte oltre a due brandine per la mamma e per me, dove avremmo dormito ancora una notte, l’ultima, e l’indomani saremmo partite per Innsbruck. In quell’ultimo giorno sentii con improvvisa determinazione che non avrei potuto vivere lontano da te. La mia unica salvezza eri tu. Come mi figurassi la cosa, e se in quelle ore di disperazione fossi comunque in grado di pensare con lucidità, non potrò mai dirlo, ma tutto d’un tratto – mia madre era via – mi alzai dalla seggiola e, così com’ero con il grembiule di scuola, venni da te. No, non ero io che venivo: una forza magnetica mi spingeva, le gambe rigide e le braccia tremanti, verso la tua porta. Te l’ho già detto, non sapevo esattamente ciò che volevo: cadere ai tuoi piedi e pregarti di tenermi con te, come serva, come schiava; temo che tu stia sorridendo per quell’ingenuo fanatismo di una quindicenne, ma – amore mio – non sorrideresti più se sapessi in che stato ero quel giorno in piedi sul pianerottolo gelido, irrigidita dal terrore e tuttavia sospinta da una forza inspiegabile, e come avevo per così dire strappato dal corpo il mio braccio tremante, sicché esso si levò e – lotta durata per l’eternità di quei terribili istanti – premette il dito sul pulsante del campanello. Ancor oggi mi echeggia all’orecchio quel suono stridulo, e poi il silenzio che ne seguì, con il cuore che non mi batteva più e il sangue che si fermava, tutto proteso a cogliere se mai saresti venuto.


Ma tu non venisti. Non venne nessuno. Evidentemente quel pomeriggio eri uscito, e Johann stava sbrigando qualche commissione: io allora, l’inane suono del campanello ancora nell’orecchio, tornai brancolando nel nostro appartamento depredato e sgomberato e mi gettai esausta su un plaid, stanca per quei quattro passi come avessi camminato, ore e ore, nella neve alta. Ma sotto quello sfinimento ardeva ancora, non spenta, la mia determinazione a vederti, a parlarti, prima che loro mi strappassero da te. In questo desiderio, posso giurartelo, non c’era ombra di sensualità; proprio perché non pensavo ad altri che a te, io ero ancora ignara: volevo solo vederti, una volta ancora, aggrapparmi a te. Per tutta la notte, per tutta quella lunga notte spaventosa ti ho aspettato, amore mio. Non appena la mamma si coricò e prese sonno, scivolai fuori nell’anticamera, l’orecchio teso a quando avresti fatto ritorno. Ho aspettato tutta la notte, ed era una gelida notte di gennaio. Ero stanca, le ossa mi dolevano, e non avevo neanche più una seggiola su cui sedermi: così mi sdraiai sul pavimento freddo, dove da sotto la porta filtrava la corrente d’aria. Restai sdraiata, tutta indolenzita, su quel pavimento freddo con indosso soltanto la mia veste leggera, perché non avevo preso neanche la coperta: non volevo stare al caldo per paura di addormentarmi e di non sentire i tuoi passi. Avevo male, premevo l’uno contro l’altro i piedi rattrappiti dai crampi, le braccia mi tremavano; dovevo alzarmi di continuo, tanto faceva freddo in quella terribile oscurità. Ma io aspettavo, aspettavo, aspettavo te come il mio destino.


Finalmente – saranno state già le due o le tre della mattina – udii, sotto, il portone che si apriva e poi dei passi su per le scale. Il freddo era come schizzato via da me, un nembo di calore mi avvolse, dischiusi piano la porta per correrti incontro, per cadere ai tuoi piedi... Ah, non so cosa avrebbe potuto fare quella bambina sciocca che ero allora. I passi si avvicinavano, accompagnati dalla luce guizzante di una candela. Tremando tenevo la mano sulla maniglia. Eri tu quello che stava salendo?


Sì, eri tu, amore mio – ma non da solo. Udii un riso sommesso, vellicante, un abito di seta che strusciava e la tua voce ovattata – tornavi a casa con una donna...


Come sia potuta sopravvivere a quella notte, non lo so. L’indomani mattina, alle otto, mi portarono di peso a Innsbruck; non avevo più forze per ribellarmi.


 


Il mio bambino è morto ieri notte – adesso sarò di nuovo sola, se davvero dovessi sopravvivergli. Domani verranno – uomini sconosciuti, rozzi, vestiti di nero –, porteranno una bara e lo metteranno dentro, il mio povero, il mio unico bambino. Forse verranno anche gli amici e porteranno corone di fiori, ma che cosa sono mai i fiori su una bara? Mi consoleranno e mi diranno parole di circostanza. Parole, parole: ma a che cosa mi serviranno? Lo so, sarò di nuovo sola. E non c’è nulla di più terribile che essere soli in mezzo alla gente. L’ho provato allora, in quei due interminabili anni a Innsbruck, in quel periodo fra i sedici e i diciotto anni in cui vivevo nella mia famiglia come una prigioniera, come una ripudiata. Il patrigno, uomo molto pacato e taciturno, era buono con me; la mamma, quasi dovesse farsi perdonare un torto involontariamente commesso, sembrava pronta a soddisfare tutti i miei desideri; le persone giovani cercavano di conquistarsi i miei favori, ma io le respingevo tutte con appassionata caparbietà. Lontano da te non volevo vivere felice e appagata, e mi seppellii in un mondo tenebroso di solitudine, in cui mi torturavo da sola. I nuovi abiti dai colori vivaci che mi compravano, non li indossavo, mi rifiutavo di andare ai concerti e a teatro o di partecipare a gite in allegra compagnia. Facevo a malapena due passi sotto casa: ci crederesti, amore mio, che di quella piccola città, in cui sono vissuta due anni, conosco a dir tanto una decina di strade? Ero in lutto e volevo esserlo, mi inebriavo di ogni rinuncia che ancora mi infliggevo oltre a quella della tua presenza. E poi: non dovevo lasciarmi distrarre dalla mia passione, da quel voler vivere soltanto in te. Restavo seduta da sola in casa, per ore, per giorni, e non facevo nulla se non pensare a te, se non rivivere, senza stancarmene mai, le centinaia di ricordi minuti che avevo di te, ogni incontro, ogni attesa, e mi rappresentavo quei fuggevoli episodi come a teatro. Ed ecco perché tutta la mia infanzia – avendo io tacitamente rievocato infinite volte ciascuno degli istanti di allora – mi è rimasta con tale ardore nella memoria che ancor oggi sento dentro di me, caldo e zampillante, ogni minuto di quegli anni passati. Quasi mi fosse corso ieri per le vene.


Solo in te ho vissuto allora. Mi compravo tutti i tuoi libri; quando sul giornale c’era il tuo nome, per me era un momento di festa. Ci crederesti, che conosco a memoria ogni passo dei tuoi libri, tante volte li ho letti? Se qualcuno di notte mi strappasse al sonno e mi recitasse un rigo qualsiasi di quei libri, ancora oggi, ancora oggi dopo tredici anni, io potrei continuare come in sogno: a tal punto ogni tua parola era per me vangelo e preghiera. Il mondo intero esisteva esclusivamente nel rapporto che poteva avere con te: sui giornali di Vienna seguivo i concerti e le prime solo per domandarmi quali avrebbero potuto interessarti e, appena scendeva la sera, ti accompagnavo da lontano: adesso entra in sala, adesso si siede. Mille volte ti ho sognato così, da quell’unica volta che ti avevo visto a un concerto.


Ma a quale scopo raccontarti tutto ciò, questa follia, questo scagliarsi contro se stessi, questo fanatismo tragico e disperato di una bambina abbandonata? Perché parlarne con qualcuno che non ne ha mai avuto il sospetto, non lo ha mai saputo? Ma ero davvero ancora una bambina in quei momenti? Compii diciassette anni, diciotto – e i giovani in strada cominciavano a voltarsi e a guardarmi, ma riuscivano solo a indispettirmi. Perché l’amore, o anche soltanto provare a figurarmi l’amore per un altro che non fossi tu, mi sembrava inimmaginabile, inconcepibilmente estraneo; anzi, il solo esserne tentata mi sarebbe parso un delitto. La mia passione per te era rimasta la stessa, ma insieme con il mio corpo, insieme con il destarsi dei sensi, si era trasformata diventando più ardente, più sensuale, più femminile. E ciò che la bambina, nella sua volontà torpida e ignara, la bambina che allora aveva suonato alla tua porta non poteva intuire era adesso il mio unico pensiero: donarmi a te, a te abbandonarmi.


Le persone che avevo attorno mi consideravano timida, dicevano che ero scontrosa (mi mordevo le labbra per non tradire il mio segreto). Ma in me stava crescendo una volontà di ferro. Tutti i miei pensieri, tutti i miei sforzi si concentravano su un unico obiettivo: tornare a Vienna, tornare da te. E riuscii a imporre la mia volontà, per quanto assurda, per quanto incomprensibile potesse apparire agli altri. Il mio patrigno era benestante, mi trattava come fossi sua figlia. Ma io, con implacabile ostinazione, insistevo sulla mia volontà di guadagnarmi da vivere e alla fine raggiunsi lo scopo: potei tornare a Vienna, da un nostro parente, per lavorare in un grande negozio di confezioni.


È forse necessario dirti dove mi diressi, per prima cosa, quando – finalmente, finalmente! – arrivai a Vienna in una nebbiosa sera d’autunno? Lasciai i bagagli alla stazione, mi precipitai su un tram – con quanta lentezza mi pareva viaggiasse, ogni fermata mi esasperava – e raggiunsi di corsa la casa. Le tue finestre erano illuminate, il mio cuore cantava. Soltanto ora si animava quella città che mi aveva accolta con il suo fragore estraneo, insensato; soltanto ora tornavo ad animarmi, perché ti sentivo vicino, sentivo te, il mio sogno imperituro. Non immaginavo che adesso, nel momento in cui fra te e il mio sguardo radioso c’era solo il vetro sottile e luccicante della tua finestra, io in realtà mi trovavo altrettanto lontano dalla tua mente quanto lo ero stata dietro valli, montagne e fiumi. Non mi stancavo di guardare verso l’alto: lassù c’era luce, c’era la casa, c’eri tu, c’era il mio mondo. Per due anni avevo sognato quest’ora, e adesso la ricevevo in dono. Restai tutta la sera, quella lunga sera mite e nuvolosa, davanti alle tue finestre finché non si spense la luce. Solo allora andai a cercare la casa dove avrei abitato.


Ogni sera tornavo dunque davanti a casa tua. Fino alle sei lavoravo in negozio, un lavoro duro, faticoso, ma mi piaceva perché quell’affanno mi aiutava a non sentire tanto dolorosamente il mio. E non appena le serrande si abbassavano alle mie spalle con strepito metallico, io correvo diritto alla meta agognata. Vederti una volta soltanto, una volta soltanto incontrarti, solo questo volevo: rivedere un’unica volta il tuo viso di lontano. Più o meno una settimana dopo mi accadde finalmente di incontrarti, e proprio nel momento in cui non me lo aspettavo: mentre levavo gli occhi alle tue finestre, tu attraversasti la strada e venisti verso di me. E io, d’un tratto, fui di nuovo la bambina, la tredicenne di allora, e sentii il sangue montarmi alle guance; senza volerlo, contro il mio più intimo impulso che aspirava alla carezza del tuo sguardo, abbassai il capo e ti passai davanti fulminea, correndo a perdifiato. Più tardi mi vergognai di quella mia fuga da scolaretta timida, perché adesso sapevo chiaramente ciò che volevo: volevo incontrarti, ti cercavo, volevo che tu mi riconoscessi dopo tutti quegli anni di struggimento nell’ombra, volevo destare la tua attenzione, volevo che tu mi amassi.


Per molto tempo però tu non mi notasti, benché io la sera non mancassi mai di venire sotto casa tua, anche quando imperversava la tormenta, anche nel vento gelido e tagliente di Vienna. Spesso attendevo invano per ore, spesso, infine, uscivi di casa con alcuni tuoi conoscenti; due volte ti vidi anche in compagnia femminile, e capii di essere adulta ormai, capii quanto fosse nuovo, diverso il mio sentimento per te dall’improvviso sussulto del cuore che mi lacerò l’anima nell’istante in cui vidi una sconosciuta camminarti sicura al fianco dandoti il braccio. Non ero sorpresa. Già conoscevo l’inesauribile schiera delle tue visitatrici dai giorni della mia infanzia, ma adesso di fronte a quella palese confidenza carnale con un’altra donna provai come un dolore fisico, qualcosa si tese in me, un impulso ostile e al tempo stesso partecipe di quel desiderio. Per una giornata intera, puerilmente orgogliosa com’ero e come forse sono rimasta, mi tenni lontano da casa tua: ma quanto fu terribile quella sera vuota, all’insegna della sfida e della ribellione. L’indomani all’imbrunire ero di nuovo in umile attesa davanti alle tue finestre, in attesa, come lo sono sempre stata per l’intera mia esistenza, davanti alla tua vita che mi era preclusa.


E finalmente, una sera, ti accorgesti di me. Ti avevo visto arrivare, già da lontano, e questa volta mi imposi di non evitarti. Il caso volle che un veicolo, dal quale stavano scaricando qualcosa, ostruisse in parte la strada e tu fossi costretto a passarmi vicino. D’istinto il tuo sguardo mi sfiorò, distratto, per trasformarsi subito, non appena colse l’interesse del mio – ah, come trasalii al ricordo! –, in quello sguardo da te riservato alle donne, uno sguardo tenero, che avvolge e al tempo stesso spoglia, che abbraccia e già stringe, lo sguardo che per la prima volta aveva destato in me – allora bambina – la donna, l’innamorata. Per uno, due secondi, quello sguardo trattenne dunque il mio, che non poteva né voleva distogliersi – poi eri già oltre. Il cuore mi batteva: senza volerlo dovetti rallentare il passo e, quando una curiosità incoercibile mi costrinse a voltarmi, vidi che ti eri fermato e mi stavi seguendo con gli occhi. E dal tuo modo di guardarmi, incuriosito e con interesse, lo capii subito: non mi avevi riconosciuta.


Tu non mi hai riconosciuta, né allora né mai: mai mi hai riconosciuta. Come potrei descriverti, amore mio, la delusione di quell’istante – fu allora la prima volta che ne soffrii, soffrii di quel destino di non essere riconosciuta da te che mi hai accompagnata per tutta la vita e con il quale ora muoio: irriconosciuta, da te ancora e sempre irriconosciuta. Come potrei mai descrivertela, quella delusione! Perché vedi, in quei due anni a Innsbruck, durante i quali pensavo di continuo a te e non facevo altro che immaginarmi il nostro primo rivederci a Vienna, io avevo fantasticato – a seconda del mio umore – sulle prospettive più drammatiche e su quelle più esaltanti. Tutto era stato vagliato, se posso dir così, in quelle fantasticherie; nei momenti bui mi figuravo che mi avresti respinta, che mi avresti disprezzata perché troppo insignificante, troppo brutta, troppo invadente. Tutte le forme del tuo disappunto, della tua freddezza, della tua indifferenza, tutte le avevo percorse nelle mie fervorose visioni – ma questa, questa sola, mai, in nessun moto oscuro dell’animo né nell’assoluta consapevolezza della mia inferiorità, mi era accaduto di prenderla in considerazione, di figurarmi l’eventualità più atroce: che tu non ti fossi mai accorto della mia esistenza. Oggi invece capisco bene – e sei stato tu a farmelo capire – che il volto di una ragazza, di una donna, deve essere per un uomo qualcosa di straordinariamente mutevole perché, nella maggioranza dei casi, rispecchia solo una passione, un gesto infantile, un moto di stanchezza, e svanisce con la stessa facilità di un’immagine allo specchio; capisco insomma che un uomo può dimenticare tanto più facilmente il viso di una donna, perché l’età vi lascia il segno delle ombre e della luce, perché i vestiti che ella indossa lo incorniciano diversamente da una volta all’altra. I rassegnati, solo loro, sono i veri saggi. Ma io, la ragazza di allora, non potevo immaginare che tu mi avessi dimenticata: essendo tu il centro costante dei miei pensieri, avevo infatti finito per illudermi che anche tu, e di frequente, pensassi a me e mi aspettassi; come avrei anche solo potuto respirare, se avessi avuto la certezza di non essere nulla per te, e che il mio ricordo non ti sfiorava mai, nemmeno vagamente! E ora questo risveglio davanti al tuo sguardo, dal quale capivo che nulla in te mi riconosceva, che nemmeno l’esile filo del ricordo legava la tua vita alla mia, questa fu la mia prima, precipitosa caduta nella realtà, il primo presagio del mio destino.


Allora non mi riconoscesti. E quando due giorni dopo, in occasione di un nuovo incontro, il tuo sguardo quasi confidenziale mi avvolse, ancora una volta tu non mi riconoscesti come colei che ti aveva amato e che tu avevi destato all’amore, bensì semplicemente come la graziosa diciottenne incontrata proprio lì due giorni prima. Mi gettasti uno sguardo di amabile sorpresa, un lieve sorriso si disegnò sulle tue labbra. Mi passasti di nuovo vicino, e di nuovo rallentasti subito il passo: io tremavo, esultavo, pregavo che mi rivolgessi la parola. Per la prima volta sentivo di essere viva per te: anch’io rallentai il passo, non cercai di sfuggirti. E d’un tratto, senza bisogno di voltarmi, ti sentii dietro di me, sapevo che adesso per la prima volta avrei udito la tua cara voce rivolgersi a me. L’attesa quasi mi paralizzava, già temevo di dovermi fermare, tanto forte mi batteva il cuore – ed ecco che tu eri lì al mio fianco. Mi parlasti nel tuo solito tono: gaio, leggero, come fossimo stati amici da tempo – ah, tu non sapevi chi ero, non hai mai saputo nulla della mia vita! –, mi parlasti con una naturalezza così ammaliante che ebbi perfino il coraggio di risponderti. Camminammo sino in fondo alla strada. Allora mi chiedesti se potevamo cenare insieme. Ti dissi di sì. Che cosa mai avrei osato negarti!


Cenammo insieme in un piccolo ristorante – ricordi ancora dov’era? Ma no, di certo non saprai più distinguere quella sera dalle altre simili, perché chi ero io per te? Una delle tante, un’avventura in una catena che si allungava interminabile. Che cosa, d’altronde, potrebbe richiamarti alla mente il ricordo di me? Parlavo poco perché provavo una felicità sconfinata nell’averti vicino, nel sentire che ti rivolgevi a me. Neanche un istante volevo sciupare con una domanda, con una parola sciocca. Non mancherò mai di esserti grata per quell’ora, per come appagasti la mia appassionata venerazione, per come fosti tenero, delicato, discreto, mai insistente, senza le precipitose effusioni del vagheggino, e dimostrandomi da subito una così ferma e affettuosa confidenza, che mi avresti conquistata anche se io già da tempo non ti fossi appartenuta con tutta la mia volontà e con tutto il mio essere. Ah, tu non sai che immane desiderio appagasti non deludendo i cinque anni d’attesa della mia adolescenza!


Si fece tardi, ci alzammo da tavola. Sulla porta del ristorante mi domandasti se fossi di fretta o mi rimanesse un po’ di tempo. Come avrei potuto celarti che ero a tua disposizione? Dissi che avevo ancora tempo. Allora mi chiedesti, vincendo all’istante una lieve titubanza, se non volessi salire un momento da te per chiacchierare. «Volentieri» risposi con tutta la naturalezza che il sentimento mi ispirava e notai subito che la rapidità del mio assenso doveva aver suscitato in te un moto di imbarazzo o di gioia, in ogni caso ne eri visibilmente sorpreso. E oggi capisco il tuo stupore; so che tra le donne, anche in quelle che ardono dal desiderio di abbandonarsi, è consuetudine negare tale inclinazione, e fingere invece sbigottimento o sdegno, che solo insistenti preghiere, menzogne, giuramenti e promesse sapranno poi placare. So che rispondono con un’adesione così piena e gioiosa a un simile invito forse solo le professioniste dell’amore, le prostitute, oppure le adolescenti ancora totalmente ignare. In me invece – ma tu come avresti potuto immaginarlo? – non era altro che volontà fattasi parola, il desiderio di mille singoli giorni che irrompeva tutto assieme. In ogni caso, però, eri colpito, cominciavo a interessarti. Sentivo che, mentre camminavamo chiacchierando, tu mi osservavi di lato con una certa meraviglia. Il tuo intuito, il tuo intuito dell’animo umano fiutò subito, magicamente sicuro com’era, qualcosa di insolito, un segreto in quella ragazza carina e premurosa. L’essere curioso che c’è in te si destò e, dai tuoi giri di parole, dalle tue domande insinuanti, mi resi conto che volevi scoprire il mio segreto. Ma io eludevo quelle domande: preferivo sembrare stramba, piuttosto che rivelartelo.


Salimmo da te. Perdonami, amore, se ti dico che tu non puoi capire che cosa rappresentassero per me quell’androne, quelle scale; quale stordimento, quale sconcerto provai, quale felicità folle, tormentosa, quasi mortale. Ancor oggi, pensandoci, riesco a trattenerle a malapena, le lacrime, io, che ormai non ne ho più. Immagina soltanto che ciascun oggetto era come impregnato della mia passione, era un simbolo della mia infanzia, del mio struggimento: il portone davanti al quale ti avevo atteso mille volte, le scale da dove sempre tendevo l’orecchio ai tuoi passi e dove ti avevo visto per la prima volta, il pertugio di vetro da cui ti spiavo con tutta l’anima, lo zerbino davanti alla tua porta, sul quale una volta mi ero inginocchiata, lo scatto della chiave nella serratura che mi faceva sempre sobbalzare, mentre ero lì a farti la posta. Tutta la mia infanzia, tutta la mia passione avevano costruito il loro nido in quei pochi metri quadrati, lì c’era l’intera mia vita; e adesso si abbatteva su di me come una tempesta, perché ogni cosa, ogni cosa si avverava, e io ero lì con te, entravo nella tua, nella nostra casa. Immagina – suonerà banale, ma non saprei dirlo altrimenti – che fino alla tua soglia per tutta la mia vita c’era stata la mera realtà, il torpido mondo di ogni giorno, mentre dietro di essa cominciava – per quella bambina – il paese incantato, l’antro di Aladino; immagina le migliaia di volte in cui ho fissato con l’ardore negli occhi quella porta che adesso varcavo barcollante, e potrai intuire – ma solo intuire, mai sapere veramente, amore mio! – quanto quel minuto, nel suo precipitare, si portava via della mia vita precedente.


Quella volta rimasi tutta la notte da te. Tu non hai intuito che mai, prima di allora, un uomo mi aveva toccata, né aveva accarezzato o visto il mio corpo. Ma come avresti potuto intuirlo, amore mio, dal momento che io non opposi alcuna resistenza e repressi ogni pudica titubanza, solo per impedirti di indovinare il segreto di quel mio amore per te, che di certo ti avrebbe spaventato – perché tu ami solo ciò che è leggero, giocoso, senza peso, perché hai paura di lasciarti coinvolgere in un destino. Dissipare te stesso in ogni incontro, nel mondo intero, è ciò che vuoi, e senza sacrifici. Se adesso ti dico, amore mio, che ero vergine quando mi sono data a te, non fraintendermi, ti supplico! Non ti sto accusando, tu non mi hai adescata, ingannata, sedotta – sono stata io a non concederti tregua, io a gettarmi fra le tue braccia e nel mio destino. Mai, mai ti accuserò, anzi ti ringrazierò sempre per la pienezza di quella notte, in cui mi sentii sfavillare dal piacere, librare nella beatitudine. Quando aprivo gli occhi nell’oscurità e percepivo la tua presenza al mio fianco, mi meravigliavo che sopra di me non ci fossero le stelle, talmente vicino mi sembrava il cielo – no, non mi sono mai pentita, amore mio, non mi sono mai pentita di quell’ora. E lo ricordo ancora: mentre tu dormivi, nell’udire il tuo respiro, nel percepire il tuo corpo e nel sentirmi così vicina a te, nel buio ho pianto di gioia.


L’indomani me ne andai in fretta già la mattina presto. Dovevo prendere servizio in negozio, e poi volevo allontanarmi prima che arrivasse il domestico: lui non doveva vedermi. Quando fui vestita, ritta davanti a te, mi prendesti fra le braccia e mi guardasti a lungo; era forse un ricordo, oscuro e lontano, che si agitava in te, o era solo perché ti sembravo bella, felice com’ero? Poi mi baciasti sulla bocca. Io mi sciolsi dolcemente dall’abbraccio per andarmene. Allora mi domandasti: «Non vuoi prendere dei fiori?». Risposi di sì. Scegliesti quattro rose bianche dal vaso di cristallo azzurro sulla scrivania (ah, il vaso, lo conoscevo bene da quell’unica, furtiva occhiata infantile) e me ne facesti dono. Per giorni e giorni le ho baciate.


Prima di lasciarci, ci eravamo dati appuntamento per un’altra sera. Venni da te, e fu di nuovo meraviglioso. Ancora una terza notte mi hai donato. Poi dicesti che dovevi partire – oh, come detestavo quei viaggi, fin da quando ero bambina! – e mi promettesti tue notizie al ritorno. Ti diedi un indirizzo fermo posta – non volevo rivelarti il mio nome. Dovevo proteggere il mio segreto. Come addio, mi donasti di nuovo alcune rose – come addio.


Ogni giorno per due mesi andavo a informarmi..., ma no, perché descriverti quel tormento infernale dell’attesa, della disperazione? No, non ti accuso, ti amo per quello che sei, ardente e immemore, generoso e infedele, ti amo così, solo così, come sempre sei stato e come ancora adesso sei. Da un pezzo avevi fatto ritorno, lo vedevo dalle tue finestre illuminate, e non mi hai scritto. Non un rigo ho di tuo pugno adesso, nelle mie ultime ore, non un rigo di te, l’uomo cui ho donato la mia vita. Ho atteso, ho atteso disperatamente. Ma tu non mi hai chiamata, non un rigo mi hai scritto..., non un rigo...


 


Il mio bambino è morto ieri – ed era anche il tuo bambino. Era anche il tuo bambino, amore mio, il figlio di una di quelle tre notti, te lo giuro, e non si mente all’ombra della morte. Era il nostro bambino, te lo giuro, perché nessun uomo mi toccò dopo le ore in cui mi ero donata a te sino a quelle in cui lui mi fu strappato dal corpo. Mi sentivo consacrata per esser stata tua: come avrei potuto dividermi fra te, che per me eri stato tutto, e gli altri, che sfioravano appena la mia vita? Era il nostro bambino, amore mio, il figlio del mio deliberato amarti e della tua tenerezza spensierata, prodiga, quasi inconsapevole, il nostro bambino, nostro figlio, il nostro unico figlio. Adesso però mi chiederai – magari spaventato, magari semplicemente stupefatto –, mi chiederai, amore mio, perché per tanti anni io ti abbia taciuto di questo bambino e te ne parli solo oggi, oggi che giace qui accanto a me, addormentato nell’oscurità, addormentato per sempre, già pronto al viaggio da cui più non si torna, mai più! Ma come avrei potuto dirtelo? A me, a quella sconosciuta, a quella ragazza fin troppo condiscendente, che per tre notti si era data a te, senza resistenze, anzi con ardore, tu non avresti mai creduto; non avresti mai creduto che la ragazza senza nome di un incontro fugace fosse stata fedele a te, a te l’infedele. E questo bambino, mai lo avresti riconosciuto come tuo senza diffidenza! Nemmeno se le mie parole ti avessero indotto a ritenerlo probabile, nemmeno così, in cuor tuo, ti saresti mai affrancato dal dubbio che io cercassi di attribuire indebitamente a te, uomo benestante, la paternità del figlio di un’ora sconosciuta. Avresti sospettato di me. Fra noi sarebbe rimasta un’ombra, un’ombra fugace di imbarazzo e diffidenza. E questo, io non lo volevo. E poi ti conosco, ti conosco così bene come nemmeno tu ti conosci, so che per te, per te che nell’amore ami ciò che è spensierato, leggero, giocoso, sarebbe stato di peso ritrovarti improvvisamente padre, improvvisamente responsabile del destino di un altro. Tu, tu che riesci a respirare solo se libero, ti saresti sentito in qualche modo legato a me. Mi avresti odiata per questo vincolo, so bene che lo avresti fatto, pur contro la tua consapevole volontà. Importuna e odiosa ai tuoi occhi lo sarei stata magari solo per qualche ora, magari solo per qualche breve istante, ma io nel mio orgoglio volevo che tu potessi ricordarti di me per tutta la vita senza alcun cruccio. Preferivo farmi carico io di tutto, piuttosto che diventare un peso per te; e volevo essere così l’unica, fra tutte le tue donne, alla quale avresti potuto pensare sempre con amore, con gratitudine. Ma naturalmente tu non hai mai pensato a me, tu mi hai dimenticata.


Io non te ne faccio una colpa, amore mio, no, non te ne faccio una colpa. Perdonami, se una goccia di fiele scorre a tratti nella penna, perdonami – ma è il mio bambino, il nostro bambino che giace qui morto alla luce tremula delle candele. Ho mostrato i pugni a Dio, l’ho chiamato assassino, i miei sensi sono appannati e confusi. Perdonami questo grido di dolore, perdonamelo! So che nel profondo del tuo animo sei buono e generoso; tu aiuti tutti, aiuti anche il più estraneo degli estranei che ti rivolge una preghiera. Ma la tua bontà, a disposizione di chiunque, è così singolare che chiunque può prendere tutto quanto riesce a tenere fra le mani; è grande la tua bontà, infinitamente grande, ma è – perdonami – indolente. Vuole essere sollecitata, incalzata. Tu sei pronto a soccorrere quando ti si chiama, quando ti si prega; tu aiuti per vergogna, per debolezza, non per il piacere di aiutare. Tu – lasciatelo dire con sincerità – non fai alcuna differenza tra l’uomo bisognoso e sofferente e colui che ti è pari in fortuna. E alle persone come te, persino alle migliori fra loro, è difficile rivolgere una preghiera. Una volta, ero ancora una bambina, ti vidi attraverso lo spioncino fare l’elemosina a un mendicante che aveva suonato alla tua porta. Tu gli desti il denaro in fretta e persino in abbondanza, ancor prima che lui te lo chiedesse, ma glielo porgesti con una specie di apprensione e furia, purché se ne andasse al più presto, quasi avessi timore di doverlo guardare negli occhi. Quel tuo modo di aiutare, inquieto, schivo, che rifuggiva la gratitudine, io non l’ho mai dimenticato. E per questo non mi sono mai rivolta a te. Certo, lo so, tu allora saresti stato al mio fianco, anche senza la certezza che fosse davvero tuo figlio. Mi avresti consolata, mi avresti dato del denaro, molto denaro, ma sempre e solo nella segreta impazienza di allontanare da te ciò che ti infastidiva; anzi, credo che mi avresti addirittura convinta a sbarazzarmi del bambino, prima che nascesse. E questo, io lo temevo più di tutto – perché che cosa non avrei fatto, se tu me lo avessi chiesto, come avrei mai potuto rifiutarti qualcosa! Ma quel bambino era tutto per me, e d’altronde veniva da te, eri ancora una volta tu, eppure non più tu, l’uomo felice e spensierato che io non riuscivo a trattenere, bensì quella replica di te – così pensavo – che mi era stata data per sempre, prigioniera nel mio ventre, legata alla mia vita. Finalmente ti avevo catturato, nelle mie vene potevo sentirti crescere, potevo sentir crescere la tua vita, e quando nel profondo dell’anima ardevo dal desiderio, potevo nutrirti, dissetarti, accarezzarti, baciarti. Vedi, amore mio, per questo fui così felice appena seppi che avrei avuto un bambino da te, per questo te lo celai: perché in tal modo non mi saresti più sfuggito.


Certo, amore mio, non furono mesi così felici come, all’inizio, me li ero immaginati; furono anche mesi pieni di orrore e tormento, pieni di disgusto per la meschinità degli uomini. Non ebbi vita facile. Negli ultimi mesi non andai più in negozio, per evitare che i parenti si accorgessero del mio stato e lo facessero sapere a casa. A mia madre non volevo chiedere denaro: così vivacchiai sino al momento del parto con il ricavato della vendita dei pochi gioielli che possedevo. La settimana prima una lavandaia mi aveva rubato dall’armadio le ultime corone che mi erano rimaste, sicché per partorire dovetti andare all’Ospizio di Maternità. Là dove solo le donne più bisognose, le reiette e le dimenticate si trascinano nel loro affanno, là in mezzo alla più cupa miseria, là è nato il bambino, il tuo bambino. C’era da morirne laggiù: estraneo, estraneo, tutto era estraneo, estranee noi l’una all’altra, noi che là giacevamo, sole e piene di reciproco astio, noi che soltanto la miseria e lo stesso tormento aveva costretto a rifugiarci in quello stanzone dall’aria viziata, saturo di cloroformio e sangue, di urla e gemiti. Quel che la povertà deve subire in fatto di umiliazioni, di oltraggi fisici e morali, io l’ho patito laggiù nella promiscuità con le prostitute e con le malate che facevano di quel destino comune una comune infamia; l’ho patito nel cinismo dei giovani medici che, con un sorriso ironico, sollevavano il lenzuolo a quelle donne inermi e le palpavano con finta professionalità; l’ho patito nell’avidità delle infermiere – oh, laggiù il pudore di un essere umano viene crocifisso dagli sguardi e flagellato dalle parole. Il cartellino con il tuo nome, nient’altro resta di te, perché ciò che giace nel letto è un mero pezzo di carne fremente, palpeggiato dai curiosi, materiale da osservazione e studio – ah, le donne che donano un figlio al marito in trepida attesa, mettendoglielo al mondo in casa, non hanno idea di che cosa significhi partorire un bambino in solitudine, inermi, quasi cavie da laboratorio! E ancor oggi, quando in un libro leggo la parola «inferno», di colpo mi torna alla mente senza che io lo voglia quello stanzone affollato, saturo di esalazioni, sospiri, risate e urla sanguinanti, quello stanzone in cui ho sofferto, quel mattatoio del pudore.


Perdonami, perdonami se ti racconto queste cose. Ma te ne parlo questa volta soltanto, non lo farò più, mai più. Per undici anni ho taciuto, e tra poco tacerò in eterno: ma per una volta dovevo gridarlo, gridare quanto mi costò questo bambino, che era la mia felicità e che adesso è lì disteso, senza vita. Le avevo già dimenticate quelle ore, dimenticate da tempo nel sorriso, nella voce del bambino, nella mia felicità; ma adesso, adesso che lui è morto, quel supplizio torna vivo in me e io, per questa volta, per quest’unica volta, dovevo sfogarmi con tutta l’anima. Ma non accuso te, accuso Dio, solo Dio, che lo ha voluto così assurdo, quel supplizio. Non è te che accuso, lo giuro, e nella collera non mi sono mai rivoltata contro di te. Nemmeno nell’ora in cui le mie carni si torcevano nel travaglio, nemmeno quando il mio corpo bruciava di vergogna sotto gli sguardi palpeggianti degli studenti, nemmeno nell’istante in cui il dolore mi lacerò l’anima, nemmeno allora ti ho accusato davanti a Dio; mai ho rimpianto quelle notti, mai ho maledetto il mio amore per te, ti ho sempre amato, ho sempre benedetto l’ora in cui ci siamo incontrati. E se dovessi di nuovo attraversare l’inferno di quei momenti e sapessi prima che cosa mi attende, lo farei ancora, amore mio, ancora una volta e mille volte ancora!


 


Ieri il nostro bambino è morto – e tu non lo hai conosciuto. Mai, nemmeno nell’incontro più fuggevole e casuale, quella creaturina in boccio, la tua creatura, ha sfiorato passando il tuo sguardo. Per molto tempo, non appena ebbi questo bambino, mi tenni celata ai tuoi occhi; il mio desiderio di te s’era fatto meno doloroso, anzi credo persino di averti amato con minor passione, o in ogni caso – da quando lui mi era stato donato – non soffrivo più a tal punto per il mio amore. Non volevo dividermi fra te e lui; così non mi diedi a te, l’uomo felice che nulla sapeva della mia esistenza, mi diedi a quel bambino che aveva bisogno di me, che dovevo nutrire, che potevo baciare e abbracciare. Sembravo affrancata dall’ansia di vederti, dalla mia sciagura, affrancata grazie a questo tuo altro Tu, che però in realtà era mio; e solo di rado ormai, molto di rado, il desiderio mi spingeva, umile, sino a casa tua. Una cosa soltanto continuavo a fare: per il tuo compleanno ti mandavo sempre un mazzo di rose bianche, le stesse rose che tu mi avevi donato allora, dopo la nostra prima notte d’amore. Ti sei mai chiesto in questi dieci, in questi undici anni chi te le mandasse? Ti sei per caso ricordato di colei alla quale regalasti, un tempo, rose come quelle? Non lo so, e non conoscerò mai la tua risposta. Porgertele dall’oscurità, una volta all’anno far rifiorire il ricordo di quell’ora, questo mi bastava.


Tu non lo hai mai conosciuto, il nostro povero bambino – oggi mi faccio una colpa di avertelo tenuto nascosto, perché tu lo avresti amato. Non lo hai mai conosciuto, povero piccolo, non lo hai mai visto sorridere quando sollevava piano le palpebre e, con i suoi occhi scuri e intelligenti – i tuoi occhi! –, gettava una luce chiara, una luce gioiosa su di me e su tutto il mondo. Ah, era così gaio, così amabile: tutta la leggerezza del tuo essere si ritrovava in lui, nella sua versione infantile; in lui si rinnovava la tua fantasia pronta, vivace; per ore e ore poteva giocare infervorato con i suoi balocchi, così come tu giochi con la vita, e poi tornare a sedersi davanti ai libri, tutto serio e con la fronte aggrottata. Sempre più diventava ciò che tu sei; e anche in lui cominciava già a profilarsi quell’ambivalenza fra serietà e gioco, che ti è propria, e quanto più veniva a somigliarti, tanto più lo amavo. Era bravo a scuola, cinguettava in francese come un uccellino, i suoi quaderni erano i più ordinati della classe, e com’era grazioso, com’era elegante nel suo abito di velluto nero o nella giacchetta bianca alla marinara. Ovunque andasse, era sempre il più elegante; quando passeggiavo con lui sulla spiaggia di Grado, le signore si fermavano e gli accarezzavano i lunghi capelli biondi; sul Semmering, mentre andava in slitta, la gente si voltava ammirata a guardarlo. Era così bello, così delicato, così affettuoso: l’ultimo anno, quando divenne convittore al Theresianum, portava la divisa e lo spadino come un paggio del Settecento, e ora ha solo la sua camiciola indosso, questa povera creatura, che giace lì con le labbra esangui e le mani giunte.


Tu forse ora mi domanderai come abbia potuto allevare il bambino così, nel lusso, come sia riuscita a offrirgli la vita brillante e gioiosa dell’alta società. Amato mio, è dalla tenebra che ti giunge la mia voce; non provo vergogna, voglio dirtelo, ma non spaventarti, amore mio... mi sono venduta. Non sono diventata proprio quella che si dice una ragazza di strada, una sgualdrina, ma mi sono venduta. Ho avuto amici ricchi, amanti facoltosi: dapprima li ho cercati io, poi furono loro a cercare me, perché – lo hai mai notato? – ero molto bella. Ogni uomo cui mi sono data mi ha voluto bene, tutti mi hanno mostrato gratitudine, mi erano affezionati, mi hanno amata – tutti tranne te; tranne te, amore mio!


Mi disprezzi, ora che ti ho confessato di essermi venduta? No, lo so, tu non mi disprezzi; lo so, tu capisci tutto e avrai anche capito che l’ho fatto solo per te, per l’altro tuo Io, per il tuo bambino. Allora in quella sala parto, all’Ospizio di Maternità, ho toccato con mano tutto l’orrore della miseria, ho capito che a questo mondo il povero viene sempre calpestato, sempre umiliato, è la vittima; e io non volevo, a nessun prezzo, che il tuo bambino, il tuo bambino così radioso e bello, crescesse in basso nella feccia, nel marciume, nella volgarità della strada, nell’aria mefitica di una stanza sul cavedio. La sua bocca delicata non doveva infangarsi con il linguaggio dell’abiezione, il suo corpo candido non doveva indossare la biancheria maleodorante e sformata della povertà – il tuo bambino doveva avere tutto, tutta la ricchezza, tutta la spensieratezza di questo mondo, doveva tornare in alto da te, sino alla sfera in cui vivi tu.


Per questo, solo per questo mi sono venduta, amore mio. Non è stato un sacrificio, perché per me non esisteva ciò che si usa definire onore e infamia: tu non mi amavi, tu il solo cui il mio corpo apparteneva, e mi era dunque indifferente ciò che a quel corpo poteva poi accadere. Le effusioni degli uomini, persino la passione più accesa, non mi toccavano nel profondo, anche se non potevo non nutrire grande stima per taluni e anche se spesso il loro amore non ricambiato, che tanto mi ricordava il mio destino, mi ispirava compassione. Tutti quelli che conobbi furono buoni con me, tutti mi hanno viziata, tutti mi rispettavano. Ce ne fu uno in particolare, un conte di nomina imperiale, vedovo e già avanti con gli anni, che aveva bussato a ogni porta per far accogliere al Theresianum quel bambino senza padre, il tuo bambino: lui mi amava come una figlia. Tre, quattro volte mi chiese di sposarlo – adesso potrei essere contessa, signora di un castello fiabesco in Tirolo, potrei vivere serenamente perché il bambino avrebbe avuto un padre affettuoso, capace di adorarlo, e io un uomo tranquillo e distinto, un uomo benevolo al mio fianco –, ma non ho accettato, benché lui tanto insistesse e benché io lo facessi tanto soffrire con il mio rifiuto. Forse è stata una follia: adesso potrei vivere da qualche parte, tranquilla e al sicuro, insieme con questo bambino che tanto amavo, ma – perché non confessartelo? – non volevo legarmi, volevo essere libera per te in qualsiasi momento. Nel profondo dell’animo, nel mio inconscio, continuava a vivere quel vecchio sogno infantile: che tu potessi volermi ancora una volta, fosse anche soltanto per un’ora. E nell’eventualità di quell’ora, solo per essere a tua disposizione non appena tu mi avessi chiamata, io ho gettato via tutto. Che cos’è mai stata in fondo la mia vita, dopo che ebbi superato l’infanzia, se non un’attesa: l’attesa della tua volontà?


E quell’ora è venuta davvero. Ma tu non lo sai. Tu nemmeno lo immagini, amore mio! Anche in quell’ora tu non mi hai riconosciuta – mai, mai, mai mi hai riconosciuta! Già prima ti avevo incontrato spesso, a teatro, ai concerti, al Prater, per la strada – ogni volta mi balzava il cuore nel petto, ma tu mi passavi accanto senza vedermi. Certo, ero molto diversa, la ragazzina schiva era diventata una donna, una bella donna, come si diceva in giro, con indosso abiti costosi e attorniata da ammiratori: come avresti potuto sospettare in me la giovinetta timida che avevi visto allora nella penombra della tua camera da letto! Talvolta uno dei signori al mio fianco ti salutava, tu rispondevi al saluto e mi guardavi: ma nel tuo sguardo c’erano cortesia e distanza, mi ammiravi, ma non mi riconoscevi, era uno sguardo estraneo, spaventosamente estraneo. Una sera, me lo ricordo ancora, quel tuo non riconoscermi, cui ero già quasi abituata, divenne per me bruciante tormento: ero in un palco all’Opera con un amico, e tu sedevi nel palco vicino. All’ouverture le luci si spensero, e io non riuscivo più a vedere il tuo volto, sentivo solo il tuo respiro accanto a me, così vicino come quella notte, e sul divisorio rivestito in velluto che separava i nostri palchi era appoggiata la tua mano, la tua mano fine e delicata. A un certo punto mi assalì il desiderio di chinarmi e di baciare umilmente quella mano estranea, quella mano tanto amata, di cui avevo conosciuto un tempo la stretta affettuosa. Intorno a me, conturbante, fluttuava la musica, il mio desiderio si faceva sempre più ardente, dovetti irrigidirmi, raddrizzarmi a viva forza, tanto forte era l’attrazione della tua amata mano per le mie labbra. Alla fine del primo atto pregai il mio amico di venir via con me. Non sopportavo più di sentirti lì accanto nell’oscurità, così estraneo e così vicino.


Ma l’ora venne, venne ancora una volta, un’ultima volta nella mia vita perduta. Proprio un anno fa, o quasi, è accaduto, all’indomani del tuo compleanno. Strano: avevo pensato tutto il tempo a te perché, il tuo compleanno, io lo festeggio sempre come una data solenne. Ero uscita già di primo mattino per comprare le rose bianche che, come ogni anno, ti feci mandare in ricordo di quell’ora da te dimenticata. Il pomeriggio andai a passeggio con il bambino, lo portai in pasticceria da Demel e la sera a teatro, volevo che anche lui, fin da piccolo e pur senza conoscerne il significato, vivesse quella giornata come una sorta di ricorrenza mistica. Il giorno seguente lo passai con il mio amico di allora, un giovane e ricco industriale di Brünn, con cui vivevo già da due anni. Mi adorava, mi viziava e avrebbe voluto sposarmi anche lui come gli altri, e come agli altri gli avevo opposto, apparentemente senza motivo, il mio rifiuto, benché lui colmasse di regali me e il bambino e meritasse d’essere amato pur nella sua bontà un po’ limitata, un po’ troppo servizievole. Andammo insieme a un concerto, incontrammo alcuni conoscenti particolarmente di buonumore, cenammo in un ristorante sul Ring e lì, tra le risate e le chiacchiere, io stessa proposi di andare ancora in una sala da ballo, magari al tabarin. Questo genere di locali, con la loro allegria programmata e ad alta gradazione alcolica, di solito non li ho mai potuti soffrire, al pari di qualsiasi «notte di follie», e di norma rifiutavo sempre simili proposte. Ma quella volta – c’era una specie di imperscrutabile forza magica in me che d’un tratto mi indusse, senza che io ne fossi consapevole, a lanciare quell’idea in mezzo all’eccitazione degli altri, subito disposti ad accoglierla con gioia –, quella volta provai bruscamente un inspiegabile desiderio, come se nel luogo che avevo proposto mi attendesse qualcosa di particolare. Abituati a esaudire le mie richieste, tutti si alzarono in piedi. Ci trasferimmo nel nuovo locale, bevemmo champagne e io fui presa, di colpo, da un’allegria folle, anzi quasi dolorosa, quale mai avevo conosciuto. Continuavo a bere, e cantavo anch’io insieme agli altri certe canzoni dozzinali, mentre una forza irresistibile dentro di me quasi mi spingeva a ballare o a far baldoria. Ma all’improvviso – fu come se qualcosa di freddo o di ardente mi si fosse d’un tratto posato sul cuore – sussultai: al tavolo vicino eri seduto tu in compagnia di alcuni amici e mi guardavi con uno sguardo ammirato e pieno di desiderio, quello sguardo con cui, da sempre, tu avevi come rivoltato il mio corpo fin nell’intimo. Per la prima volta dopo dieci anni mi guardavi di nuovo con tutta la potenza e la passione inconsapevole del tuo essere. Io tremai. Il calice alzato stava per cadermi di mano. Per fortuna gli altri al tavolo non notarono il mio turbamento, che si perse nel frastuono delle risate e della musica.


Il tuo sguardo si faceva sempre più ardente e mi avvolgeva tutta nel suo fuoco. Non sapevo: mi avevi infine riconosciuta, o mi desideravi di nuovo per la prima volta, come fossi stata un’altra, come fossi stata un’estranea? Il sangue mi affluì rapido alle guance, rispondevo distratta agli amici seduti al tavolo con me: tu dovevi esserti accorto di quanto il tuo sguardo mi turbasse. Con un impercettibile movimento del capo, che gli altri non notarono, mi facesti segno di uscire per un attimo nel vestibolo. Poi saldasti il conto con gesto ostentato, ti congedasti dai tuoi amici e abbandonasti la sala, non senza avermi prima lasciato intendere, ancora una volta, che mi avresti aspettata fuori. Io tremavo come in preda al gelo o alla febbre, non riuscivo più a rispondere alle domande e nemmeno a dominare il mio sangue impazzito. Per caso, proprio in quel momento una coppia di negri cominciò a esibirsi in una nuova, originale danza, battendo i tacchetti sonori e lanciando gridolini: tutti tenevano gli occhi fissi su di loro, e io approfittai di quell’istante. Mi alzai, dissi al mio amico che sarei tornata subito, e ti seguii.


Fuori nel vestibolo, davanti al guardaroba, c’eri tu che mi aspettavi: il tuo sguardo si illuminò nel vedermi. Sorridendo ti affrettasti verso di me; capii subito che non mi riconoscevi, non riconoscevi la bambina di un tempo, e nemmeno la ragazza di allora: ancora una volta tendesti la mano verso di me come verso qualcosa di nuovo, di sconosciuto. «Avrebbe forse un’ora anche per me?» mi domandasti in tono confidenziale e io sentii, dalla sicurezza del tuo modo di fare, che mi credevi una di quelle donne in vendita per una sera. «Sì» dissi, lo stesso sì tremante e nel contempo ovvio e consenziente che ti aveva detto la ragazza di dieci anni prima per strada, nella luce del crepuscolo. «E quando potremmo vederci?» chiedesti. «Quando vuole lei» risposi – con te non avevo alcun pudore. Mi guardasti un po’ meravigliato, la stessa meraviglia diffidente e curiosa di allora, quando la rapidità del mio consenso ti aveva parimenti sorpreso. «Potrebbe adesso?» domandasti un po’ esitante. «Sì,» dissi io «andiamo». Volevo ritirare il soprabito dal guardaroba.


Ma mi venne in mente che la contromarca dei nostri due soprabiti, consegnati insieme, l’aveva tenuta il mio amico. Tornare indietro e chiedergliela non sarebbe stato possibile senza complicate spiegazioni, d’altra parte non volevo rinunciare a quell’ora con te, che da anni desideravo ardentemente. Perciò non esitai nemmeno un istante: con indosso solo lo scialle sull’abito da sera, uscii fuori dal locale nella notte umida di nebbia, senza preoccuparmi del mantello, né di quell’uomo buono e affettuoso che da tanto tempo mi manteneva e che io ora umiliavo davanti ai suoi amici, facendone un ridicolo pagliaccio, un uomo che l’amante pianta in asso dopo anni, al primo richiamo di uno sconosciuto. Oh, ero profondamente consapevole della bassezza, dell’ingratitudine, dell’infamia che stavo commettendo verso un amico sincero, sentivo che il mio comportamento era ridicolo e che con la mia follia ferivo a morte e per sempre una persona buona, mi rendevo conto che stavo spezzando la mia vita – ma che cosa contava per me l’amicizia, che cosa contava per me la vita in confronto alla mia impazienza di sentire di nuovo le tue labbra su di me, di udire di nuovo, rivolte a me, le tue parole suadenti? A tal punto ti ho amato, e adesso che tutto è passato, che tutto è finito, posso dirtelo. E credo che, se tu mi chiamassi da questo mio letto di morte, troverei all’istante la forza di alzarmi e di venire da te.


C’era un’auto davanti all’entrata del locale, e ci dirigemmo verso casa tua. Udivo di nuovo la tua voce, sentivo di nuovo la tua vicinanza affettuosa ed ero stordita, smarrita in una sorta di beatitudine infantile, proprio come allora. In che modo, per la prima volta dopo oltre dieci anni, io abbia di nuovo salito quei gradini – no, non riesco a descrivertelo; non riesco a descriverti come, in quegli istanti, le mie sensazioni fossero sempre duplici, il passato e il presente, e in tutto, in tutto ancora, sempre e soltanto tu. La tua stanza non era cambiata molto, alcuni quadri nuovi, parecchi libri in più, qua e là mobili che non conoscevo, ma ovunque trovavo un’accoglienza familiare. E sulla tua scrivania c’era il vaso con le rose – le mie rose, quelle che ti avevo mandato il giorno prima per il tuo compleanno, in ricordo di una donna che tu però non ricordavi, non riconoscevi, nemmeno ora che ti era vicina, mano nella mano, labbra sulle labbra. E tuttavia mi faceva piacere che tu ti prendessi cura di quei fiori: così attorno a te c’era almeno un alito del mio essere, un soffio del mio amore.


Mi stringesti fra le braccia. E di nuovo rimasi con te per tutta la notte, una notte meravigliosa. Ma anche nella mia nudità tu non mi riconoscesti. Mi offrivo beata alle tue sapienti carezze, e constatavo che la tua passione non faceva differenza tra una donna innamorata e una mercenaria, che tu ti abbandonavi interamente al desiderio con tutta la sventatezza, con tutta la prodigalità del tuo essere. Com’eri tenero e dolce con me, con la donna raccattata in un locale notturno, com’eri distinto e affettuoso, pieno di attenzioni, ma al tempo stesso così appassionato nel godimento della donna! Di nuovo percepii, ebbra dell’antica felicità, quella singolare ambivalenza del tuo essere – la passione consapevole e spirituale, calata in quella sensuale –, che mi aveva resa tua schiava fin da bambina. Nelle carezze di un uomo non ho mai conosciuto un tale abbandono all’attimo, una simile eruzione che mi investiva di luce dal profondo della sua essenza – destinati entrambi a spegnersi, naturalmente, in un oblio infinito, quasi inumano. Ma anch’io dimenticai me stessa: chi ero io in quel momento accanto a te nel buio? Ero la giovinetta ardente di allora, ero la madre di tuo figlio, ero la sconosciuta? Ah, tutto era così intimo, così familiare, e nel contempo così fremente di nuova vita in quella notte di passione! E io pregavo che non avesse fine.


Ma il mattino arrivò, ci alzammo tardi e tu mi invitasti a farti compagnia per la colazione. Bevemmo insieme il tè, che la mano invisibile e discreta del domestico aveva preparato in sala da pranzo, e chiacchierammo un poco. Ti rivolgevi a me con la solita familiarità franca, cordiale, che ti è propria, e anche questa volta senza alcuna domanda indelicata, senza alcuna curiosità per la mia persona. Non chiedesti il mio nome né dove abitavo: ancora una volta ero per te solo l’avventura, la donna senza nome, l’ora ardente che si spegne nel fumo dell’oblio senza lasciare traccia. Raccontasti che per due o tre mesi saresti stato in viaggio, un lungo viaggio in Nord Africa; nella mia felicità tremai, perché già sentivo martellarmi all’orecchio: finito, finito e dimenticato. Avrei voluto gettarmi ai tuoi piedi e gridare: «Prendimi con te, così che tu possa finalmente riconoscermi, finalmente, dopo tanti anni!». Ma ero così timida, così vile, così sottomessa, così debole davanti a te. Riuscii soltanto a dirti: «Che peccato!». Tu mi guardasti sorridendo e mi chiedesti: «Ti dispiace davvero?».


A quel punto fui colta da un moto di repentino furore. Mi alzai in piedi, lo sguardo fisso su di te, a lungo. Poi dissi: «L’uomo che amavo è anche lui sempre in viaggio». Ti guardavo dritto negli occhi. «Adesso, adesso mi riconoscerà!» e tutto in me tremava, incalzava. Ma tu mi sorridesti e per consolarmi dichiarasti: «Alla fine torniamo sempre». «Certo,» risposi io «tornate sempre, ma ormai avete dimenticato».


Doveva esserci qualcosa di singolare, di appassionato nel tono in cui lo avevo detto, perché anche tu ti alzasti in piedi e mi guardasti negli occhi, stupito e molto affettuoso. Mi posasti le mani sulle spalle: «Ciò che è buono, non lo si dimentica, e io non ti dimenticherò» dicesti abbassando il tuo sguardo fin dentro di me, come avessi voluto imprimerti quell’immagine nella mente. E nel sentire quello sguardo penetrarmi dentro, cercando, tastando, aspirando a sé tutto il mio essere, allora credetti che l’incantesimo della cecità si fosse finalmente spezzato. Adesso mi riconoscerà, mi riconoscerà! La mia anima tremava tutta a quel pensiero.


Ma tu non mi riconoscesti. No, tu non mi riconoscesti, non ti ero mai stata così estranea come in quell’istante perché altrimenti – altrimenti non avresti potuto fare quello che facesti pochi minuti dopo. Mi avevi baciata, e ancora una volta appassionatamente. Dovetti risistemare i capelli che mi si erano scompigliati e, mentre ero davanti allo specchio, proprio nello specchio ti vidi – e credetti di svenire per la vergogna e l’orrore –, ti vidi infilare con discrezione un paio di banconote di grosso taglio nel mio manicotto. Come ho fatto, in quell’istante, a non gridare, a non darti uno schiaffo: me, per quella notte tu hai pagato me, colei che ti ha amato fin da quando era bambina, me, la madre di tuo figlio! Una sgualdrina del tabarin: questo ero ai tuoi occhi, niente di più, e mi hai pagata, pagata! Non bastava che tu ti fossi dimenticato di me, dovevo anche subire una simile umiliazione.


Recuperai in fretta le mie cose. Volevo andarmene, andarmene subito. Soffrivo troppo. Stavo per prendere il cappello, era sulla scrivania accanto al vaso con le rose bianche, le mie rose. Fui colta allora da un impulso potente, irrefrenabile. Volli tentare un’ultima volta se finalmente ti saresti ricordato: «Non mi daresti una delle tue rose bianche?» dissi. «Volentieri» fu la tua risposta e ne prendesti subito una. «Ma forse ti sono state donate da una donna, da una donna che ti ama?» suggerii. «Forse,» rispondesti tu «non lo so. Mi sono state donate e non so da chi; è per questo che le amo tanto». Ti guardai. «Magari proprio da una donna che hai dimenticato!».


C’era stupore nella tua espressione. Io ti fissavo. «Riconoscimi, riconoscimi finalmente!» gridava il mio sguardo. Ma i tuoi occhi sorridevano, amabili e ignari. Mi baciasti di nuovo, ma non mi riconoscesti. Io mi diressi rapida verso la porta perché mi sentivo salire le lacrime agli occhi, e tu non dovevi vederle. In anticamera – tanta era stata la furia con cui ero corsa fuori – per poco non mi scontrai con Johann, il tuo domestico. Intimorito, lui si spostò prontamente di lato, spalancò la porta per lasciarmi uscire e allora, in quell’istante, in quell’unico istante in cui lo guardai, in cui guardai con gli occhi pieni di lacrime quell’uomo ormai anziano – proprio allora una luce si accese repentina nel suo sguardo. In quell’unico istante – mi capisci? –, in quell’unico istante il vecchio domestico, che non mi aveva più vista da quando ero bambina, mi ha riconosciuta. Per questo avrei potuto cadere in ginocchio davanti a lui e baciargli le mani. Tirai dunque fuori dal manicotto le banconote con cui tu mi avevi flagellata e gliele misi in mano. Lui ebbe un tremito e mi guardò spaventato – in quell’istante forse ha intuito di me molto più di quanto tu non abbia fatto nell’intera tua vita. Tutti, tutti mi hanno viziata, tutti furono buoni con me – tu solo, tu solo mi hai dimenticata, tu solo, tu solo non mi hai mai riconosciuta!


 


Il mio bambino è morto, il nostro bambino. Adesso non ho più nessuno al mondo da amare, tranne te. Ma chi sei tu per me, tu che non mi hai mai, mai riconosciuta, che mi passi davanti come lungo uno specchio d’acqua, che mi calpesti come fossi una pietra, tu che te ne vai, e sempre te ne vai e mi lasci eternamente in attesa? Per qualche tempo ho pensato di poterti trattenere, di trattenere in questo bambino quell’uomo in fuga che sei tu. Ma lui era il tuo bambino: all’improvviso mi ha abbandonata in modo crudele per mettersi in viaggio, mi ha dimenticata e non tornerà mai più. Sono di nuovo sola, più sola che mai, non ho nulla, nulla di te – non ho più il bambino, né una parola, né un rigo, né un ricordo, e se mai qualcuno dovesse pronunciare il mio nome davanti a te, esso ti suonerebbe estraneo e lo scorderesti subito. Perché non dovrei voler morire, quando per te sono morta; perché non dovrei volermene andare, quando tu sei già andato via da me? No, amore mio, non ti accuso, non voglio compromettere la serenità della tua casa con i miei lamenti. Non temere, non continuerò ad assillarti – perdonami, ma dovevo dare sfogo al mio dolore almeno in quest’ora in cui il bambino giace lì senza vita, abbandonato. Avevo bisogno di parlarti, una volta soltanto. Adesso tornerò in silenzio nell’ombra, in silenzio come sono sempre stata accanto a te. Ma finché io vivrò, tu non udrai questo grido. Solo quando sarò morta riceverai questo testamento, il testamento di una donna che ti ha amato più di tutte le altre e che tu non hai mai riconosciuto, di una donna che ti ha sempre atteso e che tu non hai mai chiamato. Allora forse, chissà, mi chiamerai, e per la prima volta io ti sarò infedele, dalla mia tomba non udrò più il tuo richiamo; di me non ti lascio né un’immagine né un segno, così come tu non mi hai lasciato nulla. Mai mi riconoscerai, mai. È stato il mio destino nella vita, lo sarà anche nella morte. Non ti chiamerò nella mia ultima ora, me ne andrò senza che tu conosca il mio nome e il mio volto. Morire mi è lieve, perché da lontano tu non lo stai sentendo. Se la mia morte ti addolorasse, non potrei morire.


Non ce la faccio più a scrivere... la mia testa è così pesante... le gambe e le braccia mi fanno male, ho la febbre... dovrò coricarmi. Forse tra poco sarà finita, forse per una volta il destino sarà clemente con me, e non li vedrò portar via il bambino... Non ce la faccio più a scrivere. Addio, amore mio, addio, ti ringrazio... È stato bello, nonostante tutto... ti ringrazierò fino all’ultimo respiro. Mi sento sollevata: ti ho detto ogni cosa, adesso sai, no, intuisci solamente, quanto io ti abbia amato, e tuttavia questo amore non ti è di peso. Non ti mancherò, questo mi consola. Nulla cambierà nella tua vita bella e brillante... la mia morte non ti toccherà... questo mi consola, amore mio.


Ma chi... chi ti manderà d’ora in poi le rose bianche per il tuo compleanno? Ah, quel vaso sarà vuoto, il lieve sospiro, il lieve soffio della mia vita che una volta all’anno aleggiava intorno a te, anch’esso si disperderà! Amore mio, ascolta, ti prego... è la prima e l’ultima volta che ti chiedo qualcosa... fallo per me: il giorno del tuo compleanno – un giorno in cui ognuno pensa a sé – compra tu le rose e mettile nel vaso. Fallo, amore mio, fallo come altri una volta all’anno fanno dire una messa per una defunta che è stata loro cara. Ma io non credo più in Dio e non voglio una messa, io credo solo in te, amo solo te e solo in te voglio continuare a vivere... ah, un giorno all’anno soltanto, e in silenzio, in assoluto silenzio, così come io sempre ho vissuto accanto a te... Ti prego, fallo, amore mio... è la prima cosa che ti chiedo, ed è anche l’ultima... ti ringrazio... ti amo, ti amo... addio...


 


L’uomo posò la lettera con mani tremanti. Poi rifletté a lungo. Confuse, emersero flebili reminiscenze di una bambina che abitava nell’appartamento accanto, di una giovinetta, di una donna incontrata in un locale notturno, ma reminiscenze vaghe e indistinte come una pietra che, sul fondo di un ruscello, balugina e trema evanescente. Ombre che avanzavano e arretravano, ma non si formava mai un’immagine. Erano ricordi del sentimento, eppure lui non ricordava. Aveva l’impressione di aver sognato tutte quelle figure, di averle sognate spesso e intensamente, ma appunto solo sognate.


Lo sguardo gli cadde allora sul vaso azzurro, lì davanti a lui sulla scrivania. Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì, sgomento: fu come se, all’improvviso, una mano invisibile avesse aperto una porta e una corrente fredda fosse penetrata da un altro mondo nella quiete della sua stanza. Percepì una morte e un amore immortale: qualcosa gli si spezzò nel profondo dell’anima e, per la creatura invisibile, egli ebbe un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana.