mercoledì 28 gennaio 2026

CHIARA Antonella Lattanzi


 CHIARA 


Antonella Lattanzi


Recensione

 Diletta Cecchin 

La felicità è un lavoro. Va coltivata ogni giorno, ogni minuto, va difesa. Va amata, anche quando fa male. A Chiara e Marianna la felicità sembra qualcosa di estremo e distante. Qualcosa che si riesce a raggiungere solo per qualche frazione di secondo e poi scompare rapidamente. È un obiettivo a cui tendere, che si sposta ogni volta sempre un po’ più in là. Un’unica certezza: se la felicità esiste ed è raggiungibile, ci arriveranno insieme.


Marianna e Chiara sono le giovani protagoniste del nuovo romanzo di Antonella Lattanzi, intitolato Chiara, edito da Einaudi. Un libro atteso, ricco di aspettative, dopo il successo dei precedenti Questo giorno che incombe e Cose che non si raccontano. Anche in questo caso, a mio giudizio, Lattanzi ha fatto centro grazie a una storia che travolge il lettore, portandolo in una spirale narrativa. E grazie al suo stile di scrittura unico, ruvido e poetico, riconoscibile anche senza leggere il nome dell’autrice stampato sulla copertina.


Conosciamo Marianna e Chiara prima bambine e poi adolescenti. Vivono a pochi passi di distanza, nella Bari popolare di inizio anni Novanta. Si incontrano, per la prima volta, fra i banchi della scuola elementare e si riconoscono immediatamente. Entrambe provengono da famiglie che sembrano agli antipodi, ma che in realtà sono accomunate dalla stessa fragilità.


Chiara ha un padre violento, che picchia lei, le sorelle e la madre. Anche Marianna ha un padre violento, ma che rivolge la propria aggressività contro se stesso, con una forma estrema e feroce di autolesionismo. Fra le due ragazze nasce subito un legame assoluto e unico, che le porta a costruirsi un mondo solo loro. Cercano in tutti i modi di fuggire, anche solo con la testa, dalla violenza che le circonda.


Come spesso accade a quell’età, il confine tra amicizia e amore è davvero labile e molto delicato. Tanto che, grazie ai capitoli che si alternano tra presente e passato, sappiamo che oggi Chiara e Marianna non sono più amiche. La vita adulta le ha portate ad allontanarsi. Eppure una volta si erano fatte una promessa, di esserci sempre l’una per l’altra. Sapranno mantenerla?


Chiara non è una semplice storia d’amicizia. Il nucleo più profondo di questo romanzo è il rapporto padri-figlie. Lattanzi scrive: «Il padre era un dio, un dio cattivo ma era un dio, e con il dio non si scherza, tu lo ami, tu lo servi, e tu lo preghi la notte prima di dormire». Ma mentre Chiara cerca solo di salvarsi da questa realtà di violenza, anche scendendo a patti col terrore, Marianna coltiva dentro di sé una rabbia profonda, vuole spaccare tutto, sperimentare tutto, inventarsi di sana pianta come non fosse mai nata da nessuno.


Un romanzo con due protagoniste, ben distinte, mai sovrapponibili. Da un lato abbiamo Marianna, la voce narrante, con uno sguardo soggettivo e personale: vediamo tutto attraverso i suoi occhi, sentiamo tutto attraverso la sua pelle. Al contrario, Chiara è l’oggetto dello sguardo di Marianna, colei che dà il titolo al romanzo e che viene vista dalla voce narrante. In realtà il lettore non conoscerà mai veramente Chiara, la leggerà sempre e solo attraverso il filtro dello sguardo di Marianna. Al contrario Marianna si staglia in tutta la sua essenza e sincerità..

Chiara è un libro oscuro e incalzante, che vi porterà nel vortice di due famiglie sull’orlo dell’abisso e nei meandri di un’amicizia assoluta.


Chiara


Chiara apre la gabbia del canarino per pulirla.


Abbiamo dieci anni, ma a me nel ricordo sembriamo due adulte. La cucina è sui toni del marrone chiaro e del giallo. Lei tira fuori il canarino mentre le due sorelle piccole, gemelle, saltellano eccitate per la stanza.


– Vuoi tenerlo? – mi dice.


Io allungo le mani ma il canarino si mette a battere le ali fortissimo, un rumore insostenibile. Mi faccio indietro. – Fa schifo.


Lei ride. – Dài, prendilo! – mi porge il canarino che batte le ali convulso ma non vola.


Scuoto la testa.


– Prendilo!


– Manco morta, – mi rabbuio. Poi ho un’idea: – E se lo lasciassimo libero per casa?


Chiara ride: – Sei pazza. Tu sei sempre pazza.


– Dài! – dico, e ormai ho deciso. La convincerò a tutti i costi. – Dài! Vediamo cosa fa! – Chiara dice no, no, no.


Abbiamo dieci anni ma sappiamo già che, per motivi diversi, io e lei non siamo come i nostri compagni di classe, non siamo come i nostri coetanei, non siamo come gli altri. Lo sappiamo in modo definitivo. Le nostre famiglie sono diverse dalle altre. I nostri genitori sono diversi dagli altri. Per questo so perfettamente che non dovrei insistere. Chiara e io sappiamo in modo molto piú netto di tanti nostri coetanei cosa vuol dire la parola «conseguenze». Lo stesso dico: – Eddai! – ancora una volta.


Lei adesso tituba. Poi, alla fine, cede; come ogni volta. Diventa serissima, dice: – Siamo morte.


Però lancia in aria il canarino e quello vola, e le sue sorelle ridono. E pure io rido, ma di meno perché voglio semplicemente godermi il suo sorriso, soprattutto se è merito mio. Guardo Chiara a cui adesso si accendono gli occhi mentre guarda volare il canarino.


– Vola! Vola! – dice, e lo segue felice nella stanza muovendo le mani sotto l’uccellino, come per far galleggiare un palloncino in aria. In tutto quel gioco, ci accorgiamo troppo tardi delle chiavi nella toppa.


– Non aver paura, – le dico, il cuore mi batte cosí forte che non sento niente, – ci sono io con te.


– Ho paura, – mi dice, – ma ci sei tu con me.


Ci prendiamo le mani, come due supereroi pronti alla lotta. Solo che poi perdiamo sempre.


Oppure no.


Il panino con la frittata non l’avevo mai mangiato.


Chiara aveva nove anni, i capelli neri, lunghi, lisci, le sopracciglia folte con una leggera peluria che le univa al centro, un’ombra scura anche sulle labbra, gli occhi marroni e la pelle olivastra quasi che qualcuno avesse deciso a tavolino «come la facciamo una bambina del Sud?», un grembiule bianco abbottonato fino al collo, appena stirato, lindo, e mi stava tendendo una metà del panino.


Poco prima, lo aveva diviso a metà leccandosi le labbra per la concentrazione, attentissima a non sporcarsi il grembiule. Io ci stavo mettendo una vita a decidere se prenderlo.


Frequentavamo la stessa classe dal primo giorno di scuola, adesso facevamo la quinta elementare ma non ci eravamo mai parlate davvero. O meglio, io non le avevo mai parlato. A lei, e in linea di massima a nessuno. Quindi mentre Chiara mi tendeva il panino io la guardavo, ponderavo se prenderlo o meno e nello stesso momento riflettevo sul suo essere cosí dichiaratamente una «bambina del Sud».


Chiara, avrei scoperto, non era nemmeno del Sud, la sua famiglia veniva dall’Albania. Erano arrivati a Bari ai tempi del nonno o del bisnonno; suo padre era barese fino al midollo, non sapeva una parola di albanese, sua madre era bionda, di stirpe normanna, aveva la pelle chiara chiara e si prendeva le botte zitta e buona in perfetto stile del Sud. Aveva una voce finissima. Anche quando suo marito se la mangiava, lei era come fosse tutta concentrata a cercare di intonare una nota troppo alta, a cui non arrivava: «No, ti prego Raffaele». Non le davi davvero peso, perché non sentivi la paura, ma questo impegno totale nel bel canto. Oppure, sempre calma, con la nota alta: «Dài Raffaele, non davanti alle bambine». Ma tanto pure le bambine le prendevano.


Per tanto tempo io e Chiara avremmo pensato che non gliene importasse niente, a sua madre, delle botte; e quindi delle figlie. Piú avanti, avremmo capito che dietro il comportamento di sua madre c’era un insegnamento fondamentale: la paura non la devi mai mostrare, altrimenti ti attacca e ti dilania. Non indietreggiare quando ti colpiscono, ma non attaccare nemmeno; solo chi non ha mai avuto davvero ragione di aver paura pensa che la difesa migliore sia l’attacco. Se attacchi, puoi morire. Se sfidi, puoi morire. Il segreto è rimanere immobili. Quando ti attaccano, tu resisti e basta. Si stancheranno di non essere supplicati di smetterla.


Ma queste sono solo parole. A volte funzionano, a volte no. Chiara e io avremmo capito presto che massime, nella vita, non ce ne sono. A seconda di cosa succede, devi fare tu.


Si cresce e si impara che la paura ha infinite abilità. Sono strabilianti, le abilità della paura. Una piú spaventosa dell’altra. Solo che noi a quel tempo eravamo piccole e mangiavamo il panino con la frittata lei, il Kinder Brioss io. Piú che di provare a capire, a imparare, cercavamo di stare in campana.


Alla fine però ho ceduto. Ho allungato le mani verso le sue e c’è stata questa specie di contatto. Allora ho visto che Chiara aveva una leggera peluria anche sulle mani. Io odiavo e avrei sempre odiato i peli ma quella sua peluria mi ha fatto pensare subito: che mani carine. Dio, che mani carinissime. Ho preso il panino con la frittata ma mi sembrava una cosa molto da meridionali, e allora siccome volevo distinguermi, e infatti avevo il Kinder Brioss, le ho detto: – P-però è una m-merenda da mia nonna –. Mi sono girata un attimo fingendo di fare stretching e mi sono infilata il panino in tasca, convinta che non mi avrebbe vista. Invece naturalmente mi ha sgamato subito ma non ha detto niente. Solo: – Ma cosa vuol dire da tua nonna, – piegando un po’ la testa.


Qualunque cosa significasse quella serie di azioni – sgamarmi ma non dire niente –, io non lo sapevo ancora ma era molto da Chiara. Parte di quell’enigma, tutto mio, che si chiama Chiara.


A quei tempi una delle ossessioni che coltivavo era cercare di non essere meridionale. Mi veniva dalla mia famiglia. A volte in Puglia finiva l’acqua, perché pure i muri lo sanno che il Tavoliere soffre di sete. Ci dicevano: quelli del Sud non vogliono lavorare e rubano i soldi a quelli del Nord. Noi ci sentivamo un po’ sfigati ma pure un po’ orgogliosi. Per esempio, pensavamo di avere una fortuna che quelli del Nord non avrebbero mai avuto: il mare.


Non dico il mare splendido delle nostre pittoresche città del Sud in cui la gente parla solo in dialetto e staziona dalla mattina alla sera su una sdraio con una birra in mano a prendere il sole, perché al Sud c’è sempre il sole, e poi quando il sole tramonta la gente si alza, si stiracchia, e va a rubare i soldi a quelli del Nord (che poi è sempre un lavoro). Non intendo il mare davanti al quale gli uomini del Sud rubano agli uomini del Nord le loro donne nordiche palesemente inconsapevoli, se le mettono sul groppone e le stordiscono fino a quando queste non li sposano. Non parlo del mare bellissimo ma solcato solo da malavitosi che in aquascooter contrabbandano organi, armi, droga e pesce. Non dico il mare del Sud inquadrato da un sole che è un faro gigantesco tanto che certo che hai sempre freddo, tu, sei freddolosa perché sei del Sud.


Non intendo dire che avevamo il mare nelle nostre città dove i pescatori uccidevano i polpi con un morso in testa e poi li arricciavano sul molo. O il mare del capitone di natale che quando lo ammazzi con un calcio fa un gemito. Dico proprio dentro. Nel corpo. Installato come un pacemaker, dicevamo per tutta la vita che senza mare non potevamo stare. Saremmo morti.


Invece poi si impara che puoi stare senza tutto. Stai senza tutto e hai le mani vuote e alzi gli occhi al cielo perché ti viene istintivo alzare gli occhi al cielo e, mostrando al cielo le mani vuote, un po’ arrabbiato ma anche un po’ fiducioso (te la aspetti una ricompensa, cazzo) dici cristo, e adesso, che si fa?


I cani, quando fai finta di tirargli una pallina in alto, in aria, verso le nuvole, contro il cielo, col sole in faccia, e invece non gli hai tirato niente, rimangono a muso in su contro il cielo, col sole in faccia, ad aspettare fiduciosi, anzi non fiduciosi, certi, che la pallina stia per scendere. Aspetterebbero per ore. Smettono solo perché a un certo punto si dimenticano cosa stavano aspettando. Non rimangono delusi. Semplicemente si dedicano ad altro. Ma quando sono lí, col muso in su come un siluro pronto al lancio, con quel nasino che gli sgocciola, stanno tranquilli ad aspettare che torni giú. Devono prenderla al volo. Non hanno paura che la pallina che non hanno visto librarsi nell’aria non torni indietro. Non hanno paura di non prenderla al volo. Hanno solo una voglia pazzesca di prenderla al volo.


Cosí, con le mani vuote, gli occhi verso il cielo, e il diritto, che senti cristallino anche se non ne sei conscio, a una ricompensa, ma anche soltanto a una soluzione, cosí anche tu.


Avrei fatto qualunque cosa perché Chiara e io non restassimo col muso in su e le mani vuote. Soprattutto avrei fatto qualunque cosa perché Chiara non lo facesse. L’ho capito quasi subito.


– In che senso da tua nonna, – Chiara teneva la testa piegata su un lato e masticava il suo pezzo di panino con la frittata, la bocca un poco aperta.


– N-no, niente, – ho detto io, e le ho offerto mezzo Kinder Brioss. Lei, veloce, ha incassato la testa tra le spalle come una tartaruga e si è guardata intorno. Gli occhi grossi le si sono fatti sottilissimi. Eravamo in uno spazio al quarto piano della nostra scuola elementare dove si faceva ricreazione. Dietro di lei, la vetrata che portava alle scale. Ho guardato la vetrata e ho visto il riflesso di Chiara da dietro, tutta incassata, era sempre molto carina ma ora sembrava una vecchietta. – Va bene, – ha detto sottovoce ficcandosi l’ultimo pezzo di frittata in bocca, e con la bocca piena ha allungato verso di me una mano minuscola da vecchia, piena di vene e con la pelle sottilissima.


Io al tempo non sapevo niente di lei, di sua madre, di suo padre, delle due sorelle piccole, gemelle. Sapevo quello che si sa a scuola di tutti i compagni di classe, il minimo, sapevo che il suo cognome era albanese, il che mi sembrava affascinante, che aveva un accento barese piú forte del mio, che era molto brava a scuola, che a volte le scappava qualche parola in dialetto e del dialetto io non capivo nulla. Pure io ero molto brava, ma solo nelle cose che mi piacevano e in cui mi impegnavo (o forse le materie in cui ero brava me le facevo piacere). Per esempio nei disegni prendevo quasi sempre il voto «pasticciona» perché non ero proprio in grado di colorare dentro i margini e spesso coloravo cosí forte, per la fretta, dato che mi annoiavo da morire, che si strappava il foglio. E con il punteruolo, poi, bucavo a caso. Quando io e Chiara saremmo diventate amiche, avrei continuato a bucare a caso ma avrei, in aggiunta, fatto finta di bucare anche lei, che si sarebbe molto imbarazzata. Io invece avrei riso molto, mi sarebbe sembrato uno scherzo stupendo. Nella vita, da un certo punto in poi, uno dei miei pensieri fissi sarebbe stato come riuscire a far ridere Chiara.


Chiara era brava in tutte le materie. Si sforzava tantissimo, si vedeva, si sforzava e studiava fino a quando capiva tutto. Era seria. Sorrideva poco. Veniva a scuola, seguiva la lezione, stava un minimo con i nostri colleghi e quando era il momento il padre se la portava via (era mio padre a dire che in classe avevo dei colleghi, come li aveva la mamma, e a me faceva molto ridere).


Chiara non piaceva tanto ai nostri compagni. La chiamavano la Baffuta, anche se non gliel’ho mai detto. A volte, in compagnia dei miei colleghi, senza di lei, devo averla chiamata la Baffuta pure io. No, è inutile che dica «devo averla»: so benissimo di averla chiamata anch’io cosí con gli altri. E l’ho fatto quando era già mia amica.


Ma anche quando non sapevo ancora niente di lei, quello sguardo sottile che deve vedere e prevedere tutto io lo conoscevo benissimo, perché era pure il mio. Non si addice ai bambini. Lo impari cosí presto solo se sei costretto, se hai sbagliato tanto prima di impararlo. Con quello sguardo là, per forza poi sembra che hai le mani da vecchia. Invece erano normalissime mani da bambina, solo un po’ pelose.


– V-vuoi v-v-venire a casa mia dopo la scuola? – ho detto. Ho balbettato pochissimo e sono stata molto fiera. – Si mangia, – mi sono sentita in dovere di specificare. Era la prima volta che dicevo tutte queste parole a qualcuno che non fosse mio padre o mia madre o, quando ero in buona, alla suora (andavamo a scuola dalle suore, il che cozzava con molte cose della mia famiglia, ma c’erano delle ragioni che mi annoio a scrivere). – Mio padre spesso fa la p-pasta col sugo o il s-sugo con le cozze –. Poi ho pensato che fosse importante aggiungere: – Se non ti piacciono le cozze, le puoi t-t-togliere –. Ho balbettato solo sul finale e mi sono stupita.


Ridevano tutti, in classe, quando toccava a me parlare, e spesso ridevo pure io. Ovviamente Chiara non aveva mai riso e mai l’avrebbe fatto, per tutto il tempo che mi fosse stato dato di conoscerla.


Lei ha detto: – Devo chiedere a mio padre.


– Okkei, – ho risposto un po’ strafottente. Come a dire: si deve anche permettere di dirci di no.


Ho detto «dirci» perché è successo questo: dal panino con la frittata, qualunque cosa sia successa dopo, non siamo piú state io e lei ma noi. Anche adesso, dopo che è successo tutto.


– Ti devo dire p-però, – ho detto come se fossi annoiata, – che mio p-padre non è proprio come tutti i p-padri –. Il tono annoiato non viene benissimo quando balbetti, perché è palese che ti stai impegnando per parlare, ma io ci ho provato lo stesso. Avrei voluto dire questa frase in un soffio e non pensarci piú.


– Nemmeno il mio, – e ha suonato la campanella, e siamo tornate in classe, e avevo ancora la mia parte di panino con la frittata nella tasca del grembiule, me lo aveva unto, ho pensato di buttarlo ma poi, ormai, e ho aspettato che finissero le lezioni. Per essere mia amica, o mio amico, dovevi avere il coraggio di affrontare mio padre.


Nell’aprile del 2025, una donna sui quaranta non riesce piú a capire come si apre la porta del bagno di un treno. Non riesce neanche piú a capire come ci si alza dal proprio posto e si percorre il corridoio e si arriva in bagno. Non riesce a chiamare un taxi. Nemmeno a viaggiarci. Quando le danno una stanza d’albergo cosí grande che dentro c’è una scala che porta alla zona notte, quella donna guarda la scala pensando ma come si fa, a salire una scala. Ci vorrebbe, un padre sul cui petto poter poggiare la testa, e riposare. Ci vorrebbe, un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono.


Il padre di Chiara ha detto sí. Era un uomo brutto, sguaiato, curvo su sé stesso come un avvoltoio e non aveva nessuna qualità. Non ho detto «avvoltoio» per offendere gli avvoltoi. È il padre di Chiara che voglio offendere. Sono passati tanti anni, e lui non è nemmeno la persona piú cattiva che io abbia mai incontrato. Ma è la mia persona. Ci sono le tue persone cioè quelle che ami per sempre. E poi ci sono le tue persone cioè quelle che odi per sempre.


Prima che il padre di Chiara dicesse di sí, però, il mio, di padre, aveva già capito tutto. Alla fine delle lezioni mi aveva visto scendere le scale vicino a Chiara, non troppo vicina però, bisogna conquistarseli gli amici e loro devono conquistare te, me l’aveva insegnato sempre lui, mio padre. Mi aveva sorriso con quel suo sorriso di una dolcezza che ti spezzava il cuore già a nove anni, figurarsi ora, nel ricordo, quando gli ero corsa incontro per abbracciarlo forte mi aveva preso con leggerezza lo zaino, se l’era messo sulle spalle, aveva detto: – La invitiamo a pranzo? – senza neanche indicarla. Sapeva tutto, mio padre.


Avevo fatto di sí con la testa. Con mio padre di solito non balbettavo. – E che le prepariamo? – avevo detto.


– Adesso le chiediamo cosa le piace.


Non mi ero chiesta come avesse fatto a capire che volevo invitare Chiara a pranzo. Mio padre aveva questa benedizione di prevedere i desideri delle persone che amava, il che è una maledizione. Mio padre, a volte mi sembrava, amava solo me.


Ma da bambina mica ci pensi alla maledizione, da bambina se sei me o Chiara testa bassa e vai avanti.


Intanto, oltre mio padre, alle sue spalle, Chiara stava chiedendo il permesso al suo di venire a pranzo da me. Quello si ingrugniva tutto, non sentivo cosa diceva, mi batteva fortissimo il sangue nella testa per la rabbia in caso avesse detto no, poi Chiara lo pregava con le mani giunte e la testa tutta rivolta in su, alla sua divinità, sembrava una di quelle sante bambine pastorelle a cui appare la madonna in mezzo al gregge e l’erba e il solito cagnetto nero e la luce di dio tutto intorno e le montagne sullo sfondo, una spruzzata di neve sulla cima (dalle suore non si faceva che guardare queste immagini), e quello acconsentiva, che gli fregava, risparmiava un pasto e lui mangiava doppio.


Chiara ha aspettato tutta contratta che il padre girasse sui tacchi e se ne andasse e poi è risorta. Libera, è venuta da me saltellando, poi ha visto mio padre e si è fatta seria: – Buongiorno signore, – ha detto, – mi chiamo Chiara Ramaj, molto piacere di conoscerla. – Io sono Luca, – ha detto mio padre, – dammi del tu –. Io ero orgogliosa, perché al Sud in quegli anni nessun adulto ti diceva di dargli del tu. Poi mio padre si è girato verso l’uscita e ci ha detto: – Andiamo, signorine? – non prima di aver sfilato con nonchalance anche lo zaino di Chiara dalle sue spalle, come un ladro.


Quella volta è andato tutto liscio.


Mio padre ha insistito per andare al supermercato a comprare il pesto che era il cibo preferito di Chiara, ne ha prese dieci confezioni, mio padre faceva cosí, non c’era da stare a sindacare, e mentre lui faceva la spesa noi dietro giocavamo a indovinare a occhi chiusi quale prodotto l’altra aveva in mano, un gioco scemo come un altro, ma io lo tenevo d’occhio, mio padre, mica mi fregate piú, lo tenevo sempre d’occhio, tutto il tempo, tutta la mia vita, e con l’altro occhio giocavo con Chiara.


Quando, qualche ora dopo, Chiara era sul pianerottolo di casa mia e aspettava l’ascensore per andarsene – quel giorno è rimasta solo per il pranzo – e io ero sulla porta con una mano sulla testa del mio labrador e l’altra che voleva trattenerla lí ma se ne stava in tasca, mi ha guardato con risentimento e ha detto: – I tuoi genitori sono i migliori del mondo. Tuo padre soprattutto. È cosí tenero.


– Lo so, – ho risposto, e poi mi è venuta questa frase: – Ma non è t-tutto o-oro q-quello c-che l-l-luccica.


È sempre stata la mia dannazione. La parola «tenerezza». I tuoi genitori sono cosí teneri. Tuo padre soprattutto. E io avevo tentato per tutti gli anni che avevo vissuto fino a quel momento di rispondere com’era davvero la vita con lui, ma nessuno l’aveva mai capito.


Nessuna parola calza davvero con mio padre. Del resto è il mio maleficio: è una vita che cerco di spiegare.


Quando ho detto la frase sull’oro che luccica, Chiara si è arrabbiata ma non ha detto nulla. Solo, è venuta verso di me e io pensavo volesse abbracciarmi ed ero pronta, invece voleva rimettere un passo in casa, e indicare il salotto con le pareti tutte occupate dalle librerie. Io ho spiegato: – Sono librerie, – non mi è venuto nulla di piú intelligente. Mi dispiace ancora oggi, quello sguardo umiliato che ha fatto Chiara, troppo deluso e doloroso per l’età che aveva, eravamo due bambine. – Non hai capito, – ho detto, – v-v-v-v-volevo d-dire_


Il labrador si è seduto, comprendendo che la situazione si faceva difficile.


– Marianna! – ha detto mia madre dalla cucina.


– Sto salutando Chiara!


– Grazie di tutto, signora!


Poi si è girata, ha provato ad aprire l’ascensore ma l’avevano richiamato, è stato ancora piú umiliante, il labrador ha detto: – Bau, – lei si è buttata giú per le scale e semplicemente se n’è andata perché le persone se ne vanno, oppure te ne vai tu, le persone se ne vanno e non tornano mai piú, oppure non torni mai piú tu.


Per carnevale i miei hanno dato una festa.


Davano sempre queste feste.


Non una festa per adulti, loro non avevano piú amici. Ne avevano avuti tantissimi, soprattutto mia madre. C’erano questi album di foto mezzo nascosti nel mobile nero in salotto, con lo sportello a scorrimento. Dentro quegli album, mia madre giovanissima sorrideva insieme ad altre giovani donne, le sue piú care amiche: erano sempre le stesse cinque o sei e avevano i capelli lunghi ed erano a Parigi, in Toscana, in Portogallo, e persino a Cuba. In un paio di foto erano tutte incinte, tutte insieme, come succede spesso alle amiche.


Mio padre, invece, da ragazzo non viaggiava, ma andava sempre a vedere le corse dei cavalli. Giocava a poker con gli amici. Il cinema, il teatro, e naturalmente la fotografia.


Era bella la vita dei miei genitori, sia prima di conoscersi che quando si erano conosciuti e messi insieme.


Era bella la vita dei miei fino a quando, mi dicevano sempre, ero nata io.


Non fare mai figli, mi dicevano. Ti rovinano la vita.


Io mi incupivo e quando ero molto piccola piangevo.


Allora loro sorridevano e si mettevano a ridere: vedrai quando avrai figli, mi dicevano.


Cosa vedrò?, chiedevo preoccupata. I miei ridevano e non mi rispondevano. Quando ero piccola, spesso a quel punto mi abbracciavano e mi davano dei baci. Mio padre di piú. Tantissimi baci.


Cosa vedrò quando avrò figli, chiedevo di nuovo, perché anche se ridevano mi sembrava una minaccia. Non ricevevo mai la risposta. Poi, una sera, quando ero ormai adolescente ed ero tornata a casa molto triste, e avevo paura di essere tornata a casa, ed ero stanca di aver paura di essere tornata a casa, quando i miei – lui, lei, non lo so – sono venuti fuori con questa solita frase, vedrai quando avrai figli, io non ho riflettuto e ho detto: – Sarebbe stato bello avere un padre e una madre come si deve.


«Come si deve», poi, non è nemmeno un’espressione da me. Mia madre è sbiancata, io mi sono subito pentita e mio padre non ha mosso un muscolo del viso, sapevo che gli avevo fatto molto male e non sapevo perché avevo voluto fargli cosí male, perché l’avevo detto, sei un’ingrata, mi ha sibilato una voce della testa, mio padre si è girato su sé stesso come fosse un robottino, è andato al pianoforte, ha preso la statua di padre Pio che gli avevo portato dalla gita con le suore a Pietrelcina, in terza elementare, la statua piú brutta mai vista sulla terra ma era un mio regalo e lui lo conservava da tanti anni, con amore, sopra il pianoforte, mio padre mi voleva il bene piú grande del mondo, e il bene è una cosa pesante, mio padre ha poggiato con cura la mano aperta sul pianoforte chiuso, ha sollevato la statua, che era grossa e pesante e aveva quegli occhi di padre Pio che facevano paura, e poi ha fatto quello che doveva fare.


Quella sera, come quasi ogni sera da qualche anno a quella parte, ho scritto a Chiara una lettera destinata a non essere letta da lei, né da nessun altro. Nemmeno da me, dopo averla finita. Le ho scritto tutto quello che era successo, come sempre. Fino al giorno dopo mi sono sentita perdonata.

Ma il giorno della festa di carnevale la statua era ancora al suo posto. Io, quando gliel’avevo portata, mentre lui la scartava, mi ero subito pentita di avergliela regalata, perché era davvero troppo grossa, troppo pesante, e sapevo che queste cose a mio padre facevano gola, a un certo punto sarebbe successo, e infatti poi era successo. Ma insomma per la festa i miei avevano comprato un milione di festoni, io avevo un vestito da Pippi Calzelunghe che costava tanto, Chiara è venuta vestita da dottore, un camice, uno stetoscopio. – È brutto, – si è tirata il camice con le mani. – Che v-vestito avresti voluto? – In effetti era molto brutto. Sua madre, poi, sapeva cucire benissimo. – Boh, da odalisca, – ha detto. – Ma o-o-o-dalisca è per le elementari. – Siamo alle elementari, – ha detto. – Fra d-due mesi le finiamo, pe-pe-pènsati alle medie, – ho detto. – Veramente febbraio-giugno sono quattro mesi –. Si sentivano i miei indaffarati in cucina, perché mio padre aveva comprato di tutto per questa festa. Qualunque cosa una persona potesse immaginare. – T-ti ha c-c-comprato altri d-d-d-dieci vasetti di p-pesto, – ho balbettato un sacco. – M-m-mi d-d-d-dispiace, – ho abbassato gli occhi. Non sapete quanto fiato ci vuole per parlare, quando parli cosí. Come un atleta. E lei – dato che nel frattempo il mostro l’aveva visto – mi ha messo una mano sulla spalla e ha detto: – Uau! Non vedevo l’ora! È da quando sono nata che sogno qualcuno che chiede a proposito di me: causa della morte? Pasta al pesto –. E di colpo abbiamo riso.


Poi c’è stato il rumore di una pentola che cadeva, in cucina, e io dal salotto ho sentito chiaramente l’energia di mio padre che si tendeva come un elastico sottilissimo, trasparente, si tendeva e prometteva di tendersi di piú, sempre di piú, perché i figli la sentono, l’energia dei genitori, mentre i genitori non la sentono, l’energia dei figli, o almeno questa è la mia esperienza, ho guardato verso la cucina ed è caduto qualcos’altro, io ho detto: – Non ce la faremo mai –. E Chiara mi ha girato, spalle alla cucina, e ha detto: – Guarda quanti palloncini. – Li ha gonfiati a uno a uno, con il fiato, m-mio padre, non voleva la p-pompa, era diventato bordeaux, stava per s-s-s-venire e io gli stavo vicino con la pompa e… – Stop, – ha detto lei chiudendo il palmo a pugno come un direttore d’orchestra quando deve far finire la musica, ha socchiuso gli occhi come davvero fosse piena di piacere. – A ’sto punto giochiamo a pallavolo –. Si è chinata e mi ha lanciato contro un palloncino blu. È arrivato di corsa il nostro labrador slittando sul pavimento su cui mia madre aveva passato la cera e si è buttato sui palloncini e uno gli è scoppiato in faccia. Lui ci è rimasto malissimo. Io gli ho dato un bacio sul muso ma inutilmente perché ai cani non piacciono i baci, gli fanno il solletico ai baffi. Non gli piace neanche essere abbracciati, si sentono costretti. Io e Chiara abbiamo riso ancora e per nessuna ragione al mondo una di noi due avrebbe varcato la porta della cucina. L’elastico teso di mio padre era trasparente, sicuro ci inciampavi e lo rompevi, e poi vabbè si capisce.


– Marianna non scoppiare tutti i palloncini prima che arrivino gli ospiti! – ha gridato mia madre.


– Normale, – ha detto Chiara.


– Normale, – ho detto io.


Quando, da grande, alle cene le persone avrebbero assaggiato i vini prima di accettare la bottiglia – annusi, fai un sorsetto, poi aspetti un secondo e dici: «Buono / Cattivo» (io dico ancora «Buono / Brutto», invece di «Buono / Cattivo», perché a Bari si dice cosí e io non mi risolvo a pensare a un cibo cattivo, un pollo ai peperoni arrabbiatissimo che vuole ucciderti, una pasta alle vongole con gli occhi di ghiaccio che ti giudicano) – io mi sarei sempre ricordata di questo nostro saggiare, mio e di Chiara, e dire: «Normale / Ahia».


Se era «normale» tutto bene, se era «ahia» c’erano diverse alternative non bellissime. Ma perché pensarci adesso. Adesso era:


– Normale.


– Normale.


Molto soddisfatte.


Perché noi dovevamo stare attente a valutare i mutamenti dell’energia, l’andamento delle voci dei nostri genitori.


Io, Chiara e il labrador abbiamo giocato a lanciarci addosso i palloncini e in poco tempo li abbiamo scoppiati quasi tutti. Perché poi, alla fine, tanto vale giocare.

Mi rendo conto che dovrei raccontare quando e come, tra il momento in cui aveva chiesto alla suora di venire a sedersi vicino a me e la festa di carnevale, Chiara ha incontrato il mostro.


Mi rendo conto che dovrei dire perché ha deciso di chiedere alla suora di sedersi accanto a me. Perché mi ha dato metà del suo panino. Ci sarà un motivo.


Quando, nell’aprile 2025, la donna sui quaranta, alla fine, ha salito le scale della camera d’albergo perché nessuno mai viene in tuo aiuto, ha scoperto che con la capacità di agire aveva perso anche dei pezzi di memoria. Non sempre perdere dei pezzi di memoria è un male.


Io però, a differenza di quella donna, ricordo molto bene tutto ciò che ha a che fare con Chiara.


No. È una bugia. Scusate, è che a volte mi scappano di bocca delle bugie senza neanche accorgermene. È che sono cresciuta cosí: omettere, mentire, sopravvivere.


Il maglione di lana della mia vita con Chiara, di tanto in tanto, si è bucato. Il foro di una sigaretta che brucia la lana, un gancio che si attacca al maglione e lo sfila, il foro di un proiettile, il foro di un dolore, o di un chiarore.