Recensione
P.b.
"Il cielo diviso" di Christa Wolf è un romanzo pubblicato nel 1963, ambientato nella Germania divisa dalla Guerra Fredda, che intreccia una storia d'amore personale con le tensioni ideologiche e sociali della Repubblica Democratica Tedesca (DDR). La narrazione si apre con la protagonista, Rita Seidel, una giovane insegnante ricoverata in ospedale dopo un tentativo di suicidio, da cui partono flashback che ricostruiscono la sua relazione con Manfred Herrfurth, un chimico disilluso dal sistema socialista. I due si incontrano in una fabbrica industriale dell'Est, dove Rita lavora temporaneamente, e la loro storia d'amore si sviluppa tra speranze giovanili e le lacerazioni post-belliche, con Manfred che alla fine fugge a Ovest, lasciando Rita a confrontarsi con la scelta di rimanere fedele alle sue convinzioni o seguire il cuore.
Lo stile di Wolf è semplice e scorrevole, con una struttura complessa su due livelli narrativi: il presente in ospedale e i ricordi del passato, che permettono di esplorare non solo il dramma individuale ma anche la critica sottile alla società della DDR, senza cadere in una dissidenza aperta che avrebbe attirato la censura. L'autrice, ispirandosi a elementi autobiografici, dipinge un quadro generazionale, con riferimenti a eventi storici che influenzano la psicologia dei personaggi, come le ferite del nazismo e la costruzione del Muro di Berlino nel 1961. Temi centrali sono il conflitto tra ragione e sentimento, l'ambizione personale contro l'ideologia collettiva, e una minima speranza in un mondo diviso, evocando figure mitiche come Cassandra per simboleggiare la premonizione di un destino tragico.
Criticamente, il libro è apprezzato per la sua capacità di parlare di temi scottanti attraverso una commovente storia d'amore, rendendolo un classico della letteratura tedesca orientale. È un po' impegnativo per la profondità psicologica e la riflessione storica, ma è importante per la sua autenticità e per come cattura l'essenza di una nazione spezzata.
IL CIELO DIVISO
1.
In quegli ultimi giorni di agosto dell’anno 1961, nella cameretta di un ospedale si ridesta la ragazza Rita Seidel. Non dormiva, era svenuta.
Quando apre gli occhi, è sera, e la parete bianca e linda che scorge subito, è rischiarata solo debolmente. E’ la prima volta che si trova là, ma ricorda subito quel che le è accaduto, oggi e prima ancora. Torna come da lontano: indistintamente serba una sensazione di grande distanza, e anche di profondità. Ma dalla tenebra infinita si risale con rapidità folle alla luce ben netta. Ah già, la città. Più precisamente la fabbrica, il capannone di montaggio. Quel punto, sui binari, dove sono svenuta. Dunque qualcuno è riuscito ancora a trattenere i due vagoni che mi venivano addosso da destra e da sinistra: puntavano proprio su di me. Questa, l’ultima cosa.
L’infermiera si accosta al letto: ha notato che la ragazza si è destata e si guarda intorno nella stanza, con occhi stranamente quieti; le rivolge la parola sottovoce, con benevolenza. - Lei è illesa, - dice allegramente.
Allora Rita volge la faccia verso la parete e comincia a piangere, non smette nemmeno durante la notte, e quando la mattina il medico viene a vederla, non è in grado di rispondere.
Ma il medico non ha bisogno di fare domande, sa tutto, c’è scritto sulla denuncia d’infortunio. Questa Rita Seidel, una studentessa, lavora nell’azienda solo durante le vacanze. A parecchie cose non è avvezza, per esempio al calore dentro i vagoni quando escono dall’essiccatoio. In tutti i casi, è vietato lavorare dentro la vettura a temperature elevate, ma nessuno può contestare l’urgenza del lavoro. La cassa degli attrezzi è pesante, dai trenta ai trentacinque chili, lei l’ha trascinata ancora fino ai binari dove si stavano eseguendo gli agganci, e poi è svenuta - non c’è da stupirsi, delicata com’è. Ora piange, e anche questo è naturale.
- Lo choc, - dice il medico e prescrive iniezioni sedative. Dopo parecchi giorni però, poiché Rita non sopporta tuttora che le venga rivolta la parola, il medico si fa incerto. Pensa come gli piacerebbe avere tra le mani quel tipo che ha ridotto a tal punto questa ragazza graziosa e sensibile. Secondo lui, è indubbio che soltanto l’amore può far stare tanto male una giovane creatura.
La madre di Rita, chiamata dal suo paese e perplessa di fronte al singolare stato della figlia, non è in grado di fornire chiarimenti. Lo studio, - dice. - L’ho pensato subito che non avrebbe resistito. Un uomo? No, ch’ella sappia.
Quello di una volta, un dottore in chimica, è già via da sei mesi. Via? chiede il medico. Ma sì, se l’è svignata, lei capisce.
La ragazza Rita riceve fiori: asteri, dalie, gladioli - punti variopinti nella scialba giornata ospedaliera. A nessuno è consentito farle visita, finché una sera un uomo con un mazzo di rose non si lascia respingere. Il medico cede.
Ecco forse una visita di pentimento che può sanare d’un tratto tutta quella pena. Un breve dialogo sotto il suo controllo. Ma in quella visita non vi è amore, non vi è perdono, son cose di cui ci si accorge, non foss’altro che agli sguardi. Si tratta invece di certi vagoni, una cosa Dio sa se importante in questo momento, e dopo cinque minuti, un garbato congedo. Il medico apprende che quel tale era il giovane direttore della fabbrica di vagoni, e si dà dell’imbecille. Ma non riesce tuttavia a liberarsi dalla sensazione che quel giovanotto ne sappia, della paziente Rita Seidel, più della stessa madre, più di lui stesso, il medico, e di ciascuno degli altri visitatori, che adesso arrivano numerosi: prima i falegnami della brigata (1) Ermisch, a turno tutti e dodici, poi una piccola parrucchiera bionda e avvenente, l’amica di Rita; dopo le vacanze, studenti dell’istituto magistrale, e di quando in quando anche ragazze del paese di Rita. E’ davvero impossibile sostenere che la paziente possa sentirsi abbandonata.
Quelli che vengono a trovarla, le vogliono tutti bene. Parlano con lei cautamente, sfiorando con gli sguardi il suo viso ch’è pallido e stanco, ma non più sconfortato. Piange più di rado, adesso, per lo più la sera. Riuscirà a dominare le lagrime, e poiché è ben lontano dal suo carattere coccolare il proprio dolore, vincerà anche la disperazione. Non dice ad alcuno che ha paura a chiudere gli occhi.
Tuttora vede i due vagoni, verdi e neri ed enormi. Quando vengono spinti, proseguono la corsa sui binari, è la loro legge, e son fatti per questo.
Funzionano. E nel punto in cui s’incontreranno, c’è lei.
Ci sono io.
Allora, ricomincia a piangere.
Sanatorio, dice il medico. Lei non vuol raccontare nulla. Che si sfoghi a piangere, che trovi pace, e riesca a mettere una pietra sopra a tutto quanto è accaduto. Potrebbe andare in treno, è ormai in grado di farlo, ma l’azienda manda un’auto.
Prima di partire, ringrazia il medico e le infermiere. Tutti l’hanno in simpatia, e se non vuole raccontare nulla, è affar suo. Tanti auguri.
La sua storia è banale, pensa lei, e in qualche modo umiliante.
Tuttavia, è ormai passata. Ciò che occorrerebbe superare ancora è questa sensazione insistente: quelli puntavano proprio su di me.
2.
Quando allora, due anni fa, è arrivato nel nostro paese, mi ha colpito subito.
Manfred Herrfurth. Abitava presso una parente, che non aveva segreti per nessuno. Sicché presto anch’io ho saputo, come tutti gli altri, che quel giovanotto era uno studente di chimica e che intendeva riposarsi in paese.
Prima della tesi di laurea, sotto cui poi stava scritto: “con lode”. L’ho visto io stessa. Ma questo avvenne più tardi.
Quando Rita, che viveva con madre e zia in una minuscola casetta sul limitare del bosco, spingeva di buon’ora la bicicletta su fino al viale, il chimico se ne stava mezzo nudo presso la pompa dietro la casa della cugina, lasciando che l’acqua fredda gli scorresse sul petto e sul dorso. Rita scrutava il cielo azzurro, nella chiara luce mattinale, per verificare se fosse adatto a elargire distensione a un cervello affaticato.
Era soddisfatta del suo paese: piccoli gruppi di case dal tetto rosso, poi bosco e prati e campi e cielo nel giusto equilibrio, come meglio non si potrebbe immaginare. La sera, dal buio ufficio del capoluogo distrettuale uno stradone rettilineo conduceva diritto in mezzo al calante globo solare, e a destra e a sinistra della strada si stendevano i paesini. Là dove il sentiero si diramava alla volta del suo villaggio, stava ritto a gambe divaricate il chimico, presso l’unico salice arruffato dal vento ch’esistesse in lungo e in largo, offrendo al tepido vento serale i brevi ciuffi di capelli. Il medesimo sentimento nostalgico spingeva lei alla volta del suo paese e lui verso quel viale, che conduceva all’autostrada e - se si vuole - a tutte le strade del mondo.
Quando la vedeva arrivare, si toglieva le lenti e cominciava a pulirle accuratamente con un lembo della camicia. Più tardi, lo vedeva dirigersi lentamente verso il bosco che luccicava azzurro, una figura alta, un po’
risecchita, con braccia troppo lunghe e una testa solida e magra, di ragazzo.
Verrebbe voglia di togliere il vizio della superbia, a costui. Vedere un po’, una buona volta, com’è fatto veramente. Gliene veniva il prurito, a lei. Una voglia, una grande, grandissima voglia ne aveva, lei.
Ma la sera della domenica, nella sala della locanda, trovò che appariva più anziano e più duro di quel che non avesse pensato, e le mancò di nuovo il coraggio. Per tutta la sera egli stette a guardare come i ragazzi del paese se la scambiavano facendola ballare. S’iniziò l’ultimissimo ballo, già si spalancavano le finestre e fresche cateratte d’aria pura tagliavano la cortina di fumo sopra le teste dei sobri e degli ubriachi. Allora, finalmente, egli s’avanzò verso di lei e la condusse al centro della sala. Ballava bene, ma senza abbandono, guardava in giro le altre ragazze e faceva osservazioni sul loro conto.
Lei sapeva che l’indomani, molto per tempo, sarebbe ritornato in città.
Sapeva che era capace di non dire nulla, di non fare nulla, ch’era fatto così.
Il cuore le si strinse di rabbia e di angoscia. A un tratto disse, fissandolo negli occhi beffardi e annoiati: - E’ difficile diventare come lei?
Lui non fece che socchiudere gli occhi. Senza parlare le afferrò il braccio e la condusse fuori. Discesero in silenzio giù per la strada del paese. Rita staccò una dalia, che pendeva da una siepe. Una stella cadde ma lei non formulò alcun voto. Come si comporterà, pensava.
Ed ecco erano già arrivati al cancello del giardino; lei percorse lentamente i pochi passi fino alla porta di casa - oh come cresceva la sua angoscia ad ogni passo! - già posava la mano sulla maniglia (ch’era gelida e insensibile come un’intera vita solitaria), quando lui disse alle sue spalle, annoiato e beffardo:
- Sarebbe capace d’innamorarsi di uno come me?
- Sì, - rispose Rita.
Non aveva più angoscia, ora, nemmeno un po’. Scorgeva il volto di lui come una macchia più chiara nell’oscurità, e allo stesso modo lui doveva scorgere il suo. La maniglia si fece calda sotto la sua mano, in quel minuto che ancora si trattennero così. Poi, lui tossicchiò sommesso e se ne andò.
Rita rimase quietamente ritta presso la porta, finché il suo passo non si udì più.
La notte, giacque senza sonno, e al mattino cominciò ad attendere la sua lettera, stupita di quel mutamento di circostanze ma non incerta sul loro esito.
La lettera giunse una settimana dopo quel ballo. La prima lettera di tutta la sua vita, dopo tutte le lettere burocratiche dell’ufficio, che non la riguardavano affatto.
“Mia bruna signorina”, la chiamava Manfred. Le descriveva minutamente e con molta autoironia tutto ciò che c’era di bruno in lei, e in quali e quante variazioni, tanto che lui - che da tempo non trovava più nulla di sorprendente in una ragazza - ne era rimasto meravigliato fin dal primo momento.
Rita, diciannove anni e abbastanza spesso in conflitto con se stessa perché non riusciva ad innamorarsi come le altre ragazze, non ebbe bisogno d’imparare a leggere una lettera simile. Fu chiaro, a un tratto, che tutto, i diciannove anni i desideri le azioni i pensieri i sogni, erano esistiti unicamente per prepararla, proprio a quel momento, proprio a quella lettera. Improvvisamente ecco far capolino tanta esperienza, non certo accumulata da lei. Come ogni ragazza, era sicura che nessun’altra prima di lei, né dopo di lei, potesse aver avuto, o avere, i sentimenti che lei adesso provava.
Si portò davanti allo specchio. Era rossa fino alle radici dei capelli bruni, e intanto sorrideva, con una modestia nuova, con una nuova sapienza.
Sapeva che, in lei, vi erano a sufficienza cose che piacevano a lui, e gli sarebbero piaciute sempre.
3.
Fin dal suo quinto anno di età, Rita sa ormai che occorre esser sempre pronti a un improvviso mutamento di tutta la nostra vita. Ricorda oscuramente la sua prima infanzia in un paesaggio collinoso azzurroverdognolo, l’occhio del padre con la lente d’ingrandimento incastrata, il sottile pennello nella mano che dipingeva, svelta e precisa, minutissimi disegni su tazzine da caffè, in cui Rita non ha mai visto bere nessuno.
Il suo primo viaggio importante coincise quasi esattamente con la fine della guerra e la condusse in mezzo a gente triste e inferocita, via per sempre dai boschi boemi. La madre sapeva di una sorella del padre, in un paesino al centro della Germania. Alla porta di costei bussarono una sera, come naufraghi. Trovarono ricetto, letto e tavola, una stanza esigua per la madre, una cameretta tinta di bianco per Rita. E quantunque la madre, nei primi tempi, dicesse sempre: - qui non ci resto, mai e poi mai! - rimasero, inchiodate dalla miseria comune e dall’insensata speranza che un bel giorno una notizia del padre, disperso al fronte, avrebbe raggiunto quella casetta sicura.
Mentre la speranza svaniva e lasciava posto al lutto, e poi al doloroso ricordo, passarono gli anni. Rita imparò in quel paese a leggere e a scrivere, imparò la conta in uso tra i bambini del luogo e le antiche, tradizionali prove di coraggio giù al ruscello. La zia era arida e precisa: la vita, incatenata a quella casetta, le aveva negato grandi felicità e grandi sventure, succhiandole ogni favilla di desiderio ed estinguendo alla fine persino l’invidia nei confronti degli altri. Ribadiva il proprio diritto di proprietà sulle due stanze e la cameretta, ma a modo suo amava la bambina.
Dividere il posto al focolare e l’amore della bambina costò alla madre più forza d’animo di quanto non lasciasse intuire a Rita. Questa era affettuosa e comunicativa, tutti le volevano bene, tutti credevano di conoscerla. Ma quali fossero le sue vere gioie e le sue vere sofferenze, lei non lo mostrava a nessuno. Il giovane maestro, arrivato dopo qualche tempo nel paese, vide ch’era spesso sola e appartata. Le diede dei libri e la condusse con sé nelle escursioni che faceva nei dintorni. Seppe anche quanto le costasse lasciare la scuola per recarsi in quell’ufficio; ma lei rimase ostinatamente ferma nella sua decisione. Per amor suo, la madre aveva lavorato nei campi e poi nella fabbrica tessile. Poiché ora era malata, la figlia aveva il dovere di provvedere a lei. -
Vedrà che vita difficile avrà, spesso, disse il maestro. Era furibondo nei suoi confronti.
Allora, Rita aveva diciassette anni. E’ una buona cosa essere caparbi quando si ha da lottare con se stessi, ma non si può durare eternamente. Un conto è prendere una decisione spiacevole, fare anche un sacrificio - un altro è starsene, poi, seduta giorno per giorno in un ufficio angusto, sola (di quanti impiegati poteva, infatti, aver bisogno quella piccola filiale rurale di una grande assicurazione?); scrivere tutti i giorni file di numeri in infinite liste e sollecitare sempre con le stesse parole sempre gli stessi debitori. Annoiata, lei guardava arrivare le auto da cui scendevano al suo ufficio dirigenti, gente che lodava o criticava - sempre gli stessi. Annoiata, li guardava ripartire.
Un tempo, il giovane maestro, pallido ed entusiasta, l’aveva confermata nel suo diritto alla vita: lei s’attendeva cose eccezionali, gioie e dolori eccezionali, eventi e cognizioni eccezionali. Tutto il paese era in subbuglio, in un’atmosfera di risveglio (non se ne sorprendeva, era stato sempre così); ma dov’era colui che l’avrebbe aiutata a deviare una minuscola parte di quel gran fiume in direzione della sua piccola, importante esistenza?
Chi le avrebbe dato la forza di raddrizzare il caso, cieco e malvagio? - Con terrore già notava in se stessa indizi di abitudine all’uniforme trascorrere dei giorni.
Tornò ancora l’autunno. Per la terza volta le toccava vedere come cadevano le foglie dai due enormi tigli davanti alla finestra dell’ufficio. Talvolta, la vita di quegli alberi le appariva più familiare della propria. Spesso pensava: non vedrò mai qualcosa di nuovo da questa finestra. Fra dieci anni, il postale ancora si fermerà sempre qui, alle dodici in punto; allora le mie dita saranno aride come la polvere; mi laverò le mani, prima ancora di sapere che devo andare a mangiare.
Di giorno Rita lavorava, la sera leggeva romanzi, e una sensazione di abbandono si faceva strada dentro di lei.
Ed ecco che incontrò Manfred, e a un tratto intravide cose che non aveva mai viste. Quell’anno, gli alberi perdettero le foglie in un fuoco d’artificio di colori, e il postale ritardò talora di interi, terribili minuti. Una solida, attendibile catena di pensieri e di desideri tornò a legarla alla vita. In quel tempo, si mise l’anima in pace che per settimane intere non avrebbe visto Manfred. Non conobbe più la noia.
Poi, egli scrisse che a Natale sarebbe venuto. Rita lo attese alla stazione nonostante lui glielo avesse tassativamente proibito.
- Oh, - disse lui. - La signorina bruna col berretto di pelliccia bruna. Come in un romanzo russo.
Percorsero insieme i pochi passi fino alla fermata dell’autobus e s’arrestarono davanti a una vetrina. Apparve chiaro come sia possibile nelle lettere darsi del lei eppure entrare in confidenza, mentre nella realtà era assai meno facile.
- Vede, - disse lui infine (e per un secondo lei fu presa dall’angoscia di averlo potuto deludere, fin da ora, per sempre), era questo che volevo evitare: star fermi nella melma nevosa, fissare annaffiatoi e vasche da bagno per bambini, e non sapere come proseguire.
- Come sarebbe a dire? - disse Rita.
Imparava con una rapidità terribile, quando era insieme con lui: - Lasciamo che il romanzo si svolga.
- Per esempio? - chiese lui ansiosamente.
- Per esempio, l’eroina ora dice all’eroe: vieni, montiamo su quell’autobus azzurro, che sta svoltando l’angolo. Così ti conduco a casa tua e tu mi accompagni dai miei, che ancora non immaginano nemmeno la tua esistenza e che devono conoscerti per poterti invitare a mangiare insieme l’oca di Natale. Basta come azione, per un giorno?
Incontrò lo sguardo di lui nella lastra della vetrina.
- Basta, - disse sorpreso. - Basta e ne avanza. Sei stata proprio brava.
Risero un po’ e poi montarono sull’autobus azzurro, che s’era fermato davanti alla vetrina, e lei lo condusse dalla cugina, e lui l’accompagnò dai suoi, che quasi non immaginavano neppure la sua esistenza e che lo scrutarono in silenzio per parecchi minuti. Molto virile, pensò la zia, ma troppo vecchio per la bambina. Un dottore in chimica, pensò la madre. Se se la prende, lei ha finito di penare e io posso morire tranquilla. Ed entrambe dissero a una voce: -
Verrà a Natale a mangiare l’oca arrosto?
A ripensarci oggi, Rita rivede quel Natale nel piccolo paese coperto di neve -
infatti la sera della vigilia aveva nevicato, com’è di dovere - e loro due camminare in silenzio a braccetto, giù per lo stradale deserto, e si chiede allora: quando è stato un’altra volta così? Quando potrà esserlo ancora? Le due metà del globo terrestre combaciavano appuntino, e sopra la sutura loro due passeggiavano come se niente fosse.
Davanti alla sua porta di casa, Manfred tirò fuori dalla tasca un braccialetto d’argento e glielo diede, come se non avesse mai fatto un dono a una ragazza.
Rita aveva capito da tempo che, una volta per tutte, toccava a lei di essere la più disinvolta. Sfilò le mani dai grossi guanti di lana, che caddero nella neve, e le posò sulle guance fredde di Manfred. Lui restò immobile e la guardò. - Calde, morbide e brune, - disse, soffiandole via dal viso i capelli. Il sangue gli montò agli occhi, e distolse lo sguardo.
- Guardami pure in faccia, - disse lei piano.
- Così? - chiese lui.
- Così, - replicò Rita.
Lo sguardo di lui l’aveva colpita come un urto. Per tutta la sera, fu costretta a celare il tremito delle mani, poi lui se ne accorse ugualmente e sorrise; e lei gli rimproverò quel sorriso, sebbene fosse costretta a guardarlo continuamente. Era un po’ troppo vivace, Rita, ma la zia e la madre non avevano mai conosciuto, o da tempo dimenticato, il modo con cui una ragazza tenta di celare la propria espressione amorosa. Si preoccupavano della riuscita dell’arrosto.
Più tardi, furono levati i bicchieri per i reciproci brindisi. - Ai suoi esami, -
disse la madre a Manfred. - Che tutto vada bene. - Ai suoi cari genitori, -
azzardò la zia. Troppo poco aveva appreso finora sul conto del giovanotto.
- Grazie, - disse lui asciutto. Tutt’oggi a Rita viene da ridere ripensando al suo viso. Egli aveva allora ventinove anni e non era assolutamente il tipo del genero affettuoso. Disse: - Stanotte ho sognato che festeggiavamo il Natale a casa. Sognavo che mio padre levava il bicchiere e beveva alla mia salute. Allora (nel sogno!) ho scagliato contro la parete uno dopo l’altro tutti i piatti e i bicchieri che mi son capitati tra le mani.
- Perché devi spaventare le persone? - chiese lei più tardi, al cancello del giardino.
Lui si strinse nelle spalle. - Perché si spaventano?
- Tuo padre…
- Mio padre è un tedesco. Nella prima guerra, perdendo un occhio ha messo al sicuro il secondo. Fa’ lo stesso ancora oggi: sacrifica un occhio, conserva la vita.
- Sei ingiusto.
- Se mi lascia in pace, lo lascerò in pace anch’io. Di bere alla mia salute, non glielo permetto nemmeno in sogno. Perché non vogliono convincersi che noi tutti siamo cresciuti senza genitori?
A Capodanno, si trovarono in un piccolo rifugio sulle montagne vicine Durante il pomeriggio, discesero sugli sci il bianco, morbido pendìo, e la sera festeggiarono con gli altri ospiti del rifugio - tutti giovani - l’inizio del nuovo anno: il 1960.
Di notte, furono soli.
Rita seppe così quanto quell’uomo beffardo anelasse a sincerità e calore.
Non ne fu sorpresa, eppure pianse un po’, di sollievo. Lui borbottando le asciugò gli occhi con le dita, lei tambureggiò coi pugni sul petto di lui, prima adagio, poi con furore.
- Bé, - disse lui piano, - e che significa?
Allora il suo pianto crebbe: anche lei era stata sempre sola.
Più tardi, girò il viso di lui dalla sua parte, cercando i suoi occhi nel barlume che la neve filtrava dalla finestra.
- Ascolta, - disse. - E se quella volta tu non avessi ballato con me quell’ultimo giro? E se io non ti avessi fatto quella strana domanda? e se tu avessi taciuto quando io già entravo in casa?
- Impensabile, - disse lui. - Ma io avevo previsto tutto.
4.
Era così sempre: superbo fino alle estreme conseguenze e difficile da trattare.
Una volta, una delle rare domeniche passate insieme, lei gli chiese: - Io non sono la prima donna che ti sia piaciuta, vero? - Stiracchiava i bottoni della sua giacca, lui le afferrò le mani pensando: ecco che parla di sé come di una
“donna” ed è perfettamente uguale a tutte le altre! Lo commuoveva, questo, come qualche tempo prima lo aveva scosso il fatto che fosse diversa da tutte le altre.
- No, - disse serio. - Non la prima.
Di sfuggita chiese, molto più tardi: - Ne hai avute molte?
Lui aveva tranquillamente notato il suo silenzio, mentre si tormentava intorno a quella domanda. Ora ammise: - Parecchie.
Lei lo guardò incerta, ma non era burla.
- Eh sì, - disse dopo un po’, - tu mi avvezzi a un mucchio di cose.
Egli le sollevò il mento e attese che lo guardasse.
- Ehi tu, - disse. - Vuoi farmi una promessa? Non tentare mai di avvezzarti a cose assurde per amor mio, intesi?
Lei gli appoggiò la testa sul petto, si lasciò accarezzare come una bimba, deglutì e sbuffò, pensando tutta fiduciosa: che dovrebbe mai accadermi di assurdo da parte tua?
Fra una domenica e l’altra, le settimane si prolungavano inesorabili, talora sulle lettere di lui cadeva qualche lagrima. Una volta, sul viso di lei comparve una espressione di stupore allorché la madre le chiese con insistenza: - Sei felice, bambina? - Felice? Sentiva di vivere, come mai prima di allora. Manfred, che aveva conosciuto molte specie di donne e molte specie d’amore, capiva meglio della stessa Rita che cosa ci fosse di particolare nell’amore di lei. Non gli era mai accaduto che notti trascorse insieme lo avessero legato a una donna. In ogni nuovo incontro, egli già portava con sé il freddo dell’inevitabile separazione, diventando di volta in volta più indifferente. A questa ragazza, invece, lo legava la prima parola ch’ella gli aveva detto. Ne era colpito, ferito nell’intimo in modo inammissibile, quasi indecoroso. Per alcune settimane tentò con indecisione di liberarsi, finché si rese conto di non esserne capace.
Era diffidente. Mise Rita alla prova in diversi modi, e lei superò tutte le prove, sorridente e inconsapevole. Proprio il fatto che ignorasse le proprie qualità, lo conquistò, mentre scopriva in lei tutto ciò che avveniva in entrambi. Era furioso che quella ragazza ridestasse speranze da lui già sepolte. Poi, si abbandonò esitante alla speranza.
- Mia bruna signorina, - disse, - tu sei purtroppo una bambina e io, purtroppo, un vecchio. La cosa non finirà bene tra noi.
- Oh, - fece lei, - sono abituata al fatto che tutti si credano più furbi di me.
Ma certamente io sono tanto furba da non lasciare andare via l’uomo che per primo mi ha sedotta.
- Ti rovinerò, - disse lui.
- Meglio tu che un altro, - replicò lei.
Così erano andate le cose. La vita stava dinanzi a loro perché ne disponessero. Tutto era possibile, ma che si perdessero, era impossibile.
Agli inizi di marzo, nella cerchia di Rita arrivò un incaricato del reclutamento di insegnanti, un individuo scarno, dai capelli neri, che portava sempre con sé dentro una cartella tutto ciò di cui aveva bisogno. Poiché non si trovò una stanza libera per lui, si pensò di ospitarlo nell’ufficio di Rita, pregandola di mettersi a sua disposizione per eventuali lavori di scrittura.
Lei osservava incuriosita la sua attività. Era in giro tutto il giorno, talvolta telefonava dicendole dove si trovava. La sera, portava alcuni questionari riempiti da futuri studenti dei corsi di abilitazione magistrale e li consegnava a Rita coi suoi commenti. Bisognerebbe farsi tagliare più spesso i capelli, -
disse, porgendole il curriculum vitae della graziosa parrucchiera bionda sull’angolo.
Oppure: i brigatisti sono i miei nemici naturali; crede che si separino volontariamente da un solo uomo? Ma adesso ho accalappiato un brigatista (2).
Poi appendeva il cappotto all’attaccapanni, e improvvisamente eccolo disporre di molto tempo. Ascoltava imperturbabile i nuovi improperi che i dirigenti del circondario gli avevano dedicato - venivano addirittura di proposito nell’ufficio di Rita e le raccontavano tutte le loro preoccupazioni coi lavoratori, quasi che lei potesse aiutarli.
Erwin Schwarzenbach non s’impancava mai a difendere nessuno. Si sedeva, fumava e parlava con Rita di molte e varie cose - lei si stupiva dell’interesse che acquistava perfino il giornale, letto da lui - e alla fine le chiedeva sempre informazioni su persone di tutti i generi, che lei conosceva e di cui egli annotava il nome.
Rita arrivava ogni sera in ritardo a casa e diventava sempre più eccitata quanto più a lungo durava il soggiorno di Schwarzenbach. Per la prima volta faceva l’esperienza di un intervento dall’alto che s’intrometteva nel destino di gente comune: la piccola parrucchiera, il brigatista, il dirigente distrettuale dell’amministrazione comunale. Ah, quello? pensava talora dubbiosa, e anche quella lì? Le aveva fatto difetto la fantasia pensando a queste persone sempre soltanto entro la loro cerchia quotidiana? Bisognava che venisse un tale da tanto lontano, come quel prosaico Schwarzenbach, per poter credere capaci delle cose più insolite le persone più comuni?
- Venti, - disse Erwin Schwarzenbach la penultima sera. - Niente male per un circondario.
- Diciannove, - lo corresse Rita. Celò una piccola, pungente delusione.
Da dove le veniva?
- Venti, - disse lui e le porse oltre il tavolo, imperturbabile come sempre, un altro questionario. Non era riempito, ma sulla prima riga c’era, scritto da lui, il suo nome.
Oh, io? pensò lei allora, e non ne fu così sorpresa come avrebbe dovuto.
- A che pensa? - chiese Schwarzenbach, dopo un certo tempo in cui aveva regnato il silenzio nella stanza.
Rita pensava: ho sempre desiderato avere dei fratellini. Manfred, pensò poi: studia nella medesima città. Pensava a ferrovie e traffico stradale, e a un tratto al viso pallido del suo maestro - dov’era adesso? - ai libri di scuola, alle luci della città e all’odor di bambini; e sullo sfondo le apparve una classe di scolari che s’estendeva dal bosco fino al suo paese e cantava: “larillalèra, è arrivata la primavera”.
- Ho paura, - Rita disse. Schwarzenbach assentì. I suoi occhi erano talvolta capaci di grande attenzione. Mi vuole davvero, pensò lei. Non posso farlo.
- Ma sì, - disse Schwarzenbach. - Certo che può. Lo sa da sé. E chi mai, se non lei? Scriva ora il suo curriculum, così arrivo a casa un giorno prima e ricupero le serate trascorse a farle la corte come un fidanzato.
Rita non agiva mai precipitosamente, ma le decisioni importanti era solita prenderle da un secondo all’altro. Mentre, un po’ assente, cercava la propria penna, le riuscì in un lampo di tramutare la casualità di quella svolta della sua vita in necessità. Non aveva atteso abbastanza a lungo? Non doveva capitare, presto o tardi? Non la legherebbe più fortemente a Manfred, senza il quale non avrebbe mai e poi mai trovato il coraggio di una decisione simile?
Scrivendo, si accorse umiliata che l’intera sua vita riusciva a farla entrare in mezza paginetta. Ogni anno, pensò, bisognerebbe poter aggiungere al proprio curriculum almeno una proposizione degna di essere scritta. D’ora in poi dovrà essere così, si prefisse.
Erwin Schwarzenbach scorse il foglio e lo ripose insieme con gli altri nella cartella.
- Ci rivedremo, - disse congedandosi. Era docente all’istituto magistrale.
Le due ore che precedettero l’arrivo a casa e l’esplosione del contrasto che lei aveva previsto, furono tra le più singolari della sua vita. Era questa la stessa giornata cui lei era andata incontro pedalando sullo stradale? Era questa la stessa cittadina rivestita di ciuffi d’erba, nota fino alla nausea? Rita salutava a destra e a manca le stesse persone che incontrava ogni giorno: stavolta, si girò a guardarle.
Non sapevano nulla. Nessuno sapeva nulla, all’infuori di lei e di quell’uomo seduto nel treno in partenza. Accadeva così che un tale arrivasse e dicesse semplicemente: pianta questa roba, cambia la tua vita. Se ciò era possibile, allora era possibile tutto, ogni favoloso prodigio e ogni grande azione. Quella pigra cittadina era capace di destarsi, dai margini del mondo poteva venir scaraventata al centro di esso. Chi sa quali questioni importanti avrebbero potuto un giorno esser decise nei suoi piccoli uffici?
Rita pedalò lungo la via rettilinea, e davanti a lei l’estrema luce marzolina s’andava ritirando lentamente dietro il bosco. Quante volte ancora avrebbe rifatto quella strada? Oggi prendeva congedo.
Poco prima che scendesse l’oscurità, il paesaggio che fluiva ondoso da entrambe le parti riacquistò una singolare chiarità. I bianchi fiocchi di neve risaltavano nitidi sul bruno mareggiare dei campi. Domani il primo vento tiepido d’occidente avrebbe dissolto tutti i contorni, per dar risalto ad altri, nuovi, più netti. A pochi millimetri sotto la zolla i bucaneve attendevano.
Rita sorrise. Come conosceva tutte le cose! Com’erano, esse, una parte di lei! Grazie per ogni richiamo d’uccello, pensò, per la fresca acqua di fiume, per il sole mattutino e l’ombra degli alberi, in estate.
Accelerò l’andatura. Non le sentiva, le gambe, non ne sapevano niente, facevano il loro lavoro. Ma il vento! Il vento aumenta, quanto più si accelera.
Era tutta infocata. Chi diceva che fosse debole? Sì, sì, ci andrò. Vedremo come andranno a finire le cose…
Era bella quando entrò in casa, accaldata dalla corsa e illuminata dal fuoco interiore. La madre si sgomentò come al solito, perché per sua esperienza tutto ciò ch’è nuovo è peggiore di ciò ch’è vecchio. Quando Rita ebbe finito di raccontare, scoppiò in lagrime, ma come sempre negò il proprio cruccio.
Che cosa ne avrebbe detto Manfred, gemette.
Non aveva mai temuto tanto per il proprio matrimonio come per quell’unione della figlia, per cui non le riusciva d’entusiasmarsi e che bramava ardentemente.
La zia, offesa dall’arbitraria decisione di Rita, uscì senza una parola dalla stanza.
“Nessuno capisce”, scrisse Rita a Manfred, dopo aver stracciato una lunga lettera confusa. “Io voglio diventare maestra. Di più non dico.
Tu, mi capisci?”. Egli le rispose pensosamente che, a quanto sembrava, non era mai possibile prevedere quello che lei avrebbe fatto il giorno successivo.
Forse, l’avrebbe imparato in seguito. Peraltro, avrebbe potuto abitare da lui, cioè a dire in casa dei suoi genitori. “Ma tu non resisterai. Oh signorina bruna
- credimi, tu non conosci la vita”.
5.
Manfred sapeva assai bene che esiste una sorta di bravura che lascia del tutto fredda la persona in gamba. Solo adesso che non gli riusciva più di serbare la propria freddezza, si chiedeva: ma che mi era accaduto? Quand’è che è cominciata questa indifferenza per ogni cosa? perché nessuno me lo ha detto?
perché doveva arrivare questa ragazza a chiedermi: è difficile diventare come sei tu?
Con una tensione nuovissima, ora, egli immergeva i suoi ciuffi di fibra sintetica nei liquidi di vario colore, di cui modificava continuamente la composizione, li sottoponeva alle prove più elucubrate, sceglieva i coloranti più belli e durevoli per il prossimo, ancor più oculato esperimento. Le sue fatiche si approssimavano alla fine.
Fino a poco tempo prima, egli non era stato in grado di fare progetti al di là di quella fine. Che cosa doveva desiderare, quando l’avrebbe raggiunta? Quale nuova mèta poteva porsi? Ora, a un tratto, era tutto un susseguirsi di progetti.
Vedeva capannoni di fabbriche, locali fumanti e maleodoranti, che alla sua immaginazione apparivano belli perché vi si tingeva la fibra seguendo il metodo suo. Lui stesso, in camice bianco, passava in mezzo alle caldaie, analizzava le prove, correggeva la combinazione delle soluzioni. Era apprezzato per le sue capacità e perché non era superbo. Sì - a un tratto gli appariva desiderabile ciò che per lungo tempo aveva considerato stupido: la modestia.
Ma ecco giungere la lettera di lei: farò la maestra. Che significa, pensò.
Adesso? Senza interpellarmi? Dunque quaderni di scuola e ripetizioni e lagnanze di genitori, quando tornerò a casa? E di notte problemi educativi?
Sorse in lui un moto di gelosia: non vivrà solo per me. Non resisterà, pensò poi. Una creatura sensibile come lei!
Accumulerà esperienze, e poi ne avrà abbastanza. E così le scrisse. Lo costringeva già a fare delle concessioni. Il dispetto lo rendeva un po’ miope.
Doveva preoccuparsi che gli rimanesse vicina. Comunicò quindi alla madre con aride parole l’esistenza di Rita e ottenne che le venisse assegnata la sua stanza. Lui stesso viveva da tempo in una cameretta a mansarda, sotto il tetto.
La madre oppose una tenace resistenza ad accogliere la ragazza, che le rubava il figlio.
Lui prevedeva quel che gli avrebbe detto, né gli giungeva inattesa la faccia piagnucolosa, e la guardò freddamente finch’ebbe finito.
- Ho i miei motivi, - disse poi. - Forse resisterà per qualche tempo in casa nostra.
- Che modo di parlare! - protestò lei vivamente. Poi si acquetò docile sotto il suo sguardo. Era avvezza al suo fare repellente e introverso, intransigente su tutto ciò che gli stesse a cuore. Doveva già esser contenta che da qualche tempo - da quando i genitori gli erano divenuti completamente indifferenti
- fossero cessate le esplosioni di odio tra padre e figlio.
Quella fresca domenica d’aprile in cui lei arrivò, Manfred mostrò alla sua futura moglie l’abitazione dei genitori.
- La bara della mia vita: suddivisa in bara-soggiorno, bara-sala da pranzo, bara-camera da letto e bara-cucina.
- Perché? - chiese Rita. Per conto suo, era intimidita da quella strada fuori mano e signorile, da quella villa antica, da quelle stanze pesanti e buie.
- Perché qui non è mai accaduto nulla di vivo, - disse lui. - A memoria mia, mai.
- Ma la tua stanza è luminosa, - si consolò Rita. Doveva fare attenzione che la sua decisione non svanisse, lì, risucchiata da quei mobili vecchi e indifferenti.
- Lascia andare, - disse lui. - Ti mostrerò la nostra vera abitazione.
Eccoli poi sulla soglia del suo solaio: Manfred la guardò di sottecchi per vedere se si rendesse conto cos’era per lui quella cameretta disordinata.
- Aha, - fece lei, lasciando scorrere lentamente gli occhi tutt’intorno: il tavolo da lavoro sotto una delle finestrelle, il divano, le mensole con le file severe e disordinate dei libri, le poche stampe a vividi colori sulla parete, paccottiglia d’uso chimico negli angoli. Lei non faceva mai domande, e anche adesso lo guardò tranquilla, con occhi un po’ scrutatori forse, e disse: - Ai fiori, certo, dovrò pensare sempre io.
Egli l’attirò a sé. - Sei buona, - disse serio. - Buona quanto può esserlo una fanciulla. In compenso, ti farò quassù delle magnifiche insalate per cena, e d’inverno arrostiremo pane bianco sulla piastra della stufa.
- Sì, - disse Rita solennemente. - Sarà certo così.
Poi risero e s’accapigliarono, e più tardi giacquero sfiniti l’uno accanto all’altra, aspettando la notte. La primavera faceva il suo ingresso col fischio stridente di una locomotiva, che svaniva nella pianura al di là del fiume. La cameretta con tutta la sua paccottiglia e i suoi due ospiti divenne la navicella d’una gigantesca altalena, fissata da qualche parte alla cupola nero azzurra del cielo, e ondeggiava a curve così ampie e regolari ch’era possibile avvertirlo soltanto a occhi chiusi.
Chiusero allora gli occhi.
E così, una volta si trovavano su vicino alle stelle, poi il suolo della navicella sfiorava quasi i lumi della città; infine percorsero la notte diretti alla sottilissima falce gialla della luna. Quando tornarono giù, le stelle si erano fatte più fitte, e anche le luci sulla terra, senza fine, sicché furono colti da vertigini e si aggrapparono l’uno all’altra, accarezzandosi a vicenda e placandosi in silenzio, come fanno gli amanti in ogni angolo della terra.
A poco a poco, le luci giù si spensero, poi toccò alle stelle lassù; da ultimo impallidì la luna, dinanzi al mattino rosso-grigio. Si misero allora insieme alla finestra. Soffiava il vento. Scorsero dall’alto un piccolo lembo di città, alcuni alberi e una striscia di fiume emergere lentamente dalla notte.
Anch’essi emersero dalla notte. Si guardarono e sorrisero.
6.
Rimase quel sorriso? Non era troppo in pericolo? Non venne sacrificato alla risata stridula, indizio d’insormontabile solitudine?
Il sorriso rimase, a lungo, anche dietro un lieve velo di lacrime.
Rimase fra noi come un segnale segreto e meraviglioso: sei qui? E l’altro rispondeva: e dove dovrei essere?
Il sanatorio è bianco, come lo è anche il lutto. Rita vi entra quando fuori c’è ancora un caldo estivo, ma l’estate è fatta in modo da poter riempire di scoraggiamento. Un alito di vento, e le foglie cadono. Che significa questo grande incantesimo prima che tutto finisca?
Rita sorride debolmente di fronte al tranquillo riserbo del nuovo medico.
Davvero non è curioso? Si vedrà. C’è tempo. Dove passeremo queste settimane, non è importante. Certo da qualche parte esistono cose che sono importanti. Certo le incontreremo di nuovo, in seguito.
Adesso, prendiamo ogni sera dalla mano dell’infermiera il piccolo bicchierino dal forte sentore di etere, lo vuotiamo d’un sorso, ci distendiamo di nuovo e aspettiamo il sonno, che verrà sicuramente e durerà fino al mattino.
Quando Rita apre gli occhi, ecco là un prato, verde, cosparso di papaveri rossi. Ai piedi di un pendìo, dove il rosso è particolarmente fitto, cammina una donna fragile, in mano un piccolo parasole, accanto a lei un bambino, vestito anche lui di piccole ruches e sottane, come la donna. Più su, più lontano, s’avanzano quietamente alcune altre persone, anch’esse con nessun’altra intenzione se non quella di ammirare il prato e i papaveri. Sullo sfondo, una fila di alberi delimita il prato, e in mezzo agli alberi sorge una casetta bianca, quadrata, col tetto rosso, simile a quelle che i bimbi dipingono nei loro libri illustrati. In cielo, d’un azzurro naturalissimo e sbiadito, passano le nuvole, che tutti conoscono fin dalla propria infanzia e che in seguito si vedono solo molto di rado. Le persone del quadro, infatti, non guardano in su, perdono l’occasione di vedere quelle nuvole, e adesso è troppo tardi, perché nel frattempo sono morte da quasi cento anni. Anche il pittore; ma lui, tutto questo lo ha visto.
Io posso mettermi alla finestra e vedere, al di là dei vecchi e grandi alberi del parco, il cielo e le nuvole, quante ne voglio. Questo è il vantaggio, quando si è vivi: forse non un grande vantaggio, ma è meglio di niente.
Per quanto Rita vi rifletta ora, un prato così pieno di papaveri non lo ha mai visto (e ne conosce, di prati!); dapprima non può soffrire quel quadro, per la sua gradevole dolcezza, sorpassata da tempo, poi però dice a se stessa: ma perché cento anni fa prati e alberi devono esser stati diversi da oggi? A prescindere da quelle donne fragili e pallide. Si accorge poi che il quadro muta ad ogni riflesso di luce durante il giorno, e questo le piace. Sa che ciò esiste. E’ così.
E’ questo che l’ha riempita di stupore, quando era nuova in città. Non ne conosceva di città, se si esclude il fatto che in quella c’era già stata, a far spese o in visita. Era curiosa di tutto e di tutti. Aveva il batticuore recandosi a ispezionare il teatro delle sue future avventure. Si proponeva di essere tenace, intrepida e scrupolosa.
Fu colpita dal fatto che si trattava di parecchie città. Esse sono cresciute a cerchio l’una intorno all’altra, come un albero annoso.
Percorse su e giù gli anelli stradali e in poche ore travalicò senza fatica alcuni secoli.
Era attirata dal nucleo interno della città, che non era certo fatto per quel traffico e per quella folla, e scricchiolava nelle sue giunture quando prorompeva il flusso serale del rientro a casa, dagli acquisti e del ritorno dal lavoro. Tutto questo la divertiva, si lasciava trascinare e spingere, si metteva in un cantuccio aspettando che intorno a lei esplodessero le luci.
Aveva anche un po’ di paura. Lì nessuno bada all’altro, com’è facile smarrirsi, pensava. I giovani sul tram restano seduti lasciando in piedi le vecchie, le auto ti schizzano il fango sulle gambe, nei negozi la fretta fa sì che ci si sbattano le porte in faccia; e nei grandi magazzini le commesse invitate in direzione vengono chiamate con gli altoparlanti…
Percorse le lunghe file di casermoni anonimi nei quartieri operai, leggendo le targhe a qualche angolo di strada: “Qui cadde durante le lotte del marzo 1923 il compagno…”. Alcune strade acquistavano a un tratto la propria data e il proprio volto.
Quelle duecentomila persone non vivevano lì perché fosse divertente viverci.
Si vedeva dalle loro facce: una diversa specie di eccitazione, di scaltrezza, di decisione e di stanchezza.
Volontariamente, certo, non ci si veniva. Ma che cosa era a costringerle?
Per venti pfennig, Rita salì sopra l’alta torre antichissima nella piazza del mercato; rimase a lungo lassù, cercando in lontananza la sagoma delle montagne native, ma non riuscì a scorgerle. Dalla vasta pianura spoglia d’alberi il vento arrivava liberamente in città. Era un gioco da bambini individuare la direzione del vento a seconda dell’odore che vi predominava: chimica oppure caffè d’orzo oppure lignite. Al di sopra, la cappa di vapore, esalazioni d’inquinamento industriale, che rendono difficile il respiro. I punti cardinali si stabilivano, qui, secondo le siluette delle ciminiere delle grandi fabbriche chimiche, che come fortezze si accampavano agli estremi limiti della città. Tutto ciò non è antico, non tocca nemmeno il secolo. Neppure la luce diffusa, filtrata da sporcizia e fuliggine, che si stende su questo paesaggio, è antica: una o due generazioni forse.
A me non importa granché dei presentimenti, ma che talvolta mi sarei sentita avvilita, questo lo sapevo, mentre me ne stavo lassù sulla torre. Centomila facce, se volevo. Fra le cento del mio paese, non sono mai stata così sola.
Capita ancora a una ragazza di arrivare per la prima volta nella vita in una grande città.
Un raggio obliquo sfiorò per alcuni secondi proprio la torre, proprio lei. Vide le nuvole correre più veloci. Il vento d’aprile aveva fretta di sgomberare il cielo. Presto, nelle vie sottostanti, sarebbe calato il sole. Discese i molti gradini e ritornò lentamente nella vecchia strada orlata di ville e profusa di verde.
Manfred la guardò giungere, ansioso. Ella sospirò: - Non un posticino che non sia già occupato. Al massimo, in cima alla torre…
Egli rise e si accompagnò a lei. Aveva la chiave di tutte quelle vie e piazze sconosciute, noiose, refrattarie, e si chiamava ricordo. Le aperse la città, lei vide che la città possedeva bellezze e ricchezze nascoste. Manfred, invece, accanto a lei si tuffò nella propria infanzia e giovinezza. Si deterse da paure e preoccupazioni, da amarezza e vergogna, che s’annidavano in lui da quegli anni quasi incoscienti. Anche ciò ch’egli non raccontava espressamente - non tutto è esprimibile - si staccava ora da lui, ed egli si sentiva diventare leggero come da tempo non gli avveniva. In seguito, ci ha ripensato talvolta: la città primaverile, lavata e ripulita da frequenti, rapidi acquazzoni, il volto di Rita davanti a certe facciate grigie e disfatte, un parco misero, le ombre frettolose di tanta gente. E il fiume.
Avevano attraversato quasi furtivamente il quartiere dei poveri, adiacente alla villa signorile dei suoi genitori, passando per scalette di legno sbocconcellate, cortili privi di luce inseriti l’uno dentro l’altro, anditi umidi, corrosi dalla muffa, dai mattoni sbriciolati - il sentiero degli indiani della sua infanzia - e si trovarono improvvisamente, con sorpresa di Rita, al fiume.
Da quando Manfred bambino lo aveva lasciato, era diventato più utile e più scontroso: trascinava con sé schiuma bianca come l’ovatta, dal cattivo sentore, che avvelenava il pesce, dalla fabbrica chimica fin giù dietro la città. I bambini di oggi non potevano pensare d’impararvi a nuotare, sebbene le sponde fossero piatte e orlate d’erba e di salici.
Ma la mèta d’obbligo di tutte le stagioni era rimasta la valle del fiume. Da qui, il vento soffiava il suo fiato gelido entro le semideserte vie cittadine, e qui la primavera chiamava adesso a raccolta le proprie energie. Aveva già aggiunto al verde dei cespugli il primo giallo dei petali, e domani avrebbe sopraffatto tutta quella severa e laboriosa città, fiorendo senza vergogna alcuna nei giardini della periferia.
Né il fiume aveva disimparato a riflettere facce umane, quando si curvavano sopra di lui sporgendosi da un angoletto tranquillo e trattenevano il respiro fissando l’acqua corrente, a lungo.
Manfred non aveva mai visto un volto di donna riflesso accanto al proprio, nel fiume. Lo commosse il fatto che avvenisse per la prima volta adesso.
Guardò Rita, che delicatamente aiutava a rimettersi sulle zampine un piccolo bruco, poi la tirò su e la scrutò come se la vedesse per la prima volta, fino a che lei ne fu imbarazzata. Lui scosse il capo, stupito.
Seguirono il sentiero lungo la riva, nel crepuscolo rapidamente incombente, fino al punto in cui il fiume all’ultima casa abbandonava la città.
Tornarono indietro. Improvvisamente avevano voglia di stare in mezzo alla gente. Capitarono in un piccolo cinema di periferia, minuscolo come un fazzoletto, nel bel mezzo d’uno spettacolo per bambini. Le vecchie macchine scricchiolavano e lampeggiavano, ma i bambini non se ne curavano, e anche loro finirono con l’abituarsi.
La faccia del ragazzino sul telone li affascinò. Era un viso intelligente, fatto per la tristezza e per la gioia, ma non per malvagità e ottusità: era furbo, deluso, disperato, giubilante.
Riusciva ad apparire stravolto dalla sporcizia e dalla fame, da servilismo, bassezza e odio; riusciva a mantenere la sua purezza, acquistando con la consapevolezza anche la bontà, capace di ogni sforzo e d’ogni sacrificio.
Quando il ragazzo, tremante di gioiosa attesa, partì alla fine coi genitori sopra un autocarro pieno di vento, verso una meta lontana, nel bel mezzo di un inverno rigido, l’eccitazione accumulatasi nella sala sfociò da parte dei bambini in un sospirone generale. S’accese la luce. Manfred vide che il volto di Rita era bagnato di lagrime, e che non le riusciva ancora di dominarsi.
Per la seconda volta, in quel giorno, egli scosse il capo. - Oh bimba, - disse quasi preoccupato, - come farò con te?
7.
Durante la notte, il tempo si decise altrimenti. Il vento girò ad est, si gonfiò in una bufera, e verso mattina c’erano prodromi di gelo.
Quella mattina, Rita per la prima volta si recava in fabbrica. - Buona fortuna!
- le gridò dietro Manfred, quando lei chiuse la porta. La prendeva in giro, ma ella s’atteneva alla promessa fatta a Schwarzenbach (“un insegnante, al giorno d’oggi, deve conoscere una grande azienda!”). Le aveva procurato quel posto il padre di Manfred; era direttore commerciale nella fabbrica di vagoni.
Rita era spaurita e non aveva nessuno che le facesse coraggio. Allora, da sé, si ordinò: non guardare né a destra né a manca, e avvìati. Apri bene gli occhi. Se sbagli qualcosa, sta’ attenta che non ti càpiti una seconda volta. Fa’ che nessuno s’accorga del tuo stato d’animo: vedi un po’ di cavartela da sola.
Già per via le fu chiaro che le settimane che le si prospettavano non sarebbero state paragonabili ad alcun’altra esperienza precedente. La vita al paese sprofondava definitivamente alle sue spalle, fredda e lontana. Non trovò il tempo di rimpiangere nulla. Si adeguò al frettoloso ritmo dell’ora mattutina.
Si trovava già alla fermata del tram quando, in cielo, s’insinuava il primo freddo e scialbo grigiore.
Sentiva freddo e fu contenta quando poté, poi, spingersi dentro la vettura affollata. Poi si mise a contare le fermate, finché dovette scendere.
Si diresse verso la fabbrica seguendo la fiumana dei vagonisti. Nel lungo e spoglio viale di pioppi che sfociava al portone della fabbrica veniva loro incontro il vento sollevando la polvere della periferia.
Gli operai si difendevano il volto, di sbieco, con le cartelle. Si salutavano l’un l’altro a gesti e richiami, camminavano a due, a tre, parlando tra loro.
Soltanto Rita camminava sola in mezzo a gruppi.
Tirò su il bavero del cappotto e lo trattenne con la mano, che le coprisse metà del viso. Non voleva scorgere sguardi stupiti e curiosi.
Al portone della fabbrica si guardò indietro ancora una volta. Il sole, proprio allora, sfiorava le cime dei pioppi, e alcune foglie spruzzate d’argento rilucevano. Sole e vento faranno anche oggi il loro lavoro su di esse.
Dietro i portoni delle fabbriche, le stagioni avevano valore per la produzione.
Non fu del resto un portone, a farla entrare, ma una porta abbastanza esigua; e poi, eccola nel cortile d’una fabbrica, che chiunque oggi sa com’è, anche se non è mai stato in una fabbrica; e nulla di particolare aveva ancora inizio.
Qui non mi raccapezzerò mai, pensava lei, qui ogni mattina mi smarrirò; la cosa migliore sarà di arrivare sempre con dieci minuti di anticipo. Procedeva facendo domande: la brigata Ermisch? Un uomo anziano non la conosceva (“sono nuovo, qui…”), poi sopraggiunsero altri. Litigarono tra loro: bé, non dire alla signorina la via più complicata, dille un po’ il modo più sicuro per arrivarci! Dunque, stia bene attenta…
E’ proprio come pensavo, non la troverò mai!
Cercò d’imprimersi nella mente alcuni particolari: a sinistra lungo quell’insegna (“Vagonisti! Assicurate la realizzazione dei piani per il mese di marzo!” - Marzo? come sarebbe a dire marzo?), poi oltre quel triangolino del cortile, poi entrare in un gran capannone pieno di vagoni incompleti, grigiastri, lasciare a destra i posti di lavoro, tutti scintille, dei saldatori, attraversare un altro capannone, e infine salire la scala di legno che porta agli scomparti delle brigate-falegnami.
Fino allora si era comportata coraggiosamente; ma poi ecco tutta la brigata -
dodici uomini - schierata intorno a lei, mentre perfino il capo-brigata Gnter Ermisch, uomo di solito dalle decisioni rapide, sulle prime non seppe che farsene di lei. Allora pensò con ira: a che mi serve, questo? Schwarzenbach ha avuto proprio un’idea insensata.
Devo ripensarci.
Gli uomini non fecero dello spirito, tuttavia si vedeva che meditavano di farlo in seguito. Oggi, Rita non si riconosce quasi più in quella creatura goffa, che si muoveva ignara in mezzo alla gente. Quella giovanetta, che puzzava chiaramente di nido, in poco più di un anno si è trasformata in una giovane donna pallida, dagli occhi larghi, che impara faticosamente ma irreversibilmente a guardare in faccia la vita, a crescere senza però indurirsi.
Quell’Ermisch, un tipo sulla trentina, muscoloso, dai capelli neri, con fulminea rapidità calcolò la situazione dei membri della sua brigata e assegnò poi la ragazza a Rolf Meternagel e ad H„nschen. Una decisione geniale, se ne accorsero subito tutti. L’uno era troppo vecchio per Rita, aveva già figlie adulte ed era ossessionato dal lavoro, l’altro invece era fin troppo giovane, non intraprendente e a dirla schietta - nemmeno troppo svelto di cervello. Un sogghigno li accompagnò mentre si avviavano in tre, al lavoro, non troppo felici in cuor loro.
Nei primi giorni, si parlò poco. Fu presto chiaro, naturalmente, che Rita non ne capiva un’acca di quanto si svolgeva là dentro. Negli stretti scompartimenti e corridoi delle vetture, nella pericolosa ressa al momento della rifinitura, bisognava ancora pigiarsi accanto a lei e insegnarle ogni lavoretto, che si sarebbe fatto più velocemente da soli, e di questo si accorgeva anche lei. Ma proprio questo parve piacesse ad H„nschen. Gente che sapesse fare le cose meglio di lui, ce n’era abbastanza: per la prima volta, ora, era lui a poter insegnare qualcosa. - Inserire il telaio a pressione, -
diceva. - Sembra semplice, ma ogni cosa va imparata. - Lui stesso lavorava più velocemente del solito. Rolf Meternagel, ch’era continuamente in moto, dopo un paio di giorni chiamò Rita “bambina”; lei lo chiamava timidamente “signor Meternagel” e acquistò fiducia nel suo volto scarno.
Guardava attenta quando lui le insegnava: così devi tenere la vite, infilare così il cacciavite, e spingi forte, altrimenti scatta fuori.
Rita cominciò a guardarsi intorno. La fabbrica era un caos rumoroso e sporco; un incrociarsi di capannoni, tettoie e case, tagliato in tutti i sensi da binari, percorso da vagoni, auto, carri elettrici, schiacciato in un triangolo troppo esiguo tra la via più trafficata della città, un’altra azienda e la linea ferroviaria.
- Tante vetture quante se ne fanno oggi non sono mai state costruite, qui, -
disse Meternagel. - Presto le accatasteremo l’una sull’altra. Oppure no, osservò Herbert Kuhl, Herbert il freddo (3), come lo chiamavano.
- Hai detto qualcosa? - chiese Meternagel irritato.
- No, - disse Kuhl con indifferenza, - noi, già, siamo una brigata celebre.
- Appunto, - replicò Meternagel.
Rita guardava or l’uno or l’altro, ma tutti mangiavano come se niente fosse, nessuno volle spiegarle che significato avesse quel litigio per nulla. Non aveva ancora scambiato nemmeno una parola con Herbert Kuhl; era l’unico di cui avesse soggezione, che non diceva mai una barzelletta, parlava poco e non mutava comportamento se lei era presente o meno. Quello lì non lo smuove niente, pensava talvolta, ed era lieta di non dover lavorare con lui.
Gnter Ermisch fece circolare l’articolo di un giornale che parlava di loro (“I bravi dodici!”): lo lessero uno dopo l’altro, masticando contemporaneamente i loro panini e non dissero parola. Ermisch appuntò l’articolo insieme con gli altri al giornale murale.
Il caffè della grossa cuccuma sapeva d’alluminio e faceva venire la sonnolenza. Rita aveva il dorso e le spalle indolenziti, quella mattina come sempre aveva sopravvalutato le proprie forze. Ma poi, anche le ore fino alla sirena serale di chiusura passarono come le altre; ed eccola ridiscendere il desolato viale di pioppi, molto lentamente ora, col vento alle spalle, e anche il sole.
Nei primi tempi, Manfred cercò nel suo volto indizi di delusione o di tedio.
S’era già accorto altre volte ch’ella non era perseverante, quando non intravedeva l’utilità di una cosa, il che era facile da stabilire nelle questioni secondarie. Si divertiva a regalarle una camicetta che le stesse bene, a mostrarle come doveva acconciare i capelli; e lei gli ubbidiva ciecamente in tutto. Ma a poco a poco egli capì che lei mirava con fermezza allo scopo prefissosi di diventare maestra, allo stesso modo come aveva mirato a lui.
Bisognava rassegnarsi, né era possibile lasciar intuire che dopotutto si trattava di una rassegnazione. Talvolta, la sera, era così stanca, così estenuata, che gli faceva pena, ed era furibondo per quell’insensato spreco d’energie. - E pianta in asso tutto, una buona volta, - diceva. Ma lei scuoteva il capo. - Non si può semplicemente piantare in asso tutto, - diceva lei. - Si può ciò che si vuole, - le opponeva lui. - Allora, non voglio.
E la sera stavano tutti seduti intorno alla grande tavola rotonda della famiglia Herrfurth.
Il signor Herrfurth spiegava la salvietta come una bandiera segnaletica, sempre col medesimo spirito d’intraprendenza; sollevava il coperchio della zuppiera e diceva cerimoniosamente: - Auguro a tutti buon appetito.
Il signor Herrfurth era ancora di bell’aspetto, alto e snello, i suoi capelli si diradavano ma erano appena spruzzati di grigio, e l’occhio di vetro non si notava quasi affatto. Con lui si potrebbe andar d’accordo, trovava Rita, ma Manfred sembrava odiarlo. Sua madre, la cui acida signorilità intimidiva Rita, gli riusciva fastidiosa.
Tra loro, non esisteva quasi nessun argomento di conversazione. Era impossibile immaginare contrasto più stridente di quello che intercorreva tra la bollente irrequietezza del capannone nella fabbrica, da un lato, e il silenzio sempre minaccioso, ma perciò più significativo, che regnava alla tavola serale degli Herrfurth, dall’altro. Entrambi i fatti eccitavano Rita. Tanto l’operosità della gente in fabbrica come il silenzio carico di tensioni della famiglia Herrfurth, le riuscivano impenetrabili.
Stava seduta come una spettatrice davanti a un palcoscenico che mutava illuminazione e scena, vedeva gli attori muoversi, e la perseguitava il pensiero che tutti quei brani alla fine dovessero comporre uno spettacolo, il cui significato lei avrebbe dovuto scoprire da sola.
Con Manfred non ne parlò. Quando lui la vedeva inquieta, lei sorrideva, e alle sue domande diceva: - Ho te come appoggio.
- Credi che possa servirti?
- Più di quel che tu pensi.
Talvolta, il signor Herrfurth trovava il filo di un tema fecondo: era una buona giornata, quella, il discorso di lui scrosciava arditamente, a lungo e in bella forma; bastava assentire e si finiva con l’essere ampiamente informati sulle prospettive del raccolto annuale oppure sulle condizioni meteorologiche dell’area europea.
Malauguratamente, la signora Herrfurth non riusciva ad ascoltare lunghi discorsi da parte del marito. Ella lardellava il flusso regolare delle parole di lui di osservazioni brevi e pungenti, conferendogli così perfino un certo sfondo drammatico.
Per lo più si rivolgeva a Rita, che non le era concesso attaccare apertamente ma che tuttavia per la propria natura ancor meno riusciva a lasciare in pace.
- Una volta, - diceva sospirando, - le ragazze si preparavano alle nozze in un pensionato. Oggi vengono messe in fabbrica in mezzo a tanti uomini sconosciuti… - La signora Herrfurth era una donna molto ben curata. I suoi capelli bianchi, tagliati corti, erano sempre ben pettinati, nelle faccende domestiche infilava i guanti di gomma, e i suoi cappelli erano intonati nelle minime sfumature al colore dei suoi tailleurs. Disprezzava il marito e in trent’anni di matrimonio aveva probabilmente accumulate valide ragioni, ma era tuttavia sua cura ch’egli non dovesse mai sfigurare al suo fianco. Il viso di lei, sotto l’influsso corrosivo di pensieri amari e sfavorevoli, aveva assunto lineamenti marcati, quasi maschili, sui quali cipria e belletto facevano un effetto innaturale. Dimagriva perché seguiva ostinatamente una severa alimentazione a base di vegetali crudi, prendeva regolarmente parte agli esercizi ginnastici di una emittente dell’ovest e si teneva dritta come un bastone. Nessuno si sarebbe aspettato da lei crisi isteriche di cui era capace.
Per la presenza di Rita, il signor Herrfurth contrariamente alle sue abitudini era costretto a reagire precipitosamente agli affronti della moglie.
- Elfriede! - ammoniva dolcemente, ma sua moglie purtroppo non si sottraeva alle discussioni con lui. Lo guardava con interesse, mentre egli esponeva i suoi tre o quattro periodi sobriamente correttivi, quasi attendesse pur sempre il miracolo che dalla bocca di lui scaturisse anche una sola idea. Quando egli aveva finito, si accasciava un po’ e continuava a mangiare, per metà soddisfatta, per metà delusa. Riusciva ad osservare con indifferenza: - Non hai per caso riposo stasera, Ulrich? Il tuo distintivo del partito sta appeso in guardaroba. - Il signor Herrfurth era maestro nell’arte di non sentire.
In compenso, godeva quando la moglie si proponeva di attirare nel discorso il figlio. Lei sapeva come andavano a finire questi tentativi, ma un impulso masochistico la spingeva a rendere quella ragazza estranea sempre di bel nuovo testimone delle proprie sconfitte. Rita attendeva angosciata il mutamento nel volto di Manfred, quando sua madre indirizzava su di lui lo sguardo insistente e amoroso. Egli la guardava freddamente, limitando al minimo la cortesia del proprio atteggiamento. Ma la signora Herrfurth afferrava golosamente i brandelli delle sue frasi e li rigirava e impastava così a lungo da farli divenire confessioni di ardente amor filiale nei confronti della madre. Le accadeva persino di comunicare al marito: Mio figlio mi ha detto…
- tanto spesso soleva usare, forse anche nel pensiero, tale giro di frase.
Dopo che il pasto era finalmente terminato, dopo che finalmente, accompagnati da alcune dolenti e offensive osservazioni della signora Herrfurth, essi avevano lasciato la stanza, dopo aver chiuso dietro di sé la porta, allora ogni sera si rinnovava e riaffermava la forza risanatrice della loro cameretta in solaio. Ridevano un po’, si stringevano nelle spalle, poi Rita prendeva in mano la grammatica inglese, che le dava la sensazione di fare già qualcosa per la sua futura professione, e Manfred si accingeva a lavorare alle sue formule.
Egli aveva il dono di potersi sprofondare da un momento all’altro nel proprio lavoro. Accendeva la vecchia radiolina, che stava su una mensoletta d’angolo e non emetteva ormai più che suoni gracchianti.
Poi affondava le mani nelle tasche dei pantaloni e cominciava a girare per la stanza, tenendo d’occhio il tavolo da lavoro come fa la volpe con la preda.
Rita se ne stava immobile, finché s’accorgeva che lui c’era arrivato. Ecco che borbottava nervosamente e seguiva fischiettando brandelli di melodie alla radio (que-e-sto / de-e-e-vi rivela-a-armelo). Si chinava sulle sue carte, ancora scettico e in fondo annoiato; a un tratto cominciava a cercar qualcosa selvaggiamente, ammucchiando tabelle e calcoli sul pavimento.
Alla fine, aveva in mano quello che gli occorreva. - Aha, - brontolava, si sedeva e cominciava a scrivere.
Rita vedeva il suo profilo, le tempie strette, il naso marcato, diritto, la testa che adesso non era occupata dal pensiero di lei.
Intuiva che ogni giorno, prima di mettersi al lavoro, superava una forte resistenza, una sensazione di insufficienza, un’angoscia di non essere alla lunga all’altezza del compito. Di fronte ai dati di fatto ch’era costretto a far emergere, arretrava spaurito come un bambino.
Lei si guardava bene dal renderlo edotto di tutto ciò che, a poco a poco, indovinava di lui. Appunto perciò egli non le nascondeva assolutamente nulla.
- Ora s’è messa in moto la macchinetta! - annunciava dopo un po’ e la minacciava col pugno perch’ella rideva di lui.
- Che stai scrivendo adesso?
Egli le leggeva un periodo irto di formule e di espressioni latine e lei assentiva con intelligenza.
- E in realtà cosa scrivi?
- Che il tuo futuro pullover diventerà di un azzurro più bello se lo immergerò per un determinato tempo in questo e non in quel liquido.
- Vedi, - diceva lei. - Così va bene. Trovi che dovrei portare l’azzurro?
- Assolutamente: azzurro cobalto, nessun altro.
Poi lei sferruzzava un pochino alla grossa giacca marrone per lui, che cresceva seguendo la lentezza dell’anno incontro all’inverno lontano.
Questo lavoro la rendeva calma e stanca. I pensieri sfilavano come una frotta di nuvole nella sua mente. In realtà, in quelle settimane, era costretta ad affrontare un po’ troppe cose: le giornate movimentate in azienda, le pesanti serate alla tavola di famiglia e per di più le tristi lettere della madre dal paese. Ma la sera, grazie alla grammatica inglese e a quella grossa giacca a maglia marrone, le sembrava di riuscire a superare tutto abbastanza bene.
8.
- Visite per lei, - dice l’infermiera, un pomeriggio. Eccezionalmente, fuori turno.
Rita balza su e guarda incredula Rolf Meternagel che entra, gira intorno lo sguardo, ritrae la testa come se avesse paura che il soffitto fosse troppo basso, e si siede infine accanto al suo letto.
- Bé, - dice, - qualcuno dovrà pure rimetterti in moto, eh?
Ha pochissimo tempo; si era recato a fare l’operazione-patate nei distretti del nord, naturalmente quel servizio era di nuovo toccato proprio a lui. Ha con sé un autotreno pieno di patate, diverse tonnellate, posso dirtelo in un orecchio. Sta lì fuori sulla strada, e più di dieci minuti l’autista non vuole attendere, meno che mai in quella contrada abbandonata da Dio.
- Mi fa piacere, - dice Rita, e lui ride. E’ stracco, si vede. Per tutta la giornata non si è tolto il berretto, che gli ha lasciato un segno nei capelli, a giro, intorno alla testa. Non fa altro che asciugarsi il sudore.
- Ma non fa mica caldo fuori, Rolf.
- Credi che si sudi soltanto per il caldo? - Tacciono.
- Che c’è di nuovo? - chiede Rita dopo un po’. Rolf la guarda rapidamente. Vuole proprio saperlo? Poi dice: - Ora costruiamo dodici finestrini a ogni turno.
Lo dice con disinvoltura, ma entrambi sanno che dietro una frase simile c’è tutto un romanzo: passioni, eroismi, intrighi - tutto quanto si può desiderare.
In ogni giornale, ogni giorno, ci sono dieci frasi del genere, ma quell’unica frase Rita è in grado di capirla perfettamente, parola per parola.
- Ah, - dice. E poiché non le viene in mente un’espressione più forte: - Ma voi siete proprio una brigata celebre.
Ne ridono entrambi.
- Sai, - dice Rita, - Vetture ferroviarie, era proprio quel che ci voleva per me. Naturalmente, avrei finito con l’abituarmi anche altrove. Ma non riesco a immaginare che qualcosa potesse piacermi più del fischio della nostra locomotiva, quando la sera parte con le due vetture nuove…
Per dove, mi chiedevo spesso: un po’ dovunque, Siberia, Taiga, Mar Nero…
Talvolta spedivo un saluto, tiravo un filo dal mio foulard rosso e lo legavo intorno a una tubatura. Un filino di speranza, perché un giorno potessi andarci anch’io…
Ed ecco le rispuntano le lagrime, perché le viene in mente che Manfred l’aveva sempre fatta arrabbiare con quel foulard: Cappuccetto rosso, Cappuccetto rosso, quando ti mangerà il lupo?
- Non ti alzi ancora? - chiede Meternagel: non vorrà mica cominciare a piagnucolare, la ragazza!
- Ma sì, - dice lei - Ogni giorno un pochino più a lungo.
Ma in realtà lui rifletteva su un’altra cosa. In quel momento vedeva se stesso aggirarsi, un anno e mezzo prima, per l’azienda: come un matto, si dice adesso, come un toro infuriato. E vedeva se stesso fermarsi a tratti a dire ad uno della sua brigata: vedrai che arriveremo a costruire dieci finestrini per turno, pensa alle mie parole mentre quelli lo guardavano con compassione e dicevano: sei svitato! E ora sto qui a raccontare alla ragazza: dodici finestrini al giorno.
Come se nulla fosse. Come se tutto si facesse da sé.
E’ proprio un bene che ci sia ancora qualcuno capace di stupirsi. Noi stessi l’abbiamo disimparato, non c’è niente da fare. Ma la piccina, qui, quando si sarà ben ristabilita e rimessa in sesto, non smetterà di meravigliarsi di tutto e di tutti.
- Ricordi ancora quando ti ho dato spiegazioni sulla nostra brigata?
- Sì, - dice Rita. - Ricordo.
Egli non ha fatto altro che sfruttare la curiosità di lei nei confronti di ogni persona. Non può farci nulla, lei, come altri non può fare a meno di fumare sigarette. Anche Schwarzenbach se n’era accorto subito, e perciò era così sicuro che sarebbe riuscito a conquistarla. E Meternagel è ancora più furbo di Schwarzenbach.
Era rimasto un po’ a guardare con quanta circospezione trattava gli uomini della brigata, quasi ciascuno avesse in sé una carica di dinamite, e come gli uomini se ne divertivano. Allora si era detto: perché costringerla a ripetere tutte le sciocchezze che ciascuno fa all’inizio? E aveva pensato d’intervenire.
- Senti un po’, ragazza, - disse. - Tu lo sai che siamo una brigata celebre?
- Sì, - disse Rita docilmente, ma non soltanto docilmente. Pensava, sì, alle onorificenze e ai tanti articoli nei giornali su di loro, ma pensava anche al litigio tra Meternagel e Kuhl.
- Bene, - disse Rolf. - Allora sai la cosa più importante. Quello che viene subito dopo te lo insegnerò io: e cioè come si tratta la gente celebre.
Era serissimo, soltanto il tono le parve sospetto. Che occhi che ha! aveva pensato allora, per la prima volta. Che età avrà, poi?
Ma di se stesso, Meternagel non disse una sillaba. D’altronde, non le raccontò tutto, ma quel tanto ch’era necessario per non comportarsi con troppa circospezione né con troppa audacia. Lei si accorse che la brigata era un piccolo stato a sé. Meternagel le indicò poi coloro che tiravano i fili e coloro che si lasciavano tirare; le rivelò i dirigenti e i subalterni, i portavoce e gli oppositori, le amicizie palesi e nascoste, le inimicizie palesi e nascoste.
Richiamò la sua attenzione sulle correnti che, a tratti, affioravano pericolosamente alla superficie con una parola pungente, uno sguardo incontrollato, un’alzata di spalle.
Lei cominciò a raccapezzarsi. - Malgrado ciò, vorrei sapere, dice adesso, seguendo il filo dei suoi pensieri, - come facevi tu a indovinarlo, allora.
- Che cosa? - chiede Rolf.
- Quello che una volta mi hai detto: la situazione non resta com’è adesso, pensa alle mie parole!
Meternagel rise. Si alzò e le porse la mano.
- Ebbé? - disse congedandosi. - Hai pensato alle mie parole?
Allora, non avrebbe ancora creduto che il nome onesto di Rolf Meternagel potesse racchiudere una tale forza dirompente. Una sera, lo pronunziò con naturalezza quando il signor Herrfurth s’informò gentilmente dei suoi colleghi: Rolf Meternagel.
Subito s’avvide che quel nome non veniva pronunciato, lì, per la prima volta. Il silenzio a tavola mutò.
Tutto sarebbe ancora passato liscio se la signora Herrfurth avesse saputo tacere. Ma quella non si dominò. Esclamò: - Oh, esiste ancora, costui!
Manfred la guardò, lei avrebbe di gran cuore ritirato la propria esclamazione, ma ormai stava sospesa nella stanza, con risonanze lunghe.
- Credi dunque, - chiese Manfred sarcastico, - che muoiano subito tutti coloro a cui il babbo fa un piccolo sgambetto?
Ma ecco che il signor Herrfurth balzò in piedi. Nessuno si era accorto del trapasso, in lui, dalla massima gentilezza al massimo furore. Ora, questo toccava già l’apice. Cominciò subito a urlare a piena gola, sbagliando registro al modo delle persone insicure.
Urlò molte cose che non avevano nulla a che vedere con l’argomento, ma anzitutto disse espressamente che non tollerava il tono rozzo e le continue diffamazioni di suo figlio.
- Di mio figlio, - disse, per non doversi rivolgere a nessuno.
Nell’eccitazione pervenne a un vero e proprio accesso, ma a un tratto s’interruppe altrettanto repentinamente come aveva cominciato: si era accorto che Manfred seguitava a mangiare imperturbabile.
Nel suo lasciarsi cadere sulla sedia, ora, asciugandosi il viso col fazzoletto e pronunziando smarrito alcune parole sulla crudeltà mentale della giovane generazione, il signor Herrfurth risultò credibile.
Manfred si alzò.
- Questo disco lo conosco, - disse. - Ma non ho voglia, oggi, di ascoltarlo.
In genere, non ho più alcuna voglia di stare ad ascoltare quello che tu dici.
La madre gli sbarrò il passo verso la porta, lo trattenne, lo scongiurò piangendo di non andarsene, di non rompere i rapporti, di rispettare il padre, è tuo padre, rifletti che cosa significa…
Manfred s’era fatto pallido. Passò, più rigido del solito, davanti a sua madre, diretto alla porta.
Rita vide, e provò a un tempo un acuto bruciore nel petto quando la porta si richiuse piano dietro Manfred, pietà della donna che si lasciò cadere singhiozzando sopra una sedia, e un senso di abbandono.
Come andrà a finire?
Dopo aver atteso abbastanza a lungo Manfred nella cameretta del solaio, alla fine scese in strada. Vi rimase fino a poco prima di mezzanotte; poi lui arrivò.
- Bé, - disse. - Oggi avresti dovuto dormire sola. - Lei scosse il capo. - La prossima volta portami con te, - disse.
Lui la guardò di sfuggita.
- Non so se devo portarti con me. Non lo so proprio.
S’appoggiò al pilastro ruvido del cancello, e Rita non fu capace di fare nemmeno un passo verso di lui. Pensava invece spasmodicamente a quando lui attendeva sempre, sera per sera, presso il salice; e non era trascorso molto tempo. Ogni volta che lo vedeva là ritto, era colta dall’assoluta certezza di sapere tutto di lui. Toccherà sempre a me doverlo trattenere, pensò.
E se adesso non mi viene in mente subito qualche parola - non una qualsiasi, no, ma l’unica giusta allora la sua faccia resterà così com’è, e stanotte ancora mi lascerà andrà via.
Lui s’avviò infatti, ma da come serrava le spalle lei s’avvide che sapeva che lei sarebbe rimasta al suo fianco.
Dopo un po’, lui disse: - Potrei continuare a tacere come fa il Buon Dio, ma ora invece dovrei mettere un po’ al corrente anche te. Niente di particolare, vedrai. Il fatto è che non riesco ancora ad abituarmici…
Del resto, mi ero già quasi abituato. Ma adesso ci sei capitata di mezzo tu, e a un tratto tutto ricomincia ad essere lo schifo d’una volta.
Stentava a superare i preliminari. E taci dunque! avrebbe preferito dirgli lei.
Era mai possibile ch’egli le facesse una relazione precisa, come a una persona cui si debba render conto?
O forse glielo doveva, un rendiconto?
Forse toccava proprio a me assolverlo, allora? pensa lei, perché non può far altro che rifletterci su continuamente, sempre. Per la prima volta la colpisce il fatto che, in questi tempi, accade ogni istante che l’uno sia costretto a raccogliere la confessione dell’altro, e deve mostrarsene all’altezza. L’aria è greve di confessioni, come se ora molto dipendesse dal fatto che, dall’intimo delle persone, venga alla luce la verità.
Pensa: sono stata sufficientemente all’altezza, io, della sua verità?
9.
- Rolf Meternagel non è poi tanto importante, - disse Manfred. - Io non lo conosco affatto. Se tu mi dici ch’è una brava persona, ti credo sulla parola.
L’anno scorso, nella vostra azienda, era ancora capo. Questo non te lo ha detto, eh? Sembra avesse prospettive di carriera. La sfortuna sua è stata di avere dipendenti disonesti o negligenti, e che il suo superiore fosse mio padre.
Quest’ultimo ha assistito placidamente alla crescente confusione, di mese in mese, in una certa lista di rendiconti, tra le cui firme c’era il nome di Meternagel; e quando ha avuto prove sufficienti, l’ha chiusa. Ha intrapreso una verifica su larga scala. In effetti, quel rendiconto non quadrava. Un danno di tremila marchi. Meternagel fu cacciato dal suo posto. Sembra fosse furibondo, aggravando così ancor più la situazione. E da allora, fa parte della brigata in cui l’hai conosciuto tu.
Perché fa cose simili, mio padre? mentre di solito è vigliacco e debole e non si espone volentieri ai pericoli? Ne avrà bisogno, immagino.
Rita gli camminava accanto in silenzio, con gli stessi passi lunghi che faceva lui. Aspettava che trovasse un altro spunto.
- Tu hai detto una volta ch’io sono ingiusto verso di lui. Si provino ad esser giusti gli altri. Io mi guardo la pelle, da quando ho l’uso della ragione… La storia più vecchia che conosco, l’ho sentita cento volte, come altri bambini
“La Bella Addormentata” o “Cappuccetto Rosso”, è la fiaba della mia nascita.
Ascolta: c’erano una volta un uomo e una donna, che s’amavano tanto, come ci si può amare soltanto nelle favole. Lei, certo, non lo avrebbe mai sposato, ma s’avviava alla trentina e tutti gli altri uomini li aveva ormai allontanati con le sue pretese, sicché come unica risorsa era rimasto lui, l’insignificante rappresentante d’una fabbrica di scarpe. Questo non fa parte della fiaba, lo dico io a te. Fa parte della fiaba il fatto che s’amavano, ma non ebbero figli.
Aborti sì, ve ne furono, mia madre in seguito mi ha informato minutamente: ma ecco che mi allontano ancora dalla fiaba. Perché quando poi nacque finalmente il figlio desiderato, il figlio del miracolo, un maschio: io, si trattò di un prematuro, troppo debole per sopravvivere. Secondo il parere dei medici.
Ed ecco arriva la fata della fiaba, la buona sorella Elisabeth, a imboccare quell’esserino con cucchiaini di latte materno estraneo, fino a poterlo riconsegnare alla propria madre perché continui lei a imbeccarlo. Questa donna, mia madre, vede in questo bambino il proprio destino. Lo incatena a sé con tutti i lacci di un egoistico amor materno. Paga il prezzo che ogni miracolo costa in ogni fiaba, ed è convinta che io continuerò a pagarlo.
Così termina la fiaba, e comincia la mia vita. Manfred godeva di poter finalmente parlare. Ma lo tormentava anche l’impossibilità di dire tutto.
Peraltro, la ragazza accanto a lui era di orecchio fine, e ne avrebbe tratto più di quello che una persona sia in grado di raccontare ad un’altra. Eppure, una folla di immagini, impressioni, parole, sguardi e brandelli di pensieri gli sfilava dinanzi, come una didascalia indicibile del proprio racconto.
Ricordava fotografie dell’album di famiglia, in cui sua madre era bella e aveva nello sguardo un’espressione soave, che doveva aver perduto in seguito durante la convivenza con quell’uomo. Spesso, nella memoria, si era sforzato di cercare le tracce fuggevoli del graduale mutamento accaduto in lei, aveva ripensato a quando l’aveva vista piena di vita oppure cordiale e amorevole, e ripetutamente si figurava come sarebbe oggi quella donna senza il carcere di quella famiglia, senza quell’orribile impoverimento della sua esistenza. - E’ da compiangere, - disse Rita.
- Questo non lo nego. Quante volte, da bambino, ho sentito strilli e pianti dalla camera da letto! Aveva scoperto ancora una volta che il marito la tradiva.
Lui era diventato primo acquirente in una fabbrica di scarpe, non da ultimo grazie all’impulso ambizioso di lei. Veniva a casa di rado, girava con una macchina di servizio e si sentiva un signore. Mia madre era quasi sempre offesa di qualcosa, e lui trovava fuori abbastanza donne che lo incensassero. Tuttavia condurre una doppia vita, in fondo, lo affaticava troppo…
Naturalmente, entrò presto fra le S.A. Mi ricordo come si rigirava nell’uniforme nuova, davanti allo specchio del corridoio e davanti a mia madre. Io avrò avuto allora quattro anni appena. Vidi i loro sguardi incontrarsi nello specchio: il loro accordo mi è parso più inquietante di un litigio. Mi nascosi in mezzo ai cappotti. Dopo, ebbe inizio l’amicizia di mio padre col suo principale. Era diventato procuratore, quindi idoneo ai ricevimenti in società. La domenica ci recavamo dalla famiglia del principale, talvolta questa veniva anche da noi. Prima, di rado mi era stato concesso di giocare con altri bambini. Mia madre se ne stava seduta dietro la tendina e interveniva: “Quei bambini screanzati ti fanno del male, Fredie”. Ora, una domenica dietro l’altra, venivo affidato al figlio del principale, Herbert, ch’era maggiore di me di tre anni e faceva con me tutto quel che voleva.
Mi costringeva a brutte marachelle. Sempre poi la colpa ricadeva su di me.
Mio padre, che di solito mi guardava appena tanto gli ero indifferente, mi picchiava di santa ragione davanti a quella gente, perché il principale vedesse chi era il padrone in casa nostra…
Non andavo ancora a scuola che già lo odiavo. E questa è l’unica cosa su cui tutt’oggi posso ancora fare affidamento. Cercò gli occhi di Rita, ma lei sfuggì il suo sguardo. Si guardava i piedi, che continuavano regolarmente a camminare, ora nel cerchio luminoso di una lanterna, poi di nuovo nell’oscurità. Non si accorse che Manfred fece un gesto per afferrare la sua mano, lasciando però poi ricadere il braccio.
- Finora, me la son cavata abbastanza bene senza ascoltatori, disse lui più dolcemente. - Forse avrei dovuto tentare di andare avanti così?
Rita scosse il capo. Evitava di ascoltare se stessa, nell’intimo. Più tardi avrebbe verificato che cosa era avvenuto in lei. Ora, l’importante era starlo ad ascoltare. Forse tutto sarebbe cambiato, quando veniva il giorno.
Forse loro due non sarebbero stati all’altezza del mutamento; ma per atterrirsene adesso era ormai troppo tardi.
- A scuola ero sempre il migliore, - disse Manfred. - Mi chiamavano
“settimino”. Mia madre veniva ogni settimana dal maestro con una lagnanza; allora la smettevano di tormentarmi e non facevano che evitarmi.
A casa, mentivo di santa ragione, ostentavo amicizie, successi, che nel mio caso erano assolutamente inesistenti… Quando mi inserirono nell’organizzazione giovanile, c’era già la guerra. Mio padre era diventato insostituibile per il suo principale. Non abbiamo patito nulla. Si era felici, allora, di poter avere un paio di scarpe come in tempo di pace.
Perché ti racconto tutto questo? pensò. Riesce a capire, lei, poi, cosa accadeva allora? Non era nemmeno nata, a quel tempo…
Strano: in qualche punto, tra lei e me, comincia la nuova generazione.
Come farà a capire che, per tempo, ci siamo infettati tutti di questa mortale indifferenza, di cui è così difficile liberarsi?
- Di che parlavamo? - chiese lui. - Già: nella Gioventù Hitleriana io non mancavo mai, sebbene mi ripugnasse. Saltavo a occhi chiusi da qualsiasi muro, se lo ordinavano. Avrei fatto anche ben altre cose, nessuno ha bisogno di venirmi a raccontare come si fa a diventare delinquente per paura. Ma non mi hanno mai coinvolto in nulla, non ero il loro tipo. Alla fine, dopo che vennero a prendere mio padre per la difesa della patria, capitai in una masnada di ragazzi, tutti della mia età. Mi scacciarono a forza la paura, rendendomi normale, nel senso che allora si dava a questa parola. Cominciai a fumare e a insolentire la gente e a berciare per la strada, e a casa davanti a mia madre mettevo i piedi sulla tavola. Infine, durante la lezione di storia, forai con una vecchia Colt la cattedra dell’insegnante. Costui era un buon nazista: certo sarei stato cacciato dalla scuola, se giusto allora non avessero avuto bisogno di tutte le scuole come ospedali.
Bighellonammo in giro per un’estate intera, verificando con attenzione che cosa avevano combinato gli adulti davanti ai nostri occhi in pochissimo tempo con la loro prepotenza e la loro saccenteria. Che si facciano avanti un’altra volta, costoro! Ridevamo forte leggendo le scritte: tutto cambierà ora! Cambierà? e con chi? con quelle stesse persone? Nell’autunno, si riaprì la nostra scuola. Schiamazzando tirammo fuori dal vecchio armadio della nostra classe vecchi canzonieri nazisti. La gente nuova non aveva neanche il tempo di portar via quella roba.
In una di quelle notti dell’aprile 1945, mia madre ha bruciato l’immagine del Fhrer. Da allora, in casa nostra, sopra lo scrittoio c’è appeso quel paesaggio autunnale, l’avrai presente. E’ grande esattamente come l’Hitler di una volta, e nessuno potrebbe dire oggi il motivo di quella macchia chiara sulla tappezzeria. Del resto, la tappezzeria è nuova.
Quando mio padre, un anno dopo la fine della guerra, rispuntò a galla tutto lacero e piuttosto male in arnese, non trovò nemmeno più la sua uniforme bruna. No, mia madre non si lasciò indurre a tingerla come altra gente, che non possedeva un piccolo deposito di scarpe per intrallazzare.
Mia madre crebbe d’importanza: organizzò tutto il nostro mercato di scambio. Dobbiamo a lei se non abbiamo fatto la fame. E che cos’era ormai più mio padre? Un individuo accasciato, dall’orgoglio mortalmente ferito. Un fiancheggiatore, nient’altro, me lo ha assicurato spesso, ed è così. Un fiancheggiatore tedesco. Convinzioni non ne ha mai avute. Né ha qualcosa di particolare sulla coscienza.
Gli altri possono stringergli tranquillamente la mano. Nell’archivio della fabbrica di scarpe devono esistere ancora delle lettere sue, che oggi sarebbero imbarazzanti per lui. Ma soltanto imbarazzanti, non schifose. Del resto, Meternagel l’ha conosciuto in quel tempo giacché volevi sapere perché mio padre gli ha fatto lo sgambetto. Di più non voglio aggiungere.
Mia madre ha tirato fuori un’energia inaudita per far rientrare mio padre negli affari. C’è riuscita. Lui, lo ha assoggettato definitivamente. E me, definitivamente perduto, pensò. Anche se ancora oggi non vuole prenderne atto.
Non gl’importava più gran che, adesso, di parlare. Al contrario, temeva quasi di non poter più smettere. Intanto, era passata da tempo la mezzanotte.
Le strade si stendevano fredde e umide e deserte davanti a loro, come forre impervie: già per la terza volta ripassavano davanti alla porta di casa, e la ragazza accanto a lui rabbrividiva di stanchezza. Ma rimase imperterrita al suo fianco.
- Un giorno, - continuò Manfred, - all’occhiello di mio padre comparve il distintivo del partito. Io scoppiai a ridere nel vederlo arrivare così, e da allora si sente già offeso al solo vedermi.
D’altronde, non era poi certo l’unico, pensò Manfred: c’era gente anche peggiore. Tuttavia, molti hanno avuto fortuna. Hanno incontrato persone oneste proprio nel momento del bisogno. Una cosa simile a me non è capitata.
A guardar più a fondo, spuntava sempre fuori l’altro colore. E da dove avrebbero dovuto sbucar fuori, in questo paese, le persone veramente oneste?
Del resto, le ho poi forse cercate, io? Ed è così importante trovarle, quando di per sé si è onesti? Fino in fondo e con tutta la fatica ch’è necessaria? Non posso diventarlo io, se veramente lo voglio?
- Terminammo la scuola controvoglia. Noi quindicenni eravamo allora la classe più anziana in cui non esisteva alcuna lista di caduti…
Un’insegnante zitellona scoprì in me un talento di attore. Tu non ci crederai, ma ben presto, ad ogni celebrazione, recitavo poesie. Allora c’erano molte celebrazioni. Che cosa recitavo? Un po’ di tutto. Roba tutta molto sdolcinata, ma nulla che avesse un sentimento profondo.
“Come m’irraggi tutt’intorno nello splendore mattinale, o primavera, amata mia”… E poi: “Il nostro tempo ha bisogno delle tue mani!”.
Poi, nel nostro club-cantina segreto, urlavo: “Non mi fissate romanticamente!”. E sussurravo: “Hanna Cash, ragazzo mio, si chiede soltanto se lui l’ama (4)”. Con sentimento.
Caro mio, egli pensò, che tempi erano quelli! E lei allora cominciava appena a imparare a leggere… Ora, desiderava soltanto arrivare presto alla conclusione.
- Mia madre, ad ogni celebrazione, stava seduta in prima fila, con gli occhi umidi. Era convinta che sarei diventato attore. Avevo il dovere di procurarle la fama di cui la vita le era debitrice.
Non son diventato attore, come sai. Avido di vendetta ho intralciato i progetti di mia madre. E’ stato il più bel giorno della mia vita: il certificato di ammissione alla facoltà di scienze naturali. E lei, naturalmente, ha pianto e strepitato, come avevo immaginato. Ma io, a un tratto, non ci provai più nessun divertimento.
In genere, da allora, nulla mi ha più veramente divertito. Soltanto la mia professione è una buona cosa: giusto quel tanto di esattezza e quel tanto di fantasia.
E tu. Anche tu sei buona.
- Giusto quel tanto di esattezza e quel tanto di fantasia, - disse Rita con la voce piccola. Manfred la prese sul serio.
- Sì, signorina bruna, - disse. - Proprio così.
10.
Oggi lo sa: allora, in quella notte, lei ebbe per la prima volta la sensazione ancora indicibile di un pericolo incombente. Tenne per sé la propria perplessità: era il suo modo inconsapevole, non offensivo per Manfred, di essere coraggiosa. Possedeva proprio quella qualità di coraggio di cui lui aveva bisogno.
In azienda, si andava orientando meglio. Perdeva a poco a poco la paura di attirare su di sé tutti gli sguardi. Continuava a stupirsi come da tutta quella confusa furia di lavoro, da quelle imprecazioni e quei ruggiti, potessero ogni giorno scaturire due fiammanti vagoni ferroviari color verde-scuro, slanciati, solidi e nuovissimi. Al termine del turno giornaliero venivano sospinti lentamente, sopra il binario di prova, fuori dall’opificio. Mentre già s’avviavano, ne saltavano giù ancora gli ultimi installatori con le loro cassette di attrezzi: talvolta c’era anche Rita. Rideva con gli altri della quotidiana disperazione del collaudatore, e poi restavano tutti ritti a seguire con gli occhi il piccolo treno, finché il fumo della periferia non lo inghiottiva.
- E pensare che… - diceva H„nschen assorto. Era la sua frase preferita, ma per un motivo qualsiasi non gli riusciva mai di dire cosa accadeva quando si pensava. - E’ meglio che non t’impegoli in faccende simili, - lo ammonivano gli altri bonariamente. Ad ogni modo passavano ore piacevoli insieme, anche se non era necessario parlarne.
Ciascuno faceva quello che occorreva fare, litigi non c’erano.
Meternagel stesso, da cui ci si poteva aspettare tutto, si manteneva riservato.
Nelle pause di mezzogiorno, stavano seduti insieme in buona armonia, sopra un rozzo tavolato in un angolo verde del cortile, le gambe lunghe distese, il dorso premuto contro il legno, le mani conficcate nelle tasche, e tutto sembrava loro piuttosto in ordine, così com’era. Ammiccavano al sole, ch’era ancora mite, seguivano con lo sguardo il corteo di nuvole che sospingeva singoli fiocchi bianchi sempre nella medesima direzione, obliqui nel cielo, meravigliandosi della trasparenza dell’aria intorno a mezzogiorno. Lontano dalla città aerei a reazione sfondavano il muro del suono con scoppio assordante e in un attimo comparivano sopra le loro teste, altissimi, velocissimi.
Li seguivano pigramente con lo sguardo, e il senso di pacificata soddisfazione cresceva in loro a dismisura.
Lo avvertirono forse maggiormente il giorno in cui in fabbrica scoppiò la grande agitazione. Festeggiavano la cinquemillesima vettura che usciva, dopo la guerra, dalla fabbrica, e in più festeggiavano il compleanno del loro capo-brigata.
Rita rivede ancora tutto, e si accorge che nemmeno il minimo particolare di quella giornata le è uscito di mente. Il cortile della fabbrica era ripulito e lucido, e il vento lo spazzava. Da un lato, c’era la vettura giubilata, adorna di ghirlande, la cifra cinquemila brillava a distanza accanto alla data: 20
aprile 1960. Una banda suonava a più non posso, poi sfilarono alcuni oratori.
Ciascuno ebbe i suoi applausi, tutto era come doveva essere. Rita, come sempre in mezzo ad H„nschen e Rolf Meternagel, batteva le mani contenta insieme agli altri. Le veniva da ridere in continuazione, senza motivo, quantunque non avesse bevuto che birra d’orzo. Quando sulla tribuna di legno balzò il gruppo dei ballerini in bluse bianche e sottane variopinte, l’atmosfera si scaldò ancora di più. Si divertivano tutti a vedere Ermisch insinuarsi senza parere in primissima fila, perché ci si era dimenticati d’invitarlo a salire sulla tribuna e lui non vedeva altro modo per essere ricordato.
Infine, il cielo basso e grigio s’aprì con uno scroscio, e tutti se la diedero a gambe. Da tempo si sapeva che avrebbe piovuto, tutto il giorno c’era già sentore di caffè d’orzo: aria dell’ovest. Il vento sospinse ancora alcuni stracci di carta contro lo steccato, poi il cortile rimase deserto.
La gente di Ermisch si ritirò col proprio capo-brigata festeggiato dentro l’osteria più vicina, dov’erano conosciuti, radunando parecchi tavoli nell’angolo di una finestra, a far tavolata. Che fuori piovesse pure quanto voleva, loro si fecero offrire da Ermisch birra doppia, bevendo a sorsate alla sua salute.
C’era una luce fosca in quello stanzone lungo e affumicato.
Rita stava seduta dietro il suo bicchiere di limonata e si chiedeva quanto avrebbero bevuto e per quanto tempo lei avrebbe dovuto trattenersi.
L’oste correva sollecito su e giù: erano i suoi clienti più proficui. Dalla tavola saliva un fumo denso come nebbia puzzolente, essi bevevano e vociavano. Rita si faceva sempre più silenziosa.
Non aveva mai avuto tempo, ancora, di esaminare a fondo quei dodici uomini.
Il più vecchio aveva sessant’anni, era il grigio Karssuweit della Prussia orientale, che tutti chiamavano soltanto col cognome: ehi, Karssuweit, racconta un po’ di nuovo quella faccenda delle uova e del tuo barone! Era stato falegname nel latifondo di un autentico barone e ancora oggi sedeva in mezzo agli operai come un contadino. H„nschen, il più giovane, di cui tutti sapevano soltanto il nome, beveva quel giorno per la prima volta insieme a loro e brillava di orgoglio. Non era proprio nato con la camicia, non aveva nemmeno il coraggio di farsi un’amichetta, ma era sempre allegro.
-… e poi venne lui stesso nei campi, tra i mietitori stagionali, e disse: scommettiamo ch’io son capace di mangiare una quindicina di uova, ed essi dissero: Impossibile, signor barone, e lui allora prese il paniere delle uova e cominciò a mangiare, arrivando, lo dico e lo ripeto, a sedici pezzi… -
Sempre allo stesso punto, Ermisch interrompeva il vecchio gridando, paonazzo dalle risate: - E voi scemi l’avete pure ammirato, lui che vi divorava le vostre uova! - e poi tutta la brigata nitriva, come alla più splendida delle barzellette.
Ma Karssuweit, che si lasciava sempre trascinare a raccontare di quel suo barone, faceva un gesto sprezzante e taceva.
La maggior parte di loro aveva facce comuni, come la gente che s’incontra per strada. C’erano più anziani che giovani. Finora tutti se la son cavata, in qualche modo, la cosa migliore è non far domande.
Non ne erano usciti indenni, comunque. Non senza fare il passo secondo la gamba o dover curvare la schiena, secondo i casi. Non senza esser costretti a cercare strenuamente, in situazioni disperate, l’unica via d’uscita con cui potersela cavare, da soli.
- Ma questo è niente, davvero, - diceva Franz Melcher sottovoce al suo vicino.
- Parigi, vabbene. Ma hai mai visto donne beduine, quando si lavano, la mattina presto, alla fonte, e tu col binocolo da poco lontano… - S’accorse a un tratto d’essere rimasto il solo a parlare ancora e che tutti l’ascoltavano; lanciò un rapido sguardo a Rita, e ammutolì. - Una canzone! - urlò uno dall’altro capo della tavola. Tre, quattro!…
“Scrosci l’acqua giù dalla monta-a-gna…” Quante cose si erano lasciate alle spalle! Fratelli caduti, amici uccisi in prigione, donne in diversi paesi europei e tracce d’ogni genere in molte contrade del mondo (“E’ feli-i-ce chi dime-e-ntica quello che-e non ritorna più-ù-ù!”). Ora, le loro esperienze erano condannate a perdere utilità ogni giorno, qui non servivano a nulla.
Ma era forse possibile, per tal ragione, strapparsele dall’anima? Ogni dieci giorni, due, tre o quattro persone aspettavano il denaro da portare a casa: cibo e casa, e la musica della radio.
Non si trattava dunque sempre di questa roba, tuttora?
- Evviva! - gridò H„nschen dall’altro lato della tavola e bevve alla salute di Ermisch.
Afferrarono il bicchiere di acquavite e se lo versarono in gola d’un colpo, tutti col medesimo gesto. Poi bevvero birra a grandi sorsate.
“Oh, be-e-lla foresta dell’o-ovest, ohilà - ohilà - ohilà-ho-o-o…” S’ingannava lei, o il ghigno beffardo sulla faccia di Herbert Kuhl s’era accentuato?
Egli non partecipava al canto, ma aveva un’espressione come se il canto gli desse conferma di qualcosa che aveva sempre pensato. Sembrava soltanto che non sapesse esattamente se rallegrarsi o no di tale conferma.
Sulle tue cime fischia il vento gelido, però…
Ma ecco ch’entrò ancora qualcun altro: Ernst Wendland. Rita lo vedeva per la prima volta. Per essere il direttore di produzione le parve troppo giovane e comunque troppo insignificante: robusto, un po’ pallido, coi capelli biondi, lisci. Ermisch gli fece cenno di venire alla tavola, e Wendland si sedette, quantunque controvoglia. Rita vide come si sforzava di non disturbare l’atmosfera di generale buonumore.
Brindò con Ermisch e disse qualche barzelletta (“Dove se ne va uno, quando ha trentott’anni?”), ma non parve farsi più allegro. Alla tavola, il chiasso non era scemato, da quando c’era Wendland.
Ma qualcosa era mutato. Non era più la stessa festa. Rita scorse a un tratto la tavola della sua brigata, nella fosca luce dell’osteria, come da una distanza che solo il tempo trascorso può dare, udì le voci a un tempo più lievi e più incisive. Wendland disturbava proprio perché cercava di adeguarsi, come disturba chi per amor degli altri fa violenza alla propria natura. D’un tratto, gli altri trovano discutibile la propria natura. Forse quello lì la disapprova?
Si cominciò a schiamazzare in modo provocante e a sbattere i bicchieri sulla tavola. C’era qualcuno lì che era forse invidioso di quella loro festa?
Eppure, quel disagio, che sembrava emanare da Wendland, non giungeva di sorpresa. Qualcosa di simile se l’erano aspettato. In tre lustri, si è in fondo accumulata tanta esperienza da sapere che quando si stava proprio bene, quando si era raggiunta press’a poco una certa soddisfazione personale, allora quelli in alto indubbiamente riuscivano a render tutti inquieti e insoddisfatti.
Intanto, Ernst Wendland non aveva pronunziato nemmeno una parola inopportuna. Anzi, si faceva sempre più silenzioso. Finì in fretta di bere la sua birra, come congedo picchiò sul tavolo le nocche, e se ne andò.
Nel silenzio che seguì, Meternagel, un po’ con stizza un po’ con soddisfazione, disse: - Questo lo sapevo; o forse no?
Nessuno si oppose, anche se non si riusciva a capire che cosa Meternagel pretendesse di aver saputo. Lo spasso, per loro, era finito. H„nschen, cui dispiaceva per la bella festa, volle prendere una rivincita per tutti nei confronti di Wendland: - Piuttosto giovane ancora, no? - commentò, con tutta l’indignazione di cui era capace.
Ecco un altro motivo di risate. Ma poi i primi cominciarono a congedarsi:
- La tua birra ha un cattivo sapore, signor oste, bevila tu! - Rita uscì con loro.
La pioggia era cessata, una corrente d’aria caldo-umida trascorreva sulla città. Rita, a un tempo stanca ed eccitata, avrebbe preferito ora fare una lunga camminata, per esempio lungo lo stradale che passando davanti al salice scarruffato dal vento conduceva al suo paese.
Quando scese dal tram, si trovò davanti Manfred.
- Stavi ad aspettarmi? - chiese sorpresa.
- Supponi che sia così, - disse lui.
- Da molto tempo?
Egli si strinse nelle spalle. - Se dico “da molto tempo”, ti metti in testa chissà che cosa e torni ogni sera così tardi, puzzando di birra e di fumo! - Di birra altrui, di fumo altrui! - assicurò Rita.
- Come fai a dimostrarlo?
Lei rise strofinando la faccia contro la sua manica. Ecco che, come tutti gli altri, anche lei rientrava a casa ed era attesa, e doveva render conto della sua giornata e veniva sgridata se tardava. Che importano stradale e salice!
Sulla porta di casa si scontrarono con un uomo, che nell’uscire accendeva una sigaretta. Al bagliore del fiammifero, Rita lo riconobbe: Ernst Wendland.
Confusa, lo salutò, lui levò lo sguardo rendendosi conto soltanto adesso, retrospettivamente, che fra i dodici uomini dell’osteria c’era seduta anche una ragazza. Si scappellò e s’avviò rapido all’auto, che lo attendeva sotto la prossima lanterna. - Chi era? - chiese Manfred.
Rita glielo disse.
- Ma costui lo conosco…, - commentò lui soprapensiero.
Nello studio, c’era seduto sconvolto il signor Herrfurth. Senza pensare più al contrasto col figlio, narrò precipitosamente quello ch’era accaduto: il vecchio direttore della fabbrica di vagoni non era rientrato da un viaggio di servizio a Berlino (“Berlino ovest, tu capisci!”). Probabilmente aveva inteso sottrarsi alla responsabilità del crollo di produzione che avrebbe colpito il mese successivo l’azienda: doveva esser stato il primo ad accorgersi della catastrofe.
Nuovo direttore della fabbrica era, da oggi, Ernst Wendland.
11.
Il ricordo di quelle settimane Rita lo ricollegherà sempre a certe levate del sole color rosso-fuoco, davanti a cui saliva un fumo scuro, a giornate ambigue e insoddisfatte, a pensieri vagolanti e inquieti fin dentro i sogni.
Non solo lei ma tutti parevano avere la sensazione che, a un tratto, dalla loro fabbrica, non grandissima né troppo moderna e quindi tenuta in mediocre considerazione dagli organi centrali, dipendesse chi sa che. Sembrava che le tensioni, cui tutto il paese era esposto da sempre, si fossero concentrate ora proprio in quell’unico punto.
Perfino quelli “dall’altra parte” tenevano adesso conto di loro: le emittenti non disdegnavano di diffondere quasi ogni giorno novità sulla “Costruzione Vagoni Ferrov. Mildner S.r.l., già fiorente e ora minacciata di crollo” - cose vere, menzogne, supposizioni. Perfino l’ex-direttore parlò a radio-ovest: ch’egli da tempo sapeva di combattere una battaglia perduta, ma solo negli ultimi tempi degli amici l’avevano aiutato a liberarsi con l’unica decisione giusta dal conflitto con la propria coscienza. Ma ai suoi operai, di cui conosceva la mentalità liberale, inviava saluti dalla parte più fortunata della Germania, rimettendo a loro di prendere la stessa decisione già presa da lui.
Il giorno seguente, questo discorso venne ritrasmesso, nell’intervallo della colazione, dalla radio aziendale. A ogni capoverso c’era un’interruzione, ed essi udivano la nota, giovanissima e inesperta voce della redattrice radiofonica aziendale: - Compagni! Colleghi!
Così parla un traditore della nostra azienda, del nostro Stato e di noi tutti!
Per oltre due settimane, la produzione calò di giorno in giorno. La piccola locomotiva della fabbrica avrebbe dovuto, la sera, tirarsi dietro mezzo vagone, se una cosa simile fosse concepibile. Commissioni preoccupate in camici bianchi e azzurri si facevano largo nell’azienda, ascoltandone e scrutandone il gigantesco corpo. Dapprima beffardi, poi pensierosi e infine ansiosi, gli operai li seguivano con lo sguardo.
Rita ascoltava angosciata il progressivo decrescere del fracasso, ruggiti, scalpitìi, stridori, nei capannoni. Guardava ansiosa le facce rassegnate e tese della sua brigata, confrontando quei volti con quelli delle foto sui giornali, che tuttora pendevano dal tavolato del casotto dove facevano colazione, e si chiedeva: chi è che mente qui?
Improvvisamente, i sempre più lunghi intervalli (“Niente lavoro! Non c’è materiale!” diceva Ermisch, di solito poco dopo l’inizio del turno) erano pieni di animosità e di alterchi.
Rita non aveva ancora mai fatto esperienza di cosa significhi tirar fuori dai guai un’azienda così grande. Come sempre, prima che l’esito di una faccenda sia deciso, moltissimi erano maldisposti, di umor nero e malevoli. Taluni parevano addirittura invasi dalla gioia maligna che, proprio in alto mare, la nave su cui essi stessi navigavano andasse a fondo.
- Che è successo? - chiedeva lei a Meternagel.
- Ch’è successo? cose normali. Quel che doveva succedere. Quando nessuno si sente responsabile e ciascuno fa soltanto i propri affari nel proprio angolino, e questo avviene fin su alla dirigenza, allora da molte piccole porcate deve nascere un giorno la porcata grossa.
Succede allora che l’amministrazione del materiale non ne sappia un acca della produzione avviata, quindi il materiale non è stato programmato, e quindi anche il settore tecnologico non è pronto e nessuno sa quello che deve fare. Fa in modo, allora, che un paio di aziende fornitrici s’inceppino, come accade adesso, ed ecco che il pranzo è servito.
- Ma ne usciremo, da questo pasticcio?
Meternagel si limitò a ridere.
Manfred vedeva lo sbigottimento di Rita e si diceva: guarda un po’, così presto? La confortava. Le faceva coraggio. Adduceva esempi in cui situazioni ben più gravi s’erano appianate. Non si lamentava che lei non parlasse d’altro che della fabbrica, giorno e notte.
- In seguito, - diceva, - forse presto, sorriderai della tua disperazione di oggi.
Non sapeva quanto avesse ragione.
Stupita, Rita osservava che nei giorni più neri, quando non c’era quasi più lavoro e le brigate se ne stavano accoccolate tra loro in un brutto silenzio dentro i box di legno, la sua stessa mancanza di coraggio si ribaltava in impazienza e nella disponibilità ad appoggiare un rivolgimento, se finalmente si fosse annunziato.
Alcuni piccoli indizi non le erano sfuggiti. Avveniva sempre più spesso di sorprendere uno scambio di occhiate tra Ermisch e Meternagel, sguardi beffardi di Meternagel, ch’egli inviava come sonde sperimentali verso ignoti strati dell’atmosfera. Ermisch li ricambiò sulle prime in modo repellente, poi insicuro, interrogativo. In quei giorni apparve chiaro, in modo sorprendente per i più, come Gnter Ermisch fosse un buon capo-brigata nei momenti buoni, di previsto compimento del dovere e alti salari, di reporter radiofonici e appelli collettivi e posti d’onore sulla tribuna, il primo maggio. Ma nei momenti brutti, la sua fermezza e la fiducia non erano sufficienti. Perché stai a fissarmi così? - chiedeva a Meternagel. - Che ho di strano in faccia? - Un po’ di tutto, - rispondeva Rolf. - Anche tu dovresti fissare un po’ te stesso. -
Non serviva: Ermisch era costretto ad ammettere a che cosa intendeva opporsi: lasciare che un rivale, Meternagel, si facesse strada accanto a lui.
Gli uomini della brigata ricorrevano ora più spesso a quest’ultimo, che restava calmo e si comportava come se avesse previsto tutto e nulla di eccezionale fosse accaduto. Loro tutti, e naturalmente anche quel furbo di tre cotte di Ermisch, fiutavano l’imminente mutamento d’umore nelle brigate.
Ermisch si preparava in silenzio a non trovarsi buon ultimo con la sua gente: avesse almeno saputo cosa occorreva fare!
Meternagel, invece, taceva.
In compenso, a tavola nella famiglia Herrfurth ora si parlava di nuovo.
Questo fatto consolidò più di ogni altra cosa Rita nella sua fiducia. Il signor Herrfurth brandiva con minor vivacità di prima la propria salvietta, e già non gli riusciva più di spazzar via con essa dalla tavola tutti gli avvenimenti disgustosi della giornata. Il disordine dell’azienda irrompeva in modo disastroso nel ben organizzato meccanismo dei pasti di casa Herrfurth.
In principio, quando erano ancora in corso le indagini sulla fuga dell’ex-direttore della fabbrica, il signor Herrfurth nutriva timori connessi a certi documenti da lui sottoscritti - ordinazioni di materiale e simili. - In fin dei conti non è possibile controllare tutto, e vorrei vedere chi non sottoscriverebbe quello che il direttore di fabbrica gli sottopone! - Poi, però, dopo essersela cavata con rimproveri e una ben dosata autocritica, il suo nervosismo cessò: - Sfido io, e dove prendono, quelli, in quattro e quattrotto un direttore commerciale che ne capisca qualcosa?!
In compenso, fu colto adesso da un’inquietudine più profonda, che perdurava. Si palesava con brevi osservazioni sul nuovo direttore della fabbrica, che non osava peraltro criticare ma che tuttavia gli appariva inquietante. - Un giovanotto, - diceva, - fresco di nozioni, di sana ambizione.
E perché no! Ma nemmeno Roma è stata fatta in un giorno!
Un’altra volta disse: - D’accordo, un organizzatore nato. Ma lascia un po’ che metta alla prova il suo schema nella nostra fabbrica, su quella gente…
Peccato che a un ragazzo simile non si lascerà il tempo di rompersi le corna, qui. Si rovinerà prestissimo.
La signora Herrfurth, invece, che non capiva nulla di tutto ciò e non aveva mai visto l’azienda nemmeno dall’esterno da quando era nazionalizzata -
proprio lei reagì nel modo più deciso alla catastrofe, che teneva tutti in tanta agitazione. Conosceva suo marito, osservava la ragazza che suo figlio intendeva sposare, e aveva visto, sia pure per pochi secondi, la faccia di quel Wendland, ambizioso e deciso a tutto, che avevano messo come superiore a suo marito. Questo le bastava. L’odio aguzzava il suo sguardo.
Ciò che da più di un decennio avveniva fuori dalle sue quattro mura, fino a quel momento lo aveva giudicato fastidioso perché costringeva a determinate manovre di adattamento. Ma era tuttavia una cosa abbastanza stupida e ridicola, e comunque non duratura. A un tratto, accadeva ciò che lei aveva sempre desiderato: la consistenza di quella fastidiosa novità era minacciata -
in parte almeno, s’intende: ma tutte le cose cominciano parzialmente. E
adesso, lei osservava gli sforzi che s’intraprendevano per sventare la minaccia. Non era possibile agire in tal modo su comando. Fatiche simili si assumono volontariamente soltanto quando ci si trova dinanzi a un proprio grave e irreparabile danno.
Dunque, in tutti quegli anni era accaduto qualcosa di molto serio, là fuori.
Dunque, quei fanatici erano riusciti a contagiare altri con la loro follia.
Bisognava dunque da quel fatto trarne conclusioni.
La signora Herrfurth, in quei giorni, riprese la corrispondenza con sua sorella, vedova di un segretario delle poste, a Berlino ovest.
12.
In mezzo a tutti quegli avvenimenti, Rita inavvertitamente non era rimasta
“la nuova”. Sapeva ora con quale corsa dovesse viaggiare al mattino per incontrare dei conoscenti, e la sera tornava a casa insieme con Rolf Meternagel, che faceva lo stesso percorso suo.
Scambiavano qualche parola, sul lavoro, sulla domenica successiva, prima di separarsi - sempre al medesimo angolo di strada, ove nel corso della loro conoscenza un cespo di lillà aveva messo i bocciòli, poi fiori color viola scuro e ora cominciava a sfiorire. Ed ecco che, uno dei primi pomeriggi di giugno, Rita chiese, con sua propria sorpresa: - Quanto tempo ancora vuol stare ad assistere a tutto questo, signor Meternagel?
Lui capì subito che cosa intendesse dire. Si irritò che la propria, estrema riservatezza in fabbrica saltasse all’occhio perfino a questa ragazza, e la sua irritazione si diresse dapprima contro di lei.
Stizzito, disse: - E tu, per quanto tempo ancora vuoi chiamarmi “signor Meternagel”? Si chiamava Rolf, disse, un nome che fino a quel momento tutti erano riusciti a ricordare.
Poi tacquero. Quanto Rita volle accomiatarsi timidamente, egli disse in un modo per cui lei non osò opporsi: - Accompagnami un po’, hai tempo ancora.
- Fecero alcuni passi in silenzio, poi lui la sogguardò con diffidenza, quasi volesse accertarsi ancora una volta ch’era la persona cui poter confidare qualcosa d’importante. E poi, con un tono il più possibile casuale ma in modo che quell’unica frase spiegasse tutto, disse: - Io ho pronta una evoluzione riduttiva dei quadri.
Lei capì che quella frase egli non l’aveva forse pronunciata mai, ma pensata e ripensata spesso.
Quello che apprese, ora, da Meternagel, lo ricordò sempre in seguito, quando si trovò con lui. Ciò che la stupì maggiormente fu il fatto ch’egli ritenesse la sua una storia del tutto comune. Soltanto più tardi riconobbe come avesse perfettamente ragione. Egli apparteneva a quel tipo di persone che dal buio sono state sbalestrate improvvisamente in un bagliore accecante e che poi, nel vedere puntati sopra di sé gli occhi di tutti, si muovono ancora insicure nella luce abbagliante.
- Cos’ero mai io, prima! - disse a Rita. - Bé sì: un esperto falegname. E
ne ero fiero, per giunta. Ma di noi potevano farne quel che volevano. La guerra pareva avesse aspettato soltanto che noi diventassimo finalmente adulti. - E così anche lui aveva marciato, era stato ferito in parecchi paesi, più volte unico sopravvissuto.
Rita rifletté che età potesse avere, e quando lui glielo disse, quasi cinquanta, pensò che i suoi occhi chiarissimi e acuti lo rendevano più giovane.
- Poi, per tre anni, ho abbattuto alberi e costruito baracche, molto lontano all’est. Puoi credermi che c’è voluto molto tempo finché mi son convinto che quel lavoro di falegnameria era più importante che prender di mira con precisione bersagli umani. - Ma doveva ammettere, disse, che non era poi troppo se aveva capito soltanto questo, e che in effetti non bastava per recarsi alla sede del partito a iscriversi, come aveva fatto lui subito dopo il suo ritorno, a trenta anni. A quel tempo, non era possibile far molte domande su quello che uno aveva capito, purché si presentasse con propositi onesti (e anche parecchi disonesti sono stati ingurgitati nella fretta e poi in seguito rigettati oppure resi onesti - son cose che succedono). Incontrò subito un vecchio amico, che fu contento di poter fare occupare da un “elemento fidato” la sedia d’istruttore nella stanza accanto. Gli disse inoltre che gente come loro due - e chi altri se non loro! aveva adesso il potere di decidere, e si volse poi sospirando ad altre faccende urgenti.
Gli anni successivi erano passati per lui come un sogno sfrenato. Lo avevano scagliato in alto con una forza che non si era mai verificata nella sua vita, avevano preteso da lui assai più di quello che potesse dare, gli avevano imposto compiti a cui non aveva mai pensato, e una nuova terminologia e fraseologia, ch’egli aveva usato per assolvere in qualche modo quei còmpiti ma che non gli era mai riuscito d’imparare a capire. Il tempo lo assillava divorando le sue notti, estraniandogli la moglie e facendo crescere le figlie quasi inavvertitamente accanto a lui (e anche da bambine le aveva appena conosciute); e intanto gli metteva tra le mani un timone sempre diverso. Solo talvolta, durante attimi di assoluto silenzio, egli certo si chiedeva: sono io a dominare tutto questo, o ne vengo dominato? Saliva, saliva e stava intanto a guardare se stesso - sono ancora io, costui? imparava a usare parole sempre più grosse, quanto più gliene sfuggiva il significato malgrado la sua disperata ricerca: imparò ad adattarsi a molte cose, imparò anche a comandare, imparò perfino a investire urlando le persone a cui non era in grado di rispondere altrimenti.
- Non ci credi? Avresti dovuto vedermi! - disse con rabbiosa autoironia, e Rita pensò quanto tempo doveva aver impiegato per poterne parlare in quel modo.
Accadde quel che doveva accadere: un giorno, quando aveva già smesso di aspettarselo sempre, venne accusato di una grave omissione, non fu trovato idoneo ai grossi còmpiti che svolgeva e trasferito come capo alla costruzione dei vagoni.
Nella sua caduta c’era altrettanta giustizia nei confronti della comunità quanto ingiustizia nei confronti suoi personali, di lui che aveva servito la comunità - disinteressatamente, questo è certo. Non senza amarezza vide avanzare ai posti ch’erano stati suoi i più giovani, i quali mentre lui si era tormentato rabbiosamente con le proprie insufficienti nozioni, nel frattempo avevano tranquillamente imparato ciò che dovevano sapere per sostituirlo.
Non lo disse esplicitamente, ma Rita capì che la sua seconda degradazione - quella appunto di cui si era parlato a tavola durante la cena in casa Herrfurth - lo aveva colpito più duramente della prima. Aveva fallito, ora, trovandosi in un posto che sembrava fatto proprio per lui, non c’erano scuse valide: sotto la sua responsabilità, era stato speso troppo denaro per fasi lavorative che da settimane non esistevano più. Si era lasciato abbindolare come un ragazzino, come un principiante, e per l’appunto da quei colleghi con cui adesso lavorava e ai quali aveva dato la propria fiducia.
Qualcuno era forse in grado di dimostrare ch’essi gli avessero sottoposto di proposito dei rendiconti falsi? Degli errori del brigatista è garante il capo.
E presso quello stesso brigatista, presso quei medesimi colleghi che dietro le sue spalle seguitavano tuttora a chiamarlo sogghignando “capo” - presso costoro avrebbe dovuto intervenire adesso con la sua saccenteria?
Egli condusse Rita, su, nella sua abitazione, le fece offrire il caffè e dopo che sua moglie si fu allontanata con discrezione, tirò fuori da sotto la radio un grosso libro rilegato in tela cerata nera. Lo aprì alla prima pagina. Rita lesse: “Studi sul posto di lavoro”. - Qui, disse soddisfatto, battendo sulla copertina rigida, - qui dentro c’è tutto. - Non invano aveva, disse, rastrellato nelle ultime settimane tutta l’azienda, nessuno avrebbe più potuto contargli balle.
- Ermisch intuisce qualcosa e mi gira attorno come fa il gatto con la gatta. Ma per ora non aprirò questo libro. Se in questi dodici anni ho imparato qualcosa, questo è “aspettare”. Niente è più stupido dell’eroismo fuori luogo.
Wendland, lo conosco bene, adesso rimpasta e striglia l’azienda per benino, puoi starne sicura. Nel farlo, un bel giorno dovrà venire anche da noi. E io aspetto quel giorno.
Rita avrebbe dato molto per poter gettare almeno un solo sguardo dentro quel libro. Ma Meternagel da un pezzo l’aveva di nuovo infilato sotto la radio.
A casa, al suo paese, tutto era stato semplice, limpido, noto fin da bambina.
Sulla natura pacata, sulle persone a lei vicine, vibrava ancora qualcosa del
“vedi, tutto era buono!” dell’ultimo giorno della Creazione. Se esiste una purezza d’anima, lei l’aveva posseduta, un tempo, e adesso la perdeva. Lo specchio, che le rifletteva il mondo, era come appannato da un fiato gelido.
Dunque un uomo come Meternagel veniva semplicemente scaraventato in un còmpito qualsiasi, e abbandonato poi al proprio destino? Lo ingannavano persino - impossibile! quegli stessi uomini con cui ogni giorno sedeva intorno allo stesso tavolo! E per di più ci si faceva beffe di lui? E lei avrebbe dovuto rassegnarsi a simili ingiustizie, come si era apparentemente rassegnato Meternagel?
Rita intuiva di varcare solo adesso la soglia della vera età adulta, di metter piede in un territorio in cui soltanto il risultato decideva dell’uomo, non la sua buona volontà, e nemmeno i suoi sforzi, se restavano inadeguati.
Contro il rigore di una vita simile, lei si ribellava.
Della grande assemblea, che finalmente fu indetta, tra le brigate se ne parlò stranamente poco, in precedenza; ma contro il solito, tutti vi si recarono.
Stavano accoccolati dentro il capannone più vasto, in mezzo a vagoni mezzo incompiuti, sopra panche improvvisate. I grevi vapori di metallo, olio, sudore e fumo di tabacco salivano al soffitto, dal tetto di vetro sporco filtrava torbida la luce del giorno. Sul davanti, brillava un sottile striscione trasparente, color rosso-vivo, ma essi non si affaticavano a leggerne la scritta.
“Compagni!” gridò qualcuno dentro l’altoparlante, e tutt’intorno tacquero le chiacchiere sul colore degli steccati e sugli assegni delle ferie.
Risultò che le tante commissioni erano, tuttavia, riuscite a mettere insieme una relazione. Questa fu letta dal segretario del partito, un uomo tozzo, bianco di capelli. La relazione era breve e assegnava a ciascuno la sua parte di colpa. Non vi era molto da replicare, soltanto chi aveva contato su fatti sensazionali rimase deluso. C’era da stupirsi che da cause così piccole fossero scaturite conseguenze così grandi.
Venne chiamato al microfono Ernst Wendland. Alcuni applaudirono. Rita pensò: è diventato più alto da quando l’ho visto all’osteria?
Il direttore di fabbrica era rauco. Non aveva dormito molto nelle ultime settimane, in piedi finì ancora di bere il caffè. - Non vorrei essere nella sua pelle, - disse qualcuno dietro Rita, e non c’era acrimonia, come fino allora si era soliti parlare della dirigenza.
Ernst Wendland non era un oratore, e del resto un oratore, in quel momento, sarebbe stato assolutamente fuori luogo. Disse spassionatamente quale fosse la situazione: arretratezza sui piani in tale percentuale (disse la cifra), carenza di materiale, carenza di semimanufatti, ma anzitutto carenza di forze lavorative. Elencò delle cifre: tanti fabbri, falegnami, saldatori mancano nella fabbrica di vagoni, tanti ne mancano in tutto il distretto. - Nessuno ci aiuterà, - disse.- Con gli straordinari abbiamo lavorato già troppo a lungo. La via d’uscita è questa: che ciascuno produca quanto più può, onestamente.
Il giorno dell’assemblea era ben scelto, e anche il tono. Nelle ultime settimane, ciascuno aveva buttato fuori imprecando tutto il proprio malumore, ora si desiderava riempire il vuoto che ne era rimasto.
Promesse le avrebbero respinte, proposte meditate le ascoltavano. Che bisogno c’era di tante parole?!
Quando i primi uscirono davanti alla sala, manifestando consensi e impegni, Ermisch divenne inquieto.
Aveva per caso perduto l’autobus, stavolta? Arrivava forse troppo tardi con la sua gente? Meternagel lo guardò con aria di sfida.
- Ora aprirò il mio libro, - disse.
Rita arrivò a casa tardi e salì subito nella mansarda. Manfred le vide in faccia ch’era eccitata e non voleva mostrarglielo. Le preparò il pane e il tè, lagnandosi che già prima del matrimonio lei cominciasse a farlo aspettare.
- Bé, - chiese poi, - e di chi è la colpa, allora?
Rita levò lo sguardo, sorpresa.
Lo scopo da raggiungere non era stato forse quello di crocifiggere il colpevole?
- Sì, - disse Rita lentamente. - Wendland ha parlato bene.
- E adesso, - chiese Manfred beffardamente, - tutto cambierà da voi, non è così?
- Io spero, - disse Rita incerta.
- E tu pensi davvero, - chiese Manfred, - che dopo l’assemblea tutto andrà meglio che non prima dell’assemblea? A un tratto avrete materiale a sufficienza? a un tratto funzionari incapaci diventeranno capaci? a un tratto gli operai penseranno alle grandi implicazioni invece che alla propria scarsella?
- Può darsi che tutto resti com’è, - disse Rita pensierosa.
Una chiara, tacita notte di luna. Giacevano l’uno accanto all’altra, senza dormire.
- In ogni azienda, - disse Manfred, - ci sono state dozzine di assemblee del genere. Tu hai partecipato a una sola.
E quand’anche fosse, pensò Rita cocciutamente. Quest’una è importante per me. Come può aver paura che una cosa importante per me possa allontanarmi da lui?
- Ascolta, - disse dopo un po’, - vogliamo proporci di non essere gelosi delle assemblee, sì?
13.
Settembre è passato. Una notte, inaspettatamente, incominciano le piogge d’autunno. Il tremulo sipario grigio cade con fruscìo regolare davanti alle finestre del sanatorio, e non si risolleva più, per giorni e notti. Gli alberi, maculati di nero dall’umidità estiva, perdono le ultime foglie. Il parco inzuppato è deserto.
E’ guarita, lei, dice quasi ogni giorno Rita al medico, ch’è rimasto riservato e discreto. Lui annuisce e pensa: a quell’età bisognerebbe poterla superare -
qualsiasi cosa sia - più rapidamente. Le persone sensibili hanno la vita dura, oggigiorno. Non gli piace l’espressione di imposto coraggio, che assume il viso di lei quando la guarda.
L’alone scuro sotto i suoi occhi non gli piace nemmeno, ma è autentico, dice la verità: la paziente è stanca.
A lungo ha cercato di dimenticare, ora è presa dall’angoscia al pensiero di poter dimenticare. Un’onda di ricordi la investe, si gonfia, quando chiude gli occhi, la sommerge con dolorosa dolcezza di notte. Il volto di lui, sempre il volto di lui. Cento volte segue ogni linea di quel viso, che scompare quando vuole afferrarlo. E il tocco delle sue mani. E’ scossa da brividi, serra i denti. Il cuore batte a martello.
Questa estate è perduta per lei, è poi davvero finita?
Davanti a lei sorge una giornata, una giornata di piena estate, a metà dell’anno.
L’avevano presa con leggerezza, perché sembrava ripetibile, a loro avviso. Nel ricordo, è unica - culmine della vita, vetta - e la forza di poter salire così alto ancora una volta, sembra esaurita.
Di buon mattino, quel giorno, avevano lasciato la cerchia nebbiosa della città. Attraversarono il territorio di rame e ardesia color grigio-azzurro, coi suoi ghiaioni piramidali a spigoli retti.
Respirarono più liberamente l’aria pura della campagna collinosa e intatta.
Dai vapori mattinali sorgeva un tappeto a vivi colori.
Manfred aveva acquistato l’auto il giorno della sua laurea - una macchina usata di vecchio tipo - e Rita gli rimproverava scherzosamente di rallegrarsi più del veicolo che della sua nuova dignità. Pulirono e lucidarono lo smalto della vernice fino a farlo brillare, e ora, mentre il paesaggio mattinale sfilava velocemente dinanzi a loro, Rita contemplava contemporaneamente se stessa seduta sulla cima di quelle verdi colline e la macchinetta grigia che si arrampicava da lontano come un coleottero corazzato su per la strada.
- Non puoi accelerare? - chiese.
Manfred accelerò.
- Di più! - pretese lei. Sgusciarono oltre una curva, e poi ecco un lungo rettilineo davanti a loro, un viale di alberi di mele.
- Di più!
Manfred era un guidatore inesperto. Se ne stava aggrappato allo sterzo, diffidente di se stesso, sudava, si eccitava e ascoltava con ansia i rumori del motore.
- Di più! - gridò Rita.
Il sibilo degli alberi oltrepassati crebbe di suono.
- Non ti basta ancora?
- Di più! - gridò Rita. - Di più, di più!
Afferrò lo sguardo di lui e lo restituì, provocante, senza riserve.
C’era sul viso di lei un’espressione nuova, ch’ella stessa ancora non conosceva.
Quel viso lo doveva a lui, e lo mostrava soltanto a lui, oggi e sempre.
Era alla sua altezza!
Improvvisamente Manfred comprese il duplice significato di quella frase. I suoi occhi si fecero ardenti, afferrò le dita di lei e le strinse.
La strada asfaltata davanti a loro era, per un ampio raggio, un luccicante e specchiante nastro d’acqua. A grande velocità sguazzarono in direzione di un ponte, che emerse in lontananza, ingrandì e s’appressò: un sottile portale di pietra, dietro cui si spalancò lo spazio del mondo, e nuovo anelito e nuovo spazio.
Sfrecciarono sopra il ponte.
- Basta, - disse Rita. La macchina rallentò. Lei chiuse gli occhi e s’appoggiò contro il sedile. Era esausta e felice.
Manfred si andava distendendo, allo sterzo. Accese una sigaretta e soffiò il fumo dal finestrino. Questa strada, i ponti, gli alberi saettanti - tutto era in suo potere. L’aveva sperimentato.
Manfred si chinò su Rita e le diede un buffetto sul naso. - Sei una maga, giovane donna, - disse.
Attraversando una spigolosa cittadina di minatori, si diressero verso le vicine montagne. Senza fatica imboccarono strade ripide, passarono variopinti paesi con le case a traliccio e discesero per vertiginose serpentine in una gola orlata di abeti, che durante parecchie ere geologiche aveva incastonato un fiume, oggi un sottile e selvaggio ruscelletto.
Sostarono presso il ruscello, in una pianura soleggiata.
Rita si distese sopra una panca di muschio e licheni grigio-verdi, incrociò le mani dietro la nuca e guardò in su il cielo fresco e azzurro. Manfred si sedette accanto a lei, considerandola con attenzione.
- Ebbene? - chiese lei dopo un po’.
- Oh, perché non si costruiscono capanne, qui! - sospirò lui, senza celare la propria commozione. Il carattere imperituro del loro amore era sempre più evidente: libero da illusioni, desideri ed errori, reso sicuro da consapevolezza e decisione. Non è più un suolo ondeggiante, questo su cui m’inoltro, pensava Manfred. Per la prima volta metto piede su terraferma. E’ opera sua, è lei a rendermi forte nella vita.
Come ho potuto pensare che, nella vita, sia possibile sostituire con altre cose la facoltà di essere felice o infelice? Com’è mai possibile abituarsi all’indifferenza? Euridice trae Orfeo dal regno delle ombre; ma il primo raggio di luce che lo colpisce, lo sottopone di nuovo alle leggi della realtà.
A mezzogiorno, giunsero in una città pulita e variopinta, alle pendici settentrionali dell’Harz. Dapprima apparve ai loro piedi come sorta da una scatola di giocattoli, poi vi fecero ingresso in mezzo allo scampanìo di mezzogiorno di innumerevoli chiesette. L’azzurro dell’aria svanì nell’ardore del sole, e la cupola celeste si fece lieve sopra la terra. In compenso, il caldo ammassava la gente nelle sottili fasce d’ombra delle vie.
Dopo la colazione, si allinearono nella fila dei turisti che si pigiava pigramente, come dotata di un misterioso istinto, davanti alle curiosità cittadine, raggiungendo con un ultimo sforzo il castello affastellato sopra l’altura della rocca. Stancamente, sfilarono dinanzi a torri e torrette, armature, vasellame antico, storia e spiegazioni. Salirono anche i duecento scalini fino all’osservatorio.
Si guardarono intorno da ogni parte, videro divertiti che tutta la campagna era verde, senza sentire il bisogno di comunicarsi ulteriori commenti.
Sentirono che la guida diceva che in direzione nord-ovest era possibile scorgere la città di B., la quale faceva già parte dell’ovest. Quando il tempo era limpido.
Il tempo era limpido. Tutti i visitatori della torre si serrarono nell’angolo di nord-ovest, fissando nella lontananza collinosa l’indicazione di una città tedesca dell’ovest, come si trattasse di una Fata Morgana.
Per un motivo qualsiasi, o per svariati motivi, tacquero tutti.
- Eh già, - disse Manfred nel ridiscendere. - Presto lo scriveranno sui prospetti dei viaggi: “Veduta sulla Germania ovest”. La più caratteristica delle caratteristiche di questa città.
Proseguirono il viaggio, insonnoliti dalla vampa pomeridiana, lungo il bordo settentrionale delle montagne, finché furono fermati in una cittadina da gente con fasce rosse al braccio. Dissero di attendere, perché a momenti sarebbe passato per quella strada il corteo festivo.
Come ogni anno, la cittadina festeggiava il giorno della sua fondazione, ricollegato a un certo avvenimento di molti secoli fa. Ma l’evento era quasi dimenticato.
Ghirlande di carta dondolavano al di sopra delle vie, da un abbaino all’altro.
- Vengono! - passò la voce nella folla, ai lati della via. I vecchi s’accomodavano cuscini sulle finestre basse, e i bambini vestiti a festa stavano seduti nelle cunette.
Rita insistette per vedere il corteo.
Gli organizzatori, in uniformi di panno scuro e guanti bianchi alla moschettiera, lo precedevano. Seguivano damigelle d’onore in vesti leggere.
Il loro sguardo era più divertito che pudico, ma omettevano gesti di saluto a destra e a manca, malgrado gli spettatori gridassero i loro nomi. Un vecchio vivacissimo, che stava ritto dietro a Rita ed era informato di tutto, cominciò ad agitarsi: avevano dunque preso la Lisa Fleischer nel corteo e non la Regine Beckmann, gridò alla sua tremula moglie, che stava affacciata alla finestra. In complesso, sembrava che le sue proposte non fossero state eseguite appuntino, comunque egli s’arrabbiava per dettagli nell’equipaggiamento degli scudieri, che avanzavano adesso a cavallo ed erano oggetto di omaggi floreali da parte delle ragazze.
Il malumore del vecchio svanì quando Rita gli rivolse alcune domande.
Era capitata proprio a interrogare colui che da anni organizzava il corteo, un antico capomastro muratore, esperto della storia cittadina come nessun altro, il quale ora che la festa si realizzava senza il suo ausilio soffriva per la sensazione di trascorrere invano gli ultimi suoi giorni. Interrompeva le spiegazioni dei quadri storici sempre con nuove grida agli interpreti dei vari conti e borgomastri, costruttori e distruttori della città, i quali sbuffavano dentro i loro costumi. I salinai e i minatori dei pozzi di rame e ardesia vennero avanti a gruppi ma non ebbero il privilegio di esser trasportati, insieme con interi laboratori sopra gli autocarri, come i rappresentanti della chimica moderna.
Comparve anche l’antico patrono ginnico, Jahn (5), in parrucca e costume dell’epoca, dalla faccia color rosso-mattone e forse un po’ troppo obeso. -
Bravo, Heinrich! - gridò il capomastro al patrono, che tuttavia non aveva nulla da spartire con la storia cittadina, ma era stato da lui personalmente incorporato anni prima al corteo, per puro entusiasmo nei confronti dello sport. - Gagliardo, pio, libero e gaio!
Il sole ardeva sopra i vivi e sopra i defunti, sugli oppressori e sugli oppressi, sui giusti e sui reprobi. Con vessilli e canzoni e fazzoletti azzurri aveva termine il corteo, che ora non interessava più gran che al vecchio.
Egli insistette perché i due giovani assaggiassero la focaccia di ciliegie che la gentile consorte porgeva dalla finestra: focaccia di ciliegie con la glassa, disse con tono da buongustaio, una cosa divenuta ormai rara oggigiorno.
La folla - in gran parte bambini e giovani - si spingeva verso il prato della festa, davanti alla città. Rita non aveva mai saputo resistere all’attrazione di un parco di divertimenti. Deliziata aspirava l’aria pregna di polvere e sudore e di svariati altri odori, dolci e aspri. Costrinse Manfred a salire con lei sul treno-fantasma e gli confidò la sua predilezione per i dolciumi a buon mercato.
Lui le comprò lo zucchero filato e le mentine e poi dovette giocare ai dadi per lei.
Non si stupirono di trovarsi in un momento di fortuna: dapprima Manfred vinse un gigantesco gatto di peluche e trucioli, poi piatti e scodelle di vetro e una caffettiera con un disegno di non-ti-scordardi-me. Rossa di gioia, Rita prendeva tutto facendone poi subito dono ai bambini, che s’erano affollati intorno al giocatore favorito dalla fortuna. Increduli, non sapendo se dovessero fidarsi della generosità di Rita, essi scomparivano poi fulmineamente coi loro tesori.
Una bambinetta era rimasta a mani vuote. L’abilità di giocatore fece improvvisamente cilecca in Manfred, e già s’annunziavano i lacrimoni.
Interpellata insistentemente sui propri desideri, la bimba richiese infine un pallone. Un pallone rosso. Ci volle molto tempo finché ebbero trovato, alla fine, il venditore di palloni. Rita seguì la bimba con lo sguardo.
- Vedi, - disse. - Ecco come tutto si compensa. Mia zia, una volta, ha negato un pallone a un’altra bambina, per amor mio. Era rosso proprio come questo. La zia me lo portava dalla città. Un’altra bambina, sull’autobus, l’aveva tanto pregata di darglielo. “Non ne ho mai avuto uno”, pare abbia detto. Mia zia non l’ha voluto cedere, puoi capire una cosa simile? Oggi ancora sarei capace di piangerne a calde lagrime.
E in effetti le spuntarono le lagrime. Manfred la prese tra le braccia davanti a tutti. - Sei una mosca bianca, - disse. - E la cosa migliore è che non lo sai.
- Quello che non so io, lo sai tu, - rispose lei.
14.
Riattraversarono la città, stanchi e silenziosi, poco prima del crepuscolo.
Adesso, bastavano loro mezze frasi, o una stretta di mano.
Rita era fiera della rosa di carta color rosso-scuro che Manfred aveva vinto per lei al tirassegno: luccicava intensamente, ora che la luce del giorno era scemata.
A un tratto, Manfred s’arrestò davanti a un piccolo caffè dentro un giardino.
- Ma certo, - disse. - Certo: ora so com’è che lo conosco.
Rita seguì il suo sguardo, e ad uno dei tavolini scorse Ernst Wendland che discorreva con un tale, poco più giovane di lui.
- Come? - chiese sorpresa. - Com’è che lo conosci?
- Aspetta un po’, - disse Manfred. Tentò rapidamente di richiamare alla memoria qualcosa, come si era svolto un certo avvenimento, e non fu in grado di stabilire subito se quell’incontro, che gli richiamava quel ricordo, gli procurasse piacere o irritazione. - Fa lo stesso, disse infine. - Comunque, ora ci andiamo.
Ma non si diresse verso Ernst Wendland, bensì verso il suo accompagnatore, quel tale più giovane e più scuro di capelli. Costui levò lo sguardo quando Manfred gli rivolse la parola, rimase stupito e gli fu necessario qualche secondo per raccapezzarsi; Rita notò sulla sua faccia la medesima incertezza che aveva appunto notato poco prima su quella di Manfred: l’incontro era da ritenersi piacevole o spiacevole? E lo sconosciuto parve giungere alla medesima conclusione: lasciarne cioè la responsabilità all’altro.
Nel frattempo, lo sconosciuto era balzato in piedi, strinse la mano a Manfred e si rivolse persino a Ernst Wendland: - Devi averlo visto anche tu, allora. -
Proprio così, - disse Wendland, non costretto a riflettere sul proprio comportamento. - So persino dove. - Anch’io, disse Manfred in tono convenzionale. - Ed io pure, - replicò il terzo, che pareva ora deciso a trarre il miglior partito da quell’incontro. A un tratto, gli uomini si resero conto che Rita era l’unica a non saperne proprio nulla. Sedettero tutti intorno al tavolo e cominciarono a spiegarle: il più giovane, Rudi Schwabe, era un compagno di scuola di Manfred; frequentava, è vero, una classe superiore ma era segretario della Libera Gioventù Tedesca (6) per la scuola, e tutti lo conoscevano. - Una volta, ci ha tirati fuori dai pasticci, disse Manfred con affettata leggerezza. - Ti ho raccontato, ricordi? di quel club in cantina. “Non fissatemi così romanticamente!” - Lo so, pensò lei. - Improvvisamente bisognava costituire un centro d’opposizione politica. L’avremmo pagata cara. Ma nell’assemblea generale, quando già tutti affilavano le armi, Rudi Schwabe e costui additò Wendland - ci hanno salvati. Lei era allora nella direzione cittadina della Libera Gioventù Tedesca, vero? - Proprio così, ripeté Wendland. - Avevate degli insegnanti che volevano farvi lo sgambetto con troppa evidenza. Perciò si è potuto far qualcosa per voi. Del resto, fino ad oggi non so se il dibattito non avrebbe dovuto svolgersi “anche”
sul binario politico, sebbene in un altro senso…
- Senza dubbio, - disse Manfred piccato. - Quanto meno secondo la teoria che tutto ciò che un uomo dice, fa, pensa e sente è politica.
Noi siamo d’altronde la generazione politica, nevvero?
Wendland lo scrutò un attimo, ma rimase gentile. Con troppa magnanimità non l’avrebbe interpretata, lui, quella teoria, disse.
La chellerina portò i gelati e la panna. Cominciarono a mangiare in silenzio.
Ecco di colpo accendersi le lampadine elettriche dentro i lampioni, che inghirlandavano tutt’intorno il caffè, e una modesta orchestrina cominciò a suonare. Il cortese Rudi Schwabe s’inchinò davanti a Rita, ma lei trovò il coraggio di promettergli un giro in seguito perché voleva prima ballare con Manfred.
Questi era ancora di malumore. Wendland lo aveva irritato. Sfogò la stizza su Rudi Schwabe. - Hai visto come sbircia Wendland, prima di azzardarsi a ridere? - disse. - Un tempo era diverso. Si permetteva ancora qualche rischio. Ma, a quanto vedo, non gli è riuscito d’imparare una professione decente… Funzionario “allround” - è forse una professione?
Rita non fece domande, e non rispose nemmeno, lo costrinse soltanto a ballare sempre più in fretta. A lei tutto quello piaceva, e glielo fece notare: la piccola piattaforma da ballo, che galleggiava illuminata e variopinta sul buio della strada, il cielo color pesca tenero, la molta gente d’umor festoso.
Le piaceva anche che Manfred, per la prima volta, l’avesse condotta in mezzo ai suoi conoscenti e che ognuno di loro fosse costretto ad accorgersi ch’erano una coppia di fidanzati; le piaceva il sobrio e coscienzioso Wendland, ch’era così diverso da Manfred.
- Lo sai piuttosto che oggi è la seconda volta che balliamo insieme? gli chiese.
- Davvero, - fece lui. - Possiamo contarli ancora, i nostri piaceri, uno per uno.
- Tu trovi ch’è una bella cosa, sì?
- Sì, - disse lui. - Mi piace quando qualcosa si può ricordare sempre, e fosse pure una piccolezza.
- Allora ricorda questo giorno e dimentica la tua suscettibilità confronti di Wendland.
- Ma se tu non la conosci affatto, quella vecchia storia.
- In compenso conosco te. In questo momento hai proprio la faccia di quando hai torto e non lo vuoi ammettere.
- Ah sì, - disse lui. - Ora cominci anche tu a volermi correggere?
- Una moglie simile non l’hai mai desiderata, nevvero?
- Certo che no, - ammise lui. - Ma a che mi serve il pentimento?
Più tardi, mentre ballava con Rudi Schwabe, Rita vide con soddisfazione che Manfred ed Ernst Wendland, rimasti soli al tavolo, attaccavano discorso. Apprese in seguito che Wendland aveva chiesto a Manfred: - Come trova Rudi? - e che lui, con un improvviso desiderio di schiettezza, aveva risposto: - Molto cambiato. Me lo ricordo ispido come un cucciolo bagnato. Ora è del tutto addomesticato.
Wendland scoppiò a ridere, evidentemente un pochino sorpreso, ma non rispose.
- Lo vedrà spesso, ora, - osservò soltanto. - Entrerà nel decanato studentesco dell’università. - La notizia lasciò Manfred freddo. Aveva poco a che fare con la burocrazia universitaria.
Discesero poi, per un tratto, giù per la strada, che s’era fatta più silenziosa, Ernst Wendland stava accanto a Rita.
- Che fa la brigata Meternagel? - chiese.
Rita fu costretta a ridere perché lui sapeva con tanta precisione chi avesse il sopravvento nella loro brigata. Si girò verso Manfred per vedere se era in grado di sentirli, e abbassò involontariamente la voce, come se ciò di cui adesso parlavano riguardasse soltanto lei e Wendland. Non aveva detto a Manfred che lui aveva avuto ragione: dopo l’assemblea tutto era rimasto come prima.
- Litigano tra loro, - disse.
Wendland capì subito cosa intendeva dire.
- Meternagel ci dà dentro troppo, eh?
- Ma ha ragione, - disse Rita. - Perché non gli credono dunque?
- Questo fatto la delude? - chiese Wendland, senza un’ombra di superiorità nella voce. Le fu facile dire di sì.
- Capita anche a me qualche volta, oggi ancora, - disse Wendland. A un tratto, si era stabilita un’atmosfera di sincerità tra loro, la cui origine era difficile da spiegare. La vecchia strada buia la favoriva, e quella giornata ch’ella aveva alle spalle.
Non si chiese che cosa avesse condotto Wendland al medesimo stato d’animo.
- Diffidenza, - disse lui. - Ci capita sempre di nuovo. Ma capita soltanto a noi più giovani, se n’è già accorta? Per i più anziani, è diventata una seconda pelle. Una sorta di strato protettivo, ritengo…
Tacque, come se avesse detto abbastanza, e lei rifletté sulle sue parole. Le faceva bene ch’egli fosse spregiudicato e privo d’ogni animosità. Soltanto adesso le veniva in mente come con la maggior parte delle altre persone non fosse possibile parlare pacatamente.
S’arrestarono a una minuscola casetta, sghemba e storta, ch’era situata in una fila altrettanto sghemba e storta di casette di minatori. - Abitiamo qui, -
disse Wendland. - Una volta l’anno, per il compleanno di mamma, ci riuniamo tutti qui, noi fratelli. Stavolta si è aggiunto Rudi Schwabe.
Cacciò le dita in bocca e ne trasse un fischio stridulo. Dall’oscurità emerse un bambino, un ragazzetto svelto e sottile dai grandi occhi scuri. - Mio figlio -
disse Wendland. Rita fu stupita che avesse un figlio, cercò d’immaginare una moglie per quell’uomo, ma non le riuscì. Sul volto di lui c’era adesso un’espressione che lei non si aspettava: tenerezza e un tantino d’inconsapevole mestizia.
Poi, Rudi Schwabe, Ernst Wendland e suo figlio scomparvero dentro la casa -
i due uomini furono costretti a curvarsi davanti alla porta bassa, e il ragazzo, che ancora non ne aveva bisogno, li imitò; per alcuni secondi, un riflesso triangolare di luce giallo-rossa cadde sulla strada, poi la porta si richiuse e Rita e Manfred rimasero nel buio.
Ciondolarono fino al più vicino ristorante, una piccola, antica taverna, cercarono un posticino d’angolo e Manfred elaborò una cenetta che destò le meraviglie di Rita.
- E’ un mio tratto che tu ancora non conosci, - disse. - Io sono un buongustaio. La mattina presto, vorrei gustare come il presidente americano succo di pompelmo. A colazione, all’inglese, un lunch col tè; a mezzogiorno, un diner alla francese, nel pomeriggio secondo la buona usanza tedesca caffellatte e torta, e la sera un pasto pesante e abbondante come i russi.
- Spero tu sappia che io non so cucinare, - chiese Rita spaventata. Cucino da me, - assicurò lui.
Bevvero vino bianco freddo, che mescolarono con l’acqua. Le loro mani si sfiorarono, al momento di brindare. Tutto può ricominciare daccapo, pensava Rita, e sempre di nuovo, con lui. Ora si conoscevano a tal punto da poter essere reciprocamente sicuri, ma con un margine tale da poter costituire sempre una reciproca sorpresa. Perfino l’attimo di confidenza avuto con Wendland, che Rita tenne per sé, l’avvicinava a Manfred.
- Sai che non ho mai mangiato così? - disse Rita dopo un po’. - E che non ho mai vissuto una così bella giornata? che non potevo nemmeno immaginare esistessero giornate così belle?
Era tardi quando tornarono sullo stradale. La luna, invisibile dietro una sottile e uniforme coltre di nuvole, diffondeva una luce azzurra inverosimile e spettrale, che delimitava nettamente la cupola celeste dal nero disco terrestre.
Rita non riusciva a saziarsi gli occhi di quella luce, per la quale non trovava né un nome né un confronto adatto e che era nel contempo tenera e intensa.
Improvvisamente, alla loro sinistra, proprio sulla linea di confine tra cielo e terra, emerse un’isola di luci.
Vi si immersero decisamente. Presto fu possibile distinguere diversi colori e intensità di luci: gialle collane di lumi in terra, e più in alto sporadiche lampade rosse. Poi, contro il cielo più chiaro, si levarono ombre nere di ciminiere. Giunse un acuto sentore sgradevole, furono costretti a chiudere i finestrini. Erano di nuovo nel territorio delle grandi fabbriche.
Quando Rita era già a letto, rivolta contro la parete, udì dietro di sé entrare Manfred cautamente. Un fruscìo di carta, poi egli disse: Proprio in questo secondo qualcuno compie vent’anni. E’ mezzanotte.
Rita si girò. Stava ritto lì con un gran mazzo di garofani. Lei contò i garofani: erano venti.
- Grazie, - disse. - Grazie.
15.
In quel tempo, nessuno poteva intuire che ai primi giorni di calura estiva sarebbero seguite molte settimane sotto l’incubo di un sole ardente. Un essere extraterrestre mandava il suo fiato rovente sopra il paese. Ci si levava fiacchi dal riposo notturno, inseguendo durante il giorno con occhi brucianti e saturi di luce il cammino lento e maestoso dell’astro ardente lungo l’alta volta celeste di un azzurro pallido. Si vedevano i prati disseccarsi e il frumento bruciare sullo stelo. In piena estate, alcuni alberi gettavano via il fogliame appassito e mettevano foglie nuove, un avvenimento mai visto. Nei giardini maturava frutta soda, dolce e succosa, quale di solito non si poteva ricevere che dal sud. Nessuno riusciva a impadronirsi di tanta abbondanza e la notte si udivano cadere al suolo con tonfo sordo mele e pere fradicie.
Rita non fu toccata dalla sinistra indifferenza delle forze naturali.
Di quel tempo ricorda con maggiore evidenza la faccia di Rolf Meternagel. Gli occhi di lui, che fino allora aveva conosciuto beffardi e noncuranti, ora li vide attenti, interessati, duri e inflessibili. Talvolta, nelle ore di dubbio e di disperazione, quegli occhi erano l’unica realtà cui lei potesse aggrapparsi.
In seguito, si rese conto che, più di ogni altra cosa, era stato forse quest’uomo tenace e provato a preservarla dal venir divorata dalla sterile nostalgia di un fantasma. Era accaduto realmente così, e non si trattava di un sogno; davanti ai suoi occhi, un uomo si era assunto un pesante fardello, senza costrizione alcuna, senza chieder compenso: aveva iniziato una lotta che pareva quasi senza speranza, proprio come un tempo gli ammirevoli eroi dei vecchi libri; aveva sacrificato sonno e pace, era stato deriso, aizzato, respinto. Rita l’aveva visto a terra, al punto di pensare: non si risolleva più. Si era risollevato, con qualcosa di spaventoso, quasi selvaggio nello sguardo, ora; proprio allora, in modo quasi inatteso per lui stesso, altri gli si appressarono, dissero ciò che lui aveva detto, fecero quello che lui proponeva. Rita lo aveva visto respirare di sollievo e infine vincere, e tutto ciò fu per lei indimenticabile.
Rolf Meternagel aprì il suo libro. Lo fece girare intorno perché ognuno leggesse un numero, che spiccava rosso sull’ultima pagina: un numero di tre cifre.
- Spreco di tempo lavorativo della nostra brigata nell’ultimo mese.
Essi si strinsero nelle spalle. Non raccontava niente di nuovo.
Guardarono Gnter Ermisch. Costui scarabocchiava i suoi foglietti di rendiconto, e tacque.
Chi era dunque il capo-brigata, lì?
- Ho fatto qualche ricerca sulle cause, - disse Meternagel.
- Mostrale alla direzione della fabbrica, - disse uno.
Meternagel aprì un’altra pagina del suo libro. Era paziente e cauto, e questo irritava ancor più gli altri. - Sospensione del lavoro per carenze nell’organizzazione lavorativa, - lesse. Disse il numero di ore. - E’ la metà delle ore vuote. A me importa l’altra metà.
- A me no, - disse Franz Melcher, si alzò e andò via.
- E’ proprio necessario che spingiate sempre tutto all’estremo? disse in tono di rimprovero il vecchio Karssuweit.
Meternagel guardò Gnter Ermisch, finché costui si alzò, raccolse la sua roba e disse: - Qualcosa si può ancora fare.
Se Ermisch parlava così, non c’era da aver timori, pensarono.
- Quando il gallo canta di buon’ora, il tempo si mantiene o va in malora, -
disse Herbert Kuhl con aria di sfida, passando davanti a Meternagel.
- Sta attento a non sbagliarti! - gli gridò dietro Rolf. Quel tipo là lo rendeva sempre furioso. Tutti gli altri si erano abituati al fatto che Kuhl sfruttasse ogni occasione per schernire sé e loro. Soltanto Rita pensava talvolta: si diverte poi davvero? è mai possibile trarne divertimento?
La mattina successiva, Rolf Meternagel portò con sé un foglietto bianco e lo affisse alla parete di legno, in mezzo ai polverosi articoli di giornale dei tempi gloriosi della brigata. Sul foglietto c’era scritto “impegno”, ma nessuno si degnò di leggerlo. Tutti gli volsero le spalle continuando a masticare i loro panini. Parlavano forte e allegramente insieme, solo con Rolf non parlarono. Rita vide la faccia di lui farsi sempre più tesa, ma egli si dominò fino alla fine dell’intervallo. Poi però balzò in piedi, in modo che tutti lo guardarono spaventati, strappò il foglietto dalla parete e lo sbatté sul tavolo. “Impegno”, lessero tutti. Invece che otto telai di finestrini, ciascuno di loro doveva installare dieci telai al giorno.
- E non mi raccontate che questo non è possibile.
- Tante cose sono possibili, - disse Franz Melcher. - Soltanto smerdare la propria casa, questo è impossibile per un individuo normale.
- Che cosa intendi per normale? - chiese Herbert Kuhl rapidamente.
Rita credette di scorgere nei suoi occhi una favilla di autentico interesse, che però subito si spense.
- Che cosa è normale? - chiese Rolf Meternagel, a voce pericolosamente bassa.
Solo ora che si abbandonava alla soddisfazione di sfogarsi, si notava in lui la tensione dell’autocontrollo. - Te lo dirò io. Normale è quello che giova a noi, quello che fa di noi degli esseri umani.
Anormale è quello che ci rende leccaculi, impostori e gregari, quali siamo stati per un tempo abbastanza lungo. Ma tu non lo capirai mai, tu, sottotenente.
Si era fatto un gran silenzio. Perché nessuno parla? pensò Rita.
Perché egli non mi ha mai raccontato che Kuhl, un tempo, è stato sottotenente?
L’unica faccia che rimase impassibile fu quella di Kuhl: beffarda, fredda. Ma si era fatto bianco come un lenzuolo.
Dunque c’era qualcosa, che non gli fosse indifferente.
- Stavolta hai fatto un errore, - disse Gnter Ermisch più tardi a Meternagel.
Ora Rolf avrebbe potuto parlare con lui, ma restò ostinato. - Sia pure, -
disse.
- Un errore simile lo rifaccio volentieri un’altra volta.
Non uno di loro aveva sottoscritto l’impegno di Meternagel.
Perché recalcitrano in questo modo? si chiedeva Rita. E contro che cosa, poi? Cercò di richiamarsi alla memoria quello che ora sapeva di ciascuno, dopo tre mesi. Che cosa era importante per loro? La fidanzata, il piccolo podere ereditato, la motocicletta, il giardino, i figli, la vecchia madre cieca e bisognosa di cure, le nuove norme lavorative, le foto degli attori. Molte cose, che li inceppavano, intrighi d’ogni sorta, esecrati eppure accarezzati.
Piaceri modesti, concessi loro un tempo in luogo del piacere maggiore di cui li si defraudava: vivere senza risparmi né economie. Ora s’aggrappavano alle proprie abitudini, ora beccavano amareggiati Meternagel.
In uno o due di loro, tuttavia, cresceva il presentimento di ciò che potevano attendersi se si tenevano saldi alla situazione che ormai li aveva coinvolti.
Una mattina, sul foglietto d’impegno che pendeva tuttora bianco e intonso alla nera parete di legno, accanto alla firma di Meternagel c’era un nome nuovo: quello del silenzioso e modesto Wolfgang Liebentrau. Gnter Ermisch ne chiese conto a lui, tutto imbarazzato. Liebentrau si confondeva sempre quando gli si rivolgeva la parola, quasi chiedesse perdono che ci si occupasse d’una persona così poco importante. Era confuso anche adesso, quando disse: - Ho pensato che uno o è nel partito o non lo è.
- Credi dunque che io non farei tutto per il partito? - chiese Gnter Ermisch sdegnato.
- Questo nessuno può pensarlo di te, - disse Liebentrau spaventato.
Come poteva, lui, paragonarsi al capo-brigata Ermisch! Allora Gnter Ermisch, senza una parola, s’accostò alla parete, succhiò la sua matita di brigatista e scrisse il proprio nome sul foglio.
Poi, Meternagel, Liebentrau ed Ermisch s’accoccolarono insieme intorno al tavolo della brigata, e H„nschen, contentissimo che qualcuno rivolgesse di nuovo la parola a Meternagel, si piazzò davanti alla porta, impedendo l’entrata agli altri. - Gruppo del partito, - diceva.
Due settimane dopo, sotto il titolo “Mostrano la via”, c’era sul giornale un’altra volta una foto della brigata Ermisch. Rita, che si era opposta invano, era stata spinta in prima fila, proprio accanto a H„nschen, che comprò venti giornali e portava sempre con sé le immagini ritagliate, come quelle delle attrici cinematografiche preferite.
Il vincitore, invece, Rolf Meternagel, si era situato tranquillamente dietro gli altri, dietro la sua gente, contro cui aveva lottato e con cui adesso aveva vinto.
Rita contemplò con grande attenzione la foto della brigata, cominciando sempre dalla faccia di Meternagel, che in terza fila scompariva quasi dietro le teste degli altri. Poi, passava agli altri.
Con particolare frequenza tornò a guardare il peggiore avversario di Meternagel, Herbert Kuhl. Stava in prima fila, e sicuramente le centinaia di migliaia di persone che avrebbero guardato l’immagine, in specie le donne, si sarebbero fermate con compiacenza proprio su di lui. Anche adesso il suo sguardo era beffardo e freddo, con un disprezzo per tutto e tutti che la atterriva. Eppure, Rita comprese perché Meternagel si era tirato indietro, più indietro finanche di quell’Herbert Kuhl. Meternagel non era soltanto coraggioso, era anche intelligente, persino scaltro. Aveva messo Herbert Kuhl in prima fila e se stesso nell’ultima perché tutti gli sguardi si concentrassero su Kuhl. Forse la sensazione di esser guardato da molti occhi lo avrebbe reso più cordiale e benevolo. Meternagel, trovava Rita, poteva fare a meno di quegli sguardi.
In mezzo a tutte quelle agitazioni, lei aveva dimenticato le proprie paure e angosce. Ora poteva star sicura di svegliarsi al mattino all’ora giusta, di sapere a occhi chiusi quando doveva scendere dal tram. Sempre al solito posto incontrava, nel viale di pioppi, la solita gente, e l’ora del mezzogiorno e quella della chiusura serale le riconosceva da una dozzina di indizi infallibili.
Per lo più, adesso, era sola con H„nschen dentro la vettura.
Meternagel veniva talvolta, quando era esausto e arrochito dal molto parlare con gli altri, a riprender fiato da loro. Gli mostravano il loro lavoro, lui annuiva e si sedeva stanco sui sedili di legno ancora rozzi della carrozza. Loro due si sedevano di fronte a lui - il tempo di farlo c’era sempre - lo lasciavano fumare in santa pace e non si curavano delle imprecazioni degli elettricisti, che facendo passare i cavi dai finestrini, li sistemavano per diritto e per traverso nella vettura; e nemmeno dei verniciatori, che andavano su e giù sopra il tetto, sulle loro teste. Stavano seduti insieme con Rolf, e tacevano per lo più. Il volto di lui si faceva sempre più scarno, soltanto gli occhi ne sporgevano fortemente, color azzurro-ghiaccio, intensi e lucenti. Talora egli dava a Rita piccole incombenze, che lei eseguiva coscienziosamente. Adesso si recava senza timidezza in ogni angolo della fabbrica e rivolgeva la parola a chiunque.
Dopo un po’, Meternagel cavava il suo orologio, un vecchio ordigno dal coperchio di corno tutto graffiato, lo contemplava per un certo tempo, immerso nei suoi pensieri, e diceva: - L’orologio di Meternagel lo conosce ora tutta l’azienda, - rideva ringhioso e se ne andava.
H„nschen e Rita ritornavano al lavoro, H„nschen con due grosse viti infilate, come sempre, a destra e a sinistra degli angoli della bocca - una sorta di dentiera di ferro, che gli dava un certo autocompiacimento - H„nschen dunque diceva dopo un po’: - Ma perché poi lo fa?
Rita taceva. Ne avrebbe avute un paio, di risposte, ma le sembravano troppo altisonanti.
H„nschen continuava a riflettere. - Che sia vero che vuol diventare di nuovo capo? Molti lo dicono. Ma forse vuole soltanto accattivarsi le simpatie del genero direttore di fabbrica.
- Di chi?
H„nschen era felice che lei ancora non lo sapesse. Ernst Wendland, fino ad un anno prima, era sposato con la figlia maggiore di Meternagel. Costei però, mentre Wendland trascorreva alcuni mesi in una scuola, sotto gli occhi del padre - presso cui abitava - aveva dato la preferenza a un altro. Tutti sapevano che Meternagel era incapace sia di proibire come di rifiutare qualcosa alle figlie trovava forse di essersi conquistato a malapena il diritto all’autorità paterna.
Ma Wendland non gli aveva perdonato quell’indulgenza, nemmeno quando fu poi divorziato dalla moglie. I due uomini si evitavano.
Su questo fatto, Rita fu poi costretta a riflettere per giorni. In realtà, era già avvezza ad apprendere sempre altre novità su persone che da tempo le erano familiari, ma di Meternagel tuttavia la cosa la sorprese. Egli aveva dunque cresciuto una figlia che ingannava il marito, si era lasciato sfuggire un genero come Wendland, per debolezza. Quest’ultimo ora andava in giro senza moglie e non aveva madre per il suo ragazzo ispido, dai grandi occhioni.
Può darsi che le donne ora gli riuscissero sgradevoli, esiste anche questo.
Comunque fosse, non c’era nulla da obiettare che un uomo come Meternagel avesse anche un piccolo movente personale in tutto quel suo arrabbattarsi, per esempio, far colpo su Wendland! Forse che, perciò, le sue leali fatiche divenivano sleali?
Questi pensieri Rita li comunicò a H„nschen, mentre facevano rapidamente colazione dentro la vettura. Lui assentì. Per compenso che lei lo prendesse sul serio, lui le mostrò le sue ultimissime attrici cinematografiche, esprimendosi con competenza sulle qualità e i difetti di ciascuna. Perché la sera, quando era a letto, non doveva poter sognare che tutte quelle belle donne sorridessero in modo tanto seducente soltanto per lui?
La sera, Rita era come intrisa di stanchezza. Sedeva a occhi socchiusi alla luminosa, rotonda tavola della cena, in casa Herrfurth, vedeva eppure non vedeva tutto, era presente eppure assente. Manfred, che la guardava spesso, stringeva talvolta la sua mano sotto la lunga tovaglia candida e inamidata.
Lei allora tratteneva la mano di lui, indifferente che la signora o il signor Herrfurth se ne accorgessero, e le capitava di avere l’impressione che quella tavola rotonda e luminosa volasse velocemente via da quei due, si rimpicciolisse fino a diventare minuscola, rimanendo tuttavia ben visibile e distinta, luminosa e rotonda: una piccola isoletta incantata, su cui vivono degli esiliati.
La conversazione giungeva ovattata al suo orecchio, a tratti capitava il proprio nome, allora ascoltava: - Signorina Rita, - diceva la signora Herrfurth, -
vorrei proprio che lei sapesse questo: i tappeti, qui, occorre pulirli con l’aspirapolvere ogni giorno, è incredibile come s’impolverano.
- Sì, - diceva Rita cortesemente, ma era assai lontana dal pensare ai tappeti.
Manfred godeva di un periodo favorevole. Viveva nella felice e rilassata sensazione di un lavoro condotto a termine bene, onestamente, che gli era costato fatica, e di questa raccoglieva il compenso. Non soltanto nel suo istituto si dimostrava interesse per i risultati da lui raggiunti; egli passava il tempo a rispondere a richieste, a preparare per la stampa la sua dissertazione e a parlare alle aziende, davanti a colleghi. Vedeva che c’era bisogno di lui, il che gli faceva bene, allo stesso modo come il riconoscimento e la stima che gli venivano da ogni parte.
Tale rara e preziosa armonia col mondo circostante gli rendeva agevole una illimitata disponibilità per Rita. Lei restava sempre sorpresa della rapidità con cui egli la comprendeva, anche quando parlava eccitata, a pezzi e bocconi, solo per accenni. Durante le loro lunghe passeggiate nel tepore serale della città, nelle ore solitarie e quiete sui prati presso il fiume, lui la esortava a parlare. Più di ogni altra cosa gli piaceva quando descriveva i suoi colleghi di lavoro. Le sue osservazioni precise e argute lo divertivano, e lei riusciva a capire esattamente qualcuno mentre lo descriveva a Manfred.
- E il tuo Wendland che fa? - chiedeva lui, di solito, a conclusione.
Si era abituato a dire “il tuo Wendland”. Lei protestava, finché si accorse che in fondo lui non voleva ammettere quanto quell’individuo lo interessasse personalmente.
- Si vede di rado, - diceva Rita. - Ma se ne avverte l’influsso anche da noi, adesso. - Osservava giorno per giorno come le azioni di Wendland e di Meternagel s’integrassero e si condizionassero a vicenda, senza che quei due si fossero esplicitamente messi d’accordo.
Era convinta, diceva a Manfred, che sia dal basso come dall’alto in quel momento si fosse imboccata la via giusta.
- Be’, è bello questo, - diceva Manfred. - Succede molto di rado te ne accorgerai!
Spesso la spronava a parlare soltanto per poterla contemplare tranquillamente. Il volto di lei non gli riusciva mai noioso. Vedeva bene che si era trasformato, da quando si conoscevano, pur restando liscio e perfetto, bruno e soffuso di un lieve splendore. Ma dietro i lineamenti di fanciulla s’annunziava una fermezza nuova, una nuova maturità, che gli piaceva molto e nel contempo lo rendeva inquieto.
Aveva bisogno di sempre nuove conferme del suo amore. Passava leggermente la punta delle dita sopra il suo viso, sulla fronte, le tempie appena appena incavate, dalle sopracciglia fino alle guance vellutate. Lei s’appoggiava indietro. La sua pelle conosceva in anticipo il tragitto percorso dalle dita di lui. Per suo mezzo, grazie alle labbra, agli occhi e alle mani di lui, aveva preso cognizione di se stessa, dalla chioma tepida, crepitante sotto il suo tocco, fino alla pianta dei piedi dalla pelle sottile. La meraviglia di lui non aveva mai fine, e lei s’accorgeva che per amor suo egli faceva ciò che non avrebbe mai fatto per amor di nessuno: mentre lui la ritrovava sempre commossa dalla sua tenerezza.
Come tutti gli amanti, temevano per il loro amore. Si sentivano raggelare a uno sguardo indifferente dell’altro, una parola impaziente oscurava la giornata a entrambi.
Quando aprivano gli occhi e al debole lume verdognolo della radio scorgevano distintamente ogni oggetto della cameretta, ogni cosa rimasta ben ferma al suo posto, mentre essi erano stati molto lontani e in gran moto, Manfred chiedeva sottovoce: - Che cosa desideri adesso?
- Sempre la stessa cosa, - diceva Rita. - Un’unica pelle che ci racchiuda entrambi, un solo respiro per tutti e due.
- Sì, - diceva lui. - Ma non è forse così?
Lei assentiva. Sarebbe stato così fin quando il desiderio di tale condizione non li avesse abbandonati.
Una notte, furono destati dal tambureggiare della pioggia sopra il tetto.
Andarono alla finestra e respirarono avidamente l’aria fresca e umida. Tesero fuori le braccia e le ritrassero bagnate e fredde, e a vicenda si schizzarono la faccia di gocce. I loro occhi si abituarono all’oscurità esterna e distinsero a poco a poco le sagome nere e compatte delle case contro il cielo nero e fluente e il lucore intermittente del fiume. Nessuno viveva così in alto come loro. La pioggia li visitava per primi.
- Ho sognato, - disse Manfred - che noi due eravamo seduti dentro una barchetta tutta bagnata e galleggiavamo attraverso le vie di una città.
Pioveva, pioveva. Ecco, le strade sono deserte, I’acqua sale sempre più. Le chiese, gli alberi, le case sprofondano nell’acqua.
Soltanto noi due dondoliamo ancora sopra le onde, soli soli dentro una barca fragilissima.
- Chi ti ha messo in testa sogni simili! - disse Rita con tono di rimprovero.
Rimasero appoggiati l’uno all’altra, guardando fuori.
A un tratto, sopra il fiume brillò una luce, debole, ma inconfondibile.
Inquieta, Rita afferrò la lampada da tavolo, la tenne alta davanti alla finestra, accendendola e spengendola di continuo.
- Che fai? - chiese lui.
- Noi siamo il faro. Là fuori, sul mare, c’è la nostra barchetta. Fa segnali di soccorso. Noi rispondiamo ai segnali.
Manfred le tolse la lampada, la tenne alta e la lasciò accesa.
- Raggiungerà il porto? - chiese lui.
- Senz’altro, - disse Rita.
- E troverà ancora gente nella città sprofondata?
- Sì, - disse lei. - La città non era sprofondata. La barca era andata troppo alla deriva.
- Sicché, chiunque è in pericolo vede il nostro faro?
- Sì, - disse Rita. - Chiunque lo vede, se vuole.
- E nessuno sprofonderà più solitario?
- No, - disse lei. - Nessuno.
Spensero la lampada. L’ignota luce sopra il fiume era scomparsa sommersa o rientrata in porto? Sopra le loro teste, la pioggia seguitò a scrosciare quando già da tempo dormivano.
La mattina, gocce limpide scorrevano giù per i fili del telefono, che passando dalla loro finestra portavano al tetto. Si susseguivano con velocità sempre uguale, senza fretta e senza fine.
16.
Nove mesi più tardi, la barca era affondata. Essi si trovavano su sponde diverse. Nessuno aveva dunque risposto ai loro segnali e si era accorto delle loro difficoltà.
Rita, che si sottopone a un duro lavorìo interiore durante le scialbe ed uniformi settimane d’ospedale, torna sempre di nuovo ad almanaccare su questo punto: era stata forse lei stessa a non accorgersi in tempo del pericolo?
Istintivamente, non avendo tempo a disposizione, accatasta pensieri tra sé e quell’avvenimento, riuscendo a poco a poco a distanziarlo abbastanza da poterne abbracciare con lo sguardo l’inizio e la fine.
Per un caso, la serata di ricevimento dei vagonisti al Consiglio Comunale -
organizzata perché la fabbrica, una delle maggiori del rione, compiva i quindici anni di nazionalizzazione - coincise esattamente col giorno in cui venne raggiunta la completa realizzazione dei piani di produzione, dopo mesi. Così, non si fece che festeggiare questo avvenimento. Solo adesso ci si accorgeva di com’erano state pesanti quelle ultime settimane. In tutti si era accumulato un forte desiderio di luce e d’allegria.
I parrucchieri della città avevano fatto del loro meglio. Già in guardaroba una nuvola di profumo ondeggiava sulle teste delle signore, che si trovavano un po’ più a loro agio degli uomini, nei rigidi abiti scuri.
Manfred aveva accompagnato Rita solo con riluttanza: diceva di non essere adatto al ruolo di principe consorte, e inoltre i ricevimenti sono una cosa noiosa.
- Per me, no, - replicò Rita. Lei si preparò con cura per la serata.
Sul limitare delle sale, dove tutti facevano ressa, s’imbatterono in Meternagel e sua moglie; e quando infine, oltrepassate molte strette di mano, arrivarono nel salone, al centro c’era H„nschen, ritto sul parquet lucidissimo, sotto le mille candele dei lampadari di cristallo, costretto dentro l’abito della cresima, con accanto una bellissima e fascinosa fanciulla, la quale aveva almeno due anni più di lui e saettava sguardi vivaci tutt’intorno.
- Quella lì se l’è ritagliata certo da una cartolina illustrata! disse Meternagel.
Ma la ragazza era di carne e ossa, e si lasciò dignitosamente guidare da H„nschen attraverso tutta la sala; si chiamava Anita e sapeva fare un uso eccellente dei suoi occhioni di bambola. Rita la fissò come un’apparizione, poi squadrò H„nschen come se lo vedesse per la prima volta. Egli sudava sforzandosi di vincere il conflitto selvaggio tra imbarazzo mortale e irrefrenabile orgoglio.
- Quello lì mi piace, - sussurrò Manfred all’orecchio di Rita. - Anche lui è un principe consorte.
Manfred stava ben dritto sul busto, al fianco di Rita: chinava la testa quando la salutavano e si meravigliava quanta gente lei conoscesse.
Fecero il giro del salone, in su e in giù, come facevano quasi tutti: era la grande parata prima della festa, la grande mostra e il confronto reciproco.
- Signorina, - disse Manfred, - siete la regina del ballo. - Lei arrossì, perché se n’era accorta da sé.
Indossava, come lui aveva sempre sognato, un abito color granturco, un regalo di lui. E davvero si voltavano a guardarla, apertamente o di nascosto. I molti sguardi maschili scaldavano l’umore di Rita. Cercò di celare dietro le ciglia il fulgore degli occhi. Nel suo imbarazzo, afferrò il braccio di lui. Manfred non faceva che guardarla.
- Come ho potuto trovare noioso un ricevimento? - disse.
Nel frattempo, a uno dei capi della gigantesca tavola a ferro di cavallo, carica di grandi piatti di affettato e di scodelle d’insalata, erano cominciati i discorsi. Dignitosi signori tiravano fuori dal panciotto fogli bianchi e leggevano quello che, tra imprecazioni, avevano dettato la mattina alla loro segretaria. Gli ospiti della festa ascoltavano con gravità quei ponderosi discorsi, e persino quando capitavano citazioni umoristiche, sparse con cura qua e là, le risate stentavano a intervenire tempestivamente.
(“Proprio come ha detto il nostro grande Goethe: di giorno lavoro, la sera ospiti…”). Naturalmente l’uno o l’altro degli oratori prendeva lo spunto da un’idea del proprio predecessore, ma non dimenticava mai di notarlo espressamente, e tutto era a posto.
Le orecchie di H„nschen erano dritte e rigide per la solennità del momento, e rosse come porpora: Manfred lo notò tutto beato. Rita gli pestò un piede, per richiamarlo, finché fu fatto segno che la cena aveva inizio. Egli si accostò abilmente alla tavola e in un batter d’occhio riempì due piatti.
- Fare l’oratore ufficiale è una cosa difficile, - disse masticando. Soprattutto come professione sussidiaria. Supponiamo che di giorno dirigi un ministero, per esempio di costruzioni meccaniche, e la sera devi poi fare l’oratore ufficiale. Succede allora che non ti viene in mente nient’altro che: “E così sempre e ovunque avremo…” oppure: “E così continueremo la nostra marcia trionfale…”. Tremendo.
- Alla gente è piaciuto, - disse Rita.
- Piaciuto? Sono preparati a sorbire per forza roba seria e noiosa e roboante.
Tra di loro, poi, preferiscono essere sguaiati.
- Dammi ancora un po’ d’insalata, - disse Rita. - E rifletti un pochino che non tutti sono tanto irriverenti come te.
- D’accordo, - disse Manfred - H„nschen, no.
- E nemmeno Meternagel, e nemmeno io, - disse Rita. Poi, non ne parlarono più.
Nella sala adiacente, attaccò la musica. La sensazione di essere ospiti a casa propria rallegrava sempre più quella gente. Lungo le pareti circolava ancora la fiumana dei curiosi, ma si assottigliava quanto più numerosi si facevano i gruppi al centro della sala, ove i camerieri faticavano a passare con bottiglie e bicchieri. Nella sala da ballo c’erano ancora poche coppie.
Manfred ammirò Rita mentre lei, già avvezza ormai ai molti sguardi, si dirigeva, graziosa e fiera, al suo braccio verso la pista da ballo. Non gettò nemmeno uno sguardo negli specchi davanti a cui passarono. Sapeva che bastava si comportasse, ora, con assoluta spontaneità per incantare chiunque.
Manfred la fece turbinare vorticosamente - quanto era lontana quella sera in cui aveva ballato con lei, freddo e rigido! - e lei non ne aveva mai abbastanza. Colse un lampo di trionfo nello sguardo di lei, quando al ballo successivo parecchi giovanotti vennero a invitarla.
Lui non ballò con nessun’altra, mentre lei raggiante passava da un braccio all’altro. Alla fine, fu H„nschen a farla vorticare sul parquet.
H„nschen era infelice. C’era da prevederlo, ma lui faceva pena ugualmente. Anita aveva trovato ammiratori che s’adattavano ai suoi occhioni e ai suoi candidi dentini aguzzi meglio di H„nschen, il quale confessò adesso a Rita di aver preso la ragazza a prestito da un amico (di cui era l’amica) per quella serata. Non c’era modo alcuno di confortarlo. Rita imprecò contro Anita ma H„nschen capiva benissimo perché lei lo avesse piantato.
Quando Rita era libera per un istante, le si accostava Manfred, chiedendo ironicamente i suoi ordini. - Ballare! - diceva lei ogni volta. E ballavano.
Non sapevano quasi più di che cosa parlassero. Erano tutti soli in mezzo alla folla, e se lo dicevano col sorriso e con gli sguardi.
Anche quella festa avrà termine. E dunque? Non ne avremo tante, di feste?
I lumi della sala roteavano dentro gli occhi dell’altro, si perdeva la sensazione di ciò che girava e di ciò ch’era fermo. Un bel momento, senza fiato, sedettero su un paio di sedie dimenticate, in un angolo della sala.
Era quell’istante d’invisibile giro di boa che capita in ogni festa, prima che le facce impallidiscano di stanchezza, le acconciature delle donne diventino scialbe e il loro sorriso faticoso, prima che l’ombra dell’alba prossima renda fioco lo splendore dei lampadari e i cibi rimasti perdano la freschezza. I bicchieri tintinnavano ancora limpidi ai brindisi, ancora si ballava con leggerezza e la fragranza dei profumi e del vino era tuttora tenue e gradevole.
Ma ogni nuovo passo di danza, ogni sorso e ogni sorriso s’appressava a quel limite, che sta tra divertimento e sforzo, tra brio e banalità. Rita chiuse gli occhi per alcuni secondi. Quando li riaprì, Ernst Wendland era davanti a lei.
Sfiorandolo con lo sguardo, fissò il volto di Manfred, che in pochi attimi si era assai mutato. Era chiuso, quasi diffidente. Con un brutto presentimento, Rita levò lo sguardo su Wendland e rimase atterrita. Comprese subito ciò ch’era avvenuto: Wendland, che per ore era stato costretto ad andare in giro per la sala, a dar la mano a ciascuno, a bere con ciascuno, con i nervi ancora tesi per la concentrazione delle ultime settimane - Wendland, alla fine, stanco, desideroso di pace, aveva visto Rita ballare e l’aveva ciecamente seguita. Era passato davanti a Manfred senza fargli caso. Ora, stava dinanzi a lei con un sorriso disteso e uno sguardo che aveva urtato Manfred e atterriva Rita.
L’orchestrina suonava ancora il medesimo ritmo, ma tutto si era trasformato.
Ernst Wendland s’inchinò davanti a Rita chiedendole un giro. Lei si levò, guardò incerta Manfred, che la fissava annoiato. Ne fu irritata e si lasciò condurre da Wendland alla pista da ballo.
- L’ho veduta ballare, - diss’egli. Rita fu contenta che nessuno all’infuori di lei lo vedesse e lo sentisse. Divenne rigida e goffa nelle sue braccia.
Wendland avvertì subito di aver oltrepassato il segno. Da un istante all’altro, dal suo volto svanì l’espressione quasi ebbra; e dai suoi occhi lo struggimento. Quel mutamento fece pena a Rita. L’addolorò sentirlo dire con la sua solita voce: - Una bella serata dopo tante fatiche, vero?
Cos’era accaduto? Nulla, meno che nulla. Una cosa talmente insignificante che non era possibile parlarne, né adesso né in seguito, perché ogni accenno sarebbe già apparso indelicato e meschino. Ma Rita e Manfred sapevano entrambi quello che avevano visto. Vollero dimenticarlo, e infatti lo dimenticarono - se si è dimenticato ciò a cui non si pensa più.
Quando Rita tornò con Wendland da Manfred, questi si alzò e ricambiò ironico l’inchino di Ernst Wendland. Ebbe luogo, allora, un regolare scambio di saluti: conoscenti bene educati si incontravano a un ricevimento.
Wendland prese tre tazzine di moka da un vassoio, sedettero tutti sulle seggiole basse, tirando in su le ginocchia ed equilibrando le tazzine nelle mani, intenti a cavarsela tra loro nel miglior modo possibile.
Manfred chiese all’altro dei suoi doveri di direttore di fabbrica.
Responsabilità d’ogni sorta, vero? Sì, disse Ernst Wendland. Ma ci si fa l’abitudine, soggiunse.
- Chiaro, - disse Manfred, con maggior sarcasmo che l’occasione non richiedesse. - E’ proprio su questo che si basa tutta la nostra storia: che l’uomo ci fa l’abitudine.
- Ne è sicuro? - si limitò a chiedere Wendland. Era sfinito e non cercava litigi.
Si svolse una singolare conversazione. Retrospettivamente Rita si confessa di non averla, allora, perfettamente capita, accecata com’era dall’amor proprio femminile (“questi due bisticciano solo per amor mio!”). Sapeva bene che Manfred aveva concentrato, di lontano, l’attenzione su Wendland; e adesso ch’era seduto davanti a lui, gli si mostrava ostile. Con prolisso giro di parole ribadì la propria convinzione che la storia umana era fondata sull’indifferenza. Non si accorgeva che nessuno stava ad ascoltarlo: egli parlava, parlava con puntiglioso zelo, e terminò infine con la constatazione: -
Gli uomini son fatti tutti allo stesso modo…
Perché fa tutto questo sfoggio? pensava Rita. Sentiva di dover stare zitta.
Ogni sua parola lo avrebbe, ora, irritato ancora di più.
- Allo stesso modo? - disse Wendland. - Possibile. Se si prescinde dal diverso sviluppo della ragione…
Manfred fece come se avesse atteso proprio questo argomento. Scoppiò a ridere. Anche la sua risata era artificiosa. - Ma andiamo, via! La ragione non è mai stata un fattore creatore di storia. Da quando in qua l’uomo è reso felice dalla ragione? E’ meglio che non ci contiate, su questo.
Wendland sorrise, sicché Rita arrossì per Manfred.
- Dunque, - disse, - lasciate ogni speranza, voi che entrate?
- Forse non la speranza, - disse Manfred. - Ma l’illusione.
Fu quello l’attimo, ricorda Rita, in cui lei per la seconda volta provò una certa inquietudine. Sì, proprio in quel punto. Non fu allora che, a un tratto, seppe non trattarsi più affatto di gelosia né di vanità offesa? Si trattava esattamente di ciò di cui parlavano.
Wendland, meno interessato di Manfred, rinunziò all’ultima parola. Si alzò per andare incontro a Rolf Meternagel, che si dirigeva esitante verso di loro con sua moglie. Rita, attristata dall’amarezza di Manfred (non era rimasto perfino deluso perché Wendland non gli aveva risposto?), comprese tuttavia il significato della stretta di mano che il più giovane profferse al più anziano.
- Bé, Rolf?
- Bé, Ernst! Tempi duri, eh? - E intanto Meternagel rideva in tutta la faccia, e Wendland rise anche lui. - Proprio così, direi.
- Tempi duri, ma noi ce l’abbiamo fatta, no?
- E beviamoci sopra, dunque.
Presero delle coppe di spumante e brindarono. Lo spumante non tintinna mai nei bicchieri, ma questo non ha alcuna importanza.
Vuotarono la coppa e la posarono, poi rimasero ancora in piedi in gruppo.
- Sai della nostra vettura nuova? - chiese il direttore della fabbrica. E
come se sapeva, Meternagel! Più leggera di parecchie tonnellate rispetto a quella vecchia, e in complesso - un poema di vettura.
- Penso, - disse Wendland, - che tu potresti darci una mano.
- Io? - chiese Meternagel incredulo. Si riprese subito. - Se tu lo credi, Ernst…
- Sì, - disse Wendland. - Con la tua esperienza. Vieni un po’ domattina: si riunisce lo stato maggiore della produzione.
Meternagel posò una mano sulla spalla di Rita.
- Ehi, fanciulla, - disse. - Ecco che ce ne andiamo in mezzo agli scienziati.
L’hai sentito.
- E’ bello per te, Rolf, - disse Rita, il più obiettivamente che poté.
- Ma io non vengo. Il mio periodo di lavoro è terminato. O posso restare ancora più a lungo da voi?
Meternagel rise, e improvvisamente Rita riacquistò l’allegria.
Poi indusse Manfred a ballare con lei l’ultimo giro. Sulla via del ritorno, attraverso la città buia e silenziosa, si attaccò al braccio di lui. Tacevano ed erano soddisfatti della serata.
Poco tempo dopo, ebbero inizio le vacanze. Insieme - a piedi e con la loro piccola macchina grigia - perlustrarono i dintorni del paese di Rita, fecero il bagno nei laghetti dei boschi e s’imbevvero fino alla punta delle dita di aria limpida e incorrotta e di levità estiva. Poi, Manfred partì coi suoi futuri studenti per la Bulgaria, due settimane sul Mar Nero; e quando ritornò fresco e abbronzato portò a Rita una piccola tartaruga grigio-bruna. La battezzarono Cleopatra e la misero dentro una cassetta di sabbia nella lavanderia accanto alla cameretta della mansarda, ove si trasferirono di nuovo poco prima che cominciasse l’autunno - diversamente dagli uccelli migratori, che si accingevano ad allontanarsi dalle contrade nordiche.
Si amavano ed erano pieni di nuove aspettative per il loro secondo inverno.
17.
Un terzo inverno in comune non ci fu.
Irripetibile, nell’amarissimo significato di tale parola, è nel ricordo il mutamento dei colori che ha luogo negli ultimi mesi dell’anno entro il piccolo riquadro della finestra: da accesi, ardenti e vivaci a scialbi, freddi e pallidi. Irripetibile resta il graduale mutarsi della luce sopra i tetti cittadini, sull’arco del fiume e la pianura piatta; irripetibile il prezioso riflesso di quella luce negli occhi di Manfred.
In quel tempo, noi non sapevamo - nessuno lo sapeva - quale anno ci attendesse. Un anno di prove spietate, ardue da superare. Un anno storico, come si dirà in seguito.
Ai contemporanei è difficile resistere alla cocente prosaicità della storia.
Rita ripercorrendo col pensiero quell’anno, avverte la differenza tra quella luce severa ma costante e il lume occasionale dei giorni: di questo mi son resa conto, allora. Eppure, su molte facce a lei note, chiarità e ombre mutano ancora secondo l’umore e il vantaggio del momento; una enorme somma di energia, partecipazione, passione e talento ella scorge dissiparsi nello sfrido della vita quotidiana, che certo a quindici anni dalla fine della guerra non è tuttora facile da superare.
Ha avuto ragione lui, dunque, si chiede, che diceva sempre: oggi giorno l’amore è impossibile. Niente amicizia, niente speranza di realizzazione.
Ridicolo volersi opporre alle forze che si frappongono tra noi e i nostri desideri. La loro onnipotenza noi non possiamo nemmeno immaginarla. Se riusciamo a realizzare l’amore malgrado tutto, tu ed io, dobbiamo allora starcene quieti quieti, pensando sempre a quel malgrado tutto. Il destino è invido. Ha avuto ragione lui? E io avevo torto? La mia durezza contro noi due è stata forse innaturale?
Tu non resisterai, diceva lui sempre. Non conosci la vita. Ma lui, credeva di conoscerla, lui. Sapeva ch’era necessario assumere una vernice protettiva per non essere riconosciuti e annientati. Lui lo sapeva, e questo lo rendeva solitario, anche altero. Talvolta amaro.
Io invece non ho mai avuto paura di perdere me stessa. Prima ch’egli me lo dicesse, non mi è mai venuta l’idea che fossimo nati in un’epoca sfavorevole.
Lui immaginava talvolta delle metamorfosi: avrebbe voluto vivere cento anni prima, o cento anni dopo. Io non l’ho mai seguito in questo gioco, e lui mi rimproverava mancanza di fantasia… Manfred vedeva che l’avventura della loro vita unica e non permutabile l’assorbiva completamente. Egli, ora, la conosceva abbastanza bene per non fraintendere né abusare dello scoraggiamento che l’aveva colta di sorpresa dopo l’entusiasmo delle primissime settimane nell’istituto magistrale. Tese l’orecchio quando, una sera - settembre era già alla fine - lei gli chiese per la prima volta seriamente: -
Mi ami? - Così così, - disse, e la fissò più a fondo. Si rimproverò di non aver badato fino allora alla stanchezza degli occhi e al pallore di lei.
Mise da parte il suo libro e le propose di andar fuori con la macchina a fare un giro, subito subito, quella sera stessa, anche se pioveva e c’era un freddino autunnale.
In macchina, accese il riscaldamento e la radio, sottovoce. Attraversò la città verso sud, e tacque a lungo, finché avvertì che Rita accanto a lui si era distesa e non aveva più freddo. Dopo qualche tempo, come sempre, lei non sapeva più dove si trovassero, e quando glielo chiese, lui come sempre la prese in giro. A poco a poco, la indusse con cautela a parlare e seppe così che si sentiva sola ed estranea in quell’istituto.
Non era accaduto nulla; alla fine, fu costretto a crederle. Nessuno l’aveva offesa o rimproverata, tuttavia non era stata nemmeno notata né incoraggiata.
Anche con lo studio non aveva difficoltà. Non si trattava di tutto questo.
- Sono tutti così intelligenti, là dentro, - disse lei. - Sanno tutto.
Non si meravigliano più di niente.
- Ne so qualcosa, - disse Manfred, e lo sapeva davvero e ancora una volta le era superiore. - Di solito, non dura. Di solito passa, quando succede poi qualcosa.
- A quelli là non succede nulla, - disse Rita. - E’ appunto questo.
Manfred rise. - A tutti succede qualcosa, ci puoi contare.
A me ad esempio, pensò, è accaduto d’incontrare te. Da allora, dubito della imperturbabilità dei duri.
Ma si sbagliava a non prendere sul serio all’inizio le preoccupazioni di lei. Si tranquillizzò troppo presto, vedendola poco tempo dopo scendere spesso allegra le scale, insieme con una ragazza incredibilmente bionda e sottile come un efebo. Quella ragazza era Marion, la parrucchiera della cittadina in cui si trovava molto tempo fa l’ufficio d’assicurazione di Rita.
Manfred era contento di sapere Rita insieme con questa amica: quell’amicizia non avrebbe superato determinati limiti, ed era proprio quello che lui voleva.
Accanto a Marion era impossibile abbandonarsi a pensieri grigi. Per lei, sarebbe stato impensabile non dividere immediatamente con l’altra persona ciò che la commuoveva - gioia, dolore o rabbia. Solo adesso Rita apprese, in realtà, chi fosse la gente con cui aveva vissuto per anni fianco a fianco nella noiosa cittadina, e allietava Manfred, la sera, col racconto dei singolari destini dei suoi concittadini di un tempo.
Marion soleva sprofondarsi a lungo nei giornali di moda. Era questa l’unica occasione per vederla rapita in estasi. Cominciò a mutare dalla base le abitudini di Rita.
- Tu probabilmente la sera ti lavi con acqua e sapone, - diceva. Comunque, ne saresti capace. In ogni caso non hai un’idea di quel che puoi fare di te stessa. Senza di me, fino alla fine della tua vita useresti questo impossibile rossetto scuro, che naturalmente non fa per te.
Rita si divertiva a mettere vicini Marion e Manfred, a vedere l’ironica cortesia di lui e a lasciar chiacchierare imperterrita l’amica, vivace e civettuola. Manfred era l’unica persona di cui Marion avesse rispetto. Ma faceva intravedere che un amico simile sarebbe stato per lei troppo faticoso.
Col tempo, la sua confidenza con Rita si accrebbe. Non solo le fece sapere di chiamarsi Marianne e di essersi ribattezzata da sé Marion (“e chi si chiama oggi ancora Marianne!”), ma fece anche partecipare Rita a tutte le fasi della sua felice e drammatica storia d’amore con un giovane meccanico della vicina fabbrica di motori.
Presto, la sera, il meccanico Jochen con la sua motocicletta si trovò ad attendere, accanto a Manfred, davanti alla porta dell’istituto. La malinconia delle sere autunnali li univa, e Manfred si adattò al ruolo di fidanzato in attesa.
Non si stancava di osservare con Rita la grazia maestosa con cui Marion si dirigeva verso la motocicletta di Jochen, di rimirare la cerimonia dei saluti tra i due e seguire poi con lo sguardo la motocicletta improvvisamente ruggente, che partiva con una curva audace sulla piazza in penombra, scomparendo al prossimo angolo dopo aver lasciato una scia di fumo.
Alla lunga, tuttavia, fu evidente che l’amicizia con Marion non sanava il bisogno che Rita aveva di essere sostenuta. Per molto tempo, Manfred negò a se stesso che qualcosa andava mutando nel carattere di Rita - si avvertiva in modo impercettibile, e solo a tratti, da una insolita mimica del volto. Manfred esitò a lungo prima di scrutare a fondo questo mutamento.
Che avvenisse qualcosa di grave, lo vide per la prima volta alle dimostrazioni di compassione di sua madre. Questa cominciò a insistere perché Rita avesse i migliori bocconi e a costringerla a mangiare. Diceva che aveva un aspetto da far pietà, né c’era da stupirsi, a pensare come l’affaticavano! -
Preoccupati della tua fidanzata! - disse a quattr’occhi a Manfred, quasi gli comunicasse un segreto. Egli non poté sottrarsi con la villanìa a tale congiura in favore di Rita.
D’altra parte, non credeva al disinteresse di sua madre, ma era convinto piuttosto del suo fiuto quando si trattava del proprio vantaggio. Ella subodorava in Rita gli indizi di debolezza e d’inferiorità, ch’egli stesso ancora pochi mesi prima desiderava scorgere in lei, come una malattia.
Egli si spinse ora al punto di parlare cautamente con Marion di Rita. Quella si sentì onorata, lo guardò in faccia e assicurò che nessuno poteva ammirare più di lei l’intelligenza e la capacità di Rita, la quale - purtroppo! - forse non le faceva valere sufficientemente. - Rita si trova perfettamente al suo posto, -
disse.
- Ci sarebbe da invidiarla. - Sospirò e accennò al fatto di non trovarsi lei al proprio posto, per niente affatto. Qui Manfred interruppe il colloquio.
Egli fece commoventi tentativi per farle superare quel periodo difficile.
Dominò la propria gelosia di tutto e di tutti quanti s’avvicinassero a lei, e le fece conoscere Martin Jung: quel Martin Jung che, ogni tre o quattro settimane, veniva da Manfred dalla cittadina di S. in Turingia, per discutere con lui i progressi del suo lavoro di diploma. Manfred era il suo consigliere scientifico: ammirava quello che il più giovane, ingegnere d’una fabbrica di fibre sintetiche, riusciva a compiere in aggiunta al proprio lavoro.
Lui stesso poi si vide costretto a occuparsi del lavoro pratico della “Spinn-Jenny” (7) che Jung voleva modificare: una macchina di cui era incantato insieme e furioso, come di un’amica. - Lo vede bene, non mi lascia tempo per altre ragazze! - diceva Martin a Rita, quando lei gli rimproverava la sua vita da eremita.
Martin era un ragazzo spensierato ma niente affatto superficiale.
Tutto l’interessava, più di ogni altra cosa però il suo settore, e meno di tutto le ragazze - forse perché gli correvano dietro. - Lei ha un troppo bell’aspetto,
- lo criticava Rita, - è un fatto che rende superbo ogni uomo! - Martin tollerava da lei ogni rabbuffo. Quando arrivava lui, c’era sempre allegria.
Portava dischi nuovi e per Rita caramelle a buon mercato, che lei da Manfred non riusciva mai ad avere perché lui le aborriva. La piccola cameretta, che la sera sembra loro adesso un po’ silenziosa, si riempiva subito di vita quando entrava Martin. Egli ballava con Rita sul pavimento scuro e polveroso dello stenditoio con la musica dei dischi da lui portati, oppure teneva conferenze sul jazz che amava.
- Mi sembra d’essere un vegliardo, io, - diceva Manfred qualche volta, dopo la partenza di Martin. Era affezionato a Martin. Rita lo notava con stupore e gioia.
Questo ragazzo, di oltre cinque anni più giovane di Manfred, aveva concepito una sorta di timida, entusiastica venerazione per il più anziano.
Che Manfred non avesse nemmeno un amico, sembrava deturparlo come un difetto. Che tale difetto ora scomparisse, che perfino questo segreto desiderio si realizzasse, egli lo ricollegò anche con l’ingresso di Rita nella sua vita.
- Tu mi hai portato fortuna, diceva, dopo una visita di Martin, quando l’atmosfera pareva ancora smossa dalla sua presenza e loro due, soli, si ritrovavano di fronte sorridenti, nel silenzio diventato ora piacevole.
Lei allora gli si distendeva vicina, con la testa quasi incastrata nell’incavo della sua spalla sinistra. Il respiro di lui faceva alitare le punte estreme dei finissimi capelli di lei, e come sempre lei elogiava il suo calore e lui la sua pelle levigata, che lo inteneriva. Ma ora accadeva tal volta ch’egli si destasse dopo la mezzanotte perché Rita gli si era stretta addosso. Vedeva allora che lei giaceva a occhi aperti. - Che hai? - chiedeva, carezzandole i capelli. Lei scuoteva il capo e faceva finta di dormire. Non voleva parlare.
Non sapeva come esprimersi e aveva la sensazione che, in realtà, lui non avesse voglia di sapere che cosa la opprimeva.
Era arrivato un autunno grigio e soffocante. Le foglie sbattevano come cenci bagnati sopra il selciato melmoso delle strade, venivano ammucchiate in pesanti balle sporche e trasportate via. Già in ottobre cominciarono le nebbie
- nebbie come non ce n’era in nessun altro luogo, pesanti e dense e impregnate di un acre sentore. Per settimane sogliono ricoprire quella città.
A tastoni si cammina lungo gli steccati, si sta seduti solitari dentro stanze grigie come in camere nebbiogene, ed è difficile liberarsi dalla tristezza per tutte le occasioni mancate della vita - per l’amore perduto, il dolore incompreso, la gioia sconosciuta e il sole mai visto di paesi stranieri.
Fuori, il traffico s’inceppava. Neppure i potenti riflettori dei camion, ch’erano attesi nelle fabbriche della periferia col loro carico di materiale come altrove si attende il pane, riuscivano a penetrare il muro bianco-rosso della nebbia.
In una serata simile, Manfred attese invano Rita. A tavola, inventò per lei coi genitori un pretesto, che non fu creduto. Naturalmente essi notarono la sua inquietudine e ne approfittarono spudoratamente, come suole fare il falso amore. La madre manifestò apprensione per la sorte di Rita - non c’erano state per caso voci d’incidenti stradali? - ma poi dimenticò tutto e con aria di cospiratrice sciorinò sulla tavola il contenuto di un pacchetto della sorella, che stava all’ovest. Il primo pacchetto dopo lunghi anni!
Finalmente si faceva parte di coloro che sono in grado d’invitare la vicina a prendere una tazza di caffè occidentale. Manfred rimase indifferente.
Conosceva a malapena quella zia; prese tuttavia le sigarette destinate a lui e scrisse anche un saluto in fondo alla lettera di ringraziamento.
Annoiato, s’informò delle figlie di questa zia. Ed ecco furono portate delle fotografie. Così ora fu costretto a contemplare anche queste immagini - ah sì, lo so, una era piccola e grassa, l’altra lunga e sottile, biondo-paglierino e insipide tutt’e due - e intanto tendeva l’orecchio ad ogni fruscìo della porta, senza tuttavia riuscire a staccarsi dal caldo cerchio di luce della lampada, sulla tavola di famiglia.
- I tram, - disse la madre, cui non sfuggiva nulla. - Nel pomeriggio andavano solo al passo e qualcuno non andava. Davvero non puoi fare altro che aspettare.
E la lampada continuava ad ardere. Ardeva così anni prima, quando lui, allora ragazzino, stava seduto lì a fare i compiti. Non era venuta allora sua madre qualche volta alle sue spalle, a mettergli una mano sul capo - una mano leggera, calda, che gli faceva bene? Chi diceva dunque che la voce di lei fosse falsa, nella sua apprensione per Rita?
Chi gli impediva di aver compassione del padre, che in fondo era un uomo tenero e a suo modo sempre animato dalle migliori intenzioni?
Qualcosa lo tirava indietro entro il calore torpido di quella stanza di famiglia, si sentiva afflosciare e se ne difendeva. Balzò in piedi e se ne andò con una furia cieca contro qualcosa d’indistinto, di innominato, che vi era in lui, e che crebbe ancora quando si ritrovò solo nella sua camera.
Si mise a fumare e ad ascoltare i notiziari. Si parlava degli incidenti, a causa della nebbia, sull’autostrada. Si mise a camminare su e giù per la camera.
A un tratto, c’era più spazio lì di quanto gli servisse. A poco a poco, ma poi con l’impeto disastroso di una slavina, si diffuse in lui la certezza che le fosse accaduto qualcosa.
Ma proprio nell’istante in cui, superato in qualche modo l’orrore che lo paralizzava, voleva accingersi a chiamare dalla più vicina cabina telefonica le stazioni di pronto soccorso degli ospedali - aveva già tirato fuori il cappotto dall’armadio - la porta si aprì.
Ovunque, sul cappotto e sui capelli, la nebbia si era posata in finissime goccioline: era tutta uno scintillìo, nel muoversi. Il suo volto era arrossato e inconsciamente innocente.
Quante innumerevoli volte, negli anni seguenti, lontano da lei egli l’abbia rivista così, ritta sulla porta, non saprebbe dirlo: scintillante, fresca, avvolta di vapori, con quell’impercettibile spolvero di caparbietà sul viso (o si era trattato davvero di calma?).
Ogni volta, come allora, egli si sentiva irrigidire.
- Dove sei stata? - chiese. Nella sua voce non vi era angoscia bensì pretesa di rendiconto.
- Da Schwarzenbach, - disse lei. Mise da parte la cena, aveva già mangiato.
Ma bevve il tè.
Manfred rimase a guardarla. Da Schwarzenbach. Da quel reclutatore di insegnanti ch’ella aveva ritrovato, nell’istituto, come docente di storia.
Non voleva dire di più? No. Di fronte a quella faccia chiusa e fredda, non aggiunse più una parola. Se ne andò a letto, e lui sedette allo scrittoio. Non dormì, né lui lavorò. Sentiva lo sguardo di lei sul dorso e s’irrigidiva: lei attendeva un suo cenno. Dio benedetto, ma siamo dunque bambini?
Quella sera a lui riuscì ancora di vincere la propria rigidezza.
Riuscì ad accostarsi al letto; si chinò su di lei dicendo: - Odori di nebbia, ancora.
Quella stessa notte, lei gli raccontò molte cose.
Trascorsero parecchie ore col resoconto, le domande e le risposte. La nebbia ebbe il tempo di ritrarsi o dissolversi nel nulla - chi sa poi esattamente dove vada la nebbia, quando infine scompare?
Al mattino comunque la città era di nuovo visibile. A un tratto notavano cose che fino allora erano sfuggite.
- Schwarzenbach, - disse lei. - Mi sono scontrata con lui sulle scale dell’istituto - non del tutto contro la mia volontà, del resto. Era l’unica persona che ora potesse capirla. Già da quei loro discorsi serali nell’ufficio, d’altronde, era rimasta tra loro una lieve dimestichezza. Egli si ricordò subito delle parole con cui lei, allora, aveva respinto sulle prime la sua offerta, ed ora prese a canzonarla. Lei replicò ciò che lui quasi s’attendeva: -
Eppure avevo ragione. Fossi rimasta laggiù.
- Ah, - fece lui. - Ha un po’ di tempo?
Lei assentì, quantunque sapesse che Manfred sarebbe stato in apprensione.
Uscirono poi nella nebbia, camminarono a lungo perché tram non ce n’erano, quasi. Fortuna che Schwarzenbach abitava nello stesso quartiere di lei.
Davanti alla sua porta di casa incontrarono una donna con due bambini: è sua moglie, sono i suoi figli. Questi si precipitarono addosso al padre. Tutti e due sono neri di capelli, come la pece, e ogni sera bisogna andarli a prendere in asili diversi.
- Nell’ingresso ha dato un bacio a sua moglie, senza badare alla mia presenza.
Quella famiglia, del resto, le piacque immediatamente. Naturalmente non c’era da pensare di poter parlare subito, sul momento, con Schwarzenbach, perché s’iniziò tutto il trambusto serale di una famiglia occupatissima e dispersa durante il giorno: far da mangiare e lavare i bambini, e intanto ascoltare le vicende capitate ai bambini stessi e metterle nella giusta luce.
Tutto questo era distribuito appuntino tra i due coniugi, e Rita stava a guardare divertita; ed ebbe il permesso di controllare i còmpiti d’aritmetica del maggiore: una grafia infantile ripida e consapevole, con piccoli, allegri svolazzi.
- Mi son sentita subito così bene, in quel tinello rumoroso e pieno di movimento! Sulle prime, mi son stupita ancora che a Schwarzenbach tutto quel trambusto potesse piacere. Avrei pensato piuttosto che amasse il silenzio intorno a sé e una moglie soave e riflessiva. Sua moglie invece è proprio il contrario: molto più giovane di lui, energica e allegra. Ha i capelli neri, folti e crespi, e le stavano tutti per aria, scarruffati dall’umidità esterna.
Una cosa simile, non l’ho mai vista davvero. Ma in complesso sembra piuttosto intelligente…
E’ maestra, la moglie di Erwin Schwarzenbach, e si trattenne con loro quando il marito e la ragazza, dopo cena, si misero a parlare.
- Vuole sgridarmi, - dice Erwin Schwarzenbach, a sua moglie, - perché l’ho tolta dal suo paese e dal suo ufficio silenzioso: questa è la ragazza che allora mi ha abbreviato le lunghe serate.
- In quell’istante tutto, già, non era più così terribile, - disse Rita quella notte a Manfred. In realtà, già allora, prima ancora di aver scambiato insieme una parola, le pareva di aver ricevuto una risposta a tutti i suoi dubbi. - Io stessa spesso non sapevo se non andavo fissandomi in idee cervellotiche.
Ma gli Schwarzenbach non hanno nemmeno provato a dissuadermi da qualche cosa. Né mi hanno detto: aspetti un po’ di tempo, si abituerà.
Questo l’aveva detto Manfred, qualche volta.
- Ma di che si trattava dunque? - chiese adesso. - Che cos’è che ti pesa tanto?
- Me l’hanno chiesto anche loro, - disse Rita. - E’ così difficile per me spiegarlo. Sembrano cose sciocche, non appena le attribuisco a una qualsiasi persona; ma Schwarzenbach mi ha capita subito quando gli ho detto: ci ingiungono continuamente d’imparare da Mangold. Questo io non posso farlo. E non voglio. Bisogna davvero diventare com’è lui?
- Mangold? - chiese Manfred.
- Ma sai, ti ho raccontato di lui: è stato capo-sezione di non so quale Consiglio, prima di venire da noi; studia nella mia classe. Non ha più di trent’anni. Saresti stupito a sentire quante cose ha già fatto. Non so davvero come abbiano fatto a spuntarla con lui, là dove era prima. Non c’è nulla per cui lui non abbia una risposta. Ci intimidisce tutti.
- Dio mio, - disse Manfred. - Non sarai per caso un po’ troppo sensibile?
- Non importa - ha detto Schwarzenbach. - Proprio le persone sensibili ci occorrono. A che ci servono le persone ottuse?
- Eh, parla bene lui, - disse Manfred. - Alle persone sensibili io posso consigliare soltanto di togliersi il vizio della sensibilità.
Del resto, non bisogna drammatizzare la cosa. Ascoltami un po’, non si tratta certo di una nuova scoperta: i giovani si tuffano a capofitto nella vita con ideali un pochino stravaganti, vengono a contatto con la ruvidezza del mondo, in modo brusco, naturalmente, portano confusione in vecchie e forse anche consolidate situazioni, ricevono botte in testa, due-tre-quattro volte. Non è mica un divertimento.
Bisogna tirar dentro la testa, ecco tutto. Che c’è di nuovo in tutto questo?
Tu fai come se tutto questo l’avessi già passato, pensò Rita.
Schwarzenbach ne è rimasto indignato proprio quanto me, quando gli ho raccontato quello che è accaduto oggi: il nostro giovane insegnante di sociologia, che già è tanto insicuro e non fa che guardarsi intorno per vedere se ha sbagliato qualcosa, nel bel mezzo della lezione è stato accusato da Mangold di avere fatto una citazione errata. Mangold conosce a memoria tutte le citazioni, deve avere impiegato anni della sua vita per impararle. Come si è spaventato l’insegnante al tono di Mangold - perché costui gli ha dato a intendere che poteva non essere senza importanza fare una citazione errata proprio adesso! - come si è fatto rosso, com’è arrivato a fatica in fondo alla lezione, e come ne ha profittato Mangold, e anzitutto, come tutti noi siamo rimasti in silenzio senza guardarci, né avere il coraggio di difenderci… ah, era terribile.
- Ogni progresso ha il suo prezzo, - disse Manfred. - Il fatto di esser costretti ad andare d’accordo con tipi come Mangold, è il nostro prezzo.
No, pensò Rita. Io non lo credo. Schwarzenbach dice che si ha il diritto di non tollerarli. Lo dice proprio sul serio, credo. E sua moglie poi! E’
diventata addirittura una furia! O loro o noi! ha detto. E dicendo “noi”, intendeva anche me.
“Non esiste personaggio più ostinato del filisteo”, ha detto Schwarzenbach.
“Sulle prime, quando noi siamo apparsi alla superficie, si è rintanato nel suo buco come un ratto, ha intrapreso con gran prontezza, in silenzio, un’autotrasformazione, e ora rispunta fuori, si attacca a noi, sembra ci voglia servire e invece ci nuoce ancora di più”.
- Schwarzenbach è comunista, - disse Manfred. - Ma tu non lo sei. Che combatta lui, quanto e contro chi gli pare. Ma da te, che pretende?
- Non so. Sembrava premettere che, in tutte queste cose, siamo tutti della medesima opinione.
- Sai, - disse Manfred, - se vuoi ascoltare il mio consiglio: tienti alla larga da queste cose!
- Lo vorrei, certo, - replicò Rita, - perché non cerco beghe.
Lei poi si addormentò rapidamente, con un volto puerilmente rasserenato. Manfred rimase sveglio, come se la sua inquietudine si fosse trasmessa ora a lui.
18.
Una mattina - è la quarta settimana che passa in sanatorio - Rita se ne sta sul balcone che corre lungo tutto il fronte meridionale del fabbricato, e trova tutto mutato. Improvvisamente, senza preannuncio.
E’ il primo giorno d’autunno, limpido e freddo, dopo una notte tempestosa. Ha dormito poco, ma non sente il bisogno di dormire. La notte, la bufera ha fischiato e mugghiato nel parco. Dai cavi telegrafici veniva un ronzìo minaccioso. Verso la mezzanotte, si era destata alla propria voce, che gridava “aiuto, aiuto”. Nel bel mezzo di quelle grida immotivate, si è interrotta.
Sarebbe importante per lei richiamare alla memoria quel sogno mattutino, che nei primi secondi dopo il risveglio le appariva così distinto e incancellabile, persino comprensibile e interpretabile, a poterci riflettere per un tempo abbastanza lungo. Ma già si accorgeva come si andasse dissolvendo inarrestabilmente, dentro di lei.
Vede ancora quella strada terribilmente lunga, che non conosce. Ma riconosce esattamente la propria sensazione, mentre cammina giù per quella via (un misto di paura e di curiosità) - senza Manfred accanto a sé - strano!
- bensì Wendland, che qui non c’entra e della cui presenza si meraviglia persino nel sogno. Lui però ha un fare perfettamente naturale e dice più volte: me tu devi perdonare, non lui però! E prima ch’ella possa rispondere, eccoli già seduti nella stanzetta di fanciulla che Rita occupava nella casetta della zia (se ne accorge subito perché dalla finestra aperta entra l’aria che odora di prati). Là non ci sono mai stati insieme, loro due, e il suo stupore aumenta.
Si destò allora e cominciava già a dimenticare il sogno: o piuttosto esso si ritraeva come un alito davanti ai suoi pensieri tesi a catturarlo. La meraviglia rimane. E’ paragonabile soltanto allo stupore del bambino che per la prima volta pensa: IO. Rita è tutta compresa dallo stupore del risveglio. Non ha più senso esser malata, e non ce n’è alcun bisogno.
Un pochino l’abbacina la luce uniforme, chiara - chi non ha provato nostalgia, talvolta, dei contorni lievemente sfumati dell’infanzia? Ma lei non ha inclinazioni sentimentali. Lei riuscirà a sbrigarsela con quella luce.
A lungo rimane ritta nell’angolo del balcone, a guardare giù nel parco, finché il triangolo di sole sul pavimento di pietra si fa troppo sottile, un angolo acuto, e non la scalda più.
Il vento è cessato. Rita sta lì assorta e per la prima volta nella sua vita vede colori. Non il rosso, il verde e l’azzurro dei libri illustrati per bambini. Ma i venti differenti toni di grigio del suolo oppure le innumerevoli sfaccettature del bruno sugli alberi - comprese le foglie che, a stagione così avanzata, dopo la grande pioggia, sono più brune che variopinte quando cadono. Tutto questo sotto la coltre assai movimentata delle nuvole, che lascia filtrare lembi di azzurro: sempre più azzurro, quanto più il giorno avanza. E poi, arriva quel sole pallido e freddo, che cambia di nuovo tutto.
Luce, aria, freddo: fendono come una lama nuda la coltre feltrosa delle abitudini. Avvengono lacerazioni - e sia. Gira lo sguardo intorno: to’, si vive. Nel silenzio, parecchie cose si sono chiarite.
Ora ci serviamo della chiarezza, come delle nostre mani. Abbiamo visto un po’
di tutto, qualcosa abbiamo assaggiato. Questa mattina, bisogna convenire che si finisce col gustare tutto: cose aspre, amare, piacevoli, dolci.
Rita scende nel parco. Ha voglia di toccare tutto: la spalliera di legno della panca, il tronco screpolato di un faggio color rossofuoco, foglie, rami, muschio secco. Col rivolgersi di nuovo alle cose, che esistono senza il suo intervento, si volge nel contempo con maggior distacco a se stessa. Vede e sente se stessa, e non è più quella cosa gettata sul fondo di un pozzo.
Paga, poiché non può fare altrimenti, questo nuovo amor proprio con una perdita.
Dopo quella notte in cui aveva parlato con Manfred di Mangold, la sensazione che essi - separati e autosufficienti - ondeggiassero nella navicella della loro cameretta al di sopra di ogni cosa, non ritornò mai più nella sua purezza. In compenso, vi erano i discorsi. Manfred tentò di prospettarle il mondo come lui lo vedeva: riconoscibile ma ancora incognito. E in quanto noto, appena sfiorato tuttavia dalla conoscenza. Un ammasso di materia ribelle e contraddittoria, e in essa l’uomo (che volentieri si sente maestro) appena appena apprendista.
Con una sorta di irosa soddisfazione, egli seguiva gli sforzi dei matematici nel profetizzare un po’ di tutto, tra cui cose che non avevano più nulla a che fare con la matematica: successo o insuccesso di grandi speculazioni economiche oppure l’esito di progettate guerre.
Ma anche le previsioni dei cervelli elettronici non mutavano nulla nel fatto che sulla terra (su una parte della terra, se vogliamo) si continuasse a speculare in grande stile, si continuasse ad armarsi in grande stile. - Ma, gli uomini? - chiedeva Rita. - La maggior parte dei destini umani scorrono l’uno accanto all’altro, rette parallele che si intersecano soltanto nell’infinito, -
replicava Manfred. E aggiungeva sorridendo: - Nell’infinito però si intersecano sicuramente, si dice.
Malgrado ciò, Manfred sentiva di appartenere alla schiera dei pronosticatori. Il grande contributo della sua disciplina alla futura vita quotidiana dell’uomo lo appagava e benché avesse delle impazienze, si trattava dell’impazienza dello sperimentatore cui intere città e paesi tardino troppo a venir assegnati come oggetto dei suoi esperimenti.
- E’ proprio questo che la gente vuole, - diss’egli un giorno a Ernst Wendland.
- Una casa che funzioni come una macchina ben lubrificata: che si pulisca, si riscaldi, si restauri da sé. Città in cui si svolga una circolazione di vita umana esattamente programmata, priva di attriti e di stasi, allevamento infantile regolato automaticamente; sissignori, anche questo. Comunque, un’esistenza priva di vuoti, nel suo funzionamento, per imperfezioni tecniche. Prolungamento della vita attraverso intensificazione: ecco il problema scientifico del secolo.
E questo siamo in grado di garantirlo soltanto noi: le scienze naturali.
- Affrettatevi a farlo, - disse Wendland. Si trovava in quell’istituto per una analisi riguardante la sua fabbrica, e non per la prima volta del resto. Non per la prima volta percorreva il lungo corridoio passando davanti alla porta che recava la targhetta col nome di Manfred; ma oggi per la prima volta entrò, dopo una breve esitazione.
Manfred, ch’era occupato per l’appunto a controllare con uno dei suoi studenti una fila di provette, fu sorpreso che giusto Wendland venisse proprio da lui.
Ma l’espressione scostante, che Wendland attendeva e che lo avrebbe indotto a fare immediatamente dietrofront, non subentrò sul volto di Manfred.
Quella visita non gli spiaceva poi troppo. Il signor Wendland, direttore della fabbrica di vagoni. I miei colleghi, dottor Mller, dottor Seiffert.
Presentatevi.
Piacere. Buongiorno.
Wendland, perspicace quel giorno fino all’ipersensibilità, intravide tutto quanto in una volta: la luce fredda nell’ampio locale, nitido e ben disposto malgrado i molti lucenti utensili, la severa funzionalità di ciascun oggetto, le facce dei chimici. Facce giovanili che affioravano dal proprio lavoro mutando per amor suo in cortesia l’espressione impersonale e concentrata, una cortesia assolutamente fuori posto in quel luogo.
Wendland sorvolò con lo sguardo la fila di provette. - Tutte uguali? chiese a Manfred. Questi sorrise, come un esperto sorride di un profano. - Non esattamente, - disse. - Nella nostra disciplina valgono le sottili differenze. -
Manfred lo condusse presso i suoi colleghi quanto spesso si poteva contare sulla visita di un direttore di fabbrica! - e spiegò a che cosa lavorassero.
Si mostrava in familiarità con Wendland un po’ più di quanto quest’ultimo si fosse aspettato, traendo profitto dal vantaggio di avere una buona volta l’avversario nel campo proprio. Wendland non batté ciglio.
Verso la fine del giro, i loro occhi s’incontrarono non più a lungo del normale scambio di uno sguardo. Wendland, sorpreso da Manfred in una piccola occhiata laterale ironico-comprensiva, non fece marcia indietro. Sorrise in modo aperto e disarmante, e Manfred ebbe anche lui un sorriso, sebbene più lieve. Si strinse nelle spalle: eh sì, mio caro, mi hai capito a fondo.
Armistizio. Chi sarà così scorretto da approfittare della momentanea debolezza dell’avversario? Macché avversario, dopotutto! Per via della ragazza? E va bene. Ma una cosa simile non dà luogo anche a rapporti, tra uomini?
Sono cose di cui non si parla.
Manfred offrì una delle sue sigarette. S’accostarono a una delle ampie vetrate, guardando giù nella strada affollata, immersa in una lattiginosa luce preinvernale che entrambi vedevano consciamente per la prima volta.
Fumarono.
Poi, Manfred cominciò a parlare del futuro della sua scienza - non era la cosa più ovvia? - e Wendland ripeté la sua risposta. Affrettatevi.
O voleva per caso sentire da me qualcosa contro le scienze naturali?
Contro? Non proprio contro. Sarebbe retrivo. Ma forse un giudizio un po’
riduttivo? Una piccola smorzatura alla boria della scienza?
Boriosi lo sono al massimo, gli scienziati, ribatté Wendland.
Lasciamo dunque la faccenda della boria. Si squadrarono a vicenda con la coda dell’occhio, traendo divertimento dalla situazione. Diavolo, non sarò certo io a fare il cavilloso!
- Ebbene, - disse poi Manfred, - visto che lei mi capisce, non ritiene che altrove la scienza penetri nella vita quotidiana con più rapidità che da noi?
- A ovest dell’Elba, per esempio, - completò Wendland, senza alcuna intonazione di rimprovero.
- Per esempio, - confermò Manfred. Prese dal suo tavolo una rivista splendidamente confezionata e la sfogliò davanti a Wendland. Ecco, a questo punto dovremmo essere anche noi. - E perché non lo siamo? - Lo chieda alle persone che ne sono responsabili! - Perché non glielo chiede lei stesso?
Sbagliato. Manfred richiuse di colpo il fascicolo e lo ripose sopra il tavolo.
Così sono tutti. Ti mettono a tacere. Non sa dunque, lui, quali risposte tocchino a uno di noi a simili domande? Lezioni, nel migliore dei casi.
Lezioncine da bambini.
Era furioso. Perché si è lasciato trascinare da costui a scoprirsi.
Tenta di far marcia indietro. Era bene esercitato negli atteggiamenti di disimpegno. - Sa, - disse, - come chimico sono in grado di gustare la coincidenza cosmica che ha fatto sorgere la vita su questo pianeta, e in quest’ambito esseri come me e lei. Non deduciamo forse da tale coincidenza troppe pretese personali? Chi ci dice che non sia stato un caso piuttosto insignificante? Perché prendere le cose tanto sul serio?
- Ascolti, - disse Wendland, senza alcuna scortesia. - Con me, non attacca.
Se voglio vedere un “salto mortale” (8), vado al circo.
Di nuovo risero. Un moto di apprezzamento nei confronti dell’altro si fece strada in Manfred. Fu subito d’accordo quando Wendland, dopo uno sguardo all’orologio, propose di andare a mangiare insieme.
Due uomini, abbastanza giovani per sentirsi soddisfatti e tranquilli nei propri panni, uscirono dal portone dell’istituto nello scialbo sole decembrino.
Entrambi trovarono che s’era fatto freddino e alzarono il bavero del cappotto. Poi, in pieno accordo, discesero la via lievemente digradante, orlata su un lato da brulli cespugli, su cui a quell’ora veniva loro incontro dalla città molta gente.
- Avresti dovuto vederci, - disse Manfred più tardi a Rita, cui naturalmente non riferì tutti i particolari di quell’incontro, ma tuttavia i punti più importanti, i fatti. - Ti saresti compiaciuta del nostro accordo.
Da nessun’altra persona Rita apprese tante cose su Wendland quanto da Manfred, la sera successiva a quella giornata.
Dopo ch’egli e Wendland ebbero trovato, malgrado la ressa, un posto nell’osteria d’angolo, che Manfred conosceva bene e ch’era frequentata per lo più da contadini, ed ebbero ordinato lo zampetto di porco con crauti di prammatica in quel locale; dopo che la chellerina ruvida e pronta ebbe portato dapprima la birra (la posò semplicemente sul ripiano del tavolo, asciugando con uno straccio la schiuma che debordava dall’orlo); dopo aver brindato a vicenda e mangiato con buon appetito (qui lo zampetto è sempre eccellente, tenero e non grasso, non so proprio come facciano!) - dopo tutto questo subentrò un po’ di calma e a guardar bene, anche un certo vuoto.
L’inizio di un vuoto, ma è sempre qualcosa.
Wendland ordinò allora un caffè nero per entrambi, e mentre ancora lo attendevano nel locale fattosi più silenzioso, cominciò a parlare.
Forse si era deciso a quel colloquio soltanto in quel momento, forse tutto quell’incontro era predisposto a tale scopo. Manfred capì comunque di essere un partner quasi fortuito, e sostenne il proprio ruolo con decoro. La storia di Wendland peraltro lo interessava.
- Oggi per me non è un giorno come un altro, - disse Ernst Wendland. E’ il mio compleanno. Trentadue anni. Ma non cominci a farmi gli auguri. Le felicitazioni le ho già alle mie spalle…
Giacché prima parlavamo di errori, di tanto certo lei sarà informato sui vagoni da sapere che necessitano di una attrezzatura elettrica, no?
Benissimo. Noi la ritiriamo da un’azienda berlinese, da sempre. Un mese fa quest’azienda ha sospeso a un tratto la fornitura.
Wendland parlava più lentamente del solito, l’unico segno ch’era eccitato.
- Naturalmente sono partite lettere per Berlino, rimaste senza risposta.
Telegrammi, telefonate. Quando non si vuole dire una cosa, non se ne cava niente. Qui però ci sono i vagoni belli e pronti, ma senza luce. Quindi io parto per Berlino. Che cosa ne viene fuori?
Quest’azienda ha semplicemente sospeso la produzione di impianti elettrici, può immaginare cosa significhi. Da un mese produce altra roba.
Certamente, però, per ordini dall’alto. Il direttore della fabbrica è in licenza; quale direttore di fabbrica va in licenza poco prima della fine d’anno! Il funzionario ministeriale responsabile presiede da qualche parte all’estero una conferenza!
Una cosa simile noi non la tolleriamo. Il direttore riceve da me un telegramma a nome del funzionario ministeriale assente: sospendere licenza!
Un vulcano in eruzione, quando ritorna e si accorge di che si tratta. Riesco tuttavia a indurlo finalmente a continuare la costruzione dei nostri impianti. In seguito, si lagnerà naturalmente sul mio conto.
Oggi sono stato alla direzione distrettuale. Coro di felicitazioni. Voi realizzate il piano, compagno Wendland? Eccellente! Ma con quali metodi, se è lecito?
- Bé, e poi tutta quanta la ramanzina: anarchismo è stato il meno.
Egocentrismo aziendale, mancanza di autocontrollo personale, usurpazione di funzioni di servizio e così via.
Nel frattempo, Wendland pensava: e perché poi racconto proprio a lui tutto questo?
Manfred avvertì con precisione quel che Wendland stava pensando. Era adesso definitivamente convinto che lì non gli si impartiva nessuna lezione.
- Sarò breve, - disse Wendland. - Mi hanno dato una lavata di capo, e io non mi son mosso, alla fine. Che si deve fare? Hanno ragione, e anch’io ho ragione. Anche questo succede.
Tacque e bevve in una sorsata il suo caffè. Sembrava avesse finito, ma poi ricominciò di nuovo, quasi avesse dimenticato la cosa più importante: - E
la gente della sua IG-Farben (9)? Non fa errori, quella?
- Non più, ritengo, - disse Manfred. - Una macchina collaudata, che espelle chiunque la intralci.
- Bene, - disse Wendland. - Questo l’ho detto anch’io: buttatemi fuori, se non siete soddisfatti di me! Il che, naturalmente, non ha impressionato nessuno. Se non fossimo soddisfatti di te, avremmo però bisogno ancora di un altro che fosse migliore di te per il tuo posto.
Dunque! Logico, no?
- Logico a guardarlo dall’alto, - disse Manfred. Non era abituato a immedesimarsi in persone come Wendland. - Ma dal punto di vista suo…
Oh, non bisognava esser poi troppo delicati. A lui era già capitata una faccenda del genere, nel ‘45. Un vecchio maresciallo aveva mandato a casa un gruppo di assistenti volontari dell’aeronautica, di cui faceva parte anche Wendland. A casa! Facile a dirsi, in quella confusione di fine guerra, ragazzini com’erano tutti loro. Egli marcia col suo amico per quattordici giorni da Amburgo fino a quella cittadina dell’Harz, fino a quella sua minuscola casetta. Cioè a dire: talvolta sono costretti anche a nuotare, e talvolta devono trascinarsi carponi perché nel mezzo c’è l’Elba, e bande d’ogni genere girano qua e là, in parte degli antichi e in parte dei nuovi dominatori del paese, ugualmente pericolosi per loro. Quando arrivano, i piedi sanguinano, ma essi sono contenti come possono esserlo soltanto dei bambini che abbiano finalmente trovato la via di casa. Egli dorme per una notte intera nel suo antico letto - che notte è stata quella! Sul far del giorno avviene una perquisizione in casa. Non precisamente a causa sua. La pattuglia sovietica inseguiva volpi di tutt’altra specie. Ma presso di lui vien trovata la pistola che aveva raccattato strada facendo in un fossato e intendeva gettar via appena arrivato a casa. Dimenticato, maledizione! - Venire con noi!
- Ebbè, - disse Wendland. - Tre anni ho passato poi in Siberia, in miniera.
Illogico, no? Deve credermi: l’ho pensato anch’io. Sulla parete di calce accanto al mio letto ho inciso con un chiodo: “è per questo che mi sono salvato?” Naturalmente, non so che cosa avrei fatto se fossi stato qui. Là comunque, alla fine dei tre anni, mi hanno mandato alla scuola di antifascismo (10). Quando ne sono tornato, sono andato per prima cosa direttamente alla Libera Gioventù Tedesca. Il mio amico, invece, con cui avevo fatto la strada fino a casa e che aveva gettato in tempo la sua pistola, è tanto tempo che si trova dall’altra parte… Forse la logica di una faccenda non è possibile stabilirla né dall’alto né dal basso, ma piuttosto dalla fine, eh?
Manfred pensò: bè, quello che viene ora, lo so bene. Ora ricomincia la filastrocca della propaganda. Egli si alzò.
Forse l’altro ne sapeva su di lui più di quel ch’egli non volesse, e si regolava abilmente? Ma d’altra parte, che ne può sapere costui sul mio conto? Ho forse qualcosa da nascondere?
- Devo andare, - disse. - Il suo problema mi ha molto interessato.
Wendland lo fissò stupito. Allora Manfred, d’impulso, gli porse la mano (al diavolo quella maledetta diffidenza, sempre!) e ripeté, con più calore: - Mi interessa, davvero. E ora, per finire, le faccio ancora tanti auguri.
Quando uscirono sulla strada, c’era ancora il sole, pallido e fiacco.
Socchiusero un pochino gli occhi. Si congedarono davanti alla porta dell’osteria e se ne andarono per vie diverse.
19.
Nel frattempo, l’anno progredisce. I tempi non s’intersecano più, quel fluire è cessato. Le lunghe notti, ricolme fino all’orlo di sonno senza sogni, e le giornate brevi regolate secondo le prescrizioni del medico - questo è l’oggi.
Quell’incessante fuggire del tempo, quel fluire delle immagini - così era allora.
E l’attimo, in cui tutto si arrestava e voi vi guardavate, entrambi col desiderio di fermare l’orologio? Così era al ricevimento di quella sera, te ne ricordi? Al termine di quel ricevimento serale in casa del professore di Manfred. - Di quel professore dalla scriminatura perfetta? Come se questo fosse in lui la cosa più importante! Certo che no. Ma a che cosa devo attenermi se voglio richiamarmelo alla memoria? - Attieniti a sua moglie. - A quella personcina bionda, snella, assai più giovane del marito, infatuata di lui comunque e dovunque si trovasse? Oh mio Dio, sì! tutto questo l’avevo dimenticato…
A causa di quella serata eravamo rimasti a trascorrere il Natale in città. Io avevo nostalgia del paese. Forse quelle grandi stelle scintillanti non esistono affatto. Forse non le ho mai viste. Ma a me sembrava che al di sopra del mio villaggio e del bosco esse brillassero ogni notte, tra Natale e Capodanno.
Ogni ricordo inganna, non è molto adatto a una testimonianza obiettiva.
Ma questo c’era certamente: un vento inquietante prima di Natale, che aggrediva la città da ogni parte. Che irrompeva nel mare di case, come niente fosse. E poi - dove era andato ad acquetarsi? Che silenzio nei giorni festivi!
Che noia, riversatasi insieme con la gente ben vestita per le strade! Era questa la festa, per cui ci si preparava da settimane? A stento si riusciva a celare la reciproca delusione.
Dal professore non si andò in macchina, comunque non certo in quella che ormai si possedeva. Era impossibile metterla accanto alle lucenti macchine degli altri, davanti alla casa. Piuttosto si andava a piedi.
Prego, figurati, io sono d’accordo. Ma da dove prendono gli altri le loro macchine nuove, coi vostri stipendi? - Quelli tengono di più all’apparenza, è così. Guarda un po’ ad esempio le signore del dottor Seiffert e del dottor Mller. Quanta cura posta in ogni minimo particolare! - Io non l’imparerò mai…
Nella prima mezz’ora non si parlò che di macchine. Il professore era un uomo ragguardevole: il che certo non significa ch’egli fosse ragguardevole anche come essere umano. Per dirla chiaro e tondo: era vanesio. Un grande chimico. Manfred le aveva descritto momenti in cui egli riusciva a sintetizzare con un pensiero geniale gli sforzi di tutti loro; ma più di ogni altra cosa, egli amava se stesso. Il proprio successo. La propria fama. Non riusciva a fidarsi forse dell’ammirazione che l’opera sua riscuoteva?
- Sissignori, da trent’anni guido io stesso la mia macchina. Non potete immaginare, signori miei, quale fosse il rendimento di una D.K.W.!
Sua moglie, un topolino biondo, gli troncò la parola in bocca: come sempre, disse, egli era troppo modesto, dimenticando di accennare ai premi che aveva preso a quel tempo - “durante il nostro fidanzamento!” - nelle competizioni automobilistiche fuori strada.
Tutti allora parlarono della modestia del professore; e lui stava lì, le due mani alzate, come se non facesse che capitolare di fronte a forze soverchianti, e con ogni riserva.
Ma si trattava poi in realtà del professore? Rita vedeva per la prima volta Manfred in mezzo a tutta quella gente - più di una dozzina di ospiti si erano radunati alla fine - e a chiederle oggi se già allora avesse guardato con tanta acuta penetrazione quella tavolata, sarebbe stata costretta a rispondere di no. Il tempo ha conferito una luce più netta all’immagine di quella sera, gli ha aggiunto una dimensione complementare. Allora, Rita era in effetti soltanto stupita, e solo gli avvenimenti posteriori hanno dato allo stupore una colorazione di rabbia, che - per essere esatti - oltrepassava finanche la giusta misura.
Se si vuole, era possibile notare talvolta nel professore uno spolvero di tristezza, mentre il suo sguardo indugiava un po’ assente ora sull’uno ora sull’altro discepolo; peraltro, tornava poi a rinfrancarsi subito. Può darsi si dicesse che ciascuno ha i discepoli che merita. Poi, rivolgeva uno sguardo cordiale a Manfred, più spesso che al dottor Seiffert e al dottor Mller, potesse far piacere. Rita bisbigliando lo fece rilevare a Manfred; ma egli fece mostra di non aver udito e brindò alla moglie del professore. Niente strette di mano segrete sotto le pieghe della tovaglia bianca e rigida. Nessun sorriso, nessuno sguardo dedicati solo a lei.
Rita si vide costretta a intrattenersi con Martin Jung, che per caso si era trovato quel giorno in città ed era stato invitato dal professore per far piacere a Manfred, anche se in effetti non apparteneva a quella “cerchia intima”. Non era legato a quell’uomo celebre da altri interessi se non da quelli del proprio lavoro. Come faceva bene averlo lì, in quella cerchia inibita da riguardi di vario genere!
Martin sfavillava dalla voglia di motteggiare. - Culto dell’idolo! sussurrò a Rita. Che intendeva dire? Adoravano dunque tutti - Manfred e quel Seiffert e quel Mller - l’idolo-professore? Possibile che Martin giungesse a tal punto, nella critica al suo amico? Oppure intendeva alludere all’omaggio di tutti a una massima autorità ? Ma chi sarebbe stata? La scienza?
Tale parola era particolarmente frequente sulle labbra di Seiffert. E’ vero ch’egli fu ammonito di attenersi al patto: niente discorsi specialistici, quella sera! Ma alla fine, di che doveva parlare il dottor Seiffert?
Era lungo e ossuto, aveva i capelli accuratamente scriminati, di colore indefinibile, e una moglie scelta con cura. Per quanto riguarda la moglie, ella pareva soffrire di malumori e non riusciva a celarlo.
Ma infine, aveva sposato quel Seiffert spontaneamente, era impossibile che volesse farne carico agli altri.
Seiffert apparteneva a quella generazione che, coinvolta fin dall’inizio nella guerra e terribilmente decimata da essa, ebbe in seguito bisogno di particolari fatiche per rimettersi solidamente in piedi. Tale sorta di fatiche non son da tutti. - Si sapeva che Seiffert era straordinariamente laborioso e ambizioso e che il professore non l’amava, a dir vero, ma non riusciva tuttavia a sottrarsi a quell’assalto di correttezza e di zelo. Seiffert, l’assistente più anziano in servizio, era il più vicino alla cattedra del professore. Il più prossimo anche per il caso, da augurarsi ancora molto lontano, che quella cattedra si facesse vacante… Su cose del genere si può pensarla come si vuole, ma sono fatti.
Da fatti simili Manfred si vedeva circondato giorno per giorno. O era meglio dire: accerchiato? E’ un pensiero che avrei avuto già allora? Macché! Allora, ero sconcertata soprattutto da Rudi Schwabe e dalla fidanzata del dottor Mller.
Costei, la fidanzata, era piccola e snellissima. Aveva un torrione di capelli neri come la pece e parlava poco: appariva più che evidente come il parlare non fosse còmpito suo, al fianco del grassottello e rosso signor Mller. No, il signor dottor Seiffert non celava del tutto il proprio disprezzo nei confronti dei gusti dell’amico. Molte illazioni sono possibili, si capisce. Esistono irruzioni incontrollate nella vita sentimentale di un uomo, non era questo il punto. Ma perché fidanzarsi subito e trascinare la fanciulla davanti al professore, con quel primitivo orgoglio di possesso? In faccende simili è questione di tatto. - Ma osservazioni del genere non ebbero luogo durante il pranzo, ch’era eccellente sebbene un po’ standardizzato perché fornito, insieme col vasellame e col servizio, dalla trattoria municipale.
Oh Manfred! C’erano inoltre quei giovani, il cui servizio presso il professore era appena all’inizio. Erano seduti in fondo alla tavola e avevano voglia di ridere e motteggiare. Io mi sentivo attratta da loro, tu no. E c’era poi ancora Rudi Schwabe. Proprio colui che avevamo incontrato, quel giorno, durante la gita all’Harz. Giusto egli faceva parte della “cerchia intima”: il professore era decano della facoltà, e Rudi l’uomo di collegamento col decanato centrale degli studenti. A Rudi, che non si sarebbe mai volontariamente recato a un ricevimento simile, dove era ineluttabile si trovasse in sottordine, nulla stava più a cuore quanto il desiderio di non dare nell’occhio.
Il che poteva riuscirgli soltanto col tacito consenso degli altri. Ma essi rifiutarono tale consenso. Approfittarono della loro superiorità numerica.
Quando ebbe inizio il gioco con lui, non so più. Badavo a Manfred, ch’era andato con Martin Jung nella stanza accanto. Stavano al buffet e si versavano del cognac. Poi parlarono insieme, ma brevemente.
Possibile che la cosa fosse così importante?
Martin disse: - Keep smiling, capo. Siamo stati respinti.
Respinti? La nostra Spinn-Jenny, col congegno per risucchiare i gas di scarico perfezionato, semplicemente respinta? Il lavoro di mesi? E si trattasse soltanto del lavoro! A un tratto fu chiaro per lui quanto si fosse affezionato a quell’oggetto, a quella macchina. A un tratto gli parve di aver segretamente collegato un oracolo a quel lavoro: se riesce, tutto riuscirà, se non riesce, nulla più andrà bene. Un oracolo benigno, fin tanto che non vi fossero dubbi sulla riuscita.
Adesso, mostrava il suo volto tremendo.
Manfred non disse nulla. Guardò in faccia Martin, soltanto. Le sue pupille si contrassero un poco, poi vuotò il bicchiere, come niente fosse. Martin, il quale aveva già precedentemente accennato che ci sarebbero state difficoltà, parlò chiaro per la prima volta: al loro progetto s’intendeva preferirne un altro, che proveniva dalla azienda e portava segni evidenti d’immaturità. Erano fatti assai strani. Dobbiamo recarci là. Ma allora accadrà una scenata.
Manfred non volle più ascoltare nulla. - Ah sì, - disse freddamente, come se la cosa non lo interessasse gran che. Ritornò dagli altri.
Molto tempo dopo, Martin disse a Rita di essersi dovuto frenare, in quel momento, per non afferrare Manfred e scuoterlo brutalmente, e che per un po’
non aveva fatto altro che pensare: te la farò vedere io, a te. Te la farò vedere!
Ma tutto ciò a Manfred non servì. Per lui, il fatto era lampante: non avevano bisogno di lui. C’erano evidentemente delle persone capaci di annientare, con un colpo di penna, le grandi speranze di un uomo.
Tutte quelle chiacchiere sulla giustizia, non erano altro che chiacchiere.
Forse che quel Seiffert non gli lanciava già sguardi ironici? Ma no, aveva il suo daffare con Rudi Schwabe. C’era qualcosa in quel povero diavolo che pareva divertirli tutti moltissimo, anche se non potevano mostrarlo apertamente. Ma lui, già, li conosceva. Erano gli stessi di cinque minuti fa e sarebbero rimasti, schifosamente, sempre gli stessi.
Senonché, a lui non lo riguardavano più.
Manfred si sentiva, in modo cattivo, leggero e libero. Ora vedeva chiaramente tutto: quella serata, in cui aveva guardato costoro e se stesso con gli occhi di Rita (Rita che aveva ragione: ma che importanza ha se non si è personalmente coinvolti in tutta quella faccenda?); le settimane precedenti, in cui aveva puntato tutto su quel progetto con grande tensione di nervi (come avrebbe potuto, diversamente, convincere i vari Seiffert e Mller, liberandosene ad un tempo?); e infine, tutti gli anni della sua vita cosciente che lo avevano preparato a questo istante. Nel suo intimo, si dispensava da ogni responsabilità, per il presente e per il futuro. Era stato sul punto di lasciarsi catturare. Il che era biasimevole, ma non gli sarebbe capitato più.
Manfred provò una sensazione nuova di freddezza e di intangibilità.
S’avanzò pallido, ma sorridente, verso gli altri. Nella penombra, in cui essi si sentivano a loro agio.
C’era Rita. Da lei soltanto poteva venirgli ancora gioia e dolore.
Perché era adirata? Non sapeva nulla. Di che si trattava dunque? Oh, quel Rudi Schwabe, quell’eterno bambino. Naturalmente, era da prevedersi.
Qualcuno - il dottor Mller probabilmente - aveva cominciato a fargli domande. Domande innocenti sulle prime, cui Rudi rispose un po’ troppo precipitosamente. Si accorsero di poter continuare, senza l’approvazione del professore, tuttavia. Costui si astenne. Si parlava della pensione di vecchiaia. Dei trentenni parlavano della pensione di vecchiaia, assicurata dallo Stato, come del loro problema più urgente.
Ma la voglia di trovare comico un fatto simile passava. Veniva invece la sensazione di esser testimoni di un ricatto. Il ricatto era il rappresentante dello Stato: Rudi Schwabe. Affiorarono nomi di colleghi - “capacità di prim’ordine, sa…” - che, a causa di privilegi concessi troppo tardi, non avevano evitato certe conseguenze.
Oggigiorno, si sa, in Germania tutto si evolve su binario doppio, anche la chimica. Naturalmente, l’allontanamento di tali persone è deplorevole - in specie per lo Stato, che in fondo difende dai propri scienziati… Ogni Stato, nevvero?
Rudi lo confermò.
Cadde la parola “rischio”. Un rischio non si voleva, anzi non si poteva correre. In alto loco si era, certo, giunti alla convinzione di dover evitare ogni rischio con gli scienziati. Che infine ne avevano già abbastanza del rischio dei loro esperimenti di laboratorio. O forse no?
Rudi sudava. Oh, una cosa simile non avrebbe potuto immaginarla! Pensò alle istruzioni ricevute e confermò tutto.
- La Germania, - disse uno: era Seiffert. Tutti smisero di parlare, quand’egli prese la parola. - La Germania è stata sempre in primo piano nel campo chimico. E’ una cosa che non si può porre in gioco!
C’è da chiedersi soltanto: quale Germania continua tale tradizione? quella occidentale? quella orientale? Ciò dipende da fattori reali non dalla politica, tra parentesi. Un fattore reale sono i nostri cervelli. E non certo il meno importante, vorrei credere. Per amore di risultati gradevoli, lo Stato proletario si accolla gli sgradevoli chimici borghesi. Non è vero, signor Schwabe?
La flebile protesta di Rudi non fu nemmeno ascoltata. Seiffert guardò in faccia Manfred. Costui parlava troppo poco, per i suoi gusti.
Seiffert apparteneva a coloro che sanno più cose sugli altri di quanto consentano agli altri di sapere sul conto proprio.
- Certamente, - disse Manfred secco, e Seiffert sorrise, quantunque non fosse chiaro come dovesse intendersi tale risposta: come sottomissione o come rivolta? I giovani, le comparse della serata, che per tutto il tempo avevano taciuto, si mantennero muti anche adesso, con facce sconcertate. Che cosa dicevano quando si trovavano tra loro?
Quanto tempo avrebbero impiegato per dare la loro approvazione a Seiffert, come Manfred?
In quel punto, si cominciò a menare qua e là quel Rudi Schwabe come un cagnolo: gli mostravano ora qui ora là un osso, tirandolo via quando era sul punto di afferrarlo.
A tale manovra Manfred non prese parte. Finalmente, egli lanciò uno sguardo a Rita. Questa continuava a guardarlo, e aveva negli occhi esattamente l’espressione ch’egli s’era aspettato. Gli fece pena. Lui, in fondo, conosceva tutto questo, ma come avrebbe fatto lei a superarlo? Ora, le avrebbe carezzato volentieri i capelli. Ma restò fermo e sostenne il suo sguardo.
Era dunque la prima volta che lei lo vedeva? No certo. Eppure, chi non sa quanto sia difficile vedere veramente colui che si ama? In quei pochi secondi, Manfred per lei fu sospinto dalla indefinita vicinanza a una distanza che consente di scrutare, di misurare, di giudicare. Si dice che tale istante inevitabile sia la fine dell’amore. Ma non è che la fine dell’incantesimo. Uno dei molti istanti cui l’amore deve tener testa.
Che entrambi ne fossero contemporaneamente consapevoli, era già molto.
Vi fu come un muto accordo tra loro. Ogni parola avrebbe inferto una ferita, ma gli sguardi… Negli occhi di lui, ella lesse la decisione di non fare più affidamento su nulla, di non riporre più speranze in nulla. E lui lesse nello sguardo di lei la risposta: mai e poi mai ammetterò una cosa simile.
Contemporaneamente, ella sentì che lì non si trattava di conforto o incoraggiamento. In quel punto si era reso evidente per lui che la vita può fallire, che forse era già fallita. Parecchie cose, ieri ancora concepibili, da oggi sono svanite per sempre. Non è nemmeno possibile pensare di esser giovani. I miracoli sono ormai impossibili.
Rita ebbe un lieve fremito, tuttavia. Represse il desiderio di accostarsi a lui e posare il capo sulla sua spalla. Anche la superstizione che sia possibile liberare dall’incantesimo mediante il contatto, occorreva lasciarla indietro, nel mondo dell’infanzia.
Manfred non cercava d’ingannarla. Lo aveva già visto in svariati atteggiamenti: adesso, egli le mostrava il suo volto reale.
Poi, i loro sguardi si sganciarono. Rimasero ad ascoltare quello che si stava dicendo.
Rudi Schwabe era passato alla difensiva.
- No, - stava dicendo appunto. - No, lei sbaglia. Ma esistono persone che hanno bisogno degli errori della rivoluzione.
- E a che scopo ritiene - era Seiffert, con cortesia esagerata - a che scopo ritiene che tali persone abbiano bisogno di questi… errori? Un termine usato da “lei”, non da noi!
Rudi fece con la mano un cenno di rifiuto. Lasciamo stare le parole!
Quantunque so bene come si possa intrappolare una persona con le parole!
- A che scopo? - chiese. - Come pretesto, naturalmente. Come pretesto per la propria pigrizia, o viltà…
Guarda un po’. Non è molto abile, ma tuttavia non si adegua. Tira fendenti intorno a sé. Rovina il loro gioco con pensieri segreti, in cui essi sono così esperti. Viola le convenzioni. Certo, non dimostra molto spirito. Qui occorrerebbe saper usare il fioretto, non la fionda. Spesso, non ha ragione. Difende ciò che non è possibile difendere, si lascia trascinare a profezie di cui non si può che sorridere: anche lei, un giorno, sarà ben contento, dice, se nessuno le ricorderà le sue opinioni odierne!
Eppure, eppure…
Rudi crede in quello che dice. Un romantico, se si vuole. Rita si sorprese a mettersi mentalmente al posto di Rudi, a colloquio con questa gente - anche con Manfred! Che cosa era possibile rispondere a un dottor Mller?
- Rivoluzione…, - disse questi, quasi trasognato. - Rivoluzione in Germania?
Una contraddizione in termini, non è vero? I russi, sì!
Ammirevoli. Così ottusi non deve crederci, poi. Ma perché da noi ogni rivoluzione deve finire in dilettantismo?
Rita ascoltò con impazienza la prolissa replica di Rudi.
- Ma signor Schwabe! - disse Seiffert. - Non ci tratti da schiuma della reazione! Rivoluzioni. E perché no? Ma risparmiateci per l’amor del cielo le vostre illusioni… Del resto, lei dovrebbe saperlo meglio di tutti: la rivoluzione divora i propri figli. E se non li divora, li caccia in… bé, diciamo in un decanato studentesco.
Bel colpo. E ora taci, caro mio. Buttato fuori, con un provvedimento punitivo del partito dalla dirigenza distrettuale della Libera Gioventù Tedesca, approdato da noi, e adesso per rientrare nelle buone grazie, vorresti crocifiggere noi…
Rudi s’era fatto di fuoco. Lo sapevano tutti, dunque. E com’era possibile lavorare?
Rita non ne sapeva nulla. Non era esperta in risposte rapide, ma stavolta disse, a voce molto alta nel silenzio: - Se si interpellasse me, io preferirei colui che commette errori senza pensare a se stesso, a quell’altro cui importa soltanto il vantaggio proprio.
Seiffert si riprese rapidamente. - Ben detto! - esclamò, brindò con Rudi e con Rita e approvò vivacemente la moglie del professore, la quale si lagnava che si attirassero ora anche le signore in quei dibattiti politici…
Rita non chiese a Manfred se fosse d’accordo con lei, nemmeno in seguito, nemmeno con gli sguardi. Rispose con un sorriso all’entusiastico cenno d’approvazione di Martin Jung e rimase non meno avvilita, non meno oppressa di prima. Rudi Schwabe non le era nemmeno simpatico. Perché s’impancava a difenderlo? Manfred avrebbe dovuto farlo, e lei ne sarebbe stata felice.
Il dottor Seiffert non era più possibile confonderlo, ma era facile offenderlo.
Me la farà pagare, pensò Manfred, ma gli era indifferente.
Non parlò mai, nemmeno più tardi, con Rita di quella serata. A pensarci bene, a poco a poco c’erano troppe cose di cui non parlavano a fondo e senza riserve.
Ora che Rita, dopo quasi un anno, ripensa a tutte quelle cose, è costretta a rimproverarsi di non aver veramente capito a suo tempo di che si trattasse.
Quel non-ancora e quel non-più in mezzo a cui stavano tutti quanti - Seiffert, Mller, Manfred: ma sì, anche Manfred! - per me non è mai esistito.
Forse è superiore alle forze del singolo fare il salto. E singoli erano tutti. -
Ah, poter essere sempre giusti!
Rita andò nella stanza accanto, dove era impiantato il bar. Si beveva molto, ora, la serata comunque era riuscita male. Il professore doveva rassegnarsi al fatto che non tutto era conciliabile. - Ma si mettano a proprio agio, signori miei, qualcosa bisognerà pur farne di questa serata appena iniziata. Vedono bene che il materiale a disposizione è sufficiente! - Il professore mescolava beveraggi secondo ricette personali: ci teneva poi a solennizzare i risultati.
Gridava: - Una bomboniera o una bottiglia di spumante per il miglior nome di cocktail! - Un’idea splendida! Tutti si riunirono di nuovo, pieni di allegria.
- Per le signore! - Si distribuirono bicchieri colmi di un liquido rossastro.
- Bè, come lo chiameremo? - “Fenomeno”! - Formidabile, signora professoressa! - Ma la fidanzata del dottor Mller sussurrò: - “Filtro d’amore”! -
Era la prima parola che le si udiva pronunciare quella sera, ed era un pochino imbarazzante, come si prevedeva. Ma ella ebbe, comunque, il premio.
E ora, i signori. Attenzione, prego, a non versare perché lascia buchi nel tappeto. Limpido come il vetro, non rivela nulla. Questo è il trucco. - Alla salute! - Ebbene? Eh sì, altro che. - Dunque, che cosa proponete?
- “Omicidio”! - “Acqua di fuoco”! - Erano i giovani. Il professore sorrideva con mitezza. Ma ecco che il dottor Mller, ch’è già quasi ubriaco, riesce a dire tossendo: - Io sono per “Terra bruciata”!
Risate. Silenzio improvviso.
Un premio per “Terra bruciata”?
Si tace.
La ferita è lì, ancora aperta. Non è un bello spettacolo.
Eccoli là, gli adulti. Costoro sono stati presenti quando decisioni simili venivano urlate in gigantesche piazze mareggianti di folla; costoro si sono uniti alle urla, hanno marciato dietro ad esse come dietro a una bandiera, per mezzo mondo. E noi, i figli, eravamo qui.
Esclusi, come lo sono sempre i figli dalle occupazioni serie degli adulti. Un fremito d’orrore si propaga ancora per il tremendo segreto…
Dove porta a un tratto il comune ricordo? Che groviglio, in quella gente! Di quante generazioni li ributta indietro? Epoca glaciale, età della pietra, barbarie?
E poi la voce acuta di Seiffert: - Chi non sa reggere l’alcool, non dovrebbe bere!
Si telefona per un tassì per il dottor Mller. Se ne occupa la signora del professore. Avviene che lei si turbi assai spesso per qualcosa: una salvietta caduta, per non dire di certe barzellette… Ma questa volta, a dire il vero, non vede alcun motivo.
E’ meglio andarsene. Però prima il bicchiere della staffa, tutta la comitiva radunata ancora una volta intorno al professore. Costui, in vita sua, non è certo andato a cercarsele le scene faticose di questo secolo, ma in fondo non è più giovanissimo, e in determinate circostanze avverte senz’altro una palpitazione ammonitrice sul lato sinistro del petto.
Dunque spumante. Inspiegabilmente manca un bicchiere, un calice per lo spumante - una situazione che la padrona di casa non dimenticherà mai più, vita natural durante. Però, prima ch’ella possa precipitarsi a provvedere al rimpiazzo, Manfred dice: - Noi due preferiamo bere da un bicchiere solo. -
Guarda in faccia Rita. Questa annuisce, mentre diventa rossa. Il professore, cui preme molto di salvare la serata, applaude per primo. Egli cerca di darsi l’aria di intenditore: bene, approvo che ci si ami così. A un tratto, entrambi sono al centro dell’attenzione generale. L’intesa di Rita con Manfred vacilla. Qui, riconoscere l’appartenenza reciproca è come un denudarsi. Eppure: lui lo sapeva e non ha indietreggiato.
Il professore solleva il bicchiere. A che cosa beviamo dunque?
- Alle nostre illusioni perdute, - dice Manfred a voce alta. Ecco un’altra cosa che non va. Ma non la vogliono smettere, dunque, oggi i giovani di mettere in difficoltà il loro maestro, cui devono tanto? Il professore s’inchina davanti a sua moglie, fa nel contempo un cenno di intesa a Rita: - A tutto ciò che amiamo!
E così bevono tutti a cose assai diverse, anzi contrastanti.
Manfred prende soltanto un sorso e porge poi il bicchiere a Rita. Lei lo vuota di colpo. Non si guardano. Ma entrambi hanno, nel medesimo istante, il medesimo desiderio: che il tempo si arresti da quel momento in poi. Rita, in seguito, ricorderà esattamente il turbamento con cui si chiese: abbiamo dunque qualcosa da temere, noi, dallo scorrere del tempo?
La comitiva si sciolse in fretta, quasi precipitosamente, come sospinta dalla cattiva coscienza.
20.
Il tempo non ha risparmiato nemmeno i ricevimenti serali del professore.
Sebbene certi determinati sottintesi possano avere il loro fascino - questo poi si volatilizza col mutare del retroscena. E desideri e aneliti nuovi crescono con molto minore rapidità di gigantesche aziende impiantate nella sabbia della brughiera…
Certo, esistono dati di fatto che producono a modo loro argomenti. Ma ciò significa forse che la via dei dati di fatto è anche la mia? Non è possibile impiantare una vita reale sopra speranze future. Giorni, notti, settimane, anni insieme a una donna, con appartamento, auto, mangiare e bere… Occorre rifletterci bene, nevvero?
Manfred, che volentieri faceva mostra di esser navigato, era avvezzo a delusioni ma non a sconfitte; e se ne ebbe la prova. Fino a quel momento, aveva raggiunto tutto come in un gioco, rischiando poco. Il paese era avido di gente capace. Lui rincarò la posta. Che cosa non dipendeva, per lui, da quei pochi disegni, l’atto di nascita d’una nuova macchina, una creatura sua, perfetta come possono esserlo soltanto creature inventate! Ed ecco che la nascita non doveva aver luogo. Il suo scoraggiamento sorprese, per primo, lui stesso. Ora solo s’avvide del vento favorevole che, fino allora, l’aveva sospinto.
Unicamente per far piacere a Martin - non poteva permettersi di deluderlo
- nelle prime settimane del nuovo anno si decise a recarsi in quella fabbrica della Turingia, che si rifiutava di collaudare la loro macchina.
Si preparò come per una spedizione in un continente sconosciuto.
Non era la prima volta che si recava in una fabbrica; ma per la prima volta rifletté come dovesse comportarsi per destarvi una buona impressione.
- Talvolta, molto dipende da inezie, - disse. - Per esempio: si porta la cravatta, o no? Berretto? Cappello? Tu che ne pensi?
Interrogava Martin Jung, che lo stava a guardare mentre faceva la valigia e lo prendeva in giro.
- Né berretto né cappello, - disse. - Ma pazienza.
- Aggiungi ancora: fiducia, - replicò Manfred.
Questa sarebbe la cosa migliore. A una persona fiduciosa nessuno riesce facilmente a resistere.
Rita si accorse che Martin preparava riguardosamente l’amico a esperienze sgradevoli. Manfred non se ne accorgeva?
Egli lanciò a Martin uno sguardo indagatore: - C’è bisogno di parlare con me come con un cavallo malato?
Martin era facile al riso: era davvero ancora molto giovane.
Rita se ne stava accoccolata a gambe incrociate e seguiva attentamente quel che avveniva tra i due, né sapeva se fosse più contenta o più triste. Manfred chiamava quel suo umore “tempo piovigginoso”, e lei s’arrabbiava ogni volta a quella espressione. Come sempre, si difese accusando.
- Perché almeno non mi hai regalato un pappagallino, invece di Cleopatra? Non fa che dormire tutto l’inverno nella sua cassetta. Un uccellino mi avrebbe cantato qualcosa. Specialmente quando sono sola.
E’ necessario avere ogni giorno qualcosa che ci allieti.
In primo luogo non si è soli quando si hanno tanti amici, la ammonì Manfred. Sissignori, amici! So quel che dico. Secondo, una ragazza perbene non rattrista la persona ch’è costretta a partire. Terzo…
Martin sapeva di che si trattava. Si girava sempre quando si baciavano.
- Peraltro, nessuno sa laggiù che noi arriviamo, - disse dopo un po’.
Manfred lo guardò meravigliato. - Devo disfare la valigia?
- Fa’ quel che vuoi.
Quello che voleva! Voleva vedere lavorare la macchina, e subito anche, e senza ulteriori difficoltà, anche. Comprendeva a poco a poco che non si trattava più soltanto della macchina. Si trattava di Martin, ch’egli si mise a ingiuriare di cuore.
Rita s’era fatta più allegra, lei stessa non sapeva perché. Fece il caffè col bollitore a immersione e mise sul tavolo un piatto di panpepato che continuava a riempire pescando dentro un’inesauribile cassetta proveniente dal suo paese. Martin, in compenso, organizzò per lei una serenata sopra il lungo righello di cui Manfred si serviva di solito per tirare il frego finale sotto le sue interminabili formule.
Martin lo maneggiava come una cetra. Cantò tutto quello che gli richiesero. Per fortuna nessun altro poteva udirli. Che gioia sottile potersi dire: questo è il mio amico. Con Martin, Rita poteva parlare di Manfred: - Lei lo terrà un po’ d’occhio! - disse.
Martin s’inchinò ironicamente.
- Ascolti, Martin: se facesse lo sventato… E’ facile a diventare scortese. Il che ferisce le persone.
- Scortese? - disse Martin. - Villano è. Non sa come si parla con le persone.
Le offende. E’ presuntuoso. Ma la macchina è buona.
Rita sospirò. - Sa, per di più non è poi nemmeno un eroe…
- Un eroe! - schernì Martin. - C’è bisogno di un chimico e di un ingegnere laggiù, non di eroi. Per questi ultimi non esistono posti in organico…
Sì, lo so bene che vuoi tranquillizzarmi. E’ carino da parte tua, molto carino.
Sei veramente un tipo molto carino.
- Lo terrà un po’ per le briglie, vero?
- Rita, - disse Martin. - Si sieda un po’, adesso, e scacci dal viso le rughe della preoccupazione. Così. Ho sempre ammirato con quanta intelligenza sa guidare il suo Manfred. E’ una cosa rara. Si tenga l’intelligenza e lasci a me la mia ammirazione.
Più di due, al massimo tre settimane non si sarebbero trattenuti del resto.
Eppure, il tempo le parve lungo. Da principio, invitò Marion a farle visita. Un febbraio scialbo, scolorito. Pochissima neve, ma a un tratto freddi improvvisi e rigidi, vento gelato sul rettilineo che porta all’istituto, e un rodìo di impazienza per la primavera, quasi insopportabile. Brace sotto la cenere…
Marion accompagnava Rita su nella calda cameretta della mansarda, lasciando andare solo il suo motociclista. Stavano sedute una di fronte all’altra allo stretto tavolo da lavoro, entrambe immerse nelle stesse cifre e formule, che si dissolvevano in polvere sotto lo sguardo svogliato di Marion.
Un’unica cifra morta risucchiava malignamente il mondo intero, variopinto e vivo, e Marion non poteva fare a meno di sospirare mettendosi davanti alla piccola finestrella, oltre la quale s’infoscava un cielo vero.
Che a Rita quei libri schiudessero un mondo reale, no, Marion non riusciva a capirlo, sebbene non finisse mai di esserne ammirata.
Schwarzenbach però se n’era accorto bene e le sorrideva. Vedi che avevo ragione. Da ora in poi, in fondo, non possono capitarci più molte cose.
Purché tu riesca a divertirti di vivere a un livello non troppo inferiore alle nozioni più intelligenti del nostro tempo…
Manfred non le scrisse, nemmeno un rigo. Dalla stazione della cittadina di Turingia Martin inviò una cartolina, che ritraeva la città in tutta la leggiadria che le era propria: - Siamo arrivati e lanciamo una sfida al secolo.
Saluti Martin. Saluti Manfred.
Poi non venne più nulla. A volte tutta la grande città, di notte, si voltolava come un blocco sopra il petto di lei. - A Natale noi ci sposiamo, - disse Marion, levando gli occhi dai libri. - E voi?
- Noi? Presto, credo…
Rita estende sempre di più i suoi giri intorno al sanatorio. La natura autunnale non la tocca molto da vicino. Si trattiene presso i lucidi binari ferroviari che intersecano la campagna leggermente ondulata, si rallegra se i macchinisti la salutano dalle locomotive e risponde serena e senza invidia ma con nostalgia. Le giornate sono limpide e fredde, e si adeguano bene al suo stato d’animo. Si fa forza e impara a guarire più presto riflettendo con attenzione. Impara anche a evitare di sfiorare la ferita- anche questo. Mette rami di sorbo nel vaso sopra il suo comodino, parla gentilmente con le compagne di stanza e con le infermiere, e la sera, a lampada schermata, legge.
Fuori passano i treni notturni, gli alberi del parco si scuotono lievemente con le foglie secche e fruscianti. E’ sensibile ai tentativi dei poeti di rischiarare brano a brano l’ancora vasta oscurità delle cose non dette. Ma la sua vita reale, in queste ultime settimane di sanatorio, si concentra nell’àmbito di un quarto d’ora ogni giorno, di quindici estenuanti minuti cui ella deve tener testa.
Non lontano dalla bianca casa silenziosa corre, tra i campi, un sentiero, ad angolo acuto col viale asfaltato che, attraversando parecchi piccoli paesi e cittadine, conduce in città. Al vertice di quest’angolo, alla punta estrema di esso, proprio accanto al giallo cartello, ogni giorno alla medesima ora Rita sta ad aspettare l’autobus, che viene dall’aver rilevato il treno del pomeriggio.
E’ necessario che qualcuno le dia un segno. Occorre che qualcuno trasgredisca l’ordine di lasciarla in pace. Occorre che qualcuno senta che, adesso, è il momento di riabituarla al disordine.
Marion sarebbe la persona più adatta. Marion troverebbe il tono giusto perché sarebbe assolutamente ignara delle difficoltà che ci sono state.
Rita occupò intere giornate a desiderare la venuta di Marion. Marion da tempo non è più all’istituto. E’ andata via in marzo. Non ci sono state dispute sul suo conto, tutti le augurarono ogni bene e ne mantennero un buon ricordo. Le ragazze si facevano pettinare da lei e le raccontavano tutte le novità, e Marion voleva sapere proprio tutto.
Marion, doveva venir Marion, lei sarebbe la persona più adatta.
Un giorno arriva davvero, col bus, e non si meraviglia affatto che Rita stia ad attenderla. Sui suoi tacchi alti trotta, sicura di sé, accanto a Rita lungo il sentiero; ridono, come si fossero viste appena ieri. Non potrebbero parlare di nulla senza fare il nome di Manfred, quindi non si provano nemmeno ad evitarlo. E Marion riesce a pronunziare questo nome con tale naturalezza come altri dicono “casa” oppure “luna”.
Marion comprende che per un amore si può soffrire smisuratamente, sebbene questo non sia affatto il suo caso. Camminano lungo il limitare del bosco - un bosco rado di larici, dietro cui il sole discende rosso e dorato. I tronchi tremolano sui loro volti, Marion con le sue scarpette fa fatica su quel sentiero, ma la descrizione dei suoi tesori nuziali la assorbe completamente.
- Che fa Sigrid? - chiede Rita. Sigrid manda saluti. Rita sorride. Ci saranno stati certo discorsi di ore tra Marion e Sigrid, sul suo conto…
Sigrid, una delle ragazze più insignificanti della sua classe, occupava il posto accanto a Rita nel banco. Erano gentili insieme, ma l’una non sapeva nulla dell’altra. Finché Rita vide che cosa Sigrid, un giorno, scarabocchiava da un’ora intera sulla sua carta assorbente: che cosa devo fare, che cosa devo fare…
Quel pomeriggio, nell’angolo più buio di un piccolo caffè, Rita apprese che la sua sensibilità non l’aveva ingannata: per paura e inesperienza, Sigrid si era messa in una brutta situazione. I suoi genitori, coi quali abitava, due settimane prima, insieme coi due fratellini minori erano “andati via” -
cosa ciò significasse, si sapeva. Lei era a conoscenza del loro progetto. Per una notte intera non era rincasata (dove trascorre una notte una ragazza, sola, in una fredda città invernale?), poi per un’altra giornata ancora. La sera tardi, aveva trovato l’abitazione vuota, come aveva sperato e temuto.
Delle molte paure che avevano accompagnato la sua vita fino allora (come aveva temuto il padre, a cui era impossibile tener testa!) non gliene rimaneva adesso che una sola: se lo vengono a sapere, mi scacciano dall’istituto.
Con energia e fantasia costruì un muro impenetrabile intorno a questa fuga.
Ai vicini aveva detto che i genitori erano partiti per le vacanze invernali; all’improvviso, naturalmente. Cose che succedono. All’azienda del padre (era saldatore) aveva telefonato che il padre era malato, il certificato medico l’avrebbe mandato in seguito. Aveva giustificato a scuola i due fratelli.
Fu costretta a impegnare tutte le energie per mantenere in piedi, per due settimane, il suo tessuto di menzogne. Rita vide a un tratto davanti a sé una nuova Sigrid: tenace, malgrado la sua debolezza. Ma ora erano trascorse due settimane e Sigrid era tutta svuotata dall’interrogativo: che devo fare?
Lo sapeva da sé: c’era una sola cosa da fare. Ma attese ancora, per giorni, e Rita non la incalzò. Poi, in un’occasione di secondaria importanza, quando fu richiesta del mestiere del padre, disse senza esitare: - E’ andato via.
Rita fu l’unica a non esserne sorpresa. Ebbe tempo di contemplare le molte facce stupite, che per la prima volta erano tutte rivolte a Sigrid. Dal groviglio di domande e risposte si levò, dopo un po’, la voce di Mangold, tagliente e fredda: - E nessun altro era al corrente del fatto?
Sì certo, disse Rita calma. Lei lo sapeva.
Ah sì. Lei lo sapeva. - Un grazioso complotto. Un operaio lascia il proprio Stato, la repubblica. Sua figlia mente nei confronti dello Stato. La sua amica che studia anch’essa grazie a una borsa del potere operaio, le da’ il proprio aiuto. - Bé. Se ne dovrà discutere.
Le facce si distolsero da Sigrid, come tirate via con un sol filo, quasi l’avessero guardata già troppo a lungo. Erano di nuovo rivolte verso il giovane insegnante timido, incapace di snocciolare con la medesima rapidità e precisione di Mangold talune citazioni; questi ripeté ora tutto confuso: -
Se ne dovrà discutere.
Rita pensa: meno male che Marion è venuta. Cammina accanto a lei, ascoltando appena quello che racconta. E’ giusto intenta a descrivere il suo nuovo tailleur. Appartiene a quelle felici persone per le quali molte cose vanno a posto per mezzo di un tailleur e che inconsciamente disprezzano un pochino gli eterni scalognati - come Sigrid. Marion si procura la propria sicurezza di sé in modo semplice - diversamente da Sigrid, che per molto tempo ancora si sentirà oppressa dalle proprie angosce infantili. In modo diverso, anche, da Rita.
Ricorda ogni particolare di quella giornata, anche se allora nel suo turbamento non aveva saputo imprimersela consapevolmente nell’animo.
Sulle prime, aveva creduto di ottenere qualcosa con la risolutezza: se si dovrà discuterne, allora meglio farlo subito, aveva detto a Mangold. Costui respinse nettamente la proposta: a una cosa del genere occorreva prepararsi.
In momenti simili si diventava sensibili agli sguardi marcatamente impenetrabili. Sta di fatto che nessuno rivolgeva la parola a Sigrid e a Rita, comunque non quando Mangold fosse in grado di vederlo.
(Marion, che non si curava affatto di tutto quel pettegolezzo, faceva naturalmente eccezione). - Ci butteranno fuori, - diceva Sigrid. Io lo sapevo.
Nel pomeriggio, Rita rimase seduta immobile per ore, sola, nella sua stanza.
Non si chiedeva in che modo potesse, alla fine, nuocerle il giudizio di un Mangold. Certo, temeva una decisione che potesse ributtarla indietro, in un punto ormai ben lontano. Ma anzitutto sentiva che Mangold, se riusciva a spuntarla, distruggeva in lei molto di più della possibilità di diventare maestra.
Tuttora non era molto salda in lei la certezza che sarebbero stati i princìpi dei Meternagel, dei Wendland e degli Schwarzenbach a poter reggere l’esistenza di tutti gli uomini. Tuttavia, quel primo, esiguo lembo di certezza, così facile da scalfire, era già per lei infinitamente prezioso.
Infatti, senza costoro, gli Herrfurth avrebbero sommerso il mondo. Non attendevano che questo, seduti alle loro tavole ben apparecchiate, un po’
dovunque, nel paese. Già levavano il naso a fiutare il vento.
Quanto più la signora Herrfurth era gentile con lei, tanto più Rita si faceva riservata. Ascoltava muta tutto ciò che quella donna sapeva: accadevano fatti inquietanti, la fuga di buoni conoscenti di una volta diventava sempre più frequente - incomprensibile, vero, con quel che avevano per vivere, qui! -
poi improvvisamente persone onorate venivano smascherate come delinquenti e bollate dai giudici ai processi, con espressioni d’ogni sorta (“Accaparratori! popolo, diceva la signora Herrfurth, il popolo pensa: così non è possibile andare avanti!
Perché non mi è mai saltata agli occhi, prima, la somiglianza tra la signora Herrfurth e Mangold, pensava Rita. Lo stesso cieco zelo, la stessa esagerazione ed egocentrismo. - E’ dunque possibile lottare con gli stessi mezzi per fini opposti?
Cercò di rievocare la faccia di Mangold. Si rese conto che portava sempre abiti grigi. Ma non riusciva a vederne la faccia. Apparteneva a quelle facce che non si riconoscono dopo averle viste una volta non perché fosse una faccia dozzinale (i particolari li scorgeva: il grosso naso, la bocca molle, le guance pallide e un po’ troppo rotonde), ma perché aveva assunto una fissità d’espressione. Come se portasse una maschera, pensò Rita. Ma contro chi si maschera? Può alla lunga nascondere davanti a tutti i veri motivi delle sue azioni?
Ma quali sono i suoi veri motivi? Onesta preoccupazione per una causa?
Oppure l’abitudine a esercitare il potere col pretesto demagogico della preoccupazione? Cinismo? Interessi personali? Insicurezza? La sua paura crebbe.
Nel buio, corse da Meternagel. Non ci andava per la prima volta. La moglie non fece che indicare, muta, la porta della stanza dietro cui si sentiva vociare.
Nella stanza, c’erano seduti quattro, cinque uomini, tutti conoscenti di Rita, dell’antica cerchia dei capi. Si stentava a riconoscerli, in quella fitta cortina di fumo; salutarono Rita rumorosamente, attirandola subito nelle loro faccende. Stavano scrivendo appunto un reclamo alla direzione aziendale per le continue interruzioni durante il lavoro. Un reclamo che già il giorno seguente - Rita se lo ricorda - aveva fatto scalpore in fabbrica, e in seguito venne persino sul giornale. Come tornava subito la confidenza con lei, come si ironizzava con bonomia sulla sua fresca dottrina chiedendole formulazioni taglienti e puntute per la lettera: tutto questo le fece bene. Ma andò via presto, però. Aveva cercato un colloquio a quattr’occhi con Rolf. - Torna domani, - disse lui sulla porta.
- Vabbene.
Si recò da Schwarzenbach. Anche là aprì la moglie. Era questa ancora la medesima donna forte e allegra? La sua faccia sembrava sconvolta da un terribile spavento e rimasta impietrita. Rita passò muta davanti alla donna muta, entrando nella stanza di Erwin Schwarzenbach. Stava seduto sulla seggiola senza far niente. Alzò gli occhi. - Ah, è lei, disse quasi con sollievo, come se avesse potuto entrare chissà chi.
Proprio allora, in quei medesimi istanti, veniva operato il loro ragazzo.
Un lieve dolore da giorni sul lato destro: poi l’infiammazione che si estende furiosamente, marasma progrediente in poche ore, il bambino solo in casa, i genitori arrivano troppo tardi…
- Non me lo dimenticherò più, - disse la signora. Era l’unico pensiero che riuscisse a formulare: stava seduta accanto al telefono. Di là sarebbe venuta la liberazione o la condanna. Il germe dell’autodistruzione si era infiltrato in loro, guadagnando sempre maggior potere. Schwarzenbach, egli stesso completamente in balìa di quest’angoscia senza misura che emarginava tutto quanto era importante prima, teneva una mano posata sul braccio della moglie.
Quando Rita fu di nuovo in strada, riebbe davanti agli occhi la pagina del quaderno del ragazzo Schwarzenbach, da lei un giorno corretta: cifre ripide a grossi tratti obliqui, colonne di còmpiti ordinatamente separate tra loro…
Piovigginava, la prima pioggia di una primavera precoce. Il lieve fruscìo, quasi gaio, si mescolava a folate di vento ch’erano come sospiri di sollievo esalati dalla città, per così lungo tempo muta nei rigori dell’inverno. Rita calpestava tuttora spigolose croste di neve, ma già l’acqua morbida e tiepida le sfrangeva.
Incontrò poche persone. Né aveva ormai più desiderio di veder gente.
Se il caso voleva che in tutta quella grande città non ci fosse quel giorno nessuno disposto a darle ascolto - e va bene. Non era poi la prima volta che aveva quella sensazione di emarginazione. Mai però era stata così dolorosa e umiliante. Il volto per solito così familiare della città, oggi si era tramutato per lei in una smorfia. Tutto è diverso, lo so, pensava. Tutto è diverso. Mi sta bene.
Era stata credula come una bambina, come fare a perdonarselo! Si era lasciata abbindolare da tutte quelle chiacchiere - chiacchiere, questo erano: che l’uomo è buono, purché gli se ne dia la possibilità. Che sciocchezze! Come era stupida la speranza che quell’egoismo nudo e crudo dipinto sulla faccia della maggior parte della gente potesse, un giorno, tramutarsi in comprensione e bontà.
Era stata sconfitta, come probabilmente ciascuno all’infuori di lei aveva previsto, e non le rimaneva altro che sottrarsi almeno alle conseguenze. Non ne valeva la pena.
La sua forza morale, a un tratto, era totalmente esaurita.
Andò a casa, come se tutto fosse già stato ponderato; riempì la sua logora valigia, lasciò inosservata la villa e raggiunse il treno notturno, che fermava nella sua cittadina. Rimase per alcune ore raggomitolata, infreddolita, in un corridoio della stazione esposto a tutte le correnti d’aria, perché nelle piccole città non si è organizzati per i viaggiatori notturni e disperati. La sua memoria, che funzionava a sua insaputa, le suggerì in tempo che a quell’ora passava per ¡ paesi il camioncino del latte, proveniente dalla latteria. L’autista era ancora il medesimo. La conosceva, e così poté poi star seduta bene, al caldo e finalmente in pace, tra lui e il suo accompagnatore dentro la cabina del camion. Facevano dei giri viziosi prima di arrivare al paese, ma a lei non importava.
Schiariva lentamente, un albore brumoso, grigio e lattiginoso. Poi vennero i colori. Dapprima quelli artificiali: il rosso dei tetti ricoperti a nuovo, ai margini dei villaggi, il verde delle staccionate, una insegna. Più tardi, i colori pastellati della campagna: il grigio scuro e greve dei campi contro il cielo grigiopallido che schiariva a vista d’occhio, in cui sfrecciavano ancora muti gli uccelli, le macchie dei faggi snelli color mogano, lungo le strade; e alla fine un’ombra di azzurro sopra il limitare del bosco sfrangiato di scuro, davanti a cui, qualsiasi cosa accadesse, vicino a un salice sfilacciato dal vento la strada girava a destra, leggermente ripida, poi subito in discesa verso un paesino, ch’era rimasto coscienziosamente al suo posto, che bastava attraversare per entrare, in fondo alla sua punta estrema, in questa piccola, indicibilmente piccola casa, e trovarvi tutto ciò di cui un essere umano ha bisogno.
21.
Rita dormì tutto il giorno e la notte seguente. Si destò al suono delle campane, la mattina della domenica. Nulla era dimenticato ma ella sentiva nettamente come aveva fatto bene a venire là. Quell’alta cupola celeste lievemente velata, l’elemento più importante di questo paesaggio che, indenne da blocchi di case e da ciminiere, era corretto da un tratto dolorosamente noto -
il bosco, i campi e una piccola fila di alture - inavvertitamente disponeva ogni cosa intorno a un punto focale naturale, non consentendo l’insorgere di tormentosi crucci individuali. Rita percorse in lungo e in largo il paesaggio della propria infanzia: per un’ora, in tutte le direzioni. Sorrideva. Un piccolo regno! E come risultò, niente affatto intangibile. La gente che incontrava strada facendo era riboccante di novità. Tutti apparivano più eccitati di come li conosceva Rita. Taluni tenevano la mano davanti alla bocca nel sussurrarle qualcosa, altri s’interrompevano a metà della frase, si mettevano in ascolto e poi proseguivano la strada scuotendo il capo. Mai si era accorta che vi fossero tanti bambini.
A poco a poco, scoprì tratti nuovi sul volto del paesaggio. Campi squadrati, i cui confini svanivano all’orizzonte con un’angolazione diversa dalle antichissime rughe dei fossati di un tempo. Con tale rapidità, i nuovi tratti non riuscivano a imprimersi nelle facce della gente. Però, Rita avvertiva quasi fisicamente la propria inquietudine, la paura di perdere, l’ancora incerta speranza di vincere.
In paese, incontrò altri studenti in ferie. Ci si salutava, restando insieme per qualche minuto. Una traccia di imbarazzo malgrado la reciproca confidenza. La consapevolezza che l’altro avvertiva anche lui che l’infanzia era definitivamente trascorsa.
Era venuta lì per apprendere questo? Aveva dunque pensato che un angolino qualsiasi avrebbe atteso, eternamente immutato, di farle da rifugio?
Ed era questo che desiderava, dopotutto?
Disprezzò a un tratto il proprio impulso alla pigrizia e allo scoraggiamento. Per la prima volta pensò al fatto che, un bel giorno, ogni individuo scruta a ritroso la propria vita: con compiacimento, con rassegnazione, con la soddisfazione dell’autoinganno.
Otto mesi erano trascorsi, e da allora non ci aveva pensato più. Ma oggi, camminando al fianco di Marion che, noncurante se si stia ad ascoltarla, prosegue tutta allegra a raccontare - oggi tutto risorge dinanzi a lei. Ella sa anche perché: la medesima impazienza, l’insoddisfazione di sé e di tutto ciò che la circonda, che l’aveva costretta allora a ripartire per la città subito l’indomani mattina questa stessa sensazione l’ha colta anche oggi, dall’istante in cui Marion, una creatura completa e matura, è scesa dal bus e si è diretta verso di lei. - Penso che ritornerò presto, - dice a Marion.
Naturalmente, - risponde questa con indifferenza. - E come no?
Durante il viaggio di ritorno in città, allora, la piccola auto grigia di Manfred deve aver incrociato e sorpassato il treno lungo il tragitto. Manfred, al suo ritorno, non l’aveva trovata a casa, aveva sentito da Marion ciò ch’era accaduto ed era partito a riprenderla. E
Rita, quando trovò il biglietto di lui sul tavolo nella cameretta della mansarda, corse al più vicino ufficio postale per chiamarlo al telefono.
Vi trovò H„nschen. Era stato malato e si annoiava. Era disponibile ad attendere con Rita finché l’ufficiale postale del paese di Rita avesse convocato Manfred. H„nschen raccontò sottovoce che sarebbe andato via dalla casa della sorella, la quale l’aveva tirato su dopo la morte dei genitori. Lei non lo obbligava, ma l’appartamento era veramente piccino: due stanze e mezzo, e con due bambini! Il cognato preferiva star solo con la sua famiglia; lui, H„nschen, non ne faceva parte.
Rita pensò: com’è difficile procurargli un’esistenza sua, di cui si senta parte perché di lui non si può fare a meno… Mio Dio, pensò, ma ora dovrebbe essere arrivato, oppure non l’hanno trovato, e allora devo aspettarlo per altre due ore, e io non resisto! - I bambini, diceva H„nschen, - quelli sono affezionati a me. Davvero, lo sono proprio!
Ma ecco venne gridato il nome del suo paese. Rita si precipitò dentro la cabina, premette all’orecchio la cornetta, ancora tiepida della calda mano di un altro. S’udì subito la voce di Manfred, vicinissima: - Sono partito dunque prima di te, eh?
- Sì, - disse lei. - E non hai scritto. Per due settimane.
- Esatto, - fece lui.
Tacquero, ascoltando il fruscìo dei cavi telefonici lunghi molti chilometri tra i due telefoni: cavi attraverso cui passava il vento che li faceva ronzare.
Vedo la tua faccia, sì. Non fare il beffardo, non me la dai a bere. Ti conosco come me stessa. Dunque non abbastanza, dirai tu. Ma anche a te, non tutto ti è riuscito, con me; e ti dò atto che ci sia il suo lato buono… Comunque, ora non abbiamo bisogno di dir niente, proprio niente - capisci? Lasciamo fare tutto a questi cavi telefonici che sono avvezzi a ben altre cose…
Sei in collera con me, signorina bruna? Hai sempre quella ruga, quando ti arrabbi? Sempre. E poi, sono diventata proprio brutta, perché per due settimane nessuno mi ha guardata.
Solo guardata?
Oh va’! La sera, quando uscivo, lasciavo sempre accesa la lampada verde.
Al ritorno, potevo così immaginare che qualcuno stesse ad attendermi.
Rita non sa più se si sono dette tutte quelle cose, ma nel suo ricordo quel dialogo esiste, come c’era la faccia di lui - vicinissima eppure irraggiungibile, come può esserlo soltanto un volto molto intimo e familiare - e quel terribile accesso di debolezza fisica e di nostalgia di lui.
- Dunque arrivo, - disse Manfred, e il ronzìo eccitante della lontananza, indifferente ed estranea, s’interruppe.
La cosa più importante era così avvenuta, prima ancora che avesse luogo quell’assemblea di gruppo, di cui Rita aveva avuto tanta paura.
Quel che poté imparare ora, l’aveva imparato da sé - la via più sicura per diventare davvero più saggia. Assentì quando le vennero rimproverati i giorni di scuola perduti e il giovane docente perplesso le annunziò un biasimo
- il meno che potesse fare, a tener presente l’indignazione di Mangold.
Mangold parlò a lungo. Rita sapeva quello che avrebbe detto. Prestò orecchio distrattamente, ma lo guardò con attenzione. Le appariva quasi disincantato. Nessun altro si accorgeva dunque come suonasse vuota dalla bocca sua ogni parola? Come era ridicolo il suo pathos? Le pareva quasi di poter vedere il meccanismo che muoveva quell’individuo.
Si vergognava per tutti gli altri, che davanti a lui stavano a occhi bassi.
Sigrid era prossima alle lagrime. Rita le sorrise per tranquillizzarla.
Quella situazione non poteva durare. Forse quel Mangold sarebbe riuscito a intimidire gli altri per un certo tempo; ma alla fine era condannato a fallire, perché non serviva a nessuno, nemmeno a se stesso. E come si vide, non riusciva nemmeno più a intimidire.
- A nome di chi parla, lei? - chiese Erwin Schwarzenbach. Tutti rimasero sorpresi, anche Mangold. Parlava a nome dei compagni, diss’egli poi con aria di sfida. Esisteva una delibera…
- Una delibera, - disse Schwarzenbach. Rita, da quella sera, non gli aveva ancora potuto parlare. Che ne è del suo ragazzo? pensò. Sarà vivo, altrimenti Schwarzenbach non potrebbe essere così calmo. Lo udì proseguire: - Che cosa dice la delibera sui motivi della condotta di Sigrid? Perché Sigrid non ha avuto fiducia nella classe?
A questa domanda, pensò Rita, tutto avrebbe dovuto venir liquidato e messo a tacere una volta per tutte. Ora, avrebbero dovuto parlare tutti… Eppure, seguitava a parlare soltanto Mangold, a cui evidentemente bisognava conceder credito. Parlava della linea del partito, così come i cattolici parlano dell’immacolata concezione.
Schwarzenbach glielo disse del resto, sorridendo, e rendendo Mangold impotente e furibondo. E’ proprio così: senza Schwarzenbach tutto avrebbe potuto svolgersi diversamente. Ma perché mai nessuno aveva fiducia in se stesso? Che cosa impediva loro di porre domande semplici, umane, come ora faceva Schwarzenbach, di ascoltare attentamente qualcuno senza diffidarne? Che cosa impediva loro di respirare liberamente come facevano adesso? Di guardarsi in faccia così apertamente?
- Stringare! - gridò Mangold. Occorreva stringare ogni domanda per arrivare al nòcciolo delle contraddizioni! QUESTA era la prassi partitica, disse.
A questo punto, egli ricevette l’unica, tagliente risposta da Schwarzenbach, per il quale evidentemente era molto importante che tutti prendessero parte a quel dibattito e che lo vedessero inflessibile su quel punto. Non lo conoscevano così eccitato; gridò a Mangold: - Si preoccupi piuttosto che una ragazza come Sigrid s’accorga che per lei esiste il partito, qualunque cosa le accada. E per chi altri se non per lei, - aggiunse a voce più bassa.
A questo punto dell’assemblea, Sigrid finì col mettersi a piangere, cercando di passare il più possibile inosservata; ma se ne accorsero tutti, e questo li calmò. Solo Mangold non rinunziò al suo programma.
- Ma è politicamente ingenuo, questo, - disse. Non rifuggì dal pronunciare, in relazione al pianto di Sigrid, l’espressione “imperialismo mondiale”. Lui comunque, disse, aveva alle spalle una dura scuola nel partito.
- Lo credo senz’altro, - replicò Schwarzenbach rapidamente, quasi avesse ricevuto la conferma a una propria supposizione. Parlò con più calore, come se fosse solo con Mangold: il risultato fu che Mangold apparisse loro, a un tratto, in un’altra luce. Svanì il bisogno di vederlo dalla parte del torto.
- Sa, - disse Schwarzenbach, sempre a bassa voce rivolto a Mangold, sa che io, figlio di un operaio, volevo andarmene tra i “lupi mannari” (11) oppure suicidarmi, quando finì la guerra?
Schwarzenbach gettava sulla bilancia tutta la propria vita per loro, per i suoi allievi.
- A quel tempo, - disse, - avevamo meritato e c’eravamo aspettati odio e disprezzo. Il partito è stato indulgente e paziente con noi, sebbene esigente.
Da allora, ho una certa considerazione di queste qualità: indulgenza, pazienza. Qualità rivoluzionarie, compagno Mangold. Lei non vi è stato mai addestrato?
Mangold si strinse nelle spalle. Indulgenza, pazienza! Chi ne aveva il tempo, oggi, disse. - Il tono era quasi amaro.
- Sarà, - disse Schwarzenbach. - Ma io penso spesso che ne sarebbe stato di me altrimenti, in questa Germania… Che età aveva lei, alla fine della guerra?
- Diciotto, - disse Mangold esitante, come se svelasse un segreto intimo.
Rimasero seduti insieme a lungo. Di punizioni non si parlò più.
Mangold taceva. Era un uomo vulnerabile, non doveva esser facile per lui.
Schwarzenbach aveva ottenuto che nessuno lo guardasse con gioia maligna.
Anche Rita rifletté per la prima volta su di lui senza avversione.
- Probabilmente, - disse la sera a Manfred, - ha fatto troppe brutte esperienze per poter credere nelle persone.
- E tu? - chiese Manfred. - Tu credi nelle persone?
- Voglio farti una confidenza, - disse poi. - Finora non te l’avevo detto. Del resto, io stesso volevo dimenticarlo.
Tu pensi che Martin sia il mio primo amico. Ne ho avuto, invece, già un altro, anni fa. Era altrettanto buono quanto Martin.
Mio Dio, sì: altrettanto buono. Senonché, i ruoli erano scambiati: era più grande di me, e io lo guardavo con rispetto. Che nottate, quando ce ne stavamo accoccolati insieme, parlando di ogni e qualsiasi cosa!
Quanti libri mi andava procurando! Tutti quegli anni, in cui nulla riusciva a separarci: né ragazze né litigi…
Finché un giorno solo è bastato a dividerci per sempre. Uno sguardo che mi ha negato. Una frase che non ha detto. Un articolo che ha scritto.
- Era diventato giornalista, a Berlino. Per lungo tempo non ci siamo visti. Poi lo incontrai a una conferenza universitaria. Ci salutammo ancora da amici.
Dopo ore, ci siamo separati senza una parola.
Che cosa era accaduto? Poco, se vuoi. Terribilmente poco. Io ho parlato sui difetti del funzionamento scolastico. Sulla pazza zavorra di studi che ci opprimeva. Sulla ipocrisia che veniva premiata coi buoni voti.
- Tu hai detto questo? - domandò Rita stupita.
- Pensi che io sia stato sempre muto come un pesce? - chiese Manfred.
- Quando sono sceso dal podio, tutti si sono schierati contro di me.
Mi dimostrarono quanto fossero pericolose e corrotte le mie opinioni.
Io non guardavo che lui. Lui mi conosceva. Lui sapeva esattamente cosa intendevo dire. Gli scrissi un biglietto: “Dì qualcosa!”.
E non l’avessi scritto, quel biglietto! Chiedere aiuto a lui! Ma allora non sapevo ancora che lì non stava seduto un amico mio bensì un Mangold. Mi vergogno ancora per lui, dopo tutti questi anni - Uscì tra i primi dalla sala,
- disse Manfred. - Scrisse quell’articolo, che poi ho riletto tante volte, come certuni siano incapaci di smettere di prendere un veleno che li uccide.
Scriveva di me. Scriveva degli “intellettuali segregati dalla vita, chiusi in erronee opinioni borghesi, che intendono far ripiombare la nostra università nel pantano ideologico”.
Se oggi mi stesse davanti - nemmeno la mano gli darei. E che vuoi dunque, direbbe lui: forse che i giornali oggi non sono pieni di quello che tu allora chiedevi? Non gli risponderei nemmeno. Lui, è stato lui a costringermi a diventare più simile all’immagine che, in mala fede, ha disegnato di me.
Era molto stanco. Quel discorso già gli rincresceva. Sono affari miei, pensava.
Perché ne faccio parte a lei?
Rita gli posò una mano sulla spalla.
Dovrei contraddirlo, pensò. Ma che devo dire? Non posso giovargli.
Ora, bisognerebbe che fossi più matura, pensò; e ne fu infelice.
22.
Rita ora sorride, guardando la propria immagine riflessa sul prato.
Questa mi mancherà, pensa.
Ma ecco che arriva la lettera. Due lettere veramente, dentro una sola busta con la scrittura di Martin Jung. Ma è quell’una lettera che vale. Ella si sente diventare fredda e pesante. Questa lettera l’ha scritta Manfred. Un lampo d’insensata speranza - ancora, dopo tutte quelle settimane? Come aveva potuto pensare che tutto fosse finito per sempre…
Deve attendere, prima di poter leggere. Guarda la propria immagine riflessa: non mi abbandonare ora, oh mio Dio, non mi abbandonare. La donna pallida e delicata le sorride senza capire. Oh tu, pensa Rita con disprezzo, che ne sai tu!
La lettera, scritta di recente a Martin Jung da Berlino ovest, è priva di allocuzione. Rita legge: “Per amor di giustizia vorrei comunicarti che ho effettivamente ritrovato qui quel tale Braun di S. in uno dei tanti uffici. Tu l’avevi supposto. Prego, ti concedo che hai avuto ragione. Devi anche sapere che io ne sono consapevole. Perché, infatti, la mia lontananza deve distruggere ogni correttezza tra noi? D’altronde, per me è assolutamente indifferente. Tu sai che, allora, avrei preferito ucciderlo. Ora, non ho avuto neanche per un secondo il desiderio di rivolgergli la parola. Perché apprendere quale fosse in realtà, allora, il movente: deliberata intenzione o semplice incapacità?…
Non cambia nulla. Peraltro, io non appartengo a coloro che vanno regolarmente in pellegrinaggio al muro (12), per rabbrividire piacevolmente. Ma ascolto ancora le vostre emittenti, e non manco poi da tanto tempo da non ricordarmi più di nulla. - L’anno Sessanta… Ti rammenti ancora la nostra disputa? Credi ancora che costoro entreranno nella storia come i grandi benefattori dell’umanità? So naturalmente ch’è possibile ingannare se stessi a lungo su molte cose (ed è necessario, se si vuol vivere). Ma non è pensabile che voi adesso, di fronte alle recentissime rivelazioni del Congresso del Partito a Mosca, non rabbrividiate almeno sulla sostanza della natura umana? Che mai significa ordine sociale, quando il sedimento storico è ovunque l’infelicità e l’angoscia del singolo. “Scarsezza di originalità e di magnanimità”, ti sento dire. Come allora. E io non voglio ricominciare da capo. Quello che si poteva dire, è stato detto, molto tempo fa.
Ti auguro buona fortuna.
Manfred.”
Non è superato, ancora. Il dolore la raggiunge ancora. Deve star quieta.
Legge la lettera, finché la sa a memoria. Resta a giacere e prega gli altri, con cui di solito va a passeggio, di lasciarla sola.
Si sente meglio quando la stanza si svuota e anche i rumori nel corridoio si affievoliscono, finché in tutta la casa è silenzio.
Dopo un po’ di tempo, durante il quale se ne sta sdraiata a occhi chiusi, esteriormente calma, legge anche la lettera di Martin Jung.
“Cara Rita, scriveva. Ho riflettuto a lungo se dovevo inviarLe questa lettera -
l’unica scrittami da Manfred (in questo, non rappresenta affatto un’eccezione alla regola secondo cui ciascuno che qui se ne va tenta di motivare il suo passo a chi rimane, perché su di esso grava un’ombra disonorevole). A me sembra che la lettera spetti più a Lei che a me.
“Per amor di giustizia”… Lo sa che questa era una sorta di parola d’ordine tra noi? E’ nata a S. Con tale grido di battaglia, ogni mattina partivamo per la lotta. Non so che cosa lui ne abbia o no raccontato a Lei. Ma mi creda: è stata dura. L’opposizione era infida, non afferrabile e non superabile. C’era anzitutto questo Braun, ch’egli ora ha incontrato a Berlino ovest. Una vecchia volpe nel nostro settore. Quando si metteva contro di noi, non poteva trattarsi che di cattiva volontà. Di questo fatto non è stato possibile convincere nessuno. E’ andato via già quattro mesi fa - è stato
“richiamato”, dicono i più.
Ho molta fretta. Nella nostra azienda c’è per l’appunto una commissione del partito. Mostra interesse per la nostra macchina. Non avrebbe potuto resistere questi altri otto mesi, Manfred? E la cosa che mi da’ più cruccio, quando penso a lui, è che se fosse rimasto qui, sia pure a forza, oggi sarebbe costretto a cercare di venire a capo di tutto. Oggi, non potrebbe più sottrarsi.
Ma di questo, in verità, non volevo scrivere.
Pensi a guarire!
Martin.”
Rita trattenne in mano la lettera di Martin. Sta sdraiata quieta quieta e guarda il soffitto, seguendo con lo sguardo il disegno di crepe e macchie d’umido.
Martin sarebbe stato un buon amico per lui, e io una buona moglie. A poco a poco, oso proprio dire. Lui doveva esserne convinto, altrimenti non sarebbe ritornato così infelice da S. - peggio che se l’avessero scacciato: privo di ogni speranza di futuro successo.
Peraltro, la sua infelicità lo aveva reso disponibile a lei, per l’ultima volta.
Con aria stanca, ma non senza ribellione, le aveva descritto la congiura in cui s’erano imbattuti a S.: la freddezza, la diffidenza di tutti coloro cui volevano confidarsi. Stranamente, quanto più la loro impresa si faceva disperata, era stato Martin, non già lui, a diventare sconsiderato, scortese e imprudente.
Rita ne indovinò il motivo: Martin ricorreva a tutti i mezzi, per amore di Manfred. Doveva essersi accorto a che cosa quell’esperienza avrebbe spinto l’amico, ch’era da ogni punto di vista più indifeso di lui. Ciò che Rita udì sull’esplosione di collera e le furie omicide di Martin contro tutti, senza distinzione di rango e di nome, destò la sua preoccupazione.
Manfred restò a casa, a letto con l’influenza, per una o due settimane.
Sembrò gli capitasse proprio appuntino. Leggeva molto, anzitutto rileggeva sempre il giovane Heine (“Vorrei sapere soltanto dove va l’anima nostra quando moriamo: dov’è il fuoco che si è spento? dov’è il vento ch’è già passato?”). - Nemmeno Heine l’ha spuntata coi suoi bravi tedeschi, - diceva.
- Al contrario, - sosteneva Rita. - Sono stati i tedeschi a non spuntarla con lui. - Manfred sorrideva. Egli sorrideva spesso, ora, di lei, come gli adulti sorridono dei bambini. Lei non diceva nulla. In quel tempo, non aveva ancora timori per sé e per lui. Lui invece forse in segreto aveva già scelto, e indirizzava tutta la propria energia soltanto a rovinare entrambi?
Il compiacimento di sua madre avrebbe dovuto darle da riflettere. E’ vero ch’era impensabile che lui si sfogasse con la madre sulle proprie esperienze, ma lei evidentemente d’istinto giudicava con esattezza il suo stato d’animo.
Sgusciava da lui, malato, quando non poteva incontrarvi Rita. Godeva ch’egli fosse di nuovo in stato di bisogno e dipendesse da lei. Rita lo trovava talvolta capriccioso come un bambino viziato. Lo prendeva in giro, come era consuetudine tra loro, ma lui in quel periodo inclinava all’autocommiserazione e non si adeguava al suo tono.
Solo quando Martin fu escluso dai suoi studi, il suo umore cupo si mutò in freddezza e aperto scherno. L’ultima confidenza che fece a Rita fu che intendeva recarsi da Rudi Schwabe, per parlare in favore di Martin. - Per me stesso, non lo farei mai! - disse. Tornò in uno stato di disperazione, compiacimento e cinica rassegnazione, nuovo in lui. Stranamente, traeva soddisfazione dal fatto che Rudi Schwabe si fosse dimostrato proprio quel vigliacco quale lui da un certo tempo lo giudicava.
- Come mi ha guardato, fin dal momento in cui ho detto che Martin era mio amico! Quasi fosse contro natura dirsi amico di uno che era stato scacciato!
“Amico tuo? Ah sì… Siamo costretti purtroppo a cancellarlo dal registro dell’università. I recentissimi avvenimenti in fabbrica… In ogni caso non possiede la maturità necessaria allo studio. Ma tu sai com’è: noi non abbandoniamo nessuno”. E così via. La solita filastrocca di frasi.
Non “ascolta” quello che gli si dice! Io parlo e parlo, finché io stesso mi sento a pezzi. Ma a lui non “è concesso” dare ascolto. Che gli importa di un qualsiasi Martin Jung. Credi che starebbe a quel posto se, anzitutto, non fosse capace di una sola cosa: eseguire un ordine senza esitare?
- Ma cos’è successo, alla fine, a Martin? - obiettò Rita.
Cos’era successo? Semplicemente che ha perduto il controllo dei nervi.
Durante un’assemblea aziendale, si è alzato e ha detto loro in faccia quello che in realtà sono: intriganti, inetti, pura zavorra. E’ prevista una punizione.
E il signor Schwabe è l’organo esecutivo. Che schifo mi fa, tutto questo!
Martin fu cancellato dal registro universitario. Poiché quasi nessuno, all’infuori di Manfred, in effetti lo conosceva, l’emozione fu scarsa.
Senza grande scalpore egli rimase al suo posto - una cosa non facile in mezzo agli altri di cui non conosceva le scadenze di lavoro. Otto mesi possono essere lunghi, lo credo bene, pensa Rita. Deve essersi comportato bene.
Manfred no. Per lui, otto mesi son stati troppo.
Io non so, pensa Rita, quando ebbe la chiara visione che la vita fosse insopportabile per lui. Non so quando abbiamo incominciato a parlare a vuoto tra noi. I primi indizi mi devono essere sfuggiti. Ero diventata troppo sicura di lui. Ingannavo me stessa, ripetendomi sempre: qualunque cosa accada -
noi ci amiamo. Gli ho dato motivo di crederlo - qualsiasi cosa accadesse.
Ha ancora in mano la lettera di Martin. Il pomeriggio è al termine. Si solleva e ripone la lettera nel comodino.
Che dura oppressione questi rimproveri a se stessa!
23.
Poco tempo dopo che Manfred, risanato ed esteriormente poco mutato, aveva ripreso il lavoro all’istituto, Wendland lo chiamò al telefono.
Invitava tutti e due, Rita e lui, a una gita di prova con la nuova vettura a materiale leggero. Manfred esitò. E’ lei che invita, non me, pensò. - Ma poi accettò.
Rita avvertì che lui aspettava soltanto di sentirle dire: - Dunque restiamo a casa. - Ma non lo disse.
Il giorno convenuto era una mattina d’aprile grigia e fredda dell’anno 1961. Si recarono assai di buon’ora fuori, alla fabbrica; scesero per la prima volta l’uno accanto all’altro giù per il viale di pioppi, ch’era vuoto, perché il primo turno era già iniziato. Qui il vento soffiava sempre in faccia. Rita tirò su il bavero del cappotto e infilò una mano nella tasca del cappotto di Manfred, per fargli sapere che aveva freddo e lui doveva cingerle le spalle col braccio.
Stava stretta al suo fianco, mantenendo il passo nel ritmo delle sue lunghe gambe e strofinandogli, nel camminare, la testa contro la spalla. Da lontano, venne loro incontro un ragazzo col monopattino. Prese un energico slancio, con un grido di piacere, proprio nello sfrecciare vicino a loro. Rita sentì dentro di sé l’eco poderosa di quel grido.
Respirò profondamente.
- Ma ecco che davvero è un’altra volta primavera, - disse.
- Ti stupisce? - chiese Manfred. Ella annuì soltanto, invece di dire tutto ciò che improvvisamente le turbinava in testa: mai aveva provato più vivo il desiderio di calore, spazio, moto, luce. Quello scorrere sempre uguale delle sue giornate: la strada dell’istituto, le lezioni, i discorsi, i litigi, gli esami, i pomeriggi silenziosi in biblioteca: lettori solitari, sempre gli stessi, ai cui posti al cader del crepuscolo s’accendevano una alla volta le lampadine verdi - segnali di meditazione, davanti a cui talvolta sarebbe fuggita come davanti a un brutto incantesimo.
- Ecco in arrivo uno dei tuoi famosi desideri irrealizzabili, - disse Manfred.
- Sì, - disse lei rapidamente. - Poter vestire bene e partire per molto lontano.
Ma MOLTO bene e MOLTO lontano.
- E senza di me, - aggiunge lui.
Era questo che temeva in lui: che prendesse ogni sua lagnanza come una accusa. Tacque. Scendevano già lungo la strada della fabbrica. Non possiamo mica metterci a litigare, adesso, pensò. Con un gesto lo indirizzò verso un vicolo tra due fabbricati - una scorciatoia, solo per iniziati. Fecero alcuni passi, sempre in silenzio. Poi Manfred disse: - Non è più possibile parlare con te?
Rita si sentì colta in flagrante e cercò scappatoie, ma lui disse sottovoce: -
Lascia fare. Lo so.
- Che cosa sai? - chiese lei.
- Che sono diventato insopportabile. Insopportabilmente diffidente.
- Ti fa piacere metterti in testa certe cose… - diss’ella esitante.
- Ma lo so, - ripeté lui. - Anche per me stesso non è, naturalmente, un gran divertimento. Non posso certo dirmi fortunato…
- I figli della fortuna esistono soltanto nelle favole, - disse lei. E anche là il titolare della fortuna si accorge solo dopo terribili avvenimenti quale sia la sua vera pelle.
- Sarà tutto come tu dici, - disse lui. - Senonché, il nostro non è tempo di favole. Dovresti saperlo anche tu. Preferisco non ricordartelo. Devo dunque distruggere quello che più mi piace in te?
Di questa frase sarà costretta a ricordarsi spesso, in seguito. Era una di quelle frasi che nemmeno molte lagrime riescono a cancellare.
Ma ora non si trattava di lagrime. Si trovavano nel vicolo, tra due alte pareti di mattoni, un tempo rossi; su in alto, una striscia di cielo maculato.
Fracasso di macchine arrivava fin là fuori, ma in lungo e in largo non c’era anima viva.
- Dammi un bacio, - disse Rita. Stranamente commosso, Manfred avvolse il suo viso con le sue grandi mani calde e la baciò. - Stiamo bene insieme, noi due, - disse lei piano, mentre si guardavano. - Le tue mani sono proprio fatte per me. E anche la bocca.
Lui rise e le diede un buffetto sul naso, come sempre quando gli pareva di essere molto più vecchio. Percorsero fino in fondo lo stretto passaggio. Il naso di Rita si rese conto, prima del suo cervello, che ora ci sarebbe stato subito l’odor di bruciaticcio delle saldature, e soddisfatta aspirò alcuni secondi più tardi quell’odore, che non le piaceva. Ricordava ancora tutto. Nel passare, spiegò a Manfred ciò che avveniva nei capannoni: qui montano i carrelli, qui tagliano le pareti e i frontali… Vedi ora come tutto è stretto e angoloso, qui? Un ritmo equilibrato di produzione riesce quasi impossibile!
Passarono davanti alla fucina. Sotto i loro piedi, il pavimento tremava per i tonfi cadenzati dei martelli, del peso di tonnellate.
Rita cercò di chiarire a Manfred come fosse poco propizio il luogo dove era situata la fucina, in cui aveva inizio la nascita delle vetture. Svoltarono l’angolo. Il vento li investì ancora. Là, s’imbatterono già nei binari e videro, a poco più di cento metri, in uno scorcio audace il treno di prova: dieci vetture di un verde intenso, scintillante nella luce mattinale - il lavoro di molti giorni di duemila persone, sottratto in funzionale bellezza alla polvere, alla sporcizia e alla chiassosa confusione dei capannoni. Tra esse, la vettura di materiale leggero, esternamente indistinguibile dalle altre.
Rita notò piccoli indizi di accresciuta attenzione ed eccitazione nelle persone che stavano raggruppate lì, fumando e parlando di cose indifferenti.
Non conosceva nessuno e già cominciava a sentirsi estranea, quando qualcuno la tirò per la manica. Si volse e si trovò di fronte Meternagel.
Era contento.
- Come sei smagrito, - disse Rita.
- Anche tu, - replicò lui. Sorrisero, riprendendo subito l’antica confidenza, come si vedessero ogni giorno. Ernst Wendland salutò da un gruppo di uomini, additando il treno: salissero pure.
Rita non aveva disimparato il piccolo salto necessario per raggiungere il primo predellino. Sospinse la porta d’ingresso alla vettura e si arrestò: che deserto!
- Come in chiesa, - disse Meternagel. Rita aveva ancora nelle orecchie le imprecazioni selvagge di lui, quando la ressa nella vettura prendeva il sopravvento durante le ultime fasi del processo di lavorazione.
- Togliti il berretto, dunque, - disse.
Lui lo fece: si levò il berrettino nero-grigio, polveroso, privo di visiera, senza il quale nessuno in fabbrica lo conosceva. Scosse i capelli, ch’erano appiccicati e appiattiti e ricaddero in avanti; sbatté il berretto sulla coscia, lo ripiegò e lo infilò nella tasca della tuta di fabbro.
Meternagel tacque per tre giorni. Per tre notti, Kuhl e Hahn installarono quattordici finestrini per turno. Per tre giorni, tutti gli altri non ne fornirono più di dieci.
Fu chiaro che Meternagel aveva più pazienza di Herbert Kuhl. La quarta mattina - mentre la brigata si accingeva per l’appunto a passare a muso duro davanti ai due violatori della norma del turno di notte, Herbert Kuhl si arrestò proprio sotto il naso di Meternagel. Tutti gli altri, che non riuscivano a oltrepassare quei due nell’àndito stretto tra parete e vettura, s’accalcarono alle loro spalle.
- Bè, che c’è? - chiese Kuhl con aria di sfida.
- E che dev’esserci? - gli rispose Meternagel gentilmente.
- Anche domani e posdomani io costruirò a ogni turno quattordici finestrini, - dice Kuhl.
- Bravo! - disse Meternagel.
- Non ti garba certo che uno come me abbia cominciato ad agire così, eh? -
chiese Herbert Kuhl.
- Tu sei fissato, - rispose Meternagel, sempre con la medesima, guardinga gentilezza. - Ma a me piacerebbe capire perché lo fai?!
Kuhl sembrò volersi scagliare addosso a Rolf. Forse le cose sarebbero arrivate a tale punto se Meternagel avesse distolto solo per un secondo lo sguardo calmo e gentile dagli occhi di Kuhl. Ma non lo fece. Con lo sguardo, frenò le intenzioni di Kuhl, che nessuno ancora aveva mai visto così eccitato.
- Lo credo bene, - disse Kuhl a voce pericolosamente sommessa. Chiunque altro può fare di meno: non è un eroe. Nel caso mio, tu chiedi soltanto: perché lo fai? perché lo chiedi a me? perché sono stato sottotenente?
Sissignori: lo sono stato, con tutta l’anima. Non ho mai fatto qualcosa a metà.
Sissignori, se volete saperlo; se allora mi avessero messo davanti delle persone e mi avessero comandato: fucilale!… le avrei fucilate. La differenza tra me e la maggior parte degli altri è soltanto questa: io lo dico. E voi preferite tacere su queste cose. Sissignori, io lo dico: di ogni uomo si può fare una sporca canaglia. Bè, e allora? Perché state a fissarmi così?
- Ehi! - disse Meternagel col suo tono normale. - Ritorna in te. Ti contraddici da solo. Per sedici anni hai voluto dimostrare a te stesso di essere un porco, e a un tratto tu stesso mandi a monte i tuoi piani…
Rise piano, per concentrare su di sé gli sguardi degli altri.
Tutti ora evitarono di guardare in faccia Kuhl. Egli era spossato, come dopo una fatica che avesse superato di gran lunga le sue forze. I muscoli della sua faccia fremevano. Ancora non si perdonava quella sconfitta. Non disse più una parola. Rita non era sicura che riuscisse persino a capire quello che si diceva intorno a lui.
Horst Rudolf, il bello della brigata, quello che aveva installato davanti agli occhi di Rita in quattordici minuti un telaio e che risparmiava per comprarsi un’auto, insorse: - Tra noi, ciascuno riesce ad avere il suo, - disse.
- Perché? Per cameratismo. Io non lavoro con persone che ci aggrediscono alle spalle. O io, o loro!
- Mi dispiacerebbe per te, allora, - disse Meternagel dolcemente.
- Non possiamo più tornare indietro, - disse depresso il vecchio Karssuweit. - Quando si è arrivati a questo punto, non si può più tornare indietro. Potete credermi tranquillamente. - Restava incrollabilmente fedele alle sue esperienze di falegname d’un latifondo.
Tacquero. Ciascuno si chiedeva: ma lo desideriamo proprio, di tornare indietro? Indietro alle manovre calcolatrici della matita di Ermisch?
Meternagel fece come se volesse escludere del tutto interrogativi del genere. -
Non so se ve ne siete accorti, - disse. - Io ho l’impressione che in questo momento ci sia un po’ di odor di bruciato.
Si sta preparando qualcosa, per noi. Può darsi che riusciamo ad aiutare a soffocare l’incendio con la rinuncia a qualche ora normale.
Non è assurdo come sembra. Ma che avverrà se davvero lo si pretendesse da noi? Diremo allora: lasciateci in pace, tra noi ciascuno riesce ad avere il suo.
Guardò in faccia Ermisch, apertamente, con insistenza. Costui, da settimane, aveva atteso proprio quello sguardo. Si fece di fiamma.
- Per chi ci prendi! - disse, mezzo soffocato dall’eccitazione. Pensi che, per aver ingannato te già una volta, noi seguitiamo a ingannare? Sissignore, se vuoi saperlo: quella volta, con quei tremila marchi, ti abbiamo fatto fesso.
Naturalmente, io lo sapevo che quelle maledette fasi lavorative che seguitavo a calcolare, non esistevano più. La maggior parte di noi, lo sapeva. Tu hai perduto il posto, bene. Ma siamo forse, per questo, farabutti in eterno?
Meternagel s’era fatto così pallido che Rita ebbe timore per lui. Non importava nulla, a lui, di prolungare il silenzio. Le ore decisive della sua vita le risolveva sempre in seconda linea. Si chinò a raccattare la sua borsa consunta. Disse: - Le riunioni non vanno tirate in lungo inutilmente.
Al momento di andarsene, arrivò Ernst Wendland. Si rivolse a Ermisch.
- Ci mancano i falegnami, - disse. - Avremo più telai da voi, o no?
- Forse, - disse Ermisch. Quella giornata gli pesava sul gobbo.
- Forse, è una risposta da romanzo, - rispose il direttore di fabbrica.
- Niente affatto, - disse Meternagel. Guardò Wendland in faccia, aspettando: - sai com’è: quando una donzella dice forse…
Wendland capì. Rise e offrì sigarette a tutti. - Tu te la passi bene!
- disse a Ermisch - Capobrigata celebre si diventa più facilmente che celebre direttore di fabbrica.
- Ma non si resta tanto facilmente, - disse Ermisch.
Risero e gli diedero pacche sulle spalle: parole vere!
Angosciata, Rita bussa alla porta di Meternagel. Può cambiare molto un uomo in due mesi?
Come sempre, apre la moglie Il suo viso si rischiara quando riconosce Rita.
- Dorme, - dice - Ma per lei posso svegliarlo.
Sulla porta della camera da letto, si gira ancora una volta - Non glielo faccia scorgere, se dovesse spaventarsi.
L’avvertimento era necessario. Rita, entrando, nasconde sotto un sorriso il suo sgomento. - Bè, - dice - Chi ti ha detto di dovermi dare il cambio?
Egli le legge in faccia che non era preparata a trovare un ammalato grave, ma ci passa sopra Non riesce a fare che una cosa sola alla volta: sollevare il capo o sorridere oppure parlare Fece tutto questo in fila. Il suo sorriso è l’unica cosa che non sia mutata, sul suo volto. Lo rende ancora più estraneo.
- Siediti, ragazza, - dice. Già, gli è andata proprio male: cuore, reni, circolazione, e sa il cielo che cos’altro ancora. Partirà per una cura, perché lo rimettano a nuovo. - E chi ti sostituisce come capo? - chiede Rita. No, dice Rolf Non ha senso darla ad intendere a se stessi. Capo non lo sarà più. Ermisch è il suo successore.
Che cosa c’è da dire? Si guardano in faccia. Rita rinuncia a fingere.
Entrambi si accorgono a un tempo che ormai si conoscono abbastanza per poter parlare con franchezza di tutto. Un anno e mezzo. Non è più di tanto, da quando lei, una giovanetta immatura, correva spaurita dietro quest’uomo per l’azienda, non aspettandosi disgrazia maggiore se non quella di far brutta figura agli occhi di lui.
Rolf dice: - Se si sapesse sempre in anticipo tutto quello che ci può capitare.
C’erano tempi in cui pensavo: ora non può più accaderti nulla. Ora non c’è più niente che possa buttarti a terra.
- Pensalo pure tranquillamente, - disse Rita - Te, nulla ti butta a terra.
Ridono. La signora Meternagel sporge dentro la testa. E’ soddisfatta.
Ha pensato subito che questa visita avrebbe giovato a suo marito.
Invita Rita a bere con lei il caffè, nel soggiorno.
Il caffè è acquoso. Rita conosce quella stanza soltanto quando Meternagel è seduto sulla sua seggiola vicino alla finestra. Senza di lui, e senza le nuvole di fumo della sua sigaretta, la stanza è vuota.
Oggi s’accorge com’è consunto il sofà, e che manca un tappeto.
La moglie di Meternagel è contenta quando può parlare con qualcuno delle sue preoccupazioni. A lui, a suo marito, da tempo non dice più nulla di questo. - Non è come le altre persone, lui, - dice scoraggiata. - Io ho visto come si distruggeva. Gli altri si son fatti televisore e frigorifero e per la loro moglie la lavatrice. Lo sa lei che cosa ne fa del suo denaro, da quando le ragazze non hanno più bisogno del nostro aiuto? Lo risparmia. Lui pensa che io non sappia perché. Ma io lo so: vuole restituire quei tremila marchi, che allora ha speso in più. E’ pazzo, è veramente pazzo. Mancano forse a un’azienda simile tremila marchi? A me, mancano.
Rita beve il caffè acquoso. Mangia insieme qualche boccone di pane.
Quella donna l’ha sposata quando era domestica e lui garzone. Si conoscevano fin da bambini, nello stesso cortile. La casa in cui sono cresciuti è ancora in piedi. Rita è andata a vederla.
- Dove c’è tanta pulizia, non c’è povertà, - diceva l’assistente sociale e lasciava senza sussidio la madre di Meternagel coi suoi cinque figli. La ragazza, più tardi, diventa la moglie di Rolf: veniva spesso a rassettare, quando la madre di lui andava a lavare. Erano tutti maschi, Rolf il maggiore.
La donna s’è fatta vecchia accanto a quell’uomo. Un tempo deve esser stata carina. Lui l’ha sempre costretta a rigirare il centesimo. Il viso di lei, ora, è floscio e remissivo. Ha indosso un vestito ch’era moderno cinque anni fa.
Anche sua moglie, egli l’avrà costretta a seguirlo: non ne ha mai fatto parola Fino a che punto durano le forze di un essere umano?
- Non può immaginare quanto è prezioso suo marito, - dice Rita, incapace di trovare le parole adatte a confortare la donna. - Come tutti lo stimano.
Senza di lui, non si riesce proprio a far nulla.
- Lo so, lo so, - dice lei, quietamente. - Lui deve essere com’è.
Quando Rita rientra ancora da Rolf Meternagel, egli dorme di nuovo.
Lei evita di guardare il suo volto esausto. Tira la porta dietro di sé.
La giornata, la prima giornata della sua nuova libertà, è quasi finita. Il crepuscolo sta sospeso, basso, sulle vie. La gente torna a casa dal lavoro. Tra le buie pareti delle case scattano i quadrilateri di luce. Ora, hanno inizio le cerimonie private e ufficiali della sera - mille gesti vengono compiuti, anche se alla fine non producono altro se non un piatto di minestra, una stufa calda, una canzoncina per i bimbi. A volte, un uomo segue con lo sguardo la sua donna, che esce dalla stanza col vasellame, e lei non si accorge com’è sorpreso e grato lo sguardo di lui. A volte, una donna carezza la spalle di un uomo. E’ molto tempo che non l’ha fatto, ma al momento giusto sente che lui ne ha bisogno.
Rita fa un lungo giro vizioso per le vie e guarda dentro molte finestre.
Vede come, ogni sera, un cumulo infinito di benevolenza, consumata durante il giorno, si sia rigenerata e riprodotta a nuovo.
Non teme di restare a mani vuote nella ripartizione di quella benevolenza. Sa che talvolta sarà stanca, talvolta irritata e rabbiosa. Ma non ha paura.
Pareggia tutto il fatto che ci abituiamo a dormire tranquilli. Che viviamo senza risparmiarci, come se ce ne fosse anche troppa di questa strana sostanza ch’è la vita.
Come se non dovesse avere mai fine.
NOTE.
Nota 1. Gruppo organizzato di lavoratori in fabbriche e aziende nei paesi dell’Est. (Questa e tutte le altre note si devono al traduttore).
Nota 2. Il “brigatista” fa parte della “brigata” (vedi nota n. 1), la quale è composta complessivamente di dodici uomini.
Nota 3. Gioco di parole intraducibile: “khl” significa appunto “freddo”.
Nota 4. Dalla “Ballata di Hanna Cash” di Brecht (in “Libro di devozioni domestiche”, Einaudi, Torino 1964, trad. Fertonani).
Nota 5. Friedrich Ludwig Jahn (1778-1852), pedagogo considerato in Germania patrono di tutte le gare ginniche perché fondatore, a Berlino, nel 1811, del “Movimento ginnico” destinato a rendere moralmente e fisicamente più forte la gioventù.
Nota 6. Antica associazione giovanile tedesca ripristinata nella R.D.T.
(sigla: F.D.J.).
Nota 7. E’ la designazione comunemente data alla prima macchina tessile a vapore, nell’Ottocento.
Nota 8. In italiano nel testo.
Nota 9. Notissimo antico complesso industriale chimico tedesco, ora esistente solo nella Germania Federale: nella R.D.T. ne esistono oggi soltanto delle filiali nazionalizzate.
Nota 10. Subito dopo la guerra, nella R.D.T. sono state create le cosiddette
“Scuole di Antifascismo” (Antifa-Schulen), corsi speciali per la
“disinfestazione nazista” della gioventù tedesca, parallelamente con le scuole medie per operai e contadini (“A.B.F.”, cioè “Arbeiter-Bauern-Fakult„ten”).
Nota 11. I “Lupi mannari” (“Werw”lfe”) erano un’associazione di adolescenti hitleriani, formatasi dopo la guerra per proseguire la lotta.
Nota 12. Il muro di Berlino.
Nota 13. E’ la descrizione fatta dal primo cosmonauta: il russo Jurij Gagarin.
Nota 14. Altro brano della relazione Gagarin.
Nota 15. Sobborghi della Berlino orientale.
Nota 16. Stazione della Berlino occidentale.
Nota 17. Il Kurfrstendamm.
Nota 18. Si ricordi che il 13 agosto 1961 è il giorno dell’erezione del muro di Berlino.
Nota 19. S’intende la zona occupata, cioè la Germania est.
Nota 20. Famosa marca tedesca di scarpe.
Nota 21. Altra notissima ditta della Germania Federale.
Nota 22. Sigla famosa dell’Acqua di Colonia.
