mercoledì 7 gennaio 2026

L'OCCHIO Vladimir Nabokov

 

L'OCCHIO

Vladimir Nabokov 

L’occhio del titolo è quello dell’amante di una donna sposata che viene percosso a bastonate dal di lei marito e, sentitosi offeso nella propria dignità, si suicida con un colpo di pistola al petto. Lo sparo non è immediatamente letale, o almeno non per l’occhio, che comincia a condurre una vita a sé, forse condensata in quella manciata di minuti che precedono il decesso.

Le atmosfere e i personaggi del romanzo evocano un senso di vaga malinconia, di sobrietà e decadenza… atmosfere diverse – ad esempio – da quelle che troviamo in “Lolita”; eppure l’Autore non sa rinunciare a quella particolare firma di bizzarrìa che conferisce un inatteso tocco grottesco ad alcuni personaggi.

“Di lei non sapevo assolutamente nulla, accecato com’ero da quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla”.

Nabokov mostra il mondo del protagonista da una prospettiva assolutamente inedita: la coscienza di lui che sopravvive al corpo dopo il suicidio. 

Sepolta in noi esiste la logica della vera felicità che è quella che non spinge per anni ad osservare, ma a seguire la scia di una esigenza concreta e vitale.

Il punto d’arrivo, è quello di una riflessione sulla non presenza a se stessi, o meglio una considerazione sulla felicità derivante dallo straniamento, come se per trovare un senso e un perché all’esistenza occorresse esaminarla con distacco. “Dopotutto, per vivere felici bisogna conoscere di tanto in tanto qualche momento di assenza perfetta” (p. 18); “l’unica felicità a questo mondo sta nell’osservare, spiare, sorvegliare, esaminare sé stessi e gli altri, nel non essere che un grande occhio vitreo, leggermente iniettato di sangue” (p. 100).

PREFAZIONE

Il titolo russo di questo romanzetto è Sogljadataj (secondo la traslitterazione classica), foneticamente «Sag-lia-dat-ai», con accento in penultima. È un antico termine militare che significa «spia» o «osservatore», parole entrambe prive della flessibilità d’accezioni che si ha in russo. Dopo essermi gingillato con «emissario» e «gladiatore», ho rinunciato al tentativo di fondere suono e senso, e mi sono accontentato dell’equivalenza tra «ai» e «eye» alla fine del lungo stelo. Sotto questo titolo la storia si è fatta la sua bella passeggiata lungo tre puntate di «Playboy» nei primi mesi del 1965.

Avevo composto il testo originale nel 1930, a Berlino – dove io e mia moglie avevamo affittato da una famiglia tedesca due stanze nella cheta Luitpoldstrasse –, e alla fine di quell’anno era apparso nella rivista émigrée russa «Sovremennye Zapiski» a Parigi. La gente che c’è nel libro fa parte dei personaggi preferiti dalla mia giovinezza letteraria: russi espatriati a Berlino, Parigi, Londra. Si sarebbe potuto trattare, per altro, di norvegesi a Napoli o di ambrigiani ad Ambridge: sono sempre stato indifferente ai problemi sociali, mi sono semplicemente servito del materiale che avevo a portata di mano così, come un commensale spensierato può disegnare a matita un angolo di strada sulla tovaglia o disporre una mollica e due olive in posizione diagrammatica tra menu e saliera. E il bello è che da questa indifferenza per la vita di gruppo e per l’irrompere della storia salta fuori nella collettività, per puro caso trainata alla messa a fuoco dell’arte, un’aria falsamente definitiva, presa per buona, in un certo tempo e luogo, e dallo scrittore émigré e dal suo pubblico di lettori émigrés. Gli Ivan Ivanovič e i Lev Osipovič del 1930 hanno da un pezzo ceduto il posto a lettori non russi, oggi perplessi e irritati a doversi immaginare una società di cui nulla conoscono: come non mi stancherò mai di ripetere, un mucchio di pagine del passato sono state strappate dai distruttori della libertà, da quando la propaganda sovietica, ora è quasi mezzo secolo, ha fraudolentemente convinto l’opinione pubblica mondiale a ignorare, denigrare, minimizzare l’emigrazione russa (ancora in attesa del suo cronista).

Il momento storico è il 1924-25. La guerra civile russa è finita da circa quattro anni. Lenin è appena morto, ma la sua tirannia è viva e vegeta. Venti marchi tedeschi non fanno neanche cinque dollari. Gli espatriati nella Berlino del libro vanno dall’indigente all’uomo d’affari di successo. Esempi di quest’ultima categoria sono Kašmarin, il marito da cauchemar di Matilda (evidentemente fuggito dalla Russia dal sud, via Costantinopoli), e il padre di Evgenija e Vanja, anziano gentiluomo (che assennatamente dirige la succursale londinese di un’azienda tedesca, e mantiene una ballerina). Kašmarin appartiene probabilmente a quello che gli inglesi chiamano «middle-class», ma le due giovani di Via del Pavone 5 fanno chiaramente parte della nobiltà russa, titolata o no, cosa che non impedisce di avere gusti filistei nelle letture. Il paffuto marito di Evgenija, dal nome un po’ comico oggi, lavora in una banca berlinese. Quel presuntuoso insopportabile del colonnello Muchin ha combattuto con Denikin nel 1919 e con Wrangel nel 1920, parla quattro lingue, ostenta distacco e uso di mondo, e farà probabilmente un’ottima riuscita nelle comode mansioni verso cui il suocero lo sta pilotando. Il buon Roman Bogdanovič è un baltico impregnato di cultura tedesca piuttosto che russa. L’eccentrico ebreo Weinstock, la dottoressa pacifista Marianna Nikolaevna, e lo stesso narratore, privo di connotati di classe, sono rappresentanti della sfaccettata intelligencija russa. Ecco qualche soffiata che dovrebbe facilitare un po’ le cose al tipo di lettore diffidente (come me) di romanzi con personaggi a carattere spettrale in ambienti inconsueti, quali se ne trovano in traduzioni dal magiaro o dal cinese.

Come ben si sa (per usare una famosa frase russa), i miei libri non solo godono di una totale mancanza di rilievo sociale ma sono anche a prova di mito: i freudiani ci svolazzano avidamente intorno, vi si avvicinano con ovidotti pruriginosi, si fermano, annusano, si ritraggono. Uno psicologo serio, d’altro canto, può intravedere, attraverso i miei cristogrammi lucenti di pioggia, l’universo di un’anima in dissoluzione, dove il povero Smurov esiste solo per ciò che si riflette in altri cervelli i quali, a loro volta, si trovano nel suo stesso strano speculare impiccio. Il tessuto del racconto imita quello della narrativa poliziesca, l’autore però smentisce qualunque intenzione attribuitagli di imbrogliare, mettere in imbarazzo, beffare o altrimenti ingannare il lettore. Anzi, solo quel lettore che mangerà subito la foglia trarrà genuina soddisfazione dall’Occhio. È improbabile che anche il più credulo scrutatore di questo ghirigoro di racconto ci metta molto a capire chi è Smurov. L’ho collaudato su una vecchia signora inglese, su due dottorandi, su un allenatore di hockey, su un medico e sul figlio dodicenne di un vicino. Più veloce di tutti, il figlio, più lento di tutti, il vicino.

Tema dell’Occhio è lo svolgersi di un’indagine che guida il protagonista in un inferno di specchi e si conclude con le immagini gemelle che si fondono in una. Non so se il piacere acuto di disporre, trentacinque anni fa, secondo un disegno misterioso, le varie fasi della ricerca del narratore sarà condiviso dal lettore contemporaneo; in ogni caso, però, l’accento non spetta al mistero, ma al disegno. La caccia a Smurov resta, penso, un ottimo sport, nonostante il passare del tempo e dei libri e lo spostamento dal miraggio di una lingua all’oasi di un’altra. Nella mente del lettore – se di quella mente sono lettore adeguato – la trama non potrà ridursi a quella di una storia d’amore straziante, nella quale un cuore in preda agli spasimi non solo viene respinto, ma anche umiliato e castigato. Le forze dell’immaginazione, che alla lunga sono le forze del bene, restano saldamente dalla parte di Smurov, e proprio l’amaro dell’amore travagliato finisce per dimostrarsi inebriante e corroborante quanto il più estatico amore corrisposto.

VLADIMIR NABOKOV

Montreux, 19 aprile 1965


L’OCCHIO

Conobbi quella donna, quella Matilda, durante il mio primo autunno di émigré a Berlino, all’inizio di due segmenti di tempo: gli anni venti del secolo presente e gli anni venti di questo schifo di vita. Mi avevano appena trovato un posto di istitutore presso una famiglia russa che non era ancora riuscita a cadere in miseria, e che viveva dei fantasmi di antiche abitudini pietroburghesi. Non avevo precedenti esperienze nel tirar su bambini: neanche la minima idea di come parlare o comportarmi con loro. Erano in due, due ragazzini. Al loro cospetto provavo un impaccio umiliante.


Tenevano il conto delle mie sigarette, e questa blanda curiosità mi portava a dare alle medesime un’angolazione bizzarra, innaturale, quasi fosse stata la prima volta che fumavo. Continuavo a farmi cadere la cenere in grembo, e allora quello sguardo limpido passava dalla mia mano al polline grigiolino che impregnava a poco a poco la lana.


Matilda, un’amica dei genitori, veniva spesso in visita e si tratteneva regolarmente a cena. Una sera che stava per uscire sotto un sonoro scroscio di pioggia, le prestarono un ombrello e lei disse: «Che bellezza, grazie infinite, il giovanotto mi accompagna a casa e ve lo riporta». Da allora in poi, riaccompagnarla divenne uno dei miei compiti. Mi sa che la trovavo piuttosto attraente, quella signora pienotta, disinvolta, dagli occhi bovini, la boccona pronta ad arricciarsi in un tondo di porpora, presunto bocciolo di rosa, al momento di guardare nello specchietto per darsi la cipria. Aveva caviglie esili e un’andatura aggraziata, che compensavano tante cose. Spandeva generosamente calore; appena comparsa lei, provavo la sensazione che nella stanza avessero alzato il riscaldamento, e quando – dopo essermi liberato di quella grossa fornace vivente accompagnandola a casa – me ne tornavo indietro da solo tra i suoni liquidi e il lucore al mercurio della notte spietata, sentivo un gran freddo, un freddo nauseabondo. Poi arrivò il marito da Parigi e prese a venire a cena con lei; era un marito come tanti altri, e non gli prestai molta attenzione, se non per il fatto che prima di parlare aveva l’abitudine di schiarirsi la voce nel pugno con un rapido borboglio; nonché per il nero pesante bastone da passeggio dal pomo splendente con cui picchiettava il pavimento mentre Matilda trasformava il suo commiato dalla padrona di casa in un esuberante soliloquio. Dopo un mese, il marito partì, e già la prima sera che la riaccompagnavo a casa Matilda mi invitò a salire per prendere un libro che da tempo cercava di convincermi a leggere, una roba in francese dal titolo Ariane, jeune fille russe. Pioveva, come al solito, negli aloni tremolanti dei lampioni; avevo la mano destra immersa nel calore della sua pelliccia di talpa, nella sinistra tenevo un ombrello aperto, su cui tamburellava la notte. Quell’ombrello, in seguito, nell’appartamento di Matilda, a braccia spalancate vicino a un termosifone, continuò a gocciare, a gocciare, versando una lacrima ogni mezzo minuto e riuscendo così a totalizzare una bella pozzanghera. Quanto al libro, mi dimenticai di prenderlo.


Matilda non era la mia prima amante. Ero già stato amato da una sartina a San Pietroburgo. Anche lei pienotta, e anche lei che continuava a consigliarmi di leggere un certo romanzetto (Muročka, storia di una vita). Queste massicce signore emettevano entrambe, durante la tempesta del sesso, un pigolio stridulo, attonito, infantile, e mi pareva a volte che tutto quello che avevo patito nella mia fuga dalla Russia bolscevica, traversando spaventato a morte il confine finlandese (ancorché a bordo di un treno espresso e provvisto di prosaico permesso) solo per passare da un abbraccio a un altro quasi identico, fosse stato uno spreco di energie. Inoltre, Matilda mi venne presto a noia. Aveva un solo costante, e per me deprimente, argomento di conversazione: il marito. Quell’uomo, diceva, era un nobile bruto. Se lo fosse venuto a sapere, l’avrebbe uccisa così su due piedi. L’adorava, ed era selvaggiamente geloso. Una volta, a Costantinopoli, aveva agguantato un francese troppo intraprendente e l’aveva ripetutamente sbattuto contro il pavimento, come uno straccio. Era passionale da far paura. Però, nella sua crudeltà, era bello. Cercavo di cambiare argomento, ma questo era il cavalluccio a dondolo di Matilda, che lei inforcava con coscioni poderosi.


Era duro conciliare quella sua immagine del marito con l’aspetto dell’uomo che a malapena avevo notato; al tempo stesso non era per niente piacevole ipotizzare che quella non fosse affatto una sua fantasia, e che al momento, a Parigi, un geloso imbestialito, fiutando l’impiccio, recitasse il ruolo banale assegnatogli dalla moglie: digrignare i denti, roteare gli occhi, respirare affannosamente dal naso.


Spesso, trascinandomi verso casa, il portasigarette vuoto, la faccia che mi bruciava nella brezza dell’aurora come se mi fossi appena struccato dopo una recita, a ogni passo una pulsazione di dolore che mi echeggiava in testa, rivoltavo da ogni lato la mia misera, minuscola estasi, e mi meravigliavo e mi compiangevo e mi sentivo abbattuto e impaurito. La vetta dell’atto amatorio non era altro, per me, che un dosso desolato con una vista implacabile. Dopotutto, per vivere felici, bisogna conoscere di tanto in tanto qualche momento di assenza perfetta. Invece io ero sempre vulnerabile, sempre vigile; neanche nel sonno smettevo mai di tenermi sulla difensiva, senza capire niente della mia esistenza, pazzo all’idea di non riuscire a liberarmi della mia consapevolezza, e invidioso di tutte quelle persone semplici – impiegati, rivoluzionari, bottegai – che con fiducia e concentrazione, portano avanti i loro lavoretti. Non disponevo di quel tipo di guscio; e in quelle terribili mattinate azzurro pastello, i tacchi che picchiettavano per il deserto cittadino, mi figuravo qualcuno che avvertendo chiaramente il moto della sfera terrestre perdesse la ragione: eccolo che barcolla, che cerca di mantenere l’equilibrio, che si aggrappa ai mobili; oppure che si accomoda al finestrino con un sorriso eccitato, come uno sconosciuto in treno che vi si rivolge dicendo: «Sta proprio bruciando i binari, vero?!». Ma presto rollio e beccheggio gli danno la nausea; comincia a succhiare un limone o un cubetto di ghiaccio, e si sdraia lungo sul pavimento, invano. Il moto non può essere bloccato, il conducente è cieco, i freni non si trovano da nessuna parte, e quando la velocità diventa intollerabile il cuore scoppia.


E quanto ero solo! Matilda che si informava insinuante se scrivessi versi; Matilda che per le scale o sulla porta mi incitava sapiente a baciarla, solo per aver l’occasione di esibirsi in un fremito falso e sussurrare appassionatamente: «Sei proprio un matto...»; Matilda di certo non contava. E chi altri conoscevo a Berlino? Il segretario di un’organizzazione per l’assistenza agli émigrés; la famiglia che mi aveva assunto come istitutore; il signor Weinstock, proprietario di una libreria russa; la vecchina tedesca da cui avevo prima affittato una stanza: ben magro elenco. Insomma, tutta questa mia vulnerabilità era un invito al disastro. Una sera l’invito fu accettato.


Saranno state le sei. Dentro casa l’aria si faceva pesante di crepuscolo, riuscivo a malapena a distinguere le righe dello spiritoso racconto di Čechov che incespicando leggevo ai miei pupilli; ma non osavo accendere la luce: quei ragazzini avevano una singolare inclinazione al risparmio, tutt’altro che infantile, un certo odioso istinto per l’economia domestica, sapevano esattamente quanto costassero le salsicce, il burro, l’elettricità e varie marche d’auto. Mentre leggevo ad alta voce Il romanzo del contrabbasso e cercavo invano di divertirli, provando vergogna per me stesso e per il povero autore, li sapevo perfettamente consapevoli della mia lotta contro quell’addensarsi del crepuscolo: aspettavano con freddezza di vedere se avrei resistito fino a che la prima luce della casa di fronte non si fosse accesa a dare l’esempio. Ce la feci, e la luce fu il premio. M’ero appena preparato a mettere più vivacità nella voce (il racconto si avvicinava al momento più esilarante) quand’ecco che dall’ingresso squillò il telefono. Eravamo soli in casa, e i ragazzi saltarono su di colpo e corsero a gara verso lo scampanellio. Io me ne restai col libro aperto in grembo, sorridendo tenero al rigo interrotto. La chiamata era per me. Mi sedetti in una scrocchiante poltrona di vimini e portai il ricevitore all’orecchio. I miei allievi mi stavano accanto, uno a destra, l’altro a manca, e mi osservavano imperturbabili.


«Sto venendo da lei» disse una voce maschile. «Spero di trovarla in casa».


«La sua speranza non andrà delusa» risposi allegramente. «Ma lei chi è?».


«Non mi riconosce? Meglio così: sarà una sorpresa» disse la voce.


«Però vorrei sapere chi parla» insistetti ridendo. (Che orrore e che vergogna, poi, ripensare a quel mio tono affettato e giocoso). «A tempo debito» disse asciutta la voce.


Cominciai davvero a zuzzurellare. «Ma perché? Perché?» chiesi. «Che modo buffo di...». Mi accorsi di parlare al nulla, feci spallucce e riagganciai.


Tornammo in salotto. «Allora, dove eravamo?» dissi, trovai il punto e ripresi la lettura. Provavo per altro una strana inquietudine. Mentre leggevo meccanicamente ad alta voce continuavo a chiedermi chi potesse essere quell’ospite. Un nuovo arrivo dalla Russia? Passai in rassegna alla rinfusa voci e volti a me noti – non molti, ahimè – e chissà per quale ragione mi fermai su uno studente di nome Ušakov. Il ricordo del mio unico anno di università in Russia e della solitudine sofferta mi faceva custodire questo Ušakov come un tesoro. Quando, nel mezzo di una conversazione, per un accenno al festoso inno Gaudeamus igitur e ai giorni spericolati della goliardia assumevo un’espressione vagamente sognante, voleva dire che stavo pensando a Ušakov, sebbene, lo sa Iddio, non ci fossimo incontrati a chiacchierare più di un paio di volte in tutto (quisquilie politiche o altro che fosse, non ricordo). Era poco probabile però che sarebbe stato così misterioso al telefono. Mi persi in congetture, immaginandomi ora un agente comunista, ora un milionario eccentrico bisognoso di segretario.


Il campanello. I ragazzi si buttarono di nuovo a capofitto nell’ingresso. Posai il libro e mi incamminai dietro di loro. Tirarono il chiavistello d’acciaio con gran gusto e destrezza, armeggiarono con qualche altro dispositivo, e la porta si aprì.


Una strana reminiscenza... Anche ora, ora che tante cose sono cambiate, provo un tuffo al cuore nel tirar fuori dalla memoria, come un pericoloso criminale dalla cella, quella strana reminiscenza. Fu allora che un’intera parete della mia vita si sgretolò in assoluto silenzio come sullo schermo del muto. Compresi che qualcosa di catastrofico stava per accadere, ma sul mio volto c’era di sicuro un sorriso, un sorriso, se non vado errato, di natura propiziatoria; e la mia mano protesa, condannata a incontrare il vuoto e quel vuoto prevedendo, cercò comunque di portare a termine il gesto (legato nella mia mente all’eco della frase «elementare cortesia»).


«Giù quella mano» furono le prime parole dell’ospite alla vista del palmo offerto che già sprofondava in un abisso.


Ovvio che un momento prima non avessi riconosciuto la voce. Quell’elemento di forzatura, che al telefono aveva distorto un timbro di voce familiare, era in realtà una furia assolutamente inaudita, di una densità che non avevo mai sentito risuonare prima in una voce umana. Quella scena mi resta nella memoria come un Tableau vivant: l’ingresso vividamente illuminato; io, che non so che fare della mia mano rifiutata; un ragazzino a destra e un ragazzino a sinistra, tutt’e due con lo sguardo puntato non sul visitatore ma su di me; e lui, il visitatore, in impermeabile oliva, spalline alla moda con passanti, faccia pallida come paralizzata dal lampo di un fotografo: occhi di fuori, narici dilatate, labbro rigonfio di veleno sotto il nero triangolo equilatero dei baffi ben curati. Poi l’impercettibile inizio di un movimento: le labbra si scollarono con uno schiocco e il nero, spesso bastone da passeggio ebbe in quel pugno un lieve fremito; non riuscivo più a staccare lo sguardo dal bastone.


«Che c’è?» chiesi. «Che è successo? Ci deve essere un equivoco... Un equivoco di certo...». E a quel punto trovai una sistemazione umiliante, impossibile, per la mia mano ancora raminga, ancora anelante: in un vago tentativo di riconquistare la mia dignità la posai su una spalla di pupillo; il ragazzo le gettò un’occhiata di sghembo.


«Senta, caro signore,» proruppe l’ospite «si sposti un tantino. Quelli non li tocco, non c’è bisogno di proteggerli. Mi serve solo spazio visto che mi accingo a darle una bella spolverata».


«Questa non è casa sua» dissi. «Lei non ha diritto di fare uno scandalo. Non capisco cosa vuole da me...».


Mi colpì. Mi assestò una bastonata sulla spalla, bruciante e sonora, e a quella percossa io sbandai, inducendo la poltrona di vimini a sgattaiolare fuori della mia traiettoria come cosa animata. Scoprì i denti, preparandosi a colpirmi di nuovo. La botta mi arrivò sul braccio sollevato. Allora mi detti alla ritirata rifugiandomi nel salotto. Mi inseguì. Altro particolare curioso: gridavo a squarciagola rivolgendomi a lui con nome e patronimico, chiedendo forte cosa mai gli avessi fatto. Mi riacchiappò, e io cercai di proteggermi con un cuscino che avevo afferrato nella fuga, ma lui me lo fece saltare di mano. «È un’indecenza» gridai. «Io sono inerme. Mi hanno calunniato. Me la pagherà...». Mi rifugiai dietro un tavolo, e, come prima, si ebbe per un istante un altro tableau. Eccolo lì, digrignante, il bastone alzato, e dietro di lui, ai due lati della porta, i ragazzi; forse a questo punto il mio ricordo è artefatto, ma in fede mia credo proprio che uno se ne stesse appoggiato al muro a braccia conserte e l’altro seduto sul bracciolo della poltrona, entrambi imperturbabili: in contemplazione del castigo che mi veniva somministrato. Ma ecco, il movimento riprese, e tutti e quattro passammo nella stanza accanto; il perfido abbassò la mira, le mie mani formarono un’ignobile foglia di fico, e a quel punto, con un tremendo colpo accecante, mi raggiunse in piena faccia. E io, stranamente incapace per costituzione di picchiare chicchessia per quanto grave potesse essere l’offesa, anche allora, sotto il suo pesante bastone, non solo non riuscivo a contrattaccare (alle arti virili non ero portato), ma, perfino in quei momenti dolorosi e umilianti, neanche a immaginarmi di alzare le mani su un mio simile, soprattutto un mio simile forzuto e arrabbiato; né pensavo di rifugiarmi in camera dove in un cassetto si trovava un revolver: acquistato, ahimè, solo per far paura ai fantasmi.


La fissità contemplativa dei miei due allievi, le diverse pose in cui si bloccavano come affreschi agli angoli di questa o quella stanza, la maniera servizievole di accendere la luce al momento in cui arretravo nel buio della sala da pranzo, tutto questo deve essere un inganno dei sensi, fatto di impressioni sconnesse da me investite di significato e persistenza e in ciò arbitrarie come il ginocchio alzato di un uomo politico, sorpreso dalla macchina fotografica non nell’atto di danzare una giga ma più semplicemente in quello di scavalcare una pozzanghera.


Per la verità, direi che non se ne stettero là per tutto il tempo della mia esecuzione; a un certo punto, preoccupati per il mobilio dei genitori, fecero un assennato tentativo di telefonare alla polizia (tentativo immediatamente interrotto da un tonante ruggito dell’uomo), ma questo momento io non so dove collocarlo, se all’inizio o all’apogeo di quell’orrore e di quella sofferenza, quando finalmente caddi a terra inerte offrendo ai colpi la schiena arcuata, continuando rauco a ripetere: «Basta, basta, sono debole di cuore... Basta, ho il cuore...». Il cuore, detto tra parentesi, mi ha sempre funzionato benissimo. Un minuto dopo era tutto finito. Si accese una sigaretta, ansimando forte e facendo sbattere i fiammiferi nella scatola; indugiò un attimo guardandosi intorno e poi, borbottando qualcosa a proposito di una «lezioncina», si aggiustò il cappello e corse fuori. Mi alzai subito da terra e mi diressi in camera mia. I ragazzini mi vennero dietro. Uno cercò di intrufolarsi attraverso la porta. Lo scaraventai via con una gomitata, so che gli fece male. Chiusi a chiave, mi sciacquai la faccia, quasi gridando al caustico contatto dell’acqua, quindi tirai fuori la valigia da sotto il letto e cominciai a farla. Era difficile: la schiena mi doleva, la mano sinistra non mi funzionava a dovere, e non ci vedevo per le lacrime.


Quando uscii nell’ingresso in cappotto, trasportando la pesante valigia, riapparvero i ragazzini. Non li degnai di uno sguardo. Scendendo le scale, sentivo che mi osservavano dall’alto, spencolandosi oltre la balaustra. Un po’ più giù mi imbattei nell’insegnante di musica, che veniva il martedì. Era una mite ragazza russa, gambone storte e occhiali. Non la salutai, girai la faccia gonfia dall’altra parte e spronato dal silenzio mortale della sua sorpresa mi precipitai per la strada.


Prima di suicidarmi volevo scrivere qualche lettera di prammatica e starmene seduto al sicuro per cinque minuti almeno. Perciò fermai un taxi e andai al mio vecchio indirizzo. Per fortuna la solita stanza era libera, e la vecchina affittacamere si diede subito a fare il letto: fatica sprecata. Aspettavo impaziente che se ne andasse, ma continuò a lungo a sfaccendare, riempiendo la brocca, la caraffa, chiudendo le tende, tirando a strattoni un qualche cordone impigliato, nel mentre che guardava in su con la nera bocca spalancata. Finalmente emise un miagolio di commiato e se ne andò.


In piedi in mezzo alla stanza, un omino qualunque, infelice, tremante, in bombetta, che si frega per qualche ragione le mani. Questa l’immagine fugace di me che intravidi nello specchio. Quindi aprii lesto la valigia e ne tirai fuori fogli e buste, trovai in tasca un misero mozzicone di matita e mi sedetti a tavolino. Risultò, per altro, che non avevo nessuno a cui scrivere. Conoscevo poche persone e non ne amavo nessuna. L’idea delle lettere fu dunque scartata, e così tutto il resto. Mi ero confusamente immaginato di dover riordinare le mie cose, indossare biancheria pulita, e lasciare tutto il mio denaro – venti marchi – in una busta con un biglietto che ne indicasse il destinatario. Mi accorsi di aver deciso tutto questo non allora ma molto tempo prima, in occasioni diverse, quando a cuor leggero mi mettevo a pensare come faccia la gente a spararsi. Proprio come quando un cittadino incallito, all’invito inatteso di un amico di campagna, comincia con l’acquistare una borraccia e un robusto paio di stivali, non perché possano servire sul serio, ma così, per via di certi concetti non comprovati sulla campagna, con le sue lunghe passeggiate per boschi e per monti. Poi, all’arrivo, non vi sono né boschi né monti, ma solo piatte coltivazioni, e nessuno ha voglia di marciare lungo la statale col caldo. Mi rendevo ora conto, come chi vede un autentico campo di rape invece di boschetti e radure da cartolina, quanto fossero convenzionali le mie vecchie idee sulle attività introduttive al suicidio; colui che ha optato per l’autodistruzione è ben lontano dalle cose terrene, e mettersi a far testamento sarebbe a quel punto un atto altrettanto assurdo che dare la carica all’orologio: il mondo intero se ne va insieme a lui; l’ultima lettera si riduce subito in polvere, e con essa tutti i postini; e come fumo svanisce il patrimonio lasciato in eredità a una inesistente progenie.


Avevo da tempo sospettato che il mondo fosse un’assurdità: allora mi fu cosa ovvia. Mi sentii d’un tratto incredibilmente libero: la libertà stessa era indice di tale assurdità. Presi la banconota da venti marchi e la feci a pezzettini. Mi tolsi l’orologio e continuai a sbatterlo per terra fino a quando non si fermò. Mi veniva in mente che solo a desiderarlo avrei in quel momento potuto correre in strada e abbracciare la prima donna capitata a tiro gridandole sconcezze; o sparare al primo malcapitato, o infrangere una vetrina... Ecco tutto quanto riuscivo a immaginarmi: il fantasticare di cose illegali ha una gamma limitata. Goffo e circospetto caricai il revolver, quindi spensi la luce. Il pensiero della morte, che mi aveva tanto spaventato una volta, era adesso una coserella semplice, familiare. Avevo paura, un’enorme paura del dolore atroce che la pallottola avrebbe potuto infliggermi; ma quanto a paura del nero sonno vellutato, dell’uniforme oscurità, tanto più accettabile e comprensibile della variopinta insonnia della vita? Via, come si poteva aver paura di quello? In piedi al centro della stanza buia mi sbottonai la camicia, spinsi avanti il busto, e palpando tra le costole localizzai il cuore. Palpitava come un animaletto che vorresti mettere al sicuro, un uccellino appena nato o un topolino di campo, a cui non si può spiegare che non c’è niente da temere, che, al contrario, agisci per il suo bene. Ma era così vivo, quel mio cuore; avevo una certa ripugnanza a premere la canna contro la pelle delicata sotto la quale pulsava elastico un mondo portatile, perciò ritrassi un po’ il braccio, piegato in una posizione innaturale, a che l’acciaio non toccasse il torace nudo. Poi mi feci forza e sparai. Ci fu una forte scossa, e alle mie spalle risuonò un delizioso tintinnio; una vibrazione sonora che non dimenticherò mai. Gli diede subito il cambio un gorgheggiar d’acqua, un rumore di fiotto gutturale. Inalai, e soffocai nel liquido; in me e attorno a me tutto scorreva e si agitava. Mi ritrovai in ginocchio sul pavimento; allungai una mano per sorreggermi, ma in quel pavimento la mano si inabissò come in acque senza fondo.


 


Passato un po’ di tempo, se si può qui parlare di tempo, fu chiaro che dopo la morte il pensiero umano continua a vivere per forza d’inerzia. Ero strettamente fasciato da qualcosa: un sudario? O semplicemente una tesa oscurità? Ricordavo tutto – nome, vita terrena – con perfetta chiarezza, e trovavo meraviglioso conforto al pensiero che ora non vi fosse più niente di cui preoccuparsi. Con logica spensierata e birichina passai dall’indecifrabile sensazione di strette bende all’idea di ospedale, e con pronta obbedienza al mio volere una spettrale corsia d’ospedale si materializzò intorno a me, con tanto di vicini, mummie anche loro, tre per ciascun lato. Che roba, che forza questo pensiero umano, in grado di scaraventarsi al di sopra della morte! E lo sa Iddio per quanto tempo ancora avrebbe pulsato e creato immagini, dopo che il mio defunto cervello avesse smesso da tempo di servirmi a qualcosa. Il consueto cratere di un dente vuoto se ne stava sempre là e, paradossalmente, garantiva con la sua nota umoristica un po’ di sollievo. Ero piuttosto curioso di sapere come mi avevano seppellito, con o senza Messa da Requiem e chi era venuto al funerale.


Quanto tenace però, quanto alacre – quasi sentisse la mancanza della sua pregressa attività – questo mio pensiero che si dava a evocare il simulacro di un ospedale, e il simulacro di forme umane biancovestite che si aggiravano tra i letti, da uno dei quali proveniva il simulacro di gemiti umani. Assecondai di buon grado queste illusioni, stuzzicandole, spronandole, finché non riuscii a creare un quadro completo, naturale, un semplice caso di lieve ferita causata dal passaggio di una maldestra pallottola dritta attraverso il serratus; e qui apparve (sempre di mia creazione) un dottore che si affrettò a confermare la mia spensierata ipotesi. Poi, mentre ridendo giuravo di aver solo goffamente cercato di scaricare il revolver, apparve anche la mia vecchietta, in cappello di paglia nero guarnito di ciliegie. Si sedette al mio capezzale chiedendomi come stavo, e, scuotendo sorniona un dito verso di me, accennò a una brocca infranta dalla pallottola... Con quanta astuzia, in quali semplici termini di vita quotidiana, il mio pensiero spiegava il tintinnio, il gorgoglio che mi avevano accompagnato nell’inesistenza!


Immaginavo che il postumo momento di inerzia del mio pensiero si sarebbe presto esaurito, ma a quanto pareva la mia fantasia era stata talmente fertile in vita che ne rimaneva abbastanza da durare un bel po’. Continuò a sviluppare il tema della guarigione, e ben presto mi fece dimettere dall’ospedale. I lavori di riparazione di una strada berlinese mi parvero un gran successo, e mentre fluttuavo lungo il marciapiede, delicatamente collaudando piedi ancor deboli, praticamente incorporei, pensavo a cose di tutti i giorni: che dovevo far riparare l’orologio, che dovevo comprare le sigarette; e che non avevo denaro. Sorprendendomi in questi pensieri – non molto allarmanti, in verità – evocai vividamente il biglietto da venti marchi color carne, sfumature ramate, che avevo stracciato prima del suicidio, e la sensazione di libertà e impunità provata in quel momento. Ora, però, l’atto acquistava un certo qual connotato di vendetta, e fui felice di essermi limitato a un malinconico capriccio, senza andarmene a folleggiare per strada. Poiché ora sapevo che dopo la morte il pensiero umano, svincolato dal corpo, continua a muoversi in una sfera dove le cose sono tutte collegate le une alle altre così come prima, che tutto ha un senso relativo, e che i tormenti del peccatore nell’aldilà consistono precisamente nel fatto che la sua mente tenace non riesce a trovare riposo finquando non sia riuscita a dipanare le complesse conseguenze delle sue avventate azioni terrene.


Passeggiavo per strade note; tutto somigliava molto alla realtà, eppure non c’era nulla a testimoniare che non fossi morto e che la Passauer Strasse non fosse una chimera postesistenziale. Vedevo me stesso dall’esterno, come se in piedi nell’acqua muovessi le gambe per tenermi a galla, al contempo commosso e spaventato, come un fantasma alle prime armi che osservi la vita di una persona il cui rivestimento interiore, e notte interiore, e bocca, e sapore che ha in bocca, gli sono noti quanto la forma che di quella persona costituisce l’involucro.


Questo meccanico fluttuare mi portò al negozio di Weinstock. Subito, nella vetrina, apparvero libri russi, stampati sul momento per assecondarmi. Per una frazione di secondo, alcuni titoli ebbero parvenze ancora nebulose; li misi a fuoco e la nebbia sparì. Quando entrai la libreria era vuota e in un angolo, in una stufa di ghisa, ardeva una fiamma opaca d’inferni medioevali. Da qualche parte, giù dietro il bancone, udii l’ansare di Weinstock. «È rotolato lì sotto,» borbottava con voce tesa «è rotolato lì sotto». Presto si alzò, e qui beccai la mia immaginazione (a dire il vero costretta a lavorare di furia) in una inesattezza: Weinstock portava i baffi, e quelli adesso non c’erano. La mia fantasia non lo aveva rifinito in tempo e il pallido spazio dove avrebbero dovuto trovarsi i baffi non mostrava altro che una picchiettatura bluastra.


«Che brutta cera» disse salutandomi. «Vergogna, vergogna. Cosa c’è che non va? È stato ammalato?». Gli risposi che in effetti ero stato male. «C’è l’influenza in giro» disse Weinstock. «È un pezzo che non la vedo» continuò. «Mi dica, ha trovato lavoro?».


Risposi che per un po’ avevo fatto l’istitutore, ma poi avevo perso il posto, e che avevo una gran voglia di fumare.


Entrò un cliente e chiese un dizionario russospagnolo.


«Credo di averlo» disse Weinstock, girandosi verso lo scaffale e scorrendo col dito lungo il dorso di alcuni spessi volumetti. «Ah, eccone uno russo-portoghese, praticamente la stessa cosa».


«Lo prendo» disse il cliente, e uscì con l’inutile acquisto.


Nel frattempo, un profondo sospiro proveniente dal fondo del negozio attrasse la mia attenzione. Una figura celata dai libri mi passò accanto arrancando, tra una serie di och-och-och russi.


«Ha assunto un aiutante?» domandai a Weinstock.


«Lo licenzio presto quello» rispose a bassa voce. «È un vecchio totalmente inutile. Ho bisogno di un giovane».


«E come va la Mano Nera, Vikentij L’vovič?».


«Se lei non fosse lo scettico maligno che è,» Vikentij L’vovič Weinstock mi biasimò solenne «ne avrei, di cose interessanti da raccontarle». Si era un po’ offeso, cosa inopportuna: la mia spettrale, indigente, incorporea condizione andava in qualche modo risolta, ed ecco che la mia fantasia sfornava solo chiacchiere insipide.


«No, no, Vikentij L’vovič, perché scettico? Al contrario – non si ricorda? – questa faccenda una volta mi è costata un sacco di soldi».


In effetti, quando avevo conosciuto Weinstock, avevo subito trovato in lui un tratto affine, una propensione alle idee fisse. Era convinto di essere puntualmente sorvegliato da certe persone che, con laconica aria di mistero, definiva «agenti». Accennava all’esistenza di una «lista nera» nella quale il suo nome sarebbe apparso. Io lo prendevo in giro, ma dentro mi sentivo gelare. Un giorno mi aveva colpito l’imbattermi per la seconda volta in un uomo che mi era capitato di notare quella mattina in tram, un biondo antipatico dallo sguardo sfuggente che ora stava lì, all’angolo della mia strada, facendo finta di leggere il giornale. Da allora mi sentivo a disagio. Mi redarguivo e tra me e me ridevo di Weinstock, ma, quanto alla mia fantasia, non potevo farci niente. Di notte, mi immaginavo che qualcuno si arrampicasse in casa dalla finestra. Finii per comprare un revolver e trovai finalmente pace. Era a questa spesa (tanto più ridicola, dato che ora il porto d’armi mi era stato revocato) che avevo fatto allusione.


«A che le serve un’arma?» ribatté lui. «Sono furbi come il demonio. Contro di loro, c’è una sola difesa possibile: il cervello. La mia organizzazione...». Improvvisamente mi scoccò un’occhiata sospettosa, come se avesse parlato troppo. Allora mi decisi a spiegargli, cercando di mantenere un tono spiritoso, che mi trovavo in una situazione singolare: non c’era più nessuno a cui chiedere prestiti, ciononostante mi restava il bisogno di vivere e di fumare; e nel dir questo ripensavo alla volta in cui uno sconosciuto, lingua sciolta e dente anteriore mancante, si era presentato alla madre dei miei allievi, e, con tono spiritoso identico al mio, le aveva raccontato di doversi recare a Wiesbaden quella sera e che gli mancavano esattamente novanta Pfennig. «Be’,» aveva detto placida lei «la storia di Wiesbaden se la può risparmiare, le darò comunque venti Pfennig. Di più non posso, per pura questione di principio».


Adesso, per altro, mentre mi abbandonavo a questo accostamento, non mi sentivo umiliato neanche un po’. Dal momento dello sparo, sparo a mio avviso fatale, mi ero osservato più con curiosità che con simpatia, e il mio doloroso passato, antecedente allo sparo, mi era ormai estraneo. Questa conversazione con Weinstock si rivelò l’inizio di una nuova vita. Ero ormai diventato spettatore di me stesso. Convinto della natura spettrale della mia esistenza, avevo diritto a qualche divertimento.


 


Andare alla ricerca di una legge basilare è una sciocchezza e ancor più lo è reperirla. Un povero di spirito decide che l’intero corso della storia umana può essere spiegato in termini di insidiose rotazioni di segni zodiacali o di lotta tra pance piene e pance vuote; assume un puntiglioso filisteo nel ruolo di collaboratore di Clio, e dà inizio a un’attività commerciale all’ingrosso di epoche e di masse; e allora guai al privato individuum, con la sua povera doppia u, con i suoi disperati «ehi voi» nel folto delle ragioni economiche. Per fortuna, tali leggi non esistono: un mal di denti farà perdere una battaglia, una pioggerella abolirà un’insurrezione. Tutto sguscia via, tutto dipende dal caso, e del tutto vani sono stati gli sforzi in contrario di quell’acido borghese in pantaloni vittoriani a quadri, autore di Das Kapital, frutto dell’emicrania e dell’insonnia. C’è un gusto stuzzichevole nel chiedersi, guardando al passato: «Che cosa sarebbe successo se...» sostituendo un avvenimento fortuito a un altro, osservando come, da un attimo grigio e sterile del proprio trantran quotidiano, germogli un evento meravigliosamente roseo, che nella realtà non era riuscito a sbocciare. È un mistero, questo ramificarsi della vita: avvertiamo, a ogni istante trascorso, strade che si dividono, un «quindi» e un «altrimenti», con innumerevoli, vertiginosi zigzag che si biforcano e si triforcano sul fondo oscuro del passato.


Tutti questi pensieri semplici sulla natura oscillatoria della vita mi vengono in mente se rifletto a quanto sarebbe stato facile che io non prendessi in affitto una stanza nella casa di Via del Pavone 5, o non facessi la conoscenza di Vanja e di sua sorella, o di Roman Bogdanovič, o di tanta altra gente trovata all’improvviso che di colpo si è messa, così inaspettatamente e involontariamente, a vivere intorno a me. Oppure, se, dopo la mia spettrale uscita dalla corsia ospedaliera, mi fossi sistemato da un’altra parte, una felicità inimmaginabile sarebbe forse diventata il mio interlocutore abituale... chissà, chissà...


Sopra di me, all’ultimo piano, viveva una famiglia di russi. Li conobbi attraverso Weinstock, che li riforniva di libri: altro affascinante stratagemma da parte della fantasia che governa la vita. Prima di far conoscenza sul serio, ci incontravamo spesso per le scale e ci scambiavamo occhiate di allarmata diffidenza, come fanno i russi all’estero. Subito notai Vanja, e subito il mio cuore palpitò; come quando in sogno si entra in una stanza dal sogno protetta e vi si trova, a disposizione del sogno, la propria preda intrappolata nel sogno. Aveva una sorella sposata, Evgenija, una giovane dal volto gradevolmente squadrato che faceva pensare a un bulldog affabile e di bell’aspetto. C’era anche il robusto marito di Evgenija. Capitò una volta, nell’atrio del palazzo, che gli tenessi aperta la porta, e il suo grazie in tedesco (danke), pronunciato a modo suo, fece rima perfetta con il caso prepositivo della parola «banca» in russo, dove tra l’altro lui lavorava.


Con loro abitava una parente, Marianna Nikolaevna, e la sera ricevevano: gli ospiti erano quasi sempre gli stessi. Evgenija veniva considerata la padrona di casa. Aveva un simpatico senso dell’umorismo; era lei che aveva soprannominato «Vanja» la sorella, quando quest’ultima aveva preteso di essere chiamata «Monna Vanna» (come l’eroina di una qualche commedia), trovando che il suono del suo vero nome – Varvara – suggeriva corpulenza e pelle butterata. Mi ci volle tempo per abituarmi a questo diminutivo del maschile «Ivan»; un po’ alla volta, però, assunse per me l’identica sfumatura che Vanja associava a languidi nomi femminili.


Le due sorelle si rassomigliavano; la schietta pesantezza da bulldog dei lineamenti della maggiore era appena percettibile in Vanja, ma in una maniera diversa, che aggiungeva carattere e originalità alla bellezza del volto. Anche gli occhi delle due erano simili: nerocastani leggermente asimmetrici e un po’ a mandorla, con divertenti piegoline sulle palpebre scure. Gli occhi di Vanja avevano un’iride più opaca, e, a differenza di quelli della sorella, erano un po’ miopi, quasi la loro bellezza li rendesse inadatti a un uso quotidiano. Entrambe le ragazze erano brune e pettinate allo stesso modo: la riga in mezzo e un grande chignon compatto, basso sulla nuca. Ma le chiome della maggiore non ricadevano con la stessa celeste levigatezza ed erano prive di quei preziosi riflessi. Voglio scrollarmi di dosso Evgenija, liberarmene una volta per tutte, così da non dover essere più costretto a paragonare le due sorelle; per altro so bene che, non fosse per la somiglianza, il fascino di Vanja sarebbe incompleto. Solo le mani non erano eleganti, con quel palmo pallido troppo in contrasto con il dorso ben roseo e nocchiuto. E le unghie rotonde erano sempre picchiettate di macchioline bianche.


Quanto ancora bisogna concentrarsi, e con quanta maggiore intensità di sguardo, a che il cervello riesca a impadronirsi del tutto dell’immagine visiva di una persona? Eccole là, sul divano; Evgenija in velluto nero, con grossi grani che le adornano il collo bianco; Vanja in cremisi, con piccole perle invece dei grani, gli occhi bassi sotto le pesanti sopracciglia nere, un tocco di cipria che non dissimula il lieve sfogo sull’ampia glabella. Le sorelle calzano scarpe nuove identiche, e continuano a guardarsi reciprocamente i piedi, certo lo stesso tipo di scarpa fa peggior figura al proprio piede che al piede di un altro. Marianna, dottoressa bionda dalla voce perentoria, racconta a Smurov e a Roman Bogdanovič gli orrori della recente guerra civile in Russia. Sulla porta della stanza adiacente, Chruščëv, il marito di Evgenija, gioviale signore dal naso carnoso – che lui manipola in continuazione, ora tirandolo, ora afferrando una narice e cercando di svellerla –, parla con Muchin, un giovane con pince-nez. Si fronteggiano dai due stipiti, come una coppia di Telamoni.


Muchin e l’imponente Roman Bogdanovič conoscono la famiglia da molto tempo, mentre Smurov, sebbene non ne abbia l’aria, è un acquisto piuttosto recente. Nessuno avrebbe scorto in lui quella timidezza tipica di chi si ritrova fra persone amiche tra loro, legate da echi consolidati di complicità scherzosa e da superstiti allusioni a nomi carichi, per loro, di speciali significati, che fanno capire al nuovo arrivato come la storia che ha cominciato a leggere nella rivista sia in realtà iniziata molto tempo prima su vecchi numeri ormai introvabili; allora, ascoltando la conversazione generale, densa di riferimenti a occorrenze a lui ignote, l’estraneo tace, e sposta lo sguardo su chiunque stia parlando, e, più serrate si fanno le battute, più gli occhi si fanno mobili; ma ben presto il mondo invisibile che rivive nelle parole degli astanti diviene opprimente e lui si domanda se non abbiano intavolato a bella posta una conversazione alla quale è estraneo. Smurov, per altro, anche se a volte si sentiva escluso, di certo non lo dava a vedere. Devo ammettere che, in quelle prime serate, mi fece un’impressione piuttosto favorevole. Non era molto alto, ma raffinato e ben fatto. Il semplice vestito nero e il nero papillon parevano discretamente suggerire un qualche lutto segreto. Il viso, pallido e delicato, era giovane, ma un attento osservatore vi avrebbe potuto discernere le tracce del dolore e dell’esperienza. I suoi modi erano squisiti. Un sorriso tranquillo, per certi versi malinconico, gli indugiava sulle labbra. Parlava poco, ma tutto quello che diceva era acuto e pertinente, e le rare battute scherzose, per quanto troppo sottili per suscitare scoppi di risa, sembravano aprire, nella conversazione, una porta segreta da cui si sprigionava inaspettato un soffio d’aria fresca. Non poteva non piacere subito a Vanja, veniva fatto di pensare, per quel pudore nobile ed enigmatico, per quel pallore della fronte, per quell’affusolatezza delle mani... Certe cose – la parola blagodarstvujte («grazie»), per esempio, pronunciata intera senza la solita elisione, preservando così il suo bouquet consonantico – rivelavano inequivocabilmente all’osservatore accorto che Smurov apparteneva alla migliore società pietroburghese.


Marianna sospese per un istante il suo resoconto degli orrori bellici: si era finalmente accorta che il serioso e barbuto Roman Bogdanovič cercava da un pezzo di infilare una parolina che teneva in bocca come una grossa caramella. Non ebbe però fortuna, data la prontezza di Smurov.


«Quando “rivado agli orrori della guerra”,» disse Smurov, citando a suo modo, con un sorriso, una famosa poesia «non mi dolgo “né per l’amico, né per la madre dell’amico”, ma per chi in guerra non è mai stato. È difficile esprimere con le parole quanto sia musicalmente delizioso il canto delle pallottole... o quando, a gran galoppo, voli all’assalto...».


«La guerra è sempre uno schifo» interruppe secca Marianna. «Si vede che ho ricevuto un’educazione diversa dalla sua. Un essere umano che toglie la vita a un altro è sempre un assassino, si tratti di un boia o di un ufficiale di cavalleria».


«Personalmente...» esordì Smurov, ma lei lo interruppe di nuovo:


«Vestigia del passato, questo valor militare. Nell’esercizio della mia professione, la medicina, mi è capitato spesso di vedere gente mutilata o la cui vita è stata distrutta dalla guerra. Oggi l’umanità tende a nuovi ideali. Non c’è niente di più degradante che ritrovarsi carne da cannone. Forse la mia educazione diversa...».


«Personalmente...» disse Smurov.


«La mia educazione diversa» proseguì rapida «quanto a idee di umanità e a interessi culturali mi fa guardare alla guerra con altri occhi. Non ho mai sparato contro la gente né ho mai infilzato nessuno con una baionetta. Stia tranquillo che tra i miei colleghi medici troverà più eroi che sul campo di battaglia...».


«Personalmente, io...» disse Smurov.


«Ma ora basta» tagliò netto Marianna. «Vedo che nessuno di noi due riuscirà a convincere l’altro. Chiusa la discussione».


Seguì un breve silenzio. Smurov, seduto, mescolava placido il tè. Ovvio, era un ex ufficiale, un temerario avvezzo a scherzare con la morte, e se non parlava delle sue avventure era solo per modestia.


«Io volevo dire questo» tuonò Roman Bogdanovič: «Lei accennava a Costantinopoli, Marianna Nikolaevna. Avevo un amico intimo là, tra gli émigrés, un certo Kašmarin, con cui poi litigai, un tipo tremendamente sgarbato e iracondo, anche se si calmava subito, e gentile, a modo suo. Tra parentesi, una volta ha pestato quasi a morte un francese per gelosia. Be’, lui mi ha raccontato la storia seguente. Dà un’idea delle usanze turche. Figuratevi...».


«Lo ha pestato?» interruppe Smurov con un sorriso. «Ah, bene. Questo mi piace...».


«Quasi a morte» ripeté Roman Bogdanovič, e si lanciò nel racconto.


Smurov ascoltava, annuendo in segno d’approvazione. Era certo uno che dietro la modestia e la calma nascondeva uno spirito focoso. Sarebbe stato senza dubbio capace, nell’ira, di fare a pezzetti un uomo, e, nella passione, di avvolgersi nel mantello una fanciulla fragrante e intimorita e di trascinarla in una notte ventosa su una barca dagli scalmi muti, pronta là, sotto un mielato spicchio di luna, come nel racconto di Roman Bogdanovič. Se Vanja era esperta di animo umano, se ne doveva accorgere.


«Sta scritto tutto nel mio diario, in ogni dettaglio» concluse compiaciuto Roman Bogdanovič, e prese un sorso di tè.


Muchin e Chruščëv si immobilizzarono di nuovo, ognuno al suo stipite; Vanja e Evgenija si lisciarono il vestito in direzione delle ginocchia con identici tocchi; Marianna, senza alcun motivo apparente, fissò lo sguardo su Smurov, che, volgendole il profilo, continuava a contrarre i muscoli della mascella, secondo la regola del tic mascolino, sotto il suo sguardo ostile. Mi piaceva. Sì, decisamente mi piaceva; e sentivo che più lo sguardo di Marianna, la colta dottoressa, si faceva intenso, più distinta e armoniosa si faceva l’immagine del giovane temerario dai nervi d’acciaio, pallido di notti insonni passate nei burroni della steppa e in stazioni ferroviarie devastate dall’artiglieria. Tutto bene dunque, pareva.


 


Vikentij L’vovič Weinstock, per cui Smurov lavorava da commesso (in sostituzione dell’ormai inservibile vecchietto), ne sapeva, di lui, meno di chiunque altro. Nel carattere di Weinstock c’era una simpatica vena di avventatezza. Per questo, probabilmente, aveva assunto un uomo che non conosceva bene. I suoi sospetti avevano bisogno di essere regolarmente alimentati. Proprio come certe persone del tutto normali e come si deve si rivelano d’un tratto appassionati collezionisti di libellule o di incisioni, così Weinstock, nipote di rigattiere e figlio di antiquario, il solido ed equilibrato Weinstock, da sempre nel settore librario, si era costruito un piccolo mondo tutto suo. Là, nella penombra, succedevano fatti misteriosi.


L’India suscitava in lui una mistica reverenza. Era uno di quelli che al sentir nominare Bombay si immaginano immancabilmente, invece che un funzionario britannico paonazzo d’afa, un fachiro. Credeva alla jella e alla scalogna, ai numeri magici e al Diavolo, al malocchio, al potere segreto di simboli e segni, agli idoli di bronzo dal pancione scoperto. La sera, posava le mani, come un pianista di pietra, su un tavolinetto a tre gambe, leggero leggero. Il tavolinetto cominciava a scricchiolare teneramente, a frinire come un grillo, poi, chiamate a raccolta le forze, si sollevava da una parte e quindi batteva, goffamente ma con forza, una gamba contro il pavimento. Weinstock recitava l’alfabeto. Il tavolinetto seguiva con grande attenzione e batteva alle lettere giuste. Arrivavano messaggi da Cesare, da Maometto, da Puškin, e da un cugino defunto del medesimo Weinstock. Certe volte il tavolino si metteva a fare capricci: si alzava e restava sospeso a mezz’aria, oppure partiva all’attacco di Weinstock e gli dava una cornata in pancia, allora Weinstock, bonario, placava lo spirito, come un domatore che si diverta ad assecondare una belva ruzzante; arretrava per tutta la stanza, sempre tenendo le dita sul tavolo che lo incalzava dondolando. Per conversare coi morti, usava anche una specie di piattino istoriato e un altro strano aggeggio con matita che spuntava da sotto. Le conversazioni venivano trascritte in appositi quadernetti. Questo un tipico dialogo:


 


WEINSTOCK: Hai trovato la pace?


LENIN: Non siamo mica a Baden-Baden.


WEINSTOCK: Mi vuoi parlare della vita ultraterrena?


LENIN (dopo una pausa): Preferisco di no.


WEINSTOCK: Perché?


LENIN: Devo aspettare il plenum.


 


Di quaderni del genere se ne erano accumulati tanti, e Weinstock diceva che un giorno o l’altro avrebbe fatto pubblicare le conversazioni più significative. Molto divertente era un fantasma a nome Abum, di origini ignote, sciocco e di cattivo gusto, che agiva da intermediario organizzando interviste tra Weinstock e varie celebrità defunte. Trattava Weinstock con volgare confidenza.


 


WEINSTOCK: Spirito, chi mai sei?


RISPOSTA: Ivan Sergeevič.


WEINSTOCK: Quale Ivan Sergeevič?


RISPOSTA: Turgenev.


WEINSTOCK: Crei ancora capolavori?


RISPOSTA: Fesso.


WEINSTOCK: Perché mi insulti?


RISPOSTA (tavolo in convulsioni): Ti ho fregato! Sono Abum.


 


Talvolta, quando Abum dava inizio alle sue mattane, era impossibile liberarsene per il resto della séance. «È dispettoso come una scimmia» si lamentava Weinstock.


Durante questi giochi, la compagna di Weinstock era una piccola signora dai capelli rossi, volto rubizzo e manine grassocce, che odorava di resina d’eucaliptus ed era perennemente raffreddata. Venni a sapere in seguito che c’era una storia tra loro da molto tempo ma Weinstock, che per certi versi era inusitatamente franco, non lo fece trapelare neanche una volta. Si apostrofavano per nome e patronimico e si comportavano da buoni amici e basta. Spesso lei andava a trovarlo in negozio e al caldo della stufa leggeva una rivista di teosofia pubblicata a Riga. Incoraggiava Wein-


stock nei suoi esperimenti con l’aldilà, e raccontava: nella sua stanza, i mobili si animavano di tanto in tanto; un mazzo di carte si spostava da un punto all’altro o si sparpagliava sul pavimento, e, una volta, il suo lume da notte era saltato giù dal comodino cominciando a imitare un cane che tiri impaziente il guinzaglio; alla fine la presa era saltata via, si era udito lo scalpitio di una fuga nel buio, e il lume era stato trovato più tardi nell’ingresso, proprio davanti alla porta di casa. Weinstock diceva che la vera «forza» non gli era stata ahimè concessa, che i suoi nervi erano slentati come vecchie bretelle, quando i nervi di un medium devono essere come le corde di un’arpa. Non credeva però alla materializzazione, e conservava, solo in quanto rarità, una foto, fornitagli da uno spiritista, con una donna pallida e tozza dagli occhi chiusi, nell’atto di rigettare una massa fluttuante e nebulosa.


Gli piacevano Edgar Poe e Barbey d’Aurevilly, le avventure, gli smascheramenti, i sogni profetici, e le società segrete. La presenza di logge massoniche, club di suicidi, messe nere, e soprattutto agenti sovietici, inviati da «laggiù» (e quanta eloquenza, quanto rispettoso timore nell’intonazione di quel «laggiù»!) a pedinare qualche poveraccio d’émigré, trasformavano la Berlino di Weinstock in una città di portenti, in mezzo alla quale si sentiva proprio a casa sua. Lasciava intendere di far parte di una grande organizzazione dedita, sembra, a dipanare e a squarciare le delicate tele tessute da un certo ragno di color scarlatto vivo, fatto da lui riprodurre sul sigillo di un anello orrendamente pacchiano che dava un che di esotico alla sua mano villosa.


«Sono dappertutto» diceva, con tono significativamente sommesso. «Dappertutto. Se vado a un ricevimento di cinque, dieci, to’, venti persone, può star certo, oh sì, proprio certo, che ci sarà almeno un agente. Parlo con Ivan Ivanovič, diciamo, e chi può giurare che Ivan Ivanovič sia persona fidata? O, diciamo, c’è qualcuno che lavora nel mio ufficio – un ufficio qualunque, non necessariamente questa libreria (niente di personale, lei mi capisce) –, be’, come faccio a sapere che non sia un agente? Sono dappertutto, ripeto, dappertutto... È un’organizzazione talmente capillare... Vado a una festa, tutti gli invitati si conoscono, eppure niente mi garantisce che proprio questo Ivan Ivanovič, così modesto e compito, non sia poi...» e Weinstock annuiva eloquente.


Cominciai presto a sospettare che Weinstock, ancorché in modo molto guardingo, alludesse a qualcuno in particolare. Per lo più, chiunque fosse reduce da una chiacchierata con lui restava con l’impressione che il suo bersaglio fosse l’interlocutore stesso oppure una comune conoscenza. Ma la cosa più straordinaria era che una volta – e Weinstock rievocava l’occasione con orgoglio – il suo fiuto non lo aveva tradito: una persona che conosceva abbastanza bene, un tipo affabile, alla mano, «limpido come l’acqua» (secondo la sua espressione), si era rivelata, in effetti, una velenosa serpe sovietica. Gli sarebbe dispiaciuto meno, credo, farsi sfuggire una spia che l’occasione di segnalare alla medesima che lui, Weinstock, l’aveva scoperta.


Anche se Smurov spandeva, sì, una certa aria di mistero, anche se il suo passato risultava, sì, abbastanza nebuloso, sarebbe mai stato possibile che lui...? Lo rivedo, ad esempio, dietro il bancone, il vestito nero a posto, i capelli pettinati con cura, i tratti del volto pallido ben delineati. All’ingresso di un cliente appoggia attento la sigaretta non consumata sull’orlo del portacenere, e, fregandosi le mani affusolate, provvede con sollecitudine alle esigenze del compratore. A volte – soprattutto se si tratta di una signora – sorride vagamente, come a esprimere sufficienza per i libri in generale oppure, magari, bonaria autoironia verso il suo ruolo di semplice commesso, e dà consigli preziosi: questo vale la pena di leggerlo, quest’altro è un po’ pesante; qui, la descrizione dell’eterna battaglia tra i sessi è divertentissima, questo romanzo non è profondo, ma molto spumeggiante, molto inebriante, sa, come lo champagne. E la signora che ha comprato il libro, la signora con le labbra rosse e la pelliccia nera, se ne va portandosi dietro un’immagine fascinosa: quelle mani delicate che un po’ maldestre sollevano i libri, quella voce sommessa, quel lampo di un sorriso, quei modi impeccabili. Dai Chruščëv però, Smurov aveva già cominciato a fare su qualcuno un’impressione alquanto diversa.


 


La vita di questa famiglia, a Via del Pavone 5, era incredibilmente felice. Il padre di Evgenija e Vanja, che passava gran parte dell’anno a Londra, spediva loro assegni generosi, e anche Chruščëv guadagnava parecchio. Ma non era questo il punto: fossero stati spiantati, non avrebbe fatto nessuna differenza. Le sorelle sarebbero state cullate dalla stessa brezza felice, di provenienza ignota, ma avvertita anche dal visitatore più tetro e più duro di pelle. Era come se avessero intrapreso un viaggio giulivo: pareva che quell’ultimo piano si librasse nell’aria come un dirigibile. Ma la fonte di tale felicità era difficile da individuare. Studiavo Vanja, e cominciavo a credere di averla scoperta, la fonte... La sua felicità non era eloquente. Faceva a volte una domandina improvvisa, e, avuta la risposta, subito si zittiva, fissandovi con i suoi begli occhi miopi e stupiti.


«Dove sono i suoi genitori?» chiese una volta a Smurov.


«In un cimitero molto lontano» rispose lui e, chissà perché, fece un piccolo inchino.


Evgenija, una mano che giocherellava con una pallina da ping-pong, disse che lei ricordava la madre, e Vanja no. Quella sera, a parte Smurov e l’immancabile Muchin, non c’era nessuno: Marianna era andata a un concerto, Chruščëv lavorava in camera sua e Roman Bogdanovič, come tutti i venerdì, era rimasto a casa a scrivere il suo diario. Quieto, compassato, Muchin taceva, aggiustandosi di tanto in tanto sul naso sottile la molla del pince-nez con montatura a giorno. Era molto ben vestito e fumava autentiche sigarette inglesi. Smurov, approfittando del suo silenzio, si fece a un tratto più loquace del solito. Rivolgendosi soprattutto a Vanja, cominciò a raccontare di come fosse scampato alla morte.


«Fu a Jalta,» disse Smurov «dopo la partenza delle truppe bianche. Mi ero rifiutato di venire sfollato con gli altri, giacché contavo di organizzare un’unità partigiana per continuare a combattere contro i rossi. Dapprima ci nascondemmo sulle colline. Fui ferito in uno scontro. La pallottola mi trapassò da parte a parte, mancando per un pelo il polmone sinistro. Quando rinvenni, giacevo supino e sopra di me nuotavano le stelle. Che fare? Stavo morendo dissanguato, solo solo in una gola montana. Decisi di provare a farcela fino a Jalta: un rischio terribile, ma non mi veniva in mente nient’altro. La cosa richiedeva sforzi inauditi. Andai avanti tutta la notte, per lo più trascinandomi a quattro zampe. Finalmente, all’alba, raggiunsi Jalta. Le strade erano ancora immerse nel sonno. Solo dalla stazione ferroviaria arrivava il rumore degli spari. Senz’altro fucilavano qualcuno.


«Avevo un buon amico, un dentista. Andai da lui e battei le mani sotto la finestra. Guardò fuori, mi riconobbe e mi fece subito entrare. Restai nascosto a casa sua finché la ferita non fu rimarginata. Aveva una figlia, una giovane che si prese cura di me con amore: ma questa è un’altra storia. È ovvio che la mia presenza metteva in gran pericolo i miei salvatori, perciò ero impaziente di andarmene. Ma dove? Ci pensai su, e decisi di indirizzarmi a nord, dove, secondo alcune voci, la guerra civile era divampata di nuovo. E così una sera mi accomiatai dal mio premuroso amico, lo abbracciai, lui mi dette del denaro, che – se Dio vuole – un giorno gli restituirò, ed eccomi di nuovo in giro per le ben note strade di Jalta. Avevo barba e occhiali, e indosso una vecchia giubba da campo. Mi avviai dritto alla stazione. Sull’accesso ai binari, un soldato dell’armata rossa controllava i documenti. Avevo un passaporto a nome Sokolov, ufficiale medico. La guardia rossa diede un’occhiata, mi restituì i documenti, e tutto si sarebbe concluso senza intoppi se non fosse stato per uno stupido colpo di sventura. Ecco, all’improvviso, una voce di donna che tranquillissima dice: “È un bianco. Lo conosco bene”. Mantenni il controllo e, senza voltarmi, feci per procedere in direzione dei binari. Non avevo fatto più di tre passi quando una voce, maschile stavolta, mi gridò: “Alt!”. Mi fermai. Due soldati e una donna sciatta in colbacco militare mi circondarono. “Sì, è lui” disse la donna. “Prendetelo”. Ravvisai in quella comunista l’ex cameriera di amici miei. Scherzavano su un certo suo debole per me, ma quella obesità e quelle labbra carnose mi avevano sempre suscitato una profonda ripugnanza. Fecero la loro comparsa altri tre soldati e un tipo dall’aria di commissario in una mezza uniforme. “Muoviti” disse. Alzai le spalle e con gran sangue freddo feci presente che ci doveva essere un errore. “Vedremo dopo” disse il commissario.


«Credetti che mi stessero portando via per interrogarmi. Ma presto mi accorsi che le cose stavano andando un po’ peggio. Una volta raggiunto il deposito merci, proprio oltre la stazione, mi ordinarono di spogliarmi e di mettermi contro il muro. Infilai la mano nella giubba da campo, come per sbottonarla, e, un istante dopo, avevo abbattuto due soldati con la mia Browning e mi ero dato a una pazza fuga. Gli altri, naturalmente, aprirono il fuoco. Una pallottola mi fece saltare il berretto. Girai di corsa intorno al deposito, scavalcai con un balzo uno steccato, sparai a uno che mi veniva addosso con una vanga, corsi sulla massicciata, attraversai come un fulmine le rotaie schivando un treno in arrivo e, con quella lunga processione di vagoni che mi separava dagli inseguitori, riuscii a mettermi in salvo».


Smurov proseguì, raccontando di come, col favore delle tenebre, avesse raggiunto il mare a piedi, dormito al porto tra balle e barili, sottratto una scatola di fette biscottate e una botticella di vino di Crimea, e al mattino, tra le nebbie dell’alba, fosse salpato, solo solo, in un peschereccio, per essere, dopo cinque giorni di navigazione, tratto in salvo da una goletta greca. Raccontò tutto con voce calma, naturale, perfino un po’ monotona, quasi parlasse di banalità. Evgenija schioccò compassionevole la lingua; Muchin aveva ascoltato attento e vigile, schiarendosi sommesso la gola di tanto in tanto, come se non potesse fare a meno di commuoversi profondamente a quel narrare, e provando rispetto e perfino invidia – una sana invidia, sì – nei confronti di uno che, franco e impavido, aveva saputo guardare in faccia la morte. Quanto a Vanja... no, nessun dubbio ormai, si doveva per forza innamorare di Smurov. Che incanto, quelle ciglia che avevano punteggiato il discorso, che delizia, quel frullio terminale di puntini puntini alla fine del racconto di Smurov, che occhiata, quella rivolta alla sorella – un lampo umido, obliquo – probabilmente per accertarsi che non avesse notato la sua emozione.


Silenzio. Muchin aprì il portasigarette di metallo brunito. Evgenija si rese conto, nella sua agitazione, che era ora di chiamare il marito per il tè. Sulla soglia si voltò e mormorò qualcosa di inafferrabile a proposito di una torta. Vanja saltò su dal divano e le corse dietro. Muchin raccolse da terra il fazzoletto e lo adagiò accuratamente sul tavolo.


«Posso prendere una delle sue?» chiese Smurov.


«La prego» disse Muchin.


«Oh, gliene è rimasta una sola» disse Smurov.


«La prenda, la prenda» disse Muchin. «Ne ho altre nel cappotto».


«Le sigarette inglesi odorano sempre di prugne candite» disse Smurov.


«O di melassa» disse Muchin. «Peccato che a Jalta» aggiunse con lo stesso tono di voce «non ci sia stazione».


Fu inatteso e terribile. La meravigliosa bolla di sapone, azzurrina, iridescente, il curvo riflesso della finestra sulla lucida superficie, cresce, si gonfia e di colpo non c’è più, resta solo la spia di un umore vellicante che ti colpisce in faccia.


«Prima della rivoluzione,» disse Muchin, rompendo l’intollerabile silenzio «c’era, credo, un progetto di collegamento ferroviario tra Jalta e Simferopoli. Jalta la conosco bene, ci sono stato tante volte. Mi dica, perché si è inventato tutta quella tiritera?».


Oh, certo, Smurov avrebbe ancora potuto salvare la situazione, sgattaiolarne fuori con qualche altra estrosa invenzione, oppure, come ultima risorsa, tenere in piedi con una battuta bonaria ciò che ora crollava a velocità vertiginosa. Non solo Smurov perse il suo aplomb, ma fece la cosa peggiore. Abbassando la voce, disse rauco: «La prego, per favore, che resti tra noi».


Muchin provò palese vergogna per il fantasioso poveraccio; si aggiustò il pince-nez e cominciò a dire qualcosa, ma si interruppe, giacché proprio in quel momento le sorelle tornarono. Durante il tè, Smurov si sforzò disperatamente di apparire allegro. Ma il vestito nero era logoro e impataccato, la misera cravatta, annodata di solito in modo da nascondere la parte lisa, stasera esibiva quel patetico strappo e un foruncolo gli riluceva sgradevolmente sul mento, attraverso i resti mauve del talco. Allora è così che stanno le cose... Allora è vero che in fondo non ci sono enigmi su Smurov, che non è altro che un volgare fanfarone, ormai smascherato. Allora è così che stanno le cose...


 


No, l’enigma rimase. Una sera, in un’altra casa, l’immagine di Smurov assunse un aspetto nuovo e straordinario, appena percettibile prima. La stanza era buia e silenziosa. In un angolo, una piccola lampada era schermata da un giornale, e ciò faceva sì che il semplice foglio del quotidiano acquistasse una sua singolare traslucida bellezza. E in quella penombra la conversazione verté improvvisamente su Smurov.


In principio erano inezie. Espressioni vaghe, frammentarie dapprima, poi persistenti allusioni a trascorsi delitti politici, poi il terribile nome di un famoso doppio agente segreto della vecchia Russia, e parole sparse quali «sangue... un sacco di guai... basta...». Via via questa presentazione autobiografica acquistò coerenza e, dopo il breve resoconto di una fine tranquilla a seguito di una malattia del tutto per bene, strana conclusione di una vita particolarmente esecrabile, fu enunciato quanto segue:


«Ora vi avviso. State attenti a una certa persona. Segue le mie orme. Spia, adesca, tradisce. A causa sua sono già morti in tanti. Un gruppo di giovani émigrés è in procinto di attraversare il confine per organizzare attività clandestine in Russia. Ma le reti saranno gettate, soccomberanno. Spia, adesca, tradisce. State in guardia. Attenti a un omino in nero. Non vi fate ingannare dal suo aspetto insignificante. Dico la verità...».


«Chi è quest’uomo?» chiese Weinstock.


La risposta tardava.


«Ti prego, Azef, diccelo, chi è quest’uomo?». Sotto le dita inerti di Weinstock, il piattino capovolto riprese a muoversi per tutto il foglio con l’alfabeto, sfrecciando qua e là e puntando l’indice segnato sul bordo ora su questa lettera, ora su quella. Fece sei fermate, quindi si paralizzò come una tartaruga traumatizzata. Weinstock scrisse e lesse ad alta voce un nome noto. «Mi sente?» disse, rivolgendosi a qualcuno nell’angolo più buio della stanza. «Bell’affare! Certo è inutile dirle che non ci credo neanche per un secondo. Spero che non si sia offeso. E perché dovrebbe offendersi? Succede spessissimo che nelle sedute gli spiriti sputino scemenze». E Weinstock fece finta di riderci su.


 


La situazione si faceva bizzarra. Potevo già contare tre versioni di Smurov, ma l’originale rimaneva ignoto. Così succede nelle classificazioni scientifiche. Molti, molti anni fa, Linneo descrisse una specie comune di farfalle, aggiungendo la notazione laconica «in pratis Westmanniae». Il tempo passa e, in un’encomiabile caccia alla precisione, nuovi ricercatori danno una denominazione alle diverse razze meridionali e alpine di questa specie comune, così che in breve non resta un solo posto in Europa dove si possa trovare la razza tipo e non una sottospecie indigena. Dov’è il prototipo, dov’è il modello, dov’è l’originale? Finalmente un grave entomologo, in un circostanziato articolo, esamina tutto l’insieme delle razze denominate e accetta, quale rappresentante di quella tipica, lo sbiadito esemplare scandinavo raccolto da Linneo quasi duecento anni prima; e questa identificazione mette le cose a posto.


Similmente, decisi di portare alla luce il vero Smurov, già sapendo che la sua immagine era influenzata dalle condizioni climatiche prevalenti nelle diverse anime: in un’anima fredda lui appariva in un modo, in un’anima florida assumeva una coloritura differente. Il gioco cominciava a divertirmi. Da parte mia, osservavo Smurov con distacco. Quel certo favore con cui lo guardavo all’inizio aveva ceduto il passo alla semplice curiosità. Tuttavia provavo un’emozione a me nuova. Proprio come lo scienziato, a cui non importa se il colore di un’ala sia bello o no, o se il disegno sia delicato o violento (è interessato solo ai caratteri tassonomici), io consideravo Smurov senza tremori estetici; provavo piuttosto un brivido di piacere nella classificazione delle maschere smuroviane, tanto alla leggera intrapresa.


Il compito era tutt’altro che facile. Ad esempio, sapevo benissimo che l’insulsa Marianna vedeva in Smurov un brutale e brillante ufficiale dell’armata bianca, «il genere che va in giro impiccando la gente a destra e a manca», come in gran segreto mi aveva informato Evgenija nel corso di una chiacchieratina confidenziale. A definire con precisione l’immagine, per altro, avrei dovuto sapere tutto della vita di Marianna, tutti i nessi secondari che le si ridestavano dentro quando guardava Smurov, altre reminiscenze, altre impressioni fortuite, e tutti quegli effetti di luce che variano da anima ad anima. La mia conversazione con Evgenija ebbe luogo subito dopo la partenza di Marianna Nikolaevna; si diceva che andasse a Varsavia, ma con oscure allusioni a un viaggio ancor più a est, forse un ritorno all’ovile; e così Marianna si portava appresso, per mantenerla sino alla fine dei suoi giorni, a meno che qualcuno non l’avesse fatta ricredere, un’idea di Smurov del tutto particolare. «E lei?» chiesi a Evgenija. «Lei che idea si è fatta?».


«Oh, è difficile da dire, così su due piedi» rispose con un sorriso che sottolineò sia la sua somiglianza a un grazioso bulldog sia la sfumatura vellutata degli occhi.


«La prego» insistetti.


«Per prima cosa c’è la sua timidezza» disse pronta. «Sì, sì, una gran dose di timidezza. Avevo un cugino, un ragazzo molto dolce e simpatico, ma ogni volta che doveva affrontare una folla di estranei in un salotto alla moda entrava fischiettando per darsi un’aria disinvolta, dura e spensierata allo stesso tempo».


«Sì, e poi?».


«E poi che altro... Sensibilità, direi, una gran sensibilità, e giovinezza, naturalmente; e scarsa dimestichezza con il mondo...».


Non fu possibile carpirle altro, e l’immagine eidetica che ne risultava era piuttosto sbiadita e non molto affascinante. Ma quella che più mi interessava era la versione smuroviana fornita da Vanja. Ci pensavo costantemente. Mi ricordo di come, una sera, la fortuna sembrò propensa a gratificarmi di una risposta. Ero salito dalla mia tetra stanza al loro appartamento del sesto piano, solo per scoprire che le due sorelle, con Chruščëv e Muchin, erano sul punto di andare a teatro. Non avendo niente di meglio da fare, uscii per accompagnarli al posteggio dei taxi. Improvvisamente mi accorsi di aver dimenticato la chiave del portone.


«Oh, non si preoccupi, ne abbiamo due mazzi,» disse Evgenija «è una fortuna che abitiamo nello stesso palazzo. Prenda, ce le restituisce domani. Buona notte».


Mi incamminai verso casa e nel tragitto ebbi una magnifica idea. Mi figurai un levigato cattivone da film nell’atto di leggere un documento trovato sulla scrivania di qualcun altro. Il mio piano, certo, era molto sommario. Una volta Smurov aveva portato a Vanja un’orchidea gialla, screziata di nero, alquanto simile a una rana; ora avrei potuto verificare se Vanja avesse serbato i cari resti del fiore in qualche cassetto segreto. Una volta le aveva portato un volumetto di Gumilëv, cantore della virilità; sarebbe valsa la pena controllare se le pagine fossero state tagliate e se il libro si trovasse magari sul suo comodino. C’era poi una fotografia, fatta col lampo al magnesio, in cui Smurov era venuto magnificamente, di tre quarti, pallidissimo, un sopracciglio sollevato, con accanto Vanja, e con un Muchin rintanato in secondo piano. Insomma, di cose da scoprire ce n’erano. Stabilito che se mi fossi imbattuto nella cameriera (ragazza graziosissima, per inciso), le avrei spiegato di essere tornato a restituire le chiavi, aprii cauto la porta di casa Chruščëv e in punta di piedi scivolai in salotto.


È buffo cogliere di sorpresa una stanza altrui. I mobili, quando accesi la luce, rimasero di sale, allibiti. Qualcuno aveva lasciato una lettera sul tavolo; la busta vuota se ne stava sdraiata lì come una vecchia mamma superflua, mentre il foglietto di carta sembrava seduto come un robusto bebè. Ma la bramosia, la trepidazione, il gesto impetuoso della mano, tutto questo si rivelò fuori luogo. La lettera era di una persona a me sconosciuta, tale zio Paša. Non conteneva una sola allusione a Smurov! E se era in codice, io non ne avevo certo la chiave. Sgattaiolai nella sala da pranzo. Una coppa di noci e uvetta, e al suo fianco, prono, con gli arti spalancati, un romanzo francese: le avventure di Ariane, jeune fille russeA. Mi spostai quindi nella stanza da letto di Vanja, dove dalla finestra aperta entrava il freddo. Era così strano guardare il copriletto di pizzo e l’altare della toletta con oggetti di vetro dal mistico scintillio. L’orchidea non si vedeva da nessuna parte, ma in compenso, appoggiata al lume da notte, c’era la fotografia. L’aveva scattata Roman Bogdanovič. Vanja seduta, le gambe luminose accavallate, dietro di lei il volto sottile di Muchin, e alla sinistra di Vanja si intravedeva un gomito nero, tutto ciò che restava dello sforbiciato Smurov. Una prova schiacciante! Sul merletto del cuscino di Vanja apparve di colpo la stella di un avvallamento: l’orma violenta del mio pugno, e un istante dopo ero già nella sala da pranzo che divoravo, ancora fremente, uva passa. A quel punto mi venne in mente il secrétaire nel salotto, e lo raggiunsi in fretta senza far rumore, quando si udì, dalla porta d’ingresso, l’armeggiare metallico di una chiave. Mi diedi a una precipitosa ritirata, spegnendo le luci via via, finquando non mi trovai tra i rasi di un piccolo boudoir vicino alla sala da pranzo. Brancolai nel buio, urtai un divano, e mi ci sdraiai, come se fossi andato lì a schiacciare un pisolino.


Nel frattempo dall’ingresso mi giunsero voci: le due sorelle e Chruščëv. Si accomiatavano da Muchin. Non voleva entrare un momento? No, era tardi, no. Tardi? Era mai possibile che il mio incorporeo svolazzare di stanza in stanza fosse effettivamente durato tre ore? Altrove, in un teatro, c’era stato il tempo di recitare una commediola che avevo visto molte volte, nel mentre che qui un uomo aveva attraversato solo tre stanze. Tre stanze: tre atti. Era mai possibile che avessi ponderato su una lettera, in salotto, per un’ora intera, e per un’ora intera su un libro, nella sala da pranzo? E un’altra ora per di più su una fotografia nella strana frescura della stanza da letto? Il mio tempo e il loro non avevano niente in comune.


Era probabile che Chruščëv fosse andato subito a dormire; le sorelle entrarono nella sala da pranzo sole. La porta della mia buia tana damascata non era chiusa bene. Pensai che finalmente avrei saputo tutto quello che desideravo sapere di Smurov.


«... Ma piuttosto estenuante» disse Vanja, poi, con un leggero ooch che mi trasmise uno sbadiglio: «Dammi un po’ di birra di malto. Il tè non mi va». Si udì il raschio leggero di una sedia che veniva accostata alla tavola.


Lungo silenzio. Quindi la voce di Evgenija: così vicina che diedi un’occhiata allarmata alla striscia di luce. «L’essenziale è che lui gli detti le proprie condizioni. Questo è l’essenziale. Dopotutto parla inglese e quei tedeschi no. Non sono sicura che questa pastilà mi piaccia».


Ancora silenzio. «D’accordo, gli consiglierò di fare così» disse Vanja. Qualcosa tintinnò e cadde, forse un cucchiaio – quindi una pausa ancora più lunga.


«Guarda» disse Vanja ridendo.


«Di cosa è fatta, di legno?» chiese la sorella.


«Non so» disse Vanja, e rise di nuovo.


Poco dopo Evgenija sbadigliò ancor più voluttuosamente di Vanja.


«... l’orologio si è fermato» disse.


E fu tutto. Rimasero sedute ancora a lungo, producendo tintinnii vari con vari oggetti; lo schiaccianoci sgranocchiava e tornava sulla tovaglia con un tonfo, ma non ci fu più conversazione. Quindi le sedie si spostarono di nuovo. «Oh, può restare lì» biascicò languida Evgenija, e la magica striscia dalla quale così tanto mi ero aspettato repentinamente si estinse. Da qualche parte una porta sbatté, e la voce lontana di Vanja disse qualcosa di ormai incomprensibile, poi fu buio e silenzio. Restai sdraiato sul divano ancora un po’ e improvvisamente mi accorsi che era già l’alba. Laonde cauto mi feci strada fino alle scale e tornai nella mia stanza.


 


Mi immaginavo piuttosto vividamente Vanja, la punta della lingua che sporge da un angolo della bocca, mentre recide con le sue forbicine l’indesiderato Smurov. Ma non era detto che fosse così: a volte si taglia qualcosa per incorniciarlo separatamente. E a confermare quest’ultima ipotesi, pochi giorni dopo, del tutto inaspettato, arrivò lo zio Paša da Monaco. Andava a Londra a trovare il fratello e si fermò a Berlino solo un paio di giorni. Il vecchio caprone non vedeva le nipoti da moltissimo tempo e godeva al ricordo di come soleva piazzarsi la singhiozzante Vanja sulle ginocchia per sculacciarla. A prima vista, questo zio Paša dimostrava solo tre volte l’età di Vanja, ma bastava guardarlo un po’ più da vicino che vi si deteriorava sotto gli occhi. In realtà, non aveva cinquant’anni ma ottanta, e questa mistura di giovinezza e decrepitudine era quanto di più terribile ci si potesse immaginare. Vivace cadavere in blu, spalle inforforate, glabro, sopracciglia a cespuglio e prodigiosi ciuffi di peli dalle narici, lo zio Paša era vispo, chiassoso e impiccione. Appena arrivato interrogò Evgenija, in un sussurrio di spruzzi, su ogni ospite, additando senza ritegno ora questa persona ora quella, con l’indice che terminava in un’unghia gialla, mostruosamente lunga. Il giorno seguente si verificò una di quelle coincidenze chissà perché così frequenti nel caso di nuovi arrivi, come dovute a un Fato volgare e burlone, non dissimile dall’Abum di Weinstock, che il giorno stesso del vostro rientro da un viaggio vi fa incontrare l’uomo che per caso vi era seduto di fronte nel vagone ferroviario. Già da qualche giorno sentivo uno strano fastidio al torace sforacchiato, una sensazione come di corrente d’aria in una stanza buia. Andai da un dottore russo, e lì, seduto in sala d’aspetto, c’era naturalmente lo zio Paša. Mentre consideravo tra me e me se avvicinarlo o meno (dando per scontato che dalla sera prima avesse avuto il tempo di dimenticarsi sia la mia faccia sia il mio nome) questo decrepito linguacciuto, restio a tenere per sé anche un solo granello immagazzinato nei bidoni della sua esperienza, attaccò discorso con un’anziana signora che non lo conosceva, ma che palesemente aveva un debole per gli estranei col cuore in mano. Sulle prime non seguii la loro conversazione, ma all’improvviso il nome di Smurov mi fece sobbalzare. Ciò che appresi dalle parole pompose e triviali dello zio Paša era di tale importanza che, una volta sparito lui dietro la porta del dottore, me ne andai subito, senza aspettare il mio turno – e lo feci del tutto automaticamente, come se mi fossi recato in quello studio medico solo per sentire zio Paša: adesso, a spettacolo finito, potevo andarmene. «Si figuri,» aveva detto «la bambina è sbocciata come una vera e propria rosa. Io, che di rose me ne intendo, ho subito concluso che ci deve essere un giovanotto nei paraggi. E poi la sorella mi fa: “È un gran segreto, zio Paša, non dirlo a nessuno, ma è innamorata di questo Smurov da un bel pezzo”. Be’, certo non sono fatti miei. Uno Smurov vale l’altro. Ma provo gusto a pensare che una volta a quella ragazzina davo delle belle sculacciate sulle naticucce nude, e ora eccola lì: sposa. Lo adora proprio. Be’, così stanno le cose, cara signora, noi abbiamo fatto baldoria, che la facciano gli altri, adesso...».


 


È successo, dunque. Smurov è amato. Evidentemente Vanja, la miope ma sensibile Vanja, aveva colto in lui qualcosa al di fuori del comune, ne aveva percepito un qualcosa, e i suoi silenzi non l’avevano tratta in inganno. Quella sera, dai Chruščëv, Smurov fu particolarmente umile e taciturno. Ora, però, alla luce della felicità che si era abbattuta su di lui – sì, abbattuta (poiché esiste una felicità così forte che col suo scoppio, col suo ululato d’uragano, pare proprio un cataclisma) –, in quella sua quiete si poteva leggere una certa palpitazione e il roseo colorito della gioia traspariva attraverso l’enigmatico pallore. E, mio Dio, come fissava Vanja! Lei abbassava le ciglia, le narici fremevano, arrivava persino a mordicchiarsi le labbra, celando a tutti la preziosità dei suoi sentimenti squisiti. Quella sera sembrava che qualcosa dovesse compiersi.


Il povero Muchin non c’era: se n’era andato a Londra per qualche giorno. Assente anche Chruščëv. In compenso, però, c’era Roman Bogdanovič (che per il diario raccoglieva materiale da spedire ogni settimana, con precisione da vecchia zitella, a un suo amico a Tallin) ingombrante e fragoroso più che mai. Le sorelle, come sempre, erano sedute sul divano. Smurov se ne stava in piedi, appoggiato con un gomito al pianoforte a coda, lo sguardo ardente fisso sulla levigata scriminatura dei capelli di Vanja, sul rosa crepuscolare delle sue guance... Ogni tanto Evgenija saltava su e si affacciava alla finestra: lo zio Paša veniva ad accomiatarsi e lei voleva esser pronta ad aprirgli l’ascensore. «Lo adoro» diceva ridendo. «È talmente originale. Scommetto che non ci permetterà di accompagnarlo alla stazione».


«Suona?» chiese educatamente a Smurov Roman Bogdanovič, dando al piano un’occhiata significativa. «Una volta» rispose pacato Smurov. Alzò il coperchio, gettò uno sguardo sognante ai denti messi a nudo della tastiera, e lo riabbassò. «Amo la musica» confidò Roman Bogdanovič. «Ricordo che da studente...».


«La musica,» disse Smurov, salendo di volume «almeno quella buona, esprime ciò che non può essere espresso a parole. È lì che sta il suo senso e il suo mistero».


«Eccolo» gridò Evgenija, e uscì dalla stanza.


«E lei, Varvara?» chiese Roman Bogdanovič col suo vocione volgare. «Lei “con dita più lievi di un sogno” – eh? Su, una cosa qualsiasi... Un piccolo ritornello». Vanja scosse la testa e sembrò sul punto di corrucciarsi, ma invece proruppe in una risatina e chinò il viso. Senza dubbio, a suscitare la sua ilarità era l’invito di quel tonto a mettersi al piano, in un momento in cui era l’anima a risuonare e traboccare di una sua propria melodia. In quell’istante chiunque avrebbe letto sul volto di Smurov l’ardente desiderio che l’ascensore con Evgenija e lo zio Paša si bloccasse per sempre, che Roman Bogdanovič ruzzolasse dritto nelle fauci dell’azzurro leone persiano intessuto nel tappeto e che, soprattutto, sparissi io, freddo, insistente, instancabile occhio.


Nell’ingresso, intanto, lo zio Paša già si soffiava il naso e sogghignava; entrò e si fermò sulla soglia, fregandosi le mani con un sorriso ebete. «Evgenija,» disse «qui non conosco nessuno, ho paura. Su, presentaci, presentaci».


«Oh mio Dio!» disse Evgenija. «Ma è sua nipote!».


«Certo, certo» disse zio Paša, aggiungendo qualcosa di sconveniente a proposito di mele vellutate.


«Probabilmente non riconoscerà neanche gli altri» sospirò Evgenija, e cominciò a presentarci ad alta voce.


«Smurov!» esclamò lo zio Paša, e le sopracciglia gli si rizzarono. «Oh, io e Smurov siamo vecchi amici. Uomo fortunato, fortunato» proseguì malizioso, palpando braccia e spalle di Smurov. «Crede che non si sappia... Sappiamo tutto... Dico solo: La tratti bene! È un dono del cielo. Siate felici, figlioli miei...».


Si girò verso Vanja, ma lei, premendosi sulla bocca un fazzolettino gualcito, corse fuori della stanza. Evgenija le si precipitò dietro, emettendo uno strano suono. Lo zio Paša non si accorse che la sua uscita avventata, intollerabile per un animo sensibile, aveva spinto Vanja alle lacrime. Roman Bogdanovič, gli occhi fuori dalle orbite, scrutò con grande curiosità Smurov che – qualunque cosa provasse – mantenne un’impeccabile compostezza.


«L’amore è una gran bella cosa» disse zio Paša, e Smurov sorrise compito. «Quella ragazza è un tesoro. E lei, lei è un giovane ingegnere, non è vero? Il lavoro procede bene?». Senza scendere in particolari Smurov disse che se la cavava. All’improvviso Roman Bogdanovič si diede una pacca sulle ginocchia e si fece viola.


«A Londra metterò una buona parola per lei» disse zio Paša. «Ho molte conoscenze. Sì, vado, vado. E anche subito».


E l’incredibile vecchio diede un’occhiata all’orologio e ci tese entrambe le mani. Inaspettatamente, Smurov lo abbracciò, sopraffatto dal delirio amoroso.


«Ma guarda un po’! Che strampalato!» disse Roman Bogdanovič quando la porta si chiuse alle spalle dello zio Paša.


Evgenija rientrò in salotto. «Dov’è?» domandò sorpresa: in quella sparizione c’era un che di magico.


Si avvicinò in fretta a Smurov. «La prego, perdoni lo zio» esordì. «Sono stata tanto sciocca da raccontargli di Vanja e Muchin. Deve aver confuso i nomi. Lì per lì non mi ero accorta di quanto fosse rimbambito...».


«E io che mentre lo stavo a sentire credevo di diventar matto» intervenne Roman Bogdanovič, allargando le braccia.


«Su andiamo, andiamo, Smurov» proseguì Evgenija. «Che le succede? Non se la deve prendere così. Dopotutto, non è mica una cosa offensiva».


«Va tutto bene, è solo che non lo sapevo» disse rauco Smurov.


«Come sarebbe a dire che non lo sapeva? Lo sanno tutti... Va avanti da un sacco di tempo. Sì, certo, si adorano. Sono già quasi due anni. Senta, le racconto una cosa divertente di zio Paša: una volta, quando era ancora piuttosto giovane... ma no, non si volti dall’altra parte, è una storia molto interessante, un giorno, quando era ancora piuttosto giovane, camminava per la prospettiva Nevskij...».


 


Segue un breve periodo in cui smisi di sorvegliare Smurov: divenni pesante, mi arresi ancora una volta al rosicchiare della gravità, indossai di nuovo le mie antiche spoglie carnacee, come se tutta quella vita che mi ritrovavo intorno non fosse frutto della mia fantasia, bensì realtà, e io ne facessi parte, anima e corpo. Se non siete amati, ma ignorate se un possibile rivale sia amato o no, e, nel caso di più rivali, quale di questi sia più fortunato di voi; se vi nutrite di quella fiduciosa ignoranza che vi serve a tramutare in congetture un’agitazione altrimenti intollerabile, allora tutto bene, ce la farete a vivere. Ma guai se, al momento in cui il nome viene finalmente enunciato, quel nome non è il vostro! È che mi faceva piangere, da quanto era incantevole, e il solo pensiero di lei voleva dire una notte d’angoscia, di lamenti, di lacrime amare. Il suo volto vellutato, gli occhi miopi, le sue tenere labbra non dipinte, screpolate e un po’ gonfie all’arrivo del freddo, e che impallidivano ai bordi sciogliendosi in un rosa febbricitante che sembrava aver tanto bisogno del balsamo di un bacio di farfalla; gli abitini radiosi: le grosse ginocchia, strette strette, insopportabilmente serrate, quando giocava con noi a duračok, la nera serica testa curva sulle carte; e le mani da adolescente, umide, fredde e un po’ ruvide, che avreste anelato toccare e baciare – sì, tutto di lei era straziante e in un certo senso irrimediabile, e solo in sogno, fradicio di pianto, riuscivo finalmente ad abbracciarla, e a sentirne sotto le labbra il collo e l’incavo della clavicola. Ma continuava a sfuggirmi, e io mi risvegliavo, ancora fremente. Che m’importava se fosse stupida o intelligente, o che infanzia avesse avuto, o quali libri leggesse, o cosa pensasse dell’universo? Di lei non sapevo assolutamente nulla, accecato com’ero da quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla.


Una volta, a Natale, prima di un ballo a cui andavano tutti, senza portare me, sbirciai, in una fetta di specchio, attraverso una porta lasciata socchiusa, la sorella che le incipriava le scapole nude; in un’altra occasione notai nel bagno un impalpabile reggiseno. Episodi da lasciarmi spossato, con un effetto squisito ma debilitante sui miei sogni, nei quali per altro non mi spinsi mai oltre un bacio senza speranza (e sono il primo a non capire perché piangessi tanto quando ci incontravamo nel sogno). Di ciò che mi era necessario avere da Vanja non avrei comunque mai potuto disporre a mio perpetuo uso e consumo, come non si può disporre del colore della nuvola o del profumo del fiore. Fu solo dopo aver finalmente compreso che il mio desiderio era destinato a restare inappagato, e che Vanja era in tutto e per tutto una mia creazione, che mi calmai e mi abituai a quella mia agitazione, da cui avevo distillato tutta la dolcezza che un uomo può ottenere dall’amore.


 


A poco a poco la mia attenzione si rivolse nuovamente a Smurov. Risultò, per inciso, che malgrado l’interesse per Vanja, Smurov, senza parere, aveva messo gli occhi sulla cameriera di casa Chruščëv, una diciottenne il cui particolare fascino nasceva dal taglio sonnolento delle occhiate. Lei, la ragazza, era però tutt’altro che sonnolenta. È buffo pensare quali perverse astuzie di gioco amoroso questa ragazzina dall’aria pudibonda – Gretchen o Hilda, non ricordo bene il nome – fosse capace di escogitare una volta chiusa a chiave la porta, la lampadina praticamente nuda sospesa a un lungo filo che illuminava la fotografia del fidanzato (un tipo tarchiato in cappello tirolese) e una mela originaria del desco dei signori. Queste imprese, Smurov le raccontò in tutti i particolari e non senza un certo orgoglio a Weinstock, che detestava le storie sconce e che all’udire qualcosa di salace emetteva un «Puah» forte ed eloquente. Ragione per cui non vedeva l’ora, la gente, di raccontargli cose del genere.


Smurov penetrava nella sua stanza dalla scala di servizio e si intratteneva a lungo con lei. Pare che una volta Evgenija avesse notato qualcosa – un rapido sgattaiolare in fondo al corridoio o una risata soffocata dietro la porta – giacché accennò irritata che Hilda (o Gretchen) si era messa con qualche pompiere. Durante quello sfogo Smurov, compiaciuto, si schiarì più volte la gola. La cameriera, abbassando gli occhi incantevoli e opachi, traversava la sala da pranzo; deponeva piano e con cautela fruttiera e seni sul buffet, indugiava sonnolenta spingendo via dalla tempia un’opaca ciocca bionda, e quindi sonnambulava di nuovo in cucina; e Smurov si fregava le mani come in procinto di fare un discorso, o sorrideva al punto sbagliato della conversazione generale. Alle sue divagazioni sul piacere di osservare la compunta cameriera all’opera, quando solo poco dianzi, con un sommesso scalpiccio di piedi nudi sul nudo pavimento, si era dato al fox-trot con la servotta dalle anche burrose nell’angusta stanzuccia, al lontano suono d’un grammofono proveniente dalle stanze padronali – il signor Muchin aveva riportato da Londra dischi assolutamente incantevoli di dolce e gemebonda musica da ballo hawaiiana – Weinstock faceva smorfie e sputava disgustato.


«Lei è un avventuriero,» diceva «un Don Giovanni, un Casanova...» ma tra sé e sé lo considerava senz’altro un doppio o triplo agente e si aspettava che il tavolino nel quale si dimenava lo spettro di Azef rilasciasse nuove importanti rivelazioni. Questa versione di Smurov, per altro, mi interessava ormai ben poco: era condannata a svanire pian piano, data la mancanza di prove a suffragio. Il mistero della sua personalità comunque restava, ed era facile immaginarsi un Weinstock che molti anni dopo e in un’altra città alludesseen passant a un singolare individuo che un tempo aveva lavorato come suo commesso e che ora Dio solo sa dove fosse finito. «Sì, un personaggio stranissimo» avrebbe detto Weinstock pensoso. «Un uomo intessuto di cose non dette fino in fondo, un uomo con un segreto nascosto dentro. Era capace di rovinare una giovane... Chi l’avesse mandato, e chi stesse pedinando, è difficile dire. Anche se ho saputo da fonte sicura... Be’, farò meglio a non parlarne».


Molto più divertente era il concetto che di Smurov si era fatta Gretchen (o Hilda). Un giorno di gennaio, dall’armadio di Vanja scomparvero certe calze di seta nuove di zecca, al che tutti si ricordarono di una quantità di altre piccole sparizioni. Spiccioli per settanta Pfennig, rimasti ammonticchiati sul tavolo come pedine di dama; un portacipria di cristallo, «fuggito dal Nes S. S. R.», secondo il gioco di parole di Chruščëv; un fazzoletto di seta, chissà perché tenuto in gran conto (dove mai posso averlo messo?). Poi, un bel giorno Smurov arrivò con una cravatta blu acceso dai riflessi pavone; Chruščëv aguzzò gli occhi dicendo che lui ne aveva avuta una tale e quale; Smurov, preso da un imbarazzo assurdo, non se la mise più. Ma naturalmente non passò per la testa a nessuno che a rubarla fosse stata la cretina (tra l’altro diceva sempre che la cravatta era il più bell’ornamento maschile) per farne un omaggio di pura forza d’abitudine al ganzo del momento, come un seccato Smurov comunicò a Weinstock. La rovina si produsse quando Evgenija capitò in camera della fantesca mentre lei era fuori e scoprì nel comò una collezione di oggetti familiari, risorti dall’aldilà. E così Gretchen (o Hilda) partì per ignota destinazione; Smurov cercò di rintracciarla ma presto rinunciò, e confessò a Weinstock che quello che è troppo è troppo. La sera stessa, Evgenija disse di aver appreso dalla moglie del portiere alcune cose straordinarie. «Non era un pompiere, non era affatto un pompiere,» disse Evgenija ridendo «ma un poeta straniero, non è fantastico?!... Un poeta straniero che aveva alle spalle una storia d’amore tragica e una proprietà di famiglia grande come la Germania, a cui era stato però interdetto il ritorno a casa, davvero fantastico, no?... Peccato che la moglie del portiere non gli abbia chiesto il nome: sono sicura che era russo, e non mi sorprenderei se fosse qualcuno che ci frequenta... per esempio quel tipo dell’anno scorso, sì, quello, avete capito... quel bruno dal fascino fatale, come si chiamava?».


«So a chi pensi» interloquì Vanja. «Al barone tal dei tali».


«Lui, o un altro» proseguì Evgenija. «Oh, è proprio fantastico! Un signore tutto anima, un “signore spirituale” dice la moglie del portiere. C’è da morir dal ridere...».


«Voglio proprio annotarmi tutto» disse Roman Bogdanovič in tono ghiotto. «Il mio amico di Tallin riceverà una lettera interessantissima, stavolta».


«Ma lei non si stufa mai?» chiese Vanja. «Ho cominciato tante volte a tenere un diario, ma ho sempre smesso. E nel rileggerlo mi vergognavo immancabilmente di quello che avevo scritto».


«Oh, no» disse Roman Bogdanovič. «Fatelo con scrupolo e regolarità e vi darà un senso di benessere, un senso di autoconservazione, diciamo: si conserva tutta la propria vita e, anni dopo, rileggendola, la si può trovare non priva di fascino. Ad esempio, ho dato di lei una descrizione che farebbe invidia a uno scrittore professionista. Un tocco qui, uno lì, ed ecco un ritratto completo...».


«Oh, la prego, me la faccia vedere!» disse Vanja.


«Non posso» rispose Roman Bogdanovič con un sorriso.


«Allora la faccia vedere a Evgenija» disse Vanja.


«Non posso. Mi piacerebbe, ma non posso. Il mio amico di Tallin accumula i miei contributi settimanali man mano che arrivano, e io non ne tengo copia, apposta per non farmi tentare da cambiamenti ex post facto, cancellature e via dicendo. E un giorno, quando Roman Bogdanovič sarà molto vecchio, Roman Bogdanovič si metterà alla scrivania e comincerà a rileggere la propria vita. Ecco per chi scrivo: per il futuro vecchio con la barba da Babbo Natale. E se scoprirò che la mia è stata una vita ricca e degna, allora lascerò queste memorie come lezione ai posteri».


«E se fossero tutte sciocchezze?» domandò Vanja.


«Sciocchezze per qualcuno, forse, ma non per tutti» rispose Roman Bogdanovič piuttosto acido.


 


Il pensiero di un tal diario epistolare aveva da tempo destato in me interesse e un certo qual turbamento. A poco a poco, il desiderio di leggerne almeno un estratto si fece violento e tormentoso, un assillo costante. Non avevo dubbi che quelle annotazioni contenessero una descrizione di Smurov. Sapevo che molto spesso un banale resoconto di conversazioni e vagabondaggi campestri, di tulipani o pappagalli del vicino, di cose mangiate a colazione quella tal giornata nuvolosa in cui, ad esempio, il re era stato decapitato, sapevo che banali appunti del genere sopravvivono a volte cent’anni e vengono letti volentieri, per gusto di tempi antichi, per un nome di pietanza, per la festosa spaziosità di luoghi dove ora si affollano alti edifici. E, per di più, succede spesso che il diarista, ignorato da vivo, se non addirittura ridicolizzato da nullità sepolte nell’oblio, emerga duecento anni dopo nelle vesti di scrittore di prima categoria, abile nell’immortalare, con lieve tocco di penna antiquata, un paesaggio arioso, l’odore di una diligenza, o le stramberie di un conoscente. Al solo pensiero che l’immagine di Smurov potesse essere preservata in modo tanto sicuro e durevole mi sentivo assalire da un sacro brivido, smanioso nel desiderio che provavo di dovermi ad ogni costo spettralmente intromettere tra Roman Bogdanovič e il suo amico di Tallin. Certo, l’esperienza mi suggeriva che quella particolare immagine di Smurov, destinata forse a vivere in eterno (per la gioia degli studiosi), avrebbe potuto risultare un trauma per me; ma la brama di impossessarmi di tanto segreto, di vedere Smurov con gli occhi dei secoli a venire, era così abbacinante che non c’era prospettiva di delusione che riuscisse a spaventarmi. Avevo un solo timore, quello di una perlustrazione lunga e meticolosa: difficile infatti immaginarsi che nella prima lettera da me intercettata Roman Bogdanovič si lanciasse subito (come quella voce a pieno regime che ti esplode nelle orecchie al momento in cui accendi la radio per un attimo) in un eloquente rapporto su Smurov.


Ricordo una strada buia in una notte tempestosa di marzo. Nubi attraversavano il cielo di corsa assumendo svariate posizioni grottesche, come pagliacci enfiati e barcollanti di un orrido carnevale, mentre io, ingobbito dalle raffiche, tenendomi la bombetta che mi pareva volesse esplodere se solo ne avessi mollato la falda, facevo la posta davanti alla casa di Roman Bogdanovič. Testimoni unici della mia attesa, un lampione reso ammiccante dal vento, e un foglio di carta da pacchi che ora si precipitava lungo il marciapiede, ora tentava, saltellando acrimonioso, di avvilupparmisi alle gambe, per quanto io cercassi di scalciarlo via. Non avevo mai sperimentato un tal vento, né visto mai un cielo così ubriaco e scomposto. E la cosa mi dava ai nervi. Ero venuto a spiare un atto rituale – Roman Bogdanovič che alla mezzanotte tra venerdì e sabato depositava una lettera nella buca – ed era indispensabile che io lo vedessi proprio con i miei occhi prima di dar esecuzione al vago piano che avevo concepito. Speravo che, appena scorto Roman Bogdanovič in lotta col vento per la conquista della buca delle lettere, il mio piano incorporeo avrebbe subito preso vita e contorni (andavo escogitando un sacco aperto da introdurre in qualche modo nella buca, disponendolo sì che una lettera infilata nella fessura cadesse nella mia rete). Se non che quel vento – che ora mi ronzava sotto la cupola del copricapo, ora mi gonfiava i calzoni o li faceva aderire alle gambe sino a farle sembrare scheletriche – mi era di impaccio, e mi impediva di concentrarmi sulla cosa. Presto la mezzanotte avrebbe chiuso del tutto l’angolo acuto del tempo; conoscevo la puntualità di Roman Bogdanovič. Guardavo la casa e cercavo di indovinare dietro quale finestra, delle tre o quattro illuminate, fosse seduto in quel preciso momento un uomo chino su un foglio, intento a creare un’immagine, forse immortale, di Smurov. Quindi spostavo lo sguardo su quel cubo scuro fissato all’inferriata di ghisa, su quella scura cassetta nella quale, di lì a poco, un’impensabile lettera sarebbe sprofondata, come nell’eternità. Mi scostai dal lampione; e le ombre mi accordarono una sorta di protezione febbrile. Improvvisamente, nel vetro della porta d’ingresso apparve un chiarore giallastro, e nell’agitazione allentai la presa sulla falda del cappello. Un istante dopo roteavo su me stesso, le mani levate in alto, come se il cappello che mi era stato strappato mi stesse ancora vorticando al di sopra della testa. Con tonfo leggero la bombetta ricadde, rotolando via per il marciapiede. Mi buttai all’inseguimento – cercando magari di pestarla per poterla bloccare – e nella corsa quasi cozzai contro Roman Bogdanovič, che con una mano mi raccoglieva il cappello e con l’altra stringeva una busta chiusa che mi parve bianca ed enorme. Credo che la mia apparizione nel suo quartiere, a quell’ora di notte, lo sconcertasse. Per un istante il vento ci avvolse nella sua violenza; gridai un saluto, tentando di coprire con l’urlo il fragore della notte impazzita, quindi, con due dita, pizzicai via, svelto e preciso, la lettera dalla mano di Roman Bogdanovič. «La imposto io, la imposto io» strillai. «Mi è di strada, mi è di strada...». Ebbi il tempo di leggergli in faccia un’espressione allarmata e incerta, ma alzai subito i tacchi, coprendo di corsa i venti passi che mi separavano dalla buca in cui feci finta di infilare qualcosa, mentre invece pigiavo la lettera nella tasca interna del cappotto. Lì mi raggiunse. Notai che era in pantofole. «Ma che maniere» disse contrariato. «Potevo anche non aver intenzione di impostarla. Ecco, si riprenda questo suo cappello... Ha visto che vento?...».


«Vado di fretta» ansimai (la notte impetuosa mi mozzava il respiro). «Addio, addio!». La mia ombra, mentre si tuffava nell’aura del lampione, si allungò oltrepassandomi, quindi si perse nel buio. Appena abbandonata quella strada il vento cessò; tutto era sbalorditivamente immobile, e in quella immobilità un tram affrontava gemendo la curva.


Vi balzai su senza guardare il numero, attratto dal festoso splendore dell’interno: avevo un immediato bisogno di luce. Trovai un accogliente sedile d’angolo e in fretta e furia squarciai la busta. A questo punto qualcuno mi si avvicinò e io, con un sobbalzo, misi il cappello sopra la lettera. Ma era solo il bigliettaio. Simulando uno sbadiglio, pagai tranquillamente la tariffa, continuando però a tenere celata la lettera, per tutelarmi da ogni eventuale deposizione in tribunale: nulla di più incriminante di questi testimoni poco appariscenti, bigliettai, tassisti, custodi. Se ne andò e io dispiegai la lettera. Era lunga dieci pagine, scritta con calligrafia tondeggiante e senza una sola correzione. L’inizio non era di grande interesse. Saltai diverse pagine e all’improvviso, come un volto noto in mezzo a una folla anonima, ecco il nome di Smurov. Che fortuna sfacciata!


«Avrei intenzione, mio caro Fëdor Robertovič, di tornare brevemente su quella canaglia. Ho timore di annoiarla, ma, come diceva il Cigno di Weimar – l’illustre Goethe, intendo – (seguiva una frase in tedesco). Mi permetta quindi di soffermarmi di nuovo sul signor Smurov e di farle omaggio di un bel ritrattino psicologico...».


Mi fermai e alzai gli occhi sulle Alpi color lilla di una pubblicità di cioccolato al latte. Era l’ultima occasione che mi si presentava di rinunciare a penetrare il segreto dell’immortalità di Smurov. Che mi importava se quella lettera avrebbe effettivamente attraversato un remoto valico di montagna per approdare al prossimo secolo, la cui sola designazione – un due con tre zeri – è così fantastica da sembrare assurda? Che m’importava di quale tipo di ritratto un autore da lungo tempo defunto avrebbe «fatto omaggio», per usare la sua stessa detestabile espressione, a posteri ignoti? E comunque, non era forse ora di abbandonare l’impresa, di revocare la caccia, la posta, il folle tentativo di incastrare Smurov? Retorica mentale, ahimè: sapevo benissimo che nessuna forza al mondo mi avrebbe impedito di leggere quella lettera.


«Ho l’impressione, caro amico, di averle già scritto che Smurov appartiene a quella curiosa categoria di persone che ho definito una volta “mancini sessuali”. Tutto in Smurov, l’aspetto fragile e decadente, i gesti affettati, la passione per l’Acqua di Colonia e, soprattutto, le occhiate appassionate e furtive costantemente dedicate al vostro servitore umilissimo, tutto ciò ha da lungo tempo confermato tale mia ipotesi. È da rilevarsi come questi individui sessualmente infelici, pur anelando fisicamente a qualche bell’esemplare di matura virilità, scelgano spesso, quale oggetto della loro ammirazione (puramente platonica), una donna – una donna che conoscono bene, che conoscono appena, o magari non conoscono affatto. E così Smurov, prescindendo dalla sua perversione, s’è scelto come ideale Varvara. Questa fanciulla, belloccia ma stupidina, è fidanzata a un tal M.M. Muchin, un colonnello tra i più giovani dell’armata bianca, e così Smurov ha la assoluta sicurezza di non essere costretto a fare quanto non ha né capacità né voglia di fare con qualunque donna, fosse anche una Cleopatra. Inoltre, il “mancino sessuale” – devo ammettere che trovo l’espressione straordinariamente azzeccata – nutre spesso in sé la tendenza a infrangere la legge: infrazione che gli è ulteriormente facilitata da una già presente infrazione alla legge di natura. Anche qui il nostro amico Smurov non fa eccezione. Si figuri, l’altro giorno Filipp Innokent’evič Chruščëv mi ha confidato che Smurov è un ladro, un ladro nel senso peggiore del termine. Pare che il mio interlocutore gli avesse dato una tabacchiera d’argento con simboli cabalistici – un oggetto molto antico –, chiedendogli di mostrarla a un esperto. Smurov, preso quel magnifico pezzo d’antiquariato, annunciò il giorno dopo a Chruščëv, con tutti i segni esteriori della costernazione, di averlo perso. Ho ascoltato il resoconto di Chruščëv e gli ho spiegato che a volte l’impulso al furto è un fenomeno di origine puramente patologica, con tanto di nome scientifico: cleptomania. Chruščëv, come tanta gente simpatica ma limitata, ha preso ingenuamente a negare che nel presente caso si tratti di un “cleptomane” e non di un criminale. Ho rinunciato a esporre alcuni argomenti che l’avrebbero senz’altro convinto. Per me tutto è chiaro come la luce del giorno. Invece di bollare Smurov con l’umiliante etichetta di “ladro”, io provo una sincera pena nei suoi confronti, per quanto paradossale possa sembrare.


«Il tempo si è messo al peggio, o piuttosto al meglio: questa fanghiglia e questi venti non sono forse forieri della primavera, la dolce primaverina, che anche nel cuore di un anziano risveglia vaghi desideri? Mi sovviene un aforisma che senza dubbio...».


Scorsi il resto della lettera. Non c’era più niente che m’interessasse. Mi schiarii la gola e con mani ferme ripiegai ordinatamente i fogli. «Signore, il capolinea» disse dall’alto una voce arcigna.


Notte, pioggia, periferia...


 


Smurov, in vistosa pelliccia nera con collo da donna, è seduto su un gradino delle scale. All’improvviso Chruščëv, anche lui impellicciato, scende e gli si siede a fianco. Smurov ha gran difficoltà a iniziare, ma c’è poco tempo, e deve buttarsi. Liberando una mano affusolata e sbrilluccicante di anelli – rubini, tutti rubini – dall’ampia manica di pelliccia e lisciandosi i capelli dice: «C’è una cosa che le voglio ricordare, Filipp Innokent’evič. La prego, ascolti bene».


Chruščëv annuisce. Si soffia il naso (ha un brutto raffreddore dovuto a quel suo starsene continuamente seduto sui gradini). Annuisce di nuovo, e il naso gonfio palpita.


Smurov prosegue: «Le devo parlare di un piccolo incidente avvenuto di fresco. La prego, ascolti bene».


«Agli ordini» risponde Chruščëv.


«Mi è difficile incominciare» dice Smurov.


«Una parola incauta e potrei essere frainteso. Ascolti bene. Mi ascolti, la prego. Deve capire che ritorno su questo incidente senza particolari arrière pensées. Che lei mi consideri un ladro non mi passa neanche per la testa. Deve convenirne, non ho assolutamente motivo di credere che lei pensi questo... dopotutto io non leggo le lettere altrui. Voglio farle capire che l’argomento si è ripresentato per puro caso... Mi ascolta?».


«Vada avanti» dice Chruščëv, stringendosi nella pelliccia.


«Bene. Torniamo indietro, Filipp Innokent’evič. Ripensiamo all’oggettino d’argento. Mi aveva chiesto di farlo vedere a Weinstock. Ascolti bene. Quando l’ho lasciata io l’avevo in mano. No, no, non reciti l’alfabeto, per favore. Possiamo parlare benissimo senza l’alfabeto. E lo giuro, lo giuro su Vanja, lo giuro su tutte le donne che ho amato, giuro che ogni parola della persona il cui nome non posso pronunciare – altrimenti lei penserebbe che io leggo la posta degli altri, e che quindi sono anche capace di furto –, giuro che ogni sua parola è falsa: l’ho effettivamente perduto. Sono tornato a casa e non l’avevo più, e non è colpa mia. È solo che sono così distratto e talmente innamorato».


Ma Chruščëv non crede a Smurov; scuote la testa. Invano Smurov giura, invano si torce le mani bianche e luccicanti: tutto inutile, per convincere Chruščëv non ci sono parole. (Qui il mio sogno esaurisce la sua esigua riserva di logica: ormai la rampa di scale su cui si svolgeva la conversazione si erge isolata in piena campagna, ai suoi piedi un giardino a terrazze e la foschia di una sfocata fioritura di alberi; terrazze che si perdono in lontananza, dove sembra di scorgere cascate e prati alpini). «Sì, sì» disse Chruščëv con voce dura e minacciosa. «C’era qualcosa in quella scatoletta, quindi è insostituibile. C’era Vanja – sì, sì, alle ragazze succede, talvolta... un fenomeno molto raro, ma succede, succede...».


Mi svegliai. Era mattina presto. Il passaggio di un camion faceva tremare i vetri delle finestre. Da tempo, ormai, non erano più velati dalla pellicola mauve della brina, poiché la primavera era alle porte. Mi soffermai a pensare a quante cose erano avvenute di recente, a quante persone nuove avevo conosciuto, e a quanto avvincente, quanto disperata fosse questa perlustrazione di casa in casa, questa mia ricerca del vero Smurov. Inutile fingere: tutte quelle persone che avevo incontrato non erano creature viventi ma soltanto fortuiti specchi per Smurov; una, però, e per me la più importante, lo specchio più luminoso di tutti, si ostinava ancora a rifiutarmi il riflesso di Smurov. Davanti ai miei occhi, ospiti e invitati di Via del Pavone 5 si spostano dalla luce all’ombra con naturalezza, innocentemente, creati solo per mio passatempo. Ancora una volta Muchin, sollevandosi leggermente dal divano, protende la mano sul tavolo, verso il portacenere, ma io non ne vedo il viso né la mano che tiene la sigaretta; vedo soltanto l’altra mano che (già, già inconsciamente!) si appoggia per un istante sul ginocchio di Vanja. Ancora una volta Roman Bogdanovič, con barba, e per guance un bel paio di mele rosse, china il volto congestionato a soffiare sul tè, e di nuovo Marianna si siede e accavalla le gambe, gambe esili in calze albicocca. E, per scherzo – era la notte di Natale, mi pare – Chruščëv si infila la pelliccia della moglie e davanti allo specchio assume pose da vetrina, e cammina per la stanza tra le risa generali, via via più forzate poiché Chruščëv finisce sempre per esagerare. L’adorabile manina di Evgenija, le unghie così lucide da sembrare umide, solleva una racchetta da ping-pong e la pallina di celluloide picchietta obbediente avanti e indietro al di sopra della rete verde. Di nuovo, nella penombra, fluttua Weinstock al tavolo oui-ja, come al volante di un’auto; di nuovo la cameriera – Hilda o Gretchen – passa trasognata da una porta all’altra e all’improvviso comincia a sussurrare e a sgusciare fuori dall’abito. Io posso, a mio piacimento, accelerare o rallentare fino al ridicolo i movimenti di ciascuno di loro, o disporli in diversi raggruppamenti o ordinarli secondo disegni diversi, illuminandoli ora dal basso, ora di lato... Tutta la loro esistenza non è stata altro per me che sfarfallio su uno schermo.


 


Un attimo: sì, la vita lo fece, un ultimo tentativo di dimostrarmi la propria realtà, opprimente e tenera, capace di suscitare emozione e tormento, ricolma di folgoranti occasioni di felicità, con le sue lacrime, con la sua tiepida brezza.


Quella volta salii da loro a mezzogiorno. Trovai la serratura aperta, le stanze vuote, le finestre spalancate. Da qualche parte un avido aspirapolvere metteva tutta l’anima nel suo appassionato ronzio. A un tratto, attraverso la porta a vetri che dal salotto dava sul balcone, mi apparve la testa china di Vanja. Era seduta sul balcone con un libro e – cosa strana – era la prima volta che la trovavo sola in casa. Fin da quando avevo cercato di soffocare il mio amore dicendomi che Vanja, come tutti gli altri, non era se non parto della mia fantasia, un semplice specchio, avevo preso a usare con lei un particolare tono spigliato, e ora, salutandola, le dissi senza il minimo imbarazzo che mi sembrava «una principessa che dall’alto della sua torre dà il benvenuto alla primavera». Era un balcone piccolissimo, con verdi fioriere vuote e, in un angolo, un vaso di coccio rotto, che paragonai mentalmente al mio cuore, dato che spesso il modo di parlare a qualcuno condiziona il nostro modo di pensare in sua presenza. La giornata era mite, sebbene di sole non ce ne fosse molto, con un tocco di torbidità e umidità, una luce diluita, e un venticello un po’ brillo ma docile, fresco di una visita a qualche giardino pubblico, dove l’erbetta già andava formando una verde peluria contro il nero del terriccio. Inalai una boccata di quell’aria e nel mentre mi resi conto che al matrimonio di Vanja mancava solo una settimana. Il pensiero ridestò in me dolori e smanie, di nuovo dimenticai Smurov, dimenticai di dover parlare in tono spensierato. Mi girai e cominciai a guardare giù in strada. Eravamo così in alto, e così totalmente soli. «Ci vorrà un bel po’ prima che torni» disse Vanja. «In quegli uffici c’è da aspettare ore».


«La sua romantica attesa...» esordii, sforzandomi di mantenere quel lieve tono salvifico, e cercando di convincere me stesso che la brezza primaverile fosse cosa piuttosto volgaruccia e che io mi stessi divertendo immensamente.


Non avevo ancora guardato bene Vanja; avevo sempre bisogno di un po’ di tempo per acclimatarmi alla sua presenza, prima di guardarla. Adesso vidi che portava una gonna di seta nera e un pullover bianco con profonda scollatura a V, e che la pettinatura era particolarmente liscia. Continuava a guardare il libro aperto con la lorgnette: un romanzetto pogromistico scritto da una signora russa a Belgrado o a Harbin. Quanto in alto eravamo al di sopra della strada, proprio su, su nel cielo tenero e gualcito... Dentro, l’aspirapolvere smise di ronzare. «Lo zio Paša è morto» disse alzando la testa. «Sì, è arrivato un telegramma questa mattina».


Che m’importava se l’esistenza di quel vecchio gioviale e mezzo rimbambito era giunta a termine? Ma al pensiero che con lui fosse morta l’immagine di Smurov più felice e fugace, l’immagine di Smurov sposo, sentii di non poter più frenare l’agitazione che da tempo andava salendo in me. Non so come ebbe inizio – ci saranno pur stati dei movimenti preparatori, ma nel ricordo mi rivedo appollaiato sull’ampio bracciolo di vimini della poltrona di Vanja, e già nell’atto di serrarle il polso, contatto proibito e a lungo sognato. Arrossì violentemente, e di colpo gli occhi le si fecero lustri di pianto: quanto chiara mi fu la visione della scura palpebra inferiore che si riempiva di umide scintille. Al tempo stesso continuava a sorridere: come se, con inaspettata generosità, desiderasse elargirmi le diverse manifestazioni della sua bellezza. «Era un vecchietto così divertente» disse a spiegazione di quelle labbra radiose, ma io la interruppi:


«Non posso andare avanti così, non posso più sopportarlo,» farfugliai, ora ghermendo il polso di lei che subito si irrigidiva, ora voltando un’obbediente pagina del libro che aveva in grembo «glielo devo dire... ormai non fa differenza: parto e non la rivedrò mai più. Glielo devo dire. In fondo, lei non mi conosce... ma in realtà io porto una maschera, sono sempre nascosto da una maschera...».


«Via, via,» disse Vanja «io la conosco benissimo, e vedo tutto, comprendo tutto. Lei è una persona buona e intelligente. Aspetti un momento, prendo il fazzoletto. Ci si è seduto sopra. No, è caduto. Grazie. Per favore, mi lasci la mano... Non deve toccarmi così. La prego, no».


Sorrideva di nuovo, alzando le sopracciglia con buffa sollecitudine, come per invitare anche me al sorriso, ma io avevo perso ogni controllo, e una speranza impossibile mi svolazzava d’intorno. Continuai a parlare e a gesticolare forsennatamente, tanto che il bracciolo della poltrona di vimini scricchiolò sotto il mio peso, e in alcuni momenti la scriminatura dei capelli di Vanja si trovò esattamente sotto le mie labbra, inducendola a spostare prudentemente la testa.


«Più della vita,» dicevo in fretta «più della vita e già da tanto, fin dal primo momento. E lei è la prima persona che mi abbia mai detto che sono buono...».


«No, la prego» supplicò Vanja. «Sta solo facendo del male a se stesso, e a me. Senta, lasci che le racconti di quando Roman Bogdanovič mi fece una dichiarazione d’amore. Comico da morire...».


«No, non osi» gridai. «Che c’entra quel pagliaccio? Lo so, lo so che con me lei sarebbe felice. E se c’è qualcosa in me che non le va a genio, io cambierò... cambierò come vuole lei».


«Mi va a genio tutto in lei,» disse Vanja «persino la sua immaginazione poetica. Persino la tendenza che a volte ha a esagerare. Ma soprattutto la sua gentilezza – perché lei è molto gentile, e vuol molto bene a tutti, e poi è sempre così assurdo e adorabile. Però la smetta di agguantarmi la mano, altrimenti dovrò alzarmi e andarmene».


«C’è ancora speranza, dunque?» chiesi.


«Assolutamente nessuna» disse Vanja. «E lo sa benissimo. E poi lui sarà qui da un momento all’altro».


«Non può amarlo» urlai. «Sta ingannando se stessa. Non è degno di lei. Di lui potrei dirle cose orribili».


«Adesso basta» disse Vanja, e fece per alzarsi.


Ma a quel punto, ansioso di bloccarne il movimento, la strinsi in un abbraccio scomodo e involontario, e al tocco caldo, lanuginoso, trasparente del suo pullover un piacere torbido e lancinante prese a gorgogliarmi dentro; ero pronto a tutto, anche alle torture più spaventose, ma dovevo baciarla almeno una volta. «Perché si agita così?» barbugliai. «Cosa le costa? Per lei è solo un piccolo atto di carità – per me, è tutto».


Credo che se solo avessi potuto stringerla ancora per qualche secondo, sarei riuscito a portare a termine un brivido di estasi oneirotica; ma lei arrivò a liberarsi e si alzò. Si spinse contro la ringhiera, schiarendosi la gola e fissandomi con occhi stretti a fessura, mentre su nel cielo si levava una lunga vibrazione simile a quella di un’arpa: la nota finale. Non avevo più niente da perdere. Spiattellai tutto, gridai che Muchin non l’amava, non poteva amarla, le prospettai, in un torrente di luoghi comuni, il quadro certo della nostra felicità se mi avesse sposato, e alla fine, sentendomi sul punto di scoppiare in lacrime, scaraventai a terra il libro che mi era finito chissà come tra le mani, e mi girai per andarmene, lasciando per sempre Vanja sul suo balcone, in compagnia del vento, del caliginoso cielo primaverile, e del misterioso basso di un aeroplano invisibile.


Seduto in salotto, non lontano dalla porta, Muchin fumava. Mi seguì con gli occhi e disse calmo: «Non avrei mai creduto che lei fosse un mascalzone simile». Lo salutai con un brusco cenno del capo e me ne andai.


 


Scesi in camera mia, presi il cappello, e mi affrettai in strada. Entrai nel primo negozio di fiori che mi capitò e cominciai a battere i tacchi e a fischiettare, in quanto non si vedeva nessuno. L’aroma meravigliosamente fresco di fiori che mi avvolgeva stimolava in me una voluttuosa impazienza. Nello specchio laterale adiacente alla vetrina la strada proseguiva, ma questo proseguire era puramente illusorio: un’automobile, passata da sinistra a destra, spariva di colpo, sebbene la strada l’attendesse impassibile; un’altra macchina che si era avvicinata dall’opposta direzione spariva anch’essa: una delle due era stata solo un riflesso. Alla fine apparve la commessa. Scelsi un gran mazzo di mughetti; fredde gemme gocciavano dai turgidi campanellini, e l’anulare della commessa era fasciato: doveva essersi punta. Andò dietro il bancone, e per un bel pezzo armeggiò con fruscianti cartacce. I gambi strettamente legati formavano una salsiccia spessa e rigida; non mi sarei mai figurato mughetti così pesanti. Mentre spingevo la porta, nello specchio laterale notai il riflesso: un giovanotto in bombetta e con un mazzo di fiori si affrettava verso di me. Io e quel riflesso diventammo un tutt’uno. Uscii per strada. Camminavo di gran premura, a passettini, avvolto in una nuvoletta di vapori floreali, cercando di non pensare a nulla, cercando di credere al potere meravigliosamente taumaturgico di quel determinato luogo verso il quale mi affrettavo. L’unico modo di evitare il disastro era recarmi lì: calda e pesante, piena del solito tormento, la vita stava per piombarmi di nuovo addosso, a brutale dimostrazione del fatto che non ero uno spettro. Scoprire all’improvviso che la vita reale è un sogno è terrorizzante, ma quanto più terrorizzante è il momento in cui ciò che si credeva un sogno – fluido e irresponsabile – comincia all’improvviso ad aggrumarsi in realtà! Dovevo porre termine a ciò, e sapevo come fare.


Arrivato a destinazione, mi attaccai al pulsante del campanello senza neanche riprender fiato; suonavo come se cercassi di saziare una sete insopportabile: a lungo, avidamente, in tutto e per tutto dimentico di me stesso. «Va bene, va bene, va bene» borbottò lei aprendo la porta. Mi precipitai oltre la soglia e le cacciai in mano il bouquet.


«Oh, che meraviglia!» disse, e, un po’ sconcertata, mi fissò con i suoi vecchi occhi azzurro pallido.


«Non mi ringrazi,» gridai, alzando impetuosamente una mano «ma mi faccia una cortesia: mi lasci dare un’occhiata alla mia vecchia stanza. La imploro».


«La stanza?» disse la vecchia signora. «Mi dispiace, ma purtroppo non è libera. Ma che meraviglia, che gentile...».


«Lei non mi ha capito bene» dissi, tremante d’impazienza. «Voglio solo darle un’occhiata. Tutto qui. Nient’altro. Per i fiori che le ho portato. La prego, sono sicuro che l’inquilino è andato al lavoro...».


La superai con destrezza e corsi lungo il corridoio mentre lei mi inseguiva. «Oh, Dio, la stanza è affittata» continuava a ripetere. «Il dottor Galgen non ha nessuna intenzione di andarsene. Non gliela posso dare».


Spalancai la porta con uno strattone. Il mobilio era stato impercettibilmente spostato; sul lavamano una nuova brocca; e dietro, sulla parete, debitamente stuccato, il foro; sì, nel ritrovarlo mi sentii rassicurato. Premendomi la mano sul cuore, fissai la traccia segreta della mia pallottola: era la prova che io ero veramente morto; subito il mondo riassunse la sua rassicurante irrilevanza: ero di nuovo forte, niente poteva ferirmi. Con un gesto della mia fantasia ero pronto a evocare l’ombra più spaventosa della mia esistenza precedente.


Un inchino corretto alla vecchia e lasciai quella stanza dove un tempo, azionata la molla fatale, un uomo si era piegato in due. Attraversando l’ingresso notai i miei fiori sul tavolo e, come per distrazione, li afferrai, dicendomi che la vecchia scema, in fondo, non si meritava un dono così caro. Anzi, avrei potuto mandarli a Vanja, con un biglietto triste e al contempo spiritoso. L’umida freschezza dei fiori mi dava piacere; la carta sottile aveva ceduto qua e là, e, premendo con le dita il corpo freddo e verde degli steli, rammentai il gocciolio e il gorgoglio che mi avevano accompagnato nel nulla. Me ne andavo senza fretta lungo l’orlo del marciapiede e, socchiudendo gli occhi, immaginavo di camminare sul limite di un precipizio, quando, da dietro, mi sentii chiamare ad alta voce.


«Gospodin Smurov» disse, in tono forte ma incerto. Nel sentire il mio nome mi voltai, mettendo involontariamente un piede giù dal gradino. Era Kašmarin, il marito di Matilda, che in gran fretta stava cercando di togliersi un guanto giallo per offrirmi la mano. Era senza il famigerato bastone e anche cambiato, ingrassato forse. Aveva sul volto un’espressione d’imbarazzo e i dentoni opachi rivolgevano simultaneamente al guanto ribelle un digrigno e a me un ghigno. Poi la sua mano, le dita spalancate, mi si fece letteralmente incontro con gran trasporto. Sentii una strana debolezza. Ero profondamente commosso; mi cominciarono perfino a pizzicare gli occhi.


«Smurov,» disse «lei non si immagina quanto sia felice di incontrarla così. L’ho cercata freneticamente, ma nessuno sapeva il suo indirizzo».


A questo punto mi baluginò l’idea che stessi ascoltando con fin troppa cortesia questa apparizione dalla mia vita precedente e, per smontarla un tantino, dissi: «Con lei non ho niente da discutere. Ringrazi che non l’ho trascinata in tribunale».


«Senta, Smurov,» disse in tono colpevole «sto cercando di chiederle scusa per il mio pessimo carattere. Non riuscivo più a vivere in pace con me stesso dopo la nostra... uh... accesa discussione. Ci sono rimasto malissimo. Mi permetta di confessarle una cosa, così, tra gentiluomini. Vede, ho saputo in seguito che lei non era stato né il primo né l’ultimo, e ho divorziato – sì, ho divorziato».


«Tra noi, di discutere qualcosa non se ne parla nemmeno» dissi, annusando il mio grosso, freddo bouquet.


«Oh, non sia così rancoroso!» esclamò Kašmarin. «Su, mi colpisca, mi dia un bel pugno, e poi facciamo pace. Non vuole? Ecco, ora sorride... è buon segno. No, non si nasconda dietro quei fiori... lo vedo che sorride. E così, ora possiamo parlare da buoni amici. Mi permetta di chiederle quanto guadagna».


Tenni il broncio ancora per un po’, quindi gli risposi. Per tutto il tempo dovetti trattenermi dal dire qualcosa di carino, qualcosa che mostrasse quanto ero commosso.


«Bene, allora; senta» disse Kašmarin. «Le trovo io un posto dove si guadagna tre volte tanto. Venga da me domattina all’Hotel Monopol. Le presento una persona preziosa. Il lavoro è un gioco da ragazzi e non escluderei viaggi in Costa Azzurra e in Italia. Nel campo automobilistico. Allora, verrà a farmi visita?». Aveva, come si suol dire, fatto centro. Era da un pezzo che non ne potevo più di Weinstock, né dei suoi libri. Ricominciai ad annusare i fiori freddi, nascondendoci dentro gioia e gratitudine.


«Ci penserò» dissi, e starnutii.


«Salute!» esclamò Kašmarin. «Non se ne dimentichi, allora: domani. Sono proprio felice, sono proprio felicissimo di averla incontrata».


Ci salutammo. Ripresi a passeggiare lento, il naso sepolto nel bouquet.


 


Kašmarin si era portato via un’ennesima immagine di Smurov. Fa differenza quale? Si sa che non esisto: esistono solo i mille specchi che mi riflettono. A ogni nuova mia conoscenza, aumenta il popolo dei fantasmi che mi rassomigliano. Da qualche parte vivono, da qualche parte si moltiplicano. Io solo non esisto. Smurov, però, vivrà ancora a lungo. Quei due ragazzini, i miei allievi, invecchieranno, e una qualche immagine di me resterà viva in loro, come un tenace parassita. E poi verrà il giorno in cui l’ultima persona che si ricorda di me morirà. Feto a rovescio, anche la mia immagine languirà e perirà insieme all’ultimo testimone del crimine che ho commesso per il solo fatto di vivere. Forse un occasionale racconto, un semplice aneddoto in cui io figuro, si tramanderà da quello al figlio o al nipote, e così il mio nome e il mio spettro conosceranno per qualche tempo ancora una fugace apparizione qua e là. E poi la fine.


Ciononostante sono felice. Felice, sì. Lo giuro, giuro che sono felice. Ho capito che l’unica felicità a questo mondo sta nell’osservare, spiare, sorvegliare, esaminare se stessi e gli altri, nel non essere che un grande occhio fisso, un po’ vitreo, leggermente iniettato di sangue. La felicità è questa, lo giuro. Che importa se sono un po’ volgaruccio, un po’ farabutto, se nessuno apprezza tutte le mie notevoli doti: fantasia, erudizione, talento letterario... Sono felice di potermi contemplare, poiché ciascun uomo è avvincente, sì, proprio avvincente! Il mondo, per quanto ci si metta, non può offendermi. Sono invulnerabile. E che m’importa se lei sposa un altro? Una notte sì e una no, sogno i suoi indumenti stesi su un interminabile filo d’estasi, tra incessanti raffiche di possesso, e il marito non saprà mai che cosa io faccia con le sete e i soffici velli di quella strega che danza. In amore, è la conquista suprema. Sono felice, sì, felice. Che altro devo fare a provarlo, come proclamare che sono felice? Oh, gridarlo, gridarlo fino a quando non mi avrete creduto tutti, voi, gente crudele e boriosa...