Recensione
Poca o nessuna tenerezza, nei Legami familiari narrati dalla scrittrice e poetessa brasiliana Clarice Lispector, figura controversa e misteriosa quanto lo è la sua scrittura. Il titolo originale Laços de familia è del resto piuttosto chiaro, essendo la prima traduzione di laço cappio, e solo secondariamente legame, o nodo.
Il lettore assiste all’aprirsi improvviso di squarci sotto al pavimento di giorni solidi e ben costruiti, causato spesso da un evento di poca importanza, come lo è la vista di un cieco alla fermata dell’autobus nel racconto Amore. La protagonista, Ana, è convinta di avere trovato nella sua esistenza ripetitiva e ordinata, nei suoi figli bisognosi di attenzioni continue e nella sua casa che ogni sera diligentemente si impolvera perché lei possa spolverarla al mattino, la salda radice delle cose, un bisogno che sentiva in lei già ai tempi della turbata esaltazione della giovinezza, tanto da convincerla di avere ottenuto con le proprie mani una insperata solidità. Abbandonate le aspirazioni vagamente artistiche che l’autrice si limita ad accennare, Ana “si era ritrovata dentro un destino di donna, con la sorpresa di starvici come se fosse stata lei a plasmarlo”. Eppure l’incertezza torna ad assalirla, a una certa ora del pomeriggio, quando – figli e marito assenti – tutto quello che ha costruito sembra ridere di lei. Ma è sufficiente uscire, a quel punto, per andare a fare la spesa oppure qualche commissione, e tutto torna al suo posto, ad attenderla sotto forma di doveri familiari, al crepuscolo.
Un pomeriggio però, mentre Ana viaggia sul tram stringendo la sua borsa della spesa fatta all’uncinetto, il suo sguardo viene attratto da un cieco immobile alla fermata, un cieco che, nella propria oscurità, non fa che masticare una gomma eppure, con la sua semplice esistenza, basta a mandare in frantumi l’equilibrio di Ana, che vacilla, sotto a un colpo a cui non sa ancora dare un nome, e perde il contatto con la solidità delle cose. La borsa le cade di mano, le uova si rompono gocciolando attraverso le maglie che un tempo aveva lavorato sotto le dita e ora le appaiono estranee, il caldo attorno si fa più soffocante, gli odori più forti, la paura e l’esaltazione tornano ad affacciarsi, il velo è strappato, forse irrimediabilmente.
Avendo mancato la sua fermata, Ana scende, sfinita dall’eccesso sensoriale, in una via che non riconosce, per poi cercare riparo tra gli alberi del Giardino Botanico, trovandovi invece un mondo brulicante e sensuale “scintillante e torbido” che la inghiotte con la forza di una malìa e la scuote come una rivelazione di vita e di morte. In questo Eden pulsante, Ana sente l’attrazione irresistibile del peccato originale, così forte da darle la nausea, così potente da farle dimenticare, per qualche ora, tutto il resto, tutto ciò che non è vita pulsante, famelica, orribile e dolcissima.
Una voglia di vivere connotata negativamente perché in evidente, inevitabile contrasto con la vita che Ana ha costruito, domandola e rinchiudendola entro argini che le erano apparsi solidi, e che minaccia di aggredirla di nuovo, ora che è stata scatenata dalla vista del cieco e incendiata dalla natura lussureggiante del Giardino Botanico, sebbene il racconto si chiuda con l’abbraccio rassicurante del marito, che la allontana nuovamente dal “pericolo di vivere”, e con Ana che si pettina davanti allo specchio, apparentemente in pace: “Per un attimo con nessun mondo nel cuore”.
L’immagine di qualcuno che si guarda allo specchio ritorna più volte, nei racconti di Clarice Lispector, e altrettanto spesso lo specchio è sostituito da qualcosa che ne ha la medesima funzione simbolica: la luna, o lo sguardo di un animale, come ne Il Bufalo, il racconto che chiude la raccolta, nel quale torna anche la violenza della natura, l’arroganza della primavera che impedisce a una donna respinta di godersi la pienezza dell’odio, della rabbia, o come ne Il delitto del professore di matematica nel quale è nello sguardo di un cane che si specchia l’inadeguatezza dell’uomo che l’ha abbandonato e ora non riesce a superare il senso di colpa. “Ci sono molti modi di essere colpevole, di perdersi definitivamente, di tradirsi, di non affrontare se stesso. Io ho scelto quello di ferire un cane”.
La purezza dell’odio e dell’amore, della fame e della sua soddisfazione sembrano appartenere per Lispector solo al regno animale, o all’animalità che l’essere umano ha perduto, complicando e sporcando quella purezza ancestrale con la costruzione di ritualità che lo condannano a un mondo falso e asfittico, a un tepore mortifero ed esangue. Il rito del cibo, descritto in modo quasi morboso ne La cena, o i vuoti codici che regolano i rapporti di famiglia, raccontati con implacabile umorismo in Buon Compleanno, o con serena lucidità in Legami familiari, appaiono a prima vista granitici e immutabili, ma il gioco della scrittrice è appunto quello di mostrarci la loro fragilità, inserendo l’imprevisto, l’infrazione minima al protocollo, che rivela il pericoloso bilico su cui si tengono in equilibrio le esistenze.
Nello splendido romanzo Una famiglia americana di Joyce Carol Oates, c’è una scena che di certo sarebbe piaciuta a Clarice Lispector, in chiusura del capitolo dal titolo, guarda caso, Codice di Famiglia. In questa scena l’unica figlia della famiglia protagonista, i Mulvaneys, la quale nasconde il doloroso segreto di uno stupro subìto, si trova in cucina con la madre, che si rivolge a lei apparentemente parlando del suo comportamento al canarino, come fa d’abitudine, quando intende punzecchiare amorevolmente marito o figli: il codice di famiglia vuole che l’interpellato le risponda fingendo a sua volta di rivolgersi al pennuto nella sua gabbietta.
È un gioco, o un rito, se non che quel giorno, in cucina, la ragazzina risponde invece, seccamente e direttamente alla madre, lasciandola mortificata e confusa. Il commento accorato del fratellino-narratore è perfetto: “Lo sapevi, Marianne: sapevi di come spezzando il codice quel giorno lo spezzasti per sempre? Per tutti noi?”
Un mondo pieno di denti e artigli, di desiderio febbrile e bisogni si muove sotto la superficie di esistenze tranquille e pacate, domate da consuetudini precise e strette dai nodi della familiarità, dell’amore e del dovere, un mondo che resta lì, però, pronto a mostrare le zanne, ma anche l’irresistibile bellezza dei suoi colori e delle sue forme pulsanti, capaci di ammalare di desiderio, sulla soglia tra repulsione e attrazione, un mondo che non si lascia dimenticare né ignorare, per quanto efficaci e robuste possano sembrare le dighe che l’uomo costruisce contro l’impeto di questo flusso potenzialmente distruttivo, potenzialmente salvifico.
La scrittura è allora lo specchio in cui il lettore non può smettere di guardarsi, mentre si spalancano per lui come per i protagonisti le finestre sul caos dell’esistente, mentre li segue nel loro percorso a spirale discendente, senza potersi sottrarre alla vertigine.
Legami familiari, Clarice Lispector, Feltrinelli, 1986
LEGAMI FAMILIARI
Sogno ed ebbrezza di una giovane
Le sembrava che i tram si incrociassero nella stanza e facessero vibrare la sua immagine riflessa. Stava pigramente pettinandosi davanti alla toilette a tre specchi, le sue braccia bianche e forti rabbrividivano nella frescura del pomeriggio. Gli occhi non smettevano di fissarsi, gli specchi baluginavano ora scuri ora luminosi. Fuori, da una finestra più alta, cadde in strada qualcosa di pesante e molle. Se i bambini e il marito fossero stati in casa, lei avrebbe subito pensato a qualche loro disattenzione. Gli occhi non si staccavano dalla sua immagine, pensierosa continuava a pettinarsi, l’accappatoio aperto lasciava intravvedere negli specchi parte dei seni di varie ragazze.
«La Notte!» urlò lo strillone nella brezza leggera della Rua do Riachuelo, e si sentì un brivido nell’aria, qualcosa come un presentimento. Gettò il pettine sulla toilette, assorta cantò: «chi ha visto il pas-serot-to… è uscito dalla finestra… volato è oltre il Minho!» – ma subito dopo, stizzita, si chiuse dura come un ventaglio.
Si coricò; si faceva vento con impazienza con un giornale che frusciava nella stanza. Prese il fazzoletto e premendone con le dita arrossate il ruvido ricamo, ne aspirava il profumo. Riprese a farsi vento quasi sul punto di sorridere. Ah, ah, sospirò ormai ridendo.
Ebbe la visione del proprio sorriso limpido di ragazza nel fiore degli anni e chiudendo gli occhi sorrise più ampiamente, scuotendo con più forza il giornale. Ah, ah, veniva dalla strada come una farfalla.
«Buon giorno, sai chi è venuto a cercarmi fino a casa?» pensò quale possibile ed interessante argomento di conversazione. «Non lo so, chi?» le domandarono con un sorriso galante due occhi tristi in una di quelle facce pallide che fanno male a guardarle, «Maria Quitéira, perbacco!» rispose vivacemente, la mano sul fianco. «E se mi è lecito, chi è questa ragazza?» insistette garbato, ma ormai senza più fisionomia; «Tu!» tagliò corto lei, interrompendo il dialogo risentita. Che noia.
Ah, come era stuzzicante quella stanza! lei si faceva vento in Brasile. I raggi di sole attraverso le persiane tremolavano sulla parete come corde di chitarra. La Rua do Riachuelo vibrava sotto il peso ansimante dei tram che provenivano dalla Rua Mem de Sà. Lei ascoltava curiosa e tediata le vibrazioni della credenza nel salotto.
Di scatto si girò, mettendosi bocconi e, mentre tendeva amorevolmente le dita dei suoi piccoli piedi, aspettava ad occhi aperti il successivo pensiero. «Chi cerca trova,» si disse usando un proverbio, il che conferiva all’asserzione una sua qualche verità. Finché non si addormentò con la bocca aperta, con la saliva che le inumidiva il cuscino.
Si svegliò solo quando il marito che tornava dal lavoro era già nella stanza. Non volle cenare, né uscire dalle sue meditazioni e ricadde nel sonno: che a suo marito facessero buon pro gli avanzi del pranzo.
E dal momento che i figli erano dalle zie nella fattoria di Jacarepaguà, lei ne approfittò per rimanere a letto fino all’alba; se ne stava turbata e lieve tra le lenzuola, era un capriccio, o chissà cos’altro. Il marito comparve già vestito e lei non sapeva con cosa avesse fatto colazione, non gli guardò nemmeno l’abito per sapere se era da spazzolare, poco le importava se quel giorno egli doveva trattare affari in città. Ma quando lui si chinò per baciarla, quella leggerezza di lei si accartocciò come una foglia secca: «Vattene!»
«Ma cos’hai?» le chiese il marito attonito, ma pronto a tentare carezze più efficaci.
Ostinata, lei non sapeva cosa rispondergli, era così piena di sé, come una principessa, che non riusciva a trovare una risposta. Si arrabbiò.
«E non toccarmi! Non venirmi qui a fare la ronda come un vecchio gallo!» Lui sembrò riflettere per un istante, poi dichiarò: «Mia cara, tu stai male.» Lei acconsentì, sorpresa e lusingata. Rimase a letto tutto il giorno ad ascoltare il silenzio di quella casa senza il chiasso dei bambini e senza il marito che quel giorno avrebbe pranzato in città.
Rimase a letto tutto il giorno. La sua era una collera sottile, ardente. Si alzava unicamente per andare nella stanza da bagno da dove ritornava altera, offesa.
Il mattino si trasformò in un pomeriggio interminabile che diventò notte senza fondo per poi aprirsi in un giorno innocente per tutta la casa.
Stava a letto, tranquilla, fantasticando. Lei amava… Stava amando in anticipo l’uomo che un giorno avrebbe amato. Chi poteva capirla, sono cose che succedono, cose innocue, che non fanno male a nessuno.
A letto a pensare, a pensare, quasi ridendo tra sé, come se fosse stata coinvolta in un intrigo. Pensare, pensare a che cosa? Solo lei lo sapeva. Restò immobile nel letto.
Di colpo poi si alzò con rabbia. Ma presa da un’improvvisa vertigine si sentì sofferente e fragile nella stanza che girava, che girava, finché non le riuscì di rimettersi a letto brancolando, stupita che tutto ciò potesse essere vero: «Sta a vedere che ti ammali per davvero!» disse allarmata. Si portò la mano alla fronte per vedere se aveva la febbre.
Quella sera, fino al momento di riaddormentarsi, fantasticò, fantasticò, per un tempo indefinito, per poi ripiombare pesantemente nel sonno, a russare accanto al marito.
Si svegliò a giorno inoltrato, c’erano le patate da sbucciare, i bambini che nel pomeriggio sarebbero tornati dalla fattoria delle zie. «Sto perdendo il rispetto per me stessa,» pensò, era una giornata da bucato e da calzini da rammendare. «Sono diventata un’irresponsabile,» si autocensurò, analizzandosi con una certa soddisfazione, bisognava andare a far la spesa, senza dimenticare il pesce.
Era già tardi, una irrequieta mattinata di sole.
Sabato sera erano andati alla Trattoria della Praça Tiradentes invitati da un commerciante molto ricco, lei si era messa il suo vestito nuovo che anche se non era pieno di fronzoli, era di stoffa di prima qualità, un vestito di quelli destinati a durare tutta la vita. Quel sabato sera, un po’ troppo alticcia nella Praça Tiradentes, alticcia ma col marito a fianco a proteggerla, lei aveva dato prova di grande raffinatezza davanti a quell’uomo così ricco e distinto, aveva cercato d’intrattenerlo, dato che lei non era una sempliciotta di provincia e aveva già vissuto nella capitale. Ma era ubriaca da non poterne più.
E se suo marito non si era ubriacato era solo perché non voleva mancare di rispetto a quell’uomo di affari e, pieno di zelo e di umiltà, lasciava all’altro il canto del gallo. Cosa che si addiceva alla circostanza elegante, ma che le mise addosso una grande voglia di ridere, e le fece sentire un profondo disprezzo. Guardava il marito infilato nell’abito nuovo e lo trovava talmente ridicolo!
Ubriaca da non poterne più, ma senza perdere la sua dignità di ragazza. E il vinho verde che le si andava svuotando nel bicchiere.
Quando era ubriaca, come capitava in certi pantagruelici pranzi domenicali, tutto ciò che dalla natura viene tenuto separato – odore di olio da una parte, di uomo dall’altra, di zuppiera da una parte, di cameriere dall’altra – era curiosamente mescolato dalla natura stessa, e tutto questo era una totale mancanza di pudore, un affronto.
E se gli occhi erano lucidi e duri, e se i suoi gesti erano tappe faticose perfino per raggiungere gli stuzzicadenti, in verità dentro si sentiva molto bene, era una nuvola gonfia che si muoveva senza sforzo, le labbra turgide, i denti bianchi, e il vino che la gonfiava. Era l’orgoglio di essere ubriaca che facilitava in lei uno sdegno verso tutto, che la rendeva matura e tonda come una grossa vacca.
Era ovvio che fosse lei a reggere le fila della conversazione. Gli argomenti e la bravura non le mancavano. Ma le parole pronunciate da chi è ubriaco sono come le parole di una donna quando è gravida – parole che rimangono in superficie e che poco hanno a che vedere col centro segreto che è la gravidanza. Ah, come si sentiva strana. Al sabato sera l’anima quotidiana scompariva, e che bello era perderla, come ricordo degli altri giorni rimanevano soltanto le sue mani così bistrattate – e lei ora era lì coi gomiti sulla tovaglia a quadri bianchi e rossi come se fosse a un tavolo da gioco, profondamente immersa in una sensazione abietta e sconvolgente. E quella risata?
Quella risata che le usciva misteriosamente dalla gola piena e bianca, in risposta ad una battuta dell’uomo d’affari, era una risata che saliva dagli abissi del suo torpore e dalla profondità di quella sicurezza di sé che è propria di chi possiede un corpo. La sua carne candida era dolce come quella di un’aragosta, le chele di un’aragosta viva che si agitano lente nell’aria. E quella voglia di sentirsi male per fare diventare più profonda la dolcezza con un benessere perverso. E la punta di cattiveria propria di chi possiede un corpo.
Chiacchierava e intanto ascoltava con curiosità ciò che lei stessa rispondeva al ricco commerciante che, in un momento tanto opportuno, li aveva invitati e offriva loro la cena. Ascoltava intrigata e affascinata ciò che lei stessa rispondeva: sentiva che quanto avrebbe detto in quello stato sarebbe stato un presagio per il futuro – adesso lei non era già più un’aragosta ma un segno duro: uno scorpione. Infatti era nata di novembre.
Un faro che mentre dormiamo percorre l’alba: così era la sua ubriachezza che vagava lentamente nello spazio.
E nello stesso tempo, che sensibilità!, che sensibilità! Guardando il quadro così ben dipinto del ristorante sentiva immediatamente la sua sensibilità artistica. Nessuno l’avrebbe mai convinta che non era nata per queste cose. Lei era fatta per le opere d’arte.
Ma che sensibilità! pensava, non più rivolta solamente al quadro con uva, pere e un pesce morto dalle squame luccicanti. La sua sensibilità le provocava molestia, ma senza dolore, come un’unghia spezzata. E se lo avesse voluto avrebbe potuto permettersi il lusso di diventare ancor più sensibile, poteva andare ancora oltre: protetta come era dalla sua condizione, protetta come lo erano tutti coloro che hanno raggiunto una posizione nella vita. Come una persona alla quale non era permesso avere un proprio dolore. «Ah, quanto sono infelice, mamma mia!» pensò. Se lo avesse voluto avrebbe potuto versare altro vino nel bicchiere e, protetta dalla posizione che aveva raggiunto nella vita, ubriacarsi ancor più, a patto di non perdere dignità. E così sempre più ubriaca, lasciava vagare lo sguardo per il ristorante. Che disprezzo per le persone aride della sala, non un uomo che fosse un uomo davvero, o che almeno fosse triste. Che disprezzo per le persone aride della sala, mentre lei era pingue e pesante, e illimitatamente generosa. E tutti nel ristorante erano così distanti tra loro, come se nessuno potesse parlare con gli altri. Ognuno per sé, e Dio per tutti.
I suoi occhi tornarono a fissare quella ragazza che già all’ingresso le aveva fatto saltare la mosca al naso. Già all’ingresso l’aveva vista seduta al tavolo col suo uomo, tutta fronzoli, dorata come uno zecchino, con quell’aria innocente e delicata – che meraviglioso cappello aveva! – e sicuramente non era neanche sposata, nonostante l’aria da santarellina. Col suo elegante cappello ben messo. Buon pro ti faccia la tua bigotteria e che la boria non ti cada nella minestra! Le più santarelline erano poi le più scaltre. E il cameriere, quel grosso idiota, che la serviva pieno di attenzioni, il furbacchione: e l’uomo giallastro che l’accompagnava che fingeva di non vedere niente. E la santarellina tutta compiaciuta del cappello, tutta modesta nel suo vitino di vespa, magari non era nemmeno capace di dare un figlio al suo uomo. In verità non aveva niente da spartire con lei, tuttavia già all’ingresso le era venuta voglia di andare al suo tavolo e di riempirle la faccia con una buona dose di ceffoni, quella faccia di santa bionda della ragazza, quella superbia col cappello. Che poi non era neanche un po’ tornita ed era piatta di seno; probabilmente con tutti i suoi cappelli non era altro che una ortolana travestita da gran dama.
Oh, come si sentiva umiliata per essere venuta alla trattoria senza cappello, la sua testa le sembrava nuda. E l’altra con le sue arie da signora, che fingeva di avere stile. «Lo so io cosa ti manca, nobiluzza, a te e al tuo uomo giallastro! E se credi che abbia invidia di te e del tuo seno piatto, sappi invece che mi rodo unicamente per il tuo cappello. Le stronze come te, che si fanno pregare, io le riempio di schiaffi.» Nella sua giusta ira, allungò la mano con difficoltà e prese uno stuzzicadenti.
Ma una volta tornata a casa ogni difficoltà scomparve: si muoveva ora dentro la realtà familiare della sua stanza, seduta sulla sponda del suo letto con una pantofola che le dondolava al piede.
E non appena ebbe socchiuso gli occhi un po’ offuscati, ogni cosa divenne di carne, l’estremità del letto era di carne, la finestra di carne, il vestito di suo marito buttato sulla seggiola era di carne, la finestra di carne, e ogni cosa doleva quasi. E lei era sempre più grande, vacillante, turgida, gigantesca. Se fosse riuscita ad avvicinarsi maggiormente a se stessa si sarebbe vista ancora più grande. Ogni suo braccio avrebbe potuto essere percorso da una persona ignara che si trattava di un braccio, e in ciascuno dei suoi occhi ci si sarebbe potuti tuffare nuotandovi senza sapere che si trattava di un occhio. E tutto intorno ogni cosa doleva un poco. Le cose erano fatte di carne dolente. Era stata probabilmente l’aria fresca all’uscita dal ristorante.
Stava seduta sul letto, rassegnata, scettica.
E questo non era ancora niente, solo Dio sapeva cosa sarebbe accaduto: lei sapeva perfettamente che questo non era ancora niente.
Che in quel momento stavano accadendo cose che solo in seguito le avrebbero fatto veramente male: quando avesse riacquistato le sue dimensioni normali il suo corpo anestetizzato si sarebbe svegliato pulsando e lei avrebbe pagata caro l’abbuffata di cibo e di vino.
Allora, visto che doveva succedere, tanto valeva aprire subito gli occhi, cosa che fece; e tutto divenne più piccolo e più nitido, ma senza dolore. Tutto, in fondo, era identico, soltanto più piccolo e familiare. Stava seduta rigida nel suo letto, con lo stomaco così pieno, assorta, rassegnata, con la delicatezza di chi aspetta, seduto sul letto, che l’altro si svegli. «Ti sei abbuffata e ora devi scontarne le conseguenze», si disse malinconica guardando le piccole dita bianche del piede. Si guardava intorno paziente, remissiva. Ah, parole, parole, gli oggetti della stanza allineati secondo un ordine di parole per costruire quelle frasi buie e amare che chi sarà in grado di leggere, leggerà. Che noia, ma che noia, uffa che scocciatura! Accidenti. Beh, sarà quel che Dio vorrà. Cosa posso farci, mi sta succedendo qualcosa che non so neppure io. Insomma, che fosse quel che fosse. E dire che si era talmente divertita quella sera! e tutto era stato così bello e di suo gradimento al ristorante, lei così elegante seduta a tavola. Tavola! le fece eco una voce dall’esterno. Ma lei non rispose, alzò le spalle e fece schioccare le labbra con fastidio, che non mi vengano a seccare con complimenti, pensò delusa, rassegnata, rigonfia, sposata, contenta e con quella vaga nausea.
Fu in quell’istante che divenne sorda: le venne meno uno dei cinque sensi. Con la mano aperta si diede uno schiaffo all’orecchio, con l’unico risultato di peggiorare la situazione: l’udito si riempì del ronzio di un ascensore, la vita era improvvisamente diventata sonora e amplificata nel più piccolo movimento. Delle due l’una: o era sorda oppure ci sentiva troppo – alla nuova sollecitazione reagì con una sensazione di malizia e disagio, con un sospiro di sazietà appagata.
Che il diavolo ti porti, disse languida, annientata.
«E quando al ristorante…» si rammentò a un tratto. Quando erano al ristorante, il benefattore di suo marito le aveva fatto piedino sotto la tavola, e sopra il tavolo, le aveva sfiorato una guancia.
Coincidenza oppure no? Ad ogni modo, un tipo interessante. Scosse le spalle.
E quando sulla sua scollatura rotonda – in piena Praça Tiradentes! pensò scuotendo il capo incredula – una mosca le si era posata sulla pelle nuda? Ah, che eccitante.
Certe cose davano piacere proprio perché quasi nauseanti: il ronzio nel sangue simile a quello di un ascensore, mentre un uomo le russava accanto, i figli grassottelli che dormivano tutti insieme nell’altra stanza, poveretti. «Ma, cosa mi succede?», pensò disperata. Aveva mangiato troppo? «Ma, cosa mi succede, santo iddio?» Era la tristezza.
Le dita del piede giocherellavano con la pantofola. Il pavimento in quel punto non era troppo pulito. «Quanto sei diventata pigra e sciatta,» pensò. Domani no perché non sarebbe stata troppo salda sulle gambe, dopodomani la sua casa avrebbe visto: che spazzata le avrebbe dato con acqua e sapone da farle schizzar fuori ogni sporcizia! La sua casa avrebbe visto, minacciò incollerita. Ah, come si sentiva bene, così intensa, come se avesse ancora del latte nei seni, così forte! Quando l’amico di suo marito l’aveva vista così bella e procace, era rimasto ammirato. E quando lei aveva provato imbarazzo non sapeva dove posare lo sguardo… Ah, che tristezza. Ma cosa ci poteva fare. Seduta sulla sponda del letto, sbatteva le palpebre rassegnata. Come si vedeva bene la luna in quelle notti di estate. Si chinò leggermente, apatica, rassegnata. La luna. Come la si vedeva bene. La luna che scivolava alta e gialla nel cielo, poverina. Che scivolava, scivolava… Alta, alta. La luna. E l’arroganza si trasformò allora in improvviso amore; «cagna», disse ridendo.
AMORE
Un po’ affaticata, la spesa che le deformava la sacca nuova fatta all’uncinetto, Ana salì sul tram. Posò il sacco in grembo e il tram partì. Si appoggiò allora allo schienale cercando una posizione più comoda, con un sospiro quasi soddisfatto.
I figli di Ana erano bravi, una cosa vera e sostanziosa.
Crescevano, facevano il bagno, quei birbanti esigevano una disponibilità sempre più assoluta. Finalmente aveva una cucina spaziosa, la stufa difettosa scoppiettava. Nell’appartamento che stavano a poco a poco pagando, il caldo era intenso. Ma il vento che urtava le tendine che lei stessa aveva confezionato, le ricordava che se lo avesse voluto avrebbe potuto fare una pausa e asciugarsi la fronte, per osservare l’orizzonte tranquillo. Come un contadino. Lei aveva seminato i semi che aveva nella mano, non altri, quelli solamente. E diventavano alberi. Cresceva il suo rapido dialogo con l’esattore della luce, cresceva l’acqua che riempiva il serbatoio, crescevano i suoi figli, cresceva la tavola col cibo, il marito che ritornava con i giornali e che sorrideva dalla fame, il canto importuno delle domestiche del condominio. Tranquillamente Ana dava a tutto questo la sua mano piccola e forte, la sua carica vitale.
Una certa ora del pomeriggio era la più pericolosa. A una certa ora del pomeriggio gli alberi che aveva piantato ridevano di lei. Quando nulla aveva più bisogno della sua forza, si faceva inquieta. Si sentiva tuttavia più solida che mai, il suo corpo che si era un po’ appesantito, e bisognava vederla con quale abilità tagliava camicie per i bambini, la grande forbice che crepitava nella tela. Tutte le sue aspirazioni vagamente artistiche si erano da tempo polarizzate nel proposito di rendere i giorni pieni e belli; col tempo, il suo gusto per l’arredamento si era sviluppato e aveva sostituito l’intimo disordine. Come se avesse scoperto che tutto poteva essere perfezionato, che a ogni cosa si poteva dare un aspetto armonioso; la vita poteva essere costruita dalla mano dell’uomo.
Nel profondo Ana aveva avuto sempre bisogno di sentire la salda radice delle cose. E avere una casa le aveva dato questo anche se in modo incerto. Attraverso un cammino tortuoso, si era ritrovata dentro un destino di donna, con la sorpresa di starvici come se fosse stata lei a plasmarlo. L’uomo con cui si era sposata era un uomo vero, i figli che aveva avuto erano figli veri. La sua passata gioventù le appariva anomala come una convalescenza della vita. Ne era gradualmente emersa per scoprire che si viveva anche senza la felicità: abolendola, aveva incontrato una legione di persone, prima invisibili, che vivevano come chi lavora – con perseveranza, continuità, allegrezza. Quello che era accaduto ad Ana prima di avere una casa era definitivamente confinato al di fuori della sua portata: una turbata esaltazione che molto spesso si confondeva con una felicità insostenibile. Aveva elaborato in cambio qualcosa di finalmente comprensibile, una vita da persona adulta. Così lei aveva voluto e scelto.
La sua precauzione si riduceva a stare attenta in quell’ora pericolosa del pomeriggio, quando la casa era vuota e non aveva più bisogno di lei, il sole alto, e tutti i componenti della famiglia distribuiti a seconda dei propri impegni. Guardando i mobili puliti, il cuore le si stringeva un po’ per la sorpresa. Ma nella sua vita non c’era posto per intenerirsi della propria sorpresa – la soffocava con quell’abilità che le era stata trasmessa dalla consuetudine delle incombenze casalinghe. Usciva allora a far compere o per portare qualche oggetto a riparare, vegliando sulla casa e sulla famiglia anche da lontano. Al suo ritorno sarebbe stato il crepuscolo e i bambini tornati da scuola avrebbero richiesto tutte le sue cure. Così sarebbe arrivata la sera, con il suo calmo tremolio. La mattina si sarebbe svegliata cinta dall’aureola dei suoi pacati doveri. Avrebbe trovato i mobili di nuovo impolverati e sporchi, come se tornassero pentiti. Quanto a lei, faceva oscuramente parte delle radici nere e soavi del mondo. E anonimamente alimentava la vita. Era bene così.
Così lei aveva voluto e scelto.
Il tram caracollava sui binari, s’inoltrava in strade ampie. Poi un vento umido prese a soffiare annunciando non tanto la fine del pomeriggio quanto la fine dell’ora incerta. Ana respirò profondamente e una vasta accettazione dette al suo viso un’espressione di donna.
Il tram correva, poi di colpo si fermava. Fino a Humaità aveva tempo di riposare. Fu a quel punto che vide l’uomo immobile alla fermata.
La differenza tra lui e gli altri consisteva nella sua assoluta immobilità. Stava in piedi, mani protese in avanti. Era un cieco.
Cosa fu mai che suscitò in Ana tanta inquietudine? Stava accadendo qualcosa di inquietante. E allora vide che il cieco masticava gomma… Un uomo cieco masticava gomma.
Per la frazione di un secondo Ana ebbe ancora il tempo di ricordare che i fratelli sarebbero venuti a cena – il cuore le batteva violento, cadenzato. Protesa in avanti, guardava profondamente il cieco, così come si guarda ciò che non si vede. Lui stava masticando gomma nell’oscurità. Senza sofferenza, con gli occhi aperti. I movimenti della bocca, mentre masticava, disegnavano sulle sue labbra una specie di sorriso, poi di colpo smetteva di sorridere, sorrideva di nuovo e nuovamente smetteva di sorridere – Ana lo guardava come se lui l’avesse insultata. Se qualcuno l’avesse osservata in quell’istante, avrebbe avuto l’impressione di una donna carica di odio. Continuava tuttavia a guardarlo, sempre più protesa in avanti – il tram con un improvviso scossone la ricacciò impreparata all’indietro, la pesante borsa di maglia le cadde dal grembo, rovinò a terra – Ana urlò, il conducente azionò l’alt prima ancora di sapere di cosa si trattava, il tram fermò di colpo, i passeggeri si guardarono attorno spaventati.
Incapace di muoversi per raccattare la spesa, Ana rimaneva ritta in piedi, pallida. Sul volto un’espressione da tempo inconsueta faticosamente riemergeva, ancora incerta, incomprensibile. Le consegnò il fagotto e rise. Il ragazzino dei giornali. Ma nell’involto di giornale le uova si erano rotte. Tuorli gialli e appiccicosi sgocciolavano tra le maglie della rete. Il cieco aveva smesso di masticare e protendeva le mani insicure, nel vano tentativo di afferrare quello che stava accadendo. Il pacchetto delle uova fu tolto dalla borsa a rete e, tra i sorrisi dei passeggeri e il segnale di via del conducente, il tram ripartì con un altro strattone.
Qualche istante dopo nessuno le prestava più attenzione. Il tram ondeggiava sui binari e il cieco che masticava gomma era rimasto indietro per sempre. Comunque il male era fatto.
La rete di maglia era aspra tra le dita, non intima come quando l’aveva lavorata ai ferri. La rete aveva perso la sua sensibilità e lo stare sul tram era una lacerazione; non sapeva cosa farsene della spesa che teneva in grembo. E come una musica incomprensibile, la vita attorno a lei riprendeva il suo ritmo. Il male era fatto.
Perché? Aveva dimenticato che c’erano i ciechi? La pietà la soffocava, Ana respirava pesantemente. Perfino le cose che esistevano prima che tutto accadesse erano ora in stato di allarme, avevano un’aria più ostile, caduca… Il mondo era diventato nuovamente un malessere. Anni su anni crollavano rovinando, i tuorli gialli sgocciolavano. Espulsa dai suoi stessi giorni, le sembrava che le persone in strada fossero in bilico, che in virtù di un minimo equilibrio si mantenessero sul limitare dell’oscurità – e per un attimo la mancanza di senso le lasciava così libere che non sapevano dove andare. La percezione di quest’assenza di gravità fu una sensazione così repentina che Ana si aggrappò al sedile di fronte, come se temesse di cadere dal tram, come se le cose potessero essere rovesciate con la stessa facilità con la quale rovesciate non erano.
Quella cosa a cui lei dava il nome di crisi era infine arrivata. E il segno che la distingueva era il piacere intenso con cui ora lei guardava le cose, con sofferenza e sgomento. Il caldo si era fatto più soffocante, ogni cosa aveva acquisito una forza e una risonanza più profonde. Nella Rua Voluntàrios da Pàtria sembrava che stesse per scoppiare una rivoluzione, le grate dei tombini erano asciutte, l’aria polverosa. Un cieco che masticava gomma aveva immerso il mondo in una oscura bramosia. In ogni persona si percepiva come un’assenza di pietà verso il cieco e l’intensità di questa forza la sconcertava.
Accanto a lei c’era una signora in blu, con un volto. Si affrettò a distogliere lo sguardo. Sul marciapiede, una donna diede uno spintone al figlio. Due fidanzati intrecciavano le dita sorridendo… E il cieco? Ana era caduta in una bontà estremamente dolorosa.
Lei era riuscita così bene a domare la vita, aveva badato con tanta cura affinché questa non esplodesse! Vegliava sulle cose con serena comprensione, teneva distinta una persona dalle altre, gli indumenti erano ovviamente fatti per essere usati e c’era la possibilità di scegliere sul giornale il film della sera – tutto concepito in modo che a un giorno ne seguisse un altro. E un cieco che stava masticando gomma mandava in frantumi tutto questo. E attraverso la pietà appariva ad Ana una vita colma di nausea dolce che saliva fino alla bocca.
Solo a quel punto si accorse che da tempo aveva superato la sua fermata. Nello stato di sfinimento in cui si trovava, ogni cosa le incuteva un profondo timore; scese dal tram trascinando le gambe stanche, si guardò attorno reggendo la borsa a rete sudicia di uova.
Per un attimo non riuscì a orientarsi. Le sembrava di essere piombato nel cuore della notte.
Era una strada lunga, con alti muri, gialli. Il cuore le batteva dalla paura, lei cercava inutilmente di riconoscere il quartiere, mentre la vita che aveva scoperto seguitava a pulsare e un vento più tiepido e misterioso spirava attorno al suo viso. Rimase ferma a guardare il muro. Finalmente riuscì a orientarsi. Proseguendo di qualche passo lungo una siepe attraversò i cancelli del Giardino Botanico.
Camminava pesantemente nel viale centrale, tra palme di cocco. Il giardino era deserto. Depositò a terra i pacchetti, si sedette sulla panchina di un vialetto e vi rimase a lungo.
La vastità sembrò acquietarla, il silenzio regolava il suo respiro.
Si stava addormentando dentro se stessa.
Vedeva in distanza il filare degli alberi dove il pomeriggio era chiaro e pieno. Ma la penombra dei rami copriva il sentiero.
Intorno a lei c’erano rumori sereni, odori di alberi, piccole sorprese in mezzo ai rampicanti. L’intero giardino era frantumato dagli istanti del pomeriggio incalzato dalla sera. Da dove proveniva il mezzo-sogno che l’avvolgeva? Come un ronzio di api e di uccelli.
Tutto era inconsueto, troppo dolce, troppo grande.
Un movimento lieve e segreto la fece trasalire – si girò, rapida.
Nulla sembrava essersi mosso. Ma nel viale centrale stava immobile un grosso gatto. Il suo pelo era soffice. Con passo felpato, così com’era venuto, scomparve.
Inquieta, si guardò intorno. I rami dondolavano, le ombre oscillavano sul terreno. Un passero beccuzzava in terra. E a un tratto, in preda ad un senso di malessere, le parve di essere caduta in un’imboscata. Si compiva nel Giardino, un lavorìo segreto del quale cominciava ora a rendersi conto.
Sugli alberi i frutti erano neri, dolci come miele. C’erano per terra noccioli secchi, pieni di volute, come piccoli cervelli putridi. La panchina era macchiata di succhi viola. Le acque rumoreggiavano con intensa soavità. Nel tronco dell’albero si conficcavano le lussuose zampe di un ragno. La crudezza del mondo era tranquilla. Profondo era l’assassinio. E la morte non era quello che si pensava.
Era un mondo irreale e fantastico – e nello stesso tempo un mondo da mangiarsi con i denti, popolato di voluminosi tulipani e dalie. I tronchi erano percorsi da parassiti piumati, l’abbraccio era morbido, aderente. Come il ribrezzo che precede una resa – era una malìa, lei sentì nausea, era una malìa.
Gli alberi erano carichi, il mondo così ricco che stava marcendo.
Quando Ana pensò che c’erano bambini e adulti che pativano la fame, la nausea le salì alla gola, quasi fosse gravida e abbandonata. La morale del Giardino era un’altra. Ora che il cieco l’aveva guidata fin là, rabbrividiva alla soglia di un mondo scintillante e torbido, dove le vitòrias-régias, enormi ninfee, galleggiavano mostruose. I fiorellini disseminati nell’erba non le parevano gialli o rosati, ma di oro falso e scarlatti. La decomposizione era profonda, profumata… Ma tutte quelle cose grevi lei le vedeva attraverso uno sciame di insetti venuti dagli spazi più sottili dell’esistenza. La brezza s’insinuava tra i fiori. Più che sentirla, Ana ne intuiva l’odore dolciastro… Il Giardino era tanto bello che lei ebbe paura dell’inferno.
Ormai era quasi notte e ogni cosa intorno sembrava piena, pesante, uno scoiattolo saltò nell’ombra. Sotto i piedi la terra era soffice, Ana l’aspirava deliziata. Era una malìa, e lei aveva la nausea.
Ma quando si ricordò dei bambini, davanti ai quali si era resa colpevole, si alzò con un’esclamazione di dolore. Afferrò il fagotto, avanzò lungo il sentiero buio, raggiunse il viale. Correva quasi – e attorno a sé vedeva il Giardino e la sua superba impersonalità.
Scosse i cancelli chiusi, li scuoteva appoggiandosi al ruvido legno.
Comparve il custode stupito di non averla vista.
Finché non arrivò al portone di casa, era come se pencolasse sull’orlo di una catastrofe. Corse con la rete fino all’ascensore, l’anima le batteva nel petto – che cosa stava succedendo? La pietà per il cieco era violenta come uno spasimo, eppure il mondo le sembrava suo, sudicio, perituro, suo. Aprì la porta di casa. Il salotto era spazioso, quadrato, le maniglie tirate a lucido brillavano, i vetri della finestra brillavano, la lampada brillava – quale nuova terra era quella? E per un istante la sana esistenza che aveva fino allora condotto le parve un modo moralmente folle di vivere. Il bambino che le veniva incontro era un essere dalle gambe lunghe e un viso identico al suo, che correndo si gettò tra le sue braccia. Lo strinse a sé con forza, con meraviglia. Si proteggeva, smarrita. Perché la vita era in bilico. Amava il mondo, amava quanto era stato creato – amava con repulsione. Così come era sempre stata affascinata dalle ostriche, con quel vago disgusto che l’approssimarsi della verità le provocava, mettendola in guardia.
Abbracciò il figlio, fino quasi a soffocarlo. Quasi fosse venuta a conoscenza di un male – il cieco oppure il magnifico Giardino Botanico? – si aggrappava a colui che amava più di ogni cosa. Era stata raggiunta dal demone della fede. La vita è orribile, gli disse sottovoce, famelica. Che cosa avrebbe fatto se avesse seguito il richiamo del cieco? Se ne sarebbe andata sola… C’erano luoghi poveri e ricchi che avevano bisogno di lei. Lei aveva bisogno di loro… Ho paura, disse. Sentiva tra le braccia le fragili costole del bambino, udì il suo pianto spaurito. «Mamma,» disse il bambino.
Lo scostò da sé, osservò quel viso e il suo cuore si contrasse. Non permettere che la mamma si scordi di te, gli disse. Non appena il bambino sentì che l’abbraccio si allentava, scappò e corse fino alla porta della stanza, da dove la guardò ora più sicuro. Era lo sguardo peggiore che avesse mai ricevuto. Il sangue le salì al volto, avvampandolo.
Si lasciò cadere su una sedia, le dita ancora intrappolate nella borsa di rete. Di cosa si vergognava?
Non c’era via di scampo. L’involucro di giorni che lei aveva costruito si era incrinato e l’acqua fuorusciva. Si trovava dinnanzi all’ostrica e non c’era modo di non guardarla. Di cosa si vergognava?
Il fatto è che quel che sentiva non era pietà, o non era soltanto pietà: il suo cuore si era riempito della peggiore voglia di vivere.
Non sapeva più se stava dalla parte del cieco o da quella delle fitte piante. L’uomo si era a poco a poco allontanato e lei era torturata dall’idea di essere passata dalla parte di coloro che gli avevano ferito gli occhi. Il Giardino Botanico, alto e tranquillo, glielo aveva rivelato. Con orrore scopriva di appartenere alla parte forte del mondo – e quale altro nome si poteva dare alla sua misericordia violenta? Sarebbe stata costretta a baciare il lebbroso, dal momento che non era capace di esserne soltanto la sorella. Un cieco mi ha portato al peggio di me stessa, pensò sgomenta. Si sentiva respinta, poiché nessun povero avrebbe bevuto acqua dalle sue mani ardenti. Ah!, era più facile esser un santo che una persona! In nome di Dio, non era forse stata autentica la pietà che aveva scandagliato nel suo cuore le acque più profonde? Ma era una pietà di leone.
Umiliata, sapeva che il cieco avrebbe preferito un amore più povero. E, con un senso di orrore capiva anche perché. La vita del Giardino Botanico la chiamava come un lupo mannaro è attirato dal chiaro di luna. Oh! eppure lei amava il cieco!, pensò con gli occhi umidi. Eppure non era questo il sentimento con cui si entra in una chiesa. Ho paura, mormorò sola nella sala. Si alzò e andò in cucina ad aiutare la domestica a preparare la cena.
Ma la vita le dava come un brivido, freddo. Sentiva la campanella della scuola, lontana e insistente. Il piccolo orrore della polvere che intesseva sottili fili attorno alla parte inferiore della stufa, dove scoprì un minuscolo ragno. Portando il vaso per cambiarvi l’acqua – c’era quell’orrore del fiore che si consegnava languido e ripugnante alle sue mani. Lo stesso lavorìo segreto si compiva lì nella cucina. Vicino alla pattumiera schiacciò col piede una formica.
Il piccolo assassinio della formica. Quel corpo minuscolo tremava. Le gocce d’acqua cadevano nell’acqua immobile del serbatoio. Gli scarabei dell’estate. L’orrore degli scarabei inespressivi. Intorno a lei c’era una vita silenziosa, lenta, insistente. Orrore, orrore. Si spostava da una parte all’altra della cucina, tagliando le bistecche, rimestando la crema. Attorno alla testa, con giri vorticosi, attorno alla luce, le zanzare di una notte afosa. Una notte in cui la pietà era cruda come un amore abietto. Nei seni le scorreva il sudore. La fede la prostrava, il calore del forno bruciava nei suoi occhi.
Poi arrivò il marito, arrivarono i fratelli e le loro mogli, arrivarono i figli dei fratelli.
Cenarono con le finestre spalancate, al nono piano. Un aereo ronzava minaccioso nel calore del cielo. Nonostante avesse adoperato poche uova, la cena era buona. Anche i suoi bambini rimasero alzati a giocare sul tappeto. Era estate, sarebbe stato inutile obbligarli ad andare a dormire. Ana era leggermente pallida e rideva amabile con gli altri.
Dopo cena, finalmente la prima brezza fresca entrò dalle finestre.
Stavano tutti seduti attorno al tavolo, la sua famiglia. Stanchi della giornata di lavoro, felici nel trovarsi d’accordo, così disposti a non vedere reciprocamente i propri difetti. Ridevano di tutto, con animo benevolo e indulgente. I bambini crescevano meravigliosamente attorno a loro. E come una farfalla, Ana catturò l’attimo tra le dita prima che mai più fosse suo.
Poi, quando tutti se ne erano andati e i bambini erano già a letto, divenne una donna sopraffatta che guardava dalla finestra. La città era addormentata e calda. Quello che il cieco aveva scatenato avrebbe trovato posto nei suoi giorni? Quanti anni avrebbe impiegato per invecchiare di nuovo? Qualsiasi movimento avesse fatto avrebbe calpestato uno dei bambini. Ma con una malignità da amante, sembrava accettare che dal fiore uscisse il moscerino, che le ninfee galleggiassero nel buio del lago. Il cieco pendeva tra i frutti del Giardino Botanico.
Se fosse stato uno scoppio della stufa, il fuoco si sarebbe propagato per tutta la casa!, pensò mentre correva in cucina dove trovò suo marito davanti al caffè rovesciato.
«Cos’è stato?!» gridò allarmata.
Lui si spaventò della paura della moglie. Poi all’improvviso, afferrando la situazione, scoppiò a ridere: «Non è niente,» disse, «sono un incapace.» Appariva affaticato, con le occhiaie.
Ma davanti allo strano viso di Ana, la scrutò con maggior attenzione. Quindi l’attrasse a sé in un rapido abbraccio.
«Non voglio che ti succeda niente, mai!» disse lei.
«Lascia perlomeno che mi succeda che la stufa scoppietti,» rispose lui sorridendo.
Lei rimase tra le braccia di lui priva di forze. Quel giorno, nel pomeriggio, qualcosa che prima era tranquillo era esploso, e per tutta la casa aleggiava un umorismo triste. E’ ora di dormire, disse lui, è tardi. Con un gesto che non era suo, ma che parve naturale, prese per mano la moglie e la portò con sé senza guardare indietro, allontanandola dal pericolo di vivere.
Era finita la vertigine di bontà.
E, se aveva attraversato l’amore e il suo inferno, ora si pettinava davanti allo specchio, per un attimo senza nessun mondo nel cuore.
Prima di coricarsi, come se spegnesse una candela, soffiò sulla fiammella del giorno.
Una gallina
C’era una gallina, di domenica. Ancora viva perché non erano ancora le nove del mattino.
Pareva tranquilla. Da sabato si era rannicchiata in un angolo della cucina. Non guardava nessuno, nessuno la guardava. Anche quando l’avevano scelta, palpando la sua intimità con indifferenza, non avevano saputo dire se era grassa o magra. Era impossibile avvertire in lei una qualsiasi ansietà.
Fu perciò una sorpresa quando la videro aprire le ali dal corto volo, gonfiare il petto e, con due o tre balzi, raggiungere la rete del terrazzo. Vacillò ancora un attimo – il tempo necessario perché la cuoca lanciasse un grido – ed eccola già sul terrazzo del vicino, da dove, con un altro goffo volo, raggiunse un tetto. Lì rimase, insolita decorazione, esitando ora sull’una ora sull’altra zampa. La famiglia venne convocata d’urgenza e con costernazione vide il proprio pranzo accanto a un comignolo. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre più pressante. Di tetto in tetto fu percorso più di un isolato. Poco avvezza a una lotta selvaggia per la vita, la gallina doveva scegliere da sola il percorso senza l’aiuto di una risorsa istintiva.
Il giovane era però un cacciatore mediocre. Ma per quanto esigua fosse la posta in gioco, era stato ormai lanciato il grido di battaglia.
Sola al mondo, senza padre né madre, lei correva, ansimava, muta, concentrata. Di quando in quando, nella fuga, si posava ansante sulla gronda di un tetto e mentre il giovane si arrampicava con difficoltà su su per altre gronde, aveva il tempo di riprendersi un momento. E allora sembrava del tutto libera.
Stupida, timida e libera. Non vittoriosa come sarebbe stato un gallo in fuga. Cosa c’era nelle sue viscere che faceva di lei un essere? La gallina è un essere. E’ pur vero che su di lei non si può minimamente contare. Neppure lei contava su se stessa come invece un gallo crede nella sua cresta. Il suo unico vantaggio era che essendoci tante galline, se ne muore una, immediatamente al suo posto ne nasce un’altra così simile da sembrare la stessa.
Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, il giovane la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata. E subito, presa per un’ala, fu portata in trionfo attraverso i tetti e buttata con una certa violenza sul pavimento della cucina. Ancora frastornata, la gallina si scrollò chiocciando rauca e indecisa.
Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta. Forse era prematuro. E subito dopo, nata com’era per la maternità, pareva una vecchia madre esperta. Si accovacciò sull’uovo e rimase lì a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi. Il suo cuore, così piccolo a vederlo in un piatto, sollevava e abbassava le penne riempiendo di tepore quello che altro non sarebbe mai stato se non un uovo. Solo la bambina le stava accanto e aveva assistito esterrefatta alla scena. Non appena riuscì a riprendersi dallo sbigottimento si alzò da terra e uscì gridando: «Mamma, mamma, non ammazzare più la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!» Tutti tornarono a precipizio in cucina e circondarono in silenzio la giovane puerpera. Riscaldando suo figlio la gallina non era né amabile né scontrosa, né allegra né triste, non era nulla, era una gallina. Cosa che non suscitava nessun particolare sentimento. Il padre, la madre e la figlia la stavano ormai guardando da un po’ senza pensare a niente di preciso. Nessuno mai aveva accarezzato una testa di gallina. Infine il padre con piglio brusco prese una decisione: «Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò più galline in vita mia!»
«Neanch’io!» giurò la bambina con ardore.
La madre, infastidita, scrollò le spalle.
Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia. La bambina, di ritorno da scuola, gettava lontano la cartella senza interrompere la sua corsa verso la cucina.
Il padre ogni tanto si ricordava ancora: «E dire che l’ho obbligata a correre in quello stato!». La gallina era diventata la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere così, tra la cucina e il terrazzo di servizio, valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento.
Ma quando tutti in casa erano tranquilli e sembravano averla dimenticata, si armava di un modesto coraggio, vestigio della sua grande fuga – e circolava sull’ammattonato con il corpo che avanzava cadenzato dietro la testa, come se si trovasse su un campo di battaglia, malgrado la sua piccola testa la tradisse, muovendosi rapida e tremante, con l’antico spavento della sua specie ormai divenuto meccanico.
Di quando in quando, sempre più di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. In quei momenti riempiva i polmoni dell’aria poco pulita della cucina e, se alle galline fosse stato concesso di cantare, lei non avrebbe cantato, ma sarebbe stata alquanto più felice. Anche se, neppure in quei momenti, l’espressione della sua testa vuota si alterava. Quando fuggiva o nei momenti di riposo, mentre faceva l’uovo o becchettava il grano – era una testa di gallina, la stessa che era stata disegnata all’inizio dei secoli.
Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.
L’imitazione della rosa
Prima che Armando tornasse dal lavoro la casa avrebbe dovuto essere in ordine e lei già pronta nel vestito marrone per poter accudire il marito mentre egli si vestiva, e allora sarebbero usciti con calma, a braccetto come un tempo. Da quanto non lo facevano?
Ma ora che lei stava di nuovo «bene», avrebbero preso l’autobus, lei che guardava come una sposa dal finestrino, il braccio su quello di lui, e poi avrebbero cenato con Carlota e Joäo, seduti comodamente e in confidenza. Da quanto non vedeva Armando starsene rilassato a conversare con un uomo? La pace per un uomo consisteva nel conversare con un altro uomo sulle notizie dei giornali, dimentico della propria moglie. E intanto lei avrebbe chiacchierato con Carlota su cose di donne, soggiacendo alla bontà autoritaria e pratica di Carlota, ricevendo finalmente di nuovo la disattenzione e il vago disprezzo dell’amica, la sua naturale rudezza, e non più quella affettuosità perplessa e carica di curiosità – vedendo finalmente Armando dimentico della propria moglie. E lei finalmente di ritorno all’insignificanza, riconoscente. Come un gatto che ha passato la notte fuori, che trova un piattino di latte ad attenderlo senza una parola, come se nulla fosse accaduto. Tutti fortunatamente si adoperavano per farle sentire che ora stava «bene». Senza fissarla, l’aiutavano attivamente a dimenticare, fingendo di avere dimenticato, come se avessero letto il medesimo foglio di istruzioni dello stesso medicinale. O avevano veramente dimenticato, chissà. Da quanto non vedeva Armando rilassarsi spensierato finalmente dimentico di lei? E lei?
Laura cessò di riassettare la toeletta e si guardò allo specchio: e lei, da quanto? Il suo viso aveva una grazia domestica, i capelli erano trattenuti da forcine dietro le orecchie grandi e pallide. Gli occhi castani, i capelli castani, la pelle scura e delicata, tutto dava al suo viso non più giovanissimo un’aria modesta di donna. Forse qualcuno avrebbe scorto in quella infinitesima punta di perplessità che c’era in fondo ai suoi occhi, in quel microscopico punto offeso, la mancanza dei figli che non aveva avuto?
Col suo gusto meticoloso per l’ordine – lo stesso che quando andava a scuola le faceva ricopiare con perfetta grafia gli appunti della lezione senza capirli -, col suo gusto per l’ordine, ora riacquistato, progettava di rassettare la casa prima che la domestica uscisse in modo che, una volta che Maria fosse andata via, lei non dovesse fare più nulla, tranne: 1) vestirsi con calma; 2) attendere Armando già pronta; 3) la terza cosa qual era? Bene. Era esattamente quanto avrebbe fatto. E si sarebbe messa il vestito marrone col colletto di pizzo color crema. Dopo aver fatto il bagno. Fin dal tempo del Sacré Coeur era ordinata e pulita, con una vocazione per l’igiene personale e un certo orrore per la confusione. Cosa che non avrebbe mai suscitato l’ammirazione di Carlota, già allora un po’ originale. Le reazioni delle due erano sempre state diverse. Carlota ambiziosa e facile al riso; lei, Laura, un tantino lenta, e per così dire attenta a mantenersi perennemente lenta. Carlota che non trova mai nulla pericoloso, e lei apprensiva. Quando le avevano dato da leggere L’Imitazione di Cristo l’aveva letta con l’ardente caparbietà di un asino, senza capire ma, che Dio la perdonasse aveva intuito che chi avesse imitato Cristo sarebbe stato perduto – perduto nella luce, ma pericolosamente perduto. Cristo era la peggiore tentazione. Ma Carlota non aveva nemmeno voluto leggerla, aveva mentito alla suora dicendo di averla letta. Proprio così. Avrebbe indossato il vestito marrone col colletto di vero pizzo.
Ma quando guardò l’ora, si ricordò, con un sobbalzo che le fece portare la mano al petto, di essersi dimenticata di bere il bicchiere di latte.
Si diresse in cucina e, quasi avesse colpevolmente tradito con la propria disattenzione Armando e gli amici devoti, ancora accostata al frigorifero bevve i primi sorsi con una lentezza carica d’ansia, concentrandosi a ogni sorso con fiducia come se stesse ripagando tutti e punendo se stessa. Il medico aveva detto: «Beva latte tra un pasto e l’altro, non resti a stomaco vuoto, perché questo provoca ansia» – e lei, pur senza la minima minaccia di ansietà, beveva senza discutere, sorso dopo sorso, giorno dopo giorno, non saltava una volta, ubbidendo a occhi chiusi, con un blando entusiasmo per non dover scorgere in se stessa la minima incredulità. Ciò che la metteva a disagio era che il medico sembrava contraddirsi quando, mentre le dava un ordine preciso che lei intendeva eseguire con zelo di neofita, aveva aggiunto: «Si rilassi, tenti di fare le cose con leggerezza, non si sforzi di riuscire – dimentichi completamente quanto è accaduto e tutto si ristabilirà con naturalezza.» E le aveva dato un colpetto sulla spalla, cosa che l’aveva lusingata e l’aveva fatta arrossire di piacere. Ma dal suo umile punto di vista le pareva che un ordine annullasse l’altro, come se le chiedessero di mangiare farina e al tempo stesso di fischiare. Per fondere le due cose in una aveva escogitato uno stratagemma: quel bicchiere di latte che aveva finito per assumere un segreto potere, che in ogni sorso conteneva quasi il sapore di una parola e rinnovava il deciso colpetto sulla spalla, quel bicchiere di latte lei lo portava in sala, dove si sedeva «con molta naturalezza», fingendo disinteresse, «non sforzandosi» – ed eseguendo così con abilità il secondo ordine. «Non importa se ingrasso,» pensò, la bellezza non era mai stata la cosa principale.
Si sedette sul sofà come se fosse un ospite nella sua stessa casa che, tanto recentemente riconquistata, ordinata e fredda, ricordava la tranquillità di una casa altrui. Le dava tanta soddisfazione; al contrario di Carlota, che del proprio focolare aveva fatto qualcosa di simile a se stessa, Laura aveva il gusto di fare della sua casa una cosa impersonale; in certo qual modo perfetta perché impersonale.
Oh, com’era bello essere tornata, tornata veramente, sorrise soddisfatta. Tenendo il bicchiere quasi vuoto, chiuse gli occhi con un sospiro di sana stanchezza. Aveva stirato le camicie di Armando, aveva compilato minuziosi elenchi per il giorno dopo, aveva meticolosamente calcolato quanto aveva speso quel mattino al mercato, non si era proprio fermata un attimo. Oh, com’era bello essere di nuovo stanca.
Se un essere perfetto del pianeta Marte fosse sceso e avesse saputo che le persone della Terra si stancano e invecchiano, avrebbe provato pena e meraviglia. Senza mai comprendere quanto c’è di buono nell’essere una persona, nel sentirsi stanchi, nel quotidiano sbagliare; solo gli iniziati avrebbero capito quella sfumatura d’imperfezione e quell’affinamento di vita.
E dalla perfezione del pianeta Marte, lei era finalmente tornata.
Lei che non aveva mai avuto altra ambizione se non quella di essere la donna di un uomo, ritrovava grata la sua fallibilità quotidiana. A occhi chiusi sospirò riconoscente. Da quanto tempo non si stancava?
Ma adesso ogni giorno era quasi esausta e aveva, per esempio, stirato le camicie di Armando, stirare le era sempre piaciuto e, modestia a parte, era una stiratrice provetta. E poi, per ricompensa, si ritrovava esausta. Non più quell’allarmata assenza di fatica. Non più quel punto vuoto e sveglio e orribilmente stupefacente dentro di lei.
Non più quella terribile indipendenza. Non più la facilità mostruosa e semplice di non dormire – né di giorno né di notte – che aveva reso lei, così misurata, improvvisamente sovrumana nei confronti di un marito stanco e perplesso. Lui, con quell’aria che aveva quando ammutoliva dalla preoccupazione, cosa che suscitava in lei una pietà pungente, sì, perfino dentro alla sua sveglia perfezione, pietà e amore, lei sovrumana e tranquilla nel suo isolamento splendido, e lui, quando timido veniva a trovarla portando mele e uva che l’infermiera si mangiava con un’alzata di spalle, lui in visita ufficiale come un fidanzato, con quell’aria infelice e un sorriso fisso, sforzandosi eroicamente di capire, lui che l’aveva ricevuta da un padre e da un sacerdote, e non sapeva che farsene di quella ragazza della Tijuca che inaspettatamente, come una nave tranquilla che s’impenna nelle acque, era diventata sovrumana.
Ora, più nulla di tutto questo. Mai più. Oh, era stata soltanto una debolezza; il temperamento era la tentazione peggiore. Ma poi lei era così totalmente ritornata che cominciava di nuovo a sforzarsi di non importunare gli altri col suo antico gusto per i dettagli. Ben ricordava le compagne del Sacré Coeur che le dicevano: «L’hai già detto mille volte!» – ricordava con un sorriso forzato. Così era completamente ritornata: ora ogni giorno si stancava, ogni giorno il suo viso verso sera era sciupato e la notte riacquistava la sua antica finalità, non era più solamente la perfetta notte stellata. E ogni cosa si completava armoniosamente. E ogni giorno la stancava, come avviene per tutti; come tutti umana e mortale. Non più quella perfezione, non più quella cosa che un giorno si era manifestata con chiarezza, come un cancro, la sua anima.
Aprì gli occhi pesanti di sonno, sentendo il buon bicchiere solido nelle mani, ma tornò a chiuderli con un sorriso di confortevole stanchezza, immergendosi con tutte le sue cellule, come in una ricchezza ritrovata, in quell’acqua familiare e vagamente stomachevole. Sì, vagamente stomachevole; ma cosa importava, dal momento che anche lei era un po’ stomachevole, lo sapeva bene. Eppure suo marito non la trovava così, e cosa importava dunque dal momento che grazie a Dio lei non viveva in un ambiente che da lei esigesse maggior arguzia e fascino, e si era ormai liberata dal collegio che aveva richiesto da lei tanta difficile concentrazione? Cosa importava? Nella stanchezza – aveva stirato le camicie di Armando senza contare che al mattino era stata al mercato e vi aveva passato un bel po’ di tempo, con quel gusto che lei aveva nel far sì che le cose rendessero -, nella stanchezza c’era uno spazio buono per lei, lo spazio discreto e spento da dove, con tanto malessere per sé e per gli altri, una volta era uscita. Ma, come stava dicendo, grazie a Dio, era ritornata.
E se avesse cercato con maggior convinzione e amore, nella stanchezza avrebbe trovato quello spazio ancor più buono che era il sonno. Sospirò con piacere, per un istante maliziosamente tentata di assecondare quel tiepido alito che era il suo respiro ormai sonnolento, per un istante tentata di appisolarsi. «Un attimo, un attimino solo!» si chiese lusingata di avere tanto sonno, domandava maliziosa come se supplicasse un uomo, cosa che aveva sempre fatto molto piacere ad Armando.
Ma non aveva davvero tempo adesso di dormire, nemmeno di appisolarsi – pensò vanitosa e con falsa modestia, lei era una persona così indaffarata! Aveva sempre invidiato le persone che dicevano «non ho avuto tempo» e adesso lei era di nuovo una persona assai indaffarata: avrebbero cenato assieme a Carlota e tutto doveva essere ordinatamente pronto, era la prima volta che cenava fuori da quando era tornata e non voleva arrivare in ritardo, doveva essere pronta quando… ebbene, questo l’ho già detto mille volte, pensò infastidita. Sarebbe bastato dire una sola volta: «Non voglio arrivare in ritardo» – poiché questo era un motivo sufficiente: se non aveva mai tollerato senza un profondo disagio di essere di incomodo per qualcuno, figuriamoci ora, men che mai avrebbe dovuto… Non c’era il minimo dubbio: non aveva tempo di dormire. Quello che doveva fare, muovendosi con familiarità nell’intima ricchezza del quotidiano – e la rattristava che Carlota disprezzasse il suo piacere del quotidiano -, quello che doveva fare era:
aspettare che la domestica fosse pronta;
darle i soldi perché l’indomani mattina le portasse la carne, cosciotto. – Come spiegare che perfino la difficoltà di trovare della buona carne era un argomento valido? Ma se Carlota l’avesse saputo l’avrebbe criticata;
cominciare a lavarsi meticolosamente e a vestirsi consegnandosi senza riserve al piacere di far rendere il tempo.
Il vestito marrone andava d’accordo con i suoi occhi e il collettino di pizzo color crema le dava un che d’infantile, come di un bambino antico. E, di ritorno alla pace notturna della Tijuca – non più quella luce cieca delle infermiere pettinate e allegre, pronte per la libera uscita, dopo averla scaraventata come una gallina indifesa nell’abisso dell’insulina -, di ritorno alla pace notturna della Tijuca, di ritorno alla sua vera vita: sarebbe andata sottobbraccio ad Armando, camminando adagio verso la fermata dell’autobus, con quelle cosce basse e grosse che la cintura impaccottava facendone un tutt’uno, facendo di lei una «distinta signora»; ma quando, con goffaggine, lei diceva ad Armando che questo dipendeva da insufficienza ovarica, lui, che si sentiva lusingato dalle cosce della propria moglie, rispondeva con grande audacia: «A cosa mi sarebbe servito sposare una ballerina?». Armando a volte poteva essere molto spinto, nessuno l’avrebbe detto. Di quando in quando ripetevano la medesima cosa. Lei spiegava che dipendeva da insufficienza ovarica. Allora lui: «A che cosa mi sarebbe servito sposare una ballerina?» A volte era proprio molto spinto, nessuno l’avrebbe detto. Carlota sarebbe rimasta di stucco se avesse saputo che anche loro avevano una vita intima e cose che non si possono raccontare, ma lei non le avrebbe raccontate, anche se era un peccato. Probabilmente Carlota la riteneva rozza e banale e un tantino noiosa, e se lei era costretta a fare attenzione a non importunare gli altri con dettagli, con Armando a volte si lasciava andare ed era noiosina, cosa che non aveva importanza dato che lui fingeva di ascoltarla ma non ascoltava tutto quello che lei gli raccontava, cosa che non la rattristava, capiva perfettamente che le sue chiacchiere annoiavano un po’ la gente, ma era bello potergli raccontare di non avere trovato carne anche se Armando scuoteva la testa e non ascoltava; lei e la domestica chiacchieravano parecchio, in verità più lei della domestica, e lei inoltre badava a non annoiare la domestica, che a volte si seccava e diventava un po’ maleducata. La colpa era tutta sua, perché non sempre lei sapeva farsi rispettare.
Ma, come stava dicendo, a braccetto, lei bassetta e lui alto e magro, ma in buona salute, grazie a Dio, e lei castana. Castana come sotto sotto riteneva che una sposa dovesse essere. Avere capelli neri oppure biondi era un eccesso al quale, desiderosa com’era di essere nel giusto, non aveva mai ambito. E infine, per parlare di occhi verdi, le sembrava che se avesse avuto gli occhi verdi sarebbe stato come non dire tutto a suo marito. Non che Carlota fosse propriamente da criticare, ma lei, Laura – che se avesse avuto l’opportunità l’avrebbe ardentemente difesa, non aveva comunque mai avuto questa opportunità -, lei, Laura, era obbligata, suo malgrado, a concordare che l’amica aveva un modo bizzarro e buffo di trattare il marito, oh, non perché lo trattasse «da pari a pari», come si usava adesso, ma sai bene cosa intendo dire. E Carlota era perfino leggermente originale, questo lo aveva fatto notare una volta ad Armando e Armando aveva concordato senza tuttavia darvi grande importanza. Ma, come stava dicendo, in marrone col collettino… – Il divagare le dava lo stesso piacere che provava nel mettere in ordine i cassetti, arrivava al punto di metterli in disordine per poterli rimettere in ordine.
Aprì gli occhi, e quasi fosse stata la sala ad appisolarsi e non lei, la sala appariva rinnovata e riposata, con le sue poltrone spazzolate e le tende che si erano ritirate dopo l’ultimo lavaggio come calzoni troppo corti indossati da qualcuno che constata la comicità delle proprie gambe. Oh, come era bello rivedere ogni cosa in ordine e senza polvere, ogni cosa pulita dalle sue mani esperte, ogni cosa silenziosa; e c’era anche un vaso di fiori, come in una sala d’aspetto. Le erano sempre piaciute le sale d’aspetto, così degne di rispetto, così impersonali. Come era ricca la vita comune per lei che finalmente era tornata dalla stravaganza. C’era persino un vaso di fiori. Lo guardò.
«Ah! come sono belle,» esclamò a un tratto il suo cuore leggermente infantile. Erano le roselline selvatiche che aveva comperato quel mattino al mercato, un po’ perché l’uomo aveva tanto insistito, un po’ per audacia. Le aveva disposte nel vaso quel mattino stesso, mentre prendeva il sacrosanto bicchiere di latte delle dieci.
Ma alla luce di questa sala le rose erano in tutta la loro completa e tranquilla bellezza.
Non ho mai visto rose così belle, pensò incuriosita. E come se questo non fosse stato esattamente il suo ultimo pensiero, ma vagamente cosciente che questo era stato esattamente il suo ultimo pensiero e superando rapidamente il disagio di trovarsi un po’ pedante, pensò in un successivo moto di sorpresa: «Sinceramente, non ho mai visto rose così belle.» Le guardò con attenzione. Ma l’attenzione non poteva mantenersi a lungo come semplice attenzione, si trasformava subito in piacere dolce, e lei non riusciva più ad analizzare le rose, era costretta a interrompersi con la stessa esclamazione di passiva curiosità: come sono belle!
Erano rose perfette, molte su uno stesso ramo. In certi momenti si erano ammucchiate con sottile avidità l’una sull’altra ma poi, a gioco fatto, si erano immobilizzate tranquille. Erano rose perfette nella loro piccolezza, non del tutto sbocciate, e la tonalità di rosa era quasi bianca. «Sembrano perfino artificiali!», disse con sorpresa. Avrebbero potuto dare l’impressione di essere bianche se fossero state completamente aperte ma, ma con i petali centrali aggrovigliati in bottoni, il colore si concentrava e, come in un lobo di orecchio, si percepiva il rossore circolarvi dentro. Come sono belle, pensò Laura stupefatta.
Tuttavia, senza sapere perché, era un po’ intimidita, un po’ turbata. Oh! Niente di speciale, era che, semplicemente, la bellezza estrema la disturbava.
Sentì i passi della domestica sulle mattonelle della cucina e dal rumore capì che aveva i tacchi alti; doveva essere pronta per uscire.
Allora Laura ebbe un’idea in un certo senso molto originale: perché non chiedere a Maria di passare da Carlota e lasciarle in dono le rose?
Anche perché quella bellezza estrema la disturbava. La disturbava?
Era un rischio. Ma, no, perché un rischio?, la disturbava solamente, erano un avvertimento, ma! no, perché un avvertimento? Maria avrebbe portato le rose a Carlota.
«Le manda la Signora Laura,» avrebbe detto Maria.
Sorrise pensierosa: Carlota si sarebbe meravigliata del fatto che Laura, potendo portare personalmente le rose, gliele avesse mandate prima di cena dalla domestica. Non avrebbe detto che avrebbe trovato il gesto gentile, l’avrebbe trovato «elegante»… «Queste cose tra noi non sono necessarie, Laura!» avrebbe detto l’altra con quella franchezza un tantino grossolana, e Laura avrebbe detto in un soffocato grido di entusiasmo: «Oh no! no! non è per l’invito a cena! la verità è che le rose erano così belle che ho sentito l’impulso di dartele!» Sì, se si fosse presentata l’occasione e lei avesse avuto coraggio, era proprio così che avrebbe detto. Come avrebbe detto? non doveva dimenticarlo, avrebbe detto – Oh no! no! ecc… E Carlota si sarebbe sorpresa della delicatezza dei sentimenti di Laura, nessuno avrebbe immaginato che anche Laura avesse idee sue. In questa scena immaginaria e gradevole che la faceva sorridere beata, lei si rivolgeva a se stessa, chiamandosi «Laura», come se si rivolgesse a una terza persona. Una terza persona colma di quella fede dolce, trepidante, grata e tranquilla, Laura, col colletto di vero pizzo, vestita con discrezione, sposa di Armando, finalmente un Armando che non doveva più sforzarsi di prestare attenzione a tutti i suoi discorsi sulla domestica e sull’arrosto, che non doveva più pensare a sua moglie, come un uomo che è felice, come un uomo che non ha sposato una ballerina.
«Non ho potuto fare a meno di mandarti le rose,» avrebbe detto Laura, quella terza persona così, ma così… E dare le rose era quasi così bello come le rose stesse.
E inoltre si sarebbe liberata delle rose.
E cosa sarebbe inoltre successo a quel punto? Ah, sì: come stava dicendo, Carlota si sarebbe sorpresa di quella Laura che non era bella e intelligente ma che aveva pure i suoi sentimenti segreti. E Armando? Armando l’avrebbe guardata con benevolo sconcerto – perché è essenziale non dimenticare che lui non sapeva affatto che la domestica aveva portato le rose nel pomeriggio! -, Armando avrebbe considerato con benevolenza gli impulsi della sua piccola moglie, e di notte avrebbero dormito insieme.
E lei avrebbe dimenticato le rose e la loro bellezza.
No, pensò a un tratto con un certo allarme. Bisognava stare attenti allo sguardo di perplessità degli altri. Bisognava non dare mai motivo di perplessità, dato che tutto era così recente. E soprattutto risparmiare agli altri la benché minima sofferenza del dubbio. E che non ci fosse mai più bisogno dell’attenzione degli altri – mai più quella cosa orribile di quando tutti la guardavano muti, e lei di fronte a tutti. Basta con gli impulsi.
Ma al tempo stesso vide il bicchiere vuoto che teneva in mano e pensò anche: «lui» ha detto di non sforzarmi di riuscire, di non pensare ad assumere atteggiamenti per provare che ormai sono… «Maria,» disse allora sentendo di nuovo i passi della domestica. E quando questa si avvicinò, le disse temeraria e provocante: potresti passare da casa della signora Carlota e lasciarle queste rose? Dirai così: «Signora Carlota, le manda la signora Laura.» Dirai così: «Signora Carlota…»
«Ho capito, ho capito,» disse la domestica con pazienza.
Laura andò a prendere un vecchio foglio di carta velina. Poi tolse con cura le rose dal vaso, così belle e tranquille, con le delicate e acutissime spine. Voleva confezionare un mazzo molto elegante. E nel medesimo tempo si sarebbe liberata di loro. E avrebbe potuto vestirsi e continuare la propria giornata. Quando riunì le roselline umide in un mazzo, scostò da sé la mano che le reggeva, reclinando la testa e socchiudendo gli occhi per un severo e imparziale giudizio.
E quando le guardò, vide le rose.
E allora, irriducibile, sottilmente insinuò a se stessa: non dare le rose, sono belle.
Un attimo dopo, ancora in piena beatitudine, il pensiero s’intensificò leggermente, quasi tentatore: non darle, sono tue.
Laura provò un certo stupore: perché le cose non erano mai sue.
Ma queste rose lo erano. Rosate, piccine, perfette: lo erano. Le guardò incredula: erano belle ed erano sue. Se avesse avuto la capacità di un ulteriore pensiero, avrebbe pensato: sue come niente lo era stato finora.
E poteva tenersele, essendo ormai superato quel primo scoraggiamento che le aveva impedito di guardare più a lungo le rose.
Perché regalarle dunque? Belle e regalarle? Forse che quando scopri una cosa bella, ti affretti a regalarla? Infatti erano sue, insinuava a se stessa, suadente, senza trovare altro argomento all’infuori di quello che, ripetuto, le sembrava sempre più semplice e convincente.
Non sarebbero durate a lungo – perché dunque regalarle mentre erano ancora vive? E il piacere di averle mentre erano ancora vive? Il piacere di averle non rappresentava un grande rischio – s’illudeva – dato che, volente o nolente, in breve tempo sarebbe stata costretta a privarsene, e non avrebbe mai più pensato a loro perché sarebbero morte – non sarebbero durate a lungo, perché dunque regalarle? Il fatto che non sarebbero durate a lungo sembrava sollevarla dalla colpa di tenersele, in una oscura logica di donna che sta commettendo un peccato. Vedeva che sarebbero durate poco (sarebbe stato rapido, senza pericolo). E inoltre – argomentò in un estremo e vittorioso rigetto di colpa – non era stata lei a volerle comperare, il venditore aveva molto insistito e lei diventava sempre così timida quando le facevano pressione, non era stata lei a volerle comperare, lei non aveva nessuna colpa. Le guardò in estasi, assorta, grave.
E, sinceramente, non ho mai visto una cosa tanto perfetta in vita mia.
D’accordo, ma ora lei aveva già parlato con Maria e non avrebbe avuto modo di tornare sui propri passi. Era dunque troppo tardi? – si chiese trasalendo nel vedere le roselline che attendevano impassibili nella sua mano. Se l’avesse voluto, non sarebbe stato troppo tardi… Avrebbe potuto dire a Maria: «Senti, Maria, ho pensato che porterò io stessa le rose quando andrò a cena.» E, ovviamente non le avrebbe portate… E non era necessario che Maria sapesse. E, prima di cambiarsi d’abito, si sarebbe seduta sul sofà per un attimo, solo per un attimo, a guardarle. A guardare quella placida estraneità delle rose. Sì, perché, fatta la cosa, valeva la pena di approfittarne, non sarebbe stata così sciocca da restare con la colpa senza il profitto.
Era esattamente questo che avrebbe fatto.
Tuttavia con le rose non ancora confezionate in mano lei aspettava.
Non le rimetteva nel vaso, non chiamava Maria. Lei sapeva perché.
Perché doveva darle. Certo che sapeva perché.
Perché una cosa bella era fatta per essere data o per essere ricevuta, non semplicemente per averla. E, soprattutto, mai per «essere». Soprattutto, mai essere la cosa bella. A una cosa bella mancava il gesto di dare. Mai tenere per sé una cosa bella, mai conservarla nel silenzio perfetto del cuore. (Benché, se lei non avesse regalato le rose, nessuno l’avrebbe mai scoperto. Era orribilmente facile e a portata di mano tenersele, chi l’avrebbe mai scoperto? Ed esse sarebbero state sue, e le cose sarebbero rimaste identiche e basta con questo argomento…)
Allora? E allora? s’interrogò vagamente con una certa inquietudine.
Allora no. Quello che doveva fare era avvolgerle nella carta e mandarle, senza più nessun piacere; avvolgerle nella carta e, delusa, mandarle; e liberarsene con spavento. Anche perché una persona doveva essere coerente, i pensieri dovevano essere coerenti: se aveva deciso spontaneamente di regalarle a Carlota, avrebbe dovuto mantenere la decisione e regalargliele. Non si cambia idea da un momento all’altro.
Ma chiunque può pentirsi, si ribellò a un tratto. Infatti solo mentre prendevo le rose ho notato quanto le trovavo belle. Per la prima volta, veramente, nel prenderle aveva notato che erano belle. O un po’ prima? (E comunque erano sue.) E poi non era stato proprio il medico a darle un colpetto sulle spalle e a dire: «Non si sforzi di fingere che sta bene, perché lei sta bene,» e poi quel colpetto deciso sulle spalle. Dunque, non era tenuta a essere coerente, non doveva provare niente a nessuno e si sarebbe tenuta le rose. (E poi erano sue – erano proprio sue.)
«Sono pronte?» domandò Maria.
«Sì,» rispose Laura colta di sorpresa.
Le guardò, così mute nella sua mano. Impersonali nella loro estrema bellezza. Nella loro estrema e perfetta tranquillità di rose.
Quell’ultima ipotesi: il fiore. Quell’ultima perfezione: la luminosa tranquillità.
Come una viziosa, lei guardava con una punta di avidità la bellezza tentatrice delle rose, con la bocca un tantino secca le guardava.
Finché, lentamente, austera, avvolse i talli e le spine nella carta velina. Così assorta che soltanto nel tendere il mazzo pronto notò che Maria non era più nella sala – e rimase sola col proprio eroico sacrificio. Incerta, amareggiata, le guardò, così distanti all’estremità del braccio teso – e la bocca le si fece ancora più secca, dall’invidia, dal desiderio. Eppure sono mie, disse con grande timidezza.
Quando Maria tornò e prese il mazzo, per la breve frazione di un secondo, in un impulso di avarizia, Laura ritrasse la mano trattenendo le rose ancora un attimo per sé – sono belle e sono mie, è la prima cosa bella a essere mia! ed è stato l’uomo a insistere, non sono stata io a cercarle! è stato il destino a volerlo! oh, solo per questa volta! solo per questa volta e giuro che mai più! (Avrebbe almeno potuto tenersi una rosa sola: una rosa per sé. E solo lei l’avrebbe saputo, e poi mai più, sì, lo prometteva a se stessa che non si sarebbe mai più lasciata tentare dalla perfezione, mai più!)
E un attimo dopo, senza transizione, senza nessun ostacolo, le rose stavano nella mano della domestica, non erano più sue, come una lettera già imbucata. Non ci si rimangia quanto si è detto. E’ inutile dire: non ho voluto dire così. Restò a mani vuote ma il suo cuore ostinato e risentito diceva ancora: «Puoi raggiungere Maria sulle scale, sai che lo puoi, strapparle le rose di mano e rubarle.» Perché prenderle adesso sarebbe stato rubare. Rubare una cosa sua?
Proprio come avrebbe fatto chi non ha nessuna pietà per gli altri: avrebbe rubato quanto era suo di diritto! Oh, abbi pietà, mio Dio.
Puoi ricuperare tutto, insisteva con collera. E in quel momento la porta d’ingresso si chiuse.
In quel momento la porta che dava in strada sbatté.
In quel momento lei si sedette lentamente e con calma sul sofà.
Senza appoggiare la schiena. Solo per riposare. No, non era arrabbiata, nemmeno un po’. Eppure quel puntolino offeso in fondo agli occhi era più grande e pensieroso. Guardò il vaso. «Dove sono le mie rose?» disse allora con tutta calma.
Le rose le mancavano. Avevano lasciato uno spazio chiaro in lei.
Provate a togliere un oggetto da un mobile pulito, e dall’impronta più pulita che esso lascia ci si accorge che intorno c’era polvere. Le rose avevano lasciato in lei uno spazio senza polvere e senza sonno.
Nel suo cuore mancava quella rosa che almeno avrebbe potuto tenersi senza arrecar danno a nessuno. Come una mancanza grande.
Proprio come un vuoto. Un’assenza che entrava in lei come uno spazio chiaro. E anche attorno all’impronta delle rose la polvere andava sparendo. Il centro della stanchezza si apriva in un cerchio che s’ingrandiva. Come se lei non avesse stirato nessuna camicia di Armando. E nella radura le rose mancavano. «Dove sono le mie rose?» si lamentò senza dolore lisciandosi le pieghe della sottana.
Come si versano alcune gocce di limone nel tè scuro e il tè scuro diventa completamente chiaro. La sua stanchezza andava gradatamente schiarendo. Anzi, non c’era più stanchezza. Così come la lucciola fa luce. Non essendo più stanca, si sarebbe subito alzata e si sarebbe vestita. Era ora di cominciare.
Ma, con le labbra aride, cercò per un istante di imitare dentro di sé le rose. Non era nemmeno difficile.
Per fortuna non era stanca. Sarebbe andata alla cena bella fresca.
Perché non mettere sul colletto di vero pizzo il cammeo, quello che il maggiore le aveva portato dalla guerra in Italia? Ideale tocco finale alla scollatura. Una volta pronta avrebbe sentito il rumore della chiave di Armando nella serratura. Doveva vestirsi. Però era ancora presto. Lui era in ritardo per via del traffico. Era ancora pomeriggio. Un pomeriggio molto bello.
Invece no, non era già più pomeriggio.
Era sera. Dalla strada salivano i primi rumori del buio e le prime luci.
Invece la chiave penetrò con familiarità nella serratura.
Armando avrebbe aperto la porta. Avrebbe premuto l’interruttore. E a un tratto nel riquadro della porta si sarebbe stagliato quel volto apprensivo che lui cercava di mascherare ma che non poteva dominare.
Poi il suo respiro trattenuto si sarebbe trasformato in un sorriso di grande sollievo. Quell’impacciato sorriso di sollievo che mai avrebbe sospettato che lei potesse intendere. Quel sollievo che verosimilmente, con un colpetto sulle spalle, avevano consigliato al povero marito di nascondere. Ma che, per il cuore così pieno di colpa di lei, era stato ogni giorno la ricompensa per avere ridato a quell’uomo l’allegria possibile e la pace, consacrate dalla mano di un sacerdote austero che consentiva agli uomini soltanto la gioia umile e non l’imitazione di Cristo.
La chiave girò nella serratura, il volto scuro e affannato entrò, la luce inondò violenta la sala.
E lì sulla soglia lui si fermò con quell’aria ansante e di colpo contenuta come se avesse corso leghe per non arrivare troppo tardi.
Lei stava per sorridere. Perché lui potesse finalmente cancellare dal volto quell’attesa ansiosa, che immancabilmente si mescolava all’infantile vittoria di essere arrivato a tempo per trovarla, noiosina, buona e diligente, sua moglie. Lei stava per sorridere per fargli capire che non avrebbe mai più corso il pericolo di arrivare troppo ardi. Stava per sorridere per insegnargli con dolcezza ad avere fiducia in lei. Era stato inutile raccomandare loro di non toccare più l’argomento: non parlavano, ma avevano trovato un loro linguaggio di gesti dove paura e fiducia comunicavano tra loro, e domanda e risposta si telegrafavano mute. Stava per sorridere. Un po’ in ritardo, ma avrebbe sorriso.
Calma e serafica, disse: «E’ successo ancora, Armando.» Come se non fosse necessario capire, lui inchinò il viso sorridente, guardingo. La sua occupazione principale era per ora quella di trattenere il respiro ansimante per la corsa su per le scale, perché era riuscito a non arrivare in ritardo, e perché lei stava per sorridergli. Come se non fosse necessario capire.
«E’ successo cosa?» chiese infine con tono inespressivo.
Ma, mentre si sforzava di non capire, il volto sempre più perplesso dell’uomo aveva già capito, senza che un solo tratto gli si fosse alterato. La sua principale occupazione era quella di prendere tempo e concentrarsi a dominare l’affanno. Cosa che a un tratto non gli fu più difficile. Aveva inaspettatamente capito con spavento che la sala e la moglie erano calme e senza fretta. Eppure ancora incerto, come chi finisce per scoppiare in una risata nel constatare l’assurdo, lui insisteva a mantenere il viso inclinato osservandola dal suo dove, come se fosse un nemico. E dal suo dove incominciava a non poter più fare a meno di vederla seduta con le mani incrociate in grembo, con la serenità della lucciola che emana luce.
Nello sguardo castano e innocente l’imbarazzo presuntuoso di non aver potuto resistere.
«Successo cosa,» disse lui a un tratto con durezza.
«Non ho potuto impedirlo,» disse lei, e nella sua voce c’era l’estrema pietà per l’uomo, l’ultima richiesta di perdono che giungeva ormai mista all’alterigia di una solitudine già quasi perfetta. Non ho potuto impedirlo, ripeté, consegnandogli con sollievo la pietà che con grande sforzo era riuscita a conservare fino all’arrivo di lui. «E’ stato a causa delle rose,» disse con modestia.
Come se si dovesse scattare un’istantanea di quell’attimo, lui conservò ancora lo stesso volto estraneo, come se il fotografo gli chiedesse soltanto un volto e non l’anima. Aprì la bocca e involontariamente la faccia assunse per un momento l’espressione di comico disinteresse che aveva usato per nascondere la sua umiliazione quando aveva chiesto un aumento al capufficio. Un attimo dopo distolse lo sguardo vergognoso dell’impudenza di sua moglie, che, sciolta e serena, stava lì.
Ma all’improvviso la tensione cadde. Le sue spalle si abbassarono, i tratti del volto cedettero e un’immensa pesantezza lo fece rilassare. La guardò invecchiato, incuriosito.
Lei era seduta col suo vestitino di casa. Lui sapeva che lei aveva fatto il possibile per non diventare luminosa e irraggiungibile. Con timidezza e rispetto, la guardava. Invecchiato, stanco, incuriosito.
Ma senza dire una parola. Dalla porta aperta vedeva sua moglie che stava seduta sul sofà senza appoggiare la schiena, di nuovo attenta e compunta come su un treno. Che era già partito.
Buon compleanno
La famiglia giunse alla spicciolata. Quelli che venivano da Olaria erano assai ben vestiti, dato che per loro la visita costituiva al contempo una gita a Copacabana. La nuora di Olaria comparve in blu scuro, con ricami di paillettes e un drappeggio morbido sui fianchi che le nascondeva il ventre. E marito non era venuto per ovvie ragioni: non voleva incontrare i fratelli. Aveva comunque mandato la moglie perché i rapporti non fossero del tutto tagliati – e lei era arrivata col suo abito migliore per dimostrare di non avere bisogno di nessuno di loro, accompagnata dai tre figli: due bambine dal seno in boccio, rese infantili da volants rosa e sottogonne inamidate, e un bambino intimorito dal completo suo nuovo e dalla cravatta.
E poiché Zilda – la figlia assieme a cui la festeggiata viveva – aveva disposto le sedie allineandole lungo le pareti, come a una festa dove poi si sarebbe passati alle danze, la nuora di Olaria, salutati con freddezza quelli di casa, andò a sedersi appartata su una delle sedie e ammutolì, col broncio, mantenendo un atteggiamento da persona che ha subito un torto. «Sono venuta perché non potevo non venire,» aveva detto a Zilda, e si era seduta offesa. Le due ragazzine in rosa e il bambino, palliducci e pettinati a dovere, non sapevano come comportarsi e rimasero in piedi a fianco della madre, impressionati dal suo abito blu scuro con le paillettes.
Arrivò poi la nuora di Ipanema con due nipotini e la balia. Il marito sarebbe arrivato più tardi. E siccome Zilda – l’unica donna tra sei fratelli maschi e l’unica che, così era stato deciso da anni, aveva spazio e tempo per dare alloggio alla festeggiata -, e siccome Zilda era in cucina a finire con la domestica le crocchette e i panini, nel salotto erano rimaste la nuora di Olaria impettita con accanto i figli irrequieti, la nuora di Ipanema seduta su una seggiola della fila opposta, che si fingeva occupata col neonato per non stare faccia a faccia con la cognata di Olaria, e la balia con la divisa, che non aveva niente da fare e che se ne stava lì a bocca aperta.
E a capo della grande tavola la festeggiata che compiva in quel giorno ottantanove anni.
Zilda, la padrona di casa, aveva per tempo preparato la tavola, l’aveva gremita di tovaglioli di carta colorata e di bicchieri di cartone allusivi alla ricorrenza, aveva sparso palloncini risucchiati dal soffitto; su alcuni era scritto «Happy Birthday!», su altri «Buon Compleanno!». Al centro aveva piazzato la grande torta zuccherata.
Per guadagnare tempo, aveva addobbato la tavola subito dopo pranzo, aveva accostato le sedie alla parete, aveva mandato i ragazzini a giocare dal vicino perché non mettessero in disordine la tavola.
E, sempre nell’intento di accelerare le operazioni, subito dopo pranzo aveva vestito la festeggiata. Le aveva fin d’allora messo intorno al collo il sottogola col cammeo, le aveva spruzzato un po’ d’acqua di Colonia per nascondere quel tanfo di chiuso della stoffa – l’aveva fatta sedere a tavola. E dalle due del pomeriggio la festeggiata stava seduta a capo della lunga tavola deserta, rigida nella sala silenziosa.
Di quando in quando prestava attenzione ai tovaglioli colorati; incuriosita guardava ora questo ora quel palloncino che fremeva al passaggio delle automobili. E di quando in quando seguiva con muta apprensione, ipnotizzata e impotente, il volo di una mosca intorno alla torta.
Finché alle quattro era entrata la nuora di Olaria e poi quella di Ipanema.
Quando la nuora di Ipanema si rese conto che neanche per un secondo avrebbe potuto stare seduta di fronte alla cognata di Olaria – che, convinta com’era di aver ricevuto dei torti, non vedeva motivo di distogliere lo sguardo di sfida dalla nuora di Ipanema – erano finalmente entrati José e famiglia. E mentre essi si scambiavano baci e abbracci, la sala si riempì di gente, che si salutava chiassosa come se tutti avessero aspettato in fondo alle scale il momento in cui, affannati per il ritardo, si sarebbero avventurati su per le tre rampe chiacchierando, trascinando i loro bambini disorientati, invadendo la sala dando inizio alla festa.
I muscoli del volto della festeggiata non la interpretavano ormai più, perciò nessuno poteva sapere se era contenta. Se ne stava lì, a capotavola, dove l’avevano sistemata. Si trattava di una vecchia alta, magra, imponente e scura. Sembrava vuota.
«Ottantanove anni, sissignori,» disse José, il figlio più vecchio, ora che Jonga era mancato. «Ottantanove anni, sissignori!» disse stropicciandosi le mani nella generale ammirazione e come segnale impercettibile per tutti gli altri.
Tutti s’interruppero attenti e guardarono la festeggiata in modo più solenne. Alcuni scuotevano il capo ammirati come di fronte a un record. Ogni anno superato dalla festeggiata era una sorta di traguardo per l’intera famiglia. Sissignori!, dissero altri sorridendo timidamente.
«Ottantanove anni» fece eco Manuel, che era socio in affari di José. E’ una ragazzina!, aggiunse vivace e nervoso, e tutti risero, tranne sua moglie.
La vecchia non si manifestava.
Alcuni non avevano portato nessun regalo. Altri avevano portato un portasapone, una sottoveste di jersey, una spilla fantasia, un vasetto di cactus, nulla, nulla che la padrona di casa avrebbe potuto utilizzare per sé o per i suoi figli, nulla che la stessa festeggiata avrebbe potuto realmente utilizzare, cosa che avrebbe costituito per così dire un risparmio: amareggiata e ironica la padrona di casa riponeva i doni.
«Ottantanove anni!» ripeté Manuel, turbato, guardando la moglie.
La vecchia non si manifestava.
A quel punto, come se tutti avessero avuto la prova definitiva che i loro sforzi non servivano a niente, con un’alzata di spalle come in presenza di una sorda, continuarono a fare festa per conto loro, mangiando i primi panini al prosciutto più come segno di entusiasmo che per appetito, fingendo di avere una gran fame. Venne servito il punch, Zilda sudava, neanche una delle cognate dette una mano, il grasso delle crocchette calde emanava un odore da picnic; e di spalle alla festeggiata, cui era vietato mangiare fritti, loro ridevano un po’ inquieti. E Cordélia? Cordélia, la nuora più giovane, seduta, sorrideva.
«Nossignori!» rispose José con simulata severità. «Oggi non si parla d’affari!»
«Giusto, giusto!» fece subito eco Manuel, guardando rapidamente sua moglie, che da lontano tendeva l’orecchio attento.
«Niente affari,» gridò José, «oggi è il giorno della mamma.» A capo della tavola ormai sudicia, con i bicchieri macchiati, soltanto la torta era intatta. Lei era la madre. La festeggiata strizzò gli occhi.
E quando la tavola era ormai un disastro, le mamme snervate dal chiasso dei figli, le nonne che si accomodavano compiacenti nelle sedie – a quel punto spensero l’inutile luce del corridoio per accendere la candela della torta, una grossa candela dove era stato incollato un cartellino con scritto «89». Poiché nessuno plaudì all’idea di Zilda, lei si chiese con apprensione se non stessero magari pensando che aveva agito così per fare economia di candele – certo a nessuno di loro veniva in mente che non avevano contribuito nemmeno con una scatola di fiammiferi alle spese della festa, che lei, Zilda, lavorava come una schiava, con i piedi esausti e una sorda indignazione. A quel punto accesero la candela. E a quel punto José, il capofamiglia, cantò a voce spiegata, incitando con un’occhiata autoritaria i più esitanti o sorpresi, «Su! tutti assieme!» – e tutti iniziarono lì per lì a cantare a voce alta come soldati. Svegliata dalle voci, Cordélia si guardò attorno senza fiato. E dal momento che non si erano messi d’accordo, gli uni cantavano in portoghese e gli altri in inglese. Tentarono allora di correggersi: e quelli che prima cantavano in inglese passarono al portoghese, quelli che cantavano in portoghese passarono a cantare a sottovoce in inglese.
Mentre cantavano, la festeggiata, alla luce della candela, meditava come accanto a un focolare.
Scelsero il bisnipote più piccino, che carponi sulle ginocchia della madre che l’incoraggiava, spense la fiamma con un unico soffio pieno di saliva! Per un attimo batterono le mani all’inattesa potenza del bimbo, che sbigottito ed esultante guardava tutti incantato. La padrona di casa aspettava in corridoio col dito sull’interruttore – e accese la luce.
«Viva la mamma!»
«Viva la nonna!»
«Viva Dona Anita,» disse la vicina di casa che era comparsa.
«Happy Birthday!» gridarono i nipoti del collegio Bennett.
Seguì ancora qualche sparuto battimani.
La festeggiata osservava quella grossa torta spenta e dura.
«Tagli la torta, nonna!» disse la madre dei quattro figli, «tocca a lei!» sembrava incerta, rivolgendosi agli altri con fare intimo e intrigante. Ma visto che tutti approvarono soddisfatti e curiosi, lei si girò con improvviso impeto: «Tagli la torta, nonna!» La vecchia prese prontamente il coltello. E senza esitare, quasi che esitando un attimo avrebbe potuto crollare in avanti, inferse il primo taglio con pugno di assassina.
«Che forza!» mormorò la nuora di Ipanema, e non si capiva se fosse scandalizzata o piacevolmente sorpresa. Era un tantino raccapricciata.
«L’anno scorso era in grado di salire quelle scale con più fiato di me,» disse Zilda con amarezza.
Inferto il primo colpo, come se la prima palata di terra fosse stata gettata, tutti si avvicinarono col piatto in mano, in un pigia-pigia di simulato entusiasmo, ciascuno attento alla propria porzione.
Le fette furono rapidamente distribuite nei piattini, in un silenzio carico di concitazione. I bambini piccoli, con la bocca nascosta dalla tavola e gli occhi all’altezza della tovaglia, sorvegliavano la distribuzione con silenziosa attenzione. Le uvette rotolavano dalla torta in grosse briciole secche. I piccoli assistevano con dispiacere allo spreco delle uvette, e ne seguivano solleciti la caduta.
E quando tutti la guardarono, la festeggiata stava ormai divorando il suo ultimo boccone.
E per così dire la festa era terminata.
Cordélia guardava tutti, assente, e sorrideva.
«L’ho già detto: oggi non si parla d’affari!» rispose José raggiante.
«Giusto, giusto!» ammise Manuel conciliante senza guardare la moglie che non smetteva di fissarlo. «Giusto,» ripeté Manuel abbozzando un sorriso, e una contrazione gli attraversò i muscoli della faccia.
«Oggi è il giorno della mamma!» disse José.
A capotavola – la tovaglia lercia di coca cola, la torta distrutta - lei era la madre. La festeggiata strizzò gli occhi.
Loro si muovevano concitati, ridendo: la sua famiglia. E lei era la madre di tutti. E anche se di punto in bianco non si alzò in piedi come un morto che lentamente si solleva imponendo silenzio e terrore ai vivi, tuttavia la festeggiata si fece ancora più rigida sulla sedia e più alta. Lei era la madre di tutti e il nastrino al collo la soffocava, lei era la madre di tutti e, impotente sulla sua sedia, li disprezzava. E li guardava strizzando gli occhi. Tutti quei suoi figli e nipoti e bisnipoti che non valevano il suo dito mignolo, pensò all’improvviso come se sputasse. Rodrigo, il nipote di sette anni, era il solo a essere carne del suo cuore. Rodrigo, con quel visino duro, virile e arruffato – «come andiamo, Rodrigo?», disse tra sé.
Rodrigo con lo sguardo assonnato e altero in quella testolina ardente, caotica. «Quello sarebbe stato un uomo,» pensò. Ma, strizzando gli occhi, lei, la festeggiata, guardava gli altri. Ah, che disprezzo per quelle vite mediocri. Come aveva potuto, lei così forte, mettere al mondo quegli esseri opachi, dalle braccia flaccide e dai volti ansiosi? Lei, la forte, che si era sposata a tempo debito con un brav’uomo che, obbediente e indipendente, l’aveva rispettata; che l’aveva rispettata, le aveva fatto fare figli, e le aveva pagato i parti, e le aveva usato ogni riguardo durante il puerperio. Il ceppo era stato buono. Eppure aveva dato quei frutti acidi e infelici, incapaci perfino di una sana allegria. Come aveva potuto mettere al mondo quegli esseri ridanciani e senza decoro? Il rancore muggiva nel suo petto vuoto. Comunisti, ecco cos’erano; comunisti. Li guardò con la sua collera. Parevano topi che squittiscono, la sua famiglia. Indispettita, girò il capo e con forza insospettata sputò per terra.
«Mamma!» gridò mortificata la padrona di casa. «Che novità è questa, mamma!» gridò, morta dalla vergogna; e non voleva neppure guardare gli altri, sapeva che quei disgraziati si scambiavano certe occhiate di vittoria, quasi spettasse a lei di educare la vecchia, e poco mancava che non le rinfacciassero che non faceva più fare alla mamma neppure il bagno, mai avrebbero capito il suo sacrificio.
«Mamma, che novità è questa?» disse a bassa voce, avvilita. «Non l’ha mai fatto!» soggiunse a voce alta perché tutti sentissero, voleva associarsi alla generale meraviglia – quando il gallo canterà per la terza volta rinnegherai tua madre. Tuttavia la sua profonda umiliazione si attenuò quando si rese conto che con quel loro scrollare il capo tutti erano d’accordo sul fatto che la vecchia non era altro che una bambina.
«Negli ultimi tempi ha cominciato a sputare,» alla fine confessò contrita.
Tutti guardarono la festeggiata, compunti, rispettosi, in silenzio.
Parevano topi che squittiscono, la sua famiglia. I ragazzi, anche se ormai erano cresciuti – probabilmente avevano superato la cinquantina, o almeno così le pareva -, i ragazzi conservavano tuttora i loro bei lineamenti fini. Ma che donne si erano scelti! E che donne si erano scelti i nipoti – ancora più melensi e più biliosi. Tutte vanitose e con le magre gambe, con quelle collane false tipiche di certe donne che non sono abituate ad alzare neanche un dito, donnaccole che sposavano male i figli, che non sapevano far stare al suo posto una domestica, con le orecchie cariche di orecchini – non uno, non uno che fosse d’oro vero! La rabbia la soffocava.
«Dammi un bicchiere di vino!» disse.
E fu di colpo silenzio, ciascuno col bicchiere immobile in mano.
«Nonnina, non le farà male?» insinuò cauta una nipote bassa e grassoccia.
«Macché nonnina, e nonnina!» gridò velenosamente la festeggiata.
«Che il diavolo vi porti, branco di invertiti, cornuti e scansafatiche! Dammi un bicchiere di vino, Dorothy!» ordinò.
Dorothy non sapeva cosa fare, si rivolse agli altri con una comica richiesta di aiuto nello sguardo. Ma, come maschere estranee e inappellabili, improvvisamente nessun volto si tradiva. La festa era interrotta, i panini sbocconcellati in mano, qualche pezzetto ancora in bocca secco, che gonfiava inopportunamente le guance. Tutti erano diventati ciechi, sordi e muti, con le crocchette in mano. E guardavano impassibili.
Lasciata sola, divertita, Dorothy versò il vino: abilmente, appena due dita nel bicchiere. Inespressivi, pronti al peggio, tutti aspettavano la tempesta.
Ma non solo la festeggiata non esplose per quella miseria del vino che Dorothy le aveva versato, ma non toccò neppure il bicchiere.
Il suo sguardo era fisso, silenzioso come se nulla fosse accaduto.
Tutti si guardarono tra loro cortesi, sorridendo senza espressione, distaccati, come se un cagnolino avesse fatto pipì in sala. Poi stoicamente ripresero le voci e le risate. La nuora di Olaria, che aveva avuto il suo buon momento all’unisono con gli altri quando la tragedia sembrava vittoriosamente prossima a scoppiare, dovette rientrare tutta sola nella propria austerità, senza nemmeno l’appoggio dei tre figli che traditori si mescolavano con gli altri.
Dalla sua sedia d’isolamento, analizzava con occhio critico quei vestiti privi di linea, senza un drappeggio, che mania la loro di mettersi vestiti neri con collane di perle, assolutamente fuori moda, una tirchieria bell’e buona. Esaminava frattanto con distacco i panini quasi senza un’ombra di burro. Non se n’era affatto servita.
Aveva solamente assaggiato di tutto un po’, per provare.
E per così dire la festa era nuovamente terminata.
Erano rimasti tutti seduti con un’espressione bonaria. Alcuni profondamente assorti in se stessi, in attesa di qualcosa da dire.
Altri vuoti e confidenti, con un amabile sorriso, lo stomaco ingombro di quelle porcherie che non nutrivano ma toglievano l’appetito. I bambini, ormai incontrollabili, schiamazzavano pieni di energia.
Alcuni avevano già la faccia impiastricciata; altri, i più piccini, erano ormai fradici; la sera scendeva rapida. E Cordélia? Cordélia?
Cordélia guardava assente, con un sorriso stolido, reggendo da sola il proprio segreto. Ma cos’ha quella? qualcuno domandò con negligente curiosità, indicandola da lontano con la testa; ma non ci fu risposta. Accesero le altre luci per accelerare la tranquillità della sera, i bambini cominciavano a litigare. Ma le luci erano più pallide della pallida tensione del pomeriggio che finiva. E il crepuscolo di Copacabana, senza cedere, si allargava sempre di più e penetrava attraverso le finestre come un peso.
«Devo andare,» disse con imbarazzo una delle nuore mentre si alzava e si scrollava le briciole dalla sottana. Molti si alzarono sorridendo.
La festeggiata ricevette da ciascuno un cauto bacio come se la sua pelle così estranea fosse una trappola. E, impassibile, strizzando gli occhi, lei accolse quelle parole volutamente sconclusionate che le dicevano, nel tentativo di dare uno slancio finale di effusione a ciò che altro non era se non passato: la sera era ormai quasi completamente scesa. La luce della sala pareva ora più gialla e più ricca, le persone sembravano invecchiate. I bambini erano scatenati.
«Non penserà che la torta abbia sostituito la cena,» si chiedeva la vecchia tra sé e sé.
Nessuno tuttavia avrebbe potuto indovinare il suo pensiero. E per coloro che dalla porta la guardarono ancora una volta, la festeggiata era soltanto ciò che sembrava: seduta a capotavola di quella tavola sporca, con la mano chiusa sulla tovaglia quasi a stringere uno scettro, e con quel mutismo che era la sua ultima parola. Con un pugno chiuso sulla tavola, lei non sarebbe stata mai più semplicemente quello che pensava. Il suo aspetto finale l’aveva superata e, nel superarla, s’ingigantiva sereno. Cordélia la guardò intimorita. Il pugno muto e severo sulla tavola diceva all’infelice nuora che quella era forse, irrimediabilmente, l’ultima volta che amava: bisogna che si sappia. Bisogna che si sappia. Che la vita è breve.
Non lo ripeté comunque più. Poiché la verità è un batter d’occhio.
Cordélia la guardò atterrita. E non lo ripeté più, mai più – mentre Rodrigo, il nipote della festeggiata, si trascinava per mano quella sua madre colpevole, perplessa e disperata che tornò a girarsi implorando dalla vecchiaia un ulteriore messaggio che le dicesse che una donna deve, in un impeto dilacerante, cogliere la sua ultima opportunità e vivere. Ancora una volta Cordélia volle guardare.
Ma, a quel nuovo sguardo, la festeggiata era soltanto una vecchia a capotavola.
Il batter d’occhio era passato. E trascinata dalla mano paziente e insistente di Rodrigo, la nuora lo seguì meravigliata.
«Non tutti hanno il privilegio e l’orgoglio di riunirsi intorno alla madre,» tossicchiò José ricordando che prima era Jonga l’incaricato a tenere discorsi.
«Mamma un tubo!» rise piano la figlia del fratello, e la cugina più lenta rise senza divertirsi.
«Noi abbiamo,» disse Manuel avvilito senza più guardare la moglie.
«Noi abbiamo questo grande privilegio,» disse asciugandosi il palmo umido delle mani.
Era il semplice disagio del congedo, in questi casi non si sapeva mai esattamente cosa dire; José attendeva perseverante e fiducioso da se stesso la successiva frase del discorso. Che non arrivava. Che non arrivava. Gli altri aspettavano. Quanto mancava Jonga in simili frangenti – José si asciugò la fronte col fazzoletto -, quanto mancava Jonga in simili frangenti! Era stato l’unico che si era sempre meritato l’approvazione e il rispetto della vecchia, e questo aveva dato a Jonga tanta sicurezza. E da quando era morto, la vecchia non l’aveva mai più nominato, frapponendo un muro tra la sua mente e gli altri. Forse l’aveva dimenticato. Non aveva comunque più abbandonato quello sguardo fermo e diretto con cui da sempre aveva guardato gli altri figli, costringendoli ad abbassare gli occhi.
Amore di madre, cosa dura da sopportare: José si asciugò la fronte, eroico, con fare sorridente.
E all’improvviso la frase venne: «All’anno venturo!» disse José con insperata malizia, trovando, così senza preamboli, la frase giusta: felice allusione! «All’anno venturo, nevvero?» ripeté nel timore di non essere stato capito.
La guardò, orgoglioso dell’abilità della vecchia che viveva astutamente sempre un anno in più.
«L’anno venturo ci ritroveremo davanti alla torta accesa!» spiegò meglio il figlio Manuel, perfezionando l’eleganza del socio.
«All’anno venturo, mamma; e davanti alla torta accesa!» scandì con voce chiara, all’orecchio di lei, mentre ossequioso guardava verso José. E immediatamente la vecchia, captata l’allusione, gracidò uno stentato risolino.
E a quel punto aprì la bocca e disse: «Certo.» Stimolato dall’inatteso risultato, José le gridò emozionato, grato, con gli occhi umidi: «All’anno venturo, qui, mamma!»
«Non sono sorda!» disse la vecchia rude, lusingata.
I figli si guardarono ridendo, confusi, felici. La cosa aveva avuto buon esito.
I bambini se ne andarono allegri, con l’appetito rovinato. La nuora di Olaria diede uno scappellotto al figlio vendicandosi della sua eccessiva allegria e del fatto che fosse ormai senza cravatta. Le scale erano difficoltose, buie, che follia insistere ad abitare in una palazzina che prima o poi sarebbe stata fatalmente demolita, e durante l’operazione di sgombero Zilda quanto lavoro avrebbe dato agli altri nella pretesa di scaricare la vecchia presso le nuore!
Sceso l’ultimo gradino, gli invitati si ritrovarono con sollievo nella fresca tranquillità della strada. Era proprio scesa la notte.
Col suo primo brivido.
Arrivederci, a presto, dobbiamo vederci, fatevi vivi, dissero rapidamente. Alcuni riuscirono a guardarsi negli occhi con una cordialità priva di riserve. Altri abbottonavano le giacche dei bambini, scrutando il cielo per capire che tempo avrebbe fatto. Tutti vagamente avvertivano che al momento del commiato avrebbero potuto forse, ora senza pericolo di compromettersi, essere buoni e dire quella parola in più – quale? Non lo sapevano con esattezza, e si guardavano in silenzio sorridendo. Era quello un istante che voleva essere vivo. Ma che era morto. Cominciarono a separarsi, camminando semivoltati, non sapendo come accomiatarsi dai parenti senza essere bruschi.
«All’anno venturo!», José ripeté la felice allusione, salutando con la mano, con vigore ed effusione, i capelli radi e bianchi che svolazzavano. Quant’è grasso, pensarono, deve stare attento al cuore.
«All’anno venturo!», gridò José eloquente e magnanimo, e la sua mole parve sul punto di crollare. Ma gli altri ormai lontani non sapevano se fosse meglio ridere a voce alta perché lui sentisse o se bastasse sorridere anche se era buio. E ci fu inoltre chi pensò che l’allusione per fortuna conteneva ben più di uno scherzo, e che soltanto dopo un anno sarebbero stati costretti a ritrovarsi davanti alla torta accesa; mentre altri, già avanti nell’oscurità della strada, si domandavano se la vecchia avrebbe resistito un altro anno al nervosismo e all’impazienza di Zilda, ma loro sinceramente non ci potevano far nulla. «Perlomeno novant’anni,» pensò con malinconia la nuora di Ipanema. «Per raggiungere un bel traguardo,» disse tra sé sognante.
Lassù intanto, sopra scale e contingenze, stava la festeggiata seduta a capotavola, eretta, definitiva, più grande di se stessa.
Stasera forse non ci sarà da cenare, meditava. La morte era il suo mistero.
La donna più piccola del mondo
Nel profondo dell’Africa equatoriale l’esploratore francese Marcel Pretre, cacciatore e uomo di mondo, s’imbatté in una tribù di pigmei di sorprendente piccolezza. Rimase tuttavia ancor più sorpreso nell’apprendere che al di là di foreste e distanze esisteva una popolazione ancora più piccola. E quindi si inoltrò più all’interno.
Nel Congo Centrale scoprì effettivamente i più piccoli pigmei del mondo. E – come una scatola dentro una scatola, dentro una scatola – tra i più piccoli pigmei del mondo c’era, in obbedienza forse alla necessità che talvolta la natura ha di superare se stessa, il più piccolo dei più piccoli pigmei del mondo.
Tra zanzare e alberi tiepidi di umidità, tra le grasse foglie dal verde più indolente, Marcel Pretre si trovò di fronte una donna alta più o meno quarantacinque centimetri, matura, nera, taciturna. «Scura come una scimmia» – avrebbe riferito la stampa – essa viveva in cima a un albero col suo piccolo concubino. Nei languidi umori silvestri, che ingrossano rapidamente i frutti e danno loro una dolcezza quasi intollerabile al palato, lei era gravida.
La donna più piccola del mondo stava dunque lì, in piedi. Per un istante, nel ronzio della calura, fu come se il francese fosse insperatamente giunto alla conclusione estrema. Cosa certa è che, proprio per non perdere la ragione, il suo animo non si esaltò, né smarrì il senso del limite. Sentendo un immediato bisogno di ordine e di dare nome a ciò che esiste, la chiamò Piccolo Fiore. E, per riuscire a classificarla tra le realtà riconoscibili, iniziò subito a raccogliere dati su di lei.
La sua razza va lentamente estinguendosi. Pochi esemplari umani restano di quella specie che, senza le insidie e i pericoli dell’Africa, sarebbe una popolazione ampiamente diffusa. Oltre alle malattie, agli infetti miasmi delle acque, al cibo insufficiente e alle fiere tutt’attorno, il pericolo maggiore per gli sparuti likoulas è costituito dai selvaggi bantù, una minaccia che li avvolge come il silenzio che precede un’alba di battaglia. I bantù li catturano con reti, come fanno con le scimmie. E li mangiano. Proprio così: li catturano con reti e li mangiano. A forza di retrocedere quella minuscola razza ha finito per accamparsi nel cuore dell’Africa, dove il fortunato esploratore l’avrebbe poi scoperta.
Per strategia di difesa, abitano sugli alberi più alti. Da dove le donne scendono per cucinare il mais, macinare manioca e cogliere erbe commestibili; gli uomini per andare a caccia. Quando nasce un figlio, quasi immediatamente gli viene data la libertà. E’ pur vero che molte volte il piccolo non godrà a lungo di quella libertà in mezzo alle fiere, ma, perlomeno, non dovrà lamentarsi, nella sua breve vita, di aver dovuto lavorare troppo a lungo. Perfino il linguaggio che il piccolo impara è breve e semplice, appena essenziale. I likoulas adoperano pochi vocaboli, chiamano le cose con gesti e suoni animaleschi. Come progresso, hanno un tamburo. Mentre danzano al suono del tamburo, una minuscola scure rimane di guardia contro i bantù, che spunteranno non si sa da dove.
Fu dunque così che l’esploratore scoprì, ritta in piedi e ai suoi piedi, la più piccola cosa umana esistente. Il cuore cominciò a battergli forte, perché non c’è smeraldo altrettanto raro. Né gli insegnamenti dei saggi dell’India sono altrettanto rari. Né l’uomo più ricco del mondo ha mai potuto posare lo sguardo su una così strana grazia. Lì stava una donna che la ghiottoneria del sogno più raffinato mai avrebbe potuto inventare. Fu a quel punto che l’esploratore disse timidamente e con una delicatezza di sentimenti di cui sua moglie non l’avrebbe mai ritenuto capace: «Tu sei Piccolo Fiore.» In quel preciso istante Piccolo Fiore si grattò in un luogo in cui la gente di norma non si gratta. L’esploratore – come se stesse ricevendo il più alto dono di castità cui egli, che era sempre stato un idealista, osasse aspirare – l’esploratore, che pure era un uomo di mondo, distolse lo sguardo.
La fotografia di Piccolo Fiore fu pubblicata nel supplemento a colori dei giornali della domenica, dove entrava a grandezza naturale. Avvolta in uno straccio, col ventre in avanzato stato di gravidanza, il naso camuso, la faccia nera, gli occhi profondi, i piedi piatti. Sembrava un botolo.
Quella stessa domenica, in un appartamento, una donna, vedendo sul giornale aperto la foto di Piccolo Fiore, non ebbe il coraggio di guardarla una seconda volta, perché «le metteva tristezza».
In un altro appartamento una signora fu colta da così perversa tenerezza per le ridotte dimensioni della donna africana che – poiché è sempre meglio prevenire che rimediare – non si sarebbe mai dovuta lasciare Piccolo Fiore sola con la tenerezza di quella signora.
Nessuno può sapere a quale oscurità d’amore possa giungere la tenerezza. La signora trascorse la giornata in preda al turbamento; si sarebbe detto che era stata colta da una specie di nostalgia. Per di più era primavera, una bontà pericolosa era nell’aria.
In un’altra casa una bambina di cinque anni, vedendo il ritratto e sentendo i commenti, rimase stupefatta. In quella casa di adulti, quella bambina era stata fino allora l’essere umano più piccolo. E se la cosa era fonte delle carezze migliori, era anche l’origine di quella sua prima paura per la tirannia dell’amore. L’esistenza di Piccolo Fiore fece sentire alla bambina – con una indeterminatezza che soltanto molti anni dopo, per motivi assai differenti, doveva concretarsi in pensiero -, fece sentire alla piccola, in una saggezza istintiva, che la «disgrazia non ha limiti».
In un’altra casa, nel fervore della primavera, una fanciulla appena fidanzata fu sopraffatta da un’estasi di pietà.
«Mamma, guarda il suo ritrattino, poverina! guarda com’è triste!»
«Ma,» disse la madre, dura, sconfitta e orgogliosa, «ma è una tristezza da animale, non è una tristezza umana.»
«Oh! mamma,» disse la giovane avvilita.
E fu in un’altra casa che un bimbo birichino ebbe un’idea birichina: «Mamma, e se mettessi quella donnina africana nel letto di Paulinho mentre dorme? Pensa che spavento, al suo risveglio! Immagina che urli a vederla seduta sul letto! E poi potremmo giocare tanto con lei!
Sarebbe il nostro giocattolo.» Sua madre in quel momento si stava arricciando i capelli davanti allo specchio del bagno, e si rammentò di una cosa che le aveva raccontato la cuoca sugli anni trascorsi all’orfanotrofio. Non avendo una bambola con cui giocare, e con l’istinto materno che già pulsava in modo terribile nel cuore delle orfane, le fanciulle, maliziose, avevano taciuto alla suora la morte di una delle loro compagne.
Avevano occultato il cadavere in un armadio finché la suora non se n’era andata, e avevano giocato con la bambina morta, le avevano fatto il bagno, le avevano dato qualche bocconcino, l’avevano messa in castigo per poterla poi baciare, consolandola. Di questo la madre si rammentò nel bagno, e lasciò ricadere penzoloni le mani piene di forcine. E rifletté sulla crudele necessità di amare. Rifletté sulla malignità del nostro desiderio di essere felici. Rifletté sulla ferocia con la quale desideriamo giocare. E sul numero di volte in cui uccidiamo per amore. Guardò allora il figlio furbetto come se guardasse un pericoloso estraneo. Ed ebbe spavento della propria anima che, più del suo corpo, aveva generato quell’essere adatto alla vita e alla felicità. Così lei contemplò, con curiosità e con una fierezza sconsolata, quel bimbetto cui mancavano già due incisivi, l’evoluzione, l’evoluzione in atto, un dente che cade perché ne spunti un altro che morda meglio. «Gli comprerò un vestitino nuovo,» decise guardandolo assorta. Con ostinazione agghindava il figlio sdentato con indumenti raffinati, ostinatamente lo voleva pulito, come se la pulizia desse enfasi a una tranquillizzante superficialità, con ostinazione perfezionava il lato gentile della bellezza. Con ostinazione si teneva lontana, e lo teneva lontano, da qualsiasi cosa che fosse «scura come una scimmia». Allora, guardandosi nello specchio del bagno, la madre sorrise intenzionalmente, raffinata e levigata, frapponendo, tra quel suo volto dalle linee astratte e la cruda faccia di Piccolo Fiore, l’insuperabile distanza di millenni. Eppure, grazie a un’esperienza di anni, sapeva che quella sarebbe stata una domenica in cui avrebbe dovuto nascondere a se stessa l’ansia, il sogno, e millenni perduti.
In un’altra casa, si erano accollati lo sconvolgente compito di misurare, col metro alla parete, i quarantacinque centimetri di Piccolo Fiore. E fu a quel punto che, deliziati, si stupirono: lei era ancora più piccola del frutto della più fervida immaginazione.
Nel cuore di ogni membro della famiglia nacque il desiderio pieno di nostalgia di avere per sé quella cosa minuta e indomabile, quella cosa che non era stata mangiata, quella sorgente perenne di carità.
L’animo avido della famiglia voleva prodigarsi. E, d’altra parte, chi non ha mai desiderato di possedere un essere umano tutto per sé? Cosa che, in verità, non sarebbe sempre facile, ci sono ore durante le quali non si vogliono avere sentimenti.
«Scommetto che se lei vivesse qui sarebbe un disastro,» disse il padre seduto in poltrona, voltando definitivamente la pagina del giornale. «In questa casa tutto diventa un disastro.»
«Sei il solito pessimista, José,» disse la madre.
«Hai pensato, mamma, alle dimensioni del suo bambino, quando nascerà?» disse la figlia maggiore di tredici anni, tutta eccitata.
Il padre si agitò dietro il giornale.
«Dev’essere il neonato nero più piccolo del mondo,» rispose la madre, struggendosi di tenerezza. «Immaginatela per un istante mentre serve a tavola qui in casa! Col suo pancino grosso!»
«Piantatela con questi discorsi!» borbottò il padre.
«Devi convenire,» disse la madre con aria inaspettatamente offesa, «che si tratta di una cosa rara. Sei tu che sei insensibile.» E la cosa rara?
Proprio in quel momento, in Africa, la cosa rara aveva in seno – chissà se anch’esso nero, visto che di una natura che ha già sbagliato una volta non ci si può più fidare -, proprio in quel momento la cosa rara aveva in seno qualcosa di ancora più raro, come il segreto del suo stesso segreto: un figlio minimo. Metodicamente l’esploratore esaminò con lo sguardo la pancina del più piccolo essere umano maturo. E fu in quell’istante che l’esploratore, per la prima volta da quando l’aveva conosciuta, invece di provare curiosità o esaltazione o senso di vittoria o soddisfazione del proprio spirito scientifico, l’esploratore provò un grande disagio.
Il fatto è che la donna più piccola del mondo stava ridendo.
Rideva, calda e sensuale. Piccolo Fiore sapeva godere della vita.
La cosa rara gustava l’ineffabile sensazione di non essere stata mangiata. Non essere stata mangiata era qualcosa che, in altri momenti, le suscitava l’agile impulso di saltare di ramo in ramo. Ma, in questo momento di tranquillità, nel fitto fogliame della foresta del Congo Centrale, non cedette a quest’impulso – esso si era interamente concentrato nella piccolezza stessa della cosa rara. E dunque stava ridendo. Era un riso che solamente chi non parla può ridere. Riso che l’esploratore perplesso non fu in grado di classificare. E lei continuò a godersi quel suo riso delicato, lei che non stava per essere divorata. Non essere divorati è il sentimento più perfetto. Non essere divorati è l’obiettivo segreto di tutta una vita. Mentre lei non stava per essere mangiata, il suo riso animalesco era delicato quanto è delicata la gioia. L’esploratore era imbarazzato.
In secondo luogo, se la cosa rara stava ridendo, era perché, dentro la sua piccolezza, qualcosa di oscuro si era messo in movimento.
La cosa rara sentiva infatti che il suo cuore si scaldava per quello che si potrebbe definire Amore. Amava quel pallido esploratore. Se avesse saputo parlare e avesse detto che lo amava, lui si sarebbe gonfiato di vanità. Vanità che si sarebbe ridimensionata qualora lei avesse aggiunto che amava molto anche l’anello dell’esploratore e che amava molto gli stivali dell’esploratore. E quando questi deluso si fosse sgonfiato, Piccolo Fiore non avrebbe capito perché. In quanto, neppur lontanamente, il suo amore per l’esploratore – si può perfino dire il suo «profondo» amore, perché non disponendo di altre risorse, lei era ridotta alla profondità -, in quanto, neppur lontanamente, il suo profondo amore per l’esploratore si sarebbe svalutato per il fatto che lei ne amava anche gli stivali. Esiste un antico equivoco sulla parola amore, e, se molti figli nascono da questo equivoco, altrettanti hanno perso l’unica occasione di nascere solo a causa di una suscettibilità che esige che sia io, proprio io, che piaccio, e non il mio denaro! Nella umidità della foresta non esistono comunque simili crudeli raffinatezze, e amore è non essere mangiati, amore è trovare bello un paio di stivali, amore è amare lo strano colore di un uomo che non è nero, amore è ridere d’amore a un anello che luccica. Piccolo Fiore palpitava d’amore, e rise calda, piccola, gravida, sensuale.
L’esploratore tentò di sorriderle a sua volta, senza sapere esattamente a quale abisso il suo sorriso rispondesse, e a quel punto si turbò, come soltanto un uomo di grandi dimensioni si turba. Cercò di nasconderlo riassestandosi il cappello da esploratore, arrossì pudico. Riprese il suo colore naturale, un rosa verdastro, simile a quello di un limone all’alba. Doveva essere un tipo un po’ acido.
Fu probabilmente nel riassestarsi il casco simbolico che l’esploratore si richiamò all’ordine, con severità recuperò la disciplina professionale, e ricominciò ad annotare. Aveva imparato a capire qualche parola delle poche articolate dalla tribù, e a interpretarne i gesti. Era ormai in grado di fare domande.
Piccolo Fiore gli rispose di «sì». Che era tanto bello avere un albero dove abitare, suo, proprio suo. Perché – e questo lei non lo disse, ma i suoi occhi diventarono tanto torbidi che lo rivelarono -, perché è bello possedere, è bello possedere, è bello possedere.
L’esploratore sbatté più volte le palpebre.
Marcel Pretre passò alcuni momenti difficili con se stesso. Ma per lo meno si tenne occupato a scrivere le sue annotazioni. Chi invece non poteva farlo, si dovette arrangiare come meglio poté: «Ecco, vedi,» dichiarò a bruciapelo una vecchia chiudendo il giornale con decisione, «ecco, vedi, io dico solo questo: Dio sa quello che fa.»
La cena
