lunedì 21 febbraio 2022

L'ETERNA GIOVENTÙ Maurizio Maggiani



 L'ETERNA GIOVENTÙ 

Maurizio Maggiani

Recensione 

In questo nostro tempo di  conformismo e di trasformismo, gli ideali che vengono esaltati nel  romanzo di Maggiani sono scomparsi. I mestieri di una volta non ci sono più  e con essi se ne è andata la fatica antica che li accompagnava. Maurizio Maggiani, ci fa ripercorrere la storia di una Italia antica dove, in un tessuto sociale di povertà, c'erano passioni forti, che segnavano la vita.  È una storia leggendaria, il mito di una dinastia di ribelli ostinati in un sogno, perseveranti nel costruirlo a dispetto di ogni sconfitta del presente. Una storia di eterna rivolta, di molte vite e gesta, vite che non hanno avuto voce e vite la cui alta voce è stata dimenticataOggi, le parole di quel tempo sono consunte, ed appaiono lontane dal nostro sentire. Anche se ci piace pensare che che un  filo rosso ribelle sopravviva qualche parte, sepolto dal cinismo della storia. Viene in mente Fra’ Cristoforo ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, con il suo dito teso in alto e la sua famosa frase: “verrà un giorno…”.

P.s. Ma non solo. Nel romanzo ci sono tante immagini di delicata poesia...come questa:

[...]C’era stata questa gatta nella casa sul bastione, una gatta grigia cenerina con strepitosi riflessi d’argento ricevuta in dono dal bombolaio Tilietto. A volte Tilietto oltre al giornale e alla chiave inglese si cavava di tasca qualcosa, un dono, un regalo. Ad esempio, una cartata di castagne arrostite ancora tiepide da prendere con il caffè, ad esempio delle caramelle al limone da succhiare per meglio ragionare, ad esempio un accendino a forma di bomba a mano. Ad esempio una gatta così piccola che era ancora mezzo cieca, appallottolata nella sua mano tutta un sospiro e un tremore.[...] 



L'ETERNA GIOVENTÙ 

Il cavaliere  dell'eterna gioventù

seguì, verso la cinquantina,

la legge che batteva nel suo cuore.

Partì un bel mattino di luglio

per conquistare il bello, il vero, il giusto.

nazim hikmet

Nel fosco fin del secolo morente,

sull’orizzonte cupo e desolato,

già spunta l’alba minacciosamente

del dì fatato.

Canto anarchico, fine XIX secolo



Genealogia

Schema in bianco e nero: albero genealogico con frecce.

A
La nostra famiglia ha un destino

Nel fosco fin del secolo morente un vecchio garibaldino si lasciò alle spalle l’ultima rivoluzione e prese la strada per tornare a casa. Si tolse la camicia rossa con i galloni da maggiore e si vestì da straccione, a Salonicco trovò un imbarco da mozzo di sottocoperta su un vapore che portava mille pecore vive al porto di Genova. Tenne a bada le pecore per una settimana, sbarcò, si fece pagare e si ricordò che non sapeva più dov’era casa sua, allora riprese dalla sacca la camicia rossa e salì sul primo tranvai per Quarto. A Quarto si cacciò in acqua vestito com’era e nuotò verso il largo finché ne ebbe la forza, poi si lasciò andare, perché aveva vissuto tutto quello che c’era da vivere e non gli importava più di niente, se non di finire dove aveva cominciato, nell’acqua da dove il Generale Garibaldi l’aveva pescato e portato con sé nella più gloriosa di tutte le rivoluzioni.

Allora aveva tredici anni e il sergente reclutatore l’aveva cacciato perché gli pareva troppo gracile, lui arrivò a nuoto sotto le murate del Lombardo con le caldaie che erano già in pressione, e fu il Generale in persona a lanciargli la sagola per issarlo a bordo. Era di maggio e l’acqua era freschina, lo mandarono ad asciugarsi alle caldaie e gli misero addosso una camicia che gli arrivava alle ginocchia.

Adesso si era in ottobre e l’acqua gli sembrava tale e quale, fu riportato a riva contro la sua volontà sul barchino di un pescatore di palamito, fu portato in città sopra un carro dei volontari del fuoco e innalzato al Caricamento come un eroe, l’ultimo, il redivivo, il Garibaldo.

Si dà il caso che il pescatore fosse un fervente repubblicano iscritto alla Società dei Carabinieri Genovesi, il corpo dei fucilieri garibaldini. Si tennero dei festeggiamenti e delle rimembranze nei circoli operai e nelle società clandestine, la compagnia dei camalli promosse una colletta perché gli venisse donata una sciabola d’onore. Infine, quando le autorità di pubblica sicurezza presero a infastidirsi e a minacciare arresti, fu caricato su un treno perché tornasse a Montemaggio, alla sua città natale. Un telegramma alla locale società garibaldina annunciò il suo arrivo, alla stazione lo aspettava tutto il paese e tra la folla tutta la sua famiglia, mancava da trentasette anni, da quando era partito per andare alla sua prima rivoluzione, non conosceva più nessuno e nessuno sapeva più riconoscerlo.

Aveva cinquant’anni tondi, era alto più di sei piedi e tutto pieno di nervi e di muscoli, aveva sotto il mento e sul braccio destro due cicatrici di ferite d’arma bianca, aveva i due buchi di una pallottola che gli era entrata e uscita sotto il costato a un dito dalla milza. Aveva la barba e i capelli ancora tutti del loro colore castano, i capelli gli uscivano dal berretto fin sul collo. Garibaldo, acclamava la folla intorno, Garibaldo. Gli misero in braccio un neonato e gli dissero, questo è l’ultimo della tua famiglia, si chiama Armando, anche lui quando era partito da casa si chiamava Armando, Armandino da tanto che era magro e minuto. Tenne questo nuovo Armando per il tempo necessario a non offendere, poi lo ripose senza sapere di che farsene.

A lui quel clamore non fece né caldo né freddo, si lasciò portare in tutte le case che lo volevano nutrire e dissetare, mangiò quello che c’era da mangiare e bevve quanto poté, per il resto cercò di aprir bocca il meno possibile. Concluso il giro delle felicitazioni tornò a riporre la sua camicia rossa nella sacca, riprese a vestirsi di stracci e se ne andò via. Il treno costava troppo e prese la strada per Genova a piedi, tale e quale quando se ne partì la prima volta. Adesso non c’erano rivoluzioni dove andare, c’era solo il mare che gli poteva dare sollievo, sopra o sotto c’era solo il mare. A tredici anni il mare nemmeno sapeva bene cos’era, solo l’orizzonte laggiù alla fine del fiume.

Quell’uomo, quel garibaldino nato Armando e universalmente conosciuto come Garibaldo, era il mio bisnonno. Di lui so tutto, tutto mi è stato raccontato della sua fantastica vita da sua figlia, mia nonna. Mia nonna nata Anita e conosciuta da tutti come la Canarina. La vecchia. E so molto anche di lei, direttamente da lei detto e per tramite delle leggende che sulla Canarina si tramandano, e so qualcosa di suo figlio Sirio, nome di battaglia Bruto, mio padre, il mio eroico padre. So anche qualcosa di mio figlio Maurizio, detto Mauri, per averlo cresciuto e ascoltato e infine seguito attraverso le comunicazioni a distanza e alcuni articoli di giornale. Mauri il meraviglioso. E poi c’è questo ragazzo qui con me, Saverio come doveva essere il mio nome, il figlio di mio figlio, il ­Menin. Di lui non so ancora niente, lo guardo e in un attimo si dilegua, ha quasi quindici anni, l’età del garibaldino quando sfilava a Napoli conquistata con il Generale. E poi ecco, ci sono io. Io sono l’Artista, sono quello di mezzo, ho sottomano il va e vieni delle generazioni, siamo una progenie di figli unici, ci riproduciamo con cautela e non è difficile tenere a mente di tutti. Non è nemmeno difficile raccontarlo, è il mio privilegio di uomo senza leggenda. Libero di questo peso posso parlare per bocca degli eroi, la mia voce è me, la mia voce è loro. È il mio dovere.

Si è sempre generato per amore nella nostra famiglia, è forse da qui che ha origine la cautela nel farlo. E molto altro è stato fatto per amore, senza reticenze e vergogne. E abbiamo un destino. Prima o poi finiamo tutti da qualche parte in mare, finiamo tutti nella rivoluzione, finiamo tutti nell’eroismo, e infine moriamo. Una famiglia leggendaria. È così, è proprio come se esistesse un destino. Tranne il sottoscritto, quello di mezzo, che ha fatto poco di tutto, poco mare, poca rivoluzione, nessun solitario eroismo e in compenso tanta galera. Buono, questo sì, a ascoltare, a leggere, a ricordare, e a mettercene anche del suo quando è necessario. Perché se è un destino che tiene questa famiglia, bisogna pur trovargli una ragione.

Chi ci fosse prima del Garibaldo non lo ricordiamo con precisione, a Montemaggio si diceva che lui fosse un trovatello lasciato alla ruota della Madonna del Carmine e portato in casa dal fabbro della Crociata rimasto senza figli, ma come non pensare che anche lui fosse stato generato per amore, anche solo un amore sfortunato. E è certo che per amore del Generale Garibaldi Armandino andò via di casa con ai piedi un paio di zoccoli nuovi, un pane e un pezzo di lardo nel fagotto. Amore di pura libertà, lo corresse con gentilezza il Generale, quando alla sosta di Talamone gli mise in mano un moschetto Enfield nuovo fiammante, lo issò sulla murata del Lombardo e lo presentò ai suoi uomini e al mondo come il vessillo della rivoluzione italiana, che è innocente e pura.

Pini, di dov’era il Pini, forse che era di Castello? si interroga oziosamente il Garibaldo mentre affronta la prima salita della lunga e faticosa strada per Genova. Non era così importante di dove venisse il Pini, ma viaggiare in solitudine non piace al soldato e il Pini è una buona compagnia adesso che passo per passo gli torna alla mente la gran paura del  suo primo viaggio nel folto dei boschi del Vara, nelle gole del Bracco, la gran paura del mare di tra le scogliere, e la gran paura degli splendori di ville e di viali a ridosso della riviera. Di dov’era il Pini? Come avrei voluto incontrare qualcuno per fargli vedere cosa mi ero portato in tasca, anche senza parlare, solo per farmi passare la paura. In tasca aveva una trottola di legno di ulivo con un bel puntale di ottone e due braccia buone di refe di canapa, era il regalo del fabbro per la sua licenza alla scuola comunale, Armandino sapeva leggere e scrivere e conosceva a memoria diverse poesie.

La sua trottola era rimasta in tasca fino a Gaeta senza che trovasse da farla vedere a qualcuno. Avessi incontrato un ragazzino gliela avrei potuta far vedere, averci avuto un pezzetto di gesso o anche solo un pezzo di muro avremmo potuto giocarci. Muri ce n’erano stati tanti, gli anziani della sua compagnia facevano in modo che avesse sempre un muro vicino da potersi riparare, a Milazzo non c’erano che tre o quattro mattoni. A Milazzo aveva già imparato a caricare il moschetto contando fino a venti, caricava per i compagni, non aveva ancora imparato bene a sostenere il rinculo e le sue palle volavano sempre alte. A Milazzo hai rischiato la pelle, gli cantavano i camerati, hai rischiato la pelle per darci le palle. La trottola gli premeva nella tasca e quando s’accucciava il puntale gli pungeva la carne e a volte lo faceva sanguinare, per questo cercava di non piegarsi mai troppo. Per questo alla sfilata al termine di ogni battaglia, ogni battaglia una gloria e una vittoria, a Milazzo, a Palermo, a Catania, a Messina, al Volturno, persino a Napoli a un passo dal maestoso cavallo da battaglia del Generale, lo prendevano, se lo issavano sulle spalle e lo portavano in trionfo, per la purezza del suo coraggio di fronte al nemico. A Napoli, quando il Generale se lo issò sulla sella, il puntale gli penetrò così profondamente nella coscia che il sangue gli colò sul gambale fino alle caviglie, il Generale pensò a una ferita sul campo d’onore e pianse di commozione. La trottola s’era poi persa nell’Aspro­monte, quando s’era perso tutto fu persa anche quella. Ma Pini, Pini non era di Castello, eppure aveva sempre una gran voglia di ridere, doveva essere romagnolo.

Abbiamo la passione delle trottole. Il Garibaldo ha fatto una bella trottola di tek marino per sua figlia Anita, la Canarina la tiene nel primo cassetto del comò e ha più di cent’anni, Sirio ne ha fatta una per me di legno di bosso e colorata con la coppale, me l’hanno confiscata alla matricola di Marassi e per riaverla indietro ho dovuto farla chiedere dall’avvocato. Io stesso ne ho fatta una per mio figlio, quasi bella come quella di mio padre. Mauri non ha avuto abbastanza tempo per farne una al suo e ho provveduto io un paio di settimane fa. Ogni tanto vedo che la tira fuori e vedo che sa fare bene, ma non mi chiede di giocarci con lui, se ha del risentimento non gli do torto, quella trottola doveva arrivare molto prima. Una volta sono sicuro di averlo visto poggiare la trottola a terra e la trottola prendere a girare da sola, e girava forte, fortissima. La Canarina ha detto di ricordare del Garibaldo che le mette in mano la trottola quando era così piccola che non sapeva nemmeno dirla la parola trottola, ma, fatti i conti, doveva avere suppergiù tre mesi. Mio padre non ha mai avuto tempo per insegnarmi, non ce l’aveva davvero, e io stesso ho avuto tempo solo per far vedere a Mauri come si fa, c’era­no altri giochi tra me e lui. Ce la siamo tutti quanti cavata in qualche modo da soli, e a tutti quanti ci è piaciuto giocare. Un lascito del Garibaldo, girare, girare, girare il più velocemente possibile, e rimanere in piedi il più possibile.

Il Garibaldo cammina nella notte sulla strada per Genova e gli si spezza il cuore pensando al Pini. Al Pini e a tutta l’allegria che se ne è andata dalla sua vita dispersa nei campi di battaglia. Abbiamo combattuto per allegria, e così abbiamo vinto tutte le battaglie e poi abbiamo perso tutte le guerre. Il Pini aveva trovato due galline, due galline vive, l’aveva legate per le zampe e se l’era portate in trincea, due galline alla strenua ultima difesa di Domokos e del sacro dovere di libertà. Dalla piana di Farsala Tessalica montava il tuono dei tamburi dell’aurea brigata di Islam Pascià, cinquemila uomini almeno, loro s’eran contati al mattino e si era capito che non arrivavano a ottocento. Rullavano come terremoti i tamburi di battaglia nella piana e in alto dalla trincea berciavano le galline garibaldine, loro scherzavano e ridevano intanto che si aggiustavano le mire dei moschetti, il Capra aveva fatto passare un sorso di cognac per bagnare le due gallette a testa che gli spettavano. E le galline del Pini schiamazzavano contro a Islam Pascià il tiranno. I turchi tiravano con prelibatissime carabine tedesche, partì la prima salva a più di mille metri e sbrecciò i muri alla prima fila di case della rocca, partì la seconda e s’infilò nei sacchi di difesa a un palmo dalle nostre facce. Il Pini prese le galline, le legò alla baionetta, s’alzò alto com’era sulla trincea e promise a voce spiegata, in palio per la cena di chi stasera resterà. Una palla lo prese in fronte, le galline si zittirono e noi non so come si vinse la battaglia prima di cena. La compagnia si spartì le galline, si cantò per i morti, per il Pini, per Capra, per Fratti, il Silvestrini. E fu persa la guerra, perché già il giorno dopo la libertà del popolo fu presa in ostaggio da un re malfido e vigliacco. Il Garibaldo ricorda le galline di Domokos, la città di là dalle gole dell’Othrij, sette giorni di marcia giorno e notte, giorno e notte per andare a morire nella città dello stupore, l’ultima rivoluzione.

È scritto, l’anima della quinta compagnia era una indivisibile comitiva di romagnoli così allegri, così chiassosi, così gioviali che a sentirli cantare, ridere e scherzare tutto il giorno pareva che a una scampagnata andassero tutti insieme, non a una pericolosa campagna di guerra, parole di Ricciotti Garibaldi, comandante del corpo di volontari per la libertà, il figlio bello del Generale, il figlio fantastico e disperato. Il maggiore comandante della quinta compagnia era il Garibaldo, il Garibaldo non era romagnolo, ma i romagnoli lui se li andava a cercare e loro cercavano il Garibaldo. La brigata dei romagnoli si era preso con sé l’Armandino a Calatafimi, era un ranocchio, lo chiamavano così, Ranòcc. Se l’erano preso sotto la loro cappella e gli insegnarono tutto, a scamparla nella battaglia, ad armare il moschetto, a correre sotto le palle, erano abituati alla prima linea, preferivano mettersi davanti, se lo portavano con loro e gli insegnarono a schivare la baionetta. Gli insegnarono anche a trovarsi un posto adatto per ripararsi, a trovare cose da mangiare e acqua da bere, gli diedero una coperta per dormirci sopra, gli insegnarono le loro canzoni, addio o forlivesi ci rivedremo un dì se arrivo andare a Roma non torno più a Forlì. Gli insegnarono a spellare le rane e ad arrostirle, a Palermo già capiva cosa dicevano nella loro lingua, al Volturno già sapeva sparare come loro, a Gaeta pianse con loro perché la rivoluzione era finita prigioniera del re savoiardo, avevano cinquantamila canne di fucile piemontesi puntate addosso mentre sfilavano verso l’esilio. Pianse alla disperata, pianse alla romagnola quando venne a sapere che il Generale si era imbarcato su un bastimento solo come un cane. E’ Ranòcc amava la libertà e ancor di più amava il Generale, giurò ai romagnoli che sarebbe andato per mare a cercarlo e poi non l’avrebbe lasciato nella solitudine mai più. I romagnoli concordarono che questo era quello che il Generale si aspettava da tutti loro, ma consigliarono al Ranòcc di passare prima da casa a salutare la sua famiglia e vedere di imparare qualche mestiere, perché la rivoluzione non aveva da dare da mangiare, anche il Generale era un capace lavoratore e aveva imparato molti mestieri.

Il Garibaldo cammina nella notte sulla strada per Genova, non sente fatica, ha marciato per tutta la vita, sa che ci sono briganti appostati sui tornanti del Passo e non ha paura, ne ha sempre incontrati, persino di buoni. Ricorda i primi, a Milazzo, i romagnoli li chiamavano gli arabi di Medici, il generale Medici, l’eroe di Roma Repubblicana, non nega che quelli gli fecero paura, era ancora e’ Ranòcc. Erano bruni, occhi neri come tizzoni, addosso portavano pelli crude di pecora e in testa cappellacci piumati, andavano scalzi e alla cintura portavano coltelli lunghi due spanne, a spalla fuciloni vecchi di cent’anni, parlavano che nessuno poteva capirli. Erano i volontari di Sicilia, non erano d’Arabia, li aveva reclutati Medici in clandestinità, combattevano con coraggio e alla fine razziavano ogni cosa che rimaneva sul campo e se la spartivano, in verità facevano paura a tutti.

Cammina e cammina il Garibaldo, la notte inghiotte gli arabi di Sicilia e la sua vecchia paura di Ranòcc. Un carro, un carro pesante di ruote di ferro e tanfo di mosto in barile gli si accosta, una lanterna gli solletica gli occhi, di là dalla lanterna una faccia barbuta intabarrata in una sciarpa di lana irsuta. Du ti vè? Al mare di Genova. Monta su, che mesté ti fè?

Si sa, si sa perché a Montemaggio il Garibaldo fu leggenda prima ancora dell’ultima sua scomparsa, che il fabbro non lo volle più a casa, un eroe d’Italia col moccio al naso non ce la faceva a digerirlo. Della moglie, la matrigna che aveva allevato il trovatello e gli doveva aver voluto pur bene, la leggenda non se ne cura, neppure la Canarina sa chi fosse stata la madre di suo padre. Così che da quell’uomo non imparò nessun mestiere, si ingegnò da garzone di un cavallaro e la volta che portarono le bestie a Livorno trovò il modo di disertare e di imbarcarsi per la Sardegna, aveva la sua camicia rossa, contava molto in quegli anni. A Palau trovò un passaggio per la Maddalena e da lì per Caprera, e da allora, era la primavera del sessantuno, non lasciò più il Generale. Fu con lui all’Aspromonte, a Bezzecca, a Mentana, a Digione, e persino a Londra e Parigi, in battaglia sempre all’avanguardia con la brigata romagnola, nei duri tempi dei tradimenti dormì per settimane all’addiaccio sotto le mura del Varignano, pur di non perderlo di vista le due volte che il Generale vi fu incarcerato.

E visse con lui e la sua famiglia a Caprera nel tempo che il Generale scelse l’esilio o vi fu costretto. Il Generale si abituò con facilità alla sua ombra, e anche quando e’ Ranòcc si fece un uomo forte e un coraggioso combattente continuò a vedere in lui il ragazzino che aveva issato sul ponte del Lombardo la notte di Quarto. Gli ricordava il suo leggendario cane Perillo, che gli andò incontro nella battaglia del Sant’Antonio do Salto e restò con lui, all’ombra del suo cavallo o al caldo del suo poncho, sino alle magnifiche imprese della Repubblica Romana. Sperava solo che avesse vita più lunga. Intanto, se non c’era da marciare e da combattere, nelle lunghe giornate di Caprera e nelle asfissianti traversate per mare si prendeva cura di lui come di uno dei suoi figli, e’ Ranòcc aveva la stessa età di Ricciotti e a vederli come si volevano bene sembravano gemelli. Il Generale gli insegnò i mestieri che aveva imparato per vivere in ogni ventura, gli insegnò il maniscalco e il cordaio, gli insegnò a fabbricare candele, a governare una vela, a calafatare una chiglia, e per prima cosa gli insegnò a nuotare come si deve. Gli insegnò a leggere l’inglese e il francese, e certe sere che il sonno tardava gli leggeva i suoi poemi e i suoi proclami chiedendogli un parere. Un parere che non veniva mai con le parole ma solo con lo sguardo, ed era un solo sbalordito assenso, perché l’amore del Ranòcc per il Generale soverchiava qualunque giudizio.

Il carro sale i tornanti sassosi del Bracco più lento del passo di un uomo, il birocciaio ha lasciato la briglia e poggiato il mento sul petto e forse dorme, forse s’è intontito coi vapori del mosto, i due giganti frisoni sanno come andare, la lanterna dondola senza quasi far rumore e senza quasi far luce.

Che mesté ti fè? Eh, che mestiere faccio, considera il Garibaldo, il mio mestiere è che a Pouilly ho portato via io la bandiera del 61° Pomerania. Il mio mestiere è svergognare i borboni, i papisti, i sabaudi, i prussiani, i turchi, gli asburghi e tutta la feccia mondiale dei tiranni. Il mio mestiere è forgiare un bullone, infornare la galletta, ferrare un cavallo, lavarmi i panni. Il mio mestiere è la rivoluzione, ecco che mestiere, il soldato della rivoluzione, l’ultima è appena finita e appena persa. Il birocciaio ha un sussulto, si raschia la gola, sputa di lato e stringe la briglia, allora forse dormiva, sognava.

Alua, che mesté ti fè? Il marinaio.

È vecchio, forse potrebbe combattere ancora una rivoluzione, ma non avrebbe più la forza di perderla. Lassù nella trincea di Domokos non si sentiva così vecchio, aveva comandato con decisione e non si era risparmiato, aveva salvato più di uno dei suoi uomini, Rizzi e Pansecchi, i due ragazzi di Ravenna, i dioscuri pazzi d’amore per l’anarchia, si erano buttati allo scoperto per pura smania di martirio e lui li aveva atterrati e sepolti sotto il suo corpo. Ma un attimo dopo la consegna dell’ordine di ritirata si era sentito vecchio da morirne. All’alba del giorno dopo sciolse la compagnia e consegnò gli equipaggiamenti nelle mani del comandante Ricciotti, si abbracciarono, erano come gemelli e anche Ricciotti gli sembrò vecchio come lui. Si mise per strada a digiuno, i vecchi non hanno tanto bisogno di mangiare. Ho vissuto tutto quello che potevo vivere, ho stretto la mano al principe dell’Anarchia ­Bakunin e non avevo che sedici anni, avevo la mano imbrattata del latte che il Generale mi aveva insegnato a mungere dalla vacca. A Parigi mi ha stretto la mano il più grande di tutti gli uomini di lettere e di umana passione. Voi avete un’anima limpida, così mi ha salutato l’Hugo, e sotto le unghie della mano che stringeva c’era ancora la polvere del campo di Pouilly.

Ogni tanto il Generale se lo toglieva dai piedi e lo mandava in missione rivoluzionaria assieme al suo gemello, a quell’altra testa calda di Ricciotti, il Generale era sempre alla caccia del milione di moschetti che erano essenziali alla rivoluzione italiana. I gemelli presero presto a innamorarsi per conto loro, e si innamorarono perdutamente dell’anarchia e del socialismo, per conto loro fondarono la repubblica libertaria di Filadelfia nel fondo delle Calabrie, e durò più di un mese prima che il regio esercito facesse la sua parte aguzzina. Per conto loro se ne partirono per Londra a conoscere Carlo Marx e il suo compagno di pensiero Engels, e purtroppo si capirono poco, difettosi com’erano dei pensieri astratti. Ma le mani si strinsero con calore, ed erano mani immacolate. Ho vissuto tutto quello che potevo vivere, il vecchio garibaldino ne è sicuro, e si sente vecchio e libero mentre il carro scende per la strada di Trigoso e alle prime luci del nuovo giorno già si vede il mare.

Non è vero che il Garibaldo avesse vissuto tutto quello che c’era da vivere, è per questo che poi non era finito per tornare a buttarsi a mare dallo scoglio di Quarto. No, non tutto, non si era ancora innamorato di una donna. Garibaldo s’innamorò di Esfir e generò Anita, Anita si innamorò di Piero Pierino detto l’Anciua e generò Sirio, nome di battaglia Bruto, Sirio si innamorò di Chiara detta Chiarella e generò Saverio, un nome sbagliato, Saverio si innamorò dell’Angela detta l’Angela e generò Mauri, Mauri si è innamorato della Meri e ha generato Saverio, nome giusto.

Eccolo lì Saverio, il Menin, seduto accanto alla Canarina, la vecchia, la sua trisnonna, la guarda, le prende le mani nelle sue, non dice niente. Neanche la vecchia dice parola, è un po’ che non ha più voglia di parlare, lei ora è la donna più vecchia del mondo, l’essere umano più antico che vive in questo mondo. La Canarina non rideva mai, mai che si fosse vista ridere per qualche ragione, ma quando raccontava di come era nata, di come il Garibaldo alla fine della sua vita la mise al mondo, allora le sue labbra si allungavano di un filo e si aprivano in un’espressione tutta sua che poteva anche essere un sorriso.

B
Non ti voglio lasciare libero

Noi non ci vergogniamo dell’amore. Dal Garibaldo in giù di carattere siamo tutti quanti piuttosto scontrosi e impertinenti, così non ci vergogniamo praticamente di niente. Io non ho vergogna di essere un delinquente, mi dispiace solo che sia andata così, e mi dispiace a intermittenza, il dispiacere non serve a granché di buono. Mi dispiace del dolore che ho seminato, ma se sono stato un seminatore di dolore non so vergognarmene. Ho seminato altro, ho seminato us dollars, ho seminato cibo, ho seminato poliziotti, ho seminato amore, chissà cos’altro ancora che adesso non mi viene in mente e non mi vergogno di niente.

Il suo primo amore, il primo amore dell’Artista, era una piumetta di platano, qualcosa di vaporoso che planava volubile giù dal cielo nel mezzo delle fioriture di aprile, incerta si fermava un po’ più in qua o un po’ più in là, ad annusarla veniva da starnutire. Lui le posava la punta delle dita da qualche parte laggiù o lassù, e succedeva qualcosa che averne avuto esperienza sarebbe stato un mancamento. Chi avrebbe mai potuto farne a meno. Nella leggenda del Garibaldo c’è solo questo gran amore per il Generale, e poi per la libertà, e poi per il gemello Ricciotti, niente che s’involasse ­nell’aria, niente mancamento. La leggenda del Garibaldo vergine. Fino ai cinquant’anni suonati, fin dopo l’ultima rivoluzione. Accadeva di essere impegnati in una rivoluzione, ma sarebbe davvero bastato per non far caso ad avere un primo amore? Nello scampolo che rimaneva del suo secolo, nel fosco fin del secolo morente il Garibaldo s’innamorò.

Poco più in là dei cinquant’anni l’Angela, il secondo amore dell’Artista, era già morta. Angelo angelo angelo mio. Pesante e liscia come pietra angolare, fluente e ampia e melodiosa come un Mississippi, Ombretta sdegnosa del Mississippi non far la ritrosa ma baciami qui. Non ci sono stati altri amori, dove passava l’Angela non si liberavano posti in piedi o a sedere. Dopo, dolore, dolore, dolore, sete di giustizia, sete di vendetta, i vedovi sono macchine di passione caricate a molla. Non ti voglio lasciare libero, le ultime cinque parole dell’Angela sulla croce.

L’aveva presa in quegli anni quando nessuno prendeva nessuna. L’aveva presa, questo andava detto per onestà, perché era andato a prenderla, aveva fermato la macchina sotto casa sua e lei era scesa tirandosi dietro un materasso a due piazze, era forte. Era notte, una di quelle notti di fine estate che fa ancora troppo caldo e non viene mai da andare a dormire, era scesa senza farlo aspettare, nemmeno lei aveva sonno. La macchina era una fiat 850 che aveva ormai dieci anni, volante sportivo, asta del cambio mozzata, carburatore originale sostituito con carburatore doppio corpo, tutta roba di seconda mano ma ben tenuta. Avevano legato il materasso al tettuccio con la corda per stendere il bucato che l’Angela aveva portato via dal cortile dietro casa, il bucato non era il suo, lo lasciarono affastellato per terra senza pentimento. Senza vergogna. Avevano un posto stupendo dove andare, non avevano bisogno di dirsi niente per arrivarci, andavano e andavano, e quando la strada prese a salire per le vigne, e poi per gli uliveti, e poi per il bosco, davanti ai fari apparvero conigli selvatici e volpi, un attimo come una visione, e schizzavano via e sparivano nella notte extraterrestre. Sui tornanti il materasso sciabordava di qua e di là dal tettuccio e i due amanti dell’850 si aggrappavano alla corda da bucato e tiravano forte perché non finisse per perdersi nella notte anche il loro prezioso dono di nozze. Quando lui staccava la mano destra dal cambio, lei gliela prendeva e gli baciava le dita una per una e poi se la poneva in grembo. Teneva la mano di lui sul suo grembo finché non diventava liquida e calda, allora gliela restituiva e a quel punto l’autista non sapeva più di che farsene, combinava straordinarie acrobazie ingranando le marce con la mano sinistra, fresca e solida mano di giovane uomo adatta a stringersi in alto a pugno, adatta a tener fermo nel pugno il cielo.

Lassù al culmine della collina, al termine di un viaggio nella notte lungo tutta una vita prima di allora, sbarluccicavano le luci casalinghe dell’antico e nobile paese di Montemaggio, nella cerchia dei bastioni la casa che l’Artista abitava per lascito dell’avo Garibaldo. La casa era vecchia di secoli e senza comodità, non aveva neppure una chiave. C’era una serratura ma non la sua chiave, nel tempo se ne sarebbero fatte diverse, ma in qualche modo finivano sempre per perdersi. Era priva di gran parte degli arredi dell’abitudine, ma aveva l’essenziale, un balcone che si dava sulla vallata del fiume laggiù fino al mare, la sua patria vallata, il suo mare materno. Il balcone era lungo e ben rinforzato, così aveva posto anche per il casotto del cesso, chi cacava con la porta aperta poteva farlo guardando il panorama. A quell’ora della notte ormai si amavano così intensamente che non gli venne in mente di dirselo neanche quando entrarono nella casa, dovettero accontentarsi della luce di un accendino per mettere il materasso da qualche parte, perché la luce elettrica era venuta a mancare, forse c’era stato un gran temporale e loro non se n’erano accorti. Allora erano giovani di una gioventù senza sosta, una gioventù intatta, non c’era bisogno di dirsi niente per amarsi a quel modo.

Ecco, forse che quella notte era estranea alla rivoluzione? Nuotavamo nella rivoluzione come pesci nell’acqua, tutto, ma proprio tutto, portavamo con noi nei nostri sogni di dentro, e i nostri erano sogni di fame e di sete, sete e fame di tutto, e i nostri corpi erano corpi di sogno. E freddo da morire, d’inverno, nella casa sui bastioni, casa da poveracci, resti della casa di un fabbro arrangiata con una stufa economica in cucina e una bombola del gas con un bruciatore ad accensione a zolfanello che girava di qua e di là per le stanze, e che era soprattutto essenziale per non gelarsi le intimità nel cesso. In quegli inverni le notti si intiepidivano nella contemplazione militante dei loro corpi sepolti vivi sotto coltri e cappotti. Ma nella luce dei giorni brevi, che d’inverno abbagliava ancor più che d’estate così radente e linda di tramontana, in quei giorni che imponevano maglioni dai colli alti fin su alle orecchie insaponate in fretta e furia, per scaldarsi non c’era che starsene appiccicati alla stufa a kerosene nello storico covo anarchico di piazza Matteotti, ascoltare senza posa Failla e Marzocchi, i dioscuri del pensiero liberatore, così vecchi e così belli di fama e di sventura. E pressarli allo sfinimento di domande che non potevano avere risposta se non nell’amore, diteci vecchi maestri, cos’è dunque l’anarchia? L’Anarchia en se pò dir. Tale e quale l’amore in quel tempo.

Quante parole e quanto silenzio, quante bandiere e quante canzoni. Da quanti anni non canto più una canzone? Forse da ieri. L’Artista canta le sue canzoni al Menin, lo fa per evitare di fargli dei discorsi, quel ragazzo è di poche parole ma gli piace ascoltare, gli racconta storie e gli canta canzoni, e lui sembra contento. Ma se quando racconta le sue storie lo fa a voce piena, il suo canto è poco più di un bisbiglio, come se fossero tutte canzoni per il sonno, o canzoni d’amore lontano. Questo per voto contratto con l’Angela sulla croce, non ti voglio lasciare libero, no, nemmeno di cantare come si deve. Canto e bandiere, bandiere rosse, nere, bandiere rosse bordate di nero e nere bordate di rosso, il fuoco della rivoluzione e il lutto per i martiri della Comune. Il Garibaldo era stato alla Comune con il Generale quando ancora era viva, e il fiocco nero appuntato sulla camicia rossa era il suo lutto. Invece l’Artista non ha portato il lutto per l’Angela, il lutto rende liberi.

E il silenzio, lui e lei. La sera si portavano le seggiole dalla cucina e si sedevano sul balcone ad aspettare che facesse notte, sulla stufa avevano messo a cuocere qualcosa che ci mettesse del tempo. Se ne stavano a guardare la valle e il fiume, e tutto quello che viveva laggiù, le lampadine che s’accendevano nelle case e nelle officine del turno serale tentennavano come lucciole. Poi, quando tutto era ormai imbrunito, all’oriz­zonte d’oriente le candide torri d’Apuania s’accendevano di un fuoco giallo oro. Era un attimo, come un pressante messaggio da un altro mondo, un mistero, e si faceva subito notte, e sulla stufa la cena rischiava di bruciare. Non si dicevano una parola, si amavano pazzamente, accendevano la radio e sentivano la musica.

Ho bruciato il mio amore. Lui e il suo figliolo Mauri avevano bruciato l’Angela secondo le sue volontà, incenerita, e nel cuore della notte davano termine ai suoi ordini. Furtivi come due felini notturni si muovevano con sospiroso frusciare tra le canne e le ghiare e i copertoni sfondati e i resti di falò pagani in cerca del posto buono, dove ci fosse corrente e acqua fonda e passabilmente limpida sotto la luna piena d’ottobre. Conosceva il fiume come casa sua, ma quella notte si trovava a disagio tra i sassi e le fanghe, zoppicava leggermente anche se non era zoppo, che lui sapesse, e si teneva timidamente al braccio di suo figlio, il suo figlio era ormai alto più di lui e più robusto, e più determinato, come il padre sapeva che si accingevano a compiere un reato, ma sembrava sereno, serafico. Trovarono il posto adatto in un’ansa che lambiva una macchia di salici, lì l’acqua mulinava e scivolava via veloce e sbarbagliante sotto la luna, lui aprì il barattolo e versò quello che rimaneva del suo amore, prima di arrivare al mare qualcuno almeno un po’ se la sarebbe bevuta, anche solo un cane o un uccello, qualche segheria se la sarebbe presa per sciacquare delle lastre di granito. Lo fece e pensava che avrebbe dovuto dire qualcosa a suo figlio, la luna era alta sopra i salici, gli occhi di Mauri splendevano innocenti, e non gli venne in mente niente. Mauri invece disse qualcosa, aprì la bocca e la voce gli uscì di petto troppo acuta, si trattenne un attimo e trovò il modo di non farsi sentire da qualche guardafiume in agguato, così sussurrò a ritmo sincopato per sua madre che si stava dileguando. Saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le tette della mamma a noi piacciono di più. L’Angela aveva delle tette bellissime, non troppo grandi, ma bellissime. E quella era la canzone che aveva insegnato a suo figlio perché potessero cantargliela in coro ogni volta che l’Angela faceva il bagno o prendeva il sole o si cambiava la maglietta, la canzone non era un granché ma piaceva moltissimo a tutti e due i maschi perché diceva la verità e per questo faceva indispettire l’Angela, che starnazzava, lanciava spugne insaponate e scalciava la rena.

La canzone durò poco e il vedovo e l’orfano se ne tornarono verso la strada e le luci al selenio. Lui avrebbe voluto diversamente, avrebbe voluto arrivare quella notte fino al mare, anche con quello strano zoppicare sarebbe arrivato prima del mattino, avrebbe voluto spingersi fin dove il fiume si dava al suo mare in quel modo così ampio, placido e innocente da farlo davvero sembrare un Mississippi, e poi prendere a nuotare fino allo sfinimento, e infine sprofondare spinto nel niente dal peso gentile di tutto quello che sapeva, che aveva sentito e ricordava, e aveva toccato, e aveva sognato, e aveva baciato. Non ti voglio lasciare libero.

Avrebbe voluto diversamente anche per il funerale della sua amata. Di questo avevano discusso fino alle lacrime nei giorni dell’agonia, lui e lei, la sua mano nel grembo di lei, sei bella come un’aurora. Hai sbagliato il raffronto, bella volevi dir come un tramonto. Avrebbe voluto che fosse un grande assembramento di piazza, nella piazza Matteotti per la precisione, che concorressero folle da ogni dove, tutti coloro che avevano conosciuto l’Angela e ne avessero anche solo sentito parlare, delle sue gesta, della sua bellezza, della sua dedizione alla rivoluzione e all’amore, al duro lavoro dell’amo­re rivoluzionario. E avrebbe voluto le bandiere, un garrire di bandiere che a tratti oscurasse il sole e a tratti spandesse lingue ardenti di fuoco sugli sguardi commossi della folla. E la banda naturalmente, la grande banda musicale di Montemaggio con i suoi monumentali quattro bassotuba e la sezione al completo dei tamburi e delle grancasse, già vincitrice di numerosi premi nazionali. Avrebbe voluto che si suonassero tutte le loro canzoni e magari anche qualcuna di nuova, voleva che la musica fosse così potente e avvolgente da spingere tutti quanti a cantare in coro, e il coro si involasse così alto nel cielo che tutta la vallata ne sentisse l’eco, e i marmisti delle segherie interrompessero il loro lavoro assordante, gli automobilisti dell’autostrada si fermassero nella prima piazzola, i braccianti delle serre uscissero fuori dai teli, gli zingari del fiume lasciassero perdere le loro faccende misteriose, i bottegai fuori dai negozi con le serrande mezzo abbassate, e i bambini, i bambini che stavano giocando alla guerra negli incolti, le bambine che saltavano sul timpano nei parchetti, i bambini nella sala d’attesa dei dentisti e quelli che cercavano di imparare a memoria qualcosa e intanto succhiavano a morte la biro, per un attimo almeno tutti quanti fermi ad ascoltare stupefatti.

E i discorsi naturalmente, discorsi struggenti e saggi, tenuti dalle più belle menti e dai più bei cuori, i candidati sarebbero stati decine, si sarebbe dovuto selezionare. Lui avrebbe taciuto, lui sarebbe stato tutto il tempo occupato a non far niente, ad aspettare di sistemare i fiori. Avrebbe comprato diecimila garofani rossi, i soldi c’erano da qualche parte, e finita ogni cosa ne avrebbe ricoperto la tomba fino a che non ci fosse stato altro che fiori, fiori rossi odorosi da svenire, e la tomba sarebbe scomparsa sotto tutti quei garofani, e lo sarebbe stata per sempre, perché lui avrebbe provveduto in eterno. In definitiva un grande funerale proletario. Lei voleva solo che fosse ridotta in modo da ingombrare il meno possibile e portata al fiume. E parlare di tutto questo li faceva arrabbiare e per un po’ li teneva allegri.

Eravamo quasi sempre allegri, se non ci facevamo prendere dall’allegria era perché avevamo troppo sonno. L’allegria è una conquista, e noi abbiamo lottato per la nostra allegria?

Al tempo che la casa sui bastioni era selvaggia e ignota alla rete del pubblico servizio di gas metano, ricevevano la visita periodica del distributore di bombole, l’uomo del Pibigas. Era snello e placido, si chiamava Attilio, Tilietto, era un lavoratore riflessivo, un onesto lavoratore che pensava alle cose che faceva. Pensava anche dei puri e semplici pensieri che ardeva dal desiderio di mettere alla prova con altri puri e semplici pensieri. Così si camallava la bombola su per il vicolo di pietra serena che portava dalla sua Apecar alla porta di casa ogni volta stupefatto per il successo della sua fatica, si lasciava andare sulla prima sedia che incontrava e prendeva volentieri un caffè. Non sapevamo fare il caffè, per qualche ragione non veniva mai bene, ma a Tilietto piaceva così com’era. Si accomodava al meglio, si cavava dalle tasche la sua chiave inglese e il suo giornale e sorbiva il caffè da gran signore. Portava sempre la chiave e il giornale, con la chiave serrava il giunto della bombola, con il giornale affrontava gli argomenti che più gli avevano dato da pensare. Il suo giornale era l’Unità, il giornale dei lavoratori, la lettura di quel giornale lo induceva a vaste riflessioni e pressanti interrogativi. Apriva una pagina e la spianava ben bene sul tavolo, pigiava il dito su una parola e supplicava l’Angela di entrare con lui nei reconditi del suo significato, nelle implicazioni e nelle conseguenze. Guardava l’Angela negli occhi come fossero i fondi del caffè che s’era bevuto, e intimava, dunque? Era un uomo molto educato, si rivolgeva sempre alla signora Angela, se lei taceva, e lo faceva spesso perché aveva una gran considerazione del bombolaio Tilietto e non voleva rispondere con la prima cosa che le veniva in mente, sollevava l’indice dalla pagina e lo puntava su di lui. Dunque? Appiccicate al suo dito rimanevano parole non facili persino da dirsi, spesso allarmanti anche solo nel suono, Laos, coscienza, impero, impeachment, emergenza, Val di Sambro. Parole così, parole senza soluzione. Ci voleva del tempo prima che Tilietto tornasse a mettere in moto la sua Ape per andare a faticare altrove, scendeva per il vicolo con il passo elastico e spensierato di chi non ha sprecato il suo tempo, e prima di andare salutava sempre allo stesso modo, sbrigativo e amichevole, intimo. Statemi allegri. Un’invocazione alla battaglia. E loro cercavano di stare allegri il più possibile, e ci riuscivano benissimo perché come tutti gli altri tempi anche quelli erano tempi di catastrofe, ma erano anche il tempo della giovinezza universale, e tutto il mondo era una giovinezza in rivolta. E avevano preso l’abitudine di salutare i loro compagni, chiunque in verità salutassero, allo stesso modo del bombolaio. Stammi allegro, statemi allegri.

Anche la Canarina era di spirito allegro, anche lei aveva ricevuto in dono l’allegria dal tempo di suo padre, anche se non s’era mai vista ridere e tutto il suo sorridere non era che un improvviso palpebrare di ciglia e uno strano sollevarsi del mento. Come avrebbe potuto altrimenti arrivare viva e determinata dov’era, lì sulla sua poltrona a sentire il telegiornale, l’essere umano più vecchio del mondo con ancora qualcosa per vivere. Quanto deve aver lottato per tenersi cara la sua allegria lungo tutti i tormenti delle sue epoche, dentro tutti i suoi lutti.

Adesso vorrebbe piangere un po’, magari senza troppo farsi vedere dal ragazzino che se ne sta ancora lì con la sua trisnonna mano nella mano davanti al telegiornale e ogni tanto si volta a dargli un’occhiata. Come fossi tu mio padre, o mio nonno, mi mandi un’occhiata come per dire, tutto a posto, c’è bisogno di qualcosa? No, non c’è bisogno di niente, solo mi piacerebbe piangere un po’ e godermi la vedovanza nell’unico modo che ho di godermela. Vorrebbe mettersi lì e piangere piano piano, senza farsi fretta, e piangere di rabbia, e piangere di delusione, e piangere di tenerezza. Come è capace di farlo, senza vergogna. Vorrebbe adesso trovarsi in tasca la sua trottola che invece è da qualche altra parte, prenderla e prillarla e prillarla e prillarla tra le lacrime, e poi lanciarla e lasciarla prillare per tutta la casa e tutto il paese e tutta la vita. Vorrebbe questo, ma il ragazzino torna a dargli una fuggevole occhiata, e in quegli occhi un po’ grigi e un po’ azzurri, gli occhi angeleschi, e in quel luccicare un po’ severo e un po’ innocente, lo sguardo angelesco, vede distintamente scritto un ordine intimativo. Tu sei qui per quello che mi spetta, per la mia parte di allegria. Ho delle storie da raccontarti Menin, tutte quante per la tua allegria, ho delle stupefacenti leggende, ho che ti aspettano delle enciclopedie di allegria.

Per prima cosa ti racconterò che a un certo punto l’Angela generò un figlio, era un maschio e gli diedero nome Mauri. Nome evocatore di rinascita e riscatto poiché in Mauri risuonava l’eco dell’intrepida gatta Maolì. C’era stata questa gatta nella casa sul bastione, una gatta grigia cenerina con strepitosi riflessi d’argento ricevuta in dono dal bombolaio Tilietto. A volte Tilietto oltre al giornale e alla chiave inglese si cavava di tasca qualcosa, un dono, un regalo. Ad esempio, una cartata di castagne arrostite ancora tiepide da prendere con il caffè, ad esempio delle caramelle al limone da succhiare per meglio ragionare, ad esempio un accendino a forma di bomba a mano. Ad esempio una gatta così piccola che era ancora mezzo cieca, appallottolata nella sua mano tutta un sospiro e un tremore. La presero volentieri perché era bello che ci fosse una gatta nella casa, era un bene che non stessero sempre a parlare e a toccarsi tra di loro. Anche se non avevano il coraggio di dirselo, a volte avevano paura di rimanere soffocati dalla quantità delle cose che si dicevano e si toccavano. Stavano molto tempo a casa allora e ogni momento era buono per parlarsi e per toccarsi, toccarsi era come parlarsi e parlarsi era come toccarsi, in quella casa la gatta non avrebbe sofferto di solitudine e l’avrebbe adornata di una presenza di selvatico mistero.

Lavoravano a domicilio, ecco perché ci restavano così tanto, lui lavorava nel settore dell’arte, lei in quello dei matrimoni, erano ambedue degli onesti lavoratori, dei veri proletari. Lui era già l’Artista e l’Artista naturalmente dipingeva, ma stampava anche artisticamente con la tecnica allora molto in voga della serigrafia. L’Angela componeva bomboniere, in verità non solo bomboniere di nozze, ma anche da fidanzamento, da prima comunione e da varie altre occasioni. Aveva mani sottili e delicate, adatte a lavorare con pizzi e fiorellini, ogni primo giorno del mese veniva a casa con un sacchetto da cinque chili di confetti da sposa e altri più piccoli con confetti color oro, argento, rosa, azzurri, quel giorno ne mangiavano un po’, ma gli venivano subito a noia. Era un buon lavoro perché bastava sgomberare un angolo del tavolo di cucina e mettere la radio sulla musica. Nei giorni che pioveva forte e la rivoluzione non li chiamava a imprese urgenti, l’Angela poteva farne anche centocinquanta di bomboniere, la ditta gliele pagava trentacinque lire ognuna. Allora un pacchetto di sigarette Esportazione Super costava duecento lire, erano tempi che fumare costava davvero poco.

Anche il lavoro dell’Artista era un buon lavoro, era un pittore molto capace nel ramo delle vedute e le sue specialità erano la veduta del Ponte Vecchio di Firenze e della piazza dei Miracoli di Pisa con la torre pendente in primo piano. La ditta di Milano che gliele comprava per metterle in vendita nei mercati dove passavano molti turisti gliele pagava bene, sotto le feste di Natale anche diecimila lire l’una. Se non fosse stato un perfezionista assai pignolo avrebbe potuto guadagnare un sacco di soldi, ma lo era, gli piaceva lavorare bene, gli piaceva essere soddisfatto di quello che faceva. Due o tre volte l’anno la ditta gli ordinava dei lavori più impegnativi, un Picasso, un Van Gogh, un Kandinskij, opere di pittori molto più famosi di lui per turisti più esigenti. Allora guadagnava anche cinquanta, sessantamila lire al pezzo, il bombolaio Tilietto era in affitto per quindicimila lire al mese, gli affitti di paese a quel tempo erano a buon mercato. Per questo lavoro si impegnava ancora di più e gli veniva così bene che stava molto attento che non fossero proprio identici alle fotografie che copiava dai suoi libri. Per quegli extra la ditta gli ordinò per prima cosa un vaso di girasoli di Van Gogh e con le cinquantamila andarono dal rigattiere libertario Vittorino e comprarono un bel letto con i pomelli di ottone. Non dormivano male nel materasso che aveva portato in dote l’Angela, avevano messo sul pavimento una pesante coltre per salvarsi dalle umidure di vecchie mattonelle rosse, ma ora che si erano elevati di un buon mezzo metro potevano guardare dalle due finestre della stanza dove dormivano. Da una finestra si vedeva il fiume nella piana proprio dove faceva la sua bella e grassa curva tra gli orti di Ressora, dall’altra vedevano i tetti delle case e sopra i tetti la torre di San Giorgio, perché Montemaggio era stata di Genova e ancora dopo tanti secoli la gente del paese tifava per la squadra di calcio del Genoa e ci teneva ad avere la bandiera di San Giorgio sulla sua torre. In pieno inverno il sole tramontava dirimpetto alla torre e illuminava le lancette di ottone dell’orologio, così prima che facesse notte si potevano vedere le ore come se fossero di fuoco. Intorno al solstizio d’estate invece il sole sorgeva proprio dietro al Pizzo d’Uccello e gli dava fuoco alla cima, la fiaccola della libertà.

La gatta stava bene in quella casa. Le avevano dato nome Maolì perché s’era sparsa la voce che il presidente Mao Tse Tung avesse avuto una gatta che lo aveva accompagnato nella Lunga Marcia dentro il suo zaino e a quella gatta aveva dato il nome di Maolì. Non era una storia vera, ora lui lo sa perché ha avuto tutto il tempo di indagare, ma allora sembrava così bello e istruttivo che il formidabile rivoluzionario portasse con sé una sua debolezza anche nella più tremenda delle sue fatiche. E così a un certo punto ebbero per casa la gatta ­Maolì, e la gatta prosperava in bellezza e altera felinità. Costava poco nutrirla perché provvedeva perlopiù per conto proprio, gradiva qualcosa della cena perché era quella ­l’ora che si concedeva alla compagnia e le piaceva starsene su una sedia al tavolo della cucina a odorare quel che c’era e ad ascoltare la musica alla radio. La mattina alle cinque in punto ora solare e alle quattro ora legale saltava sul letto e si metteva a mordicchiare un ditone dei piedi dell’Angela, l’Angela prendeva a stuzzicare l’Artista, l’Artista si svegliava e andava ad aprire la porta di casa alla gatta Maolì. Fuori dalla porta viveva una sua vita di inconoscibili avventure, ma essendo di quel suo particolare vello cinerino argentato, era adocchiata e riconosciuta da tutto il paese come la gatta Maolì. E se ne parlava quando era segnalata al fiume a pescare nelle basse pozze di Forvola, intravista sulla vetta della quercia secolare di piazza della Libertà a osservare l’ordinata migrazione degli storni, pazzamente aggrinfiata in operoso equilibrio alla lancetta dei minuti sull’orologio della torre. Un freddo lunedì mattina di novembre fu notata dal portalettere rovistare con metodo dentro la cassetta della posta del villino del sindaco, e il postino sparse la voce che avesse fiutato una seria minaccia di morte. Il giornalaio che avrebbe tanto voluto tenere un gatto nell’edicola, ma che aveva la moglie allergica, compilava un dettagliato registro delle gesta. Ma anche al Circolo dei Martiri e una volta dal pulpito domenicale della chiesa della Maria Assunta si raccontavano molte storie della gatta argentata e di come quelle storie fossero motivo di giusto orgoglio per il paese. Erano tempi in cui il presidente Mao godeva di vaste simpatie nella valle come altrove nel mondo e non erano pochi nel paese che per l’occasione della gatta Maolì si lasciavano andare ad azzardate ipotesi di metempsicosi e possessione. Loro lasciavano solo che andasse, e quando poi avevano voglia di vederla, bastava andare ad aprire la porta di casa, il rumore dei cardini era come un richiamo ultrasonico e la gatta emergeva silenziosa e accorta dalle ombre inesplicabili della sua vita felina. Non facevano gran discorsi con la Maolì, la gatta argentina era di natura appartata, ma avercela per casa, intravederla e evitare di disturbarla, era come un discorrere sottinteso, e li distraeva l’uno dall’altra, e li faceva lavorare con più tranquillità. La trovarono la sera di San Silvestro mentre uscivano per andare a ballare ai Martiri, morta stecchita avvelenata riversa sulla soglia. Era l’anno 1974.

L’Angela e l’Artista conoscevano la morte. Ancora così giovani, così candidi, conoscevano la desolazione della perdita, e la rabbia, e il lutto furente. Ma non pensavano che la morte potesse arrivare fino alla soglia di quella casa. Vivevano al sicuro lì, ogni cosa della loro candida giovinezza era messa al sicuro in via San Giorgio 4. Non lo pensavano, non se lo dicevano, era quello che sapevano, e basta. La gatta Maolì gonfia di veleno alla porta di casa, proprio la porta che si aspettava che si aprisse e non s’era aperta, aveva deposto sulla soglia con il suo pelo argentino tutta la morte che avevano conosciuto, tutta la morte di cui erano venuti a sapere. Guardarla, toccarla, cercare di portarla via di lì senza offenderla, senza farle del male, e metterla da qualche parte appallottolata nel suo vello così com’era stata la prima volta tra le mani di Tilietto, era stato difficile. E allora l’Angela generò Mauri, speranza e riscatto, e anche se all’inizio sembrava un po’ bruttino, era già tutto splendente.

E per prima cosa ti racconterò del Garibaldo e della sua principessa Esfir, e lo farò per anni, e forse nemmeno gli anni basteranno.


C
La rivoluzione è un lampo

Il Garibaldo non aveva paura di niente, neanche della morte e neanche di morire. Il Garibaldo era una leggenda di allegria e sfacciataggine, e non aveva neppure paura di vivere. Così non si è fatto lasciare dal birocciaio allo scoglio di Quarto, ha chiesto solo di fermarsi un momento, c’era calma di mare, l’aria di scirocco era tiepida, si sentiva così forte che avrebbe potuto nuotare fino alla Giraglia e lasciarsi andare laggiù nelle correnti di Capo Corso. E allora andiamo. Il birocciaio andava a scaricare alla Calata delle Grazie, portami alle Grazie camerata, metti che c’era ancora qualcosa da vivere.

Aveva ucciso, questo è certo, aveva ammazzato per la rivoluzione e aveva ammazzato per non essere ammazzato, e le due cose stavano sempre assieme, questo era il suo tempo. Quanti ne ha ammazzati a Digione? E a Pouilly per portare via la bandiera all’alfiere del Pomerania? L’alfiere era un ragazzo, era forte, dovette spezzargli il braccio, non c’era sangue su quel panno dorato, era finito tutto sulla sua camicia, e sulla casacca dell’alfiere ce n’era rimasto del suo. Sangue per sangue, per un mese intero, giorno per giorno, a Digione per la Repubblica e per la vendetta. Vendicare Mentana.

Alle Grazie il vecchio garibaldino si accoscia sulla sua sacca e contempla l’acqua oleosa del porto, non è acqua di mare, è acqua di lavoro, avanzo di opere, opere che lui non ha mai imparato a fare, e in quell’acqua non ci si butta di certo. Davvero che non ci sarà ancora qualcosa da vivere? Nell’acqua le scie di catrame fanno bolle e nelle bolle si accendono e si spengono arcobaleni, Garibaldo si mette a contare tutte le sue battaglie e prova a non dimenticarsene nemmeno una. Dove è adesso la rivoluzione? Ricciotti è disperso nelle Americhe e il secolo sta per finire. Nel fosco fin, dice la canzone, nel fosco fin del secolo morente, sull’orizzonte cupo e desolato, già spunta l’alba minacciosamente del dì fatato. La rivoluzione è un lampo, è una stella di San Lorenzo, è una cometa di Natale, bisogna andarle dietro. Poi vederla finire di là dalla linea di tiro chissà dove. Da qualche parte dove lampeggia e tuona. Il vecchio garibaldino guarda gli arcobaleni andare e venire sull’acqua e pensa infine che andrà di là dal secolo a vedere cos’è.

Ci andrà da Garibaldo di là nel secolo nuovo, ci arriverà da caddraio, lo farà senza dover mettersi addosso degli stracci, ci arriverà con la sua bella camicia rossa. Di tutte le cose che sapeva fare, al momento nel porto di Genova ne serviva una sola, sapeva preparare il rancio per un’intera brigata lasciando contenti i commilitoni, e così si fece caddraio. Si trovò un socio, misero assieme quel poco che avevano, presero a nolo una chiatta in disarmo, ci accomodarono un fuoco di carbone sotto un paio di marmitte e ci si misero a cucinare. La mattina appena prima dell’alba, alla sirena del mezzogiorno e la sera all’accensione del faro, facevano il giro della darsena, accostavano ai vapori e riempivano le gamelle con la roba buona e calda che cuocevano. Davano da mangiare ai marinai di tutto il mondo, venivano pagati con le loro monete, la mattina era brodo di trippa, a mezzogiorno trippa accomodata e la sera buridda, erano cose che piacevano a tutti. Sulla chiatta tenevano anche una damigiana di vino da poco, se calavano un secchiello lo riempivano per una lira o quanto gli sembrava che valessero i soldi stranieri per una lira. Nel fare il suo nuovo mestiere il Garibaldo portava la camicia rossa sotto un grembiule di cuoio nero, voleva che si sapesse chi era. E lui non era un transfuga, non era un disertore, e non era nemmeno un veterano avvilito, era il Garibaldo di tutte le rivoluzioni che voleva vivere ancora qualcosa che non aveva visto. E gli piaceva che i marinai sapessero cos’era quella sua camicia rossa, gli piaceva che i malesi lo chiamassero Caridaldi e i cinesi Calibaldi, e gli inglesi Garibaldi proprio come andava detto, tutti quanti a modo loro.

Gli piaceva che i gendarmi di dogana e i carabinieri gli girassero alla larga, il porto era grande, temuto e franco. Gli piaceva il suo socio. Il suo socio era un bergamasco di montagna che tra i camalli era chiamato Adua, il suo nome vero non si sapeva, da un anno viveva nel porto in clandestinità, lo chiamavano a facchinare quando c’era bisogno, mangiava alla cucina dei carbuné e dormiva nel loro asilo notturno, il re gli aveva dato dei soldi perché non si facesse vedere. Era un fante di Adua, la vigliaccata dei savoia, la pazzia di Crispi, la disfatta di Baratieri l’infame. Militava nella brigata di Dabormida, il generale che si vergognava degli occhiali così che non leggeva le mappe e aveva insaccato i suoi uomini nel vallone di Mariam Sciawitù perché Menelik se li prendesse tutti quanti, morti e vivi. Lui era tra i vivi e il re pagò la fortuna di quattro milioni per riscattare lui e i suoi mille commilitoni, diede anche una mancia a ciascuno purché tornassero in patria mascherati da borghesi e sparissero senza aprir bocca su quello che avevano visto e patito. E il bergamasco lo fece più che volentieri, con quello che era costato al re ci avrebbe potuto mangiare il suo paese tutto intero per un anno. E i soldi non li aveva scuciti il savoia ma il popolo, il popolo che per portarselo a casa adesso pagava il pane il doppio. Avevano barattato la sua vita con la fame. Il bergamasco odiava sé stesso quasi quanto il re tiranno e i suoi generali. Era grosso come mezzo cavallo e riccio e rosso di pelo, e al Garibaldo piaceva perché, con tutti i suoi risentimenti e rimorsi e pene d’Abissinia, aveva sempre modo per ridere di qualcosa. Rideva a bocca aperta, rideva come se fosse nato il giorno prima, rideva mentre cucinava, che piovesse o fosse sole, rideva mentre riempiva le gamelle e quando ritirava le monete, rideva quando passavano le guardie e tiravano diritto, quando si attaccava alla fiasca del vino rideva del mondo intero. E questo piaceva al Garibaldo, perché secondo lui tutto quel ridere veniva dal fatto che, pieno delle sue pene, eppure credeva nell’avvenire. L’avvenire. Così gli aveva insegnato a cantare la sua canzone. Se la cantavano certe sere all’asilo dei carbuné, lì c’erano due camalli che venivano di Garfagnana e la conoscevano. Il Garibaldo era un canterino, aveva imparato da Ranòcc, gli avevano insegnato le loro canzoni i camerati più anziani perché un ragazzetto che cantasse durante la battaglia portava fortuna più ancora di un tamburino, prima di arrivare a Gaeta ne sapeva già cento. Questa canzone era nuova, l’aveva imparata alla rivoluzione dei cavatori, lui era già vecchio e gliela avevano insegnata i giovani. A parte il Garibaldo, non è che lì all’asilo notturno cantassero proprio bene, ma erano tutti quanti accorati. L’avvenire. L’avvenire in mezzo all’inverno.

L’Artista la conosce quella canzone, tutta quanta, e sa da dove viene. Di là dalla valle. Dall’insurrezione dei cavatori del marmo. Una rivoluzione senza fame di pane, il loro filone e il pezzo di lardo ai cavatori non era mai mancato, e nemmeno la fiasca di vino. Avevano un’altra fame, avevano fame di Anarchia. Era quello che dicevano. E dice la canzone, sul labbro il nome santo d’Anarchia, insorgeremo. Insorsero il giorno che un loro compagno rimase ucciso da una grandinata di ravani mentre ripuliva un taglio fresco di mina. Era di domenica, era da solo, una cosa che in cava non si fa, ma il sabato aveva lasciato il suo lavoro a mezzo e il lunedì non sarebbe stato pagato. Si era legato e s’era arrampicato sulla parete con il suo scalpello da tecchiaiolo fissato al polso, era rimasto lì, a penzolare dalla corda con la testa fracassata, lo potevano vedere da tutta la montagna e dalle ultime case del suo paese. Era dunque domenica, c’era silenzio per la montagna, il rumore della frana s’era sentito dappertutto, il primo a vederlo era stato il prete che era salito sul campanile per slegare una campana, da lassù aveva preso a battere a morto, al tecchiaiolo gli sarebbe dispiaciuto, lui i preti non li poteva soffrire. Lo andarono a prendere i suoi compagni e lo portarono giù per le strade come un Cristo deposto, lo diedero alla sua famiglia e dichiararono l’insurrezione. La dichiararono non solo per quel morto, ma per tutti i morti fin lì, i morti di tutte le cave e di tutte le campagne e le guerre e le rivolte. La dichiararono per gli ottantadue loro compagni dei Fasci di Sicilia lasciati ammazzati per strada appena il giorno prima e che ancora non avevano avuto sepoltura. Per tutti. Quella domenica si erano decisi di non sopportare di morire e di veder morire. La dichiararono per la salvezza di chi era rimasto, e l’unica loro salvezza la potevano solo sognare in un mondo che non avevano mai visto e stentavano anche solo a immaginare, la sognavano nell’Anarchia. Dice la canzone, sul labbro il nome santo d’Anarchia, insorgeremo.

Ascoltando per la prima volta quella canzone, era allora nell’età più tenera della sua giovinezza, l’Artista si era chiesto cosa ci fosse di santo nell’anarchia. Non sapeva spiegarselo e andò fino a Carrara per chiederlo al vecchio Marzocchi, il padre vivente dell’Anarchia. Il vecchio Marzocchi doveva saperlo perché dell’anarchia sapeva ogni cosa, e perché egli stesso aveva l’aspetto e l’animo della santità. Era bello, bello della sua vecchiezza fiera e gentile, era lindo e signorile, la sua vita, la sua camicia, il suo pensiero e la sua giacca non avevano macchia, non avevano pelucco. La sua casa era la sede dell’Anarchia, come un santo non ha nessuna casa ma ha solo la sua chiesa.

Proprio te mi vieni a chiedere, proprio te che ti chiami Santo, lo rimproverò con dolcezza il vecchio Marzocchi, come la santità dell’Anarchia anche la dolcezza degli anarchici gli sapeva di mistero. Era verità, a quel tempo l’Artista non era l’Artista, si chiamava ancora Saverio e era un nome posticcio, lo sapeva. Il suo vero nome, il nome che suo padre Sirio avrebbe voluto per lui era Sante Caserio, staccato o anche tutto assieme, ma l’ufficiale d’anagrafe s’impuntò, non era possibile, era contro la legge, lui e sua madre potevano mettersi d’accordo per Saverio, che era un bel nome e un’arguta sintesi di Sante Caserio. Sirio accettò, non poteva farne una questione, c’erano altri problemi, e comunque in casa il suo nome fu sempre Sante, e nella lingua della casa Sante si diceva Santo. Sante Caserio era un santo assassino, la Canarina gli raccontò la sua storia perché non si imbarazzasse del nome che portava.

Sante Caserio era un figlio della pellagra, la pellagra era la figlia della fame, la fame era figlia del re. La pellagra mangiava le mani e il cervello dei contadini che non avevano da nutrirsi che di polenta di formentone e pappa di castagne, impazzivano intanto che le loro mani, le mani del loro lavoro, si corrompevano fino all’osso. La pellagra l’aveva inventata la miseria d’Italia, non c’era in nessun’altra parte del mondo, era incurabile perché l’unica cura era mangiare carne e verdura e frutta, e non c’era contadino o montanaro che potesse pagarsele. Il padre di Sante Caserio era morto di pellagra in manicomio, si era ammalato che lui era ancora un bambino, era il più piccolo di sette fratelli. A volte, gli spiegava la Canarina, la miseria anche quando è nera da morire non ce la fa a stroncare la bellezza, e Sante Caserio era un bambino bellissimo e di una grande dolcezza. Amava sua madre e i suoi fratelli a tal punto che a dieci anni se ne andò di casa perché ci fosse una bocca in meno da sfamare. Come nella storia di Pollicino, Saverio la sapeva a memoria perché la Canarina gli raccontava storie dove si imparava sempre qualcosa, come Pollicino ma alla rovescia, Sante Caserio preferiva morire di fame che tornare a casa ad affamare i suoi fratelli. Arrivò fino a Milano e per la sua grazia e la buona volontà trovò subito da lavorare, divenne il garzone di un fornaio, aveva trovato il pane. Ma siccome non c’è solo la fame di pane, imparò a leggere e scrivere e a ragionare su quello che vedeva. Vedeva la fame degli altri, vedeva i bambini lavorare quattordici ore al giorno per venti centesimi al tempo che un pane costava una lira, vedeva le madri portare al banco dei pegni i loro vestiti per un pane, vedeva i bersaglieri tirare a fucilate i padri che chiedevano lavoro. Vedeva l’odio dei potenti sui miseri, vedeva l’indifferenza dei governi per il popolo. E gli venne fame di un altro mondo e si buttò nell’Anarchia. Fame di un altro destino. Io non lo so cos’è l’anarchia, gli diceva ancora la Canarina, e non l’ho mai vista, e non so se l’ha mai vista nessuno. Ma menin, finché Saverio non si era fatto grande da andarsene di casa la Canarina lo chiamava ancora così, menin, che nella lingua della valle era il modo per dire qualcosa di molto dolce a un bambino, ricordati menin che Sirio ti voleva dare il nome di un ragazzo buono e gentile che è andato alla morte per un’idea così grande e così bella che non serve vederla.

La Canarina non gli raccontò mai come era morto Sante Caserio e nemmeno il perché. Avrebbe dovuto spiegargli cos’è una ghigliottina e come funziona, avrebbe dovuto anche spiegargli com’era successo che un ragazzo buono e gentile andasse fino in Francia ad accoltellare a morte il presidente di quel paese. E raccontargli di quel tempo quando la vendetta era santa. Avrebbe potuto capire? Comunque la Canarina non era portata alle spiegazioni, anche quando raccontava non aveva molte parole per spiegare, si limitava all’essenziale, e non sempre l’essenziale porta con sé delle spiegazioni. Le spiegazioni, l’Artista lo sa, bisogna andarsele a cercare, ci vuole tempo e fatica, e non è detto che basti.

Dice la canzone, per le vittime tutte invendicate, là nel fragor dell’epico rimbombo, compenseremo sulle barricate piombo con piombo. I cavatori di marmo insorsero dunque non solo per sé ma addirittura per l’umanità tutta quanta. Avevano smesso di sperare e ora pretendevano, non avendo nessuna ragione per confidare nella giustizia, la esigevano da sé stessi. L’urgente giustizia che intendevano praticare era la vendetta, la giusta, la santa vendetta. Quelli erano i tempi, i tempi che i soldati di cavalleria fucilavano a decine i contadini di Sicilia che chiedevano terra e sciabolavano i loro figli perché si togliessero di mezzo. I tempi di Crispi, i giorni che condannò a morte i lavoratori scioperanti e ai lavori forzati il libero pensiero. I giorni che il re Umberto regnava con lo stato d’assedio. Così i cavatori fermarono il loro lavoro, innalzarono barricate e fecero saltare in aria le caserme. La dinamite brillava nella notte e ai loro occhi e agli occhi delle loro donne e dei loro figli era come un sole nuovo. Dice la canzone, urlan l’odio, la fame ed il dolore da mille e mille facce ischeletrite ed urla col suo schianto redentore la dinamite. Il riscatto degli oppressi, a loro non era nota altra redenzione.

E il Garibaldo era in mezzo, anzi era alla loro testa, venuto non si sa da dove, forse dalla Francia, forse dalle Americhe addirittura. Non certo da casa sua, anche se la casa del fabbro che l’aveva cresciuto era a mezza giornata di cammino da Carrara. Fu salutato come un eroe redivivo dai vecchi che non avevano dimenticato Digione, e dai giovani che erano cresciuti nella leggenda della Comune parigina come l’unico comandante. Gli fu dato un mulo, i cavatori che volevano dare guerra alla regia cavalleria non avevano cavalli, e tutti quanti l’avevano visto montarlo senza che la bestia facesse una mossa di diniego. Tutti avevano visto che sotto il peso dell’eroe quel puledro dalle lunghe orecchie e dalle gambe corte aveva preso il portamento di un destriero da battaglia. Il Garibaldo portava una lunga sciabola alla bandoliera e alla cintura il revolver con il calcio di madreperla che il signor Colt in persona aveva donato al Generale. Quel revolver era l’eredità che il Generale aveva destinato per iscritto al Ranòcc, era lungo una mezza carabina, e quando montava la canna gli andava a premere sulla coscia, così che al Garibaldo ricordava la sua vecchia trottola.

La rivoluzione durò tre giorni e due notti. Siccome era inverno piovve per tutto il tempo, saltarono in aria ponti e ferrovie e nella seconda notte si combatté una battaglia per la presa della caserma dei doganieri, e quella battaglia fu vinta dagli insorti. Chi c’era raccontò che il Garibaldo e il suo mulo si trasformarono in un unico demonio e s’avventarono alla cieca contro il fuoco dei doganieri, abbatterono le garitte e scardinarono la cancellata, ancora in groppa al mulo il Garibaldo irruppe nella sala di comando e chiese la resa all’ufficiale che dallo spavento s’era bagnato i calzoni. Chi c’era raccontò che nell’alloggio dell’ufficiale fu trovata una riserva di cordiale e in quello del furiere una fisarmonica, così in quella notte di vittoria uno dei più giovani tra i cavatori prese la fisarmonica e compose la canzone, e il Garibaldo bevve abbastanza da impararla a memoria. Il mattino dopo il generale Heusch, il preferito di Crispi, si era presentato davanti alla città con un reggimento di cavalleria e cinque cannoni, a mezzogiorno aveva già fatto otto morti e entro la sera trecento arresti. Dice la canzone, e noi cadrem in un fulgor di gloria, schiudendo all’avvenir novella via: dal sangue spunterà la nuova istoria de l’Anarchia.

La gloria dei santi. Santi vendicativi, santi che finiscono per sbronzarsi e mettersi a cantare canzoni di santità. Quelli erano i tempi. L’Artista non solo sa quella canzone a memoria, ma l’ha anche insegnata all’Angela e a Mauri, e Mauri l’ha imparata che non aveva più di quattro, cinque anni, la sapeva benissimo quando è andato in prima elementare. La cantavano in coro, a squarciagola, veementi, la cantavano come fosse una canzone per gente allegra. La cantavano quando andavano in gita intruppati nell’850, la cantavano ai Primi Maggi su nei paesi dei cavatori ingozzandosi di lumachelli e frittelle, e persino alla sagra di San Giorgio, la cantavano la domenica mattina quando dovevano incitarsi per dare una ripulita alla casa, che era la cosa più noiosa della settimana. Cantavano quei versi angoscianti e tenebrosi intenzionati a dar luce al giorno e ai loro cuori, cantavano e non capivano quello che stavano dicendosi. Se ci avessi pensato, considera l’Artista, se mi fossi messo lì a scrivere quella canzone parola per parola su un foglio di carta, e poi l’avessi letta e riletta per bene, senza saltarne una sola parola, non avrei potuto insegnarla a Mauri. Se mi avesse chiesto cosa voleva dire, cosa volesse dire parola per parola, cosa avrei potuto mai rispondergli? Della dinamite, della fame, del sangue, della vendetta. Dell’Anarchia sapeva, sapeva che era la nostra zia fatata, la zia che viveva lontano con la sua magia, ma la sua magia era così buona e forte che arrivava fino al nostro cuore e anche fin dentro la nostra casa.

Anarchia anarchia tutta la merda porta via, strillava quando gli davamo uno straccio in mano per cominciare le nostre pulizie. Anarchia anarchia tutta la merda porta via, cantava all’asilo per aizzare i suoi compagni, ce lo dicevano le maestre e non senza fatica l’Angela riusciva a tenerle buone. Noi tre su alla casa dei bastioni eravamo santi, eravamo senza peccato. Ci sembrava di essere in un film, io e l’Angela, e Mauri l’avessimo messo al mondo per il gran finale, perché io e lei non bastavamo per quello, non eravamo abbastanza per la futura umanità. La verità, considera ancora l’Artista e non sa bene se dispiacersene, è che a quel tempo era un po’ tutto come un film, uno di quei film di storie così intense che ti fanno sentire come se lo stessi facendo tu il film. Anche quando la storia prendeva una piega di tremendo terrore e spaventose penombre e invincibili assassini, sapevi che il gran finale sarebbe stato ancora tutto da scrivere, illuminare e recitare.

La futura umanità era nata in inverno, e quello fu l’inverno più rigido che potessero ricordare e di così rigidi non ne vennero mai più, non finché abitarono quella casa. Erano impreparati, nonostante si fossero informati e avessero provveduto a tutta la strumentazione necessaria, quando tornarono dall’ospedale trovarono la strada troppo lunga, i gradini troppo ripidi, la casa troppo fredda, la cucina troppo piccola, la culla troppo alta, i pannolini troppo pochi. Tutto quello che a loro era bastato adesso non bastava più, e quello che era per loro abbastanza bello ora non lo era così tanto. E avevano sempre fame, tutti quanti loro tre non facevano che aver fame, e finì che non ebbero nemmeno abbastanza soldi per sfamarsi a dovere. L’Angela e il suo uomo, che dovevano nutrirsi di continuo di cibi caldi e nutrienti per sfamare la futura umanità. La futura umanità era di molte pretese in fatto di nutrimento e l’Artista vedeva la sua donna sfiorirsi di stenti e le sue meravigliose tette prosciugarsi in un attimo e riempirsi sempre a fatica. Saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le tette della mamma a noi piacciono di più.

Erano impreparati, ma come poterli sanzionare, nessuno può in sincerità dirsi preparato al cospetto della futura umanità. Fu un inverno molto povero, con Mauri che assorbiva tutta la luce dell’universo, l’Angela non poteva certo mettersi a fare bomboniere a tutto spiano né l’Artista dipingere giorno e notte vedute del Ponte Vecchio e men che meno girasoli di Van Gogh, così lui imparò a rubacchiare il cibo. Era un lavoro nuovo e non facile da apprendere da autodidatta, ma non troppo pericoloso, a quel tempo i supermercati erano portati alla fiducia e in merito al taccheggio taluni si trovarono disorganizzati fino al lassismo. Per pura combinazione era l’inverno della grande crisi del petrolio e per ordine del governo la sera tutto quanto doveva rimanere in penombra, e questo era un bene. L’Artista scendeva fino a Sarezzana per servirsi alla grande cooperativa edificata dal popolo per i bisogni del popolo con il nome augurale di Rinascita. Lì gli inservienti erano brave persone e gli spazi ampi e senza troppi specchi, quello che dovette imparare fu di apparire in tutto e per tutto una brava persona. E a non essere rapace, sottrarre lo stretto necessario e mettere qualcosa sul tappetino della cassa, pane, latte, biscotti economici. L’Angela gli aveva cucito due capaci sporte negli anfratti di un pesante giubbone militare. Cenarono gran parte dell’inverno con fettine di vitello al rosmarino e champagne Clicquot, per qualche ragione erano i due beni meno sorvegliati dalla Rinascita, articoli di gran lusso, e forse anche per questo non provavano l’ombra di un rimorso intanto che la futura umanità cresceva di peso, bellezza e saggezza.

L’Artista racconterà a Mauri cento e cento volte della fame di quell’inverno, lui e l’Angela non avrebbero mai più avuto fame né ne avevano mai avuta prima, e quella unica loro fame diventerà la loro grande leggenda. A Mauri piacerà la storia della fame che regnava nella casa l’inverno della sua apparizione, ma l’Artista sa che una leggenda per fiorire deve nutrirsi di altre leggende che con la loro grandezza la rendano ancora più grondante di fascino, così aggiungerà via via storie di altre mastodontiche fami. Gli racconterà della fame di Pollicino e dei suoi fratelli nella loro misera casa, la fame della Canarina e del suo figliolino Sirio naufragati nell’oceano, la fame di Pinocchio inasinito nel circo, gli racconterà di certe misteriose fami che si inventerà lì per lì. Mai però della fame generale che pativa il popolo nel fosco fin del secolo morente, la fame che gridava vendetta nella canzone che gli aveva insegnato a cantare a squarciagola. La storia di fame che farà davvero impazzire Mauri sarà quella della cagna Giada e del suo padrone Pietro.

Che era la storia vera di verità del suo amico Pietro che di mestiere faceva il pittore sfortunato. C’era dunque questo Pietro che era un uomo bello e gentile e un suo grande amico anche se era più grande di età, e anche di corpo perché era somigliante a un guerriero vichingo e aveva la barba e i lunghi capelli biondi di un vichingo. Questo Pietro aveva il genio della pittura e dipingeva dei quadri bellissimi, assai più belli di quelli che lui stesso sapeva dipingere. Ma erano quadri strani, quadri vichinghi, e nessuno li voleva comprare, così che Pietro viveva con pochissimo denaro e faticava anche a mangiare. Gli erano rimaste solo due cose preziose, un grande e lussuoso cappotto di pelle e una cagna, Giada, un enorme molosso. Con la sua Giada Pietro divideva il tetto, il letto e il cibo, quello che aveva lo divideva in due parti uguali, e non era mai abbastanza. Ma Pietro sapeva trattenere la fame e la Giada no, così la molossa aveva finito per mangiarsi i gatti che trovava per strada quando andava a fare i suoi bisogni. Andava sempre da sola perché Pietro non smetteva mai di lavorare giorno e notte, perso nel suo sogno di dipingere un grande capolavoro vichingo. A un certo punto i gatti disposti a farsi mangiare finirono e la Giada imparò a cacciare i piccioni, e finirono anche i piccioni, almeno quelli poco svegli. Intanto Pietro divenne ancora più povero perché doveva pagare le multe che i vigili urbani appioppavano alla Giada per il suo comportamento criminale. Così per non prendere più multe chiuse la Giada in casa, e la Giada era sul punto di morire di fame quando un bel giorno Pietro uscendo lasciò aperto il suo armadio, andava di fretta perché aveva finalmente trovato un amante dell’arte vichinga e andava a portargli il dipinto più bello che aveva. Dall’armadio si spandeva un odore buonissimo, la molossa ci mise dentro il suo muso grosso come un cocomero e trovò il cappotto di pelle. La pelle era finissima pelle di vacca e la Giada se lo mangiò tutto quanto, buttò giù persino due bottoni che vomitò sui pantaloni di Pietro quando al suo rientro gli andò incontro per fargli le feste. Pietro aveva venduto il suo quadro, a rate ma l’aveva venduto, e voleva così bene alla sua molossa che invece di portarla al canile spese metà di quello che gli avevano dato come prima rata per comprarle dieci chili di carne con l’osso. E ancora adesso vivono assieme felici e contenti. Questa è la storia di fame che manderà Mauri in visibilio, almeno fino alla quarta elementare, quando la raccontò a scuola durante la giornata delle storie interessanti raccontate dagli alunni, le maestre imposero all’Angela, cercate di stare più attenti perché questo genere di storie non è per niente educativo.

Intanto finì quell’inverno e la fame divenne appetito, venne la primavera e la casa sui bastioni si aprì come il bozzolo di un bruco. Il primo giorno di tepore marzolino l’Artista prese il suo bambino, lo avvolse in una sciarpa, se lo mise a tracolla e lo portò giù fino al fiume. La valle era tutto un sospirare di aria novella, il fiume gonfio del disgelo luccicava come un tesoro appena svelato.

D
Un’anima candida nel corpo di un uomo diritto

Di Esfir sua madre la Canarina ha una fotografia nel primo cassetto del comò, è nel portafogli dove tiene tutto il tesoro che le è rimasto della sua vita passata. È una fotografia di quando lei non era ancora nata, si vede una ragazza con una lunga gonna a grandi pieghe con dei ricami sull’orlo, una blusa da marinaio e un cappellino in testa un po’ di sghimbescio, dal cappellino spuntano qua e là dei ricci a piccoli boccoli e sopra forse ci sono dei fiori o della frutta, non si vede bene. La ragazza è in piedi su una piccola barca, un dinghy, si tiene con una mano all’albero, la vela dietro di lei è issata ma lasca, la barca è in calma, sullo sfondo, sfocati, ci sono dei bastimenti, dei vapori e un brigantino con le vele ammainate. È in porto. La ragazza è così minuta che sembra una bambina, sorride un po’ spaventata, come una bambina, sembra graziosa. Il Garibaldo si era innamorato di lei, di quell’affarino lì. Quel gigante, quella leggenda di forza e coraggio si era innamorato di una minuscola creatura che avrebbe potuto soffocare solo abbracciandola al modo dei garibaldini, e era vecchio e lei doveva avere trent’anni di meno.

E Esfir si era innamorata di quel vecchio. Questo si sa. La Canarina dice di sua madre che anche molto tempo dopo che lui se n’era andato parlava del suo uomo come di un dio venuto a fecondarla e a rallegrarle la vita. Quell’amore era parte della leggenda, e in porto tutti ne sapevano qualcosa, e ricamavano, ricamavano al modo dei portuali quando si mettono a bere assieme, e a volte si mischiano assieme camalli con commessi, avventizi e armatori, e le storie di uno sono le storie di tutti. Perché il porto era fatto così, che era una sola grande creatura con mille mani che si scazzottavano tra loro e poi dovevano darsi tregua, perché aveva anche mille gambe che dovevano andare dalla stessa parte. E mille teste che dovevano pensare allo stesso modo, se volevano che il porto vivesse e prosperasse e ce ne fosse per tutti. Le storie, anche le leggende più segrete e stravaganti, finivano tutte per tenersi assieme, come tutto stava assieme nella grande leggenda del porto. E così la leggenda dice che la giovane Esfir era arrivata dalla Russia a imbarcarsi per le Americhe. Che doveva essere una nobile, forse addirittura una principessa, di quegli aristocratici russi che detestavano i loro stessi natali e odiavano soprattutto lo zar, e credevano che i contadini dovessero fare la rivoluzione. E lo zar li mandava all’esilio. Quelli di basso rango alla Siberia, quelli più in alto li lasciava partire per dove volessero.

La principessina era arrivata al porto con un baule e una carta d’imbarco, e alla dogana aveva scoperto che le avevano venduto un viaggio che non c’era. Capitava, a quel tempo capitava che loschi agenti vendessero falsi passaggi, stampavano delle carte e andavano per le campagne dei miserabili a vendere la fortuna nelle Americhe, convincevano i contadini a spogliarsi di ogni cosa per firmare con una croce dei contratti che non valevano niente, a parte il viaggio in treno fino a Genova. I disgraziati arrivavano al porto e se ne stavano lì, per settimane, senza saper dove andare, finivano di mangiare quello che si erano portati con loro e poi si buttavano a mare o cercavano di imbarcarsi da clandestini, quelli più decisi chiedevano di essere risarciti, se non col denaro, con un lavoro. A quelli facevano firmare delle altre carte che gli garantivano terre da lavorare, li imbarcavano e li vendevano come schiavi ai fazendeiros nel Rio Negro e nel Mato Grosso. Per loro il porto aveva costruito una tettoia, un po’ fuori mano perché non dessero fastidio alla vista dei viaggiatori regolari, ci dormivano in centinaia sopra i loro bagagli, andavano a fare i loro bisogni sotto la collina di San Benigno e quando volevano lavarsi approfittavano delle fontane al capo delle calate.

Una mattina di fine maggio la principessina si era presentata al Ponte Doria per imbarcarsi sul Duchessa, la nave c’era e era destinata a Montevideo, ma non c’era il suo passaggio e fu mandata alla tettoia. Era sola, nessuno credeva che potesse aver viaggiato da sola dalla Russia fin lì con il suo baule, ma era sola. La notte apriva il baule e ci dormiva dentro, la mattina si metteva in fila a una fontana e si lavava con metodo tutto quello che poteva scoprire del suo corpo minuto. Portava un bel vestito da viaggio e un cappellino con la veletta, non parlava con nessuno dei suoi compagni della tettoia ma sorrideva a tutti quelli che inciampavano su di lei o sul suo baule. Sembrava quello che era, una principessa. Non aveva portato molto cibo con sé e presto cominciò a cercarlo, aveva dei soldi, soldi russi e soldi francesi. C’erano delle bettole nel porto, ma non volevano quei soldi, avrebbero dovuto rivenderseli e non volevano star lì a confondersi. Chi prendeva tutti i soldi del mondo in cambio di cibo erano il caddraio Garibaldo e il suo socio Adua. Così la principessa Esfir si presentò al Molo Vecchio in tempo per veder tornare la chiatta dopo il servizio di mezzodì, chissà come aveva fatto a saperlo. A vederla così delicata e ben vestita in mezzo ai catrami e ai tanfi a Adua parve uno scherzo, e senza il minimo riguardo prese a ridere da non poterne più. Al Garibaldo parve una cosa che non gli era mai capitata fino ad allora, un’apparizione. Le disse poi, eri bella come il mondo che nessuno ha mai visto.

Sul molo dell’apparizione il Garibaldo s’era avvampato di un rossore rovente. Esfir sorrise, teneva in una mano un piccolo bacile e nell’altra un borsetto con dei soldi d’argento che faceva tinnare, voleva del cibo. Ridendo Adua si affrettò a riempire il bacile di stocco ancora tiepido, l’odore era forte, selvatico, marino, e parve piacere alla principessina, che sorrise ancora. A quel nuovo sorriso il Garibaldo da rosso si sbiancò, prese dalla cesta una pagnotta e gliela porse, gliela mise tra le mani, le mani di Esfir erano minuscole, troppo piccole per quella pagnotta da marinaio. Il Garibaldo non mollò la pagnotta, la tenne come se temesse che quelle manine non fossero capaci da sole di reggerla, Esfir pareva temere la stessa cosa, c’era una confusione di mani. Adua racconterà che i due si innamorarono tenendosi per la pagnotta, e giurerà che il suo socio piantò gli occhi negli occhi della principessa e con il tono di un comando in battaglia le disse le due parole che faranno il giro del porto. Sarai mia.

L’Artista sa che quella del sarai mia è solo una leggenda del porto. Lui sa che le due parole fatali sono state dette in verità in un’altra storia, in un altro porto, dette da un altro Garibaldi, quello primigenio, il Generale. Dette dal ponte di una chiatta da guerra a una giovane donna minuta ma con le mani non troppo piccole, perché erano le mani di una cavallerizza che con quelle teneva alla briglia degli stalloni mezzo selvatici. Si chiamava Ana Maria, detta Anita per via della sua minutezza, figlia di un mandriano della pampa, nata in un pascolo e cresciuta sulla groppa di un cavallo. Vagava sul molo del porto di Laguna non perché cercasse cibo, ma per inquietudine e ribellione, voleva levarsi di torno il suo destino. Aveva diciott’anni, era bella e selvatica come i suoi cavalli, e per tenerla a bada l’avevano sposata con un uomo che non sopportava, intendeva mettere riparo ribellandosi a quel vecchio sozzone di suo marito, a quel vecchio sozzone dell’imperatore e alle sozzerie dell’universo intero. Si era nel mezzo della rivoluzione del Rio Grande do Sul, Garibaldi aveva il doppio dei suoi anni e non era generale ma ammiraglio, ammiraglio della marina rivoluzionaria. Il giorno dopo l’ammiraglio andò a casa sua e la portò via con sé. Chi a Laguna la conosceva, gli uomini che aveva schiaffeggiato perché avevano provato a metterle le mani addosso, le donne che aveva sbeffeggiato perché davano aria alla lingua al suo passaggio, i patrioti della rivoluzione che l’avevano vista assaltare i gendarmi dell’imperatore a calci e morsi, dissero che fu lei a portarsi via l’ammiraglio. Vissero assieme per tutte le rivoluzioni, combatterono in accordo tutte le battaglie, si salvarono più volte la vita reciprocamente, fino alle paludi delle Mandriole, dove Anita scontò la sua minutezza e morì di sfinimento mentre assieme al suo uomo tentava di sganciarsi dall’accerchiamento di mezzo esercito austriaco. Venivano dalla rivoluzione romana sconfitta, andavano alla rivoluzione veneziana ancora in resistenza. È un’altra storia questa, non è quella di Garibaldo e Esfir. Esfir la principessa aveva nella borsetta libri di poesia, Anita aveva alla cintura due pistole tenute sempre cariche. Esfir non era Anita, Esfir aveva una matita e un quadernetto infilati nella fascia alla vita. Ma il Garibaldo era il Generale, lo era perché lo aveva amato così intensamente da diventarne il fantasma, una vivente eredità più ancora dei suoi figli. E forse a Esfir lo ha detto davvero, sarai mia, forse è verità.

E così accadde che la principessa s’innamorasse del caddraio. L’imprevedibile, l’inaspettato succo delle rivoluzioni. Che una principessa di sangue reale chiedesse cibo in un porto straniero e lontano, che potesse avere appetito invece che schifo di una pietanza che sapeva di sconosciuto salmastro e ignota santoreggia, che a offrirgliela fosse un gesto ampio e nobile del mestolo, che dietro al mestolo ci fosse una mano ferma e gentile, e dietro la mano una bocca di denti splendenti e due occhi ardenti di fede. La certezza che nulla era ormai più certo, se non che tu sarai mia. Che tu sei già mio, principe della buridda.

La leggenda del Garibaldo non contemplava che potesse essere rapito, ma chi nel porto osava soffermarsi sulla determinazione della minuta figura, chi s’incocciava nel suo placido sguardo, e l’eleganza, quella perenne eleganza in ogni momento squisita, persino insaccata nel caban, chi ricordava che quell’esserino se n’era venuto dalla Russia per dormire nel suo baule, come poteva non dubitare che chi aveva detto mia s’era sentito rispondere mio. L’impensabile. La leggenda solennemente vuole che non si fossero mai più detti altro, che quelle due parole bastavano e avanzavano. Non è verità, la principessa e il caddraio si parlavano, si parlavano in francese, almeno all’inizio, al Garibaldo l’aveva insegnato il Generale e lui l’aveva parlato per la prima volta con il principe Bakunin, Esfir l’aveva imparato alla scuola delle principesse.

L’Artista si abbandona alla vedovanza. L’Angela non aveva due pistole alla cintura, ma perché non portava la cintura. E come Anita alle Mandriole è morta di sfinimenti. E non abbiamo fatto gli eroi attraverso due mondi e io sono solo il pronipote del fantasma del Generale. Ma abbiamo guardato dalla stessa parte di Anita e del suo uomo anche senza aver mai fondato una libera nazione. Amavamo la rivolta, eravamo un esercito di amanti della rivolta. Cosa è restato delle nostre rivolte, nessun monumento, nessuna piazza, nessuna via, nelle sconfitte abbiamo avuto qualche vittoria, c’è qualcuno che le ricorda? Garibaldi è morto sconfitto e nessuno si ricorda più il perché, il letto dove è morta Anita è ancora fatto e ogni settimana cambiano le lenzuola, le ragazze ci vanno in pellegrinaggio il giorno della ricorrenza, è agosto e c’è un caldo da schiantare, qualcuna si veste da Anita, le zanzare si infilano sotto le camicie e le gonne lunghe fino ai piedi, la notte ballano e si strafogano di cappelletti al ragù, amerebbero la rivolta più della morta, se qualcuno gliela raccontasse.

Nel letto dove è morta l’Angela adesso ci dorme la Canarina. Lei lo sa, e anche se è solo un fagotto di pelle e ossa riesce a scaldarlo. Perché rimanga qualcosa. Se ci vede, se vede anche solo ombre, la mattina vede dalla finestra il fiume che vedevamo noi, anche solo l’ombra del fiume, così rimane qualcosa. Lei, l’essere più vecchio del mondo, è la rivolta che non si spegne, e magari non l’ha nemmeno mai amata. E sono ancora lì, lei con il ragazzo a sentire il telegiornale. Quanto durano adesso i telegiornali?

Al tempo della casa sui bastioni non c’era una televisione, avevano la radio, una bella radio dalla voce potente comprata al mercato dei ladri per diecimila lire. Spandeva musica, spandeva notizie, spandeva stupidaggini, spandeva persino rivoluzioni. Le rivoluzioni giungevano nella notte sulle onde medie del socialismo fatto carne, da Mosca, da Pechino, persino da Tirana, sperduta città d’Albania che emanava bagliori di comunismo imminente in tutto l’universo. Dalla radio c’era sempre da imparare qualcosa, ma soprattutto la musica. All’Angela e all’Artista piaceva ascoltare la musica e piaceva impararla, a loro piaceva cantare, fischiettare, mugolare. Mauri fu allattato e svezzato nella musica e nelle cantate. Fate la nanna coscine di pollo la vostra mamma vi ha fatto il gonnello ninna oh ninna oh. Imparavano a cantare canzoni, romanze e sinfonie, ognuno per conto suo e in coro. Nella fiat 850 c’era persino un’autoradio, comprata dai ladri quasi per niente. Nella musica, nel cantarla la musica, si amavano di più, c’era quasi più intimità che nel fare l’amore. Nella musica l’Angela metteva mano alle pistole di Anita e l’Artista lo sentiva, e ne era ammaliato. Nella musica facevano meno errori che nel fare l’amore, a fare l’amore stavano ancora imparando, le cantate gli venivano subito bene. Cuor contento il ciel l’aiuta, li rallegrava il Tilietto del Pibigas, intanto che carico della sua bombola entrava nella casa canterina.

Quando i poliziotti ammazzarono di botte il loro compagno Franco, cantarono che erano in mille, forse in diecimila. Cantarono per l’orfano indifeso, per l’orfano che sognava giorno e notte, per l’orfano sorpreso dai cani mentre teneva alta nel cielo una bandiera rossa listata a lutto da cent’anni, per l’orfano sbranato vivo. Cantarono le canzoni della santa vendetta e cantarono le canzoni della pietà, cantarono per le vie di Pisa all’orfano custodito in una cassa avvolta in una bandiera nera fiorita di bianchi gigli, cantarono per lui e per tutti gli orfani sbranati vivi. Il loro cuore non era contento, il loro cuore era un groviglio di spine, eppure il cielo li aiutò. Come se nel cantare ci fosse una magia di resurrezione. Come se nel cantare fosse già in atto la rivolta e il castigo. Forse è stato tutto quel cantare a fregarci.

La televisione l’andavano a vedere al Circolo dei Martiri, ma solo per i risultati delle elezioni o per qualche grande disgrazia che pretendeva delle edizioni speciali del telegiornale. Qualche volta, quando il Tilietto del Pibigas gli passava la voce, l’Artista andava a vedere una partita della Samp, ci andava da solo perché all’Angela non gliene importava niente, e questo non gli piaceva, non era contento di avventurarsi fino al circolo e lasciare soli a casa la sua donna e la futura umanità. Sì, c’era questo fatto che non si lasciavano mai soli, non si staccavano mai l’uno dall’altra. Lo facevano, a volte lo facevano, ma perché sapevano che non era vero. Sembrava soltanto che andassero una da una parte e uno dall’altra, solo quello.

Quando, nella primavera dell’incanto, l’Artista prese il suo figliolino e se lo portò al fiume in una sciarpa, non ci fu congedo dall’Angela che restava a casa a preparare bomboniere per i matrimoni di maggio, non si baciarono nemmeno sulla soglia, andò come sarebbe andato nella stanza di sopra ad accendere la stufa, era il suo compito. Compito del maschio tra i due. Non che ci fosse una legge se non quella del mattino più giusto, un mattino così azzurro da rendere la cosa inevitabile. Per qualche ragione persa nell’abitudine era dovere del maschio mostrare la loro creatura alla valle e al fiume e all’apua montagna di là e al mare tirreno laggiù, fare in modo che per la crosa le tenere carnine sfiorassero le fronde novelle dell’ulivo e lo solleticasse in viso la pioggia di petali nel bosco d’acacie mosso dall’allegria del maestrale. Era dovere del maschio offrire alla creatura il sapore del sambuco e il graffio che non fa male del biancospino, il profumo delle fave già pronte da mangiare con un pugnetto di sale, se non quest’anno, il prossimo, quando al bimbo mio gli son spuntati i denti, se non gli son spuntati spunteranno oh quante belle chicche mangeranno. Che i merli sfaccendati e gli operosi fringuelli ce lo salutino e che il fiume ce lo benedica questo fagotto di futura umanità, lo battezzi e se lo ricordi di lì in poi come figlio dei suoi figli. Sarà benedetto là, subito dopo la curva di Ressora dove il fiume è più vasto e materno e scivola senza inganni morbido e canterino tra le ghiaie fino al Ponte della Colomba. Il rituale che non si discute, la missione che non si comanda, ma quello che va fatto e basta, come si accende tutti i giorni la stufa perché se no viene a far freddo.

All’Artista non lo aveva spiegato nessuno perché si dovesse andare in gita al fiume appena nati, sapeva che suo padre Sirio aveva fatto la stessa cosa con lui, e sapeva dall’Angela che suo padre Paolino l’aveva fatto con lei. Sirio della miniera, che minava l’antracite giù nei pozzi e fischiava per tutto il suo turno l’inno dei lavoratori anche se nessuno poteva sentirlo. Paolino del Cantiere Navale, il silenzioso Paolino gruista che dalla porta di casa aveva visto partire in piena notte sua figlia con un materasso e un estraneo e aveva pianto senza fiatare parola. Lavoratori dirimpettai e stranieri, ma forse s’erano incontrati con i loro fagotti gaiolanti nelle ghiaie di Ressora, l’Angela era nata una settimana prima dell’Artista.

La prima volta al fiume, compito da maschio. L’Artista sentiva contro il suo petto il frignolio della sua creatura, il tiepido agitarsi della sua tenerezza nel morbido della sciarpa, il fiume scivolava via tra le ghiaie così chiaro, così. Così come? Come il corpo liquido dell’Angela. Ascoltava l’acqua fluire con gentilezza tra le pietre e i muschi, e sentiva l’Angela tenerlo stretto alle sue cosce. Non ti voglio lasciare libero. Voleva togliersi le scarpe e entrare nel fiume, ma non poteva farlo, non con il suo fagotto, in una pozzetta brillava come perline di vetro una collana di avannotti di cavedano. Trovò un bel tronco per sedersi, prese la sua creatura e se la mise tra le braccia al sole.

Nel fosco fin del secolo morente, sull’orizzonte cupo e desolato, già spunta l’alba minacciosamente del dì fatato. Di là dal fiume uno zingaro faceva abbeverare il suo cavallo, era un avignonese bellissimo, lunga criniera fluente e un’elegante coda legata a treccia. Lo conosceva, conosceva la tribù degli zingari che bivaccava sotto il ponte, avevano cavalli e motociclette belle come i cavalli.

Tornerà ancora per anni le sere d’estate a vedere con Mauri e con l’Angela gli zingari giostrare sul greto con le moto e i cavalli, lascerà che insegnino all’Angela a montare sui loro cavalli almeno quel tanto da non farsi scossare al primo tocco di briglia, lascerà che prendano Mauri sulle loro motociclette a cavalcioni del serbatoio e lo portino a crossare tra le ghiaie e a schizzar acqua intorno. Intanto vedeva come quegli zingari non invecchiassero mai, e fossero sempre uguali, con le loro giacche di pelle e gli occhi lucidi e i capelli imbrillantinati, vedeva come i loro ragazzini con quelle loro occhiate serie e il portamento compassato sembrassero già dei vecchi e ringiovanissero crescendo, imparando a giocare da adulti quei loro giochi smaniosi e pieni di pericolo. E si chiedeva perché non riuscisse mai a ricordare il nome di nessuno di loro. Ma certo, perché non glieli dicevano mai i loro nomi, forse non avevano dei nomi da dare in giro. A questi zingari, pensava con invidia, importa stare per conto loro e giocare fino alla morte con i cavalli e le moto. E era tentato da quel sogno, e lì al fiume sembrava una cosa possibile. A due anni Mauri aveva già imparato a cantare prendi questa mano cingara, la zeta sarebbe arrivata un due tre anni dopo.

E infine non si staccavano mai l’uno dall’altra e non restavano mai da soli, non si volevano lasciar liberi, loro che eppure credevano fieramente nella rivoluzione libertaria.

Al porto dicevano così del Garibaldo e della sua Esfir, che non si staccavano mai l’uno dall’altra. E questo sembrava una cosa innaturale, e se non si fosse parlato del Garibaldo e della principessa, cosa assai disdicevole. A quel tempo nel porto non c’erano cose che le femmine potessero fare o potessero dire, e nemmeno cose che potessero ascoltare e molte che era bene non vedessero fare. Nel porto c’era già una femmina, e la femmina era la merce. E la merce era regina del porto, e il porto era popolato dai maschi che si vantavano di non avere né dio né padrone eppure servivano una regina che era piena di pretese e gelosia e voleva dedizione notte e giorno. Come di una cosa viva e delicata, chiedeva la massima cura per non deperire e morire. Era viva la bauxite cubana in cassoni da due tonnellate, era vivo il cotone egiziano in balle da un quintale, era vivo l’olio di oliva siciliano in botti da cento ettolitri, il carbone polacco in stive da diecimila tonnellate, il caffè brasiliano in sacchi da cinquanta chili, lo zafferano persiano in latte da cinque libbre, l’incenso del Dhofar in cofanetti piombati da tre once. Erano vivi i cavalli frisoni, i pappagalli amazzonici, erano vive le pecore tessaloniche imbarcate al Pireo con il Garibaldo. E tutto questo era la merce, e la merce regnava sul porto per poter regnare sul mondo. Come una religione. Il lavoro degli uomini del porto somigliava a un lavoro da sacerdoti adoratori della dea Kali, le loro fatiche a dei riti, la loro lingua non era la lingua della città, ma una lingua segreta che capivano solo i loro compagni di Marsiglia, di Rotterdam, di Alessandria, di Aden e di Gibuti. La principessa Esfir era l’unica donna che entrava da Porta Siberia con il suo uomo, non si era innamorata di un vecchio segnato di tante ferite e sconfitte, ma di un’anima candida nel corpo di un uomo diritto.

Fu così che nel porto nacque la leggenda del Garibaldo giunto illibato alla vecchiaia, che tanto era stato il suo amore per il Generale e tanta la passione per la rivoluzione da non avergli lasciato in cuore un filo di sgomento per altro amore e altra passione. Finché non vide Esfir che porgeva la sua scodella, e il fantasma del Generale si prese cura di lui e gli concesse ciò che la sua devozione gli aveva sempre impedito. Sarai mia, disse il Generale per bocca del Garibaldo. Sarai mio, disse la principessa Esfir per sua stessa volontà, la stessa ferma volontà con cui Anita si era presa il suo ammiraglio. Senza lasciarsi mai più finché morte non li separi.


E
La tragedia attaccata alla coda

Come sia morto il Garibaldo non lo ha mai saputo nessuno. Non il suo socio Adua, non i suoi compagni della compagnia dei camalli, pare che nemmeno l’avessero mai saputo il prefetto e il questore delle guardie di città. Non ci fu mai un corpo, da nessuna parte, né un funerale, così per molto tempo, per i decenni in cui s’è portato ancora memoria dell’eroe delle cento rivoluzioni, c’è stato chi pensava che fosse ancora vivo, perso in qualche parte del mondo, braccato dalle polizie dei tiranni e destinato a non tornare mai più. Come non sarebbe tornato mai più il Generale, anche se qualcuno continuava a intravederlo sui monti di Calabria, nelle pampe d’Argentina, nelle spiagge di Creta. Solo la principessa Esfir non ebbe mai dubbi, si erano giurati di non liberarsi mai ­l’uno dall’altra, mai per nessuna ragione, e lei fidava in quel giuramento più ancora che nel cielo stellato. Lei sapeva come era morto il suo uomo, lei sapeva che lo aveva ucciso lo zar dell’Italia. E quel che sapeva se lo tenne per sé.

Come sia morto Mauri non lo ha mai saputo nessuno. Con tutti quei discorsi, discorsi da niente. Ma c’è stato il corpo, il corpo è stato visto, è stato toccato, è stato ricomposto e presentato al pubblico. Nessuna possibilità di fraintendimento, nessun leggendario avvistamento, Mauri non era il Garibaldo.

L’Artista ha imparato la vedovanza ma non ha imparato l’orfanità di suo figlio. Sono orfano di mio figlio, e in questo non c’è nessuna ragione. E nessuna cura. Orbato della futura umanità, morirò di questo cancro. Non ora, ora c’è da fare, ora c’è il Menin di là. Mauri, mio Mauri. Anarchia anarchia tutta la merda porta via. Non t’ho messo al riparo, non t’ho salvato, non t’ho vendicato, e non dovevo far altro che questo. Il lavoro del padre. Quel giorno che me lo sono messo addosso e l’ho portato al fiume, quel giorno avrei dovuto bagnarlo nell’acqua e farlo immortale. Avrei dovuto crederci, era il mio compito crederci, se uno ha fede nell’Anarchia deve aver fede anche nell’acqua dello Stige, nell’acqua del Giordano. Era un giorno di magia, era un giorno di zingari mezzo stregoni, non ho avuto tutta la fede necessaria e così ho lasciato che ammazzassero mio figlio.

Ma quel giorno non ci pensava, quel giorno pensava invece di credere in tutto quello che c’era di buono da credere, pensava di aver officiato la sua funzione per intero e che così avrebbe fatto per tutto il tempo a venire.

Il tempo. In quei giorni il tempo non esisteva, era un’eter­nità appena sbocciata, una rosa rossa d’aprile. Saliva con il suo fagotto immortale su per la crosa del Paradiso, e sudava senza affanno, era giovane e forte, era un eroe. Il sudore gli gocciava dalla fronte sul fagotto e imperlava la sua creatura che gaiolava stupefatta, e questo era tutto il battesimo che conosceva. L’Angela li aspettava alla finestra, tutta rossa per il sole che aveva preso ad aspettarli e tutta rossa per lo spavento che ­s’era presa a non vederli ancora arrivare. Aveva i capelli sciolti, quando lavorava i capelli li teneva sempre legati sulla cocuzza, se li era sciolti per loro, le scendevano dalle spalle fino alla vita, erano neri e brillavano per qualcosa di segreto che lei gli dava per nutrirli. Li aveva abbracciati, la creatura e l’eroe, per un bel po’ dentro i suoi capelli. Finché non è venuta l’ora del giornale radio, la radio aveva detto che era scoppiata una bomba sulla ferrovia dalle parti di Firenze e solo per un pelo non c’era stato un massacro. Quel giorno, proprio quel giorno.

Non si erano ancora abituati alle bombe, eppure avevano preso a viverci da un bel po’ nelle bombe, ci si erano innamorati nelle bombe. Quel giorno d’aprile così chiaro e augurale finirono per arrivare a notte attaccati alla manopola della sintonia, cercavano la risposta che nella radio non c’era. Così andarono al Circolo dei Martiri per cercare nella televisione, ma neppure nella televisione trovarono quello che cercavano. Perché era venuto al mondo l’Ordine Nero? Perché? Intorno alla televisione i vecchi soci del Circolo dei Martiri rispondevano in coro, perché quello che è stato cominciato non è mai stato finito. Quell’anno non era ancora finita primavera che fu fatta saltare in aria Brescia con dentro i suoi lavoratori. Nella sede dell’Anarchia, in quell’antico palazzo stracolmo di carta e di bandiere madide di eroica santità e odorose di tabacco incenerito, tabacco da poco, amaro, si cimentavano in molte risposte. Tutte buone risposte, tutte cariche del dolce peso di una ragionevole passione. Erano i vecchi, i saggi testimoni che avevano fatto molto di più che sopravvivere alle epoche del nero tormento, erano quei vecchi combattenti giovanilmente indefessi a ridurre i furori alle appassionanti ragioni. Ma neppure loro conoscevano la definitiva soluzione dei perché.

L’Angela e il suo uomo andavano sempre assieme alle riunioni, con la loro creatura a tracolla, e per rispetto alla futura umanità fumavano tutti un po’ meno. Poi tornavano a casa cantando. Questo ho fatto per mio figlio, cantargli canzoni, raccontargli storie, portarlo al fiume. E quando ha saputo abbastanza canzoni, e le storie ha cominciato a raccontarle lui, e al fiume sapeva come andarci da solo, ho preso la mia strada. Mauri, mio Mauri. Un padre non conosce sensi di colpa, un padre è la colpa. Un padre che sopravvive al proprio figlio non piange e non confessa, non attende giustizia e non la cerca. Che può farsene?

Mi hanno voluto dare il nome di un santo vendicatore e non ho saputo vendicare mio figlio. Forse perché non sono santo, perché la giusta vendetta vuole un animo di santità, purezza d’animo e fegato.

Sente ancora la Canarina che gli prende la testa tra le mani, lo tiene con forza, come quando era bambino e lo teneva per fargli passare il dolore, le dita tra i capelli, i pollici sugli occhi, la bocca vicino alla sua bocca. Era già così vecchia che la sua mano gli sembrava più che altro un’orma, un fossile, e la sua voce non era che poche sillabe che cercavano di districarsi nel catarro. Quella sua indescrivibile inflessione di chi ha ascoltato e parlato molte lingue. Non è una disgrazia, gli aveva sussurrato, è la nostra storia, non si doveva nascere. A quel punto aveva già più di cent’anni, si era così rimpicciolita che l’Artista si era praticamente inginocchiato per farsi tenere e consolare dalla matriarca, aveva appena perso suo figlio, lei aveva perso il suo Sirio da quarant’anni ormai, un’eterna orfanità, ed era ancora lì, indefessa a vivere.

Non si doveva nascere. Bisognerebbe che non fossimo nati. Che voleva dire, invece siamo nati. Che voleva dire, c’è da fare. Siamo nati e abbiamo fatto nascere, e se non fossimo nati non ci sarebbe niente di noi e non ci sarebbe nessuna storia da raccontare a quel ragazzino di là, e siccome non ci sarebbe nemmeno lui, non ci sarebbe neppure nessuna storia nuova. Solo le storie degli altri. Siamo nati e abbiamo fatto nascere, e già questa è una santa vendetta.

L’Artista dà un’occhiata in cucina, suo nipote è ancora lì a guardare il telegiornale seduto sul bracciolo della poltrona della vecchia, ancora le sta tenendo le mani, quei quattro ossicini, tra le sue mani. Se lei è ancora lì dopo centodiciassette anni è perché la Canarina sa che c’è ancora da fare. E se il ragazzo le sta così vicino, se la vecchia non gli fa schifo e paura, ma sembra invece che gli faccia bene, è perché sa che ha qualcosa per lui, qualcosa che vale il suo bene. A chi avrei dovuto sparare per salvare mio figlio, chi avrei dovuto far saltare in aria per vendicarlo? Ancora adesso non lo so. E non lo sa nemmeno la Canarina. Lo avesse saputo l’avrebbe fatto lei. Lo avrebbe fatto per suo nipote, l’avrebbe fatto per suo figlio, lo avrebbe fatto per suo padre, l’avrebbe fatto per tutte le moltitudini che andavano vendicate. Lo so che l’avreb­be fatto, e io ho ancora adesso una gran smania, e quando mi addormento mi prende lo struggimento allo stomaco. Lei invece no, da quando sono nato non l’ho mai vista alzare un sopracciglio, mai uno scoramento per l’orrendo schifoso tormento delle sue epoche.

L’Artista non ricorda quasi nulla di suo padre Sirio, a parte l’ultima volta che l’ha visto. L’ha visto per un attimo, e quell’attimo s’è mangiato tutti i ricordi. Era di domenica perché non c’era la scuola, era prima della sirena di mezzogiorno ma non troppo presto perché ricorda di aver avuto fame, s’era d’estate perché stava andando scalzo sull’argine del canale in cerca di qualcosa che non ricorda più. C’era stato un tuono, era così forte quel tuono che gli erano tremate le lastre dell’argine sotto i piedi, e poi un sibilo, come il sibilo di una serpe quando d’agosto la disturbi mentre fa l’amore, ma moltiplicato per cento milioni di serpi. E poi un altro tuono. E lui s’era buttato giù dall’argine e s’era messo a correre. Correndo aveva visto qualcosa in alto sopra le case di là dalla strada, verso la miniera, ma non capiva cosa. Così correva laggiù più forte che poteva perché doveva essere successo qualcosa di stupefacente e a non andare a vedere gli sarebbe rimasta solo una gran paura. Correva sui suoi piedi nudi e sulla strada cominciarono a ficcarglisi dentro le pietruzze dell’asfalto, sulla strada c’era gente che correva davanti a lui e dietro di lui, correvano tutti verso quella cosa nel cielo che non capiva, più da vicino ora gli sembrava un fuoco sospeso. Correva zoppicando, i piedi gli facevano un male cane, alle case della Colombiera correva assieme a Saulo, che era un suo compagno di scuola ma non era nella sua banda, Saulo aveva i sandali, e anche se andava più forte cercava di aspettarlo. Ora il cielo si era sgombrato di quella cosa, ma tutti correvano ancora da quella parte, andavano alla miniera.

La miniera era il lavoro di suo padre Sirio e di suo zio Girò, l’uomo che da solo portava fuori dal pozzo un carrello caricato con dieci quintali di lignite. La miniera era così piccola che poteva far lavorare solo venti uomini per turno, ma era il lavoro di mezzo paese, anche il paese era piccolo. La lignite era povera, gli diceva suo zio, ma era un lavoro. La lignite era così povera che i padroni della miniera non la volevano più, e così se l’erano presa i minatori, che tutti insieme erano diventati i padroni, i padroni della miseria. Ma era un lavoro, gli ripeteva mille volte suo zio Girò, un lavoro senza padroni perché i padroni siamo noi che picconiamo la miseria. Intanto correva dietro a Saulo e Saulo correva dietro alle donne della Colombiera, e le donne correvano dietro a Tinfena, quello che vendeva i giornali. Si sentiva una sirena, lui sentiva qualcosa di umido sotto i piedi e sapeva che i piedi gli stavano sanguinando, gli era già successo, sanguinava ma non aveva paura. Gli faceva piacere stare a sentire quello che gli diceva suo zio, ma gli sarebbe piaciuto che gli dicesse qualcosa suo padre Sirio. Nella miniera suo padre faceva un lavoro importante, più importante di picconare e carrellare, lui era il carichino e nella miniera non c’è nessuno che conti più di lui, più del carichino. Il carichino faceva brillare le mine, portava avanti i pozzi a colpi di dinamite, se faceva male il suo lavoro moriva lui e morivano i suoi compagni. Ma suo padre non parlava volentieri, suo padre tornava a casa sempre con un certo magone. Ecco, questa in verità è un’altra cosa che ricorda di suo padre, il magone. Come se avesse una malattia da qualche parte, sua madre diceva di lasciarlo stare che aveva le preoccupazioni. Per questo non voleva parlare ma stare a sentire, stare a sentire suo figlio che gli diceva per filo e per segno cosa gli era successo nel giorno gli toglieva le preoccupazioni. Anche se suo figlio aveva preso una sassata o una pagella non proprio come si deve, gli piaceva starlo a sentire, poi faceva di sì con la testa, gli scarruffava un po’ i capelli e andava a letto. Se parlava con lui lo faceva di domenica e allora gli raccontava dei ciclisti, gli piaceva spiegargli di come Anquetil fosse più campione di Coppi. D’estate lo caricava sulla moto e lo portava a vedere le gare sulle strade, ma adesso non ricorda in che strade. Correva e i piedi gli si erano tutti impiastricciati di sangue così che ci scivolava sopra, eppure correva dietro a Saulo e loro correvano più forti di tutti quanti, loro sì che erano allenati.

Ha corso fino ai cancelli della miniera, poi si è fermato, si erano tutti fermati dietro loro due, la sirena faceva male alla testa, dai cancelli usciva del fumo, il fumo era duro come polvere nel vento e gli faceva male agli occhi. E così aveva visto suo padre Sirio. Non subito, prima aveva visto un altro uomo, correva al cancello gridando, via via via, e quell’uomo era pieno di fumo, aveva del fuoco sulla schiena, qualcun altro gridava, acqua acqua acqua. Poi suo padre Sirio. Anche suo padre correva, correva e zoppicava, come lui aveva corso e zoppicato per arrivare fin lì. Correva, zoppicava e aveva il fuoco nella testa. In testa non aveva l’elmetto che si portava via di casa ogni mattina, non aveva la lampada ad acetilene che portava sopra l’elmetto, aveva solo i capelli e il fuoco nei capelli, fuoco e fumo nei capelli. Un passo fuori dal cancello s’era buttato a terra e qualcuno gli aveva calato addosso qualcosa che gli aveva coperto la testa e il fuoco e il fumo.

Questo è quello che l’Artista ricorda dell’ultima volta che ha visto suo padre. E in più Saulo che grida, oh mà oh mà, e una mano che lo prende per un braccio e lo porta via, una mano così forte che gli è andato dietro come se non sapesse più camminare, la mano di qualcuno che non ricorda più chi era. Non lo fecero andare all’ospedale, c’era sempre qualche ragione, poi un giorno gli dissero che suo padre era morto e che bisognava andare al suo funerale. Anche se era estate gli misero dei pantaloni lunghi e una giacca, la giacca non era la sua i pantaloni sì. Non fu una cosa troppo triste andare al funerale di suo padre. Un funerale proletario quasi come quello che avrebbe voluto per l’Angela, con le bandiere, la banda musicale che suonava belle canzoni, i discorsi di uomini che tenevano il cappello in mano e con la voce grossa proclamavano le grandi imprese di Sirio, il Bruto delle battaglie. E i suoi compagni ancora vivi vestiti con le tute da minatore, l’elmetto nella testa e la lampada sull’elmetto, accesa anche se era pieno giorno, anche se la miniera non c’era già più. Troppo povera la lignite per continuare a morirci.

Il cancello da dove aveva visto uscire suo padre in fiamme restò ancora per molti anni, chiuso con un lucchetto che si andava arrugginendo, finché qualche ragazzino non riuscì a strapparlo via e per qualche tempo la miniera tornò a essere viva almeno per quelli che ci andavano a giocare alla guerra, a fumare e a menarsi l’uccello in compagnia. Fu una vita breve, poi cementarono tutto e per i più decisi rimase solo un passaggio in un muro sbrecciato, troppo faticoso per andare a divertirsi.

Anche al funerale di suo figlio Mauri c’era la banda musicale, era più grande della banda per Sirio ma suonava musiche che non gli piacevano un granché, e ci furono discorsi, e quelli anche peggio. C’erano i suoi compagni, tutti diritti e precisi, avevano divise eleganti e dei berretti in testa, avevano dei corti moschetti e li usarono per sparare in aria tre volte, di seguito. C’era la Meri, la Meri non era vestita da vedova, nemmeno lui era vestito da padre del morto. Ma non c’era Saverio, il Menin era ancora troppo piccolo per portare i pantaloni lunghi e la giacca. In quel momento almeno non c’era dolore, erano troppo arrabbiati lui e la Meri. Non sono riuscito nemmeno a portarmelo via da quella pagliacciata, non ho avuto il coraggio di mandarli tutti a cagare. L’ho lasciato andare e se lo sono preso, pensava la Meri, e questo stronzo di suo padre non ha mosso un dito. Se lo sarebbero detto più in là negli anni quello che pensavano, il giorno del funerale se ne stavano vicini, se ne stavano stretti, ma non si parlavano. Andarono a prendere un caffè assieme e finirono per mangiare qualcosa, e mangiarono molto, ordinavano le pietanze e se ne stavano zitti con gli occhi sul piatto. Si salutarono con l’idea che non si sarebbero mai più rivisti, l’Artista era fuori di sé, non era riuscito a dire alla Meri, e il bambino? Non c’era più niente, c’era rimasto solo il bambino. E, disperatamente si chiedeva, domani non saprò più nemmeno dove andarlo a cercare.

Il figlio di suo figlio, gli avevano dato il suo nome, Saverio, senza trucco questa volta. Lui non avrebbe voluto, oltretutto, detto così, Saverio, era un nome da chierichetti. Ma non gli avevano chiesto il permesso. Cos’è questo nome, si chiedeva l’Artista. Mauri conosceva la storia del suo, sapeva che era un inganno, sapeva che avrebbe dovuto chiamarsi con il nome di uno sterminatore di tiranni bello e gentile. A quel tempo, al tempo di dare un nome a suo figlio, Mauri era già un famoso poliziotto. E la Meri, della Meri lui non sapeva. Nel camminare, nel toccare le cose, somigliava un po’ all’Angela, e l’Angela assomigliava un po’ alla Canarina, ma di lei sapeva solo questo. E che era cocciuta, silenziosa e cocciuta più dell’Angela, quasi quanto la Canarina.

Sapeva che si era presa un eroe? si è chiesto tante volte l’Artista. Lo sapeva che gli eroi muoiono da giovani? Un martire, era questo che voleva? Quando l’ha saputo? La prima volta che l’ha baciato, la prima volta che l’ha visto nudo, la prima volta che hanno fatto l’amore? L’ha davvero saputo? Io non sapevo di aver messo al mondo un eroe, quando guardavamo Mauri, io e l’Angela vedevamo solo la futura umanità. Che si è spenta, e non pensavamo che potesse spegnersi. Stupidi, eravamo più che certi che non si sarebbe mai spenta.

Il giorno del funerale la guardava inforchettare le tagliatelle, rigirare la forchetta con cura per raccogliere il sugo, portarla alla bocca con la calma e la vigile attenzione di un artificiere, e gli sembrava che lei, unica al mondo, avesse visto quello che loro non avevano saputo vedere. Si era presa con sé un morituro, per amarlo e perché avesse un figlio, per proteggerlo e accudirlo e vederlo allegro mentre stava per morire. E lo aveva molto amato, bastava guardare come lo toccava per offrirgli un pezzo di pane, per accendersi una sigaretta tra loro. Quelle due o tre volte che gli avevano concesso di vederli assieme. Preferivano starsene per conto loro, erano riservati. In una casa che non era un granché, in una landa perduta un bel po’ di là dall’ultima fermata della metro B. Eppure lì sembravano proprio felici, il laghetto, il parchetto, il boschetto, il baretto. Quattro vani nel borghetto, negli anni che Mauri era il poliziotto più encomiato di Roma. Come avrà saputo, come avrà capito? Era una donna cocciuta, veniva dal Testaccio, forse per quello.

Senza un corpo non ci fu mai funerale per il Garibaldo, a maggior sua gloria. Gloria nella gloria, la principessa Esfir lasciò al suo compagno Adua i diritti del caddraio in cambio di un fitto mensile di sette lire e ventidue centesimi, l’equivalente preciso al centesimo del costo di cento fogli di carta fine, un’oncia di inchiostro e due pennini. Più il diritto permanente a entrare nel porto a suo piacere e di tenere all’attracco del Molo Vecchio il suo canotto. Accordi d’onore, non c’erano atti scritti, non c’erano convalide legali tra lei e il Garibaldo, come non ce n’erano tra il Garibaldo e Adua, libere unioni. E c’era il frutto della libera unione, c’era una figliola, mai registrata, senza cognome. Anita, avrebbe mai potuto avere un altro nome? Anita, concepita nel torrido dell’estate del mille e novecento e nata anzitempo settimina nelle galaverne del millenovecento e uno. Già spunta l’alba minacciosamente del dì fatato.

Abitavano una casa in un vico appena fuori da Porta Siberia, la Canarina si ricordava quella casa come una torre, una torre molto antica dove loro abitavano lassù in cima oltre l’ultima rampa di scale. C’erano tre finestre, due davano sulla darsena e una sul mare di là, oltre le mura della Malapaga, piccole finestre per riparare la casa dalle buriane di libeccio e di scirocco. Come il Garibaldo e la principessa fossero arrivati a quella casa, in porto non si sapeva, ma non era la casa del Garibaldo, lui aveva in affitto una stanza all’Asilo del Navigante. Né si sapeva cosa fosse accaduto dalla scodella di stocco pagata con i copechi dello zar in poi. A nessuno importava. Vedevano di buon mattino entrare da Porta Siberia quella ragazza minuta e ricciuta sempre con il suo cappellino fiorito in testa e una grossa borsa, sempre vestita pulita e di fino, d’inverno portava un grosso caban da marinaio, d’estate aveva una blusetta orlata di ricami che non se ne vedevano addosso alle donne di Genova, quando pioveva portava un grosso ombrello da carrettiere. Nella borsa aveva carta, inchiostro e libri per leggere e scrivere. Questo era quello che faceva la principessa Esfir in porto, cercava un posto al sole nel bel tempo o uno riparato se pioveva, e leggeva e scriveva. Nella borsa teneva anche della galletta e una fiaschetta d’argento rivestita di cuoio, quando aveva fame e sete mangiava e beveva di quello. Non andava mai a servirsi alla chiatta del suo uomo né a cercarlo per qualche ragione ma, ovunque si fosse fermata a leggere o a scrivere, da lì vedeva la chiatta del caddraio vaporeggiare nella darsena attorno ai bastimenti. Dalla chiatta il Garibaldo la sapeva trovare ovunque si fosse sistemata, il suo era l’occhio di un vecchio fuciliere. La sera Esfir lo aspettava all’attracco precisa come un orologio e se ne andavano assieme ridendo non si sa di cosa. Non mancava mai di salutare Adua con la gentilezza di una principessa, in francese, il soldato si godeva il saluto e rideva, rideva. Rideva del Garibaldo che sapeva di stoccafisso e lei di un profumo di viole, lui così grande e grosso che poteva prendersela su come un sacco di provvista, lei che gli teneva la mano senza vergogna. A vederli, a quelli nel porto che non avevano una casa veniva alla mente la figura dipinta nella camerata dell’Asi­lo del Navigante, l’angelo che tiene per mano il marinaio nella tempesta. Opportunamente l’asilo era stato eretto a San Teodoro, in salita dell’Angelo. Andavano verso Porta Siberia e Adua li vedeva ridere senza capire una parola di quello che si dicevano. Poi il Garibaldo trovò per lei alle demolizioni un elegante canotto all’inglese, comprò dell’olona rossa per la vela e delle graziose lettere in ottone per imbullonare alla poppa il nome, Alba, e le insegnò a portarla. Così non si vide più la principessa Esfir intenta a leggere e scrivere sulle calate, ma veleggiare con grazia nello specchio della darsena, mettersi sottovento, calare l’ancoretta discosta dai passaggi e prendere a leggere i suoi libri e scrivere sulle sue carte.

La Canarina raccontava di essere salita sull’Alba quando ancora non sapeva camminare e di aver imparato a portarla appena finito di mettere su i denti da latte. Le piaceva, più che andare per mare le piaceva l’Alba, quel legno di tek così lucido e bello da toccare, le piaceva alzare la randa rossa fiammante, e le piaceva tenere il timone seduta su un cuscino che sua madre aveva foderato con la stoffa di una delle sue blusette ricamate.

La Canarina ha raccontato all’Artista come sua madre le avesse insegnato a parlare il francese prima ancora che lei sapesse abbastanza d’italiano, perché, le diceva, era la lingua tra lei e suo padre. La Canarina ha poi raccontato che Esfir leggeva e scriveva in francese e in russo, indifferentemente per quel che sapeva, e se le sue cose sono andate disperse nel tempo, ha ancora nel comò due o tre fogli dove sua madre ha scritto. Scriveva poesie e leggeva poesie, e diceva di avere il lontanissimo ricordo di una lampada e della voce di sua madre che leggeva mentre intorno era tutto scuro. Lei era nel mezzo dello scuro e avrebbe avuto paura se non ci fosse stata quella voce. Non leggeva per lei, che ancora non capiva, ma per il Garibaldo, e forse era vero che non si parlassero, forse leggevano e ascoltavano soltanto, la Canarina non ricordava la voce di suo padre. La Canarina dice di ricordare del Garibaldo i baffi, ricorda una matassa di peli pungenti che premevano sul suo viso, suo padre la baciava, e ricorda che era sempre buio intorno quando accadeva, lo stesso scuro di quando sentiva la voce di sua madre leggere.

Quando venne poi il tempo che si trovarono sole, quando la Canarina non sentì più i baffi del Garibaldo pungerle il viso, la madre prese a leggere per lei. Non solo alla lampada, ma quando la portava a passeggiare per il porto e si fermavano per mangiare gallette al sole, le dava poi da bere un sorso dalla fiaschetta d’argento e lei sentiva un pizzicore sulla lingua e odore di rose, così che quello che le leggeva aveva sempre profumo di rose. La Canarina ricordava la voce di sua madre, era morbida e gentile, così gentile che sembrava che cantasse, così chiara che qualcuna delle poesie che le leggeva l’aveva imparata a memoria, solo ascoltando. E una di quelle lei la cantava all’Artista quando era ancora Sante, il suo menin. Lo faceva quando il menin aveva male da qualche parte, quando teneva il muso per qualche torto, e allora la voce della Canarina si faceva dolce e gentile, e non era la sua voce, era un canto meravigliosamente straniero. E adesso che lei non ha più voglia di parlare, tra i raschi e i gorgoglii del suo respiro, all’Artista gli pare di tanto in tanto di riconoscere qualche suono di quella poesia che anche lui ha imparato solo ascoltando. Les chars d’argent et de cuivre, les proues d’acier et d’argent, battent l’écume.

Abbiamo sangue di principi, gli ripeteva la Canarina quando gli raccontava del tempo di sua madre. Abbiamo sangue di principi e non è un bene, i principi hanno sempre una tragedia attaccata alla coda. L’Artista ha riflettuto a lungo sul sangue principesco. Sì, siamo figli e nipoti e pronipoti di principi, anche il Menin è un principe, un apprendista principe che sta assorbendo dalla principessa Canarina la principessità, così tramanderà la tragedia che gli spunta dalla coda. No, non ce l’ha ancora la coda, ma gli verrà, e quando la Canarina deciderà di andarsene toccherà a me dirgli qualcosa. Ad esempio dirgli che la nostra tragedia non è una colpa, che l’unica cosa da fare era non nascere. Dirgli che suo padre è stato un principe, il principe splendente, e principe lo sono anch’io, il principe di Marassi, figlio di Sirio che era un principe triste. E che tutto quanto viene dalla principessa Esfir che se n’è venuta con il suo baule e la sua tragedia dalla corte dello zar per innamorarsi del Garibaldo, e tutto viene da lui che era il principe giocondo di tutte le rivoluzioni. E che questo non è un destino, ma solo un compito che hanno tutti quelli che nascono principi, signori della rivolta, orfani re. E io il compito l’ho fatto male, e anche se l’ho fatto male dovrò pur dirgli qualcosa che gli faccia bene, che non lo intristisca, che non gli succeda come a suo padre, morto per mano ignota nella malinconia di un bar di Sidone.


F
Nutrire, curare, nascondere, salvare