domenica 20 febbraio 2022

LA GRANDE MADRE Erich Neumann (Recensione e Capitolo primo)



 LA GRANDE MADRE

Erich Neumann
(Recensione e Capitolo primo)

Recensione
Questa teoria parte dal fatto che in tutte le culture esiste un mito legato a una grande dea madre, spesso rappresentata come madre Terra. La comparsa di queste dee nell’immaginario collettivo è addirittura precedente a quella delle divinità maschili.
Neumann ha descritto la Grande Madre come un archetipo che corrisponde alla dimensione del femminile e si configura in tre modi: la brava madre, la cattiva madre e la combinazione di entrambe. Queste configurazioni corrispondono, a loro volta, alla brava madre, alla terribile madre e alla grande madre.
La prima possiede le caratteristiche positive del maschile e del femminile; la seconda, elementi negativi di entrambi i poli; e la terza, elementi positivi e negativi di entrambi i sessi. È evidente che questa concezione attribuisce alla dimensione femminile un ruolo fondamentale nella psiche umana.
Questo approccio è alquanto insolito se consideriamo che è stato sviluppato in un periodo in cui il fulcro della psicologia era costituito dal complesso di Edipo e della castrazione. Anche nello stesso Jung prevaleva una visione maschilista dello sviluppo psichico

Così commenta Davide D'Alessandro
"Mi è bastato chiedere a un amico psicoanalista quale fosse uno dei libri cardine della psicoanalisi, per sentirmi rispondere senza esitazione: “La Grande Madre di Erich Neumann”. Come si fa a non condividere? Come si fa a non essere d’accordo con Astrolabio, che lo definisce “testo capitale sull’archetipo del Femminile, sul suo simbolismo e sugli stadi evolutivi con cui esso si dispiega nella storia umana”?
Il libro è un universo senza fine. Ogni volta che lo riprendi in mano ti accorgi della sua immensa profondità, del suo essere miniera inesauribile di temi, questioni, esplorazioni sulle configurazioni femminili dell’inconscio. Tradotto e curato da Antonio Vitolo, ha una straordinaria parte iconografica.
Neumann ha studiato con Jung dal 1934 al 1936, a Jung, amico e maestro, ha dedicato il libro e da Bachofen ha tratto l’esergo: “Siamo costretti a fissare mete più avanzate di quelle che le nostre forze possono raggiungere, per non compiere, alla fine, meno di quanto esse consentano”.
Scrive l’autore: “L’assimilazione del mondo archetipico dell’umanità conduce a una forma interiore di umanizzazione che non è un sapere cosciente, ma un’esperienza dell’uomo integrale, e si rivelerà, perciò, più salda dell’umanesimo a noi finora noto, che non si basa sulla psicologia del profondo. Uno dei sintomi determinanti di tale umanizzazione è, a mio parere, lo sviluppo nell’individuo e nella comunità d’una forma di sapere di natura psicologica, senza la quale lo sviluppo futuro dell’umanità in crisi è inconcepibile”.
Non è un gioco perdersi nella struttura dell’archetipo né nell’ambito di funzionamento del carattere elementare del Femminile, ma il simbolismo centrale del Femminile consente di accostare il fulcro della trasformazione, i misteri di trasformazione. Se il Femminile è il vaso-ventre come donna e come terra, al Femminile siamo chiamati a rifarci in ogni nostra espressione, al mondo matriarcale riconoscere la totalità del mondo simbolico, così “l’uomo moderno esperisce su un nuovo piano la stessa dimensione che l’uomo primordiale ha sperimentato con la grande potenza insita nell’intuizione: nel potere femminile dell’inconscio, generatore e nutriente, protettore e trasformatore, agisce in profondità una saggezza infinitamente superiore alla saggezza della coscienza quotidiana; essa interviene come origine della visione e del simbolo, del rituale e della legge, della poesia e della profezia, risolvendo e imprimendo un orientamento alla vita umana, sia esso invocato o no dal singolo individuo”.
“La Grande Madre” è un libro in cui perdersi per ritrovarsi. È un libro non abbandonabile, come non abbandonabile resta la fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio. Non c’è analista, da qualsiasi formazione o scuola provenga, che possa esimersi dallo studiare e dal misurarsi con un testo così straripante, così coinvolgente."


LA GRANDE MADRE

Capitolo Primo
La struttura dell'archetipo

La psicologia analitica, quando parla di 'immagine primordiale' o di archetipo della Grande Madre', non si riferisce a un'entità concretamente esistente nello spazio e nel tempo, ma a un'immagine interiore, che agisce nella psiche umana. L'espressione simbolica di questo fenomeno psichico è costituita dalle raffigurazioni e dalle forme della grande dea femminile che l'umanità ha rappresentato nelle creazioni artistiche e nei miti.
L'emergere di tale archetipo e la sua attività possono essere osservati nel corso di tutta la storia umana: esso è attestato, infatti, nei riti, nei miti e nei simboli dell'umanità primitiva, così come nei sogni, nelle fantasie e nelle raffigurazioni creative di persone sane e malate del nostro tempo.
Per comprendere che cosa la psicologia analitica intenda per ‘archetipo', dobbiamo distinguere in esso la dinamica, cioè le componenti emotive, il simbolismo, le componenti contenutistiche e la struttura.
La dinamica, l'effetto che scaturisce dall'archetipo, si estrinseca tra l'altro nei processi energetici all'interno dell'inconscio e tra inconscio e coscienza. Tale effetto appare in emozioni positive e negative, fascinazioni e proiezioni, ma anche nell'angoscia, nel senso di sopraffazione da parte dell'Io e negli stati maniacali di inflazione e negli stati depressivi. Ogni stato d'animo che investa l'intera personalità è un'espressione dell'effetto dinamico dell'archetipo, indipendentemente dal fatto che tale effetto sia accettato o rifiutato dalla coscienza umana, che esso
rimanga inconscio o coinvolga la coscienza.
Il simbolismo dell'archetipo consiste nella forma in cui esso si manifesta in specifiche immagini psichiche, che vengono percepite dalla coscienza e sono diverse per ogni archetipo. I differenti aspetti di un archetipo si manifestano, tuttavia, anch'essi in immagini differenti.
Così, l'aspetto terribile e quello stimolante e 'benevolo' di un archetipo si manifestano in immagini differenti. E, d'altra parte, la dimensione terribile di un archetipo, ad esempio, dell'archetipo della 'Madre Terribile', si esprime attraverso simboli diversi da quelli in cui si esprime, ad esempio, l'archetipo del Padre Terribile.
Intendiamo per componenti contenutistiche dell'archetipo il senso contenuto in esso, che deve essere compreso dalla coscienza. Quando diciamo che un'immagine archetipica dell'inconscio viene elaborata o assimilata, questa elaborazione si riferisce se prescindiamo dal carattere emotivo - alle sue componenti contenutistiche.
La struttura dell'archetipo, per contro, è la complessa compagine
dell'ordine psichico, che comprende la dinamica, il simbolismo e il contenuto di senso; il centro e l'incomprensibile unità di tali elementi costituiscono l'archetipo. 2
La dinamica dell'archetipo si estrinseca soprattutto nel fatto che esso determina, in modo inconscio, ma regolare e indipendente dall'esperienza dell'individuo, il comportamento umano. “Come condizioni a priori', gli archetipi rappresentano il caso psichico del pattern of behaviour (modello di comportamento), familiare al biologo, che presta ad ogni essere vivente il suo modo specifico”. Questa componente dinamica dell'inconscio ha per l'individuo che da essa viene diretto un carattere cogente ed è sempre accompagnata da una forte componente emotiva.
Alla costellazione di un archetipo, cioè, è sempre legato anche un coin-
volgimento biopsichico, che può estrinsecarsi sia in un mutamento del carattere pulsionale e degli istinti, sia nella passionalità, nell'affettività e, a un livello superiore, nella tonalità sentimentale della personalità investita dall'effetto dell'archetipo. L'azione dinamica dell'archetipo va
al di là dell'azione inconscia degli istinti e continua a operare come
un'inconscia determinazione volontaria della personalità, che esercita un'influenza decisiva sullo stato d'animo, sulle inclinazioni e le tendenze di essa e, quindi, sulle concezioni, sulle intenzioni, sugli interessi, sulla coscienza, sulla forma specifica e sulla direzione dello spirito."
Il contenuto che agisce inconsciamente, quando viene percepito, si fa incontro alla coscienza nella forma simbolica di un'immagine. “Un’entità psichica può essere, naturalmente, un contenuto di coscienza solo quando può essere rappresentata sotto forma d'immagine”.? Per questo
motivo gli istinti, le dominanti della psiche, la cui importanza per la
totalità della psiche è maggiore rispetto all'importanza degli altri contenuti dell'inconscio, sembrano congiunti con le rappresentazioni in
forma d'immagini. Nella psiche il carattere simbolico dell'immagine
riveste il compito di agire sulla coscienza con tale intensità da potersi in ogni caso imprimere in essa. Così, ad esempio, un'immagine psichica capace di attirare l'attenzione della coscienza, allo scopo di provocare, per così dire, un seguito, dev'essere così evidente da provocare in ogni modo un'impressione. L'immagine simbolica archetipica, per la sua
capacità d'imprimersi, per la sua potenzialità di significato, per la
carica energetica e la numinosità corrisponde all'importanza dell'istinto per l'esistenza umana nello stadio primordiale. Col termine 'numinosità' definiamo l'azione di essenze e forze esperite dalla coscienza dell'uomo primitivo come fascinanti, terribili, schiaccianti e perciò attribuite a una fonte transpersonale, indeterminata e divina.
La rappresentazione degli istinti nella coscienza, cioè il loro diventare visibili nell'immagine, rientra, in generale, tra le condizioni essenziali della coscienza, e la genesi della coscienza come organo psichico vitale è connessa in modo decisivo con la riflessione del processo psichico inconscio in essa. Tale costellazione fondamentale è essa stessa un prodotto dell'inconscio, che costella la coscienza, non solo una ‘attività' della coscienza stessa. Per questo motivo Jung afferma: “Si potrebbe definire appropriatamente l'immagine originaria come intuizione che l'istinto ha di se stesso o come autoraffigurazione dell'istinto...".!
Così, malgrado la loro apparente contrapposizione, il livello istintuale della pulsione e il livello immaginativo della coscienza sono affini, poiché "l'uomo esiste almeno come un alcunché che viene spinto verso una qualche cosa, e, al tempo stesso, come un alcunché che si raffigura qualche cosa”, e l'archetipo “non è soltanto immagine in sé, ma al tempo stesso anche dynamis".10 Il livello immaginativo, nel quale l'archetipo diviene visibile per la coscienza, è quello del simbolo, nel quale l'attività dell'inconscio si manifesta capace di attingere la coscienza 11
Le immagini simboliche, come rappresentazioni archetipiche, vanno distinte dall’ ‘archetipo in sé 12 L'archetipo in sé è “un fattore oscuro, una disposizione, che, in un dato momento dello sviluppo dello spirito umano, comincia ad agire, ordinando il materiale della coscienza in figure determinate”.13
Per questo motivo Jung dice che le immagini archetipiche sono “preconsce e formano presumibilmente le dominanti strutturali della psiche in genere, paragonabili alla presenza invisibile e potenziale dello stroma
cristallino nell'acqua madre”.14 L'archetipo in sé è un fenomeno nu-
cleare che trascende la coscienza, la cui 'eterna presenza' 15 è invisibile.
Esso non solo dirige, come un campo magnetico, gli istinti, orientando il comportamento inconscio della personalità, ma appare anche come pattern of vision, ordinando il materiale psichico in immagini simboliche. Definiamo i simboli appartenenti a un archetipo come il suo gruppo simbolico o il suo canone simbolico. Esiste, tuttavia, una difficoltà: questa disposizione non è univoca. Nell'inconscio, infatti, i singoli archetipi non sono isolati, ma si trovano in uno stato di contaminazione, di completa compenetrazione e fusione reciproca. 16 
Questa contaminazione è tanto maggiore, quanto più debole è la coscienza distinguente e vien meno nella misura in cui la coscienza si sviluppa, si differenzia e il che è equivalente riesce a pervenire a più chiare distinzioni.
Alla differenziazione della coscienza corrisponde, dunque, un emergere più differenziato dell'inconscio, dei suoi archetipi e dei suoi simboli.17 Con lo sviluppo della coscienza, si delinea una serie di manifestazioni dell'inconscio, che procede dall'assoluta invisibilità dell’‘archetipo in sé', attraverso il primo affiorare dell'immagine (paradossale, difficilmente distinguibile, perché le immagini sembrano contrastanti e apparentemente escludono a vicenda), sino al farsi visibile dell’archetipo primordiale'.

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(1) Jolande Jacobi, Complesso, Archetipo, Simbolo, Boringhieri, Torino 1971 (la
ed. in Schweizerische Zeitschrift für Psychologie, Bern 1975, vol. iv).
(2)Questa formulazione non costituisce una definizione; la natura paradossale
del simbolo, infatti, non è definibile. Per l'archetipo vale lo stesso simbolismo
valido per la divinità, che può essere descritta come centro e periferia di un cerchio, ma non pud essere definita.
(3)C. G. Jung, Saggio d'interpretazione psicologica del dogma della Trinità in
Opere, 11 (1942-1948), Boringhieri, Torino 1979, p. 149, nota.
(4) Non possiamo qui interessarci del ruolo decisivo che l'effetto dinamico del.
l'archetipo riveste nelle malattie psichiche, nelle nevrosi, ma in particolare nelle
psicosi.
(5) C. G. Jung, Spirito e vita (1926), in Opere, 8, p. 343.
(6 ) Rudolf Otto, Il Sacro, Feltrinelli, Milano 1966 (1a ed. München 1932).
(7) Erich Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma 1978
(1a ed. Zürich 1949).
(8) C.G. Jung, Istinto e inconscio (1919) in Opere, 8, p. 154.
(9) C. G. Jung, Riflessioni teoriche sull'essenza della psiche (1947-1954) in Opere, 8 p. 224.
(10)  Op. cit., p. 229.
(11) C.G. Jung, Tipi Psicologici (1921), Def. di "Simbolo”, in Opere, 6, p. 483.
Cfr. anche J. Jacobi, Complesso, Archetipo, Simbolo.
(12) C. G. Jung, Riflessioni teoriche sull'essenza della psiche, p. 239.
(13) C. G. Jung, Saggio d'interpretazione psicologica del dogma della Trinità,
pp. 148-149.
(14) Ibidem, nota.
(15) C.G. Jung, Psicologia e alchimia (1944), Astrolabio, Roma 1950.
(16) C. G. Jung, Gli archetipi dell'inconscio collettivo ne La dimensione psichica,
Boringhieri, Torino 1972, in particolare pp. 155 e segg.
(17) Ě. Neumann, Storia delle origini della coscienza, pp. 277 e segg.
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